Ciò che potevamo prevedere da molti anni è precipitato rapidamente sul mondo attraverso gli eventi degli ultimi tempi. Siamo divenuti testimoni di eventi gravi, il cui significato profondo solo un’epoca futura potrà davvero comprendere nella sua totalità. E molte cose — vorrei dire, persino soltanto riguardo all’aspetto esteriore di ciò che sta alla base di questi eventi seri — sfuggono completamente alla nostra considerazione odierna. Per noi, cari amici, sia soprattutto una parola significativa in questo tempo difficile, che voglio esprimere all’incirca così: abbiamo cercato per anni di approfondire in noi la conoscenza spirituale, abbiamo cercato di fare nostra la conoscenza, il sentimento e la percezione dei mondi spirituali, insieme a tutto ciò che è connesso con questo sapere, sentire e percepire. Ma ora siamo davvero di fronte al compito di superare, per così dire, una certa prova: se siamo capaci di mantenere saldi, anche sotto l’impressione di tutto il peso di quanto ora accade, i grandi ideali che ci sono tracciati dalla conoscenza e dal sentimento del mondo spirituale.
Dove i nostri rami si riuniscono, fra amici uniti prevalentemente da un sentimento comune, è certamente più facile mantenersi saldi in quello che la scienza dello spirito deve portare all’umanità. Ma dobbiamo sempre e ovunque non perdere di vista i grandi ideali già espressi nel nostro primo principio. Non siamo una società che si diffonde all’interno di masse popolari omogenee; cerchiamo piuttosto di diffondere lo spirito conciliante su tutta la Terra. È per questo che subiamo una certa prova: è davvero difficile sviluppare pienamente il senso dell’obiettività verso il supremo, verso la giustizia, nel tempo in cui viviamo.
Proprio per i motivi che emergeranno dalle mie parole odierne, gli abitanti dell’Europa centrale, e soprattutto il popolo tedesco, hanno attualmente una certa facilità nel comportarsi in modo obiettivo e giusto. Ma è necessario anche qui che non ci abbandoniamo soltanto alle emozioni immediate: come antroposofi seri, dobbiamo cercare di comprendere il linguaggio che oggi la giustizia, nel senso spirituale, deve parlare.
Non perché voglio presentare la cosa come qualcosa di personale, ma perché la questione mi sembra sintomatica, voglio menzionare quanto segue. Il primo volume del mio libro «I Misteri della Filosofia» è forse nelle mani di molti di voi. Il secondo volume era stato stampato fino a pagina 204 nella seconda metà di luglio. Ma si interruppe nel mezzo delle righe. Questo punto era per me particolarmente strano e sintomatico. Avevo dovuto caratterizzare i due filosofi francesi Boutroux e Bergson. Ho cercato di farlo nel modo più obiettivo possibile. Poi dovevo fare la transizione verso Preuß, un pensatore grande e trascurato. Dopo aver esposto la filosofia francese contemporanea, dovevo passare a quello che al di qua del Reno, a quello che in Germania, era germogliato come pensiero. Ma qui il foglio era vuoto, poiché la guerra era scoppiata proprio in quel punto. Spesso ho dovuto guardare i campi vuoti del tredicesimo foglio.
E allora vennero diverse voci da oltre il Reno. Sono voci che voi conoscete bene. Si parlava di barbarie tedesca e simili, e si lanciavano contro di noi le accuse più odiose e le calunnie. Si potrebbe dire che era deprimente quello che si doveva vivere. Proprio rappresentanti rispettati della vita spirituale francese alimentavano l’odio e la passione nel popolo. E in questo caso il personale può ben essere considerato sintomatico: Se in un libro sulla storia dello sviluppo della filosofia dovevi trattare la filosofia francese, se l’anima si sforzava di farle completa giustizia, davvero l’anima potrebbe essere riempita di amarezza quando deve vivere il fatto che, mentre con tutte le forze cerca, con la massima obiettività possibile, di penetrare nella filosofia dell’Occidente, questo grida riguardo alla «barbarie al di là del Reno» nonostante tutti i fatti. Era tanto più amaro perché uno dei peggiori aggressori e nemici dell’essenza tedesca era Maurice Maeterlinck.
È strano: la prima opera di Maeterlinck che apparve e che esprime perfettamente la sua essenza e la sua natura si fonda interamente su Novalis, è tratta interamente da Novalis; e Maurice Maeterlinck non sarebbe nulla senza Novalis. Tutte le sue opere successive scaturivano interamente da questo primo fondamento tratto da Novalis. Questo getta anche una luce su come il nostro tempo intende esercitare la giustizia. Non è affatto sufficiente, oggi, ascoltare le voci che da qua e da là vengono pronunciate sotto l’impressione della passione: è necessario richiamare alla memoria i fatti. Se li lasciamo parlare, essi conducono all’obiettività. E tale obiettività non è identica all’indifferenza verso questi rapporti.
Grandi cose accadono nel nostro tempo, enormi cose. E un’epoca futura avrà bisogno di richiamare, per quello che accade nel nostro tempo, nel senso in cui parliamo di ripetizioni, eventi significativi di tempi passati. Non uno solo, ma molti si concentrano insieme per formare una ripetizione: una ripetizione combinata di grandi eventi storici.
Come una volta, nel pieno fiore della cultura greco-latina, i Romani dovevano combattere le guerre puniche contro Cartagine, come allora la memorabile battaglia di Milae decise il destino dei Romani che dovevano preservare la loro fiorente cultura greco-romana contro l’inondazione di forze declinanti dal regno ancora esteriormente potente di Cartagine, così al punto di partenza della guerra attuale troviamo qualcosa come una ripetizione di certi eventi. Questo può già essere pronunciato qui oggi. Una strana battaglia ebbe luogo allora tra Romani e Cartaginesi. I Cartaginesi avevano una flotta potente, di fronte alla quale Roma con le sue poche navi sembrava impotente. Allora i Romani vennero all’idea inusuale di costruire ponti d’arrembaggio che conducevano da nave a nave e, per così dire, trasformavano la battaglia navale in una battaglia terrestre, cosicché i Romani sul loro terreno familiare riuscirono a conseguire una grande vittoria. Come allora accadde qualcosa di straordinario per quel tempo, così è accaduto qualcosa che pochi uomini possono neppure immaginare a Liegi, che mostra una certa relazione con gli eventi descritti e di cui i tempi futuri parleranno come di un primo evento. Menziono queste cose solo per attirare l’attenzione sul significato degli eventi in mezzo ai quali attualmente ci troviamo.
Sono proprio questi giorni in cui importanti decisioni stanno sul filo del rasoio a est e a ovest. Il cuore si spezzerebbe pensando a ciò che si oppone, e proprio in questi giorni, quando la decisione sta, per così dire, incerta davanti agli occhi dell’uomo, si deve attirare l’attenzione su qualcosa di enormemente importante di cui tener conto.
Posso parlare di queste cose come ne parlerò, perché sono, per così dire, preparato dal mio karma. Sono nato in quel regno di cui si dice abbia contribuito così tanto alla guerra tra i popoli; ma, crescendo, vedo che già nell’infanzia ero destinato a una mancanza di patria. Non avevo l’opportunità di sperimentare direttamente i peculiari sentimenti di connessione con i compatrioti e i conterranei. Inoltre la mia infanzia cadde nel periodo in cui in Austria stessa imparai a conoscere l’odio contro i Tedeschi, quando la Germania austriaca era ancora sotto l’impressione delle vittorie della Prussia, quando anche i Tedeschi in Austria odiavano i Tedeschi del Reich. Non c’era occasione di farmi nascere un pregiudizio a favore della Germania. Questa mancanza di patria, datami dal mio karma, mi autorizza a parlare obiettivamente, pienamente consapevole che proprio così il sentimento antroposofico può parlare attraverso le mie parole.
Non è opportuno, oggi, pronunciare parole profetiche. Perciò chi dice che il luogo dove la vittoria rimarrà alla fine è incerto, rimanga senza risposta. Ma c’è una vittoria, una vittoria importante, che è connessa anche con una considerazione spirituale, che è indelebile per tutti i tempi futuri; e questa è già stata conquistata. Qual è questa vittoria? Fu conquistata prima dello scoppio della guerra. Questa vittoria può essere caratterizzata nel modo seguente: il centro dell’Europa non era stato a lungo unito con l’Oriente? Certamente non parliamo del popolo che abita l’Oriente europeo. Su questo popolo siamo ben informati, e chi voglia sapere la verità sul rapporto di questo popolo con lo sviluppo dei popoli legga il ciclo di conferenze «La missione delle singole anime popolari in connessione con la mitologia germanico-nordica». Una cosa è questo popolo nell’Oriente, e un’altra cosa è il trifoglio che attualmente sta lì di fronte allo spirito tedesco: lo zarismo, il militarismo russo che ha ricevuto una sconfitta, e il panslavismo bugiardo. C’erano fili che dal cuore dell’Europa andavano verso questo trifoglio, anche se non fino al suo ultimo foglio.
Il 31 luglio di questo anno, attraverso la dichiarazione di guerra, questo filo tra il governo tedesco e austriaco e lo zarismo fu strappato, spazzato via. Questa era una grande vittoria… [Quanto segue è poco chiaro. Il senso sembra essere che l’evento che allora ebbe luogo tra il centro europeo, le potenze occidentali e la Russia rappresenti un richiamo alla consapevolezza della storia mondiale.]
In questo risiedono significativi tratti della storia mondiale. Non abbiamo bisogno di chiudere gli occhi all’innaturalezza dell’alleanza tra l’Occidente e il Nordovest dell’Europa e l’Oriente, se stiamo su terreno antroposofico della giustizia. Proviamo soltanto a continuare a esercitare in questo tempo difficile quello che abbiamo imparato attraverso la scienza dello spirito stessa e mediante molte cose che ci sono state imposte.
Quando eravamo in conflitto con la signora Besant, fu addirittura uno studioso indiano che, a proposito del modo in cui la signora Besant gridava per la tolleranza, disse che la signora Besant agisce come se, a un uomo a cui sia stata recisa la mano e che si difende contro questo, si gridasse: «Sii tollerante, altrimenti sei tu a iniziare il conflitto!». Rivela poco pensiero non vedere che è un’assurdità esigere che l’altro si lasci amputare la mano senza difendersi.
Ho dovuto sentir dire frequentemente, nelle ultime settimane: se l’Austria non avesse iniziato la guerra con la Serbia, sarebbe stata «tollerante». Esattamente lo stesso caso! Si grida a chi sta per veder amputata la mano: «Sii tollerante!». Abbiamo molte possibilità di acquisire obiettività attraverso quello che si svolge così dolorosamente intorno a noi; ma per questo dobbiamo essere capaci di pensare correttamente. Imparare a pensare è un compito anche della teosofia. C’è quel ciclo sulle anime dei popoli. Ma se non potessimo comprenderlo proprio ora, in questo tempo difficile, con la più santa serietà, allora tutta la nostra precedente occupazione con quel ciclo sarebbe stata un gioco teorico. Solo quando sappiamo pensare intensamente a queste cose, quando si tratta di ottenere la chiarezza che è ora necessaria, queste cose sono davvero diventate carne e sangue per noi. Nel penultimo discorso del ciclo ho tentato di mostrare come le diverse anime dei popoli si comportano l’una verso l’altra, così come nel dramma finale della «Porta dell’Iniziazione» ho tentato di descrivere il gioco reciproco delle tre forze dell’anima. Il contenuto del discorso, le parole che ciascuna delle tre personalità lì pronuncia, devono essere pronunciate esattamente come sono, poiché ciascuna delle tre personalità rappresenta uno dei tre membri dell’anima umana.
Nel penultimo discorso del ciclo dell’anima popolare vi è indicato come, quando consideriamo i popoli dell’Italia e della Spagna, per il nostro tempo si mostrano gli echi della terza epoca post-atlantidea: il carattere popolare è espresso come anima senziente. Per la Francia è l’anima razionale-affettiva, per l’Inghilterra l’anima cosciente, e nel mezzo dell’Europa è l’Io.
Non sappiamo che possono esserci conflitti nell’anima propria, che i singoli membri possono stare in conflitto l’uno contro l’altro? Si è chiamata l’attenzione su questo nel secondo dramma, della «Prova dell’Anima». Possiamo ricevere un’immagine di quello che si svolge nel nostro tempo se lasciamo agire su di noi tutto quello che lì si esprime. E dobbiamo cercare di portare questa immagine a chiarezza nella nostra anima così che sappiamo come cercare l’Io nel mezzo dell’Europa. Così in mezzo ai giorni di pace abbiamo, in silenzioso lavoro spirituale in quel ciclo, posto davanti all’anima i fondamenti di qualcosa che oggi, come grave destino, riempie il mondo. Sostanzialmente molte cose di quello che ora accade diventeranno comprensibili se consideriamo tutto quello che è stato espresso nel ciclo menzionato sopra. Solo allora otterremo la necessaria obiettività.
È accaduto in tutte le guerre che l’uno dia all’altro la colpa. Per noi, cari amici, non è appropriato pensare così; per noi è appropriato diversamente. Voglio chiarirlo attraverso un confronto.
Supponiamo che qualcuno sia diventato vecchio, e accanto a lui stia un bambino fresco e pieno di forza. Sarebbe forse saggio se il vecchio brontolasse al bambino e gli dicesse: «Tu, bambino, nella tua forza giovanile, sei colpevole del fatto che io porti i mali della vecchiaia!»? Non è altrettanto poco saggio se ora, per esempio, ai Tedeschi viene rinfacciato di essere colpevoli della guerra? Dobbiamo renderci conto: quanto accade ha il suo fondamento nel karma dei popoli. Anche nella vita dei popoli c’è giovinezza e vecchiaia; e come nella vita umana la fresca forza del bambino non è responsabile del fatto che la vecchiaia non abbia più questa freschezza, così è folle muovere tale rimprovero nella vita dei popoli.
Ma tutto quello che viene detto non deve accecarci: deve impegnarci a guardare ai fatti, all’obiettivo. I fondamenti più profondi degli eventi presenti sfuggono ancora alla discussione — oltre al fatto che tale discussione potrebbe far dispiacere a molti —; ma in un altro modo posso attirare l’attenzione su ciò che importa.
Sappiamo come antroposofi: nell’Io tedesco riposa l’Io dell’Europa. Questo è un fatto occulto obiettivo. Voglio appellarmi a un uomo che non era teosofo — egli viveva nello spirito tedesco — per caratterizzare a che cosa il sentimento dell’Io aveva portato. So che questo non è il sentimento di un singolo uomo. È quello di Herman Grimm, che ancora, nel senso spirituale, aveva il sangue di Goethe nelle sue vene. Egli pronuncia queste parole meravigliose: «La solidarietà delle convinzioni morali di tutti gli uomini è oggi la chiesa che ci unisce tutti. Cerchiamo con più passione che mai un’espressione visibile di questa comunità. Tutti gli sforzi veramente seri delle masse conoscono un solo obiettivo. La separazione delle nazioni non esiste già più qui. Sentiamo che di fronte alla concezione etica del mondo non vale alcuna differenza nazionale. Tutti ci sacrificheremmo per la nostra patria; ma siamo ben lontani dal desiderare o dal provocare il momento in cui ciò potrebbe accadere attraverso la guerra. L’assicurazione che mantenere la pace sia il nostro desiderio più sacro non è una menzogna. La pace sulla terra e il favore verso gli uomini ci pervade».
Considerate come risposta quello che la dottrina antroposofica ci porta. Il nostro movimento spirituale vuole realizzare la possibilità di soddisfare tale desiderio. E poi ancora altre parole di Herman Grimm: «L’umanità nella sua totalità si riconosce come assoggettata a un tribunale invisibile che trona come fra le nuvole, dinanzi al quale non poter stare è ritenuto una disgrazia, e al cui procedimento giudiziario le persone cercano di adattare le loro controversie interne. Con ansiosa ricerca cercano qui il loro diritto. Come si sforzano i francesi odierni di presentare la guerra contro la Germania che progettano come un’esigenza morale, la cui accettazione chiedono agli altri popoli, sì, ai Tedeschi stessi!»
Considerate come risposta a questa immagine quello che l’antroposofia dice dei regni delle gerarchie. È commovente vedere come lo spirito umano nelle sue migliori e più alte personalità è pieno della più profonda aspirazione per quello che la scienza dello spirito vuole portare, ma passa accanto a essa, non la trova, e poi con ansiosa ricerca l’uomo cerca il suo diritto qui.
Poi c’è un fatto strano. Herman Grimm dice: «Come si sforzano i francesi odierni di presentare la guerra contro la Germania che progettano come un’esigenza morale, la cui accettazione chiedono agli altri popoli, sì, ai Tedeschi stessi!» Troppo bene pensato. Lo sforzo di presentare questa guerra come un’esigenza morale — non è questo quello che si nota oggi in quello che ci viene dall’Occidente?
E poi voglio leggervi una terza parola di Herman Grimm. Di nuovo troverete come essa trova il suo adempimento in quello che il nostro movimento porta: «Gli abitanti del nostro pianeta, considerati nella loro totalità, sono penetrati da un sentimento di delicatezza universalmente comprensibile che persino i popoli più rudi presentono, ed essi provano timore nel ferirlo. L’uomo odierno riconosce a ogni singolo individuo il diritto all’autodeterminazione in questioni spirituali. Persino le creature umane selvagge si lasciano condurre a questi pensieri». Ma con questo Herman Grimm non esprime altro che il primo principio della nostra società.
Vedete allora come la nostra antroposofia è una risposta al grido che lo spirito tedesco ha risuonato nelle voci dei migliori della sua vita spirituale. Il cuore dell’Europa nutre una profonda aspirazione verso la spiritualità. Ciò getta luce anche sul fatto che il Tedesco, ovunque vada, si adatta, sacrificando i suoi costumi precedenti, alle usanze locali, non cedendo la sua cultura spirituale, ma sì la sua nazionalità.
Tutto questo, cari amici, è, da una parte, adatto a renderci giusti, e tuttavia non chiudendo gli occhi a quello che davvero deve essere notato.
Anche per l’occultista c’erano sorprese negli ultimi tempi; e posso dire che durante il mio corso a Norrköping ho dovuto pronunciare una parola che si basava su tale sorpresa. È vero: che questi eventi dovevano avvenire poteva essere previsto da anni, e anche che dovevano venire karmicamente quest’anno. Ma all’inizio di luglio non si poteva dire più di questo: che ci saremmo riuniti per il ciclo di Monaco, e poi, quando ci separassimo — così si poteva aspettare — allora avremmo affrontato eventi significativi. Poi venne l’attentato di Sarajevo. Se spesso ho sottolineato come le cose sono diverse qui sul piano fisico che sul piano spirituale, come spesso appare l’immagine speculare, così fu anche per mia sorpresa quando potei confrontare l’individualità che è passata attraverso questo attentato prima e dopo la morte. Qualcosa di strano è accaduto: questa personalità è diventata una forza cosmica. Menziono questo per mostrare come le cose sul piano fisico sono simboli per il spirituale, e come, propriamente, tutti gli eventi del piano fisico sono spiegati solo quando si guarda attraverso di essi al piano spirituale. Alcuni di voi conoscono la mia precedente affermazione. Ho detto: l’orribile fluttuava nel mondo astrale, ma poteva solo non discendere al piano fisico perché forze astrali erano radunate al piano fisico, forze di paura che vi si opponevano impedendone la discesa. Fu il 20 luglio che sappi che le forze di paura erano diventate forze di coraggio e audacia. Un fatto indescrivibilmente magnifico: Le forze di paura erano diventate forze di coraggio. Allora non era più inesplicabile quello che sul piano fisico si svolgeva come fenomeno così unico: quell’entusiasmo. Questo è un fatto che era unico per me, e per quanto mi consta, non era noto nemmeno a nessun occultista prima.
Bene, voi siete stati tutti testimoni di come questo entusiasmo ha colto la gente in pochi giorni, persone che prima erano veramente pacifiche, come un’onda di coraggio si è versata su di loro.
Presto vennero i tempi in cui con afflizione si avvertì quali immensi sacrifici questa guerra richiedesse. E quando ero a Berlino nei primi giorni di settembre, un profondo dolore entrò nella mia anima quando mi resi conto di quali fiori di anime tedesche dovessero essere sacrificati sul campo. Mi toccava soffermarmi sul dolore, e il dolore produce — non per merito proprio — ricerca occulta. Nel dolore, all’anima viene concessa conoscenza occulta. La domanda ansiosa stava davanti alla mia anima: se in particolare il fiore dei condottieri dei singoli corpi d’armata viene falcidiato, che succede allora?
E allora si poteva vedere come erano i caduti che, dopo la morte sul campo di battaglia, aiutavano coloro che dovevano combattere dopo loro. Questo è venuto dalla ricerca chiaroveggente. Quando i morti aiutano i vivi, allora è, in mezzo al dolore, una consolazione. Cari amici miei, quello che è la scienza dello spirito deve penetrare la vita nei momenti in cui ogni conforto sembra impossibile, dove la giusta disposizione d’animo non può essere trovata. Anche allora la conoscenza spirituale è in grado di dare la giusta disposizione d’animo, può anche allora fornire conforto. So che ci saranno anime della nostra comunità che trarranno coraggio da tale conoscenza in mezzo agli eventi tristi.
Dallo studio della scienza dello spirito sappiamo che gli esseri spirituali sono i condottieri e le guide del corso dell’umanità. Nel mondo spirituale è prescritto che fino a un certo momento accada approssimativamente questo o quello. Supponiamo che sia stabilito, per l’umanità della Terra, di raggiungere entro l’anno 1950 o 1970 una certa misura di capacità d’amore per combattere l’egoismo. Tutto ciò che è scienza dello spirito vuole produrre questa capacità d’amore. Lo fa in modo simile a come il legno nella stufa produce calore. Può essere prodotto dalla parola; e all’interno della nostra corrente si tenta di produrlo mediante i grandi insegnamenti dell’antroposofia. Ma se il contegno delle anime umane verso la parola non fosse sufficiente, se le cose procedessero troppo lentamente, cosicché fino al tempo stabilito la capacità d’amore e l’autosacrificio non fossero sufficientemente sviluppati, allora deve subentrare un altro maestro.
A Dornach è stato simbolicamente rappresentato. In realtà l’intenzione era di avere la costruzione finita all’inizio di agosto. Ne è venuto fuori nulla; dal karma non era predestinato che l’intera costruzione fosse finita fino a questo tempo e guardasse dall’alto dall’altura che domina la regione da est e sudest come segno dello spirito. Tuttavia le colonne con le cupole si elevano nel paesaggio come sentinella spirituale. Nel nostro edificio la questione di fornire uno spazio buono acusticamente doveva essere risolta. Potei convincermi che era stata trovata la giusta acustica. Il suono, come è stato testato da un certo punto, ha stabilito che l’acustica era corretta per l’edificio. Ma in questa acustica i nostri amici non potevano per primo sentire la parola della vita spirituale, ma prima sentirono l’eco del cannone che tuonava dal sud dell’Alsazia, e invece della luce dal mondo spirituale, da fari del forte d’Istein vaste masse di luce fluivano nell’edificio e lo illuminavano. Una simbologia strana! Una simbologia che forse può essere menzionata. A volte è necessario un altro maestro!
Non era un maestro immenso? Non si oppone potentemente al materialismo? Che cosa allora si è compiuta in una sola settimana! Quale somma di combattimento all’egoismo! Quale somma di capacità d’auto-sacrificio, di amore umano è nata allora!
Poco tempo fa, al ritorno da Vienna, il karma mi mise un giornale in mano. Conteneva una descrizione di un guerriero austriaco che partiva per il fronte. Descrive dapprima come durante il viaggio verso il teatro di guerra ai soldati vengono offerti servizi amorevoli da tutti i lati, e alla fine c’è un passaggio — il guerriero con ogni probabilità non si era mai accostato alla teosofia — dove dice: Noi che partiamo per il fronte cerchiamo con tutto il nostro coraggio e con tutto quello che abbiamo di stare dalla parte della giusta causa; ma anche coloro che rimangono a casa possono agire. Poi vengono le gran parole, egli dice: «Chi Dio ascolta, preghi — e chi non può pregare, raccolga tutti i suoi pensieri e le forze della volontà nel fervente desiderio della vittoria…», e così apporta il suo contributo! Abbiamo parlato per molti anni della forza del sentimento. Così ora in un semplice soldato vive quello che abbiamo coltivato in anni di lavoro. Quale sia il risultato immediato, non importa; un frutto porterà questo evento: la spiritualità nell’anima umana, che altrimenti non l’avrebbe trovata per molto tempo ancora.
Grandi sono questi eventi. Possono essere paragonati solo con grandi eventi del passato che si sovrappongono ciclicamente. Come la lotta dei Romani contro i Punici, come le guerre della migrazione dei popoli erano importanti e determinanti per la cultura che stava nascendo dei popoli, così non meno significativa è la lotta in mezzo alla quale siamo. E da molte parole che parlo, una può penetrare nei vostri sentimenti: che coloro che oggi in campo, in battaglia versano il loro sangue, versano questo sangue come sacrificio per qualcosa che deve accadere. Deve accadere per il bene dell’umanità. E quando guardiamo ai grandi sacrifici, ai dolori, una cosa ci può, se non lieti, non di meno riempire internamente con grande soddisfazione: che sangue sacro scorre, consacrato dagli eventi; e coloro che l’hanno versato diventeranno i membri più importanti per i tempi futuri. Molte cose diventeranno comprensibili per noi se possiamo deciderci di vedere in quel sangue che scorre il sangue di sacrificio consacrato. Se penetriamo le nostre anime con questa verità, allora lo spirito porterà frutto in noi. Posso dire: Proprio nelle anime dei nostri cari amici antroposofi, può realizzarsi quello che quel semplice soldato ha detto.
I pensieri che nell’anima antroposofica sono custoditi come convinzione, loro suoneranno particolarmente fortemente; e questo è necessario se la formula che abbiamo messo davanti ai nostri discorsi deve agire. Tra i combattenti ci sono già coloro che servono nella giusta fede.
Spiriti delle vostre anime, vigili custodi,
Le vostre ali possono portare
L’amorevole preghiera delle nostre anime
Alla custodia degli uomini di terra fidati a voi,
Affinché, uniti con la vostra forza,
La nostra preghiera illuminata brilli aiutando
Alle anime che ansiosamente la cercano!
Cari amici miei! Opporre ai fatti il significato di quello che abbiamo imparato come pensiero, affinché possiamo superare la prova, affrontare con occhi giusti gli eventi, le circostanze — questo era lo scopo del mio discorso odierno. La spiritualità verrà anche attraverso quel grande maestro che ora procede attraverso l’Europa. Ma l’uomo è nato per la libertà. Molto dipende da coloro che sono uniti con noi nel movimento spirituale. Se i pensieri antroposofici sono ora corretti nel tempo della prova nelle vostre anime, allora quello spazio che ora è riempito di passioni vorticose sarà riempito di luminosi pensieri spirituali, di sentimenti santi e autentici. Tali sentimenti continueranno a vivere durevolmente.
In molte notti prego affinché ci siano molti antroposofi che mandino una simile forza di pensiero splendente; e se troveremo anche la corretta volontà, avremo la possibilità di riempire il nostro posto nel vero servizio d’amore. Siamo attenti dove possiamo anche attivamente portare l’amore nel mondo. Il nostro karma lo farà accadere, sia che stiamo qui o lì, che questo o quello ci sia richiesto, a cui siamo stati destinati.
Solo con le lacrime agli occhi potei leggere la lettera di un giovane austriaco a sua madre, che il 26 luglio sentì le parole pronunciate a Dornach: come quello che l’antroposofia può dare in sentimento e in forza vive nel suo cuore, e lo lascia compiere il suo dovere dove il destino l’ha posto. E gli stessi sentimenti e pensieri mi affrontarono dalla lettera di un altro giovane amico che aveva anch’egli partecipato a quella riunione a Dornach e poi era partito per il fronte. Questi sono i pensieri e sentimenti che oggi devono vivere nelle anime: dove il dovere si mostra a noi, cercare di compierlo, lasciare che il nostro giudizio abbia voce e stare attenti dove il nostro amore è richiesto. Allora una cosa si realizzerà nel futuro: quando un giorno i popoli dell’Europa non staranno più gli uni contro gli altri nelle battaglie, allora tra i pensieri, questi che ora stiamo mandando saranno quelli che rimangono, saranno i più forti, rappresenteranno un eterno. Quello che ora sentiamo sarà per il bene quando sarà unito con il sentimento che una vittoria è inevitabile: la vittoria dello spirito.
Strane parole ha pronunciato uno statista in Germania ancora nella scorsa primavera. Ha detto, circa il nostro rapporto con la Russia, che la Germania era in intesa amichevole con Pietroburgo e che era determinata a non tener conto delle campagne stampa. E a proposito dell’Inghilterra è stato detto a luglio che il rilassamento faceva progressi, che i negoziati con l’Inghilterra non erano ancora conclusi, ma che sarebbero stati proseguiti in questo senso. Così poteva ancora parlare uno statista importante a luglio. Si rileggano queste parole ora e si cerchi di rendersi conto di come il giudizio umano sta davanti agli eventi che fluiscono. Ma una cosa può emergere da queste parole: non abbiamo voluto la guerra! — Oh, si potrebbe — capite bene! — per dirla grottescamente, non essere tedesco affinché queste parole ricevano la dovuta attenzione, affinché si possa dare loro l’enfasi che meritano.
Ma l’anima umana ha bisogno di qualcosa che rimane, che non è come quando oggi si parla di cose che domani già si rivelano insostenibili; ha bisogno di qualcosa che oggi è verità e domani è verità. Tale verità la troverà solo se si unisce allo spirito. Possiamo fidarci della vittoria dello spirito. Chi si unisce allo spirito troverà il cammino giusto verso quella saggezza che nasce solo dall’unione con lo spirito. Proprio nella settimana prima dello scoppio della guerra dovetti leggere, in un giornale, frasi come la seguente: malgrado la disapprovazione di Liebknecht, ritengo che nella vita politica non sia necessario dire la verità, eccetto quando verrebbe alla luce o farebbe danno a se stessi. Questa affermazione è coniata dal materialismo del nostro tempo, in cui saremmo soffocati senza questa guerra, e il cui superamento è compito del nostro movimento: il quale — al contrario dell’incredibilità di una tale affermazione — ha come prima proposizione le parole: «La saggezza risiede solo nella verità».
Si vede allora quanto abbiamo bisogno dello spirito della verità se vogliamo afferrare le cose nella loro realtà. Perché è di questo che si tratta: che penetriamo a quella obiettività che può essere acquisita solo attraverso lo spirito della verità. Allora già oggi si potrà riconoscere quello che un tempo futuro riconoscerà: che questa guerra è una cospirazione contro la vita spirituale tedesca.
Per tal obiettività ci può aiutare la formula rivolta allo spirito popolare:
Tu, spirito del mio spazio terreno! Rivela la luce della tua antichità
All’anima dotata di Cristo,
Affinché sforzandosi possa trovare
Nel coro delle sfere di pace
Te, risuonante di lode e potenza
Dei sensi umani devoti a Cristo!
Molto può nascere dalle nostre anime e dalla scoperta della giusta strada se viviamo uniti a questa anima con ciò che può diventare da tale formula. Allora, però, so che accadrà qualcosa, che un membro importante di quello che deve svilupparsi sarà presente, qualcosa che vivrà nell’anima antroposofica e che l’antroposofia porta nel mondo, che si incontreranno speranze, che voglio esprimere riassumendo con le parole:
Dal coraggio dei combattenti,
Dal sangue delle battaglie,
Dal dolore degli abbandonati,
Dai sacrifici del popolo
Nascerà il frutto dello spirito
— Guidando le anime coscienti dello spirito
Il loro significato nel regno dello spirito.
Questo è quello, cari amici, di cui si tratta: vogliamo esercitare l’amore attivo, stare attenti alle richieste del giorno. E allora vogliamo guardare dentro le circostanze senza pregiudizi e con chiarezza, per acquisire quella obiettività che è necessaria oggi e che è così difficile acquisire per molti. Forse anche coloro dei nostri amici stranieri che sentono queste parole possono agire illuminando.
Se penetriamo a tale obiettività e a tale disponibilità dell’amore attivo, allora da tale sforzo può nascere una forza che può essere utile a quegli spiriti che inviano la loro opera nel destino dei popoli e che anche in questi tempi seri e pesanti stanno al fianco dell’umanità aiutando e guidando.
*Nota dei curatori: La trascrizione di questo discorso non può essere considerata completamente affidabile. Molti elementi indicano una trasmissione incompleta, se non addirittura errata, delle parole pronunciate. Si rimanda alle note alla fine del volume.
Bisogna sottolineare ancora e ancora che il punto essenziale del nostro sforzo nella scienza dello spirito è quello che ci mostra come il puro sapere, le conoscenze che vivono soltanto in idee e rappresentazioni, appartengono sempre più ai tempi passati; e come dobbiamo cercare una conoscenza — una somma di idee e rappresentazioni, di sentimenti e impulsi di volontà — che diventi realmente vita per noi, che divenga viva nel senso più eminente della parola. È necessario che di tanto in tanto orientiamo il nostro meditare, il nostro riflettere proprio su questo punto cardinale del nostro sforzo. Poiché la luce che può irradiare da questo punto illuminerà completamente le nostre anime solo se ancora e ancora vi ritorniamo in fedele meditazione. Deve essere, appunto per noi che con anima e cuore vogliamo confessarci a uno sforzo nella scienza dello spirito, deve essere in questi nostri tempi gravi un bisogno del cuore, quello di trasformare in vita reale, nella vita immediata dell’anima, ciò che per noi attraverso le conoscenze può diventare. Dobbiamo fare qualcosa affinché tutto ciò che è solo intuizione teorica, che è solo sforzo scientifico, venga gradualmente trasformato in reale esperienza vivente, affinché venga arricchito dall’interno dal mondo dello spirito attraverso ciò grazie a cui può diventare esperienza vivente. Altrimenti andiamo incontro a un’epoca di disseccamento spirituale; poiché le teorie, le convinzioni puramente scientifiche, sono adatte a disseccare l’anima umana e la vita umana intera. Ma profondamente radicato nel nostro tempo è il credo che nella vita si debba cavarsela con una convinzione ordinata secondo il modello della conoscenza scientifica.
I grandi eventi che si sviluppano nel nostro tempo dovrebbero essere in particolare appelli alle anime inclini alla scienza dello spirito, affinché una volta giungano veramente a chiarezza sulla differenza tra la vita e il puro sapere, tra la vita e la mera convinzione formata secondo il modello scientifico. Dobbiamo già provare un po’ a giungere a una certa consapevolezza di noi stessi, a una pura consapevolezza umana di noi stessi; dobbiamo provare, dobbiamo interrogarci, quanto il demone della convinzione teorica vive presentemente nei cuori umani. Dobbiamo dirigere lo sguardo dell’anima chiaramente su come vuole radicarsi questo demone della convinzione teorica. E ciò che l’antroposofia deve essere per noi non lo faremo diventare la nostra più intima esperienza se non lo proviamo, se non dirigiamo lo sguardo su fatti che possono sorprendere anche l’antroposofo, per così dire, nella sua stessa vita interiore — fatti che indicano quanto lontano si stia, quando ci si abbandona così alla vita moderna dell’anima, dall’esperienza immediata dello spirituale, e quanto vicini si sia al ricercare una convinzione teorica. Bisogna guardare tali fatti con perfetta obiettività.
Ho potuto — e ciò che ora espongo deve servire soltanto da esempio — da quando i gravi eventi si sono abbattuti sull’Europa e sul mondo, parlare in svariati luoghi del territorio di lingua tedesca di esperienze che stanno in connessione con il nostro grave tempo. Ho potuto farlo anche qui a Stoccarda. Qua e là ho parlato di tali esperienze. Quale è stata una delle conseguenze del fatto che tali esperienze fossero discusse? Una delle conseguenze è stata che appartenenti ad altri popoli sono venuti con la richiesta di portare loro anche ciò che era stato detto all’interno del nostro territorio di lingua. Spesso ciò è stato richiesto sulla base di una buona intenzione: che la verità fosse naturalmente per tutti gli uomini la stessa, e che il trasferire da un luogo all’altro ciò che viene detto in un luogo potesse servire senza dubbio al chiarimento della verità nel nostro difficile tempo. È diventato moda all’interno del nostro movimento spirituale trascrivere tutto ciò che viene detto, anche ciò che viene detto dall’impulso immediato non solo del tempo, ma anche del luogo e delle persone alle quali viene detto, e poi avere la credenza che questo debba servire a ognuno allo stesso modo, perché ci si fa la premessa teorica che la verità possa essere formulata solo in un’unica maniera. Ebbene, miei cari amici, quello sconcio che consiste nel trascrivere meticolosamente la parola parlata e credere che essa conservi ancora il suo contenuto quando poi la parola trascritta venga letta o riparlata qua e là — quello sconcio crescerebbe fino all’enormità se si potesse credere a ciò che è stato appena accennato.
Se le questioni che gli uomini d’Europa e del mondo devono affrontare potessero essere risolte attraverso le parole, allora non avrebbero bisogno di fluire quei flussi immensi di sangue che dagli insopprimibili bisogni dello sviluppo terrestre scorrono oggi. Se senza ulteriore discussione esistesse la possibilità che le anime si comprendessero partendo dalle aspirazioni nazionali, allora non avrebbero bisogno di fronteggiarsi reciprocamente con i cannoni. Dobbiamo provare noi stessi con ciò che è stato indicato come il carattere dell’esperienza immediata; dobbiamo provare noi stessi con la conoscenza nella scienza dello spirito proprio dove si tratta di fronteggiarsi con la grave serietà. Per le esigenze ordinarie dell’anima non possiamo usare in modo giocoso le verità occulte. Questo non può essere il compito del nostro sforzo nella scienza dello spirito. Finché non siamo in grado di portare alla comprensione che nei fenomeni mondiali che ci si presentano sul piano fisico operano veramente potenze spirituali, e che abbiamo bisogno della scienza dello spirito per valutare e comprendere il valore e la verità interiore di queste potenze spirituali — finché non lo possiamo fare, ancora non abbiamo il giusto atteggiamento nei confronti della nostra scienza dello spirito.
Questo deve esserci chiaro: quando stiamo su puro terreno antroposofico, quando sviluppiamo le alte verità per la nostra anima — verità che toccano l’essenza più elevata dell’uomo —, allora stiamo su un terreno che è al di là di ogni nazionalità, anzi al di là perfino di ogni differenza razziale. Se stiamo correttamente sul terreno di ciò che della natura umana possiamo conquistare dalla conoscenza spirituale, allora le stesse verità valgono intorno all’intero globo terrestre, anzi entro certi orizzonti per altri pianeti del nostro sistema planetario. Non appena stiamo su questo terreno, non appena entrano in considerazione per noi i pensieri più elevati riguardanti l’essenza umana — è diverso quando entrano in considerazione cose da cui parla e deve parlare qualcosa di diverso da questa essenza più elevata dell’uomo. Quando popoli si fronteggiano, non abbiamo a che fare con ciò che nell’essenza dell’uomo si estende al di là di tutte le differenziazioni dell’umanità. Quando popoli si fronteggiano, non si fronteggiano solo gli uomini, bensì mondi spirituali si fronteggiano, entità spirituali si fronteggiano in mondi spirituali — entità che operano attraverso gli uomini, che negli uomini vivono. E credere che ciò che deve valere per gli uomini debba valere anche per quel mondo complicato di demoni e spiriti che opera attraverso gli uomini quando i popoli combattono insieme, credere che per mezzo di una semplice logica umana si potesse risolvere qualcosa riguardante ciò che i demoni si spingono l’uno contro l’altro — questo significa non aver ancora trovato la fede in un concreto mondo spirituale.
Che cosa intendo con questo? — Non è così: se ora guardiamo a ciò che accade nel mondo esterno, vediamo — voglio mettere da parte completamente i veri e propri dolorosi eventi bellici — che uomini di diverse nazionalità si fronteggiano. Vediamo che una nazionalità inonda l’altra talvolta con il suo odio nel modo più terribile. Poi gli uomini provano a cavarsela con questo, cioè si chiedono quale popolo abbia più diritto di odiare, questo o quell’altro, quale si dovrebbe odiare più di un altro. Si pensa anche a quale popolo abbia la colpa particolare in questa guerra. Si pensa a queste faccende all’incirca come si pensa con ragione in un procedimento legale, dove si pesano le diverse circostanze. Che cosa si fa però nel fondo, quando si fa ciò che è stato appena caratterizzato e che domina la presente letteratura — che cosa si fa dunque? Si nega per questo tutta la vita spirituale, anche se non si vorrebbe ammetterlo, perché ci si confessa al dogma che quei demoni, per esempio, che da oriente hanno portato la discordia nella vita europea, debbano essere giudicati secondo il modello della ragione, diciamo, della comprensione che l’uomo ha. Perché non si crede che esista un’altra ragione, un’altra capacità di giudizio se non quella che l’uomo ha. Tutto ciò che nei confronti di tali eventi che agitano l’evoluzione viene giudicato dal puro punto di vista umano è un rinnegamento della vita nella scienza dello spirito. Solo allora ci confessiamo alla vera vita nella scienza dello spirito quando siamo chiari che nei fenomeni fisici operano cause spirituali — cause che richiedono anche una capacità di giudizio diversa da quella del piano fisico. Quando individui con diverse vedute combattono sul piano fisico, forse si potrebbe decidere secondo il giudizio umano. Questo però non si può fare quando popoli combattono, perché attraverso la vita dei popoli si esprimono potenze invisibili. Anche nell’uomo si esprimono senza dubbio potenze invisibili, ma in modo tale che si inseriscono nel giudizio umano. Ciò non accade nella vita dei popoli. Qui si tratta appunto di provare noi stessi nel riconoscimento della concreta vita spirituale e comprendere che nella vita dell’anima umana parlano impulsi completamente diversi da quelli che si possono dominare con l’intelletto terrestre, quando si sviluppano tali grandi eventi.
Quando oggi si legge questo o quello che viene detto e che è copiosamente ripetuto anche da coloro che hanno voluto ricevere un impulso dalla scienza dello spirito, allora si trova che molto di questo è scritto o detto come se lo sviluppo mondiale fosse cominciato soltanto il 20 luglio 1914 all’incirca. Persino laddove si cercano le cause degli attuali intrighi, si parla come se fossero cominciate l’anno scorso. La scienza dello spirito avrà come risultato pratico, tra molte altre cose, anche questo: che gli uomini impareranno a voler qualcosa, che non si formeranno un giudizio da ciò che il giorno immediatamente fornisce, bensì dai più grandi nessi. Questo sarà l’elemento più elementare; il resto consisterà solo nel fatto che il giudizio dovrà essere provato su ciò che la scienza dello spirito è in grado di fornire. Chiarifichiamo questo attraverso un esempio — come la scienza dello spirito deve diventare fruttifera quando si tratta di opporre la nostra comprensione all’esperienza, e poi fare di questa esperienza la nostra propria.
Abbiamo sempre sottolineato che lo sviluppo mondiale, lo sviluppo terrestre, per il periodo post-atlantideo procede in chiaramente diversi periodi culturali. Abbiamo enumerato questi periodi culturali: l’antico periodo culturale indiano, il persiano, l’egizio-caldaico, il greco-latino, poi quello che è il nostro presente; poi abbiamo attirato l’attenzione sul fatto che un sesto, un settimo periodo deve seguire il nostro. Non dobbiamo però accontentarci semplicemente di presentare schematicamente la successione di questi periodi culturali, bensì abbiamo cercato di caratterizzare quale sia la particolarità dei singoli periodi culturali. E attraverso questo abbiamo cercato di acquisire una comprensione del nostro tempo, dei vari impulsi di transizione che vivono nel nostro tempo, nel nostro quinto periodo culturale post-atlantideo. E ci siamo anche chiariti che per nulla con tali caratterizzazioni può intendersi qualcosa di schematico — per esempio, non si può dire che la particolarità di questo periodo culturale si estenda per tutta la terra. In certi luoghi compare, altri territori terrestri rimangono indietro. Non devono rimanere assolutamente indietro, ma rimangono indietro con vecchie forze, affinché queste vecchie forze più tardi nell’evoluzione, in una diversa epoca culturale, si connettano appropriatamente. Nemmeno si deve pensare a qualità, ma solo a caratteristiche particolari. Come non dovrebbe colpire gli uomini la profonda diversità quando si tratta della cultura spirituale, diciamo, dei popoli europei e asiatici? Come non dovrebbe colpire la differenziazione che è legata al colore della pelle esteriore! Quando osserviamo l’essenza europea-americana e l’essenza asiatica — mettendo da parte per ora le qualità — allora dobbiamo cogliere la differenza nel fatto che i popoli asiatici hanno conservato certi impulsi culturali di epoche terrestri passate, mentre i popoli europeo-americani sono andati oltre questi impulsi culturali. Solo se si è presi da una vita spirituale non del tutto sana può colpire particolarmente quello che come mistica orientale l’umanità orientale ha conservato dai tempi antichi, quando gli uomini avevano bisogno di vivere con basse forze di chiaroveggenza. Una tale vita spirituale poco sana ha preso effettivamente molti europei; si è creduto di dover imparare il cammino nei mondi spirituali attraverso la pratica asiatica dello yoga e simili. Ma questa tendenza non prova nient’altro che una vita spirituale poco sana. La sana vita spirituale deve costruirsi sulla trasformazione delle esperienze del quinto periodo culturale post-atlantideo in vita spirituale, in conoscenza spirituale, e non sul portare in alto qualcosa nella razza umana che è senza dubbio interessante, per così dire, da conoscere dal punto di vista naturalistico, ma che per l’umanità europea non deve essere rinnovato, senza che essa ricadesse in tempi che non le sono appropriati. Ma altri tempi verranno sullo sviluppo terrestre, tempi seguenti. In questi tempi seguenti, allora, forze invecchiate dovranno riunirsi di nuovo con forze progredite. Perciò devono restare in qualche luogo, affinché possano riunirsi con le forze progredite. A quella che sarà la sesta epoca culturale seguirà la quinta. Il pensiero astratto — questo terribile pensiero astratto, che è una figlia della pura convinzione teorico-scientifica — non può non stimare più altamente la sesta epoca che la quinta, perché la sesta è appunto uno sviluppo più tardo. Ma dovremmo essere chiari nel fatto che esistono epoche di ascesa ed epoche di declino; dovremmo renderci conto veramente che la sesta epoca, che seguirà la quinta nel periodo post-atlantideo, deve appartenere necessariamente al declino, e che ciò che si sviluppa nel quinto periodo culturale post-atlantideo deve essere il germe per l’epoca terrestre che seguirà ancora al settimo periodo culturale. Così bisogna considerare le cose in modo vivente, non astratto-teorico,
affinché non si faccia seguire la sesta epoca come un’epoca più perfetta alla quinta come un’epoca meno perfetta.
Nell’epoca atlantica era la quarta epoca quella in cui giacevano i germi del nostro presente. Nel nostro tempo è il quinto periodo culturale in cui giacciono i germi di ciò che deve seguire il tempo post-atlantideo. E quale è la caratteristica particolare che soprattutto deve svilupparsi in questo quinto periodo culturale? Questa è la caratteristica che è stata accesa particolarmente dal Mistero del Golgota: che gli impulsi spirituali sono stati condotti fino all’immediato umano-fisico, che per così dire la carne deve essere afferrata dallo spirito. Non è ancora accaduto. Accadrà solo quando la scienza dello spirito avrà una base terrestre più ampia e molti più uomini l’esprimeranno nella vita immediata, quando lo spirito si esprimerà in ogni movimento della mano, in ogni movimento delle dita, potremmo dire, quando si esprime nelle azioni più ordinarie. Ma questo condurre giù gli impulsi spirituali era la ragione per cui il Cristo si è fatto carne in un corpo umano. E questo condurre giù, questo permeare la carne con lo spirito — questa è la caratteristica della missione, la missione in generale dell’umanità bianca. Gli uomini hanno il loro colore della pelle bianco per la ragione che lo spirito agisce nella pelle quando vuole scendere sul piano fisico. Che ciò che è corpo fisico esteriore diventi guscio per lo spirito — questa è l’attività del nostro quinto periodo culturale, che è stato preparato attraverso i quattro periodi culturali precedenti. E il nostro compito deve essere familiarizzarci con quegli impulsi culturali che mostrano la tendenza di introdurre lo spirito nella carne, di introdurre lo spirito nella quotidianità. Se comprendiamo tutto questo, allora ci renderemo conto anche che laddove lo spirito ancora deve agire come spirito, dove in un certo senso deve rimanere indietro nel suo sviluppo — perché nel nostro tempo ha il compito di scendere nella carne — che laddove rimane indietro, dove assume un carattere demonico, dove la carne non è completamente penetrata, laddove non compare il colore della pelle bianco, ci sono forze atavistiche che non permettono allo spirito di arrivare in completo accordo con la carne.
Nell’epoca culturale sesta del tempo post-atlantideo il compito sarà quello di riconoscere lo spirito come qualcosa di un po’ più oscillante nell’ambiente piuttosto che direttamente in sé, riconoscere lo spirito più nel mondo elementare, perché questo sesto periodo culturale ha il compito di preparare la conoscenza dello spirito nell’ambiente fisico. Ciò non può essere raggiunto così semplicemente se non vengono conservate vecchie forze atavistiche che riconoscono lo spirito nella sua pura vita elementare. Ma senza le lotte più aspre, queste cose nel mondo non accadono. L’umanità bianca è ancora sulla strada di accogliere sempre più profondamente lo spirito nella propria natura. L’umanità gialla è sulla strada di conservare quegli insegnamenti in cui lo spirito è mantenuto lontano dal corpo, in cui lo spirito è cercato solo fuori dell’organizzazione fisicamente umana. Ma questo deve portare al fatto che la transizione dal quinto periodo culturale al sesto periodo culturale non può accadere diversamente che come un aspro scontro dell’umanità bianca con l’umanità di colore sui campi più diversi. E ciò che precede questi scontri, che si svolgeranno fra l’umanità bianca e l’umanità di colore, questo occuperà la storia mondiale fino al risolvimento dei grandi scontri fra l’umanità bianca e l’umanità di colore. Gli eventi futuri si riflettono in molti modi negli eventi precedenti. Siamo cioè, se osserviamo dal punto di vista della scienza dello spirito ciò che abbiamo acquisito attraverso le osservazioni più diverse, di fronte a qualcosa di colossale, che possiamo contemplare nel futuro come necessariamente sviluppantesi.
Da un lato abbiamo una parte dell’umanità con la missione di introdurre lo spirito nella vita fisica in modo tale che lo spirito penetri tutto nel singolo nella vita fisica. E dall’altro lato abbiamo una parte dell’umanità con la necessità di assumere, per così dire, lo sviluppo ora decrescente. Questo non può accadere diversamente se non nel caso che ciò che veramente si confessa alla penetrazione del fisico con lo spirituale,
produca impulsi culturali, impulsi viventi che rimangono per la terra, che non possono scomparire di nuovo da essa. Perché ciò che poi viene dopo come sesto, come settimo periodo culturale, deve vivere spiritualmente dalle creazioni del quinto, deve accogliere in sé le creazioni del quinto periodo culturale. Il quinto periodo culturale ha il compito di approfondire la vita idealistica esterna alla vita spirituale. Ma ciò che così come vita spirituale viene conquistato dall’idealismo, deve essere poi assunto, deve continuare a vivere. Perché a oriente non si avranno le forze di produrre produttivamente una propria vita spirituale, bensì solo di accogliere in sé quello che è stato prodotto. Così deve svilupparsi la storia in modo che da quella che è la presente umanità, che porta in sé i veri impulsi culturali, sia creata una cultura spirituale, che è la vera successione storica della quinta cultura, e che questa cultura sia elaborata da ciò che segue.
Si cerchi una volta, con perfetta obiettività, senza preconcetti, di chiarire la differenza fra questi due flussi di umanità. Si cerchi di chiarirsi come, da quando è entrata quella parte dell’umanità che si chiama popoli germanici, si sia combattuto per una penetrazione del fisico esteriore con lo spirituale, e come siano stati accolti i significati più profondi del cristianesimo. Dalla dimensione esterna fisica si è partito, da ciò che conteneva quasi il germe del fisico-spirituale. Si guardi indietro al sacrificio estivo, al sacrificio del solstizio del dio Baildur. Il suo vero significato più profondo è presto andato perso, ma quale è il vero significato più profondo? Può essere compreso solo quando si dirige lo sguardo a come, con il sorgere del sole primaverile, nella luce e nel calore, salgono potenze spirituali, come il dio della Primavera sale, e come con l’accensione del fuoco di San Giovanni l’uomo si inclina verso l’unione con le forze di Primavera che regnano nelle forze della natura, come egli accende il fuoco a segno del fatto che unisce la sua comprensione con la morte del dio della Primavera al solstizio d’estate. Questo è il significato della leggenda di Baildur: il dio della Primavera brucia nel fuoco del solstizio d’estate, perché si sentiva il fruttificare, il germogliare nella natura, nella natura fisica esterna, perché si amava il dio della Primavera e lo si seguiva nella sua morte. Ma perché si aveva quasi il modello nel mondo fisico esteriore del Cristo, che non muore al solstizio d’estate, ma che nasce al solstizio d’inverno — notate questo contrasto del fisico con lo spirituale — perché si aveva il modello nel dio del solstizio d’estate per il dio del solstizio d’inverno, perché si aveva il fisico inverso per lo spirituale, perciò ci si penetrava con l’affine e tuttavia opposto. Se il dio Baildur è il dio della Primavera che muore al solstizio d’estate, allora il dio del cristianesimo è colui che nasce al solstizio d’inverno. L’uno e l’altro si penetrano come fisico, che si sviluppa nel fisico-fisico esteriore, si penetra con lo spirituale, che è velato dall’oscurità fisica, dall’oscurità invernale. Lo spirito invernale penetra il corpo estivo. E come si penetrano queste cose? Nella lotta immediata personale degli impulsi culturali. Che cosa è mai la storia dell’Europa centrale se non una continua lotta per il sorgere della scintilla divina nell’anima personale, per il sorgere dello spirituale nel fisico? Si può prescindere da tutto il resto, ma la verità si deve penetrare, riconoscere la caratteristica di questo essere medio-europeo.
E si consideri l’altra parte dell’umanità. Quanto lontana, nel fondamento, sta da questo impulso personale di elevarsi dello spirituale nel fisico! Si vorrebbe dire: è estremamente interessante dal punto di vista «naturalistico» osservare come la civiltà cinese ha conservato la sua religione Tao, la sua religione confuciana, come le religioni asiatiche in generale hanno conservato le forme più antiche, le forme più astratte — queste forme in cui la ragione teorica si sente così a suo agio, che però sono rigidità di fronte all’esperienza personale, che non permettono all’esperienza personale di venire alla lotta, perché questa esperienza personale deve essere preservata fino al tempo in cui la cultura dell’umanità avrà assimilato tanto il conseguito che esso possa essere accolto. Nel quinto periodo culturale una spiritualità deve essere conquistata con propria forza; nel sesto periodo culturale verranno gli uomini e assumeranno il lavoro svolto, il conquistato, come loro visione, come la loro esperienza, ma come qualcosa che non hanno conquistato loro stessi. Essi rimangono conservati nelle forze che non lottano, ma accolgono lo spirituale come qualcosa di esteriore, di ovvio. E il prologo per quella lotta molto più ampia è quello che deve svilupparsi gradualmente come la lotta fra il mondo germanico e il mondo slavo. Si consideri solo che il mondo slavo, in certo senso, è un avamposto per ciò che è il sesto periodo culturale, anzi che in esso giace il vero germe del sesto periodo culturale. Si consideri questo nel vero, autentico, genuino senso della scienza dello spirito. Allora ci si chiarirà che in questo elemento slavo deve giacere qualcosa di ricettivo, qualcosa che non ha niente a che fare con questa lotta, che addirittura respinge la propria lotta. Lo si può cogliere con le mani. Mentre in Europa centrale le anime hanno combattuto, con il loro interno combattuto, per conquistare nel personale una percezione di Dio, l’elemento slavo conserva la religione, la percezione di Dio, il culto che è semplicemente presente; conserva, non rende lo spirito interiormente vivente, bensì lascia che lo spirito come una nube si muova sopra di sé e vive in questa nube, rimane straniero con la personalità nei confronti dello spirito.
L’Europa centrale non ha potuto rimanere ferma a nessuna forma antica del cristianesimo esteriore, perché doveva lottare. Ferma è rimasta l’est, e rigide, astratte sono diventate perfino le sue forme culturali, perché deve prepararsi all’accoglienza esterna, all’assunzione di ciò che l’ovest, nel personale conquistare, acquista, perché non è preparato, questo est, a conquistare nel personale le cose. E come vuole uno creare un reciproco comprendersi secondo il modello della pura ragione teorica, quando giacciono impulsi spirituali completamente diversi? Come vuole uno decidere in qualche modo circa un qualche arbitrio fra due flussi spirituali fra loro diversi, che devono comportarsi come la differenziazione deve comportarsi?
Fraintendete il confronto: come vuole uno decidere secondo lo stile dell’elefante ciò che è usanza del leone? Gli eventi però si formano dalle eterne necessità e si svolgono come le eterne necessità scorrono. Resistere ha dovuto l’est a ciò che per lui era necessario ed è diventato sempre più necessario: l’unione con l’ovest e la sua cultura. Perché nel fondamento non avrebbe potuto ricevere, prima della sua maturazione, il giusto comprendersi. E un’espressione esteriore è il conflitto tra ciò che si chiama la germanità e ciò che si chiama la slavità, quello che nel fondamento si sta appena preparando e che come un’inquietudine lunga si libra sulla vita europea: la discussione fra il germanico e lo slavico. Si vorrebbe dire: come un bambino si oppone a imparare i conseguimenti degli anziani, così l’est si oppone ai conseguimenti dell’ovest, si oppone a loro, si oppone tanto da odiare, perfino quando si sente forzato ad accogliere talvolta i loro conseguimenti. Mettere la luce della verità in queste cose richiede qualcosa di diverso da quello che oggi si ama; benché talvolta si senta questo qualcosa di diverso, però si è restii a dirigere lo sguardo a queste cose e a comprenderle veramente dai loro impulsi più interni. Perché se uno è anche solo leggermente toccato da questi impulsi più interni, presto molte delle chiacchiere cessano, devono cessare, che vengono compiute e che sorgono solo dalla confusione, dalla confusione che vuol rimanere catturata nella maya esterna.
Che cosa si deve intendere per il sesto periodo culturale? Si deve intendere un periodo culturale all’interno del quale una gran parte dei popoli orientali avrà sacrificato la propria umanità a ciò che è stato conseguito nella cultura popolare, quasi come il femminile si sarà fatto fecondare dal maschile occidentale. Ciò che vivrà nelle anime del sesto periodo culturale sarà lo stesso che è stato conquistato dalle anime del quinto periodo culturale. Ciò condiziona che da oriente l’immaturo e non ancora maturo si muove, si oppone a ciò che senza dubbio deve accadere. Esattamente come il greco-romano una volta ha dovuto opporsi al germanico, così lo slavico deve opporsi al germanico; ma esattamente come nel passaggio dal greco-romano al germanico nello sviluppo ascendente, così nel passaggio dal germanico allo slavico in quello discendente. Poiché la vera missione del quinto periodo culturale è stata assunta dall’elemento germanico, quest’elemento germanico era quello che, per questo quinto periodo culturale, doveva inserire nell’evoluzione terrestre la vera comprensione del cristianesimo nel personale conquistare. E sarebbe stata la più grande disgrazia se a durata il germanico fosse stato sconfitto dal romano, perché allora non sarebbe potuto accadere ciò che attraverso il quinto periodo culturale è accaduto: questo elemento germanico doveva viversi il personale conquistare. E sarebbe la massima disgrazia se lo slavico sconfiggesse il germanico. Notate la differenza. Il più desolato e astratto schematismo sarebbe se uno designasse come una disgrazia nel passaggio dal quinto al sesto periodo culturale ciò che uno dovrebbe designare come una disgrazia nel passaggio dal quarto al quinto periodo culturale. La vittoria dei Romani avrebbe significato rendere impossibile la missione del quinto periodo culturale; la vittoria dell’elemento slavo significherebbe ugualmente questa impossibilità per il sesto periodo culturale. Poiché solo nell’accoglienza passiva di ciò che il quinto periodo culturale produce può consistere il significato del sesto.
Deve sentirsi ciò che completamente indipendente dalle ambizioni, dalle aspirazioni nazionali segue da queste conoscenze, se queste conoscenze diventano vita. Deve anche uno essere chiaro su come sia difficile la comprensione per gli uomini, quando la verità contraddice le loro passioni, quando appunto la verità contraddice le loro aspirazioni. Se uno dalla Europa centrale vuol convincere, diciamo, un occidentale europeo o un inglese attraverso l’intelletto umano, allora uno fa qualcosa di cui onerebbe riconoscere l’insuccesso, veramente riconoscerlo, finché si tratta di contrasti nazionali. Su puro terreno della scienza dello spirito ci comprendiamo come uomini. Ma se uno lascia questo terreno e entra nelle lotte fra i popoli, uno dovrebbe essere chiaro su quali difficoltà si oppongono alla reciproca comprensione. Ci sarà solo una strada affinché, per esempio, nell’occidente francese d’Europa si acquisisca comprensione per ciò che uno veramente fa. È la strada che una volta sorgerà dalla conoscenza di quale innaturalezza sia effettivamente che uno adesso nell’occidente francese si lasci spingere avanti dai governi dell’est europeo. Solo la conoscenza di ciò che uno stesso ha fatto porterà qualche comprensione della cosa, ma non la parola che viene da altri, che viene da coloro che stanno su un diverso terreno nazionale. Sentito, presentito rimangono tali cose talvolta, ma di nuovo dimenticato. Perché le più caratteristiche cose che accadono sono di regola dimenticate. Se fosse riuscito che negli ultimi quaranta anni continuamente quel significativo scambio epistolare che si è una volta svolto fra Ernest Renan, il francese, e David Friedrich Strauß, il tedesco del Württemberg, fosse stato stampato! Sarebbe stato utile se i significativi lettere che erano stati scambiati fossero stati ricordati agli uomini, diciamo, ogni quattro settimane: uno avrebbe allora presentito qualcosa di ciò che doveva venire. Basta solo accennare all’uno in una lettera di Renan dove è espressa la nostalgia di operare insieme con l’Europa centrale per la cultura occidentale europea: era un impulso che fluiva dalle forze dell’eternità. Ma allora subito Renan dice: Però questo contraddice il mio patriottismo. Perché se all’Alsazia-Lorena si toglie ai francesi, così io come francese posso solo essere del parere che la cultura occidentale sia protetta dall’est. Tutto il posteriore giace già in germe in un tal detto; è il germe di ciò che accadrà. Mostra appunto che anche uno spirito consapevole, illuminato nel fondamento confessava apertamente: sì, posso riconoscere dove giace il cammino che è preordinato dalle eterne necessità, ma percorrerlo non voglio, perché voglio essere più francese che uomo. — Dico, si è sentito, si è presentito come le cose stanno nel senso della eterna necessità; ma uno deve attraverso la scienza dello spirito gradualmente imparare a seguire con il giudizio i presentimenti, quei sentimenti. Uno deve imparare, veramente con il giudizio di arrivare lì dove sono i veri fatti. E i veri fatti uno non li vede, senza penetrare il mondo spirituale. Non si può, se uno non ricorre a quello che dalle forze spirituali dei fatti fornisce loro gli impulsi evolutivi.
Vediamo come per noi diventa fruttifero ciò che esce dalla scienza dello spirito, come possiamo illuminare la vita nei suoi avvenimenti più seri, se uniamo con il nostro sentimento ciò che dalla vera conoscenza della scienza dello spirito emerge ad esempio sui periodi culturali post-atlantidei. Quindi acquisiamo un metro obiettivo, quindi acquisiamo la possibilità di andare oltre le aspirazioni personali, anche sul delicato terreno dell’esperienza nazionale. E questa è la particolarità dell’esperienza medio-europea, che questa esperienza medio-europea veramente offre all’uomo la possibilità di andare oltre ciò che è puramente nazionale. Si cerchi di chiarirsi una volta come nei successivi periodi culturali — proprio l’Europa centrale — in quella lotta dell’anima umana in Europa centrale — nel personale, il personale insieme vince, lì dove non si pone sul terreno delle passioni e degli impulsi immediatamente istintivi.
Che cosa sia bellezza, l’hanno sentita anche altri popoli: ma così intimamente pensato sulla bellezza e sulla posizione della bellezza nell’esperienza umana, come Schiller nelle sue «Lettere estetiche» ha pensato, lo si è fatto solo in Europa centrale. Battaglie hanno combattuto anche altri popoli e lo faranno: ma così è stato entrato in una lotta che ha chiamato a raccolta i più profondi impulsi filosofici, per permeare la lotta con questi impulsi, come Fichte nelle sue «Allocuzioni alla nazione tedesca» l’ha fatto — questo è stato fatto solo in Europa centrale. Lotte religiose si sono combattute anche altrove: ma unite con tutti i rami dell’esperienza umana, come era il caso nelle lotte religiose in Europa centrale, non erano da nessuna parte nel mondo.
E considerate il nostro movimento antroposofico stesso, considerate così come l’abbiamo sviluppato fra noi, come — almeno una parte di noi — abbiamo combattuto, lottato e anche sofferto negli ultimi anni. Siamo stati per un po’ uniti al movimento teosofico di colore inglese. Quale è stato il profondo impulso che non ha più permesso questa unione con quel movimento teosofico? Dobbiamo chiarirci su questo, miei cari amici — quale era il profondo impulso? Guardare il movimento. Cosa potrebbe portare a quella assurdità del Krishna-murti e simili follie? Quello ha portato al fatto che lì la convinzione della vita spirituale come un elemento esteriore è accoppiata al resto della cultura. Ci sono due cose: da un lato c’è la concezione della vita e la concezione filosofica della vita dell’Inghilterra, e poi agganciata a questa, senza che i due abbiano molto a che fare l’uno con l’altro, una convinzione spirituale. Non si ha neanche il bisogno di permeare i due l’uno con l’altro. Qui sentiamo che possiamo giungere a una convinzione spirituale solo se essa, per così dire, come la testa cresce dal corpo, cresce da tutto ciò che è stato condotto da Giovanni Taulero, Maestro Eckhart, Angelus Silesius nella mistica del tempo medievale, ciò che è passato attraverso la filosofia tedesca, attraverso la poesia tedesca come preparazione spirituale — se da questo necessariamente cresce come un nuovo membro organico ciò che vogliamo e dobbiamo volere. Non possiamo agganciare la vita spirituale al resto: abbiamo bisogno di organismo vivente, non di meccanismo vivente. Si può, senza cadere in tracotanza, chiarirsi tali cose, perché abbiamo bisogno di chiarezza su come lo Spirituale deve stare dentro nella vita, e come attraverso lo Spirituale possiamo afferrare, afferrare il resto della vita. Dobbiamo, come confessori della concezione del mondo nella scienza dello spirito, diventare anime che così vogliano, come deve essere nel senso della caratteristica appena data nella vita spirituale medio-europea. Certamente, anche qui si tratta di una lotta; veramente, si tratta del fatto che si potrebbe dire: il Vero deve essere conquistato in quanto gli errori vengono respinti su entrambi i lati del cammino. — Quante volte è difficile riconoscere che gli errori devono essere respinti su entrambi i lati del cammino! Si potevano fare tragiche esperienze nel corso degli ultimi decenni.
Voglio rappresentarvi qualcosa di illustrativo. Ha ora particolarmente una certa importanza rappresentare così come si è costituita naturalmente l’unione dei due paesi medio-europei al nostro tempo. — In Austria viveva, nella seconda metà del 19º secolo, uno dei poeti più tedeschi, Robert Hamerling. Tedesco era anche nel fatto che veramente cercava di generare di nuovo il mondo intero nella propria anima. Fino a Caino riconduce l’errante anima umana nel suo «Ahasvero a Roma», e nel confronto dell’Ahasvero con Nerone tentò di risolvere i profondi enigmi dell’anima umana. La vita culturale greca tentò di rigenerare dall’anima tedesca nella sua «Aspasia». Quell’approfondimento che è stato cercato in un certo momento nella vita religiosa, lo cercò nella sua epopea dei Ribattezzati «Il Re di Sion» come enigma della vita per se stesso. Quello che come impulsi che muovono avanti era nella Rivoluzione francese, tentò di chiarirsi nel suo dramma «Danton e Robespierre». E infine, gli impulsi che vanno nel futuro, che oscurano lo Spirituale, tentò di far luce nel suo «Homunculus». Ma potrei addurre molte cose per mostrare come Robert Hamerling era veramente uno spirito medio-europeo, uno spirito tedesco. Questo Robert Hamerling ha trascorso una gran parte della sua vita nel letto; gli ultimi tre decenni era quasi sempre malato. I più grandi lavori li scrisse sotto i dolori nel letto. Ma nessuno nota a questi lavori che una persona gravemente malata li ha scritti. Tutto è sano; si può altrimenti giudicare come si vuole, ma tutto è sano. Certamente, i lavori hanno sperimentato un numero maggiore di edizioni; ma negli anni ottanta — potrei dire, là si rappresentava dinanzi ai miei occhi quasi simbolicamente quello che uno spirito come questo avrebbe potuto diventare per una parte dell’umanità dell’Europa centrale, se i suoi impulsi fossero fluiti nelle anime. Una volta
quando parlava di tali cose che entravano attraverso Robert Hamerling nello sviluppo spirituale, in una società entrava un uomo abituato a sentire principalmente se stesso e a non prestare molta attenzione a quello che dicevano gli altri — ci sono tali uomini che amano sentire se stessi. Come con un colpo di bomba gridò: la cosa più grande che entra nell’umanità è il «Raskolnikow» di Dostojewskij! Certamente, non si deve misconoscere la grandezza peculiare del Raskolnikow di Dostojewskij, ma il restare attaccato al materiale, all’anima che affonda nel materiale e lascia fuori lo spirituale, questo contrasta vigorosamente con la penetrazione dello Spirituale e del Materiale, che Hamerling cercava. Può certamente essere più interessante e sensazionale guardare l’anima che non vuol venir fuori dal materiale e che Dostojewskij dipinge così grandiosamente, ma per l’uomo dell’Europa centrale, il riconoscimento della penetrazione dello Spirituale e del Fisico significa un riconoscimento della sua intera essenza e del suo intero compito. Anche lì deve lottarsi.
Alla battaglia esterna verrà quella interna, quella battaglia interna contro i poteri oppositori che si drizzano per riconoscere lo Spirituale. Viviamo già ora le più strane situazioni: da un lato siamo stati ammoniti di non prestare troppa attenzione a come le potenze spirituali si fronteggiano in Europa; perché se il puramente Tedesco vincesse — dal lato tedesco siamo stati ammoniti! — allora dovrebbe temere un rianimarsi di tali idee come le ha prodotte un Hegel, Fichte, Schelling, Goethe: un sogno metafisico dovrebbe temere. — È una paura strana quella che viene espressa; ma questa paura potrebbe diventare sempre più grande, e coloro che hanno questa paura non potranno certamente accogliere lo Spirituale. Ma nella verità deve essere compreso che l’idealismo dell’Europa centrale, così come il bambino diventa uomo, deve svilupparsi nello Spiritualismo; perché questo idealismo dell’Europa centrale è il bambino dello Spiritualismo, il bambino che deve diventare Spiritualismo. Quando Fichte parlava, parlava ancora solo dell’Idealismo, ma di un tale Idealismo che aspirava allo Spiritualismo. Questo impulso dello Spiritualismo non deve scomparire dall’evoluzione terrestre.
Con queste semplici parole si può esprimere molto del significato del tempo. Presentito, sentito hanno già individui tali cose. Ma questi presagi vanno oltre senza essere presi nella loro profondità, senza che il significato venga visto in loro. Si trascura di annodare il secondario al principale. E si tratta appunto di non perder di vista le grandi linee, di vedere veramente ciò che, nell’evoluzione che passa sullo sviluppo terrestre, è l’essenziale. E all’essenziale arriviamo quando ci facciamo insegnare da ciò che questo sviluppo terrestre ci mostra alla luce spirituale. Nel caso particolare, se veramente prendiamo sul serio l’insegnamento dei successivi periodi culturali post-atlantidei — sempre e sempre deve essere detto —, gli uomini dovrebbero andare al di là di quel punto di vista stretto che non può vedere la cosa principale.
Permettete che adduca un esempio. Per noi è necessario attirare l’attenzione su tali cose. Supponiamo che qualcuno oggi dicesse il seguente, e cerchiamo di pensare che qualcuno oggi dicesse ciò: per quanto mi riguarda, non ho alcun dubbio neanche un momento che un conflitto fra il mondo germanico e slavo incombe, che lo stesso si infiammerà attraverso l’Oriente, specialmente la Turchia, o attraverso la lotta di nazionalità in Austria, forse attraverso entrambi, e che la Russia assumerà la leadership da un lato in quello. Questo potere si sta preparando già adesso sulla possibilità; la stampa pan-russa sputa fuoco e fiamme contro la Germania. La stampa tedesca lascia già adesso suonare il suo grido d’avvertimento. Da quando la Russia, dopo la Guerra di Crimea, si era raccolta, è passato un lungo tempo, e come sembra, ora a San Pietroburgo si trova opportuno sollevare di nuovo la questione orientale.
Se il Mediterraneo una volta, secondo l’espressione più pomposa che vera, avrebbe dovuto diventare «un mare francese», così la Russia ha la intenzione ancora molto più positiva di fare il Mar Nero un «mare russo» e il Mar di Marmara un «laghetto russo». Che Costantinopoli diventi una città russa, la Grecia uno stato vassallo diretto della Russia, è un punto fisso della politica russa, che trova il suo supporto nella religione comune e nel panslavismo. Il Danubio sarebbe allora chiuso dalla Porta di Ferro da qualcosa come una sbarra russa. —
Supponiamo che qualcuno parlasse così. Si potrebbe allora dire: bene, allora è stato per adesso istruito da ciò che è accaduto —, e potrebbero bene quelli legittimamente avere ragione che predicano con enfasi che la guerra sia voluta solo dall’Europa centrale e non si sia preparata dal lato dell’est dalla necessità. — Ma ciò è scritto nel 1870! E neppure un anno è passato in cui non si potrebbe scrivere così. Quanto insensato è credere che non si debba cercare la causa in quelle forze diventanti che per lunghi tempi hanno giocato, la causa di ciò che oggi si sviluppa! Queste parole sono scritte nel 1870, durante la guerra francese. Credere che le cose non dovessero venire, e credere che non tutti gli impulsi fossero dati dall’est — questo è, nel modo più mite di dirlo, non storico, un misconoscimento di tutto ciò che sono veramente forze efficaci. Questo non deve essere e deve essere impedito dalla scienza dello spirito — che sempre e sempre gli uomini, anche i giornalisti, giudichino come se fosse stato solo negli ultimi cinque o sei mesi che si erano formati gli inizi di quegli eventi che accadono adesso! Se gli uomini, attraverso la scienza dello spirito, saranno insegnati a sapere che il Grande si prepara nel Piccolo, e che solo dal Grande il Piccolo può essere giudicato, allora dalla scienza dello spirito qualcosa potrà essere conquistato anche per la vita ordinaria, allora in questa vita ordinaria sarà preparato quello che ci fa vivere la scienza dello spirito.
Ho voluto parlare, sì, si potrebbe dire, ho dovuto parlarvi in questo odierno discorso introduttivo da un certo punto di vista suscitato dagli avvenimenti del tempo, ho dovuto parlare di quello che la scienza dello spirito deve essere per noi per il giudizio del mondo e la nostra posizione nel mondo. Ho dovuto parlarne. Nel fondamento, dobbiamo sempre e sempre fare in modo che questa ammonizione ci tocchi: seriamente, molto seriamente, quella che la scienza dello spirito vuol darci, e non voler, per così dire, vivere due vite: quella in cui una volta le cose del mondo nel senso della scienza dello spirito si spiegano, e quella in cui di nuovo nella quotidianità si agisce come fanno gli altri. Ma piuttosto che attraverso parole, attraverso il modo in cui qui in questo circolo più stretto ho esposto le cose, voglio in voi suscitare il sentimento e la sensazione che queste parole non vogliano essere veramente nient’altro che verità eterne nel senso che le verità eterne sono anche le più individuali. A voi, miei cari amici, con i vostri sentimenti qui nel sud della Germania, queste parole sono state pronunciate, con quella sfumatura di sentimento che deve spettare a queste parole qui. E se fosse bastato che queste parole semplicemente fossero trascritte e lette dappertutto di fronte a gente con diversi legami vitali, allora sarebbe bastato se avessi semplicemente trascritto le mie parole e non fossi andato in giro. Che le parole devono essere pronunciate dai legami di sentimento e sensazione — perché dappertutto dove gli uomini si riuniscono, c’è un’aura umana comune da cui deve essere parlato — questo finalmente dobbiamo comprendere nella vita spirituale. Su questo si basa il fatto che portiamo le cose nella vita: non che si faccia la frase che le cose devono essere portate nella vita, bensì che realmente le si portino nella vita. E questo richiede che veramente le si prenda individualmente. Le cose accadono individualmente, perché devono accadere individualmente. Ed è una credenza astratta se uno crede che, ad esempio, quello che parlerò fra due giorni nella lezione pubblica in quell’aula che sta di fronte all’aula con la targa commemorativa di Hegel, che ciò che sta drinnen nel vivente immediatamente individuale, che questo sia parlato in modo astratto per tutte le sfumature di sentimento, per così dire per la conversione del mondo intero. Si deve
anche comprendere che quello che uno può comprendere, l’altro non può comprenderlo. E se gli stessi discorsi antroposofici devono avere un certo carattere individuale qua e là, allora questo è vero in una misura ancora più elevata quando si sta di fronte a cose così serie come lo siamo adesso. Solo allora, quando uno è serio con la verità, e non si crede che ciò che vive possa essere colto con parole che sono morte e immobili e che possono quindi essere portate dappertutto, solo allora si capirà il generale valido che è nel più individuale. Voglio che voi pensiate anche a questo lato della vita. Sarà una strada affinché quello che devo trarre io, alla mia maniera, dal mondo spirituale, si animi nella vostra anima alla vostra maniera, che non sia semplicemente una ripetizione di quello che deve emergere in me nel mio modo. Poiché come il sole brilla in ogni sassolino diversamente eppure è sempre la stessa luce del sole — perché sta nella vita — così la scienza dello spirito deve diventare qualcosa che in ognuno diversamente vive eppure è sempre e sempre lo stesso. Nell’inglese, nel francese, nel russo, nel tedesco, non può, in una sola maniera, se si tratta di cose nazionali, la scienza dello spirito vivere, e attraverso ciò grazie a cui il sentimento dell’uno si anima più fruttificamente, l’altro non può essere convertito. Tale brama di conversione sorge dal carattere teorico del nostro tempo. Ciò che la scienza materialista esterna può fare — che mette tutto sulla stessa misura — questo non può accadere con lo Spirituale, perché è un vivente, e perché devo parlarvi così come non lo richiede uno spirito scientifico astratto, ma come si anima in me, esattamente quando sto di fronte a voi. Poiché non dal mio cuore, dal vostro cuore lo faccio, così bene come posso. E servire voglio l’impulso della scienza dello spirito, che colui che in qualche cosa può guardare nel mondo spirituale è assegnato a eliminarsi e a spiegarsi quello che riposa nelle profondità delle anime di coloro che lo ascoltano. In un certo senso si può dire: quello che è pronunciato in questa o quella considerazione sorge dalle profondità delle anime degli ascoltatori. Pensate anche
a questo! Dobbiamo prendere la scienza dello spirito come qualcosa che vive, e non come un astratto saputo. L’astratto saputo parla alla nostra superbia, parla alla nostra ostinazione che si ama così tanto esprimere nell’arte della persuasione. Ciò che è spirituale vuol semplicemente essere comunicato. E volle essere comunicato quello che ho da comunicare, anche se qui non sedesse uno solo che mi credesse neppure una parola. Se andiamo verso l’altro con l’opinione di volerlo assolutamente persuadere, con l’opinione che debba assumere la nostra opinione — allora non sperimentiamo correttamente lo spirituale. E questa esperienza, questo afferrare nell’esperienza immediata del mondo spirituale, questa produrrà l’aura che l’umanità nel futuro deve avere.
Sempre di nuovo deve essere detto: quello che ora viviamo sotto fiumi di sangue, significherà per l’umanità solo quello che deve significare, se veramente qualcosa di completamente nuovo si mostra anche nella cultura, nell’umanità. Ma questo Nuovo germoglierà, quando ci sono uomini dalle cui anime salgono pensieri spirituali; questi pensieri sono potenze. E nell’atmosfera che viene prodotta quando il crepuscolo della guerra è passato e il sole della pace brilla di nuovo, devono fluire i pensieri che si riversano nell’orizzonte spirituale. Allora coloro le cui anime guardano giù, coloro che presto hanno dovuto abbandonare i loro corpi nei campi di battaglia — questi sapranno a cosa erano caduti nei campi di battaglia. E l’antroposofo deve dirsi che vive questo tempo nel giusto senso solo quando accoglie questo carattere dello sforzo nella scienza dello spirito in modo vivente. Se certe anime nella coscienza dello spirito dirigono il loro senso nel regno dello spirito, allora veramente sorgerà dal nostro orizzonte di sangue — un orizzonte di luce per lo sviluppo futuro dell’umanità.
Di questo vogliamo allora continuare a parlare, sviluppando un tema speciale, domani. Per oggi però vogliamo condurre dinanzi alla nostra anima i pensieri — i pensieri che ci riuniscono ai gravi eventi del tempo:
Dal coraggio dei combattenti, Dal sangue delle battaglie, Dal dolore degli abbandonati, Dai sacrifici del popolo Nascerà il frutto dello spirito — Piegando le anime consapevoli dello spirito Il loro senso nel regno dello spirito.
Posso facilmente immaginarmi che qualcuno dalle considerazioni che qui sono state svolte ieri tragga la conclusione che quelle personalità che appartengono ai gruppi umani, ai popoli che riceveranno la loro missione particolare solo nel sesto periodo culturale — poiché appartengono, come è stato detto ieri, al tempo nel quale lo sviluppo procede già in linea discendente — siano valutate di meno di quelle che appartengono a gruppi umani dello sviluppo ascendente. Dico, posso immaginarmi facilmente che qualcuno tragga questa conclusione. In altre parole: posso immaginarmi facilmente che proprio da tutto ciò che ieri è stato detto in connessione con altri commenti, qualcuno soprattutto faccia un giudizio di valore sotto l’impressione di varie emozioni e sentimenti. E così può avverarsi ciò a cui ieri ho attirato l’attenzione — che appunto ciò che è detto in un luogo in questi argomenti speciali deve essere frainteso in altri luoghi. Non perché sia colorato secondo i bisogni di un luogo o di determinate persone, ma perché non viene compreso con la necessaria obiettività, ma con passione e varie aspirazioni nazionali. Allora qualcuno potrebbe dire: allora hai proprio solo usato parole, per così dire, per adulare la cultura medio-europea, e noi che apparteniamo alla cultura est-europea ci sentiamo profondamente offesi da ciò che è stato detto. — Sì, se viene fatto un tale giudizio, allora prova solo che accade proprio quello che ieri ho cercato di rappresentare in modo tale che debba essere separato dal sentire della scienza dello spirito — che il puro pensiero teorico, il puro pensiero astratto si trasforma in esperienza immediata, che ciò che altrimenti appartiene solo al nostro sapere ci si avvicini in modo sentimentale e in modo vivente.
Chi così giudicherebbe, come è stato indicato, giudicherà solo teoreticamente in modo astratto. Perché come sarebbe il concreto, il giudizio che entra nell’esperienza in un tale caso? Così suonerebbe: che noi precisamente — se ciò che è stato esposto è vero — di fronte a un’epoca, dove coloro che vogliono seguire il progresso della missione culturale non possono più dissolversi nel puro sentire nazionale. Il quinto periodo culturale era proprio dalla sua particolarità idoneo a che le personalità che gli appartenevano in un certo modo si dissolvessero nel sentimento nazionale e si dibattessero di nuovo personalmente fuori da esso. Il sesto e il settimo periodo culturale saranno così che coloro che vogliono essere solo nazionali resteranno indietro rispetto ai compiti dell’umanità. Ma questo è proprio il motivo per cui sviluppiamo la concezione del mondo della scienza dello spirito: che l’umanità si liberi dal puro sentire nazionale, da quel sentimento che non è sentimento universalmente umano. Quindi, ciò che deve essere concluso da quanto detto ieri è qualcosa di completamente, completamente diverso. È: che le culture nazionali medio-europee sono quelle che come culture nazionali hanno impulsi in sé che coincidono con la grande missione della cultura post-atlantidea; che però seguiranno culture che rendono necessario che gli uomini crescano al di là degli impulsi nazionali, e che non funziona se coloro che oggi sono i precursori — si dice pure «ritardatari», perché non dovrebbe uno dire «precursori» — dei periodi culturali più tardi, completamente nel loro sentire nazionale, e anzi con una pronunciazione, crescano come accade dalla popolazione dell’Europa orientale. In altre parole: poiché in questo sentire nazionale non hanno ancora ricevuto la loro missione, devono essere costretti ad accogliere in sé quello che viene prodotto come scienza dello spirito, per crescere al di là del nazionale. Una vivente comprensione è anche lì necessaria.
Certamente, raramente nel nostro tempo presente, in cui le passioni e i pregiudizi si fronteggiano così, si potrà trovare ciò che è necessario affinché gli uomini stiano pienamente sul terreno della scienza dello spirito che veramente aspira all’obiettività, possano stare pienamente sul terreno del puramente umano. La scienza dello spirito, la sviluppiamo affinché proprio qualcosa
si diffonda su tutta la terra che vada oltre tutte le differenziazioni, e quindi coloro che si rivolgono alla scienza dello spirito da tutte le nazioni dovrebbero acquisire una comprensione obiettiva di una cosa come è stata esposta in quel ciclo di conferenze che porta il titolo «La missione dei singoli spiriti dei popoli», che dovrebbe essere studiato dovunque ci sono antroposofi. La sua importanza l’ha proprio anche dal fatto che è stato tenuto anni prima di questa guerra, così che nessuno può accusarvi che sia stato generato dall’atmosfera di questa guerra. Non si tratta del fatto che ciò che è detto qui o là non contenga verità universali, ma si tratta del fatto che uno deve comprendere come uno non possa far valere queste verità dappertutto. Quando ho parlato qui mesi fa, ho attirato l’attenzione sul fatto che noi in Europa centrale in certo senso l’abbiamo facile, abbiamo meno difficoltà a essere obiettivi degli altri. Perché l’abbiamo più facile, ciò risulta proprio anche da quel ciclo di conferenze. Tutto ciò che sono gli insegnamenti più profondi dei nostri gravi eventi, ci mostra che deve svilupparsi da svariati fondamenti della nostra attuale cultura mondiale qualcosa che coincide con il nostro sforzo nella scienza dello spirito. In un certo aspetto si può dire: questi gravi eventi sono una sorta di potente accenno alla necessità dell’esperienza della scienza dello spirito nel mondo. Provano che questo vivente esperire della scienza dello spirito deve venire. Perciò, naturalmente, per noi può essere solo qualcosa di secondario ciò che appartiene alle impressioni immediate di un luogo; il nostro vero compito è di trasferire nel nostro vivente sentire dell’anima ciò che ora già può essere compreso dappertutto senza interiore fastidio, nonostante il fatto che su così molti campi semplicemente ci siano pregiudizi su pregiudizi. Ciò che sono visioni della scienza dello spirito sull’universalmente umano negli uomini, questo ci prepara anche a poter vedere obiettivamente tutto quello in cui siamo stati introdotti dall’evoluzione della terra, dall’evoluzione mondiale. Perché questo nel quale siamo stati introdotti è, per così dire, il terreno da cui cresciamo, e ciò per il quale cresciamo sono gli impulsi che riceviamo attraverso la scienza dello spirito. Nel fondamento, siamo effettivamente solo con una metà del nostro essere immersi in tutte le differenziazioni diffuse sulla terra — con il nostro corpo fisico e il nostro corpo eterico, che in un certo senso riconsegniamo alla terra quando entriamo in quell’altro stato di coscienza che possiamo designare come sonno. Con l’Io e il corpo astrale però entriamo nel mondo che il nostro corpo fisico e il nostro corpo eterico abbandonano, e siamo allora in quel mondo in cui entra l’uomo quando passa per la porta della morte — in quel mondo dove scompaiono tutte le differenziazioni terrene, nel mondo nel quale la conoscenza della scienza dello spirito proprio dovrebbe introdurci. Chi possa trasformare le conoscenze iniziatiche in proprie conoscenze, è veramente protetto da queste conoscenze iniziatiche dal fatto di dare un vantaggio particolare a uno qualsiasi degli spiriti dei popoli da un aspetto unilaterale. Perché, come veniamo in contatto con il particolare spirito del popolo al quale apparteniamo?
Quando dimoriamo, dalla caduta addormentata fino al risveglio, nel mondo spirituale con il nostro Io e il corpo astrale, là siamo con il nostro spirito del popolo, con lo spirito del popolo che presiede in certo senso alla nostra nazionalità, non in contatto, ma siamo solo in contatto con questo spirito del popolo durante la nostra vita conscia diurna, dal risveglio fino al sonno. Tra le forze nelle quali scendiamo quando scendiamo nel corpo fisico e nel corpo eterico, sono anche le forze nelle quali fa lavoro lo spirito del popolo al quale apparteniamo. Entriamo, per così dire, nel campo di questo spirito del popolo quando ci svegliamo; lo lasciamo di nuovo quando ci addormentiamo. Ma colui che acquisisce conoscenze iniziatiche deve, appunto durante questa acquisizione, dimorare nel mondo in cui il suo spirito del popolo non è presente, perché deve entrare in quel mondo in cui viviamo tra il cadere addormentato e il risveglio. E allora emerge qualcosa di particolare. Supponiamo che un uomo appartenga a un popolo ben determinato. Ognuno appartiene a uno, poiché deve contarsi a una nazionalità determinata. Se ora l’uomo, con il cadere addormentato, abbandona la sfera del suo spirito del popolo, allora non sta più in contatto con questo spirito del popolo fino al risveglio di nuovo. Lì dentro si immerge anche colui che acquisisce conoscenze iniziatiche, e con gli spiriti dei popoli che vivono altrimenti sulla terra incontra gli altri — solo non con il suo proprio spirito del popolo. Quindi si sperimenta una convivenza con gli altri spiriti dei popoli nel tempo tra il cadere addormentato e il risveglio, e con il proprio spirito del popolo nel tempo tra il risveglio e il cadere addormentato. Solo, il convivere con gli altri spiriti dei popoli non è così che uno vive con ognuno singolarmente, ma uno vive con la loro unione, per così dire con la loro fratellanza, con quello che compiono in relazione l’uno all’altro, con la totalità degli altri spiriti dei popoli.
Così pensa — la conoscenza iniziatica ce lo dice — la vita umana si alterna tra una vivente vita con lo spirito del popolo nello stato di veglia e una vivente vita con la totalità degli altri spiriti dei popoli nello stato di sonno. Solo, c’è un mezzo, per così dire, attraverso il quale abbiamo una convivenza anormale con gli altri spiriti dei popoli, per mezzo del quale non arriviamo alla loro totalità nel sonno, ma arriviamo con uno spirito di popolo particolare. È quando odiamo con particolare passione un popolo. Questo è l’anormale: non possiamo sfuggire, se odiamo un popolo con particolare passione, che durante il sonno veniamo nella sfera del suo spirito del popolo. E colui che acquisisce conoscenze iniziatiche, questi, se odia un popolo da motivi nazionali personali particolarmente, entrerebbe nella sfera del suo spirito del popolo, appunto quando entra nel campo dell’iniziazione, e molto presto si verificherebbe per lui l’impossibilità di rimanere ordinatamente là dentro. Grossolanamente detto, potrei dire: chi da passioni nazionali personali odia particolarmente un altro popolo, è condannato a dormire con il suo spirito del popolo. Questo è detto grossolanamente, ma letteralmente da prendere.
I fatti del mondo spirituale — si preoccupano già di ciò che tutta l’umanità è un’unità, e che un separarsi non è possibile. Ma se rifiutiamo tali fatti dagli occhi, allora possiamo imparare molte cose da essi. Parliamo del fatto che il mondo in cui viviamo esternamente con i nostri sensi e con la nostra ragione, che è legata al cervello, è una grande illusione, una maya; ma anche questa verità, che il mondo è una maya, la prendiamo troppo astrattamente, la prendiamo solo teoreticamente. Direi, ci permettiamo ancora di comprendere questa verità intellettualmente. Afferrarla vivamente, questo resiste non solo al nostro intelletto, ma spesso anche alla nostra volontà. Perché ciò che è dietro al mondo dell’illusione ha un aspetto tale che noi non vogliamo che appaia così. Ci ritiriamo da questo, abbiamo paura di questo, perché la verità ci è scomoda. Sapere che, in senso concreto, l’intera umanità è un’unità, non è comodo, perché non permette di considerare sentimenti ed entusiasmi in modo unilaterale come oggi sono spesso considerati, ma ci insegna cosa significhi questo nel mondo della realtà. Ma questo è scomodo. La volontà spesso arretra ancora più davanti alla verità che la comprensione, che l’intelletto. Perciò non ci si deve meravigliare se nel nostro tempo le verità della scienza dello spirito ancora spesso passano per follia, perché la follia del tempo ha paura della saggezza del mondo. Guardare dietro i fenomeni — questo dà la possibilità di comprendere ciò che effettivamente accade. Ho già ieri accennato a questo e voglio ora ancora svilupparlo in un caso particolare. Se seguiamo l’uomo come egli passa per la porta della morte nel mondo spirituale, nel quale passa la sua vita tra la morte e una nuova nascita, per prepararsi a una nuova vita terrestre, allora dobbiamo chiarirci in quale misura, nella sua vita tra la morte e la nuova nascita, è influenzato dalla sua ultima vita terrestre, in quale misura porta, per così dire, gli echi, il risuonare dell’ultima vita terrestre attraverso la porta della morte nel vivente spirituale. Sappiamo che l’uomo, quando passa per la porta della morte, porta per questo passaggio anzitutto, dopo aver consegnato il suo corpo fisico agli elementi terresti, il suo corpo eterico, il corpo astrale e l’Io. Sappiamo anche che questo corpo eterico ben presto, molto presto si separa dall’Io e dal corpo astrale, con l’eccezione di un estratto che rimane, e che il corpo eterico si unisce cosmicamente con il lavoro cosmico eterico. Tutto questo abbiamo già spesso considerato. Ora però è così che l’uomo dopo la morte, attraverso le sue conoscenze, le sue conoscenze che gli rimangono dopo la morte, tuttavia rimira i destini del corpo eterico, e questi destini significano qualcosa per lui. Significa qualcosa per l’uomo dopo la morte se vede i destini del suo corpo eterico, destini che si sviluppano in modo tale che questo sviluppo è una specie di risultato della vita terrestre. E questo risultato, questo esito della vita terrestre, si presenta in modo diverso per le diverse situazioni della terra, tra l’altro anche per la diversa vita nel nazionale. I resti terreni che hanno significato per l’uomo dopo la morte si presentano completamente diversamente, diciamo, con un’anima che esce da un corpo francese e passa nel mondo spirituale, e completamente diversamente con un’anima che oggi esce da un corpo russo nel mondo spirituale. Le anime che oggi escono da un corpo francese appartengono a una cultura che è diventata, per così dire, matura e troppo matura, che fa sperimentare molto questo corpo eterico sulla terra. La particolarità della cultura popolare francese — non la cultura del singolo — consiste nel fatto che il corpo eterico stesso è elaborato, è permeato con forze ed effetti di forza, e quindi passa in modo molto nettamente impresso attraverso la porta della morte e allora è dentro il mondo spirituale. Tali corpi eterici non si dissolvono affatto rapidamente, rimangono a lungo come spettri presenti. Nella sua rappresentazione il membro della stirpe francese, nella misura in cui vi appartiene, ha un’opinione molto determinata di sé, di ciò che vale nel mondo. Ma questo non è nient’altro che il riflesso delle forze operanti fermamente nel corpo eterico. Il corpo eterico è plasticamente fermamente formato e passa così nel mondo spirituale.
Completamente diverso è nel corpo eterico di un uomo russo. Non ha un’impressione così ferma, è per così dire più elastico, si dissolve più facilmente nel mondo spirituale; perciò le anime attraverso di esso sono meno vincolate. Mentre attraverso lo sguardo al corpo eterico che emerge da un’alta cultura, l’anima francese è più lunga per così dire legata al corpo eterico, l’anima dell’uomo russo è poco legata al corpo eterico. Significa ciò che il corpo eterico passa dopo la morte per questa anima dell’est meno. Ma questo ha un effetto molto determinato, profondo e significativo per ciò che in certo senso accade dietro le quinte della nostra esistenza nel presente. I destini dell’anima russa sono completamente diversi dai destini dell’anima francese nella vita tra la morte e una nuova nascita.
Ora sappiamo che andiamo incontro nel 20º secolo al lavoro eterico dello spirito del Cristo. Vi è stato accennato già nel senso essoterico nel posto appropriato del dramma-mistero «La porta dell’iniziazione» sulla riapparizione del Cristo come corporeità eterica. E vi è stato accennato anche in varie considerazioni che questo apparire del Cristo, per coloro che saranno in grado di vederlo, è preparato a partire dall’ultimo terzo del 19º secolo, per il fatto che lo spirito del tempo che agisce da allora è un altro che prima. Per secoli prima era Gabriele lo spirito del tempo che agiva; a partire dall’ultimo terzo del 19º secolo è Michele lo spirito del tempo che agisce. Michele è quello che, per così dire, deve preparare l’apparizione del Cristo come essenza eterica. Ma tutto questo deve essere preparato, tutto questo deve, per così dire, nello sviluppo essere promosso, ed è promosso. È promosso nel modo che Michele, per l’apparizione del Cristo, per così dire conduce la lotta, che prepara le anime nella vivente vita tra morte e nuova nascita per quello che deve accadere nell’aura terrestre. Ora corpi eterici nettamente impressi, che nel mondo elementare ci circondano, sarebbero sempre disturbatori nella vita che deve venire, dove deve essere vista pura questa forma eterica che il Cristo deve assumere. Più vicini stanno a una pura percezione di questa forma eterica quelle anime che dopo la morte sono poco toccate dai loro corpi eterici. Perciò emerge il seguente.
Vediamo come una parte del lavoro di Michele va nel contribuire alla dissoluzione dei corpi eterici occidentali molto colti e ad alta cultura, che hanno una forma ferma, e vediamo come Michele usa in questa lotta le anime dell’Europa orientale. E così vediamo Michele, seguito dai sciami di anime dell’Europa orientale, combattendo contro i corpi eterici dell’Europa occidentale e le impressioni che le anime hanno dopo la morte. Così c’è una vivente battaglia dietro le quinte della nostra esistenza. Questa battaglia c’è, questa lotta nel mondo spirituale. Questa battaglia nel cielo, per così dire, si svolge tra la Russia e la Francia nel mondo spirituale — una vivente lotta tra est e ovest. E questa battaglia è la verità, e quello che si svolge nel mondo fisico è la maya esterna, è la distorsione della verità. E si ottiene anche qui, come così spesso quando si considerano i fatti spirituali, su questo campo, l’impressione sconcertante che spesso ciò che si compie nel campo dell’illusione è esattamente il contrario di ciò che nel mondo spirituale come verità si svolge.
Pensate l’enormemente sconcertante per colui che acquisisce conoscenza iniziatica: che esiste un’alleanza tra popoli che nel mondo spirituale si combattono nel modo più acceso! Tali cose naturalmente non devono essere generalizzate, non deve essere per nulla la conclusione che nel mondo spirituale tutto sia opposto al mondo fisico. Ogni singolo caso deve essere esaminato. Ma per questo caso ricaviamo anche questa impressione sconcertante, questa, si potrebbe dire, impressione che azzera dapprima la nostra conoscenza. Così appare in molti modi diversa dietro le quinte dell’esistenza da come appare nel mondo esteriore. Ma le cose diventano comprensibili nel loro vero nesso solo se illuminiamo dietro le quinte dell’esistenza con il punto di vista della scienza dello spirito. Allora però si imprimono nel nostro intero punto di vista anche quei sentimenti che, per così dire, lasciano immergere i nostri cuori nella verità di fronte ai pregiudizi nei quali dobbiamo rimanere intrappolati quando ci abbandoniamo ai flussi del mondo fisico esteriore. Veramente l’Europa centrale oggi è pressata fra due potenze che combattono e deve, per così dire, tenerle separate. Da questo emerge il legame tra quello che ho ieri caratterizzato come il riguardare della cultura medio-europea, di fronte a quello che, sinistra e destra, come abbracciando, preme questa cultura medio-europea. Questo è il karma della cultura medio-europea: veder svilupparsi la sua evoluzione fra quello che deve combattere per una necessità di storia della terra. I giusti sentimenti per il conflitto tragico delle circostanze, nella misura in cui ora riguardano l’Europa centrale, emergono solo da una tale considerazione. Solo allora, quando basiamo una tale considerazione, notiamo che nel fondamento la non partecipazione ai contenziosi, che effettivamente devono essere decisi, è il vero caratteristico per l’Europa centrale — comportamento innocente a questi contenziosi ed essere immersi nel karma insieme. — E abbiamo ora anche visto come sia l’esatto accordo di quello che è contenuto là nell’evoluzione: abbiamo visto come coinvolto è l’est e l’ovest dell’Europa nel veniente evento di Cristo. Se comprenderemo il riguardare della cultura medio-europea con la sua unione, come l’ho caratterizzata ieri, dello Spirituale e del Corporeo, negli occhi, allora abbiamo anche la particolare formazione dell’impulso del Cristo — che è il portatore di questa unione dello Spirituale e del Corporeo. In mezzo dunque all’Europa il fenomeno di trasferire il Cristianesimo negli eventi terresti. Qui, svilupparsi sul piano fisico qualcosa di straordinaria importanza, e a destra e a sinistra qualcosa che è per prima cosa conteso sui piani superiori. Il piano fisico e il piano spirituale si includono se li osserviamo così. Questo è il completamento di ciò che ieri è stato esposto. E così è nel fondamento con tutta l’evoluzione, nella misura in cui si è sviluppata sotto l’influenza dell’impulso del Cristo dopo e dopo. Perché quello che nel 20º secolo accade si è sviluppato dopo e dopo. L’impulso del Cristo è entrato attraverso il Mistero del Golgota nello sviluppo dell’umanità terrestre, e ha agito dentro. Ma se avesse potuto agire solo così come l’hanno compreso gli uomini, l’impulso del Cristo avrebbe potuto poco agire. Stiamo appena iniziando a comprendere, stiamo appena iniziando, attraverso la scienza dello spirito, a comprendere un po’ quello che il Mistero del Golgota è. L’impulso del Cristo ha agito. Ma effettivamente ha agito il meno in quello che era il litigio e il grido dei teologi. Sarebbe stato cattivo se solo così tanto dell’impulso del Cristo avesse potuto fluire nello sviluppo terrestre come gli uomini hanno compreso nei diversi periodi con il loro intelletto. Ma ho indicato come l’impulso del Cristo ha agito attraverso i secoli in forze inconsce dell’anima. Ho descritto come il 28 ottobre 312 Costantino era di fronte a Massenzio, e come una battaglia è stata combattuta attraverso la quale il destino d’Europa è stato deciso. Non attraverso l’arte dei generali è stata combattuta questa battaglia, ma attraverso quello che si è svolto nell’inconscio degli uomini. Massenzio consultò i libri sibillini. Questi lo sedussero, invece di mantenere i suoi eserciti in sicurezza a Roma, a condurli dalle porte di Roma, di fronte agli eserciti di Costantino. Ma Costantino aveva il sogno: portare il monogramma del Cristo davanti al suo esercito. Uno non seguiva le astuzie dei generali, ma uno seguiva sogni — cioè gli impulsi dell’inconscio. Da quello che ne risultò, l’Europa ha ricevuto la sua configurazione. Non da ciò da cui derivò la vera formazione dell’impulso del Cristo, da ciò per cui i teologi litigavano, ma da ciò che il Cristo vivente era sui campi di battaglia, dove può agire. Non i concetti umani del Cristo — su questi non si tratta —, ma il Cristo vivente, che agisce attraverso gli impulsi che sono i suoi. Se gli uomini non lo comprendevano, andava in quello dove non si deve comprendere, dove si accoglie nei sogni ciò che deve passare nella sfera della volontà.
E ancora una volta era in Europa che l’impulso del Cristo era penetrato e aveva dato all’Europa una determinata formazione: nel 15º secolo, quando attraverso la semplice ragazzina di campagna, la Pulzella d’Orléans, l’Europa aveva ricevuto una completamente diversa formazione. Se l’Inghilterra allora avesse vinto sulla Francia — che la Pulzella d’Orléans ha impedito — allora il corso storico successivo sarebbe stato completamente diverso. Ma veramente, la ragazza pastora d’Orléans non aveva avuto saggezza umana, ma in lei ha agito l’impulso del Cristo attraverso il suo precursore micaelico, esternamente a favore della Francia, in realtà a favore dell’Inghilterra; perché l’Inghilterra altrimenti non avrebbe potuto subire lo sviluppo che ha subito. Ma ha agito con straordinaria chiarezza, per colui che vuol penetrare spiritualmente il mondo, l’impulso del Cristo allora in quello che doveva accadere.
Ho spesso attirato l’attenzione su come quei vecchi insegnamenti, quelle vecchie saghe e miti, contengono verità che indicano che quelle tredici notti tra il Natale e la festa dell’Apparizione, il giorno dell’Epifania, nelle tredici notti della più profonda oscurità invernale, è il periodo in cui le forze terrene sono particolarmente favorevoli alla chiaroveggenza. Lì dove, per così dire, le forze fisiche si ritirano al massimo in inattività, lì agiscono le forze spirituali particolarmente. Queste tredici notti — come racconta una vecchia leggenda norvegese — Olaf Asteson dormiva. E in questo sonno ha sperimentato in immaginazioni tutto quello che ora conosciamo antroposoficamente come Kamaloka, come il mondo dell’anima, come il mondo dello spirito. Questa è una verità. E molti che, direi, stanno alla porta dell’iniziazione, possono dare all’iniziazione l’ultimo completamento se lo portano a un molto particolare esperire interiore concentrato in questo tempo, nel quale il nascimento del Cristo, della luce solare spirituale, è giustamente introdotto. Si potrebbe dire: se qualcuno dovesse esperire un’iniziazione incosciente, quando la sperimenteremmo meglio? — Allora la sperimenteremmo meglio se venisse preparato in queste notti, se in uno stato di sonno, di uno stato staccato dal mondo, fino al 6 gennaio, gli venisse insegnato. Non potremmo assumere che anche la non affatto istruita o spiritualmente ordinata nella scienza dello spirito, ma interiormente spiritualizzata ragazza pastora, la Pulzella d’Orléans, migliore iniziazione potesse avere se avesse sperimentato queste notti in una specie di stato di sonno — uno stato dove non attraverso i sensi e l’intelletto aveva compreso il mondo esteriore circostante? Lei l’ha sperimentato! Non si è, nel tempo prima che venga la nascita fisica, per nulla disposti, attraverso i sensi, a percepire il mondo circostante, perché questi sensi si svegliano solo in seguito alla nascita nella vita fisica. Non si è neanche idonei prima della nascita a pensare mediante il pensiero, ma la parte spirituale allora è in contatto con l’ambiente spirituale cosmico.
Nei tredici giorni prima del 6 gennaio, la Pulzella d’Orléans aveva trascorso nel corpo della madre, perché il 6 gennaio è nata. Questo è un fatto che parla profondamente di nessi mondiali. Noi vediamo profondamente in quei nessi che sono dietro le quinte dell’esistenza. Vediamo come il mondo è guidato in relazione spirituale. Qui è nata un’anima che il mondo-spirito stesso ha iniziato fino alla sua nascita. Si tratta quindi di acquisire una sensazione per come, per così dire, davanti a noi il tappeto dell’esteriore maya-esistenza è diffuso: se lo strappiamo in vari posti, allora possiamo sbirciare nei segreti dell’esistenza. E questo deve diventare sentimento e sensazione per l’opera trasformatrice della scienza dello spirito per la cultura dell’umanità. Deve diventare il sentimento che, per comprendere nei segreti del mondo, appunto una rottura radicale deve accadere con la pura osservazione della maya esterna, che doveva entrare dallo splendore e dalla gloria della ricerca naturale-scientifica. Ma questo splendore e questa gloria devono per il futuro essere sostituiti dalla scienza dello spirito. Ciò che l’umanità ha bisogno per la vera introduzione della scienza dello spirito nelle anime è, prima di tutte le cose, una vera buona volontà per l’unione della propria anima con i mondi spirituali. Ma tutto questo deve partire da una certa consapevolezza di sé. Ma la consapevolezza di sé non è affatto così facile, e appartiene alle più grandi illusioni a cui ci si può abbandonare nella vita ordinaria credere che l’autocoscienza, che deve essere l’inizio di tutta la vera conoscenza, sia facile.
Nemmeno per quanto riguarda il più esteriore è particolarmente facile. Ho qui un libro; è a me casualmente — quello che si chiama così casualmente — karmicamente mi è tornato in mano questi giorni: il libro di un filosofo del presente, che era professore di filosofia all’università di Vienna: «Analisi delle sensazioni.» Colui che ha scritto il libro fa confessioni molto interessanti. A pagina 3 dice: da giovane ho visto una volta in una vetrina di specchi, mentre passavo per la strada, il mio volto in profilo, ma non l’ho riconosciuto come il mio volto. Ho pensato: che brutto, antipatico volto! — Così potete vedere che nemmeno fino a questo grado la consapevolezza di sé della pura forma esterna è così diffusa. L’uomo buono confessa apertamente: mi viene incontro un volto straordinariamente antipatico che ha un carattere ripugnante, e poi scopre che è il suo proprio. Così poco si conosce della sua forma esterna. Potete vedere che nemmeno la consapevolezza di sé esterna si può acquisire così facilmente. Professore universitario si può restare comunque; questo lo testimonia questo esempio. Ernst Mach, così si chiama il professore, però fa ancora una confessione simile. È completamente sincero. Dice: una volta sono tornato abbastanza stanco da un viaggio e sono salito su un omnibus. Allo stesso tempo, un altro è salito nell’omnibus. Ho pensato: quale maestrino degradato sale lì! — E guarda, ero io stesso. — Aveva visto se stesso nello specchio. — L’uomo buono sapeva come appare un maestrino degradato, così vide uno entrare, ma non poteva identificarsi con lui, non sapeva che lui così appariva. Aggiunge alla sua narrazione: allora conoscevo l’habitus professionale meglio del mio!
Molto più difficile della conoscenza della forma esterna è la conoscenza dell’anima, la conoscenza di quello che effettivamente siamo nella nostra essenza animica. Ma senza questo non funziona se uno veramente vuol progredire nel campo dell’iniziazione. L’illusione di se stessi — appartiene alle più diffuse
particolarità dell’uomo, e quello che accade nelle profondità dell’anima umana, di solito non lo sappiamo. Si pensa molto facilmente: sì, mi conosco, so che cosa voglio! — Ci facciamo certe rappresentazioni di noi stessi; solo queste di solito non sono idonee a esprimere veramente quello che siamo in verità. Lì in basso nell’anima appare molto spesso diversamente di come appare nella regione dove ci facciamo rappresentazioni di noi stessi. Si lascino addurre alcuni esempi — che non solo possono accadere, ma che si verificano spesso nella convivenza umana: due uomini vivono insieme. L’uno ha qualcosa contro l’altro, così che effettivamente gli piace tormentare l’altro un po’, a volte più intensamente, a volte meno. Quello che potrebbe essere la ragione di questo tormento potrebbe essere un istinto originario di crudeltà. Un uomo può, diciamo, girare completamente innocente nel mondo ed essere ancora un compagno completamente crudele che sente come un bisogno tormentare un prossimo. Se ora parli con quest’uomo, non ti perdonerà se lo consideri un compagno crudele, un tipo disgustoso che si sente soddisfatto solo se può tormentare il suo prossimo; bensì dirà: oh, amo questo uomo infinitamente, terribilmente, ma fa questo e questo e quello, e proprio perché l’amo così, non riesco a sopportare che faccia questo! — Questo è nell’autocoscienza dell’uomo, nell’inconscio però è la crudeltà. E le rappresentazioni dell’autocoscienza sono solo lì per occultare, per scusarci davanti a noi stessi. Il modo in cui ci facciamo rappresentazioni dell’autocoscienza è solo lì per scusarci correttamente davanti a noi stessi. Così ho conosciuto un signore che in ogni occasione sottolineava che prendeva una certa direzione spirituale solo da pura abnegazione, che non gli simpatizzasse particolarmente, questa direzione, ma che dal senso del dovere e dall’abnegazione dovesse prendere questa direzione. Gli dissi: quello che tu pensi delle cose che fai e perché le fai non conta, ma conta il perché le fai realmente. E le fai perché ti dà piacere, proprio questo che fai, perché lusinga particolarmente la tua vanità, il fatto di farlo. — È sgradevole ammettere a se stessi: sono effettivamente piuttosto vanitoso, perciò faccio questo o quello. — Perciò amiamo la nostra maya, quella la rende diversa. La maya che portiamo nella nostra coscienza di noi stessi è spesso ancora più dissimile dalla realtà rispetto alla maya che abbiamo sulla scienza dello spirito. L’amore è certamente qualcosa di meraviglioso, con ragione anche secondo l’opinione umana; però spesso è condotto in bocca ingiustamente — l’amore! Quando eravamo ancora uniti all’altra società teosofica, sentivamo sempre di nuovo come fosse importante che gli uomini si amassero uno l’altro! Spesso questo amore era solo il velo che era gettato sopra i litigi dogmatici. Perché l’amore può spesso essere la maschera per l’egoismo più forte. Se uno si compiace particolarmente nel fare questo o quello, falsifica spesso, sotto le vesti dell’amore, quello che fa e quello che effettivamente gli dà piacere; e ci si scusa di nuovo davanti a quello che effettivamente mai confesserebbe, che rimane nelle profondità dell’inconscio. Sì, se scendiamo in questa essenza umana, allora ci immergiamo veramente presto in un abisso. Veramente comprendere se stesso l’uomo può solo in questo modo: che si vive dentro nei segreti dello spirituale, che si familiarizza con quello che sono le leggi grandi di questo spirituale. Perché l’essenza umana è complicata, e il più grande errore è quando si crede che questa essenza umana sia in qualche modo semplice. Direi: tutti i segreti del mondo sono riuniti insieme per comporre l’essenza umana. Ma solo correttamente comprese devono essere le cose.
Il giocare con la consapevolezza di sé cessa molto presto quando uno riconosce un po’ dei segreti spirituali dell’esistenza umana. Supponiamo che un uomo cominci attraverso qualcosa, attraverso l’insegnamento o attraverso qualcosa d’altro, con una certa chiaroveggenza, e porti anche avanti, così che gli appaiano formazioni straordinariamente meravigliose che può fissare, così che gli uomini vengano e siano del tutto affascinati dall’unione significativa
di questo uomo con il mondo spirituale. Questa unione è senza dubbio presente, ma bisogna penetrare spiritualmente questa unione spirituale, bisogna penetrare quello che può veramente essere. Vedi, a ciò che abbiamo come corpo fisico, sta come suo formatore il corpo eterico, poi il corpo astrale, poi quello che chiamiamo il portatore dell’Io. Tutto questo lavora sul corpo fisico, e ogni superiore lavora di nuovo sul più basso. Se prendi il corpo eterico e l’esamini immediatamente con chiaroveggenza, allora è una meravigliosa formazione di colori che fluiscono dentro di sé e brillano. Che cosa sono questi colori che fluiscono nel corpo eterico? Sì, sono le forze che costruiscono sul corpo fisico, le forze che non solo costruiscono i suoi organi, ma anche agiscono in quello che durante la vita è compiuto dagli organi del corpo fisico. Ma gli organi umani hanno significati diversi. Prendi due tali organi come gli intestini e il cervello. L’anatomia esterna esamina i tessuti e tutto quello che viene in considerazione come equivalente. Ma le cose non sono così, sono completamente diverse. Se osserviamo il cervello umano, come organo fisico è qualcosa di perfetto; questo viene dal fatto che nel cervello quei flussi di colore sono stati lavorati. Se osserviamo il corpo eterico del cervello umano, allora lo vediamo in colore relativamente pallido, perché i colori sono stati usati per produrre la struttura del cervello. Se osserviamo gli intestini, allora troviamo i colori che fluiscono con meravigliosi splendori magnificamente scintillanti che fluiscono dentro di sé, perché gli intestini sono veramente organi più grossolani, lì non deve ancora essere usato tanto spirituale, lì le forze rimangono ancora indietro nel corpo eterico, lì una parte più piccola solo è usata per la costruzione. Perciò il corpo eterico del cervello è pallido, il corpo eterico degli intestini invece di meravigliosi colori che fluiscono, bello.
Pensa ora, viene qualcuno, come ho descritto, alla chiaroveggenza. Lì possono accadere due cose: una chiaroveggenza può accadere per il fatto che il corpo eterico del cervello viene allentato, ma può anche accadere una chiaroveggenza per il fatto che il corpo eterico degli intestini viene allentato. Durante la chiaroveggenza, l’uomo spesso diventa consapevole del suo proprio interno. Colui che estrae il corpo eterico del cervello avrà inizialmente un mondo piuttosto pallido davanti a sé; ma colui che estrae il corpo eterico dei suoi intestini, può far brillare magnificamente colori fluenti nel mondo eterico. Per portare il pallido del corpo eterico cerebrale nei colori fluenti del cosmo, è necessario che portiamo i colori fluenti dall’intera sfera del cosmo. Per sviluppare i colori fluenti del corpo eterico degli intestini, possiamo farli irradiare da noi, e così può essere vista una meravigliosa formazione sul percorso della chiaroveggenza. Certamente, è un vero edificio chiaroveggente, ma se l’esamini, che cosa è? È nient’altro che il proprio processo digestivo, è quello che il corpo eterico compie durante il processo digestivo dell’uomo; questo si proietta nello spazio eterico. Questo è anatomicamente considerato estremamente interessante, ma uno deve essere consapevole che, per arrivare ai segreti del mondo spirituale, veramente un presentimento di quanto effettivamente è presente nel mondo spirituale, uno acquisisce sì un presentimento solo quando uno scopre che da un meraviglioso fluente mare di colori del corpo eterico emerge anche quello che deve accadere nel corpo eterico affinché gli intestini funzionino adeguatamente. Se questo allora lo vedi chiaroveggentemente, allora è certamente un processo chiaroveggente; ma non è nulla che abbia a che fare con i segreti celesti, non è nulla che ci avvicini i grandi fatti cosmici del mondo, ma è qualcosa che ci avvicina il nostro se stesso più basso ordinario.
E proprio allora, quando saliamo chiaroveggentemente all’autocoscienza, allora troviamo che il primo, di cui facciamo esperienza come meravigliose formazioni, rispecchia il nostro più basso. E solo allora, quando attraverso uno sforzo maggiore vinciamo quelle parti del corpo eterico che come più basse rimangono in noi stessi, perché la maggior parte è stata usata per il cuore e il cervello, solo allora arriviamo a irradiare quello che è in noi e a fare un’impressione attraverso le forze più fortemente applicate sull’etere esterno. E allora accade il seguente: se proiettiamo il corpo eterico degli organi fisici, spingiamo quello nello spazio. Se sviluppiamo chiaroveggenza più elevata, allora lavoriamo anche fuori, ma lavoriamo fuori quello che ci costruiamo fra nascita e morte, affinché prepari quello che fra morte e nuova nascita si sviluppa in noi. Questo scriviamo dentro lo spazio, lì formiamo un effetto nel mondo eterico. E allora affrontiamo quello che è formato attraverso questi effetti — i fatti cosmici, i fatti cosmici.
Appunto su questo si lavora senza interruzione. Lo scritto «Come si ottengono le conoscenze dei mondi superiori?» vuol esprimere nel modo eminente che si trovino i giusti percorsi affinché non sia trovata l’inferiore essenza umana attraverso una suggestiva chiaroveggenza, ma affinché vengano scandagliati i segreti del mondo. Sempre e sempre viene accennato che questa chiaroveggenza è difficile, che appare pallida, che uno sviluppa prima, attraverso grandi sforzi, quelle forze che sono le forze dell’uomo fra nascita e morte alla vera chiaroveggenza, e che allora i segreti del mondo possono aprirsi. Dove questi poteri giacciono, si può immaginare se ci si impegna in quello che è stato detto nel ciclo viennese 1914. Lì è parlato dei poteri che l’uomo sviluppa fra morte e nuova nascita, di poteri per cui è possibile solo usare parole balbettando, perché le parole sono coniate per il mondo fisico, e si ha solo, attraverso combinazioni di parole, quello che esce che nel mondo spirituale è completamente diverso dal mondo fisico-sensibile. Ma gli uomini lo trovano più conveniente non immaginare nel mondo spirituale nient’altro che una specie di continuazione del mondo fisico, solo un poco più sottile, un poco più volatile. Gli uomini lo troverebbero conveniente vedere le forme nel mondo spirituale girare in giro come nel mondo fisico; ma lo trovano scomodo dover acquisire un nuovo modo di percezione quando si entra nel mondo spirituale. Tutto questo dovrebbe provare che non solo la comprensione umana, ma soprattutto la volontà umana si oppone a ciò che
la scienza dello spirito adesso, nel nostro tempo, deve portare nel mondo. Possiamo veramente dire: non per la ragione che gli uomini oggi in ampi circoli non comprendono la scienza dello spirito, la rifiutano, bensì perché non la vogliono, perché fondamentalmente è terribile per loro che il mondo sia così come la scienza dello spirito vuole rappresentarlo e deve rappresentarlo.
Un concetto particolarmente importante è quello che uno deve avere di saggezza e consapevolezza se uno vuole comprendere l’esperienza fra morte e nuova nascita. Nel fondamento non si può affatto dire che l’uomo che è passato per la porta della morte non abbia coscienza e che la sua coscienza debba svegliarsi. Non è nemmeno giusto, ma è giusto che abbia una coscienza troppo forte una volta passato per la porta della morte, che sia inondato di coscienza, che non se la cavi, che sia completamente stordito da questa luce solare spirituale della coscienza e debba cominciare a orientarsi prima, come ho esposto in modo più dettagliato in quel ciclo. Qui sulla terra dobbiamo acquisire saggezza con difficoltà; lì però siamo inondati di saggezza da tutti i lati, allora dobbiamo attutirla, affinché possiamo guardarla. Le parti che abbiamo attutito fino alla debolezza umana sono quelle che possiamo guardare. Così dobbiamo trovare prima come attutire la nostra coscienza fino a che possiamo orientarci. Questa è qualcosa che uno nota particolarmente quando si considerano veramente i fenomeni. Vedete, uno cerca allora gradualmente le parole così da esprimere ordinatamente questi fenomeni. Poco tempo fa è morto un caro membro della nostra società a Zurigo. Il karma l’ha portato al fatto che, benché io abbia voluto ancora vedere il membro nella vita fisica, sono venuto troppo tardi e non l’ho più visto. Poi però avemmo a Zurigo, dopo alcuni giorni, la cremazione. Ero spinto a parlare a questa cremazione, e cercai di esprimere con parole quello che mi si presentava interiormente come l’essenza di questo nostro caro membro. Cercai con alcune parole di fissare questa essenza. Poi fu eseguita la cremazione. E ho notato che il primo orientamento consapevole dall’inondazione della coscienza si verificava nel momento in cui il corpo transitava nella combustione, nel momento in cui il calore — in realtà il fuoco — afferrava questo corpo. In questo momento la scena che avevamo avuto prima si presentava davanti all’anima del defunto. Prima, durante il discorso funebre, non vi aveva partecipato, ma poi, quando cominciava la cremazione, guardava indietro. E come nello spazio si ha davanti a sé il mondo fisico, così il morto vede le cose nel tempo. Quello che è passato è accanto al morto. Egli vede le scene stare davanti a lui. Il tempo diventa veramente spazio. Il passato non è passato, rimane, viene contemplato. Allora il morto sprofondava di nuovo in uno stordimento generale, e allora passa un tempo più lungo fino al completo orientamento. Ma tali momenti si preparano, si potrebbe dire, i momenti luminosi che allora vengono ulteriormente elaborati. Allora viene di nuovo uno sprofondamento nella complessiva inondazione della coscienza, fino a che infine un completo orientamento si verifica.
E così si deve dire che è un concetto importante che il sapere, la consapevolezza, pensi diversamente dopo la morte rispetto a prima della morte. Non è così che ci tocchi un grado di consapevolezza che deve svegliarsi dopo la morte, bensì che la coscienza smisurata sia attutita fino a un certo grado. Questo dobbiamo osservare. E allora dobbiamo veramente fare davvero seriamente i conti con la conoscenza che, per la verità, le cose spesso sono esattamente al contrario rispetto a quello che si presenta esternamente. Ho già spesso illustrato questo con un esempio. Un uomo cammina sull’orlo di un ruscello, cade dentro il ruscello e affoga. Noi andiamo dietro di lui e lo troviamo annegato, e nel posto dove è caduto nel ruscello troviamo una pietra. Possiamo allora con piene ragioni trarre la conclusione che l’uomo sia caduto sulla pietra nel ruscello e sia annegato per questo. Se non facciamo nulla di più, non arriviamo a nessun’altra visione. Qui però, riguardo ai fatti fisici, la logica dei fatti può essere falsa. Con l’autopsia arriviamo forse al fatto che l’uomo è stato colpito dal colpo, e che per questo è caduto in acqua — che cause ed effetti si invertono. Credevamo che l’uomo fosse morto perché cadde in acqua; in realtà cadde in acqua perché era morto. Lì sui fatti esteriori la logica era falsa. Così spesso la logica non si rivela corretta per la maya esterna.
Prendi il caso che abbiamo dolorosamente sperimentato a Dornach nell’autunno. Il figlietto di un membro proprio di questo ramo che è diventato residente a Dornach, il figlietto di sette anni, è stato una sera perso. E dopo che ci si era chiariti che il bambino poteva stare sotto un carro di mobili caduto, il carro dovette essere sollevato nel mezzo della notte, e il piccolo Theo Faiß fu estratto da sotto questo carro, morto. Che cosa era accaduto? In quella zona solitamente non passa alcun carro di mobili, in genere nessun carro. È il caso più raro che lì un carro passi. È passato molto tempo prima e dopo, e nessuno è passato. E il piccolo Theo aveva sempre, quello che doveva prendere, l’aveva preso un quarto d’ora prima. Quella sera era stato indotto ad aspettare un quarto d’ora. Avrebbe anche potuto, mentre camminava sul lato sinistro del carro, stare sul lato destro, ma era stato indotto a prendere un’uscita diversa da quella dove andava. Tutto si era contratto in modo che si fosse sviluppato fino al secondo che il ragazzo venisse proprio sotto questo carro. Se si esamina il caso spiritualmente nel suo nesso karmico, allora l’anima del ragazzo aveva ordinato questo carro per trovare la morte in questo momento; allora era tutto così disposto, allora l’evento fisico è una conseguenza dei nessi spirituali. Allora si comprendono le cose in modo completamente diverso, allora si capisce anche il nesso fra quello che è accaduto e il corso ulteriore dopo la morte. Il piccolo Theo aveva un corpo eterico che nel corso normale avrebbe potuto avere ancora per settanta, ottanta anni e ancor più a lungo. Tutto questo non è perso, rimane. Un corpo eterico di un bambino morto a sette anni ha ancora in sé le forze che sarebbero state utilizzate nella vita, quelle forze sono presenti nel mondo spirituale. E questo è anche notevolmente percepito da coloro che si occupano dell’aura eterica del nostro edificio; poiché lì il corpo eterico del piccolo ragazzo è presente da allora in poi, lì sono le forti forze spirituali di questo intelligente, amorevole, ben nato ragazzo. Queste sono forze di aiuto e di assistenza di quello che è connesso con l’aura del nostro edificio di Dornach.
Così sono connessi gli effetti spirituali e fisici. I tempi non sono passati dove uno doveva guardare ai mondi spirituali in ciò che accade nel mondo fisico; i tempi rimangono ancora lì. Già una certa cosa cominciamo a comprendere attraverso la nostra scienza dello spirito. Ma molto in esso c’è per cui abbiamo bisogno di forze di aiuto da coloro che con forze eteriche non consumate escono dalla vita fisica. Pensa alle migliaia e migliaia che escono nel presente dagli ampi campi degli eventi del grave tempo attraverso la porta della morte — interamente uomini con corpi eterici non consumati. Questi sono tutti poteri spirituali che avrebbero potuto agire più a lungo se gli interessati fossero rimasti nel mondo fisico. Per la fisica uno riconosce già oggi che nessun potere si perde. Nel senso più eminente questa legge della conservazione del potere è però presente nel mondo spirituale. I poteri che un corpo eterico ha per fornire una vita fra nascita e morte fino all’ottanta, novanta anni non vanno persi se uno presto attraversa la porta della morte. I poteri sono lì. Oltre quello che per il mezzo dell’Io e del corpo astrale entra nel mondo spirituale e ha valore per l’individuo, il corpo eterico ha un valore generale per quello che va nella generale aura dello sviluppo umano-terrestre. Così possiamo guardare verso i corpi eterici freschi, completamente pieni di forza, non consumati, che agiscono verso giù dai mondi spirituali nel tempo che viene.
Come vediamo oggi in molti modi che i morti combattono insieme ai vivi, così vediamo dall’altro lato il campo eterico, il mondo elementare, pieno di poteri — con forti poteri umani — che sono acquisiti in alte speranze nella fede in obiettivi ideali dell’umanità, che sono lasciati indietro da uomini che con questa fede sono andati attraverso la porta della morte. Coloro che più tardi vivranno dovranno guardare verso questi poteri eterici non consumati che saranno continuamente efficienti. Questi poteri eterici dei morti precoci — essi certamente chiederanno che non passino invano il transito nel mondo spirituale e da lì guardino giù. Essi chiederanno che realmente possano contribuire la loro parte alla riformazione del mondo spirituale della terra, che è richiesta dall’umanità. Come esortatori sono lì, questi corpi eterici — esortatori che dicono: siamo passati al mondo spirituale affinché a voi, da qui, possano fluire le forze — che possono fluire nei vostri cuori e anime —, con cui voi potete ancora più fortemente lavorare per il progresso della scienza dello spirito del corso dell’evoluzione terrestre. — L’azione insieme della fisicità con lo spirituale — dobbiamo comprenderla, non nebulosa, confusa, bensì come concreta unione spirituale fra gli uomini che qui sulla terra nel corpo fisico vivono e le anime che sono ascese al mondo spirituale. Una comunanza sarà lì, quando comprendiamo i fatti e ci riempiamo veramente con quello che la scienza dello spirito può dare. Sì, veramente, l’insight nel nesso tra spirituale e fisico, essa può porci nella giusta maniera anche alla grande gravità dei nostri tempi, e farci sentire pienamente come quello che accade potrà solo essere giustificato da noi dinanzi al futuro se è preso come occasione di una grande e significativa lotta dell’umanità e di un lavoro dell’umanità anche sul piano fisico. Compiuto deve essere quello che abbiamo già ieri sottolineato, dal giusto intendimento fra mondo spirituale e mondo fisico, compiuto deve essere quello che giace nelle parole:
Dal coraggio dei combattenti, Dal sangue delle battaglie, Dal dolore degli abbandonati, Dai sacrifici del popolo Nascerà il frutto dello spirito — Piegando le anime consapevoli dello spirito Il loro senso nel regno dello spirito.
Attraverso i grandi eventi del tempo, molte di quelle anime che hanno unito i loro sforzi ai nostri sono già passate attraverso la porta della morte. Come ho potuto indicare qui in questa sede nel corso di questi tempi bellicosi: proprio da ciò che è stato vissuto da queste anime si è potuto confermare che le anime che hanno lasciato il combattimento attraverso la porta della morte continuano a vivere ciò che il grande momento richiede da loro. Vivono unite allo spirito del loro popolo, combattono ancora con armi spirituali. Ma proprio questo, miei cari amici, incombe su di noi in modo particolare nei confronti di queste anime: unire i nostri pensieri amorevoli, i nostri impulsi più intimi che ci legano a loro nell’amore. Quando il tumulto degli eventi sarà passato — e queste anime vi rimangono intessute, anche se hanno già varcato la porta della morte, naturalmente nel migliore dei sensi —, o quando comunque il momento sarà opportuno, verrà il momento in cui potremmo celebrare una festa per i morti, proprio con quei pensieri e quelle rappresentazioni che devono animarci per questi cari defunti.
Anche in altri modi, proprio in questo periodo tempestoso, la potenza della morte ha diffuso i suoi insegnamenti tra le nostre file. Proprio oggi abbiamo consegnato agli elementi della terra il guscio terrestre della nostra cara amica Sophie Sünde. Molte anime, anche da questa città, sentiranno intimamente di essere profondamente legate a lei, una delle più fedeli collaboratrici tra le nostre file. Quando nei prossimi giorni sarò in grado di parlare a Monaco, farà parte dei miei doveri — ma di doveri compiuti nel più profondo amore — ricordare ancora una volta la cara Sophie Sinde all’interno del nostro movimento spirituale.
In molti aspetti, miei cari amici, siamo stati ricondotti a quello che, raccogliendo come in sé tutti gli altri enigmi della vita, sta nel mezzo di molti quesiti enigmatici dell’esistenza: alla morte.
Alla morte, che così spesso si presenta dolorosamente, ma sempre così enigmaticamente, soprattutto per coloro che hanno sensibilità per gli enigmi della vita, e che all’interno dell’esistenza terrestre è qualcosa che non può mai trovare la propria chiarificazione dall’esistenza terrestre stessa. È certamente fondato nel più profondo senso quando i due pensieri vengono riuniti, e una volta furono portati nel tema di una delle conferenze pubbliche: «Il mistero della morte e gli enigmi della vita». Perché una considerazione che si occupa della morte non riguarda, come molti nel campo materialista credono, solo qualcosa che è lontano dalla vita terrestre, che in realtà non concerne l’uomo terrestre. Ma anche una considerazione della concezione del mondo sulla morte estrae dalle profondità dell’esistenza quelle conoscenze che, proprio dal mistero della morte, rendono la vita anche qui sulla terra forte e significativa. E pertanto, dal punto di vista di una concezione del mondo, non ci si deve astenere dal proprio scopo di spiegare e illuminare la vita accostando l’enigma e il mistero della morte. E così, in questo tempo, quando da un lato la morte ci è stata così vicina negli ultimi anni anche tra le nostre file, e quando d’altro canto ci si presenta in centinaia di modi attraverso gli eventi storici in cui viviamo, il mistero della morte sia tessuto nei nostri insegnamenti di questi giorni in molte questioni di concezione del mondo. Possiamo, accostando il mistero della morte, considerare la morte dove ancora si presenta pienamente nella vita immediata. Il morto stesso si congeda da questa vita sensibile, entra in una nuova sfera. Ma rimane presente nel dolore di coloro che ha lasciato; rimane presente nei pensieri di coloro nei quali, finché il morto è rimasto tra i vivi, il morto ha potuto suscitare pensieri, sentimenti e impulsi di volontà, capacità di amore, simpatia e antipatia. Da quel momento in avanti, quando l’anima è passata attraverso la porta della morte, continua a vivere in noi l’immagine che ora deve essere dentro di noi, che ci penetra internamente. Non era soltanto una bella usanza, che scaturiva dai più profondi bisogni umani, stabilire ovunque, dove il cuore umano non è freddo e arido, feste per i morti, festività per i defunti. Anche nel nostro tempo penetrano queste festività, le festività per i morti, nel giorno di Ognissanti dei cattolici, nella festività per i morti della confessione evangelica, e molte altre festività per i morti penetrano più o meno individualmente anche nel nostro tempo. Chi non avrebbe il sentimento che proprio nel penetrare queste festività per i morti stesse un tributo che anche un’epoca materialistica rende alla vita spirituale? Anche se il materialismo ha corroso le anime tanto che lo fanno solo inconsciamente: anche le anime materialiste non riuscirebbero a evitare di accostare, diversamente che con anima e cuore approfonditi, ciò che si connette con le consuete festività per i morti. I morti rimangono nella vita in ciò che i vivi ancora possono sentire, provare e pensare per loro. E così possiamo anche, considerando la morte nel senso più stretto, iniziare questa considerazione della morte ancora in mezzo alla vita.
Sappiamo dai generali insegnamenti che sono stati coltivati per molti anni che non possiamo mai dire: qui sta il mondo fisico-sensibile, e separato da esso sta il mondo spirituale. Il mondo fisico-sensibile si estende nel mondo spirituale, e il mondo spirituale si estende nel mondo fisico-sensibile. E anche se i sensi esteriori dell’uomo vedono il mondo fisico-sensibile solo nella sua sensibilità, tuttavia, come l’aria nel senso grossolano si diffonde immediatamente, così lo spirito è diffuso dappertutto e pervade e ondeggia tutto ciò che l’uomo nella vita fisica vede solo sensibilmente con i sensi normali. E coloro che hanno attraversato la porta della morte, che sono nel mondo spirituale, penetrano nel nostro mondo sensibile con i loro impulsi e le loro forze. Così possiamo dire: sebbene dietro la soglia della coscienza normale sia il legame che unisce coloro che vivono nel corpo fisico a coloro che vivono nello spirito come morti, tuttavia questo legame è reale. E per colui che si immerge nella scienza dello spirito, molti enigmi devono risolversi, enigmi che devono necessariamente essere risolti per comprendere la vita dove deve essere compresa non dal punto di vista teorico, bensì dal punto di vista della vita stessa, dal punto di vista della vita che non è solo il pensiero, ma che l’anima occupa nel suo intero contenuto e nella sua interezza.
Cerchiamo di immaginare ciò che possiamo chiarirci dalla vita ordinaria riguardante la morte. Il morto se ne va da noi. Ciò che cambia esteriormente è che i nostri occhi non lo vedono più, che non possiamo più scambiarci una stretta di mano, le nostre parole non vanno più da noi a lui, da lui a noi. Ciò che era fluito dai suoi flussi affettivi come calore nel nostro cuore non fluisce più nel mondo sensibile verso di noi. Durante il tempo in cui potevamo vivere insieme con lui, egli, con l’aiuto del suo corpo sensibile, di ciò con cui si era rivestito nel mondo fisico, ci aveva continuamente evocato l’immagine che di lui potevamo avere. Il cambiamento intervenuto consiste nel fatto che ora, quando l’anima cui eravamo vicini è passata attraverso la porta della morte e se ne è andata, non abbiamo più l’aiuto per la nostra connessione con questa anima, che è prodotto dal fatto che l’immagine di questo uomo, con l’aiuto degli impulsi sensibili che emanano da lui, è generata in noi con tutto ciò che suscita di sensazioni, sentimenti, impulsi di volontà, capacità di amare, simpatia e antipatia. Da questo momento in avanti, quando l’anima ha oltrepassato la porta della morte, continua a vivere in noi l’immagine, che ora deve essere dentro di noi stessi, che ci penetra interiormente. Se vogliamo elevare questa immagine, che continua a vivere in noi come Immaginazione, nel nostro corpo eterico, ma soprattutto nel corpo astrale e nell’Io — il che nella nostra coscienza normale rimane inconscio —, se vogliamo portarla alla coscienza della nostra esistenza fisica, allora dobbiamo farla sorgere dal nostro intimo. Ciò che abbiamo conservato in noi dal nostro rapporto con il morto, dobbiamo farlo fluire dal più profondo fondo della nostra anima, cioè dal nostro Io e dal corpo astrale, nelle parti del nostro essere umano che ci generano la coscienza e la rappresentazione: nel corpo eterico e nel corpo fisico.
Quando l’anima che era passata attraverso la porta della morte era ancora con noi, generava ancora l’immagine; l’immagine ci brillava da fuori, noi dovevamo solo farle fronte con ciò che la nostra anima aveva da offrire. Quando il morto se ne è andato, allora siamo ridotti a fare noi stessi, nel nostro guscio umano esteriore, quello che abbiamo conservato di lui, affinché il concetto, la rappresentazione, l’immagine di lui possa risorgere davanti alla nostra anima. Non ci sostiene più — come nel ricordo di colui che ancora vive sulla terra — il pensiero che questo ricordo non è l’unica cosa che abbiamo, che possiamo ancora vederlo esteriormente. Questa è proprio per noi la grande cesura: che da questo momento in poi, finché non passiamo noi stessi attraverso la porta della morte, vediamo che siamo ridotti al ricordo. Questo ricordo da forze inconsce in noi non può mai essere cancellato nei nostri profondi membri dell’anima, nell’Io e nel corpo astrale. E quando la notte entra nel sonno, quando i nostri pensieri della coscienza ordinaria del giorno svaniscono insieme alle impressioni del mondo fisico esteriore, quando si perdono tutti i pensieri che possiamo avere dal risveglio al sonno, allora si illuminano in ciò che portiamo nel nostro Io e nel corpo astrale fuori dal nostro corpo le Immaginazioni, le immagini luminose di quelle personalità con cui eravamo connessi e che se ne sono andate da noi attraverso la porta della morte. In quella parte del nostro essere che vive in noi dal sonno al risveglio, i morti vivono con noi, come i vivi della terra vivono con noi dal risveglio al sonno. La nostra coscienza sveglia diurna la dobbiamo al fatto che andiamo con il nostro corpo fisico, che insieme al nostro corpo eterico ci fornisce la coscienza diurna, attraverso quattro stadi della nostra evoluzione terrestre. E la coscienza notturna ci sfugge per il motivo che il nostro Io è entrato solo durante l’evoluzione terrestre e il corpo astrale solo durante l’evoluzione lunare. Ciò che possiamo vivere quando eleviamo i nostri morti nell’Io e nel corpo astrale, lo vivremo solo in epoche successive della nostra evoluzione terrestre così come viviamo ora la vita dei vivi della terra, cioè nella coscienza ordinaria, sveglia. L’Io è il membro più giovane, deve ancora arrivare a una coscienza che può essere una coscienza desta come quella attuale, che è ottenuta, prodotta dal fatto che il nostro Io e il corpo astrale sono uniti al corpo fisico e al corpo eterico. Il corpo fisico è passato attraverso quattro stadi dell’evoluzione terrestre, il corpo eterico è passato attraverso tre stadi, il corpo astrale però solo attraverso due stadi, e l’Io è passato solo attraverso uno stadio.
Così riposano coloro che sono divenuti spiriti, che sono divenuti anime smembrate, nell’elemento che noi stessi attraversiamo durante il nostro sonno. Ma nella nostra coscienza diurna possiamo portarli alla rappresentazione solo dai nostri ricordi. È una forza diversa quella che fa sì che un impulso spirituale viva in noi, e una forza diversa quella che fa sì che un tale impulso spirituale giunga alla coscienza in noi. Le impressioni sui nostri sensi sorgono dal fatto che possono fluire in noi dal di fuori anche nel corpo fisico e nel corpo eterico. Ma per ciò che nell’Io e nel corpo astrale può solo essere, il nostro attuale sviluppo normale non ha ancora sufficiente forza per spingerlo e comprimerlo nel corpo eterico e nel corpo fisico fino al punto che diventi una rappresentazione per noi. Tuttavia esiste una connessione profondamente spirituale. Perché proprio nelle parti più delicate del nostro essere siamo indissolubilmente uniti ai cosiddetti morti. Per questa connessione la morte esteriore non forma alcuna cesura, appena una trasformazione. In questi elementi delicati, nell’Io e nel corpo astrale, i morti vivono come i vivi, vi vivono coloro che dalle nostre file sono divenuti esseri spirituali.
Guardiamo loro dietro con i mezzi di conoscenza che abbiamo potuto acquisire nel corso della vita. È stato spesso enfatizzato qui come il rapporto di un essere, e dunque anche di un essere umano, con l’ambiente sia completamente diverso quando questo essere non ha, come noi, nel mondo fisico, un corpo fisico o un corpo eterico. Quando colui che è passato attraverso la porta dell’Iniziazione, per la sua conoscenza, abbandona il corpo fisico e il corpo eterico, allora vive nel suo ambiente spirituale; così vive in esso come il morto vi vive dentro. E ho dovuto enfatizzare spesso come il rapporto con il mondo spirituale sia completamente diverso, quando colui che percepisce appartiene a esso, quando è un essere umano discarnato o un essere delle gerarchie o un essere del mondo elementare. Abbiamo dovuto enfatizzare che dobbiamo scegliere noi stessi le parole diversamente, parole che indichino come il rapporto allora di un essere spirituale al suo ambiente sia diverso rispetto al rapporto di un essere incarnato nel corpo fisico al suo ambiente.
Qui nel mondo fisico, le cose e gli esseri dell’ambiente esteriore fanno un’impressione su di noi. Stiamo qui, gli esseri stanno fuori da noi. Ciò che emanano scorre attraverso i nostri sensi nell’anima. E diciamo, nel momento in cui ne abbiamo consapevolezza: stiamo qui chiusi entro i confini del corpo. Percepiamo gli altri esseri; li vediamo. — Quando entriamo nel mondo spirituale, dobbiamo già scegliere la parola diversamente: come essere spirituale siamo percepiti dagli altri esseri spirituali. Percepiamo gli animali, in quanto sono incarnazioni sensibili; percepiamo le piante, percepiamo gli uomini. Nel momento in cui entriamo noi stessi nel mondo spirituale, siamo percepiti dagli esseri degli Angeloi, degli Archangeloi, degli Archai e così via. E mentre diciamo qui: vediamo le piante, gli animali, gli uomini —, dobbiamo dire, quando entriamo nel mondo spirituale: viviamo dentro di noi qualcosa, e questo vivere significa che gli occhi spirituali di un altro essere riposano su di noi. Siamo percepiti. — Questo essere-percepiti, questa consapevolezza che si guarda a noi, è ciò che distingue la nostra vita nel mondo spirituale dalla vita nel mondo fisico.
Le parole stesse devono, quando si parla nel senso proprio, essere trasformate, perché tutto è completamente diverso nel mondo spirituale. E per esprimerlo in modo figurato eppure, al contempo, più che figurato: quando un essere dal mondo spirituale viene nell’incarnazione sensibile, deve aspettarsi che dovrà imparare gradualmente — il bambino stesso deve imparare — a guardare verso l’esterno attraverso i sensi fisici, a ricevere un mondo da fuori, a diventare un Io che riceve il mondo da fuori. Quando un essere entra nel mondo spirituale dal mondo sensibile attraverso la porta della morte o in un altro modo, deve abituarsi a dire a se stesso: tu sei un Io, ma un Io che non vive isolato nel mondo, che vive internamente sempre di nuovo qualcosa, così come ha vissuto le rappresentazioni di ricordo che emergono dal fondo dell’anima. Ma ora sai: ciò che emerge sono le rappresentazioni, i pensieri, i sentimenti di altri esseri che sono entrati in te, che vivono con te nel mondo spirituale. — Come da fuori entrano in noi le impressioni che riceviamo dal mondo sensibile, dagli esseri sensibili, così internamente emergono le rappresentazioni e i sentimenti di esseri che si trovano nel mondo spirituale. Ma sappiamo che queste rappresentazioni e i sentimenti che emergono dentro di noi dal nostro interno che ci è essenziale provengono da esseri spirituali che sono con noi. Ecco che siamo nel mondo spirituale, ecco che dentro di noi emerge una rappresentazione, la rappresentazione di un essere che dobbiamo amare, di un essere che ci dà lo stimolo di compiere questo o quell’atto nel mondo spirituale. Da dove proviene questa rappresentazione, come mai emerge in noi, come qui i ricordi? Proviene da ciò: un altro essere, un essere del mondo spirituale, si è avvicinato a noi. Non lo guardiamo dal di fuori, sappiamo che è lì perché invia ciò che vive in lui dentro di noi. Siamo rappresentati, siamo percepiti, così dovremmo parlare rispetto a ciò che vive nel mondo spirituale. Questo non rende l’esperienza nel mondo spirituale astratta, nebulosa; con ciò la rende solo tanto più vivace. L’esperienza che viviamo nel mondo spirituale diviene così vivace, per quanto vivace possa essere ciò che abbiamo nel mondo fisico nella nostra immediata vicinanza. Così dobbiamo familiarizzarci con la convivenza completamente diversa con gli esseri che si trovano nel mondo spirituale.
E ora guardiamo da questo punto di vista a coloro che hanno passato la porta della morte. Entrano in un mondo di cui devono dire: imparo sempre più a conoscere come sono percepito, come le loro rappresentazioni, i sentimenti e i pensieri mandano dentro di me gli esseri incarnati smembrati, gli esseri elementari, gli esseri della gerarchia degli Angeloi, degli Archangeloi. Tutti questi esseri vivono in me. — E guardiamo su verso un tale morto, e intuiamo: come un uomo qui nel mondo sensibile ci si presenta e noi intravvediamo il sangue attraverso la sua pelle, intravvediamo il lavoro dei suoi nervi nei suoi tratti, così intravvediamo, vedendo l’uomo spirituale, lo smembrato, come attraverso ciò che è vissuto in lui operano i pensieri, i sentimenti degli Angeloi, degli Archangeloi, degli Archai.
Nel mondo fisico ci si presenta l’uomo fisico. Egli ha nobilitato, attraverso la sua anima e il suo sviluppo, l’essere animale, vegetale e minerale. Ma questo essere animale, vegetale e minerale gli si presenta comunque. Quando un uomo ci si presenta qui nell’esistenza fisica: profondamente nascosto nel suo interiore e luminoso attraverso il guscio corporeo è il suo essere psichico-spirituale. Ma ciò che dei suoi impulsi brilla nei nostri occhi, ciò che nel mondo sensibile agisce su di noi, è pervaso dalla natura animale nobilitata fino all’umanità; ci si presenta nell’uomo l’animalità nobilitata, ma comunque l’animalità. Anche il mondo vegetale e il minerale ci si presentano nell’uomo. Sappiamo: i regni della natura vivono nell’uomo a un grado superiore. E se il regno minerale non vivesse nell’uomo, allora non ci si potrebbe mai presentare, nel luogo dove l’uomo ci si presenta nel fisico, un vero uomo, perché solo attraverso ciò che contiene di minerale può egli produrre un’impressione in noi. Quando stiamo come spiriti di fronte a un essere spirituale, guardiamo — come qui nell’uomo fisico vediamo l’animalità — nell’uomo spirituale nel mondo spirituale a ciò che in lui, in questo uomo spirituale, versano gli Angeloi, come sentimenti, come pensieri, come anima. Ciò che gli Angeloi vivono è stato organizzato verso il basso fino al corpo umano. Come l’animalità è organizzata verso l’alto nell’uomo, così è organizzata verso il basso, nel mondo spirituale, ciò che percorre gli Angeloi nella vita dell’anima dell’uomo. E come il regno vegetale è organizzato verso l’alto nell’uomo, così è organizzata verso il basso nella forma spirituale dell’uomo ciò che gli Archangeloi versano in lui. E così come il regno minerale nell’uomo sensibile brilla in noi e per questo l’uomo sensibile diventa percettibile per noi, così ciò che ci si presenta come uomo spirituale nel mondo spirituale è un’Immaginazione in sé conclusa per il fatto che gli Archai versano in esso ciò che hanno di forza formatrice, di forza creatrice, formatrice. Come i tre regni della natura qui pervadono l’uomo fisico, così gli Angeloi, gli Archangeloi e gli Archai pervadono lo spirito dell’uomo nel mondo spirituale.
Quando allora l’uomo è passato attraverso la porta della morte, egli — con eccezione dei tempi iniziali — è unito per lunghi periodi al suo corpo astrale e al suo Io. Ma così come l’uomo è lì nel mondo spirituale e conserva dalla terra l’Io e il corpo astrale, così possono inizialmente agire in lui, così che lo rendono appunto percettibile, gli spiriti della forma e quegli spiriti che conosciamo come appartenenti alla gerarchia degli Archai. Come il vero regno minerale rende l’uomo qui visibile e tangibile, così il regno degli Archai e degli spiriti della forma rende l’uomo un essere chiuso nel mondo spirituale. E come il regno vegetale non è più visto qui, ma come è solo intravvisto nell’uomo nel mondo fisico, così è intravvisto nella forma chiusa dell’uomo nel mondo spirituale ciò che le gerarchie versano in lui. Come l’animale nell’uomo non ci si presenta più animalesco, e solo la scienza dello spirito ci attira l’attenzione sul fatto che l’animalità ha un ruolo nell’uomo, così nel mondo spirituale inizialmente non si riconosce nemmeno la parte che rimane nascosta degli Angeloi, che è ancora forte finché l’uomo non ha deposto il corpo eterico. La parte nascosta degli Angeloi rimane, ma viene meno all’espressione quando si vede la forma spirituale dell’uomo nel mondo spirituale. Così il morto ci incontra infatti, quando dopo un certo tempo entriamo in rapporto con lui, così da poter dire: è lui; ma ciò che gli dà la natura chiusa è il modo in cui gli spiriti della forma agiscono in lui. E ciò che può ancora essere fortemente intravvisto in lui sono gli spiriti della personalità. — Così, per così dire, dall’alto, dalle gerarchie, organizzato, il morto ci incontra, come ci incontra il fisico qui, organizzato a fondo dal mondo minerale.
Ora, quando siamo stati abbandonati da un’anima umana, dal fatto che è passata attraverso la porta della morte, allora conserviamo qui nel quadro della nostra coscienza fisica l’immagine di ricordo. Conserviamo in noi tutto ciò che ci è caro nel morto. Questo è un ricordo diverso dai ricordi che abbiamo ordinariamente nella vita esterna. Pensa solo a come sono i nostri altri ricordi. Cosa sono mai? Sono pensieri riguardanti qualcosa che non c’è più, perché proprio per questo sono ricordi. Ciò di cui ci ricordiamo non è lì, non accade nel momento in cui ce ne ricordiamo. Il contenuto delle nostre rappresentazioni di ricordo non è lì, non agisce ora. Quando ci ricordiamo di ciò che è l’essenza di un’anima che ci era cara e che è passata attraverso la porta della morte, allora abbiamo il pensiero di questo morto; ma egli stesso, il morto, è lì, è in presenza immediata, è un vero essere del mondo spirituale. Lì non abbiamo soltanto una rappresentazione di ricordo, lì abbiamo una rappresentazione nell’anima, che sebbene sia anche una rappresentazione di ricordo, corrisponde a un vero essere spirituale. In noi vive la rappresentazione, e là fuori nel mondo spirituale vive il morto. L’essere è lì, e la rappresentazione è lì. In noi dunque, quando guardiamo venerandoli al morto, quando nel fedele ricordo rendiamo presente in noi quello che il morto era per noi, nel nostro stato di veglia conscio sorge l’Immaginazione, l’immagine del morto. È lì. Cosa significa questo? Significa: è presente in un processo vivo attivo nel nostro corpo fisico e nel corpo eterico.
Nel nostro corpo fisico e nel corpo eterico rappresentiamo per l’altra vita, quella non dedicata al ricordo dei cari defunti, quello; rappresentiamo e combiniamo nei nostri pensieri quello che nel mondo fisico è. Quando evochiamo l’immagine, l’immagine di pensiero o di sentimento o l’immagine di sentimento del morto, allora vive per questa immagine in immediata presenza un essere, attraverso il quale guardano, unendo le loro rappresentazioni, angeli e arcangeli. Considera, quando dirigiamo i pensieri, i sentimenti verso i cari morti, là c’è più, molto più di quello che nella normale convivenza ordinaria c’è di rapporti tra il mondo spirituale e il mondo sensibile. Là c’è qualcosa di presente, qualcosa che, voglio dire, non potrebbe nemmeno essere presente. E una domanda si presenta dinanzi al ricercatore spirituale: Cosa significa per i morti il fatto che viviamo nel mondo che hanno abbandonato, nel regno il cui guscio hanno deposto, cosa significa per questi morti che vivono, il fatto che nel nostro stato di veglia conscio, cioè nel corpo fisico e nel corpo eterico, evochiamo quello che ci unisce a loro? Per il ricercatore spirituale sorge questa domanda, una domanda che sembra di natura assai intima, ma che, quando il ricercatore spirituale la risolve, credo che getti molta luce sui misteri della vita.
Perché possiamo porre questa domanda anche diversamente, dal punto di vista della vita immediata stessa, della vita che non è sempre presente, ma che gli uomini comunque cercano nel modo in cui l’ho indicato prima. Poniamo la domanda così: cosa significa veramente per la realtà complessiva, quando in un giorno di ricordo dei morti, nel giorno di Ognissanti o in un altro giorno festivo per i morti, le anime degli uomini che qui sulla terra vivono nei loro gusci corporei vanno alle tombe o nei pensieri si uniscono ai loro morti? Cosa significa quando ci facciamo noi stessi i nostri giorni o le nostre ore di ricordo dei morti? Quando leggiamo loro qualcosa? Quando facciamo qualcosa per unirci a loro e in modo particolare rendiamo vivido ciò che ci unisce durevolmente a loro? Con altre parole ora: cosa significa quando nel nostro stato conscio vigile rendiamo consapevole quello che ci unisce ai morti? — Così questa domanda può anche presentarsi dinanzi alla consapevolezza del ricercatore spirituale.
Allora deve esprimerlo attraverso qualcos’altro, qualcosa che gli nasce dalla ricerca spirituale. Si possono esprimere solo metaforicamente i fatti più importanti del mondo spirituale. Si deve cercare un paragone, quando si vogliono esprimere le cose del mondo spirituale. Perché le nostre parole sono coniate per la vita ordinaria, per il mondo fisico, e così immediatamente con le parole del mondo fisico non possiamo parlare del mondo spirituale se vogliamo esprimere i suoi fatti. Dobbiamo cercare, attraverso il deviamento di un paragone, di suscitare nelle nostre anime quelle rappresentazioni che ci rendano presente quello che vogliamo rappresentarci del mondo spirituale. E il ricercatore spirituale trova qualcosa qui nel mondo fisico, attraverso cui può suscitare una rappresentazione di ciò che è sorto dinanzi a noi come una domanda. Troviamo qui nel mondo fisico qualcosa che, senza che il processo naturale esteriore del mondo sensibile sia disturbato, non potrebbe essere, eppure coloro che desiderano vivere la vita nella sua interezza non vorrebbero farne a meno. Cosa è quello che troviamo qui nel mondo fisico-sensibile, che non appartiene al processo naturale continuo, di cui però non potremmo fare a meno? Bene, quando ci facciamo immagini di quello che c’è e che si riferisce al naturale, immagini artistiche, o quelle create in tempi recenti dalla fotografia esteriore, allora quello che così ci si presenta nelle immagini del mondo fisico-sensibile di esseri che appartengono a questo mondo, è qualcosa che si aggiunge al processo naturale; il processo naturale potrebbe essere anche senza di esse.
Cercate di rappresentarvi bene come la vita viene arricchita dal fatto che ci facciamo immagini di quello che altrimenti è nel processo naturale. Quanto bramiamo di avere l’arte nel nostro mondo oltre al processo naturale. Quanto desideriamo di avere un’immagine di qualcosa che è stato vissuto! Il corso del mondo potrebbe procedere anche senza questo. Un essere rimane quello che è, anche se non abbiamo un’immagine di esso, ma in un certo senso abbiamo bisogno di un’immagine. A questo il ricercatore spirituale è ricondotto quando deve farsi rappresentazioni su quello che i morti hanno dal fatto che i vivi li fanno rivivere nella loro anima.
Quello che è il processo spirituale corrispondente al processo naturale, a cui i morti, gli esseri spirituali, guardano, sarebbe lì, anche se nelle anime degli uomini non rivivessero i cari ricordi. Ma vuoto e deserto sarebbe allora per i morti, per questi esseri spirituali, il processo spirituale continuo, come vuoto sentiremmo noi se avessimo solo il processo naturale intorno a noi e nulla di immaginativo fosse immesso nella vita umana, nel processo naturale.
Veramente, si può trarre il seguente paragone: Quando un caro amico, un caro amico è stato a lungo lontano da voi, voi amorosamente li ricordate e non potete vederli, e ora vi mandano un’immagine, quest’immagine vi è cara. È qualcosa che riempie il vostro cuore di calore, qualcosa che avete bisogno. Come l’immagine deve esservi cara, così i pensieri dei cari morti che nella consapevolezza vigile diurna degli uomini vivono, sono per questi morti quando guardano giù nel mondo che altrimenti vivono solo come un processo spirituale continuo, che però ora sentono pervaso da quello che non potrebbe essere e pur deve essere — in uno o nell’altro senso le parole devono essere prese —, quando sentono il processo spirituale continuo pervaso da quello che brilla verso di loro dalle anime rimaste qui. Perciò si può dire: Quando si va a un cimitero, nella domenica dei morti o nel giorno di Ognissanti, e si vedono lì molti uomini colmi in questo tempo dell’immagine dei loro cari morti, e allora si guarda su nelle anime di coloro di cui ci si ricorda, allora quegli sono i domi, i capolavori d’arte per questi morti. Allora quello che brilla loro dalla terra verso di loro penetra per questi morti il mondo come un magnifico duomo, che ci rivela misteri, che ci illumina il mondo, o come un’immagine che ci è cara e preziosa, che ci rende presente una persona cara. Vuoto e deserto sarebbe per i morti il mondo in cui devono guardare continuamente; dal loro punto di vista sarebbe questo mondo della terra vuoto e deserto, se guardassero giù e nelle anime dei vivi qui sulla terra non salisse loro quello che non può essere, eppure deve essere: i pensieri che uniscono i vivi sulla terra con i vivi spiritualmente, i morti.
Un contrasto profondamente commovente si annuncia a noi qui, tra la vita sulla terra e la vita nello spirito. Noi dobbiamo, per elevare la vita sulla terra, aggiungere a essa quello che non è, nell’immagine alla vita sulla terra per coloro che vivono sulla terra. Una terra priva di ogni immaginario, una semplice terra naturale, come sarebbe vuota, come sarebbe deserta!
E ora ci eleviamo al punto di vista dei morti. Essi percepirebbero il processo spirituale continuo, ma vuoto e deserto sarebbe per loro, così vuoto e deserto come il naturale senza immagini per i bambini della terra, se i ricordi dei morti non fossero vivi, se il fedele ricordo non fosse consapevole negli stati consci di veglia, se entro il processo spirituale continuo non fossero i pensieri che per il mondo spirituale sono come capolavori d’arte, nella misura in cui sono bei pensieri, e non sono intessuti nel processo terrestre, bensì diretti verso coloro che non vivono più nel processo terrestre. E quello che qui sulla terra rende un capolavoro un capolavoro, che ne eleva la bellezza, è proprio qualcosa che è connesso al nostro interiore umano in modo molto minore di quello che i nostri pensieri ai morti sono per il mondo spirituale. Perché anche nel mondo spirituale esiste in questo senso una bellezza, una vera, autentica bellezza. Ma non nasce nella medesima misura dall’esteriorità, come invece qui nel mondo fisico spesso nasce dall’esteriorità nell’immagine. Che i quadri di Raffaello, di Leonardo, di Dürer siano più belli di altri, deriva dal fatto che questi maestri semplicemente potevano più di altri maestri. Che un morto senta un capolavoro d’arte più bello — parlando per analogia — splendere verso di sé dalla terra, deriva dalla profondità dell’interiore, dal sacro sentimento spirituale del ricordo che continuamente coltiviamo per lui. La forza del sentimento per i morti interviene nella nostra vita dell’anima e l’approfondisce nel cospetto dei morti stessi. Questo rende la nostra anima sempre più bella.
Seguite questo pensiero nella vostra stessa anima, miei cari amici, e attraverso questo approfondimento potrete meditare molte cose che vi possono dare illuminazione sul rapporto tra il mondo spirituale e il mondo sensibile e su quel capitolo speciale del mondo spirituale in cui vivono i morti, e il mondo sensibile in cui vivono gli uomini della terra. Costruiremo altre considerazioni, che potranno introdurci in cerchi ulteriori del mondo spirituale, dopo questo primo capitolo che abbiamo elaborato oggi.
Quando ci si accosta al mistero della morte, allora bisogna innanzitutto sempre tener presente — come è stato ancora enfatizzato ieri — che per la caratterizzazione dei mondi spirituali è già necessario trasformare il significato che risiede nelle nostre parole ordinarie, ritagliate per il mondo fisico. Perché il morto, il cosiddetto morto, entra nel mondo spirituale, e come abbiamo già ripetutamente indicato, nel mondo spirituale è fondamentalmente diverso dal mondo fisico.
Non solo secondo le intuizioni della scienza dello spirito, ma già in accordo con la ragione fisica ordinaria si può pensare che all’entrare nel mondo spirituale attraverso la porta della morte il primo per il morto è: il distacco del corpo fisico da ciò che all’interno di questo corpo fisico è la sua altra essenza umana. Questo è naturalmente una verità molto banale. Vogliamo ora oggi, nel senso come è ricercabile per la scienza dello spirito, guardare ai processi che entrano in considerazione nel descrivere la porta della morte e l’ulteriore proseguimento del cammino tra la morte e una nuova nascita, alle esperienze interne del morto.
Per l’uomo che qui rimane nella vita fisica, è così che egli ha la sensazione che quello che è così rinchiuso nel guscio corporeo fisico abbandoni chi rimane, il morto se ne vada in un altro mondo. La percezione che il morto — come detto, secondo quello che è ricercabile per la scienza dello spirito — ha inizialmente è che egli, da parte sua, è abbandonato dagli abitanti della terra e anche dal suo corpo fisico, da ciò che era lo strumento per la sua percezione, il suo pensare e sentire e la sua capacità di volontà tra la nascita e la morte. Coloro che erano intorno a lui, che erano connessi con lui, se ne vanno da lui: questa è la sua prima percezione. Questa percezione è inizialmente connessa ai processi che abbiamo spesso descritto: che la terra stessa in un certo senso se ne vada, così che essa toglie il guscio corporeo fisico a colui che passa attraverso la porta della morte. È proprio come se il morto provasse il sentimento che rimane indietro rispetto a un movimento, che in realtà non ha affatto percepito qui sulla terra, che rimane indietro rispetto al proprio movimento della terra; la terra se ne va da lui e con la terra tutto ciò che lo circondava sulla terra. Ed egli ora è incorporato in un mondo completamente diverso, ma in un mondo attraverso il quale ora percepisce qualcosa che prima gli era completamente nascosto, attraverso il quale percepisce che quello che gli era dato come guscio corporeo è legato alla terra, anche ai movimenti della terra. Così in un certo senso prova il sentimento — anche se è piuttosto impreciso così espresso — che non possa più seguire il cammino che la terra e i suoi spiriti compiono; perciò l’abbandonano. Egli rimane in una certa situazione di maggiore riposo, si incorpora in una certa misura in un mondo più tranquillo.
Su questa percezione di essere abbandonato, in particolare anche dal guscio corporeo fisico, da tutto ciò che si è sperimentato degli uomini, ciò che si è vissuto con gli uomini tra la nascita e la morte, si fonda ora per il morto molto. Il possesso del suo guscio corporeo fisico gli era una cosa ovvia durante la vita sulla terra. Perciò ciò che ora percepisce è qualcosa di completamente nuovo, e vedremo come queste percezioni sono diverse a seconda che si muoia di una cosiddetta morte naturale per malattia o dissoluzione per età o di una morte violenta, per esempio di quella morte che molte migliaia ora devono morire.
Questa percezione di essere abbandonato da ciò che apparteneva ovviamente come proprietà a sé fa sì che qualcosa di completamente nuovo emerga nella vita dell’anima. Significa che qualcosa nella vita dell’anima emerge che non si poteva conoscere finché si era nel corpo. La prima cosa che emerge lì nella vita dell’anima è, voglio dire, il sentimento rovesciato verso la vita. Qui sulla terra si ha il sentimento che la vita ci sia data da fuori, che si viva attraverso le forze vitali che ci sono date dall’esteriore della terra. Ora la terra se ne va per così dire con quello che ci ha dato, e immediatamente attraverso questo abbandono emerge il sentimento che dall’interno sgorghi ora la forza del vivificare. La prima cosa quindi è la percezione dell’auto-vivificarsi. È la transizione verso una certa attività, mentre finora si era rimasti nella passività: tu vivifichi quello che tu ora sei. Tu sei in te stesso. Quello che finora chiamavi mondo se ne è andato da te. Quello in cui ora vivi, sebbene lo riempia completamente, genera in sé la forza del vivificare, si vivifica. — E concretamente è così che sorge quello che io spesso ho chiamato il panorama della vita, la vita fluente in tutto ciò che si è vissuto tra la nascita e la morte. Le immagini di questa vita sorgono davanti all’anima. Sale quasi dal punto in cui si è, come un potente sogno che si auto-genera, tutta l’ultima vita tra la nascita e la morte. Ma il quadro ha bisogno di forza affinché non sia un sogno. Sarebbe come un sogno che scorre via se non si avesse la forza del vivificare attraverso il fatto che si è ottenuta questa consapevolezza: il proprio guscio corporeo si scioglie dallo spirituale-animico. Il sogno si vivifica. Quello che altrimenti sarebbe solo il mondo fluente e scuro dei sogni diventa vivificato dallo stesso punto, diventa mondo vivente, panorama vivente della vita. Si è sé stessi fonte del vivificare per quello che emerge come sogno. Questo è l’immediato vivere dopo la morte. Tutto questo accade mentre l’uomo ancora appena ha la consapevolezza di essersi separato dalla sua consapevolezza precedente, ma piuttosto come se in lui qualcosa si fosse mosso dal centro del suo essere, che si espande e da cui scappa quella vita a cui si era fino a ora passivamente abbandonato. Quello che non si sapeva tra la nascita e la morte: che i pensieri, che altrimenti ondeggiano come un sogno-Io su e giù, vivono, ora lo si sa. E ci si vive ora dal precedente vivere estraneo a questo vivere proprio. Si sperimenta quello che significa che quello che finora era più legato esternamente diventi il Più-Interiore. Quello che finora non era vita ma immagine della vita afferra il rappresentare, il pensare. E mentre ci si trova dentro a questa rappresentazione, gradualmente se ne apre un’altra. Questa è quella che si potrebbe chiamare: un vivere-dentro a un sonar-attraverso del panorama della vita con l’universo. — Ho descritto queste cose già in generale. Bisogna però sempre considerarle più precisamente, affinché si penetrino i misteri del mondo.
Dapprima il più interno sogno-della-vita si vivifica in una certa misura, diviene esso stesso un universo vivente, un cosmo vivente. Allora si riempie per così dire con quello che si può chiamare: La musica delle sfere dell’universo suona attraverso questo sogno-della-vita. Si sperimenta come quello che si era tra la nascita e la morte come una sezione del cosmo, ora venga accolto dal cosmo, come questo si incorpori a quello che ora non è terrestre. Perché il terrestre si è attraversato tra la nascita e la morte. E allora il successivo è che si sente come intimamente il cosmo penetra quello che si era così come sezione. Si ha il sentimento come se una luce interna sorgesse e illuminasse quello che si era. Ma tutto questo scorre e suona per così dire nel panorama della vita. Allora il corpo eterico si separa — perché questi processi accadono tutti finché l’uomo è connesso con il corpo eterico —, e accade quello che si chiama il distacco del corpo eterico.
Ora, questo che si sperimenta lì, questa percezione del panorama della vita, questo spogliarsi del panorama della vita con le sostanze sonanti e luminose del cosmo, è simile all’incorporarsi del corpo fisico nell’essenza umana quando si entra nell’esistenza attraverso la nascita. Come lì per così dire la sostanza umana che ci è data dalla terra si incorpora nell’essenza animica umana, così dopo il passaggio della porta della morte si incorpora il cosmico, l’universale. Questo vivere che è stato descritto è necessario. E quando si segue veramente in modo scientifico-spirituale la vita tra la morte e la nuova nascita, allora si nota quale significato per tutta questa vita tra la morte e una nuova nascita ha questo primo vivere attraverso dopo il passaggio della porta della morte. Qui nella vita fisica terrestre — questo dobbiamo chiarirci completamente, l’ho enfatizzato spesso — abbiamo la nostra coscienza-dell’Io attraverso il fatto che viviamo nel corpo fisico. Enfatizzo esplicitamente: la coscienza-dell’Io, non l’Io. Il nostro Io ci è dato dagli spiriti della forma, è qualcosa di diverso. Ma la nostra coscienza-dell’Io l’abbiamo attraverso il fatto che siamo immersi nel corpo fisico. Questa coscienza-dell’Io nello stato terrestre consapevole dobbiamo chiarircela completamente nella sua essenza. Potete chiarircela al meglio così: Immaginate di muovervi attraverso uno spazio. Dapprima non sentite nulla; ora urtate contro qualcosa. Il mondo esteriore vi urta, ma voi diventate consapevoli di voi stessi. Prendete consapevolezza dell’urto che il mondo esteriore vi dà, voi diventate consapevoli del mondo esteriore, sentite voi stessi che urtate contro il mondo esteriore.
In realtà abbiamo la nostra coscienza-dell’Io nel mondo fisico attraverso il fatto che urtiamo dappertutto contro il mondo esteriore. Naturalmente non solo con il tatto, ma quando apriamo gli occhi, urtiamo anche, cioè, urtiamo contro la luce esterna; quando i suoni giungono al nostro orecchio, diventiamo consapevoli in quanto il nostro udito urta contro i suoni.
Così però diventiamo consapevoli di noi stessi anche attraverso il fatto che ogni mattina usciamo dal mondo spirituale e ci immergiamo nel mondo fisico. Questo immergimento nel nostro corpo fisico, cioè questo scontro del nostro Io e corpo astrale con il corpo eterico e il corpo fisico, produce la nostra coscienza-dell’Io. Perciò di regola l’assenza della coscienza-dell’Io nel mondo dei sogni: perché per la coscienza-dell’Io abbiamo proprio bisogno di questo scontro con il corpo fisico e il corpo eterico.
Per la coscienza chiara, distinta, consapevole abbiamo bisogno di questo scontro. Ora a colui che è passato attraverso la porta della morte è tolto il corpo fisico esteriore. Nella stessa maniera come tra la nascita e la morte, egli non può produrre la coscienza-dell’Io. Dovrebbe percorrere il cammino tra la morte e una nuova nascita senza consapevolezza del suo Io, se questa coscienza-dell’Io non fosse ora generata in un altro modo. Questo altro modo è che tutto quello che ora immediatamente sperimentiamo nel corpo eterico, dopo che abbiamo passato la porta della morte, rimane per tutto il tempo tra la morte e una nuova nascita.
Anche da questo lato l’esperienza nel mondo spirituale tra la morte e una nuova nascita è opposta all’esperienza fisica qui tra la nascita e la morte. Qui nel mondo fisico nel normale stato di consapevolezza nessuno può ricordarsi del momento della sua nascita; il ricordare inizia solo dopo. L’uomo non si ricorda del suo nascere, questo sta per così dire a una distanza temporale maggiore di quella che il cammino del ricordare indietro può percorrere. Quello che invece l’uomo ora sperimenta internamente dall’altro lato della morte, questo rimane per tutta la vita tra la morte e una nuova nascita per l’anima. L’esperienza della morte rimane altrettanto certamente come l’esperienza della nascita scompare quando l’uomo entra nel mondo fisico. Alla sua nascita l’uomo fisico non guarda indietro nel mondo fisico, alla morte guarda indietro durante tutto il tempo tra la morte e una nuova nascita. Questo guardare indietro, questo incontro con l’esperienza della morte, è quello che produce la coscienza-dell’Io tra la morte e una nuova nascita, lo dobbiamo a questo.
La percezione della morte è solo dal lato dell’esperienza fisica, se non altro, qualcosa di terrificante. Solo lì ha orrore e terrore, se la si vede da questo lato. Ma il morto la vede dall’altro lato. E visto da questo lato, sapere veramente non ha nulla di terrificante, che il momento della morte rimanga per così dire per tutta la vita tra la morte e la nuova nascita. Perché anche se è distruzione vista da questo lato fisico della vita, esso è il più splendido, il più grande, il più bello, il più sublime che possa essere continuamente visto dall’altro lato della vita. Lì testimonia continuamente la vittoria dello spirito sulla materia, la forza vitale auto-creatrice dello spirito. In questo sentire della forza vitale auto-creatrice dello spirito la coscienza-dell’Io è presente nei mondi spirituali.
Nei mondi spirituali si ha quindi questa coscienza-dell’Io proprio attraverso il fatto che continuamente ci si auto-genera internamente, che non si fa mai appello a un essere che sussiste, ma sempre ci si auto-genera, e in questo auto-generarsi ci si tocca in una certa misura retroattivamente verso il momento in cui la morte è entrata. Così possiamo anche indicare in qual modo la coscienza-dell’Io, l’autocoscienza tra la morte e la nuova nascita è generata. Questo grande significato della nascita della coscienza-dell’Io ha questa esperienza nel primo tempo dopo la morte. E naturalmente proprio questa prima esperienza è anche diversa a seconda che l’uomo, diciamo, abbia raggiunto un’età più avanzata, allora passi naturalmente attraverso la porta della morte, o forse sia strappato via nel più tenero stato infantile o nel fiore degli anni. E di importanza completamente speciale per quanto riguarda la distinzione in questo ambito è approssimativamente — naturalmente non pedantemente esatto — il trentacinquesimo anno di vita. Quello che ora accade in così innumerevoli modi, che giovani persone nel fiore della loro vita passano attraverso la porta della morte: domani ci sarà mostrato come questo sia ulteriormente modificato dal fatto che la morte arriva loro da fuori. Ma se un uomo passa attraverso la porta della morte giovane, allora la visione di questo panorama della vita descritto con i suoi processi vivificanti è già diversa da quella di quando si passa attraverso la porta della morte dopo il trentacinquesimo anno di vita.
Si può dire più o meno così — anche se naturalmente è difficile trovare le giuste parole per queste circostanze —, qualcuno che muore in giovane età ha il sentimento: l’immagine-sogno della tua vita emerge, tu la vivifichi dal centro della tua vita. Ma nel momento in cui versi le tue proprie forze vivificanti su questo panorama-della-vita, dietro questo panorama-della-vita sta ancora qualcosa come un resto del mondo da cui sei uscito passando attraverso la nascita.
Se un bambino muore, allora il panorama della vita è straordinariamente breve. Se per esempio muore un bambino di sei anni, il panorama della vita è ancora poco ricco di contenuto. Ma per esso sorge per così dire dietro questo quadro, in esso sfumando, da dietro ancora molto di quello che fu vissuto prima della nascita nel mondo spirituale, o come si diceva anche nella lingua tedesca in tempi precedenti — Goethe ha usato l’espressione —, prima di «essere diventati giovani». Un bel modo di dire che ora è andato perduto. E se un bambino muore che non possiede ancora un ricordo retrospettivo, in cui non è ancora giunto il momento fino al quale si ricorda indietro, allora in realtà non ha ancora un tale panorama-della-vita nel quale sente se stesso così immediatamente come l’uomo sente se stesso quando muore più tardi; piuttosto attraverso l’intero panorama-della-vita emerge, solo un po’ modificato, quello che aveva intorno a sé prima della nascita. Si può dire: Questo scorgere certi resti del mondo spirituale che si è vissuto prima della nascita si perde solo per lo sguardo retrospettivo dopo la morte quando si è passato il trentacinquesimo anno di vita.
Uno non deve mai — questo sia detto per inciso — entrare in tentazione, sottolineo esplicitamente, di abbandonarsi al pensiero affatto pericoloso di quale potrebbe essere meglio per un uomo: morire prima del trentacinquesimo anno di vita, o morire dopo il trentacinquesimo anno di vita e vivere quello che descriveremo ancora. Questo pensiero non si deve perseguire, non si deve nutrire, piuttosto si deve considerare: quando si passa attraverso la porta della morte, questo nel senso più rigoroso della parola si deve lasciare interamente e soltanto al karma.
Ma comprendere queste cose, questo è importante. Se si muore dopo il trentacinquesimo anno di vita, allora certamente non c’è la possibilità di scorgere ancora qualcosa del resto della vita spirituale che precede la nascita. Questo è oscurato. Ma il panorama-della-vita nondimeno emerge. Solo si ha il forte sentimento che lo si genera dall’interno, che si filano le proprie trame; ma è vivificato, questo tessuto. In tal modo si distinguono sostanzialmente il morire prima del trentacinquesimo anno e il morire dopo il trentacinquesimo anno per quanto riguarda il panorama-della-vita. Il panorama-della-vita pre-trentacinque-anni ha ancora molte caratteristiche che arrivano da fuori, come da un mondo spirituale, e si oppone a esso solo quello che si ha vissuto. Il panorama-della-vita post-trentacinque-anni è così che da fuori inizialmente incontri più un vuoto, un’oscurità, e a essa opponi quello che ti sei acquisito nella vita. Ma non per questo si accende meno vivacemente. L’esperienza interna è modificata dal fatto che lo si ha una volta come l’avvicinarsi di una Fata Morgana a cui si va incontro, mentre l’altra volta l’uomo porta il suo mondo nel mondo del cosmo. Tutto questo ha grande significato per la vita, come vedremo ancora domani. Questo processo karmico, che ci viene strappato il nostro corpo fisico a una certa età della vita fisica, ha un grande significato per il modo della vita dopo la morte. Ma questo è intimamente connesso con il nostro intero karma. Allora viene il tempo in cui si ha il sentimento: ora sei veramente soltanto fuori, fuori dal terrestre. — Se si parlasse rozzamente si potrebbe dire così: immediatamente al passaggio della porta della morte si ha il sentimento che il corpo terrestre se ne vada da sé. Gli amici, gli uomini con cui si è stati insieme, se ne vanno da sé. Le esperienze che si avevano con loro se ne vanno da sé. Si è per un po’ soli con se stessi, soli con quello che si è vissuto. Naturalmente tutto quello che si è vissuto con gli uomini è lì dentro il sogno-della-vita; lo si vede come quello che gli uomini hanno impresso in sé, però così che si vive attraverso i giorni dentro di sé e si vivifica in sé il sogno-della-vita. Si ha lì l’impressione che anche la terra se ne vada da sé, ma si viva comunque ancora completamente nella stessa sfera in cui la terra si trova, nella sfera che ancora appartiene alla terra. — E lo spogliarsi del corpo eterico lo si vive in realtà così che si ha il sentimento: ora non sei solo fuori dalla terra e dalla sua sostanza, ma anche da quello che è la più immediata circostante della terra, dalla luce; sei anche fuori da quello che sulla terra come densa sostanzialità rende inudibile la musica delle sfere. Tu sei — questa è forse l’ultima impressione, che è molto significativa, che allora rimane —, tu sei fuori dall’abitudine di illuminare in una certa misura te stesso e il tuo ambiente dalla luce esterna. — Noto incidentalmente: i più stupidi sono coloro che credono che se si volasse via dalla terra verso il sole si volerebbe continuamente attraverso la luce. Questo concetto fantastico lo hanno presentemente i fisici materialisti. La convinzione che il sole diffonda la luce nel modo in cui si descrive in fisica, che la luce percorra lo spazio mondiale e cada sulla terra, è una delle peggiori superstizioni. Si nota questo dopo la morte dal fatto che, nella consapevolezza di essersi liberati dal corpo eterico, si fa l’esperienza che solo nella zona che appartiene alla terra c’è ciò che noi abbiamo come luce solare nella vita fisica. Si ha la percezione: ora questa luce non ti disturba più. Ora è la generazione interna della luce che si diffonde in ciò che è intonato. La luce interna può ora agire perché la luce esterna non disturba più quella interna.
E ora con lo spogliarsi del corpo eterico inizia l’entrata in quel mondo che così spesso è chiamato il mondo di Kamaloka. Vogliamo chiamarlo il mondo dell’anima, perché dopo che dapprima è sorta la forza vivificante interna, si sperimenta allora qualcosa come l’intonazione interna di quello che si è, poiché ora si è soli con se stessi. E dopo l’illuminazione interna sorge ora quello che appare come un riscaldamento interno. Qui sulla terra si ha il riscaldamento in quanto si riceve calore da fuori e ci si sente costretti a ciò nel corpo fisico. E ora sorge il riscaldamento interno, e questo riscaldamento è così che ora si sente nuovamente: tu sei ora in grado, nell’elemento in cui vivi, di suscitare in te stesso la sensazione che avevi prima, ma nella forma: il calore agisce su di te. — Questo percorre il panorama-della-vita con calore. Per questo si entra in un elemento completamente nuovo. Si ha il sentimento che il corpo eterico ora ti abbandoni. E questo è precisamente l’entrata nel mondo che con piena consapevolezza nel mio libro «Teosofia» è stato chiamato il mondo dell’ardore-del-desiderio, perché il calore che emerge dall’interno è contemporaneamente desiderio, desiderio che fluisca e si auto-generi, sentimento dell’elemento-della-volontà. E in esso già si miscela ciò che per un certo tempo più lungo rimane con noi: l’esperienza del mondo dell’anima, che ho descritto spesso — possiamo descrivere queste cose solo gradualmente in modo più preciso — come un rivivere della vita. Si procede dall’esperienza della morte indietro verso la nascita. E ora si rivivono tutte quelle cose che qui nella vita fisica si è vissuto dall’altro lato. Ma non si rivivono come si è vissuto qui nel mondo fisico, piuttosto le si vive moralmente. Se, diciamo, in un certo punto tra la nascita e la morte si è arrecato danno a qualcuno, allora al momento si è sentito in sé quello che si era fatto, non però il dolore che l’altro ha provato. Ora si rievoca la stessa cosa, ma non quello che si è vissuto personalmente in rabbia o antipatia, piuttosto come l’altro l’ha vissuto. Si estende il proprio vivere, se posso esprimermi così, sugli effetti dei propri atti, che erano tra la nascita e la morte. Ci si vive dentro tutti gli effetti degli atti.
Questo è in una certa misura il fondamento della vita tra la morte e una nuova nascita, che ci si vive durante l’esperienza nel mondo dell’anima gradualmente dentro a ciò che si è causato tra la nascita e la morte, che ci si immerga gradualmente in questo. Veramente così come gradualmente da piccoli ci si visse dentro alla natura, come si imparò a percepire la natura, a comprendere la natura, così nella vita dopo la morte ci si vive dentro gli effetti dei propri atti, nell’effetto dei propri pensieri e parole, insomma nel mondo intero degli effetti; ci si espande nel mondo degli effetti. Certamente dal fondamento emergono gradualmente esseri spirituali: gli esseri delle gerarchie superiori, gli esseri del mondo elementare. Come qui non viviamo soltanto la natura, ma emergono animali, piante, minerali sul fondamento della natura, così emergono all’interno di questo rivivere, dove ci viviamo dentro gli effetti dei nostri atti — perché questo è veramente allora il fondamento del nostro mondo —, gli esseri spirituali nel mondo spirituale. Ci si incontrano allora, come nel mondo fisico le creature fisiche, tra le entità spirituali dei regni elementari e delle gerarchie superiori le anime che hanno avuto rapporto con noi, le anime che sono già morte prima e sono nel mondo spirituale, o le anime che sono ancora incarnate nel corpo fisico con le quali abbiamo avuto rapporto qui. Con tutto questo si vivifica questo fondamento dell’essere dopo-mortem, questo dissolversi nel mondo dei propri atti.
E lì in un certo senso si percepisce una differenza tra il percepire un’anima che ancora dimora sulla terra e un’anima che è già passata attraverso la porta della morte. Il morto naturalmente sa se ha a che fare con l’una o con l’altra anima. Se ha a che fare con un’anima che ancora dimora nel corpo terrestre, allora il morto ha il sentimento che questa anima gli si avvicini più da fuori, che l’immagine, l’Immaginazione stessa si forma. Con un’anima che appartiene già agli smembrati, c’è un vivere molto più attivo. Lì si ha il sentimento che l’anima ti si avvicini, che però tu devi formare l’immagine per questa anima. Il morto con la sua essenza ti si avvicina, la sua immagine devi formarla tu stesso; il vivo ti porta la sua immagine quando guardi giù a lui.
E ora si rievoca quindi in un certo modo con enfasi morale quello che si può chiamare i propri atti, cioè gli effetti di quello che si è fatto, pensato, voluto. Si sprofonda dentro, ci si vive dentro. E in un modo molto definito si sprofonda, cioè così da avere per esempio l’esperienza: tu hai ferito qualcuno, ora sperimenta quello che l’altro ha esperito attraverso la ferita! — Questo è veramente ora proprio vivere quello che l’altro ha vissuto qui nel mondo fisico. Lo si fa. E nel fare questo, emerge proprio come da necessità interna, elementare, nella consapevolezza la forza: devi far rientrare questo, devi farlo! — È proprio così che si può usare il paragone: una zanzara ti vola contro, tu chiudi gli occhi. Compi un’azione sotto un’impressione. — Dopo la morte sperimenta quello che qualcosa che hai commesso ha causato; allora rispondi a te stesso nel generare la forza di far rientrare, cioè di far rientrare quello che l’altro ha sofferto attraverso la ferita. Cioè nel rivivere questo, rivivendo retrospettivamente nel paese dell’anima, accogli in te la forza, in questo uomo che ha sofferto questo per mezzo tuo, di far sparire di nuovo quella ferita. Con ciò si genera il desiderio di stare insieme a lui nella vita sulla terra per far rientrare di nuovo quello che gli hai fatto. Lì si generano durante questo rivivere tutte le forze verso il karma, verso il karma compensatore. Le si acquisiscono lì.
Così già in questi primi anni o decenni dopo il passaggio attraverso la porta della morte si genera il rivivere del karma. E così vero come nel seme è la forza crescente che solo più tardi nel fiore si manifesta pienamente, così è vero che ora già, nel tempo dopo il passaggio della porta della morte, nel morto esiste la forza come forza radicale, che allora rimane per tutta la vita tra la morte e la nuova nascita, e che nella nuova vita sulla terra o in vite sulla terra successive si manifesta come compensazione karmica di quello che si ha commesso. Così si genera la volontà, che allora diviene volontà inconscia verso il karma.
E ora si può ancora considerare qualcosa di più prossimo, che è importante per la conoscenza di questa immagine della vita tra la morte e una nuova nascita. Si può considerarlo se ancora una volta si getta uno sguardo sulle interazioni tra le condizioni della vita sulla terra qui, che nelle loro manifestazioni esterne ci sono ben note e su cui abbiamo condotto molte considerazioni sul loro mistero interiore, quando guardiamo l’interazione tra la vita conscia vigile e la vita notturna nel sonno.
Vogliamo oggi da un certo punto di vista ancora una volta guardare a questo stare svegli e a questo sonno. Esternamente considerato, il sonno consiste nel fatto che il nostro Io e il corpo astrale sono al di fuori del corpo fisico e del corpo eterico. La vita nel sonno rimane inizialmente, se non è attraversata in un certo modo dalla vita sognante, inconscia, ma questo non significa inattività. Al contrario, questa vita nel sonno è una vita animica interiormente molto più attiva — anche se rimane inconscia durante la normale vita sulla terra — della vita animica conscia. La vita conscia è solo così intensa perché l’attività dell’Io e del corpo astrale incontra una resistenza nel corpo eterico e nel corpo fisico, e in questo reciproco scontro dell’Io e del corpo astrale da un lato e del corpo fisico e del corpo eterico dall’altro qualcosa si sviluppa come continui urti e contraccolpi. Questo è quello che ci appare come la vita conscia diurna, mentre durante la normale vita sulla terra non siamo ancora in grado di portare alla consapevolezza la continua, ma intensiva attività della vita notturna. Questo non urta al corpo fisico e al corpo eterico, quindi non diviene consapevole. Ma in sé la vita diurna è più debole; diviene consapevole solo attraverso il fatto che continuamente urta contro il corpo eterico e il corpo fisico. Questo urtare si percepisce, mentre l’attività più intensiva della vita notturna va verso l’indeterminato, non può urtare contro nulla e rimane quindi inconscia.
Ma di cosa si occupa l’uomo durante questa vita notturna? Quando nel normale vivere si presentano sogni, questi sogni non sono l’effettiva attività durante la vita notturna, ma sono in realtà una figurazione dell’attività attraverso i ricordi della vita ordinaria. Le immagini della vita sognante sorgono dal fatto che la vita stende il suo tappeto sull’effettiva attività interna; e attraverso ciò si percepiscono molte cose nella vita sognante. Lì l’Io e il corpo astrale sono in un’attività vivente; quando questa si tocca con il corpo eterico e l’uomo urta al corpo eterico, allora sorge il sogno. Ma il sogno usa dal corpo eterico i ricordi di vita fisica per rendere visibile l’attività invisibile che rimane dell’Io e del corpo astrale. Si può quindi penetrare il sogno solo quando si prendono queste immagini riguardo al loro corso caratteriale, quando cioè si impara a comprendere queste immagini. I sogni devono essere letti dapprima nel modo giusto, deve venire il giusto metodo di interpretazione. Allora certamente indicano in questa realtà dalla massima importanza, che viene eseguita dall’Io e dal corpo astrale nel sonno. Questa attività, quindi, che qui l’uomo esegue, si rivela allora alla seria e dignitosa ricerca spirituale.
In che cosa consiste allora questa attività dal cadere nel sonno al risveglio? Consiste nel fatto che, in modo molto più intensivo interiormente, si rievocano ancora una volta gli eventi del giorno, che in una certa misura si diviene giudice di se stessi degli eventi del giorno. Detto trivialmente, ma profondamente vero: nella normale consapevolezza si vive il giorno, si lasciano fluire gli eventi che attorno a sé si svolgono. Ma la notte invece si prendono ioicamente e nel corpo astrale — ioicamente e animicamente — gli eventi del giorno molto più seriamente, molto più significativamente. Li si pesa, li si prova riguardo al loro valore mondiale. Ci si occupa di quale significato abbiano nell’intero contesto mondiale. Un’immensa solidità interiore di considerazione della vita è versata sull’attività dal cadere nel sonno al risveglio; solo rimane inconscia nella vita normale. Tutto questo che l’uomo come un nuovo rivivere della vita del giorno ogni notte vive ha grande importanza come preparazione per la vita dopo il passaggio della porta della morte.
Considerate un po’ con i mezzi della considerazione ordinaria fisica questa vita continua tra la nascita e la morte. Naturalmente si dice che ci si ricordi fino a un certo punto indietro in questa vita. In realtà non ci si ricorda di tutta la vita indietro, piuttosto ci si ricorda alla sera di quello che dal mattino accade. Allora il ricordare si interrompe. Allora viene ancora il giorno precedente, allora ancora la notte, di cui non ci si ricorda. Così ci si ricorda indietro, ma è in una certa misura anello su anello, un anello bianco e uno nero. Della notte non ci si ricorda nella vita tra la nascita e la morte. La particolarità è ora che ci si ricorda proprio in questo tempo, nel quale si vive nel paese dell’anima, del modo in cui ora nelle notti, notte dopo notte tornando indietro, si sono rievocati gli eventi del giorno. Qui nella vita fisica ci si ricorda dei propri giorni; nel paese dell’anima ci si ricorda della stessa cosa, ma ci si ricorda come si è operato e rievocato i giorni nelle notti. Si percorrono le proprie notti indietro. Attraverso questo si guarda dentro nel modo intero dell’esperienza nel paese dell’anima.
Se vi chiarite questo nel dettaglio, è così: avete incontrato un uomo in un giorno determinato della vita, avete con lui vissuto questo o quello. Non lo vivete soltanto con lui il giorno, ma anche la notte ancora una volta, anche nelle notti seguenti; allora è una specie di reminiscenza. Lo vivete internamente nell’Io e nel corpo astrale. Tutto quello che qui avete vissuto nella consapevolezza diurna, lo rivivete ancora nel cosciente notturno. E così come l’avete vissuto nel cosciente notturno, così vi dà il mezzo per come ve lo presentate nel mondo dell’anima. Rievocate le vostre notti indietro. Questa è una verità della ricerca spirituale molto significativa, e si può attraverso una tal cosa sempre di nuovo commemorare il fatto che la ricerca nello spirituale non è come molti credono. Molti credono che quando una volta si è entrati nel mondo spirituale, allora il ricercatore spirituale improvvisamente conosce il mondo spirituale intero e sa di tutto. Questa convinzione è altrettanto ingenua quanto è ingenuo credere che chi ha percorso una parte della terra conosca la terra intera. Conosce pezzi della terra molto bene, ma di altri pezzi della terra non sa niente. Ugualmente uno che conosce il mondo spirituale in un punto non ha bisogno di sapere tutto del mondo spirituale. Questo è oggetto di una lenta ricerca. Perciò è così difficile parlare della scienza dello spirito, perché si incontra continuamente questo pregiudizio. Quando si tengono conferenze di scienza dello spirito, allora le persone esigono nella risposta alle domande che si dia informazione su tutte le cose. Tali domande devono essere valutate così come se qualcuno per esempio avesse conosciuto un certo numero di minerali, di piante, e gli si facessero allora domande sui misteri del mondo animale e si dicesse: ha imparato l’uno, quindi deve conoscere anche l’altro!
È proprio così che tutti i dettagli del mondo spirituale devono essere conquistati faticosamente. E soprattutto bisogna saper aspettare finché una cosa o l’altra si presenta. Ora avete potuto vedere che nella mia «Scienza occulta» e «Teosofia» ho parlato della durata approssimata della cosiddetta vita in Kamaloka, della vita nel mondo dell’anima. Da un certo punto di vista certamente si può dirla proprio così come è stato fatto lì. Ma allora il ricercatore spirituale viene in una certa connessione che si può veramente comparare con il viaggiare per terre. Si va da un luogo all’altro, e così si va qui da un ambito all’altro. Così il ricercatore spirituale può venire a un altro punto di vista; e da questo punto di vista la risposta alla domanda: «Che cosa si fa nell’attività dell’Io e del corpo astrale la notte?» — è la risposta: le esperienze della notte possono essere considerate un ulteriore lavoro dei giorni. — La domanda può sorgere: come si presenta la vita nel mondo dell’anima se si sa che le notti vengono rievocate nel mondo dell’anima? — Ho indicato che la vita nel mondo dell’anima comprende approssimativamente un terzo dell’ultima vita sulla terra. Se si rievocano le notti, quanto tempo durerà la vita nel mondo dell’anima? Bene, si dorme approssimativamente un terzo della propria vita qui sulla terra; alcuni se ne dormono più, altri meno, ma approssimativamente un terzo della vita sulla terra si dorme.
Così sono le impressioni enormemente significative che si possono avere riguardo alla verità della scienza dello spirito. Perché così è nella scienza dello spirito: lì si riceve una volta una cosa da un certo punto di vista, dal quale si guarda dentro al mondo spirituale. Una verità si rivela. Uno potrebbe dubitarne, questa verità. Ora si va da un altro punto di vista e si giunge alla stessa verità, come è avvenuto ora con il rivivere delle notti. Questo produce la conferma. Questo è un criterio importante, questo accordo interiore. E questo lo troverete ovunque nella scienza dello spirito dove è condotta seriamente e dignitosamente: che dai vari punti di vista si ricerca la stessa cosa, e che la stessa verità risulta da questi differenti punti di vista. Quando gli uomini una volta sentono quale valore di verità risiede in questo modo di accostarsi alla verità spirituale e di trovare questa verità spirituale, allora sentiranno anche quanto infinitamente più vero è quello che su questo campo può essere ricercato che tutto ciò che può essere ricercato nel mondo fisico.
Questo è l’essenziale, l’importante, che abbiamo qui nella vita fisica terrestre un ricordo per quello che nella consapevolezza diurna conscia è stato sperimentato, e che nel tempo in cui percorriamo il mondo dell’anima, abbiamo una capacità di ricordanza per quello che nelle notti continua a essere rielaborato sulla base di quello che la consapevolezza diurna ha vissuto.
Affinché possiamo accostarci fruttuosamente alle significative verità che domani avremo ancora da esporre, vogliamo richiamare alla memoria qualcosa che ho anche qui menzionato in un altro contesto riguardante i grandi eventi del nostro tempo: quando l’uomo passa attraverso la porta della morte in modo tale che la sua vita sia per così dire strappata da fuori, del tutto quando muore in giovane età, allora dopo che è passato attraverso la porta della morte, dopo breve tempo avviene anche la separazione dal corpo eterico. Ma questo corpo eterico avrebbe in sé la forza di provvedere il resto della vita ancora con forze vitali esterne. Normalmente l’uomo acquista dalle forze del corpo eterico quello che può fornirgli forze vitali fino alla vecchia età. Se ora la vita si interrompe, allora comunque rimangono queste forze. Nel corpo eterico deposto sono presenti anche queste forze. E come nel mondo fisico non va perduto nulla di forze, ma è soltanto trasformato, così nemmeno queste forze vanno perdute, ma rimangono presenti. Applicatelo concretamente, allora vi direte: quando l’uomo muore in giovane età, nel fiorente vigore, lascia al mondo quello che aveva ancora di forze di vita eterico, che lui stesso avrebbe potuto consumare. — Immaginatevelo ancora più concretamente. Supponiamo un uomo che, diciamo, nel venticinquesimo anno di vita è stato colpito da una pallottola: egli lascia al mondo in forze di etere vitale quello che avrebbe potuto consumare dal ventiseiesimo anno in poi per il resto di una lunga vita. Questo rimane, è un dono che il morto lascia all’atmosfera spirituale di vita in cui siamo. Rimaniamo da queste forze circondati. E in queste forze ci sono gli atteggiamenti sacrificali con cui colui che così ha finito ha attraversato le sue forze eteriche. Questo rimane. E i posteri non sanno affatto come vivono veramente nelle forze lasciate così dagli antenati, come sono circondati da quelle, e come la nostra aria spirituale di vita ne è saturata. Non prestano attenzione a quello che rimane da coloro che se ne sono andati in un tempo dove in uno spazio di tempo relativamente breve così tanti corpi eterici ancora ricchi di vita sono consegnati all’atmosfera spirituale della terra. — Da qui continueremo a parlare domani.
Vogliamo solo volgere lo sguardo a quello che ci si rivela da tali profonde connessioni, attraverso cui possiamo guardare nel mondo spirituale, e non più solo in modo astratto, banale, vedere confusamente nello spirito nel mondo sensibile, piuttosto vedere in esso concretamente lo spirituale essenzialmente. Vi vediamo — accanto a quello che del destino si svolge negli uomini che sono passati attraverso la porta della morte — esseri delle gerarchie superiori, esseri del mondo elementare. Ma vediamo anche quello che rimane interiormente connesso alla terra: quello che è rimasto nei corpi eterici. Diventerà efficace in modo concreto quello che coloro che trovano la morte nei grandi campi degli eventi lasciano ancora ai figli della terra di forze eteriche non consumate. Questo si unirà con quello che a questi germi viene opposto come comprensione per il futuro da parte dei figli della terra. E guardando a questo, diciamo quello che abbiamo detto spesso già alla fine della nostra considerazione:
Dal coraggio dei combattenti, Dal sangue delle battaglie, Dal dolore degli abbandonati, Dai sacrifici del popolo Nascerà frutto spirituale — Dirigano le anime consapevolmente-spiritualmente Il loro senso nel regno dello spirito.
Questa sera vogliamo impiegare il tempo per formulare alcune considerazioni sul collaborare reciproco del mondo spirituale e di quello fisico. Questo è stato già oggetto di altre considerazioni in questi giorni. La cosa principale che importa sarà di sviluppare ulteriormente il tema che abbiamo iniziato. Desidero però partire da una considerazione più generale, che ci mostrerà come nel più astratto, nel più generale, si possa pensare e abbracciare con un semplice pensiero il collaborare reciproco dello spirituale e del fisico, del sovraterreno e del terreno. E da questa considerazione più generale passeremo poi a ciò che importa: al rapporto tra l’uomo disincarnato, l’uomo che ha passato la porta della morte, e coloro che sono incarnati in questa vita terrena.
Consideriamo dunque una volta la nostra Terra come il teatro di quello che per i nostri sensi si esprime innanzi tutto. Voglio cominciare in modo del tutto ipotetico, voglio lanciare pensieri, rappresentazioni che per il momento sono pensati semplicemente, pensati soltanto, oppure almeno così appaiono. Supponiamo una volta che l’intera estensione di ciò che la nostra Terra possiede in forze, da un certo punto di vista, fosse come concentrata, come compressa in una piccola, per così dire, immagine della Terra. Presupponiamo dunque che avessimo in certo senso una piccola Terra, un piccolo corpo minuscolo, che però contenesse in piccolo ciò che la Terra racchiude in grande in certe forze. Rappresentiamoci questo schematicamente. Pensiamo cioè che abbiamo una piccola Terra, vale a dire un piccolo corpo minuscolo, che contenesse in sé quelle condizioni di forza che altrimenti nel grande corpo della Terra, possiamo dire, sono distribuite. Immaginiamo che questo piccolo corpo terreno sia in qualche modo in connessione con la Terra.
Ora, se vogliamo rappresentarci correttamente la Terra, non dobbiamo pensarla come un essere qualsiasi inerte, così come si rappresenta ad esempio al geologo, al mineralogo, che si rappresenta questa Terra soltanto come un essere inerte. Perché se la Terra fosse soltanto minerale, così come se la rappresenta il geologo, non potrebbe mai ospitare piante, animali, esseri umani su di sé. Certamente il geologo ha ragione nel distinguere ciò che è morto, ma dovrebbe essere consapevole che in questo modo ha soltanto una sezione dell’esistenza terrestre. Se però ci rappresentiamo questa Terra come un essere vivente, allora dobbiamo rappresentarcela anche nella vita in modo tale che il corso vivente nel tempo appartenga all’essere della Terra. Così che questa Terra in inverno — abbiamo spesso discusso di questo — si trovi in uno stato completamente diverso che in estate, così come l’uomo nel sonno si trova in uno stato diverso da quello della veglia. Non dobbiamo rappresentarci che l’inverno e l’estate semplicemente scorrano sulla Terra, bensì che essi sono qualcosa che afferra lo stato della Terra, l’essere vivente, così come afferra noi gli stati di veglia e sonno. Quindi questo decorso temporale appartiene all’esistenza terrestre se consideriamo questa esistenza come un essere vivente. Con questo però diciamo simultaneamente che ogni essere che è in connessione con questa Terra — e dunque anche questa piccola Terra di cui qui parliamo — si trova con la grande Terra in questo stato mutevole, lo subisce.
Che cosa significa ora questo mutamento di stati per la nostra Terra? Diciamo ad esempio che giunge la primavera. Quando giunge la primavera, significa che il Sole nella sua azione verso la Terra entra in un rapporto completamente diverso da quello che esiste durante l’inverno. Potremmo anche dire: quando giunge la primavera, la Terra viene afferrata dalle azioni del Sole. Se durante l’inverno la nostra piccola Terra era in un certo senso affidata a se stessa insieme alla grande Terra, il Sole non si occupava della nostra piccola Terra, ora le azioni del Sole, quello che è fuori della nostra Terra, afferra anche la nostra piccola Terra. La somma di forze che è nella piccola Terra viene strappata dalla Terra. La nostra piccola Terra non è più, per così dire, affidata soltanto alla Terra; viene presa in considerazione dal Sole, viene strappata dalla Terra. Sì, quando la nostra piccola Terra viene così strappata dalla Terra, allora forze diverse dalle semplici forze terrestri agiscono nella nostra piccola Terra, allora le forze esterne si comunicano alla nostra piccola Terra.
Ora dobbiamo rappresentarci questa piccola Terra rivestita di materia. Che cosa sia la materia non importa ora. Da autunno a primavera questa piccola Terra è così sola, può dispiegare in se stessa le sue forze. Allora però viene il Sole, che strappa via le forze, così che sotto l’influsso dell’azione solare ciò che prima era rinchiuso nella nostra piccola Terra viene ora nei circoli di azione extraterreni. Viene strappato e viene nei circoli di azione extraterreni. Ciò che era compresso può espandersi e acquista un rapporto anche con lo spazio cosmico circostante sotto l’influsso dell’azione solare.
Ora dopo un certo tempo, verso l’autunno, le azioni solari cessano di nuovo. Allora questo dispiegamento non può avere luogo, allora le forze dell’azione solare si ritirano di nuovo dalle forze dell’azione terrestre, vale a dire, questa composizione di forze si ristabilisce. Raccoglie la materia insieme: la Terra afferra per così dire di nuovo ciò che per un certo tempo aveva dovuto cedere al Sole. Le azioni solari rimangono assenti per un po’, viene l’inverno. Se questo fosse lasciato alla Terra, una piccola Terra nella grande Terra prenderebbe il Sole completamente in suo possesso. Durante tutto l’inverno il sistema delle forze terrestri deve essere attivo dentro. Altrimenti il Sole prenderebbe completamente in suo possesso questa piccola Terra. Deve essere provveduto perché il Sole, quando di nuovo appare, possa afferrare questa piccola Terra; altrimenti diventa semplicemente una pallina divorata dalla grande Terra. Deve manifestarsi una forza perché il Sole, quando viene, possa raggiungerla ancora. Ma per questo deve essere provveduto.
Se la Terra ha la sua propria forza soltanto in ciò che è dentro (viene disegnato), allora è appunto una piccola Terra. Il Sole si è ritirato, adesso questa piccola Terra è sola con la grande Terra. Se il Sole tornasse, che cosa dovrebbe fare con ciò che è diventato soltanto Terra? In realtà il Sole deve poter intervenire di nuovo — qui non c’è differenza se il Sole gira intorno alla Terra o la Terra intorno al Sole — il Sole, quando si trova in un nuovo rapporto con la Terra, deve poter intervenire. Potete rappresentarvelo più o meno così: immaginate un uomo che si ferma saldamente e impiega tutte le sue forze per rimanere fermo. Voi venite da un lato e volete spingerlo oltre. Se ha abbastanza indurimento della forza di stare fermo, non lo porterete oltre. Ma se comincia a muoversi, allora potrete intervenire nella sua direzione di movimento. Supponiamo che ci fosse una forza che avesse il movimento circolare del Sole, rispettivamente della Terra stessa, come una forza interna di spinta; supponiamo che alla piccola Terra venisse comunicata questa forza di spinta del Sole: allora il Sole potrebbe di nuovo intervenire in questo movimento che ha impartito. In tal modo potrebbe di nuovo strappare alla piccola Terra le semplici forze terrestri, e il processo potrebbe svolgersi come descritto. Avremmo cioè, in altre parole, verso la primavera una piccola Terra, in cui il Sole interviene per mezzo degli impulsi di movimento che ha già impartito nell’autunno precedente. Il Sole interviene, strappa alla piccola Terra le semplici forze terrestri, dispiega nelle condizioni appropriate dell’azione solare in grande ciò che è limitato soltanto alla piccola Terra. Le forze devono contrarsi, e alla piccola pallina terrestre deve essere conferita la forza di spinta del Sole. Voi già intuite di che si tratta: ho descritto in modo schematico ciò che accade durante la crescita delle piante, del dispiegamento delle piante in foglie, fiori e frutti. Vi ho descritto qui la collaborazione dell’impulso solare: è la fecondazione; il seme è fecondato e rimane così fino all’anno prossimo, quando di nuovo viene afferrato dal Sole. Il piccolo granello che effettua la fecondazione nella pianta è l’essere in cui per mezzo della maturazione solare è posta la possibilità di comunicare questa forza di spinta alla parte terrena.
Vedete, qui abbiamo un’interazione vivente tra il terreno e ciò che spazialmente è extraterreno. Non possiamo rappresentarci che la crescita della pianta continui a prosperare senza che il Sole le lasci un’immagine della sua forza di spinta, in cui possa intervenire di nuovo l’anno prossimo. In altre parole: quando consideriamo la pianta, non consideriamo veramente soltanto qualcosa che è connesso all’azione terrestre, bensì vediamo in tutto il ciclo del processo vegetale un’interazione tra Sole e Terra. Entrano in considerazione ancora altri stati planetari; vogliamo però per ora astenerci da questo, vogliamo cogliere il significato dell’intero processo. Vogliamo renderci consapevoli di come ciò che vediamo sulla Terra non sia soltanto un prodotto terrestre, bensì come sia anche un prodotto solare. Il fatto che la conoscenza umana abitualmente si limita a ciò che sulla Terra avviene dentro e fuori, impedisce che si giunga a una vera visione, a una vera conoscenza delle cose. Perché soltanto con le semplici forze terrestri si formano soltanto i nostri minerali. Nel momento in cui andiamo oltre il soltanto minerale verso il vegetale, dobbiamo dire che nel terrestre stesso non stanno più le forze che formano le cose.
I materialisti sperano sempre di creare una volta il seme di pianta proprio come qualsiasi altra composizione chimica nel laboratorio. Non si tratta di questo creare nell’opposizione al materialismo, ma del fatto che, mentre avanziamo dal minerale alla pianta, dal prodotto chimico al vivente, il creare può avvenire soltanto per mezzo di un processo sovraterreno. E prima che riuscirà a eseguire questo ideale del materialismo, a produrre il seme di pianta così come produce i prodotti minerali, le sostanze chimiche, i materialisti dovranno imparare — se mi posso esprimere grottescamente — a credere all’astrologia, a credere che un processo che essi vogliono effettuare debbano porlo sotto l’influsso delle azioni stellari. Dovranno esistere laboratori che lavorino in modo tale da lavorare con il corso dell’anno, e debbano considerare altrettanto le costellazioni dei corpi celesti come viene considerato nella natura fuori dal laboratorio. Ci si deve elevare dalla Terra quando ci si eleva dal morto al vivente. Perché deve collaborare alla nascita del vivente l’elemento eterico-corporale. Questo però non dipende mai dal soltanto terrestre, ma da ciò che è diffuso nel mondo intero fuori. Ciò che è soltanto fisico, l’abbracciamo quando abbracciamo il nostro terrestre; dal punto di vista terrestre abbracciamo il fisico quando abbracciamo il terrestre. Ciò che per la nostra Terra è eterico è ancora sempre esposto all’intero universo.
Se continuiamo oltre verso l’astrale, allora arriviamo a un elemento che non è affatto più esposto al visibile. E se dovessi sviluppare per voi il processo animale come ho sviluppato quello della pianta attraverso uno schema, avrebbe un aspetto più complicato; ma vedreste che al terrestre non interviene soltanto l’extraterreno e ancora il visibile nel mondo stellare, ma che interviene completamente il soprasensibile, che non è nemmeno concluso nel mondo stellare. Si deve uscire dal regno del visibile.
Volevo fare una tale considerazione davanti a voi affinché vi procuriate un’intuizione di ciò che è veramente profondamente misterioso in ciò che accade anche nella quotidianità, nella crescita quotidiana delle piante, affinché abbiate un’intuizione di come nei granelli fecondanti del fiore della pianta, che sono distribuiti circolarmente o diversamente intorno all’ovario, importa essenzialmente che in essi siano contenute azioni extraterrestri, e come nel seme stesso importa che esso è fondamentalmente un’immagine di tutta l’azione terrestre, che è una piccola Terra. L’interazione che accade nel fiore della pianta attraverso la fecondazione è un’immagine del processo che si svolge tra la Terra e l’intero mondo stellare dello spazio circostante.
Siamo infatti fondamentalmente circondati di misteri ovunque, e la conoscenza e lo sforzo conoscitivo spingono sempre alla più profonda umiltà. Perché pensate quanto sia lontana la strada dall’intuizione di una tale cosa in generale fino all’intuizione concreta dei dettagli di tutto ciò che come manto vegetale copre la Terra. Il campo della conoscenza si apre veramente come un infinito. Stiamo per così dire in ogni punto della nostra esistenza di fronte all’infinito. E appartiene al giusto atteggiamento che l’uomo deve sviluppare verso il mondo, avere un senso per il fatto che ovunque in realtà si guarda dentro un’esistenza infinita. Per questo sentiamo però anche un certo legame tra la singola esistenza umana finita e l’infinito, il mondo intero. E questo atteggiamento dovrebbe diffondersi veramente su tutto il singolo che la scienza dello spirito ci può portare, perché senza questo atteggiamento reverente verso l’infinito non si può in realtà afferrare nulla con il giusto sentimento nella scienza dello spirito. Ci si deve talvolta rinnovare tale atteggiamento in se stessi, affinché si smetta di considerare la conoscenza come qualcosa che è cercato di lato, come qualcosa che accade nella vita, mentre in realtà deve appartenere al più sacro spirituale che interviene nella nostra vita.
Se ci abbandoniamo a tali atteggiamenti, allora accoglieremo anche quello che nel nostro presente dalle fonti della scienza dello spirito viene per il necessario progresso dal nostro presente nel futuro con la giusta disposizione. E quando ci si è sviluppata tale disposizione, allora questa disposizione è qualcosa di attivo nella nostra anima. Non è veramente soltanto qualcosa di astratto, ma afferra la nostra anima, la riscalda, l’illumina. E per questo soltanto il giusto può scaturire dalla scienza dello spirito, che la nostra anima diventi in certo senso un’altra per il fatto che così sia completamente sentito ciò che può essere ricercato per mezzo della scienza dello spirito. Se portiamo tale atteggiamento nella nostra anima, allora soltanto nel modo giusto i misteri ci si svelano, su ciò che altrimenti nella vita ci scorre accanto, senza che noi nel modo giusto possiamo porci verso di esso.
C’è veramente una connessione interiore dell’anima tra le considerazioni generali che ho formulato ora e ciò che io voglio dire ulteriormente in relazione alla vita umana. Si può, se si volge lo sguardo alla pianta, se la si vede germogliare dalla Terra, disporre l’anima in modo tale che essa abbia il sentimento: ciò che germoglia come verde ha la sua origine da un essere così complicato, dal seme, che questo piccolo essere — da certi punti di vista — è un’immagine di tutta la Terra, che in ciò che vedo germogliare dalla foglia al fiore, dal fiore al frutto, collabora tutto l’universo. Quando mi guardo una foglia verde di pianta sullo stelo, divento consapevole: in questa foglia, come si inserisce, come è verde, è giocato dall’azione solare ciò che prima era rinchiuso nella piccola Terra, che era stato strappato alla Terra finché le azioni solari non l’hanno afferrato. Allora le azioni solari lasciano indietro i loro impulsi vibrazionali, dopo che hanno reso impossibile che ciò che era nella piccola Terra si espanda, quando deve contrarsi di nuovo. Vediamo in certo senso nella pianta germinante, nel dispiegamento della pianta, un’immagine di certi effetti del grande cosmo intero. Dobbiamo considerare ciò che si presenta ai nostri sensi, in questo modo, come qualcosa che ci svela in ogni punto misteri che pervadono e tessono il cosmo intero.
Così però anche la vita umana stessa è in connessione con il cosmo intero e ora anche con ciò che dei corpi e dei processi visibili da fuori della Terra ci sta di fronte. Però ci diviene particolarmente significativo ciò che appare nei processi terrestri quando, voglio dire, consideriamo le deviazioni da ciò che abbiamo imparato come la normale vita terrestre, la normale vita umana. È vero che vediamo continuamente molte più deviazioni che normalità nella vita, ma il conoscere ordinario, che si limita al mondo sensibile, non si lascia coinvolgere da queste deviazioni, potremmo dire, non si lascia coinvolgere dal significato di queste deviazioni. Viviamo in un tempo in cui ci si mostrano compresse molte deviazioni che simultaneamente sono vere questioni enigmatiche. Non vediamo in questo tempo di una pesante prova per l’umanità numerosi nostri fratelli umani passare precocemente per la porta della morte? Li vediamo passare per la porta della morte in modo tale che non passano attraverso alcuna malattia, cioè attraverso qualcosa che è nel loro organismo, ma li vediamo passare violentemente per questa porta della morte. Perché è una cosa diversa che un’anima umana passi per la porta della morte così che muoia per una malattia in giovane età o che il suo organismo venga colpito da una pallottola, o in qualche altro modo violentemente venga portato via dalla parte spirituale-dell’anima. Ma ho già ieri parlato di questo: ciò che accade qui tra la nascita e la morte è tutto significativo nella connessione complessiva della vita; dobbiamo accoglierlo come connessioni di karma, dobbiamo inserirci nel karma come è dato. Ma è significativo ciò che accade.
Consideriamo una volta il caso che l’organismo fisico venga portato via dalla parte spirituale-dell’anima per mezzo di una pallottola in età relativamente giovanile. Di fronte a ciò che abbiamo imparato — che l’uomo consuma il suo organismo da se stesso — è un’anomalia. È quindi una doppia questione enigmatica. Se già la morte sola per l’intuizione immediata è un enigma, che appunto per mezzo della scienza dello spirito si rivela, una doppia domanda enigmatica emerge quando il corso della vita non è tale che per processi organici interiori l’organismo venga portato via dalla parte spirituale-psichica, ma quando questo accade per mezzo di una pallottola.
Verso l’universo, il cosmo, una disposizione interiore deve introdursi nell’anima, che si produce per mezzo di considerazioni così semplici, che però, comprese con tutta la profondità, ci afferra con una connessione interiore di atteggiamento verso i misteri dell’universo. E allora, quando l’anima è così afferrata, allora ci accostiamo all’evento che ho appena indicato con il giusto atteggiamento reverente e dignità e con la dovuta serietà: che in modo violento alla parte spirituale-psichica umana viene portato via il corpo fisico. E allora questa domanda si presenta come una questione enigmatica davanti alla nostra anima. Perché come tale domanda si presenta, dipende se si può contribuire in qualche modo alla sua soluzione. Se un uomo ha appena consumato un banchetto e poi si è riposato e ora si siede al suo lavoro spirituale, allora non risolverà la profonda domanda enigmatica, allora non troverà l’atteggiamento su cui conta. Ma se si accosta alla domanda enigmatica e la sua anima è completamente impregnata dal giusto atteggiamento verso l’universo, allora i misteri possono svelarsi.
Se il ricercatore spirituale con tale atteggiamento dell’anima si pone davanti all’enigma della morte, che così ci si presenta, che in modo violento viene portato via il corpo fisico alla parte spirituale-psichica, allora sorge nell’anima molto di ciò che può contribuire alla soluzione dell’enigma. Allora si ricevono le giuste impressioni di cui si ha bisogno per chiarire una tale cosa. Non da ogni disposizione dell’anima possono scaturire queste impressioni, ma soltanto dalla giusta disposizione dell’anima. Affinché abbiate ciò interiormente visibile davanti a voi, ho scelto proprio questa strada che ho scelto oggi, mostrando a voi in certo senso come al ricercatore spirituale si pone un tale compito davanti all’anima. Al ricercatore spirituale si presenta quindi, se è così disposto, la questione enigmatica indicata davanti all’anima. Ma allora sorge qualcosa di completamente diverso: come diversamente il pensiero sta accanto al pensiero, così si presenta allora ordinatamente un’impressione davanti all’anima, accanto alla domanda. E allora può presentarsi, quando si è sentito questo enigma, l’enigma della morte, allora si può sentire come qualcosa che gli appartiene l’altra domanda: sì, come in realtà gli uomini — a seconda della loro particolare natura — prendono la vita? — E allora nascono per uno molti pensieri, pensieri che io voglio ora dispiegare davanti alla vostra anima.
Proprio nel nostro presente ciclo di epoche, gli uomini lasciano valere soltanto come verità ciò che non è un «semplice pensiero». Il pensiero per loro non è veramente nulla di reale. E possono avere ragione dal loro punto di vista, ma è appunto una certa disposizione dell’anima. Ciò che è reale deve già avvicinarsi all’uomo in modo più rozzo di un semplice pensiero, molto, molto rozzo. Un semplice pensiero è appunto — un semplice pensiero! Ma ciò che viene designato come essere, non deve essere soltanto un semplice pensiero per gli uomini contemporanei. Ciò che si presenta come un semplice pensiero, l’uomo contemporaneo designa appunto come non-essere. L’essere deve inserirsi rozzamente nel mondo, non deve parlare soltanto al pensiero. Da questa disposizione gli uomini credono di stare nella realtà soltanto quando possono parlare di questa realtà come di un essere, di un’essenza, quando vengono costretti a riconoscere questa realtà per mezzo dell’essere.
Ora, quando saliamo da questo mondo in cui stiamo qui nel mondo spirituale, che l’uomo abita quando ha passato la porta della morte, il pensiero più sgradevole, si direbbe, è il pensiero dell’essere, che si è formato qui nel mondo fisico. Un essere quale è l’essere nel mondo fisico disturba l’uomo disincarnato nel mondo spirituale. Proprio ciò che qui nella realtà viene designato come l’irreale in contrasto all’essere, è il reale nel mondo spirituale. Ciò che là potrebbe avvicinarsi a uno così come qui si avvicina l’essere, si ripudierebbe, sarebbe spaventoso, sarebbe qualcosa che non appartiene al mondo spirituale. È questo un pensiero enormemente significativo. Se si parlasse così banalmente nel mondo spirituale come qui, si potrebbe dire come spirito quando qualcosa così si avvicina come si avvicinano le cose qui: che cosa devo farci? Non è mica! Perché nel mondo spirituale devo avere la possibilità di tutto ciò che mi si avvicina come Immaginazione, di farmi partecipe — è questo al grado inferiore della conoscenza nel mondo spirituale — vale a dire, di trasformarlo in visione per mezzo della mia propria attività. Mentre nel nostro tempo gli uomini riconoscono come realtà soltanto ciò a cui non hanno contribuito nulla, non lo si può riconoscere così nel mondo spirituale. Bensì nel mondo spirituale è così che si deve fare qualcosa, che si deve collaborare, affinché nasca quello che deve apparire come realtà, si deve collaborare ovunque.
È così che colui che è disincarnato nel mondo spirituale vede il mondo spirituale intorno a sé nella misura in cui è attivo in esso. E ciò che vede senza che sia attivo, è là il mondo dell’aldilà, il mondo che è il nostro mondo di quaggiù. Se il disincarnato guarda la Terra, vede ciò che c’è, senza che contribuisca. Come noi qui sulla Terra il nostro mondo visibile, il nostro mondo reale, il nostro mondo d’essere designamo come il di qua e ciò che non si vede designamo come l’aldilà, così è esattamente al contrario dal punto di vista del mondo spirituale. Nel mondo spirituale non c’è assolutamente nulla all’infuori di ciò che noi generiamo dal nulla nel presente per il fatto che contribuiamo: questo è allora il di qua. Altrimenti il di qua nel mondo spirituale è buio e muto e desolato, se noi non agiamo spiritualmente-psichicamente in esso. L’aldilà però c’è, senza che noi lavoriamo. Mentre noi qui guardiamo verso l’ignoto, dal mondo spirituale guardiamo a ciò che qui ci è noto, ma questo è appunto l’aldilà, che non ha realtà perché è, senza che si contribuisca a esso. — Con tali rappresentazioni ci si deve familiarizzare una volta.
Ora esiste all’interno del nostro di qua fisico, della nostra realtà fisica qualcosa che non tutti, ma certi uomini lasciano valere come qualcosa di significativo, nonostante non sia, qualcosa che singoli uomini portano in questa realtà altrimenti d’essere, e di fronte a cui coloro che hanno una comprensione per esso si comportano in modo tale che lasciano valere, nonostante non abbia una realtà d’essere rozza: questi sono gli ideali che gli uomini hanno. Gli idealisti portano nella nostra realtà sensibile qualcosa che è prezioso: gli ideali, secondo i quali l’uomo si orienta, che non hanno una realtà materiale rozza, che soltanto il materialista rude non lascia valere. Ora questi ideali sono però al contempo qualcosa di enormemente prezioso nella vita quaggiù, gli ideali sono ciò che dà gli impulsi di direzione alla nostra vita, essi sono ciò che desideriamo affinché possiamo tenerci a esso. In un certo senso questi ideali rendono la vita preziosa perché l’uomo si orienta secondo essi. Con gli ideali deve essere portato nella nostra realtà sensibile qualcosa che è nel senso materialistico irreale, affinché non nasca quello che dobbiamo caratterizzare in un certo senso: la mera esistenza sarebbe desolata, se non ci fossero gli ideali, se l’uomo non li trovasse in essa. Tra coloro che non hanno ideali devono entrare gli idealisti, che in certo senso sviluppano nella nostra realtà qualcosa che è un’immagine della realtà dell’aldilà, che non è un essere, che non rivendica l’essere e tuttavia è prezioso, anzi, ha un valore assoluto.
Dopo che il ricercatore spirituale ha così sviluppato la sua impressione naturale, la sua ricerca lo riconduce di nuovo alla domanda enigmatica di colui che è stato colpito da una pallottola in giovane età. E deve farsi la domanda: esiste per il mondo dell’aldilà, per quel di qua in cui vivono gli uomini disincarnati e gli esseri spirituali, gli esseri psichici, qualcosa che corrisponde all’idealismo qui sulla Terra? Esiste per gli esseri dell’aldilà qualcosa di simile agli ideali qui sulla Terra? — E guarda un po’, il seguente risultato si presenta. Prendiamo un uomo che in giovane età è stato colpito da una pallottola: il suo corpo eterico si separa dal corpo fisico, il corpo fisico è partito in modo violento. Naturalmente la violenza deve venire da fuori. Non può mai contare ciò che ho detto, se esiste una decisione propria. Il processo deve venire da fuori. Il corpo eterico ha, come ho già enfatizzato, forze in sé che avrebbero potuto fornire vita ancora ulteriormente, forse per decenni qui sulla Terra. Queste forze non periscono, rimangono. Colui che così depone il suo corpo eterico consegna le forze del suo corpo eterico al mondo generale. Ma è entrato nel mondo spirituale nel modo indicato, rispettivamente gli è stato tolto il corpo. Così sale nel mondo spirituale come un disincarnato. Rimane di lui qualcosa nel mondo fisico che egli stesso avrebbe potuto consumare, ma non ha consumato. Riflettete che cosa ciò significa! L’essere umano in questione sale nel mondo spirituale, senza aver consumato qualcosa che avrebbe potuto consumare.
Volgiamo ora lo sguardo all’individualità dell’uomo stesso. L’uomo sale nel mondo spirituale senza aver consumato qualcosa che avrebbe potuto consumare. Così sale nel mondo spirituale con qualcosa che qui in basso nel mondo fisico avrebbe potuto essere realtà, ma non è diventato realtà nel senso esteriore. Tali uomini, che con la disposizione per un consumo più lungo del corpo eterico sono entrati nel mondo fisico, sulla Terra sono venuti, ma non hanno avuto tale consumo, questi salgono nel mondo spirituale diversamente da quelli che fino alla fine dell’esistenza hanno consumato questo corpo eterico. Salgono in modo tale che hanno incorporato in questa Terra qualcosa che potrebbe essere, ma che non è diventato essente. Ma questo produce in loro un atteggiamento per il quale essi diventano qualcosa di simile per il mondo spirituale come gli idealisti lo sono per il mondo fisico. Colui quindi che in questo modo passa per la porta della morte, entra nel mondo spirituale portando con sé qualcosa che là è idealismo per il mondo spirituale, che è simile agli ideali che qui nel mondo fisico vengono portati dal mondo spirituale da parte degli idealisti. Una connessione di vita significativa!
Così entrano nel mondo spirituale, in tempi di martirio come il presente, anime che hanno attraversato un’esistenza più breve. Hanno vissuto sulla Terra in modo tale che qualcosa che avrebbe potuto essere essente non è diventato per loro un essere, ed entrano nel mondo spirituale in modo tale che là rappresentano la connessione con il mondo terrestre come gli idealisti qui sulla Terra rappresentano la connessione con il mondo spirituale negli ideali. In altre parole, questi esseri umani che sono così passati per la porta della morte hanno il compito nel mondo spirituale di proclamare che sulla Terra non tutto è semplicemente un essere rozzo come quello che in circostanze ordinarie si chiama realtà, che la Terra anche contiene qualcosa che è certamente disposto all’essere, ma non vive questo essere in modo rozzo. Che tale disposizione interiore dell’anima viene anche portata su nel mondo spirituale, ciò crea nel tempo tra morte e rinascita qualcosa di simile all’idealismo qui sulla Terra. E quando consideriamo dal punto di vista della saggezza del mondo un tale periodo, come il nostro, allora guardiamo — se ci abbiamo creato il giusto atteggiamento di fronte al corpo dei morti che nascono in questo modo — in modo tale nel mondo che diciamo a noi stessi: all’interno dell’intero, saggio corso del mondo accogliamo questo così in modo tale che ci applichiamo reverentemente alla sua comprensione. — Comprendiamo allora: ai mondi spirituali viene dato così, in un grande senso comprensivo, in un tale periodo di martirio, quello che deve vivere in loro, così come presso di noi l’idealismo deve vivere sulla Terra, affinché gli uomini, che come tali salgono completamente nel mondo spirituale e vivono la vita tra morte e rinascita, trovino qualcosa di simile in questo mondo come noi troviamo qui l’idealismo. Per questo questi periodi devono nascere. Se sempre debbano nascere nel futuro, di questo non occorre oggi parlare, perché dipende da come, non solo se, ma in che modo la vita conoscitiva dell’umanità sulla Terra viene spiritualizzata. Nessuno deve trarre dal detto la conclusione che assolutamente per sempre tali periodi debbano essere difesi; ma quando si ricerca il loro significato, per il presente dell’umanità emerge ciò che è stato detto.
Guardiamo così nella connessione saggia del mondo e diciamo a noi stessi: come si articolano insieme la paura e l’orrore, la sofferenza e il dolore e ciò che necessariamente debbono trovare nel mondo spirituale coloro che passano per la porta della morte! — Vediamo come sofferenza, dolori, sangue e sacrifici di martiri che si mostrano a noi da un lato, si presentano dall’altro lato. Ci si può pensare che ci siano uomini che vogliano essere più saggi degli dei e che per questo pongono la domanda: gli dei non avrebbero potuto creare qualcosa che nel mondo spirituale corrisponda all’idealismo sulla Terra, senza aver disposto sulla Terra quello che in un tale periodo di martirio viene imposto alla Terra? — Pongono tali domande soltanto coloro che vogliono essere più saggi degli dei. Gli uomini che guardano nel modo giusto al periodo umano vogliono comprendere il mondo perché sono convinti che così, come è, deve essere, e che tutto ciò che l’uomo immagina su ciò che sarebbe migliore per questo mondo, potrebbe essere soltanto peggiore per esso.
Guardiamo agli idealisti, forse a un uomo così veramente idealista in questo mondo; siamo forse tentati, se abbiamo un senso per gli ideali, di dire: guardate l’uomo, egli porta il cielo nella Terra, perché ciò che non è un essere nel senso rozzo, lo porta come prezioso per l’essere, come una guida agli uomini! — Le anime che sono passate normalmente per la porta della morte e vivono la vita tra morte e rinascita, vedono in questa vita anche tali anime che in qualche modo hanno subito una morte sacrificale, a cui il corpo fisico è stato tolto da fuori per necessità terrestre. Guardano a queste anime come a coloro che hanno da proclamare loro che giù sulla Terra non c’è soltanto un essere rozzo, bensì che con la Terra sono connesse anche disposizioni umane che potrebbero essere e tuttavia non giungono all’intero essere, ma, al posto di consumare questo intero essere, passano a un momento anteriore della loro vita tra nascita e morte nel mondo spirituale.
Certamente sorge una domanda significativa, cioè quella della differenza tra una tale morte violenta e una morte prodotta da una malattia precoce. Perché ciò che ho ora detto è nulla se non la constatazione di fatti. Proprio coloro che hanno terminato la loro vita fisica in questo modo, come descritto, sono in certo senso gli idealisti del mondo spirituale, e sono idealisti per la ragione che — come si mostra attraverso ulteriore considerazione — il corpo fisico è stato tolto loro per mezzo di eventi terrestri, per mezzo di eventi che appartengono soltanto alla vita terrestre.
Se l’uomo subisce una malattia, il corpo gli è tolto ancora per mezzo di altre forze che non forze terrestri. Perché pensate, già nella crescita vegetale non agiscono soltanto forze terrestri, ma agiscono anche forze extraterrestri. Con l’animale è naturalmente così e con l’uomo ancor più. Le nostre malattie non vengono affatto soltanto dalla Terra. Soltanto dalla Terra ci viene la morte mai in un altro modo che per il fatto che muoriamo violentemente. Come la morte possa intervenire,
non è mai prodotta solamente per mezzo di condizioni terrestri, se non è in questo modo indicato un modo violento. Se la morte ci si avvicina per mezzo di una malattia — nemmeno il suicidio è un evento terrestre, è determinato da una decisione dell’anima — non c’è morte che sia prodotta solamente da forze terrestri, eccetto quella che, per mezzo di morti sacrificali, per mezzo di forze che agiscono sulla Terra, separa il corpo dallo spirituale-psichico. In modo tale che qui entrano in rapporto reciproco forze terrestri e relazioni con quello che è spirituale. Altrimenti la morte è sempre qualcosa che completamente si leva al di sopra della Terra; non è mai un semplice reciproco agire tra la Terra e ciò che è nel mondo spirituale. Proprio a condizioni puramente terrestri, proprio a qualcosa che è soltanto terrestre, a un accadimento soltanto terrestre viene consegnato il corpo eterico precocemente tolto dalla sua attività; da ciò nasce ciò che si può appunto chiamare l’idealismo del mondo spirituale. Perché la morte è così — mantenete insieme ciò che ora ho da dire con molti pensieri di questi giorni — che quando la si guarda dal lato fisico si presenta completamente diversamente da quando la si guarda dal lato spirituale. L’ho indicato in diversi modi. Ma sempre la morte, se non interviene nel modo come l’ho ora indicato, è da altri punti di vista vista come qualcosa che da questo punto di vista è comprensibile. Se si passa per una morte per malattia, per una morte per vecchiaia, anche per suicidio nell’altro mondo, allora si ha là ciò che serve per comprendere la morte. Se la morte è prodotta da una pallottola sul campo di battaglia, allora si deve guardare a pure condizioni terrestri per comprenderla. Con disastri è così anche. Si deve dal mondo spirituale guardare giù che si è stati terrestri; la morte è da spiegare da condizioni terrestri. E questo fa sì che si deve dal di qua del mondo spirituale nel di là del mondo fisico guardare giù per comprendere una tale morte.
Come qui gli ideali ci connettono col cielo, così gli ideali celesti connettono questi morti con la Terra. Perciò colui che così passa per la porta della morte è, nella vita tra morte e rinascita, colui che in tutto l’accadere che si svolge tra le anime umane che di nuovo vengono incarnate, intreccia ciò che sulla nostra Terra da allora spiritualmente risulta, che sulla nostra Terra dà il risultato che la Terra stessa consiste anche nei nostri pensieri, sentimenti e non soltanto di terreno.
È da concedere che la caratterizzazione di queste cose che ho qui trattato è difficile. Ma è comprensibile che debba essere difficile, perché si parla con parole che sono coniate per condizioni fisiche su ciò che sta ben, ben al di là delle condizioni fisiche. È comunque qualcosa di diverso se, voglio dire, in modo ottuso e incomprendente si guarda al misterioso di tali eventi che dal seno della storia entrano nella vita umana, come il nostro presente difficile periodo di prova per l’umanità, oppure se si guarda a essi in modo tale che si dica a se stessi: ciò che dà significato a un tale evento ha importanza non soltanto per la nostra Terra, ma per la vita complessiva! — E si è nuovamente guidati in questo sentire verso il profondo significato e il corso saggio della totalità. Lentamente s’impara a intuire che cosa tutto debba collaborare affinché l’uomo nel suo intero corso di vita sia posto in questo mondo.
Questo volevo indicare nel secondo dramma misterico dalla bocca di Capesius, che parla del fatto che il senso di molti dei e la collaborazione di molti dei è necessario per far apparire l’uomo da tutti i mondi come loro scopo. Ciò che si stacca da questo dramma come un sentimento del mondo dall’anima di Capesius, può forse diventare concreto quando si tenta di appropriarsi tali rappresentazioni, come vogliamo anche oggi nuovamente portare nelle nostre anime. In tali personalità come Capesius tali atteggiamenti emergono dal fondo come tragici, perché possono emergere senza che si trovi subito la soluzione dell’enigma in tutta la sua portata. Questo è uno che è qui da notare, l’altro è che sempre deve tenersi conto di quanto noi per umiltà e modestia, non per superbia, non per smisurato orgoglio umano, siamo richiesti per tale studio.
Nel senso giusto appropriarsi l’autocoscienza umana significa rendersi interiormente consapevoli. E quando iniziamo a intuire su che cosa possiamo estendere la nostra coscienza, quanto sia ampio l’orizzonte degli enigmi del mondo, allora ci guarderemo dal cadere nel pensiero superbo: o uomo, come sei in realtà una sintesi del cosmo intero! — Credo che appunto un tale pensiero ci deve rimanere molto lontano. Al contrario ci deve stare vicino l’altro pensiero: quanto poco nella nostra coscienza sappiamo di ciò che è sapibile! — L’infinito è necessario per comporre l’uomo; non siamo mai andati oltre il sapere di un piccolissimo pezzo di esso. Umiltà e modestia è ciò che proprio dal conoscere, quando si amplia, si versa nella nostra anima. Non si può mai sapere più di quanto si sappia già sul mondo spirituale, senza sapere al contempo che il sapibile è infinito. E il sentimento di questo infinito diventa sempre più vivo, quanto più si sa. E s’impara a comprendere come parte della vita in ciò consiste che ci si lasci afferrare dai grandi, possenti enigmi e misteri che pulsano attraverso l’esistenza.
Molte cose che l’umanità deve di nuovo conquistarsi, gli uomini lo sapevano in antichi tempi come un retaggio all’interno di un’antica saggezza. Ciò che gli uomini oggi possiedono è stato guadagnato soltanto per il fatto che questo retaggio è scomparso dalle anime. Affinché le anime umane si possano di nuovo appropriarsi questa saggezza, doveva anzitutto scomparire. Doveva scomparire affinché diventasse saggezza conseguita faticosamente. Ci dobbiamo di nuovo arrampicare per conseguire nel più lontano futuro della Terra, nell’ulteriore esistenza della Terra, ciò che come saggezza di retaggio è scomparso dalle anime. Così dobbiamo guardare nella prospettiva del futuro umano; allora comprenderemo la necessità che la scienza dello spirito entri nel mondo. Proprio questo vivo porsi in rapporto all’infinito, come è stato caratterizzato, ci dà la possibilità di afferrare veramente lo scientifico-mistico come un vivente interiore, che anche in noi agisce ed è attivo, che ci può fare cooperatori reali della formazione della Terra, ai quali dobbiamo diventare, se la Terra deve svilupparsi ulteriormente.
Per confermare questo voglio menzionare ancora una cosa. Ci sono persone alle quali dobbiamo ben ascoltare, perché dal punto di vista del presente dicono il giusto. Dicono: in tempi precedenti non si sapeva che cosa è un criminale, perché un uomo come criminale si sviluppi nel mondo. Oggi però lo si sa. Se si seziona una testa criminale, si trova che ha una certa proprietà: il lobo occipitale non copre il cervelletto completamente come nell’uomo normale. — Era una grande, significativa scoperta che Moriz Benedikt, il famoso criminantropologo, fece, che mostra come una certa fisiologia semplice dell’occipite determina che uno sia un criminale. Così riflettete: uno è criminale per il fatto che il lobo cerebrale posteriore non copre parti del cervello che dovrebbero essere coperte! Contro questa verità non si può nulla. C’è una volta, e sarebbe completamente stupido ribellarsi a essa, perché è proprio una verità. Ma pensate: se ora si è materialisti, che cosa si deve allora dire? — Sì, gli uomini nascono semplicemente così che hanno lobi cerebrali troppo piccoli; allora sono predestinati a diventare criminali. Riflettete — non devo sviluppare ulteriormente — l’infinita desolazione di una tale concezione del mondo! Riflettete come tutto il sentire umano deve essere modificato se non si sa nulla di diverso se questo, e ci si deve dire: perché gli uomini diventano criminali? Perché la natura li colloca semplicemente nella vita in modo tale che non possono altrimenti che diventare criminali. — Ma se si comincia a sapere che l’uomo ha un corpo eterico, allora si sa dire a questa cosa qualcosa di diverso, si sa aggiungere qualcosa di diverso. Si sa che questo corpo eterico comprende tutte le parti, e che nell’uomo che ha un lobo occipitale troppo corto nel senso fisico, ancora le corrispondenti parti eteriche possono svilupparsi pienamente. Come la cosa si possa comportare altrimenti dal lato fisico, la correzione può anche essere raggiunta col corpo eterico. Se ci riuscisse di avere una tale pedagogia, che potessimo chiamare in aiuto per essa non soltanto la scienza fisica ma anche la scienza dello spirito, allora potremmo acquisire una visione dalla maniera come un bambino si comporta, per riconoscere che cosa è necessario per la sua educazione, e ciò che dobbiamo provvedere affinché il corpo eterico si sviluppi in modo tale che neutralizzi l’effetto dei lobi occipitali troppo corti. Allora l’uomo, se nel corpo eterico il cervello posteriore è normalmente formato, nonostante tutto può diventare un uomo buono, anche se fisicamente è predestinato al crimine. Qui vedete come la scienza dello spirito può e deve intervenire praticamente nella vita. Perché la scienza puramente fisica deve lasciare il cervello criminale essere un cervello criminale, perché è soltanto una scienza del fisico. Ma se si prende in considerazione la scienza dello spirito, si neutralizzano i difetti fisici. Da ciò risulta per voi ciò che nel futuro deve svilupparsi.
E rappresentatevi ora: non esistesse questa scienza dello spirito! Allora mai sorgerebbe la possibilità di sviluppare il corpo eterico nel modo che ho detto. Vale a dire, colui che nasce nel futuro con un cervello atrofizzato, si svolgerà come questo cervello lo determina. Non ci sarà possibilità di correggerlo pedagogicamente. La conseguenza sarà che gli uomini diventeranno come la loro organizzazione fisica lo determina. E questo continuerà sempre. E gli uomini giungeranno allo stato di Giove, e sarà vero ciò che i materialisti oggi sognano. Se per mezzo della scienza dello spirito non viene superato ciò che segue dalla semplice organizzazione materiale, allora gli uomini gradualmente si svilupperanno in modo tale che questa organizzazione materiale sarà determinante; gli uomini sarebbero allora soltanto un risultato del loro sviluppo materiale. Per il fatto che la scienza dello spirito interviene nella vita, non sarà così su Giove, il corpo eterico trasformerà di nuovo il corpo fisico. Perché se allora in una vita, in cui per il karma i precedenti fattori di vita hanno reso atrofizzato il cervello fisico, il corpo eterico viene sviluppato correttamente, allora nella prossima incarnazione il cervello fisico si svilupperà correttamente. Tutto si tocca. In modo tale che la scienza dello spirito diventi effettivamente una realtà, che trasformi di nuovo l’umanità.
Se voi unificate questi pensieri, potrete dirvi: ciò che i materialisti oggi pensano dell’uomo, oggi non è ancora una realtà, perché oggi l’uomo è ancora disposto in modo tale che lo spirituale possa intervenire. Ma potrebbe diventare come i materialisti pensano se andasse secondo i materialisti, se la scienza dello spirito potesse essere estirpata dai materialisti. Così soltanto come conseguenza della loro organizzazione materiale gli uomini vivrebbero su Giove, se i sogni dei materialisti potessero realizzarsi. — Che cosa sono dunque i materialisti propriamente? Hanno una concezione del mondo che oggi non corrisponde alla realtà, ma che una volta potrebbe corrispondere alla realtà negli uomini. Questi materialisti sono profeti, ma profeti falsi! Sognano di un mondo che, se andasse secondo loro, nel loro senso potrebbe essere instaurato. I materialisti sono sognatori, ma si deve contrastare i loro sogni. Se si comprenderà che i materialisti sono sognatori, che si deve dire loro: voi camminate per il mondo e non vedete la realtà, sognate di un’esistenza che potrebbe essere prodotta tutt’al più dalla vostra mancanza di visione verso il mondo, siete profeti falsi, vi fate ogni sorta di fantasie! — in quel momento si dovrà valutare correttamente il materialismo. Cioè il giudizio opposto a quello che i materialisti, diciamo, sognano da se stessi, questo si dovrà avere. Allora sarà venuto il tempo in cui si potrà veramente comprendere la scienza dello spirito. In un certo senso la scienza dello spirito da questo punto di vista trasformerà già il mondo.
Ho tentato di dirvi in questi giorni in alcuni accenni questo o quello da ciò che riguarda la connessione del fisico col mondo spirituale. L’ho detto da impulsi che emanano dagli eventi significativi del nostro tempo. In un tempo in cui la morte ci sta così molte volte, quotidianamente, si direbbe, davanti all’anima, sono ben proprio tali considerazioni, se vengono offerte come possibilità, a contatto con l’anima umana. Perché come si potrebbe astenersi dalla ricerca su senso e scopo dell’esistenza
in tempi di prova così pesanti, come i presenti! Che proprio abbiamo potuto parlare qui di tali questioni dà a me la profonda soddisfazione di poter stare di nuovo in questa difficile epoca tra voi. Voglio soltanto aggiungere l’osservazione che, al presente, molte cose devono già essere considerate secondo il carattere di questo presente. Non è più così semplice come in tempi di pace viaggiare ovunque. Per questo già nel nostro ambito i nostri membri devono rendersi consapevoli, come tutti gli uomini devono rendersi consapevoli, che i tempi di guerra sono altri da quelli normali, e che non possiamo esigere tutto così come in tempi normali. Lo dico particolarmente in considerazione del fatto che questo spesso è trascurato proprio dai nostri membri, mentre proprio i nostri membri dovrebbero avere molta comprensione per il nostro presente, dovrebbero avere una viva connessione con esso. In molti casi si mostra che i nostri membri non riescono a comprendere che si deve pensare a vivere in un tempo così difficile, e che non tutto può accadere con la stessa regolarità come altrimenti. Ma su questo dobbiamo insistere: che siamo anche fedeli nella nostra causa. Ciò che ciascuno di noi in questo tempo può fare per il fatto che i singoli rami della nostra società lavorano molto, molto profondamente nella nostra causa, questo viene fatto veramente non soltanto per il bene della nostra causa, ma per un bene molto più vasto.
Naturalmente è così che la comunità ora deve essere più lassa; tanto più intenso deve essere il lavoro nei nostri rami, specialmente per l’approfondimento spirituale. Questo è proprio quello che in questo tempo e oggi voglio particolarmente implorare alle vostre anime e ai vostri cuori. Cerchiamo, ciascuno, proprio in questo tempo di stare santi e fedeli ai nostri ideali, di stare santi e fedeli a ciò che come disposizione si ha potuto formare nel corso del tempo per mezzo della scienza dello spirito. La scienza dello spirito deve provare se stessa non soltanto in tempi facili, ma anche in tempi difficili. Deve lo ciò che, è vero banale, ma come un tono fondamentale di tutto il nostro sforzo si può indicare, ora particolarmente profondamente unirsi alla nostra anima: il tentativo di una comprensione onnicomprensiva della vita. In contrasto a così molte cose che ora nel mondo esterno, nel mondo esterno inclinato al materialismo vengono date — spesso in tale unilateralità — vogliamo l’onnilateralità della vita. Vogliamo sapere che noi, perché in ogni momento siamo di fronte a un infinito, dobbiamo in ogni momento guardarci da ogni comoda unilateralità.
Uno o l’altro di voi forse ha sentito dire che in un luogo dove la nostra scienza dello spirito viene coltivata, si è dovuto parlare di ogni sorta di mancanze che si sono mostrate qui e là. Se con certe parole certe persone sono state colpite, allora non si deve per questo inclinare all’altra unilateralità. Lo dico ora non per addentrarmi ulteriormente in queste cose, ma soltanto come esempio. Se ad esempio persone che parlavano di vari eventi occulti, esperienze occulte, non hanno parlato di queste esperienze nel modo giusto, allora da questo non deve essere tratta la conclusione che nella nostra società gli eventi occulti non sarebbero la cosa principale. Certamente lo sono, perché noi aspiriamo dall’esteriore verso l’interiore. Non c’era nemmeno un’esigenza di opporre qualcosa verso eventi occulti come tali. Su quale grado questi eventi appaiano, è questo su cui si deve guardare nel nostro movimento, quello che ha valore. Perché è una cosa parlare in un certo modo leggero di eventi occulti, un’altra cosa sarebbe dire che non si vuole più sentirne nulla. Abbiamo parlato per tre giorni degli eventi occulti più intimi. Non può essere una semplice scienza del pensiero ciò che nella nostra cerchia si crea. Per questo non è lì la nostra società. Non dobbiamo passare da un’unilateralità a un’altra.
Voglio attirare particolarmente l’attenzione sull’intimità, su ciò che è così connesso con l’intimo del nostro sentimento spirituale della nostra scienza dello spirito. Che noi facciamo della nostra anima qualcosa di diverso da quello che era prima, se passiamo attraverso la scienza dello spirito, è questo che importa. E questo deve provare se stesso anche in tempi difficili. Per questo volevo una volta formulare tali considerazioni che forse sono adatte a metterci in quell’atteggiamento reverente verso la vita spirituale che è appropriato al giusto ricercatore spirituale. Perché in fondo l’evento maggiore e minore della vita, tutto nella vita, è qualcosa che ci riempie di profonda reverenza, se soltanto da questo singolo possiamo andare abbastanza profondamente nei fondamenti spirituali. E anche gli eventi dolorosi della vita, i minori e i maggiori, possono per mezzo della scienza dello spirito essere posti in una tale luce che la loro considerazione contribuisce a porre la nostra anima nel giusto rapporto verso la saggezza che pervade e tesse attraverso il mondo.
Dal punto di vista della saggezza universale vogliamo una volta considerare gli eventi della vita che sono connessi con ciò che così grande, ma anche così pieno di prova si svolge oggi nel nostro ambiente. Se così sentiamo di fronte al nostro tempo, allora sentiamo giustamente di fronte a ciò che vogliamo indicare con le parole:
Dal coraggio dei combattenti, Dal sangue delle battaglie, Dal dolore degli abbandonati, Dai sacrifici del popolo Nascerà il frutto dello spirito — Guidino le anime consapevolmente lo spirito Il loro senso al regno dello spirito.
Siamo noi le anime che in questo modo guidano il loro senso nel regno dello spirito! Allora potremmo contribuire ai frutti che come effetto di sole benefico devono sorgere per l’umanità dai semi che si versano insanguinati sulla Terra nei nostri giorni così pieni di destino.
Oggi voglio fare una considerazione storica-spirituale che può esserci importante proprio in relazione agli eventi di grande peso all’interno dei quali stiamo, all’interno dei quali sta tutta l’umanità europea, e mercoledì prossimo toccherò allora una questione più intima della vita spirituale dell’uomo. Se forse a qualcuno di noi ciò che oggi deve essere considerato potrebbe sembrare lontano, ciò è però solo apparente e non dovrebbe restarci lontano, perché proprio la scienza dello spirito dovrebbe riempire le nostre anime con la più profonda attenzione per tutto ciò che può contribuire alla comprensione del nostro tempo. Come detto, mercoledì avremo di nuovo una questione puramente umana di scienza dello spirito.
Voglio partire oggi da una domanda. Ma non vi spaventate, non crediate che se pongo questa domanda al vertice delle nostre considerazioni voglia sollevare anche nel minimo grado vecchie questioni contese del nostro movimento. Riguarderà, come vedrete, qualcosa di completamente, completamente diverso, sebbene comincerò con domande che forse inizialmente potrebbero essere facilmente fraintese. La domanda cioè è questa: perché la signora Besant, proprio durante questo tempo di guerra, continua a diffamare il nostro movimento tedesco nelle sue riviste inglesi? Perché ha ritenuto necessario subito nei primi mesi della guerra dire che il nostro movimento tedesco ha avuto solo l’intenzione di essere una sorta di agenzia per le aspirazioni politiche ostili all’Inghilterra della Germania? Perché ha ritenuto necessario dire che il nostro movimento tedesco ha avuto l’intenzione di effettuare la sua stessa — quella della signora Besant — destituzione come presidente del movimento teosofista, per stabilirsi in India e da lì organizzare una sorta di movimento pangermanico ostile all’Inghilterra contro l’Inghilterra? Perché la signora Besant continua così queste calunnie che porta contro il nostro movimento tedesco durante questo tempo di guerra in modo così disgustoso e probabilmente continuerà a farlo?
All’interno del nostro movimento di scienza dello spirito nulla è più necessario che avere uno sguardo chiaro, profondo per ciò che accade nel mondo. Ciò che così facilmente può piacere a colui che spesso crede di stare bene all’interno del nostro movimento, una certa — scusate l’espressione dura — sonnolenza spirituale di fronte agli eventi del mondo, è proprio all’interno di un tale movimento spirituale di grande, grandissimo svantaggio. Deve essere perseguito lo sguardo più chiaro anche per le questioni dell’esistenza esterna. Perché nulla è più facile che a un tale movimento si attacchino ogni sorta di aspirazioni ciarlatanesche, fraudolente all’interno dello sviluppo umano. E poiché entro i limiti che abbiamo spesso sottolineato, nel piccolo gruppo di coloro che qui vogliono comprendere certe cose, è già necessaria una certa fiducia, è anche facile che, seducendo una certa fiducia credulona, proprio personalità del nostro movimento siano come avvolte da nebbia da coloro che non vogliono dir loro nulla di giusto, ma che vogliono solo inculcare nella loro anima ogni sorta di cose per, per la via indiretta della credenza teosofica o di altra credenza spirituale, allevare in certo senso una guardia personale spirituale per ogni sorta di aspirazioni che, nel senso giusto, non sono veramente aspirazioni spirituali genuine dell’umanità.
Abbiamo spesso sottolineato quale posizione ha il popolo russo all’interno dello sviluppo del quinto periodo culturale post-atlantideo, e poiché ho frequentemente trattato questo in questo ramo qui a Stoccarda anche durante questo tempo di guerra, non tornerò su ciò che potete leggere in singoli cicli. Piuttosto voglio sottolineare che ci sono certe caratteristiche fondamentali del popolo russo che rendono questo popolo russo particolarmente adatto a porsi nel corso dello sviluppo nel quinto e sesto periodo culturale post-atlantideo nello sviluppo della cultura in modo così caratterizzato come è stato caratterizzato.
Qui abbiamo prima una proprietà del popolo russo che si potrebbe chiamare una capacità molto estesa dell’anima di adattarsi allo spirituale che si presenta al russo in qualche modo, una certa capacità di adattamento dell’anima. È così che l’uomo russo è meno produttivo, meno creativo nella sua anima dell’uomo dell’Europa centrale o occidentale, che è in certo senso costretto a ricevere, e ciò che ha ricevuto sì può vivere intensamente, ma non lo configura ulteriormente autonomamente dal suo proprio. Così potete vedere come l’uomo russo ha ricevuto la religione bizantina e l’ha lasciata al punto in cui l’ha ricevuta. E oggi si può ancora vedere dalle cerimonie della chiesa russa come l’essere orientale antico brilla attraverso queste cerimonie. Si può, voglio dire, attraverso la forma della chiesa russa guardare al sacro orientale primordiale e sentire questo sacro orientale primordiale.
Confrontate questo con ciò che è sorto in Occidente, dove in uno sviluppo dogmatico e di cerimonie, sapete, molto contestato, c’è stato un continuo rimodellare, trasformazione, così un intervento creativo in ciò che quella comunità ha ricevuto una volta, che è poi diventata la Chiesa cattolica romana, il protestantesimo e così via. Questa capacità di adattamento, questa capacità di ricezione, è in certo senso la prima caratteristica fondamentale dell’essere popolare russo.
Una seconda caratteristica fondamentale è una certa avversione dell’uomo russo a quella che chiamiamo la permeazione della vita di intellettualità. L’uomo russo non ama di stare stretto in leggi sociali molte e ben circoscritte. Richiede in certo senso una sorta di vivere arbitrario dell’Io. Che l’intelletto dispieghi una rete di legalità e che poi il singolo si atterrà strettamente a tali forme intellettuali nella vita sociale, questo l’uomo russo, praticamente comunque, non vuol riconoscere, anche se talora teoricamente l’accetta. Domanda
più di ciò che l’Io vuole dall’ispirazione del momento.
Una terza cosa nel carattere dell’uomo russo è — Herder in particolare ha sottolineato in modo fondato questo; gli slawofili hanno allora ricevuto questa visione herderiana, quindi una visione tedesca, e l’hanno sviluppata fino a una sorta di smisurato orgoglio nazionale — che l’uomo russo ha conservato ciò che si trova in generale nell’intero essere orientale, una certa pacificità. Per quanto strano suoni, è già nella natura dell’uomo russo, perché l’uomo russo non ha fatto questa guerra come tale: l’hanno provocata i suoi dominatori. Ha una certa pacificità. Ha la profonda convinzione che dal modo in cui si è sviluppata la religione europea occidentale nascono contesa e lite. Non è nella natura dell’uomo orientale combattere i suoi simili a causa dei dogmi religiosi. È persino qualcosa — strano è, ma vero è — che ora colpisce la gente così infinitamente fortemente nei Turchi, che hanno pure questo orientale, che non diventano aggressivi rispetto alla vita religiosa stessa.
Come detto, questo è nella convinzione, nella consapevolezza dell’uomo russo. Queste tre caratteristiche d’altro canto sono particolarmente adatte a essere abusate da coloro che le vogliono abusare. Si può una capacità di adattamento come l’ha l’uomo russo, molto facilmente, così come gli slawofili hanno fatto e ora di nuovo i Panslawisti lo fanno in larga misura, usarla per convincere il popolo russo che sia destinato a sostituire la cultura europea consumata, senile, comunque destinata alla morte e a porre la vita russa al suo posto.
Si può di nuovo, se si abusa della seconda caratteristica che ho presentato, convincere l’uomo russo che tutta la cultura occidentale e centrale europea sia diventata senile a causa della sua particolare predilezione per l’intellettualismo, per una certa mentalità razionale, che questa cultura occidentale europea sia priva di ogni vero tratto mistico genuino.
E si può in terzo luogo, se si vuol abusare della terza
caratteristica del popolo russo che è stata presentata, proprio la proprietà più pacifica trasformarla nel modo che si organizzi la massa altrimenti pacifica e la si chiami a combattimento il più cruento. Perché veramente, gli opposti si toccano nel mondo, e specialmente tali opposti di cui qui si parla. Ciò che il popolo russo deve significare nel corso dello sviluppo della cultura europea non è connesso con ciò che ora i dominatori russi fanno di questo popolo russo, ma è connesso con le tre proprietà indicate.
E queste tre proprietà indicate determinano così l’essere russo a entrare in una certa connessione con l’essere dell’Europa centrale e occidentale. Perché l’essere del popolo russo è adattabile, è anzitutto destinato a effettuare ciò di cui abbiamo spesso parlato, che deve compiere nel sesto periodo culturale post-atlantideo, anzitutto non attraverso il creativo, ma attraverso la sua esperienza accogliendo ciò che viene da Occidente. Una specie di matrimonio spirituale l’ho spesso chiamato, anni, sì posso dire, decenni prima dello scoppio di questa guerra, una sorta di matrimonio che è necessario tra l’essere dell’Europa centrale e l’essere russo per lo sviluppo dell’anima.
Per il fatto che il popolo russo ha una certa avversione all’intellettualismo, potranno essere create certe istituzioni sociali con il popolo russo, che saranno possibili soltanto se questo matrimonio indicato si verifica veramente.
E in un modo simile si dovrà comportare l’essere del popolo russo rispetto a ciò che può essere dato all’interno dell’Europa centrale. Domani avremo di nuovo un discorso pubblico di cose che devono seguire dall’essere dell’Europa centrale, e che come qualcosa di grande, potente, imperituro debbono essere incorporate al corso totale dello sviluppo umano. Ma il popolo russo dovrà accogliere ciò che viene realizzato dall’essere dell’Europa centrale. Non è auto-creativo inizialmente all’interno di questo tempo post-atlantideo.
Ora però, di fronte a ciò che si può caratterizzare come l’essere del popolo russo, esiste l’essere dell’Europa centrale e l’essere dell’Europa occidentale, quell’essere dell’Europa occidentale che dopo il governo della regina Elisabetta d’Inghilterra è essenzialmente diventato un popolo britannico, un popolo anglosassone. E fra i molteplici risultati di questi presenti eventi significativi, che naturalmente non è mio compito descrivere in alcun modo, sarà però certamente questo, che gli altri stati dell’Europa occidentale, non importa come questo esito sarà, gradualmente diventeranno vassalli, popoli dipendenti dell’Inghilterra. Particolarmente i Francesi dovranno subire le più amare delusioni. Ma queste non sono le cose su cui veramente conta, bensì ciò su cui per noi conta oggi è sottolineare il grande contrasto che esiste fra l’essere dell’Europa centrale e quello occidentale, soprattutto britannico, anglosassone.
Probabilmente non c’è mai stato — anche se oggi non è notato da coloro che non vogliono pensare, che soprattutto non vogliono osservare — un contrasto più grande nello sviluppo della storia del mondo di questo contrasto tra l’essere dell’Europa centrale e anglosassone. Non come se il singolo, la singola personalità non potesse elevarsi al di sopra di esso. Non se ne può parlare; si parla dell’essere popolare. Certamente, non si parla mai, quando tali cose vengono caratterizzate, dell’inglese singolo, che naturalmente può elevarsi al di sopra di ciò che deve essere caratterizzato. Non si ha bisogno neppure subito di pensare che in qualche modo si cada negli errori dei nostri nemici in guerra e che l’essere inglese, perché è diverso, debba ora essere insultato per forza; piuttosto deve trattarsi di caratterizzare il contrasto in modo acuto. Certamente sarebbe necessario molto, se tentassi di raccogliere per voi tutti i blocchi costitutivi possibili che sarebbero effettivamente necessari per comprendere completamente il contrasto indicato. Ma questo contrasto può chiarirsi a noi dal punto di vista: quando da un lato consideriamo l’essere dell’Europa centrale, nel cui centro sta proprio l’essere tedesco, in relazione all’essere russo dell’Est, e dall’altro lato consideriamo l’essere britannico, francese nel suo rapporto all’est russo. Qui esiste proprio uno dei più grandi contrasti nello sviluppo umano. Devo comunque ricordarvi oggi di molte cose che devo esporre proprio nel discorso pubblico di domani. Ma voglio che il piccolo gruppo di coloro che appartengono al movimento di scienza dello spirito comprenda tale cosa, come quella che sarà detta più precisamente domani, più profondamente di come può essere compreso inizialmente se non si penetra più profondamente nella scienza dello spirito.
Vedete, questo essere dell’Europa centrale è tale che è nazionale in un modo completamente diverso da qualsiasi altro popolo in tutto lo sviluppo umano. Prendete tutti i popoli dell’Europa occidentale: sono nazionali in certo senso dal sangue. Il Tedesco è nazionale dall’anima. Il Tedesco è nazionale in quanto si sforza incessantemente di sollevare certi contenuti della vita dell’anima dalla vita dell’anima generale e trapiantarli nella propria anima. Per questo sperimentiamo all’interno dell’essere tedesco qualcosa di così grande come le opere d’arte goethiane, la considerazione storica herderiana o gli sforzi di concezione del mondo di Hegel, Schelling, Fichte.
Sebbene queste cose oggi siano ancora meno note in cerchi più ampi — verranno ben conosciute. Perché contrariamente a tutte le opinioni che vengono espresse su di esse, devo dire questo: possono diventare popolari, possono essere presentate — nonostante non lo si creda oggi — in modo che ogni bambino possa comprenderle. Questo accadrà già. Tutto ciò che è vera concezione del mondo tedesca emerge dalle profondità dell’essere popolare tedesco. E non potrebbe mai nascere un movimento di scienza dello spirito all’interno dell’essere tedesco — se deve essere fecondo — che avesse un carattere simile a quello degli sforzi di scienza dello spirito dell’Occidente. Non dobbiamo lasciar dormire questa differenza, dobbiamo guardarla chiaramente in faccia. All’interno dell’essere popolare tedesco tutto ciò che è contenuto della scienza dello spirito deve stare in connessione armoniosa con ciò che il popolo come tale produce. Per questo ho detto l’ultima volta durante la mia presenza qui a Stoccarda: quando si considera la concezione del mondo di Schelling, Fichte e Hegel, è come se l’intero popolo meditasse. Ci si sente sempre posto all’interno del popolo, ma nello spirituale del popolo, quando si parla dell’essere popolare tedesco. Non si può parlare dell’essere popolare tedesco altrimenti che tenendo conto delle proprietà spirituali di questo essere popolare tedesco, di ciò che deve essere perseguito. E all’interno del germanesimo è impossibile, come è possibile in Inghilterra, che la scienza da un lato esista e dall’altro lato questa scienza voglia assolutamente ignorare la fede. Questo all’interno dell’essere popolare tedesco non è a lungo termine possibile. Il Tedesco vuole l’unità. Vuole una spiritualità che possa stare pienamente sul terreno della scientificità, e vuole una scienza che sappia giustificarsi di fronte alla vita spirituale.
Più apertamente questo contrasto appare nella teoria del colore di Goethe e nella teoria di Newton. Da più di trent’anni mi sforzo di far valere la teoria del colore di Goethe rispetto a quella di Newton. Mentre la teoria del colore di Goethe emerge completamente dall’essere profondo dell’anima con il mondo, quella di Newton parte dalla considerazione meccanica del mondo e non aspira a nient’altro. E la fisica è oggi così anglosassone che non nota nemmeno di che cosa si tratta in questo settore, che naturalmente considera ogni persona che prende sul serio la teoria del colore di Goethe come uno sciocco.
All’interno dell’essere popolare tedesco c’è uno sforzo verso la spiritualità. Perciò si è obbligati all’interno dell’essere popolare tedesco, a contare con ciò che con ardente sforzo dell’anima dai migliori di questo popolo, da coloro che abbiamo già nominato, e da coloro che di nuovo nomineremo domani, è stato cercato come una via verso la scienza dello spirito. Ma allora questo popolo tedesco non può altrimenti che sforzarsi obiettivamente, dedicato al contenuto stesso. Questo è ciò che l’essere inglese, francese non può comprendere così. Il Francese vuol avere una bella parola, vuol aver impresso tutto in una bella frase, e allora è soddisfatto. L’Inglese vuol chiedere dove sia l’utilità di una conoscenza o simili. Ma che la conoscenza desiderata è qualcosa che deve crescere dall’anima come il fiore dalla pianta, senza il quale l’uomo non si sente come un uomo intero, non lo comprendono né i Francesi — naturalmente come Francesi, non si parla del singolo — né lo comprendono gli Anglosassoni.
Ciò che da quando la Grecia, che ha realizzato il massimo per il quarto periodo culturale post-atlantideo, deve essere realizzato nella messa in forma dell’esperienza dell’anima in un mondo di idee, è compito dell’essere tedesco. E non è necessario essere nazionale nel senso ristretto, ma solo un osservatore completamente obiettivo del corso dello sviluppo umano, quando si sottolinea questo. E sapete bene: non lo sottolineo per la prima volta in occasione di questa guerra, ma queste considerazioni stavano in molto di ciò che da anni, da mezzo decennio è stato detto da me tra noi.
Ma perché l’essere tedesco è così, per questo è destinato per ragioni spirituali-obiettive a entrare in questo matrimonio spirituale indicato con l’est russo. E mai il compito culturale del futuro potrà essere soddisfatto altrimenti che con la capacità di adattamento russa che accoglie ciò che può venire dall’essere popolare tedesco. E tutto lo sviluppo culturale del futuro è una questione di questa connessione dell’Europa centrale con l’Europa orientale.
Diversamente sta con l’Europa occidentale. L’Europa occidentale ha acquisito ciò che il quarto periodo culturale post-atlantideo ha portato e l’ha sviluppato autonomamente, ma nel modo come ho spesso rappresentato: solo attraverso le tre forze dell’anima: anima senziente, anima razionale-affettiva, anima cosciente. Non è produttivo ciò che questo quarto periodo culturale post-atlantideo essenzialmente invia, e soprattutto l’anima popolare britannica, l’anima popolare anglosassone ha il compito di sviluppare l’anima cosciente, sviluppare ciò che è prima di tutto ordinato verso l’utilità per quanto riguarda il piano fisico.
Da qui tutti i fenomeni che vediamo apparire all’interno dell’Europa occidentale, soprattutto all’interno dell’essere popolare anglosassone. Ma ora sente soprattutto questo essere popolare anglosassone istintivamente che il veramente fecondo è l’Europa centrale, essenzialmente il connotato tedesco dell’Europa centrale. E coloro che dirigono i cosiddetti movimenti occultistici dell’Europa occidentale, soprattutto del popolo anglosassone, sanno di che cosa si tratta. Coloro che dirigono i movimenti occultistici nell’essere popolare anglosassone sono riempiti di due filoni di pensiero: il primo è che dicono a se stessi: l’essere cattolico romano è finito, appartiene essenzialmente al quarto periodo post-atlantideo. Al posto di ciò che era nel culto romano, deve venire l’essere anglosassone. — E ogni occultista di una certa sorta, vale a dire ogni occultista che si immerge nel suo popolo, e questi sono, con eccezione di pochi, tutti nell’anglosassone, sa — vale a dire se l’immagina, un sapere giusto — che la «razza anglosassone», come dice, deve prendere il posto dell’essere romano. Questo viene insegnato in tutte le scuole occultiste là. È un dogma fisso.
E altrettanto sanno la gente istintivamente che in certo senso le reclute per l’introduzione nella vita di tutto ciò che la cultura deve portare, le reclute che devono accogliere passivamente attraverso il loro adattamento, sono gli uomini russi.
Queste due cose sanno proprio molto bene gli occultisti anglosassoni, vale a dire, vedono la cosa così, questa è la loro convinzione. La loro convinzione è da un lato: l’anglosassone ha da sostituire l’essere romano; tutto il resto, protestantesimo, calvinismo e così via, sono solo appendici. L’anglosassone deve produrre qualcosa nel mondo — come detto, parlo ora degli occultisti — che per la quinta cultura post-atlantidea si presenta come l’essere cattolico romano si è presentato nella seconda volta del quarto periodo culturale post-atlantideo, ancora fino al 14°, 15°, 16° secolo.
E ora ogni occultista da questa parte è convinto che prima di tutto il ponte deve essere creato tra ciò che l’anglosassone si attribuisce così e l’essere russo. Versare nell’anima russa ciò che l’occultismo anglosassone vuol insegnare, è ciò che dall’altro, che ho presentato, come un ideale emerge per ogni occultista anglosassone: usare l’anima russa come una sorta di cera, in cui viene impresso ciò che l’occultismo anglosassone vuol imprimere. Questo ideale si diffonde nei circoli di cui parlo ben al di sopra di tutto ciò che per noi è la cosa principale.
Per noi la cosa principale è la vera conoscenza, il vero penetrare verso la verità, e la nostra onesta convinzione fondamentale è quella che se troviamo la verità, questa verità darà agli uomini ciò di cui hanno bisogno, e che questa verità, se la cerchiamo e la ricerchiamo nel modo giusto, fertilizzerà anche nel modo giusto i futuri periodi culturali, che già accadrà ciò che deve accadere coi popoli europei se la verità è cercata onestamente nel modo giusto. Non si ha bisogno di nulla oltre a cercare onestamente la verità; questo è il vero principio fondamentale della scienza dello spirito.
Ma di fronte a questo c’è un tale principio fondamentale come ho appena caratterizzato, di portare una razza particolare al vertice, di rendere potente una razza particolare, potente soprattutto per quanto riguarda la vita dell’anima. Non stiamo parlando di politica ora, parliamo di ciò che come vie occultistiche affonda nelle profondità: rendere potente l’essere dell’anima anglosassone e usare ciò che è adattabile e ricettivo, l’essere europeo orientale, e versare in esso ciò che si vuol versare, affinché un matrimonio possa sorgere tra l’anglosassone e il russo. Gli impulsi interiori dello sviluppo umano parlano di un matrimonio dell’essere tedesco con il russo. La volontà egoistica dell’occultismo anglosassone dice che il russo deve essere penetrato dall’anglosassone per quanto riguarda lo sviluppo occulto spirituale.
Comprendete queste cose bene; sono straordinariamente importanti. Sono presentate da me come sono sempre più insegnate in ogni possibile direzione occultistica dell’Occidente, soprattutto nelle scuole occultistiche anglosassoni. Ciò che ha solo il compito di coltivare la coscienza dell’anima non può diventare un vero contenuto. Il vero occultismo però, che non sviluppa la bramosia di potere, ma cerca la verità, sta interamente nella connessione organica, vivente con lo sviluppo tedesco ed è interamente ancorato nello sviluppo tedesco.
Ma che cosa è accaduto, miei cari amici? Se lo sviluppo dal Medioevo fino al nostro tempo non fosse stato turbato da forze arimaniche, se ciò che è accaduto in Europa per la scienza dello spirito — di un accadimento assai tardivo parleremo di nuovo domani — si fosse sviluppato organicamente, senza influenze arimaniche, allora oggi sarebbe più facile vedere che tutto ciò che l’Occidente ha realizzato nella scienza dello spirito è emerso dall’essere tedesco. Ma permeato da anglosassone, la scienza dello spirito tedesca è stata portata in maschere nell’anglosassone e anche in Francia. Solo la terminologia, l’assegnazione di nomi dei singoli fatti è stata adattata al linguaggio francese, inglese. Ma se si va al fondo, tutto ciò che è contenuto nell’occultismo francese e inglese è solo ricerca mascherata della scienza dello spirito tedesca, ricerca della scienza dello spirito tedesca dell’Europa centrale.
In un modo che esporrò subito, anche ciò che si è chiamato Società Teosofica non ha contenuto nulla di diverso che fatti etichettati con nomi indiani o altri, che sono stati trovati all’interno della scienza dello spirito tedesca. E lo sforzo della Società Teosofica era di mascherare il più possibile ai Tedeschi questo fatto. Perché da questo dipende all’anglosassone, estinguere ovunque la verità dello sviluppo dell’Europa centrale per quanto riguarda la scienza dello spirito e mettersi al suo posto. Qui è il massimo desiderio di potere che scaturisce dall’occultismo. Ed era una semplice necessità che avvenisse quello scisma che veramente si è verificato dalla fine del secolo, che ciò che era originariamente tedesco e che sfortunatamente i nostri Tedeschi hanno con troppo entusiasmo ricevuto da inglesi, che questo fosse di nuovo posto nella sua purezza originale. È stata stabilita una verità. Doveva essere stabilita. Che questa verità sia stata stabilita, la Società Teosofica inglese non perdonerà mai ai nostri sforzi tedeschi come erano dall’inizio. Questo può essere solo avvolto da un velo attraverso la diffamazione.
Ma molto sistematicamente, molto deliberatamente, procedono tutti coloro che all’interno degli sforzi occultistici proprio vogliono sviluppare potere. Per questo è così necessario che non si dorma di fronte a questi sforzi, ma si sviluppi una certa chiarezza. La chiarezza è prima di tutto proprio necessaria di fronte ai fenomeni significativi. E la chiarezza è ad esempio particolarmente necessaria di fronte alla personalità di Elena Petrovna Blavatsky che è decisiva per la Società Teosofica.
Ciò su cui si basa la chiarezza in questo settore si può allacciare a due fatti: il primo fatto è questo, che Helena Petrovna Blavatsky era una Russa, è cresciuta dal russo. Il secondo fatto è questo, che ha lasciato in veste inglese una sorta di scienza occulta, che gradualmente, ma in varie strade indirette, completamente è cresciuta in ciò che l’occultismo anglosassone aspira, in parte su strade indirette che erano condizionate dall’enorme talento di questa donna. Helena Petrovna Blavatsky era una, voglio dire, in un certo senso una personalità medianica, che in una tale capacità di adattamento anche delle proprietà occulte-spirituali poteva svilupparsi solo dall’essere popolare russo. Ciò che il Russo ha altrimenti come proprietà generalmente umane, Helena Petrovna Blavatsky aveva proprio per quanto riguarda le proprietà occulte. E da ciò derivò che lei in Europa occidentale fu trovata prima dall’occultismo francese, poi dall’occultismo britannico di una certa sorta, come adatta a versare direttamente nella sua anima l’essere occulto anglosassone. Si credeva di dovere dare al mondo qualcosa che rappresentasse anticipatamente l’occultismo anglosassone, manifestandosi dall’anima russa. Al posto di ciò che deve venire e deve venire, la connessione dell’essere dell’Europa centrale con l’essere russo, fu consapevolmente, intenzionalmente posto la penetrazione della natura russa — in Helena Petrovna Blavatsky come rappresentante dell’essere popolare russo — con l’occultismo di potere anglosassone. A questo non erano estranei coloro che in certo senso vogliono avere in mano i fili della vita come si sviluppa esteriormente secondo il piano fisico. Intorno alla povera personalità di Helena Petrovna Blavatsky accadde molto di tragico, su cui oggi non posso entrare. Proprio a causa della sua medialità profonda e comprensiva, in cui poteva essere versato ogni sorta di cosa, accadde molto, molto. E fu un lungo cammino dal punto di partenza dove prima fu tentato di trasmettere direttamente alla povera Blavatsky il tedesco centrale, che poi è apparso in una maniera per così dire caleidoscopica, quasi inutilizzabile nella «Iside Svelata». Ma molto presto, quando altri si impadronirono di lei, entrò sotto influenze completamente diverse, e al posto di colui che era il suo maestro e che l’avrebbe voluta dirigere verso l’essere dell’Europa centrale, intervenne più tardi, presentandosi nella maschera del maestro originale, il cosiddetto individuo posteriore Koot-Hoomi, che però non era nient’altro, secondo la dichiarazione dei veri occultisti, che un uomo che stava al soldo del russo e in modo consapevole voleva forgiare insieme ciò che poteva provenire dalla capacità spirituale della Blavatsky e l’occultismo anglosassone. Si ha a che fare direttamente con lo scontro, voglio dire, di un individuo originale — alcuni lo chiamano Maestro, si può chiamare come si vuole — e un posteriore ciarlatano, un imbroglione, che ha assunto la maschera del primo e dal lato dell’Europa orientale aveva ricevuto il compito che ho appena indicato.
Poi iniziò il periodo in cui Blavatsky avrebbe dovuto unirsi con l’occultismo francese, in cui voleva arrivare rapidamente a certi scopi e per questo presentava condizioni a una loggia occultista a Parigi, condizioni che allora non potevano essere realizzate, cosicché presto dovette essere di nuovo esclusa, perché sotto l’influenza dell’individuo che stava dietro di lei sempre mescolava intenzioni occultiste confuse con impulsi di potere politici. Poi seguì l’episodio americano, che di nuovo aveva uno sfondo politico. Tutte queste cose miravano a presentare davanti all’Europa qualcosa che dovrebbe convincere l’Europa che dall’unione del russo spirituale dell’anima e della bramosia di potere occulto anglosassone potesse sorgere una specie di nuova religione mondiale per l’Europa. Questo dovrebbe essere presentato davanti all’Europa. E doveva essere travolto ciò che era uscito dall’essere tedesco.
Oh miei cari amici, mi ricordo bene — e potrebbe sembrare spiacevole a molti quanto chiaramente tali cose stanno di fronte alla mia anima — come la signora Besant tenne il suo primo incontro in Germania ad Amburgo, e come l’ho interpellata in un piccolo cerchio allora, come pensasse allo sviluppo dell’occultismo nel 19° secolo, e come rispose allora ad Amburgo: alla fine del 18° secolo all’inizio del 19° in Germania si è affermato qualcosa come uno sforzo occulto, ma i Tedeschi sono rimasti bloccati in pure astrazioni, e si è mostrato che la grande — come si esprimeva, si esprimeva sempre in modo gran — che la grande onda della vita spirituale era stata assegnata al popolo britannico. — Naturalmente ha detto questo in inglese; ma in inglese era ancora più grande!
Per Blavatsky venne il momento allora in cui divenne necessario che tutti coloro che la prendessero sul serio con la scienza dello spirito e che non potessero indulgere in bramosia di potere anglosassone, facessero qualcosa. E così fu portato a compimento ciò che più tardi è stato chiamato nei circoli occulti la «prigionia occulta» di Blavatsky. Non si poteva procurarlo in nessun altro modo. E la decisione di mettere la «prigionia occulta» come si dice, su Blavatsky, fu presa da un incontro di occultisti onesti, almeno per la maggior parte occultisti onesti, nell’ultimo terzo del 19° secolo.
La prigionia occulta consiste nel fatto che uno — attraverso certi processi questo è possibile — racchiude come in una sfera lo sforzo di un uomo da cui non può guardare fuori, così il suo sforzo viene ribattuto indietro e certi danni che avrebbe causato non può causare.
Il processo che racconto adesso, questo infliggere della prigionia occulta, non è irreprensibile; ma, come detto, la gente non poteva aiutarsi in altro modo. Blavatsky era una forte personalità psichica e poteva agire fortemente. Per questo aveva anche quella forza che da un lato era travolgente, dall’altro lato era ingannevole nei suoi scritti.
Poi si presentò quello che si può descrivere come certi occultisti indiani che in questo modo volevano vendicarsi un po’ della stretta inglese, si impadronirono della personalità di Blavatsky, e così entrò la caratteristica indiana. Ho esposto questo in modo più dettagliato in altri posti, qui voglio solo indicarlo.
Allora venne la caratteristica indiana, e così nacque quella discutibile scienza occulta che per molto tempo è stata coltivata nella Società Teosofica e da cui doveva essere purificato ciò che doveva emergere in Europa centrale come scienza dello spirito. Perché ciò che deve emergere in Europa centrale come scienza dello spirito, deve essere nel senso come l’ho indicato, fondamentale, fondamentalmente onesto, cioè perseguire la verità come tale e essere convinti che la verità, mentre fluisce attraverso le nostre anime e attraverso lo sviluppo dell’umanità, effettuerà il giusto all’interno dei popoli e anche all’interno dell’esistenza degli uomini, dell’ordine sociale degli uomini: ricerca pura e onesta della verità! E questa ricerca pura e onesta della verità è davvero dapprima ancora il nostro compito principale.
Vorrei che lo si comprendesse ancora più esattamente proprio all’interno del nostro movimento di scienza dello spirito, allora mi si perdonerebbero anche certe condizioni secondarie che devo porre una volta, si vedrebbe che queste condizioni devono essere prese più seriamente. Quanto spesso ammonisco i nostri amici, si deve, affinché puro possa rimanere ciò che come scienza dello spirito deve essere portato al mondo, affinché non possa subire adattamenti da nessun lato, non venire da me con ogni sorta di altre cose che facilmente si mescolano con gli sforzi di scienza dello spirito. Naturalmente, si fa molto volentieri tutto ciò che la volontà umana può richiedere, e in modo amichevole molto può accadere, ma in ogni caso deve essere compreso una volta — perché ammonisco sempre di nuovo: non si deve credere che io m’intrometta nemmeno remotamente — così poco come in altre aree non direttamente di scienza dello spirito — nella medicina. Sarebbe già necessario che i nostri membri si abituassero a prenderlo sul serio, che dico, essenzialmente non mi si dovrebbe venire con cose mediche. È essenziale che si comprendano queste cose, perché è ancora necessario per oggi almeno, mantenere l’impegno della scienza dello spirito, nella misura in cui ho il dovere di rappresentarla, lontano dalle altre cose. Ci sono abbastanza personalità mediche all’interno del nostro movimento a cui i nostri membri possono affidarsi. Poiché sottolineo questo sempre di nuovo, si dovrebbe almeno in linea di principio prendere sul serio davvero quando dico: non voglio in alcun modo intromettermi nel curare; perché per questo il mondo farà solo fraintendere ciò che il movimento di scienza dello spirito attraverso di me deve fare dapprima, e questo non deve essere frainteso.
Quanto poco in fondo c’era nell’anglosassone vera comprensione per il puro, obiettivo sforzo di verità, potevano sapere coloro che una volta hanno sentito un curioso discorso della signora Besant su «Teosofia e Imperialismo». Per mezzo di questo discorso si poteva sentire molto di ciò che oggi devo dire dai fatti: mai dovrebbe essere mescolato con bramosia di potere di alcun tipo, con alcun sforzo politicamente immediato ciò che è scienza dello spirito, sebbene naturalmente colui che è un buon scienziato dello spirito possa essere il miglior politico. Ma questo non conta, ma la scienza dello spirito non deve diventare come è l’occultismo nell’anglosassone che ho cercato di caratterizzare;
non deve la scienza dello spirito diventare qualcosa che stato perseguito appunto attraverso Blavatsky, e allora in molti aspetti anche attraverso la signora Besant, attraverso la signora Besant solo con meno talento e con meno dono di Helena Petrovna Blavatsky. Lo sforzo era davvero da lato dell’anglosassone, in modo abbagliante attraverso le esperienze spirituali di una tale personalità, come era Blavatsky, di fondare una sorta di religione occultista che portasse l’anglosassone travolgendo il tedesco direttamente nel russo. Nelle scuole in cui ora non nel modo di Blavatsky, ma nel modo dell’occultismo anglosassone le cose vengono insegnate, che ho già indicato, si è sempre parlato e riparlato di questa guerra in cui siamo ora, come di una necessaria. E sempre di nuovo si parla in tali scuole molto suggestivamente dell’esito di questa guerra in modo che si dica: questo e questo deve accadere attraverso questa guerra. — Non si dice da una profezia inizialmente, ma perché si vuol, perché si vuol guadagnare il massimo influsso, perché si voglion preparare il più possibile gli uomini attraverso tutti i canali che è possibile raggiungere. Perché se uno insegna agli uomini ogni sorta di occultismo in maschere, vuol preparare gli uomini in una certa direzione. Per questo devo chiedere — devo affrontare queste cose perché sono già discusse pubblicamente, e perché colui che ha il dovere di rappresentare la scienza dello spirito come io, deve rendere chiaro come sta a queste cose —: perché è una personalità occultista e conosciuta agli occultisti di Parigi, immediatamente dopo lo scoppio della guerra tra Germania, Russia, Inghilterra e Francia, sempre e ancora nell’ottobre 1914 andata a Roma? Perché giocava a Roma un ruolo che più tardi ebbe influenza sulla situazione dell’Italia, un ruolo simile come giocavano certi persone che appartenevano al «Gran Oriente di Francia» o stanno in connessione con massoni dell’anglosassone, che ebbero un’influenza profonda sulla formazione intera degli eventi presenti, molto più di quanto si creda?
Ma devo ancora chiedere: perché sta nell’annuario che questa stessa personalità che è usata da certi flussi dell’occultismo, si potrebbe dire anche abusata per ogni sorta di roba — come detto, perché è già discussa nel mondo, così devo mostrare da che parte sto in queste cose —, perché sta nell’annuario del 1913 che ha pubblicato questa personalità e che in realtà è già apparso nel 1912: colui che crede di governare l’Austria non governerà, ma un altro più giovane governerà, che ora non è ancora destinato a governare? — Perché sta nel 1913 in un annuario di un medium che sta in un certo flusso occulto? Perché è ripetuto nel 1914 lo stesso nell’annuario — così prima che venisse l’anno 1914, per il 1914, ma già apparso nel 1913: la tragedia della casa degli Asburgo si compirà più velocemente di quanto si pensi. — Perché sta in questi annuari? E ancora di più: perché sta in un giornale parigino, che in tedesco si potrebbe chiamare «Paris-Mittag», nel 1913 già il desiderio espresso che l’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando debba essere assassinato? Questo giornale corrisponde a circa quello che a Berlino è «B.Z. am Mittag»: «Paris midi» è quello, molto letto. Perché sta nell’almanacco da un lato ciò che ho presentato: colui che crede di governare non governerà, ma un più giovane governerà, e dall’altro lato direttamente il desiderio che questo arciduca sia assassinato? Perché sta in questo stesso giornale, quando dibattiti sulla durata di tre anni della leva militare in Francia proprio stavano avvenendo, con parole ciniche: se una volta in Francia dovesse venire il momento di una mobilitazione, così il primo che sarà assassinato sarà Jaurès? — Ritenete questo, miei cari amici, per profezia? Voglio proprio mostrarvi che non sto dalla parte di coloro che ritengono ciò come profezia, bensì che tutto ciò indica fondamenti profondissimi, spaventosi nell’abuso dell’occultismo ciarlatanesco, ma proprio minaccioso per l’umanità.
Io voglio dirvi oggi forse qualcosa non elevante, ma tanto più seriamente. Volevo domandare alla vostra anima se l’uomo non debba veramente acquisire uno sguardo molto chiaro se vuole stare proprio in un flusso occultista, e se non potrebbe andare male se si volessero farsi dormire le cose più importanti. Miei cari amici, chiunque voglia studiare la connessione della Società Teosofica — come gradualmente è diventato sempre più — con tali cose, non ha che puntare un occhio acuto sulla attività di personalità come ad esempio la signora Catherine Tingley. E anche è istruttivo che, quando da una certa visione ancora più cristiana, persino per mezzo di una via molto medianica, qualcosa dovesse essere introdotto in ciò che doveva essere solo anglosassone, nel piccolo libretto «Luce sul Sentiero» di Mabel Collins, che lì la diffamazione partisse. Perché la maggior parte di ciò che è stato portato contro il medium attraverso il quale «Luce sul Sentiero» è stato dato all’umanità, è diffamazione.
Con una certa serietà vi volevo parlare oggi, affinché da questa serietà proprio molti tra noi acquisiscano una comprensione di quanto sia necessario diventare consapevoli della missione dell’Europa centrale per quanto riguarda la scienza dello spirito, e che è assolutamente necessario che questa missione dell’Europa centrale diventi una missione universale. Questa missione dell’Europa centrale deve essere soprattutto ricerca pura e onesta della verità. Ma questa ricerca pura e onesta della verità è stata compresa in un modo strano, e le distorsioni rispetto alla verità sono state comprese in modo strano. Sapete che le relazioni tra il movimento spirituale tedesco a cui apparteniamo e la Società Teosofica erano già state recise molto prima della guerra. Tutto ciò che ho indicato è stato compreso in modo strano. Basta riflettere che ad esempio la signora Besant ha fatto in modo di dire che io avrei aspirato a diventare presidente della Società Teosofica in India per toglierla da quel seggio presidenziale, e per da lì agire correnti pangermaniche per la via indiretta in modo ostile all’Inghilterra a favore dell’Impero tedesco! Crederete veramente che questo non è vero, che è un’ingiustizia oggettiva!
Di fronte a questo sta il seguente: era il 1909, quando contro il terrore di Leadbeater, e più tardi anche contro l’impostura dell’Alcione fu fondata una società che doveva abbracciare internazionalmente tutti i paesi della terra e in certo senso controbilanciare coloro che erano stati fuorviati da Besant. E in quel momento mi fu richiesto dall’India di essere presidente, presidente di questa società internazionale, e non solo ho rifiutato, ma nel 1909 a Budapest di fronte a testimoni ho detto alla signora Besant che non voglio mai essere all’interno del movimento spirituale dei tempi moderni nulla di diverso che colui che all’interno dell’essere popolare tedesco guidi questo movimento. Questo dissi di fronte a testimoni nel 1909 a Budapest alla signora Besant. Ora prende le cose con la verità in modo tale che scrive ora nella sua rivista inglese che io avrei aspirato ad andare in India e così via, per toglierla da lì! Da ciò non si può più parlare di ingiustizia oggettiva, si tratta ovviamente di menzogna consapevole. Ma è già necessario che con tali mezzi si lavori dove è in gioco la cosa che si deve combattere contro il corso della verità stesso; e questo in fondo ha l’occultismo anglosassone. Perché la verità è questa: intimamente connesso all’essere dell’Europa centrale è ciò che come scienza dello spirito deve permeare la cultura umana. Ma questo deve essere velo, deve essere velato, deve essere mascherato in qualche modo dall’Inghilterra. E sempre più la signora Besant nel 20° secolo è diventata uno strumento di questo velo.
Necessità di pensare a ciò che nel nostro movimento deve fluire è ben presente. Il compito spirituale-terreno è veramente qui. A questo non abbiamo motivo per, senza esaminare, prestare cieca fedeltà all’uno o all’altro. Ma questo oggi non è esattamente qualcosa che può essere molto allettante: non volere niente di diverso che onestamente solo lo sviluppo della verità. Sapete quanto da ogni lato all’interno e al di fuori della nostra società gli attacchi e il disprezzo e lo scherno piove solo così. Ma a tutto ciò viene aggiunto ancora qualcos’altro: a ciò viene aggiunto che sempre più questo fluisce anche dal nostro movimento di scienza dello spirito fuori in questa o quella anima — chi ha un occhio per questo, lo sente già, ciò che dai nostri libri o dai nostri discorsi pubblici così fluisce nell’anima degli uomini. Ma se questi uomini che talora molto volentieri ricevono ciò che così fluisce, dovessero confessarsi senza riserve a ciò che in modo così serio deve porsi come il nostro movimento nel corso spirituale dell’umanità, allora emergono strani fenomeni. A volte è veramente così che la gente volentieri accoglie una certa verità che è generata proprio sul nostro terreno, ma che loro prendono ogni consapevole, sincero stare con noi come se bruciassero le dita proprio toccandomi davvero. È un’apparizione molto frequente, più frequente di quanto si pensi! Tra coloro che la prendono onestamente non con alcuna personalità, ma con il mio, che è onesta ricerca della verità della scienza dello spirito, si deve già presumere che si confessino anche in modo incondizionato a esso. Perché, miei cari amici, la serietà è grande, la serietà è enorme.
Le cose che ho detto non dovrebbero essere state comunicate da alcun sentimento nazionale. Vi ho in fondo raccontato solo fatti; dovevano caratterizzare ciò che come contrasti occultistici esiste in Europa e che per chi vuol vedere, può già spiegare molto dei contrasti del piano fisico.
E sempre di nuovo voglio sottolinearlo: serietà ci serve, serietà per in un tempo serio trovare la giusta direzione, affinché sia ciò che ho anche qui enfatizzato, che sta nelle parole:
Dal coraggio dei combattenti,
Dal sangue delle battaglie,
Dal dolore degli abbandonati,
Dai sacrifici del popolo
Nascerà il frutto dello spirito —
Guidino le anime consapevolmente lo spirito
Il loro senso al regno dello spirito.
Quando l’ultima volta siamo stati qui insieme alla mia precedente presenza, abbiamo considerato certi fatti spirituali che riguardano la vita dell’anima umana dopo che l’uomo ha passato la porta della morte. Vogliamo oggi considerare dapprima certi fatti del mondo spirituale connessi con questo evento, che possono gettare ulteriore luce su questo evento, fatti che però, così come sono adatti a gettare luce sull’evento della morte, possono al contempo illuminare ciò che si svolge nella vita tra la nascita e la morte dell’uomo, ciò che accade nella vita fisica in cui stiamo. Devo sempre ribadire ancora e ancora che la scienza dello spirito deve tentare non solo di stare ferma a uno schema esteriore nella concezione dell’essenza umana, ma di penetrare sempre più profondamente nei vari articoli dell’essenza umana.
Ora vogliamo volgere le nostre considerazioni a ciò che abbiamo spesso chiamato il corpo eterico umano. Già nel discorso pubblico di ieri ho sottolineato che non si deve rappresentare questo corpo eterico soltanto come un corpo fisico diradato — questo sarebbe un’interpretazione materialistica — ma che lo si deve rappresentare come ciò che si rivela attraverso un’esperienza interiore. E giungiamo così al fatto che ciò che nel senso stretto chiamiamo pensare, rappresentare, come l’uomo qui sul piano fisico vive, in realtà si svolge nel corpo eterico. Ma affinché i pensieri si formino attraverso questo pensare, attraverso questo rappresentare, il corpo fisico è necessario, perché il corpo fisico deve ricevere impressioni se i pensieri qui nella vita fisica devono essere trattenuti mnemonicamente.
Il processo è dunque così: quando pensiamo, naturalmente il pensiero esce dall’Io, passa attraverso il corpo astrale, ma si svolge principalmente nei movimenti del corpo eterico. Ciò che sempre pensiamo, ciò che rappresentiamo, si svolge nei movimenti del corpo eterico. Questi movimenti del corpo eterico s’imprimono letteralmente nel corpo fisico. È parlare rozzamente, perché si tratta di processi molto più fini che di un’impronta grezza, ma si può chiamare la cosa comparativamente così. E attraverso il fatto che questi movimenti del corpo eterico s’imprimono nel corpo fisico, i pensieri si svolgono per la nostra coscienza, e così i pensieri si mantengono nella memoria. Per così dire è così: quando abbiamo un pensiero e più tardi lo richiamiamo dalla memoria, così nel lavoro di voler ricordare il nostro corpo eterico si mette in movimento, e si adatta nei suoi movimenti al corpo fisico, e mentre entra in quelle impressioni che questo corpo eterico ha fatto nel corpo fisico con il pensiero corrispondente, il pensiero risale nella coscienza. Dunque la memoria è legata al fatto che i movimenti del corpo eterico possono imprimersi nel corpo fisico. Naturalmente la memoria è legata al corpo eterico, ma il corpo eterico deve avere una sorta di custode dei suoi movimenti, affinché nel corso della vita fisica il ricordo possa aver luogo. E così viviamo la nostra vita tra la nascita e la morte, abbiamo le nostre esperienze e ci ricordiamo delle nostre esperienze, cioè la nostra vita di pensiero si svolge in noi. Nello stato di veglia abbiamo sempre più o meno questa vita di pensiero che si svolge nel nostro interiore.
Ora si ha come uomo nel corpo fisico la sensazione che ciò che si svolge nel nostro pensare, nella nostra vita di rappresentazione, è esperienza interiore, qualcosa che si svolge in noi stessi, che è nostra proprietà. E per la vita fisica questo è effettivamente corretto inizialmente, perché esteriormente non è realmente visibile agli altri uomini ciò che si svolge interiormente come esperienza di pensiero. È dunque nostra proprietà. Ma di fronte al mondo spirituale non è affatto nostra proprietà ciò che si svolge nella nostra vita di pensiero.
Sì, la nostra vita di pensiero ha un significato completamente diverso di quanto spesso immaginiamo quando la designiamo come nostra proprietà. E vogliamo una volta domandare in merito a questo significato mondiale della nostra vita di pensiero. Affinché mi possa esprimere completamente bene, devo partire da un confronto: noi uomini fisici lavoriamo qui nel mondo fisico. Supponiamo che il nostro lavoro consistesse nel fare macchine. Potrebbe anche consistere in qualcos’altro, ma supponiamo che consista nel fare macchine. Per fare le macchine, che poi vengono messe al servizio della vita umana, abbiamo bisogno di legno o ferro o qualunque cosa da cui vengono fatte le macchine. Abbiamo bisogno dei materiali corrispondenti, e dobbiamo elaborare questi materiali. I materiali devono essere presenti in natura. Noi come uomini fisici non possiamo creare ferro, creare legno, questi materiali devono essere lì. Prendiamo questi materiali, li formiamo, li elaboriamo e li assembliamo nelle nostre macchine. Lì esercitiamo una certa attività umana. Effettuiamo in certo senso che un regno di macchine esiste, ma creiamo questo regno di macchine sulla base dei materiali che estraiamo dalla Terra.
Immaginate ora che non avessimo a che fare con uomini che da materiali terrestri, da ferro o legno fabbrichino macchine, ma con gli esseri della gerarchia immediatamente superiore, gli esseri ai quali diamo i nomi: Angeloi, Archangeloi, Archai. Si potrebbe allora chiedere: che cosa fanno davvero questi esseri? Hanno anche qualcosa da fare che potrebbe essere paragonato all’attività di cui si è appena parlato, che porta alla creazione di un regno di macchine? — Sì, questi Angeloi, Archangeloi e Archai, hanno anche la loro attività. Questa attività si svolge semplicemente nel mondo spirituale. E così come noi uomini prendiamo dai regni sottordinati, cioè in primo luogo dal regno minerale, da quello vegetale il nostro ferro, il nostro legno per assemblare le nostre macchine, così gli Angeloi, Archangeloi, Archai hanno anche bisogno di materiali per, diciamo, costruire — sebbene l’espressione naturalmente sia molto rozza — ciò che devono costruire. E quali sono i loro materiali? Per molte cose che gli Angeloi, Archangeloi, Archai devono realizzare nel mondo spirituale, i materiali sono proprio i pensieri che gli uomini considerano loro proprietà. Ed è proprio così: mentre camminiamo nel mondo e nutriamo i nostri pensieri, consideriamo quasi interiormente la nostra vita di pensiero e la consideriamo nostra proprietà, lavorano ai nostri pensieri, senza che lo sappiamo, gli Angeloi, Archangeloi e Archai. Il minimo di ciò che vive nei nostri pensieri diventa consapevole, perché i pensieri significano molto di più di quello che diviene consapevole, molto più di quello che vive nelle nostre anime. Mentre pensiamo e ricordiamo i nostri pensieri, lavorano in certo senso da fuori secondo il loro modo, così come possono usare i nostri pensieri, gli esseri nominati della gerarchia superiore, della gerarchia immediatamente superiore. Dunque immaginate decisamente ogni uomo in modo che solo un lato della sua vita di pensiero si svolga per la sua coscienza. Mentre pensa, lo circondano continuamente gli esseri della gerarchia nominata e lavorano con l’aiuto dei suoi pensieri. Questi sono i loro materiali. E ciò che essi così lavorano appartiene a ciò che è necessario affinché dalla Terra possano un giorno emergere Giove, Venere, Vulcano. Appartiene a ciò che causa il progresso nello sviluppo dell’universo. E tutta la nostra vita fino alla morte lavoriamo ai nostri pensieri, nella misura in cui sono circondati dal nostro essere, da fuori gli esseri nominati della gerarchia superiore. E quando passiamo per la porta della morte, allora, come abbiamo già indicato nella mia precedente presenza, alcuni giorni dopo che siamo passati per la porta della morte, il nostro corpo eterico ci viene tolto e intrecciato nell’etere mondiale generale. Allora non solo viene intrecciato quello che vediamo guardando a un lato del nostro tessuto di pensiero, ma viene intrecciato nell’etere mondiale generale anche ciò che gli esseri nominati hanno elaborato. Mentre in certo senso lavorano al nostro tessuto di pensiero individuale durante la nostra vita, assemblano i tessuti di pensiero individuali di una persona, di un’altra, di una terza, così come possono usarli, affinché qualcosa di nuovo sorga nel corso dello sviluppo ulteriore del mondo. Questo deve essere intrecciato nell’etere mondiale generale, ciò che possono acquisire attraverso l’assemblaggio dei corpi eterici individuali degli uomini, che hanno elaborato durante il tempo della vita fisica.
Vedete da questo com’è seria la nostra vita interiore, la nostra vita interiore di pensiero. È molto serio. A seconda di come pensiamo, siamo trovati utili per il corso generale dello sviluppo mondiale. Colui che per tutta la vita si è sforzato solo di pensare sciocchezze, o si è sforzato solo di pensare le cose che sono immagini del mondo fisico, non fornirà molto buon materiale costruttivo per ciò che deve essere intrecciato dall’etere eterico corpo del mondo spirituale generale. È una questione seria la vita interiore, la vita interiore di pensiero, che ci appare come nostra proprietà durante la vita tra la nascita e la morte. Appartiene in questo modo descritto in realtà al mondo intero. E proprio come noi uomini non potremmo fare macchine senza legno e ferro, così gli esseri superiori non potrebbero continuare a lavorare al corso dello sviluppo mondiale se non trovassero i loro materiali costruttivi in ciò che durante la nostra vita fisica possiamo dare loro nei nostri pensieri. Siamo per loro il terreno, il suolo, da cui prendono il loro legno, il loro ferro e così via, cioè i nostri tessuti di pensiero. Esercitano la loro attività elevata con questi materiali dalla saggezza che supera l’essenza umana; ma i materiali devono fornirli ciò che sta in noi.
Ciò che possiamo così dare a questi esseri, gli Angeloi, Archangeloi, Archai, forma per tutto il tempo che poi viviamo tra la morte e una nuova nascita, qualcosa che dobbiamo osservare, a cui dobbiamo guardare. Sappiamo che ci viene tolto pochi giorni dopo che siamo passati per la porta della morte. Ma così come continuiamo a vivere tra la morte e una nuova nascita, il nostro sguardo spirituale è incessantemente diretto a ciò che siamo stati in grado di dare all’etere mondiale generale. E come noi stessi ora dobbiamo nuovamente collaborare alla creazione di ciò che poi si connette con la materia fisica per darci una nuova incarnazione, così nella nostra opera agisce la visione di ciò che abbiamo dato al grande mondo. In breve, se abbiamo qualcosa a cui guardare, da cui possiamo trarre nuovi impulsi per una prossima incarnazione in questo tessuto di pensiero intrecciato nell’etere mondiale, o se non possiamo, da ciò dipenderà molto per quanto riguarda il modo in cui saremo in grado di lavorare per la nostra nuova incarnazione.
Così i nostri pensieri sono legati al nostro corpo fino a quando non passiamo per la porta della morte. Allora ci vengono tolti in un certo senso, e sono intrecciati nel quello che gli esseri nominati hanno fatto da loro nell’etere mondiale generale, affinché ora non abbiano un’esistenza in noi, ma un’esistenza fuori di noi. Perciò nella scienza dello spirito si può designare questo processo, affinché lo si ricordi sempre, affinché in certo senso lo si abbia sempre davanti come meditazione, con le parole: L’interno diviene esterno. Perché esattamente come qui vediamo con l’occhio fisico montagne, fiumi, nuvole, stelle, così vediamo dopo la morte a ciò che è stato tessuto dal nostro pensiero come all’esterno, che ci è stato tolto e intrecciato nell’etere mondiale generale. Ora è un mondo esterno, un mondo esteriore che ci eleva o ci rattrista, che ci fortifica o ci indebolisce. L’interno è diventato esterno.
Allora sappiamo che segue un tempo molto, molto lungo, in cui dobbiamo vivere recessivo in un certo modo ciò che abbiamo vissuto qui nella vita terrestre, ma diversamente da come l’abbiamo vissuto nella vita terrestre. Viviamo, come sappiamo, la vita trascorsa tra la morte e la nascita in una velocità tripla in ordine inverso, quindi ciò che abbiamo sperimentato nell’ultimo anno, prima, poi dal penultimo anno e così via. Così viviamo la vita dopo la morte nelle Immaginazioni a ritroso, ma diversamente da come l’abbiamo vissuta qui nel corpo fisico. Dopo che il nostro corpo eterico ci è stato separato, viviamo la vita a ritroso, così però che non sperimentiamo ora ciò che abbiamo sperimentato nel nostro sentire, nei nostri impulsi di volontà durante la nostra esistenza fisica. Prendiamo il caso estremo, avessimo durante la nostra esistenza fisica ferito qualcuno, offeso, così abbiamo sentito qualcosa nel ferirlo. Ma anche lui ha sentito qualcosa. Ciò che abbiamo sentito è ciò che ci ha spinto dal nostro sentire a offenderlo, poi anche ciò che abbiamo sentito forse come una certa soddisfazione per l’atto. Insomma, potete immaginare ciò che una persona sente, nel bene o nel male, quando effettua qualcosa sul piano fisico. Ma l’altro, verso il quale era diretto ciò che abbiamo fatto, sente qualcosa di diverso. Colui che è offeso sente qualcosa di diverso da colui che offende. Dopo la morte, in questo rivivere indietro, che ora deve essere caratterizzato, sentiamo gli effetti che abbiamo compiuto con i nostri atti, con i nostri impulsi di volontà, sì anche con i nostri pensieri in altre persone, ma anche in altri esseri. Quindi non ciò che abbiamo già sentito mentre eravamo nel corpo fisico, sentiamo ora, bensì ciò che abbiamo compiuto in altre anime, in altri esseri. L’esteriore, ciò che è rimasto esteriore durante la nostra vita fisica, diventa ora interiore. Come attraverso la separazione del corpo eterico l’interno diviene esterno, così attraverso questo rivivere a ritroso l’esterno diviene interno. La nostra anima si riempie di ciò che all’interno della nostra esistenza fisica abbiamo compiuto come effetti. Questo diviene ora la nostra vita interiore: l’esterno diviene interno. Così l’interno diviene esteriore e l’esteriore diviene interiore. Così l’uomo è come invertito dopo che ha passato la porta della morte.
Immaginate come dovevate rappresentarvi gli Angeloi, Archangeloi e Archai in un certo rapporto al mondo di pensiero umano, adesso gli spiriti delle gerarchie superiori: gli Spiriti della Forma, gli Spiriti del Movimento, gli Spiriti della Saggezza, sì anche gli Spiriti della Volontà, i Troni, immaginate così che ora sono anche in una sorta di rapporto a ciò che ho ora caratterizzato, come l’uomo acquisisce un nuovo interno, che ora è saldato insieme dall’esterno. Con il loro occhio spirituale — se posso usare l’immagine — gli Spiriti della Forma, gli Spiriti del Movimento, gli Spiriti della Saggezza, gli Spiriti della Volontà guardano giù su questo strano, significativo spettacolo che si svolge dopo che l’uomo tra la nascita e la morte ha sperimentato questo o quello attraverso i suoi atti, attraverso i suoi impulsi di volontà interiormente; ciò che ora sperimenta dopo che è passato per la porta della morte, dove raccoglie gli effetti per così dire per farne un nuovo interno, a quell’interno che poi può continuare a vivere nel karma nella costruzione della successiva incarnazione. Come tutto ciò che si diffonde fuori nel mondo come i nostri effetti diviene interno, lo contemplano gli spiriti nominati dalle loro altezze spirituali. E ciò che così contemplano è per loro ora materiale per incorporare ancora qualcosa di diverso dei Spiriti nominati inferiori del continuo sviluppo mondiale, per fornire innanzitutto aiuto affinché il karma possa essere effettuato, affinché ciò che così viene spinto da fuori verso dentro, fornisca la base in una lenta costruzione, che là tra la morte e una nuova nascita unisce quel tessuto che allora si abbassa alla sostanza ereditaria fisica, al fine di unirsi come spirituale con ciò che l’uomo eredita da padre e madre. È necessario molto affinché ciò che si abbassa dalle altezze spirituali e deve unirsi con la sostanza ereditaria che proviene dagli antenati si realizzi. Dopo che l’uomo ha passato la porta della morte, ha deposto il suo corpo eterico, dopo che ha compiuto quello scorrimento a ritroso attraverso il mondo dell’anima di cui si è parlato, il lavoro che deve essere compiuto tra la morte e una nuova nascita già inizia, affinché proprio la nuova nascita, la nuova incarnazione possa aver luogo.
Che cosa viene elaborato lì? È veramente infinitamente difficile caratterizzare il modo in cui siamo elaborati nel cosmo spirituale fuori. Se dovessi caratterizzarlo, forse potrei farlo attraverso uno schizzo schematico nella seguente maniera. Supponiamo che l’uomo passi per la porta della morte. Il suo corpo eterico viene allora deposto. Ciò che egli stesso ancora considera rimane in relativo lungo tempo in qualche modo nei dintorni della Terra. Vi ho caratterizzato tali cose nel corso del tempo. Ma ciò che gli Angeloi, Archangeloi, Archai hanno tessuto va tanto lontano, in quanto viene intrecciato all’etere mondiale generale, che si dispiegano in una sfera larga, il cui centro è la Terra. Quindi come un’atmosfera spirituale l’etere mondiale circonda la Terra. E a questo etere mondiale viene intrecciato ciò che abbiamo tessuto dai nostri pensieri. Non abbiate paura di dove potrebbe esserci posto per tutti questi tessuti: lo spirituale penetra l’uno nell’altro, e in questa sfera tutti questi tessuti sono dentro.
Nel suo sviluppo ulteriore, l’uomo ora vede, non dall’interno, ma dall’esterno, questo tessuto. E la sua ulteriore vita è una sorta di ingrandimento, un dissolversi nell’universo. E durante tutto il tempo in cui si svolge la vita tra la morte e una nuova nascita, l’uomo vede sempre da fuori dentro, vede: Questo sei tu — come una sfera ancora più potente, estesa, e su questa sfera immaginate qualcosa come una mappa potente. Naturalmente è tutto figurato e espresso rozzamente, ma riproduce i fatti. — Là, su questa mappa, su questo globo viene elaborato, in quanto tutto è disegnato, elaborato spiritualmente: Primo, ciò che è stato elaborato dall’uomo stesso nel suo corpo eterico, a cui l’uomo può guardare, ma poi anche ciò che è diventato ora interno umano nel modo in cui l’ho descritto. Tutto ciò è elaborato dentro, mentre tra morte e nuova nascita gli Spiriti della Forma, gli Spiriti del Movimento, gli Spiriti della Saggezza, gli Spiriti della Volontà lavorano sull’uomo. E quando è venuto il momento in cui deve verificarsi la nuova incarnazione, questo tessuto è finito. Allora c’è una sfera potente. Di nuovo non dovete aver paura che non ci sia spazio per tutte queste sfere; possono tutte essere una dentro l’altra. È naturalmente un’immagine per una cosa spirituale. — Allora questa sfera inizia a diventare sempre più piccola, e si capovolge, così come capovolgete un guanto, in modo che l’interno diventi esterno e l’esterno interno. Ciò che è in certo senso fuori, tutto questo va dentro, si capovolge completamente e diventa così piccolo che
può unirsi con il germe umano come si forma nel corpo della madre. Anche questo è un’immagine.
Naturalmente si possono rappresentare queste cose anche in un’altra immagine. Questo è già accaduto qui. Ma vogliamo rappresentarci la cosa oggi in modo che secondo ciò che l’uomo ha dato agli esseri delle gerarchie superiori durante la sua vita tra la nascita e la morte, questi Spiriti delle gerarchie superiori lavorino sia al mondo che alla creazione dei fondamenti spirituali per la nuova incarnazione dell’uomo. Questo, penso, è un pensiero possente, se si fissa nell’anima in modo sentito, se diventiamo consapevoli di ciò che in realtà, così considerato, la nostra vita significa per l’universo intero, come stiamo in questo universo. Ed è necessario che sempre più e più gli uomini dal presente in poi si permeino della consapevolezza di stare così connessi attraverso tutta la loro vita con un mondo spirituale.
La gente molto intelligente di oggi, gli oppositori della scienza dello spirito, diranno: la vita umana continua comunque, anche se non si diffondono tra gli uomini tali conoscenze, ma conoscenze di tipo molto più semplice. Perché sarebbero soltanto cose che per il pensiero ci fossero, con cui ci si potrebbe gravare il pensiero; ma non sarebbe necessario gravare la vita con tali pensieri. — Così dicono certamente le persone molto intelligenti. E forse aggiungono anche: Gli uomini prima non sapevano una tale saggezza inutile e hanno potuto comunque proseguire. — Le persone che dicono tali cose non hanno nessuna idea di quanto sia stupido ciò che dicono, perché tale affermazione è fatta sotto il presupposto che sia veramente vero che gli uomini siano sempre stati così ignoranti sui segreti spirituali dell’esistenza come lo sono ora. Ma non è affatto così tanto tempo che gli uomini non erano così ignoranti. Lo si può mostrare persino su esteriori. Vi voglio addurre un tale esteriore. Qui non ho mai avuto l’occasione di visitare una qualche galleria di immagini per verificare se si trovano qui a Stoccarda pezzi simili. Ma poco tempo fa visitammo una galleria di immagini ad Amburgo, e là risultò il seguente. Vedete, quando oggi i pittori vengono e devono dipingere quello che conosciamo come una grande, potente immagine, ma un’immagine per una verità, come sappiamo, il peccato originale all’inizio dell’Antico Testamento, quando i pittori devono dipingere questo peccato originale sulla base di ciò che oggi ritengono giusto, bene, allora dipingono un albero, da un lato Eva, dall’altro lato Adamo. A seconda che siano espressionisti, impressionisti o altri «isti», dipingono più o meno queste figure umane, voglio dire, in; ma in ogni caso allora dipingono un serpente all’albero. È naturalistico, non è vero, è realistico. Guardando più da vicino per colui che può davvero pensare, non è affatto realistico. Perché vorrei conoscere la donna, anche se fosse Eva, che si lascerebbe sedurre da un tale ordinario serpente con una reale testa di serpente nudo a ciò a cui Eva si è fatta sedurre. Intendo, non accade. Da un tale serpente non si farà nemmeno sedurre un’Eva. Sappiamo che è una seduzione da parte di Lucifero. Ma può Lucifero essere rappresentato da un ordinario serpente? Questo può essere al massimo l’immagine. Ma sappiamo di Lucifero che conserva la sua esistenza appunto perché è rimasto indietro al livello lunare. Allora non c’erano ancora tali serpenti come si sono formati durante il tempo terrestre. È dunque completamente innaturalistico dipingere un serpente puro con una gigantesca testa di serpente. Come si dovrebbe dipingere Lucifero se lo si volesse davvero, realisticamente nel senso della nostra scienza dello spirito? Lo si dovrebbe dipingere in modo da esprimere come Lucifero per uno sviluppo che ancora esprimeva l’Immaginativo durante il tempo lunare era, così come l’ho descritto nella Cronaca dell’Akasha. Cioè, se ci si addentra più a fondo, si scopre che ciò che è diventato fisico come testa terrestre nell’uomo ora, con il suo spesso, a volte molto spesso guscio osseo cerebrale, era allora ancora sottile. Era da vedersi in modo immaginativo. Ma ciò che è legato a questo — potete vederlo dallo scheletro, come l’uomo effettivamente consiste di due parti, dal cervello e dal midollo spinale — è legato a questo solo come una striscia molto sottile. L’altro è veramente opera terrestre. E dell’uomo è essenzialmente ciò che è effettivamente cranio, dalla Luna, e il midollo spinale è venuto come appendice. Tutto il resto è stato aggiunto attraverso quello che abbiamo sviluppato come essere terrestre. Come deve quindi apparire Lucifero per una visione immaginativa della conoscenza? Avrà avuto un cranio umano, e appeso a questo qualcosa come un corpo di serpente, come allora mobile si era sviluppato, il midollo spinale. Così avrà apparso. Se si volesse dipingere realisticamente, si dovrebbe dunque dipingere l’albero, e all’albero la testa umana con il corpo di serpente appeso, indicando il midollo spinale. Allora si dipingerebbe la verità. Ma si dovrebbe sapere qualcosa del mistero dell’esistenza, dei mondi spirituali con cui l’uomo è connesso.
Nel museo di immagini di Amburgo trovate un’immagine del 13., 14. secolo del cosiddetto Maestro Bertram. Lì il peccato originale è dipinto esattamente così come ve l’ho ora descritto. Lì non è dipinta quell’immagine di un ordinario serpente, ma lì è dipinto tutto ciò così come ve l’ho appena descritto. Che cosa significa questo? Significa che sono solo pochi secoli che gli uomini non sanno più come stanno connessi con il mondo spirituale e che esiste un mondo spirituale nel senso caratterizzato. Dunque gli uomini sono diventati così sciocchi da credere che, così come gli uomini ora guardano il mondo con i soli sensi fisici e con il solo intelletto legato al cervello, l’hanno sempre guardato; sarebbero stati un po’ più infantili e si sarebbero inventati ogni sorta di miti. Così pensa oggi la scienza universitaria. Ma è assurdità il tutto, perché sono solo pochi secoli che l’umanità ha perso la visione viva del mondo spirituale. E rispetto ai grandi compiti della conoscenza, la scienza materialistica del presente non è nient’altro che l’ottusità che cammina attorno di fronte al mondo spirituale. E questa ottusità è ciò che cammina attorno come autoritario tra gli uomini oggi, ciò che viene ammirato come il grande progresso. Doveva venire una volta. Sappiamo perché doveva venire: affinché gli uomini siano protetti attraverso il loro puro sviluppo fisico e possano diventare liberi. E questo deve essere compreso. E persino da tali documenti esterni, come quelli che vi ho addotto, potrebbero gli uomini, se solo avessero un po’, scusate, cervello nelle loro teste, percepire quanto poco tempo fa sia scomparsa la visione spirituale agli uomini. Ma non viene in mente agli uomini oggi di considerare davvero pensatamente queste cose. Si sceglie piuttosto di usare mezzi di potere esteriori, perché è conveniente, perché non è necessario imparare nulla di speciale, ma solo porsi a qualche tavolo di laboratorio e farsi inculcare certi metodi; e allora si dichiara mediante pronunce di potere esteriore che tutto ciò che parla del mondo spirituale è errore, sciocchezza e fantasia. Questo è ciò che al posto di un vero orientamento al mondo spirituale dovrebbe essere dato agli uomini al presente.
Ma, miei cari amici, attualmente è ancora così che tutto ciò che richiede capacità inventiva è rimasto come eredità da quei tempi antichi nei quali si guardava nel mondo spirituale. Se anche questo una volta scomparirà, allora gli uomini non faranno più invenzioni. E se la scienza dello spirito non rifiammasse il pensiero umano nuovamente, allora non ci sarebbero più cinquanta anni, allora tutto ciò che lavora nel puro materialismo sarebbe una rapsodia sulla materia esterna, e a nessuno verrebbe più in mente qualcosa che potrebbe arricchire l’arte o l’ideologia o in qualche modo la vita esterna. Perciò è la richiesta più severa del tempo, non una mera preferenza per qualche fantasticheria spirituale, che prenda posto una consapevolezza della connessione dell’umanità con il mondo spirituale, che gli uomini possano di nuovo guardare verso l’alto. E possono farlo, dopo che la vecchia chiaroveggenza atavistica è passato, passando attraverso la scienza dello spirito.
E in questo senso è già necessario che gli uomini imparino quanto sia fecondante non solo per una conoscenza del mondo spirituale, ma per un giusto pensare anche sulla vita intera, l’accostamento alla scienza dello spirito. Sempre di nuovo e di nuovo si sperimenta come gli uomini nel tempo presente siano completamente contravvenenti, se si devono calare in quella vita interiore dell’anima un po’ complicata, che deve essere sviluppata una volta se si vuol avvicinarsi al mondo spirituale. Pensate solo: un vero medio professore di oggi — naturalmente possono esserci eccezioni, non si deve ferire nessuno, e tanto più deve essere lodato se dovesse essercene uno in questo cerchio — un vero professore universitario ognuno oggi, generalmente non vorrà neppure ascoltare queste cose, gli è troppo noioso. Se oggi si parla di cose spirituali, allora si deve parlare in parlantina generale, vaga, che significhi il meno possibile, che però poi significhi anche il meno possibile per la vita reale.
Quando poco tempo fa ho tenuto lo stesso discorso a Lipsia che ho tenuto l’altro ieri qui su un suono scomparso della vita spirituale tedesca, allora mi si avvicinarono due signori dopo il discorso, due signori della sorta intelligente delle persone nominate naturalmente, e l’uno disse che si era meravigliato che io avessi parlato così, perché avrebbe aspettato che, se si parla da punti di vista teosofici, ci si lanciasse di più in una concezione del non; egli fosse un pacifista e dovesse considerare in particolare il presente da pacifista.
Il pacifismo, questa è la concezione che da qualche tempo sotto l’egida di varie persone, di Bertha di Suttner, ma anche di quell’essere che a Pietroburgo vale come Cesare e Papa insieme, viene coltivato. Molti anni fa ho già detto in conferenze berlinesi, caratteristico per gli sforzi di pace sia che, da quando li abbiamo, le più grandi e sanguinose guerre nella storia mondiale sono state condotte. Ma questo movimento è proprio uno di quelli che vive facendo circolare il più possibile frasi poco chiare tra l’umanità, che però si spalmano nella vita sentimentale umana, perché basta divulgarle, e si divulga pura amore e pura bontà. Mi sono permesso di dire al signore: Vedete, viviamo ora nella più terribile di tutte le guerre che la storia mondiale finora ha sperimentato, abbiamo sperimentato che nel giugno o luglio 1915 entro un unico giorno è stata sparata più munizioni di quanta ne sia stata sparata nella guerra franco-tedesca intera! Abbiamo già raggiunto il punto che in questa guerra è stata sparata tanta munizione quanta ne sia stata sparata in tutte le guerre che finora sono state condotte con tale munizione nel mondo intero, nello sviluppo umano. Ho detto: Non è da vedersi che ciò che si è compiuto attraverso secoli come cultura si è condotto a se stesso all’assurdo, che si è mostrato a cosa conduce? — Ora ha obiettato: Vedo questa guerra come una malattia, e deve essere guarita; è solo una malattia che può sopraggiungere.
Una tale frase è particolarmente profondamente convincente per la ragione che è così ovvia e perché è da certa parte completamente ovviamente corretta. Ma non si tratta di che le cose siano corrette, bensì di che siano più o meno superficiali, su questo conta. Corretta è la frase naturalmente: è una malattia. Ma ho detto a lui: Se considerate la malattia più profondamente, perché insorge negli uomini? Perché prima qualcosa non è in ordine! La malattia è prima la reazione contro qualcosa che prima non era in ordine. Così se pensaste un po’ ulteriormente dal vostro punto di vista, arrivereste a vedere che è una malattia, ma che è insorta perché prima le cose non erano in ordine. Perché proprio ciò non era in ordine, è insorta la malattia, questo è giusto. — Ma la gente confonde tutte le cose giuste, perché sono triviali e ovvie e perché veramente non possono avvicinarsi a cose più profonde. Questo è il serio che si deve percepire nel tempo presente.
Se prendete un tale fatto, come quello che ho presentato l’altro ieri in relazione a Karl Christian Planck, la cui capacità spirituale semplicemente risulta dal fatto che nel 1880 ha previsto esattamente ciò che accade oggi, comprenderete dalla maniera in cui è stato apprezzato e riconosciuto, che questa cultura che si è così sviluppata è del tutto atta a fare del governo di tale potenza che sopprime tutto il vero sforzo il potere mondiale proprio degli incompetenti. Su questo non bisogna cedere. È ciò che si deve percepire nel senso più profondo.
Vi voglio raccontare una piccola storia. Un uomo udì una volta che Goethe aveva scritto un «Faust», e disse che voleva sapere che cosa effettivamente questo Faust goethiano contenesse. Allora colui il quale era stato così interrogato, pensò che dovesse trovare il metodo più conveniente e facile, affinché l’altro sapesse che cosa questo Faust effettivamente contenesse, e pensò profondamente: Come posso davvero comunicare a questo uomo, che non ha senso per la più semplice idea del Faust goethiano, che cosa effettivamente contiene? — Allora gli si accese una luce. Gli venne in mente: Adesso viene stampata una nuova edizione del Faust in una certa stamperia, allora porto il tizio lì, che vuol sapere che cosa sta nel Faust. E allora gli disse: Vedi, tra tre settimane il Faust viene stampato qui. In tutti i centinaia di scatole di caratteri giacciono i più diversi caratteri, e ora bada, vedrai, il compositore prende questo e quel carattere e insieme i singoli caratteri in parole. Allora vedrai esattamente come si assembla pagina per pagina, e come allora alla fine il Faust viene insieme dai singoli caratteri. Allora l’altro si sedette per settimane e vide come l’intero Faust venne insieme attraverso le mani delle persone attraverso i caratteri!
Sì, vedete, posso raccontare anche questo un po’ diversamente. Venne il tempo moderno. Allora le persone vollero sapere che cosa effettivamente esista nella vita spirituale-spirituale dell’anima, e avevano un bisogno di comprendere come rappresentazioni, pensieri, impulsi di volontà e sentimenti sono tessuti nell’anima umana, che cosa significano per il mondo intero. Hanno chiesto — gli uomini. Bene, allora venne la scienza moderna, questa scienza puramente naturalistica, e disse: Bene, faremo noi! Noi guardiamo che esaminiamo, nella misura in cui adesso è possibile, i singoli percorsi cerebrali, i filamenti nervosi, i gangli e tutto questo come sono intrecciati l’uno all’altro. E là abbiamo la vita spirituale dentro. — Esattamente la stessa cosa si ha da quello che si ha dal Faust goethiano se lo si conosce così, come l’ha fatto colui, che si è seduto tre settimane nella tipografia, esattamente la stessa cosa! Prendete tutti i prodotti che oggi sono fabbricati dai cosiddetti psico-fisiologi, allora avete per quanto riguarda le conoscenze spirituali del mondo ciò che sapete sull’intero Faust se avete osservato come il Faust è fabbricato dalla cassetta di caratteri. È solo necessario comprenderlo, allora già il sentimento scuotente abbandonerà l’anima, che è necessario per progredire nel corso dello sviluppo umano.
“Siete bei nemici,” diranno ora la gente del naturalismo, "quando così annerite la nostra scienza, la vera scienza, che procede rigorosamente secondo la natura! — Ma non ci viene proprio in mente di annerirla. La collochiamo soltanto al giusto punto, al giusto punto della vita. Se il Faust deve venire all’esistenza, deve naturalmente per l’edizione del Faust il lavoro di composizione essere fatto; ma deve essere riconosciuto nel suo giusto posto mondiale.
Tutto ciò che posso così indicare appartiene nel senso come l’intendo anche ieri, ai compiti seri, significativi, che l’Europa centrale avrà ancora. Tutto ciò indica questi compiti seri. E pensare a queste cose nel nostro tempo serio presente, è già urgentemente necessario. Perché è assolutamente necessario che un significato più profondo per la vera verità vada per il mondo, di quanto possa andare sotto l’influenza della concezione del mondo materialistica o naturalistica o rigorosamente scientifica. Non è affatto necessario essere nemici del fatto che le persone imparano a comporre, in modo che possano essere fatte edizioni del Faust. Non è affatto necessario essere nemici del fatto che le persone studiano il cervello, il sistema nervoso. Tutto ciò che è importante da studiare oggi deve essere studiato davvero. Ma si deve essere decisamente nemici di quella arroganza presuntuosa che oggi appare proprio nella scienza materialistica, che in una maniera così terribile il sentimento soffre di quanto sia serio e dignitoso proprio da Europa centrale — perché l’Europa occidentale è morta in queste cose — la spiritualizzazione della cultura deve essere compiuta. Non lo dico soltanto per dire qualcosa di paradossale, qualcosa di forte, ma lo dico dalla necessità che agisce per l’espressione di tali cose nel nostro tempo. Verrà un tempo in cui si dovrà guardare veritieramente a varie cose; ma oggi non c’è ancora molto senso per un tale sguardo veritiero. Migliaia e migliaia di esempi per l’infedeltà interiore del presente affare scientifico e letterario potrei addurvi. Lasciatemi almeno addurne uno, che avrei volentieri già addotto nel discorso pubblico di ieri, ma il tempo è sempre troppo breve, e i discorsi purtroppo devono essere così molto brevi.
Potete per esempio in molti libri di Ernst Haeckel — sapete, io stimo molto Ernst Haeckel sul campo dove è da stimare — sempre di nuovo e di nuovo trovare che egli si appella a Karl Ernst von Baer, il distinto naturalista, che egli nomina suo maestro. Le persone prendono oggi naturalmente i libri di Haeckel in mano, li studiano, li considerano una sorta di nuova Bibbia o almeno una sorta di scritti di nuovi Padri della Chiesa. Perché la differenza non è che oggi si crede al proprio giudizio, mentre al tempo dei Padri della Chiesa ci si affidava ai Padri della Chiesa, bensì la differenza è completamente diversa. Al tempo di Tertulliano, Gregorio di Nazianzo, questi erano i Padri della Chiesa, e su di loro la gente ha giurato. Oggi giurano soprattutto coloro che fondano unioni moniste o unioni per una concezione del mondo eugenetica o cose belle simili, sul santo Darwin, il santo Haeckel o il santo Helmholtz. È — solo un po’ su un’area diversa — completamente la stessa cosa! Non lo si chiama santo, ma questo non fa differenza. Così la gente legge Haeckel e ha, quando cita così Karl Ernst von Baer, l’opinione: Bene, si vede già, questo grande naturalista Karl Ernst von Baer era completamente d’accordo con Haeckel nel rifiuto di ogni mondo spirituale. Vorrei consigliare a molti, che oggi, dopo essersi un po’ addentrati nei libri di Haeckel, di Darwin, prima di fondare una filiale per un’unione moista, di fare molte altre cose prima: ad esempio quando Haeckel cita Ernst von Baer, di prendere egli stesso una volta Karl Ernst von Baer in mano e leggere. Vi voglio solo leggere un passo da Karl Ernst von Baer, dove egli si esprime su come stanno le cose con il mondo spirituale in relazione al mondo terrestre. Allora dice Baer: “Il corpo terrestre è solo il letto di semina su cui l’eredità spirituale dell’uomo cresce, e la storia della natura è solo la storia dei progressi di vittorie dello Spirituale sulla materia. Questo è il pensiero fondamentale della creazione, per il quale, no, per il raggiungimento di cui essa fa perire individui e serie generative e eleva il presente sul palco di un passato immemorabile.”
Che cosa dice dunque questo Baer? Il corpo terrestre, la Terra è il letto di semina, e in esso sono depositati i germi spirituali, affinché si rivestano. — La pura verità ha detto questo Baer all’inizio del 19° secolo! Ernst Haeckel cerca di estrarre da Baer quelle frasi che gli convengono. Coloro che non fanno nulla se non al massimo fondare unioni moniste, per promuovere la saggezza mondiale, non sanno di tutto questo nulla di diverso da ciò che Haeckel dice di Baer, e vivono continuando nella menzogna, senza nemmeno avere la minima inclinazione a convincersi da loro stessi della cosa che sta alla base. Di tali tessuti di menzogna oggi la nostra letteratura è dappertutto intrecciata. E dovunque viene, soprattutto nella letteratura popolare scientifica, lo sforzo versato su l’Europa di massima vaghezza e giocosità, si potrebbe addirittura dire, dei tentativi spirituali e una massima contravvenienza all’apparire con giudizi umani chiari, certi in queste cose e per giudicare.
Ci sono per esempio, per addurvi cose concrete, all’Occidente tra i Francesi, tra i Britannici, tra gli Italiani, varie logge massoniche con alti gradi, come con trentatré gradi, ma ce ne sono anche più di novanta gradi. Proprio in tali ordini negli ultimi secoli molto è stato pescato nel torbido. E se una volta con sobrio, sano giudizio si esaminerà l’influenza di tutta una varietà di giochi malsani, sciocchi, ma forse sì riguardo alle intenzioni personali e politiche consapevoli, se si studieranno gli influssi e le correnti della massoneria, che esiste nell’Occidente europeo, sulla parte dell’Italia in questa guerra, allora solo allora se ne avrà un presagio di quali oscurità e pescate nel torbido nella nostra cosiddetta cultura! Ciò che si è svolto, soprattutto in tali ordini massonici dall’inizio della guerra, questo sarà una volta un capitolo curioso. I massoni tedeschi se la caveranno relativamente meglio, perché di loro si potrà dire l’unica cosa: che sono stati gli sciocchi nel gioco intero. Essi non hanno notato niente, nella misura in cui hanno vissuto in fraternità con gli altri. E questo è qualcosa che ancora — beh! — può essere detto a loro favore. Ma non si deve affatto credere che ciò che si afferma da tali parti sia senza influsso su ciò che intorno a noi vive e agisce nella cosiddetta cultura, e che non possa vivere e agire solo fintanto che altri uomini non vorranno che il loro giudizio sia chiarito, rafforzato dalla penetrazione nel mondo spirituale.
Ho nel mio libro “Pensieri durante il tempo di guerra” chiamato l’attenzione, nella misura in cui si può nella letteratura pubblica, per essere capiti — è stata poco compresa — a certi flussi che sono dappertutto a Oriente e Occidente. Questi flussi, diciamo per esempio l’orientale degli slavofili, a cui ho indicato nella detta brochure, radicano però molto più profondamente. Già alla fine del 18° secolo, e soprattutto alla fine del 19° secolo, ma anche decenni prima, le logge massoniche occidentali in particolare hanno avuto maggiore influenza sulla vita spirituale russa, hanno trapiantato là, hanno infettato, inoculato là quello che là doveva sorgere. E in molti aspetti lo slavofilismo e il panslavismo sono veramente il raccolto sorto da quello che molti precisamente da queste logge massoniche hanno piantato. Sotto la maschera, sotto il mantello della cerimonia la gente è stata dapprima così di, offuscata, è stato fatto loro un sacco di fronzoli, affinché allora potessero essere inclini per certi piani. E quali cose hanno giocato nell’Oriente europeo da questo lato occidentale, di questo l’umanità allora, quando al posto degli eventi guerrieri altre cose saranno sorte, sarà adeguatamente convinta!
Se questi luoghi in cui siamo riuniti nei nostri rami sono gli unici luoghi in cui oggi si può parlare, allora deve almeno essere discusso qui.
Volevo oggi riallacciare al Grande, all’Elevato della connessione dell’uomo con gerarchie intere, che può stare davanti alla nostra anima, se consideriamo che ciò che portiamo nella vita di pensiero, nella vita di sentimento in noi, già all’interno della nostra guaina fisica tra nascita e morte, ma poi anche tra morte e nuova nascita è in un tessuto dentro, un lavoro mondiale a cui gerarchie intere lavorano nel contesto mondiale. Non si tratta che così molto sappiamo il singolare, bensì che possiamo penetrare noi stessi di tale sentimento mondiale, e che voi, miei cari amici, andiate via da tale considerazione con il sentimento di che cosa l’uomo sia veramente dentro il mondo, e che cosa dovrebbe sapere di questa sua connessione col mondo. Su questo conta. Che tutto ciò nella vostra anima, nei vostri cuori confluisca in un sentimento mondiale, e che così qualcosa in voi si illumini della forza che può accendersi per quello che della nostra cultura deve essere incorporato, nella misura in cui ognuno può dopo il luogo in cui è posto nel mondo. Studiosi ufficiali oggi non hanno lavorato su queste cose; non lo faranno. Perciò anche l’occhio dei popoli deve aprirsi sulla posizione che agli studiosi ufficiali spetta nel mondo: che loro, nella misura in cui fanno lavoro di laboratorio, sono da paragonare ai compositori, o molti, che non fanno lavoro di laboratorio, solamente con persone che descrivono la composizione. Questi sono per lo più oggi i filosofi che predicano alle università.
Che sia così, deve essere saputo in singole anime. Perché questo non è una critica del tempo, è una caratterizzazione. Solo per il fatto che si è saputo in epoche diverse come stanno le cose, si trovarono le forze per portare avanti lo sviluppo, solo così.
Questo volevo soprattutto in questo tempo grave — dove non sempre si può dire che si rivedrà di nuovo — depositare nella vostra anima: qualcosa di conoscenza che, se la sentiamo nel modo giusto, può trasformarsi in un dovere interiore santo dell’anima umana verso la connessione mondiale. Morti su morti ci circondano oggi nell’evento che da un lato nel senso indicato è il frutto dello sviluppo precedente, ma che deve essere un marchio distintivo per molto di ciò che deve accadere, affinché l’umanità non avanzi nel modo in cui lo vogliono gli scrittori della cassetta di caratteri, ma avanzi come corrisponde alla necessità dello sviluppo mondiale.
Certamente, ho ieri del padre di ogni materialismo, da Lamettrie, quale che egli ha detto — naturalmente, la verità è anche questo — che Erasmo avrebbe avuto solo bisogno che una piccola ruota nel suo sistema nervoso fosse diventata diversa, allora forse non sarebbe stato Erasmo, bensì un foolish. Ho detto che non è necessario confutare questo. Ma noi, che forse siamo un po’ preparati, dobbiamo anche sapere ancora un po’ diversamente su questo.
Tutto ciò che oggi abbiamo considerato, lo prendiamo insieme, lasciamolo diventare sentimento e sensazione in noi, e allora diciamo a noi stessi come sia vero che i numerosi morti di sacrificio che attualmente vengono compiuti, veramente si rapportano all’esistenza terrestre così che i corpi eterici che negli anni giovanili vengono portati via agli uomini, rimangono a lungo, a lungo connessi all’esistenza terrestre, e che ora devono esserci uomini che possono diventare consapevoli di ciò che vive in questi corpi eterici non consumati, che contengono tutto ciò che questi uomini avrebbero ancora potuto usare nella loro vita terrestre, se avessero ancora vissuto decenni. Questo è nello spirituale-eterico della Terra. Ma dovranno esserci uomini che se ne rendono conto nel tempo successivo, affinché la cultura terrestre e non Arimane ottiene i frutti di ciò che è contenuto in questi corpi eterici. Impregniamoci così veramente considerando che dobbiamo prepararci nelle nostre anime per ciò che accade, con le parole che qui più spesso sono state espresse:
Dal coraggio dei combattenti, Dal sangue delle battaglie, Dal dolore degli abbandonati, Dai sacrifici del popolo Nascerà il frutto dello spirito — Guidino le anime consapevolmente lo spirito Il loro senso al regno dello spirito.
È mia intenzione, nel corso di questa mia permanenza a Stoccarda, parlarvi di cose che possono rendere i presenti eventi un po’ più comprensibili al senso umano che cerca la verità. Non si tratterà di parlare di queste cose in modo superficiale, ma di indicare taluni aspetti attraverso i quali l’uomo può, per così dire, acquisire una comprensione più profonda di questi nostri tempi presenti. Io ho mantenuto a lungo questa intenzione per questa mia visita a Stoccarda, e abbiamo anche a nostra disposizione ancora la conferenza della prossima domenica.
Però, in considerazione di molte cose che, potremmo dire, come onde dei nostri tempi – e lo dico con piena consapevolezza – si infrangono sulla nostra ricerca scientifica dello spirito, mi sembra anzitutto necessario esporre oggi, in una sorta di introduzione, alcuni principi che possono servire a dissipare numerosi equivoci, che nascono così facilmente nella nostra epoca, che odia la profondità del pensiero e della sensibilità, attorno all’antroposofia; e che d’altro canto possono servire a far sì che noi stessi acquistiamo il giusto rapporto con quello che l’antroposofia può essere per noi.
Cerchiamo di porci bene la domanda: Che cosa cerchiamo quando scegliamo la strada del movimento antroposofico? – Noi cerchiamo di guadagnare, per questa via, la possibilità di trovare un rapporto con il mondo dello spirito, che corrisponda ai bisogni verso il mondo spirituale che nascono in noi dalle forze, dalle condizioni di vita del presente. Nessuno viene da noi, se non è superficiale, che non possa trovare un rapporto con il mondo spirituale per una via più facile di quella da noi proposta. Nessuno viene da noi, che possa trovare un rapporto con il mondo spirituale per quelle vie che da secoli in qua sono riconosciute come percorribili, e che devono la loro percorribilità al fatto che la gente ha smesso di riflettere sulla legittimità di ciò che si è adattato alle necessità generali della vita. Invece, si discute molto sulla legittimità quando qualcosa deve apparire per la prima volta nel mondo. Possiamo ripeterci non abbastanza spesso ciò che, nello spirito dei nostri tempi, l’antroposofia intende essere e vuole essere, e metterlo in relazione con quello che in noi può spingere verso l’antroposofia, quello che ci vuole portare all’antroposofia.
Vedete, cari amici, l’antroposofia non esisterebbe se ci fossero soltanto una o due persone simpatizzanti per le idee che vivono nell’antroposofia – usiamo l’espressione ufficiale – che dessero loro un’importanza agitativa. L’antroposofia nasce completamente dalla conoscenza che nel nostro tempo esistono anime che cercano, che possono trovare soltanto sulla via dell’antroposofia quello che appunto cercano. Non perché qualcuno voglia avere l’antroposofia si fa antroposofia, ma perché le anime esigono l’antroposofia. Questo non contraddice il fatto che molti lo neghino, perché nella nostra anima vive molto di inconscio e di non-consapevole, che, ben interpretato, non rappresenta nulla di diverso da una vera e propria sete di antroposofia. La sete, anzitutto – se ne evidenziamo qualcosa da questa antroposofia – la sete di riconoscere il più grande impulso dello sviluppo terrestre, l’impulso del Cristo, sulla via che è adeguata al bisogno del presente, di trovare la via verso l’impulso del Cristo nel modo che il cuore deve bramare, se vuole veramente comprendersi entro le condizioni di vita del presente. Ora, affermazioni così generali e astratte, come quelle che ho appena pronunciato, sono certamente convincenti per chi da anni sta sul fondamento dell’antroposofia. Ma quel che importa è questo: penetrare veramente con la propria anima lo spirito di queste parole, in modo che queste parole non rimangano soltanto astratte, soltanto teoriche in noi, ma diventino il contenuto della nostra intera vita, e soprattutto il contenuto della nostra convinzione morale.
Ho già raccontato anche qui un esempio che è particolarmente caratteristico: una volta, in una città dell’Alta Germania, tenni una
conferenza sul tema «Bibbia e saggezza», in cui tentai di mostrare come
anche l’uomo cristiano convinto, proprio se si comprende bene, può trovare la via all’antroposofia, descrivendo come l’antroposofia, per i suoi presupposti, può penetrare più profondamente nei grandi, mai esauribili segreti del libro primigenio dell’umanità, la Bibbia. Dopo la
conferenza vennero da me due sacerdoti cattolici che vi avevano preso
parte. E dalle loro parole risultava chiaramente che in realtà dalla loro dottrina cristiana, come l’interpretavano, come la conoscevano da teologi – forse non così tanto come sacerdoti impegnati su certi articoli di fede, ma come teologi – non potevano muovere nulla di particolare in contrario. Allora si servirono di una via laterale e dissero: Vede, dal nostro punto di vista non c’è gran che da dire in contrario a quello che lei ha esposto oggi, se non questo: quando noi parliamo, parliamo così che ognuno può intendere quello che diciamo. Lei parla certo anche del cristianesimo, ma soltanto per quelli che hanno raggiunto un certo grado di cultura o si sono preparati in particolar modo per questo genere di cose. – Io risposi: Vede, eccellenza, non si tratta di quello che lei o io pensiamo sulla domanda di cosa debba essere detto a tutti gli uomini, poiché questo condurrebbe il tema intero fuori strada verso il terreno delle opinioni personali. Non è particolarmente strano che ognuno creda che quello che fa sia valido per tutti gli uomini. Perché dovrebbe stupire? Altrimenti non lo farebbe! Ma il punto non è quello che lei o io pensiamo sia giusto. Il nostro modo di ricercare lo spirito inizia da qui: che noi ci eleviamo al di sopra di questa opinione personale, e che affrontiamo la realtà, la vera realtà. Nel nostro caso questa realtà sta molto vicino. Essa sta semplicemente nella risposta alla domanda: Oggi tutti quelli per i quali lei crede di parlare – lei crede certo di parlare per tutti – vengono ancora da lei in chiesa? La domanda è risolta dai fatti – cioè, dal fatto se lei crede di parlare per tutti. Che questo debba valere per tutti è soltanto sua opinione; l’altro è semplicemente un fatto. Mi dica: vengono tutti quanti in chiesa! –
Non potevano rispondermi diversamente, se non che un certo numero di gente semplicemente non viene in chiesa. Questo, le dissi, vi confuta, perché allora voi non parlate proprio per coloro che non vanno in chiesa. E tra costoro ci sono numerosi uomini, per i quali io devo parlare, e che hanno il diritto di trovare la via verso il Cristo nel presente.
Ciò significa: non formulare il nostro giudizio secondo quello che personalmente crediamo sia vero o falso, ma sottomettere il nostro giudizio alle esigenze e ai compiti della realtà. Certamente è molto più comodo teorizzare su quel che è giusto o sbagliato, che studiare in tutti i dettagli, concretamente, la realtà, stare sempre con orecchio vigile a quello che la realtà esige da noi. L’antroposofia non vuol essere niente di diverso da una risposta a domande che non essa stessa pone, ma che il cuore, l’anima nel presente pone a se stesso, quando si comprende davvero. E io ne sono consapevole: le domande che si trovano nei miei scritti, che sono ormai assai numerosi, non sono da me poste. Le risposte sono state date in gran parte da me, ma le domande non sono state da me poste. Le domande sono formulate proprio da quello che la cultura contemporanea produce, da quello che in particolare la scienza naturale produce nella cultura contemporanea, da quello che deve domandare chiunque si interessa alle esigenze del tempo, e per il quale soprattutto conta la serietà dei bisogni fondamentali delle anime del presente.
Se ci richiamassimo un po’ questi presupposti alla mente, allora ci apparirebbe vero che nel complesso della letteratura antroposofica che vi sta di fronte vige un’intenzione fondamentale, una concezione di fondo, una tendenza di fondo e una convinzione di fondo. Se uno legge tutti questi scritti, non con la benevolenza che forse abbiamo acquisito entro i nostri circoli, ma con lo sguardo critico che proprio dalla cultura contemporanea può essere acquistato, allora troverà come punto centrale di tutta questa letteratura antroposofica questo: che tutto è rivolto a portare all’anima umana quello che essa soprattutto nel presente deve esigere: indipendenza, capacità di giudizio dal proprio interno. Ho dovuto resistere ripetutamente alla pressione che mi è stata rivolta da questa o quella parte per scrivere in maniera popolare. Ho sempre resistito a questa pressione, per il semplice motivo che non si tratta di dare all’interno della letteratura antroposofica agli uomini degli articoli di fede che, se vogliono, possono ricevere con una comprensione superficiale, ma che si tratta soltanto di ridestare capacità di giudizio propria, di ricerca propria della propria anima. Questo predomina, come chiunque può convincersi volendo, nell’intera letteratura antroposofica.
Nessun luogo è rivolto a suscitare una fede cieca. Certamente si raccontano cose che non possono essere verificate senza difficoltà, ma si raccontano come fatti del mondo spirituale, che ognuno può ricevere come comunicazioni e ai quali può applicare sempre più il suo metro critico, se lo vuole. E abbiamo visto che negli ultimi tempi amici che affrontano la cosa con comprensione sono giunti fino al punto di avvicinarsi ai fatti più sottili con la sonda di una critica senza pregiudizi. Di fronte a questa critica senza pregiudizi non deve ritirarsi mai quello che è contenuto in questa letteratura antroposofica. Questa critica senza pregiudizi la sostiene; la sostiene tanto meglio quanto più senza pregiudizi è la critica. Non sentirete mai da me nulla di diverso in questa questione, se non questo: Esaminate, esaminate, esaminate; ma non rimanete all’esame, bensì cercate soprattutto di approfondire sempre di più con i mezzi del pensiero contemporaneo nelle cose. – Perché viene perseguito questo scopo, gli scritti di questa letteratura possono rendere gli uomini veramente indipendenti.
Certamente si vivono molte cose quando si guarda il modo in cui l’antroposofia viene accolta. Le persone mi si avvicinavano sempre di nuovo, che ascoltavano una conferenza o un’altra, che leggevano un piccolo scritto o un altro, e poi non si mostravano più. È loro pieno diritto, naturalmente, e a nessuno deve essere rimproverato. E quando poi un conoscente domandò loro in tutta amichevolezza, senza nessun rimprovero, perché non venissero più, allora risposero: Beh, se approfondiamo la cosa, abbiamo paura di venir convinti. – È certamente una parola significativa, e però indica anche fatti significativi. Quel che si tenta è: liberarsi dal male eredità dei nostri tempi, dal formulare opinioni personali, dal formulare teorie personali, e dirigere le anime verso quello che la spiritualità del mondo stesso dice, quando troviamo il modo di abbandonarci a essa con l’intera anima e di parlare dei metodi, dei mezzi attraverso i quali l’anima giunge a, per così dire, ascoltare la spiritualità del mondo stessa.
Una concezione del mondo che, per vero, nasce dai bisogni più profondi dei tempi, che però contraddice così radicalmente a quello che la gente dei nostri tempi crede, bene, una tale concezione del mondo non si radicò negli animi della gente soltanto lentamente e gradualmente. Gli animi degli uomini aderiscono all’abituale, gli animi degli uomini preferiscono ascoltare dalla cattedra la loro chiarezza cristallina e potersi dire di quello che sentono: l’ho pensato già da lungo tempo. – Le verità che sono state «pensate da lungo tempo» non sono certamente le dottrine antroposofiche che emergono nel presente. Ma questo è agli occhi di molti uomini proprio il difetto principale, che non si possono dire: l’ho pensato già da lungo tempo; e che non vogliono dirsi: Se io scavo veramente a fondo in me stesso, allora non troverò nulla che sia un’opinione personale, ma che sia legato proprio ai fattori evolutivi dell’umanità. – Torneremo ancora molte volte, durante il mio soggiorno a Stoccarda, su questi fattori di sviluppo dell’umanità. Così si comprende che nascano molti ostacoli e impedimenti, quando la gente tenta di avvicinarsi all’antroposofia, alla scienza dello spirito.
Il mio libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?» viene letto molto nel corso del tempo, non soltanto entro coloro che appartengono ai vari circoli della Società Antroposofica, ma è letto anche molto nel presente anche al di fuori. Nella lettura proprio di questo libro può accadere sempre di nuovo un’esperienza che è straordinariamente caratteristica. Qualcuno da una parte o dall’altra legge il libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?» e mi scrive una lettera su di esso. E naturalmente, sono sempre lieto quando qualcuno mi scrive una lettera intelligente riguardo a qualche libro o a qualche altro argomento, specialmente però riguardo al libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?». Ma il consueto è, che la lettera scritta è la più chiara prova, la prova chiarissima, che colui che la scrive non ha inteso il libro, che ha convertito proprio le cose più importanti del libro nella mentalità più materialista dei nostri tempi. Perché quello a cui gli uomini afferrano di solito quando si imbattono in questo libro è il seguente. Ma mandiamo prima qualcosa in precedenza: A colui che legge il libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?» possono saltare in mente un’intera serie di dubbi, e ci saranno molte persone che potranno testimoniare che io sono sempre disposto a discutere con la gente di questi dubbi, e perciò non vorrei affatto che quello che dico ora sembri inteso a scoraggiare qualcuno dal scrivere la lettera di cui ho appena parlato. Non deve esserne scoraggiato il scrivere di quella lettera, ma la lettera è scritta moltissime volte in quanto la gente afferra una cosa particolare, dove immediatamente la cosa si converte per loro nel materiale. C’è molto detto nel libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?» che, con giusta osservazione, guida l’uomo da sé, dalla sua anima, a trovare la via nel mondo spirituale. Proprio questo libro è costruito per rendere l’uomo il più indipendente possibile, non per imporgli nulla per una via soggettiva, ma soltanto per eliminargli gli ostacoli, affinché egli stesso possa trovare la verità. Il miglior modo dapprima di accogliere questo libro sarebbe: acquisire il suo contenuto in interiore atto. Ma qui la gente si blocca sulla frase: Chi ha raggiunto la giusta maturità, trova il suo maestro spirituale se soltanto cerca bene. – Allora: ecco qui! Io scrivo una lettera a colui che ha scritto il libro, allora lui diventa il mio maestro spirituale; è la cosa più facile! – Ecco la traduzione nel materiale. Che questo brano potrebbe proprio per un uomo che cerca l’indipendenza essere l’impulso più sacro per cercare ulteriormente, per trovare la via che forse potrebbe consistere in qualcosa di completamente diverso che scrivere una lettera a qualcuno dicendo: Tu, dammi istruzioni –, questo è molto sgradevole per molti lettori del libro. Loro non cercano abbastanza nel libro. E così questo libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?», benché sia forse tra i libri più letti nel mondo germanico di oggi, e benché sia stato tradotto in molte lingue straniere, appartiene ai libri che sono più fraintesi. Ed è pur semplicissimo da intendere, se soltanto lo si lascia agire su di sé senza pregiudizi e non lo si traduce nella comodità materiale.
Per così dire, anche qui la gente cerca oggi quello che è abituata a cercare in altri ambiti. Quanto sono penetrati gli uomini d’oggi dall’abitudine di non aiutarsi da sé, cioè di non imparare quello con cui ci si potrebbe aiutare in una situazione o un’altra, ma di farsi aiutare e di non preoccuparsi dei principi secondo cui ci si aiuta. A che serve oggi preoccuparsi molto di come si vive meglio dal punto di vista della salute? Ci si fa prescrivere da uno che è là per questo, e allora non è necessario esaminare secondo quali principi prescrive; ci si affida il proprio destino a chi è stato elevato ad autorità. Perché non dovrebbe accadere pure sulla via spirituale, sulla via più importante dal punto di vista umano, che si abbia il bisogno di affidare il proprio destino a qualche altro? Ma se proprio l’opera, attraverso la quale ci viene suggerito, si pone come compito principale di rendere l’anima umana indipendente!
Si può dire: Proprio la ricerca scientifica naturale ha oggi raggiunto uno stadio determinato, e questo stadio della ricerca scientifica naturale sarebbe accessibile a coloro che oggi sono incaricati di rappresentare le materie scientifiche naturali, se non fosse che la maggior parte semplicemente si rannicchia nella propria materia e non andasse al di là dei confini della propria materia. Se soltanto una dozzina dei rappresentanti ufficiali – e soltanto essi sono ascoltati oggi – si alzasse con la massima onestà interiore, e allora con quello che risulta da questo stadio della ricerca scientifica naturale esaminasse quello che sta nella mia «Scienza occulta in sintesi», nella mia «Teosofia», allora lo troverebbe tutto confermato dal lato che si può caratterizzare dicendo: Guardate la vita, se la vita non conferma quello che attraverso la scienza dello spirito può essere sperimentato, quello che qui dal mondo spirituale viene cercato! – Chi oggi veramente possiede la scienza naturale arriva alla conferma di quello che l’antroposofia scientifica dello spirito dà. Questo è assolutamente una verità. Ma siamo di fronte al fatto strano che proprio coloro che potevano fare tale esame, assolutamente non se ne preoccupano, fino ad ora non se ne sono preoccupati, che nessuno ha neanche posto la domanda – a eccezione di coloro che hanno ricevuto lo stimolo dai nostri circoli – che nessuno si è assunto il compito di esaminare veramente i risultati scientifici dello spirito dell’antroposofia rispetto alla ricerca scientifica naturale veramente intesa! Di fronte a questo esame non ha proprio il minimo timore la ricerca scientifica dello spirito, lo sostiene. Dovrebbe soltanto essere compiuto, sarà sostenuto. Ma certamente, in un’epoca in cui neppure si ha la disponibilità ad affrontare le verità più primitive, questo esame forse ancora a lungo non si farà attendere.
L’aspirazione a non soltanto essere logici, ma a essere adeguati alla realtà, cioè a formare il proprio giudizio non soltanto secondo una logica astratta, ma attraverso l’immersione nella realtà, pochi nel nostro presente hanno questo impulso. Molti aspirano a essere logici, ma soltanto un certo andare dietro la logica rende possibile scorgere la portata della logica stessa; altrimenti non si nota neppure quale confusione si possa fare con tali giudizi molto coerenti. Vedete, avere sempre il proprio giudizio d’accordo con se stesso, o d’accordo con il giudizio di un altro, è certamente logico, ma può però portare a collisioni assai bizzarre. Arrivarono al medesimo pensiero il tedesco Carlo V. e il re francese Francesco I. Erano in un certo senso completamente d’accordo riguardo a un pensiero determinato che volevano realizzare. Francesco diceva: Il mio caro fratello vuole proprio la stessa cosa che voglio io. Noi due vogliamo proprio la stessa cosa. – Volevano tutti e due conquistare Milano! Sì, vedete, qui si nota – cioè se uno dice il seguito. Ma che tali giudizi enormemente numerosi circolino, e proprio il pensiero dei nostri tempi dominino, con danno per i nostri tempi, pochi nel presente hanno l’inclinazione di notarlo.
È curioso come – scusate l’immagine filistea – spiriti illuminati talora procedono alla capacità di giudizio come uno che attacca il cavallo per la coda anziché per la testa. Ma un tale attaccamento sarà subito accettato se colui che lo fa è ufficialmente autorizzato. Chi ha un senso per il vivo nel pensare, nel sentire e nel volere, ha dovuto patire tormenti veri per anni a causa di come sono formati certi pensieri nel presente. Ricordo ancora come ascoltai la mia prima lezione a Vienna sulla teoria delle funzioni ellittiche – scusate la parola, ma ciò che importa è lo spirito di ciò che intendo dire, e non che l’uno o l’altro intenda quello che ora cito. Ascoltai dunque lezioni dal celebre professore di allora Leone Königsberger. Era così celebre che quando fu nominato professore, poteva subito scrivere al governo che volesse essere nominato Hofrat, non soltanto professore. Quando dunque ascoltai la sua prima lezione, egli giunse alla domanda: Come stanno le cose con i numeri? La gente ammette numeri positivi e negativi. I numeri positivi corrispondono al denaro che ho, i numeri negativi al denaro che non ho, che mi deve. Ma ci sono ancora altri numeri. Ora i matematici designano con una linea, nel mezzo della quale scrivono uno 0, i numeri positivi e negativi: più 1, più 2; meno 1, meno 2. E allora il celebre Gauss ha ancora aggiunto una nuova retta di numeri, così che si può riempire il piano con diverse specie di numeri. Non voglio parlare della legittimità di questo piano di numeri, ma Leone Königsberger iniziò allora la sua lezione sulle funzioni ellittiche col dire: Potrebbe essere che qualcuno oggi dicesse che si potrebbero ammettere numeri anche perpendicolari a questo piano. – Quando io da giovane studente di sedici, diciassette anni ebbi a conoscenza questa storia del piano di numeri, allora già allora feci un’obiezione: dissi che si potrebbe immaginare lo spazio riempito di numeri. – L’insegnante mi tranquillizzò gentilmente dicendo: Beh, aspetti fino nei prossimi secoli! – il che naturalmente mi fece una grande impressione, al giovane studente che ero. Ora ascoltai Leone Königsberger a Vienna trattare la medesima domanda. Disse: Ammettiamo che esistessero queste tre specie di numeri, non soltanto i numeri che giacciono nel piano delle due rette, ma i numeri che giacciono nella terza dimensione. Ammettiamo ipoteticamente che tali numeri esistessero, e io moltiplicerei un tale numero con un altro numero. Ora vi mostrerò che se li si moltiplica, il prodotto può in certi casi essere zero. Poiché questo però non può mai essere, così non può esistere un tale numero. – Beh, vedete, ascoltare una cosa simile è una sofferenza. Non voglio ora dire se tutta la storia sia giusta o meno, ma se si ammette l’una cosa, non ammettere l’altra, bensì stabilire l’affermazione: perché il prodotto sia zero, non può esistere un tale numero – ascoltare una cosa così è una sofferenza, perché naturalmente il giusto è questo: se si hanno due numeri che danno zero, allora si deve ammettere che allora lo zero possa scaturire dalla moltiplicazione, non il contrario; è ciò che sta più vicino. Ma che esistessero tali giudizi sia nella matematica che in note diplomatiche, per esempio nelle note del signor Wilson, essi sono ricondotti sempre agli stessi modi di pensiero. Se però questi modi di giudizio vivono in quei giudizi che vogliono aver effetto sul destino dell’umanità, allora un errore nel giudizio significa qualcosa di completamente diverso che un errore in una mera speculazione scientifica limitata, come in molti sensi è la dottrina di Leone Königsberger.
Si deve bene attirare l’attenzione su come è caratteristico dei nostri tempi che la gente non voglia adattare il suo giudizio alla realtà. Non vuole vivere nella realtà, perché non lo vogliono nemmeno nelle cose più semplici. Vogliono nelle cose più semplici presupporre quello che è loro caro, non quello che risulta dalla realtà. Che in molti sensi bisogna imparare a pensare diversamente, per uscire da molti mali del presente, che bisogna imparare non soltanto a pensare di tutto, ma a pensare diversamente, da questo dipende immensamente. Se gli uomini con le loro vecchie abitudini di pensiero potessero capire giustamente la scienza dello spirito di orientamento antroposofico, allora potrebbero più rapidamente avvezzarsi alle verità scientifiche dello spirito. Ma esse non devono essere colte con le vecchie abitudini di pensiero, devono essere afferrate proprio con il nuovo pensiero, e su questo la gente si arrende così immensamente difficilmente.
Bene, queste sono parti dei motivi per cui è così difficile ai nostri tempi farsi spazio con la scienza dello spirito di orientamento antroposofico, semplicemente perché deve urtare contro i pregiudizi più prossimi immaginabili. Ma proprio perché la cosa sta così, la scienza dello spirito non è veramente combattuta, perché il combattimento della scienza dello spirito sta, bisogna ammetterlo, su gambe molto fragili. Cercatevi le discussioni scientifiche che tentano, in modo serio e affondando nella cosa, di trattare la scienza dello spirito come sta di fronte, cercatevi dissertazioni o cose simili di questo calibro! Chi si è mai occupato di questo, vedrà quanto poco esista in questa direzione. Ma forse non è nemmeno comodo procedere per questa strada. Perché vedete, mi raccontò anni fa uno studente che stava per diventare dottore in filosofia in un’università molto celebre: egli voleva scrivere una dissertazione che gli era stata consigliata da un professore celebre. Questa dissertazione doveva trattare il grande pensatore russo Solov’ëv. A quel tempo non era stampato di Solov’ëv molto più che un paio di cose che erano state pubblicate da Nina Hoffmann; più tardi vennero fuori molte più cose. Chiesi allo studente: Perché le consiglia il professor proprio questo di Solov’ëv per la dissertazione? – Lo studente rispose, il professore non sa nulla di questo filosofo e vuole saperne qualcosa. – È dunque la migliore via: si fa scrivere allo studente una tesi di dottorato su Solov’ëv, se lo studente sa il russo; allora si viene a saperne qualcosa. Così nacque allora la dissertazione su Solov’ëv. Ma pressappoco dalla stessa mentalità nascono molte dissertazioni di dottorato. È quasi una massima come vengono dati i temi per le dissertazioni di dottorato. Ma con questo viene allevata una certa mentalità scientifica. Il professore in questione avrebbe naturalmente potuto avere soltanto un modo di conoscere veramente Solov’ëv, se avesse avuto l’intenzione non soltanto di essere professore di filosofia, ma anche di conoscere la filosofia del presente in uno dei suoi più eminenti rappresentanti: avrebbe dovuto tentare di studiare Solov’ëv stesso, il meglio possibile, benché il meno di Solov’ëv sia tradotto, e lui stesso non parla russo. È una via scomoda, ma si può ben dire: Per molti che avrebbero voluto giungere a un giudizio proprio sulla scienza dello spirito, oggi la via è molto più scomoda di conoscere la scienza dello spirito. Perché c’è ancora una differenza, se un professore fa scrivere una dissertazione su Solov’ëv, o se facesse scrivere una dissertazione sulla scienza dello spirito. Su Solov’ëv è ancora mezzo possibile guadagnare un giudizio quando la dissertazione è pronta, perché lo studente è comunque ben addestrato a dare questo giudizio soltanto nel senso in cui viene insegnata la filosofia. Ma cosa potrebbe fare un moderno professore con una dissertazione sulla scienza dello spirito? Starebbe completamente smarrito. E ancora più scomoda è naturalmente la via di non conoscere la cosa per la via indiretta di una dissertazione, ma magari di studiarla in modo esauriente.
Ma tutte queste cose non sono un ostacolo per chi ricerca onestamente la verità, il nostro tempo; egli magari brama proprio la scienza dello spirito. Molti di voi lo sanno, cari amici. Ma sono un ostacolo per la maggior parte di coloro che oggi stanno nella vita abituale, di riconoscere questa scienza dello spirito, di fare qualcosa di diverso che non sia di sprofondare questa scienza dello spirito fino al fondo. Non viene da loro, e siccome non viene da loro, deve essere sprofondata fino al fondo. Non la si può fare in modo sachlich; questo lo provano già i fatti di oggi. Perché quelli che hanno tentato di avvicinarsi alla scienza dello spirito, di regola non sono diventati nemici, non sono diventati seguaci ciechi certamente, ma nemmeno nemici. Ce ne sono anche così. Ma gran parte dei nostri contemporanei ha semplicemente l’interesse personale di sterminare questa scienza dello spirito, di farle almeno impossibile la vita nel presente. Se uno tentasse questa strada, che naturalmente, se si sta sul fondamento della scienza dello spirito, completamente si accetta, se uno la tentasse, sulla strada della lotta letteraria onesta di portare in campo quello che si può dire al riguardo, quello che un altro può dire, allora naturalmente non ci sarebbe nulla in contrario. Ma semplicemente non lo si vuole, è troppo scomodo. Molto più comodo è di spostare tutta la cosa sul piano personale, non di parlare di quello che nella scienza dello spirito è detto, bensì di parlare di tutt’altro. E questa è proprio la cosa che nel nostro presente immediato viene tentata e sempre più sarà tentata nei prossimi tempi, e su cui voglio proprio attirare la vostra attenzione. Perché questo porterà al fatto che numerosi insoddisfatti, che sempre di nuovo diventano insoddisfatti per motivi personali entro la nostra società, facilmente potranno diventare strumenti di coloro che vogliono sterminare l’antroposofia dalla terra, ma non lo cercano sulla strada onesta – non arriverebbero neppure al loro obiettivo sulla strada onesta –, non cercano discussioni scientifiche, ma evitano la strada onesta, invece cercano di appendere alla ricerca scientifica dello spirito uno scandalo qualsiasi e di tradurre tutto nel personale.
Poiché il mio tempo per parlare di cose sachlich è esaurito, così che nessuno possa dire che vi occupo il tempo per quello che ha a che fare con la società e i suoi interessi, invece di trattare le questioni sachlich, posso aggiungere il seguente: Quei tali uomini si trovano sempre più numerosi, che risultano adatti di essere usati dalle persone così caratterizzate, e si ha l’obbligo, se si prende sul serio la scienza dello spirito di orientamento antroposofico, di attirare l’attenzione su queste cose in modo più preciso.
Ecco un tale uomo – anni fa il suo nome venne per la prima volta ai nostri occhi – egli viene da una piccola città, e la Dott.ssa Steiner ricevette un giorno una lettera, come ce ne vengono così spesso: Mi sento infelice nella mia situazione, vorrei migliorare la mia situazione. – E una delle lettere che aveva questo tono ha posto la domanda di un consiglio, che avrebbe dovuto essere dato a questo tale uomo: se dovrebbe fare meglio di approfittare maritalmente di una casa, di un’attività commerciale, o di cercarsi un’altra strada per il suo ulteriore cammino nel mondo. Bene, bisogna dire la verità senza veli, se si vuole arrivare al fondo delle cose, e se non si vuole stare ciecamente di fronte a quello che si svolgerà nel prossimo tempo. Allora al tale uomo venne fatto capire che non potevamo occuparci della domanda se dovesse maritarsi in qualche posto o meno; ma poiché non mollava, allora gli fu reso disponibile volentieri molto di quello che era adatto a venire incontro ai suoi bisogni di illuminazione spirituale, che egli pretendeva di avere. Essendosi abbandonato a tali cose spirituali, come se le rappresentava, ben presto arrivò all’idea che per un grande spirito come lui non convenisse gestire un’attività commerciale in una piccola città. Sognava circoli più ampi. Aveva apparentemente risparmiato qualcosa e arrivò a Berlino. Trovò che era bello fare scienza dello spirito, ma sentiva pure in sé un talento artistico particolare, e pretese dalla società che lo promuovesse. Di solito uno è volentieri d’aiuto alla gente, non è vero. Le prove che il tale diede della sua arte parlavano contro ogni talento, ma uno impara anche senza talento così tanto che a volte è sufficiente per certe pretese. E così accadde che il tale fu raccomandato a vari membri che potevano creargli questa o quella cosa, che lo si promosse. Ma sempre risultò che la cosa falliva principalmente perché il tale, certo, voleva esercitare un’arte, ma non voleva imparare nulla, perché era dell’opinione che fosse capace più di tutti gli insegnanti che volevano occuparsi di lui. E la conseguenza fu che, perché fuggiva da ogni insegnante, alla fine non si poteva fare più nulla. Si ebbe pazienza dopo pazienza, ma non si poteva fare più nulla speciale, nulla gli piaceva. Perché naturalmente era di nuovo un caso così evidente, come il mondo fraintende il genio che emerge! Che nessun altro potesse condividere onestamente questa opinione, vedete, cari amici, non era colpa nostra. Questo è la cosa principale, tutte le altre cose sono secondarie. E così accadde con questo uomo come con molti altri. Essi cercano per prima una promozione entro la nostra società, e se loro questa promozione non viene concessa nel modo che desiderano, diventano nemici. E allora emergono con tutte le cose. Di quello che sta dietro alle cose, non parlano mai, naturalmente. Emergono con tutte le cose, che allora si smentiscono meglio se si espongono prima i motivi. Naturalmente era l’offesa all’orgoglio e l’incapacità in questo caso. E tutto il resto, quello che fu poi costruito come braveggi sopra di questo, era il più sciocco prodotto di fantasia, la più sciocca fantasmagoria. Ma oggi si trovano naturalmente i giornali che riprendono queste cose. Perché il tale che intendo è Erich Bamler. E se veramente si arriva al fondo delle cose di tali imprese, non è necessario prendere su un saggio così, che in gran parte non dice nulla, perché tutte le singole cose non esprimono quello che dicono, ma procedono da cose completamente diverse.
Prendiamo un altro caso: Un uomo, a cui non mancava nemmeno la vanità, anni fa si trovava di fronte prima di aver qualcosa contro l’antroposofia. Io ero l’ultimo che avrebbe fatto venire proprio questa personalità. Si trovò di fronte. Risultò che molte cose non conducessero proprio al fatto che questa personalità nella nostra società perseguisse scopi completamente non personali. Non si può però esigere questo, e perciò non può essere incolpato nemmeno, se talora si viene incontro un po’ anche a scopi personalmente ricercati. Si viene incontro pure talora a tali scopi personali, perché proprio per questa via si possono talora condurre certe persone al giusto. E così accadde che il tale era dapprima abbastanza soddisfatto di noi. Scrisse una composizione. Mi lasciai perfino indurre a scrivere una postfazione a essa, e la composizione fu ripresa nel nostro editore. Lui era soddisfatto di noi; noi eravamo gente con cui si poteva parlare. Allora il tale fece stampare un’altra composizione, e dopo che questa composizione ebbe varie fortune, che ora non ci riguardano, l’offerse di nuovo all’Editrice Filosofico-Antroposofica. Ma era impossibile riprendere questa composizione nell’Editrice Filosofico-Antroposofica. Sulle prime pagine di questa composizione sta, io avrei soltanto accennato certe cose sul problema del Cristo, e il signore in questione voleva svolgerle più ampiamente. Dico questo onestamente non per vanità offesa, benché in questo caso mi sia rimproverato così; ma la frase in cui mi è rimproverato, è una bugia sfacciata, perché la cosa menzionata non è accaduta. Senza riguardo al fatto che io avessi forse motivo di non andare oltre, allora cose vennero svolte in un modo che potrebbe ricordare un’altra storia che si è svolta, e di cui questa storia è almeno una miniatura. Su questa altra storia devo poi pure tornare brevemente. In questa composizione del signore in questione furono comunicate semplicemente tutte le cose che erano state dette soltanto in conferenze da me. La Dott.ssa Steiner giustamente vi si oppose e rifiutò questa composizione per l’editore. E il signore si sviluppò, poiché gli fu rifiutata la composizione, in un nemico. Ora naturalmente non si può dire, se uno scrive un articolo per un giornale: La Società Antroposofica è cattiva da per tutto, perché la mia composizione mi è stata rifiutata dall’Editrice Filosofico-Antroposofica. Non va! Ma è stata la verità! Così, si inventa – benché il tale sia stato innumerevoli volte informato sulla cosa – il racconto sui contraddittori. Il tale sa molto bene come stanno le cose con questi contraddittori, ma fa articoli giornalistici! Quello che sta in questi articoli giornalistici non ha nessun significato, perché il tale non è diventato nemico per questa cosa. Potrebbe ben sapere della cosa, quando è entrato. L’avversario è diventato il tale dalla ragione esposta. Molti dubitano, certamente, che si possa così senza cerimonie allargare l’ipotesi: Quello che viene dopo è anche causalmente condizionato da quello che vien prima; ma rimane notevole che l’ostilità del signor Max Seiling segue immediatamente al rifiuto della sua composizione dal nostro editore. Naturalmente è facile contestare una tale cosa, si può opporre molto, ma il punto non è quello che questo o quello oppone, bensì quali sono i fatti.
Questo ricorda veramente un caso un po’ più geniale; questa è soltanto una miniatura di quello. Il caso più geniale è questo: un signore che prima era in America, ma è un buon europeo, fu chiamato anni fa da un membro ben collaudato, era qui in Germania, si ascoltò tutte le possibili conferenze, e dappertutto cercò anche con grande zelo di ottenere le conferenze che erano state tenute da anni, chiedendole a questo o a quello. Dopo che ebbe tutto imballato fedelmente, quello che aveva trascritto, andò di nuovo in America. Disse là che era stato qui, che si era familiarizzato con la mia dottrina, che però non poteva esserne soddisfatto, ma doveva andare più a fondo; perciò uno avrebbe trovato presso di lui molte cose che non si trovano ancora nei miei libri. Perché dopo che ebbe completamente esaurito quello che trova presso di me, fu chiamato da un maestro che abita da qualche parte fra le Alpi della Transilvania; questo maestro gli comunicò molte cose, che lui ora incorporerebbe nel suo libro. Allora tutto quello che lui incorporerebbe al suo libro era quello che aveva qui ascoltato nelle conferenze e trascritto! E poi il libro fu intitolato: «Concezione del mondo dei Rosacroce». Apparve in America e vi creò grande sensazione: il libro cioè composto da quello che aveva sentito qui da me, e da quello che il maestro gli avrebbe detto fra le Alpi della Transilvania. Non dovevano verificare la gente quello che era da me, non potevano nemmeno, perché era stato detto parte in conferenze per i soci. Ma non contento di questo fatto che ora questo libro apparisse scritto in inglese e in americano, si trovò una libreria tedesca che tradusse il libro e lo pubblicò come «Concezione del mondo dei Rosacroce». L’editore era il Dott. Vollrath.
Queste sono soltanto alcune prove della pratica, come si fa, cari amici! Su queste cose bisogna proprio guardare. Bisogna guardarle, perché questi sono i mezzi con cui da una parte si utilizza quello che cresce sul nostro terreno, e da un’altra parte lo si combatte. Deve essere ben detto: Forse non è mai stato combattuto qualcosa con mezzi peggiori di come ora si sta cominciando a combattere contro di noi, proprio contro la scienza dello spirito di orientamento antroposofico! E perciò voi troverete comprensibile quando, per così dire seguendo un’esigenza ferrea, si ricorre all’unico mezzo che la cosa certo non elimina, però forse un miglioramento può portare, anche se tutto si unirà per creare alle personalità collegate con la cosa le massime difficoltà immaginabili. Ma una cosa devesi considerare: Su questa cosa è stato parlato fin troppo, ma sempre veramente per orecchi sordi. Perciò non rimane nulla d’altro che – per servire la cosa appropriatamente, a cui tutti dobbiamo essere dediti – ad adattarsi a una necessità ferrea. Questa necessità ferrea risulta semplicemente così. Supponiamo che la scienza dello spirito comparisse come letteratura, che fosse da una parte come letteratura. Allora sarebbe assolutamente impossibile – nella teoria è possibile, ma rispetto ai fatti concreti sarebbe del tutto impossibile – che tutte queste cose si collegassero alla scienza dello spirito, che si sono collegate, e che in modo davvero pessimo, in modo indegno si collegheranno. Quello che dobbiamo distinguere dalla ricerca scientifica dello spirito, che deve essere una ricerca pura della conoscenza, una ricerca della concezione del mondo del presente, è la Società Antroposofica. Nella sua idea questa Società Antroposofica è molto buona; però nella pratica si sviluppa – non come mi sembra, ma come i fatti insegnano – così, che ogni giorno vengono incontro a noi cose, che mostrano, non è un’esagerazione, come entro questa Società Antroposofica con una certa leggerezza si sviluppano consorterie, specialmente interessi personali pro e contro, nel modo più ampio. È difficile, sul fondamento di una società, separare gli interessi personali dai puri interessi sachlich. Ma pensate che proprio per il funzionamento della società la porta e la porta viene spalancata a quelle persone che non vogliono opporsi alla scienza dello spirito con onesta discussione, ma che vogliono far crollare la scienza dello spirito per la via indiretta della denigrazione personale, per calunnie personali. Perché si deve ben dire: loro vogliono far crollare la scienza dello spirito.
Anni fa mi sono deciso a inchinare ai desideri dei vari membri per colloqui personali, ai più giovani e ai più anziani membri nel modo più ampio. Soltanto negli ultimi anni, quando le cose sono venute così innanzi, è stato necessario talora procedere sporadicamente diversamente da antiche usanze; ma solo sporadicamente, in eccezioni. Nonostante sia stato spesso sottolineato che in quello che si trova nella letteratura, e in quello che è detto qui nelle conferenze, è generosamente contenuto quello che l’individuo appunto abbisogna per il suo sviluppo indipendente,
così che i colloqui personali potevano soltanto riferirsi a un’espressione appunto da uomo a uomo, accadrà sempre di nuovo che al traffico personale dei membri con me la più grezza fantasia – scusate l’espressione – si attacchi entro la società, e dagli estranei poi si cerchino le vie a vari denigramenti e calunnie. Con la fantasia intendo che assai spesso entro il circolo della società gli uomini sono così inclini, se hanno una parolina che suona bene, di usare questa parolina che suona bene per la loro propria profonda soddisfazione. Che bene ti fa, per esempio, potersi dire: Io sono diventato uno studente esoterico. – E quanto bene ti fa ancora, se potesse dirsi: Sì, tu vedi, quella è qualcosa di completamente misteriosa, che non posso dirti; su questo non posso dirti nulla. – Mettere se stesso in scena, darsi un certo prestigio, questo sta dietro molte espressioni che vengono usate, e che allora da persone estranee è spesso usato in una maniera molto maliziosa. Tutte queste cose, che ora sono usate in intenzione maliziosa, non avrebbero mai potuto svolgersi, se non fosse che viene fatto apparire in una luce falsa quello che, certo, corrisponde a desideri legittimi e forse anche all’accomodamento altrettanto legittimo di quei desideri, che però, alla luce di quello che il mondo esterno ne fa, non può più essere mantenuto, così gravemente come mi peserà, cari amici. Naturalmente, entro la società possono sussistere relazioni amichevoli, ma la necessità ferrea mi costringe, entro i prossimi tempi, di smettere i colloqui privati. Mi duole questo specialmente perché parecchi diranno: Perché dunque gli innocenti devono soffrire con i colpevoli? – Ma se si è entro una società, allora è naturalmente un karma della società, e la cosa non si può fare diversamente. Tutto quello che si è svolto in colloqui privati, che sono stati cercati, è qualcosa che, di fronte a quelle calunnie maliziose, deve semplicemente terminare.
Non credete che mi duoia meno di quanto duoia a voi, ma so che, come tutto quello che ho detto su tali cose è stato parlato al vento, anche il mio parlare di oggi sarebbe parlato al vento, se non fossero prese misure che semplicemente forzano a portare alla consapevolezza la serietà della cosa. È facile collegare calunnie a quello che è detto in colloqui privati con singoli membri, se queste calunnie raggiungono il grado che, per esempio, qui e là si dice, questo o quel membro sia stato ipnotizzato. Beh, cari amici, di fronte a queste cose dovrò presto prendere un’altra misura, da cui voi capirete – e parlo davvero da semplice senso del dovere verso il nostro movimento – che per me oggi e adesso è la serietà più amara su questa cosa, proprio a causa della santità della scienza dello spirito. Se un movimento come questo ha come fondamento il principio, entro il quale uno non interferisce nella sfera di libertà di nessuno, e se questo è strettamente osservato, se tutto è strettamente rifiutato, che interferisce nella sfera di libertà di un uomo, e allora proprio con queste cose si muove indietro, allora è necessario che una volta accada quello, che tutto quello che deve crescere sul nostro terreno cresca nella piena luce della pubblicità. Se le cose cresceranno in piena pubblicità, allora al calunniatore sarà tolto il terreno. Ma un altro metodo non c’è in futuro. Perciò io cercherò, per quanto da me dipende, di fare in modo che la scienza dello spirito di orientamento antroposofico in futuro si svolga sempre di più e di più nella piena luce della pubblicità. Essa non deve temere la pubblicità. E proprio oggi vi dichiaro espressamente: Riguardo a quei colloqui privati, che da anni si sono tenuti con i membri, sciolgo ognuno dal voto, per quanto lui lo voglia, di non mantenere segreto il contenuto del colloquio. Ognuno può, per quanto a lui piaccia, comunicare quello che è mai accaduto in un colloquio privato con un membro. Nulla si troverà che la luce della pubblicità abbia da temere. Allora non sarà più possibile muoversi indietro con cose che forse stanno sul seguente terreno. Voglio darvi un esempio di come si possono usare queste cose di fronte all’ignoranza più grezza e alla volontà dell’ignoranza più grezza.
Non soltanto quell’Erich Bamler, bensì anche altri, che però sono altrettanto «onesti» come lui nel combattere, hanno portato in avanti e credono nel fondo, che sotto certi principi chiamati esoterici sarebbe stato dato loro questo pure: «Guarda tutto quello che ti circonda alla luce della necessità, come se fosse necessario, come un destino dato necessario.» La cosa ti conforta per un po’, finché credi di essere promosso entro la società, se hai ricevuto una tale regola, di dirsi: Io sono diventato uno studente esoterico, perché medito costantemente: «Guarda tutto quello che ti circonda alla luce della necessità.» – Ma perché proprio a questo tale è stata data questa regola, questo consiglio? Per il motivo semplice che la loro costituzione d’anima l’abbisognava! Era un consiglio che non interferiva affatto con la loro libertà, bensì un consiglio, di cui voglio giudicare la portata e l’esoterismo, se vi rimetto a questo seguente: Schopenhauer dice nella sua scrittura di premio sulla libertà della volontà verso il finale del suo articolo, riguardante il nostro comportamento verso il corso del mondo e il destino: «Tutto quello che accade, dal più grande al più piccolo, accade necessariamente»; e parla dell’effetto tranquillizzante della conoscenza dell’inevitabile e del necessario. Così al tale non è stato consigliato nulla d’altro che quello che Schopenhauer stesso tiene per un mezzo provato, per superare certi stati di depressione dell’anima.
Bene, con la speculazione sull’ignoranza più grezza e sulla volontà dell’ignoranza più grezza si possono naturalmente raccontare alla gente storie bellissime: che diventarono verdi e blu, specialmente alle gambe, dal momento che hanno seguito tali principi. E presso quelli che su tutto vogliono spremere qualcosa di esoterico dalle dita, naturalmente questi fatti possono essere portati come calunnie. Ma proprio allora, quando sappiamo che le cose che nella scienza dello spirituale di orientamento antroposofico vengono praticate, sono richieste da bisogni reali necessari, allora comprenderemo che una tale misura, come la precedentemente accennata, deve davvero essere presa; semplicemente affinché si veda che la cosa è seriamente intesa,
per cui essa deve essere perseguita. Non vi lamentate con me, che lo sento altrettanto amaramente come voi; lamentatevi con coloro su cui io vi ho chiaramente indicato, e che rendono impossibile che una tale misura sia evitata. A me oggi è molto difficile rifiutare colloqui privati, che la maggior parte dei membri desidera, per queste ragioni di principio. Io so naturalmente anche che questo sarà di nuovo usato come calunnia contro di me, ma non posso dirigermi secondo motivi personali, bensì dovrò dirigermi secondo quello che è necessario per il nostro movimento. Ciò significa che dovrò adattarmi al principio di fare sul serio con quello che sempre di nuovo da una parte dà motivo al baciamano, dall’altra parte è il motivo alle denigrazioni e alle calunnie da parte di coloro che non vogliono onestamente opporsi alla scienza dello spirito, ma che vogliono eliminarla dalla terra in un’altra maniera.
Esaminate molte cose di quello che è accaduto, troverete: i motivi provengono sempre dalla società. Raramente viene attaccata la società, il punto di attacco sono di solito io o il mio ambiente più prossimo. Esaminate le cose. Ma attaccando me, è già così, che si vuol proprio colpire in me la scienza dello spirito. Perché di questa o quella denigrazione esoterica insensata a nessuno importa nulla; ce ne sono abbastanza nel mondo. Ma alla gente non è indifferente, che la scienza dello spirito di orientamento antroposofico sia un fattore di cultura del nostro tempo, che voglia dire la sua. Questo alla gente non è indifferente. Esoterici d’angolo, quelli non importa alla gente; ma colui che per il suo destino non può rimanere un esoterico d’angolo. Non si vorrebbe colpire l’esoterico d’angolo, se stesse a Berlino di fronte a cinquanta persone e darebbe loro consigli. Solo quando i libri andarono al di là di un certo numero si iniziarono gli attacchi. Sarebbe un peccato contro lo spirito della scienza dello spirito di orientamento antroposofico di permettere che sia distrutta, se forse si potrebbe impedire questo, affinché per un po’, soltanto per un po’, qualcosa deve essere sacrificato, perché la moralità della gente del presente si è mostrata come si è ora mostrata.
Spesso si è sperimentato che le cose sono state rappresentate falsamente; ma come si fa alle cose della ricerca scientifica dello spirito, come le cose vengono inventate che non sono affatto lì, e qualcosa di completamente diverso da quello che è accaduto viene raccontato, questo appartiene alle rarità più grandi, anche nella storia dell’umanità. E bisogna avere l’inclinazione non soltanto di veder la valanga, quando seppellisce i villaggi laggiù, bensì l’inclinazione di veder la palla di neve che cade da sopra, perché diventerà una valanga. Certamente, ho a lungo osservato e sempre di nuovo ammonito, ma non si sono ben udite le ammonizioni, o in ogni caso non se ne è fatto granché. La gente al di fuori della nostra società mi rimprovera che uno dei miei più grandi errori sia – oggi ne contano già di più grandi, che era un anno fa – che faccio seguaci ciechi, che ho seguaci ciecamente creduli. Posso ben dire: Se dipende da qualcosa, dove dovreste portarmi fiducia da parte dei membri della società e secondo la fiducia fare questo o quello, di regola non trovo molta adesione. Lì di solito accade il contrario di quello che è mia opinione. È stato così tutti gli anni. Di solito è sempre accaduto il contrario di quello che era mia opinione. Soltanto non se ne accorge, perché in molti circoli è stato seguito un metodo particolare: Si è domandato meno della mia opinione, piuttosto della propria opinione e poi è stato detto alla gente: Questo ha detto. – Io ero molto lontano di aver detto questo, ma il tale avrebbe voluto che l’avessi detto; così ha raccontato che l’avevo detto. È già così: Se nel mondo esterno viene raccontato che ho seguaci ciechi, allora la pratica della società mostra che è il completo contrario del caso, almeno riguardo alle cose dove si dovrebbe portarmi con una certa fiducia, perché mi sono sforzato per anni di un giudizio, e l’altro non.
Tutto questo non è detto davvero in modo da, come si dice in Austria, brontolare o borbottare, o per così dire ringhiare, bensì è detto perché i sintomi ogni giorno ora si mostrano, che conducono al fatto che nella maniera indicata la nostra ricerca scientifica dello spirito debba esser distrutta, e perché deve nascere l’inclinazione di vedere la palla di neve sopra, non per la prima volta la valanga quando è arrivata laggiù. Proprio poche ore prima di venire qui, mi è stata letta, tra l’altro, una lettera, in cui di nuovo viene raccontato che due si sono incontrati; non voglio fare nomi, così si può portare semplicemente un tale caso. A uno è imputato che con l’altro faccia ipnosi, che perfino si sia seduto dietro l’altro e abbia meditato nel collo dell’altro, affinché al tale accadesse qualcosa di nocivo nell’anima. E la cosa viene poi seguita ulteriormente. È soltanto un caso, l’ultimo, no, non l’ultimo, ce ne fu un altro dopo, ma è quello che ho letto tre ore fa. Questo è oggi una cosa innocua, in un paio di anni non deve più esserlo: che uno si sia seduto dietro l’altro, per meditare nel collo dell’altro tutte le cose nocive e per esercitare per questa via influenza. Che il tale sia così innocente nella cosa quanto solo possibile, su questo non c’è dubbio. Ma oggi, cari amici, gioca tra due membri; fra un paio di anni è fatto un «caso Steiner», che di nuovo per tali «studi» dà un bel caso. Forse va anche più veloce e non ha bisogno di prima dei pochi anni.
Così capite, che per me è veramente una necessità terribilmente dura, se per i prossimi tempi devo ricorrere al fatto che da una parte dico semplicemente: Deve essere tentato affinché la scienza dello spirituale si svolga in piena pubblicità. Nessuno ne soffrirà, nessuno troverà mancanza, quello che deve cercare, perché tutto si svolge in piena pubblicità. Ma tutto il chiacchierare: Questo è qualcosa di misterioso misticamente, che non si può dire e così via –, questo non deve più poter dar motivo a varie calunnie. Il nostro traffico per quanto possa essere amichevole, per il prossimo tempo non deve esserne diverso, se non che da amico ad amico si svolge, perché i colloqui privati devono per principio cessare per il prossimo tempo. Forse i nostri cari membri si troveranno costretti, anche se scomodo, a preoccuparsi un po’ di più delle cose e occuparsi delle cose, di cui sinora non si sono preoccupati così poco.
Come detto, scusate che ho portato qui oggi queste cose; le ho portate nel tempo in cui la vera conferenza era già terminata, ma ho dovuto portarle, perché hanno a che fare con le questioni di vita della Società Antroposofica, del movimento antroposofico. Non è un’inamichevolezza, se devo deplorare molto, molto, di non poter eseguire nei prossimi tempi i colloqui privati, sempre volentieri tenuti con i cari membri, non poterli eseguire. Allora quello non potrà sorgere davvero, nel concreto davvero non potrà sorgere, quello che così volentieri è cercato dai nemici malevoli. – Perché, cari amici, potete naturalmente fare un’obiezione, e ognuno se la fa comprensibilmente, dal momento che dice: Con me tuttavia lui potrebbe parlare. – L’hanno detto tutti coloro che ora conducono i loro attacchi nel modo più vile; e certi di coloro che ora sono gli strumenti dei loro protettori, sono stati portati alla società da membri molto, molto stimati della società. In una certa misura deve essere diverso, ma può soltanto diventare diverso per mezzo dei membri.
È certamente comprensibile quando nell’anima dell’uomo presente, più che altrimenti, sorga il bisogno di comprendere il tempo nella sua particolarità. Viviamo in questi anni entro eventi che non soltanto esigono sacrifici immensissimi da molti uomini, ma che veramente pongono all’intelletto umano enigmi gravissimi, enigmi dei più vari tipi. Perché dovettero proprio queste cose manifestarsi nel nostro tempo in una catastrofe così terribile, come essa ora attraversa lo sviluppo dell’umanità? È certamente una domanda che sta a cuore alle anime di oggi. Vediamo bene gli eventi esteriori; dobbiamo soltanto tentare di prepararci sempre di più, a non cercare soltanto le cause più immediatamente vicine per eventi così importanti, ma a dirigere i nostri occhi verso le forze più profonde del tempo, e su come queste forze più profonde sono fondate nello sviluppo complessivo dell’umanità. Allora possiamo per il nostro sentimento, per la nostra sensibilità, forse comprendere anche molte cose che altrimenti rimangono incomprensibili, che possiamo, per così dire, soltanto fissare.
Chiediamoci una volta: Quale è nel senso più profondo una caratteristica grave del nostro tempo? – Bene, da discussioni, che qui sono state intraprese spesso, non possiamo certo nasconderci che su tutti i campi nel nuovo tempo si è fatto strada quel che noi chiamiamo il materialismo, il materialismo nel senso più ampio della parola. Materialismo! – afferriamo davvero oggi non così, che noi soltanto il nostro sentimento, la nostra simpatia e la nostra antipatia si rivolgano a quello che noi copriamo con l’espressione materialismo; bensì tentiamo di sentire, che dovette venire un’epoca, in cui il materialismo è per così dire dominante nello sviluppo dell’umanità. L’umanità ha avuto bisogno proprio del materialismo, di passare attraverso il materialismo. Essa però non deve perdersi entro il
materialismo; essa non deve per così dire darsi così fortemente al materialismo, che perda dalla vista, e anche dalla sua anima, il legame con il mondo spirituale. Affinché questo non accada, affinché il legame con il mondo spirituale resti, è proprio il compito della scienza dello spirito. Ora voglio tentare oggi di portare di fronte alla vostra anima qualcosa dalle leggi di sviluppo del genere umano, il quale, se lo comprendiamo nel modo giusto, può contribuire alla comprensione di quello che tutto attorno a noi agisce.
Il fatto che viviamo nell’epoca del materialismo non è affatto dovuto soltanto alla cattiveria e alla villanità dei nostri tempi nel grande, bensì appunto a certe leggi di sviluppo. Certamente, l’aspetto del materialismo nel nostro tempo non è bello, specialmente appare brutto quando si può paragonare questo aspetto materialistico con gli aspetti culturali di periodi di tempo più antichi. Però uno non deve, per questo, cascare in una mentalità reazionaria, che vorrebbe credere che gli antichi sviluppi culturali debbano essere portati di nuovo in alto. Veramente importante per noi è questa particolarità del materialismo del nostro tempo, che anche personalità di spicco, le più importanti dal punto di vista dello spirito, non riescono nemmeno a elevare i loro impulsi dell’anima a comprensione del mondo spirituale. Semplicemente non riescono. Lo si deve confessare onestamente e senza pregiudizi. Prendiamo uno spirito caratteristico del diciannovesimo secolo, di cui nella seconda metà del diciannovesimo secolo si è parlato molto nella vita dello spirito europeo internazionale, Ernest Renan, che si sforzò di comprendere l’impulso del Cristo così come era possibile alla sua epoca. «La vita di Gesù» di Ernest Renan ha fatto, per vero, grande sensazione nei circoli più ampi e ha avuto grande influsso. Ma Ernest Renan da un lato è già uno spirito che prendeva sul serio le cose spirituali, che però dall’altro lato non riusciva affatto a farsi rappresentazioni che l’uomo potesse trovare una via verso una visione dei mondi spirituali. Prendiamo un detto, che Ernest Renan ha fatto in età relativamente giovane; disse: L’uomo dei nostri tempi è consapevole che non saprà mai nulla sulle cause più alte dell’universo e sulla sua propria destinazione. – Questo è uno spirito guida dei nostri tempi, che parla così, che addirittura presenta come conoscenza importante, quando l’uomo diviene consapevole che non saprà mai nulla sulle cause dell’universo e sulla sua destinazione. E non era un uomo superficiale, questo Ernest Renan. Egli visse una vita della conoscenza. Ed è caratteristico, che il vecchio Renan, diventato anziano, ha fatto un altro detto caratteristico. Quest’uomo, che si è tutto il corso della sua vita vissuto nella fede che l’uomo non potrebbe trovare il cammino nel mondo spirituale, sì che doveva per così dire imprimerselo come una conoscenza più alta, che l’uomo non potrebbe non conoscer nulla, disse al termine della sua vita: Avessi potuto sapere con certezza che c’è un inferno! Sarebbe meglio l’ipotesi dell’inferno che quella del nulla. – Qui vedete qualcosa sprizzato dal cuore oppresso dei nostri tempi. Il nulla fissa l’uomo, quando ha il desiderio, l’anelito di conquistare un mondo spirituale, un mondo spirituale, nel quale l’uomo per esempio potrebbe entrare, quando attraversa la porta della morte. E un uomo che credeva di aver conquistato il fatto che l’uomo sta al di sopra di quel tale sapere, che egli rinuncia a tale conoscenza, dice alla fine della sua vita: Sarebbe meglio sapere che c’è un inferno, che guardare il nulla. – Si deve sentire questi fatti, se si vuol sentire il caratteristico dei nostri tempi.
Non è vero, dobbiamo rendercene conto: il genere umano ha bisogno in ogni epoca di spiriti guida. Se nella antichità erano i sacerdoti dei Misteri, per la nostra epoca sono certi filosofi, che sempre più assumono un carattere scientifico naturale. Un filosofo, che io ho conosciuto ancora molto bene personalmente, ha fatto nel suo ultimo lavoro, «La tragicommedia della saggezza», i seguenti detti. Dice: Noi non abbiamo più filosofia di un animale e ci distinguiamo dall’animale soltanto per i furiosi tentativi di voler giungere a una conoscenza, e per la finale rassegnazione all’ignoranza. – Colui che, cavando nel corso della vita dello spirito, è giunto alla convinzione che l’uomo non potrebbe avere più filosofia di un animale, è diventato un professore universitario di filosofia. Perciò non ci deve stupire che ancora una volta nature disposte più profondamente tuttavia cerchino una qualche via nel mondo spirituale, e che non riescano ad alzarsi dagli impulsi che il tempo fornisce loro dal materialismo, e così gettarsi fra le braccia di quello che sta più vicino. Lo vediamo da molti tali esempi nel presente, come uno è Maurice Barrès, il francese, che ora durante il tempo di guerra tra i tedeschi folli di odio ha ottenuto una certa fama. Prima della guerra era caratteristico come il capo di quei giovani francesi, che, per quanto possibile, cercavano una via verso lo spirituale, Maurice Barrès cercò a lungo, e dopo che ebbe cercato a lungo, si gettò fra le braccia del cattolicesimo volgare, della chiesa cattolica, come hanno fatto molti giovani francesi. È finalmente soltanto un esempio particolare per uno sviluppo generale, come esso vive nei nostri tempi e si è manifestato nel diventare cattolico.
Ma tentiamo ora di guardare in tali anime come quella di Maurice Barrès, come è allora colui che cerca lo spirito dinanzi al ricercare la vita spirituale. Devo dire che un detto caratteristico di questo Maurice Barrès è il seguente. Dunque a uno che ricerca lo spirito dei nostri tempi sfugge la seguente parola: «È vano sforzo cercare l’aldilà. Forse esso non esiste nemmeno!» E allora dice oltre: «E qualunque modo noi la prendiamo, non possiamo saperne nulla. Lasciamo ogni occultismo agli illuminati e ai ciarlatani. Qualunque forma il misticismo possa assumere, contraddice la ragione. Ma comunque diamoci alla chiesa, in primo luogo perché è indissolubilmente legata alla tradizione francese, e poi perché essa, con l’autorità dei secoli e la grande esperienza pratica, formula il volere di quella etica che si deve insegnare ai popoli e alla chiesa, e infine, perché essa, ben lontana dal consegnarci al misticismo, direttamente ci protegge contro di esso, mette a silenzio la voce dei misteriosi odii» – con i misteriosi odii intende tutto quello che è venuto dai Misteri – «espone i Vangeli, e sacrifica il generoso anarchismo del Salvatore ai bisogni della società moderna.»
Perché dunque dovreste consegnarvi alla chiesa cattolica? Perché, pensa egli, essa ha compreso, di adattare la concezione magnifica del Salvatore al bisogno tiepido della modernità umana, cioè: il cristianesimo piuttosto bene adattato a quelli che ora circa con il cristianesimo quello che un cristiano medio di oggi con il suo cristianesimo sperimenta. Se non si comprendesse che giungere a una tale concezione ha una certa necessità, allora si dovrebbe chiamare una tale concezione nel senso più estremo frivola, cinica e frivola. Ma il fatto che proprio spiriti più profondi giungono a una tale concezione, bisogna sentirlo, e bisogna esserne consapevoli della necessità. Soltanto possiamo porci una domanda: Qual è la causa più profonda? Qual è la causa più profonda che rende così difficile agli uomini oggi trovare la via nel mondo spirituale? – Allora dobbiamo davvero di nuovo dirigere lo sguardo della nostra anima verso lo sviluppo dell’umanità, almeno nel tempo che è passato dopo la grande catastrofe atlantica e nel cui quinto periodo noi viviamo.
Abbiamo fino a qui diviso questo sviluppo dell’umanità nel primo periodo, che abbiamo chiamato indiano, nel secondo, che abbiamo chiamato zoroastriano, nel terzo, che abbiamo chiamato egiziano-caldaico-babilonese, nel quarto, che abbiamo chiamato greco-latino, e finalmente abbiamo il nostro quinto periodo; in esso viviamo. In questo quinto periodo si sono fatti strada proprio quei fatti sui quali abbiamo già da un certo punto di vista fatto dei cenni. Ho tentato in vari momenti di caratterizzare per voi lo sviluppo dell’umanità, per appunto collocare il presente in questo sviluppo dell’umanità. Voglio farlo oggi da un altro punto di vista. Questo altro punto di vista sembrerà, quando lo si osserva per la prima volta, davvero paradossale. Veramente paradossale, però afferriamolo anzitutto senza pregiudizi. Tentiamo di equipaggiarci con il tipo di considerazione che possiamo già avere dopo che abbiamo così sviluppato l’antroposofia per molti anni.
Da quello che fin qui abbiamo già accolto nelle nostre anime, possiamo sapere che non soltanto il singolo uomo tra nascita e morte nel mondo fisico conosce uno sviluppo, bensì che il genere umano stesso conosce uno sviluppo. Mettiamo oggi gli occhi su quella parte dello sviluppo che nel modo così caratterizzato segue alla catastrofe atlantica, nel quinto periodo del quale stiamo. Il paradossale vorrà farsi innanzi, se ci poniamo la domanda: Possiamo, per il genere umano, per un pezzo dello sviluppo dell’umanità, nello precisare il modo parlare di uno sviluppo nel tempo, come noi, per l’uomo singolo, di tale sviluppo temporale parliamo? – Noi diciamo: Un uomo si svilupperà dapprima così, che egli il primo periodo di sette anni vive dal primo al settimo anno. Allora vive il periodo dal settimo al quattordicesimo anno – presa circa, Lei sa cosa intendo –, allora dal quattordicesimo al ventunesimo anno e così via. L’uomo si sviluppa per così dire per gradi, per cui dalla nascita alla morte aggiunge sempre un anno, quando un anno è passato.
Come possiamo allora pensare, se vogliamo fare considerazioni sul pezzo dello sviluppo dell’umanità così accennato? Sarà utile se ci chiediamo anche: Qual è allora davvero l’età del genere umano, se vogliamo paragonare la sua età con l’età del singolo uomo? In quale età della vita sta allora davvero il genere umano di oggi? Non sarà disinteressante affrontare questo una volta dal punto di vista della scienza dello spirito. E proprio questo affrontamento scientifico dello spirito ci condurrà a molte cose. – Anni fa ho già caratterizzato la medesima cosa. Nella scienza dello spirito è così, che uno può sapere molte cose e soltanto dopo anni può formulare bene o può riformulare. Una riformulazione di questo enigma accennato voglio darti oggi.
Afferriamo anzitutto schematicamente come era lo sviluppo:
Primo periodo, lo sviluppo indiano;
secondo periodo, lo sviluppo zoroastriano;
terzo periodo, lo sviluppo egiziano-caldaico-babilonese;
quarto periodo, lo sviluppo greco-latino;
il quinto periodo è il nostro; allora viene il sesto.
Se ora confrontiamo l’età del genere umano con le singole età dell’uomo, quale era allora l’età del genere umano nel primo periodo dopo la catastrofe atlantica? Quale era la sua età? Vedete, se sapessimo quale era l’età intera del genere umano, allora potremmo confrontare come dobbiamo vederci, come dobbiamo collocarci nello sviluppo dell’umanità con i nostri anni di vita. Non era affatto facile indagare scientificamente spiritualmente questa domanda. Bisognava anzitutto guardare al fatto puro scientifico dello spirito, bisognava unire un significato a questo fatto puro scientifico dello spirito del primo periodo. E quando si era acquisito un’opinione sulla particolare configurazione spirituale del genere umano, come era allora, bisognava chiedere: Con quale età individuale, personale di vita si potrebbe paragonare questa configurazione dell’epoca? E allora risulta che il genere umano come genere umano – non l’uomo singolo, di cui parleremo più tardi –, che il genere umano in questo primo periodo postatlantidiano ha un’età che si può paragonare con l’odierna età umana tra il quarantottesimo e il cinquantaseiesimo anno. Così pensate, se si prende la configurazione dello spirito di ciò che allora è la vita culturale, risulta: il genere umano aveva allora un’età della vita che si può paragonare con l’odierna età virile, naturalmente anche femminile, dal quarantottesimo al cinquantaseiesimo anno. Non è stato affatto facile scoprire questa cosa; però una volta che ce l’hai, è un risultato effettivo della scienza dello spirito.
Ora è la domanda: Come stanno le cose con il secondo, il periodo zoroastriano? Allora si dovette di nuovo intraprendere la medesima considerazione. Allora risulta: se si afferra la costituzione spirituale di ciò che allora era cultura, allora si può paragonare soltanto con l’età della vita di oggi tra il quarantaduesimo e il quarantottesimo anno. E ora si procede al periodo egiziano-caldaico-babilonese, che termina circa nell’anno 747, allora corrisponde all’età umana di vita dal trentacinquesimo al quarantaduesimo anno di vita. Venendo ora al periodo greco-latino, allora corrisponde all’età umana di vita dal ventottesimo al trentacinquesimo anno di vita. E venendo al nostro quinto periodo postatlantidiano, allora corrisponde all’età umana di vita tra il ventunesimo e il ventottesimo anno. E nel sesto periodo sarà così – si può per così dire prevederlo –, il sesto periodo corrisponde all’età di vita tra il quattordicesimo e il ventunesimo anno; e nell’ultimo periodo, prima di una nuova grande catastrofe, all’età di vita dal settimo al quattordicesimo anno.
Posso ben ammettere, cari amici, che il risultato che è risultato, quando è stato formulato, mi ha toccato come uno dei più sorprendenti, tra i più sorprendenti effettivamente a cui sono arrivato, davvero come uno dei più sorprendenti. Perché, non è vero, c’è un fatto curioso sulla base: mentre l’uomo va in su nei numeri, l’evoluzione dell’umanità va indietro. L’umanità diventa meravigliosamente sempre più giovane! Così è: l’umanità diventa sempre più giovane.
Bene, naturalmente ci si deve chiedere: Che cosa significa il tutto in un’ampiezza più grande? Con questa cosa sono collegate molti enigmi dello sviluppo. Mi sono prima di tutto chiesto: Che cosa significa davvero per il primo periodo culturale il fatto che il genere umano tra il quarantottesimo e il cinquantaseiesimo anno era anziano? Allora risulta il seguente: Naturalmente gli uomini, che allora erano nati e vivevano, inizialmente uno, due, tre anni. Questo è chiaro. Allora divennero però anche quarantotto anni vecchi. Per ognuno arrivò il momento, dove egli tra il quarantottesimo e il cinquantaseiesimo anno della singola evoluzione individuale viveva. E allora questi uomini potevano dirsi: Adesso entriamo personalmente in un’età della vita, dove abbiamo le proprietà personali dell’età che sono contenute tutto attorno a noi nello spirito di gruppo del genere umano intero. Noi cresciamo in quello che ci circonda. Prima, prima del quarantottesimo anno di vita, avevamo per così dire uno sviluppo concluso, che ci appartenne, che era per noi; ma col quarantottesimo anno cresciamo in quello che ci circonda. Se allora si diventava più vecchi del cinquantaseiesimo anno, allora ci si sviluppava oltre, si viveva oltre e si cresceva per così dire indietro, in quello che era prima della catastrofe atlantica. Si faceva attraversare allora qualcosa che andava oltre quello che si manifestava tutto attorno nello spirito di gruppo dell’umanità. Così si trovava col quarantottesimo anno il collegamento con la spiritualità della propria anima di gruppo del genere umano.
Nel successivo, nel secondo periodo culturale, si trovava questo collegamento già prima. Allora si diventava quarantadue anni vecchio e si cresceva in quello che era nell’ambiente, si cresceva in quello che era aurico in tutto il genere umano.
E allora si cresceva nel trentacinquesimo anno, così che tra il trentacinquesimo e il quarantaduesimo anno di vita ci si poteva dire: Adesso quello che è in me, coincide con quello che è attorno a me. – Dopo il quarantaduesimo anno di vita, allora quello che era attorno a uno non poteva più darti nulla, allora dovevi per così dire vivere da te, perché il genere umano era diventato così tanto più giovane. Nel tempo dal quarantaduesimo anno in poi non stavi più nell’ambiente; lì crescevi oltre, lì eri dipeso da te stesso.
Così era il vecchio greco, il vecchio romano, dipeso da se stesso, quando aveva raggiunto un’età della vita di trentacinque anni. Tra il ventottesimo e il trentacinquesimo anno viveva con l’ambiente, allora il genere umano non aveva più nulla da aggiungere della sua età, perché era già vissuto; il genere umano
non poteva più diventare quarantotto anni vecchio, quando era arrivato al trentacinquesimo nel suo andare all’indietro.
E noi nel quinto periodo: pensate una volta, noi ci cresciamo nello spirito di gruppo dell’umanità, in quello che è il nostro ambiente, tra il ventunesimo e il ventottesimo anno. Da lì in poi l’ambiente non produce più nulla. Quello che viene allora, dobbiamo raggiungerlo attraverso il nostro sviluppo, dobbiamo l’acquistare dal nostro interno, perché da fuori non ci scorre più nulla. Il genere umano ha percorso gli anni fino al ventottesimo anno, e quando siamo diventati ventotto anni vecchi, allora, sì allora dobbiamo avere un fondo, allora dobbiamo avere qualcosa in noi, che possiamo portare avanti; altrimenti diventeremo mai più vecchi di ventotto anni. E ora è così, che già così tanto del quinto periodo è passato, che il genere umano è proprio ritornato al ventisettesimo anno. Così che, se nulla viene fatto affinché esso sviluppi il suo interno energicamente e proceda attraverso se stesso, i popoli restano soltanto ventisette anni vecchi. Questo significa molto, cari amici! Questo significa: se tutto viene lasciato così come è, allora il genere umano di oggi non raggiunge uno sviluppo intellettuale o un altro sviluppo spirituale, se non soltanto uno fino al ventisettesimo anno. E se nelle loro anime non viene versato nulla, affinché si sviluppino oltre, allora restano per il resto della loro vita ventisette anni vecchi.
Rimangono per il resto della loro vita ventisette anni vecchi: questo è un grande segreto dello sviluppo del genere umano presente. Nel sesto periodo postatlantidiano i popoli non diventeranno affatto più vecchi di ventun anni. Se allora nulla viene fatto affinché il loro interno si ampli, diventi potente in intelletto, in iniziativa, in volontà, allora emergerebbe una dementia praecox generale. I popoli dovrebbero rimanere a uno sviluppo della vita, che finisce col ventun anni. Quello che viene poi sarebbe soltanto un’aggiunta inessenziale.
Afferriamo questo una volta in relazione col singolo dell’uomo. Pensa una volta soltanto che uno sempre diventa più maturo e più maturo secondo le sue disposizioni individuali, personali. Il bimbo è veramente sempre materialista; il giovane diventa allora idealista, ma i suoi ideali sono astratti, vanno verso l’inessenziale. Soltanto negli anni di vita successivi ci si adatta a farsi ideali, che si tuffano nella realtà, vivono con la realtà, che sono giustamente adeguati alla realtà. Supponiamo che un uomo sia davvero un bimbo del suo tempo. Che proprietà potrà mostrare allora, se non gli fosse stata offerta la possibilità nella sua gioventù che avesse ricevuto qualcosa di spirituale? Solo questo porta l’anima avanti. Se gli viene lasciato quello che è lo spirito del tempo contemporaneo, allora è il destino di tale uomo: di non progredire di oltre uno sviluppo di ventotto anni. Quello che viene dopo rimane al ventottesimo anno. Certo si può, se si viene stimolati, uscire anche dal ventottesimo anno, però l’altro è la regola; quello che ho rappresentato, quello è ciò che segue dalla legge dello sviluppo. Un uomo che non progredisce oltre il ventottesimo anno di vita, che rimane ventottenne, sebbene diventi cinquanta, cinquanta-sei, sessanta anni vecchio, un tale uomo potrà per certe circostanze sviluppare grandi ideali astratti, ma avrà solo passato per così dire gli anni di apprendimento della vita con i loro ideali astratti, non gli anni di esame, che nel senso spirituale rendono quegli uomini pratici, che portano tali idee, come si lasciano realizzare, che non soltanto accecano gli uomini con la forza giovanile, ma che si lasciano realizzare.
Sorge naturalmente la domanda: Potrebbe essere dato un esempio di tale bimbo del nostro tempo, che è diventato vecchio e tuttavia non potrebbe progredire oltre il ventottesimo anno? Naturalmente, se uno tale esempio porta fuori, nel mondo, che non vuole sapere di leggi spirituali che agiscono nell’evoluzione del genere umano, allora ci si fa beffe di lui come di un folle. Ma qui tra di noi, dove abbiamo sviluppato così molte cose scientifiche dello spirito, forse si può anche essere del tutto concreti. Perché il ricercatore della scienza dello spirito non dovrebbe poter parlare concretamente a coloro che sono i suoi amici
e che desiderano sentire qualcosa sui segreti del tempo?
Dopo veramente refratte investigazioni del nostro tempo mi è saltata agli occhi una personalità, che è completamente condannata, per quanto vecchia possa diventare, a non poter diventare più vecchia di ventotto anni, e questo è il presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson. Sì, voi ridete, cari amici, per me è stata una conoscenza davvero significativa che mi risolve enormemente molti enigmi dei nostri tempi. Mi dovevo sempre chiedere: «Perché affascinano così gli ideali di questo uomo, che ha rivolto in varie note all’umanità, e perché si trasformano proprio al contrario di quello che dicono le parole in essi contenute?» Perché questi sono ideali di gioventù, che come tali rimangono, sebbene l’uomo che li pronuncia diventi più vecchio. Perché sono ideali del giovinetto astratti, che non vogliono entrare nella realtà, che non si vogliono satollare di realtà, e che perciò non sono applicabili alla vita pratica reale, in cui non soltanto il materiale esteriore, ma anche lo spirituale agisce, specialmente quando si tratta dell’ordine della struttura sociale dell’umanità. Tanto si può oggi pensare, senza quello che può essere fondato soltanto nell’interno, tanto può pensare, Woodrow Wilson, non di più!
Un Wilson del sesto periodo diventerà soltanto ventun anni vecchio, e se diventerà anche cento anni vecchio. Ma vedete, comunque la cosa sta così: Se guardiamo il quarto periodo, si incontrano per così dire il singolo, personale anno di vita dell’uomo nel punto centrale di questo trentacinquesimo anno con l’anno di vita che decresce del genere umano fino al trentacinquesimo anno. Lì si incontra nel mezzo. Da qui anche la vita armoniosamente meravigliosa ancora presso i Greci, da qui questo accordo della singola vita del greco con la vita della comunità greca del genere umano. Ma ora il genere umano è andato indietro e non percorre più gli anni dal ventottesimo anno di vita in poi. E l’uomo deve percorrerli individualmente, davvero individualmente percorrerli.
Vedete, questo è certamente legato a cose che stanno dietro il mondo sensibile-fisico. Qualcosa di queste cose, che stanno dietro il mondo sensibile-fisico, potete trarre dal mio scritto «La conduzione spirituale dell’uomo e dell’umanità». Da un altro punto di vista voglio rappresentarlo oggi.
L’uomo giunse nel primo periodo postatlantidiano attraverso il suo sviluppo individuale, quando era nel quarantottesimo anno, a trovare il collegamento all’età della vita del genere umano. Però questo era collegato col fatto che allora in questo primo periodo era presente un contatto intimo ancora tra certi esseri delle gerarchie superiori e fra il genere umano qui sulla terra. Le entità delle gerarchie superiori, che noi pensiamo appartenenti alla gerarchia degli Archai o Spiriti della Personalità, scendevano allora per così dire ancora sulla terra e si univano allo sviluppo umano; ispiravano, intuivano davvero il genere umano. Attraverso il fatto che il genere umano poteva svilupparsi così, così che prima crescesse all’interno dell’età della vita del genere umano in un’età individuale così tardi, attraverso questo era effettuato, che il genere umano qui sulla terra stava in una speciale relazione con gli Archai. Nel secondo periodo postatlantidiano era la medesima relazione con gli Archangeloi, nel terzo con gli Angeloi. Nel quarto periodo postatlantidiano però, nel greco-latino, l’uomo era dipeso da se stesso. Nel terzo periodo era ancora così, che gli Angeli, gli Angeloi scendevano e ispiravano, intuivano gli uomini, davano loro immaginazioni. Allora veniva il periodo greco-latino: allora non scendevano più nella medesima maniera facile gli spiriti delle gerarchie superiori, allora l’uomo doveva per così dire cominciare a oscillare su e giù, nello spirito e di nuovo giù nel mondano. Con altre parole: allora doveva l’uomo trovare se stesso. Adesso però, nel quinto periodo, siamo entrati in un’epoca, dove deve accadere l’opposto. Adesso dobbiamo rendere il nostro interno così forte, che noi gradualmente durante questo quinto periodo di nuovo attraverso la nostra stessa forza arriviamo vicini agli Angeloi,
che li incontriamo di nuovo, però attraverso la nostra stessa forza, e che l’Angelo ponga il nostro impulso di evoluzione dentro; che noi attraverso noi stessi possiamo trovare quello che il genere umano non ci può più dare attraverso le gerarchie superiori.
Qui vedete, perché abbiamo il materialismo nel nostro tempo. Qui vedete, che ci sono state epoche, in cui il genere umano, perché era più vecchio, che non era così giovane come adesso, più lontano raggiungeva nei mondi spirituali, dove era per così dire dall’origine più vicino ai mondi spirituali di quanto adesso l’uomo, quando va verso la morte, sia vicino ai mondi spirituali. Qui vedete, dove sta il fondamento più profondo del materialismo, dove però anche l’impulso necessario di cercare adesso davvero qualcosa, che l’uomo possa stimolare spiritualmente, interiormente singolarmente, che lo possa portare oltre quello che si può ricevere dall’ambiente.
Anche l’educazione, che per così dire fluisce da sé all’uomo, non può assolutamente dare oggi ciò che porta l’uomo più oltre di un’età di vita di ventotto anni. Perciò i rapporti spirituali devono essere spiritualizzati. Se le cose continuassero così, se la scienza dello spirito fosse sprofondata fino al fondo, se le cose continuassero così come tutto va da sé, allora prenderebbe posto un generale stare al ventottesimo anno di vita. Se uno ricercasse soltanto nei laboratori scientifici naturali e nelle cliniche e troverebbe quello che può essere dato da fuori, se nulla fosse stimolato nelle anime da dentro, se nessuna scienza dello spirituale fosse spenta nelle anime, bensì soltanto continuerebbe quello che proprio l’immensità dei tempi moderni, l’immensità del materialismo ha portato: allora sarebbe infine il progresso così che la gente rimanga sempre giovane. Sarebbe però soltanto qualcosa, se rimanessero giovani soltanto interiormente, ma anche con il loro corpo. Ma col corpo diventano già vecchi. Attraverso questo allora non concorda, quello che vive in loro, con l’esternità corporale.
Oggi è ancora così, che in molti sensi proprio dall’inappropriatezza di quello che noi sperimentiamo con il genere umano, certi poteri vengono stimolati nel nostro interno. Possiamo attraverso il genere umano soltanto ventotto anni vecchi, ma dobbiamo allora comunque più a lungo vivere nel mondo nelle diverse incarnazioni. Là è così, che per ora, dove il genere umano è ancora ventisette anni vecchio, ancora forze sono, che vengono allora nello sviluppo tra la morte e una nuova nascita verso l’Angelo. Oggi è così. Se però il sesto periodo comincerà, allora l’uomo sulla terra, attraverso quello che è attorno a lui, potrà diventare soltanto ventun anni vecchio. Fino al ventun anni, che cos’è allora sviluppato? Il corpo fisico fino al settimo anno, il corpo dei poteri formativi fino al quattordicesimo anno, il corpo sentiente fino al ventun anni: il corporeo soltanto è sviluppato. Lo spirituale, se l’uomo non lo sviluppa da dentro, l’anima sentiente, l’anima razionale-affettiva, l’anima consapevole: esse allora non saranno affatto sviluppate. Il corporeo è sviluppato fino al ventun anni. Allora l’uomo perderebbe dalle proprie forze troppo, per poter lui stesso, dopo la morte, fra la morte e una nuova nascita, recuperare, quello che egli qui ha forse trascurato, se non ha ricevuto uno stimolo spirituale.
Vedete da questo, che la posizione che il genere umano ha raggiunto non corrisponde a un caso, ma è una profonda necessità, che corrisponde a una sorprendente legge di evoluzione del genere umano. Si può nel singolo vederlo oggi in molti modi. Non c’è veramente stata alcun tempo nello sviluppo del genere umano, in cui la gente fosse così contraria a riconoscere le esperienze come qualcosa, le esperienze che la vita dà. Ognuno oggi vuole già essere intelligente il più presto possibile. Perché? Perché lo sente nel celato: egli deve con ventotto anni essere un finito. Dopo ventotto anni ricevere ancora qualcosa, questo è per molte persone oggi un’idea assurda, un fatto veramente assurdo. Allora tutto si sviluppa così, ma ricevere si vuole soltanto fino al ventottesimo anno, anzi precisamente – corrisponde ai fatti – fino al ventisettesimo anno.
Si comprenderà però anche, se si afferra un simile segreto dello sviluppo del genere umano, che non lo si veda come un arbitrio, se viene parlato della necessità di uno sviluppo spirituale, bensì che lo si afferri così, che questa necessità è veramente presente, che per così dire un uomo rimane incompleto nel nostro odierno tempo, se non accogliesse uno stimolo spirituale. Lo si sente tutto attorno e ovunque, dove uno oggi non osserva la vita così, che la consideri sulla sua realtà. Proprio il fatto strano, che molti uomini sono così incapaci anche soltanto a trovare l’accesso a certi percorsi di pensiero, questo riposa sul fatto, che la gente affatto non raggiunge il trentacinquesimo anno, che ci sono così pochi, che possono dire qualcosa, che ha a che fare con l’esperienza più matura della vita successiva.
Si devono afferrare queste cose in modo completamente imparziale e senza pregiudizi, e da questo ricevere lo stimolo, di accogliere lo spirituale in sé. Se non lo si fa, allora ci si attacca a coloro, che volessero del resto l’umanità condannare all’immaturità giovanile.
Sì, certi pensieri, certe conoscenze, che ci vengono dalla scienza dello spirito, esse sono già così, che esse, se siamo uomini interi, profondamente, profondamente incidono su di noi, però dobbiamo davvero a ogni momento essere inclini a sentire il taglio. Perché la scienza dello spirito cresce dall’incisività, non dobbiamo stupirci, se questa scienza dello spirito trova resistenze. Le trova non soltanto dall’ostinatezza della gente, ma le resistenze procedono dalla natura dello sviluppo del genere umano.
Vi ho forse detto molti paradossi adesso. Paradossale è senza dubbio per gli uomini di oggi, che se uno una volta torna indietro al secondo, terzo, quarto periodo culturale, è così, come se allora gli uomini, che realmente hanno trovato il collegamento al genere umano, bene, banalmente parlando, allora sarebbero stati amici stretti con gli Angeli, gli Arcangeli e gli Archai, avessero rapporto con loro. Sì, per colui, che oggi non diventa più vecchio di ventotto anni, è naturalmente un pensiero folle, di sostenere: gli uomini una volta non hanno soltanto fra loro fissato le cose, ma si sono intesi con gli Angeloi, con gli Archangeloi e con gli Archai, come ci capiamo oggi l’uno con l’altro nel piano fisico. Che questa opinione regni e l’altra opinione sembri pazza, questo è però soltanto, perché gli uomini hanno dimenticato antiche conoscenze. In Platone troverete un posto strano, molto importante, così ancora durante il periodo, dove il genere umano all’uomo ventotto per trentacinque anni offrì. Lì Platone dice: Prima che l’Uomo-Spirito sprofondasse nella sensibilità e perdesse le sue ali, viveva fra gli dei nel mondo dello spirito ragionevole, dove tutto è vero e puro. – E con questo Platone non intende soltanto la vita prima della nascita, bensì la vita in antichi tempi, dove gli uomini ancora dalla relazione con gli dei stessi le loro conoscenze avevano. – Ho anche alluso a questo in uno dei drammi misteri, dove un anziano iniziato parla dei vecchi insegnanti, che dalla relazione con gli dei, cioè con gli spiriti delle gerarchie superiori, la loro conoscenza traevano.
Ma certe cose sono legate con lo sviluppo del genere umano, che, perché la cosa sta così, assolutamente non sono più comprese. Si fanno strane esperienze.
Lasciami portare un’esperienza piacevolmente spiacevole. Una parola strana, non è vero, ma è già così. Piacevole perché devo menzionare il nome di un uomo, che fu molto amichevole riguardante il mio scritto «Pensieri durante il tempo di guerra», dai paesi del nord, un uomo, che volentieri, per quanto può, si trova nel mondo, Kjellen, il ricercatore dello stato, che adesso è in Uppsala. Non voglio attaccare l’uomo, non voglio criticarlo, ma al contrario scelgo questo esempio perché Kjellen è uno dei nostri amici. Ha scritto ora un libro interessante negli ultimi tempi: «Lo Stato come forma di vita.» Lì vuole rappresentare come si potrebbe avere una concezione più profonda dello stato. Sì, cerca Kjellen di nuovo di acquistare una tale vista, come lo stato un organismo dovrebbe essere. Per colui,
che queste cose comprende in fondo e che dalla ricerca scientifica dello spirito sa, come una scienza dello stato, se ce ne fosse un’adesso, dovrebbe essere costruita, affinché potrebbe essere fruttuosa nella vita dello stato pratica, per quello è la lettura del libro di Kjellen, anche se si ha il relatore molto volentieri, davvero una sofferenza, una vera sofferenza. Perché? Bene, vedete, Kjellen non porta più lontano, che di domandare: Se ora si afferra lo stato come un organismo intero, allora l’uomo vive entro lo stato. Che cos’è allora l’uomo? – Sta vicino: una cellula! Quindi per Kjellen l’uomo è una cellula dell’organismo statale. Su questo pensiero costruisce molto Kjellen nel libro «Lo stato come forma di vita». L’uomo è una cellula, come abbiamo le cellule in noi, e lo stato è l’organismo intero, che si organizza attraverso le sue diverse cellule.
Vedete, se si va soltanto su paragoni – è non è più – allora si può veramente tutto con tutto paragonare. Si può davvero ogni pensiero logicamente sostenere, perché se non si traggono conseguenze, si può anche un organismo con un coltello da tasca paragonare. Dipende però ovunque dal fatto che si ha senso per l’penetrazione nella realtà. Ma lì si arriva subito in molto strani vicoli, se si afferra proprio il libro di Kjellen, in molto strani vicoli. In un organismo le cellule, esse sono un’accanto l’altra, una confina con l’altra, e dal fatto che si toccano e hanno l’efficacia che da lì viene, l’organismo è un organismo. Questo non si può più applicare alla collaborazione della gente nel cosiddetto organismo dello stato. Brevemente, si viene affatto, se si vuol rimanere logicamente astratti, con ogni pensiero ingegnoso a fare in modo che si possa scrivere un libro abbastanza spesso su di esso, e potrebbe poi darsi all’idea che sia anche pratica. Però se si ha lo spirito della realtà, allora il pensiero deve essere costruito oltre. Deve davvero essere tuffato nella realtà, essa è la conoscenza. Vi consiglio, leggete il libro, è un libro rappresentativo dei tempi attuali. Compratelo e leggetelo e sentite questa sofferenza, di cui ho parlato. Viene aggiunto con ciò, che il pensiero mi salta in mente: Con che cosa ci si deve paragonare allora l’organismo, se uno il pensiero dell’organismo sulla vita sociale dell’umanità vuole applicare? – Soltanto con la vita del genere umano su tutta la terra. E i singoli stati ci si devono soltanto paragonare con le cellule.
La vita del genere umano su tutta la terra si deve come un organismo essere designato, i singoli stati si devono come cellule essere designati, ma non uno stato come un organismo e il singolo uomo come cellula. Ma per questo il tutto complessivo è così, che si può soltanto paragonare, la vita statale, con una pianta. Mai con qualcos’altro che con un organismo vegetale. E se uno il concetto di organismo vuol mantenere, allora si deve prendere l’organismo e l’uomo deve stare fuori. Perché l’uomo si sviluppa al di là di tutta la vita statale, non può entrare come la cellula nel singolo organismo in questa vita statale, ma deve uscire. Questo significa, è necessario che ci siano aree nello sviluppo dell’umanità, che non possono cadere nello stato. Uno vedrà, che l’uomo deve raggiungere un’area spirituale, che l’uomo soltanto nella sua base inferiore può penetrare nella vita statale, ma verso l’alto nel mondo spirituale. E lì è interessante, come certi ricercatori vengono col naso spinti su di esso, che gli uomini nei tempi antichi, dove i Misteri erano ancora lì, qualcosa di questo hanno saputo. E Kjellen stesso punta su un libro interessante, un libro che è stato scritto cinquanta anni fa di Fustel de Coulanges: «La Città antica». E arriva alla strana cosa, tanto al relatore di Fustel de Coulanges come a Kjellen incomprensibile: Che cosa era allora lo stato antico? Che cosa era dunque? – Da questo Coulanges arriva a dirsi: Sì, gli antichi stati, tutti quelli fondavano sul culto. Perché? Lo stato era un servizio di Dio, perché uno si sentiva ancora, che l’uomo doveva raggiungere il mondo spirituale. Là poteva qualcuno essere dominante nello stato soltanto quando era iniziato nei Misteri ed aveva ricevuto dai Misteri istruzioni sulla struttura sociale. Nel terzo, nel quarto periodo era ancora così. La gente arriva attraverso la ricerca esterna su di esso, ma non possono farci nulla, benché lo leggano perfino nella storia.
È enormemente tragico, l’ultima pagina del libro di Kjellen «Lo Stato come forma di vita» su di sé agire, dove si vede, che egli ora vuol costruire qualcosa, che è una scienza dello stato, ma sta completamente, completamente senza coraggio di fronte al fatto: Che cosa facciamo allora con la cellula? Si potrebbe sì, se uno volesse realizzare l’idea di Kjellen, veramente soltanto gli uomini decapitare, perché non possono con la loro testa appartenere a uno stato, così costruito, come la scienza di Kjellen lo costruisce, poiché essi con il loro spirituale devono uscire al di là della vita statale.
Vedete, da qui uno arriva a cose molto strane, se uno osserva la vita più profondamente. E perciò è così che tutto quello che oggi ancora si chiama scienza dello stato, assolutamente non sa, che cosa vuol. In nessun luogo c’è ancora per le circostanze attuali una vera scienza dello stato. È tutto ancora chiacchiera. Perché una vera scienza dello stato riuscirà a sorgere soltanto quando sarà di nuovo orientato secondo il modo come l’uomo con il mondo spirituale è legato, quando si saprà di nuovo, quanto si può organizzare nel convivenza terrena e quanto deve uscire libero al di là dell’organizzazione. Queste cose devono da certi fondamenti essere portate. Qui sentite, cari amici, come le cose diventano tragiche. L’umanità deve portare in sé le sue leggi di evoluzione, deve qualcosa sentire di queste leggi di evoluzione.
Nel singolo – scusate, se adesso al termine vengo al singolo – uno inciampa davvero terribilmente, quando lo si sente come una necessità della vita, realmente pensare. Il pensare reale significa anche pensare spirituale, perché chi non pensa lo spirito con, non pensa il reale, ma pensa un’essenza inessenziale. Se uno l’ha sviluppato come una sua abitudine, realmente pensare, allora inciampa oggi in molti casi. Scusate, se apparentemente triviale scelgo un esempio ovvio.
Posso per esempio dire, che nulla meno mi impressiona, che se oggi uno viene entro l’area linguistica tedesca e scrive cosiddetti bei versi, impeccabilmente bei versi, come piacciono ancora a molti uomini. Qualcosa, che ha uno sviluppo dietro di sé come la lingua tedesca, e che ha possibilità di sviluppo davanti di sé come la lingua tedesca, in questo si sviluppano oggi cosiddetti bei versi come da sé, proprio nell’immatura gioventù fino al ventottesimo anno. Se uno risolve artisticamente i problemi dei versi, allora non si arriva a quello che oggi molte persone per bei versi tengono, perché quelli appartengono veramente a quello che uno gode, se ci si trasporta in tempi più antichi. Perciò oggi molte persone ben lo colpiscono, bei versi fare, però si tratta di andare avanti nello sviluppo. Lì deve spesso accadere, che qualcuno forse meno bei versi scrive, ma tenta, da un punto di vista elementare, di conquistare una nuova forma artistica. Naturalmente allora vengono molti e lo trovano spaventoso, se qualcuno tenta di conquistare una nuova forma artistica, che forse riguardo a quello che deve diventare è ancora molto incompleta. Vedete, voglio ora di nuovo dire qualcosa di personale. Non voglio affatto parlare del mio giudizio sui versi in cui il signore von Bernus ha portato i pensieri antroposofici nel «Reich». Però potete tutti esserne completamente sicuri, anche se al quale o all’altro i versi ancora così poco sono piaciuti: tali versi, come sarebbero potuti piacere, von Bernus non li avrebbe tirati fuori dalla manica, se avesse voluto farli. Le cose non sono così semplici. E oggi, dove tanto esiste, che mal volentieri abbassa e denigra quello che è voluto da noi, questa rivista «Das Reich» è sorta con la migliore volontà, e sarebbe dovuta essere promossa proprio per questa altissima volontà, indipendentemente da come uno si è collocato al singolo. Perciò è stato difficile per me stesso, sentire, che il signore von Bernus ha ricevuto ondate di lettere dal circolo dei nostri membri, che hanno bestemmiato quello che stava nella rivista. Si sarebbe avuta molta più occasione di guardare a quello, che direttamente si prefigge di distruggere il nostro movimento. E così si vive, che qualcuno che si è prefisso di dire sempre falsità su tutte le cose con noi, può sostenere: «Das Reich», che è nel segno di Steiner.» Allora, io con questa rivista non ho nessun’altra relazione, come potrei eventualmente avere anche con un’altra; non l’ho fondata, è il proprio lavoro del signore von Bernus, non è legata alla mia personalità. Scrivo articoli per questa rivista e non sono responsabile di nulla. Però questo può anche sapere colui, che offensivo uso l’espressione menzognera – in un tal caso è un’espressione calunniosa – «questa rivista serve a scopi steineriani». Si dovrebbe piuttosto gioire una volta, se anche qualcosa da uno lato completamente esterno per noi sorge. Finora però l’abbiamo esperito frequentemente, che proprio contro coloro sono stati messi sassi in mezzo alla strada dai nostri membri, che si volevano inserire per la nostra causa, che tuttavia è stato consigliato loro, di inserirsi per la nostra causa in buona volontà e in maniera coraggiosa, mentre nulla ci si è preoccupati attorno a tutta la denigrazione, che è accaduta nel grande insieme.
Sarebbe ancora molte cose da dire. Volevo questo una volta portare, perché voglio davvero sottolineare, che non mi è venuto in mente di parlare su questo o quello nel «Reich» diversamente che discutendo, cioè, di vedere, se forse proprio dietro l’apparentemente incompleto sta lo sforzo di uno sviluppo, e non mi stava a cuore di guardare a quello, su cui molti hanno guardato, che si sono sentiti chiamati a quello, che sarebbe comunque una sciocchezza, se non fosse anche di cattivo gusto, il loro giudizio in lettere al poeta spedire. È il modo più di cattivo gusto e più dannoso. Perché a chi si è sforzato di scrivere la cosa, non è necessario l’accesso personale con una lettera denigratoria. Anche se la lettera fosse giustificata, non potrebbe intenderla, vive nella cosa dentro. Si dica la propria opinione a tutti gli altri, ma non la si spedisca al poeta in casa.
Bene, cari amici, tutte queste cose, che sono così dette, colpiscono naturalmente soltanto sempre da un lato, dal lato di pochi. Però è già così, che attraverso la società l’innocente col colpevole è preso e ora deve pagare per lui. È quello, che mi è più doloroso che a quelli, che sotto le odierne misure soffrono.
Ma una cosa voglio ancora aggiungere: Colui che nel circolo della società soltanto una misura comunicherà, che io non tratterò in futuro ulteriori questioni personali in colloqui privati, costui direbbe soltanto qualcosa di unilaterale. Al tutto appartiene a: Io sciolgo espressamente ognuno dal voto, per quanto lo voglia egli stesso, qualcosa, che in colloqui privati è stato parlato, di mantenere segreto. – Questo appartiene a, ed è l’importante. Nel corso della calunnia, credete, queste misure sono così necessarie, che eccezioni non possono essere fatte. Ma nessuno deve perdere qualcosa. Quello che esotericamente può essere realizzato, sarà anche realizzabile, se deve essere in piena pubblicità. E troverò vie e metodi, sebbene in colloqui privati non possa fare eccezioni e non deva farle, che ognuno i bisogni esoterici, che egli vuole soddisfare, anche in futuro sarà in grado di soddisfare. Abbi soltanto una breve pazienza. Anche senza colloqui privati ci saranno vie e metodi, che tutto quello, che richiesto in giusta maniera per la vita esoterica, sarà soddisfatto, senza che quei danni nascono, che dalla calunnia della vita privata-del colloquio nella nostra società sono nati.
E ora voglio ancora dire che volentieri vorrei portare qualcosa, che profondamente è legato con quello, che ci può portare alla comprensione del nostro presente grave, che però davvero non sono finito con quello, che vi ho voluto dire durante questo mio soggiorno. Per coloro che vorranno venire, parlerò dunque ancora una volta qui martedì sera.
In questa considerazione complementare di oggi alle discussioni che mi è stato permesso dare qui a Stoccarda, dovrò aggiungere qualcosa al già detto, per arrotondarlo in certa maniera.
Innanzitutto sarà meglio se mi riattacco a quello che proprio nella
conferenza pubblica di ieri ha formato parte delle discussioni. Abbiamo
veduto là come l’essere animico dell’uomo nella sua triplicità ha relazioni verso il corporeo, relazioni verso lo spirituale. E abbiamo potuto sottolineare in particolare, che l’elemento sentimentale dell’anima ha relazioni verso il corpo fino alla vita respiratoria, che per così dire quello che nel corpo è respirazione, certo nel senso più ampio, con tutti i suoi rami e diramazioni, è lo strumento per la vita sentimentale. D’altro canto abbiamo potuto indicare, che a tutto quello che è accessibile all’ispirazione nel mondo spirituale, la vita sentimentale ha una relazione particolare. Quello che è accessibile all’ispirazione nel mondo spirituale, è però anche contemporaneamente tutto quello che è contenuto nel mondo al quale apparteniamo con la parte del nostro essere che attraversa nascite e morti, il mondo che noi attraversiamo tra la morte e una nuova nascita, il mondo nel quale naturalmente viviamo anche tra nascita e morte. Soltanto questo mondo è coperto dalle percezioni sensibili e dalla comune rappresentazione, cioè dalla vita corporea. Così quello che corrisponde alla respirazione e al sentimento ci indica propriamente al grande e ampio mondo, nel quale ascendiamo quando attraversiamo la porta della morte, nel mondo al quale apparteniamo quando non usiamo più lo strumento della nostra vita corporea. Lo strumento della nostra vita corporea ci tiene incatenati per così dire all’esistenza terrestre. Da diverse conferenze che sono state tenute nel corso di molti anni e depositate nei cicli, sapete che l’anima, quando ha attraversato la porta della morte, non è incatenata alla vita terrestre, bensì ascende al cosmo, per vivere nei mondi spirituali di questo cosmo, in quello che appunto può essere chiamato il mondo spirituale. Non deve allora essere atteso, che proprio la vita sentimentale, che nel corpo corrisponde alla respirazione, spiritualmente al mondo ispirato, la vita sentimentale con la vita respiratoria, in una relazione molto, molto più ampia verso il cosmo, verso il grande mondo, verso il macrocosmo sta di quanto la nostra percezione e rappresentazione ristretta? Che cosa percepiamo allora dapprima? Percepiamo davvero un pezzo molto piccolo di mondo; un piccolo pezzo di mondo gioca attraverso i nostri occhi e le nostre orecchie nel nostro essere corporale tra nascita e morte. Anche se siamo persone che godono molto e custodiamo, quello che percepiamo tutti attraverso i nostri sensi e che poi elaboriamo nelle rappresentazioni: è un piccolo pezzo di mondo che gioca nel nostro essere.
Come stanno però le cose, quando noi ci volgiamo dalla vita nervosa, alla quale appartiene la vita rappresentativa, alla vita respiratoria, alla quale appartiene l’essere sentimentale? Una concezione su questo, che è contemporaneamente adatta a elevare il nostro sentimento, ci può essere data da quello che nel seguente modo circa può accostarsi alla nostra anima: Sapete tutti che il sole in primavera sorge in un certo punto. All’inizio della primavera, il 21 marzo, il sole sorge al mattino in un punto determinato. Ma questo punto non è sempre lo stesso, lo sapete, bensì il sole in antichi tempi all’inizio della primavera è sorto nella costellazione del Toro, poi nella costellazione dell’Ariete; il punto equinoziale di primavera dunque migra oltre ed è ora entrato nella costellazione dei Pesci. Se uno si rivolge a quello che intendo ora, allora considera il progresso del punto equinoziale di primavera attraverso lo zodiaco. Il punto equinoziale di primavera stesso migra nello zodiaco oltre. Se un punto in un circolo migra oltre, allora deve naturalmente dopo un certo tempo arrivare di nuovo nello stesso posto. Ora conosce l’astronomia ordinaria comune questo procedere del punto equinoziale di primavera e l’arrivo di nuovo nello stesso posto dello zodiaco. Cioè, se in un anno determinato del passato il punto equinoziale di primavera era nell’Ariete, nell’anno successivo un po’ oltre, e così via, e poi uscito nei Pesci e così via, allora dopo un certo tempo di nuovo sarà nell’Ariete. Il tempo che così il punto equinoziale di primavera impiega, per spostarsi attraverso l’intero zodiaco, è approssimativamente 25.900 anni, circa 26.000 anni. In questo numero dunque di 26.000 anni è contenuta una misura del cosmo esteriore: la misura, in cui appunto il punto equinoziale di primavera si sposta. Noi abbiamo in questo numero per così dire quello con cui è misurato l’andamento del sole nel cosmo. Potremmo così approssimativamente dire. Manteniamoci a questo numero, così potremmo allegare a esso una considerazione diversa, che ora vogliamo intraprendere.
L’uomo respira dentro e fuori, compie in un minuto un certo numero di respiri. Non facciamo a ogni età della vita tra nascita e morte lo stesso numero di respiri, ma una certa misura media di respiri è presente in un minuto che un uomo di media forza mediamente ha. Questi sono diciotto respiri al minuto. Ora calcoliamo una volta, quanti respiri fa l’uomo nel corso di un giorno di ventiquattro ore. Allora dobbiamo per prima cosa moltiplicare i respiri che fa in un minuto per sessanta e otteniamo milleottanta, e allora ancora per ventiquattro, allora otteniamo i respiri che l’uomo fa in un giorno, così giorno e notte: allora otteniamo 25.920 respiri. Meraviglioso, otteniamo, se contiamo i respiri di un uomo nel corso di un giorno di ventiquattro ore, lo stesso numero che se calcoliamo il numero di anni che risulta dal procedere del sole nel grande cosmo. Così tanti anni, sempre a scatti, il punto equinoziale di primavera si sposta: tante volte respira l’uomo in un giorno. Lo stesso numero! Pensate una volta come si compie meravigliosamente il detto biblico: la saggezza del mondo ha ordinato tutto secondo misura e numero. – Un numero che è iscritto nel cosmo ci si presenta di nuovo nel nostro respirare di un giorno di ventiquattro ore. Si può dunque anche prendere in considerazione questo numero, e si troverà che già il respiro umano con il grande mondo sta in relazione, come ieri è stato estratto dalla scienza dello spirito.
Ma ora consideriamo per così dire di nuovo qualcosa, che è anche un respiro, perché il respiro non è nulla di diverso che un caso speciale del ritmo universale generale. L’essenziale in quello che ieri era inteso con il respiro è il movimento ritmico, il ritmo. Consideriamo una volta qualcosa, che è molto simile al respiro, un altro movimento ritmico, che conosciamo dalle nostre considerazioni scientifiche dello spirito. Quando ci addormentiamo, il nostro Io e il nostro corpo astrale escono dal nostro corpo fisico e dal corpo eterico; quando ci svegliamo di nuovo, il nostro Io e il nostro corpo astrale entrano di nuovo nel nostro corpo fisico e nel corpo eterico. Ho spesso paragonato questo particolare comportamento dell’Io e del corpo astrale, questo entrare e uscire dal corpo fisico e dal corpo eterico, al respiro dentro e fuori. Come respiriamo l’aria dentro e fuori in un diciottesimo parte di un minuto, così respiriamo per così dire nel corso di ventiquattro ore come uomo fisico il nostro Io e il nostro corpo astrale dentro, svegliandoci, fuori, addormentandoci; svegliandoci di nuovo li respiriamo dentro, e addormentandoci di nuovo li respiriamo fuori. È soltanto un respiro più ampio del nostro Io e del nostro corpo astrale nel corso di ventiquattro ore di un giorno astronomico ordinario. Molto meraviglioso, lì respira allora qualcosa; lì respira qualcosa! Guardiamo dapprima lontano, cosa respira: è giusto un ritmo dato, che per così dire rappresenta un respiro più lento, dove un respiro dura ventiquattro ore. Ora sapete, nella Bibbia si parla dell’età patriarcale, di settanta, settantun anni. Questo naturalmente non significa che sia qualcosa di diverso che l’età media. Molte persone muoiono molto presto, molte diventano cento, sì, più di cento anni, ma c’è qualcosa di medio inteso con l’età patriarcale. Così che se uno intende qualcosa di medio all’età della vita umana, si può parlare di settanta fino a settantun anni. Calcoliamo una volta quanti giorni siano. Se calcoliamo questo, così sapremmo quanti di questi grandi respiri facciamo in una vita terrestre, dove nel corso di ventiquattro ore il nostro Io e il nostro corpo astrale respiriamo dentro e fuori. Calcoliamo questo: Tali respiri facciamo in un anno circa trecentosessantacinque, così tanti come l’anno ha giorni. In settanta anni così tante volte tanto: darebbe 25.550. Accettiamo però che calcoliamo settantaun anni, lì arriviamo già più vicino: darebbe 25.915. Così l’uomo ha soltanto bisogno di vivere un po’ più di settantaun anni, così raggiunge 25.920 respiri. Questo significa, se l’uomo diventa un poco più vecchio di settantaun anni, così ha il suo Io e il suo corpo astrale 25.920 volte dentro e fuori respirato; così spesso come l’uomo nel giorno il suo respiro ordinario dentro e fuori respira. Pensate: di nuovo lo stesso numero!
Vedete dunque, che possiamo considerare la vita umana come un giorno, e il giorno singolo che noi attraversiamo, come un respiro: allora la nostra vita di settantaun fino a settantadue anni è data da quel numero che è anche il numero del procedere del punto equinoziale di primavera, il numero dei respiri in un giorno. La nostra vita è un grande giorno, e il grande essere nel cui punto centrale si può rappresentare la terra, respira il nostro Io e il nostro corpo astrale dentro e fuori così spesso come noi con il nostro respiro singolo dentro e fuori andiamo. Così sarebbe la nostra singola vita terrena un giorno, un giorno di qualcosa. Di cosa è allora un giorno? Moltiplicare settantaun per trecentosessantacinque, così devi naturalmente l’anno ottenere per il giorno di settantaun anni. Se calcoli settantaun anni come un giorno e chiedi: Quale anno corrisponde a questo giorno, così è trecentosessantacinque volte tanto. Ma questo è di nuovo 25.920 anni. Questo significa, se noi la nostra singola vita terrena con i suoi 25.920 respiri, che però svegliarsi e addormentarsi sono, consideriamo come un giorno, una vita umana come un giorno consideriamo, e vediamo quale anno a questa una vita umana con i suoi 25.920 respiri corrisponde: così è il procedimento del punto equinoziale di primavera, 25.920 anni! Otteniamo un meraviglioso ritmo di numeri.
Per questo dissi: Otteniamo un’idea che deve essere elevante per il nostro sentimento, perché possiamo per misura e numero sentirci collocati nel macrocosmo. I numeri ci rivelano quello, che ci persuade con la conoscenza che quello che appartiene al respiro, e perciò alla vita sentimentale, il mondo che ispira, il grande mondo, al quale apparteniamo non soltanto tra nascita e morte, bensì anche nel tempo tra la morte e una nuova nascita e nelle vite terrestri ripetute. Noi giacciamo per così dire nel seno del ritmo del nostro intero sistema solare, respiriamo nei nostri singoli movimenti respiratori il grande ritmo macrocosmico del nostro intero sistema solare. È un pensiero che ci colloca con certezza nella grande vita intera del nostro sole-universo. Gli uomini nel corso del tempo dovranno ancora intraprendere molte considerazioni simili, e allora si persuaderanno che giungono per questa via di nuovo a sentimenti pieni di spirito sulle relazioni dell’uomo all’universo. Sentimenti pieni di spirito abbiamo bisogno per la nostra epoca e per le epoche seguenti nel senso come è stato esposto qui-prima-ieri, come stimoli della vita interna. In antichi tempi era così che gli insegnamenti venivano per così dire da fuori all’uomo. È andato perduto oggi per il modo delle epoche che vanno all’indietro dell’umanità. Noi stiamo ora in un’epoca nella quale, se l’umanità non deve cadere completamente in decadenza, in maniera energica deve cominciare uno sviluppo dell’essere animico umano da dentro in fuori. E soltanto chi comprende questo come una necessità dell’evoluzione terrestre, colui capisce quello che i nostri tempi esigono, che lo sviluppo spirituale deve afferrare l’interno più profondo dell’anima umana dal quinto periodo postatlantidiano fino al tempo nel quale dobbiamo svilupparci ulteriormente. Quello che la scienza dello spirito su questo dice, non è detto da alcun’idea arbitraria o da alcun sentimento agitatorio, ma è detto dalla conoscenza della necessità dello sviluppo dell’umanità.
Ora consideriamo da un altro punto di vista ancora una volta questo sviluppo dell’umanità. Torniamo ancora una volta al primo periodo postatlantidiano, cioè al periodo immediatamente dopo la grande catastrofe atlantica. Abbiamo-prima-ieri di nuovo, dopo averlo fatto da un altro punto di vista già diverse volte, sottolineato come in questo primo periodo postatlantidiano l’uomo era ancora in relazione a quella serie di entità che noi nelle gerarchie chiamiamo Archai o Spiriti della Personalità. La vita spirituale si manifestò ancora in questi tempi primissimi dell’umanità, perché proprio l’età della vita in quel tempo era tale che possiamo paragonarla con l’odierna età della vita tra il cinquantaseiesimo e il quarantottesimo anno, come ho esposto-ieri-l’altro. L’uomo aveva per così dire l’insegnamento da entità spirituali. Come venivano queste entità spirituali all’uomo? In quel tempo l’uomo non considerava la natura come oggi. La natura è per l’uomo oggi una sorta di ordine meccanico. Leggi naturali astratte, quasi matematiche considera l’uomo oggi come suo ideale, un ordine astratto. Prendete le immagini come sono stese attorno a voi, se uscite nella natura. Confrontate quello che là è, con quello che sta nei libri di botanica, nei libri di zoologia sulle piante e sugli animali. Confrontate queste rappresentazioni distorte, astratte con la vita, e potete dire: Quello che sta in questi libri di botanica, di zoologia è quello che oggi alla mente umana si manifesta. Tale botanica, tale zoologia, sulla quale l’umanità attuale è così tremendamente orgogliosa, non esisteva in quell’epoca. Se uno confronta quello che la botanica odierna, la zoologia odierna e la biologia odierna sulla natura hanno da dire, con quello che per l’antico conoscere sprizzava e germogliava nella natura, allora uno arriva a un altro sentimento. Tale botanica, tale zoologia non c’era allora, ma c’era invece qualcosa d’altro, che all’umanità odierna è ancora piuttosto incomprensibile. Veniva dalla natura stessa, e nominare voglio quello che da lì veniva: la parola illuminata, plasmata. Come noi oggi attraverso i nostri sensi e il nostro intelletto la natura vediamo, così non la vedevano questi uomini, ma la natura mandava loro figure di luce, e queste figure di luce suonavano insieme, dicevano qualcosa, si esprimevano riguardante quello che sono. E ogni uomo poteva, in certi stati della sua coscienza, sperimentare questa veggenza atavistica, per cui da dentro la natura gli veniva la parola illuminata, plasmata; si potrebbe anche dire parole, perché una ricchezza di tali figure si esprimevano e sgorgavano dalla natura. L’uomo sapeva: Anche tu appartieni a questo mondo, da cui queste parole illuminate emergono. Tu appartieni lì. Adesso però sei nella natura, dove ti circondano minerali, piante e animali. Tu sei lì perché porti un corpo fisico esteriore; perciò appartieni a questa natura. Ma la natura lascia germogliare la parola illuminata: a questo tu appartieni nel tuo essere animico, come il tuo corpo carnale appartiene al mondo esteriore minerale, vegetale, animale. In questo mondo della parola illuminata, della parola plasmata dalla luce tu eri prima della tua nascita o concezione, e ivi sarai dopo la tua morte. Tu vi vivrai di nuovo.
Nel primo periodo postatlantidiano si sentiva almeno ancora un’eco e si vedeva un riflesso di questo mondo, nel quale si vive tra la morte e una nuova nascita, in cui uno osservava la natura in certi stati di coscienza. Nel secondo periodo postatlantidiano era già qualcosa di diverso. Lì per questi stati atavistici si perdette la parola. Le figure non parlavano più, ma erano ancora lì, figure illumine erano ancora lì, soltanto erano diventate mute. Quello che esternamente stava davanti ai sensi, lo si sentiva come l’oscurità in questo illuminato plasmato interiore, e il proprio corpo lo si sentiva come un pezzo dell’oscurità. Così ci si poteva dire: Luce e oscurità! Il proprio corpo è dominato dall’oscurità. Mentre esso esce dalla luce e entra nell’oscurità, entra attraverso la nascita o la concezione nella vita terrestre; mentre attraversa la porta della morte, va attraverso il mondo oscuro di nuovo nella luce. Nel mondo c’è una lotta tra luminosità e oscurità, tra Ormuzd e Arimane. Così parlò Zarathustra, che era il maestro di questo secondo periodo culturale postatlantidiano, ai suoi scolari. Non si comprende quello che lo zoroastrismo con la sua dottrina di Ormuzd e Arimane intende, se non lo si riferisce al modo di considerazione degli uomini di allora.
Di nuovo diversa la cosa era diventata nel terzo periodo postatlantidiano. Se uno guarda l’esteriore, allora le figure illuminate si erano perse per questo sguardo esteriore nel terzo periodo postatlantidiano a poco a poco. Ma gli uomini avevano ancora il potere di mettersi, come oggi ci mettiamo nel sonno, in uno stato intermedio tra sonno e veglia. Dovevano tuttavia per questo un poco sforzarsi. Nel sonno non bisogna sforzarsi, ma in questo stato diverso si doveva un poco sforzarsi. Se però ci si sforzava, allora si poteva evocare da sé un tale mondo di luce, che adesso veniva dall’interno e che era simile a quello che prima dalla natura da fuori veniva. Come era dunque il passaggio dal secondo al terzo periodo postatlantidiano, dal periodo persiano al periodo egiziano-caldaico-babilonese? Come era il passaggio? Bene, nel secondo, nel periodo persiano ancora gli uomini vedevano, quando guardavano verso l’esterno, le figure di luce e potevano dirsi: La mia anima prima di passare attraverso la concezione, apparteneva a questo mondo di figura luminosa. Dal di fuori in dentro non luccicava più questo mondo luminoso nel terzo periodo, ma l’uomo poteva per così dire premere da sé fuori da se stesso tale mondo di luce, che era simile a quello che prima della sua nascita o concezione era nel mondo spirituale, e che dopo la sua morte sarà nel mondo spirituale. Così che noi potremmo dire: il terzo periodo postatlantidiano aveva il mondo di luce come un’esperienza animica. Gli uomini avevano il mondo di luce come esperienza animica, l’uomo era così per dire più da parte dal mondo esteriore rispetto al suo interno.
Ma naturalmente doveva questo sempre più debole e più debole diventare nel corso del tempo. E come esprime allora il tutto il rapporto? Si esprimeva nel seguente modo. Specialmente dobbiamo guardare ai Greci, se vogliamo comprendere la cosa: I Greci avevano, come l’uomo medio d’oggi, la coscienza del loro corpo. Ma attraverso quello che ho descritto, avevano anche la coscienza: l’anima pervade il corpo. Sentivano l’anima come vivificante, il corpo vivificante. Questo sentimento, che ancora avevano i Greci, è andato perduto. Che la storia di questo non parli, che questo sentimento è andato perduto oggi, questo è soltanto, perché viviamo nell’epoca del materialismo. Nessuno intende Omero in verità, nessuno intende Sofocle o Eschilo, se non li legge con il sentimento che il greco ancora un’altra esperienza animica aveva di quanto l’uomo di oggi. Se si leggesse Eschilo con questo sentimento, allora si fornirebbero altre traduzioni di quelle che oggi si forniscono e talvolta vengono ammirate, e che assomiglierebbero davvero nel più intimo non affatto a Eschilo. Ma che così fosse, aveva per il greco una conseguenza ben determinata, cioè che il greco proprio durante il tempo tra nascita e morte nel corpo sentiva l’elemento animico vivificante, e perciò anche
a un’altra sensazione ancora arrivava, al sentimento che il corpo e l’anima intrinsecamente strettamente appartengono insieme. Non mai nello sviluppo dell’umanità questo sentimento è stato così attivo come nel tempo greco. Perché nei tempi anteriori, che precedono il tempo greco, gli uomini in realtà sempre avevano il sentimento che il senziente appartenga al mondo di luce, al mondo della parola, al mondo del Logos, nel quale l’uomo vive prima della nascita e dopo la morte. Adesso, nel tempo materialistico, è così che l’uomo non sente più affatto l’anima. Nel tempo greco, e un po’ indebolito e trasformato verso l’asciutto e il razionale nel tempo romano, nel tempo latino, era il sentimento presente dell’appartenenza intima di corpo e anima. Il corpo considerava il greco come la figura esterna per l’anima. Crescita e decadenza del corpo apparivano ai Greci come espressione per crescita e decadenza della vita animica. Il greco amava il corpo come amava l’anima. Questo sentimento, come era presente nel greco, era prima nello stesso modo non presente – come ho appena esposto – e non è più presente oggi. Ma la conseguenza di questo era quel sentimento, che è così profondamente espresso nelle parole che sono messe in bocca ad Achille: «Preferibilmente un mendicante nel mondo superiore che un re nel regno delle ombre.» Il greco ha dovuto pagare la bella armonia, che sentiva tra corpo e anima, col fatto che se non era un membro dei Misteri, gli sfuggiva una rappresentazione di come stia l’anima nel mondo spirituale dopo la morte. Bene, il meraviglioso è proprio che il grande filosofo greco Aristotele, che era un grande pensatore, ma non era un iniziato nei Misteri, in una grandiosa maniera ha parlato dell’esperienza dell’anima dopo la morte così come si poteva parlare al tempo, quando si poteva afferrare l’armonia intima tra corpo e anima nel modo dell’epoca greca.
E quando nel Medioevo nella cosiddetta filosofia scolastica Aristotele è riemerso, allora hanno detto gli scolastici: In filosofia si deve pensare come ha pensato Aristotele. Se uno vuol saperne di più, questo può venire soltanto dalla fede. Con il puro ricercare umano non si può arrivare più lontano che Aristotele. – Quanto lontano è arrivato Aristotele, egli che è proprio l’espressione filosofica per il modo greco di concepire corpo e anima? Egli è arrivato veramente a quello che si può così meravigliosamente esprimere con le parole del recentemente deceduto maestoso ricercatore di Aristotele Franz Brentano, che dice: Se l’uomo ha perso un membro, allora non può più servirsi di questo membro, egli è per così dire non più un uomo intero. Se ha perso due membra, è ancora meno un uomo intero. Se ha allora perso il corpo intero – così dice Aristotele e con lui Franz Brentano – e è ancora anima dopo la morte, che Aristotele non nega, così è lui in uno stato di incompletezza di fronte allo stato in cui è tra nascita e morte. Egli non è più un uomo intero. – E questa è in verità la vera dottrina dell’immortalità di Aristotele, del più grande pensatore del mondo greco, che l’uomo è soltanto qui tra nascita e morte un uomo intero, un uomo perfetto. Passa attraverso la porta della morte, così egli è soltanto un pezzo dell’uomo; lui è bensì immortale, però alle spese del fatto che non è più un uomo intero. Questa è veramente quello con cui l’ellenismo doveva pagare la sua bellezza, la sua armonia, che entra in quell’epoca della vita umana – lo sapete dal paragone con l’età della vita umana – dove poteva dal di dentro sentire l’elemento animico vivificante, però dove non poteva ancora la vita dell’anima nel mondo spirituale guardare, dove dell’anima dovette dirsi: essa dopo la morte non è più un uomo intero. Soltanto a coloro che erano iniziati nei Misteri, a quelli erano date capacità conoscitive incorporate, che andassero al di là del normale, si rivelava quello che l’anima attraversa fra la morte e una nuova nascita. Questa è la grande differenza tra Platone e Aristotele, che Platone era iniziato nei Misteri e Aristotele no. Perciò Platone deve essere inteso in un senso del tutto diverso da Aristotele, che alla «Cima del pensiero» veniva, però non poteva penetrare nei segreti del mondo spirituale.
Perciò avvenne, che coloro che avevano il potere in questa epoca cercavano qualcosa di diverso da quello che si potesse raggiungere nella normale vita umana. Chi erano gli uomini che avevano il potere, che erano nella posizione di sviluppare questo potere? Certamente, c’era un grande, significativo mondo dell’iniziazione, che era diffuso attraverso i Misteri qua e là e riempiva il mondo culturale di allora; però questi Misteri, diedero agli uomini quello di cui Platone disse che li portasse oltre il fango della fugacità. Coloro che avevano il potere in questo quarto periodo postatlantidiano cercavano anzitutto un tale interno, attraverso il quale potessero prendere parte al mondo spirituale. Secondo il karma generale dell’umanità si dovette normalmente aspettare, secondo il principio dell’iniziazione del tempo, fino a quando non si fosse stati portati nei Misteri. In Grecia era generalmente usuale. Questo non dovevano i Cesari romani. I Cesari romani, che gradualmente si levarono al dominio del mondo di allora, potevano usare il loro potere per farsi iniziare nei Misteri. E così vediamo che già da Augusto in poi i Cesari romani cercavano l’iniziazione, semplicemente attraverso la loro pienezza di potere. I Cesari romani, che gradualmente si levarono al dominio del mondo di allora, potevano usare il loro potere per farsi iniziare nei Misteri. E così vediamo che già da Augusto in poi i Cesari romani cercavano l’iniziazione, semplicemente attraverso il loro potere. Costrinsero il sacerdozio o l’altro, a iniziarli nei Misteri. Così vediamo dunque che in questo quarto periodo si osserva una manifestazione strana: Noi abbiamo da un lato il principio dei Misteri, la conoscenza misterica, che ancora c’era, che però gradualmente svaniva, gradualmente declinava – ho già descritto più volte perché questo dovesse accadere così: perché il Mistero del Golgota si metteva al posto – dall’altro lato furono i sacerdoti costretti a rivelare i loro segreti ai Cesari romani. Augustus fu il primo imperatore che fu iniziato nel quarto periodo postatlantidiano; ma anche i suoi successori furono tali iniziati, tali persone iniziate. Si distinguevano nella loro essenza da altri iniziati, che sulla base di proprietà morali, di sviluppo morale specialmente, erano stati iniziati nei Misteri. I Cesari romani furono iniziati sulla base della loro pienezza di potere, in quanto potevano forzare i sacerdozzi a rivelare loro i segreti.
E così vediamo dunque che anche un successore di Augusto come Caligola era un tale iniziato, una tale persona iniziata. Attraverso questo però era un tale uomo come Caligola a conoscenza con i segreti dell’universo spirituale. Egli era a conoscenza che gli impulsi di questo universo spirituale rivivono nell’anima, che l’Io dell’uomo è un Divino nel Divino. Quello che era una verità santa dell’umiltà presso i sacerdoti iniziati, per i Cesari divenne un simbolum della potenza mondiale esterna. Perché cosa sapeva un tale Caligola? Gli altri fissavano quello che era loro arrivato giù in figure mitologiche degli dei; quello adoravano. Un tale iniziato come Caligola sapeva che cosa questi dei significavano. Egli sapeva anzitutto che l’uomo con la sua essenza più interna appartiene al medesimo mondo. Dall’esperienza Caligola sapeva che egli apparteneva al medesimo mondo di quelle entità che in questi dei: Bacco, Ercole, Mercurio, Apollo, Zeus hanno le loro immagini. Caligola sapeva il segreto, come poteva in uno stato simile al sonno comunicare con gli dei del mondo lunare. E non è una semplice mitica, ma assolutamente una verità, quando proprio di Caligola viene raccontato che egli, come si diceva, nel sonno – è però inteso un altro stato di coscienza – con Luna, la dea lunare, comunicava e da questo traeva nutrimento per la sua coscienza del potere. In me vive il mondo – si diceva – perché io sono dentro di esso. – Guardando gli dei, vedeva se stesso come un dio tra dei. E questo era molto seriamente inteso dai Cesari iniziati romani, quando lo dicevano. L’iniziato sacerdote sapeva come veniva nella casa degli dei, e così il Cesare romano si forzò il convivio con gli dei. «Mio fratello Giove,» «Mio fratello Zeus»: queste erano designazioni che Caligola ripetutamente usava. E fu Caligola che una volta a un tragedo rivolse la domanda chi fosse più grande, Giove o lui, Caligola. E quando il tragedo non volle rispondere che Caligola fosse più grande che Giove, lo fece frustare. Questi non sono miti, questi sono cose storiche. Perciò anche le processioni, nelle quali Caligola come Bacco con tirso e corona di edera si mostrava davanti al popolo, perché aveva la coscienza che si poteva trasformare in quelle figure che conosceva come immagini degli dei. Come Ercole appariva con la clava e la pelle di leone, come Mercurio con il caduceo, come Apollo con la corona di raggi e circondato da cori. Così compariva, per portare al popolo la coscienza che egli appartenesse agli dei e non agli uomini. Così era in quel tempo, nel quale, si potrebbe dire, nel mondo romano si mostrò l’immagine meno buona di quello che era grande nel mondo greco. Naturalmente lo vedeva meglio di chiunque altro un tale Caligola o altri Cesari iniziati come Commodo e altri. Caligola una volta sentì che si era tenuto un processo giudiziale nel quale un giudice aveva condannato a morte un imputato. E quando la cosa, perché era un caso particolare, gli fu riferita, disse: Il giudice avrebbe potuto altrettanto bene essere condannato a morte, perché valeva tanto quanto l’altro. – Così vedeva la costituzione morale del suo tempo. Nel romanticismo davvero appare l’opposto dell’ellenismo. Uno non ha assolutamente alcuna rappresentazione della costituzione interna del romanticismo dell’epoca dei Cesari. Tuttavia uno deve farsi una rappresentazione di essa, perché è una delle radici da cui la nostra nuova, la nostra quinta epoca culturale si è sviluppata nel proseguimento.
Anche Nerone era un tale iniziato, una tale persona iniziata. E proprio per questo Nerone poteva penetrare qualcosa di completamente speciale. Coloro che nei Misteri erano stati iniziati al tempo allora, sapevano: lo sviluppo è andato fino a un certo punto verso il basso; esso deve di nuovo salire, però deve anche ulteriormente spiritualizzarsi. Questo è proprio quello che è inteso con la «Parusia,» con la nuova epoca, di cui anche il Cristo Gesù parla.
Se confrontate quello che vive in tutte queste antiche epoche culturali fino al greco con il tempo successivo, allora troverete: In queste antiche epoche culturali si manifesta in una certa maniera attraverso il corporeo ancora il senziente-spirituale. Allora smette; non si manifesta più, deve ora essere cercato attraverso altro. Se l’uomo attraverso quello che può vedere con gli occhi, può sentire con le orecchie, il senziente-spirituale vuol cercare, allora non può più trovarlo. I Regni dei Cieli, si manifestavano prima attraverso i corpi, ora devono salire nello spirito. I Regni dei Cieli devono venire vicino. Questa è la profezia del Battista Giovanni. È anche quello che il Cristo Gesù con la Parusia intende. Soltanto stanno i teologi fino a oggi ancora in un modo strano sul punto di vista che credono, il Cristo avrebbe con la Parusia inteso, che la terra si dovrebbe trasformare fisicamente. Anche Blavatsky taccia il detto del Cristo Gesù sulla Parusia, mentre dice: Là fu predetto che i Regni dei Cieli venissero sulla terra, però il grano non è diventato migliore; l’uva non è più ricca di prima; non sono venuti Cieli sulla terra. – Tutti quei popoli che così parlano, non comprendono, che cosa era inteso. Quello che il Cristo Gesù intendeva, quello che Giovanni intendeva, quello era già venuto: i Regni dei Cieli erano già scesi sulla terra, in quanto il Cristo stesso si era incarnato nel Gesù di Nazareth. Il processo è da considerarsi come completamente spirituale.
Però un iniziato come Nerone, sapeva anche dai Misteri; egli si rivoltò contro. Veramente arrivò all’idea di follia che egli si dicesse: Bene, il mondo è in declino, così deve anche perire! – E questo è propriamente il fondamento psicologico, perché Nerone ha fatto incendiare Roma – il che ha davvero fatto – perché almeno lo spettacolo voleva avere, che da lì il fuoco venisse, che il mondo intero bruci. Perché non teneva più nulla di questo mondo. Non voleva permettere il rinnovamento che veniva attraverso il Mistero del Golgota. Soltanto era egli, se era anche un folle, tuttavia un genio. Attraverso il suo potere si era forzato l’iniziazione, perciò erano tutte quelle idee grandi in lui, più grandi che in altri, che non avevano questo presupposto. Perciò è Nerone anche in un certo senso il primo psicanalista, però un grande, non uno psicanalista come quelli, che Freud o anche altrimenti si chiamano. Perché Nerone divinizzò il corporeo, in quanto davvero come lo psicanalista dal non conscio il senziente-spirituale su voglia portare. L’odierno
psicanalista dice: Che cosa c’è là giù nell’anima? Diluzioni, tutta la vita passata e così via –, e allora dice: Il fango animale di base dell’anima è là giù, molto bello non c’è là giù. – Se uno oggi sente lo psicanalista, così è come se un uomo un campo descrivesse, che è stato appena concimato e allora coltivato con le sementi per la prossima volta, però l’uomo vede soltanto il concime, la melma. Così lo psicanalista vede soltanto quello nell’anima che è davvero melma, comparativamente parlando naturalmente. Egli non vede l’Eterno nell’anima, quello che va da vita a vita. Perciò la psicanalisi è così pericolosa, perché davvero va al non conscio, però invece del nucleo dell’essenza senziente-spirituale vede il fango animale di base, come se uno non la sementa germinante, ma soltanto la melma vedesse. Nerone era un grande psicanalista, in quanto diceva: Nell’uomo non c’è assolutamente nient’altro che il fango animale di base, tutto il resto è puramente apparenza; prima era diverso, quando gli uomini ancora erano vicini al Divino, ma adesso l’uomo consiste soltanto di questo fango animale di base, non c’è nemmeno la più piccola parte che sia casta, tutto è deteriorato nell’uomo –, così disse Nerone. Uno vede da questo, uno sente proprio quando quelli che in questo modo si erano forzati l’iniziazione, il materializzarsi del mondo. Uno ha proprio tradotto il vecchio, spirituale principio d’iniziazione in questi circoli completamente nel materiale. Quando Commodo, che non solo faceva un iniziato, ma si faceva un iniziatore stesso, a colui che egli stesso doveva iniziare, il colpo simbolico voleva dare, lo colpì subito a morte. Invece di consegnarlo alla morte spirituale, cioè al risorgimento, l’uccise! Così Commodo, l’iniziatore. È un fatto storico.
Quello che era entrato in questo quarto periodo, è appunto il Mistero del Golgota. E poiché non può più venire da quello fisico-sensibile lo spirituale, così lo spirituale deve essere di nuovo conquistato. L’ascesa nel interno ha ricevuto un impulso attraverso il Mistero del Golgota. Però noi viviamo nel quinto periodo, dove questa conquista non è ancora molto progredita, dove proprio quelle forze che nel tempo romano così grotescamente emergono ancora sono forti negli uomini e combattono contro l’impulso dell’ascesa che è stato portato attraverso il Mistero del Golgota. E così è comprensibile che in questo quinto periodo postatlantidiano principalmente l’epoca del materialismo sia salita alla maniera di pensare, alla maniera di sentimento.
Il Mistero del Golgota ha già portato uno spingimento, così che la grande corruttela dei Romani è per prima un po’ svanita, però l’uomo non ce l’ha ancora fatta, che per lui naturalmente nella sua anima il senziente-spirituale di nuovo brilli. Per questo abbisognano ulteriori impulsi, per questo abbisogna una conoscenza più intensa, una familiarità più approfondita con l’impulso del Cristo. Questo deve penetrare più e più profondamente. E così non sta nello stato nel quinto periodo culturale l’uomo normale di fronte all’anima stessa, quando egli si vive. Il sentimento, l’esperienza interna dell’anima è per l’uomo normale svanita. L’uomo si sente nel vivere del corpo, si sente come corpo, come corpo naturale.
Esperienza di sé del corpo! E perciò specialmente alla scienza il senziente è scappato via e le scappa ancora sempre più. Questo senziente deve di nuovo essere conquistato dal di dentro. Il quinto periodo postatlantidiano, che ha cominciato circa nell’anno 1413, 1415, è soltanto all’inizio. L’umanità si dovrà ancora sviluppare in esso così che davvero lo spirituale sempre più e più all’interno sia conquistato. Però all’inizio si afferma precisamente su campo animico per una manifestazione particolare, per la manifestazione che nell’uomo stesso qualcosa di materiale emerge, che prima non era così materiale: il pensare stesso. Un tale pensare, come l’abbiamo nel quinto periodo, sarebbe già ai Greci, ancora più agli Egiziani, Caldei o agli Urrpersiani impossibile. Dietro i Greci stavano ancora fino a un certo grado rappresentazioni immagini, in tempi più antichi ancora di più; e chi legge davvero Aristotele si accorge perfino nell’asciutto Aristotele ancora immagini efficaci, perché il pensare ancora più consapevolmente nel corpo eterico si svolgeva. Adesso il pensare completamente nel corpo fisico è stato attratto, è completamente diventato pensiero del cervello, e lì assume il carattere astratto, di cui il nostro tempo è così orgoglioso. Il pensare che completamente astratto diventa, quello è il pensare che davvero è legato alla materia, alla materia del cervello. E questo pensare si mostra davvero in quegli impulsi che di nuovo più profondamente devono essere penetrati, altrimenti il pensare diventerà sempre più e più materialistico. E mentre il pensare diventa sempre più materialistico, deve anche la vita sempre più materialistica diventare. Idee di fondamento – questo è il caratteristico della nostra attuale quinta epoca, che come impulsi agire devono, agiscono soltanto come idee astratte.
E c’era un tempo, nel quale l’astrazione come principio della vita è arrivata al suo apice. Tutto è necessario – comprendete bene – io non voglio affatto in fondamento e terreno criticare, parlo non dal punto di vista della simpatia e antipatia, io caratterizzo, come si caratterizza scientificamente. Io non voglio dunque accusare – nessuno lo creda – che c’è stata un’epoca, in cui le idee mondiali astratte abbiano celebrato il loro più alto trionfo. Questa epoca era quando con la più estrema astrazione tre idee erano espresse: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. Con l’estrema astrazione erano espresse. Non da un punto di vista conservatore o reazionario è detta questa cosa, bensì per caratterizzare lo sviluppo dell’umanità. Tutti gridano per Libertà, Uguaglianza, Fratellanza alla fine del 18° secolo, non dall’anima, ma dal cervello pensatore. E questo si è proseguito nel 19° secolo così che noi l’ancora ovunque come un’abitudine risuonare sentiamo. La gente si è nel corso del 19° secolo terribilmente abituata all’astrazione del pensare e si sente bene nell’astrazione del pensare, perché gli sembra così intelligente. Credono nel pensare di avere la verità e non sentono alcun bisogno, di tuffare il loro pensare nella realtà. Questo deve di nuovo essere imparato, di tuffarsi nella realtà; altrimenti rimane al declamare di idee astratte, che non hanno valore di vita.
Questa è la grande malattia del nostro tempo, il declamare di idee astratte, che non hanno valore di vita. Se oggi viene detto, deve ora una volta venire un tempo nel quale al capace viene offerta una libera strada nel mondo, dove il capace è posto nel giusto posto, bene, che cosa può essere più bello di questa idea! È questo non un meraviglioso ideale: Libera strada al capace! – Si crede talvolta dal tempo materialistico odierno, in cui si esprime un tale ideale, di portare nella propria pancia il futuro intero. Che cosa serve però un tale ideale astratto, se rimane così che si tiene il genero o il nipote per il più capace? Non dipende affatto dal fatto che uno un ideale astratto riconosce, esprime e declama, bensì dipende dal fatto che uno con la propria anima nella realtà sa tuffarsi, la realtà nella sua essenza sa penetrare, conoscere, trafigere, vivere, elaborare. Esprimere belle idee e sentirsi bene nell’esprimere belle idee diverrà sempre più e più dannoso. Amore per la realtà, conoscenza, adattamento alla realtà, questo è quello che deve penetrare nella nostra anima. Questo però può soltanto accadere, se gli uomini di nuovo imparano, la realtà intera – perché la realtà sensibile è soltanto il guscio esterno della realtà – a conoscere. Se colui, che un magnete in forma di ferro di cavallo vede, dice: Con questo si ferra meglio lo zoccolo di un cavallo –, ha lui la realtà intera? No, soltanto quando riconosce che lì dentro nel ferro c’è il magnetismo, soltanto allora ha la realtà intera. Ma come si comporta colui che con un magnete sa di fare nient’altro che ferrare un cavallo, così è anche colui che una scienza naturale esterna o una scienza dello stato voler fondare sotto il presupposto che tutto soltanto mondo visibile è e con rappresentazioni comprese può essere, che sono tolte dal mondo visibile. Questo appartiene all’astrazione più estrema, al danno delle idee astratte. E non si riconosce questo danno, perché le idee sono vere, perché sono anche buone, però sono senza effetto. Servono soltanto all’egoismo di conoscenza umano, che procura piacere, in tali idee di vivere. Però con questo nessun mondo è retto. Con questo è tutt’al più
un mondo retto, come si è sviluppato nella prima metà del 20° secolo.
Si deve davvero tale sentimento dare se si il nostro tempo più profondamente vuol comprendere. Vivo deve nella persona diventare la vita animica, che così gradualmente, come ho descritto, uscita è dal nostro ambiente, dal nostro ambiente osservato. Le idee devono di nuovo concrete, di nuovo vive diventare. Fratellanza è una bella idea, come astrazione espressa non significa nulla. Sa uno anzitutto che l’essere animico umano nel corpo, attraverso il corpo, sul piano fisico qui vive, così corporeo-animico, animico-corporeo è, sa uno secondamente, che l’uomo non soltanto è corporeo-animico, ma veramente è anima, sa uno terzamente che l’anima è spirito-piena, così conosce uno l’anima come triplicità e l’uomo come triplicità, conosce uno l’uomo nella composizione di corpo, anima e spirito: allora uno ha il cominciamento fatto, per lasciar diventare concretamente le tre idee astratte di Fratellanza, Libertà e Uguaglianza. Dal generico uomo, da questo uomo astratto dire, dovrebbe vivere in Fratellanza, Libertà e Uguaglianza, è nulla se non un vuoto chiacchierare. Necessario è acquistare una conoscenza viva di ciò, che l’uomo, in quanto egli nel corpo nel mondo fisico vive, un’ordinanza sociale ha bisogno, che sulla base della vera fratellanza è fondata, che però la fratellanza soltanto può essere compresa, quando uno gli uomini come corpo considera. Questo è il cominciamento della giusta idea di fratellanza. Fratellanza ha soltanto un senso, quando uno sa che l’uomo una Trinità è e la fratellanza è applicabile al corporeo. Libertà: Per questo si deve sapere che l’uomo un’anima ha, perché i corpi non possono mai liberi diventare. Non c’è nessun ordinamento dove i corpi liberi diventano; lo sviluppo dell’umanità può soltanto così essere che le anime diventino libere. La Libertà, come idea generale dell’umanità espressa, è un’astrazione. Anime libere ai corpi che vivono in fratellanza è un’idea concreta. Uguali sono gli uomini nello spirito. Un’antica parola popolare se ne era anche consapevole: Dopo la morte sono tutti uguali. – Uno guardava lo spirito. Quando gli uomini come spiriti vivono, sono qui per la terra uguali, però dell’uguaglianza parlare ha soltanto un senso quando si parla di questo terzo membro dell’uomo, dello spirito. Vivo deve divenir, cari amici, così che uno dice: Quello che qui sulla terra in una qualche ordinanza cammina, vive in corpo, anima e spirito. Lo sviluppo deve così procedere che i corpi in fratellanza, le anime in libertà, gli spiriti in uguaglianza vivono. Non arriva il tempo la cosa ulteriormente da condurre, però vedrete già oggi l’enorme differenza tra idee astratte di uguaglianza, libertà e fratellanza e le idee concrete penetrate di conoscenza, che sono allora sul giusto applicate.
Ma su che cosa riposa tutto il fatto che uno così astratto è diventato? Bene, al genere umano è completamente andato perduto quello che era relativamente tardi ancora una verità misterica: che l’uomo consiste di corpo, anima e spirito. Presso i Greci ancora era comunemente visto l’uomo come corpo, anima e spirito. Presso i primi Padri della Chiesa era ancora una cosa ovvia. Quello che nel declino dello sviluppo umano stava, che ha ancora bisogno di un’ascesa dal principio del Cristo, questo fu nell’anno 869 attraverso il Concilio di Costantinopoli dogmaticamente stabilito, in quanto lo spirito è stato abolito. Scusate che l’esprimo così grotescamente. È soltanto esternamente quello constatato, quello che nella coscienza dell’umanità apparve attraverso le circostanze che ho descritto. Da quella volta non si poteva più insegnare nella teologia: L’uomo consiste di corpo, anima e spirito –, bensì si dovette insegnare: L’uomo consiste soltanto di corpo e anima –, come anche oggi i professori di filosofia ancora insegnano. E se un buono come Wundt o un altro professore di filosofia della nostra odierna epoca propria non ha nessun sospetto che l’uomo una Trinità è, bensì continua a parlare di corpo e anima, così non sa lui affatto che egli soltanto le ordinanze del Concilio di Costantinopoli dell’anno 869 segue. Non sa lui affatto che il suo insegnamento soltanto una riproduzione di questo decreto conciliare è. Sì, questa «scienza senza presupposti,» che talvolta, quando uno più esattamente la sua storia di sviluppo conosce, ha presupposti molto strani. La scienza senza presupposti dei nostri giorni nella filosofia non è affatto pensabile senza il Concilio di Costantinopoli, soltanto non lo sanno i Signori.
Quello che là era stato offuscato, che l’uomo consiste di corpo, anima e spirito, questo deve di nuovo essere conquistato attraverso la scienza dello spirito. Perciò dovette molto consapevolmente fin dall’inizio quello che intendevo sintomaticamente significare nella nostra centrale-europea, antroposoficamente orientata scienza dello spirito, strutturalmente essere penetrato, nel libro «Teosofia» cioè, della suddivisione dell’uomo in corpo, anima e spirito. Su di questo è tutto il libro costruito. Questo dovette radicalmente sempre di nuovo e di nuovo essere collocato di fronte all’umanità; così che essa dal sviluppo quella forma triplicità dell’uomo aveva.
Vedete come fino nel singolo, se uno sul fondamento della scienza dello spirito sta, tutto si giustifica, come però anche la scienza dello spirito adatta a essere per darci tali rappresentazioni, tali impulsi di sentimento e di volontà, che ci possono rendere collaboratori davveri nel giusto proseguimento dello sviluppo moderno dell’umanità. E desidererei sempre che io potessi suscitare un sentimento, che la scienza dello spirito non una teoria, non un insegnamento rimanere deve, che non qualcosa restare deve, che uno così come una scienza pratica, bensì quello che veramente vivace, vita interna animica può diventare. Questo mi pare molto più importante che il mero arricchimento con concetti, che naturalmente è anche necessario, perché se qualcosa deve essere vivificato, allora deve prima essere compreso. Noi dobbiamo i concetti in noi avere, però i concetti non devono morti rimanere, bensì devono vivi diventare. La scienza dello spirito allora agisce già da sé così che se realmente è compresa, essa il genere umano intero stimola. Però allora è anche necessario che il genere umano intero tenti, di comprenderla sentendo e volendo. Se però il genere umano intero questa scienza dello spirito sentendo e volendo comprende, allora può egli corrispondentemente in essa vivere. Allora però deve a lui l’amore non mancare mai verso il vero sapere e verso il genere umano che si sviluppa ulteriormente. Questo amore è nel nostro tempo ancora una delicata piantina. Ed è comprensibile, anche se infinitamente triste, se nel campo del movimento scientifico dello spirito come noi lo concepiamo, attraverso il fatto che interessi personali talvolta non di bella natura il delicato stelo dell’amore verso il sapere richiesto dal tempo di oggi ancora deformano, dove l’odio proprio festeggia le sue orge proprio in quelli che non da puro anelito di conoscenza vengono alla scienza dello spirito, che così vengono, che se una volta il loro orgoglio non è soddisfatto, il loro amore falso subito in odio si trasforma. Perché soltanto il vero amore può al vincitore diventare contro l’odio, l’amore falso è ancora una produttrice dell’odio.
Se sentiamo questo giustamente, allora comprenderemo anche quanto le manifestazioni, su cui già due volte ho indicato, con quei fenomeni che così tristemente si innalzano sulla nostra Società Antroposofica, nei quali vediamo che i forti odiatori proprio da circoli della Società Antroposofica emergono. Superare non potremo queste cose, fin quando usiamo anche il principio del nostro tempo materialista, come lo facciamo così volentieri oggi, il principio: Voglio la mia pace! – quando ci si chiude alle cose o non si vuol dare il vero nome alle cose. Se ora scritti di denigrazione numerosi appaiono, così nulla è fatto se si questi scritti di denigrazione così seriamente uno prende, che uno i singoli frasi confuta. Perché a tali Signori, come quelli che ora scrivono, non gliene importa nulla, se essi il o questo come frase stabiliscono. A un tale Signore per esempio, che dove-re rifiutare, mentre inviava una lettera, che non da noi poteva essere edita, che lui così nel suo orgoglio si sentì leso, che, mentre nostro follow della Società Antroposofica fino allora gli è andato dietro, poi è diventato il nemico, a lui uno deve dire: Quello che scrivi è semplicemente non senso, tu lo sai meglio tu stesso; scrivi tutto questo dal motivo che la tua lettera è stata rifiutata da noi. – Questa è la verità. Se uno serve bene la scienza dello spirito, allora non si tratta che uno tutte queste cose come invenzione e finzione nel singolo confuta, bensì che si mostri costui nella sua vera luce, che all’apparenza del movimento scientifico dello spirito ha appartato e poi dopo tale cose fa, come molti ora cominciano a fare, e che ancora più saranno fatte.
O è uno lì – come vi ho raccontato giorni fa – che un grande pittore volere è diventato, ha tentato però il modo che ha mendicato, di poter imparare; quando però uno si è data ogni fatica di portarlo avanti, egli voleva sapere tutto meglio. Egli credeva che non si diventasse un grande pittore facendosi imparare, bensì dichiarando che uno è un genio! Se uno allora la disgrazia ha, il non diventare un grande pittore, e nonostante si ottiene degli insegnanti, uno non imparare pittore, bensì soltanto kleckern kann, e se altri non sono nella posizione le kleckererie come grandi pitture di riconoscere, allora uno viene e dice: il questo è la colpa degli esercizi. Un tale uomo si guarisce nel modo giusto se uno gli dice la verità. Non deve sembrare come se la scienza dello spirito fosse in pericolo e le cose non fossero raddrizzate.
Le cose si realizzano già karmicamente. Dovrebbe proprio anche in molti altri singoli che il Giusto nei nostri circoli accada, come è accaduto su un punto principalmente importante. Pensate una volta, che dal 1911 tutti i fili con la Società Teosofica della Signora Besant sono stati tagliati, e che la guerra dell’Inghilterra contro la Germania cominciò soltanto nel 1914. Questo è qualcosa, dove detto si può: Profeticamente ha agito la Società Antroposofica. – Si è bestemmiato in generale molto – questo naturalmente non è diretto contro il popolo inglese, bensì contro gli scomunicanti che oggi il principio della nazionalità così abusano –, però così contro tutta migliore conoscenza come Signora Besant la nostra Società Antroposofica e me bestemmiare, è il bestemmiare però raramente. E dopo che abbiamo per prima cosa reso popolare in Germania il libro «I grandi Iniziati», abbiamo rappresentato pezzi di Schure, ora dobbiamo sperimentare che da Schure siamo attaccati nel modo più impossibile. Queste sono cose che per così dire si svolgono più in grande. Ma anche nel piccolo si formano gradualmente i nemici.
Un poco di previdenza uno come antroposofo deve acquisire e un poco di volontà al vedere quello che accade, quello che verrà. Si acquisisce questa previdenza se uno quello che come motto, come divisa opportunamente è stato collocato davanti della nostra Società Antroposofica molto seriamente prende: «La saggezza sta soltanto nella verità». Chi questo sufficientemente profondamente riesce ad afferrare «La saggezza sta soltanto nella verità», chi avrà il giusto atteggiamento.
Con questo, cari amici, devo congedarmi da voi per questa volta. Spero che il nostro stare insieme questa volta il punto di partenza possa essere di un buon collaborare nello spirito, anche se non possiamo fisicamente stare insieme. Tentiamo nello spirito della nostra antroposoficamente orientata scienza dello spirito di pensare, di sentire e di volere, allora lavoreremo giustamente insieme.
In quasi nessun periodo dello sviluppo dell’umanità è stato così necessario come in questo presente immergersi nei misteri della vita soprasensibile, sebbene quasi nessun periodo abbia avuto tanta resistenza nei confronti di questo approfondimento nei problemi soprasensibili come il presente. Proprio le questioni che sembrano più remote devono stare particolarmente vicine all’anima umana contemporanea. Così oggi osserviamo anzitutto ciò che la mentalità materialistica del presente crede debba allontanare il più possibile dalla coscienza umana, ma che è invece infinitamente vicino alla vita umana. E sapere che il tema in questione è infinitamente vicino alla vita umana appartiene proprio ai compiti particolari della nostra epoca. Vogliamo partire da ciò che ci è ben noto, con qualche osservazione, per portarci nuovamente vicino una materia che abbiamo già considerato da vari punti di vista, stavolta da un altro punto di vista ancora.
Sappiamo bene che per la considerazione scientifica dello spirito ha un significato particolare il contemplare continuamente la vita umana intera secondo i suoi due grandi contrasti che si riflettono nella quotidianità, ossia secondo la natura speciale degli stati alternanti del sonno e della veglia. Proprio questi contrasti polarici tra sonno e veglia abbiamo dovuto considerare ripetutamente da numerosissimi punti di vista attraverso la nostra ricerca scientifica dello spirito.
Ora è già noto da varie comunicazioni che questa distinzione, così come la si fa ordinariamente tra sonno e veglia, con cui la vita umana si divide in modo tale che si vive circa due terzi o più della giornata in coscienza vigile — o anche meno — e un terzo in coscienza dormiente, è inizialmente una considerazione soltanto esteriore e superficiale. Anche se si sviluppa la cosa, così come immediatamente si presenta, per penetrare il carattere del sonno e della veglia, essa rimane comunque, di fronte alle profondità che qui si possono raggiungere, ancora qualcosa di superficiale per la concezione scientifica dello spirito. Dobbiamo infatti renderci conto che lo stato di sonno non è presente nella nostra vita psichica soltanto quando dormiamo nel senso superficiale, soltanto nel tempo che passa tra l’addormentarsi e il risveglio, ma che la nostra anima porta lo stato di sonno in certo grado anche nel cosiddetto stato di veglia. Siamo infatti, in verità, anche quando per la coscienza ordinaria siamo svegli, soltanto in parte svegli. Non siamo mai completamente svegli in questo stato ordinario di coscienza. E quando ci chiediamo dal punto di vista della scienza dello spirito: In che misura siamo completamente svegli? — dobbiamo darci la risposta: Svegli siamo rispetto a tutto ciò che chiamiamo percezione del mondo sensibile esteriore così come l’elaborazione di queste percezioni del mondo sensibile esteriore attraverso le rappresentazioni. Nella nostra vita percettiva e rappresentativa, nella nostra vita di pensiero, siamo indubbiamente svegli. Non staremmo nemmeno a parlare del nostro stato di veglia se non volessimo designare con tale stato di veglia una certa condizione interiore dell’anima, che è presente quando percepiamo il mondo esteriore in piena coscienza e pensiamo su di esso, formiamo rappresentazioni su di esso.
Ma non possiamo dire di essere svegli rispetto alla nostra vita emotiva nel medesimo senso in cui lo siamo rispetto alla nostra vita percettiva e rappresentativa. È solo un’illusione quando l’uomo crede di essere sveglio rispetto alla sua vita emotiva, alla sua vita affettiva, alla sua vita emozionale dal risveglio all’addormentarsi, così come lo è rispetto al suo percepire e pensare o rappresentare. Chi si abbandona a questa illusione lo fa perché accompagniamo sempre i nostri sentimenti con rappresentazioni. Non solo ci rappresentiamo le cose esterne, non ci rappresentiamo solo tavoli e sedie e alberi e nuvole, ma ci rappresentiamo anche i nostri sentimenti; e poiché ci rappresentiamo i nostri sentimenti, rimaniamo svegli nelle rappresentazioni dei sentimenti. Ma i sentimenti stessi emergono da profondità psichiche inconsce. Per chi può osservare i processi psichici interiori, i sentimenti, gli affetti, le emozioni, così come anche le passioni, non emergono con una maggiore veglia interiore delle impressioni del sogno. Le impressioni del sogno sono figurative. Sappiamo perfettamente distinguerle, per la coscienza ordinaria, dalle percezioni esterne. La nostra coscienza non è più vigile nei confronti dei sentimenti reali che nei confronti del sogno. Se aggiungessimo a ogni sogno, al risveglio, senza che potessimo distinguere tra il sogno e la rappresentazione del sogno, una rappresentazione esattamente come aggiungiamo ai nostri sentimenti un pensiero, una rappresentazione sempre, avremmo considerato anche i nostri sogni come contenuti di un’esperienza vigile. Di per sé, i nostri sentimenti non sono vissuti in uno stato più vigile dei nostri sogni.
E ancora meno i nostri impulsi di volontà sono vissuti in uno stato di veglia. Rispetto alla volontà l’uomo dorme continuamente. Si rappresenta qualcosa quando vuole qualcosa; ha una rappresentazione, quando — prendiamo un semplice impulso di volontà — si estende la mano per afferrare qualcosa. Ma ciò che effettivamente accade nella vita psichica e nella vita corporea quando stiriamo una mano per avvicinare a noi qualcosa rimane inconscio tanto quanto il sonno senza sogni. Mentre verifichiamo nei sogni i nostri sentimenti, in realtà addormentiamo gli impulsi della nostra volontà. Come essere sentimentale sogniamo, come essere volitivo dormiamo anche nel cosiddetto stato di veglia, cosicché quando siamo nello stato di veglia, dal risveglio all’addormentarsi, rimaniamo svegli soltanto con la metà del nostro essere, mentre l’altra metà del nostro essere continua a dormire. Rimaniamo svegli rispetto alle nostre percezioni e alla nostra vita di pensiero, continuiamo a dormire e a sognare rispetto alla nostra vita di volontà e alla nostra vita emotiva. Cose simili difficilmente si lasciano provare, stabilire in modo più rigoroso di quanto sia già stato suggerito. Perché si riconoscano cose simili dipende dal fatto che si possa osservare correttamente la vita psichica. Chi sa osservare correttamente questa vita psichica scoprirà indubbiamente l’uguaglianza psichica interiore tra sentimenti, affetti, passioni e sogni. Esiste un saggio molto bello di Friedrich Theodor Vischer, il cosiddetto Vischer, ben noto in questa città, sulla «Fantasia onirica», in cui ha messo in rilievo in modo molto bello questa corretta osservazione sulla parentela tra la vita sentimentale, la vita passionale con il mondo onirico.
Così camminiamo attraverso la vita anche da svegli, non solo circondati dal mondo che percepiamo attraverso i nostri sensi, dal mondo che pensiamo, ma circondati da un mondo, di cui in realtà nei nostri sentimenti possiamo soltanto sognare, di cui, stando negli impulsi della nostra volontà, non viviamo più di quanto viviamo della nostra circostanza nel sonno, cioè in realtà nulla. Ma un mondo di cui non si vive nulla dormendo ci circonda comunque. Così come tavoli e sedie e altri oggetti si trovano nella stanza in cui dorme un dormiente, ma di essi, mentre dorme, egli non sa nulla, così l’uomo non sa nulla di quel mondo da cui emergono i suoi impulsi emotivi e di volontà, perché rispetto a quel mondo continua a dormire. Ora, proprio questo mondo rispetto al quale dormiamo continuamente è quello che abbiamo in comune con le anime umane che non sono più incarnate nel corpo.
Abbiamo tentato da numerosi punti di vista di gettare scientificamente il ponte tra i cosiddetti viventi e i cosiddetti morti. Possiamo anche gettare questo ponte nel modo della rappresentazione, se ci rendiamo conto che siamo collegati, nello stato ordinario di veglia, con gli uomini incarnati nel corpo fisico, perché questi sono accessibili alla nostra capacità percettiva e alla nostra vita di pensiero. Con i cosiddetti morti non siamo collegati nello stato ordinario di veglia, perché continuiamo a dormire permanentemente una parte del mondo che ci circonda. Se penetrassimo in questo mondo che così dormiamo, non saremmo più separati dal mondo in cui l’uomo vive tra la morte e una nuova nascita. Come siamo circondati dall’aria, così siamo circondati dal mondo in cui l’uomo si trova tra la morte e una nuova nascita, soltanto non sappiamo nulla di questo mondo, proprio per la ragione addotta: perché lo dormiamo. La coscienza chiaroveggente, nel modo che abbiamo caratterizzato più volte, conduce a riconoscere questo mondo, che altrimenti è dormito, quel mondo in cui l’uomo si trova tra la morte e una nuova nascita. Penetrare in questo mondo in modo tale da giungere a una certa certezza che la propria anima traversa conscia e viva la porta della morte, per entrare in un altro mondo e ritornare in una nuova vita terrestre, questo non è veramente difficile, se si lascia agire sulla propria anima con cautela ciò che è contenuto nel libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?» o in libri simili.
Assai più difficile è penetrare in questo mondo che l’uomo attraversa tra la morte e una nuova nascita in modo tale che si possano stabilire relazioni concrete e determinate tra l’uomo qui nel corpo fisico e i morti concreti. Queste relazioni, esse sono in certo senso sempre presenti, almeno tra certi viventi e certi morti. Ma proprio in ciò che oggi ho già detto si possono vedere le ragioni per cui l’uomo non è consapevole che le relazioni tra lui e certi cosiddetti morti sono sempre presenti. E proprio quello che la coscienza chiaroveggente vive quando si può mettere in relazione con singoli morti può insegnarci perché l’uomo nella coscienza vigile ordinaria non apprende nulla delle sue relazioni con i morti, che come relazioni reali, come detto, sono sempre presenti. Bisogna che, quando si vuole stabilire relazioni consapevoli tra la coscienza chiaroveggente, che si risveglia, e certi morti, ci si appropri di certi vissuti psichici che sono completamente diversi dai vissuti psichici cui ci siamo una volta abituati nello stato di veglia. Proprio in questo ambito si mostra che bisogna abbandonare tutte le abitudini che ci siamo sviluppate per conoscere l’ambiente fisico, e sostituirle con altre, se si vuole penetrare con coscienza chiaroveggente nel mondo spirituale concreto. Quando lo chiaroveggente si trova di fronte a un determinato singolo cosiddetto morto, allora egli può veramente intendersi con lui, ma deve oltrepassare certe abitudini psichiche. Il modo in cui si vive psichicamente in un tale caso provoca naturalmente in chi ha tali rappresentazioni completamente inusuali una sorpresa naturale.
Quando qui nel mondo fisico ci troviamo di fronte a un’altra persona e parliamo con lui, è così che sappiamo: quando diciamo qualcosa all’altra persona, quello che è detto proviene dai nostri stessi organi vocali, in certo senso emana da noi e va verso l’altro. E quando ci risponde o ci comunica di nuovo qualcosa, questo emana dai suoi organi vocali e irradia verso di noi. — Completamente diverso è quando si hanno relazioni concrete tra la coscienza chiaroveggente e un determinato morto. Allora accade che bisogna completamente riadattarsi. Quando noi stessi comunichiamo qualcosa al morto, quando interroghiamo il morto, quando gli diciamo qualcosa, allora — per quanto strano suoni — dobbiamo esserci appropriati dell’abilità che quello che noi stessi diciamo ci viene incontro da lui, che emana da lui e irradia verso di noi. Dobbiamo essere in grado di disattivare noi stessi in modo tale da vivere in lui, così che è lui che effettivamente parla quando lo interroghiamo, quando gli comunichiamo qualcosa. E di nuovo, quando lui ci risponde, quando vuol comunicarci qualcosa, questo proviene dalla nostra stessa anima, allora si manifesta così che sappiamo: emana da noi in certo senso. Dunque dobbiamo completamente volgerci, invertirci, se vogliamo venire in una relazione reale con un concreto morto. Questo è, anche se si caratterizza in modo semplice, una cosa straordinariamente difficile nel vissuto psichico. Comportarsi esattamente in modo opposto verso l’ambiente di come ci siamo abituati nel mondo fisico, questo ci si appropria straordinariamente difficilmente. Un vero commercio con i cosiddetti morti è però possibile soltanto sotto queste premesse.
Se però d’altra parte considerate che bisogna completamente imparare di nuovo nel nostro interno, allora comprenderete che relazioni possono sempre esistere tra i cosiddetti viventi e i cosiddetti morti, ma che i cosiddetti viventi mostreranno poca inclinazione a riconoscere queste relazioni. Perché i viventi sono abituati — e tale abitudine significa più di quanto ordinariamente si pensi — quando dicono qualcosa loro stessi, a percepirlo emanare da sé; quando l’altro dice qualcosa, a percepirlo emanare dall’altro. E chi è completamente incatenato nei pregiudizi del mondo fisico dovrà naturalmente trovare completamente sciocco qualcosa come quello che ho appena espresso. Ma è così: nel mondo spirituale non si può penetrare se non ci si familiarizza con il fatto che nel mondo spirituale molte cose — dico molte, non tutte — si comportano esattamente in modo contrario alle abitudini che ci siamo acquisite nel mondo fisico qui. E qualcosa così fondamentalmente opposto è quello che ho appena esposto. Solo quando ci siamo attraverso un esercizio molto intimo immersi in un’abitudine così insolita, si può avere un giudizio su come sono costituite le ordinarie relazioni di ogni uomo con certi morti, come si configurano queste relazioni.
Come detto, queste relazioni sono continuamente presenti. Dobbiamo soltanto, se vogliamo rivolgere lo sguardo su queste relazioni, non trascurare che ai consueti vissuti polaricamente opposti della giornata — veglia e sonno — dobbiamo aggiungere altri due che sono assolutamente importanti per le relazioni tra i cosiddetti viventi e i cosiddetti morti, ma la cui consapevolezza di nuovo va contro le consuete abitudini umane. Oltre alla veglia e al sonno ordinari, ci sono cioè l’addormentarsi e il risveglio. Questi stati del momento fuggevole dell’addormentarsi e del risveglio sono per l’intera vita psichica umana altrettanto importanti quanto il sonno e la veglia prolungati, ma essi fuggono via. L’uomo non sperimenta il momento del risveglio per il motivo che il pieno risveglio segue proprio su quello, e l’uomo non è inclinato a percepire così rapidamente come dovrebbe percepire se volesse afferrare il momento fuggevole del risveglio; esso è sovrastato, assordato dal susseguente vivere sveglio. Nelle relazioni umane più naive, dove si sapeva di molte cose simili, si è anche accennato quale sia la situazione dell’anima umana rispetto a questo. Ma queste cose si perdono gradualmente, via via che il materialismo progredisce. Presso la gente ingenua, primitiva in campagna si sente ancora dire spesso: quando ci si sveglia non bisogna guardare subito verso la finestra luminosa, non bisogna aprire subito gli occhi. — Un modo di parlare come questo proviene da un istinto molto profondo, dall’istinto di non immediatamente soffocare il momento del risveglio attraverso la vita vigile del giorno, per poter trattenere qualcosa di quello che è presente al momento del risveglio.
Ugualmente importante è però il momento dell’addormentarsi, soltanto ci si addormenta subito dopo. La coscienza cessa. E quindi il momento dell’addormentarsi non viene neanche osservato in modo appropriato per la coscienza ordinaria.
Proprio importante per le relazioni dell’uomo che è qui incarnato nel mondo fisico con i morti è però quello che può essere vissuto e veramente è vissuto nel momento dell’addormentarsi e nel momento del risveglio. Cose simili possono naturalmente essere osservate solo con la coscienza chiaroveggente. Ma quando la coscienza chiaroveggente ha portato a stabilire tali relazioni con certi morti, che possono essere stabilite solo attraverso la completa trasformazione, il riadattamento della condizione psichica accennato, allora può giudicare come sono effettivamente le relazioni, anche se inconsapevoli, tra i cosiddetti viventi e i cosiddetti morti. Il momento più favorevole per portare a certi morti tutto quello che abbiamo sviluppato in noi di relazioni verso determinati morti è il momento dell’addormentarsi. E il momento più favorevole per ricevere risposte, comunicazioni da morti nella vita terrestre fisica è il momento del risveglio.
Non dovete scandalizzarvi che quello che ho ora detto presupponga che l’uomo al momento dell’addormentarsi rivolga al morto una qualche domanda, comunichi al morto qualcosa, e solo al momento del risveglio riceva una risposta o una controrisposta. Rispetto al mondo soprasensibile i rapporti temporali sono completamente diversi. Quello che è distanziato di ore qui per il mondo fisico non ha bisogno di essere distanziato anche nel reale vivere soprasensibile. Si può dire: mentre qui nella vita fisica quando si domanda a qualcuno ci si aspetta subito una risposta, si sperimenta lì la relazione proprio così, che quando si rivolgono domande al morto al momento dell’addormentarsi, si riceve la risposta al momento del risveglio. Questa relazione è realmente continuamente presente tra viventi e morti.
In realtà ogni uomo che ha perso persone che gli appartenevano per il piano fisico perché hanno traversato la porta della morte, ha tali relazioni, che la loro manifestazione più importante si vive nell’addormentarsi e nel risveglio. Non vengono portate alla coscienza solo per la ragione che questi momenti favorevoli passano rapidamente e l’uomo non è abituato a portare alla coscienza quello che in questi momenti fuggevoli gli si avvicina nell’anima. Per trattenere quello che in tali momenti fuggevoli ci si avvicina, nulla è più idoneo dell’occuparsi con i pensieri più sottili, più delicati della scienza dello spirito. Chi acquisisce la scienza dello spirito in modo tale che non sia un mero sapere intellettuale, ma una sostanza interiore dell’anima stessa, qualcosa che è afferrato non solo con intelligenza, ma con amore, così che penetra del tutto nell’anima, chi non segue i pensieri della scienza dello spirito solo con curiosità scientifica o con desiderio di sapere, ma con amore li segue, a costui proprio questo amore sprofonda nell’anima tale forza, che con un po’ di attenzione si può accorgersi gradualmente della grande importanza accennata dei momenti dell’addormentarsi e del risveglio. E quanto più la scienza dello spirito si immergerà nelle anime umane, tanto più gli uomini porteranno nella vita reale non solo quello che sperimentano nella veglia, ma anche quello che viene loro da un mondo soprasensibile all’addormentarsi, soprattutto però al risveglio. Dobbiamo soltanto renderci conto che tali relazioni reali, come le intendo io, possiamo veramente stabilirle sempre solo con quei morti con cui siamo in qualche modo legati karmicamente. Ma siamo legati karmicamente a molte più anime di quanto crediamo. Per il commercio consapevole o inconsapevole tra viventi e morti il legame karmico è indubbiamente qualcosa di necessario come è necessario dirigere l’occhio verso un oggetto sensibile per percepirlo. Come là si deve stabilire la relazione sensoriale, così una condizione preliminare per un commercio tra viventi e morti è che tra loro regnino certi rapporti karmici o almeno si stabiliscano.
Se consideriamo ora il momento dell’addormentarsi, allora è quel momento che è particolarmente favorevole per portare a chi se n’è andato e ci era caro e prezioso, che era altrimenti legato con noi karmicamente, quello che abbiamo sviluppato in noi di relazioni verso di lui. Il momento dell’addormentarsi è particolarmente buono per questo. Naturalmente sviluppiamo le nostre relazioni con i morti con cui siamo karmicamente legati nella vita sveglia conscia dal risveglio all’addormentarsi. Pensiamo ai morti. Tutto quello che pensiamo in modo tale che verso i morti, che avremmo volentieri portato loro, che avremmo volentieri detto loro, si raccoglie al momento dell’addormentarsi e raggiunge, anche se rimane inconscio per la coscienza ordinaria, i morti. Solo una certa condizione psichica è particolarmente favorevole per queste comunicazioni, un’altra condizione psichica è sfavorevole.
Vedete, un mero pensiero secco, freddo ai morti è poco idoneo a raggiungere veramente i morti, a diventare comunicazione per loro. Se vogliamo che il momento dell’addormentarsi diventi effettivamente una porta attraverso cui i nostri propri vissuti psichici, che hanno relazioni con i morti, penetrino ai morti, allora dobbiamo occuparci dei morti da svegli in modo diverso che attraverso pensieri freddi e secchi. Dobbiamo tentare di suscitare pensieri che ci hanno legato al morto mentre egli stesso era ancora qui tra i cosiddetti viventi. Ma dobbiamo soprattutto porre in questi pensieri quello che può stabilire una relazione sentimentale. Pensare ai morti con indifferenza non aiuta molto. Ma tutto quello che ci lega sentimentalmente a lui è bene richiamare all’anima: come si era con il morto qui o là, come precisamente ci si è intrattenuti con lui, in base al fatto che per qualcosa che l’interessava particolarmente si è sviluppato un vivace interesse da sé per sentimento; oppure risvegliare una situazione in sé, come si era una volta insieme con il morto qui nella vita e qualcosa che gli aveva toccato il cuore toccava anche il nostro, o viceversa; come si era tentati di comunicare all’altro qualcosa che si era vissuto perché lo si amava, per viverla insieme con lui. Non pensieri secchi, ma pensieri permeati di amore, di sentimento! Questi pensieri rimangono allora nella nostra anima fino al momento dell’addormentarsi. E lì si trova allora la porta attraverso cui essi come comunicazione giungono certamente al morto.
Non dovremmo ingannarci su queste cose. Sogniamo di un morto. Se sogniamo di un morto, questo in molti casi — naturalmente non in tutti — proviene da una relazione reale con il morto. Ma quello che sogniamo, nella misura in cui segue il momento dell’addormentarsi, è in realtà soltanto una trasformazione onirica, figurativa di quello che comunichiamo al morto. Non sperimentiamo il momento dell’addormentarsi dove veramente tali pensieri, come caratterizzati ora, vanno al morto, perché questo momento dell’addormentarsi passa così rapidamente. Ma questo momento dell’addormentarsi continua in realtà nel sonno seguente, suona nel sogno. Se comprendiamo correttamente la cosa, non interpreteremo i sogni di morti come messaggi dai morti. Potrebbero esserlo, ma di regola non lo sono. Sono impulsi che solo parzialmente diventano consapevoli, che ci dicono il seguente. Se sogniamo di un morto, questo significa: abbiamo rivolto in un giorno precedente un tale pensiero al morto volontariamente o involontariamente, come l’ho caratterizzato. Questo pensiero ha trovato la strada al morto, e il sogno ci mostra che abbiamo effettivamente parlato al morto. Quello che il morto ci risponde allora, quello che il morto ci comunica, questi messaggi dal morto vengono particolarmente facilmente nel momento del risveglio. E si manifesterebbero molto più facilmente ai cosiddetti viventi se questi nel nostro tempo presente avessero veramente il tempo, l’inclinazione di prestare un po’ d’attenzione a quello che tra le righe della vita affiora dalle profondità nascoste della coscienza.
Sì, l’uomo contemporaneo è vanitoso e egoistico, e quando qualcosa affiora nella sua anima, allora è per lo più consapevole che è la sua genialità che ha fatto affiorare quella cosa. Essere umili è un ammonimento messo nella vita; essere umili nel proprio intimo non è così del tutto facile per l’uomo. Essere umili significa anche imparare veramente a distinguere tra quello che affiora dalla propria forza dell’anima e quello che affiora da impulsi estranei, soprasensibili dalla propria anima. Come colui che ha la coscienza chiaroveggente sente e percepisce la risposta del morto affiorare dalla propria anima, così queste risposte dei morti, questi messaggi dai morti nel tempo della veglia dal risveglio all’addormentarsi affiorano dalle profondità dell’anima. Ma si può dire: proprio come l’uomo durante il giorno non vede le stelle — sebbene rimangono continuamente nel cielo — perché la luce solare le copre, così poco l’uomo nella coscienza ordinaria percepisce quello che continuamente affiora dal fondo della sua anima, perché la vita esterna, suscitata dalle impressioni dei sensi, lo copre appunto. Se si diventa intimi, per così dire, con la propria anima, se si impara a distinguere quello di cui noi stessi siamo l’origine da quello che come cosa estranea affiora dall’anima propria, allora gradualmente si impara anche nella vita conscia del giorno a riconoscere i messaggi dei morti. Ma allora si lega con questa conoscenza qualcosa di straordinariamente importante. Allora ci si dice: non siamo affatto separati dai morti, i morti vivono tra noi. Non si annunziano come altri esseri sensibili che ci inviano i loro impulsi da fuori, ma si annunziano dal nostro interno, parlano attraverso il nostro intimo a noi, ci sostengono.
Certamente, l’umanità del presente e del prossimo futuro, per quanto ne abbia necessità, avrà difficoltà ad abituarsi a non credere più che gli impulsi sotto cui agisce provengono solo dal mondo sensibile esteriore, a riconoscere che in quello che chiamiamo la nostra vita sociale, la nostra altra vita, non solo il cosiddetto vivente vive, ma anche il cosiddetto defunto, che i morti sono sempre lì e operano in noi e con noi. In forma mitica gli antichi popoli lo sapevano. Quando gli antichi popoli veneravano i loro defunti come antenati, come dei antenati, questo proveniva dal fatto che gli antichi popoli nella loro coscienza atavistica avevano conoscenze del fatto che i morti sono sempre lì, che operano sempre attraverso i viventi. Questa consapevolezza dovette certamente perdersi per buone ragioni per l’umanità, ma deve ritornare! Si dovrà di nuovo sapere che nella nostra circostanza ci sono i morti, che attraverso la nostra anima i morti parlano, che abbiamo comunanza con i morti. Si dovrà riconoscere che la scienza dello spirito deve essere interrogata su come è effettivamente costituita la vita, e che la scienza esterna deve portare fuori strada sulla vita, perché non sa distinguere tra quello che viene dal mondo sensibile e quello che viene dal mondo soprasensibile. La nostra storiografia è infatti diventata gradualmente qualcosa di completamente grottescamente assurdo. Si parla di idee che dovrebbero vivere nella storia, come se le idee volassero come colibrì o altri uccelli, mentre in verità gli impulsi che in molti modi sono impulsi storici, sono appunto gli impulsi dei morti.
Questa consapevolezza della vita in comunanza con i morti deve svilupparsi. E via via che questa consapevolezza si sviluppa, e via via che allora la vita psichica umana si raffina attraverso i concetti della scienza dello spirito, che solo allora non raffinano la vita umana quando sono colti teoricamente e non amorevolmente — via via che tutto questo accade, in certo senso i morti diventeranno anche presenti per la consapevolezza dell’umanità. Allora quella grande parte della realtà che oggi rimane inconsapevole e trascurata verrà presa in considerazione. Allora si vivrà finalmente con la pienezza della realtà e nella pienezza della realtà. Questo è un compito per l’umanità da questo momento in poi. Perché l’umanità vive attualmente in una grande catastrofe. I motivi più profondi per cui questa catastrofe è sorta sono che gli uomini hanno disimparato a vivere nella realtà. Gli uomini sono ampiamente separati dalla realtà dalla coscienza materialistica. Credono di essere vicini alla realtà perché riconoscono valida soltanto una parte della realtà, la realtà sensibile, e considerano l’altra un oggetto di mera fantasia; ma proprio così ci si separa dalla realtà, non riconoscendo una metà della realtà. Così non si arriva a concetti penetranti della realtà. Se ci rendessimo conto che con qualcosa come quello che ho ora espresso si dice molte, molte cose e veramente pratiche per il presente!
I nostri bambini e i giovani oggi imparano la storia. Nel tempo odierno e da lungo tempo gli uomini si sono abituati a imparare la storia, cioè quello che considerano storia. Ma quanto hanno imparato gli uomini dalla storia? Bene, gli uomini sono oggi molto spesso chiamati dinanzi agli eventi che come eventi elementari si verificano in ogni ora a chiedersi: cosa ci insegna la storia su questo? — Il cliché si può leggere ripetutamente: dalla storia si può imparare questo o quello. — Gli uomini semplicemente non imparano nulla dalla realtà. Non si era mai potuto imparare tanto dalla realtà quanto negli ultimi tre anni e mezzo. Ma innumerevoli uomini dormono attraverso questa realtà infinitamente significativa. Quando questi eventi catastrofici hanno iniziato, allora persone molto intelligenti, che hanno creduto di aver imparato molto dalla storia, si sono espresse su quanto a lungo potessero durare questi eventi bellici, come li chiamano. Con le ragioni che potevano avere, potevano anche corroborare quello che avevano espresso; hanno detto: quattro fino a sei mesi; più a lungo non poteva durare questa catastrofe bellica secondo le conoscenze che si potevano avere. — Erano assolutamente esperti che si sono espressi così. Bene, i fatti sono andati diversamente. E non si ha bisogno di essere uno spirito insignificante per giudicare così, sedotti da quello che nel tempo recente si chiama storia. Un uomo non insignificante nel 1789 ha assunto la sua cattedra di storia all’università e ha tenuto un discorso d’inaugurazione nel quale questo uomo non insignificante allora ha detto che la storia insegna, è molto probabile che nel futuro i popoli d’Europa avranno vari contenziosi tra di loro, ma che non potranno più strapparsi a pezzi; l’umanità per questo è troppo progredita. Nel 1789 un uomo non insignificante, Friedrich Schiller ha fatto questo pronunciamento al momento di assumere la sua cattedra per la considerazione storica a cui Schiller poteva abbandonarsi con ragione. Ma cosa è seguito da quello che Schiller ha detto? La Rivoluzione Francese; le grandi guerre all’inizio del 19° secolo. E se fosse una lezione della storia che gli uomini d’Europa come membri di una grande famiglia non potessero mai più strapparsi a pezzi, allora gli eventi del presente sarebbero ancora più impossibili.
Per quanto strano suoni, è necessario imparare di nuovo su queste cose. Quello che si è chiamato storia semplicemente non è storia. Nella vita storica degli uomini operano le forze che sono soprasensibili. Nella vita storica operano i morti, e un giudizio dalla storia si produrrà solo quando questo giudizio sia formulato su base scientifica dello spirito. Finché questo non accade, la storia non insegnerà mai nulla, la storia non sarà mai una scienza pratica, non sarà mai idonea a formulare massime per quello che deve accadere. Perciò l’uomo oggi sta così impotente dinanzi agli eventi, perché è necessario nel nostro tempo che le massime scientifiche dello spirito diventino fondamenti pratici di vita. Finché questo non accade, gli eventi catastrofici non potranno veramente essere superati.
Ho detto: particolarmente favorevoli per avvicinarsi ai morti sono i pensieri che sono sorti da una relazione sentimentale verso il morto, e che sono ricordati in modo tale che si ricorda questa relazione sentimentale insieme. Particolarmente favorevole per ricevere risposta dal morto, particolarmente favorevole perché il morto agisca nella nostra vita, è quando veramente conosciamo il morto, quando abbiamo la possibilità di immergerci nella sua essenza. Immergersi nell’essenza di altri uomini, anche la scienza dello spirito potrà darci gli impulsi per questo. Perché oggi è proprio grazie alla condizione psichica materialistica difficile che gli uomini si conoscano nella vita. Credono di conoscersi, ma solo passano uno accanto all’altro, parlano uno accanto all’altro. Oggi si può essere sposati con qualcuno per trenta anni o più — e conoscerlo molto poco. Per conoscere l’essenza di un altro occorre un certo affinamento dell’anima. Se si riesce a conoscere l’essenza dell’altro come la propria, allora è data la condizione di richiamarsi l’essenza di lui alla mente. Se richiamandoci alla mente l’essenza di un morto cui vogliamo rivolgere domande, grazie al fatto che ci rappresentiamo qualcosa che ci lega sentimentalmente a lui, e ci rappresentiamo vivacemente la sua essenza, allora riceviamo certamente anche la risposta; allora si tratta soltanto per noi di sviluppare l’attenzione necessaria per il gioco delle parti di quello che rivolgiamo al morto con quello che certamente ritorna dal morto, quando le relazioni sentimentali accennate sono ricordate. Allora è possibile che quello che portiamo al morto trovi la sua risposta dal morto, quando vivamente possiamo richiamarci alla mente quello che della sua essenza abbiamo veramente compreso in modo consapevole.
Sulla coscienza chiaroveggente possono dare spiegazioni molte altre relazioni concrete con i morti. Voglio oggi parlare di un’altra ancora. Vedete, coloro che come nostri parenti o amici o persone altrimenti legate a noi karmicamente attraversano la porta della morte, vanno via o come bambini o come giovani o come persone più anziane. Quando si osserva con coscienza chiaroveggente come sono le relazioni con i vari morti, si può dire riguardo a questo andarsene in diverse età della vita il seguente. Quando bambini o persone più giovani attraversano la porta della morte, si può caratterizzare la relazione che mantengono con coloro che rimangono con le parole: i bambini o le persone più giovani non hanno perso coloro che erano qui loro parenti, rimangono effettivamente immediatamente lì nel circondario. E quello che sentiamo come dolore, come dolore nel lutto prende così il suo carattere. Quando l’uomo che è dotato di coscienza chiaroveggente osserva il dolore psichico che una madre o un padre hanno per un bambino che se n’è andato, questo dolore psichico è completamente diverso dal dolore che si prova come persona giovane quando qualcuno più anziano se ne va. Certamente, in relazione superficiale, esterna questi vissuti psichici sono più o meno uguali, ma quando li si coglie più intimamente, sono fondamentalmente diversi. Le persone che sono morte giovani non se ne vanno, rimangono effettivamente lì — così si può caratterizzare la relazione — e vivono insieme con le nostre anime, vivono nelle nostre anime. Ed è effettivamente il dolore che proviamo, il dolore nel lutto che proviamo, quello che i morti morti giovani stessi sperimentano in noi. Questo si trasferisce nel nostro dolore, nel nostro lutto. Rimangono con noi. È una trasformazione del loro stesso dolore, che non deve essere dolore, ma che in noi diviene dolore quando si trasforma nelle nostre anime.
Il dolore nel lutto che si prova per una persona più anziana è effettivamente dolore provato personalmente. Potrei dire, è meno dolore di compartecipazione emotiva, più dolore egoistico, proprio dolore egoistico. Perché quando lo si vuol caratterizzare dal punto di vista della coscienza chiaroveggente la relazione di una persona più giovane rimasta qui con una persona più anziana defunta, allora si può dire: la persona più anziana defunta non ci perde. Non perdiamo la persona più giovane defunta; la persona più anziana defunta non ci perde, noi rimasti qui, ella in certo grado prende l’anima con sé, la porta sul suo ulteriore cammino nelle sue forze con sé. Ella non perde coloro che rimangono qui. E quindi questa relazione con una tale persona più anziana defunta è completamente diversa da quella con una persona più giovane defunta. La persona più anziana defunta non ha la tendenza a vivere nell’anima di chi rimane qui, perché ella prende con sé l’essenza interiore, l’impronta dell’essenza interiore.
Sapere quello che ho appena detto non è per nulla insignificante nella vita, perché quello che chiamiamo ricordo dei morti prende così un’illuminazione completamente determinata. Per la persona più giovane è bene vivificare questo ricordo — potrei dire il culto dei morti — così svilupparlo, che rimaniamo più nel generale, che i pensieri o gli atti cultuali o altre cose che dovrebbero coltivare il ricordo, li disponiamo così che meno entriamo nel particolare, nella personalità del morto, ma rispetto al morto abbiamo grandi sentimenti di mondo, pensieri di mondo. Lì si sente allora bene colui che come morto giovane è rimasto con noi. Per una persona più anziana è particolarmente bene se possiamo entrare nella sua particolarità, se i pensieri che rivolgiamo a lui sono configurati così che hanno a che fare con la sua personalità, sono marcati verso la sua personalità. Per un morto giovane è particolarmente bene se il rito commemorativo è disposto così che si sviluppa una sorta di culto, un culto stabilito generalmente, che ha significato simbolico. Per le persone morte giovani il rito commemorativo cattolico è particolarmente idoneo, che nella maggior parte dei paesi meno sulla particolarità dei rapporti o affatto non entra, ma è un rito commemorativo simbolico generale per ognuno. Per le anime morte giovani che rimangono lì, il migliore è, con riti che valgono ugualmente per tutti, sviluppare simboli di mondo generali, sentimenti di mondo generali rispetto a loro. Per i morti più anziani il rito commemorativo protestante, dove si entra più nel corso di vita individuale, ci si riferisce più alla personalità del defunto, è il migliore. E anche nel ricordo individuale che si riserva a un tale morto, per il morto più anziano è da preferire quello che ha a che fare personalmente con lui, che non è applicabile a ogni morto, ma solo a lui.
Se si sanno queste cose, allora anche la nostra vita emotiva rispetto ai morti che se ne sono andati si differenzia, si articola. Sappiamo distinguere come deve comportarsi l’anima dinanzi a un morto più giovane o più anziano. La vita è arricchita nelle sue relazioni più intime quando così si accoglie dalla scienza dello spirito il pensiero che a noi appartengono non solo le anime che vivono nei corpi fisici, ma anche le anime discarnate. Allora l’uomo per la prima volta immerge se stesso nella realtà piena. Deve sempre e ripetutamente dirsi: parlare dello spirito in generale non porta molto lontano. Parlare della vita spirituale in generale, come fanno certi filosofi, oppure come lo fanno quelle persone che oggi anche credono di superare il materialismo parlando in generale di spirito e spirito e spirito: questo semplicemente non porta molto lontano. Si deve già trovare il coraggio — e appartiene al coraggio oggi — di penetrare nella vita spirituale concreta. Si deve trovare il coraggio di confessare apertamente dinanzi alla comunità umana tali relazioni come abbiamo discusso oggi, per quanto grande possa ancora essere la derisione di coloro che pensano materialisticamente. Non si può veramente vedere oggi quanto sia infinitamente fatale per l’umanità, quanto sia infinitamente catastrofico che gli uomini proprio nelle parti più importanti del mondo non sappiano di queste cose e quindi non pensino su di esse, e quindi rimangono così lontani dalla realtà che deve piombare su di essi in modo devastante. A ogni sorta di impulsi si attribuirà la presente catastrofe terrestre, solo non a quelli in cui veramente nel senso più profondo essa ha la sua origine.
Qui è già il luogo per riflettere sull’intera importanza che nel nostro contesto di vita europea una concezione del mondo scientifica dello spirito orientata antroposoficamente come quella che intendiamo deve avere. Come gli uomini si pongono verso lo spirito e il contenuto dello spirito avrà già una grande importanza in un futuro non molto lontano davvero. Perché cose importanti e significative si stanno preparando nella vita dell’umanità terrestre. Non ci si può veramente sottrarre, se ci si tira un po’ fuori da quello stato assonnato in cui purtroppo tanti uomini si trovano, di riflettere più a fondo su certe cose di quanto sia stato riflettuto per secoli in Europa. I tempi spingono perché gli uomini imparino a ripensare. In realtà si vede che gli uomini ripensano; la sola questione è se questo ripensare lo facciano in modo veramente profondo oppure lo lascino completamente, o se lo facciano nel modo che ora molti uomini fanno. Si vede già che gli uomini ripensano; ma a volte ne esce in modo tutto strano. Non si potrebbero citare centinaia, ma migliaia di esempi.
Vedete, uno di quegli uomini che ha terribilmente ripensato nel corso degli ultimi tre anni e mezzo è il precedente socialista e giornalista francese Gustave Hervé. Pubblica un giornale, lo chiama «Gloire», che è stato anche rinominato da un nome meno provocante. Questo Hervé è in realtà uno di coloro che oggi scrivono nel senso del più furibondo sciovinismo francese. Si può dire che di fronte a un uomo così feroce, così da toro sciovinista come Clemenceau Hervé è in realtà ancora più francese-sciovinista — e lui ha ripensato. Quattro anni fa era ancora un cosmopolita completo, rideva ancora di chiunque fosse in qualche modo, non voglio dire, sciovinista francese, ma solo un po’ nazionalista francese. Era un cosmopolita completo, questo Hervé. Ora quello che scrive è così velenoso che da ogni riga che leggi da lui puoi leggere fuori: vorrebbe piuttosto che il tricolore francese diventasse uno strumento per abbattere tutto quello che è nemico della Francia. Tuttavia da Hervé viene un’affermazione significativa, che ha fatto certo prima di questa guerra. Questa affermazione è la seguente: il tricolore appartiene al letamaio! — Così poco era questo uomo, che ora è uno dei più sciovinisti francesi, nazionalmente francese disposto che si sia elevato a dire: il tricolore — il francese intende — appartiene al letamaio. — Così disprezzava tutto il nazionale. — Ha già imparato di nuovo, ripensato, solo naturalmente in un modo che non è particolarmente profondo. Quello che deve accadere in un’epoca accade — è importante che lo si noti —; la sola questione è come viene fuori per uno o l’altro, come uno o l’altro osserva veramente il suo compito di umanità. La cosa soprattutto necessaria in questo ripensare è che l’uomo europeo non dorma attraverso le cose significative che si stanno preparando attualmente per l’intera umanità terrestre.
Laggiù in Asia, soprattutto in Oriente, si sta preparando una serie di giudizi sull’Europa, in particolare sull’Europa centrale — ci interessa nel tempo presente soprattutto l’Europa centrale —, giudizi che gradualmente effettivamente si collegheranno a impulsi storici. L’Orientale, il Giapponese, l’Indiano, il Cinese si sente gradualmente sfidato a sviluppare in sé certi impulsi. E fino a un alto grado si sono già sviluppati tali impulsi. Fino a un certo grado ci sono proprio presso gli Orientali eminenti giudizi, in particolare sulla natura dell’Europa centrale, sulla natura tedesca, che dovrebbero essere ben considerati, perché quello che vive in questi impulsi diventerà storia in un tempo non molto lontano. Sembra molto strano, ma si dovrebbe sviluppare una sensibilità fine oggi per tali cose; si dovrebbe sapere che è necessario oggi prevedere un po’ quello che deve venire, per andare d’accordo con la realtà. Gli Orientali che si stanno preparando a porsi in relazione con l’Europa, che si stanno formando i loro giudizi che diventeranno futura politica mondiale, questi Orientali hanno le loro antichissime concezioni della vita spirituale. Vedono quello che in Europa è accaduto per secoli, ma lo vedono solo in modo unilaterale, perché questa Europa, in particolare questa Europa centrale, mostra loro la propria essenza in modo unilaterale.
Ebbene, cosa credono gli Orientali eminenti su questa essenza dell’Europa centrale? Credono quello che devono credere secondo quello che effettivamente principalmente vedono. Credono che questa Europa centrale è particolarmente dotata per organizzare rapporti statali, commerciali e altri; che questa Europa centrale è particolarmente dotata di sottomettersi alla scienza esterna così come è insegnata nelle scuole europee, di arrendersi all’autorità di questa scienza. Questi Orientali non possono stimare molto quello che proviene da questa organizzazione e da questa scienza, perché di fronte a questo sono consapevoli che loro, da impulsi completamente diversi di come possiamo avere noi europei, hanno un’antica spiritualità. Proprio all’Orientale eminente non impressionerà mai quello che la scienza naturale europea offre; non gli impressionerà mai quello che l’industria europea produce, anche se lo accetterà esteriormente come il Giapponese; non gli impressionerà mai quello che l’organizzazione europea può effettuare. Perché è consapevole: tutto questo non stabilisce una relazione con la vera essenza delle cose. Questa relazione la sente stabilita tra la sua anima e l’anima dell’universo. Sente la sua anima spiritualmente affine all’anima dell’universo. Di questo siamo semplicemente del tutto consapevoli. Con quello che equivale a una considerazione simile a come l’abbiamo praticata oggi qui e altrove, l’Orientale saprebbe porsi completamente diversamente che con l’essenza meccanica europea, con l’organizzazione europea, con la scienza di ragione esterna europea. E già una volta, per quanto strano appaia, si può rivolgere l’attenzione a: cosa direbbe l’Oriente se potesse sapere che da quello che la vita spirituale in Europa ha prodotto attraverso Herder, Schiller, Goethe, attraverso i Romantici, una vera, concreta considerazione spirituale del mondo può diventare, che aggiunge alla considerazione spirituale orientale qualcosa di particolare che l’Orientale per la sua natura non può trovare, ma che potrebbe stimare, con cui potrebbe andare insieme? — Certamente si può dire: Goethe è abbastanza noto al mondo intero, e i capi della vita spirituale orientale possono anche venire a conoscere Goethe, e Goethe è una fonte, una fonte infinita per la vita spirituale dell’Europa centrale. — Tutto questo è vero, assolutamente vero. Ma l’Europa centrale ha già portato il riconoscimento di Goethe come tale fonte? Si potrebbero dire molte cose su questo punto. L’Orientale vede quello che l’Europa centrale ha potuto fare da Goethe. Bene, potrebbero essere addotte molte cose; solo a titolo di esempio voglio addurne una: l’Europa centrale ha saputo passare sotto silenzio gli impulsi più importanti di Goethe, ma ha una Società Goethiana. In un momento veramente della massima fortuna è stata fondata questa Società Goethiana. Il punto di partenza era eccellente. Si può dire, poche costellazioni erano così favorevoli per tali cose come questa alla fine degli anni Ottanta. Quando l’ultimo discendente di Goethe consegnò il lascito a una principessa, allora tutto avrebbe potuto essere ben avviato, sarebbe stato anche ben preso in mano, ha dato un impulso iniziale da cui si sarebbe potuto credere: ora si tireranno fuori le fonti spirituali da Goethe! Molto è accaduto, anche la Società Goethiana è stata fondata allora. Ma prendiamo il caso di un Orientale che domanda: abbiamo in Oriente una vita che collega direttamente l’anima all’anima del mondo. Laggiù hanno organizzazioni di rapporti statali, sociali, laggiù hanno macchine e un’industria, hanno una scienza che è insegnata a scuola e che preme sulle anime con un’enorme autorità; ma non hanno una relazione dell’anima umana con l’anima del mondo. — Se sapesse che relazioni latenti ci sono, se sapesse quello che potrebbe essere secondo quello che potrebbe essere sperimentato da Goethe, parlerebbe, penserebbe e sentirebbe diversamente. Ma cosa vede? Bene, forse si domanda: sì, questa Europa centrale ha portato a fondare una Società Goethiana per onorare uno dei suoi più grandi spiriti. Ma ha anche portato ad avere come presidente di questa Società Goethiana oggi un precedente ministro delle finanze. — È solo simbolico per molti. Si può dire: deve vivere nella nostra anima l’impulso di far sapere al mondo: dalla fonte dello spirito tedesco può scaturire quello che sono gli impulsi della scienza dello spirito. Non saranno trascurati laggiù in Oriente. Se lo fossero, allora si dovrebbe formare come impulso storico in Oriente il giudizio: questa cultura dell’Europa centrale è in realtà dannosa per l’umanità. — E questo giudizio si è ampiamente affermato. Sarebbe certamente corretto se si sapesse che questa vita spirituale dell’Europa centrale è capace di trasformare in bellezza, in anima persino il più meccanico del meccanismo attraverso quegli impulsi che possiede e che può sviluppare per vera conoscenza e vera elaborazione del soprasensibile. Così potrebbe agire da questo lato.
E guardiamo all’altro lato: a Ovest, in America si considera non solo la vita dell’Europa centrale, ma tutta la vita europea anche così, come la si può imparare solo dall’esteriore, perché naturalmente non solo la Società Goethiana con il precedente ministro delle finanze a capo, ma anche le altre cose si vedono in modo simile, non però quello che nella propria anima può vivere come quello che oggi è fluito attraverso le nostre anime. Mentre in Oriente si dice: questa Europa, questa vita europea è dannosa —, laggiù in America la si trova superflua. Perché costruire macchine, condurre l’organizzazione industriale, fondare Società Goethiane con gente che capisce di scienza goethiana tanto quanto è necessario nel mettere insieme budgets finanziari, questo lo possono fare anche gli americani. Ma quello che da Goethe come fonte più profonda di vita spirituale scaturisce, questo non possono farlo gli americani; possono avere questo solo se lo prendono dagli europei centrali.
Non è semplicemente una bizzarria mistica, miei cari amici, è una questione profondamente legata alle necessità pratiche della vita del presente, come ci poniamo di fronte agli impulsi, per fare il più possibile quello che è in nostro potere, far sapere al mondo, far sentire al mondo, quello che nella cultura europea potrebbe vivere di spiritualità, quali cammini potrebbe avere verso il soprasensibile nel presente. Oggi più che mai è necessario riflettere che la scienza dello spirito nel nostro senso non è solo qualcosa con cui vogliamo fare del bene alla nostra anima, ma che la scienza dello spirito deve diventare quello tramite cui noi come uomini nel vero senso, come uomini dell’Europa centrale, possiamo compiere il nostro compito nello sviluppo dell’umanità.
Ieri abbiamo tentato di conoscere con maggiore precisione quel mondo che ci circonda in modo tale che l’abbiamo in comunanza con coloro che hanno traversato la porta della morte, e che abbiamo altresì in comunanza con quelle entità spirituali-psichiche che contiamo fra le entità delle gerarchie superiori. Con questo ci siamo abbandonati a una considerazione che è idonea ad aprirci una parte di quella realtà che agisce dentro la vita umana, senza che l’uomo con la sua percezione sensibile e anche il suo intelletto legato alla percezione sensibile sappia qualcosa di essa nella consapevolezza ordinaria vigile. Poiché questo mondo è una realtà, una realtà che agisce nella configurazione della vita umana, è comprensibile che nel tempo in cui viviamo, nel quale l’uomo viene sempre più e più chiamato — come abbiamo detto più volte — a prendere in mano il destino generale dello sviluppo dell’umanità dal suo libero volere, che in un tale momento una conoscenza anche di queste cose soprasensibili scenda nell’anima umana. Nell’accenno che nel nostro tempo questo è particolarmente necessario, ieri abbiamo concluso la considerazione che come considerazione sulla vita dei cosiddetti morti deve essere profondamente penetrante per ogni singola anima umana. D’altra parte deve essere anche di nuovo un intenso bisogno di pensare con maggiore precisione proprio a tali cose, come erano quelle che ieri nella nostra considerazione abbiamo fatto risuonare. Perché nel nostro tempo anche persone semi-consapevoli, persone sognanti dovrebbero presentire che si stanno formando decisioni straordinariamente importanti.
Ho dato in vari punti nel corso delle nostre esposizioni sempre di nuovo suggerimenti su quello che si può dire dalle fonti della ricerca spirituale sulla natura del tempo recente, sulla natura del nostro tempo stesso e del prossimo futuro. Cose simili si potevano al presente di cui si parla, anche più o meno all’umanità incline all’antroposofia, solo in modo cauto. Guardate solo quante cose alla comprensione proprio di questo nostro tempo difficile, catastrofico si trovano nelle conferenze che molti anni prima di questi eventi catastrofici erano state tenute a Kristiania sugli spiriti popolari. E forse si può anche ricordare che in un tempo in cui sarebbe stato necessario in un modo o nell’altro di indicare la serietà degli impulsi che giacevano, nel ciclo di conferenze che fu tenuto a Vienna nella prima parte della primavera del 1914 — cioè prima dello scoppio della nostra presente catastrofe mondiale — dalla vita sociale, dalla vita umana in comunanza del nostro tempo fu parlato in modo tale che io allora scelsi un’espressione acuta e forte: allora in queste conferenze, che nel sostanziale trattavano anche della vita dell’uomo tra la morte e una nuova nascita, parlai del fatto che attraverso la vita moralmente-sociale del presente accade qualcosa che si può designare come un carcinoma sociale, come una terribile malattia del cancro sociale. Forse uno o l’altro l’ha sentito allora come un’espressione forte. Ma forse uno o l’altro da allora ha potuto convincersi che i fatti parlano già per il fatto che un’espressione così forte poteva essere scelta.
Certo, quello che ho già accennato ieri è vero e dovrebbe dar molto a pensare: nonostante tutto, nonostante possa essere facilmente presentito quali impulsi gravi giacciano nel grembo dei nostri tempi, l’umanità oggi è poco incline ad afferrare i fenomeni nella loro intera gravità. L’umanità oggi è per questo troppo comoda, si abbandona troppo volentieri a quei concetti comodi che si trovano oggi nella concezione del mondo naturalistico, perché questi concetti possono essere acquisiti alle redini dell’esperienza esterna, perché non richiedono molto sforzo spirituale interno e tuttavia lusingano tanto l’orgoglio umano. Ma quello che è necessario è che l’umanità proprio riguardo a molte cose che il tempo oggi deve insegnare si svegli, veramente si svegli, non continui a dormire. Il risveglio sarà possibile solo se certi fatti più profondi non siano più considerati come fantasticheria, non come sogno, ma come una realtà che agisce negli eventi della nostra epoca. E così nel corso delle nostre esposizioni ho più volte accennato come proprio nell’ultimo terzo del 19° secolo con l’umanità sia accaduto un mutamento significativo. Anche qui a Stoccarda ho accennato a queste cose. Vogliamo richiamarcele oggi di nuovo alla mente da un certo punto di vista.
Ho indicato l’autunno 1879 come il momento critico di questo sviluppo dell’umanità del tempo recente. Se si vuole comprendere più esattamente questo sviluppo dell’umanità del tempo recente, si deve dire: quello che è accaduto nell’ultimo terzo del 19° secolo è solo l’effetto di qualcosa che prima si è svolto nel mondo spirituale. Nel mondo spirituale ha avuto inizio negli anni quaranta del 19° secolo. E il tempo dagli anni quaranta alla fine degli anni settanta del 19° secolo è un tempo importante e essenziale, un tempo significativo. Quello che allora è accaduto non si è svolto nel piano fisico; ma nel 1879 gli effetti sono discesi nel piano fisico, e da allora in poi si svolgono questi effetti nel piano fisico. Sono una sorta di immagine di quello che prima nel mondo spirituale è accaduto. Se si vuole designare quello che sta a fondamento, si può dire: è su un campo particolare in una sfera particolare la configurazione di quello che altrimenti accade più spesso nello sviluppo dell’umanità, e che da quelli che sapevano ancora osservare cose simili è stato sempre designato come una lotta di Michele col drago. Su campi differenti si sono verificate tali lotte di entità spirituali normalmente progressive delle gerarchie superiori contro spiriti degli ostacoli, dei freni. Per lo sviluppo culturale dell’umanità una tale lotta si è verificata in altezze spirituali, cioè proprio in quelle altezze spirituali che confinano immediatamente con la terra, negli anni che vanno dagli anni quaranta alla fine degli anni settanta. Allora, nel 1879, questa lotta è terminata con una vittoria, per così dire, delle potenze buone contro certi spiriti degli ostacoli che allora — si può dirlo così — sono stati precipitati dai mondi spirituali giù nelle condizioni terrene, cosicché da allora agiscono e tessono nelle condizioni terrene. Entro quello che si sviluppa nello sviluppo spirituale dell’umanità, vi sono spiriti degli ostacoli che solo alla fine degli anni settanta come spiriti sconfitti, sconfitti per il mondo superiore, sono stati precipitati giù nel mondo inferiore e ora operano negli uomini.
Se si vuole guardare a questi spiriti degli ostacoli, questi spiriti di natura arimanica con cui gli spiriti che si possono chiamare spiriti michaelici hanno condotto una forte lotta, si deve dire: questi spiriti arimanici avevano nei tempi passati dello sviluppo dell’umanità il loro significato buono, avevano i loro compiti nei tempi passati dello sviluppo spirituale. Questi compiti si compievano in modo tale che erano guidati da buoni spiriti superiori. Non dobbiamo immaginarci i cosiddetti spiriti cattivi in modo tale da pensare che li si debba solo evitare per liberarsene il più possibile. Questo infatti è il miglior mezzo per attaccarli a sé, se li si vuole eliminare in modo egoistico; ci si deve piuttosto immaginare che questi cosiddetti spiriti cattivi anche servono nel servizio dell’ordine saggio del mondo. Se sono solo posti al loro posto giusto, allora compiono servizi che sono necessari nel senso dell’ordine saggio del mondo. E così si può dire: per secoli, sì per millenni questi spiriti di natura arimanica hanno compiuto il compito di articolare gli uomini in quegli aggregati di comunanza che hanno a che fare con i legami di sangue. Gli uomini infatti nei loro aggregati terreni sono così uniti che i legami del sangue scatenano e realizzano anche certi legami di amore. Gli uomini si articolano in aggregati familiari, in aggregati tribali, in aggregati nazionali, in aggregati razziali. Tutte queste cose sono soggette a certi legami dei tempi. Questi sono diretti da entità dei mondi superiori. Quello che ha specializzato l’umanità, quello che ha articolato l’umanità in modo tale che a questa articolazione il sangue sta a fondamento, era guidato da questi spiriti arimanici, ma sotto la guida di buoni spiriti.
Ora però doveva entrare un’altra epoca. Finché gli uomini erano guidati in un certo senso dal sangue, l’uomo non poteva nel modo come più spesso è stato accennato prendere in mano il suo destino. Per questo era necessario che il servizio di questi spiriti arimanici venisse tolto dal mondo spirituale. Questi spiriti volevano d’abitudine dal mondo spirituale continuare la loro attività di articolazione degli uomini secondo il sangue; ma l’umanità doveva essere spinta verso una concezione più generale del suo intero spirito. Quello che più spesso proprio nella nostra sfera è stato detto, che l’umanità si debba comprendere come un’unità sopra la terra, è veramente non una frase vuota, ma una necessità del nostro tempo. E a fondamento di questo sta il fatto che una lotta forte e intensa si è verificata tra gli spiriti michaelici e gli spiriti di natura arimanica che prima avevano differenziato gli uomini secondo il sangue.
Questa lotta ha avuto per conseguenza che gli esseri arimanici sono stati precipitati giù e ora operano tra gli uomini. Tra gli uomini creeranno confusione, perché dopo questa sconfitta questo è il loro proposito: seminare confusione con tutto quello che può essere succhiato da tutti i concetti e le idee che hanno a che fare con legami di sangue, parentele di sangue. È particolarmente importante che dall’ultimo terzo del 19° secolo in tutto quello che l’uomo qui sul piano fisico può operare attraverso pensieri e sentimenti questi impulsi sono attivi, e che non si comprende la realtà se non si prendono questi impulsi in conto. Il modo e la maniera in cui oggi si parla di certe relazioni tra i popoli e simili è stata confusa da questi spiriti arimanici che sono stati sconfitti dallo spirito Michele.
Ho già più spesso menzionato che possiamo già dire: abbiamo dalla fine degli anni settanta la cosiddetta epoca michaelica. Michele dobbiamo considerarlo come lo spirito del tempo che ha sostituito Gabriele come spirito del tempo. Questo significa molto: Michele come spirito del tempo! Gli spiriti del tempo che c’erano nei secoli precedenti hanno operato diversamente da questo spirito del tempo. Gli altri spiriti del tempo che agivano nello sviluppo dell’umanità nei secoli precedenti hanno operato ancora più o meno verso l’inconscio. Il compito dello spirito del tempo Michele che dall’ultimo terzo del 19° secolo agisce nei destini dell’umanità è questo: sempre più e più nel costituirsi stesso della coscienza umana mettere in moto quello che deve accadere nello sviluppo terrestre. Questo spirito del tempo michaelico è infatti effettivamente sceso e agisce sul piano fisico terrestre.
Con tutto questo è collegato qualcosa per il nostro tempo che si può facilmente fraintendere. Il nostro tempo è molto, molto contraddittorio. Se lo si designasse così superficialmente, si potrebbe facilmente chiamarlo semplicemente materialista. Ma non è solo questo; la faccenda è molto più complicata. Nel complesso si può dire: questo tempo recente è nel suo carattere fondamentale straordinariamente spirituale, proprio straordinariamente spirituale. E concetti più spirituali, rappresentazioni più spirituali di quelli che sono stati portati alla superficie attraverso la scienza naturale recente non ci sono stati nello sviluppo dell’umanità affatto. Ma questi concetti — se mi posso esprimere così — sono sottili, sono astratti. Sono in sé, nella loro sostanza, completamente spirituali; ma non sono idonei, così come si presentano, se non sono trattati correttamente, a esprimere lo spirituale. Questi concetti naturalistici che oggi vengono inculcati in tutta la cultura sono una spada molto a doppio taglio, se devo usare questo paragone paradossale. Li si può usare come vengono usati oggi dalla scienza accademica. Allora sono sì spirituali, ma vengono solo applicati al mondo esteriore, materiale, la loro spiritualità viene negata. Ma si possono anche applicare questi concetti naturalistici in modo tale da usarli come materia di meditazione, da meditare su di essi. Allora conducono nel modo più sicuro nel mondo spirituale. Se quelli che oggi hanno una concezione del mondo naturalistico non fossero troppo pigri per applicare i loro concetti meditativamente, allora queste persone con concezione del mondo naturalistico assai presto entrerebbero nella scienza dello spirito. Non è nel contenuto delle rappresentazioni naturalistiche, ma nel modo della loro trattazione che sta il problema. I concetti sono sottili, sono intimi, ma l’applicazione attraverso gli uomini è una tenuta nel senso materialistico. Questo certo non è così senza ulteriori dettagli egualmente chiaro in tutte le singolarità, ma abbiamo bisogno di intenderci; perciò abbiamo bisogno già di molte simili verità in certo senso di farsi avvicinare solo attraverso un’immagine speculare.
Così gli uomini vivono in concetti, in rappresentazioni, in idee che sono sottili, che, potrei dire, sono spirito completamente distillato, cosicché si ha bisogno solo di una forte forza per venire da questi alla scienza dello spirito; e questi concetti sono quelli che proprio attraverso l’epoca michaelica dovrebbero entrare nello sviluppo dell’umanità. Ma sono anche quelli che sono confusi il più dai suggeriti, si può già dire, dal cielo sulla terra precipitati, nel cielo da Michele vinti spiriti arimanici degli ostacoli. Essi si presentano su innumerevoli campi dove l’uomo oggi crede di pensare completamente rettamente, di sentire completamente rettamente, dove però è esposto in alto grado alla confusione di questi spiriti.
Proprio per considerare una cosa simile si mostra come effettivamente si svolge lo sviluppo — rimaniamo per il momento presso l’umanità — una significativa legge dello sviluppo che abbiamo anche da considerare da altri punti di vista. È un modo di considerare enormemente superficiale se si crede che gli eventi nella vita storica semplicemente escono fuori gli uni dagli altri, che quello che nel 1918 accade è una conseguenza del 1917, 1916 e così via. Questo è un modo di considerazione superficiale. Le cose si svolgono molto diversamente; si svolgono in modo tale che sempre quello che è accaduto sul campo spirituale agisce ancora in tempi successivi, ma in una certa maniera. Si può estrarre ogni anno; diciamo per esempio l’anno 1879: allora nel 1880 accade qualcosa che è in parte determinato dal fatto che si ripete retroattivamente quello che è accaduto nel 1878; nel 1881 si ripete retroattivamente in una certa relazione quello che è accaduto nel 1877 e così via. Si può partire da ogni punto dello sviluppo dell’umanità, per quanto contraddittorio appaia; si troverà sempre che i corsi annuali precedenti si mostrano nei successivi in impulsi importanti. Si può quindi attendersi che proprio in un periodo importante di tempo questa legge intervenga nello sviluppo dell’umanità con un’importanza e una chiarezza particolare.
L’ho già spesso accennato, ho già spesso prima di questi eventi catastrofici parlato del periodo importante 1879, e del fatto che è solo l’effetto di quello che dagli anni quaranta nel mondo spirituale si è svolto. Applichiamo ora questa legge che ho appena espressa, allora possiamo dire il seguente: 1879 è un periodo importante; certi spiriti sono precipitati giù che come spiriti degli ostacoli prima hanno operato nel mondo spirituale, da cui in poi qui sul piano fisico tra gli uomini operano come forze di ostacolo e di confusione. Quello che è accaduto allora nel 1879 è per così dire la conclusione di un precedente che ha avuto il suo inizio da 1841 a 1844 e poi ha operato attraverso i decenni. Prendiamo ora l’anno 1841, allora abbiamo da 1841 a 1879 il tempo di lotta nel mondo spirituale. Quelle entità che stanno sotto il dominio dello spirito che si chiama Michele — lo si potrebbe anche designare con un altro nome — si preparavano allora nel 1841 a intraprendere la lotta forte e intensa nel mondo spirituale che allora per il mondo spirituale ha trovato la sua conclusione nel 1879. Essa durò quindi trentotto anni. Ora dissi: quello che accade retroattivamente agisce nel tempo seguente di nuovo all’indietro. — Calcolate ora dal 1879 attraverso altri trentotto anni: 1917. Come quindi nel 1880 si ripete quello che è accaduto nel 1878, nel 1881 quello che è accaduto nel 1877, così si ripete in una certa maniera nel 1917 entro il mondo fisico quello che nel 1841 entro il mondo spirituale è stato assunto come una delle lotte più importanti. È veramente così che questo anno 1879 significa un’incisione che mostra impulsi molto energici in avanti e all’indietro della considerazione. E in una certa maniera si ripetono ora sul piano fisico dal 1917, 1918 in poi quelle cose che nel mondo spirituale dovevano verificarsi negli anni quaranta, e che appunto si possono designare come una lotta degli spiriti normali, che spingono avanti, contro certi spiriti degli ostacoli. Questo è un calcolo che non effettuo per la prima volta oggi, ma molti di voi sanno che sempre è stato indicato su questi eventi, e che dal punto di vista di questi eventi l’anno 1917 deve essere visto in modo tale che esso è un importante punto di partenza per gli eventi che seguiranno.
Le cose naturalmente non devono essere considerate in modo tale da dire: bene, abbiamo vissuto l’anno 1917. Certamente, l’hai vissuto; ma quello che gli eventi che effettivamente si sono svolti in quest’anno erano, solo pochi uomini l’hanno vissuto, poiché pochi uomini sono inclinati a valutarli nella consapevolezza vigile. È questo di cui si tratta.
Ora, attraverso tutte queste cose volevo solo indicare che noi effettivamente viviamo in un momento importante dello sviluppo dell’umanità, e che è già necessario prendere molte cose più seriamente in questo momento di quanto l’umanità nel suo insieme le prenda. Ho già indicato come sia particolarmente necessario non trascurare gli impulsi spirituali normali nel nostro tempo. Come questo tempo recente si è sviluppato, cosa è diventato veramente dominante in esso? Cosa ha veramente guadagnato influenza in questo tempo recente? Cosa è irradiato, potrei dire, in tutta l’istruzione generale? Nel fondamento solo quello che è cresciuto nel campo più grossolano della concezione del mondo naturalistico. Ma questo campo più grossolano della concezione del mondo naturalistico ha il potere di afferrare solo il morto, il non vivente, mai il vivente che proprio in questa epoca naturalistica sarebbe infinitamente necessario. Non si vuole proprio comprendere il nesso di cose simili con gli eventi generali del mondo. Non si vuole proprio comprendere che quanto più l’umanità si sforza di sviluppare solo concetti che si riferiscono al morto, tanto dall’umano si distrugge anche la vita sociale, la vita comunitaria. È necessario mettere in movimento i concetti naturalistici e vivificarli in modo tale che possano veramente essere applicabili alla vita umana comune, che in un certo senso siano idonei a spiegare anche la vita umana comunitaria.
Il corso dello sviluppo era così in questo tempo recente, in questo tempo più recente: in quello che si è lasciato valere come vera scienza si sviluppavano solo quei concetti con cui si poteva comprendere la natura esterna, morta. Assolutamente inadatti erano questi concetti a comprendere la vita umana. Ma si voleva con questi concetti comprendere la vita umana. E così gli scienziati ufficiali hanno applicato questi concetti alla storia, alla scienza sociale, alla politica sociale e così via. Ma questi concetti non sono idonei qui, e così non c’è affatto nessun concetto idoneo per la vita della società, e così la vita della società della terra è cresciuta sopra la testa dell’uomo, è diventata quello che è stato per quasi quattro anni adesso. Gli uomini dovranno imparare a rendere più densi i loro concetti, a vivificare anche i loro concetti.
Quello che gli scienziati della natura stessi sviluppano è certamente geniale, idoneo, è metodologicamente coscienzioso, ma solo per la natura esterna. Oggi ognuno lavora nel suo campo e non estende i concetti che sono stati elaborati in un qualche campo sulla totalità della concezione del mondo umana. Prendete solo uno, e capirete subito quello che intendo. Il comune insegnante di fisica a scuola che oggi osserva l’ago magnetico che con un capo punta a nord e con l’altro a sud spiega già ai suoi ragazzi che questo continuo puntare dell’ago magnetico a nord e a sud proviene dal magnetismo terrestre, che la terra è anche un grande magnete; e sarebbe ridicolo se questo insegnante di fisica in sé cercasse nell’ago magnetico le forze che realizzano che l’ago punti in queste direzioni. Cerca di spiegare questo dalle proprietà della terra, cerca la causa nel cosmo fuori. In questo campo completamente morto allora i concetti naturalistici valgono ancora qualcosa, lì si può ancora giungere a qualcosa o l’altro. Perciò non viene in mente a nessuno di dire dell’ago magnetico che esso abbia in sé la forza di puntare sempre in un’unica direzione. Si assumono forze di direzione dal polo magnetico nord e sud della terra. Il biologo non lo fa più. Non gli viene neppure in mente di sviluppare un concetto simile. Il biologo vede la gallina in cui si forma l’uovo. Non gli viene neppure in mente di porre la stessa domanda nel modo in cui la pone il fisico con l’ago magnetico. Il biologo semplicemente dice: se l’uovo si forma nella gallina, allora la causa della formazione dell’uovo sta nella gallina. — Se procedesse come il fisico con l’ago magnetico, allora si direbbe: certo il luogo in cui si forma l’uovo è nella gallina, ma come il cosmo agisce sull’ago magnetico, così agiscono le forze cosmiche quando si forma l’uovo. Devo uscir fuori dalla natura strettamente circoscritta e devo portare in aiuto quello che sta fuori. Nella gallina è certamente il luogo in cui si forma il germe dell’uovo, ma le forze agiscono dal cosmo come agiscono dal cosmo a dare direzione all’ago magnetico.
Sviluppare un concetto simile, condurlo metodologicamente, sarebbe urgentemente necessario. Ma davanti alla scienza ufficiale della biologia è sciocco, fantastico, è ridicolo perché si è completamente smarrita in una via cieca del solo morto. Questa scienza ufficiale non può neanche applicare concetti così comprensivi a tali cose, tanto meno può dire qualcosa su come gli uomini politicamente o socialmente potrebbero vivere insieme nella maniera giusta. Come ci si potrebbe sperare che da questa sola concezione del mondo naturalistico potrebbe venire fuori qualcosa che è così necessario all’umanità, cioè un’animazione, un rinfresco di questi concetti. Proprio in questo ambito importante della vita umana non può essere così. Vogliamo chiarirci questo a noi con un concetto che vogliamo afferrare scientificamente in senso spirituale.
La mera osservazione dello scheletro umano mostra già qualcosa di straordinariamente importante, qualcosa che potrei dire di grandioso. Se si guarda lo scheletro umano allora si ha la testa che effettivamente è solo poggiata sul resto dello scheletro del tronco; è un mondo per sé. L’altra parte dello scheletro è completamente formata diversamente. Non appena si applica la dottrina della metamorfosi di Goethe allora si ottiene la trasformazione del tronco nello scheletro della testa, ma lo scheletro della testa è formato sfericamente, la testa è un’immagine dell’intera sfera del mondo. L’altro è più formato in forma di luna. Questo è qualcosa di straordinariamente essenziale e ci indica che se vogliamo ottenere dalla forma dell’uomo concetti fecondi, dobbiamo guardare a qualcosa che già è suggerito nella forma. La nostra scienza della natura è meravigliosa, ma è analfabeta riguardo alla conoscenza del mondo. Procede come qualcuno che non legge le pagine di un libro, ma le descrive: A è così, B è così —, cioè non legge, ma solo descrive le lettere. Bisogna però procedere alla lettura, bisogna capire non solo descrivere le forme della natura come fa la scienza della natura, ma interpretarle nelle loro relazioni, nelle loro transizioni. Allora si arriva dalla lettura delle forme naturali e dei fenomeni naturali a risolvere il significato del mondo. Certo, le persone che sentono questo oggi e con le loro teste grosse sono completamente immerse in questo analfabetismo trovano una cosa simile quando si dice terribilmente orribile. Se ne potrebbero portare buoni esempi di come si trova orribile quello che è derivato dalla spina dorsale umana, che però può essere esteso a tutto l’organismo umano. L’uomo è una natura duale, e questa natura duale è già espressa nel contrasto pervasivo tra la testa e il resto dell’organismo.
Se ora si entra scientificamente nei significati attraverso questo dualismo — si potrebbero indicare ancora altri elementi costitutivi, ma oggi non si tratta di questo — allora si può già leggere straordinariamente significative dalla mera forma dell’uomo se solo si entra veramente in esso. Scientificamente si può riconoscere che questa testa umana dalla nascita attraverso la vita terrestre fisica compie uno sviluppo che si differenzia dallo sviluppo del resto dell’organismo esattamente come la testa per forma si differenzia dal resto dell’organismo. È molto interessante seguire il fatto che questa testa si sviluppa da tre a quattro volte più velocemente del resto dell’organismo. Se si osserva il resto dell’organismo allora lo si può nominare con un nome comune, nella misura in cui è principalmente organizzato dal cuore, così che si ottiene un contrasto tra l’organismo della testa e l’organismo del cuore. Questo organismo del cuore si sviluppa veramente da tre a quattro volte più lentamente dell’organismo della testa. Se fossimo solo testa allora saremmo all’incirca nel ventisettesimo, ventottesimo anno già vecchi, in modo da prepararci a morire, perché la testa si sviluppa così velocemente. L’altro organismo si sviluppa quattro volte più lentamente, e così viviamo fino negli anni settanta, ottanta. Ma questo non cambia il fatto che effettivamente portiamo uno sviluppo della testa e uno sviluppo del cuore, che portiamo in noi queste due nature. Il nostro sviluppo della testa è anche normalmente completamente concluso nell’ottantottesimo anno; la testa non si sviluppa più oltre. Quello che si sviluppa allora è il resto dell’organismo. Invia anche da sé raggi di sviluppo nella testa. Chi sa osservare solo la forma, le caratteristiche dello sviluppo della forma, potrebbe da cose esterne non arrivare a questa cosa stessa, però fino alla conferma. A questa si deve arrivare attraverso la scienza dello spirito. Ma vedete, chi non ha osservato un piccolo bambino e si è detto quando l’ha rivisto più tardi: questo bambino solo negli anni successivi è diventato così simile a questo o quello. — Questo è collegato al fatto che le forze ereditarie stanno effettivamente nel resto dell’organismo. La testa è completamente formata dal cosmo; e solo quando le forze ereditarie lavorano dal resto dell’organismo in fuori, il che procede più lentamente, allora anche la fisionomia della testa si assimila al resto dell’organismo. Questo è solo un esempio di come da fatti esterni può essere confermato quello che la scienza dello spirito trova. È significativo che ci teniamo fermo: la testa nella sua formazione compie un cammino molto più veloce del resto dell’organismo.
Vedete, non aveva tanta importanza sapere questo nei tempi precedenti quando gli uomini erano più non-liberi, erano più guidati. Allora le buone potenze spirituali hanno regolato la faccenda. Allora hanno stabilito in certo senso l’accordo tra il tempo dello sviluppo della testa e il tempo del resto dello sviluppo, l’hanno messo in armonia. Ora comincia il tempo in cui l’uomo stesso deve provvedere a che cose simili stiano in armonia. Perciò l’uomo deve capire correttamente cose simili, deve entrarvi, e commette peccato contro lo sviluppo se non lo può fare. E abbiamo un’area importante della vita umana dove contro queste cose si commettono terribilmente peccati. Questo peccato ora sporadicamente perché siamo dalla fine dell’ultimo terzo del 19° secolo dentro viene all’espressione. Verrà all’espressione in modo terribile se gli uomini non possono comprendere gli impulsi spirituali. Oggi viene all’espressione inizialmente nel seguente modo: non si considera che all’uomo deve essere dato qualcosa se deve svilupparsi normalmente che tenga conto del fatto che il suo sviluppo della testa procede da tre a quattro volte più velocemente di quello del resto dell’organismo. E un’area in cui questo viene all’espressione in modo particolarmente dannoso è quella dell’educazione, dell’istruzione, per i seguenti motivi: sotto l’influenza della concezione del mondo naturalistico si sono sviluppati concetti che gradualmente sono diventati meri concetti per la formazione della testa che non danno nulla al resto dello sviluppo, concetti che sono acquisiti nel tempo in cui la testa si sviluppa, che non possono essere assunti nel tempo in cui il resto dell’organismo si sviluppa.
Con questo è detto straordinariamente molto. L’epoca ha gradualmente sviluppato solo idee che occupano la testa che lasciano il cuore freddo e vuoto. Vengono oggi già, come detto, sporadicamente; ma le cose si diffonderanno sempre di più. Si può fare la prova se si può osservare la vita. L’uomo è infatti attraverso la duplicità della sua formazione della testa e del cuore dipendente dal fatto che nella sua gioventù non riceva solo una formazione della testa. Nella gioventù viene principalmente in considerazione la testa perché il resto si sviluppa più lentamente. Se si volesse educare l’uomo altrettanto per il resto quanto per la testa, allora si dovrebbe mantenerlo a scuola il resto della vita. Si può nell’educazione scolastica solo trattare la testa. Ma oggi si tratta la testa in modo tale che questa testa spiritualmente non può restituire nulla al resto dell’organismo. Il resto dell’organismo infatti dà costantemente i suoi impulsi ereditati in tutta la vita alla testa, altrimenti moriremmo a ventisette anni perché la testa è predisposta per questo. Ma altrettanto la testa dovrebbe restituire quello che è stato coltivato in essa. Che l’istruzione odierna non colpisca questo si può provare affacciando la domanda: non è così che oggi gli uomini che hanno ricevuto l’istruzione scolastica nel corso della vita si ricordano solo di quello che è emotivo? — Non fanno neanche questo per lo più ma sono contenti se tutto rapidamente si può dimenticare. Questo significa solo che il resto dell’organismo guarda la formazione della testa. Se il resto dell’organismo dalla testa come essenza vitale ricevesse quello di cui ha bisogno non ci si ricorderebbe solo da memoria, ma si guarderebbe all’indietro a quello che l’insegnante ci ha dato come a un paradiso verso cui si pensa ogni ora nella vita ulteriore con intima soddisfazione, con affezione ci si immerge sempre di nuovo e in cui si ha una fonte di ringiovanimenti. Sarebbe una fonte di ringiovanimento se contenesse formazione del cuore non solo formazione della testa. Allora l’uomo per tutta la vita per il resto dell’organismo che si sviluppa quattro volte più lentamente avrebbe da l’insegnamento dell’infanzia dalla scuola qualcosa che a sua volta agirebbe sull’organismo. Oggi questo inizia soltanto e diventerà sempre peggio e peggio. Gli uomini diverranno presto senili perché al massimo da memoria si ricorderanno di quello che hanno assunto solo per la testa e che ha significato solo fino al ventisettesimo anno. Dopo rimane indietro, inutile da cui ci si ricorda all’indietro; e l’uomo invecchia. Diventa presto spiritualmente senil internamente perché la formazione della testa non è idonea a tracimare nello sviluppo del cuore quattro volte più lento.
Queste cose devono essere considerate. Se però devono essere considerate allora la nostra educazione scolastica deve diventare totalmente diversa, allora deve avere al posto dei concetti morti che oggi regnano concetti viventi. Per una teoria di Kant-Laplace gli uomini si ricorderanno sempre in modo tale da invecchiare. Quello che veramente è: il punto di partenza spirituale-psichico del nostro universo da cui il fisico ha prima sviluppato se stesso quando è correttamente elaborato nel materiale scolastico sarà una fonte di ringiovanimento per la vita intera. Ed è possibile configurare il materiale scolastico non solo attraverso il metodico ma attraverso una rielaborazione completa in senso antroposofico in modo tale che l’uomo abbia in tutta la vita qualcosa che non si ricordi solo mentalmente indietro ma che sia una fonte di ringiovanimento costante per la vita. Deve essere consapevolmente realizzato che gli uomini non quando hanno appena cinquant’anni sono senili ma che internamente spiritualmente possono ancora attingere da quello che hanno assunto nella gioventù; che possono avere in quello che hanno assunto da bambini una fonte di rinfresco un sorso di rinfresco. Ma allora deve essere dato in modo tale che non valga solo per lo sviluppo della testa ma che valga per lo sviluppo dell’intero organismo umano che procede da tre a quattro volte più lentamente dello sviluppo della testa.
Comprendere cose simili significa: vivificare quello che per lo scienziato della natura e quindi anche per la nostra educazione generale sono concetti morti. Non sottovalutate la grande importanza sociale di quello che con questo è detto. Potreste credere che abbia solo significato dove la scienza della natura nel senso stretto agisce. Questo non è vero. La scienza della natura agisce l’intera educazione odierna l’intera ampiezza dello sviluppo dell’umanità attuale. Questi concetti naturalistici si estendono fino nei fogli domenicali; e persino colui che solo dai suoi fogli domenicali assume tutto quello che costituisce la sua fede oggi la vera e propria fede che simula di fronte alla sua chiesa o al suo incarico è oggi infetto dalla scienza della natura che può fornire solo il morto anche se questo morto può essere considerato nel modo più spirituale. Queste cose devono essere chiaramente comprese.
Vedete dunque: nell’antroposoficamente orientata scienza dello spirito non si tratta veramente di solo qualcosa che può soddisfare la curiosità soggettiva ma di qualcosa che deve far incisione profonda nel nostro intero sviluppo del tempo. E di nuovo questo intromettersi nel nostro sviluppo del tempo per la nostra consapevolezza che può essere educata nell’antroposofia è collegato con la conoscenza di quello che dagli anni 1841 al 1879 e fino al 1917 si è svolto soprasensibilmente e sensibilmente nello sviluppo dell’umanità al di sopra del piano fisico e sul piano fisico. Non si possono prendere seriamente queste cose. Perché non è stato preso sul serio molto riguardo molto nel tempo recente. E proprio in questo dovrà consistere la guarigione dell’umanità che gli uomini di nuovo si degnino di assumere sensazioni concetti sentimenti sullo sviluppo del mondo. Si rifletta proprio un’occasione su queste cose!
Se si guarda agli ultimi decenni indietro: cosa ha veramente fatto la maggior parte del mondo con le questioni di visione del mondo con grandi questioni di visione del mondo? Ha al massimo fatto popolarizzare per sé i concetti naturalistici in qualche modo si è fatta illustrare varie cose possibili da questi concetti naturalistici che si è lasciata popolarizzare con i mezzi del tempo moderno. Se si è potuto annunciare che qualcosa dalla scienza della natura sarebbe presentata con diapositive allora si è creato grande sensazione e si è ricevuta attenzione particolare. Cosa ha veramente fatto proprio lo strato della società che detta il tono con le questioni di visione del mondo in tempi recenti? Ci si è interessati moltissimo se qualcuno poteva raccontare quello che aveva vissuto come esploratore del Polo Nord quello che aveva vissuto come ricercatore del Brasile. Questo non deve essere biasimato che ci si interessi per questo. Se uno parla del fatto che poteva in qualche modo risolvere i misteri del germe dell’uovo del maggio così ha sentito la necessità che come persona educata bene alla borghese del tempo recente si appartenesse a tali conferenze anche se dopo cinque minuti a meno che non vi fosse una diapositiva che vi ha svegliato era caduto nel dormiveglia. Ma la vera volontà di elevare l’idea umana a una visione del mondo dove sta effettivamente? Dove esisteva questo è molto caratteristico e proprio su di esso oggi ognuno è forzato a riflettere. Dove ci sono stati per decenni i dibattiti di visione del mondo più vivaci il più vivace interesse in questioni di visione del mondo? Dove i social-democratici hanno avuto i loro incontri. Lì si sono formate visioni del mondo. Questo solo non lo si sa negli altri strati della società perché si evita se possibile di conoscere veramente la vita umana.
Ma quale visione del mondo si forma presso i social-democratici? Una che lavora solo con gli stessi concetti che sono misteriosamente inseriti nelle macchine; una visione del mondo che sviluppa concezioni sul mondo solo nel meccanico: materialismo storico concezione materialista della storia concezione materialista della vita umana comunitaria. Li si può leggere in qualsiasi rivista socialista. La maggior parte non lo fa ma sarebbe del tutto utile per informarsi. Quelle persone che sono state spinte dentro le macchine che da mattina a sera non hanno nient’altro a che fare e che quando la sera si allontanano dalle macchine hanno a che fare di nuovo con un’istituzione sociale che è effettivamente un’immagine della macchina hanno una visione del mondo che vede il mondo come se fosse una macchina. Hanno sviluppato una visione del mondo che non calcola nulla di individuale che tende tutto sopra il concetto equalizzante del morto. Si ha un proverbio abbastanza buono una verità: la morte rende tutti uguali —; ma si potrebbe anche dire: una visione del mondo che si occupa solo del meccanico del morto rende anche tutto uguale estingue tutta l’esistenza individuale tutta la vita
da. — Così tutta l’esistenza individuale tutta la vita sarebbe estinta da quella visione del mondo che dalla macchina prendesse il suo ideale. Finché la faccenda non è diventata seriamente grave gli uomini hanno lasciato che queste cose passassero su di loro sognando dormendo si sono comportati in modo tale da rifiutare tutte le questioni di visione del mondo e gradualmente hanno perso il collegamento con tutti gli impulsi che possono penetrare la vita comunitaria umana la vita educativa umana in modo comprensivo. E fondamentalmente nel tempo recente in questioni di visione del mondo c’è stato lavoro solo dove si avevano concetti meccanici. La scienza stessa ha dato solo concetti meccanici. Se prendete il libro di Theodor Ziehen che è un libro modello per la scienza moderna leggete i capitoli conclusivi allora vedrete che appartiene anche a quelli che dicono: la scienza della natura non può arrivare a concetti che danno etica morale estetica; ma poi vengono comunque sviluppati concetti che dicono che tutto quello che non è scienza della natura è solo roba sognata. Fra le righe tutto quello che non è naturalistico viene diffamato. Lì Theodor Ziehen alla fine ancora graciosamente dice: concetti come libertà come etica morale e così via questi devono venire da altri lati; solo il concetto di responsabilità questo dovrebbe propriamente la vera scienza rifiutare. L’uomo non potrebbe essere responsabile non più di quanto qualsiasi fiore possa essere responsabile della sua bruttezza. — Questo è naturalisticamente assolutamente giusto se si sta unilateralmente sul terreno della scienza della natura se si applicano meri concetti del morto. Ma allora si applicano concetti che non arrivano neanche al vivente tanto meno all’Io.
È interessante come Theodor Ziehen parla dell’Io. In questi discorsi che sono stati annotati e poi stampati così che hanno mantenuto il tono del discorso dice sull’Io: signori è un concetto complicato l’Io; se pensate che cosa effettivamente intendete con la parola «Io» su che cosa arrivate? Prima sulla vostra fisicità. Dopo sui vostri rapporti di parentela. Dopo sui vostri rapporti di proprietà. Allora pensate al vostro nome e al vostro titolo — gli ordini li omette — dopo …, bene a un mucchio di cose simili. E quello che taluni psicologi hanno sviluppato egli pensa è solo una finzione. Sì lo scienziato della natura quando parla dell’Io non può arrivare a nient’altro che a quella cui effettivamente nessun uomo pensa quando prende la cosa seriamente quando afferra l’Io. Ma è serio il fatto che quello che in concetti è stato sviluppato solo dal morto deve necessariamente portare all’uccisione alla distruzione alla desolazione della vita. Una teoria che è stata fatta dalla macchina morta come teoria sociale di visione del mondo quando è introdotta nella vita non agisce costruendo ma distruendo. L’umanità non si è decisa a comprendere questo; deve quindi viverlo all’estremo. Perché cosa è accaduto? In quel territorio dove una volta sorgeranno fonte di impulsi immensi per il futuro a Oriente la teoria del morto la continuazione della visione del mondo meccanica nei punti di vista sociali nel leninismo e nel trotzkismo agisce distruttivamente.
Considerate la faccenda solo molto seriamente. Colui che lascia valere solo il morto anche nell’uomo solo il morto per quanto grande sia uno studioso come Theodor Ziehen se parla dell’Io della responsabilità come Theodor Ziehen allora il suo corretto interprete sociale non è lui stesso — che non se l’attenta — ma Lenin e Trotsky sono quelli che traggono la giusta conseguenza per la società umana. Quello che Lenin e Trotsky attuano sono le conseguenze di quello che è già coltivato dalla pure concezione del mondo naturalistico. Perché questa concezione del mondo naturalistico però fa compromessi con quello che non è conseguenza di questa visione del mondo solo perciò perché non trae la conseguenza non diventa leninismo e trotzkismo.
Ma si tratta di questo che le cose siano prese nel senso della realtà. Quello che non è vero agisce come qualcosa di oggettivo. I pensieri sono realtà non sono mere concezioni. Si può non solo dire: anche se nessun uomo sa di una bugia essa agisce comunque come potenza. — Questo è vero ma un’altra cosa è vero: se una bugia esiste che non si considera come una bugia questo non cambia l’effetto; essa agisce nel mondo reale come una bugia. E per quanto ben intenzionata essa agisce comunque come una bugia.
Ci sono oggi già opere — forse l’ho menzionato anche qui — che dal punto di vista della giusta scienza attuale della natura trattano la questione di Cristo Gesù. Libri molto interessanti perché procedono in modo senza compromessi. Soprattutto un libro danese. Ce ne sono anche altri che effettivamente dicono quello che il contemporaneo psicologo il contemporaneo psichiatra che pensa naturalisticamente deve pensare di Cristo Gesù. Che cosa diventa allora Cristo Gesù? Diventa un epilettico un uomo patologico una natura malata predisposta. E i Vangeli vengono interpretati così che si vede in ogni capitolo: sono storie di malattia. Questo è naturalmente tutto sciocchezza; ma che sia sciocchezza questo a dirlo ha oggi solo diritto chi afferra la cosa spiritualmente. Colui che lascia valere oggi la psicologia e la psichiatria naturalistico dal suo punto di vista questa dottrina di Cristo è la giusta perché trae lì la giusta conseguenza. E una persona che così parla come contemporaneo psichiatra è ancora un uomo migliore un uomo più vero un uomo più onesto di colui che assume la psichiatria odierna e tuttavia nel senso opposto pensa a Cristo nel senso di quei pastori o preti che estesamente lasciano valere la scienza della natura eppure traggono i compromessi.
Una bugia agisce anche se è così devotamente drappeggiata perché è una potenza reale. Soprattutto oggi è necessario che non si copra la vita con compromessi ma che si affronti dappertutto quello che è necessario affrontare da determinate premesse. Se il moderno psichiatra oggi non vuol vedere Cristo come epilettico come pazzo che secondo la psichiatria odierna sarebbe deve abbandonare la psichiatria come è oggi sviluppata; allora deve mettersi sul terreno della scienza dello spirito. Se gli uomini oggi potessero davvero mettersi in modo nettamente circoscritto sul terreno di quello che può essere conosciuto allora avremmo con quello che può essere conosciuto finalmente i giusti impulsi per quello che deve operare oltre.
In questi giorni mi è stata messa una scarpetta in mano su un libro che mi era però già noto che comunque ha causato lo spavento della signora — perché una signora deve essere — In questa scarpetta viene comunicato quello che Alexander Moszkowski ha scritto. Non ho il libro qui ma dalla scarpetta potete capire il contenuto del libro: «Chiunque abbia mai pressato i banchi di un ginnasio dimenticherà le ore in cui godeva in Platone i dialoghi fra Socrate e i suoi amici orribili a causa della favolosa noia che emanava da questi dialoghi. E forse ci si ricorda che ci sembrassero i dialoghi di Socrate veramente banalmente stupidi; ma naturalmente non osavamo esprimere questo punto di vista perché finalmente l’uomo di cui si trattava era Socrate il filosofo greco>. Con questa completamente ingiustificata sopravvalutazione del bravo ateniese il libro
Naturalmente il contemporaneo uomo della transazione dirà: bene abbiamo imparato abbastanza da Socrate è un grande uomo e non un idiota; allora viene Moszkowski e dice qualcosa simile! — Ma oggi è necessario avere un pensiero completamente diverso su una cosa simile. Chi conosce Moszkowski sa che questo Moszkowski nel pieno senso della parola sta sul terreno della concezione del mondo naturalistico fino alla teoria dei quanti su questo terreno cioè sta sull’ala più esterna della contemporanea concezione del mondo naturalistico. E deve dirsi che questo Moszkowski è un uomo molto più onesto degli altri che anche credono di stare sul punto di vista della concezione del mondo naturalistico e tuttavia non pensano che debbono considerare Socrate per uno sciocco che non ha niente da dire ai concetti importanti per la visione del mondo; che tuttavia traggono i compromessi mettono Socrate come grande uomo.
È questo che le cose oggi non si raddrizzano dalla semplice ragione che non si ha il senso della verità affrontare senza compromessi la conseguenza dappertutto. E colui che oggi vuol lasciar valere Socrate non deve lasciar valere le premesse che Moszkowski fa.
Ma questo è difficile ed è stato difficile già da tre a quattro secoli. Perciò si è lasciato andare la faccenda fino a che si è sviluppata fino a quello che è diventato negli ultimi tre quattro anni. Le cose devono essere affrontate nel loro carattere fondamentale psichico-spirituale lì dove i loro impulsi veramente più profondi stanno. Questo deve essere affrontato quello che oggi è particolarmente necessario affrontare: che la verità e il senso della verità principalmente entrino nelle anime degli uomini! Allora le cose che sono poste in questa luce del senso della verità che sono illuminate da questa luce del senso della verità potranno mostrare il loro vero volto. Allora si sarà costretti semplicemente perché si vede il vero volto delle cose a venire alla scienza dello spirito. Perché il presente parla molto e parla in modo penetrante e le cose possono essere imparate come le questioni di educazione le questioni di insegnamento oggi devono essere studiate dalla scienza dello spirito. Come per l’insegnamento per l’educazione è importante la questione sul diverso tempo della formazione della testa e del cuore così ci sono molte questioni che per la vita sociale per la vita storica per la vita giuridica sono fondamentali importanti significative. Dobbiamo solo venire fuori da quello in cui ci siamo scavati dentro dalla terribile fiducia di autorità verso quello che la sola concezione del mondo naturalistico dà. Questo è già necessario per il nostro tempo. Quello che la concezione del mondo naturalistico «veramente» chiama dà concetti che non potranno mai salire nell’ambito della vita umana comunitaria. Sotto questo errore vive oggi l’umanità. Se si considerano le cose più profondamente si vede questo.
Questo è quello che oggi volevo dirvi. Che ora ogni singolo ne tragga la conclusione che si tratta di aprire gli occhi di illuminare le cose con la luce che possiamo trovare dalla luce della scienza dello spirito stessa.
Ho ieri parlato di come quello che è il nostro sviluppo appaia all’Orientale. In molti aspetti l’Orientale vede proprio quello che è il compromesso lo sconsiderato con il suo ingenuo capacità spirituale intuitiva. E da eminenti Orientali ce ne sono proprio ora concezioni critiche che sono significative interessanti da seguire. Sempre di più si formano a Oriente le concezioni che l’Oriente deve prendere in mano l’ulteriore sviluppo dell’umanità. Queste concezioni come potrebbero essere annullate se ci fosse di più il senso per quello che di qui viene annunziato come scienza dello spirito! Ma allora questo senso deve anche essere veramente vivo; non si deve solo voler avere qualcosa di interessante della scienza dello spirito da cui uno si prepara un godimento interiore psichico ma si deve voler avere qualcosa che penetra la vita intera. E si deve poter avere la concezione che attraverso le conoscenze della scienza dello spirito i concetti sociali morali i concetti dei diritti possono veramente essere affrontati. Quello che l’umanità ha pensato sotto l’influenza della concezione del mondo naturalistico per decenni non è all’altezza dello spirito che regna nella realtà. No è al massimo all’altezza di quelle concezioni che formano oggi gli uomini che la mia interamente il mondo spiritualmente perché i loro concetti li prendono solo dal mondo del morto. Tempi futuri in cui si penserà di nuovo più obiettivamente su queste cose in cui le passioni si saranno spente che oggi guidano e dirigono così spesso i giudizi tempi futuri — io sono completamente convinto che potrebbe essere così — diranno: una delle caratteristiche più importanti dell’epoca intorno al 1917 era che la visione del mondo che è pensata solo per la testa e che effettivamente guida l’uomo verso la senilità è diventata una visione del mondo scolastica. — Sì, la chiameranno in futuro — il futuro forse ancora lontano — wilsonismo agganciandosi al grande maestro di scuola da cui una gran parte dell’umanità oggi vuol farsi insegnare una visione del mondo sociopolitica. Non invano è la mera saggezza scolastica che non sogna nulla di spirituale oggi una delle più importanti potenze politiche nella forma del wilsonismo. Questo è importante è un sintomo estremamente significativo del tempo. È solo non possibile parlare oggi veramente dettagliatamente e completamente e onnicomprensivo di queste cose. Ma dalle mie indicazioni odierne avrete compreso quanto sia importante tentare di comprendere queste cose penetrante come sia infinitamente importante affrontare queste cose non solo da affetti da emozioni ma dalla conoscenza.
Forse ho già menzionato anche qui una volta lo cito di nuovo perché è importante: adesso non è difficile esprimersi su Wilson entro l’Europa centrale; ma posso indicare come in un ciclo che è stato tenuto molto prima di questi eventi quando il mondo intero inclusa l’Europa centrale ammirò Wilson l’ho caratterizzato esattamente allo stesso modo di adesso. Si tratta di che si avvicini agli impulsi che dominano il tempo presente che dominano il tempo presente anche come errori da fonti molto più profonde. Proprio nel nostro ambito antroposofico i nostri amici hanno avuto l’occasione di vedere come molto prima che ci fosse una spinta esterna a vedere le cose nella giusta luce sempre di nuovo e ancora è stato indicato il giusto. Possano le persone in futuro comprendere meglio queste cose che si sono decise di comprenderle in passato! E questo l’affido al vostro cuore: molte cose che vengono portate in luce nel campo della nostra scienza antroposofica sono ancora infinitamente meglio da comprendere di quanto si siano decisi di comprenderle finora. Possono penetrare ancora più profondamente nei cuori e nelle anime degli uomini e essere risvegliati a una vita più intensa di quanto sia accaduto finora. Che accada! Perché quello che accade attraverso questo sarà già collegato con molte cose che veramente non per il danno ma per il bene dello sviluppo futuro dell’umanità può accadere per la correzione di molte cose che sono state trascurate e che forse continueranno a essere trascurate se si vuol solo ascoltare quello che può essere acquisito fuori dalla scienza dello spirito. Anche fra i nostri amici molti hanno una contabilità doppia della loro vita. Una l’hanno nelle considerazioni antroposofiche e nei libri per l’uso privato del cuore e dell’anima per ottenere qualcosa da esso. L’altra contabilità è per la vita fuori dove danno ascolto unicamente e solamente all’autorità naturalistico. Spesso non si nota che è così; ma è bene in queste cose consultarsi un po’ consapevolmente con l’anima affinché ci sia armonia tra queste due contabilità. La vita dell’uomo non può essere gestita che in un senso. Anche nella concezione del mondo naturalistico lo spirito deve penetrare. E anche la vita religiosa deve essere penetrata da quella luce che può essere acquisita dalla scienza dello spirito. Affrontate queste cose come sembrano esser state dette e intese qui e che apparentemente conducono le considerazioni del tempo fino a altezze soprasensibili così da poter essere fatti afferrare vivamente nelle vostre rappresentazioni. Allora già vedrete che con la formazione antroposofica non è solo formazione della testa che con essa può essere data la formazione del cuore per l’umanità. È già formazione del cuore. Serve già l’umanità intera non solo quell’umanità che effettivamente potrebbe morire a ventisette anni. Serve già a rendere l’uomo coraggioso di fronte alla vita abile di fronte alla vita per tutta la vita. Senile nervoso inarmonica lacerato diventerà quella formazione che l’uomo che non presta attenzione al diverso tempo dello sviluppo della testa e del cuore. Guarda nella vita lo troverete confermato perché la vita può essere un grande maestro riguardante la conferma di quello che la scienza dello spirito orientata in modo antroposofico tira giù dalle altezze spirituali. Mettete insieme tutto quello che è stato parlato soprattutto quando è stato parlato da punti di vista come oggi come rivolto al vostro cuore miei cari amici per la formazione del nostro cuore attraverso lo spirito del mondo; e tenete insieme quello che deve essere il legame che ci tiene insieme come membri del nostro movimento. Così vogliamo lavorare insieme e così vogliamo prenderci il proposito di continuare a lavorare ognuno al suo posto il meglio che può.
Ho già qui richiamato l’attenzione sul fatto che si continui a sentire sempre di nuovo un’obiezione contro l’occuparsi con verità scientifiche dello spirito, un’obiezione che d’altronde porta sulla fronte il marchio che proviene da un’eccessiva comodità dell’anima umana. È l’obiezione di coloro che dicono: certo non nego che l’uomo quando abbia traversato la porta della morte entri in un altro mondo, un mondo spirituale; ma come è costituito questo mondo spirituale come stanno le cose con questo mondo spirituale questo voglio aspettare! Qui su questa terra bisogna dedicarsi ai propri doveri materiali allora si vedrà come vanno le cose in un altro mondo quando si è trasportati in questo altro mondo. — Non si può negare che questa obiezione è molto comoda. Però esaminarla con cura è conveniente per chi si interessa di verità scientifiche dello spirito perché attraverso un tale esame può essere confermato nella concezione della necessità di veramente occuparsi con verità scientifiche dello spirito. Per farvi questa considerazione io direi davanti all’anima vogliamo oggi di nuovo da un certo punto di vista richiamarci alla mente le relazioni che esistono tra la vita umana qui e la vita umana che fra la morte e una nuova nascita scorre.
Siamo chiari al riguardo che l’uomo mentre qui nel corpo fisico cammina attraverso la vita assume nella coscienza ordinaria solo una parte di quello che è collegato con la sua vita perché continuamente procedono cose che sono collegate con la nostra vita ma che non passano accanto a questa nostra vita in modo così che ce le portiamo chiaramente e nitidamente alla coscienza ordinaria. Ci portiamo a coscienza le cose mezzo e mezzo non però la portata intera che questi fatti della vita quotidiana hanno per noi. Pensate una sera sul vostro lavoro del giorno pensate soprattutto a quali posti — potremmo scegliere qualcos’altro ma prendiamo questo — avete visitato e a quali uomini siete così giunti vicino. Tutto questo ha per voi un grande significato infatti il vostro ambiente immediato si riflette nella vostra anima. E di molte cose che si riflettono così nell’anima veramente il minimo viene alla consapevolezza nitida nella vita quotidiana. È un grande differenza se diciamo siamo stati stamane alle nove presso la stazione di Stoccarda oppure eravamo fuori nel bosco perché in entrambi i casi qualcosa di completamente diverso si è riflesso nella vostra anima; qualcosa di completamente diverso vive nella vostra anima in entrambi i casi. Noi ordinariamente non ci rendiamo conto che questo ha un significato profondo. Solo da accenni leggeri della vita potremmo spesso trarre il significato di tali cose. Prendiamo solo il seguente; potete constatarlo — naturalmente non in questo caso ma in altri casi — se prestate un po’ di attenzione alla vita. Supponiamo che siete venuti stasera qui. Qualcuno nel primo banco avrebbe avuto motivo di lasciare la sala prima che avessi finito di parlare qui; si alza si muove lungo la fila e esce. Qualcuno nel terzo banco l’ha visto ma suppongo che questo nel terzo banco ha ascoltato con attenzione — cosa che succede anche vero? — e ha al suo solito dire quasi solo per metà questo individuo che è uscito passare. Potrà notare che forse straordinariamente poco sogna di quello che ho parlato qui. Perché probabilmente se si potesse fare una statistica gli uditori stimati che terribilmente molto sognano di quello che qui è stato parlato non sarebbero così numerosi. Ma vedrete facilmente — forse non in questo esempio ma in uno simile — che sognate di colui che si è alzato ed è uscito. Questo significa: noterete in numerosi casi della vita che proprio nella consapevolezza dormiente afferrate proprio quelle cose che durante il giorno sfuggono fluttando alla vostra consapevolezza.
Su questo si basa il fatto che gli uomini sanno così poco di ciò che hanno sognato. Perché la maggior parte di quello che viene sognato è di tale tipo che durante il giorno passa quasi inosservato. Quello che è completamente chiaro nella consapevolezza nella maggior parte dei casi si sogna molto poco. Solo allora si sogna quando è collegato con certi sentimenti certi sentimenti che a loro volta non ci portiamo chiaramente e nitidamente alla consapevolezza. E al risveglio l’uomo si ricorda così poco dei sogni perché proprio quello che ha sognato nel tempo di vita precedente poco ha curato. È collegato anche alla bassa capacità di ricordo dei sogni. Insomma quello che voglio dire è questo che innumerevoli cose passano accanto alla vita umana che entrano solo molto fugacemente nella consapevolezza ma che hanno un grande significato se rimangono nell’inconscio o nel subconscio per la vita psichica umana. Tutto quello che così direi fra le righe della vita scorre ha innanzitutto grande significato quando l’uomo ha traversato la porta della morte.
Abbiamo più volte dovuto descrivere questo tempo che l’uomo inizialmente fra la morte e una nuova nascita passa da numerosissimi punti di vista. Così sempre uno si mescola nell’altro e solo scegliendo i più diversi punti di vista si arriva a una certa completezza in questo campo. Tutto quello che inosservatamente passa accanto alla consapevolezza ordinaria viene allora svolto quando l’uomo ha traversato la porta della morte. E quello che allora l’uomo per lungo tempo per prima cosa sperimenta voglio chiamare lo svolgimento delle immagini. È essenzialmente un passaggio attraverso esperienze della consapevolezza immaginativa quello che l’uomo qui passa. Un grande grande numero di immagini viene svolto sopra scene di vita che ci siamo molto poco portati alla consapevolezza. E da quello che di nuovo qui ci siamo portati alla consapevolezza viene svolto quello che qui dalla consapevolezza è stato poco toccato. L’altro che qui era consapevolezza nitida si manifesta più come ricordo dopo la morte come immagini di memoria come ricordo; ma quello che qui è stato poco considerato si svolge come in immagini di presenzialità.
Oggi è particolarmente importante attirare l’attenzione sul fatto che il primo terzo della vita fra la morte e una nuova nascita essenzialmente ha a che fare con questo svolgimento delle immagini essenzialmente ha a che fare con una vita in Immaginazioni. A queste Immaginazioni possiamo venire in aiuto stabilendo una connessione fra noi che siamo rimasti qui e coloro che come a noi legati karmicamente hanno traversato la porta della morte. — Allora viene il secondo terzo in cui questa vita geistig-psichica umana è più riempita dalle Ispirazioni. Lì si verifica il fatto che all’uomo diventa chiaro quale significato le immagini che per prima cosa ha vissuto hanno nell’interezza del nesso del mondo come si atteggia attraverso queste immagini nel nesso del mondo. Perché tutto quello che l’uomo vive ha significato per il nesso del mondo. Non bisogna credere che sia indifferente aver incontrato una volta una persona che forse poco si è considerata essere stata nella sua vicinanza. Viene svolto in immagini e quello che ha di significato nell’accadere totale del mondo viene rivelato in Ispirazioni nel secondo terzo della vita fra la morte e una nuova nascita.
Nel terzo ultimo la vita è principalmente una tale in Intuizioni. Lì l’uomo deve mettere se stesso in quello che nel suo ambiente geistig-psichico è. Lì l’uomo vive come immerso con la sua consapevolezza in quello che nel suo ambiente geistig-psichico è. E proprio in questo terzo ultimo attraverso questa immersione si prepara l’immersione nel corpo fisico dopo la nascita rispettivamente il concepimento. Le Intuizioni nel terzo ultimo della vita fra la morte e una nuova nascita sono l’introduzione a quella Intuizione che allora naturalmente è subconscia o incosciente che consiste nel fatto che l’uomo si immerge nel corpo che gli è affidato nel corso dell’eredità da genitori nonni e così via. E rimane all’uomo qualcosa quando egli ora dalla geistig-psichica mondo è passato nel mondo fisico. Pensate se affrontate questo che l’uomo effettivamente vive per lungo tempo in geistig-psichiche Intuizioni è abituato a vivere in tali così vorrà conservare qualcosa di questa abitudine quando è andato nel corpo fisico. Effettivamente lo fa. Perché cosa è — leggete nella piccola opera «L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito» — la principale aspirazione dell’anima nei primi sette anni di vita fino al cambio dei denti? Ho detto: passione per l’imitazione. Il bambino sempre tenta di fare quello che viene fatto nel suo ambiente; non parte da proprie intenzioni; si trasferisce nelle azioni di coloro che vivono nel suo ambiente e imita queste. Questo è l’eco delle Intuizioni nel terzo ultimo della vita fra la morte e una nuova nascita. Siamo perciò nati come esseri che imitano perché traduciamo nella vita fisica quello che per lungo tempo in modo geistig-psichico in un altro mondo laggiù abbiamo fatto. E si comprende come l’uomo cresce in questa vita fisica rivolgendo lo sguardo indietro a quello che l’uomo è diventato abituato a fare nel mondo spirituale.
Vedete qui davanti a voi un’idea della scienza dello spirito di tale tipo come molte devono venire per i prossimi secoli e millenni della vita spirituale umana. Questi pensieri si dovranno davvero cambiare molto rispetto a quello che fino a ora ha occupato spiritualmente gli uomini. Considerate che da ultimi secoli è diventato consueto quando si riflette sulla questione dell’immortalità principalmente pensare a quello che dopo la morte c’è. Si pensa sempre: l’uomo può quello che sviluppa nella vita fisica mantenerlo al di là della morte? — Questo è soprattutto importante per gli uomini. Questa questione dell’immortalità è certamente importante ma avrà un volto diverso quando si dice così direi si affronti l’altra metà della questione dell’immortalità quando non ci si interesserà: Cosa si collega alla morte e come si presenta come conseguenza della vita qui sulla terra? — ma quando ci si chiederà: Come si collega quello che qui nel corpo fisico sperimentiamo a quello che prima abbiamo sperimentato? — Per la vita che prima abbiamo sperimentato la nostra vita qui è l’al di là. Preferibilmente questa direzione riceverà il pensiero su questa parte. Gli uomini capiranno che possono comprendere la vita sulla terra qui solo se la comprendono come continuazione della vita spirituale da cui vengono. Inizieranno di nuovo a interessarsi a quella vita che ha preceduto la vita terrestre. Si può dire con eccezione dell’ultimo terzo del 19° secolo gli uomini nella vita spirituale si sono comunque ancora un po’ interessati alla questione dell’immortalità ma si sono interessati solo alla questione dell’immortalità nella misura in cui la vita spirituale nell’immortalità è una continuazione della vita terrestre. Gli studiosi filosofici hanno così fatto ma questi studiosi filosofici erano fondamentalmente, nonostante asserissero di fare scienza priva di pregiudizi, in molti aspetti delle persone miserabili che mentre credevano di fare scienza priva di pregiudizi non facevano altro che continuare i pregiudizi che provenivano da certi insegnamenti. Considerate che la Chiesa al tempo di Origene ha condannato la pre-esistenza dell’anima che ha condannato Origene perché ha insegnato questa pre-esistenza così che la Chiesa era in certo imbarazzo: c’era Origene il massimo padre della Chiesa e non era da negare che Origene ha insegnato la pre-esistenza. Questo però nella Chiesa è proibito. Si era in grande imbarazzo. Si è abituato per tutto il Medioevo di non insegnare la pre-esistenza. I professori di filosofia hanno finemente continuato questo e gli scrittori di filosofia anche ma hanno creduto di pensare senza presupposti. In altre questioni l’hanno fatto allo stesso modo in questioni per le quali ho già portato esempi qui. Ora bisogna innanzitutto chiarirsi che la direzione dei pensieri la direzione dell’osservazione umana attraverso la scienza dello spirito deve sperimentare un serio cambiamento. Questa vita terrestre apparirà per la prima volta con il valore giusto quando ci si renderà conto che è una continuazione di una vita spirituale. E può essere compresa solo se affrontata così. Ma allora se si considera la cosa così si otterrà anche un giudizio più sano per l’altro lato della questione. Quando ci si rende più chiaro che questa vita terrestre ha un significato per la vita nell’al di là che l’uomo nell’al di là aspira a venire qui sulla terra per avere questa vita terrestre perché ne ha bisogno allora si chiederà molto più proprio da tali presupposti dopo il valore di questa vita terrestre che non si è fatto finora.
Ma una cosa vi può particolarmente attirare l’attenzione su come è significativo chiedere il valore di questa vita terrestre. Due cose non sono spesso molto distinte l’una dall’altra cioè: l’uomo pensa — e: l’uomo ha pensieri. — Ma le due cose sono veramente molto diverse l’uno dall’altro. Pensare è una forza che l’uomo ha un’attività; e questa attività conduce per prima cosa ai pensieri. Bene la forza del pensiero questa attività che vive nel pensiero portiamo dal vita fra la morte e una nuova nascita in questa vita terrestre. Questa forza del pensiero azioniamo sulle percezioni esterne attraverso i sensi e ci facciamo i pensieri sulla circostanza che abbiamo qui. Ma queste cose nella nostra circostanza non hanno significato per la vita fra la morte e una nuova nascita perché lì non sono nulla. Esistono solo qui per i sensi. Perciò nemmeno i pensieri che ci facciamo qui sulle cose che sono stese davanti ai nostri sensi hanno significato per la vita dopo la morte; ma ha significato per la vita dopo la morte che forniamo al potere del pensiero qualcosa perché questo potere del pensiero rimane con noi per tutta la vita fra la morte e una nuova nascita. I pensieri che prendiamo dalle percezioni sensibili non possono fruttarci nulla dopo la morte. Servono solo a avere punti di appoggio per il ricordo dell’Io durante la vita fra la nascita e la morte.
Immaginate due uomini. Uno non si preoccupa affatto di quello che si può sperimentare attraverso qualcosa come la scienza dello spirito sulla vita nei mondi spirituali. Si fa pensieri solo su quello che i sensi offrono e su quello che insegna la scienza ordinaria; ma questo non è nient’altro che quello che offrono i sensi. E dice: Voglio aspettare come stanno le cose con il mondo spirituale finché non vi penetro. — Questi sono quelli potrei dire meno cattivi da un certo punto di vista rispetto a quelli che nel 19° secolo sono sorti e hanno creduto con tutta la forza della scienza di dovere negare addirittura un mondo spirituale secondo il detto che il poeta fa dire a tale uomo: Non c’è Dio in cielo come io sono ateo! — All’incirca da tale disposizione d’animo era nato talvolta l’ateismo del 19° secolo da tale «ricchi contenuti d’anima pensierosi» fuori. Ma prendiamo un uomo che semplicemente non si impegna a formarsi qui pensieri sulla scienza dello spirito. Sarebbe l’uomo. L’altro si impegna a formarsi pensieri sulla scienza dello spirito. Questi sono altri pensieri di quelli che si assumono attraverso i sensi. Non è vero che questi siano altri pensieri non è da negare. Perché si mostra già in questo: i pensieri per cui non si assume un mondo spirituale secondo l’opinione della maggior parte degli uomini oggi viventi sono i pensieri intelligenti i pensieri reali; i pensieri che la scienza dello spirito descrive sono i pazzi i fantastici i pazzeschi pensieri e così via.
Ma prendiamo questi due uomini. In quale situazione sono questi due uomini quando hanno traversato la porta della morte? Colui che qui non ha assunto pensieri sulla scienza dello spirito che quindi non ha lasciato nulla passare dalla sua anima di pensieri sui mondi spirituali è dopo la morte come un essere psichico nella stessa situazione di uno che ha un organismo fisico ma nulla da mangiare che deve soffrire la fame. Perché i pensieri che ci facciamo qui sui mondi spirituali sono il nutrimento per una delle principali forze che rimangono con noi dopo la morte: per la forza del pensiero. Questa forza del pensiero l’abbiamo come abbiamo qui la forza della fame ma nutrire il potere del pensiero tra la morte e una nuova nascita non è possibile affatto. Tra la morte e una nuova nascita possiamo avere Immaginazione Ispirazione e Intuizione ma non possiamo avere pensieri come tali. Li dobbiamo acquisire qui. Dobbiamo entrare nella vita fra la nascita e la morte per acquisire qui pensieri. Dai questi pensieri che qui abbiamo acquisito viviamo il tempo intero fra la morte e una nuova nascita e soffriremo fame di questi pensieri se non li abbiamo. Questa è la differenza. Un soffrire fame spirituale questo si è condannati a diventare per colui che qui non vuole farsi pensieri sui mondi spirituali. E uno che è capace di saziarsi e così di vivere fra la morte e una nuova nascita è quello che ho indicato come secondo quello che si forma tali pensieri come conduciamo qui. Se perciò il materialismo fosse unicamente e esclusivamente la concezione degli uomini allora gli uomini se posso usare l’espressione nel futuro fra la morte e una nuova nascita sempre più cadrebbero nel tifo della fame spirituale. La conseguenza sarebbe che entrerebbero attraverso l’incarnazione seguente atrofizzati nel mondo fisico. Il mondo spirituale si atrofizzerebbe e con il mondo spirituale il mondo fisico si atrofizzerebbe nel futuro che l’umanità ancora deve attraversare durante questo mondo terrestre. È riuscito a fare del «Dopo di noi il diluvio» una certa disposizione d’animo per l’umanità senza presagi che non sa di che cosa si tratta. Questo detto: Dopo di noi il diluvio — anche se non viene detto sta nel fondamento dell’anima in un’epoca materialistica. Questo detto non ha alcun senso per colui che conosce la realtà. Perché quello che l’umanità nel presente fa se vuole immergere le anime nei mondi spirituali o no questo è quello che getta il fondamento anche per il futuro dello sviluppo. La salvezza della terra stessa dipende dal fatto che l’umanità nel presente non smette di formarsi pensieri sui mondi spirituali. Coloro che vivono nel presente dovrebbero sempre più e più comprendere questo. Perché che il corso dello sviluppo dell’umanità sia spiritualmente compreso da questo dipende moltissimo.
Abbiamo tentato di sviluppare concetti importanti sui mondi spirituali perché alla fine i mondi spirituali si estendono nel nostro mondo fisico e non si può nemmeno comprendere il mondo fisico se non si comprendono i mondi spirituali. E abbiamo sviluppato i più vari concetti. Bene un uomo che veramente pensa arriverà a comprendere proprio questo momento significativo per la realtà di questo pensiero scientifico dello spirito. Semplicemente non si può comprendere l’intera realtà se si vuole pensare solo naturalisticamente come nemmeno si può comprendere l’esistenza materiale se si pensa solo naturalisticamente e non scientificamente dello spirito. Voglio dare un molto paradosso un strano esempio per questo.
Credo di aver anche qui poco tempo fa evidenziato che circa un anno e mezzo fa è apparso un libro denso piuttosto significativo di un eccellente ricercatore della natura contemporanea di Oscar Hertwig un allievo di Haeckel «Il divenire degli organismi; una confutazione della teoria del caso darwiniana». Questo è un libro eccellente che si trova totalmente all’altezza della ricerca naturale contemporanea. E mi sono avvalso di molte occasioni negli ultimi tempi per sottolineare qua e là l’elemento significativo il dominante. Perché anche storicamente è un libro curioso. Sapete che nell’anno 1869 Eduard von Hartmann si è presentato con la sua «Filosofia dell’Inconscio» allora nel periodo di fioritura del darwinismo che ha trovato il suo significato materialistico allora. Eduard von Hartmann si è opposto a questo. Poi i ricercatori della natura hanno gridato: Ebbene è un filosofo dilettante che parla di spirito e non capisce nulla di scienza della natura! — La cosa è andata come ho già più volte descritto. Un giorno è apparso un libro di cui persino lo studente di Haeckel Oskar Schmidt ha scritto: Finalmente qualcuno è venuto avanti che capisce qualcosa di scienza della natura. Quella ha veramente dato la sua risposta a Hartmann! Noi non potremmo dirlo meglio; che si nomini e lo salveremo come uno dei nostri! — Loro hanno fatto una pubblicità terribile. È stata necessaria una seconda edizione. Poi il nome dell’autore: era Eduard von Hartmann! Allora hanno smesso di farvi pubblicità.
È dovuta succedere una risposta simile per mostrare alla gente che quelli che parlano dello spirito sono ancora intelligenti come quelli che negano lo spirito. Eduard von Hartmann ha scritto diversi altri libri e ha evidenziato come il darwinismo pensa unilateralmente. Con questo non ha trovato molto consenso. Ma si può dire: Dopo una ricerca tranquilla ben educata proprio un uomo come Oscar Hertwig è arrivato a pensare così come Eduard von Hartmann ha già parlato nel 1869. Persino lo cita frequentemente nella sua opera. E tutto è costruito in modo esemplare in questo libro «Il divenire degli organismi». Si può davvero studiare un esempio paradigmatico di una cosa che potrebbe crescere dal metodo naturale contemporaneo è cresciuta da qui.
Ora vedete poco tempo fa dallo stesso uomo è apparsa una sorta di continuazione di questo libro: «A difesa del darwinismo sociale etico e politico.» Difficilmente si può pensare a un libro più stupido di questo che Oscar Hertwig ha seguito al suo primo capolavoro. Non si riesce a pensare a niente di più insufficiente a niente di più metallico di questo libro. Vedete sulla base della nostra scienza dello spirito è già necessario coltivare un certo senza autorità perché se i nostri cari amici dopo che ho veramente portato il libro veramente capolavoro alle stelle e continuerò sempre a farlo ora dovessero comprare il secondo libro per autorità e si dicessero: Dunque dobbiamo considerare questo come qualcosa di grande — allora si ingannerebbero molto. Quello a cui serve la nostra scienza dello spirito è: davvero coltivarci un giudizio libero in ogni direzione e in ogni momento essere pronti a stare liberi di fronte ai fenomeni che ci vengono incontro. La fede nell’autorità non può assolutamente essere coltivata neanche in questi angoli entro lo sforzo scientifico dello spirito altrimenti non viene fuori scienza dello spirito ma una caricatura della scienza dello spirito. Da dove viene quello che ho descritto? Viene dal fatto che oggi si può essere un grande ricercatore della natura epocale cioè essere in grado di sviluppare secondo i metodi del 19° e 20° secolo tutto quello che l’accadimento materiale e i suoi fenomeni riguarda; non appena però ci iniziamo a riflettere su quello che giace nella sfera umana su quello che vive nell’uomo quando gli uomini sono socialmente l’uno con l’altro quando vivono insieme eticamente-moralmente quando vogliono svilupparsi politicamente quando iniziamo a riflettere su quelle cose in cui l’elemento spirituale gioca dentro allora si può nonostante si sia un geniale ricercatore della natura essere una testa assolutamente stupida perché lì la scienza della natura per niente non serve. E proprio un simile esempio letterario è apparso nel nostro tempo per veramente stabilire questo che si può comprendere dalla scienza dello spirito; veramente mostrare nella realtà. Perché leggete questo secondo libro di Oscar Hertwig e noterete che in realtà non trovate nemmeno un pensiero su quello che si riferisce alla vita sociale etica politica come infatti appartiene del tutto al presente perché il presente non è proprio estremamente ricco di pensieri sociali etici e soprattutto politici fruttuosi. Ma ciò deriva anche dal fatto che il mero pensiero naturale è stato terribilmente sopravvalutato. E con questo c’è la migliore intenzione presso Oscar Hertwig; vuole allontanare questo pensiero naturale dal pensiero sociale etico e politico. Ma poiché egli non ha nulla su quest’ultimo non serve a nulla se respinge l’altro. In questo libro si trovano i più curiosi volteggi spirituali. Voglio attirare l’attenzione solo su uno sempre con il presupposto che il primo libro che ho citato è eccellente.
Gli uomini non se ne accorgono: Oscar Hertwig è un’autorità; il nostro tempo non è autoritario ma cade per ogni autorità che gli è ufficialmente messa davanti. Lì si lasciano insegnare; molte cose non li colpiscono. Ma Oscar Hertwig vuole nel secondo libro chiarire all’uomo cosa si deve fare per pensare correttamente naturalmente. Lo può fare ma non capisce cosa è. Si può fare anche istintivamente. I metodi sono magnifici; bisogna solo esserne educati non è necessario sviluppare in pensieri quello che si fa. Perciò Oscar Hertwig arriva al seguente strano pensiero. Parla di come si deve veramente ricercare naturalmente per riconoscere le cose nell’ambiente. Allora dice: L’exemplare grande per il pensiero fisico chimico e biologico l’hanno fornito gli astronomi e si tratterebbe del fatto che gli uomini imparino a pensare ai fenomeni fisici chimici e alle vere manifestazioni della vita come gli astronomi pensano ai fenomeni celesti. — È molto suggestivo quando allora si dice: Imitate la grandezza del pensiero in Keplero in Copernico in Newton per comprendere i fenomeni che vi circondano! — Ma pensate una volta quello che c’è dietro! I fenomeni della vita i fenomeni fisici i fenomeni chimici i fenomeni della vita sono intorno a noi; i fatti ci sono molto vicini e continuamente ne parliamo addosso. E ora dovremmo ottenere scienza dirigendoci ai fatti che ci stanno così lontani come possibile; così perché stiamo così lontani quanto possibile dai fatti dei fenomeni celesti dovremmo da questi acquisire le conoscenze per quello che effettivamente ci circonda. Non si riesce a immaginare un pensiero più folle di qualcosa di simile. Ma migliaia e migliaia di persone leggono su tale pazzia e non sospettano che tali pazzie corrompono tutto il pensiero del presente che se penetra dentro deve rendere gli uomini sempre più estranei alla realtà. Allora non si può nemmeno penetrare in alcuna struttura sociale etica o politica se si parte da tale pensiero e tali affermazioni. Appartiene già ai compiti della nostra scienza dello spirito con sguardo chiaro penetrare quello che nella cosiddetta vita spirituale del presente è.
Ho detto che abbiamo dovuto occuparci di attirare l’attenzione sulle forze spirituali che effettivamente si estendono nel mondo fisico ordinario. E abbiamo sempre di nuovo parlato del fatto che l’uomo in certo senso sta in tre correnti di forza nella sua vita in quella luciferica in quella arimanica e in quella che è appropriata allo sviluppo dell’umanità. Ho spesso attirato l’attenzione sul fatto che non si deve dire: Evito il luciferico evito l’arimanico — se l’eviti penserai proprio in esso di primo ma devi essere chiaro devi veramente studiare conoscere lo stare dell’uomo in queste tre correnti. La conoscenza di Lucifero e Arimane si deve portare nella vita.
Ora era proprio molto nella struttura sociale nella struttura storica dell’umanità negli ultimi secoli o millenni fortemente sotto gli impulsi luciferici che venivano dall’uomo. Si potrebbe portare molte molte cose che stavano sotto gli impulsi luciferici ma ne citerò solo una dove ognuno subito penetrerà il luciferico.
Non è vero che un grande ruolo nel modo in cui gli uomini si pongono ai vari poli della loro vita ai vari punti di vista della vita lo gioca l’ambizione la vanità. Molti non avrebbero mai aspirato a questo o quel posto se la struttura sociale non fosse stata il motivo che questa vanità sia stimolata in una direzione o nell’altra. Tutto il sistema di titoli tutto il sistema di rango e ordini infine riposa sull’elemento luciferico. E provate solo una volta a pensare imparzialmente quanto nella maniera come gli uomini stanno nella vita sia stato realizzato puramente dal fatto che hanno aspirato a questi ami dell’ambizione a questi esche. Provate una volta a pensare come gli uomini uno sopra l’altro uno sotto l’altro siano posizionati; come le istituzioni sociali contano con questa ambizione. Provate a rendervi chiaro come questo ha costruito la struttura sociale. In questo campo Lucifero ha giocato un ruolo straordinariamente grande.
Guardiamo un altro fenomeno che ora inizia a essere esercitato e ammirato. Ed è proprio qui entro il lavoro scientifico dello spirito il luogo per affrontare tali cose in modo ordine appropriato conforme alla realtà. Notate tra le varie cose ora diventate popolari nel presente molte cose allora troverete tra questi molti quello che si chiama «i test di talento». I test di talento servono a separare dalla serie di bambini e giovani i dotati. Minaccia il vero culto idolatrico per questi test di talento di svilupparsi. Come si fa? Ci sono psicologi addestrati che certamente non capiscono nulla dell’anima ma capiscono la psicologia tanto meglio; psicologi che sono educati secondo i metodi del presente e che sono capaci così di selezionare da una serie di giovani o bambini i dotati così che l’uomo giusto in seguito possa stare al posto giusto naturalmente. Non si innesca più si crede nel futuro con l’ambizione con la vanità ma si fanno test di talento. Questi test di talento si riferiscono alla velocità di comprensione alla memoria. Vengono scritte parole senza senso e colui che le può trattenere più velocemente ha una memoria migliore di quello che può trattenerle più lentamente. Si fanno test di intelligenza. Una parola un secondo una terza parola che non hanno alcun collegamento si danno e allora si lasciano gli alunni trovare un collegamento. Così si scrive ad esempio: «Ladrone» e «Specchio» e si dice: Ora immagina qualcosa tra ladrone e specchio. — Uno pensa: Il ladrone si vede nello specchio. — Un altro pensa: Ho uno specchio nella mia stanza un ladrone si intrufola e vedo questo nello specchio. — L’ultimo ha pensato più complessamente quindi è più dotato. Allora la cosa viene ancora fatta statisticamente e vengono tirati fuori coloro che sono più intelligenti; questi vengono allora presi come quelli che come uomini giusti vengono piazzati al posto giusto.
Vedete colui che da tali presupposti come sono fatti ora qui contro questo grande risultato del presente fa obiezioni viene considerato come un completo sciocco un pazzo che non sa nulla di quello di cui si tratta.
Ora mettiamo questa intera cosa nella nostra conoscenza. Cosa si esamina quando si esamina così l’uomo? Nulla si esamina che veramente ha a che fare con l’anima. Si ha solo da considerare: che i più significativi uomini del passato che hanno raggiunto il più alto dovevano secondo tali test essere considerati dei non dotati. Immaginate persino l’Helmholtz visto come una celebrità dai contemporanei; se fosse stato sottoposto a un test di talento simile probabilmente non sarebbe mai arrivato al posto su cui in seguito è stato. Con lo sviluppo delle capacità dell’anima dell’individualità umana questi test di talento non hanno nulla a che fare ma piuttosto con la somma delle forze arimaniche che stanno nell’uomo. Non si esamina l’uomo ma quello che sta come forze arimaniche in lui facendo questo test. E così come fino a ora si è contato sulle forze luciferiche così si inizia ora a contare su forze arimaniche e a fondare una struttura sociale interamente costruita sull’arimanico. Certo questi sapranno attraversare solo quelli che veramente si impegnano con contenuti scientifici dello spirito che vorranno penetrare il mondo spiritualmente. Perché quello che ti ho raccontato sui test di talento viene da un gran numero di persone e al loro giornalistico seguito scientemente considerato come uno dei più significativi risultati del presente messo in scena in modo tale che sulla base di questo test la struttura sociale del futuro può costruirsi. E il pubblico che non è autoritario questo povero pubblico non ha nemmeno la possibilità di riflettere su quello di cui si tratta veramente. Non ha la possibilità di formarsi concetti chiari su una cosa simile. Ma questo è quello che importa.
Se oggi da molte cose che abbiamo lasciato agire sulle nostre anime vi formate concetti su quello che innanzitutto deve accadere per l’umanità quello che nel senso della corrente dello sviluppo spirituale deve accadere allora ponete la domanda giusta. Allora però vi sforzerete di afferrare le individualità umane per insegnare loro quello di cui deve essere di interesse. Allora non arriverete a esaminare le capacità arimaniche perché queste capacità arimaniche porteranno al fatto che l’umanità verrebbe completamente trattata solo come una somma di macchine. Si esamina solo lo spirito nella corporalità esteriore. Si esamina l’uomo solo nella misura in cui è macchina quando lo si sottopone a questi test di talento. E ci si fa una selezione sociale che pone le migliori specie di macchina fisica a leader dell’umanità. Non si riflette da nessuna parte su quello che riposa nel fondamento dell’anima e che non può mai affiorare in tali test. Ma non biasimo nessuno se oggi quasi idolatricamente corre dietro a tali cose perché colui che non si occupa per nulla di scienza dello spirito non può far altro che abbandonarsi al giudizio che sia la cosa più intelligente che si possa fare nel presente. Ma questo conduce gradualmente completamente lontano dalla reale vivacità umana dalla realtà umana. Conduce in aree astratte in quello che nella vita umana è morto e solo dominato dalla spiritualità di Arimane. Si deve davvero penetrare il pieno serio di tali cose come gli uomini vengono strappati dalla realtà. E questo è qualcosa che si pone di fronte a uno nel presente con particolare intensità: l’essere strappati degli uomini dalla realtà. Perché chi non ha il senso per la realtà spirituale gradualmente perde anche il senso per la realtà esteriore ordinaria che lo circonda quotidianamente se non è forzato attraverso la professione o altro a considerare la realtà.
Vi darò anche un esempio per questo: È successo qualcosa di molto gradevole negli ultimi giorni. In un giornale molto letto appare un articolo di Fritz Mauthner il critico della lingua. In questo articolo questo Fritz Mauthner un uomo straordinariamente intelligente inveisce contro un piccolo libretto che è apparso nella collezione «Dalla natura e dallo spirito» e che in modo del tutto nel senso della contemporanea scienza materialista è sviluppato — e appunto nel modo come lo fa un contemporaneo professore universitario — come i concetti astrologici che si risultano così. Alla fine il concernente sviluppa l’oroscopo di Goethe e spiega in esso che su questo si può mostrare come le cose nella vita di Goethe si sono svolte. Ma effettivamente il bravo professore si diverte solo di coloro che danno importanza agli oroscopi. Li vuole mostrare come qualcosa che può essere interpretato così o così. Fritz Mauthner inveisce e inveisce attraverso tre colonne del «Berliner Tageblatt». Non si poteva capire perché veramente inveisca. Non c’era il minimo motivo di inveire. Ha effettivamente lo stesso parere di colui che ha scritto il libretto entrambi considerano l’astrologia dallo stesso punto di vista. E ben presto il Tageblatt ha anche portato una correzione dell’autore in cui dice che non capisce Mauthner sebbene non abbia detto esplicitamente su ogni terza riga: Io invei contro l’astrologia — ma praticamente non ha più interesse nell’astrologia di quanto ne abbia Fritz Mauthner; sia completamente d’accordo con lui. Il «Berliner Tageblatt» — i giornali sono molto intelligenti — aggiunge che non ha motivo di sostenere l’autore e di per esempio dare la colpa a Fritz Mauthner di fraintendimenti. Fritz Mauthner era infatti critico teatrale di lunga data del «Berliner Tageblatt» e ora scrive una sorta di lettere teatrali per questo giornale.
Fritz Mauthner da parte sua dice che non ha nulla da dire a questa anti-critica dell’autore. Si era di fronte al fatto strano che due persone erano completamente d’accordo l’una con l’altra ma uno ce l’ha con l’altro. Fritz Mauthner allora è già selvaggio quando sente solo qualcosa di astrologia o quando uno scrive qualcosa di oroscopo. Non sarebbe altrimenti concepibile che avesse scritto questo articolo. Scrive come se l’altro fosse il più terribile astrologo che volesse buttare la validità dell’oroscopo di Goethe in testa ai giri. Così hai un esempio di come due persone si combattono mutuamente uno volontariamente il Fritz Mauthner l’altro per forza perché Fritz Mauthner l’ha attaccato per primo due persone tra le quali non c’è la minima differenza. Come può essere? Una cosa simile può solo verificarsi se due persone generalmente non hanno nulla a che fare con la stessa realtà ristretta di cui si tratta se entrambi vivono da qualcos’altro che dalla realtà. L’esempio più glorioso che oggi si parla e si parla e si parla molto intelligentemente — Fritz Mauthner è un uomo molto intelligente — ma dietro la conversazione non c’è nulla. Non c’è il minimo motivo per parlare così.
Si ha qui un esempio di un costruire logico completo di pensieri che generalmente non hanno nulla a che fare con la realtà. I pensieri vanno dove si disabituano ad avere qualcosa a che fare con la realtà spirituale allora il pensiero gradualmente perde del tutto i suoi rapporti con la realtà. È importante comprendere qualcosa di simile. È anche il terribile serio della cosa. Perché alla fine se il Fritz Mauthner e il professor Heidelberg si accapigliano l’uno addosso all’altro e le loro parole non hanno affatto significato perché non c’è realtà dietro oppure se sono due politici uno dei quali parla in America e l’altro in Europa e forse per una volta parlano nello stesso senso nonostante siano totalmente diversi su questo non si tratta. Se tutte le persone che parlano così sono assolutamente estranee alla realtà non hanno nulla a che fare con quello che vive realmente nelle cose allora questo essere estranei alla realtà accade allora si diffonde. È stato diffuso. Perché è solo un esempio grottesco che ho portato questo esempio di Fritz Mauthner e il professor Boll. Ma è presente dappertutto. Così è interamente fatto oggi. E a cosa conduce? Al litigio conduce. Essere d’accordo è relativamente facile quando si ha a che fare con la realtà; ma se così si sta rispetto alla realtà conduce al litigio. Gradualmente gli uomini capiranno quanto dei nostri eventi catastrofici sia collegato con questo stato d’animo fondamentale del presente che cosa sia una cosa seria. Perché vai fuori — si tratta di uno dei giornali più letti in Germania — chiedi ai numerosi lettori se vengono addirittura al grottesco al paradosso che appare qui! Tutto questo passa accanto agli uomini. Ma agli eventi non passa; lì ha i suoi effetti terribilmente amari. Perché quello che è fatto lì non è nulla di meno che l’abuso della forza spirituale umana. Pensa se queste forze spirituali che sono spese per nulla perché sono estranee alla realtà sarebbero applicate nel senso giusto allora la realtà sarebbe promossa allora starebbe nella corrente normale dentro; così ma va a vantaggio di Arimane. È estraneo alla realtà per la corrente centrale ma succede scivola in una sfera ed è questo che importa. Questo è il serio della cosa. Non passa come zero ma scivola in un’altra sfera e crea fatti. Crea fatti che non corrispondono alle vere relazioni. Perché già esteriormente puramente razionalmente puramente pensato si può dipingere come crea fatti.
Non è vero che il nostro tempo non è autoritario. La gente prova tutto e tiene il meglio! Tuttavia naturalmente succede che gli uomini siano autoritari. Un uomo come Fritz Mauthner ha innumerevoli seguaci che credono a ogni parola di quello che dice. Questi saranno naturalmente impressionati da un articolo simile. Pensa a quanti pensieri sono stimolati da un articolo simile. Saranno tutti trascinati nella sfera arimanica in cui l’articolo scorre. La cosa è irreale e le cose vengono spinte in un’irrealtà da questo. È questo che importa.
Quello che si vuole con tali cose miei cari amici è questo: riattirare sempre ancora e ancora l’attenzione sul serio enorme che sta dietro tali considerazioni. Perché è così: Quello che ho caratterizzato in casi singoli l’incontri oggi a ogni passo e ogni tratto. Siamo nel tempo in cui agiamo solo il giusto se ci decidiamo a essere assolutamente chiari di vedere senza pregiudizi senza pregiudizi di stare di fronte alla vita senza pregiudizi. Questo è il nostro compito. E la scienza dello spirito deve condurre a questo costruendo nel modo giusto il ponte tra la vita interiore umana e la realtà. Perché in questa relazione gli uomini vivono nel più terribile vapore. Non si riesce a dire quando si vi coinvolge cosa apparisce come gli uomini in questa relazione vivono oggi nel vapore. Deve essere così perché gli uomini devono imparare a stare su loro stessi. Gli uomini devono imparare a procurarsi chiarezza attraverso se stessi non ottenere chiarezza per autorità. Questo deve diventare uno dei migliori uno dei più importanti risultati dell’impegno scientifico dello spirito per la singola anima umana ottenere un giudizio libero chiaro senza pregiudizi su quello che la vita offre tutt’intorno; disabituarsi di quello che oggi fondamentalmente domina tutta l’umanità: il dormire di fronte agli eventi. Gli uomini dormono attraverso quello che hanno davanti agli occhi. E avvolgerli in vapori è proprio lo sforzo di coloro che vengono unilateralmente con varie idee monistiche o «fondate naturalisticamente» — come dicono — che però non sono nulla di più che materialisti. Perché pretendono affermano che loro appunto costruiscono il ponte alla realtà. Conducono via dalla realtà. Dì a Oscar Hertwig che considera le cose in modo irreale ti riderà dietro e non riesce a capire che fa questo. Ma come scienziato dello spirito devi come ricevere una pugnalata quando leggi dovrebbe guardare ai fatti prossimi della vita secondo il modello dei fenomeni celesti dove uno i fatti sono lontani il più possibile. Così attraverso la vita così andare: fare attenzione su quello che non leggiamo nei libri ma che sperimentiamo dal mattino alla sera davanti al nostro naso — naturalmente non quando siamo tra gli antroposofi — questo offre costantemente cose così che oggi dobbiamo considerare imparzialmente. Perché l’umanità sta a un punto di svolta significativo. E quello che ho detto non è una critica del tempo ma solo un’enfasi di quello che è necessario dicendo: Questo è così. — È bene che sia successo così perché gli uomini sono così chiamati a stare sui loro propri piedi a diventare indipendenti. La Divinità non si è data il compito di guidare gli uomini come automi psichici-spirituali non indipendenti attraverso lo sviluppo perciò doveva anche lasciarli arrivare in situazioni come quella attuale. Saggio e buono è ma deve anche essere riconosciuto nel modo giusto e agito di conseguenza.
Far nascere questa disposizione dai più profondi impulsi del nostro essere come lo sprone più interiore della nostra forza per la vita questo deve diventare uno dei risultati dell’impegno scientifico dello spirito. Allora forse non fondiamo un languire voluttà beato in idee mondo-estranee che sembra così bene quando si vuole dormire attraverso la vita; ma si fonda quel vero servizio divino della vita che le forze divine-spirituali che sono il fondamento di tutta la realtà attraverso questo strumento più significativo per questa terra conduce alla realizzazione di questo Divino-Spirituale in questa vita terrestre.
Di questo allora prossimamente.
Una proprietà fondamentale della considerazione scientifico-spirituale che viene coltivata fra noi è poco apprezzata, anche fra noi stessi, nella sua piena significazione. Anzi, a molti potrebbe sembrare persino ovvio, quando si indichi questa proprietà fondamentale del nostro sforzo scientifico-spirituale inizialmente con parole astratte, pensare: « Questo è naturalmente così, come potrebbe non essere! » — Eppure non è così. La proprietà che intendo è questa: che la nostra scienza dello spirito si sforza non solo di indicare in generale che il mondo spirituale è una realtà, che all’interno del mondo spirituale vivono singole entità universali come realtà, ma di mostrare continuamente e ripetutamente come ciò che accade nella nostra vita ordinaria fra la nascita e la morte intorno a noi e in noi sia una creazione del mondo spirituale. Io dico: si potrebbe ritenere che, quando si rivolge seriamente lo sguardo spirituale al mondo spirituale, sia già dato per scontato considerare ciò che ci circonda come una creazione del mondo spirituale. Ma è un lungo cammino, dalle idee generali, completamente astratte, vuote e insignificanti, fino a giungere ai luoghi dello spirito dove viene compreso concretamente, nel particolare, come la realtà fenomenica sia una creazione dello spirito. Un esempio particolare dovrà mostrarci questo oggi. Un esempio che al contempo può fornire la prova di quanto la presente umanità sia lontana dal solo intuire quello che significa: la creazione fenomenica che ci circonda, come la viviamo fra la nascita e la morte, è una creazione della realtà spirituale.
Per esporre nel dettaglio l’esempio particolare a cui vogliamo avvicinarci oggi, devo richiamare alla vostra memoria quello che sono stato costretto a dire già ieri nella conferenza pubblica. Vogliamo considerare la cosa oggi più a fondo e da vicino, con riferimento a certi insegnamenti pratici.
Ieri ho parlato, come anche già prima qui in questo ramo, di quello che potrei chiamare il ringiovanimento dell’umanità nel corso dello sviluppo. Se infatti — ricapitoliamo rapidamente di che cosa si tratta — risaliamo nello sviluppo dell’umanità fino a quella catastrofe nel divenire terrestre che chiamiamo la catastrofe atlantidea, quando il continente che una volta giaceva fra l’odierna Europa e America sprofondò e al suo posto nacquero il mondo americano occidentale e il mondo europeo orientale, troviamo, partendo dalla nostra epoca, cinque epoche dell’umanità. La prima epoca post-atlantidea, che seguì immediatamente come epoca culturale alla catastrofe atlantidea, è la cultura primordiale indiana. Risale molto indietro rispetto a ciò che si può scoprire attraverso documenti storici esterni. La trovate descritta, per quanto è necessario, nel mio « Geheimwissenschaft im Umriß » [La scienza occulta nei suoi lineamenti]. Ma ciò che è importante per noi oggi è che comprendiamo chiaramente: in quella epoca culturale gli uomini vivevano in modo tale che partecipavano con il loro essere spirituale-animico allo sviluppo corporeo fino negli anni Cinquanta. Con questo partecipare non si intende quello che si sperimenta oggi. Quando ci si sente stanchi, quando ci si sente vecchi, questo non è un partecipare come il bambino partecipa allo sviluppo corporeo-fisico nei primi anni di vita. No, quello che oggi sperimentiamo come esseri fisici nella tarda età non viene propriamente conosciuto dal nostro essere spirituale-animico. Non prendiamo parte alla discesa del nostro sviluppo. Proprio quando potremmo partecipare fisicamente-corporalmente alla discesa di questo sviluppo, attraverso il fatto che attraversiamo una controsviluppo — uno sprofondamento, una mineralizzazione della massa cerebrale, una sclerotizzazione del corpo —, potremmo scoprire molto sul mondo spirituale. Scopriremmo attraverso il nostro corpo quello che oggi dobbiamo scoprire attraverso la scienza dello spirito, se vogliamo avvicinarcisi. Nella cultura primordiale indiana si partecipava a questo sviluppo discendente fino negli anni Cinquanta. Si era bambini fino agli anni Cinquanta, solo che bambini che invecchiavano.
Poi venne la seconda cultura post-atlantidea, la primordiale persiana, di nuovo preistorica; in essa gli uomini partecipavano a quello che sperimentavano psichico-spiritualmente in dipendenza dal corpo, ancora fino alla fine dei quaranta anni. Poi, nella terza epoca culturale, l’umanità nel suo insieme era di nuovo diventata più giovane. Nel periodo egizio-caldaico le anime si emancipavano dal corpo all’incirca dal trentacinquesimo al quarantaduesimo anno. Poi giunse l’epoca della cultura greco-latina, in cui cadde il Mistero del Golgota. Allora gli uomini partecipavano con il corpo a uno sviluppo quale oggi solo il bambino sperimenta, fino al trentacinquesimo anno. E oggi siamo nella quinta epoca culturale post-atlantidea — siamo progressi dal quindicesimo secolo in questa epoca culturale —, e noi partecipiamo fino alla fine dei vent’anni a quello che il corpo sperimenta; non sperimentiamo affatto più lo sviluppo discendente. Perciò l’uomo oggi è così poco incline, per sua naturale costituzione, a ricevere lo spirituale come tale nella sua anima.
Nei tempi antichi il corporeo-fisico stesso dava lo spirito; oggi il corporeo-fisico non dà più lo spirito. Perciò lo spirito deve essere assunto dall’anima stessa. L’anima si rifiuta di farlo. Nei tempi antichi era una follia per l’uomo non credere allo spirito. Per non credere allo spirito, avrebbe dovuto morire prima del trentacinquesimo anno. Se superava i trentacinque anni, allora sperimentava attraverso quello che accadeva nel suo corpo in uno sviluppo discendente, qualcosa che si presentava immediatamente come spirito. Era inconcepibile che gli uomini nei tempi antichi non credessero allo spirito. Ma poiché le cose si sono sviluppate in questo modo, un impulso morale, un magnifico impulso morale dell’umanità, per quanto riguarda il suo sviluppo naturale, è andato perduto. Vi prego di non sottovalutare questo magnifico impulso morale che è andato perduto naturalmente, e che deve essere ritrovato in modo spirituale-etico, in modo spiritualmente-etico. In quei tempi antichi i bambini sapevano dagli anziani: « Se hai superato il trentacinquesimo anno, allora sperimenterai qualcosa da uomo, che non puoi sperimentare in giovane età. » — Immaginate vivamente il sentimento secondo cui i bambini e i giovani crescevano sotto l’impressione: « Ho qualcosa da aspettare quando entro nello sviluppo discendente; allora avrò qualcosa da sperimentare che non posso sapere adesso, che semplicemente il mio corporeo-fisico non me l’offre ancora. » — Pensate il sentimento, che era completamente diverso da quello odierno, con cui si aspettava l’invecchiamento in queste condizioni. È davvero qualcosa di enormemente diverso dalla vita odierna, quando si aspetta così l’invecchiamento, quando si sa: allora arriva qualcosa che prima non poteva arrivare.
Questo è cambiato, ma non in modo così drastico come forse ci si immagina. Non è vero che quando si esprime una tale verità come quella appena indicata, il pensar moderno acquista subito il bisogno di un aut-aut. Ma le cose in realtà non stanno mai così, che ci si trovi di fronte a un aut-aut, ma piuttosto nella maggior parte dei casi ci si trova di fronte a un et-et. Di per sé lo spirituale non viene, quando si ricomincia a salire nello sviluppo dell’anzianità. Ma quando il germe dello spirituale sia eccitato nel modo in cui la scienza dello spirito l’intende, nella psiche, allora giova il fatto che si invecchi, allora emerge dal corpo che declina qualcosa che si inserisce particolarmente in quello che si è imparato a conoscere in modo scientifico-spirituale. Se oggi rimanete senza un contatto scientifico con lo spirito — questo contatto scientifico non intendo in modo specialistico, ma così che sia accessibile a tutti, anche all’anima più semplice, poiché la scienza dello spirito può diventare popolare se l’umanità lo vuole —, allora non sperimenterete nulla di particolare quando invecchiate; non saprete apprezzare l’invecchiamento. Non nutrirete nemmeno alcuna aspettativa particolare per l’invecchiamento nell’infanzia e nella gioventù. Diverso è il caso quando il germe della conoscenza spirituale sia eccitato nella psiche non in modo naturale, ma attraverso uno sviluppo educativo, attraverso uno sviluppo che si rivolge alle anime della comunità umana. Allora, se viene compreso correttamente quello che la scienza dello spirito può essere in modo vivente per l’anima, proprio attraverso questa scienza dello spirito il sentimento, ora in modo consapevole, sarà di nuovo prodotto: « Ho qualcosa da aspettare quando diventerò vecchio. L’invecchiamento significa qualcosa. Quando avrò trentacinque anni, quello che vive in me sarà qualcosa di diverso da adesso, quando sono un giovane fresco di vent’anni. » — Questo sentimento è qualcosa di enorme per l’anima umana, questo sentimento che potrei designare come il sentimento della vita piena di aspettative, della vita che semplicemente sa: la creazione che sperimenti in te stesso, devi considerarla seriamente come una creazione dello spirito.
Oggi, quando ci si rifiuta di lasciarsi toccare dalla conoscenza dello spirito, si considera seriamente la creazione umana — anche se formulato in modo vuoto — come una creazione dello spirito? No, nella pratica non lo si fa affatto. Poiché se lo si facesse, ci si direbbe: ha senso che si invecchi. L’intero corso della vita umana è una creazione spirituale; non si invecchia invano, lo spirituale continua a manifestarsi di continuo in noi in forme nuove. Quello che nasce in noi, che si rivela in noi dal nostro interno, mostrerà sempre nuovi lati. — Vivere con aspettativa, aspettarsi qualcosa dall’invecchiarsi e dall’invecchiare sempre più con ogni anno, questa è una conseguenza che emerge dal prendere sul serio la proposizione che ciò che ci circonda e che è in noi è una creazione dello spirito. Questo è un sentimento, questa vita piena di aspettative, che deve entrare in tutta l’istruzione, che deve fluire in tutta la costituzione data al sistema educativo. In modo che i bambini sin da piccoli e quando diventano giovani e giovani donne, e ancora dopo, provino il sentimento: « Finché siamo giovani, lo spirito non ci dà ancora tutto; ma nel diventare vecchi, esso rivela sempre nuovo e nuovo, che emerge nell’anima. » — Basta l’incoraggiamento dalla conoscenza dello spirito, per non trascurare, per non lasciar da parte quello che vuole emergere dalle profondità del nostro essere, perché non è privo di senso, ma è significativo che invecchiamo. Oggi infastidisce già i più giovani se si pretende da loro un tale sentimento; poiché i più giovani oggi si sentono già maturi per essere eletti in parlamenti e in rappresentanze dello stato, naturalmente, benché non vi appartengano, perché si tratta del fatto che solo da una prospettiva della vita matura si può formulare un giudizio sulle strutture sociali umane. Se si ha il sentimento della vita piena di aspettative, allora si sa: quello che si presume dalle istituzioni esterne, non lo si può ancora sapere vivamente, non ancora sapere con sentimento, se non si è raggiunto una certa età.
Non si dica che la scienza dello spirito, se compresa correttamente, sia qualcosa di astratto che non interviene nella vita pratica. La scienza dello spirito, se sempre più correttamente compresa, interverrà molto nella vita pratica, poiché si immergerà nei sentimenti concreti; farà sì che l’uomo cresca diversamente, aspetti diversamente quello che ogni nuovo anno della sua vita gli può portare. La scienza dello spirito contiene i fermenti educativi più energici, gli impulsi educativi più energici. Contiene impulsi morali che agiscono sull’anima umana in modo ancora completamente diverso da quelli di cui gli uomini del presente sono orgogliosi; poiché contiene impulsi che fluiscono dall’intero senso della vita, dal senso universale della vita dell’anima umana. Con ciò naturalmente non voglio dire che in chiunque conosca la scienza dello spirito debbano subito realizzarsi tutti gli ideali. Ma con il morale è così in generale, che dapprima esso pende come un ideale sopra l’uomo, e che questi stesso se lo deve appropriare secondo il suo libero impulso di volontà. Ma la scienza dello spirito come tale contiene questi significativi impulsi morali. Non è solo una coltrice della morale terrestre, ma è una coltrice della morale universale. Bisogna solo comprendere queste cose nel modo appropriato. Ma è straordinariamente necessario che una disposizione d’animo, che è legata a quello che ho appena esposto, attraverso la scienza dello spirito guadagni accesso nelle anime umane. Perché quello che ha condotto la nostra epoca in una tale catastrofe disastrosa è proprio il fatto che viviamo in quella transizione che vuole versare qualcosa di nuovo nell’anima umana, e che gli uomini non hanno ancora perso l’attaccamento al vecchio, che non vogliono assimilare tali nuovi sentimenti, soprattutto non vogliono incorporare tali sentimenti nei principi educativi. Nella vita esterna, che nasce dalla cultura materialista, si trova frequentemente coltivato proprio l’opposto di quello che il futuro richiede così energicamente dall’umanità. È necessario che soprattutto agli uomini che crescono sia insegnato questo guardare al senso della vita che diviene. E oggi in questa relazione ognuno è ancora un uomo che cresce, perché la scienza dello spirito si è così poco incorporata che ognuno si deve prima penetrare con quello che la scienza dello spirito può dare come educazione dell’anima umana. Poiché deve scomparire dall’umanità la credenza di essere un uomo finito e compiuto all’età di venti o venticinque anni, che ha sviluppato tutto e che deve solo continuare a vivere, e per il quale la vita ha al massimo senso nella misura in cui si applica quello che si è imparato, o nel godere la vita, e cose simili. Guardando più a fondo alle connessioni della vita, quello che è stato detto si presenta all’anima in una maniera molto, molto profonda. È qualcosa che negli uomini dei tempi antichi si sviluppava da sé, che nei tempi più recenti deve svilupparsi nella sensazione umana attraverso la cura educativa: la vita piena di aspettative. Oh, è qualcosa di significativo quando l’uomo si dice a trent’anni: « In futuro, proprio per il fatto che diventerò cinque, dieci anni più vecchio, mi si riveleranno misteri attraverso questo invecchiamento; ho qualcosa da aspettare. » — Pensate solo a quello che è e a cosa significa introdurre questo nell’educazione! Ma è anche qualcosa di reale. È un essere fluente, che entra in vigore nell’uomo, che nei tempi antichi entrava in vigore da sé, che nei tempi più recenti deve essere coltivato. Poiché è proprio là che accade nell’uomo; per il fatto che non prestiamo attenzione, che non ce ne occupiamo, per questo non è assente. Non crediate che potete sfuggire al diventare saggio, al ricevere misteri quando invecchiate, se non prestate attenzione a questi misteri. Lo spirito opera in voi. Tutti diventerete ricchi di spirito! La differenza è solo che uno l’accoglie consapevolmente, e l’altro, quando ha deciso di diventare un uomo saggio già negli anni Venti — oggi è così soprattutto nel cosiddetto mondo dell’intelligenza —, lo rifiuta, rifiuta di assimilare qualcosa nella sua evoluzione più tardi. I più giovani oggi scrivono, compongono poesia, fanno ancora molte altre cose. E che sentimenti si hanno di fronte a queste cose! Quanto poco si sente il senso della vita, che consiste nell’emergere del diventare umano come una creazione dello spirito! Ma lo spirito non molla, anche se i più giovani oggi compongono drammi o scrivono feuilletons e cose simili. Può darsi che abbiano ancora spirito, ma non sanno dello spirito che si sviluppa in loro.
Che cosa accade con questo spirito, con il vero spirito che nei tempi antichi si sviluppava da sé? Sì, miei cari amici, questo spirito deve disperdersi. Davvero, esso si disperde. Si diffonde nell’atmosfera spirituale, si diffonde nell’aura dell’umanità. E questo è qualcosa che deve essere detto sempre e continuamente alla nostra epoca attuale, anche se naturalmente non lo crede per la ragione semplice che lo considera come fantasia quando si dica: « Ebbene, c’è un giovane scrittore di feuilletons che si reputa molto intelligente. Non sa nulla dello spirito, ma lo spirito passa nell’aura dell’umanità, esso si disperde. Il suo spirito comunque è presente. » — L’aura dell’umanità è oggi completamente impregnata di tale spirito disperso. Questo spirito deve essere di nuovo trattenuto dagli uomini, proprio attraverso il sentimento di cui ho parlato. Poiché siamo già prossimi al punto dove dovrebbe sorgere un male terribile, se questo spirito dispersivo si sviluppasse sempre più. Poiché è una legge significativa della vita spirituale, che uno spirito diventa qualcosa di completamente diverso da quello che era in origine, quando abbandona il suo sostegno. Comprendete bene: uno spirito che abbandona il suo sostegno, che si disperde, diventa qualcosa di completamente diverso da quando viene mantenuto coeso dal suo sostegno. Esso diventa essenzialmente peggiorato, peggiorato, viene trasformato in modo arimanico. E quello che deve emergere, che oggi ancora non emerge chiaramente, perché stiamo all’inizio di quello che può diventare terribile se non viene considerato, è una terribile desolazione spirituale. Gli uomini cercheranno qualcosa che li occupi, perché hanno lasciato disperdere lo spirito che li dovrebbe effettivamente occupare. Una ricerca di qualcosa, senza sapere cosa si cerca, è qualcosa che deve diffondersi sempre più, se al male non viene posto un argine. Vediamo oggi già gli inizi in molte delle cose che ho già menzionato.
Che cosa fa oggi l’uomo, quando ha tralasciato di prestare attenzione al suo spirito? Allora ricerca principalmente qualcosa; solo che questa ricerca si manifesta in modo strano nei più diversi campi. Un campo molto comune è: si fondano associazioni, associazioni con buoni programmi. Si propongono agli uomini ogni sorta di rivendicazioni. Possono essere cose intelligenti, ma per la maggior parte sono cose che sorgono unicamente dal fatto che ci si è fermati al punto di vista dell’infanzia e poi l’idea dell’infanzia si è pietrificata, finché nella più tarda età si scarica nel mondo in forma di programmi associativi. In questo campo gli uomini oggi sanno cosa fare enormemente bene. Ma sanno poco di agire realmente nello spirito, di partire da un piccolo nucleo di operosità spirituale, di lasciar che gli uomini si associno da sé e di mantenerli vivaci e attivi così una comunità umana.
Vedete, da questo proviene il fatto che nascono così tanti conflitti nella nostra società, che rimangono latenti per certi motivi e che non voglio qui esaminare. Ovunque io stesso possa esercitare un influsso, lì vorrei che statuti, regole, leggi restassero il più lontano possibile. Perché in fondo, a che servono gli statuti quando un numero di uomini si riunisce per coltivare la vita spirituale? Si possono stabilire statuti per mostrarli alle autorità; questa è un’altra cosa, non ha niente a che vedere con la cosa stessa, ma quello che conta è quello che significano per noi stessi tali statuti. Si tratta del fatto che una tale comunità deve vivere, che ogni nuovo uomo può portare qualcosa di nuovo. Una tale comunità deve vivere, non si può stabilire attraverso statuti di alcun tipo, deve essere, se ha sussistito cinque anni, qualcosa di altrettanto diverso da come era un bambino di dodici anni rispetto a quello di sette. Ma questo non è un modo di pensare del nostro tempo. Il modo di pensare del nostro tempo è vivere il più inanimato possibile, costringe il più possibile tutto in astrazioni. Questo è un aspetto. Si potrebbero addurre molti esempi, che provengono tutti dal fatto che non si ha consapevolezza della vita spirituale dispersiva. Si ricerca, si ricerca in ogni modo possibile. Pensate quante associazioni femminili e altre associazioni ci sono già oggi in una città di una certa grandezza! Si ricerca e si ricerca, perché non si sa che quello che si dovrebbe trattenere si disperde. Quindi si ricerca, perché non si ha quello su cui non si rivolge attenzione. Questa ricerca significa desolazione di vita. Questa desolazione di vita diventerebbe terribilmente travolgente se non fosse compreso dall’umanità che il sentimento della vita deve sorgere, di cui ho appena parlato.
Non è vero, è proprio questo che oggi non si vuol comprendere: la vita immediata! Il principio che quello che è presente è una creazione dello spirito vivente, questo effettivamente esige mobilità dell’esperienza. Che non ci si dichiara mai conclusi, mai finiti, questo è in un certo senso scomodo. Ma è una necessità se lo sviluppo spirituale dell’umanità deve progredire. E così comprendere la scienza dello spirito, che essa sia l’istigatrice di una vita vivente, che essa realmente si inserisca in quello che il tempo nel presente punto di sviluppo dell’umanità richiede, questo è appunto il compito di coloro che veramente si dedicano alla scienza dello spirito: vivere con l’umanità e comprendere quello che essa deve attraversare nel corso dello sviluppo dei tempi, quello che deve attraversare secondo necessità.
Sforzatevi di acquisire una visione sincera su quello che vi circonda oggi come eventi. Effettivamente la maggior parte degli uomini dorme attraverso quello che oggi accade intorno a noi. Pensano solo che deve tornare uno stato simile a quello prima del 1914, e aspettano finché non torni. Non comprendono affatto quanto profondamente incisivo sia quello di cui effettivamente si tratta, e quanto sia necessario che l’umanità si lavori verso concetti completamente nuovi, che prima non esistevano. Comprendere la vita anche nel divenire storico, questo è soprattutto il compito della direzione di pensiero scientifico-spirituale.
Questo è un aspetto: che lo spirito si disperde perché gli uomini non lo considerano, come accade così frequentemente oggi. Ma solo una parte si disperde, l’altra rimane indietro, si accumula nell’organismo umano, ma non entra nella coscienza. L’impregna inconsciamente l’organismo. Va nel sangue, nella carne; inconsciamente opera. Parzialmente si disperde quello che l’uomo dovrebbe consapevolmente comprendere nel corso della sua vita, parzialmente viene spinto nell’inconscio. Che cosa fa nell’inconscio?
Vediamo più da vicino quale sia la ragione particolare per cui lo spirito viene parzialmente spinto nell’inconscio. La ragione è per lo più questi falsi principi educativi che lavorano nei bambini e nei giovani verso la precocità intellettuale, che lavorano affinché i bambini rimangano il meno possibile bambini. Quanto ci si compiace oggi nel rendere il bambino il più possibile precoce nel giudizio, di educarlo il più possibile diversamente da come viene presentato nel mio opuscolo « Die Erziehung des Kindes vom Gesichtspunkte der Geisteswissenschaft » [L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito]. È necessario che il bambino viva soprattutto in rappresentazioni figurative, che l’aspetto razionale si avvicini al bambino il più tardi possibile. Per questo la nostra epoca ha poco senso. La cultura stessa ha poco senso per questo. Ma questa cultura non si deve voler contenere in modo reattivo; la scienza dello spirito non sarà mai reazionaria. Naturalmente essa tiene conto dello sviluppo culturale esteriore e materiale; ma questo sviluppo culturale esteriore e materiale richiede proprio di creare un contrappeso. Era diverso con l’uomo nei tempi in cui non aveva imparato a leggere e scrivere negli anni giovanili. Non voglio sostenere l’analfabetismo, non fraintendetemi in questo modo, ma oggi lo si considera una sventura se gli uomini sono analfabeti, perché non si vede il valore dell’uomo in quello che vive vivacemente nell’anima, ma in quello che gli viene portato, che in fondo ha poco a che fare con la vera anima umana. In quei tempi antichi, quando la scrittura era ancora una scrittura di immagini, quando il carattere rappresentava il mistero di una parola, allora la scrittura era qualcosa. Ma oggi: quei piccoli spiriti che compaiono su carta bianca davanti agli occhi dei bambini più piccoli e devono essere decifrati, quei piccoli spiriti che i bambini stessi magicamente mettono sulla carta, quale relazione hanno con l’anima? Sono solo segni, segni arbitrari. Ci si potrebbe immaginare che tutto quello che si ha come opera scritta fosse disposto completamente diversamente. Molte persone oggi hanno già la tendenza che venga organizzato diversamente. Si è organizzata anche la stenografia. Non esiste necessità che quello che è presente si presenti agli uomini così, potrebbe essere completamente diverso. Ma questo è un requisito necessario della cultura terrestre; contro questo si rivolge il reazionario, non lo scienziato dello spirito. Questo doveva venire, naturalmente. Ma un contrappeso verrà. La scienza dello spirito non considererà come un ideale l’abolizione della scuola; ma ci sarà un contrappeso, che i bambini ricevano un insegnamento figurativo, quell’insegnamento che contiene allusione su allusione ai misteri del mondo, un insegnamento che mette lo spirito in rapporto attraverso tutto quello che si impara con i misteri del mondo. Ogni animale, ogni pianta nelle loro forme, esprimono qualcosa che è misteriosamente legato all’intera creazione. La giusta freschezza dello spirito, per sentire tale espressione, la si ha solo a una certa età della vita. Ci si deve, a una certa età della vita, sviluppare insieme con la creazione.
Prendiamo anche un esempio. Ho già ricordato prima una frase che il mio vecchio amico Vincenzo Knauer, lo storico della filosofia, usava spesso. Disse dalla sua consapevolezza scolastica medievale molto buona a coloro che affermano che tutto è in materia di tipo uguale: « Bene, si guardi solo una volta la stessa materia come è in un lupo e in un agnello; si rinchiuda una volta un lupo in modo che non possa ricevere altro cibo e gli si diano solo agnelli. Se veramente la materia dell’agnello fosse la stessa della materia del lupo, allora il lupo dovrebbe diventare gradualmente un agnello, o almeno dovrebbe diventare mite come un agnello. » — Questo designa chiaramente che in quello che forma il lupo — lo chiamiamo lo spirito di gruppo —, in quel vivente che determina la struttura del lupo, risiede qualcosa di diverso da quello che forma l’agnello. Guardare solo alla materia nuda, non alla materia formata, non alla materia penetrata da spirito, non conduce nella creazione ma al di fuori di essa. Gli animali intorno a noi sono costruiti nelle forme più varie. Guardate solo come l’uomo in questo riguardo sia diverso dagli animali. Considerate bene quello che effettivamente si trova. Gli uomini, a parte piccole differenze che si trovano nei diversi caratteri razziali, che possono essere grandi, ma non si avvicinano alle differenze dei generi animali, sono uniformi sulla terra. Perché? Perché le relazioni di equilibrio in loro sono diverse da quelle negli animali. L’animale è il risultato delle relazioni di equilibrio che si formano rispetto alla terra. Nella scimmia, che si forma quasi in posizione eretta, lo potete vedere. L’animale è formato in modo tale che la sua spina dorsale è veramente destinata a essere parallela alla superficie della terra, che il suo posteriore si trova alla stessa altezza dell’anteriore. La cosa più significativa è che l’uomo sin dall’inizio è strutturato in modo tale che quello che nell’animale è accanto al posteriore è costruito sopra il posteriore, che lo copre. Nell’uomo la linea che passa attraverso la testa verso la terra cade nella linea del baricentro, nell’animale invece no. Per il fatto che l’uomo è destinato a darsi il suo proprio equilibrio rispetto alla terra, che nella scimmia diventa caricatura, nell’uomo è l’essenza naturale, per questo egli si eleva al di sopra della forma determinata che ogni genere animale ha. L’uomo non ha una configurazione così determinata come i generi animali, perché si eleva al di sopra, perché può elevare la forma, può mettere la testa sopra il posteriore. Questa è una cosa enormemente significativa. I darwinisti non hanno affatto pensato a ciò. Ma questo è quello su cui conta.
Posso solo alludere oggi; se volessi svilupparlo ulteriormente, dovrei tenere molte lezioni, e illuminerebbe la questione profondamente significativa della differenza degli animali dall’uomo. Ma questo ci interessa meno oggi, ci interessa oggi che l’uomo supera la forma animale in se stesso, dandosi la sua posizione eretta, dandosi un diverso equilibrio sulla terra. Attraverso ciò si rende indipendente dalla terra. Ma è solo come uomo fisico. Giriamo il corpo eterico, là è diverso. Questo corpo eterico è in sé mobile; è in ogni istante in ogni singolo uomo conformato diversamente. Quando qualcuno guarda un leone: con la chiaroveggenza vedete la forma di leone in colui che guarda. Quando guardate un’iena, voi stessi nel soprasensibile diventate iena. L’uomo nel fisico supera le conformazioni esterne, ma nel corpo eterico si adatta a quello che appare nel suo ambiente. Questo è proprio di nuovo quello che distingue così significativamente l’uomo dall’animale: l’animale ha la sua forma determinata; il leone, quando incontra il cane, non può nel suo corpo eterico imitare la forma del cane, rimane sempre, anche interiormente, il leone, nel vero senso conosce soltanto un altro leone. Guardate come l’animale dello stesso genere si presenta in modo completamente diverso a quello dello stesso genere rispetto a quello di genere diverso. Ma l’uomo è versatile, è multifacetato, si adatta per quanto riguarda il corpo eterico al suo ambiente. Ma la questione è se questo adattamento diventa regolare o irregolare, se questo adattamento interviene nella vita in modo insensato o significativo. Che gli animali siano conformati in modo così vario, che gli animali mantengono nella loro forma fisica quello che l’uomo, continuamente trasformandosi, può diventare, questo fa sì che l’intero regno animale non sia soltanto quello che il moderno zoologo vede, ma che ogni forma animale abbia un senso determinato, e le connessioni fra gli animali abbiano un senso determinato. Si può in un certo senso leggere questo senso dell’intero regno animale. Ma costruendo una tale comprensione si costruisce un ponte fra sé e il mondo spirituale, in quanto uno comprende il senso di quello che è fisso in forma determinata, e che si rivive poi significativamente in sé diventandolo.
Nei tempi antichi gli uomini tentarono istintivamente di sentire il senso dell’ambiente. Quello che da ciò si estende nelle epoche storiche sono i vari racconti simbolici sugli animali: le favole animali, le saghe animali, le favole animali e simili. Non possiamo ritornare a questo. Ma qualcosa di diverso deve essere sviluppato, così che gli uomini imparino non solo quello che ora imparano in modo completamente astratto sulla forma animale. Come vengono descritti tali animali nei moderni libri scolastici! Le descrizioni agiscono sui bambini in modo noioso proprio perché sono completamente esteriori. Lasciate che la descrizione sia significativa, lasciate che il leone diventi di nuovo qualcosa che si conforma nella creazione in modo diverso dall’iena, dal canguro. Allora l’uomo si rivivrà significativamente nella creazione, allora riceverà la creazione vivamente. Avrà certamente una conseguenza determinata, perché lo spirito diventerà mobile, lo spirito diventerà ricco di contenuto quando così si immerge nella creazione. Allora non sarà soddisfatto di quello che la scienza ufficiale oggi spesso gli dà. Là potete vivere molte cose oggi. Se si segue lo sviluppo della serie animale, come la scienza ufficiale contemporanea se l’immagina, anche là dove è un po’ più obiettiva, potete vivere cose strane. Non è nemmeno necessario andare fino al darwinismo, potete restare con Lamarck, che è ancora molto più intelligente di quello che si è sviluppato in modo materialistico dal darwinismo. Là potete anche trovare descritto come le diverse forme animali si sono formate per adattamento alle condizioni di vita. Certi animali si sono formati piedi da nuoto adattandosi alle condizioni di vita nel sformarsi per vivere nell’acqua. Altri animali hanno acquisito organi prensili, perché dovevano trovare il loro cibo in cima agli alberi e simili. Sì, se attraverso tali abitudini gli organi si sono formati, allora prima devono essere stati diversi. Gli animali che hanno acquisito piedi da nuoto devono prima non averli avuti, devono averne avuti altri; gli ulteriori li hanno poi formati attraverso le loro condizioni di vita. Si arriva gradualmente a riconoscere che quegli animali che hanno piedi da nuoto si sono formati questi da altri piedi, e quelli che non hanno piedi da nuoto si sono formati dai precedenti in altre conformazioni. — È proprio così. Non lo si nota, si studia diligentemente, ma non lo si nota. Se la giraffa ha un collo lungo, lo si spiega: da uno corto è diventato così perché la giraffa doveva raggiungere l’albero. — Se la giraffa avesse un collo corto, sarebbe diventato da uno lungo a uno corto attraverso altre abitudini di vita. Non si nota affatto che si girano le cose avanti e indietro. In quale confusione, in quale pensiero confuso vive una concezione del mondo che non crea il ponte significativo verso quello che si trova nell’ambiente umano, non lo si immagina oggi nemmeno.
Ma questo è quello che deve essere insegnato nell’educazione, per menzionare solo una cosa: questa convivenza significativa dell’ambiente; non solo comprendere l’ambiente razionalmente, ma convivere significativamente, così che veramente con l’intera anima si assorbano le forme del regno animale, del regno vegetale e del regno minerale. Quale beneficio si farebbe a un ragazzo o a una ragazza di quattordici, quindici anni se lo si portasse una volta in una passeggiata e si dicesse: « Guarda un po’ queste formazioni di nuvole! » — Poi di nuovo in una successiva passeggiata, dove le nuvole sono formate diversamente: « Ora guarda queste nuvole. Memorizzale, così che tu abbia un’immagine di queste forme! » — Dopo che si è lasciato che il bambino osservi tutto questo per un po’, si va al proprio scaffale, si prendono i « Scritti scientifici » di Goethe, dove egli rappresenta le varie forme di nuvole, come nascono l’una dall’altra e l’una dall’altra, in modo significativo. Il bambino lo comprenderà subito, si immergerà subito in questa rappresentazione vivente e significativa delle forme di nuvola, sperimenterà qualcosa di meraviglioso.
O si lasci che il bambino osservi nel giardino una pianta come è in primavera, in estate, in autunno, e gli si legga poi dalla poesia di Goethe la « Metamorfosi delle piante ». Allora si ha qualcosa che introduce significativamente nella natura.
Tali cose appartengono a quello che genera il sentimento della vita piena di aspettative, tali cose appartengono a quello che si deve ottenere, affinché lo spirito non sia trattenuto e vada nel sangue, nella carne, ma sia compreso in modo appropriato nel suo interno dall’anima. Certe cose non devono andare nella carne nel corso dello sviluppo, ma devono rimanere nell’anima. Che cosa accade quando vanno nella carne, nel sangue? Allora fondano nell’inconscio affetti, passioni, a cui vengono dati nomi, a cui vengono date maschere, e che a volte sono completamente diversi dalle maschere che vengono date loro. Oggi vive così tante cose — ed emerge nello sviluppo umano —, che è sorto dal fatto che è passato nel sangue, nella carne, quello che avrebbe dovuto rimanere nell’anima. E che cosa viene fondato da ciò? Fonda lite, discordia, disarmonia sulla terra. Questo si maschera in tutte le forme possibili, si maschera nel fatto che l’italiano non sopporta il germanico, che l’inglese non sopporta il tedesco, che il germanico non sopporta il romano; questo si maschera in queste passioni che imperversano sulla terra. Uno deve solo sapere le ragioni più profonde di queste cose, e deve comprendere quello che incombe all’umanità, quale è la missione dell’umanità, per raggiungere quello che assolutamente deve essere raggiunto.
Quello che è nel presente deve essere solo segno evidente di quello che dobbiamo imparare, per condurre l’umanità verso un futuro prospero. Non ci si deve fermare alla superficie, come fanno gli uomini oggi, ma si deve guardare nelle profondità delle anime umane. Che il diciannovesimo secolo ha commesso un errore educativo, perché era un periodo di transizione, perché ha lasciato andare nel sangue, nella carne, quello che avrebbe dovuto andare nelle anime, questo oggi viene combattuto sui campi di battaglia. Il sangue che ha assunto quello che avrebbe dovuto andare nelle anime, predomina oggi nelle passioni che imperversano selvaggiamente sulla terra. Questo fa sì che gli uomini non possono comprendersi. Questo fa sì che gli uomini parlino gli uni accanto agli altri. Questo fa sì che abbiano così poco senso per il sentire insieme, per il vivere insieme.
I segni del tempo sono seri, molto seri, ma sono un invito a guardare nelle profondità del divenire universale, per comprendere da queste profondità quale sia il nostro compito. Ho già detto l’altra volta: questo non è un’obiezione alla saggezza universale, alla saggezza divina. La saggezza divina deve condurre questi segni sull’umanità, perché l’umanità non è una natura automa, ma deve diventare indipendente. Non si tratta di domandare: « Perché l’umanità è arrivata a tutto questo? » — ma: « Che cosa deve essere fatto per la salvezza dell’umanità? » — Si tratta dell’azione e dei grandi impulsi universalmente-etici. Questo è quello che ci incombe di settimana in settimana, di ora in ora, di minuto in minuto: occuparci di quello che deve accadere. E colui che ha atteso in questo modo, come è stato indicato oggi, che ogni nuovo anno della sua vita gli portasse qualcosa che prima era mistero, questi accende nella sua anima quello che l’umanità avrà bisogno anche nel futuro: il senso vivente, non morto, dell’immortalità. Colui che sa che ogni nuovo anno gli porta nuovi misteri, sa anche che la vita dopo la morte gli porta nuovi misteri; per lui il dubbio sulla persistenza di quello che porta nuovo contrariamente allo sviluppo del corpo non ha senso. Ma per lui anche questa vita dopo la morte diventa reale, molto reale: non diventa solo questo principio egoistico, come oggi così frequentemente si presenta, ma diventa principio di umanità.
Passiamo oggi attraverso la porta della morte e portiamo con noi molte osservazioni della vita che non abbiamo elaborato qui. Ma questo ha ancora significato per la terra. La nostra saggezza, che ci siamo qui appropriato, giova ancora alla terra quando abbiamo attraversato la porta della morte. Ma qui sulla terra devono esserci uomini che la desiderano. Coloro che hanno esperienze, sanno di riferire di queste esperienze, pubblicamente, per non risultare completamente ridicoli, uno deve dire queste cose ancora come feci ad esempio ieri: che Planck oggi penserebbe diversamente da come pensava negli anni Ottanta. Come scienziato dello spirito si intende in realtà ancora qualcosa di diverso. Si sa: l’anima di quest’uomo ha portato così molte cose attraverso la porta della morte, che abbondantemente presente è quello che può ancora servire la terra. Sì, colui che sa che il suo sentimento vivente per l’anima vivente non è danneggiato dalla porta della morte, sa anche che i cosiddetti morti stanno con noi in continua connessione, che abbiamo solo da ricevere quello che da loro viene operato. Chi ha esperienza in ciò, forse può anche dalla propria esperienza in modo modesto parlare di queste cose. So che non ho solo collegato alla visione del mondo di Goethe, ma che quello che ho scritto sulla visione del mondo di Goethe nei più diversi modi, ho scritto proprio perché sapevo che proveniva dall’ispirazione dell’anima stessa di Goethe, naturalmente nella misura in cui si può accoglierlo come debole successore.
Ma per questo appartiene il mettersi in relazione vivamente con l’anima rimasta vivente, non solo quel venerare astratto dei morti, ma l’accogliere la viva essenza dei morti nelle nostre anime, che qui nel corpo fisico sono incarnate. Oh, afflueranno molte, molto frutto-producenti, significativamente essenziali nella evoluzione terrestre, quando i morti, attraverso il sentimento dei vivi, potranno essere i consiglieri dell’umanità. So quanto lontani siamo ancora da questo sentimento. So che oggi si chiede: « Che cosa dice il ventiduenne, il ventitreenne — o quale che sia il limite di età per i diversi parlamenti —, che cosa dice il ventiquattrenne a qualcosa che dovrà diventare legge? » — Ma non si chiede: « Che cosa dice oggi Goethe a quello che dovrà diventare legge? » — Ma questo verrà anche. I morti saranno i nostri concittadini. Quando si assume il sentimento nell’anima, che ogni anno può rivelarci un nuovo mistero, allora si andrà oltre ancora: allora si saprà anche che cosa significa fare il grande passaggio con la somma dello sviluppo terrestre attraverso la porta della morte. Allora i morti saranno i co-consiglieri dei vivi. Poiché non è sulla fede nell’immortalità che principalmente conta, ma conta questo: che quello che è immortale possa diventare fruttifero in tutti i campi dove realmente deve diventare fruttifero. Forza ha bisogno l’uomo per sfondare il velo che oggi lo separa da quello che il mondo spirituale ancora contiene.
Vedete, il modo di pensare odierno è in realtà più o meno destinato a farci sviluppare in esso la forza forte per penetrare al Divino. Ma è già arrivato il momento in cui gli uomini devono penetrare molte cose in modo chiaro, perché loro stessi devono comprenderle. Perciò i segni sono stati posti davanti all’anima umana, perché gli uomini devono imparare: « Questo non deve affatto esserci, quello deve assolutamente essere superato. » — E perché devono superarlo loro stessi, per questo doveva sorgere fra loro.
Due estremi si oppongono nella vita esterna — ma ce ne sono molti di tali estremi —: il wilsonismo e di fronte a esso il trotzkismo o leninismo, chiamatelo come vi piace. Entrambe le cose si trovano lì, generate da una concezione del mondo senza spirito, dalla concezione del mondo più priva di spirito che si possa immaginare. Compito dell’umanità è di vedere che tutto quello che nelle sue ultime conseguenze conduce al leninismo o al wilsonismo sia cancellato. Ma molto wilsonismo, molto leninismo si trova ovunque; sono molto, molto diffusi, solo che non lo si nota. Bisogna solo guardare le cose negli occhi. Ma colui che si occupa un po’ della scienza dello spirito, sa che questa scienza dello spirito gli dà l’occhio dell’anima, per guardare chiaramente anche in questo campo. Oggi per gli uomini è una necessità di vita, guardare chiaramente il mondo, osservare le cose, non addormentarsi. Poiché gli uomini hanno molto, troppo fondamento, frequentemente per stendere maschere su quello che è vero. E gli uomini sono troppo creduli; perciò credono alle maschere e non vedono quello che è nascosto dietro le maschere. Non si può sviluppare quel modo di pensare che rende possibile una certa mobilità dello spirito, necessaria per la scienza dello spirito, senza che in un certo tempo, quando veramente ci si immerge in questa mobilità, ci si procuri una visione chiara e tranquilla di quello che accade nel mondo. Non ci si deve addormentare sulle cose, ci si deve svegliare attraverso la scienza dello spirito, se non ci si vuole addormentare da sé per una certa comodità. C’è molto bisogno di lasciar affluire tale disposizione di spirito nell’anima, ma la volontà, particolarmente di molti che si sentono come guide dell’umanità, di computare con questo bisogno, non è presente. La volontà al Divino è presente nelle nature più semplici; se solo non si comprendessero male, perché sono deviati da quello che oggi si diffonde come « opinione pubblica » — Schopenhauer l’ha chiamata « stupidità privata » — dai quali sono deviati. I dirigenti sono spesso inclinati a parlare di limiti della natura umana, dove non vogliono condurre gli uomini oltre questi limiti. Lo trovate su tutti i campi oggi. Quanto bene fa agli uomini — per menzionare solo questo esempio — quando può accadere qualcosa come quello che ora sta accadendo con il teologo francese Loisy, che ha assunto una posizione strana e vacillante tra il modernismo e il non-modernismo, benché brevemente si fosse apparentemente messo in piedi da solo. Ma ora, di fronte agli eventi catastrofici, si è posto la domanda: « Sì, che cosa è realmente diventato il cristianesimo con gli eventi della situazione mondiale creata oggi? Non avrà forse questo cristianesimo fallito? » — Non il Cristo come tale, intende Loisy, ma si chiede: « Non avrà forse questo cristianesimo trascurato molte cose? » — Alcuni hanno scritto su questa questione di coscienza di Loisy. Uno ha detto: « Bene, bisogna tenere conto dell’imperfezione degli uomini. Il cristianesimo vuol sì qualcosa di diverso da quello che accade ora sulla terra, ma quello che accade, deve accadere, perché gli uomini sono imperfetti. » — Pensare a questo non è quello di cui si tratta, ma quello di cui si tratta è: riflettere e meditare e rivivere come l’uomo può diventare più perfetto, come l’uomo può elevarsi, come l’uomo può andare più in alto eticamente incorporandosi sempre più nell’essere universale del mondo. Le questioni devono frequentemente essere poste in modo completamente diverso da come oggi si è inclini a porle.
Questi sono i sentimenti che durante il nostro presente stare insieme ho voluto mettere nelle vostre anime. Più che mai, questa volta mi preme che le mie parole non siano comprese solo con l’intelletto, ma che siano colte come sono intese: che stimolino il nostro spirito, così che diventino in esso i germi per una comprensione profonda di quello che nello sviluppo dell’umanità, nel corso dell’umanità, deve accadere. Poiché ognuno, forse non in troppo tempo, secondo il suo modo e secondo il suo karma, si troverà circondato da importanti questioni di vita, a cui non è all’altezza, se vuole restare solo alle vecchie comode rappresentazioni. Imparare dobbiamo a procurarci nuove rappresentazioni. La scienza dello spirito potrà essere una guida per noi verso tali nuove rappresentazioni. Svegliare le anime al rincorrersi consapevole, questo è quello che hanno voluto le mie parole. Se pure sono sembrate partire da fatti, i fatti erano scelti in modo tale che toccassero proprio quello che, riguardo la vita emozionale, riguardo la vita intera dello spirito nel presente momento, è per l’uomo il più importante di tutto.
Che io parli oggi è richiesto da una domanda posta nella lezione del seminario storico precedente. Questa domanda riguarda la questione della responsabilità nella recente catastrofe bellica, e vi è certamente una questione così importante, e si può già dire oggi, anche assolutamente importante dal punto di vista storico, che la risposta a questa domanda, nella misura in cui è possibile entro un quadro così ristretto e in così breve tempo, non vi deve essere nascosta.
Voglio solo premettere alcune osservazioni, affinché siate informati del senso da cui procede il mio discorso su questa domanda. Con le opinioni che ho dovuto formarmi su questo tema delle odierne controversie, non le ho mai tenute celate nei discorsi che ho tenuto al Goetheanum a Dornach, e lì non ho mai celato che queste opinioni mi appaiono come quelle che soprattutto di fronte al mondo intero dovrebbero essere pronunciate. Non sono dell’opinione che in questa importante questione le cose stiano oggi così da dover sempre e continuamente dire che bisogna lasciare alla storia il giudizio obiettivo, che solo nel futuro si potrebbe formare un giudizio obiettivo su questa questione. Nel corso del tempo, soprattutto attraverso i pregiudizi persistenti, si perderanno altrettante possibilità di acquisire un giudizio sano su questa questione quanto potrebbe guadagnarsene da questo o da quello. Dico espressamente « forse »; poiché io stesso non credo che in questa questione si potrà guadagnare un giudizio migliore in futuro di quanto si possa già nel presente.
Questo è il primo punto che voglio dire. Devo dirlo per la seguente ragione: Come sapete, quegli attacchi — non voglio caratterizzarli con alcun epiteto ora — che riguardano proprio il lato politico-culturale della mia attività entro i confini della Germania, provengono principalmente da quel lato che si può chiamare « pangermanico », e devo naturalmente attendermi che da quel lato tutto quello che avanzo in qualsiasi modo sia interpretato nel modo più selvaggio. Ma d’altra parte, non credo di aver bisogno di dire parole speciali di difesa in questa direzione, perché le accuse assurde, che qualcosa contro la germanicità sia accaduto, si confutano da sé per il fatto che già durante la guerra è stato collocato nel più nordoccidentale angolo della Svizzera il Goetheanum, dunque un simbolo per quello che non deve accadere solo entro la Germania, ma di fronte al mondo intero attraverso la vita spirituale tedesca. Se si è dato testimonianza in tal modo per quello che la germanicità è, allora penso di non aver bisogno di fare molte parole per confutare in qualche modo accuse maliziose.
Quello che ho ancora da dire è questo: che mi sono sempre sforzato di non influenzare in alcun modo i giudizi di coloro che ascoltano quello che dico in questa direzione, e voglio, per quanto è possibile — naturalmente va da sé che è possibile solo in misura limitata quando bisogna stare brevemente —, rispettare questo anche oggi. In tutto quello che ho detto, ho tenuto presente, mediante l’enumerazione di questi o di quei fatti, di questi o di quei momenti, di fornire a ognuno le fondamenta per la formazione di un proprio giudizio. E così come faccio in tutto l’ambito della scienza dello spirito, non prevenendo mai un giudizio, ma solo cercando di portare i materiali per la formazione di un giudizio, così voglio farlo anche in queste cose che riguardano il mondo esteriore storico.
Bene, ora noto sulla questione stessa: mi sembra che le discussioni che oggi vengono condotte sulla questione della responsabilità, si basano più o meno dappertutto nel mondo su presupposti impossibili. Credo da parte mia che con gli stessi presupposti, se solo li si applica in uno e nell’altro modo, si può tranquillamente provare che la responsabilità complessiva per la guerra ricade su quel certo curioso Nikita, il re del Montenegro. Credo che con questi argomenti si possa infine anche provare che Helfferich è un uomo straordinariamente saggio, o che l’ex grassottello signor Erzberger durante la guerra non si sia divincolato in una strana maniera vivente attraverso tutti i possibili fondamenti nascosti e cantine del volere europeo. Insomma, credo che con questi argomenti si possa fare straordinariamente poco. D’altra parte, credo che sia assolutamente corretto quello che ha detto di recente il presente ministro degli esteri tedesco Simons nel suo discorso a Stoccarda; che è necessario affrontare seriamente la questione della responsabilità. Solo che ho l’opinione complementare che questo dovrebbe veramente accadere. Poiché l’enfasi che la cosa sia necessaria non ha ancora affrontato quello che deve accadere, ma è proprio necessario che accada. E che sia necessario affrontare la questione della responsabilità emerge dal fatto che, per così dire, del traffico dei più sfortunati negoziati di Londra è stato messo in primo piano da uno dei più astuti statisti del presente, Lloyd George, il quale — come si potrebbe chiamarlo, si è imbarazzati a trovare parole appropriate per quello che attualmente compare —, il quale ha posto la frase: tutto quello che negoziamo si basa sul presupposto che per gli alleati dell’Intesa la questione della responsabilità sia decisa.
Bene, se tutto quello che possiamo negoziare accade affatto sotto il presupposto che la questione della responsabilità sia risolta, allora si tratta, se non è risolta, ancora di più di iniziare i negoziati dall’inizio affrontando seriamente la questione della responsabilità e trattandola in modo serio. Deve essere assolutamente sottolineato che fondamentalmente, finora, in realtà, nulla di altro è accaduto riguardo a questa questione della responsabilità che una decisione molto strana dei vincitori. Questa decisione si fonda, seguendo perfettamente le regole di quello che accade oggi nel mondo, non su una valutazione obiettiva dei fatti, ma semplicemente su un diktat dei vincitori. I vincitori hanno bisogno, per utilizzare la loro vittoria in modo appropriato, di dettare al mondo che l’altra parte sia responsabile per la guerra. Non si può utilizzare la vittoria come si desidera dal lato dell’Intesa, come si deve addirittura — questo può essere concesso — utilizzarla da quel punto di vista, se non si addossa al contrario la colpa completa per la guerra.
Vedrete facilmente che non si potrebbe agire così, come si agisce, se si dicesse: Sì, queste persone non devono essere affatto giudicate nel modo in cui sono state giudicate, diciamo, durante la catastrofe bellica.
Quindi si tratta — poiché tutto il resto è rimasto solo letteratura o non è neanche diventato letteratura — che per il momento nulla di altro è stato fatto sulla questione della responsabilità se non che è fluito un diktat dei vincitori. E che sia accaduto in un modo incomprensibile quello che fondamentalmente non avrebbe mai dovuto accadere, che questo diktat dei vincitori sia stato firmato, questo ha creato un fatto che non si può abbastanza rimpiangere. Perché non si può dire: questa firma doveva essere data per non rendere ancora più grande la disgrazia. — Colui che guarda negli eventi reali sa che si esce dalla situazione mondiale attuale solo con la verità e con la volontà della piena verità. Anche se forse quello che fluisce inizialmente dal bisogno potrebbe portare a situazioni tragiche, oggi non si esce con nulla di altro. I tempi sono troppo seri, suscitano decisioni troppo grandi perché possano essere risolti diversamente che con la piena volontà della verità.
Voglio sottolineare: poiché non sono in grado nel breve tempo che mi è disponibile di presentare la cosa in modo tale che dal contenuto delle mie proposizioni emerga pienamente tutto quello che dico in modo probante, cercherò almeno nel modo in cui mi sforzo di presentare le cose, nello sfumare, nel modo in cui le cose sono date, di fornirvi una fondazione per la formazione di un giudizio in questo campo. Bene, ho attraverso esperienze realmente pluriennali, attraverso un’attenta osservazione di quello che accade nel divenire storico mondiale, scoperto, soprattutto presso il popolo anglosassone e in particolare presso certi gruppi di persone all’interno di questo popolo anglosassone, una concezione politica sostenuta, in un certo senso, assolutamente generosamente dal punto di vista storico mondiale. Presso certi uomini di sfondo, se posso chiamarli così, della politica anglosassone, esiste una concezione politica che vorrei riassumere in due proposizioni principali: in primo luogo, esiste l’opinione — ed è un numero maggiore di personalità che stanno dietro i veri politici esterni, che a volte sono uomini di paglia, permeate di questa opinione — che la razza anglosassone, attraverso certe forze dello sviluppo mondiale, abbia la missione di esercitare una dominazione mondiale, una vera dominazione mondiale, per il presente e il futuro di molti secoli. Questo è profondamente radicato in queste personalità, se anche, potrei dire, è radicato in modo materialistico e in rappresentazioni materialistiche dell’operare universale, è però così profondamente radicato in coloro che sono i veri leader della razza anglosassone che può essere paragonato agli impulsi interni che un tempo il popolo ebraico antico aveva dalla sua missione mondiale. È vero che il popolo ebraico antico si rappresentava la cosa più moralmente, più teologicamente; ma l’intensità della rappresentazione non è diversa presso i veri leader della razza anglosassone da quella presso il popolo ebraico antico. Abbiamo dunque principalmente a che fare con questo principio fondamentale, che potete seguire anche esternamente, e con il modo particolare di concezione della vita come esiste presso il popolo anglosassone, presso i suoi uomini rappresentativi appunto. Prevale l’opinione che, se una cosa tale fosse presente, tutto dovrebbe essere fatto che stia nel senso di tale impulso mondiale, che non si dovrebbe arretrare di fronte a nulla che stia nel senso di tale impulso mondiale. Questo impulso viene introdotto, si deve dire, in modo intellettualmente straordinariamente grandioso negli animi di coloro che poi nelle posizioni più basse — ma ai quali appartengono ancora i segretari di stato — guidano la vita politica. Credo che chiunque non conosca il fatto appena menzionato non possa assolutamente comprendere il corso dello sviluppo mondiale nei tempi moderni.
La seconda cosa a cui si rivolge questa politica così triste e rovinosa per l’Europa centrale è la seguente. Ci si vede lontano. Questa politica dal punto di vista dell’anglosassone è appunto generosa, è pervasa dalla convinzione che gli impulsi mondiali reggono il mondo e non i piccoli impulsi pratici, da cui spesso taluni politici si lasciano guidare con tracotanza. Questa politica dell’anglosassone è in questo senso generosa; calcola anche nelle singole misure pratiche l’impulso storico mondiale. La seconda cosa è questa: si sa che la questione sociale è un impulso storico mondiale che deve assolutamente realizzarsi. Non c’è nessuno dei leader fra le personalità anglosassoni che entrano in considerazione che non si dica, potrei dire, con uno sguardo straordinariamente freddo e sobrio: la questione sociale deve realizzarsi. — Ma si dice inoltre: non deve realizzarsi in modo tale che la missione occidentale, anglosassone, ne subisca danno. Dice quasi letteralmente, e queste parole sono state spesso pronunciate: il mondo occidentale non è adatto a lasciarsi rovinare da esperimenti socialisti. A questo è adatto il mondo orientale. — E allora è animato dall’intenzione di fare il mondo orientale, in particolare il mondo russo, il campo per esperimenti socialisti.
Quello che vi dico ora è un’opinione che ho potuto constatare — forse risale ancora più indietro, per il momento non lo so — fino agli anni Ottanta del diciannovesimo secolo. Con sguardo freddo si sapeva nel popolo anglosassone che la questione sociale doveva realizzarsi, che non si voleva lasciarsi rovinare l’anglosassone per questo, che quindi la Russia doveva diventare la terra sperimentale per i tentativi socialisti. E in questa direzione si tendeva nella politica, si tendeva con tutta chiarezza verso questa politica. E in particolare tutte le questioni balcaniche, incluse quelle mediante le quali, nel Trattato di Berlino, si attribuirono gli ahnungslosen mitteleuropei Bosnia e l’Erzegovina, tutte queste questioni furono già trattate sotto questo punto di vista. L’intero trattamento del problema turco da parte del mondo anglosassone sta sotto questo punto di vista, e si sperava che gli esperimenti socialisti, per il fatto che si svolgono come devono svolgersi, poiché il mondo proletario che va fuori strada si orienta secondo i principi marxisti o simili, che questi esperimenti socialisti diventassero anche per il mondo dei lavoratori una lezione evidente, nella loro realizzazione, nella loro nullità, nella loro distruzione, una lezione evidente che non si potesse fare così. Così si proteggerà il mondo occidentale mostrando all’est quello che il socialismo realizza quando può diffondersi come non si vuole nel mondo occidentale.
Vedete, queste cose, di cui sarà assolutamente possibile fornire la piena base storica, sono quello che per decenni sta alla base della situazione europea, della situazione mondiale in generale. E da questi fatti emerge allora, potrei dire, quello che mostra un livello più inclinato verso il mondo puramente fisico degli eventi storico-mondiali. Abbiamo solo bisogno di leggere attentamente quello che il fantasista Woodrow Wilson, che però è un buon storico nel senso contemporaneo, fa trasparire nei suoi vari discorsi attraverso le sue parole. Ma abbiamo bisogno solo di questo per avere un sintomo di quello che voglio dire. Attraverso la storia più recente è emerso che l’Oriente, anche se ordinariamente non lo si nota, è una sorta di problema di discussione per l’intera civiltà europea. All’osservatore obiettivo non rimane nulla di diverso che dirsi: attraverso gli eventi storico-mondiali dei tempi moderni, l’Inghilterra è stata favorita in una certa inaugurazione della missione che vi ho caratterizzato. Questo risale molto indietro, fino alla scoperta della possibilità di raggiungere l’India via mare. Da questo evento procede fondamentalmente, per vari percorsi, l’intera configurazione della politica inglese moderna, e qui avete — se mi è permesso indicarvelo brevemente schematicamente; quello che dico ora dovrebbe naturalmente essere sviluppato in molte ore, ma in questa risposta alle domande posso solo accennare alla cosa —, qui avete quello che vorrei chiamare l’orientamento della corrente mondiale portata dalla missione inglese, qui l’avete così: parte dall’Inghilterra attraverso l’oceano attorno all’Africa verso l’India. Su questa linea c’è enormemente molto da imparare. Questa è la linea per cui la missione mondiale anglosassone combatte veramente e continuerà a combattere fino al coltello, anche se fosse necessario combattere contro l’America fino al coltello.
L’altra linea, ugualmente importante, è questa, che rappresenta il percorso terrestre, che nel Medioevo ebbe un grande ruolo, ma attraverso la scoperta dell’America e l’irruzione dei Turchi in Europa è diventata un’impossibilità per i nuovi sviluppi economici. Ma tra queste due linee si trovano i Balcani, e la politica anglosassone si propone di trattare il problema balcanico in modo tale che questa linea sia completamente esclusa riguardo lo sviluppo economico, affinché solo la linea marittima possa svilupparsi. Chi vuol vedere può vedere quello che ho appena accennato in tutto quello che è accaduto dall’anno 1900 e già prima fino alle guerre balcaniche che precedettero immediatamente la cosiddetta guerra mondiale, e fino all’anno 1914.
Un altro aspetto riguarda le relazioni fra Inghilterra e Russia. Naturalmente questa linea non interesserebbe affatto la Russia; ma la Russia è interessata al suo proprio comportamento rispetto a questa linea. L’Inghilterra, come avete già visto, ha qualcosa di particolare con la Russia, l’esperimento socialista, e deve quindi costruire l’intera sua politica in modo che, da un lato, questa linea economica si realizzi, e dall’altro lato, la Russia sia così ristretta e contenuta da poter fornire il terreno per gli esperimenti socialisti. Questa era fondamentalmente la situazione mondiale. Tutto quello che è stato fatto fino all’anno 1914 nel campo della politica mondiale sta sotto l’influenza di questa tendenza mondiale. Come detto, occorrerebbero molte ore per sviluppare questo in dettaglio; ma ho voluto almeno accennarlo qui inizialmente.
Quello che si contrappone a questo, e che ho illuminato quando nel 1919 ho scritto il mio appello « Al popolo tedesco e al mondo della cultura », è l’altro fatto, che purtroppo ci si è sempre chiusi in Europa centrale contro la credenza che si dovesse acquisire una posizione politica dal punto di vista di tali impulsi storici generosi. Non si è potuto ottenere entro l’Europa, entro il continente, che qualcuno si impegnasse a considerare le misure prese dal punto di vista tale che si avesse a che fare con tali tendenze generose. Vedete, poi vengono le persone e dicono: devi fare politica pratica! Il politico deve essere un pratico! — Bene, lasciate che vi chiarisca attraverso un esempio cosa significhi effettivamente la pratica di tali persone. Ci sono numerose persone che dicono: è tutto sciocchezza quello che fanno gli Stoccardesi con la loro tripartizione, con il loro « Kommender Tag » e così via. È tutto impratico, sono idealisti impratici! — Bene, ora ponete queste persone davanti alla vostra anima e pensate, come si spera sarà, se venissero gli anni in cui — se posso esprimermi così — abbiamo avuto fortuna, in cui abbiamo realizzato, raggiunto qualcosa che esiste nel mondo. Allora vedrete che le stesse persone che ora dicono: tutto questo è roba impratica —, allora vengono e si fanno assumere, che vogliono utilizzare le loro conoscenze pratiche per diffondere con tutta la loro eloquenza e attività quello che prima avevano gridato come roba impratica. Allora improvvisamente la cosa è vista come pratica. Questo è l’unico punto di vista che queste persone hanno per la loro pratica. Quello che sempre riguarda, è questo: si deve comprendere che le cose devono essere considerate alla loro origine e che quello che gli « pratici » non pratici chiamano « impratico » è spesso qualcosa che viene cercato come base della loro pratica. Semplicemente non vogliono immaginare le cose e per questo inizialmente sono inutili per quello che effettivamente accade. Una pratica circa così era quella che è stata seguita dai politici europei. Questo non può essere detto diversamente. E si tratta assolutamente di comprendere che la nullità, l’arrivo al punto zero rispetto a questa politica era una relazione tragica dell’Europa centrale quando le cose si spinsero verso la decisione. Quello di cui si tratta è che si deve comprendere: è assolutamente necessario che arriviamo in Europa centrale a innalzarci all’altezza di una visione politica generosa, sostenuta dallo spirito. Senza questo non possiamo assolutamente uscire dalle confusioni del presente. Se non decidiamo di farlo, allora viene continuamente solo quello che ora vediamo realizzarsi. Sono dell’opinione che i problemi politici, che ancora oggi vengono affrontati sotto l’influenza delle vecchie massime, siano così aggrovigliati e così confusi che non possono essere risolti da questi vecchi impulsi. E supponiamo che gli statisti dell’Intesa si fossero riuniti — vi dico questo come qualcosa che mi sono formato come opinione onesta — e avessero, mettiamo sotto la guida di Lloyd George, escogitato quelle richieste di pace che hanno messo nel mondo di fronte alla Conferenza di Londra; ma supponiamo che avessero poi perso la redazione di queste richieste di pace attraverso un qualche evento e avessero anche dimenticato come erano state queste richieste di pace — naturalmente questa è un’ipotesi impossibile, ma voglio esprimere qualcosa — e ora supponiamo che Simons avesse ricevuto questo elaborato e avesse posto dalle sue parti le stesse richieste, proprio letteralmente, sono convinto che sarebbero state rifiutate con lo stesso scandalo con cui le offerte di Simons sono state rifiutate alla
Conferenza di Londra. Perché non si tratta di problemi risolvibili, ma
di continui discorsi su problemi che inizialmente non sono risolvibili da questo punto di vista. Questo è quello che deve assolutamente essere pronunciato per chi ricerca la verità in questo campo.
Bene, ora andiamo ancora, potrei dire, uno strato più profondo verso gli eventi puramente fisici. Sapete, l’inizio esteriore della catastrofe bellica è stato l’ultimatum serbo. Sulla ragione di ciò, su tutto quello che era preceduto a questo ultimatum, ho già parlato così spesso, e vi sarà possibile informarvi su queste cose così da poter oggi parlare piuttosto cursoriamente. Dall’ultimatum austriaco alla Serbia è venuto l’intero cerchio, il completamento di complicazioni. Bene, colui che conosce la politica austriaca, che in particolare conosce lo sviluppo storico di questa politica austriaca nella seconda metà del diciannovesimo secolo, sa che questo ultimatum austro-serbo era effettivamente un gioco rischioso di guerra, che però, dopo che si era fatta la politica che era stata condotta, era una necessità storica. Non si può dire nient’altro che questo: la politica austriaca si svolgeva su un territorio in cui era semplicemente impossibile, dagli anni Settanta del secolo precedente in poi, continuare con i vecchi principi di governo, e che si continuasse così, non è un’espressione da me inventata, l’ha detto il conte Taaffe, il cui nome spesso in Austria è stato scritto « Ta-affe », proprio nel parlamento. Ha detto: non possiamo fare nient’altro che continuare a muoverci alla rinfusa.
Bene, la necessità era proprio presente, proprio dalle complicate relazioni austriache, di passare a una chiara comprensione della domanda: come una qualche associazione di popoli deve studiare quello che sono questioni spirituali —, e in uno stato associativo, come era l’Austria, risiedevano appunto nelle questioni nazionali cose come gli effluenti della vita spirituale. Questa domanda, la politica austriaca non ha nemmeno iniziato a osservare decentemente, per non dire a studiarla realmente. E se guardo con una certa volontà di pesare le cose, di non raggrupparle solo secondo le passioni o di estrarle dalla storia esterna, mi appaiono nella preistoria dell’ultimatum serbo cose ancora più importanti di quelle a cui gli eventi si sono poi raggruppati, dell’assassinio dell’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando. Mi guardo intorno ad esempio al fatto che dall’autunno dell’anno 1911 nel 1912 si sono svolti dibattiti economici nel parlamento austriaco che erano diventati significativi fino alla strada, e che sempre si agganciavano alle condizioni allora esistenti in Austria. Da un lato, allora una serie di stabilimenti erano stati chiusi per il motivo che l’intera politica austriaca era così costretta in angustia che non se ne intendeva e tentava inutilmente di trovare nuovi mercati, ma non poteva trovarli. Questo portò allora nel 1912 alla chiusura di numerosi stabilimenti e al fatto che i prezzi aumentavano enormemente. Tumulti per il carovita che andavano fino al rivoluzionario sorsero allora a Vienna e in altre parti dell’Austria, e i dibattiti sul carovita, a cui il defunto deputato Adler aveva una parte così grande nel parlamento austriaco, portarono al fatto che dalla galleria furono sparati cinque colpi al ministro della giustizia. Questi erano il segnale; così non si può continuare in Austria, così la vita economica non può essere mantenuta. Che cosa ha trovato allora il ministro ad interim Gautsch come contenuto principale del suo discorso? Ha detto che bisognava impegnarsi con tutta l’energia, cioè con le vecchie misure amministrative dell’Austria, affinché l’agitazione contro il carovita scomparisse. Questo testimonia la situazione dall’altro lato.
La vita spirituale si svolgeva nelle lotte nazionali. La vita economica era stata condotta in un vicolo cieco — potete studiarla in tutti i dettagli —, ma nessuno aveva cuore e mente perché fosse necessario, che le condizioni dello sviluppo ulteriore della vita spirituale e della vita economica fossero studiate separatamente dalle vecchie concezioni dello stato, che proprio in Austria mostravano la loro nullità. In Austria si mostrò la necessità di affrontare lo studio delle questioni storico-mondiali in modo tale che la cosa lavorasse verso una tripartizione dell’organismo sociale. Questo emerge semplicemente da fatti come quelli che ho appena descritto. Nessuno volle pensarci, e perché nessuno volle pensarci, le cose si svolsero così. Vedete, quello che si svolse negli anni Ottanta del secolo precedente, all’inizio, sotto l’influenza degli effetti del Congresso di Berlino in Austria, lo si deve solo illuminare con un paio di tratti e si vedrà quali forze erano in gioco. In Austria le relazioni erano già all’inizio degli anni Ottanta così avanzate, sì persino prima, che il deputato polacco Otto Hausner nel parlamento pubblico pronunciò le parole: se si continua a lavorare così nella politica austriaca, allora fra tre anni non avremo affatto più un parlamento, ma qualcosa di completamente diverso. — Intendeva il caos dello stato. Bene naturalmente, si esagera in tali discussioni, si fanno iperboli. Non è venuto fra tre anni già, ma è venuto in alcuni decenni, quello che aveva profetizzato per il futuro dei prossimi tre anni.
Potrei addurre innumerevoli cose proprio dai dibattiti parlamentari dell’Austria attorno al cambio fra gli anni Settanta e Ottanta, da cui vi risulterebbe come si vedesse in Austria che il problema agrario pure emergesse in modo terribile. Mi ricordo per esempio molto bene come allora, in connessione con la giustificazione della costruzione della ferrovia dell’Arlberg, fosse stato espresso da singoli politici delle più varie sfumature, che si dovesse affrontare la costruzione di questa ferrovia perché risultasse che semplicemente non era più possibile continuare correttamente dal punto di vista agricolo, se dalla stessa maniera come prima da ovest la gigantesca influenza con prodotti agricoli continuasse. Naturalmente il problema non era stato affrontato nel modo giusto, ma era stata una profezia giusta. E tutte queste cose — si potrebbero addurne centinaia — mostrerebbero come l’Austria fosse infine, nell’anno 1914, così avanzata che doveva dirsi: o non possiamo continuare, dobbiamo come stato abdicare, dobbiamo dire che siamo impotenti! — oppure dobbiamo attraverso un gioco rischioso di guerra, attraverso qualcosa che crea prestigio a uno strato superiore, in qualche modo uscire dalla cosa. — Chiunque fosse sul punto di vista che l’Austria dovesse continuare — e vorrei sapere come uno statista austriaco avrebbe potuto restare uno statista se non avesse avuto questo punto di vista —, anche se fosse un tale sciocco come il conte Berchtold, non poteva dirsi diversamente: deve accadere qualcosa di questo genere —, semplicemente non si poteva non fare un gioco rischioso di guerra. Anche se da certi punti di vista potrebbe sembrare ancora così singolare, lo si deve comprendere nei suoi impulsi storici.
Bene, abbiamo così per così dire il punto di partenza in un luogo. Considerate questo punto di partenza in un altro luogo, cioè a Berlino. Bene, vorrei innanzitutto dirvi qualcosa di puramente fattuale, per darvi un’idea di quello che operava: vedete — per favore, non prendetela male se caratterizzo anche qui in modo completamente obiettivo —, nell’anno 1905 fu nominato a capo dello stato maggiore generale quell’uomo, sulle cui spalle nel 1914 a Berlino comunque giacquero la decisione su guerra e pace, il generale di allora e successivamente generale feldmaresciallo von Moltke. A quel tempo durante la nomina si svolse la seguente scena — descrivo il più brevemente possibile —: il generale von Moltke non poteva, secondo la sua convinzione, assumersi l’ufficio responsabile di capo dello stato maggiore, se non si fosse prima confrontato con il supremo signore della guerra, l’Imperatore, sulle condizioni di accettazione di questo ufficio. E questo confronto aveva più o meno il seguente andamento. Si trattava del fatto che fino ad allora la posizione della generalità rispetto al supremo signore della guerra era che questi — forse lo avete già letto da qualche parte — spesso durante le manovre conduceva il comando su uno o l’altro lato, e sapete che questo supremo signore della guerra ha anche sempre vinto. Bene, disse il generale che nel 1905 doveva essere chiamato ad assumersi l’ufficio responsabile di capo dello stato maggiore: Naturalmente, sotto tali condizioni non si può assumerlo; poiché può diventare serio, e allora si vede come si può condurre una guerra nelle condizioni nelle quali bisogna montare manovre quando si ha il supremo signore della guerra come comandante, che deve comunque vincere. — Bene, il generale von Moltke decise di presentare questa cosa al Kaiser in modo completamente schietto, aperto e onesto. L’Imperatore era straordinariamente sorpreso dal fatto che il suo uomo da nominare capo dello stato maggiore gli dicesse che non era possibile, perché l’Imperatore in caso serio non sapeva condurre una guerra. Quindi bisognava preparare le cose in modo che valessero anche in caso serio, e poteva assumere l’ufficio di capo dello stato maggiore solo se l’Imperatore rinunciasse a condurre uno dei lati. L’Imperatore disse: Sì, ma come stanno le cose? Non ho veramente vinto? È stato fatto così? — Non sapeva nulla di quello che la sua cerchia aveva fatto, e solo quando gli aprirono gli occhi diventò consapevole che non poteva continuare così, e si deve dire che procedette poi con una certa disponibilità alle condizioni; questo non deve essere nascosto.
Bene, miei molto stimati signori, dopo avervi presentato questo fatto per la formazione di un vostro proprio giudizio, vi prego — e posso forse inserire in parentesi che oggi ho abbondante ragione di non colorare in alcun modo tali cose, poiché posso essere controllato in qualsiasi istante da una personalità presente qui —, dopo avervi presentato questo fatto, vi prego anche di considerare dove risiedessero eventuali smarrimenti, se non era anche una cosa assai singolare che intorno al supremo signore della guerra si trovassero personalità — che hanno trovato anche loro successori —, che almeno non hanno parlato come il successivo generale feldmaresciallo von Moltke nel 1905, ma che anche dopo aver assunto un ufficio hanno agito in un modo diverso. Non è affatto necessario che oggi si finga continuamente al mondo di dovere aspettare fino a poter stabilire i fatti obiettivi; si tratta solo che si abbia la ferma volontà di indicare questi fatti obiettivi.
E ora non si ha veramente bisogno di speculare su un consiglio della corona del 1914, di cui è certo che il generale feldmaresciallo von Moltke non ne aveva idea, che abbia avuto luogo, poiché era assente in cura a Karlsbad fino a poco prima dello scoppio della guerra nel luglio 1914. Questo è importante sottolineare perché, quando si parla dei fomentatori di guerra della Germania, bisogna allora dire il seguente: Certo, tali fomentatori di guerra hanno esistito, e se si volesse affrontare il problema specifico della fomentazione di guerra, allora sarebbe problematico con tali personalità che ho anche menzionato prima, se si volesse risciacquarle completamente. E infine il fatto che ho detto, che si può anche attribuire al — non so se sia bianco o nero — Nikita del Montenegro una pesante responsabilità per la guerra, questo può emergere dal fatto che già il 22 luglio 1914 le due figlie, queste — perdonate l’espressione — donne demoniache a Pietrogrado, in presenza di Poincaré, in una fastosa festa di corte, dissero all’ambasciatore francese, il quale ebbe la curiosità di raccontare la cosa nei suoi diari nella loquacità della vecchiaia: Viviamo in un tempo storico; appena è arrivata una lettera da nostro padre, e segnala che avremo guerra nei prossimi giorni. Sarà magnifico. La Germania e l’Austria scompariranno, ci stringeremo le mani a Berlino. — Bene, questo dissero le figlie del re Nikita, Anastasia e Militza, il 22 luglio — vi prego di notare la data — all’ambasciatore francese a Pietrogrado. Anche questo è un fatto su cui si può indicare.
Bene, non ci si deve preoccupare, potrei dire, di tutti i dettagli meno importanti fondamentalmente. Piuttosto una parte significativa la giocherà il fatto che le cose si acuissero a Berlino fino al 31 luglio 1914 in modo tale che praticamente tutte le decisioni su guerra e pace a Berlino fossero poste sulle spalle del generale feldmaresciallo von Moltke, e naturalmente non poteva formarsi un giudizio sulla situazione da nient’altro che da fondamenti puramente militari. Questo è quello che si dovrà considerare; poiché per la valutazione della situazione a Berlino allora è effettivamente necessario che si conosca esattamente, potrei quasi dire di ora in ora, quello che si svolse a Berlino dal sabato circa le quattro del pomeriggio fino alle undici di sera. Questi erano le ore decisive a Berlino, in cui si svolse una tragicità storico-mondiale enorme. Questa tragicità storico-mondiale si svolse così: il capo dello stato maggiore di allora, da quello che era accaduto, o almeno da tutto quello che a Berlino si poteva sapere di ciò che era accaduto, non poteva fare nulla di diverso che eseguire il piano dello stato maggiore, che era stato preparato per anni per il caso che accadesse ciò che infine poteva solo essere previsto come ciò che doveva accadere.
Le varie alleanze erano assolutamente tali che non si poteva pensare alla situazione europea in altro modo se non così: se i turbamenti balcanici si estendessero all’Austria, la Russia si coinvolgerebbe assolutamente. La Russia ha i suoi alleati Francia e Inghilterra. Devono coinvolgersi in qualche modo. Ma allora le cose procedono automaticamente — non c’è nemmeno bisogno di domandare ulteriormente — che Germania e Austria debbano stare insieme, e dall’Italia si aveva l’assicurazione più determinata, persino stipulato nel dettaglio attraverso un accordo concluso poco prima, fino alla determinazione del numero di divisioni, come si sarebbe coinvolta in una possibile guerra. Questi erano i fatti che si potevano sapere a Berlino, questi erano i fatti che un uomo, che di fronte alla situazione mondiale conosceva solo due cose come punti di partenza, aveva di fronte. Erano le due massime che il generale feldmaresciallo von Moltke aveva: in primo luogo, se viene una guerra, allora questa guerra sarà terribile, qualcosa di terribile si verificherà. E chi conobbe l’anima molto fine del generale feldmaresciallo von Moltke, sapeva che un’anima così non avrebbe di cuore leggero potuto precipitarsi in quello che considerava il più terribile. L’altra era invece una dedizione sconfinata al senso del dovere e della responsabilità, e questo non poteva operare diversamente da come ha operato.
Se allora quello che era accaduto avrebbe dovuto essere impedito, allora avrebbe dovuto essere impedito da parte della politica tedesca; avrebbe dovuto essere impedito quello che voi stessi forse giudicate come da impedire, se vi attiro l’attenzione sui seguenti fatti: era sabato pomeriggio; allora si avvicinava quello che doveva portare a una decisione, e poi dopo le quattro incontrò il capo dello stato maggiore von Moltke l’Imperatore, Bethmann-Hollweg e una serie di altri signori in uno stato che effettivamente sembrava piuttosto roseo. Era appena arrivato un messaggio dall’Inghilterra — credo comunque che difficilmente si possa aver letto questo messaggio ordinatamente, altrimenti non avrebbe potuto essere frainteso come è stato — questo messaggio asseriva, secondo il parere dei politici tedeschi, che si poteva comunque sistemare l’Inghilterra. Nessuno aveva la minima idea della fede incrollabile nella missione degli anglosassoni, invece si era sempre fatta una politica da struzzo, questo era tragico. Ora si credeva con cuore leggero di poter leggere da un tal telegramma che le cose potessero svolgersi diversamente, e accadde che l’Imperatore non firmò l’editto di mobilitazione. Quindi noto espressamente che inizialmente la sera del 31 luglio l’editto di mobilitazione non fu firmato dall’Imperatore, sebbene il capo dello stato maggiore dal suo giudizio militare avesse ritenuto che non si dovesse dar peso a tale dispaccio, ma che assolutamente il piano di guerra dovesse essere eseguito. Invece l’ufficiale del giorno ricevette l’ordine, in presenza di Moltke, di telefonare che le truppe dovevano essere allontanate dalla frontiera nemica a ovest, e l’Imperatore ha detto: Ora di certo non abbiamo bisogno di marciare in Belgio.
Bene, quello che vi dico è in registrazioni che il generale feldmaresciallo von Moltke dopo il suo congedo molto strano ha scritto lui stesso, che avrebbero dovuto essere pubblicate in accordo con la signora von Moltke nel maggio 1919, in quel momento decisivo quando la Germania stava per dire la verità al mondo immediatamente prima di firmare il diktat di Versailles. E chi legge quello che allora doveva essere pubblicato e che fluiva dalla penna del signor von Moltke stesso, non potrà in nessun momento acquisire il giudizio che queste cose portano così chiaramente l’espressione dell’onestà e della correttezza interiori che non avrebbero avuto un significativo effetto sul mondo prima del diktat di Versailles. Bene, la cosa era stampata, stampata di martedì pomeriggio, mercoledì doveva apparire. Non voglio entrare nella descrizione di ulteriori dettagli. Mi si presentò un generale tedesco che voleva chiarirmi da un grosso pacco di documenti che tre punti in queste registrazioni fossero scorretti. Dovetti dire al generale: ho lavorato a lungo in filologia. I fascicoli di documenti non mi impressionano prima che non siano giudicati nel senso filologico, perché bisogna non solo sapere quello che è contenuto dentro, ma anche quello che non è contenuto, e chi fa una ricerca storica, non indaga solo quello che è contenuto dentro ma anche quello che manca. — Ma dovetti dire il seguente: voi avete collaborato, il mondo naturalmente presume che sappiate esattamente delle cose. Vi farete giurare, se lascio apparire la brochure con le memorie di Moltke, che questi tre punti sono scorretti? — e lui disse: Sì! — Sono completamente convinto che i tre punti sono corretti, perché lo si constata come corretto anche psicologicamente. Ma naturalmente allora non sarebbe stato di alcun aiuto se si fosse fatto apparire la brochure — vennero tutte le altre intimidazioni — la brochure semplicemente sarebbe stata confiscata, lo si vedeva benissimo. Non potevo fare apparire una brochure di fronte alla quale sarebbe stato prestato un giuramento di fronte a tutto il mondo che i tre punti non sono corretti. Perché viviamo in un mondo in cui non si tratta di ciò che è giusto e scorretto, ma in cui decide il potere.
So che è stato particolarmente disapprovato quello che ho scritto in questo opuscolo a pagina V, cosa che però ho ritenuto necessaria per illuminare la situazione nel modo giusto. Ho scritto: Come il fatto che tutto in Germania era focalizzato sulla punta del giudizio militare nei tempi che precedettero lo scoppio della guerra, lo mostra lo sfortunato ingresso in Belgio, che era una necessità militare e un’impossibilità politica. Lo scrittore di queste righe aveva chiesto al signor von Moltke, con cui era stato amico per anni, nel novembre 1914: Come l’Imperatore ha pensato di questo ingresso? — e rispose: Egli non ne seppe nulla nei giorni che precedettero lo scoppio della guerra, perché dalla sua natura avremmo dovuto temere che avrebbe rivelato la cosa a tutto il mondo. Non poteva succedere, perché l’ingresso poteva avere successo solo se i nemici erano impreparati. — E domandai: Lo sapeva il cancelliere del Reich? — La risposta fu: Sì, lo sapeva. — La politica doveva quindi essere praticata in Europa centrale in modo da dover tener conto della loquacità, e vi domando: non è una tragicità terribile quando la politica deve essere praticata così? — Quindi si può proprio da questi fondamenti portare la prova completa che è corretto quello che il per altri versi spiacevole Tirpitz dice su Bethmann-Hollweg, che questi sarebbe crollato sulle ginocchia e avrebbe espresso la nullità della sua politica anche esteriormente nella fisionomia. Questa nullità è anche più tardi espressa dal fatto che di fronte all’ambasciatore inglese ha enfatizzato che, se ora l’Inghilterra attacca, l’intera sua politica si rivelerebbe come un castello di carte. Così era veramente, e questo castello di carte crollò, e il capo dello stato maggiore dovette nelle sue memorie sulla situazione in cui si trovò allora, sabato sera, scrivere: l’atmosfera diventava sempre più eccitata e io stavo completamente solo.
Il giudizio militare stava quindi completamente solo, la politica era caduta nella nullità. Questo portò ai tedeschi la circostanza che non vollero innalzarsi ai grandi punti di vista ai quali erano stati particolarmente incaricati, che apparivano nei grandi e significativi periodi dello sviluppo culturale tedesco, ai quali non si volle guardare alla fine del diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo. Che da tale situazione potesse derivare solo danno, questo pesava pesantemente sull’anima del capo dello stato maggiore, e quando un ufficiale gli si presentò affinché firmasse l’ordine che doveva seguire il ritegno telefonico delle truppe dalla frontiera belgio-francese, il capo dello stato maggiore sbatté la penna sul tavolo così che si ruppe, e disse che non avrebbe mai firmato tale ordine, le truppe diventerebbero incerte se tale ordine venisse anche dal capo dello stato maggiore. E dallo stato d’animo più doloroso e disperato il capo dello stato maggiore fu poi portato. Nel frattempo era diventato ben oltre le dieci di sera. Era arrivato un altro telegramma dall’Inghilterra, e — non voglio menzionare i dettagli — ora scapparono le parole da parte del supremo signore della guerra: Ora potete fare quello che volete!
Vedete, bisogna proprio entrare nei dettagli, e ho fornito solo un paio di tratti principali di quello che si verificò per così dire sul continente. Vorrei anche menzionare il contromovimento che avvenne dall’altro lato. Diventerà autentico — ancora posso dire che non frivolamente ve lo racconto —, diventerà autentico che i due uomini Asquith e Grey nello stesso tempo in cui accadeva a Berlino quello di cui ho parlato, dissero: Sì, che cosa è questo mai? Abbiamo fatto la politica inglese con gli occhi bendati finora? Intendevano che questa politica inglese era stata fatta da un’altra parte completamente; a loro erano stati bendati gli occhi. E dissero: Ora la benda ci è stata tolta — era sabato sera —, ora che vediamo, stiamo di fronte all’abisso; ora non possiamo fare nulla al di fuori della guerra. — Questo è il riflesso dall’altro lato del canale, e tutto questo vi prego di prendere così che potrebbe essere abbondantemente aumentato, perché nel tempo che mi è assegnato non posso fare nulla di diverso che dare una specie di atmosfera una volta, proporvi quello che almeno getta un po’ di luce sulle cose che sono accadute.
E poi, se prendete tutto questo, allora vi prego, con questo presupposto, di leggere quello che ho scritto nei miei « Pensieri durante il tempo della guerra », che ho deliberatamente intitolato come rivolti « Per i tedeschi e per coloro che non credono di doverla odiare ». Ogni singolo dettaglio è considerato. Vi prego, da questi punti di vista, di considerare quello che scrissi, che non si tratta di quello che ordinariamente si chiama colpa morale o innocenza morale, ma che le cose devono essere elevate all’altezza del divenire storico, in cui si è verificato qualcosa straordinariamente tragico, in cui si è verificato qualcosa dove si inizia a parlare di necessità storiche, dove non bisognerebbe che con tali giudizi, come ho indicato all’inizio, si sparlasse. Le cose sono molto più serie di quanto il mondo ancora pensi qua e là; tuttavia stanno così che dovrebbero assolutamente diventare note al mondo, che da loro dovrebbe essere preso l’inizio dell’ordine della confusione in realtà. Ma non si trova in realtà attualmente alcuna possibilità che quello che si intraprende in questa direzione sia collocato nel mondo in modo diverso che dall’essere distorto, calunniato.
Quello che vi ho detto oggi sul generale feldmaresciallo von Moltke, dà una possibilità di giudicare questo uomo in questa ora decisiva; ma, come sapete, ci sono persone, che si dice siano state attive loro stesse nel Generalstab, che riescono a dire le cose più calunniose sul generale feldmaresciallo von Moltke, fra l’altro anche l’assurdità inventata che a Lussemburgo prima della battaglia della Marna fossero state prese misure antroposofiche, e per questo il generale feldmaresciallo non avesse fatto il suo dovere. Se tali cose possono essere dette da tale lato, allora si vede da ciò in quale condizione morale siamo arrivati oggi, ed è difficile, in questa condizione morale, creare una strada giusta per la verità. Per questo avremmo bisogno effettivamente di molte, molte personalità, e solo dopo avervi dato i presupposti di cui ho parlato, solo ora vorrei leggere dai diari di Moltke una proposizione, che vi mostrerà quello che viveva nell’anima di quest’uomo, in primo luogo riguardo la sua opinione sulla necessità di guerra e in secondo luogo riguardo il suo senso di responsabilità. Perché si tratta assolutamente di non costruire un concetto brutale di colpa, ma di entrare in quello che viveva allora nelle anime. È una proposizione molto semplice, che Moltke ha scritto, una proposizione che è stata spesso pronunciata, ma c’è una differenza se è pronunciata dal primo venuto o da colui su cui allora pesava la decisione sulla guerra. Ha scritto: « La Germania non ha provocato la guerra, non vi è entrata per avidità di conquista o da intenzioni aggressive verso i suoi vicini. La guerra le è stata imposta dai suoi nemici e noi combattiamo per la nostra esistenza nazionale, per la persistenza del nostro popolo, della nostra vita nazionale. »
Se si esaminano le fatticità, non si arriva a quello che è giusto iniziando da qualche parte; bisogna iniziare dove le realtà, le fatticità agiscono, e se si può provare che un elemento essenziale delle fatticità agisce nell’anima di un uomo, allora appartiene ai fatti che hanno creato la situazione, se tale consapevolezza prevaleva in quest’anima. Appartiene anche all’essenziale, se si vuol giudicare la situazione, proprio osservare quello che si svolse presso i quaranta e cinquanta individui che effettivamente erano coinvolti nello scoppio di questa catastrofe terribile, e chi acquisisce un giudizio su queste cose non da pregiudizi, ma da competenza, sa che fondamentalmente erano praticamente tutti piuttosto all’oscuro eccetto i quaranta e cinquanta individui che causarono lo scoppio della guerra, che svilupparono affatto attività sotto la costellazione delle relazioni europee.
Ho avuto durante la guerra davvero l’occasione di parlare con molte persone che potevano già giudicare qualcosa della situazione, degli affari, e in questo non mi sono mai tenuto la lingua. Ho per esempio detto a una personalità che stava vicino alla guida di uno stato neutrale: si può considerare come notorio che nel nostro tempo che si chiama democratico circa quaranta e cinquanta individui, fra i quali — non solo all’interno della Società Antroposofica ci sono donne — certamente anche donne ve ne erano, e neppure in numero così piccolo, che circa quaranta e cinquanta individui fossero direttamente attivi per questa catastrofe nel mondo internazionale. — Sarebbe necessario che ci si innalzasse prima ai punti di vista dai quali si potrebbe fondamentalmente giudicare questa situazione. Invece enormemente molto è parlato di questi seri eventi che sconvolgono il mondo dalle superficialità dei Libri Bianchi e simili, ed è stato straordinariamente difficile sempre per colui che non parlerebbe se non conoscesse le cose diversamente da molti altri, far valere il necessario dove dalla guerra del 1914 la situazione è stata giudicata. Questo iniziò per me già nel tempo in cui mi venivano ovunque in Svizzera lanciati gli « J’accuse »-libri, e non potevo dire ai popoli — sapete come erano a volte difficili le situazioni — nulla di diverso da quello che è vero, sebbene quello spesso fosse il meno inteso: Leggete, dissi, in tale libro non quello che è scritto con sottigliezza legale, leggete quello che è nello stile, leggete l’intera struttura, l’intera presentazione del libro, e se avete gusto, dovete dire: letteratura politica da retroscena! — ho dovuto dire ripetutamente sempre ai popoli che appartenevano a territori neutri e non neutri. Naturalmente non dico con questo che nel libro « J’accuse » non ci sia molto di corretto; ma il meno di tutto procede da un tale punto di vista che è adatto a giudicare la situazione tragica dal punto di vista storico-mondiale, in cui, si può già dire, il mondo si trovava nell’anno 1914. E bisogna indicare i fondamenti se si è obbligati a parlare della questione della responsabilità anche solo in qualche misura.
Sì, ma questa questione della responsabilità dovrebbe anche insegnare qualcosa. Vedete, sono stato, non appena la sfortunata dichiarazione di volontà di pace nell’autunno o inverno 1916 era venuta dalla Germania e poi l’intero viaggio fantastico con i Quattordici Punti di Woodrow Wilson si era verificato, sono stato subito — non ero invadente, le persone erano molto disposte, più della metà del cammino verso di me — sono stato subito presso coloro che avevano responsabilità, con la richiesta che, certo, a molti è sembrata paradossale, potrebbe di fronte a questi Quattordici Punti di Wilson mondani, che però nonostante la loro indifferenza mondana erano capaci di mettere in gioco navi, cannoni e uomini in abbondanza, potrebbe essere fatta valere l’idea della tripartizione dell’organismo sociale di fronte al mondo. E ho dovuto vivere che sì, molti l’hanno compreso assai bene, che una cosa del genere doveva accadere, ma che nessuno aveva veramente il coraggio di fare qualcosa in questa direzione, nessuno proprio. Per la conversazione che ho avuto con Kühlmann, il testimone che vi era presente, penso, è di nuovo là oggi. Posso quindi in queste cose in nessun modo fare speculazioni. Ma devo spiegare questo, e anche lì oggi certamente non vi racconterei qualcosa di scorretto, perché si sa esattamente come la cosa si è verificata.
Anche lì devo ad esempio dire il seguente: Vedete, già nel gennaio 1918 tenevo l’offensiva di primavera del 1918 per un’assoluta impossibilità, e mi trovai durante un viaggio che dovevo fare da Dornach a Berlino, con una certa personalità — si sapeva che, quando gli istanti decisivi si sarebbero avvicinati, questa personalità sarebbe stata chiamata alla guida degli affari — di parlare delle condizioni, che in realtà entravano poi in novembre 1918, e come allora ho trovato una certa comprensione per la tripartizione dell’organismo sociale, sono venuto a Berlino. Là dovevo parlare con una personalità. Coloro che potevano informarsi allora su come il coniglio correva, sapevano già dall’offensiva nel gennaio 1918; semplicemente non se ne poteva parlare. E dovevo parlare con una personalità militare che stava straordinariamente vicino al generale Ludendorff. La conversazione prese più o meno la direzione che dissi: non voglio espormi al rischio che mi si rimproveri di voler immischiarmi in cose militari-strategiche, ma voglio parlare da un certo punto di partenza, dal quale questo dilettantismo militare, che potrei avere, non sarebbe in questione. — Dissi che in un’offensiva di primavera Ludendorff raggiungesse forse tutto quello che poteva solo sognare; ma ritengo comunque questa offensiva per assurda — e portai i tre motivi che avevo per questo. L’uomo a cui parlavo divenne piuttosto agitato e disse: Cosa volete? Kühlmann ha già il vostro elaborato in tasca. Con questo è andato a Brest-Litovsk. Così siamo serviti dalla politica. La politica non conta nulla da noi. Noi militari non possiamo fare nulla di diverso che combattere, combattere, combattere. — Nel 1914 il capo dello stato maggiore era in una situazione per cui dovette scrivere per la situazione alla sera: « L’atmosfera diventava sempre più eccitata e io stavo completamente solo. » Per l’atmosfera fra le dieci e le undici dovette scrivere: L’Imperatore ha detto: « Ora potete fare quello che volete! » — E nel 1918 si poteva dire a uno: La politica non conta affatto, quella è nella nullità; non possiamo fare nulla di diverso che combattere, combattere. — Miei molto stimati signori, non era altrimenti diventato e non è altrimenti diventato oggi, e vorrei fornirvi una prova negativa, sebbene solo soggettiva, che non è altrimenti diventato.
Di nuovo è stato parlato con la stessa indifferenza mondana, con la stessa astrattezza, con la quale Woodrow Wilson ha parlato, che è stata provata dal modo in cui Woodrow Wilson ha fatto la figura a Versailles. Di nuovo è stato parlato dallo stesso posto da Harding, e vedo nel discorso di Harding, che è confuso il più possibile, che è tenuto con esclusione di ogni senso di realtà, che di nuovo porta solo le vecchie frasi ora, poiché siamo ugualmente di fronte a decisioni economiche come allora di fronte a decisioni politiche, non vedo in questo discorso che le persone si occupino in alcun modo di quello che di nuovo sta emergendo. È quasi impossibile portare gli uomini a un giudizio. Se abbiamo il primo Wilson che mostra la sua confusione a Versailles, o se da quella stessa regione è stato parlato qualcosa più tardi, questo non conta. Su questo conterebbe che si avesse uno sguardo vigile con senso di realtà.
Allora si guarderebbe anche a cose come il fatto che è assolutamente incredibile per colui che sente il giudizio delle situazioni politiche, che questo statista caratteristico proprio nel senso odierno, Lloyd George, abbia detto poco tempo fa: non si può nel vecchio senso attribuire al collettivo tedesco colpa morale per la guerra; le persone sono scivolate dentro nella loro stupidità. — Così ha parlato poche settimane fa, e sapete come ha parlato a Londra di fronte a Simons. Da questo potete stimare quale valore di verità si trova nei discorsi che le persone tengono, e gli uomini non hanno ancora alcun impulso a guardare queste cose — devono averlo, devono averlo dal fatto che acquisiscono senso per i grandi punti di vista. In questa catastrofe hanno giocato un ruolo, questi grandi punti di vista, e la nostra disgrazia è che nessuno aveva la minima idea di questi grandi punti di vista. Deve essere data la possibilità che i grandi punti di vista, da cui le cose dipendono, siano gettati oggi in Europa centrale nella decisione.
Finché tuttavia quello che è vero è calunniato da parte di coloro che credono di avere preso in affitto la germanicità in un modo assai peculiare, finché si viene chiamati traditori della germanicità da tali persone, nonostante quello che viene detto, se veramente inteso, sarebbe l’unico adatto a conferire alla vera germanicità popolare il suo posto dovuto, così a lungo non può migliorare. Le persone che sono di tutt’altro volere, che soprattutto sono di volere di conoscere la verità, devono riunirsi.
Certamente, ci sono stati anche in Germania fomentatori di guerra; ma tutto quello che è emerso da loro, nel momento decisivo non è stato di alcuna importanza. Di importanza è stato quello che ho esposto nell’ultimo capitolo dei miei « Kernpunkte », che attraverso la perdita dei grandi punti di vista si era arrivati al punto zero dell’efficacia politica. Nella germanicità ci innalzeremo solo quando ci innalziamo ai grandi punti di vista; poiché colui che con cuore caldo, non solo con la bocca — scusate l’espressione piuttosto grezza — sta dentro la germanicità, sa che vera germanicità significa proprio: essere cresciuti insieme con i grandi punti di vista. — Ma dobbiamo di nuovo trovare la strada verso i grandi punti di vista del popolo tedesco. E è fondamentalmente anche da un’esperienza che vi parlo di queste cose oggi. Nonostante la formulazione della domanda, forse non avrei dovuto rispondere; ma ho voluto proprio rispondere a questa domanda, e qualcosa che conduce alla risposta di tali domande, ve lo mostrerà quando vi sottopongo il passaggio conclusivo, che mi ha trasmesso il proponente in un supplemento. Scrive: Ritengo molto prezioso pubblicare e diffondere ampiamente la giusta, chiara opinione su questa intera questione della responsabilità per la guerra, diciamo in un memorandum. — Bene, questo avrebbe dovuto accadere nel maggio 1919. Il memorandum era anche stampato. Il mondo entro la Germania ha impedito che questo memorandum potesse apparire. Non rimaniamo solo a formazione di giudizio che una cosa del genere dovrebbe accadere; si sostenga coloro che non vogliono stare tranquilli con questo giudizio, ma che hanno provato già da molto tempo, proprio nel momento decisivo, a fare quello che qui è proposto. Allora avanzeremo.
Miei molto stimati signori, perché ritengo che nella gioventù tedesca ci sono personalità che troveranno di nuovo la strada verso la vera germanicità, che hanno senso e cuore e anima aperta per ricevere la verità, per questo, perché qui forse posso parlare con una certa prospettiva proprio ai giovani, alla parte migliore forse della nostra gioventù, per questo mi sono deciso a parlarvi oggi questi accenni.
Annotazioni
Per questa edizione
Sulle conferenze: Il presente volume Bibliografia-Nr. 174b dell’Opera Omnia raccoglie conferenze tenute durante la Prima Guerra Mondiale a Stoccarda. Originariamente erano suddivise nei seguenti volumi della Rassegna Bibliografica, pubblicata nel 1961 dalla Amministrazione del Lascito di Rudolf Steiner:
30 settembre 1914: O.O. 173
13/14 febbraio 1915: O.O. 160
22-24 novembre 1915: O.O. 159
12 e 15 marzo 1916: O.O. 167
11, 13 e 15 maggio 1917: O.O. 254
23-24 febbraio, 23 e 26 aprile 1918: O.O. 182
21 marzo 1921: O.O. 174
La riaggregazione è stata effettuata per evitare ripetizioni. Il volume precedente O.O. 174 a («L’Europa Centrale tra Oriente e Occidente») contiene conferenze tenute a Monaco durante la Prima Guerra Mondiale.
Materiali di testo: Non è più possibile stabilire completamente a chi risalgano le singole stenografie. La prima conferenza è un resoconto che Adolf Arenson ha redatto dal ricordo e dalle note di vari partecipanti. Le conferenze 9-15 sono state stenografate da Hedda Hummel (Colonia). Non è noto chi abbia annotato le altre conferenze.
Il titolo del volume è stato scelto dai curatori della prima edizione.
Edizioni separate
13-14 febbraio 1915 «L’impulso del Cristo come portatore dell’unificazione dello Spirituale e del Corporeo», Dornach 1944
22-24 novembre 1915 «Il mistero della morte. Fedeltà — Senso di verità — Fermezza di direzione», Dornach 1945
11, 13, 15 maggio 1917 «Fattori di sviluppo dell’umanità. Le resistenze che si oppongono al sapere dello spirito», Dornach 1941
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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