DEL
CURATORE
«Compreso vi è ancora poco in questa idea della triarticolazione.» (Serata di discussione Dornach, 13 settembre 1920)
Fu in Svizzera che Rudolf Steiner difese per la prima volta pubblicamente l’idea della triarticolazione. Fra il 3 e il 12 febbraio 1919 tenne a Zurigo una serie di quattro conferenze sulla «Questione sociale» (in O.O. 328), che ripeté nelle città di Berna e Basilea. Fu proprio alla conclusione dell’ultimo discorso zurighese, il 12 febbraio 1919, che Rudolf Steiner menzionò pubblicamente per la prima volta il suo appello «Al popolo tedesco e al mondo della cultura!» per una trasformazione della società e invitò gli ascoltatori all’azione attiva (in O.O. 24):
«Solo allora ci avvicineremo a una guarigione dell’organismo sociale, quando non vorremo fondare il nuovo che attendiamo, la guarigione che speriamo, sui pensieri antichi, ma quando con coraggio e forza ci decideremo a rivolgere le nostre capacità all’ulteriore sviluppo dell’umanità attraverso nuovi pensieri, perché dalla nuova concezione soltanto germogli la possibilità di vita della nuova generazione.»
Questi nuovi pensieri formarono la base dello scritto di Rudolf Steiner «I punti cardinali della questione sociale nelle necessità vitali del presente e dell’avvenire» (O.O. 23), al quale si dedicò in quelle settimane. Era previsto che questo scritto fosse pubblicato contemporaneamente in Germania e in Svizzera, ma in due edizioni separate. Così l’edizione svizzera dei «Punti cardinali» apparve quasi contemporaneamente a quella tedesca, nella prima metà di maggio 1919.
Il movimento della triarticolazione non raggiunse però in Svizzera la stessa diffusione che in Germania. Mancava inizialmente un corrispondente circolo di iniziativa che avrebbe potuto portare il necessario lavoro organizzativo in quel paese. Solo con il ritorno del giovane giurista svizzero Roman Boos a Zurigo all’inizio di maggio 1919 — egli aveva largamente contribuito alle attività della triarticolazione a Stoccarda — si giunse a un lavoro di triarticolazione autonomo in Svizzera: il 16 maggio 1919 fu fondata a Zurigo la «Lega svizzera per la triarticolazione dell’organismo sociale»;
Roman Boos assunse la segreteria della Lega e da Zurigo condusse il lavoro principale per la diffusione dell’idea della triarticolazione. Quando divenne evidente che nuovi compiti richiedevano la sua presenza a Dornach — per esempio, egli fu uno dei principali iniziatori della fondazione della Futurum S.A. — trasferì un anno dopo la sua residenza personale e quindi la segreteria della Lega svizzera a Dornach. Da lì furono organizzate anche maggiori attività di conferenze nella regione di Basilea.
Così Rudolf Steiner tenne fra il 4 e il 6 maggio 1920 a Basilea tre grandi conferenze pubbliche sul tema «scienza dello spirito (antroposofia) in relazione allo spirito e all’ignoranza spirituale dei nostri giorni» (in O.O. 334). Per mantenere vivo l’interesse dei partecipanti anche dopo queste conferenze, la «Lega svizzera per la triarticolazione dell’organismo sociale» organizzò riunioni di lavoro settimanali nei locali della Società Antroposofica in Rümelinbachweg 10 a Basilea. Secondo l’invito dovevano trattarsi di «questioni scientifiche, culturali-artistiche e simili dal punto di vista della scienza dello spirito orientata antroposoficamente». Era previsto sempre un discorso introduttivo seguito da discussione: «In tutte le serate è auspicata una discussione il più possibile ampia.»
La prima di queste serate si tenne il 31 maggio 1920. Rudolf Steiner non vi partecipò personalmente — si trovava la maggior parte del tempo a Stoccarda. Poiché le serate erano generalmente ben frequentate e si svolgevano con successo, si decise di trasferirle durante le vacanze estive nella falegnameria a Dornach — anche in vista di una partecipazione personale di Rudolf Steiner.
La decisione di trasferire le serate di discussione a Dornach deve essere stata presa piuttosto all’ultimo momento; la prima serata si tenne — anche se leggermente in ritardo e al di fuori del consueto ritmo settimanale — mercoledì, 14 luglio. Nel circolare della Lega svizzera del 16 luglio 1920 poteva essere quindi solo riportato retrospettivamente: «La prima serata si è tenuta mercoledì scorso con la partecipazione del Dr. Steiner.» Per gli organizzatori fu una fortunata circostanza che Rudolf Steiner potesse partecipare relativamente spesso: nelle settimane seguenti fu presente sette lunedì sera nella falegnameria. Le serate di discussione furono dedicate ciascuna a un tema particolare, al quale venivano rivolte domande o esposte opinioni. Prima della discussione vera e propria veniva però solitamente tenuto un discorso introduttivo. Per la serata del 16 agosto Rudolf Steiner stesso aveva assunto un tale discorso introduttivo — insieme con Roman Boos —: parlarono della «Formazione di un giudizio sociale» nei tre ambiti della vita, dove Rudolf Steiner si espresse sulla vita spirituale ed economica e Roman Boos sulla vita giuridica. Il lavoro di studio di Dornach fu continuato fino a settembre; il 13 settembre 1920 si tenne l’ultima serata di discussione nella falegnameria. Era previsto che dopo questo periodo di transizione le riunioni del lunedì continuassero a Basilea. Però — a causa del sovraccarico dei partecipanti — questo non accadde più; analoghe manifestazioni si tennero di nuovo solo un anno dopo.
Il 25 settembre 1920 fu aperto l’edificio del Goetheanum. La prima grande manifestazione che vi si tenne fu il primo corso universitario antroposofico. Durò tre settimane, dal 26 settembre al 16 ottobre 1920. Principale iniziatore di questi corsi universitari fu Roman Boos; come organizzatore nominale comparve tra l’altro un «Sodalizio Goetheanesimo», fondato poco prima, il 9 aprile 1920, del quale Roman Boos era presidente. Durante il primo corso universitario doveva pure essere affrontato l’ambito del sociale. Ciò che Rudolf Steiner si aspettava da coloro che collaboravano in questo ambito era fondamentalmente esattamente quello che aveva espresso sin dall’inizio a Zurigo e che ora formulava anche nel primo discorso del suo ciclo principale su «I limiti della conoscenza della natura» (in O.O. 322):
«Abbiamo bisogno per il prossimo sviluppo dell’umanità di concetti, rappresentazioni, in generale di impulsi della vita sociale, abbiamo bisogno di idee la cui realizzazione può creare condizioni sociali che diano agli uomini di ogni ceto, classe e così via un’esistenza che paia loro degna dell’uomo.»
Nel corso delle tre settimane successive si tennero numerose conferenze su questioni della vita sociale da parte di personalità note del movimento antroposofico: una volta Emil Molt, che si espresse sul tema «L’industriale nel passato e nel futuro dal punto di vista della scienza dello spirito», poi Roman Boos, che parlò di «Scienza sociale fenomenologica», inoltre Arnold Ith su «Banca e determinazione dei prezzi nel loro significato presente e futuro per la vita economica» e infine Emil Leinhas su «Luci e ombre del capitalismo moderno». Gli ascoltatori però non furono interamente soddisfatti dagli interventi, così sorse il desiderio che Rudolf Steiner stesso tenesse una conferenza sulla triarticolazione e in particolare sulla vita economica — una tale conferenza non era prevista nel programma originale. Rudolf Steiner però non volle semplicemente tenere una conferenza nel senso tradizionale; chiese quindi ai partecipanti il 9 ottobre (in questo volume), «di formulare i vostri desideri, le vostre domande al riguardo, affinché venga preso in considerazione e discusso proprio ciò che viene percepito come poco chiaro. Così potrò strutturare la conferenza di domani sera in modo che vi si trovi proprio ciò che da vari lati si desidera sapere.» Furono raccolte complessivamente 39 domande, che furono consegnate a Rudolf Steiner il giorno successivo. Per rispondere a tutte, dovette però intervenire su varie domande in due serate, il 10 e il 12 ottobre.
A parte queste due serate di domande, Rudolf Steiner partecipò anche a tre riunioni seminariali — si tennero il 5, 7 e 11 ottobre e furono dedicate soprattutto a questioni della pratica economica. Con questo lavoro era connessa la speranza che la conoscenza spiritualmente fertile si trasformasse in un’azione economica piena di vita. Rudolf Steiner desiderava veri praticisti, disposti a intervenire nelle condizioni date e a trasformarle secondo le nuove idee. Così sottolineò nella seconda serata seminariale del 7 ottobre 1920 (in questo volume):
«Ciò di cui si tratta oggi non è che noi discutiamo in modo astratto su leggi elettorali e se un’associazione può essere paragonata a una corporazione e così via, ma ciò di cui si tratta oggi è che otteniamo il maggior numero possibile di persone con iniziativa, perché oggi non si tratta di come votiamo, ma che le persone giuste si trovino nei posti giusti.»
Le persone giuste nei posti giusti — questo era uno dei problemi principali con i quali gli «istituti simili a banche», la «Futurum S.A.» in Svizzera e la «Società Der Kommende Tag S.A.» in Germania, fondati nel 1920, dovevano contrastare. La riunione del 13 ottobre, l’ultimo evento del corso universitario per gli interessati all’economia (destinato a O.O. 337c), servì per chiarire lo stato attuale delle due imprese, «che sono da considerarsi come espressioni pratiche assolute del nostro movimento antroposofico». Sfortunatamente doveva rivelarsi in pochi anni che queste due imprese non potevano soddisfare le aspettative riposte in esse.
A Rudolf Steiner stava però a cuore non solo una pratica economica conforme alla realtà, ma anche nel campo della vita spirituale sperava in nuovi impulsi attraverso la creazione di un «Sodalizio mondiale della scuola» — un’idea che portò per la prima volta in questa forma a una più vasta platea durante questo corso universitario. Così si rivolse ai suoi ascoltatori nel corso della serata di domande del 12 ottobre 1920 (in questo volume): «Ciò di cui abbiamo bisogno è un Sodalizio mondiale della scuola in tutti i paesi della civiltà, affinché nel più breve tempo possibile si raccolgano i mezzi finanziari più grandi. Allora sarà possibile creare sulla base di questi mezzi ciò che è l’inizio di una vita spirituale libera.» Il passo dall’idea all’azione — era questo che Rudolf Steiner si aspettava nel campo sociale.
Ciò si manifestò chiaramente anche durante il secondo corso universitario, che fu di nuovo organizzato dal «Sodalizio Goetheanesimo» e si tenne dal 3 al 9 aprile 1921. Lo svolgimento del secondo corso universitario si differenziava dal primo in quanto ogni giorno era dedicato a un tema particolare. Così nell’avanti-penultima giornata del corso, dove Rudolf Steiner tenne un discorso introduttivo al tema della giornata «Scienza sociale e pratica sociale» (in O.O. 76). A seguire parlò Eugen Benkendörffer su «Le cause della nostra miseria sociale nel modo di produzione dell’immediato passato», mentre Roman Boos sviluppò le sue idee su «La questione sociale nello specchio del problema salariale e la triarticolazione dell’organismo sociale». La giornata fu conclusa da una disputa serale con una parola conclusiva di Rudolf Steiner (in questo volume) e un rinnovato appello in favore di una pratica sociale conforme alla realtà:
«Si tratta che lo spirito positivo, come è qui voluto essere rappresentato in questa settimana, come è stato tentato di essere rappresentato, che questo spirito libero sia introdotto nella vita spirituale internazionale.»
Con questi periodi Rudolf Steiner ripeteva sostanzialmente la richiesta della fondazione di un Sodalizio mondiale della scuola come portatore di una vita spirituale libera. Ma il suo appello non fu ascoltato; non arrivò mai alla fondazione di un tale sostegno internazionale.
Per i due corsi universitari esisteva una sorta di precursore: la serie di conferenze «Antroposofia e discipline accademiche», che si tenne fra il 24 marzo e il 7 aprile 1920 — in parallelo al primo Corso di medicina — a Dornach. Rudolf Steiner tenne il discorso introduttivo su «Antroposofia e scienza contemporanea» (destinato a O.O. 73a), mentre gli altri discorsi riguardavano discipline particolari e furono tenuti da varie personalità competenti in materia. Di solito Rudolf Steiner aggiungeva una parola conclusiva. Per il 6 aprile 1920 Roman Boos aveva assunto di parlare su «Antroposofia e giurisprudenza». Anche in questo evento di conferenze Rudolf Steiner era presente e aggiunse una parola conclusiva integrativa (in O.O. 337b).
In tutte queste serate di discussione e di domande e riunioni seminariali emerge chiaramente una cosa: gli uomini avevano difficoltà a comprendere veramente l’idea della triarticolazione, anche quelli che l’affermavano. Ricadevano sempre nelle vecchie abitudini di pensiero; sorgevano oscurità e fraintendimenti, così che Rudolf Steiner nella serata di studio del 13 settembre 1920 (in questo volume) giunse alla conclusione: «Compreso vi è ancora poco in questa idea della triarticolazione.» Era costantemente occupato nel rendere comprensibile ai suoi ascoltatori il particolare di questa idea. Ma non solo: era altrettanto costretto a sottolineare la caratteristica immediatamente pratica, ricca di vita di questa idea, che attendeva solo di essere tradotta subito e direttamente in pratica. Ma proprio con questo gli uomini avevano la maggior difficoltà.
PRIMO
SERATA DI DISCUSSIONE
Dornach, 14 luglio 1920
Le conseguenze del pensiero astratto nel sociale
Nel corso di questa serata di discussione vennero poste domande e furono anche presentate varie questioni, ad esempio: Elisabeth Vreede legge una cartolina ricevuta dall’Olanda, nella quale si chiede l’introduzione immediata di un sistema di consigli.
Rudolf Steiner: Desidero aggiungere qualcosa in continuazione a quello che è stato appena detto. Partirò da un libro del Professor Varga sulla questione dei movimenti proletari in Ungheria. Il professor Varga era commissario del popolo per le questioni economiche durante la repubblica dei consigli ungherese. Apparteneva, insieme ad alcuni altri uomini che erano stati leader della repubblica dei consigli ungherese, a coloro che poi fuggirono ed ora sono internati a Karlstein. Lì ha scritto il suo libro, «I problemi della politica economica della dittatura proletaria», che è straordinariamente interessante, nel quale espone come egli e i suoi colleghi intendevano realizzare la repubblica sovietica all’interno dell’Ungheria. Nel mezzo cosparge osservazioni sulle esperienze che erano state fatte durante il breve periodo dell’esistenza della repubblica dei consigli in Ungheria. Ora, questa intera trattazione è proprio molto interessante perché la repubblica dei consigli ungherese era, per così dire, un esperimento significativo, che era talmente istruttivo perché le conseguenze potevano essere meglio comprese nel territorio relativamente piccolo dell’Ungheria che nell’immenso territorio della Russia. È in primo luogo una cosa curiosa in questo libro, che si tratti di una prestazione eminentemente professionale, di qualcosa di completamente estraneo alla vita reale. Si ha perfino la sensazione: qui parla qualcuno che ha rivoluzionato un intero paese, ma che non ha mai guardato dentro alle forze reali dell’economia popolare. Il professor Varga si muove completamente sul terreno di Lenin e Trotsky; solo che Varga e i suoi colleghi in Ungheria avevano a che fare con un territorio più piccolo di quello in cui Lenin e Trotsky operavano in Russia. E proprio per questo in Ungheria molte cose sono venute alla luce che in Russia verranno alla luce solo in seguito. Naturalmente il professor Varga non riconduce il fiasco dell’esperimento ungherese all’impossibilità interiore di tutta questa ricerca e azione astratta, ma sostiene piuttosto che la cosa è fallita perché non si è potuto portarla a termine, perché la potenza militare romena si è schierata sul fianco. Prendete subito uno dei punti principali che ci si presenta. Questo esempio è particolarmente prezioso perché non abbiamo a che fare con qualche teorico marxista, ma con un uomo che ha organizzato un intero paese secondo le sue astrazioni, che ha potuto fare quello che voleva. Voleva diventare un pratico, e bisogna domandarsi: ne era veramente capace? Il professor Varga dovette prendere misure che, nel senso della democrazia sociale, dovevano mettere in piedi l’economia ungherese. Dovette sottolineare che i veri portatori delle sue riforme erano gli operai industriali urbani, che naturalmente avevano come motivo trainante il miglioramento della loro situazione di vita. Ma mostra che inizialmente non poteva risultare nient’altro se non che questi veri portatori dovevano prima di tutto sperimentare un peggioramento sostanziale della loro situazione di vita; gli unici a guadagnarne erano i contadini delle campagne. Ora, quale conclusione trae il professor Varga? Conclude che il proletariato industriale, cioè coloro che in realtà erano gli unici ad avere interesse in una tale rivoluzione, inizialmente non raggiungerebbero quello che volevano raggiungere, bensì sarebbero i contadini delle campagne a raggiungerlo. Ma pensa che queste condizioni per il proletariato industriale urbano si sarebbero migliorate col tempo — cioè attraverso il percorso delle campagne. Sarebbe stato necessario soltanto informare il proletariato industriale urbano in modo che capisse che doveva soffrire la fame e andare in stracci per un certo tempo, finché le cose non migliorassero.
Qui si trova già un difetto capitale, che è l’assoluta conseguenza del presente pensiero astratto nelle questioni sociali. Non sarebbe emerso che attraverso il percorso delle campagne le cose sarebbero migliorate, bensì che l’intera industria sarebbe stata gradualmente consumata. Le città sarebbero state gradualmente abolite, e tutto si sarebbe trasferito nelle campagne; la produzione si sarebbe infine limitata alla mera sfruttamento del suolo. Tutta l’altra vita sarebbe gradualmente scomparsa, il che significa che si sarebbe tornati a certi stati primitivi dell’umanità. Se si pensa in modo concreto, questo deve risultare dalle affermazioni del professor Varga.
Una seconda cosa è interessante, quella che troviamo presso di lui riguardo alla stratificazione sociale. È completamente leninista, trotskista, marxista; quindi vede in tutto ciò che è attivo nell’organismo sociale, non esseri umani, ma innanzitutto solo categorie. Non vede personalità di carne e sangue, ma categorie. Vede nell’organizzazione sociale precedente il militare, i giuristi, gli impiegati e appunto i proletari come categorie di esseri umani. Ora, la sua limitatezza consiste anche nel fatto che fondamentalmente vuole trasformato l’intero stato precedente in una gigantesca cooperativa economica. In generale, è molto interessante come egli si comporta con i tre arti dell’organismo sociale. Inizia con il trattamento del secondo arto, lo stato politico. Questa estrae il secondo arto in modo ben preciso. Espone le singole categorie ben ordinatamente: giuristi, impiegati e così via e dichiara: tutti questi verranno aboliti. — Quindi fondamentalmente l’intero stato politico viene abolito. E la vita dello spirito? Il professor Varga conosce in realtà soltanto la vita economica. Dice: la vita dello spirito, questi sono… Se qualcuno chiede: chi insegna allora nelle scuole? — risponde: Questi sono coloro che devono adattarsi, e precisamente per ragioni economiche, mentre la prima categoria, quella dei giuristi e degli impiegati, non si adatta al nuovo regime e perciò deve fare lavoro proletario.
Ora, anche nel movimento della triarticolazione abbiamo fatto l’esperienza che gli insegnanti chiedevano sempre: Sì, ma chi ci paga allora? — Così Varga pensa che la maggior parte si adatti, che si dissolva nella vita economica. Gli altri li manda via. Quindi per lui non si tratta affatto della vita dello spirito, bensì della vita economica degli insegnanti; rimane soltanto la vita economica.
Ora è interessante come con una certa energia ferreo l’istituzione della repubblica dei consigli sia stata affrontata. Si è semplicemente espropriato le aziende; certo, si è considerato un po’ l’estero. Vale a dire, si sono assunte le aziende con tutto l’attivo e il passivo e si ha così avuto la possibilità di trattare diversamente i proprietari esteriori delle aziende da quelli interiori. Si è trattato di comunalizzare certi impianti, altri di statalizzarli. E qui accade qualcosa di interessante. È stato ordinato l’elezione dei consigli dei lavoratori. Di regola è stato ordinato che dai ranghi dei lavoratori proletari dovesse essere eletto un consiglio dei lavoratori. Questi consigli dei lavoratori erano tali da non capire nulla. E allora dice il professor Varga: si presenta come «successo» il fatto che queste persone, che erano passate dal lavoro manuale a consiglieri, stessero tutto il giorno seduti e non facessero nulla, e la vera miseria, il vero disastro, restava. Pensa che col tempo le cose sarebbero migliorate. Non riconosce che la miseria sarebbe cresciuta sempre più; dalle sue esperienze non emerge nemmeno che si sarebbe ridotta. Ora, quindi, alla testa delle aziende stavano i consigli dei lavoratori, e all’inizio persino una forte corruzione si fece notare. Ora dice: la corruzione era presente anche prima — anche nella borghesia era così —, solo che ora ci sono più persone in grado di rubare, e quindi naturalmente i numeri sono diventati più grandi. — Ma secondo il professor Varga, le cose sarebbero migliorate in seguito, se si fosse potuto agitare di più. Inoltre dice: Per amministrare la vita economica centralizzata, dovemmo avere commissari della produzione. Così dalle aziende si eleggevano inizialmente i consigli dei lavoratori — non quelli che noi avremmo voluto a Stoccarda e nel Württemberg, che attraverso il duro lavoro avrebbero dovuto entrare nella vita economica e così riunirsi in una forma di consiglio dei lavoratori. Questo non piaceva a persone come Varga. Si è semplicemente proceduto all’elezione — che altro si poteva fare se si vuol regolare le cose partendo da un’utopia? Dai consigli dei lavoratori venivano estratti i commissari della produzione. Questi avevano a che fare con i decreti generali, con la chiusura di aziende, con la concentrazione dei rami di produzione e così via, ma anche con la disciplina dei lavoratori. Questi commissari della produzione erano i veri funzionari centrali nella vita economica.
Ora, è interessante: l’intero libro del professor Varga è da cima a fondo un groviglio marxista del genere più astratto. Descrive le riforme, che allora dovevano diventare realtà, con una tale naturalezza che fa la stessa impressione come se le descrivesse, ad esempio, un uomo come Lenin. E Varga sa esporre questi principi in maniera del tutto plausibile per la maggior parte dei contemporanei. Chi conosce queste cose, sa come proprio laddove oggi si vogliono portare le cose in scena praticamente, regna lo spirito utopistico più terribile. Non si potrebbe immaginare nulla di più utopistico di quello che doveva essere fatto praticamente in Ungheria. Dovunque Varga racconta delle sue esperienze, racconta di qualcosa di cattivo e sgradevole. Nella repubblica dei consigli ungherese si mescolavano corruzione, rivolta dei lavoratori e così via, così che ci si diceva, era bene per la gente che i Rumeni venissero, perché senza di loro si sarebbero ancora discreditati. Sarebbe stata una terribile rovina dall’interno.
L’intero libro di 140 pagine è un groviglio marxista, che avrebbe dovuto diventare realtà pratica. Con un tale groviglio si voleva organizzare un intero paese come cooperativa economica. Ma su poche pagine, più o meno nel mezzo, si trova improvvisamente una frase che si distingue completamente dalla presentazione altrimenti, e di cui si ha la sensazione: questo non è lo stesso Varga, ma qualcosa di estraneo. Ad esempio, parla del grande valore dei commissari della produzione e nota a questo proposito in una proposizione secondaria: … se al loro posto stessero le giuste personalità. — Similmente accade con la proposizione secondaria che in realtà non potrebbe funzionare con queste istituzioni, finché non sia cambiata «l’ideologia avida ed egoista di questi esseri umani». I marxisti sostengono sempre che l’ideologia risulta dalle condizioni di produzione economica. Quindi, se Varga avesse un pensiero consapevole e coerente, dovrebbe dirsi: Noi marxisti abbiamo sostenuto per più di settanta anni che l’ideologia deve risultare dalle condizioni di produzione, che l’ideologia deve sorgere come sovrastruttura come il fumo che si sviluppa. Quindi, se organizzamo la nostra grande casa economica lì in Ungheria, allora deve risultare da essa l’ideologia, che comunque non ha nessun significato se non che sorga come fumo dalla vita economica. — Ma Varga non dice così; piuttosto, dovunque parli della base delle sue istituzioni, emerge — se pure solo in proposizioni secondarie: Le cose miglioreranno solo quando l’ideologia avida delle persone sarà cambiata.
Vale a dire che attende il momento finché una disposizione d’animo negli esseri umani non si insedi, che non sia fondata sull’avidità e l’egoismo, attende il cambiamento dell’ideologia avida in una consapevole. Ebbene, quella non potrebbe risultare direttamente dal modo di produzione economica, perché ammette lui stesso che dappertutto conduce al contrario. Quindi semplicemente attende che questo cambiamento avvenga da solo. Si vede: Dove era importante porre a fondamento del nuovo edificio un cambiamento della direzione della coscienza spirituale, dove era importante toccare lo spirituale concreto, lì presso Varga non c’è nient’altro che una piccola proposizione secondaria, che però era completamente insignificante per l’intero sviluppo nella repubblica dei consigli ungherese. È proprio questo che è triste.
Oggi siamo, nella più ampia misura, di fronte all’opinione che si possa venire dal concreto partendo dall’astratto. Questo emerge dall’appello che la signora Vreede ha appena letto, che proviene probabilmente dall’Olanda. Lì viene proposto qualche tipo di struttura di consiglio, ma non c’è la proposizione secondaria che sarebbe necessaria: che risulti qualcosa soltanto quando alle posizioni appropriate sedessero come consiglieri le personalità appropriate. È questo che importa: affrontare la cosa al livello concreto. Si può parlare quanto si vuole, non serve a nulla; aiuta solamente, e soltanto, quello che porta lo spirito e l’anima nelle personalità. Siamo giunti completamente al punto di essere esauriti, di non avere più nemmeno il sospetto che importi portare la forza, lo spirito e l’anima proprio nelle personalità. È questo che si persegue con la triarticolazione.
L’ho esposto a partire dall’uomo in Ungheria affinché vediate da quale spirito nascono le cose che oggi vengono create, e per quali ragioni devono crollare. Tutto ciò che appare così come questo libro e che deve poi fare una tale strana confessione, ci mostra che non funziona con il vecchio spirito. È questo che oggi si può vedere dovunque: Nella teoria si può affermare tutto; ma quando un uomo come il professor Varga, che era in grado di creare qualcosa di nuovo, crea qualcosa secondo le sue idee — allora si vede come va.
Lo dico affinché si veda quanto sia insensato fare richieste come quelle che stanno sulla cartolina che la signora Vreede ha appena letto.
Come è possibile la realizzazione dell’idea della triarticolazione?
Emil Leinhas introduce la riunione. Successivamente prendono la parola diversi oratori, tra gli altri Emil Grosheintz. Alla fine Rudolf Steiner risponde ad alcune delle domande poste.
Rudolf Steiner: Così è stato posto un numero di domande. Possiamo continuare la discussione successivamente. Posso occuparmi di alcune di quelle domande che sono state poste qui e desidero innanzitutto tornare a ciò che è stato espresso da ultimo dal Dr. Grosheintz.
È certamente comprensibile che negli ultimi decenni, da varie idee sociali, sempre di nuovo sia emerso lo sforzo di scoprire quanto sia grande la quantità totale di lavoro che l’umanità deve fornire, affinché l’umanità possa proseguire con questa quantità di lavoro. Naturalmente, il lavoro sarebbe allora sfruttato al meglio economicamente, se venisse effettuato solo il lavoro necessario per ciò che l’umanità vuole consumare. Ed è certamente molto comprensibile che si possano fare solo stime su queste questioni. Ma in vari circoli, dove ci si è sforzati di scoprire questa questione — non è particolarmente facile — ci si è comunque potuti fare un’idea di quanta sia la quantità di lavoro manuale in eccesso, cioè la semplice forza lavorativa umana, che viene sprecata nel presente. Così certamente non si può saperlo esattamente, se non ci si occupa di questa questione in modo dilettantesco, bensì in modo appropriato, ma possiamo almeno per una parte della forza lavorativa umana, per il lavoro fisico, dire quanto segue. Se si potesse supporre che ognuno eseguisse lavoro fisico secondo le sue capacità fisiche, allora sarebbe necessario che ogni essere umano all’interno del mondo civilizzato — i «selvaggi» non sono considerati — lavori fisicamente circa 2½ - 3 ore al giorno. Ciò significa che, se ogni persona lavorasse fisicamente circa 2½ - 3 ore al giorno, la forza lavorativa necessaria per l’umanità verrebbe fornita. Naturalmente, questa è un’indicazione che in realtà è solo come un principio approssimativo che dà la direzione, perché in pratica, naturalmente, emerge la necessità che uno lavori più fisicamente, l’altro meno, ad esempio che uno, che deve eseguire lavoro intellettuale speciale, forse non sia gravato da lavoro fisico; allora un altro dovrà fornire di più. Ma se ora contrapponete a ciò ciò che oggi viene svolto come lavoro fisico, potete tuttavia dire che la stragrande maggioranza dell’umanità deve lavorare così a lungo che risulta molto più di quanto in realtà dovrebbe essere svolto in forza lavorativa — probabilmente — questo è di nuovo un’indicazione approssimativa — il cinque o sei volte tanto in più di lavoro fisico. Vedete così quanto sia stata sprecata l’energia umana oggi mediante l’economia difettosa che esiste. Viene sprecato molto di più di quanto la gente creda. È questo che oggi risulterebbe dalla realizzazione della triarticolazione dell’organismo sociale e che coloro che non hanno senso pratico rifiutano tanto di comprendere.
Quanto poco senso pratico abbiano gli esseri umani oggi si vede a ogni passo, soprattutto nei giudizi che vengono rivolti verso l’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale. Ciò che assolutamente non viene compreso, è che oggi, di fronte a ciò che va in rovina, si tratta di sviluppare nuove forze spirituali; e proprio perché non viene compreso, queste forze spirituali oggi, direi, devono farsi strada attraverso le crepe dell’ordine sociale, se vogliono affermarsi affatto. Perché da ciò che uno stato può ordinare e organizzare, non può derivare assolutamente nessuna coltivazione dello spirito. È un’illusione completa credere che attraverso l’amministrazione dello stato possa derivare qualche coltivazione dello spirito. Tutti i decreti dello stato sono rispetto alla vita dello spirito in parte brama di potere, in parte ciarlattaneria, e ciò che allora viene davvero compiuto spiritualmente, viene compiuto proprio nonostante questi decreti. Vale a dire, parlando rozzamente, se oggi ancora ci sono bambini che imparano qualcosa, non l’imparano perché lo stato è là, bensì nonostante lo stato sia là, perché ancora tante cose possono accadere nella scuola contro le leggi scolastiche. E ciò che accade nel senso delle leggi scolastiche non favorisce lo sviluppo delle forze spirituali, bensì impedisce lo sviluppo spirituale. In una vita dello spirito libera, invece, allora sarebbero rivelate le forze degli esseri umani. Innanzitutto perché gli esseri umani che siano stati educati in una tale vita dello spirito libera e poi inseriti nella vita del diritto e della vita economica, questi esseri umani allora avrebbero davvero visioni globali nei singoli ambiti della vita, potessero comportarsi economicamente e potessero ordinare ciò che oggi non può essere ordinato. Oggi si potrebbe davvero disperare quando si vede, ad esempio, come vengono organizzati gli affari. Colui che sa pensare anche un poco ed è costretto a seguire una volta il modo in cui gli affari vengono organizzati, vede subito che in questi casi viene dissipata dieci volte la forza, perché da nessuna parte c’è abbastanza volontà di unire le forze economicamente, di collegare le forze economicamente, bensì perché ci si affronta alle cose nel modo più ampio possibile. Si tratta innanzitutto di comprendere veramente gli esseri umani che si riuniscono attraverso la vita associativa — bisogna prima riconoscerli, se si vuol organizzare la vita economica. Proprio attraverso la triarticolazione dell’organismo sociale diventa possibile questa economia, e lo spreco di forze cesserà gradualmente.
Molte domande — proprio quelle che mi sono state presentate qui — mostrano quanto sia effettivamente difficile agli esseri umani entrare completamente in una modalità di pensiero conforme alla realtà, come è alla base dell’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale. Vedete, gli esseri umani oggi sono appunto così, come se non stessero in piedi con i loro piedi sul suolo, ma come se galleggiassero continuamente al di sopra della realtà e allungassero le teste verso l’alto, affinché sentissero il meno possibile della realtà. L’indiano Rabindranath Tagore ha usato un’immagine molto carina per l’uomo della cultura odierna dell’Europa occidentale, paragonandolo a una giraffa, la cui testa si estende lontano sopra il suo corpo e si separa dal resto della realtà umana. E così accade che non si riesce a immaginare come questo impulso della triarticolazione dell’organismo sociale sia tratto da una vera pratica di vita e come non possa mai venire fuori, compiere sciocchezze puramente teoriche in questi ambiti.
Desidero premettere questo, se ora vi leggo la seguente domanda: Potrebbe esistere, all’interno dell’organismo sociale triartiolato, una forma adatta a contenere i sentimenti di quella parte di esseri umani che per loro natura tendono volontariamente sottomissione e fiducia a un principio monarchico? Non era l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale proposta per la prima volta al vecchio regime?
Ebbene, dovrei tenere una conferenza, se dovessi rispondere adeguatamente alla domanda. Desidero solo accennare a qualcosa: «Potrebbe esistere, all’interno dell’organismo sociale triartiolato, una forma adatta a contenere i sentimenti di quella parte di esseri umani che per loro natura tendono volontariamente sottomissione e fiducia a un principio monarchico?» Vorrei sapere quanta parte di questo contenuto di questa frase derivi da un pensiero vero, conforme alla realtà! Se si vuol mettersi sul terreno dell’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale, allora bisogna pensare praticamente, vale a dire in modo conforme alla realtà. Ora naturalmente si deve prendere qualcosa di concreto. Prendiamo il vecchio Reich tedesco. Prendiamo gli ultimi decenni di questo vecchio Reich tedesco, di questi esseri umani che «dal loro sentimento e dalla loro natura tendevano volontariamente sottomissione e fiducia a un principio monarchico». Vorrei domandarvi: dove erano allora? Certamente, c’erano quelli che nel loro piccolo intelletto si erano abbandonati a certe illusioni in questo senso. Ma prendiamo il «principio monarchico» del vecchio Reich tedesco: chi allora regnava? Forse Guglielmo II? Quegli non poteva affatto regnare, bensì si trattava di una certa casta militare che manteneva la finzione che questo Guglielmo II. significasse qualcosa — era semplicemente una comparsa, atteggiamenti teatrali e da commedia, che rappresentava ogni sorta di cose al mondo da una commedia. Era una specie di teatro, mantenuto da una casta militare, che agiva non da pura «natura» e da «sottomissione e fiducia volontari», bensì da tutt’altro, da ogni sorta di vecchie abitudini, comodità, dall’opinione che dovesse essere così — un’opinione che però non aveva radici molto profonde nel petto umano. Così stava tutto questo, e veniva mantenuto più di quanto regnasse veramente. Questo si è mostrato nell’ultima settimana di luglio del 1914. L’ho accennato nei miei «Punti fondamentali» solo dicendo che là era tutto venuto a nulla. È tuttavia completamente fondato nei fatti. Allora si è aggiunto a quello che questa commedia teneva insieme da parte della casta militare, negli ultimi decenni anche l’ancor più disgustoso del grande industriale e della grande commercio, che cioè si è accumulato e che così assolutamente interiormente da impulsi bugiardi manteneva questo principio monarchico.
Ora estraiamo di nuovo un singolo momento concreto, dal quale si può vedere che cosa significhi effettivamente in realtà, a parte le bugie convenzionali, che la natura umana tiene insieme, il «principio monarchico». In un determinato giorno del 1917 — lo sapete tutti — Theobald von Bethmann Hollweg è stato rimosso come cancelliere del Reich tedesco. Se si segue questa rimozione fino nei dettagli, si scopre chi ha rimosso questo uomo — questo uomo che certamente poco prima e poco dopo ha avuto un ruolo quasi monarchico in questo sfortunato Germania. Chi allora ha rimosso Theobald von Bethmann? Vedete, era il grasso Erzberger — e non Guglielmo II., quello non aveva il minimo ruolo. Quello che è accaduto allora, quello che il grasso Erzberger ha effettivamente intrapreso, come ha effettivamente esercitato il potere monarchico proprio in quei giorni, lo sanno pochissime persone, perché pochissime persone si curano di quello che accade veramente, bensì si lasciano raccontare ogni sorta di cose.
Se quindi si riflette su qualcosa come il «principio monarchico», allora bisogna innanzitutto venire ai fatti concreti, allora bisogna essere chiari su ciò in cui consiste la realtà, se è monarchismo o no. Credete che nell’Inghilterra odierna quella personalità regni, che nelle immagini che ci vengono mostrate, per non dire la verità, non fa un’impressione molto intelligente e che nei decreti governativi è sempre così denominata che si dice: «Per la volontà della Maestà Britannica Governo»? No, vedete come oggi tutta l’Inghilterra cammina dietro Lloyd George e lui effettivamente esercita il potere monarchico. Vedete, vi prego, come stanno le cose nelle cosiddette Repubbliche, vedete come in realtà le cose sono completamente diverse da quanto le persone credono secondo i modelli di parole, secondo caricature di concetti. Ma su questo si basa: che, se una volta la verità deve prendere il posto della menzogna, si devono anche porre le domande dal terreno della realtà. Perciò certamente non può, se si parla dell’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale, possa emergere la domanda: potrebbe esistere da qualche parte un Lloyd George con arie monarchiche? La triarticolazione dell’organismo sociale dice qualcosa di ben specifico sui suoi tre arti, vita dello spirito, vita del diritto e vita economica. Allora le cose si regoleranno di per sé; proprio come gli altri esseri umani dentro un tale organismo riceveranno una posizione appropriata alle loro abilità, così anche i «monarchi» la riceveranno.
Ma sembra che il peso di questa domanda stia negli ultimi righi: «Non era l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale proposta per la prima volta al vecchio regime?» Sì — a chi avrebbe dovuto essere proposta allora? Doveva essere proposta a coloro che potevano fare qualcosa. Ciò che ne sarebbe risultato — quella è un’altra questione. Si è trattato di cercare da tutte le parti persone che, in ciò che eseguono come cose reali, avessero potuto porre a fondamento l’impulso della triarticolazione. Sì, che cosa avrebbe giovato — ad esempio, quando la pace di Brest-Litovsk era in vista, gridare in qualche modo nel mondo all’epoca: principio astratto! Che cosa avrebbe giovato; nemmeno sarebbe stato possibile. Si sarebbe trattato di far affluire l’idea della triarticolazione nei fatti reali della pace di Brest-Litovsk; si sarebbe trattato di concludere questa pace in modo che fosse stata conclusa sotto l’influenza di questo impulso.
Miei cari signori presenti, era poco dopo la pace di Brest-Litovsk che venni a Berlino e parlai con un signore che in molti aspetti era la mano destra di Ludendorff. Allora era chiaro per coloro che potevano saperlo, quali devastazioni doveva cagionare l’intera conclusione di pace di Brest-Litovsk. Inoltre era chiaro che nella primavera sarebbe lanciata una grande offensiva di primavera. E ho viaggiato verso Berlino attraverso Karlsruhe. Era nel gennaio. Allora si sapeva bene che se succedesse qualcosa nel vecchio Germania, il Principe Max di Baden diventerebbe cancelliere del Reich. Ho parlato su questo viaggio già nel gennaio con il Principe Max di Baden della triarticolazione dell’organismo sociale, perché si sarebbe trattato di agire certamente nei fatti concreti e immediati quello che è la forza degli impulsi dell’organismo sociale triartiolato. Prima della conclusione della pace di Brest-Litovsk, molto tempo prima, quando era ancora abbastanza tempo, ho presentato tutte le idee della triarticolazione dell’organismo sociale al Signor von Kühlmann in modo da fargli notare: Dall’America arrivano le pazzesche idee della Lega dei Popoli, i pazzeschi Quattordici Punti, che sono assolutamente astratti, che porteranno il mondo a nulla, e l’unica cosa che potrebbe veramente essere fatta dal lato europeo, sarebbe contrapporre a questo il grande programma mondiale della triarticolazione dell’organismo sociale.
Avrei voluto vedere, miei cari signori presenti, ciò che avrebbe significato allora, se da un posto autorevole qualcuno avesse avuto il coraggio di contrapporre al programma vuoto dell’Occidente un vero programma ricco di contenuto, un programma realpolitico, come sono gli impulsi della triarticolazione dell’organismo sociale! E se alcuni mi hanno detto, a cui ho esposto la cosa: Bene, scrivici un opuscolo o un libro! — allora dovevo rispondere: Davvero, non si tratta di pubblicare le cose, bensì di come entrino nel mondo dei fatti, su questo si basa.
Ora, la conversazione che ho avuto con il Signor von Kühlmann — può ancora essere provata oggi quale era il contenuto, perché il signore che era con me vive ancora grazie a Dio e spero vivrà ancora a lungo. La conversazione concluse in modo che il Signor von Kühlmann mi disse a suo modo: Io sono semplicemente un’anima limitata. — Il Signor von Kühlmann intendeva naturalmente che ha anche altri uomini di stato intorno a sé e che è limitato nelle sue decisioni; io però pensai nella mia anima a un’altra interpretazione di questa affermazione.
Ebbene, sono arrivato nella primavera a Berlino, ho parlato quindi con un signore che, come detto, era molto vicino a Ludendorff, e volevo chiarire che cosa sia una vera assurdità, intraprendere quella offensiva di primavera, di cui naturalmente allora parlava come ci si poteva permettere. Dissi: Naturalmente non si può e non si deve interferire nelle questioni strategiche, se non si è sé stessi militare, ma parto da tutti i presupposti, che non giocano per niente nella strategia. Assumo che Ludendorff raggiunga tutto ciò che può solo immaginare di raggiungere, oppure se tutto ciò che Ludendorff si immagina non viene raggiunto, se non lo raggiunge, allora l’effetto della sfortunata guerra è comunque esattamente lo stesso. — Si poteva allora chiaramente mostrare che l’effetto dovrebbe essere esattamente lo stesso; e così poi è stato; così è anche adesso. Allora il signore mi disse, mentre avevo continuamente paura che si rialzasse dalla sua sedia, da cui era balzato, tanto era nervoso: Che cosa volete? Kühlmann aveva la triarticolazione in tasca, e con lei in tasca andò a Brest-Litovsk. I nostri politici non sono nulla, i nostri politici sono zeri. Noi militari non abbiamo nessun altro obbligo se non combattere, combattere. Noi, noi non conosciamo nient’altro!
Vedete, le cose allora furono veramente proposte al vecchio regime per primi — non si tratta di buttare idee alla cieca nel mondo, bensì di cercare veramente le vie per cui potrebbero realizzarsi, le idee.
Allora, miei cari signori presenti, venne il tempo, in cui a me restavano a disposizione solo aree del mondo, in cui era diventata col tempo una questione piuttosto impratica, chiedere come ci si dovrebbe comportare di fronte a monarchi e ciò che si potrebbe fare riguardo alla triarticolazione — altri territori non mi restano a disposizione per il momento. Non mi è ancora permesso di entrare nella pseudo-monarchica Inghilterra, nell’iper-monarchica America e nella Francia completamente repubblicana-monarchica e così via. Chi sta sul terreno della realtà, non continuerà certo a elaborare la domanda altamente impratica, di come ci si dovrebbe comportare di fronte al principio monarchico, perché questo principio monarchico non potrà dominare in alcun modo, siederà in angoli completamente incomprensibili e certamente non avrà bisogno di una discussione seria nel prossimo tempo — al contrario, oggi ci sono tutt’altre cose di cui discutere.
E vi prego semplicemente, miei cari signori presenti, di leggere il mio saggio nel giornale della triarticolazione su «Colpi di stato nell’ombra», dove ho cercato di mostrare quanto fosse inutile l’agitazione dei lati più di sinistra contro tutta la commedia di Kapp. Perché, in fondo, come stavano allora le cose, la sinistra non era migliore della destra, ed era completamente indifferente da quale lato veniva compiuto l’assurdo. Ora si tratta di cercare la realtà solamente nel fatto di portare l’idea della triarticolazione in quante più teste possibili, che possano poi portare l’idea della triarticolazione. Questa è l’unica realtà. Potrebbe darsi che occorra molto tempo, se la necessità non accorcia questo tempo. Ma bisognerà porre più cura nel far penetrare questa idea della triarticolazione nelle teste capaci. Che non sia ancora entrata molto nelle teste direttive, lo testimonia ad esempio il fatto che dal lato tedesco ancora a Spa figuravano come leader coloro a cui erano stati attribuiti in precedenza caratteri di leader e nella cui testa certamente l’idea della triarticolazione non entra. Quindi vedete, non si tratta davvero di sprecare i pensieri adesso su domande così irreali, bensì si tratta veramente di lavorare nel senso dell’idea della triarticolazione, affinché questa idea della triarticolazione penetri in quante più teste possibili. Non si tratta oggi che si rifletta su come gli esseri umani si sottomettessero volontariamente non a un monarca, ma a un principio monarchico, gli dessero fiducia e così via; che si rifletta su questo o no, a me sembra del tutto indifferente. È completamente inutile abbandonarsi a tali pensieri irreali, quando si ha veramente a che fare con qualcosa che vuole lavorare completamente dalla realtà.
Le altre domande toccherò solo molto brevemente, poiché indubbiamente è già durato troppo a lungo con questa conclusione: Sarà possibile nelle associazioni, senza ricerca dello spirito? Si può riconoscere, se qualcuno dopo anni svilupperà un’invenzione oppure se è soltanto uno ciarlatano?
Vedete, a queste domande non sta a fondamento una vera osservazione di ciò che saranno le associazioni. Certamente, le difficoltà che stanno nella natura umana, allora saranno sempre presenti. La pura credenza che si possono costruire paradisi terreni è sbagliata. Certe difficoltà saranno certamente sempre presenti. Ma decidere se un’invenzione qualsiasi sia promettente o no — questo deve accadere oggi come in futuro da parte del singolo essere umano. Solo che oggi il singolo essere umano dipende da sé stesso, oppure dipende da certe tradizioni. Mentre, se associazioni esistessero, allora starebbe in connessione con tutto ciò che è associato e a suo giudizio si assocerebbe ciò che potrebbe scaturire dagli esseri umani che stanno in connessione con lui nelle associazioni. Il giudizio che deve essere espresso su tali cose sarà quindi essenzialmente sostenuto e portato dal fatto che gli esseri umani stanno dentro alle associazioni.
Ho mostrato spesso di recente con un esempio, come si possa essere una persona molto intelligente oggi, senza arrivare a un giudizio sulla solidità di questo o di quello. Ho quindi riportato l’esempio che c’erano state persone in tutti i possibili parlamenti, persone istruite dalla pratica, che dal centro del XIX secolo in poi si erano adoperate per il corso dell’oro, affermando e sostenendo con motivi che il corso dell’oro avrebbe portato al libero scambio e così a una tale configurazione del commercio che si erano immaginata come particolarmente favorevole per le relazioni internazionali dell’umanità. Il contrario è accaduto: Il corso dell’oro ha portato dappertutto al sistema dei dazi protettivi. Ho detto che non sostengo con ciò che gli esseri umani che hanno predetto che il corso dell’oro porterebbe al libero scambio fossero tutti stupidi, sebbene allora dappertutto abbia portato al dazio protettivo. Erano per la maggior parte persone molto, molto intelligenti. Leggete i discorsi parlamentari, che sono stati pronunciati in gran numero nei più diversi parlamenti sul corso dell’oro, allora vedrete che là sono state dette cose molto intelligenti sul corso dell’oro. Ma tutto il meccanismo della vita economica pubblica era individualizzato, e il singolo non era in grado di abbracciare connessioni più ampie. Poteva essere intelligente quanto voleva, non era in grado di raccogliere propria esperienza.
Questa esperienza può sorgere solo dal fatto che si stia dentro la trama intera delle associazioni, che si sappia chi sa di questo, chi sa di quello, sì, chi sa qualcosa come individualità — non solo perché la persona in questione è stata nominata da qualche posto, bensì perché in molti casi dentro il tessuto associativo si è avuto a che fare con lui. Questo connettivo di questo tessuto associativo, è qualcosa che deve sorgere dalla fiducia. E così si può dire: Nella vita non esiste un «o l’uno o l’altro».
Ma ciò che oggi rende difficile agli esseri umani riconoscere se qualcosa di inventato diventerà fertile nella vita umana, questo, per la gran parte, scomparirà nella vita associativa. Si devono pensare le cose in grande. È davvero desolante quando qualcuno vi dice nella seguente forma: Ebbene, sono d’accordo; tutto deve diventare nuovo, tutto deve prendere altre forme, e tu indichi come saranno queste altre forme. Ma dimmi ora, come apparirà allora il mio piccolo negozio, quando queste trasformazioni subentrino. — Sì, miei cari signori presenti, potrebbe essere forse necessario dirgli che un tale piccolo negozio non esisterebbe allora affatto più in questa forma. Allora certamente sarebbe molto scontento della risposta. Nella triarticolazione si tratta ovunque di qualcosa che può essere affrontato immediatamente ogni giorno e che andrà avanti così velocemente come gli esseri umani capaci di farlo saranno disponibili. Questo potrebbe andare molto velocemente.
Solo, se si vuol affrontare la cosa praticamente, non si può chiedere: Dove inizia un attrezzo a essere un mezzo di produzione, ad esempio una macchina da cucire? È mezzo di produzione solo quando non l’uso più soltanto per mio uso personale, e allora non devo usarla più come qualcosa per me?
Sì, miei cari signori presenti, quando si tratta di domande così grandi come nel presente, non si può veramente prendere la risposta da un cerchio molto limitato; è impossibile. Vi garantisco, che quando la triarticolazione dell’organismo sociale sarà attuata, avrete anche un rapporto con la vostra macchina da cucire, che vi sia soddisfacente. Perché di solito non si considera per niente che la macchina da cucire e simili, ad esempio anche i pettini per capelli o cose del genere, possono essere mezzi di produzione, perché mezzo di produzione è tutto ciò che mi rende capace di eseguire il mio mestiere. Quindi, non si può così limitare il concetto di mezzo di produzione. Ciò di cui si tratta, è che non si dovrebbe pensare così ristrettamente. Pensate un momento, qui c’è una chiesa, qui c’è la seconda chiesa — scelgo un esempio che è consueto nel cattolicesimo. Supponiamo che qui viva il parroco N. (viene disegnato alla lavagna). Questo parroco legge ogni giorno una messa, domenica i vespri e così via; là indossa i suoi paramenti da messa. Questi paramenti che indossa come paramenti da messa appartengono tutti alla chiesa. Se ora il parroco N. viene trasferito, diciamo che si migliora, dalla chiesa Ad alla chiesa B, non porta via nulla dei paramenti da messa; tutto rimane presso la chiesa A. E là, nella chiesa B, indossa di nuovo i paramenti da messa, che appartengono a questa chiesa — se si può parlare di «appartenenza», ma voi sapete che cosa intendo.
Tavola 1
Con i paramenti da messa avete immediatamente un rapporto completamente diverso alle cose che stanno in connessione con il mestiere, rispetto a quello che avete con una macchina da cucire o da scrivere, che portate con voi, quando vi spostate da un luogo all’altro. Non voglio dire che in futuro dovrebbe essere introdotto lo stesso ordine per la macchina da cucire, che vale per i paramenti da messa. Vedete, ci sono diverse possibilità per arrivare a ciò di cui si ha bisogno per eseguire il proprio lavoro. Quindi non si dovrebbe davvero pensare in modo ristretto, quando oggi si tratta di grandi contenuti del mondo. Non ci si dovrebbe far confondere tutto il proprio pensiero sulla triarticolazione dell’organismo sociale per l’inquietudine sulla propria macchina da cucire.
Ancora più curiosa è la terza domanda: Che cosa accade se qualcuno non vuole indietreggiare, se non può più amministrare personalmente i mezzi di produzione? O, se non vuol indietreggiare, lo si forzerà? Chi potrà comprenderlo in questo modo e insegnargli che deve andarsene?
Ebbene, non è vero, queste sono domande così tremendamente astratte, che non si pongono affatto per colui che comprende l’andamento degli eventi nella realtà della triarticolazione dell’organismo sociale. Leggete i miei «Punti fondamentali»; nella realtà della triarticolazione ci sono innumerevoli mezzi per forzare qualcuno a indietreggiare. E inoltre, si deve solo considerare che con la triarticolazione dell’organismo sociale — questo è l’essenziale in essa — cambia il rapporto intero dell’essere umano alla società. Si pensa, non è vero: Come accadrà allora che uno nomini il suo successore? Non ci si dovrebbe porre tali domande strappate dalla realtà. Si devono porre tali domande del tutto nel concreto, dall’esperienza dei fatti. Diciamo una volta che uno diventa incapace, dall’imbecillità incapace, e cade dall’imbecillità nella situazione di non poter più dirigere una qualche azienda. Ora, nella maggior parte dei casi, chi vede arrivare l’imbecillità e non se la cava più, si assumerà qualcuno che l’aiuti. Allora da questo rapporto la successione emergerà già di per sé. Se non è così come l’ho appena descritto, allora nella vita concreta si formeranno completamente altre, ma sempre ben determinate situazioni. Quindi, se uno non vuol andarsene, la vita gli mostrerà che deve. Perché colui che non è capace non troverà più nessuno che voglia lavorare con lui, e non potrà allora più dirigere la sua azienda in modo fruttuoso.
Quindi, le cose si presentano nella vita reale completamente diversamente da una domanda teorica. E appunto su questo si basa — che si affrontino le cose con un pensiero conforme alla realtà, che si trasferisca nella vera, pratica vita.
Se oggi sentite parlare di tali cose in un’assemblea socialista, si parlerà dappertutto di ogni cosa possibile e impossibile, perché da nessuna parte si è nella realtà. Come dovrebbe il proletariato, che è stato fatto crescere in questo modo, senza curarsi di esso, che è stato messo alla macchina, che non ha conosciuto la vera vita, le vere connessioni, come dovrebbe il proletariato avere comprensione per qualcosa di diverso, se non per teorie completamente lontane dalla realtà? Ma su questo si basa — che proprio da tali teorie lontane dalla realtà il mondo è andato in rovina e non viene fuori nessun nuovo edificio. Su questo si basa — che con tutti i possibili mezzi si viene al punto di indicare la realtà e di comprendere tutto dalla realtà. È questo che importa.
TERZA
SERATA DI DISCUSSIONE
Dornach, 9 agosto 1920
La fondazione della triarticolazione secondo le regolarità sociali
Richard Eriksen tiene una conferenza sulla «Fondazione filosofica della triarticolazione dell’organismo sociale». Dopo di che ha luogo una discussione, alla fine della quale Rudolf Steiner si esprime di nuovo su varie domande.
Rudolf Steiner: Miei cari signori presenti, le domande che sono state poste e su cui desidero soffermarmi sono le seguenti. Innanzitutto la prima domanda: Che cosa si deve rispondere, quando il mondo esterno a noi pone la domanda pratica: Da dove deve prendere il suo denaro il lavoratore nell’organismo sociale triartiolato?
Ora, credo che questa domanda nella sua natura puramente esterna possa essere chiaramente risolta dai «Punti fondamentali». Si tratta del fatto che nel senso dei Punti fondamentali — dalle condizioni indicate là — la stratificazione nell’organismo sociale si deve formare in modo che vi sia un leader del lavoro per coloro che hanno bisogno di un tale leader del lavoro e che lavorano sotto la sua guida, e che il leader del lavoro nel sostanziale sarà anche il mediatore per il modo in cui i prodotti ora creati congiuntamente dal lavoratore vengono immessi nel commercio. Così naturalmente anche una disposizione d’animo diversa entrerà nell’amministrazione di ciò che nell’organismo sociale triartiolato figura come denaro. Secondo gli accordi contrattuali che sono anche caratterizzati nei «Punti fondamentali», colui che è il lavoratore riceverà il suo denaro dal leader del lavoro. Questo è il procedimento puramente esteriore, che come procedimento esteriore — difficilmente si distinguerà molto da ciò che è ora consueto. Ma, miei cari signori presenti, non si tratta di tali procedimenti esterni, bensì si tratta di quali funzioni il denaro avrà nell’organismo sociale triartiolato. Oggi il denaro, se è carta moneta, è esso stesso una merce inserita tra le altre merci. Questo carattere il denaro deve perdere gradualmente nell’organismo sociale triartiolato. E naturalmente la determinazione dei prezzi può allora accadere solo all’interno della parte economica dell’organismo sociale. I biglietti di denaro devono sempre più diventare una parte della grande contabilità, che accade tra tutti gli esseri umani che partecipano alla vita economica — e questi sono tutti nella vita di un territorio chiuso determinato. Quando questa grande contabilità avviene di per sé, allora si ha semplicemente nel biglietto di denaro ciò che si deve registrare sulla propria lato attivo. Coloro che pensano in modo astratto, pensano più o meno come si pensa nei circoli borghesi, che una tale contabilità è veramente già presente. Questo è naturalmente un non-senso, perché così come è, non è auspicabile. Ma una tale contabilità come se ne avrà bisogno, si forma completamente di per sé, non sarà astrattamente una grande contabilità in qualche modo, bensì semplicemente allora presente nella realtà. E ciò che importa è che un certo rapporto si costituisce tra il leader del lavoro e colui che deve lavorare sotto la guida del leader del lavoro. E per un tale rapporto è insignificante se il lavoratore riceve il denaro dal leader del lavoro, così come è più o meno ora insignificante se uno è, diciamo, funzionario da qualche parte e riceve il denaro dalla cassa. Queste cose devono essere viste nella connessione con il complesso di domande su capitale e lavoro umano; solo allora ricevono, io direi, la giusta sfumatura.
La seconda domanda: Come si pensa la transizione dalle attuali condizioni sociali ed economiche all’attuazione pratica della triarticolazione?
Effettivamente non è affatto nell’intenzione dei pensieri fondamentali dei miei «Punti fondamentali» che qui possa essere posta una tale domanda. Perché non si tratta in ciò che nei «Punti fondamentali» viene rappresentato, di alcuna utopia, che deve prendere il posto di ciò che ora c’è e dove dovrebbe essere creato un passaggio tra le condizioni attuali e quelle seguenti, bensì si tratta di come nasce questa triarticolazione, quando l’idea della triarticolazione sia compresa da un numero sufficientemente grande di esseri umani e quando allora da questa comprensione gli esseri umani provvederanno ai loro stati spirituali, statali ed economici. Questa triarticolazione dell’organismo sociale nasce nello stesso modo come nasce un abito, quando uno ha imparato come sarto come si cuce un abito; allora può anche realizzarlo. E così, perché è pensata come qualcosa di assolutamente pratico, la triarticolazione dell’organismo sociale si realizzerà. Non c’è bisogno di un passaggio. Perciò ho detto nei Punti fondamentali: Ciò che è inteso là, può essere affrontato in qualsiasi momento, e non c’è affatto bisogno di preoccuparsi di un passaggio. Non è necessario pensare a un passaggio, come non è necessario pensare alla domanda: Sì, qui ho una persona, che ora ha 17 anni, l’anno prossimo vuol avere 18 anni; come sarà il passaggio tra il 17esimo e il 18esimo anno?
Non è necessario sollevare tali domande, quando si ha a che fare con un’idea pratica, che semplicemente guarda a ciò che ora c’è, e si domanda: Che cosa esigono le condizioni presenti? Se si sviluppano naturalmente, non innaturalmente, allora esigono appunto ciò che la triarticolazione dà; e allora non c’è bisogno di un passaggio particolare. Vedete, le condizioni sono tali che o le si tratta ulteriormente in modo innaturale oppure si possono porre utopie, come ad esempio il leninismo e il trotskismo, e si vogliono formare da questi, oppure le si affronta naturalmente — allora nasce la triarticolazione. E questo è di cui veramente si tratta.
Non si può quindi affatto domandare come sia il passaggio all’attuazione pratica, bensì si devono affrontare queste cose sempre nel concreto. Ma, vedete, nel concreto le persone non amano affrontare le cose.
Così la domanda fu posta in quel tempo, quando ci si trovava ancora in un pubblico più piccolo con la triarticolazione dell’organismo sociale, in modo un po’ diverso da adesso, perché allora si aveva una terribile paura che tutto potesse rompersi. Si domandava: Sì, che cosa dovrebbe proprio fare il governo? Si dovette semplicemente dire, ciò che è pratico per il governo: cioè semplicemente come governo rinunciare alla vita dello spirito e alla vita economica; questi ambiti dovrebbero diventare più liberi. Una volta un ministro del lavoro mi chiese che cosa dovrebbe fare, allora dovetti rispondergli: Vedete, le difficoltà derivano dal fatto che i tre arti dell’organismo sociale sono stati mischiati; lei sta ora cosicché da una lato ha mandati che appartengono solo allo stato del diritto, dall’altro solo alla vita economica. E così vorremmo effettivamente desiderare — cosa che non vorrei desiderare proprio a lei personalmente —, così vorremmo effettivamente desiderare che lei, come il turco dal bravo svevo nel mezzo, fosse spaccato in due. — La divisione dovrebbe cioè già cominciare con il ministro del lavoro in questione. Ora vedete, queste sono le cose su cui bisogna sempre di nuovo sottolineare, che la triarticolazione deve essere pensata come qualcosa di eminentemente pratico. Allora non porrà domande come quella del passaggio dalle condizioni attuali all’attuazione pratica della triarticolazione.
Una terza domanda: Un membro del gruppo per la triarticolazione dell’organismo sociale è un procuratore impiegato di una grande società corporativa, la cui attività si estende come una rete sul nord dell’Inghilterra; conta 10 milioni di membri. Egli vorrebbe sapere in che misura una tale società corporativa è in accordo con il principio della triarticolazione e dove se ne discosta.
Ora, miei cari signori presenti, questo il signore in questione probabilmente potrà rispondere solo del tutto personalmente, perché ben presto noterà che questa società, per cui è procuratore, veramente non ha molto a che fare con la triarticolazione; sarà either procuratore per quella società oppure vorrà agire per la triarticolazione dell’organismo sociale. Tutte e due le cose non andranno facilmente insieme.
Ma se dentro la società corporativa potrebbe propagandare la triarticolazione, questo dipenderà solo da se è in grado, attraverso la forza del suo spirito, attraverso tutto ciò che ha da dire per fondare l’idea della triarticolazione, di guadagnare i 10 milioni di membri per l’idea della triarticolazione. Se li guadagna, allora la sua attività come procuratore dentro questi 10 milioni è assolutamente giustificata, e allora vorremmo congratularci molto con lui come un fermo rappresentante della triarticolazione. Credo però che queste due attività, essere rappresentante della triarticolazione e procuratore della società corporativa, difficilmente saranno conciliabili. Ma, non è vero, talvolta sono anche conciliabili; nella triarticolazione dell’organismo sociale dipende solo dagli esseri umani. Abbiamo imparato questo nella triarticolazione sempre e di nuovo e l’abbiamo sperimentato.
Ora ancora alcune parole; è troppo tardi per esporre oggi molte cose che vorrei esporre. Vedete, è effettivamente così che oggi certe cose sono sempre affrontate dall’angolo sbagliato.
Così ad esempio è stato richiesto che si parlasse al proletariato in una maniera facilmente comprensibile. Sì, vedete, il modo in cui dal aprile 1919 si è parlato al proletariato a Stoccarda era così facilmente comprensibile che ben presto migliaia e migliaia di operai si sono riuniti e non hanno per niente trovato il linguaggio difficilmente comprensibile. Allora sono emersi gli uomini che hanno parlato nelle vecchie frasi marxiste. Sì, miei cari signori presenti, se un pubblico, direi socialmente vergine, un pubblico che non fosse stato completamente pieno di slogan marxisti, avesse sentito ciò che talvolta questi leader hanno detto alle loro greggi in frasi marxiste e simili, allora questa gente avrebbe detto: completamente incomprensibile. L’hanno trovato comprensibile solo perché talvolta hanno pescato una parola — «plusvalore» e così via — che i leader, che erano là, hanno messo in una salsa socialista, che certamente non era facilmente comprensibile; era spesso incomprensibile dalla sua assurdità. Sì, ma «facilità di comprensione» — con tali cose si commette molto abuso. Si deve dire che quello che oggi è spesso chiamato facilità di comprensione nei circoli degli operai, è effettivamente anche qualcosa — ho mostrato tali eredità nei miei «Punti fondamentali della questione sociale» —, che il proletariato ha ricevuto dalla borghesia. Quello che si chiama incomprensibilità, è anche qualcosa che il proletariato ha ripreso dalla borghesia.
Questo facile da comprendere, sì, vedete, bisogna averlo provato anche praticamente. Fui invitato una volta a Berlino molti anni fa a parlare su Goethe «Faust». Allora si riunirono in una società persone che certamente non consistevano di operai, ma erano già borghesi dotati di portafoglio e altri ancora, comunque non operai. Allora avevo tentato di parlare di Goethe «Faust» come si deve parlare. Allora c’erano persone che dopo hanno detto: Sì, il Faust di Goethe, non puoi averlo davvero di sera a teatro; non è un pezzo teatrale come lo fanno Blumenthal; è scienza; non la vuoi mica di sera, una tale scienza. — E quando ci si ricorda da quali punti di vista talvolta è stata condotta l’educazione popolare, condotta specialmente negli ultimi decenni, diciamo ad esempio da drammaturghi che hanno fatto «facilità di comprensione» — ma in realtà solo per la loro tasca — allora si acquisisce storicamente una concezione di ciò che con «facilità di comprensione» si intenda. E si riconosce come in questa richiesta di facilità di comprensione c’è qualcosa che il proletariato deve ancora spogliarsi come un residuo di ciò che ha ereditato dalla borghesia, dalla borghesia comoda, pigra, che non vuol pensare. Perché facilità di comprensione è in realtà la richiesta di ascoltare qualcosa, di cui non si deve pensare. Ma per questo appunto siamo finiti nel tempo catastrofico, che la gente non vuol pensare. E non usciamo prima, finché la gente si decida a pensare.
Ora, fondamentalmente, proprio quello che oggi si chiama socialismo ha compiuto l’estremo della astrazione. Non è vero, quanto spesso si sente lamentarsi sugli «-isti» e gli «-ismi». Ora ai «idealismo», «spiritualismo», «realismo», «meccanicismo», agli «idealisti», ai «spiritualisti» e così via negli ultimi tempi anche abbiamo avuto: «bolscevismo» e «bolscevisti», «marxisti» e «marxismo». Con «meccanicismo» si può comunque legare un concetto: «meccanico»; «spiritualisti», «spiritualismo» si può collegare al concetto «spirituale»; «idealismo», là c’è ancora la parola «ideale» come concetto dentro. Ma «bolscevismo» e «bolscevisti», «marxisti», «marxismo» — lì non c’è più nulla dentro nelle parole. È l’ «ismo» di Marx, marxisti sono coloro che vogliono Marx. È l’ironia più amara, l’estremo di astrazione che si è mai potuto intraprendere; è qualcosa di grottesco se si pensa quanto lontano sia arrivata l’astrazione proprio in un movimento che vuol essere completamente facilmente comprensibile.
E ora in conclusione ancora qualcosa su ciò che è stato riportato sui due leggi sociali, come le ho formulate, quella dell’individualismo e quella del socialismo. Ho formulato una legge in continuazione del libro di Ludwig Stein. Avevo allora un libro di Ludwig Stein da recensire, un libro spesso sulla questione sociale da un punto di vista filosofico. Era più o meno non facile trovare il percorso attraverso il groviglio di pensieri di Ludwig Stein, questo filosofo tipico del presente. È lo stesso Ludwig Stein, che perché ha scritto molta roba, dovette scrivere così velocemente, che una volta gli succedette: Come voleva dimostrare in un libro che solo le persone della zona temperata della terra potevano sviluppare una cultura, disse che era completamente naturale che solo le persone nella zona temperata potessero sviluppare una vera cultura, perché al Polo Nord dovrebbero congelare e al Polo Sud dovrebbero bruciare. Vedete, questa è l’enunciazione di un filosofo, che per molti anni ha fornito la facoltà filosofica di Berna di filosofia. E quel filosofo ha goduto di una certa reputazione.
Vedete, quanto grottesco diventa una tale astrazione, questo mi fu chiaro una volta a Weimar. Là lavorava con noi nel Goethe e Schiller-Archiv un altro professore bernese, e questo altro raccontò la seguente storia. Arrivammo cioè in conversazione sulle prime opere di Robert Saitschick. Saitschick ha veramente fornito alcune prime opere che erano comunque qualcosa di rispettabile; solo più tardi è diventato tale «Kohler», come è appunto adesso. Robert Saitschick era allora Privatdozent all’università di Berna, Ludwig Stein era professore. Robert Saitschick era un povero diavolo; e Ludwig Stein era, oltre a essere professore all’università di Berna, proprietario di un’intera fronte di case nella Köpenikerstraße a Berlino. E perciò anche a Berlino era conosciuto questo professor Ludwig Stein.
Non riuscii nemmeno a liberarmene; quando ero ogni tanto a Berlino, veniva anche Stein, che, dopo che avevo scritto quella recensione, mi disse dopo: Avrei di nuovo voglia di parlarti come vostro Positivo con il mio Comparativo. — Questo era lo scherzo costante che faceva. Ora, Stein era Ordinarius a Berna, Saitschick Privatdozent, e quel professore che l’ha raccontato — era comunque una persona molto per bene, cara, solo ancora molto dentro le concezioni universitarie — ha detto: Questo Robert Saitschick, è un tipo completamente indefinibile, di cui non si può proprio parlare. — Dissi: Ha comunque scritto dei bei libri. — Sì, pensate, che cosa ha fatto, disse il professore. È un povero diavolo, e ha chiesto in prestito al suo Ordinarius. L’Ordinarius gli ha dato denaro, e quando gli è durato troppo a lungo, ha chiesto a Saitschick di restituire il denaro. E lui l’ha fatto in questo modo: Ha detto: Signor Professore, dopo che l’ha detto, le prego, mi faccia firmare un documento per iscritto che lei è un vigliacco. E — l’Ordinarius ha firmato questo documento! — Questo mi ha detto il professore; racconto solo quello che mi ha detto: Ebbene, pensate, un privatdozent che costringe il suo ordinarius a firmare un tale documento, è effettivamente un tipo completamente vigliacco. — Questa è la concezione universitaria.
Ebbene, così dovetti recensire questo libro di Ludwig Stein, e dovetti sottolineare che il corso naturale dello sviluppo umano in relazione sociale è che gli esseri umani vivono prima in vincoli, nei legami, il singolo allora si libera dai legami verso l’individualità. Da un lato indipendente tentai poi di formulare l’altra legge, la legge della vita sociale, e presentai che l’intera costituzione sociale può formarsi solo se il singolo nella connessione economica non vive di ciò che guadagna lui stesso, ma se ciò che guadagna lui stesso lo dà alla comunità e se riceve di nuovo dalla comunità — in quale modo questo accade, lo mostrano appunto i «Punti fondamentali», e una volta a Zurigo l’ho esposto. Ora, colui che oggi può penetrare le connessioni sociali, sa — anche se dapprima appare altrimenti — che colui che oggi fabbrica un abito per sé, in realtà non lo produce nella realtà. Che lo produca — questo è in un ambito dove oggi abbiamo una così ampia divisione del lavoro, solo una rappresentazione apparente, perché ciò che produce, viene consumato da lui stesso. Ma questa legge della vita sociale vale assolutamente. Le cose stanno così, che questa legge può essere consapevolmente realizzata solo da coloro che si liberino dai legami e diventino individualità. Queste due cose sono forse astrattamente in contraddizione; nella realtà esigono l’uno l’altro, appartengono assolutamente insieme. L’individualità avrebbe dovuto prima liberarsi dai legami, affinché dal singolo potesse realizzarsi il sociale. Questa è la soluzione dell’enigma in questo caso. E così si risolverebbero vari apparenti contraddizioni, se si volesse accettarlo.
Naturalmente oggi sarebbe straordinariamente da aggiungere molto a ciò che è stato detto; ma il tempo è talmente avanzato, e credo che queste serate di discussione sulla triarticolazione non abbiano raggiunto il loro termine con questa serata, così che probabilmente la prossima volta si potrà continuare a parlare di tali cose. QUARTO SERATA DI DISCUSSIONE
Dornach, 16 agosto 1920
La formazione di un giudizio sociale
Roman Boos: Molto onorevoli presenti, stasera si tratterà la questione relativa al modo in cui il giudizio si forma nell’organismo sociale triarticolato. Il Signor Dottor Steiner terrà la conferenza introduttiva. Vi prego fin d’ora di partecipare attivamente alla discussione, e soprattutto coloro che hanno qualcosa da dire riguardo ai problemi che verranno esposti stasera, che si facciano sentire. Prego ora il Signor Dottor Steiner di iniziare la sua conferenza.
Rudolf Steiner: Molto onorevoli presenti! Vorrei introdurre la discussione di stasera con alcune osservazioni sul modo in cui un giudizio sociale, su cui deve fondarsi un nuovo ordine sociale, può venire a formarsi. Mi permetto di notare fin dall’inizio che non sarà facile parlare di questo argomento in modo popolare. Si dovrebbe, dalle stesse circostanze entro cui viviamo, riconoscere l’impossibilità di parlare di questo argomento in maniera popolare.
Vedete, la nostra epoca è fondamentalmente contraria, in molti aspetti, al fatto che l’uomo si formi un giudizio sociale sano. È vero che oggi si parla molto dell’uomo come essere sociale, dei rapporti sociali e delle rivendicazioni sociali in generale. Ma questo parlare di rivendicazioni sociali non è certamente portato da una profonda comprensione di ciò che l’essere sociale veramente è. Non ci si deve meravigliare perché, in effetti, solo nel presente l’umanità sta diventando matura per formarsi un giudizio sociale. L’umanità, in un certo senso, non ha avuto bisogno fino a ora di formarsi un giudizio sociale. Perché? L’uomo ha certamente sempre vissuto in qualche rapporto sociale, ma fondamentalmente — fino a ora — non ha ordinato questi rapporti sociali a partire dalla sua consapevolezza sociale, da una vera comprensione. Li ha ordinati, se così posso dire, per mezzo di una sorta di attività istintiva. Gli uomini hanno formato i loro legami fino alla forma dello stato attuale, che in Europa non è più antico di tre o quattro secoli, più dai loro istinti, e in effetti non si è giunti a organizzare il raggruppamento degli uomini dal giudizio, dalla riflessione, dalla comprensione. È da questa comprensione, da un vero e chiaro giudizio che la triarticolazione dell’organismo sociale vuole affrontare la questione sociale. Con ciò fa, fondamentalmente, qualcosa che è completamente sconosciuto all’uomo fino a ora e che è estremamente sgradevole per la stragrande maggioranza degli uomini attuali.
Che cosa è venuto fuori? Dai loro istinti gli uomini hanno sviluppato i precedenti legami sociali e l’attuale legame statale, e questo legame, che è intrecciato con ogni sorta di istinti nazionali, gli uomini del presente semplicemente accettano. Vi crescono dentro. Vi crescono dentro istintivamente ed evitano — oppure almeno evitano fino a un certo grado — di riflettere su di esso. Al massimo si riflette su quanto si voglia partecipare alle questioni dello stato, ma il quadro dello stato lo si accetta semplicemente. Lo si accetta, perfino dall’ala più radicale dei socialisti; anche Lenin e Trotsky accettano lo stato, lo stato costruito da tutto il possibile, ma in modo istintivo, al quale ha infine lavorato il vecchio zarismo. L’accettano e al massimo si chiedono come plasmare ciò che loro desiderano all’interno di questo stato. Che lo si debba lasciare così o se si debba fare un’altra articolazione, tratta dalla comprensione, questo non viene posto. Ma vedete, proprio questa questione: Come può la vecchia vita sociale istintiva essere trasformata in una vita sociale nata dall’anima umana? —, questa è la questione principale che sta alla base dell’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale.
Questa questione non può essere risolta in nessun altro modo che non sia il sorgere di una conoscenza più profonda dell’uomo, più profonda di quella conoscenza dell’uomo che c’era negli ultimi secoli e che c’è nel presente.
Si può dire che proprio dalla questione: Come l’uomo deve giungere a un giudizio su come deve vivere insieme con altri uomini? —, proprio da questa questione è nato l’impulso per la triarticolazione dell’organismo sociale. È nato da un’osservazione corretta di ciò che l’uomo nel presente deve esigere. Ma la maggior parte degli uomini non vuole davvero confrontarsi con le esigenze del presente. Vogliono prendere ciò che è e fare al massimo più o meno radicali miglioramenti qua e là. Un esempio: Probabilmente si potrebbe parlare di tutto con un inglese più facilmente che della triarticolazione dell’organismo sociale, se egli, come per lo più accade, la considera come una cosa ovvia, che lo stato unitario inglese è un ideale su cui non si deve toccare. Ovunque si tocca, ci si accorge proprio di questo pregiudizio. Ma questo non è nient’altro che il persistere dei vecchi istinti dell’umanità riguardanti la convivenza sociale, e su questi dobbiamo andare oltre. Dobbiamo giungere a una convivenza consapevole. Questo è estremamente sgradevole per gli uomini del presente, perché in effetti non vogliono giungere a un giudizio da un’attività interiore, da un agire interiore. Vogliono fondamentalmente, come ho già detto, partecipare a ciò che già esiste, ma non vogliono veramente pensare in modo radicale a come ordinare ciò che è e che attraverso le ultime catastrofi è stato condotto all’assurdità. Questo assolutamente nuovo della triarticolazione, fondamentalmente non lo si vuole riconoscere. Semplicemente non ci si vuole abbassare a formare un giudizio sociale.
Vedete, la questione: Come viene a formarsi un giudizio sociale? —, si divide subito, quando la si affronta in modo corretto dal punto di vista della scienza dello spirito, in tre questioni distinte. E su questo fondamentalmente si basano le fonti da cui scaturisce la triarticolazione dell’organismo sociale: che questa questione — Come ci si forma un giudizio sociale? —, subito si divide in tre questioni distinte. È impossibile giungere a un giudizio nella vita spirituale comunitaria, nella vita spirituale sociale, nello stesso modo come nella vita giuridica o statale o nella vita economica. Qualche tempo fa nel «Berliner Tageblatt» è uscito un articolo: «Scolastica politica». Un signore molto intelligente — i giornalisti sono generalmente intelligenti — si diverte quando nel presente nella vita pubblica si mira a separare il politico dall’economico. Naturalmente si divertirebbe anche e chiamerebbe spaccatura scolastica se si volesse separare la vita pubblica in tre membri: il membro spirituale, il membro giuridico o statale e il membro economico, perché ha un motivo molto particolare, un motivo che appare infinitamente plausibile all’uomo del presente; dice: Sì, nella vita reale l’economico non è da nessuna parte separato dal politico e dalla vita spirituale; scorrono insieme ovunque, quindi è scolastico quando li si separa. Ora, miei onorevoli presenti, penso che qualcuno potrebbe anche dire che non si dovrebbe sentire separatamente la testa e il tronco e gli arti dell’uomo, perché nella vita reale appartengono insieme. Certamente, i tre membri dell’organismo sociale appartengono insieme, ma non si va bene quando se ne confonde uno con l’altro — né più di quanto la natura andrebbe bene se lasciasse crescere un piede o una mano sulle spalle dell’uomo invece di una testa, se cioè formasse la testa nella forma di una mano. È un segno particolare di questa gente intelligente del presente, che hanno il massimo successo con la cosa più stupida, perché la cosa più stupida oggi appare come la cosa più ragionevole dal punto di vista intellettuale alla grande massa.
Ciò che importa è che nel momento in cui l’umanità non deve più entrare istintivamente, ma più consapevolmente che prima nella vita pubblica, il modo intero in cui l’uomo sta nella vita culturale spirituale, come sta nella vita giuridica e statale, come sta nella vita economica, è diverso. È proprio diverso come è diversa la circolazione del sangue nella testa, nei piedi o nelle gambe e diversa nel cuore — e tuttavia i tre agiscono proprio nel modo giusto insieme quando sono organizzati in modo giusto separatamente.
Anche noi come uomini dobbiamo formare il nostro giudizio sociale in modi diversi nel campo della vita spirituale, nel campo della vita giuridica e statale e nel campo della vita economica. Ma bisogna trovare i modi per giungere a un giudizio veramente sano nei tre campi. Questo cammino — fondamentalmente sono tre cammini — è effettivamente molto bloccato dai pregiudizi del tempo. Molti ostacoli devono essere rimossi dal cammino.
Per giungere a un giudizio sociale sano nella vita spirituale, bisogna rendersi conto che l’uomo odierno è completamente inadatto anche solo a porsi la domanda: Che cosa significa il sociale nella vita spirituale? Che cosa significa la convivenza umana dal punto di vista spirituale? Non abbiamo ancora una scienza dell’uomo che — non voglio nemmeno dire — dia risposta a tali domande, ma voglio solo dire che incoraggi tali domande. Questa scienza dell’uomo deve essere creata dalla scienza dello spirito e resa popolare nell’umanità. Si deve porre ordinatamente e razionalmente la domanda: Qual è la differenza se mi trovo di fronte a un altro uomo o se sono un osservatore solitario della natura e ho davanti solo la natura, procurandomi quindi conoscenze di questa natura stando direttamente di fronte a essa come osservatore? Mi trovo in un certo rapporto reciproco con la natura; lascio che la natura mi faccia impressioni; elaboro queste impressioni, mi formo interiormente rappresentazioni su queste impressioni, entrando in un rapporto reciproco con la natura; accolgo qualcosa dall’esterno, l’elaboro interiormente. Questa è fondamentalmente la semplice realtà. Esternamente sembra uguale quando ascolto un uomo, cioè entro in un rapporto spirituale con lui, trovo il significato che egli vi ripone nelle sue parole. Allora le parole dell’uomo mi fanno un’impressione; le elaboro di nuovo interiormente in rappresentazioni. Entro in interazione con altri uomini. Si potrebbe credere: Se io entro in interazione con la natura o se entro in interazione con altri uomini, fondamentalmente è la stessa cosa. Non è così. Colui che sostiene che sia la stessa cosa non ha ancora nemmeno rivolto lo sguardo a questa cosa nel modo giusto. Si deve prestare attenzione a queste cose.
Vedete, ora vorrei addurre un esempio concreto. C’è nella vita spirituale tedesca un fatto senza il quale questa vita spirituale tedesca non sarebbe nemmeno concepibile. Quando si descrive la vita spirituale di una certa regione, di solito — a seconda di quale occasione si presenti —, si descrivono i rapporti economici del tempo in cui questa vita spirituale si è sviluppata, oppure si descrivono singole grandi personalità che con le loro prestazioni geniali hanno fecondato questa vita spirituale. Ma io intendo ora un fatto di natura completamente diversa e senza il quale il carattere particolare della vita spirituale tedesca nel 19° secolo non sarebbe pensabile. È, direi, un fenomeno originario della convivenza spirituale sociale: è il rapporto intimo di dieci anni tra Goethe e Schiller. Non si può dire che Goethe abbia dato qualcosa a Schiller o che Schiller abbia dato qualcosa a Goethe e che abbiano collaborato insieme. Con questo non si coglie il fatto di cui intendo parlare, ma è qualcos’altro. Schiller è diventato attraverso Goethe qualcosa che non avrebbe mai potuto diventare da solo. Goethe è diventato attraverso Schiller qualcosa che non avrebbe mai potuto diventare da solo. E se si ha solo Goethe e si ha solo Schiller e si pensa al loro effetto sul popolo tedesco — non viene fuori quello che in realtà è diventato. Perché se si ha solo Goethe, se si ha solo Schiller e si considerano gli effetti che scaturiscono da entrambi, allora non c’è ancora quello che è diventato, ma piuttosto dalla confluenza dei due emerge un terzo, completamente invisibile, che ha però un effetto straordinariamente forte (viene disegnato sulla lavagna).
Vedete, questo è un fenomeno originario della collaborazione sociale nel campo spirituale.
Che cosa sta veramente alla base? La scienza grossolana odierna non studia tali cose, perché la scienza odierna non penetra nemmeno fino all’uomo. La scienza dello spirito studierà tali cose e porterà così luce anche sulla convivenza spirituale sociale degli uomini. Coloro tra voi che hanno sentito qualcosa della scienza dello spirito, sanno ciò che ora vorrei solo accennare brevemente. La scienza dello spirito mostra che lo sviluppo dell’uomo è un fatto reale e concreto. Mostra che un uomo, mentre si sviluppa, diventa sempre più maturo e più maturo, sempre porta fuori qualcosa di diverso dalle profondità del suo essere. E se la vita sociale reprime questo portare fuori, allora questa vita sociale è sbagliata e deve essere indirizzata su altre strade.
Ora, Goethe e Schiller erano entrambi individualità, personalità fortunate socialmente nel senso più elevato. Quando è entrato quello di cui si può dire che Schiller ha compreso meglio Goethe, che Goethe si è fatto comprendere meglio da Schiller? Hanno potuto interloquire meglio l’uno con l’altro, hanno potuto scambiare al meglio le loro idee e hanno prodotto qualcosa di comune, proprio questo invisibile, che poi ha continuato a operare e che è uno dei fatti più significativi nella vita spirituale tedesca. Mi sono molto impegnato a scoprire l’anno della convivenza più intima dei due, dove le idee di uno — direi — sono penetrate in modo più profondo nelle idee dell’altro. Trovo che sia intorno al 1795 o 1796 (viene scritto sulla lavagna). 1796, allora c’era veramente in questa collaborazione di Goethe e Schiller qualcosa di completamente particolare.
Se si indaga perché proprio Schiller in questo anno ha compreso meglio Goethe e perché Goethe ha potuto lasciarsi comprendere meglio da Schiller proprio in questo anno, si arriva a questo. Veda, Schiller nacque nel 1759; aveva quindi nel 1796 trentasette anni. Goethe era dieci anni più vecchio; aveva quindi quarantasette anni. Ora la scienza dello spirito ci mostra che ci sono diversi punti nodali della vita nella vita umana; oggi di solito non vengono considerati: il cambio dei denti — l’uomo diventa qualcosa di diverso, attraversando il cambio dei denti, anche dal punto di vista spirituale-animico —, la maturità sessuale, ulteriori transizioni — sono meno evidenti, ma sono comunque presenti nel 28º anno, di nuovo nel 35º e nel 42º anno. Se si può veramente osservare questa vita umana interiore, si sa che l’inizio dei quaranta anni, direi nel media il 42º anno, quando l’uomo si sviluppa interiormente, quando passa attraverso una vita spirituale interiore, questo 42º anno è qualcosa di completamente particolare. Tra il 35º anno e il 42º anno matura nell’uomo quello che si può chiamare l’anima cosciente. E diventa completamente matura, questa anima cosciente che giudica, questa anima consapevole che si rapporta al mondo interamente dall’Io — questa anima cosciente diventa matura. Schiller con 37 anni era cinque anni più giovane di 42, Goethe con 47 anni era cinque anni più vecchio di 42. Goethe aveva superato il 42º anno di altrettanto quanto Schiller ne era distante.
Schiller stava nella sua evoluzione nell’anima cosciente proprio dentro, Goethe era oltre; erano a uguale distanza da essa. Che cosa significa questo? Questo significa dal punto di vista spirituale-psichico veramente un contrasto simile — so che tali paragoni sono audaci, ma il nostro linguaggio è grossolano, e per questo si possono usare solo paragoni audaci quando si vogliono presentare fatti importanti e fondamentali —, per lo spirituale-mentale significa un contrasto simile come il maschile e il femminile per il fisico-sessuale. Per quanto riguarda lo sviluppo fisico, le sessualità hanno uno sviluppo disuguale. Non voglio dire, per cortesia verso le signore e per non rendere altezzosi i signori, quale sessualità ha uno sviluppo più tardivo e quale uno più precoce, ma hanno uno sviluppo diverso nel tempo. Non è l’intero uomo, la testa non vi partecipa, quindi coloro la cui sessualità deve essere pensata in una fase di sviluppo precedente non devono sentirsi offesi. Ma così non è per lo spirituale-psichico; lì il precedente può incontrarsi con il successivo, allora emerge una fecondazione completamente particolare. Allora emerge qualcosa che può emergere solo attraverso questa diversa natura a diversi tempi. Questo è naturalmente un caso particolare; lì nel rapporto sociale tra uomini si forma l’interplay di anima con anima in un modo particolare. Ogni volta che gli uomini agiscono gli uni sugli altri, emerge qualcosa che non potrebbe mai emergere dalla mera interazione tra uomo e la natura considerata. Vedete, si ottiene un certo concetto di che cosa significhi veramente permettere che agisca su di sé ciò che non viene dalla natura, ma da un altro uomo.
Mi era diventato un problema completamente particolare quando mi immersi, per esempio, in Nietzsche. Nietzsche aveva qualcosa che ora hanno già un buon numero di persone che hanno una formazione simile a quella di Nietzsche; l’aveva proprio in un senso particolarmente radicale. Ha considerato, per esempio, i filosofi, i vecchi filosofi greci, ha considerato Schopenhauer, ha considerato Eduard von Hartmann e così via. Si può dire che a Nietzsche interessava effettivamente mai il contenuto di una filosofia. Questo contenuto della filosofia, questo contenuto della concezione del mondo, gli era effettivamente completamente indifferente; ma gli interessava l’uomo. Che cosa il tale Talete abbia pensato come contenuto della sua concezione del mondo, ciò gli era indifferente, ma come questo uomo Talete si sia avvicinato ai suoi concetti, questo l’interessava. Questo l’interessa in Eraclito, non il contenuto della filosofia di Eraclito l’interessa. Proprio quello che viene dall’uomo agisce su di lui, e così Nietzsche si mostra come un carattere particolarmente moderno. Ma questo diventerà la costituzione generale della vita psichica umana. Oggi gli uomini ancora si contendono spesso le opinioni. Un giorno dovranno smettere di contendersi le opinioni, per la semplice ragione che ognuno deve avere la propria opinione. Come se uno avesse un albero e lo fotografasse da diversi lati, è sempre lo stesso albero, ma le fotografie si vedono completamente diverse; così ognuno può avere la propria opinione, a seconda — dipende solo dal punto di vista su cui si posiziona. Se egli è ragionevole nel senso odierno, non si contende nemmeno più le opinioni, ma al massimo trova alcune opinioni sane e altre malate. Non si contende più le opinioni. Sarebbe come se uno guardasse diverse fotografie e poi dicesse: Sì, sono completamente diverse, queste sono giuste, e queste sono false. — Al massimo può interessare come uno arriva alla propria opinione: se è particolarmente intelligente o sciocco, se è basso e non porta frutto oppure se è elevato e vantaggioso per l’umanità — questo può interessare.
Si tratta oggi di rendere veramente luminoso lo sguardo su come uomo sta di fronte a uomo nella convivenza sociale spirituale, come l’uomo ha qualcosa da dare all’uomo. Questo ci appare particolarmente quando si vede quello che il giovane bambino che cresce deve ricevere da un altro uomo, che è la sua personalità di insegnante. Lì sono in gioco forze completamente diverse da quelle tra Goethe e Schiller, anche se non sono collocate in una posizione così elevata, ma sono forze più complicate che entrano in gioco. Ciò che ora sviluppo qui dà una possibilità di trovare il cammino su come si può sviluppare un giudizio veramente sociale nel campo della vita spirituale.
Vedete, ho già detto che oggi, proprio oggi, non posso parlare in modo particolarmente popolare, perché quando voglio discutere queste questioni, devo partire dal punto di vista di una scienza dell’uomo oggi ancora sconosciuta, almeno in ampi circoli. Ho fatto notare nel mio libro «Misteri dell’anima» come l’uomo sia un essere triarticolato: è uomo-testa o uomo-nervo-senso, uomo ritmico, uomo del metabolismo. L’uomo nervo-senso comprende tutto quello che sono i sensi e gli organi della testa. L’uomo ritmico, si potrebbe dire anche uomo del tronco, comprende quello che è ritmico nell’uomo, quello che è movimento del cuore, movimento dei polmoni e così via. Il terzo, l’uomo del metabolismo, comprende tutto il resto.
Questi tre membri esistono nella natura umana; sono in un certo senso fondamentalmente diversi l’uno dall’altro, ma si arriva difficilmente alle loro vere diversità. Si può qui con l’uomo ritmico mettere in rilievo quanto segue. — Del ritmico nell’uomo sentirete ancora tutto il resto stasera quando il Dott. Boos parlerà sulla formazione del giudizio sociale nella vita giuridica e statale, che costituirà la seconda parte dell’introduzione. Il Dott. Boos parlerà di quello che particolarmente lo riguarda, sulla formazione del giudizio sociale nel secondo membro dell’organismo sociale, nella vita giuridica e statale. — Ora però vorrei mettere in rilievo quanto segue: Quello che è attività ritmica nell’uomo, ci appare particolarmente fortemente quando percepiamo come l’uomo inala l’aria esterna, l’elabora in sé, come inala l’ossigeno ed esala l’anidride carbonica. Inalazione — esalazione, inalazione — esalazione: questo è innanzitutto uno dei ritmi che agiscono nell’uomo. È un processo relativamente facile da comprendere: inalare — esalare = attività ritmica.
Agli altri due agire si giunge forse solo se si parte da questa attività ritmica. In un certo senso tutto l’uomo è naturalmente predisposto per l’attività ritmica. Ma con la scienza ordinaria non si riconosce affatto l’attività nervo-sensoriale, la vera e propria attività principale. Non la si può confrontare con l’attività polmonare e cardiaca, con l’attività ritmica. Posso solo addurre qualcosa che a coloro che sono meno familiari con la scienza dello spirito, con l’antroposofia, forse appare paradosso, ma che sarà confermato da una vera scienza. In futuro ciò che dico ora sarà considerato come un fatto scientifico del tutto esatto nel mondo, quando si potranno comprendere i rapporti necessari. Nell’inalazione e nell’esalazione c’è un certo equilibrio all’inizio. Questo equilibrio che c’è, lo si potrebbe rappresentare figurativamente come un pendolo che va avanti e indietro. Va su un lato altrettanto in alto quanto sull’altro lato. Oscilla avanti e indietro. Così c’è anche un equilibrio tra inalazione ed esalazione, inalare ed esalare e così via.
Se ora l’uomo non vivesse insieme agli altri uomini spiritualmente e psichicamente, se l’uomo fosse solo e potesse solo osservare la natura, cioè potesse entrare solo in un rapporto reciproco con la natura, guardare la natura ed elaborarla interiormente in rappresentazioni, allora accadrebbe qualcosa di completamente particolare all’uomo. Come ho detto, oggi questo appare agli uomini estremamente paradosso, ma è così: la sua testa diventerebbe troppo leggera. Mentre osserviamo la natura, c’è un’attività presente. Non facciamo niente mentre osserviamo la natura; lì tutto in noi è in una certa attività. Questa attività è, per così dire, un’attività che succhia alla testa umana — non a tutto l’organismo, ma un’attività che succhia alla testa umana. E questa attività di suzione deve essere compensata, altrimenti la nostra testa diventerebbe troppo leggera; sveniremmo. Viene compensata dal fatto che, per così dire, la testa diventata troppo leggera passa di nuovo attraverso un metabolismo, apporto di sangue — nutrizione, e tutto questo si dirige verso la testa. E così mentre osserviamo la natura, continuamente abbiamo un diventare troppo leggera della testa e un diventare di nuovo pesante grazie al fatto che l’attività digerente si dirige verso la testa.
Questo compenso deve avvenire. È un’attività ritmica superiore. Ma questa attività sarebbe estremamente unilaterale se l’uomo stesse solo di fronte alla natura. L’uomo diventerebbe veramente troppo leggero nella sua testa se stesse solo esteriormente di fronte alla natura; non manderebbe dall’interno un’attività metabolica compensatrice sufficiente verso la testa. Lo fa in misura sufficiente quando entra in un rapporto con i suoi simili.
Perciò, vedete, viene che sentite un certo piacere quando entrate in un rapporto con i vostri simili, in uno scambio di pensieri o idee oppure quando siete istruiti da loro e così via. È qualcosa di diverso, passare attraverso la fredda natura oppure stare di fronte a un uomo che vi esprime le sue idee. Quando state di fronte a un uomo che vi esprime le sue idee — dovete solo una volta osservare ciò attentamente in voi stessi —, allora avete un certo piacere. E colui che sa analizzare questo piacere, trova una somiglianza tra questo piacere e il sentimento che ha quando digerisce. C’è una grande somiglianza, solo un sentimento va verso lo stomaco, l’altro sale verso la testa. Vedete, questo è proprio il carattere particolare del materialismo: questi fini processi materiali nel corpo umano rimangono nascosti al materialismo. Che lì avvenga un’attività digestiva nascosta verso la testa proprio perché si siede di fronte a un uomo, con cui si parla, con cui si scambiano idee, questo gli uomini non lo notano attraverso la scienza grossolana odierna. Perciò non possono nemmeno rispondere a questioni sociali, questioni della convivenza umana, anche quando sono completamente banali.
Per lo scienziato dello spirito, per l’antroposofo, è completamente chiaro perché le sorelle del caffè si riuniscono così tremendamente volentieri. Questo riunirsi non accade solo perché il caffè piace loro, ma avviene perché allora si digeriscono loro stesse. La digestione sale verso la testa, e lo sentono come piacere. E mentre una sorella del caffè siede accanto a un’altra sorella del caffè, oppure — non posso dire sorella del caffè ma — fratello dello skat accanto a un fratello dello skat al crepuscolo con grappa e così via, allora naturalmente accade lo stesso tra gli uomini. Non voglio offendere nessuno, ma mentre le persone si riuniscono così, sì, allora sentono questa attività digestiva che sale verso la testa, e questo significa un certo piacere. Quello che accade lì è veramente necessario per la vita umana. È veramente necessario, solo che lo si può usare per un’attività più elevata che non proprio l’ora del crepuscolo con la grappa e la sorellanza del caffè. Come il sangue non deve stagnare nell’uomo, così quello che si svolge nella testa non deve stagnare. Entrerebbe un ritmo atrofizzato nel sistema nervo-sensoriale, se non stessimo nel modo giusto in una relazione spirituale con le persone fuori. Il nostro vero carattere umano, che diventiamo veramente uomini, dipende dal fatto che entriamo in una relazione ragionevole con gli altri uomini.
E così ci si può formare un giudizio sociale solo quando ci si accorge di quello che è necessario all’uomo — altrettanto necessario come che egli nasca. Quando ci si accorge che l’uomo deve entrare in una relazione spiritualmente-psichica con altri uomini, solo allora ci si può formare un vero giudizio sociale sul modo in cui il membro spirituale dell’organismo sociale deve essere plasmato. Perché allora si sa che questa convivenza sociale si basa sul fatto che l’uomo deve entrare in una vera relazione individuale con l’uomo, che lì non deve intervenire alcuna vita statale astratta, che nulla deve essere organizzato dall’alto, ma che tutto dipende dal fatto che l’originario nell’uomo possa avvicinarsi all’originario nell’altro uomo, che cioè ci sia vera e autentica libertà, libertà immediata da individuo a individuo, sia nella convivenza sociale dell’insegnante con i suoi alunni, sia nella convivenza sociale in generale. Gli uomini si atrofizzano quando ordinanze scolastiche o ordinanze sulla convivenza spirituale rendono impossibile che quello che è in un uomo agisca in modo fecondante su quello che è in un altro uomo. Un vero giudizio sociale nel campo della vita spirituale può formarsi solo quando quello che eleva l’uomo sopra se stesso, quello che nell’uomo è più che nell’altro uomo, quando questo può agire sull’altro uomo e quando, a sua volta, quello che nell’altro uomo è più che in lui, può agire su di lui. Si comprende la necessità di una libertà della vita spirituale solo quando si riconosce come questa convivenza umana dal punto di vista spiritualmente-psichico può plasmarsi solo quando quello che viene in noi dalla nascita e che si sviluppa attraverso le nostre disposizioni, possa agire in modo libero sull’altro uomo. Perciò il membro spirituale dell’organismo sociale deve essere amministrato solo all’interno di se stesso. Colui che è attivo nella vita spirituale deve contemporaneamente tenere in mano l’amministrazione della vita spirituale. Quindi: auto-amministrazione all’interno di questo campo spirituale. Vedete, così si ha il carattere completamente particolare di questa vita spirituale, che scaturisce da una vera scienza dell’uomo.
La vita giuridica, quella ve la descriverà più dettagliatamente il Dott. Boos dai medesimi punti di vista. La vita giuridica procede così: Quando l’umanità attraverso le esigenze del presente sempre più si avvia verso uno stato democratico, così che di fronte si trovano l’uomo diventato maggiorenne e l’altro uomo diventato maggiorenne, allora non si ha ancora a che fare con quello che in tal modo agisce da un uomo all’altro, come l’ho descritto per la vita spirituale, dove l’attività digestiva sale verso la testa. Nella vita giuridica, dove l’uomo intero si trova di fronte all’uomo intero, non avvengono negli uomini tali cambiamenti come nella vita spirituale, ma avvengono solo interazioni reciproche tra uomo e uomo; nella vita spirituale invece l’effetto fluisce così via che nell’altro uomo nasce qualcosa di nuovo. Nella vita giuridica è così che proprio l’elemento medio dell’uomo viene influenzato, quello che propriamente sta nel ritmico. Ve lo capirete dagli sviluppi successivi.
Ora voglio, tralasciando questo elemento medio, passare alla vita economica, al terzo membro dell’organismo sociale. Questa vita economica in realtà oggi non la si comprende nemmeno cosicché da questa comprensione possa formarsi un vero giudizio sociale. Che cosa si può veramente chiamare vita economica? Vedete, si può delimitare bene la vita economica quando la si pensa nell’organismo sociale. Non è vero, prendiamo qualche genere di animale. Non si può dire che vive in una comunità sociale di tipo umano, perché il genere di animale trova quello che brama nella natura stessa. Prende quello che ha bisogno di continuare a vivere dalla natura esterna; quello che è all’inizio fuori nella natura va nell’animale, l’animale l’elabora, lo ricede — di nuovo una sorta di interazione. Vedete: Lì abbiamo qualcosa che, direi, è organizzato nella natura. Tale genere di animale continua la vita della natura solo in se stesso. Lì non viene cambiato niente nella natura. L’animale prende quello che è nella natura a sua nutrizione — come è all’inizio nella natura. Possiamo trovare un contrasto completo, e questo contrasto è presente negli animali dello zoo, che ricevono tutto il cibo dagli uomini, dove cioè la ragione umana fornisce all’animale il cibo, dove l’organizzazione umana prima giudica quello che gli animali poi ricevono.
Per questo gli animali vengono di fatto completamente strappati dalla natura. Anche gli animali domestici sono completamente strappati dalla natura; sono, per così dire, cambiati in modo che nel loro interno non assumono solo nutrienti naturali, ma viene loro infilata una nutrizione preparata dalla ragione umana. Gli animali domestici diventano un mezzo di espressione di quello che è, per così dire, elaborato spiritualmente, ma non fanno niente da loro. Gli animali sono quindi o così che prendono quello che è nella natura nella loro stessa attività invariato, o, se gli uomini glielo forniscono, non possono contribuirvi; non collaborano alla preparazione di quello che viene loro fornito.
In mezzo a questi due estremi sta l’attività economica umana, nella misura in cui vive nell’organismo sociale, al massimo non quando l’uomo è al livello inferiore di un popolo di cacciatori, quando prende ancora quello che è nella natura invariato, se lo gode crudo, cosa che oggi in realtà non fa più. Ma nel momento in cui la cultura umana in questa relazione comincia, l’uomo si fornisce di qualcosa che ha già preparato da sé, dove cambia la natura. Questo non lo fa l’animale, e se è animale domestico, gli viene fornito qualcosa di estraneo. Questa è veramente l’attività economica: quello che l’uomo compie in comunità con la natura, fornendosi la natura cambiata. Si può dire che tutta l’attività economica umana sta veramente tra questi due estremi: tra quello che l’animale, che non è ancora un essere sociale, prende invariato dalla natura, e quello che l’animale domestico assume, che viene nutrito interamente nella stalla, solo da quello che gli uomini gli preparano. E quando l’uomo lavora, egli con la sua attività economica sta tra il suo interno e la natura.
E questa vita economica che noi nel conoosmo socisale scopiamo: è veramente solo un’assunzione sistematica di quello che i singoli uomini fanno nella direzione che ho caratterizzato.
Confrontiamo una volta dal punto di vista sociale la vita economica con la vita spirituale che abbiamo appena caratterizzato. La vita spirituale si basa sul fatto che il singolo uomo ha, per così dire, troppo. Quello che gli uomini possiedono spiritualmente, lo danno volentieri quasi totalmente; lì sono generosi, e lo trasmettono volentieri agli altri. Rispetto a quello che è possesso materiale, gli uomini non sono nello stesso senso generosi; il possesso materiale preferiscono tenerlo per sé. Ma quello che possiedono spiritualmente, lo danno molto volentieri, lì sono generosi. Ma questo si basa su una buona legge cosmica. L’uomo può veramente andare oltre se stesso dal punto di vista spirituale; e nel modo in cui l’ho appena descritto, è vantaggioso per l’altro se l’uomo gli dà qualcosa, anche se non riceve in cambio niente dall’altro. Cioè, nel momento in cui l’uomo nella vita spirituale entra nella vita sociale, ha, direi, nel suo interno troppo giudizio, troppe rappresentazioni; lo spinge a dare, deve condividersi con gli altri.
Nella vita economica è esattamente il contrario. Ma ci si arriva solo se si parte da esperienze, non da una scienza che teorizza. Nella vita economica infatti non si può giungere a un giudizio nello stesso modo come nella vita spirituale — quindi da uomo a uomo —, bensì nella vita economica si può giungere a un giudizio solo quando come singolo uomo, oppure anche come uomo inserito in una qualche associazione, si sta di fronte a un’altra associazione. Perciò l’impulso per la triarticolazione dell’organismo sociale richiede l’associazionismo: Gli uomini devono associarsi secondo i loro rami professionali o secondo produttori, consumatori e così via. Nella vita economica l’associazione starà di fronte all’associazione. Confrontiamo questo con il singolo uomo che, magari ha molto spirito nella testa; questo spirito può trasmetterlo a molti uomini. Uno l’accoglie meglio, l’altro peggio, ma questo spirito che ha, può trasmetterlo a molti uomini. Quindi c’è la possibilità che l’uomo dia a molti uomini quello spirito che possiede. Nella vita economica è esattamente il contrario.
Della vita economica non abbiamo innanzitutto nulla nella testa. Quello che ho già detto ad alcuni di voi ieri è assolutamente vero: Se si vuol giudicare quello che nella vita economica è giusto o sbagliato, sano o malsano, e se lo si vuol ricavare solo dall’interno, allora somigli a quell’uomo di Jean Paul che si sveglia nel cuore della notte in una stanza buia e riflette su quanto sia l’ora, vuol cioè scoprire in una stanza buia, dove non vede e non sente niente, quanto sia l’ora. Non si può scoprire riflettendo quanto sia l’ora. Non si può altrettanto poco giungere attraverso il riflettere o attraverso lo sviluppo interno a un giudizio economico. Non si può nemmeno giungere a un giudizio economico quando si contratta con un’altra persona. Goethe e Schiller hanno potuto bene scambiare tra loro quello che è spiritualmente-psichico. Due uomini insieme non possono giungere a un giudizio economico. A un giudizio economico si può giungere solo quando si sta di fronte a un gruppo di uomini che hanno fatto esperienze, ognuno nel suo campo, e quando si accoglie come giudizio quello che loro come associazione, come gruppo, hanno scoperto. Come si deve guardare l’orologio se si vuol sapere quanto sia l’ora, così per giungere a un giudizio economico, si devono accogliere le esperienze, le esperienze depositate di un’associazione. E si possono sentire cose molto belle su quale sia il dovere di un uomo verso l’altro uomo, qual è il diritto di un uomo verso l’altro uomo, quando sta di fronte a lui; ma non si può giungere a un giudizio economico quando solo un uomo sta di fronte a un altro uomo, bensì si può giungere a un giudizio economico solo quando si accoglie quello che in associazioni, in gruppi di uomini, nel reciproco scambio economico è depositato come esperienza economica. Lì deve essere presente proprio il contrario di come si vive insieme socialmente dal punto di vista spiritualmente-psichico. Nel spiritualmente-psichico il singolo uomo deve dare quello che sviluppa nel suo interno agli uomini. Nell’economico il singolo uomo deve accogliere quello che le esperienze dell’associazione sono. Se voglio formarmi un giudizio economico, posso farmelo solo se ho chiesto alle associazioni che esperienze hanno fatto con questo o quell’articolo nella produzione, nello scambio reciproco e così via. E questo è quello che conta nella formazione di un giudizio sociale nel campo economico: che tali associazioni proprio costituiscono il corpo economico dell’organismo sociale triarticolato e che ogni singolo appartiene a tali associazioni. Per giungere a un giudizio economico, da cui si può di nuovo agire, devono essere presenti le esperienze economiche delle associazioni. Quello che dobbiamo conoscere scientificamente e conoscitivamente, quello dobbiamo ottenerlo nella libera vita spirituale attraverso le esperienze individuali dei singoli. Quello che deve spingere il nostro volere economico, deve il singolo sperimentare ricevendo dalle associazioni le esperienze trasmesse. Solo attraverso l’associazione di uomini che sono in attività economica, possiamo noi stessi giungere a un volere economico.
Radicalmente diverso l’uno dall’altro è il formarsi del giudizio nel campo spiritualmente-psichico e nel campo economico. E un’economia può prosperare accanto a una vita spirituale solo se i due campi non ricevono ordinanze dallo stesso luogo, bensì solo se la vita spirituale è collocata cosicché l’individualità singola può completamente liberamente trasmettere agli altri quello che ha. E la vita economica può prosperare solo se le associazioni sono tali che gli agenti economici collegati tra loro attraverso la produzione e il consumo sono associativamente collegati insieme e attraverso ciò il giudizio economico, che a sua volta sta alla base del volere economico, viene formato. Altrimenti se ne fa un pasticcio, e allora se ne ricava quello che sono le idee reazionarie, liberali o anche sociali dei tempi recenti, dove non si vede mai come radicalmente diversi tra loro sono gli agire dell’uomo nel campo spirituale, nel campo economico e, nel mezzo, nel campo giuridico e statale.
Fondamentalmente è così difficile per l’uomo oggi arrivare a un giudizio sano in questo campo, perché ormai è stato allontanato dalle tradizionali confessioni di fede dal riconoscere la vera articolazione dell’uomo in corpo, anima e spirito. L’uomo deve essere solo una dualità, solo corpo e anima. Per questo tutto è confuso. Solo quando si articola l’uomo in spirito, anima e corpo, solo quando si sa come lo spirito è quello che ci porta in essere dalla nascita, come lo spirito è quello che riporta in noi le disposizioni per lo sviluppo che proprio dobbiamo portare nel sociale, allora avremo un concetto di come questa parte spirituale dell’organismo sociale deve avere un’esistenza separata. Quando sappiamo come dall’anima, che è strettamente legata alla nostra vita ritmica, sgorga tutto quello che è convivenza degli uomini in cerchi di doveri, in cerchi di lavoro, in cerchi di amore, allora si vede questo che nel democratico stato come organizzazione giuridica dell’organismo triarticolato deve essere presente. E quando si riconosce come l’uomo veramente non può giungere a un giudizio economico e perciò nemmeno a un fare economico, senza essere articolato in un tessuto di associazioni nell’organismo sociale triarticolato, quando si riconosce questo, allora si arriva a, davvero ora è trasparente come solo quello che è una modalità particolare della formazione del giudizio nel campo economico, può guidare all’aiuto in futuro.
È già compito del presente che si ottenga una vera scienza dell’uomo e da questa vera scienza dell’uomo ci si penetri allora nella comprensione di quello che oggi cerca una vera intesa. È completamente diverso come l’uomo nel fare sociale giudica nel campo spirituale come nel campo giuridico, ed è di nuovo completamente diverso che nel campo economico. Perciò quando questi tre insieme plasmati rapporti sociali in modo sano si devono sviluppare verso il futuro, devono anche essere amministrati separatamente e poi agire insieme. Come nel singolo organismo non può emergere là dove la testa deve sorgere, una forma diversa dalla forma della testa, come lì non può emergere mano o piede o cuore o fegato, così l’organismo spirituale non deve essere sistematizzato come, ad esempio, l’organismo economico o l’organismo giuridico. Ma proprio quando sono organizzati correttamente al posto giusto, agiscono insieme a un tutto, come mano e piede e tronco e testa dell’uomo agiscono insieme a un tutto. L’unità giusta emerge appunto dal fatto che ognuno è organizzato correttamente a modo suo.
Vedete da questo, molto onorevoli presenti, che non è un’idea leggera quella della triarticolazione dell’organismo sociale che viene messa davanti all’umanità, bensì questa idea è ricavata da una vera scienza. Questa scienza deve certamente essa stessa essere conquistata contro tutto quel caos scientifico che oggi domina. Ma è, direi, non solo un muro, è un’estesa barricata di pregiudizi attraverso cui bisogna prima arrivare, combattere per arrivare prima di tutto con quello che come scienza deve stare alla base nel rapporto con l’uomo, e poi con quello che da questa vera scienza dell’uomo scaturisce come impulso per una vera ricostruzione sociale. Si può dire: Il cuore sanguina quando si guarda in questo caos di erroneo giudizio sociale che ovunque domina, e nella sonnolenza sociale. E bisogna dirsi: Non è possibile che da quello che questa umanità europea negli ultimi tre o quattro secoli da una scienza errante ha accolto come pregiudizio, da quello si possa ora fare una nuova riorganizzazione sociale. È qualcosa di terribile quando si parla di un ordinamento sociale da una scienza che non potrà mai fondare un giudizio sociale, perché non conosce l’uomo. Quella scienza, molto onorevoli presenti, non considera l’uomo come uomo, ma lo considera solo come il membro più elevato della serie animale. Non chiede: Che cosa è l’uomo? —, ma: Che cosa sono gli animali? — Dice solo: Se gli animali si sviluppano al massimo, allora questo è l’uomo. — Lì non si chiede che cosa sia l’uomo, ma gli animali sono lì, e alla serie animale, lì si attacca l’uomo come ultimo, senza che si dica sull’uomo altro che non si dice dell’essere animale. Una tal scienza non creerà mai una ricostruzione sociale.
Questo è quello che riempie di tale dolore, che gli uomini oggi non sono radicali abbastanza per dirsi: Dobbiamo prima esigere una vera conoscenza, una vera scienza —, ma che oggi sono più credenti in riguardo all’autorità scientifica esterna, di quanto lo fossero in tempi precedenti i cattolici verso l’autorità papale. Allora almeno alcuni si ribellavano ancora a questa autorità papale. Oggi invece tutti si immergono nell’autorità scientifica, anche socialisti così radicali come Lunaciarskij; nel momento in cui si tratta di difendere la vecchia scienza contro un rinnovamento della scienza, allora striscia sotto l’autorità scientifica, perché non riesce nemmeno a pensare che la scienza stessa abbia bisogno di una trasformazione, se vogliamo andare avanti. Queste cose devono essere assolutamente prese seriamente, e devono essere dette. E se gli uomini si uniscono in ancora così tanti club sociali e in ancora così tante comunità liberali, in ancora così tante comunità di ricostruzione e in ancora così tante riunioni di donne e club di donne —, non uscirà mai niente, se non si afferra la cosa radicalmente, se non si parte da quello che porta a un vero giudizio sociale: E questo è solo una conoscenza sociale dell’uomo, che può dare quello che la scienza odierna non può dare. E un rinnovamento della scienza, questo può darlo solo una vera scienza dello spirito.
È questo quello che ho voluto dire come introduzione di questa sera. Prego ora il Signor Dott. Boos di parlare della seconda parte dell’organismo sociale, della vita giuridica.
Roman Boos parla su «La formazione del giudizio nella parte giuridica dell’organismo sociale». Segue quindi una discussione.
Roman Boos: Forse qualcuno ha ancora una domanda da porre, forse qualcuno vorrebbe ancora aggiungere qualcosa? — Questo non sembra essere il caso. Non so se il Signor Dottor Steiner potrebbe ancora essere pregato di dire una parola conclusiva. È molto tardi, e non so se ci sono ancora domande che il Signor Dottor Steiner dovrebbe affrontare.
Rudolf Steiner: Considerando l’ora tarda, vorrei solo aggiungere ancora qualche parola, perché in una discussione è consuetudine avere una parola conclusiva. Queste due cose di questa sera, da un lato l’esigenza di una nuova ricostruzione sociale e dall’altro lato la necessità di penetrare alle fonti della scienza dello spirito, perché solo lì si possono trovare le forze per fare giustizia alle esigenze del tempo, queste due cose devono sempre di nuovo nel loro pieno rigore proprio da questo luogo essere sottolineate. È stato detto spesso, ma non si può dirlo mai troppo spesso.
Ho iniziato oggi dicendo che gli uomini sono cresciuti istintivamente nelle circostanze sociali attuali, e devono anche rimanervi. Non vogliono considerare che oggi è venuto il momento di passare dall’istintività all’attività del giudizio, cioè alla consapevolezza, e da questa consapevolezza creare anche un nuovo mondo sociale. Per giungere a questa consapevolezza, però, dobbiamo penetrare se non vogliamo continuare la catastrofica politica degli ultimi anni, che si è impadronita in modo terribile e che ora continua entro la vita civilizzatoria europea e i suoi sequiti. Ho anche già qui fatto notare come uno spirito geniale da un lato ma malato dall’altro lato come Oswald Spengler arrivi a provare seriamente scientificamente che l’Occidente all’inizio del terzo millennio deve arrivare alla barbarie, al completo, compiuto declino. Si prova un certo dolore di cui ho parlato alla fine delle mie parole introduttive, quando si vede come è straordinariamente difficile portare negli spiriti attuali la sensazione della serietà del tempo, e come è ancora molto più difficile portare la sensazione della necessità di compiere una vera trasformazione con la conoscenza del presente.
Miei molto onorevoli presenti, non dite che questa conoscenza del presente sia solo presso un paio di studiosi o presso qualche concetto del presente degli uomini. No, questa conoscenza è ovunque, solo gli uomini non se lo confessano. Non si tratta di se uno sostiene questa o quella ipotesi, questa o quella teoria scientifica, ma si tratta di se uno con la propria intera vita rappresentativa e sentimentale si muove in una certa direzione, che infine risulta essere questo impoverimento dell’uomo, questo svuotamento dell’uomo della presente vita scientifica. Certamente, molti si possono non occupare del fatto che nella consequenzialità della scienza presente sta che la terra sia nata da una nebulosa cosmica e andrebbe in qualche stato finale di calore, in cui tutta la vita sarà distrutta. Forse ce ne sono anche molti che dicono: Questo può essere come è, non me ne occupo. — Ma, molto onorevoli presenti, non si tratta di questo. Sfogliate oggi una qualsiasi chimica, una qualsiasi fisiologia, una qualsiasi zoologia o una qualsiasi antropologia, leggete dentro cinque righe e prendete queste cinque righe — c’è dentro qualcosa in questa direzione. Indipendentemente da se sfogliate questo o quello e accettate questo o quello, siete nella direzione che conduce a queste concezioni. È ovvio oggi che è comodo se si vuol sapere qualcosa su questo o quello, prendere le cose ordinarie e non pensare che anche questo ha bisogno di una profonda trasformazione. È comodo oggi, se si vuol sapere qualcosa della malachite, andare all’enciclopedia, estrarre il volume con la «M», sfogliare «Malachite» e leggere quello che sta dentro. Se lo si accoglie senza controllo, quello che sta dentro, indipendentemente da quello che altrimenti si pensa, e se non ci si diventa consapevoli che oggi si vive in un serio momento di trasformazione, allora si dorme, allora non si è pronti per quello che il tempo presente rende necessario. Oggi si tratta di fare in modo che non solo in certi momenti, quando si riflette sui problemi ultimi della concezione del mondo, ci si renda conto della serietà, ma oggi si tratta di fare in modo che in ogni minuto del giorno ci si sia consapevoli che è dovere collaborare alla trasformazione, perché viviamo in un momento profondamente serio. E proprio in questi giorni sperimentiamo di nuovo il tragico che i problemi più importanti si svolgono, forse ancora più importanti che durante gli anni di guerra esteriore, e gli uomini si danno da fare per dormire il più possibile, non nemmeno con la loro consapevolezza partecipare a quello che veramente accade.
Accogliere l’antroposofia come una confessione non significa rappresentare teoricamente questo o quello, di etere corpeo e corpo astrale, di reincarnazione e karma. Accogliere l’antroposofia significa nel tuo sentimento, con tuo uomo intero essere legato con quello che ora nel giorno e ora nella grande epoca dei tempi come impulso di una trasformazione significativa si compie. E se si guarda oggi nel sonno degli uomini, allora il cuore sanguina davvero. Perché oggi si tratta di stare svegli. E sempre di nuovo vorrei dire, e ogni discussione vorrei concluderla così: Si cerchi di penetrare alle fonti di uno spirituale conoscere; perché con l’acqua che viene da queste fonti, ci si irriga da una vera sorgente di consapevolezza. Questo conoscere tocca la propria personalità così che, vorrei dire, dalle profondità più profonde dell’essere terrestre lo si prende nel proprio interno umano: Svegliati e compi i tuoi compiti verso le grandi esigenze del tempo.
Roman Boos: Sarà annunciato ancora quello che tra otto giorni qui sarà discusso. Con questo la manifestazione di oggi è conclusa. QUINTO
Il Testamento di Pietro il Grande
Ludwig Polzer-Hoditz tiene una conferenza sul «Testamento di Pietro il Grande». Successivamente alla discussione, Rudolf Steiner pronuncia una conclusione.
Rudolf Steiner: Miei carissimi ospiti! Naturalmente ci sarebbe un’enorme quantità da dire in collegamento con le esposizioni certamente molto stimolanti del conte Polzer e con le varie domande che, negli uni o negli altri, hanno suscitato discussioni. Ma per la tardezza dell’ora dovrà necessariamente limitarsi a qualcosa.
In primo luogo desidero richiamare l’attenzione sul fatto che il conte Polzer ha voluto mettere in rilievo piuttosto il significato di quell’impulso che nel Testamento di Pietro il Grande giaceva per la politica europea, piuttosto che certi particolari che si riferiscono all’effettiva operatività di questo Testamento di Pietro il Grande. E proprio a questo riguardo desidero dire: cose come questo Testamento di Pietro il Grande possono essere giudicate in realtà solo a partire dal contesto complessivo degli eventi in cui sono in qualche modo venute alla luce. È semplicemente così che proprio negli anni ai quali il conte Polzer ha fatto riferimento, negli anni settanta, negli anni che seguirono la Guerra austro-prussica del 1866, e poi negli anni del governo del conte Taaffe in Austria, proprio allora molto accadde in Austria secondo quella direzione nella quale il Testamento di Pietro il Grande agiva. Si potrebbe mettere in evidenza vari aspetti da questa ricca abbondanza di eventi, uno potrebbe illustrare circa altrettanto bene quanto l’altro quello che si intende dire. Voglio sottolineare solo alcuni aspetti, eventi che apparentemente all’inizio non hanno nulla a che fare col Testamento di Pietro il Grande, ma tuttavia questo Testamento agisce in essi assolutamente.
Consideriamo allora la fine del periodo al quale il conte Polzer ha fatto particolare riferimento, il periodo in cui l’Austria ricevette dal Trattato di Berlino il mandato di occupare la Bosnia e l’Erzegovina. Intorno all’occupazione della Bosnia e dell’Erzegovina si sviluppò davvero all’interno della politica austriaca una controversia di straordinaria importanza. C’era, come il conte Polzer ha già sottolineato, una violenta opposizione a questo spostamento del baricentro, che spostava l’Austria verso l’Est, e c’era in Austria chi approvava questa occupazione, questo spostamento del baricentro verso l’Est. Gli approvatori erano essenzialmente coloro che in qualche modo avevano ragioni particolari per farsi servitori della politica dinastica degli Asburgo. Bisogna semplicemente tenere presente che questa politica dinastica degli Asburgo era già scesa a un tal punto di decadenza, che era fondamentalmente divenuta una mera politica di prestigio. Quello che si era preparato nel corso di un secolo si era realizzato con la Guerra austro-prussica, e gli Asburgo avevano bisogno di una sorta di compensazione per questo. Ricorsero allora a quello che venne gettato loro davanti. Ma si può considerare tutto ciò consapevolmente — quello che fondamentalmente giaceva in quel punto del Testamento di Pietro il Grande che indicava come portare sempre più discordia e conflitto in Austria, facendole sembrare di concedere qualcosa, dandole qualcosa. Era proprio una vera mela della discordia, questa occupazione della Bosnia e dell’Erzegovina, ed essa fu salvata fondamentalmente solo dal fatto che da quella che allora veniva ancora considerata la cosiddetta sinistra tedesca nel Reichstrat austriaco si staccò la cosiddetta sinistra bosniaca.
Vede, il leader del partito della sinistra tedesca nel Reichstrat austriaco era il deputato Herbst. La politica herbstiana si sviluppò dalla politica post-1866; era una politica che era tenuta insieme da un certo sforzo nel mantenere l’Austria con un carattere tedesco, ma allo stesso tempo nel darle un carattere di astratto liberalismo. Questa politica si opponeva all’occupazione della Bosnia, particolarmente nella persona del deputato Herbst, perché il gruppo herbstiano si diceva: Se l’Austria riceve ancora più slavi — era un’aggiunta di slavi quello che si otteneva con la Bosnia e l’Erzegovina, fatta eccezione per l’elemento turco che c’era anche —, se l’Austria riceve ancora più slavi, allora sarà sempre meno possibile che in futuro in Austria l’elemento tedesco potrebbe raggiungere un’importanza particolare.
Bene, questo Herbst ha trovato un congedo epigrammatico da Bismarck. A Bismarck premeva enormemente che l’Austria fosse portata in una sorta di confusione, che l’Austria spostasse il suo baricentro verso l’Est, affinché mai più potessero sorgere aspirazioni da parte della potenza dinastica asburgica contro i tentativi degli Hohenzollern. Poiché una gran parte della politica dell’Europa centrale nel XIX secolo, particolarmente nella metà del XIX secolo e nella seconda metà, era effettivamente una contesa tra le due potenze dinastiche, la dinastica asburgica e la dinastica hohenzollern. Bismarck, che voleva che la potenza dinastia hohenzollern fosse grande, voleva spingere l’Austria verso lo slavismo, verso l’Est, e così gli conveniva poco che questo gruppo herbstiano in Austria gli si opponesse. Bismarck allora, come era sua natura, ha forgiato un epigramma arguto, uno di quegli epigrammi della vita politica che uccidevano colui che colpivano. Ha chiamato il gruppo herbstiano i «fiori d’autunno», sostenendo che semplicemente il tempo esigeva che il baricentro dell’Austria fosse spostato al di fuori dell’Austria verso l’Est, e colui che non sapesse adattarsi a questa esigenza del tempo, fosse semplicemente un «fiore d’autunno», poiché il leader di questo partito austro-tedesco-liberale era appunto Herbst. Ebbene, l’intera faccenda fu salvata dal fatto che allora il giovane Plener, mentre prima era completamente dentro il partito del gruppo herbstiano, si staccò con un certo seguito, per cui poteva formarsi una maggioranza nel Reichstrat austriaco per l’occupazione della Bosnia e dell’Erzegovina; Plener allora formò la sinistra bosniaca.
Ernst von Plener è proprio una personalità caratteristica per quello che il conte Polzer oggi intendeva esporre. Plener era nel parlamento austriaco un oratore proprio nel modo del medio oratore liberalistico, un uomo che nel Reichstrat austriaco parlava cosicché quello che presentava l’avrebbe presentato molto più appropriatamente in Inghilterra. Plener era stato anche per molti anni segretario d’ambasciata presso l’ambasciata austriaca a Londra e si era molto inserito in quello che si chiama il parlamentarismo inglese. Questo parlamentarismo inglese, che è cresciuto molto bene dall’elemento inglese e vi si adatta bene, fu in realtà più o meno felicemente trasferito in tutta l’Europa, ed è uno di quei fattori che dimostrano quanto gli impulsi occidentali abbiano gradualmente acquisito influenza sull’Europa. Vorrei dire: Quando Plener parlava nel parlamento viennese, parlava effettivamente uno politico completamente addestrato secondo lo schema della politica inglese. Questo aveva naturalmente per l’Austria, a cui non si adattava affatto, qualcosa di straordinariamente astratto. Bisogna solo tenere presente quello che in questa Austria era mescolato insieme — le nazionalità più diverse, ma tenute insieme dal clericalismo della potenza dinastica asburgica. In questo si inseriva lo schema dell’opinione inglese col sistema del pendolo da sinistra a destra come un elemento completamente astratto. E per un personaggio astratto come Plener in realtà non importava mai pensare dalle forze concrete ed effettivamente agenti, poteva sempre anche diversamente. E Herbst, che era testardo, taurino in certo qual senso, rimase fermo sulla sua posizione tedesco-liberale. Invece Plener, che era una sorta di uomo di mondo — lo vedo ancora oggi davanti a me: veniva sempre al parlamento in pantaloni chiari, che in basso erano sempre arricciati, e con una sorta di barba che stava a metà tra il dandi e la barba da diplomatico —, Plener poteva sempre anche diversamente. Formò la sinistra bosniaca per rendere un servizio all’imperatore Francesco Giuseppe, cioè alla potenza dinastica asburgica, che in seguito potrebbe essere onorato. Devo dire che mi è sempre sembrato esserci una certa connessione tra due eventi, tra la formazione della sinistra bosniaca nel parlamento austriaco da parte di Ernst von Plener in occasione dell’occupazione della Bosnia e dell’Erzegovina e un evento successivo che apparentemente è insignificante, ma che deve essere considerato come sintomatico. Plener divenne allora, quando al posto del ministero Taaffe subentrò il ministero di coalizione Windischgrätz, per breve tempo ministro delle finanze; questo aveva sempre cercato. Ma lo splendore non durò a lungo. Poi accadde qualcosa che effettivamente indica sempre il fatto che là agiscono forze sotterranee. Plener divenne presidente della Corte dei conti suprema e si ritirò stranamente dalla politica quando lo divenne, sebbene avesse sempre svolto un ruolo eminente nel suo partito. E quando una volta gli fu chiesto perché si fosse ritirato, rispose: «Questo è qualcosa che riguarda solo me e il mio imperatore, è un segreto di cui non voglio parlare.»
Ho sempre dovuto riconoscere una certa connessione tra gli eventi che accaddero nella formazione della sinistra bosniaca negli anni settanta e questo evento che accadde solo negli anni novanta. Vediamo allora quello che è diventato dopo questa occupazione bosniaca. Nel periodo successivo si formò in Austria il secondo ministero del conte Taaffe, dopo che si erano esaurite le ultime fasi di quel sistema di governo per concessioni che era sorto quando, dopo la Guerra austro-prussica, si tentò se si potesse fare i conti con l’elemento tedesco in Austria o no. Questo fu tentato col cosiddetto ministero borghese dal 1867 al 1870, prima con il principe Carlo Auersperg, poi venne l’episodio sotto Potocki e Hohenwart, dove l’elemento slavo si affermò. Poi dal 1871 alla fine degli anni settanta arrivò il ministero sotto il principe Adolf Auersperg, di nuovo una sorta di ministero borghese, che effettivamente, come detto, costituiva l’ultima fase di quello che si tentava. Poi arrivò questo ministero del conte Taaffe. Consideriamo questo ministero Taaffe. Esso gestì gli affari di governo in Austria per più di un decennio, potremmo dire negli anni ottanta, e là si svolse, vorrei dire nel quadro tutto quello che è un compendio della politica europea. Taaffe è primo ministro; rimane alla testa del ministero, sebbene sia probabilmente una testa completamente incapace. Si mantiene principalmente nel ministero perché sa particolarmente bene, la sera negli intrattenimenti a corte, con il fazzoletto e le dita proiettare conigli sulla parete. Alle signore a corte piaceva straordinariamente quando il conte Taaffe faceva conigli e altre arti simili, e così si mantenne così a lungo nel governo austriaco. Bene, si può dire che in questi anni ottanta l’elemento tedesco era ricacciato in Austria. I territori al di qua della Leitha — sì, questo territorio non aveva in realtà un nome proprio, si chiamava questo territorio che era al di qua della Leitha «i regni e le terre rappresentate nel Reichstrat», e i territori dall’altra parte, al di là della Leitha, avevano almeno un nome collettivo, si chiamavano «i territori della Sacra Corona di Santo Stefano» —, i territori al di qua della Leitha, quindi «i regni e le terre rappresentate nel Reichstrat», erano allora governati dal ministero alla cui testa stava Taaffe. Certi giornali umoristici scrivevano Taaffe in modo straordinario: Ta — äffe (si scrive alla lavagna).
Ebbene, era anche difficile trovare un nome comune per questi territori, poiché cosa comprendeva questo territorio «dei regni e delle terre rappresentate nel Reichstrat»? C’era innanzitutto la Bucovina, poi adiacente a essa il regno di Galizia con Rutenia con Leopoli come capitale; circa a Cracovia sarebbe (si disegna alla lavagna). Questa Galizia era abitata principalmente dall’elemento polacco (tratteggiato a sinistra), qui però abitato dall’elemento ruteno (tratteggiato a destra) — i Ruteni una sorta di slavi, i Polacchi una sorta di slavi. Inoltre c’era allora il territorio slesiano, il territorio moravo e il territorio boemo — ovunque slavi e tedeschi mescolati insieme. Poi viene l’Austria Inferiore e Superiore, Salisburgo, Vorarlberg, Tirolo, Stiria fino a Brno — in gran parte tedesca; poi slava meridionale, slovena presso la Carinzia e la Carniola; qui sotto l’Istria e la Dalmazia. Qui al di là, al di là della Leitha, erano i territori della Sacra Corona di Santo Stefano: qui l’Ungheria con la Transilvania, poi la Croazia con la Slavonia. Qui da qualche parte dovremmo trovare la Leitha; tutto quello che era al di là di essa, tutti questi popoli mescolati insieme, costituivano «i regni e le terre rappresentate nel Reichstrat».
Bene, come era la rappresentazione dei «regni e delle terre rappresentate nel Reichstrat» a Vienna? Era fondamentalmente abbastanza notevole. Vede, quando si guardava il banco dei ministri: Nel mezzo stava il fabbricante di conigli con la fronte sfuggente Taaffe, accanto a lui a destra Dunajewski, il ministro delle finanze, un vero polacco, poi c’era una personalità marcante, il ministro Prazäk, un ceco, inoltre Smolka, un vero polacco, uno di quei Polacchi che una volta era stato decapitato in effigie in Austria perché era un traditore dello stato, ma si era poi di nuovo sollevato politicamente. Si può dire: quando queste personalità venivano menzionate, era in un certo senso straordinariamente interessante.
Sulla prima panca dei deputati della sinistra — diciamo per esempio se fosse stata una discussione di bilancio — stava un buon tedesco, Carneri; conosce il personaggio di Carneri dal mio libro «Il mistero dell’uomo». Ha iniziato la discussione in senso medioeuropeo; di solito lanciava contro questo ministero Taaffe le accuse più terribili. Uno dei suoi discorsi più efficaci terminava con le parole — era forse nel 1883 —: Povera Austria! — Poi un po’ più in là sedevano Herbst, Plener e così via. Ma tutto quello che parlava in Austria parlava effettivamente come persone di una corrente scomparsa. Quello che per esempio Carneri diceva era bello, ingegnoso, grande, ma non era qualcosa che poteva vivere. Ma: qualcos’altro viveva allora in Austria; qualcosa viveva realmente in Austria quando per esempio parlava il deputato polacco Otto Hausner. In Austria non dipendeva molto se un deputato aveva un nome tedesco; poiché se per esempio ci si chiamava Gregr e si era un deputato jungtscheco-liberale, quindi con un nome che aveva un gancio, allora prima di diventare ceco ci si chiamava Gröger; ci sono tali metamorfosi. Quando Otto Hausner parlava, sottolineava allo stesso tempo che parlava completamente da elemento polacco, e lo faceva anche, sebbene sottolineasse che aveva corpuscoli di sangue retico-alemannici nelle sue vene — non so in realtà cosa siano corpuscoli di sangue retico-alemannici. Non mi era una persona simpatica. Mi ricordo ancora vivamente: quando si passava per la Herrengasse viennese e il vecchio Hausner veniva avanti, questo vecchio damerino col suo monocolo, che ancora si parava, sebbene non fosse in realtà un vecchio dall’aspetto carino; non era certo una personalità propriamente simpatica. Bisogna dire: quando in questi anni, su cui tutto dipendeva, Hausner parlava, allora parlava cosicché la storia mondiale rotolava attraverso di lui. E vorrei dire che quando Otto Hausner parlava, allora si ascoltavano rotolare le parole del Testamento di Pietro il Grande. Le si ascoltavano rotolare quando parlava del fatto che gli uomini in Austria non si dovevano lasciar prendere in giro da Berlino, da Bismarck, che non dovevano accettare il Trattato di Berlino. Era il tempo, il tempo che rotolava, quando Otto Hausner parlava della ferrovia dell’Arlberg, la considerava come ferrovia strategica al fine di rendere possibile un’alleanza tra Austria e Francia contro la politica tedesca. E si potrebbe dire, nei discorsi di Otto Hausner di allora c’era qualcosa che profeticamente prevedeva tutto quello che in seguito è accaduto. Particolarmente però era efficace un discorso che Hausner ha tenuto su «Germanesimo e Impero Germanico», in cui caratterizzava retoricamente, in una straordinaria caratteristica, tutti i lati oscuri, principalmente i lati oscuri della germanicità e dell’essenza tedesca, mai i lati luminosi. Tutto quello che in Europa Centrale agiva effettivamente verso la rovina, questo deputato polacco Otto Hausner ha saputo allora mistificare in una maniera straordinaria nel suo discorso. Oltre a lui parlava allora spesso una figura strana, si chiamava Dzieduszycki. Era straordinariamente strano, perché quando parlava si aveva la sensazione che avesse non solo una forma di gnocchi, ma due forme di gnocchi in bocca, che si rincorrevano e si rincorrevano indietro. Ma tuttavia, quando parlava, la storia mondiale rotolava attraverso quello che diceva. Era storia mondiale che parlava — e così anche in molti altri che sedevano là. E di nuovo, quando queste persone parlavano solo dalla loro personalità, allora non era storia mondiale.
Nel periodo in cui in Austria la legge scolastica già rovinata dai liberali doveva essere completamente rovinata — come veniva fuori la maggioranza? Vi rivelerò un grande segreto: Nonostante la politica austriaca, l’Austria ha effettivamente avuto i migliori ginnasi fino agli anni settanta; ed è stato straordinariamente difficile per il successivo ministro dell’istruzione Gautsch rovinare completamente questi ginnasi che da un certo punto di vista erano buoni. E sa chi era colpevole del fatto che questi buoni ginnasi in Austria — buoni per l’epoca — erano stati fondati? Era l’ultraclericalista Leo conte Thun, che ha introdotto questi ginnasi in Austria. Era così in Austria che stranamente talvolta una questione concreta agiva insieme con una politica completamente taurina. Questo clericalista estremamente nero da molti punti di vista, Leo conte Thun, ha portato a compimento un sistema scolastico brillante in Austria, che però è stato poi di nuovo rovinato dai liberali, e quello che i liberali hanno lasciato doveva essere rovinato ancora di più in seguito. Come si formava allora la maggioranza nel Reichstrat in queste cose? Sì, queste maggioranze si formavano in modo stranamente singolare. C’erano i Ruteni, e c’erano i Polacchi. Se ora si voleva far passare certe cose, che più facilmente si potevano far passare con i Polacchi, allora si formava un ministero che era composto da Tedeschi e Polacchi. E se si voleva far passare qualcosa di altro tipo, allora si escludevano i Polacchi e si formava una maggioranza da Tedeschi e Ruteni. I Ruteni e i Polacchi, che poi si combattevano terribilmente, venivano usati come ago della bilancia. E a seconda di quello che veniva messo in fondo sulla bilancia, ne usciva il contrario. Bene, allora, quando la legge scolastica doveva essere completamente rovinata, erano proprio i Polacchi l’ago della bilancia; quindi qualcosa doveva essere negoziato tra i clericalisti e i Polacchi.
Se i clericalisti si univano ai Polacchi, ci si diceva, allora la legge scolastica poteva essere rovinata. Ma i Polacchi erano così intelligenti da controbattere che non potevano comunque fare questo alla Galizia, al loro paese un tale legge scolastica nuova. E così ricorsero a un’uscita e dissero: Sì, andiamo con voi, eliminiamo la legge scolastica vecchia, solo la Galizia viene esclusa. — Così appariva il fatto singolare che un elemento slavo serviva da schermo, ma questo elemento slavo si escludeva da sé per quello di cui chiaramente ammetteva che voleva escludere il proprio paese. Così erano allora le circostanze particolari in Austria.
Sedeva anche ancora la figura caratteristica del vecchio ceco Rieger. Mentre i Tedeschi liberalisti, formalisti, astratti governavano, i Cechi non entravano nel parlamento viennese; si assentavano. Il conte Taaffe aveva ora acquisito il grande merito esteriore che il club ceco rientrasse. Così adesso sedeva anche Rieger tra questi parlamentaristi viennesi: Una figura straordinariamente caratteristica piena di fuoco interiore, un personaggio alquanto flaccido e piccolo, ma con una testa potente, con occhi dai quali si credeva che non solo un diavolo, ma parecchi diavoli ne uscissero, che sputavano fuoco. C’era effettivamente qualcosa di straordinariamente vivace in lui.
Vede, così era la situazione. Si potrebbe dire che sapevi che c’era un elemento che non si poteva afferrare, ma era da vedere: Agiva attraverso questa configurazione particolare in Austria veramente questo Testamento di Pietro il Grande. Se si tenevano davanti questi rapporti concreti, allora si sapeva che esiste una cosa del genere. Effettivamente, si sapeva esattamente perché per esempio la politica del conte Andrássy — che, sebbene fosse ungherese, era stato per un po’ ministro degli esteri austriaco —, si imponeva difficilmente: perché la gente non poteva immaginare che l’Austria dovesse prendere il suo baricentro verso l’Est, verso i paesi slavi. Si poteva vedere che l’elemento slavo si affermava, ma non si poteva dirsi nulla di diverso da: Sì, che cosa ne verrà veramente? Che cosa ne sarà? Che cosa è allora il tutto? E si vedeva effettivamente fondamentalmente proprio sotto questo Taaffe incapace — aveva sì tra i suoi ministri singole teste slave molto capaci, proprio come per esempio Dunajewski, il ministro delle finanze polacco, o anche Prazäk —, l’elemento slavo agire. Ma attraverso l’elemento slavo agiva la confusione; teste capaci, teste in parte straordinariamente distinte, ma attraverso il tutto agiva comunque la confusione. E tanto più con l’elemento tedesco insieme agiva la confusione.
Bene, si immagini questo insieme con qualcos’altro, si immagini questo insieme al fatto che Pietro il Grande è quella personalità che nella sua gioventù va verso l’Ovest, all’Aia, torna dall’Ovest verso San Pietroburgo, è quella personalità che si sforza di introdurre essenza occidentale in Russia contro gli sforzi di molti, che credevano di essere veri russi, russi ortodo-russi. Cerchi di chiarirsi come stanno le cose nella storia tra quello che è la russicità e quello che Pietro il Grande ha portato in Russia. Quello che ha portato lì, Pietro il Grande, era effettivamente non solo qualcosa che agiva solo per domani o dopodomani, ma era già qualcosa che dava un impulso attraverso i secoli. Si potrebbe dire che si sa quello che il paganesimo radicato in Russia vuole, si sa come agisce insieme con il paganesimo differenziato, ma là c’è ancora dentro quello che da Ovest Pietro il Grande ha portato. Bene, Pietro il Grande non ha scritto nulla, ma ha condotto i suoi atti di governo in una certa direzione; quello che ha fatto, è stato fatto in una certa direzione, in uno stile certo. E così quello che scaturisce dal paganesimo da solo, rotola parallelo e si intreccia con l’altro, quello che dall’Ovest attraverso il Pietro il Grande che là era diventato potente nell’anima è stato portato. Si immagini allora in qualche momento dopo Pietro il Grande e guardi la politica europea — non potrebbe allora dire: Sì, in quello che continua ad agire da Pietro il Grande, ci sono fattori concreti dentro, che agiscono? — Chi ha visto cose come quelle che le ho ora descritto, sa: ci sono.
Allora viene un Sokolnicki, e sui rapporti sotto i quali ha vissuto, medita. Nel profondo della sua anima rischiara quello che si chiama il «Testamento di Pietro il Grande». Si chiede: Quali forze giacciono in quello che emana da Pietro il Grande? Che cosa accade quando questo si realizza? Come sarebbe se il Testamento non scritto di Pietro il Grande venisse scritto, se si pensasse di averlo scritto da quello che in parte scaturisce da ispirazioni, in parte da documenti di stato e simili? — Deve allora domandare come colui che ha intinto la penna nell’inchiostro, o quale inchiostro ha usato, o come ha guidato la penna, quando si chiede dell’origini di un documento scritto? Nella storia mondiale non è così.
Ho raccontato spesso una piccola cosa qui che mi è capitata personalmente. Ho tentato di mostrare come il saggio goethiano sulla natura, l’inno alla natura, è originato. Ho mostrato che Goethe passeggiava con lo svizzero Tobler sulle rive dell’Ume e recitava questo saggio davanti a sé. Tobler aveva ora una memoria così eccellente che in seguito andava a casa e scriveva quello che aveva sentito da Goethe e lo faceva apparire nel «Tiefurter Journal» — che proprio era stato trovato nel momento in cui ero a Weimar. Ho ora tentato, nei Goethe-Jahrbücher, vol. 7, di mostrare, tentato da ragione interiore e spirituale, che questo saggio nel Tiefurter Journal era di Goethe, sebbene questo saggio «La natura» sia nel Journal secondo la grafia di Tobler parola per parola quanto possibile.
Si tratta del fatto che storicamente non si procederebbe bene se proprio nelle cose più importanti in una maniera, vorrei dire prosastico-pedante, filologica, domandasse all’origine. Certamente, per quanto riguarda lo scrivere il Testamento è una falsificazione — ma è una realtà verace. E abbiamo la reale origine del Testamento, proprio quell’origine che il conte Polzer ha tentato di mostrare, se ci diciamo: Il Sokolnicki in una sorta di meditazione e profondità interiore in collegamento con quello che c’era, cioè quello che accadeva, ha scritto questa cosa. Ma non se l’è inventata dal nulla, o l’ha sperimentata attraverso una pura mistica interiore, ma l’ha vista nel contesto complessivo degli eventi mondiali. E si potrebbe dire: ha voluto cogliere proprio quello che era stato inaugurato da Pietro il Grande, quello che ha portato dall’Ovest, che tuttavia non era ancora accaduto.
E ora consideriamo questa torre di Babele del Reichstrat austriaco sotto il ministero Taaffe, come l’ho ora descritto. Vediamo come l’elemento slavo siede, come è proprio l’elemento dotato, ma non può portare che confusione. E se si va al fondo di questo, allora si trova in quello che si esprime, appunto qualcosa come una continuazione di questo Testamento di Pietro il Grande. Così si può dire: Sì, questo Testamento di Pietro il Grande agisce come una forza storica, ma agisce allo stesso tempo, se si considerano i fatti concreti, in modo tale da confondere. Bene, aggiungere a questo quello che ho spesso esposto in altre occasioni, come sia stata inaugurata dall’Ovest la successiva politica, di cui ho detto che si può rintracciare molto bene fino agli anni sessanta.
Questa politica consiste nel fatto che è stato perseguito di produrre nell’Est quello che effettivamente si è poi realizzato in modo sufficiente in tutti i dettagli, ciò che ha fondamentalmente prodotto la catastrofe della guerra mondiale. Allora si può dirsi, se ora si è in grado di pensare propriamente storicamente, interiormente storicamente: Sì, non è l’intera cosa con Pietro il Grande un meraviglioso preludio, un grandioso preludio di quello che è venuto più tardi? — Vorrei dire che se qualche spirito avesse voluto produrre quello che è poi venuto nel XX secolo, non avrebbe potuto creare meglio la confusione che proviene dall’Est di quanto avesse fatto lasciando venire Pietro il Grande all’Aia, dove sempre varie cose erano state elaborate riguardo ai nessi della politica europea, poiché da là c’è una strada breve verso l’anglo-americano. Ma Pietro il Grande è tornato a San Pietroburgo, e ha inaugurato là quello che ha continuato ad agire come «Testamento di Pietro il Grande», con il quale in una maniera meravigliosa ha avviato le condizioni che si dovevano creare, per poi portare avanti il successivo.
Suona, miei carissimi ospiti, quando si dice una cosa del genere, naturalmente sempre come se le cose fossero dirette dramate verso il paradossale; ma quando si deve presentare qualcosa brevemente, non si può altrimenti che presentare alcuni aspetti in modo più acuto. Ma ho inteso presentare — se si dovesse descrivere tutto esattamente, allora si dovrebbe dire alcune cose diversamente —, come effettivamente il Testamento di Pietro il Grande è una reale forza storica, sebbene nel senso come il conte Polzer ha detto, sia una falsificazione e Pietro il Grande non abbia mai scritto un testamento così o simili. Vi ho mostrato come ha tracciato cerchi, come si può vedere dall’esempio dei regni e delle terre rappresentate nel Reichstrat austriaco. Vi ho mostrato come si può dire che l’attraversa quando si prendono i discorsi hauneriani sulla civiltà e si leggono tutti i discorsi che sono stati tenuti da Prazäk e altri — si sente, vorrei dire il vento che viene da questo Pietro il Grande. Si sente in tutti i discorsi che sono stati tenuti contro e per l’occupazione della Bosnia e dell’Erzegovina, si sente in queste lotte che allora hanno avuto luogo, come qualcosa dovesse diventare. Si tentava di portare un significato nella politica austriaca: non poteva portarsi un significato, perché ciò che agiva doveva togliere il significato, doveva dapprima creare confusione, al fine di poter effettuare quello che poi è venuto nel XIX secolo e più tardi.
Purtroppo il tempo è stato naturalmente troppo breve per esporre queste cose così esattamente come dovrebbero essere esposte, se si volessero presentare come provanti. Ma la questione sta così che si può assolutamente vedere come il Testamento di Pietro il Grande ha agito e come la cosa riguarda propriamente la comprensione dell’operatività di questo Testamento. Poiché questo Testamento — dico questo ora non con una sfumatura moralizzante, ma puramente come fatto, senza emozione —, questo Testamento di Pietro il Grande ha effettivamente rovinato l’Austria, naturalmente oltre all’incapacità dei Tedeschi in Austria di comprendere questo Testamento.
E da ciò si può già dire: Chi ora veramente vuole qualcosa di promettente, deve mettere un documento diverso al posto del Testamento di Pietro il Grande. E qui è necessario ricercare le forze che sono state presentate attraverso quelle tesi alle quali il conte Polzer ha fatto riferimento. Su questa questione ora non voglio entrare. Ho voluto solo con pochi tratti indicare come ci si debba rappresentare come il Testamento di Pietro il Grande è una realtà che ha tracciato cerchi, e come questi cerchi sono assolutamente anche realtà storico-politiche.
SESTO
SERATA DI DISCUSSIONE
Dornach, 30 agosto 1920
L’artista nell’organismo sociale tripartito
Ernst Uehli introduce il tema «L’artista nell’organismo sociale tripartito». Successivamente ha luogo una discussione, nel corso della quale Paul Baumann rivolge a Rudolf Steiner la domanda:
Paul Baumann: In quale rapporto sta l’artista, cioè la sua prestazione lavorativa, con la cellula primordiale sociale? Non ha egli anche prestazioni lavorative da compiere in periodi di preparazione?
Rudolf Steiner: Quando si tratta di arte e di vita sociale, ho effettivamente sempre un certo sentimento di insoddisfazione quando si affronta una discussione che riguarda questi due ambiti. Per la semplice ragione che già tutta la natura dell’atteggiamento di pensiero, dell’atteggiamento dell’anima, che entra in considerazione quando si parla di formazione sociale, di struttura sociale, deve essere piuttosto diversa da quella che si deve avere quando si parla di arte, del suo giusto emergere dalla natura umana e della sua affermazione nella vita, di fronte agli uomini.
In un certo senso i due ambiti non sono veramente confrontabili tra loro. E proprio perché non lo sono — non perché lo sono, bensì perché non lo sono —, mi sembra che sia proprio dal punto di vista della triarticolazione dell’organismo sociale che si possa illuminare l’intera posizione dell’arte verso l’artista e verso l’umanità. Se tuttavia si parla di arte nell’organismo sociale, non si dovrebbe dimenticare nemmeno per un istante che l’arte appartiene ai fiori più alti della vita umana e che tutto è nocivo all’arte cosicché non si possa contare tra i fiori più alti dello sviluppo della vita umana. E così si deve dire: Se diventerà possibile a un organismo sociale tripartito di organizzare la vita in generale cosicché artisti e arte possano emergere da questa vita, allora questo sarà una certa prova della correttezza, anche della legittimità interiore della triarticolazione dell’organismo sociale. Ma la questione non potrà porsi bene in questo modo: Come si deve organizzare l’una o l’altra cosa nell’organismo sociale tripartito al fine di giungere a una giusta coltivazione dell’arte o a una giusta affermazione dell’artista? Prima di tutto la domanda sarà: Come vivranno gli uomini nell’organismo sociale tripartito? Si può dire: Se l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale fosse un’idea utopistica, allora naturalmente si potrebbe dire quello che si dice delle utopie: Gli uomini vivranno felici — così felici come è possibile. — Bene, l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale non procede da tali condizioni utopistiche, ma semplicemente chiede: Qual è la struttura naturale, la struttura ovvia dell’organismo sociale?
Si potrebbe facilmente immaginarsi che qualche uomo avesse l’idea che l’uomo in quanto tale potrebbe essere molto più bello di come è, e che la natura non abbia fatto tutto affinché l’uomo fosse abbastanza bello. Sì, ma così come il mondo nel complesso è, così l’uomo dovette diventare come è. Naturalmente potrebbe essere che qualcuno come Lenin o Trotsky dica: L’organismo sociale deve essere così e così. — Ma questo non ha importanza. Altrettanto poco ha importanza se qualcuno si immagina un’altra natura dell’uomo di quanto possa derivare dal complesso della natura. Ha importanza quale sia le regolarità interne che l’organismo sociale deve avere. E se si comprende la triarticolazione dell’organismo sociale da questo punto di vista completamente pratico, allora si possono già acquisire rappresentazioni su quello che sarà possibile in questo organismo sociale tripartito. Soprattutto sarà possibile un certo sfruttamento economico del tempo nell’organismo sociale tripartito, senza che si abbia bisogno di coercizione al lavoro o di cose belle simili, che
fondamentalmente distruggerebbero la libertà. Sarà semplicemente impossibile attraverso le cose come si sviluppano nell’organismo sociale tripartito, che così tante persone come adesso se ne stiano oziosamente a non far nulla. Io so che con queste parole «oziosamente a non far nulla» sollevo incomprensioni; perché la gente dirà: Sì, i veri oziatores, i veri fannulloni, sono solo pochissimi. — Ma questo non ha importanza, bensì dipende dal fatto che quei popoli che molto si danno da fare, se fanno qualcosa che è assolutamente necessario per la vita, se fanno qualcosa che in modo razionale, fruttuoso si inserisce nella vita.
Se lei guarda oggi un qualsiasi ramo della vita — voglio proprio evidenziare quello che è il più fragile in questa vita odierna —, se per esempio considera il giornalismo e vede quanta forza lavorativa umana è necessaria, dal garzone compositore fino a tutti gli altri che ne sono occupati, affinché i giornali vengano realizzati. Prenda tutto insieme quello che è lavoro compiuto — la maggior parte di questo lavoro è compiuto da fannulloni, poiché la maggior parte di questo lavoro è effettivamente lavoro inutile. Si potrebbe fare tutto razionalmente, senza impiegare così tante persone. Non si tratta che si impegnino il più possibile persone a fare qualcosa, affinché possano vivere, bensì si tratta che nel senso di un vero ciclo di vita sociale vengono svolte le occupazioni che sono necessarie affinché a questo ciclo di vita si sviluppi felicemente, a questo ciclo sociale. Tutta quella che oggi sorge come caotica nell’utilizzo della forza lavorativa umana, questo dipende dal fatto che effettivamente non abbiamo un organismo sociale, bensì effettivamente abbiamo un caos sociale provocato dalla deificazione dello stato unitario. Ho spesso evidenziato esempi di questo caos sociale. Consideri solo una volta quanti libri vengono stampati oggi, di cui ne vengono venduti non più di cinquanta copie. Bene, consideri un libro del genere — quante persone vi sono impegnate fino a quando è finito! Essi hanno il loro sostentamento, ma fanno un lavoro completamente inutile. Se facessero qualcos’altro, sarebbe più intelligente, e per questo innumerevoli altre persone verrebbero a loro volta liberate da un certo punto di vista. Ma così innumerevoli compositori, innumerevoli rilegatori lavorano, producono pile di libri — per lo più sono poesie liriche, ma entrano in considerazione anche altre cose —, pile di libri vengono fabbricate; quasi tutte devono essere macerate di nuovo. Ma ci sono molte cose inutili del genere nella vita odierna; innumerevoli cose sono assolutamente inutili.
Cosa significa questo? Si immagini per un attimo che il nostro organismo umano non fosse propriamente articolato nel sistema nervoso-sensoriale, che ha la sua localizzazione nella testa, nel sistema ritmico e nel sistema degli arti, che cooperano in modo regolare e così operano economicamente. Si immagini per un attimo di essere un’essenza unitaria che dappertutto si mescola, dove dappertutto vengono fabbricati inutilità, dove tutto deve rapidamente di nuovo espellersi: non sarebbe sufficiente quello che l’uomo oggi ha come organi di espulsione per le cose inutili. Questo dobbiamo considerare. Dobbiamo essere chiari al riguardo che dipende dal fatto che questo organismo sociale sia articolato, che sia effettivamente articolato interiormente secondo le regolarità; allora sarà anche economico. Allora il lavoro umano sarà al suo giusto posto dappertutto, e soprattutto non verrà compiuto lavoro inutile.
Cosa ne consegue? Gli uomini avranno tempo. E allora, miei carissimi ospiti, solo allora è data la base per tali attività libere, come lo sono l’arte e cose simili. Ci vuole tempo. E da questo tempo verrà fuori quello che deve esserci per l’arte, e l’arte agirà insieme con qualcos’altro, agirà insieme col libero geistesleben spirituale. Questo libero geistesleben spirituale mira a, insieme al tempo presente nell’organismo sociale tripartito, sviluppare i talenti — non in questo modo perverso come avviene oggi, bensì in modo naturale. Se il libero organismo spirituale viene veramente separato dagli altri organismi, allora il numero dei geni incompresi diminuirà notevolmente, poiché vi sarà uno sviluppo molto più naturale. Si avrà molto meno a che fare con sognerie intorno a un’arte qualche volta e simili. Quindi, lo sviluppo dei talenti sarà semplicemente posto su basi più naturali attraverso lo sviluppo del libero geistesleben spirituale. E ancora un’altra cosa è necessaria se l’arte si dovrà sviluppare: è necessario senso artistico, bisogno artistico, desiderio naturale e brama degli uomini verso l’arte. Tutto questo deve risultare dall’organismo sociale tripartito come quello che sorge quando c’è una convivenza associativa organizzata, non caotica come oggi. Vede, soprattutto siamo entrati nel caos del sentimento artistico in tempi più recenti. Il sentimento artistico originario, che scaturisce con forza elementare dalla conoscenza umana, questo è completamente scomparso sotto l’educazione moderna. Questo tornerebbe, se ci sviluppassimo nel senso della triarticolazione dell’organismo sociale. E così si deve rappresentarsi il tutto quello che allora sorge.
Si deve, quando si parla dal punto di vista dell’organismo sociale tripartito, parlare solo come pratico e non come teorico, non si deve domandare secondo principi, bensì si deve domandare secondo fatti, e allora si deve dire che quello che ho ora accennato può venire molto più rapidamente di quanto si pensi. E cosa sorge allora? Allora sorgono per cose il più varie — in parte dal geistesleben spirituale, in parte dalla vita economica — associazioni. E non si dovrebbe rappresentarsi in qualche modo incasellato in paragrafi e in principi quello che queste associazioni faranno. In queste associazioni ci saranno di nuovo persone che dal calore completo del sentimento umano e dell’esperienza umana potranno prendere decisioni. Dalle associazioni usciranno persone che attraverso quello che fanno altrimenti nella vita si acquisteranno una certa validità nella vita, quella che non è loro garantita dallo stato, quella che non è loro garantita da un titolo di consiglio. Se là le persone sono ora consiglieri segreti di corte, o consiglieri aziendali, o consiglieri sanitari e simili: le persone dall’organismo sociale tripartito non avranno una validità attraverso queste cose astratte, bensì attraverso quello che fanno, quello che vive continuamente. Attraverso le associazioni le cose vivranno; non vivranno paragrafi, bensì risulterà quello che le persone che hanno giustamente validità nelle associazioni negoziano tra loro; risulterà quello che esiste ora in caricatura come cosiddetta opinione pubblica. Si deve solo rappresentarsi del tutto concretamente quello che può venire a essere attraverso l’interazione vivente delle associazioni.
Alle associazioni appartengono appunto anche quelle che vengono dal libero geistesleben spirituale. Sì, là verrà effettivamente di nuovo dato qualcosa all’esperienza di vita in una persona, che come giudizio legittimato può fissare le cose. E se lei prende questo solo nel significato concreto complessivo, allora si formerà quello che segue: sarà semplicemente il caso che l’artista potrà veramente anche materialmente per la sua opera d’arte ottenere questo dalle associazioni dal giudizio pubblico, che però risulterà dalle associazioni ad avere validità. Dalle associazioni risulterà veramente che potrà svilupparsi quello che rendere possibile che un artista, anche se dovesse impiegare 30 anni per un’opera d’arte, tuttavia per quest’opera d’arte potrebbe ricevere così tanto che per i 30 anni che ha impiegato per una nuova opera d’arte può soddisfare i suoi bisogni — cosa che comunque, se ha già 60 o 70 anni, probabilmente non entra più in considerazione. Questo risulterà. Risulterà veramente — se si prende la cosa tutta intera in modo non filisteo —, che l’artista da un siffatto organismo sociale tripartito può essere compensato nel senso della cellula primordiale economica per la sua opera d’arte. Oggi non può essere compensato per il motivo che vi sono prezzi così innaturali. In realtà oggi gli uomini non potrebbero pagare all’artista quello che dovrebbe pretendere se pensasse solo un po’ a se stesso. Ma oggi pensa: Ho realizzato un quadro qualsiasi, e sì, se ottengo così tanto che per i prossimi tre mesi ho abbastanza, allora lo prendo — naturalmente in tre mesi non realizzo un’opera ordinaria, ma la gente non sa nulla di questo —, e così di nuovo mi indebito in tre mesi.
Bene, queste cose si svilupperanno, vorrei dire come l’estratto più alto; perciò non si può discutere bene già da principio di queste cose. Lo sento sempre come qualcosa di insoddisfacente discutere di queste cose — non vero, secondo il teorema di Pitagora il quadrato sull’ipotenusa deve comunque essere uguale ai quadrati sui due cateti, ma è impossibile quando si ha questo teorema discutere già da principio di tutti i possibili gradi di applicazione, ma varrà dappertutto. Così è anche con l’organismo sociale tripartito. Non si possono specificare le cose che dovranno risultare come il fiore più alto della vita sociale. Perciò una discussione di queste cose è in realtà insoddisfacente, perché sono campi troppo disparati — la vita sociale e la vita artistica. Ma se prendiamo le cose nei particolari, allora dobbiamo dire: Una cosa come questo edificio di Dornach, questo doveva sorgere, doveva sorgere da un certo compito culturale e civile del presente, dalla conoscenza di questo compito. E vorrei dire: Se ci fossero ancora meno persone che hanno un’idea confusa di quello che qui è stato costruito e scolpito e dipinto, dovrebbe comunque sorgere in qualche modo. Questo edificio però naturalmente ha potuto sorgere solo perché c’erano i mezzi materiali, ma potrà essere completato solo se ci saranno ulteriori mezzi materiali. Non si può discorrere di queste questioni cosicché si dica: Sì, qualcosa deve accadere —, perché il «deve» quando si discorre di queste cose ha fondamentalmente un significato completamente diverso. E così penso: Si dovrebbe innanzitutto essere completamente chiari sul fatto che quella libertà del movimento umano, che è necessaria per dare all’arte la sua giusta base, sarà prodotta dalla triarticolazione dell’organismo sociale. E solo quando vi saranno basi naturali per la vita sociale, ogni uomo potrà radicarsi propriamente in questa vita sociale. In fine si tratta veramente più della cosa che delle parole.
Vede, per esempio mi ricordo degli anni ottanta del secolo scorso. Avevamo proprio allora il momento in cui la vita artistica borghese esterna, dove il teatro era dominato dalle commedie di Paul Lindau, di Blumenthal, da coloro cioè che tutti più o meno mettevano sulla scena commedia di genio, tragedia di genio, o spettacolo di genio; avevamo l’ultima fase, non è vero, della pittura convenzionale e così via. Allora apparve un libro di una persona straordinariamente ristretta — una persona di cui veramente, quando la si vedeva esternamente, non si poteva dire altro che: questa persona deve essere ristretta. — E questo libro, cosa esigeva? Non esigeva nulla di più urgente che proprio di nuovo questa arte che avevamo, questa arte teatrale, questa arte scultorea, questa arte musicale e così via. — Tutto questo non ha fondamento sociale e terreno, tutto questo è senza radici, e tutto questo deve di nuovo essere formato dal sociale. Erano frasi straordinariamente belle, ma era veramente roba straordinariamente desolante, perché non aveva radici da nessuna parte nella vita. E perciò vorrei già dire: Non dipende oggi dal fatto che si dica il giusto su tali cose, bensì da quello che si prova nel modo giusto dalla reale necessità di vita, e questo significa: Si deve sentire la necessità della trasformazione, della riformazione della vita. Proprio questo rende necessario su questo campo di lenire lo sguardo sul fatto che soprattutto dobbiamo uscire dalla frase. E così si tratta di questo, che quando si parla della triarticolazione dell’organismo sociale, si comprenda essa stessa, la triarticolazione dell’organismo sociale; le altre cose allora risulteranno di per sé.
Penso che in fondo si parli ingiustamente dell’arte già quando se ne parla tanto. Nell’arte si dovrebbe dipingere, nell’arte si dovrebbe scolpire, nell’arte si dovrebbe costruire, ma si dovrebbe veramente parlare il meno possibile dell’arte. Certamente ci sono certi modi di parlare dell’arte, ma questo allora deve essere di nuovo qualcosa di artistico. Naturalmente c’è anche un’arte del pensiero. Quindi in opere d’arte-pensiero verrà costruito in qualche modo qualcosa di altrettanto legittimato come nelle altre arti, l’arte della pittura e così via. Ma quello che viene prodotto artisticamente, è comunque — quando si guarda la dimensione creativa — qualcosa di cui non si può dire che dovrebbe essere prodotto così o così o dovrebbe essere ricevuto così o così, bensì là deve tutta la necessità della vita trasformarsi in una sorta di ovvietà. È già necessario che uno si familiarizzi con il pensiero per esempio: Se non c’è genio, non può esserci un’arte ordinaria. — Allora serve tutto discutere su come l’organismo sociale dovrebbe essere configurato affinché l’artista arrivi alla giusta validità, a nulla. Si può allora al massimo dire: In un organismo sociale che altrimenti procede propriamente, ci sarà un’arte appropriata se ci sono il più possibile genî; allora ci sarà già la giusta arte. — Questi però devono prima esserci, questi genî. E come devono venire a validità — bene, certamente la vita di molte persone geniali è straordinariamente tragica, ma che genî possano veramente influenzare il mondo, che genî possano venire a validità secondo le disposizioni che hanno ricevuto alla nascita, questo può accadere solo in un libero geistesleben spirituale, perché solo là sarà veramente geistesleben spirituale.
Allora si uscirà anche fuori da quello che oggi nel senso più eminente è non artistico. Non vero, cose come il Rinascimento e il Gotico, questi erano categorie che nel fondo erano comprese da un’intera realtà vivente. Era vita, e la vita è sempre qualcosa di universale. E perciò il signor Uehli ha completamente ragione quando ha parlato che cose come Gotico e Rinascimento erano nate dal contesto sociale complessivo di quell’epoca. Le scissioni che abbiamo di recente in campo artistico, sono veramente, vorrei dire sempre più e più artificialmente sorte, e sono sorte perché il principio della vita borghese si è esteso nella vita spirituale. Non vero, la vita borghese ha prodotto rentier, cioè oziatores che vivono dalle rendite del loro patrimonio. Voglio dire così: Se avevano abbastanza ambizione, allora divennero artisti. Ma questo non si tratta che si crei qualcosa che è una necessità umana di qualche tipo, bensì si tratta di creare qualcosa dall’ambizione umana, che, anche se di solito viene negato, è comunque presente. E da questo allora si dissotterra — come il signor Uehli ha detto completamente a ragione — lo sforzo artistico veramente proprio.
Lo sforzo artistico interiore veramente, che è completamente onesto e vero, in fondo non può dissotterra affatto, ma da tutto l’astratto della vita può naturalmente dissotterra la vita artistica — se si dissotterra la vita stessa. E in una tale vita artistica dissoterrata, allora vengono cose che nella ramatura della vita hanno la loro base, non più nella vita stessa, allora vengono gli slogan «impressionismo», «espressionismo» e simili. Questi sono cose in cui si ha sempre la necessità di riportarle insieme di nuovo — perché sono così ritagliate —. Se si parla di impressionismo ed espressionismo — questi sono tutti solo schabloni, parole. Ma se parliamo della nostra euritmia, allora dobbiamo — non vero, perché queste cose ora ci sono —, allora dobbiamo nell’euritmia le espressioni di nuovo in impressioni e le impressioni di nuovo in espressioni. Questo è straordinariamente importante che uno si sia chiari che tali slogan, tali astrazioni insegnanti come «impressionismo» ed «espressionismo», sorgono veramente solo quando la vita originaria non c’è. Perché tali parole — si possono applicare a tutto. Che cosa non è espressione? Se qualcuno fa una poesia cattiva, è anche un’espressione, se qualcuno starnutisce, è anche un’espressione. E così si può finalmente tutto, anche l’edificio di Dornach, designare come un’espressione. Ma questo non ha importanza, bensì ha importanza che si caratterizzino le cose da una concreta base di vita. Allora non si afferrerà slogan, bensì si giungerà a cose che possono in qualche modo essere intese seriamente.
Voglio fare un confronto: Nella Società Teosofica si parla dell’«uguaglianza delle religioni». Se uno arriva a tali astrazioni come uguaglianza o unità delle religioni, allora si viene anche in altri campi a tali orribili astrazioni, così che per esempio si potrebbe dire: Bene, tutto quello che sta sul tavolo è «ingrediente di cibo». — Così come nell’indismo, nel persianesimo, nel teosofia, nell’ebraismo si può dovunque sminuzzare un eguale, così si può naturalmente anche nel pepe, nel sale, nella paprika e ancora in altre cose fondare l’eguale, cioè «ingrediente di cibo». Ma allora si vede presto che conta il concreto, altrimenti potrebbe accadere che si salassi il caffè e si dolcificasse la zuppa. Si tratta di avere la volontà di entrare nel concreto. Allora è però di nuovo così che proprio nel dell’artistico si sentono le categorie che sono sorte in tempi più recenti come qualcosa di particolarmente ramificato. Io non sono affatto del punto di vista di condannare tutto quello che i singoli realizzano, che si chiamano espressionisti — perché deve esserci ancora una volta tali nomi —, tutto questo io non condanno. Al contrario credo persino di poter avere un cuore molto ampio e che posso avere anche un cuore per tali prestazioni espressioniste, che altri uomini vedono come qualcosa di incollato insieme. Ma la teorizzazione, che si aggancia a tali cose, questo mi sembra veramente portare gli uomini via da una base di vita sana. Ed è veramente così oggi che molti uomini conoscono la vita solo dalle fonti derivate. Ci sono uomini che non conoscono la vita, bensì conoscono Ibsen o conoscono Tolstoj o conoscono Rabindranath Tagore, che in questi circoli che non riescono ad acquisirsi un giudizio proprio, inizia a diventare una sorta di moda. E quando oggi si guarda tutte queste cose, quando si vede come la gente si trascina intorno nella ramatura della vita, allora si sente veramente come una necessità che una volta di nuovo sia sottolineato come in un organismo sociale sano — e questo dovrebbe essere quello tripartito —, come là questo dissoterramento deve smettere. Da questo punto di vista mi è sembrato che un’osservazione del signor Uehli fosse di un significato particolare. Purtroppo, sebbene abbia parlato abbastanza a lungo, ho potuto aggiungere poco nel concreto, perché chi parla di queste cose con senso artistico — questo è risultato anche nel discorso del signor Baumann —, allora deve parlare così che il discorso su tutte le domande che oggi girano intorno alla posizione dell’artista — per esempio se si dovrebbe esporre o no, o se genî falliscono o no —, veramente è fondamentalmente piuttosto inutile. Penso che si dovrebbe comprendere molto di più; allora già porterà al giusto. Se uno è un artista, allora può anche fare la fame, allora può anche avere una professione che l’impegna dal mattino alla sera; tuttavia di notte dispiegherà la sua genialità artistica. Non è da reprimere. Se uno è un artista, allora vivrà la sua vita artistica, anche se altrimenti deve spaccare legna o pulire stivali — vivrà la sua vita artistica, e anche se la vive solo per la sua camera, per il suo guardaroba. Queste sono cose che assolutamente non possono essere trattate razionalmente, che esse stesse dovrebbero, vorrei dire anche un po’ artisticamente essere trattate. E il trattamento artistico esclude fondamentalmente il filisteo, non si può volgare. E così è proprio così, non vero, se si deve portare l’umanità generale in un ordine sociale, allora non si può incasellare paragraficamente o principialmente quello che dipende solo dalla genialità personale. Si deve in realtà sempre, anche quando si parla della posizione dell’arte nella vita, avere un po’ di sentimento artistico, e allora le cose veramente sempre nel discorso libero, nella creazione libera si trasformano; non si possono circoscrivere. Cose che sono così necessarie per la vita non si possono circoscrivere.
Vorrei dire che è necessario che si parli dell’arte dal sentimento artistico e che si abbia da qualche parte un piccolo po’ di filistereità nelle proprie vene — non bisogna farla subito così brutta —, se si deve parlare di quello che è universalmente umano. Perché, miei carissimi ospiti, sarebbe un disastro nella vita se ci fossero solo persone che fossero artisti, o se tutti coloro che credono che dovrebbero giungere al riconoscimento come artisti veramente ci arrivassero. Vorrei sapere come dovrebbe allora andare la vita. La genialità è necessaria per la vita, ma anche la filistereità è già necessaria per la vita. E se non ci fosse filistereità, allora probabilmente molto presto non ci sarebbe nemmeno genialità. Le categorie «buono» e «cattivo» non si lasciano applicare così senza ulteriore ado alla vita, bensì la vita è molteplice. Si può parlare molto, ma si dovrebbe parlare veramente di nulla altro che di quello che è preso dalla vita stessa. SETTIMA
Malattia sociale e socialismo
Paul Baumann introduce la serata di discussione attraverso una conferenza su «Malattia sociale e socialismo». In seguito a questa conferenza, Rudolf Steiner prosegue così:
Rudolf Steiner: Si tratta solamente di creare un quadro emotivo, ma al contempo qualcosa da cui potete vedere fino a che punto già l’impudenza va nel combattere tutto ciò che emana da me, e come questa impudenza penetra già in questi fogli scandalistici come il Lorcher Nachrichten. È questo giornale che esce a Lorch, in Württemberg, «Der Leuchtturm», nel quale è apparso un articolo intitolato: «La triarticolazione rubata». Se un simile giornale si rivelasse nella sua impudenza solo attraverso un siffatto articolo, allora se ne caratterizzerebbe proprio in questo modo come uno scandalistico foglio infame. Lo menciono affinché alcuna cosa di quanto è stato spesso detto, anche precisamente in collegamento alla nostra base di seguaci, trovi il suo chiarimento, poiché questo «Leuchtturm», che tra l’altro «conduce la lotta contro il Dr. Steiner e la Teosofia», è sottoscritto da numerosi nostri antroposofi. Il direttore di questo giornale, che in realtà si chiama Rohm, ho dovuto designarlo pubblicamente in una conferenza a Stoccarda, in un certo senso come un «maiale».
Desidero sottolineare questo con estrema chiarezza, tuttavia contro quello che oggi viene costruito dagli spudoratissimi fondamenti di menzogne, non si hanno a disposizione altri mezzi se non mezzi di questo tipo.
E questo Rohm scrive nel «Leuchtturm» del 1º giugno 1920, sotto la parola chiave «La triarticolazione rubata»:
La signora Elisabeth Mathilde Metzdorff-Teschner di Sooden an der Werra si presenta al pubblico con un piccolo opuscolo (l’opuscolo ha il titolo: «3:5, 5:8 = 21:34. Il segreto per poter estinguere gli oneri del debito in tempi prevedibili»), pubblicato in auto-edizione. La signora ha qualcosa da dire. L’opuscolo tratta idealmente la proporzione divina della sezione aurea e da essa ricava una triarticolazione morfologica, la cui applicazione pratica dovrebbe essere la possibilità di estinguere i debiti di guerra del popolo tedesco in tempi prevedibili. In questi pochi fogli dello scritto è contenuta una sorprendente abbondanza di pensieri; si ha l’impressione: la signora ha tirato fuori i migliori pezzi della sua conoscenza e li ha presentati in forma di estratto, per essere ascoltata, per fornire la prova che ha il diritto di essere ascoltata.
Lo scrittarello che ho ricevuto otto giorni fa dal signor Uehli, produce assolutamente l’impressione di un assoluto delirio — di un assoluto delirio! E se la «triarticolazione» potesse essere rubata dal fatto che si ruba il numero «tre», allora certamente la triarticolazione potrebbe essere rubata in molti modi. Una specie di triarticolazione è effettivamente presente anche in quel libriccino, e si chiama: Stato, Regno della cultura, Chiesa. Così si chiama là la triarticolazione, e la cosa con la sezione aurea arriva al punto — voi sapete, la sezione aurea consiste nel fatto che il tutto sta al grande come il grande sta al piccolo — che cioè lo Stato come il tutto sta al grande, al Regno della cultura, così come il Regno della cultura sta alla Chiesa. Abbiamo dunque di nuovo lo Stato unitario dentro questa assolutamente delirante «triarticolazione».
Tavola 5
Inoltre nell’articolo del Leuchtturm si dice:
Veniamo a sapere quanto segue: esiste un ordine internazionale per l’etica e la cultura, che Alfred Knapp, figlio di pastore tedesco, ha fondato e di cui il professor August Forel conduce attualmente la presidenza.
— quello Knapp, un individuo che appartiene più o meno alle peggiori sfumature di partito del presente, che, per quanto ne so, si trova a Zurigo. E inoltre:
La signora Metzdorff-Teschner ha lavorato nella sede di Monaco di questo ordine alla rivelazione della «triarticolazione morfologica» secondo la legge della sezione aurea. Con i risultati delle sue ricerche si è rivolta a vari luoghi che le sembravano idonei a valorizzare la sua scoperta a beneficio del popolo tedesco; tra l’altro all’Ufficio stampa del Ministero della guerra a Monaco, all’autore dei «Principi senza corona», il Freybund Nienkamp, e a — una «società filantropica», la cui sede principale è a Stoccarda e che si rivelò essere — la Società Steiner. Questa famigerata «società filantropica» ha ricevuto il manoscritto della signora Metzdorff-Teschner in prestito per otto giorni; l’ha quindi chiesto in prestito per almeno quattordici giorni, «poiché il capo della società non è sempre presente»; «la richiesta di nominare questo capo è stata negata con la pressante preghiera di fiducia»; invece dei quattordici giorni accordati, il manoscritto è stato trattenuto per quattro settimane. E poco dopo il capo segreto della suddetta «società filantropica», cioè il Dr. Rudolf Steiner della «società antroposofica», si è presentato al pubblico con un’idea completamente nuova, la triarticolazione dell’organismo sociale.
In breve: tutto ciò è interamente inventato e bugiardo, nemmeno una parola vera.
È tutto assoluto non-senso. Poiché può ben essere che una qualche mente confusa, che forse è essa stessa membro della nostra società, abbia in quell’occasione visto quel delirante manoscritto a Stoccarda; in ogni caso io non l’ho mai visto, neppure mi sono mai preoccupato. E poi questo delirante manoscritto avrebbe — così scrive la signora Metzdorff-Teschner — dovuto essere trasportato da qualche mente confusa ad Amburgo. Bene, ad Amburgo non è del tutto estranea una certa confusione mentale anche alla Società Antroposofica. Ma tutto questo non mi riguarda, ed è completamente indifferente.
Fino a questo punto avete dunque sentito dire che la triarticolazione, così come viene coltivata qui, dovrebbe provenire dalla signora Metzdorff-Teschner.
L’ultimo paragrafo dell’articolo del Leuchtturm dice ancora quanto segue:
La signora Metzdorff-Teschner accusa dunque il Dr. Steiner di aver rubato l’idea della triarticolazione; il suo libriccino è uno scritto polemico per la priorità del pensiero sulla triarticolazione, e la cosa più degna di nota è che la signora Metzdorff-Teschner, per così dire, dice: «Non solo il Dr. Steiner ha rubato la mia idea di triarticolazione, ma nemmeno l’ha compresa bene e l’ha resa inutile, ha trasformato un’idea utile in un’idea inutile, che non è adatta ad aiutare il nostro popolo dalla sua angoscia, ma solo a riempire il suo e della sua società portafoglio.»
Dunque vedete, qui viene riscaldato il grandioso e geniale pensiero: lui mi ha rubato l’orologio — ma allora ne aveva uno completamente diverso. Così vedete, così si combatte oggi. Naturalmente è già necessario che i nostri amici nei più vasti circoli sappiano con quali mezzi oggi si combatte nel mondo. Non è nemmeno tanto interessante che sia proprio contro di noi, quanto piuttosto è interessante, alla fine, in quale palude di menzogne siamo immersi oggi nel mondo. E vedete quanto sia necessario che contro questa palude di menzogne si combatta veramente molto seriamente. Per il momento ho solo potuto constatare che c’è un certo numero di membri della Società Antroposofica a Stoccarda che ogni volta che tali giornali mi lanciano sporcizia, essi…
Ora desidero passare alla risposta alle domande che sono state ancora poste. Anzitutto la domanda:
Si sente ripetutamente dal lato socialista: solo la violenza può salvare l’umanità. — Non sembra quasi che sia così?
Miei molto stimati presenti, riguardo alla questione della violenza, del mero dispiegamento di forza, desidero dire alcune parole.
Forse non è privo di significato, proprio oggi, riflettere su ciò che da vari istinti umani si appella a questo mezzo della violenza per creare uno stato degno dell’uomo. Poiché è in realtà particolarmente interessante, dal punto di vista psico-sociale, seguire questo sforzo di risolvere importanti questioni attraverso la violenza. È soprattutto un pensiero fecondo, purtroppo assai poco seguito, domandarsi: da dove mai provengono le peggiori manifestazioni e gli eccessi proprio dell’immediato presente? — Questi fenomeni hanno vissuto fino al nostro tempo catastrofico, ma sotto la superficie, erano passioni latenti, erano soppresse brame di violenza. Erano contenute, e lo stato della società, lo stato sociale, era qualcosa di simile a una gigantesca menzogna. Questa menzogna, che percorreva tutto il mondo civilizzato, che era tenuta repressa nei sottofondi, non poteva più essere trattenuta nell’anno 1914. L’intero sistema di menzogne, che esisteva sotto un sottile strato, scoppiò. Gli uomini addormentati, intendo gli uomini spiritualmente addormentati, si sono aggrappati a questo strato superiore; l’hanno considerato per il mondo, l’hanno considerato per la vita umana, e non hanno creduto a coloro che parlavano di quello che era veramente nascosto sotto questo strato. E oggi è di nuovo così. Quando oggi si parla di qualcosa che è necessario discutere, allora vengono gli spiriti della menzogna e scaricano le loro peggiori, più sporche trame di menzogne su quello che vuole presentarsi come verità nel mondo. Ma non giova a nulla; l’umanità, che vuole partecipare seriamente a qualcosa che deve essere creato per la guarigione dei processi sociali, deve guardare con occhi aperti a quello che accade oggi sulla superficie.
E qui desidero condividere con voi un piccolo esempio dal tempo più recente, da cui potete vedere quello che accade ora, quando gli spiriti sono, per così dire, scatenati, quando gli spiriti, ove è possibile, fanno appello al potere.
Rudolf Steiner legge un articolo di giornale che mostra come sotto il generale Lüttwitz si sia proceduto con frustate e altri atti di violenza contro i concittadini tedeschi. Viene raccontato il caso di un uomo che, a causa di aver percorso un sentiero poco prima vietato, è stato accostato, gettato a terra, infine arrestato e bastonato. Quando si ricorsero all’istanze superiori per punire la soldataglia rozza, il ricorrente ricevette la risposta che i soldati avevano il permesso di procedere in tal modo contro persone che si opponevano loro. Questa risposta era stata sottoscritta dal comandante stesso.
Rudolf Steiner: Vedete, miei stimati presenti, a questo punto è giunta la civiltà moderna. Sapete che in Ungheria la frusta è stata introdotta, che la Polonia ha introdotto la frusta. Vedete dunque, la frusta migra da est a ovest. E se l’umanità continua a dormire così e continua a comportarsi come attualmente si comporta, allora non sorprenderà ciò che ancora dovremo vivere.
Ma, miei molto stimati presenti, viviamo anche in un’epoca che conduce discussioni assai strane. Vi illustrerò un piccolo esempio di questo genere di discussione in cui viviamo oggi. Si tratta di come un pubblicista critichi il suo governo. Forse sapete da quegli anni che hanno favorito il sonno, come ci si è mossi con espressioni taglienti, quando come uomo di opposizione si attaccava il governo. Non ogni opposizione ha attaccato il governo in modo così cortese come ad esempio la radicale opposizione austriaca in certi periodi, che quando lanciava accuse pesanti contro il governo, le sottoscriveva con la firma «Vostra Maestà, l’opposizione più fedele». (Ilarità!) Ma negli ultimi decenni le cose sono cambiate, e oggi, in un tempo in cui molte persone bramano la violenza, il potere, si discute pubblicamente così, che le persone che siedono nel governo sono designate con bei nomi: assassini, furfanti, speculatori, violatori di diritti.
Un articolo di giornale su Gustav Noske, presidente superiore di Hannover, viene letto da Rudolf Steiner.
Oggi questi sono i termini oppositivi con cui si etichetta il governo in pubblicazioni pubbliche, e nulla si muove affinché questi governanti possano fare qualcosa contro di ciò. Così familiarizziamo con il tono che oggi si afferma, quando i governanti sono designati come assassini, furfanti, speculatori, violatori di diritti di ogni tipo.
Penso che i fatti che emergono qua e là non parlano contro quello che è stato spesso detto da questo luogo, cioè: che andiamo verso il declino con una certa velocità, e che fondamentalmente il tempo del sonno per le anime non dovrebbe esserci. Quello che gli istinti che bramano il potere compiono — questo si esprime in queste cose, e si esprime ad esempio nel caso, tutt’altro che isolato, di Hesterberg che ho letto poco fa. E si esprime anche in molte altre cose, in questioni che oggi sono riferite da ogni parte del mondo «colto» — «colto» lo metto tra virgolette — da ogni parte del mondo «colto». E io chiedo: chi ancora osa credere che qualcosa potrebbe essere dipinto troppo scuro, quello che oggi parla del declino, non solo della nostra vita economica, ma soprattutto della nostra vita morale. — Ma queste cose lo esprimono assolutamente: come il dominio di tali forze conduce a quelle condizioni malsane che il signor Baumann vi ha descritto così magistralmente oggi. Poiché queste condizioni malsane si esprimono ad esempio in qualcosa come l’inchiesta che è stata condotta in una scuola pubblica di Berlino frequentata da 650 bambini. I seguenti rapporti sono emersi: 161 di questi 650 bambini non hanno né scarpe né sandali; 142 bambini non hanno vestiti caldi; 305 bambini non hanno proprio biancheria o solo stracci; 379 vivono in abitazioni dove nessuna stanza è riscaldata; 106 provengono da famiglie che non hanno nemmeno il denaro necessario per acquistare solo le vettovaglie razionate. 341 dei 650 bambini non hanno mai avuto una goccia di latte; 118 sono tubercolotici; 48 sono in ritardo a causa della malnutrizione. Dei 650 bambini, 85 sono morti nel corso di un anno a causa delle privazioni e della malnutrizione. Ecco l’influsso di ciò che è il sentimento di oggi, ciò che è la fede di oggi, nei processi di salute fisica, vale a dire nei processi di malattia fisica. Qui è forse tempo di prestare ascolto quando qualcuno dice che è necessario un sentimento per il sano, per quello che in sé ha il respiro sano della vita in relazione fisica, psichica e spirituale. E ciò di cui si tratta è che ci impegniamo veramente in questo sentire della salute e non inseguiamo cose qualsiasi come la brama di potenza, che davvero là, dove le persone che portano gli istinti malsani oggi dentro di sé, sono scatenate — indipendentemente dal fatto che siano scatenate come ladri e briganti, oppure siano scatenate come funzionari e ministri, che anche da questi istinti bramano il potere.
E da questi istinti di potenza sono sorti gli stati malsani. Bisogna riconoscere come è la costituzione delle persone oggi e come è necessario non appellarsi al potere e a cose simili, bensì esclusivamente alle condizioni in cui c’è un vero sentimento per la guarigione dal punto di vista dello spirito.
In risposta alle esposizioni di Rudolf Steiner si esprimono, tra gli altri, Roman Boos e Paul Baumann.
Rudolf Steiner:
Rimane ancora la domanda:
Quale è la missione dei piccoli popoli intermedi come i lettoni, gli estoni, i lituani e così via?
Quando oggi si parla dei compiti che riguardano immediatamente l’umanità, in realtà è necessario parlare di compiti che riguardano l’intera umanità. Poiché stiamo direttamente nel momento in cui è necessario guardare al di là dei ristretti confini nazionali, al di là dei confini della popolazione, ai grandi compiti dell’umanità. E quando ho parlato delle varie differenziazioni dell’uomo sulla terra civilizzata e ho detto che nell’est, cosa che a volte intendo fino all’Asia, soprattutto là risieda la patria della vita dello spirito — quella vita dello spirito che, è vero, nella sua purezza nei tempi antichi dello sviluppo umano è venuta alla luce, alla rivelazione, e poi è venuta in decadenza e oggi è nella decadenza, ma che come eredità vive in realtà ugualmente in Europa centrale e nelle regioni occidentali —, quando ho detto che nelle regioni dell’Europa centrale soprattutto siano presenti le capacità culturali del giuridico, dello statale, dall’antico grecismo in poi — quando ho detto che nelle regioni occidentali soprattutto dal principio dei tempi moderni siano presenti i talenti del pensiero economico — allora intendo dire che dalla natura di questi popoli diffusi su questi territòri emerge la disposizione speciale per l’uno o per l’altro.
Oggi, tuttavia, abbiamo il compito di fare appello alla scienza dello spirito, che appunto fa emergere dall’uomo le capacità più universali, le capacità triplici, di fare appello alla scienza dello spirito, per non continuare a coltivare le cose in questa unilateralità. Dobbiamo ricordare oggi quello che accade quando l’orientale rimane unilaterale, dobbiamo ricordare quello che accade quando l’uomo delle terre di mezzo rimane unilaterale, e dobbiamo ricordare quello che accade quando l’uomo delle terre occidentali rimane unilaterale. Lo sviluppo semplicemente non può procedere quando l’unilateralità persiste. Perciò propriamente non si dovrebbe chiedere quale compito abbiano i singoli popoli nel futuro. I popoli non avranno compiti — l’umanità avrà compiti! Solo per comprendere meglio questi compiti, solo per comprendere come questi compiti si sono preparati nel corso della storia e come ciò che ha avuto una presenza particolarmente forte da una parte o dall’altra ora deve essere unito con altre capacità dell’uomo, solo per comprendere come il presente deve essere plasmato più universalmente dal differenziato dello sviluppo umano, è necessario lasciarsi coinvolgere nei compiti particolari dei singoli popoli. È della massima importanza lasciarsi coinvolgere in questo, perché proprio quello che è presente in questo modo e che deve essere superato, lo si deve conoscere a fondo e accuratamente.
Sono rimasti, per così dire, dei «frammenti di popoli» di varia essenza tra quei popoli che fondamentalmente costituiscono la qualità essenziale di uno dei tre territòri mondiali.
Non è affatto facile, dal punto di vista antropologico, parlare di questa qualità essenziale; solo l’indagine antroposofica fornisce correttamente le categorie. Solo attraverso l’indagine antroposofica possiamo dire correttamente: quello che si sviluppa nell’est ha queste capacità; quello che si sviluppa nell’ovest ha queste capacità; quello che si sviluppa nel mezzo ha queste capacità. Se procediamo antropologicamente, cioè se guardiamo più al fattore sanguigno, allora cadiamo subito in questioni che sono completamente impraticabili, che non rivelano nulla di pratica chiarezza. Se qualcuno volesse sostituire l’espressione «est europeo» dicendo «il popolo russo», allora fondamentalmente dice qualcosa che veramente non ha alcun significato pratico di vita.
Si tratta del fatto che si deve partire da categorie completamente diverse da queste categorie puramente antropologiche o etnografiche.
I piccoli frammenti di popoli, naturalmente, hanno le disposizioni più varie proprio dal modo in cui sono sorti. Considerate ad esempio un piccolo popolo come gli ungheresi, che hanno una specie di essenza razziale turaniana, ma che hanno attraversato la varietà più incredibile, che sono stati spinti insieme come un triangolo geografico sul Danubio. Naturalmente, se si volesse entrare nella missione di un simile frammento di popolo, si potrebbe presentare ogni sorta di belle missioni. Ma si dovrebbe di nuovo partire da punti di vista completamente diversi, se ad esempio si volesse parlare dei bulgari che sono in un certo modo imparentati con gli ungheresi. I bulgari hanno subito una metamorfosi di slavizzazione; per quanto riguarda il sangue sono imparentati con gli ungheresi, ma per quanto riguarda la lingua e l’etnografia non sono imparentati con gli ungheresi, cosicché per così dire l’elemento slavo è stato innestato spiritualmente anche linguisticamente al sangue turaniano. Qui naturalmente arriviamo ad ambiti che devono essere considerati da punti di vista completamente diversi, se vogliamo affrontare questi elementi non antroposofici, antropologici.
L’unica cosa che correttamente risulta dall’indagine antroposofica è circa questo: del tutto indipendentemente da certe cose non portate avanti dalla storia, che vivono più nei frammenti di popoli che nei grandi popoli, c’è molto fortemente qualcosa di un elemento internazionale, almeno per quanto riguarda la disposizione. E questo si può già dire: se questi singoli popoli, questi piccoli popoli — spesso sono popoli periferici e simili — se comprendessero di familiarizzarsi con i grandi compiti dell’umanità, l’avrebbero più facile di tutti. Ad esempio sarebbe qualcosa di straordinariamente bello se i baltici si lasciassero coinvolgere nel portare veramente a sviluppo molte capacità che risiedono in loro, proprio come compito internazionale. Invece hanno di frequente preferito coltivare la più estrema reazione presso di sé. E hanno effettivamente gloriosamente raggiunto il punto che, ad esempio, in tempi relativamente recenti, in un parlamento baltico sia stata ancora presentata una proposta di reintrodurre completamente la schiavitù. Ma, come si è detto, proprio per un cosmopolitismo che si liberi di ogni sciovinismo, presso questi popoli periferici, se solo sviluppassero questi talenti, sarebbero presenti tutte le condizioni preliminari. Ma viviamo oggi in un’epoca in cui l’uomo ama offuscarsi terribilmente, in cui l’uomo con un grande desiderio, un desiderio inconsapevole, malsano, vuole immergersi in un’atmosfera nebulosa e dove ama immaginarsi ogni sorta di illusioni. Allora si parla della missione che questo o quel piccolo popolo dovrebbe avere. Bene, certamente è possibile che, se si procede antropologicamente, si trovi qualcosa nei fondali dell’anima popolare. Ma proprio nei piccoli popoli dovrebbe esprimersi questo talento: far confluire le dotazioni che esistono per uno stile cosmopolitico ampio, di cui abbiamo tanto bisogno.
Devo sempre pensare — forse posso dirlo qui, è stato da me spesso espresso dal principio della catastrofe bellica a persone diverse — devo sempre pensare a cosa avrebbe significato se un grande, internazionale, cosmopolitico compito fosse stato colto dal popolo svizzero dal 1914 in poi. Questo afferrare di un simile grande compito in un paese relativamente piccolo avrebbe potuto stare nello sviluppo spirituale del mondo circa così — come un centro, intorno al quale molto ruota — così come oggi le valute europee ruotano intorno alla valuta svizzera.
Ma oggi tutto è coperto come da nebbia, e la gente non si lascia coinvolgere nelle cose che hanno assolutamente valore reale nel momento in cui l’uomo si lascia coinvolgere. Ma sfortunatamente è ancora troppo presente l’atteggiamento che dice: quale è il compito che ho, perché appartengo a questo o quel popolo, perché sono nato ad Amburgo o a Breslavia o a Berlino o a Vienna o a Roma? Quale missione mi tocca precisamente da questo? — Più importante è l’altro: quali forze mi dà il fatto che sono nato lì o qua, quali forze mi dà questo per il compito oggi così necessario, comune, internazionale, cosmopolitico dell’intera umanità? La gente vorrebbe proprio ingannarsi e si farebbe una domanda come: quale è la mia missione? — Allora aspettano. Aspettano circa come l’uomo che ha aperto la bocca e ha aspettato che gli entrassero i piccioni arrosto.
Ma oggi non si tratta di aspettare la nostra missione, bensì dobbiamo essere consapevoli: siamo in un punto dello sviluppo umano dove il destino del mondo deve essere generato dall’uomo, dove deve cessare il vecchio racconto sulla missione di quello che non nasce immediatamente elementarmente dall’uomo. Siamo in un punto dello sviluppo umano dove l’uomo è chiamato a dare un contenuto al destino partendo da sé. Se non iniziamo oggi a rinunciare a questi discorsi passivi su quello che ci è posto come missione, oppure se non rinunciamo a continuare ad appellarsi: sì, ma gli dèi devono comunque aiutare, non può andare così, è comunque ingiusto questo o quello, gli dèi devono comunque aiutare — se non rinunciamo a questo, allora nel momento presente dello sviluppo umano non avanziamo. Oggi si tratta che siamo consapevoli che dobbiamo cercare gli dèi attraverso l’interiore dell’uomo — non dico nell’interiore dell’uomo, bensì attraverso l’interiore dell’uomo — e che gli dèi contano su di noi per essere co-determinanti del destino.
Oggi non dobbiamo rispondere alle domande dall’osservazione di questo o quello che ha radice qua o là, piuttosto oggi dobbiamo rispondere alle domande dal punto di vista della volontà. Le precedenti domande contemplate sono oggi domande di volontà. Se una volta si giungeva alla contemplazione approfondendosi in quello che risultava dalla riflessione, allora abbiamo oggi occultamente il compito di accogliere nella nostra volontà quello spirito invisibile e soprasensibile, affinché nasca nell’umanità quello che va al di là di tutti i singoli limiti. Le strutture statali esteriori hanno portato al punto che oggi si può quasi non oltrepassare i confini. Se sempre e continuamente diciamo: quale compito ha questa o quella parte popolo? — allora erigiamo nella nostra mente tali confini e non arriviamo oltre questi confini all’affermazione del compito totale dell’umanità.
Fondamentalmente è — nonostante sia terribile — persino meno significativo se qui ci sono confini, che sono così difficili da oltrepassare, i confini intorno ai quali si è combattuto così cruentemente nello spazio esteriore. È terribile, ma è peggio per lo sviluppo dell’umanità, se modelliamo le nostre teste così da chiederci: quale missione ha questo frammento di popolo? Quale missione ha quel frammento di popolo? — Dobbiamo uscire oltre i confini. Dobbiamo cancellarli. Dobbiamo trovare l’umano comune.
Di ciò si tratta: che ci portiamo innanzitutto volontariamente su questo fondamento dell’umano condiviso. Allora si può dire: coloro che non appartengono a un grande popolo, hanno meglio, perché se si ricordano delle loro forze più profonde, potranno contribuire molto all’internazionalizzazione e cosmopolitizzazione dell’umanità.
Questo è innanzitutto il compito di coloro che si possono chiamare per così dire i piccoli Stati o gli Stati periferici o simili.
Congiunture economiche e crisi
Ernst Schaller tiene una conferenza su «Congiunture economiche e crisi». In seguito, Rudolf Steiner risponde a domande che sono state poste nella discussione:
Rudolf Steiner: Sì, miei molto stimati presenti, qui è stata portata all’ordine del giorno una questione straordinariamente importante [dal Dr. Schaller]. Egli ha indicato dai dettagli specificamente economici come la vita economica debba guarire attraverso la triarticolazione dell’organismo sociale. E vorrei dire: considero questo generale punto di vista del signor Dr. Schaller per la sera di stasera come il più importante di tutti. Ho spesso menzionato: proprio quando si osserveranno i singoli fenomeni reali — sia nella vita economica, sia in altri ambiti della vita sociale — allora si mostrerà quello che la triarticolazione significhi veramente per la guarigione della vita umana. Oggi ci sono persone che, dalla loro educazione e dalle loro abitudini di pensiero che si sono sviluppate negli ultimi anni, hanno designato i «Punti nodali» come un libro utopico. Si può solo dire che è il pensiero completamente dilettantesco, corto di vista, impratico, che si esprime in un tale giudizio.
Perciò sarebbe già di una straordinaria importanza se le persone sempre più si lasciassero coinvolgere, soprattutto nelle questioni economiche — che in realtà per la maggior parte hanno bisogno di discussione, poiché la vita economica è conosciuta assai poco negli ampi strati della popolazione —, nella maniera in cui il Dr. Schaller l’ha fatto oggi, se si lasciassero coinvolgere nel prendere le cose come veramente sono, e mostrare appunto dal punto di vista professionale come questa triarticolazione dell’organismo sociale sia pensata a partire dalla prassi vitale completa.
Molto non è ancora compreso di questa idea di triarticolazione dell’organismo sociale. Me lo mostra ad esempio una domanda che qui è stata appena letta e che vorrei ancora menzionare introduttivamente a quello che veramente intendo dire. È stato ad esempio chiesto:
Perché le associazioni dovrebbero formarsi solo nell’organismo sociale tripartito?
Nessuno ha mai affermato che le associazioni, anche le associazioni economiche, dovrebbero formarsi o potessero formarsi solo nell’organismo sociale tripartito. Le associazioni ci sono sempre state; le associazioni naturalmente c’erano anche nello Stato unitario. Nella triarticolazione si tratta però di questo: che prima l’organismo sociale sia tripartito e che poi la vita economica agisca per via associativa. Così quello che altrimenti si conosce della vita associativa, soprattutto nella vita economica, e anche quello che Walther Rathenau dice sulle associazioni, testimonia appunto nient’altro, se non che si prendono queste questioni economiche solo in modo astratto. Soprattutto: Rathenau è un astrattista del più terribile tipo, e non si è nemmeno predisposti a [comprendere le cose in modo conforme alla realtà], quando si è un così astratto socialista da salotto come Rathenau — tali astrattisti prendono tutto in modo astratto, anche le idee sociali —; qui si parla solo di associazioni. Potrei ancora nominarvi altre persone che hanno anche parlato di associazioni. C’è ad esempio un teologo del XIX secolo da citare: Anton Günther. E così naturalmente si potrebbero trovare ovunque persone che parlano di associazioni. Le associazioni sono — ad esempio nel campo delle scienze — infine anche le università. Questa credenza in parole, questo insistere su parole, e questo dedurre dalle parole, è quello da cui finalmente dobbiamo uscire. Dobbiamo afferrare le cose nella vita pratica, dobbiamo renderci conto che qualcosa di diverso è necessario. Se qualcuno mostra chiaramente e con nettezza come la triarticolazione dell’organismo sociale deve configurarsi, e poi mostra che le associazioni sono determinate propriamente dalla vita economica, mentre la vita spirituale e quella giuridica operano per sé, senza tali associazioni, allora è qualcosa di diverso, che se uno parla in stile di Walther Rathenau in astrazioni su associazioni.
Come poco i «Punti nodali della questione sociale» siano intesi in modo astratto, come poco siano astratti in ogni riga, questo dovrebbe prima essere studiato. Allora la teorizzazione quale si esprime ad esempio in questa domanda risulta come una completa impossibilità.
Ora andrebbe ben oltre quello che può essere detto nel quadro di un tempo così breve, se considerassi la domanda postami in connessione con la conferenza del Dr. Schaller. Qui soprattutto è da menzionare: il Dr. Schaller ha in modo assai meritevole fornito le diverse compilazioni numeriche che mostrano come la curva economica che egli stesso ha disegnato salga e scenda, come alle congiunture seguono le crisi e come poi di nuovo buone congiunture possono subentrare dopo le depressioni e così via. Bene, si può rappresentare la cosa in un certo modo, come se la crisi per così dire si staccasse dalle buone congiunture, come se allora emergessero le depressioni e poi la cosa si riprendesse di nuovo — così come il Dr. Schaller l’ha appunto rappresentato. Ma se si segue troppo fortemente questo filo di causalità, ci si strappa via proprio da quello che è la base reale più profonda della cosa.
Vedete, ha l’apparenza che si condizionasse il fatto che le crisi crescano dalle buone congiunture e poi viene la depressione e poi di nuovo lo sviluppo ascendente e così via. Ha così l’apparenza, perché dal primo terzo del XIX secolo, dal 1810 circa, abbiamo una speciale metamorfosi economica dal fatto che il denaro, cioè il traffico monetario e il prestito di denaro e il credito connesso a esso è divenuto il dominante economico, mentre prima, cioè prima dell’anno 1810, in realtà la vita economica nella sua produzione era il dominante. Se si studia quello che si è svolto nell’anno 1810 riguardo al traffico del denaro, riguardo al sistema creditizio, allora si mostra che l’apparenza, come se da queste cifre si potesse dedurre una simile curva che procede automaticamente per così dire, vale veramente solo per questa epoca economica dal 1810 in poi. Per epoche economiche precedenti non potrebbe sostenersi. Ma anche per questa epoca economica è ben necessario che ci si occupi più dei fatti concreti durante un periodo di buona congiuntura e durante un periodo di crisi che di questo semplice salire e scendere nei numeri.
E qui particolarmente attiro l’attenzione sulla crisi del 1907 — potrei ugualmente scegliere un altro esempio —; essa è straordinariamente interessante da studiare. Proprio questa crisi è straordinariamente interessante da studiare, perché vi si vede come fondamentalmente le crisi in realtà completamente — lo dico in modo completamente radicale — siano fatte dalla volontà umana. Come detto, questo varrebbe anche per altre questioni del genere; non si possono giudicare i processi finanziari di questo genere, se non si studiano quegli strepitosi giochi al rialzo di alcuni magnati capitalisti americani e il loro collegamento con il mercato monetario in Europa. Qui entra in considerazione la spinta verso l’alto di un tipo azionario ben determinato, e mediante ciò un enorme desiderio di acquisire queste azioni. Così i magnati capitalisti che hanno fatto questo gioco al rialzo si sono trovati nella posizione di attrarre il denaro a sé e di fare poveri di denaro le persone che effettivamente avevano bisogno del denaro. Mediante ciò è stato provocato questo balzare in su dello sconto.
Il Dr. Schaller ha citato lo sconto privato — credo che la Reichsbank tedesca sia salita in quel momento fino al 7%. Così, è stato lavorato davvero da un consorzio di magnati del denaro americani su tale spinta verso l’alto dello sconto.
Naturalmente, a queste cose si oppongono nuovamente altre cose. Ma non appena ci si inoltra nel pratico, non appena si considerano i fatti, allora sono precisamente questi singoli fatti, [che entrano in considerazione], e persino gli altri fatti procederebbero nella stessa direzione. Non si può lavorare così, come questi magnati capitalisti hanno lavorato, quando si sta nella pura vita economica e il denaro con i crediti è per così dire solo l’espressione esteriore della circolazione economica come tale. Come è stato lavorato negli anni 1906, 1907, 1908, si può lavorare solo quando da un lato scorre la vita economica e dall’altro lato il mercato monetario come tale, i processi entro la circolazione monetaria, è emancipato. Questo significa che con denaro e i corrispondenti crediti, siano questi in azioni o obbligazioni o in qualcos’altro, si può fare una propria circolazione sul mercato monetario e creditizio, che si muove per così dire [staccata dai reali processi economici].
Vedete, per questo motivo emerge gradualmente l’apparenza che nella nostra vita economica non possano più divenire possibili le parziali buone congiunture e le parziali crisi; emerge l’apparenza come se potessero nascere solo le congiunture generali e le crisi generali. A questo la condizione preliminare è che per così dire ci sia un mezzo generale [come il mercato monetario come tale] che non si preoccupa delle crisi nella [reale] vita economica. Nella [reale] vita economica la crisi è regolata. È qualcosa di diverso, se io porto stivali al mercato o orologi al mercato o fabbriche petrolio; è qualcosa di diverso. Quando si ha a che fare con merci, si ha a che fare con il concreto; allora le congiunture risultano dalla produzione. Ma quando si ha a che fare solo con denaro e crediti, allora ciò non entra in considerazione — in denaro e crediti, allora si specula solamente.
Per provocare ogni sorta di congiunture artificiali, è appunto necessario che il mercato monetario sia emancipato dal resto del mercato economico.
Queste naturalmente sono solo singole cose. Potrei continuare in questo stile tutta la notte. Comunque, potete sempre, quando avete anni di crisi davanti a voi, potete sempre chiedervi: dove devo cercare la volontà economica immediata, che così si fa valere sul mercato del capitale? In un certo senso è veramente giusto che tutta questa storia sia collegata al capitalismo, perché un simile andamento di crisi è possibile solo se si può speculare in denaro e crediti rispettivamente si può gettare denaro e crediti al mercato. Potreste ugualmente studiare l’anno 1912 e così via, trovereste ovunque anche ben determinati fatti, fatti che provengono dalla volontà di coloro che hanno dire nel quale si compiano nell’e economica. Ma queste generalità di crisi, o anche solo crisi ampliamente diffuse, non possono essere provocate in nessun altro modo se non attraverso l’emancipazione del mercato monetario.
Questi sono tali punti di vista che soprattutto sottolineo, perché è proprio il momento oggi che ci si renda completamente conto: non è ammissibile teorizzare; non è ammissibile formarsi rappresentazioni così in generale secondo la statistica, come l’uno segua dall’altro. Fruchtbar è fondamentalmente veramente solo lo sguardo verso i fatti. Ed è di significato molto maggiore per la comprensione della crisi che si è mostrata verso l’anno 1907, è molto più importante studiare i giochi di una certa magnati del capitalismo, che restare in categorie economiche generali. Allora desidero anche ancora osservare che non è affatto completamente esatto credere che le congiunture parziali nei tempi più recenti non giocherebbero alcun ruolo; nella reale vita economica svolgono già un ruolo, ma il ruolo che svolgono è nascosto dall’economia del capitale, rispettivamente dall’economia monetaria e creditizia. Tutte queste domande sono — se senza particolari difficoltà — nella mia dissertazione sul sistema creditizio nel quarto numero della «Futura Sociale» sostanzialmente trattate.
Viene veramente dappertutto al punto, soprattutto nell’economica nazionale, che ci si renda conto: solo un vero affrontare dei fatti porta a una conoscenza, a una simile conoscenza che è feconda socialmente, che ci può portare fuori dalla maggiore crisi in cui siamo — questa è la crisi sociale —, mentre proprio negli ultimi decenni nell’economia nazionale come scienza la teorizzazione ha giocato veramente un ruolo assai pessimo. Fondamentalmente non c’è molto da guadagnare dall’economia nazionale universitaria per una vera comprensione della vita economica. Oggi è però veramente il momento anche di guardare a quello che segue dalla volontà della gente. Certo, è così che la gente nella massa larga si comporta allo stesso modo sotto certi fenomeni tipici. E così accade che, quando i risultati, gli effetti di una buona congiuntura per la vita della gente si sono instaurati, allora vengono le brame; e da queste brame la gente fa qualcosa come speculazioni di merci, e allora nasce la crisi — ma essa nasce dalla volontà umana. E nuovamente, quando questo dopo un certo tempo ha condotto al fatto che il denaro ha preso certe vie, allora può di nuovo avvenire un sollevamento — ma anche questo sempre dalla volontà della gente.
Questi fatti, buone congiunture, crisi, depressioni e così via, quando si studiano i fatti, non risultano affatto molto diversamente, che, diciamo, le cose della statistica dei suicidi. Si può, se si prende un territorio sufficientemente grande, dire che su questo territorio in un determinato numero di anni accada un determinato numero di suicidi e che poi si ripetano in un determinato periodo. Non è vero, questo naturalmente non prova che esista una legge di natura che tanti suicidi in tanti anni devono accadere, ma prova solo che su un determinato territorio in certi anni accadano tanti eventi che nella loro forma tipica sempre di nuovo inducono le persone a commettere suicidio. La statistica più semplice che si può finalmente fare è questa, che si dice: se a un cane si tiene un pezzo di carne cinque volte, allora cinque volte l’afferra; sotto l’influenza degli stessi fatti lo fa cinque volte lo stesso. Sotto l’influenza degli stessi fatti che si ripetono, anche la gente naturalmente fa la stessa cosa. Ma questo non comporta che si possa escludere l’uomo dal tutto; cioè si deve contare con quello che la volontà umana è. E se vi occupate dei «Punti nodali della questione sociale», vedrete proprio come con questa materia difficilissima da trattare, la volontà umana, nella vita economica sia ben contato, che se ne prenda nota e che proprio da questo punto di vista nei «Punti nodali» sia da trovare molto.
Ora desidero menzionare qualcosa di completamente diverso; lo desidero solo inserire, perché abbiamo qui praticamente sempre lo stesso problema.
L’ultima volta ho dovuto menzionare che si trovò in un giornale pubblico l’affermazione delirante della «triarticolazione rubata». Naturalmente, il giornale che ha stampato gli articoli luridi del signor parroco Kully — intendo il «Cattolico Popolare» — si è anche reso responsabile della stampa di questo lurido, di queste bugie sporche e grosse. E perciò consiglio a tanti quanti possono di leggere l’opuscolo della signora Elisabeth Mathilde Metzdorff-Teschner pubblicato nell’anno 1920. Dalle luridità di questo opuscolo del signor Rohm a Lorch provengono, da questo opuscolo provengono tutte le cose deliranti. Vorrei scrivervi il titolo più precisamente: «3:5, 5:8 = 21:34. Il segreto, per poter estinguere gli oneri del debito in tempi prevedibili». Dal titolo «3:5, 5:8 ecc.» riceverete un’impressione un po’ mistica; l’opuscolo nel suo insieme non è scritto meno misticamente di questo titolo; potete aprirlo dove volete, da qualche parte, ad esempio:
«Haeckel conclude il V capitolo della Soluzione degli enigmi del mondo con le parole: «Una fondazione dettagliata dell’intera storia delle specie e la sua applicazione al sistema naturale degli organismi l’ho data nei 3 volumi della mia ‘Filogenesi sistematica’. La distinzione critica più acuta dei 6 periodi e 30 fasi principali della nostra storia umana delle specie è contenuta nel mio opuscolo sulla ‘Nostra linea ancestrale (Progonotopxis hominis)’ Jena, 30 luglio 1908.> I tentativi del Frey-Bund, della triarticolazione antroposofica, pongono il lavoro verso la 7ª fase come la nostra. Il loro regno della cultura rimane attaccato a mammona, che i loro profeti o principi non possono e non vogliono fare a meno.»
E così continua. Credete di essere entrati direttamente in un manicomio e di sentirvi dentro le sciocchezze incoerenti di puri folli. Così l’opuscolo dichiara che in un rapporto di cosiddette proporzioni divine, che qualcosa — che cosa, non si può scoprire, perché l’intero opuscolo è delirante — qualcosa con il rapporto di 3:5, 5:8 = 21:34 ha a che fare, il cervello umano dovrebbe essere diviso; mediante ciò dovrebbe esserci la possibilità di liberare l’intero popolo tedesco dall’enorme onere del debito.
Allora tutto sarebbe a posto, allora tutti i debiti che il Reich tedesco ha sarebbero estinti. È così veramente un delirio assoluto. Su questo delirio la «nobile» signora sostiene:
«L’Ufficio stampa del Ministero della guerra a Monaco conosce il giorno e l’anno, secondo il quale l’ora di nascita della triarticolazione morfologica è 1917, (cioè prima dei Punti nodali di Steiner) è, attraverso un evento che penetra profondamente nella vita della signora. La scienza può così contare su dati storici. Già il 16 gennaio 1918 l’ufficio stampa ha approvato la conferenza su ciò, che è stata affidata agli antroposofi il 20 aprile ed è stata restituita solo l’11 maggio.»
Bene, a quale antroposofo è stato presentato il tempo quell’insegnamento con «l’evento penetrante nella vita della signora» e con tutta la spazzatura — non lo so; non so quali antroposofi siano stati così fortunati. Bene, vedete questo scritto, questo esemplare di «evento stampa»; questo esiste oggi nel mondo. A Lorch siede uno — l’ho designato in una conferenza pubblica un «maiale» — siede così un maiale che sa leggere il stampato e da questo fabbrica l’articolo «La triarticolazione rubata». E qui in Svizzera si trovano effettivamente persone, sotto l’egida dei pastori d’anime, che ristampano una cosa simile. Questi articoli vengono letti — questi sono i fatti. Le persone leggono questo, e non hanno idea quale delirio ci sia dietro. Ma ci sono sufficienti persone immorali che non hanno scrupolo di gettare così sabbia negli occhi della gente, che stampano simili cose per un pubblico che naturalmente non può controllare, che non sa neanche quanto sia delirante la cosa. A questo grado di imbecillità della vita pubblica siamo giunti oggi; e il culmine dell’imbecillità sta sotto l’egida di pastori d’anime. Questo è qualcosa che veramente conta qui. È assolutamente qualcosa su cui si dovrebbe una volta guardare.
E vi prego, familiarizzatevi con l’elaborazione. Lì sta tra l’altro anche la bella cosa che la signora in questione ha comunicato il suo segreto delle proporzioni divine, della «triarticolazione», anche ad altre persone. Dice che è stata fino all’ultimo momento pervasa dalla convinzione che l’estinzione del debito in tempi prevedibili fosse possibile attraverso il «regno della cultura morfologico (Stato-Regno della cultura-Chiesa)». Come dice, ha anche inviato la conferenza ad «altre persone», ma nessuno se ne è preoccupato — non riesco neanche a immaginare come qualcuno possa cavarsela, al massimo come psichiatra. Così «solo gli antroposofi» avrebbero reagito, ma avrebbero fatto qualcosa di completamente diverso da ciò. E ora questa signora trova che questi antroposofi siano in qualche modo migliori delle altre persone, perché almeno avrebbero parlato della «triarticolazione» — pensa lei. Ora è stata fatta pubblicità per questa signora, per la signora Elisabeth Mathilde Metzdorff-Teschner, almeno in questo modo; così gli antroposofi almeno si sono degnati, in questo modo fare pubblicità per questa signora. Ora sarebbe necessaria solo una piccolezza, che il popolo tedesco riconosca attraverso un decreto popolare il «regno della cultura morfologico» — il riconoscimento attraverso un decreto popolare, questo dovrebbe effettivamente essere portato avanti dalla signora Metzdorff-Teschner. E sarebbe necessario che pubblicamente ovunque sia proclamato il principio 3:5, 5:8 = 21:34, che lei ha scoperto; lei ha così portato nel mondo una specie di sezione aurea sociale. Nota bene, accusa anche le persone che hanno scritto sulla sezione aurea, del plagio, cioè del furto intellettuale.
E ora attraverso questo opuscolo arriva al pubblico un documento strano, da cui altrimenti probabilmente non avrei mai ricevuto notizia. Poiché la signora si è rivolta — per quanto è difficile scoprirlo — a un medico di Monaco. Quest’uomo scrive quindi che ha consegnato la lettera della signora a un professore di Monaco per la conoscenza e la risposta alla sua lettera, e quindi scrive ritorno a questa signora:
«Il professor mi ha consegnato il materiale inviato contro Steiner per la mia conoscenza e in risposta alla sua lettera. Bene, appartengo esattamente a quelle persone che né i Gesuiti né gli Ebrei possono incolpare della caduta tedesca, senza commettere un sacrificium intellectus. (Noi tedeschi abbiamo spezzato il nostro collo in vera maniera tedesca da soli.)
E inoltre — devo ammetterlo onestamente — sono io stesso membro della Società Antroposofica. (E lo sono diventato solo di recente, dopo aver letto tutto quanto possibile negli scritti contro Steiner.) Non m’era sconosciuto quello che il da me altrimenti venerato M. Seiling gli rimprovera. Del resto sono l’ultimo che vorrebbe completamente scagionare Steiner. Ha una giusta misura di insufficienza umana.
E tuttavia è un maestro al quale io e quelli migliori di me dobbiamo molto.
— Non vi soddisfarà, ma non posso dire di più.»
Così vedete, attraverso questa signora vengono alla luce cose assai strane.
Ma vedete anche che il venerato clero, il clero cattolico delle vicinanze, non si lascia sfuggire tutte queste cose. Su questo terreno siamo oggi. Vi prego, riflettete una volta sulla completa corruzione morale di questo terreno, e consideratevi quindi se qualche parola in più sia stata detta di quello che è stato spesso detto da questo luogo.
Così: Elisabeth Mathilde Metzdorff-Teschner, «3:5, 5:8 = 21:34. Il segreto, per poter estinguere gli oneri del debito in tempi prevedibili.» Desidero anche ancora indicare che questo opuscolo è stato pubblicato nel 1920 nella «celebre» auto-edizione Sooden an der Werra.
In occasione del corso «Antroposofia e scienze specialistiche»
Dornach, 6 aprile 1920
Antroposofia e giurisprudenza
Roman Boos tiene una conferenza nell’ambito del corso «Antroposofia e scienze specialistiche» sul tema «Antroposofia e giurisprudenza». In relazione alla sua conferenza, egli pone una domanda a Rudolf Steiner.
Roman Boos: Come potrà presentarsi nel futuro il principio della fissazione di norme giuridiche attraverso la codificazione? Come così potrà essere esercitata l’efficacia giuridica dai centri parlamentari, senza che risulti un paralizzamento o un morire del principio di codificazione, come accade oggi?
Rudolf Steiner: La revivificazione della vita giuridica, di cui il signor Dr. Boos ha parlato, avverrà, come mi sembra, in una maniera completamente naturale nell’organismo sociale tripartito, gradualmente. Come ci si deve rappresentare concretamente questa configurazione dell’organismo sociale tripartito? — Veramente in una maniera simile — non si intende affermare solamente un’analogia — veramente in una maniera simile, come ci si deve rappresentare la tripartizione organica nell’organismo naturale umano stesso.
La concezione che il signor Dr. Boos ha biasimato anche oggi, che nel cuore si abbia a che fare con una specie di pompa che spinge il liquido sanguigno verso tutti i possibili luoghi dell’organismo, questa concezione deve essere superata per la fisiologia. Deve essere riconosciuto che nell’attività cardiaca si abbia il cooperare equilibrante delle altre due attività dell’organismo umano: l’attività del metabolismo e l’attività dei sensi e dei nervi. Se ora, come fisiologo che sta nella realtà, si vuol descrivere questo organismo umano, presentare il suo funzionamento, allora è necessario in generale, veramente in modo disinteressato, descrivere l’attività del metabolismo da un lato e l’attività dei sensi e dei nervi dall’altro lato, poiché per il loro reciproco agire polare e intrecciarsi risulta appunto l’attività ritmica equilibrante; già vi si ha dentro. Questo è qualcosa che deve essere considerato anche quando ci si vuol immaginare la vita nell’organismo sociale tripartito. Questa vita nell’organismo sociale tripartito è veramente solo allora ben immaginabile, quando ancora si ha senso per la prassi vitale.
Quando avevo pubblicato qualcosa e parlato della triarticolazione in varie maniere, allora venne tra l’altro l’obiezione che in realtà non si potesse bene immaginare come il diritto acquisisse un contenuto, se dovesse essere separato nella vita dalla parte spirituale dell’organismo sociale da un lato e dalla parte economica dall’altro lato.
Proprio persone come, ad esempio, lo spesso citato Stammler, concepiscono il diritto per così dire in modo che riconoscono da un lato solo una sorta di formalismo. Questo [sistema formale] riceverebbe allora dall’altro lato, come pensano, il suo contenuto materiale dalle esigenze economiche dell’organismo sociale. Da siffatte concezioni mi è stato replicato che il diritto non potrebbe essere separato dalla vita economica, per la semplice ragione che le forze della vita economica dovrebbero generare proprio le fissazioni giuridiche. Nel momento in cui si incorpora una tale concezione nei propri concetti, si pensa continuamente a qualcosa di non vitale, a qualcosa che appunto si riduce al fatto che, ad esempio, dalle forze economiche si fanno fissazioni che vengono quindi codificate e secondo le quali ci si può orientare. Principalmente si pensa che tali fissazioni codificate siano presenti e che si possa consultare come recitano.
Nell’organismo naturale, vivente tripartito, si ha dunque a che fare, vorrei dire con i due opposti polari: da un lato con la vita spirituale e dall’altro lato con la vita economica. La vita spirituale, che, quando è solo libera, risulta dalle azioni di quelle forze che gli uomini portano nell’esistenza attraverso la loro nascita e sviluppo, questa vita spirituale presenta, appunto per il suo proprio contenuto, una realtà. Là il fertile della vita spirituale si svilupperà quando non se ne descrive e limita attraverso qualche norma quello che uno può. Il fertile risulta completamente naturalmente semplicemente dal fatto che è nell’interesse della gente che colui che può di più e che ha capacità maggiori, possa anche agire di più. Sarà completamente naturale che colui, diciamo come insegnante, sia scelto per un certo numero di bambini, da cui coloro che cercano un insegnante possano essere convinti che nella sua sfera egli può effettuare quello di cui si tratta.
Se la vita spirituale è veramente libera, allora la costituzione intera della vita spirituale risulta dalla natura della cosa stessa; agiscono in questa vita spirituale gli uomini che vi stanno dentro.
Dall’altra parte abbiamo la parte economica dell’organismo social tripartito. Là risulta nuovamente dalle esigenze di consumo e dalle possibilità della produzione… Antroposofia e scienza del diritto
Roman Boos tiene una conferenza nel quadro del corso «Antroposofia e scienze speciali» sul tema «Antroposofia e scienza del diritto». In relazione con la sua conferenza rivolge a Rudolf Steiner una domanda.
Roman Boos: Come potrà presentarsi in futuro il principio della determinazione delle norme giuridiche mediante codificazione? Come dunque potrà essere esercitato l’effetto giuridico dai centri parlamentari, senza che si verifichi una paralisi o una morte del principio di codificazione, come accade oggi?
Rudolf Steiner: La vivificazione della vita del diritto, di cui il dottor Boos ha parlato, si realizzerà, per quanto mi sembra, in modo del tutto naturale nell’organismo sociale tripartito. Come ci si deve dunque rappresentare concretamente questa configurazione dell’organismo sociale tripartito? — Veramente in modo analogo — non si intende con ciò esprimere una semplice analogia —, veramente in modo analogo a quello in cui ci si deve rappresentare l’articolazione organica tripartita nell’organismo umano naturale stesso.
La concezione, che d’altronde è stata criticata anche oggi dal dottor Boos, per cui il cuore sia una specie di pompa che spinge il liquido sanguigno in tutte le varie parti dell’organismo, questa concezione deve essere superata per la fisiologia. Si deve riconoscere che nell’attività cardiaca si deve vedere l’azione equilibrante e coordinata delle due altre funzioni dell’organismo umano: l’attività metabolica e l’attività nervosa-sensoriale. Se ora volessimo, come fisiologhi che stanno nella realtà, descrivere questo organismo umano, illustrare il suo funzionamento, allora in generale saremmo solo tenuti a descrivere davvero in modo imparziale da un lato l’attività metabolica e dall’altro lato l’attività nervosa-sensoriale; infatti, attraverso la loro azione polare reciproca e l’intrecciarsi l’una nell’altra, emerge proprio l’attività ritmica equilibrante; la si possiede già propriamente. Questo è qualcosa che deve essere tenuto in considerazione anche quando ci si vuole rappresentare la vita nell’organismo sociale tripartito. Questa vita nell’organismo sociale tripartito è veramente rappresentabile solo quando si ha ancora il senso della pratica di vita.
Quando avevo pubblicato certe cose e parlato della triarticolazione in vari modi, venne tra l’altro anche l’obiezione che non ci si potesse giustamente immaginare come il diritto arrivi a un contenuto, se dovesse essere separato nella vita dalla parte spirituale dell’organismo sociale da un lato e dalla parte economica dall’altro. Proprio persone come ad esempio lo spesso citato Stammler, per così dire concepiscono il diritto in modo tale che da un lato riconoscono una specie di formalismo. Questo [sistema formale] avrebbe allora, come loro ritengono, dall’altro lato il suo contenuto materiale dalle esigenze economiche dell’organismo sociale. Da simili concezioni mi è stato replicato che il diritto non potrebbe essere separato dalla vita economica, per il semplice motivo che le forze della vita economica di per sé dovrebbero produrre i principi giuridici. Nel momento in cui si assume qualcosa di simile nei propri concetti, si pensa continuamente a qualcosa di non vivente, a qualcosa che appunto si riduce al fatto che, ad esempio, si fanno determinazioni derivate dalle forze economiche, che poi vengono codificate e secondo cui ci si può orientare. Si pensa principalmente al fatto che simili determinazioni codificate esistono e che si può consultare come suonano.
Nell’organismo naturale, vivente e tripartito si ha a che fare, per così dire, con i due opposti polari: da un lato con la vita spirituale e dall’altro lato con la vita economica. La vita spirituale, che, se solo diviene libera, scaturisce da quelle azioni di forze che gli uomini portano nell’esistenza attraverso la loro nascita e sviluppo, questa vita spirituale rappresenta per il suo stesso contenuto una realtà. Proprio il fecondo della vita spirituale si svilupperà se non si circoscrive e non si restringe mediante qualche n o r m a ciò che uno può fare. Il fecondo emerge del tutto naturalmente semplicemente dal fatto che è nell’interesse degli uomini che colui che può di più e ha capacità maggiori possa agire di più. Sarà del tutto naturale che colui che, diciamo come insegnante per un certo numero di bambini, venga scelto, da coloro che cercano un insegnante possono essere convinti che nella sua sfera possa realizzare ciò di cui si tratta. Se la vita spirituale è veramente libera, l’intera costituzione della vita spirituale scaturisce dalla natura della cosa stessa; gli uomini che ne fanno parte agiscono in questa vita spirituale.
Dall’altro lato abbiamo la parte economica dell’organismo sociale tripartito. Da essa emerge nuovamente dai bisogni di consumo e dalle possibilità di produzione, dai vari concatenamenti, dalle relazioni che si generano, da tutto questo emerge la struttura della vita economica. Naturalmente in questa risposta alle domande posso solo accennare brevemente. Ma poi vi giocano le varie relazioni che possono instaurarsi tra uomo e uomo, o tra gruppi di uomini e singoli uomini, o anche tra diversi gruppi di uomini. Tutto ciò muove la vita economica. E in questi due campi propriamente ciò che si chiama «diritto» in un primo momento non viene affatto in considerazione, nella misura in cui questi due campi provvedono da soli agli affari loro.
Se si pensa in modo reale — naturalmente oggi gli uomini non pensano realmente, ma teoricamente, partendo da ciò che già esiste, e quindi confondono ciò che il campo spirituale già possiede come idee giuridiche con le idee giuridiche del campo economico —, se si pensa realmente, praticamente, allora nella vita spirituale libera non vengono affatto in considerazione gli impulsi giuridici, bensì entrano in gioco gli impulsi di fiducia, entrano in gioco gli impulsi di capacità. È semplice assurdo parlare nel campo spirituale libero di un diritto di colui che sa fare qualcosa a esercitare un’azione. Non può affatto venire in considerazione di parlare di un simile diritto, bensì si deve parlare del fatto che ne abbiamo bisogno, che egli deve agire. Colui che può insegnare ai bambini, naturalmente lo si lascerà insegnare, e non sarà questione di sapere se sussista o no un’autorizzazione; non è affatto una questione del diritto come tale. Così è pure nella vita economica. Qui giocheranno un ruolo sia i contratti scritti che quelli orali, e la fiducia nel mantenimento dei contratti dovrà giocare un ruolo. Che i contratti siano mantenuti, questo si verificherà, quando la vita economica sia completamente autonoma, dal fatto che la vita economica semplicemente non può funzionare se i contratti non sono mantenuti.
So bene: quando oggi si esprimono cose di questo tipo, che in realtà sono assolutamente pratiche, esse vengono tuttavia da questo o da quell’altro considerate come altamente impraticabili, perché dappertutto si immettono cose altamente impraticabili e poi si crede che quello che vi si è immesso e che deve manifestarsi, sia pratico, mentre invece ciò che qui è stato descritto sia impratico. Ma bisogna considerare che in questi due campi, in questi organi, nel campo economico e nel campo spirituale dell’organismo sociale tripartito, queste cose vivono fianco a fianco. Se ora si pensa in modo onesto a una configurazione democratica di questa convivenza, in cui gli uomini vivono fianco a fianco nei due campi — dentro la struttura economica, dentro la struttura spirituale —, allora sorge prima la necessità che da persona a persona le relazioni vengano determinate. Qui la necessità vivente semplicemente comporta che colui che, diciamo, si trova in una qualche posizione della vita spirituale, deve determinare la sua relazione verso molte altre personalità e così via. Questi rapporti viventi, che devono instaurarsi tra tutti gli uomini divenuti adulti, e le relazioni tra gli uomini adulti e gli uomini non ancora adulti, si generano appunto dal rapporto di fiducia nel campo della vita spirituale. Ma tutte le relazioni che si generano dalle forze viventi da un lato della vita economica, dall’altro lato della vita spirituale, tutte queste relazioni hanno come conseguenza che per così dire gli uomini divenuti adulti cominciano a determinare reciprocamente le loro relazioni nelle loro sfere di vita. E questo genera un’interazione vivente, che avrà il carattere particolare che, poiché la vita vive e non può essere incatenata in norme, queste determinazioni devono essere mobili.
Un diritto assolutamente codificato si presenterebbe come qualcosa che contraddice lo sviluppo. Se si avesse un diritto rigidamente codificato, sarebbe in fondo più o meno come se si avesse un bambino di sette anni i cui poteri vitali organici voi ora fissaste, e, quando il bambino fosse diventato quarant’anni, esigeste che ancora vivesse secondo quelli. Così è anche con l’organismo sociale, che è del tutto un qualcosa di vivente e nel 1940 non sarà lo stesso che nel 1920. Ad esempio riguardo alla terra non si tratta di stabilire un simile diritto codificato, bensì si tratta di una relazione reciproca vivente tra il suolo e le personalità che si trovano nei due altri campi caratterizzati — quello spirituale e quello economico — e agiscono in modo tale che tutto possa essere mantenuto costantemente in movimento, affinché sia possibile modificare e trasformare il vero fondamento democratico su cui tutti gli uomini vivono le loro attuali relazioni. Questo è ciò che deve essere detto riguardo alla determinazione delle relazioni giuridiche pubbliche.
Le relazioni di diritto penale emergono come il secondario solo quando singole personalità agiscono in modo asociale contro ciò che è stato determinato come quella che gli uomini adulti considerano la relazione corretta gli uni verso gli altri. Qui tuttavia per l’organismo sociale tripartito, con una considerazione pratica del diritto penale, emerge che si avrà bisogno di considerare in qualche modo anche, per così dire, la giustificazione della punizione in senso pratico-reale. Devo dire che la molto decantata scienza del diritto in realtà non è nemmeno giunta su questo campo a un concetto giuridico chiaro. Esiste uno scritto ormai già antico, «Il diritto nella punizione», di Ludwig Laistner. In esso nella introduzione si dà una storia di tutte le teorie sul diritto di punire: impulsi di deterrenza, impulsi educativi e tutti gli altri impulsi. Laistner mostra soprattutto che queste teorie sono in realtà piuttosto fragili, e allora giunge alla sua propria teoria, che consiste nel fatto che il diritto di punire si può propriamente derivare solo dal fatto che il criminale si è posto mediante il suo proprio libero volere nella sfera dell’altro uomo. Ammettiamo dunque che un uomo si sia — e anche questo è di nuovo ipotetico — creato uno spazio di vita; l’altro entra in questo spazio di vita, ad esempio entrando nella sua casa o nei suoi pensieri e lo depreda. — Ora dice Ludwig Laistner: costui si è messo da solo nel mio spazio di vita, e per questo ho un potere su di lui; proprio come ho potere sul mio denaro e sui miei stessi pensieri, così ora ho potere anche sul criminale perché si è messo nella mia sfera. Questo potere su di lui il criminale stesso me l’ha riconosciuto facendosi mettere nella mia sfera. Posso ora esercitare questo potere punendolo. La punizione è solo l’equivalente del fatto che egli si è messo nei miei circoli. Questo è l’unico che potrebbe essere trovato nel pensiero giuridico sulla giustificazione di punire un criminale.
Se questo avviene direttamente o in senso traslato, lasciandolo eseguire dallo stato, sono allora di nuovo questioni secondarie.
Ma queste cose, perché mai sono poi effettivamente poco chiare? Perché vi è qualcosa che continuamente impedisce di avere concetti veramente ben definiti? Perché questi concetti oggi sono ricavati da relazioni sociali che di per sé sono già tutte piene di mancanza di chiarezza vitale. Difatti il diritto presuppone realmente che esista prima un organismo e attraverso l’organismo un movimento vivente e per questo una circolazione — proprio come il cuore presuppone che prima altri organi siano presenti affinché possa funzionare. L’istituzione giuridica è per così dire il cuore dell’organismo sociale e presuppone che altro si sviluppi; presuppone che altre forze siano già presenti. E se si hanno mancanze di chiarezza in queste altre relazioni, allora è del tutto naturale che non possa esistere un sistema giuridico ben definito. Ma un sistema giuridico ben definito proprio grazie a ciò verrà a realizzarsi, che in questo organismo sociale tripartito si lasciano realmente sviluppare le forze proprie dei singoli arti dell’organismo sociale. Con ciò si creano prima le basi che possono dar luogo a una vera formazione del diritto.
Oggi non abbiamo neppure posto chiaramente la domanda: qual è il contenuto effettivo del sistema giuridico? Sì, guarda, in un certo senso una scienza del diritto deve essere molto simile alla matematica, simile a una matematica vivente. Ma che cosa faremo con tutta la nostra matematica se non potessimo realizzarla nella vita? Dobbiamo poterla applicare. Se la matematica non fosse vivente e non potessimo applicarla nella realtà, allora tutta la nostra matematica non sarebbe una scienza. La matematica come tale è appunto innanzitutto una scienza formale. In un certo senso anche una scienza del diritto elaborata propriamente dovrebbe essere innanzitutto una scienza formale. Ma questa scienza formale deve essere tale che l’oggetto della sua applicazione si trovi nella realtà. E questo oggetto della sua applicazione nella realtà sono le relazioni degli uomini divenuti adulti, che vivono fianco a fianco, che non solo qui cercano il bilanciamento delle loro sfere di vita, ma stanno anche dentro l’articolo spirituale e economico dell’organismo sociale.
Così questa triarticolazione dell’organismo sociale fornirà veramente prima la possibilità che il diritto possa essere pensato pubblicamente, e un diritto non pensato pubblicamente non è un diritto posto naturalmente. Con ciò emergerebbe la possibilità che tali concetti giuridici si formino pubblicamente, che allora siano mobili, come giustamente è stato richiesto oggi. Per questo penso che è stato molto bene che il dottor Boos abbia richiesto la riforma della vita del diritto appunto partendo dalla realizzazione dell’organismo sociale tripartito.
PRIMO SEMINARIO SERALE in occasione del primo corso universitario antroposofico Dornach, 5 ottobre 1920
Domande sulla pratica economica I
Come base della serata servono i due discorsi di Arnold Ith del 4 e 5 ottobre 1920 su «Attività bancaria e formazione dei prezzi nel loro significato presente e futuro per l’attività economica». Si apre la discussione:
Rudolf Toepel parte da due brani nei «Punti nodali». Esprime la sua opinione sul problema della determinazione dei bisogni e, collegato a questo, sulla questione della formazione dei prezzi.
Roman Boos: Devo respingere l’opinione del dottor Toepel; i due brani dai «Punti nodali» sono strappati dal contesto. Alla esposizione del dottor Toepel manca il fondamento antroposofico. Così non si va avanti. Lo stato non può prescrivere misure amministrative per l’economia; non si va avanti nella vita economica se non si entra in altri pensieri. Contro una vita economica in cui mediante statistiche vengono determinati i bisogni degli uomini, si ribellano gli uomini che devono vivere in una simile vita economica.
E si deve pensare anche a un altro pericolo. Potrebbero forse dopodomani nascere nuovi bisogni che oggi non si conoscono ancora. Dappertutto si tratta che, come è stato sempre sottolineato dal dottor Steiner, non si governi dentro i bisogni come tali. Lo stato non deve parlare, e una statistica non deve nemmeno parlare dentro la questione dei bisogni come tale, altrimenti si rimane ancora nel vecchio modo di pensare. Proprio questo vecchio modo di pensare mi sembra vivere anche in parte nelle esposizioni del direttore Ith.
Voglio perciò ancora una volta richiamare esplicitamente l’idea fondamentale del dottor Steiner sulla cellula primordiale economica: il prezzo ottenuto deve dare la possibilità che colui che ha prodotto un determinato prodotto economico venga allora messo in grado di produrlo di nuovo. La politica dei prezzi come tale è qualcosa in cui non ci si deve permettere di regolare semplicemente dallo stato, altrimenti si distrugge assolutamente la vita economica.
Werner Zimmermann parla come rappresentante della teoria del denaro libero e della terra libera di Silvio Gesell.
Roman Boos interrompe l’oratore: L’importante non è lo scopo, bensì l’inizio. E lì si tratta di creare associazioni; dobbiamo creare associazioni.
Arnold Ith: Ci sono vari punti sui quali avrei volentieri maggiore chiarezza e che dovrebbero essere discussi più approfonditamente. In primo luogo: quale ruolo gioca il commercio nell’organismo sociale tripartito? In secondo luogo: come nasce il capitale nell’organismo sociale tripartito? In terzo luogo: possono anche essere venduti stabilimenti e immobili? Dopo l’introduzione della triarticolazione il capitale privato è ancora possibile? In quarto luogo: nell’organismo sociale tripartito esiste ancora denaro? Il denaro è allora solo un ordine di pagamento per merci.
E ora ancora su quanto detto dai signori oratori. Ciò che prima il signor Zimmermann ha potuto dire sulla teoria del denaro libero, non può affatto essere capito e compreso. Anche contro le esposizioni del dottor Toepel devono essere avanzate alcune obiezioni; allo stesso modo contro il dottor Boos e la sua esposizione della cellula primordiale economica. E in questo contesto, ritornando all’obiezione del dottor Boos alle mie esposizioni, vorrei domandare: in che misura questo dovrebbe avere rapporto con le esposizioni che qui ho fatto, e in che misura dovrebbe sembrare in esse qualcosa di scorretto? Questo come domanda concreta.
Roman Boos: Vorrei porre una controrisposta: quale ruolo assegna allo stato nella determinazione dei prezzi?
Arnold Ith: Volevo con questa articolazione del prezzo solo mostrare come una parte del prezzo spetta ai lavoratori e l’altra è distribuita ai produttori. Sotto questo aspetto allora lo stato dovrà avere voce riguardo ai prezzi, in quanto appunto determina quale sia il bisogno del singolo per il suo sostentamento.
(Una voce dalla platea: Insensato.)
Roman Boos: Ho appena veramente sentito proprio questo punto e mi sono perciò trovato spinto a sollevare un’obiezione. Finora sono sempre stato dell’opinione che nell’organismo sociale tripartito lo stato ha qualcosa da determinare solo riguardo al tipo di lavoro e al tempo, ma non ha nulla da determinare riguardo a un prezzo o da fissare i bisogni; lo stato deve solo dall’esterno creare i fatti con cui la vita economica come con fatti dati ha da fare i conti.
Arnold Ith: Non si tratta di una determinazione dell’altezza nominale dei prezzi da parte dello stato, bensì di una distribuzione reale, proporzionata, di un’assegnazione percentuale. Potrei forse chiedere al signor dottor Steiner riguardo a questa domanda.
Rudolf Steiner: Miei cari presenti! Veramente parlerei molto volentieri di singole cose che qui sono state toccate. Ma è scarsamente possibile parlarne brevemente e specialmente è allora difficile possibile quando già prima un certo numero di persone si è scontrato con i loro intelletti. Allora solitamente si complicano anche quelle cose che altrimenti sono semplici. Perciò vorrei solo osservare pochissime cose, che però rispondono a qualcosa o almeno tentano di portarlo nella giusta direzione.
Vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che nella vita economica veramente si tratta di pensare economicamente. Pensare economicamente significa però avere rappresentazioni della produzione e del consumo, che nel loro corso hanno effetti determinati da una parte o dall’altra; e con il nostro benessere fisico stiamo proprio in questo processo economico. Con opinioni preferite non si può combinar nulla. Chi ad esempio ritiene che semplicemente riducendo [o espandendo] la quantità di denaro, a seconda che i prezzi salgono o scendono, si possa raggiungere qualcosa, mostra che si è fatto poche rappresentazioni reali del processo economico. Con una simile determinazione del valore del denaro, con una riduzione per così dire della quantità di denaro o anche con una ben determinata espansione o simili, non si fa nulla. Poiché nel momento in cui non si può più speculare con il denaro, si specula con le merci — vedi, allora soltanto entriamo con i pensieri nella realtà, si devono poter guardare le realtà —, e lì non è affatto necessario modificare la quantità di denaro, ma può molto facilmente [essere effettuato] mediante ogni genere di macchinazioni che i prezzi per un certo tipo di prodotti scendano o salgano, mentre altri prodotti non hanno affatto bisogno di essere spinti a un simile calare e salire. In generale il pensiero intero sull’indicizzazione del denaro — a parte il fatto che, finché c’è una valuta aurea in qualche paese determinante, non se ne può nemmeno parlare —, il pensiero intero è puramente utopistico. Voglio solo accennare, se ne dovrebbe parlare approfonditamente, ma il pensiero intero geselliano non è che un pensiero scaturito da una completa ignoranza della vita economica come tale. Se si vuol veramente intervenire nella vita economica in modo che ne esca qualcosa, allora si tratta del fatto che non si interviene sul denaro, bensì che si interviene nella consumzione e produzione in modo vivente. Qui si tratta che si formino associazioni, che abbiano la possibilità di esercitare un vero effetto sul processo economico. Naturalmente se da qua o da là si formano una volta associazioni, allora certamente nel principio potranno essere giuste, ma non potranno esercitare un’influenza favorevole; un’influenza favorevole possono esercitarla solo allora, quando il principio associativo attraverso la triarticolazione dell’organismo sociale può veramente agire incisivamente. Ma si domanda continuamente: come si formano le associazioni?
Miei cari presenti, finché ci si litiga su se allora da un lato i produttori si dovrebbero unire in associazioni e dall’altro lato i consumatori in cooperative e vi si dovrebbe contrattare reciprocamente qualcosa, finché allora il pensiero associativo non è nemmeno lontanamente realizzato. Naturalmente con il pensiero associativo non si tratta affatto del fatto che allora si mettano insieme delle commissioni e si formino associazioni e simili, bensì che queste associazioni si formino da se stesse dalla vita economica. Vorrei dare due esempi, che ho già dato più volte.
Qualche tempo prima della guerra, c’era un nostro membro che era una specie di panettiere; faceva il pane, produceva cioè pane, con tutto naturalmente ciò che vi stava dietro. Ora, si ebbe l’idea di fare qualcosa che potesse prima essere un modello esemplare. Avevamo la Società Antroposofica, gli antroposofi mangiano anche pane, erano già riuniti, e nulla era più facile che mettere insieme il produttore di pane con gli antroposofi. Egli aveva così consumatori, e subito era un’associazione pronta. Naturalmente se una cosa di questo tipo sta per conto suo, può avere ogni genere di difetti. In questo caso aveva difetti perché il produttore aveva anche i suoi capricci e i suoi strani modi, e così il tutto finì in modo storto. Ma in fondo questo non importa. Un’associazione nasce da sé da una connessione organica dei consumatori con i produttori, naturalmente il produttore di regola deve prendere l’iniziativa —, e allora questa associazione si dimostra già del tutto di per sé.
E allora do più spesso un esempio di un altro tipo di lavoro, quella che è stata creata dal Verlag Philosophisch-Anthroposophischer di Berlino. Essa consiste nel fatto che questo editore non lavora come lavorano altri editori. Come lavorano gli altri editori? Lavorano facendo contratti con il maggior numero possibile di autori, buoni e cattivi, per libri. Non è vero, poi si mettono a stampare questi libri. Ma quando si stampano libri, ci deve essere carta, devono essere impiegati compositori eccetera. Ora immagini un po’ quanti libri ogni anno vengono stampati — diciamo solo in Germania — che non vengono venduti, per i quali cioè non ci sono consumatori. Conti un po’, conti insieme quanta poesia viene stampata in Germania e quanta poesia viene comprata, allora ha un’idea di quanto lavoro umano deve essere impiegato per la fabbricazione della carta che viene sprecata, quanti compositori lavorano per i libri corrispondenti e così via — tutto lavoro che viene compiuto per niente. È questo: dobbiamo entrare nella vita economica pensando economicamente, cioè pensando in una direzione tale per cui evitiamo il lavoro inutile, il lavoro sprecato. Questo con un’associazione com’era e com’è tra la Società Antroposofica e il Verlag Philosophisch-Anthroposophischer, non è possibile per il fatto che il Verlag Philosophisch-Anthroposophischer per così dire non stampa un singolo libro che non viene venduto. Ci sono consumatori. Perché? Perché si lavora affinché i consumatori siano presenti? Al contrario, l’editore non ha nemmeno la giusta possibilità di produrre a sufficienza per il consumo. Ma almeno non viene sprecato lavoro. Non facciamo produrre carta in cui c’è lavoro sprecato; non facciamo impiegare compositori che lavorano per niente eccetera.
Ed esattamente quello che in questi due esempi ha potuto vedere, può farlo in tutti i campi possibili. Si tratta che l’associazione sia pensata giustamente. Se è pensata giustamente, allora soprattutto viene evitato il lavoro inutile. E questo è su cui si tratta. Si tratta che mediante misure reali si crei un giusto rapporto tra la produzione e il consumo in tutti i campi possibili. Allora viene alla luce questa cellula primordiale della vita economica, allora viene alla luce un prezzo che sarà adatto a tutta la vita, in modo che colui che produce qualcosa, un prodotto, diciamo un paio di stivali, che allora riceva tanto quanto ha bisogno secondo i suoi bisogni, finché non avrà fabbricato di nuovo un paio di stivali altrettanto buono. Non si tratta che noi in qualche modo stipuliamo il prezzo, che facciamo statistiche e simili, bensì si tratta che lavoriamo in modo che il consumo sia adatto alla produzione. E questo può accadere solo perché il consumo determina la produzione.
Quando si portano esempi, lo si vede palpabilmente. Si tratta del fatto che non si vada in giro a chiacchierare riguardo alla domanda e ai bisogni e simili, bensì che si stia dentro i bisogni. Si tratta che si sia legati al [consumo] da una parte e dall’altra si riesca a intervenire nella produzione in modo che la si guidi direttamente alla soddisfazione dei bisogni. Non si tratta del fatto che si creino un tot di numeri e li si mandino da un posto all’altro, bensì si tratta che si abbiano uomini viventi nell’associazione che hanno una visione d’insieme di come devono fare da mediatori tra consumo e produzione.
Abbiamo proprio in questo modo danneggiato la nostra vita economica in modo così terribile, che abbiamo scaricato tutto sul misuratore di valore del denaro. Il denaro però ha solo il valore che ha, a seconda di come il processo economico è costituito. Naturalmente non potete subito cominciare con l’astrazione massima, con il denaro, e introdurre simili riforme. Non dovete affatto discutere innanzitutto su se il denaro debba essere un ordine su merci o qualcos’altro. Vorrei sapere comunque che cosa sia il denaro che ho nel mio portafoglio, se non un ordine su merci. E se non l’avessi nel portafoglio, il pagamento per un lavoro che ho compiuto potrebbe stare anche da qualche parte in un libro; si potrebbe sempre controllare per amor mio; ma invece che stia solo là dentro, me lo potrebbe anche scrivere. Tutte queste cose non si devono pensare in modo secondario e parziale, bensì primario, e ci si deve rendere conto che il denaro di per sé nella vita economica diventa una specie di contabilità ambulante, quando si pensa economicamente — non teoricamente, ma economicamente —, cioè quando si riescono a portare dinamicamente le relazioni economiche reciproche in giuste relazioni.
(Una voce dalla platea: Molto giusto!)
È questo. Ma questo pensiero pratico, che appunto doveva essere gettato una volta mediante i «Punti nodali» nello sviluppo culturale del presente, questo pensiero pratico è terribilmente lontano dagli uomini di oggi: subito ricadono nel teorizzare, subito hanno di nuovo tutto a schematizzare e teorizzare, mentre invece si tratta che si arrivi agli uomini in modo tale che stiano di nuovo con piena partecipazione nella vita, cioè nella vita economica — allora già le giuste relazioni in questa vita economica potranno svilupparsi. Naturalmente non potevamo fondare altre associazioni perché non ce l’avrebbero permesso a fondarla che quella con il Verlag Philosophisch-Anthroposophischer. Ma per favore rifletta per un’ora di tranquillo ripensamento, miei cari presenti, cosa significhi allora come effetto per l’intera vita economica, se c’è qualcosa che impedisce che sia compiuto lavoro inutile — questo agisce infatti in tutta la vita economica. I compositori che abbiamo risparmiato per il fatto che non li abbiamo impiegati inutilmente, hanno fatto altro lavoro in quel tempo, e le persone che hanno lavorato nella fabbricazione della carta hanno fatto altri lavori in quel tempo. Si sta proprio nel processo economico intero. Non ci si deve pensare così a breve termine che si pensi solo a un’azienda, bensì ci si deve rendere conto quale effetto ha sull’intera vita economica. Su questo si tratta.
Volevo solo richiamare l’attenzione sul fatto che si deve tentare di pensare veramente economicamente. E quando si pongono domande come sarà con le associazioni economiche, è così che ognuno al suo posto, dove sta, troverebbe sufficiente occasione, se lo volesse, per formare tali associazioni economiche da quella cosa. Naturalmente non potete dire a me o al dottor Boos o ad altri: come devo fare le associazioni? — e poi presupporre che si debba creare un imperio per la formazione di associazioni.
Non si tratta di questo, bensì che finalmente si tenti una volta di riflettere e considerare in modo costruttivo — su questo si tratta. Certamente a volte il vecchio modo di pensare vi colpisce ancora un po’ alla nuca; e sebbene il signor Ith abbia indubbio capito le cose straordinariamente bene e le ha esposte sostanzialmente assai bene, tuttavia abbiamo dovuto sentire ad esempio — è stato solo un deragliamento, ma c’è stato — che aveva ancora salario tra i suoi costi di contabilità. Non c’è salario naturalmente quando si compilano bilanci nel senso della triarticolazione — lì non si può parlare di salario, nemmeno di una valutazione dei prodotti grezzi; poiché si tratta solo del fatto che si possono [la differenza] di ciò che sono prodotti lavorativi e ciò che sono prodotti grezzi, ancora in qualche modo in conto imputare e simili. Così non è vero, a volte il vecchio abito mentale trapela ancora; ma non importa, se si ha solo la volontà di pensare proprio nella vita economica positiva, allora esce già il giusto.
È anche naturalmente ovvio che simili imprese come Futurum o il Giorno Futuro non possono subito essere in tutti i punti per così dire erette secondo i «Punti nodali»; si sta proprio in mezzo nell’altra vita economica, che getta le sue onde dappertutto dentro. Ma per il fatto che tali imprese sono erette, in cui da un lato è superato il principio bancario unilaterale, dall’altro lato il principio commerciale o industriale unilaterale — cioè da un lato il principio del prestito di denaro da parte della banca, dall’altro il principio del prestito dalla banca —, così la separazione di banca e azienda commerciale, industriale, questa viene unificata, e così si percorre la strada verso il principio associativo. È innanzitutto solo un percorrimento della strada. Il vero principio associativo verrebbe raggiunto se lo si potesse realizzare nel reale come l’ho mostrato nei due esempi. Naturalmente sarebbe necessario allora che i produttori soli, cioè persone che capiscono di creare un certo articolo, che questi prendessero l’iniziativa; cioè l’iniziativa non può naturalmente venire dai consumatori, se deve formarsi un’associazione. Ma dall’altro lato colui che prende l’iniziativa per l’istituzione di un’associazione sarà nell’essenziale dipendente per la configurazione dell’associazione da quello che i consumatori sviluppano come bisogni; egli può dirigersi sempre solo verso certi bisogni, che nessuno deve regolare. Se ad esempio ci sono bisogni di lusso e così via, quelli si regolano già del tutto da sé.
Poco fa mi è stato chiesto: sarebbe stato detto da me che si debba contare con i bisogni; ora però ci sono strani bisogni; uno ad esempio ha un bisogno di stivali di canna particolarmente alti, stivali d’equitazione e così via; [come ci si debba comportare rispetto a questo]. — Sì, miei cari presenti, tutto questo considerato nel suo pensiero rappresenta solo un minuscolo estratto. Si tratta di pensare veramente nella vita economica; e quando vi si pensa dentro, ci si allontana da questi dettagli, perché una vita economica sana regola in un certo senso anche i bisogni. Si può già aspettare come diventino i bisogni, quando sotto il principio associativo emerge proprio una vita economica sana, quando innanzitutto viene impedito il lavoro inutile, il lavorare disperso nel vento, cioè il lavoro inutile. Questo è quello di cui si tratta.
Con questi pochi cenni naturalmente non si è potuto dire molto essenziale; ma almeno voglio richiamare l’attenzione sul fatto che i «Punti nodali» si capiscono veramente solo correttamente, se li si capisce in senso pratico, se si pensa a come nel concreto, nella vita, si realizzi una simile associazione, che è costruita sul fatto di collegare nel modo il più possibile organico il consumo e la produzione. Se si sa come una struttura economica così costituita, che è costruita economicamente sul principio associativo, come questa agisca economizzando su tutta la vita economica, allora si possono veramente creare fondamenti economici dove gli uni non devono più compiere tanto lavoro inutile e dove gli altri non devono più trovarsi privati di così tanti bisogni. Nel mondo è già una volta così — questo si potrebbe anche fondare molto nel dettaglio e persino come una specie di assioma —, nella vita del mondo è già così che certe cose, se non gli si toglie la possibilità di seguire le loro proprie leggi, si regolano da sé in una modo del tutto straordinario.
Miei cari presenti, se domani veramente un uomo trovasse un mezzo serio presso le nascite degli uomini per la rispettiva nascita di un maschio o di una femmina nello sviluppo embrionale, allora, ne sono fermamente convinto, emergerebbe il caos più terribile. I rapporti numerici tra le ragazze e i ragazzi che nascono darebbero una situazione catastrofale terribile; emergerebbero crisi e catastrofi in un modo del tutto terribile. Solo così, che questo sia per così dire sottratto al giudizio intellettuale degli uomini, emerge il rapporto meraviglioso, straordinario — che certo emerga il rapporto meravigliose e straordinario — che certamente è approssimativo, come tutto in natura —, che ogni donna possa trovare il suo uomo e ogni uomo la sua donna. E se un uomo rimane non sposato, allora anche una donna deve rimanere non sposata. Viene naturalmente il disastroso dove vi entra una volontà umana corrispondente; ma quando abbiamo la vita sociale, allora dobbiamo guardare con una certa consapevolezza a ciò che opera per così dire attraverso la sua propria regolarità. E potete starne certi, se associazioni con vera comprensione sono in grado di configurare corpi economici, in cui si verificano consumo e produzione, in modo che in modo il più razionale sia compiuto solo il lavoro necessario, allora secondo ogni probabilità anche i bisogni degli uomini potranno essere soddisfatti, perché l’uno produce l’altro. Questo lo si vede con il pensiero reale.
Vorrei ancora richiamare l’attenzione sul fatto che quando si discute di simili domande, allora soprattutto si deve pensare realmente e appunto disabituarsi dalle astrazioni. Nel scientifico è vero che è pessimo se si inventano tutti i tipi di teorie. Se ad esempio in ambito scientifico qualcuno sviluppasse una teoria, come fa Gesell in ambito economico, se qualcuno in ambito scientifico inventasse una simile teoria, allora gli crescerebbero sopra tutti i tipi di fatti; allora dovrebbe solo ridimensionare un po’ il valore delle teorie. Nell’economico si tratta di intervenire davvero in modo pratico nella vita immediata e di pensare praticamente. Pensiero pratico, questo è appunto la richiesta della scienza dello spirito. La scienza dello spirito pensa praticamente nel campo spirituale; insegna agli uomini a pensare praticamente. Da ciò non escono teorie intricate. Educa gli uomini, e li educherà anche al pensiero pratico nella vita economica. E questo pensiero pratico, questo è il compito.
SECONDO SEMINARIO SERALE in occasione del primo corso universitario antroposofico Dornach, 7 ottobre 1920
Domande sulla pratica economica II
A base del seminario serale servono i tre precedenti discorsi di Roman Boos su «Scienza sociale fenomenologica» del 4, 5 e 6 ottobre 1920. Si apre la discussione.
Hermann Eichenberger: Vorrei porre una domanda al relatore. Se ci si impegna a effettuare la trasformazione della vita pubblica nel senso della triarticolazione, allora si deve considerare da quale campo si può iniziare con la trasformazione della vita pubblica. Vorrei dunque domandare: ci si può iniziare dal campo politico-giuridico con la trasformazione della vita pubblica? Più precisamente: è corretta la concezione che ci si possa rappresentare la direzione giuridica in modo tale che gli uomini accordino fiducia a una certa guida — oppure no? Si tratta del tipo di elezione del corpo legislativo, del sistema elettorale. Nei «Punti nodali» questo è indicato come una cosa fondamentale.
Eugen Kolisko è della convinzione che si debba provvedere ad avere un fondamento in parlamento dal quale si possa agire per la triarticolazione. Dal dottor Thomastik ad esempio sia stato diffuso un appello con la richiesta di unificare l’Austria in un unico collegio elettorale, sebbene senza riferimento all’idea della triarticolazione. Ma nascondere la triarticolazione non sarebbe possibile.
Roman Boos è della stessa opinione del dottor Kolisko. Sia necessario innanzitutto un’educazione popolare su larga scala; si debbano tenere conferenze, affinché il pensiero della triarticolazione passi attraverso i capi degli uomini. La cosa che il dottor Thomastik abbia sollevato sia solo un surrogato, per quanto ben escogitato e ben intenzionato.
Hermann Eichenberger sottolinea che il signor Thomastik abbia certamente mostrato coraggio; abbia anche tenuto conferenze sulla triarticolazione sociale.
Rudolf Steiner: Miei cari presenti! Non ho molto da dire proprio su questa cosa, in base a quello che ne ho sentito. Potete immaginare in base al mio precedente operare, che nel momento in cui mi sono pronunciato per la triarticolazione dell’organismo sociale, l’ho considerato una necessità introdurre anzitutto questa triarticolazione come tale nella vita pubblica della civiltà moderna. E da allora in varie occasioni ho esposto ripetutamente che per me, dopo un’indagine approfondita delle condizioni della vita moderna, la cosa sta così: o si arriva a rendere davvero popolare l’impulso della triarticolazione, in modo che diventi vita — non è un’utopia, deve essere vita —, o non si fa un passo avanti. Potete leggerlo di nuovo adesso nei miei saggi raccolti sulla triarticolazione dell’organismo sociale, che appena sono usciti dall’editore Kommender Tag di Stoccarda; il libro si intitola «Nel compimento della triarticolazione dell’organismo sociale».
E per questo mi permetterò forse di osservare già che ogni simile dichiarazione, secondo cui si dovrebbe procedere, per così dire mascherando, con la triarticolazione, mi ricorda quello che ho sperimentato ormai da 20 anni con l’antroposofia, cioè che ancora e sempre sono venute persone molto intelligenti e hanno detto: sì, procedere con l’antroposofia in qualche modo, non possiamo farlo, prima dobbiamo rendere la cosa adatta al gusto pubblico in qualche altro modo e simili. — Ho visto quello che è venuto fuori da tutto ciò. Io stesso non ho mai scelto un altro cammino che quello di presentare l’antroposofia al mondo in modo assolutamente veritiero, non velato, e ho sempre rifiutato tutto ciò che non si è pronunciato apertamente per l’antroposofia, e mi sono così procurato abbastanza inimicizie, che in fondo non m’importano. E per questo posso solo dire, miei cari presenti, quando si tratta di cercare i cammini per agire nel modo più diretto e rapido per la triarticolazione dell’organismo sociale, allora parlerò volentieri dovunque mi si chiami. Se si vuole venire con proposte secondarie e di vario tipo, ad esempio con proposte riguardanti modifiche di questa o quella legge elettorale, che comunque verrebbero in considerazione solo se fossimo dentro la triarticolazione dell’organismo sociale e avessimo cristallizzato l’articolo politico-giuridico dall’organismo sociale, se si viene con simili cose, allora devo dire, a me sembrano — dico questo del tutto senza emozione — come un rinnovo dei vecchi stereotipi politici, e questi non mi interessano. Non mi interessano!
Ora viene posta la domanda: vorrei chiedere al signor dottor Steiner il tipo di organizzazione della vita spirituale libera? Esperienza vuole che artisti, scienziati e altri operai spirituali siano i più difficili da portare a un ragionevole lavoro insieme. Come ci si può rappresentare una simile organizzazione? Può affatto esservi discorso di un’organizzazione nel senso usuale?
Miei cari presenti, prima di tutto vorrei sottolineare una cosa rispetto a questa domanda: si parla molto spesso della triarticolazione dell’organismo sociale, come è entrata nel mondo attraverso i miei «Punti nodali della questione sociale» e altro, come se si avesse a che fare con una qualche utopia, mentre tutto quello che vi è presentato viene da un pensiero assolutamente pratico dall’inizio alla fine e mira anche al fatto che sia preso praticamente, immediatamente praticamente. Dall’altro lato però attraverso molte formulazioni di domande — anche da parte ben intenzionata — a questo movimento di triarticolazione viene appunto impresso il carattere dell’utopistico, dell’utopico. Davvero non si può oggi trattarsi che si faccia il quinto e il sesto passo, se si vuol essere una persona pratica, senza che prima si faccia il primo passo. Ora è vero che con questa domanda è indicata una difficoltà del primo passo. Nella vita spirituale, che nel senso dell’impulso di triarticolazione deve essere una vita spirituale libera, naturalmente non ci si può affatto aspettare che possa essere reorganizzata da un giorno all’altro. Ma si potrebbe realizzare la triarticolazione da un giorno all’altro, realizzarla immediatamente. La si può veramente realizzare. Si dovrebbe fare nient’altro che realizzarla appunto in questo modo come la Waldorfschule a Stoccarda. E devo, già per portare l’intera discussione un po’ più al concreto da quelle altezze astratte in cui è stata condotta oggi, richiamare l’attenzione su questo fenomeno concreto della Waldorfschule, che ha già operato un anno.
Vedete, miei cari presenti, quando un certo numero di persone si riuniscono per emanare da principi determinate disposizioni, ad esempio ordinanze per il sistema scolastico riguardante piani di studio e orari scolastici, allora — e dico davvero sul serio — queste persone sono fondamentalmente naturalmente assai intelligenti. E quando ci si riunisce così, si possono fare i paragrafi 1, 2 e 3 in modo tale che si dica: l’insegnante deve insegnare così e così, in questo o quel soggetto si deve insegnare secondo questi o quei principi e così via. — E sono convinto che nel loro contenuto astratto, questi dozzine di paragrafi potranno contenere cose straordinariamente belle e potenti, ma appunto in forma astratta. Se si possono applicare dipende esclusivamente dal fatto se si abbiano le persone giuste. Poiché, poniamo il caso più estremo, avessimo una volta in un’epoca dentro un territorio per certe condizioni solo persone che non possono salire oltre un certo livello di istruzione, perché appunto in un determinato territorio, in un determinato lasso di tempo non sono nati geni, bensì solo 200 persone mediamente intelligenti, cosicché dunque non vi siano geni. Ora, si può starne certi — se si ha il pensiero reale, lo si vede immediatamente — che anche allora queste persone mediamente intelligenti eleggono i loro migliori delegati, e quando questi si riuniscono, faranno ancora i loro più begli paragrafi 1, 2 e 3 e così via, ad esempio, che l’insegnante debba insegnare così e così in questo o quel soggetto. Ma di tutto ciò in fondo il mondo non se ne importa affatto. Se si vuole realmente contare con le forze esistenti, allora si tratta innanzitutto di riunire da quella cerchia di persone coloro che si ritengono capaci.
Ora, miei cari presenti, questo è stato per esempio tentato nella Waldorfschule. E lì non sono stati fatti paragrafi, bensì tutt’al più ho tenuto un corso di conferenze, seminari, prima che aprissi la scuola. Abbiamo anche avuto molte discussioni insieme nel corso dell’anno scolastico. Ho anche ora di nuovo, prima dell’inizio del secondo anno scolastico, tenuto un breve corso seminariale. Ma tutto quello che nella Waldorfschule si fa, si fa da quella comunità di personalità che sono presenti, cioè dalle loro capacità, dalle loro forze; senza che prima si pongono [paragrafi], ognuno fa del suo meglio secondo le sue capacità. E così abbiamo un piccolo cerchio di — chiamatelo come volete — organizzazione della vita spirituale libera, avete un piccolo cerchio che è completamente autonomo, che agisce completamente dalle sue proprie capacità e intenzioni. Si doveva una volta estrarre una specie di sezione dal resto delle situazioni. Si poteva in Württemberg, perché lì la legge scolastica ha ancora una lacuna, e in questa lacuna si è potuta mettere la Waldorfschule. Qui nel cantone Soletta purtroppo non si potrebbe. La cosa è così, che non si va alle astrazioni, bensì agli uomini e si fa fare agli uomini quello che possono veramente fare. Ora qui tuttavia è indicata una difficoltà. Sarebbe naturalmente possibile, se l’impulso della triarticolazione fosse correttamente compreso, che i rappresentanti della vita spirituale semplicemente in vasti ambiti, che sono già dati dalla storia precedente, si ritrovassero, per non volere niente altro che comprendere l’autonomia della vita spirituale; cioè che questi rappresentanti della vita spirituale — la maggioranza sarà comunque costituita dagli insegnanti dei vari istituti —, che questi vari rappresentanti della vita spirituale trovassero veramente il coraggio di stare da soli.
Abbiamo a Stoccarda iniziato a fondare il cosiddetto consiglio culturale — l’ho già ricordato qui in altra occasione —, e naturalmente abbiamo dovuto innanzitutto rivolgerci a coloro che riguarda. Ora, miei cari presenti, non si può all’improvviso voler mettere nella vita spirituale persone diverse da quelle che ci sono. È naturalmente ovvio che chi pensa praticamente dica a se stesso innanzitutto: vogliamo realizzare la triarticolazione dell’organismo sociale, non creare una qualche utopia in un paese delle meraviglie. — Allora naturalmente si tratta del fatto che prima si conti con quei lavoratori della vita spirituale che ci sono. E si tratta del fatto che si sia consapevoli che questa vita spirituale è ora autonoma, che si è separata dallo stato unitario. Questo già comporta qualcosa veramente. Solo che si trovò poca simpatia, perché soprattutto i professori universitari dicevano: bene, potrebbe accadere che se le università si amministrassero da sole, allora sarebbe il mio collega quello che partecipirebbe all’amministrazione — no, mi piace ancora di più un ministro che sta fuori. — Poiché nessun collega si fida davvero dell’altro. Questo è naturalmente qualcosa che deve essere superato. Ma di fronte al pensiero reale la cosa si presenta così: indipendentemente da quanti artisti, scienziati e operai spirituali volessero per amor di perfezione andare per le loro strade, è decisivo che la vita spirituale sia autonoma, in modo che dall’insegnamento di base alle classi inferiori fino al professore universitario nient’altro sia determinante che la voce di colui che in questa vita spirituale opera attivamente. Quello che deve essere deciso all’interno della vita spirituale, deve essere deciso in larga misura come decidiamo nella nostra Waldorfschule, cioè solo da coloro che vi partecipano in questa vita spirituale, non da nessun parlamento o simile o da nessun ministero che sta fuori, o tutt’al più da un referente che, perché è diventato troppo vecchio per il sistema scolastico, ha poi ancora l’incarico nel ministero dell’istruzione.
Quello che è importante dappertutto è che il pensiero della triarticolazione dell’organismo sociale nella sua vera forma entri nei capi degli uomini. Allora ci si convincerà che non si deve riflettere affatto su questi dettagli, bensì che si tratta del fatto che la vita spirituale sia veramente fuori semplicemente dal fatto che i rappresentanti di questa vita spirituale si sentano autonomi, si sentano naturalmente anche autonomi, in modo che semplicemente nessuno stato possa farvi niente. Quando si sentono autonomi, in quel momento ci sarà un tipo del tutto diverso di operare, un tipo del tutto diverso di lavorare in questa vita spirituale. E allora da questa vita spirituale sorgerà già quello che costituisce un progresso nel senso della triarticolazione e di una vera umanità. Così si tratta che ci si non debba assolutamente pensare di dover fare qualcosa come si mettono in colonna soldatini di piombo, bensì si deve prendere la vita com’è e portarvi solo la triarticolazione dentro, e naturalmente si devono prendere le persone che ora sono presenti. Ma si tratta anche di nient’altro, che queste persone comprendano effettivamente quello che veramente giace nel pensiero di triarticolazione. Questo si può così dire a simile domanda.
Sì, miei cari presenti, c’è davvero un’organizzazione nella vita spirituale, le cose sono organizzate: ci sono scuole primarie, scuole secondarie e università: un’organizzazione, un certo tessuto della vita spirituale esiste. Non si tratta di fondere tutto questo di nuovo, bensì di liberare la vita spirituale e di lasciar succedere le cose — e accadrà veramente molto, se la vita spirituale è libera e autonoma. Allora già coloro che fuori sono sciocchi non saranno ascoltati. Abbiamo molte cose di cui lamentarci riguardo alla nostra Waldorfschule; ci lamentiamo specialmente su tutti i fronti, anche qui a Dornach, del fatto che nessuno ci dà denaro; ma davvero non abbiamo di che lamentarci del fatto che la Waldorfschule non sia ascoltata. La si ascolta molto volentieri, si vorrebbero ascoltare gli insegnanti dappertutto, non possono fare abbastanza ed essere sono letteralmente straziati. Chi ha qualcosa da dire, quello già è ascoltato. Ma questo è di cui si tratta; parlerò di questo ancora.
Ora la seconda domanda: come si presenta l’associazione a confronto con le organizzazioni corporative?
Ora, miei cari presenti, qui vorrei dirvi, partendo di nuovo da qualcosa di concreto: anche nella vita economica si tratta del fatto che, come ho già detto un’altra sera, si pensi davvero economicamente, cioè che si possa stare dentro la vita economica e non si pensi nella vita economica giuridicamente o si pensi come si deve pensare nell’organismo spirituale, bensì che nella vita economica dentro si pensi veramente economicamente. Naturalmente oggi ancora sorgono difficoltà; ma non si tratta di questo, perché queste difficoltà potrebbero essere eliminate gradualmente in modo del tutto determinato, che indicherò subito. Ma non si tratta di vedere come sorgono le difficoltà, bensì di iniziare finalmente a comprendere davvero l’impulso associativo.
Ora, cosa abbiamo fatto a Stoccarda, dopo che abbiamo iniziato a lavorare lì in aprile dello scorso anno? Vedete, non abbiamo puntato su un tentativo astratto e allora declamato come si debbano formare le associazioni, per amor di esempio tra calzolai, bensì abbiamo accolto un pensiero che era popolare in quel tempo. Proprio nel tempo in cui l’abbiamo accolto, non era solo popolare nel proletariato, ma era persino popolare negli imprenditori: il concetto di consigli di fabbrica. Volevano però il concetto di consigli di fabbrica, l’istituzione dei consigli di fabbrica, nel senso della triarticolazione. Cosa abbiamo fatto? Abbiamo tentato di richiamare l’attenzione di coloro che vi erano interessati — e c’erano davvero molti in un certo periodo — su quanto segue: se nell’ambito economico si introduce l’istituzione dei consigli di fabbrica, allora è naturalmente una stupida tutela introdurre una legislazione nelle fabbriche, per cui in ogni singola fabbrica vengono introdotti consigli di fabbrica che lavorano, controllano e simili — non si può trattarsi di questo. Che non si possa trattarsi di questo è emerso benissimo quando in Ungheria era stata introdotta la repubblica dei consigli — per favore, leggete il libro straordinariamente interessante di Varga, che lui stesso, per così dire, si è seduto alla culla, che era lì commissario popolare per le questioni economiche e presidente del supremo consiglio economico.
Non si tratta di introdurre i consigli di fabbrica in questo modo, come è stato fatto anche nelle completamente impossibili leggi tedesche, bensì di formare una consigliatura di fabbrica dalla vita economica e dalle sue singole situazioni stesse. E il pensiero di lasciar emergere una consigliatura di fabbrica dai vari rami della vita economica, siano rami che più si orientano verso il consumo o più verso la produzione, siano gli appartenenti a questa o a quella classe, in breve, di lasciar emergere dalla vita economica le personalità di consigliatura di fabbrica, questo pensiero è stato reso popolare soprattutto anche fra i proletari. Il modo di elezione si sarebbe già trovato, se fosse stato prima assicurato far emergere personalità dalla vita economica, che si riunissero allora in una specie di assemblea costituente economica, che sarebbe stata un corpo da formarsi per un territorio economico chiuso e che soprattutto avrebbe inizialmente lavorato. Questo è stato da me veramente su ogni serata di discussione in cui se ne è parlato — la cosa era in fondo abbastanza avanzata, prima che fosse resa impossibile —, è stato da me enfaticamente evidenziato su ogni serata di discussione [con i comitati dei lavoratori di Stoccarda]: la prossima cosa che dovrà essere fatta è che il proletario si disabituerebbe dal suo modo di parlare approssimativamente e dal credere di sapere tutto al meglio. Questo è stato sempre e continuamente sottolineato.
Ora voglio portare un esempio — ho portato questo esempio di buon grado anche davanti ai proletari: dopo che si era parlato di triarticolazione dell’organismo sociale, si mise in piedi un uomo che parlava dal punto di vista comunista e che dichiarò che tutto quello che sarebbe detto dalla triarticolazione dell’organismo sociale, potrebbe dirlo meglio. E allora portò proprio le sue poche frasi comuniste, e allora disse che era solo un calzolaio. Ora, naturalmente non gli se ne dovrebbe tenere conto male, perché davvero non si tratta di se uno è calzolaio o qualcos’altro. Voleva dire che come calzolaio non potrebbe essere un funzionario dello stato, ma lasciava capire che ministro molto bene potrebbe essere. Ora, vedete, soprattutto è stato reso chiaro alla gente da noi che si tratta del fatto che ci si lavora; e chi ha il pensiero pratico, sa che attraverso la comunità, se le cose sono condotte giustamente, può essere raggiunto davvero un livello più alto, almeno un livello più alto di quello che ha ogni singolo, anche il più geniale della comunità; nella comunità si può lavorare di più. Quello che questa associazione dei consigli di fabbrica avrebbe dovuto innanzitutto compiere come comunità, doveva essere prima chiarito.
Qual è quindi il primo passo che fa leva su questa associazione? Non porre tutte le domande di dettaglio possibili, finché non abbiamo nemmeno fatto il primo passo, finché non abbiamo considerato la vita in modo appropriato e non abbiamo ottenuto da questa considerazione della vita una rappresentazione di come arriviamo alle associazioni. Questo però è possibile per ognuno, a qualsiasi posto della vita stia, che, se sta veramente dentro la vita, se la vita lo colpisce, in qualche modo veda come possa riunirsi con coloro che gli stanno più vicino in un qualcosa di associativo — nella misura in cui non sia solo un rentier, che non sta nella vera vita, specialmente non nella [vera] vita economica. Questo è quello, miei cari presenti, che deve essere considerato innanzitutto come primo passo nella vita economica: che giunga davvero alle associazioni — proprio come nel campo spirituale la cosa principale è che la gente comprenda che cosa significhi diventare indipendenti all’interno del campo spirituale. Questo è quello che innanzitutto si deve dire su questi due campi. E quando questi due campi comprendono di stare sul fondamento che dalla loro propria essenza deve essere riconosciuto come il loro, allora rimane infine il campo politico-giuridico. Allora questo si troverà già da sé, perché si tratta innanzitutto che questi due ali siano formate propriamente: la vita spirituale e la vita economica. L’altro rimane. Si troverà solo quando si è creato ordine su questi due ali. Questo è quello che sulla vita politico-giuridica dal pensiero della triarticolazione deve essere detto.
Ora ancora un’obiezione: Nel discorso del signor Ith si è detto che le relazioni tra il prezzo delle merci e i singoli costi di produzione dal diritto…
[testo corrotto nel manoscritto]
Ora, se questo fosse davvero stato detto, naturalmente sarebbe un deragliamento, perché il campo giuridico non ha nulla a che fare con il prezzo delle merci. Il prezzo delle merci può essenzialmente sorgere solo da quello che attraverso le associazioni emerge come il valore reciproco secondo il principio della cellula primordiale economica, di cui già qui se n’è parlato.
Non è emerso chiaramente che queste relazioni non si fanno nel campo giuridico, bensì esclusivamente nel campo economico.
Ora, l’essenziale è questo, che sia la distribuzione di quello che si crea nei prodotti lavorativi, che naturalmente è una cosa del campo economico, come l’altro, [i prezzi], è perfettamente chiaro.
Un’altra domanda: Dovrà essere fissato il prezzo delle merci?
Miei cari presenti, non si può affatto trattarsi di fissare il prezzo delle merci, se si pensa realmente, ed è la triarticolazione dell’organismo sociale a dover essere pensata realmente e non astrattamente. Se si pensa realmente, allora giungerete a riconoscere che il prezzo delle merci è qualcosa che per così dire emerge semplicemente in un territorio dal fatto che un determinato numero di persone dentro questo territorio ha bisogno di certe cose in una certa quantità. E si dovrà sapere: solo se questo prezzo non si può mantenere a un determinato livello, se il prezzo diventa troppo alto e lo si nota, allora è necessario che le associazioni provvedano affinché questo prodotto non sia prodotto in quantità insufficiente. Si tratta di organizzare la vita economica in modo che un prezzo che emerge dai bisogni, sia veramente mantenuto al suo livello. Questo non si può mantenere mediante fissazione, perché è chiaro: se per una qualche merce il prezzo è troppo basso, allora troppo di questa merce viene prodotto. E allora si tratta del fatto che si regoli questa produzione di merci reindirizzando i lavoratori che vi lavorano su un altro campo. Se però viene pagato un prezzo troppo alto, è il contrario.
Non si tratta di fare leggi. Le associazioni non dovranno fare leggi; le associazioni dovranno continuamente lavorare affinché innanzitutto non sia compiuto effettivamente lavoro inutile, poiché molto viene sprecato, cosa che ho già caratterizzato qui, e affinché secondariamente ognuno sia effettivamente messo nel posto in cui può lavorare meglio, ma nell’interesse dell’insieme. Queste associazioni dovranno appunto lavorare per dare alla vita economica la sua configurazione appropriata. Così si tratterà innanzitutto di pensare al primo passo, alla formazione delle associazioni, e che allora queste associazioni semplicemente comincino a lavorare; possono semplicemente lavorare, non appena sono presenti.
Poi c’è ancora una domanda: La distribuzione della quota di guadagno sarà fissata solo all’interno dell’azienda?
Non si può affatto trattarsi di questo, bensì in un territorio economico la questione dei bisogni del singolo dipenderà dall’intero territorio economico. E questo fatto, su cui qui si guarda — la distribuzione della quota di guadagno all’interno dell’azienda —, non sarà effettivamente una realtà, perché deve semplicemente essere ottenuto dall’associativo. Chi lavora questo o quello, deve ottenere questo o quello per il suo prodotto lavorativo. Non si può affatto trattarsi del fatto che si fissi la quota di guadagno all’interno dell’azienda, bensì già nella struttura complessiva della vita economica giace il fatto che si deve ottenere la propria quota di guadagno appropriata.
Ora, miei cari presenti, adesso voglio concludere, poiché è già l’una e mezza, non possiamo continuare fino a mezzanotte. Parimenti veramente ancora molte cose: non si arriva mai abbastanza presto alle domande davvero concrete. Voglio concludere dicendo quanto segue: vedete, questo impulso della triarticolazione dell’organismo sociale è stato portato nel mondo con la premessa che si trovino persone che l’accolgano. Poiché cosa ci serve oggi? Non ci servono oggi speculazioni, come si potrebbe organizzare meglio questo o quello, ad esempio i piani di studio. Oh, ne sono convinto: anche persone poco dotate, se si siedono e per sé elaborano bei piani di studio, i piani di studio diventano belli. Non dico questo nemmeno con un tono umoristico, ma del tutto seriamente. Si tratta che si abbia anche la comprensione della realtà, affinché si sappia cosa si possa fare con la realtà.
Ora potete naturalmente dire: avete intrapreso il consiglio culturale, avete intrapreso la consigliatura di fabbrica, non è venuto nulla. — Ma le cose sono naufragate appunto al fatto che la gente è cascata a speculare e ha domandato: sì, che ne sarà nel triarticolato organismo sociale della mia macchina da cucire? — Miei cari presenti, è solo una domanda di dettaglio, una domanda di dettaglio così, che davvero si è verificata; potrei elencarvene migliaia di simili. Si dovrebbe essere consapevoli del fatto che ciò che giace nella triarticolazione dell’organismo sociale si dovrebbe comprendere all’incirca come si comprende il teorema di Pitagora nella matematica. Credete dunque che qualcuno comprenda il teorema di Pitagora attraverso il fatto che se ne avvicina a tutti i triangoli rettangoli e prova se il teorema vale? No, sa: una volta compreso, si tratta solo di applicarlo correttamente nel caso particolare nella pratica. E così si tratta anche del fatto che le cose dei «Punti nodali della questione sociale» si devono comprendere in se stesse. Si deve sapere, si possono applicare nella realtà, se una volta si acquisiscono la mano pratica e la disposizione pratica. Su questo si tratta. Che le cose non siano state realizzate, qualcosa ne è stato causa, su cui non desidero discutere adesso, miei cari presenti. Ma non mi vergogno di dire quello che ho tentato di fare, e anche al prossimo passo sarà così: si deve semplicemente tentare finché la cosa sia compresa.
Si dovrà tentare tutto — so che la cosa è ancora esposta a fraintendimenti e mancanze di chiarezza —, si dovrà tentare tutto finché questa cosa sia compresa. E non è stata compresa finora.
Quando ho visto che con gli insigni rappresentanti della vita spirituale non era da farsi nulla, che non era da farsi nulla con il proletariato, che si rivolge a una fede nell’autorità che è molto peggiore di quanto lo sia mai stata la fede nell’autorità nella chiesa cattolica, quando si è visto che con i rappresentanti della vita spirituale e con il proletariato non era da farsi nulla, allora non si trattava di discuterne, bensì di fare qualcosa di reale. E allora ho pensato che almeno si potesse vedere se in un ampio ambito dei territori dell’Europa centrale, che davvero soffrono abbastanza di miseria e necessità, si potessero trovare cinquanta persone che si potessero semplicemente riunire a Stoccarda e alle quali si potesse insegnare fondamenti reali per un’azione nella vita pubblica. Poiché oggi la maggior parte parla nella vita pubblica senza fondamenti, senza sapere nulla di quello che è accaduto e che accade ancora, altrimenti non avrebbe mai potuto esserci una simile assemblea nazionale come quella che si è riunita a Weimar; parlano fuori da emozioni che si creano dalle non nemmeno più recenti esperienze, che sono espressione di antiche concezioni storiche e antiche concezioni politiche. Questo è proprio l’essenziale dei nostri attuali partiti, che quello che viene rappresentato all’interno di un partito attuale non ha nessuna concretezza, è solo l’ombra di quello che una volta era. Allora si è trattato di trovare questi cinquanta persone, affinché innanzitutto si fosse potuta così sviluppare un’attività pubblica reale. Non si sono trovate, miei cari presenti, questi cinquanta persone non si sono trovate!
Quello di cui oggi si tratta, non è che in modo astratto si discuta su leggi elettorali e su se un’associazione possa essere paragonata a una corporazione e simili, bensì quello di cui oggi si tratta è che otteniamo possibilmente molte persone con iniziativa, perché oggi non si tratta di come votiamo, bensì che le persone giuste vengono ai posti giusti. E anche oggi coloro che sono interiormente riempiti di comprensione, riempiti di consapevolezza, riempiti dal senso pratico della triarticolazione dell’organismo sociale, se sono presenti in numero sufficiente — con un piccolo numero non si può far nulla —, queste persone con iniziativa, agiranno. Saranno elette ai posti giusti, indipendentemente da quali leggi elettorali, e sorgerà quello che deve sorgere. Perciò innanzitutto si tratta che abbiamo un numero sufficiente di persone con comprensione dei bisogni del tempo e con la necessaria iniziativa. Se si poteva seguire coloro che hanno condotto il mondo nel fango, perché almeno hanno sviluppato un’iniziativa appresa, così certamente si seguiranno anche coloro che sviluppano un’iniziativa sana. Perciò abbiamo oggi bisogno di persone con iniziativa e comprensione. E se ci riusciamo a guadagnare persone con iniziativa e comprensione, allora marcia la triarticolazione, prima no. Ma direttamente e senza maschera e senza ornamenti si deve lavorare verso questo scopo.
TERZO SEMINARIO SERALE in occasione del primo corso universitario antroposofico Dornach, 11 ottobre 1920
Questioni sulla pratica economica III
Roman Boos auspica una discussione su come — secondo l’opinione di coloro che operano nella vita economica — si potrebbe giungere dal punto di vista economico a conseguire i frutti fecondi di quanto si è elaborato durante il corso universitario.
Carl Unger: Desidererei suggerire che coloro che portano esperienze, capacità e conoscenze economiche tentino, dai diversi centri, di estendere le loro antenne, affinché le esperienze si propaghino verso i luoghi dove è possibile stabilire relazioni economiche reali. Del resto già è stato compilato un elenco presso il «Futurum», dove i gestori economici avrebbero dovuto iscriversi, perché così potessero concretizzarsi iniziative economiche reali.
Desidererei illustrare alcuni fenomeni tipici della vita economica stessa e, a tale scopo, prendere come esempio una piccola azienda del settore macchinistico. L’impresa è stata da me fondata nel 1906 per produrre determinate parti di macchine per le quali allora vi era una grande richiesta. Dopo l’apertura sopraggiunse nel 1907 la grande crisi, quando le vendite erano bloccate. Allora si dovettero investire grandi capitali per creare le basi tecniche, affinché la domanda potesse essere soddisfatta. Nel 1914 ci fu inizialmente un apice; con lo scoppio della guerra tutto si bloccò completamente; a causa della guerra stessa si instaurò poi una sorta di richiesta tumultuosa; sorsero difficoltà nelle materie prime, dovettero essere create strutture. E così entrò il grande capitale, in particolare dovettero essere generati grandi profitti bancari. Con la fine della guerra si instaurò un apparente favorevole traffico economico — regnava una congiuntura economica anormalmente elevata. Fu necessario ricercare nuovi percorsi con la classe operaia, introdurre nuovi punti di vista; la triarticolazione in questa circostanza si rivelò praticamente utile. Posso solo accennare a tutto questo. Vi era una grande necessità di capitali. L’inflazione si instaurò, senza che fosse possibile un contromisura dall’altra parte. In questa
situazione si rivelò che l’azienda industriale era un divoratore di capitali, e ci si dovette domandare: un’azienda di questo tipo è economicamente viabile nel senso di un’economia futura che si auto-organizzi o no? Si stava davanti a diverse alternative: o, per mettere al posto del bisogno di capitali traboccante, che doveva essere coperto da altre parti, qualcosa che offra speranze per il futuro all’economia, si doveva cercare collegamento con qualche azienda limitrofa. O si doveva, per non essere schiacciati dal capitalismo, vendere a comunità gestionali. O terzo, si doveva considerare la possibilità di strappare l’azienda dall’intera economia e demolirla e far passare l’aratro sulla terra. Ma ciò non era possibile a causa delle persone che vi lavoravano.
Da questa situazione scaturì la necessità di un’azienda associativa; il collegamento reale con un’associazione si rivelò assolutamente necessario, cosicché l’azienda ora è collegata al Kommende Tag [Il Prossimo Giorno]. Naturalmente si tratta soltanto di un primo inizio di quello che deve ancora svilupparsi dal Kommende Tag. Ma almeno esiste la possibilità di mantenere tale azienda in funzione in modo economicamente sano e, grazie al collegamento con il Kommende Tag e alla formazione di un centro, di avere la possibilità di superare le crisi imminenti.
Così le esperienze dei singoli con i risultati aziendali e così via potranno essere scambiate, il che certamente condurrà anche a far sì che tra le persone che provengono da diverse parti emergano relazioni economiche reali.
Questo è un esempio della vita economica reale come si presenta oggi.
Roman Boos
cede la parola al banchiere Adolf Koch.
Adolf Koch: Signore e signori! Sulla questione di come e sulla possibilità che le associazioni si diffondano, non è più necessario elaborare dopo gli illuminanti sviluppi del Dr. Steiner di ieri. La domanda è, innanzitutto: cosa possiamo oggi inserire in un’economia associativa di questo tipo? Per esempio l’industria dei fiori artificiali? Anch’essa è costretta a procurare capitale e così via. Per noi è assolutamente necessario riconoscere quali bisogni nel popolo tedesco debbano essere soddisfatti in generale. Quando nel pratico entriamo veramente nella vita
e vediamo che da una parte dobbiamo mangiare pane ammuffito e che dall’altra l’industria del lusso prospera e per questo vengono date enormi quantità di materie prime, allora noi, che vogliamo costruire, dovunque dobbiamo chiederci: che cosa inseriamo innanzitutto nella nostra economia associativa? Se il Kommende Tag è in grado di accogliere anche aziende agricole, ciò è senza dubbio desiderabile; ma dobbiamo vedere ovunque che possiamo accogliere anche industria macchinistica o altra industria. Questa è innanzitutto la base su cui l’intera umanità può costruire. Oggi in Germania siamo dipendenti da noi stessi, e dobbiamo risalire di nuovo da noi stessi; alimentazione, abbigliamento, carbone e così via sono necessari. Secondo: il Kommende Tag come tale. Parlo qui come esperto di banca, e, come detto, senza alcun collegamento reale al Kommende Tag; parlo qui veramente in modo del tutto obiettivo dalle mie esperienze. Se vogliamo liberarci dal sistema statale corrotto in Germania, allora un’impresa come il Kommende Tag, così come è concepita, è ciò che è dato, per liberarci da tutta quella roba marcia che ora domina in Germania. Chiunque abbia a che fare con il capitale deve uscire dal vecchio ed entrare nella triarticolazione.
La carta moneta tedesca è in ultima analisi nulla più che una pretesa verso il grande stato corrotto stesso. Se ce ne liberiamo, ci liberiamo da questa carta moneta, che a tutti annoia per la sua sporcizia, non solo esteriormente, ma anche interiormente. Le grandi banche di Berlino hanno approssimativamente 40 miliardi di denaro altrui, fondi di risparmio; siedono come un grande ragno e succhiano fuori tutto il denaro libero che esiste. Di questi 40 miliardi approssimativamente il 60% è investito in obbligazioni di stato, a cui comuni e città aggiungono ulteriori 15%, cosicché teoricamente ogni persona è unita allo stato con 750 marchi.
Come usciamo da qui? — Lo si dà al Kommende Tag, a condizione che il Kommende Tag lo investa in imprese produttive. Con ciò è data la possibilità che le persone, nel caso di un crollo totale, possano dirsi: allora ho il collegamento con imprese produttive. Quindi l’egoismo del capitalismo aiuta; con il capitalismo si ha anche in mano un mezzo con cui educare le persone. Non è affatto deprecabile, come sta la situazione oggi. Parlo come esperto di banca. Non ho relazioni di alcun tipo verso l’una o l’altra cosa, tali da parlare a favore dell’una o dell’altra. Se si inseriscono nel Kommende Tag persone che veramente vogliono quello che è vantaggioso, allora qui è data la cellula germinale per la ricostruzione, la cellula primordiale per la ricostruzione. Parlo come uomo pratico a persone dal quale suppongo che vogliano sentir parlare di qualcosa sulla pratica bancaria.
I signori con i quali una volta nel gennaio di quest’anno a Stoccarda mi sono seduto insieme e con i quali ho negoziato, vi prego, di rimanere alla fine. Ho alcuni commenti personali da fare.
Rudolf Steiner: Non è vero, avete appena sentito, in un modo completamente concreto e professionale, ciò che può essere detto su un certo problema dal punto di vista del pensiero economico. E a ciò desidero aggiungere ancora qualcosa.
Noi oggi — come insegna il tempo — dobbiamo affrontare ogni problema economico da due lati. Un lato è quello che qui è stato illustrato in modo molto consono, l’altro è il lato sociale. E anche imprese come il Kommende Tag o il Futurum — se del resto sono condotte con abilità e in modo consono — dipendono dal fatto che siano sostenute anche dal lato sociale, quando la situazione si prepara sempre più, in cui non potremo più lavorare. Perché, non è vero, naturalmente possiamo ancora investire molto denaro in imprese produttive — se però non si può più lavorare, allora anche noi non supereremo la crisi economica. Quello che si può fare da un lato deve essere sostenuto dall’altro lato attraverso un’azione sociale. Deve almeno procedere di pari passo. Non dovete fare altro che indicare cosa potrebbe accadere oggi. Supponiamo che un imprenditore di fabbrica sia ancora così misericordioso, faccia ancora così tanto per la sua classe operaia: quando si tratta di uno sciopero generale, gli operai scioperano o no?
Voce: Sì!
E finché non superiamo questa domanda, finché non è possibile avere una prospettiva per un vero
risanamento della vita economica. Qui la questione sociale deve assolutamente essere introdotta.
Ora, questo è proprio l’errore che è sempre stato commesso; si è pensato economicamente in modo tale che in realtà si è pensato solo dentro la produzione e non fino all’operaio manuale vero. L’operaio manuale nella nostra attuale economia riceve in realtà detrazioni dal capitale pagate, non salario — dovete solo pensarci, è vero. È il fatto reale, ma è qualcosa con cui non si progredisce. E perciò è necessario che il principio associativo sia intrapreso in modo energico, in modo consono, dopo che abbiamo fatto le esperienze che abbiamo potuto fare da aprile dello scorso anno. È necessario che finalmente sia abbandonato quel vecchio errore per cui da una parte c’è l’imprenditorialità su larga scala, che tutt’al più fa qualcosa nel senso patriarcale, e che dall’altra parte c’è la classe operaia, saldamente organizzata in sindacati, cosicché l’operaio singolo sta sotto una terribile oppressione. Questo abisso deve essere colmato innanzitutto, e ciò non può accadere diversamente se voi preparate associazioni reali. Associazioni reali, che consistono proprio nell’associare persone da un lato — dal lato imprenditoriale, dal lato direttivo, dal lato dei lavoratori spirituali — e dall’altro lato persone della classe operaia.
Lì inizialmente non si formerà neppure un’associazione economica reale, un’associazione economica veramente sociale, che deve portare in sé, da se stessa, il carattere della cooperazione tra consumatori e produttori. Ora, le associazioni devono avere questo obiettivo, e questo obiettivo deve essere perseguito strettamente in modo agitatorio. Altrimenti non progrediamo. E questo obiettivo deve consistere in [innanzitutto] sciogliere i sindacati e i contemporanei unilaterali sindacati di proletari e operai, affinché emerga da mezzo a questi ultimi le associazioni, cosicché nella crisi economica abbiamo imprese
in cui possiamo conservare operai. Potete dire: non è possibile, se in generale l’economia non viene a crollare. — Ma deve essere tentato. Senza che noi poniamo come obiettivo lo scioglimento dei sindacati e lo manteniamo di fronte, non avanziamo nella vita economica.
E devono essere fondate organizzazioni. E su questo percorso pratico si potrebbe parlare molto più utilmente, che quando si tracciassero piani utopistici su come nel futuro stato le associazioni potrebbero essere formate. Si tratta sempre di afferrare il compito più prossimo. Il compito più prossimo è lo scioglimento, lo spezzamento di tutta la vita sindacale.
Oskar Schmiedel: È molto difficile parlare dopo il Dr. Steiner, e precisamente perché ha già pronunciato i migliori pensieri.
È del tutto giusto, non avanziamo se non vengono spezzati i sindacati. Ma come lo si consegue? Questo è il punto. Il Kommende Tag dovrebbe essere la spugna, per assorbire i 40 miliardi di fondi di risparmio. Sono convinto dell’eccellenza del pensiero del Dr. Koch, di sostenere i nostri sforzi in modo capitalistico, di consolidarli. Ma il Kommende Tag oggi non è altro che, per così dire, un altro capitalista, un capitalista che ha bisogno di capitale e ha bisogno del profitto, per promuovere i suoi sforzi. Mi puoi credere, so bene quello che dico.
Ho già parlato con persone che sono lontane dagli sforzi qui, dicono: lo scopo santifica i mezzi.
Certamente il Kommende Tag vuol conseguire profitti, ma vuole usarli per qualcosa di completamente diverso, come usano i capitalisti, vuole usarli per il bene di tutti. Ho, prima ancora di conoscere il libro del Dr. Steiner sulla triarticolazione dell’organismo sociale, posto a me stesso la domanda: come usciamo da questo orrendo del socialismo e del capitalismo? — Dopo aver letto il libro, mi sentii sollevato, e mi sono chiesto: come agisce questo sugli altri? — Che la materia, per trasmetterla agli altri, sia enormemente difficile, è certo. E non potrebbe essere diversamente. Si sta davanti alla domanda: come la si comunica chiaramente agli altri? — Fino a oggi ho potuto fare poco di conquiste con essa, e perciò devo indirizzare ai qui riuniti la preghiera, che probabilmente conoscono le idee molto più a lungo e le propagano più di me, di comunicare i loro pensieri. Che nuove persone siano guadagnate per l’idea della triarticolazione, sempre nuove persone siano guadagnate, questo lo ritengo il più importante di tutto.
Voce: Esatto!
Vi trovate davanti ai lavoratori come di fronte a un muro chiuso.
Se i singoli sono anche accessibili e ragionevoli, vi imbattete immediatamente in resistenza già pronta, non appena volete introdurre le idee in una fabbrica, vi imbattete in un muro chiuso dei fiduciari e dei leader operai stessi. Per il capo dell’industria, se deve essere responsabile, ciò è tanto più difficile se non è lui stesso il proprietario. In passato si sostenevano le persone con alimenti, con vestiti; oggi non è più il caso. I leader operai, che per lo più hanno un orizzonte molto ristretto, vogliono soltanto avere il comando in mano. L’operaio è un egoista; si chiede: cosa ricavo materialmente dalla cosa? — Nella triarticolazione non viene offerto nulla per il presente, tutt’al più solo per il futuro. Allora spesso si dice per l’egoismo: dai miei diritti, che mio padre e io ci siamo guadagnati, da quelli certamente non voglio rinunciare volontariamente a nulla.
La materia è, come detto, enormemente difficile. Nel Württemberg hai indubbiamente una situazione molto più consapevole che nell’Alta Austria; quelli sono mezzo contadini e mezzo operai industriali — non sono accessibili a ispirazione spirituale. Ma deve esserci un percorso. E questo è ciò che m’interessa.
L’intera questione della triarticolazione dell’organismo sociale è anche propriamente una questione di potenza; la violenza appartiene a essa, per insegnare agli uomini anche i migliori pensieri; anche al bene, al meglio si deve costringerli. Se io avessi alcuni reggimenti di cavalleria, forse sarebbe possibile, o denaro, molto denaro vi appartiene. Nella stampa quasi nulla viene pubblicato. Non abbiamo tempo da perdere. È la domanda come affrontare tutto questo praticamente, per riuscire tuttavia ad andare avanti attraverso la forza del pensiero.
Wilhelm von Blume: Io non sono un economista e forse oggi non parlerei qui affatto, se proprio non mi vi avesse spinto il discorso dell’ultimo relatore. Una cosa desidero subito chiarire: io credo tuttavia che la questione della triarticolazione sia in definitiva non una questione di potenza, ma una questione di fiducia, e sarà soprattutto importante guadagnare la fiducia di coloro che la riguarda.
Ora da parte mia ho cercato, in viaggi per conferenze, anche di agire personalmente presso imprenditori e anche presso coloro che significano qualcosa oggi; in particolare anche nella Renania e nella Vestfalia e così ho imparato qualcosa. Da un punto di vista del tutto specifico, un pensiero entra molto rapidamente ai signori, ed è il pensiero dell’autogoverno dell’economia. Si guadagna immediatamente contatto. Certo viene ancora pensato capitalisticamente; pensano che possono usare il loro potere per buttare da parte questo stato, che è loro di intralcio in tutti i modi, e crearsi il loro proprio stato economico, alla cui testa allora infine sta Hugo Stinnes. In ogni caso, quando viene richiesta una chiara separazione tra stato ed economia, permettono ancora di riempire la cosa con lo spirito appropriato. Ma il lato sociale di tutta la cosa, che il Dr. Steiner ha sottolineato così fortemente, lo vedono anche esattamente, ma si sono costruiti il seguente: vogliono espandere ancora il «lavoro associato» — questa è la parola chiave che viene usata —, vogliono una comunità economica popolare tra i capitalisti e gli operai. E qui e là gli operai si impegnano. Devo solo ricordare l’industria del carbone, che gli operai fondamentalmente pensano capitalisticamente — gli operai spesso pensano molto più capitalisticamente dei capitalisti —; vedono chiaramente il profitto che ne ricavano. E l’intera economia comunque va più in fondo all’abisso. Solo quei rami dell’economia, come per esempio l’industria del carbone, salgono, come d’altra parte anche l’intero sistema bancario, perché continuamente viene richiesto credito per il funzionamento delle imprese. Gli altri rami dell’economia gradualmente periscono. Qui si deve intervenire, si devono chiarire agli operai che non sono soltanto produttori, ma anche consumatori, che comunità di lavoro siano istituite nel modo in cui ieri il Dr. Steiner ha descritto. Un grande pericolo è innanzitutto presente nel fatto che si indichino solo ai signori: imprenditori e operai dovrebbero mettersi d’accordo fra loro. Dovunque si deve svolgere un’attività di consumatori e produttori, e condurre la produzione dal consumo.
Su questo percorso i giusti pensieri possono essere introdotti nella classe operaia. I sindacati oggi sono in realtà un grave ostacolo, perché pieni di spirito antico. Ma questa orribile legge sui consigli di fabbrica rovinerà i sindacati. Su questa legge, che non è intesa affatto così, che è intesa completamente diversamente, i sindacati — in un tempo non lontano —
più e più si distruggeranno completamente,
Interruzione: Esattamente!
cosicché forse non avremo molto bisogno di aiutare in questa direzione, cosicché solo il positivo, il costruttivo avremo bisogno di mostrare.
Forse si può sperare che succederà anche così in altre questioni. Si deve stare attenti ai pericoli e assolutamente non permettere che la cosa sia portata alla fine nella direzione sbagliata.
Hans Schwedes:
Sui sindacati posso dirvi qualcosa.
Sono stato condotto come insegnante proprio lì per fornire chiarimento sulla triarticolazione, sul pensiero delle associazioni. I leader sindacali, in collegamento con i leader dei partiti, si oppongono con mani e piedi ai nuovi pensieri, e i leader sindacali temono che per i nuovi pensieri i loro posti e posizioni sindacali vadano persi. Gli operai stessi, che in generale pensano poco a queste cose, si lasciano guidare completamente senza volontà. Se da noi viene fornita chiarimento nel modo giusto e si organizza, sarebbe già possibile affrontare la classe operaia. Noi dobbiamo in brevissimo tempo arrivare a una tale economia associativa, perché le circostanze l’esigono. Assolutamente non possiamo attendere ancora alcuni anni, fino a che qualche evento potrebbe aiutarci a raggiungerla. Con una tale azione dovrebbe essere collegato più profondamente un’azione sociale, un’azione sociale su larga scala, che nel pubblico introduce il pensiero della triarticolazione dell’organismo sociale. Anche i circoli di consumatori diventano sempre più irrequieti e richiedono sempre più e sempre più, in qualche modo, un diritto di co-determinazione nella formazione delle circostanze, specialmente nella formazione del prezzo. Proprio per catturare questo umore e per introdurre in questo terreno qualcosa che possa aiutarci, per realizzare una tale economia associativa, dovrebbe un’azione su larga scala per la triarticolazione dell’organismo sociale.
Abbiamo sentito dal Dr. Steiner che deve essere creato un ponte tra la classe operaia da una parte e gli imprenditori dall’altra. Come sarebbe, se noi, sì forse voi qui, mi riferisco
a coloro di voi che siete imprenditori, che siete i praticisti nella vita economica, se voi qui fondaste un’associazione che si pone come obiettivo di realizzare associazioni, cioè di fare tutto ciò che è possibile, per giungere a una tale formazione di associazioni. Forse qualcuno di voi potrebbe anche venire a Darmstadt, qualcuno che conosce esattamente come stanno le cose, e lì tenere una conferenza davanti agli imprenditori invitati e lì discutere esattamente il pensiero dell’associazione. Certamente alcuni qui saranno qui, che entrano in questo pensiero e insieme con questi imprenditori consultano, come si può svolgere con i lavoratori un lavoro di chiarimento. Se gli imprenditori si assumessero i diversi sforzi educativi, che sono desiderati dai lavoratori, ad esempio da sforzi universitari, se l’imprenditore vi partecipasse, cosicché ad esempio si potessero tener conferenze — naturalmente in queste dovrebbe essere trattato proprio quello che riguarda le associazioni —, allora da reciproca fiducia sarebbe possibile trovare una possibilità di azioni, allora sarebbe anche possibile fare nel pubblico un’atmosfera.
Così per trovare un punto pratico di contatto, faccio la proposta di fondare un’associazione libera di imprenditori, che ha come scopo di promuovere il pensiero dell’associazione come tale in tutti i modi, e precisamente attraverso iniziative a Darmstadt, per guadagnare un terreno, su cui si possa collogarsi.
Roman Boos: Mi sembra che nella propagazione del pensiero dell’associazione sia necessaria un’impostazione diversa. Per le associazioni conta soltanto che si stabiliscano praticamente in qualche modo, e non conta che si propaghi il pensiero come tale. E fondare esclusivamente per la propagazione un’associazione specifica di datori di lavoro non sarebbe la cosa giusta; il Futurum e il Kommende Tag devono partecipare praticamente, cosicché appunto le più diverse organizzazioni collaborino, cosicché quello che nella Scuola Waldorf e dell’Associazione per il lavoro universitario viene elaborato e quanto dal Circolo della Triarticolazione viene rappresentato, sia rappresentato con la massima intensità, ma da tutti questi gruppi insieme. Non sia che la triarticolazione come tale sia eventualmente compromessa, se si presenta soltanto come questione dei circoli dei datori di lavoro!
Si è ripetutamente visto che attraverso il contatto con i membri di questi diversi circoli, operai siano stati strappati fuori dal mondo di pensiero dei loro sindacati e partiti. Per esempio, presso l’organizzazione giovanile di Basilea qui è stata condotta un’iniziativa, dove è stato esposto come questo modo di pensiero richieda un’altra forma di pensiero. In modo simile, poche settimane più tardi, ebbe luogo un incontro con membri dell’associazione evangelica di operai. In entrambi i casi si rivelò nel modo in cui le persone successivamente scrivevano sui giornali, che erano stati strappati fuori dai loro usuali circoli di pensiero.
E ora la domanda del Direttore Schmiedel: come si entra effettivamente nel pensiero della triarticolazione nella testa delle persone? — A un operaio impressiona enormemente, se gli si dice: da questi pensieri derivano risultati e conoscenze scientifiche per il medico —, perché vive dentro a queste cose, anche se in modo popolare. Questo gli fa un’impressione straordinariamente forte.
E proprio perché egli mette tutto sulla lama scientifica, anche se solo per parola, si deve tentare di procedere su un’ampia fronte, di lavorare possibilmente sulla più ampia fronte.
Emil Leinhas: Il signor Professore von Blume ha già indicato la forza, di cui egli dice che «sempre vuol il male e sempre crea il bene». Credo che non si possa negare che questa forza opera in modo straordinariamente forte. Non credo che basti soltanto un piccolo aiuto, ma così come oggi stanno le cose, sarà necessario il più intenso lavoro e l’efficacia, affinché emerga il bene e non il male. Per questo abbiamo i pensieri della triarticolazione dell’organismo sociale, e se vi stiamo dentro correttamente, possiamo anche trasmettere questi pensieri. E qui devo rispondere all’osservazione del Dr. Schmiedel, che la materia è «difficile», che vi abbiamo dinanzi, dire: io sono proprio dell’opinione opposta; siamo noi stessi innanzitutto difficili, in quanto non stiamo dentro la cosa in modo corretto.
Questa è la difficoltà effettiva, e non sono «i punti fondamentali» e non è la triarticolazione dell’organismo sociale che sono difficili. Mi sono occupato negli ultimi tempi con materiali molto difficili, con la storia del capitalismo. Mi sono allora seduto ancora tardi di sera e ho letto un paio di pagine nei «Punti Fondamentali». Là fluiva da tutte le parti d’improvviso aria fresca; si nota che si vive dentro la vita reale. State tranquilli: la materia che abbiamo dinanzi nei «Punti Fondamentali», non è difficile, ma la difficoltà sta proprio altrove.
Solo non si deve dimenticare una cosa: dovrebbe esserci molto più gente, allora la cosa già potrebbe procedere. Dal Dr. Unger e dal Dr. Koch sono già state date alcune indicazioni: questo appello rivolto a coloro che vogliono collegare la loro azienda, perché non può più esistere da sola, è sicuramente necessario nell’interesse generale. È necessario anche l’appello a coloro che hanno capitale, di non darlo alle banche, dove serve solo alla rovina. È necessario non solo in modo unilateralmente economico collegarsi a questo, ma di agire illuminatamente in modo economico e sociale comprensivo. Lì è stato fatto ancora molto poco, e poiché straordinariamente molto è da fare per il prossimo tempo, dobbiamo, per quanto stiamo dentro la vita economica, cominciare con fatti concreti e venire illuminatamente davanti all’umanità. Si dovrebbe poter dare risposta su questi punti come ad esempio il collegamento tra la sovrapproduzione e l’imprenditorialità o la cellula primordiale della vita economica o quanta lavoro sociale sarebbe effettivamente necessaria, se il lavoro fosse distribuito nel modo corretto, o tutta la formazione del prezzo — questi sono punti accanto a molti altri, su cui finora ancora nessuna risposta è stata data.
Desidero indirizzare un appello concreto ai presenti. Desidero pregare coloro che credono di essere in posizione di poter collaborare su questo terreno, che attraverso conferenze e simili aiutino, soprattutto però anche che scrivano qualcosa sui fatti concreti della vita economica, che però devono considerare non solo unilateralmente l’economico, ma anche il sociale. Desidero indirizzare a voi l’appello di comunicarmi la vostra disponibilità per contributi di economia nazionale o economici.
Roman Boos: Desidero unirmi a questo stimolo del signor Leinhas e chiedere se non sarebbe possibile fondare presso il Kommende Tag un’agenzia economica permanente di scienza, che avrebbe allora i suoi organi nel Circolo per la Triarticolazione, cioè una specie di centrale, che avrebbe proprio il compito di collegare quello che è pratica economica con la scienza economica.
Emil Leinhas:
La forma in cui le persone collaborano si troverà.
Rudolf Steiner: Solo poche parole. È sempre una spiacevole cosa quando un pensiero importante, che viene introdotto nella discussione, non viene poi continuato. E un pensiero importante era quello che il Dr. Schmiedel ha introdotto riguardo alla domanda: come otteniamo veramente la triarticolazione dell’organismo sociale nella mente, beziehungsweise nelle azioni degli uomini? — Credo di aver capito il pensiero in questo modo. E qui desidero innanzitutto attirare l’attenzione su una cosa, che praticamente non è mai stata considerata a fondo.
Vedi, fondamentalmente non abbiamo sviluppato alcuna capacità, vera capacità razionale di agitare. Semplicemente non possiamo agitare. Primo, non abbiamo pratica; non abbiamo nemmeno la tendenza ad acquisirci pratica nell’agitare. Secondo, nella maggior parte delle persone non abbiamo nemmeno l’inclinazione di veramente decidersi di fare, da parte loro, ciò che è necessario: di spiegare una personale efficacia. Certamente, dobbiamo anche operare attraverso l’inchiostro da stampa, e abbiamo dimostrato attraverso la fondazione del giornale per la Triarticolazione, che teniamo conto anche che questo deve essere. Ma tutto ciò rimane inefficace, se non possiamo passare a una vera agitazione personale. Il Dr. Schmiedel probabilmente mi darà ragione se gli dico: io saprei, proprio come con i fusti di quercia della regione di Horn — conosco la gente lì —, io saprei approssimativamente anche, se dovessi limitarmi proprio a questo circolo, come dovrei sottoporre la triarticolazione ai contadini di lì, se potessi soltanto essere là e operare. Ma è proprio questo: noi stiamo oggi in un punto dello sviluppo dell’umanità, specialmente in Europa centrale e occidentale, dove assolutamente non siamo compresi, se non parliamo nella lingua degli uomini. Pensa solo: è assolutamente impossibile oggi parlare in una riunione di operai come in una riunione di imprenditori — non per la ragione che tu voglia mettere le parole in bocca alla gente, ma semplicemente
perché tu sia compreso. E in questo riguardo, si deve dire, un numero maggiore dei nostri amici deve veramente innanzitutto acquisirsi una sorta di abilità, una sorta di tecnica. Vedi, ho tenuto la conferenza Daimler, non è vero. I primi quattordici giorni della nostra attività a Stoccarda hanno mostrato le cose: se si fosse continuato a operare in questa direzione, il numero di seguaci sarebbe cresciuto molto. Invece la conferenza Daimler è stata stampata e, non è vero, allora ricevette l’eco della conferenza Daimler da un prete campestre; sì, che lui non può capire da se stesso ciò che è stato detto ai lavoratori Daimler, è ovviamente assolutamente naturale. Così prima di tutto il conoscere la vita, questo è di cosa si tratta.
I principali errori li abbiamo fino a ora sempre fatti noi stessi. Nell’agitazione per la Triarticolazione li abbiamo fatti, in quanto non abbiamo eseguito una tecnica dell’agitazione, ma soltanto una certa preferenza per questo o quel tipo di agitazione e abbiamo sempre creduto che le persone avrebbero seguito questa direzione, si sarebbero fatti pensieri in questa direzione e questi fossero corretti. Ora, allora si va dentro in una riunione di operai siderurgici e si dice loro la stessa cosa [come prima ad altri]. Certamente, si può fare anche questo, ma si deve dirlo nella lingua di ciascuno. Non ci siamo acquisiti questo, e in questo trovo una certa opposizione proprio dentro il movimento per la Triarticolazione. La maggioranza è in modo tale che assolutamente non vuol uscire, soprattutto praticamente non vuol uscire da questo, direi Monismo dell’agitare, non vuole riconoscersi, ora di creare la possibilità, veramente di trovare l’accesso alla gente. Questa opposizione interna, è quella che una volta deve essere superata, che noi dobbiamo superare. È una sorta di opposizione pratica, che è fatta dentro ampi circoli anche del movimento per la Triarticolazione. La gente vuol agitare come piace a loro, e non come il mondo lo richiede. Ho sempre e ripetutamente fatto notare: non si tratta di quello che piace a noi, bensì che lo facciamo come lo richiedono i fatti. E praticamente l’ho mostrato tentando una volta, in un modo nuovo, di fare una sorta di prova pratica. Volevo avere una comunità agitativa; volevo che in Europa centrale cinquanta persone fossero scelte, che a Stoccarda seguissero un corso di agitatori, cosicché allora personalmente si stabilisse come le cose dovessero essere gestite. Semplicemente non funziona sulla strada dell’inchiostro da stampa, dove si presenta all’operaio la stessa cosa come all’imprenditore. Un corso di agitatori avrebbe dovuto essere organizzato, ma da questa così importante impresa semplicemente non è venuto nulla, perché non si trovarono persone che fossero indotte, in questo modo, a davvero propagare l’arte dell’agitazione personale.
Finché veramente non siamo entrati in quest’opera dell’arte dell’agitazione personale, fino allora vale effettivamente la domanda che il Dr. Schmiedel ha sollevato. Ma non può essere risposta attraverso discussioni, soltanto attraverso una tale attività.
Un partecipante alla discussione: Il Dr. Steiner parla del fatto che gli operai stessi non sanno quello che vogliono. E se io ora voglio tentare di formulare quello che gli operai vogliono, non esce subito sistematicamente, ma più saltellante. Quando gli operai agitano, tra loro vi è un certo sentimento di unità; questo avviene perché le persone hanno lavorato insieme. Il Dr. Steiner ha detto che si tratta di spezzare i sindacati. Io sono stato alcune settimane a Berlino, ho visto come stanno male le cose e che dappertutto si cerca. Perché non si mostra alla gente la via attraverso un’azione pratica? Non sarà possibile che anche l’operaio, che non può portare altro che il suo lavoro, che abbia un posto, dove possa dire a se stesso: bene, se posso portare la mia forza di lavoro da qualche parte, se posso [nel Kommende Tag] lavorare, ho lì una posizione come operaio, allora sono già disposto di pensarmi dentro la scienza dello spirito. Se qualcuno pensa sul suo lavoro, può realizzare il doppio. E ci si può aiutare, qui e lì intervenire, si può dire: lascia questo, io ti aiuterò. — Se ora si potesse dire: se volete staccarvi dal sindacato, allora potete andare da qualche parte, lì avete un posto, e anche se è [il Kommende Tag]
il Kommende Tag da lavorare! Non sarà possibile che il Kommende Tag crei questa opportunità, che operai vi possono essere impiegati? So bene che si obietterà, che non si devono trascinare tutte le persone a Stoccarda; abbiamo bisogno di operai anche altrove. Ma si deve iniziare lì. Abbiamo bisogno di persone che, quando arriva il momento, non scioperino, che dalla loro consapevolezza continuino il lavoro. I percorsi sono mostrati dal Kommende Tag. Si tratta che troviamo gli operai manuali, e se li abbiamo, da questa cellula germinale la cosa avanzerà ulteriormente.
Roman Boos: Non siamo competenti per votare per il Kommende Tag. Per il resto dipende naturalmente dalle circostanze del Kommende Tag, se quello che è certamente ideale, possa essere realizzato praticamente. Chiedo di essere il più breve possibile. Abbiamo ancora quattro oratori previsti.
Un’altro partecipante alla discussione:
Desidero comunicare che sono stato attivo per molti anni nei sindacati come uno degli agitatori della vecchia guardia. E desidero proporre se non potessimo continuare la discussione, affinché potessi trasmettere qualcosa delle mie esperienze a questa gente. Ho supposto che oggi fossero presenti solo gestori economici, per così dire datori di lavoro tra loro.
Roman Boos: Forse si può organizzare un’altra manifestazione nei prossimi giorni.
Franz Dreidax: Se soddisfassimo il bisogno di abitazioni degli operai in modo che gli operai iniziassero a costruire le case stesse e prendessero tutto il materiale dalle fabbriche del Kommende Tag, allora mi sembrerebbe questo un percorso, cosicché su base completamente naturale potessero essere sempre altri circoli acquisiti. Questo dovrebbe naturalmente lanciarsi il Kommende Tag.
Roman Boos: Arriviamo così un po’ troppo nella politica edilizia, che è un problema suo proprio; c’è una grande letteratura e pratica su questo. Se ora dovessimo discutere qui delle possibilità dei consorzi edili, questo giace in un campo diverso.
Franz Dreidax:
Si intende lo spezzamento dei sindacati.
Ma chi oggi non è in un sindacato, non trova più lavoro da nessuna parte; deve morire di fame con moglie e figli. Gli altri operai lo uccidono se lo beccano. Agli operai deve essere data la possibilità, la sicurezza e la fiducia, che può continuare a lavorare. E se ora iniziassimo a costruire case, contemporaneamente anche a coltivare terra agricola e così via, allora forse con i luoghi circostanti potrebbe avvenire gradualmente uno scambio mutuo. Dai prodotti agricoli gli operai di fabbrica in città potrebbero essere nutriti. E anche reciprocamente. Ancora non so come possa diventare grande, ma vedo un pensiero della possibilità, come potremmo ottenere interesse reciproco e come fiducia ha posto, vera fiducia. Sta scritto anche nei «Punti Fondamentali», che è necessaria fiducia. Non conosco nessun altro sfogo.
Non desidero parlare dello spezzamento dei sindacati, se contemporaneamente non c’è la sicurezza, che l’operaio può poi ancora esistere affatto.
Roman Boos: Desidero ricordare: tutti questi imprese devono anche essere finanziate dal Kommende Tag. Se l’azione di finanziamento riuscisse nel modo che dovrebbe riuscire oggettivamente, sarebbe naturalmente molto prezioso creare questi corpi economici. Non appena questi imprese economiche qui prosperano …
Un oratore della discussione da Breslavia: Sulla questione dello spezzamento dei sindacati e della formazione degli agitatori dovrebbe ancora una volta parlarsi. Chiedo ai signori, che alla prossima riunione si parli direttamente al riguardo, di trovare i percorsi, cosicché questa azione possa effettivamente essere attuata. È già stata persa una volta.
Rudolf Steiner:
Desidero soltanto osservare che da qualcosa che ho detto qui, non si faccia uno slogan,
che molto facilmente potrebbe essere condotto nel dogma. Se in collegamento a quello che ho espresso, si dice una cosa del genere — soltanto attraverso lo spezzamento dei sindacati saranno aiutati gli operai —, allora non è giusto.
Perché una considerazione nemmeno molto estesa mostrerebbe subito, che solo nel percorso che ho accennato,
cioè fondando le associazioni di operai che operano e operai riceventi, ai sindacati il terreno viene tolto e qualcosa d’altro mettiamo al loro posto. I sindacati non sarebbero mai buttati sulla strada da ciò che si ripete solo una parola d’ordine socialista, marxista, quando si parla di «spezzamento dei sindacati». Non si tratta di questo, ma della riflessione positiva; si tratta di riuscire a introdurre il pensiero concreto in cose di questo genere.
Mi è stato poco tempo da un Consigliere privato del governo, che in una specie di ministero di uno stato tedesco e che voleva consultarsi con me sulle misure da prendere. Gli ho detto: è tutto molto bello quello che dite; ma non raggiungete nulla praticamente, se vi sedete dentro nel vostro ufficio e ordite cose varie, che ogni volta sembrano diverse dalla realtà. Ma non raggiungete nulla nemmeno, se fate venire nel vostro ufficio capi di partito e sindacato. Andate alle riunioni di operai; parlate lì! Lì troverete la possibilità di diventare il confidente della gente. Allora lo portate avanti. — Oggi c’è soltanto una tale agitazione.
Ma quale esperienza abbiamo fatto nel Württemberg? Se veramente, direi dieci volte promettemmo, se qualche superiore operaio nel ministero del lavoro o anche forse un ministro dal partito socialista dieci volte promesso, che venisse a qualcosa — nel momento in cui ci si attendeva, si sentiva sempre, specialmente all’inizio: sì, è di nuovo riunione di ministri. I signori si mettono sempre insieme in riunioni, non viene loro nemmeno in mente di venire. E coloro che sono cresciuti dal partito socialista, lo hanno praticamente tentato il meno possibile.
Naturalmente non pensate che, per parlare davanti ai sindacalisti, poteste stilare lo stesso programma. Cresce già così, ma si tratta di come cresce.
E per questo si tratta specialmente, che la parola d’ordine, «l’operaio sarà gettato sulla strada attraverso lo spezzamento dei sindacati», oggi non vale più.
Un partecipante alla discussione: Da un lato si hanno tutti gli imprenditori e dall’altro lato tutti gli operai, su cui si è dipendenti, e i due gruppi dovrebbero sedere insieme nell’organismo driarticolato.
Roman Boos: Non possiamo tuttavia elevare l’egotismo di gruppo economico a principio organizzativo; non funziona!
COMUNICAZIONE prima della conferenza serale su «Fiziologico-terapeutico su base della scienza dello spirito» in occasione del primo corso universitario antroposofico Dornach, 9 ottobre 1920
Rudolf Steiner: Signore e signori molto onorati! È stato espresso il desiderio che da me sia tenuta ancora una volta una sorta di conferenza sulla triarticolazione dell’organismo sociale. E poiché abbiamo un ricco numero di iniziative, non sarà possibile fare diversamente se non che domani sera io tenti di tenere l’auspicata conferenza sulla triarticolazione dell’organismo sociale. Ma poiché questo desiderio, che è stato espresso in molti modi, è derivato dall’insoddisfazione, che è rimasta dalle diverse discussioni che fino a ora sono state condotte su questa triarticolazione, così desidero pregarvi, di formulare i vostri desideri, le vostre domande in proposito, cosicché proprio quello che è sentito come poco chiaro possa essere considerato e discusso. Così potrò domani sera allestire la conferenza in modo tale da presentare proprio quello che da diversi lati viene desiderato di sapere. Perciò quei signori e signore molto onorati qui presenti, che desiderino ascoltare qualcosa in questa o in quell’altra direzione sulla triarticolazione dell’organismo sociale, specialmente sulla vita economica nello stesso, sono pregati di scrivere le loro domande o desideri su un foglio e domani mattina fra le 9 e le 9 e 1/2 di mattina consegnarli all’ingresso del Portale occidentale del Goetheanum. Ci sarà qualcuno lì che accoglierà queste domande. Così chiedo allora a coloro che hanno qualcosa da domandare e che desiderano qualcosa, di portarlo nelle loro domande.
COMUNICAZIONE alla fine di una riunione di Membri della Società Antroposofica in occasione del primo corso universitario antroposofico Dornach, 10 ottobre 1920
Rudolf Steiner: Desidero in questo momento dire solo poche parole, miei cari amici, dire molto in assemblee generali di soci o assemblee generali non è proprio una necessità per me. C’è già stata un numero piuttosto grande di assemblee generali nel corso degli anni, finché il periodo di guerra non l’ha reso impossibile, e ho già detto molte cose in queste assemblee generali — in fondo non è mai stata considerata. E poi sono stati proposti vari proposte, come le cose sarebbero realmente da formare e simili. Così per me fondamentalmente non c’è molta ragione per parlare proprio alle assemblee generali, per dire di nuovo cose che allora in realtà non vengono ascoltate. Qui però desidero ora dire solo alcune parole su qualcosa di positivo. Perché, vedi, non servirà a molta se si hanno grandi piani; avere grandi piani è già bene, ma prima si dovrebbe considerare il più immediato. Siamo qui riuniti, e mi sembra che sia la migliore opportunità, che durante questo incontro qualcosa sia fatto, cosicché non ci si separi di nuovo, senza che cose positive necessarie siano state fatte, innanzitutto qui siano state fatte. Parliamo una volta di qualcosa di positivo!
Qui desidero innanzitutto attirare l’attenzione su questo, miei cari amici: quando in modo del tutto organico il movimento per la Triarticolazione scaturì dal movimento antroposofico, allora si contò, che veramente fosse collaborato dalle parti di coloro che avrebbero dovuto collaborare su questo o quel campo, perché con la questione della Triarticolazione era stato dato un impulso pratico. Da una certa parte ora
è stato consacrato tutto il lavoro, per fare arrivare qui a Dornach questi corsi universitari antroposofici, e il successo di questi corsi universitari dipenderà essenzialmente da quello che noi come antroposofi in futuro ci appoggiamo un poco a quello che questi corsi universitari hanno portato e lo portiamo nel mondo — questo darà già un pezzo di lavoro. Ma forse — ci restano ancora otto giorni per questi corsi universitari —, forse qui può accadere qualcosa, che rimediasse lo stato, che ci ha portato, almeno per una certa direzione, proprio a coloro che veramente vogliono lavorare, una grave delusione. È il seguente.
Vedi, miei cari amici, era veramente seriamente inteso che infine il tempo dovesse passare, in cui sempre e sempre quello che avrebbe dovuto collaborare con la pratica sarebbe stato respinto dalla cosiddetta pratica, cosicché finalmente andassimo avanti; si contò che noi — in contrasto con i rutinari — trovassimo veramente i veri praticisti proprio dal movimento antroposofico che emergessero. Siamo ora insieme per quattordici giorni, e si sarebbe forse trovata l’occasione, che proprio riguardo al pensiero economico, al giusto pensiero economico da parte dei praticisti fra noi qualcosa fosse accaduto.
Abbiamo indubbiamente avuti diversi lavori seminari.
Che lì naturalmente si sono verificati anche piccoli deragliamenti, non dovrebbe interessarci ulteriormente, perché è assolutamente necessario così. Ma, miei cari amici, quello che è accaduto attraverso un collaboratore praticista, per effettivamente nel senso del lavoro dei nostri corsi universitari conseguire qualcosa di favorevole davanti al mondo, fino a ora purtroppo ha portato soltanto il risultato, che oggi di mattina presto è emerso di nuovo una busta con questo mucchio di domande, che si riferiscono tutte soltanto alla triarticolazione. Non so se queste domande nel corrente giorno così intensamente riempito possono fino alla sera almeno formano in una conferenza, che si occupi adesso di veramente corretto pensiero economico. Mi è stato riferito che alcune
volte attorno alle 7 di mattina o a un’altra ora, che forse era ancora più impossibile — non lo so —, riunioni siano state tenute sotto la massima, che una volta soltanto i praticisti, con l’esclusione dei teorici, dovessero riunirsi, cosicché fosse detto qualcosa di più saggio — lo designo soltanto come voce, ma mi è stato riferito. Ora, signore e signori molto onorati, di questo si tratterebbe, che veramente, se è venuta la scolareggine, non vada via con questa impressione: questi si colpiscono tutti nei crani, perché hanno tutti una diversa opinione, e non possono far venire fuori quello che è un’associazione e simili. — Si tratterebbe piuttosto, che i praticisti nel senso antroposofico veramente collaborino, cosicché diamo un’immagine davanti al mondo esterno, cosicché il nostro movimento sia una forza reale.
Vedi, questo è un compito positivo, che forse ancora nei prossimi otto giorni può essere risolto, che i praticisti non si isolino, perché ognuno dice qualcosa che l’altro non comprende; si tratta che i praticisti con la loro pratica veramente ci aiutino. Dobbiamo quindi tentare con la società davanti al mondo di darcele così e formare una tale forza, cosicché i praticisti anche veramente si trovino, per presentare qualcosa di pensiero economico pratico-economico.
Solo così le persone, che oggi sono venute, per imparare qualcosa, possono veramente imparare qualcosa. Cosa dovrebbe diventare dei nostri sforzi economici, se gli studenti se ne andassero con il sentimento: non sanno nulla loro stessi. — Così deve in questa direzione avvenire un molto fondato cambiamento nei prossimi otto giorni, per adempiere il nostro compito.
Con ciò desideravo anche tentare di portare nella discussione qualcosa di positivo.
PRIMO POMERIGGIO DI DOMANDE in occasione del primo corso universitario antroposofico Dornach, 10 ottobre 1920 Domande sulla vita economica I
Miei molto stimati presenti! È stato espresso il desiderio che qui sia ancora parlato da parte mia di questioni più economiche, cioè di quel campo che è il campo economico della triarticolazione dell’organismo sociale. Ora era propriamente mia intenzione, proprio durante questo corso superiore, di utilizzare la mia forza piuttosto per mostrare come la scienza dello spirito può agire in modo fecondo nei più vari ambiti scientifici e nella vita in generale. Il campo della vita economica è appunto quello che soprattutto richiede la collaborazione consapevole dei praticanti che operano all’interno del movimento antroposofico. E soprattutto è necessario che quello che i praticanti hanno potuto acquisire dalla loro pratica di vita sia portato ugualmente alla scienza dello spirito, come da molti lati è stato bellamente portato da varie parti il bene scientifico. Ora, parleremo ancora più in dettaglio di queste cose. Poiché il desiderio è stato espresso che qui sia presentato ancora da parte mia qualcosa sul terzo membro dell’organismo sociale, ho creduto di fare al meglio procedendo così: se i desideri che si sono manifestati dai circoli degli stimati ascoltatori stessi fossero messi per iscritto, così potrei, per così dire, incorporare il tutto nella conferenza di oggi. Il giorno odierno era tuttavia occupato in tal modo che ciò non potesse avvenire affatto nel modo desiderabile, poiché i desideri più vari sono stati formulati in 39 domande, che veramente non potevano essere studiate nel breve tempo che mi era a disposizione oggi. Ma inoltre ho visto dal modo in cui queste domande sono state poste quanta opera in effetti ancora necessaria su questo campo, e perciò sarà necessario che oggi tratti di alcune cose che derivano in un certo senso da un’impressione generale che queste domande suscitano. E allora avrò ancora occasione, martedì prossimo alle 8, di proseguire le considerazioni odierne più nel particolare, così che forse questi interroganti e anche altri che desiderano ancora imparare qualcosa su queste questioni possano trovare la loro utilità. Oggi vorrei parlare per così dire solo preliminarmente, così che martedì possiamo entrare nel particolare in modo del tutto pratico. Ma è necessario un tale parlare preliminare per una comprensione reciproca più sana. Allora forse martedì sera ancora a ciò che avrò da dire potrà collegarsi una specie di discussione generale, una specie di dibattito, e così forse riusciremo a cavarcela con la cosa.
Miei molto stimati presenti, benché l’abbia già fatto una volta qui in tarda serata, desidero soprattutto sottolineare ancora una volta che il mio libro «I punti nodali della questione sociale» e in seguito a questo l’altro libro, che ora è apparso nella casa editrice stuttgartese «Il Giorno che Viene», «Nell’attuazione della triarticolazione dell’organismo sociale», che questi due libri sono pensati del tutto praticamente e che colui che li prende teoricamente li fraintende. Sono pensati così che si rivolgono a quegli uomini che sono in grado di sentire e cogliere la vita sociale in modo intuitivo e vivido. Attraverso altri uomini come tali difficilmente potrà essere promossa essenzialmente quella che si chiama oggi questione sociale. Soprattutto ho già sottolineato che non deve essere cercato nulla di utopistico in questi due libri. Ma ho dovuto osservare che molti uomini che si accostano a questi due libri, nel fondo traducono la cosa in utopistico, in utopistica, cioè si fanno rappresentazioni secondo il loro proprio gusto, che poi si presentano come utopistiche. Voglio attirare la vostra attenzione su un’osservazione che troverete su una qualche pagina dei miei «Punti nodali». Dico esplicitamente: per una cosa pensata praticamente, pensata praticamente come esigenza dei tempi, si può pensare in vari modi ai dettagli della realizzazione. — E perciò nel libro «I punti nodali della questione sociale» do sui dettagli propriamente solo realizzazioni intese come esempi. Quello che è detto su una o l’altra questione di dettaglio riguarda le cose che nella vita pratica possono essere realizzate nei più vari modi. Che io parli di queste cose nel senso che presento una possibile realizzazione, accade perciò, così da poter vedere chiaramente come l’intero impulso della triarticolazione dell’organismo sociale si inserisca nella realtà. Era propriamente mia opinione che, dopo che questo libro fosse apparso, si mettessero al lavoro i praticanti di vita, così che i risultati della loro pratica di vita sotto stimolo di questo libro confluissero nella corrente della questione sociale.
Anche dalle domande che mi sono state poste ancora oggi vedo quanta creatura di pensiero del tutto impratico viva nel nostro tempo e come proprio l’uomo contemporaneo fatica a pensare praticamente. Proprio questo è il dramma del nostro tempo, questa è la grande difficoltà che non ci consente di giungere veramente alla vita, che da un lato nuotiamo del tutto in concezioni e rappresentazioni materialistiche, che abbiamo assimilato attraverso l’esercizio unilaterale della scienza naturale, che attraverso il fatto che ci siamo abituati a guardare tutte le cose come necessariamente dobbiamo guardare le cose esterne della natura — anche le cose che devono essere guardate diversamente da queste cose esterne della natura, cose che soprattutto richiedono di penetrare più in profondità di quanto sia necessario nei confronti delle cose esterne della natura — che attraverso questo abbiamo praticamente perso ogni sensibilità del trattamento appropriato per queste cose. E così da un lato si pensa in modo del tutto materialistico e dall’altro lato in modo del tutto astratto, proprio astratto riguardo alle cose sociali. Si pensano pensieri che nemmeno lontanamente hanno qualche prospettiva di intervenire nella vita reale. O invece si constata che gente che crede di portare qualcosa di assai reale si abbandona semplicemente a frasi generiche. Proprio dai praticanti siamo abituati oggi che si abbandonino a frasi generiche quando si lasciano andare su qualcosa che deve essere trattato in modo del tutto concreto come la questione sociale. È così, che attraverso un’educazione secolare all’interno della civiltà occidentale non siamo stati avvicinati alla vita, bensì effettivamente estraneiati dalla vita. E vorrei dire: Da tutto emerge con chiarezza questa conoscenza, quanto effettivamente siamo stati estraneiati dalla vita, come tuttavia si fraintenda la natura e il carattere stesso di questo estraniamento. Ci si fraintende dentro i vari partiti, e sempre ogni partito dà all’altro la colpa. Questo mi risultò ad esempio proprio anche dalle domande poste.
C’erano domande che mi ricordavano una certa amarezza che ho dovuto provare, poiché per decenni mi sono dedicato alla visione dei contemporanei rapporti sociali moderni. Ecco ad esempio che in molteplice forma emerge la domanda che suona come la quasi impossibilità di una comprensione che dovrebbe agire, dovrebbe efficacemente crearsi tra il proletariato da un lato e le altre classi dell’umanità dall’altro. Da parte proletaria la questione è propriamente rivestita nella forma di un’accusa, di un’accusa aspra. Affinché nulla resti nello sfondo, ma ci si trovi di fronte a vicenda in piena sincerità, onestà e verità, posso leggervi questa domanda che propriamente contiene un’accusa:
«I lavoratori qui riuniti hanno fatto l’esperienza che una collaborazione con gli antroposofi, con circoli borghesi non è possibile: soprattutto sembra che alla studentesca manchino i sentimenti per riuscire a pensarsi dentro la collaborazione di tutti gli uomini, altrimenti sarebbe impossibile qui continuare la camerateria.»
Questo da un lato, miei molto stimati presenti: alcuna conoscenza del fatto che vi è proprio nella studentesca una lotta per giungere a chiarezza sulle rivendicazioni sociali dei nostri tempi! Si è insediata una sfiducia terribile, proprio nei circoli del proletariato. E colui che sa guardare la questione sociale con occhi aperti non può affatto passare accanto a questa sfiducia, perché è uno dei fattori più reali. Ma essa riguarda propriamente meno la studentesca, che, per quel che mi sembra, ingiustamente viene accusata da parte proletaria, almeno non riguarda una parte della studentesca. Ma, miei molto stimati presenti, in generale tuttavia deve essere detto che nel nostro tempo proprio nei circoli della borghesia e di coloro che stanno sopra e sotto la borghesia è presente poca inclinazione a cogliere veramente la questione sociale proprio dal suo aspetto proletario, a guadagnare veramente comprensione per come la questione proletaria sia intimamente connessa con l’intera questione sociale e quindi proprio con il destino della nostra civiltà moderna. Come ho detto, oggi parlo solo preliminarmente, così ci comprendiamo meglio, poiché queste cose possono essere portate in modo consapevole solo quando si sa da quali fondamenti emergono.
Vedete, miei molto stimati presenti, quando l’anno scorso cominciammo, da aprile in poi, dalla Württemberg, nel senso dell’«Appello» da me redatto e dei miei «Punti nodali della questione sociale», ad agire per una guarigione della nostra vita sociale, allora era il tempo che in certo modo ancora — che lo si chiami oscurato da uno o illuminato da un altro — era quindi oscurato o illuminato da ciò che, come una sorta di ondata rivoluzionaria, andava attraverso l’Europa; e ci si imbatteva allora soprattutto nella grande borghesia e nel suo seguito, la popolazione di imprenditori, nello stato di paura. Avevano una paura tremenda da ciò che poteva salire dalle profondità dell’esistenza sociale proletaria, e si entrava proprio ad aprile e maggio in un’ondata sociale dove veramente fino in larghi circoli si faceva socialismo, almeno socializzazione — per meglio dire, se ne sognava. Poi però vennero altri tempi. Si rivelò come il proletariato inizialmente fosse poco istruito per giungere veramente da se stesso nemmeno a qualche formulazione chiara delle sue rivendicazioni, così che da questo potesse emergere qualcosa di socialmente positivo. Certamente, la maggior parte dei circoli del proletariato porterebbe comprensione proprio all’impulso della triarticolazione, se potesse essere superato quello che è la guida di questo proletariato. E su questo non dobbiamo darci alcuna illusione: questo può essere provato in modo netto e chiaro dall’esperienza che abbiamo proprio fatto con i nostri sforzi. Il proletariato giungerà a chiarezza solo quando tutti i leader sono via e quando può contare sui suoi propri istinti, sulla sua propria ragione. A quelli si potrà parlare. Si potrà parlare agli istinti dei proletari, si potrà parlare alla ragione dei proletari, ma non si può parlare ai leader, che riuniscono in sé due proprietà: primo una terribile ripetizione di quello che i borghesi hanno pensato prima per loro, e secondo nel loro intero contegno un eccesso di piccolezza borghese ordinaria. Ma questo, come ho detto, è rivolto solo alla guida.
Ma questo deve essere riconosciuto, come nel nostro tempo è necessario in generale guardare in faccia in modo del tutto serio e radicale, che tutto quello che emerge dai tempi antichi e vuol portare in su quello che era prima del 1914, che questo non serve per la ricostruzione ulteriore — questo deve essere riconosciuto. E finché in tutte le parti del mondo civilizzato si pensa a nient’altro che a come si rimette di nuovo questo o quel tale in questo o quel tale ufficio, perché una volta prima, prima del 1914 o durante l’epoca di guerra, era già in un tale ufficio —, finché si pensa così, non si riesce praticamente a fare qualcosa che possa condurre a un progresso. Abbiamo bisogno di uomini del tutto nuovi, che emergano da una nuova modalità di pensare. Non possiamo aver bisogno di quelli ai quali di nuovo si vuol ricorrere perché si è troppo pigri di sviluppare pensieri che conducano a una valorizzazione di uomini nuovi. Ho detto: vennero altri tempi. Il proletariato si rivelò in modo tale che non potesse giungere a nessuna chiarezza da se stesso. La paura si trasformò gradualmente in una specie di sicurezza, sicurezza così al punto che ci si disse: ora possiamo tentare di nuovo di procedere nella vecchia solita strada. — Vorrei dire, si poté comprendere di settimana in settimana come tutto quello che da impresa era prima, di nuovo ricadde nei vecchi modi di pensare; e adesso è propriamente tutto di nuovo dentro, ma semplicemente non sa che sta danzando su un vulcano. Era proprio la prima esperienza, che la completa inutilità dei leader del proletariato si è rivelata e che d’altro lato la completa impotenza di coloro che avevano precedentemente posizioni di guida proprio in campo economico si è rivelata. Sì, in questi circoli e nel loro seguito adesso veramente non è presente nessuna inclinazione a conoscere quello che propriamente pulsa nel presente, quello che certamente spesso in modo poco chiaro propriamente dal proletariato vuol salire alla superficie. Non si vuol semplicemente impegnarsi in quello da cui dipende tutto.
Perciò si è compreso così poco il primo terzo dei miei «Punti nodali della questione sociale», quel primo terzo che si sforza soprattutto di rappresentare quella «contabilità doppia» — non intendo adesso quella di cui il signor Leinhas qui ha parlato in contesto storico, bensì intendo un’altra, che egli per altro ha anche accennato — è quella contabilità doppia a cui gradualmente si è giunti e che consiste nel fatto che ci si guarda il mondo da un lato solo secondo il suo legame materiale, meccanico, che si pensa solo in questo legame materiale, meccanico, che si è, come una volta ho chiamato, la pratica di vita in una routine e dall’altra lato si vuole sviluppare tutto il possibile bello, tutto il possibile spirituale, tutto il possibile morale.
Noi sappiamo bene come sia lo sforzo dei pratici, di avere la pratica dentro nella fabbrica, poi quando la sera hanno chiuso la porta dell’ufficio, allora il loro sforzo è di riuscire a muoversi da qualche parte in ciò dove i pensieri possono vivere liberamente, dove l’anima può svilupparsi, dove si può diventare interiormente caldi in pensieri che finalmente liberino da quello che è dietro la porta dell’ufficio e così via; deve esserci ancora una vita spirituale fuori della fabbrica — questo dev’essere già una massima per questi uomini, e questo libro voleva propriamente capovolgere questa massima. In questo libro volevo attirare l’attenzione sul fatto che non si tratta di chiudersi la fabbrica dietro di sé per trovare la vita spirituale fuori, bensì si tratta di portare lo spirito dentro la fabbrica al mattino quando vi si entra, così che la vita materiale, meccanica possa essere penetrata da ragione, da spirito e così via, così che lo spirito non si sviluppi accanto alla vita reale come un lusso che è diventato gradualmente tale attraverso questa contabilità doppia. Da un lato c’è l’usanza commerciale, che non devo descrivervi oltre, come si trova oggi frequentemente, dall’altro lato c’è la chiesa, le mani giunte, la preghiera per una vita felice, eterna, l’intrecciarsi dei due.
Quello che è necessario, il pensare insieme, è appunto quello che è molto sgradevole per molte persone. Sarebbero contente da un lato di una routine senza spirito, che ci si appropria in modo tale che non si è veramente presenti, e dall’altro lato sarebbero contente di un’oscurità mistica attraverso la quale possano soddisfare il piacere delle loro anime. Quanto spesso si è esperito, e soprattutto nel tempo in cui la transizione avrebbe dovuto accadere dallo sforzo antroposofico spirituale allo sforzo pratico, che persone della pratica di vita si venissero incontro a me, che volevano diventare qualcosa, volevano diventare nella vita pratica dalle usanze che si sono sviluppate negli ultimi decenni. Come possono dunque questi uomini diventare qualcosa? Conversazioni che sono state condotte, quando avrebbe dovuto trattarsi di guadagnare persone, diciamo per il Futuro o per il Giorno che Viene — persone che avrebbero dovuto lavorare con lo spirituale reale, che però domina il materiale — , queste conversazioni hanno mostrato: Tali persone sono oggi straordinariamente difficili da trovare, per il semplice motivo che dall’interno della vita economica si è formata l’usanza che il giovane uomo si lascia propriamente allenare dall’esterno. Si lascia portare da qualche parte dentro un’azienda, e mentre il suo pensiero è propriamente da qualche altra parte in una vita spirituale, talvolta in una molto buona, non porta lo spirito dentro la sua azienda. Lì non è presente con la sua anima, si lascia allenare dall’esterno, si lascia routinizzare commercialmente; poi si lascia mandare da qualche parte, in America o Londra, e lì viene allenato ulteriormente. Dopo sa come si fa, e poi torna indietro, e poi agisce così o così.
Sì, miei molto stimati presenti, questo conduce alla questione sociale, perché con tali persone non si può procedere; se non ci decidiamo a far luce dentro queste cose e ad agire, non si riesce a fare nulla. Abbiamo bisogno di uomini che già siano educati così attraverso la scuola, che intervengano con l’iniziativa propria quando si tratta di prepararsi nella giusta maniera per la vita pratica, così che, per così dire, l’iniziativa emerga da loro. A ciò è naturalmente necessario che la scuola non calpesti questa iniziativa. Questo è, vorrei dire, proprio visto dal lato umano la cosa.
Uno spirito del tutto diverso deve penetrare nella nostra vita economica. Questo spirito, soprattutto, darà vita a quel legame che deve sussistere tra l’uomo e quello che produce direttamente o indirettamente nel mondo. Questo legame in effetti per molti rami della nostra vita non sussiste più correttamente. Per molte persone è completamente indifferente a cosa lavorino, come quello a cui lavorano si inserisca nel legame sociale. Si interessano solo di quanto acquisiscono attraverso il loro lavoro, cioè riducono tutto l’interesse che hanno nel mondo esterno, materiale, a quell’interesse che possono avere per la quantità di denaro che da questo mondo esterno, attraverso la loro particolare costellazione nella quale stanno verso questo mondo esterno, può venire loro incontro. Questo ridurre all’interesse di acquisizione, non alle cose fatte, questo è quello che nel fondo avvelena tutta la nostra vita economica. Ma qui giacciono anche i pesanti ostacoli della comprensione nei confronti dell’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale.
Come ho detto, parlo preliminarmente, ma vorrei già oggi accennare in modo aforistico su singole cose. È stato sempre e di nuovo menzionato — e questa menzione è giusta —, che deve essere operato verso una vita economica che sia dominata da impulsi associativi. Associazioni — ho fatto un’esperienza curiosa. Ho una volta parlato delle associazioni in un circolo di proletari a Stoccarda. Mi dissero: abbiamo sentito parlare di tutto il possibile, di cooperative, di trust, di cartelli, di sindacati, ma che cosa siano le associazioni, su questo non abbiamo ancora sentito nulla. — Si deve proprio afferrare la novità di questo concetto del tutto praticamente, specificamente dal punto di vista della vita economica, del tutto praticamente, vorrei dire del tutto chiaramente, se ci si vuol intendere in queste faccende. Le associazioni non sono cooperative, le associazioni non sono cartelli, né sindacati; le associazioni sono soprattutto unioni, o meglio collegamenti, che operano del tutto verso uno scopo ben determinato. Quale può essere questo scopo?
Ci avvicineremo gradualmente a una comprensione pratica della vita economica: Quale può essere questo scopo? Miei molto stimati presenti, questo scopo non può essere nessun altro che l’operare verso una formazione di prezzo ben determinata delle singole merci. Non si potrà pensare correttamente in economia nazionale finché non si sarà in grado di porre il problema dei prezzi al centro di questo pensiero economico nazionale, come — forse non sempre pedantescamente con teorie, tuttavia propriamente nello spirito tutto — il terzo terzo del mio libro «I punti nodali della questione sociale» fa.
A che cosa accade al problema dei prezzi? Si tratta del fatto che effettivamente ogni merce può avere solo un prezzo ben determinato, al massimo dovrebbero avvenire piccole fluttuazioni su e giù. Ogni merce corrisponde a un prezzo determinato, perché, miei molto stimati presenti, il prezzo di una merce — guardato adesso dal denaro staccato, parlerò anche di questo dopodomani —, il prezzo di una merce non è nient’altro che quello che rappresenta il suo valore in confronto al valore delle altre merci di cui l’uomo ha bisogno. Il prezzo esprime un rapporto, per esempio il rapporto tra il valore di una giacca e di un pezzo di pane o di uno stivale e di un cappello. Questo proporzionale, è appunto questo che alla fine conduce al problema dei prezzi. Ma questo proporzionale non può essere risolto attraverso alcuna aritmetica ordinaria, non può nemmeno essere determinato legalmente da nessun ente, bensì può essere ottenuto solo attraverso il lavoro associativo.
Che cosa dunque sta in contrasto con una corretta formazione dei prezzi nel presente operare economico, e che cosa è insieme appunto quello che ci ha condotto in tale miseria economica come l’abbiamo? È il fatto che il prezzo delle merci non viene formato dalla vita economica, bensì che si intromette tra le merci di consumo — le merci che corrispondono ai bisogni — qualcosa che non può essere merce, che può servire solo come mezzo di compensazione per i rapporti di valore reciproco delle merci: il denaro. Come ho detto, vogliamo parlare ancora più esattamente di tutto questo, ma voglio adesso indicare qualcosa di generale. Il denaro è dotato di un carattere di merce, specialmente dal fatto che è entrato quel rapporto veramente poco chiaro tra denaro cartaceo e denaro aureo, che adesso è al suo culmine. Così diventa persino possibile che non solo si scambiano merci e il denaro serve solo come mezzo di agevolazione per lo scambio in un grande territorio con ricca divisione del lavoro, divisione delle occupazioni, bensì che il denaro stesso è diventato merce. E questo si manifesta semplicemente nel fatto che si può commerciare con denaro, che si può comprare e vendere denaro, che il valore del denaro cambia attraverso speculazioni, cambia attraverso quello che si compie sul mercato del denaro. Ma adesso si intromette qui qualcosa che mostra del tutto chiaramente come lo stato unitario ancora oggi mantiene unito quello che vuol triarticolarsi. Il denaro, come l’abbiamo oggi, ha per così dire il suo valore stabilito legalmente dallo stato. Dallo stato procede l’impulso che sostanzialmente determina il valore di questa «merce». E attraverso questo gioco congiunto di due cose, dello scambio di merci e della stabilizzazione del valore del denaro da parte dello stato, attraverso questo la nostra intera vita economica diviene confusa, così che per l’uomo che oggi vi sta dentro, non è più trasparente affatto.
Vorrei che gli uomini che stanno nella vita economica si confessassero onestamente che da un lato una qualche quantità di denaro che circola è un’astrazione economica del tutto completa — circola come il concetto più astratto nel nostro pensare —, che dall’altro lato il generare, lo scambio e il consumo delle merci sta così strettamente connesso al benessere e al disagio dell’uomo, e che per così dire come una grande falsificazione il presente valore del denaro tutto oscura, tutto estingue, quello che nel reciproco determinarsi del valore delle merci deve stare vivo. Ma queste cose propriamente non devono essere considerate in modo agitatorio, bensì in modo del tutto sobrio e obiettivo, del tutto obiettivamente, altrimenti non si riesce nemmeno a cavarsela. È idealmente così, che dapprima in modo reale ogni specie di merce all’interno della vita economica è costretta ad avere un valore ben determinato. Una qualche specie di merce X deve stare in un rapporto univoco rispetto al suo valore alle altre specie di merci.
Affinché questo valore emerga, sono necessarie diverse cose. Primo è necessario che le conoscenze siano presenti, le vere conoscenze tecnico-universali, per poter produrre la merce interessata, per una ben determinata epoca, nello stato migliore possibile e in modo razionale, cioè con l’impiego della minima forza di lavoro e senza nuocere all’uomo. E secondo è necessario che non siano impiegate più persone nell’intero processo di produzione di quante persone debbano essere impiegate, così che proprio questa una merce, secondo i suoi costi di produzione e così via, riceva quell’uno ben determinato prezzo, il prezzo univocamente determinato. Se sono impiegate troppe persone in quella direzione che conduce a una ben determinata specie di merce, allora la merce riceve un prezzo troppo basso; se sono impiegate troppo poche persone, allora la merce riceve un prezzo troppo elevato; e quindi è necessario che si comprenda chiaramente nella vita economica quanti uomini in un ben determinato ambito della produzione di merci devono essere impiegati.
Questa conoscenza del numero di persone impiegate che lavorano per la produzione di una ben determinata e per il consumo pensata specie di merce, questa conoscenza è necessaria per giungere al punto culminante della vita economica, al problema dei prezzi. Questo accade perciò che si lavora positivamente, che si negozia nella vita economica con le persone come devono essere collocate nei loro posti. Questo naturalmente non deve essere compreso pedantescamente e non deve essere compreso burocraticamente. Noterete che la completa, anche economica libertà è proprio garantita all’uomo attraverso quello che vogliono i «Punti nodali della questione sociale». Qui non si tratta di un leninismo burocratico o meccanicistico o di un trotskismo, bensì qui si tratta di un associarsi, attraverso il quale da un lato appunto la vita industriale è colta nel modo giusto, e attraverso il quale d’altro lato la libertà dell’uomo è pienamente conservata. Vedete dunque a che cosa alla fine accade tutto. Come allora il denaro si inserisce: lo vedremo ancora dopodomani.
A che cosa alla fine accade dapprima, è — nonostante il denaro vi si intrometta — il valore reciproco della merce, cioè il valore reciproco dei prodotti del lavoro umano. Su quello accade, e le associazioni devono operare, di trarre fuori questo valore attraverso quello che compiono nella vita economica, attraverso le loro negoziazioni, attraverso i loro reciproci contratti e così via. Sì, come avvengono dunque tali negoziazioni che hanno a che fare con il valore reciproco delle merci? Giammai attraverso un’organizzazione dell’uguale, attraverso una corporazione dell’uguale, bensì questo accade solamente attraverso le associazioni. Come dovrebbe dunque emergere quale rapporto il prezzo dello stivale deve avere verso il prezzo del cappello, se non permettete sulla via associativa ai cappellai con gli stivalai di lavorare insieme, se non avviene un’associazione, se non si formano le associazioni? Le associazioni all’interno di un ramo non ce ne sono, perché quelle non sono associazioni, bensì le associazioni vanno da ramo a ramo, vanno soprattutto anche dai produttori ai consumatori. Le associazioni sono l’esatto opposto di quello che conduce al trust, al sindacato e simili. Vedremo allora ancora come certi legami tra gli imprenditori di una specie di merce sono necessari; quelli però hanno una funzione del tutto diversa. Quello che è la nascita — non dico la determinazione, bensì la nascita del prezzo giusto — questo può solo attraverso una vita associativa svilupparsi, che va da ramo a ramo; quando le associazioni collaborano con le loro esperienze, allora soltanto dalle esperienze può essere determinato il prezzo giusto.
Non sarà più complicato che, per esempio, la vita nei nostri stati di polizia o nelle nostre democrazie; sarà al contrario — nonostante vada da ramo a ramo — si assesterà molto più semplicemente.
Ora ci si deve rendere conto che la vita la pensa propriamente diversamente, se mi posso esprimere così, di come pensano gli astrattologi, anche se sono praticanti. Questi astrattologi penseranno soprattutto: dunque, accade tutto o sulle associazioni dei produttori tra loro o sulle associazioni dei produttori con i consumatori. — Sì, ma, miei molto stimati presenti, questo è propriamente solo una questione di tempo. Pensatevi dunque solo una volta (si disegna sulla lavagna), se voi associate il ramo dei produttori A con una qualche somma di consumatori B, questa con il ramo dei produttori C e questo di nuovo in qualche modo con una somma di consumatori D — bene, allora emerge un’associazione.
Ma emerge così perché si è guardato dapprima solo ai produttori o solo ai consumatori; però il consumatore è propriamente un produttore per un altro articolo, se non è proprio un rentista o un fannullone. Non accade affatto che voi andiate dopo categorie astratte; se pensate la cosa più universalmente e da tutti i legami fate associazioni, così avete anche i consumatori dentro i legami. Ma come le cose stanno oggi praticamente, così non si può affatto cominciare con i produttori tra loro, allora sorgerebbero appunto solo trust o cartelli, che hanno soltanto interessi degli imprenditori, non voglio nemmeno dire solo, bensì persino solo possono avere. Oggi si tratta di formare queste associazioni soprattutto secondo il modello che una volta ho chiamato un modello del tutto primitivo. Una volta volevamo noi stessi creare un legame di consumo per il pane nella Società Antroposofica e associarlo con un panettiere, così che emergesse un rapporto tra tutto quello che in una certa relazione potevano pagare gli antroposofi, mentre allo stesso tempo producevano qualcosa di diverso; e per il controvalore di quello che producevano, ricevevano quello che il panettiere interessato produceva. Dunque, accadde veramente che si agisse sul reciproco commercio per influenzare il prezzo. Questo sarà l’essenza di queste associazioni, che gradualmente, quando veramente funzionano correttamente, tendono verso il prezzo economicamente giustificato.
Se voi pensate così qualcosa correttamente, allora vedrete che questo non contraddice affatto all’esperienza pratica, per quanto si possa farla ancora nel presente mercato economico perverso. Poiché, prendete l’economia più semplice: colui che sa economizzare nell’economia più semplice, in quello infine accade che si tratti di trovare i prezzi giusti, e sviluppa appunto dalle sue condizioni i prezzi giusti. Determina dai due componenti concreti insieme i prezzi giusti: primo da quello che volentieri avrebbe per i suoi prodotti, e secondo da quello che riceve; cioè, egli entra già, per quanto indeterminato, in un’associazione con i consumatori. Quella è sempre lì, anche se non è esteriormente conclusa. Ma la nostra vita è diventata così complicata che dobbiamo portare queste cose alla piena consapevolezza e all’esteriore attuazione. Se non vi pensate dentro queste cose, allora esce sempre qualcosa di utopico. Sarebbe però soprattutto necessario che fossero raccolte le esperienze che soprattutto riguardano la produzione e il consumo. E avremmo bisogno, nei circoli che con noi collaborano, soprattutto di praticanti che potessero come saldare insieme le esperienze della vita a una scienza dell’esperienza riguardante la vita economica, così che — e questo potrebbe del tutto essere — all’origine si procedesse dall’esperienza.
Ma oggi, miei molto stimati presenti, potete leggere presso gli economisti nazionali pressappoco nel seguente stile: là viene calcolato per un territorio, diciamo per la Germania, quanto dal patrimonio totale, o diciamo, dai ricavi totali annuali che si realizzano in questo territorio, i guadagni degli imprenditori costituiscono, quanto i valori costituiscono che devono essere utilizzati per il commercio intermedio nel senso più lato, e si calcola questo in denaro, in marchi. E coloro che come economisti nazionali parlano di queste cose, di regola riducono tutto al rapporto di denaro astratto. Ma attraverso questo non si riceve alcuna intuizione nel corso reale delle situazioni economiche. Un’intuizione si riceverebbe solo se si udisse da coloro che stanno nella vita economica come si lavora nel commercio intermedio. Lì si dovrebbe ad esempio essere descritti come proprio nel commercio intermedio sottoesistenze in stato di fallimento trovano rifugio. E si sperimenterebbe ad esempio anche il fatto interessante che in un territorio economico chiuso si appropriano circa altrettanti profitti di impresa quante sono le scorte di merci non necessarie portate al mercato. Curiosamente accade che il numero che per un territorio è dato come la somma dei profitti di impresa corrisponde circa al prezzo fisso al mercato di quelle merci che non necessariamente stanno disponibili al mercato, che non vengono vendute. Vedete un legame lì che si può osservare, si può osservare insieme, che però diventerebbe interessante soltanto quando i praticanti, che effettivamente nel fondo non capiscono della vera pratica, quando questi praticanti venissero e vi mostrassero come le cose realmente con loro decorrono, così che emerga proprio come stanno i legami tra quello che al mercato è stato lavorato e non venduto e il profitto di impresa che ora proviene da un lavoro eccessivo, il profitto di capitale puro intendo.
È del tutto naturale che persone che non hanno alcuna idea di come stanno tali legami nella vita economica, oggi anche non siano in grado di parlare della vera composizione delle associazioni. Poiché che cosa hanno per compito queste associazioni? Hanno il compito di utilizzare proprio quelle conoscenze che ancora mancano, affinché zittisce giunga al prezzo economicamente giustificato. Quando l’associazione e l’associazione scambiano le loro esperienze, quando queste esperienze invece che si conti, vengano scambiate vivamente, così alla fine il problema dei prezzi semplicemente praticamente si risolve. Non c’è alcuna teoria per risolvere il problema dei prezzi. Non lo si può formulare, bensì si può soltanto quando si procede da una qualche merce e veramente nella vita si vive quale merce viene scambiata con questa merce, si può soltanto allora praticamente determinare quanto questa merce deve costare, ma praticamente con quasi completa esattezza. Questo non si può fare con i numeri, questo deve essere fatto dal fatto che un gruppo di persone che ha esperienze con un ramo, un altro gruppo che ha fatto esperienze con un altro ramo, un terzo con un terzo ramo e così via, che questi gruppi lasciano confluire le loro esperienze. La cosa non è complicata come forse oggi ve la rappresentate; e potete stare del tutto sicuri, tanti uomini come certi stati hanno avuto bisogno per il loro militarismo e per il loro sistema di polizia, tanti uomini non avranno bisogno per collocare veramente le associazioni in questo modo che possono risolvere il problema dei prezzi. E questo è il più importante nella vita economica. Allora ciascuno in un certo senso ha un normativo; vede dal prezzo quanto è necessario lavorare. Non è affatto necessario pensare a come si portano gli uomini al lavoro, poiché egli vede da ciò che è determinante del prezzo quanto deve lavorare; si potrà conformarsi a questo, e potrà negoziare su un fondamento del tutto diverso riguardo la misura del suo lavoro, riguardo il tempo del suo lavoro e così via, con gli altri uomini, su reciprocità.
Vorrei oggi ancora solo dire questo: che cos’è dunque l’essenziale nella vita economica? Il prezzo della merce. Procedete dalla vita economica nel senso dei «Punti nodali della questione sociale», allora trovate anche quello che nella vita dello stato è il più importante — ma certamente dobbiamo pensare a una vita dello stato vivente. Nella vita dello stato il più importante è il diritto e il dovere che si stabiliscono reciprocamente gli uomini attraverso la convivenza democratica. Su questo dovete pensare: come nella vita economica vengono raccolte le esperienze attraverso l’attività delle associazioni per giungere infine al prezzo della merce che domina la vita economica; dovete pensare come tutto quello che non tende a questa determinazione del prezzo deve essere tolto via dalla vita economica. Stato democratico nella vita dello stato o, se si tratta della vita dello spirito, il libero inserimento del membro spirituale nell’organismo sociale; nella vita dello spirito è la fiducia che costituisce, nella vita dello stato il senso affettivo per diritti e doveri. L’associativo lavora verso il prezzo giusto. La vita economica ha bisogno della fiducia come forza della vita dello spirito, ha bisogno del sentimento per diritto e dovere. Con questo ritmo di diritto e dovere, abbiamo un doppio, come nella vita umana abbiamo espirazione e ispirazione. Questo è quello che deve pulsare nella vita dello stato, e la fiducia è quello che deve pulsare nella vita dello spirito.
Nelle domande — come ho detto, ho preso oggi solo l’impressione generale dalle varie domande — , c’è ad esempio qualcosa che riguarda tale impressione generale: è la domanda di come la vita dello spirito propriamente debba agire sugli altri due membri dell’organismo sociale, come debba essere costituita in se stessa. Ma su questo parleremo ancora dopodomani. Lasciate solo passare attraverso le vostre anime — in modo sentimentale e senza pregiudizi, non influenzati da quello che già c’è e continuamente viene portato da parte dello stato dentro la vita dello spirito — , lasciate passare attraverso le vostre anime quello che è la vita dello spirito che sta da sé. Ora, miei molto stimati presenti, penso che voi potrete comprendermi qui propriamente bene tutti: Quando la vita dello spirito è prima libera, allora nella vita dello spirito la capacità agirà dapprima e soprattutto riconosciuta, sostenuta dalla fiducia; questa capacità agirà, e agirà nella misura in cui questa vita dello spirito è emancipata dallo stato. E presso tutti quei «codini», che non volevano sapere nulla del nostro Consiglio Culturale, si poteva notare bene — l’ho già accennato da un altro lato — : Se dovesse dipendere dalla capacità portata dalla fiducia, non dalla capacità bollata dallo stato, allora molto presto non sederebbero più sui loro seggi curuli. Questo è quello che da tutte le parti ha fatto svanire così velocemente la gente di fronte al nostro appello del Consiglio Culturale, che ancora — parlato per immagine — le code del frac e del vestito volano, volano lontano nel vento dalla velocità con la quale hanno battuto in ritirata quando li abbiamo invitati a una vita dello spirito libera.
Ora, volevo oggi, miei molto stimati presenti, parlare propriamente preliminarmente di alcune cose che possono condurci a, in riferimento alle domande poste, su singole cose. Voglio soprattutto, perché vedo che c’è un bisogno pressante, su specifiche questioni riguardanti la strutturazione dei singoli membri dell’organismo sociale e sulla loro collaborazione. Ma voglio essere compreso, e per questo voglio propriamente studiare e elaborare le domande correttamente per il prossimo martedì. Ma questo lo vedrete sia dallo studio dei «Punti nodali della questione sociale» sia da tutto il resto che ho detto in riferimento a questa direzione della nostra attività di scienza dello spirito: che veramente non si tratta di qualcosa di utopico. Questo mi dà però forse anche in un certo senso il diritto di dire che non si dovrebbe tradurre quello che è voluto con i «Punti nodali della questione sociale» nell’utopico. Sento questo utopico da molte frasi che mi vengono mosse, per esempio quando uno viene e chiede: Se avremo la triarticolazione dell’organismo sociale, come sarà allora con questo e quest’altro? — Così pensa appunto l’utopista. Ma il praticante pensa soprattutto che qualcosa di positivo sia istituito. Non accade affatto su come dovrà essere con il banchiere A, con la modista B, con la proprietaria della macchina da cucire C — tutte queste domande vengono sollevate — , bensì accade su qualcosa di essenzialmente diverso. Accade sul fatto che si intraprendano cose che giacciono nella direzione di uno dei tre impulsi per la triarticolazione dell’organismo sociale.
Accade sul fatto che in qualche modo si inizi con le associazioni. Deve essere mostrato come né le cooperative di produzione né le cooperative di consumo possono agire in modo prospero per il futuro. Deve essere smesso dalle cooperative di produzione perché queste proprio nell’esperienza hanno mostrato che gli uomini con vera iniziativa personale non si dedicano a loro, non lo possono nemmeno fare. Deve essere smesso però anche dalle cooperative di consumo, sebbene le migliori siano ancora le migliori, specialmente quando passano all’auto-produzione; ma non possono tuttavia raggiungere lo scopo necessario per il futuro dal semplice motivo che non emergono attraverso l’associazione di quello che c’è, bensì perché stanno di nuovo dentro il capitalismo ordinario tutto — almeno da un angolo, per quanto inizialmente solo unilateralmente organizzano il consumo e propriamente solo incorporano la produzione all’organizzazione del consumo, se lo fanno affatto. Ancora meno per un vero progresso testimoniano tali cooperative come ad esempio la cooperativa di materie prime e così via; tali cooperative non hanno affatto senso per una vita associativa, bensì corrono propriamente solo verso questo: che si fa qualcosa in un ambito parziale della vita economica, in un angolo qualsiasi, mentre proprio la questione delle materie prime è strettamente connessa alla questione del consumo. Si potrebbe dire, ma questo è parlato per immagine: l’interesse più grande all’interno di tutta la vita economica per i lavori della preparazione della materia prima del tabacco in aree di tabacco dovrebbero propriamente avere i fumatori. Ora vorrei una volta sapere come oggi nella nostra economia decadente, perversa è connesso l’interesse che il fumatore ha alla questione delle materie prime, all’economia delle materie prime, al prodotto che infine nella sua aria evapora; egli conta solo sulla periferia più esterna. Ho scelto solo un esempio che già agisce un po’ comicamente perché è così lontano; con altri esempi il legame è molto più da notare. Il legame associativo necessario proprio tra l’approvvigionamento di materie prime e il consumo, questo non è neanche notato oggi.
È così che questo pensare staccato dalla realtà sempre traduce quello che è pensato praticamente nei «Punti nodali» in qualcosa di teorico. E ho trovato la maggior parte di teoria, la maggior parte di semplice misticismo commerciale, se mi devo servire dell’espressione, quando gli odierni praticanti traducono quello che è pensato praticamente dei «Punti nodali» nella loro lingua, poiché pensano di regola solo da un angoletto piccolissimo; e tutto quello che sta fuori, fuori da questo angolo che dominano come routiniers, per loro si dilegua in un misticismo commerciale nebuloso. Ma questo è appunto contro il principio associativo. Il principio associativo deve lavorare verso questo: che il valore delle merci sia determinato dal loro reciproco rapporto. Ma questo può avvenire solo allora quando si associano vari rami, poiché tanti rami in una connessione associativa diretta o indiretta stanno, altrettanti rami tendono verso questo di ottenere attraverso la loro attività il prezzo conforme all’economia delle merci, che è necessario. Non potete calcolare il prezzo, ma potete unire associativamente rami economici, e quando questi si uniscono così che in questo unirsi emerga la quantità di persone che devono essere impiegate in ogni singolo ramo secondo l’economia generale, secondo produzione e consumo, allora emerge da sé: tu mi dai i tuoi stivali per così e così molti cappelli che ti do io. — Il denaro è allora solo il mediatore. Ma dietro quello che è mediato dal denaro sta — anche se ancora molta quantità di denaro si intromette come prodotto intermedio —, sta però come lo stivale determina il valore del cappello, come il valore del pane determina il valore del burro e così via. Ma questo emerge solo perché ramo a ramo si sfrega nel vivere associativo. Credere che si possano fondare associazioni soltanto tra produttori di un ramo — quello non si associa. Quello che questo significa, vedremo ancora la prossima volta, dopodomani. L’associazione è l’unione, l’unirsi, così che questo unirsi genera quell’esponente comune che poi si esprime nel prezzo. Questo è il vivente dispiegamento della vita economica, e solo così questa vita economica giunge a una corretta soddisfazione dei bisogni umani. Questo può avvenire solo quando gli uomini si immergono con pieno interesse nella vita economica, non chiedono soltanto: quali sono gli interessi del mio ramo? Cosa acquisisco nel mio ramo? Come occupo gli uomini del mio ramo? — Questo può avvenire solo quando gli uomini si curano: come deve stare il mio ramo agli altri rami così che i reciproci valori delle merci siano determinati nel modo giusto?
Vedete, miei molto stimati presenti, soprattutto non è una frase quando dico che si tratta di un cambiamento del modo di pensare. Chi oggi crede che possa andare avanti con il prosperare nella vecchia modalità di pensare, questi porta gli uomini solo ulteriormente nella decadenza. Dobbiamo oggi credere che soprattutto nella vita economica abbiamo veramente bisogno di un apprendimento diverso.
Di questo dunque dopodomani. SECONDO SERATA DI DOMANDE in occasione del primo corso universitario antroposofico Dornach, 12 ottobre 1920
Domande sulla vita economica II
Roman Boos: È necessario comunicare che alla conferenza odierna seguirà una discussione, e inoltre sarà necessario, dopo questa conferenza, avere ancora una riunione nel circolo più ristretto per discutere di questioni economiche concrete.
Rudolf Steiner: Miei cari signori presenti! È già stato detto l’altro ieri che queste due conferenze o riunioni, domenica e oggi, avvengono essenzialmente su richiesta di determinati circoli e che si tratterà essenzialmente di dire alcune cose in risposta a determinate domande e desideri che sono stati espressi. Pertanto oggi, dopo aver indicato l’altro ieri alcuni preliminari, affronterò in modo del tutto concreto le domande e i desideri che sono stati presentati. Si tratta innanzitutto di questo: il problema della natura associativa nella vita economica sembra causare mal di testa a molte persone. Vorrei dire innanzitutto qualcosa al riguardo in generale.
Vedete, miei cari signori presenti, quando si pensa in modo pratico, si tratta sempre di considerare le circostanze più immediate e di prendere il punto di partenza della propria azione da queste circostanze più immediate. Basta riflettere su quanto sia effettivamente poco fruttuoso il fatto che, di fronte alle situazioni che stiamo affrontando oggi, vi sforziate di elaborare tutte le belle immagini teoriche su questa e quella associazione e su tutto ciò che dovrebbe e non dovrebbe accadere in tali associazioni. Si può, se si è discusso a lungo su tali questioni e si sono elaborate molte belle cose utopiche, andarsene a casa in tutta tranquillità e credere di aver fatto molto per risolvere la questione sociale; ma in realtà non si è fatto molto. Si tratta di intervenire realmente in primo luogo in ciò che è immediatamente presente. Siamo di fronte a circostanze concrete della vita economica, e dobbiamo chiederci: quali sono le cose più necessarie da fare? — E allora dobbiamo cercare di creare la possibilità di intervenire in queste questioni più importanti. Allora, con l’avanzamento — che deve essere davvero molto rapido per le circostanze, se non è troppo tardi —, l’avanzamento sarà molto migliore di quanto non sarebbe se elaborassimo le cose in modo utopistico o se ponessimo domande non meno utopiche. Certamente, dobbiamo comprendere fino a un certo grado le profondità da cui provengono i grandi danni del presente. E allora forse avremo più entusiasmo per ciò che è più necessario nel momento presente, che non attraverso tutte le frasi utopiche. E qui posso immediatamente collegarmi a una delle domande che, tra l’altro, ricorre ripetutamente fra le 39 domande — è la domanda:
Come è possibile portare l’impulso di ciò che chiamiamo triarticolazione non soltanto nella popolazione rurale, ma come è possibile pensare specificamente all’agricoltura come tale nel senso della triarticolazione dell’organismo sociale?
Bene, nessuno riuscirà a comprendere questo pensiero se non coglie la differenza radicale nell’intero modo di produzione, in tutti i nessi economici tra l’agricoltura e l’industria manifatturiera. È necessario comprendere ciò, per la ragione che, prima che la catastrofe della guerra mondiale scoppiasse, eravamo immersi in un pensiero completamente materialistico e capitalistico — era per così dire un pensiero e un agire capitalistici internazionali — e perché proprio un progresso nella direzione determinata dal capitalismo, e che il capitalismo continuerà a perseguire, porterà necessariamente a una sempre maggiore divergenza tra l’impresa agricola e l’impresa industriale. L’agricoltura, per la sua natura stessa, è resa impossibile dal fatto che essa è, di impossessarsi completamente dell’ordine economico capitalistico. Non mi fraintendete: non affermo con ciò che l’agricoltura, se il pensiero capitalistico divenisse generale, non adotterebbe anche essa il pensiero capitalistico; abbiamo visto infatti in quale alto grado l’agricoltura ha adottato il pensiero e l’agire capitalistici. Ma per sua natura verrebbe distrutta, e non potrebbe più intervenire in modo appropriato nell’intera attività economica. Ciò che nella vita economica è eminentemente adatto non solo a svilupparsi in modo capitalistico, ma che tende addirittura a condurre al super-capitalismo — permettetemi di usare questa parola; nel presente già la capirete — cioè, ad assumere una completa indifferenza verso il modo di lavorare, anzi verso il prodotto stesso del lavoro, e per il quale conta solo l’acquisizione di qualcosa: questo è l’industria; l’industria porta in sé forze di azione completamente diverse dall’agricoltura. Solo colui che ha osservato per un certo tempo come nell’agricoltura sia completamente impossibile passare al grande impianto capitalistico come accade nell’industria, comprende questo. Se l’agricoltura deve davvero intervenire appropriatamente nell’intera vita economica, allora — determinato semplicemente da ciò che deve accadere nell’agricoltura — è necessario un certo legame tra l’uomo e l’intera produzione, il modo della produzione, cioè tutto ciò che deve essere prodotto nell’agricoltura. E una grande parte di ciò con cui si deve produrre, richiede, se si vuole produrre in modo appropriato e razionale, l’interesse più intenso di coloro che sono occupati nell’agricoltura. Lì è completamente impossibile che all’interno dell’agricoltura stessa sorga qualcosa come quell’assurdità — che descrivo subito — quell’assurdità che, per esempio, veniva sempre opposta a me quando dovevo discutere con il proletariato negli ultimi decenni. Vedete, l’assurdità che intendo è la seguente.
Ho già raccontato molte volte: per anni sono stato insegnante in una scuola di formazione per operai. Questo mi ha messo in contatto con la gente del proletariato; ho avuto l’opportunità di discutere molto con loro e di conoscere bene tutte le forze che agiscono sulle loro anime. Ma certe cose, prodotte dall’intera evoluzione dei tempi moderni, vivevano semplicemente come un’assurdità proprio entro le aspirazioni proletarie. Supponiamo che i deputati dei proletari di regola abbiano rifiutato il bilancio militare. Ma nel momento in cui ai proletari è stato riportato nella discussione: sì, voi siete contro il bilancio militare, ma vi fate comunque assumere presso i fabbricanti di cannoni, o vi assumete come operai; voi fabbricate comunque con la stessa disposizione d’animo come altrove — non lo comprendevano, perché non aveva nulla a che fare con loro. La qualità di ciò che fabbricavano non aveva nulla a che fare con loro; interessava loro solo il livello salariale. E così nacque l’assurdità che da un lato fabbricavano cannoni, che non sciopperavano mai per la qualità di ciò che doveva essere prodotto, ma al massimo per il salario o per qualcos’altro, ma che dall’altra parte da una direzione astratta del partito comunque combattevano il bilancio militare. La lotta contro il bilancio militare avrebbe naturalmente dovuto — come altrimenti si ammettono le leggi del triangolo — portare necessariamente a non fabbricare cannoni. E se questo fosse stato realizzato all’inizio del secolo, molte cose che poi hanno avuto inizio dal 1914 in poi sarebbero state evitate. Lì avete, indipendentemente dal fatto che siano capitalisti o proletari quelli che partecipano a una qualche produzione, lì avete l’assoluta indifferenza nei confronti di ciò che è qualitativo in ciò con cui si lavora; ma da questo dipende l’intera configurazione dell’industria.
Non è così nell’agricoltura; non funzionerebbe nell’agricoltura se l’indifferenza verso ciò per cui si lavora entrasse in questo modo. E laddove questa indifferenza è entrata, dove l’agricoltura, per così dire, è stata contagiata dal modo di pensare industriale, là si atrofizza. Si atrofizza nel modo in cui essa si posiziona gradualmente in modo errato nell’intera attività economica.
Che cosa accade allora propriamente? Che cosa accade allora propriamente è questo: mentre da un lato sta l’agricoltura, dall’altro sta l’industria, e mentre l’agricoltura per sua natura si oppone continuamente alla capitalizzazione, l’industria al contrario tende verso il super-capitalismo, avviene un falsamento completo, un falsamento reale della cellula primitiva economica. Ma poiché i prodotti devono comunque essere scambiati — perché certamente gli operai industriali devono mangiare e gli operai agricoli devono vestirsi o devono comunque essere consumatori dell’industria — poiché dunque i prodotti devono essere scambiati, nasce radicalmente nello scambio dei prodotti agricoli e dei prodotti industriali un falsamento. Questa cellula primitiva economica consiste semplicemente nel fatto che in una vita economica sana ogni persona deve ricevere per un prodotto da essa realizzato tanta ricchezza — se si considera tutto il resto che essa deve ricevere, che sono per così dire le sue spese e così via — tanta ricchezza quanta le è necessaria per la soddisfazione dei suoi bisogni fino alla realizzazione di un prodotto uguale. L’ho spesso indicato dicendo in modo banale: un paio di stivali deve avere tanta ricchezza quanto tutti gli altri prodotti — siano essi prodotti fisici o spirituali — di cui il calzolaio ha bisogno, che di cui ha effettivamente bisogno, fino a quando avrà realizzato un nuovo paio di stivali. Una vita economica che non determina il prezzo degli stivali attraverso alcuna operazione di calcolo, ma che tende a che questo prezzo emerga da sé, una tale vita economica è sana. E allora, quando la vita economica attraverso le sue associazioni, attraverso le sue unioni, come le ho caratterizzate l’altro ieri, è davvero sana, allora il denaro può inserirsi in mezzo, allora non hanno bisogno di altri mezzi di scambio, allora ovviamente il denaro può inserirsi, perché il denaro diviene allora il vero rappresentante tra i singoli prodotti. Ma mentre nei tempi moderni da un lato l’agricoltura attraverso la sua essenza interiore si opponeva sempre di più alla capitalizzazione — fu capitalizzata, ma si oppose, e questo era appunto ciò che la corrompeva — e dall’altro lato l’industria si spingeva verso il super-capitalismo, non fu mai possibile che un qualche prodotto dell’agricoltura si configurasse nella sua posizione di prezzo in modo tale da corrispondere a un prodotto industriale nel modo in cui ho appena caratterizzato la cellula primitiva economica. Invece, si rivelò sempre di più che il prodotto industriale aveva una posizione di prezzo diversa da quella che avrebbe dovuto avere. Attraverso questa posizione di prezzo del prodotto industriale, il denaro, che ora ricevette un’autonomia, divenne troppo economico, per cui l’intera relazione fu disturbata tra ciò che doveva arrivare dall’agricoltura all’operaio industriale e di nuovo dall’operaio industriale indietro verso l’agricoltura.
Per questo motivo, la prima cosa è che ci si impegni per creare associazioni che si formino propriamente dall’agricoltura con i vari rami dell’industria. Certamente, questo è il primo, io direi il principio più astratto, che le associazioni consistano nella combinazione reciproca dei diversi rami. Queste associazioni, però, agiranno nel modo più favorevole quando si formano tra l’agricoltura e l’industria, e cosicché, attraverso il fatto che tali associazioni si realizzano,, ci si impegni verso una posizione di prezzo appropriata. Ora, nelle associazioni, che naturalmente dovrebbero prima essere create, non si può fare molto — questo emergerebbe subito. Se si potessero creare associazioni in modo tale che le imprese industriali fossero unite alle imprese agricole, e se la cosa fosse gestita in modo sensato cosicché potessero fornire l’una all’altra, allora emergerebbe subito qualcosa — tra poco indicherò le condizioni sotto le quali questo può accadere; naturalmente si può fare qualcosa subito.
Ma che cosa è necessario prima? Sì, miei cari signori presenti, prima è necessario che si sia in grado di fondare davvero una cosa simile in modo ragionevole e sensato. Prendiamo un esempio concreto. A Stoccarda è stata fondata «Il Giorno Che Viene». Il Giorno Che Viene procede ovviamente per la sua idea da ciò che dovrebbe essere dato dai principi, dagli impulsi della triarticolazione. Esso avrebbe dunque — così come il «Futuro» qui — avrebbe in primo luogo il compito di realizzare il principio associativo tra l’agricoltura e l’industria, cioè realizzarlo al punto in cui attraverso l’associazione dei reciproci acquirenti davvero la posizione di prezzo sia influenzata, per il fatto che coloro che sono consumatori in un ambito diventano produttori in un altro. In questo modo, in un tempo relativamente breve, si potrebbe fare molto nel creare un vero prezzo appropriato. Ma prendete Il Giorno Che Viene a Stoccarda: è completamente impossibile agire ora in modo ragionevole per la semplice ragione che non potete acquisire in modo indipendente tutti i beni, perché ovunque vi scontrate con la corrotta legislazione statale odierna. In nessun luogo si è in grado di realizzare ciò che è economicamente necessario, perché ovunque l’impulso dello Stato è contro di esso. Per questo motivo, la prima cosa è che si comprenda che devono sorgere innanzitutto forti associazioni, che siano popolari il più possibile, e che nei circoli più ampi possano impedire efficacemente l’intervento dello Stato in tutti i settori della vita economica. Prima di tutto, ogni azione economica deve poter procedere solo da considerazioni puramente economiche.
Ora il pensiero dello Stato è così radicato nella nostra attuale umanità che le persone non si accorgono nemmeno di come, fondamentalmente, tendono ovunque verso lo Stato. L’ho ripetutamente caratterizzato per decenni dicendo: il più grande desiderio dell’uomo moderno consiste propriamente nel passare per il mondo cosicché abbia un soldato poliziotto su un lato e un medico dall’altro lato. — Questo è propriamente l’ideale dell’uomo moderno, che lo Stato glieli fornisca entrambi. Stare in piedi sulle proprie gambe, questo non è l’ideale dell’uomo moderno. Ma questo è prima di tutto necessario: dobbiamo poter fare a meno del soldato poliziotto e del medico che ci sono forniti dallo Stato. E finché non accogliamo questa disposizione in noi, non avanziamo di un passo.
Ora però tutte quelle istituzioni sono presenti che, prima di tutto, non ci permettono di raggiungere le persone che entrano in considerazione per una tale formazione di associazioni. Prendete uno degli ultimi grandi prodotti del capitalismo, prendete ciò da cui hanno avuto origine prima di tutto i più forti ostacoli per il nostro movimento per la triarticolazione — oltre all’apatia e alla corruzione della grande borghesia — : questo è il movimento sindacale dei proletari. Questo movimento sindacale dei proletari, miei cari signori presenti, è l’ultimo prodotto determinante del capitalismo, perché là le persone si uniscono puramente dal principio, puramente dagli impulsi del capitalismo, anche se apparentemente è la lotta contro il capitalismo. Le persone si uniscono senza alcun riguardo per alcuna forma concreta della vita economica; si riuniscono per branche. Federazione degli operai metallurgici, federazione dei tipografi e così via, unicamente per realizzare accordi tariffari e lotte salariali. Che cosa fanno allora tali federazioni? Giocano lo Stato nel campo economico. Portano completamente il principio dello Stato nel campo economico. Proprio come le cooperative di produzione — le federazioni formate dai produttori fra loro — si oppongono al principio associativo, così si oppongono al principio associativo questi sindacati. E chi volesse davvero imparzialmente studiare lo sviluppo delle così sterili, così infruttuose, così corrotte rivoluzioni del presente, dovrebbe dare uno sguardo un po’ più profondo alla vita sindacale e al suo collegamento con il capitalismo. Non intendo con ciò soltanto gli atteggiamenti capitalistici che si sono già infiltrati nella vita sindacale, ma intendo l’intera crescita insieme del principio sindacale con il capitalismo.
Vedete, lì arrivo a ciò che in un certo senso è davvero necessario. L’altro ieri vi ho caratterizzato: le associazioni vanno di branca in branca, vanno dal consumatore al produttore. Attraverso ciò nascono già i collegamenti tra i singoli rami, perché è sempre colui che è consumatore di qualcosa che è allo stesso tempo anche produttore; questo si intreccia già insieme. Conta solo che si cominci con l’associarsi. Iniziare si può, come ho già menzionato l’altro ieri, innanzitutto certamente nel migliore dei modi riunendo consumatori e produttori nei più vari ambiti e iniziando poi, come abbiamo visto oggi, a formare associazioni prima di tutto con quello che è vicino all’agricoltura e che è industria pura. Non intendo con ciò un’industria che stessa ancora guadagna le sue materie prime, che è più vicina all’agricoltura di un’industria che è già un parassita completo e lavora solo con prodotti industriali e semi-lavorati e così via. Si può penetrare completamente nel pratico. Se si vuole e se si ha sufficiente iniziativa, si può già procedere alla formazione di queste associazioni. Ma prima di tutto abbiamo bisogno di comprendere che il principio associativo è il vero principio economico, perché il principio associativo lavora verso i prezzi ed è indipendente dall’esterno nella determinazione dei prezzi. Se le associazioni si estendono soltanto su un territorio sufficientemente grande e sui settori economici correlati, sui settori correlati a un qualche ramo economico, allora si può davvero realizzare molto. Vedete, ciò per cui la cosa rallenta è sempre solo il fatto che, quando si inizia oggi con la formazione di una vita associativa, si incontra subito nell’esterno il rifiuto delle persone verso la formazione associativa; si può osservarlo nei più vari settori. Ma le persone non notano su che cosa realmente si basano le cose. Per questo permettetemi di tornare ancora una volta a un esempio che abbiamo noi stessi praticato. È certamente un esempio dove si deve lavorare economicamente con i prodotti spirituali, ma in altri ambiti non ci è stato permesso di lavorare.
Ora, vedete, questa è la particolarità della nostra Casa editrice Filosofico-Antroposofica, che ho già menzionato, che lavora completamente in accordo con il principio associativo — almeno inizialmente, deve naturalmente collegarsi molto a monte con stamperie e così via e così arriva di nuovo in altri ambiti economici; per questo è difficile ottenere risultati conclusivi, ma può rappresentare un esempio esemplare. Tutto ciò che in essa è realizzato dovrebbe semplicemente estendersi oltre altri rami, il principio associativo dovrebbe semplicemente essere esteso ulteriormente. E qui si tratta innanzitutto di raccogliere gli interessati, così per esempio, se qualcuno si prendesse la briga e radunasse mille persone — voglio dare un numero specifico — che si dichiarassero disposte a comprare il pane da un determinato panettiere. Così nella Società Antroposofica si trovarono riunite — naturalmente non era fondata solamente per questo scopo, ma tutto ha anche il suo lato economico — così nella Società Antroposofica si trovarono riunite le persone che erano i consumatori di questi libri, e così non abbiamo mai dovuto produrre in concorrenza, ma producevamo solo quei libri di cui sapevamo esattamente che sarebbero stati venduti. Dunque non davamo lavoro inutile ai tipografi e ai produttori di carta e così via, ma davamo lavoro a tanti operai quanti erano necessari per la realizzazione della quantità di libri di cui sapevamo che sarebbero stati consumati. Così non venivano buttati inutilmente dei beni nel mercato. Attraverso ciò, entro i confini della produzione libraria e della vendita libraria, è stata davvero stabilita un’economicità razionale, perché il lavoro inutile è stato evitato. Ho già richiamato l’attenzione su questo: altrimenti si stampano edizioni, le si butta nel mercato, e poi ritornano di nuovo — si realizza tanta inutile produzione di carta, sono impiegati tanti inutili tipografi e così via. Che si realizzi tanta inutile lavoro, questo è ciò che rovina la nostra vita economica, perché manca il senso di lavorare razionalmente attraverso le associazioni, cosicché la produzione sappia davvero dove colloca i suoi prodotti.
Ora, sa bene, che cosa scompare allora? Dovete pensarci attraverso: quello che scompare è la concorrenza. Se si può determinare il prezzo in questo modo, se si può davvero determinare il prezzo attraverso il sentiero dell’unione dei rami, allora la concorrenza semplicemente cessa. È solo necessario supportare in un certo modo la cessazione della concorrenza. E si può supportarla attraverso il fatto che i diversi rami si uniscono in associazioni. Certamente, c’era già sempre una necessità che le persone dello stesso ramo si unissero; ma questa unione di persone dello stesso ramo perde effettivamente il suo valore economico, perché dal fatto che non si deve competere sul mercato libero, non è più necessario sottobidare i prezzi e cose simili. Allora le associazioni, che si fondano essenzialmente da ramo a ramo, saranno effettivamente attraversate da quelle unioni che potremmo chiamare di nuovo cooperative. Ma queste non devono più avere un significato propriamente economico, questi usciranno più dalla vita propriamente economica. Quando coloro che fabbricano un prodotto uguale si uniscono, sarà del tutto bene, ma sarà una buona opportunità, se lì si dispiegheranno più interessi spirituali, se principalmente le persone che lavorano da direzioni di pensiero comuni si conoscono, se hanno un certo collegamento morale. Colui che pensa in modo reale può vedere come rapidamente si potrebbe fare, che le federazioni dello stesso ramo fossero sollevate dalla preoccupazione per la determinazione dei prezzi, per il fatto che i prezzi fossero determinati unicamente dalle federazioni dei rami diversi. Attraverso ciò — per così dire, il morale entrerebbe nelle federazioni dello stesso genere di merce — si potrebbe creare il ponte migliore verso l’organizzazione spirituale dell’organismo sociale triarticolato. Tali unioni però, che sono sorte puramente dall’ordine economico capitalistico come i sindacati, devono prima di tutto scomparire il più rapidamente possibile.
Mi è stato chiesto di recente da una persona che ha a che fare con la vita economica, che cosa dovrebbe accadere ora, perché è davvero molto difficile pensare ancora a qualcosa, per agire in qualche modo favorevolmente sulla vita economica che sta precipitando così rapidamente. Ho detto: sì, se si continua così presso i relativi uffici statali, che ancora oggi sono determinanti per la vita economica — e oggi ancora di più sono determinanti — se si continua così, allora continuerà sicuramente a precipitare verso la rovina. — Perché che cosa sarebbe necessario oggi? Sarebbe necessario che coloro che dovrebbero gradualmente emergere dalla cittadinanza dello Stato per diventare portatori delle associazioni economiche, che si impegnassero meno nella direzione che si poteva notare per esempio nel Württemberg, dove c’era un ministero socialista. Sì, proprio nel periodo in cui eravamo particolarmente attivi, queste persone talvolta promettevano che sarebbero venute. Non sono venute. Perché? Sì, si facevano sempre scusare, perché avevano riunioni di gabinetto. Allora a queste persone si poteva solo sempre dire: se vi riunite, potete preparare dentro quello che volete; ma alla vita sociale non darete comunque un aiuto. — Anche i ministri e tutti coloro che occupavano le posizioni inferiori, dai ministri in giù, non avrebbero dovuto stare dentro i gabinetti, ma dovunque dovunque nelle assemblee popolari, per trovare le masse in questo modo e per lavorare tra di loro; coloro che avevano qualcosa da insegnare e da realizzare, dovevano essere ogni sera tra gli operai. Attraverso ciò si sarebbe potuto conquistare le persone, in modo che gradualmente, in modo ragionevole, i sindacati scomparissero. E devono scomparire, perché solo nel momento in cui i sindacati, che sono pure associazioni di operai, scompaiono, l’associazione potrà realizzarsi, ed è completamente indifferente se uno tende oggi nella direzione del sindacato o dell’associazione di impiegati o addirittura dell’associazione capitalistica di un determinato ramo — appartengono tutti insieme, appartengono alle associazioni. Questo è ciò che conta, che prima di tutto agiamo per l’eliminazione di ciò che strappa gli uomini l’uno dall’altro.
Vedete, questo è il più grande danno che abbiamo oggi. Non è affatto possibile oggi di inserire in alcun modo ciò che è ragionevole nella vita economica nel resto del mondo. Del Giorno Che Viene ho detto che a ogni passo si imbatte semplicemente nelle leggi dello Stato; non gli permettono di fare ciò che dovrebbe fare. E vedete, la Casa editrice Filosofico-Antroposofica, come ha potuto agire in modo ragionevole? Ha potuto agire in modo salutare per il fatto che non impiegava operai inutili, non impiegava tipografi inutili e così via, ha potuto agire per il fatto che — scusatemi se mi esprimo un po’ banalmente — alla sfilata a Stoccarda ha “girato il naso” a tutta l’organizzazione della banca libri del resto, a tutti questi tizi che giocano lo Stato, ha girato il naso a loro, non se ne importava di loro, se ne importava solo dell’associazione tra la produzione libraria e la consumazione di libri. Naturalmente non ci hanno pensato tutti coloro che con grande forza chiedevano continuamente che la Casa editrice Filosofico-Antroposofica fosse diversa. Certamente, oggi siamo di fronte a qualcosa di completamente diverso da quando si poteva lavorare così con la Casa editrice Filosofico-Antroposofica. Si deve agire più ampiamente. Ma non è possibile configurare la Casa editrice Filosofico-Antroposofica con la sua produzione e il suo prosperare direttamente in modo tale come si configura qualcosa che ancora una volta si inserisce nell’ordinaria, sciocca economia di mercato della fabbricazione di libri e della diffusione di libri; se si fonda un editore ordinario, non può essere altrimenti. Perché si tratta del fatto che prima le cose devono diventare diverse, non si può inserire in nessun modo ciò che è perseguito in modo ragionevole nella consuetudine economica ordinaria odierna.
Che cosa ci insegna tutto questo? Che è necessario che prima di tutto formiamo associazioni nella direzione che mirano a chiarire il più possibile al mondo che il lavoro inutile deve essere combattuto, che il rapporto tra consumatori e produttori deve essere stabilito in modo razionale. Nel momento in cui abbiamo bisogno di emergere da un cerchio chiuso nell’opinione pubblica, quella è la grande difficoltà. Per esempio: dovevamo — era una cosa ovvia — dovevamo fondare il nostro giornale «Triarticolazione dell’organismo sociale». Sì, che cosa potrebbe essere questo giornale se potesse stare sul terreno che funziona economicamente e viene distribuito come i libri della Casa editrice Filosofico-Antroposofica, cioè che non dovrebbe essere prodotto nulla di inutile! Per questo naturalmente appartiene il corrispondente numero di abbonati, solo la piccolezza del corrispondente numero di abbonati. Ma così come stanno ora le cose, noi tutti, che lavoriamo per il giornale della Triarticolazione, abbiamo realizzato un lavoro inutile, per esempio nella nostra produzione spirituale. La diffusione che il giornale ha oggi non è sufficiente per non considerare in alcun modo questo lavoro come sprecato. E così potrei mostrarvelo sui più vari settori.
Che cosa abbiamo dunque prima di tutto necessità? E qui arrivo a un’altra classe di domande, che si pone anche sempre di nuovo: Che cosa abbiamo dunque prima di tutto necessità? — Prima di tutto abbiamo bisogno che il movimento per la triarticolazione dell’organismo sociale stesso diventi forte e potente e che agisca e che prima di tutto giunga alla comprensione di ciò che è necessario. Vedete, miei cari signori presenti, è davvero condizionato dalle circostanze dei tempi e dalla natura interiore della cosa stessa, e non è un caso, non è una stranezza di me o di alcuni altri, che questo movimento per la triarticolazione sia cresciuto dalla Società Antroposofica. Se fosse cresciuto correttamente, potrei anche dire, se la Società Antroposofica fosse stata la cosa giusta da cui il movimento per la triarticolazione fosse cresciuto, allora oggi sarebbe già diventato qualcosa di diverso da ciò che è. Bene, ciò che non è accaduto può essere recuperato. Ma deve essere sottolineato che prima di tutto si deve riconoscere che proprio dai fondamenti antroposofici avrebbe potuto essere effettivamente emanato un impulso nella triarticolazione. Lì prima di tutto sarebbe stato necessario rendersi conto che per principi così penetranti — che sono pratici in un senso così eminente, come quelli descritti nei miei «Punti focali» — è necessario l’impegno umano, un vero impegno umano. Una tale cosa si sarebbe potuta imparare sul terreno del movimento antroposofico. Certamente, la gente l’ha presa male se, per esempio, solamente a un certo numero di persone preparate erano stati comunicati certi cicli, ma questo aveva le sue buone ragioni. E se non dicessimo continuamente da un’idiota vanità, uno può avere un ciclo, uno non può avere un ciclo e così via, se tutte queste cose non fossero confuse nella stupida vanità, ma se fossero capite interiormente, allora ci si troverebbe già sulla strada giusta. Allora però si sarebbe anche visto nel momento giusto quanta forza ha l’inchiostro di stampa e quanta non ha. Sarebbe bello se il giornale della Triarticolazione oggi, per amore di me, avesse i suoi 40.000 abbonati. Ma come potrebbe averli? Potrebbe averli solo se non venisse in suo aiuto ciò che è l’inchiostro di stampa, ma se venisse in suo aiuto l’impegno personale, il vero impegno personale per la causa secondo i requisiti della situazione. Ma questo è ciò che è stato compreso il meno di tutti.
Vedete, devo toccare un punto, ma oggi questi punti devono essere toccati, perché sono questioni vitali della triarticolazione; ho per esempio tenuto una conferenza davanti ai lavoratori delle fabbriche Daimler a Stoccarda. Ora, miei cari signori presenti, lì si trattava di parlare a un gruppo di persone ben preciso, che per così dire nel loro pensare sui rapporti sociali avevano ben precisi pensieri e ben preciso linguaggio. Questa conferenza è stata tenuta per questi operai e operai simili. Ora, si sarebbe dovuta presentare la necessità che si fosse visto, compreso e che fosse stato realizzato in modo tale da parlare alle persone a partire dalle circostanze. Invece, oggi le persone si sforzano di far sì che qualcosa che deve essere detto solo davanti a persone determinate in un modo determinato — naturalmente non affinché si dica una cosa a uno e un’altra a un altro, ma affinché le persone capiscano — venga il più rapidamente possibile stampato, affidato all’inchiostro di stampa. E poi questo stampato è affidato a completamente altri, che poi si arrabbiano, perché non lo capiscono. Questo è qualcosa che non si è potuto imparare dal movimento antroposofico, ma si è fatto il contrario. Si sarebbe dovuto imparare a riconoscere la situazione, ad agire dall’umano. Perciò si sarebbe dovuto trattare — e continuerà a trattarsi, se non deve andare indietro anziché avanti — che il più possibile molte persone si fossero trovate che si fossero impegnate nel fatto che il tempo è passato in cui si sostiene la propria opinione in generale, così come la si è formata secondo il proprio coscienza di classe, coscienza di ceto, coscienza universitaria o coscienza da insegnante di ginnasio o che sia, che si sostiene questa opinione, indipendentemente da quale pubblico si rivolge. Non è vero, si sostiene questa opinione, indipendentemente dal fatto che con il proprio discorso preparato pagina per pagina si sia invitati a un’assemblea di proletari e ora si mette il discorso su un podio il più alto possibile e lo si legge pagina per pagina o lo si recita, a seconda se lo si sa a memoria, o se si sia invitati a un’assemblea di pastori evangelici e vi si dica la stessa cosa. Attraverso ciò roviniamo la nostra vita sociale. Attraverso ciò non avanziamo. Non vogliamo imparare la lingua delle persone a cui parliamo. Ma è precisamente questo che conta, che impariamo la lingua delle persone a cui parliamo. E questo si sarebbe dovuto imparare nella Società Antroposofica, dove è sempre stato coltivato, dove si è davvero trattato di raggiungere proprio ciò che in quel momento poteva essere raggiunto.
A volte questo era così grottesco che non si poteva andare avanti in ciò che era stato raggiunto. Per esempio a me è una volta successo questo. Fui invitato a tenere una conferenza antroposofica in un circolo spiritista berlinese. Ora, naturalmente non ho parlato agli amici della spiritica, ma dell’antroposofia. Hanno ascoltato. Naturalmente hanno ascoltato a loro modo. Non ho parlato agli amici come avrei parlato ai ricercatori della natura, perché allora avrebbero capito poco, loro, gli spiritisti, che avevano grandi boccali di birra davanti a loro. Che cosa è successo allora? La conferenza è piaciuta agli amici — vi sto raccontando un fatto — così tanto che mi hanno eletto presidente in seguito. C’erano alcuni teosofi con me in quel momento, che erano presenti e che hanno preso una paura tremenda, perché io non potessi diventare il presidente del circolo spiritista. Che cosa dovrebbe accadere? mi hanno chiesto. Non ci andrò più, ho risposto. Così la presidenza si è dissolta da sé. Ma si poteva parlare anche a queste persone, e ne hanno avuto un qualche beneficio, anche se inizialmente solo poco.
Così si tratta di portare il reale dalle situazioni, se vogliamo conquistare oggi le persone per le questioni economiche, per il lavoro economico insieme. E così non avanziamo se queste cose non possono essere realizzate. Si deve guardare a tali questioni, come furono sollevate in un’assemblea più piccola ieri, dove un signore, che sta molto solidamente nel mezzo della vita economica, ha detto: sì, la triarticolazione è davvero in modo tale da mostrare l’unica via d’uscita dai disastri, ma deve essere portata alla comprensione. — Abbiamo bisogno, per portarla alla comprensione, prima di tutto della tecnica dell’agitazione personale. Possiamo e dobbiamo naturalmente anche avere giornali come il «Triarticolazione dell’organismo sociale», che il più rapidamente possibile deve essere trasformato in un quotidiano. Abbiamo bisogno di averlo, ma non significa nient’altro che di nuovo tanto lavoro inutile sprecato, se dietro non sta il vigore dell’azione personale — ma una tale azione personale consapevole, che davvero si osa dire, che in futuro si vuole qualcosa di diverso da un soldato poliziotto e un medico abilitato dallo stato, cosicché non si sia né derubati né ammalati. Si può provvedere che non si sia né derubati né ammalati anche in altri modi, che non in questo modo. Così si tratta prima di tutto del fatto che, proprio in una cosa come nello scioglimento dei sindacati, deve essere realizzato qualcosa per un collegamento dei dirigenti d’impresa e dei lavoratori manuali, perché, non è vero, i lavoratori manuali da un lato sono nei loro sindacati e dall’altro i dirigenti sono nelle loro associazioni, e parlano lingue diverse, non si capiscono. Non credete nemmeno quanto diversa sia la lingua. Posso darvi l’assicurazione che chiunque non studi onestamente la lingua del proletario evoca solo pregiudizi contro di sé, quando — per quanto radicali siano le sue frasi — come borghese oggi parla davanti a proletari. Al contrario, peggiora la cosa se non ha un desiderio onesto di entrare davvero nella condizione dell’anima, in ciò che è nella vera anima della popolazione proletaria odierna. Le frasi radicali non contano, ma lo stare dentro la causa conta.
E con ciò arrivo a un’altra sorta di domande. Per esempio mi viene chiesto:
Chi entra allora veramente in considerazione, se la triarticolazione dell’organismo sociale deve essere propagandata? I possidenti non possono entrare in considerazione, perché non hanno nessun’altra aspirazione che di conservare indisturbato il loro possesso.
Non pensano nemmeno di adottare altri pensieri di quelli attraverso i quali hanno acquisito il loro possesso. Inoltre dormono ancora attraverso tutti gli eventi importanti del presente, non sanno nulla di esso. Sanno al massimo che ora i Polacchi hanno ancora una volta il sopravvento; prima facevano i loro piani, quando i Russi avevano il sopravvento e così via. Che ciò che sta nascendo lì a Est non è sconfitto con una qualche vittoria polacca, di questo i cari borghesi dell’Europa occidentale e centrale non si accorgono. E se ciò che vive lì a Est non può essere combattuto da quegli impulsi che si trovano nella direzione della triarticolazione, allora passa ancora nella testa di un altro; se anche è sconfitto e ucciso in una forma, allora risorge di nuovo in un’altra forma nuova. Così la domanda è già in un certo senso giustamente posta; è corretto che i possidenti difficilmente entrano in considerazione, e il proletariato, i proletari non vogliono saperne neanche loro, come si è rivelato, inizialmente. Ma, miei cari signori presenti, non abbiamo nemmeno bisogno di sollevare questa domanda in questo modo, ma abbiamo solo bisogno di cercare di fare la cosa giusta nella direzione che ho appena indicato e di conoscere davvero ciò che è presente, di non passare assonnati dal presente. Che cosa sanno i borghesi di regola di ciò che accade nei sindacati? Non sanno nulla. Sì, l’apparizione più ordinaria del giorno odierno è questa: ci si passa accanto come borghese sulla strada a un operaio, e in realtà ci si passa accanto a lui cosicché non si ha alcuna idea del nesso in cui si sta con lui. Si tratta del fatto che abbiamo compiuto il nostro dovere nella direzione del progresso così come l’ho appena indicato — allora il sostanziale si trova da sé. E si tratta proprio del fatto che oggi, dove possiamo già sviluppare gli sforzi concreti, il principio associativo così come l’ho caratterizzato l’altro ieri, là dove solo possiamo, lo richiamiamo nella vita e che lì dove possiamo già oggi, facciamo tutto il possibile per sciogliere la vita sindacale e creare associazioni fra i dirigenti d’impresa e i lavoratori, gli impiegati. Se possiamo lavorare verso lo scioglimento della vita sindacale, allora possiamo fare molte altre cose. Soprattutto possiamo rafforzare da parte nostra ciò che la Lega per la Triarticolazione dell’organismo sociale è. Intendo naturalmente con «noi» indistintamente tutti coloro che sono seduti qui, non solamente i soci della Società Antroposofica — tra cui ce ne sono ancora oggi che dicono: un vero antroposofo deve restare lontano dalla vita politica, può occuparsi della vita politica solo se la sua professione lo richiede. Questo capita anche, tali egoisti ci sono, e si chiamano comunque antroposofi, che credono di sviluppare proprio una vita particolarmente esoterica, per il fatto che si siedono in modo settario con un piccolo numero di persone e soddisfano la loro lussuria di anima penetrando in tutta una mistica. (Applausi)
Miei cari signori presenti, questo non è nient’altro che amore disinteressato organizzato settariamente; è solo parlare di amore per l’uomo, mentre ciò che è proprio è scaturito dall’amore per l’uomo, cioè dal principio più interiore dell’azione antroposofica. Ciò che dovrebbe esprimersi nella Lega per la Triarticolazione è quello che conta, e capire queste cose oggi è infinitamente importante e più importante che covare tutte le questioni di dettaglio. Perché, miei cari signori presenti, tali questioni, che saranno questioni concrete, si poneranno dopodomani in un modo completamente diverso da quanto ci lasciamo immaginare, se domani abbiamo dato una mano a una qualche istituzione che davvero contribuisce in modo reale all’emancipazione della vita economica dalla vita statale; allora nascono solo allora i compiti.
Non abbiamo nemmeno bisogno di porre le domande a partire dalle concezioni odierne, per esempio, come le persone dell’organizzazione spirituale realizzeranno il trasferimento del capitale. Lasciate che accada qualcosa per l’emergere della triarticolazione, lasciate che accada qualcosa di vigoroso, allora vedrete quale significato avrà una tale cosa, come quella che oggi si può porre come una domanda. Oggi naturalmente, quando si considera l’organismo spirituale, cioè la somma delle scuole inferiori e superiori, e si pongono domande riguardanti il singolo, allora si pongono le domande riguardanti un’istituzione corrotta dallo stato. Dovete prima aspettare quale domande possono essere poste quando c’è l’emancipazione della vita spirituale. Allora le cose si riveleranno completamente diversamente da oggi. E così è anche nella vita economica. Le domande che lì sono necessarie a essere poste, si pongono solo prima. Perciò non è di gran frutto parlare oggi in generale di associazioni e così via, e non ne esce molto se ci si vuole fare un’idea di come un’associazione deve davvero unirsi a un’altra. Lasciate che nascano quelle associazioni economiche all’interno delle quali si deve lavorare senza aiuto dello stato, intendo anche nello spirituale senza aiuto dello stato, allora si pongono le domande giuste,
allora si deve lavorare sul proprio fondamento, allora si deve pensare economicamente perché le cose vadano avanti. E questo sarà d’importanza massima per il progresso economico.
Pensate solo a ciò che sarebbe venuto fuori, se queste cose fossero state comprese in un momento importante della nuova vita economica; nel momento in cui il sistema dei trasporti è cresciuto dal fatto che il sistema ferroviario cresceva sempre di più, lì gli uomini moderni si sono dichiarati economicamente impotenti, hanno consegnato il sistema ferroviario allo stato. Se il sistema ferroviario fosse stato amministrato dal corpo economico, sarebbe stato qualcosa di diverso da quello che è diventato sotto gli interessi dello stato, per il quale è passato in gran parte sotto i suoi interessi fiscali. Le cose più importanti per la vita economica sono state trascurate; non devono più essere trascurate; allora si pongono semplicemente le domande concrete. Gli uomini hanno disimparato a pensare economicamente, perché credevano che, se da qualche parte manca qualcosa nella vita economica, bene, allora si eleggono i deputati appropriati, i deputati lo portano al parlamento e i ministri fanno una legge — si possono sempre fare leggi, non si tratta mai di questo; ma si tratta di persone. Loro tuttavia reclameranno, se la cosa non sia loro tolta dallo stato — apparentemente naturalmente — solamente.
Da tali — io direi — sguardi al progresso rivolti all’indietro nasce anche tutto ciò che vive nella seguente domanda:
Se la vita spirituale diventa libera, non assumerà allora la chiesa cattolica una posizione particolarmente favorevole? Non è meglio se lo Stato la…
Finora si sono davvero uditi i danni più grandi dall’altra parte, dal favore della chiesa cattolica da parte dello stato. Brevemente, queste cose si presentano completamente diversamente, quando si sta davvero dentro quello che è realizzato attraverso l’organismo sociale triarticolato, al quale per il momento dobbiamo lavorare, affinché non facciamo il terzo passo prima del primo.
Ora sorgono anche tali domande, che sono molto interessanti naturalmente, perché sono ben vicine, ma, miei cari signori presenti, si presentano comunque diversamente in relazione all’impulso della triarticolazione di quanto si pensi. Così per esempio qualcuno chiede, come nell’organismo sociale triarticolato l’antroposofia procurerebbe il denaro per il Goetheanum, perché crede che non sarebbero disponibili capitali. Ora, miei cari signori presenti, sono completamente tranquillo al riguardo, perché nel momento in cui abbiamo una vita spirituale libera, le cose starebbero semplicemente completamente diversamente con l’antroposofia a causa della natura stessa di questa vita spirituale libera e possiamo rinunciare a quel principio di mendicità, a cui sfortunatamente siamo costretti oggi e a cui dobbiamo fare appello con tutta la severità. Ma all’interno di una vita spirituale davvero libera, cioè sana, non sarei assolutamente preoccupato per la costruzione di un Goetheanum.
Allo stesso modo non mi ha mai causato mal di testa una domanda, che sempre di nuovo emerge, cioè questa:
Se l’organismo sociale triarticolato fosse presente, ci sarebbero anche persone nell’organizzazione spirituale che decidono in modo opportuno, che questo è un artista geniale, i cui quadri devono essere diffusi e venduti?
Se l’organismo sociale triarticolato fosse presente — posso sempre dire solo, create prima qualcosa che lo porta in piedi. Ma la gente si immagina: se fosse lì — ci sono così tanti artisti, che sono secondo la loro opinione così terribilmente talentuosi, così terribilmente dotati, così spaventosamente geniali — non ci sarebbe allora il grande pericolo che il numero dei geni incompresi aumenti sempre di più? Come detto, questa cosa non mi ha mai causato mal di testa, perché la vita spirituale libera sarà la base migliore per portare questi talenti alla valorizzazione. E soprattutto, dovete solo considerare che nell’organismo sociale triarticolato non si realizza nessun lavoro inutile. Le persone non riflettono affatto su cosa otterremo di tempo libero, quando non si realizza più nessun lavoro inutile; rispetto a questo il tempo generosamente non occupato dei nostri rentier e dei nostri oziosi è una piccolezza; ma si estende per loro su tutta la vita. Ma per quello che fondamentalmente non può prosperare, se viene pagato, per questo si troverebbe proprio nell’organismo sociale triarticolato abbondante tempo per svilupparlo.
Potete prendere per quanto mi riguarda quello che dico ora come un’astrazione, ma posso solo dire: provate prima ad aiutare l’organismo sociale triarticolato a mettersi in piedi e vedrete allora che anche l’arte può svilupparsi in esso secondo le capacità degli uomini nel modo del tutto appropriato.
Ho dovuto, signore onorevoli, dividere le domande più secondo categorie, perché comunque non è possibile rispondere a tutte le 39 domande del tutto singolarmente. Alcuni argomenti interessano davvero la gente solo perché fondamentalmente non si possono immaginare che determinate cose appaiano completamente diverse, per esempio in una vita spirituale libera. Così si chiede anche se allora si debba lasciar prosperare del tutto liberamente la vita cinematografica con tutti i suoi scoppi immorali nell’organismo sociale triarticolato o se lo stato non debba intervenire, affinché la gente non veda film così immorali. Chi così chiede, non conosce una certa profonda legge sociale. Ogni volta che credete che potete combattere qualcosa, diciamo l’immoralità dei cinema, attraverso la forza statale, così non considerate che attraverso tale abolizione dei film immorali — purché effettivamente gli istinti della gente siano presenti di guardare tali pezzi — questi istinti su un’altra area, forse più dannosa, si deviano. E il grido per una legislazione contro l’arte immorale — e fossero anche film di cinema — esprime
nient’altro che l’impotenza della vita spirituale nel dominare queste cose. Nella vita spirituale libera la vita spirituale avrà un tale potere che le persone effettivamente non entreranno al cinema per convinzione. Allora naturalmente non sarà nemmeno necessario proibire statalmente film immorali, perché diventeranno agli occhi dei tizi troppo stupidi. Ma con quello che portiamo oggi nel mondo come scienza, naturalmente non coltiviamo questi istinti che scappano davanti ai cinema immorali.
Molte domande trovereste davvero risposte da sole, se vi impegnaste più dettagliatamente nella letteratura della triarticolazione dell’organismo sociale. Ho cercato almeno di estrarre le domande più importanti. Voglio ricordare solo ancora una, la ventottesima:
Non sarebbe possibile contribuire alla popolarizzazione sia dell’antroposofia che della triarticolazione dell’organismo sociale per il fatto che non usiamo espressioni che non vengono comprese nei circoli più ampi?
Non posso dire nient’altro se non: fatelo, per quanto potete, e vedrete che potete farlo in alto grado. Ma credo che dovete prendere più quello che oggi sta nella tendenza generale di una tale discussione, meno i dettagli; e questa tendenza va verso il fatto di richiamare l’attenzione sul fatto che appunto questo impulso di triarticolazione è del tutto pratico. E quindi non dovremmo chiacchierare e discutere, come sarà nel dettaglio con questo o quello nell’organismo sociale triarticolato, ma dovremmo prima di tutto intendere questa triarticolazione dell’organismo sociale e diffondere davvero la comprensione, portarla in tutto, perché abbiamo bisogno semplicemente di persone che abbiano comprensione per questo. E allora, quando abbiamo queste persone, allora abbiamo bisogno solo di evocarle per i dettagli. Ma prima le dobbiamo avere. Dobbiamo prima acquisire una diffusione sana — ma il più rapidamente possibile, altrimenti sarà troppo tardi.
Ora, questo è quello che devo dire da molto tempo, perché più di un anno fa ho cercato di redigere un appello «Al popolo tedesco e al mondo della cultura». È stato certamente compreso, come mostra il suo gran numero di sottoscrizioni. Ma coloro che lavorano per la sua realizzazione, rimangono un numero ristretto. L’«Appello» avrebbe dovuto diventare più noto, e i «Punti focali» avrebbero dovuto diventare notissimi, e appunto nel fare di uomo con uomo. Non si fa un movimento, come quello che dovremmo avere oggi, con il semplice invio di scritti, con il semplice invio di prospetti, di principi; la si fa in un modo completamente diverso. La Lega per la Triarticolazione dell’organismo sociale deve prendere vita in sé; deve prima di tutto essere un legame di uomini. È completamente indifferente se inviamo questo o quello, se si tratta del solo invio. Prima di tutto si deve stare attenti che all’interno della Lega per la Triarticolazione non irrompa alcun principio di burocratismo e simili. È necessario diffondere la nostra letteratura e i nostri giornali, ma deve allo stesso tempo essere operato umanamente. Si deve ridestare la comprensione per il fatto che arriviamo, il più presto possibile, a trasformare il giornale «Triarticolazione dell’organismo sociale» in un quotidiano. Ma soprattutto ciò che è necessario è questo, che si capisca che le nostre istituzioni devono prosperare.
Miei cari signori presenti, se le cose continueranno così, che continuiamo a stare nelle difficoltà in cui siamo oggi, dove in realtà non sappiamo come continuare la Waldorfschule, come fondare altre scuole simili e come portare a termine questo Goetheanum, se non avrà luogo quello che la gente ha davvero potuto portare a termine nella comprensione di tali cose da tutti i lati — allora naturalmente non continuerà. Comprensione abbiamo bisogno, ma non quella comprensione che vede solo l’idealismo, che ammira le idee e tiene ben ferma la mano in tasca, perché le idee sono troppo grandi, troppo spirituali, di modo che non si voglia lasciar avvicinare il denaro sporco a loro. Il denaro, quello lo si tiene in tasca, e le idee, quelle le si ammira, ma le idee sono troppo pure, non le si sporcano con il fatto che si dia il denaro sporco per loro. Dico quello che ho detto in modo figurato, ma qui si tratta di imparare a pensare praticamente, e di portare le cose fino alle azioni pratiche.
Ho detto, quando la Waldorfschule era stata fondata: Bello, la Waldorfschule è bella; ma per il fatto che abbiamo fondato la Waldorfschule, non è ancora fatto abbastanza su questo settore. Tutt’al più è stato fatto un primo inizio, addirittura solo l’inizio di un inizio. La Waldorfschule l’abbiamo davvero fondata solo quando nel prossimo trimestre abbiamo gettato il fondamento per dieci nuove Waldorfschulen simili. Solo allora ha senso la Waldorfschule. — Non ha semplicemente senso, di fronte all’attuale situazione sociale dell’Europa, fondare un’unica Waldorfschule con quattro o cinquecento o per amore di me anche mille bambini. Solo se la fondazione di Waldorfschulen trova seguito, se una cosa simile trova seguito dovunque, ha senso — solo quello ha senso, che scaturisce dalla giusta disposizione pratica. Se coloro che sono entusiasti per le idee della Waldorfschule non sviluppano nemmeno tanta comprensione che è necessaria, di fare propaganda contro la dipendenza della scuola dallo stato, di impegnarsi con tutte le forze affinché lo stato lasci libera questa scuola, se non ottenete il coraggio di perseguire l’indipendenza della scuola dallo stato, allora l’intero movimento della Waldorfschule è per nulla, perché ha senso solo se cresce in una vita spirituale libera.
A tutto questo abbiamo bisogno di quello che potrei chiamare uno sforzo internazionale per ogni sistema scolastico, ma uno sforzo internazionale che non vada semplicemente in giro per il mondo e diffonda principi ovunque, come le scuole dovrebbero essere arrangiate — questo avverrà, se soprattutto i fondi sono procurati per tali scuole. Quello di cui abbiamo bisogno è un’associazione mondiale per le scuole in tutti i paesi della civiltà, in modo che nel più breve tempo possibile sia procurata la più grande somma di mezzi. Allora sarà possibile, sulla base di questi mezzi, creare quello che è l’inizio di una vita spirituale libera. Perciò cercate, dovunque possiate arrivare nel mondo, di agire affinché non si agisca solo attraverso tutte le aspirazioni idealistiche, ma si agisca attraverso una tale comprensione per la libertà della vita spirituale, che realmente nel più ampio contesto per l’istituzione di scuole e università libere nel mondo siano procurati i fondi. Deve dall’humus della vecchia cultura crescere quello che sarà il fiore spirituale del futuro. Come nei campi cresce da humus quello che gli uomini devono consumare, così da quello che è maturo, da quella che è la vecchia cultura a diventare humus, deve essere raccolto, affinché una volta da questo humus i frutti spirituali, i frutti statali e i frutti economici del futuro possano germogliare. DISPUTA SERALE in occasione del secondo corso universitario antroposofico Dornach, 8 aprile 1921
Scienza sociale e pratica sociale
Roman Boos: Questa sera serve per rafforzare nei presenti la coscienza di ciò e chiarire la rappresentazione riguardo a quali concrete conseguenze dal volere del Goetheanum, in tempi più o meno prossimi, ci si deve aspettare. Il compito dev’essere tale che il corso dia ai partecipanti qualcosa con cui portare avanti, affinché ognuno abbia la possibilità di sapere dove può collaborare, dove può partecipare attivamente alla cooperazione.
La prima questione in discussione è l’idea che nel tempo più immediato, con la massima intensità, la vita spirituale debba liberarsi dall’intrigo con le potenze statali. Gli stati politici, sia in Occidente che in Oriente, non sono nemmeno più in grado di mantenere economicamente i diritti di supervisione scolastica che hanno usurpato. Devono essere erette scuole nei territori che non sono stati trascinati nel crollo economico e che vogliono emergere dal crollo spirituale. L’idea dell’Associazione mondiale per la scuola su base internazionale è stata infatti enunciata e diffusa in Olanda poche settimane fa in un gran numero di assemblee. E così oggi gli amici olandesi hanno preannunciato di comunicare ancora qualcosa su questa Associazione mondiale. E anche da questo lato desidero mostrare che da coloro qui riuniti si può sperare di dare realizzazione all’impulso dell’Associazione mondiale per la scuola.
Anche le imprese fondate sotto la Futurum SA e la Der Kommende Tag SA sono state strutturate per crescere, per ora, verso spazi illimitati. Ciò che ad esempio è sorto come un cartello Stinnes si è legato alle peggiori esistenze; se un tale mostro ricevesse crediti internazionali, sarebbe a danno di uno sviluppo sano. È quindi necessario acquisire una base nella vita economica, creare noi stessi associazioni economiche che facciano giustizia all’internazionalità; è necessario, in discussioni internazionali, cercare noi stessi la strada. Per dire qualcosa di significato internazionale, il Futurum e il Der Kommende Tag devono essere discussi al di là dei precipizi creati dalle condizioni valutarie.
Ci si insulta da tutti i lati. E così è un requisito assoluto per il proseguimento del lavoro in Svizzera e oltre, che noi otteniamo la possibilità, qui dal Goetheanum, di pubblicare regolarmente una rivista, almeno un settimanale, in cui non sarebbe necessario polemizzare e discutere continuamente — certamente a volte sarà necessario —, ma in cui si potrebbe continuamente esporre accenni schizzati riguardo a ciò di cui veramente si tratta, e in cui l’idea internazionale di un’Associazione mondiale per la scuola o di un’Associazione mondiale economica dovrebbe sempre di nuovo essere enunciata. In una certa misura, qui in Svizzera abbiamo comunque un terreno sotto i piedi, dal quale possiamo parlare in modo più chiaro e più impressionante che altrove. Il Goetheanum dovrebbe altrimenti restare muto se non riesce a farsi conoscere in questo modo. A questo corso sono venute in realtà assai poche persone. Il Goetheanum stesso, come opera d’arte, come costruzione, come realtà fisica che sta lì, non è ancora percorso in sufficiente intensità. È veramente necessario portare anche ciò che deve essere realizzato per il mondo intero dal Goetheanum.
Tutti coloro che hanno la possibilità di aiutarci a trovare la base economica per un tale giornale, sono cordialmente invitati. Dobbiamo contare 50.000 franchi per un anno; prima non possiamo iniziare. Non possiamo iniziare prima, perché altrimenti, dopo un po’ di tempo, dovremmo forse interrompere la cosa. Se tra voi c’è qualcuno che potrebbe aiutare affinché il giornale possa uscire, quella persona si renderebbe meritevole in un modo che nelle circostanze presenti difficilmente sarebbe possibile altrimenti.
Elisabeth Vreede: Desidero ancora dire qualcosa riguardo all’«Associazione mondiale per la scuola». Si tratta più precisamente di un appello che non già di una fondazione concreta. I primi passi nella direzione di una fondazione di un’Associazione mondiale per la scuola sono infatti stati fatti in Olanda, per ottenere una risposta dal mondo riguardo a ciò che ora dovrebbe accadere, e cioè: liberare la vita spirituale, in particolare l’istruzione, metterla su se stessa. È stata espressa la particolare speranza di poter fare ciò in Olanda. Il 27 febbraio il Dr. Steiner ha tenuto una conferenza affascinante all’Aia su «Questioni di educazione, istruzione e di vita pratica dal punto di vista della scienza dello spirito antroposofica» e ha attirato l’attenzione sulla necessità di una vita spirituale libera e della liberazione della scuola dal potere dello stato — con forte applauso del pubblico. In seguito, il nostro membro, il signor de Haan, ha rivolto un appello ai presenti. Poi è successo molto; personalità di buon nome si sono interessate di operare per scuole libere. Rappresentanti dalla Svizzera, dalla Germania e dall’Inghilterra si sono espressi convinti della necessità di un’Associazione mondiale per la scuola e hanno promesso di operare per la cosa nei loro paesi. Qualcosa di simile è accaduto il giorno successivo ad Amsterdam. Ma allora l’Associazione mondiale per la scuola non era ancora stata fondata, perché una tale fondazione ha valore solo se, per così dire, nasce da se stessa. Ma da ciò non si deve trarre la conclusione che non debba accadere nulla, anzi è necessario il lavoro più intenso affinché possa avvenire una fondazione concreta.
La prima cosa di cui ora ci si occupa è di avvicinarsi a tutti gli uomini colti con una sorta di prospetto — loro che sono fondamentalmente interessati a una vita spirituale libera —; il Dr. Steiner ha dato le linee guida per questo. Deve essere rivolto un appello a tutti gli uomini colti affinché si uniscano a noi per procurare al nostro movimento quel nutrimento, quella aria vitale, di cui ha assolutamente bisogno affinché possa continuare a prosperare. Poiché l’intera cosa è iniziata dall’Olanda, desidero richiamare l’attenzione sull’indirizzo del signor de Haan, Utrecht; è pronto a dare informazioni. Dagli eventi degli anni passati è emerso abbastanza per mostrare quanto sia importante, quanto sia significativo, ma anche quanto lavoro sarà necessario se si dovesse intraprendere una cosa del genere. Deve dunque essere rivolto un appello che, per così dire, dovrebbe trovare eco in tutto il mondo colto.
(Applauso)
Josef van Leer: Mie molto stimate signore e signori, poche settimane fa si è parlato per la prima volta dell’Associazione mondiale per la scuola all’Aia e ad Amsterdam. Ma non viene fuori niente se non si passa subito all’azione. Certamente all’Aia quella sera avevamo circa 150 nomi; ma con soli nomi non si fa nulla. Gli amici in Olanda hanno sì buona volontà, ma sono troppo deboli.
Poco meno di dieci anni fa c’erano a Berlino discussioni simili, quando il barone von Walleen parlava delle sue esperienze nei viaggi di conferenze in Scandinavia e in Inghilterra e diceva che era così difficile rappresentare lì le idee del Dr. Steiner; ciò che oggi è la Società Antroposofica è nato da queste discussioni.
Se oggi parlate in Inghilterra di una vita spirituale libera, ognuno dirà: Non ne abbiamo bisogno, ne abbiamo una. — Naturalmente è un’astrazione, ma è così; nella misura in cui le persone in Inghilterra appartengono alla borghesia, possono educare i loro figli come vogliono, non hanno bisogno di insegnanti brevettati. Se si deve propagandare l’Associazione mondiale per la scuola in Inghilterra, si ha a che fare con qualcosa di affatto diverso che in Germania, in Olanda o in Svizzera. Credo che la Scandinavia, l’Olanda, l’Inghilterra — anche se non neutrale, ma non importa —, tutti i paesi che non appartengono agli stati centrali, dovrebbero unirsi. In Olanda si è ricevuta abbondante fiducia, ma i 25 nomi prestigiosi non aiutano molto. Il Dr. Steiner ha tenuto circa 10 conferenze in Olanda; ma fra tutte quelle migliaia che erano là: non tre voci che si impegnino veramente praticamente per questo, e sarà difficile ottener anche solo queste tre.
È stata posta la domanda: Come propagandiamo? — Per ogni paese è necessario lavorare diversamente. I nostri amici di Stoccarda sanno meglio cosa fare, perché stanno nel lavoro. Perciò vorrei proporre che noi persone dai diversi paesi — America, Inghilterra, Francia, Svizzera, Italia —, che noi circa 25 persone ci riuniamo e ancora questa sera diciamo: così e così facciamo! Desidero proporre questo subito, immediatamente. Chi tra quelli di tutti i paesi qui rappresentati è pronto a partecipare? Iniziamo dall’America: Mr. Monges? Mr. Wheeler dall’Inghilterra? Miss Wilson dall’Inghilterra? Norvegia, Svezia: Signora Ljungquist? Danimarca: Signor Hohlenberg? Finlandia: Signor Donner? Russia? Dall’Olanda: Signor Ledebour, Signor Zagwijn, Signor Deventer? Dalla Francia: Signorina Rihouet? Italia: Signorina Schwarz? Cecoslovacchia e Polonia? Vorrei dunque proporre che le diverse persone si riuniscano e riflettano su cosa sia giusto per i loro paesi, come lo si debba fare, a quali persone ci si debba rivolgere, quale materiale si debba dare a quale persone. È possibile che la rappresentanza di un determinato paese non sia in grado di trovare la cosa giusta, ma allora forse insieme si potrà trovare qualcosa di meglio.
Vorrei sottoporre alla discussione se ciò che ho suggerito sarebbe il punto di partenza giusto.
Roman Boos: Potrebbe essere veramente prezioso ancora questa sera di parlare in circoli più piccoli per ogni territorio. Ma desidero soltanto pregare cordialmente che la cosa nella scelta di personalità non sia considerata come nei parlamenti o in altre associazioni: come compito, come una commissione per lavorare. Ciò che deve essere lavorato dopo non deve essere scaricato sulla sera: in ogni singolo gruppo portare avanti l’idea stessa dell’Associazione mondiale per la scuola.
Si deve provare come in altri stati si possa articolare ciò che, da parte propria, si deve dire.
Johannes Hohlenberg: Desidero riferire sul lavoro in Danimarca riguardo all’Associazione mondiale per la scuola. Considerato dal punto di vista del risultato non è molto, purtroppo, ma forse può servire come esperienza ad altri. Nell’ultimo corso autunnale è stato particolarmente sottolineato che ognuno che tornasse nel suo paese dovrebbe parlare con il maggior numero di persone e diffondere l’idea dell’Associazione mondiale per la scuola. Tutti coloro che erano qui hanno probabilmente fatto ciò che era in loro potere.
Ora, riguardo alle mie esperienze personali: Ho tenuto varie conferenze a Copenaghen, ma il momento era purtroppo molto sfavorevole, poiché pochi anni fa lo stato ha assunto quasi tutte le scuole dalle comunità. Questo è un fatto nuovo, due o tre anni, non ancora completamente implementato dappertutto. L’insegnantato nel complesso è soddisfatto, perché la sua situazione economica e finanziaria è migliorata molto e come funzionario dello stato ha prospettive di pensione. L’insegnantato per questo è molto riluttante ad apportare cambiamenti a queste condizioni. Ma d’altro lato c’è grandissima insoddisfazione dei genitori con il sistema scolastico che oggi esiste in Danimarca; i genitori sarebbero pronti a provare qualcosa di nuovo. La difficoltà principale però è di natura finanziaria. Non bisogna dimenticare: le scuole pubbliche sono completamente gratuite; l’insegnamento scolastico, il materiale, i libri sono gratuiti.
L’unico modo possibile per la fondazione di scuole indipendenti dallo stato sarebbe quello come a Stoccarda, cioè una grande azienda manifatturiera che prenda tutto in mano. In Danimarca è appunto principalmente una questione finanziaria, semplicemente! Se si potesse trovare un modo per erigere scuole che non costassero più delle pubbliche, allora certamente i bambini verrebbero e i genitori sarebbero molto soddisfatti. Ho raccolto una lista di nomi — il loro numero difficilmente supera 200, il che non è ancora nulla —, e sono convinto che se veramente si fa propaganda, si può anche trovare comprensione reale.
Elisabeth Vreede: Si deve fare ciò che è giusto. Si tratta, come il Dr. Steiner ha esposto in Olanda, non in primo luogo di fondare singole scuole che poi così di passaggio possono esistere, che solo possono carpire il diritto di esistere; si tratta di qualcosa di molto più grande: di realizzare veramente la vita spirituale libera! Noi abbiamo oggi una vita spirituale che soprattutto ha bisogno di aria fresca e che senza quest’aria fresca deperisce. Da questo sentimento deve sorgere nella sfera pubblica la rivendicazione: La vita spirituale deve essere liberata!
Con questo naturalmente non si vuol dire che non debbano essere fondate singole scuole, come la scuola Waldorf; ma non si deve solo qua e là introdurre una scuola o un istituto, perché tutti hanno soltanto un’esistenza misera dal punto di vista legale, hanno in effetti sempre una spada sospesa sul capo, se ora sono permessi o no; non dovrebbero essere erette scuole che possono esistere soltanto per grazia dello stato.
Il nostro Goetheanum è anche una scuola, una libera università. Dovrebbe innanzitutto essere creata la possibilità che ci fosse un’Associazione mondiale per la scuola che sentirebbe sufficientemente il bisogno di sostenere o mantenere in vita istituzioni come la scuola Waldorf e il Goetheanum. È necessario che ci sia già qualcosa di concreto per questo. Ci sono anche associazioni di insegnanti, associazioni di artisti; per loro sarebbe un fine positivo operare in direzione del fatto che abbiamo bisogno di una vita spirituale libera. L’obbiettivo deve essere posto più in grande che semplicemente erigere singole scuole; tutto deve essere afferrato in stile più grande, in modo che si veda il più grande contesto.
Abbiamo sentito che in Danimarca gli insegnanti sono molto soddisfatti perché sono diventati «maestri dello stato», perché sono meglio pagati. Non possiamo rivolgerci all’insegnantato in generale; coloro che stanno nella cosa sono spesso i più disseccati e non hanno la grande visione. Da un ambito più grande di quello che è della classe insegnante, come può essere, deve nascere questa opinione pubblica e questo sentimento. Allora nemmeno le differenziazioni nazionali peseranno tanto, come altrimenti sarebbe il caso, perché agirebbe come vincolo unificatore. I punti di vista devono essere presi dal grande, in modo che si comprenda tutto ciò che si può vivere come uomo nella nostra vita spirituale, e lo si elevi su un altro piano; altrimenti rimaniamo troppo fermi nel particolare.
Roman Boos: Sarebbe bene se nella discussione ancora si prendesse posizione sull’affermazione sostenuta poco fa, che in Svizzera una vita spirituale libera potesse pienamente svilupparsi. Per prima ha la parola la Signorina Rihouet.
Simone Rihouet: Desidero solo esprimere un desiderio per la Francia, che qui nel Goetheanum questo scopo internazionale venisse pienamente all’espressione e che il nazionale non prevalesse di nuovo sull’internazionale. È notevole vedere che noi in Francia, per quanto riguarda la scuola, abbiamo la stessa situazione della Germania. Ma per esempio gli insegnanti svizzeri, che sentono così poco la coercizione dello stato, per le circostanze nelle loro confederazioni non si trovano nella stessa situazione degli insegnanti in Francia e in Germania, dove la tendenza dello stato è così forte che ora già nell’insegnantato esiste un grande bisogno di liberazione, di indipendenza nella loro professione. In Francia soprattutto sarà la studentesca a cui verrà la comprensione degli impulsi spirituali liberi che qui sono stati dati. E così riguardo alla Francia — per la Germania non posso parlare —, desidero esprimere il desiderio che dalla Francia fluisse una studentesca che con i suoi colleghi degli altri paesi potesse creare un’alleanza, un’alleanza della fraternità.
Roman Boos: Queste parole dalla Francia sono tanto più cordialmente benvenute da noi, in quanto dal lato avverso si è già verificata una fraternizzazione in una certa misura intensiva. Pressappoco nello stesso tempo in cui in Germania si scriveva di «tradimento della patria» da parte di Rudolf Steiner e degli antroposofi, andò attraverso i giornali francesi un’affermazione simile, cioè che nei circoli del Dr. Steiner si stesse lavorando per una guerra di rivincita che durerebbe tre anni. E di fronte a questo «Società delle Nazioni» della parentela avversaria, sarà necessario che qui si formi un’associazione di persone che appartengono ai diversi popoli e che possa irradiare dal Goetheanum.
Uno studente tedesco racconta del sentimento di vita dei giovani nelle università e della possibilità di guadagnarli per la causa antroposofica.
Fritz Wullschleger: Desidero come svizzero parlare semplicemente con parole molto brevi. È appunto così da noi, che si può esercitare una libertà abbastanza grande come insegnante, per esempio verso il governo, almeno verso quello cantonale; ma anche verso le autorità si può esercitare un’influenza abbastanza grande. Se nella vostra scuola volete introdurre cambiamenti, potete chiederlo, e il più delle volte vi sarà accordato.
Ora, credo che questi corsi universitari ci rendono viva un’impressione tremenda. E sotto questa impressione tremenda possiamo ora provare, innanzitutto, di avvicinarci ai nostri colleghi in conferenze e così via, e tentare di suscitare una comprensione per la fecondazione della scuola, almeno di fare un inizio per plasmare liberamente la vita spirituale. Ho ascoltato le conferenze del signor Dr. Steiner a Basilea in primavera e — parlo come insegnante — fino a ora ho avuto l’impressione che compito nostro sia di trasformare per quanto possibile il nostro insegnamento nel modo come l’antroposofia lo chiede. Significa forse che dobbiamo dunque riversare tutte le nostre forze di lavoro nelle nostre scuole? No, dobbiamo dirigere il nostro tempo, la nostra forza e il nostro lavoro anche verso l’esterno. Dobbiamo provare a informare gli svizzeri, forse con conferenze; dobbiamo provare a conquistare il giornale degli insegnanti svizzeri e soprattutto il giornale degli insegnanti cantonali. Questo potrebbe forse essere un inizio per ottenere qualcosa in questa direzione.
Roman Boos: Ringraziamo il signor Wullschleger per le sue osservazioni, e desidero permettermi di aggiungere solo alcune parole a quanto detto.
I giornali degli insegnanti in Svizzera negli ultimi anni hanno ristampato vari articoli e relazioni dai nostri circoli, anche gli eccellenti articoli nel numero sull’educazione. Ma in seguito il lavoro non è stato molto intensivo; fra gli insegnanti svizzeri sono presenti a questi corsi qui non molti. Pensate, se nella circolare avesse scritto: «Direzione cantonale dell’istruzione» — non pensate allora che l’aula sarebbe stata piena? Questi sono i piccoli criteri da cui si vede se la vita spirituale nell’insegnantato da noi in Svizzera sia veramente liberamente sviluppata.
Circa un anno e mezzo fa, gli insegnanti di Basilea-Città furono invitati dalla direzione cantonale dell’istruzione, e le conferenze su questioni di educazione furono ricevute proprio entusiasticamente; una serie di addetti al settore scolastico si espressero molto entusiasticamente al riguardo. In seguito a questo, dal Goetheanum è stato organizzato un corso — non dalla direzione dell’istruzione — un corso, ma c’era già notevolmente meno gente che al corso organizzato per invito della direzione dell’istruzione. E ciò che oggi è emerso da questi corsi è praticamente nulla. Singoli insegnanti forse hanno portato via dal corso cose molto grandi e preziose; ma dal punto di vista sociale praticamente nulla è accaduto. Perché? Perché nulla può accadere! Perché le persone dappertutto sono vincolate dallo stato. Come dice il collega: ogni terreno possiamo guadagnare, ma non il terreno dello stato. Questo si mostra più o meno chiaramente anche in Svizzera; perché se non fosse così anche qui, avanzeremmo più intensivamente. Una volta tempo fa c’era una conferenza a San Gallo; allora venne anche un tale insegnante svizzero che disse: Da noi in Svizzera è tutto diverso; non abbiamo questa servitù verso le autorità. Non siamo abituati ai voti e ai decreti ufficiali e così via. — E quando bisognò fargli notare che questo non era del tutto vero, l’uomo rispose: Sì, c’è una grande differenza, noi semplicemente l’abbiamo fatto volontariamente!
Friedrich Husemann parla sull’istruzione medica in Germania.
Roman Boos: Per fornire al movimento spirituale nel suo insieme la necessaria base economica, sono state fondate le due società azionarie a Dornach e a Stoccarda, la «Futurum SA» e la «Der Kommende Tag SA». C’era l’intenzione di esporre ancora stasera ulteriori dettagli su queste due imprese e di dare occasione per domande. Ma credo che ormai sarà troppo tardi per entrarvi.
Prospetti di Futurum sono disponibili in lingua tedesca, francese e inglese, così che tutti voi avete la possibilità di sostenere le cose nel modo indicato attraverso l’acquisto di azioni. Si può anche presentarsi alla Futurum SA., presso il signor Ith, che può ancora fornire personalmente tutti i chiarimenti necessari. È appunto nella situazione odierna assolutamente necessario che noi sosteniamo queste imprese economiche con tutte le forze che abbiamo a disposizione, per portarle avanti.
Il tempo è già molto avanzato, così che anche sugli altri quesiti che eventualmente rimangono ancora non si può discutere molto più. Forse c’è ancora qualcuno che ha qualcosa di essenziale da portare? Desidero ora dare la parola al signor Dr. Steiner per la considerazione conclusiva.
Rudolf Steiner: Non desidero trattenervi più a lungo, bensì fare solo alcune osservazioni, dapprima in collegamento con ciò che il nostro amico van Leer ha qui proposto, il che certamente è ben degno di riconoscimento, rispettivamente lo sarà, se porterà allo scopo promesso. Desidero solo osservare che sarebbe una base dubitosa se la cosa fosse costruita sullo stesso fondamento del «Patto», su cui [il signor van Leer] ha indicato. Allora era sì così lavorato con un certo zelo, come il signor van Leer l’ha qui schizzato circa: Ci si riunì in piccoli comitati, si discusse tutto il possibile di ciò che si dovrebbe fare e così via — ma allora cadde una frase dal signor van Leer, che naturalmente innanzitutto è un piccolo errore, il quale però, se continuasse ad agire, potrebbe produrre un grande errore. È stato infatti detto che da questo lavoro, che allora quella notte è stato compiuto così tumultuosamente, sia poi sorta la Società Antroposofica. — No, di questo non si può affatto parlare: da quella notte e da quella fondazione del Patto non è sorto affatto nulla! Da questo fatto desidero che il «lavoro tumultuoso di questa notte» [oggi] inteso sia preservato. Allora fu sì discusso molto su ciò che si dovrebbe fare, ma da ciò non è sorto nulla. E l’errore che potrebbe sorgere si basa sul fatto che si potrebbe credere che ora debba accadere qualcosa nella direzione di ciò a cui il «Patto» alludeva. Ciò che allora è accaduto è stato che coloro che stavano già nel nostro lavoro antroposofico, cioè che erano già con noi, che — completamente a parte da questa fondazione del Patto — hanno fondato la Società Antroposofica, che poi si è ulteriormente sviluppata, mentre il «Patto» da un sonno tranquillo è passato gradualmente alla morte sociale, diciamo. Dunque, sarebbe un piccolo errore! E questo deve essere assolutamente sottolineato, affinché gli errori di quel comitato notturno non vengano ripetuti nella sua seconda edizione per così dire. Questo è l’uno.
L’altro su cui desidero indicare e che la Signorina Vreede ha appunto detto, è che ciò che dovrebbe essere perseguito con l’Associazione mondiale per la scuola, debba veramente essere collocato su una base larga e già con un certo coraggio e con uno sguardo ampio affrontato sin dall’inizio. È assolutamente giusto ciò che il nostro amico van Leer ha sottolineato, che ciò che, riguardo alla vita spirituale libera in connessione con la triarticolazione dell’organismo sociale, deve essere sostenuto, questo deve essere trattato per i campi più diversi in modo diversissimo. Soltanto, questo deve poi anche veramente accadere in modo tale che il modo di trattamento per i territori in questione sia appropriato a realtà per questi territori. Io stesso continuerò sempre a indicare che per esempio per l’Inghilterra sarà necessario esporre le cose nel modo che appunto si addice alle condizioni di civiltà inglesi. Soltanto, non si deve trascurare che si deve comprendere a fondo cosa sia immaginazione rispetto alle grandi questioni dell’umanità nel presente e cosa sia realtà. Non si deve dunque rappresentare la cosa in modo da suscitare la credenza che la vita spirituale inglese sia più libera dell’altra. E vedrete, se veramente leggete i «Punti cardine», che lì si pone assai meno valore sul momento negativo — liberazione della vita spirituale dallo stato —, che assai meno vi si pone valore che sulla fondazione di una vita spirituale libera in generale. E allora rimane sempre una buona parola: che dipende dall’uomo, che veramente dipende da quali basi spirituali l’uomo esce, quali basi spirituali gli vengono create per la sua formazione. Non si tratta così tanto che si sottolinei il momento negativo, bensì il positivo deve essere sottolineato. E io devo solo dire: Se formalmente la vita spirituale fosse liberata dalla coercizione statale e tutto il resto rimanesse come prima, la liberazione dallo stato non potrebbe fare molto bene.
Si tratta che lo spirito positivo, così come qui in questa settimana doveva essere rappresentato, come è stato tentato di rappresentarlo, che questo spirito libero sia portato nella vita spirituale in modo internazionale. E allora le cose si svilupperanno come devono svilupparsi. Si tratta veramente per esempio nella scuola Waldorf non solo che sia una scuola veramente libera, che non abbia nemmeno un preside, bensì che il corpo insegnante sia una comunità veramente rappresentativa. Non si tratta che tutti i provvedimenti siano presi in modo che «nient’altro» parli che ciò che emerge dal corpo insegnante stesso, che dunque qui si abbia veramente «una comunità spirituale indipendente», bensì si tratta anche che in tutti i paesi manchi quella vita spirituale di cui qui tutta la settimana si è parlato. E se da qualche parte si sente sottolineare «che la vita spirituale qui è libera» — non intendo adesso la Svizzera, parlo dell’Inghilterra —, allora appunto questo è l’altra questione. E questo positivo soprattutto è ciò che importa. Allora deve essere sottolineato: Questo naturalmente accadrà solo se si tenta veramente di affrontare le circostanze concrete nei singoli paesi e territori.
Ma si deve avere cuore e senso per ciò che la vita spirituale non libera ultimamente nel nostro tempo ha fatto. Non per entrare su ciò che ieri qui è stato esposto, bensì per mostrare quali fiori dell’atteggiamento umano, tanto dal lato intellettuale che morale che da quello emotivo, la nostra vita spirituale presente ha prodotto, vorrei leggervi una frase. Non desidero trattenervi a lungo e dal punto di vista da cui ieri qui è stata combattuta maliziosamente l’antroposofia e la triarticolazione, non desidero di nuovo parlare; ma vorrei comunque leggere da quell’opuscolo di cui ieri qui si dovette parlare una frase. Il generale von Gleich scrive su di me: «Quando il signor Steiner era quasi quarantenne, attorno al cambio di secolo, che nel mondo soprasensibile dell’antroposofia segna anche una cesura, fu gradualmente condotto alla teosofia dalle conferenze di Winter sulla Mistica.» Ora potete chiedervi chi sia questo «signor Winter» che qui il signor von Gleich cita come colui attraverso le cui conferenze io a Berlino sia stato «convertito» all’antroposofia. Si può solo formulare la seguente ipotesi: Nella prefazione di quelle conferenze che ho tenuto a Berlino nell’inverno 1900/1901 c’è una frase in cui dico: «Ciò che in questo scritto presento, formava prima il contenuto di conferenze che ho tenuto nel passato inverno presso la Biblioteca Teosofica a Berlino.» Da questo «inverno» in cui ho tenuto le mie conferenze, è diventato quel «signor Winter» il quale nell’anno 1901/1902 mi avrebbe «convertito» alla teosofia. Vedete, non desidero usare l’espressione che si applica alla costituzione intellettualistica di una persona che ora è chiamata a dirigere il fronte degli oppositori del movimento antroposofico, non desidero usare l’espressione; ma probabilmente l’userete voi abbondantemente. A tali fiori dell’attività spirituale umana conduce [oggi] la vita spirituale attraverso la quale si poteva passare nel presente fino a quel grado in cui si poteva diventare un generale maggiore.
Dunque si deve già affrontare la cosa da una profondità un po’ più grande. Allora si otterrà prima un cuore e un senso per ciò che è necessario. E solo perché la vita spirituale soprattutto deve essere affrontata dal sistema scolastico, per questo sarebbe così desiderabile che potesse essere fondata questa Associazione mondiale per la scuola, che affatto non sarebbe così difficile da fondare se la volontà per essa fosse presente. Non deve però essere un comitato più piccolo o più grande, bensì deve essere fondata in modo che la sua membership sia inimmaginabile. Solo allora ha valore. Non deve — non desidero dare consigli in merito, perché ciò che ho da dire al riguardo l’ho detto sufficientemente —, non deve naturalmente imporre a nessuno particolari sacrifici. Deve essere presente per creare sentimento per ciò per cui oggi il sentimento è così urgentemente necessario! — Questo è qualcosa di ciò che ho ancora dovuto collegare a ciò che oggi è emerso.
Alla conclusione devo dire qualcosa che non vorrei dire, ma che comunque devo dire, dato che altrimenti stasera non è stato affatto toccato e potrebbe essere troppo tardi per i prossimi giorni, perché probabilmente verranno i dolori della partenza, potrebbe essere troppo tardi. Devo io stesso indicare la cosa. Si tratta che è una cosa completamente ovvia che per tutto ciò di cui stasera si è parlato si lavori. Soltanto questo lavoro ha senso solo se possiamo conservare il Goetheanum come sta qui e soprattutto se possiamo condurlo a termine.
Ora, se va bene con la «Futurum SA» e bene con il «Der Kommende Tag» — non saranno comunque per lungo tempo supporti economici per questo Goetheanum, certamente no. E la più grande preoccupazione — nonostante tutte le altre preoccupazioni che mi gravano oggi, permettetemi di parlare una volta personalmente —, la più grande preoccupazione è questa: che in un tempo non lontano potrebbe accadere che non avessimo più afflussi economici per questo Goetheanum. E perciò è soprattutto necessario sottolineare che ognuno lavori per questo, che ognuno che possa contribuire in qualcosa affinché questo edificio possa trovare il suo completamento, lo faccia! Questo è ciò che soprattutto è necessario: che siamo messi in grado dai nostri amici della causa di conservare questo Goetheanum, di costruire soprattutto questo Goetheanum fino alla fine. E questa è, come detto, la mia grande preoccupazione. Devo esprimerla qui, perché in definitiva, cosa gioverebbe se potessimo ancora fare tanta propaganda e dovessimo forse chiudere questo Goetheanum da oggi fra tre mesi? Questo appartiene anche alle preoccupazioni sociali che già a mio parere sono collegate con la vita sociale generale della presente. E questa preoccupazione ho dovuto sottolineare, perché veramente i fatti che le stanno alla base non dovrebbero essere dimenticati; solo questo rende possibile rafforzare il movimento che emana da questo Goetheanum.
Vediamo infatti da quali basi intellettuali combattono coloro che appunto ora prendono posizione contro di noi. Questo sarà un inizio. Bisogna essere vigilanti, molto vigilanti, perché queste persone sono persone intelligenti. Sanno organizzarsi. Ciò che è accaduto a Stoccarda è un inizio, è inteso come un inizio. E solo allora si potrà fronteggiarli quando si accenda un tale idealismo — desidero dirlo ancora questa volta —, che non dice: Oh, gli ideali sono così terribilmente alti, sono così sublimi, e la mia tasca è qualcosa di così insignificante, non metterò mano a essa quando si tratta di ideali sublimi. — Allora deve essere detto: L’idealismo è veramente tale, quello che almeno una volta mette mano alle tasche per gli ideali!
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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