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Alle porte della scienza dello spirito

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1°L’essenza dell’uomo

Stoccarda, 22 Agosto 1906

In queste conferenze sarà offerto un panorama generale dell’intero ambito della visione del mondo teosofica. La teosofia non è sempre stata insegnata come oggi, in conferenze e libri accessibili a chiunque: in passato era considerata qualcosa che poteva essere insegnato soltanto in piccoli circoli intimi. Il sapere restava limitato alle cerchie degli iniziati, a confraternite occulte; alla generalità delle persone dovevano giungere soltanto i frutti di questo sapere. Del loro sapere, delle loro azioni e del luogo della loro attività si conosceva ben poco. Le grandi personalità storiche che il mondo conosce non erano in realtà le più grandi: i più grandi, gli iniziati, restavano nascosti.

Così nel XVIII secolo uno di questi iniziati si presentò, in un momento del tutto inosservato, davanti a uno scrittore. Fece con lui una conoscenza fugace e pronunciò parole che l’altro non considerò particolarmente, ma che tuttavia continuarono ad agire in lui, producendo possenti immagini di pensiero i cui frutti letterari sono oggi in innumerevoli mani. Quell’altro era Jean-Jacques Rousseau. Non era un iniziato, ma la fonte del suo sapere risaliva a uno di essi.

Un altro esempio: Jakob Böhme, da apprendista calzolaio, si trovava solo nella bottega, dove non gli era ancora permesso vendere nulla. Gli si presentò una personalità che fece su di lui una profonda impressione: pronunciò alcune parole e poi si allontanò di nuovo. Subito dopo udì chiamare il suo nome: Jakob, Jakob, ora sei ancora piccolo, ma diventerai grande. Ricorda ciò che hai visto oggi. — Rimase una segreta attrazione tra lui e quella personalità, che era un grande iniziato. Da lui provenivano le potenti ispirazioni di Böhme.

Vi erano anche altri mezzi attraverso cui in passato un iniziato agiva. Qualcuno riceveva, per esempio, una lettera destinata a suscitare una determinata azione. Era forse un ministro e aveva il potere esteriore di eseguire qualcosa, ma non ne aveva il pensiero. Nella lettera c’era scritto qualcosa che non aveva nulla a che fare con ciò che doveva essere comunicato, forse una supplica. Ma si sarebbe potuta leggere quella lettera anche in un altro modo: bastava cancellare ogni quattro parole e lasciare la quinta, e il resto dava un nuovo contesto che naturalmente il destinatario non notava affatto, ma che aveva per contenuto ciò che doveva accadere. Se le parole erano quelle giuste, agivano anche senza che il lettore ne avesse colto il senso nella coscienza diurna. In modo simile scriveva un erudito tedesco che era al tempo stesso un iniziato, il maestro di Agrippa von Nettesheim, Tritemio di Sponheim. Nelle sue opere, lette con la chiave giusta, si trova molto di ciò che oggi viene insegnato nella teosofia.

A quel tempo era necessario che soltanto pochi, sufficientemente preparati, venissero iniziati a queste cose. Perché era necessaria questa segretezza? Proprio per conferire al sapere la giusta posizione, lo si poteva dare soltanto a coloro che erano sufficientemente preparati; gli altri ne percepivano solo le benedizioni. Non era certo un sapere volto a soddisfare la curiosità o la mera sete di conoscenza: doveva essere tradotto in azione, doveva operare sulle istituzioni statali e sociali, doveva plasmare il mondo in modo pratico. Tutti i grandi progressi nello sviluppo dell’umanità risalgono dunque a impulsi provenienti dall’occulto. Per questo motivo tutti coloro che dovevano essere resi partecipi degli insegnamenti teosofici venivano sottoposti a dure prove ed esami, per verificare se ne fossero degni; e venivano poi iniziati gradualmente, guidati molto lentamente dal basso verso l’alto.

Da questo metodo ci si è allontanati in tempi recenti: ora gli insegnamenti elementari vengono comunicati pubblicamente. La pubblicazione era necessaria perché i mezzi precedenti, quelli per far affluire i frutti nell’umanità, avrebbero cessato di funzionare. Tra questi mezzi c’erano anche le religioni, e in tutte le religioni è contenuta questa saggezza. Oggi però si parla di una contrapposizione tra sapere e fede: oggi abbiamo bisogno di giungere alla conoscenza superiore per le vie del sapere.

La causa più vera della pubblicazione è tuttavia l’invenzione della stampa. Prima gli insegnamenti teosofici venivano impartiti oralmente, da persona a persona, e nessun immaturo o indegno ne veniva a conoscenza. Attraverso i libri, invece, il sapere delle cose sensibili ha trovato diffusione, e tramite essi è divenuto popolare. Da qui nacque anche il dissidio tra sapere e fede.

Tali cause rendono però necessario che dal grande tesoro del sapere occulto di tutti i tempi molto venga ora reso pubblico. Domande come: Da dove viene l’uomo? Qual è la sua meta? Che cosa nasconde l’aspetto visibile? Che cosa accade dopo la morte? — dovevano ricevere una risposta, e precisamente non attraverso ipotesi, teorie e congetture, ma attraverso i fatti.

Svelare il vero enigma dell’uomo: di questo si trattava in ogni scienza occulta. Tutto ciò che sarà detto al riguardo viene esposto dal punto di vista effettivo dell’occultismo pratico; non si tratta di una qualche teoria inutilizzabile nella pratica. Simili teorie sono sorte e si sono insinuate nella letteratura teosofica perché all’inizio le persone che scrivevano i libri non comprendevano esattamente esse stesse ciò che scrivevano. Cose del genere possono certo essere utili per la sete di sapere; ma la teosofia deve diventare vita.

Ci rivolgiamo dapprima all’essenza dell’uomo. Quando un essere umano ci viene incontro, vediamo innanzitutto con i nostri organi sensoriali esteriori ciò che nel linguaggio teosofico chiamiamo il corpo fisico. Questo corpo fisico è qualcosa che l’uomo ha in comune con l’intero mondo circostante: è l’unica cosa che la scienza esteriore riconosce, eppure è solo una piccola parte dell’uomo. Dobbiamo penetrare più a fondo nell’essenza dell’essere umano: già una semplice riflessione ci insegna infatti che con questo uomo fisico vi deve essere qualcosa di assai particolare. Vi sono infatti anche altre cose che si possono vedere, toccare e così via: già ogni pietra è un corpo fisico. Ma l’uomo può muoversi, sentire, pensare, cresce, si nutre, si riproduce. Tutto ciò non è il caso della pietra, ma lo è in modo corrispondente della pianta e dell’animale. Con tutte le piante l’uomo ha in comune la nutrizione, la crescita, la riproduzione. Se avesse soltanto un corpo fisico come la pietra, non potrebbe crescere, nutrirsi, riprodursi. Deve dunque avere qualcosa che lo rende capace di utilizzare le forze e le sostanze fisiche in modo che diventino per lui strumenti per crescere e così via. Questo è il corpo eterico.

Così l’uomo ha il suo corpo fisico in comune con tutto il mondo minerale, il corpo eterico soltanto con le piante e gli animali. Questo è stabilito innanzitutto mediante una semplice riflessione. Ma esiste anche un’altra possibilità di convincersi dell’esistenza di un corpo eterico: tale facoltà la possiede soltanto chi ha sviluppato i propri sensi superiori. Questi sensi superiori non vanno intesi diversamente che come uno sviluppo superiore di ciò che sonnecchia in ogni essere umano.

È come nel caso del cieco nato che viene operato; solo che non ogni cieco nato può essere operato, mentre i sensi spirituali possono essere sviluppati in ogni essere umano, purché abbia la necessaria pazienza e compia la corrispondente preparazione. Già per percepire questo principio della vita, della crescita, della riproduzione e della nutrizione, occorre una ben determinata percezione superiore. Possiamo chiarirci ciò che si intende con l’esempio dell’ipnosi.

L’ipnotismo, che agli iniziati è sempre stato noto, rappresenta uno stato di coscienza diverso dal sonno ordinario. Un ipnotizzato è in rapporto con l’ipnotizzatore. Si può allora distinguere tra suggestione positiva e negativa, che si presentano nell’ipnotizzato: la prima fa percepire qualcosa che non è presente; la suggestione negativa consiste nel fatto che l’attenzione viene distolta da ciò che è presente. Questo è soltanto un’intensificazione di un altro stato: nella vita ordinaria possiamo anche distogliere la nostra attenzione da un oggetto, così da non vederlo, nonostante i nostri occhi siano aperti. Ci capita involontariamente ogni giorno, quando siamo assorti in qualcosa. La teosofia non vuole avere nulla a che fare con stati in cui la coscienza dell’uomo è ottusa e ci si trova in uno stato crepuscolare. Chi vuole giungere alle verità teosofiche deve essere altrettanto padrone dei propri sensi nell’indagine dei mondi superiori quanto lo è nell’indagine delle cose quotidiane. I grandi pericoli dell’iniziazione possono colpire l’uomo soltanto quando la sua coscienza viene attenuata.

Chi vuole conoscere il corpo eterico per propria esperienza diretta, deve essere in grado, mantenendo pienamente la coscienza ordinaria, di suggerirsi via da sé il corpo fisico mediante la propria forza di volontà. Allora però lo spazio non è per lui vuoto: dinanzi a sé ha il corpo eterico, che appare in una forma luminosa rossastro-bluastra, come un’ombra, ma splendente, luminoso, un poco più scuro dei giovani fiori di pesco. Questo corpo eterico non lo possiamo mai vedere quando osserviamo un cristallo, ma soltanto nella pianta e nell’animale, perché è proprio questa parte che opera la nutrizione, la crescita e la riproduzione.

Ma l’uomo non ha soltanto queste facoltà: ha anche la capacità di provare piacere e dolore. Questa la pianta non ce l’ha. L’iniziato può indagare ciò per propria esperienza, perché è in grado di identificarsi con la pianta. L’animale tuttavia possiede tale facoltà, perché ha un ulteriore arto costitutivo in comune con l’uomo: il corpo astrale. Esso comprende tutto ciò che conosciamo come brama, passione e così via. Anche questo risulta chiaro attraverso una riflessione, attraverso un’esperienza interiore; per l’iniziato però può divenire un’esperienza esteriore. Questo terzo arto costitutivo dell’uomo l’iniziato lo percepisce come una nube ovoidale in continuo movimento interiore: è una nube che circonda il corpo, nella quale il corpo fisico e il corpo eterico sono racchiusi. Se si suggerisce via il corpo fisico e il corpo eterico, tutto è pervaso da una fine nube luminosa dotata di mobilità interiore. In questa nube, in quest’aura, l’iniziato vede ogni brama, ogni istinto e così via come colore e forma del corpo astrale; vede così, per esempio, passioni violente come raggi simili a lampi che si sprigionano dal corpo astrale.

Gli animali hanno un corpo astrale che, a seconda della specie, presenta diversi colori fondamentali: il corpo astrale del leone ha un colore fondamentale diverso da quello dell’agnello. Anche nell’uomo il colore fondamentale non è sempre lo stesso, e chi ha senso per le distinzioni più sottili può riconoscere nell’aura dell’essere umano il temperamento, le disposizioni fondamentali. Le persone nervose hanno un’aura tigrata, punteggiata. Questi punti non sono fermi, ma si accendono e scompaiono di continuo. Così è sempre, e perciò l’aura non si può neppure dipingere.

Ma l’uomo si distingue anche dall’animale. Giungiamo così al quarto arto dell’entità umana. Questo quarto arto si esprime in un nome che si distingue da tutti gli altri nomi: «Io» lo posso dire soltanto a me stesso. In tutta la lingua non esiste un nome che non potrebbe essere detto da chiunque altro al medesimo oggetto. Non così l’Io: l’uomo può dirlo soltanto a se stesso. Coloro che erano iniziati l’hanno sempre percepito così. L’iniziato ebraico chiamava così il «nome impronunciabile di Dio», del Dio che dimora nell’uomo, perché esso può essere pronunciato soltanto in quell’anima e per quell’anima. Deve risuonare dall’anima; essa deve darsi un nome proprio; nessun altro può darle un nome. Da qui la meravigliosa commozione che attraversava gli uditori quando veniva pronunciato il nome «Jahve»: Jahve o Jehova significa infatti «Io» o «Io sono». Nel nome che l’anima si dà, il Dio comincia a parlare nella propria anima.

Questa proprietà l’uomo la possiede in più rispetto all’animale. L’animale non possiede la facoltà di dire «Io» a se stesso. La facoltà di darsi un nome da sé spetta soltanto all’uomo. Bisogna porre davanti all’anima l’enorme significato di questa parola. Jean Paul ricorda nella sua autobiografia come, da ragazzino, stesse davanti a un granaio e divenisse consapevole di essere un Io. Sapeva di aver sperimentato in sé l’immortale.

Anche questo si esprime per il veggente in modo peculiare. Quando indaga il corpo astrale, tutto è in continuo movimento, tranne un unico piccolo spazio: rimane come una sfera ovoidale bluastra, un poco allungata, leggermente dietro la fronte, alla radice del naso. La si trova soltanto nell’uomo. Nella persona colta non è più così percepibile come nella persona incolta; è più evidente nei selvaggi che stanno al gradino più basso della civiltà. In quel punto in verità non c’è nulla, è uno spazio vuoto. Come il centro della fiamma, che è vuoto, appare blu per la corona di luce circostante, così anche questo punto oscuro e vuoto appare blu, perché la luce aurica irradia tutt’intorno. Questa è l’espressione esteriore dell’Io.

Queste quattro parti le possiede ogni essere umano. Vi è però una differenza tra un selvaggio e un europeo civilizzato, tra questo e un Francesco d’Assisi o uno Schiller. Il nobilitarsi dei costumi produce anche colori più nobili nell’aura. La crescita nella distinzione tra bene e male si manifesta anch’essa nell’aura raffinata. Per essere coltivato, l’Io ha lavorato nel corpo astrale e ha nobilitato le brame. Quanto più un essere umano si eleva nella cultura morale e intellettuale, tanto più l’Io ha lavorato nel corpo astrale. Il veggente può dire: questo è un essere evoluto, questo è un non evoluto.

Ciò che l’uomo stesso ha elaborato nel corpo astrale si chiama Manas: è la quinta parte fondamentale. Tanto dunque ha elaborato in se stesso, altrettanto Manas è in lui; perciò una parte del suo corpo astrale è sempre Manas. Non è però dato immediatamente all’uomo di esercitare un influsso anche sul proprio corpo eterico. Come si impara a raggiungere un grado morale più elevato, così si può imparare anche a lavorare nel proprio corpo eterico. Chi impara questo è un discepolo, un chela. In tal modo l’uomo diviene padrone del suo corpo eterico, e tanto ha elaborato in questo, altrettanto è presente in lui di Buddhi. Questa è la sesta parte fondamentale, il corpo eterico trasformato.

Un tale chela lo si può riconoscere da qualcosa. L’uomo ordinario non somiglia alla sua precedente incarnazione, né nell’aspetto né nel temperamento; il chela invece ha le stesse abitudini, lo stesso temperamento della precedente incarnazione. Rimane simile a se stesso. Ha lavorato consapevolmente nel corpo che porta la riproduzione e la crescita.

La capacità più alta che l’uomo possa raggiungere su questa Terra è lavorare fin dentro il suo corpo fisico. Questa è la cosa più difficile in assoluto. Lavorare sul corpo fisico significa imparare a dominare il respiro, elaborare la circolazione sanguigna, seguire il lavoro dei nervi e regolare anche il processo del pensiero. Colui che si trova a questo grado viene chiamato, nel linguaggio teosofico, un adepto, e costui ha sviluppato in sé ciò che si chiama Atma. Questa è la settima parte fondamentale.

Ogni essere umano ha sviluppato quattro parti, la quinta parzialmente, le altre allo stato di germe. Corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, Io, Manas, Buddhi, Atma: questi sono i sette arti dell’entità umana. Per loro tramite l’uomo partecipa ai tre mondi: il mondo fisico, il mondo astrale e il mondo del Devachan o mondo spirituale.

2°I tre mondi. Il mondo fisico, il mondo astrale e il mondo spirituale

Stoccarda, 23 Agosto 1906

Quando si parla delle conoscenze relative a sfere superiori dell’esistenza, di cui gli iniziati sanno ma che al comune essere umano non sono oggi ancora accessibili, viene spesso sollevata un’obiezione immediata nei confronti di questa esposizione di fatti soprasensibili. Essa suona così: Che cosa ci raccontate voi, che pretendete di possedere un sapere superiore, dei mondi superiori? Che significato ha per noi, che non possiamo penetrare noi stessi con lo sguardo nei mondi soprasensibili?

A ciò rispondo con le belle parole di una giovane contemporanea che, per il suo destino, è divenuta nota nelle più ampie cerchie: Helen Keller. Diventò cieca e sorda nel secondo anno di vita. Al settimo anno questa creatura umana era ancora come una specie di animale. Allora si trovò un’anima amorevole, un’insegnante geniale, e oggi, a ventisei anni, Helen Keller è senza dubbio tra le persone più colte del suo popolo. È penetrata nelle scienze e possiede una sorprendente erudizione; conosce e studia non soltanto i poeti classici e moderni, ma anche i filosofi, come Platone, Spinoza e altri ancora. Lei, a cui il mondo della luce e dei suoni è precluso per sempre, nutre un commovente coraggio di vivere e un’intima gioia per la bellezza e la magnificenza del mondo. Alcune frasi dal suo libro sull’«Ottimismo» si imprimono nell’anima. Ella dice: Per anni notte e tenebra si addensarono intorno a me, e si trovò un’anima che mi ha istruita, e al posto di notte e tenebra subentrarono pace e speranza. — Un altro passo: Con il pensiero e il sentimento mi sono conquistata il cielo. — Una cosa sola poteva essere data a quest’anima (non la vista né l’udito, il mondo dei sensi le resta precluso, solo attraverso le informazioni di altre persone esso giunge a lei): i pensieri sublimi dei grandi geni sono fluiti nella sua anima, e attraverso le comunicazioni di coloro che sanno ella partecipa a un mondo che voi tutti conoscete.

Questa è la situazione di chi ode dei mondi superiori soltanto attraverso le comunicazioni di altri e non può egli stesso penetrare con lo sguardo in questi mondi superiori. Un tale confronto insegna l’importanza delle comunicazioni provenienti dai mondi superiori, anche se non si è ancora in grado di vederli personalmente. Ma qualcosa di diverso sta davanti alla nostra anima. Helen Keller deve dirsi: Mai vedrò io stessa il mondo. — Ogni essere umano invece può dirsi: Anch’io vedrò i mondi superiori, quando i miei occhi spirituali verranno aperti. — Gli occhi e le orecchie spirituali dell’anima sono operabili in ciascuno, purché abbia la necessaria pazienza e perseveranza.

Quanto tempo ci vuole dunque per ottenere una visione interiore? — così chiedono altri. A ciò il significativo pensatore Subba Row ha dato una bella risposta. Dice: Uno lo raggiunge in settanta incarnazioni, un altro in sette incarnazioni, uno in settant’anni, un altro in sette anni, un altro ancora in sette mesi, in sette settimane, in sette giorni, in sette ore. — Oppure la conoscenza superiore viene, come dice la Bibbia, «come un ladro nella notte». Ogni occhio spirituale può essere aperto, se l’uomo ha la necessaria energia e pazienza. Perciò ognuno può trarre gioia e speranza dalle comunicazioni di altri, perché ciò che udiamo sui mondi superiori non sono teorie, non è qualcosa che sia privo di relazione con la nostra vita. È qualcosa che ci porta come frutti due cose che dobbiamo avere nella vita, se vogliamo afferrarla nel modo giusto: forza e sicurezza. Le conquistiamo entrambe nella misura più piena: forza dagli impulsi dei mondi superiori, sicurezza quando sappiamo il da dove e il verso dove dell’uomo, quando diveniamo consapevoli che siamo, visibilmente, una creatura del mondo invisibile. Ma soltanto chi conosce anche gli altri due mondi conosce rettamente il mondo visibile.

I tre mondi sono:

il mondo fisico, il teatro di tutti gli uomini

il mondo astrale o mondo dell’anima

il mondo devachanico o mondo spirituale.

Questi tre mondi non sono separati spazialmente l’uno dall’altro. Ci circondano le cose del mondo fisico, che percepiamo con gli organi sensoriali esteriori; ma nello stesso spazio con noi si trova anche il mondo astrale. Come nel mondo fisico, così viviamo al tempo stesso anche nei due altri mondi, nel mondo astrale e in quello devachanico. Ovunque siamo, là si trovano anche i tre mondi. Non vediamo ancora i mondi superiori, allo stesso modo del cieco che non vede il mondo fisico. Ma quando i sensi dell’anima vengono aperti all’uomo, allora il nuovo mondo con le sue nuove proprietà e le sue nuove entità emerge per lui. Se riceve sensi nuovi, riceve anche cose nuove.

Se procediamo ora a una considerazione più ravvicinata di questi tre mondi, possiamo dire: il mondo fisico non ha bisogno di essere caratterizzato particolarmente. Ognuno lo conosce e impara a conoscere le leggi fisiche che vi vigono.

Il mondo astrale lo si impara a conoscere dopo la morte, oppure già ora come iniziato. Il discepolo i cui sensi vengono aperti al mondo astrale si trova dapprima in uno stato di confusione, perché ciò che vi emerge non è paragonabile a nulla del mondo fisico. Molte cose bisogna impararle in modo completamente nuovo. Il mondo astrale si caratterizza per una serie di proprietà. Una proprietà particolarmente disorientante per il discepolo è che tutte le cose gli appaiono rovesciate, per così dire come in un’immagine speculare, tanto che deve abituarsi a guardarle in modo del tutto diverso. Deve, per esempio, imparare a leggere i numeri al contrario. Siamo abituati a leggere un numero così: se c’è scritto 3, 4, 5, leggiamo 345; nel mondo astrale dobbiamo leggere al contrario, 543. Tutto si capovolge in un’immagine speculare. Questo è molto importante da sapere. Vale anche per cose superiori, per esempio per cose morali: anch’esse appaiono come immagini speculari. Questo le persone in un primo tempo non lo capiscono bene. Molte persone al giorno d’oggi si lamentano di vedersi circondare da figure nere e maligne che le minacciano, le spaventano e cose simili. Questo è un fenomeno che colpisce oggi già moltissime persone, e di cui la maggior parte non sa nulla. In molti casi la situazione è questa: si tratta degli stessi istinti, brame e passioni che vivono nell’uomo, e precisamente in ciò che chiamiamo il corpo astrale. L’uomo comune non vede le proprie passioni, ma attraverso particolari processi nell’anima e nel cervello può verificarsi che esse gli diventino visibili; solo che allora gli appaiono come in un’immagine speculare. Come uno che guarda nello specchio e vede intorno a sé gli oggetti, così scorge intorno a sé le immagini speculari dei propri istinti e così via. Tutto ciò che fluisce fuori da lui, lo vede allora fluire verso di sé. Un altro fenomeno è che il tempo e gli eventi procedono a ritroso. Per esempio, nel mondo fisico vediamo prima la gallina e poi l’uovo. Nel mondo astrale si vede al contrario, prima l’uovo e poi la gallina che ha deposto l’uovo. Nell’astrale il tempo si muove all’indietro: prima si vede l’effetto e poi la causa. Da qui lo sguardo profetico; nessuno potrebbe prevedere eventi futuri senza questo procedere a ritroso degli eventi nel tempo.

Non è privo di valore conoscere queste peculiarità del mondo astrale. Molti miti e saghe di tutti i popoli se ne sono occupati con mirabile saggezza, per esempio la saga di Ercole al bivio. Si racconta che si sentì un giorno posto dinanzi a due figure femminili: una bella e seducente, che gli prometteva piacere, felicità e beatitudine; la seconda semplice e seria, che parlava di fatica, duro lavoro e rinuncia. Le due figure sono il vizio e la virtù. Questa saga ci dice giustamente come nell’astrale le due nature proprie di Ercole gli si presentano davanti: una, che lo spinge al male, l’altra natura, che lo sospinge al bene. Queste appaiono nell’immagine speculare come due figure femminili con proprietà opposte: il vizio bello, lussureggiante, affascinante, la virtù brutta e repellente. Ogni immagine appare capovolta nell’astrale.

Gli eruditi attribuiscono simili saghe allo spirito popolare. Ciò non è vero. Queste saghe non sono sorte neppure casualmente. I grandi iniziati le hanno plasmate secondo la loro saggezza e le hanno comunicate agli uomini. Tutte le saghe, i miti, tutte le religioni, tutte le poesie popolari servono alla soluzione degli enigmi del mondo e si fondano su ispirazioni degli iniziati.

Le conoscenze dei mondi superiori ci portano impulsi e forze per la vita, e per loro tramite si ottiene una fondazione della morale. Schopenhauer dice: «Predicare la morale è facile, fondare la morale è difficile.» Senza una reale fondazione, però, non ci si approprierà mai veramente della morale.

Molti dicono: A che ci servono le conoscenze dei mondi superiori, se soltanto diventiamo buoni e abbiamo princìpi morali! — Ma alla lunga nessuna predica morale avrà effetto; la conoscenza della verità, invece, fonderà la giusta morale. Il predicatore di morale somiglia all’uomo che fa la predica alla stufa sui suoi doveri di riscaldare e dare calore, ma non le dà carbone. Se si vuole fondare la morale, bisogna dare all’anima «materiale da combustione», e ciò avviene soltanto attraverso la conoscenza della verità.

C’è una frase nell’occultismo che ora può essere resa nota: ogni menzogna è, nel mondo astrale, un assassinio! — Questa è una frase molto significativa, la cui importanza comprende soltanto chi possiede la conoscenza dei mondi superiori. Con quanta leggerezza dicono le persone: Oh, è solo un pensiero, un sentimento, resta nell’anima; non posso dare uno schiaffo, ma un cattivo pensiero non fa male a nessuno. — Non c’è proverbio più falso di: i pensieri non pagano dogana. Ogni pensiero, ogni sentimento è infatti una realtà, e quando io penso che uno sia un cattivo essere umano o che non l’amo, ciò è, per chi può penetrare con lo sguardo nel mondo astrale, come una freccia, come un fulmine che si muove come un proiettile contro il corpo astrale dell’altro e lo danneggia. Ogni sentimento, ogni pensiero è un’entità, una forma nel mondo astrale, e per chi ha accesso a questo mondo è spesso molto peggio assistere a qualcuno che nutre un cattivo pensiero verso il suo prossimo, che vederlo danneggiarlo fisicamente. Se si rende nota questa verità, ciò significa fondare la morale, non predicarla. Se si dice la verità su una persona, si forma una forma-pensiero che il veggente può riconoscere per forma e colore e che rafforza la vita del prossimo. Il pensiero che contiene una verità va verso l’entità a cui si riferisce, la promuove e la vivifica. Se dunque penso una verità sul mio prossimo, rafforzo la sua vita; se dico una menzogna su di lui, riverso su di lui una forza ostile che agisce in modo distruttivo, anzi mortale. Perciò ogni menzogna è un assassinio. Ogni verità costituisce un elemento che promuove la vita, ogni menzogna un elemento che l’ostacola. Chi sa questo si guarderà maggiormente riguardo a verità e menzogna, rispetto a colui a cui si predica soltanto di dire sempre la verità.

Il mondo astrale è composto principalmente di forme e colori. Di questi ve ne sono anche nel mondo fisico, ma siamo abituati, sul piano fisico, a vedere i colori sempre legati a un oggetto. Nel mondo astrale, invece, il colore aleggia come un’immagine fiammeggiante, libero nell’aria. C’è un fenomeno del mondo fisico che ricorda questi colori aleggianti: è l’arcobaleno. Ma le immagini cromatiche astrali si muovono liberamente nello spazio, vibrano come un’ondata di colori, un mare di colori in linee e forme sempre mutevoli e diversificate.

A poco a poco, tuttavia, il discepolo giunge a riconoscere una certa somiglianza tra il mondo fisico e quello astrale. Dapprima questo ardore, questo mare di colori gli appare per così dire senza padrone, non è legato a oggetti. Poi però i fiocchi di colore si raccolgono e si attaccano, non a oggetti, ma a entità. Mentre prima si vedeva soltanto una forma aleggiante, attraverso questi colori si rivelano ora entità spirituali, che si chiamano dei, Deva. In essi si esprimono entità spirituali. Un mondo di entità che ci parla attraverso i colori: questo è il mondo astrale.

Il mondo astrale è il mondo dei colori; ancora più in alto sta il mondo devachanico, il mondo spirituale. Quando il discepolo impara a conoscere il mondo spirituale, lo nota attraverso un processo ben preciso: impara a comprendere una profonda parola della saggezza indiana, Tat tvam asi, che significa: Quello sei tu! — Su questo è stato scritto molto. Il vero significato il discepolo l’impara a conoscere soltanto quando dal mondo astrale entra nel mondo del Devachan. Lì vede in un istante la propria figura fisica al di fuori di se stesso e dice: Quello sei tu. — Mentre prima ha detto a se stesso: Quello sono io — ora vede la propria figura fisica al di fuori di se stesso e dice: Quello sei tu. — In questo istante l’uomo si trova nel mondo del Devachan. Allora al mondo dei colori si aggiunge per lui, chiaro e distinto, ancora un altro mondo: il mondo dei suoni, che in un certo senso era già presente, ma non aveva questo significato. Il mondo devachanico è il mondo dei suoni risonanti. Questa risonanza Pitagora la chiamava musica delle sfere. Risuonando si ode i corpi celesti percorrere le loro orbite. Si percepisce l’armonia universale, tutto vive nei suoni. Goethe, da iniziato, fa risuonare il Sole, mostra il mistero del Devachan. Quando Faust è in cielo, nel mondo spirituale, circondato dai Deva, il Sole risuona, le sfere risuonano:

Die Sonne tönt nach alter Weise In Brudersphären Wettgesang, Und ihre vorgeschriebne Reise Vollendet sie mit Donnergang.

Egli intende lo spirito del Sole, che risuona realmente quando si dimora nel mondo devachanico. Che Goethe intenda questo, lo possiamo desumere dal fatto che rimane presso questa immagine. Nella seconda parte del «Faust», quando Faust viene di nuovo rapito in questo mondo, si dice:

Tönend wird für Geistesohren Schon der neue Tag geboren. Felsentore knarren rasselnd, Phöbus’ Räder rollen prasselnd, Welch Getöse bringt das Licht! Es drommetet, es posaunet, Auge blinzt und Ohr erstaunet, Unerhörtes hört sich nicht.

Si ode il mondo devachanico e si vede il mondo astrale. All’ingresso nel mondo devachanico il mondo astrale resta pienamente sussistente per il discepolo, ma si trasforma per lui. Quando si entra per la prima volta nel mondo del Devachan, esso offre un aspetto singolare: nel mondo devachanico si vede ogni cosa al negativo, come sulla lastra fotografica. Dove c’è un oggetto fisico, non si vede nulla; ciò che è fisicamente chiaro, là è nero, e viceversa. Si vede tutto nei colori complementari: invece del blu il giallo, invece del rosso il verde. Nella prima regione del Devachan si trovano gli archetipi del mondo fisico in quanto esso non è dotato di vita, dunque gli archetipi dei minerali e inoltre quelli delle piante, degli animali e degli uomini, in quanto si tratta delle loro forme fisiche. È la regione che costituisce l’ossatura fondamentale del mondo spirituale. La si può paragonare alla terraferma della nostra Terra fisica: per questo viene chiamata la «massa continentale» del Devachan. Un uomo che sta davanti a un iniziato appare scuro là dove riempie fisicamente lo spazio, ma circondato tutt’intorno da un involucro raggiante.

Quando i sensi si affinano, si aggiungono gli archetipi della vita, e tutto ciò che è vita fluisce come l’acqua sulla Terra. Qui non si può vedere un minerale, perché esso non possiede vita pulsante, ma soltanto la pianta, l’animale e l’uomo. Come il sangue nel corpo, così fluisce tutta la vita nel Devachan. Si chiama questa seconda suddivisione i «mari» del Devachan.

Nella terza suddivisione, l’«atmosfera», fluisce tutto ciò che nel mondo fisico vive come sentimenti e sensazioni, come piacere e dolore.

Le formazioni fisiche sono per così dire il solido fondamento continentale nel Devachan. Tutto ciò che ha vita in sé è mare. Tutto ciò che significa piacere e sofferenza è contenuto nell’atmosfera del Devachan. Il contenuto di tutto ciò che sulla Terra viene sofferto e goduto si manifesta qui, dunque tutto ciò che riguarda il mondo animale e umano. Una battaglia, per esempio, appare all’iniziato sul piano devachanico come fulmini guizzanti e infuocati, come un tuono possente: si potrebbe dire come un violento temporale. Ma non sono gli effetti fisici della battaglia: sono le passioni degli eserciti nemici che si fronteggiano e che all’iniziato appaiono come pesanti nubi con tuoni e fulmini.

La quarta suddivisione del Devachan va oltre tutto ciò che sarebbe già presente anche senza l’uomo. Essa contiene tutto ciò che vive nell’uomo come pensieri originali, attraverso i quali porta qualcosa di nuovo nel mondo e agisce sul mondo, indifferentemente che siano i pensieri di un erudito o di un ignorante, di un poeta o di un contadino. Non devono dunque essere grandi invenzioni; questi pensieri possono appartenere anche alla vita quotidiana.

Dopo queste quattro parti ci si trova al confine del mondo spirituale. Come di notte il cielo ci appare come una sfera cava, delimitata da una corona di stelle, così avviene con questo confine del Devachan. Ma questo è un confine molto significativo: si chiama «Cronaca dell’Akasha». Tutto ciò che l’uomo ha mai fatto e operato, anche se non viene riportato dai libri di storia, resta iscritto in quell’imperituro libro di storia al confine del Devachan che si chiama Cronaca dell’Akasha. Tutto ciò che è mai stato compiuto da esseri coscienti nel mondo, là lo si può apprendere. Se il veggente vuole, per esempio, sapere qualcosa su Cesare, prende un qualche piccolo particolare dalla storia come punto d’appoggio, un punto fisso su cui concentrarsi. Lo fa spiritualmente: allora appaiono intorno a lui immagini di tutto ciò che Cesare fece, di ciò che accadde intorno a lui, di come guidò le sue legioni, combatté le sue battaglie, riportò le sue vittorie. Ma ciò si presenta in modo singolare: il veggente non vede soltanto una scrittura astratta, ma come in silhouette, in immagini, tutto sfila dinanzi a lui. Non si svolge ciò che è accaduto nello spazio, ma qualcosa di completamente diverso. Quando Cesare, per esempio, ha riportato le sue vittorie, ha pensato; tutto ciò che avveniva intorno a lui viveva anche nei suoi pensieri, ogni movimento del braccio vive nei pensieri. Le intenzioni, dunque ciò che Cesare si è rappresentato e pensato mentre guidava le sue legioni, e anche le rappresentazioni di queste ultime: questo mostra la Cronaca dell’Akasha. Essa è un’immagine fedele di tutto ciò che è accaduto: ciò che esseri coscienti hanno sperimentato viene là registrato. L’iniziato può così leggere l’intero passato dell’umanità, ma deve prima impararlo. Queste immagini dell’Akasha parlano un linguaggio disorientante, perché l’Akasha è qualcosa di vivente. Non si deve però confondere l’immagine akashica di Cesare con l’individualità di Cesare: questa può essere già di nuovo incarnata. Lo scambio avviene particolarmente con facilità quando si ottiene accesso alle immagini akashiche attraverso mezzi esteriori. Così esse hanno spesso un ruolo nelle sedute spiritiche. Lo spiritista crede di vedere una persona defunta, ma è soltanto la sua immagine akashica. Un’immagine akashica di Goethe, per esempio, può presentarsi come operava nell’anno 1796; l’inesperto la confonde con l’individualità di Goethe. Ciò è tanto più disorientante perché questa immagine è viva, risponde a domande, e non soltanto a quelle che sono già state date allora, ma a domande del tutto nuove che non erano state pronunciate. Non sono ripetizioni, ma risposte, così come Goethe avrebbe potuto darle a quel tempo. È perfettamente possibile che questa immagine akashica di Goethe componga addirittura una poesia nello stile e nello spirito del Goethe di quell’epoca. Le immagini akashiche sono formazioni davvero viventi. Così mirabili sono questi fatti, ma sono fatti.

3°La vita dell’anima dopo la morte

Stoccarda, 24 Agosto 1906

Com’è il soggiorno dell’uomo tra la morte e una nuova nascita?

La morte viene chiamata, non a torto, la sorella maggiore del sonno, perché tra sonno e morte sussiste una certa parentela. Ma altrettanto sussiste, d’altra parte, una grande, possente differenza tra i due.

Consideriamo innanzitutto ciò che accade all’uomo dal momento dell’addormentarsi fino al momento del risveglio. Questo lasso di tempo si presenta come una sorta di stato di incoscienza. Affiorano solo scarsi ricordi, talvolta confusi, talvolta più chiari, di una coscienza di sogno. Per comprendere bene il sonno, dobbiamo ricordarci dei singoli componenti dell’entità umana. Abbiamo visto che l’uomo è composto di sette arti, di cui quattro sono pienamente sviluppati, il quinto solo in parte, e del sesto e del settimo sono presenti solo germi e disposizioni:

il corpo fisico, che percepiamo con i nostri sensi

il corpo eterico, che, finemente luminoso e trasparente, compenetra il primo

il corpo astrale

il corpo dell’Io o corpo della coscienza.

Nel corpo dell’Io è contenuto:

il Sé spirituale o Manas, in parte sviluppato, in parte allo stato germinale

lo Spirito vitale o Buddhi

l’Uomo-Spirito o Atma,

gli ultimi due però soltanto allo stato di germe.

Un uomo sveglio ha i quattro corpi inferiori nello spazio che occupa. Il corpo eterico sporge da tutti i lati un poco al di fuori del corpo fisico. Il corpo astrale sporge di circa due lunghezze e mezzo di capo oltre il corpo fisico, lo circonda come una nube e sfuma verso il basso. Quando un uomo si addormenta, restano nel letto il corpo fisico e il corpo eterico, e rimangono tra loro connessi come di giorno. Si verifica invece un allentamento del corpo astrale: avviene per così dire un sollevamento del corpo astrale e del corpo dell’Io fuori dal corpo fisico. Tutte le sensazioni, rappresentazioni e così via sono infatti prodotte nel corpo astrale, e poiché questo si trova ora al di fuori del corpo fisico, l’uomo nel sonno è privo di coscienza; in questa vita ha infatti bisogno del cervello fisico come strumento per divenire cosciente. Senza di esso non può divenire cosciente.

Che cosa fa dunque il corpo astrale distaccato durante la notte? Il chiaroveggente può osservare come il corpo astrale, durante la notte, sia attivo presso il dormiente: ha il suo compito preciso. Non aleggia, come spesso viene insegnato dai teosofi, inoperoso, pigro, come una formazione inattiva sopra l’uomo, ma è continuamente attivo sul corpo fisico. E che cosa fa? Il corpo fisico viene affaticato, logorato durante il giorno, e questa usura, la stanchezza, il corpo astrale la compensa durante la notte. Esso ripara durante la notte il corpo fisico e rimpiazza le forze consumate. Da qui la necessità del sonno e anche ciò che il sonno ha di ristoratore, rinfrescante e risanante. Di come stiano le cose con i sogni parleremo in seguito.

Quando l’uomo muore, le cose vanno diversamente. Allora non soltanto il corpo astrale e il corpo dell’Io si separano dal corpo fisico, ma anche il corpo eterico. Questi tre corpi si sollevano e restano ancora per qualche tempo uniti dopo la morte del corpo fisico. Il fenomeno della morte avviene così: nel momento della morte il legame che sussiste tra il corpo eterico e il corpo astrale da un lato e il corpo fisico dall’altro si scioglie, segnatamente nel cuore. Una sorta di illuminazione avviene nel cuore, e poi corpo eterico, corpo astrale e Io si sollevano uscendo dalla testa. Nel momento della morte avviene però per l’uomo qualcosa di singolare: per un breve lasso di tempo ricorda tutte le esperienze della vita appena trascorsa. Come un grande quadro, in un solo istante tutta la sua vita sta davanti alla sua anima. Qualcosa di simile accade durante la vita all’uomo soltanto in casi molto rari, e precisamente quando si trova in pericolo di morte o riceve un grande spavento: per esempio, chi sta annegando, chi sta precipitando vede nell’istante della vicinanza alla morte la propria vita stare davanti alla propria anima. Un altro fenomeno simile è quella peculiare sensazione di formicolio quando un arto si addormenta. Da dove viene? Viene da un allentamento del corpo eterico. Quando un arto, per esempio un dito, si addormenta, il chiaroveggente vede accanto al dito un ditale sporgere: è il corpo eterico che in quel punto si è allentato e sporge. In ciò risiede anche il grande pericolo dell’ipnotismo: in esso il cervello è infatti soggetto allo stesso processo del dito addormentato. Da entrambi i lati della testa il chiaroveggente vede, come due lobi o sacchetti, il corpo eterico allentato pendere fuori. Se l’ipnotismo viene ripetuto frequentemente, nasce la tendenza del corpo eterico ad allentarsi, il che può portare con sé grandi pericoli. Le persone interessate diventano per lo più prive di libertà interiore, soggette a stati sognanti, hanno capogiri e così via. Un tale allentamento dell’intero corpo eterico avviene nel pericolo di morte. Il nesso è questo: il corpo eterico è il portatore della memoria, e quanto più fine è il corpo eterico, tanto più sviluppata, tanto migliore è la memoria. Se il corpo eterico è saldamente inserito nel corpo fisico, come nel caso dell’uomo ordinario, le sue vibrazioni non riescono ad agire sufficientemente sul cervello e a giungere alla coscienza dell’uomo, perché il corpo fisico con le sue vibrazioni più grossolane le copre, per così dire. Ma nel pericolo di morte, quando il corpo eterico si allenta, esso è, con i suoi ricordi, sgravato dal cervello. L’intera vita trascorsa sta per un istante davanti all’anima del morente. Nel momento dunque in cui il corpo eterico si allenta, emerge tutto ciò che è stato iscritto nel corpo eterico. Da qui anche il ricordo della vita trascorsa immediatamente dopo la morte. Trascorre poi qualche tempo prima che il corpo eterico si separi dal corpo astrale e dall’Io.

Nell’uomo comune il corpo eterico si dissolve a poco a poco nell’etere cosmico. Nell’uomo incolto, ancora a un grado inferiore di sviluppo, questa dissoluzione del corpo eterico avviene lentamente, nell’uomo colto rapidamente, nel chela o discepolo di nuovo lentamente e sempre più lentamente quanto più l’uomo progredisce; e infine giunge uno stadio nell’evoluzione in cui non si dissolve più affatto.

Ora abbiamo nell’uomo ordinario già due spoglie, quella del corpo fisico e quella del corpo eterico; restano il corpo astrale e l’Io.

Dobbiamo ora renderci conto che l’intera coscienza dell’uomo nella vita terrena dipende dai suoi sensi. Potremo farci un’idea di quanto diverso debba essere ora lo stato di coscienza. Pensiamo che tutti i sensi svaniscano gradualmente: subentra oscurità dopo la perdita degli occhi, assenza di suoni dopo la perdita delle orecchie, non più freddo né calore dopo la perdita del senso corrispondente. Che cosa resta allora di ciò che anima l’anima, di ciò che riempie la coscienza diurna, di ciò che dobbiamo al corpo dalla mattina alla sera, ora che mancano tutti gli organi fisici? Il contenuto animico; e proprio se ce lo rendiamo chiaro, comprenderemo quale sia lo stato vitale dopo la morte, quando l’uomo ha deposto queste due spoglie.

Si chiama questo stato Kamaloka, che significa luogo del desiderio. Ma non è un luogo situato in qualche posto al di fuori; no, dove siamo noi, là è anche il Kamaloka, e continuamente ci aleggiano intorno e vivono intorno a noi gli spiriti dei defunti. Ma all’uomo fisico sfugge la loro presenza. Come percepisce un defunto? Un caso semplice ce lo chiarirà: un uomo mangia con brama e reale piacere. Il chiaroveggente vede nella parte superiore del suo corpo astrale la soddisfazione del godimento come una forma-pensiero di color bruno-rossastro. Ora quest’uomo muore: ciò che gli resta è la brama e la capacità di godimento. Al fisico è legato soltanto il fisico, il materiale del godimento; dobbiamo avere un palato e così via per poter mangiare. Ma il godimento e la brama sono qualcosa di animico; perciò la capacità di godimento e la brama permangono anche dopo la morte. Solo che l’uomo allora non ha più alcuna possibilità di soddisfare la brama, perché gli organi per la soddisfazione mancano. Così è con tutti i godimenti e i desideri: uno ha brama di belle composizioni di colori — mancano gli occhi; di musica armoniosa — mancano le orecchie.

Come giunge ciò alla coscienza dell’anima dopo la morte? Come un viandante nel deserto, tormentato da una sete ardente, vaga cercando una sorgente per estinguere la sete, così l’anima soffre una sete ardente, perché non ha più organi, strumenti per la soddisfazione. Deve fare a meno di tutto; perciò «sete ardente» è una designazione molto calzante, e proprio in essa si esprime lo stato del Kamaloka. Non è un tormento dall’esterno, ma la pena dell’inappagabilità della capacità di godimento ancora presente.

Perché l’anima deve soffrire questa pena? Affinché l’uomo si disabitui gradualmente da queste brame e desideri sensibili, affinché l’anima si distacchi dalla Terra, si purifichi e si mondi. A quel punto il tempo del Kamaloka è finito e l’uomo ascende al Devachan.

Come vive l’anima la vita nel Kamaloka? L’uomo rivive nel Kamaloka ancora una volta la sua intera vita, ma la rivive a ritroso. Percorre l’intero arco della vita dall’ora della morte fino alla nascita, a ritroso, giorno per giorno con tutte le esperienze, gli avvenimenti e le azioni. E qual è il senso di ciò? Ha il senso che, per così dire, a ogni evento fa una sosta, per disabituarsi dall’attaccamento al fisico-materiale. Rivive tutti i godimenti, ma in modo tale da doverli fare senza, da non poterli soddisfare. In tal modo si disabitua dalla vita fisica. E quando ha così rivissuto la propria vita fino alla nascita, allora può, con le parole bibliche, entrare nel «Regno dei Cieli», come dice il Cristo:

«Se non diventerete come i bambini, non potrete entrare nel Regno dei Cieli.» Tutte le parole dei Vangeli sono molto profonde, e se ne impara a conoscere la profondità quando si penetra a poco a poco nella saggezza divina.

Dobbiamo ancora mettere in evidenza singoli momenti di questa vita nel Kamaloka, particolarmente importanti e istruttivi.

Tra i diversi sentimenti che sono propri dell’uomo nella vita, vi è in particolare il sentimento dell’esistenza in quanto tale, il sentimento della vita, la gioia di vivere in generale, di stare dentro al corpo fisico. Perciò è una privazione capitale non avere più un corpo fisico. Comprenderemo ora il terribile destino e le atroci sofferenze di quegli infelici che escono dalla vita mediante il suicidio. Nella morte naturale la separazione dei tre corpi è relativamente facile. Anche in un colpo apoplettico o in un’altra morte naturale rapida, la separazione di questi arti superiori è in realtà da lungo tempo preparata: si separano facilmente, e la privazione del corpo fisico è allora solo molto lieve. Ma in una separazione dal corpo così violenta e improvvisa come nel suicida, dove tutto è ancora sano e ancora saldamente connesso, subito dopo la morte subentra una forte privazione del corpo fisico, che causa sofferenze terribili. È un destino terribile. Il suicida si sente come svuotato e inizia una raccapricciante ricerca del corpo fisico così improvvisamente sottratto. Nulla è paragonabile a ciò.

Qualcuno obietterà: Chi è stanco della vita non è più attaccato alla vita, altrimenti non se la sarebbe tolta. — Questa è un’illusione, perché proprio il suicida è troppo attaccato alla vita; ma poiché essa non gli offre più la soddisfazione dei piaceri abituali, poiché forse, per circostanze mutate, gli nega molte cose, va incontro alla morte, e perciò la privazione del corpo fisico è per lui indicibilmente grande.

Ma non per tutti la vita nel Kamaloka è così dura. Chi era meno attaccato ai godimenti materiali, per costui naturalmente anche la disabitudine, la privazione non è così pesante. Ma anche lui deve uscire completamente dalla sua vita fisica, perché la vita nel Kamaloka ha ancora un altro significato.

L’uomo compie durante la sua vita non soltanto cose che procurano piacere, ma vive insieme ad altri uomini e creature; consapevolmente o inconsapevolmente, intenzionalmente o non intenzionalmente, causa a uomini e animali gioia e dolore, piacere e sofferenza. Anche questo lo si incontra di nuovo nel percorrere il tempo del Kamaloka. Si torna al punto, al luogo e al momento in cui si è causato dolore ad altri esseri. Allora si rese il dolore sensibile ad altri; ora si devono patire gli stessi dolori nella propria anima. Tutte le sofferenze che ho mai causato a un altro essere, le devo ora attraversare nella mia propria anima. Mi trovo per così dire dentro all’altro uomo, dentro all’animale, e imparo a conoscere ciò che l’altro essere ha sofferto per causa mia, e ora devo soffrire io stesso tutte queste pene e questi dolori. A ciò non si può sfuggire. Questa però non è l’effetto del karma, ma soltanto il distacco dal terreno. Particolarmente spaventoso è per questo motivo il Kamaloka del vivisezionista. Il teosofo non deve esercitare critica su ciò che offrono i fenomeni del mondo; può però comprendere come l’uomo moderno sia potuto giungere a cose simili. Nel Medioevo nessuno avrebbe pensato a ciò, e nei tempi antichi ogni medico avrebbe ritenuto la più grande insensatezza distruggere la vita per conoscere la vita. È infatti vero che ancora nel Medioevo gran parte degli uomini era chiaroveggente e i medici potevano guardare attraverso l’uomo e vedere ciò che era danneggiato in lui e ciò che gli mancava. Così, per esempio, Paracelso: penetrava con lo sguardo nel corpo fisico. Ma doveva venire l’epoca della cultura materiale, in cui la chiaroveggenza andò perduta. Lo vediamo particolarmente nei medici e nei naturalisti odierni, e la vivisezione fu una conseguenza di ciò. È dunque comprensibile, ma non è mai giustificabile o scusabile. Immancabilmente subentrano le conseguenze di una simile vita che causa sofferenze: il vivisezionista deve dopo la morte le conseguenze di una tale vita che procura sofferenze si presentano infallibilmente: il vivisezionista deve dopo la morte

attraversare egli stesso esattamente tutte le sofferenze che ha inflitto agli animali; la sua anima si trova per così dire dentro ogni dolore procurato. La sua mancanza di intenzionalità, il mettere avanti la scienza, «il buon fine», non sono scusanti. La legge della vita spirituale è inflessibile.

Quanto tempo rimane dunque l’uomo in Kamaloka? Un terzo del suo tempo di vita. Se ha raggiunto l’età di settantacinque anni, il soggiorno in Kamaloka dura circa venticinque anni.

Che cosa accade poi? I corpi astrali degli uomini sono molto diversi per colore e forma. Il corpo astrale di un uomo che si trova a un livello basso è permeato da ogni sorta di formazioni, da istinti inferiori: ha un colore di fondo grigio-rossastro con irradiazioni grigio-rossastre, e nella forma non si distingue da certi animali. Ben diversamente è per una persona colta o addirittura per un idealista come Schiller, o per un santo come Francesco d’Assisi: essi si privavano di molte cose, nobilitavano i propri istinti e così via. Quanto più l’uomo lavora su di sé a partire dal suo Io, tanto più irradiazioni emanano dalla sfera bluastra, il centro dell’Io; queste irradiazioni significano forze, mediante le quali prende in suo potere il corpo astrale. Perciò si può dire: l’uomo ha due corpi astrali, una parte che è rimasta con le brame animali, e un’altra parte che egli stesso vi ha elaborato.

Quando l’uomo ha attraversato il suo periodo di Kamaloka, allora è maturo per estrarre la parte nobilitata del suo corpo astrale da quella inferiore. Questa parte inferiore resta indietro, e ciò che egli ha fatto di sé, l’estrae. Nel selvaggio e nell’uomo poco colto resta indietro una gran parte come corpo astrale inferiore, nella persona colta meno. Quando ad esempio un Francesco d’Assisi muore, resta indietro molto poco, e un corpo astrale possente, elevato viene estratto, perché egli ha molto lavorato su di sé. Ciò che resta indietro è il terzo cadavere dell’uomo: gli istinti e gli impulsi inferiori che l’uomo non ha ancora nobilitato. Questo cadavere d’ora in poi vaga ovunque nello spazio astrale, e da esso emana più di un influsso dannoso.

Questo è anche un secondo elemento che può apparire nelle sedute spiritiche. Questo cadavere astrale si conserva infatti spesso per lungo tempo e può manifestarsi per mezzo di un medium, e spesso la gente crede allora che sia il defunto stesso; ma è soltanto il suo cadavere astrale. Come in un involucro, esso contiene i suoi istinti e le sue abitudini inferiori; può anche rispondere a domande, dare informazioni e può ragionare e parlare sensatamente, nella stessa misura in cui l’uomo inferiore era ragionevole. Molte confusioni si verificano per questo motivo. Un esempio eclatante l’offre l’opuscolo dello spiritista Langsdorff, nel quale egli afferma di aver avuto un incontro con H.P.B. Su Langsdorff l’idea della reincarnazione agisce infatti come il panno rosso sul toro: vorrebbe mettere tutto in moto per confutare questa dottrina. Odia H.P.B. perché essa ha insegnato e diffuso questa dottrina. Ora racconta in questo opuscolo di aver evocato H.P.B. e che essa gli disse che non solo la dottrina della reincarnazione fosse falsa, ma anche quanto deplorasse di averla insegnata. Tutto ciò può essere esatto, solo che Langsdorff non ha evocato e interrogato H.P.B., ma il suo cadavere astrale inferiore. E che questo cadavere astrale inferiore di H.P.B. rispondesse in tal modo è ora del tutto comprensibile, se si sa che essa nei primi tempi del suo sviluppo, nella «Isis Unveiled», respinse e combatté realmente la dottrina della reincarnazione. Ella stessa progredì nella sua conoscenza, ma il suo errore rimase con l’involucro astrale.

Questo terzo cadavere, l’involucro astrale, si dissolve a poco a poco, ed è importante che sia completamente dissolto quando l’uomo ritorna a una nuova incarnazione. Nella stragrande maggioranza dei casi ciò avviene effettivamente. Ma vi sono eccezioni, in cui un uomo si reincarna rapidamente, prima che il suo cadavere astrale si sia dissolto. Ciò crea allora per quest’uomo situazioni difficili, quando nella sua reincarnazione trova ancora il proprio cadavere astrale, che contiene ancora tutto ciò che nella sua vita precedente era ancora imperfetto.

4°Il Devachan

Stoccarda, 25 Agosto 1906

Abbiamo visto come l’uomo nella morte lascia indietro prima il corpo fisico, poi quello eterico e infine il corpo astrale inferiore come cadaveri. Che cosa rimane dunque all’uomo dopo l’abbandono di questi tre corpi? L’immagine del ricordo, che dopo la morte si presenta davanti all’anima, scompare nel momento in cui il corpo eterico si distacca dal corpo astrale: sprofonda per così dire nell’inconscio, scompare come impressione psichica immediata. Ma qualcosa di importante ne resta: l’immagine svanisce, ma il frutto rimane. Come una sorta di estratto di forze, l’intero ricavato della vita appena trascorsa resta nel corpo astrale superiore e riposa in esso.

Ma l’uomo ha già attraversato questo processo moltissime volte. A ogni morte, dopo le sue diverse incarnazioni, l’immagine del ricordo si presentava davanti alla sua anima e lasciava questo cosiddetto estratto di forze. Così una vita dopo l’altra ha aggiunto un’immagine. Un uomo che si incarnava per la prima volta aveva dopo la morte la prima immagine del ricordo, dopo la seconda incarnazione la seconda immagine, e questa già più ricca della prima, e così via. In queste immagini accumulate abbiamo una sorta di nuovo elemento dell’uomo. Prima della prima morte l’uomo consisteva dei quattro corpi; quando muore per la prima volta, porta con sé la prima immagine. Dopo la sua reincarnazione non ha soltanto le quattro arti costitutive, ma anche questo ricavato della vita precedente. Questo è il corpo causale. L’uomo consiste ormai di cinque corpi: il fisico, l’eterico, il corpo astrale, l’Io e il corpo causale. Una volta presente, il corpo causale permane; ma si è composto dai ricavati delle vite passate. Si comprende ora la differenza tra i singoli uomini. Coloro che hanno vissuto spesso, che hanno dunque già attraversato molte incarnazioni, hanno aggiunto molte pagine al loro libro della vita, sono altamente sviluppati e

hanno un ricco corpo causale; gli altri hanno attraversato solo poche vite, hanno perciò raccolto meno frutti e possiedono per questo un corpo causale meno sviluppato.

Quale senso ha questo apparire ripetuto dell’uomo sulla Terra? Se le incarnazioni fossero senza connessione, ciò sarebbe certamente senza senso. Ma non è così. Consideriamo le diverse condizioni di vita che attraversa un uomo che viveva qualche secolo dopo la nascita di Cristo e che oggi si reincarna. Oggi il tempo di vita dell’uomo dal sesto al quattordicesimo anno è già riempito dall’acquisizione di conoscenze: leggere, scrivere e così via. L’uomo di oggi ha occasioni del tutto diverse per coltivare e formare la propria personalità. Le incarnazioni sono ordinate in modo che l’uomo riappare solo quando si trova in nuove condizioni, e trova occasioni e possibilità di sviluppo del tutto diverse: questo è già il caso dopo alcuni secoli. Quanto fortemente si sviluppa la Terra sotto ogni aspetto! Poche migliaia di anni fa questa zona qui era coperta di foreste vergini, nelle quali vivevano animali selvatici. Gli uomini vivevano in caverne, si vestivano di pelli di animale e sapevano solo in modo primitivo accendere il fuoco e fabbricare utensili. Quanto diverso è oggi! Così il volto della Terra si trasforma in un tempo relativamente breve. Un uomo che viveva al tempo degli antichi Germani aveva un’immagine del mondo del tutto diversa da quella di colui che oggi impara qui a leggere e scrivere. Con la Terra trasformata egli apprende cose del tutto nuove e se le fa proprie.

Quanto tempo passa dunque prima che l’uomo appaia in una nuova incarnazione? Da quali fattori dipende ciò? La risposta risulta dalla seguente considerazione. Dobbiamo vedere che cosa sia connesso con il mutamento della Terra.

Nel corso dei tempi certe entità hanno sempre goduto di una particolare venerazione come simboli sacri. Così, ad esempio, in Persia si veneravano i Gemelli fino a 3000 anni prima della nascita di Cristo. Dal 3000 all’800 prima di Cristo si venerava in Egitto il sacro toro Apis e contemporaneamente, nell’Asia anteriore, il toro di Mitra.

A partire da circa l’800 prima di Cristo un altro animale avanza in primo piano, l’ariete o l’agnello, e con ciò sorse la saga di Giasone, che portò il Vello d’Oro dal sacro ariete dall’Asia, da oltre il mare. Ciò va ancora oltre. L’agnello fu venerato così santamente che Cristo si designò come l’«Agnello di Dio», e il primo simbolo cristiano non era la croce alla quale era appeso il Redentore, ma la croce con l’agnello.

Tutto ciò significa tre stati culturali successivi, ed è connesso con eventi significativi nel cielo. Il percorso del Sole procede nel cielo lungo una certa zona, lo zodiaco, e l’aspetto singolare è che il Sole, che all’inizio della primavera sorge in un determinato punto dello zodiaco, all’interno di una determinata epoca si sposta sempre più avanti, tanto che in un periodo di 2160 anni passa da una costellazione a un’altra. Così il Sole nell’anno 3000 prima di Cristo sorgeva in primavera nella costellazione del Toro, ancora prima nella costellazione dei Gemelli e circa nell’800 prima di Cristo nella costellazione dell’Ariete.

Questo punto avanza dunque ogni anno di un pezzetto, dopo 2160 anni entra nella costellazione successiva, e i popoli sceglievano come simbolo della loro venerazione il segno nel cielo in cui il Sole sorge in primavera, e gli tributavano la loro venerazione. Se comprendessimo ancora oggi i possenti sentimenti e le sublimi disposizioni d’animo che gli antichi collegavano a questo evento, quando vivevano questo momento dell’ingresso del Sole in una nuova costellazione, allora avremmo compreso anche il significato del momento in cui il Sole entrò nella costellazione dei Pesci. Ma la nostra epoca materialistica non può farlo.

Che cosa vedeva dunque l’uomo di allora in questo evento? Gli antichi vi vedevano la forza della natura incarnata. In inverno essa giaceva legata nel sonno, e in primavera veniva richiamata dal Sole. La costellazione in cui il Sole appariva in primavera, che dava al Sole nuova forza, veniva percepita come qualcosa di degno di venerazione. La costellazione simboleggia dunque la forza risvegliatrice. Gli antichi sapevano che a un tale avan-

zamento del Sole è connesso qualcosa di molto importante: i raggi solari cadono allora in condizioni del tutto diverse. E davvero un tale periodo di 2160 anni significa appunto il sopraggiungere di condizioni del tutto diverse sulla Terra. Questo periodo di tempo l’uomo lo trascorre nel Devachan, per giungere dalla morte a una nuova nascita. L’occultismo ha da sempre riconosciuto questi 2160 anni come un periodo nel quale le condizioni sulla Terra si modificano in tal modo che l’uomo può riapparire per sperimentare qualcosa di nuovo.

Passano dunque 2160 anni tra due incarnazioni. Qui bisogna però considerare che in questo periodo di 2160 anni l’uomo appare in realtà due volte, tanto che in media mille anni costituiscono propriamente il periodo che intercorre tra due incarnazioni. Ciò avviene perché di regola nell’uomo un’incarnazione è maschile e una femminile. Non è corretto

che ogni sette volte si alternino un’incarnazione maschile e una femminile. Le esperienze di un’anima sono molto diverse, a seconda che sia stata incarnata in modo maschile o femminile: ciò è comprensibile. Perciò essa appare nel periodo di 2160 anni una volta come maschio e una volta come femmina. Allora l’uomo ha fatto tutte le esperienze possibili nelle condizioni date e presenti. Aveva l’occasione e la possibilità di aggiungere una nuova pagina al suo libro della vita. Tali radicali trasformazioni della Terra e delle condizioni terrestri sono un periodo di apprendimento per l’anima. Questo è il senso del riapparire, della reincarnazione.

Il frutto dell’immagine del ricordo, il corpo causale e il corpo astrale purificato restano presso l’uomo, e non li perde più d’ora in poi. Al suo ingresso nel Devachan porta con sé il corpo causale e una parte del suo corpo astrale, e precisamente quella purificata: ciò che si è conquistato con il proprio lavoro gli resta infatti nel Devachan e per sempre. Ora attraversa il suo tempo nel Devachan. Il selvaggio naturalmente ha ancora lavorato poco al suo corpo astrale e solo una fiammella porta con sé nel Devachan; le sue immagini del ricordo gli appartengono più inconsciamente. Un Francesco d’Assisi si è inve-

ce conquistato un corpo astrale perfettamente e splendidamente articolato e vive con esso nel Devachan. Quando l’uomo ha deposto il corpo astrale inferiore, vede in un certo modo se stesso come stando fuori di sé, davanti a sé. Questo è il momento in cui entra nel Devachan.

Il Devachan ha per così dire quattro suddivisioni, che possiamo chiamare:

i continenti

i fiumi e i mari

l’aria, lo spazio eterico

la regione degli archetipi spirituali.

Nella prima parte, i continenti, si vede tutto in un’immagine negativa, per così dire come su una lastra fotografica. Tutto ciò che qui sulla Terra è mai stato fisico e ancora è, tutto ciò che su questa Terra è mai esistito e ancora esiste in fatto di minerali, piante e animali fisici, appare come figure negative. E quando ci si vede tra queste figure negative come negativi noi stessi, allora si è nel Devachan. Che senso ha vedersi così?

Non ci si vede solo una volta, ma a poco a poco così come si appariva nelle vite precedenti, e ciò ha un senso profondo. Goethe dice: l’occhio è formato dalla luce per la luce. — Intende con ciò che la luce è la creatrice dell’occhio, ed è esatto. Lo comprendiamo quando vediamo come per mancanza di luce l’occhio si atrofizza. Certi animali ad esempio migrarono un tempo in Kentucky dentro a caverne. Non avevano più bisogno della facoltà visiva, perché le caverne erano buie. A poco a poco persero la vista, gli occhi si atrofizzarono. L’afflusso dei fluidi si rivolse a un altro organo, di cui ora avevano maggior bisogno. Perché hanno perso la vista? Perché il loro mondo era senza luce. L’assenza della luce ha tolto la facoltà visiva. Se dunque non vi fosse luce, non vi sarebbe occhio. Nella luce stessa vi sono le forze creatrici per l’occhio, proprio come nel mondo dei suoni vi sono le forze creatrici per l’orecchio. In breve, l’intero

corpo, tutti gli organi sono stati formati dalle forze creatrici dell’universo.

Che cosa ha costruito il cervello? Se non vi fosse nulla su cui riflettere, non vi sarebbe neppure un cervello. Vi sono possenti leggi di natura; Keplero e Galilei diressero l’intelletto verso queste leggi. Chi creò l’organo dell’intelletto? La saggezza nella natura!

Con una certa perfezione degli organi l’uomo entra nel mondo terrestre. Nel frattempo, però, sono sopraggiunte nuove condizioni; queste io le elaboro ora con lo spirito. Tutto ciò che sperimento è creativo. Gli occhi che già possiedo, l’intelletto che già possiedo, sono formati dalle incarnazioni precedenti. Quando dopo la morte giungo nel Devachan, trovo, come detto, l’immagine del corpo come era nell’ultima vita, e ho ancora in me il frutto dell’immagine del ricordo dell’ultima vita. Posso ora confrontare come mi sono sviluppato nelle diverse vite, come ero prima di avere le esperienze dell’ultima vita, e che cosa posso diventare se aggiungo le esperienze dell’ultima vita. In base a ciò mi formo ora nell’immagine un nuovo corpo, a un gradino più alto del mio corpo precedente.

Al primo livello nel Devachan l’uomo corregge dunque la precedente immagine di vita: dai frutti della vita passata si prepara egli stesso l’immagine del suo corpo per la prossima incarnazione.

Al secondo livello del Devachan la vita pulsa come realtà, per così dire in fiumi e correnti. Durante l’esistenza terrestre l’uomo ha la vita in sé, e non poteva essere percepita; ora la vede fluire e l’utilizza per vivificare la forma che ha creato al primo livello.

Al terzo livello del Devachan l’uomo ha intorno a sé tutto ciò che prima era in lui sotto forma di passioni, sentimenti e affetti: come nubi, tuoni e fulmini gli si presentano qui. Tutto ciò ora lo vede per così dire oggettivamente, impara a conoscerlo e a considerarlo come il fisico sulla Terra, e raccoglie le sue esperienze riguardo alla vita dell’anima. Attraverso questa visione delle immagini della vita dell’anima ci si può incorporare le peculiarità dell’anima; si può così animare il corpo formato al primo livello.

Questo è il senso del Devachan. L’uomo deve nel Devachan avanzare di un gradino; si prepara così egli stesso l’immagine del suo corpo per la prossima incarnazione. Questo è uno dei compiti che l’uomo ha nel Devachan.

Ma l’uomo ha ancora molti altri compiti nel Devachan. Non è affatto occupato soltanto con se stesso. Non fa tutto ciò neppure senza coscienza. L’uomo vive coscientemente nel Devachan, e falsa è l’affermazione del contrario nei libri teosofici. Come avviene ciò dunque?

Quando l’uomo dorme, il corpo astrale è uscito dal corpo fisico e da quello eterico, e allora l’uomo non ha coscienza, ma solo finché il corpo astrale deve svolgere il suo lavoro consueto: ossia riparare e armonizzare il corpo fisico logoro e affaticato. Per tutto questo tempo l’uomo è privo di coscienza. Quando però l’uomo è morto, il corpo astrale non deve più esercitare questa attività, e nella stessa misura in cui viene liberato dall’attività sul corpo fisico, in lui si risveglia la coscienza. La sua coscienza infatti durante la vita veniva oscurata e repressa di giorno dalla potenza fisica del corpo, e di notte doveva lavorare su questo corpo fisico. Quando ora dopo la morte le forze si liberano, allora nel corpo astrale emergono immediatamente organi ben determinati. Questi organi sono i sette fiori di loto, i chakra. Sorge così alla radice del naso, tra le sopracciglia, il fiore di loto a due petali. Artisti chiaroveggenti lo sapevano e diedero alle loro opere d’arte il simbolo corrispondente: Michelangelo raffigurò il suo «Mosè» con due corna. Gli altri fiori di loto sono distribuiti nel modo seguente:

il fiore di loto a sedici petali in prossimità della laringe, il fiore di loto a dodici petali in prossimità del cuore, il fiore di loto a otto o dieci petali in prossimità della bocca dello stomaco, uno a sei e uno a quattro petali si trovano più in basso.

Questi organi astrali nell’uomo comune di oggi sono appena accennati, ma quando diventa chiaroveggente, o nei medium in stato di trance, essi emergono nettamente in vividi, luminosi colori e si muovono.

Nel momento in cui i fiori di loto si muovono, l’uomo percepisce nel mondo astrale. La differenza tra organi fisici e organi astrali consiste nel fatto che gli organi sensoriali fisici dell’uomo sono passivi: lasciano che tutto agisca su di loro dall’esterno. Occhio, orecchio e così via sono anzitutto in stato di quiete, devono attendere finché viene loro offerto qualcosa, luce, suoni e così via. Gli organi spirituali sono al contrario attivi, afferrano l’oggetto come con una morsa. Questa attività può però risvegliarsi solo quando le forze del corpo astrale non sono usate altrimenti: allora esse affluiscono nei fiori di loto. Anche in Kamaloka, finché le parti inferiori del corpo astrale sono ancora connesse con l’uomo, ha luogo ancora un offuscamento. Ma quando il cadavere astrale è stato respinto e resta soltanto ciò che è stato acquisito in modo durevole, dunque alla soglia del Devachan, allora questi organi sensoriali astrali si sono risvegliati a piena attività, e nel Devachan l’uomo vive in alto grado coscientemente con questi organi sensoriali. Non è corretto quando nei libri teosofici si dice che l’uomo nel Devachan dorma, e non è neppure corretto che sia occupato soltanto con se stesso o che non trovi proseguiti i rapporti intrecciati sulla Terra; un’amicizia autentica, fondata su una comunanza spirituale, si continua piuttosto con maggiore intensità laggiù. L’intimità dell’amicizia fornisce nutrimento alla comunanza spirituale nel Devachan, l’arricchisce con nuove forme. Questo è proprio ciò che dà nutrimento all’anima nel Devachan. Anche il rapporto dell’uomo con la natura, un nobile, estetico godimento della natura, è nutrimento per la vita dell’anima nel Devachan.

Di ciò vive, come detto, l’uomo laggiù. I rapporti di amicizia sono per così dire i pezzi d’arredamento di cui si circonda. I rapporti fisici sulla Terra contrastano spesso abbastanza questi legami. Nel Devachan il modo in cui

due amici stanno insieme è determinato unicamente dall’intensità dell’amicizia. Intrecciare tali rapporti sulla Terra significa dunque apportare esperienze per la vita nel Devachan. Così le condizioni di vita fisiche si presentano come reali esperienze nel Devachan.

5°Il lavoro dell’uomo nei mondi superiori tra morte e nuova nascita

Stoccarda, 26 Agosto 1906

Ieri ci siamo familiarizzati un poco con l’essenza del Devachan; ora si pone naturalmente la domanda: come si realizza la vera beatitudine del Devachan? — L’attività nel Devachan consiste principalmente nel creare, ed è difficile darne una rappresentazione. Forse, però, il confronto con qualcosa di terrestre ce l’avvicinerà.

Esiste sulla Terra una sensazione che si può studiare nel modo migliore osservando un essere in un’attività che ha a che fare con la produzione di un altro essere, ad esempio una gallina che cova un uovo. È un paragone grottesco, ma molto adatto. Per la sensazione sensibile della gallina, il covare è una beatitudine, un immenso benessere. Si può ora trasporre ciò allo spirituale e così raffigurarsi il Devachan.

Nella prima regione, il territorio continentale del mondo spirituale, dove tutto il fisico si distende davanti all’uomo nel negativo come un immenso quadro, egli è indotto a produrre l’immagine del suo nuovo corpo. Lo fa in un’attività senza ostacoli e prova in ciò la beatitudine del produrre.

Nella seconda regione fluisce la vita universale, che nella vita fisica è legata alle forme umane, animali e vegetali, delimitata in ciascuna entità, come le acque del mare. La si vede fluire, la vita universale, non solo esteriormente, ma anche interiormente. Esteriormente in quanto fluisce di un colore rosso-violaceo da forma vegetale a forma vegetale, da forma animale a forma animale, compresa nell’unità della vita. Nel Devachan la vita vive. Tutte le forme della vita spirituale, ad esempio quella delle comunità cristiane, le si vedono laggiù come vita che fluisce in comune. Anche il primo principio del teosofo, cercare la vita una e universale, lo si può esercitare bene laggiù; là si vede fluire la vita una, comune a tutti.

Nella terza regione si vede tutto realizzato praticamente ciò che qui si svolge sul piano dell’anima tra uomo e uomo. Quando due uomini si amano, laggiù si vede l’amore stesso come un essere che nell’amore ha il suo corpo. Quando ci si raffigura tutto ciò, si ottiene un’immagine della beatitudine del Devachan. Chi ne conosce qualcosa farà poche parole, perché lo spirituale non può essere descritto con il linguaggio fisico.

Ma non si deve credere che l’uomo nel Devachan sia inattivo o occupato soltanto con se stesso. Ha ancora altro da lavorare laggiù.

Il volto della Terra si modifica continuamente insieme a tutta la fauna e la flora. Quanto diverso era ad esempio nel nord della Siberia all’epoca in cui il mammut, che ora si ritrova nei campi di ghiaccio come congelato vivo, viveva ancora laggiù! Quanto diverso qui, dove un tempo foreste vergini coprivano il suolo, dove animali selvatici della zona calda vivevano, dove insomma si trovavano condizioni tropicali! Chi fa questo? Chi cambia le condizioni della Terra? Come stanno le cose con l’anima, con lo spirito degli animali? Come stanno le cose con l’anima delle piante?

Se consideriamo il piano fisico, diciamo a ragione: l’uomo ha qui il suo Io, qui la sua dimora; è la più eminente tra le creature che qui vivono. Ben diversamente è sul piano astrale. Non appena l’iniziato entra nel piano astrale, impara a conoscere tutta una serie di nuove entità che qui sul piano fisico non sono affatto presenti. Sotto questo aspetto è indifferente che si tratti di un uomo iniziato o di un defunto: l’iniziato può già durante un’incarnazione lavorare sul piano astrale. Vi vede ad esempio le anime di specie o di gruppo degli animali; con esse ha laggiù rapporti come qui con gli uomini, le vede come suoi simili. Gli animali hanno sul piano fisico soltanto il corpo fisico, quello eterico e quello astrale; l’Io non l’hanno sul piano fisico, ma sul piano astrale. Come le vostre dieci dita hanno un’anima comune, così tutti gli animali di una specie hanno un’anima comune sul piano astrale. L’Io della specie animale leone, cane, formiche e così via è presente laggiù come un’

entità. È per così dire come se l’Io aleggiasse nello spazio astrale e tenesse i diversi animali come marionette appese a dei fili. Anche per le piante esistono tali anime di gruppo, ma hanno il loro Io nel Devachan. Laggiù i «fili» salgono per così dire ancora più in alto. Tutti i minerali di sostanze comuni, come l’oro, i diamanti, le pietre e così via, hanno un’anima di gruppo comune nella parte superiore del Devachan.

Così le entità si distinguono nella loro successione di gradi:

Uomo

Animale

Pianta Minerale

Devachan superiore -

Io

Io - - -

Corpo astrale Corpo astrale - -

Corpo eterico Corpo eterico Corpo eterico -

Corpo fisico Corpo fisico Corpo fisico Corpo fisico

}

Linea della

Cronaca

dell’Akasha

Quando dunque l’uomo è morto, il suo Io si trova sul piano astrale insieme agli Io (questo plurale inconsueto non si può evitare) degli animali, e può svolgere laggiù un lavoro come gli Io degli animali. Questo lavoro consiste nel fatto che trasforma a poco a poco il mondo animale. Nel Devachan inferiore trova gli Io delle piante come suoi compagni; laggiù può trasformare il mondo vegetale. In questo modo egli stesso collabora alla trasformazione della Terra.

Pertanto è l’uomo stesso che compie le grandi trasformazioni della Terra: egli stesso lavora al volto della Terra. Il palcoscenico così completamente mutato alla sua nuova incarnazione, l’uomo l’ha prodotto egli stesso. Ma questo lavoro lo compie sotto la guida e la direzione di esseri superiori. È dunque del tutto vero quando, riguardo al mondo animale e vegetale che si trasforma continuamente, diciamo: questa è l’opera dei defunti. I morti lavorano alla trasformazione della fauna e della flora, e persino alla trasformazione delle forme fisiche della Terra solida. Lavoro terrestre è lavoro dei morti. Anche nelle forze della natura dobbiamo vedere le azioni degli uomini disincarnati. Quanto possentemente queste forze della natura trasformano la Terra!

Ogni attività, ogni lavoro ha avuto un inizio un tempo. Allora non c’erano ancora piramidi, allora non c’erano ancora utensili. Tutto era come gli dèi, o come i materialisti dicono, le forze della natura l’avevano dato, e l’uomo vi era stato posto dentro. Ora intorno a noi la Terra è stata trasformata dal lavoro esteriore dell’uomo, e ciò che qui non può essere raggiunto, ciò che l’uomo qui non può fare, lo fa nel tempo tra la morte e la nuova nascita. Il nostro stesso sviluppo è dunque connesso con la trasformazione dell’intera Terra. La costruzione e l’evoluzione della Terra è il lavoro dell’uomo sui piani superiori, e quanto più l’uomo stesso si sviluppa, tanto più rapidamente e perfettamente procede la trasformazione della Terra fisica e della fauna e della flora. Quanto più è sviluppato, tanto più a lungo deve lavorare nelle regioni superiori del Devachan. Il selvaggio ha ancora poca comprensione di ciò. In molte saghe e fiabe lo spirito umano, apparentemente infantile, ma in realtà ispirato da forze elevate, ha espresso questi fatti.

Come operano dunque le forze per portare l’uomo a una nuova incarnazione? Circa mille anni trascorrono tra la morte e una nuova incarnazione, come abbiamo visto: in questo tempo l’anima matura per intraprendere di nuovo il cammino verso una nuova nascita. Per il veggente è straordinariamente interessante esplorare il mondo astrale. Può ad esempio osservare cadaveri astrali in volo, in via di dissoluzione. Il cadavere astrale di un uomo altamente sviluppato, che ha lavorato sui propri istinti inferiori, si dissolve rapidamente; ma lentamente procede la dissoluzione nel caso di uomini a un livello basso, che hanno dato libero corso alle proprie inclinazioni e passioni. Può persino acca-

dere che il vecchio cadavere astrale lasciato indietro non si sia ancora dissolto quando il suo originario portatore procede verso una nuova nascita. E questo è allora un destino pesante. Può anche accadere che un uomo, per circostanze particolari, ritorni presto e trovi ancora il suo vecchio cadavere astrale; questo esercita allora una forte attrazione verso di lui e si insinua nel nuovo corpo astrale. L’uomo si forma dunque un nuovo corpo astrale, ma il suo vecchio si congiunge con esso: entrambi li trascina con sé attraverso la vita. Il vecchio corpo astrale gli si presenta allora in sogni maligni o visioni come il suo secondo Io e l’inganna, lo tormenta e l’affligge. Questo è il «Guardiano della soglia» illegittimo, falso. Questo vecchio cadavere astrale esce facilmente dall’uomo perché non è saldamente connesso con le altre arti costitutive, e appare allora come un doppio.

Oltre a queste figure il veggente vede ancora un genere particolarmente singolare di formazioni: sono formazioni a forma di campana, che attraversano e trapassano lo spazio astrale con enorme velocità. Sono i germi umani non ancora incarnati, ma protesi verso l’incarnazione. Il tempo e il luogo sono in realtà piuttosto insignificanti per questi germi umani che tendono verso l’incarnazione, perché possono muoversi così facilmente. Sono variamente colorati e circondati da un’atmosfera di colori: in un punto sono rossi, in un altro blu, al centro scintilla un raggio di un giallo luminoso. Si tratta dunque dei germi umani che appunto dal Devachan entrano nello spazio astrale. Che cosa è accaduto? L’uomo aveva portato con sé nel Devachan il corpo astrale superiore e i frutti delle diverse vite come corpo causale, e ora raccoglie intorno a sé una nuova «materia astrale». È come quando limatura di ferro sparsa si ordina secondo le forze di un magnete. A seconda delle forze intrinseche l’uomo raccoglie intorno a sé la materia astrale: con una buona vita precedente raccoglie un materiale diverso che con una cattiva. La formazione a campana è dunque il precedente corpo causale, le forze del precedente corpo astrale e il nuovo corpo astrale. Il germe non deve più trovare il vec-

chio corpo astrale, ma deve formarsi un nuovo corpo astrale dalla materia astrale indifferenziata, tanto che questo processo dipende dall’uomo stesso: a seconda delle forze della vita trascorsa sono la forma e il colore del nuovo corpo astrale. Questo è un fatto che bisogna ben considerare. Perché questi germi umani sfrecciano con tale folle velocità? Perché deve essere cercata la coppia di genitori che per carattere e condizioni familiari si adatti al germe umano. La velocità rende possibile che la coppia di genitori venga trovata. Il germe umano può in questo momento essere qui, nel prossimo già in America.

In ciò che accade dopo, l’uomo dipende dall’aiuto altrui. Entità superiori, i Lipika, guidano il germe umano verso la coppia di genitori corrispondente; i Maharaja formano il corpo eterico in conformità alla forma astrale e a ciò che i genitori contribuiscono come corpo fisico esteriore. Nell’atto della fecondazione il veggente può scoprire, nella passione che si sviluppa da parte dei genitori, anche materia astrale. In tal modo la passionalità del bambino viene determinata a seconda dell’intensità di questa passione. Poi la materia eterica affluisce da nord, sud, est e ovest, dall’alto e dal basso.

Non sempre si può trovare una coppia di genitori che corrisponda esattamente al germe umano: si può sempre cercare solo quella più adatta. E altrettanto poco si può costruire un corpo fisico che corrisponda esattamente al corpo eterico del germe umano. Una completa armonia non può mai darsi. Di qui provengono i conflitti nell’uomo tra anima e corpo.

Immediatamente prima dell’incarnazione si verifica un evento molto importante, parallelo a quello del momento della morte. Come immediatamente dopo la morte il ricordo retrospettivo della vita passata si presenta all’anima come un quadro, così immediatamente prima dell’incarnazione è presente una sorta di previsione della vita futura. Non se ne vedono tutti i particolari, ma a grandi linee tutte le condizioni della vita futura. Questo momento è di un’importanza immensa. Accade che uomini i quali nelle vite precedenti hanno molto sofferto e attraversato cose molto pesanti,

alla vista delle nuove condizioni e dei nuovi destini ricevano uno shock e trattengano l’anima dall’incarnazione completa, tanto che solo una parte dell’anima entra nel corpo. La conseguenza dello shock a una tale previsione è la nascita di un idiota o di un epilettico.

Nel momento dell’incarnazione, subito dopo la fecondazione, il filo giallo brillante nel corpo causale si oscura e scompare. Solo nell’iniziato esso permane in tutti gli stadi.

Ora non ci si deve immaginare che le arti costitutive superiori siano connesse fin dall’inizio nel modo più completo con l’embrione. Ciò che per primo dispiega la sua attività è il corpo causale, perché lavora già alla primissima formazione del corpo fisico.

Il corpo eterico comincia a lavorare sull’embrione solo nella settima settimana, il corpo astrale solo nel settimo mese. Prima lavorano sul bambino il corpo eterico e il corpo astrale della madre. È ora molto importante per l’educazione dei primi anni del bambino sviluppare ulteriormente questi corpi. Nell’educazione del bambino se ne dovrebbe tener conto molto più di quanto non avvenga. Si dovrebbe osservare il momento in cui il corpo eterico e il corpo astrale del bambino cominciano a collaborare.

Lo sviluppo dopo la nascita procede in modo graduale nelle maniere più diverse, e particolarmente importante per l’educazione è il periodo dal settimo al quattordicesimo anno di vita. Vedremo poi domani come la teosofia si pone rispetto alle questioni educative, che rappresentano un capitolo importante nello sviluppo dell’umanità.

6°L’educazione del bambino

Stoccarda, 27 Agosto 1906

Nella teosofia si tratta di una concezione della vita pratica nel senso più eminente. La luce che essa getta sulla questione educativa porterà all’umanità un profondo beneficio, ben prima che si tratti di chiaroveggenza; ci si può già convincere che nella teosofia vi è verità per la vita, ben prima di accostarsi alla visione immediata.

Dopo la nascita l’uomo entra in una nuova vita, e i suoi diversi corpi si sviluppano in modi e tempi del tutto diversi. L’educatore dovrebbe tenerne conto. Del tutto diverso è dal primo al settimo anno, del tutto diverso nei secondi sette anni, dal settimo al quindicesimo o sedicesimo anno, nei maschi più tardi, nelle femmine più presto. Ancora diverso è lo sviluppo dopo il quindicesimo anno o, diciamo, dopo la maturità sessuale. Si impara a comprendere correttamente lo sviluppo dell’uomo soltanto considerando i diversi modi di sviluppo delle sue arti costitutive.

Dalla nascita fino al settimo anno per i genitori e gli educatori viene in considerazione propriamente soltanto il corpo fisico del bambino. Con la nascita il corpo fisico è divenuto libero per il suo ambiente circostante. Prima della nascita esso costituisce una parte dell’organismo della madre. Per tutto il tempo della gestazione la vita della madre e quella del germe umano si compenetrano. Il corpo fisico della madre avvolge il corpo fisico del bambino: ciò significa che esso è ancora inaccessibile al mondo fisico esterno. Solo dopo la nascita ciò cambia. Può ricevere impressioni da altri esseri del mondo fisico solo dopo essere nato. Con ciò, però, il corpo eterico e quello astrale non sono ancora accessibili al mondo esterno. Sul corpo eterico e su quello astrale non si può agire dall’esterno tra il primo e il settimo anno, perché entrambi hanno ancora a che fare con la formazione del proprio corpo fisico. Tutta la lo-

ro attività è rivolta verso l’interno del corpo fisico: essi lavorano alla sua edificazione. Verso il settimo anno di vita circa il corpo eterico comincia a diventare libero per impressioni esterne. Solo allora si può agire sul corpo eterico. Tra il settimo e il quattordicesimo anno non si dovrebbe invece ancora agire sul corpo astrale, perché lo si danneggia togliendogli la possibilità di agire verso l’interno. È meglio se nei primi sette anni si lasciano del tutto indisturbati il corpo eterico e quello astrale, se si conta sul fatto che in questi anni tutto si sviluppa da sé.

Come si agisce nel modo migliore sull’uomo nei primi sette anni? Formando gli organi sensoriali. Tutto ciò che dall’esterno agisce su di essi è significativo. Tutto ciò che l’uomo nei primi sette anni vede e ode agisce su di lui attraverso gli organi sensoriali. Ma non attraverso una materia d’insegnamento o istruzioni orali si agisce sugli organi sensoriali, bensì attraverso l’esempio, il modello. Si deve offrire al bambino qualcosa per i suoi sensi: ciò è più importante di tutto il resto nei primi sette anni. Il bambino vede come si comportano gli uomini nel suo ambiente, lo vede con i propri occhi. Aristotele dice a ragione: l’uomo è il più imitativo degli esseri viventi. Ciò è vero in modo preminente nei primi sette anni. Mai più l’uomo è così accessibile all’imitazione come in questi primi sette anni. Proprio per questo si deve in questo periodo agire sull’attività sensoriale, si deve cercare di stimolarla e di spingerla alla propria attività. Perciò è anche così sbagliato quando nella prima infanzia si dà al bambino una cosiddetta «bella» bambola: in questo caso le forze interiori non possono mettersi al lavoro. Un bambino sviluppato naturalmente la respinge comunque e si attiene piuttosto a un pezzo di legno e cose simili, che stimolano la fantasia e l’immaginazione alla propria attività interiore.

Sul corpo eterico e su quello astrale non occorre applicare un metodo d’insegnamento particolare, ma è enormemente importante che gli influssi superiori, che passano dall’ambiente fisico senza azione cosciente su di essi, siano favorevoli. È molto importante

che l’uomo a questa età sia circondato proprio da uomini nobili, generosi e pieni d’animo con buone forme-pensiero. Queste si imprimono nelle arti costitutive che lavorano all’interno. Il modello dunque, anche nei sentimenti e nei pensieri, è il più importante mezzo educativo. Non ciò che si dice, ma ciò che si è, agisce nei primi sette anni sul bambino. A causa dell’estrema sottigliezza di queste arti costitutive, l’ambiente del bambino deve astenersi da tutti i pensieri e sentimenti impuri e immorali.

Nel periodo dal settimo al quattordicesimo, quindicesimo e sedicesimo anno, dunque fino alla maturità sessuale, il corpo eterico viene per così dire partorito, allo stesso modo in cui alla nascita il corpo fisico diventa accessibile all’ambiente. Bisogna dunque agire sul corpo eterico. Il corpo eterico è il portatore della memoria, delle abitudini stabili, del temperamento, delle inclinazioni e delle brame permanenti. Perciò, quando esso diventa libero, si deve rivolgere soprattutto la propria cura allo sviluppo di queste qualità: bisogna agire sulle abitudini, sulla memoria, in generale su tutto ciò che deve dare all’uomo un fondo stabile del carattere. Diventa come un fuoco fatuo se in questo periodo non si provvede a che certe abitudini attraversino il suo carattere come un filo rosso, affinché possa resistere alle tempeste della vita. Ora bisogna agire sulla memoria; più tardi, dopo questo periodo, ciò che deve essere assunto come contenuto della memoria entrerà con difficoltà. In particolare anche il senso per l’arte si risveglierà in questo periodo, specialmente per un’arte che ha molto a che fare con le vibrazioni del corpo eterico, ossia la musica. Se vi sono talenti per questo, si deve in questi anni provvedere a portarli allo sviluppo. In questo periodo agisce la similitudine; se si cerca di sviluppare già ora anche il giudizio, si fa un torto. La nostra epoca pecca in questo straordinariamente. Si deve provvedere a che il bambino impari il più possibile attraverso similitudini: la memoria deve ricevere un contenuto, la forza di confronto deve essere esercitata con rappresentazioni sensibili. Gli si devono presentare esempi

di grandi uomini della storia universale; ma non si deve dire: questo è bene o questo è male, perché ciò agirebbe sulla capacità di giudizio. Non si possono mai presentare al bambino abbastanza di tali immagini che agiscono sul corpo eterico, o confronti con ciò che è grande nel mondo. A questo scopo è di grande utilità lavorare molto con i simboli. Questo è il tempo in cui le fiabe e i racconti pieni di significato, che rappresentano la vita umana in immagini, agiscono con potenza. In tal modo si rende il corpo eterico mobile, flessibile e gli si danno impressioni durature. Quanto dovette Goethe essere grato alla madre per avergli raccontato in questo periodo tante fiabe!

Dunque, quanto più tardi si arriva a suscitare il giudizio nel bambino, tanto meglio è. Il bambino, però, chiede «Perché?». Queste domande sul come e sul perché non devono essere risposte con spiegazioni astratte, ma con esempi, con similitudini. Quanto è infinitamente importante trovare le similitudini giuste! Quando il bambino chiede della vita e della morte, delle trasformazioni dell’uomo, gli si può presentare l’esempio del bruco e della crisalide: gli si chiarisce come per così dire dalla crisalide il farfalla risorge a una nuova vita. Ovunque nella natura si trovano tali similitudini per le questioni più elevate. Ma particolarmente importante in questo periodo per il bambino è l’autorità. Solo che non deve essere un’autorità forzata: in modo del tutto naturale il maestro deve conquistarsi l’autorità, affinché il bambino creda prima che si possa sviluppare un sapere. Perciò la pedagogia teosofica non esige soltanto sapere intellettuale, principi e cognizioni pedagogiche nell’educatore, ma esige che si scelgano per questo compito uomini che per le loro doti naturali promettano di diventare un’autorità. Sembra questo una durezza? Ma come non introdurla, dato che il futuro dell’umanità ne dipende! Proprio questa è una prospettiva per un grande compito culturale della teosofia.

Quando poi l’uomo inizia i terzi sette anni, il tempo della maturità sessuale, il corpo astrale diventa libero, e a esso è legato il

giudizio, la critica, i rapporti immediati con gli altri uomini. Come si risvegliano i sentimenti da uomo a uomo, così si risvegliano anche i sentimenti per il resto dell’ambiente circostante; allora l’uomo è maturo per cominciare a comprendere. La personalità viene svelata con il corpo astrale; allora bisogna far emergere dall’uomo il proprio giudizio. Oggi lo si sfida alla critica molto troppo presto. Critici diciassettenni sono frequenti, e quanti scrivono e giudicano cose del tutto immature per l’umanità! Bisogna avere dai ventidue ai ventiquattro anni prima di poter giudicare da soli; l’altro è assolutamente impossibile. Dal quattordicesimo al ventiquattresimo anno è il tempo in cui l’uomo imparerà meglio dal mondo, in cui tutto ciò che lo circonda diventa per lui insegnamento. Così cresce fino alla piena maturità della vita.

Questi sono i grandi principi dell’educazione. Innumerevoli particolari ne derivano. La Società Teosofica pubblicherà un libro per maestri e madri, in cui si mostrerà come dal primo al settimo anno di vita debba operare il modello, dal settimo al quattordicesimo anno l’autorità e dal quattordicesimo al ventiquattresimo anno il giudizio autonomo.

Questo doveva essere un esempio di come la teosofia cerca di adempiere il suo compito culturale, di come essa è in grado di intervenire a ogni passo nei veri compiti pratici della vita.

Un altro esempio di teosofia pratica l’offre la considerazione della grande legge del karma. È questa una legge che rende all’uomo la vita propriamente comprensibile per la prima volta. La legge del karma non è soltanto una legge teorica o qualcosa che soddisfa semplicemente la nostra curiosità del sapere. No, a ogni passo essa è per la vita qualcosa che dà forza per l’agire e sicurezza, che rende comprensibile tutto ciò che è incomprensibile.

Anzitutto la legge del karma risponde a una grande domanda della vita: come si determina in generale il nostro destino? Perché già alla nascita dei bambini prevalgono condizioni così diverse? Si vede ad esempio come un bambino nasca nella ricchezza, forse anche con grandi talenti, circon-

dato dall’amore più premuroso. E si vede un altro bambino, nato nella miseria e nella povertà, forse con talenti o capacità limitate, in modo che sembra predestinato a non arrivare a nulla; oppure anche con grandi capacità, che però forse non possono essere sviluppate. Questi sono enigmi della vita pratica, e a questi soltanto la teosofia dà una risposta. L’uomo deve avere risposta a queste domande se vuole stare nella vita con forza e speranza. Come risponde la legge del karma a queste domande?

Abbiamo visto che l’uomo vive ripetute vite sulla Terra. Il bambino non nasce sulla Terra per la prima volta, è già stato qui spesso. Ora, tutto nel mondo esterno è in una connessione di causa ed effetto: ciò ognuno lo riconosce. La grande legge causale regna dunque nella natura, e questa legge, trasferita allo spirituale, al mondo spirituale, è la legge del karma.

Come opera dunque la legge nel mondo esterno? Se prendiamo una sfera, la riscaldiamo e poi la poniamo su una tavola di legno, essa brucia un foro nel legno. Se riscaldiamo un’altra sfera, la gettiamo prima nell’acqua e poi la poniamo sull’asse, non brucia alcun foro nel legno. Il fatto che io getti la sfera nell’acqua è significativo per ciò che la sfera produce in seguito. La sfera ha per così dire un’esperienza, ed è diverso ciò che fa prima e dopo questa esperienza. Così l’effetto dipende dalla causa. Questo è un esempio dalla natura inanimata, e così è in tutto il mondo. Animali che migrano vedenti in caverne buie perdono la facoltà visiva. Se l’animale in una generazione successiva potesse riflettere: perché non ho occhi? — dovrebbe dirsi: la migrazione dei miei antenati in queste caverne è la causa del mio destino. Così l’esperienza di prima è il destino per dopo. Così le cose sono connesse per causa ed effetto. Quanto più saliamo verso l’uomo, tanto più individuale diventa l’intera questione. L’animale ha un’anima di specie, e il destino di un gruppo di animali si collega all’anima di gruppo. L’uomo inve-

ce ha un Io per sé. Questo singolo Io subisce un destino analogo a quello dell’anima di gruppo degli animali. Come l’intera specie di animali si trasforma, così si trasforma il singolo Io da una vita all’altra. Causa ed effetto si propagano da una vita all’altra. Ciò che sperimento oggi ha la sua causa nella vita precedente, e ciò che faccio oggi forma il mio destino per la prossima vita. In questa vita non giace la causa della diversa nascita: nulla è colpa del presente. La causa giace nella vita precedente. L’uomo si è preparato da sé il suo destino attuale nella vita precedente.

Ora si può dire: ma questo non deve proprio deprimere l’uomo e togliergli ogni speranza? Eppure la legge del karma è la legge più consolante per la vita. Infatti, come è vero che nulla è senza causa, altrettanto vero è anche che nulla resta senza effetto. Anche se nasco nella miseria e nell’indigenza, anche se ho capacità limitate: ciò che faccio deve avere il suo effetto, e ciò che mi procuro attraverso la diligenza e la moralità avrà il suo effetto sicuro nelle vite successive. Può deprimermi il fatto che ho meritato io stesso il mio destino, ma può elevarmi il fatto che posso forgiarmi da solo il mio destino per il futuro. Chi accoglie questa legge nel suo pensare e sentire vedrà quale forza e sicurezza nella vita guadagnerà. Non è così importante che si comprenda la legge nei particolari; ciò viene solo ai gradi superiori della conoscenza chiaroveggente. Molto più importante è che si consideri il mondo nel senso di questa legge e che si viva di conseguenza. Se lo si fa con serietà per anni, allora questa legge si comunicherà da sé al sentimento. Si verifica attraverso l’applicazione.

Ora qualcuno può obiettare: allora diventeremmo dei puri fatalisti! Tutto ciò che ci colpisce ce lo siamo preparati da noi stessi, ma non possiamo cambiarci nulla; dunque la cosa migliore è non fare nulla. Se sono pigro, questo è appunto il mio karma. Oppure forse si dice: esiste una legge del karma che dice che possiamo ottenere effetti favorevoli per la nostra vita futura. Allora comincerò nella

vita futura a essere proprio buono; per ora voglio anzitutto godere. Ho tempo, ritornerò sulla Terra più tardi; allora comincerò. Inoltre, quando uno è povero e miserabile e io l’aiuto, allora intervengo nel suo karma. Egli ha meritato ciò che soffre; deve provvedere da sé affinché il suo karma diventi diverso.

Tutte queste cose sono i più grossolani malintesi. La legge del karma dice: tutto ciò che nella vita ho compiuto come buone azioni avrà il suo effetto, così come ogni cosa cattiva, in modo che si forma una sorta di conto nel libro della vita, con una colonna del dare e una dell’avere. In ogni momento si può fare un bilancio. Se ora chiudo i conti e tiro le somme, ne risulta il mio destino. Questo sembra dapprima qualcosa di rigido, di immobile; ma non è così. Il giusto paragone con il libro contabile dà il seguente risultato: ogni nuovo affare modifica il bilancio, e ogni nuova azione modifica il destino. Il commerciante non può certo dire: con ogni nuovo affare disturbo il mio bilancio, quindi non posso far nulla. Così come il commerciante non è impedito dal suo libro contabile di fare un nuovo affare, altrettanto poco l’uomo è impedito dal registrare un nuovo fatto nel suo libro della vita. E se il commerciante è in difficoltà e dice al suo amico: dài, prestami mille marchi, così mi tiro fuori da questa situazione difficile, e l’amico rispondesse: ma così intervengo nel tuo libro contabile, questa risposta sarebbe un’assurdità. Altrettanto sarebbe un’assurdità se io non volessi aiutare per non entrare in conflitto con la legge del karma. Nulla impedisce all’uomo che crede fermamente nella legge del karma di porre rimedio a ogni miseria, a ogni bisogno. Al contrario, se non vi si credesse, si dovrebbe dubitare che l’aiuto sia davvero efficace; così invece so con certezza che l’aiuto agisce veramente. In ciò risiede il lato consolante e operoso della legge del karma. Non si deve tanto guardare al lato passato della legge del karma quanto a quello futuro. Si guarda sì indietro a ciò che è accaduto e si porta il karma, ma soprattutto si muovono le mani, perché si deve porre una base per il futuro.

Da parte di ecclesiastici cristiani viene spesso sollevata l’obiezione: la vostra teosofia non è cristianesimo, perché attribuisce tutto all’autoredenzione. Voi dite che l’uomo deve risolvere il suo karma del tutto da solo. Se l’uomo può risolvere da sé il proprio karma, allora non resta posto per Cristo Gesù, che pure soffrì per l’intera umanità. Il teosofo dice: non ho bisogno di nessuno. Questo è un malinteso da entrambe le parti. Non si considera che il libero arbitrio non viene limitato dalla legge del karma. Questa comprensione deve averla il teosofo: che non si affida solo all’autoaiuto e all’autosviluppo quando crede nel karma. Deve sapere che l’altro può aiutarlo, e allora troveremo facilmente la vera unione della legge del karma con il fatto centrale del cristianesimo. È sempre esistita, questa concordanza: la dottrina segreta cristiana conosce la legge del karma.

Immaginiamoci due uomini: l’uno si trova nella miseria per il suo karma, l’altro l’aiuta perché ha il potere di aiutare; quello ha migliorato il suo karma. Viene forse eliminata la legge? Al contrario, essa si conferma: proprio grazie alla legge del karma l’aiuto può agire.

Se qualcuno è più potente, può aiutare due o tre o quattro, se ne hanno bisogno; e se qualcuno è ancor più potente, può aiutare centinaia o migliaia e influenzare il loro karma in senso favorevole. Se qualcuno è così potente come il cristianesimo si rappresenta Cristo Gesù, allora aiuta, in un’epoca in cui l’intera umanità ha bisogno di aiuto, l’intera umanità. La legge del karma non diventa per questo inefficace, ma al contrario: l’azione di Cristo Gesù sulla Terra diventa efficace proprio perché si può contare sul karma.

Il Redentore sa che attraverso il karma l’opera della redenzione diventa realmente accessibile a tutti. Sì, questa azione avvenne proprio facendo affidamento sulla legge del karma, come una causa per la futura magnifica azione, come un seme per il raccolto successivo, come un aiuto per colui che lascia agire su di sé le benedizioni della redenzione. L’azione di Cristo Gesù è in assoluto pensabile solo attraverso l’esistenza della legge del karma: proprio il testamento di Cristo Gesù è la dottrina del karma e della reincarnazione. In esso non si dice: ciascuno deve portare le conseguenze delle proprie azioni, ma: le conseguenze dell’azione devono essere portate, non importa da chi. Se il teosofo afferma di non comprendere l’azione unica di Cristo Gesù per l’intera umanità, semplicemente non comprende il karma. Lo stesso vale per il sacerdote che sostiene che il karma disturbi la redenzione. Il motivo per cui il cristianesimo finora ha posto meno l’accento proprio su questa legge e anche sul pensiero della reincarnazione è fondato nello sviluppo dell’umanità e verrà trattato più approfonditamente in seguito.

Il mondo non è composto da singoli Io, ciascuno dei quali sta chiuso in sé stesso: regna la grande unità, la grande fratellanza nel mondo. Come qui nella vita fisica un fratello, un amico può intervenire per l’altro, così in senso molto più profondo anche nel mondo spirituale.

7°Gli effetti della legge karmica nella vita umana

Stoccarda, 28 Agosto 1906

Oggi vorrei parlare degli effetti della legge del karma attraverso le singole vite umane. Prima di ciò, però, lasciatemi osservare che naturalmente ogni tale esposizione deve essere lacunosa, perché non vengono presentate speculazioni, casi inventati, ma, come dovrebbe sempre essere nell’occultismo, soltanto fatti, soltanto cose su cui esistono esperienze. Verrà dunque detto soltanto che questo o quello si verifica, quando si è realmente osservato un uomo che si trovava in un caso simile. Unicamente a partire dall’esperienza si parlerà dei nessi karmici.

Abbiamo già sfiorato ieri il fatto di quanto sia importante per l’uomo, come bruciante questione di vita: da dove ha origine il nostro destino, da dove provengono le diverse condizioni e disposizioni alla nascita?

Se vogliamo comprendere questi nessi karmici, dobbiamo nuovamente tener conto di ciò che abbiamo detto sulla composizione dell’uomo a partire dai suoi diversi corpi: il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale, e dentro di essi il corpo dell’Io, in cui è racchiusa la parte superiore, più elevata dell’uomo. Nei nessi karmici ci occuperà in modo privilegiato la domanda su come le cause siano collegate agli effetti in questi diversi corpi.

Consideriamo anzitutto il corpo fisico, per quanto riguarda la legge del karma. Tutte le nostre attività avvengono nel mondo fisico: dobbiamo trovarci nello stesso luogo di un’altra persona, naturalmente non in senso letterale, per poterle arrecare gioia o dolore. Il nostro agire dipende dai movimenti del nostro corpo fisico e da tutto ciò che è da esso condizionato. Con le nostre azioni in questa vita fisica è connesso il nostro destino esteriore nella vita successiva. Il destino esteriore è per così dire l’ambiente, le condizioni in cui nasciamo. Chi ha compiuto cattive azioni si prepara un cattivo ambiente, e viceversa. Questa è la prima importante legge karmica: le azioni in una vita precedente determinano il destino esteriore.

Una seconda legge fondamentale risulta da quanto segue. Gettiamo uno sguardo sullo sviluppo di un essere umano. Nel corso della vita l’uomo accoglie moltissime rappresentazioni, concetti, sensazioni e esperienze; impara straordinariamente molto. Per questo avvengono grandi cambiamenti nell’uomo. Pensate solo un paio di anni indietro, prima che conosceste la teosofia: quante nuove rappresentazioni avete acquisito da allora, come è cambiata la vita in conseguenza! Tutto questo ha modificato il corpo astrale, perché il corpo astrale, essendo il più sottile e il più fine, attraversa i cambiamenti più rapidamente.

Molto meno cambia l’uomo quanto a temperamento, carattere e inclinazioni. Un bambino irascibile, per esempio, cambia solo molto lentamente. Temperamento, carattere e inclinazioni si conservano spesso per tutta la vita. Rapidamente avviene nella vita il cambiamento delle esperienze e delle rappresentazioni, lentamente il cambiamento di temperamento, carattere e inclinazioni. Sono molto tenaci, si modificano sì un poco, ma solo straordinariamente lentamente. Stanno in rapporto a ciò che si impara all’incirca come la lancetta piccola dell’orologio sta a quella grande. Ciò dipende dal fatto che tutto questo è legato al corpo eterico, e questo cambia solo lentamente, perché è composto di una materia molto meno trasformabile del corpo astrale. Ancor più lentamente, però, si modifica il corpo fisico. È qualcosa che per così dire è disposto una volta per tutte e rimane pressoché con le stesse disposizioni per tutta la vita. Vedremo più avanti come colui che si avvia all’iniziazione possa modificare anche il suo corpo fisico e come possa agire sul suo corpo eterico. Adesso dobbiamo anzitutto considerare come queste cose si estendano oltre la singola vita.

Le rappresentazioni, le sensazioni e così via di una lunga vita, che trasformano il corpo astrale, produrranno solo nella vita successiva un cambiamento incisivo nel corpo eterico. Se dunque si vuole provvedere a nascere nella prossima vita con buone inclinazioni e buone abitudini, si deve cercare di preparare tutto ciò per quanto possibile nel proprio corpo astrale nella vita presente. Se dunque qualcuno si sforza di compiere molte buone azioni, nascerà con inclinazioni alle buone azioni. Questa diventerà una proprietà del corpo eterico. Se qualcuno per esempio vuole nascere con una buona memoria, deve qui fare quanti più esercizi di rievocazione possibile, deve ripercorrere spesso i singoli anni della propria vita e la vita nel suo insieme. In tal modo sviluppa nel corpo astrale qualcosa che nella prossima vita diventerà una proprietà del corpo eterico: una buona disposizione alla memoria. Un uomo che nella sua vita corre per il mondo soltanto con frenesia, nella prossima vita nascerà in modo tale da non poter aderire a singole cose dell’ambiente. Chi invece vive molto intimamente con un determinato ambiente, nascerà con una particolare predilezione per tutto ciò che un simile ambiente ha formato.

Ora si possono anche ricondurre correttamente i diversi temperamenti alla vita precedente, perché i temperamenti sono appunto proprietà del corpo eterico.

Il collerico ha una forte volontà, è coraggioso, audace, assetato d’azione e ha l’impulso a fare molto. Fra le personalità della storia universale erano per esempio Alessandro il Grande, Annibale, Cesare, Napoleone: erano collerici. Questa disposizione caratteriale si mostra già nel bambino. Un tale bambino vuole avere un ruolo guida tra i suoi compagni di gioco.

Il melanconico si occupa molto di sé stesso; per questo giunge facilmente a isolarsi. Riflette molto, soprattutto su come l’ambiente agisce su di lui. Si ritira volentieri, è facilmente diffidente. Ciò si mostra di nuovo già nel bambino: non mostra volentieri i suoi giocattoli, ha paura che gli venga portato via qualcosa e vorrebbe avere una chiavetta per tutto.

Il flemmatico non ha vero interesse per nulla, sogna molto a occhi aperti, è inattivo, pigro e cerca il godimento dei sensi.

Il sanguinico invece ha un interesse facilmente eccitabile per tutto, ma non dura, svanisce facilmente e rapidamente, cambia molto e spesso le sue passioni.

Questi sono i quattro tratti caratteriali fondamentali che un uomo può avere. Di solito l’uomo ha una mescolanza di tutti e quattro i temperamenti, ma si può sempre trovare più o meno una tonalità di fondo. Questi quattro temperamenti si esprimono nel corpo eterico. Vi sono dunque quattro tipi principali di corpi eterici. Questi a loro volta hanno diverse correnti e movimenti che si esprimono in un determinato colore di fondo nel corpo astrale. Ciò non dipende dal corpo astrale, vi si mostra soltanto.

Il temperamento melanconico viene karmicamente provocato in modo particolare quando un uomo nella vita precedente è stato costretto a vivere nella cerchia più ristretta, a stare molto per sé, a occuparsi sempre solo di sé stesso, in modo da non poter risvegliare in sé alcun interesse per altro. Chi invece ha conosciuto molte cose, chi è venuto in contatto con molte cose e non le ha semplicemente osservate, chi è stato trattato duramente dalla vita precedente, costui diventerà un collerico. Se si è avuta una vita piacevole senza molte lotte e difficoltà, oppure anche se si è visto molto, si è passati accanto a molte cose, ma le si è solo guardate, si diventerà un flemmatico o un sanguinico. Tutto ciò che nel corpo astrale avviene in questa vita, nella prossima vita karmicamente passa all’essenza fondamentale del corpo successivamente più denso, il corpo eterico.

Da ciò si può vedere come si possa lavorare per la propria prossima vita, e nelle scuole occulte si lavora consapevolmente in questa direzione sull’uomo. È vero che in passato ciò avveniva ancor più di oggi. Ciò dipende dai cambiamenti ciclici dello sviluppo. Circa cinquemila anni fa il maestro occulto aveva un compito del tutto diverso. Allora doveva prendersi cura degli uomini più come gruppi; gli uomini non erano ancora così avanti che ciascuno dovesse provvedere a sé. Si lavorava consapevolmente affinché intere categorie e gruppi di uomini nella prossima vita si armonizzassero fra loro. Ma gli uomini diventano sempre più individuali, sempre più autonomi, in modo che il maestro occulto oggi non può più usare un uomo come mezzo per un fine, ma deve trattare ogni singolo come fine a sé stesso, deve portare ogni singolo tanto avanti quanto per questi è possibile. Nelle culture più antiche, per esempio in India, l’intera popolazione era suddivisa in quattro caste e si lavorava su di loro in modo che gli uomini nella prossima vita si adattassero a una determinata casta. La formazione degli uomini era sistematicamente predisposta per provvedere ai millenni a venire, per rimodellare l’immagine del mondo per millenni, e proprio questo dava ai guide occulti il grande potere.

Come agisce l’uomo sul suo corpo eterico in vista della prossima vita? Tutto ciò che l’uomo sviluppa nel suo corpo eterico si evolve, anche se molto lentamente, e l’educazione può provvedere a coltivare abitudini ben determinate. Ciò che avviene nel corpo eterico in una vita, nella prossima vita viene all’esistenza nel corpo fisico. Tutte le inclinazioni e abitudini dell’attuale corpo eterico danno nella prossima vita la disposizione alla salute o alla malattia. Buone inclinazioni, buone abitudini danno la disposizione alla salute; cattive inclinazioni, cattive abitudini appaiono nella prossima vita come disposizione a determinate malattie. Il proposito, la ferma volontà di togliersi una cattiva abitudine agisce già nel corpo più profondo e dà così la disposizione alla salute. Particolarmente bene è stato osservato come la disposizione alle malattie infettive si manifesti nel corpo fisico. Non se si contrae una malattia — questo dipende dalle azioni — ma se si è predisposti a essa, se vi si è più o meno esposti, dipende dalle inclinazioni della vita precedente. Le malattie infettive risalgono, cosa singolare, a un senso acquisitivo egoistico particolarmente sviluppato nella vita precedente.

Se ci si vuole informare sulla salute e sulla malattia, si deve considerare quante cose cooperano.

Le malattie non devono essere necessariamente soltanto un karma individuale; esiste anche un karma di popolo in relazione alle malattie.

Un caso interessante di come le cose siano peculiarmente connesse nella vita spirituale è l’invasione degli Unni e delle stirpi mongole che si riversarono dall’Asia verso occidente. Queste popolazioni, i Mongoli, erano i ritardatari degli Atlantidei. Mentre gli Indiani e i Germani e altri si sviluppavano verso l’alto, i Mongoli erano i fratelli rimasti fermi a un certo stadio. Proprio come sul cammino evolutivo dell’uomo si sono separati gli animali, così si separano anche popoli e razze inferiori. Queste popolazioni, i Mongoli, erano Atlantidei rimasti indietro, sviluppatisi verso il basso fisicamente. Nel corpo astrale di tali uomini rimasti indietro si vedono abbondanti sostanze astrali di decomposizione. I Mongoli si scontrarono con i Germani e con gli altri popoli dell’Europa centrale, che furono colti da paura e terrore. Ma paura e terrore sono proprietà del corpo astrale: in esse prosperano particolarmente bene tali sostanze astrali di decomposizione. Così i corpi astrali europei furono infettati, e questa infezione si manifestò poi nelle generazioni successive nel corpo fisico, non però per l’individuo, ma per interi popoli. Questa era la lebbra, il morbo di Hansen, la terribile malattia che nel Medioevo causò tali devastazioni. Questa malattia era la conseguenza fisica dell’influenza sul corpo astrale.

La ricerca filologica non la potete qui consultare, perché essa non sa nulla di queste influenze astrali. Ma già nei nomi potete trovare indicazioni sulla discendenza dalla vecchia razza atlantidea: Attila, il condottiero degli Unni, si chiama nella lingua nordica Atli, che significa uno che discende dagli Atlantidei.

Così le malattie dei popoli hanno le loro ragioni. Nell’antichità si sapeva ancora di tali cose, e la Bibbia le esprimeva attraverso una verità che appunto viene spesso fraintesa: «Colui che visita le colpe dei padri fino alla terza e alla quarta generazione». Con ciò non si intendono infatti le successive incarnazioni individuali, ma le generazioni, questa forma di karma di popolo. Ciò va preso alla lettera, così come molte di tali affermazioni vanno prese più alla lettera di quanto si creda.

Bisogna prima imparare a leggere i documenti religiosi. Vi sono quattro gradi. L’uomo ingenuo nei tempi antichi si poneva di fronte a essi prendendoli alla lettera. Poi, quando gli uomini divennero astuti, ciò avvenne sempre meno. I liberali divenuti furbi, i liberi pensatori, interpretavano i documenti ciascuno a modo suo, e così accadde che molte cose non venivano interpretate, ma sottoposte a significati estranei. Poi vi è ancora un grado, i simbolisti. Sono quelli che interpretano tutto simbolicamente, tanto gli antichi miti e le leggende quanto la vita di Cristo Gesù. Naturalmente tutto ciò dipende dall’intelligenza del singolo, perché si possono formare immagini intelligenti e meno intelligenti. Ma vi è ancora un quarto grado, ed è il conoscitore dei misteri, che può di nuovo comprendere tutto alla lettera, perché attraverso la sua conoscenza spirituale penetra con lo sguardo le connessioni.

Da quanto detto vedete come nella vita fisica emerga ciò che nella vita spirituale, in sentimenti e abitudini, era presente in precedenza. Da ciò si può ricavare un importante principio pratico: se si provvede in modo favorevole alle abitudini degli uomini, si migliora non solo la vita morale delle generazioni successive, ma anche la vita sanitaria di un popolo, e viceversa. Questo è allora karma di popolo.

Ai giorni nostri è molto diffusa una malattia che cento anni fa si conosceva a malapena; non che non la si riconoscesse, ma essa non era realmente diffusa: è la nervosità. Questa peculiare forma morbosa è la conseguenza della concezione materialistica del mondo del XVIII secolo. Senza il precedere di queste abitudini di pensiero materiali, non si sarebbe mai prodotta. Il maestro occulto sa che se il materialismo dovesse perdurare ancora per decenni, avrebbe un effetto devastante sulla salute dei popoli. Se non si ponesse un argine a queste abitudini di pensiero materiali, in seguito gli uomini non sarebbero solo normalmente nervosi, ma i bambini nascerebbero tremanti e non solo percepirebbero l’ambiente, ma proverebbero una sensazione di dolore per ogni ambiente circostante. Soprattutto le malattie mentali si diffonderebbero con enorme rapidità: epidemie di follia apparirebbero nei prossimi decenni. Questo era anche il pericolo verso il quale l’umanità si stava dirigendo: malattie mentali epidemiche. E questa immagine del futuro era la vera ragione per cui le guide occulte dell’umanità, i Maestri della saggezza, si videro posti nella necessità di far affluire qualcosa della saggezza spirituale nell’umanità in generale. Solo una tale concezione spirituale del mondo può dare di nuovo alle generazioni future una buona disposizione alla salute. Vedete, la teosofia è un movimento profondo, attinto dal bisogno dell’umanità.

Un secolo fa ancora un uomo «nervoso» era uno che aveva nervi forti, nervi come corde. Già dalla trasformazione del significato della parola si può vedere come sia entrato nel mondo qualcosa di completamente nuovo.

Come si rapporta la legge del karma all’ereditarietà fisica? L’ereditarietà fisica gioca un grande ruolo. Sappiamo che nel figlio si ritrovano certe proprietà del padre e degli avi; per esempio nella famiglia Bach in duecentocinquant’anni vi furono ventotto musicisti significativi. Bernoulli era un matematico significativo, e otto matematici significativi seguirono nella sua famiglia. Tutto questo è ereditarietà, si dice; ma ciò è vero solo in parte. Per diventare per esempio un musicista significativo, non occorre soltanto aver sviluppato nell’anima le disposizioni musicali, ma si deve anche avere fisicamente un orecchio corrispondentemente buono. Ciò che è puramente fisico nella famiglia di musicisti, i fini organi dell’udito, questo si eredita dai genitori al figlio.

In una famiglia in cui si coltiva molta musica vi sono dunque buoni orecchi, formati per la musica. Se ora un’anima con disposizioni fortemente sviluppate per la musica si incarna, è comprensibile che non nasca in una famiglia dove non si pratica alcuna musica — lì dovrebbe inaridire — ma in quella dove sono presenti organi fisici adatti. Ciò concorda perfettamente con la legge del karma.

Lo stesso può valere per il coraggio morale. Se una disposizione in tal senso non trova il sangue adatto, si atrofizza. Vedete, bisogna dunque essere cauti nella scelta dei propri genitori! Non è il figlio che somiglia ai genitori, ma nasce là dove i genitori gli sono più somiglianti.

Ora viene chiesto: non viene per questo pregiudicato l’amore materno? Questo non è affatto il caso. Proprio perché la più profonda simpatia esiste già prima della nascita, questo bambino va verso quella madre, in modo che l’amore nella sua origine viene in realtà spostato ancora più indietro; dopo la nascita esso semplicemente continua. Il bambino ha già amato la madre prima della nascita; non c’è da stupirsi che poi la madre ricambi questo amore. Così l’amore materno non viene per nulla negato, ma viene per la prima volta spiegato nelle sue vere cause.

Di ciò parleremo ancora domani.

8°Bene e male

Stoccarda, 29 Agosto 1906

Proseguiamo nella trattazione di singole questioni karmiche in relazione alla vita umana.

Un’ulteriore domanda è: quale concezione ha la dottrina segreta della nascita della coscienza morale? La coscienza morale si mostra all’uomo del nostro grado di civiltà come una sorta di voce interiore che gli indica ciò che deve fare o tralasciare. Come è nata una tale voce interiore?

È interessante indagare se nello sviluppo storico dell’umanità sia sempre esistito qualcosa come ciò che oggi si chiama coscienza morale. Si trova che in stati di civiltà molto antichi non esisteva una parola per questo concetto. Nella letteratura greca essa compare solo relativamente molto tardi, in modo che i Greci più antichi non avevano ancora questa parola nella loro lingua. Parimenti altri popoli agli inizi della loro civiltà non avevano una parola per essa. Da ciò possiamo concludere che in uno stato più o meno cosciente questa coscienza morale è divenuta nota solo gradualmente. E così è in effetti. La coscienza morale è sorta solo col tempo, si è formata e anzi piuttosto tardi nella storia dello sviluppo dell’umanità. Vedremo più avanti che cosa avevano i nostri antenati al posto della coscienza morale.

Come si è formata gradualmente la coscienza morale? Un esempio: Darwin incontrò una volta nei suoi viaggi un cannibale e cercò fra l’altro di rendergli chiaro che non è certo una buona cosa mangiare un altro uomo. Ma il selvaggio disse: per decidere se sia buono o cattivo mangiare un uomo, bisogna prima averlo mangiato! Il selvaggio non aveva ancora giudicato il bene e il male secondo concetti morali, ma secondo la piacevolezza da lui provata. Era un uomo rimasto indietro da un antico, antichissimo stato di civiltà in cui ci trovavamo tutti una volta. Come giunse un uomo alla distinzione tra bene e male? Per il fatto, ad esempio, che praticò il cannibalismo tanto a lungo finché egli stesso si trovò nella condizione di essere mangiato. In quel momento fece l’esperienza che la stessa cosa poteva colpire lui. Dunque attraverso l’esperienza si accorse che qualcosa non era del tutto in ordine, e il frutto di questa esperienza gli rimase nel Kamaloka e nel Devachan. All’incarnazione successiva portò con sé un sentimento del tutto oscuro che il suo agire non fosse giusto; dopo ulteriori incarnazioni questo sentimento divenne più preciso, prestò attenzione alle sensazioni degli altri, e così a poco a poco si formò un certo trattenersi. Dopo diverse ulteriori incarnazioni questo sentimento oscuro si era condensato e si era formato il pensiero: questo non si deve fare. Allo stesso modo un selvaggio agli inizi della civiltà mangiava tutto indistintamente; poi gli vennero mal di stomaco, e a poco a poco fece l’esperienza che certe cose poteva mangiarle e altre no. Così gradualmente l’esperienza si condensò e divenne la voce della coscienza morale.

Che cos’è dunque la coscienza morale? Il risultato di esperienze attraverso le diverse incarnazioni. In fondo, ogni sapere, il più elevato come il più basso, è in generale il risultato di esperienze; è sorto per la via del tentativo, dell’esperienza.

Un fatto interessante appartiene a questo contesto: solo da Aristotele esiste una scienza della logica, della dottrina del pensiero. Da ciò si deve concludere che anche il pensiero corretto è sorto soltanto col tempo. E così è in effetti. Il pensiero dovette prima svilupparsi, e il pensiero corretto, la logica, è sorto solo nel corso del tempo in base all’osservazione che il pensiero errato conduce a cose che sono dannose. Il sapere è qualcosa che gli uomini si sono conquistati in molte incarnazioni. Dopo lunghi tentativi l’umanità giunse a un tesoro di sapere. Qui si vede l’importanza della legge del karma: abbiamo qui anche qualcosa che si forma come abitudine e inclinazione permanente dall’esperienza. Un’inclinazione come la coscienza morale è anch’essa legata al corpo eterico: dopo che il corpo astrale si è convinto tante e tante volte che questo o quello non funziona, questa inclinazione si forma nel corpo eterico come una proprietà permanente.

Un altro interessante nesso karmico si mostra nel comportamento abitualmente egoistico oppure nella partecipazione amorevole e simpatetica alla vita degli altri. Vi sono egoisti incalliti per abitudine, non solo riguardo al senso acquisitivo, e vi sono persone altruisticamente amorevoli e compassionevoli. Entrambe le cose sono legate al corpo eterico e vengono a espressione nella prossima vita nel corpo fisico. Persone che in una vita agiscono abitualmente in modo egoistico, nella vita successiva invecchiano precocemente, si raggrinziscono presto; il mantenersi a lungo giovani e freschi deriva invece da una vita precedente amorevole e devota. Si può dunque preparare consapevolmente anche il corpo fisico per la prossima vita.

Ora vi starà a cuore una domanda, se ricordate ciò che ho detto ieri: come stanno le cose con ciò che il corpo fisico conquista per sé stesso? Le sue azioni diventeranno il suo destino futuro; ma le malattie che ha attraversato in questa vita, che ne sarà?

La risposta a questa domanda, per quanto strana possa sembrare, non è una speculazione, non è una teoria, si basa sulle esperienze della scienza occulta e insegna la missione della malattia. Fabre d’Olivet, lo studioso dei capitoli iniziali della Genesi, ha usato una volta un’immagine molto bella. Dice: la preziosa perla nasce da una malattia; è un essudato della madreperla, in modo che la vita in questo caso deve ammalarsi per produrre qualcosa di prezioso. Come dalla malattia della conchiglia si forma la perla, così le malattie del corpo fisico in una vita ricompaiono nella vita successiva come bellezza estetica. O il proprio corpo diventa, attraverso la malattia che ha attraversato, bello nella forma esteriore nella vita successiva, oppure una malattia infettiva che ha condiviso con il suo ambiente viene ricompensata con la bellezza del suo ambiente. La bellezza si sviluppa dunque karmicamente dalla sofferenza, dal dolore, dalle privazioni e dalle malattie. Questo è un nesso sorprendente, ma esso esiste realmente. Persino il senso estetico viene formato in questo modo. Nulla di bello esiste nel mondo senza sofferenze, dolori e malattie. Qualcosa di del tutto simile ci viene incontro nella storia dello sviluppo dell’umanità in generale. Da ciò vedrete quanto siano in realtà meravigliosi i nessi karmici nella vita, e come le domande sul male, sulla malattia e sul dolore non possano affatto essere risolte senza conoscere le grandi connessioni interiori dello sviluppo dell’umanità.

La linea dell’evoluzione risale a tempi molto, molto antichi. Allora le condizioni erano ancora del tutto diverse, la Terra era completamente diversa. Gli animali superiori non erano ancora presenti. Vi fu un tempo in cui non esistevano ancora affatto pesci, anfibi, uccelli, mammiferi; soltanto animali inferiori ai pesci. L’uomo c’era, tuttavia in una forma completamente diversa. Il suo corpo fisico era ancora molto imperfetto, mentre più elevato era il corpo spirituale. Era ancora in un corpo morbido, eterico, e l’anima lavorava essa stessa dall’esterno a questo corpo fisico. L’uomo aveva ancora in sé tutti gli altri esseri. In seguito si sviluppò più in alto e lasciò indietro la forma dei pesci che aveva in sé. Erano creature possenti, dall’aspetto fantastico, dissimili dai nostri pesci odierni. Di nuovo l’uomo si sviluppò più in alto e separò da sé gli uccelli. Poi uscirono dall’uomo i rettili e gli anfibi, esseri grotteschi come i sauri, gli ittiosauri, che erano in realtà solo i ritardatari di esseri rimasti indietro ancor prima, ancor più dissimili dall’uomo. Poi ancora più tardi l’uomo mise fuori di sé i mammiferi. Per ultimo respinse le scimmie e salì egli stesso più in alto.

L’uomo dunque è stato fin dall’inizio uomo, non scimmia, e ha separato da sé l’intero regno animale per diventare egli stesso più perfetto: quasi come quando da un liquido mescolato con colore si separano a poco a poco le sostanze coloranti e si trattiene l’acqua limpida. Antichi naturalisti come Paracelso e Oken hanno espresso ciò in modo bello: quando l’uomo guarda fuori al mondo animale, deve dirsi: questo l’ho portato io stesso in me e l’ho separato dal mio essere.

Così l’uomo aveva in sé ciò che in seguito ebbe fuori di sé. E così l’uomo ha anche oggi ancora qualcosa in sé che in seguito avrà fuori di sé, ossia il suo karma, le due voci del bene e del male. Così come è vero che l’uomo ha messo fuori di sé il regno animale, altrettanto vero è che metterà fuori nel mondo il male e il bene. Il bene darà una razza umana buona per natura, il male una razza umana malvagia separata. Ciò è detto anche nell’Apocalisse, solo che non va frainteso. Ora bisogna però anche distinguere tra sviluppo dell’anima e sviluppo della razza. Un’anima può essere incarnata in una razza che decade; ma se questa anima non si fa essa stessa malvagia, non ha bisogno di incarnarsi nuovamente in una razza che sprofonda: si incorpora di nuovo in una razza ascendente. Per le razze discendenti affluiscono da altri lati anime in abbondanza per l’incarnazione.

Ma ciò che è dentro deve venire fuori, e l’uomo salirà sempre più in alto quando il suo karma si sarà risolto. Con ciò è connesso qualcosa di straordinariamente interessante. In vista di questo sviluppo dell’umanità, già da secoli sono stati fondati ordini segreti che si sono posti i compiti più elevati pensabili. Un tale ordine è l’ordine dei Manichei. La scienza non sa nulla di giusto al riguardo. Si crede che i Manichei abbiano stabilito la dottrina che esistano per natura un bene e un male che si combattono fra loro; che così fosse stato determinato fin dalla creazione. Questo è un barlume distorto fino all’assurdità del vero compito di questo ordine. I singoli membri di questo ordine vengono educati in modo del tutto particolare per il loro grande compito. Questo ordine sa che ci saranno uomini che nel karma non avranno più nulla di malvagio, e che ci sarà anche una razza malvagia per natura, nella quale tutto il male sarà presente in grado ancor più elevato che negli animali più selvaggi, perché essi compiranno il male consapevolmente, raffinatamente, con un intelletto altamente sviluppato. L’ordine dei Manichei istruisce già adesso i suoi membri in modo tale che essi non solo combattano il male, ma diventino capaci di trasformarlo in bene in incarnazioni successive. L’enormemente difficile di questo compito sta nel fatto che in quelle razze umane malvagie, non come nel caso di un bambino cattivo accanto al male c’è ancora del bene che si può sviluppare ulteriormente mediante l’esempio e l’insegnamento. Trasformare radicalmente quelli che sono malvagi per natura, questo il membro dell’ordine dei Manichei l’impara già oggi. E questo male così rifuso, una volta riuscito il lavoro, diventerà un bene del tutto particolare. Uno stato di santità sarà lo stato morale universale sulla Terra, e la forza della trasformazione produrrà lo stato di santità. Ma ciò non può essere raggiunto se non attraverso il formarsi prima di questo male; e nella forza che deve essere impiegata per vincere questo male, si sviluppa la forza verso la più alta santità. Il campo deve essere concimato con il ripugnante concime: il concime deve prima crescere per così dire dentro il campo come fermento. Così l’umanità ha bisogno del concime del male per raggiungere lo stato della più alta santità. Questa è la missione del male. L’uomo diventa forte quando deve sforzare i suoi muscoli; parimenti il bene, se deve elevarsi alla santità, deve prima vincere il male opposto. Il male ha il compito di portare l’umanità più in alto.

Tali cose ci lasciano guardare dentro il mistero della vita. Poi, quando l’uomo avrà vinto il male, potrà accingersi a redimere le creature respinte, a spese delle quali si è sviluppato. Questo è il senso dello sviluppo.

Qualcosa di ancor più difficile è quanto segue. Un guscio di lumaca, un guscio di conchiglia sono stati separati dalla sostanza vivente dell’animale stesso. Ciò che come casa circonda la lumaca era originariamente in essa: è il suo proprio corpo in forma condensata. La teosofia dice: noi siamo un’unità con tutto ciò che ci circonda. Ciò va inteso nel senso che l’uomo un tempo ha avuto tutto in sé. In effetti la crosta terrestre è sorta per il fatto che l’uomo un tempo l’ha cristallizzata fuori di sé; e come la lumaca la sua casa, così l’uomo ha avuto in sé anche tutti gli altri esseri e regni, il regno minerale, vegetale e animale, e a tutti può dire: le sostanze erano in me, io ho cristallizzato fuori i componenti. Così guarda ora a qualcosa fuori di sé stesso, e adesso acquista un senso afferrabile quando, guardandole, dice: tutto questo sono io stesso.

Ancora più sottile è una seconda idea. Rappresentatevi quell’antico stato dell’umanità in cui nulla era ancora stato separato dall’uomo. L’uomo c’era e aveva anche rappresentazioni, ma non le aveva oggettivamente, per il fatto che le cose esteriori facevano un’impressione, bensì puramente soggettivamente. Tutto proveniva da lui stesso. Il sogno è ancora un’eredità di quel tempo in cui l’uomo ha per così dire filato l’intero mondo fuori di sé. Poi pose il mondo di fronte a sé. Noi abbiamo fatto noi stessi le cose e nelle altre creature contempliamo i nostri propri prodotti, il nostro proprio essere solidificato.

Kant parla di qualcosa che l’uomo non potrebbe conoscere, di una «cosa in sé». Ma qualcosa del genere non esiste. Non vi sono limiti alla conoscenza, perché l’uomo trova in tutto ciò che vede intorno a sé le tracce lasciate dalla propria essenza.

Tutto ciò è stato detto per mostrarvi che, se si considera solo un lato delle cose, non si può mai giungere a una vera comprensione. Bisogna aver chiaro che tutto ciò che ci appare in un certo stato, in tempi precedenti era del tutto diverso, e solo se si confronta il presente con il passato si giunge a una comprensione. Così anche se si considera solo il mondo sensibile: mai si comprenderà perché esista la malattia o quale sia la missione del male, se ci si limita alla considerazione sensibile. Tutte queste connessioni hanno un senso profondo. L’intero sviluppo per separazione che vi ho descritto si è compiuto perché l’uomo doveva diventare un essere interiore: doveva mettere fuori di sé tutto ciò per poter contemplare sé stesso. Così comprendiamo la missione della malattia, la missione del male e la missione del mondo esteriore. Queste sono le grandi connessioni quali risultano dalla considerazione della legge del karma.

Vogliamo ora trattare ancora alcune singole questioni karmiche che vengono poste di frequente. Qual è il nesso karmico per cui tanti uomini muoiono già così giovani, per esempio già da bambini? Casi noti alla scienza occulta insegnano quanto segue. Si poté per esempio esaminare un bambino morto precocemente in rapporto alla sua vita precedente, e risultò che nella sua vita anteriore era piuttosto ben dotato e aveva anche ben utilizzato queste doti. Era diventato un membro piuttosto capace della società umana, ma era un po’ miope. A causa di questi occhi deboli e del meno preciso poter osservare, tutte le sue esperienze ricevevano una sfumatura particolare. Per questo mancava dappertutto quel poco per cui sarebbe stato migliore; l’uomo restava sempre un po’ indietro a causa degli occhi deboli. Avrebbe potuto compiere cose del tutto straordinarie se avesse avuto buoni organi visivi. Morì e poi si reincarnò dopo brevissimo tempo con occhi sani, visse però solo poche settimane. Con ciò tuttavia le membra costitutive avevano sperimentato come si ottengono occhi sani, e l’uomo aveva ricevuto un pezzetto di vita per acquisire ciò che ancora gli mancava, quasi una correzione della vita precedente. Il dolore dei genitori viene naturalmente compensato karmicamente, ma essi dovettero essere lo strumento per questa correzione.

Qual è il nesso karmico nei bambini nati morti? Di ciò è difficile parlare. In singoli casi esaminati occultamente, il corpo astrale si era già unito al corpo fisico, ma poi si era di nuovo ritirato, in modo che il corpo fisico nacque morto. Ma perché il corpo astrale si ritrae? La cosa è connessa così: certi arti della natura superiore dell’uomo sono connessi con certi organi fisici. Nessun essere, per esempio, può avere un corpo eterico senza cellule. La pietra non ha un corpo eterico perché non ha vasi o cellule come la pianta. Parimenti il corpo astrale è legato a un sistema nervoso. La pianta non ha un corpo astrale proprio perché non ha un sistema nervoso. Non appena una pianta fosse pervasa da un corpo astrale, non potrebbe più avere l’aspetto fisico di una pianta, dovrebbe essere dotata di un sistema nervoso, così come la pietra sarebbe dotata di cellule se fosse pervasa da un corpo eterico.

Se dunque il corpo dell’Io deve a poco a poco prender piede, allora all’interno del corpo fisico deve essere presente sangue rosso e caldo. Tutti gli animali che hanno sangue rosso sono stati separati dall’uomo in un’epoca in cui per l’uomo si preparava lo stato dell’Io. Da ciò riconosciamo che gli organi fisici devono essere in ordine affinché i corpi superiori possano prendere dimora in essi. Importante è ora considerare che il corpo fisico viene formato nella sua conformazione attraverso la pura ereditarietà fisica. Ora può accadere che la composizione degli umori sia incorretta, mentre i genitori sono per il resto ben adatti l’uno all’altro spiritualmente e animicamente. Allora non viene a formarsi un corpo fisico ben ordinato: il germe umano riceve un corpo fisico in cui i corpi superiori non possono stabilire la loro dimora. Per esempio il corpo eterico si unisce al corpo fisico, ora il corpo astrale dovrebbe impossessarsi del corpo fisico. Trova però che non c’è uno strumento adatto, nessun organismo in ordine è a sua disposizione, e il corpo astrale deve ritirarsi. Così resta il corpo fisico che viene poi partorito morto. Dunque una nascita di bambino morto viene causata da una cattiva mescolanza fisica degli umori che non ha fornito uno strumento adatto per il germe umano spirituale-animico. Il corpo fisico prospera solo fin dove i corpi superiori possono abitare in esso. Vedete come si debba entrare nel dettaglio nello studio dei nessi karmici.

Come si producono ora le compensazioni karmiche? Se qualcuno ha fatto qualcosa a un’altra persona, ciò deve essere karmicamente compensato tra di loro. Ma per questo le persone in questione devono essere incarnate contemporaneamente. Come avviene ciò? Che cosa unisce gli uomini, quali forze lo producono? La tecnica del karma è la seguente: il male che ho fatto a un uomo è avvenuto, per questo egli ha sofferto. Ora io muoio, vado nel Kamaloka. Dapprima, immediatamente dopo la morte, devo vederlo nel quadro della memoria; ciò non causa dolore. Poi vivo la mia vita a ritroso. Quando nel tempo del Kamaloka giungo nuovamente a quel punto, devo sperimentare io stesso il dolore sopportato dall’altro uomo. Così si aggiunge il contenuto del sentimento; si imprime come un sigillo nel corpo astrale. Porto qualcosa di questo dolore come raccolto nel Devachan, ne rimane una forza in me come risultato di ciò che ho vissuto nell’altro uomo. Devo entrare nel dolore o anche nella gioia dell’altro uomo, che egli dovette vivere; ciò attira certe forze nel corpo astrale, in modo che porto con me una grande quantità di forze nel Devachan.

Quando poi torno a una nuova incarnazione, queste forze mi attirano di nuovo verso quell’uomo, per la compensazione del karma. Così tutti gli uomini che una volta hanno vissuto qualcosa insieme vengono ricondotti gli uni agli altri; durante il tempo del Kamaloka si sono incorporati queste forze.

Naturalmente possono esserci in un uomo fisicamente incarnato anche esperienze di Kamaloka con più persone, per compensare il loro karma. Un esempio ci chiarirà anche questo. Un caso noto nella scienza occulta dice quanto segue: un uomo fu condannato a morte da cinque giudici. Che cosa era accaduto? Quello stesso uomo nella vita precedente aveva ucciso proprio quei cinque, e le forze karmiche avevano ricondotto insieme queste sei persone per la compensazione karmica. Da ciò però non nasce una catena karmica senza fine, ma altri rapporti karmici mutano il corso successivo.

Vedete, le forze spirituali lavorano misteriosamente per portare alla formazione il complicato costrutto umano. Molti importanti, grandi punti di vista ci diventeranno ancora chiari quando nei prossimi giorni considereremo l’intera evoluzione della Terra e dell’uomo.

9°L’evoluzione della Terra

Stoccarda, 30 Agosto 1906

Se ci chiediamo: come si è formato l’uomo dai tempi più antichi fino a oggi, come è sorto l’uomo fin dai tempi primordiali? — allora dovremo ricordarci anzitutto di ciò che abbiamo esposto sull’essenza dell’uomo. L’uomo ha sette membra: la prima, il corpo fisico, è per così dire la membra più subordinata; più elevato e più fine è già il corpo eterico, ancor più elevato e più fine è il corpo astrale; del corpo dell’Io sono presenti per ora soltanto le disposizioni. Sarebbe però sbagliato trarne la conclusione che il corpo più elevato che l’uomo ha oggi sia anche il più perfetto e che il corpo fisico sia il più imperfetto. È proprio il contrario: il corpo fisico è la membra più perfetta dell’entità umana. In futuro, certo, le membra superiori saranno perfette in misura di gran lunga maggiore, ma oggi nel suo genere il corpo fisico è quello più altamente sviluppato. È edificato con un’indicibile saggezza. Vi ho descritto una volta come esempio la struttura del femore. Ogni singolo osso, con la sua impalcatura di travature abilmente costruita, nella sua saggia disposizione è tale che nessun ingegnere oggi potrebbe risolvere il problema di ottenere la massima prestazione con la minima massa. Quanto più si penetra nella costruzione meravigliosa della figura umana, tanto più ammirabile ci appare l’edificio, per esempio la costruzione meravigliosa del cervello, del cuore. Il cuore non commette errori, ma il corpo astrale umano commette molti errori. Gli istinti e le passioni del corpo astrale si avventano sul corpo fisico e lo sopraffanno. Quando l’uomo assume nutrimento inadatto, segue di nuovo il corpo astrale. Il cuore fisico mantiene in ordine la circolazione del sangue, ma il corpo astrale attacca incessantemente il cuore, perché i suoi istinti bramano ciò che nuoce al cuore. Caffè, tè, alcol sono sostanze velenose per il cuore, gli vengono spesso somministrate quotidianamente, e il cuore resiste comunque. È costruito in modo così durevole che per settanta, ottant’anni resiste a tutti gli assalti del corpo astrale. Nella gerarchia dei corpi, dunque, il corpo fisico è il più perfetto fin nei minimi particolari.

Meno perfetto è il corpo eterico, ancor più indietro nel suo sviluppo è il corpo astrale, e meno sviluppato di tutti è il corpo dell’Io. Da che dipende? Dipende dal fatto che il corpo fisico ha attraversato lo sviluppo più lungo. È la membra più antica dell’entità umana. Meno antico è il corpo eterico, ancor più giovane è il corpo astrale, e il più giovane di tutti è il corpo dell’Io.

Per comprendere questo sviluppo dei corpi, bisogna sapere che non solo l’uomo attraversa incarnazioni ripetute, ma che la legge della reincarnazione è una legge universale del mondo. Non solo l’uomo dunque attraversa continuamente incarnazioni, ma tutti gli esseri e tutti i pianeti sono soggetti a questa legge. La nostra intera Terra con tutto ciò che vi è sopra ha attraversato precedenti incarnazioni, delle quali anzitutto tre ci occuperanno particolarmente.

Prima che la Terra divenisse questo pianeta, ne era un altro. In tempi antichissimi la nostra Terra era un pianeta che la scienza occulta chiama Saturno. Quattro incarnazioni successive sono: Saturno, Sole, Luna, Terra. Come tra due incarnazioni umane vi è un tempo di Kamaloka e di Devachan, così tra due incarnazioni planetarie della Terra vi è un tempo in cui non è visibile e non conduce alcuna vita esteriore. Questo tempo tra le incarnazioni del nostro pianeta veniva chiamato il Pralaya, e il tempo in cui esso è incarnato Manvantara. Ma con i nomi Saturno, Sole, Luna non si intendono i corpi celesti che oggi portano questi nomi. Ciò che qui viene chiamato Sole non è il nostro Sole attuale. Il nostro Sole attuale è una stella fissa, e nel corso delle sue incarnazioni si è elevato dalla sostanza e dall’essenza di un pianeta al rango di stella fissa: l’antico Sole era un pianeta. Parimenti ciò che viene chiamata l’antica Luna non è la Luna attuale: era il terzo stadio di incarnazione della Terra; e così è anche per Saturno: era il primo stadio di sviluppo della Terra.

Sul pianeta Saturno l’uomo era già presente. Saturno non brillava, ma con l’udito devachanico lo si sarebbe potuto sentire: risuonava. Dopo essere stato presente per un certo tempo, scomparve a poco a poco, rimase per lungo tempo invisibile e poi risplendette nuovamente come Sole. Questo attraversò poi lo stesso processo e riapparve come Luna. Per ultimo, allo stesso modo, venne la Terra.

Non bisogna però immaginarsi questi quattro pianeti, Saturno, Sole, Luna, Terra, come quattro pianeti separati l’uno dall’altro; questo sarebbe del tutto errato. Sono quattro stati di manifestazione di uno stesso pianeta. Sono vere e proprie metamorfosi dell’unico pianeta, e tutti gli esseri su di esso si metamorfosano con lui. L’uomo non è mai stato su un altro pianeta, ma la Terra era presente in stati diversi.

Quando la nostra Terra era Saturno, esistevano soltanto i primissimi germi del nostro regno umano. Ciò che oggi è edificato in modo così artistico come corpo umano, su Saturno era solo disposizione, nient’altro che una primissima disposizione. Non esisteva alcun minerale, nessuna pianta, nessun animale. L’uomo è il primogenito della nostra creazione. Ma l’uomo saturnio era essenzialmente diverso dall’uomo odierno. Era per la maggior parte un essere spirituale. Non lo si sarebbe ancora potuto vedere con occhi fisici. Non esistevano neppure occhi fisici. Solo un essere con la visione devachanica avrebbe potuto percepire questo uomo. Questa formazione umana era come una sorta di uovo aurico e all’interno una singolare formazione a guscio a forma di piccola pera, come gusci di ostrica congiunti, una sorta di vortici. Saturno era completamente pervaso da tali inizi di formazioni fisiche: erano per così dire trasudazioni che si condensavano dallo spirituale. Da queste formazioni, che si sarebbero potute considerare soltanto come accenni leggerissimi di ciò che sarebbe venuto dopo, si è formato nel corso dell’evoluzione il corpo fisico dell’uomo. Era una sorta di minerale primordiale, intorno al quale non si era ancora formato un corpo eterico. Per questo si può dire: l’uomo è passato attraverso il regno minerale. Tuttavia non era il nostro odierno regno minerale; pensare così sarebbe del tutto inesatto. Oltre a questo regno umano non esisteva affatto alcun altro regno su Saturno.

Ora, come l’uomo attraversa certi stadi della vita — fanciullo, giovane, ragazza, uomo, donna, vecchio, vecchia — così anche un pianeta attraversa stadi di vita. Prima che Saturno mostrasse i fiocchi in esso depositati, era una formazione di Devachan arupa, poi una formazione di Devachan rupa, poi una formazione astrale. Poi i fiocchi scompaiono a poco a poco, e Saturno ripercorre questi stadi all’indietro nell’oscurità del Pralaya. Una tale metamorfosi dallo spirituale nel fisico e di ritorno è chiamata nella letteratura teosofica una «ronda» o uno «stato di vita». Ogni ronda si suddivide nuovamente in sette sottosezioni: arupa, rupa, astrale, fisico, poi nuovamente astrale, rupa, arupa; queste sono state chiamate a torto «globi»: sono stati di forma. Non si ha a che fare con sette sfere successive, è sempre lo stesso pianeta che si trasforma, e gli esseri attraversano le trasformazioni con lui. Saturno ha attraversato sette di tali ronde o stati di vita. In ogni ronda la formazione viene perfezionata, in modo che solo nella settima ronda è perfetta nel suo genere. In ogni ronda vengono attraversate sette trasformazioni, ovvero stati di forma; dunque Saturno avrebbe attraversato sette volte sette, ossia quarantanove metamorfosi. Questo ha attraversato Saturno, e parimenti il Sole, la Luna, e la Terra attraversa lo stesso processo; e poi in futuro seguono ancora tre altri pianeti: Giove, Venere e Vulcano. Si tratta dunque di sette pianeti con sette volte sette stati ciascuno, ossia, nella scrittura della scienza occulta, 111. Nella scrittura segreta il sette nella posizione delle unità indica i globi, nella posizione delle decine le ronde, nella posizione delle centinaia i pianeti. Questi numeri devono essere moltiplicati tra loro. Il nostro sistema planetario ha dunque da attraversare 7 per 7 per 7, ossia 343 trasformazioni.

Nella «Dottrina segreta» di H. P. B. troviamo un passo singolare. La «Dottrina segreta» è stata in gran parte del suo contenuto ispirata da una delle più elevate individualità spirituali. Ma i grandi iniziati si sono sempre espressi con molta cautela, hanno soltanto accennato. Soprattutto lasciano che gli uomini stessi lavorino sempre un po’. Così questo passo è pieno di enigmi; H. P. B. lo sapeva. Il Maestro non disse nulla di incarnazioni successive, disse soltanto: imparate a risolvere l’enigma delle 777 incarnazioni. Voleva che si imparasse che queste sono 343. Nella «Dottrina segreta» si trova bensì il compito, ma non la soluzione: questa è stata trovata solo in tempi recenti.

Il primo stato germinale dell’uomo si trovava dunque su Saturno, che si sviluppava in tempi remotissimi. Questo scomparve poi nel Pralaya e ne riemerse come Sole, e con esso riemerse dall’oscurità del Pralaya anche l’uomo, l’antico abitante dell’universo. Ma nel frattempo l’uomo aveva ricevuto la forza di separare qualcosa da sé, come la chiocciola separa il suo guscio. Poteva separare formazioni a guisa di gusci come figure fluttuanti e trattenere in sé le sostanze più fini, per svilupparsi ulteriormente. Così l’uomo formò da sé il regno minerale; ma questi minerali erano una sorta di minerali viventi. L’uomo si sviluppò poi sul Sole in modo tale che il corpo eterico si aggiunse, come nelle piante odierne. Attraversò dunque sul Sole il regno vegetale, e ora abbiamo sul Sole due regni: il regno minerale e il regno vegetale; quest’ultimo era l’uomo. Ma queste forme vegetali erano del tutto diverse da quelle odierne.

Chi penetra nelle relazioni più profonde considera la pianta come un uomo rovesciato. Ha in basso la radice, poi verso l’alto lo stelo, le foglie, il fiore, gli stami e il pistillo: il pistillo contiene gli organi di fecondazione femminili, gli stami quelli maschili. In ingenua innocenza la pianta protende gli organi di fecondazione verso il Sole, perché il Sole è lo stimolo della forza fecondante. La radice è in realtà il capo della pianta, la quale protende gli organi di fecondazione nello spazio cosmico e il cui capo è attratto dall’interno del centro terrestre. L’uomo è rovesciato: ha il capo in alto e gli organi che la pianta protende verso il Sole in basso. L’animale sta nel mezzo, ha il corpo in posizione orizzontale. Se la pianta viene ruotata a metà, si ottiene la posizione dell’animale; se viene capovolta completamente, quella dell’uomo.

L’antica scienza occulta ha espresso questo in un antichissimo simbolo, la croce, e ha detto, come l’esprime Platone secondo gli antichi Misteri: l’anima del mondo è inchiodata alla croce del corpo del mondo. Ciò significa che l’anima del mondo è contenuta in tutto, ma deve elevarsi attraverso questi tre gradini: essa compie il suo viaggio sulla croce del corpo del mondo.

Sul Sole l’uomo era un essere vegetale, dunque esattamente rovesciato rispetto all’uomo odierno. Viveva nel Sole, apparteneva al corpo del Sole. Il Sole era un corpo di luce, era costituito di etere di luce; l’uomo era ancora pianta e con il suo capo era rivolto verso il centro del Sole. Quando più tardi il Sole uscì fuori, la pianta-uomo dovette capovolgersi, essa rimase fedele al Sole.

Nella prima ronda il Sole è solo una ripetizione dell’epoca di Saturno; solo nella seconda ronda inizia l’ulteriore sviluppo dell’uomo. Quando poi il Sole, attraverso le sette ronde, si fu sviluppato fin dove poteva, scomparve nell’oscurità del Pralaya e riemerse solo come Luna.

La prima ronda lunare fu a sua volta soltanto una ripetizione dell’esistenza di Saturno in una forma un po’ diversa. La seconda ronda lunare non portò neppure nulla di nuovo, fu una ripetizione della vita sul Sole. Solo nella terza ronda lunare si aggiunse qualcosa di nuovo: l’uomo ricevette il corpo astrale in aggiunta ai suoi due corpi precedenti. Nella sua forma esteriore è ora paragonabile all’animale odierno: possiede tre corpi. A quel punto era giunto alla fase del regno animale. L’uomo si era elevato al regno vegetale espellendo il regno minerale, ora si eleva al regno animale espellendo il regno vegetale. Così accanto a lui stanno ora due regni. Poi espelle ancora una parte più piccola di sé, la separa da sé e sale più in alto.

In questa terza ronda lunare avviene anche un importante processo cosmico: Sole e Luna si separano. Ne nascono due corpi: la Luna si stacca dal Sole. All’inizio della seconda ronda lunare il Sole è ancora immutato, poi compare una piccola strozzatura nella parte inferiore del corpo solare, esso si strozza, e nella terza ronda lunare i due corpi si trovano l’uno accanto all’altro.

Il Sole ha conservato le parti più nobili, invia dall’esterno i suoi raggi sulla Luna e dà a essa e a tutti gli esseri che vi si trovano il necessario. Questo è l’avanzamento del Sole: è divenuto ora una stella fissa e non si occupa più direttamente dei tre regni, ma dà soltanto ciò che ha da dare. Ospita esseri superiori che possono ora svilupparsi, dopo che il Sole ha espulso le parti inferiori. Nella quarta ronda lunare tutto questo si perfeziona, e nella quinta i due corpi si fondono nuovamente l’uno nell’altro e scompaiono poi come un unico nel Pralaya.

L’antica Luna non aveva ancora una crosta terrestre solida su cui si potesse camminare come sulle rocce della nostra Terra. Il regno minerale era allora qualcosa come una massa vivente di torbiera o come spinaci cotti. Questa massa vivente, internamente in crescita, era pervasa di formazioni simili al legno. Da essa cresceva l’allora regno vegetale: piante che erano in realtà piante-animali. Possedevano sensazioni e avrebbero percepito dolorosamente una pressione. L’uomo nell’allora regno animale non era come l’animale odierno, ma si trovava tra uomo e animale. Era più elevato dell’animale odierno e poteva eseguire i suoi impulsi in maniera molto più pianificata. Stava però più in basso dell’uomo odierno, perché non poteva ancora dire Io a se stesso. Non possedeva ancora il corpo dell’Io.

Questi tre regni vivevano sul corpo lunare vivente. È importante notare che questi uomini lunari non respiravano come l’uomo odierno. Non respiravano aria, ma inspiravano ed espiravano fuoco. Con l’inspirazione del fuoco si pervadevano di calore; nell’espirazione restituivano il calore e si raffreddavano. L’odierno calore interno del sangue, l’uomo l’aveva sulla Luna come calore respiratorio. Molti antichi pittori chiaroveggenti simboleggiavano questo nel drago sputafuoco; sapevano appunto che in tempi remotissimi erano esistiti tali esseri lunari che respiravano fuoco.

Dopo il suo sviluppo attraverso 7 per 7 per 7 stati, la Luna tornò nel Pralaya e poi riemerse come Terra. Nella prima ronda terrestre si ripete l’intera esistenza di Saturno, nella seconda quella del Sole e nella terza quella della Luna. Durante la terza ronda si ripeté anche la separazione di Sole e Luna.

Nella quarta ronda terrestre la Terra comincia a formarsi. Si verifica allora un processo cosmico di grandissima importanza: la Terra in formazione ha un incontro con il pianeta Marte. I due pianeti si compenetrano, la Terra passa attraverso Marte. Marte possedeva una sostanza che la Terra allora non aveva: il ferro. Questo ferro, Marte lo lasciò nella Terra allo stato di vapore. Se ciò non fosse avvenuto, se la Terra fosse rimasta sola con ciò che era già presente in precedenza, gli uomini sarebbero certamente arrivati fino al regno animale come esisteva allora; avrebbero potuto respirare calore, ma non avrebbero mai potuto avere sangue caldo. Se Marte non avesse depositato il ferro nella Terra, gli uomini non avrebbero ricevuto sangue caldo, perché nel sangue è contenuto ferro. Così la scienza occulta dice: la Terra nella sua evoluzione deve tanto a Marte che nella prima metà del suo essere la si chiama Marte. Per la seconda metà ha un’importanza altrettanto grande Mercurio. La Terra entrò in tempi antichi in relazione con Mercurio e rimane in collegamento con esso fino alla fine della sua evoluzione. Per questo nella scienza occulta non si parla di Terra, ma di Marte e Mercurio.

A questo stadio seguiranno in futuro ancora tre stadi: Giove, Venere, Vulcano. Questi sette stadi della Terra, come li indica la scienza occulta, si sono conservati nei nomi dei giorni della settimana, che nella lingua tedesca sono piuttosto deformati:

Saturno — Saturday, Samedi — Samstag

Sole — Sunday — Sonntag

Luna — Monday, Lundi — Montag

Marte — Mardi, oppure Ziu — Tuesday — Dienstag

Mercurio — Mercredi, Wednesday — Mittwoch

Giove — Jeudi, Tor, Donar — Thursday — Donnerstag

Venere — Vendredi, Freya — Friday — Freitag

Avete dunque nei nomi dei giorni della settimana la dottrina della scienza occulta sul passaggio della Terra attraverso questi diversi periodi: una cronaca meravigliosa che permette all’uomo di rendersi sempre presenti queste verità. Nel corso dei prossimi giorni vedremo poi sempre più come la teosofia ci conduca nuovamente a comprendere ciò che i nostri progenitori un tempo esprimevano semplicemente nei nomi, e come le cose più quotidiane siano connesse con quelle più profonde.

10°L’evoluzione dell’uomo fino all’epoca atlantica

Stoccarda, 31 Agosto 1906

Quando la Terra emerse dall’oscurità dello stato di Pralaya, non apparve da sola, ma dapprima unita con il Sole e con la nostra Luna odierna. Sole, Luna e Terra erano un corpo gigantesco. Questo era lo stadio iniziale del nostro pianeta.

Allora la Terra consisteva di una materia molto, molto sottile. Non esistevano minerali solidi, neppure acqua, soltanto questa materia fine che chiamiamo etere. Il tutto era dunque un pianeta eterico, sottile, circondato da un’atmosfera spirituale, così come la Terra odierna è circondata da una cerchia d’aria. In questa atmosfera spirituale era contenuto tutto ciò che oggi forma l’anima umana. Le vostre anime, che oggi sono calate nei vostri corpi, si trovavano tutte lassù in quell’atmosfera spirituale. La Terra era una grande sfera eterica, molto, molto più grande della nostra Terra odierna, circondata da sostanza spirituale, e in questa sostanza spirituale erano contenute le future anime umane. Giù, nella materia sottile della sfera eterica, vi era qualcosa di più denso, ovvero milioni di formazioni a guisa di gusci. Questi erano i germi umani di Saturno che riemergevano. Qui si ripeteva dunque ciò che si era formato in tempi antichi su Saturno. Di una riproduzione e moltiplicazione fisica di questi germi umani naturalmente non si poteva parlare: allora esisteva qualcosa di completamente diverso. L’intera atmosfera spirituale che circondava la Terra era, come la nostra cerchia d’aria, più o meno un tutto unitario; soltanto che da questo involucro spirituale si protendevano prolungamenti spirituali, come una sorta di tentacoli, giù nella sfera eterica e avvolgevano le formazioni a guscio, in modo che dovete rappresentarvi che dall’alto lo spirito si calava verso il basso e avvolgeva i singoli corpi. Questi tentacoli li lavoravano e formavano una forma umana. Quando la formazione era compiuta, il prolungamento si ritraeva, si protendeva in un’altra direzione e lavorava ad altre formazioni. Ciò che veniva prodotto era dunque direttamente prodotto dai mondi spirituali. Proprio all’inizio vi era in basso una confusa materia eterica che vorticava caotica, molto più densa dell’unitaria sostanza divina spirituale, che protendeva le sue braccia per creare formazioni dal caos. Questa fu la prima epoca della nostra Terra; essa viene espressa molto bene nella Genesi della Bibbia: «In principio Dio creò il cielo e la terra, e la terra era deserta e vuota, e lo spirito di Dio aleggiava sopra le acque.» L’etere, com’era giù, viene designato nella scienza occulta come «acqua».

Allora non si sarebbe potuta vedere la Terra, e neppure le formazioni a guscio: queste erano formazioni umane risonanti, e quando ne nasceva una, si esprimeva in un determinato suono. Non vi era ancora alcuna individualità nelle formazioni: questa era ancora del tutto disciolta nell’atmosfera spirituale. In queste formazioni si potevano distinguere sette tipi di suoni fondamentali. Questi sette gruppi costituirono le prime sette razze radicali umane allo stato germinale.

Dopo milioni di anni sopravvenne un grande processo cosmico: l’intero possente corpo eterico si strozzò un poco, assunse una forma a biscotto e rimase così per qualche tempo. Infine da questa formazione comune si separò una parte più piccola, composta di Terra e Luna. Con questo processo era connesso qualcosa di molto particolare per l’evoluzione dell’umanità. I germi umani furono articolati, furono differenziati; con l’uscita del Sole poterono ora per la prima volta degli oggetti essere illuminati dall’esterno. Ogni vedere si basa sul fatto che esiste la luce, che i raggi solari cadono sugli oggetti e vengono riflessi. La luce è l’artefice degli occhi. Quando il Sole uscì, erano presenti dei corpi che esso poteva illuminare. Con ciò era data la possibilità che gradualmente si formassero organi per la percezione degli oggetti illuminati. L’ambiente divenne visibile. Questo momento viene rappresentato nella Genesi con le parole: «E Dio disse: sia la luce! E la luce fu. E Dio vide che la luce era cosa buona, e Dio separò la luce dalle tenebre.» L’intera formazione terrestre entrò allora in rotazione, e da ciò nacquero il giorno e la notte. Quando si legge la Bibbia come ricercatori della scienza occulta, si può di nuovo prendere tutto alla lettera.

Ora una gran parte di quelle entità spirituali che avevano circondato la Terra se ne era andata con il Sole. Formarono la popolazione spirituale del Sole e agivano dal Sole sulla Terra. Le formazioni umane fisico-eteriche vennero ora dotate di un involucro astrale. Il tutto, Terra e Luna, era ora circondato da un’atmosfera astrale. Ciò che prima era diffuso nell’atmosfera spirituale si estendeva ora verso le singole formazioni umane, le quali avevano sviluppato un corpo fisico e un corpo eterico autonomi, e le avvolgeva. Il corpo fisico e il corpo eterico erano ora formati. Per quanto riguarda il corpo astrale, però, non vi era ancora alcuna autonomia: esisteva ancora un involucro astrale comune per tutti gli esseri. Questo era lo spirito della Terra, e anch’esso protendeva i suoi tentacoli e abbracciava ogni singolo antenato umano. Ora si manifestò una nuova facoltà. Adesso ogni formazione umana poteva far procedere dalla propria sostanza un’altra: una sorta di riproduzione senza fecondazione da parte di due esseri. Era dunque una fecondazione che non era di natura sessuale, ma veniva eseguita dall’intera atmosfera astrale. Quando un tentacolo si protendeva verso il basso, ciò significava una fecondazione dell’essere umano, il quale poteva così sviluppare altri esseri. Le formazioni umane avevano forma di campana e possedevano in alto un’apertura tubolare per accogliere i tentacoli; si aprivano verso il Sole. Questo era l’uomo primordiale iperboreo; si chiama questo periodo la seconda grande razza radicale. Queste formazioni umane erano molteplici e articolate. Non morivano: una morte nel nostro senso non esisteva. Morire significa estrarre la coscienza dal corpo. Ma allora la coscienza non era ancora differenziata, era una coscienza generale per tutti gli uomini nell’involucro astrale. La coscienza del singolo rimaneva una parte della coscienza comune, e quando si ritraeva da una formazione, si calava in un’altra senza interruzione. Era per così dire come se da una nuvola si staccasse davanti un pezzo, che subito dietro viene sostituito da un altro. Era soltanto una metamorfosi, e regnava una continuità ininterrotta della coscienza. La coscienza percepiva il tutto soltanto come un cambio d’abito. E l’insieme viveva in una meravigliosa bellezza, fluttuava nei più splendidi colori, in un etere di luce, e si addensava gradualmente.

Accanto agli antenati umani esistevano però già anche forme animali e vegetali, che dovevano essere loro compagni. Le piante erano quei bassi vegetali che oggi sono divenuti nani. Anche gli animali non erano ancora presenti nella loro forma odierna. Erano piante e animali luminosi che vorticavano attraverso l’etere. Animali maschili e femminili non esistevano, tutto era ancora unisessuato; soltanto certi animali cominciavano appena a sviluppare qualcosa della bisessualità. Un vero e proprio regno minerale non si era ancora formato. Poi subentrò sempre più un addensamento delle forme eteriche, in modo che anche l’astrale veniva sempre più attratto.

Dopo un milione di anni Terra e Luna avevano un aspetto completamente diverso: animali e piante erano gelatinosi, come albume, come certe meduse e piante marine; e in questa materia addensata, con i propri organi, si trovavano gli antenati umani. Le formazioni animali e vegetali si addensavano gradualmente attraverso la forza astrale fecondante. Venne poi un tempo importante, in cui le entità fecondanti nell’atmosfera astrale si manifestavano attraverso le formazioni naturali allora viventi, in modo che uomini e animali ricevevano la sostanza fecondante e nutritiva insieme attraverso il mondo vegetale circostante. Questo secerneva qualcosa che aveva somiglianza con il latte successivo degli uomini e degli animali. Un ultimo residuo di tali piante secernenti latte è per esempio il tarassaco. Così gli uomini di allora si nutrivano e venivano fecondati dalla natura circostante ed erano privi di egoismo. In questo modo gli uomini erano completamente vegetariani. Assumevano soltanto ciò che la natura cedeva spontaneamente. Si nutrivano di succhi simili al latte e al miele. Era uno stato meraviglioso in quel remotissimo passato, che è quasi impossibile descrivere con le immagini della nostra lingua.

Ora giunge un momento estremamente importante: Terra e Luna si separano; la Luna, più piccola, si stacca dalla Terra. Adesso vi sono tre corpi: Sole, Luna e Terra. Con ciò era data per gli esseri viventi una cosa straordinariamente importante. La Luna portò via con sé una gran parte di quelle forze di cui uomini e formazioni animali avevano bisogno per far procedere da sé altri esseri. In ogni uomo era rimasta ormai soltanto la metà della forza fecondante che prima era stata in lui. La forza produttiva era dimezzata, e da ciò nacque gradualmente la separazione in due sessi. Ora l’uomo doveva essere fecondato da un essere simile a lui. Questo tempo fu l’epoca lemurica, la terza razza radicale. In questo tempo si verificò anche un maggiore addensamento e ispessimento della materia. Poco prima della separazione di Terra e Luna si erano formate inclusioni più dense, e dopo la separazione si formarono nell’uomo e nell’animale sostanze cartilaginee con la predisposizione all’indurimento osseo. Nella stessa misura in cui la massa terrestre esterna si addensava e la crosta terrestre solida si veniva formando, si formava nell’uomo e nell’animale la massa ossea solida. Si formarono gradualmente formazioni minerali solide. In precedenza tutto era stato eterico, poi aeriforme e liquido; gli esseri si muovevano fluttuando come nell’acqua o volando come nell’aria. Ora la Terra si formava nelle sue rocce un’impalcatura solida, come lo scheletro osseo all’interno dell’uomo. Formazione delle ossa e formazione delle rocce procedevano parallelamente. La forma degli uomini di allora è paragonabile a una sorta di pesce-uccello. La maggior parte della Terra era ancora acquosa, la temperatura era ancora molto elevata. In questo elemento acquoso era ancora disciolta molta di quella materia che solo più tardi divenne solida, per esempio anche gli attuali metalli e altre sostanze. In esso gli uomini si muovevano per così dire in un moto natatorio, fluttuante. L’immenso calore che allora regnava sulla Terra potevano sopportarlo bene: il loro corpo era infatti ancora costituito di una materia corrispondente a quelle condizioni, in modo da poter vivere in esse.

Nell’acqua erano incluse piccole masse continentali, formazioni insulari, sulle quali gli uomini vagavano; ma l’intera massa terrestre era pervasa di attività vulcanica che con tremenda veemenza distruggeva continuamente parti della Terra, in modo che questa era esposta a incessanti distruzioni elementari e nuove formazioni.

Gli uomini non avevano ancora polmoni, respiravano attraverso organi branchiali tubolari. Vedete, l’uomo di allora era già una formazione molto complessa: si era formato una colonna vertebrale, dapprima cartilaginea, poi ossea, e per potersi muovere fluttuando e nuotando possedeva una vescica natatoria, pressappoco come i pesci odierni.

Ben presto, vale a dire tuttavia dopo milioni di anni, la Terra divenne più solida. L’acqua si ritirò, si separò dalle parti solide, l’aria emerse nella sua purezza, e per l’influsso dell’aria la vescica natatoria si trasformò gradualmente in polmoni. L’uomo si elevò ora al di sopra dell’elemento acquoso. Questo fu un processo particolarmente importante e significativo. Le branchie si trasformarono in altri organi, in parte in organi dell’udito. Con la formazione dei polmoni sorse la facoltà di respirare; per questo l’intera umanità vive in un elemento comune: l’aria. Gli uomini sono circondati d’aria. Ogni uomo assume una quantità d’aria, la trasforma secondo la propria forma e la restituisce. In principio l’uomo era pervaso del puro spirito, più tardi dell’astrale, e ora dell’aria. Ora l’uomo era giunto al punto in cui la respirazione di calore si trasformava in respirazione d’aria. Con ciò venne utilizzato ciò che Marte aveva portato: si formò ora il sangue caldo. Giunge il momento in cui ciò che prima era all’esterno dell’uomo penetra in lui: lo spirito, che prima lo circondava, entrò nell’uomo. E per quale tramite? Attraverso l’aria. La facoltà di respirare significa l’accoglimento dello spirito umano individuale. L’Io dell’uomo entra nell’uomo con l’aria del respiro. Quando parliamo di un Io comune a tutti gli uomini, anche questo ha un corpo comune: l’aria. Non a caso gli antichi hanno chiamato questo Io comune Atma, che significa respirare. Sapevano esattamente che l’inspiravano ed espiravano durante la respirazione. Noi viviamo nel nostro Io comune perché viviamo nell’aria comune. Naturalmente la descrizione di questo processo non va presa nuovamente troppo alla lettera. Il calarsi dell’Io individuale nell’uomo viene descritto nella letteratura teosofica come la discesa del Manas, dei Manasaputra. Con ogni respiro un essere umano accoglieva lentamente Manas, Buddhi e Atma più o meno in germe. La Genesi descrive questo momento, e possiamo prenderla alla lettera: «E Dio soffiò in Adamo il soffio della vita, ed egli divenne un’anima vivente.» Questa è l’accoglimento dello spirito individuale.

L’uomo aveva ora anche sangue caldo, e con ciò poteva rendere permanente in sé il calore. A questo è però collegato qualcosa di molto importante.

Sulla Luna erano esistiti anche degli esseri che stavano più in alto dell’allora umanità. Questi erano gli dèi, nella tradizione cristiana chiamati Angeli e Arcangeli. Un tempo si trovavano al livello umano, e così come noi saremo saliti più in alto sul prossimo pianeta, anche loro nel corso dei tempi sono saliti più in alto. Non avevano più un corpo fisico, ma erano ancora legati alla Terra. Non avevano più bisogno di ciò di cui l’uomo aveva bisogno, ma avevano bisogno degli uomini stessi, sui quali potevano regnare.

Quando la Luna ebbe completato la sua evoluzione, una parte di questi dèi rimase indietro nell’evoluzione: per così dire, rimasero fermi. Non erano ancora giunti là dove avrebbero effettivamente dovuto arrivare. E così vi erano esseri che stavano a metà tra dèi e uomini: semidèi. Questi esseri sono divenuti particolarmente importanti per la Terra e l’umanità. Non potevano elevarsi completamente al di sopra dell’umanità e della sua sfera, ma non potevano neppure incarnarsi nell’uomo. Potevano soltanto ancorarsi in una parte della natura umana, per proseguire con essa la propria evoluzione e al contempo aiutare l’uomo. Avevano respirato fuoco sulla Luna. Nel fuoco che ora era divenuto permanente nell’uomo, nel sangue umano caldo — sede originaria delle passioni e degli impulsi — essi si ancorarono e gli comunicarono qualcosa di quel fuoco che sulla Luna era stato il loro elemento. Queste sono le schiere di Lucifero, le entità luciferiche. La Bibbia le chiama i seduttori degli uomini. Sedussero l’uomo in quanto vivevano nel suo sangue e lo rendevano autonomo. Se queste entità luciferiche non fossero state presenti, gli uomini avrebbero ricevuto tutto dagli dèi come dono. Sarebbero divenuti saggi ma dipendenti, sereni ma privi di libertà. Per il fatto che queste entità si ancorarono nel suo sangue, l’uomo non divenne soltanto saggio, ma ricevette fuoco, passione per la saggezza e per gli ideali.

Ma con ciò era giunta la possibilità dell’errore. Gli uomini possono distogliersi da ciò che è elevato. L’uomo poteva ora scegliere tra il bene e il male. Con questa disposizione, con questa possibilità del male, la razza lemurica si sviluppò a poco a poco. Questa disposizione provocò grandi sconvolgimenti nella Terra. La Terra fu presa da convulsioni e tremori, e così la Lemuria andò in gran parte in rovina a causa di queste passioni degli uomini.

La Terra si era nuovamente trasformata, addensata. Erano già sorti altri continenti. Il continente più importante che nel frattempo si era formato era l’Atlantide, tra l’odierna Europa, l’Africa e l’America. Su questo continente si erano diffusi i discendenti della razza lemurica. Nel corso di molti milioni di anni essa si era molto trasformata e aveva assunto una forma che somigliava alla forma umana odierna. Tuttavia questi uomini erano molto diversi da quelli odierni. La conformazione del capo era completamente diversa, la fronte era ancora molto più bassa; gli organi nutritivi erano sviluppati in maniera molto più possente. Il corpo eterico dell’atlantideo sporgeva ampiamente oltre il suo capo fisico. Nel corpo eterico del capo vi era un punto importante, che corrispondeva a un punto nel capo fisico. L’evoluzione consisteva nel fatto che i due punti si avvicinavano, in modo che il punto del capo eterico si inseriva nel punto del corpo fisico. Nell’istante in cui i due punti coincisero, l’uomo poté iniziare a dire Io a se stesso. Il cervello anteriore poteva ora diventare uno strumento per lo spirito; nacque l’autocoscienza. Questo momento si verificò dapprima negli atlantidei che abitavano nella zona dell’odierna Irlanda.

Gli atlantidei si svilupparono gradualmente in sette sottorazze: Rmoahals, Tlavatli, Proto-Toltechi, Proto-Turani, Proto-Semiti, Proto-Accadi e Proto-Mongoli. Presso i Proto-Semiti avvenne l’unione dei due punti e si sviluppò la chiara autocoscienza. Le due sottorazze successive, i Proto-Accadi e i Proto-Mongoli, andarono in realtà oltre la meta dell’umanità atlantidea.

Prima di questa unione dei due punti, le forze animiche degli atlantidei erano fondamentalmente diverse da quelle odierne. Gli atlantidei avevano un corpo molto più malleabile e soprattutto, nei primissimi tempi, una volontà potente e forte. Potevano per esempio rigenerare membra perdute e far crescere rapidamente le piante, esercitando con ciò un’enorme influenza sulla natura. Avevano organi di senso sviluppati in modo possente; potevano distinguere i metalli al tatto, come noi distinguiamo gli odori. Ma soprattutto possedevano in alto grado il dono della chiaroveggenza. Di notte non dormivano come l’uomo odierno, che tutt’al più ha sogni confusi, ma come il chiaroveggente, solo in modo più ottuso. Di notte stavano in contatto con gli dèi, e ciò che ivi sperimentavano sopravvive ancora nei miti e nelle saghe. Asservivano le forze della natura. Le loro abitazioni erano mezze formazioni naturali, scavate nella roccia. Gli atlantidei costruivano aeronavi; per la loro propulsione non utilizzavano forza inorganica, come per esempio l’odierna forza del carbone, bensì la forza organica dell’impulso vitale delle piante.

Poiché i due punti sopra menzionati non erano ancora collegati tra loro, gli atlantidei non possedevano un intelletto combinatorio. Non potevano per esempio fare calcoli. Ma in compenso avevano una forza animica particolarmente sviluppata: la memoria. La forza intellettuale combinatoria logica e l’autocoscienza emersero soltanto nella quinta sottorazza, i Proto-Semiti.

A causa di un’immane catastrofe acquea Atlantide andò distrutta. L’intero continente fu gradualmente sommerso, e le masse di popoli migrarono verso est, in Europa e in Asia. Un ramo principale si mosse dall’Irlanda attraverso l’Europa fino all’Asia. Ovunque rimasero indietro masse di popoli. Erano guidati da un alto iniziato, al quale avevano piena fiducia. Questi, con la sua saggezza, operò poi una selezione: prese con sé i migliori e li insediò nell’Asia lontana in un luogo dove oggi si trova il deserto del Gobi. Là, in completo isolamento, venne formata una piccola colonia particolarmente istruita. Da questa colonia partirono poi dei colonizzatori verso tutti i Paesi abitati, e fondarono le culture della razza radicale successiva: la cultura indiana, l’antica cultura persiana, la cultura egizio-babilonese-assira, la cultura greco-latina. E poi sorse la cultura germanico-anglosassone.

Domani vedremo poi come l’evoluzione proseguì ulteriormente.

11°Le epoche culturali del periodo post-atlantico

Stoccarda, 1 Settembre 1906

Per la differenza nell’intera concezione tra la razza atlantidea e la nuova razza radicale è caratteristica la seguente scena, che si svolse a metà del XIX secolo. Colonizzatori europei avevano indotto gli Indiani (nei quali dobbiamo vedere discendenti rimasti fermi nella cultura atlantidea degli antichi atlantidei) a cedere loro dei territori, a condizione che si sarebbero loro assegnati nuovi terreni di caccia. Questa promessa non era stata mantenuta, e il capo non riusciva a comprenderlo. Questa fu l’occasione del seguente dialogo. L’Indiano disse: voi visi pallidi ci avete promesso che il vostro capo avrebbe assegnato ai nostri fratelli un’altra terra, dopo che ci avete preso questa. I vostri piedi stanno ora sulla nostra terra e camminano sopra le tombe dei nostri padri. L’uomo bianco non ha mantenuto la sua promessa all’uomo bruno. Voi visi pallidi avete degli strumenti neri con ogni sorta di piccoli segni magici (intendeva i libri) e da questi imparate a conoscere ciò che il vostro Dio vuole. Ma deve essere un cattivo Dio, quello che non insegna agli uomini a mantenere la parola. L’uomo bruno non ha un tale Dio; l’uomo bruno ode il tuono e vede il lampo, e questo linguaggio lo comprende: là il suo Dio gli parla. Ode nel bosco il fruscio delle foglie e degli alberi, e anche là il suo Dio gli parla. Ode le onde gorgogliare nel ruscello, e allora l’uomo bruno comprende questo linguaggio. Sente quando si leva una tempesta. Ovunque ode il suo Dio parlargli, e questo Dio insegna qualcosa di ben diverso da ciò che dicono i vostri segni magici neri.

È in realtà un discorso assai significativo, perché contiene una sorta di professione di fede. L’atlantideo non si elevava al suo Dio in concetti e rappresentazioni razionali, ma percepiva per così dire qualcosa di sacro in tutta la natura come un accordo fondamentale della divinità; egli per così dire inspirava ed espirava il suo Dio. E quando si voleva esprimere ciò che si udiva in tal modo, lo si riassumeva in un suono simile al cinese Tao. Per l’atlantideo questo era il suono che percorreva l’intera natura. Quando toccava una foglia, quando vedeva un lampo, era consapevole di avere davanti a sé una parte della divinità; gli sembrava di toccare la veste della divinità. Come nella stretta di mano si afferra insieme il lato animico di un uomo, così l’atlantideo, quando toccava una formazione naturale, afferrava il corpo della divinità. Era un sentimento religioso completamente diverso, quello in cui vivevano costoro. A ciò si aggiungeva che gli atlantidei erano dotati di chiaroveggenza, e perciò erano in contatto con il mondo degli spiriti.

Ma poi si sviluppò il pensiero calcolatore, logico, e quanto più questo si sviluppava, tanto più la chiaroveggenza diminuiva. Gli uomini si occupavano molto di più di ciò che i sensi percepivano dall’esterno, e con ciò la natura veniva sempre più spogliata della sua divinità. Gli uomini conquistavano una nuova facoltà a spese di un’antica. Nella misura in cui acquistavano la facoltà dell’osservazione sensibile esatta, cessavano di comprendere che la natura è il corpo della divinità. A poco a poco avevano davanti a sé soltanto il corpo del mondo, non più l’anima. Da ciò nacque nell’uomo post-atlantideo la nostalgia del divino. Nel suo cuore era scritto: dietro la natura deve esserci la divinità, ed egli riconobbe che doveva cercarla con lo spirito. La parola religione non significa altro che: cercare di ristabilire un collegamento con la divinità; religere significa ricollegare. Ora vi sono diverse vie per trovare la divinità. La prima sottorazza della razza ariana post-atlantidea, gli Indiani, seguì la via seguente. Alcuni inviati di Dio del Manu, chiamati i santi Rishi, divennero i maestri dell’antichissima cultura indiana, di cui nessuna poesia, nessuna tradizione narra, e che è conosciuta soltanto nelle trasmissioni orali delle scuole segrete. Meravigliose poesie come i Veda e la Bhagavad Gita sono sorte molto più tardi. L’antico Indiano diceva a se stesso: ciò che ci è rimasto come natura esteriore non è la vera natura; dietro questa natura si nasconde la divinità. E ciò che si nasconde dietro la natura lo chiamava Brahman, il Dio nascosto. L’intero mondo esteriore era per lui soltanto illusione, inganno, Maya. E mentre l’atlantideo sentiva ancora la divinità in ogni foglia, l’Indiano diceva: in nessun luogo del mondo esteriore la divinità si mostra più. Bisogna immergersi nell’interiorità. Bisogna cercare la divinità nel proprio cuore, bisogna seguirla in uno stato più elevato, spirituale. Qualcosa di sognante aveva conservato ogni approssimarsi alla divinità. Nella natura l’Indiano non trovava alcuna divinità; in grandi e possenti immagini di pensiero, in visioni e Immaginazioni gli si apriva il mondo del Brahman. Lo Yoga era la disciplina che percorreva per giungere, al di là dell’illusione, allo spirito, all’Essere originario. I profondi Veda, la Bhagavad Gita, questo sublime cantico della perfezione umana, sono soltanto echi di quell’antichissima saggezza divina.

Questo fu il primo gradino sul quale l’umanità volle ritornare alla divinità; è un gradino che nella cultura esteriore non poteva raggiungere vette particolarmente elevate. Infatti l’Indiano si era distolto da tutto ciò che è esteriore; cercava la vita superiore soltanto in un assorbirsi nello spirito, completamente distolto dal mondo.

Una missione già diversa ebbe la seconda sottorazza, gli antichi Persiani, la cui cultura anch’essa procedeva dal Manu secondo un piano ben calcolato.

Ancora prima dell’epoca di Zarathustra, gli antichi Persiani avevano una cultura antichissima, conservatasi anch’essa soltanto attraverso la tradizione orale. Nell’uomo sorse ora il pensiero che la realtà esteriore fosse un’immagine riflessa della divinità, che non ci si dovesse distogliere da essa, ma trasformarla. Il Persiano voleva trasformare la natura, voleva lavorare su di essa; divenne un agricoltore. Uscì dalla quiete del mondo di pensiero estraneo al mondo e si accorse, dalla resistenza che gli si opponeva, che non tutto era Maya: accanto al mondo dello spirito esisteva anche un mondo molto reale della realtà. Accanto al mondo dello spirito trovò un mondo in cui bisognava lavorare. In lui sorse gradualmente la convinzione che esistessero due mondi: un mondo del buono spirito, in cui ci si può immergere, e l’altro mondo, che bisogna lavorare. E poi si disse: nel mondo dello spirito troverò le idee e i concetti con i quali trasformerò la realtà esteriore, in modo che essa stessa diventi un’immagine riflessa dell’eterno spirito.

Così il Persiano si vedeva posto in una lotta tra due mondi, e questo si configurò poi sempre più nelle due potenze Ormuzd, il mondo del buono spirito, e Ahrimane, il mondo che deve essere trasformato. Una cosa però mancava ancora al Persiano: il mondo esteriore gli stava di fronte come un essere che non comprendeva, e non vi poteva trovare alcuna legge. Non percepiva che lo spirituale è da trovare nella natura; sentiva soltanto la resistenza nel suo lavoro.

Queste leggi del mondo le conobbe la terza sottorazza, i popoli caldeo-assiro-babilonesi-egizi, e più tardi i Semiti, che procedettero da essi come un ramo. Guardavano in alto verso il cielo stellato, osservavano il corso degli astri e la loro influenza sulla vita umana, e concepirono in base a ciò una scienza con la quale potevano comprendere il movimento e l’influsso degli astri. Collegarono cielo e terra l’uno con l’altra. Possiamo considerare il carattere di questa terza sottorazza in un esempio. L’Egiziano si diceva: il Nilo inonda in un determinato periodo la terra e la rende fertile. Ciò avviene sempre al sorgere di una determinata costellazione, Sirio. E così gli Egiziani osservavano il tempo delle inondazioni. La costellazione che allora stava in cielo la mettevano in relazione con l’attività del Nilo. Osservavano inoltre la posizione del Sole all’arrivo e alla partenza di certi uccelli, il sorgere e il tramontare delle stelle e le loro relazioni reciproche e con l’umanità, e formarono così una scienza. Divenne loro manifesto che una grande saggezza regna in tutti i processi naturali, che tutto avviene secondo grandi leggi che cercavano di penetrare. Soprattutto erano gli antichi sacerdoti caldei i portatori di una profonda saggezza. Le leggi della natura non erano per loro leggi astratte. Non vedevano nelle stelle sfere fisiche del mondo: vedevano ogni pianeta animato da un’entità il cui corpo era quel pianeta. In modo del tutto concreto si rappresentavano dietro ogni costellazione la divinità vivificante. Così l’Egiziano, il Caldeo sentiva di essere racchiuso in seno al mondo degli spiriti, spirito tra spiriti; vedeva materia pervasa di saggezza.

Vedete, l’umanità era gradualmente giunta, per la via della scienza, a riconoscere nuovamente la saggezza nella natura esteriore, a rinnovare ciò che l’antico atlantideo possedeva come naturale sapere chiaroveggente.

La quarta sottorazza, la cultura greco-romana, non fu direttamente influenzata dal Manu, ma si trovava sotto l’influsso delle altre culture. Ebbe a sua volta un’altra missione: l’arte. A poco a poco l’uomo aveva trovato la via per la spiritualizzazione della natura. Il Greco andò più avanti dell’Egiziano: non prese le immagini della natura già pronte, ma la materia informe, il marmo, e vi impresse il proprio sigillo. Si plasmò da sé lo Zeus e gli altri dèi. La terza sottorazza cercava lo spirito nel mondo esteriore; la quarta sottorazza vi imprimeva lo spirito essa stessa. L’arte, l’arte di incantare lo spirito nella materia, era riservata alla razza greco-latina.

L’Egiziano studiava il corso delle stelle e regolava in base a esso la formazione degli Stati per secoli a venire. Il Greco imprimeva ciò che traeva dal proprio intimo alla comunità umana esteriore, alle città di Sparta, Colchide e così via. Il Romano andò ancora più avanti: non plasmava soltanto pietra e bronzo, ma anche l’intera grande comunità degli uomini secondo il proprio spirito.

I Germani e gli Anglosassoni, la quinta sottorazza, vanno ancora molto più avanti nella formazione del mondo esteriore. Questa sottorazza, alla quale noi stessi apparteniamo, imprime alla materia non soltanto ciò che vive nell’uomo, ma le leggi stesse della natura. Scopre le divine leggi del mondo (le leggi della gravità, della luce, del calore, del vapore, dell’elettricità) e con il loro aiuto trasforma l’intero mondo sensibile. La sua missione è studiare non soltanto le leggi che sonnecchiano nell’uomo, ma quelle che pervadono il mondo intero, e imprimerle al mondo esteriore. Con ciò l’intera umanità è divenuta più materialista, anzi materialistica; non poté sorgere uno Zeus, ma la macchina a vapore, il telegrafo, il telefono e così via.

A noi seguirà un’altra razza che ritroverà la via del ritorno. Nella nostra razza l’uomo è giunto al culmine della trasformazione del mondo fisico. Siamo discesi più in basso di tutti sul piano fisico, siamo giunti all’estremo nella conquista del piano fisico.

Questo era il compito dell’umanità post-atlantidea. L’Indiano si era distolto dal fisico. Il Persiano lo riconosceva come massa che gli opponeva resistenza. I Caldei, i Babilonesi, gli Egiziani riconoscevano la saggezza della natura. I Greci e i Romani conquistavano ulteriormente dall’interno il piano fisico, e solo la nostra cultura umana è avanzata al punto da incorporare le leggi della natura nel piano fisico. Ora l’umanità tornerà a diventare più spirituale.

Grandioso e pieno di senso è il cammino dell’evoluzione dell’umanità. Ogni gruppo umano ha il suo compito. Ciò che nella terza e quarta sottorazza sopravvive ancora nei miti e nelle saghe — il ricordo dei tempi primordiali, del mondo degli dèi — la nostra umanità non ne ha più nulla; non ha più che il mondo fisico. Con l’uscire sul piano fisico, l’umanità ha perso il collegamento con il mondo divino; soltanto il mondo fisico è ancora presente per essa.

Il teosofo non è un reazionario, sa che l’epoca materiale era una necessità. Proprio come gli animali, dopo la loro immigrazione in caverne oscure, svilupparono bensì potentemente altri organi, ma regredirono gli organi della vista, così accade ovunque nel mondo spirituale e sensibile: dove una facoltà si sviluppa, un’altra deve retrocedere. Il dono della chiaroveggenza e la forza del ricordo dovettero retrocedere affinché la vista fisica potesse svilupparsi. Quando l’uomo imparò a dominare il mondo esteriore attraverso le leggi della natura, dovette perdere la vista spirituale.

Come si vedeva diversamente un tempo! Copernico per esempio ha liberato l’umanità dall’antico errore che la Terra fosse immobile. Insegnò che era un errore supporre che il Sole girasse intorno alla Terra. Keplero e Galilei svilupparono ulteriormente questa dottrina. Eppure entrambi hanno ragione, sia Copernico che Tolomeo: dipende soltanto dal punto di vista da cui si osservano il Sole e la Terra. Se si guarda il nostro sistema solare non dal piano fisico, ma dal piano astrale, il sistema tolemaico è quello giusto. Là la Terra sta al centro, e le cose stanno come le ha descritte il mondo antico. Basta ricordarsi che sul piano astrale tutto appare rovesciato. Il sistema tolemaico vale dunque per il piano astrale, quello copernicano per il piano fisico. In futuro verrà ancora una visione del mondo del tutto diversa. Di solito si mette in rilievo soltanto che Copernico abbia insegnato due cose: che la Terra ruota intorno al proprio asse e che ruota intorno al Sole. Non si presta affatto attenzione al fatto che ha insegnato anche un altro movimento, e cioè che l’intero sistema si muove in una spirale. Questo resta da parte, fino a quando l’umanità in futuro vi ritornerà. Copernico stava al confine e portava ancora fortemente in sé l’antico.

Non esiste una verità assoluta; ogni verità ha la sua missione in un determinato tempo. E quando oggi parliamo di teosofia, sappiamo che quando rinasceremo, udiremo qualcosa di diverso e staremo in rapporto reciproco in tutt’altra maniera.

Guardiamo indietro a tempi in cui forse siamo già stati insieme una volta in qualche regione dell’Europa settentrionale, dove gli uomini si raccoglievano intorno al sacerdote druida, che narrava loro la verità in forma di miti e saghe. Se non avessimo ascoltato e se non avesse plasmato le nostre anime, non comprenderemmo ciò che oggi la teosofia ci riporta come verità in un’altra forma. E quando ritorneremo, si parlerà in un’altra forma, in una forma più elevata. La verità si sviluppa come tutto il resto nel mondo. È la forma dello spirito divino, ma lo spirito divino ha molte forme. Se ci compenetriamo di questo carattere della verità, acquisteremo un rapporto completamente diverso con essa. Ci diremo: è vero, viviamo nella verità, ma essa può avere le forme più diverse. Guarderemo allora anche all’umanità presente in un modo del tutto diverso. Non diremo di possedere la verità assoluta, ma diremo: questi fratelli umani si trovano ora su un punto di vista sul quale anche noi ci siamo trovati un tempo. Abbiamo l’obbligo di entrare in ciò che l’altro dice; ci basta rendergli chiaro che l’apprezziamo al gradino della verità sul quale egli si trova. Ognuno ha da imparare, e così diventeremo tolleranti verso ogni forma della verità. Così impariamo a comprendere tutto: non lottiamo contro gli uomini, ma cerchiamo di vivere con loro. L’umanità più recente ha sviluppato la libertà della personalità. La teosofia, a partire da questa concezione fondamentale della verità, svilupperà una tolleranza interiore dell’anima.

L’amore sta più in alto dell’opinione. Le opinioni più diverse sono compatibili quando gli uomini si amano. Per questo ha un senso profondo il fatto che nella concezione del mondo teosofica nessuna religione viene attaccata e nessuna viene particolarmente messa in rilievo, ma tutte vengono comprese, e può svilupparsi una fratellanza, perché i membri delle più diverse religioni si comprendono a vicenda.

Questo è però uno dei compiti più importanti dell’umanità oggi e in futuro: questo vivere-con-gli-altri, questo comprendersi-a-vicenda. E finché questo sentimento comunitario umano non si sviluppa, non si può parlare di uno sviluppo occulto.

12°Sviluppo occulto

Stoccarda, 2 Settembre 1906

Da quanto esposto ieri sullo sviluppo di un sentimento comunitario umano, avrete compreso quanto sia importante superare la considerazione del proprio Io quando si tratta di penetrare più profondamente nel mondo spirituale. Per il principiante che aspira a uno sviluppo occulto, la prima condizione fondamentale è: deve liberarsi da ogni forma di egoismo. Non deve per esempio dire: a che mi serve che altri mi raccontino di cose occulte, se io stesso non le posso vedere? Questa è una mancanza di fiducia. È necessario avere fiducia in coloro che hanno già raggiunto un certo grado di sviluppo. Gli uomini agiscono gli uni sugli altri, e se qualcuno ha raggiunto di più, non l’ha raggiunto per sé, ma per tutti gli altri, e questi sono chiamati ad ascoltarlo. Con ciò le proprie forze vengono potenziate, e questi uditori, proprio perché dapprima hanno fiducia, divengono gradualmente essi stessi dei sapienti. Non si deve voler fare il secondo passo prima del primo.

Ora esistono tre vie di sviluppo occulto: la via orientale, la via cristiano-gnostica e la via cristiano-rosacrociana o semplicemente rosacrociana. Si distinguono soprattutto in rapporto alla dedizione dell’allievo nei confronti del maestro. Che cosa accade in realtà a un uomo che si sviluppa occultamente? Quali sono le condizioni per lo sviluppo occulto?

Per descriverlo, consideriamo la vita di un uomo comune odierno. La vita di un tale uomo si svolge in modo che dalla mattina alla sera attende al proprio lavoro e alle proprie esperienze quotidiane, applica il suo intelletto e usa i suoi sensi esteriori. Vive e lavora dunque in uno stato che chiamiamo lo stato di veglia. Ma questo è soltanto uno stato; un altro è quello che si trova tra la veglia e il sonno. In esso l’uomo è consapevole che immagini attraversano la sua anima: immagini di sogno. Non si riferiscono direttamente al mondo esteriore, alla realtà ordinaria, ma indirettamente. Questo stato possiamo chiamarlo lo stato di sogno. È molto interessante studiare come questo stato si svolge. Molte persone saranno dell’opinione che il sogno sia qualcosa di completamente privo di senso. Non è così. Anche nell’uomo odierno i sogni hanno un certo senso, solo non il senso che hanno le esperienze nello stato di veglia. Nella veglia la nostra rappresentazione corrisponde sempre a determinati fatti e esperienze; nel sogno le cose si configurano diversamente. Si può per esempio dormire e sognare di udire per strada lo scalpitio di cavalli; ci si sveglia e ci si accorge che si era udito il ticchettio di un orologio accanto a sé. Il sogno è un simbolista, un creatore di immagini simboliche: ha espresso il ticchettio dell’orologio simbolicamente attraverso lo scalpitio dei cavalli. Si possono sognare intere storie. Uno studente per esempio sogna un duello con tutti i particolari che lo precedono, dalla sfida a pistola fino allo sparo che lo sveglia. E si scopre che aveva rovesciato la sedia accanto al suo letto. Un altro esempio: una contadina sogna di andare in chiesa. Entra in chiesa, il sacerdote pronuncia parole sublimi, le sue braccia si muovono; improvvisamente le sue braccia si trasformano in ali, e poi il sacerdote comincia a cantare come un gallo. Si sveglia, e fuori il gallo canta.

Si vede da ciò che il sogno ha rapporti temporali del tutto diversi dalla coscienza diurna: nei sogni citati la causa propriamente detta entrò cronologicamente come ultimo evento. Ciò proviene dal fatto che un tale sogno, paragonato alla realtà fisica, attraversa l’anima in un istante e in un attimo suscita un’intera serie di rappresentazioni; l’uomo trapianta egli stesso il tempo nel sogno. Bisogna rappresentarsi la cosa nel modo seguente: chi si risveglia, ricordando tutti i particolari, distende interiormente il tempo stesso, in modo che gli appare come se gli eventi si fossero svolti nella corrispondente durata temporale. Un piccolo avvenimento viene dunque nel sogno spesso trasformato in un lungo processo drammatico. Qui possiamo ottenere uno sguardo su come il tempo appare nell’astrale; possiamo dunque acquisire una visione di come il tempo appaia nell’astrale.

Anche stati interiori possono rappresentarsi simbolicamente nel sogno; per esempio un mal di testa: si sogna di trovarsi in un cupo buco di cantina pieno di ragnatele. Un battito cardiaco accelerato e un calore interno vengono percepiti come una stufa ardente. Persone che possiedono una particolare sensibilità interiore possono sperimentare anche altro. Si vedono per esempio in una situazione sfortunata nel sogno. In tal caso il sogno agisce come profeta: è allora un simbolo del fatto che in loro si cela una malattia che si manifesterà di lì a qualche giorno. Anzi, alcune persone sognano perfino i rimedi contro una tale malattia. In breve, nei sogni è presente un modo di percepire del tutto diverso.

Il terzo stato dell’uomo è lo stato di sonno senza sogni, nel quale nulla affiora nell’anima, nel quale l’uomo dorme incosciente. Quando, attraverso lo sviluppo interiore, l’uomo comincia a percepire i mondi superiori, ciò si annuncia dapprima nel suo stato di sogno, e precisamente per il fatto che i sogni diventano più regolari e più significativi di prima. Soprattutto l’uomo acquisisce conoscenze attraverso i suoi sogni; deve solo prestare loro la giusta attenzione. In seguito nota che i sogni si fanno più frequenti, finché gli sembra di aver sognato per tutta la notte. Parimenti può osservare che i sogni si connettono con cose che nel mondo esteriore non esistono affatto, che non si possono sperimentare fisicamente. Si accorge che nei sogni non gli appaiono più soltanto cose che agiscono su di lui dall’esterno o che simboleggiano stati interiori, come quelli sopra descritti: sperimenta immagini di cose che nella realtà sensibile non esistono affatto, e si accorge che i sogni gli comunicano qualcosa di significativo. Per esempio può cominciare nel modo seguente: sogna che un amico si trovi in pericolo di incendio, e vede come questi precipiti nel pericolo. Il giorno dopo viene a sapere che quell’amico si è ammalato durante la notte. Non ha visto che l’amico si è ammalato, ma ne ha contemplato un’immagine simbolica. Così possono affluire nei sogni anche influssi dai mondi superiori, in modo che si viene a conoscere qualcosa che non esiste affatto nel mondo fisico; impressioni dei mondi superiori passano nel sogno. Questa è una transizione molto importante verso lo sviluppo occulto superiore.

Ora qualcuno può obiettare: tutto questo è soltanto sognato, come si può dargli credito? Ciò non è corretto. Prendiamo il seguente esempio: supponiamo che Edison avesse una volta sognato come si fabbrica una lampadina a incandescenza; si fosse poi ricordato di questo sogno e avesse effettivamente fabbricato una lampadina secondo il sogno, e ora fosse venuto qualcuno a dire: la lampadina non vale nulla, è stata soltanto sognata! La questione è appunto se ciò che è stato sognato abbia significato per la vita, non il fatto che sia stato sognato. Spesso tali stati di sogno non vengono affatto notati, perché si è troppo poco attenti. Ciò non è bene. Proprio a cose così sottili dovremmo rivolgere la nostra attenzione; questo fa progredire.

Più tardi subentra uno stato in cui al discepolo l’essenza della realtà si rivela nel sogno, e può allora verificare i sogni nella realtà. Quando è giunto al punto di avere davanti a sé l’intero mondo di immagini non solo nel sonno, ma anche di giorno, allora può analizzare con l’intelletto se ciò che vede è vero. Non si devono dunque considerare e utilizzare le immagini oniriche come fondamento della saggezza, ma si deve attendere finché esse si impongono nel mondo diurno. Quando le si controlla coscientemente, giunge presto anche lo stato in cui il discepolo non vede soltanto ciò che è presente fisicamente: può anche osservare realmente ciò che nell’uomo è l’aura, l’anima, ciò che in lui è astrale. Si impara allora a comprendere che cosa significano le forme e i colori nel corpo astrale, quali passioni per esempio vi si esprimono. Si impara gradualmente a compitare, per così dire, il mondo dell’anima. Solo bisogna essere sempre consapevoli che tutto è simbolico.

Si può obiettare: se si vedono soltanto simboli, allora un evento può essere simbolizzato nelle immagini più disparate, e non ci si può rendere conto che una data immagine si riferisca proprio a qualcosa di determinato. A un certo grado, però, una cosa si presenta sempre sotto la medesima immagine, proprio come un oggetto si esprime sempre mediante la medesima rappresentazione. Così per esempio la passione si esprime sempre attraverso colori rossastri a guisa di lampi. Bisogna solo imparare a riferire le immagini alla cosa giusta. Dall’immagine si riconosce lo stato dell’anima.

Ora comprendete perché in quasi tutti i libri religiosi si parla per immagini. La saggezza viene chiamata per esempio luce. La ragione è che per chi è sviluppato occultamente la saggezza dell’uomo e degli altri esseri appare sempre come una luce astrale. Le passioni appaiono come fuoco. I documenti religiosi comunicano cose che non si svolgono soltanto sul piano fisico, ma anche eventi su piani superiori. Questi documenti provengono tutti da chiaroveggenti e si riferiscono a mondi superiori; perciò devono parlarci per immagini. Tutto ciò che è stato narrato dalla Cronaca dell’Akasha è stato perciò rappresentato anche in tali immagini.

Lo stato successivo che il discepolo sperimenta è quello che si designa come continuità della coscienza. Quando l’uomo comune nel sonno è completamente sottratto al mondo sensibile, è incosciente. Per un discepolo ciò non è più il caso, una volta raggiunto il suddetto grado. Ininterrottamente, giorno e notte, il discepolo vive in una coscienza piena e chiara, anche quando il corpo fisico riposa. Dopo qualche tempo l’ingresso in un nuovo stato determinato si annuncia per il fatto che alla coscienza diurna, alle immagini, si aggiungono suoni e parole. Le immagini parlano e gli dicono qualcosa; parlano un linguaggio a lui comprensibile. Dicono ciò che sono; a quel punto non è più possibile alcun inganno. Questo è il risuonare e il parlare devachanico, la musica delle sfere. Ogni cosa pronuncia allora il proprio nome e il proprio rapporto con le altre cose. Ciò si aggiunge alla visione astrale, e questo è l’ingresso del chiaroveggente nel Devachan. Quando l’uomo ha raggiunto questo stato devachanico, i fiori di loto, i chakra o ruote, in determinati punti del corpo astrale cominciano a girare come la lancetta di un orologio da sinistra a destra. Sono gli organi di senso del corpo astrale, ma il loro percepire è attivo. L’occhio, per esempio, è in stato di quiete: lascia entrare la luce in sé e poi la percepisce. I fiori di loto invece percepiscono solo quando si muovono, quando afferrano un oggetto. Attraverso la rotazione dei fiori di loto vengono eccitate vibrazioni nella materia astrale, e così nasce la percezione sul piano astrale.

Quali sono dunque le forze che sviluppano i fiori di loto? Da dove vengono queste forze? Sappiamo che durante il sonno le forze consumate del corpo fisico ed eterico vengono reintegrate dal corpo astrale: grazie alla sua regolarità, esso può nel sonno compensare le irregolarità del corpo fisico ed eterico. Ma queste forze, che vengono impiegate per vincere la stanchezza, sono proprio quelle che sviluppano i fiori di loto. Un uomo che intraprende il proprio sviluppo occulto sottrae dunque in realtà forze al proprio corpo fisico ed eterico. Se queste forze venissero sottratte permanentemente al corpo fisico, l’uomo dovrebbe ammalarsi; anzi sopraggiungerebbe addirittura un completo esaurimento. Se dunque non vuole danneggiarsi fisicamente e moralmente, deve sostituire queste forze con qualcos’altro.

Bisogna tenere presente una legge universale: il ritmo sostituisce la forza! Questo è un importante principio occulto. Oggi l’uomo vive in modo quanto mai irregolare, specialmente nel rappresentare e nell’agire. Un uomo che si limitasse a lasciar agire su di sé il mondo esteriore dispersivo e ad assecondarlo, non potrebbe sfuggire a questo pericolo in cui il suo corpo fisico viene precipitato dallo sviluppo occulto a causa della sottrazione di forze. Perciò l’uomo deve lavorare affinché il ritmo entri nella sua vita. Naturalmente non può fare in modo che un giorno trascorra esattamente come l’altro. Ma una cosa può fare: certe attività può compierle con assoluta regolarità, e questo è ciò che deve fare chi intraprende uno sviluppo occulto. Così per esempio dovrebbe compiere ogni mattina esercizi di meditazione e concentrazione a un’ora da lui stesso stabilita. Il ritmo entra nella sua vita anche attraverso una retrospettiva serale sulla giornata. Se si possono poi introdurre altre regolarità, tanto meglio, perché così tutto si svolge per così dire nel senso delle leggi cosmiche. L’intero sistema del mondo procede ritmicamente. Tutto nella natura è ritmo: il corso del sole, il susseguirsi delle stagioni, del giorno e della notte e così via. Le piante crescono ritmicamente. Certo, più si sale e meno il ritmo si manifesta, ma perfino negli animali si può ancora percepire un certo ritmo. L’animale per esempio si accoppia ancora in periodi regolari. Solo l’uomo precipita in una vita arritmica, caotica: la natura l’ha lasciato andare.

Questa vita caotica egli deve ora plasmare di nuovo in modo del tutto cosciente e ritmico, e per raggiungere ciò gli vengono dati determinati mezzi, attraverso i quali può portare armonia e ritmo nel suo corpo fisico ed eterico. A poco a poco questi vengono posti in vibrazioni regolari, in modo che si correggono da soli anche quando il corpo astrale esce da essi. Anche se di giorno sono stati sospinti fuori dal ritmo, nel riposo tornano da soli nel giusto movimento.

Questi mezzi consistono nei seguenti sei esercizi, che devono essere compiuti accanto alla meditazione:

Controllo dei pensieri. Consiste nel non lasciar vagare nella propria anima ogni sorta di pensieri almeno per brevi periodi della giornata, ma nel far subentrare una volta la calma nel flusso dei propri pensieri. Si pensa a un determinato concetto, si pone questo concetto al centro della propria vita di pensiero e vi si concatenano poi autonomamente tutti i pensieri in modo logico, in modo che si colleghino a questo concetto. Anche se ciò avviene per un solo minuto, è già di grande importanza per il ritmo del corpo fisico e del corpo eterico.

Iniziativa dell’agire, vale a dire che ci si deve costringere a compiere azioni anche insignificanti, ma scaturite dalla propria iniziativa, a doveri autoimposti. La maggior parte delle cause dell’agire risiede nelle circostanze familiari, nell’educazione, nella professione e così via. Si consideri quanto poco in realtà proviene dalla propria iniziativa! Occorre dunque dedicare brevi momenti a far scaturire azioni dalla propria iniziativa. Non occorre che siano cose importanti: azioni del tutto insignificanti adempiono allo stesso scopo.

Equanimità. La terza cosa di cui si tratta può essere chiamata equanimità. Con essa si impara a regolare lo stato di oscillazione fra l’esaltazione e l’abbattimento. Chi non lo vuole, perché crede che ne andrebbe perduta la propria spontaneità nell’agire o il proprio sentire artistico, non può intraprendere uno sviluppo occulto. Equanimità significa essere padroni di fronte alla gioia più alta e al dolore più profondo. Anzi, si diventa veramente ricettivi per le gioie e i dolori del mondo solo quando non ci si perde più nel dolore e nel piacere, quando non vi ci si immerge più egoisticamente. I più grandi artisti hanno raggiunto i risultati più alti proprio attraverso questa equanimità, perché attraverso di essa hanno aperto l’anima alle cose sottili e interiormente importanti.

Spregiudicatezza. La quarta è ciò che si può designare come spregiudicatezza. È quella qualità che vede il bene in tutte le cose. Essa si volge ovunque al positivo nelle cose. Come esempio possiamo addurre al meglio una leggenda persiana che si ricollega a Cristo Gesù. Cristo Gesù vide una volta un cane morto giacere sul bordo della strada. Gesù si fermò e contemplò l’animale, ma gli astanti si voltarono pieni di ripugnanza di fronte a tale vista. Allora Cristo Gesù disse: «Oh, che denti meravigliosamente belli ha questo animale!». Egli non vedeva il brutto, il ripugnante, ma trovava perfino in quella lurida carcassa ancora qualcosa di bello, i denti bianchi. Quando siamo in questa disposizione d’animo, cerchiamo in tutte le cose le proprietà positive, il bene, e lo possiamo trovare ovunque. Ciò agisce in modo assai potente sul corpo fisico e sul corpo eterico.

Fede. La cosa successiva è la fede. Fede esprime in senso occulto qualcosa di diverso da ciò che si intende nel linguaggio comune. Non si deve mai, quando si è in uno sviluppo occulto, lasciarsi determinare nel proprio giudizio il futuro dal proprio passato. Nello sviluppo occulto si deve eventualmente lasciar perdere tutto ciò che si è sperimentato finora, per poter stare di fronte a ogni nuova esperienza con una disposizione fiduciosa. L’occultista deve metterlo in pratica coscientemente. Se per esempio qualcuno viene e dice: «Il campanile della chiesa è inclinato, si è piegato di 45 gradi», chiunque direbbe: «Non è possibile». Ma l’occultista deve lasciarsi aperta ancora una porta. Anzi, deve spingersi al punto di poter credere a ogni evento del mondo che gli si presenta, altrimenti si preclude la via a nuove esperienze. Ci si deve rendere liberi per nuove esperienze; così il corpo fisico e il corpo eterico vengono posti in una disposizione paragonabile alla beata disposizione di un essere animale che vuole covare un altro.

Equilibrio interiore. Segue poi come prossima qualità l’equilibrio interiore. Esso si forma gradualmente da sé attraverso le altre cinque qualità. A queste sei qualità l’uomo deve prestare attenzione. Deve prendere in mano la propria vita e progredire lentamente nel senso del detto: la goccia costante scava la pietra.

Se ora un uomo si procura forze superiori attraverso qualche artificio magico senza tener conto di tutto ciò, si trova in una brutta situazione. Nella vita attuale lo spirituale e il corporeo sono così mescolati fra loro come, per esempio, in un bicchiere un liquido blu e uno giallo. Con lo sviluppo occulto inizia qualcosa di simile al processo con cui il chimico separa quei due liquidi. In modo analogo vengono separati l’elemento animico e quello corporeo. Con ciò l’uomo perde però i benefici di questa mescolanza. L’uomo comune, per il fatto che l’anima è inserita nel corpo fisico, non è sottoposto a passioni troppo grottesche. Ma attraverso questa separazione può accadere che il corpo fisico venga abbandonato a se stesso con le sue proprietà, e questo può condurre a ogni sorta di eccessi. Così può accadere a un uomo che si trovi nel mezzo di uno sviluppo occulto, se non bada a coltivare le qualità morali, che effettivamente vengano alla luce cattive qualità che altrimenti non si sarebbero mai manifestate. Diventa improvvisamente bugiardo, irascibile, vendicativo: ogni sorta di qualità che prima erano mitigate emergono in modo crudo. Sì, questo può già accadere quando qualcuno si occupa troppo degli insegnamenti sapienziali della teosofia senza sviluppo morale.

Abbiamo visto che l’uomo passa dapprima attraverso il grado della visione e solo poi giunge al grado dell’udire spirituale. Mentre ci si trova al grado della visione, si deve naturalmente imparare prima come le immagini si rapportano agli oggetti. Si verrebbe sospinti nel mare tempestoso delle esperienze astrali se ci si abbandonasse a esso senza altro. Perciò si ha bisogno di una guida che, al momento dell’ingresso, dica come le cose sono collegate e come ci si orienta. Su questo si fonda la necessità di affidarsi rigorosamente al guru. In questa direzione si distinguono tre diversi sviluppi:

Lo sviluppo orientale, che si chiama anche sviluppo yoga, è tale che un singolo uomo iniziato, vivente sul piano fisico, è la guida, il guru di un altro, e questi si affida completamente al guru anche in tutti i particolari. Ciò si raggiunge nel modo migliore quando per il tempo dello sviluppo si esclude interamente il proprio sé e lo si consegna al guru. Il guru deve perfino dare consiglio riguardo all’iniziativa dell’agire. Per un tale completo annullamento del proprio sé è adatta la natura indiana; la cultura europea non consente affatto una tale dedizione.

Lo sviluppo cristiano pone al posto del singolo guru l’unica grande guida dell’umanità, Cristo Gesù stesso. Il sentimento di appartenenza a questo Cristo Gesù, l’essere uno con lui, può sostituire la dedizione a un singolo guru. Ma si deve prima essere condotti a lui attraverso un maestro terreno. Anche qui si è in un certo modo dipendenti dal maestro, dal guru sul piano fisico.

Si è più indipendenti nella formazione rosicruciana. Il guru non è più la guida, è il consigliere. È colui che dà indicazioni su ciò che si deve fare interiormente. Al tempo stesso provvede anche a che parallelamente alla formazione occulta proceda una decisa formazione del pensiero, senza la quale non si può intraprendere una tale formazione occulta. Ciò deriva dal fatto che il pensiero possiede una proprietà che le altre cose non hanno. Se per esempio ci troviamo sul piano fisico, allora percepiamo con i sensi fisici ciò che si trova sul piano fisico, nient’altro. Sul piano astrale valgono le percezioni astrali, e l’udire devachanico vale solo nel Devachan; in breve, ogni piano ha le proprie percezioni. Una cosa però attraversa tutti i mondi, e questa è il pensiero logico. La logica è la medesima su tutti e tre i piani. Così sul piano fisico si può apprendere qualcosa che ha validità anche per i piani superiori, e questo metodo è quello che segue lo sviluppo rosicruciano, in quanto esso forma sul piano fisico il pensiero prevalentemente con i mezzi del piano fisico. Un pensiero penetrante viene già formato attraverso lo studio delle verità teosofiche oppure anche attraverso esercizi diretti del pensiero. Se si vuole formare l’intelletto ancor di più, si possono studiare libri come La filosofia della libertà, Verità e scienza, che sono scritti appositamente in modo che un pensiero formato attraverso di essi possa muoversi con assoluta sicurezza sui piani più elevati. Potrebbe perfino accadere che qualcuno che studia questi scritti e non sapesse nulla di teosofia possa attraverso di essi orientarsi nei mondi superiori. Ma come si è detto, anche gli insegnamenti teosofici operano nella stessa maniera. Questo è il sistema della formazione rosicruciana. Nel proprio pensiero acuto si ha la più vera guida interiore. In questo caso il guru è solo ancora l’amico del discepolo, che dà consigli, perché il miglior guru lo si educa in se stessi nella propria ragione. Naturalmente si ha bisogno del guru anche qui, perché deve dare i consigli su come si giunge da soli al libero sviluppo.

Nella popolazione europea la via cristiana è quella adatta per coloro che hanno sviluppato maggiormente il sentimento. Coloro che si sono più o meno distaccati dalla Chiesa, che stanno maggiormente sul terreno della scienza e a causa della scienza sono giunti al dubbio, percorrono al meglio la via rosicruciana.

13°La scuola orientale e la scuola cristiana

Stoccarda, 3 Settembre 1906

Ieri abbiamo concluso abbozzando nei loro tratti essenziali i tre metodi dello sviluppo occulto: la formazione orientale, quella cristiana e la cosiddetta formazione rosicruciana. Oggi vogliamo cominciare a entrare un po’ più nei particolari che costituiscono il caratteristico di ciascuna di queste tre vie.

Prima però vorrei ancora osservare che in nessuna scuola occulta la cosa va intesa come se ciò che viene detto e richiesto potesse in qualche modo valere come precetto morale per l’intera umanità. Questo non è assolutamente il caso: queste esigenze valgono solo per chi vuole davvero dedicarsi a un tale sviluppo occulto. Si può per esempio essere un ottimo cristiano e adempiere pienamente ciò che la religione cristiana raccomanda al laico, senza intraprendere una formazione occulta cristiana. Se per esempio qualcuno dice: «Si può pur essere una brava persona e giungere a una sorta di vita superiore anche senza formazione occulta», non c’è nulla da obiettare; ciò è ovvio.

Vi ho già detto che all’interno della formazione orientale ha luogo una rigorosa sottomissione al guru. Voglio ora indicarvi il tipo di istruzioni che il maestro dà all’interno di una formazione orientale. È comprensibile che non si possano dare istruzioni pubblicamente, ma solo caratterizzare la via. Le cose che vengono date come istruzioni dal maestro si possono suddividere in otto gruppi:

Yama 5. Pratyahara

Niyama 6. Dharana

Asanam 7. Dhyanam

Pranayama 8. Samadhi

1. Yama comprende tutto ciò che chiamiamo le astensioni, che incombono a chi vuole intraprendere una formazione yoga; e ciò viene espresso più precisamente nei comandamenti: «Non mentire — Non uccidere — Non rubare — Non essere dissoluto — Non desiderare».

Il comandamento «Non uccidere» è molto rigoroso e si riferisce a tutti gli esseri. Nessun essere vivente può essere ucciso o anche solo danneggiato, e quanto più rigorosamente ciò viene osservato, tanto più lontano conduce. Altra questione è se ciò si possa attuare anche nella nostra cultura. Ogni uccisione, anche quella di una cimice, pregiudica lo sviluppo occulto. Se però uno debba comunque farlo, questa è un’altra questione.

«Non mentire» è un comandamento che vi sarà già più comprensibile da ciò che vi ho detto sul piano astrale. Sul piano astrale mentire equivale a uccidere, ogni menzogna è un omicidio; dunque in realtà rientra nello stesso capitolo dell’uccidere.

«Non rubare»: anche questo deve essere attuato nel senso più rigoroso. L’europeo dirà: «Noi non rubiamo». Ma lo yogi orientale non intende la cosa così semplicemente. Nelle regioni dove questi esercizi furono dapprima diffusi dai grandi maestri dell’umanità, le condizioni erano molto più semplici: là si poteva stabilire facilmente il concetto di furto. Un maestro di yoga non ammetterà però che un europeo non rubi: prende infatti la cosa molto rigorosamente. Se per esempio mi approprio della forza lavoro di un altro, se mi procuro un vantaggio sì legalmente consentito ma che significa sfruttamento di un altro, il maestro di yoga lo definisce rubare. Da noi le cose, nelle nostre condizioni sociali, sono talmente complicate che molti trasgrediscono questo divieto senza averne la minima consapevolezza. Immaginate di possedere un patrimonio e di depositarlo in una banca. Non fate nulla con esso, non sfruttate nessuno. Ma poi il banchiere fa speculazioni e con il vostro denaro sfrutta altre persone. Anche in questo caso siete responsabili in senso occulto, e ciò grava sul vostro karma. Da ciò vedete che questo comandamento richiede uno studio profondo nell’ambito di uno sviluppo occulto.

Altrettanto complicate si presentano le condizioni riguardo al «Non essere dissoluti». Un rentier, per esempio, il cui capitale è stato investito da una banca a sua insaputa in distillerie di liquori, si rende colpevole tanto quanto un fabbricante che produce liquori. L’ignoranza non cambia nulla del karma. C’è una sola cosa che può dare una direzione retta in queste astensioni: aspirare alla mancanza di bisogni. Nella stessa misura in cui si aspira alla mancanza di bisogni, non si può mai danneggiare nessun altro.

Particolarmente difficile è attuare il «Non desiderare nulla». Significa aspirare alla completa mancanza di bisogni, non avvicinarsi a nulla al mondo con cupidigia, ma fare solo ciò che il mondo esteriore esige da noi. Devo anzi reprimere perfino il mio senso di benessere quando faccio del bene a qualcuno: non questo sentimento, ma la vista di chi soffre deve spingermi ad aiutare. Anche per il resto, se per esempio devo sostenere una spesa, non devo pensare: «Io voglio, io desidero, io bramo questo», ma devo dirmi: «Ne hai bisogno per il mantenimento del tuo corpo o per le necessità del tuo spirito, ne ha bisogno anche ogni altro; tu non lo brami, rifletti soltanto su come meglio procedere attraverso il mondo». All’interno dell’insegnamento yoga il concetto di Yama, come si è detto, viene inteso in modo straordinariamente rigoroso e non può essere trapiantato senza altro in Europa.

2. Niyama. Significa circa l’osservanza di usanze religiose. In India, dove queste regole vengono applicate principalmente, è risolta una questione che alla cultura europea procura molte difficoltà. Si dice facilmente: «Sono al di là dei dogmi, mi attengo solo alla verità interiore e non do alcun valore alle forme esteriori». Quanto più può elevarsi al di sopra delle usanze religiose, tanto più sublime si ritiene l’europeo. L’indù pensa in modo opposto e tiene saldamente ai rituali della propria religione: nessuno può toccarli. Quale opinione poi ci si formi su di essi, nella religione indù questo è lasciato interamente libero a ciascuno. Esistono antichissimi riti sacri che significano qualcosa di molto profondo. Una persona senza istruzione se ne farà una rappresentazione molto elementare, una persona di maggiore cultura se ne farà una rappresentazione diversa e migliore, ma nessuno dirà che la rappresentazione dell’altro sia errata. Il saggio osserva la stessa usanza del meno istruito. Dogmi non ce ne sono, ma riti sì. In questo modo le usanze profondamente religiose possono essere osservate dal saggio e dall’ignorante; entrambi possono riunirsi nel rito. Così i riti sono un legame per la popolazione: nessuno viene limitato nella propria opinione per il fatto di inserirsi in un rituale rigoroso.

La Chiesa cristiana ha seguito il principio opposto: non usanze, ma opinioni sono state imposte alla gente, e la conseguenza è che nei tempi moderni l’assenza di forme è diventata legge nella nostra convivenza sociale. Là comincia il completo trascurare di tutte le usanze che unirebbero gli uomini; tutte le forme che esprimono simbolicamente verità superiori vengono gradualmente abolite. Questo è un grande danno per l’intero sviluppo dell’uomo, principalmente per lo sviluppo occulto in senso orientale.

Molti nella popolazione europea credono oggi di essere al di là dei dogmi, ma proprio i liberi pensatori e i materialisti sono i peggiori fanatici del dogma. Il dogma materialistico è ancora molto più opprimente di qualsiasi altro. L’infallibilità del papa non vale più per molti, ma bene l’infallibilità del professore universitario. Anche il più liberale è, nonostante le affermazioni contrarie, sottomesso ai dogmi del materialismo. Quali dogmi gravano per esempio sul giurista, sul medico e così via! Ogni professore universitario insegna il suo dogma. Oppure anche: quanto pesa su di noi il dogma dell’infallibilità dell’opinione pubblica, del giornale! Il maestro yoga orientale richiede di non uscire dalle forme che sono un legame per saggi e ignoranti, perché queste antichissime forme sacre sono le immagini delle verità più elevate. Senza forme non c’è cultura: è un’illusione credere il contrario. Supponiamo per esempio che qualcuno fondi una colonia del tutto priva di forme, senza leggi, senza riti e usanze religiose. Per chi penetra a fondo le cose è chiaro che una tale colonia può sussistere bene per un certo tempo: la gente vive infatti ancora secondo le vecchie forme che ha portato con sé. Ma non appena le perde, la colonia va in rovina, perché senza forme nessuna colonia può sussistere a lungo. Tutta la cultura deve nascere dalla forma. L’interiore deve esprimersi esteriormente attraverso forme. La cultura moderna ha perduto le forme; deve riconquistarle. Deve imparare di nuovo a esprimere anche esteriormente ciò che vive nell’intimo dell’anima. La forma condiziona nel lungo periodo la convivenza umana. Questo lo sapevano gli antichi saggi, e perciò tenevano saldamente alla pratica delle usanze religiose.

Asanam significa l’assunzione di una determinata posizione del corpo durante la meditazione. Ciò è per l’orientale molto più importante che per l’europeo, poiché il corpo dell’europeo non è più così sensibile a certe correnti sottili. Il corpo orientale è ancora più fine: percepisce facilmente correnti che vanno da est a ovest, da nord a sud e dall’alto al basso; nell’universo fluiscono infatti correnti spirituali. Per questa ragione le chiese, per esempio, venivano costruite in una determinata direzione. Perciò il maestro yoga fa assumere allo yogi una determinata posizione; il discepolo deve tenere le mani e i piedi in una determinata posizione affinché le correnti possano attraversare il corpo in modo regolato. Se l’indù non inserisse il proprio corpo in questa armonia, comprometterebbe completamente i frutti della sua meditazione.

Pranayama è la respirazione, la respirazione yoga. È una componente molto essenziale e dettagliata della formazione yoga orientale. Non viene quasi presa in considerazione nella formazione cristiana, mentre riveste di nuovo maggiore importanza nella formazione rosicruciana.

Che significato ha la respirazione per lo sviluppo occulto? L’importanza della respirazione è già insita nel «Non uccidere», «Non danneggiare la vita». Il maestro occulto dice: «Tu uccidi continuamente e lentamente il tuo ambiente attraverso la respirazione». Come? Inspiriamo l’aria, la tratteniamo, riforniamo il sangue di ossigeno e poi espiriamo nuovamente. Che cosa accade?

Inspiriamo l’aria piena di ossigeno, la combiniamo in noi con il carbonio ed espiriamo anidride carbonica; ma in essa nessun uomo o animale può vivere. Inspiriamo ossigeno, espiriamo anidride carbonica, la sostanza velenosa: uccidiamo dunque con ogni respiro continuamente altri esseri. Pezzo per pezzo uccidiamo tutto il nostro ambiente. Inspiriamo aria vitale ed espiriamo aria che noi stessi non possiamo più utilizzare. Il maestro occulto mira a cambiare questo. Se dipendesse solo dagli uomini e dagli animali, presto tutto l’ossigeno sarebbe esaurito e ogni essere vivente si sarebbe estinto. Il fatto che non distruggiamo la Terra lo dobbiamo alle piante: queste compiono infatti esattamente il processo contrario. Assimilano l’anidride carbonica, separano il carbonio dall’ossigeno e con il primo costruiscono il proprio corpo. L’ossigeno lo rilasciano nuovamente, e questo viene inspirato da uomini e animali. Così le piante rinnovano l’aria vitale: tutta la vita sarebbe da tempo annientata senza di esse. A loro dobbiamo la nostra vita. Così pianta, animale e uomo si integrano reciprocamente.

Questo processo diverrà però diverso in futuro, e poiché colui che si trova nel mezzo di uno sviluppo occulto comincia con ciò che gli altri un giorno in futuro attraverseranno, deve disabituarsi dall’uccidere attraverso il respiro. Questo è Pranayama, la scienza della respirazione. La nostra moderna epoca materialistica ha sempre bisogno di finestre aperte e pone l’aria fresca come rimedio al primo posto. Per lo yogi indiano è il contrario. Si chiude in una caverna e respira il più possibile la propria aria. Lo yogi ha imparato l’arte di inquinare il meno possibile l’aria, perché ha imparato a sfruttarla. Come fa? Questo segreto è sempre stato conosciuto nelle scuole esoteriche europee; lo si chiamava il raggiungimento della pietra filosofale o della pietra dei saggi. Se si vuole trovare la pietra dei saggi, bisogna trovare il segreto della respirazione.

Intorno alla svolta tra il XVIII e il XIX secolo trapelò qualcosa di tutto ciò. Si scrisse molto della pietra dei saggi in scritti pubblici, ma si nota che gli autori stessi non ne capivano molto, anche se tutto proveniva da fonte genuina. In un giornale statale della Turingia apparve nel 1796 un articolo sulla pietra dei saggi, in cui fra l’altro si diceva: «La pietra dei saggi è qualcosa che basta conoscere, poiché ogni uomo l’ha vista. È qualcosa che tutti gli uomini per un certo periodo hanno in mano quasi ogni giorno, che si può trovare ovunque, solo che gli uomini non sanno che è la pietra dei saggi». Questa è un’allusione misteriosa: ovunque si dovrebbe poter trovare la pietra dei saggi. Ma questa singolare espressione è letteralmente vera.

La cosa sta così: quando la pianta forma il proprio corpo, assorbe l’anidride carbonica e trattiene il carbonio, dal quale costruisce il proprio corpo. Uomini e animali mangiano poi la pianta, riassumono in sé il carbonio e lo restituiscono nel respiro come anidride carbonica. Così esiste un ciclo del carbonio. In futuro sarà diverso. L’uomo imparerà ad ampliare sempre più il proprio sé, e ciò che ora lascia alla pianta, un giorno lo realizzerà da sé. Come l’uomo è passato attraverso il regno minerale e vegetale, così torna anche indietro. Diventa egli stesso pianta, accoglie in sé l’esistenza vegetale e compirà l’intero processo in se stesso: tratterrà in sé il carbonio e costruirà con esso coscientemente il proprio corpo, come oggi la pianta fa inconsciamente. L’ossigeno necessario lo preparerà allora egli stesso nei propri organi, lo combinerà con il carbonio in anidride carbonica e depositerà poi di nuovo in se stesso il carbonio. Con ciò potrà dunque continuare a edificare la propria impalcatura corporea. Questa è una grande idea prospettica del futuro. Allora non uccide più nient’altro.

Ora, come è noto, carbonio e diamante sono la stessa sostanza. Il diamante è carbonio cristallizzato e trasparente. Non dovete dunque pensare che l’uomo in futuro andrà in giro tutto nero, ma il suo corpo sarà costituito di carbonio trasparente, e precisamente morbido. Allora avrà trovato la pietra filosofale. Trasforma il proprio corpo nella pietra dei saggi.

Questo processo, colui che si sviluppa occultamente deve anticiparlo il più possibile, vale a dire deve togliere al suo respiro la capacità di uccidere. Deve plasmarlo in modo che l’aria espirata diventi nuovamente utilizzabile, così da poterla reinspirare continuamente. E come avviene ciò? Per il fatto che nel processo respiratorio si introduce il ritmo. A questo proposito il maestro dà istruzioni. Inspirazione, trattenimento del respiro ed espirazione: in ciò, anche se solo per breve tempo, deve esserci ritmo. Con ogni respiro ritmicamente espirato l’aria viene migliorata, molto lentamente ma con certezza. Si può domandare: che importanza ha? Qui vale il detto: la goccia costante scava la pietra. Ogni respiro è una tale goccia. Il chimico non può ancora dimostrarlo, perché i suoi mezzi sono troppo grossolani per percepire le sostanze sottili, ma l’occultista sa che in tal modo il respiro diventa effettivamente vivificante e contiene più ossigeno che in condizioni ordinarie. Il respiro viene però contemporaneamente purificato anche da qualcos’altro, vale a dire dalla meditazione. Anche attraverso di essa viene dato un contributo, per quanto minimo, affinché la natura vegetale venga riassunta nella natura umana, cosicché l’uomo giunga al non-uccidere.

Pratyahara. Il prossimo è il Pratyahara: significa il controllo della percezione sensoriale. L’uomo che nel senso odierno conduce una vita quotidiana riceve ora un’impressione da una parte, ora da un’altra, e così di continuo; lascia che tutto agisca su di sé. Al discepolo il maestro occulto dice: «Per un certo numero di minuti devi trattenere un’impressione sensoriale e non passare a un’altra se non per tua libera volontà».

Quando ha praticato ciò per un certo tempo, deve poter giungere a diventare sordo e cieco a ogni impressione sensoriale esterna; deve giungere a prescindere del tutto da ogni impressione sensoriale esterna e a trattenere soltanto ciò che come rappresentazione rimane nei pensieri dopo che l’impressione sensoriale stessa è stata eliminata. Quando si vive così solo nelle rappresentazioni, si controlla rigorosamente il proprio pensiero e solo per libera volontà si concatena una rappresentazione all’altra, allora si è raggiunto il sesto stato: Dharana.

Dhyanam. Ora ci sono rappresentazioni delle quali l’europeo non vuole ammettere che non derivino affatto da impressioni sensoriali, ma che l’uomo deve formarle da sé, per esempio rappresentazioni matematiche o geometriche. Un triangolo o un cerchio sono rappresentazioni pensate. Ciò che disegno alla lavagna sono in realtà solo punti di gesso accostati. Ora esiste una serie di rappresentazioni nelle quali il discepolo occulto deve esercitarsi molto. Si tratta di segni simbolici coscientemente collegati con determinate cose, per esempio l’esagramma, un segno che viene spiegato nell’occultismo; parimenti il pentagramma. Il discepolo tiene il suo spirito acutamente concentrato su tali cose che non esistono nel mondo sensibile. Lo stesso vale per un’altra rappresentazione, per esempio il genere «leone», che si può solo pensare. Anche su tali rappresentazioni il discepolo deve dirigere la propria attenzione. Infine vi sono anche rappresentazioni morali, come per esempio in Luce sul sentiero: «Prima che l’occhio possa vedere, deve disabituarsi alle lacrime». Nemmeno questo lo si può sperimentare esteriormente, ma solo in se stessi. Questo meditare su rappresentazioni che non hanno un corrispettivo sensibile si chiama Dhyanam.

Samadhi. Ora viene la cosa più difficile: Samadhi. Ci si immerge a lungo, a lungo in una rappresentazione che non ha alcun corrispettivo sensibile, si lascia lo spirito per così dire riposare in essa e se ne riempie completamente l’anima. Poi si lascia cadere questa rappresentazione e non si ha più nulla nella coscienza, ma non ci si deve addormentare — cosa che nell’uomo comune accadrebbe immediatamente; si deve restare coscienti. In questo stato i segreti dei mondi superiori cominciano a svelarsi. Si descrive questo stato nel modo seguente: rimane un pensare che non ha pensieri; si pensa, perché si è coscienti, ma non si hanno pensieri. In questo modo le potenze spirituali possono far fluire il loro contenuto in questo pensare. Finché lo si riempie da soli, esse non possono entrarvi. Quanto più a lungo si mantiene nella coscienza l’attività del pensare senza il contenuto del pensare, tanto più il mondo soprasensibile si rivela.

In questi otto ambiti risiedono le istruzioni del maestro nella formazione yoga orientale.

Ora parleremo ancora, per quanto possibile, della formazione cristiana, e si mostrerà come si distingua dalla formazione dell’Oriente. Questa formazione cristiana può avvenire su consiglio di un maestro che sa ciò che va fatto e che a ogni passo può correggere ciò che è errato. Ma il grande guru è Cristo Gesù stesso. Perciò è necessaria una fede rigorosa nella reale esistenza e nella reale vita vissuta di Cristo Gesù. Senza questa fede è impossibile sentirsi uniti a lui. Bisogna inoltre comprendere che da questo grande guru proviene un documento che dà esso stesso la guida alla formazione, e questo è il Vangelo di Giovanni. Lo si può anche sperimentare interiormente, non soltanto credervi esteriormente, e per chi l’ha accolto in sé nel modo giusto non esiste più la necessità di dimostrare Cristo Gesù, perché l’ha trovato.

Questa formazione si svolge in modo che non ci si limiti a leggere sempre di nuovo il Vangelo di Giovanni, ma si mediti su di esso. Il Vangelo di Giovanni inizia con le parole: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo…». Questi versetti, rettamente intesi, sono materia di meditazione, e devono essere accolti in uno stato simile al Dhyanam. Chi al mattino presto, prima che altre impressioni siano entrate nella sua anima, esclude dai pensieri tutto il resto e per cinque minuti vive unicamente e soltanto in queste frasi, e precisamente in modo continuo, per anni, con assoluta pazienza e perseveranza, sperimenta che queste parole non sono soltanto qualcosa che si deve comprendere: sperimenta infatti che esse hanno una forza occulta, anzi, attraverso di esse sperimenta un’interiore trasformazione occulta dell’anima. Si diventa in un certo senso chiaroveggenti attraverso queste parole, cosicché si può vedere astralmente tutto ciò che sta nel Vangelo di Giovanni.

Secondo le istruzioni del maestro, il discepolo lascia dapprima passare attraverso l’anima per sette giorni le prime cinque frasi del primo capitolo. La settimana successiva fa lo stesso con il secondo capitolo, e così via per ogni singolo capitolo fino al dodicesimo. Si vedrà allora cosa si sperimenta di grandioso, di possente: come si viene introdotti negli eventi della Palestina, dove Cristo Gesù ha vissuto, così come sono registrati nella Cronaca dell’Akasha, e come si sperimentano effettivamente tutti gli eventi accaduti a quel tempo. Poi, quando si giunge al tredicesimo capitolo, si sperimentano le singole stazioni dell’iniziazione cristiana.

La prima stazione è la cosiddetta lavanda dei piedi. Dapprima si deve comprendere ciò che questa grande scena significa. Cristo Gesù si china verso coloro che sono più in basso di lui. In tutto il mondo dovrebbe essere presente questa umiltà verso coloro che stanno sotto di noi e a spese dei quali ci sviluppiamo più in alto. Se la pianta potesse pensare, dovrebbe ringraziare la pietra per il fatto che essa offre il suolo su cui la pianta può condurre una vita superiore, e l’animale dovrebbe chinarsi verso la pianta e dire: «A te devo la possibilità della mia esistenza», e parimenti l’uomo verso tutta la restante natura. Colui che nella società umana sta più in alto deve chinarsi verso coloro che lavorano sotto di lui e dirsi: «Se queste mani laboriose non compissero il lavoro umile per me, non potrei stare dove sto». Nessuno potrebbe svilupparsi più in alto se il terreno sotto di lui non fosse stato preparato. E così è fino a Cristo Gesù stesso, che in umiltà si china verso gli apostoli e dice: «Voi siete il mio terreno, in voi adempio il detto: colui che vuol essere il primo, deve essere l’ultimo, e colui che vuol essere il signore, deve essere il servo di tutti». La lavanda dei piedi significa il voler servire volentieri, il chinarsi in totale umiltà. Questo deve diventare il sentimento universale per chi si sviluppa occultamente.

Quando il discepolo si è completamente compenetrato di questa umiltà, allora ha sperimentato la prima stazione dell’iniziazione cristiana. Da un sintomo esteriore e da uno interiore riconosce di essere giunto a questo punto. Il sintomo esteriore è: sente i propri piedi come circondati da acqua. Il sintomo interiore è una visione astrale che si presenta con certezza: si vede lavare i piedi a un certo numero di persone. Questa immagine affiora nei suoi sogni come visione astrale, e ciascuno ha la medesima visione. Quando sperimenta ciò, allora ha veramente accolto in sé l’intero capitolo.

Segue poi come seconda stazione la flagellazione. Quando si è progrediti fin là, bisogna, mentre si legge la flagellazione e la si lascia agire su di sé, sviluppare un altro sentimento. Si deve imparare a restare saldi sotto le sferzate della vita. Ci si dice: «Resterò saldo in tutte le sofferenze e i dolori, in tutto ciò che mi si presenta». Il sintomo esteriore di ciò è: si percepisce per così dire un dolore puntiforme su tutto il corpo. Il sintomo interiore è: ci si vede flagellati nella visione onirica.

La terza stazione è l’incoronazione di spine. Deve aggiungersi ancora un altro sentimento: si impara a sopportare con fermezza anche quando si è sommersi di scherno e di disprezzo per ciò che di più sacro si possiede. Il sintomo esteriore di ciò è che si sente un mal di testa opprimente. Il sintomo interiore è: ci si vede astralmente incoronati con la corona di spine.

Si può poi procedere alla quarta stazione: la crocifissione. Qui deve essere sviluppato un sentimento nuovo e ben determinato. Esso si basa sul superamento del fatto che il proprio corpo è ciò che ci sta più a cuore; esso deve divenirci indifferente come un pezzo di legno. Portiamo allora il nostro corpo attraverso la vita e lo consideriamo oggettivamente: esso è diventato per noi il legno della croce. Con ciò non è necessario disprezzarlo, non più di un qualsiasi strumento. La maturità per questo grado viene indicata dal sintomo esteriore: durante la meditazione compaiono, esattamente nei punti che si chiamano i punti delle sacre stimmate, macchie rosse simili a stimmate, e precisamente sulle mani e sui piedi e sul lato destro all’altezza del cuore. Il sintomo interiore è: il discepolo ha la visione di se stesso appeso alla croce.

Il quinto grado è la morte mistica. Consiste nel fatto che l’uomo sperimenta la nullità del terreno, che effettivamente per un certo tempo muore a tutto ciò che è terreno.

Ormai si possono dare solo scarne descrizioni dell’iniziazione cristiana. L’uomo sperimenta come visione astrale che ovunque regnano le tenebre, che il mondo terreno è sprofondato. Davanti a ciò che deve venire si stende un velo nero come un sipario. Durante questo stato impara a conoscere tutto ciò che di male e di malvagio esiste nel mondo. Questa è la discesa all’inferno. Poi sperimenta che il velo si squarcia come fosse lacerato in due, e allora emerge il mondo devachanico. Questo è lo squarciarsi del velo del tempio.

Segue poi il sesto grado, la deposizione nel sepolcro. Come al quarto grado il proprio corpo diventa oggettivo, così qui si deve sviluppare il sentimento che non solo il proprio corpo è un oggetto, ma che tutto il resto che ci circonda sulla Terra lo si sente appartenente a sé esattamente come il proprio corpo. Il proprio corpo si estende oltre la pelle. Non si è più un essere separato: si è uniti con l’intero pianeta Terra. La Terra è diventata il nostro corpo, si è sepolti nella Terra.

Il settimo grado, la resurrezione, non può essere descritto con parole. Si dice perciò nell’occultismo: il settimo stato può essere pensato soltanto da colui la cui anima è diventata completamente libera dal cervello. A un tale lo si potrebbe descrivere. Perciò può essere qui solo menzionato. Come lo si attraversa, a ciò dà la guida il maestro occulto cristiano.

Quando l’uomo ha attraversato questo settimo grado, il cristianesimo è diventato un’esperienza interiore della sua anima. È allora completamente unito con Cristo Gesù: Cristo Gesù è in lui.

14°La scuola rosacrociana

Stoccarda, 4 Settembre 1906

Ieri abbiamo caratterizzato i diversi ambiti attraverso i quali il discepolo della formazione orientale e di quella cristiana giunge a conoscenze superiori; oggi voglio descrivervi in modo analogo i gradi attraverso i quali ascende la formazione rosicruciana.

Non ci si deve immaginare che questa formazione rosicruciana contraddica le altre due. Essa esiste all’incirca dal XIV secolo, e precisamente dovette essere introdotta allora perché l’umanità aveva bisogno di un’altra forma di formazione. Nelle cerchie degli iniziati si prevedeva che sarebbero venuti uomini turbati nella fede dal sapere che andava gradualmente sviluppandosi. Perciò dovette essere creata una forma per coloro che erano caduti nel conflitto fra fede e sapere. Nel Medioevo i più grandi dotti erano al tempo stesso le persone più credenti e devote; anche ancora a lungo dopo non era affatto pensabile per chi era progredito nella scienza naturale alcuna contraddizione tra fede e sapere. Si dice che il sistema copernicano abbia scosso la fede, ma in modo del tutto ingiustificato, dato che Copernico aveva dedicato il suo libro al Papa! Solo in tempi recentissimi questo conflitto è venuto a poco a poco. Ciò era previsto dai Maestri della saggezza, e perciò per coloro che attraverso la scienza erano stati distolti dalla fede doveva essere trovata una nuova via. Per quegli uomini che si occupano molto della scienza è necessario percorrere questa via rosicruciana per diventare iniziati: il metodo rosicruciano mostra infatti che la conoscenza più alta delle cose del mondo può perfettamente coesistere con la conoscenza più alta delle verità spirituali soprasensibili; e proprio attraverso il metodo rosicruciano colui che altrimenti a causa di una scienza apparente sarebbe decaduto dalla fede cristiana, può riconoscere questa fede a maggior ragione. Ciascuno può attraverso questo metodo comprendere la verità del cristianesimo a maggior ragione e con più profonda comprensione. La verità è una sola, ma vi si può giungere per vie diverse, proprio come le diverse vie ai piedi della montagna divergono, ma sulla vetta convergono tutte.

L’essenza della formazione rosicruciana può essere designata con le parole: vera conoscenza di sé. A questo scopo si devono distinguere due cose, e come discepolo rosicruciano non le si deve distinguere soltanto teoricamente, ma anche praticamente, vale a dire introdurle nella vita pratica. Vi sono due tipi di conoscenza di sé. La conoscenza di sé inferiore, che il discepolo rosicruciano chiama autospeculazione, attraverso la quale si deve superare il sé inferiore; e la conoscenza di sé superiore, nata dall’autorinuncia.

Che cos’è dunque la conoscenza di sé inferiore? È la conoscenza del nostro sé quotidiano, di ciò che già siamo, di ciò che portiamo in noi, come si dice uno sguardo nella propria vita interiore. Ci si deve render chiaro però che attraverso di essa non si può giungere al Sé superiore: quando l’uomo guarda se stesso trova infatti solo ciò che è; ma è proprio al di là di questo che deve crescere, per superare questo sé della vita ordinaria. Ma come? La maggior parte degli uomini è convinta che le proprie qualità siano le migliori in assoluto, e chi non le possiede è loro antipatico. Chi è al di là di questa opinione, non solo nella teoria ma nel sentimento, è già sulla via di una vera conoscenza di sé. Si esce da questa autospeculazione attraverso un metodo particolare, che può sempre essere applicato quando si trovano cinque minuti di tempo. Si deve partire dalla seguente frase: «Tutte le qualità che possiedi sono unilaterali; devi riconoscere in che cosa le tue qualità sono unilaterali e devi cercare di armonizzarle». È una frase che non solo nella teoria, ma nella pratica è la più adatta. Chi è diligente deve esaminarsi se non lo è nel posto sbagliato. Anche la sveltezza è unilaterale: devo integrarla con un’attenta ponderatezza. Ogni qualità ha il suo polo opposto; questo bisogna acquisirlo e poi cercare di armonizzare le qualità contrarie, per esempio: affrettati con calma, essere svelti e tuttavia ponderati, ponderati e tuttavia non pigri. Allora si comincia a lavorare al di là di se stessi. Ciò non appartiene alla meditazione, lo si deve conquistare accanto a essa.

Questo armonizzare consiste specialmente nell’attenzione ai piccoli tratti. Chi per esempio ha la qualità di non lasciar parlare gli altri fino in fondo, deve prestarvi attenzione con cura e proporsi una volta per sei settimane: «Ora taci del tutto di fronte all’altro, per quanto possibile». Poi ci si abitui a non parlare né troppo forte né troppo piano. Tali cose, a cui l’uomo di solito non pensa affatto, appartengono a questo intimo autosviluppo dell’interiorità, e quanto più insignificanti sono le qualità su cui ci si sofferma, tanto meglio è. Se si arriva perfino a non solo acquisire determinate qualità morali, intellettuali o di sentimento, ma a togliersi qualche abitudine esteriore, ciò è particolarmente efficace. Si tratta meno di un’esplorazione dell’interiorità nel senso comune, quanto piuttosto di un perfezionamento delle qualità che non si sono ancora sufficientemente sviluppate e di un completamento di ciò che è presente mediante una qualità opposta. La conoscenza di sé appartiene alle cose più difficili per l’uomo, e proprio coloro che credono di conoscersi meglio si ingannano con la massima facilità. Pensano troppo al proprio sé. Il continuo fissarsi su se stessi e il continuo fissare il proprio Sé. Il continuo fissare se stessi e il continuo pronunciare la parola «Io»: io penso, io credo, io ritengo che sia giusto — questo bisognerebbe disimpararlo già nel modo di parlare. Soprattutto ci si deve disabituare dall’idea che la propria opinione conti più di quella degli altri. Supponiamo per esempio che qualcuno sia una persona molto intelligente. Se ora porta la sua intelligenza in una compagnia di persone che si trovano a un livello molto più basso, ciò è assai fuori luogo: la porta infatti solo per amor proprio. Dovrebbe invece agire a partire dallo spirito degli altri. Soprattutto gli agitatori violano molto facilmente questa regola.

A ciò deve aggiungersi inoltre quello che in senso occulto si chiama pazienza. La maggior parte di coloro che vogliono raggiungere qualcosa non sanno attendere, perché credono di essere già maturi per ricevere tutto. Questa pazienza scaturisce da una rigorosa autoeducazione. Anche questo è connesso con la conoscenza di sé.

La conoscenza superiore di sé comincia solo quando iniziamo a dire: in ciò che è il nostro Io quotidiano non risiede affatto il nostro Sé superiore. In tutto il mondo esterno esso si trova, lassù presso le stelle, presso il Sole e la Luna, nella pietra, nell’animale: ovunque è la stessa entità che è in noi. — Se qualcuno dice: voglio coltivare il mio Sé superiore e ritirarmi, non voglio sapere nulla di tutto ciò che è materiale — costui misconosce completamente che proprio il Sé è ovunque al di fuori e che il suo proprio Sé superiore è soltanto una piccola parte di quel grande Sé esteriore. Certi metodi «spirituali» di guarigione commettono questo errore, che può diventare molto fatale: instillano infatti nel malato la rappresentazione che non esista nulla di materiale, e quindi non esistano neppure malattie. Ciò si fonda su una falsa conoscenza di sé ed è, come già osservato, molto pericoloso. Mentre un tale metodo di guarigione si designa con un nome cristiano, è in realtà anticristiano.

Il cristianesimo è una visione che in ogni cosa vede una rivelazione del divino. In ogni cosa materiale abbiamo un’illusione se non la consideriamo come un’espressione del divino. Se rinneghiamo il mondo esteriore, rinneghiamo il divino; se neghiamo la materia nella quale Dio si è rivelato, allora neghiamo Dio. Non si tratta di guardare dentro di sé, ma dobbiamo cercare di riconoscere il grande Sé che risplende in noi. Il Sé inferiore dice: Io sto qui e ho freddo. — Il Sé superiore dice invece: Io sono anche il freddo, perché vivo come l’unico Sé nel freddo e rendo me stesso freddo. — Il Sé inferiore dice: Io sono qui, sono nell’occhio che vede il Sole. — Il Sé superiore dice invece: Io sono nel Sole e guardo nel raggio solare dentro ai tuoi occhi.

Uscire realmente da se stessi significa spogliamento di sé. Perciò la formazione rosacrociana mira a portare fuori dall’uomo il Sé inferiore. Nel movimento teosofico, all’inizio, è stato commesso il peggiore degli errori dicendo: bisogna prescindere dall’esteriore e guardare dentro di sé. — Questa è una grande illusione. Si trova soltanto il proprio Sé inferiore, il quarto principio, l’Io inferiore, che si immagina di essere qualcosa di divino, ma che non è affatto divino. Bisogna uscire da sé per riconoscere il divino. «Conosci te stesso» significa al tempo stesso «supera te stesso».

Gli àmbiti di cui si tratta nella formazione rosacrociana sono i seguenti, e devono procedere di pari passo con lo sviluppo delle sei qualità già menzionate: controllo del pensiero, iniziativa nell’agire, equanimità, spregiudicatezza o positività, fede, equilibrio interiore.

La formazione stessa consiste in quanto segue:

1. Studio. Senza studio l’europeo attuale non arriva a conoscere da sé. Deve cercare di produrre dapprima in sé i pensieri dell’intera umanità. Deve imparare a pensare con il sistema cosmico. Deve dirsi: se altri hanno pensato questo, deve pur essere qualcosa di umano, e voglio provare a vedere come si vive con ciò. — Non occorre certo giurare su di esso come su un dogma, ma bisogna imparare a conoscerlo attraverso lo studio. Il discepolo deve imparare a conoscere l’evoluzione dei Soli e dei pianeti, della Terra e dell’umanità. Questi pensieri, che ci vengono tramandati per lo studio, purificano il nostro spirito. Lungo le rigorose linee di pensiero ci inerpichiamo fino a formare noi stessi pensieri rigorosamente logici. Questo studio purifica a sua volta i nostri pensieri, cosicché impariamo a pensare in modo rigorosamente logico. Quando per esempio studiamo un libro molto difficile, non importa tanto comprenderne il contenuto, quanto entrare nei percorsi di pensiero dell’autore e imparare a pensare insieme a lui. Perciò non si deve neppure trovare un libro troppo difficile; ciò significherebbe soltanto che si è troppo pigri per pensare. I libri migliori sono proprio quelli che si devono studiare sempre di nuovo, che non si comprendono subito, che si devono meditare frase per frase. Nello studio non importa tanto il che cosa quanto il come. Attraverso le grandi verità, come per esempio le leggi planetarie, ci creiamo grandi linee di pensiero, e questo è l’essenziale. Anche in questo si nasconde molto egoismo, quando qualcuno dice: voglio avere più insegnamenti morali e non sui sistemi planetari. — La vera saggezza produce una vita morale.

2. Il secondo è l’Immaginazione, l’acquisizione della conoscenza immaginativa. Che cos’è e come la si raggiunge? Vi si giunge nel modo seguente: si percorre il mondo e lo si osserva rigorosamente secondo il principio goethiano «Tutto ciò che è transitorio è solo un simbolo». Goethe era infatti un rosacrociano, e può introdurci nella vita dell’anima. Ogni cosa deve diventare un simbolo sotto molteplici aspetti. Supponiamo che io passi accanto a un colchico: esso è, per forma e colore, un simbolo della tristezza per me. Un altro fiore, il convolvolo, è un simbolo del bisogno di aiuto; un fiore rosso che leva audacemente i suoi petali verso l’alto può essere per me un segno di vivacità, e così via. Un animale dai colori vivaci può essere un simbolo della civetteria. Spesso nei nomi sono già espressi i simboli, per esempio salice piangente, nontiscordardimé e così via. Quanto più si riflette in questo modo, facendo sì che le cose esteriori diventino simboli del morale, tanto più facilmente si può ascendere a questa conoscenza immaginativa. Anche negli esseri umani si trovano tali simboli. Così si può per esempio studiare il temperamento di una persona dal suo modo di camminare. Osservate soltanto il passo strascicato e lento del malinconico, il passo fermo e deciso del collerico, il passo leggero del sanguinico, che poggia più sulle punte dei piedi.

Dopo aver praticato ciò per un certo tempo, si passa agli esercizi per l’Immaginazione vera e propria. Si tiene per esempio davanti a sé una pianta naturale, la si osserva bene, ci si immerge completamente in essa, si trae fuori l’interiorità della propria anima e la si pone per così dire nella pianta, come è descritto nei miei saggi «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?». Ciò fa emergere l’Immaginazione. In tal modo si giunge alla visione astrale.

Si nota allora effettivamente, dopo qualche tempo, come dalla pianta emerga una piccola fiamma: è il significato astrale di ciò che cresce. Un altro esempio: si pone davanti a sé un seme e poi si vede in pensiero apparire l’intera pianta, come sarà nella realtà solo più tardi. Questi sono esercizi per l’Immaginazione, ai quali i rosacrociani dedicano molta attenzione.

3. Il terzo è ciò che si chiama l’apprendimento della scrittura occulta. Esiste infatti una scrittura occulta attraverso la quale si può penetrare più in profondità nelle cose. Voglio farvi un esempio affinché vediate che cosa intendo propriamente: con il tramonto dell’antica Atlantide è iniziata una nuova cultura, quella paleondiana. Il segno di un tale stadio evolutivo, in cui un’epoca culturale finisce e un’altra inizia, è il vortice. Tali vortici esistono anche in natura: le nebulose stellari, la nebulosa di Orione per esempio e così via. Anche lì un mondo perisce e uno nuovo emerge. All’inizio della cultura paleoindiana il Sole stava nel Cancro, al tempo della cultura persiana il Sole stava nei Gemelli, durante la cultura egizia nel Toro, durante la cultura greco-latina nell’Ariete. Poiché dunque il segno astronomico del Cancro è ♋, questo era anche il segno per l’inizio della cultura paleoindiana.

Un ulteriore esempio è la lettera M. Ogni lettera risale a un’origine occulta. Così M è il segno della saggezza. È sorta dalla formazione del labbro superiore ed è al tempo stesso il simbolo delle onde del mare: perciò la saggezza viene simboleggiata attraverso l’acqua. Questi segni sono sempre richiami a cose significative. Numerosi segni di questo tipo vengono insegnati nella formazione rosacrociana.

4. Ritmizzazione della vita. Passare dalla vita caotica alla vita ritmica. I bambini hanno il vantaggio di andare a scuola; nell’adulto manca purtroppo spesso l’orario. Si deve cercare di fissare determinate ore del giorno per la meditazione. La ritmizzazione del respiro non gioca un ruolo così grande come presso gli orientali, ma appartiene anch’essa alla formazione, e il rosacrociano sa che già attraverso il meditare si verifica il miglioramento dell’aria respirata.

5. La corrispondenza fra microcosmo e macrocosmo. È la connessione fra il grande e il piccolo mondo, ovvero fra l’uomo e il mondo esterno. Sapete che l’uomo è sorto gradualmente, le sue singole arti costitutive si sono formate nel corso dell’evoluzione. Sull’antico Sole l’uomo non aveva ancora un corpo astrale. Perciò certi organi non potevano ancora sorgere. Un tale organo è per esempio il fegato. In un essere che possiede solo un corpo eterico non esiste fegato, neppure in embrione. Certo il fegato non è possibile senza il corpo eterico, ma viene creato solo dal corpo astrale. Parimenti, un essere non può mai avere sangue caldo se non è sorto nel periodo in cui si formava l’Io.

Certo gli animali superiori hanno anch’essi sangue caldo, ma questi si sono separati dall’uomo quando egli sviluppava l’Io. Così ogni organo del corpo umano, anche il più piccolo, appartiene a una delle sue arti costitutive. Il fegato corrisponde al corpo astrale, il sangue all’Io. Quando l’uomo rivolge ora la propria attenzione oggettivamente su se stesso, come su un oggetto, quando per esempio si concentra sul punto alla radice del naso e vi connette una parola determinata che il maestro occulto gli dà, viene condotto a ciò che corrisponde a quel punto e impara a conoscerlo. Così l’uomo che si concentra su quel punto sotto una guida determinata imparerà a conoscere la natura dell’Io. Un altro esercizio, molto più avanzato, si rivolge all’interno dell’occhio: attraverso di esso si impara a conoscere la natura interiore della luce e del Sole. La natura dell’astrale la si impara a conoscere concentrandosi con determinate parole sul fegato.

Questo è il giusto autosviluppo: quando attraverso ogni organo su cui si rivolge l’attenzione si viene condotti fuori da se stessi. Questo metodo è diventato particolarmente efficace in tempi recenti, dato che l’umanità è diventata così materialistica. Così si giunge attraverso il materiale al creatore del materiale, alle forze creatrici che hanno formato questi organi.

Il soffermarsi o l’immergersi nel macrocosmo. È la stessa cosa che è stata descritta come Dhyanam, la contemplazione spirituale. Avviene nel modo seguente: ci si immerge nell’organo della contemplazione, per esempio nell’interno dell’occhio. Dopo essersi concentrati su di esso per un certo tempo, si lascia cadere la rappresentazione dell’organo esterno, cosicché si pensa ancora soltanto a ciò a cui l’occhio ha rimandato: alla luce. In tal modo si giunge al creatore dell’organo e fuori nel macrocosmo. Si sente allora come il corpo diventi sempre più grande, grande come l’intera Terra, anzi cresce persino oltre la Terra, e tutte le cose sono in esso. L’uomo vive allora dentro a tutte le cose.

Il settimo stato corrisponde al Samadhi orientale; nella formazione rosacrociana lo si chiama beatitudine divina. Si lascia cadere l’ultima rappresentazione, ma si conserva la forza del pensiero. Il contenuto del pensiero cessa, ma l’attività del pensiero permane. In tal modo si riposa nel mondo divino-spirituale.

Questi gradi della formazione rosacrociana sono più gradi interiori e richiedono una cura sottile della vita animica superiore. Nella nostra epoca materialistica la superficialità tanto diffusa è un forte ostacolo per la necessaria interiorizzazione dell’intera vita dell’anima: deve essere superata. Questa formazione è concepita su misura per l’europeo, richiede una certa energia animica, ma non è difficile. Chiunque può eseguirla, purché lo voglia seriamente. Anche qui vale la sentenza goethiana: «Certo è facile, eppure il facile è difficile.»

Miei cari amici! Abbiamo dunque esaminato i diversi metodi della formazione; ora voglio concludere le conferenze dandovi ancora uno sguardo sulla connessione fra l’uomo e l’intera Terra, affinché vediate come l’uomo sia collegato con tutto ciò che altrimenti accade sulla Terra.

Vi ho descritto l’evoluzione dell’uomo, come possa diventare un essere sempre più elevato. L’umanità nel suo insieme raggiungerà nel corso dell’evoluzione tutto ciò che ogni singolo può raggiungere per sé attraverso una formazione occulta. Che cosa accade dunque alla Terra mentre l’uomo e l’umanità si evolvono in tal modo? Per l’occultista la Terra non è infatti ciò che è per il geologo o lo scienziato naturale comune, il quale vi vede per così dire soltanto una grande palla inanimata, che all’interno non appare molto diversa dall’esterno, al più con la differenza che le sostanze all’interno sono liquide. È alquanto incomprensibile come questa palla morta debba produrre ogni sorta di esseri.

Sappiamo che la nostra Terra mostra fenomeni ben determinati che intervengono profondamente nel destino di molti esseri; ciò tuttavia viene considerato dalla scienza naturale odierna come privo di connessione con questo destino. Così per esempio i terremoti e le eruzioni vulcaniche intervengono nel destino di centinaia e migliaia di esseri. La volontà dell’uomo ha un’influenza su ciò, oppure è un caso? Esistono leggi morte che infuriano ciecamente, oppure c’è una connessione fra questi eventi e la volontà dell’uomo? Come stanno le cose per l’uomo che perisce in un terremoto? Che cosa dice l’occultista sull’interno della Terra?

La scienza occulta di tutti i tempi dice sull’interno della Terra quanto segue: dobbiamo pensare la Terra come costituita da una serie di strati, che però non sono esattamente delimitati l’uno dall’altro come in una cipolla, ma trapassano dolcemente l’uno nell’altro. Lo strato superiore, la massa minerale, sta rispetto all’interno come il guscio rispetto all’intero uovo. Questo strato superiore si chiama la Terra minerale. Al di sotto di essa si mostra qualcosa che non si può paragonare ad alcuna sostanza della Terra: lo si chiama la Terra fluida. Non si intende propriamente un liquido, perché i nostri liquidi sono anch’essi minerali; questo strato ha proprietà particolari. Questa sostanza comincia infatti ad avere proprietà spirituali, consistenti nel fatto che, portata a contatto come sostanza con qualcosa di vivente, ne scaccerebbe e distruggerebbe immediatamente la vita. L’occultista può indagare questo strato attraverso un puro lavoro di concentrazione.

La Terra-aria: è una sostanza che annulla la sensazione; se viene portata a contatto per esempio con un dolore, lo trasforma in piacere, e viceversa. La sensazione, nel modo in cui esiste, viene per così dire estinta, così come il secondo strato estingue la vita.

La Terra-acqua o Terra delle forme: questo strato è costituito da forze che di ogni cosa fanno materialmente ciò che nel Devachan avviene spiritualmente. Lì abbiamo le immagini negative delle cose fisiche. Qui per esempio un cubo verrebbe annientato, ma sorgerebbe il suo negativo. La forma viene per così dire trasformata nel suo contrario, tutte le proprietà si trasferiscono nell’ambiente circostante. Lo spazio stesso che il cubo occupava è vuoto.

5. La Terra-frutto: questa sostanza è piena di rigogliosa energia di crescita. Ogni sua particella cresce immediatamente, come una spugna, diventa sempre più grande, e può essere tenuta insieme soltanto dagli strati superiori. Serve alle forme dello strato precedente come vita retrostante.

La Terra di fuoco: questa sostanza ha come tale sensazione e volontà. Avverte il dolore: griderebbe se venisse calpestata. È costituita per così dire interamente di passioni.

Lo specchio terrestre, riflettore terrestre: questo strato ha il suo nome dal fatto che la sua sostanza, quando ci si concentra su di essa, trasforma tutte le proprietà della Terra nel loro contrario. Se non si vuole vedere tutto ciò che sta sopra, ma si guarda in spirito direttamente giù verso questo strato e ci si presenta per esempio qualcosa di verde, il verde appare rosso: ogni colore appare nel suo colore complementare. Si produce un rispecchiamento polare, un rispecchiamento nell’opposto. Il triste verrebbe trasformato da questa sostanza in gioia.

Il frantoio: concentrandosi su di esso con forza occulta sviluppata, si mostra qualcosa di assai singolare. Vi appare per esempio una pianta moltiplicata innumerevoli volte, e parimenti ogni altra cosa. Ma l’essenziale è che questo strato frantuma anche le qualità morali. Esso è responsabile, attraverso la forza che irradia verso la superficie terrestre, del fatto che sulla Terra esistano in generale contesa e disarmonia. Gli uomini devono cooperare in armonia per superare la forza frantumante di questo strato. A tale scopo questa forza fu posta nell’interno della Terra, affinché gli uomini potessero sviluppare da sé l’armonia. Tutto il male viene sostanzialmente preparato e organizzato qui. Le persone litigiose sono organizzate in modo tale che questo strato ha un’influenza particolare su di loro. Tutti coloro che hanno scritto a partire dall’occultismo sapevano questo. Dante descrive questo strato nella sua «Divina Commedia» come la fossa di Caino. La contesa fra i due fratelli Caino e Abele viene da qui. Questo strato ha portato sostanzialmente il male nel mondo.

9. Il nucleo terrestre: è sostanzialmente ciò attraverso la cui influenza sorge nel mondo la magia nera. Da qui emana la forza del male spirituale.

Da quanto esposto possiamo desumere che l’uomo ha un rapporto con tutti questi strati, perché essi irradiano continuamente la loro forza. Gli uomini si trovano sotto l’influenza di questi strati e devono continuamente superarne le forze. Quando un giorno gli uomini sulla Terra irradieranno essi stessi vita, quando espireranno qualcosa che promuove la vita, allora supereranno la Terra di fuoco. Quando supereranno spiritualmente il dolore mediante l’equanimità, allora supereranno la Terra-aria, e così via. Quando la concordia vincerà, il frantoio sarà sconfitto. Quando la magia bianca vincerà, non ci sarà più male nel mondo. L’evoluzione dell’uomo significa dunque una trasformazione dell’interno della Terra. All’inizio il corpo terrestre era tale da ostacolare tutto ciò che si sviluppava. Alla fine l’intera Terra, trasformata dalla forza dell’umanità, sarà una Terra spiritualizzata. L’uomo partecipa così il proprio essere alla Terra.

Ora può accadere che la passione sostanziale della Terra di fuoco si ribelli. Stimolata dalle passioni degli uomini, essa penetra attraverso la Terra-frutto, si insinua poi attraverso i canali negli strati superiori e defluisce persino nella Terra solida: la scuote e provoca un terremoto. Se questa passione dello strato di fuoco espelle sostanza terrestre interna, allora sorge un vulcano. Ciò ha molto a che fare con l’uomo. Nella razza lemurica lo strato superiore era ancora molto molle e lo strato di fuoco si trovava ancora molto in alto. Ora esiste un’affinità fra la passione umana e la sostanza di passione di questo strato. Quando l’uomo è dunque molto malvagio, rafforza questa passione. Ciò accadde alla fine dell’epoca lemurica. Allora il lemuriano, con le sue passioni, rese più ribelle la Terra di fuoco e mandò in rovina in tal modo l’intero continente lemurico. In nessun altro luogo egli può trovare la vera causa di questa rovina se non in ciò che egli stesso ha attratto dalla Terra. Oggi gli strati sono divenuti più densi e più solidi, ma ancora le passioni umane sono in connessione con lo strato di passione della Terra interna; ancora un’accumulazione di passioni e forze malvagie provoca terremoti ed eruzioni vulcaniche.

Come l’uomo sia collegato con il proprio destino e la propria volontà a ciò che qui accade, possiamo vederlo da due esempi che sono stati realmente indagati occultamente. Si è trovato infatti che uomini periti in un terremoto, nell’incarnazione successiva sono diventati persone spirituali, credenti nello spirito. Erano già a tal punto avanzati che occorreva soltanto questo unico colpo per mostrare loro la caducità del terrestre. Ciò ebbe un tale effetto nel Devachan che come frutto per la vita successiva appresero che il materiale è ciò che è caduco, mentre lo spirito è ciò che trionfa. Non tutti lo compresero, ma molti vivono oggi in tal modo come persone che appartengono a qualche movimento spirituale, teosofico.

Nell’altro esempio furono esaminati gli uomini la cui nascita coincise con un terremoto o con un’eruzione vulcanica. Si scoprì che tutti questi uomini, curiosamente, erano diventati persone di mentalità del tutto materialistica. Il terremoto o l’eruzione vulcanica non era la causa, ma erano le numerose anime materialisticamente orientate che, mature per la nascita, con la loro volontà astrale si insinuavano nel mondo fisico e scatenavano le forze dello strato di fuoco, le quali al momento della loro nascita scuotevano la Terra.

Così la volontà dell’uomo è connessa con ciò che accade sulla Terra. L’uomo trasforma insieme a sé anche il proprio luogo di dimora. Con la propria spiritualizzazione egli spiritualizza la Terra. Un giorno, su un prossimo pianeta, avrà nobilitato questa Terra attraverso la propria forza creatrice. In ogni istante in cui pensiamo e sentiamo, lavoriamo al grande edificio della Terra. Le guide dell’umanità guardano dentro a tali connessioni e cercano di portare all’umanità quelle forze che agiscono nel senso dell’evoluzione. Uno degli ultimi di questi movimenti è il movimento teosofico. Deve agire in modo armonizzante e compensatore fin nelle più profonde radici dell’anima umana. Chi pone ancora la propria opinione al di sopra dell’amore, il voler aver ragione al di sopra della pace, non ha ancora pienamente compreso l’idea teosofica. Il sentimento dell’amore deve agire fin dentro all’opinione. Chi si trova in un’evoluzione occulta l’impara per necessità naturale, altrimenti non progredisce. Rinuncia addirittura a un’opinione propria e vuole essere soltanto uno strumento della verità oggettiva che viene dagli spiriti e attraversa il mondo come l’unica grande verità; e quanto più ci si spoglia di sé e si diventa il portavoce dell’unica grande verità e non si tiene più in considerazione la propria opinione, tanto più si esercita il vero sentimento teosofico. Ciò è oggi straordinariamente difficile. L’insegnamento teosofico è però esso stesso un creatore di pace. Quando ci riuniamo per vivere nell’insegnamento, esso crea pace. Se però portiamo dentro ciò che sta fuori, allora si introduce discordia, e ciò dovrebbe propriamente essere un’impossibilità.

Così la concezione teosofica del mondo deve trasfondersi in un sentimento, in qualcosa che vorrei chiamare un’atmosfera spirituale in cui vive la teosofia. Dovete avere la volontà della comprensione: allora la teosofia aleggia come uno spirito unitario sopra le riunioni, e allora agisce anche fuori nel mondo.

Appunti dalla

Risposte alle domande

Stoccarda, 2 settembre 1906

Domanda sul lavoro dell’Io

Vi è un lavoro sul corpo astrale, sul corpo eterico e sul corpo fisico. Sul corpo astrale lavora ogni uomo; tutta l’educazione morale è lavoro sul corpo astrale. Persino quando l’uomo inizia la propria iniziazione, la formazione occulta, ha ancora molto da lavorare sul proprio corpo astrale. Ciò che comincia con l’iniziazione è un lavoro più intenso sul corpo eterico attraverso la cura del godimento estetico e della religione. Coscientemente l’iniziato lavora sul corpo eterico.

La coscienza astrale è in un certo senso quadridimensionale. Per farsene una rappresentazione approssimativa, si consideri quanto segue: ciò che è morto ha la tendenza a rimanere nelle sue tre dimensioni. Ciò che vive va continuamente oltre le tre dimensioni. Ciò che cresce ha nelle sue tre dimensioni, attraverso il suo movimento, la quarta inclusa in esse. Se qualcosa si muove in cerchio e il cerchio viene assunto sempre più grande, si arriva infine a una linea retta. Con questa linea retta non torneremmo però più al nostro punto di partenza, perché il nostro spazio è tridimensionale. Nello spazio astrale, invece, si ritorna: lo spazio astrale è infatti chiuso da tutti i lati. Non c’è possibilità di andare all’infinito laggiù. Lo spazio fisico è aperto per la quarta dimensione. Altezza e larghezza sono due dimensioni, la terza dimensione è il sollevarsi e l’introdursi nella quarta. Una geometria diversa regna nello spazio astrale.

Perché i teosofi sono ancora così imperfetti?

Non si deve lasciar confluire nel proprio giudizio l’elemento personale, ma compiere una valutazione oggettiva delle cose.

Sullo stato nel Devachan.

Dolore e sofferenza sono all’esterno nel Devachan. Là non si avvertono i propri dolori. Li si vede. Li si vede come tuono, come lampo, come colore. Questa è la beatitudine. Sono le immagini di ciò che dall’altro accade quaggiù. Lo stato di pace nel Devachan dipende dalla vita dell’uomo qui fra nascita e morte. Armonia qui produce pace lassù. Continuamente l’uomo è nei tre mondi. «Riposa in pace!» non è del tutto appropriato.

Ha un valore far celebrare messe per i defunti?

Buoni pensieri sono come balsamo per i morti. Non si deve inviare loro amore egoistico, non rattristarsi perché non si hanno più i morti: ciò disturba il morto ed è per lui come un peso di piombo. L’amore che resta, che non pretende di voler avere ancora qui il morto, giova al morto e accresce la sua beatitudine.

Pentimento?

Il pentimento non ha valore. Si deve rimediare; ciò abbrevia il Kamaloka.

Sulla comunione con i propri cari nel Kamaloka.

Questa comunione è più definita, più chiara nel Devachan, perché la coscienza nel Kamaloka è offuscata dall’estinzione del debito personale.

Fiori di loto?

I fiori di loto sono movimenti interiori, si trovano nell’interiorità dell’uomo.

Come stanno le cose quando non si è in accordo con i genitori?

Non essere in accordo con i genitori è per lo più determinazione karmica.

Come appare il corpo astrale?

Quando il corpo astrale è unito al corpo fisico, ha approssimativamente la forma dell’uovo. Dopo la morte è una formazione meravigliosamente luminosa e mobile. A seconda delle sue qualità ha diversi colori, colori luminosi. — Questi tre punti luminosi sono dapprima punti lontani l’uno dall’altro, che sono in connessione e in basso hanno la connessione aperta. I tre punti rappresentano centri di forza: si contraggono sempre di più e appaiono poi come un piccolo triangolo. 1. Cuore, 2. Fegato, 3. Cervello. Alla reincarnazione questi tre punti cooperano. Nel Devachan sono centri di forza luminosi che emanano dai tre punti. Nel mondo astrale questi tre punti sono un triangolo, nel Devachan un esagono. Nel Devachan è questa forma, due triangoli compenetrati l’uno nell’altro. Sono campane.

Domanda non annotata.

Gli atomi sono una speculazione. Perciò evitiamo anche di parlare di atomi: è infatti solo un’ipotesi. Non si deve pensare nulla che non siano fatti; l’uomo deve solo guardare, osservare. (Si era chiesto dell’«atomo permanente», di cui si parlava allora negli ambienti teosofici.)

Si può guardare nel futuro?

È possibile guardare nel futuro, ma l’occultista se lo vieta, perché quasi soltanto l’iniziato di alto grado sopporta di conoscere il futuro. La visione dell’iniziato non determina ciò che l’altro fa: costui agisce nel futuro del tutto per libera volontà.

Sui rapporti familiari.

Nelle famiglie con una forte tradizione familiare è in atto una legge ben determinata attraverso la quale il karma familiare si manifesta. Il capostipite mantiene la famiglia finché non può costruirsi di nuovo un nuovo corpo nell’incarnazione successiva. Nel sangue si conserva la continuità: al sangue è legata la coesione familiare.

Sull’arte.

L’arte è la rivelazione di leggi segrete della natura. Goethe dice: «Il bello è una manifestazione di leggi segrete della natura che senza la sua apparizione ci sarebbero rimaste eternamente celate.» La natura può realizzare i propri propositi solo fino a un certo grado; l’uomo può portarli a espressione, ma l’artista deve tralasciare sangue e vita.

Che cosa accade del lavoro dell’uomo?

Ciò che l’uomo ha una volta impresso al mondo corporeo, permane nell’idea. Ciò che ha piantato nella materia, permane. Ciò che gli uomini un tempo hanno formato, in futuro crescerà sulla Terra. Le nuvole saranno un giorno dipinti, e una struttura come il Duomo di Colonia in futuro crescerà.

Sulle anime di gruppo.

Le anime di gruppo accoglieranno più tardi, molto più tardi in sé le stesse esperienze che oggi fa l’uomo. In seguito si costruiranno un proprio corpo. Diventeranno un singolo individuo e avranno allora un’anima individuale. Dagli animali non diverranno mai degli uomini, ma dalle anime di gruppo diverranno uomini: certo uomini del tutto diversi da noi. Si può attraversare lo stadio dell’umanità nei modi più diversi: allo stadio di Saturno, allo stadio del Sole, allo stadio della Luna, allo stadio della Terra e così via.

Come vi rapportate al Padre nostro?

La preghiera originaria cristiana recita: Signore, fa’ che questo calice passi da me, tuttavia non la mia, ma la tua volontà si compia. — Non si dovrebbe pregare egoisticamente. La preghiera dovrebbe essere un’elevazione nel mondo spirituale, una fonte di forza e di rafforzamento.

Sul matrimonio.

Il matrimonio è un dualismo. Tutto nel mondo la nostra epoca cerca a torto di ricondurlo al sessuale. Nel campo del matrimonio interviene un grande contrasto cosmico: l’uomo ha un corpo eterico femminile e la donna un corpo eterico maschile. Lo spirito, l’elemento animico nell’uomo, è più femminile, e viceversa. La nostra anima aspira al più elevato. L’uomo paragonerà quindi questo elemento più elevato al femminile, poiché la sua anima è femminile. L’esteriore, il corpo, è solo il simbolo esteriore, è solo un’analogia. «Tutto ciò che è transitorio è solo un’analogia.» «L’eterno femminino ci trae verso l’alto.»

Sul corpo dell’Io.

Il corpo dell’Io si mostra al chiaroveggente come una sfera cava blu fra gli occhi, dietro la fronte. Quando l’uomo inizia a lavorarvi, da questo punto si irradiano raggi.

Sull’essenza della cometa.

La cometa è un accumulo di kama, materia di desiderio, senza la corrispondente materia spirituale. Essa giunge solo fino al corpo astrale. La sua visibilità nasce dal forte attrito della materia eterica attraverso la quale il corpo astrale è passato.

Sulla visione dell’aura.

La percezione dell’aura è soltanto una questione di visione.

Come si è formato l’oro?

Qui avete dapprima la massa eterica.

Fuoco — Etere di calore

Aria — Etere di luce

Acqua — Etere chimico

Terra — Etere vitale

Nessuna vita può nascere senza l’etere vitale che riempie il corpo. Ogni etere può essere raffreddato e per ciò solidificarsi. L’oro un tempo colava nelle fessure e ancor prima era gassoso: era etere di calore, etere di luce. I raggi che oggi giungono a noi dal Sole erano un tempo materia eterica. Tutto l’oro era allora etere solare, etere di luce. L’oro è etere solare condensato, luce solare condensata; l’argento è luce lunare condensata.

Quali entità abitano la Luna?

La Luna è popolata da entità rimaste ferme a uno stadio precedente dell’evoluzione, entità che sono state bocciate: entità luciferiche. Sull’antica Luna vi erano entità cadute così in basso nel male da non poter più proseguire l’evoluzione. Queste si ancorarono sulla Luna. Nella Luna calante tali entità malvagie si mostrano particolarmente. Nella Luna crescente sono meno nocive. Entità orribili abitano la Luna, ma anche entità favorevoli, operanti sulla crescita e sulla nascita.

Sul Libro dell’Apocalisse.

Questo libro con i sette sigilli nell’Apocalisse di Giovanni lo scrive dapprima l’uomo stesso. Egli l’evolve e l’involve. Ciò che viene scritto per primo è quello che sono le sette sottorazzze. Ogni sottorazza ha scritto un foglio e l’ha sigillato, e nella sottorazza successiva esso viene dissigillato.

Sulla differenza fra cremazione e sepoltura.

La differenza riguarda principalmente il corpo eterico. Per il corpo fisico la cremazione favorisce una dissoluzione regolare nello spazio cosmico. «Decomporsi» significa: ritornare alla propria essenza.

Sull’amore per il prossimo.

L’amore per il prossimo è del tutto ovvio; devo praticarlo io stesso.

Sulla vita di Gesù.

La vita di Gesù è al tempo stesso simbolo e fatto. La prova della vita di Gesù può darla soltanto la scienza dello spirito. Prove storiche non se ne trovano, perché Cristo come alto iniziato non era conosciuto da coloro che scrivevano la storia di allora.

Sulla parola interiore.

La parola interiore si sviluppa dopo che l’uomo ha già imparato a vedere astralmente. Poi egli giunge nello stato devachanico: lì ode i segreti del mondo risuonare, risuonare in sé, e lì ode poi il nome che ogni cosa ha. Anche all’iniziato viene in seguito detto il proprio nome, e meditare su di esso è di un’efficacia tutta particolare. Questa è dunque la parola interiore. Attraverso di essa egli viene destato, e questa parola interiore è allora la guida sicura per l’evoluzione successiva.

Appunti dalla

Risposte alle domande

Stoccarda, 4 settembre 1906

In epoche precedenti il corpo eterico dell’uomo era ancora al di fuori del suo corpo fisico, e naturalmente anche la coscienza dell’Io. L’anima lavorava dall’esterno al corpo fisico. Lo stesso avviene ancora con il corpo eterico del cavallo odierno.

Da dove vengono i nomi delle costellazioni dello Zodiaco?

L’intero regno animale era un tempo contenuto nell’uomo: vale a dire che l’uomo si trovava a uno stadio fra l’attuale regno animale e il regno umano. Per potersi evolvere ulteriormente, dovette espellere da sé le parti che non potevano seguire la sua evoluzione. Espulse allora ciò che oggi forma il nostro regno animale. Originariamente, dunque, gli animali erano molto meno diversi dall’uomo di adesso. Poi degenerarono gradualmente. Ora, l’espulsione del regno animale non avvenne di colpo, ma del tutto gradualmente. Prima i pesci, poi rettili e anfibi, poi uccelli e mammiferi. In questi gruppi vi fu a sua volta solo un’espulsione graduale. Così i predatori, per esempio, furono espulsi prima delle scimmie. Quando furono espulsi i leoni, si chiamò Leone la costellazione in cui si trovava il Sole; e quando l’uomo espulse la natura taurina, si chiamò la costellazione Toro. I nomi dei quattro animali apocalittici nell’Apocalisse di Giovanni alludono alla stessa cosa. Si chiamano Aquila, Leone, Toro,

Uomo. Ma con ciò non sono ancora spiegati i nomi di tutte le costellazioni dello Zodiaco.

La Luna di un tempo — prima che la Terra si separasse — era costituita di molle massa vegetale, come una palude vivente o massa di spinaci, attraversata da un’impalcatura simile al legno che oggi si è indurita in roccia. In questa massa molle vivevano le piante lunari, propriamente piante-animali, intermedie fra gli attuali animali e piante. Vivevano dunque in massa vegetale. Al momento della separazione della Terra, quando si formarono i quattro regni naturali — minerali, piante, animali e uomini —, alcuni non compirono la piena trasformazione in pianta attuale. Sorsero così le piante parassite.

«Prima che la voce possa parlare al cospetto dei Maestri, deve aver disimparato a ferire.» (Da «La luce sul sentiero» di Mabel Collins.)

Quando inviamo un pensiero d’amore, esso forma una splendida forma-pensiero, simile a un fiore che si apre dolcemente e avvolge completamente colui al quale è rivolto. Se invece si pensa un pensiero d’odio, esso forma una forma appuntita, angolosa, chiusa in alto, per ferire. Ciò che definiamo «Maestro» è la voce divina che parla in noi. Essa parla sempre, ma noi non la lasciamo sempre uscire. Il pensiero d’amore è aperto: attraverso di esso la voce del Maestro può risuonare. Ma la forma-pensiero chiusa dell’odio non lascia trovare alla forma-pensiero divina alcuna via d’uscita, cosicché essa deve restare inascoltata.

Una menzogna è un omicidio nell’astrale.

Supponiamo che io pensi il seguente pensiero: ho incontrato una persona. Con ciò viene prodotta una forma-pensiero ben determinata. Ora dico la stessa cosa a un altro: ho incontrato una persona. — Viene di nuovo prodotta la stessa forma-pensiero. Le due forme-pensiero si incontrano e si rafforzano reciprocamente. Se invece mento e dico: non ho incontrato quella persona — viene prodotta una forma-pensiero opposta alla prima. Le due forme-pensiero collidono e si distruggono reciprocamente. L’esplosione avviene nel corpo astrale del mentitore.

Come si protegge il proprio corpo astrale da influenze negative?

Nel modo migliore essendo noi stessi puri e veritieri. Come mezzo di protezione particolare ci si può però anche formare, attraverso un’energica concentrazione della volontà, un involucro astrale, una nebbia blu. Ci si dice con fermezza e insistenza: tutte le mie buone qualità mi circondino come una corazza!

Perché i primi cristiani avevano accanto al simbolo dell’agnello anche quello del pesce?

Nei pesci, specialmente nell’anfiosso, il midollo spinale comincia a formarsi. L’uomo si trovò un tempo in questo stadio: aveva ancora in sé la natura del pesce, era tutto anima e lavorava dall’esterno al proprio corpo. Poi espulse i pesci. Dal midollo spinale si formò in seguito il cervello. — Questo Goethe lo sapeva già. Il dottor Steiner trovò questa annotazione a matita in un taccuino quando lavorava nell’Archivio Goethe a Wei-

mar. — Per tal via l’uomo diventa un Sé. Ma questo Sé viene nobilitato attraverso il cristianesimo, e perciò il pesce è il simbolo dei cristiani. La stessa cosa dice la saga di Giona. Giona — l’uomo — è dapprima al di fuori del pesce, cioè come anima che lavora dall’esterno. Poi diventa un Sé e scivola nel pesce — il corpo fisico. Con l’iniziazione l’uomo abbandona nuovamente il corpo fisico.

Si vedono oggetti fisici dopo la morte?

Dopo la morte non si vede nulla di fisico, ma il corrispondente astrale, controimmagini astrali di forza, e devachaniche. Il minerale manca: appare come uno spazio vuoto, come un negativo fotografico. Un orologio lo si vede nel Devachan, perché vi è un’intenzione umana. Così là si vede ogni opera dell’uomo.

Atma — corpo fisico trasformato

Buddhi — corpo eterico trasformato

Manas — Kama Manas — Io

Kama — Corpo astrale — Prana — Corpo eterico

Corpo fisico

Il flusso vitale universale si chiama Prana. Fluisce come acqua; ma versato, come si versa acqua in un recipiente, nel corpo fisico, si parla di corpo eterico. Parimenti la materia astrale universale si chiama kama, cioè materia di desiderio. Conformata in un corpo, si dice corpo astrale. L’Io è il centro della persona. Kama vi penetra, e parimenti Manas. L’Io è dunque un miscuglio di kama e Manas. Il kama deve essere interamente trasformato e nobilitato, cosicché ne risulti Manas. Quando il corpo eterico viene nobilitato, sorge Buddhi; e Atma sorge attraverso la trasformazione del corpo fisico.

Il piano mentale

Corpo causale — Corpo causale — Corpo causale

Cronaca dell’Akasha — Cerchia dell’etere — Cerchia dell’aria

Regione oceanica, come il sangue nel corpo umano — Regione continentale

La regione continentale contiene tutto il fisico, la regione oceanica tutta la vita, la cerchia dell’aria tutte le sensazioni e la cerchia dell’etere tutti i pensieri. Al confine della cerchia dell’etere si trova la Cronaca dell’Akasha. Essa contiene tutto ciò che è mai stato pensato. Al di là della Cronaca dell’Akasha si trova tutto ciò che non è ancora stato pensato, Arupa. Tutto il pensato nuovo, tutte le invenzioni e così via provengono dalla regione Arupa. Chi ha sviluppato Kama Manas giunge dopo la morte fino nella cerchia dell’etere, a pensieri autonomi. L’Io conforma il corpo astrale, cosicché ne risulta Manas. Tutto il Manas che non è stato ancora attirato nell’astrale è Arupa.

Negazione della vita e affermazione della vita.

Schopenhauer dice che la volontà irrazionale edifica il mondo. Essa deve dunque essere annientata dalla ragione, affinché il mondo perisca. In tal modo l’uomo verrebbe redento. Schelling, Hegel e Fichte rappresentano un’altra direzione, esprimibile nelle parole: «Da Dio — a Dio!» Consideriamo la negazione e l’affermazione della vita in un’analogia: mostro a qualcuno un pezzo di ferro magnetico e gli dico che nel ferro è celata una forza invisibile che si chiama magnetismo. Egli risponde: non voglio sapere nulla di questa forza, io affermo il ferro. — In modo del tutto simile si comporta colui che di fronte alle cose del mondo dice di affermare il mondo. Certo, afferma il mondo, ma nega le forze invisibili in esso. Solo colui che cerca le entità spirituali afferma veramente la vita. L’altro nega metà della vita. Alcuni teosofi dicono: non mi curo del mondo, voglio solo sviluppare il mio Sé superiore. — In verità costoro cercano solo l’uomo inferiore. L’uomo superiore è ovunque all’esterno. Quando sento il mondo intero in me, allora ho trovato me stesso, il mio Sé superiore. Il mio Sé è fuori di me. Conoscenza del mondo è conoscenza di sé!

Quale effetto ha la suggestione?

La suggestione agisce sull’Io. I corpi superiori vengono sollevati fuori dal corpo fisico, e il corpo dell’Io segue poi l’ipnotizzatore in modo incosciente, senza cervello fisico. Il cervello fisico, il controllo delle azioni, viene sciolto. Nell’iniziato è diverso: egli conserva il controllo e la coscienza anche senza cervello fisico, e perciò non può essere ipnotizzato.

La «Pistis Sophia».

Questo libro è redatto in lingua copta. Contiene molti dei discorsi del Cristo durante l’iniziazione dei suoi discepoli, e molte interpretazioni interiori delle parabole. Il più significativo è il 13° capitolo. La heimarméne è il Devachan. L’intero mondo soprasensibile viene suddiviso in dodici Eoni: le sette suddivisioni del piano astrale e le cinque suddivisioni inferiori del Devachan. Dal Devachan possono essere purificati spiriti sviati. Il purificatore della luce prima di Cristo è Melchisedek: è lui che si intende quando si parla dell’epískopos della luce. Per árchontes si devono intendere le potenze malvagie.

Domanda non annotata.

Lotta e discussione non sono il campo della teosofia. Non dobbiamo sprecare inutilmente tempo in dispute, ma parlare solo a coloro che hanno cuore e senso per la teosofia.

Perché Cristo dice: «Io sono la via, la verità e la vita» — quando già prima di lui grandi fondatori di religioni indicarono la via?

Bisogna innanzitutto immedesimarsi nel modo di parlare di quel tempo. Allora, con la parola esteriore si udiva al tempo stesso il contenuto spirituale della parola. Poi si consideri quanto segue: Cristo era l’incarnazione della seconda persona di Dio. Nessun fondatore di religione prima di lui aveva incarnato in sé la pienezza intera del Logos. Ma ciò che di divino si incarnò nei suoi predecessori era già una parte del Logos, dunque Cristo stesso. Egli comprende quindi tutto ciò che lo precede nelle parole: «Io sono la via, la verità e la vita.» Poi si possono prendere queste parole alla lettera anche in un altro senso. I fondatori di religioni prima di Cristo mostrarono la via e insegnarono la verità, ma non vissero dinanzi all’umanità il mistero di Dio. Perciò potevano dire: io sono la via e la verità. — Cristo solo può dire: Io sono la via e la verità e la vita. — Ora, Elia significa «via» e Mosè «verità». Alla Trasfigurazione appare Cristo, e con lui Elia e Mosè. La Trasfigurazione dice dunque: Io sono la via, la verità e la vita. — L’ingresso del Buddha nel Nirvana, la sua morte, è lo stesso della Trasfigurazione di Cristo. Dove dunque il Buddha termina la propria attività, là inizia propriamente l’operare di Cristo, la sua vita.ANNOTAZIONI

Su questa edizione

Il presente ciclo di conferenze fu tenuto da Rudolf Steiner a Stoccarda dinanzi a soci dell’allora Società Teosofica. Egli si avvalse della terminologia teosofica familiare agli ascoltatori, intendendola tuttavia sempre nel senso della scienza dello spirito da lui in seguito denominata «antroposofia».

Basi testuali: non esistono trascrizioni letterali né stenogrammi; all’epoca le conferenze non venivano ancora ufficialmente stenografate. Appunti manoscritti di diversi partecipanti, i cui nomi non sono noti, contenenti resoconti abbreviati o liberamente rielaborati dei contenuti delle conferenze, furono dapprima fatti circolare di mano in mano. Essi pervennero intorno al 1908 a Londra nelle mani del giovane socio francofortese Erich Trommsdorff (1885-1967), che vi soggiornava per motivi di studio. Trommsdorff trascrisse di propria iniziativa gli appunti manoscritti a macchina, «levigando un poco il tedesco in parte assai sconnesso» (lettera di Trommsdorff del 4.3.1964), e ne inviò una copia ad Adolf Arenson a Stoccarda. Questa trascrizione degli appunti manoscritti, suddivisa in sezioni con intestazioni di capitolo, fu pubblicata nel 1910 nella redazione di Adolf Arenson (1855-1936) sotto forma di stampa manoscritta con la denominazione «Zyklus 1». Molti anni dopo, intorno al 1930, Arenson redasse a mano una seconda versione del testo sulla base degli appunti di Alfred Reebstein. Essa si distingueva dalla prima versione apparsa come «Zyklus 1» essenzialmente per il fatto che procedette ora a un ordinamento secondo le date delle conferenze, al fine di ripristinare la successione originaria del ciclo. In questa operazione riprese le precedenti intestazioni delle singole sezioni come titoli delle conferenze, sebbene tali sezioni coincidessero solo in parte con le date delle conferenze. Questa seconda versione testuale fu stampata soltanto nel 1964 e costituisce la base delle edizioni 1964 e 1978 dell’Opera Omnia (curate da Johann Waeger).

Per l’edizione del 1990 fu effettuata una revisione testuale e un confronto con appunti rinvenuti successivamente di Karl Kieser, Louise Boese e Alice Kinkel. Da questo lavoro risultarono una serie di miglioramenti e integrazioni, nonché alcune varianti testuali; queste ultime sono riportate nelle annotazioni relative alla pagina corrispondente.

Il testo così risultante dagli appunti di più partecipanti non può essere considerato come il tenore letterale autentico di Rudolf Steiner; tuttavia esso restituisce nell’insieme il contenuto e la struttura delle conferenze, anche se nei dettagli possono essere presenti lacune o errori.

Basi testuali per le risposte alle domande: 2 settembre 1906: appunti di Alice Kinkel. 4 settembre 1906: appunti di Hilde Stockmeyer.

Il titolo del volume risale all’edizione del 1910 di Adolf Arenson.

I disegni nel testo furono eseguiti da Hedwig Frey sulla base delle fonti testuali.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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