Educazione, insegnamento e questioni pratiche di vita dal punto di vista della scienza dello spirito antroposofica
Utrecht, 24 febbraio 1921 ANTROPOSOFIA ORIENTATA SCIENZA DELLO SPIRITO Utrecht, 24 febbraio 1921
Ciò che mi sono permesso di sviluppare lunedì scorso qui a Utrecht riguardava il fatto che, attraverso la scienza dello spirito orientata antroposoficamente, si deve trovare un metodo, un percorso scientifico per penetrare nell’ambiente spirituale, in quello soprasensibile. Ho fatto notare come la penetrazione in questo ambiente diventa possibile solo quando l’uomo trae dalla sua anima certe facoltà e forze che certo dormono in ogni anima, e quando egli trasforma quella che è conoscenza ordinaria in visione; in una visione che arriva per esempio a sviluppare la piena consapevolezza di cosa significhi avere una vita animico-spirituale, indipendente da qualsiasi corporeità. Sappiamo bene proprio attraverso la scienza moderna — e per quanto riguarda la vita ordinaria dell’anima questa scienza ha perfettamente ragione — che questa vita ordinaria dell’anima è legata allo strumento del corpo. E solo i metodi della scienza dello spirito possono strappare la vita spirituale-animica dal corpo, possono così penetrare verso l’essenziale nell’uomo, verso ciò che dimora nel mondo spirituale prima che, attraverso il concepimento o la nascita, si unisca con un corpo fisico, che passa per la porta della morte, getta il corpo umano e consapevolmente penetra nuovamente in un mondo spirituale.
Sviluppai inoltre lunedì scorso come colui che fa conoscenza in tal modo con l’essenza soprasensibile dell’uomo, è anche in grado di percepire dietro il sensibile della natura e dietro tutto ciò che si può investigare con l’intelletto ordinario, un ambiente soprasensibile, un ambiente di entità spirituali.
Ciò che viene conosciuto in tal modo come lo spirituale-animico nell’uomo, ciò che viene conosciuto come lo spirituale del mondo in cui viviamo, proprio questo ci rende capaci di ottenere una vera conoscenza dell’uomo. Nel corso degli ultimi tre o quattro secoli abbiamo ottenuto una natura-scienza perfezionata, ma da questa natura-scienza non abbiamo potuto trarre conoscenza dell’uomo. Nella teoria dello sviluppo partiamo dagli esseri viventi più bassi. Saliamo fino all’uomo; lo consideriamo come l’ultimo anello della serie animale. Da questo impariamo quello che l’uomo ha in comune con gli altri organismi, ma non impariamo quello che l’uomo è come essenza propria nel mondo. L’impariamo solo attraverso la scienza dello spirito orientata antroposoficamente. E ciò che così si manifesta nella conoscenza si manifesta alla fine anche nei sentimenti e negli impulsi che l’umanità moderna ha sviluppato nella vita sociale.
Si consideri soltanto come numerosi uomini, che si sono sviluppati attraverso la tecnica moderna come una nuova classe umana, attraverso tutta la moderna forma economica — in realtà sotto l’influsso di certe teorie socialiste — credono che quello che vive nell’uomo come moralità, come scienza, come religione, come arte, non sia scaturito da un originario spirituale, ma sia scaturito solo da quello che sono processi economici e materiali. La teoria a cui si attiene la moderna socialdemocrazia, la teoria che in modo così devastante ha voluto diventare realtà nell’Est dell’Europa, questa teoria vede fondamentalmente nell’extra-umano le forze che dominano la storia. E ciò che l’uomo produce in arte, costume, diritto, religione, appare solo come una sorta di fumo. La gente lo chiama una sovrastruttura che si innalza sulla base. È come un fumo che esce dal puramente economico-materiale.
Anche lì, nel collocare l’uomo nel mondo pratico, l’uomo vero è stato cancellato. Se dobbiamo caratterizzare quello che l’educazione moderna e la coscienza sociale moderna hanno portato avanti, non possiamo dire altro che: l’uomo è stato cancellato.
Ciò che la scienza dello spirito, come è intesa qui, vuole nuovamente portare all’umanità, è la conoscenza dell’uomo, la valutazione dell’uomo, il collegamento della natura umana come soprasensibile all’essenza universale soprasensibile del mondo.
Solo così si sta nella vera realtà. Solo così si sta su un terreno che porta in una vita veramente pratica. Questo vorrei anzitutto provare a voi oggi nella questione dell’educazione e dell’insegnamento. E poiché — come essa procede dalla Libera Scuola di scienza dello spirito a Dornach — questa scienza dello spirito orientata antroposoficamente non è mai stata pensata come estranea al mondo e lontana dal mondo, ma è stata sempre pensata come conforme alla realtà, come assolutamente pratica, essa ha sin dall’inizio tentato, quando si è dovuta frapporre nella necessità sociale e nel declino sociale dei tempi moderni, di intervenire praticamente nella vita. E una delle prime realizzazioni pratiche avvenne nel campo del sistema scolastico con la Libera Scuola Waldorf, che Emil Molt ha fondato a Stoccarda e che io stesso devo guidare dal punto di vista pedagogico-didattico. In questa Libera Scuola Waldorf gli impulsi di una vera conoscenza dell’uomo vengono elaborati pedagogicamente e didatticamente, impulsi che possono fluire dalla scienza dello spirito orientata antroposoficamente.
Da lungo tempo si parla del fatto che si dovrebbe educare e insegnare così da non trapiantare questo o quel contenuto nell’anima del bambino, ma di sviluppare ciò che c’è nell’uomo partendo dall’anima umana stessa. Ma quando si enuncia così, inizialmente è solo un principio astratto. Non si tratta però di avere consapevolmente questo principio di tirare fuori qualcosa dall’anima umana, ma si tratta di poter realmente osservare l’anima in divenire nel bambino. E per questo si deve dapprima sviluppare un senso. Questo senso lo sviluppa soltanto colui che è consapevole di come la vera individualità dell’uomo, la vera essenza spirituale-animica scenda da un mondo spirituale, in cui ha vissuto a lungo; come da giorno a giorno, da settimana a settimana, da anno a anno in tutto ciò che si forma fisicamente, che si forma psichicamente nel bambino, vive un soprasensibile; come a noi come educatori, come insegnanti ci è stato consegnato qualcosa da un mondo soprasensibile, che abbiamo il compito di decifrare. Quando vediamo da giorno a giorno come i lineamenti fisiognomici del bambino diventano sempre più chiari, quando possiamo decifrare come uno spirituale-animico che ci è stato inviato dal mondo spirituale si svela e si rivela gradualmente in questi lineamenti fisiognomici, allora si tratta di sviluppare anzitutto, come base di un’arte pedagogico-didattica, un sentimento di reverenza di fronte all’essenza umana soprasensibile che scende dai mondi spirituali.
La scienza dello spirito orientata antroposoficamente dà la possibilità di osservare veramente il bambino nel suo divenire anno dopo anno. Lì vorrei anzitutto mostrare le tappe principali dello sviluppo umano.
Si dice molto spesso che la natura o il mondo non fa salti. Ora, cose siffatte vengono continuamente ripetute senza che si guardi veramente a quello che dovrebbero significare. Non fa forse la natura continuamente salti quando sviluppa la foglia verde e poi come con un salto il sepalo del calice e il petalo colorato e poi di nuovo gli stami e così via? — E così è anche con la vita umana. Per colui che osserva in modo imparziale, da tutti gli stimoli e gli impulsi che la scienza dello spirito orientata antroposoficamente gli può dare, questa vita umana in divenire nel bambino, costui trova soprattutto — e non da fondamenti mistici, ma appunto da fedele osservazione — un salto nello sviluppo intorno al settimo anno, quando il bambino inizia a perdere i denti da latte. Qui si nota allora come la nostra psicologia, così come vive nella scienza corrente oggi, è fondamentalmente diventata qualcosa di straordinariamente vuoto di contenuto. Certo si distingue, quando non si è diventati del tutto materialisti, tra corpo e anima. Ma si parla con straordinaria astrazione della relazione tra corpo e anima. Non ci si abitua a osservare in questo ambito con la stessa fedeltà e imparzialità con cui si è imparato a fare in natura-scienza. Nella scienza naturale si impara per esempio che, quando il calore appare attraverso un certo processo e non è stato aggiunto dall’esterno, questo calore doveva essere in qualche altra forma — si dice in fisica «latente» — in un corpo. Si dice che il calore latente è diventato libero. Di questa disposizione d’animo che la scienza naturale dà, bisogna penetrare anche per la scienza dell’uomo, che ovviamente deve essere spiritualizzata rispetto alla scienza naturale. Bisogna osservare con cura: cosa cambia allora nell’uomo quando passa l’epoca della perdita dei denti da latte?
Ora, possiamo, se abbiamo veramente l’imparzialità necessaria per l’osservazione, vedere come il bambino, quando oltrepassa il settimo anno, in realtà inizia soltanto ad avere rappresentazioni contornate, definite, mentre prima non aveva tali rappresentazioni. Possiamo vedere come veramente solo da questo momento inizia la possibilità di pensare in pensieri veri — anche se ancora così infantili —. Vediamo come dalla psiche infantile emerge qualcosa che prima era nascosto nell’organismo umano. Chi ha acquisito per questa cosa uno sguardo spirituale, vede come la vita psichica del bambino diventa completamente diversa quando inizia la perdita dei denti; come là emerge qualcosa dalle profondità più nascoste verso la superficie della vita psichica. Dov’era prima quello che emerge come pensiero in contorni, come vita rappresentativa definita? Era come principio di crescita nell’uomo; pervadeva l’organismo; viveva come spirituale-animico nella crescita, che trova poi il suo termine quando dall’interno i denti vengono spinti fuori, quelli che spostano i denti precedenti. Quando si fa un punto conclusivo a questa crescita, che trova il suo termine nella perdita dei denti, rimane solo una crescita, per cui non sono necessarie forze così intense. Vediamo quindi come quello che successivamente nel bambino è il pensiero, una volta era internamente forza di crescita organica e come questa forza di crescita organica si trasforma in modo metamorfico e si manifesta come forza psichica.
Attraverso una tale considerazione arriviamo a una psicologia che non è vuota di contenuto, che fondamentalmente — solo sollevata nello spirituale — si basa sui medesimi metodi su cui anche la natura-scienza si basa. Come la natura-scienza è una fedele osservazione di tipo fisico, così, per comprendere l’uomo, è necessaria una fedele osservazione, ma ora dello spirituale-animico. Se si impara in questo modo a penetrare l’uomo, allora veramente questa intuizione dell’uomo si trasforma in un’intuizione artistica. È veramente così che oggi molte persone dicono, quando si enuncia qualcosa come ho appena fatto: Sì, bisogna considerare tutto da un punto di vista scientifico, epistemologico; bisogna restare alla logica sobria; bisogna lavorare attraverso l’intelletto verso leggi di natura formulate astrattamente. — Questo potrebbe essere una comoda richiesta umana. Potrebbe all’uomo sembrare di volere abbracciare tutto nella logica concettuale a maglie larghe, per penetrare dietro le cose. Ma cosa se la natura non procede così? Se la natura non lavora artisticamente? Allora è necessario che noi con la nostra facoltà conoscitiva la seguiamo sul suo percorso artistico. Chi guarda nella natura e nel mondo in generale, noterà che ciò che riusciamo a ottenere attraverso la logica sobria in leggi naturali, si rapporta a ciò che è la realtà piena, completa, intensa, come quando faccio un disegno con tratti di carbone rispetto a un’immagine dipinta in tutti i colori.
La scienza dello spirito orientata antroposoficamente attinge dalla realtà completa fisico-spirituale. Perciò trasforma il mero conoscere logico in un apprendimento artistico. E grazie a questo si è anche in grado di fare del docente, di colui che insegna, di colui che educa un artista pedagogico-didattico, che acquisisce un sentimento delicato per ogni singola manifestazione vitale del bambino. E in realtà è così che ogni bambino ha le sue particolari manifestazioni di vita individuali. Non si possono registrare in una scienza pedagogica astratta, ma si possono afferrare se da parte della totalità umana si ricevono impulsi orientati antroposoficamente e così ci si procura un’intuizione intuitiva dello spirituale-animico nell’uomo, che poi incide nel fisico-corporeo. Poiché ciò che nel senso più generale come forza del pensiero prima della perdita dei denti agisce nella crescita del bambino, lo vediamo continuare in modo più delicato come spirituale-animico attivo nel bambino. Dobbiamo seguire questo come insegnanti, come educatori di giorno in giorno con senso artistico, allora potremo essere per il bambino quello che un vero educatore, un vero insegnante deve essere per il bambino.
Vorrei caratterizzare con alcuni tratti come la prima epoca di vita dalla nascita alla perdita dei denti, come la seconda epoca di vita dalla perdita dei denti alla pubertà si configurano. — Nella prima epoca, quindi dal primo al settimo anno di vita l’uomo è essenzialmente un essere che imita. Ma dobbiamo comprendere questo nel senso più pieno della parola. L’uomo entra nel mondo, si abbandona completamente al suo ambiente. Soprattutto quello che manifesta inizialmente come i suoi impulsi di volontà e istinto, l’elabora in modo da imitare quello che c’è nel suo ambiente. Anche il linguaggio viene appreso inizialmente in modo da fondarsi sull’imitazione. Tra la nascita e il settimo anno il bambino è completamente e totalmente un imitatore. Questo deve essere considerato. Bisogna veramente essere in grado di trarre le ultime conseguenze in queste cose. — Quando si ha a che fare con il mondo in queste cose, a volte la gente viene e chiede consiglio in una cosa o nell’altra. Per esempio una volta un padre mi ha detto che si lamentava così del suo bambino di cinque anni. Che cosa ha fatto il bambino di cinque anni? chiesi. Ha rubato, disse il padre con tristezza. Gli dissi: Allora bisogna prima capire come il furto si comporta. Allora mi raccontò che il bambino in realtà non aveva rubato per malvagità. Aveva preso del denaro dal cassetto di sua madre e aveva comprato dolciumi, ma questi dolciumi li aveva poi distribuiti per strada agli altri bambini. Quindi non era un egoismo cieco. Che cosa era dunque? Ora, il bambino aveva visto giorno dopo giorno come la madre toglieva il denaro dal cassetto. Con cinque anni il bambino è un imitatore. Non ha rubato, ha semplicemente imitato una volta le cose che la madre fa giorno dopo giorno, poiché il bambino lo considera in modo completamente istintivo come la cosa giusta, quello che la madre sempre fa. — Questo è solo un esempio di tutti i dettagli delicati che bisogna sapere quando si vuole concepire l’arte dell’educazione in modo veramente conforme all’essenza umana.
Sappiamo però anche che il bambino nel gioco imita. Fondamentalmente l’impulso del gioco non è qualcosa di primitivo e originale, ma è un’imitazione di quello che si vede nell’ambiente. Chi procede con sufficiente imparzialità noterà già come all’origine del gioco sta certamente l’imitazione. Ma ogni bambino gioca diversamente. L’educatore del bambino piccolo prima del settimo anno deve acquisire un giudizio attento su questo — e occorre senso artistico per tale giudizio, poiché è diverso per ogni bambino — l’educatore deve acquisire uno sguardo artistico su come il bambino gioca. Fondamentalmente ogni bambino gioca nel suo modo proprio. E come un bambino gioca, soprattutto come gioca nel quarto, quinto, sesto anno, questo penetra nelle profondità dell’anima come una forza. Il bambino invecchia, inizialmente non si nota come il particolare modo di giocare si manifesti nelle successive caratteristiche del bambino. Il bambino svilupperà altre forze, altre facoltà psichiche; ciò che era la particolare essenza del suo giocare scivola verso l’oscurità dell’anima. Ma emerge di nuovo più tardi, ed emerge in modo peculiare, proprio nel venticinquesimo fino al trentesimo anno di vita dell’uomo, in quel periodo della vita in cui l’uomo deve trovare il suo posto nel mondo esteriore, nel mondo dell’esperienza esterna, dei destini esterni. Uno si inserisce abilmente, un altro si inserisce goffamente. Uno riesce a venire a capo del mondo, cosicché dalle sue azioni di fronte al mondo ha una certa soddisfazione; un altro non riesce a intervenire qui o là con le sue azioni, ha un destino difficile.
Bisogna imparare a conoscere la vita di tutto l’uomo, bisogna vedere come in modo misterioso il senso di gioco in questo senso di vita negli anni venti emerge di nuovo. Allora si acquisirà un’idea di natura artistica su come dirigere e guidare l’impulso del gioco, per poter così consegnare qualcosa all’uomo per un tempo di vita successivo.
La pedagogia odierna soffre in molti aspetti di principi astratti. Al contrario, la scienza dello spirito orientata antroposoficamente vuole dare alla pedagogia un senso artistico-didattico, intende agire nella prima giovinezza in modo che quello che lì si forma sia una dote per tutta la vita dell’uomo.
Infatti, se qualcuno vuole insegnare ed educare uomini, deve imparare a conoscere la vita umana intera. Una tale conoscenza dell’uomo il grandioso sviluppo scientifico naturale degli ultimi secoli nel suo genere non ha assolutamente provveduto. Considerate quale significato sociale ha il fatto se si può veramente consegnare al bambino una dote così come io l’ho caratterizzata.
Quando il bambino ha superato la perdita dei denti o almeno l’ha avuta, allora comincia la seconda epoca di vita del bambino. Allora comincia veramente l’età scolare vera, quello che bisogna studiare particolarmente con cura se si vuole fare pedagogia dal punto di vista della vera conoscenza dell’uomo. — Mentre il bambino fino al settimo anno è essenzialmente un imitatore, dal settimo anno fino alla pubertà, quindi circa fino al tredicesimo fino al sedicesimo anno — è diverso per le diverse individualità — si sviluppa quello che, chi considera queste cose in modo imparziale, riconosce come il naturale impulso di dedicarsi a un’autorità, a un’autorità umana, a un’autorità di insegnante, di educatore. Come è doloroso per il cuore oggi quando si sente da tutte le possibili direzioni partitiche che una sorta di senso democratico dovrebbe già entrare nella scuola; che i bambini dovrebbero esercitare una sorta di autogoverno. Con una cosa così che sgorga da tutte le possibili opinioni partitiche, ci si oppone a quello che la stessa natura umana vuole. Chi acquisisce una vera conoscenza dell’uomo sa cosa significa per tutta la vita successiva quando tra il settimo e il quindicesimo anno si è potuti guardare con devozione reverenziale verso una o più autorità umane; quando si è detto vero quello di cui queste autorità umane hanno detto che fosse vero; quando si è sentito come bello quello che queste autorità umane hanno sentito come bello; quando si è parimenti trovato buono quello che tali personalità venerate hanno posto davanti a noi come il bene. — Come si imita fino al settimo anno, così si vuol credere fino alla pubertà a quello che viene dall’autorità. È il periodo in cui si deve stare sotto gli influssi imponderabili di quello che può provenire da un’anima, da una personalità.
Abbiamo fondato la Libera Scuola Waldorf a Stoccarda. Molte persone dicono che vorrebbero visitare la scuola Waldorf per imparare da lì qualcosa del metodo e così via di questa scuola Waldorf. — Immaginate una volta un’incisione della Madonna Sistina, e qualcuno ne tagliasse un pezzo per procurarsi così una comprensione della Madonna Sistina. Sarebbe lo stesso come se si osservasse forse anche per due settimane o tre settimane quello che accade nella scuola Waldorf. Allora non si vedrebbe nemmeno qualcosa di particolare. Poiché ciò che accade nella scuola Waldorf è un risultato della scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Quelli che lì sono insegnanti hanno acquisito la loro pedagogia artistica e didattica dagli impulsi della scienza dello spirito antroposoficamente orientata. Chi vuole imparare a conoscere la scuola Waldorf, deve soprattutto imparare a conoscere la scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Ma non così, come si conosce dall’esterno, dove si fa credere alla gente che si tratti di una mistica intricata e nebulosa, di settarismo; no, dall’interno si deve imparare a conoscere questa scienza dello spirito orientata antroposoficamente, come essa attinge dalla totalità umana quello che l’uomo veramente è come essere sensibile e come essere soprasensibile all’interno del mondo e all’interno del tempo.
In realtà ci viene in mente, attraverso queste cose, in quale modo si potrebbe dire soprannaturale opera una tale personalità autoritaria. Per esempio. Potrebbe immaginarsi un’immagine — e soprattutto si dovrebbe parlare ai bambini dal settimo al quattordicesimo anno, ma particolarmente fino al decimo anno, in immagini. Prendiamo una qualche immagine, attraverso cui vogliamo infondere al bambino una rappresentazione, un sentimento sulla immortalità dell’anima. Si potrebbe immaginare questa immagine. Ma si potrebbe anche indicare al bambino il bozzolo della farfalla, come la farfalla esce strisciando dal bozzolo. E si dice al bambino: Come il bozzolo è il corpo umano. La farfalla esce volando dal bozzolo. Quando l’uomo passa attraverso la morte, l’anima immortale esce dal corpo come la farfalla dal bozzolo della farfalla. Entra nel mondo spirituale. — Da un’immagine così si può ottenere molto. Ma un vero sentimento dell’immortalità dell’anima se ne ottiene a un bambino attraverso un’immagine così solo sotto ben determinate condizioni. — Vedi, se ci si immagina come insegnante: Sono intelligente, il bambino è stupido, deve diventare intelligente — e ci si inventa una cosa così per fare capire qualcosa al bambino —, forse si otterrà qualcosa, ma quello che veramente porta il bambino al sentimento dell’immortalità, certamente non si ottiene. Poiché solo quello agisce sul bambino che si crede veramente, in cui si sta completamente dentro. La scienza dello spirito orientata antroposoficamente dà a uno la possibilità di dire: Io stesso credo in questa immagine; per me questa uscita della farfalla dal bozzolo è completamente quello che non ho io stesso inventato, ma la natura stessa pone su un livello più basso per il medesimo fatto che su un livello più alto è il procedimento dell’anima immortale dal corpo. Se io stesso credo all’immagine, se sto dentro il contenuto dell’immagine, allora la mia credenza opera in modo da suscitare credenza, rappresentazione e sentimento nel bambino. Queste cose sono completamente imponderabili.
Quello che accade esternamente non è nemmeno così importante come quello che accade tra il sentimento dell’insegnante e il sentimento dell’allievo. Non è indifferente se io entro a scuola con pensieri nobili o con pensieri non nobili e se credo che semplicemente quello che io esprimo sia quello che opera. Darò a quello che esprimo una tonalità che non incide nell’anima, se non entro nell’aula scolastica con pensieri nobili e soprattutto con i pensieri che rispetto a quello che esprimo sono veramente veridici. — Questo anzitutto riguardo al rapporto dell’allievo con l’insegnante nella seconda epoca di vita dal settimo al quindicesimo anno. Ci sarebbe ancora molto da dire al riguardo, ma voglio solo evidenziare alcuni concreti dettagli, così che comprendiate lo spirito intero di cui è animata la pedagogia e didattica che fluisce dalla scienza dello spirito orientata antroposoficamente.
Poi nella scuola Waldorf abbiamo iniziato a cercare di trarre veramente dal bambino quello che deve imparare. Lì siamo di fronte a questioni enigmatiche assai significative, proprio quando accogliamo il bambino nella scuola elementare. Dobbiamo insegnare al bambino la lettura, la scrittura della grafia; ma rispetto a quello che vive nell’uomo, la grafia, lo stampato è diventato ormai da lungo tempo all’interno della civiltà umana qualcosa di completamente astratto, qualcosa che ha assunto la natura di segno e non sta più in stretto legame con la piena, originaria, elementare vita psichica dell’uomo. Non completamente, ma comunque in una certa misura la storia culturale esterna dà qualche chiarimento su queste cose. Se torniamo indietro alle diverse culture, troviamo la scrittura figurata, dove in quello che era fissato esternamente, era trattenuto in forma figurata quello che si intendeva veramente. Nella cultura più antica la scrittura non era stata portata a una tale astrazione del puro segno, come è il caso oggi. Noi veramente, se insegniamo a leggere o scrivere nel modo ordinario, avviciniamo al bambino qualcosa che inizialmente non è affatto affine alla sua natura. Perciò una pedagogia e didattica che veramente sia scaturita dalla conoscenza completa dell’uomo, non insegnerà a leggere e scrivere come ordinariamente si fa, ma nel nostro metodo partiamo dall’artistico-infantile. Non iniziamo affatto con la lettura, nemmeno con la scrittura nel senso ordinario della parola, ma con una sorta di disegno pittorico, di pittura-disegno. Guidiamo il bambino affinché non impari a formare lettere solo dalla testa, ma dalla totalità dell’uomo tragga linee e forme, in disegno anche colorato, su carta o in altro modo su una superficie; linee e forme che fluiscono assolutamente in modo naturale dall’organismo umano. Poi guidiamo gradualmente quello che è stato tratto dall’artistico verso le forme di lettere dapprima attraverso la scrittura, e dalla scrittura solamente allora passiamo alla lettura. Questo è il nostro ideale. Forse è difficile realizzarlo all’inizio, ma è un ideale di una vera didattica che scaturisce dalla conoscenza completa dell’uomo. E così come in questo caso, quello che è conoscenza dell’uomo si pone alla base di tutta l’educazione e di tutto l’insegnamento.
Partiamo per esempio da facoltà musicali-ritmiche nel bambino, poiché queste fluiscono dalla natura umana e poiché sappiamo che il bambino che intorno al settimo anno è stimolato correttamente in modo musicale, in questa guida musicale sperimenta un rinforzo e una tempra particolare della volontà.
Ora, cerchiamo particolarmente di insegnare al bambino quello che gli deve essere insegnato in forma figurata, così che il bambino non sia portato troppo presto nella vita intellettualistica. Osserviamo inoltre che tra il nono e il decimo fino all’undicesimo anno di vita del bambino c’è un importante punto di svolta. Chi può osservare la vita infantile nel modo giusto, sa che tra il nono e l’undicesimo anno nel bambino c’è un punto di sviluppo della vita che — a seconda di come si riconosce da chi educa e insegna — influisce sul destino, sul destino interiore e spesso anche esteriore dell’uomo in senso favorevole o sfavorevole. Fino a questo momento il bambino si differenzia poco dal suo ambiente, e bisogna considerare che il bambino deve ricevere la descrizione di una pianta diversamente prima del nono anno rispetto a dopo. Si identifica il bambino prima di allora con tutto ciò che lo circonda; poi impara a distinguersi; allora gli si presenta veramente per la prima volta il concetto-Io — prima aveva solo un sentimento-Io. Dobbiamo osservare come il bambino si comporta, come inizia a formulare certe domande diversamente da questo punto di svolta. Dobbiamo affrontare questa importante svolta in ogni singola individualità infantile, poiché è determinante per tutta la vita successiva.
Dobbiamo essere chiari per esempio sul fatto ulteriore che materie come la fisica e simili, che si separano completamente dall’uomo, che raggiungono una certa perfezione solo perché tutto il soggettivo è escluso dalla formulazione delle loro leggi, possono essere insegnate al bambino solo dall’undicesimo, dodicesimo anno in poi. Al contrario, conduciamo le solite lingue straniere con i nostri bambini in modo pratico già dall’inizio della scuola elementare. Si vede allora come veramente dal fatto che si conducono le lingue straniere non in modo traduttivo, ma si fa vivere al bambino nello spirito dell’altra lingua, la struttura intera della psiche del bambino si amplia. — Così dallo spirito viene modellata una didattica e pedagogia artistica. Potrei qui nel dettaglio proseguire ancora per otto giorni sul modellamento di una tale pedagogia e didattica come arte. Ma voi vedete come fluisce immediatamente nel pratico dell’educazione quello che viene dalla scienza dello spirito orientata antroposoficamente.
Come si presenta per il singolo insegnante? Si presenta così che egli veramente ottiene qualcosa di diverso attraverso questa scienza dello spirito orientata antroposoficamente di quello che si può ottenere dal resto dell’educazione scientifica odierna. E qui tocchiamo una delle questioni sociali più significative della contemporaneità.
Della questione sociale si dice che sia la questione fondamentale del nostro tempo, ma la maggior parte delle volte la si intende solo come questione economica esterna, non la si intende veramente nella sua profondità. Questa profondità viene davanti all’anima solo quando ci si accorge come tra le larghe masse del proletariato odierno una parola può essere sentita sempre di nuovo e di nuovo. È la parola ideologia. Cosa intende il proletario odierno dalla sua istruzione marxista quando parla di ideologia? Intende: Se sviluppiamo rappresentazioni su costume, diritto, arte, religione, questo non è qualcosa di reale in sé, è solo un’astrazione, è solo un’idea irreale. Tutto quello che abbiamo in questo modo non è realtà, è ideologia. Realtà sono solo i processi di produzione materiali esterni.
Si può sentire in questo fatto quale rivolgimento ha veramente subito lo sviluppo dell’umanità rispetto alla concezione del mondo e alla costituzione psichica. Considerate quale sia la comprensione fondamentale della saggezza orientale antica. L’ultima volta che ho parlato qui, ho detto che non dovremmo desiderarla, ma possiamo orientarci su molte cose in essa. L’antico orientale parlava di Maja. Cosa si intendeva sotto Maja nell’antico Oriente? Si intendeva tutto quello che l’uomo poteva conoscere nel mondo dei sensi esterni. Poiché la realtà era per lui quello che viveva all’interno, quello che internamente germinava come costume, religione, arte, scienza. Quella era la realtà. Quello che gli occhi vedevano, quello che le orecchie udivano, quello che si percepiva in altro modo, era Maja. Oggi l’Oriente ha solo in forma decadente quello che da un certo punto di vista potrebbe essere caratterizzato come io l’ho appena fatto. — Le nostre larghe masse popolari attraverso l’istruzione marxista sono giunte esattamente al contrario. Si potrebbe dire che lo sviluppo dell’umanità ha fatto un rivolgimento completo. L’esteriore, il sensibile è solo la realtà, e quello che viene configurato internamente, costume, religione, scienza, arte, è Maja. Solo che non si dice Maja, ma si dice ideologia. Ma se si volesse tradurre Maja correttamente nel senso, dovrebbe essere tradotto con ideologia, e se si volesse tradurre nella lingua della concezione mondiale antica dell’Oriente quello che il proletario moderno intende con ideologia, dovrebbe essere tradotto con Maja, solo che l’applicazione è opposta.
Porgo questo in evidenza per la ragione che voglio mostrare con questo quale immane rivolgimento ha subito lo sviluppo umano, come in realtà abbiamo sviluppato in Occidente oggi le ultime conseguenze di una concezione del mondo che va completamente contro quello che ancora in modo decadente è contenuto in Oriente. Chi sa osservare i conflitti dell’umanità da tali profondità conosce quale materia di conflitto esiste oggi tra Oriente e Occidente. Le cose infatti si presentano diversamente nei vari periodi storici; ma per quanto materialista sia lo sforzo dell’Oriente odierno, è in un certo modo lo sforzo che era presente anche nel buddhismo antico e simili, che oggi è diventato decadente. E la nostra cultura occidentale ha al riguardo fatto un rivolgimento completo. Siamo veramente giunti al punto che larghe masse umane non parlano del fatto che la realtà spirituale le riempie internamente, ma che tutto quello che le riempie internamente è solo Maja, ideologia.
Questo è quello che la scienza dello spirito orientata antroposoficamente vuole nuovamente dare all’umanità: non soltanto pensieri che si possono considerare ideologia, non soltanto irrealtà; ma l’uomo viene di nuovo riempito di quello di cui era riempito allora, con la consapevolezza: Nei miei pensieri vive lo spirito. Lo spirito entra in me; non uno spirito morto, ideologico, ma uno spirito vivente vive in me. — Guidare gli uomini nuovamente verso l’esperienza immediata dello spirito vivente, questo è quello che la scienza dello spirito orientata antroposoficamente vuole dare. Questo è quello che viene incorporato nella pedagogia e didattica antroposoficamente orientata. Questo è quello che dovrebbe vivere nel rapporto dell’insegnante con l’allievo.
Ma questo è anche quello che direttamente si trova nel trattamento della questione sociale. Quelli uomini che oggi parlano di ideologia sono passati attraverso le nostre scuole. Abbiamo però bisogno di un’umanità che veramente dal più profondo interno sviluppi impulsi sociali. Questa deve emergere da altre scuole. Quello che è emerso dalle scuole che tanto ammiriamo: l’abbiamo avuto oggi nel caos sociale. Abbiamo bisogno di un’umanità che sia educata cosicché l’educazione corrisponda a una vera e completa conoscenza dell’uomo. Con questo è posta quella che fa la questione dell’educazione anche una questione universale, sociale. Ci si dovrà decidere o di vedere la questione dell’educazione in questo senso come una questione sociale, oppure si sarà ciechi di fronte alle grandi rivendicazioni sociali della contemporaneità.
Ma bisogna sentire cosa è necessario per l’insegnante, per colui che insegna, per esercitare tale educazione, per così trasformare la conoscenza dell’uomo in arte pedagogico-didattica. Bisogna sentire che questo è possibile solo se l’insegnante, chi insegna non deve seguire alcuna altra norma se non quella che è nel suo proprio interno. Responsabile dello spirito che vive, deve essere l’insegnante, l’educatore. Questo è possibile solo all’interno della tripartizione dell’organismo sociale, in una vita dello spirito libera. Finché la vita dello spirito dipende da una parte dalla vita economica, dall’altra dalla vita dello stato, finché l’insegnante sta sotto il dominio dello stato o della vita economica. Se studiate i collegamenti, troverete come è costituito il dominio.
In verità oggi si può fondare solo un surrogato di una scuola libera. È stato possibile nel Württemberg fondare la Scuola Waldorf come una scuola libera, in cui regnano soltanto le esigenze dell’arte pedagogica, prima che il socialismo creasse la nuova legge scolastica.
Se deve regnare libertà, allora ogni insegnante deve intervenire direttamente nell’amministrazione; allora la parte più importante della vita dello spirito — come comunque questa vita dello spirito nel suo complesso — deve avere la sua libera autogestione. Non si può immaginare una vita dello spirito in cui tali scuole libere sono generali diversamente che così: dall’insegnante della classe più bassa della scuola elementare fino al più alto educatore tutto si divide in corporazioni che non sono sottoposte ad alcuna autorità statale o economica, che non ricevono istruzioni da nessun lato. Quello che si fa nell’amministrazione deve accadere così che ogni insegnante ed educatore insegni ed educhi solo pertanto tempo che gli rimane ancora abbastanza tempo per coamministrare. Non quelli che sono andati in pensione o che si sono ritirati dal vivo insegnamento ed educazione, ma quelli che attualmente insegnano ed educano devono anche essere gli amministratori. Da ciò risulta come evidente l’autorità dei capaci. Basta provare una tale autogestione e si troverà: poiché si ha bisogno di colui che veramente può fare qualcosa, la sua autorità si affermerà in modo naturale. Se la vita dello spirito si autogestisce, non sarà necessario istituire questa autorità o simili. Si lasci semplicemente emergere questa vita dello spirito libera e si vedrà: poiché le persone hanno bisogno dei capaci, li troveranno.
Potevo solo accennare in modo schizzato alle cose, ma voi avrete comunque visto come a un vero artigianato pedagogico deve essere presupposta la vita dello spirito libera. Possiamo vedere come emerge la necessità di distaccare dalla totalità dell’organismo sociale anzitutto la vita dello spirito libera.
Così come circa Karl Marx o Proudhon o altri economisti nazionali borghesi fondano quello che vogliono fondare, così non si fondano le cose dell’esperienza della vita, le cose della pratica della vita. Quello che è detto nel mio libro «I punti focali della questione sociale» o in altri scritti sulla tripartizione dell’organismo sociale, viene da decenni di osservazione della vita comprensiva e da tutti i lati, viene parlato e scritto dalla pratica. Perciò non lo si può nemmeno abbracciare con concetti leggermente formulati. So esattamente dove si può facilmente iniziare con una critica logica. Ma quello che è scaturito dalla realtà è molteplice come la realtà stessa. E così poco come la realtà si lascia stringere in concetti logici leggermente formulati, così poco si lascia adattare qualcosa che deve corrispondere alla realtà in tali concetti. Chi però una volta internamente sente profondamente cosa significa stare così nella scuola, nell’insegnamento, nell’educazione come è necessario per una vera conoscenza del divenire dell’uomo, del bambino, questi ha nel suo sentire, nell’intera esperienza una piena prova che la vita dello spirito deve ricevere la sua libera amministrazione. E tutte le obiezioni non valgono così che le si possa semplicemente sollevare, ma solo così che le si deve eliminare attraverso la realtà.
Allora vengono persone e dicono: Se la vita dello spirito deve basarsi su libero riconoscimento, la gente non manderà i bambini a scuola, perciò non si può allestire una vita dello spirito libera. — Così non parla colui che pensa in modo conforme alla realtà. Questi sente anzitutto la piena necessità della liberazione della vita dello spirito. Dice: La vita dello spirito deve diventare libera; può forse avere lo svantaggio che alcuni non vorranno mandare i bambini a scuola; allora bisogna pensare a mezzi perché questo non avvenga. Non bisogna trattare questo come obiezione, ma bisogna sollevare una cosa così e poi riflettere su come si può rimediare. In molte cose che proprio riguardano la piena realtà della vita, dovremo imparare a pensare così.
Intuiste che proprio per quanto riguarda la vita dello spirito — e la vita dello spirito pubblica è fondamentalmente nel suo aspetto più importante data con l’insegnamento, con l’educazione — un rivolgimento completo deve avvenire. Quelli che sono abituati a operare nella vita dello spirito odierna non entreranno proprio in queste cose. Lo so come certi insegnanti di scuole superiori, quando è stato loro presentato il desiderio di passare all’autogestione, hanno detto: Stò comunque piuttosto sotto il ministro piuttosto che coamministrare con i colleghi; questo non funziona. Sono meno volentieri insieme con i miei colleghi della facoltà che con il ministro che è fuori.
Forse non si riceveranno proprio da questa direzione gli impulsi necessari. Ma come altrimenti per quanto riguarda le grandi questioni della vita oggi sempre più e sempre più è determinante non il produttore, ma il consumatore, così si desidererebbe che anche di quello che nel sistema di insegnamento ed educazione come la parte pubblica più importante della vita dello spirito è necessario, riflettessero i consumatori di questo sistema di insegnamento ed educazione. Questi sono anzitutto persone che hanno bambini. Abbiamo provato quale impressione hanno ricevuto i genitori dalla conclusione dell’anno scolastico, da tutto quello che i bambini hanno altrimenti provato durante l’anno scolastico nella Scuola Waldorf. Abbiamo provato come i genitori, quando questi bambini tornano a casa, si sono resi conto che lì veramente sta salendo un nuovo spirito sociale che è di importanza straordinaria per la prossima generazione — naturalmente solo se la Scuola Waldorf non rimane una piccola scuola decentrata a Stoccarda, ma se questo spirito che regna lì diventa già lo spirito dei circoli più ampi.
Ma non solo i genitori hanno un interesse in quello che accade negli istituti scolastici, educativi e di istruzione. Fondamentalmente ogni persona ha un interesse se la prende sinceramente con lo sviluppo dell’umanità. Ogni persona deve preoccuparsene quello che la prossima generazione diventerà. Quelli che così pensano e che hanno un senso per come oggi abbiamo bisogno di un rinnovamento spirituale nel senso come l’ho anche esposto nell’ultima conferenza qui a Utrecht, dovrebbero diventare interessati nel nuovo sistema educativo da ottenere attraverso il sistema scolastico dai livelli più bassi fino ai livelli più alti.
Nella Libera Scuola a Dornach cerchiamo di allestire un’istituzione educativa nel senso più alto della parola dallo spirito. L’abbiamo oggi ancora difficile. Possiamo dare alle persone il rinnovamento, il fertilizzamento delle singole scienze particolari; possiamo dar loro qualcosa come i nostri corsi autunnali erano, come i nostri corsi pasquali saranno. Possiamo mostrare loro come per esempio la medicina, ma anche tutte le altre scienze della vita pratica attraverso la scienza dello spirito orientata antroposoficamente, ricevono quello che è necessario per la contemporaneità e particolarmente per il prossimo futuro.
Ma certamente possiamo finora dare solo spirito, e questo oggi non è ancora molto stimato. Oggi si stimano ancora i certificati che non possiamo ancora dare. Bisogna combattere per il fatto che quello che è riconosciuto come necessità nello sviluppo dell’umanità e per il prossimo futuro diventi anche ufficialmente. Questo può accadere probabilmente solo per il fatto che nei più ampi circoli internazionali nasca un sentimento per qualcosa che vorrei chiamare una sorta di associazione mondiale per la scuola. Una tale associazione mondiale per la scuola non ha bisogno di limitarsi alla fondazione di scuole inferiori o superiori, ma deve mostrare in sé tutti gli impulsi che si orientano verso una cosa così come, per esempio, in Dornach è stato tentato in un certo modo particolare. Una tale associazione mondiale per la scuola dovrebbe comprendere in sé tutti quelli uomini che hanno un interesse nel fatto che forze di rinascita entrino nelle forze di sviluppo dell’umanità di fronte alle terribili forze di declino che abbiamo oggi nell’umanità.
Poiché una tale associazione mondiale per la scuola, non diventerebbe una sorta di alleanza degli impulsi che già ci sono; non tenterebbe di modellare il mondo secondo i vecchi metodi diplomatici o altri. Una tale alleanza, una tale associazione mondiale per la scuola tenterebbe di formare un’alleanza mondiale dell’umanità dalle più profonde forze umane, dai più profondi impulsi umani animici. Una tale alleanza significherebbe perciò qualcosa che veramente potrebbe dare un rinnovamento di quella vita che ha così fortemente mostrato la sua fragilità negli anni terribili nel secondo decennio del ventesimo secolo.
Quelli uomini che lì sarebbero educati avrebbero gli impulsi sociali e sarebbero quelli che potrebbero anche su altri ambiti della vita sociale, sul campo di una vita indipendente di diritto o stato o politica e sul campo di una vita economica indipendente spiegare la giusta forza. Come la vita dello spirito libera può essere costruita solo su idoneità di materia e specialistica, non su quello che emerge da una maggioranza, così la vita economica può configurarsi salutare per l’umanità solo se è distaccata da tutto il sistema di maggioranze, da tutto quello dove le persone giudicano semplicemente dalla loro umanità, non da conoscenza di materia e specialistica. Nella vita economica abbiamo bisogno di associazioni dove si riuniscono persone che appartengono al consumo, persone che appartengono alla produzione e persone che appartengono al commercio. Ho mostrato nei miei scritti che queste associazioni per la loro natura avranno una certa grandezza. Tali associazioni possono veramente fornire nella vita economica quello che vorrei chiamare un giudizio collettivo, come è vero d’altra parte che nella vita dello spirito tutto deve venire dalla personalità umana. Poiché dalla nascita portiamo dalla mondo spirituale le nostre disposizioni. Ogni volta che un uomo nasce, viene un messaggio dal mondo spirituale nel mondo fisico-sensibile. Abbiamo il compito di coglierla, di guardare l’individualità umana; l’insegnante all’individualità umana nel bambino, l’intera istituzione sociale alla vita dello spirito libera, in cui l’insegnante sta cosicché possa vivere pienamente la sua individualità.
Quello che in questa vita dello spirito libera potrebbe portare a beneficio dell’umanità porterebbe a danno nella vita economica. Perciò non ci si deve abbandonare a illusioni. Per quanto nel perseguimento della vita dello spirito dobbiamo aspirare a un giudizio armonico e completo attraverso la nostra individualità, tanto poco possiamo farlo nella vita economica. Lì siamo capaci, insieme agli altri uomini, di formare un giudizio solamente in associazioni dentro un giudizio. Sa chi ha lavorato su un certo ambito, ma quello che sa è sotto ogni aspetto unilaterale. Un giudizio si forma solo dal fatto che non ci si confronta solo teoricamente con gli altri, ma che si deve fornire all’altro una certa merce, bisogna soddisfare i bisogni dell’altro, bisogna concludere contratti. Quando gli interessi reali si oppongono nei contratti, allora si formeranno i giudizi reali, consapevoli della materia.
Anche quello che fondamentalmente è la cosa principale nella vita economica si forma da quello che agisce all’interno delle associazioni: il giusto prezzo. Potete leggere nel dettaglio tutto questo nei miei libri «I punti focali della questione sociale» e «Nell’esecuzione della tripartizione» così come nelle riviste. Esiste inoltre anche una rivista olandese sulla tripartizione. Lì potete leggere come nella vita economica si deve cercare un giudizio collettivo. Da quando abbiamo nella vita economica l’economia mondiale al posto delle vecchie economie nazionali, da allora è diventato necessario che la divisione della vita economica avvenga da prospettive economiche libere, che la vita economica si svolga in associazioni che si occupano esclusivamente di affari economici, ma così che da nessun lato ci siano maggioranze, ma ovunque sia determinante l’idoneità di materia e specialistica. Lì emergono le divisioni. Lì starà al giusto posto colui che ha l’esperienza, o un altro per altre ragioni. Tutto questo emergerà da sé nelle associazioni, perché non si ha a che fare con fissazioni astratte, ma con attività contrattuale. Così per esempio bisogna provvedere se un articolo viene fabbricato troppo abbondantemente su un territorio, che le persone siano occupate diversamente; poiché dove è il caso, l’articolo diventa troppo a buon mercato e quello che viene fabbricato troppo poco diventa troppo caro. Il prezzo si può fissare solo se attraverso associazioni un numero giusto di persone è impiegato su un territorio. Se una cosa così deve diventare reale, si tratta di un interesse intenso nella totalità della vita economica dell’umanità. Si tratta del fatto che non solo come frase esterna si sviluppi quello che si chiama fraternità umana, ma che questa fraternità umana si realizzi realmente nelle relazioni economiche nelle associazioni.
Posso solo indicare schizzatamente tutto questo oggi. La letteratura sulla tripartizione parla già sui dettagli. Quello che voglio indicare però è solo come la scienza dello spirito orientata antroposoficamente vuole affrontare la vita anche lì praticamente.
Così nel corpo sociale abbiamo da un lato la vita dello spirito libera sulla personalità umana individuale; la vita economica su associazioni che si riuniscono nella totalità dell’economia mondiale — senza che si prenda in considerazione i confini dello stato politico che oggi contraddicono gli interessi economici. Questo può sembrare oggi ancora sgradevole per le persone pensare, ma è quello che può estrarre dagli stati caotici.
Tra i due, la vita dello spirito libera e la vita economica associativa, sta allora la vera vita politica, la vera vita dello stato, dove i decreti di maggioranza hanno la loro legittimità; dove tutto, anche il lavoro umano, viene a negoziazione, per cui ogni uomo divenuto maturo è competente. Nella vita dello spirito libera non ogni uomo divenuto maturo è competente; lì i decreti di maggioranza potrebbero solo rovinare tutto come egualmente nella vita economica. Ma ci sono per esempio il tipo e la misura del lavoro, del lavoro umano; ci sono ambiti dove ogni uomo quando è divenuto maturo è competente, dove un uomo sta come uguale di fronte all’altro. Questo è il vero ambito giuridico-politico statale nel corpo sociale tripartito. Questo è quello su cui oggi il più chiaramente punta già la vita dello spirito, ma che può anche essere perseguito secondo le rivendicazioni e le necessità negli altri ambiti dell’essere sociale.
Tripartizione dell’organismo sociale: Una vita dello spirito libera, fondata sul pieno, libero dispiegarsi della singola personalità umana; una vita di diritto o statale che sia veramente democratica, dove l’uomo sta come uguale di fronte all’altro e dove le maggioranze decidono perché solo in questa articolazione del corpo sociale viene a decisione quello di cui ogni uomo divenuto maturo è competente; una vita economica costruita su associazioni che decide nuovamente da conoscenza di materia e specialistica, dove vale il contratto, non la legge.
Vengono persone che dicono che così verrebbe distrutta l’unità dell’organismo sociale. Per esempio qualcuno mi ha mosso l’obiezione che l’organismo sociale è un’unità e deve anche restare tale, altrimenti tutto verrebbe lacerato. — Allora potei rispondere all’obiezione solo così: Una famiglia rurale è anche un’unità. Ma se si afferma che lo stato deve anche economizzare e amministrare le scuole, allora si potrebbe dire anche di una famiglia rurale, che è anche con il signore e la signora e la serva e la mucca un’unità, poiché il tutto è un’unità, tutte dovrebbero dare latte, non solo la mucca. — L’unità sorgerebbe proprio dal fatto che ognuno al suo posto produce la cosa giusta. L’unità sorge proprio dal fatto che emergono i tre articoli. Si non dovrebbe semplicemente fare una cosa da metà o un quarto di comprensione, cosa che è scaturita dalla giusta osservazione di quelle cose che nella vita sociale presente spingono per una trasformazione.
Libertà, uguaglianza, fraternità — questi sono i tre grandi ideali che risuonano dal diciottesimo secolo. Quale cuore umano non avrebbe provato il più profondo dei tre ideali di libertà, uguaglianza, fraternità? Eppure, è accaduto continuamente e veramente persone intelligenti nel corso del diciannovesimo secolo hanno costruito una contraddizione tra libertà e uguaglianza: Come potrebbe l’uomo essere libero se comunque tutte le persone dovessero sviluppare le loro capacità nello stesso modo e come questo anche non collimerebbe con la fraternità? — È stato detto molto intelligente e coerente per il carattere contraddittorio di questi tre ideali. Eppure li sentiamo e sentiamo la loro legittimità. Cosa c’è veramente dietro?
Ora, le persone hanno formato i tre ideali, libertà, uguaglianza, fraternità dai fondamenti intensi dell’anima, che sono veramente tanto legittimi come qualcosa di storico e umano può essere legittimo. Ma le persone erano inizialmente rimaste sotto la suggestione dello stato unitario. Nello stato unitario questi tre ideali veramente si contraddicono, ed eppure devono essere realizzati. La loro realizzazione significherà l’organismo sociale tripartito. Se si comprende che si ha a che fare con qualcosa che potrebbe iniziare proprio domani, che è pensato e formato dalla pratica, che non ha nel lontano il carattere utopico come la maggior parte delle idee sociali, che è assolutamente pratico, se si comprende come lo stato unitario oggi da sé produce la necessità di dividersi in tre articoli: allora si comprenderà anche il significato storico e umano dei tre grandi ideali che dal diciottesimo secolo in modo profondamente commovente e illuminante dello spirito risuonano nell’umanità. Allora ci si dirà: L’organismo sociale tripartito consolida per la prima volta questi tre ideali, dà a questi tre ideali proprio la possibilità della vita. Vale a dire — permettetemi che alla conclusione come una sintesi conforme al sentimento di quello che oggi ho voluto dire sulla configurazione pratica della scienza dello spirito orientata antroposoficamente, esprima — deve venire nell’umanità l’organismo sociale tripartito: La vita dello spirito amministrata per sé, la vita economica amministrata per sé, e in mezzo la sfera politica-giuridica-statale amministrata per sé. Allora si potrà realizzare nell’autentico, vero senso nell’umanità: Libertà nella vita dello spirito, Uguaglianza nella vita dello stato democratico, Fraternità nella vita economica configurata associativamente. Verrebbe portato avanti quello che potrebbe far sorgere tali scuole ovunque. Ma in un siffatto mondiale istituto scolastico — permettetemi di rilevare questo soltanto di sfuggita in parentesi — deve innanzitutto scomparire un certo idealismo che imperversava nell’umanità, voglio dire quell’idealismo che sostiene: Ah, le cose spirituali, l’antroposofia, sono così elevate, non si deve farvi avvicinare il materiale; il materiale inquinerebbe l’antroposofia. — Questo idealismo, che è così idealistico da ornare tutto lo spirituale di frasi vuote e sollevarlo in un mondo di chimere, mentre tiene la mano ben salda sulla borsa, non è compatibile con la fondazione di un mondiale istituto scolastico o simile. Bisogna portare un idealismo tale per cui la borsa non sia troppo preziosa, e che quindi sia disposta a fare qualcosa per gli ideali dell’umanità. La scienza dello spirito orientata antroposoficamente deve assolutamente pensare fino alla pratica della vita, non soltanto verso le nuvole, ma fino alla borsa. Là ci sono naturalmente angoli e recessi che appartengono del tutto alla pratica della vita. — Lo dico solo per caratterizzare che cosa sia una retta concezione del mondo.
Domanda: Esistono contrasti tra la scienza dello spirito antroposofica e il cristianesimo evangelico?
Rudolf Steiner: Non occorre costruire questi contrasti. Bisogna distinguere due cose: il Mistero del Golgota è un fatto: un’entità spirituale da mondi sovrumani è discesa sulla terra, si è unita all’uomo Gesù di Nazareth. Questo fatto spirituale, che dà significato alla nostra evoluzione terrestre, verrà inteso da ogni epoca in modi diversissimi. La nostra epoca ha bisogno di una nuova comprensione di questo fatto. Possiamo comprendere questo fatto nel miglior modo se siamo disposti a imparare a comprendere nuovamente i fatti spirituali. Chi pensa poco del cristianesimo è colui che crede che attraverso una qualunque scoperta, sia nel campo fisico che in quello spirituale, il cristianesimo potrebbe esserne scosso in qualche modo. Se i rappresentanti ufficiali del cristianesimo, o meglio delle confessioni tradizionali, oggi si rivolgono in modo ostile all’antroposofia, ciò parla solo contro questi rappresentanti ufficiali, che non hanno realmente in mente il vero cristianesimo, bensì il dominio della loro rispettiva chiesa. Il vero cristianesimo — ma in modo soprasensibile, in conoscenza soprasensibile — ha già anche afferrato la scienza dello spirito antroposoficamente orientata. Su questo potete leggere cose corrispondenti nel mio libro «Il cristianesimo come fatto mistico» e in altri miei scritti.
Domanda: Nella tripartizione dell’organismo sociale, la vita spirituale ha una specie di supremazia rispetto agli altri due ambiti?
Rudolf Steiner: Potete vedere nel mio libro «I punti focali della questione sociale» come il capitale viene impiegato nell’organismo sociale tripartito. Entra in una sorta di circolazione — come il sangue nell’organismo umano — e rimane presso colui che è maggiormente capace di amministrarlo, e così l’amministra nel senso dell’universalità. A questo scopo deve però cooperare continuamente la vita spirituale con gli altri arti. Questo è ciò che è caratteristico di una tale articolazione naturale dell’organismo sociale come dell’organismo umano. L’organismo umano — e questo è per me il risultato di trent’anni di ricerca — è per natura tripartito. In primo luogo c’è l’organismo nervoso-sensoriale, che è localizzato principalmente nella testa; in secondo luogo il sistema ritmico, che è localizzato nel petto come respirazione e circolazione sanguigna; e in terzo luogo il sistema metabolico, che è collegato agli arti. Ma questi tre arti cooperano cosicché in certo senso la testa è guida, ma anche in altro senso lo sono gli altri due arti. Non si può quindi dire che qualcosa abbia supremazia, bensì proprio attraverso l’articolazione dei tre arti secondo la loro essenza nascerà un’armonia unitaria nell’organismo sociale.
Domanda: I bambini dai sette ai quattordici anni devono credere a quello che dice l’insegnante, o vengono istruiti in libertà?
Rudolf Steiner: La natura dell’uomo esige quello che ho espresso nella conferenza: una certa autorità che sia naturale e ovvia. Questa esigenza di un’autorità naturale si basa a sua volta su una certa evoluzione della vita umana complessiva. Certamente nessuno può sviluppare un sentimento più profondo per il dominio sociale della libertà umana di colui che nel 1892 ha scritto la sua «Filosofia della libertà», che intende fornire i fondamenti di una vita umana sociale libera. Eppure, affinché l’uomo si collochi nella vita in modo corretto e liberamente, tra il settimo e il quindicesimo anno deve sviluppare in sé il sentimento dell’autorità. Se non si impara a riconoscere l’altro uomo attraverso questa autorità naturale, allora la successiva esigenza di libertà porta a qualcosa che conduce proprio all’impossibilità della vita, non alla vera libertà. Così come l’uomo arriva a una vera fraternità solo se viene educato in modo appropriato, poiché viene guidato correttamente nell’imitazione durante gli anni dell’infanzia fino al settimo anno, così il sentimento dell’autorità è necessario affinché l’uomo diventi libero. Tutto ciò che oggi si dice — governare le comunità scolastiche in forma repubblicana — viene sostenuto solo da considerazioni di parte. Questo distruggerebbe la natura umana. Dico questo da una profonda conoscenza dell’essere umano. Tale esigenza di un modo sano e autoritativo di insegnamento tra il settimo e il quindicesimo anno deve essere espressa. Qui entra in considerazione solo la sostanza delle cose. Non devono essere le frasi vuote del tempo a decidere. Proprio chi sta sulla base della libertà dovrà esprimere l’esigenza dell’educazione autoritativa per questa età della vita, tra il settimo e il quindicesimo anno.
QUESTIONI DI EDUCAZIONE, INSEGNAMENTO E PRATICA DELLA VITA DAL PUNTO DI VISTA DELLA SCIENZA DELLO SPIRITO ANTROPOSOFICA Amsterdam, 28 febbraio 1921
Nella mia prima conferenza, che ho tenuto qui ad Amsterdam il 19 del mese scorso, ho cercato di esporre come la scienza dello spirito orientata antroposoficamente voglia inserirsi nella civiltà contemporanea dell’umanità. Questa scienza dello spirito orientata antroposoficamente, che oggi ha già anche una struttura esterna coltivata artisticamente nella Libera Università per la scienza dello spirito, il Goetheanum a Dornach presso Basilea in Svizzera, vuole aggiungere alla conoscenza scientifica naturale, coi suoi enormi grandi risultati che essa pienamente riconosce, da parte sua, attraverso metodi esatti di scienza dello spirito, anche conoscenze soprasensibili. E mi permisi nella mia ultima conferenza del 19 febbraio qui di attirare l’attenzione sul fatto che nel presente numerose anime anelano a una conoscenza altrettanto sicuramente fondata di quanto lo sono le conoscenze oggi considerate scientifiche, ma una conoscenza che riguarda i campi del mondo che si collegano all’Eterno nell’anima umana.
Ho attirato l’attenzione sul fatto che queste conoscenze soprasensibili possono essere raggiunte solo dal fatto che l’uomo sviluppa certe facoltà predisposte nella sua anima. Di queste facoltà oggi in vasti ambienti della nostra umanità colta non si vuole sapere nulla. Ma proprio dal fatto che non si vuole sapere nulla di queste facoltà dipende quello che per chiunque è riscontrabile come catastrofale nel nostro tempo. Bisogna partire innanzitutto — se si vuole veramente arrivare a ciò che qui intendo per scienza dello spirito — da ciò che nella mia conferenza del 19 febbraio ho chiamato «umiltà intellettuale». Questa umiltà intellettuale sarà proprio nell’epoca che si vanta così tanto della sua intellettualità considerata come un paradosso. Ma chi vuole penetrare nei mondi soprasensibili — a che veramente l’anima umana con la sua essenza propria appartiene — ha bisogno di questo punto di partenza dell’umiltà intellettuale. E vorrei ripetere l’analogia con cui poco fa ho indicato questa umiltà intellettuale, poiché devo presumere che attraverso il cambio della sala conferenze una gran parte del pubblico qui riunito non era presente alla mia prima conferenza.
Se abbiamo davanti un bambino di cinque anni e gli mettiamo in mano un volume di Shakespeare, giocherà con questo volume, lo strapperà forse, ma in ogni caso non farà ciò che è appropriato al volume di Shakespeare. Ma se il bambino ha completato dieci o quindici anni ulteriori, allora si saranno sviluppate attraverso l’educazione, attraverso l’insegnamento quelle facoltà che erano predisposte nell’anima del bambino; ora leggerà il volume di Shakespeare. Il bambino è salito a un grado superiore dell’esistenza umana, è diventato spiritualmente dopo quindici-venti anni un essere diverso.
Bisogna, se si vuole realmente penetrare nel mondo soprasensibile, essere in grado di dirsi: Forse come uomo adulto stai di fronte alla natura con i suoi segreti, con le sue leggi più profonde, come il bambino di cinque anni di fronte al volume di Shakespeare, e forse riposano nell’interno dell’anima forze che devi tirar fuori. Se ci si accosta seriamente con questa umiltà intellettuale come uomo adulto alle forze e alle facoltà che sonnecchiano nell’anima, allora si arriva a formare in sé conoscenze superiori a quelle ordinarie del giorno e della scienza ordinaria.
Innanzitutto deve essere sviluppata nell’anima umana la capacità che nella vita ordinaria si conosce come memoria. Attraverso questa capacità di memoria portiamo coesione nella nostra vita. Attraverso questa capacità di memoria si materializza davanti alla nostra anima in immagini quello che abbiamo sperimentato fino a un’epoca molto precoce dell’infanzia. Questa capacità di memoria rende duraturo ciò che altrimenti passerebbe fuggevolmente come rappresentazione. Se potessimo abbandonarci solo al mondo esterno, se ci affidassimo solo a rappresentazioni degli eventi e delle esperienze che passano fuggevolmente, tutta la nostra vita di anima sarebbe diversa. — Quando ora si sviluppa ulteriormente ciò che nella memoria è certamente presente come rappresentazioni durevoli, allora si giunge a un’affatto diversa capacità di conoscenza. E lo si può sviluppare attraverso metodi che ho descritto nel mio libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?», nella mia «Scienza occulta» e in altri miei scritti. Lo si può sviluppare attraverso certi procedimenti di meditazione e concentrazione, attraverso un riposar devoto su certe rappresentazioni facilmente controllabili, che non possono essere reminiscenze, che non possono basarsi su alcuna autosuggessione; per questo devono essere facilmente controllabili.
Su tali rappresentazioni si deve riposare con l’intera struttura dell’anima. E questi studi che il vero ricercatore di scienza dello spirito deve compiere riguardo alle conoscenze dei mondi soprasensibili non sono meno difficili di quelli che si compiono in clinica, nei laboratori fisici, chimici o all’osservatorio, e non durano affatto per un tempo più breve. Questa meditazione, questa concentrazione con tutta la forza dell’anima su certe rappresentazioni che si fanno continuamente e su cui si riposa, deve proseguire per anni. Forze di conoscenza che giacciono profonde nell’anima, di cui l’uomo altrimenti non ha alcun sospetto, devono essere tirate fuori. Quando vengono tirate fuori, allora si arriva a percepire attraverso queste superiori forze di conoscenza ciò che ci circonda altrettanto come ci circonda il mondo fisico-sensibile. Dapprima si percepisce la propria esperienza, ma non come il flusso indeterminato che arriva fino poco prima della nostra nascita dove i frammenti di memoria affiorano, bensì si percepisce anzitutto come un panorama unitario della vita, presente tutto in una volta, una visione d’insieme di tutto ciò che si è sperimentato in questa vita dalla propria nascita. E quando si impara a conoscere questo, allora si sperimenta che cosa significhi vivere nella propria anima indipendentemente dal corpo. Ordinariamente il materialismo sostiene — e lo si trova all’inizio giustificato — che tutto il rappresentare ordinario, tutto il ricordare ordinario, tutto il sentire ordinario e il volere ordinario siano legati al corpo fisico. Ma nella vita ordinaria questo sentire, questo volere, questo rappresentare viene interrotto. Ogni giorno viene interrotto dal sonno quello che è la vita ordinaria dell’anima legata al corpo. Non si sente abbastanza profondamente quella significativa questione enigmatica che è legata all’addormentarsi, al dormire e al risvegliarsi. L’uomo deve essere presente nel sonno, altrimenti dovrebbe nascere di nuovo ogni volta che si sveglia. Ma si impara a riconoscere in quale forma l’uomo sia presente durante il sonno solo quando si compiono quegli esercizi di cui ho dato alcuni cenni.
Quando in realtà si arriva a rappresentare spiritualmente cosicché non ci si serve degli occhi esterni, non ci si serve di altri sensi, non ci si serve neppure dell’intelletto ordinario legato al cervello, ma solo del puramente spirituale-animico — e si arriva a questo quando si sviluppa la capacità di memoria nel modo come l’ho descritto — allora si arriva a sapere che l’uomo dal momento di addormentarsi fino al risveglio è effettivamente presente come entità spirituale-animica indipendentemente dal corpo, e che solo il desiderio di ritornare nuovamente al suo corpo esercita il suo effetto. E questo desiderio offusca la coscienza.
Chi sviluppa la propria capacità di memoria come l’ho descritto, sarà capace di comportarsi esattamente come il dormiente — quindi non percepire con i sensi, non combinare con l’intelletto le percezioni sensibili — solo che rimane completamente consapevole. Conosce lo spirituale-animico indipendentemente dal corpo. Attraverso questo arriva anche a riconoscere questo spirituale-animico prima della nascita o del concepimento e dopo la morte nella sua vera essenza e nella sua connessione con il resto del mondo soprasensibile.
Se allora sviluppa ulteriormente una seconda forza dell’anima che è anche presente nella vita ordinaria, cioè la forza dell’amore, se fa della forza dell’amore una forza di conoscenza, allora l’uomo impara a conoscere le immagini che altrimenti sperimenta come un panorama soprasensibile anche nella loro immediata realtà. Se si sviluppa la capacità di amare nel modo come l’ho già descritto, allora la conoscenza soprasensibile diviene fino a un certo grado perfetta. E ciò che allora otteneniamo non è solo una soddisfazione animica, non è solo qualcosa che soddisfa il nostro bisogno teorico, ma è in sostanza anche un risultato pratico della vita. Per questo era così che tutto ciò che proveniva da Dornach fin dall’inizio voleva intervenire nella pratica della vita. E alcuni risultati ci sono già riusciti, proprio per la pratica della vita.
Oggi voglio attirare l’attenzione su qualcosa che è, nel senso più eminente, un articolo di quella pratica della vita che deve interessare tutti gli uomini. Voglio attirare l’attenzione sul modo in cui la scienza dello spirito antroposoficamente orientata qui intesa può fecondare l’arte dell’educazione e dell’insegnamento.
Che cosa si ottiene dunque effettivamente attraverso una tale scienza dello spirito come l’ho ora descritto schematicamente nei suoi metodi? Innanzitutto si ottiene una vera conoscenza dell’uomo. Senza che si possa guardare nel soprasensibile, è impossibile avere conoscenza dell’uomo. L’uomo non è solo l’organizzazione fisica esterna, su cui ci dà insegnamenti così magnifici, enormi, non abbastanza apprezzabili la concezione del mondo naturalistico esterna. L’uomo è anche anima e spirito. L’uomo contiene in sé il nucleo eterno dell’essere che passa attraverso nascite e morti, che ha una coscienza dopo la morte, perché allora non ha quel desiderio del corpo che giace nel letto durante il sonno e che durante il sonno gli estingue la coscienza ordinaria.
Quando questo corpo fisico ordinario è deposto nella morte, l’uomo acquisisce una coscienza tanto più luminosa, perché allora non ha spento la coscienza attraverso alcun desiderio di un corpo. Attraverso tutto questo e attraverso molto altro che ora non voglio descrivere, ma che potete leggere nei miei scritti, l’uomo ottiene quella che è vera conoscenza dell’uomo. E solo da una vera conoscenza dell’uomo può nascere vera arte dell’insegnamento e vera arte dell’educazione.
Abbiamo cercato di affrontare proprio questo ambito della pratica della vita nella Scuola Waldorf fondata da Emil Molt a Stoccarda, che è diretta da me e la cui pedagogia e didattica scaturiscono del tutto da scienza dello spirito antroposoficamente orientata. In primo luogo, la disposizione dei maestri è tale che con ogni ora di insegnamento, con ogni nuova mattina in classe, viene portato dentro qualcosa che trasforma l’educare e l’insegnare in una sorta di servizio spirituale. Non significa qualcosa di speciale quando attraverso la scienza dello spirito antroposofica si sa: Questo essere umano che si rivela a noi così enigmaticamente meraviglioso nel bambino che cresce, è disceso da mondi spirituali attraverso il concepimento o la nascita? Se questo è una vera conoscenza, se è mediata dalla scienza dello spirito antroposofica, allora ci si rivolge all’uomo diveniente, al bambino cosicché qui c’è un compito affidatogli dai mondi spirituali. Allora si vede come l’Eterno, che è disceso da mondi spirituali, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno, si lavora fuori dai tratti fisiognomici inizialmente indeterminati, dai movimenti indeterminati del bambino verso una sempre maggior determinatezza. Si vede lo spirituale-animico lavorare alla formazione fisica dell’uomo.
Non si deve in alcun modo esercitare qui una critica superficiale a ciò che è stato prodotto da geni pedagogici nel corso del XVIII e XIX secolo. Certamente, ci sono stati molti bei principi espressi proprio riguardo alla pedagogia. Per esempio, a ragione viene sottolineato: Sì, la pedagogia ha certo principi come «non si deve innestare nulla dal di fuori nei bambini; si deve tirar fuori tutto ciò che si vuole avvicinare ai bambini dalle loro stesse disposizioni e capacità». Totalmente giusto, un eccellente principio — ma astratto e teorico. E così proprio tutto il nostro più vasto operare nella pratica della vita ci si presenta in astrazioni, in programmi teorici. Poiché ciò che serve per eseguire una cosa simile come tirar fuori dall’individualità quello che il bambino deve sviluppare in sé, serve la vera conoscenza dell’uomo. Una conoscenza dell’uomo che penetri in tutte le profondità. Ma una tale conoscenza dell’uomo non può averla la scienza che fino a oggi è stata presente nella civiltà moderna, nonostante i suoi grandi trionfi.
Ora voglio mostrarvi in modo molto concreto certe cose, dal che vedrete come questa scienza dello spirito, come qui intesa, arriva a vera conoscenza dell’uomo. C’è un detto banale che viene ripetuto continuamente senza pensiero: La natura non fa salti! — La natura invece fa continuamente salti, e questa espressione si basa, come detto, solo su mancanza di pensiero. Pensate alla pianta: sviluppa i verdi fogliami, poi fa il salto al calice, poi il salto ai petali colorati, agli stami e così via. E così è con tutta la vita. È solo una frase dire che la natura non fa salti. E così è in particolare nella vita umana. Abbiamo nella vita umana, se la possiamo osservare in modo imparziale attraverso gli impulsi che proprio la scienza dello spirito antroposoficamente orientata dà, chiaramente distinte epoche della vita. La prima epoca della vita va dalla nascita al cambio dei denti, intorno al settimo anno. Finisce cioè nell’anno in cui portiamo i bambini nella scuola popolare. Si possono — se si ha la necessaria perspicacia e imparzialità di osservazione, se ci si abitua a osservare la vita a un livello superiore come altrimenti si osserva in scienza naturale al livello più basso — caratterizzare nettamente i grandi differenze tra la prima e la seconda fase della vita dell’uomo. La prima fase della vita finisce col cambio dei denti, la seconda con la pubertà. Entrambe le epoche sono assolutamente diverse fra loro. La prima fase della vita ci mostra il bambino come un essere imitatore. Fino nel gioco il bambino è un essere imitatore. Certamente, molti credono che nel gioco si esprima un certo carattere immaginativo. È anche il caso, ma se si studia il gioco nella sua essenza più profonda, si percepiranno ovunque i momenti di imitazione proprio nel gioco infantile. E facendo riferimento a questo gioco voglio subito osservare quanto sia straordinariamente significativo per un’educazione vitale, che realmente interviene nell’esistenza, e per un’arte pedagogica, la conoscenza dell’uomo, la conoscenza dell’uomo nella sua totalità.
Vedete, ogni bambino gioca diversamente. Chi ha un senso di osservazione imparziale può distinguere esattamente come un bambino, come un altro bambino gioca. Anche se la differenza non è grande — bisogna essere psicologo per poter osservare una cosa simile, se si vuole diventare pedagogo. Ma se si può, allora si devono mettere i diversi modi di giocare in relazione a un’affatto diversa epoca della vita dell’uomo. Riguardo all’osservazione dell’uomo la scienza esterna è tale che in generale accosta il prossimo al prossimo. Ma così non si va lontano. Ciò che si osserva nel gioco infantile non rimane nella prossima fase della vita. Allora il bambino è rivolto ad altre cose, cioè nel tempo dal cambio dei denti alla pubertà. Anche se continua a giocare, l’autentica età del gioco non si esprime più così caratteristicamente come prima. Ciò che sono le passioni del gioco si ritira negli strati profondi dell’anima e solo in un’epoca molto più tarda della vita riappare: nella seconda metà dei vent’anni, quando l’uomo deve entrar nella pratica della vita. Uno si muove con grande abilità nei compiti del destino, un altro diviene un sognatore lontano dal mondo, e tra i due sono possibili le più variate sfumature. Il modo in cui l’uomo può entrar nella pratica della vita in questi anni è interamente spiegabile quando si sa come l’uomo ha giocato a quattro, cinque, sei, sette anni.
Per questo è di un’importanza decisiva, come pedagogo, come educatore, dirigere il gioco infantile; osservare ciò che vuole uscire dal bambino, guidare quello che non deve uscire, perché altrimenti il bambino diventerebbe goffo nella vita posteriore. Poiché quando si guida il gioco nella più tenera età nel modo giusto, si dà al bambino qualcosa per la pratica della vita, come si forma solo negli anni venti. Tutta la vita dell’uomo è collegata, e ciò che nella gioventù piantiamo nell’anima infantile, viene fuori nella vita molto più tardi nelle più svariate metamorfosi. Solo una conoscenza totale dell’uomo, come la dà la scienza dello spirito antroposoficamente orientata, può veramente penetrare connessioni così lontane come gli anni venti e l’infanzia, come il trovare la via nella pratica della vita e gli impulsi di gioco; solo una tale scienza dello spirito può guardare così profondamente nella vita. Questo vi darà un’idea dell’ampiezza della conoscenza dell’uomo da cui vuole operare questa scienza dello spirito antroposoficamente orientata, per sviluppare un’arte pedagogica.
Un essere imitatore è il bambino, dissi, fino al settimo anno circa. E dico questo numero sette veramente non da una qualche inclinazione mistica, bensì perché effettivamente il cambio dei denti è qualcosa di importante in tutta l’evoluzione della vita del bambino. — Il bambino impara attraverso l’imitazione il modo particolare dei suoi movimenti, anche la sua lingua; sviluppa in questo modo persino la forma dei suoi pensieri. Poiché la connessione tra l’ambiente del bambino e il bambino stesso non dipende solo dall’esteriore, ma contiene in sé imponderabilia, i genitori o gli educatori che vivono nell’ambiente del bambino devono essere chiari su come il bambino si adatta a ciò che gli adulti nel suo ambiente non solo esteriormente fanno — non solo quello che parlano — , ma quello che sentono, che provano, che pensano. Nell’epoca materialistica nostra non si crede ordinariamente a questo, che ci sia una differenza nel formarsi del bambino, se nei pressi del bambino ci abbandoniamo a nobili o ignobili pensieri, perché si vedono i nessi della vita solo secondo entità materiali esterne, e non come le cose sono collegate interiormente attraverso imponderabilia. Lo si vede quando si osserva realmente la vita secondo le sue strutture interiori.
Voglio avvalorare con un esempio a che cosa veramente stia a cuore in simili cose: Una volta venne da me un padre che si lamentava amaramente — e potrei addurre molti esempi simili — il suo bambino di cinque anni avesse rubato. Era molto infelice di questo. Dissi: Vogliamo esaminare se il bambino di cinque anni ha veramente rubato. — Mi feci descrivere il caso. Che cosa era effettivamente accaduto? Il ragazzo aveva tolto dal cassetto in cui la madre conservava gli spiccioli di cui aveva sempre bisogno per le piccole necessità quotidiane un po’ di soldi, aveva comprato caramelle; non l’aveva neppure fatto per egoismo, bensì aveva distribuito le caramelle agli altri bambini. Dissi al padre: Il bambino non ha rubato, bensì ciò che la madre fa sempre, il bambino lo ritiene ugualmente giusto, che lo faccia pure lui, poiché è ancora pienamente nell’età di cinque anni un essere che imita. Di questo dobbiamo essere consapevoli: non è attraverso esortazioni, attraverso comandi che agiamo sui bambini, bensì unicamente in tal modo che facciamo nel loro ambiente.
Giungiamo a un sano giudizio sulla configurazione animica complessiva del bambino solo quando sappiamo: Con il cambio dei denti la configurazione animica del bambino diviene essenzialmente diversa. Allora al puro imitare subentra il comportamento animico verso l’ambiente come un’autorità naturale e ovvia. E durante l’intero periodo scolastico abbiamo a che fare con questa esigenza del bambino di un’autorità naturale e ovvia dell’insegnante, dell’educatore o di colui che altrimenti è nel suo ambiente. Si deve solo sapere che cosa significa per l’intera vita il fatto che in questa infanzia dai sette ai quindici anni si sia guardato con una grande reverenza interiore a coloro che come adulti erano circondati di autorità educativa nel circondario, che stavano davanti a noi cosicché ciò che noi ritenevano vero e falso provenisse dal modo in cui questi educatori vedevano vero e falso; dal criterio di vero e falso che era per gli educatori. Entriamo nel puramente umano, non in qualcosa di astratto, quando in questa infanzia vogliamo distinguere vero e falso, buono e cattivo.
Non crederete che io rappresenti questa necessità — che tutto l’insegnamento, tutta l’educazione tra il settimo e il quindicesimo anno sia anche costruita su un’autorità naturale e ovvia — da una qualche predilezione per idee conservatrici o reazionarie, se vi dico che già nel 1892 ho scritto un piccolo scritto in cui ho affermato con tutta decisione la libertà individuale dell’uomo come esigenza sociale fondamentale. Ma nessuno può diventare veramente un uomo libero, nessuno può trovare nella libertà la giusta relazione sociale con i suoi simili, se tra il settimo e il quindicesimo anno non ha riconosciuto accanto a sé un’autorità naturale e ovvia, e da essa ha imparato a conformare il criterio di vero e falso, buono e cattivo, per giungere solo poi al criterio autonomo del giudizio ragionevole o altrimenti puramente interiore e autonomo.
Allora l’anima del bambino in questa epoca della vita è ancora costituita cosicché all’inizio è ancora pienamente cresciuta insieme con il suo ambiente. Solo quando arriviamo alla fine di questa fase della vita, che cade nell’undicesimo, dodicesimo, tredicesimo anno, vediamo che il bambino si distingue chiaramente dal suo ambiente, che sa: l’Io è interiore, la natura è esteriore. Certamente, la coscienza dell’Io è naturalmente presente nella prima infanzia, ma allora è più un sentimento. Si deve sapere, se si vuole educare correttamente, che tra il nono e il decimo anno circa, circa mezzo anno, c’è un punto straordinariamente importante nello sviluppo del bambino. È il punto in cui il bambino si approfondisce così interiormente che impara a distinguersi da tutte le parti dalla natura e dal resto del mondo esterno. Prima di questo momento, che è un forte punto di svolta nella vita umana, il bambino vede fondamentalmente il suo ambiente in immagini, perché è ancora cresciuto insieme con la vita interiore propria, in immagini che sono spesso simboliche. Pensa al suo ambiente in modo simbolico. Poi subentra un’altra epoca. Il bambino si distingue dalla natura e dall’ambiente esteriore.
Di una straordinaria importanza è che l’educatore possa giudicare nel modo giusto questo punto della vita, che per un bambino sta un po’ più tardi, per un altro un po’ più presto. Poiché il modo in cui l’insegnante e l’educatore si comporta tra il nono e il decimo anno nel modo giusto — paternamente, amichevolmente, amorevolmente guidando il bambino oltre questo Rubicone — rappresenta un’impronta nella vita umana che rimane per tutta l’esistenza successiva fino alla morte fisica. Se un uomo nei momenti decisivi può avere freschezza di vita, se porta con sé un’aridità animica nella vita, dipende in molti aspetti — certamente non in tutti — da come l’insegnante e l’educatore si sono comportati con il bambino tra il nono e il decimo anno e mezzo. A volte si tratta solo di trovare nel momento giusto la parola giusta, quando forse un ragazzo o una ragazza vi incontra nel corridoio e fa una domanda, che si faccia la giusta espressione rispondendo. L’arte educativa non è qualcosa che si possa imparare o insegnare astrattamente — non più che dipingere o scultura o qualunque altra arte, bensì è qualcosa che si basa su infiniti dettagli, che scaturiscono dal tatto animico.
Questo tatto animico però viene proprio guadagnato dalla scienza dello spirito antroposofica.
Ora risulta anche che si deve distinguere tra ciò che si deve avvicinare al bambino prima di questo importante punto della vita, tra il nono e il decimo anno e mezzo, e dopo. Si deve soprattutto badare al fatto che nella nostra attuale civiltà avanzata abbiamo qualcosa che è diventato esteriore, astratto e segnico. Tornate indietro alle civiltà antiche, prendete qualunque scrittura di immagini, là veniva fissato quello che il senso afferrava ancora. Era trasformato in immagine, con cui l’uomo era collegato, con cui viveva attraverso sentimento e sensazione. Oggi tutto è diventato segno. Non dobbiamo portare la lettura e la scrittura al bambino come qualcosa di estraneo, perché prima del nono anno vuol crescere insieme con il suo ambiente; non dobbiamo insegnarglielo da quell’astratto, come oggi si fa. Nella Scuola Waldorf iniziamo l’insegnamento in modo completamente artistico, facendo disegnare dapprima ai bambini forme, persino colorato disegnare, dipingere, che nascono dalla pienezza dell’umanità. Facciamo fare prima questo al bambino, e allora, quando conduciamo avanti il bambino in questo modo di disegno e pittura, sviluppiamo da questo disegno le forme di lettere, la scrittura. Dall’artistico procediamo, dall’artistico tiamo fuori prima la scrittura, poi la lettura. In tal modo corrisponiamo veramente a ciò che risiede nel bambino.
Non si tratta di dire astrattamente nella pedagogia che si debba tirar fuori solo quello che è nel bambino — si deve sapere come praticamente si faccia, che si colpisca veramente la natura umana. La scienza dello spirito antroposofica non è da nessuna parte teoria, bensì ovunque vera pratica. È questo che la rende capace di sviluppare una tale arte educativa.
Ciò che ho menzionato sull’autorità ci può far conoscere ancora qualcos’altro, che forse vi sembrerà paradossale. Nell’epoca materialistica d’oggi si dà straordinariamente importanza al cosiddetto insegnamento intuitivo. Per colui che comprende la vera natura del bambino, è qualcosa di terribile quando vede le astratte macchine da calcolo e tutto quello con cui il bambino oggi è spesso torturato. Oggi si pretende che il bambino comprenda tutto immediatamente. Si vuole disporre l’insegnamento in modo che nulla vada oltre la comprensione ordinaria di un bambino di otto o nove anni. Sembra straordinariamente scientifico. — Credete pure, miei cari signori presenti, che anche un uomo formato antroposoficamente può cogliere la sensatezza di un tal principio, esattamente come coloro che oggi difendono tali principi come qualcosa che dovrebbe essere ovvio. Ma ciò che veramente è ovvio è che il bambino soprattutto tra il settimo e il quattordicesimo anno di vita debba sviluppare in modo sano la memoria e il sentimento dell’autorità nel modo come ho appena descritto.
Chi vuole continuamente intuitività e intuitività adattata alla comprensione del bambino, non sa il seguente: Chi non sa che cosa significhi per l’intera vita il fatto che fra l’ottavo e il nono anno, o fra il decimo e il quindicesimo anno si sia ricevuto qualcosa su richiesta dell’autorità dell’insegnante; perché la venerata personalità autoritaria te lo dice, lo si ritiene vero. Sta ancora sopra l’orizzonte, ma lo si assorbe nell’anima. Forse solo al trentacinquesimo, quarantesimo anno lo si estrae di nuovo. Ciò che già si aveva come memoria, attraverso la forza maturata ora lo si comprende. Questa coscienza di essere maturati, questa coscienza di poter tirar fuori qualcosa, rinfresca e vivifica la forza animica in un modo come non lo si apprezza nella vita ordinaria, mentre l’anima si inaridisce quando si vuole tagliare tutto sulla comprensione del bambino all’ottavo, nono, dodicesimo anno. — Questo è qualcosa che oggi si deve dire, perché le persone dalla loro accortezza materialistica non sono più del tutto in grado di vedere il naturale, il giusto, l’essenziale in tale ambito.
Dalle fondamenta della natura umana, da ciò che vuol formarsi, che vuol svilupparsi di settimana in settimana, di anno in anno, il piano di studi di una scuola come la Scuola Waldorf viene ricavato. Questo piano di studi non scaturisce in modo astratto, bensì è qualcosa che alla pedagogia di questa scuola è sottostante come la capacità di dipingere al pittore, come la capacità di scolpire a colui che agisce come scultore.
Vedete, qui vi ho descritto dall’ambito dell’educazione e dell’insegnamento come la scienza dello spirito antroposoficamente orientata entra nella pratica della vita. Ma considerate una volta come deve essere costituita la vita spirituale se una tale pratica educativa e d’insegnamento veramente deve trovare spazio! Oggi siamo abituati a vedere questa vita spirituale solo come un’appendice dello stato, come un’appendice forse della vita economica. Siamo oggi abituati a farci prescrivere dallo stato la parte più importante della vita spirituale, cioè proprio il sistema dell’istruzione e dell’educazione. Ciò che la scienza dello spirito antroposoficamente orientata da una vera penetrante conoscenza dei metodi di istruzione ed educazione che provengono da vera conoscenza dell’uomo deve affermare per la civiltà moderna, è che la vita spirituale, il sistema dell’insegnamento e dell’educazione deve essere affidato alla sua propria amministrazione libera. Voglio esprimermi in modo completamente concreto: Non solo insegnare ed educare devono fare gli insegnanti e gli educatori, bensì essi devono anche avere l’intera amministrazione dell’insegnamento e dell’educazione libera e indipendente dallo stato e dalla vita economica. Dalla scuola popolare infima fino alle più elevate istituzioni di istruzione ogni insegnante ed educatore deve essere talmente occupato nell’insegnamento che gli rimane ancora così tanto tempo da essere anche amministratore dell’insegnamento e dell’educazione. E solo coloro che stanno ancora vivamente nell’insegnamento e nell’educazione, i veri insegnanti ed educatori in qualche ambito, non coloro che sono diventati funzionari dello stato e sono fuori dal sistema educativo, devono anche essere gli amministratori del sistema educativo. Niente deve esercitare influsso nel sistema d’insegnamento e d’educazione se non quello che esercita influsso nella conoscenza, nell’arte e nella concezione del mondo religiosa. Le persone non vogliono riconoscere che ciò che era necessario per un’epoca dello sviluppo storico, forse era anche straordinariamente buono, non vale per ogni epoca della storia. Quando il tempo nuovo è sorto con il suo stato centralizzato, allora era una cosa buona, una cosa naturale che fosse tolto alle vecchie amministrazioni confessionali il controllo delle scuole. Quella era una benedizione per l’evoluzione dell’umanità. Ma ora siamo giunti in un punto dell’evoluzione dell’umanità dove ciò non può più restare così; dove ciò che lo stato ha potuto fare di buono per il sistema scolastico è esaurito, e dove la vita spirituale libera, quella vita spirituale che attinge da vere fonti spirituali, vuole l’amministrazione autonoma del sistema scolastico.
Qui la questione scolastica, la questione educativa, tocca direttamente la grande questione sociale, con tutto ciò che è veramente l’essenziale della questione sociale. Vedete, riguardo alla questione sociale molti pensano che l’essenziale riposi in istituzioni esterne, che si debba solo considerare queste istituzioni esterne per riconoscere la questione sociale, che si debba lavorare su queste istituzioni esterne per fare qualcosa per la questione sociale. — Chi ha veramente imparato a conoscere la vita, non può pensare così. Ho conosciuto il pensiero proletario. Non ho avuto per questo l’occasione solo nella mia giovinezza, ma anche perché per molti anni ho insegnato come insegnante di varie materie in una scuola di istruzione per gli operai e ho visto quello che veramente vive negli strati più vasti del proletariato, che si è formato fondamentalmente solo attraverso la tecnica moderna come classe, come ceto.
Non sono le istituzioni esterne, non neppure le questioni di pane, da cui scaturisce la vera questione sociale; è la condizione animica che è collegata al fatto che quel tipo di vita spirituale che si è formato presso i ceti dirigenti negli ultimi tre o quattro secoli, come una specie di religione è passato alle vaste masse del proletariato. Ho visto questa concezione del mondo derivare dalle fondamenta materialiste in persone serie, in anime profondamente disposte, che erano dentro la borghesia, che appartenevano ai ceti dirigenti, e ho fatto la seguente esperienza: Tali anime profondamente disposte, dicevano a sé stesse: Si prenda sul serio la concezione del mondo esterna naturalistica; si osservi come mostra come la terra da stati nebulosi attraverso pure necessità naturali si è sviluppata fino al suo presente stadio e come i vari esseri viventi si sono sviluppati gradualmente fino all’uomo. E verrà un tempo dove per la terra entrerà o il congelamento o la morte termica — lo si possa immaginare così o così — ma allora ci sarà il grande cimitero. Che cosa sarà allora diventato di ciò che l’uomo pur deve vedere come l’elemento più nobile della natura umana, ciò che sorge nel suo interiore come ideali morali, come impulsi religiosi, come arte, come scienza? Ho conosciuto persone che si ponevano seriamente questa domanda, mentre la maggior parte dei moderni uomini senza pensiero accosta fianco a fianco questi due mondi, il mondo della necessità naturale esterna e il mondo del veramente umano-prezioso, degli ideali morali, delle convinzioni religiose, della conoscenza, della produzione artistica. Allora anime serie dicono a sé stesse: Sì, l’uomo diviene consapevole di ciò che scaturisce dall’anima; ma questo è un’illusione, è come fumo che sale dalla base materiale. Ma verrà il grande cimitero, e scomparso e silenzioso sarà ciò che noi chiamiamo i grandi ideali. — Ho conosciuto la tragica e il pessimismo a cui sono giunte persone profondamente disposte. Ma ho anche sperimentato come questa concezione del mondo è allora penetrata nell’anima proletaria e come là si è fatto incontro a me con una straordinaria efficacia una parola che però designa molte cose. Se la si comprende, come vive nell’anima proletaria, allora si sa molto sui fondamenti della civiltà presente e sulle sue questioni sociali. Lì vive nelle anime proletarie la parola «ideologia». Ciò che questi proletari conoscono come vita spirituale, come usanza, diritto, scienza, arte e religione, lo chiamano una sovrastruttura sopra i processi di produzione, che per loro sono l’unica realtà storica. Questa è l’eredità di quella concezione del mondo che ho appena descritto come tragica e che ha inaridito le anime proletarie, milioni di anime.
Si può oggi sembrare un idealista se si cerca la vera questione proletaria in ciò che la parola terribile ideologia esprime. Ma questi idealisti, avranno ragione. E coloro che credono di aver affittato grandi quantità di saggezza umana e routine di vita, vedranno che la storia passerà su di loro. — Questa «ideologia» significa che le anime di queste masse umane rimangono aride, non hanno connessione con lo spirito vivente — come del resto neppure le classi dirigenti, che hanno portato questa scienza ai proletari.
Qui posso dire qualcosa che vi dovrebbe principalmente mostrare il compito e la missione di Dornach, del Goetheanum di Dornach nell’epoca attuale della civiltà. Molti oggi riconoscono: Nelle masse più larghe deve penetrare illuminazione, deve penetrare scienza. Si fondano biblioteche popolari, università popolari e ogni cosa possibile per portare la scienza che è nei nostri istituti superiori, nei nostri istituti medi, nel popolo. Dornach non può partecipare. Dornach vuole fare ciò che era nel corso autunnale che abbiamo tenuto nell’autunno 1920 e che ripeteremo a Pasqua in scala minore, secondo le nostre modeste condizioni. Lì si è trattato che dalle scienza dello spirito le singole scienze dovessero essere fecondate. Trenta docenti da tutti i rami della scienza, anche industriali, commercianti e artisti, hanno tenuto lezioni in questo corso autunnale per mostrare come tutti i rami della scienza, dell’arte e della vita possono essere fecondati da questa scienza dello spirito. Lì si trattava che la scienza fosse rinnovata. Lì si trattava che nelle scienze fosse portato lo spirituale, che fosse portato lo spirito che non scaturisce da una cultura di testa, bensì che viene dalla pienezza dell’umanità.
Questo dunque il Goetheanum di Dornach intende conseguire: che negli istituti superiori sia portato un nuovo spirito, allora soltanto potrà diventare popolare. — Si vuol portare lo spirito della nostra università nel popolo — non si può non scorgere dalla civiltà moderna quale spirito ha giovato a coloro che l’hanno? Questo spirito deve essere rinnovato. Non deve essere portata fuori dalle scuole l’istruzione popolare, bensì prima deve essere portata nelle scuole un’istruzione intrisa di spirito. — Questo è ciò per cui Dornach si distingue da tutto il resto che oggi dovrebbe accadere in questa direzione. Poiché in questo ambito si sta assolutamente dal punto di vista che ci si figura di essere molto liberali, ma ci si abbandona direttamente rispetto alla scienza corrente a un terribile autoritarismo. Questo non lo dico dalla scarsa considerazione della moderna mentalità scientifica, bensì da un decennale impegno con tutti i rami di questo pensiero. Abbiamo necessità di lavorare alla liberazione della vita spirituale e con essa alla liberazione del sistema scolastico ed educativo, come una volta lo stato fu spinto nella necessità di assorbire l’insegnamento e l’educazione in sé e strapparli dalle vecchie confessioni.
So ciò che può essere obiettato contro questo, sviluppare la vita spirituale libera come primo articolo dell’organismo sociale tripartito. Ma quando le persone vengono ed esprimono il loro timore che gli uomini allora probabilmente non manderebbero i loro figli in queste scuole libere, questo significa considerare la cosa in modo sbagliato. Non si tratta che le persone mandino volontariamente i loro figli a scuola o no, bensì che un sistema libero di insegnamento ed educazione è oggi una necessità per l’umanità e che allora si deve provvedere a che i bambini entrino nelle scuole. Non è un’obiezione contro la vita spirituale libera che questo sia il caso, bensì deve nascere solo una riflessione su come, nonostante una vita spirituale libera, portare i bambini dei genitori negligenti, senza coscienza nelle scuole. Questo è il primo articolo dell’impulso stabilito dalla concezione del mondo antropofica come corretta soluzione alle questioni sociali della tripartizione dell’organismo sociale: la vita spirituale libera, che è amministrata solo dagli spiritualmente attivi.
Si possono trovare concetti logici facilmente tirati su che portano tutto il genere di cose per difendere questa libertà necessaria della vita spirituale, come anche per attaccarla, per abbandonarla. Ma non si tratta di questo. Poiché l’antroposofia procede ovunque dall’osservazione della pratica della vita. Chi sa cosa una vera scienza dello spirito nuovamente significherà per l’umanità, sa anche quanto sia necessaria la liberazione della vita spirituale. Si parla di ideologia perché la vita spirituale consiste in astrazioni, perché non si ha il concetto che una rappresentazione, quello che vive nell’anima, sia qualcosa di diverso dall’immagine di qualcosa, perché non si sa più che le antiche religioni hanno dato all’uomo che lo spirito vivente vive in ogni uomo, che l’uomo col suo Eterno appartiene allo spirito vivente e non vive solo nella sua anima immagini astratte senza sostanza. Mondo spirituale vivente che ci riempie interiormente, che ci collega all’Eterno, non è ideologia. In questa comparsa dell’ideologia risiede ciò che ha condotto alle catastrofi della nostra epoca. Ma un sistema scolastico ed educativo che vuol di nuovo portare lo spirito vivente nell’umanità deve essere un sistema scolastico così libero come l’ho descritto. Questo sistema libero di istruzione mi appare come qualcosa che nel senso più eminente deve essere afferrato come una necessità dall’umanità moderna — nella misura in cui l’intende sinceramente col benessere e il progresso umano.
Per questo lo ritengo — dico questo senza voler agitare — assolutamente necessario, al fine di rimuovere attraverso forze ascendenti molte forze di decadenza che sono nella nostra civiltà moderna, che su base internazionale, più vasta, sorga qualcosa come quello che io vorrei chiamare un mondiale istituto scolastico. Questo mondiale istituto scolastico dovrebbe abbracciare tutte le nazioni e i più vasti circoli di persone. Queste persone dovrebbero essere consapevoli che deve essere creata una vita spirituale libera. Non serve assolutamente nulla se le persone trovano che la nostra Scuola Waldorf a Stoccarda è qualcosa di pratico che si deve guardare per un paio di ore o per un paio di settimane. Voler guardare una cosa simile che proviene da un’intera vita spirituale, significa tanto quanto se si tagliasse un pezzo dalla Sistina di Michelangelo per farsi un’idea del quadro intero. Non attraverso il visitare si può imparare qualcosa dello spirito della Scuola Waldorf, bensì imparando a conoscere l’antroposofia, la scienza dello spirito antroposofica, che vive in ogni insegnante, in ogni ora, nei bambini, che vive anche nelle pagelle. Voglio caratterizzare brevemente come imparato a imparare a conoscere progressivamente ogni bambino nella Scuola Waldorf, nonostante abbiamo anche classi grandi, secondo la sua individualità. Non diamo loro voti, pagelle in cui sta «quasi soddisfacente», «appena sufficiente» — è tutto un nonsenso. Non si può censire così. Invece diamo ai bambini una vera descrizione del loro essere, che tiene loro uno specchio tutto l’anno prossimo, e una sentenza che è stata scelta dalle profondità dell’anima. Abbiamo anche sperimentato quale valore le pagelle hanno acquisito proprio per i bambini della Scuola Waldorf. Abbiamo così sperimentato quello che come spirito antroposofico è entrato in questa Scuola Waldorf.
Ma non desideriamo che si erigano il più possibile piccole scuole secondo il modello della Scuola Waldorf, bensì quello che vogliamo è che sorga la convinzione nei più vasti circoli su base internazionale: occorre combattere la vecchia rigidità che vuol costruire il sistema scolastico solo su base statale. Occorre sforzarsi di forzare affinché la vita spirituale libera possa creare la sua scuola libera pienamente legittima. Non vogliamo fondare secondo la grazia dello stato piccole scuole, non metteremo la nostra mano a questo, bensì ciò che è necessario è una comprensione per un tal vincolo dei popoli, come riposasse spiritualmente-spiritualmente in un mondiale istituto scolastico. Questo potrebbe riunire gli uomini sulla vasta terra rotonda in un grande, in un enorme compito per un frammento.
Questo è quello che innanzitutto voglio dire riguardo al primo articolo dell’organismo sociale tripartito. Gli altri articoli, poiché appartengono alla pratica della vita in altri ambiti, posso solo accennare. — Abbiamo formato lo stato unitario nel corso degli ultimi quattro o cinque secoli proprio nel mondo civile attuale. Da un lato ha assorbito in sé la vita spirituale col sistema scolastico ed educativo; ha anche assorbito la vita economica, almeno in gran parte. E la socialdemocrazia aspira a utilizzare l’intera struttura dello stato, l’intero ordine statale, per fondamentalmente istituire una specie di economia casermate, per cui ogni libertà economica e ogni individualità viene distrutta, come vediamo nel trotzkismo, nel leninismo, proprio in ciò che è diventato, che così terribilmente nel Oriente europeo fino in Asia getta l’umanità in convulsioni. Si tratta che le persone imparino come certe cose sono oggi necessarie all’umanità.
La vita economica ha le sue proprie condizioni così come la vita spirituale. Chi come me ha passato trent’anni, la metà della sua vita, in Austria, che era proprio il paese sperimentale per l’effetto delle forze che distruggono il sociale — perciò questa Austria è diventata anche la prima vittima di questa catastrofe mondiale — chi ha vissuto con occhi aperti in questa Austria poteva già negli anni settanta vedere come correva verso la fine. Posso riferirmi a un esempio di come in questa Austria nel grande si è lavorato verso la rovina. Negli anni settanta si è voluto anche democratizzare, parlamentarizzare. Come si è fatto? Si sono fissate quattro curie: la curia dei grandi proprietari terrieri, la curia delle camere di commercio, la curia delle città, mercati e centri industriali, la curia delle comunità rurali. Puri interessi economici sono stati introdotti nel parlamento. I rappresentanti dei puri interessi economici in quattro curie, questi dovevano decidere su tutto lo statale. Naturalmente hanno deciso secondo gli interessi economici. Per questo motivo né i legittimi interessi statali né gli interessi economici hanno raggiunto il loro diritto.
Potrei enumerarvi centinaia e centinaia di ragioni che vi mostrerebbero che così come da un lato la vita spirituale deve essere separata dalla vera vita statale, dall’altro anche la vita economica deve essere separata. Come la vita spirituale deve essere istituita su uomini completamente liberi e l’amministrazione di uomini liberi, così la vita economica deve essere istituita sul principio associativo.
Che cosa significa il principio associativo? Bene, abbiamo già oggi una tendenza verso la formazione di cooperative di consumo. Gli uomini che consumano si uniscono. E abbiamo un movimento dove gli uomini che producono di vari settori si uniscono. Ma in fondo abbiamo solo un surrogato, composto da consumatori e produttori. Solo quando non ci si orienta secondo il barometro del profitto, ma quando ci si orienta secondo il bisogno la produzione, quando si lasciano condurre le interconnessioni tra consumatori e produttori da quelle persone che stanno come esperte di fatto e di competenza nei vari rami economici, quando si fa sul serio con il fatto che riguardo la vita spirituale amiamo la totalità, ma mai nella vita economica, dove si sta in connessione con persone che stanno in altri rami — solo quando ci si fa sul serio con questo, il principio associativo entrerà nella vita economica. L’associazione non sarà organizzazione. Nonostante abbia passato una parte della mia vita in Germania, per me la parola «organizzazione» ha qualcosa di terribile, e ho proprio in Germania conosciuto che cosa significhi voler organizzare tutto il genere di cose. Si raggiungono cose terribili quando da una centrale sempre si vuol organizzare. Associare non è organizzare. Lì rimangono le individualità in pieno effetto, si uniscono, in modo che attraverso l’unione risulta un giudizio collettivo.
Potete leggere dettagli su ciò nel mio libro «I punti focali della questione sociale» e nel libro «Nell’esecuzione della tripartizione», che raccoglie un certo numero di articoli che sono usciti da me nella rivista di Stoccarda «La tripartizione», che è pubblicata dall’Associazione per la tripartizione dell’organismo sociale.
Ho mostrato in ciò come da vera pratica della vita economica queste associazioni possono formarsi; come queste associazioni porteranno a una giusta formazione dei prezzi, a una formazione dei prezzi sopportabile. Mentre oggi abbiamo solo una formazione dei prezzi casuale, lì si tratterà di una formazione dei prezzi che risulta veramente dal cooperare associativo tra consumatori e produttori. Poiché nella vita economica la questione del prezzo è la questione centrale di tutta l’esistenza economica. Chi non riconosce che i prezzi devono essere regolati soprattutto attraverso associazioni e non attraverso statistiche o simili, bensì attraverso il cooperare vivente in associazioni, non sa a che cosa stia a cuore. Non si ha bisogno di temere la burocrazia; non sarà più grande di oggi. Ma dal fatto che le stesse persone che stanno nella pratica della vita commerciale saranno anche i conduttori, si semplifica tutto il lavoro. E si raggiungerà che ciascuno riceverà tanto, quando produce qualcosa, come consuma per sé e i suoi, per le altre cose che ha da sbrigare, finché non avrà nuovamente prodotto un prodotto uguale. Detto grossolanamente: se fabbrico un paio di stivali, devo riceverne altrettanto come mi serve per produrre di nuovo un paio di stivali. Questo però non deve essere fissato in modo utopico in qualche modo, bensì sarà il risultato finale che risulterà quando le associazioni saranno così come l’ho rappresentato nel libro «I punti focali della questione sociale». Questo è l’essenziale in questo impulso della tripartizione dell’organismo sociale, che contiene nulla di utopico, bensì è nato pienamente e interamente dalla pratica della vita e dalle esigenze dei tempi. Competenza di fatto e di mestiere devono guidare la vita spirituale, competenza di fatto e di mestiere devono guidare in associazioni la vita economica, che si uniscono fino a una grande, indipendente dai confini nazionali, associazione economica mondiale.
Riguardo alla vita spirituale e alla vita economica, le delibere di maggioranza sono un’assurdità; lì deve tutto svilupparsi da competenza di fatto e di mestiere. Le delibere di maggioranza, vera democrazia è possibile solo per quelle faccende in cui ogni uomo è competente. È un vasto campo di faccende politico-giuridiche che rimane tra una vita spirituale libera e la vita economica costruita sul principio associativo. Sono tutte quelle faccende in cui ogni uomo divenuto maggiorenne si trova di fronte all’altro come un uguale nella vita parlamentare, dove vengono decise tutte le questioni che poi rimangono di per sé dalla vita economica, dalla vita spirituale.
Gli esperti curiosamente hanno obiettato che comprendono che nell’organismo sociale tripartito devono esserci la vita spirituale libera e la vita economica associativa, ma per la vita dello stato non rimane nulla. — Questo è molto caratteristico. La vita dello stato moderna ha così fortemente — persino nelle idee — assorbito la vita economica e la vita spirituale, che non ha sviluppato proprio le cose più importanti, in modo che gli esperti non hanno alcuna idea di che compiti la vita dello stato può avere.
Ciò che vi ho oggi presentato è solo schematico. Sarà sviluppato ulteriormente nei libri menzionati. Ma in sostanza comunque si lega alle più intense necessità storiche.
Vediamo risplendere dal XVIII secolo nella nostra epoca i grandi ideali dell’umanità libertà, uguaglianza, fraternità. Come potremmo non sentire che cosa risieda in questi tre grandi impulsi dell’umanità! E eppure — ci sono state persone intelligenti nel corso del XIX secolo che hanno irrefutabilmente mostrato che nello stato unitario libertà, uguaglianza e fraternità non possono stare insieme. Così abbiamo da un lato lo strano fatto che i nostri cuori battono più forte quando sentiamo questi tre grandi ideali umani, quando li sentiamo interiormente, che però d’altro lato l’uomo intelligente di stato — lo dico del tutto senza ironia — può dimostrare che questi tre ideali nello stato unitario non si compatiscono l’uno con l’altro.
Che cosa sta di fronte? Sta di fronte che gli uomini nel XVIII secolo hanno sentito come irrefutabili ideali dell’umanità e impulsi dell’umanità libertà, uguaglianza e fraternità. Ma erano ancora nella suggestione che tutto debba fare lo stato unitario. Oggi dobbiamo diventare maturi per l’organismo sociale tripartito. Solo in esso potranno veramente realizzarsi libertà, uguaglianza e fraternità. In una vita spirituale libera, del che spero che possa essere promossa alla luce del giorno attraverso un mondiale istituto scolastico, vignerà vera libertà degli uomini. Nella vita dello stato, che sta tra la vita spirituale libera e la vita economica, tutto potrà essere costruito su uguaglianza; nella sua amministrazione appariranno solo quelle cose in cui veramente ogni uomo divenuto maggiorenne è competente e può stare come uguale di fronte all’altro uomo divenuto maggiorenne. Nella vita economica, nei compiti, gli interessi dei consumatori e dei produttori si chiuderanno, troveranno l’equilibrio e infine culmineranno in una formazione dei prezzi degna di uomini.
Avremo una possibilità di incorporare all’evoluzione dell’umanità i tre grandi ideali umani della civiltà, se ci liberiamo dalla suggestione dello stato unitario, mentre cerchiamo: Nella vita spirituale libertà, nella vita dello stato o politico-giuridica — il secondo articolo dell’organismo sociale — l’uguaglianza; nella vita economica costruita associativamente la fraternità che opera dalla sostanza della produzione e della consumazione.
Libertà nella vita spirituale, uguaglianza nella vita dello stato, fraternità nella vita economica: questo dà solo ai tre più grandi ideali sociali dell’umanità — libertà, uguaglianza, fraternità — il vero significato. RISPOSTA ALLE DOMANDE NELLA SERATA PEDAGOGICA Darmstadt, 28 luglio 1921
Domanda: L’epoca moderna ha riscoperto il principio della visione nel-l’insegnamento. Ora si osserva che, quando il bambino esce da scuola, rimane inerme di fronte alla vita, se deve pensare. È rimasto attaccato all’immagine per effetto di tanta visione.
Rudolf Steiner: Questa è una questione pedagogica straordinariamente importante dell’epoca presente: la questione della visione, ovvero della visione esclusiva dell’insegnamento.
Ebbene, questa questione forse non è così specialistica, ma deve essere trattata esaurientemente all’interno del pensiero pedagogico nel suo complesso. Qui desidero innanzitutto menzionare che l’insegnamento nella Scuola Waldorf è costruito sulla nostra conoscenza dello sviluppo umano. Certamente, la Scuola Waldorf non è in alcun modo una scuola di concezione del mondo, ma ciò che può essere realizzato in termini di perizia pedagogica, di metodica pedagogica, di gestione pedagogica delle cose, proprio a partire dall’orientamento spirituale antroposofico, deve essere tradotto in pratica e giovare alla Scuola Waldorf. In questa relazione pratica, un ruolo fondamentale è svolto dall’osservazione che il bambino fino a circa il sesto, settimo anno di vita è un essere che imita. Il bambino è imitatore fino a questa età della vita. Questo va al punto che in questa età della vita, nell’età dell’asilo, propriamente non dovrebbe insegnare nel senso ordinario, ma dovrebbe fare affidamento sulla capacità imitativa del bambino. Vede, quando ci si occupa di queste cose per decenni, come ho dovuto farmi, si fanno ogni sorta di esperienze. La gente viene da uno e chiede ogni sorta di cose. Così una volta un padre è venuto da me, completamente disperato, e ha detto: Che cosa dobbiamo fare, nostro figlio, che è sempre stato un bravo ragazzo, ha rubato. — Gli chiesi: Quanti anni ha il ragazzo? — Quattro, cinque anni. — Allora, dissi io, dobbiamo innanzitutto investigare se ha davvero rubato.
L’indagine mostrò che il piccolo ragazzo non aveva affatto rubato, sebbene avesse preso del denaro da un cassetto. Aveva semplicemente visto ogni giorno la madre dare soldi al fornitore dal suo cassetto. Pensava: La madre lo fa così, allora deve essere giusto così — e così ha semplicemente preso soldi dal cassetto anche lui. Ha comprato dolcetti, ma non li ha mangiati da solo, bensì li ha regalati. Il bambino era semplicemente, secondo la sua età, un imitatore. Ciò che faceva era semplicemente un’azione di imitazione. Si tratta del fatto che non si debba presentare ai bambini in questa età nulla che non possano imitare. — Poi inizia quell’età della vita che comincia con il cambio dei denti e finisce con la pubertà, cioè la vera e propria età scolastica elementare. Questa età scolastica elementare richiede semplicemente — quello che oggi viene preteso da certe direzioni di parte deve essere messo da parte, l’aspetto fattuale deve essere portato in primo piano — , questa età esige che il bambino apprenda a comprendere e anche ad agire sulla base dell’autorità. È di importanza straordinaria per l’intera vita successiva, proprio per l’educazione per tempi difficili futuri e per tutto ciò che è possibile nella vita, che il bambino in questa età della vita, dal settimo al quattordicesimo anno circa, accolga qualcosa sulla base dell’autorità. Questo rapporto di un’autorità ovvia tra chi insegna ed educa e il bambino è qualcosa che nella vita successiva dell’uomo non può essere sostituito da nulla d’altro. Si potrebbero trovare facilmente prove di ciò che l’uomo non può avere più tardi, se non ha avuto la grande fortuna di avere un’autorità evidente accanto a sé.
In questa età della vita rientra la questione dell’insegnamento basato sulla visione. Questo insegnamento basato sulla visione, come viene richiesto oggi, nel suo estremo è nato dal materialismo. Si vuole semplicemente mettere tutto davanti agli occhi. Non si crede a nulla se non a ciò che è davanti agli occhi; così anche tutto dovrebbe essere posto davanti al bambino. Ma non solo sorgono le difficoltà che ha evidenziato, bensì anche altre che emergono dalla parte dell’insegnante. Si prendano i libri di aiuto scritti per gli insegnanti, in cui viene data l’istruzione per l’insegnamento basato sulla visione. Le banalità e trivialità che vi si trovano sono francamente mostruosità. Istintivamente si tende continuamente a spingere tutto verso un livello il più possibile basso. Questo è l’insegnamento basato sulla visione in cui si insegna al bambino nulla di più di ciò che già sa. Questo è il peggior insegnamento concepibile, quello che fornisce la visione in questo modo. L’insegnamento migliore è quello che non si prende cura soltanto dell’età infantile, ma dell’intera vita dell’uomo. Se la vita non è tale che si abbia ancora qualcosa da aver seduto a scuola al quarantesimo, cinquantesimo anno, allora l’insegnamento era cattivo. Si deve essere in grado di guardare indietro all’insegnamento scolastico cosicché viventi forze vivano in questo ricordo. Cresciamo anche quando le nostre membra diventano più grandi e anche molte altre cose si trasformano in noi; tutto in noi cresce. Se insegniamo al bambino concetti, rappresentazioni e visioni che non crescono, che rimangono, dove poniamo il grande valore che rimangono come sono, allora ci rendiamo colpevoli contro il principio della crescita. Dobbiamo presentare le cose al bambino cosicché entrino nella crescita vivente. Questo non possiamo farlo di nuovo con l’insegnamento banale e piatto basato sulla visione, ma allora, quando noi come educatori ci poniamo di fronte al bambino, entrano in considerazione le imponderabilità.
Uso molto spesso un esempio come questo: Supponiamo di voler insegnare al bambino un concetto — si può farlo puramente sulla base della conoscenza della psicologia del bambino in una determinata età della vita — : il concetto dell’immortalità. Si può visualizzarlo in processi naturali, per esempio nella farfalla nel bozzolo. Si può dire: Così l’anima immortale dimora nell’uomo, come la farfalla nel bozzolo, solo che si sviluppa in un mondo spirituale, come la farfalla si sviluppa dal bozzolo. — Questa è un’immagine. Si potrà insegnare questa immagine al bambino in due modi diversi. Il primo è questo: ci si immagina: Io sono l’insegnante, sono straordinariamente intelligente; il bambino è giovane e terribilmente stupido. Allora presenterò al bambino questo simbolum per questo concetto. Naturalmente sono già molto al di là di questa cosa, ma il bambino deve comprendere in questo modo l’immortalità dell’anima. Ora l’esplico in modo intellettualistico. — Questo è il modo in cui il bambino non impara nulla; non perché ciò che è stato presentato fosse falso, bensì perché non ci si è messi in relazione corretta col bambino. Se mi immergo nella scienza dello spirito antroposofica, allora questa non è un’immagine per cui mi sento più intelligente del bambino, bensì una verità. La natura stessa ha posto su un livello inferiore la farfalla che si sviluppa dal bozzolo, su un livello superiore il passaggio attraverso la porta della morte. Se presento ciò che vive così vivacemente in me al bambino, allora il bambino ha qualcosa da guadagnarvene.
Non si può soltanto dire che si dovrebbe fare così o così, bensì dipende dalle imponderabilità, da un certo orientamento spirituale che si ha come insegnante — quello è l’importante. Qui entrano in considerazione le difficoltà, quando si rimane all’insegnamento banale basato sulla visione, che diventa sempre più e più impersonale; nell’età in cui l’insegnante dovrebbe svolgere il ruolo importante di autorità ovvia, egli si esclude. Per esempio, ci sono certe cose che si devono semplicemente trasmettere al bambino sulla base dell’autorità. Non si può insegnare tutto sulla base dell’insegnamento visivo al bambino — per esempio i concetti morali: non si può partire dall’insegnamento visivo, e nemmeno da meri precetti, questi si possono trasmettere al bambino solo per mezzo dell’autorità ovvia. E appartiene alle esperienze più significative che si possono avere nella vita successiva, quando si è accolto qualcosa nell’ottavo, nono, dodicesimo anno, perché una personalità venerata lo considera giusto — questo rapporto verso la personalità venerata appartiene alle imponderabilità dell’insegnamento, dell’educazione — , si diventa trentenni, e in un determinato evento ciò emerge dalle profondità della coscienza umana; ora si capisce qualcosa di quello che propriamente si è accolto venti o trent’anni fa, allora sulla base dell’autorità. Questo significa qualcosa di straordinario nella vita. Questo è davvero una crescita vivente di ciò che si è accolto nell’infanzia. Perciò tutto questo discutere su più o meno visione non è così importante. Le cose devono emergere dall’oggetto stesso. Anche il discutere su più o meno pensiero e così via, questo è anche poco importante. L’importante è che gli insegnanti siano posti al loro posto giusto, che in modo corretto l’elemento umano sia riunito in un’organizzazione scolastica. Questo è quello in cui l’obiettivo deve essere principalmente visto. Con piani di studio o con qualcosa che può essere espresso in paragrafi, non si può fare nulla nella vera vita — e la vita dell’insegnamento e dell’educazione è vera vita — . Poiché quando tre o sei o dodici persone si riuniscono, indipendentemente da quali siano i loro antecedenti, da quale ambiente, da quale formazione precedente provengono, potranno sviluppare un piano di studio idealmente bello. Se si mette insieme qualcosa in modo paragrafico dal riflettere, allora può diventare idealmente bello, lì può starci il più meraviglioso. Non mi beffeggio, non ha bisogno di essere cattivo, può essere straordinariamente bello e grandioso, ma questo non è il punto. Il punto è che nella scuola, che ha un numero di insegnanti, si svolga la vera vita; ciascuno di questi insegnanti ha i suoi particolari doni, questo è il reale, con questo si deve lavorare. A che serve se l’insegnante può guardare a questo: questo e questo è l’obiettivo dell’insegnamento. — Questo è solo un’astrazione. Ciò che può essere per i bambini come personalità, per il fatto che si trova nel mondo in un certo modo, è questo che importa.
La questione scolastica nel nostro tempo presente è essenzialmente una questione di insegnanti, e da questo punto di vista tutte le questioni più dettagliate, come la questione dell’insegnamento basato sulla visione e simili, dovrebbero essere trattate. Si può quindi, per esempio, insegnare ai bambini in modo estremamente radicale mediante l’insegnamento visivo? — Devo dire che provo già un leggero brivido quando vedo queste torture con le macchine di calcolo in una classe, dove si vuole trasformare anche cose che dovrebbero essere coltivate in tutt’altro modo in insegnamento visivo. Se si vuole proseguire solo con il puro insegnamento visivo, si ottiene — naturalmente questi sono risultati dell’osservazione senza pregiudizi — , si ottengono bambini goffi. — Con la fenomenologia, con il fenomenalismo questo non ha nulla a che fare: per sviluppare un buon fenomenalismo, si deve innanzitutto saper pensare bene. Nella scuola si ha a che fare con la metodica pedagogica, non con la metodica scientifica. Ma si deve sapere quanto strettamente un pensiero ordinato sia collegato non solo al cervello e alla testa dell’uomo, ma con l’uomo intero. Dipende dal modo in cui si è imparato a pensare, quale abilità manuale si abbia. Poiché l’uomo in realtà pensa con il corpo intero. Oggi si crede solo che pensi con il sistema nervoso, in verità pensa con l’intero organismo. Ed è anche il contrario: Se in modo corretto si può insegnare al bambino la prontezza nel pensare, persino fino a un certo grado la presenza di spirito naturale, si lavora per l’abilità corporea, e se si conduce questa abilità di pensiero fino nella corporalità, allora anche l’abilità dei bambini viene in nostro aiuto. È molto più importante quello che ora abbiamo istituito nella Scuola Waldorf, che i bambini invece dell’ordinario insegnamento visivo passino all’insegnamento nel lavoro manuale nel modellare se stessi, così che entrino in una sensazione la formazione artistica della superficie. Questo conduce allora di nuovo verso la concezione matematica della superficie negli anni scolastici successivi. Questo vivere-in-se-stessi nelle cose non attraverso il solo insegnamento visivo per i sensi, ma attraverso un insegnamento di convivenza con l’intero ambiente, che è realizzato per l’intero uomo, è quello verso cui bisogna operare.
Volevo solo attirare l’attenzione sul fatto che tali questioni dovrebbero essere collocate all’interno dell’insieme del pensiero pedagogico e che oggi si discute troppo nei dettagli.
Rudolf Steiner continuando in merito ad altre domande: Ciò che è stato detto prima e spesso sottolineato deve essere mantenuto fermo: la Scuola Waldorf come tale non vuole essere una scuola di concezione del mondo. Che una costituzione spirituale antroposofica stia alla sua base, questo avviene solo nella misura in cui si traduce nella pratica educativa. Quindi, si tratta dapprima di uno sviluppo di quello che può essere raggiunto in modo puramente pedagogico dal movimento antroposofico. Una scuola di concezione del mondo non può essere la Scuola Waldorf e non vuole esserlo in alcuna direzione. Quindi, la Scuola Waldorf non ha mai preteso finora — di prendere in mano l’insegnamento religioso dei bambini affidatile. Qualunque opinione abbia o meno un singolo antroposofo riguardante questioni di concezione del mondo, questo non gioca alcun ruolo, bensì si tratta del fatto che l’antroposofia nella scuola e in tutto ciò che le appartiene vuole operare solo nella pratica pedagogica. Per questa ragione, quando la scuola è stata istituita, l’insegnamento religioso per i bambini cattolici è stato affidato al parroco cattolico e l’insegnamento religioso per i bambini evangelici al parroco evangelico. Ora risultò — questo è semplicemente sorto dalle attuali circostanze dei tempi — , che c’era un gran numero di bambini dissidenti, che in realtà sarebbero cresciuti senza religione. Per questi viene ora impartito un insegnamento religioso, che però come tale non si annovera alla scuola, bensì si presenta accanto all’insegnamento religioso evangelico e cattolico come insegnamento religioso libero. Abbiamo comunque il successo che bambini, che altrimenti sarebbero semplicemente non ammessi a nessun insegnamento religioso, così crescono con una vita religiosa.
Questo è un insegnamento religioso libero, che è impartito da colui che ne sa qualcosa e che è chiamato a farlo come gli altri, che impartiscono l’insegnamento cattolico ed evangelico. Questo però deve essere strettamente mantenuto, che le intenzioni della Scuola Waldorf non sono intenzioni di concezione del mondo in alcuna direzione. Non si deve essere addestrati verso un’antroposofia, bensì l’antroposofia vuole diventare solo pratica pedagogica in esso. Pertanto, le questioni al riguardo si risolvono da sole, non hanno significato. All’inizio si trattava di trovare un modo appropriato a quello che segue dalla pratica. Si hanno opinioni riguardanti il modo in cui un bambino di sette, otto, nove anni deve essere insegnato, che sono in linea con la materia. Queste cose credevamo dovessero essere decise su principi puramente materiali. Ora la Scuola Waldorf naturalmente non è un’istituzione per eremiti o sette, bensì è un’istituzione che vuole porsi pienamente nella vita, che vuole fare dei bambini persone capaci per la vita presente, molto pratica. Pertanto si tratta di organizzare l’insegnamento cosicché da un lato si soddisfi ai severi requisiti pedagogici, e d’altro canto si tratta del fatto che la Scuola Waldorf non è un’istituzione di persone strane. Ho quindi articolato la cosa cosicché dall’ingresso a scuola fino al completamento della terza classe nei singoli anni si ha la mano completamente libera, ma con il completamento della terza classe i bambini sono così lontani che possono trasferirsi in qualsiasi scuola. Dal nono al dodicesimo anno si ha di nuovo la mano libera, poi il bambino deve di nuovo essere così lontano che possa trasferirsi in qualsiasi altra scuola, così anche con il completamento della scuola popolare.
Finora istituiamo una classe ogni anno; ciò che accadrà dopo deve essere studiato. Vede, non si tratta di operare in alcun modo da opinioni di parte, attraverso la concezione del mondo o qualcosa del genere, bensì semplicemente di tradurre l’antroposofia nella pratica pedagogica. L’ideale sarebbe che i bambini inizialmente — poiché l’antroposofia è sviluppata solo per gli adulti, non abbiamo alcun insegnamento per i bambini, e nemmeno siamo stati in grado di volerlo avere — non sapessero che esiste un’antroposofia, bensì che fossero tenuti oggettivamente, e così introdotti pienamente nella vita. Queste cose non sono raggiungibili nell’ideale; anche se l’insegnante si sforza molto di rimanere oggettivo, un bambino vive nel cerchio di questi genitori, un altro nel cerchio di quei genitori; ci sono anche i fanatici antroposofici, così portano i bambini, come portano anche ogni sorta di altre cose, scorrezioni antroposofiche, che anche esistono, nella scuola. Questo deve assolutamente essere mantenuto fermo, che non può mai trattarsi del fatto che la Scuola Waldorf sia in alcun modo una scuola di concezione del mondo o qualcosa del genere. Non lo è in alcuna direzione, bensì vuole fare i bambini cosicché diventino persone capaci per mezzo di ciò, persone capaci nel presente immediato, quindi nella vita in cui siamo collocati all’interno dello stato e di tutto ciò che comporta, che stiano bene dentro. È probabilmente ovvio che la Scuola Waldorf non porta idee di tripartizione nella scuola. Non può accadere attraverso gli sforzi della pedagogia Waldorf. Nulla di fazioso viene portato nella Scuola Waldorf dal lato antroposofico.
Domanda: La metodica che pratica il parroco non è qualcosa di opposto al resto dell’insegnamento? Non c’è lì un conflitto?
Rudolf Steiner: In modo completo non si può conseguire nulla nella vita. Sarebbe molto piacevole se non solo trovassimo un parroco evangelico, ma anche un parroco cattolico, che insegnasse secondo la nostra metodica. La nostra scuola vuole, come detto, mettere solo pratica pedagogica nella vita, non concezione del mondo. Con questo può procedere mano nella mano. Ora è ovvio che nell’insegnamento religioso libero — poiché è stato chiesto un insegnamento che sia tenuto solo da antroposofi — , si procede anche secondo la nostra metodica. Sarebbe molto desiderabile per noi se l’insegnamento evangelico e cattolico fossero impartiti anche in questo modo, ma non l’abbiamo ancora raggiunto.
Domanda: Come è il contenuto della materia nell’insegnamento per i bambini antroposofi?
Rudolf Steiner: Il contenuto è determinato cosicché si faccia il tentativo di considerare assolutamente l’età infantile. Questo è ciò che sta psicologicamente alla base di tutto. Si tratta quindi di tutte le cose che sono più efficacemente presentate al bambino quando si colpisce esattamente l’età della vita in cui dovrebbero essere presentate, in cui l’interno del bambino risuona maggiormente con le cose. Si tratta del fatto che davvero nel settimo, ottavo anno di vita si consegua il meno possibile con la conoscenza obiettiva del Vangelo o della Bibbia, con la conoscenza del catechismo però non si consegue proprio nulla. Non è accolto dal bambino. Questo è una legge antropologica. Al contrario, il bambino in questa età della vita accoglie molto bene tutto ciò che è religioso, che può essere formato direttamente da una certa formazione dei processi naturali — tutti i concetti etici e genuinamente religiosi che possono essere formati dai processi naturali. Si può guidare il bambino soprattutto attraverso la via delle immagini naturali verso il sentimento religioso.
Il bambino può essere guidato verso il vero sentimento cristiano propriamente solo dall’ottavo anno in poi, anzi persino solo verso il nono anno. Solo allora incomincia propriamente a comprendere ciò che sta dietro, per esempio, alla figura di Gesù Cristo. In questi concetti che si devono insegnare al bambino se deve comprendere il contenuto dei Vangeli, in questi cresce solo gradualmente. È bene se ha un fondamento e solo verso il nono anno è introdotto adeguatamente nel contenuto dei Vangeli e poi gradualmente condotto più in alto nei misteri più profondi del cristianesimo. Deve essere sottolineato che questo insegnamento religioso libero nel senso più eminente è un cristianesimo puro e semplice, così che le diverse confessioni che vi partecipano siano introdotte in un vero cristianesimo. È già così che si è giunti, dal punto di vista antroposofico, alla [convinzione] cristiana — se si è insegnante alla Scuola Waldorf. Si è giunti al cristianesimo da questo lato. Forse si pongono le parole diversamente, ma i bambini sono introdotti a un vero cristianesimo. Proprio come lasciamo libero l’insegnamento religioso evangelico e cattolico, così lasciamo anche completamente libero l’insegnamento religioso libero, tenuto secondo il lato antroposofico. Non è mai stato assolutamente mio sforzo agitare affinché i bambini entrino in questo insegnamento religioso libero. Vi sono entrati numerosi, ma non è davvero lo sforzo di danneggiare la reputazione esterna della scuola in modo che avvenisse per tali vie indirette, che [si dicesse che] questa scuola sia una scuola di concezione del mondo. Non vogliamo essere questo inizialmente. Pertanto siamo cauti riguardante l’insegnamento religioso libero e l’impartiamo solo perché è appunto richiesto.
ANTROPOSOFIA E I MISTERI DELL’ANIMA Stoccarda, 17 gennaio 1922
L’uomo si trova realmente di fronte ai misteri dell’esistenza propriamente solo quando ha sviluppato un grado di consapevolezza sulla vita, quando si sente spinto a farsi rappresentazioni, sensazioni, sentimenti riguardante il suo rapporto col mondo. Ma allora, quando è giunto in tale situazione, per lui i misteri dell’esistenza significano completamente quello che si può chiamare una domanda sulla vita, perché non hanno a che fare solo con qualche aspirazione teorica, con semplici questioni di cultura esterna, bensì da loro dipende l’intera posizione dell’uomo nel mondo, il modo in cui l’uomo può orientarsi nel mondo, il grado di certezza che può avere nella vita, e il sostegno interiore con che può muoversi attraverso questa vita.
Tuttavia, c’è una differenza considerevole tra i diversi tipi di misteri dell’esistenza. L’uomo si trova di fronte alla natura, deve formarsi rappresentazioni, sensazioni riguardante il suo rapporto con la natura, e se posso usare un paragone, vorrei dire: Quando l’uomo è pervenuto a consapevolezza nel modo in cui ho caratterizzato, e non può orientarsi in certe cose che gli si presentano come misteri della natura, allora il suo essere, di cui una volta fa parte — come detto, è solo come paragone — , gli appare come uno Spirituale-Oscuro, si sente come posto in un mondo oscuro, sente come non possa orientarsi in questo mondo oscuro. Ma questo intero rapporto ai misteri del mondo dell’esterno essere naturale rimane tuttavia fino a un certo grado per l’uomo qualcosa di esterno, riguarda il suo rapporto esterno all’esistenza.
Tutt’altro è come l’uomo si trova di fronte a questi stessi misteri quando si tratta dei misteri della sua anima. In questi misteri vive, questi misteri costituiscono sostanzialmente quello che inizialmente può essere salute spirituale e malattia spirituale, ma anche quello che può diventare salute corporea e malattia corporea. Poiché la vita dell’anima è qualcosa di straordinariamente complesso, per quanto semplice possa inizialmente sembrare. Quello che portiamo durante il nostro stato di veglia dal mattino alla sera nella nostra coscienza — è oggi riconosciuto anche scientificamente — , è solo una parte della nostra vita spirituale. Una grande parte della nostra vita spirituale riposa in profondità inconsce o, potrei anche dire, subconscie; le onde si spingono fuori in forma di sensazioni indeterminate, di umore indeterminato, ben anche di ogni sorta di altri contenuti dell’anima, e forma quello che è un’orientamento indeterminato della nostra vita spirituale. Ma ciò che in questo modo più o meno indeterminatamente si svolge nelle profondità della nostra vita spirituale e si spinge fuori è intimamente connesso con quello che veramente è la fortuna o il dolore della nostra vita. E proprio colui che tenta per la via antroposofica di penetrare nella vita dell’anima dell’uomo nota molto presto come tutto ciò che in tale modo indeterminatamente si spinge fuori dalle profondità della vita spirituale è connesso con il Corporale-Fisico, come dapprima leggermente, poi sempre più il nostro intero stato di salute, che ci rende capaci di vita o incapaci di vita, può dipendere da questi stati spirituali subconsci.
Ora oggi non voglio parlarvi nel modo in cui attualmente molto frequentemente si parla su questo inconscio dell’anima, in cui si mette tutto ciò che brilla indeterminatamente nella coscienza nel grande recipiente di questo inconscio e ci si fa rappresentazioni più o meno vaghe su come opera questo inconscio o subconscio. Parlo già da molti anni da questo luogo su questioni della ricerca antroposofica e pertanto oggi non posso partire dall’elementarissimo di questa ricerca, bensì desidero considerare le questioni della vita spirituale nel loro vero senso, così come sono legate alla fortuna o sfortuna della vita. Ma allora si deve già entrare in ciò che nella vita spirituale umana, permeato da ogni sorta di Sconosciuto inizialmente, è ciò che desideriamo indicare più o meno chiaramente attraverso le attuali considerazioni, può operare in modo inquietante o rassicurante, beato o doloroso — e ciò che sta in mezzo — .
Ora troviamo nella nostra vita spirituale, anche se diamo solo uno sguardo superficiale su di essa, due poli chiaramente distinguibili l’uno dall’altro: Da un lato la vita rappresentativa, che comprende tutto ciò che si svolge in modo chiaro, luminoso nella nostra coscienza, e d’altro canto la vita volitiva, che in I MISTERI DELL’ANIMA Stoccarda, 17 gennaio 1922
L’uomo si trova veramente di fronte ai misteri dell’esistenza soltanto quando ha sviluppato un grado di consapevolezza sulla vita, quando si sente spinto a formarsi rappresentazioni, sentimenti ed emozioni circa il suo rapporto con il mondo. Allora, quando è giunto a questo stato, i misteri dell’esistenza significano per lui propriamente ciò che si può chiamare una questione vitale, poiché essi non dipendono soltanto da vaghe aspirazioni teoriche, da mere questioni di cultura esteriore, bensì da essi dipende l’intera posizione dell’uomo nel mondo, il modo in cui l’uomo può orientarsi nel mondo, il grado di certezza che può avere nella vita, e il sostegno interiore con che può muoversi attraverso questa vita.
Ora esiste tuttavia una considerevole differenza tra i diversi tipi di misteri dell’esistenza. L’uomo si trova di fronte alla natura, deve formarsi rappresentazioni e sentimenti circa il suo rapporto con la natura, e se mi è concesso fare un confronto, direi: Se l’uomo ha sviluppato la consapevolezza nel modo che ho descritto, e non riesce a penetrare determinate cose che gli si presentano come segreti della natura, allora l’esistenza a cui appartiene gli appare — diciamolo, soltanto per analogia — come spiritualmente oscura; egli si sente come immerso in un mondo oscuro e percepisce di non potersi orientare in questo mondo buio. Ma questo intero rapporto con i segreti del mondo dell’esistenza esterna e naturale rimane, fino a un certo punto, per l’uomo qualcosa di esteriore; riguarda il suo rapporto esteriore all’esistenza.
Tutt’altra cosa è come l’uomo si pone di fronte ai misteri quando si tratta dei misteri della sua anima. In questi misteri egli vive; questi misteri costituiscono propriamente ciò che inizialmente può essere la salute e la malattia dell’anima, ma che può anche diventare salute e malattia del corpo. Infatti la vita dell’anima è qualcosa di straordinariamente complicato, per quanto semplice possa inizialmente apparire. Ciò che portiamo nella nostra consapevolezza durante lo stato di veglia diurna, dal mattino alla sera — come è del resto oggi riconosciuto scientificamente — è soltanto una parte della nostra vita dell’anima. Una gran parte della nostra vita dell’anima riposa in profondità inconsce o, come potrei anche dire, subconsce; essa si agita in forma di sensazioni indeterminate, di stati d’animo indeterminati, e perfino di altri contenuti dell’anima, e costituisce ciò che è una base indeterminata della nostra vita dell’anima. Ma ciò che in questa maniera più o meno indeterminata si svolge negli strati inferiori della nostra vita dell’anima e sale risalendo, è intimamente connesso con ciò che propriamente è la felicità o il dolore della nostra vita. E proprio colui che tenta di penetrare, per via antroposofica, nella vita dell’anima dell’uomo, si accorge ben presto come tutto ciò che in tal modo indefinitamente risale dalle profondità del soul, è connesso al corpo fisico-corporeo; come, dapprima lentamente, poi sempre più il nostro intero stato di salute — che ci rende idonei o inetti alla vita — possa dipendere da questi stati d’animo subconci dell’anima.
Oggi non intendo parlare a voi nel modo in cui attualmente si parla frequentemente di questo inconscio dell’anima, stipando cioè in questo grande contenitore dell’inconscio tutto ciò che brilla in modo poco chiaro nella consapevolezza, e formandosi rappresentazioni più o meno vaghe su come questo inconscio o subconscio agisce. Io parlo ormai da molti anni da questo luogo di questioni della ricerca antroposofica e perciò oggi non posso partire dall’elemento più elementare di questa ricerca; piuttosto intendo considerare le questioni della vita dell’anima nel loro senso più proprio, come esse si connettono con la felicità o l’infelicità della vita. Bisogna allora già addentrarsi in ciò che nella vita dell’anima umana, percorsa da ogni sorta di ignoto, è proprio ciò su cui vogliamo indicare più o meno chiaramente attraverso le considerazioni odierne — qualcosa che può agire in modo inquietante o tranquillizzante, beatificante o doloroso — e ciò che sta in mezzo.
Ora troviamo nella nostra vita dell’anima, anche se l’osserviamo soltanto superficialmente, due poli chiaramente distinguibili: da un lato la vita rappresentativa, che abbraccia tutto ciò che si svolge in modo chiaro e luminoso nella nostra consapevolezza, e d’altro canto la vita volitiva, che in certo modo inizialmente emerge buia e oscura dalle profondità dell’anima.
Distinguiamo — e già l’ho accennato più volte qui — nel corso ordinario della vita umana due stati di consapevolezza, di cui propriamente soltanto uno è uno stato di consapevolezza definito: lo stato di veglia e lo stato di sonno. Nello stato di sonno la vita rappresentativa consapevole cessa, l’intera vita dell’anima precipita in un’oscurità più o meno profonda. Ma se guardiamo in modo del tutto imparziale alla nostra vita dell’anima nello stato di veglia, possiamo dire soltanto che, riguardo a tutto ciò che è di natura rappresentativa, siamo veramente svegli. Ci abbiamo noi stessi come uomini svegli in mano, per quanto abbiamo riempito la nostra consapevolezza di rappresentazioni chiare e di pensieri luminosi. Accompagniamo anche i nostri impulsi volitivi, accompagniamo le nostre azioni con i pensieri. Ma rimane completamente oscuro, anche nella più semplice azione motoria del corpo umano, come il pensiero della consapevolezza sia connesso con ciò che propriamente accade durante un impulso volitivo, durante un’azione. Come è oscuro ciò che realmente accade dentro il nostro braccio quando io semplicemente lo sollevo, quando il pensiero che ha lo scopo di sollevare il braccio si vuole realizzare, vuole penetrare e mettere il braccio in movimento volontariamente.
Ciò che avviene nel nostro organismo si sottrae alla consapevolezza diurna veglia esattamente come ciò che avviene nell’uomo dall’addormentarsi all’avvegliarsi, cosicché propriamente dobbiamo dire: Per questa vita dell’anima umana è così che abbiamo una mescolanza di sonno anche nello stato di veglia, che lo stato di sonno continuamente ci penetra, e che siamo completamente svegli soltanto nel rappresentare stesso, nell’esperienza di pensieri chiari e luminosi. Tra questi due stati, tra quello che io potrei chiamare lo stato completamente veglio della rappresentazione e la vita volitiva immersa nell’oscurità, partecipe di entrambi, giace la vita dei sentimenti, la vita dell’umore. I nostri sentimenti penetrano le nostre rappresentazioni. Portiamo dai nostri sentimenti determinate simpatie e antipatie nella vita rappresentativa, unendo così per lo più le nostre rappresentazioni o separandole. Accompagniamo ciò che fluisce nei nostri impulsi volitivi con il nostro giudizio di sentimento, in quanto percepiamo determinate azioni come conformi al dovere, altre come trasgressioni del dovere. E mentre per le azioni conformi al dovere abbiamo una certa soddisfazione del sentimento, o un’insoddisfazione del sentimento rispetto a ciò che non riesce o che per qualche altro motivo trasgrediamo, la vita del sentimento fluisce continuamente avanti e indietro tra la vita rappresentativa e la vita volitiva.
Ma i veri misteri dell’anima non si manifestano per l’uomo ottuso che si abbandona nel modo appena descritto da un lato alla vita rappresentativa, dall’altro alla vita del sentimento e alla vita volitiva; piuttosto questi misteri dell’anima emergono quando l’uomo diviene sempre più consapevole. E anche allora i misteri dell’anima vissuti non si manifestano completamente consapevolmente, ma appartengono propriamente alle esperienze più o meno subconsce dell’uomo. L’uomo non giunge mai a una consapevolezza completamente chiara di dove provengono propriamente lo stato d’animo, le disposizioni della sua vita dell’anima che influiscono così il suo quotidiano piacere e dolore. Bisogna già ricercare ed esprimere chiaramente ciò che vive in modo poco chiaro nella consapevolezza. E questo vi prego di considerare innanzitutto nelle spiegazioni che ora farò: che sarò costretto a esprimere in parole chiare qualcosa che non vive mai in questa chiarezza nella consapevolezza, ma che però è presente nella vita dell’anima come salutare e morboso, che l’uomo sente, che l’uomo percepisce senza riuscire a portarlo alla consapevolezza. E poiché è così, i misteri dell’anima non sono soltanto teorici, sono veramente misteri dell’esistenza vissuti.
Quando l’uomo si abbandona alla vita rappresentativa — come detto, esprimo chiaramente ciò che è soltanto sentito oscuramente, che non è mai completamente portato alla consapevolezza — egli percepisce qualcosa come il nulla della sua stessa esistenza. La vita rappresentativa è un’esperienza di immagini. La vita rappresentativa è qualcosa che durante la nostra vita diurna veglia si riempie di ciò che riceviamo dal mondo esterno sotto forma di impressioni e percezioni; ciò che viviamo dalla natura forma il contenuto delle nostre rappresentazioni, vive in noi, è proprio quello che risaliamo dai nostri ricordi. Ma siamo consapevoli: Sì, tu sei attivo elaborando le tue rappresentazioni nelle rappresentazioni, separando e unendo le rappresentazioni, sei internamente attivo, ma non hai la tua attività pienamente presente nel tuo spirito; ciò che è presente nel tuo spirito è fondamentalmente un’immagine speculare del mondo esterno. Sappiamo che dobbiamo appoggiarci con la nostra vita rappresentativa a questo mondo esterno. Ciò che abbiamo è soltanto un’immagine del mondo esterno; viviamo, vivendo nelle nostre rappresentazioni, in immagini, non percepiamo un’esistenza pienamente contenuta nella nostra vita rappresentativa. E questo sentimento, vive inconsciamente, per quanto strano e paradossale suoni. E per poco che sia presente nella consapevolezza — è vivo nell’inconscio, questo sentimento si esprime inconsciamente rispetto alla vita rappresentativa in determinati sentimenti ansiosi, in sentimenti di paura.
Suona paradossale, ma esiste questa corrente sotterranea della vita dell’anima umana. La maggior parte delle persone non sa nulla di ciò, ma la maggior parte delle persone, anzi tutte le persone, stanno continuamente sotto la sua influenza. E questa corrente sotterranea è un’ansiosa corrente, il fatto che potremmo perderci nel mondo, che stiamo sopra un abisso, proprio perché il nostro mondo rappresentativo è un mondo di immagini. E ancora vive l’indeterminato desiderio nell’anima umana: Come trovo in questo puro mondo di immagini l’esistenza?
Si può assolutamente paragonare questo sentimento inconscio nella corrente sotterranea dell’anima al sentimento che l’uomo — causato da stati corporei — ha quando non riceve abbastanza aria, quando soffre di fame d’aria e cade così consapevolmente in sentimenti ansiosi. Ciò che l’uomo vive consapevolmente attraverso condizioni corporee, è in realtà percepito sempre inconsciamente come un effetto collaterale della vita rappresentativa. E così si può indicare da un lato un mistero dell’anima, non in una formulazione teorica, ma portando alla luce dalle profondità dell’anima ciò che germoglia o dorme in questa anima.
D’altro lato, per il fatto che l’uomo si abbandona all’elemento volitivo, egli percepisce la condizione opposta. Vi è qui una diversa corrente sotterranea nella vita dell’anima. L’uomo percepisce come egli è esposto ai suoi istinti, alle sue emozioni, ai suoi impulsi istintivi, come una naturalità penetra la vita dell’anima umana che non si apre alla chiarezza del pensiero, che è sempre immersa in una certa maniera in una realtà, in un’effettualità che non possiamo penetrare luminosamente, che forma un’oscurità in noi stessi. E ancora, se si può penetrare queste correnti sotterranee dell’anima con osservazione imparziale, si può dire — si deve sempre esprimere una contraddizione quando si vuole caratterizzare ciò che esiste nelle profondità dell’anima — come ciò che lì vive è percepito inconsciamente. Si deve allora caratterizzarlo dicendo: è percepito così come nella consapevolezza viene percepita la collera, o come l’uomo percepisce quando non riesce a espirare, quando la sua circolazione sanguigna è così disturbata che l’aria respiratoria non si trasforma nella giusta maniera nel suo corpo, quando sorge una specie di soffocamento. Una sorta di collera è sempre presente attraverso tale abbandono all’elemento volitivo nell’anima umana.
Questi sono poteri che vivono profondamente nell’inconscio dell’anima umana, che si agitano risalendo e che costituiscono propriamente il mistero della vita dell’anima umana. E colui che prende le rappresentazioni nella loro immaginarietà, la volontà nella sua impulsività, così come si presentano alla consapevolezza, sente bensì questi misteri dell’anima come qualcosa di indeterminato, come un sentimento indeterminato dell’anima, ma non rende chiari a se stesso questi misteri dell’anima, fondamentalmente non sa che cos’è questo agire indeterminato in lui, che però profondamente influenza il suo essere contento o scontento della vita.
Bisogna sempre ribadire: I misteri dell’anima non sono tali come li percepiamo nella natura; i misteri dell’anima sono tali che sono vissuti internamente, che risalgono dalle profonde correnti sotterranee dell’anima e che devono prima essere interpretati. Perciò ogni scienza — contro che naturalmente, come è già stato più volte sottolineato qui, nulla deve essere contestato nel suo campo legittimo — sa poco che farsene con i veri misteri dell’anima. Lo vediamo — e desidero portare due esempi di questo — in tutto il pensiero scientifico moderno, quanto è fondamentalmente impotente la scienza che trionffa così grandemente in altri ambiti di fronte alla vita dell’anima, benché i più alti misteri dell’esistenza dipendano da questa vita dell’anima dell’uomo. Desidero richiamare due esempi che però, secondo la mia convinzione, sono profondamente significativi per ciò che c’è, e per ciò che è scientificamente necessario per penetrare nel vero campo che l’uomo sperimenta come il mistero dell’anima.
È quasi mezzo secolo fa, quando il grande fisiologo Du Bois-Reymond ha tenuto un discorso alla 45ª Assemblea dei Naturalisti a Lipsia, a cui sempre di nuovo si deve fare riferimento, sebbene si sia parlato straordinariamente molto al riguardo e oggi sia quasi dimenticato ed estromesso dalla discussione. Questo discorso trattava dei «Limiti della ricerca naturale», e Du Bois-Reymond con ragione indica da un lato come un limite della ricerca naturale il mondo materiale nella sua essenza. Egli dice: In questo ambito dove entra la materia, lo spirito umano non può penetrare; penetra nell’osservazione esterna dei fenomeni sensibili esterni alla rivelazione dell’esistenza materiale, ma non può dire che cosa sia propriamente la materia stessa. — Du Bois-Reymond fornisce questo come un limite. Come l’altro limite fornisce quello della consapevolezza umana; questo però oggi non è nulla di diverso da quello della vita dell’anima umana. Egli dice: Con la conoscenza naturale più perfetta non si può nemmeno giungere a nessuna rappresentazione di come la più semplice sensazione nell’anima umana sorga. Anche se si sapesse perfettamente come nel cervello umano si muovono atomi di carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno, non si potrebbe mai ricavare da questa chiara intuizione di questi movimenti come sorga la più semplice sensazione — «io vedo il rosso», «io odoro il profumo di rosa» — cioè come sorgono i primi elementi della vita dell’anima.
E Du Bois-Reymond ha in realtà completamente ragione con questo detto. Qui risiede per la scienza naturale esterna un secondo limite, soltanto che la convinzione di Du Bois-Reymond è quella che deve essere spezzata propriamente dalla ricerca antroposofica. Du Bois-Reymond ritiene che i limiti della ricerca naturale siano i limiti di ogni scientificità. Perciò dice: Se si vuole penetrare in questo ambito dello spirituale-animico, lo si deve fare per mezzo di altri mezzi che non siano scientifici, poiché dove comincia il sovrannaturalismo, dove cioè, in altre parole, si penetra nel campo dello spirituale-animico, la scienza cessa. — Proprio questo è ciò che la ricerca antroposofica oggi deve difendere dinanzi al mondo: che la scienza non ha bisogno di esaurirsi nell’esistenza naturale esterna, che la scienza può sviluppare i mezzi per penetrare anche nello spirituale-animico.
L’altro esempio che desidero portare è quello di una personalità eminente, Franz Brentano, che desiderava fondare una psicologia secondo il metodo della moderna scientificità naturale. Questo era il suo ideale. Ho esaminato ampiamente l’intera situazione che sta alla base delle ricerche di Franz Brentano nella terza parte del mio libro «Dai Misteri dell’Anima» e desidero qui soltanto portare alcuni principi. Franz Brentano allora, agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, tentò di scrivere una scienza dell’anima, una psicologia. Il primo volume apparve nella primavera del 1874. Per l’autunno era promesso il secondo volume; non apparve mai. L’intera opera era calcolata per quattro volumi; a parte il primo volume, non è mai apparso nulla se non alcuni tentativi, che però rimangono sempre soltanto tentativi. L’intera opera rimase un torso. Perché dovette essere così, l’ho esposto nel lavoro citato. Franz Brentano voleva propriamente condurre ricerche sulla vita animica secondo il modello della ricerca scientifica naturale, e si trova in questo primo volume una straordinaria confessione di Franz Brentano. Egli dice più o meno così: Con questa ricerca scientifica naturale riesce propriamente a orientarsi modestamente nei dettagli della vita animica; si può indicare come una rappresentazione si unisce con un’altra, come una rappresentazione si separa da un’altra, come determinati sentimenti si collegano alle rappresentazioni, come gli impulsi volitivi si collegano alle rappresentazioni, come la memoria agisce e così via. Ma, dice Franz Brentano, se dovesse restare così, che si potessero ricercare soltanto questi dettagli della vita dell’anima, e se la conoscenza delle questioni più importanti dell’esistenza umana dovesse essere pagata con questa severa scientificità, dove si andrebbe? Infatti Franz Brentano trova legittimo il desiderio che già viveva in Platone, in Aristotele nell’antica Grecia: perseguire ciò che si può ricercare individualmente sull’anima umana fino alle grandi domande dalla nascita all’immortalità. E sarebbe triste, pensa Franz Brentano, se, poiché si vuole essere scientifici nella ricerca della vita dell’anima, si dovesse rinunciare a una conoscenza di come se la passi la parte migliore di noi quando la parte fisica con la morte è consegnata alla terra.
Si vede da ciò che Franz Brentano ha esposto nel primo volume della sua Psicologia che tutto il suo desiderio scientifico va a portare le singole domande che fondamentalmente toccano poco il pubblico più ampio, che questo pubblico più ampio preferisce lasciare al dotto, lungo un lungo cammino fino alle grandi domande dell’immortalità umana e del contenuto divino-spirituale del mondo, come esso si riflette nell’anima. Ma Brentano dalla sua maniera di pensare scientifica naturale non trovò questa strada, e poiché era una natura di ricercatore onesta, lasciò semplicemente i volumi seguenti, per cui non trovava una strada di ricerca, fino alla sua morte, avvenuta alcuni anni fa, non scritti.
Desidero dire: proprio in questo destino del ricercatore si mostra in senso autentico tragicamente come ciò che oggi frequentemente è riconosciuto come l’unica scientificità debba venir meno di fronte alle grandi domande misteriose dell’anima umana. Questo è — devo dirlo di nuovo — ciò che l’Antroposofia oggi deve difendere dinanzi al mondo: che la strada che Brentano non poteva trovare dalla scienza naturale, che questa strada può essere trovata! E può essere trovata se non ci si ferma alle ordinarie capacità della vita dell’anima, come si presentano inizialmente nella vita esterna e come sono usate nella scienza ordinaria.
Ho spesso parlato di come nelle profondità dell’anima di ogni persona risiedono, diciamo con un’espressione scientifica, latenti capacità conoscitive che prima devono essere riportate fuori da questa anima, come certe capacità devono essere portate fuori dal bambino attraverso l’educazione. Chi è già maturo per le ordinarie capacità conoscitive deve disciplinarsi in esercizi interiori dell’anima devoti, affinché sviluppi quelle capacità dell’anima attraverso cui non rimane oscuro ciò che ho caratterizzato da entrambi i lati come l’esperienza dell’anima misteriosa umana — l’esperienza rispetto alle rappresentazioni, l’esperienza rispetto agli impulsi volitivi — ma in modo che il processo dell’anima umana diventi per così dire trasparente, in modo che si possa penetrare in ciò che propriamente accade nella vita rappresentativa umana, nella vita volitiva umana. Infatti senza penetrare in questi quotidiani misteri dell’anima non si può nemmeno trovare il cammino verso le grandi domande dell’esistenza immortale umana e del contenuto divino-spirituale del mondo, in cui anche l’anima dell’uomo ha la sua origine.
Ora ho caratterizzato più volte in conferenze qui come l’uomo debba fare esercizi interiori, esercizi puramente animici-spirituali, attraverso cui egli risveglia le capacità conoscitive altrimenti dormienti, cosicché gli possono veramente aiutare nella conoscenza. Ho indicato come si può rinforzare la vita rappresentativa stessa. Proprio come rinforziamo un muscolo quando l’usiamo continuamente nel lavoro, così possiamo rinforzare la vita rappresentativa se, nel modo come per esempio l’ho esposto in ogni dettaglio nella mia opera «Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?», portiamo questa vita rappresentativa attraverso il lavoro animico-spirituale interiore in una certa direzione, se poniamo determinate rappresentazioni facilmente comprensibili nel centro della consapevolezza e continuamente in questo modo ci abbandoniamo a un lavoro rappresentativo a cui diversamente non ci abbandoneremmo. Posso soltanto indicare questo qui in linea di principio, ma troverete nell’opera appena citata e anche nella seconda parte della mia «Scienza Occulta» chiare spiegazioni su come la vita rappresentativa dell’uomo possa diventare qualcosa di completamente diverso attraverso tali esercizi di meditazione e concentrazione del pensiero. Desidero dire: Senza nessuna pratica anormale, bensì attraverso il semplice sviluppo ulteriore di ciò che come vita di pensiero, come vita rappresentativa nell’uomo è normale, si può generare una vita rappresentativa più forte, più vigorosa.
Generando questa vita rappresentativa più vigorosa, elevandosi attraverso la meditazione e la concentrazione al di sopra di ciò che nella nostra ordinaria vita rappresentativa è propriamente soltanto immaginoso, si giunge a ciò che chiamo nei libri citati il rappresentare immaginativo pieno di contenuto. Questo rappresentare immaginativo vive con una tale vitalità interiore nel puro pensiero come diversamente l’uomo vive nelle sue percezioni esteriori. Ma attraverso questo si giunge gradualmente a ciò che la vita rappresentativa non è più questo astratto, questo, desidero dire, soltanto immaginoso, bensì si fa attraverso ricerca puramente interiore — che però è condotta con lo stesso rigore di qualsiasi ricerca scientifica — la scoperta che l’anima, che diversamente potrebbe riempire la propria vita rappresentativa soltanto con i risultati delle impressioni esterne, è riempita interiormente da forze che per così dire penetrano nella vita dell’anima. Le rappresentazioni non sono più questo puramente fluido quando sono sviluppate attraverso la meditazione, attraverso la concentrazione, piuttosto sono pervase, attraversate da forze che desidero chiamare forze formatrici, da forze che costituiscono un elemento interiormente spirituale-plastico. E dopo un certo tempo si fa la scoperta che attraverso questo sviluppo della vita rappresentativa ci si unisce con quello che sono le forze formatrici del corpo umano stesso; dopo un certo tempo si fa la scoperta che la vita del pensiero è in un certo senso nulla di diverso che la vita di forza rarefatta della crescita umana. Ciò che nel nostro corpo fisico dalla nascita fino alla morte ci plasma interiormente in modo plastico, è, desidero dire in uno stato “rarefatto” la nostra vita rappresentativa nella ordinaria consapevolezza.
Guardiamo al bambino appena nato. Sappiamo che in questo bambino appena nato, procedendo dal cervello, le forze conformative, le forze plastiche lavorano sulla conformazione del corpo. Seguiamo la crescita del bambino come essa irradia proprio dalla attività plastica cerebrale, la seguiamo fino a un certo punto cruciale nella vita terrena umana, fino al cambio dei denti, fino verso il settimo anno di vita. Percepiamo mentre osserviamo questa vita di forza che pulsa nell’uomo, che è plasticamente attiva in lui, inizialmente come qualcosa di indeterminato. D’altro lato, mentre sviluppiamo in modo vigoroso la nostra vita rappresentativa attraverso la meditazione, attraverso la concentrazione, siamo guidati inconsciamente verso lo stesso elemento che ha lavorato plasticamente in noi dalla nostra prima infanzia. E questa è una scoperta significativa della vita interiore umana, che si possa rinforzare la vita rappresentativa in modo tale, che la si possa rendere così intensamente interiore, che ci si senta allora in ciò che sono le forze formatrici dell’uomo, quali forze formatrici sono nella sua crescita, nel suo metabolismo. Per quanto strano suoni ancora alla ricerca odierna: è così, che è possibile, attraverso un rinforzo della vita dell’anima, penetrare in ciò che ci accoglie per così dire come ciò che plasma il nostro corpo fisico esteriore come le sue forze formatrici. Si cresce attraverso la vita rappresentativa dentro la realtà, si cresce in un elemento conformativo.
In questo modo si impara a conoscere ciò che sta dietro il puro processo di pensiero; si impara a riconoscere come uno Spirituale con cui ci si è ora uniti lavori nell’organismo umano dalla nascita fino alla morte. La vita rappresentativa acquista la sua realtà, la vita rappresentativa non è più la pura vita di immagini, la vita rappresentativa diventa una vita di forza che esiste nell’esistenza stessa.
Soltanto attraverso una tale conoscenza può essere vinto, dalla consapevolezza, ciò che la corrente sotterranea di ansietà, di paura nell’anima umana genera, cosicché non è propriamente una soluzione teorica dei misteri dell’anima su cui qui l’Antroposofia punta, bensì una soluzione pienamente interiore, pratica, che deve essere vissuta.
L’Antroposofia deve indicare che dalla sua ricerca in avanti ciò che vive nell’uomo può entrare nella consapevolezza umana e essere compreso dalla consapevolezza umana, ciò che, desidero dire, soltanto in apparenza è così rarefatto che emerge come la nostra ordinaria vita rappresentativa, ma che nella sua verità è la sfera interna della crescita della nostra esistenza. E poiché l’uomo da un lato nella vita rappresentativa, desidero dire, perde il peso e cade in una corrente sotterranea ansiosa di questa vita dell’anima, può ricevere i risultati dell’Antroposofia spirituale-scientifica sulla vita rappresentativa e può consolidare questa vita rappresentativa sulla strada della conoscenza. L’Antroposofia non fornisce la soluzione di questo mistero dell’anima presentando una teoria, piuttosto fornisce al fatto che l’uomo è un risultato che può comprendere pienamente con il suo sano intelletto umano e che allora — come conferendo peso — si presenta nella vita rappresentativa per la sua consapevolezza, per la sua vita dell’anima, cosicché in quello stato d’animo, in quella condizione d’anima può fluire risolvendo i misteri ciò che l’Antroposofia apparentemente solo come pura conoscenza sulla vita rappresentativa può affermare.
Si riconosce da una parte, assolutamente, come l’uomo sia un essere conformato, come egli compaia nell’insieme in una forma determinata, come i suoi singoli organi siano conformati dallo spirito e come noi — affinché possiamo essere esseri liberi, affinché non siamo spinti soltanto attraverso queste forze interiori ad agire, ma possiamo abbandonarci a libere immagini specchio fino al plastico conformato le nostre rappresentazioni soltanto immaginose si sviluppino. Ciò che qui è presente l’ho esposto all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso nella mia «Filosofia della Libertà», mostrando come l’uomo sia un essere libero per il fatto che appunto nei puri pensieri, che non sono collegati a nessuna realtà esterna per la sua consapevolezza, può vivere, che in questi puri pensieri può formare i suoi impulsi morali. Di fronte alle immagini specchio ci si pone così che si deve eseguire qualcosa da se stessi se l’immagine specchio deve cambiare; le immagini specchio non determinano uno causalmente. L’uomo non sarebbe mai libero se fosse determinato da una realtà nella sua ordinaria consapevolezza. Nella sua ordinaria consapevolezza le rappresentazioni vivono come immagini, per questo non è determinato da esse, come non si è determinati nemmeno dalle immagini specchio. Egli è libero. Affinché possa essere libero, la sua vita deve elevarsi da ciò che la pervade plasticamente come forza di crescita, come corpo di crescita, potremmo dire, come corpo di forze formatrici. Ma questa vita nella libertà deve essere pagata dall’uomo con la caratterizzata corrente sotterranea ansiosa nella sua vita dell’anima, e perciò l’uomo nella sua ordinaria consapevolezza deve giungere a vivere pienamente il suo sentimento di libertà, ma anche come opposto polare a questo sentimento di libertà contrapporsi a se stesso ciò che l’Antroposofia come consolidamento della vita rappresentativa nel modo indicato può fornire.
Se si penetra ancora più avanti su questa strada, allora si penetra propriamente dall’ordinaria, desidero dire, completamente rarefatta, puramente immaginosa vita rappresentativa avanti verso ciò che è vera realtà, ciò che vive in modo conformativo nell’uomo. Non è il corpo fisico, non sono gli organi fisici, è uno Spirituale-Attivo soprasensibile, ma è lì. Si afferra qualcosa che giace al di fuori del corpo fisico, e si penetra, semplicemente seguendo da un lato i misteri dell’anima, così in ciò che indipendentemente dal corpo fisico umano ha una realtà soprasensibile nell’uomo. Si penetra fino a ciò che attraverso la nascita o attraverso la concezione come corpo fisico umano è preparato attraverso i soli rapporti ereditari, prefigurato attraverso i soli fatti naturali esterni. Si impara a riconoscere come con le caratteristiche ereditate che provengono da genitori o antenati, con l’intero corpo che si forma nell’organismo materno, da un mondo spirituale si unisca ciò che si ritrova nella vita quando si è rinforzata la vita rappresentativa.
Si giunge, desidero dire, a un aspetto della questione dell’immortalità. Si guarda a ciò che è immortale, che è eterno nella natura umana, perché penetra dal mondo spirituale attraverso la concezione e la nascita in ciò che è fisicamente-corporeo umano, e perché continua a operare anche durante la vita terrena come la forza interiore plastica di conformazione con cui ci uniamo quando rinforziamo la nostra vita di pensiero nel modo indicato.
Così l’Antroposofia offre la prospettiva che cercava un Franz Brentano. Brentano iniziò pure con uno studio dei pensieri, ma lasciò i pensieri così come sono nella ordinaria consapevolezza. Si limitò a registrare semplicemente ciò che è presente nella ordinaria consapevolezza. Soltanto il rinforzo della vita di pensiero attraverso la meditazione e la concentrazione conduce questa vita di pensiero alla forza interiore plastica di conformazione, e conduce veramente sul cammino che inizia col cogliere il semplice quotidiano pensiero e che termina con l’elemento spirituale-animico dell’uomo, che ha vissuto prima della nascita, prima della concezione nel mondo spirituale-animico stesso e che si è unito alle forze ereditarie, alle forze fisiche del corpo umano.
Non c’è altra soluzione dei misteri dell’anima se non trovando veramente questo cammino dai fenomeni più semplici della vita quotidiana fino alle grandi domande misteriose dell’esistenza.
Finora ho indicato ciò che l’uomo può conseguire di fronte alla sua vita di pensiero. Egli giunge a ciò che lo spinge in certo modo nello spazio in forma conformativa, che plastico penetra la corporalità spaziale dell’uomo, che si vive nella forma, che dal mondo spirituale, come ho indicato, discende e fluisce nella forma esterna dell’uomo, anche nella forma dei suoi organi interiori. Questa però è soltanto un lato della vita umana, e anche d’altro canto della vita umana l’elemento animico partecipa pienamente, se come attraverso la meditazione e la concentrazione possiamo sviluppare la vita di pensiero, così d’altro canto non sviluppiamo la vita volitiva cosicché si possa propriamente dire che la rinforziamo, bensì la rendiamo più devota, la spiritualizziamo.
Si può conseguirlo per il fatto che si stacca questa vita volitiva in certo senso dalla sua quotidianità. — Ho fornito molti singoli esercizi — la scienza dello spirito non è più facile di quanto la ricerca sull’osservatorio stellare o in clinica — che dovrebbero essere praticati per anni, ma desidero estrarre soltanto il singolare per indicare il principio. — Può conseguirsi in questo modo: che si prenda ciò che nella ordinaria concezione agisce come volontà — infatti nel pensiero è sempre presente una volontà, i pensieri sono formati dalla volontà, l’elemento di pensiero è soltanto un lato, nella vita dell’anima è sempre la volontà intessuta con i pensieri e i pensieri con la volontà — che si stacchi questo elemento volitivo che vive nei pensieri dal suo corso ordinario che si attiene ai fatti fisici esterni, staccandolo per esempio per il fatto che si rappresenta qualcosa all’indietro. Diciamo, mentre siamo abituati a rappresentare un dramma dal primo al quinto atto, rappresentiamo una volta questo dramma dagli ultimi eventi fino al principio in senso inverso. Si continui poi a rappresentare all’indietro in senso inverso gli stati di fatto esterni. Si può per esempio alla sera rappresentare la propria ordinaria vita diurna in senso inverso cosicché si proceda in piccole parti il più possibile, dalla sera fino al mattino, perfino al punto che si rappresenti il salire su una scala così da rappresentarlo come un salire all’indietro dalla cima fino al penultimo gradino e così via.
Per il fatto che siamo abituati a condurre il pensiero sempre nello stesso senso come i fatti esterni procedono, il pensiero per noi in relazione alla volontà che vi si svolge svolge propriamente un ruolo passivo. Diventa attivo internamente, saturo di iniziativa interiore quando l'educhiamo attraverso tali esercizi come il rappresentare all’indietro, dove lo stacchiamo dal corso dei fatti esterni, dove lo rendiamo dipendente da se stesso. Poiché se rinforzziamo ciò che conseguiamo in questo modo con esercizi scrupolosi ed energetici attraverso una seria vera osservazione di sé, per il fatto che osserviamo ciò che facciamo come uomini di volontà così come se stessimo accanto a noi e osservassimo pezzo per pezzo il nostro dispiegamento volitivo, o anche se passassimo all’attività, se facessimo esercizi per l’esatto scopo di proporsi qualcosa e poi eseguirlo con un’energia ferrea, così che viviamo completamente nell’elemento volitivo — volevo soltanto indicare in linea di principio tali esercizi che staccano la volontà non soltanto dai fatti esterni, ma dal suo legame con il corpo stesso, che rendono la volontà autonoma, la spiritualizzano — allora giungiamo in questo modo effettivamente a un dispiegamento volitivo, cosicché ci sperimentiamo con la nostra vita dell’anima che ora dispiega la volontà al di fuori del nostro corpo. È un’esperienza significativa. Ma così soltanto allora si comprende che cosa sia la volontà. La volontà nella vita ordinaria è legata agli organi. La vediamo dispiegarsi mentre muoviamo i nostri arti. Osserviamo soltanto attraverso la nostra vita di pensiero i processi, gli effetti della nostra volontà. La vediamo direttamente quando l’abbiamo strappata dalla corporalità, quando la viviamo in se stessa, diventando completamente tutt’uno con essa. Allora è pervasa da un’elevazione di quella forza che diversamente è pure legata al nostro organismo fisico, pervasa dalla forza d’amore. E a una trasparente, luminosa chiarezza è sviluppato quel devoto elemento nella vita dell’anima che ci — desidero dire in modo oscuro, come vita volitiva emotiva — ci si presenta nell’amore.
So come poco oggi le persone vogliano riconoscere l’amore come una forza conoscitiva. Nella vita ordinaria non lo è nemmeno; ma quando è sviluppato così che la volontà non radica più negli istinti, negli impulsi, nelle emozioni, bensì vive nel puramente animico, al di là della corporalità, allora questa volontà è propriamente riconosciuta per la prima volta secondo la sua essenza, e allora si mostra come qualcosa di completamente diverso da ciò che si è mostrato l’elemento di pensiero. L’elemento di pensiero si è mostrato nel suo rinforzo come ciò che plasma costruttivamente, ciò che, desidero dire, lascia fluire organo da organo, ciò che infine culmina nella riproduzione umana. L’elemento di pensiero si dispiega come l’agire plastico, agire plastico dall’anima nella corporalità umana. L’elemento volitivo si dispiega così nel corpo che — quando lo si riconosce separato dal corpo, si può allora vedere come agisce sul corpo — il corporeo non è propriamente plasmato, piuttosto il plastico-conformato è rigenerato, è sciolto, è reso polvere, reso fluidificante. L’elemento volitivo è ciò che continuamente — vi prego, non fraintendetemi — desidero dire brucia ancora gli elementi formati dell’uomo, li fa andare in fiamme, spiritualmente parlando. L’espressione è intesa per immagine, ma significa qualcosa di molto importante.
La vita umana come essa si versa dall’anima nella corporalità può essere compresa soltanto se da un lato è penetrata come questo elemento plastico, d’altro canto come il ri-dissolversi dell’elemento plastico, come, desidero dire, il lasciarsi andare nel polverizzato, nel fluidificante dell’elemento plastico. E poiché tutto ciò che come volontà si dispiega nell’uomo, nel corpo umano è tale scioglimento, polverizzazione, il fluidificante, questo elemento di tipo volitivo è ciò che ora è sperimentato come ciò che ci indica la strada d’altro canto della vita umana, ciò che ci indica la strada verso la morte.
Come attraverso la plastica del pensiero noi per primi conosciamo l’elemento spirituale-plastico dell’anima umana che penetra nel corpo fisico attraverso la nascita o la concezione, così impariamo a riconoscere come l’elemento di tipo volitivo dissolve il corpo umano, ma nel dissolversi — come detto, parlando per immagine — dalle fiamme lascia emergere la pura spiritualità. Impariamo a conoscere l’uscita dell’anima dal corpo. In questo modo impariamo dal fluire dell’elemento volitivo a comprendere la morte. Impariamo a comprendere ciò che nella morte accade all’uomo, perché impariamo a comprendere ciò che in un'ordinaria decisione volitiva accade nell’uomo. L'ordinaria decisione volitiva effettua nel corpo fisico — come detto, parlando per immagine — una specie di processo di combustione, ma da questo processo di combustione emerge ciò che è la nostra vita interiore dell’anima. Ciò che sentiamo interiormente come anima non potrebbe esistere se fossimo soltanto corpo, soltanto plasmati plasticamente. Il plastico deve essere demolito, deve fluire, e dal fluire del plastico, dal continuo distruggersi del corporeo emerge l’esperienza del spirituale. E noi comprendiamo l’uscita dell’anima umana dal corpo fisico con la morte, che soltanto concentrata in un istante rappresenta ciò che continuamente si rappresenta nel dispiegamento della volontà verso la spiritualità dell’anima. Come nel presente istante sperimentiamo la nostra volontà, come essa forma una specie di processo di combustione, processo di dissoluzione nel corpo, come dalla distruzione emerge lo spirituale che si vivifica nel corpo umano, così imparo a riconoscere come attraverso l’altro distruggere del corpo nella morte, che è nulla di diverso che l’ultimo effetto della volontà nascosta nel corpo, come lo spirituale ritorni nel mondo spirituale-animico.
Questo è ciò che dalla ricerca antroposofica vivente penetra nei misteri dell’anima. L’Antroposofia non vuole essere una teoria; certo, vuole fornire conoscenza, ma non una conoscenza teorica, vuole fornire una conoscenza che è nutrimento dell’anima. E così può porre dinanzi allo sguardo spirituale i singoli quotidiani eventi della natura animica, può da questi singoli eventi procedere alle grandi domande della vita dell’anima.
Permettetemi di entrare in un dettaglio affinché vediate su che cosa propriamente si basa ciò che attraverso l’Antroposofia deve penetrare nei misteri dell’anima umana, permettetemi di portare i dettagli del ricordo umano. Se si è giunti ad avere in sé la vita rappresentativa rinforzata come ho caratterizzato, e se d’altro lato si è imparato a conoscere come continuamente il plastico sia di nuovo demolito dalla vita volitiva, allora si contemplano i processi interiori dell’anima per la prima volta in chiara trasparenza. Si vede come l’uomo si ponga di fronte al mondo esteriore, come riceva le sue impressioni dal mondo esteriore, come poi si formi rappresentazioni, pensieri su queste impressioni esterne, come poi dopo un certo tempo — o anche dopo molto tempo — come ricordi risollevi queste rappresentazioni da certe profondità o come esse emergano anche spontaneamente, come oggi si dice come rappresentazioni mnestiche «risorgenti liberamente». Proprio in questo emergere delle rappresentazioni di ricordo si annuncia per colui che voglia guardare in modo imparziale alla vita dell’anima umana un significativo mistero dell’anima, e si può dire: In modo del tutto curioso hanno parlato le persone di quale sia propriamente l’essenza del ricordo. Ci si è figurati — e a volte ancora oggi si fa — così: Ora sì, l’uomo riceve attraverso le percezioni impressioni, sono provocate dai suoi sensi, poi si prolungano attraverso il suo sistema nervoso, le trasforma attraverso la sua concezione. Queste rappresentazioni poi precipitano in certe profondità della sua vita dell’anima e risalgono poi quando sono ricordate. Ora, nessun uomo che pensi in modo imparziale si può fare un chiaro pensiero su come propriamente queste rappresentazioni, quando non le abbiamo, dovrebbero passeggiare là sotto in profondità sconosciute della vita dell’anima per poi risalire per capriccio quando o sono appena necessarie o vogliano attaccarsi a qualcosa che si presenta come una nuova percezione, come una nuova impressione del mondo esterno.
L’Antroposofia passa alla vera, autentica osservazione della vita dell’anima umana stessa. Attraverso il fatto che conosce la vita rappresentativa rinforzata e la vita volitiva spiritualizzata penetra l’intero processo che si svolge dalla percezione della cosa esterna attraverso la formazione della rappresentazione, attraverso la formazione del ricordo fino al nuovo emergere delle rappresentazioni ricordate. Per il fatto che la ricerca antroposofica attraverso tale sviluppo della vita rappresentativa e volitiva penetra in forze conoscitive come ho indicato, l’intero processo animico e corporeo e come questi due processi giocano l’uno nell’altro, è trasformato così come qualcosa — se mi è permesso paragonarlo — che io ho di fronte come completamente oscuro, opaco, è trasformato da ciò che è illuminato, diventa improvvisamente trasparente. L’intero processo animico umano diventa trasparente attraverso questa vita rappresentativa rinforzata e vita volitiva spiritualizzata.
Che cosa si vede ora riguardo a ciò che ho indicato? Si vede come le impressioni esterne ai sensi si estendono molto lontano, come l’intero processo continua a svolgersi e come in realtà ciò che ho designato come elemento conformativo, come elemento plastico della vita di pensiero rinforzata, agisce nell’ordinario processo di percezione come una prosecuzione. Percepisco esternamente, ma non agiscono in me soltanto i pensieri astratti che ho nella ordinaria consapevolezza, piuttosto ciò che è scoperto solo attraverso la scienza spirituale agisce continuamente; questo plastico nelle rappresentazioni agisce giù nelle profondità animiche e corporee umane. E poi quando questo è accaduto, quando il pensiero ha agito in modo conformativo nelle profondità dell’anima e nelle profondità del corpo, allora l’uomo passa ad altro. C’è una decisione volitiva attiva, la volontà agisce, ma c’è la volontà spiritualizzata presente. In quella vita dell’uomo che è legata al cervello esteriore, si dispiega questa volontà, essa demolisce, dissolvendo la plastica del cervello, ciò che l’impressione aveva costruito per l’ordinaria consapevolezza, cosicché abbiamo una superficie cerebrale esterna, se mi è concesso esprimermi rozzamente, distesa su profondità dove però la plastica continua a operare.
Supponiamo ora che io ricordi qualcosa volontariamente, allora accade così che dalla certa serie di rappresentazioni dispiego questa volontà. Il dispiegamento volitivo è di nuovo connesso con una demolizione se ora non penetrano di nuovo impressioni esterne; e affinché non vengano, la volontà continua a provvedervi attraverso lo sviluppo della volontà che è demolizione. E questa demolizione lascia emergere ciò che nelle profondità nella memoria volontariamente risollevata è come plastica dell’uomo. Se emergono rappresentazioni risorgenti liberamente, allora accade inversamente. C’è un’impressione esterna presente che si forma in pensiero. Il pensiero è plasticamente attivo. Al cervello è impresso. Questa plastica è simile a quella plastica che una volta così nelle profondità ha formato ciò che può vivere nelle profondità in certa forma. Questo vive in quella plastica che il pensiero ha ora formato.
Vedete, la vita dell’anima diventa in questo modo trasparente, si impara a riconoscerla nell’interazione con la vita corporea, nell’interazione dello spirituale con il corporeo e con l’animico, si impara a riconoscerla nella sua costruzione interiore plastica, nel suo continuo estinguersi, incenerirsi attraverso l’elemento volitivo. E mentre si impara a comprendere così ogni singolo istante della vita, si impara in questi flussi della vita a cogliere quelle che sono le grandi domande della vita. Si impara dal pensiero riconoscere ciò che penetra nella vita terrena fisica attraverso la nascita, si impara dalla volontà riconoscere ciò che penetra nel mondo spirituale attraverso la morte dell’uomo.
Così i risultati della ricerca antroposofica si presentano come qualcosa che dal singolare della vita penetra all’universale della natura umana misteriosa dell’anima.
In questo modo, riconoscendo come già nel ricordo ordinario il pensiero agisce plasticamente, come se qualcosa fosse conformato nel corpo, sperimentiamo anche come ciò che non è ancora nel corpo, ma che si unisce al corpo attraverso la nascita e la concezione, come ciò plasticamente interviene nel corpo. Impariamo l’elemento di vita umano in questa conformazione plastica a conoscere, perché impariamo l’elemento plastico singolare a conoscere che già appare nella formazione del ricordo.
Vitalmente l’Antroposofia vuole guardare ai misteri dell’anima! Questo dovrebbe propriamente essere afferrato come l’essenziale della ricerca antroposofica: che dappertutto rimane veramente fedele alla coscienza scientifica a cui ci si è educati oggi attraverso i grandi e possenti progressi della scienza naturale esterna, che però, mentre rimane fedele a questa coscienza, contemporaneamente procede oltre ciò che la pura osservazione esterna, il puro esperimento esteriore può fornire, che procede dalle capacità che propriamente mediante il loro particolare essere presente rendono l’anima umana per l’uomo stesso un essere misterioso, che mediante uno sviluppo di queste capacità conduce al fatto che questi misteri dell’anima non siano teoricamente ma praticamente risolti.
Non si deve temere che colui che si pone dal punto di vista di tale cosiddetta soluzione delle domande misteriose dell’anima un giorno voglia presentare come una cosa compiuta, come una compiuta conoscenza ciò che risolve i misteri dell’anima, cosicché allora l’anima potrebbe cadere in inerzia, in pigrizia riguardo alla sua stessa vita. No, l’anima getta quei misteri che ho presentato oggi come viventi, come i misteri dell’anima vissuti, in ogni istante della vita, e in ogni istante della vita abbiamo bisogno nuovamente dei risultati della ricerca spirituale che agiscono equilibrando su ciò che così misteriosamente risale dalle buie profondità dell’anima. Ciò che ho chiamato la corrente sotterranea ansiosa, ciò che ho chiamato la corrente sotterranea collosa dell’anima umana, non è nulla di diverso che l’esortazione interiore dell’anima umana a non prendersi come scontato, bensì a prendersi in pieno continuo sperimentare cosicché questa anima umana continuamente sia un mistero per se stessa, che continuamente ha bisogno della soluzione di questo mistero. E una tale continua soluzione del mistero dell’anima desideri propriamente fornire la ricerca antroposofica, così ancorandosi alla realtà dell’esistenza che si possa — se mi è permesso usare un confronto banale — dire: Come l’uomo nella sua vita fisica è un essere che continuamente deve ricevere nutrimento, che non può essere soddisfatto con un singolo ricevere nutrimento, perché consuma questo nutrimento, perché unisce questo nutrimento al suo processo di vita, così è con ciò che ci è fornito dall’Antroposofia come risultato dei misteri dell’anima. Ci sfugge la sua efficacia interiore intensa se non continuamente lo mettiamo dinanzi ai nostri occhi, se non continuamente progrediamo. Perché su questo campo abbiamo a che fare con una realtà, non con una teoria che si può imparare e conservare mnesticamente come con la realtà del nutrirsi, perciò abbiamo a che fare con qualcosa che dall’Antroposofia deve penetrare nel continuo processo di vita.
Così effettivamente è. L’uomo diventerà consapevole di quanto segue, propriamente quando si occupa dei risultati dell’Antroposofia riguardo ai propri misteri dell’anima: Imparare — per quanto strano suoni, è una verità che chiunque si occupi di Antroposofia può sperimentare proprio riguardo ai misteri dell’anima — non si può propriamente imparare l’Antroposofia; si possono ricevere i suoi risultati, si possono leggere libri, ascoltare conferenze; ma se non si sperimenta continuamente ciò che si è ricevuto in questo modo, se non in un continuo processo — così come si uniscono continuamente le sostanze corporee del mondo esterno con i processi corporei attraverso il processo di nutrizione e metabolismo — ciò che è fornito dall’Antroposofia con l’anima umana, con il processo animico, allora si vedrà che perde il suo significato per l’animico come il fisico perde il suo significato per la corporalità se non continuamente vi è introdotto. E come corporalmente nella fame e nella sete si esprime l’assenza del nutrimento fisico, così si esprime in un essere ansioso e collerico-patologico che risale dalle profondità dell’anima ciò che vuole essere influenzato da una vera conoscenza del significato spirituale della vita rappresentativa e della vita volitiva. E quando l’uomo penetra così che può sempre mantenere nella sua consapevolezza come nutrimento della sua anima ciò che così la ricerca antroposofica gli dà, allora trova ciò che ha bisogno come equilibrio della sua vita dell’anima, ciò che ha bisogno di sperimentare e di vivere come una continua soluzione vivente dei misteri dell’anima pure viventi.
Sempre di nuovo deve essere detto: Sebbene attraverso il fatto che si ricevono e si provano ciò che è esposto nei libri citati, ci si possa mettere sul cammino di indipendente ricerca antroposofica, l’Antroposofia non è costretta al fatto che ogni persona possa verificare su questo cammino ciò che è fornito dall’Antroposofia. Anche se non si fa, si può comunque con il sano intelletto umano trovare ciò che emerge nell’Antroposofia razionale o irrazionale. L’uomo con il suo sano intelletto umano, senza che diventi lui stesso ricercatore antroposofico, può seguire ciò che il ricercatore antroposofico sostiene. Ma al di là di questo sano intelletto umano l’uomo ha ancora qualcosa. L’uomo infatti anche se è laico nel campo fisiologico o biologico non conosce la composizione chimica dei suoi alimenti; ma esamina ciò che sono veramente gli alimenti per l’uomo dal fatto che li gusta, dal fatto che unisce le forze con le forze dei suoi processi corporei. Così può unire con la sua vita dell’anima ciò che l’Antroposofia gli fornisce come risultati, da cui essa mostra come risolve i misteri dell’anima, e troverà: esso lo sazia spiritualmente.
Che cosa propriamente di fronte a questo forum antroposofico sono i misteri dell’anima? I misteri dell’anima, colti nella loro vitalità, non sono nulla di diverso che l’espressione della fame spirituale-animica e della sete spirituale-animica. E la soluzione dei misteri dell’anima propriamente non è nulla di diverso che la ricezione di veri contenuti spirituali, di vere entità spirituali, che si uniscono con lo spirito umano e con la vita dell’anima umana. E così, desidero dire, è la sazietà spirituale che continuamente deve ripetersi, la soluzione dei misteri dell’anima. Quanto più vitalmente si afferra il processo e quanto più si comprende come l’Antroposofia veramente voglia penetrare in ogni punto nella vita pratica, come voglia afferrare radici nel quotidiano più ordinario e voglia salire alle grandi domande misteriose dell’esistenza introducendo l’uomo nel fondamento divino-spirituale dell’esistenza, guidandolo al suo immortale, tanto più si comprenderà che l’Antroposofia non può essere teoria, bensì qualcosa di completamente vivibile.
Da questo punto di vista l’Antroposofia tenta di penetrare nei più svariati ambiti pratici della vita; da questo punto di vista ha tentato di formare ciò che più volte qui ho rappresentato come la fondazione della nostra Scuola Waldorf attraverso Emil Molt, cioè qualcosa che è fatto nel campo praticamente sociale.
L’Antroposofia risolve, come vedete, i misteri dell’anima rivolgendosi all’intero uomo vivente, al corpo, all’anima e all’uomo-spirito. Superando così le unilateralità di quella conoscenza e vita dell’anima che necessariamente dovevano emergere con i risultati pienamente riconosciuti nel loro campo della scienza naturale moderna, che sono propriamente considerati come trionfo anche dall’Antroposofia.
Ma si dovrebbe considerare così una cosa — e la si considererebbe se l’Antroposofia non fosse ancora così fraintesa — come è accaduto per esempio durante l’estate scorsa qui a Stoccarda al Congresso antroposofico, dove dal Dr. von Heydebrand dalla Pedagogia Waldorf in una conferenza che è stata anche stampata sono state propriamente esposte le unilateralità della puramente esternamente sperimentale scienza dell’anima. Non perché si debba agire oppositivamente contro questa scienza sperimentale dell’anima — essa sarà propriamente valutata nel modo giusto nel suo campo con i suoi risultati quando d’altro lato si possa penetrare ciò che è così esternamente scoperto con ciò che può essere conseguito spirituale-animico attraverso l’Antroposofia. Poiché attraverso l’Antroposofia è compreso ciò che agisce spirituale-animicamente sul corporeo-fisico dell’uomo, dal mondo spirituale-animico. Perciò però può tutta la ricerca esterna essere vivificata, può la Pedagogia essere vivificata, può la Medicina essere vivificata — anche questo è stato esposto qui in conferenze precedenti — e può essere vivificata anche la vita sociale.
Anche lì desidero indicare un bell’esempio nella conferenza che Emil Leinhas ha tenuto al detto Congresso — che è stata anche stampata qui — che espone ciò che l’economia nazionale emersa da puramente imitati metodi scientifici naturali non può conseguire. Qui è stato fatto un inizio per una vera guarigione della vita sociale che emerga dallo spirituale-animico. E a che cosa ultima si deve questo?
Si comprende attraverso l’Antroposofia come il pensiero agisce in modo conformativo. Ora non agisce soltanto nel corpo umano in modo conformativo come lo spirituale-animico, agisce anche in modo conformativo quando possiamo introdurlo nel modo giusto come ideali sociali nella vita della società umana, e agisce il compreso elemento volitivo nel modo giusto anche in relazione sociale. Poiché come attraverso esso, come sappiamo, il corporeo umano è dissolto, condotto verso una certa combustione, così ciò che come compreso elemento volitivo è introdotto nel modo giusto nella vita sociale riconoscerà nel momento giusto dove una qualsiasi istituzione si è superata, deve scomparire, affinché appunto i suoi frutti possano rivivere in una nuova forma. Come lo spirituale-animico emerge dall’abbattimento del corporeo nel modo presentato, così emergono le edificazioni superiori della vita sociale dal fatto che determinate istituzioni esterne che si sono superate scompaiono, che questa scomparsa collabora con l’edificazione plastica. Può fluire nella vita sociale, desidero dire anche risolvendo la domanda dei misteri sociali, ciò che nel giusto comprendimento antroposofico dei misteri dell’anima umana è compreso.
Per questo però l’uomo giunge — lasciatemi dire questo alla conclusione — a comprendere se stesso nel modo giusto, a riempirsi della giusta forza interiore, della vera forza del suo vero Io che vive nel sentimento umano, nell’umore umano. Tra la vita rappresentativa, tra la vita volitiva, lì vive la sempre incomprensibile, sempre inafferrabile, ma perciò non meno vivibile vita di sentimento dell’uomo; e in questo essere di sentimento si rivela per colui che così sa contemplare la vita come l’ho caratterizzato oggi riguardo ai misteri dell’anima, l’Io eterno che percorre ripetute vite terrene. Allora si sa abbracciare in vista il plastico-conformante, sviluppato vita rappresentativa e vita volitiva spiritualizzata che abbatte.
Così si impara a cogliere nell’uomo, ciò che attraverso la nascita o la concezione è così entrato nell’uomo che rimanda inizialmente a vite terrene precedenti fino allo stato dove nella più remota antichità la vita cosmica esterna era così poco separata dalla vita interiore umana che non aveva bisogno di ripetute vite terrene, bensì di una vita spirituale-animica-naturale continuamente progressiva per effettuare il progresso. Si impara a guardare alle ripetute vite terrene, alle vite spirituale-animate che si trovano tra di esse, si impara a guardare al futuro fino a uno stato dove ancora l’uomo si sarà così unito con lo spirituale che le ripetute vite terrene perderanno il loro significato — per il fatto che l’uomo si eleva alla spiritualizzazione della sua esistenza, desidero dire con un’esperienza che dal puro inanimato si protende verso la spiritualità.
Si è condotti dalla soluzione dei misteri dell’anima alla vera soluzione dei misteri del cosmo; si sale all’anima umana, al cosmo. Ma così si consegue conoscenza vivente, conoscenza vivente, che come ho già indicato è nutrimento spirituale. Ma così una conoscenza come è fornita dall’Antroposofia diviene un vero sostegno interiore dell’anima in quell’elemento in cui la vita minaccia di vacillare. Certezza di vita, sostegno di vita, orientamento di vita, si trova così ricercando la sazietà spirituale dell’Antroposofia. Ciò che ci vuole rendere segretamente esultanti, in cui potremmo perderci, l’Antroposofia ci riconduce a noi stessi trasformandolo in sostegno interiore, dando al nostro equilibrio interiore un centro di gravità interiore. E così potremmo in questi pesanti istanti della vita, quando spesso minacciamo di sprofondare nella sfortuna, procurarci un sostegno attraverso uno stato d’animo dell’anima che interiormente è sostenuto dalla piena consapevolezza della spiritualità che riempie l’uomo, quando ci rendiamo pienamente consapevoli che la vita di pensiero non è nulla, che essa può trovare la realtà nel mondo plastico-conformante e nella forza dell’anima e che la volontà è ciò che riconduce continuamente questa plasmazione della forza dell’anima allo spirito. Questo dà sostegno nei pesanti istanti della vita, questo pone la vita su un terreno solido, questo conduce anche nel modo giusto verso la fine della vita.
Così possiamo qui, ancorandoci a ciò che è stato detto oggi, essere ricordati dalle parole di un antico saggio greco presocratico, che da una conoscenza inizialmente intuitiva pronuncia la parola pesante: «Se l’anima umana, liberata dal corpo, si innalza nel libero etere, è uno spirito immortale, liberato dalla morte.»
Sì, si possono risolvere i misteri dell’anima attraverso vera scienza. Si può giungere a questa convinzione dal fatto che si tenta di risolvere ciò che la vita quotidiana dell’anima presenta di misterioso attraverso vera visione spirituale. Si può vedere un riflesso di conoscenza dell’immortalità negli eventi ordinari della vita. E colui che nel modo giusto sa giudicare il singolo svolgimento del pensiero, il singolo sentimento, il singolo dispiegamento della volontà, vede l’immortale già in loro, e poi guarda in alto all’immortalità nel senso universale e giunge così a una vera comprensione dell’eterno nella natura umana, che radica nel fondamento eterno dell’esistenza del cosmo, dello sviluppo mondiale. economie, come è sorta dai metodi naturalistici così grossolanamente imitati. Qui è stato fatto un inizio per una vera guarigione del vero sociale, che proviene dal geistig-spirituale. E da ultimo, a che cosa si deve attribuire tutto questo?
Attraverso l’antroposofia si comprende come il pensiero agisce conformativamente. Ebbene, non agisce conformativamente solo nel corpo umano come il geistig-spirituale, ma agisce anche conformativamente quando possiamo introdurlo nella vita sociale umana in forma di ideali sociali appropriati, e la volontà consapevolmente compresa agisce pure nel modo adatto anche in relazione sociale.
Poiché, come sappiamo, attraverso il pensiero il nostro corpo viene dissolto, indirizzato verso una certa combustione, così pure quello che viene introdotto nella vita sociale come elemento di volontà consapevolmente compreso, nel momento giusto riconoscerà dove una certa istituzione si è superata, dove deve scomparire, affinché proprio i suoi frutti possano risorgere in nuova forma. Come l’elemento geistig-spirituale si eleva abbattendo il corpo fisico nel modo descritto, così i livelli superiori della vita sociale si elevano perché certe istituzioni esterne, che si sono superate, scompaiono, e questa scomparsa coopera con il costruire-plasticamente. Nella vita sociale può confluire — potremmo dire risolvendo anche la questione degli enigmi sociali — tutto ciò che viene compreso nella giusta comprensione antroposofica degli enigmi dell’anima umana.
Ma per questo motivo l’uomo arriva — permettetemi di esprimere questo alla conclusione — a cogliersi a se stesso nel modo giusto, a riempirsi della vera forza interiore, della vera forza del suo vero Io, che vive nel sentimento umano, nell’animo umano. Tra la vita rappresentativa, tra la vita della volontà, vive sempre l’incomprensibile, sempre inafferrabile eppure non per questo meno vivibile vita sentimentale dell’uomo; e in questo essere-sentimento si rivela per colui che è in grado di contemplare la vita nel modo che ho caratterizzato oggi riguardo agli enigmi dell’anima, l’eterno Io che attraversa la vita terrestre ripetuta.
Allora si impara a vedere insieme in modo plastico-conforme, una vita rappresentativa sviluppata e una vita della volontà espiritualizzata che abbatte.
Così si impara a cogliere nell’uomo quello che è entrato in lui attraverso la nascita o il concepimento, cosicché inizialmente rimanda a vite terrestri precedenti fino a quel tempo in cui, nei primordi, la vita cosmica esterna era così poco separata dalla vita umana interna, che non richiedeva una vita terrestre ripetuta, bensì una vita continuamente progressiva, geistig-spirituale-naturale, per effettuare il progresso. Si impara a guardare verso le vite terrestri ripetute, verso le vite geistig-spirituali che si trovano tra di esse, si impara a guardare nel futuro fino a uno stato in cui l’uomo si sarà nuovamente unito al Divino, così che le vite terrestri ripetute perderanno il loro significato — nella misura in cui l’uomo si eleva alla spiritualizzazione della sua esistenza, potremmo dire con un’esperienza che da una semplice materialità tende verso la spiritualità.
Attraverso la soluzione degli enigmi dell’anima si è condotti alla vera soluzione degli enigmi del cosmo; si ascende dall’anima umana al cosmo. Ma per mezzo di questo si ottiene una conoscenza vivente, una conoscenza vivente, che, come ho già accennato poco fa, è nutrimento spirituale. Per questo motivo una conoscenza, come quella che l’antroposofia vuole proporre, diventa un vero sostegno interiore dell’anima in quel campo in cui la vita vuol divenire instabile. Sicurezza della vita, stabilità della vita, orientamento nella vita — questo si trova quando cioè si cerca la saturazione spirituale dell’antroposofia. Ciò che ci vuol far esultare segretamente, in cui potremmo perderci, l’antroposofia ce lo riconduce a noi stessi, trasformandolo in un sostegno interiore, dando al nostro equilibrio interiore un baricentro interiore. E similmente possiamo trovarci, nei difficili momenti della vita, quando spesso minacciamo di sprofondare nella sventura, una stabilità attraverso un’atmosfera emotiva che è portata interiormente dalla consapevolezza piena della spiritualità che riempie l’uomo, quando ci rendiamo pienamente consapevoli che la vita del pensiero non è insignificante, che essa può trovare realtà nella forza plastico-conforme del mondo e dell’anima, e che la volontà è ciò che continuamente riconduce questa configurazione plastica della forza dell’anima allo spirito.
Questo dà stabilità nei difficili momenti della vita, questo pone la vita su un terreno fermo, questo conduce anche nel modo giusto verso la fine della vita.
Così possiamo qui, aderendo a quello che oggi è stato detto, essere ricordati dell’affermazione di un antico saggio greco, presocratico, che da una conoscenza ancora presentita esprime la parola significativa: «Quando l’anima umana, liberata dal corpo, si innalza nell’etere libero, è uno spirito immortale, liberato dalla morte.»
Sì, attraverso una vera scienza è possibile risolvere gli enigmi dell’anima. Si può giungere a questo convincimento tentando di risolvere quello che la vita quotidiana dell’anima presenta di enigmatico, mediante una vera visione spirituale. Si può vedere un riflesso conoscitivo dell’immortalità negli eventi ordinari della vita. E chi è in grado di giudicare nel modo giusto ogni singolo sviluppo del pensiero, ogni singolo sviluppo del sentimento, ogni singolo dispiegamento della volontà, questi vede già l’immortale in essi, e allora guarda verso l’immortalità in senso comprensivo e arriva così a una vera comprensione dell’Eterno nella natura umana, che è radicata nel fondamento eterno dell’esistenza del cosmo, dello sviluppo universale.
IL SOPRASENSIBILE NELL’UOMO E NEL MONDO
Rotterdam, 1º novembre 1922
Innanzitutto devo chiedervi scusa perché non sono in grado di proporre oggi sera le seguenti considerazioni nella lingua di questo paese. Vi prego quindi di accettarle nella lingua a me consueta.
Ora, chiunque sia imparziale e chiunque viva consapevolmente la vita contemporanea con mente vigile e con cuore vigile, sente certamente che viviamo oggi in un tempo che pone all’uomo difficili ostacoli nel cammino. I tempi sono divenuti difficili. Ma ci si ingannerebbe se si credesse di dover cercare le cause delle difficoltà contemporanee solamente nel mondo esteriore. Quello che ci si presenta nel mondo esteriore — soprattutto nella misura in cui questo mondo esteriore è composto dalle azioni degli uomini stessi — ha in realtà le sue radici nelle profondità dell’anima umana. Non si vede sempre chiaramente come all’uomo vengono meno la forza, la fiducia, la capacità e in particolare la consapevolezza della vita, quando non può formarsi dal fondo geistig-spirituale del suo essere una concezione della vita che gli dia come tale una vera forza interiore.
Come ho detto, non sempre ci si rende consapevoli di ciò, soprattutto perché non si sa come le stesse forze fisiche dell’uomo, che noi applichiamo nel mondo esteriore, dipendono in ultima analisi da ciò che come vita emotiva permea e attraversa tutto il nostro essere. Dunque, a chi importa che nel vasto cerchio della nostra civiltà contemporanea — poiché non si tratta di stretti ambiti limitati — si arrivi a un’ascesa che scaturisca da un cuore umano consapevole, a questi deve importare di fare un’introspezione nella vita emotiva umana, di domandarsi come al genere umano possono sorgere dal fondo più profondo dell’interno le forze per il lavoro, le forze per l’osservazione della vita, le forze in generale, affinché possa percorrere i sentieri della vita in modo appropriato.
Quando vogliamo considerare il conflitto che in realtà oggi rimane inconscio a molti uomini, ci appare tuttavia nella forma della contrapposizione, come da un lato per la nostra mente, e dall’altro soprattutto per il nostro cuore, si presentano le conoscenze e le impressioni che possiamo ottenere da quella concezione scientifica del mondo che è divenuta grande da parecchi secoli a questa parte.
Questa concezione scientifica del mondo ha celebrato trionfo dopo trionfo, ha trasformato l’intera vita moderna. Tutto quello che oggi ci si presenta nel mondo esteriore, soprattutto se viviamo nelle città, è un frutto del pensiero scientifico contemporaneo, così come si è sviluppato nel corso dei secoli.
Ma a questo pensiero scientifico si contrappone un altro, quello che scaturisce dai bisogni del petto umano, sì, di tutto l’uomo, come la concezione morale, come la concezione religiosa del mondo dell’uomo. Se ci guardiamo un po’ intorno nello sviluppo dell’umanità, dobbiamo dirci: Quanto più risaliamo indietro in questo sviluppo umano, tanto più troviamo che nelle epoche più antiche e sempre più antiche l’uomo derivava tutto quello che credeva di sapere da una concezione morale, da una concezione religiosa del mondo. Quando guardava fuori verso la natura, credeva di percepire ovunque dietro ai fenomeni naturali entità spirituali che guidavano e dirigevano. E quando rivolgeva lo sguardo verso le stelle, credeva di vedere il formarsi delle stelle, il movimento delle stelle guidato e diretto da entità divine-spirituali. E quando guardava dentro la sua stessa anima, dentro il suo stesso essere, si diceva che questa guida e direzione divino-spirituale proseguiva; credeva che quando egli stesso muoveva un braccio, quando faceva un movimento nella vita quotidiana, fossero in realtà i divini-spirituali che agivano in lui.
Una concezione della natura come l’abbiamo oggi in tale grandiosità, il più antico uomo in realtà non l’aveva. Questo ci appare così potentemente visibile in molti dettagli particolari. Pensate ad esempio a quale stretto legame c’era per il pensiero umano nei tempi antichi tra la malattia, sì la morte, e quello che si chiamava peccato. Si credeva che fosse solo da fondamenti morali che l’uomo potesse ammalarsi. Si credeva in particolare negli antichi tempi che la morte fosse stata inflitta al genere umano da un peccato originale. Dovunque si guardasse, non si vedevano fenomeni naturali nel nostro odierno significato; si vedeva il regnare e l’agire di potenze divino-spirituali, il cui dominio nel genere umano è la concezione morale del mondo, e verso di esse si volgevano il cuore, l’animo, quando ci si voleva sentire nel proprio nucleo essenziale geistig-spirituale-eterno, nel seno della Divinità nel mondo.
Accanto a questa concezione morale-religiosa del mondo non c’era una concezione della natura. E nel presente l’uomo ha in realtà ancora come sua concezione morale, come sua concezione religiosa solo i residui di ciò che gli è pervenuto dalle antiche epoche, in cui c’era unicamente una visione mondo morale-religiosa, senza una concezione della natura.
Oggi ci troviamo di fronte a una concezione della natura magnificamente sviluppata, e abbiamo incluso l’uomo stesso in questa concezione della natura; il 19° secolo in particolare ha imparato a riflettere su come l’uomo sia formato dai fondamenti naturali, come egli si è progressivamente sviluppato da forme animali inferiori. Il 19° secolo — e anche ancora più perfettamente il principio del 20° secolo — ha imparato a riflettere su come ciò che portiamo nelle nostre membra, la nostra attitudine alla vita, è in fondo la conseguenza naturale dell’eredità. La scienza moderna ha collocato l’uomo stesso nell’ordine naturale. Dovunque percepiamo legalità naturali che non possiamo pensare unite a nulla di morale.
Il modo in cui le piante crescono, come l’elettricità e il magnetismo agiscono attraverso i processi naturali, come avviene lo sviluppo degli animali, sì, come avviene lo sviluppo fisico dell’uomo: in tutto ciò in cui la scienza naturale ha portato tale chiarezza, il pensiero morale non può inizialmente penetrare. E sebbene l’uomo possa avere il suo intimo piacere, il suo profondo benessere, sì in una certa relazione un’adesione estetica alla natura: non può avere un’adesione religiosa all’ordine mondiale, in particolare nei confronti di quella natura che oggi la scienza gli pone davanti agli occhi.
Così l’uomo moderno è venuto alla convinzione di vedere il vero, l’essere, ciò che solo ha realtà, nella natura. Ma nel suo petto si agita tuttavia lo spingimento verso un ordine morale del mondo, si agita l’intimo bisogno di connettersi con qualcosa che stia di contro al sensibile come soprasensibile nella natura, si contorce lo spingimento di poter sentire religiosamente verso potenze che non possono parlare al genere umano derivando dalla legalità naturale. E sempre più l’uomo moderno si smarrisce nel mantenimento delle antiche tradizioni derivanti da una concezione morale, da una concezione religiosa del mondo; sempre più le trova in contraddizione con ciò che una più recente concezione della natura offre. Così l’uomo odierno sta nel conflitto, mentre guarda il mondo che è interamente tessuto da leggi naturali, che ha avuto il suo inizio da leggi naturali, che secondo l’ipotesi propria deve finire secondo leggi naturali.
Sopra questo sta quello che egli dice essere ciò che lo rende veramente uomo; sopra questo sta il sentimento morale, sopra questo sta l’adesione religiosa. E l’uomo sta qui con la sua inquieta domanda enigmatica dell’esistenza: sono capace di dare realtà a ciò che scaturisce dal mio senso morale, dal momento che la natura non gli dà realtà? Sono capace di volgere il mio senso religioso verso qualcosa a cui può tendere con verità e onestà, dal momento che questo senso non può volgersi a ciò che gli si presenta solo come legalità naturale?
Così l’uomo si presenta a se stesso come se i suoi ideali morali, i suoi sentimenti religiosi iniziassero sempre più a stare sospesi come qualcosa di astratto in un’atmosfera emotiva, come se fossero condannati a essere pure sepolti e obliati nell’universo puramente naturalistico, quando un giorno la terra trovasse il suo termine in una sorta di morte termica.
L’uomo contemporaneo è stato collocato in un profondo conflitto in questo modo. Non sempre rende conscio questo conflitto. Ma un’altra cosa gli diviene conscia. Gli diviene conscia l’incomprensione del mondo, che non ha alcuna forza e alcuna gioia per agire nel mondo. E spesso, solo per avere almeno un sostegno per il suo morale, per il suo religioso, si rivolge indietro a tutte le sorte di antiche concezioni del mondo, a tutte le sorte di antiche concezioni mistiche o, come si dice anche, occultistiche del mondo. Le riscalda, perché non può trovare in ciò che lo circonda contemporaneamente una conoscenza del soprasensibile nell’uomo e nel mondo.
Eppure è possibile trovare questo soprasensibile nel mondo e nell’uomo. E come deve essere trovato, di questo vogliamo parlare questa sera.
Tra quello che è puramente morale e puramente religioso, e quello che è naturale e sensibile, si è sempre avvertito in mezzo qualcosa che si presenta all’uomo stesso durante la sua vita. In epoche più antiche lo si vedeva diversamente, quando si vedeva il mondo solo moralmente, solo religiosamente; diversamente si vede oggi. Ma tuttavia, anche oggi non si può collocare in maniera unilaterale solo nell’ordine puramente naturale quello che così è nell’uomo.
Tre cose sono quelle nell’uomo che, potremmo dire, oscillano avanti e indietro, pendolano tra quello che si sente come soprasensibile, e quello che è solo naturale. Vi sembrerà forse strano che io proprio sottolinei questi tre fenomeni nella natura umana; ma vedrete che è proprio il loro cambiamento, la loro metamorfosi, che ci condurrà in alto a una contemplazione delle conoscenze soprasensibili e delle concezioni del mondo.
La prima cosa che ci appare nell’uomo, quando deve cioè fare le sue prime esperienze di vita, da bambino molto piccolo, nella lotta con l’ambiente, è che egli dal suo essere, a cui non è ancora data nel mondo una sua propria posizione, si conquista questa posizione propria: il cammino eretto, lo stare ritto.
La seconda cosa, in cui l’uomo si inserisce, è l’imparare a parlare. E solo dal parlare in poi — chi sa osservare imparzialmente l’età infantile lo sa — si sviluppa il dono del pensare. L’orientarsi da sé nel mondo, così che non si guarda verso il basso come l’animale verso la terra, ma si guarda liberamente nello spazio cosmico verso le stelle, il poter portare il proprio interno verso i propri simili nel linguaggio, l’accogliere dentro la vita emotiva il mondo nella forma dei pensieri: questo lo sentiva un’antica concezione del mondo come qualcosa che era per così dire qui nel sensibile un dono del soprasensibile per l’uomo. Si sentiva il nesso dell’uomo soprasensibile con il mondo soprasensibile guardando a queste tre particolarità della natura umana. Che l’uomo sia costruito cosicché dal suo edificio sorga il cammino eretto, lo sguardo nel distendersi dei cieli, un’antica concezione del mondo che guardava al morale e al religioso dell’ordine mondiale, lo vedeva come un dono di potenze divino-spirituali che agivano nell’uomo. E l’imparare a parlare lo si vedeva appunto come un dono di queste potenze divino-spirituali.
Non era mai diverso in epoche più antiche dello sviluppo umano, che l’uomo si dicesse: Quando i pensieri trovano posto nel suo interno, allora vivono in questi pensieri entità angeliche-spirituali. — Solo nel corso del medioevo l’uomo ha iniziato le discussioni, se i suoi pensieri fossero solo sua propria creazione, o se in essi si vivessero potenze divino-spirituali all’interno della sua organizzazione corporea.
Così in epoche più antiche si vedevano questi tre doni come qualcosa che veniva dai mondi soprasensibili dentro l’uomo e che lì dimora e vive. Perciò si collegavano a questi tre doni, che all’uomo vengono durante la sua infanzia, quando si voleva elevare l’uomo, che sulla terra sta e sulla terra vive e sulla terra ha da compiere il suo lavoro, verso le potenze dell’ordine morale, dell’ordine religioso del mondo.
Ora voglio allontanarmi dagli esercizi che un’umanità ancora più antica per esempio praticava mediante una regolazione del respiro, al fine di ottenere in questa maniera, accanto alle conoscenze del mondo esteriore, le conoscenze soprasensibili. Voglio tornare indietro a visioni e pratiche dell’umanità che si situano ben prima del cristianesimo, ma che tuttavia non sono le più antiche, e che si collegavano soprattutto a queste tre particolarità caratterizzate della natura umana.
Vediamo allora come in Oriente laggiù, dove in epoche più antiche c’era un potente spingimento verso una conoscenza del Divino-Spirituale, l’uomo inizialmente voleva sviluppare quello che sta nella forza del suo orientamento, quello che sta nella forza che lo spinge da bambino a divenire un essere eretto, uno sguardo che si estende nelle vastità del mondo. — Guardate a quelle posizioni, a quei posizionamenti del corpo che l’insegnante saggio orientale prescriveva al suo allievo, perché gli voleva dare — esercitando in modo diverso da adulto quello che nel bambino diviene l’orientamento del cammino, l’orientamento della posizione — la possibilità che il Divino-Spirituale agisse dentro il corpo. Si dicevano: Quando il bambino impara dal cammino strisciante il cammino eretto, agisce il Divino-Spirituale. Quando il discepolo del saggio orientale sovrappone le gambe e si posa con il suo corpo superiore sulle gambe sovrapposte, assume una posizione diversa. E quando poi diviene pienamente consapevole di questa posizione, allora questo mondo geistig-spirituale può agire in lui, come agisce nel bambino, così che lo spinge al cammino eretto. E quando l’uomo, invece di imparare il parlare come accade nel mondo sensibile, volge il parlare verso l’interno, allora trasforma questo dono di Dio in una forza veggente e sentente-veggente, così che per mezzo di questo può mettere il suo soprasensibile in relazione con il soprasensibile del mondo.
Per questo era così che in antiche epoche orientali, unito a una certa disciplina del respiro, c’era il parlare recitativo-cantatile di certi detti che si chiamavano Mantra, che non erano pronunciati per intendersi con altri uomini, ma erano per così dire volti verso l’interno, che facevano vibrare l’intero organismo umano, che trasformavano tutto ciò che noi altrimenti volgiamo nel linguaggio verso l’esterno, lo volgevano verso l’interno, così che l’intero organismo umano partecipava della forza, della potenza di queste parole mantriche. E quello che il bambino versava come un dono del soprasensibile che gli era stato dato, lo versava nel linguaggio per mezzo di cui si capiva con gli altri uomini, il discepolo del saggio orientale versava nel suo proprio corpo. In lui le parole non vibravano solo verso l’esterno, così che potesse capirsi con l’altro uomo, in lui le parole vibravano giù nei polmoni, vibravano oltre nel sangue, vibravano nel sangue insieme ai respiri fino al cervello. E come colui che ascolta il nostro linguaggio sente il battito della nostra anima, il sentimento della nostra anima dalle parole, così il saggio orientale sentiva da quello che come parola vibrava nel suo corpo, da questa esperienza soprasensibile della parola mantrica, il soprasensibile del mondo.
Quando il bambino dal parlare sviluppa il pensare, così questo saggio orientale come il terzo livello — dal momento che il soprasensibile sentiva attraverso la parola mantrica, attraverso il detto mantrico — ora non sviluppava un pensare che era solo in lui. Poiché proprio come nel linguaggio ordinario la nostra anima vibra verso l’altro uomo, così nel detto interno che sperimentava, il mondo vibrava dentro. E quello che gli parlava ora non era un altro uomo, non erano pensieri umani; quello che gli parlava erano pensieri del mondo, era lo spirito, il soprasensibile del mondo che si versava nel suo organismo come un soprasensibile.
In tal modo si cercava nelle antiche epoche di mettere il soprasensibile dell’uomo in relazione con il soprasensibile del mondo. E tutto ciò che come concezione religiosa del mondo, come concezione morale del mondo è giunto fino a noi, che vive nella tradizione, proviene da tale connessione che l’uomo una volta aveva stabilito tra il suo soprasensibile e il soprasensibile del mondo.
L’uomo per una certa epoca è uscito da questo vivere-insieme del Divino-Spirituale nel mondo. Gli insegnanti che cercavano il loro cammino nelle parti soprasensibili del mondo diventavano sempre più rari; e gli uomini che avevano bisogno di tali insegnanti e che volevano ascoltare quello che tali insegnanti avevano da dire, per ottenere da lì il proprio sostentamento emotivo, diventavano sempre più rari. Poiché l’uomo attraversava per una certa epoca un’epoca in cui tutto ciò che doveva svilupparsi in lui, anche geistig-spiritualmente, doveva stare in strettissima relazione con il suo corpo, con il suo corpo fisico, con il suo sensibile. Poiché quell’uomo più antico, che si sentiva completamente al sicuro in un ordine morale del mondo, che non stava in lui, bensì che permeava il mondo, che si sentiva completamente al sicuro in un mondo divino che la natura completamente l’assorbiva, questo uomo come tale non avrebbe mai potuto venire alla libertà — a quella libertà che diviene consapevole del proprio Io come di un punto di appoggio solido dentro l’uomo; a quella libertà per cui l’azione che l’uomo compie non la deriva direttamente dal Divino-Spirituale che agisce dentro di lui e che propriamente agisce nell’uomo; a quella libertà che vuol cercare nello stesso uomo il motivo dell’agire.
A questa coscienza dell’Io, a questa esperienza di libertà, l’umanità doveva venire ed è venuta. Ma ora stiamo a un importante punto di svolta nello sviluppo dell’umanità. Abbiamo perso l’antico nesso con il Divino. E anche coloro che, come ho già accennato, in tutti i modi possibili vogliono riscaldare i vecchi sentieri, guardare al gnosticismo, all’occultismo orientale, per trovare consolazione per quello che non possono trovare da una visione scientifica contemporanea, non possono trovarla. No, la concezione che qui espongo, viene spesso calunniata come se volesse solo riscaldare il vecchio gnosticismo o l’orientalismo. Ma non è così. Questa concezione del mondo sta sul punto di vista che dal medesimo modo strettamente esatto di pensare che oggi applichiamo nel riconoscimento naturale, possiamo trovare il cammino nel soprasensibile, se solo lo sappiamo rafforzare e approfondire nel modo giusto.
Certo, anche quello che ho appena caratterizzato come la triplice particolarità nella natura umana, e che era visto nelle antiche epoche come doni dell’ordine mondo morale-divino, appare all’uomo contemporaneo, su cui agisce con potente forza e autorevole persuasione la concezione scientifica del mondo, solo come un dono naturale, come un dono sensibile. E così si cerca comprensibilmente oggi — e da un certo punto di vista perfino correttamente — dalla costruzione particolare che risulta dal modo di vivere dell’uomo, da quello che è cresciuto dal modo di vivere dell’animalità, di derivare l’organizzazione diversa dei singoli arti umani, e per questo comprendere il cammino eretto da puri rapporti naturali. Si cerca il linguaggio da comprendere dall’organizzazione naturale e dalla relazione che questa organizzazione naturale del bambino ha con l’uomo più anziano. E si cerca anche il pensare stesso, l’avere pensieri come qualcosa che è connesso con l’organizzazione umana.
Come non dovrebbe essere così? Non ha la scienza naturale inizialmente mostrato che i pensieri degli uomini sono dipendenti dalla loro organizzazione naturale? Basta che una o l’altra parte del cervello dell’uomo sia paralizzata; una certa parte dell’attività di pensiero può fallire. Vediamo dovunque come anche tramite l’applicazione di sostanze tossiche che agiscono nel corpo umano, l’attività spirituale umana può essere compromessa. L’abitudine di considerare tutto scientificamente, ha collocato appunto questa triplice particolarità — l’orientamento dell’uomo nel cosmo, l’imparare a parlare, l’imparare a pensare — anche in modo naturale-sensibile in un ordine naturale sensibile del mondo. E da là in poi si è collocato altro ancora in un tale ordine del mondo.
Ora, quello che l’uomo diviene inizialmente attraverso la sua nascita, o diciamo attraverso il suo concepimento qui per questa terra, si può credere che provenga — poiché si vede esteriormente provenire — da un puro ordine naturale. Così si può guardare da un lato verso il futuro, verso la nascita, e si può vedere nella nascita e nell’eredità tutto quello che ci pulsa e ci dinamizza come uomini. Ma quando si guarda d’altro canto, verso il lato della morte, si vede chiaramente, se si vuol essere solo un poco imparziali, come quello che siamo come uomo, la natura non lo riprende di nuovo, bensì l’estingue, come la fiamma di una candela viene estinta. Così all’uomo moderno appare come se fosse egli stesso dato dalla natura attraverso la vita germinale e l’eredità. Ma gli deve anche apparire come se alla fine della sua vita terrestre non potesse vedere se stesso in nessuna continuazione dalla natura, come se la natura semplicemente non fosse in grado di accogliere il suo essere umano, bensì solo di distruggerlo. Perciò il grande enigma che una volta per gli uomini in epoche più antiche, in cui si aveva principalmente una concezione morale e una religiosa del mondo, era l’enigma della nascita, è divenuto per un’umanità posteriore e ancora per noi oggi l’enigma della morte. L’enigma del nascere è divenuto l’enigma dell’immortalità.
Poiché al tempo in cui gli uomini hanno potuto guardare consapevolmente verso il mondo divino-spirituale in relazione morale, in relazione religiosa, hanno potuto mettere il soprasensibile degli uomini in relazione con il soprasensibile del mondo, ci si chiedeva: Come l’uomo è venuto giù dai mondi spirituali, in cui viveva precedentemente, su questa terra? Quello che accade naturale nella vita germinale, alla nascita, lo si vedeva solo come l’espressione esterna di questo discendere da mondi divino-spirituali verso la vita terrestre fisica. La nascita era il grande enigma. Cosa ha da compiere l’uomo qui sulla terra? Questo ci si chiedeva. Oggi l’uomo guarda d’altro canto, verso il lato della morte, quando vuole farsi il grande enigma riguardo alla vera essenza del nucleo più intimo della sua umanità.
Ancora da un altro lato possiamo considerare lo stesso enigma. Sì, si può avere la credenza che dagli istinti naturali, che nascono dal sangue, dalla carne, dal sistema nervoso, dall’intera organizzazione umana, mediante un certo perfezionamento gli impulsi morali dell’uomo nascono, e si possono derivare dall’esistenza di tali impulsi morali anche certi sentimenti religiosi. Si può così per così dire derivare l’origine della morale e l’origine dei sentimenti religiosi dall’ordine naturale sensibile.
Ma non abbiamo nemmeno a parlare della retribuzione delle azioni morali o immorali. Questo conduce troppo al territorio egoistico. Ma possiamo parlare del fatto che quello che noi compiamo moralmente — se crediamo che l’intero sia solo l’ordine naturale sensibile — dovrebbe perire senza forza nel mondo. La domanda sorge: La più piccola manifestazione di forza elettrica ha le sue conseguenze determinate all’interno dell’universo — è secondo la visione della scienza naturale; quello che sorge moralmente da noi non dovrebbe avere conseguenze nell’universo?
Guardiamo anche da questo lato all’altro capo. Possiamo se necessario vedere gli impulsi morali come istinti e spinte superiormente sviluppate, ma non possiamo riconoscere il significato degli impulsi morali per il futuro da una concezione puramente naturale-sensibile del mondo.
Una parte di uomini oggi sta consapevolmente davanti a queste domande. E chi sta consapevolmente davanti a queste domande, deve rivolgersi a quello che qui viene esposto come scienza dello spirito antroposofica. Una gran parte dell’umanità sta inconsapevolmente, sentendo più, davanti a queste domande. Non riesce più a camminare completamente con quello che gli è stato tramandato come antiche tradizioni religiose, poiché sente istintivamente che deve essere sorto da antiche conoscenze. — Non è sorto da una credenza che oggi si vuol proporre agli uomini! Tutte le confessioni religiose sono sorte da antiche conoscenze, da tale unione del soprasensibile nell’uomo con il soprasensibile del mondo, come ve l’ho caratterizzato poco fa. Ma non possiamo percorrere oggi di nuovo questo antico cammino. L’umanità ha assunto altre forme di sviluppo da allora. Altrimenti non avrebbe potuto attraversare quel cammino, potremmo dire quella epoca intermedia, in cui si è guadagnata la consapevolezza dell’Io, l’esperienza della libertà. Non avrebbe potuto vivere completamente nel corpo umano fisico, se non fosse stato organizzato completamente diversamente in questa epoca intermedia che non nelle epoche più antiche, dove coloro che attraverso il posizionamento del corpo, i Mantra e i pensieri del mondo loro rivelatesi avevano dato all’umanità notizia di come l’anima umana, l’interno umano è connesso con il soprasensibile del mondo, di come l’uomo come corpo è un essere transitorio, ma come qualcosa spirituale è un essere imperituro, un’entità eterna, hanno trovato fiducia e riconoscimento.
Se l’uomo oggi tenta — e molti lo fanno, potremmo dire a svantaggio di una vera conoscenza — di cercare nello stesso modo la connessione del soprasensibile nella sua natura con il soprasensibile del mondo come, diciamo i seguaci del Buddha, se egli attraverso particolari posizioni del corpo, attraverso il cantar-dentro di Mantra e attraverso così concepiti, come parole interne attivati, pensieri del mondo rivelantesi nel logos interno, volesse venire al soprasensibile, se attraverso tutto questo volesse giungere al soprasensibile, allora come uomo odierno, che ha sviluppato il suo corpo fisico in un modo completamente diverso da un’umanità più antica, porterebbe solo il suo corpo umano fisico nel disordine e non lo potrebbe elevare al soprasensibile.
Quel corpo umano più antico, che così da poter essere penetrato attraverso gli esercizi, come l’ho descritto, non aveva appunto ancora quella solidità, quella consistenza interna, da cui sorge una forte consapevolezza del proprio Io terrestre, una forte esperienza di libertà terrestre. L’organismo umano è divenuto più coeso. Se si riconoscesse una fisiologia più precisa, come quella che la scienza dello spirito antroposofica qui intesa dà, si saprebbe che nei più recenti corpi umani i componenti solidi, in particolare i salini, sono sviluppati più intensamente di come erano sviluppati nei corpi dei vecchi uomini, che potevano fare tali esercizi per la più alta conoscenza, come li ho descritti. L’uomo odierno deve quindi in modo diverso mettere il suo proprio soprasensibile in relazione, in connessione con il soprasensibile del mondo. L’uomo odierno deve in modo diverso cercare il morale, il religioso nell’ordine del mondo, come l’hanno cercato le epoche più antiche.
La scienza dello spirito, di cui qui parlo, perciò cerca da due lati di penetrare nel mondo soprasensibile: primo dal lato del pensiero, secondo dal lato della volontà. Dal lato del pensiero in quanto l’uomo il pensiero, che gli ha prestato così enormi servizi proprio nella scienza naturale moderna nell’osservazione e nella sperimentazione, non lo vive solo come un’immagine del mondo esteriore, ma impara a vivere con questi pensieri nel tranquillo interno dell’anima. Con ciò l’uomo moderno può sviluppare un metodo di scienza dello spirito, simile al modo in cui l’uomo antico l’ha sviluppato attraverso i suoi Mantra, solo che i Mantra erano ancora qualcosa di più sensibile, mentre l’uomo moderno ha qualcosa di più spirituale nello sviluppo puro dei pensieri.
Ho descritto in dettaglio il vasto cammino che si deve percorrere per venire in questo modo a una vera scienza dello spirito e dunque a una conoscenza dei mondi soprasensibili, esaurientemente nei miei libri, per esempio nel libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?», nella seconda parte della mia «Scienza occulta» e in altri libri. Qui voglio solo brevemente accennare in linea di principio come si può divenire oggi — completamente appropriato all’organizzazione umana contemporanea — un ricercatore dello spirito.
Non ognuno deve divenire un ricercatore dello spirito, ma singoli uomini possono divenirlo. Fino a un certo grado in ogni caso ognuno può diventare almeno un verificatore di questa ricerca dello spirito, se si applica alle esercitazioni che ho esposto nei libri menzionati. Ma chi oggi vuol divenire un ricercatore dello spirito, non deve più diventarlo attraverso il cantar-dentro sensibile di Mantra, bensì attraverso un esercizio puramente soprasensibile nel pensiero.
Ora, abbiamo portato il pensiero a esattezza. Quando guardo nel mondo delle stelle con l’astronomia esatta: lì abbiamo portato il pensiero a precisione nel campo fisico, nel campo chimico; perfino cerchiamo di raggiungerla anche nella ricerca biologica, nella ricerca degli esseri viventi, e particolarmente ci sentiamo soddisfatti quando possiamo ricercare il mondo sensibile esteriore come siamo abituati a orientare i nostri pensieri, quando risolviamo problemi della matematica. Perciò è stato coniato il detto, solo in quanto la matematica è contenuta nella scienza naturale è presente vera scienza della natura. E per questa ragione si parla di scienza naturale esatta. Tutto deve poter essere compreso nell’osservazione e sperimentazione, come si comprendono i problemi quando si risolvono problemi matematici. Di scienza esatta si parla allora.
Di visione veggente esatta, di chiaroveggenza esatta parla la scienza dello spirito antroposofica che qui è intesa. Quando lo scienziato naturale contemporaneo ricerca il mondo contemporaneo in modo esatto, così colui che diviene un ricercatore dello spirito antroposofico, fa qualcosa di altrettanto esatto, solo in un altro campo. Scopre gradualmente che nella sua anima ci sono forze nascoste che non vengono applicate nella vita ordinaria e nella scienza ordinaria. Scopre gradualmente che è veramente vero che nel bambino, nel bambino piccolissimo, il soprasensibile-spirituale e il fisico-sensibile ancora agiscono insieme in modo indifferenziato, che però il bambino per così dire versa quello che in lui prima vive conformato soprasensibilmente, nel cammino eretto, nel linguaggio, nel pensare verso il mondo sensibile esteriore. Tutto quello che nei primissimi tempi della vita umana scende nel sangue, tutto quello che vibra completamente negli organi, si versa quando l’uomo si orienta nel mondo esteriore, verso l’esterno; si versa nel linguaggio verso l’esterno, si versa in particolare nel pensiero verso l’esterno.
Ma possiamo riportarlo indietro. Il discepolo del saggio orientale cercava soprattutto attraverso il ripiegamento del linguaggio di raggiungere quello che si può chiamare la connessione del soprasensibile nell’uomo con il soprasensibile del mondo. Noi moderni dobbiamo volgere il pensiero stesso verso l’interno. Dobbiamo poterci dire con piena serietà: Abbiamo fatto grandi progressi nell’osservazione della natura esterna. Stanno davanti a noi i pensieri esatti delle forme stellari e dei movimenti stellari. Stanno davanti a noi i pensieri esatti degli effetti elettrici, magnetici, degli effetti di calore, effetti di suono, effetti di luce. Guardiamo nel mondo — i pensieri esatti in noi ci formano questo mondo. Dobbiamo come ricercatori dello spirito metterci nella posizione di astenerci da tutti i pensieri che così ci conducono verso l’esterno alle stelle, agli effetti elettrici, magnetici, termici. Dobbiamo essere in grado, così come il vecchio saggio volse il suo parlare mantrico verso l’interno e si lasciò rivelare il logos del mondo, di poter volgere la forza del pensiero verso l’interno. Con la medesima forza come esteriormente attraverso i nostri sensi — che sono organizzazioni corporee e ci vengono in aiuto, così che non abbiamo bisogno di applicare la propria forza, la forza dell’anima — dobbiamo sollevarci così da poter rendere il pensiero nella meditazione così forte che i nostri pensieri, sebbene siano solo sviluppati interiormente, diventino vividi come altrimenti le sensazioni sensoriali.
Pensate quando sentite suoni, vedete colori, quando sensazioni di caldo e freddo attraversano il vostro corpo, come è vivido tutto questo, come agisce intensamente. Pensate a come al contrario sono grigi e astratti i pensieri che ritenete da queste esperienze del mondo esterno. E meditare consiste nel fatto che questi pensieri — che si collegano solo grigio e astrattamente al mondo esterno, che così emergono in noi, poiché ci abbandoniamo passivamente all’osservazione dei sensi — interiormente così li rafforziamo, così li intensifichiamo che diventano come sensazioni sensoriali. Così ci solleviamo a un nuovo pensiero. Mentre il pensiero che abbiamo nella vita ordinaria e nella scienza ordinaria è tale che ci sentiamo dentro passivamente, che questi pensieri sono propriamente senza forza, solo immagini che riflettono il mondo esterno, si può attraverso la meditazione raggiungere che si viva nel mondo del pensiero, come si vive nelle forze di crescita, come si vive in fame e sete, come si vive nel benessere corporeo interiore — questo è il frutto della meditazione. Bisogna solo imparare una cosa per vivificare interiormente il mondo dei pensieri in tale maniera: bisogna imparare ad abitare amorevolmente dentro il pensiero.
Questo si deve esercitare, se si vuol divenire ricercatore dello spirito, con la medesima dedizione con cui, se si vuol divenire fisico, per anni si deve esercitare nel laboratorio fisico, come per anni, se si vuol divenire astronomo, si deve esercitare all’osservatorio. Non è veramente più facile divenire ricercatore dello spirito che astronomo o fisico. Chiunque osservi poco quello che ho descritto nel libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?» può verificare quello che dice il ricercatore dello spirito. Ma nella medesima misura che non ognuno deve divenire astronomo, anche se accoglie i risultati dell’astronomia nella sua visione del mondo, nella stessa maniera non ogni persona deve divenire ricercatore dello spirito, se la ricerca dello spirito deve divenire un elemento della nostra civiltà, della nostra vita culturale. Anzi, proprio il contrario: quella relazione da uomo a uomo, che una volta può sorgere e che propriamente in un non molto lontano futuro dell’umanità deve sorgere — se il declino non deve diventare sempre più forte — , quella comunanza sociale tra uomo e uomo che necessariamente diventerà, e che potremmo dire già è necessaria oggi, sarà essenzialmente vivificata, se di nuovo quell’affidamento entra nella vita sociale degli uomini, per cui si sa: Chi parla dalle profondità della sua anima delle realtà geistig-spirituali soprasensibili, perché come ricercatore dello spirito si è sollevato verso di esse, merita fiducia.
Dove le anime in questo modo stanno intimamente insieme, così che le intimità del mondo soprasensibile sono comunicate nell’essenza soprasensibile dell’uomo l’un'all’altra, in un tale ordine sociale vivranno quelle forze che sole e solamente potranno di nuovo stabilire la nostra vita sociale. Perciò è completamente infondato e sorge propriamente solo dall’egoismo umano, quando si dice: Non mi attengo alle conoscenze della ricerca antroposofica soprasensibile, finché non le vedo io stesso. — Ogni uomo è tale che è disposto per la verità e non per la menzogna. Ricercare non può ognuno il mondo soprasensibile, come non ognuno può dipingere un quadro. Ma come ognuno può accogliere in sé un quadro artisticamente dipinto, così pure ognuno, poiché come totalità, come uomo completo è disposto per la verità, non su una cieca fede, bensì su un’intima esperienza, può riconoscere la verità della scienza dello spirito, come qui è intesa. Questa scienza dello spirito stessa può essere conseguita solo in quanto attraverso la meditazione, attraverso la concentrazione all’interno della stessa vita del pensiero in questa maniera si avanzi da un pensiero ordinario astratto a un pensiero figurale, a un tale pensiero che è interiormente vivente. In questo pensiero vivono di nuovo i pensieri del mondo. In questo pensiero l’uomo allora non si sente più come rinchiuso nel suo corpo, in questo pensiero sente di sé nella prima fase riguardo all’entrata nel mondo soprasensibile.
L’uomo più antico partiva da qualcosa di più sensibile, dalla parola volta verso l’interno. L’uomo più moderno deve partire da qualcosa di più spirituale, dal pensiero stesso rivolto verso l’interno, e così trova la sua connessione con il soprasensibile del mondo e può di nuovo parlare di questo soprasensibile del mondo. Poiché non rimangono parole vuote quelle che allora si danno a uno, quando in tale maniera per mezzo del pensiero interiormente vivificato si entra nel soprasensibile del mondo e si vive insieme il soprasensibile con il soprasensibile nel proprio interno. Precisamente come siamo circondati nel mondo sensibile esteriore da molte forme di piante, da forme di animali, come siamo circondati da quello che dalle stelle ci risplende in basso, così per così dire si oscura davanti alla visione spirituale, che si dà al pensiero figurale, il mondo sensibile, e un mondo spirituale sorge. Ora non si vede più solo il sole nel suo splendore fisico, si vede una somma di entità spirituali, il cui riflesso fisico è il sole fisico. Si penetra attraverso il sole fisicamente apparente fino all’essenza spirituale solare. E similmente si penetra attraverso la luna fisicamente apparente fino alle essenze spirituali lunari. Si impara a riconoscere come questi esseri spirituali lunari conducono l’anima umana dai mondi geistig-spirituali attraverso la nascita qui nella vita terrestre, dove riceve il corpo dalla madre e dal padre. Si impara a riconoscere come nell’essenza spirituale solare stanno le forze che conducono di nuovo l’uomo attraverso la morte, e si impara a riconoscere il percorso dell’anima umana dal di fuori dei mondi soprasensibili.
Questa conoscenza si approfondisce ulteriormente per il fatto che ora non si sviluppa la volontà attraverso posizionamenti del corpo, come l’ha fatto l’antico orientale, bensì che si sviluppa la volontà in modo simile come si è sviluppato il pensiero a una chiaroveggenza esatta, a un esatto vedere-chiaramente come ve l’ho descritto. Era anche una formazione della volontà, quando si sopprimeva l’orientamento esteriore, si incrociavano le gambe e ci si sedeva su di esse, per nella posizione diversa del corpo umano ottenere altre correnti del mondo attraverso l’uomo e così dal soprasensibile ottenere una percezione. L’uomo moderno non può eseguire questo. Il suo organismo è divenuto diverso. L’uomo moderno deve andare sulla volontà stessa. Quello che l’antico orientale, potremmo dire mediante un modo più fisico attraverso posizionamenti del corpo — orientava pure il corpo verso est, verso ovest, verso sud — , tutto questo sarebbe ciarlataneria per l’uomo moderno. L’uomo moderno deve prendere la sua volontà direttamente in mano. E troverete di nuovo in «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?» e nella «Scienza occulta» un numero intero di esercizi per l’auto-superamento, l’auto-educazione, soprattutto per la coltura della volontà. Ne voglio menzionare solo alcuni.
Se per esempio l’uomo — mentre altrimenti è abituato a seguire con il suo pensiero solo i processi sensibili esterni da dietro a davanti [dal precedente al posteriore] — inverte il suo pensiero, per esempio la sera immagina quello che ha sperimentato per ultimo, poi quello che ha sperimentato prima nel giorno e così indietro fino al mattino, se così rappresenta alla sua anima l’ordine naturale in sequenza inversa, allora si stacca con il suo pensiero, che altrimenti aderisce al corso della natura, che va dal precedente al posteriore, si distacca da questo corso naturale. Pensa contro il corso della natura. Per questo la volontà che abita nel pensiero si rinforza. In particolare questo accade quando si entra in piccole cose, in particolari dettagli. Per esempio, immaginate: Io oggi sono salito una scala; non mi immagino sul gradino inferiore, bensì sul gradino più alto, così risalgo, immagino tutto il salire come una discesa, mi stacco da quello che era veramente esperienza, l’immagino in modo inverso. Per questo rinforzo la volontà che sta nel pensiero. Posso rinforzare questa volontà anche in tal modo che per esempio prenda l’auto-educazione in mano, che mi dico: Ho questa o quella abitudine di vita; la cambio — in tre anni riguardo a qualcosa devo avere una tutt’affatto diversa abitudine di vita.
Così ci sono centinaia e migliaia di esercizi, che sono direttamente esercizi di volontà, che direttamente mirano a una trasformazione della volontà, così che la volontà si stacchi da quello che le è impresso dalla semplice corporalità.
Per mezzo di questo l’uomo moderno per sua parte fa qualcosa di simile a quello che l’uomo antico faceva attraverso il posizionamento del corpo. Poiché a questi antichi esercizi non possiamo per le ragioni menzionate ritornare di nuovo. Ma per mezzo di questo questo uomo moderno arriva sempre di più a entrare in relazione diretta del suo proprio soprasensibile con il soprasensibile del mondo.
Ciò che intendo devo forse schiarire attraverso una similitudine. L’occhio umano per esempio — per mezzo di cosa è veramente il nostro organo della visione? Ora, potete nella cataratta, che rappresenta un indurimento della lente o del corpo vitreo, vedere come l’occhio non può più servire alla visione, quando il materiale nell’occhio si fa valere. L’occhio deve in certe parti dei suoi organi essere assolutamente trasparente, se deve servire alla visione. Deve essere privo di sé, allora serve all’uomo. Così il nostro corpo, quando rinforziamo la volontà nel modo che ho appena descritto, diviene un organo sensoriale geistig-spirituale — se mi è permesso usare il paradosso; il nostro corpo diviene — naturalmente in certi momenti della conoscenza, altrimenti no nella vita — non più pervaso in modo spirituale-emotivo da spinte, istinti, brame, che rendono il nostro corpo opaco in modo emotivo. Diviene riguardo a desideri, spinte, brame così puro come è il corpo trasparente dell’occhio riguardo al materiale. E come attraverso l’occhio trasparente si vede il mondo dei colori, così per mezzo del corpo divenuto libero da desideri e brame — non è sempre così, ma può essere regolato così per colui che si è esercitato attraverso gli esercizi nei libri menzionati — si arriva al farsi visibile del mondo spirituale, del mondo soprasensibile, a cui come essenza soprasensibile dell’uomo, quale si è nel proprio interno, si appartiene.
Per mezzo di questo impariamo a conoscere veramente il soprasensibile nell’uomo stesso. Una volta che si è compreso come sta l’uomo, quando il suo corpo nel modo descritto è stato reso trasparente, quando vive nel mondo puramente soprasensibile, allora si è vedendo risolto l’enigma della morte, perché si ha nell’intuizione la vita senza il corpo. Si sa come si vive quando si è passato attraverso la porta della morte e si ha abbandonato il corpo. Si sa come si vive nel mondo senza il corpo. Si impara in questo modo a conoscere il proprio soprasensibile umano. E dal momento che si impara così a conoscere il proprio soprasensibile umano, come esso vive spiritualmente-emotivo attraverso la porta della morte, si impara a riconoscerlo come qualcosa che da un mondo soprasensibile può essere accolto, come era stato rilasciato da un mondo soprasensibile al momento del concepimento.
Se si impara in questo modo per mezzo del pensiero vivente, che è conquistato nella meditazione, dietro il sole la mondana spirituale solare, dietro la luna la mondana spirituale lunare, cioè quegli esseri spirituali che conducono l’uomo nell’esistenza terrestre, che lo conducono fuori dall’esistenza terrestre, allora si impara il soprasensibile del mondo. E allora si sa come la nostra anima vivente dopo la morte è accolta dall’essere vivente del mondo, dall’essere vivente dell’universo, dall’universo soprasensibile. Come il nostro corpo è accolto dal mondo sensibile ed è chiamato a morte, così l’anima umana è chiamata alla vita nell’Eterno da quegli esseri che si sono compresi nel soprasensibile del mondo.
Il percorso che la civiltà dell’umanità ha preso in questo modo, lo riconosciamo allora come uno che ci dà la forza, nel presente di nuovo dalla nostra natura di procedere in maniera altrettanto esatta attraverso la coltura della volontà — che, come altrimenti problemi matematici, è interamente esatta negli esercizi — , attraverso esercizi nel pensiero, come li ho descritti, che conducono alla chiaroveggenza esatta — , a collegare alla naturale ordine del mondo una moralità, una religione.
Abbiamo bisogno di questo oggi. Questo corso dello sviluppo dell’umanità, è anche in modo grandioso suggerito nella posizione che proprio una vera conoscenza dello spirito può dare al Mistero del Golgota nello sviluppo dell’umanità.
Come era detto — permettetemi di suggerire questo alla conclusione ancora con poche parole — immediatamente dopo che il Mistero del Golgota si è svolto sulla terra, con quelli che erano i primi confessori di questo Mistero del Golgota? Hanno guardato a quello che era stato riferito loro che era avvenuto sul Golgota. Hanno guardato a quello che il Gesù di Nazareth ha sperimentato, e hanno sentito che in Gesù di Nazareth come uomo vivesse l’essere divino-spirituale Cristo.
Questo hanno sentito, che questo essere divino-spirituale Cristo è disceso verso di loro sulla terra, per recar loro qualcosa di cui avevano grande bisogno sulla terra. Cosa ha dato la ragione per cui questi primi cristiani hanno così incondizionatamente accolto la saggezza del Mistero del Golgota? Ha dato la ragione il fatto che lì erano ancora disponibili resti di quelle antiche intuizioni che si dicevano: L’uomo è disceso dai mondi soprasensibili attraverso la nascita nell’esistenza terrestre. Quando l’uomo nei tempi più antichi ancora lo sapeva dalla sua visione istintiva e da quello che i suoi iniziati, i suoi insegnanti gli avevano detto, chiaramente, allora gli uomini sentivano che c’era una guida spirituale nei mondi spirituali che li aveva guidati giù nell’esistenza terrestre fisica. Ma sentivano, perché sapevano che erano venuti sulla terra come spiriti, che sarebbero passati attraverso la porta della morte. E la morte non aveva nulla di enigmatico, nessun terrore per l’umanità più antica, precisamente — non fraintendete il confronto, non è inteso per l’umano in modo degradante — come l’animale non sente alcun enigma della morte e alcun terrore della morte.
Che l’uomo imparasse a sentire la morte, questo è avvenuto solo col tempo. La morte divenne enigma solo quando l’uomo non aveva più l’enigma della nascita, quando non guardava più su ai mondi geistig-spirituali da cui era disceso, quando nello sviluppo dell’umanità sorse la disposizione che allora vedeva tutto quello che abbiamo nel processo della nascita come puramente naturale — allora sugli uomini venne l’enigma della morte, allora venne il vero terrore della morte.
Questo non fu guarito da una conoscenza teorica, ma fu guarito in quanto il Mistero del Golgota si svolse sulla terra. E gli uomini sapevano dai resti della vecchia saggezza che il Cristo che era apparso sulla terra nell’uomo Gesù di Nazareth, era lo stesso essere che aveva guidato gli uomini come anime dai mondi geistig-spirituali su questa terra. E i primi cristiani sapevano che il Cristo era disceso sulla terra per dare agli uomini sulla terra quello che li conduce oltre l’enigma della morte.
Per questo vediamo quella connessione che persino Paolo aveva tra l’enigma della morte e quello che fu compiuto sul Golgota. Vediamo che Paolo rende chiaro agli uomini che come anime umane non possono pensare oltre la morte se non possono guardare al Risorto, cioè al Cristo che ha sconfitto la morte.
Ora, dalla più antica saggezza, i primi cristiani erano ancora capaci — più sentendo che conoscendo chiaramente — , di cogliere il Cristo come colui che era disceso sulla terra. La più recente scienza dello spirito, di cui vi ho parlato questa sera, insegna agli uomini di nuovo attraverso la chiaroveggenza esatta di guardare nei mondi soprasensibili. Questa ricerca dello spirito antroposofica, in quanto conduce l’uomo al vedere al di fuori del suo corpo — quando questo corpo nel modo descritto è divenuto trasparente e l’uomo sperimenta il mondo in cui deve vivere quando è passato attraverso la porta della morte — , potrà di nuovo indicare non solo all’uomo Gesù di Nazareth, ma all’essere divino-spirituale Cristo, che è disceso dai mondi soprasensibili e può penetrare di forza il soprasensibile nell’uomo stesso. Dall’effetto di questa penetrazione di forza, da questa forza che il Cristo in lui secondo la parola di Paolo: «Non io, ma il Cristo in me» svolge, può l’uomo terrestre guadagnare l’impulso con che come anima vivente col Cristo passare attraverso la morte, per non entrare ciecamente in quei mondi spirituali, in cui egli — come ho descritto — è accolto dall’essenza solare, bensì entrare vedendo in questo mondo spirituale per mezzo della luce che il Cristo ha portato sulla terra.
Così una tale scienza dello spirito antroposofica può accogliere la vita religioso-cristiana. Così la vita religioso-cristiana in questo modo avrà proprio un approfondimento attraverso la scienza dello spirito antroposofica. Gli ultimi secoli ci hanno portato la grandiosità della scienza naturale, che la vediamo lentamente svilupparsi — tuttavia cosicché in quello che si sviluppa non possiamo riconoscere un ordine morale del mondo, sì la natura ci si rivela tanto più fedele quanto meno in essa moralizziamo. Come tuttavia noi non possiamo veramente consacrare al divino quello che è la legalità naturale, così saremo però, se applichiamo il metodo esatto che abbiamo imparato ad applicare in matematica, nella scienza naturale, al pensiero, innalziamo questo alla capacità di immagine, alla chiaroveggenza esatta. E se applichiamo il metodo esatto alla nostra volontà, ci educhiamo, compiamo le più belle azioni per la nostra auto-educazione, non arriveremo così a una magia esterna ciarlatanesca, ma a una magia interna, idealistica, e così di nuovo colleghiamo il morale al naturale, al religioso.
Alla fine: cosa vuole questa antroposofia, di cui qui parlo? Vuole colmare il profondo abisso che almeno per l’uomo moderno, per tutti gli uomini che in qualche modo vivono consapevolmente il mondo, inconsapevolmente esiste tra l’ordine mondiale naturale amorale da un lato e l’ordine morale religioso dall’altro, così che l’uomo nel futuro nella sua vita, in quello che gli dà attraverso il suo corpo la natura, la sensibilità, abbia di nuovo il forte soprasensibile, in cui la morale mondiale, non solo la morale umana fluisce dentro, in cui non solo fluisce l’ordine naturale, ma l’ordine divino fluisce dentro.
Con gli impulsi cosmico-morali, che divengono i suoi individuali, con la penetrazione dall’intuito divino che gli è dato dallo sguardo geistig-spirituale acuito, l’uomo troverà il suo cammino nel futuro e risolverà quelle importanti domande e quegli enigmi che oggi già si possono presentire, quando non si guarda dormendo, ma con piena, sveglia imparzialità il mondo tutto intorno e quello che nel cuore umano come spingimento, come speranza può scorrere dal presente nel futuro. Den Haag, 4 novembre 1922
La scienza dello spirito antroposofica, di cui ho potuto parlare martedì scorso e ieri sera qui all’Aia, non persegue unicamente obiettivi conoscitivi, non unicamente lo scopo di approfondire scientificamente, moralmente, religiosamente l’uomo, ma persegue nel sostanziale anche obiettivi pratici. E si è desiderato che io parli, questa sera, di uno di questi obiettivi pratici, dell’obiettivo educativo.
Poiché questa scienza dello spirito si adopera soprattutto per ottenere una vera conoscenza dell’uomo integro, della totalità dell’uomo — dell’uomo rispetto alla sua corporeità, alla sua anima, alla sua essenza spirituale — essa può trasmettere, nella vita pratica, una vera conoscenza dell’uomo, una conoscenza in relazione a tutti i periodi della vita. E per l’arte educativa è soprattutto necessaria una conoscenza dell’uomo riguardo al bambino stesso.
La questione educativa è nel sostanziale una questione d’insegnante. Una questione d’insegnante nella misura in cui si tratta di stabilire se l’insegnante, se l’educatore sia in grado di risolvere praticamente, nel bambino, l’enigma dell’uomo. Forse è proprio in questo enigma del bambino che si comprende maggiormente il significato di quella parola antica, che come un motto è stata scritta sopra la conoscenza umana: che nell’uomo stesso riposa la soluzione dell’enigma del mondo.
Molti uomini infatti hanno una specie di paura, che se si accennasse a una soluzione dell’enigma del mondo, la conoscenza umana non avrebbe più nulla da fare. Ma se si è convinti che tutti i misteriosamente innumerevoli segreti che l’universo racchiude trovano la loro soluzione nell’uomo stesso, quasi come il fine ultimo di questo sviluppo mondiale, allora si sa bensì che nell’uomo bisogna cercare la soluzione degli enigmi del mondo, ma l’uomo stesso richiede, se si vuole conoscerlo, ancora una fatica incommensurabile, un lavoro infinito, per ottenere una visione autentica della sua essenza.
Se si è disposti nei confronti dell’uomo, nel mondo, cosicché in lui riposi quasi un’eternità nascosta, allora si giunge a provare, anche nei confronti del bambino, quella riverenza timida che si deve avere come insegnante e educatore, quando si vuol trattare il bambino nel modo giusto.
Ora mi sforzerò, oggi, per quanto riguarda la conoscenza dell’uomo nei confronti del bambino, di astenermi dalle considerazioni che ho svolto nei giorni scorsi sulla conoscenza dello spirito umano e dello spirito del mondo. Cercherò di vestire il contenuto scientifico-spirituale in forme quanto più possibile popolari, affinché anche coloro tra gli stimati ascoltatori che non erano presenti nei giorni scorsi possano seguire le considerazioni.
Si tratta soprattutto di questo: Colui che approfondisce i suoi insegnamenti sulla vita attraverso una vera — non astratta — conoscenza dell’anima umana e dello spirito umano, costui vede, innanzitutto, nella vita dell’uomo grandi fratture; vede che deve articolare l’intera vita dell’uomo in epoche della vita. Non sempre si guarda a queste epoche della vita con il giusto interesse e con quella visione profonda con cui in realtà si dovrebbe guardarvi. Ma colui che, come educatore, come insegnante, vuol avere un vero rapporto profondamente umano con il bambino, deve possedere una conoscenza approfondita proprio di queste epoche della vita.
Vediamo un’epoca della vita nel bambino conclusa così all’incirca al settimo anno di vita, quando il bambino riceve i secondi denti. Colui che è un vero conoscitore di uomini vede nei secondi denti solo il simbolo esteriore di un rivolgimento significativo tanto nel corporeo quanto nel senziente e spirituale del bambino. E colui che comprende di esercitare l’arte educativa in modo competente e fattivo, vede con il cambio dei denti anche una trasformazione delle particolarità senziente-affettive e delle facoltà spirituali del bambino.
Pensiamo solo al fatto che nell’organismo umano, anche in un’età della vita posteriore, avviene un ricambio, un ricambio metabolico, che dopo otto, nove anni non abbiamo più la stessa composizione di sostanze, le stesse sostanze che avevamo prima. Se consideriamo questo, dobbiamo però anche dirci: Ciò che accade al settimo anno nel cambio dei denti è uno sviluppo potentissimo di forze, che l’organismo non ripete più in un’età della vita posteriore e che non è un fatto singolo o un fatto che si svolge in un breve arco di tempo. Chi ha una visione dello sviluppo dell’organismo umano, sa come nei primi sette anni di vita tutto ciò si prepara, dai processi più intimi del metabolismo, quello che raggiunge quasi il suo compimento, il suo punto conclusivo nei secondi denti.
Vediamo, per quanto riguarda l’aspetto senziente-affettivo, come con questi secondi denti, per esempio, la memoria, ma anche la rappresentazione funzionano diversamente — soprattutto nel loro carattere — come avevano funzionato prima. Vediamo come la memoria prima si sviluppava in alto grado inconsciamente, come dalle profondità dell’essenza corporea del bambino, e come successivamente diventa più spirituale. Su queste cose bisogna accennare con delicatezza, poiché difficilmente si presentano a un’osservazione rozza.
Ma ciò che è soprattutto importante per l’educatore è che il bambino nei primi anni di vita fino al cambio dei denti è completamente un essere imitatore consegnato al mondo esteriore. Il rapporto del bambino con il mondo esteriore riposa su questo — non lo dico per enunciare un paradosso, ma per coglierne qualcosa di veramente reale — che il bambino nei primi sette anni di vita, approssimativamente in questi sette anni, è quasi interamente un organo di senso, che percepisce l’ambiente non solo con gli occhi, con gli orecchi, ma che il suo intero organismo è consegnato all’ambiente, similmente come nella vita posteriore gli organi di senso. E come negli organi di senso si preparano le immagini delle cose esterne e dei processi, che poi interiormente vengono solo riprodotte psichicamente, così è con l’organismo infantile che il bambino, come essere imitatore, vuole imitare interiormente tutto ciò che vede al di fuori. Vuole consegnarsi completamente al mondo esteriore. Vuole imitare nel suo interno tutto ciò che si presenta al di fuori. Tutto organo di senso è il bambino. E se si potesse guardare con quel senso chiaroveggente, con quella chiaroveggenza esatta di cui ho parlato nei giorni scorsi, dentro l’organismo infantile, si percepirebbe come, per esempio, il gusto, che nell’uomo adulto si sviluppa sulla lingua e il palato, nel bambino si estende molto più profondamente nell’organismo. Così non si erra se si dice: Nel neonato, per esempio, è così che con tutto il corpo egli vive il gusto del latte materno.
Bisogna davvero soffermarsi su siffatte intimità della vita fisica umana, se si vuole davvero conseguire quella conoscenza delicata che è necessaria per l’arte educativa.
Se si osserva come il bambino è completamente imitatore, allora si comprende, direi in ogni singolo aspetto, come il bambino impara a parlare. Si può quasi seguire come il bambino viene sollecitato a seguire interiormente, pezzo per pezzo, il suono che viene emesso, tramite l’imitazione, e a rendere il proprio interno simile a ciò che è percepito esternamente. E così si può penetrare in tutti i dettagli del bambino e si vedrà dovunque come il bambino è completamente organo di senso, completamente imitatore, completamente consegnato al mondo esteriore sensibile.
Si può comprendere il bambino, sotto certi aspetti, in modo che non si debba giudicare come si giudica il bambino più grande o persino l’adulto. Voglio chiarire questo con un esempio. Un padre mi chiese una volta — è veramente accaduto nella vita —: Sì, cosa devo fare con mio figlio? Ha rubato denaro a sua madre. — Chiesi al padre: Quanti anni ha il bambino? — Il bambino non aveva ancora sei anni. Dovetti dire al padre: Chi comprende veramente il bambino, non può qui parlare di furto; il bambino ha — come risultò dalla conversazione con il padre — visto ogni giorno come la madre tirava fuori denaro dal cassetto. Il bambino è imitatore; tirò fuori anche il denaro, perché l’ha visto. L’intera azione è esaurita nell’imitazione, perché il bambino non aveva affatto alcun valore nel possedere per sé quello che si chiamava denaro rubato. Ha comprato caramelle e le ha addirittura distribuite ad altri bambini. Si potrebbero addurre centinaia di esempi così.
Diversamente si presenta davanti a noi la vita senziente-affettiva del bambino dopo il cambio dei denti. Là vediamo come il bambino inizia a non consegnarsi solo alle impressioni sensibili, quasi a immergere completamente se stesso in queste impressioni sensibili e a rendere se stesso interiormente simile a ciò che vede al di fuori. Il bambino inizia ora a prestare attenzione a ciò che gli si presenta in parole come rappresentazione. Ma ha bisogno di ciò che gli si presenta nel suo ambiente, cosicché sia sostenuto dalla personalità umana. Perciò possiamo dire: Fino al cambio dei denti il bambino è un essere imitatore; dal cambio dei denti in avanti — e ciò dura sostanzialmente fino alla pubertà — esso diventa un essere che ora non si comporta come imitatore, bensì come seguace di ciò che gli si presenta attraverso rappresentazioni dalle personalità del suo ambiente. E l’insegnante e l’educatore devono soprattutto verificare che ciò che egli esprime davanti al bambino diventi effettivamente per il bambino una norma, una linea guida. La vita imitatrice passa, con il cambio dei denti, in una vita in cui il bambino, per la sua naturale regolarità, vuol seguire l’autorità ovvia.
Tutto l’insegnamento e tutta l’educazione devono, per questa seconda età della vita dal cambio dei denti fino alla pubertà, essere orientati verso il sentimento autorità ovvio. Il bambino impara, in questo periodo della vita, a riconoscere come vero ciò che è vero, perché la cara personalità autorevole glielo presenta come vero. Ciò che è bello, ciò che è buono, viene dal bambino sentito con simpatia o seguito per contiguità, per contiguità autoritaria, alla cara personalità educatrice. E se vogliamo insegnare al bambino, tra il settimo e il quattordicesimo fino al quindicesimo anno, qualcosa in modo che rimanga fruttuosa per lui durante tutta la vita, allora dobbiamo vestire tutto ciò che insegniamo al bambino in questo tempo con questo elemento autoritario.
Miei molto stimati presenti, colui che, come posso accennare ieri sulla sua «Filosofia della libertà» scritta più di trent’anni fa, non si assumerà la responsabilità di sottolineare troppo fortemente il principio autoritario. Tuttavia, proprio colui che ama la libertà più di ogni cosa, colui che nella libertà vede la legge ovvia della vita sociale, deve, da una vera conoscenza dell’uomo, sottolineare che tra il settimo e il quattordicesimo anno per il bambino è presente quella fase della vita in cui esso prospera soltanto, in quanto può elevarsi e svilupparsi su una personalità che avverte come autorità ovvia. Così vogliamo dire: il bambino nei primi sette anni di vita — è tutto approssimativamente così — è un essere senziente-imitatore; nei secondi sette anni di vita, dal cambio dei denti fino alla pubertà, il bambino è un essere che presta attenzione al suo ambiente umano, che vuol naturalmente trovarsi sottoposto a un’autorità.
Colui che, come la scienza dello spirito antroposofica qui intesa, segue l’uomo nella sua evoluzione secondo corpo, anima e spirito, sa quale enorme significato ha per la vita posteriore, forse ancora per l’età senile, se l’uomo, durante il periodo della vita indicato, era in grado di provare una riverenza particolare — per quanto brevemente e in una forma particolare — verso una personalità, per esempio quando spesso, quando si avevano otto o nove anni, si parlava di una personalità altamente venerata in famiglia, e dal parlarne si aveva veramente assorbito qualcosa di quella riverenza timida verso di essa.
Poi viene il giorno in cui la si deve vedere per la prima volta, quel giorno in cui tutto si riveste di timidità e riverenza e ci si aspetta che la porta si apra affinché si veda questa personalità per la prima volta: se si sa come un’esperienza così agisce, quando l’anima è così completamente consegnata al mondo esteriore per quanto riguarda il sentimento di autorità, come nei primi anni di infanzia l’intero uomo come essere senziente è consegnato al mondo esteriore — allora si sa quale beneficio si reca al bambino durante l’età scolare, quando gli si permette di provare realmente molto di questa riverenza timida verso l’autorità ovvia.
Bisogna guardare a queste cose quando si vuol diventare educatore o insegnante partendo dalla conoscenza dell’uomo. Allora soprattutto si considererà che l’uomo non è solo un organismo dello spazio, in cui il singolo membro del suo corpo sta in reciproca interazione con un altro lontano nello spazio, bensì che l’uomo è anche un organismo del tempo. La conoscenza dell’uomo non può essere acquisita senza che ci si orienti verso l’uomo come organismo del tempo. Se prendete un membro della mano destra, esso sta, attraverso un’organizzazione globale interna, in reciproca interazione con ogni altro membro di questo organismo dello spazio nell’uomo. Ma se guardate a ciò che l’uomo è dapprima nell’infanzia, poi nell’infanzia posteriore, nell’età giovanile, nell’età adulta, nell’età declinante, poi nell’età senile — allora tutto sta temporalmente in una coesione intima. E l’educatore e l’insegnante che, come educatore e insegnante, guarda solo alla vita presente del bambino, al bambino di otto, nove anni, non assolve pienamente il suo dovere. Solo colui che sa che ciò che fa al bambino di sette, otto anni continua ad agire nell’organismo del tempo, che è un’unità — del bambino, dell’uomo dell’età di mezzo, dell’uomo dell’età senile — e che ciò che nell’infanzia si accende nell’anima continua ad agire, ma si trasforma diversamente, si metamorfosizza: solo colui che può farsi un’idea di come questo cambia, si trasforma, può educare nel vero senso della parola.
Vorrei esprimermi attraverso un esempio. Vede, si dà grande importanza al fatto che il bambino già comprenda tutto ciò che gli insegniamo con la sua ragione ancora delicata. Questo contraddice il principio dell’autorità ovvia. Ma colui che vorrebbe trasmettere al bambino solo ciò che esso può comprendere immediatamente con la sua delicata ragione, non considera il seguente, per esempio. È significativo se, nel suo ottavo, nono anno, uno ha accettato, per autorità ovvia, come qualcosa di vero, bello, buono, quello che un’autorità venerata designava appunto come bello, come buono, come vero, e non l’ha ancora completamente compreso. Nel trentacinquesimo anno, forse ancora dopo, questo sale dalle profondità dell’anima. Nel frattempo si è diventati più maturi nella propria vita. Ora lo si comprende, ora lo si trae fuori, ora lo si illumina con l’esperienza della vita matura.
Qualcosa così — quando in un’età posteriore della vita, dalla maturità, si comprende ciò che si è accolto prima solo dall’amore verso l’autorità, quando si sente risalire una tale reminiscenza nell’età posteriore della vita e solo allora lo si comprende — qualcosa così significa un divampare di nuove forze di vita, un principio enorme nell’anima, di cui non sempre ci si rende pienamente consci.
In altro modo posso rendere ancora più chiaro ciò che intendo con il principio che si dovrebbe educare in modo che ciò che si sviluppa agisca per l’intera vita. Sa, ci sono persone che entrano in un ambiente dove ci sono altri uomini e agiscono in modo benefico già solo per la loro presenza. Non hanno bisogno di sforzarsi molto attraverso la parola, le loro parole sono pervase, riscaldate da qualcosa che agisce sugli altri uomini come benefico. In genere saranno uomini in un’età matura o in età senile, quelli che in modo particolare possono esercitare un effetto così benefico già dalla loro semplice presenza.
Colui che non studia l’uomo solo per il momento presente, ma veramente l’intera vita dell’uomo — è uno studio faticoso — è più facile, nella fisiologia, nella comune conoscenza dell’uomo, studiare solo i momenti presenti o brevi archi di tempo — ma colui che ora rivolge lo sguardo all’intera vita umana, sa come di solito un tale effetto benefico, che emana dall’età posteriore, è connesso col fatto che la persona in questione, da bambino, era in grado di venerare, di guardare, di guardare devotamente un altro uomo. E vorrei esprimerlo paradigmaticamente dicendo: Nessuno, che da bambino non ha imparato a congiungere le mani, può usarle efficacemente in età per benedire.
Le mani congiunte nei bambini contengono i germi senziente-affettivi di mani benedette nell’età. L’uomo non è solo un organismo dello spazio, l’uomo è un organismo del tempo, e tutto coesiste nella vita temporale, come nell’organismo dello spazio i singoli membri coesistono in reciproca interazione.
Colui che pienamente capisce questo, eviterà anche di insegnare al bambino concetti che non potranno cambiarsi nella vita posteriore. Facilmente ci si viene indotti, come educatore, insegnante, a presentarsi al bambino con tutta la definitività possibile, a dargli concetti, rappresentazioni dai contorni netti. Sarebbe proprio come se mettessimo le mani delicate del bambino, che devono ancora crescere, che devono ancora trasformarsi, in una morsa, cosicché non potessero crescere.
Come l’organismo fisico del bambino deve crescere, così ciò che l’insegnante, l’educatore instilla nella sua anima deve avere in sé forze di crescita. Questo lo portiamo nel bambino solo se modaliamo l’educazione, l’insegnamento anche durante l’età della scuola popolare artisticamente.
Vorrei qui richiamare l’attenzione sul modo in cui, nella scuola Waldorf — che è stata fondata alcuni anni fa a Stoccarda da Emil Molt e che da me è diretta secondo i principi di cui posso qui parlarvi solo in una rapida esposizione — portiamo questo principio artistico, questo principio artistico nell’insegnamento.
Là, per esempio, nella lettura non partiamo dal fatto che insegniamo immediatamente al bambino ciò che sono i caratteri. Questi caratteri sono qualcosa di completamente estraneo alla natura umana. Pensate solo al fatto che nei tempi antichi è esistita una scrittura di immagini, una scrittura di immagini che è nata soprattutto dal fatto che nell’immagine si è imitato ciò che era percepito. Lì la scrittura era vicinissima a ciò che si percepiva. Lì la scrittura aveva qualcosa di immediatamente connesso con l’uomo. Nel corso dello sviluppo della civiltà le forme delle lettere si sono distaccate dall’uomo. Non si deve certo studiare la storia fino al punto di far rivivere la vecchia scrittura di immagini nella scuola. Ma è bene che l’insegnante faccia agire la sua fantasia artistica cosicché il bambino dapprima disegni, tracci forme, che completamente ripresentino ciò che il bambino sente, in cui il bambino vive.
Così nella scuola Waldorf di Stoccarda non partiamo dall’imparare a leggere o dal solito imparare a scrivere, ma artisticamente da qualcosa di pittorico, di grafico. Sviluppiamo le forme delle lettere prima da questo grafico, sviluppiamo anzitutto in questo modo dall’artistico. Lasciamo il bambino anche lavorare con i colori — se anche questo è più difficile e deve prima svilupparsi da qualcosa di pasticcione. Così iniziamo con l’artistico e sviluppiamo da esso la scrittura e poi prima di tutto la lettura. E così un elemento artistico dovrebbe essere riversato su tutto l’insegnamento.
Questo può estendersi fino all’apprendimento del calcolo, se vi sono le forze insegnanti, quelle forze insegnanti che, da un vero approfondimento dei propri tesori dell’anima, sono diventate conoscitrici in quanto hanno accolto nel loro sentimento, nella loro conoscenza, nel loro sentire, nel loro volere le forze direttive di una vera scienza dello spirito antroposofica. Chi così ha accolto la scienza dello spirito come qualcosa di vivo, può anche lavorare, dallo spirito, per una trasformazione di tutto l’insegnamento in artistico. Ma se l’insegnante, se il maestro per questa età del bambino nella relazione con il bambino diventa completamente artistico, allora non agisce principalmente in tal modo che sa, ma agisce attraverso il modo in cui è la sua personalità. Agisce attraverso la sua individualità. E il bambino riceve così nel suo sentimento qualcosa che ha in sé forze di crescita, come l’organismo corporeo ha forza di crescita. Si giunge allora, come uomo, a non doversi semplicemente, nel trentesimo fino al quarantesimo anno, ricordare mnemonicamente di ciò che si è ricevuto a scuola come concetti fissi, a cui ci si deve richiamare — no, questi concetti sono cresciuti con noi, sono diventati diversi.
Così dobbiamo agire come insegnanti; dobbiamo come educatori trattare il bambino così. Così agiamo in autorità, ma contemporaneamente nel vero senso della parola per la libertà del bambino; perché dobbiamo in ogni istante essere consapevoli del fatto che siamo veramente educatori solo allora quando possiamo guidare sulla giusta via della vita anche quegli uomini che un giorno saranno più abili di noi come insegnanti. Potrebbe infatti rivelarsi che sediamo come insegnanti a una scuola, diciamo in una classe, dove ci sono due geni. E se noi come insegnanti non siamo noi stessi geni, allora dobbiamo poter educare il bambino interessato cosicché non gli offriamo ostacoli per lo sviluppo della sua facoltà geniale.
Se educhiamo nel senso e dallo spirito come ho appena qui esposto, che portiamo artisticamente con la nostra personalità al bambino ciò di cui ha bisogno — così come negli anni anteriori aveva bisogno dell’imitazione di ciò che è percepito sensibilmente, così ora di ciò che siamo forse noi stessi come insegnante individualmente — allora saremo per lui un ostacolo per le forze che non sono forse nemmeno in noi, altrettanto poco quanto la madre, che deve portare il germe del bambino in sé, può essere un ostacolo al genio, se non è essa stessa un genio. Diventiamo custodi delle proprietà infantili e non cadiamo affatto nella tentazione di imporre al bambino forse ciò che siamo noi stessi. Perché questo è il peggiore principio educativo, quando vogliamo fare dei bambini un’immagine di noi stessi. Non cadiamo in questa tentazione se acquisiamo la conoscenza dell’uomo nel senso di una conoscenza spirituale, e il bambino ci rimane in ogni età della vita un enigma da risolvere.
Mi dispiace solo che non abbiamo ancora potuto avere neanche un giardino d’infanzia, cosicché anche i bambini più giovani potessero essere educati secondo questi principi educativi — non possiamo ancora per motivi finanziari. Ma coloro che sono insegnanti nella scuola Waldorf di Stoccarda sentono come ciò che nell’organismo fisico umano si rivela come qualcosa di psichico-spirituale attraverso lo sguardo, attraverso la fisionomia, attraverso la parola, attraverso tutto il possibile, e che si serve del corpo — che certamente non viene negletto in questa educazione — come è disceso dalle altezze divine-spirituali e si è unito a ciò che gli è venuto da padre e madre nel flusso dell’eredità attraverso il concepimento, rispettivamente attraverso la nascita.
Chi si avvicina al bambino con il sentimento: È da te che questo bambino è disceso dal mondo spirituale, tu devi risolvere il suo enigma da ora a ora, da istante a istante, — questi ha nel suo sentimento quella dedizione amorevole allo sviluppo del bambino che è necessaria per guidare questo bambino su tutti i possibili sentieri della vita attraverso quelle imponderabilità. E sono proprio quelle imponderabilità — cioè ciò che non si può afferrare nella rozza rappresentazione — che spesso contano nell’educare e nell’insegnare. È veramente non solo ciò che è presente tra l’educatore e il bambino in cui una scienza educativa sistematizzante vuol valere come valido.
Vorrei illustrare di nuovo attraverso un esempio ciò che voglio dire. Prendiamo il caso che un insegnante avesse il compito di insegnare a un bambino, in forma infantile, semplice, qualcosa sull’immortalità dell’anima umana. Questo si deve insegnare al bambino, che tra il cambio dei denti e la pubertà è principalmente disposto a ricevere immagini — non ancora concetti astratti — e che vuol accettare tutto per autorità ovvia, proprio attraverso un’immagine.
Ora si può presentare questa immagine al bambino in due modi. Si può dire: Io, l’insegnante, sono terribilmente intelligente. Il bambino è ancora terribilmente stolto. Ho il compito di istruirlo sull’immortalità dell’anima. Userò un’immagine. Dirò al bambino: Guarda un po’ la crisalide della farfalla, da lì esce fuori la farfalla. Esce fuori come essere visibile. Allo stesso modo in cui la farfalla come essere visibile esce fuori dalla crisalide della farfalla, così la tua anima, nella morte, si stacca dal corpo fisico come da uno stato di bozzolo, vola nel mondo spirituale.
Naturalmente non dico che questo sia una prova filosofica. Non lo è assolutamente. Ma una visione si può così trasmettere al bambino. Posso fare questo — come detto — nel modo che ho appena descritto. Dico, so tutto questo bene, perché sono intelligente, il bambino è sciocco. Glielo insegno. È un confronto sciocco, ma il bambino dovrebbe crederci.
Ora, miei molto stimati presenti, non si otterrà nulla se ci si avvicina al bambino in questo modo, perché il bambino forse se lo ricorderà mnemonicamente; ma ciò che si dovrebbe ottenere, l’elevazione del livello dell’anima, l’adempimento dell’anima con un contenuto pieno di forza vitale, non lo si può ottenere in questo modo.
Ma lo si può in un altro modo, se non ci si dice: Tu sei intelligente come insegnante, il bambino è stolto, bensì se ci si dice — mi scusi se parlo così paradossalmente —: Forse il bambino è addirittura nelle profondità incoscienti della sua anima molto più intelligente di quanto tu sia. Forse sei tu lo stolto e il bambino è più intelligente. — In un certo senso è così, perché chi sa come gli organi interiori ancora non sviluppati, particolarmente il cervello, si formano dall’anima ancora inconscia, che sogna, del bambino, quale saggezza enorme è modellata proprio nei primissimi anni di infanzia. Chi ha uno spirito critico per queste cose, chi non è un borghese rozzo e non può avere un apprezzamento per queste cose, tuttavia si dice: Tutta la nostra saggezza, che acquistiamo nella vita, per quanto belle macchine possa produrre, non è ancora così come la saggezza inconscia del bambino.
Colui che come insegnante si staglia su basi antroposofiche, crede lui stesso nell’uscita della farfalla dal bozzolo, perché si dice: Non io faccio questo confronto, ma la natura stessa fa questo confronto. Ciò che a un livello superiore è il disaccoppiarsi, lo staccarsi dell’anima immortale dal corpo, è la divinità stessa che l’ha prefigurato nella natura nella farfalla che esce dal bozzolo. Se permeo con la mia stessa sensibilità, ciò che presento al bambino come immagine, allora do al bambino la cosa giusta, poi gli do forza vitale con essa.
Niente, a cui io stesso non creda con tutta la potenza, agisce sul bambino nel modo giusto. Sono le imponderabilità che devono operare tra colui che insegna, che istruisce, e il bambino, l’inespresso, ciò che riposa solo nello scambio di sentimenti, il soprasensibile nell’insegnare. Se questo non è presente, allora agisce, direi, solo il grossolano, non l’imponderabile, allora non diamo all’uomo la cosa giusta sulla via della vita.
Ho voluto con queste cose soprattutto sottolineare come un elemento artistico, direi uno spirito pio nei confronti dell’essenza umana, appartiene all’educare, all’insegnare. Questo si mostra del tutto particolarmente quando rivolgiamo lo sguardo all’educazione religiosa e all’educazione morale che vogliamo impartire al bambino.
Là la scienza dello spirito antroposofica, di cui ho potuto parlarvi in questi giorni qui all’Aia, ci mostra come proprio per quanto riguarda l’elemento religioso e l’elemento morale che è presente nell’uomo, questo organismo del tempo ha la sua grande importanza per l’intero uomo e il suo corso di vita terrestre. Se si può conoscere osservando lo spirito di cui è impregnato il bambino molto piccolo, che è un essere imitatore, verso tutto il suo mondo esteriore, e se ci si può immedesimare in questo spirito, allora non lo si può caratterizzare diversamente che dicendo: Il bambino è completamente consegnato al mondo esteriore; si perde nel mondo esteriore. Come l’occhio si perde nel mondo esteriore dei colori, nel mondo esteriore della luce, così il bambino si perde nel mondo esteriore. L’interno emerge solo molto gradualmente. Da sogni ancora completamente immersi nel mondo esteriore e tessuti in esso, le rappresentazioni più determinate emergono gradualmente.
Ora, miei molto stimati presenti, questo spirito del bambino, correttamente apprezzato — sa che cos’è? Questo è veramente lo spirito pio, questo è veramente lo spirito religioso, lo spirito religioso posto al centro del mondo sensibile. Per quanto il bambino d’altra parte possa essere un terribile scavezzacollo: per quanto riguarda il suo rapporto con il mondo sensibile, per quanto riguarda la sua dedizione al mondo sensibile il bambino è disposto religiosamente. Vuol essere lui stesso completamente ciò che vede nel suo ambiente. Non c’è ancora religione in cui il bambino si trova. Ma questo spirito, che è presente nel bambino proprio nei primi anni e fino al cambio dei denti scompare gradualmente completamente, questo spirito, che allora non è più presente quando il sentimento di autorità ovvia entra con il cambio dei denti — esso riappare per l’insegnante perspicace in modo straordinario più tardi.
Quando il bambino nell’età della scuola popolare tra il nono e il decimo anno di vita si trova, allora il vero educatore e insegnante perspicace forse si trova davanti al suo compito più grande. Perché allora noterà che la maggior parte dei bambini affidatigli gli si avvicinano e ne hanno particolarmente bisogno, che non sempre in modo espresso, ma spesso inespresso, vivendo solo in sentimenti, gli rivolgono domande. Queste domande possono assumere centinaia, migliaia di forme. È molto meno importante che allora si dia al bambino una risposta determinata. Si dia l’una o l’altra risposta, il contenuto della risposta non conta così fortemente. Ma ciò che conta proprio particolarmente è che con il corretto sentimento dell’anima si susciti nel bambino la corretta fiducia, che con il corretto sentire proprio nel momento corretto, che per i bambini è sempre tra il nono e il decimo anno di vita, ci si presenti al bambino.
Posso caratterizzare questo momento in modi diversissimi. Quando impartiamo l’insegnamento al bambino, notiamo che prima di questo momento, che è circa tra il nono e il decimo anno di vita, il bambino non si distingue ancora propriamente dall’ambiente circostante, non vive ancora propriamente se stesso come Io — per quanto dica da lungo tempo «Io» a se stesso. In questo momento della vita impara propriamente a distinguersi dall’ambiente circostante. Non possiamo ormai agire sul bambino solo con fiabe, con ogni sorta di insegnamento in cui animiamo il mondo esteriore.
Possiamo ormai dirigere l’attenzione al fatto che il bambino si distingue dal mondo esteriore come «Io». Ma entra in gioco ancora qualcosa di sostanzialmente diverso, che è profondamente connesso con il moralmente in sviluppo. Questo entra: Nella fase iniziale di quel periodo della vita in cui il bambino è consegnato all’autorità, l’accetta come essa è. Tra il nono e il decimo anno di vita — il bambino potrebbe anche non esserne consapevole, potrebbe accadere profondamente nel sentire, in ciò che si chiama inconscio, ma è lì — allora il bambino si vede quasi forzato dal suo sviluppo a guardare attraverso la personalità autorevole a ciò da cui questa personalità autorevole è essa stessa sostenuta.
Questa personalità autorevole dice: Questo è vero, questo è buono, questo è bello. — Ora il bambino vorrebbe sentire e provare da dove viene nella personalità autorevole il sapere sul buono, sul vero, sul bello, il volere nel vero, buono, bello. Questo proviene dal fatto che ciò che — negli abissi dell’anima — si è mantenuto durante il cambio dei denti e successivamente, che nella prima infanzia era, se devo usare una parola straordinaria, una dedizione senziente-pia al mondo esteriore, perché questo è scomparso negli abissi dell’anima e ora come dalle profondità dell’essenza umana emerge psichicamente. Ciò che era sensibile nel neonato fino al cambio dei denti, ciò che come sensibile è il germe per tutto il sentire religioso posteriore verso il mondo, emerge tra il nono e il decimo anno psichicamente, diventa bisogno psichico.
Saperlo, contarvi su, che, come si cura amorevolmente il germe della pianta affinché diventi pianta, si ha davanti a sé psichicamente ciò che un tempo nel bambino si è preparato senzientamente in modo germinale, si ha da custodire psichicamente, questo dà una relazione particolare con il bambino. E in questo modo si pone il germe religioso nel bambino.
Allora gli educatori di nuovo noteranno che in un’età posteriore della vita, così verso il diciassettesimo fino al diciottesimo anno, ciò che è emerso psichicamente come sentimento religioso, emerge spiritualmente, si riversa nella volontà, cosicché l’uomo costruisce i suoi ideali religiosi in questa epoca.
Vede, è straordinariamente importante comprendere queste cose nel fondamento, se si vuole educare e insegnare sensatamente e in modo fedele alla verità e alla realtà. Per l’organismo fisico dell’uomo la natura ha provveduto, altrimenti forse non si potrebbe essere sicuri che — particolarmente se i soggetti in questione sono pittori futuristi moderni — non gli venisse in mente di mettere l’orecchio una volta al posto sbagliato o cose simili. Cose così potrebbero già accadere se la natura non avesse provveduto a tutta l’organizzazione appropriata dell’uomo.
Così noi come insegnanti ed educatori dobbiamo prenderci cura dell’organismo del tempo. Così non dobbiamo tentare di coltivare psichicamente il senso religioso del bambino diversamente da modo preparatorio prima del momento indicato tra il nono e il decimo anno di vita. Dobbiamo maneggiare con sicurezza questo corpo temporale del bambino. Dobbiamo dirci: Ciò che prima insegni al bambino di sentimenti religiosi, di concetti rimane esteriore, glielo accoglie per autorità. Ma tra il nono e il decimo anno qualcosa si sveglia in lui. Se lo percepisci, se dirigi i sentimenti che come di per sé vogliono emergere dall’anima nel senso religioso, allora lo fai diventare un uomo veramente religioso. Oggi c’è così poca vera psicologia del tempo, altrimenti gli uomini saprebbero da dove vengono i sentimenti e i sentimenti religiosi scorretti che oggi sono presenti nella vita sociale: perché si crede che in ogni età della vita presso l’uomo si possa sviluppare tutto il possibile, perché non si sa ciò che proprio tra il nono e il decimo anno di vita deve essere tratto fuori dall’anima del bambino.
Se ora si dispone tutto l’insegnamento in modo che il bambino intorno al dodicesimo anno di vita abbia assimilato così tanto di scienza naturale — completamente appropriato all’educazione e all’insegnamento della scuola popolare — che abbia una visione d’insieme di molti fenomeni fisici, di molti concetti della botanica e così via, non in modo scientifico, bensì completamente in modo infantile, allora in questa età della vita così intorno al dodicesimo anno si deve guardare — e il bambino deve essere trattato di conseguenza — a quel conflitto che sorge quando da un lato si guarda verso il governo divino del mondo, verso cui il bambino tra il nono e il decimo anno di vita ha potuto essere guidato, e a quel contrasto che emerge quando percepiamo conoscenza solo dai fenomeni naturali esteriori — non da princìpi morali, non da forze spirituali divine — che si presentano davanti a noi.
Questi fenomeni naturali si presentano infatti davanti a noi senza che ci sembrino pervasi da princìpi morali, senza che percepiamo il divino in essi immediatamente. Questo è proprio ciò che ha portato gli uomini moderni in quel conflitto in cui, da un lato, il sentimento è guidato alle fonti religiose dell’esistenza, d’altro canto alla conoscenza della natura.
Intorno al dodicesimo anno di vita notiamo, da vera conoscenza dell’uomo, nel bambino che matura, che là possiamo toccare delicatamente questi conflitti, che però siamo anche in grado — perché ora i sentimenti psichico-religiosi sono così forti, così freschi, così pieni di forza vitale, così giovanili come solo nel bambino di dodici anni possono essere — di guidare il bambino nel modo giusto, in modo che nella successiva intera età della vita non abbia bisogno di vedere la natura come divinità dissacrata, bensì possa trovare l’armonia tra la natura e l’essenza divino-spirituale del mondo.
Dipende dal fatto che — di nuovo con riguardo al giusto sviluppo dell’organismo del tempo nell’uomo — proprio intorno al dodicesimo anno si tocchino questi conflitti, perché essi si lasciano superare di gran lunga più efficacemente dalle forze che sono proprio allora nell’anima umana.
Ancora una volta, a chi in verità — non senza amore, bensì con vera psicologia — sa considerare oggi la vita sociale, da questa arte educativa si offre la conoscenza di come innumerevoli uomini non superino il conflitto indicato, perché non sono stati guidati nel giusto periodo della vita in questo conflitto e non ne sono stati condotti oltre.
La cosa principale è che l’insegnante e l’educatore in generale conosca la vita dell’uomo, affinché quando le viene incontro nel singolo bambino, nel singolo giovane, possa notare la cosa giusta al momento giusto e sappia orientarsi nel momento giusto.
Anche il vivere religioso riposa completamente nell’uomo stesso. Non possiamo innestarvelo, dobbiamo trarlo fuori dall’anima. Ma allo stesso modo in cui non possiamo mangiare con il naso, bensì con la bocca dobbiamo mangiare, così dobbiamo sapere che non possiamo insegnare il religioso all’uomo in ogni periodo della vita, bensì nel corrispondente periodo della vita. Lo si impara soprattutto attraverso una vera conoscenza dello spirito: portare la cosa giusta al bambino al momento giusto della vita. Allora il bambino accoglie ciò che è conforme alle sue capacità.
Se guardiamo a questo sviluppo infantile e sappiamo correttamente come tra il cambio dei denti e la pubertà tutto è rivolto al rapporto personale dell’insegnante con il bambino, come in questo rapporto personale però deve esserci qualcosa di completamente artistico, allora capiremo anche che, per il bambino, deve essere innanzitutto una specie di piacere e dispiacere, simpatia e antipatia, ciò che di nuovo si sviluppa da imponderabilità verso l’autorità ovvia.
L’insegnante parla al bambino in racconti, in parabole — innumerevoli modi sono possibili — di ciò che trova moralmente buono, ciò che trova moralmente cattivo. Se è veramente così che può sviluppare un’educazione artistica, un’educazione artistica, allora l’elemento artistico agisce tra l’educatore e il bambino cosicché il bambino appunto attraverso questa inclinazione verso l’autorità ovvia impara a guardare con simpatia al buono, con antipatia al male, che dal piacere e dal dispiacere, approssimativamente tra il settimo e il quattordicesimo anno, si sviluppa nel bambino un sentire morale, un sentimento morale.
È completamente sbagliato avvicinarsi al bambino in questi anni con comandi. Lì o lo asserviamo, o lo rendiamo cattivo, testardo, ribelle ai comandi. Non capisce perché dovrebbe obbedire ai comandi. Ma ciò che l’autorità ovvia trova giusto o sbagliato, buono o cattivo, può piacergli o dispiacergli, può imparare a seguire con simpatia o antipatia. E questa simpatia e antipatia diventa il contenuto ovvio dell’anima.
Ciò che si sviluppa scolasticamente in questo periodo della vita, ciò che tra il settimo e il quattordicesimo anno si è stabilito nel bambino come sentimento morale nel modo indicato, allora — se solo in seguito è presente quella personalità che attraverso il proprio entusiasmo per ideali morali, per bei ideali dell’umanità brilla davanti al giovane come una successiva guida nella vita — emerge come impulso di volontà appena nel diciassettesimo, diciottesimo anno di vita.
Con la stessa necessità con cui il germe della pianta non è ancora la pianta, ma il germe della pianta deve essere presente prima affinché la pianta nasca, il volere morale può nella maniera sana diventare il frutto maturo dell’uomo morale nel sedicesimo, diciassettesimo anno con tutta la forza, se durante il contatto con l’autorità ovvia il sentimento morale si è sviluppato tra il settimo e il quattordicesimo anno di vita.
Questo sentimento morale, come lo sviluppiamo al più sicuro? Se dirigiamo tutto l’insegnamento, tutta l’educazione in modo che il bambino innanzitutto impari a sviluppare un sentimento. Possibilmente già l’educazione del bambino molto piccolo, molto prima del cambio dei denti, può provvedere a questo, se dirigiamo questo bambino in modo che verso tutto quello che riceve nella vita sviluppi sentimenti di gratitudine. Oggi si sottovaluta il sentimento di gratitudine. Questo sentimento di gratitudine lega l’uomo al mondo, fa che l’uomo si riconosca come membro del mondo. Se si indirizza il bambino in modo che verso le minime piccolezze possa sviluppare un sentimento chiaro di gratitudine, allora il bambino non si chiude nell’egoismo, allora il bambino diventa altruista, allora il bambino si lega con l’ambiente.
Allora si giunge a dirigere anche l’insegnamento nell’età scolare in modo che il bambino gradualmente veramente la sua esistenza fisica, che gli è data, la sua esistenza psichica, la sua esistenza spirituale, quasi in gratitudine dalle potenze del mondo, dalle potenze fisiche, dalle potenze psichiche, dalle potenze spirituali del mondo, accoglie e che questo sentimento di gratitudine si diffonda in un sentimento di gratitudine verso il mondo, dal cui seno è scaturito.
Così si può guidare il sentimento di gratitudine verso i genitori, verso gli educatori, verso tutto l’ambiente nel grande sentimento di gratitudine verso i governanti divini del mondo. Questo sentimento di gratitudine, questo deve completamente precedere la conoscenza che un uomo può acquisirsi. Ogni conoscenza — per quanto logicamente giustificata possa essere — che non sfocia contemporaneamente come conoscenza nel sentimento di gratitudine verso il mondo, giova al danno dello sviluppo dell’uomo, lo storpia quasi psichicamente e spiritualmente.
Questo mostra la scienza dello spirito, che ho potuto rappresentare in questi giorni qui: che ogni, anche la più alta, anche la più esatta conoscenza, può sfociare in sentimenti, soprattutto però in sentimenti di gratitudine. E se si è piantato nel bambino il sentimento di gratitudine, allora si vedrà che si è piantato il terreno per l’educazione morale. Perché se si è coltivato questo sentimento di gratitudine e questo sentimento di gratitudine si rivela come compatibile con tutta la conoscenza, allora il sentimento del bambino diventerà facilmente l’essere permeato d’amore, come l’uomo deve avere verso tutti gli altri uomini, alla fine verso tutte le creature del mondo.
Si potrà sviluppare l’amore al più sicuro dal sentimento di gratitudine. E particolarmente si sarà in grado — di nuovo dal momento che è tra il nono e il decimo anno di vita — di lasciar passare l’autorità gradualmente in un’autorità impregnata d’amore. Deve proprio tutto il comportamento dell’insegnante essere strutturato in modo che quell’autorità che all’inizio, direi, è neutrale rispetto all’amore, un seguire ovvio, un obbedire ovvio, diventi un libero obbedire quando il bambino ha nove o dieci anni, cosicché il bambino segua l’autorità ovvia in amore, in un amore che esso stesso ha già suscitato, in un amore che esso stesso comprende già.
Se così si è sviluppato il sentimento di gratitudine e il sentimento di amore nella psiche nel modo giusto, allora in seguito si è anche in grado di portare il sentimento morale del bambino o del giovane così lontano che l’uomo nel vivere morale veda veramente quello per cui in massimo grado la sua dignità umana è fondata: vede quello che l'innalza al di sopra del mondo meramente sensibile, al di sopra del mondo meramente fisico, ciò che lo solleva a un’esistenza veramente spirituale.
Ho cercato in questi giorni di descrivere il mondo spirituale in base a una conoscenza soprasensibile da certi aspetti. Lo scienziato dello spirito può acquisirsi conoscenze di questo mondo spirituale. Ma con il nostro vivere morale interiore siamo anche nella vita ordinaria costantemente in una dimensione spirituale, se sentiamo il morale con la necessaria forza, con la necessaria purezza.
Ma questo lo conseguiamo se insegniamo al bambino una ben determinata conoscenza dell’uomo. E non dovremmo davvero licenziare nessun bambino dalla scuola, che è la scuola di vita generale, la scuola popolare generale, senza un certo grado di conoscenza dell’uomo. Non dovremmo licenziare il bambino, finché non l’abbiamo riempito fino a un certo grado — ed è solo possibile fino a questo grado — con il: «Conosci te stesso».
Naturalmente si potrà portare questo «Conosci te stesso» attraverso ogni possibile scienza e sapienza a un grado sempre più alto. Ma fino a un certo grado ogni scuola popolare dovrebbe licenziare il bambino con l’adempimento del «Conosci te stesso». Fino a un certo grado l’uomo dovrebbe conoscersi come corpo, anima e spirito.
Questa conoscenza dell’uomo però, come segue da vera conoscenza dello spirito, stabilisce una vera connessione tra il bene e l’uomo. Perché la scienza oggi riconosciuta non porta a una conoscenza di questa connessione? Perché non conosce l’uomo completamente. Ma allo stesso modo in cui non saremmo un uomo completo se ci mancasse la circolazione sanguigna per un qualsiasi organo — l’organo dovrebbe avvizzire — così si impara, quando si considera veramente l’intero uomo secondo corpo, anima e spirito, che il bene è quello che rende l’uomo innanzitutto uomo, e che il male è qualcosa che viene dall’uomo rimasto incompleto.
Un bambino correttamente passato attraverso la gratitudine, attraverso l’amore, alla fine impara anche a capire che un uomo è completo solo quando si considera come l’esecutore dell’ordine mondiale divino, del bene nel mondo nell’esistenza terrestre. Se si è fondata l’educazione morale sulla gratitudine e così si è superato l’egoismo in maniera sana — non attraverso declamazione mistico-morale o sentimentalità — , se si è guidato la gratitudine in modo sano, non sentimentale, nell’amore, allora alla fine si può guidare il giovane amante del mondo alla conoscenza che l’uomo non buono è storpiato come uomo intero secondo corpo, anima e spirito nello spirituale, se non si fa portatore del bene, così come è storpiato chiunque a cui manca una gamba.
Il bene lo si impara, nell’Immaginazione, nella conoscenza dello spirito eterica, come l’uomo compiuto. E così, come quando vedete il sistema nervoso o il sistema sanguigno da qualche parte disegnati, quando li guardate fugacemente come un’ombra dell’uomo stesso, così è che, quando portate il bene all’Immaginazione per la conoscenza immaginativa, questo è il modello di tutto l’uomo.
Qui però si unifica l’educazione morale con la religiosa. Perché solo ora acquista un senso che Dio è la fonte del bene e l’uomo è l’immagine, l’immagine di Dio. Qui l’educazione religiosa e morale porterà a che l’uomo senta — e accolga questo sentimento nella sua volontà — che egli è solo come uomo morale un vero uomo, che se non vuole il morale, egli non è un vero uomo completo.
Si impara a educare l’uomo in modo che egli senta onestamente in se stesso sull’anima che si è privato senza se stesso della sua umanità, se non diventa un uomo buono, morale, allora gli si concede la giusta educazione religiosa e la giusta educazione morale.
Non dite che si parla facilmente di queste cose, ma che devono rimanere un ideale, perché il mondo esteriore non può mai essere qualcosa di perfetto. Certo il mondo esteriore non può essere qualcosa di perfetto. Lo sa perfettamente e precisamente colui che parla dallo spirito della scienza dello spirito. Ma ciò che ci può permeare come disposizione d’animo, mentre insegniamo o educhiamo, ciò che ci può dare entusiasmo in ogni momento e ci porta con questo entusiasmo al fatto che siamo compresi dalla psiche infantile sentendo, che troviamo la strada alla volontà infantile, questo giace tuttavia in ciò che ho appena accennato — in una vera conoscenza dell’uomo, che culmina nella proposizione: Il vero uomo completo è solo l’uomo moralmente buono, e l’uomo moralmente buono è compenetrato dagli impulsi religiosi.
Così si può terminare tutta l’educazione nell’educazione morale, nella religiosa. Ma anche là si deve sapere che l’uomo porta in sé un organismo del tempo e che in una conoscenza dell’uomo piena di spirito si deve imparare a osservare questo organismo del tempo in ogni ora, in ogni settimana, in ogni anno in cui si ha il compito di istruire, di educare il bambino, che si deve entrare amorevolmente nei dettagli.
Così vi ho accennato come linee guida possono essere tratte da una conoscenza dello spirito per un pezzo della vita pratica, per l’educazione. Non vi descrivo qualcosa che sta lì in una grigia teoria. Vi ho già accennato che quei principi educativi che ho potuto descrivere solo molto schizzaticamente, da anni sono applicati nella scuola Waldorf di Stoccarda, che lì fin dall’inizio ciò che ho qui accennato per un aspetto dell’educazione religiosa, permea tutto il programma didattico, un programma didattico costruito su una pre-educazione seminariale del corpo insegnante della scuola Waldorf di Stoccarda.
Posso aggiungere che, ora, guardando indietro ad alcuni anni dello sviluppo della scuola Waldorf — anche se naturalmente nella vita esterna tutto rimane imperfetto — possiamo dire: È possibile fare di questi principi principi pratici, cosicché si mostrino nello sviluppo della vita infantile.
Così questi impulsi dell’educazione religiosa, morale si mostrano anche, così come da un lato si mostra la fruttività degli impulsi dell’educazione corporea, guidati da un lato psichico-spirituale, per esempio nell’applicazione dell’arte euritmia nella scuola. Lo menziono solo per la ragione che si è veramente dimostrato come i bambini si trovano naturalmente in questa arte euritmia, come in un’età della vita anteriore si trovano nel parlare dei suoni, e per mostrarvi che colui che vuol vedere l’educazione religiosa, l’educazione morale praticata nel modo qui esposto, non vuol affatto trascurare l’educazione corporea. Al contrario, colui che guarda alla vita del bambino in modo così devoto e vivente, ma anche con attività piena di spirito, non trascura l’educazione corporea, perché sa che lo psichico-spirituale si vive fino nei singoli vasi sanguigni del corporeo e che colui che li trascura ritira lo spirito dal mondo sensibile, in cui esso vuol rivelarsi.
Il bambino è soprattutto un’unità di corpo, anima e spirito, e solo colui che sa educare e istruire il bambino in questa totalità come unità dall’osservazione umana autentica è il vero insegnante e educatore.
Questo è ciò che nella scuola Waldorf a Stoccarda è perseguito e che fino a un certo grado si è già provato praticamente per quanto riguarda ciò che ho cercato di accennarvi oggi per almeno un aspetto del sistema educativo.
Ma ciò che sempre di nuovo si deve dire a questo ambito e agli altri ambiti della vita — e è ovvio dirigere lo sguardo all’intera vita sociale, che oggi è impantanata in così molti vicoli ciechi, è proprio dal punto di vista educativo ovvio — è questo: Le condizioni sociali oggi potranno sperimentare solo il miglioramento desiderato grazie al fatto che inseriamo correttamente gli uomini nella vita sociale, non solo attraverso il miglioramento delle istituzioni esterne.
Quando si considera tutto questo, allora si vede l’importanza di una vera, di un’arte educativa conforme alla realtà; e una tale arte educativa conforme alla realtà la pedagogia della scuola Waldorf, la didattica della scuola Waldorf voglio dire come un modello di un’arte educativa portare nel mondo.
Ha già sperimentato molti seguaci, e colui che è entusiasta di un’arte educativa fondata su base geisteswissenschaftliche, conforme alla realtà, naturalmente desidererebbe innanzitutto che essa sperimenti molti seguaci. Perché è costruita, voglio dire su una verità originaria. Anche il sistema educativo è qualcosa che si deve considerare come parte della convivenza sociale degli uomini. Perché questa convivenza sociale non è solo la convivenza di uomini della stessa età, è la convivenza di vecchi e giovani. E infine è anche parte della vita sociale la convivenza dell’insegnante, dell’educatore con il bambino.
Solo quando l’insegnante nel bambino vede già l’uomo intero completo e può quasi profeticamente guardare avanti chiaroveggentemente, ciò che da ogni singola attività educativa e didattica che egli intraprende dipende per felicità e destino per l’intera vita, allora egli educa nel modo giusto.
Perché tutta la vita, quindi anche la vita educativa e didattica che si svolge tra uomini, deve riposare sul principio: Tutto ciò che accade tra uomo e uomo accade nel modo giusto solo allora quando l’intero uomo può consegnarsi al tutto dell’uomo nel giusto amore. Ma questo deve diventare vero anche su tutto il campo del sistema educativo.
Perciò l’arte dell’insegnamento in futuro sarà allora posta su una base sicura, su una base conforme alla realtà, quando l’insegnante è in grado di portare il suo migliore umano al migliore umano nel bambino, quando nel rapporto dell’insegnante con il bambino nel senso più bello il libero, ma anche il rapporto dato nella necessità mondiale tra uomo e uomo si sviluppa.
EDUCAZIONE E INSEGNAMENTO SULLA BASE DI UNA VERA CONOSCENZA DELL’UOMO Autoreferato Praga, 4 aprile 1924*
Desidero parlare di una forma di educazione e insegnamento che si sforza di sviluppare l’uomo intero, completo secondo corpo, anima e spirito in modo equilibrato. Una tale educazione può essere realizzata solo se l’educatore è consapevole di come il corpo fisico si forma nello sviluppo emergendo da quello psichico e spirituale. Poiché si può cooperare alla formazione di un essere solo quando si comprendono le leggi di questa formazione. L’antroposofia conduce a una tale conoscenza dell’uomo. Non la consideriamo unilateralmente dal lato fisico, come accade nella concezione del mondo scientifica. L’antroposofia si innalza a una visione spirituale e per questo guarda in ogni fase della vita umana al modo in cui lo spirito opera nel corpo dell’uomo e come l’anima vive nel corpo.
Di fronte a tale visione emergono chiaramente epoche molto differenziate nell’uomo in via di sviluppo.
Una prima epoca si estende dalla nascita fino al cambio dei denti, intorno al settimo anno di vita. L’eruzione dei secondi denti non è meramente un processo localizzato nell’organismo umano. Quando i primi denti cadono e i secondi spuntano, nel complesso dell’organismo avviene qualcosa di significativo. Lo sviluppo fino a questo momento è tale che lo spirituale-psichico partecipa intensamente alla formazione del corpo. Corpo, anima e spirito rimangono ancora in alto grado un’unità durante questo periodo dello sviluppo umano.
Con questo titolo Rudolf Steiner tenne una conferenza a Praga il 4 aprile 1924.
Nel presente autoreferato si tratta evidentemente di un testo redatto per i rappresentanti della stampa, per facilitare loro il resoconto della conferenza. Rudolf Steiner vi antepone il seguente commento: «Questo è solo uno schizzo di ciò che dovrò dire; il ricercatore spirituale in realtà non può fare queste cose; egli attinge nella conferenza dallo spirito, non dalla memoria, perciò rimane sconcertato quando deve trascrivere la sua conferenza alla lettera. Vi prego di scusarlo.»
L’uomo intero è quindi come un organo sensoriale complessivo. Ciò che più tardi è concentrato solo nell’organizzazione sensoriale, allora ancora agisce nell’uomo intero. Perciò egli è come un organo sensoriale completamente dedito all’agire e al fare dell’ambiente circostante. È nel senso più autentico un essere imitativo. La sua volontà agisce come per riflesso su tutto ciò che avviene nell’ambiente.
Si può perciò educare in questa fase della vita solo comportandosi come educatore cosicché il bambino possa imitare tutto ciò che si fa. Questo deve intendersi nel senso più ampio. Tra il bambino e il suo educatore agiscono imponderabili. Il bambino non riceve impressioni solo da ciò che percepisce nel suo ambiente con i sensi esterni, ma sente dal comportamento degli altri uomini la loro disposizione d’animo, il loro carattere, la loro volontà buona e cattiva. Come educatore si dovrebbe quindi sforzarsi di purezza di vita in ogni circostanza con il bambino, perfino nei propri pensieri e sentimenti, affinché il bambino possa diventare come si è realmente se stessi. Ma ci si dovrebbe anche rendere consapevoli che con il proprio comportamento non si agisce solo sull’anima, ma anche sul corpo. Ciò che il bambino assume e lascia fluire riflessivamente nella sua volontà continua a vibrare nell’organizzazione del suo corpo. Un educatore collerico causa nel bambino che la sua organizzazione corporea diventa in certo modo fragile, cosicché in età successiva tende facilmente a lasciarsi influenzare da influssi che provocano malattie. Come si educa in questo senso si manifesterà nella vita successiva nello stato di salute dell’uomo.
L’arte educativa antroposofica guarda allo psichico-spirituale nell’educazione non perché voglia sviluppare unilateralmente solo questo, bensì perché sa che può sviluppare correttamente il corpo solo se sviluppa nel modo giusto lo spirituale che agisce sul corpo.
Con il cambio dei denti avviene nel bambino una metamorfosi completa. Ciò che prima era immerso nell’organizzazione corporea e vi agiva diventa un essere psichico indipendente, e il corporeo viene più abbandonato alle sue forze proprie. Si deve quindi trattare con l’anima del bambino da quando entra in un’educazione e insegnamento scolastico così da incontrare in essa forze che prima erano le forze plastiche nel corpo. Si agisce educativamente e pedagogicamente solo quando si tiene ben presente questo. Il bambino in questa fase della vita ancora non accoglie con un intelletto astratto; vuol vivere immagini, come fino a questa epoca della vita ha lavorato su immagini nel suo proprio corpo. Questo si consegue solo quando l’educatore e l’insegnante si rivolge al bambino artisticamente attraverso il sentimento. Non può contare che il bambino comprenda già ciò che gli comunica. Dovrebbe agire cosicché il bambino con amore si immerga nelle immagini che egli dispiega artisticamente. Dovrebbe essere per il bambino l’autorità ovvia di per sé. Il bambino non può accogliere il vero, il buono e il bello perché li comprende, bensì qualcosa deve essere per il bambino vero, buono e bello perché l’amato insegnante o educatore lo rappresenta come tale nell’immagine di fronte al bambino.
Tutto nell’insegnamento e nell’educazione deve emanare dalla visione figurativa. Artisticamente deve essere plasmato tutto l’insegnamento. Non si può cominciare con la lettura e non con le forme alfabetiche che nella loro forma attuale sono estranee all’esperienza interiore dell’uomo. Si deve cominciare con una sorta di disegno pittorico. Il bambino deve disegnare e dipingere forme che siano simili a certi processi e cose, come i segni nella scrittura figurativa dei popoli antichi erano simili. L’immagine deve essere in primo luogo ciò che il bambino fissa delle cose e dei processi del mondo. Poi si dovrebbe passare dall’immagine alle forme alfabetiche, come la scrittura figurativa si è sviluppata nella scrittura astratta.
Solo quando il bambino in questo modo è pervenuto dal disegno pittorico alla scrittura si dovrebbe passare alla lettura. Poiché in questo viene messo in esercizio solo una parte dell’essere umano: la capacità di comprendere legata all’organizzazione della testa. Nel disegno pittorico e nella scrittura viene coinvolta anche una parte più comprensiva dell’organizzazione umana. In questo modo si educa l’uomo intero, non unilateralmente il sistema della testa.
Questo stesso atteggiamento dovrebbe caratterizzare tutta l’educazione fino al secondo momento decisivo nello sviluppo del bambino. Questo coincide con l’avvento della pubertà. Allora anche non solo una parte locale dell’organismo umano subisce metamorfosi, bensì l’essere umano nella sua totalità. Solo allora si sviluppa quella relazione all’ambiente umano che si rivela nella formazione di concetti più astratti. Solo da questo momento in avanti ci si dovrebbe aspettare la capacità di comprensione intellettuale libera nell’essere umano in via di sviluppo. Prima tutto dovrebbe essere presentato in forma figurativa, alla cui comprensione si conta sull’amore per l’immagine nel bambino.
Con un’educazione così concepita si ha lo sguardo sulla vita umana intera, non solo sull’età infantile. Poiché c’è una grande differenza tra occupare il bambino in modo figurativo, cosicché ciò che ha accolto in questo modo lo comprende solo più tardi, da un lato, e d’altro lato quando nel cosiddetto insegnamento intuitivo, che però non lo è perché non contiene l’elemento artistico, si sviluppa precocemente e unilateralmente solo il sistema della testa. Ciò che si orienta nell’età infantile si manifesta nei suoi effetti solo in un’età successiva della vita. Un bambino che ha attraversato la qualità figurativa nell’età appropriata diventerà un uomo che ancora in età avanzata può restare fresco e capace di vita; un bambino che viene portato unilateralmente a comprendere ciò che spesso si ritiene appropriato all’infanzia diventerà un uomo che invecchia presto, che è vulnerabile alle condizioni di vita che provocano malattie.
APPENDICE ARTICOLO DI GIORNALE PROGRAMMI DI MANIFESTAZIONI ANNOTAZIONI DA QUADERNI
ARTICOLO DI GIORNALE
Sulla conferenza a Hengelo del 3 marzo 1921: Questioni educative, didattiche e pratiche di vita dal punto di vista della scienza dello spirito antroposofica
Di questa conferenza si è conservato solo il seguente articolo di giornale dal «Nieuwe Hengelose Courant» del 9 marzo 1921. Il giornale usciva il mercoledì e il sabato.
Giovedì sera, il 3 del mese, il Dr. R. Steiner ha parlato qui sul tema «Questioni educative, didattiche e pratiche di vita dal punto di vista della scienza dello spirito antroposofica».
L’oratore ha iniziato chiedendo ai suoi ascoltatori comprensione per la sua voce poco chiara a causa di un raffreddore e dei molti discorsi degli ultimi dodici giorni, ma ben presto si è visto che questo non aveva un’influenza tale da rendere difficile seguire il discorso.
L’oratore ha raccontato che il suo istituto didattico a Dornach, la cui costruzione era stata iniziata nel 1893, lo scorso anno era stato completato al punto che già trenta docenti insegnano nella sua «Scuola della libertà». Lo scopo di questo particolare istituto si deve ricercare nel fatto che nell’insegnamento si parte dal presupposto che esso deve soddisfare i bisogni psichici di ogni persona. Poiché questo è proprio il più grave errore dello spirito scientifico moderno, che non se ne tiene conto. L’oratore intende costruire ulteriormente sulla scienza moderna, ma non staccato dai misteri dell’anima e della vita, poiché l’uomo è un’unità e l’eliminazione del più profondo deve condurre alla sua rovina.
Inoltre, l’oratore ha sottolineato l’organizzazione tecnica della vita, da cui sono nate le questioni sociali. La cosa principale ora è soprattutto di praticare la direzione della scienza che è rimasta tanto negletta, cioè la «scienza della natura antroposofica», che in contrasto con la «scienza della natura esterna» studia le forze psichiche. La percezione immediata per mezzo di queste forze conduce a una migliore comprensione delle cose, la via indiretta deve essere abbandonata, il contatto con un «mondo soprasensibile» viene conseguito, cosa che condurrà a un rafforzamento della nostra natura interiore (il risveglio di «forze sopite»). Un tempo esisteva solo la questione del post-mortem, ma l’antroposofia affronta anche il «prenatale».
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PROGRAMMA della serie di conferenze che il Dr. RUDOLF STEINER terrà nei Paesi Bassi.
[Facsimile del programma originale]
PROGRAMMA.
[Facsimile del programma originale]
MANIFESTAZIONI DELLA SOCIETÀ ANTROPOSOFICA IN REPUBBLICA CECOSLOVACCA PRAGA
[Facsimile del programma originale]
ANNOTAZIONI DA QUADERNI
Per la conferenza del 1 novembre 1922, Rotterdam: dal quaderno d’archivio n. 300 pp. 181-193
Per la conferenza del 4 novembre 1922, Den Haag: dal quaderno d’archivio n. 300 pp. 195-199
Per la conferenza del 4 aprile 1924, Praga: dal quaderno d’archivio n. 336 pp. 200-201
(Le pagine vuote tra le annotazioni dei quaderni sono dovute a ragioni tecniche.)
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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