Oggi sono riuniti molti amici che sono qui per la prima volta dal Convegno di Natale, e quindi mi spetta, anche se con poche parole, fare un'introduzione al Convegno di Natale. Con questo Convegno di Natale la Società Antroposofica doveva ricevere un nuovo impulso, quello che le è proprio, se vuole che attraverso di essa fluisca in modo degno quella vita che con l’Antroposofia deve essere incorporata nella vita della civiltà umana. Da questo Convegno di Natale è entrato nella Società Antroposofica un impulso esoterico. Finora la Società Antroposofica era stata, per così dire, il luogo amministrativo dell’Antroposofia. L’Antroposofia è stata fin dal suo inizio ciò attraverso cui scorre la vita spirituale accessibile all’umanità oggi e dall’ultimo terzo del secolo XIX. Questo movimento antroposofico deve però essere inteso nel senso che ciò che da esso si svolge qui sulla Terra è in realtà solo l’apparenza esteriore di qualcosa che si compie nel mondo spirituale per l’evoluzione dell’umanità. E chi vuole avvicinarsi in modo degno al movimento antroposofico deve anche rendersi conto che gli impulsi spirituali valgono anche per il campo della Società Antroposofica stessa.
Che significato ha, miei cari amici, se l’uomo in generale crede teoricamente in un mondo spirituale? Credere teoricamente in un mondo spirituale significa accogliere questo mondo spirituale nei propri pensieri. Ma i pensieri degli uomini di oggi sono essi stessi tali che, anche se per loro natura sono la cosa più spirituale per l’uomo odierno, sono innanzitutto, così come si sono formati come spirito interiore dell’uomo nel corso degli ultimi quattro o cinque secoli, adatti solo ad accogliere verità sulla materia. E così l’umanità odierna ha una vita spirituale nei pensieri, ma come umanità generale della civiltà essa riempie questa vita spirituale dei pensieri solo con contenuti materiali. Anche ciò che si conosce teoricamente dell’Antroposofia rimane contenuto materiale finché non interviene la vera forza interiore e cosciente della convinzione: che lo spirituale è una realtà concreta, che ovunque la materia vive per i sensi esteriori dell’uomo, lo spirito non solo pervade e attraversa questa materia, ma che alla fine, davanti al vero sguardo umano, tutto il materiale scompare quando egli è in grado di compenetrare il materiale fino allo spirituale.
Ma allora tale visione deve essere estesa anche a tutto ciò che ci riguarda direttamente. Ci riguarda la nostra appartenenza alla Società Antroposofica. Per questo fatto esistente nel mondo esteriore dei sensi, per questa nostra appartenenza alla Società Antroposofica, dobbiamo essere in grado di riconoscere il corrispondente spirituale, il movimento spirituale che si è sviluppato nel mondo spirituale in tempi recenti e che continuerà ad esistere nella vita terrena, se gli uomini potranno rimanervi fedeli. Altrimenti continuerà ad esistere al di fuori della vita terrena. Continuerà ad esistere in nesso con la vita terrena se gli esseri umani troveranno nei loro cuori la forza di rimanere fedeli ad esso.
Ma la nostra convinzione teorica non si limita al fatto che dietro i minerali, le piante, gli animali e l’uomo stesso aleggia qualcosa di spirituale, bensì che anche dietro la Società Antroposofica, che esteriormente appartiene al mondo maya, all’illusione, aleggia l’archetipo spirituale del movimento antroposofico. Questo è ciò che deve penetrare come profonda forza di convinzione nel cuore di ogni persona che professa l’Antroposofia. E questo deve diventare reale nell’operare e nel lavorare della Società Antroposofica. Spesso ho detto, miei cari amici, prima del Convegno di Natale, che bisogna distinguere tra il movimento antroposofico, che dovrebbe essere sempre lo stesso di oggi, e la Società Antroposofica, che era un’istituzione amministrativa exoterica esteriore per l’esoterismo antroposofico. Da Natale è vero il contrario.
Nel periodo natalizio si è presentata la difficile decisione se io stesso dovessi diventare presidente della Società Antroposofica. In tutti gli anni precedenti dell’esistenza della Società Antroposofica mi consideravo un insegnante della causa antroposofica non legato all’amministrazione e ho agito con rigore nelle più svariate questioni che si presentavano. La Società Antroposofica era guidata come tale da altri. Il mio compito era quello di valorizzare la causa antroposofica all’interno della Società Antroposofica, nella misura in cui i singoli o i loro gruppi lo desideravano.
I nostri amici avranno modo, nel corso di queste conferenze o in altre occasioni, di acquisire la conoscenza di ciò che significa elaborare attivamente sul piano terrestre ciò che oggi vuole manifestarsi nel mondo spirituale. E dovrebbero comprendere le difficoltà che ciò comporta quando a questo rapporto con il mondo spirituale si aggiunge, per così dire, un’amministrazione esteriore. E proprio nel periodo natalizio si presentò l’eventualità che o le forze spirituali che ci danno l’Antroposofia si scandalizzassero del fatto che l’amministrazione esteriore venisse ora coinvolta nell’esoterismo stesso, oppure che accadesse qualcos’altro. Perciò la risoluzione da prendere allora era la più difficile che si potesse immaginare. Infatti, era anche possibile che proprio una tale risoluzione potesse mettere in pericolo le correnti di vita spirituale che ci erano affluite.
Tuttavia, la risoluzione doveva essere presa, perché le condizioni preliminari erano tali che ormai doveva verificarsi il contrario di ciò che ho appena caratterizzato, se la causa antroposofica doveva continuare a rimanere in relazione con la Società Antroposofica. Per il futuro, la Società Antroposofica stessa doveva essere il luogo attraverso il quale scorre direttamente la vita esoterica, che agisce essa stessa esotericamente e diventa cosciente della propria azione esoterica.
A tal fine doveva essere creata la Presidenza esoterica al Goetheanum. A tal fine bisognava riconoscere che a questa Presidenza, nel suo insieme, spetta un compito esoterico e che in futuro tutto ciò che fluisce attraverso la Società Antroposofica non è solo sostanza antroposofica da accogliere, ma che per il futuro è inoltre necessario che l’Antroposofia venga insegnata, che l’Antroposofia venga fatta, cioè che in tutte le misure esteriori agisca l’Antroposofia.
A tal fine è necessario riconoscere quelle forze reali che devono unire le singole personalità riunite nella società. Queste forze non possono essere forze che sottostanno a qualsiasi programma o principio, che possono essere riassunte in frasi astratte. Solo ciò che esiste come reali relazioni umane può fondare e sostenere in senso esoterico la Società Antroposofica. In futuro tutto dovrà quindi essere fondato sulle reali relazioni umane nel senso più ampio, sulla vita spirituale concreta e non su quella astratta.
Bisogna solo essere in grado di comprendere questa vita spirituale concreta come tale e di vederla nei minimi dettagli della vita. Vorrei citare un dettaglio davvero minuscolo. Quando è stato accolto questo impulso, abbiamo deciso di dare a ciascuno dei nostri membri un nuovo certificato di appartenenza. Poiché la Società Antroposofica è cresciuta fino a contare dodicimila membri, si trattava ora di rilasciare dodicimila certificati di appartenenza e, nonostante le obiezioni sollevate da molti, ho dovuto prendere la risoluzione – come ho detto, è una cosa minuscola – di firmare personalmente ogni singolo certificato di appartenenza. Si tratta naturalmente di un lavoro di molte settimane. Ma cosa significa? Non qualunque caparbietà, non qualunque misura amministrativa esteriore, ma significa che i miei occhi si sono posati sul nome di colui che riceve il certificato di membro. È un rapporto umano, anche se inizialmente di contenuto minimo, ma è un rapporto umano.
Così si distinguono i rapporti umani, che sono fatti, da ciò che sono mere misure amministrative, che si trovano solo nei programmi e nei paragrafi. Nulla di ciò che scorre realmente attraverso l’Antroposofia deve essere scritto in statuti e paragrafi, ma tutto deve essere vita reale. Solo la vita reale può accogliere l’esoterismo.
Quindi bisogna dire che dal Convegno di Natale la causa antroposofica e la Società Antroposofica non sono più distinguibili, sono diventate una cosa sola. Che questo sia nella coscienza di ogni singolo membro è ciò che conta.
Potrebbe sembrarvi, miei cari amici, che ciò sia ovvio. Rifletteteci e scoprirete che metterlo in pratica con tutto il cuore non è affatto ovvio, ma che è addirittura piuttosto difficile farlo in ogni momento della propria vita.
Ora si tratta, direi, di porci innanzitutto la domanda: la vita spirituale continuerà a fluire attraverso la Società Antroposofica nelle stesse condizioni in cui ha fluito attraverso il movimento antroposofico?
Ma questo si può dire ora, dopo molti mesi in cui abbiamo vissuto gli effetti del Convegno di Natale, sforzandoci di rimanere fedeli a ciò che allora intendevamo con la posa della prima pietra spirituale della Società Antroposofica. Possiamo dire a noi stessi: ciò che è fluito negli anni continua a fluire in misura ancora più ricca. E possiamo anche dire che i cuori si sono aperti ancora di più ovunque, dove scorre il tratto più esoterico che dal Convegno di Natale attraversa tutto il lavoro antroposofico, dove questo tratto più esoterico è presente.
Cari amici, accogliete nel vostro cuore tutto il significato di queste parole, che mi sento di pronunciare sulla base dell’esperienza degli ultimi mesi. Una tale comprensione contribuirà in futuro in molti modi a dare quel fondamento spirituale che abbiamo posto nel periodo del Convegno di Natale per la Società Antroposofica.
E con questo giungo a ciò che anche oggi, in questa conferenza introduttiva, vuole essere indicativo di ciò che vi dirò nei prossimi giorni: vuole indicare come il movimento antroposofico, in questo momento grave, stia in fondo tornando al suo germe. Quando, all’inizio del secolo, nel grembo della Società Teosofica, fu fondata a Berlino la Società Antroposofica, si svolse qualcosa di molto singolare. Durante la fondazione della Società Antroposofica, cioè della sezione tedesca della Società Teosofica, tenni a Berlino delle conferenze sull’«Antroposofia». Questo impresse fin dall’inizio alla mia attività quell’impulso che in seguito caratterizzò il movimento antroposofico.
Ma c’è anche qualcos’altro che mi è permesso ricordare oggi. La prima cosa che annunciai allora, a una cerchia molto ristretta di persone, fu una serie di conferenze dal titolo: «Esercizi pratici sul karma». All’epoca sentivo una vivissima resistenza all’attuazione di questo progetto. E forse il membro più anziano della Società Antroposofica, che oggi è qui con noi con nostra grande gioia – il signor Günther Wagner, che vorrei salutare calorosamente come una sorta di decano della Società Antroposofica – ricorderà quanto fosse forte allora l’opposizione a molte delle cose che, fin dall’inizio, avrei voluto incorporare nel movimento antroposofico. Non si arrivò a tenere quelle conferenze. Non si arrivò a coltivare quell’esoterismo nei confronti delle correnti che altrimenti provenivano dal movimento teosofico: quell’esoterismo che parla in modo del tutto schietto e disinvolto della verità di ciò che, in realtà, era sempre esistito a livello teorico.
Dal Convegno di Natale, qui in questa sala e nei vari luoghi in cui ho potuto parlare, si parla invece in modo del tutto schietto dell’azione concreta del karma umano nelle manifestazioni storiche e nei singoli esseri umani. E oggi un certo numero dei nostri antroposofi è già informato su come si siano svolte le diverse vite terrene di personalità significative, su come si sia formato il karma della Società Antroposofica stessa e quello delle singole personalità ad essa legate. Dal Convegno di Natale si parla di queste cose in modo del tutto esoterico. Dal Convegno di Natale i nostri cicli di conferenze sono pubblici, accessibili a chiunque sia interessato. Siamo così diventati una società più esoterica e, allo stesso tempo, completamente pubblica.
In un certo senso, torniamo al punto di partenza. Ciò che allora era intenzione deve ora diventare realtà. Poiché molti dei nostri amici sono qui per la prima volta dal Convegno di Natale, nei prossimi giorni tratterò in modo particolare la questione del karma. A tal proposito, oggi mi limiterò a fornire una sorta di introduzione, parlando di quelle cose che sono state accennate, anche se solo sommariamente, nelle «Comunicazioni» di questa settimana.
Per ottenere – come risulta dalla nostra letteratura antroposofica – quelle conoscenze che, nel mondo spirituale, indicano fatti ed entità di questo mondo spirituale, è necessaria l’evoluzione della coscienza umana. Vedremo come il mondo spirituale, esplorato attraverso tale evoluzione della coscienza, possa poi diventare comprensibile al sano intelletto umano imparziale. Bisogna sempre tener conto di questo: per l’esplorazione del mondo spirituale è necessaria l’evoluzione di altri stati di coscienza; per comprendere ciò che il ricercatore spirituale porta alla luce è invece necessario soltanto il sano senso umano, il sano intelletto umano che vuole svilupparsi in modo veramente libero.
Tuttavia, non appena si esprime questo concetto, si incontra subito una forte resistenza nel modo di pensare contemporaneo. Quando una volta, a Berlino, espressi lo stesso concetto che ho appena esposto, apparve un articolo benevolo su una conferenza che avevo tenuto pubblicamente davanti a un vasto pubblico. L’articolo diceva che il signor Rudolf Steiner avrebbe affermato che il sano intelletto umano può comprendere ciò che viene studiato nei mondi spirituali. Ma – così proseguiva – l’intero sviluppo dei tempi moderni ci ha insegnato che l’intelletto sano non comprende nulla del sovrasensibile e che chi comprende qualcosa del sovrasensibile non è certamente sano. Bisogna dire che, in un certo senso, questa è l’opinione generale delle persone colte del tempo presente. Se non si è pazzi – tradotto in un tedesco sobrio – non si capisce nulla del mondo sovrasensibile; se si capisce qualcosa del mondo sovrasensibile, si è sicuramente pazzi. È lo stesso modo di parlare della questione, solo espresso un po’ più chiaramente.
Perciò bisogna occuparsi di comprendere in che misura il sano intelletto umano possa afferrare i risultati dell’indagine spirituale, ottenuti attraverso l’evoluzione di altri stati di coscienza. Da secoli armiamo i nostri sensi esteriori con strumenti, con il telescopio, con il microscopio. Anche il ricercatore spirituale arma i propri sensi interiori con ciò che sviluppa nella propria anima. La ricerca naturalistica è andata verso l’esterno e si è servita di strumenti esteriori; l’indagine spirituale va verso l’interno e si serve degli strumenti interiori che l’anima forma in una vita animica fedele.
Oggi vorrei introdurre il tema dello sviluppo di altri stati di coscienza mettendo a confronto gli stati di coscienza comuni all’uomo contemporaneo con quelli che esistevano in epoche primitive dell’umanità, non storiche ma preistoriche.
L’uomo vive oggi in tre stati di coscienza, dei quali in realtà solo uno è da lui riconosciuto come fonte di conoscenza: vive nello stato di veglia ordinaria, nello stato di coscienza di sogno e nello stato di coscienza di sonno senza sogni.
Nella coscienza ordinaria, nella coscienza di veglia, ci poniamo di fronte al mondo esterno accettando come realtà tutto ciò che possiamo cogliere con i sensi e lasciando che esso agisca su di noi. Cogliamo questo sensibile esteriore con il nostro intelletto, legato al cervello o, almeno, all’uomo, e formiamo rappresentazioni, concetti, forse anche sentimenti, su ciò che è stato percepito attraverso i sensi. Entro certi limiti percepiamo così la nostra vita interiore in questa coscienza vigile. E attraverso ogni sorta di considerazioni e sviluppi di idee giungiamo a riconoscere un sovrasensibile al di sopra del sensibile. Non è necessario descrivere ulteriormente questo stato di coscienza; esso è noto a tutti come ciò che viene effettivamente riconosciuto come la vita di conoscenza e di volontà dell’uomo sulla Terra.
La coscienza di sogno è, per l’uomo contemporaneo, qualcosa di indistinto, di crepuscolare. In essa l’uomo vede ciò che è nel mondo esterno in una trasformazione simbolica di cui non sempre è consapevole. Al mattino, quando siamo ancora a letto nello stato di risveglio, non guardiamo il sole che sorge con gli occhi completamente aperti; la luce del sole che entra dalla finestra si manifesta al nostro sguardo ancora offuscato. L’uomo è ancora separato, come da un velo sottile, da ciò che altrimenti percepirebbe con sensazioni e percezioni sensoriali dai contorni netti. Interiormente, invece, l’anima è riempita dalla rappresentazione di un potente incendio. Il potente incendio che l’uomo sogna è il simbolo di ciò che risplende all’alba agli occhi non ancora completamente aperti.
Oppure l’uomo sogna di camminare lungo un viale delimitato da pietre bianche. Giunge a una di queste pietre e la trova distrutta da qualche fenomeno naturale o dall’uomo. Al risveglio, nel dolore che prova al dente, percepisce la carie di un dente. Le due file di denti si sono simbolizzate in ciò che l’uomo ha visto nel sogno; il dente danneggiato nel paletto danneggiato.
Percepiamo di trovarci in una stanza surriscaldata, dove ci sentiamo a disagio. Ci svegliamo: il cuore batte forte, il polso è accelerato. Il calore del battito cardiaco e del polso si simbolizza nella stanza surriscaldata. Stati interiori ed esteriori si simbolizzano nei sogni; reminiscenze della vita quotidiana, trasformate nei modi più disparati, si sviluppano in veri e propri drammi onirici che riempiono l’uomo. Egli non sempre sa come le cose prendano forma nel meraviglioso contesto della sua vita animica. E spesso l’uomo è in preda a una leggera illusione proprio a causa di questa vita onirica, che può anche influire sulla vita da svegli, se la coscienza è in qualche modo attenuata.
Un naturalista cammina per strada e passa davanti a una libreria. Vede un libro sul mondo animale inferiore, un libro che lo ha sempre interessato molto, dato che è un naturalista. Ma ora, nonostante il titolo annunci che al suo interno si trovi qualcosa di estremamente importante per lui, non gli suscita alcun interesse. Improvvisamente, invece, mentre fissa ciò che altrimenti avrebbe guardato con il massimo interesse, sente in lontananza un organetto che suona una melodia che inizialmente gli sfugge del tutto. Diventa molto attento. Pensate: il naturalista vede sulla copertina di un libro un trattato di scienze naturali e non vi presta attenzione; è invece il suono di un organetto lontano, che altrimenti non avrebbe neppure udito, a catturare la sua attenzione. Che cos’è accaduto? Quarant’anni prima, quando era ancora molto giovane, aveva ballato per la prima volta nella sua vita con la sua prima ballerina proprio sulla stessa melodia che ora suona l’organetto. La melodia, che non sentiva da quarant’anni, gli richiama alla memoria quell’evento. Il naturalista è rimasto lucido e quindi ricorda abbastanza bene l’accaduto.
Il mistico spesso arriva a trasformare interiormente un evento del genere in qualcosa di completamente diverso. Proprio chi, con tutta la propria coscienza interiore, si dedica allo studio della vita spirituale deve essere in grado di rappresentarsi con estrema precisione tutto ciò che, all’interno della vita animica umana, si manifesta come illusione e delirio. È molto facile credere, immergendosi nella vita animica, di aver trovato una via interiore verso questo o quello spirituale; ma in realtà si ha soltanto la reminiscenza trasformata di una melodia da organetto. Questa vita onirica è qualcosa di meraviglioso, di grandioso, ma può essere compresa correttamente dall’uomo solo se egli è in grado di porsi di fronte ai fenomeni della vita umana con una visione spirituale.
E se consideriamo la vita profonda del sonno, priva di sogni, l’uomo non ne conserva, nella coscienza ordinaria odierna, altro che il ricordo che può essere trascorso del tempo tra l’addormentarsi e il risvegliarsi. Tutto il resto deve sperimentarlo nuovamente con l’aiuto del suo stato di veglia. Un sentimento generale, ottuso, come se si fosse stati presenti tra l’addormentarsi e il risveglio, è tutto ciò che rimane del sonno senza sogni.
Tuttavia, oggi abbiamo già questi tre stati di coscienza: la coscienza di veglia, la coscienza di sogno e la coscienza di sonno senza sogni. Ma se torniamo indietro ai tempi primordiali dello sviluppo umano – come ho detto, non ai tempi storici, ma a quelli preistorici, che possono essere compenetrati solo con quei mezzi di indagine spirituale di cui parleremo nei prossimi giorni –, allora troviamo anch’essi tre stati di coscienza dell’uomo, ma di tipo completamente diverso. Ciò che oggi sperimentiamo nella coscienza diurna vigile allora non veniva sperimentato; nei tempi antichissimi dello sviluppo umano, infatti, invece di fatti materiali dai contorni netti e ben definiti, si sperimentavano entità dai confini fisici sfumati.
In quei tempi, un essere umano che avesse visto tutti voi qui seduti non avrebbe visto i contorni netti che oggi determinano la vostra umanità come linee ben definite, così come le vediamo oggi; la forma sarebbe apparsa sfocata alla coscienza vigile ordinaria. Tutto sarebbe stato compenetrato da ciò che oggi vediamo solo in modo indistinto: da un aurico, da uno splendore, da un luccichio, da uno schillerio spirituale che andava ben oltre la portata di ciò che oggi percepiamo. Tutti voi qui seduti avreste mostrato le vostre aure, che si fondevano l’una nell’altra, a chi fosse stato in grado di percepirle. E chi fosse stato capace di farlo avrebbe guardato dentro queste aure scintillanti e lucenti dell’anima di coloro che erano davanti a lui. Si poteva ancora guardare dentro l’anima, perché l’uomo viveva nell’atmosfera dell’animico-spirituale.
Se posso fare un paragone: oggi, dopo una giornata serena e asciutta, camminando per le strade la sera, vediamo i lampioni in modo tale che ci mostrano contorni luminosi netti. Se invece camminiamo per le strade in una sera nebbiosa, gli stessi lampioni ci mostrano tutt’intorno ogni sorta di forme colorate, che la fisica odierna fraintende completamente considerandole fenomeni soggettivi, mentre in realtà sono ciò che viene vissuto dall’essenza di queste fiamme in nesso con il fatto che l’uomo cammina attraverso l’elemento acquoso della nebbia. Gli antichi camminavano attraverso l’elemento spirituale-animico; vedevano le aure, che non erano soggettive, ma appartenevano oggettivamente agli esseri umani. Questo era il loro stato di coscienza.
Poi avevano uno stato di coscienza che si collegava a questo, come per noi il sonno animato dai sogni si collega allo stato di veglia, ma che non era il nostro stato di sogno odierno: era uno stato in cui tutto ciò che è sensibile scompariva. Per noi, nel sogno, le impressioni sensoriali diventano simboli: la luce del sole diventa un incendio, le file di denti diventano due file di picchetti, e così via; i sogni di ricordo diventano drammi terreni o anche spiritualizzati, drammi onirici. Il mondo dei sensi resta sempre presente; anche il mondo della memoria rimane.
Per coloro che nei tempi antichissimi dell’evoluzione umana – e vedremo che tutti noi allora la possedevamo, poiché tutti quelli che sono qui seduti esistevano già in vite terrene precedenti – vivevano in questo stato, la cosa era diversa. Quando la luce del sole, durante il giorno, si faceva più debole, l’uomo non vedeva simboli delle cose fisiche: le cose fisiche scomparivano davanti ai suoi occhi. L’albero che stava davanti a lui svaniva, si trasformava in qualcosa di spirituale – le leggende sugli spiriti degli alberi non sono frutto dell’immaginazione popolare; solo la loro interpretazione è frutto dell’immaginazione errata degli studiosi – e lo spirito che apparteneva all’albero prendeva il suo posto. E questi spiriti – lo spirito dell’albero, lo spirito della montagna, lo spirito della roccia – guidavano lo sguardo dell’anima verso quel mondo in cui l’uomo si trova tra la morte e una nuova nascita, dove è soggetto a fatti spirituali proprio come qui sulla Terra è soggetto a fatti fisici, dove è circondato da entità spirituali così come qui è circondato da entità fisiche. Questo era il secondo stato di coscienza. Vedremo tra poco come la nostra coscienza onirica ordinaria possa trasformarsi in questo stato anche per l’uomo odierno che aspira alla conoscenza spirituale.
E c’era anche un terzo stato di coscienza. Naturalmente anche allora gli uomini dormivano. Ma quando si svegliavano, non avevano soltanto il vago ricordo del trascorrere del tempo o una sensazione ottusa di vita; avevano invece un ricordo chiaro di ciò che avevano vissuto durante il sonno. Ed era proprio da questo sonno che emergevano le impressioni delle vite terrene passate, con il loro nesso di destino, con la conoscenza e con la comprensione del karma.
Così l’uomo odierno ha la coscienza di veglia, la coscienza di sogno e la coscienza di sonno senza sogni. Così una preumanità aveva tre stati di coscienza: uno per la realtà intrisa di spirito, uno per la visione del mondo spirituale, uno per la comprensione del karma. Essenzialmente, nell’umanità primordiale, tutto ciò costituiva una coscienza crepuscolare della sera.
Questa coscienza crepuscolare della sera è passata, è svanita nel corso dell’evoluzione dell’umanità. Deve sorgere una coscienza crepuscolare del mattino. L’odierna ricerca spirituale si trova già in essa. E l’uomo deve arrivare alla capacità di guardare l’albero, la roccia, la sorgente, la montagna, le stelle e, nel potenziamento e nel rafforzamento delle proprie forze animiche, fare in modo che da ogni cosa fisica gli appaia il fatto spirituale o l’entità spirituale che le sta dietro.
La scienza esatta, la conoscenza esatta, possono diventare – ciò che oggi viene ancora deriso come follia o pazzia – tali che chi conosce veramente guarda l’albero davanti ai suoi occhi e, pur vedendolo come materia, lo sperimenta come se lo spazio venisse sottratto e l’entità spirituale dell’albero gli venisse incontro. Come la luce solare riflette tutti gli esseri fisici esteriori nei nostri occhi fisici, così l’umanità arriverà – e l’Antroposofia anticipa questo arrivo – a comprendere che l’entità spirituale del Sole, che permea e anima il mondo, vive anche in tutti gli esseri fisici. E come la luce fisica si riflette nel nostro occhio fisico, così può riflettersi nel nostro occhio dell’anima l’entità solare divina e spirituale che compenetra tutto, da ogni essere terrestre.
E come oggi l’uomo dice: «La rosa è rossa», e alla base di ciò sta il fatto che la rosa gli restituisce il dono che egli stesso ha ricevuto dall’essere solare fisico-eterico, così potrà dire: «La rosa restituisce ciò che riceve dall’essere solare spirituale-animico che pervade e anima il mondo».
L’uomo si reinserirà in un’atmosfera spirituale e saprà che, con il proprio essere, è radicato in questa atmosfera spirituale. Ma allora capirà come, in questa coscienza di sogno che inizialmente può dare solo simbolizzazioni caotiche della vita dei sensi esteriori, si trovino le rivelazioni di un mondo spirituale che attraversiamo tra la morte e una nuova nascita; e come, nella vita del sonno profondo, in noi tessa e vive, come un reale insieme di forze, ciò che dopo il risveglio ci conduce verso colui con cui si intreccia il nostro destino, il nostro karma.
Ciò che, nonostante tutta la nostra libertà, viviamo come destino nella vita quotidiana viene tessuto e intrecciato durante la nostra vita di sonno, là dove, con il nostro animico-spirituale che è fuori dal fisico-eterico, conduciamo una vita insieme agli spiriti divini, anche con quegli spiriti divini che trasferiscono in questa vita i risultati delle vite terrene precedenti. E chi, attraverso l’evoluzione delle forze animiche corrispondenti, riesce a guardare nella vita del sonno senza sogni, scopre in essa i nessi karmici. Solo così la vita storica dell’umanità acquista un senso: essa è tessuta da ciò che gli esseri umani delle epoche precedenti trasferiscono, attraverso la vita tra la morte e una nuova nascita, in nuove vite, in nuove epoche. Quando guardiamo una personalità del presente o di qualsiasi tempo, la comprendiamo davvero solo quando comprendiamo le sue vite terrene passate.
Nei prossimi giorni parleremo di quella ricerca che, partendo da personaggi storici, conduce poi alla vita terrena precedente, sia essa attuale o di qualsiasi altro tempo, attraverso la vita quotidiana.
L’altro ieri ho detto che la discussione teorica sul karma e sulle vite terrene ripetute deve rimanere qualcosa di inanimato se non si introduce realmente nella concezione pratica della vita una contemplazione orientata in questa direzione, cioè se non si considera la vita nel senso del karma e delle vite terrene ripetute. La considerazione a cui mi riferisco deve però essere condotta con la massima serietà. Si può infatti affermare che la tentazione degli uomini di farsi idee su ogni genere di nessi karmici, su tutto ciò che ha a che fare con le vite terrene ripetute, è molto forte, e che la fonte delle illusioni in questo campo è straordinariamente ampia. Un’indagine in questa direzione può essere realmente intrapresa solo quando il mondo spirituale è stato, in un certo senso, aperto all’investigatore attraverso lo sviluppo dell’anima.
A quel punto, però, proprio per tali indagini, gli ascoltatori pretenderanno quelle ragioni di convinzione che possono derivare da tutto ciò che emerge nel corso delle considerazioni di una simile ricerca. Non si dovrebbe avere alcuna fiducia in chi inizia senza esitazione a parlare di vite terrene ripetute; ciò che viene tratto da tali profondità occulte deve invece essere confermato da molte altre cose già note, che siano in grado di giustificare la fiducia.
Ora penso che, nel corso dei ventitré, ventiquattro anni in cui è stata coltivata l’Antroposofia, sia stato raccolto materiale occulto sufficiente affinché oggi i risultati di questa audace ricerca sul karma e sulle vite terrene ripetute possano essere presentati a quegli ascoltatori che hanno potuto acquisire fiducia attraverso gli altri ambiti della vita spirituale dispiegatisi nel corso del tempo. Certo, proprio in questo momento sono molti i presenti che fanno parte della Società solo da relativamente poco tempo. Ma sarebbe impossibile, per l’evoluzione della Società, ricominciare da capo, per così dire, per i nuovi arrivati; tanto più che abbiamo la grande gioia e soddisfazione di vedere come, proprio durante questo corso, che ha registrato il tutto esaurito, sia presente anche un gran numero dei più anziani amici antroposofici, antroposofi che hanno vissuto quasi tutta l’evoluzione antroposofica. E nel corso del tempo devono essere create le occasioni affinché, all’interno della Società Antroposofica, coloro che sono all’inizio della loro appartenenza possano essere avvicinati a ciò che deve essere coltivato nell’evoluzione della Società stessa.
Devo premettere questo perché le considerazioni che oggi presenterò come punto di partenza per molte cose che seguiranno nelle prossime conferenze le considero più che semplici comunicazioni, poiché contengono alcuni aspetti che appariranno davvero molto audaci. Ma, miei cari amici, la vita umana appare nella sua giusta luce solo quando la si considera nella sua verità, come attraversata da ripetute esistenze terrene. Tuttavia, la ricerca in questo campo, una ricerca seria e cosciente della propria responsabilità, non è affatto facile, poiché i risultati che vi si ottengono contraddicono in un certo senso le rappresentazioni abituali che l’uomo si forma.
Accade così che, quando qualcuno considera una vita terrena umana con il suo contenuto di destino, noti innanzitutto quei colpi del destino che riesce a comprendere più facilmente, quelli che hanno un nesso con la professione, con la professione esteriore o interiore, con la posizione sociale e simili. È facile che un essere umano, in relazione al contenuto della sua vita terrena, appaia caratterizzato da elementi che non sono affatto esteriori e che possono significare qualcosa per l’intimo del suo essere animico; ma quando si guarda a quelle profondità in cui devono essere colte le vite terrene ripetute, è necessario prescindere da molte cose che, esteriormente, imprimono il loro sigillo sul destino di un uomo in una singola vita terrena.
Non si deve quindi immaginare che la professione esteriore o interiore abbia un grande significato per il karma che attraversa le diverse vite terrene. Basta pensare a come una professione relativamente caratterizzata esteriormente – diciamo quella di un funzionario o qualcosa di simile – sia collegata solo esteriormente al destino dell’uomo. Per i nessi karmici propri, per i veri nessi del destino, ciò che caratterizza questa professione esteriore non ha alcun significato. Lo stesso vale per la professione interiore. Quanto è facile pensare che un musicista, almeno in una vita terrena precedente, fosse un artista, se non addirittura un musicista. Ma questo non è affatto sempre il caso; anzi, se si approfondisce davvero la questione, è molto raro che lo sia. Il karma che continua, il filo del destino che prosegue, entra molto più nell’interiorità umana e si cura poco delle professioni esteriori e interiori, mentre si interessa molto di più alle forze animiche interiori, alle resistenze dell’anima, ai nessi morali che, alla fine, possono manifestarsi in qualunque professione, esteriore o interiore.
Proprio per questo, l’esplorazione del karma, l’indagine del filo del destino, rende necessario guardare a circostanze della vita di una persona che talvolta sembrano addirittura irrilevanti. Devo ricordare ancora una volta un fatto che mi è capitato nella vita.
Dovevo indagare sui nessi karmici di un uomo che aveva mostrato molte peculiarità nella sua esistenza, che aveva avuto il suo compito nella vita, la sua professione. Ma dall’osservazione di tutto ciò che egli faceva nella sua professione – per esempio il suo altruismo e simili – non si ricavava alcun indizio delle sue precedenti vite terrene. Non che tutto questo non fosse in relazione con le vite terrene precedenti, ma a un primo sguardo non se ne traeva alcun segno. Non era possibile dedurlo dall’osservazione dei fatti derivanti dalla sua professione o dalla sua filantropia. Curiosamente, invece, proprio una peculiarità secondaria della sua vita faceva emergere qualcosa di particolare di questa personalità. Doveva tenere una conferenza e, prima di iniziare, aveva l’abitudine di tirare fuori il fazzoletto e soffiarsi il naso. L’ho ascoltato parlare spesso e non ho mai notato altro se non che, prima di iniziare a parlare in modo coerente, tirava fuori il fazzoletto e si puliva il naso. Non lo faceva durante il discorso, ma sempre quando era costretto a parlare in contesti articolati. Questo creava un’immagine da cui irradiava la possibilità di guardare indietro alle vite terrene precedenti.
Cito questo esempio come particolarmente grottesco. Gli esempi non sono sempre così grotteschi, ma occorre avere la capacità di entrare in contatto con la totalità di un essere umano se si vuole considerare il karma in modo valido e significativo. Vedete, per uno sguardo più profondo, avere una certa professione è più o meno qualcosa che deriva dall’educazione e da circostanze simili. Al contrario, il fatto che un uomo non possa fare a meno di tirare fuori il fazzoletto e soffiarsi il naso prima di iniziare un discorso è già legato alla sua configurazione spirituale interiore. È qualcosa di molto più intimo, connesso all’essenza stessa dell’uomo. Questo è soltanto un esempio estremo. Le cose non si presentano sempre in modo così evidente. Ma con ciò intendo solo suscitare una rappresentazione del fatto che, di norma, per l’esame del karma, ciò che si trova sulla superficie della vita di una persona non serve a nulla; è necessario entrare in certe intimità, non però in quelle che ci si immagina arbitrariamente, bensì in quelle che sono apertamente presenti nella vita stessa.
Dopo questa premessa, vorrei ora iniziare senza mezzi termini con ciò che ho da dire, naturalmente con tutte le riserve che in un caso del genere devono sempre esserci: con la riserva che ognuno creda o meno a ciò che dirò, ma anche con la certezza che la questione che sto per affrontare è fondata sulla più profonda serietà della ricerca delle Scienze dello Spirito.
Cose del genere non si verificano quando ci si avvicina alla ricerca con l’intenzione di indagare come fa oggi un ricercatore di laboratorio; le ricerche sul karma devono invece derivare, in un certo senso, dal karma stesso. Ho dovuto menzionarlo alla fine della nuova edizione della mia «Teosofìa», perché tra le varie richieste strane che mi sono state fatte nel corso della vita c’è stata anche quella di sottopormi a qualche laboratorio psicologico, affinché lì si potesse ricercare se le cose che dico sulla Scienza dello Spirito siano fondate. Questo è naturalmente tanto ridicolo quanto se qualcuno fornisse risultati matematici e, invece di verificarli matematicamente, gli si chiedesse di sottoporsi a un esame in laboratorio per stabilire se sia un vero matematico o meno. Ma simili ridicolaggini sono oggi considerate erudizione e vengono avanzate con grande serietà. Che da tali tentativi non possa naturalmente venir fuori nulla l’ho espressamente menzionato alla fine della nuova edizione della mia «Teosofìa», dove ho anche indicato che tutte le vie che devono condurre a una simile ricerca – alla scoperta di un risultato occulto concreto – devono essere preparate in modo spirituale-sovrasensibile.
Una volta ebbi l’occasione di incontrare un medico moderno che conoscevo molto bene per la sua fama e per la sua carriera di scrittore e che stimavo molto. Cito dunque, in questo caso, i dettagli karmici che hanno condotto alla ricerca corrispondente. Essa ha richiesto molto tempo ed è stata portata a compimento solo nelle ultime settimane; solo ora è tale che, se si vuole essere coscienziosi, se ne può parlare. Menziono quindi i singoli elementi affinché possiate vedere alcune cose – naturalmente non tutte – di come esse siano in nesso tra loro.
Ho imparato a conoscere un medico moderno di questo tipo, e precisamente nel momento in cui lo incontrai egli si trovava insieme a un’altra personalità. Quest’altra personalità la conoscevo già da molto tempo; mi aveva sempre fatto un’impressione non direi profonda, ma comunque approfondita. Un’impressione profonda, tuttavia, per il fatto che questa personalità amava stare con persone che si occupavano, in senso lato, di occultismo inteso in senso esteriore. Amava anche raccontare di come molti dei suoi conoscenti si esprimessero su ogni sorta di occultismo, in particolare su tutto ciò che, dall’occultismo, ha un nesso con ciò a cui l’artista odierno dovrebbe aspirare come lirico, epico, drammaturgo. Questa personalità era circondata da una sorta di aura morale, direi. Uso la parola «morale» per indicare tutto ciò che ha a che fare con le qualità animiche dominate dalla volontà. Alla presenza di questa personalità, che in realtà avevo visitato, incontrai l’altro, che conoscevo e stimavo molto per la sua carriera di scrittore e per la sua attività medica. E ciò che si svolse durante quella visita lasciò davvero un’impressione profonda, tale da spingermi ad accogliere il tutto nel campo della ricerca spirituale.
Si verificò allora qualcosa di molto singolare. Attraverso l’osservazione che potei fare della convivenza di queste due personalità, e anche attraverso l’impressione che mi fece quest’altra personalità, che conoscevo da tempo per la sua carriera di scrittore e per la sua attività medica, che stimavo e che vedevo allora per la prima volta esteriormente, attraverso tutto questo ricevetti la forza – non certo per esaminare in qualche modo la personalità che avevo appena conosciuto nei suoi legami con la vita e con il destino – ma perché essa irradiava, in un certo senso, luce sull’altro, che conoscevo già da tempo. E si scoprì che quest’altro – non nella sua ultima, ma in una precedente vita terrena – aveva vissuto nell’antico Egitto e, cosa singolare, era stato mummificato in quell’epoca, era stato imbalsamato come mummia.
Ben presto si scoprì che questa mummia esisteva ancora. L’ho vista anche io più tardi, in un altro luogo, ma molto tempo dopo. Questo fu il punto di partenza. Poiché la ricerca era stata accesa da questa personalità che conoscevo da tempo, essa continuava in un certo senso a irradiarsi, e si presentò la possibilità di indagare nel contesto del destino dell’uomo che aveva dato origine a questa nuova conoscenza. E allora si verificò quanto segue.
Mentre di solito è relativamente facile ricondurre la vita terrena di un uomo alla sua immediata esistenza precedente, qui l’intuizione mi condusse molto più indietro nel tempo, fino all’antico Egitto, e mi pose chiaramente davanti agli occhi dell’anima due personalità. Una era una sorta di capo tribù nell’antico Egitto, che possedeva in modo molto forte l’antica iniziazione egizia, ma che come iniziato era divenuto in un certo senso decadente; nel corso della sua vita aveva cominciato a non prendere più seriamente l’iniziazione, arrivando persino a trattarla con un certo atteggiamento beffardo. Questo capo tribù aveva però un servitore che era estremamente serio. Il servitore non era naturalmente iniziato, ma entrambi avevano il compito di imbalsamare le mummie e di procurarsi i materiali necessari, che provenivano da luoghi piuttosto lontani.
Ora, l’imbalsamazione delle mummie, soprattutto nell’antico Egitto, era un’attività estremamente complessa e richiedeva una conoscenza approfondita dell’entità umana, del corpo umano. Ma anche a coloro che erano legittimamente incaricati di imbalsamare le mummie era richiesta una profonda conoscenza dell’anima umana. Il capo, che era stato iniziato a questa attività, cadde gradualmente in una sorta di leggerezza nei confronti della sua vera professione. Così accadde che le conoscenze ricevute attraverso una specie di iniziazione egli le rivelò poco a poco – direi, nel linguaggio dei misteri – al suo servitore, il quale si dimostrò un uomo che giungeva a comprendere il contenuto dell’iniziazione meglio dell’iniziato stesso. In questo modo il servitore divenne effettivamente imbalsamatore di mummie, mentre l’altro finì per limitarsi sempre meno anche solo a osservare, appropriandosi invece di tutto ciò che era connesso con la posizione e l’atteggiamento sociale. Quest’ultimo perse progressivamente prestigio e finì così coinvolto in diversi conflitti esistenziali. Il servitore, invece, che si era formato una visione della vita sempre più seria, fu letteralmente afferrato da una sorta di iniziazione che non era reale, ma che viveva in lui in modo profondamente istintivo. Così, sotto la supervisione e con la collaborazione di queste due persone, fu imbalsamata un’intera serie di mummie.
Il tempo passò. I due uomini attraversarono la porta della morte, vissero quelle esperienze di cui vorrei parlare la prossima volta, che nel sovrasensibile sono in nesso con lo sviluppo del karma, del destino, e furono poi entrambi ricondotti alla vita terrena in epoca romana, precisamente nel periodo in cui venne fondato l’Impero Romano, all’incirca al tempo di Augusto.
Come ho detto, si tratta di una ricerca accurata, precisa quanto qualsiasi ricerca fisica o chimica. Non parlerei di queste cose se non avessi, da settimane, la possibilità di esporle in modo così preciso. Ora ritroviamo colui che era stato il capo, che era divenuto un iniziato frivolo e che, dopo aver attraversato la porta della morte, aveva vissuto un’esperienza terrena estremamente amara, con tutte le conseguenze di una tale prova: lo ritroviamo come Giulia, figlia di Augusto, che sposa Tiberio, figliastro di Augusto, e conduce una vita che a lei appariva naturalmente giustificata, ma che nella società romana di allora era considerata così immorale da condurla all’esilio. L’altro, il servitore che si era innalzato fino a divenire quasi un iniziato partendo dal basso, rinasce in questo periodo come lo storico romano Tito Livio.
Ma ora è interessante vedere come Tito Livio giunga alla stesura della storia. Egli aveva imbalsamato un gran numero di mummie nell’antico Egitto. Le anime che abitavano i corpi di queste mummie, proprio queste anime, si reincarnarono più volte come romani, in particolare come i sette re di Roma, poiché i sette re romani sono realmente esistiti. Se risaliamo nel tempo, al periodo in cui il capo e il suo servitore erano incarnati, giungiamo all’antico Egitto. E, in virtù di una certa legge che vale appunto per la reincarnazione delle anime i cui corpi sono stati mummificati, queste anime furono richiamate sulla Terra in tempi relativamente brevi. Ma il legame karmico del servitore del capo, di cui ho parlato, con queste anime i cui corpi egli aveva imbalsamato, è così intimo che egli dovette scrivere proprio la loro storia – naturalmente aggiungendo anche ciò che non aveva imbalsamato –, ma dovette scrivere proprio la storia di coloro che aveva imbalsamato. Così Tito Livio diventa storico.
Ora vorrei solo che il maggior numero possibile di voi prendesse la storia romana di Tito Livio e si lasciasse influenzare dallo stile di Tito Livio alla luce della conoscenza che deriva da questo nesso karmico. Vedrete che la singolare intensità umana, e allo stesso tempo il richiamo al mito presenti nello stile di Tito Livio, spingono verso quella conoscenza dell’uomo che un imbalsamatore può acquisire. A un simile nesso si giunge solo quando si intraprendono ricerche di questo tipo. Ma allora si ottiene qualcosa che, all’improvviso, illumina molti aspetti. È infatti difficile comprendere l’origine dello stile di Tito Livio, questo stile peculiare con cui egli, in quanto storico, per così dire imbalsama gli uomini che descrive – perché in fondo è questo che fa il suo stile. Quando si fa riferimento a tali nessi, si getta luce sull’origine di questo stile.
Ora, vedete, abbiamo di nuovo le due personalità, Giulia e Tito Livio. Come Giulia e Tito Livio, attraversano nuovamente la porta della morte. Tutto ciò che l’anima ha vissuto – essere stata in origine una sorta di iniziato piuttosto forte, ma aver distorto ciò nella frivolezza, aver sperimentato l’amarezza delle conseguenze nella vita tra la morte e la nuova nascita, poi aver vissuto, come Giulia, quel destino particolare (leggetelo) – tutto questo ha determinato, per la vita successiva che seguì a quella di Giulia tra la morte e una nuova nascita, una forte antipatia verso l’incarnazione femminile, un’antipatia che si è curiosamente universalizzata. Nell’intuizione si può trovare questa individualità nella vita tra la morte e la nuova nascita come se gridasse continuamente: «Ah, se non fossi mai diventata donna, perché ciò che ho compiuto allora nell’antico Egitto mi ha condotta a questa condizione di donna!».
Si possono ora seguire ulteriormente queste individualità. Si entra nel Medioevo e si ritrova Tito Livio come poeta amante del canto nel pieno del Medioevo. Ci si stupisce di trovarlo in questa forma, poiché le professioni esteriori non hanno alcun nesso diretto. Ma le sorprese più grandi che possano capitare a un essere umano sono proprio quelle che derivano dalla contemplazione delle vite terrene che emergono l’una dall’altra. Si ritrova così lo storico romano – con lo stile derivato dalla conoscenza dell’essere umano acquisita attraverso la mummificazione – nell’ulteriore sviluppo di questo stile, che possedeva una grande leggerezza e che ora viene elevato a una leggerezza lirica: si ritrova Tito Livio come Walther von der Vogelweide.
Walther von der Vogelweide, che soggiorna in Tirolo, ha tra i suoi benefattori una personalità davvero singolare. Una persona che era in confidenza con tutti gli alchimisti che all’epoca si trovavano in gran numero in Tirolo; che era signore di un castello e che, ovunque – per usare un linguaggio moderno dell’arte drammatica –, si dedicava a ogni sorta di alchimie, imparando e scoprendo cose incredibili. Proprio da questo, come più tardi avvenne in modo simile per Paracelso, dal suo vagabondare tra le mistificazioni alchemiche ricevette l’impulso a dedicarsi intensamente a tutto ciò che era occulto. Acquisì un senso occulto incredibilmente sviluppato, che gli permise di ritrovare in Tirolo qualcosa che allora era noto solo attraverso leggende: il castello, il castello di montagna, il castello di roccia che non avrebbe potuto essere riconosciuto da nessun altro, poiché era costituito soltanto di roccia, con una cavità al suo interno, il castello del re nano Laurino. La natura demoniaca della zona del castello di re Laurino fece un’impressione profondissima su questa personalità. Così, in quest’anima, si uniscono elementi singolari: un’iniziazione spinta fino alla frivolezza; il rancore per essere stata donna e per essere stata così spinta nell’immoralità romana e, insieme, nell’ipocrisia romana in materia di morale; una conoscenza intima, ma esteriore, di ogni sorta di alchimia; e infine questa conoscenza ampliata in un libero pensiero sui demoni della natura e, in generale, sullo spirituale che pervade tutta la natura. E i due – anche se ciò non è riportato nella biografia di Walther, è tuttavia così – si incontravano allora abbastanza spesso: Walther von der Vogelweide e quest’uomo. Walther ricevette molti impulsi e molti influssi da lui.
Ora, vedete, qui seguiamo allo stesso tempo – come è, per così dire, una legge karmica – come le personalità siano sempre attratte l’una verso l’altra, come si completino a vicenda vivendo in contrasti, sempre di nuovo, contemporaneamente, chiamate sulla Terra. Ed è interessante osservare lo stile lirico peculiare di Walther, che sembra quasi indicare come l’imbalsamazione gli fosse ormai divenuta del tutto sgradevole e come egli si rivolgesse verso l’altro lato della vita, verso il lato in cui non si ha a che fare con ciò che è morto, ma con un’esistenza piena e gioiosa, seppure con una punta di pessimismo. Ascoltate lo stile di Walther von der Vogelweide e sentite in esso le due vite terrene precedenti. Sentite anche la vita inquieta di Walther von der Vogelweide: essa ricorda fortemente quella vita che si apre davanti a noi quando si è a lungo in compagnia dei morti e molti destini si scaricano nell’anima, come nel caso di un imbalsamatore di mummie.
E ora proseguiamo. Vedete, l’ulteriore ricerca di questa catena karmica mi condusse nuovamente nella stessa stanza – ma ora soltanto intuitivamente, nello spirito – in cui mi ero trovato alla presenza di un mio vecchio conoscente, che sapevo però essere una mummia; e ora sapevo anche: una mummia imbalsamata dall’altro. L’intera linea mi ricondusse dunque in quella stanza. E ritrovai l’anima che era passata attraverso l’antico imbalsamatore egizio, attraverso Tito Livio, attraverso Walther von der Vogelweide, nel medico moderno Ludwig Schleich.
È così che i nessi della vita si rivelano in modo sorprendente. Chi può comprendere una singola vita terrena con la coscienza ordinaria? Essa è comprensibile solo se si sa ciò che vive nel profondo dell’anima. Teoricamente molti sanno che nel profondo dell’anima si depositano vite terrene successive; ma ciò diventa reale, concreto, solo quando lo si osserva effettivamente in un caso concreto.
Lo sguardo fu allora distolto dalla stanza, poiché l’altra personalità, presente come uno dei mummificati, inizialmente non rivelava ulteriori tracce, o almeno non di particolare rilievo. Al contrario, si rivelò ora anche il percorso dell’anima dell’antico capo tribù, di Giulia, dello scopritore del castello incantato di Laurino: si tratta di August Strindberg.
Ora vi chiedo di prendere l’intera vita e l’opera poetica di August Strindberg e di considerarle sullo sfondo che ho appena delineato. Guardate il peculiare misoginismo di Strindberg, che in realtà non è tale, poiché emerge da motivi del tutto diversi. Guardate tutto ciò che vi è di demoniaco nella poesia di Strindberg. Guardate la predilezione di August Strindberg per tutte le arti e le arti occulte e alchemiche possibili e immaginabili. E infine guardate la vita avventurosa di August Strindberg. Allora comprenderete come questa vita si distingua nel contesto che ho descritto.
E poi leggete le memorie di Ludwig Schleich, i suoi rapporti con August Strindberg, e vedrete come tutto questo si manifesti sullo sfondo delle vite terrene precedenti. Dalle memorie di Ludwig Schleich può balenare una luce molto singolare, direi sconcertante. La personalità che ho incontrato in Schleich, di cui ho parlato come di qualcuno che era stato mummificato dallo stesso Schleich nella sua vita nell’antico Egitto, è la stessa personalità di cui Schleich racconta nelle sue memorie come di qualcuno che Strindberg gli aveva portato, gli aveva ricondotto. Essi hanno lavorato insieme sul cadavere: questa anima, che abitava quel corpo, essi l’hanno di nuovo riunita.
Vedete, così diventano concrete le cose che inizialmente possono essere discusse solo teoricamente riguardo alle vite terrene ripetute e al karma. Solo allora diventa davvero trasparente ciò che si manifesta nella vita terrena. Che cos’è una singola vita terrena umana, nella sua apparente incomprensibilità, se non può essere vista sullo sfondo delle vite terrene precedenti?
Miei cari amici, quando discuto di queste cose, accanto alla trattazione sento anche qualcosa come una responsabilità interiore. Queste cose, che dal Convegno di Natale è divenuto possibile discutere apertamente, richiedono, se devono essere considerate nel modo giusto, da parte degli ascoltatori una serietà autentica, un atteggiamento interiore serio e un’adesione sincera al movimento antroposofico, poiché possono facilmente dare luogo a ogni sorta di frivolezza. Esse vengono tuttavia esposte perché oggi è necessario che la Società Antroposofica sia posta su un fondamento di serietà e diventi consapevole del proprio compito all’interno della civiltà moderna.
Pertanto, dopo aver posto queste basi, nella prossima conferenza, che si terrà mercoledì prossimo alle nove e mezza, vorrei parlare del karma della Società Antroposofica, per poi passare, nella conferenza successiva, che annuncerò in seguito, a ciò che tali considerazioni sul karma possono significare per l’uomo che voglia considerare la propria vita nel suo significato più profondo.
Il corso della storia dell’umanità e della nostra vita è compreso solo in minima parte se lo consideriamo dal suo aspetto esteriore, cioè da ciò che vediamo quando ci atteniamo a quanto si svolge entro la prospettiva della nostra vita terrena tra la nascita e la morte. Ed è impossibile comprendere i motivi interiori della storia e della vita se lo sguardo non viene rivolto a ciò che sta alla base degli eventi fisici esteriori come loro sfondo spirituale. Si descrive la storia del mondo e, in questa storia del mondo, anche gli eventi che si svolgono nel mondo fisico, e si afferma che tale storia presenti cause ed effetti. Si prendono, ad esempio, gli eventi del secondo decennio del ventesimo secolo e li si descrive come effetti degli eventi del primo decennio, e così via. Ma quanta illusione può esserci in questo modo di procedere! È come se osservassimo dell’acqua che scorre formando onde e considerassimo ogni onda soltanto come conseguenza di quella precedente, mentre in realtà dal basso salgono le forze che le generano. Così è anche qui: ciò che accade in un qualunque punto dello sviluppo storico o della vita umana in generale viene plasmato dal mondo spirituale, e solo in misura minima possiamo parlare di cause ed effetti in relazione a tali eventi.
Vorrei ora mostrarvi, attraverso alcuni esempi successivi, come sia necessario includere gli eventi spirituali in questi avvenimenti per ottenere un’immagine reale di ciò che sta loro alla base. Il tempo presente è infatti in relazione spirituale con ciò che, nella vita spirituale, può essere chiamato il regno di Michele. Questo regno di Michele è a sua volta collegato, nel senso più profondo, anche al movimento antroposofico, in particolare a ciò che esso è chiamato a essere. Così, negli eventi di cui parlerò, è in nesso anche il destino, il karma – come vedremo la prossima volta – della Società Antroposofica e, con esso, il karma della stragrande maggioranza delle personalità che si trovano all’interno di questa Società. Alcuni dei temi che tratterò questa sera sono già noti a molti di voi dalle conferenze precedenti. Tuttavia, oggi vorrei considerare ciò che è noto insieme a ciò che è meno noto, osservandolo da un determinato punto di vista.
Vediamo, miei cari amici, come dal mistero del Golgota si sviluppi nel mondo colto un continuo impulso cristiano. Ho già illustrato più volte in passato il significato che questo sviluppo cristiano ha assunto nei secoli successivi. Ma è innegabile che, all’interno di questo sviluppo cristiano, siano intervenuti anche altri fattori. Se così non fosse, la nostra epoca non sarebbe permeata da quel forte materialismo che la caratterizza.
È innegabile che proprio le confessioni cristiane abbiano contribuito in modo rilevante a questo materialismo, ma non a partire da impulsi autenticamente cristiani; piuttosto, da altri impulsi che sono confluiti nello sviluppo cristiano provenendo da tutt’altra direzione.
Vediamo come in Occidente – prendiamo un determinato periodo, l’VIII secolo e l’inizio del IX – attraverso una personalità come Carlo Magno, il cristianesimo venga diffuso, in un modo che forse oggi non sempre possiamo condividere con i nostri concetti umanitari, tra le popolazioni che allora vivevano in Europa e che non erano ancora cristiane. Tra questi popoli non cristiani sono particolarmente degni di nota quelli che erano stati influenzati da correnti giunte in Europa dall’Asia attraverso il Nord Africa e che avevano origine nell’arabismo e nell’Islam; dobbiamo intendere il maomettanesimo in senso lato.
Mezzo millennio e più dopo il mistero del Golgota, vediamo infatti emergere dall’arabismo, nel maomettanesimo, tutti gli antichi elementi della visione del mondo araba. Vediamo diffondersi, insieme a questi elementi, una ricca erudizione, ma di tipo non cristiano; e vediamo questa erudizione avanzare, attraverso campagne militari penetranti, dall’Asia, passando per il Nord Africa, verso l’Europa occidentale e meridionale. Gradualmente questa corrente si esaurisce nel suo manifestarsi più esteriore; ma non si esaurisce all’interno dell’evoluzione della vita spirituale. Quando il modo più esteriore di diffondere l’arabismo in Europa viene meno, vediamo – e qui ci troviamo di fronte a uno dei casi in cui dobbiamo guardare alla storia esteriore per coglierne il retroscena spirituale – come l’arabismo continui a diffondersi interiormente. E vi ho già detto, nell’ultima riflessione sul karma che ho tenuto qui, che quando consideriamo le vite terrene successive dei singoli esseri umani non possiamo trarre alcuna conclusione dall’esteriorità, dall’atteggiamento esteriore, su come sia stata una vita terrena precedente, poiché ciò che conta sono impulsi molto più interiori. Lo stesso vale per i personaggi storici, che dipendono anch’essi da impulsi profondamente interiori. Vediamo così come i risultati di periodi di civiltà precedenti vengano portati avanti in quelli successivi dalle personalità, trasmessi dagli esseri umani stessi; ma vediamo anche come, in questo passaggio, essi vengano trasformati, al punto che non possiamo riconoscerli immediatamente dall’esteriore nella nuova forma in cui una personalità li porta avanti in una nuova incarnazione. Cerchiamo dunque di considerare una simile corrente interiore.
Nello stesso periodo in cui Carlo Magno diffondeva il cristianesimo in modo relativamente primitivo, adeguato al livello educativo dell’Europa di allora, viveva in Oriente una personalità che, in realtà, era molto più importante di Carlo Magno: Harun al Raschid. Harun al Raschid riunì alla sua corte, in Asia Minore, i più significativi esponenti spirituali del suo tempo. La sua era una corte splendida, ammirata persino da Carlo Magno. Vediamo l’architettura, la poesia, l’astronomia, la geografia, la storia, l’antropologia rappresentate in modo brillante dalle personalità più eminenti, in parte da figure che portavano ancora in sé molto della conoscenza dell’antica scienza iniziatica.
In particolare vediamo, accanto ad Harun al Raschid, che era egli stesso un grande spirito organizzativo e che dalla sua corte seppe creare, potremmo dire, una sorta di accademia universale in cui i singoli elementi dell’arte e della scienza allora presenti in Oriente cooperavano in un grande organismo unitario, vediamo accanto a lui un’altra personalità: un consigliere che portava in sé gli elementi dell’antica iniziazione.
Non bisogna infatti credere che un uomo che in una precedente incarnazione fu un iniziato debba necessariamente riapparire come iniziato in una incarnazione successiva. Voi potete porre, miei cari amici, la domanda che sorge spontanea in relazione a quanto è stato detto in alcune di queste conferenze: sì, ci sono stati antichi iniziati, ma dove sono finiti? Non si sono reincarnati? Dove sono oggi? Dove erano negli ultimi secoli? Ebbene, erano presenti, ma bisogna considerare che chi in una precedente incarnazione fu un iniziato deve, in una nuova incarnazione, innanzitutto servirsi della corporeità esteriore che l’epoca può offrirgli. La più recente evoluzione dell’umanità non fornisce corpi così malleabili, così interiormente flessibili, da poter accogliere immediatamente ciò che in una precedente incarnazione viveva nell’individualità. Perciò tali iniziati ricevono altri compiti, nei quali agisce già, in modo inconscio, nella forza degli impulsi, ciò che un tempo era presente nella loro iniziazione, ma che non si manifesta più nella forma di un’azione iniziatica esplicita.
Così, alla corte di Harun al Raschid, viveva come secondo grande organizzatore un consigliere dotato di una comprensione straordinariamente profonda – non però, in quell’incarnazione, dell’intuizione iniziatica in senso stretto – che rese a Harun al Raschid i più grandi servizi immaginabili.
Queste due personalità, Harun al Raschid e il suo consigliere, attraversarono la porta della morte. Dopo essere giunti nel regno spirituale, videro ancora, per così dire, le ultime fasi della diffusione dell’arabismo: da un lato attraverso l’Africa fino alla Spagna, spingendosi profondamente in Europa; dall’altro anche nell’Europa centrale. Erano due forze potentissime, e Harun al Raschid, durante la sua vita terrena, aveva fatto molto per contribuire alla diffusione dell’arabismo nel mondo fisico.
Questo arabismo assunse una forma particolare alla corte di Harun al Raschid: una forma che era emersa da molte altre modalità in cui, da tempo, la conoscenza e l’arte si erano sviluppate in Asia. L’ultima grande ondata di sviluppo verso l’Asia era partita dall’epoca precedente di Michele come vita spirituale greca: la spiritualità greca, il senso artistico greco, così come erano stati sintetizzati dalla comunità di Aristotele e Alessandro Magno e come fioritura della vita spirituale greca. Questa fioritura si era diffusa in modo estremamente energico, ma anche esemplare per la propagazione dello spirito, attraverso le campagne di conquista di Alessandro Magno in Asia e in Africa, campagne permeate da quella mentalità che si espresse scientificamente nell’aristotelismo in Asia Minore e in Africa. Così l’arabismo e l’orientalismo furono plasmati secondo lo spirito di quegli impulsi che il mondo greco di Aristotele aveva accolto e che poi, attraverso le conquiste e le fondazioni di Alessandro, trovarono una diffusione così brillante.
Se guardiamo indietro di alcuni secoli prima del mistero del Golgota, fino alle campagne di Alessandro, fino alla diffusione di quei beni di saggezza cui ho appena accennato, operata da Alessandro Magno, vediamo, attraverso tutti i secoli fino ad Harun al Raschid, che visse nell’VIII secolo dopo Cristo, dall’altra parte dell’Asia, una continua ricettività per la vita spirituale greca nella sua forma aristotelica. Ma questa ricettività aveva assunto forme particolari. Sebbene tutto ciò fosse vivace, grandioso, penetrante, compenetrato dall’arabismo alla corte di Harun al Raschid, e sebbene fosse coltivato da Harun al Raschid, dal suo consigliere e dagli altri che vi operavano, persino intriso di antica saggezza iniziatica orientale, ciò che viveva come aristotelismo alla corte di Harun al Raschid non era l’autentico aristotelismo coltivato tra Aristotele e Alessandro. Aveva assunto forme che avevano poco a che fare con il cristianesimo.
Così troviamo là, coltivato in modo splendido, in particolare sotto l’egida di Harun al Raschid e del suo consigliere, un aristotelismo, un alessandrinismo che rappresenta un polo opposto al cristianesimo, che aveva assunto una determinata figura spirituale, vale a dire una sorta di panteismo, e che non volle mai unirsi al cristianesimo, perché per la sua essenza interiore non poteva unirsi ad esso.
Con una simile mentalità di vita spirituale antica, che non voleva entrare nel cristianesimo, Harun al Raschid e il suo consigliere attraversarono la porta della morte. Tutti i loro sforzi, tutta la loro nostalgia, tutta la loro forza, dopo aver varcato la porta della morte, furono rivolti a intervenire dal mondo spirituale nell’evoluzione storica, continuando in un certo senso ciò che, in precedenza, si era svolto nei periodi di guerra e simili con la diffusione della vita spirituale dell’arabismo dall’Asia all’Europa. Dopo la loro morte, dal mondo spirituale essi inviarono impulsi, raggi spirituali che volevano, per così dire, compenetrare l’Europa nella sua vita spirituale con l’arabismo.
E così vediamo come uno di loro, Harun al Raschid, dopo la sua morte, dal mondo spirituale, segua ciò che avviene per la diffusione dell’arabismo dal Vicino Oriente, attraverso il sud dell’Europa, passando per la Spagna, e come egli lo accompagni e lo porti avanti. L’altro, che vive nel mondo spirituale, osserva e partecipa in modo corrispondente a ciò che avviene più a nord nel mondo fisico; egli prende, per così dire, nel mondo spirituale una direzione che, se proiettata sul piano fisico, avrebbe approssimativamente la forma di un arco che va dalla regione settentrionale del Mar Nero fino all’Europa centrale.
Così rivolgiamo il nostro sguardo a queste individualità in una sorta di migrazione spirituale che può essere proiettata sul piano fisico nel modo appena descritto. Sapete già dalla storia come l’aristotelismo e la leggenda di Alessandro si siano diffusi nel cristianesimo. Nei secoli IX, X, XI, XII e XIII, uno dei temi più popolari, di cui si parlava ovunque in Europa, era quello legato ad Alessandro Magno. Abbiamo la meravigliosa poesia del prete Lamprecht, il Canto di Alessandro, che collega ovunque le gesta di Alessandro al mondo spirituale. Vi vengono descritti l’educazione e la vita di Alessandro, i tratti che lo legano all’Asia; ma ovunque viene sottolineato ciò che vive spiritualmente nella sua vita terrena. Tutto ciò che è spirituale è in nesso con la vita terrena, solo che la coscienza ordinaria non lo vede. In questa elaborazione medievale del materiale viveva tutto questo.
Così l’aristotelismo si diffonde fino alla scolastica: ovunque concetti aristotelici. Ma si tratta dell’altro polo: là, in Asia, in forma arabica; qui, in Europa, in forma cristiana. Il Canto di Alessandro è completamente compenetrato di spirito cristiano; l’aristotelismo europeo è assolutamente cristianizzato.
Si giunge persino al fatto curioso che i dottori della Chiesa cristiana, armati interiormente di Aristotele, combattono contro coloro che dall’Asia avevano portato l’altro Aristotele in Spagna e vi diffondevano una dottrina non cristiana. E vediamo ovunque, nei dipinti di epoche più tarde, per così dire l’aristotelismo combattere: i padri della Chiesa cristiana, con in mano ciò che hanno ricevuto da Aristotele, calpestano con i piedi Averroè e altri, che ora rappresentano a loro modo quell’aristotelismo giunto in Europa attraverso l’alessandrinismo.
Questo è ciò che si svolge esteriormente. Ma dalla ricerca spirituale si può dire: Harun al Raschid e il suo consigliere continuarono a vivere, dopo aver varcato la porta della morte, nel modo indicato. Così continuarono naturalmente a vivere anche Alessandro e Aristotele. Ma le loro reali individualità – che solo una volta, potremmo dire temporaneamente, rivolsero uno sguardo alla vita terrena nei primi secoli cristiani, e per di più in una regione particolarmente interessante dal punto di vista antroposofico – tornarono poi nel mondo spirituale. E nel mondo spirituale, mentre Harun al Raschid e il suo consigliere avevano da tempo lasciato il piano fisico, Aristotele e Alessandro seguirono altre vie: le loro vere individualità accompagnarono l’evoluzione cristiana, procedettero verso occidente insieme allo sviluppo cristiano.
Ora, ciò che è più importante, ciò che è essenziale, si svolse nel IX secolo. Ma ciò che, dal mondo spirituale, diviene determinante per quanto accade spiritualmente in Europa, coincide nei mondi sovrasensibili con un evento che non è facile riconoscere, ma che coincide precisamente con esso. Nell’anno 869 accade qualcosa di enormemente significativo nei mondi sovrasensibili. In alto avviene qualcosa di straordinaria importanza; in basso, sul piano fisico, si svolge l’ottavo concilio ecumenico a Costantinopoli, nel quale viene stabilito dogmaticamente che chi vuole essere cristiano non può affermare che l’uomo sia composto di corpo, anima e spirito. La tricotomia, come veniva chiamata, viene dichiarata eretica.
In passato l’ho spesso espresso dicendo che, in quel concilio dell’869, fu abolito lo spirito: in futuro si doveva dire che l’uomo è composto da corpo e anima e che l’anima possiede alcune caratteristiche spirituali. Ciò che avvenne in quel modo a Costantinopoli era una proiezione terrestre, nella quale però non si riconosceva ciò di cui essa era la proiezione. Era la proiezione di un evento spirituale di enorme importanza per la storia spirituale europea, un evento che si protrasse per molti anni, ma che può essere fissato, per così dire, a partire da quel momento.
Nel IX secolo era già giunto il tempo in cui l’umanità europea e la sua vita spirituale avevano completamente dimenticato ciò che, nei primi secoli cristiani, era ancora ben noto ai veri cristiani: che il Cristo era un essere che in passato era nel Sole, che la sua vita era connessa con il Sole, e che questo Cristo si era incarnato nel corpo di Gesù di Nazareth, come è stato spesso descritto qui. Il Cristo, l’entità solare Cristo, in connessione con il mondo cosmico attraverso la sua dimora nel Sole prima del mistero del Golgota – e non solo l’entità solare, ma l’entità connessa anche con tutto ciò che è planetario e connesso con il Sole – era qualcosa di familiare ai primi cristiani. Ma questa origine cosmica dell’impulso del Cristo non era più presente nel IX secolo. Ci si era spogliati, per così dire, della grandezza dell’impulso del Cristo. Ci si avvicinava sempre più a ciò che si chiamava il puramente umano, cioè a ciò che si svolgeva solo sul piano fisico. Si prendevano i Vangeli, non si spiegava più ciò che rimandava al cosmo, ma si raccontava come un’epopea terrena ciò che è contenuto nei Vangeli.
Per comprendere bene ciò che accade in realtà, bisogna essere chiari sul fatto che, nella vera evoluzione dell’umanità, esisteva un cristianesimo prima di Cristo, prima del mistero del Golgota. E bisogna prendere sul serio parole come quelle di Sant’Agostino, il quale diceva che il cristianesimo è sempre esistito, solo che coloro che si professavano cristiani prima del mistero del Golgota non erano chiamati cristiani, ma con un altro nome. Questa è solo l’espressione esteriore di qualcosa che ha un significato straordinariamente profondo. Nei misteri, nei veri misteri, e anche nei luoghi dove non esistevano misteri in senso stretto ma dove agivano la conoscenza e gli impulsi dei misteri, vi era ovunque un cristianesimo prima del mistero del Golgota. Solo che si parlava dell’entità del Cristo come dell’entità che dimora nel Sole, che si può incontrare e con la quale si può operare quando, attraverso la saggezza dell’iniziazione, si giunge al punto in cui il fatto della vita solare è presente nel suo contenuto spirituale reale.
Così, nei misteri antichi, si parlava del Cristo che verrà. Non si parlava di un Cristo terrestre che aveva vissuto sulla Terra e che era già qui; si parlava invece del Cristo che verrà, che un giorno sarebbe stato qui, e che allora veniva ancora cercato nel Sole. Ma questa concezione si conservò anche in tempi successivi, in alcuni luoghi che il cristianesimo non aveva ancora raggiunto nei secoli dopo Cristo.
Proprio di recente, durante il soggiorno in Inghilterra, quando si tenne il corso estivo a Torquay, nell’Inghilterra occidentale, vicino al luogo dove un tempo si trovava Artù con i suoi compagni – luogo che abbiamo potuto visitare – emerse qualcosa che indicava una tardiva sopravvivenza di questo cristianesimo precristiano. Lì si è semplicemente conservato, fino a tempi più tardi, ciò che nella leggenda di Artù viene spesso riferito, in modo non molto erudito rispetto alla realtà, a epoche successive, mentre in realtà risale a tempi molto antichi. Si prova una profonda impressione quando ci si trova in quel luogo e si guarda verso il mare, come un tempo facevano i cavalieri della Tavola rotonda di Artù. E se si è ricettivi, ancora oggi si percepisce quell’impressione che rivela ciò che quei cavalieri facevano realmente lassù, in quel gigantesco castello di cui restano soltanto le ultime pietre, ormai fatiscenti, ultime testimoni del passato.
Da queste rovine, che nonostante il loro stato di completa rovina trasmettono ancora un’impressione di grandezza, si guarda il mare a sinistra. È una cima montuosa, con il mare su entrambi i lati. Osservando il mare in una regione dove il tempo muta quasi di ora in ora, si può vedere il sole splendente riflettersi sull’acqua, e subito dopo un vento tempestoso levarsi. Se si osserva con occhio occulto ciò che ancora oggi si svolge in quel luogo, si riceve un’impressione grandiosa. Spiriti elementari tessono e vivono, sviluppandosi dagli effetti della luce, dell’aria, dalle onde del mare che si increspano e si infrangono sulla riva. L’impressione di questi spiriti elementari, che vivono e operano in tutto ciò, è ancora oggi molto evidente: come il Sole, nella sua essenza, agisce sul suolo, unendosi a ciò che cresce dal basso, alle forze elementari, agli spiriti elementari spirituali che emergono dalla Terra. Si ha l’impressione che questa fosse la fonte di ispirazione immediata e originaria dei Dodici che appartenevano ad Artù.
Li vediamo lì, questi cavalieri della Tavola rotonda di Artù, intenti a osservare il gioco delle forze della luce, dell’aria, dell’acqua e della terra, degli spiriti elementari. Ma vediamo anche come questi spiriti elementari fossero per loro messaggeri dei messaggi del Sole, della Luna e delle stelle, che poi confluirono nei loro impulsi, soprattutto nei tempi antichi. Molto di tutto questo si era conservato nei secoli successivi a Cristo, fino al secolo di cui sto parlando, il IX secolo.
Era infatti compito dell’Ordine di Artù, fondato su insegnamento di Merlino, coltivare l’Europa in un’epoca in cui essa era ancora ovunque, nella sua vita spirituale, sotto l’influsso delle più diverse entità elementari. E più di quanto oggi si creda, la vita antica dell’Europa deve essere compresa in modo tale da riconoscere ovunque l’influenza immediata di entità spirituali elementari nella vita umana.
Ma prima che la notizia del cristianesimo giungesse in quelle regioni, e persino nelle forme più antiche – poiché, come già detto, la vita di Artù risale a un’epoca precristiana – esisteva anche la conoscenza del Cristo, almeno in modo pratico e istintivo, ma chiaramente pratico e istintivo: la conoscenza del Cristo come Spirito solare, prima del mistero del Golgota. E in ciò che facevano i cavalieri della Tavola rotonda di Artù viveva questo stesso Cristo cosmico, che – sebbene non sotto il nome di Cristo – era presente anche nell’impulso con cui Alessandro Magno portò in Asia la civiltà greca e la sua vita spirituale. Vi furono, per così dire, successive “campagne di Alessandro”, condotte in Europa dai cavalieri della Tavola rotonda di Artù, così come la campagna di Alessandro era stata condotta dalla Macedonia all’Asia.
Lo cito perché, in questo esempio studiato proprio negli ultimi tempi, si vede come il servizio al Sole, cioè l’antico servizio al Cristo, fosse effettivamente coltivato; ma naturalmente questo Cristo era quello come veniva inteso dagli uomini prima del mistero del Golgota. Allora tutto era cosmico, anche nel passaggio terrestre-elementare del cosmo. Negli spiriti elementari che vivevano nella luce, nell’aria, nell’acqua e nella terra viveva il cosmico; non si poteva negare il cosmico nella conoscenza. Così, nel paganesimo europeo di questo IX secolo, viveva ancora molto cristianesimo precristiano. Questo è il punto essenziale: questi ritardatari del paganesimo europeo compresero il Cristo cosmico, in quel tempo, in modo molto più degno di coloro che accolsero il Cristo nel cristianesimo che si diffondeva ufficialmente.
Se osserviamo questa vita attorno al re Artù, la vita di re Artù che ancora risplende nel presente, vediamo quanto sia singolare il modo in cui essa continua quando, per forza del karma, per forza del destino, irrompe improvvisamente nel presente. Così ho potuto vedere un membro della Tavola rotonda di Artù che conduceva davvero in modo molto intenso la vita della Tavola rotonda, un po’ in disparte rispetto agli altri, che erano più dediti alla cavalleria. Era un cavaliere dalla vita più contemplativa, non simile alla cavalleria del Graal, che non esisteva al tempo di Artù. Ciò che spingeva questi cavalieri, derivante dai loro compiti che allora erano in gran parte campagne militari, veniva chiamato “avventura”. Ma colui che mi colpì tra gli altri mostrava, proprio nella sua vita, molte cose meravigliose per la loro ispirazione.
Questi cavalieri uscivano sulla terra sporgente, guardavano il meraviglioso gioco delle nuvole in alto e delle onde increspate in basso, questo intrecciarsi che ancora oggi produce un’impressione maestosa e grandiosa; vedevano in esso lo spirituale e ne traevano ispirazione. Da ciò ricavavano la loro forza. Ma tra loro ce n’era uno che aveva uno sguardo particolarmente penetrante per questi increspamenti e queste onde, per il modo in cui le entità spirituali si scatenavano in esse con forme grottesche per la visione terrestre. Aveva uno sguardo straordinario per il modo in cui questa azione solare, meravigliosamente pura, interagiva con il resto della natura, viveva e tesseva nell’azione spirituale e nel tessuto di questa superficie marina in movimento; viveva anche in ciò che si manifesta in questa atmosfera acquosa, sostenuta, per così dire, dalla natura luminosa del Sole, che in modo diverso si avvicina agli alberi e agli spazi tra gli alberi rispetto ad altre regioni, e che talvolta risplende di nuovo, giocando con i colori dell’arcobaleno, dagli spazi tra gli alberi.
Tra questi cavalieri ce n’era uno che aveva uno sguardo particolarmente penetrante per queste cose. Mi stava molto a cuore seguirne la vita, continuare a osservarne l’individualità, perché proprio lì doveva emergere qualcosa di una vita, direi quasi primitiva, pagana, solo in parte cristiana, come l’ho descritta, in una successiva incarnazione. Ed è accaduto: proprio questo cavaliere della Tavola rotonda di Artù è rinato come Arnold Böcklin. E questo enigma, che mi ha a lungo accompagnato, può essere risolto solo in rapporto alla Tavola rotonda di Artù. Vedete, abbiamo un cristianesimo prima del mistero del Golgota, che è ancora oggi afferrabile con mani spirituali, che continua a risplendere nel tempo, fino all’epoca che ho qui delineato.
Le personalità che avevano attraversato la porta della morte e che conoscevano bene ciò che era il cristianesimo prima del mistero del Golgota si incontrarono mentre, sulla Terra, si svolgeva l’ottavo concilio generale a Costantinopoli, direi piuttosto in un concilio celeste che avveniva contemporaneamente. In questo concilio si incontrarono Aristotele, Alessandro, Harun al Raschid, il suo consigliere e alcuni appartenenti proprio alla cerchia della Tavola rotonda di Artù.
Aristotele e Alessandro, che volevano agire in senso cristiano, si impegnarono intensamente per vincere l’arabismo che viveva nelle individualità di Harun al Raschid e degli altri. Non vi riuscirono: le individualità non erano adatte a ciò. Ma ne scaturì qualcos’altro: che il vecchio cristianesimo cosmico viveva negli uomini provenienti dalla Tavola rotonda di Artù in modo ancora più profondo di quanto non vivesse negli atteggiamenti più rudi di quei cavalieri. E fu proprio in questo concilio ultraterreno che, alla luce di ciò che si prevedeva sarebbe accaduto in futuro, con la collaborazione della forza di Michele e, per così dire, di Alessandro e Aristotele, vennero prese le decisioni su come la vita spirituale europea avrebbe dovuto ricevere nuovi impulsi nel senso di un alessandrinismo cristianizzato, di un aristotelismo venerato.
Harun al Raschid e il suo consigliere rimasero invece fedeli al vecchio. E ciò che si svolse attraverso questo, se così posso dire, concilio celeste, e che ora deve essere seguito nella storia spirituale europea, è di massima importanza. Se infatti guardiamo all’ulteriore evoluzione della vita spirituale, ritroviamo Harun al Raschid, questo straordinario organizzatore, questo grande spirito dell’epoca di Carlo Magno, tornare sulla Terra. Più tardi egli riappare nel cuore del cristianesimo, ma dopo aver attraversato la vita tra la morte e la nuova nascita, portando in sé il suo arabismo. Non è però necessario che, nella configurazione esteriore che poi si manifesta nel mondo fisico, ciò che una tale personalità vive assomigli esteriormente all’elemento arabo. Si riveste di nuove forme, ma nelle nuove forme rimane comunque, nella sua essenza, l’antico: il maomettanesimo, l’arabismo.
Questo si manifesta in modo efficace nella vita spirituale europea quando Harun al Raschid riappare, reincarnato in Bacone, Bacone di Verulam. E si manifesta in un altro modo, persino in forma curiosa, intrecciata con il cristianesimo, quando il suo consigliere appare nell’Europa centrale e poi agisce in tutta Europa come Amos Comenius. Molto della vita spirituale europea è in nesso con ciò che gli spiriti risorti della corte di Harun al Raschid hanno fondato in queste nuove figure umane.
Vediamo ora come agisca contro questo l’altro polo, quello che l’alessandrinismo e l’aristotelismo hanno assunto al servizio del cristianesimo. Questo si manifestò dapprima nelle influenze più diverse che si svilupparono in luoghi solitari dediti alla cura della vita spirituale cristiana. Un luogo di questo tipo è la scuola di Chartres, già citata più volte per alcuni, ma non per tutti coloro che sono qui presenti. La scuola di Chartres, che fiorì in particolare nel XII secolo, ebbe un grande impulso spirituale. Silvestro di Chartres, Alano l’Ingegnoso e altri spiriti, che erano in qualche modo in nesso con la scuola o che, come Alano e Silvestro, vi insegnavano, portavano in sé molto dell’antica saggezza iniziatica, anche se non possono essere definiti pienamente iniziati nel vero senso della parola.
I libri che provengono da loro sembrano, a prima vista, cataloghi di parole. Ma a quel tempo non era possibile trasmettere ciò che si voleva infondere nella vita piena se non attraverso libri ricchi di retorica, simili a cataloghi di concetti. Chi però sa leggere, legge proprio in questi libri ciò che veniva insegnato in modo brillante e profondamente spirituale dai grandi maestri di Chartres ai loro numerosi allievi.
Una vera stella spirituale brillava sulla vita spirituale europea in questa scuola di Chartres, nel luogo dove ancora oggi si trovano le cattedrali dalla meravigliosa architettura, che mostrano l’opera di secoli in una raffinata realizzazione.
Anche in molti altri luoghi viveva ciò che era la vita spirituale: una comprensione della natura, ma una comprensione diversa, più spirituale di quella che venne in seguito; una vita spirituale che agiva anche sul piano spirituale. È interessante vedere come questa vita spirituale abbia irradiato nei modi più diversi. Possiamo seguire, in singoli luoghi della Francia, come nelle scuole superiori, a partire da Chartres, attraverso la Francia, fino al sud e oltre, fino all’Italia, come lo spirito di Chartres vivesse anche nell’insegnamento, ma anche in modo direttamente spirituale.
È significativo notare che Brunetto Latini, che era stato per un certo periodo ambasciatore in Spagna, quando tornò e seppe da lontano delle disgrazie che avevano colpito la sua città natale, Firenze, subì un forte shock animico, accompagnato da una leggera insolazione. In tali condizioni fisiche l’uomo è facilmente accessibile agli influssi spirituali che si diffondono in modo sovrasensibile. È noto come Brunetto Latini, durante il viaggio verso Firenze, abbia vissuto una sorta di iniziazione elementare. Egli divenne il maestro di Dante. La spiritualità della Commedia deriva dagli insegnamenti che Brunetto Latini impartì al suo allievo Dante.
In tutto questo vive proprio ciò che, potremmo dire, venne determinato in modo sovrasensibile nel concilio sovrasensibile dell’869. L’ispirazione per gli insegnamenti di Chartres, l’ispirazione per Brunetto Latini, l’ispirazione anche per Dante, così che nella sua opera poetica potesse vivere il cosmico, tutto questo è in nesso con l’impulso che partì da quella assemblea sovrasensibile nel IX secolo dopo Cristo.
Se si guarda a queste cose, si abbraccia con lo sguardo l’intera vita spirituale europea dall’antica epoca di Alessandro, attraverso il tempo del mistero del Golgota, fino a questi periodi, fino alla scuola di Chartres. E se si prosegue nel tempo successivo – come vedremo ancora – e si guarda interiormente a ciò che si svolge nel sovrasensibile, mentre ciò che qui in basso appare nel mondo fisico ne è solo l’immagine-ombra, allora si comincia a comprendere veramente ciò che oggi si deve chiamare corrente di Michele, e a comprendere ciò che la corrente di Michele vuole.
Si può allora vedere ciò che il movimento antroposofico vuole nel senso della corrente di Michele. Ne parleremo la prossima volta.
Se vogliamo avere nuovamente un pensiero e un agire umani permeati dalla vita spirituale, allora sarà necessario accogliere con tutta serietà quelle concezioni del mondo spirituale che nelle ultime conferenze hanno attraversato la nostra anima, dopo che per secoli sono mancate proprio all’umanità civilizzata.
Se guardiamo indietro alle diverse epoche dell’evoluzione umana, vedremo che nei tempi antichi l’agire umano sulla Terra era ovunque legato a ciò che si compiva nel sovrasensibile. Non è che negli ultimi tempi alla maggior parte dell’umanità mancasse una certa coscienza astratta del sovrasensibile; non è questo che vogliamo dire. Mancava però il coraggio di collegare ciò che accade concretamente nel terreno anche a forme concrete della vita e del tessuto spirituale.
Con tali considerazioni, come quelle che abbiamo fatto ora, ci torniamo. Ci torniamo in particolare quando riusciamo a mettere in nesso la vita terrena degli uomini, così come è stata qui descritta, con la vita tra la morte e una nuova nascita, e quando riusciamo a collegare ciò che accade in una vita terrena con ciò che si compie nelle vite terrene successive.
Abbiamo ora iniziato a considerare quella corrente spirituale sovrasensibile di cui ho potuto dire che è in nesso con la nostra attuale corrente di Michele, al servizio della quale si è posta l’Antroposofia. Ci siamo così incamminati su una via che in un certo senso deve avvicinarsi al karma del movimento antroposofico stesso e quindi anche al karma delle singole personalità che in modo sincero, cioè spinte da un impulso interiore naturale, hanno potuto unire la vita della loro anima e del loro spirito al movimento antroposofico.
E ho fatto notare come, sotto l’egida del potere di Michele, si sia verificato un evento sovrasensibile nello stesso periodo in cui, nell’anno 869, ebbe luogo quel concilio che influenzò profondamente tutta la vita civile del Medioevo. Basta osservare la profonda timidezza con cui gli spiriti illuminati del Medioevo evitavano di parlare dell’uomo tripartito in corpo, anima e spirito. Proprio questo ottavo concilio generale di Costantinopoli dichiarò eretica e blasfema la dottrina dell’uomo tripartito e, dato il potere che tali disposizioni spirituali avevano nel Medioevo, è evidente che tutta la vita spirituale sulla Terra si svolse in un certo senso all’ombra di questa condanna della cosiddetta tricotomia.
Ma tanto più intensa è in realtà quella vita spirituale che da tempo lavora per preparare la corrente di Michele per il secolo ventesimo, la corrente di Michele in cui ci troviamo dall’ultimo terzo del secolo XIX e in cui noi, come umanità, ci troveremo per tre o quattro secoli. Oggi vogliamo indicare il proseguimento di questa corrente, che abbiamo iniziato a considerare, per poi arrivare, dopodomani, domenica prossima, a ciò che da un lato è in nesso karmico con il karma del movimento antroposofico e dall’altro con la vita spirituale del presente.
Ho detto che in una sorta di concilio sovrasensibile, soprannaturale, nello stesso periodo in cui si svolgeva l’ottavo concilio generale a Costantinopoli, si sono incontrate le individualità di Harun al Raschid e del suo saggio consigliere, ma anche le individualità di Alessandro e Aristotele; che lì si sono riunite anche alcune individualità del tempo in cui ebbe luogo il servizio di Artù, e ho spiegato come tutto ciò avvenne sotto l’egida di Michele.
Poi ho fatto notare come Harun al Raschid riappare, trasferendo in Europa la vita spirituale orientale con una dottrina aristotelica divenuta non cristiana; come Harun al Raschid appare come Bacone, come Bacone di Verulam, che ha avuto un grande influsso sulla vita spirituale dell’Europa, ma un influsso che si muove decisamente in senso materialistico. E ho fatto notare come il consigliere di Harun al Raschid, che ho caratterizzato, riappare come Amos Comenius, del quale si parla molto in senso positivo, ma che ha anche il lato di aver cercato di introdurre l’immagine figurativa nell’insegnamento; ha favorito il materialismo, sottolineando in modo netto la concretezza immediatamente sensibile.
Qui vediamo in un certo senso, alla fine del XVI secolo e all’inizio del XVII secolo, irrompere nella vita terrena quella corrente che non si trova nella continuazione diretta del cristianesimo, che introduce nell’evoluzione spirituale europea un elemento estraneo al cristianesimo. Ma dall’altra parte continuano ad agire, ora nei mondi sovrasensibili, le individualità di Aristotele, di Alessandro e di tutti coloro che appartengono alla corrente di Michele.
Ma oltre a ciò, entro questa corrente, in parte nei mondi sovrasensibili, in parte anche sulla Terra stessa, agisce qualcosa attraverso certe personalità che erano in nesso con queste correnti sovrasensibili, poiché si trovavano tra la morte e la nuova nascita: individualità che poi apparvero come personalità sulla Terra nel corso dei secoli successivi; individualità che si ricollegano meno all’alessandrismo e all’aristotelismo, ma piuttosto a Platone e a tutto ciò che è derivato dalla visione di Platone.
In particolare, nei secoli successivi al IX secolo vediamo spiriti di orientamento platonico scendere sulla Terra. E questi sono proprio coloro che hanno continuato nel Medioevo una dottrina cristiana considerata eretica dal cristianesimo ufficiale, dal cattolicesimo ufficiale, ma che era la vera dottrina cristiana. Le individualità che continuarono l’aristotelismo cristiano rimasero inizialmente nei mondi spirituali, perché sulla Terra, nel IX, X, XI e XII secolo, date le condizioni civili esistenti, non vi era un vero punto di contatto per questa corrente spirituale.
Al contrario, si potrebbe dire che in certi ambienti spirituali isolati si svilupparono con particolare intensità coloro che erano più inclini al platonismo. Sparsi qua e là nel cristianesimo di stampo cattolico che si diffondeva sempre più ufficialmente, si trovano personalità nelle scuole che continuano l’antica tradizione misterica e illuminano il cristianesimo con queste antiche tradizioni misteriche. E un luogo in cui è confluito tutto ciò che è stato continuato come tali tradizioni è la scuola di Chartres, da me spesso citata negli ultimi tempi, una scuola profondamente spirituale, all’interno della quale hanno operato spiriti come Bernardo Silvestris, Alano da Insulae e altri.
Che tipo di vita spirituale si è evoluta fino a sfociare in questa scuola di Chartres, che l’umanità conosce solo esteriormente? Si tratta di una vita spirituale che, in fondo, è stata completamente sepolta in tempi recenti, una vita spirituale in cui continuano a perpetuarsi antiche tradizioni misteriche. In particolare, all’interno di questa vita spirituale troviamo ovunque una visione della natura profondamente compenetrata dallo spirito, una visione della natura che è ancora totalmente diversa da quella astratta che in seguito ha influenzato tutti gli ambienti, quella visione astratta che conosce solo leggi naturali esprimibili con il pensiero.
Ciò che la corrente spirituale a cui mi riferisco ha accolto dalla natura nell’anima era qualcosa di assolutamente spirituale; era tale che ovunque nella natura non si vedevano solo leggi naturali astratte, morte, concettuali, ma un’attività vivente, un agire e un tessere. Si vedeva ancora poco di ciò che in seguito è divenuto così ammirevole per gli esseri umani, i nostri attuali elementi chimici. Si vedeva invece molto di più ciò che nell’antico senso del termine veniva chiamato elementi: terra, acqua, aria, fuoco.
Nel momento in cui però si conoscono questi elementi non solo attraverso la semplice tradizione verbale, ma attraverso una tradizione ancora impregnata dei misteri più antichi, in quello stesso momento si vede ciò che non è presente nei nostri settanta-ottanta elementi chimici, ma che è presente in quei quattro elementi: il mondo della spiritualità elementare, il mondo di certi esseri elementari, nel quale ci si immerge subito quando ci si abitua a questi elementi.
E poi si vede come l’uomo stesso, in relazione alla sua corporeità esteriore, partecipa a questa vita e al tessuto della terra, dell’acqua, dell’aria e del fuoco, come ciò diventa forma organica in lui. E allora coloro che guardavano così nella vita e nel tessuto degli elementi non vedevano leggi naturali nel tessuto e nella vita della terra, dell’acqua, dell’aria e del fuoco, ma vedevano dietro questo tessuto un grande essere vivente, la dea Natura.
E da questa visione ebbero la sensazione immediata che questa dea Natura rivolgesse solo una parte del suo essere all’uomo, che l’altra parte del suo essere si nascondesse in quel mondo in cui l’uomo trascorre il tempo tra l’addormentarsi e il risveglio, dove l’Io e il corpo astrale si trovano in un ambiente spirituale che sta alla base della natura, dove l’Io e il corpo astrale sono insieme agli esseri elementari che sono alla base degli elementi.
E in questi luoghi spirituali isolati e in queste scuole a cui ho accennato, troviamo ovunque insegnanti di gruppi più o meno grandi di esseri umani che parlano di come la dea Natura mostri, nelle manifestazioni esteriori che si presentano all’uomo nello stato di veglia, una parte del suo essere vivente e operante, ma anche di come in ogni azione elementare, nel vento e nel tempo, in tutto ciò che circonda l’uomo e lo costituisce, agisca ciò che l’uomo non può vedere, ma che gli si nasconde nelle tenebre del sonno.
Così questi studiosi dell’epoca percepivano la grande dea Natura come colei che sale a metà del tempo e si manifesta nel tessuto esteriore della natura sensoriale; ma anche come colei che scende ogni notte, ogni anno, opera e tesse nei campi che si nascondono all’uomo attraverso la coscienza di sonno. E questa era la diretta continuazione di quella visione che era presente nei misteri antichi come la visione di Proserpina.
Basta solo considerare cosa questo significhi. Oggi abbiamo una visione della natura tessuta da pensieri, che consiste in leggi naturali, che parla e pensa in modo astratto, in cui non c’è nulla di vivente. Allora esisteva ancora una visione della natura in cui si guardava alla natura in modo simile a come si guardava alla dea Proserpina, che agiva. E nelle rappresentazioni che in quelle scuole venivano trasmesse come vere, come provenienti dalla tradizione ancora viva, c’erano molti detti ed espressioni che si rivelavano esattamente come il seguito di ciò che si diceva nei misteri antichi su Proserpina.
Se si voleva condurre l’uomo alla comprensione della sua vita animica partendo dalla comprensione della sua vita corporea, gli si spiegava quanto segue: tu, in relazione al tuo corpo, sei costituito dagli elementi in cui gli esseri elementari tessono la loro trama; ma tu porti in te l’anima. Essa non è soggetta al solo influsso di questi elementi, ma al contrario domina l’organizzazione degli elementi in te; essa, questa anima, è soggetta all’influsso del mondo planetario di Mercurio, Giove, Venere, all’influsso del Sole e della Luna, di Saturno, di Marte. Quando si studiava la psicologia, lo sguardo umano veniva rivolto verso l’alto, verso i misteri del mondo planetario. Da lì ciò che era l’essere umano si espandeva dal fisico all’animico, ma nella visione dell’appartenenza al mondo, dell’agire e dell’intrecciarsi degli elementi terra, acqua, aria, fuoco, a ciò che i pianeti facevano nella vita animica umana con il loro girare, il loro splendere, il loro agire luminoso, i loro misteriosi effetti occulti. E dalla dea Natura, l’antica Proserpina, ci si rivolgeva verso l’alto, alle intelligenze, ai geni dei pianeti, ai quali si guardava quando si voleva comprendere la vita animica umana.
E poi, quando si trattava di comprendere la vita spirituale — poiché i maestri di queste scuole isolate non si erano lasciati distogliere dalla contemplazione dello spirito dal dogma dell’ottavo Concilio di Costantinopoli —, quando si trattava di comprendere la vita spirituale, allora si rivolgeva lo sguardo alle stelle fisse, alle loro configurazioni, in particolare a ciò che si presenta nello zodiaco. E si comprendeva ciò che l’uomo portava in sé come spirito dalla costellazione, dallo splendore e dalle forze spirituali conosciute nelle stelle fisse.
Così si comprendeva l’uomo dal mondo, dal cosmo. Così esistevano in realtà il macrocosmo e il microcosmo, l’uomo. Questa era la dottrina della natura a quel tempo. Veniva presentata con entusiasmo all’umanità in scuole isolate, ma anche da singoli individui sparsi qua e là. E poi, come in una sorta di culminazione, fu presentata in modo meraviglioso da personalità come Bernhardus Sylvestris, Alanus ab Insulis e altri nella scuola di Chartres.
Questa scuola di Chartres è in realtà qualcosa di meraviglioso. Se oggi si prendono in mano gli scritti — ho già detto che sembrano cataloghi di nomi —, si nota che all’epoca non era consuetudine scrivere in modo diverso da quello che definirei un catalogare ciò che si voleva avere in una spiritualità viva. Ma a quel tempo non era consuetudine scrivere in modo diverso da quello, direi, catalogatorio, su ciò che si voleva avere in una spiritualità viva. Chi però è in grado di leggere tali cose, chi è in grado di leggere in particolare nell’ordine delle cose, percepisce come ciò che proviene dai maestri della scuola di Chartres sia permeato di antica spiritualità.
La profonda spiritualità della scuola non agiva solo attraverso l’insegnamento e la presenza di numerosi allievi, che a loro volta diffondevano ciò che avevano imparato, ma agiva direttamente in modo spirituale. Agiva in modo tale che anche nell’atmosfera spirituale dell’umanità si irradiava in modo occulto ciò che viveva a Chartres come spiritualità vivente. Per questo vediamo attraverso la Francia fino all’Italia i raggi spirituali di questa scuola di Chartres. In diverse scuole, che sono diventate famose nella storia con il loro nome esteriore, veniva insegnata una dottrina della natura come quella che ho accennato.
Questo è proprio un caso concreto: quando Brunetto Latini, il maestro di Dante, tornò dal suo incarico di ambasciatore in Spagna e subì un leggero colpo di sole e un grande spavento nei pressi della sua città natale, Firenze, divenne ricettivo alle radiazioni occulte della scuola di Chartres. Egli visse ciò che poi descrisse lui stesso dicendo che, avvicinandosi alla sua città natale, Firenze, entrò in una fitta foresta dove incontrò prima tre animali e poi la dea Natura, che costruiva i regni della natura nel modo in cui era stato insegnato per secoli, come ho accennato. Ma egli guardò; in questo stato semi-patologico, che però presto passò, gli fu rivelato ciò che veniva insegnato nelle scuole.
E dopo aver visto la dea Natura, la successora di Proserpina, nel suo lavoro, vide come l’uomo si costruisce dagli elementi, come l’anima tesse nelle forze dei pianeti; viene condotto con i suoi pensieri fino al cielo stellato. Egli sperimenta in prima persona tutta questa imponente scienza medievale.
Brunetto Latini è il maestro di Dante. Se non fosse stato lui, se non avesse trasmesso al suo allievo Dante ciò che aveva ricevuto in una visione così maestosa, non avremmo la Commedia, perché essa è il riflesso dell’insegnamento di Brunetto Latini nell’anima di Dante. Vedete, non c’era altra possibilità che agire con tali mezzi entro l’istituzione ecclesiastica di allora, ancora molto più libera rispetto a quella successiva; e vediamo bene come tutti questi maestri di Chartres siano religiosi. Li vediamo indossare l’abito cistercense. Li vediamo in nesso con le correnti migliori all’interno della vita religiosa cristiana.
Ora venne una fase particolare dell’evoluzione. Durante tutto questo tempo, in cui i platonici avevano agito nel modo appena descritto, gli aristotelici non potevano agire sulla Terra. Non c’erano le condizioni. Ma essi prepararono nella vita sovrasensibile la corrente di Michele. Dal mondo sovrasensibile erano in nesso continuo con i maestri che operavano nella stessa direzione e che poi si trasferirono a Chartres.
Ma poi, mentre la scuola di Chartres era nel pieno del suo splendore alla fine dell’XI secolo, nel XII secolo — bisogna dare a queste cose denominazioni terrestri, anche se naturalmente queste denominazioni terrestri non sono corrette e ci si può facilmente rendere ridicoli con esse —, avvenne una sorta di consultazione sovrasensibile tra quelle anime che erano ascesi al mondo sovrasensibile attraverso la porta della morte dal flusso di Chartres, tra i platonici e coloro che erano rimasti in alto, gli aristotelici, gli alessandrini; una consultazione che si colloca a cavallo tra il XII e il XIII secolo nel Medioevo, un compromesso su come agire in futuro.
Ciò portò al fatto che, essendo ora intervenute altre condizioni nella vita spirituale dell’umanità europea, i platonici, che avevano svolto la loro grande attività a Chartres e si trovavano nel mondo sovrasensibile, trasferirono la loro missione agli aristotelici. E questi scesero ora nel mondo fisico per continuare, per quanto possibile, ciò che io vorrei chiamare il servizio cosmico di Michele.
Ancora una volta troviamo coloro che operavano in questo senso più aristotelico all’interno dell’Ordine Domenicano nei modi più diversi. Per così dire, le anime degli aristotelici sostituirono quelle dei platonici nell’agire sulla Terra, e si sviluppò ciò che oggi viene realmente apprezzato solo all’interno del movimento antroposofico — ho tenuto qui una serie di conferenze sulla scolastica nella sua vera forma e origine —: si sviluppò la scolastica medievale, quella dottrina che, in un’epoca già incline al materialismo, voleva conservare ciò che poteva essere conservato di spiritualità nelle concezioni umane.
Ancor prima che Bacone e Comenio apparissero sulla Terra, nella scolastica si lavorava alla continuazione del servizio di Michele. Vediamo come nella scolastica, nella cosiddetta scuola realistica, si volesse salvare l’origine di ciò che l’uomo porta nei suoi pensieri come spiritualità. La realtà spirituale viene attribuita dai scolastici realisti a ciò che l’uomo coglie attraverso i suoi pensieri: la realtà spirituale. È una spiritualità sottile quella che è stata salvata, ma è pur sempre spiritualità.
È così, miei cari amici, che la vita spirituale nell’evoluzione dei mondi continua in modo tale che, se la si osserva nella sua realtà e si possiede la scienza dell’iniziazione, non si può fare altro che considerare il fisico, o ciò che si svolge nella storia fisica sulla Terra, insieme a ciò che dal spirituale compenetra spiritualmente questo fisico. Si giunge così a una visione unitaria di come agiscano dapprima le anime platoniche fino a Chartres e poi le anime aristoteliche.
Si vedono dapprima le anime aristoteliche che agiscono in modo ispiratore dal mondo soprasensibile verso i maestri che vivono sulla Terra come anime platoniche; esse agiscono lì, insegnano, formano la scienza sulla Terra con il senso terreno. Si guarda all’interno di questo ingranaggio, si vede come il maestro di Chartres cammini sulla Terra, completi i suoi studi permeati di visioni, e come il raggio ispiratore dell’anima aristotelica discenda dal mondo soprannaturale e porti ciò che è platonicamente colorato nei giusti binari.
Si ottiene allora una visione della vita completamente diversa da quella che molto spesso si ha. Nella vita esteriore si ama distinguere i platonici dagli aristotelici come se fossero opposti. Ma nella realtà non è affatto così. Le epoche della Terra richiedono che si parli ora in senso platonico, ora in senso aristotelico. Ma se si osserva la vita soprasensibile sullo sfondo della vita sensibile, l’una feconda l’altra, l’una è contenuta nell’altra.
E viceversa, quando i domenicani insegnavano l’aristotelismo, le anime platoniche che ora dimoravano nel mondo spirituale, dopo essersi accordate con le anime aristoteliche, erano i geni ispiratori. La vita era completamente diversa in quel tempo. Che lo si creda o no oggi, guardando spiritualmente a quei tempi si trova uno spirito come Alanus ab Insulis seduto nella sua cella solitaria, dedito ai suoi studi, che riceve una visita dal mondo soprasensibile, un’anima aristotelica che si unisce a lui.
Vi era allora una forte coscienza — anche quando nell’Ordine Domenicano compaiono gli aristotelici — di appartenenza al mondo spirituale. Questo emerge da fatti come il seguente: uno dei maestri domenicani discende nella vita terrena fisica prima di un’altra anima a cui è legato; quest’ultima rimane inizialmente nel mondo spirituale per portare più tardi a colui che è disceso prima qualcosa che doveva essere completato lì, per poi collaborare nuovamente con colui che è nato prima. Tutto questo avviene in modo cosciente. Si è consapevoli che il proprio operare, il proprio lavoro, è in nesso con il mondo spirituale.
Tutto questo è stato cancellato dalla storia successiva. Ma la verità sulla vita storica non va ricercata nei documenti dei tempi recenti, bensì nella vita stessa. Occorre avere uno sguardo imparziale sulla vita, vedere la vita dispiegarsi anche là dove essa si sviluppa entro cerchie forse poco simpatiche, come qualcosa che è stato posto in queste cerchie proprio dal karma, ma che interiormente significa qualcosa di completamente diverso.
Una tale lettura degli eventi, miei cari amici, mi è apparsa in modo molto singolare nel corso della mia vita. Ora guardo alcune cose, compenetrandole con lo sguardo, che nel corso della mia vita mi sono apparse come una scrittura occulta. Il karma tesse e agisce in modo davvero misterioso proprio nelle cose più significative che si vivono.
Vorrei dire che vi è anche uno strano karma alla base del fatto che oggi, e in altri tempi in altri luoghi, proprio ora io parli di cose come la scuola di Chartres, di tutto ciò che l’ha preceduta e di tutto ciò che la seguirà. Le personalità più eccellenti che hanno insegnato nella scuola di Chartres appartenevano infatti all’Ordine Cistercense.
Ora, l’Ordine Cistercense, come altri ordini entro l’evoluzione cattolica, è decaduto; ma in questa decadenza vi è molta esteriorità. Le individualità, pur continuando antichi orientamenti estremamente preziosi anche per l’Antroposofia, si trovano talvolta in nessi ai quali in realtà non appartengono; tuttavia la vita, il karma, le conduce lì.
Ho sempre trovato singolare che, dalla mia prima giovinezza fino a un certo periodo, qualcosa dell’Ordine Cistercense mi abbia sempre attratto. Dopo aver terminato la scuola elementare, per motivi che ho spiegato altrove, i miei familiari mi mandarono alla scuola media, impedendomi di frequentare il liceo, e per poco non diventai allievo di un liceo cistercense. Sarebbe stato del tutto naturale che lo diventassi; non accadde, naturalmente anche per motivi karmici.
La scuola media che frequentavo si trovava però a soli cinque passi dal liceo dell’Ordine Cistercense. All’epoca si imparava a conoscere questi insegnanti cistercensi, che apparivano davvero eccellenti. Non è necessario parlare dell’ordine in sé, ma delle singole individualità. Ancora oggi penso con profonda soddisfazione a un sacerdote cistercense che insegnava letteratura tedesca con grande entusiasmo; li rivedo nella loro individualità, nella Alleegasse di Wiener Neustadt, dove i professori passeggiavano prima dell’inizio delle lezioni, sacerdoti in abiti civili, persone di grande talento.
Poiché allora mi interessava più leggere, alla fine dell’anno scolastico, i saggi dei professori che non i libri di testo durante l’anno, leggevo con dedizione ciò che questi cistercensi pubblicavano nei programmi scolastici del liceo di Wiener Neustadt come frutto della loro saggezza. L’Ordine Cistercense mi era vicino; e se fossi entrato in quel liceo — ipotesi puramente illustrativa — sarei probabilmente diventato cistercense.
Poi proseguii a Vienna, come ho raccontato nella mia autobiografia. Entrai nella cerchia che si riuniva attorno alle Grazie, frequentata da professori della facoltà teologica. Divenni molto vicino ad alcuni di loro, tutti membri attivi dell’Ordine Cistercense. Ancora una volta mi ritrovai con i cistercensi, e attraverso ciò che allora viveva in quell’ordine potei in un certo senso ripercorrere molte cose.
Per mostrare come opera il karma, ricorderò un episodio. Tenevo una conferenza ed ero in rapporti amichevoli con professori di teologia che frequentavano le Grazie durante i jour-Tage. Tra essi vi era un sacerdote cistercense di grande valore. Al termine della conferenza mi disse qualcosa di molto particolare: una parola che racchiudeva il ricordo di un incontro con me in una precedente vita terrena.
Cose di questo genere sono educative per la vita. Era il 1889. Al Goetheanum ho potuto accennare solo agli aspetti esteriori; i saggi saranno pubblicati con note che considereranno anche l’aspetto interiore. Qui avete dunque alcune delle ragioni karmiche che mi hanno portato a poter parlare in questo modo di tali correnti spirituali. La preparazione avviene nella vita, non nello studio.
Ho mostrato come abbiano agito insieme la corrente platonica e quella aristotelica. Poi anche gli aristotelici attraversarono di nuovo la porta della morte. Nell’epoca dell’anima cosciente il materialismo si manifestò sempre più sulla Terra. Proprio allora, nei mondi soprasensibili, fu fondata una sorta di scuola di Michele, molto estesa, nella quale erano riuniti spiriti come Bernardus Silvestris, Alanus ab Insulis, Aristotele e Alessandro, insieme ad anime umane non incarnate e a entità spirituali non destinate all’incarnazione terrestre. Michele stesso ne era l’insegnante, con una visione d’insieme dei misteri antichi e di ciò che doveva avvenire.
In queste schiere si trovavano anime che, attraverso molte vite terrene, si erano più volte riunite, partecipando a questa scuola soprasensibile nei secoli XIV e XV. Esse aspiravano alla corrente di Michele, accogliendo nei loro impulsi volitivi il desiderio di unirsi a tale corrente. Oggi le ritroviamo in anime incarnate che sviluppano un’aspirazione sincera, interiore, verso il movimento antroposofico.
Nel loro karma si trovano impulsi che devono essere studiati non solo sulla Terra, ma anche nel mondo soprasensibile. Non si comprende il karma senza guardare a ciò che avviene tra la morte e una nuova nascita. Il mondo si mostra infinitamente più ricco quando non si limita lo sguardo all’arco che va dalla nascita alla morte, poiché lì le anime non iniziano né cessano di agire.
Non agiscono solo le anime oggi incarnate, ma anche quelle che si trovano tra la morte e una nuova nascita e che inviano sulla Terra i raggi del loro operare. Nelle nostre azioni vivono tali impulsi. Tutto questo agisce insieme, come le azioni terrene continuano nel regno celeste. Brunetto Latini è là: ha attraversato la porta della morte, ma continua ad agire. I cosiddetti morti sono spesso più vivi dei cosiddetti vivi. Così si comprende quanto la vita terrena sia intimamente connessa con la vita sovrasensibile e come la vita sensibile sia ovunque compenetrata dal sovrasensibile.
Questo, miei cari amici, deve essere il tratto che è entrato nel movimento antroposofico dal Convegno di Natale: che si agisca in modo del tutto schietto, disinvolto, con piena consapevolezza dei fatti soprasensibili. Questo deve essere il tratto esoterico che attraversa il movimento antroposofico. Solo così sarà possibile dare al movimento antroposofico il suo vero contenuto spirituale.
Perché vedete, ciò che vi ho descritto della corrente di Michele è poi continuato. Ma quando le individualità riappaiono sulla Terra, esse sono costrette a utilizzare innanzitutto i corpi fisici che sono possibili in una determinata epoca; devono inserirsi negli impulsi educativi che sono presenti in una determinata epoca. Tutto questo costituisce un rivestimento esteriore in un’epoca materialistica. E la nostra epoca materialistica offre gli ostacoli più grandi immaginabili alle anime che, nelle vite terrene precedenti, hanno avuto molta spiritualità, per portare questa spiritualità nei corpi che sono stati preparati dalle misure educative odierne.
Non dovete quindi stupirvi se dico: le anime che aspirano sinceramente all’Antroposofia si trovano nei periodi precedenti dell’evoluzione terrestre nel modo che ho indicato. E non si può fondare una conoscenza reale se non si riesce a vedere questo intreccio di tutto ciò che agisce e vive nel mondo. Perché la ricerca spirituale dipende a sua volta dalla vita spirituale; la ricerca spirituale rende necessario che lo spirito venga cercato proprio sul suo cammino. E le vie dello spirito sono diverse in ogni epoca. Nella nostra epoca esse possono essere percorse solo se esiste il terreno solido di una conoscenza spirituale della natura esterna.
All’epoca che ho descritto, entro la corrente di Michele, segue infatti un’epoca che qui sulla Terra mostra un aspetto del tutto materialistico, che forma tutto in modo materialistico. E nel sovrasensibile si sviluppa la preparazione più intensa degli impulsi di Michele, che in questa nostra epoca sono stati, in un certo senso, portati dal cielo sulla Terra. E la nostra epoca non può ricollegarsi direttamente a ciò che è avvenuto nei secoli scorsi; bisogna conoscerlo, ma non è possibile ricollegarsi ad esso. Con la coscienza del tempo odierno bisogna invece ricollegarsi a ciò che si è svolto nel sovrasensibile negli ultimi secoli.
In questo modo, guardando a ciò che è stato fatto, si tocca il terreno che deve essere il terreno dell’attività antroposofica, della vita antroposofica nel presente. E tali concezioni, come quelle che ho esposto in queste ore, non devono essere accolte solo con il freddo intelletto e con il cuore sobrio, ma devono essere accolte con tutto l’essere umano, con tutta la portata dell’animo umano. L’Antroposofia può essere qualcosa per l’umanità solo se viene accolta con tutta la vastità dell’animo umano.
Questo è alla base della volontà del movimento antroposofico unito alla Società Antroposofica sin dal Convegno di Natale. Si vorrebbe che ciò penetrasse profondamente nell’anima delle persone che sono legate a questo movimento, affinché acquisiscano coscienza di ciò che è realmente in nesso con il loro karma nelle profondità dell’anima.
E con questo, miei cari amici, abbiamo creato una sorta di base per ciò che ci condurrà avanti la prossima volta, domenica prossima, nell’assemblea domenicale dei membri, dove vorremo considerare l’ulteriore sviluppo della corrente di Michele e ciò che ne deriva per i compiti dell’Antroposofia, come compito della vita spirituale nel presente in generale.
Ho fatto appendere qui oggi le immagini che fanno parte di un dono che mi è stato fatto negli ultimi giorni, in seguito ai miei frequenti discorsi sulla scuola di Chartres, così significativa per la vita spirituale interiore dell’Occidente. In questi quadri — martedì ne farò appendere altri della collezione — potete vedere ciò che è stato realizzato in termini di meravigliosa architettura, di meravigliosa scultura nel senso della plastica medievale, nel luogo dove un tempo fioriva quella vita di cui ho già parlato più volte come di una vita spirituale importante per l’Occidente.
Questa scuola di Chartres aveva in sé quelle personalità che nel XII secolo avevano ancora l’impulso di approfondire, insegnando o imparando, ciò che era emerso nella vita spirituale vivente nel momento di svolta epocale, ciò che era emerso in quell’epoca dello sviluppo della civiltà europea in cui l’umanità, nella misura in cui cercava la conoscenza, cercava questa conoscenza ancora nell’operare e nel tessersi vivente degli esseri naturali, non nella comprensione di leggi naturali astratte e prive di essenza. E così, nella scuola di Chartres, anche se non più attraverso antichi iniziati, ma attraverso personalità che avevano il senso e il cuore per accogliere dalla tradizione qualcosa di ciò che un tempo era stato vissuto in modo spirituale, si coltivava in modo intenso una dedizione alle forze spirituali, in particolare a quelle che regnano nella natura.
Ho fatto notare, miei cari amici, come si possa vedere un misterioso splendore emanare dalla scuola di Chartres nello spirito di Brunetto Latini, il grande maestro di Dante. E ho cercato di far comprendere come le personalità, le individualità di Chartres abbiano continuato ad agire nei mondi spirituali, in alleanza con coloro che in seguito, nell’Ordine Domenicano, divennero più che semplici portatori della scolastica.
Si può dire che le individualità di Chartres dovettero giungere, dai segni dei tempi, alla comprensione che entro la vita terrena il tempo sarebbe tornato per loro solo quando l’elemento di Michele, che doveva iniziare alla fine del XIX secolo, avesse agito per un certo tempo sulla Terra. Queste individualità di Chartres presero parte in modo esteso a quelle dottrine sovrasensibili che furono date nel senso di cui ho parlato l’ultima volta, sotto l’egida dello stesso Michele, per diffondere, per così dire, gli impulsi che avrebbero dovuto valere per la vita spirituale nei secoli successivi e sotto il cui influsso deve necessariamente trovarsi oggi chi vuole dedicarsi alla cura della vita spirituale.
In linea di massima si può dire che le reincarnazioni degli spiriti di Chartres furono solo in misura minima. Tuttavia mi è stato concesso di trovare un modo del tutto particolare per guardare indietro alla scuola di Chartres attraverso uno stimolo nel presente. Nella scuola di Chartres vi era un monaco completamente dedito a ciò che allora costituiva l’elemento vitale di quella scuola. Ma proprio quando ci si dedicava interamente alla scuola di Chartres, si avvertiva qualcosa dell’atmosfera crepuscolare della vita spirituale. Tutto ciò che ricordava i grandi e significativi impulsi del platonismo pieno di spirito, così come si era riprodotto, viveva ancora a Chartres, ma in modo tale che i portatori di questa vita chartresiana dovevano dirsi: sì, in futuro la civiltà europea non avrà più alcuna ricettività per questa vivacità platonica.
È commovente, direi, vedere come la scuola di Chartres conservi ritratti dei geni ispiratori delle cosiddette sette arti liberali: grammatica, dialettica, retorica, aritmetica, geometria, astronomia, musica. Anche nel ricevere lo spirituale che era dato in queste sette arti liberali si vedevano ancora doni viventi degli dèi che giungevano all’uomo attraverso degli esseri, non semplici comunicazioni di pensieri morti su leggi naturali morte. E si poteva vedere come proprio l’Europa non avrebbe avuto in futuro alcuna ricettività per tutto questo. Da qui nasceva qualcosa come un’atmosfera crepuscolare della vita spirituale.
Un tale monaco, un monaco solitario, particolarmente dedito al lavoro e all’insegnamento a Chartres, si è incarnato nel nostro tempo, ma in un modo tale che si poteva ritrovare in maniera davvero straordinaria il riflesso della vita precedente nella vita presente della personalità in questione. Questa personalità del nostro tempo era una scrittrice che conoscevo, addirittura una mia amica, morta ormai da tempo, che portava in sé uno stato d’animo del tutto particolare per il nostro tempo.
Quando si parlava con questa personalità, essa parlava quasi esclusivamente del suo desiderio di morire. Questo desiderio di morire non era dettato da sentimentalismo, né da ipocondria, né si poteva dire che provenisse da uno stato d’animo malinconico. Ma se si aveva lo sguardo psicologico adatto per entrare in contatto con tali fenomeni, si giungeva così profondamente nell’anima di questa personalità da doversi dire: qui vi è il riflesso di una vita terrena precedente. In una vita terrena precedente è stato posto qualcosa come un germe che ora sta venendo alla luce. Non nel desiderio di morte in quanto tale, ma nella sensazione che quest’anima, così come era incarnata, in realtà non avesse nulla a che fare con il presente.
Anche gli scritti di questa personalità appaiono come provenienti da un altro mondo, non per il loro contenuto, non per i fatti che riportano, ma per lo stato d’animo con cui sono stati scritti. E questo stato d’animo si comprende solo quando si risale dalla luce cupa di questi scritti e dalla luce cupa che viveva come fondamento in quest’anima, fino a quel monaco di Chartres che allora aveva vissuto l’atmosfera crepuscolare del platonismo vivente.
In questa personalità non vi era né temperamento, né malinconia, né sentimentalismo: vi era il risplendere di una vita precedente. L’anima presente di questa personalità era come uno specchio nel quale si rifletteva realmente la vita di Chartres. Non era passato il contenuto degli insegnamenti di Chartres, ma erano passati gli stati d’animo. E ripensando a questi stati d’animo si può ottenere in essi qualcosa come fotografie spirituali di quelle personalità che altrimenti si rintracciano anche attraverso l’indagine spirituale nei mondi in cui esse si trovano e che hanno insegnato a Chartres.
Vedete, è proprio la vita che, attraverso il karma, offre in modi diversi la possibilità di guardare dentro queste realtà. E se l’ultima volta ho citato le esperienze con l’Ordine Cistercense, vorrei ora aggiungere, a titolo integrativo, ciò che dal crepuscolo della scuola di Chartres è rimasto impresso nel cuore e nell’anima di una personalità contemporanea straordinariamente interessante. Essa ha ormai ritrovato quei mondi che tanto desiderava, è tornata ai padri di Chartres.
E se la stanchezza, come risultato karmico dello stato d’animo di Chartres, non avesse dominato tutta la vita animica di quel monaco, non potrei immaginare una personalità più adatta, proprio in relazione con la vita tradizionale del Medioevo, a coltivare la vita spirituale del tempo presente.
Vorrei aggiungere ancora che, quando esistono impulsi karmici che agiscono così profondamente nei meandri dell’anima, si verifica talvolta — è raro, ma accade — che nell’espressione fisica di un’incarnazione successiva si possa ritrovare una somiglianza con l’incarnazione precedente. I due volti, quello del monaco e quello della scrittrice contemporanea, erano davvero in modo straordinario simili.
Ebbene, miei cari amici, in nesso con tutto questo vorrei considerare poco a poco ciò che è il karma della Società Antroposofica, ossia il karma delle individualità dei suoi singoli membri. Come ho già detto l’ultima volta, una grande parte delle anime che sono sinceramente inserite nel movimento antroposofico ha trovato, in qualche luogo e in qualche tempo, il collegamento con quella corrente di Michele che ho dovuto caratterizzare attraverso tutto ciò che ho detto su Aristotele e Alessandro, su quanto avvenne nel soprasensibile mentre nel mondo sensibile si teneva l’ottavo concilio di Costantinopoli, su quanto si è continuato spiritualmente e fisicamente nella vita alla corte di Hārūn ar-Raschīd, e infine su quella scuola soprasensibile che stava sotto l’egida di Michele stesso.
Il significato della dottrina di questa scuola era precisamente questo: che al suo interno veniva continuamente sottolineato, da un lato, il nesso con gli antichi misteri, il nesso con tutto ciò che doveva riemergere in una nuova forma dal contenuto degli antichi misteri per compenetrare di spiritualità la civiltà più recente; e che, dall’altro lato, si faceva riferimento agli impulsi che le anime entusiaste della vita spirituale devono portare nel loro operare futuro. Dalla comprensione di questa corrente spirituale può così derivare anche la comprensione di come l’Antroposofia, nella sua essenza, significhi gli impulsi per una comprensione rinnovata, vera e onesta dell’impulso del Cristo.
Infatti, nel movimento antroposofico si trovano in realtà anime di due tipi. Un gran numero di queste anime ha seguito quelle correnti che erano, per così dire, le correnti cristiane ufficiali dei primi secoli; hanno seguito tutto ciò che è venuto nel mondo come cristianesimo, specialmente ai tempi dell’imperatore Costantino e in quelli immediatamente successivi. Proprio tra coloro che allora si avvicinarono al cristianesimo con immensa sincerità, che accolsero il cristianesimo con profonda interiorità, si trovano oggi nella Società Antroposofica proprio quelle anime che sentono il bisogno di comprendere il cristianesimo; non proprio cristiani che hanno semplicemente seguito movimenti come quello dell’imperatore Costantino, ma piuttosto quei cristiani che rivendicavano per sé il titolo di veri cristiani, distribuiti in singole sette. Le sette cristiane con approfondimento interiore contenevano molte delle anime che oggi si avvicinano in modo sincero al movimento antroposofico, a volte spinte da impulsi inconsci che in molti casi vengono addirittura fraintesi dalla coscienza superiore.
Altre anime sono poi quelle che non hanno partecipato direttamente a questa evoluzione cristiana, che hanno vissuto la successiva evoluzione del cristianesimo, quando non vi era più quell’approfondimento interiore delle sette, ma che conservano soprattutto nel profondo dell’anima molto di ciò che è rimasto vivo e indelebile di quanto nel tempo precristiano poteva essere vissuto come antica saggezza misterica pagana. Anche queste anime hanno in molti casi vissuto il cristianesimo, ma esso non ha esercitato su di loro la stessa impressione che ha esercitato sulle altre, perché in esse erano rimaste vive l’impressione e l’insegnamento, le pratiche cultuali e così via degli antichi misteri. Proprio tra coloro che sono entrati nel movimento antroposofico si trovano ora anime che non cercano Cristo in senso astratto. I primi sono, per così dire, felici di ritrovare il cristianesimo nel movimento antroposofico.
Ma tra gli altri vi sono quelli che afferrano con una comprensione interiore ciò che nell’Antroposofia è il cristianesimo cosmico. Cristo come Spirito solare cosmico è compreso soprattutto da quelle numerose anime del movimento antroposofico che conservano ancora, nel fondo della loro anima, molto di ciò che hanno portato con sé dagli antichi misteri pagani. A tutto questo sono legate le correnti dell’intera vita spirituale dell’umanità attuale; e intendo un presente ampio, che si estende per decenni, per secoli.
L’Antroposofia è infatti cresciuta dalla vita spirituale del presente. Anche se nel suo contenuto non ha nulla in comune con questa vita spirituale del presente, karmicamente è cresciuta in molti modi da essa, e bisogna guardare anche a molte cose che apparentemente non appartengono alla serie di ciò che agisce direttamente nell’Antroposofia; bisogna guardare anche lì per poter abbracciare con lo sguardo spirituale tutto ciò che ha contribuito nel corso del tempo alle correnti che ho citato. Ho detto che si ottiene una vera comprensione di ciò che accade esteriormente sul piano fisico solo quando si considera, sullo sfondo di questi avvenimenti, ciò che dal campo spirituale fluisce negli eventi che si svolgono sul piano fisico. E dobbiamo, come ho già detto l’ultima volta, ritrovare il coraggio di riportare nel presente quell’antico senso del mistero che non collega in modo astratto gli eventi fisici a una vita spirituale panteista o teista o di qualsiasi altro tipo, ma che è concretamente in grado di ricondurre i singoli eventi, e persino le esperienze umane entro gli eventi, fino alle loro origini spirituali e agli Esseri primordiali.
A ciò ci spinge proprio ciò che oggi deve essere ricercato come uno dei compiti più profondi del presente. Nel presente occorre ricercare nuovamente una vera conoscenza dell’uomo nel suo corpo, nella sua anima e nel suo spirito; ma non una conoscenza che affondi le sue radici in idee astratte o in leggi astratte, bensì una conoscenza capace di guardare nei fondamenti reali dell’intero essere umano. L’uomo deve quindi essere realmente esplorato nei suoi stati di salute e di malattia, non come è consuetudine fare oggi sulla base di conoscenze meramente fisiche. In questo modo non si impara a conoscere l’uomo; non si impara soprattutto a conoscere ciò che nella vita agisce sull’uomo e interviene in modo così significativo nel suo destino: la sfortuna, la malattia, la capacità o l’incapacità. Il karma, in tutte le sue forme, si impara a conoscere solo se si può seguire l’uomo nella sua spiritualità e nella sua vita animica interiore a partire dall’inizio della vita fisica.
Oggi la ricerca della conoscenza è tale che l’uomo viene considerato in modo del tutto esteriore, in relazione ai suoi organi, ai suoi vasi, ai suoi nervi, ai vasi della circolazione sanguigna e così via. E chi considera le cose in questo modo, sulla base della salute e della malattia dell’uomo, non è in grado di trovare in tutto ciò qualcosa che sia spirito o anima. E si potrebbe dire: l’anatomista, il fisiologo di oggi, potrebbe parlare come un famoso astronomo disse una volta a un sovrano, in risposta a una domanda che questi gli aveva posto: «Ho perlustrato l’intero universo, ho cercato ovunque tra le stelle e i loro movimenti, ma non ho trovato un Dio». Così parlò l’astronomo. L’anatomista e il fisiologo di oggi potrebbero dire: ho esaminato tutto, cuore e reni, stomaco e cervello, vasi sanguigni e nervi, ma non ho trovato l’anima e lo spirito.
Vedete, tutte le difficoltà della medicina odierna, per esempio, sono sotto questo influsso. E tutto questo deve essere oggi sviluppato secondo le esigenze poste al movimento antroposofico, alla Società Antroposofica nel suo insieme, e in particolare anche in modo specialistico per i singoli gruppi, come ad esempio quando ora si parla di medicina pastorale davanti a un gruppo preparato professionalmente in materia. Perché è proprio lì che bisogna cercare la porta per entrare anche in quei nessi che alla fine si rivelano essere i più grandi nell’efficacia delle correnti karmiche. E si vedrà, nella patologia e nella terapia, come l’osservazione dell’uomo sano e dell’uomo malato renda necessario entrare in tutto ciò che viene detto sull’anima e sullo spirito accanto al fisico esteriore, che — come ripeto sempre — viene pienamente rispettato così come lo presenta la scienza naturale.
Si vedrà però come si sia costretti, in riferimento all’uomo sano e all’uomo malato, ad approfondire gli organi superiori della natura umana, quando uscirà il libro che sto scrivendo insieme alla mia cara collaboratrice, la dottoressa Wegman, proprio su questo tema dell’uomo sano e dell’uomo malato. Solo ricerche di questo tipo, che cercano le porte per entrare correttamente dall’uomo fisico all’uomo spirituale, danno risultati promettenti se vengono condotte nel modo giusto. Per un lavoro come quello che stiamo svolgendo non sono sufficienti le sole forze di ricerca del presente, ma occorrono anche quelle che derivano dall’accoglimento dei fili karmici che scaturiscono dalla storia evolutiva dell’umanità. Bisogna lavorare, per così dire, con le forze del karma per giungere ai segreti di cui si tratta.
Nel primo volume di quest’opera appariranno solo gli inizi. L’opera avrà un seguito e si passerà da ciò che inizialmente viene sviluppato in modo più elementare a ciò che, proprio da questo punto di vista, dal punto di vista medico-patologico, può dare una vera conoscenza dell’uomo. Ciò è possibile solo grazie al fatto che nella dottoressa Wegman è presente una personalità che, nei suoi studi medici, ha accolto le cose in modo tale da svilupparsi naturalmente verso una visione spirituale dell’essere umano. Ma nel corso di questa ricerca, proprio nella visione dell’organologia dell’uomo osservata in prospettiva spirituale, emergono quei contenuti che conducono anche ai nessi karmici.
Infatti, lo stesso tipo di visione che deve essere sviluppato per vedere lo spirituale non dietro l’intero essere umano in generale, ma dietro i singoli organi — dietro un organo sta, per così dire, il mondo di Giove, dietro un altro il mondo di Venere e così via —, le intuizioni che devono essere sviluppate in questo senso conducono direttamente a ciò che si presenta come la possibilità di risalire alle personalità umane nelle loro vite terrene precedenti. Nella vita terrena attuale, infatti, l’uomo si presenta davanti a noi entro i limiti della sua pelle. Se acquisiamo la capacità di guardare dentro i singoli organi dell’uomo, allora ciò che è racchiuso entro la pelle si espande, poiché ogni organo indica una diversa direzione del mondo, formando vie che conducono al macrocosmo.
Allora l’uomo si completa là fuori, e questo è necessario: questo uomo che si ricostruisce spiritualmente dopo aver superato la forma attuale, limitata dalla pelle. E se si segue ciò che è fisicamente molto diverso da quanto oggi immaginano gli anatomisti e i fisiologi, si ottengono concezioni che corrispondono anche alle visioni delle vite terrene precedenti dell’uomo. È lì che si sperimentano i nessi che illuminano la storia evolutiva dell’umanità e rendono comprensibile il presente in ciò che è fisicamente dato. In realtà, tutto il passato dell’umanità vive nel presente; ma con una simile affermazione astratta non si dice nulla — la fanno anche i materialisti. Ciò che conta è come questo passato viva nel presente.
Vorrei fare un esempio al riguardo, un esempio che in realtà è così meraviglioso che ha suscitato in me il più grande stupore quando è emerso come risultato della ricerca. Alcune delle cose che in passato sono state pensate da me in questo campo hanno dovuto essere rettificate o almeno integrate. Vedete, per chi guarda alla storia in modo sensato, un evento dei primi secoli del cristianesimo è avvolto da uno strano mistero. Vediamo una personalità che forse riteniamo interiormente poco adatta a questo compito: vediamo il già citato imperatore Costantino afferrare il cristianesimo per farlo diventare ciò che poi è divenuto il cristianesimo ufficiale dell’Occidente. Ma vediamo, naturalmente non in senso letterale bensì guardando a periodi di tempo più lunghi, accanto a Costantino Giuliano l’Apostata, una personalità autentica della quale si può dire che in lui viveva la saggezza dei misteri.
Giuliano l’Apostata poteva parlare del triplice Sole, e ha perso la vita proprio perché fu considerato un traditore dei misteri per aver parlato del triplice Sole. All’epoca non era permesso; in tempi ancora più antichi lo era meno che mai. Ma Giuliano l’Apostata aveva un rapporto del tutto particolare con il cristianesimo. In un certo senso ci si potrebbe stupire che proprio questa mente fine e geniale fosse così poco ricettiva alla grandezza del cristianesimo; ma ciò deriva dal fatto che nel suo ambiente egli vedeva poca sincerità interiore, così come la concepiva lui. Tra coloro che lo introdussero agli antichi misteri, invece, trovò ancora molta sincerità, una sincerità positiva e attiva.
Giuliano l’Apostata fu assassinato in Asia; sul suo assassinio sono state raccontate molte storie. Ma esso avvenne proprio perché in Giuliano l’Apostata si vedeva un traditore dei misteri: fu un omicidio premeditato. Se ci si familiarizza un poco con ciò che viveva in Giuliano l’Apostata, allora ci si interessa profondamente a come questa individualità abbia continuato a vivere. È infatti un’individualità molto particolare, un’individualità della quale si deve dire che, più di Costantino, più di Clodoveo, più di tutti gli altri, egli sarebbe stato adatto a spianare la strada al cristianesimo; e questo viveva nella sua anima.
Se il tempo fosse stato favorevole, se i rapporti fossero stati quelli giusti, egli avrebbe potuto realizzare, partendo dagli antichi misteri, una continuazione lineare dal Cristo precristiano, dal vero Logos macrocosmico, al Cristo che avrebbe dovuto continuare ad agire nell’umanità dopo il mistero del Golgota. E se si entra spiritualmente in contatto con Giuliano, si trova proprio questo aspetto curioso: in lui vi era questa essenza di apostata, ma nel fondo della sua anima si trova in realtà un impulso a comprendere il cristianesimo, impulso che egli non lasciò emergere, che represse a causa delle sciocchezze di Celso, che aveva scritto su Gesù. Accade anche che una personalità geniale cada vittima delle sciocchezze della gente. Così si ha la sensazione che Giuliano sarebbe stato in realtà l’anima adatta a spianare la strada al cristianesimo, a portare il cristianesimo sulla via che gli appartiene.
E allora si abbandona quest’anima di Giuliano l’Apostata nella sua vita terrena e la si segue come individualità con il massimo interesse attraverso i mondi spirituali. Ma c’è qualcosa di poco chiaro: qualcosa di poco chiaro aleggia attorno a quest’anima, e solo lo sforzo più intenso può riuscire a fare chiarezza in questo rapporto. Nel Medioevo esistono molte opinioni che sono sempre leggendarie, ma adeguate agli eventi reali. Ho già menzionato quanto siano adeguate, anche se naturalmente leggendarie, le leggende legate alla personalità di Alessandro; quanto appaia ancora viva la vita di Alessandro nella descrizione del prete Lamprecht. Ciò che sopravvive di Giuliano continua a vivere in modo tale che si può sempre dire: in realtà vuole scomparire dalla considerazione umana.
Se lo si segue, si ha per così dire la massima difficoltà a mantenerlo nello sguardo spirituale: si sottrae continuamente. Lo si segue attraverso i secoli fino al Medioevo e ci sfugge. E quando infine si riesce a seguire la questione, si giunge a osservare un punto singolare che non è affatto storicistico, ma è più storico della storia stessa. Si arriva infine a una figura femminile nella quale si ritrova l’anima di Giuliano l’Apostata, una figura femminile che, sotto l’influsso di impressioni opprimenti, ha compiuto un atto decisivo nella sua vita. Questa personalità femminile non vedeva in sé stessa, ma in un’altra figura, un’immagine del destino di Giuliano l’Apostata, nella misura in cui Giuliano l’Apostata aveva compiuto un viaggio in Oriente ed era morto in Oriente a causa di un tradimento.
Ecco, questa è Herzeloyde, la madre di Parsifal, una personalità storica della quale però la storia non parla. In Gamuret, che aveva sposato e che era perito in un viaggio verso l’Oriente a causa di un tradimento, ella vede il proprio destino nell’antico Giuliano l’Apostata. Attraverso questo riferimento, che penetrò profondamente nella sua anima, Herzeloyde compì ciò che oggi è leggendario ma, nel senso più profondo, estremamente storico: l’educazione di Parsifal. L’anima di Giuliano l’Apostata, rimasta così nell’ombra e che si sarebbe potuto credere chiamata a indicare al cristianesimo la via giusta, si ritrova nel Medioevo in un corpo femminile, in una personalità che invia Parsifal a cercare e a indicare al cristianesimo le vie esoteriche.
Vedete, così misteriosi, così enigmatici sono spesso i sentieri dell’umanità nei sotterranei e nei retroscena dell’esistenza. Questo esempio, che si intreccia in modo singolare con quanto ho già raccontato in relazione alla scuola di Chartres, può mostrarvi quanto siano, in fondo, meravigliosi i sentieri dell’anima umana e i percorsi evolutivi dell’umanità intera. Questo esempio avrà una sorta di seguito, quando parlerò della vita di Herzeloyde e di colui che allora fu inviato fisicamente come Parsifal. Riprenderò la prossima volta da dove abbiamo interrotto le nostre considerazioni.
Vorrei continuare oggi la riflessione che ho iniziato qui l’altro ieri. Eravamo rimasti al punto in cui avevamo lasciato cadere il filo dell’evoluzione così come entra nella vita spirituale del presente con l’individualità di Giuliano l’Apostata, rispettivamente con l’individualità che viveva in Giuliano l’Apostata e della quale vi ho accennato: un’individualità che inizialmente era incarnata in quella personalità di cui esistono soltanto notizie leggendarie, nella personalità che è misteriosamente inserita nella leggenda di Parsifal come Herzeloyde. Era una vita animica profonda quella che si insinuò nell’anima dell’antico Giuliano l’Apostata, una vita animica profonda di cui questa individualità aveva realmente bisogno, di cui aveva bisogno di fronte alle tempeste e agli stati d’animo di opposizione interiore che aveva attraversato proprio nella sua esistenza come Giuliano l’Apostata. Questa vita di cui vi ho parlato si estendeva sulla vita di Giuliano l’Apostata come una nuvola pacifica e calda; e così l’anima divenne interiormente più intensa, divenne anche più ricca, più ricca dei più svariati impulsi interiori.
Ma quest’anima, poiché apparteneva a coloro che avevano ancora qualcosa dei vecchi misteri, che avevano vissuto nella sostanza dei vecchi misteri in un’epoca in cui questi misteri erano ancora in un certo senso luminosi, aveva accolto molto in sé della spiritualità del cosmo. Ciò era stato in un certo senso represso durante l’incarnazione di Herzeloyde, ma riemerse poi nell’anima; e così ritroviamo questa individualità nel sedicesimo secolo. Nel XVI secolo, in questa individualità, riconosciamo come risorga, cristianizzato, ciò che aveva attraversato Giuliano l’Apostata. Questa individualità appare come Tycho Brahe nel XVI secolo e si contrappone a ciò che emerge nella civiltà occidentale come concezione copernicana del mondo.
Questa concezione copernicana del mondo forniva un’immagine dell’universo che, se seguita fino alle sue ultime conseguenze, conduce a espellere la spiritualità dal cosmo nella visione umana. L’immagine copernicana del mondo conduce infine a una concezione completamente meccanico-meccanicistica dell’universo nello spazio. Ed è proprio a partire da questa immagine copernicana del mondo che un famoso astronomo disse a Napoleone di non trovare Dio entro questo universo: aveva cercato ovunque, ma non aveva trovato Dio. È proprio l’espulsione di ogni spiritualità.
L’individualità che ora era presente in Tycho Brahe non poteva conformarsi a ciò. Vediamo quindi come Tycho Brahe, nella sua concezione del mondo, accolga ciò che nel copernicanesimo è utile, ma rifiuti il movimento assoluto che doveva essere attribuito alla Terra nel senso dell’immagine copernicana del mondo. E vediamo questo rifiuto legato in Tycho Brahe a una spiritualità reale, una spiritualità nella quale, se consideriamo il corso della sua vita, possiamo vedere chiaramente come l’antico karma spinga verso l’alto nella sua esistenza con tutta la sua forza, volendo diventare contenuto della coscienza. Così i suoi parenti danesi cercano in tutti i modi di trattenerlo nella professione giuridica; deve studiare giurisprudenza sotto la supervisione di un precettore a Lipsia e può approfittare solo delle ore in cui questi dorme per trascorrere la notte in compagnia degli dèi. Qui si manifesta qualcosa di estremamente curioso, che viene riportato anche nella sua biografia.
Questo è importante per la valutazione successiva dell’individualità Tycho de Brahe – Herzeloyde – Giuliano. Già con strumenti molto primitivi, che egli stesso aveva assemblato, Tycho Brahe scoprì errori di calcolo significativi nella determinazione delle posizioni di Saturno e Giove. Abbiamo così la scena curiosa della sua giovinezza: con strumenti che non si penserebbe potessero servire a qualcosa, egli si sente improvvisamente spinto a cercare le posizioni esatte di Saturno e Giove nel cielo. Tutto ciò era per lui profondamente permeato di spiritualità, di una spiritualità che lo conduceva a una concezione dell’universo quale deve sorgere se si aspira all’iniziazione moderna, dove si arriva a parlare delle entità spirituali come si parla degli uomini fisici sulla Terra, poiché in realtà è sempre possibile incontrarle; in fondo vi è soltanto una differenza di essere, una differenza nella qualità dell’essere tra le individualità umane che dimorano sul piano fisico e quelle che sono disincarnate e vivono tra la morte e una nuova nascita.
Questa disposizione interiore suscitò in Tycho Brahe una visione estremamente significativa dei nessi che si creano quando non si guarda più tutto sulla Terra come determinato unicamente da impulsi terrestri e non si calcola il cielo solo matematicamente, ma quando si comprende l’interazione tra impulsi stellari e impulsi storici dell’umanità. Grazie a quell’istinto animico che egli aveva portato con sé dalla vita di Giuliano l’Apostata — un istinto non permeato da razionalismo o intellettualismo, ma intuitivo, immaginativo — gli fu possibile compiere qualcosa di veramente sensazionale.
Egli non riuscì a impressionare particolarmente i suoi contemporanei con le sue concezioni astronomiche divergenti da quelle di Copernico. Osservò innumerevoli stelle e disegnò una mappa stellare che rese possibile a Keplero giungere ai suoi grandi risultati; Keplero poté formulare le sue leggi proprio sulla base della mappa stellare di Tycho Brahe. Tuttavia, ciò che colpì maggiormente i suoi contemporanei non furono tanto questi risultati scientifici, quanto un fatto in sé non particolarmente significativo ma degno di nota: Tycho Brahe predisse in modo quasi profetico, con precisione sorprendente, la morte del sultano Solimano, che avvenne proprio come egli aveva annunciato.
Vediamo dunque in Tycho Brahe l’influsso di una nuova epoca, legata a una spiritualità intellettuale che affonda però le sue radici in concezioni antiche, accolte da lui già come Giuliano l’Apostata. Vediamo tutto questo agire sull’epoca moderna attraverso Tycho Brahe. Egli è una delle anime più interessanti che, quando nel XVII secolo varcò la soglia della morte, fu trasferita nel mondo spirituale.
Ebbene, nelle correnti che ho descritto come correnti di Michele, ritroviamo continuamente Tycho Brahe – Giuliano l’Apostata – Herzeloyde; in qualunque funzione soprasensibile, in fondo, egli è sempre presente. Per questo lo ritroviamo anche in eventi significativi del mondo soprasensibile che sono in nesso con la corrente di Michele alla fine del XVIII e all’inizio del XIX secolo.
Ho già accennato alla grande scuola soprasensibile del XV e XVI secolo, che era sotto l’egida di Michele stesso. Da essa prese avvio una vita per coloro che la frequentavano, una vita in cui si sviluppavano forze e si svolgevano attività nel mondo spirituale che poi agivano nel mondo fisico, in nesso con il mondo fisico. Proprio in questo periodo che seguì quello della scuola di insegnamento, un compito importante venne affidato a un’individualità della cui vita ho spesso parlato: l’individualità di Alessandro Magno.
Ho anche fatto notare come Bacone, Lord Bacone, sia Harun al Raschid riapparso. E la cosa singolare è che, in nesso con le concezioni di Lord Bacone, che hanno esercitato un influsso così intenso e determinante sullo sviluppo spirituale successivo, proprio nei campi più sottili, in Bacone accadde qualcosa che si potrebbe definire come una morbosa espulsione della vecchia spiritualità che egli aveva già posseduto come Harun al Raschid. Da questo impulso di Bacone ha origine un intero mondo di entità demoniache; il mondo ne è letteralmente pieno, pieno di entità soprasensibili e sensibili — sensibili naturalmente non nel senso della visibilità, ma nel senso che il mondo sensibile è compenetrato da tali entità.
All’individualità di Alessandro spetta in particolare il compito di combattere questi dèmones-idoli di Lord Bacone, del Bacone di Verulam. Attività di questo genere, estremamente importanti, devono svolgersi nel mondo spirituale, altrimenti il materialismo del XIX secolo avrebbe irrotto in modo ancora più devastante. Attività simili, che si svolgono nel nesso tra il mondo spirituale e quello fisico, spettarono poi alla corrente di Michele, finché, nelle regioni soprasensibili, alla fine del XVIII e all’inizio del XIX secolo, avvenne ciò che ho già menzionato: il risveglio di un culto soprasensibile di grande importanza.
Nel mondo soprasensibile fu allora istituito un culto che si svolgeva in immaginazioni reali di natura spirituale. Così si può dire che, alla fine del XVIII e all’inizio del XIX secolo, aleggiava in realtà, immediatamente adiacente, molto vicino — naturalmente in senso qualitativo — al mondo fisico-sensibile, un evento soprasensibile che rappresentava atti di culto soprasensibili: un potente sviluppo di immagini della vita spirituale, delle entità dei mondi, delle entità delle gerarchie, in nesso con le grandi influenze eteriche del cosmo e con le influenze umane sulla Terra. È interessante che, in un momento particolarmente favorevole di questa attività cultuale soprasensibile, si possa dire che un’immagine in miniatura sia fluita nello spirito di Goethe. Questa immagine in miniatura, metamorfosata e modificata, Goethe l’ha poi raffigurata nel suo Racconto del serpente verde e del bel giglio. È un caso in cui qualcosa irrompe: vedete, era un culto soprasensibile al quale partecipavano in modo privilegiato coloro che avevano preso parte alla corrente di Michele con tutte le rivelazioni, soprasensibili e sensibili, di cui ho parlato.
In tutto questo gioca un ruolo straordinariamente importante l’individualità che, alla fine, era presente in Tycho Brahe. Egli era ovunque impegnato a conservare i grandi impulsi duraturi di ciò che si chiama paganesimo, l’antico mistero, proprio anche in vista di una migliore comprensione del cristianesimo. Era entrato nel cristianesimo quando viveva come anima di Herzeloyde; ora era animato dal desiderio di introdurre nelle rappresentazioni del cristianesimo tutto ciò che aveva acquisito attraverso la sua iniziazione come Giuliano l’Apostata. Questo era particolarmente importante per quelle anime di cui ho parlato. A tutte queste correnti sono legate le numerose anime che oggi si trovano nel movimento antroposofico e che aspirano sinceramente a questo movimento; esse si sentono attratte dalla corrente di Michele proprio per la natura interiore e l’essenza di questa corrente. E Tycho Brahe ebbe un’influenza significativa sul fatto che queste anime, alla fine del XIX secolo o all’inizio del XX, ma in particolare alla fine del XIX secolo, scendessero sulla Terra preparate a vedere e a sentire il Cristo non solo come lo sentono le diverse confessioni, ma anche nella sua grandiosa gloria cosmica come Cristo cosmico. A ciò erano state preparate anche soprasensibilmente, tra la morte e una nuova nascita, attraverso influenze come quella di Tycho Brahe, dell’anima che era stata incarnata da ultimo in Tycho Brahe. Così questa individualità continuò a svolgere un ruolo straordinariamente significativo proprio all’interno della corrente di Michele.
Vedete, si guardava sempre — sia all’interno della vecchia scuola di insegnamento del XV e XVI secolo, sia più tardi nell’esecuzione del culto soprasensibile che avrebbe dovuto introdurre, per così dire, dal mondo soprasensibile il nuovo dominio di Michele sulla Terra — si faceva ovunque riferimento al dominio di Michele che stava per venire. Ora, un certo numero di anime, come ho già accennato, dotate di talento platonico, rimase nel mondo spirituale dopo la propria attività a Chartres. Oggi ho fatto appendere qui altre immagini della raccolta relativa a Chartres, immagini di profeti, ma anche immagini della straordinaria e meravigliosa architettura di Chartres. Le individualità dei maestri di Chartres, che erano appunto di tipo platonico, rimasero nel mondo spirituale. Scesero invece in misura maggiore gli aristotelici, numerosi per esempio nell’Ordine Domenicano; ma anche questi, dopo un certo tempo, si unirono e agirono nuovamente insieme ai platonici dal mondo spirituale in modo soprasensibile. Così si può dire che le anime di tipo platonico siano in realtà rimaste indietro: esse non sono ancora riapparse sulla Terra nelle loro individualità essenziali, ma attendono fino alla fine di questo secolo.
Al contrario, molti di coloro che si sono sentiti attratti da ciò che ho descritto come le azioni di Michele nel soprasensibile, che si sono sentiti sinceramente attratti da un tale movimento spirituale, sono entrati proprio nella corrente del movimento antroposofico. E si può già dire che ciò che vive nell’Antroposofia è stato stimolato in primo luogo dalla scuola di Michele del XV e XVI secolo e da quel culto che ebbe luogo nel mondo soprasensibile alla fine del XVIII e all’inizio del XIX secolo. È anche per questo motivo che, quando sono nati i miei drammi misterici in riferimento a questo culto soprasensibile, proprio il primo dramma, pur essendo molto diverso dalla Fiaba del serpente verde e del bel giglio di Goethe, presenta tuttavia tratti chiaramente affini. Queste cose, che vogliono contenere impulsi reali di natura spirituale, non possono essere semplicemente assorbite dal mondo finito, ma devono essere viste e lavorate in armonia con il mondo spirituale.
Così oggi ci troviamo, con il movimento antroposofico entrato ormai nel regno di Michele instaurato, chiamati a comprendere proprio l’essenza di questo regno di Michele, chiamati ad agire in questa direzione nel senso dell’opera di Michele attraverso i secoli e i millenni, ora che egli riprende il suo regno sulla Terra in un momento particolarmente significativo. È nell’esoterismo interiore di questa corrente di Michele che è prefigurato in modo ben preciso, innanzitutto per questo secolo, ciò che accadrà. Ma vedete, miei cari amici, se si prende l’Antroposofia così com’è oggi nel suo contenuto e la si segue a ritroso, si trova poca preparazione sul piano terrestre. Basta allontanarsi un poco da ciò che oggi si presenta come Antroposofia e cercare, con mente aperta e senza lasciarsi offuscare da ogni sorta di sottigliezze filologiche, delle fonti di questa Antroposofia nel corso del XIX secolo: non le troverete. Troverete soltanto singole tracce di concezioni spirituali che poi, come germi — ma germi molto scarsi — hanno potuto trovare impiego nell’intero tessuto dell’Antroposofia; ma non esiste una vera e propria preparazione sul terreno terrestre.
Tanto più forte è la preparazione nel soprasensibile. E in che misura l’opera di Goethe, anche dopo la sua morte — anche se nei miei libri appare diversamente — abbia contribuito alla formazione dell’Antroposofia, lo sapete tutti. La cosa più importante in relazione a queste realtà, la cosa immediatamente decisiva, si è già svolta nel soprasensibile. Ma se si ripercorre in modo così vivo la vita spirituale del XIX secolo fino a Goethe, a Herder e, per me, anche fino a Lessing, allora appare comunque ciò che ha agito nei singoli spiriti del secolo XVIII che volge al termine e nella prima metà del XIX secolo, quando, anche se ciò si manifesta, come per esempio in Hegel, in forti astrazioni o in modo astratto e figurativo come in Schelling, appare tuttavia almeno molto fortemente ispirato dallo spirituale.
Perché credo che nei miei Enigmi della filosofia si riconosca, dal modo in cui ho descritto Schelling e Hegel, che io abbia voluto indicare nell’animico-spirituale di questa evoluzione della concezione del mondo qualcosa che potesse poi confluire nell’Antroposofia. Nel mio libro Gli enigmi della filosofia ho cercato di cogliere con il pensiero queste astrazioni che vi compaiono. Vorrei richiamare in modo particolare il capitolo su Hegel, ma anche alcune osservazioni fatte su Schelling.
Ma bisogna andare ancora più a fondo. Allora si incontrano strani fenomeni che si manifestano nella vita spirituale della prima metà del XIX secolo e che poi, per così dire, sprofondano in quella che fu la vita spirituale materialistica della seconda metà del XIX secolo. E tuttavia, in tutto questo emerge qualcosa in cui, anche se espresso in concetti astratti, vi è autenticamente qualcosa di spirituale, vi è vita spirituale e tessitura spirituale.
Particolarmente interessante, e sempre più interessante quanto più lo si legge, è il filosofo Schelling. Egli inizia quasi come Fichte, con idee pure, fortemente improntate alla volontà e nettamente determinate. Così si presentava Fichte. Johann Gottlieb Fichte è una delle poche personalità della storia mondiale — forse unica sotto certi aspetti — che ha saputo coniugare le più forti astrazioni concettuali con l’entusiasmo e l’energia della volontà. In lui ci si trova di fronte a un fenomeno estremamente singolare: il Fichte basso e tarchiato, rimasto un po’ indietro nella crescita a causa delle privazioni della giovinezza, che, quando lo si vedeva camminare per strada, procedeva con passo incredibilmente deciso, tutto volontà; una volontà che si esprimeva nella formulazione dei concetti più astratti, ma che, proprio attraverso questi concetti astratti, giungeva tuttavia a qualcosa come i Discorsi alla nazione tedesca, con i quali egli seppe entusiasmare in modo meraviglioso innumerevoli persone.
Schelling appare quasi fichtiano: non con la stessa forza, ma con lo stesso modo di pensare. Ma molto presto vediamo il suo spirito ampliarsi. Così come Fichte parla dell’Io e del Non-Io e di simili astrazioni, anche Schelling parla, nella sua giovinezza, in modo tale da entusiasmare l’ambiente di Jena. Ma questo lo abbandona presto; il suo spirito si amplia e vediamo entrare in lui rappresentazioni che, pur essendo plasmate dalla fantasia, sono nuovamente orientate verso l’immaginazione. Questo processo continua per un certo tempo; poi Schelling si immerge in spiriti come Jakob Böhme e descrive qualcosa di completamente diverso per tono e stile rispetto alla sua attività precedente: il Fondamento della libertà umana, una sorta di risveglio delle idee di Jakob Böhme.
Vediamo allora come in Schelling il platonismo quasi riviva. Egli compone un trattato di filosofia cosmologica, Bruno, che ricorda realmente i dialoghi di Platone ed è di grande incisività. Interessante è anche un altro scritto, Clara, in cui il mondo soprasensibile gioca un ruolo di primo piano. Poi Schelling tace per un periodo terribilmente lungo. Viene considerato dai suoi colleghi filosofi quasi come un morto vivente e pubblica soltanto lo scritto straordinariamente significativo sui misteri di Samotracia, che rappresenta ancora una volta un ampliamento del suo spirito.
Egli vive ancora a Monaco, finché il re di Prussia lo chiama all’Università di Berlino per insegnare quella filosofia che Schelling dice di aver elaborato nel silenzio della sua solitudine nel corso dei decenni. Ora Schelling appare a Berlino con quella filosofia che è poi contenuta nelle sue opere postume, la Filosofia della mitologia e la Filosofia della rivelazione. Egli non fa una grande impressione sul pubblico berlinese, perché il tenore di ciò che egli espone è in sostanza questo: con la sola riflessione l’uomo non ottiene nulla in relazione alle concezioni del mondo; deve entrare nell’anima umana qualcosa che, come mondo spirituale reale, attraversi la riflessione.
Al posto della vecchia filosofia razionalistica, in Schelling emerge improvvisamente un risveglio della filosofia degli dèi, della mitologia, un risveglio degli antichi dèi, e questo in un modo da un lato del tutto moderno; ma in tutto ciò si vede chiaramente l’azione di una spiritualità antica. È qualcosa di molto singolare. Ciò che Schelling sviluppa sulla cristianità nella Filosofia della rivelazione contiene comunque impulsi significativi — anche se in forme del tutto astratte — per ciò che deve essere detto, sulla base della visione spirituale, su alcuni punti del cristianesimo anche all’interno dell’Antroposofia.
Non si può affatto ignorare Schelling con la stessa facilità con cui lo fecero i berlinesi. Non lo si può ignorare affatto. I berlinesi lo ignorarono con grande disinvoltura. Quando un discendente di Schelling sposò la figlia di un ministro prussiano — un evento esteriormente connesso alla questione, anche se in modo karmico —, un funzionario prussiano venne a conoscenza del fatto e disse che prima non aveva mai capito perché Schelling fosse venuto a Berlino, ma ora lo capiva.
Seguire Schelling in questo modo può portare a difficoltà e conflitti interiori. A tutto ciò si aggiunge il fatto che l’ultimo periodo della sua vita viene descritto in modo quasi grottesco nelle storie della filosofia; e sopra questo capitolo campeggia spesso il titolo: La teosofia di Schelling. Ebbene, mi sono sempre occupato intensamente di Schelling. Nonostante la forma astratta, da ciò che viveva in lui emanava sempre un certo calore. Così, in età relativamente giovane, mi occupai a lungo, per esempio, di quel dialogo platonico già menzionato: Bruno, o sul principio divino e naturale delle cose.
Schelling, che dal 1854 era tornato nel mondo spirituale, attraverso questo dialogo Bruno, attraverso Clara, ma soprattutto attraverso lo scritto sui misteri tracio-samotraci, diventava incredibilmente vicino. Era facile entrare in una reale vicinanza spirituale con Schelling. E così, già all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, mi fu del tutto chiaro — per quanto riguarda Schelling, mentre per altre personalità poteva essere diverso — che l’ispirazione spirituale era comunque presente. In Schelling l’ispirazione spirituale era presente in modo continuo.
Si poteva allora avere la seguente immagine: in basso, nel mondo fisico, c’era Schelling che attraversava i suoi molteplici destini, tra i quali vi fu una lunga solitudine, che veniva trattato dai suoi contemporanei ora con grande entusiasmo, ora con scherno e derisione. Questo Schelling, che faceva sempre un’impressione significativa quando ricompariva di persona, l’uomo basso e tarchiato con la testa incredibilmente espressiva, con gli occhi ancora scintillanti e infuocati in età avanzata, dagli occhi da cui parlava il fuoco della verità e della conoscenza: in lui si può vedere chiaramente, quanto più lo si approfondisce, che vi sono momenti in cui l’ispirazione discende dall’alto.
Questo mi apparve in modo del tutto evidente quando lessi le recensioni di Robert Zimmermann — da cui, come sapete, deriva il termine Antroposofia, anche se la sua “Antroposofia” è un groviglio di concetti — sull’opera di Schelling sui mondi antichi. Nutro grande stima per Robert Zimmermann, ma allora non potei fare a meno di sospirare interiormente: «Oh, filisteo!». Tornai allora allo scritto di Schelling sugli eoni del mondo, che è formulato in modo piuttosto astratto, ma nel quale si avverte immediatamente qualcosa come una descrizione dell’antica Atlantide in forma del tutto spirituale, anche se distorta in molti modi dalle astrazioni.
Vedete dunque che in Schelling agisce ovunque qualcosa, tanto che si può dire: laggiù vi è Schelling, e lassù accade qualcosa che agisce su Schelling. In lui diventa particolarmente evidente che esiste una continua interazione tra il mondo spirituale superiore e il mondo terrestre inferiore nell’evoluzione spirituale. E poi, una volta, verso la metà degli anni Novanta, mentre ero intensamente impegnato a ricercare i fondamenti spirituali dell’epoca di Michele, entrai in una fase della mia vita — che posso solo accennare nel Lebensgang — in cui dovetti sperimentare in modo particolarmente intenso il mondo che confina direttamente con il nostro mondo fisico-sensibile, separato da esso solo da una sottile parete. In questo mondo adiacente si svolgono in realtà eventi giganteschi.
In quel periodo, a Weimar, vivevo da un lato in modo molto intenso la vita sociale in tutte le sue sfaccettature, ma allo stesso tempo sentivo il bisogno interiore di ritirarmi da tutto. Per me era diventato essenziale vivere più intensamente il mondo spirituale che quello fisico. Già da giovane mi era facile comprendere rapidamente qualsiasi concezione del mondo; ma dovevo guardare una pietra o una pianta cinquanta o sessanta volte prima di riuscire a collegare l’anima a ciò che nel mondo fisico riceve un nome puramente fisico.
Questo giunse al massimo proprio nel periodo di Weimar. Weimar, allora, molto prima dell’Assemblea costituente repubblicana, era davvero un’oasi spirituale, molto diversa dagli altri luoghi della Germania. In questa Weimar vissi intensamente la mia solitudine. E lì, per superare alcune difficoltà interiori nel 1897, le Divinità di Samotracia di Schelling e la sua Filosofia della mitologia mi capitavano tra le mani solo come stimolo, non per studiarle, ma come semplice ausilio esteriore.
Così come chi voglia fare ricerca nel mondo spirituale utilizza stimoli esteriori — come si utilizzano strumenti tecnici —, così allora presi in mano questi scritti. In realtà avevo in mente ciò che si era svolto nel corso del XIX secolo e che aveva potuto infine sfociare nell’Antroposofia. Quando poi riuscii a seguire Schelling nella sua evoluzione biografica, non ancora con piena chiarezza — questa venne solo molto più tardi, quando scrissi Gli enigmi della filosofia —, potei tuttavia percepire che ciò che era scritto nei suoi testi era frutto di ispirazione, e che l’ispiratore era l’individualità Giuliano l’Apostata–Herzeloyde–Tycho de Brahe, che non era riapparsa sul piano fisico, ma aveva operato potentemente attraverso l’anima di Schelling.
Così mi resi conto che proprio questo Tycho de Brahe era progredito in modo straordinariamente intenso dopo la sua esistenza terrena. Attraverso la corporeità di Schelling poteva passare solo poco; ma una volta compreso che l’individualità di Tycho Brahe aleggiava come fonte d’ispirazione su Schelling, e una volta letti i lampi geniali delle Divinità di Samotracia e soprattutto quelli che compaiono alla fine della Filosofia della rivelazione, con la sua interpretazione, a suo modo grandiosa, degli antichi misteri, allora, immergendosi nel linguaggio così singolare di Schelling, non si sente più parlare Schelling, ma Tycho de Brahe. E ci si rende conto di come, tra altri spiriti, proprio questo Tycho de Brahe, già individualità in Giuliano l’Apostata, abbia contribuito in modo decisivo al sorgere di molte realtà della vita spirituale più recente, realtà che hanno esercitato un effetto così stimolante che perfino le forme esteriori di espressione dell’Antroposofia sono state talvolta tratte da esse.
Poi, uno degli scritti della filosofia tedesca che mi ha colpito profondamente è quello di Jakob Frohschammer, Die Phantasie als Grundprinzip des Weltprozesses (La fantasia come principio fondamentale del processo mondiale), un’opera spirituale della fine del XIX secolo. Spirituale perché quest’uomo coraggioso, espulso dalla Chiesa e i cui scritti furono posti all’Indice, seppe essere coraggioso anche nei confronti della scienza, scoprendo l’affinità tra ciò che, nella fantasia, crea in modo puramente animico quando l’uomo opera artisticamente, e ciò che agisce interiormente come crescita e forza vitale. In quel periodo era necessario qualcosa di simile. La fantasia come principio fondamentale del processo mondiale, come forza creatrice del mondo, è già di per sé un testo altamente significativo.
Così mi interessai molto a Jakob Frohschammer. Cercai di avvicinarmi a lui non soltanto attraverso i suoi scritti, ma anche nella realtà. Ancora una volta scoprii che lo spirito ispiratore era lo stesso che aveva vissuto in Tycho Brahe e in Giuliano l’Apostata. Esiste dunque tutta una serie di personalità nelle quali si può riconoscere come qualcosa abbia preparato il terreno per ciò che poi è diventato Antroposofia. Ma dietro a tutto questo è necessaria la luce spirituale che opera nel soprasensibile, perché ciò che prima era disceso sulla Terra era rimasto, per lo più, nell’ambito delle astrazioni, anche se talvolta si concretizzava in uno spirito come Schelling o in un uomo coraggioso come Jakob Frohschammer.
E vedete, se oggi guardiamo verso l’alto a ciò che realmente opera nel soprasensibile e sappiamo come Antroposofia si ponga in relazione a questo, e se allo stesso tempo estendiamo la nostra ricerca anche alla storia concreta, alla vita spirituale concreta, allora tutto ciò ci diventa di grande aiuto. Sulla Terra esiste un certo numero di anime che aspirano sinceramente ad Antroposofia e che sono sempre state vicine alle correnti di Michele; nel mondo soprasensibile vi sono anime, in particolare i maestri di Chartres, che sono rimaste indietro. Tra coloro che sono qui nel mondo sensibile e coloro che sono là, nel mondo spirituale, esiste una tendenza decisissima a unire le loro forze.
E se si vuole avere un aiuto veramente significativo per ciò che deve essere ricercato in vista del futuro del ventesimo secolo, qualcuno che possa offrire orientamento in relazione al mondo soprasensibile, qualcuno da cui possano giungere impulsi profetici, allora questa individualità è Giuliano l’Apostata–Tycho de Brahe. Oggi non si trova sul piano fisico, ma è in realtà sempre presente e fornisce continuamente indicazioni su ciò che riguarda in modo particolare l’elemento profetico in relazione al ventesimo secolo.
Mettendo insieme tutto questo, risulta che coloro che oggi accolgono Antroposofia in modo sincero preparano la loro anima a riapparire alla fine del ventesimo secolo, abbreviando il più possibile la vita tra la morte e una nuova nascita, per potersi poi riunire con quei maestri di Chartres che sono rimasti nel mondo spirituale. E questo, miei cari amici, è qualcosa che dovremmo accogliere profondamente nelle nostre anime: la coscienza che il movimento antroposofico, nella sua essenza, è chiamato a continuare ad agire non solo nei suoi aspetti più elevati e significativi, ma quasi attraverso tutte le anime che ad esso sono legate, per riapparire alla fine del ventesimo secolo.
In quell’epoca dovrà essere dato un grande impulso alla vita spirituale sulla Terra, perché altrimenti la civiltà terrestre entrerebbe definitivamente nella sua decadenza, le cui caratteristiche oggi sono già così chiaramente visibili. Questo è ciò che vorrei: che da tali fondamenti, nei vostri cuori, miei cari amici, si accenda qualcosa di quelle fiamme di cui abbiamo bisogno per rendere già ora la vita spirituale sufficientemente forte all’interno del movimento antroposofico, affinché le anime possano presentarsi preparate nel modo giusto quando verrà quella grande epoca in cui potremo nuovamente agire sulla Terra dopo una vita soprasensibile abbreviata.
E verrà quella grande epoca in cui, per la salvezza della Terra, si farà affidamento proprio su ciò che gli antroposofi saranno in grado di compiere attraverso i loro membri più importanti. Credo che già la prospettiva di questo futuro possa entusiasmare gli antroposofi, possa suscitare in loro sentimenti che li accompagnino nella vita terrena presente in modo giusto, energico, attivo, pieno di entusiasmo, affinché tutto ciò diventi una preparazione per ciò che dovrà avvenire alla fine del secolo, quando Antroposofia sarà chiamata a realizzare ciò che qui è stato soltanto accennato.
Vorrei strutturare la conferenza di oggi e quella di domani in modo tale che possano emergere alcune linee guida atte a chiarire, da un lato, l’effetto del karma e, dall’altro, il significato delle conoscenze relative al karma degli esseri umani per la storia generale dello sviluppo, in particolare per quella della vita spirituale. Non possiamo comprendere l’efficacia del karma se consideriamo soltanto le successive vite terrene di una qualunque individualità. È vero che, all’interno della vita terrena, quando ci si trova di fronte alla chiara illuminazione del percorso terrestre di questo o quell’uomo, o del proprio, l’interesse si concentra soprattutto sulla domanda: in che modo i risultati delle vite terrene precedenti si riflettono in quelle successive?
Ma questo modo di agire non sarebbe mai spiegabile se ci si limitasse alle vite terrene, poiché l’uomo, tra una vita terrena e l’altra, vive la vita tra la morte e una nuova nascita. Ed è in questa vita tra la morte e una nuova nascita che il vero karma viene elaborato a partire da ciò che accade in una vita terrena, in nesso con altre anime umane disincarnate, karmicamente legate, che si trovano anch’esse nella vita tra la morte e una nuova nascita, e in nesso con gli spiriti delle gerarchie superiori, e anche con quelli delle gerarchie inferiori.
Questo karma, nel suo processo di elaborazione, diventa comprensibile soltanto se si riesce a guardare all’essere stellare extraterrestre, il quale, nel modo in cui appare all’occhio fisico, mostra unicamente il suo lato esteriore.
Occorre ripeterlo ancora una volta: i fisici resterebbero estremamente stupiti se potessero recarsi nei luoghi in cui si trovano le stelle che osservano attraverso i loro telescopi, che analizzano con gli spettroscopi in relazione alle loro sostanze, alla loro costituzione. Essi sarebbero stupiti se potessero salire nei luoghi in cui si trovano queste stelle e vedessero che non vi si trova affatto ciò che ci si aspetta. Ciò che una stella mostra all’osservatore terrestre è in realtà soltanto un’apparenza esteriore, piuttosto insignificante per la sua stessa esistenza; mentre ciò che la stella contiene è di natura spirituale, oppure, se è di natura fisica, si manifesta come un residuo, si potrebbe dire, di qualcosa di spirituale.
Cari amici, potete comprendere meglio di che cosa si tratti con il seguente esempio. Immaginate che un abitante di un altro pianeta osservi la Terra in modo analogo a come noi, astronomi e astrofisici, osserviamo gli altri pianeti: descriverebbe un disco che brilla nell’universo, nel quale forse distinguerebbe macchie scure e chiare, che interpreterebbe in qualche modo. Probabilmente la sua interpretazione non corrisponderebbe affatto a ciò che noi terrestri sappiamo della Terra. Forse, se il Vesuvio fosse in eruzione e potesse osservarlo, direbbe che dall’esterno giungono comete o qualcosa di simile. In ogni caso, ciò che un tale astronomo descriverebbe avrebbe ben poco a che fare con ciò che costituisce l’essenza della nostra Terra.
E che cosa costituisce l’essenza della nostra Terra? Rifletteteci: la nostra Terra è nata da ciò che ho descritto nella mia Scienza occulta come l’esistenza di Saturno. Allora non esistevano ancora né aria, né gas, né liquidi, né componenti terrestri solidi; vi erano soltanto differenziazioni di calore. E in questa differenziazione termica era contenuto, in forma germinale, tutto ciò che in seguito sarebbe diventato il regno minerale, vegetale, animale e anche umano. Anche noi esseri umani eravamo allora all’interno di questo Saturno, in questo calore.
Poi vi fu un’evoluzione: l’aria si separò dal calore, l’acqua si separò, la materia solida si separò. Tutto ciò sono residui che si sono separati, che sono stati espulsi dagli esseri umani per consentire loro di giungere alla propria formazione.
Tutto ciò che è minerale solido appartiene a noi; è soltanto un residuo rimasto indietro, così come l’acqua e l’aria. Pertanto, l’essenziale sulla nostra Terra non è ciò che esiste nei regni della natura, né ciò che portiamo nelle ossa e nei muscoli, poiché questi sono ricomposti a partire da ciò che è stato separato e che abbiamo nuovamente reintegrato; l’essenziale sono le nostre anime. Tutto il resto è, in fondo, più o meno apparenza, residuo e simili.
La Terra potrebbe essere descritta in modo veritiero soltanto se la si descrivesse come un insediamento delle anime umane nello spazio cosmico. E allo stesso modo tutte le stelle sono insediamenti di esseri spirituali nello spazio cosmico, insediamenti che possono essere conosciuti. La nostra anima, dopo aver varcato la porta della morte, si muove attraverso queste colonie stellari, prosegue il suo cammino evolutivo fino a una nuova nascita in comunione con quelle anime che già si trovano là come anime umane, in comunione con gli esseri delle gerarchie superiori o anche inferiori, e poi, a seconda di come il karma è stato elaborato, di come l’uomo è maturato, ritorna per assumere un corpo terreno.
Se dunque vogliamo comprendere il karma, dobbiamo risalire alla saggezza delle stelle, a un’indagine spirituale del cammino dell’uomo tra la morte e una nuova nascita, in relazione con gli esseri stellari.
Ora, proprio fino all’inizio del regno di Michele, gli uomini dei tempi recenti hanno incontrato grandi difficoltà nell’avvicinarsi a una vera saggezza stellare. E poiché l’Antroposofia doveva comunque avvicinarsi a questa saggezza delle stelle, essa sa di dover essere grata al fatto che proprio il regno di Michele stia irrompendo negli eventi dell’umanità terrestre nell’ultimo terzo del secolo XIX. Tra le molte cose che dobbiamo al regno di Michele vi è proprio questa: l’aver riacquistato un libero accesso allo studio di ciò che deve essere indagato nei mondi delle stelle, affinché possiamo comprendere il karma e la sua formazione nell’umanità.
Vorrei mostrarvelo oggi con un esempio, per introdurvi gradualmente alle questioni estremamente difficili che si legano allo studio del karma. Vorrei presentarvi un esempio che vi permetta di vedere in modo illustrativo tutto ciò che deve avvenire prima che si possa parlare dell’azione del karma nel modo in cui lo faccio ora in questa conferenza. È vero infatti che, se il contenuto di queste conferenze venisse in qualche modo reso pubblico, nell’opinione comune odierna ciò che è frutto di una ricerca estremamente precisa verrebbe considerato stoltezza o follia. Ma si tratta invece di ricerca esatta, e voi dovete conoscere tutte le responsabilità di cui si diventa consapevoli in una ricerca di questo genere; dovete conoscere tutto ciò che si oppone a una simile ricerca, tutte le “spine” che occorre superare.
È necessario che un certo numero di persone possa conoscere quelle peculiarità karmiche dell’appartenenza a Michele di cui ho parlato; che sappia che qui si tratta di una seria ricerca spirituale, e non di ciò che oggi pensa di queste cose chi non è informato, chi sta al di fuori del movimento antroposofico.
La maggior parte di voi, miei cari amici – ho già accennato in parte a questo fatto – ricorderà una figura che ricorre continuamente nei miei Misteri: la figura di Strader. Questa figura di Strader è, per quanto ciò sia possibile in un’opera letteraria, in un certo senso tratta dalla vita. Ne ho già parlato ad alcuni di voi qui presenti. La personalità di Strader ha avuto una sorta di modello reale, che ha vissuto l’evoluzione dell’ultimo terzo del secolo XIX e che, in un certo senso, è giunto a una forma di cristianesimo razionalistico.
Si trattava di una personalità che, dopo una giovinezza straordinariamente difficile – nella rappresentazione di Strader traspare qualcosa di tutto ciò – divenne cappuccina, ma non poté sopportare la vita all’interno della Chiesa e trovò poi la propria strada per diventare professore.
Questa personalità, quando venne spinta dalla teologia alla filosofia, divenne un entusiasta interprete e descrittore della religione liberale di Lessing. Era una personalità che era entrata in una sorta di conflitto interiore con il cristianesimo ufficiale e che, partendo dalla ragione, voleva fondare in modo abbastanza consapevole una forma di cristianesimo razionalistico. E le lotte interiori che nei miei drammi misterici si manifestano in Strader si svolgevano già, con una certa variante, nella vita di questa personalità.
Ora sapete che nel mio ultimo dramma misterioso il personaggio di Strader muore. E quando ripenso al modo in cui la personalità di Strader si è intrecciata nell’insieme dei miei drammi misteriosi, devo dire che, nonostante non vi fosse alcun ostacolo esteriore che impedisse a Strader di continuare a vivere come gli altri, egli muore per una necessità interiore. È dunque possibile considerare la morte di Strader come una sorpresa nel dramma misterioso. Strader muore in un determinato momento: avevo la sensazione di non poter più trattare Strader nei drammi misteriosi.
Perché? Vedete, miei cari amici, nel frattempo, se così posso dire, l’originale era morto. E potete immaginare quanto questo originale mi interessasse nel suo processo evolutivo, dal momento che avevo appena abbozzato la figura di Strader. Questo originale continua ad interessarmi anche dopo aver varcato la porta della morte.
Ma qui si presenta una certa peculiarità. Se siamo spinti a seguire con lo sguardo una personalità nel tempo che segue la morte, che dura circa un terzo della vita terrena fisica – poiché la vita terrena viene in un certo senso ripetuta al contrario, ma con una velocità tripla –, che cosa vive effettivamente l’uomo nei decenni che seguono immediatamente la vita terrena?
Se vi rappresentate una vita umana qui sulla Terra, essa si suddivide in giorni e notti, in stati di veglia e stati di sonno. Negli stati di sonno sono sempre presenti reminiscenze figurative della vita quotidiana. Quando si guarda indietro alla propria vita, di solito ci si ricorda soltanto degli stati diurni, degli stati di veglia; non si presta attenzione al fatto che in realtà si dovrebbero strutturare i ricordi in questo modo: mi ricordo dalla mattina alla sera, poi vi è un’interruzione; di nuovo dalla mattina alla sera, poi un’altra interruzione; e così via.
Poiché però nella notte non vi è nulla nei ricordi, tracciamo semplicemente una linea continua e falsifichiamo i nostri ricordi, collegando tra loro soltanto i giorni. Dopo la morte, invece, dobbiamo rivivere con intensa realtà ciò che era presente nelle notti, durante questo terzo della vita, e dobbiamo riviverlo al contrario.
Ed è proprio qui che risiede la particolarità. Durante la vita terrena si possiede un certo senso dell’esistenza, direi un senso della realtà di ciò che si incontra. Se non si avesse questo senso di realtà, si potrebbe considerare tutto ciò che si incontra durante il giorno come un sogno. Si sa che le cose sono reali: ci urtano quando le tocchiamo, ci inviano luce, ci inviano suoni. In breve, vi sono molte cose che durante la vita terrena, tra la nascita e la morte, ci conferiscono un senso della realtà.
Ma se si elimina tutto ciò che costituisce questo senso della realtà, se voi, miei cari amici, togliete tutto ciò che definite realtà degli esseri umani che incontrate qui, allora tutto questo, nella sua intensità, è come la realtà di un sogno rispetto alla realtà incredibilmente intensa che si vive in questi decenni immediatamente successivi alla morte e che l’osservatore sperimenta in prima persona. Tutto questo appare molto più reale; la vita terrena appare come se fosse stata un sogno, come se l’anima si fosse risvegliata soltanto ora rispetto all’intensità della vita. Questa è la particolarità.
Mentre seguivo questo esempio di Strader, mi colpiva naturalmente molto più la realtà, l’individualità reale che viveva dopo la morte, che non il ricordo della vita terrena, la quale, rispetto a ciò che appare nella morte, sembra quasi un sogno. Così, di fronte alle forti impressioni del defunto, non avrei più potuto sviluppare interesse per il vivente, per descriverlo ulteriormente.
Posso quindi parlare per esperienza personale di quanto poco intensa sia la vita terrena rispetto alla vita che si incontra quando si segue l’uomo dopo la morte, che è la vita più intensa. E se proprio in quel momento, in cui l’interesse per la vita terrena si è trasformato in questo particolare interesse per la vita dopo la morte, si cerca di seguire attentamente come essa prosegua, allora si notano le difficoltà che vi si oppongono.
Infatti, se si osserva con grande attenzione e insistenza, si vede come in questa vita al contrario dopo la morte, che occupa circa un terzo della vita, si manifesti già la volontà del defunto di prepararsi alla formazione del proprio karma. Egli rivede tutto ciò che ha vissuto durante la vita, in questo rivivere al contrario, in questo rivivere il passato. Se ha offeso qualcuno, lo rivive. Se muoio a settantatré anni e nel mio sessantesimo anno di vita ho offeso qualcuno, lo rivivo nel mio cammino a ritroso; ma lo rivivo in modo tale da non provare i sentimenti che avevo quando ho offeso, bensì i sentimenti che l’altro ha provato a causa della mia offesa. Mi immedesimo completamente nell’altro.
Così, in realtà, vivo con le mie esperienze all’interno delle persone che sono state toccate da tali esperienze, in senso buono o cattivo. E in questo modo si prepara in noi la tendenza a creare il pareggio karmico.
Ora, l’interesse che nutrivo per questo modello terreno di Strader, che ora mi appariva come un’individualità sovrasensibile, era alimentato dal fatto che questo modello voleva realmente comprendere il cristianesimo in modo intensamente acuto e razionalistico. Si ammira il pensatore; ma in questa rappresentazione razionalistica del cristianesimo, nei libri che quell’uomo ha scritto sulla Terra, si nota ovunque come il filo del razionalismo, il filo dei concetti, si spezzi; come alla fine ne risulti qualcosa di terribilmente astratto; come l’interessato non riesca a giungere a una comprensione spirituale del cristianesimo; come, con concetti filosofici, venga costruita una sorta di religione concettuale, e così via.
In breve, tutta la debolezza dell’intellettualismo dell’epoca moderna si manifesta in questa personalità.
Ciò si manifesta in modo curioso quando si ripercorre il suo cammino di vita dopo la morte. Si constata infatti che le persone che non incontrano tali difficoltà riescono gradualmente a entrare nella sfera lunare, che rappresenta la prima stazione. Quando si giunge nella regione lunare come morti, si incontrano lì quelli che vorrei chiamare i “registri” del nostro destino: coloro che un tempo furono i saggi maestri dell’umanità nei tempi antichi, di cui qui si è spesso parlato, e che, quando la Luna si separò fisicamente dalla Terra diventando un corpo celeste autonomo, seguirono questa Luna. Così oggi, quando attraversiamo la regione lunare come morti, incontriamo anzitutto i grandi maestri primordiali dell’umanità, che non erano presenti in un corpo fisico, ma che fondarono la saggezza originaria, della quale ciò che è stato tramandato letterariamente costituisce soltanto un riflesso. Se non intervengono ostacoli, ci troviamo dunque, per così dire, senza impedimenti sulla via che conduce alla regione lunare.
Nella personalità che costituisce l’archetipo di Strader accadde invece qualcosa come se essa non fosse affatto in grado di attraversare senza ostacoli questa vita animica immediatamente successiva alla morte verso la regione lunare: si frapponevano continui impedimenti, come se la regione lunare non volesse lasciarla avvicinare. E se si seguiva con l’immaginazione figurativa ciò che realmente avveniva, si poteva osservare quanto segue: era come se gli spiriti, cioè i primi maestri dell’umanità che un tempo avevano portato all’umanità la scienza spirituale originaria, gridassero continuamente a questo archetipo di Strader: «Tu non puoi venire da noi, perché, a causa della tua particolare qualità umana, non devi ancora sapere nulla delle stelle; devi attendere, devi prima ripetere molte cose che hai vissuto non solo nell’ultima incarnazione, ma anche in quelle precedenti, affinché tu possa maturare al punto da poter sapere qualcosa delle stelle e della loro essenza».
Qui si presentava dunque un fatto singolare: ci si trovava di fronte a un’individualità che non poteva affatto, o solo con grande difficoltà, elevarsi fino al livello spirituale del mondo stellare. Naturalmente essa vi giungerà, ma solo attraverso difficoltà. Proprio in questa personalità feci allora la strana scoperta che, nelle individualità razionalistiche-intellettualistiche più recenti, esiste un ostacolo nella configurazione del karma che impedisce loro di avvicinarsi con libertà all’essenza delle stelle. Da ulteriori ricerche risultò che questa personalità aveva tratto l’intera forza del suo razionalismo dal tempo che aveva preceduto l’inizio del regno di Michele: non era ancora stata toccata nel modo giusto dall’impulso micheliano.
Si rese quindi necessario esaminare più a fondo il karma di questa personalità nel suo passato. Dovevo infatti dire a me stesso che doveva esistere qualcosa che, a partire dai risultati delle vite terrene precedenti, preparava karmicamente questa individualità in modo tale che ciò non si manifestasse soltanto nella vita terrena, ma si riflettesse anche nella vita che segue la morte. Si trattava di un fenomeno davvero singolare.
Si mostrò allora che la vita che aveva preceduto questa vita terrena, che vi ho descritto solo sommariamente e che si riflette nella figura di Strader, era stata una vita di dura prova, una vera e propria prova nel sovrasensibile: come rapportarsi al cristianesimo? Si direbbe che, nel sovrasensibile, si preparasse lentamente qualcosa che rendeva questa personalità incerta nella concezione del cristianesimo durante la vita terrena. Anche questo emerge chiaramente dalla figura di Strader: essa non è sicura di nulla, rifiuta in un certo senso ciò che è sovrasensibile, vuole comprenderlo solo con l’intelletto, ma tuttavia desidera vedere qualcosa. Ricordate la descrizione di Strader: è esattamente così. Questa personalità è cresciuta nella vita a partire dal suo karma dei tempi passati.
Si può allora vedere come effettivamente questa individualità, nel passaggio attraverso la vita tra la morte e la nuova nascita, prima di quella vita terrena che si colloca alla fine del secolo XIX e all’inizio del secolo XX, abbia attraversato la vita stellare in uno stato di coscienza fortemente attenuato. Essa percorre proprio questa vita attenuata tra la morte e la nuova nascita, e ciò provoca poi, nella vita terrena, la reazione di afferrare concetti più chiari e più solidi, in contrapposizione alle immagini concettuali confuse che aveva attraversato nel periodo tra la morte e la nuova nascita.
Se ora si procede oltre questi mondi stellari, che appaiono come formazioni nebulose, verso la precedente vita terrena di questa personalità, emerge qualcosa di estremamente curioso. Si viene condotti innanzitutto – almeno io lo fui – alla “Battaglia dei cantori alla Wartburg” del 1206, proprio in quel periodo che vi ho descritto come l’epoca in cui gli antichi platonici, ad esempio quelli della scuola di Chartres, erano saliti nel mondo spirituale, mentre gli altri, gli aristotelici, non erano ancora discesi; un tempo in cui, al di sopra dell’effettivo evento micheliano in corso, si svolgeva una sorta di confronto tra le due correnti. In questo periodo cade la guerra dei cantori alla Wartburg.
È sempre interessante seguire ciò che avviene qui sulla Terra e ciò che accade al di sopra. E così incontriamo, nella guerra dei cantori alla Wartburg, un evento che non è direttamente connesso con la corrente di Michele. Chi vi partecipò? Vi erano riuniti i più importanti poeti tedeschi, che si sfidarono tra loro con il canto. È noto in che cosa consistette la guerra dei cantori alla Wartburg: come Walther von der Vogelweide, Wolfram von Eschenbach, Reinmar von Zweter lottassero per la gloria dei principi e per la propria fama; ma vi era uno che, in fondo, si poneva contro tutti gli altri: Heinrich von Ofterdingen. Ed è proprio in Heinrich von Ofterdingen che ho ritrovato l’individualità che stava alla base dell’archetipo di Strader.
Ci troviamo dunque di fronte a Heinrich von Ofterdingen, ed è necessario rivolgere a lui lo sguardo: perché Heinrich von Ofterdingen, dopo aver varcato la porta della morte, incontra difficoltà nell’attraversare il mondo stellare, quasi in uno stato di torpore? Perché? Basta seguire per un tratto la storia della guerra dei cantori: Heinrich von Ofterdingen accetta la sfida degli altri. Il boia è già stato chiamato: se perde, verrà impiccato. Egli però si sottrae alla sfida e, per provocare una nuova contesa, chiama dall’Ungheria il mago Klingsor, facendo giungere realmente Klingsor dall’Ungheria a Eisenach.
Ora si svolge una nuova guerra di Wartburg, alla quale partecipa Klingsor. Si vede chiaramente che Klingsor, che ora interviene a favore di Heinrich von Ofterdingen, il quale combatte e canta, non combatte da solo, ma fa combattere anche delle entità spirituali. Per far combattere tali entità spirituali, egli fa possedere un giovane da una di esse e lo fa cantare al posto suo, e fa apparire al Wartburg forze spirituali ancora più potenti. Tutto ciò che proviene da Klingsor si pone in contrapposizione a Wolfram von Eschenbach. Una delle procedure attuate da Klingsor consiste nel far scoprire, tramite un’entità spirituale, se Wolfram von Eschenbach sia un uomo colto oppure no. Klingsor viene in qualche modo messo alle strette da Wolfram von Eschenbach; e quando Wolfram si rende conto che è in gioco qualcosa di spirituale, canta della Santa Cena, della transustanziazione, della presenza di Cristo nell’Eucaristia, e lo spirito deve ritirarsi, poiché non può sopportarlo. Dietro questi eventi si celano realtà assolutamente concrete, se mi è consentita questa apparente tautologia.
Klingsor riesce allora a dimostrare a Wolfram von Eschenbach, con l’aiuto di determinate entità spirituali, che Wolfram possiede sì un cristianesimo privo di stelle, un cristianesimo che non tiene più conto del cosmo, ma che è completamente ignorante di ogni saggezza cosmica. Questo è il punto decisivo. Klingsor dimostra che il cantore del Graal già allora conosceva del cristianesimo soltanto ciò che il cristianesimo cosmico aveva eliminato. Klingsor può agire in modo spiritualmente assistito solo perché possiede la saggezza delle stelle; ma già dal modo in cui la utilizza si vede come ciò che si definisce “magia nera” si mescoli alle sue arti. Così vediamo come, in modo errato, la saggezza delle stelle venga contrapposta al profano Wolfram von Eschenbach. Ci troviamo nel XIII secolo, prima della comparsa dei domenicani di cui ho parlato; in un’epoca in cui il cristianesimo, proprio là dove era particolarmente forte, aveva perso ogni comprensione del mondo stellare e in cui, in fondo, solo laddove vi era un allontanamento interiore dal cristianesimo, la saggezza delle stelle era ancora presente, come nel caso di Klingsor dall’Ungheria.
Heinrich von Ofterdingen aveva dunque evocato Klingsor, aveva stretto un patto con una sapienza astrale anticristiana. In questo modo rimase legato non soltanto alla personalità di Klingsor, che in seguito scomparve dalla sua vita sovrasensibile, ma rimase legato soprattutto alla cosmologia scristianizzata del Medioevo. Così continuò a vivere tra la morte e una nuova nascita, per poi rinascere nel modo che vi ho descritto, vivendo in una certa incertezza nei confronti del cristianesimo. Ma l’essenziale è questo: egli muore di nuovo, torna indietro, e rifacendo il cammino nel mondo animico si trova, a ogni passo, di fronte alla necessità, per poter giungere nuovamente al mondo stellare, di attraversare la dura lotta che Michele dovette combattere, nell’ultimo terzo del secolo XIX, in virtù del suo dominio, contro quelle forze demoniache che sono in relazione con la cosmologia anticristiana del Medioevo. E, per completare il quadro, si poteva vedere chiaramente come tra coloro che ora combattevano duramente contro il dominio di Michele, e contro i quali dovevano agire gli spiriti di Michele, vi fossero proprio quelle entità spirituali che un tempo erano state evocate da Klingsor al Wartburg per combattere contro Wolfram von Eschenbach.
In questo caso, dunque, qualcuno che, a causa dei suoi risultati karmici, era stato temporaneamente spinto a entrare nell’ordine dei cappuccini, non poteva avvicinarsi al cristianesimo; non poteva avvicinarsi perché portava in sé l’antagonismo contro il cristianesimo che egli stesso aveva suscitato in un tempo precedente, quando aveva chiamato Klingsor dall’Ungheria in aiuto contro Wolfram von Eschenbach, il cantore del Parsifal. E mentre nell’inconscio di quest’uomo continuava ad affiorare la cosmologia non cristiana, nella sua coscienza ordinaria era presente un cristianesimo razionalistico che non è nemmeno particolarmente interessante. Interessante è soltanto la sua lotta per la vita, con la quale egli voleva fondare una sorta di religione razionalistica attraverso il razionalismo cristiano.
Ma vedete, miei cari amici, l’aspetto più importante, il più significativo, è ciò che ora si rivela come nesso tra il razionalismo astratto, il pensiero astratto e acuto, e ciò che opera nell’inconscio: rappresentazioni smorzate, paralizzate delle stelle e delle relazioni con le stelle, che si risvegliano nella coscienza sotto forma di pensieri astratti. E se poi si osserva la natura del karma degli uomini contemporanei più intelligenti in senso materialistico, si giunge alla conclusione che questi uomini, nella loro precedente vita terrena, ebbero a che fare con la deriva cosmologica verso la magia nera. Questo è un nesso di grande importanza.
Tale nesso si è conservato in modo istintivo nei contadini, i quali provano fin dall’inizio un certo disagio quando tra loro si trova qualcuno che è eccessivamente intelligente in senso razionalistico. Costui non piace loro; nella loro visione vive istintivamente qualcosa che appartiene a tali connessioni. Sì, miei cari amici, ma ora considerate tutto questo nel nostro contesto. Spiriti di questo genere si incontravano nell’ultimo terzo del secolo XIX e all’inizio del secolo XX; essi appartenevano ai più interessanti. Un Heinrich von Ofterdingen reincarnato, che aveva avuto a che fare con il mago più nero del suo tempo, con Klingsor, si rivela interessante proprio nel suo intelletto razionalistico.
Ma qui si manifestano anche le difficoltà che sorgono quando si vuole avvicinarsi in modo corretto alla saggezza delle stelle. Questo corretto avvicinarsi alla saggezza delle stelle, necessario per comprendere il karma, è possibile soltanto alla luce di una giusta comprensione del regno di Michele e nell’attenersi a Michele. Ciò dimostra ancora una volta come, attraverso tutta la realtà dei tempi recenti – e ve l’ho mostrato oggi con un singolo esempio, quello del modello di Strader – sia emersa una corrente della vita spirituale che rende difficile avvicinarsi in modo imparziale alla scienza delle stelle e quindi alla scienza del karma. Di come ciò sia tuttavia possibile e di come si possa essere certi che, senza essere ostacolati dalle contestazioni oggi possibili da quella parte che ho caratterizzato, ci si possa comunque avvicinare alla saggezza delle stelle e alla configurazione del karma, parleremo domani.
Le considerazioni che abbiamo svolto qui per comprendere sempre meglio che cosa significhi il fatto che il presente sia posto sotto il segno del regno di Michele ci hanno condotto, l’ultima volta, a mostrare quanto singolare possa essere l’azione del karma sugli esseri umani. Esse ci hanno mostrato, in un certo senso, come tali difficoltà possano estendersi fino al punto che una personalità non riesca a trovare la via, tra la morte e una nuova nascita, per vivere ciò che è necessario al fine di tessere il karma attraverso la partecipazione agli eventi del mondo stellare.
È naturale che, per una visione ancora completamente intrecciata con ciò che avviene nella vita fisica terrena, risulti difficile accogliere quelle realtà che devono essere effettivamente accolte se si vuole prendere sul serio l’idea del karma. Ma noi viviamo in un’epoca di grandi decisioni, e tali decisioni devono essere prese innanzitutto nel campo spirituale. In questo campo spirituale esse vengono preparate nel modo giusto dal fatto che, proprio a partire dallo spirito antroposofico più profondo, singoli uomini trovano il coraggio di prendere sul serio la contemplazione del mondo spirituale, fino al punto di poter accettare ciò che da questo mondo spirituale viene portato per la comprensione dei fenomeni della vita fisica esteriore.
Per questo motivo non ho esitato, già da diversi mesi, a richiamare singoli fatti della vita spirituale che sono adatti a rendere comprensibile la configurazione spirituale del presente. E oggi vorrei aggiungere alcune cose, a titolo illustrativo, per così dire, di ciò che poi domenica concluderò, al fine di mostrare l’intero karma della vita spirituale del presente in relazione a ciò che dovrebbe essere il movimento antroposofico.
Innanzitutto, tuttavia, dovrò oggi esporre alcune cose delle quali non vedrete subito il nesso con il nostro tema principale, ma delle quali riconoscerete senz’altro che caratterizzano la vita spirituale del presente nel senso più eminente, a partire dai fondamenti della vita spirituale del passato. Alcuni aspetti appariranno piuttosto paradossali; ma la vita nel suo complesso presenta dei paradossi alla nostra visione terrestre. Gli esempi che ho scelto oggi sono insoliti, perché le normali successioni della vita terrena di solito non ci mostrano personaggi storici, né ci mostrano i personaggi in modo tale che, con uno sguardo superficiale, si possa riconoscere una catena continua. Tuttavia esistono effettivamente vite terrene che si susseguono in modo tale che, se le si considera nel loro insieme, esse rappresentano contemporaneamente la storia stessa.
Ciò vale soltanto per poche individualità in un senso così marcato; ma proprio da tali individualità, nelle quali possiamo in certo modo indicare la singola incarnazione come storica – come è già avvenuto per alcuni individui che ho menzionato nel corso del tempo –, proprio da queste individualità possiamo imparare moltissimo riguardo al karma. Vorrei quindi raccontarvi anzitutto di una personalità che visse alla fine del primo secolo cristiano e che già allora era un filosofo: un filosofo che apparteneva, nel senso più autentico del termine, agli scettici, cioè a coloro che in realtà non considerano nulla al mondo come certo. Egli apparteneva a quella scuola scettica che, pur assistendo all’avvento del cristianesimo, era fermamente convinta che non fosse possibile acquisire alcuna conoscenza certa e che quindi non si potesse affermare in alcun modo se un’entità divina potesse assumere forma umana o simili.
Questa individualità – il nome che portava all’epoca non ha grande importanza, era un Agrippa – riassumeva nella propria personalità, per così dire, tutto ciò che lo scetticismo greco aveva prodotto. Era, in un certo senso, una personalità che, se non usassimo il termine in senso dispregiativo ma piuttosto come termine tecnico, potremmo definire addirittura cinica: cinica non tanto nella sua concezione della vita, poiché essa era scettica, quanto piuttosto nel modo in cui accoglieva le cose del mondo. Vale a dire che provava un certo piacere nello scherzare anche su questioni piuttosto importanti. All’epoca il cristianesimo non lo toccò minimamente.
Ma quando attraversò la porta della morte, rimase in lui uno stato d’animo che non era tanto il risultato del suo scetticismo – poiché quello era un atteggiamento filosofico che non accompagna l’uomo molto lontano dopo la morte –, quanto piuttosto il risultato delle sue abitudini interiori dell’anima e dello spirito: quella facile accettazione degli eventi importanti della vita, quella sorta di compiacimento nel vedere come alcune cose che sembrano importanti in realtà non lo siano. Questo era il suo stato d’animo fondamentale, ed esso si trasferì nella vita dopo la morte.
Ho già accennato ieri al fatto che, dopo aver varcato la porta della morte, l’uomo entra in una sfera che lo conduce gradualmente nel regno della Luna. Ho anche accennato al fatto che lì si trova l’insediamento dei saggi primordiali dell’umanità: quei maestri originari che un tempo vivevano sulla Terra, ma non erano allora incarnati in un corpo fisico e quindi non insegnavano come si può immaginare l’insegnamento in epoche successive, bensì camminavano sulla Terra soltanto nel corpo eterico. Essi insegnavano in modo tale che l’uno o l’altro di coloro che dovevano essere istruiti nei misteri avvertiva una presenza interiore di questi saggi primordiali, come se sentisse: il saggio primordiale è ora con me. E come risultato di questa presenza interiore, l’uomo sperimentava un’ispirazione interiore, attraverso la quale avveniva l’insegnamento in quei tempi.
Questi erano i periodi più antichi dell’evoluzione terrestre, quando i grandi maestri primordiali camminavano sulla Terra nei loro corpi eterici. Sono proprio questi maestri primordiali che, per così dire, seguirono la Luna quando essa si era già separata dalla Terra come corpo cosmico, e il cui territorio l’uomo attraversa oggi come prima stazione, per così dire, del suo sviluppo cosmico. Sono essi che lo illuminano sul karma, poiché hanno a che fare in modo particolare con la saggezza del passato.
E quando la personalità in questione, Agrippa, entrò in questo territorio, si aprì in lei con grande forza il senso di una precedente incarnazione particolarmente caratteristica, che ora, in una sorta di retrospettiva dopo la morte, esercitava una profonda impressione. In quella incarnazione l’individualità in questione aveva potuto vedere ancora molto del modo in cui i culti dell’Asia Anteriore e dell’Africa erano emersi dagli antichi misteri. Essa rivisse poi in modo molto intenso, in forma sovrasensibile e in epoca cristiana, ciò che aveva vissuto sulla Terra in nesso con alcuni misteri del Vicino Oriente ormai in via di scomparsa. Questo fece sì che l’individualità, che durante la vita terrena non era stata toccata dal cristianesimo, potesse ora vedere soprasensibilmente come, nei misteri antichi, il Cristo fosse atteso.
Poiché tuttavia i misteri – intendo i culti dei luoghi dei misteri che questa personalità aveva conosciuto – erano già stati esteriorizzati nei luoghi in cui essa aveva vissuto, questa individualità accolse culti e istituzioni che, nel corso dei primi secoli dello sviluppo cristiano, si trasferirono, in una metamorfosi cristianizzata, proprio nel cristianesimo romano. Prestate dunque attenzione, miei cari amici, a ciò che qui è in gioco: in questa regione dopo la morte si preparò, in questa individualità, una comprensione per l’esteriorità dei culti e per l’esteriorità delle istituzioni ecclesiastiche, che un tempo erano pagane, ma che riemersero nei primi secoli cristiani e confluirono nel culto romano con tutte le concezioni dell’essenza ecclesiastica connesse a tale culto.
Questo determinò una configurazione spirituale del tutto particolare nella personalità in questione. Vediamo ora nuovamente, lungo il cammino che l’uomo percorre tra la morte e una nuova nascita, come questa individualità elabori il karma in modo del tutto specifico nella regione di Mercurio, così da ottenere non tanto una comprensione interiore, quanto piuttosto, nel senso del dono di un’intelligenza esteriore, una grande visione d’insieme dei rapporti. Se seguiamo ulteriormente questa individualità, la ritroviamo sulla Terra come quel cardinale che governò al posto di Luigi XIV quando questi era ancora bambino: il cardinale Mazzarino. E se ora osserviamo il cardinale Mazzarino in tutto ciò che in lui è splendente e grandioso, e insieme in tutto ciò che riguarda la sua concezione esteriore del cristianesimo, che egli assimila immediatamente, anche nel modo in cui si adatta alle abitudini di quella donna che esercitava la tutela su Luigi XIV, vediamo come egli accolga tutto ciò che nel cristianesimo è istituzione, culto e fasto: egli accoglie tutto questo mentre è ancora avvolto dallo splendore dell’essere mediorientale. In fondo governa l’Europa come qualcuno che ha profondamente assimilato l’essere mediorientale in un’incarnazione molto precedente.
Questo cardinale Mazzarino ebbe tuttavia anche occasione di essere fortemente toccato dai rapporti storici del suo tempo. Basta considerare l’epoca: la fine della Guerra dei Trent’anni, e tutto ciò che si svolse a partire dal regno di Luigi XIV. Il cardinale Mazzarino era dotato di una grande visione d’insieme, era un grande statista, ma appariva anche come stordito, quasi in uno stato di delirio rispetto alle proprie azioni, così che queste si presentavano come grandiose abilità, ma non come qualcosa che sgorgasse dal profondo del cuore.
Questa vita diventa molto singolare quando la si osserva nel successivo attraversamento del tempo tra la morte e una nuova nascita. Si può vedere chiaramente come, con il passare del tempo, la regione di Mercurio si dissolva come in una nebbia. Tutto ciò che questa personalità aveva accolto come idee sul cristianesimo rimane; rimane anche ciò che aveva vissuto come scetticismo nei confronti della scienza; ma tutto questo si trasforma ora nella vita tra la morte e una nuova nascita. La convinzione che la scienza non fornisca verità ultime permane; un intenso impulso conoscitivo, che era già presente in forma embrionale durante il precedente passaggio attraverso Mercurio, si attenua nuovamente, e in questa vita si forma karmicamente una particolare mentalità: una mentalità che conserva con grande tenacia le convinzioni profonde vissute da questa individualità, ma che è in grado di sviluppare soltanto pochi concetti per dominare la vita successiva.
Seguendo questa individualità nel periodo tra la morte e una nuova nascita, si ha quasi la sensazione di chiedersi: che cosa dovrebbe fare nella nuova incarnazione a cui ora aspira? A che cosa è realmente legata? Si ha l’impressione che possa essere legata, in modo più o meno intenso, a tutto e a nulla. Tutti i presupposti sono presenti. L’intensità con cui, dopo lo scetticismo precedente, essa ha vissuto il cristianesimo in tutte le sue singole manifestazioni, lungo tutte le vie che conducono fino al cardinalato, è profondamente radicata nella personalità. Questa individualità deve diventare colta, ma deve anche essere in grado di presentarsi con concetti facilmente accattivanti. Ma, oltre a ciò, quanto appare cancellata, per così dire, la mappa dell’Europa che un tempo aveva dominato! Non si sa come potrà ritrovare se stessa, che cosa farà di questa mappa dell’Europa. Di certo non saprà che cosa farne.
Sì, miei cari amici, è necessario attraversare tali esperienze nel corso della vita tra la morte e una nuova nascita affinché non si cada in errore e affinché ne risulti una conoscenza esatta. Questa personalità rinasce infine come un’individualità che, nella sua vita fisica, quando si avvicina il tempo di Michele, manifesta un curioso duplice volto: una personalità che non può essere veramente uno statista, non può esserlo completamente, e non può essere completamente nemmeno un ecclesiastico, ma che è intensamente coinvolta in entrambi gli ambiti. Si tratta di Hertling, divenuto cancelliere del Reich tedesco in età avanzata, che dovette poi utilizzare, come conseguenza karmica, i resti del suo mazarinismo in questo modo; e che manifesta tutte le peculiarità con cui si era avvicinato al cristianesimo nella sua attività di professore cristiano.
È un esempio che permette di vedere in quale modo del tutto peculiare gli uomini del presente siano giunti, attraverso il passato, alle loro attuali individualità. Chi non indaga realmente, ma inventa, giungerebbe naturalmente a risultati del tutto diversi. Il karma però si comprende soltanto quando si riesce a collegarlo proprio a questi nessi estremi, che nel mondo sensibile appaiono quasi paradossali, ma che nel mondo spirituale esistono in piena realtà. Come ho già menzionato più volte, il fatto che Ernst Haeckel, che combatté con tanta veemenza la Chiesa, fosse la reincarnazione del monaco Hildebrand, il quale nella precedente incarnazione era stato papa Gregorio, mostra quanto poco conti il contenuto esteriore della fede o della visione del mondo di un essere umano nella singola vita terrena, poiché questi contenuti appartengono al dominio dei pensieri.
Ma se si studia Haeckel, e in particolare il nesso con ciò che egli era stato come abate Hildebrand, come Gregorio – credo che ve ne sia anche un’immagine tra quelle di Chartres –, allora si può riconoscere chiaramente come agisca una continuità dinamica. Ho citato questo esempio per mostrarvi come personalità di primo piano del presente portino il passato nel presente. Vorrei ora scegliere un altro esempio che può essere estremamente prezioso per tutti voi, un esempio che quasi mi fa esitare a nominarlo con leggerezza, ma che conduce così profondamente nell’intera struttura spirituale del presente che non posso fare a meno di richiamarlo.
Se poi osservate il volto del monaco Hildebrand, divenuto papa Gregorio VII, così come lo conoscete dalla storia, potrete vedere come la configurazione animica di Haeckel sia contenuta in modo mirabile proprio in questo volto di Hildebrand, il futuro Gregorio. Ma desidero ora richiamare un’altra personalità, una personalità che – come ho detto – quasi esito a nominare, ma che è estremamente caratteristica di ciò che dal passato viene trasmesso al presente e del modo in cui tale trasmissione avviene.
Ho già ricordato spesso, e lo sapete anche dalla storia esteriore, che nel IV secolo ebbe luogo quel concilio, il Concilio di Nicea, nel quale, per l’Europa occidentale, venne presa la decisione tra l’arianesimo e l’athanasianesimo, e in cui l’arianesimo fu condannato. Fu un concilio nel quale emerse tutta l’elevata erudizione presente nei primi secoli cristiani tra le personalità autorevoli; un concilio nel quale si discusse realmente con idee profonde, in un’epoca in cui l’anima umana aveva ancora una costituzione del tutto diversa, in cui l’anima umana dava per scontato di vivere direttamente in un mondo spirituale e in cui si poteva discutere se Cristo, il Figlio, fosse della stessa essenza del Padre oppure soltanto di essenza simile al Padre, come sosteneva l’arianesimo.
Non vogliamo oggi entrare nel merito della differenza dogmatica tra le due concezioni; vogliamo piuttosto tener presente che si trattava di discussioni incredibilmente acute, di discussioni grandiose e penetranti, che tuttavia venivano combattute con l’intellettualismo proprio di quell’epoca. Oggi, quando siamo acuti, lo siamo semplicemente in quanto esseri umani. Oggi quasi tutti gli uomini sono acuti; l’ho già detto più volte: gli esseri umani sono terribilmente intelligenti, cioè sanno pensare. Non è molto, ma oggi gli uomini ne sono capaci. Anche io posso essere molto stupido e tuttavia pensare; ma oggi gli uomini possono pensare. Allora, invece, non si trattava del fatto che gli uomini potessero pensare, bensì del fatto che essi percepivano i pensieri come ispirazione. Chi era arguto si considerava quindi dotato da Dio, e il pensiero era una sorta di chiaroveggenza. Questo era ancora così nel IV secolo dopo Cristo. E coloro che ascoltavano un pensatore percepivano anche qualcosa del divenire del suo pensiero.
Ora, proprio in questo concilio era presente una personalità che partecipava a quelle discussioni, ma che era estremamente insoddisfatta dell’esito del concilio e che, già allora, si sforzava soprattutto di portare argomenti a favore di entrambe le parti. Questa personalità presentò le ragioni più significative tanto per l’arianesimo quanto per l’athanasianesimo e, se fosse dipeso da lei, il risultato sarebbe stato senza dubbio molto diverso. Non sarebbe emerso un compromesso riduttivo tra arianesimo e athanasianesimo, bensì una sorta di sintesi; una sintesi che probabilmente avrebbe condotto a qualcosa di molto grande – non si deve costruire la storia, ma lo si può dire a titolo illustrativo – a qualcosa che avrebbe potuto collegare in modo molto più intimo il divino interiore dell’uomo con il divino dell’universo.
Infatti, così come l’athanasianesimo ha poi elaborato la questione, l’anima umana è stata in realtà separata dall’origine divina, e si giunse addirittura a considerare eretico il parlare di un Dio interiore dell’uomo. Se invece l’arianesimo fosse prevalso da solo, si sarebbe parlato molto del Dio nell’uomo, ma non lo si sarebbe fatto con il necessario rispetto interiore e soprattutto con la necessaria dignità interiore. L’arianesimo, preso isolatamente, avrebbe considerato l’uomo, a ogni gradino, come un’incarnazione del Dio presente in lui; ma ciò vale allora anche per ogni animale, per il mondo intero, per ogni pietra, per ogni pianta. Una tale concezione ha senso soltanto se contiene in sé l’impulso a salire sempre più in alto nell’evoluzione, per trovare infine Dio.
L’affermazione che in ogni gradino della vita vi sia qualcosa di divino ha senso solo se questo divino viene concepito come un continuo aspirare a se stesso, come qualcosa che non è ancora pienamente ciò che deve diventare. Una sintesi delle due concezioni sarebbe senza dubbio stata possibile se quella personalità a cui mi riferisco avesse potuto esercitare un influsso determinante al tempo del Concilio.
Questa personalità, profondamente insoddisfatta, si ritirò in una sorta di eremitaggio egizio, conducendo una vita estremamente ascetica, con una conoscenza approfondita – per l’epoca, il IV secolo – di tutto ciò che costituiva le reali sostanze spirituali del cristianesimo di allora. Era forse uno dei cristiani più colti del suo tempo, ma non era un lottatore. Già il modo in cui si era presentato al Concilio mostrava un uomo che soppesava ogni cosa da tutti i lati, calmo, ma straordinariamente entusiasta; non entusiasta dei dettagli e delle unilateralità, bensì animato da un fervore che mirava alla totalità. Non si può dire che fosse disgustato – non sarebbe l’espressione adeguata –, ma era profondamente amareggiato dal fatto di non essere riuscito a penetrare veramente nulla, poiché era intimamente convinto che il cristianesimo potesse trovare la sua salvezza soltanto se la sua visione fosse stata realmente compresa.
E così si ritirò in una forma di eremitaggio, divenendo per il resto della sua vita un eremita che però seguì un cammino del tutto particolare, spinto dal bisogno interiore della propria anima. Si dedicò a questo cammino con intensità, alla ricerca dell’origine dell’ispirazione del pensiero. L’approfondimento mistico di questa personalità consisteva nel tentativo di comprendere da dove il pensiero traesse la sua ispirazione. Era come un’unica, grande nostalgia: trovare l’origine del pensiero nel mondo spirituale. E alla fine questa personalità trovò un completo appagamento in tale nostalgia. Morì portando con sé questa nostalgia, senza che durante la vita terrena avesse trovato una risposta concreta, una conclusione che potesse essere considerata una risposta. Essa non vi era; i tempi, allora, non erano ancora maturi.
Così, nel passaggio attraverso la morte, questa personalità visse qualcosa di singolare. Decenni dopo la morte, poteva guardare indietro alla vita terrena e vederla sempre colorata da ciò a cui era giunta alla fine. Nella retrospettiva immediatamente successiva alla morte, essa poteva osservare come pensa l’uomo. Ora, questa domanda non aveva ancora trovato risposta, e ciò è decisivo. E proprio perché non vi era ancora un pensiero che potesse rispondere a tale domanda, subito dopo la morte questa personalità vide l’intelligenza dell’universo in modo meravigliosamente luminoso e immaginativo. Non vedeva i pensieri dell’universo – quelli li avrebbe visti se ciò che desiderava fosse giunto a compimento –, ma vedeva invece, in immagini, il pensiero dell’universo.
In questo modo, tra la morte e una nuova nascita, visse un’individualità che si trovava in una sorta di stato di equilibrio tra la visione mistica immaginativa e il pensiero acuto di un tempo, un pensiero che però era ancora in divenire, non ancora giunto a compimento. In ciò che si stava configurando karmicamente, all’inizio prevalse la predisposizione mistica. L’individualità in questione rinacque nel Medioevo come una visionaria, una veggente che sviluppò meravigliose intuizioni sul mondo spirituale. La predisposizione pensante passò inizialmente in secondo piano, mentre l’intuizione venne in primo piano: visioni magnifiche, unite a un contemporaneo abbandono mistico al Cristo, a una compenetrazione profondissima dell’anima con un cristianesimo visionario e figurativo. In queste visioni il Cristo appariva come il capo di schiere miti e non bellicose, schiere che con la loro mitezza volevano diffondere un cristianesimo quale non era mai esistito nella realtà terrena di alcuna epoca; ma esso era presente, in tutta la sua intensità, nelle visioni di questa suora.
Nel tempo della sua vita, questa suora, questa visionaria, questa veggente, non entrò in conflitto con il cristianesimo positivo. Tuttavia, ella crebbe al di fuori di esso; crebbe in un cristianesimo inizialmente del tutto personale, in un cristianesimo che in realtà più tardi non esisteva più sulla Terra. Così, a questa personalità, si potrebbe dire, dall’universo venne posta la domanda di come questo cristianesimo potesse realizzarsi in una nuova incarnazione in un corpo fisico. E allo stesso tempo, dopo che la veggente aveva varcato da lungo tempo la porta della morte, tornarono a farsi sentire le eco del vecchio intellettualismo, dell’intellettualismo ispirativo. Gli effetti delle visioni furono, per così dire, “idealizzati”, e nella ricerca di un corpo umano questa individualità divenne quella di Vladimir Soloviev.
Leggete gli scritti di Soloviev. Ho già più volte descritto qui l’impressione che essi producono su un uomo di oggi, e l’ho espresso anche nell’introduzione alla sua edizione. Cercate di percepire tutto ciò che si cela tra le righe: una mistica che spesso appare quasi soffocante, un cristianesimo dall’espressione fortemente individuale, che tuttavia mostra con chiarezza come questa individualità dovesse cercare un corpo così morbido, così flessibile in ogni senso, come soltanto il popolo russo può offrirlo.
Credo che, considerando questi esempi, miei cari amici, si possa conservare un sacro timore reverenziale per le verità del karma, verità che devono essere custodite con castità nel profondo del cuore. Chi possiede un autentico senso della contemplazione del mondo spirituale sperimenta che ciò che spesso si desidera, ossia che la verità abbia qualcosa di sacro, qualcosa di velato, non viene svelato in modo indegno. All’Antroposofia è stato ripetutamente rimproverato, soprattutto da parte teologica, di strappare il velo del sacro e del misterioso dalle verità segrete, profanandole. Ma quando ci si addentra proprio nei livelli più profondi ed esoterici della visione antroposofica, si avverte che non si può realmente parlare di profanazione; al contrario, il mondo riempie l’anima di timore reverenziale quando si osservano le vite umane una dopo l’altra e il modo meraviglioso in cui le vite precedenti agiscono su quelle successive. È sufficiente non essere interiormente profani e non trattare in modo profano il proprio pensiero, e allora simili obiezioni non sorgono.
Si può dunque affermare che chi legge gli scritti di Soloviev e scorge sullo sfondo la pia suora con le sue visioni meravigliose, con la sua infinita devozione all’entità del Cristo; chi vede questa personalità uscire con i sentimenti più amari dal Concilio in cui furono pronunciate cose così grandi e significative; chi contempla, per così dire, il cristianesimo due volte, nella sua forma razionalistica ispirativa e poi nella sua forma visionaria, presenti come sfondo nell’anima e nel cuore di questa individualità, per costui, nel sollevare il velo del mistero, nulla viene realmente profanato.
Un romantico tedesco ebbe una volta il coraggio di pensare diversamente da tutti gli altri alla celebre frase di Iside: «Io sono ciò che era, ciò che è, ciò che sarà; nessun mortale ha ancora sollevato il mio velo». A questa frase egli rispose: «Allora dobbiamo diventare immortali per sollevarlo!». Gli altri si limitarono ad accettarla. Se scopriamo il vero immortale in noi, il divino-spirituale, allora possiamo avvicinarci a molti misteri senza profanarli, misteri ai quali non potremmo accostarci con una minore fiducia nella divinità della nostra entità.
Questo è, in sintesi, il sentimento che dovrebbe diffondersi sempre più sotto l’influsso di considerazioni come quelle svolte finora, e che dovrebbe poi riflettersi nell’agire e nel vivere di coloro che, nel modo descritto, portano il loro karma nella Società Antroposofica.
Le conferenze che ho tenuto finora, sotto l’impressione della presenza di tanti amici giunti da ogni parte, hanno avuto essenzialmente lo scopo di offrire una rappresentazione del karma che, almeno in alcune linee fondamentali, conducesse a una comprensione della vita spirituale attuale nel suo nesso spirituale. E vorrei concludere ciò che, in un certo senso, costituisce un’unità, martedì prossimo, nell’ultima di queste conferenze.
Oggi vorrei mostrare, attraverso un esempio, quanto possa essere difficile portare nel presente ciò che è veramente adeguato alla Scienza dello Spirito per il nostro tempo. Non intendo rispondere a questa questione sulla base di rapporti esteriori, ma mediante un esempio karmico. L’esempio riguarderà anzitutto un’individualità che non è propriamente tipica, ma che rappresenta già un caso particolare; esso potrà tuttavia servire a mostrare quanto sia difficile, nonostante tutto, portare nella vita terrena attuale ciò che ogni essere umano reca con sé dalle vite terrene precedenti, in modo tale che – forse con l’eccezione dell’ultima incarnazione – egli abbia ancora avuto, realmente o almeno secondo la tradizione, determinati rapporti originari con il mondo spirituale. Potrà mostrarci quanto sia arduo, nelle condizioni educative e civili odierne, trasferire nella corporeità attuale dell’uomo qualcosa di spirituale che in precedenza è stato acquisito in modo spirituale.
A tale scopo vorrei sviluppare qui davanti a voi una serie di successive vite terrene di una medesima individualità, che dovrebbero mostrarvi tutti i possibili ostacoli che possono sorgere contro un simile apporto nel tempo presente, e come tali difficoltà siano in realtà già state preparate in alcuni individui nelle vite terrene precedenti.
Consideriamo anzitutto, miei cari amici, un’individualità umana nella sua incarnazione nel VI secolo precristiano, precisamente nel periodo, e poco dopo, in cui ebbe luogo la deportazione degli ebrei nella cattività babilonese. Riflettendo su quel tempo, mi sono imbattuto in un’individualità – un’incarnazione femminile di allora – appartenente alla tribù ebraica, che tuttavia, durante la deportazione degli ebrei verso Babilonia, dunque prima che essi vi giungessero come deportati, era fuggita e aveva poi accolto nel Vicino Oriente, nel periodo successivo – ed era divenuta piuttosto anziana in quella incarnazione –, tutte le dottrine che allora potevano essere assorbite in quelle regioni. In particolare, essa accolse ciò che viveva ancora con grande intensità e forza incisiva nell’Asia Anteriore e che, nelle forme più diverse, dava espressione a quella concezione del mondo che può essere definita la concezione di Zarathustra, con il suo forte dualismo, descritto anche in un capitolo della mia Scienza occulta: quel dualismo che da un lato riconosce Ahura Mazdao, il grande spirito della luce, che invia i suoi impulsi nell’evoluzione dell’umanità come fonte del bene, del grande e del bello, circondato dai suoi spiriti servitori, gli Amshaspand, così come il sole è circondato dalla luce della rivelazione del volto celeste nei dodici segni dello zodiaco; e che dall’altro lato riconosce la controforza arimanica, che porta nell’evoluzione cosmica dell’umanità l’oscurità, il male, ciò che ovunque ostacola e ovunque crea disarmonia.
Questa dottrina era legata a una conoscenza approfondita della configurazione delle stelle, nel senso in cui nei tempi antichi si intendeva l’astroscienza o l’astrologia. Tutto ciò poté essere accolto da questa individualità nella sua incarnazione femminile, anche grazie al fatto che essa aveva una sorta di maestro e amico in una personalità maschile, iniziata a molti di questi insegnamenti del Vicino Oriente, in particolare all’astronomia caldaica.
Così assistiamo anzitutto a un vivace scambio di idee tra queste due personalità nel periodo successivo alla deportazione degli ebrei a Babilonia, e osserviamo il curioso fenomeno per cui la personalità femminile, in virtù della forza delle impressioni ricevute, di tutto ciò che accolse con straordinaria ricettività e interesse, divenne sempre più interiore e poté giungere, attraverso visioni che riproducevano perfettamente l’ordine cosmico, a una visione d’insieme del mondo. Abbiamo davvero a che fare con una singolare individualità, nella quale rivive, per così dire, tutto ciò che è stato discusso ed elaborato insieme a questo amico semi-iniziato dell’Asia occidentale. E questa personalità femminile fu pervasa da uno stato d’animo che si può esprimere così: «Ah, che cosa erano tutte le idee che ho accolto durante il mio apprendimento, in confronto al potente quadro delle immaginazioni che ora si presentano alla mia anima! Quanto è ricco e potente il mondo interiore!». Questo stato d’animo ella lo sperimentò nelle sue immaginazioni visionarie.
Proprio tale disposizione interiore generò una certa discordia tra le due personalità. La personalità maschile attribuiva maggiore importanza all’elaborazione intellettuale della concezione del mondo, mentre la personalità femminile si orientava sempre più decisamente verso l’elemento immaginativo. Si può dire che entrambe attraversarono quasi contemporaneamente la porta della morte, ma portando con sé una certa discordia reciproca.
Il risultato di questa vita terrena si presentava in modo particolare, come se fosse fuso in un’unica trama, così che dopo la morte entrambe le individualità vissero qualcosa di straordinariamente intenso sia nella retrospettiva che guardava alla vita appena trascorsa, sia nell’elaborazione del karma tra la morte e una nuova nascita. Il risultato di questa singolare convivenza terrena fu una vita comune estremamente intensa. Tuttavia, dopo la morte, soprattutto nella personalità femminile, non ritroviamo più con la stessa forza quell’atmosfera determinata, alla fine, dalla prevalenza delle immaginazioni visionarie. In questa individualità femminile vediamo piuttosto germogliare, dopo la morte, una sorta di nostalgia per la successiva vita terrena, il desiderio di comprendere le cose in forma pensata, mentre nella vita terrena descritta esse erano state comprese più in forma linguistica, passando dall’esperienza del linguaggio all’immaginazione visionaria.
Poiché le due personalità erano così fortemente legate karmicamente, entrambe rinacquero nei primi secoli cristiani, quando la sostanza spirituale del cristianesimo veniva ancora elaborata in una forma di lavoro scientifico. Ho già ricordato in precedenza come molte delle anime che in seguito sono giunte sinceramente all’Antroposofia abbiano vissuto il cristianesimo proprio in questi primi secoli, in una forma assai più viva di quella che si è poi sviluppata più tardi. E qui incontriamo ora un fenomeno molto curioso.
Vediamo infatti comparire un uomo che, dal punto di vista karmico, non ha nulla a che fare direttamente con le due individualità di cui parlo, ma che entra in rapporto con esse sul piano storico: appare una personalità autorevole e influente, Martianus Capella. È la personalità che per prima redige l’opera fondamentale sulle sette arti liberali, che ebbero poi un ruolo determinante nell’insegnamento e nella didattica di tutto il Medioevo: grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, astronomia e musica, le sette arti liberali che insieme costituivano ciò che allora veniva chiamato conoscenza della natura e del mondo.
Il libro di Martianus Capella appare inizialmente arido e sobrio. Ma, miei cari amici, bisogna sapere che tali libri, soprattutto nei primi tempi del Medioevo, nascevano comunque da impulsi spirituali. Così come anche le rappresentazioni successive, provenienti dalla scuola di Chartres, presentano un carattere analogo, sobrio e catalogante, allo stesso modo ciò che in Martianus Capella è esposto in forma asciutta e sistematica sulle sette arti liberali e sulla natura che opera dietro di esse deve essere considerato il risultato di determinate concezioni istintive e superiori. Infatti, ciò che erano le sette arti liberali veniva concepito come essenziale, così come la natura stessa – l’ho già illustrato in queste conferenze – era intesa come essenziale. E anche se personalità come Martianus Capella, e altri che descrissero tali contenuti, appaiono aride, erano tuttavia pienamente consapevoli che tutto questo poteva essere contemplato, che la dialettica e la retorica erano esseri viventi, ispiratori delle capacità umane e dell’attività spirituale umana. E che la dea Natura venisse rappresentata in modo molto simile all’antica Proserpina, l’ho già spiegato in precedenza.
In questa corrente, in ciò che l’umanità diveniva allora sotto l’influsso di quanto era contenuto nelle sette arti liberali e nella visione della natura che le dominava, si reincarnò la personalità femminile di cui ho parlato, ma ora in incarnazione maschile; e precisamente in modo tale che, fin dall’inizio, nel corpo maschile, nell’intelletto maschile, essa portava in sé la predisposizione a non formare le proprie conoscenze prevalentemente nei pensieri, bensì a plasmarle soprattutto in visioni. Si può dire che, forse in poche personalità di quel tempo – all’inizio del VI secolo dopo Cristo o alla fine del V secolo – in poche individualità che si possono considerare discepoli di Martianus Capella, vivesse in modo particolarmente intenso ciò che allora costituiva il contenuto spirituale dell’epoca.
La personalità ora incarnata in forma maschile poteva parlare in modo diretto del proprio rapporto con le forze ispiratrici della dialettica, della retorica e così via; era completamente pervasa dalla visione dell’attività spirituale. E nuovamente incontrò l’altra personalità, che nella precedente incarnazione era stata lo spirito maschile, ora divenuta un’individualità femminile. Questa personalità femminile era dotata, in quell’incarnazione, di una grande intelligenza. E così si creò di nuovo – e qui possiamo vedere all’opera il karma – un intenso scambio spirituale: non si può parlare propriamente di scambio di idee, bensì di scambio di intuizioni, di una collaborazione estremamente vivace, spirituale e profonda.
Ma in quella personalità che nei secoli precristiani era stata donna e che ora era uomo, si formò qualcosa di singolare. Poiché le intuizioni erano così vivide, in questa individualità si sviluppò una forte consapevolezza del fatto che la vita visionaria, che essa sperimentava in modo così intenso, fosse connessa con la natura femminile in generale. Non si deve intendere che la vita visionaria sia in sé legata alla natura femminile; si trattava piuttosto del fatto che, dalla precedente incarnazione femminile, era stato trasmesso l’intero carattere fondamentale di questa vita visionaria. Così a questa personalità si aprirono innumerevoli misteri relativi all’interazione tra la Terra e la Luna, e innumerevoli misteri concernenti, ad esempio, la vita riproduttiva. Proprio in questi ambiti questa personalità, ora incarnata come uomo, divenne straordinariamente esperta.
Vediamo ora come entrambe le personalità attraversino nuovamente la porta della morte e vivano la vita tra la morte e una nuova nascita; come dimorino inizialmente nel mondo sovrasensibile in attesa dell’avvento dell’epoca della coscienza, vivendo l’inizio di tale epoca ancora nei mondi sovrasensibili. Poi la personalità che ho dovuto descrivere dapprima come incarnazione femminile e poi come incarnazione maschile rinasce ancora una volta come incarnazione maschile. È molto significativo che entrambe le personalità rinascano insieme. L’altra personalità, che nella precedente incarnazione – la seconda – era stata donna, rinasce anch’essa come uomo, così che entrambe vengono al mondo contemporaneamente in incarnazioni maschili.
Quella che ci interessa in modo particolare – che nei tempi antichi era stata una personalità femminile, poi nei primi secoli cristiani una personalità maschile, la prima volta di origine ebraica, la seconda di discendenza fisica estremamente mista – rinasce nel XVI secolo come l’utopista italiano Tommaso Campanella, una personalità davvero singolare. Esaminiamo ora con una certa precisione la vita di Tommaso Campanella, nella misura necessaria per la comprensione del suo karma.
Egli nasce con una ricettività straordinariamente intensa per l’educazione cristiana, tanto che fin da giovane si dedica allo studio della Summa di Tommaso d’Aquino. E, a partire dagli stati d’animo acquisiti nella precedente vita visionaria – che tendevano sempre più a trasformarsi in una certa resistenza verso la conoscenza puramente concettuale – egli si immerge nell’elemento fortemente intellettuale presente nella Summa di Tommaso d’Aquino. La studia con grande zelo e, nel XVI secolo, entra nell’Ordine Domenicano.
Nel suo pensiero, che egli vuole mantenere nel senso più rigoroso del tomismo, si insinua tuttavia continuamente una certa inquietudine, dovuta alla vita spirituale atavica e visionaria che portava in sé dal passato. È quindi singolare che proprio Campanella cerchi un sostegno, un punto d’appoggio, per dare un nesso interiore a ciò che un tempo aveva dominato come visione nella sua concezione del mondo. E mentre da un lato diventa domenicano con pieno entusiasmo interiore, dall’altro, proprio nel convento di Cosenza – ed è questo l’aspetto curioso – fa la conoscenza di un cabalista ebreo molto stimato. Egli comincia così a combinare lo studio della cabala ebraica con ciò che emerge come residuo della sua antica vita visionaria, unendolo a sua volta al tomismo così come era stato elaborato all’interno dell’Ordine Domenicano.
Tutto questo vive in lui come una nostalgia che si potrebbe definire visionaria: una nostalgia nella quale convivono insieme tutti questi elementi. Egli vorrebbe realizzare qualcosa che rendesse visibile all’esterno questa luminosa vita spirituale interiore. Poiché nella sua anima risuona continuamente qualcosa che gli dice: sì, dietro tutte le cose vi è uno spirito; anche nella vita umana deve esserci lo spirito che vive nell’universo.
Tutto ciò influisce anche sulla sua sfera emotiva. Egli vive nell’Italia meridionale, che è soggiogata dagli spagnoli. Partecipa a una congiura per la liberazione dell’Italia meridionale; viene poi catturato dagli spagnoli per la sua partecipazione a tale congiura e, dal 1599 al 1626, languisce in prigione. Trascorre dunque una vita isolata dal mondo, una vita che di fatto cancella per ventisette anni la sua esistenza terrena.
Ora consideriamo insieme questi due fatti. Quando Tommaso Campanella viene imprigionato, si trova all’inizio dei trent’anni; trascorre il periodo successivo interamente in prigione. Questo è un dato di fatto. Ma che tipo di spirito è, che tipo di personalità possiede? Egli concepisce l’idea della Città del Sole. Tutto ciò che, dalle sue precedenti incarnazioni, aveva a che fare con l’astrologia, con lo sguardo rivolto al mondo spirituale, sembra riflettersi nell’anima di questo Tommaso Campanella. Nella sua opera La Città del Sole egli elabora e descrive un’utopia sociale, nella quale crede che, attraverso una razionale organizzazione della vita sociale, tutti gli uomini possano diventare felici.
Ciò che egli descrive come città solare, come Stato solare, presenta in un certo senso un rigore monastico; vi è qualcosa di ciò che egli aveva assimilato nell’Ordine Domenicano. Nel modo in cui concepisce l’organizzazione dello Stato vi è qualcosa di austero e monastico; ma, d’altra parte, vi traspare in modo evidente la sua precedente spiritualità. Al vertice di questo Stato ideale dovrebbe trovarsi un governante supremo, una sorta di metafisico supremo, che dovrebbe ricavare dallo spirito le linee guida per la configurazione e l’amministrazione dello Stato. Accanto a lui vi sono altri funzionari, come ad esempio un ministro supremo, incaricati di eseguire nei minimi dettagli tutte le regole che, in quel tempo, emergevano dall’anima come reminiscenze karmiche delle precedenti visioni della Terra.
Tutto questo affiorava in lui. Ed egli voleva che questo Stato solare fosse amministrato secondo principi astrologici. Le costellazioni delle stelle dovevano essere osservate con estrema precisione; i matrimoni dovevano essere contratti in base a tali costellazioni; i concepimenti dovevano avvenire in modo tale che le nascite cadessero in determinate configurazioni celesti, calcolate in anticipo, affinché, secondo le costellazioni nel cielo, il genere umano venisse alla nascita sulla Terra con il proprio destino già inscritto.
Certamente, l’uomo del XIX o del XX secolo, il neurologo o lo psichiatra di questi secoli, se si imbattesse in un’opera simile, direbbe che essa dovrebbe essere collocata nella biblioteca di un manicomio. Vedremo subito che, in un certo senso, lo psichiatra del XX secolo ha effettivamente espresso un giudizio di questo tipo.
Ma immaginate ora insieme questi due aspetti. Da un lato vi è una personalità che reca in sé tali antecedenti, tali condizioni di vita provenienti dalle vite terrene precedenti, così come ve le ho descritte. È una personalità che, per così dire, dalla forza del Sole e delle stelle vuole trarre le linee guida per l’amministrazione dello Stato sulla Terra, un uomo che desidera portare il Sole nella vita terrena e che invece languisce per oltre vent’anni nelle tenebre di una prigione, potendo scorgere la luce naturale del Sole soltanto attraverso feritoie. Nella sua anima, in sentimenti e sensazioni tormentose, si estrinseca tutto ciò che nelle vite terrene precedenti era confluito in quell’anima. Poi Tommaso Campanella viene liberato dalla prigione dal papa Urbano, si reca a Parigi, vi trova il favore di Richelieu, ottiene una pensione e trascorre l’ultimo periodo della sua vita terrena a Parigi.
Ed ecco ora il fatto singolare: quel rabbino ebreo che Campanella aveva conosciuto a Cosenza e che aveva influenzato il suo pensiero in senso cabalistico, cosicché in lui viveva molto più di quanto altrimenti sarebbe potuto vivere, quel cabalista ebreo è l’individualità rinata dalla prima incarnazione, la donna della seconda incarnazione che ho descritto. Vediamo così una cooperazione karmica. E quando entrambi hanno varcato la porta della morte – Tommaso Campanella e il suo amico, il rabbino ebreo – osserviamo che, nell’individualità che era stata Tommaso Campanella, si forma una strana opposizione contro ciò che egli aveva accolto nelle vite terrene precedenti. Ora egli sente sorgere in sé un pensiero come questo: «Che cosa sarebbe potuto diventare tutto ciò, se non avessi languito per anni in una prigione oscura, dove potevo vedere la luce naturale del Sole solo attraverso strette aperture?». Gradualmente si sviluppa in lui una sorta di rifiuto, un’antipatia verso ciò che nei tempi precristiani e nei primi secoli cristiani era stato vissuto come visione spirituale.
Così vediamo qui una situazione curiosa: mentre si avvicina l’epoca dell’anima cosciente, nel sovrasensibile si sviluppa un’individualità che diventa effettivamente ostile a ciò che era stata la spiritualità precedente. Vedete, miei cari amici, questo è accaduto a molte anime. Già prima della loro vita terrena, vivendo la vita sovrasensibile nell’epoca dell’anima cosciente, esse erano diventate ostili alle precedenti esperienze spirituali, perché è estremamente difficile portare nella corporeità terrena attuale ciò che è stato vissuto spiritualmente in precedenza. Il corpo terreno attuale e l’educazione terrena odierna spingono l’uomo verso il razionalismo e l’intellettualismo.
Ora, questa individualità, che nell’ultima incarnazione era stata Tommaso Campanella, vide, nella vita che seguì quella di Campanella, l’unica possibilità di creare un equilibrio mediante una nuova vita terrena relativamente precoce. Ma ciò non era affatto semplice, date le condizioni esistenti. Da un lato, infatti, questa personalità cresceva ancora in modo straordinariamente intenso, nel soprasensibile, nell’elemento di coscienza proprio dell’inizio dell’epoca dell’anima cosciente, cioè nel razionalismo e nell’intellettualismo. Dall’altro lato, proprio nel rivivere a ritroso il periodo della prigionia, il precedente elemento visionario, la visione spirituale, tornava sempre più a farsi sentire.
Questa individualità aveva, per così dire, caricato sull’anima tutta la propria inclinazione verso l’intelligenza, ma insieme aveva sviluppato un rifiuto del passato, un rifiuto che si formò in modo del tutto personale e individuale. Si sviluppò un’antipatia verso quell’incarnazione precristiana della donna e, di conseguenza, un’avversione verso le donne stesse. Qui l’avversione verso le donne agisce in modo personale-individuale. E come spesso accade nel karma, ciò che potrebbe apparire come qualcosa di teorico diventa invece una questione di temperamento personale, di simpatia o antipatia personale; in questo caso, di antipatia.
Ora, per questa personalità si presentò la possibilità di vivere ancora una volta, in un rapporto libero con il mondo, quella vita terrena che nella precedente incarnazione di Campanella era stata trascorsa in prigionia. È importante comprendere bene questo punto. L’altra personalità non accompagnò questa individualità, poiché per essa non vi era una simile motivazione. Così questa individualità, che aveva attraversato tre vite terrene nelle quali l’altra personalità era sempre stata qualcosa che sosteneva e guidava la sua esistenza, ebbe ora la possibilità di vivere in una nuova vita terrena ciò che le era mancato nella vita di Campanella durante i ventisette anni di prigionia. Ciò che era andato perduto nelle tenebre della prigione si presentava ora come possibilità di essere vissuto in una nuova incarnazione.
Quale fu dunque la conseguenza, miei cari amici, dopo che tutto il resto si era svolto in questo modo? Pensate: quando Campanella aveva circa trent’anni, fu colpito dalla prigionia. Immaginate lo stato di maturità di un uomo dell’epoca rinascimentale a trent’anni. Ora ciò che era stato trascurato comincia ad agire; ma tutto il resto, lo spirituale e il razionalistico, risplende verso l’esterno. Tutto intorno è luce, e solo quegli anni di prigionia sono tenebra. Tutto risplende interiormente, ma in modo confuso. In questa confusione irradiano chiaroveggenza e misoginia, nate da ciò che vi ho descritto, ma anche una forte intelligenza. Tutto questo si intreccia, così come può apparire come risultato della maturità di un uomo rinascimentale trentenne.
Tutto ciò rinasce nel penultimo decennio del XIX secolo, verso la fine del secolo. Nel corpo infantile rinasce ciò che in realtà era destinato a una fase successiva della vita. Ora rinasce in un’incarnazione maschile. È, per così dire, soltanto la ripetizione del periodo di prigionia: così parla il karma in questo caso. Non c’è dunque da stupirsi se il ragazzo rinasce straordinariamente precoce. Naturalmente si tratta soltanto delle forze di crescita infantili, ma esse sono compenetrate da ciò che era andato perduto durante la prigionia, dalla maturità dei trent’anni. Precoce: così gioca il karma.
In questo si manifesta una strana inclinazione, quasi un recupero della vita. Riappaiono le antiche concezioni astrologiche, le antiche concezioni spirituali della natura, che erano state così grandiose in questa individualità nei primi secoli cristiani. Esse si manifestano in forma infantile, ma con una forza tale che questa personalità sviluppa una vera e propria antipatia per le scienze naturali matematiche. E quando, negli anni Novanta del XIX secolo, entra al ginnasio, apprende con straordinaria facilità le lingue, tutto ciò che non è scienza naturale e non è matematica. Ma l’aspetto davvero sorprendente per chi è in grado di cogliere i nessi karmici – direi ciò che è sconvolgente e sconcertante in questa visione – è che egli impara in brevissimo tempo, oltre alle lingue moderne come il francese e l’italiano, anche lo spagnolo, per introdurre nella propria mentalità, se posso usare questa espressione, ciò che nel passato lo aveva indignato contro il dominio spagnolo, per ravvivarlo interiormente.
Vedete come agisce il karma, come influisce su questa individualità. È evidente che questo ragazzo, al di fuori della scuola, solo perché casualmente suo padre ha una predilezione per quella lingua – fatto che a sua volta è nuovamente espressione del karma – impara rapidamente lo spagnolo, una lingua così lontana, in un’età tanto giovane. Questo esercita un’influenza totale sull’intero stato d’animo. In tal modo quella tonalità interiore della prigionia, in cui egli era colmo di indignazione contro gli spagnoli, riemerge nella sua anima attraverso il fatto che la lingua spagnola diventa viva in lui e compenetra le sue idee e i suoi pensieri. Proprio ciò che era stato per lui il più amaro durante la prigionia entra in quel regno inconscio in cui la lingua esercita il suo dominio. Solo quando giunge all’università egli si occupa un poco di scienze naturali, perché il tempo lo richiede: se si vuole essere considerati colti ai nostri giorni, bisogna pur conoscere un po’ di scienze naturali.
Ora devo dirvi di chi si tratta, poiché devo proseguire il racconto: si tratta dello sfortunato Otto Weininger. E dopo aver recuperato all’università ciò che riguarda le scienze naturali, Otto Weininger porta tutto ciò che ribolle in lui – e che ribolle come può ribollire soltanto una vita terrena che è la ripetizione di una lacuna di una vita precedente – porta tutto questo nella sua attività di dottorando in filosofia all’Università di Vienna, nella sua tesi di dottorato, che poi, dopo aver conseguito il titolo, rielabora in un grande libro: Sesso e carattere.
In questo libro Sesso e carattere ribolle tutto ciò che era già presente in precedenza. A tratti si intravede l’utopismo campanelliano, con concezioni antichissime che emergono in modo talvolta sorprendente. Che cos’è la moralità? Weininger risponde a questa domanda affermando che la luce che appare nella natura è la manifestazione esteriore della moralità; chi conosce la luce conosce la moralità. Di conseguenza, la fonte dell’immoralità sulla Terra dovrebbe essere ricercata nella fauna e nella flora degli abissi marini, che vivono senza luce. In lui si trovano intuizioni davvero notevoli; per esempio questa: bisogna osservare il cane con la sua particolare fisionomia. Che cosa mostra? Mostra che gli manca qualcosa, che ha perduto qualcosa: ha perduto la libertà.
Così, in Weininger, si può effettivamente trovare qualcosa di intuitivo, mescolato a un razionalismo estremo; e si può anche riconoscere l’odio verso ciò che gli era stato dato in una precedente incarnazione, che ora però non si manifesta come odio per ciò che ha conosciuto, bensì come odio per la sua incarnazione femminile precedente. Questo odio si esprime come odio verso le donne, che nell’opera Sesso e carattere giunge fino al ridicolo. Tutto ciò mostra quanta spiritualità possa essere presente in un’anima, quanto si sia potuto accumulare nel mondo sovrasensibile in opposizione all’intellettualismo dell’epoca dell’anima cosciente, e come tuttavia tutto questo non possa emergere nell’epoca attuale, pur tendendo a emergere, anche se la vita vissuta in tal modo è, per così dire, soltanto la ripetizione di un tempo perduto in incarnazioni precedenti.
In Weininger si manifestarono inoltre strane inclinazioni, anch’esse estremamente significative per chi sa cogliere i nessi karmici. Il suo biografo racconta che, verso la fine della sua vita, egli prese l’abitudine di osservare, attraverso minuscole aperture che si creava in una stanza buia, una superficie illuminata, e che questo gli procurava una particolare gioia. Qui si intravedono le abitudini più intime e immediate della sua vita, l’intera esperienza della prigionia.
Pensate ora a come questa vita fosse collegata all’Italia meridionale. È lì che si svolse ciò che lo condusse a questa vita terrena. Devo ancora menzionare un particolare, estremamente importante per chi osserva il karma. Naturalmente anche Weininger fu tra i lettori di Nietzsche. E immaginate l’atmosfera che si formava nell’anima di Weininger mentre leggeva Nietzsche, Al di là del bene e del male. L’affermazione di Nietzsche secondo cui la verità è una donna colpì l’anima di Weininger come una bomba. Tutto ciò che ho descritto era ormai completamente tinto di misoginia.
Ora Weininger ha ventidue anni, è nel ventitreesimo anno di vita. Tutto questo agisce in lui. Nella sua anima si formano strane abitudini. È forse sorprendente che una vita che è la ripetizione di una vita di prigionia sia dolorosamente toccata dal tramonto, che ricorda l’inizio delle tenebre? Per questo Weininger percepisce i tramonti come qualcosa di insopportabile. Egli, miei cari amici, nel corpo di un giovane porta in sé la maturità di un uomo di trent’anni. Certo, quando persone meno dotate sono arroganti o vanitose, ciò non è bello; ma qui, considerando il suo karma, si comprende perché egli si sentisse qualcosa di speciale.
Naturalmente egli mostrava anche le più diverse anomalie, poiché quella vita era la ripetizione di una vita di prigionia. In tali condizioni non si compiono sempre azioni normali e ordinarie. Quando queste cose si manifestano karmicamente, si può facilmente dare a uno psichiatra comune l’impressione di un epilettico. Weininger dava tale impressione. Ma questa epilessia non era quella comune: era la ripetizione della vita carceraria, erano atti di difesa che in una vita libera non avevano più senso, ma che costituivano appunto ripetizioni karmiche della vita di prigionia.
Non ci si stupisce allora se, all’inizio degli anni Venti, egli avverte improvvisamente l’impulso di partire da solo, senza una meta precisa, per un viaggio avventuroso in Italia. Durante questo viaggio scrive un piccolo libro straordinario, Über die letzten Dinge (Sulle cose ultime), che contiene descrizioni della natura elementare che appaiono quasi come una caricatura delle descrizioni dell’Atlantide: davvero notevoli, ma naturalmente, dal punto di vista psichiatrico, completamente folli. Occorre però considerarle dal punto di vista karmico. Egli viaggia precipitosamente in Italia e poi ritorna, trascorre un certo tempo nei pressi di Vienna, a Brunn am Gebirge. Tornato dall’Italia, scrive ancora alcuni pensieri nati durante il viaggio, grandi idee sull’armonia tra il morale e il naturale; poi affitta la casa in cui morì Beethoven, vi abita per alcuni giorni nella stanza in cui Beethoven morì e – avendo ormai vissuto fino in fondo la prigionia di un tempo – si spara.
Il karma era compiuto. Si spara per un impulso interiore, poiché ha laura convinzione che, se avesse continuato a vivere, sarebbe divenuto una persona molto cattiva. Non gli fu data la possibilità di continuare a vivere, perché il karma era giunto al suo compimento.
Guardate, miei cari amici, le opere di Otto Weininger da questo punto di vista. Considerate tutti gli ostacoli che incontra un’anima che, in modo così anomalo, attraversa il tempo dal Rinascimento fino al presente; vedete le difficoltà che essa incontra nel trovare la spiritualità, pur portando in sé, nel profondo e nell’inconscio, una così grande ricchezza spirituale. E traetene le vostre conclusioni riguardo agli ostacoli che esistono nell’epoca di Michele per soddisfare pienamente le esigenze di questa epoca.
Sarebbe stato naturalmente concepibile che, se l’anima di Weininger avesse potuto accogliere concezioni spirituali del mondo, egli avrebbe potuto proseguire il proprio sviluppo senza dover decidere, con il suicidio, di ripetere una vita di prigionia. Ma è altamente significativo seguire come l’antica spiritualità si sia sviluppata nelle anime umane fino ai tempi più recenti e poi si sia arrestata; ed è particolarmente significativo vedere proprio in questi fenomeni così impressionanti il modo in cui essa si è arrestata.
Credo che si possa ottenere uno sguardo profondo nei nessi karmici – anche nella misura in cui essi illuminano determinati nessi karmici della vita spirituale del presente – ponendo davanti all’anima queste quattro incarnazioni successive di un’individualità straordinariamente interessante, che abbracciano il periodo dal VI secolo prima del Mistero del Golgota fino ai nostri giorni. Qui abbiamo l’arco temporale entro il quale rientra tutto ciò che dobbiamo considerare se vogliamo comprendere la vita del presente.
Oggi abbiamo esaminato un caso che ci insegna quanto un’anima possa attraversare in questa epoca. Preferisco descrivere tali realtà sulla base di esperienze concrete dell’anima piuttosto che mediante discussioni astratte. Con questo ho concluso questo episodio; e martedì, nella conferenza serale, l’ultima di questa serie di conferenze per i membri, concluderò l’intero ciclo.
Dalle considerazioni di domenica scorsa avrete certamente compreso che l’uomo, così come è oggi strutturato fisicamente e così come viene formato dall’educazione nel presente, non riesce facilmente a portare nella propria incarnazione attuale – anche quando essa è così particolare come quella di cui ho parlato domenica scorsa – ciò che vorrebbe emergere dal contenuto spirituale delle incarnazioni precedenti. Viviamo infatti nell’epoca dell’evoluzione dell’anima cosciente, quell’evoluzione dell’anima che sviluppa in modo particolare l’intelletto, il quale oggi domina l’intera vita, anche quando si fa appello al sentimento o all’animo. È quella facoltà dell’anima che può emanciparsi nel modo più marcato dall’elementare umano, da ciò che l’uomo porta in sé come suo essere animico più profondo.
La coscienza di questa emancipazione dell’intellettuale si manifesta quando si parla di “intelletto freddo”, con cui gli uomini designano l’espressione del proprio egoismo, della propria mancanza di ricettività, della propria mancanza di compassione verso l’altra umanità, spesso persino verso le persone più vicine. Con intelletto freddo si intende il percorrere tutte quelle vie che non conducono agli ideali dell’anima, ma che finiscono per tracciare cammini di vita fondati su motivi di utilità e simili. In tutto ciò si esprime la sensazione di come il razionale, l’intellettualistico, il razionalistico si emancipino dall’umano nell’uomo. E chi comprende fino a che punto le anime contemporanee siano intellettualizzate, comprende anche, in ogni singolo caso, come il karma debba portare proprio nelle anime attuali ciò che esse hanno vissuto nelle epoche passate sotto forma di elevata spiritualità.
Pensate ora semplicemente a quanto segue. Prendiamo un esempio del tutto generale – un esempio specifico ve l’ho mostrato l’ultima volta – e consideriamo un’anima che, nei secoli precedenti il Mistero del Golgota o nei secoli successivi, abbia vissuto in modo tale che il mondo spirituale fosse per lei una realtà ovvia, tanto da poter parlare del mondo spirituale sulla base dell’esperienza diretta, così come si parla del mondo sensibile, colorato, caldo o freddo. Tutto questo è presente nell’anima. Tutto questo è in rapporto con i mondi spirituali delle gerarchie superiori tra la morte e una nuova nascita, o attraverso ripetuti periodi di questo genere. In un’anima simile è stato elaborato molto.
Ora però, attraverso altri nessi karmici, un’anima di questo tipo deve incarnarsi in un corpo che è completamente orientato all’intellettualismo, che dalla civiltà attuale accoglie soltanto concetti correnti, i quali in realtà si riferiscono esclusivamente all’esteriorità. È allora possibile soltanto che, in una simile incarnazione, ciò che proviene dalla spiritualità si ritiri nel subconscio, e che una tale personalità, nell’intelletto che sviluppa, mostri magari un certo idealismo, una tendenza verso ideali belli, buoni e veri, senza tuttavia riuscire a sollevare alla coscienza ordinaria ciò che giace nell’anima come contenuto inconscio. Anime di questo genere sono oggi numerose. E per chi è in grado di osservare il mondo con uno sguardo educato alla spiritualità, molti volti contemporanei contraddicono ciò che emerge dalle persone stesse: il volto dice che vi è molta spiritualità nel profondo dell’anima, ma non appena l’uomo comincia a parlare, non parla affatto di spiritualità. Per questo motivo, in nessun’altra epoca si è verificato in misura così elevata come oggi che i volti contraddicessero ciò che l’uomo esprime.
Chi vuole comprendere che sono necessarie forza, energia, perseveranza e sacro entusiasmo per trasformare ciò che appartiene all’epoca attuale – l’intellettualismo – in spiritualità, affinché i pensieri e le idee possano elevarsi al mondo spirituale e si possa trovare, attraverso le idee, la via che conduce allo spirito così come si trova quella che conduce alla natura, deve essere ben consapevole del fatto che l’intellettualismo oppone innanzitutto gli ostacoli più forti immaginabili alla manifestazione di ciò che è spirituale e che vive nell’anima. Solo quando si è attenti a questo, si potrà trovare, come antroposofi, l’entusiasmo interiore necessario ad accogliere le idee dell’Antroposofia, idee che devono ormai confrontarsi con l’intellettualismo dell’epoca, che devono assumere, per così dire, l’abito dell’intellettualismo contemporaneo. Ma un uomo così potrà anche essere compenetrato dalla consapevolezza che, attraverso le idee dell’Antroposofia, che non si riferiscono al mondo sensibile esteriore, egli è destinato a cogliere proprio ciò cui queste idee rimandano: lo spirituale. L’immersione nelle idee dell’Antroposofia rimane comunque ciò che può condurre con maggiore sicurezza l’uomo di oggi, se lo vuole davvero, alla spiritualità.
Ciò che ho appena detto, miei cari amici, è qualcosa che può essere affermato soltanto da due o tre decenni. Prima non era possibile. Infatti, anche se il regno di Michele era già iniziato alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, prima di allora accadeva che le idee che il tempo offriva a qualcuno, persino agli idealisti, fossero così fortemente orientate al mondo dei sensi che un’elevazione dall’intellettualismo alla spiritualità, negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del secolo XIX, era possibile soltanto in casi del tutto eccezionali.
Vorrei mostrarvi oggi, con un esempio, che cosa ha provocato questa situazione. Vorrei mostrarvi che in quest’epoca, nella quale l’Antroposofia deve essere collocata come visione dello spirituale per i motivi che ho esposto in questo ciclo di conferenze per i membri, la forza che agisce è così intensa che lo spirituale, che dall’alto discende nelle anime, è stato respinto ed ha dovuto essere respinto. Sì, alla fine del secolo scorso esso ha dovuto ritirarsi di fronte all’intellettualismo, senza potersi manifestare in alcun modo.
Comprendete bene ciò che intendo. Supponiamo che una qualunque personalità abbia vissuto nella seconda metà del XIX secolo e abbia portato in sé una forte spiritualità proveniente da incarnazioni precedenti. Essa si inserisce nella cultura del tempo, che è intellettualistica fino in fondo. Ma in questa personalità l’influsso della spiritualità è ancora così forte da voler emergere, da voler davvero emergere. L’intellettualismo però non lo tollera. La personalità viene educata in modo intellettualistico, sperimenta l’intellettualismo nei rapporti sociali, nella professione, ovunque; e in questo intellettualismo non può entrare ciò che essa porta nell’anima. Sarebbe una personalità che, in realtà, sarebbe destinata all’Antroposofia. Ma non può diventare antroposofo, perché proprio ciò che, se fosse potuto entrare nell’intelletto dalla spiritualità delle incarnazioni precedenti, sarebbe divenuto Antroposofia, non può emergere. Rimane arretrato, subisce in un certo senso uno shock di fronte all’intellettualismo. Che cosa può fare allora una simile personalità, se non trattare ovunque l’intellettualismo come qualcosa da cui non vuole lasciarsi toccare, affinché ciò che vive nella sua anima possa emergere in una qualche incarnazione? Naturalmente non emergerà pienamente, perché ciò non corrisponde all’epoca. Forse si manifesterà soltanto come un balbettio, ma si noterà come questa personalità esiti ovunque ad andare troppo oltre, a lasciarsi coinvolgere dall’intellettualismo del tempo.
Vorrei ora farvi un esempio. Vorrei innanzitutto richiamare alla vostra attenzione una personalità dell’antichità che è stata spesso menzionata qui nei contesti più diversi: Platone. Platone, il filosofo del V e IV secolo precristiano, vive in realtà come un’anima che anticipa molto di ciò che l’umanità elaborerà nei secoli successivi. E quando ho accennato ai grandi contenuti spirituali della scuola di Chartres, ho sottolineato come lo spirito platonico abbia vissuto a lungo nello sviluppo del cristianesimo e come, in un certo senso, abbia trovato la propria espressione proprio in quei grandi maestri della scuola di Chartres, così come poteva essere espresso in quell’epoca.
Bisogna soltanto essere chiari su questo punto: lo spirito di Platone è anzitutto rivolto al mondo delle idee. Ma non dovete immaginare, miei cari amici, che l’idea, per Platone, fosse quel mostro astratto che oggi sono per noi le idee quando ci muoviamo entro la coscienza ordinaria. Per Platone l’idea era qualcosa di affine agli Amschaspand persiani, che affiancavano Ahura Mazdao come geni operanti; geni operanti che erano accessibili solo alla visione immaginativa. In realtà, per Platone, le idee erano essenziali. Egli non le descriveva più con la vivacità con cui, in epoche ancora più antiche, tali realtà venivano rappresentate; le descriveva piuttosto come ombre, si potrebbe dire, di esseri. E così nascono i pensieri astratti, poiché le idee vengono colte dagli uomini in modo sempre più attenuato. Ma Platone, nel suo continuo approfondirsi, giunge a un livello tale che si potrebbe dire che quasi tutta la saggezza della sua epoca confluisce nel suo mondo delle idee. Basta leggere i suoi dialoghi più tardi per trovare in Platone l’astrologia, l’astronomia, la cosmologia, una psicologia meravigliosa, la storia dei popoli, il tutto compenetrato da una spiritualità che raffina, che vela, che trasforma lo spirituale in idea.
Ma tutto questo vive in Platone. E in Platone vive soprattutto la visione che le idee sono la ragione di tutto ciò che esiste nel mondo dei sensi. Ovunque si guardi nel mondo sensibile, qualunque cosa si osservi, essa è l’espressione esteriore, la manifestazione esteriore delle idee. Nella concezione del mondo di Platone entra poi in gioco un altro elemento, che è diventato noto attraverso una parola d’ordine molto fraintesa e anche molto abusata: l’“amore platonico”. Questo amore spiritualizzato, che ha eliminato quanto più possibile ciò che spesso è mescolato all’amore per via dell’egoismo, questa dedizione spiritualizzata al mondo, alla vita, all’uomo, a Dio, all’idea, permea completamente la concezione platonica della vita. È proprio questo elemento che in certe epoche passa in secondo piano, ma che poi riaffiora sempre di nuovo. Il platonismo viene infatti accolto ripetutamente, plasma qua e là ciò a cui gli uomini aspirano, e ha dato impulso anche a quanto veniva insegnato nella scuola di Chartres.
Spesso si è visto in Platone una sorta di precursore del cristianesimo. Ma pensare che Platone fosse un precursore del cristianesimo significa fraintendere il cristianesimo stesso. Il cristianesimo non è una dottrina, bensì un flusso vitale che si ricollega al Mistero del Golgota; del vero cristianesimo si può parlare soltanto a partire da questo evento. Si può tuttavia dire che vi furono uomini che, prima del Mistero del Golgota, venerarono come entità solare quella figura che più tardi fu riconosciuta come Cristo nel corso dell’evoluzione terrena dell’umanità; essi vedevano la medesima entità nell’essere del Sole. Se si vuole parlare in questo senso di precursori del cristianesimo, allora bisogna includere molti discepoli dei misteri come tali precursori; e in questo senso si può anche parlare di Platone come di un precursore del cristianesimo. Ma occorre intendere correttamente questa affermazione.
Già tempo fa ho ricordato qui che, quando Platone era ancora in vita, non propriamente all’interno della sua scuola filosofica, ma sotto il suo influsso, crebbe un artista – non un filosofo platonico, ma un uomo formato dallo spirito platonico – che, dopo aver attraversato ulteriori incarnazioni, rinacque come Goethe e che karmicamente, nella regione di Giove, trasformò quanto proveniva dalle incarnazioni precedenti, in particolare dalla corrente platonica, in quella forma di saggezza che in Goethe pervade ogni cosa. Possiamo dunque intravedere un nobile rapporto di Platone con questo seguace, non suo allievo in senso stretto, ma autentico continuatore del suo impulso; poiché egli non era un filosofo, bensì un artista dell’epoca greca. L’occhio di Platone si posò ancora su di lui, colse l’enorme promessa che questo giovane racchiudeva.
Platone, tuttavia, ebbe grandi difficoltà a trasmettere attraverso le epoche successive, attraverso il mondo sovrasensibile, ciò che aveva portato nella sua anima durante l’incarnazione platonica. Incontrò difficoltà considerevoli. Infatti, sebbene il platonismo risplendesse qua e là, quando Platone guardava dall’alto verso ciò che si sviluppava come platonismo sulla Terra, questo costituiva spesso per lui un grave turbamento della sua vita animica e spirituale sovrasensibile. Non che egli volesse condannare o criticare ciò che continuava a vivere come platonismo; naturalmente la sua anima continuò a operare nelle epoche successive, trasmettendo quanto le era proprio. Ma proprio Platone, che era ancora legato a tutti i misteri dell’antichità e la cui dottrina delle idee portava in sé, per così dire, un impulso di origine persiana, ebbe difficoltà, una volta esaurito il suo tempo – che nel suo caso fu piuttosto lungo – a giungere a una nuova incarnazione. Ebbe davvero difficoltà a entrare nella civiltà cristiana, nella quale tuttavia doveva entrare.
Si può quindi dire che, pur potendo definire Platone un precursore del cristianesimo nel senso appena indicato, l’intero orientamento della sua anima era tale che, quando divenne maturo per ridiscendere sulla Terra, gli risultò estremamente difficile trovare un’organizzazione, un corpo, attraverso cui portare il suo passato in una forma che ora apparisse con sfumature cristiane. A ciò si aggiunga che Platone era greco fino al midollo, con tutto l’impulso orientale che caratterizzava i Greci e che i Romani non possedevano affatto. Platone era un’anima che aveva elevato la filosofia nel regno di una poesia superiore; i suoi dialoghi filosofici sono opere artistiche. Ovunque vi è anima, ovunque vi è quell’amore platonico nel senso più autentico del termine, che tradisce anche le origini orientali di questo impulso.
Platone è greco. La civiltà nella quale egli doveva incarnarsi, una volta maturo per una nuova discesa, una volta divenuto, per così dire, “anziano” per il mondo sovrasensibile, era però romana e cristiana. È lì che doveva entrare. È lì che doveva raccogliere tutte le sue forze per respingere ciò che gli era estraneo. Nella natura di Platone vi era infatti un rifiuto profondo del mondo romano prospero e sobrio, del mondo giuridico romano, in realtà di tutto ciò che era romano. E nell’essenza di Platone vi era anche una certa difficoltà ad accogliere il cristianesimo, poiché egli rappresentava, in un certo senso, il culmine della concezione del mondo precristiana; ed era evidente, anche esteriormente, che la vera essenza di Platone non poteva facilmente immergersi nel cristianesimo.
Ciò che allora si immerse nel cristianesimo, nel mondo sensibile, fu il neoplatonismo. Ma questo era qualcosa di del tutto diverso dal vero platonismo. Si sviluppò una sorta di gnosi platonizzante e altre correnti simili, ma non vi fu alcuna possibilità di trasferire l’essenza immediata di Platone nel cristianesimo. Anche per Platone, dunque, fu difficile immergersi nel mondo con tutta l’attività che portava in sé come essere platonico e che ora doveva tradursi in risultati storici. Egli dovette rimandare la sua attività.
E così, nel X secolo del Medioevo, si incarnò come la suora Hroswitha, quella personalità oggi quasi dimenticata ma grandiosa del X secolo, che portò il cristianesimo in una forma autenticamente platonica e che, in fondo, introdusse moltissimo del platonismo nell’essenza dell’Europa centrale. Ella apparteneva al convento di Gandersheim, nel Brunswick, e diede un contributo enorme alla diffusione del platonismo nell’anima dell’Europa centrale. In realtà, solo una donna poteva realizzare ciò in quell’epoca. Se la natura di Platone non fosse riapparsa con una colorazione femminile, il cristianesimo non avrebbe potuto essere accolto in quel periodo. Ma doveva anche essere accolta la cultura romana, che allora dominava l’intero sistema educativo, direi quasi per necessità. Vediamo così svilupparsi questa suora come una personalità singolare, che scrive drammi latini nello stile di Terenzio, il poeta romano, opere che sono davvero di straordinaria rilevanza.
Sì, vedete, si potrebbe dire che è quasi terribilmente facile fraintendere Platone quando ci si avvicina a lui in qualche modo. Ho menzionato spesso come Friedrich Hebbel avesse annotato il progetto di un dramma – rimasto soltanto allo stadio di bozza – nel quale intendeva trattare in modo umoristico la situazione di Platone reincarnato seduto in una classe di liceo. Si tratta naturalmente di una fantasia poetica, ma Hebbel voleva rappresentare questo: Platone reincarnato siede in una classe di liceo, il professore, l’insegnante di liceo, interroga sui dialoghi platonici, e Platone reincarnato riceve i voti peggiori proprio per l’interpretazione dei dialoghi di Platone. Hebbel ha annotato questo come soggetto drammatico, senza poi svilupparlo ulteriormente. Ma è, per così dire, un presentimento di quanto sia facile fraintendere Platone. Egli può essere facilmente frainteso. Ed è una caratteristica che mi ha particolarmente interessato nel seguire la corrente platonica, perché proprio questo fraintendimento è in realtà estremamente istruttivo per trovare la via giusta di prosecuzione dell’individualità platonica.
È davvero molto interessante che si sia trovato un filologo tedesco il quale ha creduto di poter fornire una prova scientifica – non ricordo il nome, forse un certo Schmidt o Müller – una prova che egli riteneva inconfutabile, secondo la quale la suora Hroswitha non avrebbe scritto neppure un dramma, e che nulla di ciò che ci è pervenuto proverrebbe da lei, ma che tutto sarebbe stato falsificato da un qualunque consigliere dell’imperatore Massimiliano; il che è ovviamente un’assurdità. Ma è proprio Platone che diventa oggetto di questo tipo di fraintendimento.
Così vediamo davvero, in questa individualità della suora Hroswitha del X secolo, un’intensa sostanzialità spirituale cristiano-platonica, unita allo spirito mitteleuropeo-germanico. In questa donna vive, per così dire, l’intera cultura della sua epoca. È una personalità davvero sorprendente. Ed è proprio questa donna che attraversa poi quegli sviluppi sovrasensibili di cui vi ho parlato: il passaggio dei maestri di Chartres nel mondo spirituale, la discesa di coloro che divengono poi gli aristotelici, la formazione della corrente di Michele. Ma tutto ciò avviene in un modo straordinariamente singolare. Si direbbe che qui si scontrino lo spirito maschile di Platone e lo spirito femminile della suora Hroswitha, e che entrambi abbiano portato i loro risultati nell’individualità spirituale. Se l’incarnazione fosse stata insignificante, come avviene nella maggior parte dei casi, non si sarebbe prodotta una simile lotta interiore; ma qui, in questa individualità, tale lotta interiore è durata realmente per tutto il tempo.
Vediamo così che l’individualità, quando diviene matura per tornare sulla Terra nel XIX secolo, si forma in modo analogo a quello che ho descritto poco fa in via ipotetica: tutta la spiritualità platonica viene trattenuta, si arresta davanti all’intellettualismo del XIX secolo, non vuole avvicinarsi ad esso. E affinché ciò sia reso più agevole, la capacità femminile della suora Hroswitha rimane presente nella medesima anima. Così questa anima si manifesta in modo tale che tutto ciò che proviene dalla sua incarnazione femminile, dalla sua incarnazione femminile significativa e luminosa, le rende facile respingere l’intellettualismo là dove esso non le è congeniale.
Così, nel XIX secolo, questa individualità rinasce sulla Terra e cresce entro l’intellettualità del secolo XIX; ma questa intellettualità lascia in realtà avvicinarsi qualcosa solo dall’esterno, mentre interiormente vi è una certa ritrosia nei suoi confronti. In compenso, però, in modo non intellettualistico, essa porta il platonismo al centro della coscienza e ovunque può parla del fatto che le idee vivono in tutte le cose. Questa vita nelle idee diventa per questa personalità qualcosa di del tutto naturale. Tuttavia il corpo è tale che si ha sempre la sensazione che la testa non possa esprimere pienamente tutto ciò che il platonismo vorrebbe manifestare. D’altra parte, questa personalità è in grado di far rivivere in modo bello e grandioso ciò che si cela dietro l’amore platonico.
Ma vi è ancora di più. Nella giovinezza, questa personalità coltivava una sorta di sogno: che l’Europa centrale, dove ella aveva vissuto come suora Hroswitha, non potesse essere veramente romana. Essa immaginava l’Europa centrale come una nuova Grecia – qui riaffiora il platonismo – e ciò che era in contrasto con la Grecia, la Macedonia, lo immaginava come l’Europa orientale. Erano sogni singolari quelli che vivevano in questa personalità, la quale voleva in fondo rappresentare il mondo moderno in cui viveva come una Grecia e una Macedonia ingrandite. Proprio nella giovinezza di questa individualità emergeva ripetutamente l’impulso a raffigurare il mondo moderno, l’Europa nel suo insieme, come una Grecia e una Macedonia ampliate.
Ebbene, la personalità di cui sto parlando è Karl Julius Schröer. È sufficiente leggere gli scritti di Karl Julius Schröer tenendo presente ciò che vi ho esposto: fin dall’inizio egli parla in modo del tutto platonico. Ma, cosa molto singolare, si guarda bene – direi con una sorta di pudicizia femminile – dall’intellettualismo là dove non gli è necessario. Quando parlava di Novalis, diceva sempre: «Sì, Novalis, quello è uno spirito che non si può comprendere con l’intellettualismo moderno, che non conosce altro che il due per due fa quattro».
Karl Julius Schröer ha scritto anche una storia della letteratura tedesca del XIX secolo. Guardate: ovunque egli può avvicinarsi emotivamente al platonismo, il suo lavoro è molto buono; là dove è richiesto l’intellettualismo, improvvisamente la scrittura si inaridisce. Non è affatto professorale. Così, ad esempio, egli scrive molte pagine su Socrate, che nella sua incarnazione più recente non era affatto considerato dal mondo esteriore e che le altre storie della letteratura quasi ignorano, mentre di autori celebri a volte scrive solo poche righe. Quando questa storia della letteratura fu pubblicata, oh, tutti i “notabili” letterari dell’epoca si misero le mani nei capelli. Uno di questi notabili molto noti allora era Emil Kuh, il quale disse: «Questa storia della letteratura non è stata scritta da una testa, ma è semplicemente sgorgata da un polso».
Karl Julius Schröer pubblicò anche un’edizione del Faust. Un professore di Graz, per il resto uomo amabile, ne scrisse una recensione talmente violenta che, credo, a Graz si combatterono dieci duelli tra studenti, a favore e contro Schröer. Vi fu un fraintendimento davvero profondo. La cosa arrivò al punto che una volta mi trovai di fronte a questa scarsa considerazione di Schröer in una società di Weimar, dove Erich Schmidt era una personalità molto stimata e dominava l’ambiente quando era presente. Si discuteva animatamente su quali principi e principesse della corte di Weimar fossero intelligenti e quali sciocchi. Ed Erich Schmidt disse: sì, la principessa Reuß – una delle figlie della granduchessa di Weimar – non è una donna intelligente, perché considera Schröer un grande uomo. Questa era la sua motivazione.
Beh, vedete, seguite tutto questo fino al bellissimo libricino Goethe und die Liebe (Goethe e l’amore): lì troverete davvero ciò che un uomo privo di intellettualismo può dire dell’amore platonico nella vita immediata. Che in questo libricino Goethe e l’amore vi sia qualcosa di straordinario nello stile e nell’atteggiamento mi apparve in modo particolarmente bello quando parlai di questo libricino con la sorella di Schröer. Ella definì lo stile come «dolcissimo di maturità». Ed è proprio così. È una bella espressione: dolcissimo di maturità. È tutto così… in questo caso non si può dire concentrato, ma tutto così finemente elaborato. La raffinatezza, in generale, è una sua caratteristica peculiare.
Ma ora, questa spiritualità platonica unita al rifiuto dell’intellettualismo, questa spiritualità platonica che voleva entrare in quel corpo, produceva anche un’impressione molto particolare, strana. Si vedeva Schröer in modo tale da percepire chiaramente: quest’anima non è completamente dentro il corpo. E quando poi invecchiò, si poté osservare come quest’anima, poiché in realtà non voleva entrare pienamente nel corpo di allora, si ritirasse poco a poco da esso. In un primo tempo le dita si gonfiarono e si ingrossarono, poi l’elemento animico si ritirò sempre di più, e Schröer finì nella demenza senile.
Non tutta l’individualità, ma solo alcuni tratti di Schröer sono poi confluiti nel mio Capesio dei Misteri, il professor Capesio. Si può dire che abbiamo qui un esempio luminoso del fatto che solo a determinate condizioni le correnti spirituali dell’antichità possano essere trasportate nel presente. E si potrebbe dire che in Schröer si manifestava il rifuggire dall’intellettualità. Se egli avesse raggiunto l’intellettualità e fosse riuscito a unirla alla spiritualità di Platone, sarebbe nata l’Antroposofia.
Ma così vediamo nel suo karma come il suo amore, direi paterno, per il suo seguace Goethe – che è nato nel modo che vi ho descritto, e per il quale Platone aveva allora un amore paterno – si trasformi, e come Schröer diventi un fervente veneratore di Goethe. Questo riaffiora in questa forma. La venerazione di Schröer per Goethe aveva qualcosa di straordinariamente personale.
Nella sua vecchiaia egli voleva scrivere una biografia di Goethe. Me ne parlò prima che io lasciassi Vienna alla fine degli anni Ottanta. Poi me ne scrisse. Ma non parlò mai diversamente di questa biografia di Goethe che voleva scrivere se non dicendo: «Goethe mi visita sempre nel mio studio». Vi era qualcosa di così personale, qualcosa che era karmicamente predeterminato, come ho accennato.
La biografia di Goethe non venne realizzata perché Schröer cadde nella demenza senile. Ma si può trovare una chiave luminosa per l’intero stile dei suoi scritti se si conoscono questi antecedenti che ho appena esposto.
Vediamo così come in Schröer, in realtà oggi completamente dimenticato, il goetheanismo si sia arrestato alle soglie dell’intellettualismo da trasformare in spiritualismo. Che cosa si sarebbe potuto fare di diverso, se si era, per così dire, ispirati da Schröer, se non continuare il goetheanismo nell’Antroposofia? Non restava altro da fare, potremmo dire.
E spesso mi appariva davanti all’occhio dell’anima questa immagine affascinante: Schröer che porta l’antica spiritualità a Goethe, fino al punto in cui essa può giungere all’intellettualismo, e Goethe che deve essere compreso mediante l’intellettualismo moderno elevato allo spirituale, se lo si vuole comprendere pienamente. Questa immagine non mi è stata affatto facile, perché nel mio anelito spirituale si mescolava sempre qualcosa di opposizione a Schröer, poiché ciò che era Schröer non poteva essere accolto immediatamente.
Per esempio, quando Schröer teneva lezioni all’Università di Vienna, in un’occasione, in un lavoro scritto, diedi un’interpretazione piuttosto contorta di Mefistofele soltanto per confutare Schröer, il professore, con il quale allora non ero ancora in rapporti così intimi. Così si agitava già una certa opposizione. Ma, come ho detto, che altro si sarebbe potuto fare se non eliminare l’ingorgo che si era formato e trasferire realmente il goetheanismo nell’Antroposofia?
Vedete dunque come procede realmente il corso della storia mondiale. Esso procede in modo tale che si vede: ciò che si ha nel presente emerge sì con ostacoli e impedimenti, ma dall’altra parte anche ben preparato. E in realtà, quando leggete quella meravigliosa rappresentazione, quasi un inno, della femminilità in Karl Julius Schröer, quando leggete il suo bellissimo saggio scritto come appendice alla sua storia della letteratura Die deutsche Dichtung des neunzehnten Jahrhunderts (La poesia tedesca del XIX secolo), cioè Goethe und die Frauen (Goethe e le donne), quando prendete tutto questo insieme, allora vi direte: in ciò vive davvero qualcosa del sentimento per il valore della donna e dell’essere donna, che è un’eco di ciò che la suora Hroswitha ha vissuto come propria essenza.
Queste due precedenti incarnazioni risuonano in Schröer in modo così meraviglioso che la loro interruzione appare tragicamente comprensibile. Ma d’altra parte, proprio in Schröer, alla fine del XIX secolo, si profila un mondo spirituale che agisce in modo illuminante, nel senso più intenso del termine, per chi cerca una risposta alla domanda: come possiamo portare la spiritualità nella vita contemporanea?
Con questo ho voluto concludere questo ciclo di conferenze.
Ieri e l’altro ieri mi è stato impossibile parlare con voi. Ma non volevo lasciare passare l’atmosfera di consacrazione di Michele di oggi – che domani dovrà irradiarsi nei nostri cuori e nelle nostre anime – senza avervi rivolto almeno qualche parola, miei cari amici. Se posso farlo, è solo grazie alle cure devote della mia amica, la dottoressa Ita Wegman. Spero quindi di essere in grado oggi di dirvi ciò che vorrei dirvi proprio in questo momento di festa.
Negli ultimi tempi, miei cari amici, abbiamo parlato molto dell’afflusso della forza di Michele negli eventi, negli eventi spirituali degli esseri umani sulla Terra. E sarà probabilmente una delle conquiste più belle, direi, dell’interpretazione antroposofica dei segni del tempo, quando saremo in grado di aggiungere alle altre feste annuali delle feste di Michele correttamente accordate. Ma ciò sarà possibile solo quando la potenza del pensiero di Michele, che oggi è solo intuibile, sarà realmente percepita, quando la potenza di questo pensiero di Michele sarà passata in un numero di anime che potranno allora costituire il giusto punto di partenza umano per un tale clima festivo.
Attualmente possiamo suscitare, per così dire, atmosfere michelesche nel periodo di Michele dedicandoci a pensieri preparatori per una futura festività di Michele dell’umanità. E tali pensieri preparatori diventano particolarmente vivi in noi quando volgiamo lo sguardo a ciò che abbiamo visto agire per così tanto tempo, in parte sulla Terra e in parte nei mondi sovrasensibili, per preparare ciò che nel corso di questo secolo potrà essere realizzato per l’evoluzione dell’umanità da quelle anime che, nel giusto sentimento, si sentono attratte dalla corrente di Michele.
E proprio questo – rendere comprensibile a voi, miei cari amici, nella misura in cui siete sinceramente inclini al movimento antroposofico, che appartenete a queste anime – è stato il mio intento nelle ultime settimane e, in particolare, nelle considerazioni in cui ho parlato di alcuni aspetti del karma della Società Antroposofica stessa.
Possiamo ora indicare qualcosa – e vogliamo farlo proprio oggi – che ci porta davanti all’anima essenze intimamente connesse, e sempre più lo saranno, con ciò che qui è stato descritto come la corrente di Michele. Rivolgendo lo sguardo verso essenze che esercitano una grande influenza su ampie parti dell’umanità, almeno attraverso due incarnazioni successive, vediamo entità che però solo per noi, nella misura in cui le conosciamo come incarnazioni successive di una medesima entità, si uniscono in un tutto unitario.
Se rivolgiamo lo sguardo spirituale ai tempi antichi, vediamo emergere davanti a noi, all’interno della tradizione ebraica, la natura profetica di Elia. Sappiamo quale significato determinante per il popolo dell’Antico Testamento, e quindi per l’umanità in generale, avesse questa forza profetica di Elia. E abbiamo già indicato come, nel corso del tempo, nei momenti più importanti dell’evoluzione terrestre dell’umanità, l’entità che era presente in Elia sia riapparsa, riapparsa in modo tale da ricevere l’iniziazione che doveva ricevere per l’evoluzione dell’umanità, e che il Cristo Gesù stesso ha potuto darle, come l’entità di Elia è riapparsa in Lazzaro-Giovanni, che è la stessa figura, come potete vedere dal mio Cristianesimo come fatto mistico.
Abbiamo però visto inoltre come questa entità riappare in quel pittore del mondo che proprio attraverso il mistero del Golgota ha potuto far librare in modo così impressionante il suo sviluppo artistico. E abbiamo poi visto come ciò che, in un impulso profondamente cristiano, come essenza stessa del cristianesimo, si impone nel colore e nella forma, vivesse in Raffaello; come risorgesse nel poeta Novalis; come dal poeta Novalis si manifestasse in parole meravigliose ciò che in Raffaello era stato posto davanti all’umanità nei colori e nelle forme più belle. Vediamo così il susseguirsi di essenze che si uniscono in un’unità attraverso il pensiero dell’incarnazione.
Sappiamo che, quando l’uomo ha attraversato la porta della morte, penetra nei mondi stellari; sappiamo che ciò che chiamiamo stelle in senso fisico è solo il segno esteriore di mondi spirituali che ci guardano dall’alto, ma che partecipano ovunque alle azioni evolutive dell’umanità. Sappiamo che l’uomo attraversa la sfera lunare, quella di Mercurio, quella di Venere, quella solare, quella di Marte, quella di Giove e quella di Saturno, per poi, una volta elaborato il proprio karma con le entità di queste sfere e con le anime umane che si trovano anch’esse nella vita separata, tornare nuovamente a un’esistenza terrestre.
Da questo punto di vista volgiamo lo sguardo a Raffaello mentre attraversa la porta della morte: come, con la sua arte già splendente e stellata sulla Terra, penetra nel campo dei mondi stellari, il campo dell’evoluzione spirituale. Notiamo come egli entri nella sfera lunare e venga in relazione con quegli spiriti che vi abitano, le individualità spirituali degli antichi grandi maestri dell’umanità, dalla cui saggezza Raffaello, come Elia, era ancora profondamente ispirato. Lo vediamo entrare in comunione con questi esseri lunari e con tutte le anime con cui aveva attraversato e vissuto i precedenti stadi terrestri; lo vediamo unirsi spiritualmente con tutto ciò che è origine spirituale della Terra, con tutto ciò che è essenziale e che ha reso possibile l’umanità e l’impronta divina del terrestre.
Lo vediamo poi attraversare la sfera di Mercurio, dove, insieme ai grandi guaritori cosmici, elabora tutto ciò che è necessario alla sua spiritualità, ciò che gli ha permesso di creare, già nella sua predisposizione, qualcosa di così sano, di infinitamente sano, nel colore e nella linea. Tutto ciò che ha dipinto sulla tela o sulla parete per grande conforto e infinito entusiasmo degli uomini intelligenti gli si mostra ora in tutto il nesso cosmico attraverso il passaggio tra le entità della sfera di Mercurio.
E così egli, che sulla Terra aveva sviluppato un tale amore per l’arte, che si era completamente immerso nell’amore per il colore e per la linea, viene trasportato nella sfera di Venere, che lo conduce amorevolmente a quell’esistenza solare che ha vissuto nelle sue incarnazioni finora a noi note, a quell’esistenza solare attraverso la quale, come profeta Elia, ha insegnato all’umanità, attraverso il suo popolo, le grandi verità che conducono allo scopo.
Vediamo come egli possa vivere nuovamente in modo intimo nella sfera solare, ora in modo diverso rispetto a quando era compagno del Cristo Gesù sulla Terra; come egli possa rivivere ciò che aveva sperimentato quando, grazie all’iniziazione del Cristo Gesù, era divenuto Giovanni attraverso Lazzaro. E vediamo come, nel riflesso cosmico del cuore umano, egli contempli in luminosa chiarezza cosmica ciò che aveva dipinto in una luce così splendente per i credenti nel Cristo Gesù.
Vediamo poi come egli compenetri con saggezza nella sfera di Giove ciò che portava nel profondo della sua vita; come egli sia in grado di sintetizzare, nella saggezza, il vivere con spiriti come il Goethe successivo, e anche con spiriti che erano più o meno fuori strada, ma che comunque avevano trasposto l’essere mondiale, il pensiero mondiale, nel magico – come egli trovi là il fondamento del suo idealismo magico nel vivere insieme l’evoluzione del successivo Eliphas Lévi. Vediamo come egli partecipi a tutto ciò che viveva in Swedenborg.
Ed è una cosa strana, miei cari amici, profondamente significativa: una personalità completamente devota a Raffaello, Herman Grimm, tentò quattro volte di scrivere la vita di Raffaello. Non vi riuscì mai – mentre completò così bene la vita di Michelangelo – e non riuscì mai a delineare la vita terrestre di Raffaello in modo tale da esserne soddisfatto. Ciò che egli riuscì invece a fare fu descrivere ciò che Raffaello divenne dopo la morte, nella venerazione, nel riconoscimento e nella comprensione degli uomini. Scrisse una biografia del pensiero di Raffaello che vive sulla Terra dopo la sua morte.
E così, quando poco prima di morire parlò ancora una volta di Raffaello, parlò solo delle sue immagini, non della sua personalità terrena. La personalità terrena di Raffaello era pienamente presente solo grazie a ciò che Lazzaro-Giovanni aveva donato a quell’anima affinché potesse fluire nei colori e nelle linee per l’umanità.
E poi questa entità visse ancora una volta, per così dire, una vita di trent’anni in Novalis. Vediamo Raffaello morire giovane, Novalis morire giovane: un’entità che, provenendo da Elia-Giovanni, si presenta all’umanità in due forme diverse, preparando così artisticamente e poeticamente l’atmosfera di Michele come messaggera della corrente di Michele.
E così vediamo l’arte di Raffaello risorgere nella poesia profondissima di Novalis. Tutto ciò che gli occhi umani avevano visto attraverso Raffaello poté ora compenetrarsi nei cuori umani attraverso Novalis. Egli fa risorgere nella luce spirituale anche la materia più insignificante, trasfigurandola con il suo idealismo poetico-magico.
Così vediamo in Novalis un brillante precursore della corrente di Michele, che ora deve guidarvi nella vostra vita e che, dopo il varcare la porta della morte, vi condurrà a collaborare nel mondo spirituale a ciò che dovrà compiersi alla fine di questo secolo per condurre l’umanità oltre la grande crisi presente.
Solo quando la forza di Michele – che è ciò che precede la volontà del Cristo – potrà davvero trionfare sul demone draconico, solo allora l’opera potrà compiersi. E se voi conserverete fedelmente nel cuore il pensiero di Michele, se lo renderete vivo non solo nel vostro animo ma in tutte le vostre azioni, allora potrete diventare nobili collaboratori di ciò che, nel senso di Michele, deve affermarsi nell’evoluzione terrestre attraverso l’Antroposofia.
Se in quattro volte dodici persone il pensiero di Michele diventerà pienamente vivo – persone che non si riconosceranno come tali, ma che saranno riconosciute attraverso la guida del Goetheanum a Dornach – allora potremo guardare alla luce che attraverso la corrente e le azioni di Michele si diffonderà sull’umanità nel futuro.
Che sia così, miei cari amici, è ciò che ho cercato di raccogliere per dirvi almeno in queste parole di oggi. Più di questo, oggi, la mia forza non lo consentirebbe. Ma questo è ciò che queste parole vorrebbero dire alla vostra anima: accogliere il pensiero di Michele come può sentirlo un cuore fedele a Michele, quando, rivestito del manto di raggi solari, Michele appare indicando ciò che deve accadere affinché questo abito di luce diventi onde di parole, parole del Cristo, parole dei mondi, capaci di trasformare il Logos dei mondi nel Logos dell’umanità.
Perciò, le mie parole di oggi per voi sono queste.
O spirituali potenze sprigionate da forze solari
risplendenti, donanti grazie ai mondi,
ad essere le raggianti vesti di Michele
siete predestinate dal pensiero divino.
Egli, il Messaggero del Cristo, indica in voi
la sacra volontà cosmica, che sostiene l’uomo.
Voi, i chiari esseri dei mondi eterei,
recate all’uomo la parola del Cristo.
Così appare l’annunciatore del Cristo
alle ansiose, assetate anime;
irradia ad esse la vostra parola luminosa
nell’era dell’Uomo-Spirito.
Voi, discepoli della conoscenza spirituale,
accogliete il saggio accenno di Michele,
accogliete la parola di Amore della Volontà Cosmica
che agisce negli alti fini dell’anima.
Va tenuto presente che Rudolf Steiner non poté portare a termine la sua esposizione il 28 settembre 1924. Marie Steiner scrisse in merito, a titolo di ricordo, nel suo saggio Alla vigilia del giorno di Michele, pubblicato nel Bollettino della Società Antroposofica nel settembre 1925:
«Non riuscì a portare avanti la conferenza come avrebbe voluto inizialmente. Ci diede la prima parte del mistero di Lazzaro; allora non solo me lo disse, ma lo scrisse anche più tardi sulla copertina della prima trascrizione: Non divulgare fino a quando non avrò aggiunto la seconda parte. Glielo hanno comunque strappato, come tante altre cose. Ora non ci darà più questa seconda parte. Spetterà alle nostre forze conoscitive distinguere ciò che è giusto tra i misteri dell’incarnazione e dell’incorporazione, gli intrecci delle linee dell’individualità. Concluse con ciò che era stato il filo conduttore delle sue rivelazioni di saggezza: il mistero di Novalis, Raffaello, Giovanni… Siamo stati ricondotti a lui più volte, da aspetti diversi. L’ultimo, il più difficile, perché attraversato da un’altra linea di individualità, ce lo diede alla vigilia di quel giorno di Michele – e si interruppe…».
Ciò che Marie Steiner ha solo accennato come spiegazione orale di Rudolf Steiner è stato confermato dal dottor Ludwig Noll, medico curante di Rudolf Steiner insieme alla dottoressa Ita Wegman.
Durante la resurrezione di Lazzaro, dall’alto fino all’anima cosciente, l’entità spirituale di Giovanni Battista – che fin dalla sua morte era stato lo spirito che avvolgeva il gruppo dei discepoli – penetrò nel precedente Lazzaro; e dal basso operava l’entità di Lazzaro stesso, cosicché le due entità si compenetrarono. Dopo la resurrezione di Lazzaro, questi è Giovanni, il «discepolo che il Signore amava». (Cfr. anche la sesta conferenza de Il Vangelo di Marco, dove Elia è descritto come l’anima di gruppo degli apostoli).
Secondo la signora M. Kirchner-Bockholt, Rudolf Steiner diede alla signora Ita Wegman un’ulteriore spiegazione:
«In quel tempo, Lazzaro poteva svilupparsi pienamente, a partire dalle forze terrestri, solo fino all’anima emotiva e razionale; il mistero del Golgota ha luogo nel quarto periodo postatlantico, e in questo tempo si sviluppò l’anima razionale o affettiva. Per questo motivo, un’altra entità cosmica dovette conferirgli, a partire dall’anima cosciente, il manas, il buddhi e l’atma. Davanti a Cristo si trovava quindi un uomo che raggiungeva dalle profondità della Terra le vette più alte del cielo, che possedeva in perfezione il corpo fisico con tutti i suoi membri, fino ai membri spirituali manas, buddhi e atma, che solo in un lontano futuro potranno essere sviluppati da tutti gli esseri umani».
(Notiziario 40° anno, n. 48, del 1° dicembre 1963).
Nell’ottobre 1924 Ita Wegman scrisse a Hella Finckh:
«Cara signora Finckh, il dottor Steiner fa dire che è d’accordo che lei dia il detto di Michele a coloro che lo chiedono. È anche d’accordo che lei legga la conferenza ai membri, ma poi dovrebbe attendere che il dottor Steiner aggiunga qualcosa alla conferenza su Michele, per chiarire il mistero che esiste tra Giovanni Battista e Giovanni Evangelista».
Si veda inoltre: Hella Wiesberger, Zur Hiram-Johannes-Forschung Rudolf Steiners (Sulla ricerca di Rudolf Steiner su Hiram e Giovanni), nell’appendice del volume Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904–1914 (Sulla storia e dai contenuti del dipartimento di cultura della conoscenza della Scuola Esoterica 1904–1914), pp. 423 e seguenti.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
Libera AntroposofiaArchivio digitale della Scienza dello Spirito di Rudolf SteinerInfo e ContattiTutti i contenuti presenti in questa piattaforma sono esenti da copyright
o sono stati legalmente concessi dai tenenti diritto.