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G.A. 337

337a - Idee sociali — Realtà sociale — Prassi sociale


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1°Preambolo del curatore

Il perseguimento incrollabile e coraggioso della verità: dovrebbe essere questa una massima, un motto da scrivere in testa agli studi di queste serate. (Conferenza Stoccarda, 30 luglio 1919)

Era effettivamente uno dei tratti caratteristici dell’opera di Rudolf Steiner il fatto che non gli importava della salvezza spirituale di singoli uomini, bensì che tenesse sempre l’umanità nel suo insieme dinanzi agli occhi. Portare la propria azione in connessione con le esigenze generali dell’epoca: questo era per lui un grande proposito. Non sorprende quindi che Rudolf Steiner si sentisse spinto dalla grande crisi sociale che seguì la fine della Prima guerra mondiale a operare per un totale rinnovamento della società. Nell’introduzione al suo libro «In attuazione della triarticolazione dell’organismo sociale», che apparve nell’ottobre 1920, scrisse (in O.O. 24):

«All’inizio di marzo 1919 è apparso il mio «Appello al popolo tedesco e al mondo della cultura». Intendeva esprimere brevemente quello che è necessario per fornire forze risanatrici a quella vita in declino, che nella catastrofe mondiale aveva rivelato i suoi sintomi di malattia. Numerose personalità della Germania, dell’Austria e un certo numero di svizzeri hanno firmato questo appello e hanno testimoniato così che ritenevano le affermazioni in esso contenute qualcosa che indica le necessità vitali del presente e del prossimo futuro. Un’ulteriore elaborazione ho fornito a questi stimoli nel mio libro «I punti essenziali della questione sociale nei bisogni vitali del presente e del futuro». Per sostenerli in modo durevole e per portare l’impulso alla realizzazione nella pratica della vita, a Stoccarda […] è stata allora fondata la «Lega per la triarticolazione dell’organismo sociale».»

La Lega per la triarticolazione fu fondata il 22 aprile 1919 a Stoccarda, due giorni dopo l’arrivo di Rudolf Steiner a Stoccarda. La sua presenza ebbe l’effetto di una scintilla accesa per quello che, nei giorni e nelle settimane successive, si sarebbe sviluppato in un movimento di massa: il movimento per la triarticolazione dell’organismo sociale. Nel maggio 1919 questo movimento aveva raggiunto un primo apice, dal momento che soprattutto la classe operaia nell’area di Stoccarda si era appassionata all’idea della triarticolazione. L’elemento scatenante di questo entusiasmo era stata la conferenza di Steiner del 25 aprile 1919 davanti agli operai della Daimler-Werke: «Che cosa e come deve essere socializzato?» (in O.O. 330). Per molte persone di allora la socializzazione significava anche l’istituzione di consigli aziendali nelle singole aziende. Questo pensiero era stato accolto dalla Lega per la triarticolazione, tentando di conquistare gli operai all’introduzione di una struttura di consigli aziendali autonoma e organizzata in modo associativo nel senso della triarticolazione. A questo scopo furono organizzate serate di discussione con Rudolf Steiner e con le commissioni operaie delle grandi fabbriche di Stoccarda; le prime due serate di discussione si svolsero il 22 maggio e il 28 maggio 1919 (in O.O. 331).

Nella Germania di allora vigeva una marcata divisione tra la classe operaia e il ceto borghese. Per far fronte al pericolo dell’unilateralità sociale e per conquistare anche persone dei ceti borghesi all’idea della triarticolazione, vennero organizzate due serate di domande per un pubblico borghese, alle quali Rudolf Steiner si rese ancora una volta disponibile: il 25 maggio per un cerchio più ristretto e il 30 maggio 1919 per un pubblico più ampio. Il giorno successivo, il 31 maggio 1919, Rudolf Steiner tenne allora l’importante conferenza «L’impulso verso l’organismo triarticolato — non solo idealismo, ma esigenza pratica del momento» (in O.O. 330), che era diretta a un pubblico borghese e rappresentava per così dire il contrappeso alla conferenza «proletaria» della Daimler. E non solo: per contrastare l’enfasi unilaterale sull’economico, il 29 maggio 1919 la Lega per la triarticolazione convocò la prima assemblea per la fondazione di un consiglio culturale libero, non statale (in O.O. 330a).

Se il movimento per la triarticolazione raggiunse il suo apice in questi ultimi giorni di maggio, già a partire dalla metà di giugno 1919 divenne evidente che un’irruzione immediata, a causa della crescente opposizione da tutti gli schieramenti politici, non poteva essere conseguita. Anche se le attività esterne vennero proseguite inizialmente, tuttavia si impose una riorientazione interiore. Nacque il bisogno di un approfondimento dell’idea della triarticolazione. Il 17 luglio 1919, all’inizio della settima serata di discussione con le commissioni operaie (in O.O. 331), il direttore dell’assemblea comunicò che era previsto di «introdurre serate di studio, nelle quali verranno fornite spiegazioni sull’idea della triarticolazione dell’organismo sociale e nelle quali in particolare il libro «I punti essenziali della questione sociale» dovrà essere discusso minuziosamente.»

Il primo di questi studi, organizzato dalla Lega per la triarticolazione, si svolse il 30 luglio 1919, presso la sua sede in Champignystraße 17 (oggi Heinrich-Baumann-Straße). Con ciò era stata stabilita un’istituzione che sarebbe rimasta in piedi per i prossimi due anni. Al primo studio Rudolf Steiner era personalmente presente. Con la sua conferenza introduttiva sulla storia del movimento sociale, voleva fissare un punto di orientamento interiore per i presenti. Dalla comprensione delle grandi interconnessioni sociali doveva essere guadagnata la forza per proseguire il lavoro. Rudolf Steiner (in questo volume):

«Ma dobbiamo dirci chiaramente che dobbiamo lavorare seriamente, altrimenti non trasformeremo la nostra volontà in azione. E sta tutto qui: che trasformiamo la nostra volontà in azione. […] Perché niente altro può condurre dalla volontà all’azione se non il perseguimento incrollabile e coraggioso della verità. Questo dovrebbe veramente essere una massima, un motto da scrivere in testa agli studi di questa serata.»

Che cosa significava dunque questa esigenza — la ricerca del nucleo di verità di una cosa — concretamente per il lavoro di studio progettato? Per Rudolf Steiner poteva significare una cosa sola: sviluppare un vero concetto di una certa materia, un «concetto con logica di fatto». Quello che intendeva Rudolf Steiner lo spiegò con l’esempio del concetto di capitale. Definire il capitale ad esempio come «lavoro accumulato» non era per lui un concetto adeguato alla realtà; a un tale concetto si poteva giungere solo dicendo: «Il capitale conferisce il potere di mettere al proprio servizio il lavoro che emerge continuamente». E questo era quello che Rudolf Steiner sperava da queste serate di studio: che i partecipanti avrebbero elaborato la concettualità vivente insita nei «Punti essenziali». Rudolf Steiner nella sua conferenza del 30 luglio 1919: «E chi allora può contribuire […] a comprendere quale sia il modo di pensare, il fondamento di questo libro, renderà un grande servizio a queste serate di studio.»

In seguito si tennero così regolarmente tali serate di studio. Nel numero 14 della lettera circolare della Lega per la triarticolazione dell’11 agosto 1919, riguardo al successo di questi incontri serali, si legge: «Le serate di studio procedono attivamente e molto favorevolmente, e vengono più partecipanti di quanto ci aspettassimo. L’interesse ad approfondire i dettagli del libro è certamente grande perché i collaboratori nel frattempo hanno visto quanto sia svantaggioso quando nei casi che si presentano non possono fornire informazioni molto precise.» Il flusso degli interessati continuò, cosicché finalmente ci si vide costretti a trasferire le serate di studio a partire dal 15 ottobre 1919 in una sala più grande. In una lettera circolare della Lega, il direttore amministrativo Hans Kühn scrisse: «Dal momento che le serate di studio su «I punti essenziali della questione sociale» cominciate qualche settimana fa sembrano assumere un volume sempre crescente, le abbiamo trasferite nella grande sala di Landhausstraße 70.»

Le prime serate erano dedicate allo studio generale dei «Punti essenziali». Quasi contemporaneamente al trasferimento della sede di riunione, tra i partecipanti si fece sentire il desiderio di dedicare le serate a un problema scelto. Così ogni volta veniva tenuta una relazione introduttiva, alla quale seguiva una discussione. In questo modo la conversazione trovò uno spazio maggiore. Questa nuova forma fu introdotta a partire dalla undicesima serata di studio, cioè a partire dal 22 ottobre 1919. Nel numero 26 della lettera circolare del 5 novembre 1919 se ne riferiva: «Su suggerimento dei partecipanti, da ora in poi diverse personalità assumono regolarmente una relazione su un tema qualsiasi e successivamente se ne discute. Tali temi sono ad esempio «Ciclo del capitale», «Rendita», «Interesse», «Circolazione delle merci», «Formazione dei prezzi» e simili, oppure temi economici generali come ad esempio «La genesi delle crisi economiche e la possibilità della loro prevenzione nell’organismo sociale triarticolato», argomento su cui poco tempo fa ha relazionato uno dei nostri amici ben informato nel campo economico.»

Se inizialmente questi studi venivano organizzati nel nome della Lega per la triarticolazione di tutta la Germania, nell’aprile 1920 assunse la responsabilità per queste serate il gruppo locale di Stoccarda della Lega per la triarticolazione, che solo allora fu fondato; gli incontri continuarono a svolgersi regolarmente in Landhausstraße 70. Come prima, veniva tenuta una breve conferenza su un determinato ambito della triarticolazione, cui seguiva l’opportunità di libera discussione. Emil Leinhas, come rappresentante del gruppo locale di Stoccarda, scrisse ai soci: «I gravi eventi dei tempi confermano sempre più la necessità di un totale rinnovamento della nostra vita sociale attraverso la triarticolazione. In un tale momento dobbiamo considerare il compito di far conoscere agli uomini il salvifico pensiero della triarticolazione dell’organismo sociale come il nostro gravoso, ma anche grande e bel compito.» E concluse con l’appello: «Speriamo che anche voi partecipiamo attivamente a questo lavoro.»

Ma la situazione all’interno del movimento per la triarticolazione si era decisamente mutata. Era ormai definitivamente chiaro che la triarticolazione non poteva affermarsi sul fronte della società generale. Per questo motivo, da ottobre 1919 erano in corso sforzi per fondare istituzioni economiche modello, che attraverso una nuova pratica commerciale dovevano agire come esempi. E questi sforzi ebbero inizialmente successo: il 13 marzo 1920 a Stoccarda fu fondata la società per azioni «Il Giorno che viene». Il movimento per la triarticolazione si trovava così di fronte al compito di creare per questa impresa un ambiente il più possibile favorevole. E questo significava: compiere lavoro di convincimento, portare l’idea della triarticolazione nel maggior numero possibile di menti. E per la creazione di tale fondamento ideale le serate di studio regolari dovevano fornire un contributo importante.

Naturalmente Rudolf Steiner non poteva partecipare a tutte queste serate di studio. Ma ogniqualvolta si trovava a Stoccarda, visitava questi incontri e partecipava alle discussioni. Nel lasso di tempo tra il 1919 e il 1920 vi furono complessivamente sette serate di studio alle quali partecipò o dove addirittura teneva egli stesso la conferenza principale. I temi erano molto vasti: spaziavano dall’analisi storica degli avvenimenti politici contemporanei fino a questioni della strategia a lungo termine nel lavoro di convincimento. Tutti gli interventi di Rudolf Steiner sono riprodotti nel presente volume (O.O. 337a). Anche nell’anno 1921 le serate di studio vennero proseguite inizialmente dal gruppo locale di Stoccarda, ma dovettero spesso essere sospese a causa di altri importanti eventi o per altri motivi. In un annuncio del 7 giugno 1921, ad esempio, il «gruppo locale di Stoccarda della Lega per la triarticolazione dell’organismo sociale» comunicò: «Le serate di studio rimangono sospese fino a nuovo avviso a causa dei lavori di costruzione in Landhausstraße 70.» Così dopo il 1920 non vi fu più una partecipazione di Rudolf Steiner a una serata di studio.

Quanto a lungo il gruppo locale di Stoccarda abbia continuato a tenere questi incontri non è noto. È molto possibile che dopo il completamento di questi lavori di ristrutturazione le serate di studio nella forma precedente non siano state riprese, dal momento che dopo i vari infruttuosi sforzi — ad esempio il fallimento dell’azione della Slesia superiore all’inizio del 1921 — la disponibilità delle persone a continuare a impegnarsi per l’idea della triarticolazione era sempre più diminuita.

Se al primo studio del 30 luglio 1919 Rudolf Steiner aveva ancora sperato che attraverso questo lavoro di studio si potessero stabilire fruttificamente nel mondo «pensieri che portano in sé i germi dell’azione», il 10 settembre 1921, nell’assemblea dei consigli aziendali del Giorno che viene, si esprimeva con minore speranza. La via verso il «trattamento appropriato alle cose delle questioni» era stata ancora insufficientemente trovata per lui, e il 10 settembre 1921 in un’assemblea con i consigli aziendali del Giorno che viene (in O.O. 337d) osservò:

«Nelle precedenti serate di studio, ad esempio, si sarebbe dovuto affrontare le questioni contemporanee mediante i «Punti essenziali» e non discutere sui «Punti essenziali» stessi. Sarebbe oggi necessario proseguire queste serate di studio nel modo appropriato.»

Come è da intendere questa affermazione di Rudolf Steiner? Aveva infatti indicato che le idee sociali non dovevano essere solo corrette, ma anche adeguate alla realtà. Per realizzare tali idee, aveva però bisogno — così in quest’assemblea del 10 settembre 1921 — della fiducia da uomo a uomo: «Solo con la fiducia possiamo proseguire.» Evidentemente Rudolf Steiner vedeva nel trattamento delle questioni contemporanee la possibilità di affinare lo sguardo per l’adeguatezza alle cose, per il carattere pratico, e quindi di creare la base anche per il sorgere di rapporti di fiducia socialmente portanti. Un perseguimento incrollabile e coraggioso della verità può infatti infine contenere entrambi gli elementi. 453 454 I 455 SERATE DI DOMANDE 456 DELL’ASSOCIAZIONE PER LA TRIARTICOLAZIONE 457 DELL’ORGANISMO SOCIALE 458 459 PRIMA SERATA 460 461 SERATA DI DOMANDE 462 463 Stoccarda, 25 maggio 1919 464 465 Domande sulla triarticolazione dell’organismo sociale I 466 Emil Molt: Ho l’onore di salutarvi questa sera e di ringraziarvi per la numerosa partecipazione, che dimostra come il nostro invito abbia trovato terreno fertile. L’«Associazione per la triarticolazione dell’organismo sociale» ha ritenuto opportuno invitare un certo numero di personalità per questa serata, affinché ognuno di voi possa porre le domande che gli stanno a cuore — domande che ad esempio sono scaturite dalle conferenze — in modo che queste domande possano essere chiarite direttamente dal Dott. Steiner. Siamo dell’opinione che le conferenze, che qui a Stoccarda si tengono ormai da quattro o sei settimane, non siano tenute solo per portare ai nostri ascoltatori qualcosa di interessante, ma soprattutto per far maturare negli ascoltatori qualcosa che possa trasformarsi in azioni concrete. Siamo inoltre dell’opinione che, per dar vita a un tale movimento, non basta che solo pochi uomini facciano da motore, ma che abbiamo bisogno di collaboratori provenienti da tutti gli strati della popolazione. Ora vi prego di prendere la parola, e prego il Dott. Steiner di affrontare tutte le domande che sorgeranno. Dott. Schmucker: Desidero innanzitutto precisare che mi esprimo come semplice cittadino privato. Nella risoluzione che è stata elaborata in occasione dei vari convegni, si invita il governo a chiamare il Dott. Steiner affinché implementi al più presto la triarticolazione dell’organismo sociale da lui propugnata. Devo però confessare onestamente che non ho avuto ancora il tempo sufficiente per approfondire il suo libro e per seguire tutte le conferenze. Vi prego dunque di scusarmi se la mia domanda rivela che non so se il Dott. Steiner ha già preso posizione su una questione che mi sta molto a cuore. La mia domanda è: Supponiamo che il governo un giorno si ponga dal punto di vista di voler collaborare con il Dott. Steiner; supponiamo che il Dott. Steiner entri in qualche ministero, ad esempio nel Ministero del Lavoro, lo sistemino in un ufficio che è ampiamente fornito di documenti governativi e commenti, si troverebbe dunque di fronte a tutti quei codici legislativi che si occupano della soluzione della questione sociale, ad esempio la legge sulla protezione dei lavoratori, la legge sull’assicurazione degli impiegati e così via, ma soprattutto a tutte le leggi che sono state varate dal nuovo governo in seguito al grande sconvolgimento, leggi che tuttavia si muovono tutte nella medesima direzione, cioè nella direzione di soddisfare il più possibile i desideri sociali dei lavoratori e degli impiegati. Come si immagina il Dott. Steiner questa attività — la trasformazione del sistema governativo fino a oggi vigente in quello futuro? Cosa si dovrebbe fare con le attuali rappresentanze del popolo, con le assemblee regionali, con l’assemblea nazionale?

2°Prima serata di domande della Lega per la triarticolazione

Stoccarda, 25 Maggio 1919

Rudolf Steiner: Voi avete affrontato la domanda da un certo lato, dal lato del governo. Perciò posso rispondere solo da questo medesimo lato. E allora la risposta si presenta innanzitutto nel modo seguente: naturalmente in una prima azione di governo si dovrebbe ancora astenersi da molte cose, che potranno accadere solo in seguito a questa prima azione di governo. Come prima azione di governo mi immagino qualcosa — naturalmente, noi parliamo qui in tutta apertura — che ovviamente ha poco a che fare con la questione di che cosa farei, a titolo di esempio, se fossi messo nel Ministero del Lavoro, se trovassi lì libri di leggi e simili e dovessi continuare a lavorare. Desidero solo far presente formalmente, in anticipo, che non ho avuto alcun ruolo nella formulazione della risoluzione di cui voi parlate. Non potrei accettare questa interpretazione della risoluzione, ma potrei solo caratterizzare il mio punto di vista rispetto a questa questione. Ad esempio, dovrei prima di tutto stabilire che io non appartengo affatto a un Ministero del Lavoro, che non avrei niente a che fare lì, per il semplice motivo che un Ministero del Lavoro, all’interno della comunità statale unitaria, nel prossimo futuro non potrà nemmeno esistere. Perciò ho accennato qualche tempo fa in una conferenza che la prima azione di governo dovrebbe consistere nell’assumere l’iniziativa per varie cose, per creare così innanzitutto una base per il proseguimento. Innanzitutto, si deve comprendere che un governo odierno è in un certo senso la continuazione di ciò che si è sviluppato come governo dalle condizioni passate. Ma nella continuazione lineare delle condizioni precedenti risiede solo una parte di questo governo, cioè quella che comprenderebbe più o meno il Ministero della Giustizia, il Ministero dell’Interno — per la sicurezza interna — e il Ministero dell’Igiene. Queste cose rientrerebbero nella continuazione di ciò che si è sviluppato dalle precedenti massime di governo. Per tutto il resto, un tale governo dovrebbe invece assumere l’iniziativa per diventare un ministero di liquidazione, cioè un ministero che a sinistra e a destra assume soltanto l’iniziativa per creare il terreno per una vita dello spirito libera, che si baserebbe sulla sua propria amministrazione e costituzione e che dovrebbe organizzarsi da sé, una volta superato il passaggio dalle condizioni presenti a quelle future. In questo caso, anche questa amministrazione avrebbe una rappresentanza adeguata, che naturalmente non potrebbe essere strutturata come le attuali rappresentanze popolari, ma dovrebbe emergere dalle particolari condizioni della vita dello spirito. Questo dovrebbe formarsi puramente dall’autoamministrazione della vita dello spirito; qui vengono particolarmente in considerazione l’istruzione e il sistema culturale — questo dovrebbe essere ceduto da una parte all’autoamministrazione della vita dello spirito. D’altro lato, un ministero di liquidazione dovrebbe invece cedere all’economia autonoma tutto ciò che riguarda ad esempio il traffico e il commercio; anche il Ministero del Lavoro dovrebbe trovare la sua amministrazione in organizzazioni che si svilupperebbe a partire dalla vita economica. Naturalmente, queste sarebbero cose molto radicali, ma da questo punto di vista possono essere solo cose radicali. Solo allora si creerebbe una base per qualsiasi trattamento di questioni concrete. Con ciò che ho appena esposto, naturalmente non si cambia nulla rispetto a ciò che è stato costruito dal basso. È solo il cammino indicato, attraverso il quale è possibile creare qualcosa di nuovo a partire da ciò che esiste già. Solo allora, quando quelle organizzazioni nate dalla vita economica che continuassero ciò che figura nei vostri codici legislativi fossero state create, solo allora si potrebbe affrontare il resto. Questo sarebbe solo il primo passo che potrebbe seguire dopo. Non immagino un programma, ma una successione di passi, che sono tutti azioni reali, processi reali. Tutto ciò che intendo nei miei libri e nelle mie conferenze non è come si dovrebbe fare, ma come le condizioni dovrebbero essere create, affinché gli uomini possano entrare nei possibili nessi, per creare le cose. Le leggi economiche possono svilupparsi solo dalla stessa vita economica, e solo allora, quando nella vita economica tutti quegli enti collettivi nei loro impulsi trovano espressione, che provengono dalle particolari condizioni concrete della vita economica e che possono contribuire qualcosa alla strutturazione di questa medesima vita economica. Dunque, da parte del governo, considerei come primo passo: comprendere che deve trattarsi di un governo di liquidazione. Sono felicissimo di approfondire ulteriori questioni specifiche che si connettono a questo.

Dott. Schmucker: Supponiamo che per la regolamentazione della vita economica si ottenesse una specie di autoamministrazione. Non potrebbero i consigli aziendali — che secondo il progetto di legge del Reich devono essere introdotti per le singole aziende — servire a questa autoamministrazione, se (cosa che è certamente l’intenzione) i consigli aziendali fossero sviluppati verso l’alto, cioè attraverso un’unione dei consigli aziendali del Württemberg in un consiglio regionale del lavoro o consiglio aziendale regionale, e come apice più alto in un consiglio economico del Reich? Il progetto di legge usa l’espressione «consiglio aziendale» per una rappresentanza che sarebbe una pura rappresentanza dei lavoratori, in cui gli imprenditori non sarebbero presenti. Come il consiglio aziendale collabora con l’imprenditore, così anche a un livello più alto gli imprenditori e i dipendenti potrebbero sedersi insieme, e poi in un consiglio economico del Reich non solo i dipendenti sarebbero rappresentati, ma anche gli imprenditori, così che qui di nuovo vi sarebbe una rappresentanza paritaria. Potrebbe il Dott. Steiner trovare percorribile il pensiero che con una tale organizzazione una parte dei desideri della vita economica sarebbe soddisfatta e che a questi enti di autoamministrazione economica sarebbero assegnati tutti gli ulteriori compiti che secondo l’opinione del Dott. Steiner sarebbero da gestire da enti economici come enti di autoamministrazione?

Rudolf Steiner: Vi prego di non comprendere i pochi periodi introduttivi che dirò come astrazioni, ma come sintesi di esperienze. Queste infatti possono essere sintetizzate solo in tali frasi. Come la struttura della vita economica si è sviluppata, così questa vita economica soffre del fatto che un’armonizzazione degli interessi all’interno della struttura esistente non è affatto possibile. Desidero solo accennare a qualcosa di questo. Con lo sviluppo della nostra vita economica, l’operaio ad esempio non è interessato affatto alla produzione — sorvolerò su un interesse davvero sciocco, ad esempio attraverso la partecipazione ai profitti, che considero impraticabile. L’operaio nella vita economica, così come le cose stanno oggi, è interessato soltanto come consumatore, mentre invece il capitalista è a sua volta interessato, fondamentalmente, alla vita economica soltanto come produttore, e ancora una volta soltanto come produttore dal punto di vista della redditività — questo è il suo punto di vista, economicamente parlando, non potrebbe essere altrimenti. Così oggi non abbiamo affatto la possibilità di organizzare in alcun modo una vera armonizzazione degli interessi del consumo e della produzione; essa non risiede nella nostra struttura economica.

Quello che dobbiamo conseguire è che effettivamente gli uomini che partecipano alla strutturazione della struttura economica siano interessati equamente sia al consumo che alla produzione, così che in nessuno di coloro che interviene attivamente nella strutturazione — non solo per giudizio, ma per azione — sia presente un interesse unilaterale soltanto alla produzione o al consumo, ma che attraverso l’organizzazione stessa sia presente equamente interesse per entrambi. Questo è raggiungibile solo se riusciamo a giungere a uno stato in cui, dalla vita economica stessa e cioè da tutte le forme della vita economica, gli uomini siano gradualmente condotti innanzitutto alla formazione di piccoli enti collettivi, che naturalmente poi si riunirebbero ulteriormente. Devono essere enti collettivi, per il motivo che la fiducia deve essere stabilita. Questo è possibile solo quando enti più grandi si sviluppano in modo unitario a partire da quelli più piccoli, dunque solo quando abbiamo da tutte le diverse forme della vita economica le personalità con i loro giudizi e anche con la loro influenza condizionata sulla base economica, che in tutti gli aspetti attraverso l’idoneità per la direzione della vita economica agiscono socialmente. Se vogliamo dunque socializzare, non possiamo socializzare la vita economica attraverso istituzioni, ma solo facendo sì che possiamo interessare gli uomini alle istituzioni nella maniera descritta e che continuamente partecipino a esse.

Perciò considero oggi come la cosa più necessaria il fatto che non creiamo affatto leggi attraverso le quali vengono insediati consigli aziendali, ma che abbiamo la possibilità di creare consigli aziendali da tutte le forme della vita economica — così che innanzitutto ci siano — e da questi consigli aziendali lasciar emergere un’assemblea di consigli aziendali, che ha un vero significato solo quando forma il collegamento tra i singoli rami della produzione. Un’assemblea di consigli aziendali che esiste solo per singoli rami non ha molta importanza, ma solo quando l’attività dei consigli aziendali si svolgerà principalmente fra i rami della produzione che sono in interazione reciproca, allora hanno un senso. Dissi perciò: Il singolo consiglio aziendale propriamente ha più o meno nel ramo solo un significato se ha un significato informativo. Quello che da questa idea di consigli aziendali deve essere fatto nella vita economica, questo propriamente può farlo solo l’assemblea di consigli aziendali nel suo insieme, perché in futuro solo un bene per i singoli rami può risultare, quando i consigli aziendali emergono dalla struttura dell’intera vita economica. Così mi immagino che effettivamente nell’assemblea di consigli aziendali nel suo insieme risieda il baricentro, cioè in ciò che si discute fra i consigli aziendali dei singoli impianti, e non in ciò che accade solo nei singoli impianti. Ma allora posso attendermi un bene da questa istituzione solo se questi consigli aziendali — che naturalmente devono essere istituiti sulla base delle condizioni esistenti, che non devono emergere da vane speranze di castelli in aria, che devono emergere da ciò che oggi esiste — se ad esempio sono eletti da tutti i tipi di coloro che sono comunque coinvolti nel ramo.

Non voglio parlare di «imprenditore» e «dipendente», ma di uomini dal cerchio di coloro che realmente partecipano al ramo con lavoro spirituale o fisico. Dunque tutto ciò che partecipa al ramo formerebbe la base per strutturare tali consigli da sé. Grazie a ciò, naturalmente, se si affrontasse la cosa dalle relazioni economiche così, i precedenti datori di lavoro consapevoli, nella loro qualità di guide spirituali, sarebbero dentro, e avremmo un’assemblea di consigli aziendali che inizialmente almeno non avrebbe rappresentanti eletti da tutti i settori — questo accadrebbe solo dopo un certo tempo — ma che potrebbe rappresentare gli interessi dei più diversi uomini che partecipano alla vita economica. Potrei però certamente solo immaginarmi che un tale assemblea di consigli aziendali dirigerebbe comunque la sua principale attenzione verso le condizioni di produzione, così che propriamente non posso immaginarmi che un mero assemblea di consigli aziendali fosse già qualcosa di significativo. Posso solo immaginarmi che oltre all’assemblea di consigli aziendali — per cui non ignoro l’obiezione che si dirà: Dove si dovrebbe ancora lavorare, se tutto questo deve accadere nella pratica? — posso solo immaginarmi che i consigli aziendali siano integrati da consigli di circolazione e da consigli economici, perché l’assemblea di consigli aziendali avrà principalmente a che fare con la produzione, ma l’assemblea di consigli economici con il consumo nel senso più ampio. Ad esempio, il consumo dovrebbe comprendere anche tutto ciò che importiamo dall’estero, tutto ciò che si introduce; tutto ciò che è importato sarebbe sottoposto all’assemblea di consigli economici.

Non voglio affermare che con questo tutto fosse già esemplare oggi, ma questi sono i tre tipi più importanti di assemblee di consigli che inizialmente devono esistere: assemblea di consigli aziendali, assemblea di consigli di circolazione, assemblea di consigli economici. Solo un’ala del governo avrebbe l’iniziativa, ma non dovrebbe creare leggi, ma solo provvedere a mettere in piedi questi consigli. Questi dovrebbero allora cominciare a darsi la loro costituzione, cioè a creare ciò che fluisce indipendentemente dalla vita economica, ciò che ne hanno sperimentato. La costituzione delle tre assemblee di consigli emergerebbe completamente dalle condizioni stesse. Questo è quello che considererei come primo passo: la creazione dei consigli aziendali a partire dalle condizioni. Solo allora questi dovrebbero darsi la loro costituzione, la loro struttura costituzionale. Questo è quello che nella pratica chiamerei la separazione della vita economica su un territorio. Finché continua l’opinione che da un governo centrale si diano leggi sui consigli aziendali, considero questo come qualcosa che non ha nulla a che fare con ciò che dovrebbe accadere. Fare prima il primo passo — è questo ciò che il nostro tempo richiede da noi.

Dott. Schmucker: Secondo la mia opinione, questo lavoro, che i partecipanti stessi dovrebbero svolgere, per formare e amministrare autonomamente le organizzazioni, presuppone una classe operaia e impiegatizia spiritualmente altamente sviluppata. Le esperienze che abbiamo fatto però con le maestranze durante la guerra e con la classe operaia negli ultimi mesi mi fanno rifuggire dall’assumere che la classe operaia nella sua stragrande maggioranza — e dovrebbe pure essere così nella sua maggioranza — sia all’altezza di questo grande compito. Quando si fanno esperienze come quelle che abbiamo fatto di recente, per cui la classe operaia di un’azienda viene e sotto minaccia di violenza chiede al datore di lavoro: Ora hai guadagnato un certo profitto. Certo, le cose vanno male per te, ma se non condividi, lo Stato ti prende una gran parte di ciò che hai guadagnato. Adesso esigiamo un supplemento di carovita! — Questo intero processo è noto a tutti, questo continuo aumento dei salari, dei prezzi dei generi alimentari e così via, che l’uno aumenta l’altro. Queste esperienze suscitano dubbi sul fatto che operai e impiegati stiano su questo alto livello di sviluppo, per adempiere il compito che qui viene richiesto loro.

Rudolf Steiner: Se partiamo dal principio che vogliamo sempre fare il meglio che possiamo immaginare, o che possiamo rappresentarci in qualche modo in maniera ideale, allora non eseguiremo mai nella pratica quello che veramente deve essere eseguito. Naturalmente, in quel caso, vi devo concedere che un gran pezzo di quello che avete appena detto è assolutamente corretto. Ma vi prego di considerare quanto segue: ho avuto l’opportunità negli ultimi giorni o mesi di parlare anche con moltissimi operai, e ho trovato che l’operaio, quando veramente gli si parla nella sua lingua, sempre torna a presentare cose che hanno una base veramente reale. Ho trovato che allora si dimostra interiormente accessibile e comprende che quello che deve essere fatto può essere solo tale da non scavare sotto la vita economica o lasciarla morire, ma da costruirla. È straordinariamente facile rendere comprensibile all’operaio quello che deve accadere, quando si entra in ciò che egli stesso ha sperimentato. E partendo da lì, comprenderà facilmente certi nessi nella vita economica. Naturalmente, c’è ancora moltissimo che non può comprendere, semplicemente perché le circostanze non gli hanno mai permesso di guardare dentro certi nessi, in cui non si può guardare dentro quando dalla mattina alla sera si sta davanti alla macchina. Questo lo so bene anch’io. Ma naturalmente viene aggiunto qualcosa, e cioè che persino il nostro più esperto corpo di imprenditori non si impegna a fondo con le vere condizioni della vita economica. Non voglio portare Rathenau come economista orientato verso il tutto, ma propriamente come principale imprenditore, perché i suoi scritti rivelano proprio su ogni pagina che egli parla veramente dal punto di vista del padrone, dell’imprenditore industriale. Bene, fondamentalmente, da questo punto di vista non ci sono obiezioni assolute a queste esposizioni, perché fondamentalmente tutte queste cose sono giuste. Voglio solo citare una cosa: Rathenau calcola come stanno le cose con il significato del plusvalore. Oggi si può certo provare facilmente che quello che si poteva calcolare come plusvalore qualche tempo fa è ormai superato. Rathenau fa questo calcolo anche nel dettaglio molto bene, arriva al risultato completamente corretto, che fondamentalmente il plusvalore nel complesso non può essere rivendicato.

Perché se l’operaio lo riceve, dovrebbe restituirlo, poiché le istituzioni rendono necessario che venga utilizzato come riserva. Questo calcolo è naturalmente semplicemente corretto. Si tratta di sapere se ora è possibile sfuggire al risultato di questo calcolo, se economicamente si trova una possibilità di sfuggire al risultato di questo calcolo. Lì si tratta del fatto che non si scappa da quello che Rathenau calcola in nessun altro modo, se non realizzando quello che ho dato come risposta nel mio libro: Che nel momento in cui è disponibile una certa somma coerente di mezzi di produzione, non è più vendibile, dunque non ha più un valore di mercato. Allora l’intero calcolo crolla, perché il calcolo di Rathenau è possibile solo se i mezzi di produzione possono sempre essere venduti di nuovo per un valore completamente determinato. Così per la conclusione vera e propria manca la corretta premessa, a cui il corpo degli imprenditori ancora oggi non è in grado di giungere. Dovrebbe prima comprendere che non possiamo andare avanti, perché siamo in un vicolo cieco, se non portiamo grandi cambiamenti. E allora si vedrebbe subito, se ci si trovasse su un terreno comune, ma su un terreno in cui si ha solo l’interesse di portare avanti la vita economica e non di servire l’interesse del singolo; si vedrebbe che i principali sanno qualcosa, che però hanno una conoscenza unilaterale, che può essere integrata dagli altri. Credo di poter dire rispetto a tutto quello che il singolo uomo può spiritualmente produrre di belli ideali: «Oaner is a Mensch, zwoa san Leit’, san’s mehra, san’s Viecher.» — Ma non appena arriviamo a quel pensiero che deve realizzarsi nell’istituzione sociale, vale il principio inverso: «Un singolo non è niente, diversi sono un po’ di qualcosa, e molti sono quelli che allora possono farlo.» — Perché, se dodici si siedono insieme dalle più diverse direzioni politico-partitiche con la buona volontà di riunire le loro esperienze particolari come esperienze parziali, allora non abbiamo solo una somma di dodici diverse opinioni, ma mentre queste opinioni veramente entrano in azione, si crea una potenziazione di questi dodici impulsi. Così una somma veramente enorme di esperienze economiche si forma semplicemente dal fatto che noi socializziamo le opinioni degli uomini in questo modo. È questo ciò che conta. Dunque, devo dire, credo che quello che dite sia giusto, finché lo fate nella forma di avere a che fare con una classe operaia che semplicemente dal suo punto di vista come consumatore esige. Perché dal fatto che essa ha pretese, naturalmente non ne risulterà affatto niente che possa portare a qualche socializzazione possibile. Così arriviamo solo all’abbandono della vita economica. Non dobbiamo immaginarci che allora dopodomani otterremo condizioni ideali, ma uno stato che è vitale, se facciamo le cose così. Proprio a questo punto si dovrebbe pensare: Che cosa è vitale? — e non: I popoli sono abbastanza intelligenti? — Prendiamo le persone come sono e facciamo il meglio che se ne può fare, e non immaginiamo fantasie su se le persone sono altamente sviluppate, perché insomma qualcosa deve sempre accadere. Semplicemente non possiamo non fare nulla; da qualche parte deve accadere qualcosa. Io non vedo, se prendiamo gli uomini dalla vita economica, perché questi dovrebbero essere meno sviluppati spiritualmente rispetto ad esempio ai ministri della maggior parte dei governi e ai deputati del vecchio Reichstag tedesco in tutti quei tempi, durante i quali è accaduto ciò che poi si è avuto effetti terribili. Lì è accaduto solo il possibile. Si tratta di fare il possibile con la maggioranza delle persone che ci sono. Io non mi illudo di potere creare uno stato ideale, ma un organismo vitale.

Dott. Riebensam: Vengo alla questione dei consigli aziendali. Che cosa ci offre ancora la possibilità di parlare con gli operai? La cosa si complica al punto che deve trovarsi un parafulmine. Voglio portare la cosa a un punto pratico e chiedere: Perché volete mettere su strada un’automobile senza sterzo? Una tale macchina è secondo me la nostra classe operaia. Ho parlato con molti di loro e ho espresso il mio parere nel senso che ritengo impossibile arrivare con una grande classe operaia in questo modo a una qualche collaborazione. Perché ogni presidente di una commissione operaia, nel momento in cui si fa rappresentante di una certa opinione, viene lapidato dagli operai. Voi presupponete una buona volontà da parte della classe operaia. Ho provato tutto, inizialmente non senza successo, perché ho la fiducia della classe operaia, da quando posso parlare con lei e da quando essa può ascoltarmi. Ma le persone che non vengono sono nella maggioranza. Posso forse parlare con duemila; gli altri non hanno la buona volontà. Dall’esperienza so che la grande massa è in grado di confondere di nuovo coloro che inizialmente erano convinti. I più intelligenti dei commissari operai, con cui ho parlato privatamente e che avevano espresso opinioni positive, oggi sono di nuovo al punto di vista per cui mi domando: è dunque tutto inutile il lavoro che ho svolto negli ultimi sei mesi? Ho presentato al governo certi suggerimenti con l’intenzione che la cosa procedesse più o meno in questo senso, che gli operai fossero soddisfatti. Se questi dovessero giungere come ordinanza dal governo, tutto il lavoro sarebbe inutile; ma senza uno sterzo, fondare consigli aziendali, lo ritengo inutile, perché allora escono cose folli. Poiché anche voi dite che in qualche momento dobbiamo cominciare, si dovrebbe iniziare in modo che fosse realizzabile.

Rudolf Steiner: Tutto quello che avete detto, corre praticamente il rischio di ammontare al fatto che fondamentalmente, al momento, non è possibile che la conduzione dei rami arrivi a capo della classe operaia. Questo naturalmente non è accaduto senza premessa, naturalmente è avvenuto solo gradualmente. Credo che travisiate la situazione se date troppa importanza alla fiducia della classe operaia. Perché questa fiducia la classe operaia ve la chiederà, per il motivo che attraverso l’agitazione — in parte con ragione — ha imparato che da questo non ne risulta niente. Gli operai diranno: questa fiducia possiamo averla, l’imprenditore non l’avrà. — Questa sfiducia è ormai troppo grande. Perciò non c’è da questa parte nessun altro mezzo se non acquisire fiducia, per quel che è possibile. Nel momento in cui, anche solo per duemila operai — o se volete per ottomila operai — , c’è qualcuno che veramente sa dire qualcosa su obiettivi sociali che l’operaio può comprendere, dove non si conta soltanto su una buona volontà ma sulla comprensione, allora la cosa è diversa. Certo, se parlate con duemila operai, questi possono essere confusi di nuovo dall’altro lato, ma la cosa allora si presenterà così: Se voi veramente parlate all’operaio di quello che egli comprende, allora non parlate solo con duemila, che sono confusi da persone con cui ultimi hanno parlato, ma costoro agiranno di nuovo sugli altri. Se però ci chiediamo: questo cammino è già stato percorso? allora si deve dire che fondamentalmente non è stato percorso. E si fa tutto per rendere questo cammino spiacevole sempre e sempre di nuovo. Naturalmente, se l’operaio vede oggi che gli vengono decretati dall’alto mediante leggi i consigli aziendali, questo è un pezzo di assoluta sottrazione della fiducia. Dunque, lasciate che oggi in maniera veramente udibile da parte dei posti centrali venga qualcosa che abbia sostanza, così che l’operaio comprenda, questo ha sostanza, allora egli naturalmente collabora anche, veramente con. Ma una cosa simile non accade. E per questo motivo, il movimento per la triarticolazione dell’organismo sociale è proprio lì, perché una volta deve essere creato qualcosa che veramente costituisce un obiettivo concepibile. All’operaio non potete arrivarvi se parlate solo di istituzioni concrete, perché egli è stato spinto in un punto di vista puramente da consumatore. Questo non viene spiegato all’operaio da nessuno. Tutto ciò che viene fatto si muove esattamente nella direzione opposta. Lasciate che queste istituzioni scaturiscano da sé. Se questa assemblea di consigli aziendali veramente deve essere costituita, lasciatela semplicemente venire, magari solo nella forma di proposte — potranno essere presentate molte proposte —; non deve venire solo un unico tipo di proposta legislativa. Naturalmente, questo è il miglior mezzo per avere contro l’intera classe operaia i consigli aziendali. Oggi non c’è più alcuna possibilità di progredire per questa strada in alcun modo. Oggi ha successo solo se vogliamo qualcosa di diverso, invece di contrapporre violenza a violenza, cioè contrapporre personalità a personalità, acquisire fiducia personale. Questo è quello che è possibile all’operaio. Colui che sa parlare all’operaio nella sua lingua, in modo che questi si accorga che non ne risulta niente se continua sempre a spingere in alto la scala dei salari, e che vede anche che c’è una volontà di muoversi finalmente in questo nuovo senso, allora lui va con lui e collabora. Lui non collabora se gli si presentano solo proposte legislative, ma vuol vedere che le personalità nel governo hanno veramente la volontà di muoversi in una certa direzione. Questo è quello di cui viene accusato anche il governo attuale; si sospetta che voglia fare qualcosa; ma quello che accade si muove tutto negli stessi binari di prima. Non c’è da nessuna parte qualcosa di nuovo. D’altro lato, si tratta veramente, dove gli uomini sono coinvolti, non di mettere un’automobile in movimento in qualche modo e non darle uno sterzo. Questa veramente deve avere il suo sterzo, se deve essere capace di movimento. Non possiamo fare niente altro che dirci: O proviamo ad andare avanti e andiamo per quanto è possibile, oppure andiamo verso il caos. Non c’è nessun altro modo di farlo.

Dott. Riebensam: Io sottoscrivo tutto questo. Mi entra in questa idea che all’operaio venga mostrato innanzitutto questo obiettivo, ma che non si continui negli antichi binari. Ritengo possibile che voi stessi viviate oggi il fatto che gli operai in una fabbrica si uniscono moltissimo. Sarebbe però forse possibile trovare una strada per una partecipazione fruttuosa degli operai. Siamo pronti a tenere in considerazione gli operai, ma devono anche loro tenere conto del nostro punto di vista, se non vogliamo che svanisca completamente la fiducia in una possibilità di intesa. Si deve trovare una strada in qualche modo. Quando la classe operaia viene a fondare consigli aziendali e noi diciamo loro: venite, vogliamo sederci insieme e fare la cosa giusta — allora questo è fondamentalmente uno schema astratto; loro non si avvicinano al nostro consiglio. Di recente ero a una riunione di operai, e gli operai hanno richiesto troppo. Hanno detto che non si dovrebbe affrontare la cosa con un pensiero gretto; non avrebbe più senso stabilire qualche regolamentazione; in futuro volevano determinare completamente da soli. Questo riconoscimento deve essere la base della mia futura azione. Certo, potrei immaginarmi eventualmente un consiglio aziendale che si riunisca ogni otto giorni e con cui discuta tutto prima che sorgano tensioni. Ma dobbiamo anche dire agli operai: Non possiamo semplicemente fare un consiglio aziendale da soli.

Rudolf Steiner: Vede, in queste cose si tratta del fatto che non si prendono esperienze non sistematiche, ma esperienze sistematiche. Abbiamo avuto, perché non ci è stata offerta un’altra possibilità, una serie intera di riunioni di operai, quasi ogni giorno, e in queste riunioni di operai è sempre risultata una cosa. Si poteva notare molto chiaramente che dalla classe operaia stessa ne è risultato un estremo: certo, se siamo solo noi, come faremo a cavarcela in futuro? Abbiamo naturalmente bisogno di coloro che sanno guidare; abbiamo bisogno del lavoratore spirituale. — Questa cosa non risulta dal fatto che si dittatura, ma solo dal fatto che si lavora veramente con le persone. Perciò ritenevo il fatto importante — Molt potrà confermarmelo — che fin dall’inizio, quando lui con altri amici è venuto per attuare praticamente questa cosa, gli dissi: Il primo requisito è che innanzitutto sia acquisita l’onesta fiducia, ma non nella maniera come è stata finora usuale con: Io sono principale, tu sei operaio — ma da uomo a uomo, così che veramente l’operaio gradualmente nel concreto sia introdotto nella guida di tutto il ramo e riceva anche un presentimento di quando il ramo cessa di essere economicamente possibile. Questo è qualcosa che è indispensabile, e io pongo apertamente la domanda: Dove è già accaduto così? Dove viene fatto così? — Oggi viene fatto molto, in cui singole commissioni si riuniscono nel governo e riflettono sul modo migliore di fare questo o quello. In questo caso — scusate la parola rude — si mette il carro davanti ai buoi. È impossibile proseguire così. Oggi è necessario creare un collegamento vivente fra coloro che fanno qualcosa con le mani e coloro che possono capirlo. Molto più necessario che tenere riunioni di ministeri è che singoli uomini vadano fra il popolo e parlino da uomo a uomo. Questo è il terreno su cui si deve iniziare. Non si deve scoraggiarsi se il successo non arriva subito; arriverà con tutta certezza la quarta o quinta volta. Dunque, non è vero che se solo fosse stato fatto un inizio in quello che oggi è veramente la cosa pratica, si potrebbe vedere che accade qualcosa; ma non c’è un inizio, ci si oppone.

Emil Molt: È stato fatto un inizio. Vi prego di attirare l’attenzione di quei signori che sono interessati al fatto che abbiamo introdotto questa specie di consigli aziendali già da diverse settimane. Sebbene sia completamente consapevole che la cosa è ancora inetta, si è tuttavia dimostrato che noi — mentre qui stiamo discutendo come acquisire fiducia — abbiamo già acquisito fiducia. Questo è importante, perché siamo partiti dall’idea di fare meno sigarette che uomini. Abbiamo utilizzato l’azienda per forgiare uomini. Fare sigarette è solo un mezzo per il fine. Siamo partiti dal desiderio di veramente entrare in contatto con gli uomini, e di fare questo durante l’orario di lavoro. Bisogna prendersi questo tempo. Si tratta di realizzare le cose dal basso verso l’alto. Se le cose si presentano così altrove — è stato semplicemente trascurato molto negli ultimi sei o otto settimane. Se la cosa fosse iniziata prima, ora molto sarebbe stato evitato. Ora la situazione è così: Gli uomini che sono nell’azienda non solo vogliono lavorare, vogliono anche sapere. Dobbiamo renderci conto di questo: Più si cede a questo impulso e non si ha timore di fare da timoniere e guidare questa corrente di forza nei canali giusti, più questa forza può essere riutilizzata. Perciò non si dovrebbe avere timore di dire a ogni fabbricante di stendere il suo ramo come un libro aperto, perché con questo la fiducia inizia praticamente a diventare reale. Finché parliamo solo di quel che dobbiamo fare, finché non vinceremo la fiducia della gente. Dobbiamo concedere visione e mostrare loro: Non abbiamo più niente da nascondere. Prima il fabbricante aveva di più da nascondere. Adesso il lavoratore al massimo vede che non si guadagna. Solo se lo scopre lui stesso ci crede; al fabbricante non lo crede. Se la gente presenta rivendicazioni salariali, hanno solo l’impulso di sapere, vogliono ottenere visione. Ma si deve essere il timoniere e concedere visione della fabbricazione, allora si vedrà che la gente si occuperà di altre domande che non domande di salario. Vi prego di tenere presente che noi — della Waldorf-Astoria — non parliamo come teorici; abbiamo esperienza, abbiamo prove. Sebbene non tutti gli ideali siano stati realizzati finora, siamo sulla strada giusta. E le difficoltà che altri rami hanno ora — non le avremo mai. Ieri ho parlato davanti a una grande classe operaia di un altro ramo. Ho visto con quale entusiasmo la gente ha accolto la mia relazione, non appena le cose sono illuminate da un punto di vista completo. Ho sentito oggi dalla mia classe operaia che la notizia di questo incontro si è diffusa come un fuoco tra la classe operaia. Molta gente vede che se fosse così dappertutto, si avrebbero condizioni completamente diverse. Abbiamo per giorni ricevuto una visita continua da commissioni di operai di tutti i grandi impianti e questi dicono: Sì, se l’avessimo così da noi! È una grande trascuratezza da parte della borghesia; parlate veramente con i nostri colleghi, incontrerete ovunque paraocchi, ottusità.

Dott. Schmucker: Il progetto di legge del governo me l’ero immaginato abbastanza pauroso, ma non così terribile; è una vera malformazione. Se si studia la cosa, si vede che i legislatori a Berlino non conoscono le circostanze; non sanno affatto di che cosa si tratta. Adesso vogliono abolire le commissioni di impiegati e operai e invece istituire consigli aziendali da 40 a 80 persone, che non sono capaci di lavorare.

Sig. Geyer: Non c’è nessuno dei presenti che non sia toccato in modo simpatico dalle proposte del Dott. Steiner. Ma devo confessare onestamente che mi occupo ogni giorno della domanda, perché mai, quando credo di essere passato il difficile, mi trovo di fronte a nuovi problemi. Siamo proprio in mezzo a una rivoluzione spirituale. Le persone si occupano sempre di più del lato spirituale della struttura della società, come è stato il caso fino a poco tempo fa, dove l’interesse del singolo era generalmente rivolto solo a una rivoluzione economica. Ma devo dire, questa rivoluzione spirituale, a mio avviso, non procede nella giusta direzione. L’operaio e molti impiegati non hanno nemmeno la consapevolezza di cosa si tratta oggi. Il loro interesse per il consumo li tiene talmente prigionieri nei loro pensieri, che non arrivano a lasciare che altre persone, che non lavorano con la mano, stiano accanto a loro. È corretto quando il Dott. Steiner dice che da sopra non si fa politica sociale. Però dobbiamo arrivare al fatto che l’uomo entra in una relazione più stretta con l’uomo. Ma siamo purtroppo già così unilaterali nella cultura e nell’organismo statale e nell’organismo del mondo, che è necessaria una riconduzione alla cultura originaria, allo stato originario — non in senso spirituale, ma in relazione al rapporto da uomo a uomo. Non c’è più alcuno sterzo che sta sopra gli uomini. Tutti gli uomini dovrebbero stare insieme in relazione, formare piccoli cerchi, una specie di cristalli, che si uniscono in unità più grandi. Questo formarsi di cristalli dovrebbe diventare sempre più grande, finché arriviamo alla cima, dove la liquidazione dell’organismo statale è giunta al suo termine. Credo che il Dott. Steiner immagini così il processo, finché la triarticolazione c’è. Ma questo richiederà un certo tempo, e si presenterà un problema: Si formeranno consigli, ma questi consigli cambieranno molto spesso, come ora già le persone cambiano frequentemente i loro incarichi, così che ci sarà il caos. Non ci saranno solo attriti tra le piccole organizzazioni, ma anche collisioni all’interno del ministero di liquidazione. Questo può portare al fatto che l’intera torre, che dovrebbe essere costruita dal basso, crolli. Credo che la nostra educazione popolare generale come prerequisito non permette ancora di sperare nell’emergere di vera fiducia tra le persone. Voglio dire, prima dovrebbe iniziare un’illuminazione generale popolare, certo, ammetto volentieri che anche a questa illuminazione generale popolare si opporranno ostacoli da sopra e da sotto. Colui che dovrebbe illuminarsi, l’operaio, non considera solo il datore di lavoro come un nemico, ma tutti coloro che sono spiritualmente superiori, perché teme che lo vogliano convincere di qualcosa che contraddice i suoi interessi. Si fa questa esperienza frequentemente. Non credo che, sebbene Molt abbia fatto buone esperienze con i consigli aziendali nel suo ramo, ciò rimanga così per sempre. L’uomo è uomo, e da quando conosco l’uomo nel suo sviluppo diecimillenario, devo dire: L’uomo non è semplicemente una creatura terrestre, ma un essere che giunge una volta al punto della cultura, dove si può veramente dire che l’uomo è culturalmente così colto, che la sua esistenza terrena sarà un’esistenza felice. Per realizzare questo, dovrebbe venire una persona che dispone di forze spirituali sovrumane, per catturare le anime delle persone.

Rudolf Steiner: Vorrei dire, tutto questo potrebbe effettivamente essere utilizzato per presentare una visione del valore dell’uomo. Ma per colui che pensa praticamente a ciò che deve essere fatto in questo tempo caotico, non può affatto trattarsi di se l’uomo è sufficientemente colto culturalmente o può diventarlo, ma solo di fare dell’uomo quello che è possibile fare di lui. E soprattutto, quando parliamo dell’organismo sociale, dovremmo fin dall’inizio abbandonare la visione come se volessimo fondare la felicità in qualche modo con l’organismo sociale o portare felicità agli uomini attraverso istituzioni sociali. Si tratta dunque, in trasformazioni sociali, per nulla di creare uomini felici, ma di imparare le condizioni di vita dell’organismo sociale, cioè di creare un organismo sociale capace di vivere. Che noi con l’educazione popolare come essa è oggi non possiamo andare avanti, questo ha portato proprio gli impulsi della triarticolazione a richiedere l’emancipazione totale dell’istruzione dagli altri elementi. Adesso, chi vuol veramente conoscere le persone, non deve parlare di decine di migliaia o migliaia di anni, ma di ciò che è veramente comprensibile. Chi si rappresenta lo sviluppo dell’educazione popolare degli ultimi secoli — tre o quattro secoli è tutto ciò di cui si ha bisogno se si vuol penetrare in ciò che sono i guasti contemporanei — può dirsi: Attraverso l’sempre più avanzata statizzazione di tutto il sistema educativo, siamo giunti a quell’assenza di educazione popolare che abbiamo oggi. Abbiamo portato le cose al punto che gradually da parte dei nostri circoli dirigenti abbiamo creato un’istruzione che porta solo a concetti sbagliati. Pensate solo al fatto che i circoli dirigenti hanno spinto l’operaio nella pura vita economica. Perché, quello che gli gettate in pasto dall’educazione popolare, lui non lo capisce. Ero insegnante in una scuola di educazione per operai e so quello che l’operaio può capire e cosa viene fatto in modo scorretto. So che lui può capire solo qualcosa che non è preso dall’educazione borghese, ma dall’essenza generale dell’uomo. Voi avete detto, l’operaio considera chiunque sia spiritualmente più elevato come un nemico. Naturalmente, egli considera un nemico chiunque rappresenti solo una vita dello spirito che è condizionata dalla struttura sociale di una casta e una classe di pochi. Questo lo sente davvero molto bene nel suo istinto. Non appena si trova di fronte a quella vita dello spirito che è derivata dall’uomo intero, allora non c’è affatto alcuna possibilità di dire che egli sarebbe nemico di ciò che è spiritualmente più elevato; non se ne può parlare; al contrario, avverte molto bene, questo è il suo miglior amico. Dobbiamo trovare la possibilità, attraverso l’emancipazione della vita dello spirito, di giungere a una vera educazione popolare sociale. Allora non si deve avere paura di un certo radicalismo. Bisogna avere un presentimento di come concetti, rappresentazioni, come tutta l’essenza di ciò che oggi è la nostra istruzione, detta trivialmente, si è trasferita negli uomini. È stato molto discusso sul sistema ginnasiale. Questo sistema ginnasiale, che cos’è detto? L’abbiamo istituito, mettendo in scena una specie di paradosso. Quello che è la vita dello spirito è un intero. I Greci hanno assorbito vita dello spirito da tutto, perché era contemporaneamente la vita dello spirito che si adattava alle circostanze. Noi non insegniamo niente a scuola di ciò che c’è nel mondo, ma ciò che era nel mondo per i Greci, questo è stato impiantato nella nostra cultura. Da questo paradosso ora esigiamo: Vogliamo offrire illuminazione popolare ai popoli.

Possiamo offrire loro questo solo se oggi completamente su questo campo torniamo a noi stessi, se come uomini ci avviciniamo all’uomo. Non si tratta di tornare a uno stato speculativo originario; qui viene in considerazione solo ciò che il tempo richiede. Oggi è necessario che noi veramente impariamo da tali cose. Quando ho insegnato ai miei alunni — posso dire che era un gran numero di alunni — ciò che non potevo ottenere da nessun ramo della sapienza ginnasiale o dell’educazione ginnasiale, ma ciò che doveva essere ricostruito ex novo, allora hanno imparato con zelo. Naturalmente, perché ricevono anche il giudizio dei colti, che in realtà proviene dalla sapienza ginnasiale, allora sapevano esattamente che questa è una bugia culturale; di questo naturalmente non vogliono imparare nulla. Noi non arriviamo alla possibilità di veramente andare avanti, se non siamo capaci della decisione radicale è insita nella nostra cultura. Da questa paradossia esigiamo ora: Vogliamo offrire ai popoli un’educazione consapevole. Possiamo loro offrirla soltanto se oggi, in questo ambito, ritorniamo completamente a noi stessi, se come esseri umani ci accostiamo agli esseri umani. Non si tratta di ritornare a uno stato originario speculativo; qui conta soltanto ciò che l’epoca esige. Oggi è necessario che davvero impariamo cose simili. Se ai miei allievi — posso dire che era un numero molto grande — ho insegnato ciò che non potevo avere da alcun ramo del sapere ginnasiale o dell’educazione ginnasiale, bensì ciò che doveva essere costruito ex novo, essi imparavano con entusiasmo. Naturalmente, perché ricevevano anche il giudizio dei colti, che [in realtà proveniva dal sapere ginnasiale], così sapevano esattamente che quella era una menzogna culturale; naturalmente non volevano imparare da essa.

Non giungiamo alla possibilità di fare davvero progressi se non siamo capaci di fare la decisione radicale e iniziale, di realizzare questa triarticolazione, cioè di sottrarre veramente la vita spirituale e la vita economica alla vita dello Stato. Sono convinto che oggi moltissime persone dicono di non comprendere questa triarticolazione. Probabilmente lo dicono perché gli sembra troppo radicale, perché non hanno il coraggio di studiarla e realizzarla davvero in dettagli. Appunto, si tratta proprio di questo: che non abbiamo a che fare con superuomini, bensì con gli uomini come veramente sono, e di fare ciò che appunto con loro si può fare. Allora si può fare moltissimo, se non si vuol partire da questo o quel pregiudizio. Bisognerebbe davvero una volta basare il sistema educativo sulla propria base e lasciarlo amministrare soltanto da coloro che vi operano. Ma le persone difficilmente riescono a immaginarsi qualcosa al riguardo, mentre invece è una cosa che, se la si vuol immaginarsi, è già data.

Così, il sistema scolastico deve dapprima essere completamente separato dal sistema statale. È assolutamente escluso che avanziamo se non ci innalziamo a questo pensiero radicale, di estrarre la scuola, sì l’intero sistema educativo, dallo Stato.

Signor Dr. Riebensam: Voglio ritornare al terreno reale, a ciò che intendiamo. Desidero parlare molto personalmente, e replico al Signor Molt che ritengo la sua concezione — benché l’abbia sperimentata nella sua fabbrica — per qualcosa di irreale. Si basa su esperienze in un piccolo circolo. Già vent’anni fa ho realizzato dei principi in una piccola fabbrica, a cui allora nessuno pensava. Ho mostrato apertamente ciò che facevo nell’azienda. Abbiamo avuto il sistema Taylor, che sembra buono. Allora ho tentato la stessa cosa in una fabbrica sostanzialmente più grande — la gente è venuta con me. Allora ho tentato qui: è mancata la fiducia. Sulla base di queste circostanze ho espresso le mie riserve, devo attenermi a esse. Ritorniamo a ciò che vogliamo. È stata posta la domanda: Come dobbiamo cominciare? Voglio assumere: riuniamo la classe operaia, con l’obiettivo di fondare consigli di fabbrica. Come lo facciamo? È possibile che Lei, Signor Dr. Steiner, mi dica che potremmo persino dare l’autogestione alla classe operaia. Non sono ancora convinto che questo funzioni. Chiedo un esempio concreto per la formazione di un consiglio di fabbrica in una grande fabbrica.

Rudolf Steiner: Desidero premettere che tutto ciò che oggi può essere fatto in dettagli all’interno di un’azienda, sì, può davvero essere soltanto la preparazione per ciò che significa il sistema dei consigli di fabbrica. Desidero soltanto, perché il Signor Dr. Riebensam da questa cosa è partito, proprio dire: Certo, le esperienze che si fanno in un circolo così piccolo, come il Signor Molt l’ha rappresentato, non dovrebbero essere celebrate troppo presto come una vittoria. Ma non inganniamoci: Ciò che dapprima può essere provato per mezzo di queste esperienze è che si può fondare fiducia in un certo circolo. E questo è appunto ciò che il Signor Molt soprattutto ha inteso. Non può essere una vittoria, perché in generale, se si pensa a una socializzazione sistematica, una vittoria non può essere conseguita in una singola azienda. La vittoria di un’azienda singola — anche se consistesse nell’elevare il livello di vita della sua classe operaia — , se unilateralmente un’azienda singola lo raggiungesse, potrebbe accadere solo a spese della collettività.

La socializzazione non deve affatto essere intrapresa da singole aziende. Perché voglio richiamare la vostra attenzione su una cosa: cose che sotto certe premesse possono portare a qualcosa di salutare, sotto premesse opposte forse possono recare il maggior danno. Non posso aspettarmi nulla di diverso dall’applicazione del sistema Taylor nel nostro attuale assetto economico, se non che attraverso l’applicazione sempre più intensificata di questo sistema alla fine accada un tale aumento della produzione industriale, che questo aumento ci renda in ogni modo impossibile giungere a un’assetto qualsiasi necessario o anche soltanto possibile dei prezzi per quegli articoli nella vita che non derivano dall’industria, bensì ad esempio [dall’agricoltura].

Signor Dr. Riebensam: Non ho voluto parlare estesamente del sistema Taylor.

Rudolf Steiner: Ho inteso soltanto che questo sistema Taylor, in certi casi, se fosse applicato sotto premesse diverse, potrebbe condurre a qualcosa di positivo; nel nostro attuale sistema però aumenterebbe tutti i danni del sistema.

Alla domanda concreta — come facciamo per quanto riguarda i consigli di fabbrica? — non dimentichiamo che vogliamo fare soltanto ciò che si presenta come un’esigenza. Dobbiamo osservare le esigenze e distinguere quelle essenziali da quelle inessenziali. Il sistema dei consigli è oggi effettivamente una realtà data — cioè, forse, è presente solo in germe; ma chi osserva correttamente le forze sociali che operano nel nostro organismo sociale lo capisce. Così è anche con l’idea dei consigli in questo caso speciale: consigli di fabbrica, consigli dei trasporti e consigli economici si affermeranno da sé. Ora abbiamo innanzitutto in ciò soltanto un presentimento della classe operaia. Si tratta ora davvero di questo: deve costituirsi la costituzione sociale della consigliatura di fabbrica, e per essa non possono essere fissati principi generali. Effettivamente si tratta di questo: che finalmente ci abitiamo a rendere possibili iniziative, e tali iniziative le avrete nel momento in cui saranno liberate. Non dovete fare assolutamente null’altro che rendere popolare l’idea dei consigli di fabbrica: oggi dipende molto da questo. Allora sarà certamente necessario che in diversissimi concreti stabilimenti, in modo molto differente, si risponda alla domanda: Come facciamo? — Può essere fatto in un’azienda così, in altre diversamente, secondo gli scopi e gli uomini. Dobbiamo giungere alla possibilità che dalla fabbrica sorga una consigliatura di fabbrica, che da essa si separi una consigliatura di fabbrica che agisca fra le fabbriche. Lì comincia propriamente il lavoro della consigliatura. La domanda «come facciamo?» dovrete risolverla allora caso per caso. Dobbiamo soltanto comprendere il pensiero in generale e realizzarlo nel singolo caso.

Il tenore generale che abbiamo sentito qui oggi — abbiamo fatto l’esperienza, non guadagniamo fiducia — è qualcosa da cui credo che, se si esaminasse ogni singolo caso, si giungerebbe a vedere che la cosa tuttavia dovrebbe essere affrontata diversamente. Dapprima dovremmo davvero impegnarci sulla piena necessità di mettere la vita economica sui propri piedi. Considerate soltanto, se lo fate, allora dentro c’è soltanto merce e produzione di merci; allora non avete più a che fare con il salario. Certamente, questo non può essere istituito da un giorno all’altro. Ma il lavoratore lo capisce, se gli dite: Non si può abolire il sistema salariale da un giorno all’altro. — Ma se c’è la tendenza ad abolire il sistema salariale, a collocare veramente la forza lavoro del lavoratore nello Stato di diritto in modo che là si decida su di essa (perché non appartiene alla vita economica), allora resta soltanto un contratto sulla distribuzione tra la direzione e il lavoratore. Questa è una cosa concreta, deve diventare dapprima reale, deve essere portata in ogni singola azienda; allora la gente progredisce. Ma purtroppo la volontà per questo non c’è. Non c’è ad esempio comprensione [tra gli imprenditori] del fatto che il sistema salariale può essere abolito. Lo si considera come una conditio sine qua non della vita economica.

Signor Dr. Riebensam: Dico, i lavoratori hanno sì i consigli di fabbrica [in mente, ma non contano] con l’[obiettivo] fondamentale. [Questo dovrebbe loro essere mostrato]. Lei lo fa qui, tenendo conferenze.

Rudolf Steiner: Non presso i capi [della classe operaia], che pensano alle vecchie maniere, che pensano borghesemente.

Signor Dr. Riebensam: Certo, dobbiamo dire tutte queste cose alla classe operaia, ma prima devo essere io stesso chiaro al riguardo, devo pensare questi pensieri. Allora posso anche tentare di parlare con gli operai e influenzarli. Ma qui vorrei chiederLe, Le sono anche noti i consigli di fabbrica nelle altre fabbriche?

Rudolf Steiner: Conosco s o l o il sistema Molt, che è stato introdotto sulla base di quest’idea [sulla consigliatura di fabbrica].

Emil Molt: Un bel giorno, perché vedemmo che c’era un bisogno, riunimmo la gente, abbiamo discusso scopo e proposito e poi abbiamo detto: Nel consiglio di fabbrica possono entrare i più capaci, ma devono sapere che hanno ancora da imparare. Quelli che vi entrano devono imparare dal primo giorno, ma sotto direzione. Devono imparare ciò che è necessario per la conduzione di un’azienda. Viene la fiducia, la gente vede allora che non è così facile dirigere un’azienda, come anche la gente oggi capisce che non è così facile fare un governo. La gente capisce allora che il direttore è il primo consiglio di fabbrica della sua azienda, perché è l’unico che conosce l’azienda dal basso verso l’alto. Allora si lavora con la gente su questioni fondamentali, in modo che sentano, così sono gli fattori imponderabili.

Signor Dr. Riebensam: Quante persone ha nella sua azienda?

Emil Molt: Settecento.

Signor Dr. Riebensam: Con chi devo riunirmi?

Emil Molt: Vengono da soli.

Dr. Carl Unger: Potrei fornire alcune, se pure soltanto specifiche esperienze, perché nella mia azienda si tratta di operai metallurgici, che hanno una mentalità un po’ diversa dagli altri operai. Le mie esperienze vanno nel senso che abbiamo elaborato un programma, che in sé non è un programma, ma si tratta soltanto di elaborare i lineamenti fondamentali per una consigliatura di fabbrica, prima che venga il governo, perché altrimenti non se ne farà nulla. Lei ha detto, Le sembra essenziale che il consiglio di fabbrica cerchi collegamento verso l’esterno, si metta in collegamento con altri consigli di fabbrica. La premessa era l’appello allora apparso, che circolò nella nostra azienda. In tutte le questioni possibili che qui sono state discusse, si è sempre cercato dal punto di vista della triarticolazione. [Ma nella nostra azienda siamo stati costretti], a farlo alla vecchia maniera — ma questo in realtà non appartiene qui. [L’intera cosa dei consigli di fabbrica] deve essere fatta dal punto di vista dello Stato di diritto. [Ed è effettivamente bene, se] la gente chiede della triarticolazione, perché in questo modo vengono istruiti, e danno la loro conoscenza nel loro circolo, perché l’idea della triarticolazione è qualcosa che deve agire di uomo in uomo.

Dr. Fritz Elsas: Il Signor Dr. Schmucker ha rivolto dapprima la domanda al Signor Dr. Steiner, cosa farebbe se ora, secondo la risoluzione dei lavoratori, fosse stato chiamato al governo. Desidero parlare puramente personalmente, non politicamente, perché dal punto di vista politico non ritengo questo desiderio per fortunato, e precisamente perché non significherebbe nulla di diverso se non il desiderio di chiedere al governo di autodeporsi. Infatti, un tale governo non potrebbe, senza screditarsi, chiamare il rappresentante dei pensieri contemporanei, senza abdicare. Poiché questo non sarebbe giustificabile e poiché un tale importante movimento non dovrebbe sorgere con qualcosa che [fin dall’inizio] non ha successo, non ho mai occultato queste preoccupazioni e mi dispiace che una tale risoluzione sia stata approvata. Tuttavia, questo non dovrebbe impedirci di estrapolare da questo desiderio non corretto ciò che è opportuno. Per quanto so, il Dr. Schmucker siede nel ministero del lavoro. Abbiamo avuto durante la guerra e dopo ministri che prima non c’erano; questi sono segni che il vecchio stato burocratico, il vecchio stato cortigiano non è stato padrone di questa enorme economia, che sorge da 60 anni, che deve cercare altre forme, lo vogliamo o no, perché queste forme ora effettivamente hanno subito un fiasco. Gli stati stessi hanno mostrato che è impossibile, se si costruiscono come stati economici in tal modo. Questo è il significato di questa catastrofe.

Ora tutti i signori con pieno diritto, soprattutto il Signor Dr. Riebensam, sono partiti dal fatto che siamo in una situazione enormemente difficile, in cui l’intero edificio può andare in rovina. Siamo in uno stadio di transizione e dobbiamo dapprima restare nel campo che ha attualità e che deve essere immediatamente affrontato. Non sono questioni spirituali, bensì economiche. Il Signor Molt ha acquisito la fiducia dei suoi operai; ma questi non sono della struttura degli operai metallurgici. Questi effettivamente — come udiamo — sono già giunti al punto di vista del nichilismo, che importa i pericoli più acuti per il Württemberg. Uno di questi pericoli sta nel fatto, Signor Dr. Riebensam, che Lei consideri la cosa troppo aspramente dal punto di vista puramente industriale, perché

dimentica che il territorio del Württemberg non ha soltanto gli 8 000 [operai Daimler] e i 5 000 operai Bosch, bensì anche contadini. E quando verranno, allora abbiamo la guerra civile. Cosa allora accadrà, non lo so.

La domanda si pone così: Se gli operai esigono in modo ingiustificato l’esorbitante, non soltanto gli operai, ma anche il servizio civile, se si collocano dal puro punto di vista del consumatore, [cosa accade allora]? Dovremmo fare un tentativo e dire ora agli operai nel senso della triarticolazione: Voi operai metallurgici — vale a dire tutti gli stabilimenti — , andate ora insieme, formate una società di produzione — questa è una cosa completamente nuova — , portate tutti i vostri apporti materiali della vostra azienda, la vostra forza di lavoro, e nasce una nuova organizzazione. Non voglio dire che è necessario, ma posso immaginarmi che l’operaio potrebbe essere conquistato, per sostenere l’abolizione del salario come equivalente del lavoro, senza che si debba prendere una decisione definitiva, perché un singolo stato quasi non può abolire il salario. Se ora queste aziende, che hanno importanza nel Württemberg, formassero una tale società di produzione e con ciò gli operai fossero calmati, avremmo guadagnato tempo per la realizzazione delle idee del Dr. Steiner. Questo unirsi sarebbe un’unione organizzata, che si esprime in qualche forma di diritto. Questo potrebbe nella sua, Signor Dr. Riebensam, essere organizzato diversamente che nei piccoli stabilimenti.

E ora l’altra domanda: Un piccolo stato, uno stato medio come il Württemberg, che appartiene a un’area economica chiusa [con sua moneta propria], può effettivamente formare una tale articolazione per se stesso? L’estero fornirà materie prime a tali società? Il pericolo sta nel fatto che gli stati esteri, che sono molto più grandi e forti «stati di capitale» della Germania in questo momento, giungeranno alla decisione di non entrare in relazioni economiche con una tale entità. Ma non possiamo nutrirci da soli. Così la domanda deve essere esaminata: Dove iniziamo con queste organizzazioni?

Rudolf Steiner: Appunto, forse porterebbe troppo lontano, se volessi entrare nei dettagli dei riassunti precedenti, preferisco piuttosto entrare nelle domande.

Come una particolare realizzazione di ciò che è inteso con la triarticolazione, questo n o n potrebbe valere, se per esempio tutti gli operai metallurgici del Württemberg fossero trattati nel modo da Lei descritto, anche se formalmente si potrebbe certamente realizzare. Ma devo, se parlo della triarticolazione, sottolineare esplicitamente che considero una separazione unilaterale della vita economica dalla vita dello Stato, con la permanenza della vita spirituale nella vita dello Stato, per il contrario di ciò che si persegue, perché considero una bipartizione altrettanto dannosa quanto la triarticolazione per necessaria. Se per mezzo di tali cose si dovesse separare un singolo ramo economico, non lo vedrei affatto come nel senso della triarticolazione. Potrebbe certamente, formalmente, in un organismo sociale che lavora verso la triarticolazione, accadere una tale cosa. Ora, non è vero, sarebbe davvero una prova fondamentale sulla base dei fatti, se si potessero considerare tali cose.

Come dettaglio desidero soltanto osservare che l’abolizione del salario, pensata conseguentemente, non conduce affatto alla concezione che un singolo stato non possa abolire il salario, perché la relazione dell’economia in un tale stato, che abolisce il salario, con il mondo economico esterno che agisce non ha bisogno affatto di cambiare. Se all’interno l’operaio arriva al suo reddito nel senso del liberalismo economico o se arriva a esso in una forma diversa, ad esempio dal profitto di ciò che produce, per il quale è già socio col conduttore, questo non cambia nulla nelle altre relazioni economiche verso l’esterno. Non è quindi corretto che un singolo stato non possa abolire il salario.

Parimenti però la concezione non deve essere mantenuta, che un piccolo stato o un grande stato non possa realizzare questa cosa per se stesso. Al contrario, in uno stato piccolo o grande non potete certamente socializzare nel senso come pensavano i vecchi socialisti. Credo in generale che la socializzazione nel senso dei vecchi socialisti non può condurre a nulla di diverso se non all’assoluta chiusura e costrizione di una singola area economica. Se si traggono le estreme conseguenze dalla vecchia

socializzazione, allora effettivamente in fondo un’area economica singola non è nulla di diverso da quello che è governato da un singolo libro principale. Con questo non potete mai giungere a un bilancio commerciale positivo, bensì soltanto a un graduale e completo deprezzamento della moneta. Allora potete abolire la moneta. Allora cessa la possibilità di una collegamento esteriore del tutto.

Così tutte queste cose sono state il fondamento per pensare a questa triarticolazione, perché è la sola possibilità che ogni singola area, l’area economica, quella di diritto e quella spirituale, possa realizzare la cosa. Le relazioni verso l’esterno non cambieranno in nessun altro modo, se non in questo: che non sarà più possibile che ad esempio le misure politiche disturbino l’economia. L’area economica farà economia verso l’esterno, e non potranno più sopraggiungere le cose che ad esempio nel problema della ferrovia di Baghdad hanno spinto tutti e tre gli interessi in un groviglio, così che infine il problema della ferrovia di Baghdad è diventato una delle più importanti cause di guerra. Lì vedete questi tre elementi attorcigliati insieme.

Richiamo ancora una volta l’attenzione sul fatto che la triarticolazione è pensata geopoliticamente, cioè è stata pensata per offrire la possibilità, al di là dei confini politici, di condurre la vita economica secondo puri punti di vista economici, così che la vita politica non possa mai intralciarla. Questo significa che, nei territori che non realizzano la triarticolazione, i danni vi sarebbero; ma non potrebbe sussistere fondamentalmente, per la [separata] vita economica, nessuna vera ragione perché l’estero non si impegnasse in [relazioni economiche], se l’economico altrimenti è conveniente per l’estero. Dipenderà soltanto da questo, anche se un’area economica non è indipendente, se è completamente spinta dal politico; perché tutte queste cose che toccano l’estero, non sono toccate dalla triarticolazione.

Oggi persiste la grande preoccupazione. Assumiamo un caso concreto: supponiamo che la Baviera realizzasse ora la sua socializzazione; allora, con una tale socializzazione pensata in modo burocratico-centralistico, una gran quantità di liberi collegamenti di aziende nazionali con l’industria estera sarebbero tutti resi impossibili, minati. Al contrario, per mezzo della triarticolazione la forza lavoro è tolta dall’area economica, il che dunque dà al lavoratore la possibilità di stare come libero socio davanti al conduttore di lavoro. Ma per mezzo di ciò l’operaio viene davvero a poter avere la parte che risulta all’interno dell’area economica, se non si rimescola più tutto. Oggi non si hanno in realtà più prezzi oggettivi, bensì si ha lì dentro il rapporto salariale nella vita economica. Togliete questo, e da un lato avete tolto l’inquietudine causata dagli operai. E togliete ora [dall’altro lato] il rapporto di capitale, mentre avete l’organismo spirituale, che ha sempre da provvedere alle capacità di quelli che devono esserci per condurre le aziende. Così avete tolto dal corpo economico le due principali pietre d’inciampo, e tuttavia non avete toccato nulla di ciò che si svolge nel commercio economico con l’estero. Perciò non vi è ragione che l’estero si comporti in modo negativo, perché non perde nulla, può condurre la vita economica esattamente come prima.

Questo nuovo assetto [per mezzo della consigliatura di fabbrica] è propriamente pensato dal punto di vista della vita economica. Se si pensa alla Germania, allora una quantità enorme di fini fili, che sussistono con l’estero, si organizzeranno con un colpo da tutti gli stabilimenti. Si può effettivamente non fare nulla di diverso se non effettuare un riassetto nella vita sociale, che lo rende possibile, che in futuro effettivamente merce si regoli per mezzo di merce, così che ci sia un indice esatto, attorno al quale le merci si raggrupperanno nel loro valore. Con ciò è creata la possibilità che ciò che il singolo produce, abbia il valore,

che devono avere tutti i prodotti che ha bisogno per la sua sussistenza. Nel nostro organismo diviso dal lavoro, tutta la socializzazione deve appunto mirare al fatto che ciò che il singolo uomo produce nel corso dell’anno, corrisponda a ciò di cui ha bisogno per il suo mantenimento. Gettiamo fuori il rapporto salariale, il rapporto di capitale, allora otteniamo il puro rapporto di merce. Questo è certamente qualcosa a cui ci si deve risolvere di pensare completamente. Nel momento, ci si accorgerà che è del tutto facile.

Dr. Fritz Elsas: Non sono contro il fatto che l’organismo spirituale si amministri da solo; dico soltanto, questo durerà più a lungo e non è urgente.

Rudolf Steiner: È urgente invece, perché abbiamo la necessità di creare una base proprio per l’educazione di lavoratori spirituali, che non produciamo con la nostra attuale vita spirituale statale. Questo è proprio oggi terribile, che la nostra vita spirituale contrassegnata dallo Stato, dalla vita veramente pratica è del tutto lontana. Persino nelle università la gente è così formata — non è formata in modo pratico, bensì soltanto teorico — , che non sta nella vita. Appunto, immagino per esempio questo sistema scolastico in futuro così, che il pratico, che sta nella fabbrica, nell’azienda, particolarmente si adatterà come insegnante, e eventualmente, così immagino, questi [insegnanti] continuamente nel cambio [fra scuola e azienda].

Signor Dr. Stadler: Sono venuto qui per caso oggi, e desidero permettermi, come ospite, di esprimere la mia opinione. Ciò che Lei fa qui si fa al momento in molte parti della Germania, in tutti gli angoli, in modo simile. Ciò che sperimenta a Berlino al momento, è una straordinaria lotta spirituale del popolo tedesco con i problemi della rivoluzione. A Berlino ci sono in massa circoli, organizzazioni, associazioni, raggruppamenti sparsi, che tutti, simili a come Lei ha fatto stasera, si riuniscono e parlano di questa cosa. Noi viviamo in Germania non soltanto il crollo politico ed economico, bensì la dissoluzione spirituale dell’intero vecchio sistema. E in questo crollo il popolo tedesco è già di nuovo al punto da tentare di percorrere la sua strada indipendente. I pratici creano difficoltà ai teorici e ostacolano con le loro domande pratiche i loro scopi. Hanno anche ragione, perché vivono nella pratica. La difficoltà consiste propriamente nel fatto che in tutta la Germania vengono fissati obiettivi lontani, alla cui realizzazione sarebbero necessarie una o due generazioni di lavoro, mentre noi siamo in mezzo al collasso effettivo. Se contrappongo al Signor Rudolf Steiner e ad altri il fatto che il Signor Dr. Steiner ha effettivamente pensato un pensiero, a cui gran parte dei presenti può assentire emotivamente, con il quale però i puri pratici non possono accontentarsi — dico pratici, perché l’uno è un consigliere di governo [il Signor Dr. Schmucker], l’altro un grande imprenditore [il Signor Dr. Riebensam] — , perché devono chiedersi: Quale sarà il cammino domani, perché con ciò non avanziamo? La soluzione non potrà [così facilmente] essere trovata; è talmente straordinariamente complicata, che si rimane nell’irreale con un sistema di pensiero e non va più bene per la soluzione di questioni reali. Tutti questi programmi d’azione, sempre di nuovo, urtano contro la resistenza di questo o quell’industriale, politico e giurista. Il fortunato in Germania è che si pensa e si ricerca, contrariamente alla Russia, dove durante tutto il tempo della rivoluzione effettivamente non si è pensato. Così la Russia effettivamente va in rovina — statalmente ed economicamente. Sospetto che in Germania, nonostante i molti sforzi spirituali, ci accadrà altrettanto, perché il corso delle cose ci rende impossibile giungere in tempo a una sintesi politica. Ci sono semplicemente teorici che si attengono a un certo sistema, mentre ci sono pratici che frenano; così può accadere soltanto con violenza, perché fra i due estremi la politica tedesca si fa soltanto trasportare e lascia che tutto accada. I nostri politici di partito non hanno nessuna idea dello spirituale. Ho l’onore di conoscere personalmente degli statisti importanti. Me ne vado con la triste convinzione che non hanno niente dello spirito del tempo in sé, niente della fede nel futuro in sé e considerano soltanto come ancora si tengono al timone da oggi a domani.

Dovrebbero però considerare se non ci sono possibilità di mettere ciò che Lei qui tenta, il più rapidamente possibile in collegamento con sforzi simili, che vengono compiuti in tutta la Germania, così che Lei

non appaia isolato. Sarebbe giusto, se fosse consapevole del fatto che la Germania non è il piccolo circolo riunito qui al momento. Se non riesce a formare una falange, allora questo tentativo, perché può soltanto essere locale, è condannato al fallimento. Non potete in Württemberg creare qualcosa, realizzare la triarticolazione, se tutta la Germania va al diavolo. Non potete introdurre i consigli di fabbrica, se la politica nel suo insieme non viene. O vi unite a un movimento di rinnovamento spirituale e rinunciate a entrare nella politica reale del giorno — allora dovete accettare rovina, caos — , oppure non volete soltanto perseguire il rinnovamento, bensì anche agire in modo pratico e reale politicamente per oggi, domani, allora dovete formare una falange con tutte le forze parimenti dirette del popolo tedesco e fare concessioni alle realtà della vita. Questo significa che dovete [ad esempio] iniziare a elaborare un sistema di consigli di fabbrica completamente concreto, a fare proposte concretamente di politica estera. Mi scusi, se come estraneo critico, ma l’intendo bene con Lei e con il popolo tedesco, che mi sta a cuore il mantenimento di esso.

Signor Jaeger: Desidero essere breve. Ho ricevuto nella discussione l’impressione che la tendenza abbastanza generale va nella direzione della domanda: Come intraprendiamo dapprima praticamente il cammino, che conduce all’obiettivo, come ce lo pone davanti il Signor Dr. Steiner? Questa domanda ci occupa tutti. Se già la creazione dei consigli di fabbrica, come il Signor Dr. Steiner li esige, presenta tanta difficoltà, così non dobbiamo dimenticare che con ciò viene fatto soltanto un inizio molto piccolo. Per formare la vita economica, abbiamo bisogno non soltanto di consigli di fabbrica per le fabbriche, bensì di un intero sistema di consigli. Ma se oggi ne parliamo, dobbiamo comunque renderci conto che ancora non esiste nessun sistema di consigli, perché ciò che fino a ora è stato praticato dai consigli presso di noi, non è ancora nessun sistema; è assenza di sistema. Dovremmo dapprima discutere singole questioni e già ora sforzarci di fare un inizio e cominciare con questi consigli.

E ora una domanda concreta: È stato molto parlato dal rappresentante dei Daimler-Werke sul consiglio di fabbrica lì e sul rapporto con gli operai. Il Signor Dr. Riebensam ha posto la domanda su come dovrebbe procedere per entrare in contatto corretto con gli operai della Daimler e per guadagnare la fiducia di questa classe operaia.

Io penso, se si vuol giungere a un grande obiettivo, si deve dapprima osservare nel piccolo, in quanto si compie un passo pratico come il Signor Molt. [Così vorrei chiedere]: Non è forse possibile, se il Signor Dr. Steiner conjointement con i signori, che desiderano questo suggerimento, si impegnasse praticamente presso la classe operaia dei Daimler-Werke, per per mezzo di questo raggiunto obiettivo stimolare altri? Abbiamo bisogno non soltanto della fiducia degli operai, bensì anche della disponibilità degli industriali, dei conduttori di azienda, che [a tali cose dapprima] si oppongono.

Rudolf Steiner: A questa domanda si può rispondere soltanto, se allora davvero potesse essere fatto questo tentativo pratico — potrebbe certamente essere fatto — , ma desidero pensare che si dovrebbe appunto essere dentro dei Daimler-Werke.

Un oratore della discussione: Se si è dentro, è appunto che manca la fiducia, questa è la difficoltà. Le personalità direttrici hanno difficoltà a guadagnare fiducia. Quelli che sono eletti dalla classe operaia, vengono di nuovo combattuti, se si intendono con la direzione. Si tratta di spiegare agli operai: Per mezzo di questa triarticolazione possiamo giungere a obiettivi pratici; vogliamo soltanto essere il collegamento, per riunirvi, per mostrarvi il cammino.

Rudolf Steiner: Questo si può realizzare soltanto così, che ad esempio si conquisti la classe operaia per la comprensione di un obiettivo comune, che si può realizzare fuori delle mura dell’azienda interessata. Se si volesse andare oltre — e proprio per questo avrebbe un senso; dovrebbe essere possibile condurre gli operai a questo obiettivo — , si dovrebbe tentare di realizzare anche personalmente qualcosa. Questo porterebbe soltanto a questo: che la direzione dei Daimler-Werke uno lo caccerebbe. Mi è stato detto che è veramente strano che io guadagni la fiducia della classe operaia, e che io lo farei effettivamente del tutto diversamente di come altrimenti si fa. Questo fare-diversamente si basa sul fatto che in fondo alla classe operaia non prometto nulla, bensì

semplicemente le spiego i processi e simili. Questa è la grande differenza: Effettivamente non prometto nulla — posso davvero anche con gli operai dei Daimler-Werke farla così come la faccio adesso — ; promettere non posso, perché so con certezza che con promesse vengo cacciato dalla direzione. Non dobbiamo dimenticare: oggi non si tratta di vaporose astrazioni come «tutta la Germania» o «ciò che coincide», bensì si tratta del fatto che effettivamente il singolo punto viene portato a comprensione, e che da questo singolo punto si lavora. Se anche una sola volta in un singolo punto sorgesse una vera comprensione per le esigenze che giacciono effettivamente nelle condizioni reali e per il loro soddisfacimento, allora non sorgerebbe continuamente di nuovo il pregiudizio: «Questo è qualcosa di idealistico in generale, non ha nulla a che fare con la pratica.» Se ci si prendesse la fatica di studiare l’impulso veramente pratico di questo che non è sistema-di-pensiero, bensì principio-di-vita, allora avanzeremmo. Ciò che oggi ci danneggia è che si prenda questo cosiddetto sistema, che non è un sistema, bensì effettivamente un’altra cosa, che radica nella vita reale, da tutti gli angoli e i bordi soltanto come sistema di pensiero. Non posso fare nulla di diverso, che non sia basato in condizioni reali. In ciò però sarebbe già fondato oggi il giusto impulso per conquistare l’intera classe operaia dei Daimler-Werke. Il passo seguente però dovrebbe essere, giungere a qualcosa in comunità con la direzione. Ma essa uno lo caccerebbe. E questo lo rende impossibile per chi sta fuori di realizzare qualcosa. Si tratta di lavorare, affinché queste cose giungano a vera comprensione. Allora avanzerà. Ma non credo che avanziamo con sole astrazioni. Anche questa è un’astrazione, se si dice, dovrebbe essere fatto il tentativo pratico, fin tanto che non c’è assolutamente il terreno per esso.

Signor Jaeger: Devo insistere su ciò, che se il comprensione dell’operaio è stata guadagnata, la direzione non caccerebbe la personalità, bensì se la personalità ha guadagnato la fiducia, allora questi suggerimenti sarebbero accolti da ambedue le parti. Non si tratta qui di promesse, bensì soltanto del fatto che il consiglio di fabbrica dapprima raggiunga un’unità tra la direzione e un intendimento fra la direzione e la classe operaia.

Rudolf Steiner: L’intera cosa è disperata, se non è presente comprensione per la vera triarticolazione. Questa comprensione la trovate oggi di regola presso la classe operaia, per il motivo che questi uomini non sono attaccati a nulla, che si protrae dalle vecchie condizioni, bensì non possiedono nulla di diverso che se stessi e la loro forza di lavoro. Certo, questa comprensione manca negli altri [uomini] oggi ancora, che verranno forse costretti proprio da ciò, che cadono sotto le ruote, ad abbandonare ciò che consiste soltanto nell’attaccarsi alle vecchie condizioni. Trovate oggi effettivamente presso la classe operaia una comprensione molto estesa per la triarticolazione, anche se i capi della classe operaia non possono affatto pensare nel senso di un pensiero progressista, bensì in fondo pensano molto più borghesemente del borghese.

Se la gente dice, sì, queste cose non si possono comprendere, sono troppo strane, allora questo proviene dal fatto che la gente ha disimparato, a comprendere una cosa dalla vita. Presso queste cose, che vanno sulla vita, gli uomini devono rispondere con le esperienze della vita. Oggi rispondono soltanto con quello che hanno fuori dei giudizi e concetti di partito. Se però qualcuno non ne ha niente, bensì soltanto quello che viene dall’intera ampiezza della vita, allora si dice: questo è impratico, questo non risponde a singole domande, si avrebbe volentieri risposto a singole domande concrete. I miei «Punti focali» non sono stati scritti per [portare la questione sociale] nel teorico o nel filosofico, bensì per cominciare da qualche parte.

Se si comincia, si vedrà che procede.

Signor Dr. Riebensam: Non penso che il Signor Dr. Steiner sarebbe cacciato da me — sono determinante, ma la direzione commerciale ha qualcosa da dire — , probabilmente però l’attuale comitato operaio caccerebbe il Signor Dr. Steiner. Sembra così, come se con le mie riserve reali avessi voluto ostacolare le idee del Signor Dr. Steiner. Questo non era il scopo e l’intenzione della mia dichiarazione. La mia opinione è che abbiamo bisogno oggi di una certa strada, per evitare il più possibile la lotta con la classe operaia. Ora è un fatto che il Signor Dr. Steiner ha guadagnato oggi fiducia presso un gran numero di operai. E questo dovrebbe essere sufficiente a Stoccarda, per intraprendere ulteriori passi. Con questo potrebbe anche essere data la strada, che forse senza lotta per un po’ continua. La classe operaia è pronta ad andare con loro, persino con i conduttori di azienda. Sarebbe molto sbagliato non seguire una tale strada. Questa è la mia opinione personale.

Signor Reitz: Come si può fare questo?

Emil Molt: Per rispondere a questo, ci siamo riuniti. Dopo che il Signor Dr. Riebensam ha pronunciato una parola significativa, dopo che la strada è chiaramente indicata, come due classi si trovano in un’umanità, dopo che queste chiare strade qui sono indicate, ora tocca a ogni singolo, effettivamente percorrere il cammino. La morte di tutte queste cose è sempre questa: che si parla molto di più di quanto si agisca. Il Signor Dr. Stadler ha ragione, se ci si riunisce soltanto e si parla, senza procedere all’azione, allora il tempo incalza così, che gli eventi ci passano sopra. Siamo tutti dell’opinione che fra tre o quattro settimane viene il grande crollo, in cui dobbiamo essere pronti con l’azione per realizzare il nuovo. Per questo abbiamo bisogno di ogni singolo uomo, così che i pensieri anche nella vita quotidiana ora per ora, minuto per minuto, possono essere trasformati in azione. Perciò vi prego molto, nell’interesse del popolo, dell’umanità, non soltanto di chiedere, come pensa il Signor Dr. Steiner, bensì che ogni singolo sia chiaro al riguardo, che in lui la strada è indicata e lui la deve soltanto percorrere. A questo non-percorrere la vecchia Germania ha avuto rovina, e la presente Germania avrà rovina. Credo che se oggi andiamo a casa, dovremmo farlo con la ferma risoluzione, di transire dalle mere considerazioni all’azione, anche se non può essere perfetta — un’azione imperfetta è ancora meglio di un pensiero completamente intelligente, con il quale restiamo soltanto sulla superficie e non trasformiamo

le cose nella realtà, perché si tratta oggi della trasformazione delle cose.

Forse esiste ancora il bisogno di esprimersi sul lato culturale dei problemi. Per questo vorremmo presto creare una possibilità; forse singoli campi potessero essere elaborati separatamente o congiuntamente. Su questo avrei volentieri sentito la vostra opinione, così che andiamo a casa con un risultato.

Signor Dr. Weiss: Sono molto a favore che una discussione in questo senso venga continuata. Però lo troverei meglio, se i singoli campi non venissero elaborati separatamente; è importante per noi, che non siamo né imprenditori né artigiani, che entriamo in tutte le domande. Dovrebbe essere creata la possibilità, che tutte le domande vengano elaborate insieme, anche al rischio che le file si diradino. Non dovremmo soltanto parlare, bensì anche tentare di agire per mezzo della stampa. Così dovremmo avere un comitato stampa molto vagamente strutturato, che nelle diverse testiste di partito, non per infiammare la polemica, prenda posizione. Dovrebbe anche essere un organo speciale della Lega per la triarticolazione pronto, controllare i manoscritti, prima che vengano inviati alla redazione competente, così che il procedimento successivo non venga reso difficile. Naturalmente, la Lega per la triarticolazione non dovrebbe limitare la libertà di espressione, ma dobbiamo creare una tale cosa; ognuno dovrebbe usare le sue relazioni con la stampa, per prendere posizione nelle questioni riguardanti, ma gli articoli dovrebbero essere prima inviati, così che possiamo procedere in modo concentrico.

Emil Molt: Proprio questo viene da noi perseguito; dovremmo effettivamente prendere posizione ogni giorno.

Un oratore della discussione: Siamo venuti qui oggi a una discussione. Sarebbe desiderabile, se si riunissero un certo numero di industriali come rappresentanti dei proprietari, di conduttori di azienda e di impiegati come rappresentanti dei comitati di impiegati, per discutere di questa cosa.

Emil Molt: Questo dovrebbe effettivamente da noi essere tentato; sarebbe il primo passo per la preparazione di una consigliatura di fabbrica funzionante.

Signor Dr. Riebensam: Penso che la strada dovrebbe essere un po’ diversa; i Suoi consigli di fabbrica dovrebbero invitare i nostri comitati di operai.

Emil Molt: Si può fare tutti e due; gli operai devono vedere che l’iniziativa viene dai fabbricanti.

Signor Dr. Riebensam: Dovrebbe venire dai comitati di operai, non dai fabbricanti.

Emil Molt: I fabbricanti però non verrebbero altrimenti; ma è meglio che ne discutiamo dopo.

Un oratore della discussione: Non si potrebbero forse emettere certi orientamenti, così che i fabbricanti abbiano punti di riferimento? Le direzioni commerciali nei grandi stabilimenti potrebbero allora elaborare la cosa e discuterne con i comitati di operai. Questo forse darebbe una via per abbreviare l’intera cosa.

3°Seconda serata di domande della Lega per la triarticolazione

Stoccarda, 30 Maggio 1919

Sulla domanda se ci si voglia riunire di nuovo il prossimo giovedì, viene deciso di riunirsi quel giorno alle ore 7 di sera. SECONDO

SERATA DI DOMANDE

Stoccarda, 30 maggio 1919

Domande sull’idea della triarticolazione dell’organismo sociale II

Wilhelm von Blume: Signore e signori stimatissimi, a nome della Lega per la Triarticolazione dell’Organismo Sociale vi diamo il benvenuto anche oggi. Abbiamo programmato una serata in cui si darà risposta alle domande che sono state poste dalla platea oppure che ancora verranno poste, e vi prego innanzi tutto di concedere la parola al signor dottor Steiner per alcuni commenti introduttivi.

Rudolf Steiner: Signore e signori stimatissimi, la serata di oggi deve essere dedicata soprattutto a rispondere alle domande che sono emerse dal nostro stimato pubblico in connessione con l’impulso dato dall’idea della triarticolazione sociale. Domani avrò l’occasione di affrontare in una conferenza qui stesso una delle principali obiezioni, cioè l’obiezione che l’impulso dell’organismo sociale tripartito rappresenti soltanto un’idea elaborata, una qualche ideologia o utopia; e domani cercherò di provare che si tratta veramente della questione più pratica del nostro tempo presente. Oggi permettetemi soltanto di introdurre con poche parole le risposte alle domande, che costituiscono il contenuto dell’ordine del giorno odierno.

È, in sostanza, signore e signori estimatissimi, ancora poco osservato che con l’impulso verso l’organismo sociale tripartito si vuole puntare l’attenzione sul compito più significativo che dalle condizioni di sviluppo è stato posto all’umanità in tempi moderni. Non viene certo da un pessimismo esagerato se si esprime oggi il parere che ancora troppo — veramente troppo — della grande serietà dell’epoca, della grande serietà delle esigenze del tempo, non è compreso nei più ampi strati. Ci troviamo di fronte a un compito che è davvero enorme. Poiché l’intera evoluzione dell’umanità moderna si è focalizzata in modo tale che questo compito una volta doveva porsi; ed esso è stato posto all’umanità dai significativi eventi di questa catastrofe mondiale della guerra.

Tuttavia, l’importanza straordinaria di questo compito non è affatto compresa nei più ampi strati, e si potrebbe dire che è essa stessa un compito il fatto di portare pienamente alla coscienza della gente d’oggi la serietà di questo compito. Il compito innanzitutto emerge nei fenomeni, nei fatti dell’epoca. A questi fenomeni, a questi fatti del tempo, le persone assumono il loro atteggiamento dalle classi più diverse, dai più diversi circoli sociali e anche dai più diversi partiti. Da tutto ciò che fino a oggi è emerso da questi atteggiamenti, due aspetti si presentano a noi, e questi due aspetti vorrei caratterizzarli in poche parole introduttive; approfondirò ulteriormente domani. Desideravo caratterizzarli introduttivamente, perché, come sarebbe anche opportuno, nella discussione di oggi dovrebbero emergere più domande particolari, concrete, pratiche. Ma per l’uomo oggi è necessario, ancora e sempre, guardare al grande, al carattere comprensivo del compito, già per questo motivo, affinché la responsabilità nei confronti delle grandi questioni del tempo scuota gli uomini.

Due aspetti, ho detto, si possono osservare quando si considerano gli atteggiamenti dei più diversi strati nei confronti di questo grande compito. Si potrebbe dire: l’una categoria di persone, coloro che assumono un atteggiamento, è interessata soprattutto a ripristinare in qualche forma — in una forma che si trova accettabile — ciò che è stato distrutto dalla significativa catastrofe mondiale della guerra. E l’altra categoria di persone, provenendo da una direzione completamente diversa, è interessata soprattutto a fare tutto diversamente da come era prima della catastrofe mondiale della guerra — in parte perseguendo l’obiettivo che una tale cosa orribile non possa più abbattersi sull’umanità, in parte anche dalla sensazione e dalla convinzione che sulla base del vecchio ordine economico, statale e spirituale semplicemente non si può proseguire, che un’autentica ricostruzione deve essere intrapresa con serietà. Se vogliamo chiamare l’una categoria di persone — di fronte alle richieste completamente nuove — più conservatrici, il nostro sguardo si rivolge a tutti quegli strati che appartengono più o meno alle vecchie concezioni sociali del mondo, che sono in qualche modo intrecciate con quello che le vecchie concezioni del mondo hanno soprattutto portato all’umanità per quanto riguarda gli ordini economici. D’altro lato vediamo i partiti che si spingono in avanti, che si compongono principalmente dal proletariato, e qui vediamo quello che assume un atteggiamento completamente diverso nei confronti del grande compito e che l’assume in un modo tale che un tipo di persone non comprende più l’altro. Se si cercano i motivi di questa mancanza di comprensione — voglio accennarli brevemente oggi — , se si cercano i motivi di questa mancanza di comprensione, allora si scoprirà che da un lato gli esponenti del vecchio, coloro che in qualche modo vogliono continuare a stare insieme al vecchio, nel corso della storia moderna hanno perso un vero obiettivo culturale e conservato una vecchia pratica culturale, in cui hanno continuato a lavorare. Queste persone, signore e signori estimatissimi, hanno una pratica, ma questa pratica non è più pervasa da impulsi orientati a uno scopo. Questa pratica si esprime sempre nel fatto che, quando si chiedono a questi uomini: Come volete veramente andare avanti ora, quando vengono i grandi compiti? — essi rispondono comunque con qualcosa che rappresenta soltanto una continuazione del vecchio; non rispondono però nemmeno con alcun grande obiettivo; rispondono sostanzialmente soltanto con quello che è emerso dalla routine della pratica passata. Hanno una pratica senza uno scopo. Dall’altro lato sta il proletariato. Questo ha uno scopo, uno scopo che certo si può esprimere in molti modi diversi, ma è uno scopo. Ma questo proletariato non ha una pratica; al proletariato manca ogni possibilità pratica di trasformare nella realtà ciò che esso definisce in qualche modo come i suoi scopi. Così da un lato abbiamo una pratica tramandata senza uno scopo, dall’altro uno scopo nuovo senza pratica. Il proletariato è stato tenuto lontano dalla pratica, solo incitato alla macchina, solo incatenato nella fabbrica e nel capitalismo. Da questo gli è nato il suo scopo, nel senso che, potrei dire, si scaglia contro quello che ha sperimentato, ma non è mai stato connesso con la direzione, con la condotta delle forme economiche stesse. Oggi richiede nuove forme di vita; ma non sa nulla di una pratica. Da dove viene questa frattura?

Questa frattura viene dal fatto che siamo di fronte al più grande problema del tempo moderno, e questo più grande problema del tempo moderno è emerso proprio nell’epoca che ha portato l’industrialismo al suo massimo fiore. Questo problema giace inizialmente nascosto nel campo economico, ma estende in varie direzioni i suoi rami verso le altre forme di vita. Questo problema è così significativo che persino una mente acuta come, per esempio, Walter Rathenau ha soltanto accennato leggermente a esso, ma non giunge a alcuna visione chiara di questo problema incisivo del presente, di questo problema di cui tutti soffriamo, di questo problema che imperiosamente esige la sua soluzione. Almeno agli occhi — senza pregiudizi e in modo vivo — l’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale vorrebbe affrontare questo problema. E se devo indicarlo con poche parole, per così dire come introduzione alla conferenza di domani, che l’affronterà nelle sue forme specifiche, allora devo dire: Questo problema doveva emergere lentamente nell’umanità, doveva elevarsi per così dire fino al suo massimo dispiegamento nell’epoca dell’industrialismo sempre più diffuso e della tecnica moderna e oggi si presenta a noi come una domanda e una minaccia. Esso consiste nel fatto che tutto l’industrialismo nell’economia nazionale lavora con un passivo — così è e non diversamente. L’economia nazionale deve essere orientata al fatto che si sappia: Tutto l’industrialismo, nella misura in cui si sviluppa sempre più attraverso i suoi mezzi di produzione, lavora con passivo nei confronti di ciò che l’economia nazionale è per l’umanità. Nella misura in cui l’industrialismo lavora con passivo, ciò che manca deve essere compensato da un altro lato nell’economia nazionale umana.

Questo è il grande problema del presente: che tutto l’industrialismo lavora con passivo e che la domanda non può essere posta da me o da altri se questo passivo viene coperto; ma la vita è continuamente chiamata a coprire il passivo dell’industrialismo. Da dove viene coperto allora? Soltanto dal suolo, signore e signori stimatissimi, soltanto da quello che il suolo produce. Nell’economia moderna siamo continuamente in questo processo di scambio [tra industria e produzione della terra] — che è coperto da processi secondari — , nel senso che il passivo dell’industria deve essere coperto dall’attivo della produzione della terra nel senso più ampio. Tutto ciò che è la questione salariale, ciò che è la questione del capitale, ciò che è la questione del prezzo all’interno della vita moderna, tutto ciò è semplicemente dovuto al fatto che l’eccedenza deve migrare dalla produzione della terra al passivo dell’industria.

Ma questo, signore e signori stimatissimi, è connesso con qualcos’altro. È connesso al fatto che da un lato tutto ciò che nell’uomo è connesso con il terreno tende a un certo conservativismo. Questa cosa può essere rigorosamente provata, ma oggi voglio solo accennarla introduttivamente. Se ci fosse soltanto il terreno con i suoi prodotti, dovremmo più o meno rimanere negli stati originari dell’umanità per quanto riguarda la cultura. Il progresso dell’umanità deriva dal fatto che l’industriale con la sua ampia divisione del lavoro favorisce questo progresso. Ma con ciò l’industriale diventa allo stesso tempo in vari ambiti il portatore del progresso, prima del liberalismo, poi del socialismo. Così ciò che si esprime nel significativo, potrei dire contrasto libresche tra il terreno e i mezzi di produzione industriali, si trasferisce ai sentimenti umani. E poiché i sentimenti umani si scontrano nella vita, questo conflitto è intimamente connesso con ciò che ne sta sotto: gli interessi economici opposti del terreno e dei mezzi di produzione industriali.

Ma ancora in un altro modo questo intero problema si è acuito nei tempi moderni. Non solo che nei parlamenti il liberale e il socialista si siedano di fronte al conservatore — semplicemente derivando dagli attivi e passivi dell’economia mondiale complessiva — , non solo che nei tempi moderni si sia insinuato l’elemento conservatore e progressista nelle rappresentanze popolari dell’umanità: ma si sono insinuati anche gli interessi economici, nel senso che da un lato tutto ciò che è connesso con il terreno agisce per lo stazionario, dall’altro lato tutto ciò che è connesso con l’industria agisce per il progressivo. E così si è giunti al punto che da un lato il progresso spirituale dell’uomo, dall’altro gli interessi economici dell’uomo, sono caoticamente mescolati insieme nei tempi moderni nel nostro ordine dello stato unitario.

Questo è il grande problema che oggi sta di fronte agli uomini, immenso potrei dire. Su questo problema fanno pasticci le persone che stanno a sinistra e quelle che stanno a destra. Poiché è così immenso, la comprensione è così difficile. Gli uomini da un lato vogliono oggi attenersi solo al più immediato e chiamare pratico solo quello, mentre il tempo pone a noi il compito di portare il grande contrasto libresche tra i prodotti della terra e i prodotti dell’industria, di cui entrambi l’umanità si nutre, si veste e soddisfa altri bisogni, a qualche soluzione nello sviluppo moderno dell’umanità. Tutto ciò che è emerso, è, potrei dire, quasi numericamente riconducibile al risultato libresche citato. Ma davvero ha bisogno di buona volontà, di affondare nel vero fondamento della vita realmente pratica, per poter anche solo vedere il compito. Siamo oggi al punto per cui dobbiamo vedere questo compito, per cui ciò che è turbinato caoticamento insieme deve essere nuovamente separato nel modo giusto. Questo compito vuole affrontarlo l’impulso verso l’organismo sociale tripartito, che vuole porre un organismo sociale sano sulle sue tre gambe sane, sulla spirituale, sulla giuridica e sull’economica. Semplicemente da quello che giace in questo sviluppo dei tempi moderni, è sorto questo problema. E gli uomini possono, per parte mia, ancora trovare contestabili i risultati prossimi a cui è giunto l’impulso per l’organismo sociale tripartito, ma non si può, senza chiedersi così ai tre campi della vita, che per la loro corretta organizzazione nel futuro si cerchi una forma, non ci si avvicina al più grande problema che ci è posto; non ci si avvicina a ciò che da solo può condurci fuori dal caos minaccioso e dalla confusione minacciosa.

Volevo solo dirlo introduttivamente per la semplice ragione che da un lato si veda come l’impulso verso l’organismo sociale tripartito veramente si ricollega al più alto, a ciò che è stato posto all’umanità come un grande compito evolutivo storico, e perché d’altro lato la risposta alle domande potrà mostrare quanta cosa si può già dire oggi da una vera osservazione della vita su ciò che concretamente in pratica può emergere dalle domande oggi poste.

Entrerò ora innanzitutto a rispondere alle domande che mi sono state presentate.

Wilhelm von Blume: Passiamo dunque ora alla risposta alle domande formulate inizialmente per iscritto.

Rudolf Steiner: Signore e signori stimatissimi, cercherò di rispondere in forma non troppo lunga alle domande che mi sono state presentate per iscritto, per la semplice ragione che credo che forse in seguito emergeranno ancora numerose domande dalla platea stimata, sia oralmente sia per iscritto.

Il primo gruppo di domande reca il titolo «Sulla triarticolazione» - La prima domanda:

In quale modo i singoli individui, le associazioni e le aziende verranno assegnati alle tre diverse organizzazioni? Alcuni casi limite sono, per esempio, l’editore di giornali, gli istituti di sanità pubblica, il teatro e le imprese cinematografiche.

Bene, signore e signori stimatissimi, desidero innanzitutto mettere in evidenza da questa prima domanda soprattutto il settore dei giornali. Poiché proprio da qualcosa come l’industria dei giornali si potrà vedere come da un lato la triarticolazione dell’organismo sociale può veramente condurre a una completa trasformazione delle condizioni presenti, ma in modo organico, e come d’altro lato può emergere da ciò che l’unità della vita non viene affatto disturbata. In sostanza si potrà anche dimostrare che ciò che gli uomini dicono sull’incomprensibilità dell’organismo sociale tripartito riposa veramente sul fatto che ancora non ci si vuole impegnare nella situazione attuale sulla base delle vecchie abitudini di pensiero a ciò che è necessario. Ma ci si dovrà decidere per piegarsi a questa necessità.

Vedete, signore e signori stimatissimi, nell’industria dei giornali sostanzialmente confluiscono tutti e tre i modi di agire della vita umana. Nell’industria dei giornali abbiamo da un lato l’editore, colui che ha il compito di fare in modo che il giornale sia stampato, che sia distribuito nel modo appropriato, e così via: questo è un compito puramente economico. Dall’altro lato abbiamo coloro che scrivono il giornale. Credo che oggi, dalle nostre strane condizioni, molte persone dovrebbero già persuadersi dell’opinione che i giornali dovrebbero essere scritti diversamente da come spesso sono scritti. Poiché, vedete, nulla di salutare per l’umanità può emergere dalla scrittura dei giornali se quello che viene scritto non proviene unicamente dagli interessi e bisogni della vita spirituale dell’umanità e dai bisogni che emergono dal fatto che la vita spirituale consideri anche i vari altri rami della vita. Il redattore di giornali e tutto ciò che appartiene alla redazione appartiene alla vita spirituale. E poiché si ha a che fare, da entrambi i lati — sia nella parte economica dell’industria dei giornali sia nella parte spirituale dell’industria dei giornali — , con persone che a loro volta stanno in relazioni non soltanto con i loro abbonati, ma anche con il vasto pubblico, si ha a che fare con relazioni che si giocano da uomo a uomo, cioè con relazioni giuridiche.

Ciò di cui si tratta, signore e signori stimatissimi, è che proprio in un settore come quello dei giornali in futuro non si intreccino a danno dell’umanità l’uno nell’altro, l’economico, il giuridico e lo spirituale-culturale, altrimenti arriviamo alla fine, nella culminazione del male, a cose come le sperimentiamo oggi. Poco fa è passato un annuncio singolare per il cosiddetto mondo dei giornali. Vi si chiede che in particolare il mondo dei grandi industriali e il mondo dei capitalisti si uniscano per un nuovo giornale. Si fa quindi una raccolta di fondi per un nuovo giornale particolarmente tra capitalisti e grandi industriali. Il compito di questo giornale deve essere combattere con tutti i mezzi spirituali contro la socializzazione dei mezzi di produzione. Così, signore e signori stimatissimi, l’interesse dei capitalisti e dei grandi industriali deve asservire tutto ciò che in realtà dal giudizio che nasce dall’impulso del mondo spirituale dovrebbe illuminare l’umanità. Coloro che hanno un po’ di esperienza nella vita sapranno come proprio nell’industria dei giornali questi aspetti nei tempi moderni si sono sempre più intrecciati e si sono sviluppati in modo particolarmente grottesco sotto le condizioni del presente.

In futuro si deve aspirare a che l’editore di giornali, lo stampatore, sia un puro uomo d’affari e sia sottoposto all’amministrazione della parte economica dell’organismo sociale. Egli, con tutti gli interessi che può sviluppare all’interno della sua industria giornalistica, continuerà a stare nell’organismo economico. Non starà nell’organismo economico la redazione, ma la redazione sarà interamente sottoposta all’autoamministrazione della vita spirituale — insieme agli altri rami della vita spirituale. La redazione formerà un’unità con tutto ciò che è l’istruzione, le belle arti e così via, ciò che sono gli altri rami della vita spirituale. Come un certo editore può arrivare a un certo redattore dipende dal contratto che può essere concluso tra l’editore e il redattore, per cui il redattore, poiché appartiene all’autoamministrazione dell’organismo spirituale, è indipendente riguardo a tutta la sua vita materiale dalla proprietà del giornale. Il redattore avrà soltanto l’interesse di poter esercitare comunque la sua professione. Se non perseguisse questo interesse di esercitare la sua professione, allora sarebbe senza pane. Ma nel momento in cui gli riesca di concludere un contratto con una qualche amministrazione, non riceverà il compenso per questa professione dagli interessi di questa amministrazione, bensì dagli interessi della vita spirituale che si autoamministra. Se giacciono davanti questioni attraverso cui l’uno o l’altro parte del giornale violano il diritto, questa violazione del diritto sarà sottoposta alle leggi dello stato di diritto. Per un siffatto ramo di produzione in futuro si dovrà aspirare a che i tre grandi rami dell’amministrazione della vita spirituale, giuridica ed economica suonino dentro di esso. Nei molti e diversi rami di produzione confluiranno quegli interessi che verranno amministrati dalle più diverse direzioni. Ed emergerà dal lavoro congiunto degli uomini che questi interessi — i quali altrimenti, se vengono confusi, se vengono fusi insieme in un groviglio, solo si disturbano reciprocamente — si moralizzeranno, eticamente si sorreggeranno e si sosterranno reciprocamente. Colui che ha veramente senso pratico si dirà: non c’è dubbio che veramente, in modo pratico, una tale suddivisione di un singolo settore possa essere effettuata. E attraverso questa suddivisione dell’intero organismo sociale, che penetra nelle singole relazioni, abbiamo allora la guarigione dell’intera vita sociale. Ma oggi è ancora inusuale per gli uomini pensare proprio a ciò che conduce a una tale guarigione. È anche inusuale per loro perché da molto devono lasciar andare ciò che sulla base di certe vecchie usanze della vita considerano quasi indispensabile. Si considera oggi indispensabile che colui che assume il rischio economico per un giornale faccia di quello che lavora nel giornale nello staff redazionale il suo scrittore. Questo in futuro non potrà farlo. Da questo emergerà una splendida indipendenza dello scrittore dagli interessi economici dell’editore nell’industria giornalistica; e proprio in questo ramo emergerà una guarigione di cui veramente abbiamo bisogno, e che dobbiamo ammettere di avere bisogno se vogliamo entrare nelle condizioni di vita di un organismo sociale sano.

Come seconda domanda mi è stata presentata:

L’amministrazione comunale con i suoi enti che infrangono la triarticolazione nei tre campi dell’organizzazione — così per esempio scuole, impianti di gas, magistratura — rimarrà mantenuta?

Signore e signori stimatissimi, non si tratta del fatto che oggi, nel periodo di transizione — in cui non siamo neanche ancora dentro, ma che stiamo solo cercando di raggiungere — , si parli già della portata dei singoli campi spirituali, giuridici ed economici, di cui ho parlato nell’ultima conferenza qui. Per quanto riguarda la struttura esterna della vita sociale, con una vera socializzazione dell’intera vita umana, non deve cambiare molto in particolare. Ciò che invece ho appena esposto per un singolo settore potrà allo stesso modo essere attuato sia da uno stato, un regno, che da un’amministrazione comunale singola. Scuole, impianti di gas, magistratura avranno i loro vari lati, in parte dal lato giuridico, in parte dal lato economico — nel caso delle scuole anche dal lato spirituale — ; e nell’azienda singola, sia essa spirituale o più o meno puramente materiale, economica, fluirà quello che emana dalle tre organizzazioni e dalle loro amministrazioni.

La terza domanda:

Chi decide sull’appartenenza rispettiva a uno dei tre organismi?

Questa domanda, signore e signori stimatissimi, proviene veramente — perdonate la parola dura — da un certo pregiudizio, per cui tutto deve provenire da un’autorità. In quello che come organismo sociale sano per il futuro viene aspirato, l’appartenenza risulta piuttosto dalla cosa stessa. Abbiamo proprio con la discussione dell’industria dei giornali visto come da questa cosa stessa risulta questa appartenenza. Da questa appartenenza risulterà una risposta molto più comprensiva di quanto oggi si pensi. E una domanda come questa la riconoscerete come una che proviene veramente dall’umore dell’obbedienza all’autorità del presente, e non da un fondamento veramente oggettivo.

La quarta domanda:

Oltre alle rappresentanze speciali dei tre articoli è ancora pensata una qualche costituzione parlamentare composta dai loro massimi livelli dirigenti oppure un parlamento da eleggere (per i singoli stati? per l’imperio)?

Bene, signore e signori stimatissimi, deve innanzitutto essere stabilito che naturalmente — e l’ho anche esposto nel mio libro sulla Questione Sociale — ciò che è amministrazione o rappresentanza nei singoli articoli dell’organismo sociale deve stare insieme con gli altri in qualche modo e che deve avvenire uno scambio reciproco attraverso gli uomini. Ma anche in questo rapporto oggi molti pensano ancora in modo troppo schematico. Così per esempio — questo non sta in questa domanda — in un lungo scritto che mi è stato inviato in questi giorni è stato esposto che la triarticolazione veramente rende necessari tre parlamenti diversi: un parlamento culturale, un parlamento statale e un parlamento economico. Bene, ho davvero l’opinione che, se tre parlamenti con tre ministeri sedessero l’uno accanto all’altro in tale modo schematico, allora potrebbe verificarsi soltanto il fatto che tutti e tre si saboterebbero reciprocamente. Questo è proprio quello che emerge da una vera conoscenza delle condizioni reali, che il parlamentarismo — e solo un parlamentarismo democratico è un vero parlamentarismo — , che questo parlamentarismo può riposare soltanto su quello che può essere fissato tra uomo e uomo dal fatto che l’uomo semplicemente è un uomo adulto, maturo. Ogni persona che è un uomo adulto, maturo deve poter partecipare alla vita parlamentare democratica. Poiché su quello che è un uomo normale, sano, adulto, maturo, su quello che sa, quello che pensa, quello che sente e quello che vuole, su questo può riposare tutto ciò che nel diritto viene affrontato. Ma in questa vita giuridica si è immischiata la vita economica, che dunque non riposa soltanto sui sentimenti e i pensieri dell’uomo adulto, maturo, ma che riposa in primo luogo sull’esperienza economica, che ci si può acquisire soltanto nel singolo campo concreto, in secondo luogo sulle fondamenta concrete, potrei dire sul credito nel senso più ampio — non intendo credito monetario, bensì credito nel senso più ampio, che viene creato in un gruppo di persone dal fatto che questo gruppo di persone sta in un certo ramo di produzione. Poiché nella vita economica tutto si deve sviluppare dall’esperienza concreta e dalla base amministrativa concreta del singolo ramo, ciò che esiste come organizzazione nella vita economica può nascere soltanto su tale fondamento, cioè nella vita economica può emergere soltanto un’amministrazione appropriata dall’esperienza economica e dalle fondamenta concrete economiche, reali. Lì non ci sarà una rappresentanza parlamentare in cima, bensì ci sarà una struttura di associazioni, coalizioni, cooperative dai ceti professionali, dall’interrelazione della produzione e del consumo e così via, che si organizzano, che si sanno amministrare. E questa struttura guiderà anche a una certa cima — potrei dire a un consiglio centrale. Ma questa non può essere la stessa struttura che si esprime in ciò che deve essere staccato indipendentemente come base giuridica. Per questo naturalmente proprio ciò che dovrebbe fluire di nuovo nella vita economica come diritto, fluirà proprio in questo modo correttamente come diritto, perché ora può emergere in modo puro, senza essere contaminato dagli interessi economici, sulla base giuridica dalla comunità di tutti i popoli diventati maturi. E così poco come il diritto può essere amministrato nel modo schematico e parlamentare, così poco può essere amministrata in questo modo la vita spirituale, che a sua volta deve sviluppare da sue circostanze particolari un’organizzazione che si fonda sulle sue proprie leggi, che sarà completamente diversa da quella della vita economica. Ciò che emerge nella vita spirituale come il culmine più alto, questo potrà ordinare insieme con tutto ciò che sta nel mezzo, sulla base giuridica, ciò che amministra parlamentarmente e ministerialmente, e con ciò che emerge come una sorta di consiglio centrale nella vita economica le questioni comuni. So che sono molte persone che non si possono immaginare una cosa del genere; ma nella pratica sarà più semplice, soprattutto più fertile di tutto ciò che oggi sta al suo posto.

Il secondo gruppo di domande reca il titolo «Sulla vita economica». In primo luogo:

Cosa succede al patrimonio già posseduto dai benestanti, in particolare alla proprietà fondiaria agricola e urbana?

La domanda è chiaramente esposta nel mio libro sulla Questione Sociale. Ciò che ci ha condotto nelle singole crisi della vita economica e ora nella grande crisi — poiché tale è la presente catastrofe mondiale — , è quella forma della vita economica moderna che ho cercato di mettere in evidenza nel mio libro «I Punti Essenziali della Questione Sociale». In questo libro viene risposto come in futuro da un lato il mezzo di produzione che consiste nel terreno e dall’altro il mezzo di produzione industriale [devono essere visti diversamente]. I mezzi di produzione industriali possono succhiare capitale dal corpo economico solo finché sono incompiuti; quando sono compiuti, allora cessa anche il loro succhiare capitale dal corpo economico. In altre parole: i mezzi di produzione industriali possono costare qualcosa soltanto finché si lavora su di essi fino al loro completamento; poi devono passare nel processo di circolazione per i mezzi di produzione; allora devono assolutamente essere quello che è proprietà collettiva. Il terreno invece, che non viene fabbricato, bensì è già presente, non può assolutamente costare nulla.

Vedete, signore e signori stimatissimi, se si pensa in modo sano, questo risulta in una certa misura già oggi, ma soltanto nei singoli casi in cui si pensa economicamente in modo sano. Abbiamo come scuola di scienza dello spirito a Dornach eretto un edificio che non è ancora finito, che è stato danneggiato nel suo completamento dalla catastrofe mondiale della guerra. Naturalmente l’abbiamo costruito sulla base delle attuali condizioni economiche, ma per questo edificio si può porre la domanda: Quando saremo tutti morti, quando non saremo più lì, quando l’edificio sarà finito, a chi apparterrà allora questo edificio, chi potrà venderlo a un altro? — Questa domanda si risponde da sola per il nostro edificio. Non apparterrà a nessuno; appartiene naturalmente alla comunità. Poiché è stato costruito sulla base sana che una volta [in futuro] potrà passare come bene comune dell’intera umanità a colui che può amministrarlo di nuovo. Bisogna soltanto una volta arrivare praticamente a una cosa del genere. Nella forma economica attuale ci si può arrivare solo approssimativamente, ma si vedrà che ciò che nel mio libro «I Punti Essenziali della Questione Sociale» c’è su questo, che ogni relazione di acquisto cessa con un mezzo di produzione quando è stato completato, e che questo mezzo di produzione non più acquistabile passa allora in altre forme nell’amministrazione della società. E si vedrà che in ciò c’è qualcosa nel senso più eminente di pratico.

La seconda domanda:

Come devono essere organizzati l’artigiano in piccolo e l’industria in piccolo?

Non possono essere organizzati diversamente dalla grande industria e dal grande artigianato, per la semplice ragione che dalle leggi della vita economica stessa — dalle leggi che ho esposto poco fa nella conferenza — risulterà che un’industria troppo grande o un’impresa troppo grande danneggia, affama coloro che stanno fuori da essa; e che un’industria troppo piccola, un’impresa troppo piccola danneggia coloro che stanno dentro di essa. La grandezza si lascerà aspirare dalle condizioni economiche future di per sé.

La terza domanda:

Il commercio, in particolare il grande commercio per l’importazione e l’esportazione, deve scomparire?

Sarebbe naturalmente una completa assurdità che scomparisse. Chi con vero senso pratico ripensa ciò che è esposto nel mio libro «I Punti Essenziali della Questione Sociale» vedrà che le condizioni reali ai confini del campo economico, giuridico e spirituale non diventeranno affatto diverse. Nemmeno l’iniziativa del singolo diventerà diversa, che naturalmente è necessaria anche verso l’esterno. Ciò che viene cambiato, sono soltanto le relazioni sociali all’interno. Vengono cambiate assolutamente soltanto cose che non hanno nulla a che fare con ciò che accade ai confini, salvo che ai confini ciò che fino a oggi agisce in modo così disturbante e si è sfogato nelle terribili esplosioni di guerra, si armonizzerà reciprocamente.

Dal fatto che le relazioni economiche ai confini agiscono in modo equilibrante sulle relazioni giuridiche internazionali e sulle relazioni spirituali internazionali — per esempio anche ai confini linguistici — , grazie a questo proprio l’organismo sociale tripartito avrà nel rapporto internazionale, come ho esposto nel mio libro, la sua grande importanza. Lì semplicemente non potrà più accadere che nel commercio di importazione e esportazione si intramezzino in modo disordinato quello che da un lato emerge dall’economico e dall’altro lato emerge dal giuridico o dallo spirituale, a cui appartiene anche il nazionale. L’assurdità «economia nazionale» cesserà certamente, per la semplice ragione che oltre i confini, per l’importazione e l’esportazione, varranno unicamente relazioni economiche, e perché non esisterà più la possibilità che questi conflitti mondiali vengano provocati dall’annodamento reciproco di interessi economici e politici.

In tale annodamento reciproco di questioni politiche, culturali, economiche, come è emerso per esempio nella questione del Sangiaccato o nella questione dei Dardanelli nel sud-est del continente europeo o nel problema della ferrovia di Bagdad, giace una gran parte di quello che poi ha condotto alla presente catastrofe mondiale della guerra.

La quarta domanda:

Al «salario» sostituisce la naturalizzazione della produzione lo scambio monetario?

Che il concetto di salario in futuro non avrà più vera importanza — nel senso che entrerà una sorta di socializzazione tra l’operaio manuale e l’operaio spirituale — , questo l’ho esposto nel mio libro, e anche suggerito spesso nei discorsi. Così naturalmente non può essere affatto questione di un ritorno alla semplice produzione di beni naturali. Ma il denaro — anche se lo stato commerciale predominante Inghilterra rimane legato al pattern aureo — almeno inizialmente nel commercio interno riceverà un significato diverso. Quello che oggi è aderente al denaro — che esso è merce — cadrà via. Ciò che sarà nella moneta, sarà soltanto una sorta di contabilità ambulante sullo scambio di merci delle persone che appartengono al campo economico. Una sorta di credito annotato si avrà in ciò che si ha come base monetaria. E una cancellazione di questi crediti avverrà quando si ottiene qualcosa che si necessita per i propri bisogni. Una sorta di contabilità, contabilità ambulante sarà il sistema monetario. Il denaro, che oggi è merce e il cui controvalore, l’oro, è veramente soltanto una merce fittizia, non sarà più merce in futuro.

La quinta domanda:

È previsto un obbligo di lavoro?

Bene, signore e signori stimatissimi, chi penetra nello spirito del mio libro «I Punti Essenziali della Questione Sociale», vedrà che ciò che veramente a ogni uomo in qualche modo sensato — e lo dico qui del tutto apertamente — deve apparire come la cosa più orribile, un obbligo di lavoro ordinato burocraticamente, che in futuro [in un organismo sociale tripartito] può scomparire. Naturalmente ogni persona è costretta dalle condizioni sociali a lavorare, e si ha soltanto la scelta di morire di fame o lavorare. Un altro obbligo di lavoro oltre a quello che in questa maniera risulta dalle condizioni non può esserci [in un ordine sociale] in cui comunque la libertà dell’essere umano è una condizione fondamentale.

La sesta domanda:

È prevista l’abolizione di ogni diritto di eredità?

Il diritto di eredità, nella misura in cui rimangono parti di esso, potrà al massimo riposare su questo: che in un periodo di transizione bisogna tenere conto in qualche modo di relazioni di pietà e simili. Ma di un diritto di eredità [nel senso del diritto di eredità finora] non potrà più essere parlato in futuro per la semplice ragione che da un lato non può più accadere che qualcosa che in realtà non può essere venduto, che non è acquistabile, abbia un valore per qualcuno. D’altro lato il diritto di eredità non avrà più utilità, perché sotto i regolamenti dell’organismo sociale sano gli uomini, coloro che appartengono a loro, potranno compensare per il loro futuro in un modo completamente diverso rispetto a oggi, sotto il diritto di eredità puramente materiale — l’ho espresso nel mio libro.

Il terzo gruppo di domande è intitolato: «Sulla praticabilità concreta» — La prima domanda:

Non verrebbe creata una classe superiore dalla casualità dei talenti personali (spesso non di contenuto sostanziale, ma di capacità individuale come facilità, dote oratoria e simili), presso la quale esiste il pericolo di abuso del potere affidato così come della corruzione e presso la quale rimangono l’invidia e il malcontento della classe inferiore?

Bene, signore e signori stimatissimi, colui che non vuole questa formazione dell’organismo sociale non potrà mai contribuire a nulla di fecondo se non corrisponde alle condizioni assolutamente ideali. Il più grande nemico di tutti gli impulsi sociali è quando si vuole attraverso questi impulsi sociali per così dire fondare la felicità dell’umanità. Voglio usare un confronto qui. Vedete, signore e signori stimatissimi, prendiamo l’organismo umano, assumiamo che sia un cosiddetto organismo sano. Non se ne accorge affatto, e proprio perché non si accorge di nulla nel suo organismo, è un organismo sano. La gioia, l’armonia, la cultura interiore dell’anima deve emergere prima sulla base di un tale organismo sano. Non potete esigere dal medico che vi dia oltre la salute anche la gioia dell’anima o la cultura interiore dell’anima, bensì potete esigere da lui soltanto che renda sano il vostro organismo. Sulla base di un organismo sano deve poi emergere quello che è la cultura interiore dell’anima. Se però l’organismo è malato, allora l’anima partecipa alla malattia, allora la sua vita interiore dipende da questa malattia. Così è anche nell’organismo sociale. L’organismo sociale malato rende gli uomini infelici; l’organismo sociale sano però non può ancora rendere gli uomini felici, bensì è soltanto creato il terreno per la felicità degli uomini, che poi emerge quando l’organismo sociale è sano. Perciò l’impulso per l’organismo sociale tripartito è quello di cercare le condizioni di vita di un organismo sociale sano. Naturalmente possono anche emergere corruttele o simili — questo non può essere negato — , però tali corruttele saranno corrette di nuovo da contraccolpi, e la maggiore speranza di correggerle quando emergono giace proprio nella salute dell’organismo sociale stesso. Sono completamente convinto: Se l’organismo sociale è sano, allora i ciarlatani della professione con la loro dote oratoria semplicemente cacceranno via gli uomini, non avranno molto consenso. Attualmente dalle nostre condizioni sociali questo non è ancora il caso. In particolare laddove la vita spirituale deve prosperare, accade talvolta che un qualche ciarlatano della professione seduto su una cattedra abbia sì i suoi ascoltatori in fuga, ma devono pagare le tasse di frequenza e in certe circostanze possono anche sostenere i loro esami. E la ciarlataneria della professione con la sua corruzione non ha sul vero effettivo vivere, sulle condizioni di vita dell’organismo sociale in realtà alcun effetto particolare. Cose del genere naturalmente spariranno in futuro quando l’uomo è tenuto a costruire nella vita spirituale su questo che deve procurarsi la fiducia dei suoi simili e che per esempio soltanto su questa fiducia dei suoi simili riposa quello che può compiere.

La seconda domanda, e questa è l’ultima domanda che mi è stata posta in questo gruppo di domande:

Quali argomenti ci sono per il fatto che il comunismo, che non aspira all’uguaglianza dei diritti del proletariato con la borghesia, bensì al dominio del proletariato e che è dell’opinione che la borghesia non rinuncia volontariamente alla sua attuale posizione, rinuncia al suo programma di potenza a favore della triarticolazione e vede nel gesto di concessione dei possidenti non soltanto un pagamento parziale?

Questa domanda non può essere risolta così semplicemente dalla formazione dell’organismo tripartito, bensì deve essere detto che il fossato che è stato scavato tra il proletariato da un lato e il non-proletariato dall’altro è sorto essenzialmente dalla colpa dei circoli dirigenti, cioè del non-proletariato, e che il compito prossimo di questi circoli dirigenti dovrebbe consistere nel comprendere veramente le rivendicazioni del proletariato, nel poter veramente entrarvi; poiché il proletariato avrà prima di tutto bisogno di ciò che è la forza dei lavoratori spirituali. Non dovrebbe vedere un pericolo in qualche pretesa impossibile dall’una o dall’altra parte, bensì unicamente nella mancanza di buona volontà nel gettare qualche ponte sopra l’abisso.

Ci sono ancora un paio di altre domande scritte, per esempio la domanda:

Nell’organismo sociale tripartito la forza lavoro umana perderà il carattere di merce. Non ci sarà più un salario nel senso finora noto. Ai lavoratori di un’impresa toccherà una parte da concordare contrattualmente del guadagno complessivo dell’impresa in questione, un’altra parte apparterrà agli impiegati e al capo impresa. In quale modo sarà garantito che al lavoratore rimanga un minimo di sussistenza, per esempio in caso di bassa redditività di una singola impresa?

Questa domanda è trattata nel mio libro, e ho soltanto da osservare qui che la domanda nel senso più eminente, quando veramente i tre articoli dell’organismo sociale sano esistono, è una questione economica e che attraverso la socializzazione della vita economica emergerà una grande questione pratica per quelle amministrazioni che saranno attive nel corpo economico. Essenzialmente, potrei dire, questa domanda si riduce al seguente: Ciò che oggi si chiama minimo di sussistenza, questo è ancora sempre pensato verso il rapporto salariale. Questo tipo di pensiero, questo non può avvenire allo stesso modo nella vita economica indipendente. Lì la domanda dovrà essere posta in modo puro dalla vita economica. Questa domanda si presenterà allora così: che l’uomo, svolgendo un’attività qualunque, producendo qualcosa, per questa attività riceverà tanta prestazione di altri uomini attraverso lo scambio, quanta ne avrà bisogno per soddisfare i suoi bisogni e i bisogni di coloro che gli appartengono, finché avrà prodotto un nuovo prodotto dello stesso tipo. Bisogna soltanto che conti tutto quello che l’uomo deve svolgere per la sua famiglia in termini di lavoro e simili. Allora si troverà una certa, potrei dire, cellula primordiale della vita economica. E ciò che farà di questa cellula primordiale della vita economica quello che soddisfarà all’uomo i suoi bisogni finché avrà prodotto un nuovo prodotto dello stesso tipo, questo vale per tutti i rami della vita spirituale e materiale. Questo dovrà essere ordinato in modo che le associazioni, le coalizioni, le cooperative del tipo che ho presentato prima, dovranno provvedere affinché questa cellula primordiale della vita economica possa esistere. Cioè, ogni prodotto in confronto con altri prodotti ha quel valore che corrisponde agli altri prodotti che si necessitano per soddisfare i bisogni finché non si produce un nuovo prodotto dello stesso tipo. Che questa cellula primordiale della vita economica oggi non esista ancora, questo riposa sul fatto che nel gioco della domanda e dell’offerta del mercato odierno confluiscono lavoro, merce e diritto e che questi tre campi devono essere separati in futuro nell’organismo sociale tripartito e sano.

È stata inoltre posta la seguente domanda:

Come immagina il signor dottor Steiner il futuro migliorato della condizione dei maestri privati e maestre private così come di simili categorie professionali il cui reddito necessario al sostentamento è oggi dipendente dal numero di ore di lavoro personalmente svolte? Come sarà possibile in futuro anche di loro la forza lavoro di spogliare del carattere di merce?

Questo si fa tutto da sé: poiché chiunque lavori come maestro nella vita spirituale, quando non sia più incatenato nella macchina dello stato, sarà collocato più o meno in libertà, ma in modo sano, come ogni attività culturale spirituale nell’organismo tripartito. È questo quello che può essere detto circa una tale domanda. Tali persone, come sono intese qui, saranno semplicemente eguagliate a coloro che oggi hanno monopoli, per il fatto che nel campo dello spirituale sono intrecciate nella loro posizione con le pure relazioni statali.

Credo che ora farò un’interruzione nella risposta alle domande poste per iscritto, affinché non vengano pregiudicate le domande che potrebbero venire dal nostro stimato pubblico. Le domande a cui ho risposto per prime giacciono già da tempo presso di me, e ho voluto rispondervi oggi per primo perché credo che potrebbero veramente essere significative per un più vasto pubblico. Se oggi le risposte alle domande non potessero essere concluse, questo potrebbe accadere in un’altra occasione. Credo quindi che sarà bene se consideriamo le domande che ora, forse, potrebbero emergere dal pubblico verso di noi.

Wilhelm von Blume: Vi prego quindi cari presenti, se ancora avete domande nel cuore, di esprimervi adesso e di portarle qui per iscritto se possibile. È però anche libero per voi porre domande oralmente, solo vi pregheremmo di venire qui e di porre la domanda da qui, affinché possiamo sentirvi tutti.

Forse mi è concesso intanto di rispondere ancora con una parola a una domanda che è stata sollevata prima, che desidero aggiungere a ciò che è stato detto dal signor dottor Steiner, perché essa stessa a me è sorta occasionalmente e quindi ho compreso che fosse stata posta. È questa la domanda sulla posizione dei comuni nel futuro organismo sociale tripartito. Forse il questionante desidera ancora saperne di più su come sarà effettivamente la situazione dei comuni con la triarticolazione dell’organismo sociale in futuro. È stata posta la domanda: Come sarà effettivamente con i comuni in futuro, se cioè, come è indubbiamente il caso, l’impianto di gas deve essere incorporato come istituzioni della vita economica nell’organizzazione complessiva della vita economica e quindi non può più contare come una particolare istituzione comunale?

Un’altra cosa non è stata menzionata dal questionante, che è però almeno altrettanto importante, ed è la questione della fornitura di abitazioni. Chi dovrà provvedere in futuro alla realizzazione delle abitazioni? La realizzazione delle abitazioni è, per dirla in questo modo, un processo economico, poiché si tratta di «produzione». E che la concessione di abitazioni all’uso debba essere vista egualmente come un processo economico, su questo non può esserci dubbio. Questo affare allora in futuro dovrà essere gestito attraverso l’organizzazione speciale della vita economica. Si potrebbe quindi pensare che il comune, che perde allora tutti i suoi compiti o almeno la maggior parte di quelli che ha avuto fino a oggi — e cosa diventerà allora effettivamente del comune? E eppure: il comune rimane, e il comune avrà anche in futuro un ruolo straordinariamente importante, esattamente come lo stato rimane e avrà anche in futuro compiti da svolgere. Che il trasferimento dell’impianto del gas dall’amministrazione comunale pura a un’amministrazione economica speciale abbia tuttavia anche i suoi lati molto, molto positivi, credo che ogni persona l’avvertirà immediatamente quando si dice che il prezzo del gas, che oggi viene richiesto dalla comunità, non viene stabilito con l’obiettivo che il maggior numero possibile di persone possa avere questo gas al prezzo che corrisponde ai costi di produzione, bensì che l’impianto di gas è un’istituzione comunale che genera reddito e che [attraverso l’eccedenza] i bilanci comunali vengono finanziati. È lo stesso con gli impianti di elettricità, i tram e così via. Cioè questi istituti, che dovrebbero perseguire scopi economici del tutto specifici, devono anche servire i propositi finanziari del comune, e abbastanza spesso così che il vero scopo del rifornimento dei cittadini comuni con questi beni straordinariamente importanti viene gravemente compromesso. Dunque è un vantaggio se il comune in futuro non può più utilizzare tali istituzioni per i suoi propositi finanziari, bensì se questi vengono utilizzati soltanto per puri fini economici. Ma il comune rimane l’organizzazione subordinata allo stato dell’intero sistema legale e amministrativo, cioè in particolare della polizia e della cosiddetta assistenza sociale — l’assistenza sociale, nella misura in cui riguarda il mantenimento della forza dei singoli uomini. Questo sarà il compito del comune, e ha la sua più importante di tutte le attività come oggi già. È il comune che veramente è venuto a dover amministrare soltanto perché nessun altro non ha affrontato questo compito nel modo giusto, ed è una fortuna, credo, per una vera vita comunale se in futuro il puramente economico non viene più curato dal comune. È una fortuna se in futuro l’amministrazione comunale non viene organizzata così che gli interessi egoistici hanno il dominio, bensì se viene organizzata così che in effetti ogni singolo può avere diritto alla sua giustizia.

Per quanto riguarda d’altro lato la vita spirituale, quello che deve valere nei confronti del comune deve valere in generale per la separazione di questa vita spirituale dall’influenza dello stato. È chiaro che oggi i comuni hanno creato molte cose buone in questo campo, ma gli svantaggi del governo degli interessi economici — in particolare nel settore culturale, che si mostrano ancora e ancora — questi svantaggi si sentono chiaramente abbastanza nel settore della vita comunale. Tuttavia, rimane per il comune ancora il vasto territorio che aveva anche prima di quando si assumeva tali istituzioni comunali nella propria gestione. Dunque il timore che il comune divenisse completamente superfluo è tanto ingiustificato quanto il timore che lo stato non sarebbe in realtà risolto da questa triarticolazione. Non è così.

Ulteriori domande dal pubblico non sono state poste fino a questo momento. Il dottor Steiner continuerà nella risposta alle domande poste per iscritto.

Rudolf Steiner:

Giace innanzi ancora la domanda:

L’ordine economico di Steiner dovrà sottomettersi nei suoi grandi contorni a una determinata politica governativa, per esempio a quella del principio di nazionalità, di una visione mondiale militaristica o pacifista. Secondo questi principi conduttori il carico della situazione economica (a parte l’attuale dovuto alle colpe di guerra e alle riparazioni belliche) sarà diverso? Non comporterà, per esempio, una politica nazionalistica nel vecchio modo di pensare di appesantire di nuovo la situazione economica soprattutto e di minare il benessere generale?

Bene, signore e signori stimatissimi, la domanda sorge da un’ancora non completa penetrazione di ciò che veramente è l’essenza dell’organismo sociale tripartito. Vedete, i danni dell’organismo unitario dello stato, essi sorgono dal fatto che, diciamo, nella vita giuridica, cioè nell’ambito più largo nella politica, si immischiano gli interessi economici, che per esempio gli agricoltori formano una lega e come «lega degli agricoltori» si affermano nel parlamento dello stato e lì dai loro interessi esercitano influenza sulla vita giuridica. Oppure d’altro lato [possono sorgere danni se] una corporazione che persegue puri interessi spirituali — diciamo per esempio il «Centro» organizzato cattolicamente — siede di nuovo nel parlamento dello stato e lì trasforma gli interessi giuridici, potrei dire, in interessi spirituali trasformati. Ora voi direte: Bene, in futuro i tre articoli stanno separati l’uno dall’altro: organismo spirituale, che si autoamministra completamente dai principi spirituali; organismo giuridico, che sarà la continuazione dell’attuale organismo statale, ma non avrà in sé la vita spirituale e la vita economica, bensì soltanto la vita giuridica e politica; organismo economico, la circolazione della vita economica. Ma, direte voi, i tre campi hanno tuttavia certe cose, certi interessi in comune, e stanno insieme attraverso l’uomo stesso; il singolo uomo sta in certi stabilimenti dentro, in cui i tre campi amministrativi indipendenti si immischiano. Voi chiederete: Sì, non potrebbe anche in futuro per il parlamento della base giuridica una qualche lega o simile farsi valere, che porti gli interessi economici dentro la base giuridica e nel parlamento dello stato faccia valere allo stesso modo i suoi interessi, come per esempio nello stato unitario la lega degli agricoltori dagli interessi economici vuol fare diritto o come il Centro dai suoi interessi religiosi, dagli interessi spirituali, vuol fare diritto attraverso coalizioni con altri partiti?

Bene, signore e signori stimatissimi, l’essenza dell’organismo sociale tripartito, che oggi è così poco compresa, consiste nel fatto che nel campo della base economica si potranno prendere soltanto misure economiche, nessuna misura giuridica e nessuna misura che abbia a che fare con lo sviluppo delle capacità umane, che devono essere amministrate nella vita spirituale; sulla base della vita giuridica si dovranno sviluppare soltanto questioni giuridiche.

Prendere quindi l’esempio che si troverebbe una lega con interessi economici nel parlamento della base giuridica, nel parlamento dello stato, essa non potrebbe mai prendere misure che avessero qualche influenza sulla vita economica, poiché in questo parlamento vengono comunque affrontate soltanto questioni giuridiche che riguardano l’uguaglianza di tutti gli uomini. Quindi non possono nemmeno essere pensate dal punto di vista della vita economica. La vita economica non viene affatto in questione nel parlamento giuridico. È impossibile a chiunque, anche se entra con ancora così tanto interesse economico nel parlamento giuridico, far valere lì dentro gli interessi economici, perché sulla base della vita giuridica non può accadere nulla che abbia carattere economico — questo può accadere soltanto sulla base della vita economica. Questo è proprio il significato, che non vengono articolati in strati gli uomini, bensì — separato dagli uomini — l’organismo sociale stesso viene articolato. Così ciò che ora è uno stato unitario si divide in tre campi, e non si potranno far valere gli interessi dell’altro campo su ognuno dei tre campi, perché la rivendicazione non può avere effetto su questo campo. Questa conseguenza è proprio quella in cui in futuro giace il salutare per l’organismo sociale; è anche il motivo per cui questo organismo sociale tripartito è una necessità sociale.

Credo che la maggior parte di coloro che oggi si sono già familiarizzati con l’impulso dell’organismo tripartito considerino ancora quello che è inteso con esso come qualcosa di troppo escogitato, come qualcosa che sta fuori dalla pratica, come qualcosa dove ancora una volta uno ha pensato e gli è venuto in mente: Con l’organismo unitario è andato male, bene, facciamolo di tre. — Non è questo il caso, bensì la conoscenza della vita reale, delle reali necessità della vita, questo è quello che come conseguenza produce l’organismo sociale tripartito. Si sentono oggi così molto spesso gli uomini dire: Sì, cosa vuole veramente, non capiamo. — Non si comprende quello che veramente è voluto. Oggi molti dicono a un impulso di questo tipo: Questo non lo capiamo. Da dove viene questo? Vedete, ciò viene ancora da qualcosa che deve diventare diverso e appunto migliore attraverso l’organismo tripartito. Oggi manca agli uomini, quando devono giudicare qualcosa, prima di tutto il collegamento con la vita. Se si parla oggi da una teoria, da qualcosa che si spiega con pochi principi generali, che fondamentalmente ogni uomo normale capisce quando è diventato maggiore, [allora lo capiscono gli uomini]. Ma se si parla oggi di qualcosa che non si può capire in questo modo, bensì è necessario il vero collegamento con la vita, dove si deve appellarsi all’esperienza di vita — ecco che gli uomini vengono e dicono che non lo capiscono. Da dove viene questo veramente? Viene dallo stato unitario che abbiamo da quattro secoli; attraverso questo stato unitario gli uomini sono stati gettati in una vita in cui stanno in un particolare campo di vita e in questo si sono acquisiti una certa routine. Questa routine la chiamano la loro pratica. Sanno quello che hanno attraverso questa routine. Nel resto vengono educati dallo stato dal livello scolastico più basso. Lì non fluisce nell’educazione quello che fluirà nell’educazione in futuro, la vita vera, bensì fluiscono nell’educazione ordinanze, leggi e così via. Nel pensiero umano fluisce già [dal livello scolastico più basso] l’astratto dell’ordinanza, della legge, così che gli uomini oggi hanno soltanto la routine di qualche singolo ramo, che gestiscono completamente meccanicamente. Chi non è d’accordo con loro da una più ampia esperienza di vita, lo chiamano uno sciocco o un uomo impratico. E oltre a questo hanno una testa piena di astrazioni, perché sono stati educati soltanto da ordinanze, leggi, obiettivi didattici e così via, che non vengono tratti dalla vita, bensì soltanto da qualche modo astratto di pensare, che ha unicamente giustificazione sulla base giuridica, ma su nessun’altra base di vita. Sulla base giuridica ha giustificazione per il motivo che sulla base giuridica ha giustificazione quello che ogni uomo normale, che è diventato maggiore, semplicemente dal fatto di essere maggiore può trarre da sé e rivendicare come diritto umano di fronte a tutti gli altri uomini. Da questo però non può essere tratto quello che deve confluire nell’amministrazione della vita economica, quello che deve confluire nello sviluppo della vita spirituale.

Perciò, perché abbiamo avuto la libertà mancante della vita spirituale, lo stare da sé della vita spirituale, abbiamo oggi questo strano fenomeno che gli uomini possono capire soltanto quello che si sono già pensati a lungo. Ho parlato di recente in una città vicina delle stesse domande di cui parlo ora anche qui. Poi qualcuno si è voluto discutere, ha sostenuto qualcosa da cui si poteva vedere che semplicemente dalle mie esposizioni aveva ricevuto e persino sentito soltanto quello a cui era già abituato da decenni, fino alla formazione della frase stessa. Ciò che però non era nella sua scatola cranica già da decenni, l’uomo non ha nemmeno sentito, è passato così estraneo a lui che non l’ha nemmeno sentito, che l’ha completamente negato nella discussione. Questo accade perché qualcosa come l’impulso all’organismo sociale tripartito deve appellarsi non a quello che ci è stato insegnato attraverso ordinanze astratte, leggi, obiettivi didattici, curricula e così via, bensì deve appellarsi a quello che l’uomo comprende dalla vita stessa. Perciò oggi si è creata una tale frattura quando non si parla da pensiero utopistico e ideologico, bensì appunto dalla vita stessa. Quanto più praticamente si parla oggi, tanto più impratico gli uomini vi chiamano, perché gli uomini non hanno una vera pratica di vita, bensì hanno soltanto routine di vita e astrazioni nella testa. È anche questo quello che conduce al timore che in futuro nell’organismo sociale tripartito potrebbe arrivare una tirannia da un lato o dall’altro. Non può arrivare affatto, perché una tale tirannia, come ho esposto, non potrebbe nemmeno farsi valere. Si darebbe, anche se si dessero ancora così tante leggi nel parlamento giuridico, senza colpire nulla nella vita economica, perché anche quello che sarebbe pericoloso per gli interessi della vita economica non potrebbe agire sulla vita economica, poiché essa si amministra indipendentemente.

Un’ulteriore domanda:

Come d’altro canto vengono regolate le esigenze della politica sociale, per esempio l’assistenza ai mutilati di guerra, agli orfani, ai deboli e così via? In particolare in quale scala? Come vengono utilizzati i risultati della vita economica? Non potrebbe una corrispondente costellazione del governo rendere illusoria la politica sociale del dottor Steiner? Anche se i principali malanni del capitalismo, l’economia fondiaria, fossero stati eliminati, non potrebbe rimanere unilaterale la distribuzione dei carichi?

L’ultima parte della domanda è già stata risposta da quello che ho appena detto. Che però una vera vita economica posta su se stessa possa veramente provvedere per le vedove e gli orfani e così via, questo l’ho esposto più estesamente nel mio libro «I Punti Essenziali della Questione Sociale». L’ho persino già suggerito poco fa: che quello che ogni persona deve contribuire come quota deve essere conteggiato nella cellula primordiale economica, e che vedove e orfani, persone assolutamente non idonee al lavoro — come è esposto nel mio libro, anche per i bambini, per cui rivendico il diritto dell’educazione — devono ricevere. La scala per questo risulterà semplicemente dalle condizioni di vita delle altre persone. Poiché con la cellula primordiale economica si ha una scala per il tenore di vita di una persona secondo il benessere economico complessivo attuale, è allo stesso tempo anche data la possibilità di creare una scala per la vita di coloro che veramente non possono lavorare.

La domanda successiva:

Non potrebbero i pericoli del cosiddetto governo borghese rimanere comunque? Non verranno rafforzati nella misura in cui a seconda della composizione della direzione politica i vertici possono essere riempiti in modo tale che malgrado tutte le belle parole la direzione e il personale delle fabbriche, cooperative e così via accada sulla cosiddetta via del «paesanello»? Chi garantisce in una società governante arretrata, cioè nel parlamento, l’allontanamento dell’incapace, del pigro da una posizione dirigente o indipendente? Un’economia di cricca non potrebbe distruggere rapidamente i vantaggi del sistema di Steiner?

Fondamentalmente anche la risposta a questa domanda risulta da quello che ho già detto. Poiché, signore e signori stimatissimi, veramente non si tratta di pensare uno stato ideale in cui non possa più accadere che uno o l’altro si appropri di qualcosa, bensì si tratta di trovare il migliore stato possibile adattato a una società umana concreta. Quello che è chiamato il «paesanello» e simile, questo sarebbe, se voi veramente ripensate completamente le cose — però praticamente, secondo la realtà — completamente impossibile. Poiché, pensate soltanto al fatto che in questo organismo sociale tripartito la circolazione dei mezzi di produzione avviene nel più ampio ambito, che inoltre la collaborazione dell’operaio manuale con l’operaio spirituale riposa su un contratto completamente libero sulle prestazioni, così che con qualsiasi favoritismo la tutta la forza operaia, la forza operaia spirituale e fisica di un’azienda dovrebbe essere d’accordo con questo favoritismo. Così ci sono molto maggiori garanzie create che da qualsiasi altra parte. Se si riflette su cosa potrebbe accadere per esempio in una grande cooperativa economica diventata tirannica verso il sistema statale tutto il corrompimento, lo spionaggio, allora vorrei sapere come si possa paragonare con quello che nel organismo tripartito da un errore della natura umana nel singolo certo può accadere, si correggerà naturalmente ma presto di nuovo. La più grande garanzia che i danni che giacciono nella natura umana non si diffondano troppo, questa è offerta proprio da quella vivacità che avviene nell’organismo sociale tripartito, perché i tre articoli dell’organismo sociale stesso si controllano reciprocamente. Un organismo unitario, se poi costruito anche solo su una vita economica puramente materiale, questo porta in sé proprio i pericoli caratterizzati con questa domanda; e perché si possono prevedere questi pericoli, la domanda sorta — di nuovo da una necessità pratica — : Come si eliminano da un corpo economico unitario la possibilità che questi danni sorgano? Eliminandone la possibilità che il diritto, la correzione per quello che può sorgere come ingiustizia. Come si eliminano i danni del sistema di produzione economica nel campo spirituale? Attraverso il fatto che il campo spirituale si autoamministra; deve riposare sulla fiducia nei compagni umani, e l’incapace deve separarsi dalla vita spirituale e diventare operaio manuale o simile. Tutto questo risulta proprio dalla triarticolazione dell’organismo sociale, perché questa triarticolazione allo stesso tempo dà la possibilità della correzione per i danni che sorgono in uno o nell’altro campo.

Qui è ancora posta una domanda:

Come immaginate l’autoamministrazione del campo spirituale e da quali organizzazioni sarà sostenuta?

Vedete, signore e signori stimatissimi, caratterizzarvi adesso nei dettagli questa complicata autoamministrazione del campo spirituale richiederebbe lungo, lunghissimo tempo. Posso soltanto accennare che si tratterà del fatto che all’interno dell’autoamministrazione del campo spirituale come amministratori staranno soltanto quelle persone che sono anche stesse attive in questo campo spirituale. Per esempio nel campo dell’istruzione scolastica non fluirà quindi nell’autoamministrazione nulla d’altro se non quello che il pedagogo deve esercitare, in modo appropriato, dal pedagogo sul pedagogo come influenza. Anche la selezione delle personalità per posti determinati non riposerà su esami, ordinanze e simili, bensì sulla vera conoscenza pedagogica delle capacità e così via; così che da nient’altro dipenderà in quale posto io sto nell’organismo spirituale se non — diciamo nel settore specifico della scuola — da soli punti di vista pedagogici, cioè da soli punti di vista interiori. Non potrà mai alcun altro corpo, il corpo economico o statale, organizzare le scuole secondo i propri bisogni. Le scuole saranno organizzate soltanto secondo i bisogni umani fino al quindicesimo anno, e dal quindicesimo anno in poi secondo i bisogni dell’organismo sociale, secondo i bisogni della vita di questo organismo sociale. Ma questo presuppone che l’amministrazione in realtà dipenda esattamente dagli stessi punti di vista come l’insegnamento stesso negli istituti di istruzione. In futuro l’uomo non potrà essere collocato dallo stato in un posto e poi anche dover seguire le ordinanze dello stato, bensì tutto quello che agisce nella vita spirituale è soltanto collocato in un’amministrazione che è sorta dal punto di vista di questa stessa vita spirituale.

Poi giace dinanzi la domanda:

Dal Bund per la Triarticolazione è già prevista la fondazione di un consiglio culturale per il campo spirituale? Se no, allora dovrebbe prendere l’iniziativa a ciò la riunione.

Signore e signori stimatissimi, non giova oggi se non si parla in modo completamente aperto e onesto sui grandi compiti che il presente pone a noi. La vita economica ha assunto forme attraverso cui il proletariato è stato spinto a un’energica rappresentazione dei suoi interessi economici. È noto dalle più diverse circostanze che oggi il proletariato soffre molto del fatto che ha più o meno uno scopo teorico, ma nessuna pratica. Tuttavia, quello che vive nel proletariato è una volontà determinata; è anche il risultato di una ben determinata istruzione politica che si è svolta attraverso decenni. Da questa volontà oggi potrà formarsi qualcosa come per esempio un consiglio di fabbrica o un sistema di consigli di fabbrica da operai spirituali e fisici insieme. Non sarà facile, in particolare perché se non accade rapidamente, potrebbe diventare troppo tardi.

Ma, potrei dire, è oggi un lavoro che combatte ancora con meno paurosi ostacoli rispetto alla creazione di un consiglio culturale, poiché lì gli si presentano i più molteplici [ostacoli]. Per esempio oggi ci sono capi partito che credono, socialista, completamente socialista di pensare, non più di pensare nel senso della vecchia cultura spirituale delle classi privilegiate, e tuttavia non hanno assunto nulla d’altro se non questa cultura spirituale. Non vive nelle loro teste nulla d’altro se non l’ultima conseguenza di questa cultura spirituale. Questa cultura spirituale dei circoli guida e dirigenti, essa può essere caratterizzata dal fatto che nel corso degli ultimi quattro secoli sempre più e più è confluita in una tale relazione tra la vita spirituale e la vita economica, che la vita spirituale in realtà è soltanto una conseguenza della vita economica, una sorta di sovrastruttura sulla vita economica. Da questa esperienza degli ultimi tre o quattro secoli il proletariato rispettivamente la teoria proletaria si è formata la visione che la vita spirituale dovrebbe veramente essere soltanto qualcosa che proviene dalla vita economica. Nel momento in cui si farebbe questo praticamente, che la vita spirituale potrebbe provenire soltanto dalla vita economica, in quel momento si pone la pietra fondamentale per una completa distruzione della vita spirituale, per una completa distruzione della cultura. La borghesia oggi non può esigere che il proletariato stia su un altro punto di vista se non quello di aspettare tutta la salvezza dalla vita economica — per il motivo che la borghesia stessa ha portato tutto al punto di vista che infine tutto lo spirituale è dipendente dall’economico.

L’andamento dell’evoluzione è stato tale che innanzitutto i danni che si sono verificati per l’uomo all’interno della società umana dall’ordine aristocratico sono stati superati attraverso lo sviluppo storico. Da questo ordine aristocratico sono risultati danni giuridici; la borghesia ha combattuto per i diritti di fronte a quello che prima era l’ordine aristocratico. Poi si è verificato nello sviluppo storico come ulteriore il contrasto tra borghesia e proletariato, cioè tra possidenti e non-possidenti. La grande lotta tra borghesia e proletariato tende a fare in modo che la forza lavoro non sia più una merce. Così come le cose stanno oggi, si tratta del fatto che il proletariato vigorosamente rivendica — e non è soltanto una rivendicazione proletaria, bensì una storica — che in futuro la forza lavoro fisica non debba più essere una merce. La borghesia ha rivendicato il liberalismo, perché non voleva più i vecchi privilegi aristocratici, perché non voleva più fare del diritto una cosa di conquista e di acquisto. Il proletariato rivendica l’emancipazione della forza lavoro dal carattere di merce. Se non vogliamo lasciare qualcosa che porterebbe la mitteleuropa e l’Europa orientale nello stato della barbarie, allora oggi dobbiamo ancora comprendere un’altra cosa. Se oggi non sorgesse la rivendicazione dal proletariato di collaborare in modo comprensivo con gli operai spirituali, il proletariato spoglierebbe certo il lavoro fisico dal carattere di merce; ma la conseguenza sarebbe che in futuro si entrerebbe in uno stato attraverso il quale tutta la forza umana spirituale diventerebbe merce. Questo stato non deve essere raggiunto, non deve essere causato. La serietà del compito deve essere afferrata così che insieme al lavoro fisico allo stesso tempo venga dato il suo diritto anche al lavoro veramente spirituale.

La vecchia aristocrazia ha causato l’assenza di diritti dell’uomo, la vecchia borghesia ha causato l’assenza di proprietà del proletariato. Se la sola concezione materialista-economica della questione proletaria rimanesse, allora rimane l’inumanità della vita spirituale. Di fronte a questo pericolo stiamo, se coloro che hanno cuore e senso per la vita spirituale non si mettono sul terreno di liberare questa vita spirituale stessa. E questa vita spirituale può essere liberata soltanto se diciamo un addio [alla dipendenza della] vita spirituale che ho caratterizzato nei più diversi modi, e veramente, attraverso un serio consiglio culturale, portiamo a una riorganizzazione della vita spirituale. Ma oggi deve essere parlato onestamente e apertamente: l’interesse è su questo terreno, sfortunatamente, ancora molto poco presente. Riconoscere che qui giace una questione urgente: questo è il primo, il compito più urgente. Un consiglio culturale deve nascere.

Nei tentativi che abbiamo intrapreso, tra gli altri ieri in una riunione, non è risultato qualcosa di molto promettente, perché gli uomini ancora non vedono ciò che oggi è in gioco, se non arriviamo a porre il lavoro spirituale sui suoi propri piedi e non lo lasciamo essere una schiava della vita economica o statale. È perciò una pressante necessità che nel più prossimo tempo il cuore e il senso vengano destati proprio per un consiglio culturale. L’apoliticità della nostra gente del centro europeo, che sfortunatamente si è mostrata in modo così orribile negli ultimi quattro o cinque anni, è quello che dovrebbe condurre proprio all’auto-conoscenza sul campo spirituale. È quello che dovrebbe aprire agli uomini il sensorium spirituale per come fino a ora la nostra vita spirituale era solamente una vita spirituale di una piccola cricca, costruita in modo che svilupparsi sulla base di larghe masse, che non potevano partecipare a questa vita spirituale, e che oggi deve essere creata una vita spirituale in cui ogni uomo non solo fisicamente, ma anche spiritualmente e psichicamente trova un’esistenza degna dell’essere umano. Signore e signori stimatissimi, quando soprattutto negli anni che si rivelarono essere i decenni di preparazione della presente catastrofe mondiale, si guardava dentro ai danni di questa vita spirituale, allora certamente ci si poteva afferrare da preoccupazioni culturali.

Fu allora chiesto:

Come saranno educati al meglio i nostri figli?

Nel tempo in cui ci si dava tanto credito di non volere rendere omaggio ad alcuna autorità, i bambini erano stati comunque educati in modo tale che la fede più cieca nell’autorità di ciò che esiste era la cosa più determinante, e il collegamento di questo che esiste con la vita, questo non si poteva nemmeno più giudicare. Non si aveva cuore e senso per il fatto che per esempio ciò che l’uomo riceve come abitudini di pensiero negli ultimi anni della sua giovinezza, ciò che lo penetra completamente, che fa il suo uomo intero. Prendiamo là, nella misura in cui apparteniamo soprattutto ai ranghi che guidano spiritualmente, riceviamo veramente ciò che è vivente per il presente?

Signore e signori stimatissimi, è doveroso oggi parlare apertamente, onestamente e con insistenza su questa domanda. Una gran parte dei nostri capi del presente riceve al ginnasio le forme di pensiero dei Greci e dei Romani, riceve come i Greci e i Romani hanno pensato alla vita, come i Greci e i Romani si sono divisi la vita. Là era soltanto degno di essere uomo libero chi praticava la scienza, l’arte, la politica o la direzione dell’agricoltura. Gli altri uomini erano condannati a non essere uomini liberi, eloti o schiavi. Come gli uomini vivono, questo entra fino nella struttura della lingua che ci appropriamo in gioventù, fino alla forma della frase, non solamente fino alla forma della parola. Nei ginnasi ricevono i membri dei circoli guida e dirigenti quello che era vitale per la vita dei Greci e dei Romani, e nulla di quello che è vitale per la nostra vita presente. Chi oggi dice questo — e deve essere detto, perché soltanto la massima apertura può condurre al vero bene — , è naturalmente considerato da una gran quantità di persone ancora oggi come uno sciocco; ma quello che oggi è ancora considerato sciocco appartiene a ciò di cui abbiamo bisogno per una guarigione dell’organismo sociale. Abbiamo bisogno di uomini che pensano come la vita presente è, non come era quella greca e romana. Qui la questione sociale nel campo della vita spirituale inizia molto fortemente.

Intervento: Giusto!

Oh, questa vita spirituale ha bisogno di una trasformazione radicale, ed è molto difficile trovare oggi, presso gli uomini, un orecchio ben disposto su questo campo. Ma finché questo orecchio ben disposto non sia trovato, non c’è salvezza. Non c’è una soluzione unilaterale della questione sociale, bensì soltanto una tripartita. Vi appartiene il fatto di mettersi sul terreno di una vita spirituale che veramente sorge dalla vita. Vi appartiene la buona volontà, non la cattiva volontà inconscia della pedanteria.

Perciò è pressantemente necessario che proprio su questo campo sorga quello che si può chiamare un consiglio culturale. Posso soltanto dire, un consiglio culturale appare a me come una richiesta del primo ordine, poiché deve sviluppare un’attività che ci salva dal fatto che il lavoro spirituale nel vivere esteriore acquisti carattere di merce.

È, come sembra, questa domanda imparentata con l’altra che è stata posta:

Se è da aspettarsi che la trasformazione della vita economica nel senso dello svincolo dall’organismo statale unitario attraverso l’organizzazione del sistema di consigli di fabbrica avrà luogo rapidamente, come potrebbe allora la vita spirituale rapidamente mettersi sui propri piedi e il suo ricostruirsi essere intrapreso?

Appunto attraverso la disposizione di formare un consiglio culturale e all’interno di questo consiglio culturale di ricercare i requisiti necessari per la ricostruzione della nostra vita spirituale. Questo è quello che ho da dire rispetto a queste domande.

Applauso vivo e battito di mani.

Dr. Carl Unger: Signore e signori stimatissimi, è ancora una gran quantità di ulteriori domande che sono arrivate, che probabilmente — e spero nel vostro consenso — rimandiamo a una serata successiva.

Ma ora deve importarci straordinariamente che le ultime parole del nostro stimato oratore veramente ci penetrino nel cuore. Proprio adesso in questi giorni di nuovo circola tra noi un appello che reca proprio il carattere mummiale della vita spirituale economicamente esaurita: la domanda sulla galvanizzazione e conservazione dei ginnasi umanistici nel vecchio senso. Abbiamo sentito in quale direzione dovremmo guardare quando guardiamo alle sinistre conseguenze della vita presente, e abbiamo sentito dove dobbiamo attaccare nella vita spirituale. E proprio in questi giorni abbiamo anche notato come la massima filistea sia stata opposta all’impulso di una nuova vita spirituale, di una nuova vita artistica. Signore e signori stimatissimi, dalle parole appena udite dobbiamo lasciare sorgere dentro di noi forti impulsi che agiscono verso il fatto di scatenare forze e una forte volontà, anche rivoluzionaria per la vita spirituale nella direzione della preparazione per la fondazione o la formazione di un vero consiglio culturale. Ma questo può fondarsi soltanto sulla libertà, sull’iniziativa propria delle singole personalità che da una qualche situazione della vita spirituale sono disposte e capaci di contribuire a una vera ricostruzione della vita spirituale. Scatenare questa propria iniziativa e agire affinché tra i presenti sia fatto propaganda per questo pensiero e per la triarticolazione dell’organismo sociale, questo deve essere lo scopo delle mie parole attuali. Siamo disposti a ricevere indirizzi innanzitutto — e cioè questa sera ancora — da personalità che sono disposte nel senso dell’intenso appello che il nostro stimato oratore della serata ha rivolto a noi. Vi chiedo permesso di rivolgere a voi con questo invito, e vi voglio in particolare chiedere nel modo più intenso di far agire dentro di voi gli impulsi per la ricostruzione della vita spirituale e di farli valere anche in altri.

Con questo vi chiedo il permesso di chiudere la riunione di oggi.

4°Prima serata di studio: sulla storia del movimento sociale

Stoccarda, 30 Luglio 1919

Rudolf Steiner: Miei molto cari e rispettati ascoltatori! Non anticiperò questa sera ciò che propriamente dovrebbe costituire lo scopo di queste serate di studio, che si terranno sulla base del libro «I punti fondamentali della questione sociale», bensì cercherò di fornirvi una sorta di introduzione a queste serate. Desidero attraverso questa introduzione suscitare in voi una sensazione riguardo ai punti di vista dal quale questo libro è stato scritto. È stato scritto soprattutto dal momento presente immediato, dalla convinzione che anche la questione sociale ha assunto una nuova forma attraverso gli eventi del presente, e che è necessario oggi parlare della questione sociale in tutt’altro modo rispetto a come si era parlato della questione sociale da qualsiasi parte prima della catastrofe della guerra mondiale. Con questo libro si è cercato, in questo momento dello sviluppo dell’umanità in cui la questione sociale diventa pressante in modo particolare e in cui propriamente ogni uomo che consapevolmente vive oggi, che non addormenta e non dorme il seguito della vita dell’umanità, dovrebbe sapere qualcosa di ciò che deve accadere nel senso di quella che comunemente si chiama questione sociale.

Sarà allora forse molto opportuno se questa sera guardiamo un poco indietro. Avrò probabilmente occasione di menzionare cose — ma le porremo sotto una luce un po’ diversa da quella in cui sono state poste — avrò occasione di menzionare cose che in parte vi sono già note.

Probabilmente sapete che ciò che oggi viene presentato come questione sociale viene presentato da un tempo relativamente lungo. E vengono certo anche oggi menzionati i nomi di Proudhon, Fourier, Louis Blanc come i primi che fino alla metà del XIX secolo hanno trattato la questione sociale. Sapete anche che il modo in cui questa questione sociale fu trattata fino alla metà del XIX secolo viene denominato dai rappresentanti odierni, almeno da molti rappresentanti odierni della questione sociale, «l’epoca delle utopie sociali». È utile chiarirsi che cosa si intenda propriamente quando si dice: nel suo primo stadio la questione sociale si presentò in modo tale da vivere in un’«epoca di utopie». Ma non si può parlare di questa materia in senso assoluto, bensì si può propriamente parlare solo sulla base dei sentimenti dei rappresentanti della questione sociale nel presente. Loro sentono come sto per descrivere.

Sentono che tutte le questioni sociali che sorsero nell’epoca di cui parlerò prima, stavano nello stadio dell’utopia. E che cosa intendono le persone quando dicono che la questione sociale era allora nello stadio dell’utopia? Intendono — e ce ne si era già accorti allora; Saint-Simon e Fourier lo avevano notato bene — che c’erano, anche dopo la Rivoluzione francese, persone di una certa minoranza sociale che possedevano i mezzi di produzione e anche altri beni umani, e che c’erano un gran numero di altre persone — anzi, la maggioranza — che non possedevano tali beni. Queste persone potevano lavorare ai mezzi di produzione solo mettendosi al servizio di coloro che possedevano i mezzi di produzione e anche la terra: in fondo non possedevano nient’altro che se stessi e la loro forza lavoro. Si era notato che la vita di questa grande massa dell’umanità era un’angoscia, che si svolgeva per la gran parte nella povertà in contrasto con coloro che appartenevano alla minoranza; e si era indicato la condizione della minoranza e la condizione della maggioranza.

Coloro che così come Saint-Simon e Fourier e anche ancora Proudhon avevano scritto sulla situazione sociale dell’umanità erano partiti da una certa premessa. Erano partiti dalla premessa che fosse necessario indicare agli uomini: vedete, la grande massa vive nella miseria, nella mancanza di libertà, nella dipendenza economica; non è un’esistenza degna dell’uomo. Questo deve cambiare. — E allora si erano escogitati ogni sorta di mezzi attraverso i quali questa disuguaglianza fra gli uomini potesse essere cambiata. Ma era sempre presente una determinata premessa, e questa premessa era che si dicessero: se si sa dove è fondata la disuguaglianza, e se si hanno parole sufficientemente penetranti, se si ha abbastanza consapevolezza morale per indicare con forza che la grande maggioranza degli uomini vive nella dipendenza economica e legale ed è povera, allora questo discorso afferrerà i cuori, le anime della minoranza, dei benestanti, della minoranza più favorita. E attraverso il fatto che questa minoranza comprenda che così non può restare, che devono apportarsi cambiamenti, che deve venire un altro ordine sociale — attraverso questo si porterà un altro ordine sociale. Dunque la premessa era che gli uomini si sarebbero lasciati andare, dal loro impulso animico più intimo, a fare qualcosa per la liberazione della grande massa dell’umanità. E allora si proponeva che cosa si dovesse fare. E si credeva che se la minoranza, se gli uomini che sono gli uomini guida, i conduttori, comprendessero che quello che si vuol fare è bene, allora entrerebbe un miglioramento generale della condizione dell’umanità.

È stato detto molte cose straordinariamente intelligenti da questo lato, ma tutto quello che in questa direzione è stato intrapreso, oggi dalla maggior parte dei rappresentanti della questione sociale viene sentito come utopico. Cioè, oggi non si conta più sul fatto che si debba solo dire: Il mondo dovrebbe essere ordinato così, allora la disuguaglianza economica, politica e legale degli uomini cesserebbe. — Non serve oggi appellare alla comprensione, all’intelligenza degli uomini che sono favoriti, che si trovano nel privilegio, che posseggono i mezzi di produzione e cose simili. Se devo esprimere ciò che nel corso della seconda metà del XIX secolo è stato perduto, devo dire che è stato perduto il credere nell’intelligenza e nella volontà buona degli uomini. Perciò i rappresentanti della questione sociale di cui parlo si dicono: Si possono inventare bei progetti, come si dovrebbe ordinare il mondo umano, ma non ne viene nulla; perché per quanto belli siano i progetti che si predicano, per quanto commoventi siano gli appelli ai cuori, alle anime delle minoranze regnanti, non accadrà nulla. Tutte queste sono idee senza valore, e idee senza valore che dipingono il futuro, questi sono in realtà, in linguaggio popolare, utopie. Non ha perciò alcun senso, si dice, dipingere qualcosa che dovrebbe accadere in futuro, perché non ci sarà nessuno che si lasci andare dai suoi interessi, che possa essere afferrato riguardo alla sua coscienza, riguardo alla sua consapevolezza morale e così via. — Si è perduto il credere nella coscienza e nell’intelligenza morale nei circoli più ampi, in particolare presso i rappresentanti della questione sociale. Si dicono che gli uomini in realtà non agiscono secondo la loro intelligenza quando stabiliscono ordinamenti sociali o quando conducono la loro vita sociale, agiscono secondo il loro interesse. E i possidenti hanno naturalmente un interesse nel mantenere il loro possesso. I privilegiati socialmente hanno un interesse nel mantenimento dei privilegi sociali. Perciò è un’illusione contare sul fatto che si debba solo dire che le persone devono fare questo o quello. Non lo fanno, perché non agiscono secondo la loro intelligenza, bensì secondo il loro interesse.

Nel senso più ampio, si può dire che dopo e dopo — ma veramente solo dopo e dopo — Karl Marx si è professato a questa visione. Si possono descrivere nella vita di Karl Marx un certo numero di epoche. Marx nella sua gioventù era anche un pensatore idealista e ha anche ancora, nel senso come ho appena caratterizzato, pensato alla realizzabilità delle utopie. Ma fu proprio lui, e dopo di lui anche il suo amico Engels, che in modo radicale si è allontanato dal calcolare sull’intelligenza degli uomini. E se caratterizzo in generale qualcosa che è una grande storia, posso dire il seguente: Karl Marx è infine giunto alla convinzione che nel mondo non potrebbe divenire migliore in nessun altro modo se non chiamando coloro che non hanno un interesse nel fatto che i loro beni, i loro privilegi rimangano loro. Su coloro che hanno un interesse nel fatto che i loro beni rimangono loro, su questi non si dovrebbe per nulla guardare, questi si dovrebbero completamente escludere dal calcolo, perché non si lasceranno mai andare a concedere qualcosa, anche se gli si predica bellissimamente. Al contrario, c’è precisamente la grande massa dei lavoratori proletari che non hanno beni da perdere. Karl Marx stesso si immerse in questa convinzione nel tempo in cui in Europa centrale propriamente sorse per la prima volta ciò che oggi si chiama il proletariato; vide il proletariato moderno in Europa centrale sorgere dalle altre condizioni economiche. Quando più tardi visse in Inghilterra, era diverso. Ma nel tempo in cui Karl Marx si sviluppò dall’idealista al materialista economico, era ancora così che propriamente in Europa centrale il proletariato moderno stava affiorando. E allora si disse: Questo proletariato moderno ha completamente altri interessi rispetto alla minoranza guida, conduttrice, perché consiste di persone che non posseggono nulla se non la loro forza lavoro, da persone che non possono vivere in nessun altro modo se non mettendo la loro forza lavoro al servizio dei possidenti, particolarmente al servizio dei possidenti dei mezzi di produzione. Se questi lavoratori abbandonano il loro lavoro, allora sono — questo valeva specialmente per quell’epoca in modo radicale — allora sono gettati in strada. Non hanno dinanzi a sé nulla altro che la possibilità di una condizione di servitù per coloro che sono i proprietari dei mezzi di produzione. Questi uomini hanno un completamente diverso interesse rispetto ai possidenti. Hanno un interesse nel fatto che il precedente intero ordine sociale cessi, che questo ordine sociale sia trasformato. A questi non si ha bisogno di predicare così che la loro intelligenza sia afferrata, bensì solo così che il loro egoismo, il loro interesse sia afferrato. Su questo si può fare affidamento. Predicare a coloro la cui intelligenza si dovrebbe afferrare, in questo non viene nulla, perché gli uomini non agiscono secondo l’intelligenza, agiscono solo secondo gli interessi. Dunque, non ci si può rivolgere a coloro ai quali si dovrebbe appellare l’intelligenza, bensì ci si deve rivolgere agli interessi di coloro che non possono fare altro se non portare avanti la nuova epoca per una costrizione interiore. Questo è l’egoismo a cui Karl Marx si è sviluppato.

Perciò non ha più creduto che il progresso dell’umanità verso stati sociali più nuovi potesse venire da un’opera diversa dall’opera del proletariato stesso. Il proletariato può, secondo Marx, dalle sue stesse forze, dai suoi stessi interessi egocentrici, aspirare a un rinnovamento delle condizioni sociali umane. E così il proletariato, ma ora non per filantropia, bensì per interesse egoistico, libererà anche tutta il resto dell’umanità, perché non può esserci nient’altro se non ciò che gli uomini portano a termine, che non si legano ai vecchi beni e che nella trasformazione non hanno niente dei vecchi beni da perdere.

Si dicono quindi così: da una parte ci sono i circoli guida, conduttori, che hanno certi diritti che erano stati loro conferiti in epoche precedenti, o che in epoche precedenti erano stati estorsi da loro, che si sono ereditati nelle loro famiglie — a questi si aggrappano. Questi circoli guida, conduttori sono in possesso di questo o quello, che ereditano nuovamente all’interno dei loro circoli, della loro famiglia e così via. Questi circoli hanno sempre qualcosa da perdere nella trasformazione, perché naturalmente, se non perdessero nulla, non avverrebbe nessuna trasformazione. Si tratta del fatto che coloro che non hanno nulla devono ricevere qualcosa; perciò coloro che hanno qualcosa possono solo perdere. Dunque si potrebbe appellarsi solo all’intelligenza se questa intelligenza della classe possidente, guida, desse l’impulso di voler perdere qualcosa. Non se ne danno per vinti. — Questa era la visione di Karl Marx. Si deve perciò appellare a coloro che non hanno nulla da perdere. Perciò anche nel 1848 il «Manifesto comunista» si conclude con le parole: «I proletari non hanno nulla da perdere se non le loro catene; hanno invece tutto da guadagnare. Proletari di tutto il mondo, unitevi!»

Ora vedete, dal momento della pubblicazione del Manifesto comunista questo è diventato una sorta di convinzione. E oggi, poiché certi sentimenti che già stanno sotto l’influenza di questa visione vivono ormai nella maggioranza del proletariato, oggi non si può per nulla immaginare correttamente quale sia stato il tremendissimo capovolgimento nella visione socialista attorno alla metà del XIX secolo. Ma sarebbe bene se vi permetteste di prendere qualcosa come il «Vangelo di un povero peccatore» di Weitling, un compagno sarto, che era stato scritto non molto tempo prima del Manifesto comunista, e se lo confrontaste con tutto quello che è stato scritto dopo l’apparizione del Manifesto comunista. In questo veramente dettato da autentico sentimento proletario «Vangelo di un povero peccatore» regna un linguaggio che si può dire, in un certo senso anche poetico, ardente, ma un linguaggio che vuol ricorrere alla volontà buona, all’intelligenza degli uomini. Quella è la convinzione di Weitling, che si potesse fare qualcosa con la volontà buona degli uomini. E questa convinzione è scomparsa solo attorno alla metà del XIX secolo. E l’atto attraverso il quale è scomparsa è proprio la pubblicazione del Manifesto comunista. E dal momento, dal 1848, possiamo propriamente seguire quello che oggi chiamiamo la questione sociale.

Perché se oggi volessimo parlare come Saint-Simon, come Fourier, come Weitling — sì, predicheremmo davvero a orecchi completamente sordi. Perché fino a un certo grado è assolutamente giusto che nella questione sociale non si possa fare nulla quando si appella all’intelligenza dei circoli guida, conduttori, che posseggono qualcosa. Questo è già giusto. I circoli guida, conduttori non l’hanno mai ammesso, nemmeno oggi ammettono facilmente — non lo sanno nemmeno quando comunque lo fanno, perché lì forze inconsce nella anima umana giocano un ruolo straordinariamente grande.

Vedete, è così che la nostra cultura spirituale nel corso del XIX secolo è diventata quasi completamente una frase. E che in relazione alla cultura spirituale viviamo in frasi è un fatto sociale molto più importante di quanto comunemente si creda. E così naturalmente anche gli appartenenti ai circoli guida, conduttori, parlano della questione sociale tante belle cose, e spesso sono essi stessi convinti di avere già la buona volontà. Ma in realtà lo credono solamente, è solo loro illusione; nel momento in cui qualcosa di reale in questa relazione viene intrapreso, viene subito fuori che questa è un’illusione. Di questo parleremo ancora dopo. Ma come detto, così oggi non possiamo più parlare come nell’epoca delle utopie. Questa è la vera acquisizione che è venuta attraverso Karl Marx, che ha mostrato come oggi l’umanità è talmente invischiata nell’illusionismo che è un assurdo contare su qualcosa diverso dall’egoismo. Bisogna contarvi una volta; perciò non può essere raggiunto assolutamente nulla se si vuol contare sulla abnegazione, sulla buona volontà, sui principi morali degli uomini — dico sempre «in relazione alla questione sociale» — in qualche modo. E questo capovolgimento, che ha condotto al fatto che oggi dobbiamo parlare in tutt’altro modo di quanto ad esempio ancora nella prima metà del XIX secolo si potesse parlare in relazione alla questione sociale, questo capovolgimento è venuto con il Manifesto comunista. Ma non è venuto tutto in una volta, bensì era comunque ancora possibile che anche dopo il Manifesto comunista fino negli anni sessanta — come saprete tutti — alcuni socialisti più giovani hanno ormai dimenticato quell’epoca — questo tutt’altro modo di pensare sociale, il modo di Ferdinand Lassalle, afferrasse i cuori, le anime. E anche dopo la morte di Lassalle, che avvenne nel 1864, si è continuato con quello che era il socialismo lassalliano. Lassalle appartiene completamente agli uomini che, anche se il diverso modo di pensare era già emerso, contavano ancora sulla forza penetrante delle idee. Lassalle voleva assolutamente ancora afferrare gli uomini come tali nella loro intelligenza, nella loro volontà sociale soprattutto. Ma sempre più e più la caratteristica lassalliana diminuiva e prevaleva l’altra, la caratteristica marxista, che voleva contare solo sugli interessi di quella parte della popolazione umana che possedeva solo se stessa e la sua forza lavoro. Ma naturalmente non andò così velocemente. Una tale mentalità si sviluppò solo gradualmente nell’umanità.

Negli anni sessanta, settanta, e ancora negli anni ottanta, era assolutamente così che gli uomini che appartenevano al proletariato, o che appartenevano agli uomini politicamente o socialmente dipendenti — anche se non esattamente proletari — , giudicavano la loro dipendenza in qualche modo moralmente, e condannavano moralmente i circoli non-dipendenti della popolazione umana. Secondo la loro coscienza, era cattiva volontà dei circoli guida, conduttori della popolazione umana il fatto che lasciassero il grande proletariato nella dipendenza, che lo pagassero male e così via. Se devo esprimermi trivialmente, posso dire che negli anni sessanta, settanta, fino negli anni ottanta si fabbricava molta indignazione sociale e si parlava dal punto di vista dell’indignazione sociale. Allora, nella metà degli anni ottanta, intervenne il singolare capovolgimento propriamente solo così completamente. I più eminenti personaggi del movimento sociale, allora negli anni ottanta smisero completamente di parlare della questione sociale dall’indignazione morale. Era il tempo in cui erano grandi e più o meno ancora bruciati dalla fiamma giovanile quegli stessi leader sociali che voi, quelli che siete più giovani, avete potuto solo vedere morire: Adler, Pernerstorfer, Wilhelm Liebknecht, Auer, Bebel, Singer e così via. Questi leader più anziani del socialismo proprio allora negli anni ottanta sempre più smettevano di predicare questo socialismo dell’indignazione. Vorrei esprimerlo così: questi leader del socialismo esprimevano la loro più intima convinzione quando allora trasformavano il vecchio socialismo dell’indignazione nella loro più nuova concezione socialista del mondo. Troverete che quello che vi dico ora non sta in nessun libro sulla storia del socialismo. Ma chi ha vissuto allora e ne è stato partecipe sa che le persone, quando se le lasciava a sé stesse, parlavano così.

Immaginiamo che negli anni ottanta tali eminenti figure del socialismo si fossero riunite in una discussione con tali che erano puri borghesi nei loro sentimenti, e immaginiamo che fosse presente anche un terzo tipo: borghesi che erano idealisti e desideravano il bene a tutti gli uomini, che sarebbero stati d’accordo nel rendere felici tutti gli uomini. Allora sarebbe potuto accadere che i borghesi dichiarassero che deve sempre esserci gente che è povera e tale che è ricca, e così via, perché solo questo potrebbe mantenere la società umana. Allora forse si sarebbe alzata la voce di uno di coloro che erano idealisti, che era indignato sul fatto che così tanta gente doveva vivere nella povertà e dipendenza. Uno così allora forse avrebbe detto: Sì, deve essere raggiunto che sia reso chiaro a questi uomini possidenti, agli imprenditori, ai capitalisti, che devono lasciar andare il loro possesso, che devono prendere provvedimenti attraverso i quali la grande massa viene in un’altra situazione, e cose simili. — Si sarebbero potute tenere bellissime orazioni da questi toni. Ma allora si sarebbe alzato uno che allora veniva proprio a trovarsi nel socialismo e nel suo processo divenire, e avrebbe detto: Che cosa state dicendo, siete un bambino; è tutto puerile, tutto assurdo! Le persone che sono lì capitalisti, gli imprenditori, questi sono tutti poveri scugnizzi che non sanno nient’altro che quello che è stato loro ficcato in testa dalle generazioni. Se anche sentissero che dovrebbero fare diversamente, non potrebbero nemmeno, perché non avrebbero l’idea di come dovrebbero fare. Una cosa simile non entra nemmeno nelle loro teste, che si possa fare qualcosa diversamente. Non si deve accusare la gente, non si deve condannare la gente moralmente, queste non sono affatto moralmente condannabili; i mascalzoni sono cresciuti dentro tutto l’ambiente, questi poveri scugnizzi, e questo ambiente li ispira con le idee che hanno. Accusarli moralmente significa non capire le leggi dello sviluppo dell’umanità, significa abbandonarsi a illusioni. Questi uomini non potranno mai voler che il mondo assuma un’altra forma. Parlare di loro con indignazione è pura puerile follia. Tutto questo è necessariamente divenuto così, e solo per necessità può anche divenire diversamente. Vedete, con questi mascalzoni puerili, che credono di poter predicare ai possidenti, ai capitalisti, che debba venir su un nuovo ordine mondiale, con questi mascalzoni puerili non si può fare nulla; con loro non si può portare un nuovo ordine mondiale; questi si abbandonano solo alla credenza che si possano accusare questi poveri scugnizzi di capitalisti, che dovrebbero fare un mondo diverso. — Devo esprimere la materia un po’ chiaramente, perciò alcuni aspetti sono detti in contorni netti, ma in modo tale che potete ascoltare veramente queste orazioni dappertutto. Se erano scritte, allora erano un po’ ripassate, un po’ scritte diversamente, ma questo stava alla base.

Poi parlavano ancora: Con questi mascalzoni — questi sono idealisti, che si figurano il mondo nel senso di un’ideologia — con questi non si può fare nulla. Dobbiamo fare affidamento su coloro che non hanno nulla, che perciò vogliono qualcosa di diverso dai loro interessi di quanto coloro che sono collegati con interessi capitalisti. E questi non cercheranno un cambiamento della loro situazione di vita per nessun principio morale, bensì solo per avidità, per avere più di quanto avessero prima, per avere un’esistenza indipendente.

Questo modo di pensare emergeva sempre più e più negli anni ottanta: il non cogliere più lo sviluppo dell’umanità nel senso che il singolo uomo sia particolarmente responsabile di quello che fa, bensì che faccia quello che dalla sua situazione economica deve fare. Il capitalista, l’imprenditore, sfrutta gli altri nella massima innocenza. Chi è proletario, quello non farà la rivoluzione da un principio morale, bensì nella massima innocenza, da una necessità umana, e prenderà i mezzi di produzione, il capitale, dalle mani di coloro che li hanno semplicemente. Questo deve svolgersi come una necessità storica. — Questo modo di pensare emergeva.

Ora vedete, fu propriamente solo nell’anno 1891 al Congresso del partito di Erfurt che allora tutto il lassallismo, che si basava pur sempre sull’intelligenza degli uomini, passò nel credere al cosiddetto «Programma di Erfurt», che era destinato a fare del marxismo la visione ufficiale del proletariato. Leggete i programmi del Congresso di Gotha, del Congresso di Eisenach, lì troverete due rivendicazioni come autentiche rivendicazioni proletarie di quel tempo, che ancora erano collegate al lassallismo. La prima rivendicazione era: l’abolizione del rapporto di salario; la seconda rivendicazione era: l’uguaglianza politica di tutti gli uomini, l’abolizione di tutti i privilegi politici. Su queste due rivendicazioni andavano tutte le rivendicazioni proletarie fino ai novanta anni, fino al Congresso di Erfurt, che portò il grande capovolgimento. Guardate attentamente queste due rivendicazioni, e confrontatele con le rivendicazioni principali del Congresso di Erfurt.

Quali sono ora le rivendicazioni principali del Congresso di Erfurt? Sono: la trasformazione della proprietà privata dei mezzi di produzione in proprietà collettiva; l’amministrazione di tutta la produzione di beni, di tutta la produzione, attraverso una sorta di grande associazione cooperativa, in cui deve trasformarsi lo Stato precedente. Confrontate il precedente programma, che era il programma proletario degli anni ottanta, con ciò che è emerso dal Programma del Congresso di Erfurt e che esiste dal novanta. Vedrete che nel vecchio Programma di Gotha e di Eisenach le rivendicazioni del socialismo erano ancora puramente rivendicazioni umane: uguaglianza politica di tutti gli uomini, abolizione del rapporto di salario degradante. All’inizio dei novanta anni ha già agito quello che vi ho caratterizzato come il sentimento che è emerso nel corso degli anni ottanta. Allora è stato trasformato in una rivendicazione puramente economica quello che era ancora più una rivendicazione dell’umanità. Lì non leggete più dell’ideale di abolire il rapporto di salario; leggete solo di rivendicazioni economiche.

Ora vedete, queste cose sono allora collegate con la graduale formazione dell’idea che si aveva sulla realizzazione esterna di una migliore condizione sociale dell’umanità. È stato anche spesso detto da uomini che avevano ancora ideali: Ah, che importanza ha se si distrugge tutto completamente, deve comunque emergere un ordine diverso; dunque deve venire una rivoluzione, deve essere tutto distrutto completamente, deve venire il grande caos, perché solo da questo può emergere un ordine sociale migliore. — Questo ancora dicevano alcuni uomini negli anni ottanta, che erano buoni, idealisti socialisti. A questi fu risposto da altri, che stavano all’altezza dei tempi, che erano divenuti i leader — quelli che ora, come ho detto, sono sepolti — questi dicevano: Tutto questo non ha senso, improvvise rivoluzioni non hanno senso. L’unica cosa che ha senso è che lasciamo il capitalismo a se stesso. Vedete, prima c’erano solo piccoli capitalisti, poi sono divenuti grandi; si sono riuniti con altri, sono divenuti gruppi di capitalisti. I capitali si sono sempre più concentrati. Siamo in questo processo che i capitali si concentrano sempre più e più. Allora verrà il momento quando realmente ci saranno solo alcuni pochi grandi trust capitalisti, consorzi. Allora sarà solo necessario che il proletariato, come la classe non-possidente, un bel giorno in modo completamente pacifico, per via parlamentare, trasformi il possesso dei capitalisti, i mezzi di produzione, in possesso collettivo. Questo si può fare benissimo, ma bisogna aspettare. Fino ad allora le cose devono svilupparsi. Il capitalismo, che è propriamente un bambino innocente, non può farci nulla se è sfruttatore di uomini — questo emerge dalla necessità storica. Ma funziona anche da preparatore, perché concentra i capitali; allora stanno bene insieme, allora devono solo essere presi dalla collettività. Niente di rapida rivoluzione, bensì sviluppo lento.

Vedete, il segreto della visione, il segreto pubblico della visione che stava alla base, Engels ha spiegato bene negli anni novanta. Ha detto: A che scopo rivoluzioni veloci? Ciò che lentamente accade sotto lo sviluppo del più nuovo capitalismo, questo radunarsi dei capitali, questo concentrarsi dei capitali, tutto questo funziona per noi. Non abbiamo bisogno di stabilire prima una comunanza, i capitalisti lo fanno già. Dobbiamo solo trasformarlo in possesso proletario. Perciò — dice Engels — si sono proprio scambiate le parti. Noi, che rappresentiamo il proletariato, non abbiamo proprio nulla di cui lamentarci dello sviluppo, gli altri hanno da lamentarsi. Perché i mascalzoni che oggi stanno nei circoli della gente possidente devono dirsi: Raduniamo i capitali, ma per gli altri li raduniamo. Vedete, i mascalzoni devono propriamente preoccuparsi che perdano i loro capitali; questi perdono le guance, diventano magri da queste preoccupazioni, cosa ne sarà. Noi prosperiamo proprio come socialisti in questo sviluppo dentro. Riceviamo, dice Engels, muscoli tesi e guance piene e assomigliamo all’eternità. — Engels dice questo in un’introduzione che ha scritto negli anni novanta, caratterizzando come è tutto giusto quello che si sviluppa così, e come si dovesse solo attendere lo sviluppo che propriamente il capitalismo svolge da sé. Questo sviluppo allora confluisce nella trasformazione di ciò che il capitalismo ha prima concentrato, nel possesso collettivo di coloro che prima non hanno avuto nulla. — Questo era propriamente l’atmosfera nella quale il XX secolo è stato intrapreso dai circoli guida del proletariato.

E così si è pensato, specialmente dal tempo in cui il marxismo non è stato più preso come negli anni novanta, bensì come quando è stato sottoposto a revisione, come si diceva, nel tempo in cui i revisionisti apparvero, dunque coloro che ancora oggi vivono, ma sono persone anziane, come per esempio Bernstein. Allora vennero i revisionisti. Questi dissero che si può favorire tutto lo sviluppo un po’, perché se i lavoratori lavorano solo finché i capitalisti hanno tutto radunato insieme, soffriranno comunque prima ancora, specialmente nella vecchiaia non hanno nulla. Allora furono fatte assicurazioni e così via; e soprattutto si considerò il fatto che quello che i circoli guida avevano come istituzioni nella vita politica, che anche noi ce l’appropriassimo. Sapete, allora sorse propriamente anche la vita sindacale.

E all’interno del partito socialista c’erano due direzioni fortemente divergenti: il partito sindacale dichiarato e l’effettivo, come allora si diceva, partito politico. Il partito politico stava più sulla base che un’improvvisa rivoluzione non serva, che lo sviluppo debba procedere come ho appena descritto. Perciò si trattava del fatto che tutto fosse preparato per il momento in cui il capitalismo è sufficientemente concentrato e il proletariato nei parlamenti ha la maggioranza. Tutto dovrebbe essere portato avanti sulla strada del parlamentarismo, dell’appropriazione della maggioranza, cosicché nel momento in cui i mezzi di produzione dovevano essere presi nel possesso collettivo, allora la maggioranza era anche lì per questa trasformazione. Specialmente in questo gruppo di persone che riponevano tutto nel partito politico, alla fine del XIX secolo non si riteneva molto del movimento sindacale. Questo si impegnava in quel tempo a istituire una sorta di competizione ordinata tra sé e gli imprenditori, per cavare di volta in volta dagli stabilimenti aumenti salariali e cose simili. In breve, ci si mise in posizione che imitassimo quel sistema di negoziazioni reciproche come era presente fra i circoli guida, conduttori fra loro stessi, e che estendessimo anche questo al rapporto fra i circoli guida e il proletariato. Sapete che furono specialmente accusati dai rappresentanti del sistema socialista propriamente politico coloro che diventarono più borghesi sotto il movimento sindacale. E alla fine degli anni novanta e all’inizio del XX secolo si poteva ovunque vedere, nei circoli che erano più orientati al sistema politico, il grande disprezzo per quelle persone che si erano completamente ficcate nella vita sindacale, specialmente per esempio i tipografi, che avevano sviluppato fino all’estremo un sistema completamente diverso della vita sindacale.

Queste erano due direzioni completamente separate fra loro nella vita sociale: i sindacalisti e coloro che pendevano più verso il partito politico. E all’interno dei sindacati i tipografi nell’associazione dei tipografi erano propriamente i ragazzi modello; erano quei ragazzi modello che si erano anche procurati il pieno riconoscimento dei circoli borghesi. E credo che, così come si è avuta una certa paura, una certa preoccupazione circa il partito socialista propriamente politico, così gradualmente con grande soddisfazione si è visto emergere brava gente come la gente nell’associazione dei tipografi. Si dicevano: questi si imborghesiscono, con loro si può sempre negoziare, funziona molto bene. Se loro alzano con i loro salari, allora noi alziamo con i nostri prezzi che chiediamo. Funziona. — E non è vero che per i prossimi anni è funzionato, e la gente non pensa nemmeno più lontano. Dunque con questo sviluppo esemplare della vita sindacale si era molto soddisfatti. Ora sì, se tralascio qualcosa che è più sfumature, si può dire che allora questi due orientamenti più o meno si sono formati fino ai tempi che furono poi sorpresi dalla catastrofe della guerra mondiale. Ma sfortunatamente la gente, dalla catastrofe della guerra mondiale, non ha imparato tutto quello che avrebbe dovuto essere imparato in relazione alla questione sociale.

Non è vero, non appena si considerano le condizioni nell’est dell’Europa, nell’Europa centrale, se ci si astiene dal propriamente mondo anglo-americano e in parte anche dal mondo romanzo, se ci si limita dunque all’Europa centrale e orientale, si può dire che con questa storia non è diventato nulla di giusto, quella che si è sempre definita così: i capitali si concentrano, e quando si avrà la maggioranza nei parlamenti, allora i capitali saranno trasformati nel possesso della comunità e così via. — Che questo non possa essere aspettato così spianato oggi, per questo ha provveduto la catastrofe della guerra mondiale. Coloro che avevano aspettato una rivoluzione qualsiasi spesso sono stati rappresentati come bambinescamente ingenui; ma fondamentalmente, che cosa è accaduto negli ultimi quattro o cinque anni? Rendiamoci conto, chiaramente e distintamente, di quello che è accaduto. Non è vero, avete ascoltato più spesso quello che è accaduto negli ultimi quattro o cinque anni: nel luglio 1914 i governi sono diventati un po’ «distorti» — o fortemente «distorti» — e hanno scatenato la gente nella guerra mondiale. Allora la gente ha creduto che ci fosse una guerra mondiale, si erano svolte battaglie — ma con i mezzi moderni di guerra, con i mezzi meccanici, c’era qualcosa di completamente diverso che nelle guerre precedenti. Non c’era più nessuna possibilità che qualcuno diventasse particolarmente un generale famoso, perché infine veniva tutto a dipendere dal fatto se una parte aveva una quantità maggiore di munizioni e altri mezzi di guerra, se una parte produceva meglio i mezzi meccanici di guerra che l’altra o aveva scoperto un gas e cose simili che l’altra non aveva. Prima vinceva l’uno, poi l’altro scopriva ancora qualcosa, poi di nuovo il primo; il tutto era una guerra completamente meccanica e terribile. E tutto quello che era stato detto su quello che era accaduto qua e là da parte degli uomini era accaduto sotto l’influenza della frase, era completamente frase. E a poco a poco l’umanità moderna, anche nell’Europa centrale, comprenderà quello che è stata tutta la frase che stava dentro quando questo o quello, che era propriamente nient’altro che un soldato medio un po’ distorto, è stato fatto un grande generale nell’Europa centrale. Queste cose diventarono possibili solo sotto l’influenza della frase. Ora sì, era così.

Ora, che cosa è accaduto davvero? La gente non se n’è resa conto da tutti gli eventi esterni. Mentre la gente credeva che fosse stata condotta una guerra mondiale — che era propriamente solo una maschera — in realtà una rivoluzione si è svolta. In realtà una rivoluzione è accaduta in questi quattro o cinque anni. Questo la gente oggi ancora non sa, ancora non lo nota. La guerra è l’esterno, la maschera; la verità è che la rivoluzione si è svolta. E perché la rivoluzione si è svolta, oggi la società dell’Europa centrale e orientale è in una costituzione completamente diversa, e non si può fare nulla con quello che la gente aveva riflettuto per situazioni precedenti. Oggi è necessario che tutti i pensieri che ci si era fatti prima siano completamente riordinati, che si pensi completamente in modo nuovo alle cose. E questo è stato tentato con il libro «I punti fondamentali della questione sociale»: contare completamente giustamente con la situazione nella quale siamo venuti attraverso gli eventi più recenti. Perciò non è strano che la gente nei partiti socialisti, che non riescono a stare al passo abbastanza velocemente, porti a questo libro malinteso dopo malinteso. Se la gente una volta solo si lasciasse andare a controllare i propri pensieri — un po’ a controllare quello di cui dicono che lo vogliono — allora vedrebbe come molto vivono sotto l’influenza delle idee che si erano fatte fino all’anno 1914. Questa è la vecchia abitudine.

Non è vero, queste idee che si avevano fino al 1914 si sono così incrostate nell’ambiente della gente che ora non vengono più fuori. E quale è la conseguenza? La conseguenza è: anche se oggi un nuovo agire è necessario, anche se la rivoluzione si è svolta nell’est e nell’Europa centrale, anche se oggi abbiamo necessario di compiere una costruzione — non secondo vecchie idee, bensì secondo nuove idee — nonostante tutto questo la gente predica le vecchie idee. E che cosa sono oggi i partiti, anche i partiti socialisti? I partiti socialisti sono coloro che nel vecchio modo, come è stato predicato fino al luglio 1914, predicano anche oggi questo o quel vangelo socialista, perché una differenza in questi programmi di partito non c’è rispetto ai precedenti — al massimo la differenza che viene da fuori. Per chi conosce le cose, nel singolo raggruppamento di partito, horribilmente poco di nuovo, sì, proprio niente di nuovo viene detto. I vecchi rifiuti di pensiero di magazzino vengono anche ancora oggi dispensati. Ora sì, è un po’ una differenza: se si ha un calderone di rame e si batte su, allora suona; si batte nello stesso modo su una botte di legno, allora suona diversamente; ma il battere può essere esattamente lo stesso. Allora dipende da ciò su cui si batte se suona diversamente. E così è oggi quando la gente dispensa i suoi programmi di partito. Quello che in questi vecchi programmi di partito è contenuto è propriamente il vecchio rifiuto di magazzino di partito; solo perché ora ci sono altre condizioni sociali, oggi suona un po’ diverso, così come suona diversamente su un calderone di rame o su una botte di legno. Se i socialisti indipendenti o i socialisti della maggioranza o i comunisti parlano — semplicemente predicano vecchie frasi di partito, e suona diverso perché non un calderone di rame, ma una botte di legno è lì. In verità da molte parti non si è imparato assolutamente, assolutamente, assolutamente nulla. Ma ciò che importa è che si impari qualcosa, che la terribile guerra mondiale, come si chiama, ma che era propriamente una rivoluzione mondiale, dica qualcosa a uno.

E così si può già dire: nei circoli più ampi si è preparati ad ascoltare qualcosa di nuovo. Ma nei circoli ampi è così: si ascolta quello che dicono i leader. C’è una buona comprensione, un buon senso sano nei circoli ampi, non-istruiti, e si poteva propriamente sempre fare affidamento sulla comprensione quando si portava qualcosa di propriamente opportuno ai tempi, qualcosa nel miglior senso del termine opportuno ai tempi. Questo è in parte dovuto al fatto che le masse non sono istruite. Ma non appena gli uomini si mettono nel modo di istruzione che si può avere dagli ultimi tre o quattro secoli, allora questa qualità del non-istruito cessa. Se si considera quello che è la moderna istruzione borghese, dalla scuola elementare popolare fino all’università, e sarà peggio quando ora verrà fondata la scuola unitaria socialista, lì si vede tutto nel maggior grado possibile quello che è stato commesso dalla scuola elementare popolare borghese — allora si vede: quello che viene dispensato nelle scuole, deforma i capi, li rende estranei alla vita. Si deve venire fuori da tutte queste robe, si deve propriamente stare in piedi con le proprie gambe nella vita spirituale se si vuol venire fuori da questa deformazione. Ma vedete, attraverso questa deformazione i grandi e piccoli leader proletari sono divenuti così. Dovevano appropriarsi di questa istruzione; questa istruzione sta nelle nostre scuole e negli scritti popolari, dovunque sta dentro. E allora si cominciano a ricevere cervelli così inariditi e non più accessibili ai fatti, bensì ai programmi di partito e alle opinioni che ci si ha inculcato e martellato, a quelli ci si ferma. Allora può venire anche la rivoluzione mondiale stessa, si continua ancora a soffiare sui vecchi programmi.

Vedete, questo destino ha nel sostanziale quello sperimentato che con questo libro «I punti fondamentali della questione sociale» e le conferenze in molta direzione è stato voluto. Lì si è davvero contato una volta con quello di cui il proletariato oggi assolutamente ha bisogno, quello che è necessario dalla situazione del tempo. Lo si è capito anche inizialmente [nel proletariato], ma poi non l’hanno capito coloro che sono i leader del proletariato nei vari raggruppamenti di partito. Cioè, non voglio essere troppo ingiusto, e non voglio forzare la verità; non voglio asserire che, ad esempio, questi leader non capiscano questo libro, perché non posso supporre che l’abbiano letto, che lo conoscano. Non direi qualcosa di giusto se dicessi: non possono capire il libro. Ma non possono per nulla decidersi a comprendere che qualcosa di diverso deve essere necessario da quello che pensano da decenni. Per questo il loro cervello è diventato troppo secco, troppo rigido. E perciò rimangono a quello che hanno pensato da lungo tempo e trovano che ciò che è il contrario di ogni utopia, che questo è un’utopia. Perché vedete, il libro «I punti fondamentali» conta completamente sul fatto che oggi non ci si può più muovere nel senso di Saint-Simon, Fourier, Proudhon e così via nelle utopie, ma anche sul fatto che assolutamente non ci si può mettere sul punto di vista: lo sviluppo lo darà da sé. Perché quello che Marx ed Engels hanno visto, quello che si è sviluppato ai loro tempi, da cui hanno tratto le loro conclusioni, da questo oggi non si possono più trarre conclusioni, perché la guerra mondiale ha spazzato via questo, questo non è più nella sua vera forma. Chi oggi dice lo stesso di Marx ed Engels, dice qualcosa che Marx non avrebbe mai detto. Gli è venuta paura proprio dei suoi seguaci, perché ha detto: per quanto mi riguarda, non sono marxista. E oggi direbbe: allora i fatti erano ancora diversi; allora ho tratto le mie conclusioni da fatti che non erano ancora modificati, così cambiati come la guerra mondiale ha cambiato tutto dopo.

Ma vedete, coloro che non possono imparare nulla dagli eventi, che oggi sono di un sentimento come i vecchi cattolici erano di fronte ai loro vescovi e papi, questi non possono proprio immaginarsi che qualcosa come il marxismo debba anche essere sviluppato avanti nel senso dei fatti. Vedono ancora sempre i vecchi fatti dinanzi a sé, e perciò la gente ancora sempre soffia e fischia lo stesso che ha soffiato e fischiato prima della guerra mondiale. Così lo fanno i socialisti, ma anche i borghesi. I circoli più ampi lo fanno così. I borghesi lo fanno naturalmente in modo molto addormentato, con l’anima completamente assopita; gli altri lo fanno in modo tale che certo stanno proprio dentro e vedono il crollo, ma non vogliono contare con i fatti che si rivelano attraverso questo. Abbiamo oggi necessariamente bisogno che qualcosa di nuovo venga agli uomini. E perciò è necessario comprendere qualcosa così [come la triarticolazione], che non è un’utopia, bensì che propriamente conta con i fatti. Se da quella parte quello che così conta con i fatti viene chiamato lavoro trasversale, allora si potrebbe essere propriamente completamente soddisfatti. Perché se la gente chiama quello che spinge avanti una linea retta, allora bisogna, per fare qualcosa di ragionevole, sparare trasversalmente, per portare l’irragionevole in altre direzioni, in direzioni ragionevoli. Ma vedete, coloro che il ragionevole comunque ancora comprendono, questi dovrebbero approfondirsi in quello che qui viene presentato. E per questo possono stare bene queste serate.

Non è vero, è ormai da tempo quello che viene tirato fuori dai fatti, è stato tentato di portarlo nella pratica. E così ci siamo riuniti da settimane — non ho bisogno di ripetere tutte queste cose, potete anche fare domande in seguito a questa conferenza o discutere pro e contro — ci siamo riuniti da settimane per portare in piedi quello che chiamiamo consigli aziendali. Abbiamo tentato di creare questi consigli aziendali dai fatti oggi necessari, veramente di crearli in modo tale che vengano dalla sola vita economica, che non vengano dalla vita politica, che non può dare la base della vita economica. Perché si deve, se si guardano oggi i fatti negli occhi, stare fermamente sul terreno dell’organismo sociale triarticolato. E colui che oggi questa triarticolazione non vuole, quello agisce contro la necessità storica dello sviluppo dell’umanità. Oggi deve essere così, come l’ho spesso esposto: che la vita spirituale si pone da sola, che la vita economica si pone da sola, che la vita legale o politica è amministrata democraticamente. E nella vita economica il primo inizio a una formazione veramente sociale deve essere fatto con i consigli aziendali. Ma attraverso che cosa solo può accadere questo? Solo attraverso il fatto che si pone prima la domanda: ora sì, c’è l’impulso dell’organismo sociale triarticolato, che è nuovo rispetto a tutte le vecchie mummie di partito; c’è ancora qualcosa di diversamente nuovo? Stupidi affermano oggi che le idee solo così frullano per l’aria. Se si ascoltano le discussioni, portano dell’assurdo, ma non portano nulla che possa stare a fianco della triarticolazione dell’organismo sociale. Tutto questo è sciocchezza, se viene dal lato socialista, che le idee solo così stanno nell’aria — come è stato detto in una rivista appena fondata in una discussione della triarticolazione.

Si tratta innanzitutto del fatto che si pone la domanda e ci si rende conto: non c’è nient’altro? Allora ci si tiene inizialmente alla triarticolazione dell’organismo sociale, finché non la si possa confutare nel modo oggettivo, finché non si possa porre accanto a essa qualcosa di oggettivamente equivalente. Non si può più discutere dei vecchi programmi di partito, la guerra mondiale ha discusso su questi; chi veramente ha comprensione, sa che queste vecchie mummie di partito sono confutate dalla catastrofe della guerra mondiale. Ma allora, se non si può rispondere a questa domanda attraverso il porre accanto qualcosa di oggettivamente equivalente, e se si vuol proseguire, allora si può onestamente dirsi: dunque lavoriamo nel senso della triarticolazione dell’organismo sociale. Diciamoci onestamente: i vecchi nessi di partito hanno perso il loro significato; deve essere lavorato nel senso della triarticolazione.

Quando l’altro ieri ho parlato a Mannheim, alla fine si presentò un signore che disse: quello che il Steiner ha detto è bello, ma non è quello che vogliamo; non vogliamo un nuovo partito insieme ai vecchi partiti. La gente che vuol questo, quella deve entrare nei vecchi partiti e lavorare dentro. — Potevo rispondere solo: ho seguito la vita politica già molto esattamente quando il signore che ha parlato non era ancora nato da molto. E io, anche se sono divenuto consapevole, attraverso la mia vita, di tutto quello che socialmente in qualche modo funzionava come forza, non ho mai agito all’interno di nessun partito o potuto stare dentro, e non mi viene in mente ora, alla fine del mio sesto decennio di vita, di divenire in alcun modo un uomo di partito: né con un altro partito né con uno auto-fondato vorrei avere a che fare. Dunque anche non con un partito auto-fondato vorrei avere a che fare; nessuno dovrebbe temere che un nuovo partito sia fondato da me. Perché che ogni partito attraverso necessità naturale dopo un certo tempo diventa stupido, questo ho imparato proprio non essendo mai stato coinvolto con nessun partito. E ho imparato a dispiacermi della gente che non lo vede. Perciò nessuno dovrebbe temere che ai vecchi partiti venga un nuovo partito. Perciò anche da noi non è stato fondato un nuovo partito, bensì l’Associazione per la triarticolazione dell’organismo sociale si è riunita per rappresentare le idee dell’organismo triarticolato, il cui carattere non-utopico, il cui carattere di realtà effettuale è proprio visto attraverso da un numero di persone. Le persone che lo comprendono, queste dovrebbero però anche onestamente e sinceramente confessarsi a questo.

Perché anche questo non deve accadere: c’è uno spettacolo teatrale, dove un gallo grida la mattina, e ogni volta che il gallo ha gridato, il sole sorge. Ora sì, il gallo non può vedere il nesso, perciò crede che, quando grida, allora segua il sole suo grido, venga, perché ha gridato, ha portato che il sole sorga. — Se infine qualcuno nella vita non-sociale si dà a una tale illusione, come questo gallo che grida sul letame e vuol far sorgere il sole, così non importa. Se però in circostanze potesse accadere qui che l’idea dei veri consigli economici aziendali prospera sul terreno dell’organismo sociale triarticolato e quelle persone che lo coltivano volessero rinnegare la fonte, cioè che l’impulso della triarticolazione ha portato questa idea in movimento, e se queste persone credono perché si è gridato, vengono i consigli aziendali, allora questo sarebbe lo stesso errore, e veramente un errore molto funesto. Ma questo non deve accadere. Quello che in questa direzione [dei consigli aziendali] accade, quello che è stato intrapreso qui, questo non deve essere isolato, deve restare in nesso con l’impulso correttamente inteso della triarticolazione dell’organismo sociale. E coloro che nel senso di questo impulso vogliono realizzare i consigli aziendali, questi non possono mai permettersi che solo unilateralmente i consigli aziendali fossero fondati e sempre solo si gridasse «consigli aziendali, consigli aziendali». Con questo non è abbastanza. Questo ha senso solo se allo stesso tempo si aspira a tutto quello che attraverso l’impulso dell’organismo sociale triarticolato deve essere aspirato. Questo è quello su cui importa. Perché volete veramente capire quello che sta nei «Punti fondamentali», allora dovete mettervi sul punto di vista che si può imparare dai fatti che gli ultimi quattro o cinque anni hanno offerto. Chi vede attraverso questi fatti, su quello agiscono così come se avesse vissuto secoli, e su quello agiscono i programmi di partito così come se i loro portatori avessero dormito secoli. Oggi questo deve essere guardato chiaramente e senza riserve negli occhi.

Quello che vi ho raccontato adesso, questo l’avrei potuto certo scrivere come prefazione in questo libro. Ma si è visto solo negli ultimi mesi come rigidi e infruttuosi sono oggi i programmi di partito. Ma sarebbe già utile se proprio questo stesse come prefazione in questo libro. Molte cose che non stanno dentro, ve le ho raccontate oggi, perché voi, come mi sembra, avete deciso di riunirvi qui per studiare seriamente, in collegamento a questo libro, le serie questioni sociali del presente. Ma prima di mettersi a questo, si deve già rendersi conto che non si può continuare a trottare nel vecchio stile dei programmi di partito e degli schemi di partito, bensì che si deve decidersi a prendere oggi i fatti in modo consono alla realtà e a fare una linea sotto tutto ciò che non conta con questi fatti nuovi. Solo così afferrerete in modo giusto quello che si mira a raggiungere precisamente con questo impulso della triarticolazione dell’organismo sociale, e l’afferrerete in modo giusto se trovate che ogni frase in questo libro è atta a poter divenire azione, a poter essere trasformata in realtà immediata. E alla maggior parte di coloro che dicono di non capirlo o che siano utopie e cose simili, a questi semplicemente manca il coraggio, la forza di volontà, di pensare oggi così fortemente che i pensieri possono intervenire nella realtà. Coloro che sempre gridano «dittatura del proletariato», «conquista del potere», «socialismo», questi pensano per lo più molto poco. Non si può perciò intervenire nella realtà con questi stencil di parola. Allora però vengono questi e dicono che sarebbe [con i «Punti fondamentali»] offerto solo qualcosa che è un’utopia. Un’utopia diventa prima nella testa della gente che non ne capisce nulla.

Perciò si dovrebbe chiarire a questa gente quello che, in forma un po’ alterata in relazione a qualcosa di diverso, Goethe una volta ha detto, ridendo del fisiologo Haller, che era un ricercatore della natura fossilizzato. Haller aveva coniato la parola: «Nell’intima sostanza della natura Nessuno spirito creato entra. Beato chi per lo meno Riceve da lei il guscio esteriore!» Questo contrastava a Goethe, e disse: «Nell’intima sostanza della natura» O, tu filisteo! «Nessuno spirito creato entra.» «Beato chi per lo meno Riceve da lei il guscio esteriore!» L’ho udito ripetere per sessant’anni, E lo maledico di nascosto.

Natura non ha né nucleo Né guscio, Tutto è in una volta. Esamina principalmente te stesso, Se sei nucleo o guscio!

Coloro che parlano della triarticolazione dell’organismo sociale come di un’utopia, a questi si vorrebbe anche dire così: esamina principalmente te stesso, se il fantasma nella tua testa è stesso un’utopia o realtà. — Allora si troverà che tutti i gridatori per lo più hanno utopie dentro, e perciò la realtà nella loro propria testa diventa anche un’utopia o un’ideologia o come allora la chiamano. Perciò è oggi così difficile penetrare con la realtà, perché la gente si è così costruita il blocco l’accesso alla realtà.

Ma questo dobbiamo dirci, che dobbiamo lavorare seriamente, altrimenti non potremo trasformare il nostro volere in atto; e ciò che importa è che trasformiamo il nostro volere in atto. E se dovessimo prendere congedo da tutto perché lo riconosciamo come un errore, così dovremmo, per poter venire dal volere all’atto, comunque rivolgerci alla verità che vogliamo comprendere come verità, perché nient’altro può condurre dal volere all’atto, se non il perseguimento spietato, coraggioso della verità. Questo dovrebbe propriamente stare come una massima, come un motto, davanti agli studi di queste serate. Volevo tenere per voi questa sera una prefazione a queste serate di studio. Spero che questa prefazione non vi trattenga dal coltivare questi studi, cosicché finalmente veramente, prima che sia troppo tardi, i pensieri che portano in sé i semi dell’atto, si possano porre fruttiferi nel mondo.

Sarà data l’occasione per una discussione.

Rudolf Steiner: il libro «I punti fondamentali della questione sociale» è scritto in una maniera particolare in due direzioni. Innanzitutto è scritto in modo tale che viene veramente completamente dalla realtà. Questo molti non considerano quando leggono il libro. Posso ben capire che questo oggi non sia considerato completamente. Ho già una volta in questo circolo — ma non erano tutti quelli che oggi sono qui — parlato di come la gente oggi effettivamente pensa. Ho particolarmente indicato l’esempio del professore di economia politica, Lujo Brentano, che l’ha fornito così finemente nel numero precedente del «Foglio giallo»; voglio ripeterlo brevemente perché voglio agganciare qualcosa a esso. Ha sviluppato questo splendore dell’economia nazionale di oggi dell’università — è il primo per così dire — il concetto di imprenditore, e ha cercato dai suoi illuminati pensieri di caratterizzare i tratti distintivi dell’imprenditore. Non ho bisogno di enumerare il primo e il secondo tratto; come terzo dà che l’imprenditore è colui che mette a sua propria conta e rischio i suoi mezzi di produzione al servizio dell’ordine sociale. Ora ha questo concetto di imprenditore, e lo applica adesso. Allora arriva al singolare risultato che il lavoratore proletario di oggi è effettivamente anche un imprenditore, perché corrisponde a questo suo concetto di imprenditore in relazione alla prima, seconda e terza proprietà. Perché il lavoratore ha la sua propria forza di lavoro come mezzo di produzione; ne dispone, in relazione a questo si rivolge al processo sociale a sua propria conta e rischio. — Così questo splendore dell’economia porta il concetto del lavoratore proletario molto bene nel suo concetto di imprenditore. Vedete, così pensano gli uomini che si formano concetti che non hanno nessun senso; non hanno senso se si richiedono concetti che realmente devono essere applicabili alla realtà. Ma per quanto poco potreste questo ammettere, si può tranquillamente dire: molto più di novanta per cento di tutto quello che oggi viene insegnato o stampato, questo opera con tali concetti; se si vuol applicarli alla realtà, funziona così poco come il concetto di imprenditore di Lujo Brentano. È così nella scienza, è così nella scienza sociale, è così dappertutto, perciò la gente ha disimparato di capire completamente quello che funziona con concetti consoni alla realtà.

Prendete la base della triarticolazione dell’organismo sociale. Non è vero, la si può porre in modi diversissimi, queste basi, perché la vita ne ha bisogno di molte. Ma una è questa, che si sa: nel tempo nuovo è sorto quello che si potrebbe chiamare l’impulso della democrazia. La democrazia deve consistere nel fatto che ogni uomo divenuto maggiorenne possa fissare il suo rapporto legale nei parlamenti democratici — indirettamente o direttamente di fronte a ogni altro uomo divenuto maggiorenne. Ma proprio se si vuol onestamente e sinceramente porre la democrazia nel mondo, allora non si possono amministrare gli affari spirituali nel senso di questa democrazia, perché lì dovrebbe decidere ogni uomo divenuto maggiorenne su quello che non capisce. Gli affari spirituali devono essere regolati dalla comprensione per la cosa, cioè devono essere posti da soli; non possono per nulla essere amministrati in un parlamento democratico, bensì devono avere la loro propria amministrazione, che non può essere democratica, bensì che deve venire dalla cosa. Così è anche nella vita economica; lì deve, dalla esperienza economica e dalla permanenza nella vita economica, la cosa essere amministrata. Perciò deve essere escluso dal parlamento democratico la vita economica da una parte e la vita spirituale dall’altra. Ne risulta l’organismo sociale triarticolato.

Ora c’è a Tubinga il professore Heck, questo è colui — ne ho già parlato — che ha detto che non si dovrebbe assolutamente permettersi di dire che il rapporto di salario ordinario, dove si è pagati per il proprio lavoro, qualcosa di degradante avrebbe per il proletario, perché anche Caruso stava nel rapporto di salario. La differenza non sarebbe una differenza di principio: Caruso canta e riceve il suo salario, e il solito proletario lavora e riceve anche il suo salario; e lui come professore riceve anche il suo salario quando tiene lezione. La differenza fra Caruso e il proletario sarebbe solo quella che Caruso riceve da trenta a quarantamila marchi per una sera e il proletario un po’ meno. Ma questo non sarebbe una differenza di principio, bensì solo una differenza in relazione alla somma della remunerazione. E così non si dovrebbe, secondo questo spiritoso professore, sentire nulla di degradante nella remunerazione; anche lui non lo sente così. — Solo di passata. Ma ora questo intelligente professore ha scritto anche un lungo articolo contro la triarticolazione. Là parte dal fatto: se articoliamo in tre parti, allora arriviamo a tre parlamenti. — E ora mostra che non funziona con tre parlamenti, perché dice: nel parlamento economico il piccolo artigiano non capirà i punti di vista del grande industriale e così via. — Allora il buon professore si è fatto le sue idee sulla triarticolazione, e contro queste idee — che io trovo ancora molto più stupide di come le trova il professore Heck; le critico anche radicalmente — contro quelle va avanti, ma le ha fatte lui stesso. Si tratta infatti del fatto che non ci sono tre parlamenti uno accanto all’altro, bensì viene tirato fuori quello che in nessun parlamento appartiene. Semplicemente fa tre parlamenti e dice: non funziona. — Così si vive in concetti lontani dalla realtà e si giudica l’altro anche secondo questo.

Ora è entrato propriamente nella economia nazionale, nella scienza economica, quasi solo quello che sono concetti irreali. Ma vedete, non potrei certo adesso, dove il tempo incalza, scrivere un’intera biblioteca, in cui vengono elencati tutti i concetti economici. Perciò si trovano naturalmente nei «Punti fondamentali» molti concetti che devono essere discussi in modo consono alla cosa. Ho bisogno di richiamare l’attenzione solo sul seguente:

Non è vero, in un’epoca oltre la quale siamo, allora sorsero condizioni sociali fondamentalmente solo e unicamente attraverso la conquista. Un certo territorio era occupato da un popolo o da una razza; un altro popolo si buttò dentro e conquistò il territorio. Quei popoli o razze che prima erano dentro, furono spinti verso il basso per lavorare. Il popolo conquistatore prendeva il suolo nel possesso, e attraverso questo sorgeva un certo rapporto fra conquistatori e conquistati. I conquistatori, per il fatto di essere conquistatori, avevano il suolo nel possesso.

Attraverso questo erano i forti economicamente, i conquistati i deboli economicamente, e si formava quello che diveniva un rapporto legale. Perciò in quasi tutte le epoche più vecchie nel divenire storico si hanno rapporti legali basati su conquiste, cioè privilegi e diritti di svantaggio. Ora vennero i tempi in cui non si poteva più conquistare liberamente. Potete studiare la differenza fra il conquistare libero e legato se guardate per esempio il primo medioevo. Potete studiare come certi popoli, i Goti, erano penetrati verso il sud, ma in territori completamente occupati; allora furono spinti ad altro in relazione all’ordine sociale rispetto ai Franchi che andavano verso occidente e lì non trovavano territori completamente occupati. Attraverso questo sorsero altri diritti di conquistatore. Nel tempo nuovo allora non agivano solo i diritti dipendenti dalla terra e dal suolo, che erano sorti da conquiste; venivano anche i diritti di coloro che erano uomini privilegiati dal possesso e che ora potevano appropriarsi i mezzi di produzione attraverso potenza economica. Allora venivano al già esistente diritto di suolo i possessi dei mezzi di produzione, cioè la proprietà privata dei capitali. Questo dava allora rapporti legali dagli economici rapporti. Vedete, questi rapporti legali sono sorti completamente solo dagli economici rapporti.

Ora viene la gente e vuole concetti di potenza economica, di significato economico della terra e del suolo, vuole concetti dei mezzi operativi, dei mezzi di produzione, dei capitali e così via. Sì, ma non hanno effettivamente profonda comprensione nel decorso delle cose. Allora prendono i fatti superficiali e non scoprono quello che propriamente dietro ai diritti di suolo, dietro ai rapporti di potenza in relazione ai mezzi di produzione sta. Naturalmente tutte queste cose sono considerate nel mio libro. Lì è pensato giustamente; lì, quando si parla di diritti, è parlato dalla consapevolezza come il diritto è sorto nel corso dei secoli; lì, quando si parla di capitale, è parlato dalla consapevolezza come il capitale è divenuto. Lì è accuratamente evitato di applicare un concetto che non è completamente afferrato dall’origine; perciò questi concetti si mostrano diversamente che nei soliti odierni libri di testo.

Ma anche qualcos’altro ancora è considerato. Prendiamo un fatto determinato, non è vero, il fatto come il protestantesimo una volta è sorto. Nei libri di storia è molto spesso raccontato così che Tetzel era andato in giro all’interno dell’Europa centrale e che la gente era indignata dal commercio delle indulgenze e cose simili. Ma non era solo questo, è solo la visione di superficie. La cosa principale che stava dietro era il fatto che c’era a Genova una banca nella cui commissione — non nella commissione del papa — questo commerciante di indulgenze girava in Germania, perché questa banca aveva concesso crediti al papa per i suoi altri bisogni. L’intera storia era un’impresa capitalista. Su questo esempio del commercio delle indulgenze come impresa capitalista, dove era stato persino commerciato con lo spirituale, su questo esempio potete studiare — o meglio detto, se si comincia a studiare, si arriva lentamente — che infine tutto il potere capitale torna al dominio dello spirituale. Studiate come il capitale è propriamente venuto al suo potere, così troverete dappertutto il dominio dello spirituale. E così è veramente. Non è vero, chi è astuto, chi è inventivo, quello ha una potenza più grande di quello che non è astuto, che non è inventivo. E in questa maniera sorge giustificatamente — o anche ingiustificatamente — molto di quello che è l’accumulazione di capitale. Questo deve essere considerato quando si ha di mira il concetto di capitale.

Con tali studi reali si scopre che il capitale si basa sul dispiegamento di potenza spirituale e che ai diritti di terra e suolo, ai diritti di conquistatore, è venuto da un’altra parte il potere del vecchio spirito teocratico. Dalla vecchia chiesa è venuto molto da quello che poi è passato nel capitalismo moderno. C’è una connessione segreta fra la moderna potenza capitalista e la potenza della vecchia chiesa. E tutto questo si è fatto un confusionaccio insieme nello stato di potenza moderno. Dentro lì troverete gli avanzi della vecchia teocrazia, gli avanzi delle vecchie conquiste. E infine vennero le conquiste moderne, e la più ultramoderna conquista dovrà essere ora la conquista dello stato attraverso il socialismo. Ma così non si deve veramente fare. Deve divenire qualcosa di nuovo che con questi vecchi concetti e impulsi completamente si ripulisce. Perciò verrà a dipendere dal fatto che ci occupiamo nei nostri studi anche dei concetti che stanno alla base. Dobbiamo oggi a chiunque voglia parlare di questioni sociali, esattamente dare spiegazione su quello che è diritto, che cosa è potenza e che cosa in realtà un [economico] bene è, un bene in forma di merci e cose simili. In questo campo si commettono gli errori più grandi. Voglio per esempio richiamare l’attenzione su uno; se non siete attenti a questo, fraintenderete molto nel mio libro.

Prevale oggi molto la visione che la merce sia lavoro accumulato, che anche il capitale sia lavoro accumulato. — Potete dire che sia innocuo avere tali concetti. Non è innocuo, perché tali concetti avvelenano tutto il pensiero sociale.

Vedete, come sta effettivamente con il lavoro — lavoro come dispendio di forza di lavoro? Sì, allora è così che c’è una grande differenza se io ad esempio consumo la mia forza muscolare fisica facendo sport o se spacco legna. Se faccio sport, allora consumo la mia forza muscolare fisica; posso divenire altrettanto stanco e devo di nuovo sostituire la mia forza muscolare come uno che spacca legna. La medesima quantità di lavoro posso impiegare nello sport come nello spaccare legna. La differenza non è lì in relazione al fatto che la forza di lavoro deve essere di nuovo sostituita — deve naturalmente essere sostituita —, bensì la differenza sta nel fatto che l’una forza di lavoro è impiegata solo per me, nel senso egoistico, l’altra nel senso sociale per la società. Per la funzione sociale si differenziano queste cose. Se dico adesso che qualcosa è lavoro accumulato, allora non considero che il lavoro propriamente cessa di essere in qualcosa dal momento in cui non si lavora più. Non posso dire: il capitale è lavoro accumulato —, bensì devo dire: il lavoro esiste solo finché viene fatto. Ma nel nostro odierno ordine sociale il capitale conserva il potere di chiamare di nuovo il lavoro in qualunque momento al suo servizio. Non sta il funesto in quello che Marx intende, che il capitale è lavoro accumulato, bensì nell’ordinanza che il capitale dà il potere di mettere sempre di nuovo al suo servizio il nuovo lavoro — non il lavoro accumulato —, bensì il nuovo lavoro. Da questo dipende molto, e da questo dipenderà ancora molto, che si giunga a concetti chiari, radicati nella realtà, su queste cose. E da tali concetti che stanno completamente radicati nella realtà, procede questo mio libro. Questo non conta con tali concetti che erano completamente utili per l’educazione del proletariato. Ma oggi, dove qualcosa deve essere costruito, questi concetti non hanno più senso.

Vedete, se dico: il capitale è lavoro accumulato —, così è bene per l’educazione del proletariato; ricevette i sentimenti che doveva ricevere. Lì non è venuto a dipendere dal fatto che il concetto è completamente falso — educare si può anche con concetti completamente falsi. Ma costruire qualcosa, questo si può fare solo con concetti giusti. Perciò abbiamo oggi su tutti i campi dell’economia nazionale concetti giusti e non possiamo più lavorare con concetti falsi. Non dico questo da leggerezza, che si può anche educare con concetti completamente falsi, bensì da principi educativi generali. Vedete, se raccontate ai bambini favole, allora non volete costruire con quelle cose che sviluppate da lì; nell’educazione viene altro in considerazione che nella costruzione nella realtà fisica. Lì deve essere lavorato con concetti reali. Un concetto come «il capitale è lavoro accumulato», questo non è un concetto. Il capitale è potenza e dà potenza di mettere sempre di nuovo il nuovo lavoro che sorge al suo servizio. Questo è un vero concetto con logica di fatti. Con concetti veri deve essere lavorato in questi campi. Questo è stato tentato nei «Punti fondamentali». Perciò credo che molto di quello che non sta dentro in definizione dei concetti, in caratteristica dei concetti, che questo deve essere elaborato. E chi può contribuire che questo sia elaborato, quello di cui si ha bisogno per comprendere il che cosa, il modo di pensiero, la base di questo libro, quello farà molto bene per queste serate di studio. Dunque proprio su questo importa, miei molto cari e rispettati ascoltatori, proprio su questo importa particolarmente.

Sì, non è vero, si dovrebbe scrivere un lessico se si volessero chiarire tutti i concetti —, ma quale «capitale» è, questo adesso in una singola serata di studio può essere smaltito. Senza che oggi sia stato chiaramente compreso: che cosa è effettivamente il capitale? Che cosa è merce? Che cosa è lavoro? Che cosa è diritto? —, senza questi concetti non si va avanti. E questi concetti sono confusissimi nei circoli più ampi; devono innanzitutto essere corretti. Si dispera oggi propriamente quando si parla con la gente dell’ordine sociale; non riescono a stare dietro, perché non hanno imparato a padroneggiare la realtà. Questo è quello che specialmente dovrebbe essere provveduto. SECONDO

5°Seconda serata di studio: come proseguire il lavoro per la triarticolazione

Stoccarda, 3 Marzo 1920

Stoccarda, 3 marzo 1920 Come deve proseguire il lavoro di triarticolazione? Rudolf Steiner: miei molto onorati presenti! Quello che dovrò dirvi con queste parole introduttive, naturalmente cadrà un po’ fuori dalle consuetudini che qui finora in queste serate sono state seguite, dal semplice motivo che, per così dire, sono stato sorpreso dalle circostanze e perciò non è possibile proseguire immediatamente proprio dove la scorsa volta ci si era fermati. Così forse oggi il peso dovrà poggiare soprattutto nella discussione stessa, alla quale vi prego di partecipare numerosi.

Quando dieci mesi fa qui a Stoccarda abbiamo iniziato la popolarizzazione di quelle idee che stanno alla base della triarticolazione sociale, quest’impresa era certamente pensata nel senso degli eventi del tempo di allora. Stavamo allora come appartenenti agli stati, alle aree della vita spirituale ed economica dell’Europa centrale — immediatamente dopo il colpo terribile, che gli eventi spaventosi degli ultimi quattro o cinque anni avevano portato all’Europa centrale —, stavamo allora proprio davanti a tutte quelle domande che dovevano essere sollevate dal punto di vista: come dobbiamo comportarci come uomini dell’Europa centrale, i quali ora — diciamolo secco — eravamo «i vinti»?

E allora doveva essere posta come fondamento la concezione che — alla vista dei terribili eventi, meno ora degli eventi di guerra che di quelli dell’esito della guerra, i quali, naturalmente sotto un aspetto diverso, non sono meno spaventosi degli eventi di guerra stessi — la consapevolezza doveva essere desta presso un numero sufficientemente grande di uomini per quelle idee di un nuovo assetto sociale, che proprio dal cerchio dei vinti avrebbero potuto condurre a una ricostruzione delle questioni europee.

Se si ha a che fare, miei cari amici, con la propaganda di una qualsiasi idea, si ascolta molto frequentemente la parola che siano idee di grande portata. Si dice che forse si possa sperare che tali idee di grande portata potranno realizzarsi un giorno in tempi lontani — e a seconda dell’ottimismo più o meno grande vengono indicati allora lapsi di tempo più o meno ampi —, si può solo lavorare affinché l’umanità si avvicini a tali ideali e così via. Ma alle riflessioni che si muovono in questa direzione, la situazione del tempo non spingeva affatto, proprio all’inizio del nostro lavoro. Era inteso allora che la necessità più immediata consiste nel suscitare comprensione nel maggior numero possibile di menti per l’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale: per una vita spirituale autonoma, per una vita dello Stato o del diritto autonoma e per una vita economica autonoma. Si poteva sperare che gli eventi amari avrebbero potuto suscitare presso gli uomini questa consapevolezza. Ma si è rivelato che nel tempo in cui sarebbe stato necessario, questa consapevolezza in realtà non ha potuto essere suscitata presso un numero sufficientemente grande di uomini — per ragioni che oggi non dovrebbero essere ulteriormente toccate. E oggi viene posta con ragione da molti lati la domanda: è possibile oggi che davvero questa idea della triarticolazione venga coltivata nello stesso modo come allora? Non siamo forse oggi già molto avanzati verso il decadimento della nostra vita economica?

Chi effettivamente conosce a fondo questa vita economica del presente, non può rifiutare semplicemente — e lo dico intenzionalmente «non semplicemente» — questa domanda. Perché, poniamo l’ipotesi che allora, quando abbiamo iniziato il nostro lavoro ad aprile dell’anno scorso, per l’accondiscendenza di un numero sufficientemente grande di uomini — che certamente avrebbero potuto produrre un cambiamento delle circostanze — avessimo effettivamente avuto il successo necessario: allora naturalmente oggi la nostra vita economica starebbe su un’altra base completamente diversa. Può sembrare a molti presuntuoso che io dica questo, ma così è. E i vari articoli che sono comparsi nella nostra rivista sulla triarticolazione possono appunto servire come prova, come documento di ciò che ho appena detto.

Se noi, che lavoriamo in cerchia più stretta alla continuazione delle idee di triarticolazione, ciononostante crediamo pienamente che il lavoro debba proseguire, d’altra parte siamo anche profondamente convinti che la via che è stata intrapresa finora — convincere un numero sufficientemente grande di anime della necessità della triarticolazione — che questa via oggi non può condurre al successo abbastanza rapidamente. Perciò oggi dobbiamo pensare a intraprendimenti pratici e immediati, la cui forma dovrà presentarsi ai nostri contemporanei più prossimi nella prossima epoca. Dobbiamo pensare di raggiungere il nostro scopo attraverso certe istituzioni che possono sostituire ciò che sarebbe stato prodotto dalla cooperazione di un numero sufficientemente grande di uomini convinti. Dobbiamo almeno tentare, attraverso istituzioni che sono istituzioni economiche, di creare prime istituzioni-modello, con le quali si potrà vedere che nelle tali istituzioni economiche le nostre idee possono essere realizzate praticamente. Queste potranno allora trovare imitazione nel senso che allora si crederà ai fatti ciò che prima non si voleva credere alle parole che a noi sembravano convincenti. D’altra parte queste istituzioni-modello potranno anche avere effettivamente quelle conseguenze economiche tali che molte di quelle cose che già sono entrate come asservimento economico possano essere riparate nuovamente. Effettivamente, un gran numero di persone in questa Europa centrale è arrivato al punto che è completamente indifferente loro dove ricavano i loro profitti. Si lasciano dare dai vincitori, eventualmente, le direttive e anche i presupposti materiali di fatto, se questo rende per loro possibile il ricavare i profitti corrispondenti. Il modo in cui in certi ambienti oggi si pensa di aiutarsi economicamente nell’Europa centrale è davvero vergognoso. Così deve essere pensato, dalla stessa idea di triarticolazione, di creare istituzioni pratiche, le quali potranno fornire la prova — persino sotto le circostanze già divenute molto difficili —, che questa idea di triarticolazione non è affatto utopistica, ma pratica.

Vede, quando abbiamo iniziato il nostro lavoro, fu spesso chiesto: sì, potete darci dei punti di vista pratici per singole istituzioni? Come si dovrebbe fare questa o quella cosa? — Chi ha sollevato una tale domanda di solito ha completamente trascurato il fatto che non si poteva trattare di conservare attraverso buoni consigli una o l’altra istituzione che si era appena dimostrata inutilizzabile, ma che si è trattato di portare a termine un completo nuovo assetto sociale attraverso una trasformazione in grande scala, attraverso il quale allora le singole istituzioni sarebbero state sostenute. Per questo non sarebbe stato necessario il consiglio per l’una o l’altra cosa, ma sarebbe stato necessario che le idee fossero comprese in grande, cioè da un numero sufficientemente grande di uomini — poiché in fine sono pur sempre gli uomini che creano tutte le istituzioni.

Così siamo oggi già una volta davanti a una sorta di cambiamento di rotta, che davvero non è stato provocato dal fatto che crediamo di esserci ingannati nelle nostre idee. Idee di questo tipo devono sempre fare i conti con i fenomeni del tempo. E se l’umanità non accede a questi fenomeni del tempo, allora le idee devono semplicemente diventare diverse, devono almeno intraprendere un altro corso. Con questo abbiamo indicato che il nostro movimento di triarticolazione non molto vecchio ha effettivamente già una storia molto eloquente, fondata nelle condizioni del tempo presente — una storia che forse potrebbe essere istruttiva per molti, se solo la volessero notare.

Quello che ho ora detto vorrei rendervi intuitivo con un esempio: chi prende il libro «I punti nodali della questione sociale», così come è sorto un anno fa, e lo esamina in relazione alle sue elaborazioni economiche, vi troverà certe considerazioni sulla organizzazione della vita economica, la quale deve conseguire una certa autonomia necessaria, non deve rimanere dipendente in futuro da istituzioni statali, da amministrazioni statali, deve assolutamente stare sui suoi propri fondamenti, e deve essere costruita sulla base dei propri fondamenti secondo il principio delle associazioni. Io naturalmente posso indicare oggi soltanto alcuni punti di vista, forse la discussione fornirà il resto.

Quale deve essere allora il significato di tali associazioni nella vita economica? Il significato di queste associazioni deve essere che si uniscano innanzitutto circoli professionali che sono in qualche modo affini, che devono lavorare insieme dal punto di vista oggettivo, che completamente liberi e autonomi, senza stare sotto alcune amministrazioni statali, provvedano alla loro economia, che si trovino insieme. E allora queste associazioni di circoli professionali devono a loro volta associarsi con i corrispondenti consumatori, cosicché quello che entra come scambio reciproco in primo luogo tra i circoli professionali affini, poi però anche tra i circoli di produttori e consumatori, sia riunito di nuovo in associazioni. Al posto dell’attuale amministrazione economica deve subentrare quello che risulta dal libero scambio delle associazioni economiche.

Naturalmente a questo tessuto di istituzioni economiche — per quanto riguarda l’economia — appartiene anche tutto ciò che altrimenti lavora nella vita giuridica, nella vita dello Stato, che lavora nella vita spirituale. La vita spirituale come tale è posta indipendentemente sui propri piedi, ma coloro che operano nella vita spirituale devono mangiare, bere, vestirsi; devono perciò a loro volta formare corporazioni economiche, che come tali devono incorporarsi nel corpo economico, che si associno nel corpo economico con quelle corporazioni che possono appunto servire ai loro interessi. La medesima cosa deve accadere con la corporazione di quegli uomini che stanno nella vita dello Stato. Così nella vita economica tutto sarà contenuto, quanti uomini sono contenuti nell’organismo sociale — esattamente come nei due altri arti, nella vita dello Stato e nella vita spirituale, tutto è contenuto in uomini che appartengono all’organismo sociale. Soltanto gli uomini stanno nei tre arti dell’organismo sociale da punti di vista diversi. Quello che importa, è appunto che l’organismo sociale non è articolato secondo classi, ma secondo punti di vista, e che in ogni articolazione dell’organismo sociale con i suoi interessi ogni uomo è contenuto.

Cosa può essere raggiunto attraverso una tale vita economica basata sul principio di associazione? — Può essere raggiunto che i danni che gradualmente si sono prodotti attraverso il modo di produzione degli ultimi secoli, soprattutto del XIX secolo, siano eliminati dalla vita economica e così dalla vita umana in generale. Questi danni l’uomo li sperimenta oggi innanzitutto nel suo stesso corpo, potrei dire — si sono prodotti perché nel corso dei secoli più recenti, dalle condizioni precedenti, si sono prodotte altre condizioni riguardo alla produzione nella vita economica.

Se si guarda indietro al periodo dal XVII al XVIII secolo, si trova assolutamente che il modo in cui si produceva manteneva ancora una certa connessione con l’uomo e con la sua organizzazione stessa. Si vede che allora nella determinazione del prezzo questo prezzo non dipendeva da quei fattori da cui dipende unicamente oggi, ma per esempio dalle capacità degli uomini, soprattutto per esempio da quanto un uomo sia capace di lavorare un certo numero di ore al giorno a questa o quella produzione con una certa dedizione e gioia. Il prezzo era determinato dall’insieme del legame dell’uomo con la sua produzione. Oggi questo avviene al massimo soltanto in certi rami della vita spirituale. Se qualcuno scrive un libro, non gli si può prescrivere quante ore al giorno debba lavorare e stabilire un salario per un certo numero di ore al giorno. Se per esempio venisse introdotta la giornata lavorativa di otto ore per la scrittura di libri, ne uscirebbe qualcosa di bello, perché potrebbe molto facilmente accadere che voi lavoriate otto ore e per questo doveste ricevere un salario, ma durante quattro ore in tre giorni della settimana non vi venga nulla in mente. Come qui vi è un legame intimo tra le capacità umane, tra l’organizzazione umana spirituale e i prodotti generati, così era anche per molti rami più materiali — sì, quanto più indietro andiamo nello sviluppo umano, per tutti i rami materiali. Solo nei tempi più recenti il legame si è sciolto tra il prodotto e il produttore. Preso complessivamente, è in fondo completamente insensato voler mantenere questo scioglimento del prodotto dal produttore. In singoli rami di produzione questo può mostrarsi in modo evidente. Prendete, proprio dal punto di vista economico, per esempio la fabbricazione di libri. I libri devono essere scritti; questo non può essere messo sotto le leggi del pagamento come le sostiene per esempio l’attuale socialdemocrazia per la produzione. Non ne uscirebbe nulla. Ma i libri devono essere stampati, e chi li compone, può già appoggiarsi sui principi dell’attuale socialdemocrazia, sul principio sindacale. Perché per comporre non occorre che vi venga nulla in mente; non occorre un legame più intimamente strutturato tra produttori e produzione. Ma se si risale alle fonti, si troverà ovunque che proprio quel lavoro per il quale non occorre tale legame, non esisterebbe affatto, se non esistessero prima quei lavori da cui dipende tutto questo lavoro esteriore. Se il costruttore non esistesse, nessun operaio stipendiato che costruisce case potrebbe lavorare. Se lo scrittore di libri non esistesse, il compositore non potrebbe comporre libri. Questi sono appunto ragionamenti che oggi non si fanno, ma nel senso più eminente nelle considerazioni economico-nazionali devono assolutamente stare come fondamento.

Non ho potuto esporre tutto quello che di esperienze di vita è confluito nei «Punti nodali», perché sono appunto calcolati per lettori pensanti. E posso assicurarvi che oggi è del tutto utile quando leggendo un libro si pensa un pochino e non si dice sempre: questo è proprio così difficile da comprendere, eppure si dovrebbe scrivere in modo molto più popolare. — Ma attraverso gli eventi da vari punti di vista illuminati negli articoli della nostra rivista sulla triarticolazione, questo legame tra produttori e produzione è stato sempre più e più allentato. E solo perché effettivamente nei tempi più recenti, sotto l’influsso soprattutto anche della concezione materialistica, si è guardato soltanto al modo di produzione e non alla costituzione e capacità del produttore, è nata persino la concezione degli agitatori e pensatori astratti socialisti, che la produzione come tale sia proprio ciò che domina tutta la storia, tutta la vita umana. Questa concezione è nata dal motivo che effettivamente attraverso la tecnica moderna e attraverso certe altre condizioni sociali è entrato il dominio del prodotto sugli uomini produttori. Cosicché si può dire: mentre prima, fino a circa tre secoli fa, molte altre cose dominavano nell’uomo, è stato nel corso della vita sociale l’uomo economico a diventare quello che [oggi] appare determinante — l’uomo economico e il processo economico.

Persone come Renner per esempio, il quale addirittura è arrivato a diventare cancelliere dello Stato austriaco, hanno espresso che non dovrebbe più parlarsi del «homo sapiens», che nei secoli passati infestava i cervelli degli uomini, ma che si possa soltanto ancora parlare dell’«homo oeconomicus» — questo sia l’unica realtà. Ora, dal XIX secolo però, perché le cose nella realtà subiscono trasformazioni attraverso le loro proprie leggi, non è nemmeno più rimasto determinante l’homo oeconomicus, l’uomo economico, il processo economico, bensì possiamo dire: più o meno a partire dall’anno 1810 — per fissare un punto nel tempo — l’uomo dominante è diventato il banchiere. E più di quanto si creda, in questo XIX secolo nella vita economica del mondo civilizzato il banchiere è diventato dominante, il cambiavalute, colui che amministra soltanto il denaro. Tutti gli eventi che da allora sono intervenuti stanno più o meno sotto l’influsso di questo capovolgimento storico: che nel contesto economico-nazionale dall’uomo economico e dal processo economico gradualmente è diventato il banchiere, il cambiavalute, soprattutto il prestatore, e dal processo sociale pubblico l’amministrazione finanziaria, l’amministrazione del denaro.

Ora il denaro possiede ben certe proprietà. Il denaro è un rappresentante di varie cose, ma il denaro come tale è identico. Posso acquisire una somma di denaro vendendo un pezzo musicale — una produzione spirituale. O posso acquisire una somma di denaro vendendo stivali. La somma di denaro può sempre essere la stessa, ma quello che vendo può essere molto diverso. Il denaro assume con ciò rispetto al vero processo vitale un certo carattere astratto. E così sotto l’influsso dell’economia bancaria mondiale dovette nascere l’obliterazione degli scambi concreti reciproci nel commercio sociale umano, l’obliterazione degli scambi concreti reciproci [tra prodotto e produttore, e nacque il commercio] del mero rappresentante, del denaro.

Ma questo ha conseguenze ben determinate. Ha la conseguenza che i tre componenti più essenziali del nostro processo economico — la terra e il suolo, i mezzi di produzione e i mezzi di consumo —, che per loro natura stanno nel processo economico-nazionale in modo completamente diverso, non soltanto nel pensiero, ma realmente sotto lo stesso potere vengono posti, vengono trattati nello stesso modo. Perché a colui al quale importa soltanto acquisire o amministrare una certa somma di denaro, può essere indifferente se questa somma di denaro rappresenta la terra e il suolo o i mezzi di produzione, cioè macchine o cose simili che servono per altre produzioni, ma sono state create da uomini, o se rappresenta articoli di consumo, articoli di uso immediato. Per lui importa soltanto che riceva una certa somma di denaro per qualcosa oppure che, se la possiede, essa gli renda interessi, indifferentemente attraverso cosa. Così dovette emergere il punto di vista sempre più e più, di obliterare gli interessi che si hanno nei singoli prodotti e rami di produzione, e sostituire questi interessi con l’interesse astratto nel capitale che cancella tutte queste differenziazioni, cioè nel capitale monetario. Ma attraverso questo emerge ben certo.

Prendiamo una volta la terra e il suolo. La terra e il suolo non è una cosa qualsiasi a caso, ma è situato in un luogo determinato e sta in una relazione con gli uomini di questo luogo, e gli uomini di questo luogo hanno appunto interessi anche in questa terra e in questo suolo che si possono designare come interessi morali, come interessi di tipo animico. Può essere assolutamente per esempio un punto importante per gli interessi culturali e di umanità generali che su questa terra e su questo suolo venga coltivato un certo prodotto. Voglio disegnare le circostanze in modo piuttosto radicale, non sono così radicali nella vita ordinaria, ma l’essenziale su cui importa può essere rappresentato con ciò. Chi attraverso tutte le sue condizioni di vita è cresciuto insieme con la terra e il suolo, avrà una visione di come si collegano, diciamo, la produzione di questo o quel prodotto dalla terra e dal suolo con tutte le condizioni di vita. Ha acquisito le sue esperienze nella compagnia della terra e del suolo. Se per esempio sia bene disboscare una regione o no, per questo possono essere importanti domande che possono essere giudicate soltanto se si è cresciuti insieme con le condizioni locali di una regione. Si possono acquisire tali cose soltanto attraverso le esperienze.

Si può perfettamente capire che per le circostanze di umanità generali è salutare se un qualsiasi pezzo di terra e di suolo venga sfruttato in un modo completamente determinato, ma sotto questo sfruttamento renda soltanto un certo profitto. Questi punti di vista scompaiono subito quando al posto dell’uomo legato alla terra e al suolo subentra il principio del capitalismo monetario. Allora si tratta del fatto che la terra e il suolo semplicemente come una merce passano da una mano all’altra. Chi però acquisisce terra e suolo semplicemente dandone il denaro, ha soltanto l’interesse che il denaro gli renda interessi in modo corrispondente. Un principio astratto è versato su tutto quello che prima era interesse di umanità concreta. E il soggetto, che ha soltanto l’interesse monetario, non si chiede se — nelle circostanze che l’altro uomo, che è cresciuto insieme con la terra e il suolo, riconosce come necessarie — la cosa renda sufficientemente per lui; se no, allora si deve usare il suolo per qualcos’altro. Con ciò si distruggono i rapporti umani necessari soltanto dal punto di vista del capitalismo monetario.

E così i punti di vista del capitalismo monetario sono stati estesi su tutti i rapporti umani. Hanno nella vita economica nazionale distolto gli uomini da quello che può soltanto nascere se l’uomo è legato con la produzione, legato con la terra e il suolo e legato con i prodotti di consumo che in un qualche territorio circolano tra gli uomini. Questo era certamente presente nei secoli precedenti. È già scomparso sotto l’influsso dell’uomo economico, ma soprattutto sotto l’influsso del banchiere nel XIX secolo. Mentre più o meno fino all’anno 1810 l’economia nazionale dipendeva dai commercianti e dagli industriali, nel XIX secolo i commercianti e gli industriali, anche se non l’hanno ammesso a se stessi, diventarono essenzialmente dipendenti dall’economia monetaria nazionale e internazionale, dai banchieri.

Completamente nell’egoismo economico si può essere spinti soltanto attraverso questo tipo di economia monetaria. Ma questo tipo di economia monetaria non si dovrebbe, come oggi spesso accade, confondere con il mero capitalismo. Il mero capitalismo — lo troverete esposto più dettagliatamente nei miei «Punti nodali» — deve permettere che soltanto colui che è capace possa avere grandi masse di capitale nelle mani, sia che si tratti di mezzi di produzione, sia che si tratti di denaro, il rappresentante di mezzi di produzione, e proprio per questo cresce insieme con la produzione. E deve rimanere unito con essa soltanto finché può usare le sue capacità al servizio della produzione. Questo mero capitalismo è assolutamente necessario per l’economia nazionale moderna, e criticarlo è follia. Abolirlo significherebbe minare l’intera economia nazionale moderna. È appunto una questione di guardare nella realtà, cioè di riconoscere per esempio la differenza che l’amministrazione di un grande complesso di terra e di suolo, dove certamente l’appartenenza insieme di foresta e suolo può essere necessaria, nella mano di un uomo capace significherà qualcosa di diverso rispetto a se uno stacca la foresta e separa la terra e il suolo, poi parcellizza la terra e il suolo, la dissolve in piccola proprietà e cose simili. Questo può essere bene per certe regioni, in altre dovrebbe rovinare l’economia nazionale. Ovunque dipende dalle circostanze concrete. E dobbiamo finalmente trovare di nuovo la strada verso le circostanze concrete.

Ma [l’assenza del concreto] non si manifesta soltanto nell’economia nazionale, nella singola economia nazionale, ma si manifesta sempre più e più nell’essere economico internazionale. Si mostra — questo è del tutto chiaro per chi studia le cose — che gli uomini, anche se sono capitalisti, se rimangono a se stessi e secondo le loro capacità riforniscono in qualche modo rami di produzione, non si disturbano a vicenda, bensì al contrario si danno una mano l’uno all’altro. Il male comincia soltanto quando gli uomini in qualche modo crescono fuori dal loro stare legati insieme ai rami di produzione. Voglio solo portare un esempio dove questo, sotto l’influsso dell’economia monetaria del XIX e XX secolo, è emerso in modo particolare: presso la formazione di trust, presso la formazione di cartelli. Supponiamo che una serie di rami di produzione si uniscano in un trust, in un cartello. Quale è la conseguenza? Un trust, un cartello deve pur avere un qualche scopo, e questo è naturalmente che gli uomini guadagnino di più attraverso il trust che senza trust. Possono farlo però soltanto se creano prezzi di monopolio, cioè vendono al di sopra dei normali prezzi di concorrenza che si formerebbero. Si deve allora creare la possibilità di alzare i prezzi, cioè concordare prezzi che stanno al di sopra dei normali prezzi di concorrenza. Sì, tali prezzi si possono creare, e li si sono anche creati in molti casi. Ma non si arrivava alla [sana] produzione. Non si può infatti produrre in modo sano sotto l’influsso di questo tipo di profitto. No, vede, se non si vuole provocare una sproporzione rispetto ai costi delle strutture, che diventerebbero molto troppo cari, se si producesse soltanto quello che si produce al di sopra del prezzo di concorrenza, allora si deve produrre tanto [di più] che i costi per le macchine e tutta la struttura vengono coperti, e appunto tanto quanto si produrrebbe se si ricevesse soltanto il prezzo di concorrenza. Ma si può vendere soltanto tanto quanto viene venduto a prezzi di monopolio. Perché se si producesse a prezzi di concorrenza, si potrebbe vendere molto di più e di conseguenza dovrebbe prodursi molto di più che quello che si vende a prezzi di monopolio. Questa è un’esperienza dell’economia nazionale: si vende meno quando si vende a prezzi di monopolio, ma non si può produrre meno perché altrimenti la produzione non si regge. Quale è la conseguenza? Si deve andare al paese limitrofo e procurarsi lì il proprio spaccio; lì si vende al di sotto del prezzo di produzione. Adesso però si entra nella concorrenza internazionale. Questa concorrenza internazionale ha avuto un ruolo enorme. Se si tiene conto soltanto della determinazione del prezzo condizionata dall’economia monetaria, ci si crea una concorrenza che altrimenti non ci sarebbe, vendendo diversamente: nel territorio di spaccio immediato [al di sopra del prezzo di produzione] e nel paese limitrofo al di sotto del prezzo di produzione. Questo si può fare; se si calcola soltanto in modo corrispondente, si guadagna persino ancora di più, ma si danneggiano i corrispondenti circoli di produttori nel paese limitrofo. Se una volta si cercheranno le cause di quegli umori che hanno condotto alle cause di guerra a occidente, si troveranno le cause in queste cose. Allora si troverà quale passo tremendo nel danno [sociale] giace sulla strada dal capitalismo alla formazione di trust, alla formazione di cartelli, alla monopolizzazione attraverso cartelli. Il capitalista come tale, che produce a prezzi di concorrenza, non ha mai un interesse nei dazi protettivi. Il dazio protettivo è anche qualcosa che ha giocato un ruolo nelle cause di guerra. Avete lì i danni dell’economia monetaria nella vita internazionale. Tutto questo è così chiaramente evidente per chi studia la moderna vita economica che in realtà non può essere obiettato nulla. La domanda deve perciò nascere necessariamente: come usciamo da questi danni? Da questi danni non usciamo in nessun altro modo se non che uniamo di nuovo l’uomo con il prodotto, che ristabiliamo di nuovo immediatamente il legame tra uomo e produzione.

Questo è mirato nell’idea economica della triarticolazione sociale: quello che precedentemente sotto circostanze completamente diverse tra i singoli uomini e la produzione come legame sussisteva, può oggi essere realizzato soltanto per il fatto che i produttori ugualmente strutturati si uniscono tra loro e gli uomini riuniti nei circoli professionali si uniscono di nuovo nei circoli, nelle associazioni, con i rimanenti rami di produzione e i corrispondenti consumatori. Attraverso ciò le associazioni, gli uomini riuniti, sapranno come si possa mettere in circolazione la produzione — non soltanto il denaro, che come qualcosa di uguale si riversa sulla produzione. Con ciò però potrebbe in una maniera del tutto essenziale essere provocato di nuovo quello che rende possibile per la prima volta un’economia nazionale prospera per l’umanità.

Vede, era necessario che oggi si guardasse una volta a fondo nella realtà, perché tutta la roba socio-economica che è stata chiacchierata nei tempi più recenti è in fondo con l’esclusione di ogni sguardo sulla realtà. Certamente, singoli uomini hanno fatto osservazioni opportune su questo o quel punto. Ma la maggior parte di quello che è stato espresso, e in particolare tutto quello sotto il cui influsso il moderno capitalismo mondiale da un lato e la lotta per i salari dall’altro si sono sviluppati, questo cancro della vita moderna è nato dal fatto che non si è più veramente guardato nella connessione regolata della vita economica, e che uno non ha avuto nemmeno davanti agli occhi — mentre viveva come uomo nella vita economica — come i fili vanno avanti e indietro, perché il denaro ha cancellato tutto. Se però le associazioni ci saranno, di nuovo sarà chiaro e manifesto come l’una o l’altra cosa deve essere prodotta. Allora colui che ha da produrre qualcosa — perché associazioni ci sono — riceverà la clientela attraverso gli uomini che stanno in corrispondenti associazioni, [e sarà discusso e stabilito] se si può produrre tanto di questo o quel prodotto. Là può nascere senza economia coercitiva della chiacchiera di Moellendorff qualcosa; là può — nel fatto che l’uno è informato dall’altro nello scambio libero — tutto essere disposto in modo che davvero il consumo per tutti sia determinante.

Su ciò era mirata l’idea della triarticolazione: una volta parlare all’umanità dalla piena realtà. Perché gli uomini oggi sono così disavvezzi ad avvicinarsi alla realtà, perciò si capisce la cosa anche così difficilmente; gli uomini sono disavvezzi ad avvicinarsi alla realtà. Cosa capiscono allora le persone di una vita economica nel complesso? Il costruttore capisce qualcosa della costruzione, il maestro falegname capisce qualcosa della falegnameria, il calzolaio della fabbricazione di scarpe, il parrucchiere della tosatura della barba, ognuno capisce qualcosa della corrispondente cosa economica con cui è legato. Ma tutto quello che questi «pratici della vita» sanno in qualche modo della vita economica è legato soltanto con la loro e non con quella degli altri. Per ciò è così astratto. Doveva una volta parlarsi all’umanità dalla vera connessione dell’intera vita sociale. Perché per gli uomini è diventato inusuale usare le esperienze di vita come norma guida, per questo vedono appunto quello che è nato dalla realtà come utopia. Ma la cosa sta appunto nel fatto che questa idea della triarticolazione sociale viene riconosciuta come l’immagine contraria di tutta l’utopia, che viene riconosciuta come quello che è nato dalla vera vita, e che perciò può anche inserirsi nella vera vita. E soltanto la cosa sta nel fatto che gli uomini capiranno queste cose. Allora si troverà che chiunque — su quale base stia egli comunque — comprenderà giustamente l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale, proprio quando capisce qualcosa dalla connessione della sua produzione con l’intero processo economico del mondo. Questa idea della triarticolazione dell’organismo sociale non indietreggia davanti a un esame approfondito da parte di coloro che per tutta la loro relazione alla vita capiscono qualcosa della vita economica. Ma oggi non molti uomini capiscono qualcosa dalla vita economica o dalla vita sociale in generale; si lasciano trasportare e stanno meglio quando non devono partecipare loro stessi a nessuna [decisione sull’ordine sociale], ma quando il governo lo fa per loro.

Perciò gli uomini giungono a idee così difficili, che vedono come utopistico quello che è reale nella vita. Certamente la situazione è oggi un po’ oscurata dal fatto che attraverso la loro vittoria le potenze occidentali si sono conquistate la possibilità di non giungere all’altezza del tempo. Quello che oggi viene richiesto nell’idea della triarticolazione, viene richiesto dal tempo. A questo punto è arrivato lo sviluppo dell’umanità.

La vittoria delle potenze occidentali non significa altro che la conquista di una dilazione di forca, per poter ancora rimanere sotto le vecchie circostanze sociali. Questo lusso possono permettersi le potenze occidentali; l’hanno conquistato. Le potenze centrali invece non possono permettersi questo lusso; sono costrette a soddisfare le richieste del tempo. Se le soddisfano, allora agirà su tutto il mondo. Se non le soddisfano, allora tramontano.

Ciò deve oggi essere detto in modo tutto chiaro e diretto, perché oggi si tratta di un O-o. Perciò è anche così frivolo quando sempre di nuovo persone abbastanza intelligenti si presentano e per esempio dicono: adesso nascerà di nuovo una disunione tra francesi e inglesi. Perché gli inglesi non vogliono, in base alle loro vecchie tradizioni, concludere un’alleanza militarista con i francesi; non vogliono concedere nemmeno crediti; non sono nemmeno completamente d’accordo con i propositi dei francesi riguardo al confine del Reno e così via. — Questa è la continuazione di quello che già nella guerra e prima della guerra ha agito in modo così devastante. Allora si è sempre speculato: adesso i nemici sono di nuovo discordi; forse potremmo concludere una pace separata con qualcuno. — Con questa diplomazia se l’è finalmente cavata, facendo diventare quasi il mondo intero contro di sé. Se oggi persone di questo calibro continuano a rovinare le idee degli uomini e continuano a speculare che francesi e inglesi sono di nuovo discordi, allora questo è un vero sogno; non è un afferrare la realtà. Questa è una continuazione della vecchia maniera di pensare diplomatica, che Czernin ha descritto così bene nel suo libro, dove richiede che il significato straordinario dei diplomatici debba essere riconosciuto. Ma questo significato straordinario dei diplomatici ha consistito nel fatto che potevano frequentare i corrispondenti salotti, osservavano lì l’umore e poi scrivevano lunghe lettere su questo umore e così via. Nella guerra questo è stato ancora continuato assai bene, per quanto si potesse, soltanto che allora l’umore è stato valutato più per vie nascoste.

Da questo valutare l’umore prima della guerra è nata appunto la catastrofe di guerra. E adesso la gente comincia di nuovo a speculare allo stesso modo. Ma quando la gente si sveglierà, vedrà che effettivamente si sono portati soltanto al fatto di stare loro stessi tra due sedie. Si parla di un profondo abisso che si apre tra francesi e inglesi; la gente più intelligente parla oggi di ciò. Quando ci si sveglierà, si vedrà che questo abisso certamente c’è, ma attraverso questo abisso i popoli, [francesi e inglesi,] sono d’accordo, e soli stanno nell’abisso profondo dentro. Che al posto di questo modo di pensare così disastroso per l’umanità subentri uno consono alla realtà, questo è il fondamento vero dell’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale. E quando questo sarà capito, ci si volgerà con una necessità interiore a questa triarticolazione.

Dopo le parole introduttive di Rudolf Steiner la discussione viene aperta; si fanno sentire varie personalità:

Georg Herberg ritiene che alla vista dell’aumento dei prezzi degli ultimi anni — cita come esempio il prezzo di una tonnellata di ferro, che prima costava 13 marchi, ma oggi costa 1700 marchi — sia necessario illuminare più attentamente il problema dei prezzi. In proposito dovrebbe essere particolarmente considerato il polo opposto dei consumatori, cioè il lato dei produttori.

Siegfried Dorfner desidera, prima che inizi la vera discussione, attirare l’attenzione dei presenti su tre situazioni di principio che si possono considerare tipiche per l’intera situazione nel lavoro di triarticolazione. Innanzitutto, per questa sera sono stati invitati capi dei partiti; questi però non sono presenti. In secondo luogo, quando pur vengono, nella discussione per lo più tacciono; non ci sono persone che chiedono la parola. In terzo luogo, fra gli aderenti all’antroposofia si osserva molto spesso il seguente atteggiamento: «Mi piace l’antroposofia, ma non voglio sapere nulla della triarticolazione». E così lo scarso successo di tutti i lavori di triarticolazione non è ulteriormente sorprendente.

Carl Unger desidera ancora tornare su quanto precede e segnala l’importanza dei trust nella moderna vita economica. È stato citato l’esempio del ferro; qui si deve partire dal fatto che si ha a che fare in questo settore con un trust siderurgico. Una posizione di monopolio simile assumono anche le fabbriche di zucchero tedesche; ci sono certamente in Germania infiniti campi di barbabietole, ma il prezzo è eccessivo al confronto di questa grande offerta.

Walter Johannes Stein è dell’opinione che la situazione nell’economia zuccheriera tedesca indichi un problema del tutto centrale, il rapporto tra terra e suolo e mezzi di produzione in generale. Si pone infatti la domanda se per esempio la mucca sia un mezzo di produzione o se appartenga a terra e suolo. La cosa diventa più complicata però quando la mucca venga infine macellata; non assume allora il carattere di una merce. Così prega Rudolf Steiner di esporre qualcosa di più preciso sul rapporto tra terra e suolo, mezzo di produzione e merce.

Rudolf Steiner: miei cari amici! Per quanto riguarda la distinzione di terra e suolo e mezzi di produzione è già essenziale che terra e suolo è qualcosa di limitato, non è qualcosa di elastico, che in un certo senso non può essere aumentato, mentre i mezzi di produzione, che essi stessi nascono attraverso il lavoro umano, possono essere aumentati, e attraverso l’aumento dei mezzi di produzione la produzione può essere di nuovo aumentata.

Ora, quando si danno tali distinzioni, si tratta appunto del fatto che spesso naturalmente si deve partire da diversi punti di vista. Nel fatto che si distingue terra e suolo da mezzo di produzione, si designa come «terra e suolo» quello che innanzitutto è presente e non è stato prodotto per mani umane. Per chi considera dal punto di vista economico-nazionale una mucca, che l’uomo per suo mezzo di lavoro non fabbrica lui stesso, appartiene semplicemente a «terra e suolo» finché non viene macellata; quando viene macellata, è naturalmente una merce. Ma allora essa appare in un modo del tutto determinato sul mercato delle merci, e si ha a che fare con due fatti: primo con il fatto che essa viene tolta dalla potenza produttiva di terra e suolo, e secondo con l’altro fatto che essa appare come merce; la mucca è in un certo senso un prodotto limite. Tali prodotti limite ce ne sono dappertutto. Ma si tratta appunto del fatto che si fissi per così dire quello che si ha in vista, dal momento che si possono prendere i nomi proprio dal rappresentante caratteristico in ogni caso.

Non è vero, nel processo economico si ha a che fare primo con quello che è necessario per la produzione, che però non si può produrre esso stesso. Appartiene a ciò la terra e il suolo stesso e anche qualcos’altro; si riunisce tutto questo semplicemente in «terra e suolo». Secondo appartiene al processo economico tutto quello che serve per produrre dell’altro, che però prima deve essere prodotto esso stesso, come per esempio macchine. Nel contesto economico-nazionale visto il processo del lavorare, il lavoro che deve essere usato per la fabbricazione dei mezzi di produzione, cade via con terra e suolo. Questo è l’essenziale dal punto di vista economico-nazionale: i mezzi di produzione sono solo finché non si comprendono dal punto di vista dell’equivalente di lavoro, finché non sono pronti come mezzi di produzione per la produzione. Nel momento in cui i mezzi di produzione sono presenti, essi si inseriscono nel processo economico esattamente come terra e suolo. Finché si deve ancora lavorare ai mezzi di produzione e l’economia nazionale deve essere presa in servizio per potere lavorare ai mezzi di produzione, finché deve essere vista una diversità su come i mezzi di produzione e terra e suolo si inseriscono nell’economia nazionale. Nel momento in cui i mezzi di produzione sono pronti, essi obbediscono a quella stessa categoria economico-nazionale come terra e suolo. Finché ancora devo fabbricare la locomotiva, devo giudicare diversamente il processo economico-nazionale in cui avviene la fabbricazione della locomotiva rispetto al momento in cui essa è pronta. Se essa [come mezzo di produzione finito] sta sui binari ed è mossa da uomini per l’ulteriore produzione, essa sta nel processo economico-nazionale altrettanto dentro come terra e suolo. Questa è la difficoltà nella distinzione, che effettivamente il mezzo di produzione finito obbedisce alla stessa categoria come terra e suolo. Quello che in lavoro deve essere impiegato per creare un mezzo di produzione è l’essenziale, e questo si aggiunge ai mezzi di produzione e manca a terra e suolo. Questo naturalmente si ricollega al seguente. Se terra e suolo fosse elastica, se si potesse aumentarla, allora dovrebbe essa stessa crescere, o però gli uomini dovrebbero potere produrla. Voglio però non approfondire ulteriormente questa domanda. Dal fatto che terra e suolo è presente in una certa misura, per questo si distingue da mezzi di produzione. Può soltanto essere usata più intensamente o meno intensamente, per cui di nuovo si somiglia ai mezzi di produzione.

Ora naturalmente si deve un po’ anche considerare il terzo articolo, la vera merce. È caratterizzato dal fatto che viene consumato. Per questo è nel processo economico-nazionale qualcosa di essenzialmente diverso dal mezzo di produzione, che non viene consumato esso stesso immediatamente, ma soltanto usato. Con ciò la merce è però nuovamente qualcosa di diverso che terra e suolo, che parimenti non serve al consumo, ma al massimo deve essere migliorato e così via.

Con ciò questi tre elementi risultano come essenzialmente diversi nel processo economico-nazionale: 1. terra e suolo, che [è presente] senza che su di esso sia stato impiegato lavoro umano; 2. il mezzo di produzione, che comincia quando è stato impiegato lavoro umano; entrambi — terra e suolo e mezzo di produzione — non sono per il consumo immediato; 3. la merce, che è per il consumo immediato.

Ma vede, la cosa giace così, che il tutto di nuovo è anche una questione di tempo. Perché nel momento in cui riflettete che i mezzi di produzione, per esempio di tipo meccanico, nel corso di un certo tempo sono consumati, in questo momento vi appare il mezzo di produzione come merce — soltanto come merce che ha bisogno di un tempo più lungo per essere consumata. Quando si fanno distinzioni nella vita, queste distinzioni hanno la proprietà che sono stranamente scomode; non sono affatto mai così che si possa fare una divisione ristretta. Si deve rimanere flessibili in queste domande. Perché effettivamente i mezzi di produzione hanno in un certo modo anche carattere di merce. Questo carattere di merce come ce l’hanno i mezzi di produzione, non lo ha terra e suolo nello stesso modo, per cui si deve fare di nuovo una distinzione più ristretta. È completamente una stupidaggine, in terra e suolo, dargli il carattere di merce da puri punti di vista geldcapitalistici. Allora vedete, quando si applica qualcosa nella realtà, non ci si può fermare a concetti astratti. Questo è appunto qualcosa che le persone invocano come obiezione nella lettura dei «Punti nodali della questione sociale»: loro vorrebbero concetti ben incastonati. Allora è bello per loro quello che leggono; allora si sa dopo avere letto mezza pagina quello che si ha letto. Nella realtà però un mezzo di produzione si afferra soltanto se si sa: esso innanzitutto non viene consumato, ma se lo si usa per un periodo di tempo più lungo, è come una merce. Così si deve pensare che il mezzo di produzione ha sia la proprietà di essere consumato sia di non essere consumato e il concetto deve corrispondere a ciò.

Si devono avere concetti flessibili. Questo oggi la gente non lo vuole; vuole avere concetti incastonati. Vuole affatto non pensare oltre nella realtà. Tali cose potrebbero altrimenti non nascere, che per esempio la gente dica: mi piace l’antroposofia, ma della triarticolazione non voglio saperne. — Chi così parla, assomiglia pressappoco a colui che dice: sì, per lo spirituale mi interesso, ma questo spirituale non deve estendersi nel politico; questo spirituale deve essere indipendente dal politico. Sì, miei cari amici, è proprio questo che vuol raggiungere la triarticolazione. Ma perché lo spirituale oggi da nessuna parte è indipendente, così è un’illusione se credete di potere interessarvi soltanto dello spirituale puro. Affinché il vostro ideale astratto possa diventare concreto, affinché abbiate qualcosa per cui interessarvi senza che sia influenzato dalla politica, la triarticolazione deve anzitutto conquistare un tale territorio, affinché ci sia un territorio dove non ci si deve interessare di politica. La triarticolazione lotta appunto per quello in cui le anime assonnate vogliono sentirsi bene, ma lo hanno soltanto come illusione davanti a sé. Queste anime assonnate — oh, si vorrebbe così volentieri risvegliarle! — si sentono così estremamente bene quando sono interiormente mistici, quando afferrano il mondo intero interiormente, quando scoprono Dio nella propria anima e per questo diventano persone così perfette! Ma questa interiorità ha soltanto un valore se esce nella vita. Io vorrei sapere se ha un valore, quando ora, nel tempo dove tutto spinge, dove il mondo sta in fiamme, l’uomo non trova la strada, a parlare insieme negli affari pubblici. Questo è un bell’interesse per l’antroposofia, che vuol interessarsi soltanto per l’antroposofia e nemmeno trova la possibilità di dire la sua in quello a cui l’antroposofia vuol stimolare. Quegli antroposofi che vogliono interessarsi soltanto dell’antroposofia e non di quello che l’antroposofia può diventare di fronte alla vita, assomigliano a un uomo che è caritativo soltanto con la bocca, ma altrimenti chiude rapidamente le tasche quando dovrebbe essere veramente caritativo. Perciò quello che si trova presso la gente che vuol interessarsi soltanto dell’antroposofia nel loro modo, è chiacchiera antroposofica. La realtà dell’antroposofia è però quello che passa nella vita.

Successivamente ha luogo una discussione sulla futura opera di triarticolazione con i responsabili dei gruppi locali. Vi sono tre domande principali che si pongono per la discussione. Primo: si possono accettare compromessi? Secondo: ci si deve partecipare alle elezioni? Terzo: in quale forma si deve fare la propaganda per l’idea di triarticolazione?

Paul Kretschmar, da Colonia, sostiene che si dovrebbe tentare di influenzare i consigli aziendali esistenti e il Parlamento. I giornali svolgerebbero a questo riguardo un ruolo non insignificante. Si dovrebbe quindi costituire una sorta di ufficio giornalistico per scrivere articoli per riviste specializzate. Importante è anche la formazione di oratori competenti; questi dovrebbero poter contare su una sorta di alfabeto sulla triarticolazione — simile a come Damaschke ha pubblicato un primer sulla terra. La fondazione di un editore proprio è parimenti necessaria per sostenere efficacemente la propaganda attraverso il giornale. Fondamentalmente sarebbe opportuno considerare anche la partecipazione alle elezioni.

Signor Klug, pure da Colonia, avverte contro una partecipazione alle elezioni completamente isolata. Sarebbe discusso al massimo se ci si potesse presentare riuniti con altri partiti indipendenti. Inoltre dovrebbe assolutamente essere discusso se non si potessero formare associazioni di consumatori.

Hermann Heisler ritiene che davvero dovrebbe esistere una sorta di «Catechismo della triarticolazione»; questo dovrebbe fornire la linea guida per come la triarticolazione si inserisca nella vita pratica, in particolare nella vita economica. Nella situazione presente si porrebbero soprattutto tre domande. Prima: come potrebbe la triarticolazione, se davvero fosse realizzata nell’Europa centrale, contrastare la fame europea attesa? Seconda: quale scopo deve essere dato ora alla classe operaia? Terza: fino a che punto ci si può spingere negli arrangiamenti pratici dei partiti politici e confessarsi agli scopi della triarticolazione?

Siegfried Dorfner è della convinzione che il miglior mezzo di propaganda per la triarticolazione sia uscire dal partito.

Walter Conradt ritiene che per quanto riguarda il trattamento della stampa, si debba partire dal fatto che dalla parte opposta sia entrato un decentramento delle opinioni. Per quanto riguarda però il trattamento del partito proletario, gli eventi dell’ultimo anno — soprattutto in connessione con la «missione del manifesto» — hanno mostrato che il proletariato da un anno è «spostato», cosicché non si deve contare con lui per il momento.

Richard Seebohm è dell’opinione che sia già capitato che un giornale sia entrato in determinate domande, ma non ci si deve scordare che, anche se la vigilanza statale ora è stata revocata, i giornali starebbero sotto la costrizione dell’industria. E non deve nemmeno passare inosservato che alla fine ci sono anche triarticolatori che non vogliono nulla a che fare con l’antroposofia. Per questi motivi è importante stare dietro il giornale sulla triarticolazione già esistente.

Paul Kretschmar menziona il «Generalanzeiger» di Colonia, nel quale si potrebbero certamente inserire articoli sulla triarticolazione.

Ernst Uehli menziona un amico straniero che gli ha confermato che la stampa non potrebbe essere conquistata a grandi idee; generalmente si può constatare che l’idea di triarticolazione venga molto criticata nei giornali. La ricerca di vera «umanità» e la stampa non si potevano riconciliare, come già lo aveva stabilito il filosofo tedesco Karl Christian Planck.

Emil Molt indica che dalla Lega per la triarticolazione sia stato previsto un corso di agitatori — un corso per oratori — sotto la direzione di Rudolf Steiner.

Dopo la conclusione della discussione viene chiesto a Rudolf Steiner di prendere posizione, nonostante il tempo avanzato, sulle varie domande sollevate.

Rudolf Steiner:

Miei molto onorati presenti! Innanzitutto vorrei soltanto dire che sarò costretto a parlare in brevi accenni, e vi prego di considerare assolutamente ciò. Così non si può parlare più diffusamente delle singole domande poste. Forse potremo farlo la prossima volta.

Innanzitutto vogliamo estrarre la domanda relativamente più importante, la domanda:

Come agirebbe la triarticolazione nella veniente fame europea?

Vorrei, benché questo forse a taluno sembri strano, dire che dietro questa domanda ne sta un’altra del tutto diversa, che rende difficile la risposta. Ma così in generale deve valere di fronte a questa domanda il seguente. Non è vero, dieci anni fa — diciamo — il mondo non aveva quello che si chiama una fame, almeno non quello che come fame può venire nel prossimo tempo. Ma tuttavia si devono ponderare le seguenti considerazioni, così semplici e primitive come sono: materie prime non sono meno presenti nella terra che dieci anni fa; campi non sono meno presenti che dieci anni fa; forze di lavoro umane sono essenzialmente non meno presenti che dieci anni fa — è vero che milioni sono periti nella guerra, ma non soltanto come produttori, ma anche come consumatori. Così in generale sta con le possibilità economiche, con le condizioni economiche esattamente come dieci anni fa.

È stato circa otto settimane fa quando attraverso i giornali andò in giro una lettera, che il noto politico, il principe russo Kropotkin, aveva scritto, in cui fa due strani comunicati. L’uno è questo, che egli adesso lavora a un’etica — interessante che egli adesso comincia a scrivere un’etica. L’altro comunicato è questo, che ora ci sia soltanto una cosa, che dall’Occidente verso la Russia venissero forniti viveri, che venisse fornito pane. È naturalmente il più semplice, quando non c’è pane, prenderlo dal lato dove è presente. Ora, anche altre persone hanno talvolta tali opinioni. Due settimane fa ricevetti una lettera da un avvocato e notaio dell’Europa centrale. La lettera suonava molto da avvocato e notarile, perché era rozza e stupida. Ma lì dentro c’era anche, che non si potesse adesso vincere nessun cane da una stufa con idealità di sorta, importasse piuttosto di combattere per il pane nudo.

Ora vede, tutto quello che ho appena esposto non considera appunto il più semplice e il più primitivo. Perché chi lo pensa, questi saprà che importa soltanto di portare gli uomini a una tale organizzazione, cosicché dalle antecedenze che ora come dieci anni fa sono presenti si possa e si voglia economizzare. Questo certamente non sarà raggiunto se la gente viene liquidata o con quello che i vecchi «Czernin» considerano come statale, e saggezza popolare, o i vecchi «Bethmann», scritti con h o senza h, nemmeno con quello che i vecchi socialdemocratici, questo tipo particolare di «negativi Bethmann», suggeriscono; bensì importa che di nuovo vengano dati alle persone dei propositi, che essi vedano: a questo stiamo lavorando. E ciò può essere dato appunto dal movimento della triarticolazione. Importa che non si dica quello che oggi molti dicono, sebbene sia relativamente giusto: non avremo fame o la possiamo superare se la gente di nuovo lavora. Sì, se! Se però la gente ha davanti a sé quella mancanza di prospettive del lavoro che risulta dai vecchi programmi e dalle vecchie macchinazioni, allora non vogliono lavorare. Ma si porti qualcosa nell’umanità che colpisca, cosicché la gente veda davanti a sé qualcosa che può condurla a un’esistenza degna di essere umani, [allora vuole lavorare], e allora potrà anche essere prodotto pane. Questa è una condizione importante fondamentale per la produzione di pane: fiducia nell’umanità. Se noi non guadagnamo questa fiducia, allora con certezza verrà la fame.

Ma affinché nascesse la fiducia, affinché questa, è necessaria la triarticolazione. Questo posso soltanto accennare in questa connessione. Se però voi seguite questo pensiero, vedrete che la fame potrebbe praticamente essere prevenuta soltanto attraverso la propaganda della triarticolazione. Certamente una necessità è presente: che questa idea di triarticolazione soprattutto debba penetrare in quante più menti possibili, cosicché queste menti non cadano in tutto quello che è soltanto la continuazione del vecchio sistema. Questa continuazione del vecchio sistema, si fa molto, molto presente — soltanto in una forma apparentemente nuova. Perché vede, da certe parti è oggi come se fra le personalità dirigenti ci si fosse dato il compito preciso di provocare la fame. Oggi salgono prezzi di ogni sorta in modo fantastico. Prezzi però hanno soltanto un senso se relativamente stanno gli uni rispetto agli altri. I prezzi dei più importanti viveri vengono oggi artificialmente tenuti bassi. Non voglio dire che debbano salire, ma non possono stare in nessuno squilibrio con i prezzi delle altre cose. Questo squilibrio impedisce che fra breve ancora in qualche modo ci si voglia dedicare alla produzione di materie prime, di viveri. La produzione di fame è così diventata addirittura una misura governativa. Questo deve essere compreso.

In secondo luogo è da sottolineare che la cosa è effettivamente una questione internazionale e la domanda può essere sollevata:

Ci si può raggiungere qualcosa nell’Europa centrale soltanto con l’introduzione della triarticolazione o come altrimenti si voglia chiamarla?

Qui devo rimandare a quello che ho scritto nella rivista sulla triarticolazione, e cioè sempre di nuovo da vari punti di vista: se ci si raccoglierebbe davvero il coraggio di propagandare la triarticolazione, persino sotto le circostanze più sfavorevoli, persino durante una fame — questo agirebbe se potesse essere visto dai popoli nei territori occidentali od orientali qualcosa di positivo da noi.

Così stiamo oggi ancora sempre sul punto di vista su cui il mondo ha stretto quando nel 1916 l’offerta di pace era stata inviata al mondo, dove frase su frase, ma niente di concreto era stato detto di fronte al mondo. Si provi una volta come agirebbe nella vita internazionale se ci si presentasse con qualcosa che ha mani e piedi, che sostanza e contenuto ha come l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale.

Attualmente si vede come per esempio proprio gli uomini di Stato inglesi da settimana a settimana abbiano più paura di quello che là in questa Germania succede. È per loro proprio qualcosa di altamente sconosciuto. E perché non possono cavarne nulla di giusto, hanno paura che qui possa nascere persino un bolscevismo peggiore che in Russia.

Se però conoscessero meglio Bauer, Ebert e Noske, questo sarebbe persino un buon mezzo affinché la paura loro passi. Perché la verità è questa, che qui nulla succede, che in realtà mese su mese passa, senza che qualcosa accada. Si provi una volta come sarebbe nella vita internazionale se proprio dall’Europa centrale qualcosa di sostanziale venisse messo nel mondo. Soltanto quando ci si è chiariti su queste cose, si può accostare a una tale domanda come agirebbe la triarticolazione con un’incombente fame; per il resto non è una domanda. Sta che l’unica e sola triarticolazione è capace di effettuare un’organizzazione tale che di nuovo si lavorerà e che di nuovo ci possa essere fiducia. Allora la fame potrà essere impedita.

Per agire nell’internazionale, l’idea di triarticolazione deve però effettivamente penetrare in modo efficace nelle menti. Allora non sarei preoccupato che non agirebbe nella relazione internazionale. Finché si negozia soltanto dal nazionalismo, non si arriva a nessun buon risultato. Se qui in Europa centrale qualcosa di importanza fosse inventato, se lo procurerebbe subito valenza internazionale. Se qui idee sane penetrano, le barriere internazionali cadranno da sole; perché gli uomini comunque agiscono secondo i loro interessi e accolgono il bene dove lo possono trovare.

E ancora alcuni accenni volevo darvi alla questione dei giornali. Non voglio negare che molto è abbastanza importante di quello che è stato detto. E sarà meritorio se uno o l’altro degli amici là o qua in qualche giornale introduce un articolo. Ma l’essenziale rimane appunto che, così poco come si può raggiungere qualcosa strisciando dentro nei partiti, così poco si può raggiungere strisciando dentro negli altri giornali. Puoi farlo, ma è in fondo la stessa cosa, soltanto in un altro colore. Non lo disapprovo, sono completamente d’accordo se accade. Il positivo però lo vedrei in ciò che il nostro giornale, il nostro giornale sulla triarticolazione fosse propagandato dagli amici — tanto quanto è possibile. Potete dire: bello, ma i giornali in cui vogliamo introdurre gli articoli, quelli li hanno le persone; al giornale sulla triarticolazione devono abbonarvisi. Devono appunto abbonarvisi. Non tutti, ma un numero farà. Allora riusciremo a trasformare il giornale sulla triarticolazione in un giornale quotidiano. Allora soltanto possiamo introdurre quegli articoli che vogliamo introdurre; quello sarà efficace. Così si tratta di lavorare così tanto per il giornale sulla triarticolazione, che è ancora un settimanale, che attraverso i propri ricavi il giornale possa essere trasformato in un quotidiano. Allora non abbiamo bisogno di «strisciare dentro» agli altri; lì importa. Perché non dovrebbe essere possibile mettere in piedi una cosa che è di così eminente importanza!

Poi è stato ancora suggerito a varie altre cose. Per quanto riguarda la partecipazione alle elezioni vorrei soltanto dire il seguente: naturalmente si può in abstracto ben dire, a elezione partecipare e in Parlamento entrare e là agire, questo non sostiene lo Stato presente. — Questo non si può dire così senza più. Non voglio persino parlare così fortemente pro o contro; questo dipende dalle varie circostanze concrete se ci si partecipa alle elezioni o no. Ma se si concepisce rigorosamente la triarticolazione, non è affatto completamente giusto il non partecipare al Parlamento. Il giusto dal principio, nel senso della triarticolazione coerentemente pensato, sarebbe: alle elezioni partecipare, farsi eleggere tanti quanti possono essere eletti, in Parlamento entrare e fare ostruzionismo a tutte le domande che si riferiscono a vita spirituale e vita economica. Questo sarebbe coerente nel senso della triarticolazione pensato. Si tratta di separare la parte centrale, la vita dello Stato. Questo può essere solo tolto se l’altro a sinistra e a destra è gettato via. Questo non si può allora fare diversamente che dal fatto che ci si faccia davvero eleggere, si entra e si fa ostruzionismo a tutto quello che è discusso e deciso nel campo della vita spirituale e della vita economica. Questo sarebbe coerente pensato nel senso della triarticolazione dell’organismo sociale. Questa idea è qualcosa che deve essere pensato coerentemente e anche coerentemente in relazione a circostanze concrete può essere pensato, perché è stata vinta dalla realtà. — Questo sarebbe riguardo alle domande più importanti da dire.

Per quanto riguarda il nuovo proposito che si debba dare ora ai lavoratori, devo dire che mi appare dopo le esperienze con i consigli aziendali piuttosto come una domanda accademica. La domanda dovrà essere trattata diversamente; [deve essere domandato] se si debba affatto dare tale proposito. La questione dei consigli aziendali è stata sollevata. Ci si è dato ogni possibile sforzo e dappertutto tentato di mettere in moto i consigli aziendali. I lavoratori hanno promesso ogni cosa possibile e non hanno mantenuto nulla. All’inizio sono apparsi alle assemblee, poi sono rimasti assenti. Così sarebbe con i prossimi nuovi propositi anche di nuovo così se fossero portati dentro le attuali organizzazioni dei lavoratori.

TERZO

6°Terza serata di studio: la propagazione dell'idea di triarticolazione

Stoccarda, 9 Giugno 1920

Rudolf Steiner: miei molto stimati presenti! Sta nella natura di una tale serata di studio, che io non tenga una vera e propria conferenza, ma innanzitutto porti alcuni insegnamenti in maniera aforistica, affinché possa poi seguire una discussione il più possibile approfondita su quello che sta a cuore ai nostri ascoltatori e che appare necessario nell’interesse della prosecuzione della nostra propaganda per la triarticolazione dell’organismo sociale. Mi è stato comunicato che una questione importante è ora quella della modalità particolare in cui la propaganda per questa idea della triarticolazione deve essere organizzata nei prossimi tempi. Non ero presente agli ultimi studi serali e quindi in un certo senso, con ciò che posso dire oggi, vado fuori dal contesto. Ma proprio questa questione della propaganda mi è stata posta come qualcosa di molto significativo.

Ora è ben poco fruttifero discutere oggi circa il modo in cui la triarticolazione deve essere propagandata, se non ci si basa sulla esperienza che finora è stata fatta. Nel discutere una tale questione, vorrei tuttavia sottolineare che, data la presente situazione mondiale, non si tratta affatto di come ci si immagini che debbano svilupparsi questa o quella questione che scende nei particolari — soprattutto in campo economico. In verità, oggi non si dovrebbe più riporre molta speranza in misure di piccola portata. Oggi si dovrebbe acquisire lo sguardo per come, sostanzialmente, si possa raggiungere qualcosa solo attraverso — vorrei dire — un impegno verso il Grande. Abbiamo fatto con la nostra propaganda esperimenti straordinari. E il tono fondamentale che sempre ci tornava da queste esperienze era quanto sia difficile, effettivamente, oggigiorno, anche in questo tempo di bisogno, giungere soltanto alle anime umane con ciò che nella relazione spirituale, politica ed economica si deve assolutamente ritenere necessario.

Ho segnalato l’ultima volta come certi piani fossero falliti e come quindi fossimo costretti a intraprendere certi particolari, che gradualmente si sono concentrati nella nostra impresa «Il Giorno che viene». Sappiamo naturalmente benissimo che questa impresa, se la nostra propaganda complessiva per l’idea della triarticolazione non può agire in modo penetrante, rimane sostanzialmente, per il momento, soltanto un surrogato piuttosto insoddisfacente — e sotto ogni aspetto. Poiché su cosa si basa essenzialmente, questo deve essere sottolineato ancora e sempre — è che una comprensione della forza portante dell’idea della triarticolazione penetri in quanti più cervelli possibili. Senza che abbiamo un numero sufficientemente grande di persone che veramente comprendano questa idea della triarticolazione, non si può fare. E questa comprensione riguarda molte cose, miei molto stimati presenti. Vorrei qui sottolineare qualcosa di concreto.

Vedete, quando abbiamo iniziato la nostra propaganda qui, abbiamo innanzitutto cercato di lavorare nella direzione appena indicata, di acquisire quante più anime piene di comprensione. Le questioni concrete della vita economica sono state veramente affrontate. Così, per esempio — e non una sola volta, ma ripetutamente — una questione ben determinata della vita economica è venuta in discussione per mano mia: era la questione della formazione dei prezzi. Ho attirato l’attenzione sul fatto che questa questione della formazione dei prezzi è una questione cardinale; si tratta del fatto che semplicemente nel processo economico-nazionale certe altre questioni — persino la questione salariale e simili — non devono essere risolte primariamente, ma piuttosto sulla base della questione del prezzo. Ho attirato l’attenzione sul fatto che si può considerare sano soltanto un prezzo ben determinato per un qualsiasi articolo nella vita economica. In altri termini: un articolo determinato deve essere ottenibile a un prezzo determinato all’interno di un contesto economico. Secondo questo, le condizioni economico-nazionali devono essere regolate. La cosa più insana è considerare il prezzo come qualcosa che può essere aumentato a piacere e poi iniziare con la vite senza fine: sistemare i rapporti salariali secondo i prezzi che aumentano a piacimento. Aumentano i prezzi, allora aumentano i salari; aumentano i salari, allora aumentano i prezzi, e così via. Si afferra la questione dal capo sbagliato. Allora ho discusso una questione così concreta dai fondamenti economico-nazionali. Quale fu la conseguenza? Abbiamo avuto assemblee in cui apparivano sostanzialmente soltanto proletari. I circoli borghesi si tennero lontani, perché pensavano che noi avremmo organizzato tutto affinché piacesse soltanto al proletariato. Brevemente, abbiamo trovato una certa comprensione nei circoli dei proletari che allora ci ascoltarono. Ma questa comprensione è completamente scomparsa; le persone se ne andarono sempre più. Portavano i loro vecchi cliché dalle schablature dei partiti come questioni, poi se ne andavano sempre più. E così si esaurì una delle questioni cardinali.

Estraggo un esempio, molti altri potrebbero essere portati avanti. Ebbi poco tempo fa l’occasione di conversare con un uomo che stava saldamente nel campo dell’economia, un uomo d’affari capace di uno stato europeo non tedesco. Emerse che egli, semplicemente dalla sua pratica come uomo d’affari pratico, era giunto a questa opinione: la cosa più importante che si deve affrontare è il problema della formazione dei prezzi. Ebbene, miei molto stimati presenti, sono convinto di questo: con persone che sono uomini d’affari e che contemporaneamente pensano, ci si riesce già. Devo confessare che finora ho trovato pochissime persone di questo tipo. Ho spesso trovato uomini d’affari che non pensano veramente, ma che ancora sempre mantengono l’abitudine di pensiero di credere che si tratta soprattutto che si sia un pratico. E un pratico è colui che mira a che lo stato o qualcun altro pensi per lui; credono: «Loro già lo faranno». Così si è fatto appunto anche durante la guerra in Germania. Si pensava che la gente al Grande Quartier Generale capirà già la questione. Così, come detto, ho trovato poche persone che sono contemporaneamente uomini d’affari e pensanti, ma quando oggi se ne trovano, allora provengono indubbiamente dal loro pensare sui rapporti pratici d’affari ai medesimi risultati che si trovano rappresentati nei miei «Punti Cardine». Non dovete paragonare i miei «Punti Cardine» con ciò e verificarli secondo ciò che è contenuto nei programmi dei partiti farraginosi. Questi programmi dei dieci partiti che ora sono stati eletti nel Reichstag — che sarà certamente un’istituzione impossibile — sono tutti ugualmente inutili e impossibili. Si tratta del fatto che paragoniate ciò che sta nei «Punti Cardine» con la vera pratica di vita, con ciò che è veramente necessario nella vita reale. Dovete naturalmente voler pensare anche su questa vita reale e non essere soltanto un predicatore di vecchie formule e cliché superati. Ma questo tipo di propaganda non vuole diffondersi, non vuole davvero esaminare ciò che ovviamente nei «Punti Cardine» poteva essere detto soltanto in un numero di pagine, poiché non si può subito scrivere un’intera biblioteca; quella sarebbe ancora meno letta dei «Punti Cardine». Ma invece di paragonare ciò che viene detto nei «Punti Cardine» con ciò che si può imparare in una fabbrica come amministratore, come tecnico, al contrario si continua a maneggiare il vecchio, i vecchi schemi di partito e i programmi. E il pratico che i «Punti Cardine» intendono — invece di paragonarlo con la pratica — viene paragonato con qualcosa che in questo o quel cervello annida come pregiudizio e viene considerato come pratica.

Ciò che innanzitutto dobbiamo raggiungere è: dobbiamo decidere di agire in modo che si veda che non è veramente così facile cavarsela con le condizioni pubbliche. Allora ho cercato di scrivere questo libro dalle necessità del tempo, e devo dire, per me è una pillola amara, un’esperienza amara, che ora si presentino persone che richiedono che ciò che sta nei «Punti Cardine» venga trasformato in cavolo e gettato via semplicemente su circa un foglio di carta. Poiché questo è ciò che vogliono le persone: vogliono ricevere su un foglio di carta o se possibile soltanto su un breve volantino ciò che nei «Punti Cardine» è già detto così brevemente come possibile. Se mi chiedete dove risiede il male del tempo attualmente, allora dico: risiede precisamente nel fatto che ancor oggi si continua a chiedere qualcosa di simile. — Non si vuole passare alla serietà. Ma si vuole su un foglio pressato insieme come cavolo — come è già apparso come estratto dei «Punti Cardine» — avere tutto ciò che si dovrebbe imparare con cura. Finché prevale questo atteggiamento, finché non si raggiungerà nulla sulla via su cui oggi è necessario raggiungere qualcosa. Certamente, prossimamente farò apparire i «Punti Cardine» anche in modo che in una prefazione speciale su un foglio componga brevemente ciò che è contenuto nei «Punti Cardine». Ma allora deve servire soltanto come una sorta di preparazione che sia anteposta ai «Punti Cardine», per così dire per preparare alla lettura della intera scrittura. Ma chi crede di poter comprendere su ancora meno pagine ciò che è oggi necessario, questi semplicemente non ha il cuore per ciò che veramente oggi deve accadere.

Questo è ciò che deve essere considerato innanzi tutto se mettiamo davvero sul serio ciò che possiamo chiamare la questione della propaganda. Poiché prendete il fatto concreto: il nostro giornale «Triarticolazione dell’organismo sociale» finora ha avuto quarantanove numeri. Quarantanove numeri! Prendete questi quarantanove numeri, leggete attraverso di essi di seguito, e vedrete quanto abbiamo sostanzialmente riunito lì di tutto ciò che l’umanità innanzitutto deve sapere sulla questione della triarticolazione. Quarantanove numeri abbiamo fatto apparire. Vi sta veramente già tutto ciò che innanzitutto è necessario sapere. Ma ci viene continuamente chiesto informazioni su questa o quella questione. E cosa dobbiamo dirci oggi? Abbiamo sostanzialmente scritto questi quarantanove numeri della «Triarticolazione», ma il materiale complessivo finora è scomparso nel nulla.

Non stiamo forse quasi di fronte alla necessità che ora dobbiamo di nuovo iniziare da capo con il nostro giornale, che dobbiamo fare apparire il numero uno e i numeri seguenti esattamente come sono apparsi? Poiché sostanzialmente molto è scomparso nel nulla e non è entrato nei cervelli da ciò che abbiamo detto, ora dovrebbe sempre venirci in mente qualcosa di nuovo? Bene, le persone laggiù non possono veramente pretendere così tanti spunti da noi. Ciò di cui si tratta sarebbe innanzitutto propagandare effettivamente l’idea della triarticolazione così come è. Certamente, enormemente molto si oppone a questo, ma tutto questo molto risiede semplicemente nella volontà umana. È necessario che le anime oggi si sveglino e che si metta davvero sul serio con ciò che effettivamente si tratta.

Vedete, vi è una questione da cui oggi le persone continuamente si allontanano. È quella questione da cui i «Punti Cardine» sono partiti fin dall’inizio, su cui sostanzialmente deve poggiare tutta la propaganda della triarticolazione — non materialmente, ma in relazione all’essenza della propaganda. È il riconoscimento che nella cosiddetta questione sociale oggi davvero non abbiamo a che fare con ciò di cui parlano la maggior parte delle persone. La maggior parte delle persone, quando parlano della questione sociale, chiedono: cosa si dovrebbe fare con questa o quella istituzione? Cosa si dovrebbe organizzare in questo o quel campo? Chi così parla, non ha affatto alcuna comprensione per ciò che accade nel nostro tempo — per il semplice motivo che non vede che oggi potete fare le istituzioni più splendide e che, dopo averle fatte, avrete comunque ben presto esattamente la medesima agitazione che avevate prima. Ora la costituzione dell’umanità è così: prendete per esempio l’attuale socialdemocrazia di maggioranza, che è stata partito di opposizione per lungo tempo. Nel momento in cui questi socialdemocratici di maggioranza vennero al potere, si formò il cosiddetto Partito Socialdemocratico Indipendente. Se questo venisse al potere, si formerebbe di nuovo un nuovo partito di opposizione, i comunisti. Se questi venissero al potere, allora ci sarebbe già di nuovo un nuovo partito di opposizione. Non si tratta oggi affatto di venire con qualsiasi proposta per istituzioni singolari, ma piuttosto si tratta del fatto che la questione sociale oggi è una vera questione di umanità, una questione del valore umano e della coscienza dell’umanità.

E si vede più chiaramente cosa sia la questione sociale quando una volta si guarda intorno in paesi in cui non tutto è ancora crollato, ma crollerà prossimamente. Vi sono da un lato i circoli che prima guidavano. Questi circoli vedono innanzitutto che tutta la vita commerciale ristagna, che negli stabilimenti si accumulano magazzini enormi, che si riesce a malapena a ricavare tanto da poter pagare gli operai, e si fanno pensieri: se la cosa continua così, presto non si potranno più pagare gli operai. Non si potranno neppure smaltire le merci che si hanno immagazzinate nei magazzini. Tutto questo lo si vede, ma si pensa: un miracolo verrà, e allora prossimamente sarà comunque diverso. Su questo miracolo si aspetta, affinché non sia necessario pensare a cosa si dovrebbe effettivamente fare. Dall’altro lato stanno coloro che parlano un linguaggio completamente diverso, le masse ampie del proletariato del mondo civilizzato. Da ciò che accade in queste masse ampie, i circoli che ho caratterizzato prima non hanno la minima idea. Ma vi è in questo proletariato una volontà, una volontà che riveste le sue questioni in concetti, in idee, e nel momento in cui queste vengono realizzate, distruggerebbe tutto, tutto ciò che abbiamo di civiltà umana, tutto, tutto lo distruggerebbe, tutto lo spazzerebbe via. E le classi dirigenti pensano che prossimamente potranno tornare forse all’anno 1913 o agli inizi del 1914, per ricominciare di nuovo da dove avevano smesso allora, e allora si troverebbero ben volentieri da queste masse ampie persone che lavorerebbero di nuovo come lavoravano allora. No, oggi non abbiamo a che fare con una questione di istituzioni, ma con una questione di umanità. E dobbiamo capire che presso le classi dirigenti da lungo, lungo tempo non abbiamo trovato neppure la minima comprensione per quale sia il loro compito. Sì, credete forse che dalle masse uscirebbe qualcosa di diverso da ciò che qui a Stoccarda, dove abbiamo iniziato con la propaganda della triarticolazione, abbiamo dovuto vivere con orrore?

Vedete, a due condizioni, ciò che abbiamo iniziato in aprile dell’anno scorso avrebbe potuto procedere benissimo — a due condizioni. Una sarebbe stata quella che saremmo riusciti a conquistare le ampie masse del proletariato, senza considerazione dei leader proletari, per una concezione della vita comprensiva. Era sulla strada migliore. Dall’altro lato si sarebbe trattato di quello che coloro che avevano una certa influenza all’interno della borghesia, della classe media, ci avessero teso la mano, ci avessero portato fiducia e si fossero detti: qui viene tentato di costruire un ponte tra il proletariato e gli altri.

Cosa sarebbe dovuto accadere? Potete immaginarvi che la questione non è facile, perché a tutto ciò che oggi parla come Stresemann o gente di questo tipo o che comunque ha il profumo di squinciare verso quel lato, il proletariato non avrà mai fiducia in nessun modo. Ma, miei molto stimati presenti, eravamo però sulla strada di poter parlare semplicemente al proletariato per mezzo di ragioni razionali. E sarebbe stato necessario solo che ci fosse stata portata da parte della borghesia tanta comprensione da dirci: bene, vogliamo provare ad aspettare a cosa siete capaci. Vogliamo ammettere che fra noi stessi ci sono numerose persone che non possono acquisire questa fiducia, perché se la sono rotta, ma se si procede così, si potrà costruire il ponte.

Cosa è accaduto invece? Le persone che avrebbero dovuto portare tale comprensione, si sono messe con le gambe larghe e hanno dichiarato: questi sono uomini che quasi o completamente ci conducono verso il bolscevismo! Questi sono uomini che tengono parte soltanto al proletariato! — Non la minima comprensione poteva trovarsi da questo lato. E in tali condizioni i leader del proletariato, con i quali non doveva avere nulla a che fare, potevano facilmente allontanare di nuovo questo proletariato da noi. Questo è ciò che allora fece fallire la questione.

E anche tutto ciò che potremmo fare in relazione alla propaganda fallirebbe di nuovo, se per esempio prevalesse il parere: sì, ciò che sta nella rivista della triarticolazione è troppo difficile da comprendere. Se uno mi dice questo, allora considero mio compito, in tutta cortesia — cortese si deve essere normalmente con tali persone — spiegargli con chiarezza: proprio perché si è sempre cercato di trovare incomprensibile ciò che proviene dalla vera pratica di vita e continuamente si è chiesto: dovreste abbassarvi a un altro livello, per scrivere — quindi abbiamo il male. E tu sei il rappresentante di coloro che ci hanno condotto nel male. In quanto esigi che si scriva secondo la comprensione che ti è naturale, mostri di essere tu stesso un danno dal circolo di coloro che ci hanno condotti nella situazione presente. Finché non saremo in grado — con tutta cortesia naturalmente, quando si tratta di un singolo caso — finché non saremo in grado di trovare persone sufficienti che abbiano il cuore per dire finalmente: deve venire una nuova mattina con nuove persone: deve essere spazzato via tutto quello che proviene da questi terribili vecchi partiti; deve nascere qualcosa di completamente nuovo! — finché allora tutto il discorso sui più efficaci mezzi di propaganda è semplicemente gettato al vento.

Viviamo oggi non in un tempo in cui i mezzi piccini hanno qualche effetto, ma viviamo in un tempo in cui è urgentemente necessario che un numero sufficientemente grande di persone di medesimo linguaggio e medesimi pensieri si impegnino, non solo si entusiasmino. Credo, miei molto stimati presenti, che taluno si chieda perché vai crescendo in crescendo, perché vengono pronunciate parole sempre più forti, soprattutto anche da me. Bene, questo ha un motivo molto semplice. Pensate solo una volta: se si è predisposto che una parte dell’umanità debba svegliarsi, e se si vede come sempre più persone dolcemente si addormentano, allora la voce di colui che ha qualcosa da dire sale nella stessa misura, perché si ha l’istintivo bisogno di superare il sonno del prossimo. E in relazione alla comprensione necessaria delle questioni sociali presenti, non possiamo certamente dire che il bisogno di sonno della nostra umanità sia diminuito negli ultimi tempi. Si afferra la questione perfino dentro il nostro movimento in modo del tutto sbagliato. Ho tenuto recentemente una conferenza sull’idea della triarticolazione, sulla necessità di porre la vita spirituale sulla propria base. Mi è stato risposto in maniera straordinariamente buona, benintenzionata: qui da noi non è veramente necessario che ci si lamenti della non-libertà della vita spirituale; abbiamo un alto grado di libertà della vita spirituale; lo stato ci interferisce molto poco, effettivamente, in ciò che intraprendiamo nel campo dell’educazione scolastica.

Miei molto stimati presenti, le persone che parlano così, sono la migliore testimonianza per quanto sia necessaria la liberazione della vita spirituale. Poiché coloro che ancora sentono quanto siano non-liberi, questi sono quelli che si possono ancora utilizzare meglio. Coloro invece che non sentono neppure più quanto siano non-liberi, che le idee pedagogiche statali già inculcate nei loro cervelli considerano per la loro propria libertà interiore e non hanno la minima idea di quanto lontano vada la schiavitù pedagogica del popolo, questi sono quelli che effettivamente ostacolano tutto. Si deve effettivamente afferrare la questione al capo giusto. Coloro che inconsciamente ritengono la schiavitù per libertà, questi sono quelli che naturalmente non ci permettono di andare avanti. E così si deve dire: si tratta innanzitutto di capire che tutta la comprensione reciproca è andata persa tra le masse ampie e coloro che per lunghi periodi avrebbero dovuto avere il compito di parlare nel mondo in modo da fare in modo che queste masse ampie oggi non rappresentassero nelle loro giornate e così via le opinioni che appunto rappresentano. Si non deve in particolare credere che un qualsiasi vero genere di vita spirituale provenga dalle masse ampie del proletariato.

Ho letto recentemente a Pentecoste in un altro paese un giornale socialista. Là stavano gli articoli più stravaganti di Pentecoste, tutto, tutto era respinto dallo spirito e veniva sottolineato che l’unico spirito era quello che proveniva dalle masse ampie. Attraverso questi articoli di Pentecoste di un giornale socialdemocratico con colorazione bolscevica, ci si sente trasportati così in un’immagine che ci si dice: ora dovrei afferrare da qualche parte questo spirito che lì sorge come fumo dalle masse ampie. — Sì, miei molto stimati presenti, quando ci si prepara effettivamente a pensare qualcosa, per non dire afferrare di questo spirito delle masse ampie, allora si ha comunque il sentimento: questa è una superstizione molto più terribile di quella superstizione che in ogni arbusto, in ogni albero vede un demone o una fata o simile. La gente moderna non ha la minima idea in quali forme di superstizione effettivamente vive. E a cosa si riduce tutto ciò? Vedete, si riduce al fatto che le persone sono semplicemente troppo pigre per pensare a come una vita spirituale nuova deve veramente essere costruita. Vedete, questo si è potuto vivere approfonditamente da decenni. Se ci si presenta alle persone con l’esigenza che ora una vita spirituale nuova deve essere costruita, ebbene, allora tutt’al più si trovano persone che si decidono che, oltre a ciò che altrimenti fanno nella vita, si dedicano ancora per il pomeriggio di domenica o per la serata del ramo o per il tempo in cui leggono libri antroposofici a questo nuovo movimento spirituale. Ma che cercherebbero una connessione tra questo nuovo movimento spirituale e ciò che altrimenti fanno nella vita, a questo non si possono decidere.

Ma anche molto numerose, molto numerose sono le altre persone che arrivano e dicono: sì, ciò che tu vuoi, lo vogliono in fondo anche i migliori cattolici e i migliori evangelici; c’era un pastore che ha parlato dal pulpito completamente nel senso antroposofico; in fondo si trova tutto ciò che tu vuoi anche qua e là. — Le persone che vogliono fare compromessi fino al punto che vorrebbero praticamente far sprofondare l’antroposofia in ciò a cui gli uomini sono abituati, queste si trovano già molto numerose. Le persone che di fronte a ciò che deve essere voluto, proprio nel senso della conferenza pubblica di ieri, tuttavia aderiscono al principio: «Lavami la pelliccia, ma non farmi neppure un goccio bagnato» — queste persone oggi sono particolarmente numerose. E finché non avremo la possibilità di portare nei cervelli il più possibile la coscienza che soprattutto una vita spirituale nuova è necessaria — una vita spirituale che sia penetrante — finché non avremo questa possibilità, non avanziamo. Se avremo questa vita spirituale nuova, se non saremo più costretti a lottare con gli intellettuali mancanti di comprensione, allora avremo di nuovo qualcosa che può parlare agli uomini in modo che il parlare possa produrre fatti sociali.

Miei molto stimati presenti, gli uomini dovrebbero farsi una rappresentazione di che potenza possa avere la parola. Vedete oggi attraverso l’intero mondo civilizzato, per quanto sia accessibile, quando si viaggia in treno o in auto, ovunque villaggi e città, e in questi villaggi e città vedete chiese, chiese, che sono state costruite. Queste chiese non c’erano tutte prima di un tempo nemmeno così lungo. Nei primi secoli della nostra era cristiana in questa oggi seminata di chiese Europa c’era qualcosa di completamente diverso. E pochi erano quelli allora che si sono presentati tra gli uomini, certamente davanti a un’umanità più fresca, meno addormentata, e questi pochi, lo hanno fatto emergere dalle loro parole che oggi l’Europa ha questo aspetto. Se coloro che lo hanno fatto avessero avuto lo stesso atteggiamento che hanno, per esempio, questi capi a dozzina dei nostri quattordici partiti in tutto — certamente forse non sarebbe neppure stata costruita una dozzina di chiese. È la forza interiore dello spirito che deve creare i fatti sociali. Ma allora questa forza interiore dello spirito deve essere portata da persone che veramente abbiano il coraggio di portarla. E oggi ci troviamo davanti al fatto che la vita spirituale antica, che allora è stata fondata nel suo contenuto, si può mantenere soltanto attraverso misure violente, attraverso pregiudizi, attraverso abitudine, che però sostanzialmente, se gli uomini sono interiormente veri e onesti, non può essere mantenuta, che deve essere sostituita da una vita spirituale nuova; non avanziamo in nessun altro modo che sostituendola con una vita spirituale nuova. Ogni sorta di compromesso oggi è un’impossibilità. E finché non si comprenda che deve divenire necessario mettere al posto di tutte queste vecchie cose qualcosa di completamente nuovo, che però dallo spirito sviluppa la forza per la conformazione sociale, prima non avanziamo. Perciò, miei molto stimati presenti, lo considero in un certo senso come di importanza molto subordinata se ci si comunica sui piccoli mezzi della propaganda così o così, se si fa così o così — tutto può essere da un certo punto di vista molto bene o molto male. Non si tratta di questo, bensì si tratta — come ho sempre e di nuovo espresso nella nostra rivista della triarticolazione — che troviamo un numero sufficientemente grande di persone che siano decise a rappresentare coraggiosamente le nostre idee, che siano decise a non venire sempre e di nuovo con la trascuratezza del vecchio.

Ora, miei molto stimati presenti, stiamo nel mezzo di fondazioni che sono appunto riunite sotto questo «Giorno che viene». Ciò che mi colpisce di più è che ancora e ancora giungono persone benintenzionate e dicono: sì, effettivamente devi fare la questione completamente diversamente, devi chiamare uno specialista, devi chiamare un pratico. — È la cosa più lamentevole che si vive, quando poi si cede a tale richiesta. Poiché da tale richiesta esce fuori che si tenta di trapiantare di nuovo anche la vecchia negligenza impratica anche a noi. Non si tratta che trapiantiamo i vecchi cosiddetti pratici nella nostra istituzione, bensì che siamo chiari: coloro che eventualmente oggi hanno la migliore reputazione in un qualche campo, in quanto sapevano maneggiare la vecchia routine, sono per noi i meno utilizzabili. E coloro che sono i più utili sono coloro che sono pronti a fare nuovo lavoro dalla iniziativa più immediata, più interiore, e che non vanno superbi per ciò che hanno imparato dalle vecchie condizioni. Senza che deponiamo questa superbia per ciò che è ancora ricavato dalle vecchie condizioni, in nessun caso avanziamo. Questo è ciò che oggi dobbiamo comprendere chiaramente. E infine vi dico: propagandiamo soprattutto ciò che ora è davvero stato tentato di creare da più di un anno. Non dovremmo continuamente cercare di essere troppo intelligenti, mentre volendo solo piegare il vecchio per portarlo in una qualche altra forma, e mentre lo facciamo — scusate l’espressione — ci lecchiamo le dita per quanto siamo intelligenti, e credendo: quelli cominciano tutto in modo impratico, questo o quello deve essere fatto.

Si provi una volta solo a considerare cosa significa che quarantanove numeri della rivista della triarticolazione sono scomparsi nel nulla. Perché sono scomparsi? In realtà oggi la rivista della triarticolazione dovrebbe essere così avanzata che potremmo farla apparire ogni giorno come giornale quotidiano. Perché dico questo? Perché effettivamente oggi devo stare sullo stesso fondamento su cui stavo in aprile e maggio dell’anno scorso, quando abbiamo iniziato questa questione. Credete che fosse una locuzione, che fosse una frase quella con cui ho chiuso un gran numero di discorsi allora con le parole: decidetevi a qualcosa, prima che sia troppo tardi! — Allora si trattava di riconoscere il momento giusto per certe cose. Per molte cose è semplicemente troppo tardi oggi. Oggi non possiamo proseguire sui sentieri su cui allora tentammo tutto il possibile. Non si tratta affatto che ci impegniamo ancora in una discussione con tutti i vecchi cliché superati, siano quelli delle confessioni, siano quelli dei partiti. Oggi si tratta che stiamo saldamente sul terreno di ciò che abbiamo da dire e lo portiamo nel numero più grande possibile di cervelli. Altrimenti non avanziamo. Poiché per molte cose è semplicemente diventato troppo tardi. E diventerà anche in breve tempo troppo tardi per molto di ciò che ancora può accadere, specialmente per la diffusione delle nostre idee, se continueremo sempre e di nuovo a essere rivolti soltanto a questioni secondarie e non andiamo alla questione principale: diffondere le nostre idee.

Ho detto prima: ciò che abbiamo fondato come il Giorno che viene, può essere sostanzialmente solo un surrogato insoddisfacente. Perché mai? Perché non possiamo farci illusioni che possiamo essere pratici senza reggerci su azioni pratiche. Cerchiamo di essere attivi economicamente, ma allora arrivano le persone e uno chiede: ebbene, come si deve organizzare un negozio di spezie, affinché si inserisca il più bene possibile nell’organismo sociale triarticolato? — Certamente, vogliamo fondare imprese economiche nel Giorno che viene, ma si tratta del fatto che le si affrontino veramente in modo pratico. E come si dovrebbe oggi affrontare praticamente la questione, se si deve dirsi: se amministro con una sorta determinata di imprese, allora devo, affinché possa amministrare razionalmente, avere anche un altro gruppo di imprese — per esempio a un determinato gruppo di imprese industriali devo avere un determinato gruppo di imprese agricole. Ebbene, potete farlo? Oggi è tutto semplicemente impossibile. Lo stato ve lo rende impossibile, di fare una simile organizzazione pratica. Così grande è oggi il potere dello stato. Non si tratta che vi sia una mancanza di pratica, bensì che il potere dall’altro lato rende la questione impossibile.

Perciò le persone che effettivamente stanno in un qualche campo della vita economica, oggi davvero non dovrebbero comunicare su questioni subordinate, bensì dovrebbero comunicare su come i vari insegnamenti economici, le associazioni economiche in generale, come si liberino da ciò che è lo stato politico, come si possano staccare da lui. Finché, per esempio, i tecnici, finché queste e quelle persone non pensano ad altro che a fare organizzazioni che si adattino meglio alla vita statale presente, finché non avanziamo neppure di un passo. Solo allora avanziamo, quando si discute: come ci liberiamo? Come fondiamo una vera vita economica libera, in cui non si organizza dall’alto verso il basso, bensì ci si associa, dove gli insegnamenti professionali si uniscono agli insegnamenti professionali materialmente? Non è nemmeno entrato il tutto il primo ABC della triarticolazione nelle discussioni pratiche, bensì ancora e di nuovo si continua a cianciare e a blaterare considerando le condizioni presenti. Ma tutto questo blaterare non porta a nulla oggi. Difendiamoci dalle persone che sempre e di nuovo dicono: come sta la questione con questo e quello? — Inizieremo a poter parlare razionalmente solo quando saremo un po’ più avanti nella triarticolazione, quando veramente staremo così dentro questa propaganda per la triarticolazione, che un numero sufficientemente grande di persone che operano economicamente sappia: non possiamo affatto parlare di nulla di razionale, finché continuiamo sempre a calcolare che la vita economica ci venga organizzata da istituzioni dello stato. Solo nella misura in cui si sta dentro una vita economica veramente libera, che non ha nulla a che fare con la politica, solo allora si può parlare razionalmente — prima è una sciocchezza. Allo stesso modo, non si può parlare di riforme della vita spirituale, finché non si è chiari che non si può affatto iniziare a comunichiarvi, finché non si stia dentro un’organizzazione spirituale libera. Si deve almeno essere consapevoli: finché si sta dentro un’organizzazione spirituale che dipende dallo stato, finché non si può che dire sciocchezze, finché non si può riformare.

Vedete, così è nettamente segnato il punto su cui si basa. Non si tratta di piccolezze, bensì di grandezze. E quanto più questo si comprenderà, tanto più si raggiungerà proprio sul campo della pratica di vita.

Direte: che cosa abbiamo ora, se una tale scena viene rappresentata sulla questione di come dovremmo fare propaganda? Ma se considerate ciò che ho detto, allora troverete tuttavia che, finché ci comunichiamo anche nei nostri circoli sulla più piccola maniera della propaganda — vorrei chiamare questa una propaganda da «ventisette kreuzer», come si dice in Austria, perché una volta si erano fondate lì aziende dove ogni articolo era ottenibile per ventisette kreuzer — finché non avanziamo. Avanzeremo poi soltanto quando si avrà il cuore e il senso per le grandi forze motrici, poiché a queste grandi forze motrici si basa oggi tutto.

Ora, miei molto stimati presenti, ho già molto inutilmente detto nel senso che si basa sulle grandi forze motrici. Ma non mi stancherò di essere nel complesso di nuovo contrario a tutto ciò che oggi vuole fare compromessi e scomparire nel piccoletto. Non mi stancherò di più sempre di indicare come sia necessario oggi di veramente portare alla comprensione dei massa più ampi le grandi questioni che muovono il mondo. Perciò mi sento anche sempre costretto a tenere le conferenze pubbliche nello stile di ieri e di sfidare tutti i super-intelligenti che dicono che si dovrebbe parlare alla grande massa in modo più comprensibile. Intendono normalmente solo se stessi, il loro proprio livello. Rappresenterò sempre il parere: le persone che così parlano, questi sono proprio i dannosi, questi sono quelli che noi dobbiamo superare.

E a questo dobbiamo arrivare, di avere il coraggio di dirci: sì, deve essere fondato qualcosa di completamente nuovo. È così, come recentemente ho scritto nella nostra rivista, che i vecchi partiti sostanzialmente non sono più lì, che sono soltanto ancora lì come menzogna e frase e sono composti da persone che, perché non sanno nulla di nuovo, si drappano con gli slogan dei vecchi partiti. Tutta l’attività dei partiti, anche degli ultimi giorni, dimostra proprio quanto, nel senso più radicale, sia necessario qualcosa di nuovo.

Dopo gli insegnamenti di Rudolf Steiner si mettono a parlare varie personalità con contributi di discussione e domande:

Siegfried Dorfner: ciò che si è svolto negli ultimi giorni lo rende evidente: ciò che proviene dai partiti non è nient’altro che piccoletto non-senso. È necessaria una critica fondamentale di tutta la passata politica dei partiti. Si tratta della propagazione del vero. In questo senso è notevole l’atteggiamento senza-compromessi dei Gesuiti. Questi predicano: anche se ancora così tanti fedeli si allontanano dalla chiesa, comunque l’importante è che non si perda nemmeno una sola verità. Ai Gesuiti importa soltanto il mantenimento delle verità, nient’altro. Non si dovrebbe anche in relazione alla propagazione della triarticolazione assumere un atteggiamento simile? Non si può contare sul pensare della gente; nelle masse non vi è pensiero. Così deve in qualche modo essere trovato un percorso dalla vita stessa. Si deve parlare alle persone che stanno alla macchina. Si può contare sulla loro fiducia, ma soltanto finché si sta nella stessa classe.

Signor Roser: l’effetto va effettivamente solo da uomo a uomo. Le persone non vogliono leggere il pensiero della triarticolazione in un giornale; lo vogliono provare da relazioni personali. È ormai un anno che ci si è affaticati per la realizzazione dell’idea della triarticolazione. Se allora qualcuno ha fallito, era la classe borghese; è responsabile del fatto che gli sforzi della triarticolazione fallissero. Non si può dare la colpa alle circostanze; piuttosto sono sempre le persone che falliscono.

Un partecipante alla discussione: come si pone il signor dott. Steiner, come si pone la triarticolazione al sindacalismo?

Un altro partecipante alla discussione: vorrei chiedere come il signor dott. Steiner immagina che dalla organizzazione «Il Giorno che viene» possa diffondersi ulteriormente la triarticolazione?

Georg Herberg: innanzitutto sulla questione della corretta propaganda. Si devono elaborare proposte pratiche di soluzione dal punto di vista della triarticolazione, per esempio sulla questione dell’abbigliamento e dell’abitazione, affinché il popolo abbia una pratica manualistica. Per la soluzione della questione dell’abitazione sono effettivamente responsabili i funzionari pubblici di costruzione, gli ingegneri diplomati. Ma allora si presenta un altro importante problema: è lo squilibrio tra tecnici e giuristi che regna nella nostra società. I giuristi occupano le posizioni di guida; sono determinanti per le decisioni politiche. Da loro vengono le parole sonore, da loro risuona il dire edificante. Ciò che è rappresentato dai giuristi e ciò che è rappresentato dai tecnici deve crescere insieme. Il ciclo tra produzione, scambio e consumo delle merci deve essere chiuso; e il tecnico è quello responsabile per il campo della produzione. Per poter percepire correttamente gli interessi e i compiti dei tecnici nella società, dovrebbe essere istituito un «circolo accademico per tecnici».

Robert Wolfgang Wallach: È fondamentalmente deprimente che nel contesto della triarticolazione vi sia affatto una questione di propaganda. Dovremmo portare questa idea così viva in noi che potremmo agire direttamente sulle persone, semplicemente in quanto parliamo l’uomo nell’uomo. Il portiere ha bisogno del proprietario della casa, e il proprietario della casa ha bisogno del portiere; entrambi dipendono l’uno dall’altro. Perciò non dovrebbe più accadere che il portiere guardi di traverso il proprietario della casa e viceversa.

Rudolf Steiner: miei molto stimati presenti! In questa discussione, purtroppo, si è parlato molto poco dell’idea effettiva della triarticolazione, bensì soltanto di altro. Vorrei tuttavia un poco ricondurre all’idea della triarticolazione e a ciò che le è connesso, in quanto estrapolo singole questioni che sono state trattate, e così di nuovo tornerò alla conferenza.

Così la questione è stata posta, come mi pongo al sindacalismo o come la triarticolazione si pone a esso. Vedete, abbiamo cercato — veramente — di porci alle più varie correnti. Io stesso dovrei anche oggi ancora dire ciò che ho spesso detto sul sindacalismo, che in certi circoli sindacalisti vive una coscienza di quanto sia l’unione dei singoli insegnamenti professionali, dei singoli rami professionali e così via, quindi il pensiero sindacalista, un certo percorso può essere, almeno nella vita economica, di giungere a qualcosa di fruttifero. Tutto questo voglio naturalmente riconoscere pienamente, per esempio anche che il sindacalismo sta in un rapporto meno servile al pensiero dello stato che, per esempio, il solito socialismo marxista. Anche questo voglio naturalmente riconoscere pienamente e l’ho spesso riconosciuto. Ma vorrei dire: tutte queste direzioni — non dico della presente epoca — tutte queste direzioni non appartengono alla presente epoca, bensì al passato e sporgono soltanto nella presente epoca perché le persone che si erano così denominate prima, assolutamente non possono imparare diversamente. Si può dire che praticamente tutti gli schemi dei partiti hanno già perso la loro importanza rispetto alle condizioni della presente epoca. Solo le persone che prima appartenevano a tali questioni, che sono caratterizzate da questi schemi di partito, non si sono ancora decise a designarsi con qualcosa di diverso che non sia i nomi dei vecchi schemi di partito. Vedete, aveva un certo senso fino all’anno 1914 che le persone si denominassero con un tale nome, come per esempio anche oggi il signor von Heydebrand «e della Lasa» e così via si denomina. Ma oggi non ha più senso. Così anche oggi il mantener fermo tali cose passate, come il sindacalismo è, non ha più vera importanza.

E finché si potesse fare il tentativo di venire a contatto con persone, dalle quali si poteva credere che il loro cervello fosse ancora «molle» abbastanza, da poter superare questi vecchi schemi di partito, finché si è fatto il tentativo. Ma si deve imparare qualcosa dalle circostanze. E oggi è veramente urgentemente necessario che si impari qualcosa dalle circostanze. E così devo dire che oggi non sento più affatto la forza della questione «Come mi pongo al sindacalismo?», bensì vi dichiaro: ho tentato di pormi anche al sindacalismo, cioè dentro il sindacalismo di trovare persone che fossero capaci, attraverso un cervello ancora «molle», di comprendere la triarticolazione — ma anche questo è stato inutile. Perciò oggi si deve parlare — come ho fatto questa sera — in modo che si tratta di stare saldamente sul terreno della triarticolazione e non preoccuparsi dell’altro. Poiché si tratta oggi di trovare un numero sufficientemente grande di persone che comprendano la triarticolazione; non importa se vengono da questo o quel campo, dal sindacalista o da un altro, per noi è completamente indifferente. Oggi non ci preoccupiamo più di come la triarticolazione si pone ai sindacalisti, ma aspettiamo come i sindacalisti si vorranno porre alla triarticolazione. Nel corso dell’ultimo anno abbiamo imparato che tutto l’altro è qualcosa di inutile, e oggi può agire soltanto colui che qualcosa può imparare.

Allora è stata posta la questione di come si immagina che dalla organizzazione «Il Giorno che viene» possa diffondersi ulteriormente la triarticolazione. Vi prego, proprio in una tale questione particolare di considerare che l’idea della triarticolazione per tutta la sua disposizione è qualcosa di assolutamente pratico e non nuota in qualche nebulosità azzurra, bensì si tratta di qualcosa di concreto. Il Giorno che viene è stato fondato, perché ci è stato capito che l’ordinario attuale sistema bancario nel corso del diciannovesimo secolo gradualmente è diventato un elemento dannoso nella nostra vita economica. Su questo ho anche sottolineato durante la mia ultima presenza in una serata di studio. Ho mostrato che circa dal primo terzo del diciannovesimo secolo il denaro nella vita economica della moderna civiltà gioca un ruolo simile a quello dei concetti astratti nel nostro pensiero, che gradualmente ha estinto ogni ricerca concreta, che esso come un velo coprente si stende su ciò che deve svolgersi nelle forze economiche. E da ciò emerge oggi la necessità di fondare qualcosa che non sia soltanto una banca, bensì che concentri le forze economiche in modo che siano contemporaneamente banca e contemporaneamente operino nel concreto. Così emerge la necessità di fondare qualcosa che riunisca veramente l’operare economico concreto e l’organizzazione di questi rami economici, come altrimenti in una banca la vita economica è riunita, ma senza considerazione di relazioni economiche, soltanto in modo astratto. Cioè qui nel Giorno che viene si tenta praticamente di superare i danni del sistema monetario.

Viviamo oggi che tutto il genere di persone, Gesell e altri — ci sono effettivamente strani «compagni» della vita — oggi ballano attorno e parlano di denaro libero. Questi sono utopisti. Questi sono astrattisti. Di cosa si tratta è che attraverso una conoscenza della vita pratica ci si arriva a dove effettivamente i danni risiedono. E un danno risiede nel fatto che il sistema bancario economicamente si è formato come è oggi. Nella vita economica il sistema bancario oggi sta dentro come i pensieri nella vita dell’anima di una persona che tutto trasforma in astrazioni e che non si preoccupa delle cose singole concrete con cui ha a che fare, bensì tutto trasforma in alte astrazioni. La persona che trasforma tutto in alte astrazioni — e questi sono i più degli uomini attuali — una tale persona non arriva mai a un effettivo afferrare della realtà. Vedete, tali astrazioni potete sentire oggi ogni domenica su ogni cattedra. Tali astrazioni, di cui le persone, perché si possono fantasticare fuori dalla vita per un pomeriggio di domenica, si sentono così straordinariamente bene, non hanno più nulla a che fare con la vita. E lo stesso che per la singola vita dell’anima è l’astrazione senza-essenza, che si rifugia in un castello nel cielo, quello è per la vita economica il sistema bancario che esiste soltanto nel denaro.

Perciò si poteva, facendo un tentativo nel piccoletto — che spera di crescere nel tutto-grande — organizzare le cose in modo che si riconduca per così dire il denaro all’economia e l’economia al denaro, in modo che il denaro di nuovo sia qualcosa che serve allo snellimento e al mettere-in-movimento dell’operare economico. Come i nostri pensieri non devono servire a elevarci in alte altitudini astratte e sentirci bene lì, bensì servire a che mettiamo in movimento i fatti concreti della vita, così si tratta che posizioniamo il denaro nella vera vita economica. Vogliamo gestire rami economici e non sederci in una banca e soltanto fare affari di denaro, poiché gli affari di denaro in sé sono il danno più grande della nostra vita economica dal diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Così, con il Giorno che viene, è stato semplicemente colto un’idea pratica. E finché non ci sia la comprensione che qui si tratta di pensare idee del tutto praticamente fino ai dettagli più piccoletti, non comprenderete neppure l’associazione per la triarticolazione dell’organismo sociale.

E ora vorrei attirare l’attenzione su qualcosa che un poco è connesso con tutto il tono che ho cercato di prendere oggi, su un lato a cui il signor Dorfner ha attirato l’attenzione — ai Gesuiti. Lì si trova, anche se per una causa con cui io veramente non voglio avere nulla a che fare, un modo efficace di rappresentare le cose. Potete continuamente udire da quel lato: e se migliaia e migliaia dei nostri seguaci si allontanano, se perdiamo migliaia e migliaia, questo per noi non conta. Ci conterebbe soltanto se perdessimo una sola verità! — Sempre e di nuovo potete sentire da quel lato, a cui il signor Dorfner ha attirato l’attenzione: possono allontanarsi migliaia e migliaia di seguaci, ma non si deve perdere una sola verità. Che là, dove così si parla per una causa con cui io veramente non voglio avere nulla a che fare, si trova un modo efficace di propaganda, questo si potrebbe capire. Così si potrebbe mettere in piedi il fondamento: nulla è l’avere molti seguaci, ma tutto è il poter stare sul fondamento delle proprie verità, senza formazione di compromessi, senza in qualche modo squinciare e pensare: lo otterrai anche, devi un poco abbellirlo. Per la triarticolazione non si tratta di questo tipo di propaganda. Lì si tratta di vincere quante più persone possibile per quello che contiene la triarticolazione — veramente non perché se ne sia innamorati della triarticolazione o perché si sia testardi, bensì perché ci si rende conto: solo in questo modo si va avanti.

Ora, probabilmente non è più necessario entrare in ciò che il signor dottore Herberg ha detto sui «funzionari di costruzione» e «ingegneri del governo» nel loro squilibrio coi giuristi. Queste cose si sono già risolte attraverso le più elementari discussioni dell’associazione. E, non è vero, neppure si può più permettere che, se discutiamo nel senso della triarticolazione, ci si metta in qualche modo completamente fuori dal fondamento della triarticolazione. Poiché vedete, farebbe infine anche una strana impressione, se, per esempio, parlassimo della vita spirituale libera e sollevassimo una discussione se sarebbe giusto sostituire i vecchi titoli per le persone che lavorano al ginnasio con titoli come «assessore di studio» e così via. Queste sono tutte questioni che poggiano sul suolo del vecchio stato. Così è anche con i «funzionari di governo»; non si tratta di come si comportino i «funzionari di governo» rispetto ai giuristi. Poiché nel momento in cui si entra nella triarticolazione, non si può più parlare di «funzionari di governo», bensì allora stiamo sul suolo di quello stato politico che rigorosamente democraticamente comprende, dove ogni persona capace è posta come eguale di fronte a ogni altra persona capace. Non si tratta di come questo stato democratico si comporti verso colui al quale deve essere dato tale titolo e così via. In generale, ci dobbiamo abituare a stare un po’ più nel reale.

Vedete, succedono molte cose nella vita e ci si ricorda di molti ricordi. Così mi è capitato una volta di stare insieme con una personalità socialista, che era un buon socialista, e parlai con lui di un funzionario pubblico molto, molto importante. Considerai questo funzionario pubblico molto, molto importante come completamente incapace, come un uomo completamente impossibile. E dissi che per questo funzionario pubblico molto, molto importante sarebbe propriamente il migliore, se venisse via dal suo posto e diventasse uno spazzino — questo sarebbe il vero mestiere per lui. Avreste dovuto vedere soltanto quale orrore afferrò la personalità socialista a tale pretesa che il noto uomo avrebbe dovuto diventare uno spazzino. Sì, questo era soltanto un pensiero, ma mi sembra di indicare più realtà del pensiero — scusate — che è stato appena espresso: il proprietario della casa non dovrebbe guardare di traverso lo spazzino, e lo spazzino il proprietario della casa non! — Sì, con questo non risolviamo veramente la questione sociale che il proprietario della casa non guardia di traverso lo spazzino e lo spazzino il proprietario della casa! Effettivamente si tratta del fatto che nel nostro ordinamento sociale presente il proprietario della casa ha bisogno dello spazzino e lo spazzino del proprietario della casa, ma se essi semplicemente non si guardano di traverso, la questione sociale probabilmente non sarà risolta. E se ci si immagina qualcosa in questo o quel modo o nulla, infine queste sono questioni che effettivamente con le questioni di pratica reale della vita presente non hanno nulla a che fare. Non si tratta effettivamente che solo chiarifichiamo agli uomini: il proprietario della casa ha bisogno dello spazzino e lo spazzino del proprietario della casa. Abbiamo sempre sullo sfondo più o meno l’idea: lo spazzino deve rimanere spazzino, e il proprietario della casa deve rimanere proprietario della casa, essi soltanto non devono guardarsi di traverso — il che certamente riuscirà più facilmente al proprietario della casa che allo spazzino. Ma credo che con tutte queste cose che odoran così fortemente di moralismo sdolcinato, non arriviamo oggi a una migliore situazione, bensì oggi si tratta non soltanto di non guardarsi di traverso, bensì di metterci mano, affinché diventi diverso, che soprattutto raggiungiamo di trovare comprensione reciprocamente al di là delle classi. E questa comprensione porterà a una trasformazione completa della vita, non soltanto a un girare degli occhi dallo sguardo storto alla linearità, bensì a cose completamente diverse. E passate attraverso ciò che è inteso nell’idea della triarticolazione, allora vedrete che veramente esce qualcosa per cui l’umanità oggi deve bramare, se qualcosa ne comprende di quello che vuole realizzarsi nel mondo-storicamente. E su queste cose oggi si deve stare attenti, non su qualcosa che è soltanto moralistico e che comunque si riannoda alle vecchie forme che si sviluppano ancora sempre nel presente ordinamento sociale. No, dobbiamo oggi essere chiari che abbiamo bisogno di una vita spirituale nuova che nasce dal suolo di questa stessa vita spirituale. Sebbene nel dettaglio della realizzazione della triarticolazione sia stato fatto così male, deve comunque sempre e di nuovo essere detto che questa triarticolazione poggia sul fondamento: solo attraverso un ripensamento, solo attraverso una trasformazione dei pensieri e dei sentimenti umani fino nelle profondità più intime saremo debitori di un miglioramento e a nulla altro.

QUARTO

7°Quarta serata di studio: la questione terriera dal punto di vista della triarticolazione

Stoccarda, 16 Giugno 1920

Stoccarda, 16 giugno 1920 La questione fondiaria dal punto di vista della triarticolazione Rudolf Steiner: Miei molto stimati presenti! Desidererei parlarvi oggi della triarticolazione dell’organismo sociale in modo tale che dai punti di vista su cui verte il mio discorso possa cadere una certa luce su quello che dal punto di vista dei fatti economici negli ultimi tempi viene chiamato la questione fondiaria. È proprio una caratteristica dell’idea della triarticolazione il fatto che grazie ad essa si impara a comprendere che certi dibattiti e agitazioni nello stile antico devono cessare, se vogliamo veramente progredire in modo fecondo — infatti questi dibattiti e agitazioni si sono sviluppati dalle condizioni che ci hanno trascinati nel declino. La questione fondiaria è qualcosa che interessa moltissimo i vasti strati della popolazione, perché il prezzo, come pure l’acquisibilità e la valorizzabilità del terreno sono strettamente connessi con il destino umano, con le condizioni di vita degli uomini. Non è vero che il fatto che i prezzi dei terreni debbono essere calcolati in ciò che si paga per un’abitazione, debbono entrare nei prezzi dei generi alimentari — è qualcosa che ognuno sente direttamente. Basta riflettere un po’, e si constata che quello che emana dal terreno ha effetti economici su tutti gli altri aspetti della vita. A seconda dei prezzi dei terreni da cui bisogna pagare i generi alimentari, così pure secondo questi prezzi bisogna essere retribuiti per qualsiasi professione in cui si lavora, eccetera. Ma non solo queste questioni di vita che toccano direttamente l’uomo sono connesse con il rapporto dell’umanità al terreno, bensì anche molti rapporti di cultura e di civiltà che vanno oltre. Dobbiamo solo pensare a come il rapporto fra la campagna e la città è connesso con il terreno, come è connesso a questo rapporto il fatto che le condizioni di vita nella città risultino difficili o facili. Da questi rapporti campestri nasce a sua volta ciò che nella città stessa può svilupparsi. A seconda di come in una città si creano rapporti di ricchezza o di benessere attraverso un determinato rapporto della campagna e dei dintorni verso la città, appunto in questo modo si sviluppa principalmente in città quello che chiamiamo la nostra vita spirituale pubblica — almeno secondo le attuali condizioni culturali moderne. Certamente si può diventare un mistico solitario anche in campagna; però nell’insieme del moderno sviluppo scientifico, tecnico e artistico si può veramente stare solo se si ha un qualche rapporto con la vita urbana. Questo è qualcosa che scaturisce immediatamente da un’osservazione anche solo superficiale della vita. E molte altre cose ancora si potrebbero addurre per mostrare come la questione fondiaria — e con essa la questione del rapporto fra la città e la campagna — penetra profondamente tutta la nostra realtà culturale. Perciò la questione fondiaria deve in qualche modo essere connessa con quello che ci ha spinto nel declino di queste condizioni culturali. Ora, il trattamento recente della questione fondiaria è connesso soprattutto al fatto che molte persone hanno notato l’ingiustizia degli aumenti di valore o di prezzo del terreno.

Si è semplicemente osservato come poco il fatto che il valore di un determinato terreno possa aumentare in un dato periodo sia connesso con il lavoro umano. So quanto grande impressione ha sempre fatto un celeberrimo riformatore fondiario quando mostrava al suo pubblico nei fondamentali corsi quanto segue: Si immagini che qualcuno possieda un terreno che ha comprato considerando che in prossimità di questo terreno venga costruita una fabbrica oppure che la città si estenda verso questo terreno, oppure che vi venga portata una ferrovia. Ha comperato questo terreno considerando che nei prossimi anni aumenterà di molto di valore per effetto di tali circostanze. Ha acquistato questo terreno proprio nel momento in cui doveva aspettarsi di passare i prossimi tre anni in prigione. Dopo aver acquistato il terreno, vi entra in prigione, vi rimane tre anni, e quando esce dalla prigione, il suo terreno vale cinque volte di più. Dunque questo uomo non ha contribuito all’aumento di valore della sua proprietà di cinque volte con nient’altro se non stando tre anni in prigione. — Queste sono cose, miei molto stimati presenti, che naturalmente hanno un’efficacia straordinariamente forte quando si vuole illustrare qualcosa. E non si potrebbe neanche dire che queste cose operassero ingiustamente. Qui agisce qualcosa che, giustamente, è facilmente evidente in modo comodo, perché può veramente accadere. E poi — si potrebbe trascurare molte cose, direi — , da tali conoscenze risulta allora che naturalmente il modo intero di incorporare il valore del terreno nel nostro processo economico è qualcosa che non può continuare così, che in qualche modo deve subire una riforma. E ora le più svariate, ma sempre in una stessa direzione, riforme si sono messe in moto: Henry George, Adolf Damaschke, e fra i due ancora molti altri. Ciò è avvenuto, e in sostanza tutto tende al fatto che il terreno deve essere in qualche modo — la forma non conta poi tanto — qualcosa che appartenga alla collettività. Non è che tutti i riformatori fondiari vogliano una nazionalizzazione immediata del terreno, ma vogliono che dalle particolarmente forti aumenti di valore se ne ceda alla comunità una considerevole percentuale come «tassa sul plusvalore» — una percentuale che forse ricondurrebbe il terreno quasi al suo precedente valore, se esso fosse aumentato di valore senza merito del proprietario. Si possono immaginare anche altre forme in cui il terreno verrebbe in qualche modo trasformato in una sorta di proprietà collettiva. Ma è indubbio che è evidente che colui il quale ha danneggiato così i suoi simili che essi si sono sentiti spinti a rinchiuderlo in prigione, allora, quando dopo tre anni ritorna, può a buon diritto essere obbligato a cedere alla collettività quello di cui il suo terreno è aumentato di valore. Ora, miei molto stimati presenti, ma Damaschke afferma proprio che egli non intende affatto estendere lo stesso destino che assegna al terreno in questo modo anche a qualunque altro mezzo di produzione. Dimostra come gli altri mezzi di produzione aumentano di valore in modo completamente diverso all’interno della proprietà umana; dimostra che gli aumenti di valore dei mezzi di produzione avvengono in un rapporto completamente diverso, che per niente è paragonabile agli aumenti di valore del terreno che spesso si verificano. Ora si può dire che una cosa del genere è certamente evidente e in realtà non può essere trattata diversamente se non nel senso che in un certo senso vi si aderisce. Ma, miei molto stimati presenti, avete certamente visto che oggi ci sono nazionalizzazioni, cioè trasformazione di quello che altrimenti viene prodotto in modo puramente privatistico e per cui il corrispettivo viene ricevuto in modo privatistico, nella gestione di una certa collettività. Ma non si può dire che l’esperienza che l’umanità ha fatto in questi ultimi anni sia già completamente soddisfacente. Perché io credo — almeno alcuni di voi avranno notato qualcosa al riguardo — che non tutti gli uomini se l’e cavata come avrebbe dovuto secondo il razionamento, e cioè in un certo senso secondo la comunistizzazione, ad esempio dei generi alimentari e di altre cose. Di un certo accaparramento, in questi anni in cui molte cose erano comunistizzate, alcuni uomini hanno fatto esperienza, credo. E l’impulso sociale che deve venir dato dalla triarticolazione non è assolutamente della volontà di illudere se stessi e gli altri, bensì è della volontà di dare tali stimoli che non rimangono solo sulla carta e non servono solo a un certo tipo di persone, mentre altri sono in grado di aggirarli, e anzi in misura considerevole di aggirarli. L’impulso che deve venir dato attraverso la triarticolazione dell’organismo sociale deve essere un impulso di realtà, che veramente realizzi quello che intende.

Chi conosce la vita — e veramente solo chi la conosce — può realmente comprendere ciò che l’impulso per la triarticolazione seriamente vuole. Chi si sforza di comprendere la vita, e chi veramente la comprende, non avrà alcun dubbio sul fatto che ci potrà essere anche un accaparramento degli aumenti di valore del terreno, se si comunistizza il terreno nel modo in cui lo desiderano i riformatori fondiari che pensano da vecchie idee. È del tutto possibile sia nel sistema dello Stato leninista sia in quello dello Stato Damaschkiano attraverso ogni sorta di scappatoie rendere di nuovo inefficace quello che entra nel mondo come legge. L’impulso per la triarticolazione dell’organismo sociale semplicemente non può, perché vuole qualcosa di reale, sottrarsi alla conoscenza fondamentale che la realtà sociale veramente non può venir creata da quelle leggi che nascono quando si continua con i vecchi modi di pensiero e di rappresentazione sociali e statali. Dipende dagli uomini e da quell’organizzazione sociale, da quell’organismo sociale che solo e unicamente fa sì che gli uomini non trovino alcun mezzo per aggirare in modo ingiusto o immorale quello che sta nel senso di questo organismo sociale — almeno bisogna tendere il più possibile verso una tale esigenza della vita. Si può considerare quello che chiamiamo triarticolazione dell’organismo sociale da punti di vista molto diversi. Si può portare in campo quello che ho detto inizialmente, per così dire per dare un primo impulso, nei «Punti cardini». Si può anche da altri lati caratterizzare la necessità della triarticolazione, come è stato fatto qui a Stoccarda da me e da altri in più di un anno. Ma si possono anche far valere per esempio i seguenti punti di vista; si può dire: Nel corso dello sviluppo dell’umanità moderna siamo giunti semplicemente a non poter più sopportare certe istituzioni per il modo in cui oggi pensiamo, e il nostro intero stato psichico umano ne reclama altre. Il fatto che abbiamo questo caos diffuso nel mondo nasce appunto dal fatto che certe condizioni risultate dallo sviluppo dell’umanità dei secoli passati non possono più essere sopportate dagli uomini contemporanei. Uno sente indeterminatamente: le condizioni non possono più essere sopportate; ode Damaschke parlare e sente che un’enorme quantità di ingiustizia dipende dal fatto che uno che è stato in prigione può quintuplicare la proprietà del suo terreno in tre anni senza suo merito. Un altro sente dire le teorie marxiste e le accetta. Un terzo gli dicono: Se non proteggiamo le vecchie istituzioni e il cosiddetto vecchio feudalesimo, allora tutto il mondo sprofonderà nel caos, quindi dobbiamo proteggerlo. In fondo le ragioni per cui gli uomini non sono soddisfatti delle condizioni presenti si trovano molto semplicemente profondamente nella natura umana; e oggi è già così: quello che si sviluppa come programmi sono in fondo solo sogni, solo illusioni che gli uomini si fanno. Non giungono affatto a capire quello che veramente vogliono. E così uno da questa, l’altro da quella abitudine di vita precedente, fa una qualche teoria nel campo sociale che chiama logica. Oggi è già cosicché in fondo dipende solo se uno vive nel proletariato oppure se è nato in una casa da junker prussiano, se diventa marxista dalle vecchie abitudini di vita oppure se è conservatore nel senso dell’onorevole von Heydebrand e della Lasa. Questi programmi che si elaborano da sinistra e da destra, in realtà oggi non hanno più niente a che fare con la realtà. E si può dire: Se oggi accade qualcosa come un’elezione al Reichstag, quello che si dice a questa occasione è più o meno come se un demone cattivo del mondo sognasse e questi sogni si trasmettessero nelle coscienze degli uomini, dei membri e dei capi dei partiti, e le persone si intrattenessero su qualcosa che in fondo non ha niente a che fare con quello che dovrebbe accadere. Perché l’umanità oggi tende verso un ben determinato scopo. Ma non è chiara a se stessa su questo scopo. Anzitutto l’umanità sente che non può più andare avanti così per le questioni spirituali, per l’ordine delle questioni spirituali, come è andato avanti finora. Questo avviene semplicemente perché nonostante tutto il materialismo — che è proprio nello stile che ho anche esposto ieri nella conferenza pubblica — una spiritualità filtrata si trova negli astratti a cui gli uomini oggi si abbandonano, soprattutto il proletariato. Nonostante ciò sembri partire dalle «realtà», dai «rapporti di produzione» e da simili, esso si abbandona ad astrazioni spirituali e non può mai giungere a nessun ordine che afferri la realtà. Gli uomini sentono che devono tenersi a qualcosa di spirituale e che lo spirituale deve anche essere presente per intervenire nella vita sociale, per formare la struttura sociale dell’organismo sociale vivificato dall’uomo.

Che cosa ha dunque in fondo fino ai nostri giorni formato la struttura del nostro organismo sociale? Lo spirito? No, non credo che sia lo spirito. Se ad esempio eredito una grande proprietà fondiaria dal mio padre, allora è qualcosa di diverso dallo spirito; è una connessione naturale, è il sangue. Ed è il sangue che insieme con tutti gli altri rapporti che vi si sono connessi, può ancora oggi portare un uomo in una determinata posizione. Da questa posizione dipende ancora come egli sta nella vita spirituale. Può assumere certi contenuti educativi semplicemente perché da vecchi rapporti, che in larga parte derivano da legami di sangue, è messo in una determinata posizione sociale. Questo, la base della sua vita, sente l’umanità in fondo verso la vita spirituale dapprima come qualcosa che non può più essere sopportato. Istintivamente l’umanità sente: invece che, come da tempi antichi, tutto sia determinato dal sangue, il futuro negli ordini sociali deve far parlare anche lo spirito. Non è vero che la Chiesa, per esser conforme a quello che si è sviluppato in questo modo nel passato e che oggi non può più essere sopportato, si sia sottomessa piuttosto al decreto del concilio che fu emanato nell’ottavo concilio ecumenico nell’anno 869 a Costantinopoli, dove in qualche modo lo spirito fu abolito, dove fu stabilito che l’anima umana bensì abbia singole proprietà spirituali, che però l’uomo consista solo di corpo e anima, non di corpo, anima e spirito. Sotto quella che si diffuse come concezione del mondo sul mondo civilizzato, poteva svilupparsi appunto — perché le rivendicazioni dello spirito were trattenute — in tutta l’attività della vita spirituale quello che non è determinato dallo spirito. E oggi l’uomo dal suo intimo profondo vuole che lo spirito partecipi nel determinare la struttura sociale. Ma questo può accadere solo se la vita spirituale non rimane più un’appendice dello stato risultato dalle vecchie conquiste di sangue, bensì se la vita spirituale è posta su se stessa, se la vita spirituale opera solo secondo gli impulsi che in essa stessa si trovano. Allora si può presupporre nei persone guida in questa vita spirituale che essi adempiano quello che è loro compito — subito parleremo di qualcos’altro che è loro compito; nei «Punti cardini» è stata elencata molta cosa — vale a dire di condurre gli uomini nella struttura sociale secondo conoscenze delle capacità, dell’impegno ecc., che essi lo facciano veramente senza leggi, puramente attraverso conoscenze di rapporti di natura. E si deve dire: Nel campo della vita spirituale, che starà per sé e avrà i suoi propri impulsi, saranno le conoscenze del fattuale a operare determinativamente. Diciamo dunque brevemente: La vita spirituale, la parte spirituale dell’organismo sociale, esige come suo diritto conoscenze [delle forze reali], che però sono conoscenze di fatto fattive. Vediamo ora il secondo membro dell’organismo sociale, il membro giuridico-statale. Lì arriviamo già a qualcosa che in qualche modo non è sottomesso all’esteriore come la vita spirituale. Miei molto stimati presenti, fino alle più concrete condizioni reali il nostro intero organismo sociale, in quanto lo spirituale opera in esso, è legato a quello che con ogni nuova generazione compare, sì, quello che con ogni nuovo essere umano da profondità indeterminate immette nuove forze nell’organismo sociale. Prendete il momento attuale. Potete, se prendete davvero sul serio l’umanità, ordinare in qualche modo un’organizzazione che determina in modo ben preciso la convivenza degli uomini? No, non potete! Perché con ogni singolo uomo vengono al mondo nuove forze dalle profondità sconosciute; abbiamo da educarle, e abbiamo da aspettare quello che portano nella vita. Non abbiamo a tiranneggiare quello che è portato nella vita attraverso le capacità spirituali mediante leggi già esistenti o una già struttura; dobbiamo ricevere candorosamente quello che ci è portato dai mondi spirituali, non lo possiamo tiranneggiare e dogmatizzare attraverso quello che già esiste. Perciò abbiamo bisogno di un tale membro dell’organismo sociale che agisca completamente dalla libertà, dalla libertà delle capacità umane sempre nuovamente nate nell’umanità. Il secondo membro dell’organismo sociale, la vita giuridico-statale, è già qualcosa di meno dipendente da quello che proviene dai mondi spirituali.

Perché, come sappiamo, nel campo della vita giuridica, della vita statale si attivano gli uomini che sono diventati maggiorenni. E, miei molto stimati presenti, quando siamo diventati maggiorenni, ci ha già afferrato una grande misura di mediocrità. Qui in qualche modo il livellamento della filisteria ci ha colpito dietro la testa. E nella misura in cui siamo uomini diventati maggiorenni tutti uguali, siamo già — e questo non vuol dirsi in senso cattivo — in un certo senso un po’ dentro gli occhiali della filisteria. Siamo in quello che si può regolare mediante leggi. Certo direte: Però non possiamo far dipendere tutta la vita spirituale dai bambini; la capacità spirituale, l’abilità spirituale e l’impegno spirituale devono continuare al di là dell’età della maggioranza. — In fondo non è così, per quanto suoni paradossale. Infatti le nostre abilità che vanno al di là della misura media, una volta superato il ventesimo anno, proprio si basano sul fatto che noi — e la serena ricerca di scienza dello spirito ce lo mostra costantemente — ci siamo conservati quello che come capacità abbiamo avuto nell’infanzia. E il più grande genio è quell’uomo che più di tutti nel trentesimo, quarantesimo, cinquantesimo anno porta le forze dell’infanzia. Allora si esercitano queste forze dell’infanzia con l’organismo maturo, l’anima matura e la spiritualità matura, ma sono le forze dell’infanzia. Ahimè la nostra cultura ha la caratteristica che soffoca il più possibile queste forze dell’infanzia proprio attraverso l’educazione, cosicché in un numero il più possibile ridotto di persone le particolarità infantili restano fino nell’età filistea e gli uomini si defilistinizzano. Perché in realtà tutto il non-essere-filisteo si basa sul fatto che le forze infantili conservate appunto ci defilistinizzano, che penetrano attraverso il filistelsmo successivo. Perché però qui appare qualcosa che non deve venir continuamente rinnovato di fronte alle esigenze di coscienza contemporanee degli uomini, nei tempi moderni i rapporti della vita giuridica e statale possono solo venir regolati su base democratica mediante leggi. Le leggi non sono conoscenze. Nelle conoscenze dobbiamo sempre stare di fronte alla realtà, e dalla realtà attraverso conoscenze dobbiamo ottenere l’impulso per quello che dobbiamo fare. Così è nell’educazione e anche in tutto il resto di cui ho mostrato nei «Punti cardini» che deve provenire dal membro spirituale dell’organismo sociale. Per le leggi, come sta? Le leggi vengono date perché la vita statale-politica, la vita giuridica possa sussistere. Ma bisogna aspettare che uno abbia bisogno di agire nel senso di una legge, solo allora deve preoccuparsi di questa legge. Oppure si deve aspettare con l’applicazione della legge fino a che uno la viola. Insomma, c’è sempre qualcosa, la legge, ma solo per il caso che potrebbe eventualmente accadere. Sempre l’essenza dell’eventualità è presente, il casus eventualis. Questo è qualcosa che sempre deve stare alla base della legge. Bisogna aspettare finché si può fare qualcosa con la legge. La legge può esserci; se non si applica alla mia sfera, allora la legge non m’interessa. Oggi ci sono molti che credono di interessarsi della legge in generale, ma è proprio come ho detto — se uno è onesto deve ammetterlo. Dunque: la legge è qualcosa che c’è, ma deve operare verso l’eventualità. Questo è quello che ora deve stare alla base della parte giuridica, statale, politica dell’organismo triartcolato. Nel membro economico non ci si riesce con la legge, poiché non basta dare leggi solo su se da questi o quei rapporti mi deve venir fornito questo o quello in una determinata maniera. Lì non si può operare verso le eventualità. Lì si presenta un terzo accanto alla conoscenza e accanto alla legge, ed è il contratto, il determinato contratto che viene concluso fra coloro che producono — le corporazioni e le associazioni — che non lavora come la legge verso l’eventuale, bensì verso l’esatto adempimento. Così come la conoscenza nel mondo spirituale e così come la legge nel mondo statale-politico-giuridico devono regnare, così deve regnare il contratto, il sistema contrattuale in tutti i suoi rami nel mondo economico. Il sistema contrattuale, che non è presente per l’eventualità ma per l’obbligatorietà, è quello che deve effettuare tutto quello che trovate descrivere nei «Punti cardini» come il terzo membro dell’organismo sociale. Possiamo dunque dire che abbiamo lì tre prospettive intuitive da cui comprendere come per essenza questi tre membri devono essere.

Tutto quello che nella vita è sottomesso alle conoscenze deve essere amministrato sul terreno libero del membro spirituale. Tutto quello che nella vita può venir racchiuso in leggi appartiene allo Stato. Tutto quello che è sottomesso al contratto vincolante deve venir incorporato nella vita economica. Miei molto stimati presenti, se la gente crede che quello che è stato spiegato nei «Punti cardini» sono un paio di idee fantasiose, si sbagliato molto. Su quello che viene espresso nei «Punti cardini» si può sempre discorrere dai più vari punti di vista, perché è tratto dalla vita. E la vita potete descriverla come quando si fotografa un albero: da un lato si ha questo aspetto, da un secondo lato un altro, da un terzo, quarto lato c’è di nuovo un’immagine diversa e così via. Questa è la particolarità: quando qualcosa è tratto dalla vita, quando non è solo un’idea contorta o un’utopia contorta, bensì davvero tratto dalla vita, si possono sempre trovare nuovi punti di vista, perché la vita è ricca molteplice nei suoi contenuti. [Con questa molteplicità della vita conta la triarticolazione.] Si può in fondo non finire mai di vedere, [in tutta questa varietà,] le necessità della triarticolazione dell’organismo sociale. Ma essa non è qualcosa di indeterminato, nebuloso, bensì qualcosa che può essere formulato nei più chiari concetti, come vi ho mostrato oggi di nuovo riguardo alla conoscenza, alla legge e al contratto. Ora si tratta del fatto che uno si dice: Bisogna lavorare nella direzione della triarticolazione, e si può oggi lavorare dalle comuni condizioni reali nella direzione data dal fatto che ora finalmente si divide questo organismo sociale in tre sotto-organismi amministrativi che stanno in reciproca interazione. E bisogna finalmente vedere che tutte le risposte che uno si dà dalle vecchie condizioni e che in realtà si limitano a una trasformazione delle vecchie condizioni sono oggi superate. Se dunque i riformatori fondiari dicono che colui il cui possesso fondiario si è aumentato di valore senza suo merito, senza suo lavoro deve cedere al Stato una tale percentuale, allora contano sulla vecchia forma dello Stato. Non si pensa nemmeno al fatto che anche questo Stato deve essere riformato. Non si pensa al fatto che esso può essere solo un membro dell’organismo sociale. Questa è la particolarità, che persino gli stessi riformatori più radicali del presente non riescono a pensare che dalle profondità dei rapporti sociali dell’umanità qualcosa deve venir ricreato di nuovo. E non riescono a pensare che non si possa ottenere tutto quello che oggi deve venir ottenuto quando si continua a premere quello di cui si tratta nelle vecchie forme. Lo Stato rimane sempre, anche se mette in tasca quello che toglie ai speculatori fondiari, e magari lo fa affluire di nuovo ad altri per vie che rimangono comunque possibili. Ma esaminate quello che da voi segue dall’idea della triarticolazione per l’ordine dell’organismo sociale: se sul serio prendete il pensiero della triarticolazione, se davvero vi impegnate nell’applicazione di quello che sta alla base della triarticolazione, allora scoprirete che tutto quello che è nella direzione di mettere solo il vecchio disordine in un’altra forma diventa impossibile. Perché, che cosa è propriamente il terreno? Guardate, il terreno è chiaramente un mezzo di produzione. Produciamo con il terreno. Ma esso è un mezzo di produzione di tipo diverso dagli altri mezzi di produzione. Gli altri mezzi di produzione dobbiamo prima prepararli mediante il lavoro umano, e il terreno è, per lo più, lì, senza che prima sia preparato dagli uomini. Perciò si può dire: i mezzi di produzione intraprendono dapprima il percorso della merce; poi, quando sono pronti, quando sono consegnati al loro compito, allora non sono più merce. L’abbiamo ripetutamente sottolineato — anche io stesso da questo posto l’ho spesso sottolineato —: i mezzi di produzione devono essere merce nel processo di circolazione economica solo fino a quando sono pronti e vengono consegnati alla vita economica nazionale. Che cosa sono poi? Allora sono qualcosa che è sottomesso alla vita politica o statale, alla democrazia, e precisamente riguardo al lavoro che gli uomini devono compiere attraverso questi mezzi di produzione, nel fatto che come maggiorenni devono fare i conti l’uno con l’altro. I mezzi di produzione sono qualcosa che è sottomesso alla vita dello Stato, quando passano da uno all’altro, cosicché sempre colui che usa i mezzi di produzione veramente li possiede.

Ma sono anche qualcosa che è sottomesso alle istituzioni del lavoro spirituale. Perché non da vecchi rapporti ereditari, bensì dalle istituzioni della vita spirituale [deve in futuro] per conoscenza — come la coscienza moderna la sola può sopportare — [venir determinato] come il mezzo di produzione, quando uno non lo lavora più, passa a colui che attraverso le sue capacità e abilità può provvedere ulteriormente al mezzo di produzione. Così si può dire: se la triarticolazione sta alla base della vita, i mezzi di produzione sono merce solo quando vengono prodotti. Poi cessano di essere merce e sono sottomessi alle leggi e alle conoscenze. Attraverso leggi e conoscenze si incorporano nella struttura sociale. Il terreno non può essere prodotto; quindi non è mai merce fin dall’inizio. Non è mai sottomesso al principio della merce, su cui si concludono contratti. Dunque il terreno non ha affatto niente a che fare con quello su cui si concludono contratti. Esso deve gradualmente venir trasformato nella struttura sociale in modo tale che dapprima la distribuzione del terreno secondo i criteri di lavorazione dagli uomini sia una questione democratica dello stato politico e che il passaggio da un uomo all’altro sia questione del membro spirituale dell’organismo sociale. Il rapporto vitale nello stato democratico decide su chi lavora su un pezzo di terreno a favore degli uomini. Il terreno non è mai merce. Fin dall’inizio è qualcosa che non si può comprare e vendere. Bisogna dapprima sforzarsi che il terreno non si possa comprare e vendere, bensì che quello che trasforma il terreno nella sfera del lavoro di un uomo siano rapporti giuridici e spirituali, impulsi giuridici e spirituali. Solo colui che non si rende chiaro questi pensieri può ritenere che vi sia niente di utopistico. Perché in fondo è solo un’alterazione di qualcosa che oggi [come abuso] è presente: che oggi il terreno viene pagato col denaro che si ha dal ricavato di merci; questo non è verità, è una menzogna sociale. Denaro che come equivalente viene usato per il terreno è infatti nel processo economico nazionale qualcosa di diverso da denaro che viene usato come equivalente per una merce.

E vedete, questo è qualcosa che è così difficile da comprendere nel presente caos sociale. Immaginate di comperare ciliegie, allora paghi denaro. Comperiate una fattoria, allora paghi anche denaro. Adesso, se i due uomini che hanno ricevuto il denaro, uno per ciliegie — naturalmente una quantità sufficiente di denaro, qui non si tratta se in questa direzione sia possibile — e l’altro per la sua fattoria, e se buttano insieme il loro denaro, allora non si può distinguere quale denaro è stato pagato per le ciliegie e quale per la fattoria. Ma appunto perché non lo si può distinguere, viene uno introdotto in un’illusione deleteria, terribile. Perché, vedete, se qui disegno delle crocette e poi dei piccoli cerchi e buttassi insieme questi, potrei comunque distinguerli.

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Ma se non avessi senso per la differenza tra crocette e cerchietti, allora non potrei più distinguere uno dall’altro. In altre parole: se facessi le crocette e i cerchietti in modo tale che trasformerei le crocette in semicerchi e i cerchietti di nuovo in semicerchi e disegnerei tutto questo, allora non si potrebbe più distinguere. Ma come sta in realtà? Vedete, immaginate che io riceva il denaro per le ciliegie e riceva il denaro per la fattoria. Se lo butto insieme, allora non posso più distinguere quale denaro viene dalla fattoria e quale denaro viene dalle ciliegie. Potrebbe pensarsi: il denaro è denaro. Ma appunto questa è l’illusione terribile. Non è vero. Nel processo economico nazionale i cerchietti che vengono dalla fattoria operano diversamente in tutta la vita umana di quello che le crocette che vengono dalle ciliegie. Non è il denaro che in realtà fa quello che accade, bensì la conseguenza di dove il denaro viene, è questo. E su questo ora semplicemente viene steso un velo; non è più lì per l’osservazione umana. E così il denaro forma l’astrazione vivente. Tutto viene mescolato insieme senza differenziazione. L’uomo non è più capace di essere dov’è, di cosa si occupa, cosa lavora. Tutto viene mescolato insieme per il denaro, come nei mistici poco chiari tutto flussi insieme e diventa un paio di concetti astratti. E come questi concetti astratti [del mistico] non si possono usare nel nostro processo conoscitivo, così non si può usare nemmeno quello che gli uomini si immaginano del denaro, perché è anche solo un astrazione, appunto qualcosa accanto alla realtà, dunque niente che si possa usare nella vita. Se uno si riflette bene una cosa del genere, allora ci si rende conto di quale enorme significato concreto ha il terreno nella vita degli uomini. Ci si rende conto di come dovrebbe mai essere il caso che io, senza interesse per il terreno, sia il proprietario del terreno e ritiri solo la mia rendita dal terreno, tutto il resto per me è indifferente. Chi ben sa amministrare la cosa economica, sa cosa significa: vivo di terreno, ma in fondo non m’importa se vivo di terreno o dai ricavi, diciamo, di craps o di gioco d’azzardo; tutto questo mi è in fondo completamente indifferente, mi importa solo di acquisire una somma di denaro. — Il fatto che non ti importi come ti procuri una somma di denaro non conta così tanto, se si tratta di procurarti davvero questa somma soltanto per mezzo del tuo lavoro. Ma se la ricevi da qualcosa che è legato al bene e al male, al destino degli uomini, sì con tutta la configurazione culturale, come il terreno, se uno si riflette un cosa del genere, allora non è possibile trasformare questo terreno nel denaro indifferente e astratto. Perché appunto il terreno rende necessario che colui che lo lavora, che ha a che fare con lui e che introduce quello che dal terreno dipende nel processo economico — questo non è il denaro che immette, ma il frutto che fiorisce su di esso — che questi [davvero] sia completamente lì. Miei molto stimati presenti, il terreno dentro il suo ambito non deve essere amministrato secondo quelle categorie economiche che si sono formate negli ultimi tempi. Vi prego, fate solo il calcolo: se qualcuno su suo fondo concima con il letame che si ottiene da solo dal suo bestiame — considerate come si può arrivare a fare una valutazione di questo letame, come si dovrebbe stabilire il valore di mercato del letame, il valore che avrebbe il letame se insozzasse certi mercati della città. È solo un esempio drastico.

Se portate il ragionamento alla fine, troverete che c’è un’enorme differenza nella maniera intera in cui si incorpora nel processo economico quello che nasce su un fondo. Si paragonino le maniere diverse come opera un fondo che è sottomesso alla cosiddetta autogestione, vale a dire dove colui che sul fondo, sia piccolo che grande, veramente considera la cura del fondo dalle sue capacità come la sua propria questione, e si paragonino questo con la maniera come opera un fondo e come deve operare un fondo che è soltanto diretto a trarre il massimo guadagno in denaro, quello che si può strappare. Ma così come oggi stiamo nella vita pubblica, le cose devono equivalersi, vale a dire, colui che è autogestore non può che adattarsi a colui che affitta il fondo e ritira solo la rendita. Così perciò, adattando quello che viene dal concreto — e dal concreto al fondo viene quello che proviene, come i singoli prodotti devono tenersi insieme, come uno deve sostenere l’altro; questo con l’autogestione viene valutato da motivi completamente diversi, di quando le cose vengono portate solo al mercato del denaro — così adattando, diventa gradualmente quello che viene dal concreto, l’autogestione, dipendente da quello che sono rapporti completamente astratti di denaro. Questo è già accaduto, ecco perché abbiamo oggi le condizioni innaturali. Il terreno, che non può essere merce, viene reso merce; mediante ciò viene introdotta una bugia reale nella vita. Non è solo quello che si dice che è bugia, anche quello che si fa è bugia. Non appena consideri il terreno come merce, vale a dire, non appena puoi comprarlo e venderlo, menti attraverso i tuoi atti. Se però si ha la triarticolazione dell’organismo sociale, il terreno non può venir comprato e venduto. I [rapporti giuridici] attraverso cui il terreno passa da uno all’altro sono sottomessi alle leggi dello stato, che non hanno niente a che fare con l’acquisto e la vendita di merci. La determinazione su come [nel singolo caso] il terreno passa da un uomo all’altro è sottomessa al membro spirituale dell’organismo sociale, che non ha niente a che fare con eredità e parentela di sangue, bensì con cose come le ho descritte nei «Punti cardini». Così vedete, basta comprendere correttamente quello che è la triarticolazione, e se vi incamminate in questa direzione, allora vi incamminate sulla via della soluzione della questione sociale. Che cosa vuole Damaschke? Si prende la questione fondiaria, ci riflette, e dalla riflessione la questione fondiaria dovrebbe venir risolta. Miei molto stimati presenti, dalla riflessione non si risolvono mai cose reali. Vorrei semplicemente sapere come volete dalla riflessione schiacciare lo zucchero, tagliare la legna o simili, o come volete dalla riflessione mangiare. Così come non si può dalla riflessione schiacciare lo zucchero o mangiare, così non si può dalla riflessione risolvere la questione fondiaria. Si può solo dire: il terreno oggi sta in determinati rapporti umani. Ora immaginiamo che quello che gli uomini dal loro miglior potere fanno nell’organismo sociale sia confluente negli impulsi della triarticolazione, allora i fatti che risultano dal fatto che ci si dedica a questa triarticolazione non risolvono la questione fondiaria solo nei pensieri, bensì [in modo pratico] appunto come il coltello schiaccia lo zucchero, come la zappa spacca la legna. Così la triarticolazione risolve la questione fondiaria, in quanto il terreno semplicemente si incorporerà nell’organismo triartcolato in modo tale che non venga più — come oggi — trattato come una merce. Non andrà più avanti ingiustificatamente nella consanguineità, bensì sarà solo sottomesso a quello che oggi l’uomo sente come l’unico sopportabile: che il passaggio del terreno da uno all’altro avviene da conoscenze spirituali, dunque dall’impulso del membro spirituale dell’organismo sociale. Vedete, non attraverso programmi, non attraverso concetti astratti o utopistici, dunque non in modo simile a come Damaschke fa con la questione fondiaria, la questione fondiaria deve venir risolta dalla triarticolazione, bensì in modo tale che uno dice: per quanto contorte siano le attuali condizioni fondiarie, dedicatevi alla triarticolazione, introducete i fatti della triarticolazione nella vita sociale, [affrontate le cose] che stanno nella direzione di questa triarticolazione; quello che allora accade porta il terreno in condizioni benigne per gli uomini — nei limiti in cui sulla terra qualcosa può essere benigno. La triarticolazione non vuole risolvere le brucianti questioni attraverso i pensieri, bensì attraverso fatti, in cui gli uomini si collocano quando si dedicano a tali pensieri che dipendono da loro stessi, e non a tali pensieri che continuano a lavorare con vecchie tradizioni.

È qualcosa di diverso dire che si prova a operare nella direzione della triarticolazione, o dire che lo Stato è una brava persona, che può tutto, che fa tutto bene. Attraverso la triarticolazione la questione fondiaria si risolve in quanto il terreno viene spogliato della caratteristica di merce in cui è stato gettato; lo Stato non impedisce [la distribuzione ingiusta del terreno], raziona solo; è lui che ordina gli uffici per occupare le abitazioni, è lui che stabilisce quanto ogni uno può avere, è lui che impedisce l’accaparramento — questo non deve più essere! Non è vero che si potrebbe dire che è tutto in ordine se gli uomini pensano come l’ha indicato Morgenstern [in una poesia]. Lì viene uno investito da un’auto. Viene portato a casa malato. Palmström — così si chiama l’uomo — si avvolge in panni umidi, soffre, ma non si abbandona ai suoi dolori, perché è un buon seguace dello Stato. Trova nei codici legali: là, nel luogo dove sono stato investito, un’auto non può neanche circolare; dunque lì non può aver circolato un’auto, perché contraddirebbe le leggi, e poiché contraddice alle leggi, dunque non sono stato investito, perché: quello che non può essere, non deve neanche essere accaduto. — Vedete, più o meno è così quando oggi si vuol riformare quello che ha radice nella realtà in modo tale da dire: se il valore del terreno aumenta in modo indeterminato, viene ceduto allo Stato, che allora sa già prevenire l’accaparramento — perché l’accaparramento non accade, se lo Stato ha parlato. È proibito, dunque non esiste. Ora, miei molto stimati presenti, da questo esempio proprio potete vedere quanto diversa è l’intera metodologia, quanto diverso è il modo intero di concepire la vita in cui la triarticolazione introduce tutta la vita sociale. Non si tratta — l’ho spesso detto — che uno pensi solo: si cambiano le istituzioni esterne; a chi ha troppi soldi, attraverso un’istituzione si toglie il denaro e lo si dà allo Stato, bensì si tratta del fatto che gli uomini fino nel loro intimo più profondo devono imparare a ripensare. Questo loro costa fatica, e non lo vogliono assolutamente. Procedete nel senso di quello che veramente nasce da un senso di realtà e che è descritto nei «Punti cardini della questione sociale», allora vedrete che si tratta del fatto che dappertutto le associazioni sono fondate su coloro che intimamente sono connessi con quello che producono o consumano — per questo ultimo si avrà a vedere meno, ma per il primo si avrà da vedere moltissimo. Ora, vedete, soprattutto si velano e si nascondono tutti i rapporti attraverso il fatto che viviamo nell’astrazione dell’economia di denaro, come oggi e anche l’ultima volta in una tale serata qui ho accennato. Là non si osserva per esempio in modo retto come è il rapporto fra fondi più grandi e fondi più piccoli. Si agiterà, perché oggi si vuol tutto comodamente, contro i grandi fondi o per i piccoli fondi o viceversa. Ma tutto si introdurrà in un certo monismo del pensiero astratto: o sono bene solo i grandi fondi, o sono bene solo i piccoli fondi per l’economia nazionale. Ma questo non corrisponde alla realtà. Si tratta del fatto che da determinati rapporti, la cooperazione fra piccoli e grandi fondi, fra grandi e piccole aziende è il giusto, solo però questo giusto viene fuori solo dall’associativo, che nei «Punti cardini» è caratterizzato come l’essenziale nella vita economica. Le grandi aziende operano insieme ai piccoli e per mezzo di ciò producono il meglio per l’economia nazionale. Non si tratta del fatto che si unifichi tutto sotto una sola misura, bensì del fatto che secondo determinati rapporti i grandi e piccoli fondi cooperino insieme. Credete che non corrisponda determinati rapporti reali che i prussiani latifondi da soli riguardo alle barbabietole da zucchero abbiano prodotto il 54,8 % di tutta la produzione — dunque più della metà della produzione — mentre per tutte le altre cose rispetto ai piccoli fondi abbiano prodotto meno della metà, sotto il 50 %? Tutto questo è fondato in rapporti reali. Questo può fruttare solo nel reale processo economico nazionale se le persone che vi stanno dentro nell’economia dei fondi costituiscono associazioni secondo questi rapporti reali. Allora risulta come uno deve sostenere l’altro, perché allora non si lavora dall’astrattezza, bensì dalla realtà. E allora si può attraverso contratti stabilire come semplicemente quello che da una parte è una più grande produzione, dall’altra si equivale e così via. Perciò era giustificato che io [all’inizio] dicessi: voglio parlarvi dai rapporti della triarticolazione in modo che possano gettar luce sulla questione fondiaria.

Non volevo, come è usuale, parlare della questione fondiaria, bensì volevo mostrare come qualsiasi questione della vita sociale deve essere presa in mano quando ci si trova sulla base della triarticolazione. E voi potete prender molto concretamente la questione, mentre dalle vecchie condizioni non potrete mai prender ordinatamente la questione. Si deve quasi essere come il sig. parroco di città Planck, se si pensa: organismo sociale, triarticolazione — sono tre triangoli uno accanto all’altro, e da uno non entra niente nell’altro. No, l’organismo sociale triartcolato è davvero un organismo, e sempre uno suona nell’altro, cosicché in ognuno dei tre membri c’è di nuovo qualcosa degli altri due. Nell’organismo umano è così: nella testa non opera solo il sistema nervoso-sensoriale, ma lì dentro avviene anche il ritmo e la digestione. Così la vita economica suona anche nella vita dello Stato, ha solo il suo proprio centro di amministrazione, e così suona nella vita economica anche lo spirituale, appunto al passaggio dei mezzi di produzione da uno all’altro. Ma in molte cose ancora più quotidiane vediamo questo intessuto reciproco. Prendete per esempio un fatto della vita pubblica dove confluiscono insieme in uno tre cose: questo è il traffico. Il traffico è connesso da una parte, attraverso il fatto che ha bisogno della strada, con il terreno. Ma si vede, perché il terreno del traffico, le strade e così via non possono essere proprietà privata, non possono nemmeno essere merce, che bisogna uscire dalla merce, che dunque almeno questa parte di terreno non può essere considerata merce. Ma il traffico è anche connesso con tutta la nostra cultura.

Propriamente il traffico intero sta sotto tre prospettive. [Possiamo domandare:] Che cosa è sottomesso al traffico? Primo merci, mercanzie; secondo uomini; terzo notizie. In una qualsiasi delle tre categorie potete collocare tutto quello che è sottomesso al traffico: notizie, uomini, merci. Vedete, per il fatto che nel traffico stanno merci dentro, quello che riguarda il traffico di merci deve venir regolato secondo contratti, secondo gli impulsi della vita economica. Quello che riguarda gli uomini viene regolato dalla vita dello Stato, sono i rapporti giuridici. Anche il traffico degli uomini deve venir regolato secondo rapporti giuridici. Le notizie sono sottomesse alla vita spirituale; sono la vita spirituale nel traffico. E certamente constaterete come da tre lati deve veramente venir amministrato il sistema del traffico triartcolato — qualcosa che le vecchie istituzioni non hanno riuscito a fare. Considerate che assurdo è ancora presso di noi che nello stesso modo dalla stessa istituzione vengano assicurati sia merci che notizie, vengano distribuiti i pacchi e le notizie, cosa che non appartiene insieme e a cui non c’è alcuna necessità negli ordini esterni. Ma le vecchie istituzioni di Stato non potevano riuscire a separare il servizio di trasporto dal servizio di notiziari, cosicché uno disturba l’altro. Se guardate dentro il tariffario postale, vedrete quale inefficienza sta nel fatto che la posta serve tanto per le notizie che per il trasporto di merci. Proprio lì dove la vita deve diventare pratica, proprio dove la vita oggi ci è diventata stretta perché non è più pratica — l’impraticità siede agli angoli e ai capi — , là la triarticolazione è chiamata a ristabilire di nuovo il pratico.

Solo una cosa appartiene a questa triarticolazione: un po’ di coraggio. Chi non osa togliere i pacchi al servizio di notiziari della posta e trasmetterli al trasporto ordinario ferroviario, chi sempre avanza i suoi dubbi e non fa il vero calcolo di ciò che significa uno o l’altro, non comprenderà mai la triarticolazione. Perché la triarticolazione non si basa appunto sul tenersi aggrappati alle vecchie istituzioni, non sul tenersi aggrappati alle idee di vecchi vignetti di uomini, di vecchi vignetti di stato e così via, bensì questa idea della triarticolazione si basa appunto sull’osservazione delle reali condizioni. Perché, miei molto stimati presenti, non si può esigere che l’impulso della triarticolazione si occupi della realtà, della pratica in modo tale da indicare come un consigliere segreto di corte o un consigliere di governo si collocherà nell’organismo triartcolato. Sì, più o meno così sono molte domande che vengono poste. È solo una delle domande grottesche. Non si può dire come si collocheranno un consigliere segreto e un consigliere di governo, ma non è neanche necessario indicarlo. I rapporti spirituali, giuridici e economici degli uomini si regoleranno secondo la conoscenza, secondo la legge, secondo il contratto in modo completamente chiaro, solo che dentro questi tre ambiti molte cose non ci saranno più che prima erano molto stimate. Ma, miei stimati presenti, non dovete ammettere che nel vecchio regime talvolta si è guardato più se uno era un consigliere segreto che a quello che realizzava, che lavorava per l’organismo sociale?

Ma in realtà non dipende dal fatto che uno sia un consigliere segreto, bensì da quello che realizza per l’organismo sociale. Perciò l’idea della triarticolazione deve veder oltre quello che come vignetta viene ancora dal vecchio tempo, se non vogliamo andare incontro al completo declino dell’occidente. Deve vedere ciò che deve sorgere nel nuovo tempo come frutto del lavoro che un uomo in qualsiasi forma compie al servizio dell’intero organismo sociale triartcolato. Dopo il discorso di Rudolf Steiner si alzano diverse personalità con domande: Walter Johannes Stein: Il terreno è una totalità inevitabile. C’è dunque solo una determinata quantità di terreno. Su questo abita un determinato numero di uomini. Si può dunque calcolare quanto terreno corrisponde al singolo uomo. Ora vorrei domandare se un tale calcolo ha un valore di realtà, vale a dire se mediante questo si ottiene una misura con cui si può fare qualcosa dal punto di vista economico. O è semplicemente una statistica oziosa? Hans Kaltenbach: Il dottor Steiner non ha riportato tutta la conoscenza dei tedeschi riformatori fondiari; ha tratto dalle sue esposizioni solo la tassa sull’aumento di valore del terreno. Ma questa costituirebbe solo una piccola parte della riforma fondiaria proposta. L’introduzione di una tassa sulla rendita fondiaria è una chiara prova che i riformatori fondiari non vogliono leggi nel senso del vecchio stato. Quello che loro si presenta, è uno sviluppo contrattuale che non ha niente a che fare con la vecchia creazione di leggi. Essa nasce dall’idea che ognuno deve pagare una tassa sulla rendita fondiaria per il fatto che usa il terreno, perché la rendita che gli spetta per l’uso del terreno deve donarla alla collettività. Non si tratta in questo procedimento di leggi parlamentari o affatto di leggi nel vecchio senso, bensì di molti singoli contratti. Un partecipante alla discussione: Ma alla fine però è lo Stato che incassa la tassa sulla rendita fondiaria. Un altro partecipante alla discussione: Si può girare la questione come si vuole: senza riforma fondiaria non si può andare avanti; essa deve essere presente come base per un ulteriore sviluppo della nostra società. Walter Johannes Stein: La triarticolazione ci è stata spesso descritta dal dottor Steiner come triarticolazione funzionale e non come una triarticolazione dei territori. Ma molti persone sbagliano; si immaginano ogni territorio per sé e a capo una corporazione. Dunque è un errore. Vorrei chiedere come apparirebbe veramente un organismo sociale così falsamente articolato. Hermann Heisler: Come si arriva a un’abitazione, e come si effettua un cambio di abitazione? Come si effettua la costruzione di case? Il terreno è mezzo di produzione; viene messo a disposizione dall’organismo spirituale. Quando la casa è finita, non è più mezzo di produzione? La maggior parte delle persone desidera possedere un piccolo orto. Come deve farsi, non c’è così tanto terreno? Quale ruolo gioca nella gestione del terreno la vita giuridica? Rudolf Steiner: Miei molto stimati presenti! È giusto che il terreno non consiste di gomma e non è estendibile a piacimento, ed è quindi giusto che un certo rapporto debba sussistere fra un territorio di terreno definito e gli uomini che vi abitano. Ora la cosa che qui gioca come rapporto ideale-reale è il fatto che in verità semplicemente per il fatto che un uomo nasce, un pezzo di terreno viene in qualche modo effettivamente occupato — questo corrisponde alla intera superficie di terreno disponibile divisa per il numero dei precedenti abitanti del terreno più uno. È effettivamente cosicché ideale-realmente ogni uomo al suo nascere rivendica il pezzo di terreno che gli spetta e che semplicemente si forma un rapporto reale fra la superficie di terreno disponibile e quello che il neonato in questo modo rivendica. È un rapporto reale. Ma non è vero che in questa realtà sociale non tutto vada liscio. Le leggi — intendo le leggi di natura, non le leggi dello Stato — sono lì, ma sono approssimative. Se per esempio in una determinata regione vivono diverse specie di piante, e una specie di pianta si sviluppa particolarmente forte, allora sopprime l’altra specie di pianta; questa non può più crescere. Se ora in un territorio di terreno è così essenzialmente che questo piccolo pezzo di cui ho parlato diviene troppo piccolo per un neonato, allora per così dire si apre la valvola, e avviene del tutto naturalmente l’emigrazione, la creazione di colonie e così via. Se la popolazione si moltiplica in una determinata regione, allora si può anche esaminare se dal terreno si può ancora estrarre più fruttifero di quanto non fosse nel passato. Questo è stato il caso essenzialmente per il terreno dell’ex Germania. Dunque sussiste quello su cui ha accennato il signor dottor Stein: il rapporto dell’uomo con un certo pezzo di terreno.

Solo dobbiamo essere chiari nel fatto che questo rapporto è ideale-reale, che però quando la triarticolazione diviene realtà, sempre i contratti decidono nella misura in cui vengono prodotte merci sul terreno. Il terreno è infatti amministrato dagli uomini, e gli uomini che amministrano il terreno devono — semplicemente per il fatto che non tutti producono gli stessi prodotti — entrare in rapporto l’uno con l’altro. Devono appunto concludere contratti, e dopo che hanno concluso contratti, deve esserci qualcosa che li mantenga all’adempimento di questi contratti. Dunque quello che nel reciproco scambio degli uomini che amministrano il terreno emerge, è sottomesso ai rapporti giuridici, a quelli politici, statali. Quello che invece accade quando una singola superficie di terreno passa da un uomo all’altro, è sottomesso alla legge spirituale che si forma in una vita spirituale indipendente e autodeterminantesi e influisce nell’amministrazione del terreno. I rapporti giuridici intervengono negli scambi reciproci degli uomini che amministrano il terreno; sono rapporti che possono solo venir regolati giuridicamente. Se quindi la triarticolazione interviene in questo modo, allora diviene effettivamente evidente se il terreno ancora basta o no, oppure se in qualche modo — ma non per il puro istinto, bensì per un istinto guidato dalla ragione — si creano rapporti di colonizzazione. Nel complesso però si vedrà che accade qualcosa di strano. C’è qualcosa nella vita ordinaria, quotidiana, che si regola meravigliosamente bene, anche se naturalmente solo approssimativamente. Si regola benissimo, sebbene gli uomini non possono fare niente attraverso leggi dello Stato o altro: cioè il rapporto tra il numero di donne e il numero di uomini che esistono sulla terra. Non siamo finora in grado — e nel senso in cui lo sognano gli Schenk, non sarà neanche così — attraverso leggi dello Stato o altro di regolare che sulla terra vivano approssimativamente altrettante donne che uomini. Pensate come sarebbe se una volta vivessero solo 1/3 di donne e 4/3 di uomini o viceversa. È meglio affidare questo alle leggi che cooperano così armoniosamente come le leggi di natura. Così armoniosamente — quando la triarticolazione una volta funzionerà veramente — si adatteranno ai rapporti anche le cose che emergono. Per esempio, non tutti gli uomini non correranno dietro a professioni da uomini colti e non vedranno in questo qualcosa di particolare. Allora si formano veramente tali rapporti che per esempio portano a una superficie di terreno determinata un numero appropriato di uomini, cosicché all’esistenza del singolo corrisponda la fertilità di quella regione che ideale-realmente gli spetta. Se anche allora in senso traslato cinque o cento di tali superfici vengono amministrate da un unico che ha la particolare capacità per questo, quello che viene coltivato su queste superfici giova agli altri. Ora non ho compreso la seconda domanda del signor dottor Stein. Mi sembra che avesse chiesto cosa succederebbe se i tre ambiti dell’organismo sociale venissero articolati in modo errato. Ho già menzionato che oggi la gente ama molto fare «traubismo». Rimproverano alla scienza dello spirito orientata antroposoficamente che qualcosa è stato preso dalla Gnosi, che qualcosa è stato preso dall’Induismo, che qualcosa è stato preso dai Misteri isiaci egiziani. Un articolista ha persino scoperto che da un libro molto antico, che dovrebbe provenire da regioni atlantiche, sta quello che la scienza dello spirito copia e così via. Questo diventa per così dire gradualmente una tecnica [di fare tali affermazioni], anche se in realtà sono bugie enormi, persino in molti casi vere e proprie menzogne. Perché è ovvio semplicemente: se oggi scrivo un libro di matematica e vi compare il teorema di Pitagora e calcolo su lettori che non l’hanno imparato, allora scrivo loro il necessario. Ma se poi dopo il teorema di Pitagora viene ancora qualcosa che Pitagora non aveva, allora il lettore non deve dire che il tutto è copiato, solo perché ero obbligato a dire anche quello che già c’era. È sempre una questione di attaccarsi a quello che è noto e poi aggiungere l’ignoto. È disonesto quando i traubisti allora vengono e dicono che è qualcosa di preso dalla Gnosi e così via. Bisogna sapere quale enorme assurdità si pratica proprio da questo lato. Vedete, se si è un rappresentante ufficiale di una moderna professione di fede, allora si è ben spinti a non dire la verità. Come professore si è anche in una situazione strana nei confronti della vera verità. Se però si è entrambi e si scrive un libro — non voglio continuare il pensiero. Ma vedete, la stessa storia inizierà anche con la triarticolazione.

Poiché non affermo che io abbia scoperto il numero tre, e nemmeno che il numero tre non sia già stato applicato nei più vari modi a condizioni fisiche, per esempio all’uomo, così potranno anche venire le persone e dire: Sì, in vecchi libri arabi si trova anche una triarticolazione dell’uomo, lì l’uomo è stato già diviso in tre membri. Quello che però conta nella nostra triarticolazione lo trovate nel mio libro «Dei segreti dell’anima», dove parto da concetti di funzione. Non dico: L’uomo consiste di tre tratti. Dico: C’è una regione nervo-sensoriale, c’è una regione pneumo-sanguigna, c’è una regione di ricambio di sostanze. Ma dico esplicitamente: il ricambio di sostanze è in tutto l’uomo; i tre ambiti sono in tutto l’uomo. Distinguo secondo le funzioni; lì parlo di un’attività nervo-sensoriale, non di nessun ambito, e ne distinguo l’attività ritmata e terzo l’attività del ricambio di sostanze. Questo è l’uomo, articolato secondo funzioni. Vedete come ho caratterizzato rigorosamente come funzioni tutto questo nel libro «Dei segreti dell’anima». Ora scopre uno in un vecchio libro che l’uomo in Arabia viene diviso in tre ambiti, in tre tratti. Quello potrebbe allora dire: Qui uno parla della triarticolazione dell’organismo umano; ha dunque preso l’importante, il numero tre, da antichissime tradizioni; non è originale. E inoltre in questo vecchio libro viene anche articolato secondo analogie — questo è qualcosa che ho usato appunto solo a una determinata interpretazione; leggete nei «Punti cardini» che cosa dice il importante analogie — , lì in questo libro viene appunto articolato secondo analogie l’intero ordine esterno dello Stato; si distingue fra i territori, e alla testa di ogni territorio c’è un principe. Stanno tre principi alla testa, dunque anche in questo caso niente di diverso che il numero tre. Ora, principi — se questo una volta dovesse venire, allora potete voi stessi prendere posizione. Non si tratta di tre principi; bensì lo spirito interiore è qualcosa di completamente diverso nella triarticolazione sociale, [lì si tratta dell’aspetto funzionale]. Se non si guarda all’aspetto funzionale, allora sorgerebbe l’errore che potrebbe esserci due o tre parlamenti uno accanto all’altro, come una volta uno scrisse sulla «Tribuna» un professore di Tubinga. Su questo consiste appunto nella triarticolazione che non ci saranno tre parlamenti uno accanto all’altro, nemmeno tre principi, bensì un solo parlamento, nell’ordine democratico dello Stato. Perché nella vita spirituale non viene parlamentarizzata, ma là sarà un’amministrazione attiva dalla cosa stessa, così come nel territorio economico. Dunque, uno può ben concedere il piacere alle persone di cercare la triarticolazione già nei vecchi libri. Ma se si tratta di operare in modo fecondo dal pensiero della triarticolazione, allora bisogna veramente entrare in come è descritto nei «Punti cardini». Ora alle domande del parroco Heisler: Come si arriva a un’abitazione? — e così via. Questo tipo di domande sono proprio troppo rigide. Non voglio dire che non sono importanti, sono enormemente importanti. C’è una tale emergenza abitativa nel mondo che la gente cerca di arrivare alle abitazioni in modo completamente grottesco. È persino accaduto che qualcuno si è sposato per trovare un’abitazione, per non stare per strada. È straordinariamente importante sapere come si arriva a un’abitazione, ma non dovete tingere la vostra intera concezione della triarticolazione di un modo di pensare ancora troppo legato allo stile di quello che deve essere superato. Immaginate realizzata la triarticolazione dell’organismo sociale — non si deve pensare in modo astratto, perché quando si tratta di come qualcosa deve venir pensato, allora si deve tener presente questa realizzazione della triarticolazione, anche se sta ancora così lontana; non tutto può venir risposto solo secondo scopi. Nell’organismo triartcolato l’uomo non dovrà solo cercare un’abitazione, ma farà anche altre cose. Sarà qualcosa, direttore di fabbrica o falegname o qualcos’altro. Attraverso il fatto che si è direttore di fabbrica o falegname si può vivere; per quello gli viene corrisposto qualcosa. Questo portare insieme l’uomo con il suo lavoro deve però nell’organismo sociale triartcolato a poco a poco passare all’amministrazione del membro spirituale dell’organismo: ricevere un’abitazione appartiene allora alla corrispettivo; va insieme. Dunque non dovete immaginarvi: io sono un uomo e devo arrivare a un’abitazione, bensì dovete partire dal fatto: io non sono semplicemente solo un uomo, ma ho anche qualcosa da fare in un luogo, e fra le cose che mi spettano come corrispettivo — se le condizioni sociali sono normali — c’è anche un’abitazione.

Non si tratta solo del fatto che uno pone astrattamente la domanda: Come arrivo a un’abitazione? — , bensì bisogna domandare: Che cosa accade quando c’è la triarticolazione? — Allora l’uomo, quando è un uomo, in qualche luogo — e questo è il caso usuale, se non si è un angelo che è dappertutto — , allora riceve l’uomo come riceve il suo stipendio anche un’abitazione, e questo è sottomesso a quello che viene dall’organizzazione della vita spirituale. Oppure — se si tratta del fatto che uno non viene trasferito in un nuovo territorio ma agisce diversamente in un altro contesto lavorativo, allora è sottomesso allo Stato o al territorio politico. Ma domande del genere non possono venir poste astrattamente. Si dovranno veramente prima un poco attendere i rapporti che vengono dalla triarticolazione, oppure bisognerà attraverso la fantasia farsene un quadro di come si formeranno i rapporti. Allora se ne potrà veramente anche dare una risposta, come bisogna negoziare quando da qualche parte si prende un incarico, dunque si compie un lavoro, in modo da arrivare anche a un piccolo orticello e simili. Sono veramente cose che non toccano il nucleo della triarticolazione. Si può stare certi che si regoleranno in modo tale che certamente voi potrete avere il vostro piccolo orticello davanti alla casa, una volta che ci siano i rapporti che verranno portati dalla triarticolazione. Così si tratta del fatto che la costruzione di case viene regolata. Che cosa è? È legata alla questione fondiaria. Ma se questa questione fondiaria non è più una questione di merce, bensì una questione di diritto e di vita spirituale, allora anche la questione della costruzione di case è una questione legata all’intero sviluppo culturale dell’umanità. È ovvio che le case vengono costruite dai medesimi impulsi dai quali un uomo è collocato nel suo lavoro. Dunque si tratta del fatto che tutte queste domande non vengono poste astrattamente, che non vengono poste in modo tale che l’uomo come essere astratto viene strappato da tutta la sua concretezza. In un vivente organismo sociale triartcolato non è cosicché uno viene messo davanti solo alla domanda come si arriva a un’abitazione, bensì uno viene messo con la domanda in tutta la concretezza della vita, e lì conta tutto il fatto che si trattano realisticamente queste cose. Lì il signor Kaltenbach ha già detto qualcosa di giusto, [quando ha sottolineato l’importanza della rendita fondiaria]. Ho naturalmente solo preso un esempio, appunto la tassa sul plusvalore. Avrei naturalmente dovuto dire la stessa cosa riguardo alla tassazione della rendita fondiaria. Ma, miei molto stimati presenti, vorrei ora sapere se quello che è stato proposto come domanda non è già stato risolto? Perché per me non dipendeva dal fatto che si trattasse di una rendita fondiaria oppure di un plusvalore, bensì dal fatto che essenzialmente una tassa viene data allo Stato; il signor Kaltenbach ha chiaramente detto «tassa», e con questo intende qualcosa che viene data allo Stato. Quale tipo di tassa deve essere data allo Stato non è il punto essenziale. Ma è essenziale che lo Stato venga limitato a un solo membro dell’organismo sociale, non debba mantenersi la struttura in cui è oggi. Non si può dire che i riformatori fondiari non vogliano leggi nel senso del vecchio stato. Questo lo vogliono. Vogliono aggiungere qualcosa al vecchio Stato, di cui credono che il vecchio Stato possa farla. Non la può mai fare. Io naturalmente so quale ruolo gioca quando uno si è immedesimato in un’idea; non riesce a lasciarla. Ma penso che in realtà tutto quello che è stato detto sulla tassa della rendita fondiaria è già stato risolto dallo spirito di quello che è stato detto sul plusvalore. Lo si desidererebbe così fortemente che non emerga di nuovo il vecchio. Non si vorrebbe che viene uno e dica: Io in realtà non voglio che i consiglieri segreti siano come i vecchi consiglieri segreti, ma voglio che l’organismo triartcolato produca nuovi consiglieri di governo. — [Viene la stessa cosa], se si dice questo oppure se si dice: Sì, i riformatori fondiari non vogliono affatto dar niente allo Stato. — Ma tasse vogliono certamente dare, e le tasse si possono pagare solo nella forma attuale allo Stato. Così si è già dentro la domanda: A chi si deve pagare la tassa? — E se si tratta di contratti — sì, sapete, contratti finora nessuno Stato li conclude sulla tassa.

Quello che succede fra lo Stato e l’uomo assume un aspetto diverso quando deve venir pagata una tassa; lì veramente non si tratta di contratti. Si tratta del fatto che noi vivamente cerchiamo di accogliere come l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale un ripensamento vuole. Ma a questo si oppone — anche se molte volte con buona volontà si concede che si dovrebbe e si deve ripensare — , che quando si cerca di ripensare, si rimane attaccati alla parola, per esempio alla parola «legge». Sì, così mi è stata anche posta la domanda: Come lo Stato deve introdurre la triarticolazione? È questo: bisogna uscire dalle abitudini di pensiero, dalle abitudini di parole. Bisogna arrivare a pensieri chiaramente definiti, altrimenti l’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale non sarà compreso.

8°Quinta serata di studio: sulla politica estera alla luce della triarticolazione

Stoccarda, 23 Giugno 1920

Stoccarda, 23 giugno 1920 Stuttgart, 23 giugno 1920 Sulla politica estera alla luce della scienza dello spirito e della triarticolazione All’inizio della serata di studio Ludwig Conte Polzer-Hoditz tiene una conferenza «Sulla politica estera alla luce della scienza dello spirito e della triarticolazione». In seguito prende la parola Rudolf Steiner.

Rudolf Steiner: miei cari e stimatissimi presenti! Desidero dire aforisticamente qualcosa su quanto il Conte Polzer ha toccato oggi, poiché ripetutamente si è pure allusivamente parlato di cose che io ho toccato qua e là nel corso del tempo.

Si può vedere in varie manifestazioni con chiarezza, come nello sviluppo politico più recente del 19° secolo appaia il fatto a cui il Conte Polzer ha voluto indicare — questa frattura, per così dire, che poi ha condotto nella catastrofe. Egli ha parlato di questi anni di transizione e della completa perplessità particolarmente dei popoli dell’Europa centrale, dagli anni settanta, ottanta, quando in Austria ebbero luogo i conflitti riguardanti l’occupazione della Bosnia, la questione slava e così via. Questi anni erano stati preceduti dagli anni sessanta, in cui era ancora presente una certa persistenza di quelle atmosfere politiche europee che avevano origine dall’anno 1848. Si possono seguire queste atmosfere in tutta l’Europa centrale, sia nei territori austriaci che in quello che divenne poi l’Impero tedesco: è ciò che si potrebbe chiamare l’apparizione di un certo liberalismo astratto, di un liberalismo astratto-teorico.

In Austria era alla fine degli anni sessanta quando emerse dai ministeri Schmerling, Belcredi il primo così detto ministero borghese di Carlo Auersperg, che aveva un carattere decisamente liberale, ma teoricamente-astratto-liberale.

Poi, dopo un brevissimo governo intermedio, nel quale la questione slava fu portata a una certa altura sotto Taaffe, Potocki, Hohenwart, si formò allora negli anni settanta in Austria il così detto secondo ministero borghese, il ministero di Adolfo Auersperg, di nuovo una specie di direzione civile-liberalista. A queste direzioni procedettero parallelamente i conflitti che erano stati condotti dai partiti liberalisti della Prussia e dei singoli stati tedeschi contro l’emergente imperialismo di Bismarck e così via. Questi flussi liberalisti che qui apparivano, essi sono straordinariamente istruttivi, ed è veramente un peccato che la generazione odierna si ricordi così poco di ciò che era stato detto in Germania, che era stato detto nella Prussia negli anni settanta, ottanta da uomini come Lasker e così via, ciò che era stato detto in Austria, da quello che il Conte Polzer ha menzionato oggi, da Giskra e da altri statisti similmente liberalizzanti. Si vedrebbe cioè come salisse una certa volontà libera di spirito, buona, ma che nel fondo era abbandonata da qualsiasi conoscenza politica positiva. Questo è il caratteristico: che sale nell’Europa centrale un liberalismo astratto, che ha molti belli principi di libertà, che però non sa calcolare con fatti storici, che parla di tutti i possibili diritti umani, che però sa poco di storia e particolarmente poco sa agire partendo dalla storia. E forse è stata la disgrazia per tutta l’Europa centrale — in Austria la guerra mondiale è cominciata, o almeno dall’Austria prese il suo inizio — , è stata la disgrazia che questa direzione liberalizzante in Austria stava così terribilmente non-politicamente dinanzi ai grandi problemi che proprio in Austria si manifestavano e sui quali in effetti il Conte Polzer ha indicato le parti più importanti.

Ora bisogna studiare un poco più da vicino che cosa questo liberalismo in Austria rappresentasse veramente. Lo si può studiare quando ancora oggi si ascoltano i discorsi del Plener più vecchio e più giovane. Lo si può studiare quando si ascoltano i discorsi di Herbst, questo Herbst che volle essere un grande statista austriaco della direzione liberalizzante. Bismarck, il realista politico, chiamava i seguaci di Herbst «le viole d’autunno», uno di quei motti che sono mortificanti nella vita pubblica. E si può studiare ancora questo liberalismo in un’altro luogo, in Ungheria, dove sempre e di continuo con un sentimento di potenza straordinariamente forte nel parlamento ungherese Coloman Tisza appariva, precisamente anche nel comportamento esteriore, potrei dire, il vero rappresentante del liberalismo lontano dal mondo, estraneo al mondo, che — senza i fatti storici — conta solo con ciò che emerge da principi astratti, generali. Tisza, il più vecchio, cioè il padre di quello che ebbe un ruolo durante la guerra mondiale, mostrava già questo nel suo comportamento esteriore. Non poteva mai apparire diversamente che con la matita in mano, come se esprimesse i suoi principi, che sono fissati in appunti a matita, dinanzi a coloro che costituivano un pubblico credente. In un certo senso si può studiare un’edizione piuttosto inferiore in Eugen Richter, l’avversario di Bismarck, che però in Prussia-Germania appartiene a un tempo più tardi. Su questi uomini si può analizzare quella che è salita come una politica così poco fruttuosa. Particolarmente tutti questi uomini avevano imparato la politica nella scuola politica inglese. E il fatto più importante, l’essenziale era questo: che tutto ciò che Plener, Giskra, Hausner, Berger, Lasker, Lasser portavano, ciò che il Tisza portava in Ungheria, che questo era qualcosa di positivo, concreto per gli Inglesi; che significava qualcosa presso gli Inglesi, perché si riferiva a fatti, perché effettivamente ciò che là veniva perseguito come principi liberalizzanti, applicato, poteva condurre nel mondo passo passo all’imperialismo. Sì, potrei dire che negli inglesi rappresentanti questi principi l’imperialismo sta fortemente in queste cose. Mentre gli stessi principi erano rappresentati negli parlamenti dalle personalità proprio nominate, questi erano limoni spremuti; questi principi non si riferivano a nulla; erano astrazioni. Proprio qui si può studiare meglio dove stia la differenza tra una realtà e una frase. La differenza non sta nella formulazione, ma sta in se si stia nella realtà o no. Se nel parlamento di Vienna o Berlino si dicono le stesse cose come nel parlamento di Londra, allora è qualcosa di completamente diverso. E per questo ciò che come direzione liberalizzante veniva dall’Inghilterra ed era politica positiva, concreta in Inghilterra, a Berlino e Vienna era frase, politica fra-sistica.

Non posso qui sviluppare oggi tutte queste cose, ma solo mettere davanti alcuni aforismi, forse solo immagini. Ma se si vuole vedere quali contrasti sono presenti lì, è interessante una volta sentire o di nuovo farsi presente come nel parlamento austriaco di allora o nelle Delegazioni tali oratori come Suess, Sturm o Plener parlassero proprio nel dibattito che si era legato all’occupazione prevista e poi compiuta della Bosnia e dell’Erzegovina. E come poi apparve un uomo che aveva parlato dal popolo slavo. Mi ricordo ancora vivamente di un discorso che aveva allora fatto una certa grande impressione: è il discorso che allora Otto Hausner tenne nel parlamento austriaco, che egli fece pure pubblicare «La germanità e l’Impero tedesco» — purtroppo non potei riceverlo di nuovo, l’avrei molto volentieri di nuovo, ma non so se sia completamente esaurito. Se si legge questo discorso in connessione con un altro, che egli tenne quando il tunnel dell’Arlberg fu costruito, se si legge ciò che egli disse lì dal punto di vista di una politica superiore e ciò che gettò dal podio politico nel parlamento austriaco, mentre Andrássy proseguiva per agire per l’occupazione della Bosnia, allora furono parlate realtà. Hausner era, considerato esteriormente, una specie di sciocco, una specie di sciocco snobista esaurito e mascherato, che era costantemente da vedere nella Camera dei signori viennese con il monocolo, col quale ci si incontrava al Cafe Central a una determinata ora sempre, un vecchio sciocco, ma attraverso e attraverso intelligente e parlante da realtà. Se si tengono insieme tutti questi discorsi, allora nel fondo la [catastrofe del] 1914 al 1918 fu allora preannunziata, perfino anche ciò che ora viviamo, il sonno dell’anima che si riversa su questa Europa centrale. E così si vede come colui che guarda le realtà — e potrei fornirvi ancora molte, molte di tali — , effettivamente dovette giungere dalla realtà alla seconda tesi, di cui vi è stato parlato questa sera dal Conte.

Queste cose, che sono connesse con la triarticolazione, non sono certamente in alcun modo teoricamente inventate, non sono nulla di professionale, ma sono completamente tratte dalla realtà. E chi ha vissuto come allora si scontrò in Austria questo germanesimo austriaco — poiché questo era essenzialmente il portatore del liberalismo austriaco — con lo slawentum austriaco che allora saliva e che elevava le sue pretese, in colui doveva cristallizzarsi la visione: il panslavismo è una potenza positiva. — Esso si è effettivamente sviluppato come una potenza positiva, questo panslavismo. E forse più importante di ciò che è venuto dal cechenismo — da Palacki fino a Rieger —, è ciò che è venuto dal polonismo. I Polacchi hanno giocato proprio in Austria come una specie di elemento di spinta, come avanguardia dello slawentum, un ruolo straordinariamente grande, e hanno rappresentato vasti punti di vista politici. Hausner, che era polacchizzato, disse egli stesso una volta in un discorso che «globetti di sangue reto-alemanno» — una chimica curiosa — rotolano nelle sue vene; si sentiva però come Polacco primordiale. Ma parlavano sì nel parlamento viennese proprio in questi tempi importanti anche altri Polacchi: Grocholski, Goluchowski e Dzieduszycki e così via, e si deve dire che là venivano fuori grandi punti di vista politici, mentre purtroppo il germanesimo liberalizzante degenerava nella frase. Non poteva stare fisso, cosicché poi finalmente scivolò in quel partito che il Conte Polzer ha pure menzionato, nel partito Cristiano-sociale — quel partito che fra i giovani a Vienna che allora si occupavano di politica, con il quale anche io allora mi occupavo, era chiamato il «partito dei ragazzi stupidi di Vienna»; divenne poi il partito di Lueger.

Questo contrasto di una direzione che tramontava di fronte a una che sorgeva è molto interessante. E in un certo senso i Polacchi erano senza scrupoli, cosicché ne veniva fuori tutta una serie di cose, per esempio quanto segue: si voleva in Austria ritornare alla vecchia legge scolastica, alla vecchia legge scolastica clericale — dico «Austria», ma per esprimere la sua concretezza, si parlava nel parlamento austriaco, [nella Dieta], non di «Austria» o cose simili, ma dei «regni e terre rappresentati nella Dieta»; Austria-Ungheria aveva una forma di governo dualistica; una parte si chiamava «i regni e terre rappresentati nella Dieta», l’altra «la rappresentanza delle terre della corona di Santo Stefano». Quando così si voleva ritornare in Austria a una legge scolastica clericale, però non si poteva formare una maggioranza solo attraverso i Tedeschi, ma dovevano collegarsi con essa o i Polacchi o i Ruteni. Sempre quando il parere andava in una certa direzione, si formava una coalizione tra Tedeschi e Ruteni, e quando andava in un’altra direzione, tra Tedeschi e Polacchi. Allora si trattava di formare una legge scolastica clericale. I Polacchi davano il verdetto decisivo, ma cosa hanno fatto? Hanno detto: sì, bene, noi consentiamo a questa legge scolastica, ma la Galizia la togliamo. Dunque tolsero il proprio territorio. Così nacque allora una legge scolastica attraverso una maggioranza che aveva i delegati polacchi nel suo grembo, ma questi delegati polacchi tolsero il proprio territorio, imposero una legge scolastica agli altri territori austriaci. Questo ebbe come risultato finale che un territorio regnava su un altro e disponeva di qualcosa che nel proprio territorio non voleva applicare. Così stavano le cose. Come si poteva essere all’altezza politicamente dei giganteschi compiti che si avanzavano!

Poi accadde che il governo dopo questo secondo ministero borghese passasse finalmente a questo ministero Taaffe, che sì stesso si diede il certificato: in Austria si può, se si vuole regnare correttamente, solo procedere a tentoni — cioè muoversi giocolando di una difficoltà all’altra, salvando l’una attraverso l’altra e così via. Il ministero che aveva Taaffe a capo come primo ministro, fu poi condotto anche «ingegnosamente». Taaffe doveva la sua posizione meno alle sue capacità intellettuali, che al fatto che allora alla corte viennese — la corte viennese era già in uno stato che scivolava nel dramma orribile di Mayerling — , che allora alla corte viennese era presente una grande ricettività per la particolare arte del Conte Taaffe, che consisteva nel fatto che egli poteva fare con il fazzoletto e le dita piccole lepri e figure d’ombra. Queste piacevano allora particolarmente alla corte viennese, e attraverso ciò la posizione di Taaffe fu consolidata. Poteva attraverso un decennio tenere questo caos austriaco in una corrente corrispondente. È stato veramente desolante quando si osservava la cosa. Allora ho veramente parlato con persone abbastanza ragionevoli. Si sapeva che questo Taaffe si reggeva attraverso le lepri. Ma tali uomini come per esempio il poeta Rollett, che mi disse: sì, ma questo Taaffe, è comunque ancora il nostro più intelligente. — Erano veramente circostanze desolanti. E non si deve trascurare come passo dopo passo nel corso di quel mezzo secolo, al quale il Conte Polzer ha indicato, si è preparato ciò che durante la guerra mondiale il così intelligente, ma attraverso e attraverso frivolo Czernin poté assumere un ruolo di guida nel momento più importante. Come si poteva sperare che diversamente che attraverso la necessità sarebbe stato compreso qualcosa come l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale, che, nata ora dalle forze interne della storia, nell’anno 1917 fu presentata alle potenze dell’Europa centrale. La gente non ha capito nulla di questo, e questo non è neppure da meravigliarsi, poiché infine con il fare lepri la triarticolazione non si capisce. Saranno necessarie arti diverse per penetrare in queste cose.

Ora, vede, ho presentato tutto questo così come una specie di immagini. Si potrebbe con molte immagini simili mostrare come questa intera catastrofe si è preparata da molto, molto, e come [nell’Europa centrale] sia diventata una frase ciò che nell’Occidente era ed è una realtà. E questo formava principalmente qualcosa che io [allora nei colloqui] come rivestimento sempre usavo di fronte a persone [come per esempio Kühlmann] — di fronte a Kühlmann bisognava un rivestimento — : questo stare dentro le realtà dei grandi punti di vista storici della politica inglese. Questa politica inglese ha appunto da secoli preparato ciò che poi è accaduto, dalle cose storiche. Credo che naturalmente per intendere l’intera cosa, sia già necessario approfondirsi in ciò che sta a fondamento dello sviluppo storico esterno, della rappresentazione storica.

Ma, miei cari e stimatissimi presenti, leggete le memorie della gente. Vedrete come effettivamente lì dove la gente si dà in una certa maniera come è, come a noi si presenta ciò che si può chiamare: l’Europa centrale degenera passo passo riguardo alla grandezza delle idee, e le idee che sono appunto per l’Europa centrale le fruttuose, quelle sorgono laggiù in Inghilterra. È interessante — seguite per esempio la figura del predecessore di Andrássy, il Conte Beust, questo ministro curioso, che poteva rappresentare ogni patriottismo, che poteva servire tutti. Vi voglio dipingere il Conte Beust anche figurativamente — ci sono nelle memorie varie rappresentazioni come egli entrò in relazione con personalità dell’Europa occidentale: là si piega sulle ginocchia, molto cortesemente, ma si piega sulle ginocchia. Così è lo statista dell’Europa centrale che in realtà non può stare al passo. Devo menzionare tutto questo perché sono stato direttamente interrogato dal Conte Polzer: come si mostra ciò che da secoli dall’Occidente ha lavorato, particolarmente come una politica inglese consapevole, che lavora con le potenze storiche?

Il vero portatore esteriore [di questa politica inglese] è il Re Giacomo I., e potrei dire che la congiura della polvere è ancora qualcosa di completamente diverso da come è rappresentato nella storia. Essa è in realtà il segno esteriore, il sintomo esteriore per l’importanza di ciò che dall’Inghilterra come impulso passa attraverso l’Europa. Questa è appunto una politica dei grandi punti di vista storici. Vedete completamente in essa la tesi che il Conte Polzer ha menzionato oggi e che io ho posto occasionalmente nel primo rappresentare della triarticolazione: non si può attraverso qualunque misura — oggi la si chiama stupidamente la Società delle Nazioni — ciò che è dato materialmente ed è continuamente in azione materialmente, cioè la lotta economica medio-europea-anglo-americana, togliere dal mondo. Questa lotta esiste così come la lotta per l’esistenza all’interno del regno animale. Deve esserci, non può essere tolta dal mondo, ma deve essere accolta, perché è un fatto. I portatori di questa politica anglo-americana vedono questo molto bene. E così a noi si presenta qualcosa chiaramente dimostrabile — non racconto ipotesi, ma racconto cose che potete ascoltare nei discorsi in Inghilterra nella seconda metà del 19° secolo. Lì fu detto molto chiaramente: in Europa deve nascere una grande guerra mondiale — come detto, cito solo da discorsi della seconda metà del 19° secolo — questa guerra mondiale condurrà al fatto che in Russia il grande campo di sperimentazione entra per il socialismo. Lì, [in Russia], saranno eseguiti esperimenti per il socialismo che a noi nei paesi occidentali non verrebbero in mente di volere perseguire, perché lì le circostanze non lo permettono. Lì vedete grandi punti di vista, la cui grandezza riconoscete dal fatto che essi sono in larga parte avverati, e — potete esserne sicuri — continueranno ad avverarsi. Ma questi punti di vista non sono di ieri; gli «intelletti» della gente di oggi, questi sono di ieri, ma non questi punti di vista — questi sono antichi di secoli. E ciò che vi mostrerà fra otto giorni il Conte Polzer come il vero spirito del Testamento di Pietro il Grande,

quello era semplicemente ciò che [dall’Oriente] imperalisticamente doveva essere contrapposto all’imperialismo dell’Occidente. L’imperialismo occidentale, l’essenza anglo-americana, voleva per così dire dal punto di vista del produttore universale fondare l’impero mondiale anglo-americano. All’Oriente è veramente attraverso tempi lunghi, lunghissimi stato agito, pensato ancorandosi ai principi del Testamento di Pietro il Grande — Sentirete ancora in quale misura il Testamento è verità o falsificazione; ma questi sono in realtà cose che hanno un valore veramente subordinato. E a questo che è là nell’Occidente, avrebbe [all’Oriente] dovuto per così dire essere contrapposto un regno universale del consumo — questo ultimo ha assunto oggi già forme cattive. Ma così si fronteggiano questi due regni. Si può dire che fondamentalmente l’uno come l’altro è un’unilateralità cattiva. E in mezzo si strofina quello che come una spinta dell’Occidente appare nella politica liberalizzante di Beust, Andrássy, Tisza, Berger, Lasker, Lasser e così via. Ciò che là appare come una propaggine dell’occidentalità, che si strofina con ciò che viene da Oriente, nella Prussia solo in una forma di polonismo indifferenziato, in Austria nei caratteri che sono là. Poiché effettivamente, in questo slawentum sono rappresentati tutti i caratteri: il Rieger corto, compatto, dalle spalle larghe con il viso largo, quasi quadrato, con lo sguardo enormemente potente — potrei dire che il suo sguardo era potenza — ; in Rieger viveva qualcosa come una persistenza di Palacki, che nel 1848 da Praga aveva rappresentato il panslavismo; il vecchio sciocco Hausner, molto intelligente, ma con lui esce di nuovo un’altra sfumatura di quello che è attivo all’Oriente; e poi tali uomini come circa Dzieduszycki, che parlava come se avesse polpette o gnocchi in bocca, ma completamente intelligente e attraverso e attraverso dominando la materia. Lì si poteva studiare come il germanesimo austriaco conservasse un grande, meraviglioso carattere. Quando nel 1889 ero a Hermannstadt e dovevo tenere una conferenza, potevo studiare il germanesimo che tramontava nei Sassoni della Transilvania — Schröer ha scritto una grammatica del germanesimo Zipser e di quello del piccolo territorio Gottscheer. Ho evidenziato molto della grandezza di questo germanesimo che tramontava nel mio libro «Sul mistero dell’uomo». Là stanno queste figure curiose, che avevano ancora qualcosa della grandezza elementare del germanesimo in sé, come circa Hamerling e Fercher di Steinwand. Ma proprio Fercher di Steinwand per esempio ha tenuto un discorso negli anni cinquanta del 19° secolo, che racchiude in sé tutta la tragedia dell’Europa centrale. Lì disse: A che cosa si deve pensare quando si pensa al futuro del germanesimo? Lì egli descrive — gli zingari, la mancanza di patria degli zingari. È curioso come ai migliori uomini dell’Europa centrale molta cosa sia accaduta profeticamente. E così è, i migliori uomini sono stati in effetti oppressi, e coloro che erano in alto, erano persone terribili. E così questa necessità si è preparata, che però dovrebbe essere propriamente la grande maestra.

È accaduto in questo stato, in Austria, nel quale c’erano tredici lingue ufficiali prima della guerra, è successo veramente così come si è mostrato quanto sia impossibile veramente questo vecchio edificio statale nell’umanità moderna, come sia impossibile quello che si era abituati a chiamare uno stato unitario. Questi tredici diversi popoli — erano nel fondo ancora di più, ma ufficialmente erano tredici —, questi pretendevano con tutta la forza ciò che allora dovette essere espresso come l’idea di triarticolazione. E l’Austria poteva essere letteralmente la grande scuola per questa politica della storia mondiale. Particolarmente se la si è studiata in Austria negli anni ottanta — in allora dovetti assumere la redazione della «Settimanale tedesca» — , negli anni ottanta, quando esteriormente regnava Taaffe, quando Lueger si preparava, allora si aveva veramente l’occasione di vedere le forze motrici. Allora cambiò la firma intera di Vienna. Vienna diventò da una città che aveva un carattere tedesco, a una città di carattere internazionale, quasi cosmopolitano per lo slawentum che penetrava. Si poteva studiare come si sviluppassero le cose. Lì si comprendeva che c’era qualcosa di impotenza in ciò che era uscito dal liberalismo. Era come impotenza quando Herbst parlava. Poi infine accadde che la gente trovasse: questa politica non serve più! Ma non lo trovarono appunto perché interiormente comprendessero la caratteristica di frase di una tale politica come quella di Herbst, che solo astrazioni produceva, ma perché il governo viennese aspirava al mantenimento del prestigio e all’imperialismo e usava l’occupazione della Bosnia e dell’Erzegovina. Quando un uomo come Herbst si opponeva, non si vedeva il vuoto delle sue frasi, ma si vedeva solo che egli non riusciva a calarsi nella politica imperialista. [In contrasto a questo] Plener, che nel fondo parlava le stesse frasi vuote, che però si calava dentro e si convertiva alla gente che era per l’occupazione, perché era uno strambante più grande.

Fu allora quando sotto l’impressione di questa occupazione bosniaca Hausner tenne i suoi grandi discorsi nei quali è profeticamente preannunziato ciò che nel fondo è poi venuto. Era già in ciò che era lì parlato e dove il Testamento di Pietro il Grande giocava un ruolo, qualcosa del presagio di ciò che poi si è sviluppato in maniera così terribile. Proprio nei discorsi che il Conte Polzer ha menzionato oggi e nei quali così spesso il Testamento di Pietro il Grande, così pure i grandi punti di vista della politica slava sono stati toccati, c’è una certa occasione per vedere ciò che si sarebbe dovuto fare se si fosse stati razionali di fronte alla politica britannica e ai suoi grandi punti di vista storici.

La politica, miei cari e stimatissimi presenti, vuole essere studiata come una realtà, come realtà vissuta. E sempre di nuovo devo dire che mi è veramente straordinariamente doloroso quando la gente che riceve i «Punti fondamentali» in mano, non li guarda, che sono stati scritti da una fedele osservazione delle condizioni europee e altrimenti del di vita civile più recente e tenendo conto di tutti i dettagli determinanti. Ma, miei cari e stimatissimi presenti, non si può però veramente in un libro che è stato pubblicato come una specie di libro programmatico, scrivere tutte queste cose nel singolare.

Solo oggi ho accennato in immagini; se però si volesse scrivere su questo, bisognerebbe scrivere cinquanta volumi. Questi cinquanta volumi non si possono naturalmente scrivere, ma il loro contenuto è confluito nei «Punti fondamentali». E questo è il grande — o piccolo — , è il piccolo segno della nostra epoca, che non si sente che c’è una differenza tra le frasi che sono parlate e scritte della realtà, e tutto il gigantesco stupidaggine che oggi passa nel mondo e che oggi propriamente viene trattato come qualcosa di eguale significato di fronte a ciò che da una realtà positiva attinge e che è stato vissuto. Si dovrebbe sentire che questo è dentro i «Punti fondamentali» e non ha bisogno prima della prova dei cinquanta volumi. È una testimonianza di povertà per l’umanità, questa incapacità di sentire, se in una frase, che forse è solo due righe lunga, c’è vita o solo frase giornalistica.

Questo è ciò che è necessario e dove dobbiamo giungere e anche possiamo giungere: poter distinguere il giornalismo e la frase da contenuti vissuti, macchiati di sangue. Senza questo non andiamo avanti. E proprio quando una volta si tenta un orientamento nella grande politica estera, allora si mostra come sia necessario oggi che l’umanità avanzi a una tale distinzione.

Questo è ciò che ho voluto accennare con pochi veramente piuttosto insufficienti periodi agli svolgimenti del Conte Polzer.

In seguito agli svolgimenti di Rudolf Steiner viene data l’occasione per la discussione.

SESTO

9°Sesta serata di studio: punti di vista storici sulla politica estera

Stoccarda, 28 Luglio 1920

Rudolf Steiner: miei molto stimati presenti! Occorre ripetere costantemente — e con questo intendo anche l’oggi più immediato — che un progresso nelle condizioni economiche, statali e spirituali dell’Europa centrale non è possibile se nella visione d’insieme di coloro che partecipano alla vita pubblica non intervengono punti di vista più ampi di quelli che finora, purtroppo, prevalevano nei circoli più vasti. E per questo vi prego di scusarmi se oggi amplierò alquanto la prospettiva e, per così dire, mi propongo di illuminare la politica culturale europea da alcuni punti di vista storici — certamente esposti solo aforisticamente.

Se vogliamo assumere un punto di vista efficace entro le attuali circostanze pubbliche, occorre innanzitutto considerare attentamente il contrasto che esiste da un punto di vista statale, spirituale ed economico tra [tre aree]: la prima area si potrebbe chiamare il mondo dell’Occidente, che comprende in particolare le popolazioni appartenenti all’elemento anglo-americano e nel cui strascico si trovano oggi le popolazioni romanze. Poi, secondo i tre punti di vista indicati, occorre distinguere chiaramente da questo territorio anglo-americano dell’Occidente tutto ciò che si potrebbe definire area culturale centroeuropea. E da questo va distinto un terzo territorio, che è l’Oriente, il vasto Oriente, che sempre più si unisce in un’area compatta — più di quanto qui si sia inclini a supporre sulla base di notizie assai inesatte —, un territorio che comprende la Russia europea insieme a tutto ciò su cui estenderà la sua dominazione oggi già e ancora più domani, e comprende anche buona parte dell’Asia. Non sempre ci si rappresentano in modo sufficiente le considerevoli differenze che esistono tra questi tre territori, e come dalle differenze medesime dovrebbero essere regolate anche le singole misure di oggi secondo i tre punti di vista indicati, se da tali misure dovesse scaturire qualcosa di fertile per il futuro. È veramente deplorevole che continuiamo a sperimentare come senza la consapevolezza che nuove idee sono necessarie a una nuova ricostruzione, anche negoziazioni così importanti come quelle di Spa vengano condotte come se si potesse veramente continuare il commercio odierno con gli stessi pensieri che dal 1914 in poi si sono condotti da soli all’assurdo. Tenterò — come detto, solo aforisticamente, e presenterò l’apparenza di una caratterizzazione tutto sommato generale, ma con il generale sono intese cose molto concrete — tenterò di evidenziare le differenze tra i modi di pensare dell’Occidente, del Centro e dell’Oriente, e si vedrà che da questi pensieri potranno effettivamente scaturire punti di vista fecondi per il presente e il futuro.

Forse possiamo prendere avvio dal fatto che il mio appello pubblicato nella primavera del 1919 è stato frainteso in certi ambienti della Germania, perché muoveva dal presupposto che la Germania, a partire dai settanta anni del diciannovesimo secolo, ha perduto il suo vero compito per ciò che ha tentato di delimitare come Stato e di consolidare gradualmente. Si potrebbe dire: questa Germania si è limitata a creare una sorta di struttura materiale, ma non ha potuto sviluppare entro questa struttura idee portanti, un vero contenuto sostanziale, un contenuto culturale. Ora, si può essere un cosiddetto uomo pratico e screditare coloro che portano le idee come idealisti; ma il mondo semplicemente non progredisce con questi uomini pratici se non fino a crisi, singole o poi universali come quella che si è inaugurata nell’anno 1914. Si può, se in questo senso si è uomini pratici, fare affari, soddisfare interessi particolari, apparentemente soddisfare anche interessi su larga scala; ma per quanto bene stia il singolo e per quanto sembrino buone al singolo le sue imprese — ancora e ancora, sotto questi presupposti deve condurre a crisi, e queste devono infine concentrarsi in una catastrofe come quella che abbiamo provato dal 1914 come la maggiore catastrofe mondiale.

Ebbene, che cosa si presenta a noi come caratteristico entro l’area centroeuropea, specialmente a partire dai settanta anni? Vediamo che, dove riguarda il territorio propriamente ideale — da cui doveva pur venire un certo contenuto culturale — entro l’Europa centrale — anche nella vita politica e sociale — al di là di certe misure lodevoli, in fondo si conduce solo una sorta di discussione teorica. Trovate praticamente tutto ciò che è stato profuso per adattarsi ai bisogni dei tempi, più o meno registrato nelle discussioni — sia nei Parlamenti, sia al di fuori dei Parlamenti — che si sono svolte tra il partito proletario, che sempre più ha assunto carattere socialdemocratico, e i vari altri partiti che dalle loro interessi o tradizioni credevano di doverlo combattere. Vi è stata una grande quantità di critica e controcritica, vi è stato grande parlare, ma: che cosa ne è effettivamente risultato di tutto ciò? Che cosa si è ricavato da questi discorsi come necessario per una ricostruzione di future condizioni sociali, entro le quali gli uomini possano vivere? Coloro fra i presenti che hanno più volte udito i miei discorsi sapranno che non amo intrattenermi in teorie, bensì che dove importa tracciare grandi linee voglio rivolgermi alla pratica immediata della vita. E perciò voglio oggi appoggiare quanto appena ho indicato con elementi della pratica immediata.

Una delle pubblicazioni più interessanti di questi tempi è il libro «I problemi della politica economica della dittatura proletaria» del Professore Varga, nel quale egli descrive quello che egli stesso ha provato, egli stesso ha fatto entro un’area economica europea certamente piccola, ma non troppo piccola. Il libro di Varga è straordinariamente interessante proprio perché qui un uomo descrive quello che egli stesso ha provato, egli stesso ha agito e quello che gli è successo, mentre egli stesso aveva il potere — anche se poteva durare solo brevemente — di strutturare un territorio circoscritto quasi con pieni poteri, di organizzarlo socialmente. Il Professore Varga era infatti Commissario economico, dunque Ministro per gli affari economici durante il breve periodo della Repubblica dei Consigli ungherese, e ha presentato in questo libro appena uscito quello che ha tentato di fare con i suoi colleghi. Era incaricato particolarmente degli affari economici, e descrive come ha voluto rimettere in ordine economicamente l’Ungheria da una visione marxista — da una visione cioè molto vicina a quella leninista —, e descrive con una certa onestà nei particolari le esperienze che ha fatto. Soprattutto descrive esattamente come secondo la ricetta particolare che si poteva applicare in Ungheria, ha espropriato i singoli stabilimenti, come ha tentato di formare una sorta di consigli di fabbrica dai lavoratori dei singoli stabilimenti, come ha poi tentato di raggruppare questi singoli stabilimenti in più grandi organismi economici, e come questi avrebbero dovuto avere il loro vertice in un consiglio economico supremo con commissari economici che da Budapest avrebbero dovuto amministrare questa vita economica. Descrive piuttosto nei particolari come ha fatto questi lavori. È, come detto, un uomo che l’intera sua visione — dunque quella visione che doveva diventare immediatamente pratica, che ha potuto operare economicamente per un paio di mesi entro l’Europa — ha acquisito completamente come il risultato di tutto quello che si è svolto nel corso degli ultimi cinquanta anni tra il partito socialdemocratico e tutto ciò che ha combattuto questo partito socialdemocratico da vari punti di vista. Sta, come detto, con le sue concezioni molto vicino al leninismo; mette in particolare risalto un punto di vista. È chiaro per un uomo come il Professore Varga, che con una certa impulsività taurina descrive i fenomeni — un’impulsività taurina come la conosciamo abbastanza nella vita di partito dell’Europa centrale — è per lui chiaro che solo la severa, rigorosa esecuzione dei principi marxisti, come anche Lenin la vuole, con questa o quella modificazione potrebbe portare salvezza all’organismo sociale; ne era molto convinto. Ebbene, è inoltre un uomo, questo Professore Varga, che non pensa molto grande, non pensa molto intelligentemente, ma che comunque sa pensare; e così sa — e lo descrive anche — che in fondo tutta questa movimento è portato dal proletariato industriale. Ora dalla situazioni particolari, dalle sue esperienze nell’introduzione di ciò che voleva realizzare in Ungheria, gli è diventato chiaro: che certamente i proletari industriali sono gli unici uomini che così fermamente come lui stesso volevano stare ai postulati del marxismo e si aspettavano qualcosa da loro, ma che il proletariato industriale, così come la popolazione urbana in genere, sono coloro che se ne cavano peggio, quando davvero praticamente si inizia a fare qualcosa con questi principi. Le brevissime esperienze gli mostrarono che inizialmente solo la popolazione rurale ha qualche possibilità di cavarsela meglio con questi principi. La popolazione rurale se la cava meglio perché questi principi marxisti riportano tutta la cultura a un certo stadio primitivo. Questo stadio primitivo della cultura però non è applicabile alla struttura della vita urbana, al massimo a quella della vita contadina in campagna. E così il Professore Varga deve confessarsi, sebbene sia marxista — è per lui più o meno così scontato come il fatto che il teorema pitagorico è giusto — deve confessarsi: dobbiamo prepararci al fatto che il proletariato industriale e la popolazione urbana dovranno soffrire la fame.

Ora viene quello che un uomo come il Professore Varga trae come conseguenze da tali premesse. Dice: sì, ma primo il proletariato industriale nelle città avrà idealismo, aderirà a questo ideale anche quando deve soffrire la fame. Ebbene, appartiene certamente alla vuota retorica dei tempi moderni che se qualche idea non funziona — un’idea che però si vuole ritenere assolutamente giusta — allora si maschera quest’idea come un idealismo per il quale eventualmente si possa soffrire la fame. L’altra conseguenza che Varga trae è questa: dice: sì, certamente inizialmente diventerà molto, molto peggio nelle città e per la popolazione industriale; ma poi, se è stato male abbastanza a lungo, allora diventerà un giorno meglio; perciò i proletari industriali e gli urbani in genere devono essere rimandati al futuro. Così dice dunque: sì, inizialmente certamente si fanno esperienze molto deprimenti; ma in futuro andrà meglio; e ha davanti a sé non i consigli di fabbrica molto mansueti che troviamo verso l’Occidente, bensì quei consigli di fabbrica del tutto radicali sorti dal radicalismo della forma leninista e come sono stati introdotti nell’Ungheria dei Consigli. Poiché non da alcun genere di amministrazione precedente vengono determinati coloro che tengono in ordine l’intero apparato economico, questi vengono scelti dalle loro stesse file. E così per il Professore Varga è risultata l’esperienza — ha potuto viverlo tutto lui stesso come esperienze — ha detto, ed è una confessione interessante: sì, inizialmente è certamente risultato che quegli uomini che vengono scelti e che in realtà dovrebbero provvedere alla produttività del lavoro, si occupano di stare negli impianti in ozio e litigare, e gli altri lo vedono, lo trovano più piacevole e tutti vorrebbero avanzare a queste posizioni; e così nasce uno sforzo generale di avanzare a queste posizioni. È una confessione interessante di un uomo che non aveva soltanto l’occasione di elaborare teorie sulla conformità alla realtà del marxismo e del leninismo, ma aveva anche la possibilità di trasferire le cose nella realtà. Ma qualcosa è ancora molto più interessante. Varga mostra ora come tali commissari economici — che proprio dovevano essere istituiti per aree più vaste, sebbene del resto occorresse procedere in modo piuttosto burocratico — non avevano in realtà né l’inclinazione né la possibilità di fare qualcosa di reale.

Vedete, il libro di Varga sulla Ungheria dei Consigli è dal punto di vista della storia culturale contemporanea straordinariamente interessante attraverso i resoconti che vanno molto nel particolare e che sono interessanti nei loro particolari proprio come le poche cose che ho ora indicato. Nel libro però per me il più interessante era qualcosa che sta all’incirca in tre righe. Direi che l’assolutamente più importante è proprio quello che il Professore Varga dice quando parla dei compiti dei commissari economici e del modo in cui non potevano adempierli. Dice: Sì, questi commissari economici avranno però solo una certa importanza e guadagneranno in futuro, se si trovano per i loro posti le giuste personalità. Il buon Professore Varga sembra non riconoscere affatto quale potente confessione sta proprio in queste tre righe, che appartengono al più interessante dell’intero libro. Vediamo del tutto inconsapevolmente la confessione di un uomo che, per così dire, è cresciuto con forza leniniana dalle idee del ventesimo secolo e che ha avuto la possibilità di trasferire queste idee nella realtà; vediamo la confessione [il contrario] di ciò che continuamente e ancora è stato predicato in quasi ogni assemblea socialdemocratica: Sì, è falso, completamente falso, se la gente crede che la storia derivi dalle idee, dalle genialità delle singole personalità; giusto è invece che le personalità stesse e tutto ciò che possono sviluppare in idee deriva dalle condizioni economiche. — Fu dunque sempre ripetuto da questi uomini quanto fosse sbagliato che gli uomini contassero sulle idee e sulle personalità, e come occorresse contare esclusivamente con le relazioni di produzione, che come una sovrastruttura da sé spingono fuori ciò che sono le idee direttrici. Ora viene un uomo a [effettivamente introdurre le idee marxiste], e dice: Sì, queste idee sono tutte molto belle, ma potranno essere attuate solo quando avremo le giuste personalità. — Difficilmente ci si potrebbe immaginare che più potentemente venisse condotto all’assurdo ciò che è precisamente l’essenziale, il nervo, l’impulso più intimo del modo di pensare di un uomo come Varga, questo commissario economico centrale, questo ministro per gli affari economici nella Ungheria dei Consigli. Mostra molto chiaramente che ciò che era stato compilato nelle aree centroeuropee come idee per il futuro doveva fallire nel momento in cui ci si metteva a costruire qualcosa di positivo da essa. Bisogna solo leggere questi resoconti, ascoltare questa confessione, e si vede come sia impotente in realtà un uomo così, che le circostanze dei tempi hanno spinto a una posizione di comando in un paese comunque importante, e a quali conclusioni arrivi un uomo così nel settore economico.

Ma è interessante anche a quali conclusioni arrivi un uomo così nel settore statale. Vedete, bisogna tenere insieme le esposizioni del Professore Varga con le circostanze dei tempi. Forse vi ricordate come continuamente negli ultimi decenni lamentele siano state levate dai più diversi lati, che tutti gli uffici fossero inondati non di specialisti tecnici, non di specialisti commerciali, ma inondati da giuristi. Vi ricordate quante discussioni vi siano state su questo fatto dal funzionamento dell’antico Stato. Anche in altre questioni, specialmente nella nazionalizzazione delle ferrovie, furono sempre gli specialisti veri quelli che dovevano ritirarsi sullo sfondo, e i giuristi erano quelli a cui nel complesso si attribuiva il massimo valore e che occupavano le posizioni più importanti. Ora, il Professore Varga, come parla dei giuristi, ai quali del resto appartiene? Come parla di altri sostenitori dello Stato, di conduttori dello Stato, di impiegati di Stato? Parla in modo che dice: non si tiene in alcun conto loro, vengono semplicemente aboliti, cessano di avere importanza; i giuristi di tutti i tipi devono inserirsi nel proletariato, perché non si ha bisogno di loro quando si vuole socializzare la vita economica. — Notate come qui subito due cose si scontrano: lo Stato di élite dei giuristi, che ha spinto i giuristi alla superficie, e lo Stato socialista, che dichiara inutile questo intero sistema di giurisprudenza. Dunque nello Stato socialista i giuristi vengono semplicemente eliminati, non ci si pensa. Quello è gente su cui non si conta ulteriormente. Non si calcolano quando si vuol suscitare un nuovo ordine sociale. E la vita spirituale, quella viene semplicemente regolata dal lato dallo Stato economico. Cioè, non veniva regolata affatto nei pochi mesi della Repubblica dei Consigli ungherese. Perciò Varga lì non ha ancora esperienze; espone solo le sue pure teorie.

E così vediamo proprio come questo Professore Varga, di cui un’opera, per così dire, in una prospettiva di storia mondiale è notevole, abbiamo inserito nella letteratura contemporanea, vediamo come questo uomo in realtà non affonda radici in alcun luogo nella realtà. Tutt’al più egli affonda radici nella realtà con l’unico triviale motto, con l’unica ovvietà: se si vuole che un ufficio sia opportunamente provvisto, allora si deve mettere la giusta persona. Tutto il resto è paglia, è roba senza valore; ma questa roba senza valore avrebbe dovuto diventare realtà in un territorio pur non strettamente delimitato. Certo, un uomo così trova tutte le scuse per il fatto che l’Ungheria dei Consigli è finita così rapidamente — attraverso l’invasione romena e qualcos’altro. Ma chi guarda più profondamente in queste cose deve dirsi: semplicemente, perché l’Ungheria è un territorio più piccolo, dunque perché tutto ciò che è dissolvente, tutto ciò che è dissolvente e corruttore aveva un cammino più breve dal centro Budapest fino alla periferia del paese, perciò nella Ungheria dei Consigli molto rapidamente si è mostrato ciò che anche in Oriente, in Russia, dove il cammino dal centro Mosca fino alla periferia è più grande, si mostrerà anche, sebbene naturalmente in cose che possono molto preoccuparci.

Vedete, nel fondo abbiamo a che fare con i personaggi di comando, con i veri personaggi di comando, solo con due generi. Da un lato abbiamo quei comandanti che sono all’incirca come l’attuale Cancelliere del Reich — si dice ancora «Cancelliere del Reich» —, che gioca una figura antichissima nelle trattative internazionali, che ancora lavora con le idee più slavate, e dall’altro lato personalità come il Professore Varga, che voleva fondare qualcosa di nuovo — un nuovo che però è nuovo solo dal fatto che le sue idee più rapidamente conducono alla dissoluzione. Le idee degli altri conducono anche alla dissoluzione, ma perché non procedono così radicalmente, la dissoluzione procede in modo più sciatto, più lentamente; quando il Professore Varga viene con le sue idee, accade in modo più radicale, più netto.

Prendiamo ora le idee occidentali. Come detto, si potrebbe descrivere molto, ancora fino a domani, ma voglio solo dare alcuni punti di vista. Vedete, si può pensare dal punto di vista morale o dal punto di vista della simpatia e antipatia umana come si vuole su questi popoli occidentali, specialmente sulla politica culturale anglo-americana — eventualmente la si chiami anche una politica senza cultura; non voglio litigare su questioni di gusto. [Non voglio parlare di questo], bensì voglio parlare su necessità storiche e politiche, su ciò che come impulso, come impulso agiva nella politica inglese negli stessi decenni in cui in Europa centrale si discuteva così teoricamente, da cui nascevano inizialmente idee varghiane. Chi guarda a questa politica inglese trova che le sta a fondamento innanzi tutto qualcosa che è un tratto, un tratto fondamentale — non deve piacere a nessuno, ma è un tratto fondamentale — attraverso il quale le idee agiscono, attraverso il quale le idee fluiscono.

Come si dovrebbe caratterizzare adeguatamente il contrasto di questa Europa centrale e di questi paesi occidentali anglo-americani — vi appartiene anche il seguito coloniale in America —? Allora si vorrebbe dire: Straordinariamente caratteristico è che in questo tratto che va soprattutto attraverso la politica commerciale, attraverso la politica industriale dei paesi occidentali, qualcosa è sempre chiaramente percettibile — non dico comprensibile, ma chiaramente percettibile — qualcosa che si esprime anche come idea. Nel 1884 uno storico inglese, il Professore Seeley, nel libro «La diffusione della Gran Bretagna» ha descritto la cosa. Voglio porvi dinanzi con le sue stesse parole, preferibilmente i pochi testi che chiaramente e distintamente esprimono di che cosa si tratta. Seeley dice nel suo libro «The Expansion of England»: «Fondammo il nostro impero in parte, come si deve ammettere, pervasi dall’ambizione della conquista, in parte da intenzioni filantropiche, per porre fine a enormi mali». — Intende mali nelle colonie. Cioè, viene deliberatamente perseguita una politica di espansione — il libro intero contiene questa idea — un’estensione della sfera di potenza della Gran Bretagna sul mondo. E viene perseguita questa estensione, perché si crede che questa missione, che consiste nell’usare le forze di espansione economica, sia toccata in sorte al popolo britannico — più o meno come nel passato al popolo ebraico è toccata una certa missione. Uno storico l’esprime: In quegli uomini che in Inghilterra agiscono — intendo commerciano — che sono gli industriali, che sono i colonizzatori, che sono uomini che amministrano lo Stato, in tutti questi uomini vive una falange compatta della conquista mondiale. È quello che questo storico Seeley esprime. E i migliori uomini dell’Inghilterra, che sanno anche dalle società segrete di che cosa si tratta, l’enfatizzano esplicitamente: Il nostro impero è l’impero insulare, abbiamo intorno il mare, e secondo la configurazione di questo nostro imperio toccato ci questa missione. Perché siamo un popolo insulare, perciò da un lato dobbiam conquistare per ambizione e dall’altro per filantropia — reale o creduta — tentare di eliminare i mali che sono in paesi del tutto incolti. Tutto questo è da istinto popolare, ma così da istinto popolare che in ogni momento si è pronti a fare l’una cosa, non a fare l’altra, se si tratta di avanzare in qualche modo verso il grande scopo dell’estensione dell’essere britannico. Che cosa si sa dunque [dell’essere britannico]? Vi prego, miei molto stimati presenti, di considerare molto attentamente proprio quello che ho detto — che cosa si sa dunque da esso? Si sa, gli Inglesi pensano: Siamo un popolo insulare. Questo è il carattere del nostro imperio, che è eretto su un’isola. Non possiamo essere altro che un popolo conquistatore. — Se qualcuno ha il gusto di dire «un popolo di ladri», che lo faccia, oggi non importa, importano solo i fatti e la tendenza politica, perché questi effettuano qualcosa; i giudizi di gusto sul campo dove ci occupiamo non effettuano nulla.

Si sa dunque [in Inghilterra], di condurre una politica, specialmente sul campo economico, che procede da una chiara conoscenza di che cosa si è come popolo sul territorio della terra dove si vive. Questo è senso della realtà, questo è spirito di realtà.

Come stava invece in Europa centrale? Quale aiuto porta il fatto che qui continuamente ci si abbandona a illusioni? Qui non si farà mai avanti. Si progredisce soltanto dal fatto che ci si guarda la realtà negli occhi. Come stava in Europa centrale nello stesso tempo in cui sempre più e più si cristallizzava il volere inglese in ciò di cui ho appena parlato, che procede da una chiara conoscenza del territorio su cui si agisce —, come stava nello stesso tempo in Europa centrale? Ebbene, in Europa centrale non abbiamo affatto a che fare con un simile conoscere dei compiti che derivano dai territori su cui si vive — non affatto. Prendiamo il territorio da cui è derivata la disgrazia in Europa, l’Austria-Ungheria; questa Austria-Ungheria è stata per così dire creata dalla storia più recente al fine di fornire la prova di come uno Stato moderno non deve essere.

Vedete, questa Austria-Ungheria comprendeva — non posso elaborare più avanti oggi, voglio solo caratterizzare oggi del tutto aforisticamente ed esternamente — questa Austria-Ungheria comprendeva innanzi tutto i Tedeschi che vivevano nei paesi alpini e nella Bassa e Alta Austria, che erano scissi nelle più diverse convinzioni, comprendeva inoltre a nord i Cechi con forti tracce di tedeschi nella Boemia tedesca, inoltre a est la popolazione polacca, ancora più a est la popolazione rutena, poi i vari altri popoli che vivevano a est dell’Austria-Ungheria, principalmente gli Ungheresi e più a sud i popoli slavi del sud. Miei molto stimati presenti, tutto questo viene tenuto insieme allo stesso modo da un’idea portatrice di realtà come quella [degli Inglesi]: siamo un popolo insulare e perciò dobbiamo conquistare? No! Per mezzo di che cosa venivano dunque tenuti insieme questi tredici diversi [territori linguistici riconosciuti dallo Stato dell’Austria-Ungheria]? Tenuti insieme — posso dirlo, perché ho passato metà della mia vita, quasi trent’anni, in Austria — venivano tenuti insieme unicamente e soltanto dalla politica dinastica asburgica, attraverso questa sfortunata politica dinastica asburgica. Si vorrebbe dire che tutto quello che è stato fatto nell’Austria-Ungheria è stato fatto effettivamente sotto il punto di vista: come si può mantenere questa politica dinastica asburgica? Questa politica dinastica asburgica è un prodotto del Medioevo. Non vi è dunque nulla [per la coesione] che l’interesse egoista di una casa regnante, nulla di simile a quanto si esprime invece nell’anno 1884 presso lo storico inglese Seeley.

E che cosa abbiamo sperimentato nel resto dell’Europa centrale, per esempio in Germania? Sì, devo dire: mi ha sempre profondamente straziato il cuore quando per esempio ho letto qualcosa come spesso accade presso Herman Grimm, che chiaramente e distintamente descrive quel che ha provato durante i suoi stessi anni di studio, ai tempi in cui era ancora un crimine chiamarsi Tedesco. La gente non lo sa più oggi; non bisogna dimenticare, si era Württemberghesi, si era Bavaresi, Prussiani, Turingi e così via, ma non si era Tedeschi. E essere Tedeschi, grandi Tedeschi, era allora Rivoluzione, si poteva confessare solo nel circolo più intimo, era un crimine contro gli interessi egoisti delle case regnanti. Fino al 1848, dice Herman Grimm, presso i Tedeschi il più grande crimine nel campo politico era quello che presso i Francesi era il più grande onore: chiamarsi Francese; chiamarsi Tedesco era [presso i Tedeschi il più grande crimine]. E credo che oggi molti leggono gli «Indirizzi alla Nazione tedesca» di Fichte e non comprendono bene le parole iniziali, perché le riferiscono a qualcos’altro. Fichte dice: Parlo per Tedeschi semplicemente, di Tedeschi semplicemente. — Intende che parla senza considerare le differenze fra Austriaci, Sassoni, Turingi, Bavaresi e così via, appunto a Tedeschi — intende questo rigorosamente [nel senso] di politica interna; nulla in questa frase contiene qualcosa che vada verso l’esterno. [Essere Tedesco nel senso politico] era qualcosa che non doveva essere, che era vietato. Appare quasi sciocco, ma era vietato — in un certo senso secondo quel principio che si trova in un’aneddoto dell’Imperatore Ferdinando, al quale si diede il nome di Clemente, Ferdinando il Clemente, perché altrimenti non aveva proprietà utilizzabili. Di lui si racconta che Metternich gli abbia riferito: A Praga la gente inizia a fare la rivoluzione — allora disse l’Imperatore Ferdinando: Vi è consentito fare questo? — Più o meno secondo questo principio del non-consentito fu il germanesimo trattato fino all’anno 1848. E poi certamente da questo germanesimo si partorì un ideale, che poi andò perduto nella politica di potenza; quell’ideale [dell’unità] si partorì, verso il quale ancora oggi si bramerebbe. Come ha compiuto il suo cammino fatale, lo si vede probabilmente meglio in particolare nell’esempio dell’estetico Vischer, il «V-Vischer», che viveva qui a Stoccarda; era ripieno fino ai settanta anni dell’ideale grande tedesco che sta nelle parole di Fichte: Parlo per Tedeschi semplicemente, di Tedeschi semplicemente. —

Ma poi si è adattato a quelle circostanze che Nietzsche caratterizzò all’inizio dei settanta anni con le parole: Era un’estirpazione dello spirito tedesco a favore dell’Impero Tedesco. — Ma si vede come a denti stretti un uomo come Vischer si trasformava il vecchio ideale nel nuovo, quanto terribilmente difficile gli era presentare il nuovo come una verità di cui si era convertito. L’autobiografia «Antico e Nuovo» di Vischer è in questo aspetto straordinariamente interessante. E in ciò che ho ora esposto sta il fatto che, quando le circostanze mondiali richiedevano la politica mondiale, appunto in Europa centrale non si sviluppò nulla di diverso se non quella discussione senza valore di cui ho parlato. Quello che in realtà avvenne negli anni sessanta, settanta fu politica dinastica contro politica dinastica; quella aveva sostituito ciò che avrebbe dovuto nascere dall’ideale tedesco. Nel fondo, miei molto stimati presenti, Italiani, Francesi, forse perfino Inglesi sarebbero felici se avessero uno storico come Treitschke per i Tedeschi. Lo si può chiamare un ciarlatano — forse lo era, e si può trovare poco gusto nel modo in cui presenta le cose — ma questo Tedesco ha tuttavia trovato parole abbastanza belle proprio per quei Tedeschi che gli erano così cari. Bisognava solo [attraverso la ciarlataneria] vederci. Dovevi farlo anche personalmente. Quando l’ho incontrato una volta a Weimar, per la prima volta — non poteva ormai più udire, gli dovevi scrivere tutto, ma parlava molto forte, accentuato, distintamente — mi domandò: Da dove venite, che tipo di compatriota siete voi? — Gli scrissi che sono Austriaco. Dopo alcuni brevi scambi di battute mi disse: Sì, gli Austriaci, o sono gente del tutto geniale oppure sono sciocchi. — Naturalmente si era avuta la scelta di iscriversi in una di queste categorie, perché una terza non c’era. Era dunque un uomo che parlava in modo deciso. In Treitschke si può leggere abbastanza bene riguardante quel conflitto fra le case che in realtà ha determinato il destino del popolo tedesco, il conflitto fra gli Asburgo e gli Hohenzollern, e Treitschke trova già le parole per dire persino agli Hohenzollern le più amare verità. Ebbene, la cosa curiosa è che se si fa politica nell’ignoranza delle proprie condizioni territoriali, politica come non si può più farla nei tempi moderni, allora sorgono condizioni innaturali. E se si sta dentro a qualcosa di così innaturale, allora si brama, così come il Professore Varga ha bramato e tuttora brama: Sì, se solo si potesse ottenere che alle giuste posizioni stessero le giuste personalità.

Ma la cosa curiosa è: nelle particolari condizioni inglesi questo si è formato da sé da un certo senso della realtà. Mentre in Europa centrale si discuteva di teorie socialiste e antisocialiste, al fine di entrare allora in tentativi di ricostruzione sociale che non potevano portare a nulla, era la conoscenza della realtà delle proprie condizioni che nel Occidente portava uomini alla superficie che realmente facevano al loro posto ciò che si voleva realizzare e che Seeley descrive. Lì il senso della realtà portava i giusti uomini al giusta posto — naturalmente, per noi erano gli ingiusti, ma non era compito loro essere i giusti per noi. Prendete forse subito uno dei più grandi — ce ne furono molti altri, più piccoli —, uno dei più tipici: Cecil Rhodes. Tutta la sua attività si svolge effettivamente in realizzazione veramente pratica, mentre in Europa centrale si teorizzava. In Europa centrale si teorizzava sul futuro Stato. Cecil Rhodes, venuto da condizioni ben modeste, si era elevato fino a diventare il più grande re dei diamanti. Come ci è riuscito? Perché si produce la cosa curiosa — per noi è curiosa —, che gli procurò allora la potente banca Rothschild i maggiori crediti mondiali; glieli procurò a un uomo che aveva una mano pratica, proprio nella direzione di fare affari come Seeley dalle idee britanniche, che si estendono fino alle società segrete, descrive la politica mondiale Britannica. Perché Cecil Rhodes era un uomo che non soltanto commerciava, ma continuamente e ancora e ancora tornava in Inghilterra, si ritirava nella solitudine, studiava Carlyle e simili uomini, da cui gli rifulse: La Gran Bretagna ha una missione, e noi ci mettiamo al servizio di questa missione. E che cosa ne risulta? Innanzitutto è la banca Rothschild, [che gli fornisce crediti] — dunque un’impresa bancaria che era intrecciata con lo Stato, ma tuttavia nata da condizioni private. Ma poi: A che cosa è capace un uomo come Cecil Rhodes? È capace di considerare tutto quello che si potrebbe chiamare lo Stato britannico, semplicemente come uno strumento per la politica di conquista inglese — e con una grande visione — unito alla fede nella missione Britannica. È capace, come molti altri — solo che è uno dei più grandi — di usare lo Stato britannico come strumento per questo e di far rilucere ciò che realizza sulla crescente e ancora crescente potenza britannica. Tutto ciò è soltanto possibile dal fatto che c’è una consapevolezza nella popolazione inglese del particolare compito storico mondiale come popolo insulare. E dal dall’Europa centrale nulla poteva essere opposto a esso che gli fosse stato all’altezza.

Che cosa succede nell’Occidente? Cresce una politica economica portata da personalità che insieme si fonde con la politica di Stato. Perché crescono insieme? Perché la politica inglese è andata completamente nel senso dei tempi moderni, e nel senso dei tempi moderni è solo quando si è in grado di comprendere le idee dalla realtà in cui si vive. Lì può crescere insieme politica di Stato e politica economica. Ma lo Stato inglese è uno Stato che come tale esiste solo sulla carta — è un conglomerato di condizioni private. È soltanto una frase quando si parla dello Stato britannico; si dovrebbe parlare della vita economica britannica e di antiche tradizioni che vi si inseriscono, di antiche tradizioni spirituali e simili. Nel senso come la Francia è uno Stato, come la Germania si sforza di diventare uno Stato, la Britannia non è stata mai uno Stato. Ma si è compreso il territorio su cui si viveva; si è organizzata la vita economica così come corrispondeva a questo territorio. Vedete, oggi le persone pensano come l’Inghilterra dovrebbe essere altro, come l’Inghilterra non dovrebbe perseguire la politica di conquista mondiale, come dovrebbe diventare «brava». Come se la immaginano molte persone oggi da noi, così non potrebbe più essere l’Inghilterra; perché ciò che fa e ha fatto si basa sul suo intero essere proprio come imperio insulare. Può svilupparsi ulteriormente solo perseguendo la stessa politica più avanti.

Come stava invece in Europa centrale? Lì, in Europa centrale, non si sviluppò alcuna comprensione per i territori su cui si viveva; non si trovò alcuna idea di una missione adeguata alla propria realtà, mancava questo grande tratto. Mentre nell’impero britannico ciò che si chiama Stato, ma non è, si lasciava usare molto bene proprio dai più capaci politici economici come uno strumento della politica dell’Inghilterra, [in Austria-Ungheria] le cose si separavano; lì non ci si poteva abbandonare se non all’illusione che per ciò che dovrebbe essere la politica austriaco-ungherese, si potesse usare il territorio su cui si stava. Lì le cose si separavano, che in Inghilterra crescevano insieme. E lo studio delle condizioni austriaco-ungheresi presenta addirittura qualcosa di grottesco, perché si tentò di creare un territorio economico da un punto di vista dal quale non poteva affatto funzionare. Perché avrebbe dovuto la politica dinastica austriaca fin dall’inizio essere una sorta di [politica economica dinastica]. Sì, se la politica dinastica asburgica fosse stata la politica della casa mondiale Rothschild, allora avrebbe potuto svilupparsi una politica economica dinastica; ma dalla politica dinastica austriaca non poteva svilupparsi qualcosa come politica orientale e simili. Ciò non funzionava, lì le cose si separavano. Parimente in Germania, sebbene non avessi l’occasione di osservarla così chiaramente come le condizioni austriache.

Si potrebbero anche descrivere le condizioni orientali e mostrare come lì nemmeno si è venuti a una discussione. A Occidente si era ultimata ogni discussione; quella era propriamente dai tempi di Cromwell, potrei dire, completata. Poi si sviluppò il Pratico. Nel territorio di mezzo si discuteva e vi si arrivava a credere che il Pratico è quello che risulta da una mera necessità astratto-logica. Poi a Oriente non si arrivò affatto nemmeno a [tali discussioni], bensì si arrivò a che semplicemente venisse preso l’Occidentale, che uno Zar, Pietro il Grande, lo portasse verso Oriente oppure che un Lenin si immergesse nelle conversazioni occidentali e le portasse verso Oriente. È davvero solo il mantello a essere cambiato, perché in fondo Lenin è esattamente uno Zar come erano gli Zar precedenti. Non so se gli riesce come al Signor Ebert, di cui raccontano coloro che l’hanno osservato in Slesia che è arrivato fino a imitare il cosiddetto vilhelminismo fino al giusto cenno del capo; non so se anche questo sia il caso per Lenin. Ma per quanto altro possa essere il mantello, in realtà abbiamo ancora uno Zar davanti a noi, soltanto in un’altra forma, che ha portato l’Occidente lì dentro l’Oriente. Questo determina quel conflitto innaturale della compressione di attese dell’intero Oriente con idee non comprese dall’Occidente. È davvero curiosa la cosa che gli sta così per la Russia, che 600 000 uomini controllano strettamente le decine di milioni degli altri e che questi 600 000 vengono controllati di nuovo dai pochi communi del popolo. Ma questo può essere il caso soltanto per il fatto che a colui che così brama una ristrutturazione del mondo come l’uomo dell’Oriente, all’inizio non gli si nota nemmeno come il suo bramare viene soddisfatto. Se a Mosca fosse venuto un altro con idee del tutto diverse: avrebbe potuto sviluppare lo stesso potere. Pochissimi uomini dell’epoca odierna avvertono questo, perché la maggior parte di loro sta completamente nell’assenza della conformità alla realtà.

Che cosa risulta però da tutto ciò che ho appena tentato di esporre solo aforisticamente? Ne risulta che a Occidente sarà necessario molto tempo fino a che — attraverso la fusione dei cosiddetti interessi statali con gli interessi economici — l’idea della triarticolazione diventi popolare. E ne risulta anche che l’Europa centrale è il territorio dove questa idea deve assolutamente mettere radici inizialmente, perché gli uomini devono comprendere che le vecchie condizioni hanno disperso tutto qui. Tutto è già in fondo diviso; lo si tenta soltanto di mantenere insieme con i vecchi fermi che non valgono più. La triarticolazione è proprio già lì sotto la superficie, si tratta soltanto che uno l’assuma nella coscienza e plasma la realtà così come quello che sotto la superficie è già presente. Ma questo naturalmente richiede che si sappia finalmente che non si può fare nulla con le vecchie personalità e che personalità devono prendere il loro posto che sono chiare sul fatto che quello che questi vecchi personalità pensano è stato condotto ad absurdum dall’anno 1914 in poi e qualcosa di nuovo deve prendere il loro posto. Questo è quello che ho tentato di chiarire già durante la sciagurata guerra mondiale a coloro che forse avevano la possibilità di agire per le cose. E in questo sta il fondamento per cui dal provvisorio esito della catastrofe mondiale nella rivoluzione mondiale si tenta di introdurre l’idea della triarticolazione in quante più teste sia possibile; perché di quello che abbiamo bisogno sono possibilmente molti uomini con le idee della triarticolazione. Durante la guerra mondiale non si è compreso che alle quattordici proposte astratte di Woodrow Wilson avrebbe dovuto contrapporsi la concreta triarticolazione da un’autorità. I pratici l’hanno trovata impratica, perché proprio non hanno una vera idea del legame fra idea e pratica. Certamente, le Quattordici Proposte di Woodrow Wilson sono impratiche tanto quanto è possibile. E forse è la maggiore tragedia che sia potuta capitare al popolo tedesco, che perfino l’uomo su cui nei giorni ultimi del tempo catastrofico si contava, che poteva ancora diventare Cancelliere del Reich dall’antico regime, che perfino questi era capace di prendere in qualche modo sul serio le Quattordici Proposte di Wilson. Provvisoriamente queste Quattordici Proposte si sono concluse nell’impossibilità della Lega delle Nazioni astratta; la loro impossibilità la mostrano praticamente a Versailles e Spa. Ma quello che hanno compiuto, nonostante siano astratte, è che hanno messo in movimento eserciti e navi. E mettere in movimento qualcosa è quello che anche le proposte che verranno attraverso la triarticolazione nel mondo dovrebbero; se non proprio eserciti e navi, allora tuttavia dovrebbero mettere in movimento gli uomini, cosicché potesse di nuovo esserci un organismo sociale capace di vivere. Questo può accadere soltanto per il cammino della triarticolazione — questo è stato esaminato da vari punti di vista qui.

Oggi ho voluto esaminarla da un paio di punti di vista della storia più recente. Questa storia più recente si deve naturalmente considerare da punti di vista diversi da quelli da cui generalmente si considera, se in essa regna solo la scolasticità. Da questa scolasticità ci porterà fuori la triarticolazione in quanto la vita spirituale viene liberata. E dalla vita spirituale liberata potranno allora essere messe al loro posto quelle personalità di cui perfino un Professore Varga deve oggi dire: se le avessimo, allora forse la storia sarebbe andata bene. — Ma è certo: per i cammini del Professore Varga non si giunge a quelle personalità che potranno stare al loro giusto posto.

Dopo l’esposizione di Rudolf Steiner prendono la parola varie personalità con domande e considerazioni:

Max Benzinger: se noi vogliamo realmente la realizzazione della triarticolazione, allora dobbiamo assolutamente andare al pubblico con questa idea. Non basta semplicemente esortare che si portino persone interessate alla serata di studio.

Siegfried Dorfner: nei «Punti nodali» si dice che i mezzi di produzione solo finché sono fabbricati devono avere un prezzo. Se una fabbrica produce mezzi di produzione, per esempio torni: dunque il tornio deve avere un prezzo solo finché viene fabbricato? Allora però la fabbrica che lo produce non avrebbe una copertura. I mezzi di produzione finiti non possono essere pagati?

Rudolf Steiner: se si producono torni e si vogliono vendere come torni, allora non sono ancora mezzi di produzione. Sono ancora merci e non mezzi di produzione; mezzi di produzione sono solo quando sono nella comunità sociale per produrre. Si tratta di vedere il concetto di mezzo di produzione nel vero processo sociale.

I torni sono mezzi di produzione solo dove vengono utilizzati solo come mezzi di produzione; fino a allora vengono venduti come merci, e chi li compra è consumatore.

Un altro partecipante alla discussione: si è parlato di merci. Non si deve distinguere tra merci da agricoltura e merci da industria? Le merci dal settore agricolo generalmente generano un surplus, mentre le merci dall’industria operano con bilancia negativa.

Rudolf Steiner: questa cosa naturalmente oggi dovrà essere interpretata in modo fraintendente, perché non viviamo in condizioni tali da ottenere, per così dire, un grande bilancio quando si incassano semplicemente tutte le cose prodotte in un bilancio di un’area economica chiusa — un simile bilancio non può affatto risultare. Non potete semplicemente inserire la nostra attuale agricoltura in una bilancia totale quando avete così e così tante [cariche ipotecarie] su possedimenti, e poi confrontarla con l’industria. Se dico che in fondo l’industria è sempre dovuta a vivere da ciò che viene prodotto dal suolo e dal terreno, allora dovete mettervi da parte tutto quello che si è insinuato fra noi e per cui, per così dire, viene fuori solo un bilancio offuscato e totale. Se quello che non può essere merce cessa di essere merce, cioè il suolo e la terra e la forza di lavoro umana, se diventa merce solo ciò che nel senso della triarticolazione può circolare fra produttori e consumatori, allora si potrà allestire un bilancio dove si vede che ogni volta le spese necessarie per l’industria devono essere coperte dai surplus dell’agricoltura.

Che oggi non sia così è naturalmente una cosa ovvia. Ma viviamo in tempi in cui un vero bilancio totale appoggiato sulla produzione di un’area economica chiusa dovrebbe risultare. Quello che ho lì addotto è già stato da lungo tempo riconosciuto sul versante della vita economica. Non è vero, troverete sottolineato persino da Walter Rathenau, che ogni industria è un bene divoratore, cioè che continuamente proventi devono entrare nell’industria e continuamente deve essere anticipato. Ma questo deve venire da qualche parte, e può venire soltanto da quello che sono i proventi di suolo e terra. Ma nei nostri attuali bilanci questo non viene affatto espresso.

Signor Roser: È un segno dei nostri tempi che un uomo come Varga dovesse stabilire che mancavano gli uomini giusti. È necessaria un’educazione della massa. Ma anche in noi nel movimento della triarticolazione mancano gli uomini giusti. Sarebbero assolutamente necessari, perché la triarticolazione deve essere propagandata su larga scala.

Emil Molt: Deve veramente accadere qualcosa. Questo dovrebbe essere evidente a chiunque, già solo con lo sguardo a se stesso.

Un altro partecipante alla discussione: vorrei ancora rivolgere una domanda al Signor Dottor Steiner. Nella Frankfurter Zeitung è uscito di recente un articolo dove è stata posta la domanda ovvia: come può la vita spirituale essere effettivamente liberata, quando pure deve essere finanziata dalla vita economica? Come risponde il Signor Dottor Steiner a questa domanda, che alla manifestazione di cui l’articolo riferisce non è stata sufficientemente risposta?

Rudolf Steiner: noi qui abbiamo affrontato molto spesso questa questione come si comporterà il sostegno economico della vita spirituale. E la nota nel giornale deve semplicemente essere inesatta se si riferisce alle nostre discussioni nel movimento della triarticolazione nel complesso.

Intermezzo

Certo è potuto accadere da qualche parte che qualcuno non potesse dare informazioni; ma quante volte è stato detto da me stesso che nella triarticolazione non si tratta di una tripartizione degli uomini, bensì di un’articolazione [dell’organismo sociale] in tre organismi vitali che necessariamente devono svilupparsi l’uno accanto all’altro: la vita spirituale, la vita statale e la vita economica. Gli uomini certo staranno in tutti e tre i membri. E così è del tutto naturale che quello che le personalità che stanno nell’organizzazione della vita spirituale hanno da amministrare come Spirituale della vita spirituale, che questo costituisce solo un membro. Quelle personalità che portano la vita spirituale, ma devono anche vivere. Perciò si articoleranno in organizzazioni economiche. E non ci sarà differenza se un’organizzazione del genere consisterà, per dire, di insegnanti o musicisti oppure di calzolai o sarti. Perché l’organizzazione economica non serve a che venga provvista soltanto l’una o l’altra area della vita economica, bensì a che tutti gli uomini siano economicamente sostenuti. E poiché stanno nel settore economico dell’organismo sociale complessivo, saranno economicamente sostenuti.

Si rimane stupiti di come le cose siano male interpretate qui. È affiorata anche davanti ai nostri — se così posso dire — occhi da-triarticolazione uno schema grazioso che era stato elaborato da un partito socialdemocratico radicale a Halle — così bello secondo le regole scolastiche, non è vero, come si fanno gli schemi. Così sono (vengono disegnati) così bellamente in alto i posti centrali della vita economica — naturalmente in alto c’è solo uno. Poi si articola ulteriormente verso il basso. Se andasse così, allora il futuro Stato socialista sarebbe qualcosa che corrisponde all’ideale massimo della burocrazia. Ma proprio alla fine si trovavano tre così più piccoli dipartimenti che erano dedicati alla vita spirituale. E di questi tre dipartimenti alcuni signori ne erano così entusiasti che dicevano: Lì sta dentro tutta l’idea della triarticolazione.

Ebbene, a questo stava soprattutto l’idea sbagliata che si articoli l’organismo sociale in qualche modo così. Non deve essere articolato così, non più di come l’organismo umano sia articolato in tre parti una accanto all’altra. Eppure stanno nell’organismo umano tre parti: siamo una volta uomo-capo, uomo-torace e uomo-metabolismo. Ma non soltanto il capo è uomo-capo, bensì il capo si estende su tutto l’organismo umano; all’uomo-capo appartiene l’intero sistema nervoso-sensi. E l’uomo-cuore di nuovo non si trova soltanto nel cuore; il senso del calore per esempio è esteso su tutto il corpo, dunque il corpo intero è anche uomo-cuore. E abbiamo il ritmo dappertutto, anche nel sistema del capo. I sistemi si penetrano reciprocamente. Posso solo esporre ora in modo astratto, ma le corporazioni della vita spirituale semplicemente staranno anche come corporazioni economiche. Soltanto queste corporazioni spirituali avranno lì le loro organizzazioni nella parte economica dell’organismo sociale complessivo, e quello che esse faranno lì non potrà fluire nella organizzazione della parte spirituale dell’organismo triarticolato.

Ci sono oggi moltissime ragioni per avere su queste cose visioni fraintese; tali visioni si sono sempre di nuovo trovate, persino presso professori universitari. Questi professori universitari che pure dovrebbero stare nella vita spirituale. Ma quando si dice loro che dovrebbe essere del tutto naturale che coloro che stanno nella vita spirituale formino una comunità con i loro pari al fine di amministrare la vita spirituale stessa — ha già parlato Klopstock di una repubblica di studiosi — allora si può spesso sperimentare che un professore universitario dice: no, [non voglio questo], perché allora non sarebbe importante un referente al ministero della cultura, bensì il mio collega; no, io preferisco il referente al ministero della cultura piuttosto che il mio collega.

Quindi si tratta del fatto che non pensiamo nulla di quello che sta come i tre stati, classe d’insegnamento, classe militare e classe lavorativa, che noi non pensiamo nulla di quello [nelle attuali condizioni sociali], bensì che siamo chiari che gli uomini oggi non sono triarticolati, [separati in stati]. [Dobbiamo essere chiari] che l’uomo sta in tutte e tre le parti dell’organismo sociale completamente. Allora si potrà anche comprendere come chiunque debba agire nella vita spirituale o debba agire nella vita statale, eppure stia completamente nella vita economica e da essa deve essere economicamente sostenuto. Così si tratta del fatto che gli uomini stanno nell’organismo sociale complessivo.

SETTIMO

10°Settima serata di studio: le attuali condizioni di crisi economica

Stoccarda, 15 Settembre 1920

Emil Leinhas introduce l’assemblea e concede la parola a Rudolf Steiner.

Rudolf Steiner: signore e signori! Se le cose stessero come oggi molte persone credono che stiano nella vita politica, anzi nella vita pubblica in generale, allora bisognerebbe veramente disperare di poter agire attraverso l’intervento personale, attraverso l’azione umana immediata per migliorare le condizioni sociali. Bisogna ricordare in particolare che oggi esiste un gran numero di persone che credono che le condizioni economiche si sviluppino quasi come fenomeni naturali. Credono che gli eventi economici si dispieghino l’uno dopo l’altro con una necessità causale che si può certamente paragonare a quella necessità con cui, per esempio, un corpo di una determinata composizione comincia a bruciare quando viene messo in relazione con un altro in una determinata maniera. Così pensano molte persone. Ritengono che, se per un certo tempo si sia sviluppato nel corso economico qualcosa come un andamento di congiuntura favorevole, allora semplicemente da questo andamento favorevole debba svilupparsi come una crisi. Segue allora per un certo tempo un cattivo andamento degli affari con il peggioramento delle condizioni economiche, finché non si verifichi una sorta di ripresa e per così dire una ripresa nella vita economica. Tali presentazioni sono state formulate soprattutto negli ultimi tempi da teorici del pensiero economico, da economisti nazionali che preferibilmente vogliono rappresentare tutto dal corso esterno delle cause e vogliono escludere completamente l’intervento della volontà umana. Si è addirittura affermato che, per esempio, la significativa crisi economica nazionale dell’anno 1907 doveva necessariamente seguire dal rialzo che l’aveva preceduta. Si potrebbe forse credere che l’osservazione di tali eventi che si estendono su vasti ambiti della vita economica come congiunture favorevoli e sfavorevoli riguardi meno il singolo. Ma non è così. E soprattutto chi vuol intraprendere qualcosa in un certo momento deve sempre prestare attenzione al tipo di costellazione congiunturale in cui si viene a trovare.

È comprensibile che una tale convinzione di una connessione causale necessaria nell’economico si sia sviluppata come conseguenza di tutto il pensiero scientifico-naturale degli ultimi tre-quattro secoli. Sapete, è in particolare la concezione teorica del sociale che si dedica al marxismo a perdersi in tali idee e che vuole anche conformare il suo agire pratico secondo tali idee. Per molte persone oggi sembra davvero dilettantesco opporsi a una cosa simile, poiché ci si rapporta proprio al pensiero scientifico-naturale come a un ideale, e addirittura ci si rappresenta come un progresso che questo pensiero scientifico-naturale si sia esteso anche alla vita pratica. Qui la scienza dello spirito deve intervenire correttivamente, poiché solo da queste concezioni, che da qui sono sempre state sostenute, può emergere una sana concezione sociale. E la scienza dello spirito può intervenire correttivamente dall’intera sua essenza, poiché non ha assolutamente nulla della teoricità e dell’astrazione che caratterizza il pensiero materialistico-scientifico-naturale dell’epoca più recente. Ma questo modo di pensare induce l’uomo a non guardare ai fatti della vita, bensì a farsi offuscare questi fatti della vita con ogni sorta di teorie.

Nei miei «Punti cardine della questione sociale» ho sottolineato come proprio il proletariato contemporaneo sia in realtà il più dedito a una concezione del mondo assolutamente teorica. Questo semplicemente perché il proletariato contemporaneo, non compreso nei suoi sforzi da una borghesia che si sviluppa sempre più in modo materialistico, ha ricevuto semplicemente il materialismo rappresentato da questa borghesia come concezione del mondo e quindi crede in questo materialismo come in un vangelo invincibile e semplicemente non può uscirne fuori. La scienza dello spirito non deve ridursi a teorie, non deve soprattutto tendere verso alcun fantastico. Poiché se ci si porta come scienziato dello spirito la tendenza al fantastico, allora si distorce tutto ciò che si osserva nel mondo spirituale, lo si rende caricatura; si può giungere solo a un mondo completamente distorto. La scienza dello spirito esige come base necessaria da parte dei suoi seguaci che essi si educhino a ciò che è reale — anzi, direi proprio — fino a un certo grado sobrio. Ma poiché ci si educa precisamente nel campo dello spirito in primo luogo a una logica chiara e rigida, in secondo luogo però anche a un’attenzione ai fatti, si è completamente in grado di portare questa educazione nella vita pratica ordinaria e anche lì di lasciar parlare i fatti nel modo giusto con tutto il loro peso.

Cosa fa il teorico dell’economia nazionale, e cosa fanno tutti coloro che seguono una tale scuola, quando vogliono studiare per esempio una cosa come la crisi economica dell’anno 1907? Studiano innanzitutto cosa è avvenuto economicamente nell’anno 1906, arrivano così in una congiuntura favorevole. Cercano poi, all’interno di ciò che è stato, di trovare le cause della conseguente rovina economica. Se si procede così, ci si può mettere d’accordo con ogni sorta di concetti nebulosi e allora si è completamente incapaci di pensare correttamente nella vita sociale. Se invece ci si è educati alla scienza dello spirito, allora ci si chiede quali siano i fatti economici, e allora per la crisi dell’anno 1907 — si potrebbe anche scegliere un altro esempio — scopriamo che in America c’era un potente gruppo di magnati finanziari che possedeva più di trenta banche e più di trenta lunghe linee ferroviarie e molte altre cose. Questo potente consorzio comprava in tutta tranquillità una certa carta speculativa, che veniva scambiata anche in borse europee, in quantità così grandi che quasi tutta questa carta era in possesso di questo consorzio di magnati finanziari. Poi si indusse, attraverso ogni sorta di speculazioni economiche, banche europee — e imprese europee in generale — a comprare tali carte «a consegna». Si portò a termine il fatto che un gran numero di persone comprava tali carte a consegna. Supponiamo ora che una certa impresa avesse concluso un acquisto a consegna di tale carta, per rivenderla poi di nuovo; ed era così che le stesse banche in America insieme con imprese europee concludevano nello stesso momento acquisti a consegna di questa carta in larga scala. Un’impresa europea così cominciava da un lato a comprare queste carte e dall’altro lato si obbligava a venderle dopo un certo tempo — ma non le possedeva, perché queste carte erano state tutte precedentemente acquistate da questo gruppo finanziario, dal gruppo Morgan; doveva dunque comprarle di nuovo da loro. Le imprese europee avevano così assunto in larga scala l’obbligo di consegnare tali carte. Nel frattempo, nel tempo che passò tra la speculazione e il termine di consegna, si riuscì dall’America a innalzare enormemente il valore di questa carta, e la conseguenza di ciò fu uno straordinario sovraccarico del mercato monetario europeo, cosa che allora provocò quella crisi. Cioè, una pura speculazione finanziaria, provocata da un certo numero piuttosto esiguo di individui umani, ha causato questa crisi. Coloro che conoscono questa crisi si ricorderanno che allora lo sconto bancario in Inghilterra salì fino al 7%, in Germania persino temporaneamente fino all’8%, e uno sconto bancario elevato è sempre un barometro per le crisi. Era dunque questa crisi effettivamente causata dalla volontà di quelle persone.

E su tali fatti, cioè su fatti molto specifici e concreti della vita — non su teorie generali — bisogna guardare se si vuol comprendere la vita, anche nelle sue manifestazioni sociali. Può certamente essere molto ingegnoso, enormemente ingegnoso e imponente, quando per esempio Karl Marx fa derivare dalla forma economica con una certa necessità quello che allora pensano gli uomini. Ma in fondo tutto questo è elaborato nello studio, ed è proprio una caratteristica molto significativa il fatto che il prodotto più puro dello studio, il «Capitale» di Karl Marx, sia divenuto popolare nel proletariato come un vangelo. Ma se si vuol conoscere la vita, allora bisogna guardare la vita stessa. Allora si troverà come proprio la scienza dello spirito educa a una visione della vita — certo a una scomoda. È infatti in fondo molto più comodo formulare teorie astratte che non calarsi nella vita reale. E ora direte: Ma le cose che dicono i teorici e che gli agitatori portano nel popolo come qualcosa di plausibile concordano — poiché non si deve fare altro che ricordare con quanti numeri, con quale statistica sicura vengono solitamente fornite queste cose. I nostri libri che esistono oggi sul corso della vita pubblica, soprattutto sulle concezioni economiche, abbondano proprio di dati statistici, poiché cosa potrebbe essere più giustamente espresso di quello che si può documentare con numeri. Ma esistono anche altre statistiche che in una certa direzione addirittura sembrano rappresentare un corso naturale ed esprimibile per mezzo della scienza naturale della vita umana. Prendete per esempio le statistiche assicurative come base di un ramo della vita del tutto pratico, dell’assicurazione sulla vita. Ci si calcola quanti uomini di un certo numero di ventunenni vivranno ancora dopo trent’anni e quanti saranno morti. Questo dà, se si prende il numero sufficientemente grande, numeri molto costanti: di un certo numero di ventunenni vivono ancora dopo trent’anni solo ancora tanti. Da ciò ci si può allora calcolare la somma che la persona in questione dovrà versare, e ci si può dire: è proprio così che qui la statistica persino fornisce qualcosa con cui nella pratica della vita si può calcolare fino a un certo punto. Sapete forse che esiste anche una statistica sui suicidi; sapete che per tale statistica non si deve fare altro che prendere un territorio sufficientemente grande e un periodo di tempo sufficientemente lungo, per poter dire con abbastanza esattezza: in questi anni su questo territorio si uccideranno un numero tale di uomini. Ma ha ragione colui che dall’apparente necessità che in cinque anni su un certo territorio si verifichino un tale numero di suicidi vuol trarre la conclusione logica che gli uomini non sono liberi, bensì che dalla stessa costrizione secondo cui una pietra cade in terra, anche questi uomini devono uccidersi? Non ha ragione. Dal fatto che un certo numero di cosiddette leggi statistiche esistono, la volontà libera dell’uomo non viene eliminata. Non può assolutamente parlarsi del fatto che le cosiddette «leggi» statistiche dicano qualcosa sulla volontà libera dell’uomo, persino quando dovesse accadere che voi a cinquant’anni dobbiate constatare che con eccezione di voi tutti coloro che come ventunenni erano stati contemplati dalla statistica siano già morti al massimo entro il cinquantesimo anno — non per questo dovete necessariamente uccidervi. La statistica, sì anche la statistica sui suicidi, è destinata a qualcosa di completamente diverso che non dire qualcosa sulla volontà libera dell’uomo. E proprio come nessuna legge economica è in grado di dire qualcosa sul libero intervento dell’iniziativa umana negli affari economici. Certo c’è qualcosa di diverso.

Supponiamo che gli eventi vengano così come sono venuti all’inizio dell’anno 1907. Il 1906 era una congiuntura economica favorevole; questo ha creato in un gran numero di persone certe abitudini di vita. E si può dire: se gli uomini per un paio d’anni sono in una situazione tollerabile, allora acquisiscono certe abitudini di vita. E se tali abitudini di vita si sono sviluppate, allora coloro che proprio vogliono sfruttare una tale situazione possono fare qualcosa come quello che ha fatto il gruppo Morgan nel 1907. Allora possono dirsi: ora le persone hanno voglia di fare questo o quello, quindi speculiamo su questo! È proprio come quando in un paese ci sono certe influenze sfavorevoli che spingono gli uomini al suicidio. Ma tuttavia: gli uomini si appropriano del suicidio da libera volontà, nella misura in cui si può parlare di libera volontà nella vita ordinaria — me ne sono espresso nella mia «Filosofia della libertà». Ora è proprio così che non dalla costellazione precedente della vita economica consegue quello che poi accade, bensì consegue solo da quello che gli uomini fanno. E se ora questi uomini fanno qualcosa che si può per così dire «calcolare», cosa lo testimonia allora?

Allora non si deve fare altro che guardare a un processo che vi sarà noto a tutti. Supponiamo che stia lì il cane Tyras, e gli teniate davanti un pezzo di carne; potete calcolare con abbastanza esattezza cosa fa: afferra. E sarà in rarissimi casi che il cane Tyras non afferri il pezzo di carne. Ma se l’uomo in una situazione del tutto determinata fa qualcosa di calcolabile, allora questo testimonia solo che il suo livello di anima è sceso; e quanto più si può calcolare o determinare causalmente nella vita sociale, tanto più si indica con questo che gli uomini sono più scesi a un livello animale. E così testimonianze di suicidi e altri calcoli, per esempio su congiunture favorevoli o sfavorevoli, non provano nulla di diverso se non il tipo di condizione animica degli uomini; certo però allora si devono anche esaminare le circostanze temporali, l’atmosfera generale in cui è possibile tale o tale condizione animica. Una cosa come quella che ha fatto il gruppo Morgan nel 1907 e attraverso la quale innumerevoli esistenze sono state precipitate nella miseria in Europa, poteva accadere solo in questo tempo; una cosa simile per esempio non sarebbe stata possibile centocinquanta anni prima.

Come è accaduto che una cosa simile sia divenuta possibile? È accaduto attraverso l’emancipazione del mercato monetario dal mercato delle merci. Questa emancipazione risale circa agli anni 1810-1815. Solo in questo periodo da un precedente dominio puramente economico della vita pubblica basato sul commercio delle merci è divenuto un dominio attraverso il mercato monetario. Solo in questo periodo il sistema bancario è divenuto veramente dominante nella vita economica. E provocare tali situazioni economiche attraverso il corso del puro mercato monetario — in una misura come era divenuto possibile nel 1907 in modo grandioso — questo è sorto solo dal fatto che il denaro è divenuto un vero astratto. È divenuto un astratto che da allora semplicemente si estende su tutta la nostra vita economica e anche sulla nostra vita restante.

Pensiamo ai tempi in cui l’uomo era cresciuto insieme con quello che produceva. Il denaro era allora in fondo solo una sorta di equivalente per il prodotto di merce prodotto; lì si era legati al prodotto di merce. Non era proprio del tutto indifferente cosa si producesse, bensì ci si cresceva insieme con il proprio prodotto di merce. Questo oggi è già divenuto leggendario, e poteva accadere allora qualcosa come ciò che ora porto come esempio. Quando una volta venni a Budapest e mi feci tagliare i capelli, trovai un parrucchiere che davvero con entusiasmo si tagliava i capelli e che disse: «non aspiro a un guadagno, aspiro solo a un bel taglio.» Lui l’espose in modo da fare davvero l’impressione di una sincerità e onestà interiore. Questo essere cresciuti insieme con il proprio prodotto è oggi completamente perduto, e si ha solo ancora lo sforzo di ricavare una certa somma per provvedere ai propri bisogni. Oggi si tratta solo ancora del ricavo sul capitale o del salario. E così come si diffondono i principi astratti generali su tutto il possibile, così il denaro divenuto astratto si diffonde su tutto il possibile. È infine nel senso di molte persone oggi completamente indifferente se si vuol ricavare un certo numero di marchi al giorno, se per questo si fabbricano scarpe o libri di testo. Questo denaro emancipatosi dalla reale realtà della vita ha reso possibile quell’atmosfera in cui allora tali processi potevano accadere come quello dell’anno 1907 — e tuttavia questi processi provengono completamente dalla volontà degli uomini!

Volevo con queste parole solo indicare come la scienza dello spirito miri ad afferrare la realtà nella sua vera forma. Proprio il materialismo — tanto quello scientifico-naturale come quello storico — si è completamente allontanato dalla realtà; non fa che teorizzare ancora. La scienza dello spirito deve rivolgersi alla realtà. Perciò non si lascia annebbiare da concezioni teoriche; ma per questo proprio giunge a una vera comprensione della vita. Per questo appunto è destinata a poter promuovere efficacemente una ricostruzione sociale nel futuro.

Si è formato a poco a poco l’uso di contare nella vita economica nazionale solo ancora con cose come offerta e domanda o simili, con le relazioni di mercato, di scambio o di reciprocità. Lì si intende propriamente sempre solo qualcosa di astratto, quello che si presenta come ricavo, come resa. E se gli uomini oggi pensano a questioni economiche, allora questo accade propriamente non diversamente, cosicché si conta solo con il fattore di resa. Per così dire si guarda la vita economica intera unilateralmente, poiché si esclude tutto quello che ha a che fare con il consumo. Il consumo deve semplicemente — direi — risultare automaticamente da quello che si ricava come resa per un certo prodotto. Ci si guarda, quando si entra in una certa attività, quanto essa frutta, ma non quale tipo di consumo con questa attività è in connessione. Non si conta affatto con la qualità particolare dell’articolo, nella misura in cui è un articolo di consumo; ci si pensa economicamente nazionale solo verso il lato della resa, del lato della produzione, non verso il lato del consumo. Ma quando si omette completamente di rivolgere il pensiero economico verso il lato del consumo, allora il consumo si anarchizza a poco a poco, allora il consumo vi sfugge a poco a poco.

Ora però questo consumo ha una determinata particolarità: sta in una certa connessione causale con la morale umana, con la condizione animica umana; rispetto alla produzione però sta in modo opposto in connessione con la condizione animica umana. Nella produzione gioca certamente anche la morale, il lato animico; così lì il lato animico è la causa. Se io produco un articolo con cui inganno gli uomini, allora questo proviene da una morale storta. Ma il modo in cui vivono gli uomini, cioè quali possibilità di consumo essi usufruiscono, se essi consumano questo o quello, questo ha un effetto causale sulla condizione animica, sulla morale. E questo fattore non si conta in tutta la moderna economia nazionale. Perciò questa economia vi sfugge. Se si pensa in modo sano, allora è chiaro: è quasi impossibile comprendere dalle relazioni di produzione perché gli scioperi dal 1907 al 1919 sono aumentati dell’87% — certo qualcosa di questo risiede anche nelle relazioni di produzione. Ma si riceve subito un’immagine di cosa effettivamente si tratta se si guarda alle relazioni di consumo.

Ora nella vita economica odierna tutte queste cose sono in una determinata connessione. Certo i nazionali-economisti e gli economisti hanno riflettuto su questo, ma non hanno riflettuto sulle vere cause e connessioni, perché il loro conteggio andava solo al rendimento. L’economista odierno sa davvero poco da dire sulla connessione di una certa produzione con gli scioperi, e ancora meno sulla connessione del consumo con questi scioperi. Sa, da ciò a cui è abituato a pensare, cosa l’una o l’altra produzione rende di ricavo.

Sa per esempio, se è un fabbricante parigino di Cri-Cri — prendiamo un caso radicale del passato — che i Cri-Cri possono essere un articolo molto favorevole per un paio d’anni. Questi Cri-Cri erano piccolissimi strumenti; in un corpicino di metallo era infilzata una lamina d’acciaio, e quando con questo strumento in tasca si andava per strada e si toccava questa lamina di acciaio, allora faceva un suono orribile, così che gli uomini per la strada erano terribilmente infastiditi da questo suono. Era così negli anni settanta del secolo scorso; allora le strade erano divenute assolutamente insoffribili attraverso questi Cri-Cri. Ma il ricavo dell’inventore dei Cri-Cri era molto grande; è divenuto milionario molte volte, ma non ha per nulla conteggiato quello che questo produce dal lato del consumo. Poiché naturalmente per la vita umana sarebbe stato sufficiente se non fossero stati fabbricati Cri-Cri. Ma ora conteggiate quanti uomini sono stati impiegati in queste fabbriche di Cri-Cri; con questi ricavi hanno mantenuto il loro consumo. Questo consumo di tanti lavoratori di Cri-Cri è così sorto da inutile lavoro umano. Tutto questo ha effetto nella vita sociale; il lavoro umano inutile ha conseguenze enormi nella vita sociale.

Potrei anche scegliere un altro esempio. Già Lichtenberg una volta disse: Il 99% di più di opere letterarie viene fabbricato in un anno, di quanto l’intera umanità ha bisogno per la sua felicità. Si può dire questo anche con riferimento al presente: Se il 99% di meno di libri fosse prodotto, probabilmente sarebbe grande fortuna per l’umanità. Pensate solo ai mucchi di lirica — che naturalmente vengono sempre da geni incompresi — dove una tiratura di trecento-cinquecento pezzi viene prodotta e per lo più non vengono venduti nemmeno cinquanta, quanta inutile fatica viene compiuta allora. Quella potrebbe essere risparmiata, e avrebbe un effetto straordinario sulle relazioni di consumo degli uomini. Cioè, se si conta solo con i ricavi, allora non si ha affatto bisogno di avere una relazione con i veri bisogni della vita, si può del tutto al di là di essi regolare la vita. Questo sta nella nostra grande crisi attuale, nel nostro declino. Poiché coloro che contano ancora nel vecchio stile economico nazionale non possono vedere nessuna connessione tra il lavoro umano inutile e la miseria umana.

Qui può allora intervenire la scienza dello spirito e fornire le grandi connessioni, perché la scienza dello spirito non mira mai a qualcosa di unilaterale, bensì all’onnilaterale. Non intendo una scienza dello spirito che aspira alle altezze astratte mistiche, bensì una scienza dello spirito che vuol educare l’uomo a rendersi utile per la vita e pratico. La scienza dello spirito, quando viene applicata correttamente, è un’educatrice per la vita, per un vero sviluppo della vita ricco di vita. Perciò potrà fondare un’economia nazionale che conosca la connessione tra la mancanza di desiderio di lavorare e la produzione di certi prodotti inutili.

Che da tale modo di pensare scientifico-spirituale abbiano origine praticamente imprese, questo era appunto il pensiero fondamentale di una cosa come il «Giorno Che Viene». Naturalmente non si può subito mettere una tale impresa riguardante tutte le misure concrete particolari su una base sana. Ma se una tale singola impresa viene guidata da tutte persone che sono pervase da un’educazione che proviene dalla scienza dello spirito, allora i provvedimenti pratici andranno anche da sé nel senso di non caricare gli uomini di inutile lavoro, bensì di solo lavoro necessario; si avrà semplicemente da conteggiare con il consumo nell’economia nazionale. Solo così potrà nascere quello che conduce di nuovo a un’ascesa.

Per coloro che vogliono solo ricavi, è indifferente per cosa producono o per cosa vengono remunerati; poiché ricevono denaro per questo. Il denaro è astratto nella vita economica, e con esso si può avere tutto. Si tratta appunto di dare forma alla nostra economia nazionale cosicché dipenda in modo onesto dall’umana volontà, non in modo disonesto. Come dipende in modo onesto dalla umana volontà? Attraverso le associazioni. Se avete associazioni, allora quello che accade nella vita economica ha effetto dalla volontà degli uomini che partecipano a queste associazioni. Allora si tratterà tra le singole associazioni; allora trattano persone vive l’una con l’altra, e quello che si produce nella vita economica, questo proviene da tale trattativa di persone vive l’una con l’altra nelle associazioni. Se deve fondarsi una fabbrica, allora non si rifletterà solo sotto il punto di vista che essa debba fruttare una certa somma nella congiuntura attuale, bensì si partirà dalla visione d’insieme su quello che è necessario. Non si ha bisogno di massime statali per questo, poiché tutto questo casermerebbe, ma si ha bisogno per questo delle conoscenze di coloro che lavorano nei singoli stabilimenti e nei singoli settori. Solo così si scoprirà se uno stabilimento è necessario. E se è necessario, allora si può produrre, e così si può anche guadagnare su di esso. Per la via delle associazioni sarà escluso tutto quello che potrebbe ottenere un’influenza nociva. Allora non si potrà agire da pure considerazioni finanziarie, così come per esempio ha fatto il gruppo Morgan, bensì allora si lavora da puri bisogni economici. È strano come per molte persone nel presente sia difficile lasciarsi coinvolgere nelle realità della vita. Lasciarsi coinvolgere in queste realtà della vita è la richiesta più importante del presente. Si può anche domandare: Da dove viene che gli uomini nel presente si sono così allontanati dalla vita reale? — Questo è venuto appunto dal materialismo, poiché il materialismo ha la particolarità che educa all’astrazione. La scienza dello spirito invece ha proprio la particolarità che educa al concreto, alla realtà, alla pratica.

Questo è quello che ho voluto buttare in questa discussione oggi. Ma molte cose saranno necessarie per uscire dalle vecchie abitudini di pensare e sentire. Questo però deve accadere per superare tutti i danni che si sono insinuati nella vita economica più recente e in tutta la vita pubblica più recente. Un tale pensiero oggettivo sarà solo il risultato di una vera immersione nel mondo spirituale. Solo dallo spirituale potrà venire l’ascesa, non dalla mera continuazione di quello che ci si è abituati a considerare giusto negli ultimi decenni, sì quasi in tutta la seconda metà del 19. secolo. E chi oggi non ha la volontà di calarsi interamente radicalmente nel progresso in questa direzione, in un riaprendersi, un ripensarsi — direi quasi una rivita — non potrà contribuire a una vera ascesa; contribuirà solo continuamente a farci precipitare nel declino. E allora certo si avvererà quello che persone come Oswald Spengler nel suo «Declino dell’Occidente» hanno esposto. Allora si verificherà realmente quello che porta la civiltà occidentale nella barbarie. E se non si vorrà arrivare nella barbarie, allora si dovrà volere quello che la barbarie può allontanare, e la può allontanare solo un’educazione spirituale dell’Occidente. Solo tale educazione spirituale aprirà per la prima volta gli occhi degli uomini sulla vera realtà. Tale apertura di occhi ci serve. Se ce la procuriamo, allora andiamo avanti!

Un oratore in discussione: I lavoratori dei Cri-Cri certamente hanno provocato consumo inutile, ma sarebbero stati comunque, anche se avessero fabbricato altri prodotti, come consumatori. Come spiega il Sig. Dott. Steiner questa differenza?

Rudolf Steiner: La domanda in sé può certamente essere posta, ma se viene posta così, allora non viene propriamente pensato fino in fondo a cosa conta. Conta infatti sul fatto che non si deve guardare solo a quello che accade a un certo punto della vita, bensì che si deve guardare a quello che emerge dalle connessioni della vita. È giusto: questi lavoratori dei Cri-Cri sarebbero apparsi anche come consumatori se non avessero fabbricato Cri-Cri, se cioè non avessero svolto questo inutile lavoro. Ma in questo caso avrebbero svolto lavoro necessario, e questo ha un significato economico-nazionale del tutto essenziale. E su questo conta. Ci sono moltissime persone che si ritengono pratiche; leggono i «Punti cardine» e trovano che questi pensieri siano un’utopia. Il vero stato dei fatti è che proprio queste persone sono utopisti non pratici. E poiché questa non-pratica utopistica in fondo domina tutta la vita, cosa ci ha portati nella situazione attuale, le persone in generale sono poco ricettive a quello che nel vero senso è pensato in modo pratico.

Ma se proprio pratici entrano nel pratico, allora si è sempre felici. Così mi disse recentemente un pratico dal nord che i «Punti cardine» dirigono l’attenzione su ciò che è più importante: sul problema del prezzo. I rappresentanti dell’economia nazionale ora si occupano di ogni cosa possibile, ma non del fatto che il prezzo di una merce è propriamente qualcosa che non deve superare una certa altezza né scendere al di sotto. Questo ha visto questo pratico. E non appena si vede che il problema del prezzo è così importante che propriamente i problemi di salario e di capitale scompaiono dietro di esso, allora si sta sul terreno di un pensiero sano. Certamente i lavoratori dei Cri-Cri sarebbero apparsi anche come consumatori, ma non si deve considerare questo in questa connessione. Poiché quello che la vita economica fa e quello che infine ha a che fare con la posizione di prezzo della merce, questo è strettamente connesso col fatto se viene svolto lavoro necessario o inutile.

Avevo una volta negli anni 1902 o 1903 una conversazione da tavola con un conoscente su cartoline illustrate. Dissi: non amo molto scrivere cartoline illustrate, non scrivo affatto cartoline illustrate; poiché devo rappresentarmi che con ogni cartolina illustrata un postino in alcuni casi deve salire molte scale — solo per una cartolina illustrata — e questo lavoro vorrei risparmiarglielo, poiché le cartoline illustrate non appartengono propriamente alle necessità di vita. Su questo l’interessato disse: ma io so, rendo gioia agli uomini con le cartoline illustrate, e ne scrivo molte, e questo contribuisce alla gioia; e se allora da qualche parte il postino non basta più per portare le cartoline, allora dovrà esserne assunto un altro ancora, e questo contribuisce allora al mantenimento della vita per un secondo. — Ma l’interessato non pensò ancora più oltre: poiché se si assume un postino in più per le cartoline illustrate, allora con questo non si produce nulla di quello che è necessario per la vita. Se però si producono solo le merci necessarie per i bisogni fondamentali di vita, allora il volume di questa produzione significa una determinata posizione di prezzo. Chi poi svolge lavoro inutile, rimarrà comunque consumatore di cose necessarie per la vita, il che produce una falsificazione della posizione di prezzo. Se dunque uno non porta più inutilmente cartoline illustrate, non aumenterà più la massa del lavoro inutile; piuttosto allora svolgerà un lavoro giusto, conforme ai bisogni necessari, e questo avrà un’influenza essenziale su tutta la formazione del prezzo nell’economia nazionale.

Due cose contano per gli affari che si riferiscono alla vita pratica, di cui solitamente se ne considera solo una. Conta in primo luogo se una cosa è giusta, e in secondo luogo se è conforme alla realtà. Gli uomini credono che sia sufficiente se una cosa è giusta; ma deve essere anche conforme alla realtà, e fintanto che questo pensiero conforme alla realtà non prenderà piede nel modo più diffuso, non possiamo uscire dalla miseria della vita. Chi dunque pensa che i lavoratori dei Cri-Cri in ogni caso appaiano come consumatori, che fabbrichino Cri-Cri o no, non considera che riguardo a lavoro necessario o inutile l’economia nazionale viene trasformata. Su questo conta. Questo guardare a che cosa è importante e necessario, questo è quello che dobbiamo appropriarci per la vita sociale. Questo dovrebbe essere inaugurato innanzitutto attraverso i «Punti cardine» e l’intero movimento di triarticolazione.

Walter Kühne deplora il fatto che nessun socialista si sia fatto avanti per la discussione. Ci si sarebbe potuto aspettare che soprattutto socialisti si dessero avanti per la discussione di tali questioni e mettessero la discussione in moto, poiché proprio in Marx e Engels la questione della produttività del lavoro e il rapporto tra produzione e consumo giocano un grande ruolo. Anche Tolstoj ha affrontato questa questione, ma al contrario di Marx e Engels ha visto la sua soluzione più nel fondare piccole organizzazioni. Rispetto a queste due unilateralità mostra appunto la triarticolazione la giusta via di mezzo.

Un partecipante alla discussione è dell’opinione che oltre ai Cri-Cri ci siano ancora altri oggetti che appunto sarebbero creati specialmente per rovinare, per esempio granate. La fabbricazione di tali oggetti, di cui il lavoratore sa esattamente che non ha senso fabbricarli, deve condurre a un impoverimento del lavoratore. Perciò il proletariato deve divenire stupido, non potrebbe mai giungere alla sua dignità umana, non potrebbe più avere gioia dalla vita, e l’insoddisfazione verrebbe sistematicamente allevata. Il Dott. Steiner dice che ci aiuterebbe solo il passaggio a un’economia di fabbisogni, ma questo potrebbe anche essere effettuato solo dall’uomo. Il Dott. Steiner pone appunto valore sull’uomo, ma con gli uomini che per decenni sono stati resi stupidi è semplicemente impossibile stabilire in breve tempo un nuovo sistema economico. Perciò vorrebbe rivolgere la domanda al Signor Dott. Steiner: si può affatto con la generazione attuale fondare un nuovo sistema economico?

Siegfried Dorfner: E come si potrebbe regolare in un nuovo sistema economico la questione del consumo? I bisogni degli uomini sono molto diversi; alcuni hanno bisogni di stivali di vernice elevati, altri di cartoline illustrate. Quali bisogni si possono proibire o impedire, o come si possono regolare i bisogni?

Signor Roser: Il Signor Dott. Steiner ha indicato le cause più profonde della crisi del 1907. Allora erano all’ordine del giorno enormi serrate di lavoratori. Si diceva allora: noi operai abbiamo lavorato così tanto su giacenza che non sarebbe più possibile mantenere l’industria a un livello alto. Si potranno impedire tali crisi finanziarie solo se al capitalista viene tolto l’olio del motore, il capitale. Le crisi vengono provocate perché il capitale è mezzo di produzione e perché si tenta di concentrarlo in un punto o di metterlo fuori uso in un altro. Sono convinto che perciò in poche settimane si manifesteranno le nuove catastrofi, e ora mi interessa sapere quali saranno le prossime crisi e come procederanno.

Un partecipante alla discussione chiede come la sovrapproduzione nel campo della letteratura si possa condurre in modo ragionevole in una produzione normale che corrisponda ai veri bisogni dell’umanità.

Infine viene posta ancora per iscritto la domanda: quali sono i fondamenti spirituali della scissione del mercato monetario dal mercato delle merci dal 1810 al 1815? Come agiscono questi fondamenti in altri ambiti che non sono ambiti economici?

Rudolf Steiner: Per quanto riguarda innanzitutto gli stivali di vernice elevati, vorrei dire che per questo vi sono certamente connessioni di vita in cui uno vorrebbe acquistare tali cose, ma si vedrebbe come anche certi desideri scomparirebbero, se semplicemente le produzioni inutili cessassero. Naturalmente, quando si parla di una regolazione del consumo, allora in un certo senso si è già di nuovo su un certo sentiero sbagliato. Regolare il consumo in modo alquanto dittatoriale non va bene. Ma se tutte le relazioni economiche fossero impostate nel senso di far scomparire gradualmente il lavoro inutile, allora questo nel complessivo ambito della vita economica aveva una certa conseguenza. La conseguenza sarebbe che chi vuol inutilmente gli stivali di vernice elevati non potrebbe pagarli. E poiché una cosa è connessa con l’altra, ci si deve rendere conto che non si devono combattere direttamente i bisogni inutili, poiché essi necessariamente scompariranno con altre condizioni economiche. Poiché questo farebbe di uno un tiranno. Nella vita è così che, se si vuol mantenere la libertà, non si può abolire qualcosa da un giorno all’altro. Ma certe cose cessano sotto l’influenza di condizioni mutate da sé. Se un tale nuovo pensiero economico nazionale prende piede, che il lavoro inutile deve scomparire, allora scompariranno anche tali bisogni inutili, rispettivamente non ci saranno più soldi per essi. Questo emerge solo da conoscenza della connessione pratica di vita. Le relazioni di consumo non possono essere ordinate attraverso nessun «provvedimento», bensì solo attraverso un certo progresso della vita.

Questo vorrei dire anche riguardo alla letteratura, dove naturalmente contano solo le relazioni sociali; si può davvero avere un cuore per colui che vuol stamparsi poesie liriche. Lì posso sempre solo indicare l’esempio della nostra casa editrice di Berlino. Quella non aveva mai libri che non fossero stati venduti. Aveva molti libri che erano molto fortemente richiesti, ma mai libri che fossero accatastati a mucchi e non venduti. Quella era sempre costruita su quello che si può chiamare un bisogno spirituale. Un libro veniva stampato solo quando si sapeva: ci sono per il libro tanti lettori. Il lavoro cominciava con il fatto che la materia viene portata agli uomini e una comunità di lettori viene trovata; attraverso dittatura non si faceva una cosa simile. Dal punto di vista economico-nazionale deve dirsi che proprio per mezzo di questa casa editrice non veniva svolto lavoro inutile. Si tratta di dove nella vita economica nazionale si comincia con il lavoro. Se si parte dalla comprensione dei bisogni, allora gradualmente si producono solo tali prodotti necessari, cosicché la produzione non si accumula continuamente dietro, si blocca ai bisogni vitali necessari; allora cioè si produce davanti così che dietro i bisogni realmente presenti possono essere soddisfatti. Se si parla solo dei ricavi, allora si aggioga il cavallo per così dire dalla coda. Si tratta del fatto che si guarda la vita e si sa dove il lavoro dovrebbe cominciare; non si tratta di «regolare» qualcosa, bensì di intervenire nella vita cosicché le cose prendano il loro giusto corso.

Con la crisi attuale si tratta del fatto che essa è un’ultima conseguenza di uno sviluppo lungo; non la si può esaminare come altre, ma tuttavia deve essere esaminata — non secondo teorie, bensì secondo fatti. Vi prego di considerare quello che è accaduto negli ultimi anni. Quanta forza lavoro umana è stata prodotta dal 1914, così che abbiamo fortunatamente portato a termine il fatto che dieci-dodici milioni di uomini sono stati sparati nel corso di cinque anni e tre volte altrettanti sono stati resi disabili? Quanta forza lavoro è stata destinata a questo e così privata alla vita di un lavoro che avrebbe potuto servirla diversamente! Credo che si possa anche sostenere il punto di vista: quello che là è stato prodotto per sparare gli uomini è stato un lavoro «inutile» — avrebbe potuto essere omesso! Si pensi solo a quanto a lungo ancora nel 1912 si doveva riflettere, se si aveva bisogno di un milione per scopi educativi — e com’è che il denaro era subito a portata di mano quando si aveva bisogno di un milione per sprecare. Prendetevi quello che poi seguì dopo: il denaro, che nel corso del 19. secolo si era sviluppato in un astratto, è ora divenuto la massima potenziazione di questo astratto. È divenuto ora veramente il più grande astratto. Guardate quanto il torchio per banconote getta fuori ogni giorno.

Si ha bisogno di tanto denaro propriamente solo se in modo artificiale il consumo per questo viene regolato. Dietro sta il fatto che si è fatto rapina della ricchezza di quello che ancora era rimasto di forze produttive dal 1914 al 1918. Ma questo cessa una volta, e allora verrà la crisi. La crisi attuale è stata provocata dalla più grande leggerezza degli uomini, che si credeva di poter occupare gli uomini per anni con la fabbricazione di cose inutili e di distrarli dal lavoro necessario.

E ora la domanda se con la generazione attuale si possa veramente venire a una costruzione: sono tornato più volte su questa domanda nel giornale della triarticolazione e ho sempre designato come un pensiero sterile il fatto di porre simili domande. Su quale punto ho valore, è la volontà — non così tanto l’osservazione di visione d’insieme su quello che è — bensì l’ispirazione della volontà. E se odo: «con la generazione attuale non si può fare nulla», allora tuttavia devo presupporre che coloro che criticano così la generazione attuale siano essi dell’opinione che con loro stessi si possa fare qualcosa. E poiché ho più valore sulla volontà che sull’osservazione, allora grido loro: ora, dunque venite, allora vogliamo fare qualcosa con voi! Il numero di coloro che «non possono fare nulla con la generazione attuale» sarebbe già grande abbastanza per fare qualcosa; perciò vogliamo riunire questi e lavorare insieme con loro.

C’è stata ancora sollevata la domanda decisiva, quali siano i fondamenti spirituali della scissione del mercato monetario dal mercato delle merci. Possiamo rispondere a una tale domanda solo se ci rendiamo consapevoli che le affermazioni come le ho fatte oggi devono essere prese nel senso assolutamente giusto e che non significhino solo una critica storica relativamente giusta. Quando si dice: attraverso l’emancipazione del denaro è stata creata questa o quella atmosfera — allora conta comunque di considerare questa atmosfera. Quando si considera questo astraersi del mercato monetario, dove è indifferente cosa significa il denaro, allora bisogna indicare che questo è stato necessario per il corso generale dello sviluppo. Ho indicato spesso in questo rapporto come a partire dalla metà del 15. secolo viva nell’umanità civilizzata lo sforzo di staccare l’individualità dall’affinità di gruppo, come la democrazia è sempre più e più divenuta l’impulso dell’umanità, come il singolo uomo deve sempre più e più valere e come deve valere anche quello che più esce dal suo interno. Per questo intero corso di sviluppo dell’umanità l’astraersi della vita economica sotto l’influenza del denaro era una necessità. E si tratta solo di comprendere che tutto quello che nasce, dopo un certo corso di tempo deve subire una correzione, oppure deve venire qualcos’altro che compensi i danni. Poiché nella vita reale non è così che c’è qualcosa di assolutamente buono; tutto nella vita è solo relativo. Non si può dire, se oggi ho gli stivali strappati, che essi siano assolutamente cattivi; bensì è il destino dei buoni stivali che essi col tempo diventino cattivi. Anche nella migliore economia si giunge a danni, quando certi compiti si sono esauriti. Così è anche con l’economia monetaria. Non era dall’inizio dannosa. Si studino le relazioni monetarie al tempo della metà del 19. secolo; hanno contribuito essenzialmente al sorgere della concezione democratica. Poi però venne il tempo in cui un tale astraersi del denaro dovette trovare i suoi limiti. Posso certamente parlare di un’astrazione, poiché si può certamente confrontare la funzione del denaro per esempio con il processo spirituale interno dell’astrazione.

Là c’è un’apparizione rilevante, per esempio nel movimento teosofico. Questo movimento teosofico, con il quale il movimento antroposofico era una volta in una certa connessione, è propriamente un movimento materialistico. Parla sì dei membri spirituali superiori dell’uomo, ma intende comunque, se per esempio parla del corpo eterico, che quello sia qualcosa di più fine, più sottile del corpo fisico, così il corpo astrale sia allora ancora qualcosa di più fine e così via. Si applicano così sempre solo pensieri materialistici, e questi pensieri materialistici si fissano nei capi terribilmente. E quando la gente nel movimento teosofico voleva una volta fare qualcosa di completamente sensato, cominciarono a parlare rispetto alle vite terrestri ripetute dell’«atomo permanente». Intendevano: deve passare qualcosa fisicamente nella prossima incarnazione dell’uomo. Dalla scienza naturale la gente aveva imparato che l’uomo consiste di atomi e alla morte dell’uomo gli atomi cadono in terra. E così gli esoterici si erano inventati la dottrina dell’«atomo permanente»: questo unico atomo non verrebbe seppellito, quello attraverserebbe la morte, e intorno a questo unico atomo permanente gli altri atomi si raggrupperebbero allora nella prossima vita. Là abbiamo sotto l’apparenza di un movimento spirituale il più crasso materialismo. Così è, quando ci si aggroviglia completamente nell’astratto. Così avete l’astratto nella vita animica, e così avete nella vita economica il denaro come merce astratta.

E poiché quello che accade nella vita economica è solo il lato esteriore della vita spirituale, così questa vita economica è veramente connessa con la vita spirituale. Poiché la visione è sbagliata che crede che giù si svolgano solo processi economici e rispetto a questi la vita spirituale sia solo un’ideologia. Giusto però è: la vita economica di un certo tempo e la vita spirituale di un certo tempo — non esattamente dello stesso tempo — si comportano l’una verso l’altra come la noce verso il guscio di noce: la vita economica è sempre l’escrezione della vita spirituale e riceve da essa la sua forma. Perciò, dopo che la vita spirituale si è così astratta, anche la vita economica si può solo astrarre. Perciò abbiamo prima il tempo del pensiero astratto e solo allora il tempo del sistema monetario astratto. Questi sono i rapporti che dovrebbero essere considerati.

Se si considerano questi, allora si riceve il fertile pensiero della triarticolazione dell’organismo sociale. Si comprenderà come i tre arti della vita totale si incastrino l’uno nell’altro e per questo formino un’unità, dandone a ognuno la propria indipendenza. Così è anche nel caso dell’organismo umano. Distinguiamo nell’uomo il sistema nervoso-sensoriale, il sistema ritmico e il sistema metabolico-ricambio. Questo è, considerato funzionalmente, l’intero uomo. Questi tre sistemi agiscono insieme, ma ognuno per sé è relativamente indipendente, e devono essere indipendenti. Nulla di favorevole può nascere quando si mescola tutto insieme. Intorno a un’unità astratta, come la vuole lo stato moderno, come soprattutto lo vuole lo stato socialista di oggi dell’Oriente, non può trattarsi. Può trattarsi solo del fatto che si imparano le condizioni della vita individuale, e allora si vede come si presenta triarticolato. Chi si immette in questo, allora deve comprendere che i tre arti della vita sono in primo luogo indipendenti, in secondo luogo tuttavia agiscono insieme di nuovo e in terzo luogo agiscono insieme al meglio quando prima hanno sviluppato la propria indipendenza. Allora l’unità risulta — e non viene portata da fuori. Un’unità astratta, sterile si distrugge da sé. Quello che però è formato innanzitutto dai membri indipendenti, quello diviene un’unità ricca di vita, diviene quello che può propriamente vivere e crescere. Annotazioni al testo


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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