Molti inverni ci siamo qui riuniti per la considerazione di argomenti della scienza dello spirito; per un gruppo più ristretto di voi è ormai già un numero considerevole di inverni quelli che ci hanno condotti a tali considerazioni. Siamo autorizzati da ragioni, che forse discuteremo proprio in occasione della prossima assemblea generale che avrà luogo fra poco, a gettare in questo momento uno sguardo retrospettivo nella nostra anima sulla storia trascorsa della nostra convivenza antroposofica. Vi sono ancora alcuni fra voi che in una certa relazione formano una specie di nucleo di questa assemblea qui. Hanno portato con sé la loro convinzione spirituale fondamentale da tempi anteriori: sei o sette anni fa si sono uniti a noi e hanno formato il nucleo attorno a cui poi, dopo poco tempo, tutti gli altri amici cercatori — se si può usare questa parola — si sono cristallizzati gradualmente. E possiamo dire che, nel corso di questo tempo, non solo l’aumento di queste assemblee nella quantità numerica ci dice qualcosa di significativo. Ci è anche riuscito, con l’aiuto di quelle potenze spirituali che sono sempre presenti quando il lavoro della scienza dello spirito è compiuto nel vero senso, di mantenere nel nostro lavoro una certa sistematica interiore. Considerate — specialmente coloro che fin dal principio hanno partecipato alle nostre assemblee di ramo — come siamo iniziati come un piccolissimo circolo sei o sette anni fa, e come ci siamo preparati lentamente e gradualmente, anche interiormente, contenutisticamente, il terreno su cui oggi stiamo. Abbiamo iniziato così: in una certa relazione coi concetti fondamentali della scienza dello spirito più semplici abbiamo prima tentato di crearci una base. Siamo poi giunti gradualmente al punto che, nell’inverno scorso, abbiamo avuto almeno qui, nelle nostre assemblee di ramo, la possibilità di parlare di cose dai diversi campi dei mondi superiori così come si parla di avvenimenti ed esperienze del comune mondo fisico ordinario. Potevamo ricevere insegnamento dalle diverse entità spirituali e da quei mondi che, rispetto al nostro mondo sensibile, sono appunto soprasensibili. E non solo in una certa relazione potevamo far entrare una sistematica interiore nel nostro lavoro di ramo: potevano essere tenuti qui anche due corsi nel corso dell’inverno scorso, in cui a coloro che si erano gradualmente aggregati al nucleo fu offerta la possibilità di trovare il collegamento con le nostre considerazioni.
Coloro fra i nostri membri che si ricordano degli inizi del nostro ramo attuale potranno invero anche guardare indietro ai molti pericoli e ostacoli di questo lavoro. Vi sono alcuni fra voi che hanno saputo stare fedeli, attraverso tutti questi pericoli, a quello che noi chiamiamo il lavoro della scienza dello spirito. Si può ben dire che coloro che sanno stare fedeli, pazienti ed energici vedranno certamente, prima o poi, che vi sono certi risultati di una tale fedeltà e di una tale energia.
È già stato detto, e spesso è stato sottolineato qui, che finalmente siamo giunti a parlare dei mondi superiori come di qualcosa che possiamo dire essere completamente naturale e scontato. Abbiamo messo in evidenza che coloro che per più lungo tempo hanno interiormente preso parte alle nostre assemblee di ramo si sono appropriati di una certa maturità antroposofica. Questa maturità antroposofica non consiste in teorie, non in una qualche comprensione di concetti, ma in un’atmosfera interiore che ci si appropria nel corso del tempo. Chi per un certo tempo riceve veramente e interiormente ciò che la scienza dello spirito è in grado di offrire, sentirà gradualmente che può ascoltare cose come fatti reali e veri, come qualcosa di completamente naturale: cose che l'avrebbero toccato in modo completamente diverso e differente in precedenza.
Vogliamo dunque proprio oggi, in questo discorso introduttivo, iniziare a parlare del tutto senza riserve, e possiamo persino dire del tutto senza riguardo, di un certo capitolo dei mondi superiori: un capitolo che dovrebbe condurci ancora più profondamente alla vera comprensione del carattere umano e della personalità umana. A che cosa servono infatti, fondamentalmente, tutte le considerazioni dei mondi superiori che facciamo? Quando parliamo del mondo astrale, del mondo devachanico, in quale senso ne parliamo anzitutto come appartenenti al mondo fisico? Non parliamo affatto di questi mondi superiori dalla coscienza come se fossero per noi mondi completamente estranei, che stessero in nessuna relazione con il mondo fisico. Siamo invece consapevoli che ciò che noi chiamiamo mondi superiori è attorno a noi, che noi viviamo in essi e che questi mondi superiori raggiungono nel nostro mondo fisico: nei mondi superiori stanno le cause e i fondamenti originari, gli Urgrund per i fatti che qui, dinanzi ai nostri occhi fisici, dinanzi ai nostri sensi fisici, si dispiegano e accadono. Così conosciamo questa vita come è intorno a noi, in relazione all’uomo e agli eventi naturali, soltanto quando conosciamo ciò che è invisibile ma si rivela nel visibile, quando consideriamo ciò che appartiene agli altri mondi, per poterlo comprendere e giudicare là dove esso si estende nel nostro mondo fisico. I fenomeni normali e anche gli anomali della comune vita fisica ci diventano chiari soltanto quando conosciamo la vita spirituale che sta dietro il fisico: questa vita spirituale che è molto, molto più ricca e ampia della vita fisica, di cui essa costituisce soltanto un piccolo estratto.
L’uomo sta — e deve stare per tutte le nostre considerazioni — nel centro, nel punto centrale. Comprendere l’uomo significa propriamente comprendere una grande parte del mondo intero. Ma è difficile da comprendere, ed è perciò difficile, e noi ci appropieremo di un piccolo brano di comprensione umana quando oggi parliamo di alcuni fatti — poiché il numero dei fatti è assolutamente enorme — soltanto di alcuni pochi fatti del cosiddetto mondo astrale. L’uomo ha, come sapete, un contenuto d’anima che è straordinariamente vario e molteplice. Vogliamo oggi rappresentarci dinanzi alla mente una parte di questo contenuto d’anima. Certe proprietà dell’anima, certe caratteristiche vogliamo collocare dinanzi alla nostra contemplazione e alla nostra considerazione.
Viviamo nella nostra vita d’anima in sentimenti e sensazioni estremamente vari e molteplici, in pensieri e rappresentazioni, in idee e impulsi di volontà e di azioni. Tutto questo scorre, tutto questo si dispone nella nostra vita d’anima dalla mattina fino alla sera. Se consideriamo l’uomo soltanto in modo superficiale, allora questa vita d’anima ci appare a ragione come qualcosa di chiuso in sé, come qualcosa che appartiene insieme, come un’unità. Considerate soltanto come la vostra vita trascorre quando al mattino sorge il primo pensiero, quando la prima sensazione guizza attraverso la vostra anima, quando il primo impulso di volontà esce da voi; e considerate come fino alla sera, quando la coscienza si immerge nel sonno, la rappresentazione si aggiunge a rappresentazione, il sentimento a sentimento, l’impulso di volontà a impulso di volontà. Tutto questo ha veramente l’aspetto di un flusso continuo, di un corso ininterrotto. Nel senso però più profondo e vero considerato, non è così un flusso veramente continuo. In tal modo che noi pensiamo, sentiamo e percepiamo, stiamo infatti in una relazione continua — una relazione che certamente rimane del tutto inconscia, completamente inconscia per la maggior parte degli uomini — con i mondi superiori. Consideriamo ora oggi la relazione particolare in cui noi stiamo, in relazione speciale al mondo astrale.
Quando abbiamo un qualsiasi sentimento, quando la gioia oppure lo spavento, la paura guizzano attraverso la nostra anima, allora quello è anzitutto un avvenimento nella nostra anima. Ma non soltanto questo. Se un uomo lo può esaminare in modo chiaroveggente, può notare che nel momento dello spavento o della gioia esce da lui come un flusso luminoso, una corrente luminosa che entra nel mondo astrale. Ma non vi entra in modo privo di senso e di direzione: prende il suo cammino, va verso un’entità determinata del mondo astrale, così che per il fatto che in noi brilla, si accende una percezione, veniamo in connessione diretta con un essere, con un’entità del mondo astrale. Assumiamo che un certo pensiero prenda possesso della nostra anima, diciamo che pensiamo intorno alla natura di un tavolo. Mentre il pensiero vibra, vibratteggia attraverso la nostra anima, il chiaroveggente può di nuovo dimostrare come da questo pensiero esce un flusso, una corrente che va verso un essere, verso un’entità del mondo astrale. E così è esattamente per ogni pensiero, per ogni rappresentazione, per ogni percezione. Da tutto il flusso della vita che scorre, che fluisce dall’anima, vanno continuamente, ininterrottamente, flussi verso i più diversi esseri, verso le più diverse entità del mondo astrale. Sarebbe una concezione completamente errata, affatto falsa, credere che questi flussi che escono andassero tutti a un solo essere del mondo astrale. Non è così. Da tutti questi singoli pensieri, dalle singole percezioni e dai singoli sentimenti escono invece flussi i più vari, e vanno verso esseri, verso entità i più vari del mondo astrale. Quella è la vera particolarità di questo fatto: noi come singoli uomini non stiamo in connessione con un solo tale essere, bensì spingiamo i fili più vari verso esseri, verso entità i più vari del mondo astrale. Il mondo astrale è popolato da un gran numero, da una moltitudine di entità, di esseri, proprio esattamente come il mondo fisico è popolato da esseri. E questi esseri stanno con noi in relazione molteplice, stanno con noi in molti modi in relazione.
Se però vogliamo comprendere il lato completamente complicato, il lato intricato di questa cosa, dobbiamo considerare ancora qualcosa d’altro, dobbiamo pensare a qualcosa in più. Assumiamo che due uomini vedano un lampo, un fulmine, e abbiano dinanzi a esso una percezione molto simile e assomigliante. Allora da ciascuno dei due uomini esce un flusso, una corrente; ma ora ambedue i flussi vanno verso uno e lo stesso, verso l’identico essere del mondo astrale. Possiamo dunque dire: c’è un essere, un abitante, una creatura del mondo astrale, con cui i due esseri, le due creature del mondo fisico si mettono in connessione. Può accadere che non soltanto un essere, bensì cinquanta, cento o mille uomini che hanno una percezione simile, che hanno una percezione del tutto corrispondente, mandino flussi, mandino correnti verso un unico essere del mondo astrale. Nel momento in cui questi mille uomini concordano soltanto in questo unico punto, in questo solo aspetto, stanno in connessione con lo stesso, con l’identico essere del mondo astrale. Ma pensate a che cosa questi uomini, che in questo unico caso hanno una percezione uguale e corrispondente, portano in sé altrimenti di percezioni diverse e svariate, di sentimenti diversi e di pensieri differenti! Per questo stanno in connessione con altre entità, con altri esseri del mondo astrale; per questo vanno i fili, i filamenti di connessione più vari, i più svariati, dal mondo astrale nel mondo fisico e dal mondo fisico al mondo astrale.
Ora c’è la possibilità, c’è la realtà di distinguere certe classi, certe categorie di entità nel mondo astrale. Otteniamo la rappresentazione più facile, più semplice di queste classi, quando concepiamo un esempio concreto. Prendete un gran numero di uomini del mondo europeo, e togliamo dal contenuto d’anima di questi uomini il concetto, l’idea, la rappresentazione del diritto. Per il resto, per quanto riguarda il resto, gli uomini possono avere i più svariati eventi di vita, le più svariate esperienze, e per questo stare in connessione con i più vari esseri del mondo astrale nel modo più intricato e intricatissimo. Ma per il fatto che questi uomini pensano al concetto del diritto nello stesso modo, se lo sono appropriati nella stessa maniera, nella medesima forma, stanno tutti in connessione con un essere, con un’entità del mondo astrale. E questo essere del mondo astrale possiamo proprio considerarlo, proprio vederlo come un centro, come un punto di mezzo, come un punto centrale da cui verso tutti gli uomini che entrano in considerazione vanno i raggi luminosi. Quante volte questi uomini si rappresentano il concetto del diritto, tante volte, in ogni singolo istante, stanno in connessione con questo unico essere, con questa unica entità. Proprio come gli uomini hanno carne e sangue e si compongono, si costituiscono da questa carne e da questo sangue, così questo essere consiste nel concetto del diritto: ci vive dentro, è fatto sostanzialmente di diritto. Parimenti esattamente così c’è un’entità astrale per il concetto del coraggio, della benevolenza, della saldatezza, della forza, della vendetta e così via. Così per tutto quello che nell’uomo sono proprietà, sono qualità, sono contenuti d’anima, vi sono entità, vi sono esseri nel mondo astrale. Per questo su un numero maggiore di uomini si stende, si distende qualcosa come una rete astrale, una trama astrale. Noi tutti, che abbiamo i medesimi concetti del diritto, siamo incorporati, siamo inclusi in un corpo, in un’entità di un’entità astrale, che possiamo propriamente e veramente chiamare l’essere del diritto, l’entità del diritto. Noi tutti, che abbiamo gli stessi concetti di coraggio, di saldatezza e così via, stiamo in connessione con uno e il medesimo, il medesimissimo essere astrale che ha come sua sostanzialità, come la sua sostanza, il diritto, il coraggio o la saldatezza. Ma per questo, per questo fatto, ogni singolo di noi è una specie di conglomerato di flussi, un insieme di correnti: possiamo considerare ogni uomo come se da tutti i lati, da tutte le parti, gli esseri astrali, le entità astrali mandassero flussi, mandassero correnti nel suo corpo. Siamo tutti un confluire, un concorso di flussi, di correnti che escono dal mondo astrale.
Ora, nel corso dei discorsi invernali, potremo sempre più e sempre più fortemente indicare come l’uomo — che fondamentalmente è in questo modo un confluire, un concorso di tali flussi — concentra questi flussi in se stesso attorno al punto, al punto centrale dell’Io. Questo è infatti il più importante, il più essenziale per la vita d’anima dell’uomo: che riunisca, che raccolga tutti questi flussi attorno a un centro, attorno a un punto di mezzo che sta nella sua autocoscienza, nella sua consapevolezza di sé. Questa autocoscienza è perciò qualcosa di così importante, di così essenziale nell’uomo, poiché deve essere come un dominatore, come un signore nella essenza umana interiore: i diversi flussi che fluiscono in noi da tutti i lati, da tutte le parti, li riunisce e li lega insieme, li tiene insieme coeso. Nel momento, nell’istante in cui l’autocoscienza diminuisse, si facesse più debole, potrebbe succedere che l’uomo non sentisse più se stesso come un’unità, come un’unità compatta; potrebbe accadere che tutti i diversi concetti del coraggio, della saldatezza e così via si separassero, si scindessero uno dall’altro. L’uomo allora non avrebbe più coscienza, non avrebbe più consapevolezza che è un’unità, un tutto, bensì sentirebbe come se fosse diviso, scisso in tutti i diversi flussi, in tutti i singoli flussi. C’è una possibilità reale — e qui ci mostra come attraverso la conoscenza del vero stato di cose, dello stato vero della realtà, possiamo veramente penetrare nella comprensione del mondo spirituale — che l’uomo potrebbe perdere il dominio dirigente, il controllo direttore su quello che fluisce in lui, su quello che confluisce in lui. Immaginate di avere, come singolo uomo, una certa vita dietro di voi: abbiate vissuto, abbiate esperito molte, molte cose, abbiate avuto sin dalla giovinezza un numero di ideali che si sono sviluppati gradualmente in voi. Ognuno di tali ideali può essere diverso, differente dall’altro. Avete avuto l’ideale del coraggio, della saldatezza, della benevolenza e così via. Per questo siete venuti, siete entrati nei flussi dei più vari esseri astrali. Può anche accadere in un’altro modo, in un modo ancora diverso, che l’uomo venga in tale successione diversa, in tale sequenza varia di flussi degli esseri astrali. Assumiamo che l’uomo abbia nel corso della sua vita avuto un numero di amicizie, di legami amichevoli. Sentimenti e percezioni ben definiti, ben circoscritti, si sono sviluppati sotto l’influsso di queste amicizie, specialmente nella giovinezza. Per questo andavano flussi, andavano correnti verso un essere ben definito del mondo astrale. Poi entrava una nuova amicizia, una nuova relazione nella vita dell’uomo; per questo era di nuovo collegato con un altro essere del mondo astrale, e così tutta la vita, per tutta la lunghezza della vita. Ora assumiamo che, per una malattia dell’anima, per un disturbo della vita animica, entrasse quello che l’Io perdesse il dominio, perdesse il controllo sui diversi flussi, che non potesse più raggrupparli, che non potesse più raccoglierli attorno a sé. Allora l’uomo verrebbe al punto che non sentirebbe più se stesso come un Io, come un’essenza chiusa, come un’unità nella sua autocoscienza. Se perdesse il suo Io per un processo di malattia dell’anima, per un’affezione animica, allora sentirebbe questi flussi, sentirebbe queste correnti come se non percepisse se stesso: sentirebbe questi singoli flussi, queste singole correnti, come se in essi si versasse, come se fluisse dentro di essi. Certi casi di pazzia, certi casi di insania mentale sono solo, sono soltanto riconducibili a questo, hanno solo questa causa. Un caso di pazzia particolarmente tragico vi diventerà spiegabile, vi diventerà comprensibile, quando lo consideriamo da questo punto di vista, quando l’illuminiamo dal mondo astrale: Friedrich Nietzsche.
Molti di voi avranno probabilmente sentito dire, avranno certamente udito: nell’inverno 1888 su 1889, in quell’inverno la pazzia scoppiò, la pazzia erompeva in Friedrich Nietzsche. È interessante, è veramente interessante per il lettore, per chi legge le sue ultime lettere di osservare, di vedere come Friedrich Nietzsche si divise, si scisse completamente in diversi flussi nel momento, nell’istante in cui perdette il suo Io, perdette la consapevolezza del suo Io. Là scrive a questo o quel amico o a se stesso anche: « C’è un dio a Torino, che una volta era un professore di filosofia a Basilea; ma non era egoista a sufficienza, non era abbastanza egoista per restare tale.» Così aveva perso il suo Io, aveva perso la consapevolezza di sé, e lo rivestì, lo espresse in tali parole, in tali formule. « E il dio Dioniso procede al Po.» E guarda dall’alto, guarda da grande altezza tutti i suoi ideali e le amicizie che gli si muovono sotto, che gli rimangono sotto. Gli sembra di essere ora il re Carlo Alberto, ora un altro capo, ora persino uno dei criminali, uno dei malfattori di cui aveva letto negli ultimi giorni della sua vita allora, prima di allora. A quel tempo vi erano due casi di omicidi clamorosi, due delitti sensazionali, e nei momenti della sua malattia, negli istanti della sua affezione mentale si identificava con gli assassini, con gli omicidi di donne in questione, si confondeva con loro. Allora non sentiva il suo Io, non sentiva la sua consapevolezza, bensì un flusso soltanto, una sola corrente che andava nel mondo astrale. Così in casi anormali, in casi anomali viene alla superficie della vita quello che altrimenti è tenuto insieme, è mantenuto coeso dal centro dell’autocoscienza, dalla radice centrale della consapevolezza di sé.
Diverrà sempre più e più necessario per gli uomini sapere quello che sta al fondamento dell’anima. L’uomo sarebbe infatti un essere infinitamente povero se non fosse capace di formare molti tali flussi nel mondo astrale; e sarebbe tuttavia un essere molto limitato se non potesse acquisire, attraverso l’approfondimento spirituale della sua vita, la possibilità di diventare gradualmente padrone di tutti questi flussi. Così che dobbiamo veramente dirci: non siamo limitati dentro la nostra pelle, bensì raggiungiamo ovunque negli altri mondi, e altri esseri raggiungono nel nostro mondo. Un’intera rete di entità è stesa sopra il mondo astrale.
Ora vogliamo considerare più da vicino proprio alcuni di questi esseri che stanno con noi in relazione in questo modo. Sono esseri che ci si presentano relativamente così: Il mondo astrale ci circonda. Pensiamoci un tale essere uno di quelli che ha qualcosa a che fare con il concetto e la percezione del coraggio. Estende le sue braccia afferratrici da tutti i lati, e queste braccia afferratrici vanno nelle anime umane; e nel momento in cui gli uomini sviluppano coraggio, è stabilita una connessione fra questo essere del coraggio e l’anima umana. Altri uomini sono diversi. Tutti coloro per esempio che sviluppano una forma particolare del sentimento di paura o del sentimento d’amore stanno in connessione con un essere del mondo astrale. Se ci intratteniamo su questi esseri, arriviamo a ciò che possiamo chiamare la costituzione, la vita sociale nel mondo astrale. Gli uomini, come vivono qui nel piano fisico, non sono solo esseri singoli; anche nel piano fisico stiamo in connessioni centuplici e milleuplici. Stiamo in relazione di diritto, in amicizie l’uno con l’altro e così via. Le nostre connessioni nel piano fisico si regolano secondo le nostre idee, concetti, rappresentazioni e così via. In una certa maniera anche le connessioni sociali di quegli esseri nel piano astrale, che abbiamo appena rappresentato davanti alla nostra anima, devono regolarsi in qualche modo. Come vivono dunque questi esseri insieme? Questi esseri non hanno un corpo fisico così denso fatto di carne e sangue come noi uomini; hanno corpi astrali, sono tutt’al più di sostanza eterea. Allungano i loro tentacoli di sensibilità nel nostro mondo. Ma come vivono dunque insieme? Se questi esseri non agissero insieme, anche la nostra vita umana sarebbe completamente diversa. Fondamentalmente il nostro mondo fisico è solo l’espressione esterna di quello che accade nel piano astrale. Se dunque un essere nel mondo astrale è, quale essere del diritto, a cui vanno tutti i pensieri che si riferiscono al diritto, e un altro essere a cui vanno tutti i pensieri che si riferiscono al donare, e poi nella nostra anima nasce il pensiero: donare è diritto — allora va un flusso da entrambi gli esseri e nella nostra anima. Stiamo in connessione con entrambi. Come si conciliano dunque questi esseri fra loro? Si potrebbe facilmente essere tentati di credere che la vita sociale nel piano astrale sia simile alla vita nel piano fisico. Ma il vivere insieme nel piano astrale si differenzia molto essenzialmente dal cooperare nel piano fisico. Gli uomini che ordinano i singoli piani solo così l’uno sopra l’altro e caratterizzano i mondi superiori come se vi andasse le cose molto simili al mondo fisico, non descrivono correttamente i mondi superiori. C’è una differenza enorme fra il mondo fisico e i mondi superiori, e questa differenza diventa sempre più grande quanto più alto saliamo. C’è soprattutto nel mondo astrale una certa peculiarità che non si trova affatto nel piano fisico. Questa è la permeabilità, la penetrabilità della materia del piano astrale. Nel mondo fisico è impossibile che vi poniate nello stesso luogo dove sta già un altro; l’impenetrabilità è una legge del mondo fisico. Nel mondo astrale non è così, là vige la legge della permeabilità. Ed è completamente possibile, è anzi la regola, che gli esseri si penetrino e nello spazio dove già un essere è, un altro si spinga dentro. Possono due, quattro, cento esseri stare in un medesimo luogo del mondo astrale. Ma questo ha un’altra conseguenza, cioè che nel piano astrale la logica del vivere insieme è completamente diversa da quella del piano fisico. Capirete meglio come la logica del piano astrale è completamente diversa dalla logica del piano fisico — non certo la logica del pensiero, bensì la logica dell’azione, del vivere insieme — se prendete il seguente esempio.
Immaginate che una città abbia deciso di costruire una chiesa in un determinato luogo. Allora il saggio consiglio di questa città deve anzitutto deliberare come deve essere costruita questa chiesa, quali disposizioni devono essere prese per questo e così via. Assumiamo ora che nella città si formassero due partiti. Un partito vuole costruire su questo unico luogo una chiesa in una forma determinata, con un certo architetto e così via; l’altro partito vuole costruire un’altra chiesa con un altro architetto. Allora nel piano fisico i due partiti non potranno eseguire il loro proposito. È così necessario, prima di intraprendere qualsiasi cosa, che un partito vinca, che un partito acquisti il sopravvento e sia stabilito quale forma la chiesa deve avere. Sapete bene che di fatto la grandissima parte della vita sociale umana si svolge in tali deliberazioni e tali negoziazioni reciproche, prima che si esegua qualsiasi cosa; ci si deve mettere d’accordo su quello che propriamente deve accadere. Non succederebbe nulla se non fosse che nella maggior parte dei casi un partito acquistasse comunque il sopravvento e rimanesse nella maggioranza. Ma il partito che rimane nella minoranza non dirà senza altro: ho avuto torto — continuerà invece a credere di aver avuto ragione. Si tratta nel mondo fisico della discussione su rappresentazioni che devono essere decise puramente all’interno del mondo fisico, poiché è impossibile che si eseguano in un medesimo luogo due piani.
Tutt’altro nel mondo astrale. Là sarebbe completamente possibile che nello stesso luogo, diciamo, fossero costruite due chiese. Tale cosa accade di fatto continuamente nel mondo astrale, ed è l’unica cosa giusta nel mondo astrale. Là non ci si contende come nel mondo fisico. Non si tengono tali assemblee e non si cerca di tirar fuori una maggioranza per questo o quello; non è nemmeno necessario. Quando qui il consiglio di una città si riunisce e di quarantacinque uomini quaranta hanno un’opinione e gli altri un’altra, possono i due partiti, mentre così stanno seduti, voler uccidere l’uno l’altro in pensiero per la loro opinione diversa: così non è così grave, perché esteriormente le cose si urtano ugualmente. Non cerca subito ogni partito senza riguardo all’altra di costruire la sua chiesa, perché nel piano fisico il pensiero può restare proprietà dell’anima; può restare là dentro. Nel piano astrale non è così semplice. Là è così: se il pensiero è concepito, sta in una certa relazione anche già là. Se dunque una tale entità astrale come quella di cui ho appena parlato ha un pensiero, questa entità subito estende i corrispondenti tentacoli di sensibilità che hanno la forma di questo pensiero, e un altro essere estende da sé i tentacoli di sensibilità; ambedue ora si penetrano reciprocamente e stanno nello stesso spazio come entità neoformata dentro.
Così si penetrano continuamente le più diverse opinioni, pensieri e percezioni. L’assolutamente contrario può penetrarsi nel mondo astrale. E dobbiamo dire: se nel mondo fisico regna contraddizione sui punti che abbiamo discusso, nel mondo astrale regna subito lotta. Come essere del mondo astrale non si possono infatti trattenere in sé i pensieri: i pensieri diventano subito azione, gli oggetti sono subito là. Ora certamente non vengono costruite là chiese come le abbiamo nel piano fisico; ma assumiamo che un essere del mondo astrale volesse realizzare qualcosa, e un altro essere volesse contrastarlo. Non si può discutere là, bensì là vale il principio: una cosa deve rivelarsi! Se ora i due tentacoli di sensibilità sono veramente nello stesso spazio, allora cominciano a combattersi, e allora l’idea che è la più fruttifera, che dunque ha ragione — cioè quella che può sussistere — distruggerà l’altra e si imporrà. Così che abbiamo là continuamente il conflitto delle più diverse opinioni, pensieri e percezioni. Nel piano astrale ogni opinione deve diventare azione. Là non si contende, là si fanno combattere le opinioni, e quella che è la più fruttifera batte l’altra dal campo. È il mondo astrale il molto più pericoloso, e molte cose di quello che si dice sulla pericolosità del mondo astrale stanno in connessione con quello che proprio è stato espresso. Così là tutto diventa azione. E le opinioni che là sono devono combattersi fra loro, non discutere.
Ora toccherò una cosa che certamente per il tempo materialista di oggi è sconcertante, che però è vera. Abbiamo spesso sottolineato che il nostro tempo oggi sempre più si installa nella semplice coscienza del mondo fisico, cioè anche nelle proprietà caratteriali e nelle peculiarità caratteriali del mondo fisico; dove cioè se la discussione è avviata, ognuno vorrebbe distruggere l’altro che non è della sua opinione o lo ritiene uno stolto. Non è così nel mondo astrale. Là un essere dirà: non mi preoccupo di altre opinioni! — Là regna assoluta tolleranza. Se un’opinione è la più fruttifera, allora batterà le altre dal campo. Si fanno sussistere le altre opinioni altrettanto come la propria, poiché le cose devono naturalmente regolarsi attraverso il combattimento. Chi si installa gradualmente nel mondo spirituale deve imparare a regolarsi secondo le abitudini del mondo spirituale; e la prima parte del mondo spirituale è appunto il mondo astrale, dove regnano tali usanze come sono appena state caratterizzate. Così in un uomo che si installa nel mondo spirituale, in una certa relazione, anche le abitudini degli esseri del mondo spirituale devono prendere possesso. Ed è anche giusto. Sempre più il nostro mondo fisico deve diventare un’immagine del mondo spirituale, e porteremo così sempre più armonia nel nostro mondo, se ci prefiggiamo questo: che la vita nel mondo fisico si svolga come la vita nel mondo astrale. Non possiamo certamente costruire in un luogo due chiese, ma dove le opinioni sono diverse, si fanno mutuamente penetrare per quanto riguarda la loro fecondità nel mondo. Le opinioni che sono le più fruttuose porteranno già via la vittoria, come è anche nel mondo astrale.
Così le peculiarità caratteriali del mondo astrale possono proprio penetrare nella corrente mondiale spirituale nel mondo fisico. Per quanto lo sconcerti l’uomo che conosce solo il piano fisico e che può immaginarsi solo che una sola opinione possa essere rappresentata e che tutti quelli che hanno altre opinioni devono essere sciocchi, diventerà comunque sempre più e sempre più naturale per gli appartenenti a una visione mondiale spirituale che regni una tolleranza assoluta e interiore delle opinioni: una tolleranza che non si presenta come la conseguenza di un sermone, bensì come qualcosa che prenderà possesso della nostra anima, poiché sempre più e sempre più naturalmente ci approprieremo delle usanze dei mondi superiori.
Quello che è stato ora descritto, questa penetrabilità, è una proprietà molto importante e essenziale del mondo astrale. Nessun essere del mondo astrale svilupperà un tale concetto di verità come lo conosciamo nel mondo fisico. Gli esseri del mondo astrale trovano quello che nel fisico è discussione e così via completamente infruttuoso. Per loro vale anche il detto di Goethe: « Ciò che è fruttuoso, solo quello è vero!» La verità non deve essere conosciuta attraverso considerazioni teoriche, bensì attraverso la sua fruttuosità, attraverso il modo come può farsi valere. Un essere del mondo astrale dunque con un altro essere non contenderà mai come fanno gli uomini. Un tale essere dirà invece all’altro: bene, tu fai il tuo, io faccio il mio. Si vedrà quale idea è la più fruttifera, quale idea batterà le altre dal campo.
Se ci poniamo in tale modo di pensare, abbiamo già guadagnato qualcosa in sapere pratico. Non si deve credere che lo sviluppo dell’uomo nel mondo spirituale si svolga in modo tumultuario, poiché accade interiormente, in modo intimo. E se possiamo stare attenti e appropriarci di qualcosa che è stato appena caratterizzato come peculiarità del mondo astrale, allora sempre più arriveremo a considerare tali sentimenti come quelli che hanno gli esseri astrali come sentimenti esemplari per i nostri. Se ci regiliamo secondo il carattere del mondo astrale, possiamo sperare di elevarci fino alle entità spirituali, la cui vita ci si apre così sempre più e sempre più. È questo quello che si rivela come il fruttuoso per gli uomini.
Quello che è stato discusso oggi deve essere in molti riguardi come una specie di preparazione per quello che tratteremo nei prossimi discorsi. Se abbiamo ora parlato di esseri del mondo astrale e della loro peculiarità caratteriale, allora dobbiamo già oggi attirare l’attenzione sul fatto che questo mondo astrale si differenzia in modo molto più acuto dai mondi superiori, diciamo dal mondo devachanico, di quanto potrebbe facilmente essere inclini a credere. È vero che il mondo astrale è là dove è anche il nostro mondo fisico. Penetra il nostro mondo fisico, e tutto ciò di cui abbiamo talvolta parlato è sempre intorno a noi nello stesso spazio dove anche i fatti fisici e le entità fisiche sono. Ma là è anche il mondo devachanico. Si differenzia per il fatto che in uno stato di coscienza diverso viviamo il mondo devachanico di quanto il mondo astrale.
Ora potreste facilmente credere: Qui è il mondo fisico, è penetrato dal mondo astrale, da quello devachanico e così via. — Non è così semplice. Se vogliamo descrivere i mondi superiori più esattamente, come abbiamo fatto in precedenza, dobbiamo chiarirci che esiste ancora un’altra differenza fra il mondo astrale e il mondo devachanico. Il nostro mondo astrale cioè, come viviamo in esso e come penetra il nostro spazio fisico, è in una certa relazione un mondo doppio, mentre il mondo devachanico è in una certa maniera un mondo semplice. Questo è qualcosa che come preparazione vogliamo già oggi menzionare. C’è un doppio mondo astrale, e i due si differenziano in tal modo che l’uno sia il mondo astrale del bene, l’altro il mondo astrale del male, mentre nel mondo devachanico sarebbe ancora scorretto collocare questo differenza in modo così netto. Dobbiamo così dire se consideriamo i mondi dall’alto verso il basso: prima il Devachan superiore, poi il mondo devachanico inferiore, poi il mondo astrale, e poi il mondo fisico. Poi consideriamo ancora non la totalità dei nostri mondi, bensì dobbiamo ancora considerare mondi più profondi che il fisico. C’è ancora un mondo astrale inferiore che sta sotto il nostro mondo fisico. Quello che è il buono sta sopra il piano fisico, quello che è il cattivo sta sotto, e anche questo penetra il mondo fisico praticamente. Ora vanno i più diversi flussi verso gli esseri del mondo astrale. Dobbiamo distinguere che flussi di proprietà buone e cattive vanno dagli uomini verso le entità astrali. Quelli che sono flussi buoni vanno anche verso un’entità buona, e i flussi cattivi vanno verso un corrispondente essere cattivo del mondo astrale. E se prendiamo la somma di tutti gli esseri buoni e cattivi del mondo astrale, abbiamo in una certa maniera due mondi astrali. Se consideriamo il mondo devachanico, vedremo che non è così nello stesso modo. C’è così dentro il mondo astrale due mondi che si penetrano mutuamente e che allo stesso modo hanno una relazione con l’uomo. Questi due mondi si differenziano per quanto riguarda il loro modo di origine soprattutto l’uno dall’altro.
Se guardiamo indietro nello sviluppo terrestre, arriviamo a un’epoca dove la Terra con il Sole e la Luna erano ancora connessi insieme. In un’epoca successiva la Terra stessa era Luna ed era un corpo che era fuori dal Sole nel vecchio tempo della Luna. Allora c’era già un mondo astrale, prima che la Terra diventasse la Terra attuale. Ma questo mondo astrale sarebbe, se avesse potuto svilupparsi senza ostacoli proprio così, diventato il mondo astrale buono. Per il fatto invece che la Luna si è separata dalla Terra, nel mondo astrale generale è stato incorporato il mondo astrale cattivo. Siamo sulla Terra, per quanto riguarda il mondo astrale, solo così avanti che abbiamo ricevuto incorporato un mondo astrale cattivo. Nel futuro anche al mondo devachanico un cattivo sarà incorporato. Per ora vogliamo assolutamente tener dinanzi alla nostra anima che non c’è uno, bensì fondamentalmente due mondi astrali: uno, in cui vanno tutti i flussi che sono fecondi per il progresso umano e lo sviluppo ulteriore; e nell’altro mondo astrale, a cui appartiene anche Kamaloka, vanno tutti i flussi che ostacolano lo sviluppo umano. In entrambi i mondi astrali ci sono entità, dal che abbiamo oggi in modo più astratto imparato, come hanno influsso su di noi, come loro stessi vivono insieme. Di questa popolazione dei mondi superiori, della loro costituzione, della loro costituzione costituzione, impareremo la prossima volta qualcosa di più preciso.
In questa conferenza, che ancora appartiene alle introduzioni della nostra vera «campagna dell’Assemblea Generale», si intende perseguire in particolare uno scopo: mostrare che la scienza dello spirito, o piuttosto la concezione spirituale del mondo che le sta alla base, si trova in perfettissima concordanza e piena armonia proprio con certi risultati della ricerca scientifica speciale. Per l’antroposofo, come può mostrarsi particolarmente nelle conferenze pubbliche e popolari, non è interamente facile trovare piena comprensione davanti a un pubblico completamente impreparato. Quando la scienza dello spirito si scontra con un pubblico completamente impreparato, l’antroposofo deve essere consapevole di parlare, riguardo a molte cose, un linguaggio completamente diverso da quello di coloro che non hanno ancora sentito nulla, o hanno sentito solo superficialmente e esteriormente, delle conoscenze che stanno alla base del movimento di scienza dello spirito. Occorre un certo approfondimento più consapevole per trovare l’accordo, l’armonia tra ciò che oggi nella scienza esterna può essere così facilmente comunicato — cioè tra gli insegnamenti della ricerca sensibile e quello che ci è dato attraverso la conoscenza della coscienza spirituale, più elevata, soprasensibile. Bisogna integrarsi in questa visione per abbracciare gradualmente questa armonia veramente. Ma allora si vedrà come esiste una bella concordanza tra ciò che il ricercatore dello spirito sostiene e le affermazioni, cioè l’enumerazione di fatti che la ricerca fisica mette avanti. Perciò non si deve nemmeno essere troppo ingiusti verso coloro che non riescono a comprendere l’antroposofo, poiché a loro mancano veramente tutti i preparativi che sono assolutamente necessari per poter cogliere i risultati della ricerca dello spirito; e così, nella maggior parte dei casi, intendono con le parole e anche nei concetti qualcosa di completamente diverso da ciò che si intende.
Perciò, in ampia misura, una maggiore comprensione della scienza dello spirito può essere ottenuta solo se si parla francamente dal punto di vista spirituale anche davanti a un pubblico impreparato. Allora, fra questa gente impreparata, ce ne sarà un gran numero che dirà: «Ma tutto questo è semplicemente follia, fantasticheria, roba sciocca e complicata che viene presentata!» — Ma ce ne sarà sempre qualcuno che, attraverso i bisogni più intimi della sua anima, riceverà anzitutto un’intuizione che c’è veramente qualcosa dietro, e costoro continueranno e gradualmente si integreranno. È questo integrarsi paziente quello che conta, ed è anche quello che possiamo raggiungere. Perciò sarà molto naturale che una gran parte di coloro che vengono a una conferenza sulla scienza dello spirito per pura curiosità, in seguito diffonda facilmente nel mondo il giudizio: «Questa è una setta che diffonde solo il suo particolare gergo confuso!» — Ma se si conoscono le difficoltà, si avrà anche la pazienza tranquilla per la selezione che deve formarsi. Le personalità si separeranno dal pubblico stesso e formeranno un nucleo attraverso cui la scienza dello spirito fluirà gradualmente nella nostra intera vita.
Un esempio particolare deve oggi mostrare come, per gli studenti preparati della scienza dello spirito, che si sono già abituati a pensare e a vivere nelle rappresentazioni che la conoscenza dello spirito suscita, sia facile orientarsi con le comunicazioni apparentemente più difficili fatte dalla ricerca fisica positiva e sensibile. Cosicché l’apprendista gradualmente si approprierà la coscienza: mi è completamente possibile che, man mano che progredisco, io veda come la ricerca dello spirito è un fondamento davvero buono per tutta la conoscenza del mondo. — Questo darà al ricercatore la tranquillità che ha bisogno di fronte alle tempeste che si riversano contro la scienza dello spirito proprio perché parla per molti un linguaggio completamente strano. E se abbiamo la pazienza di integrarci in questa armonia, guadagneremo sempre maggiore sicurezza. Quando allora la gente dice: «Quello che ci raccontate non concorda affatto con le ricerche elementari della scienza!» — allora l’antroposofo risponderà: «So che attraverso quello che la scienza dello spirito può offrire, si può creare piena armonia riguardo a tutti questi fatti, anche se forse al momento non c’è possibilità di intendersi. Come capitolo particolare, per rafforzare ulteriormente la coscienza, vogliamo portare davanti alla nostra anima quello che ora deve essere detto.
Lo studente della scienza dello spirito è abituato, quando vive da un po’ nella concezione spirituale del mondo, a parlare del corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, cosicché diventano sempre più per lui concetti che sa maneggiare e che lo guidano e lo dirigono quando cerca una comprensione del mondo delle cose esterne. Deve abituarsi gradualmente a vedere, in ciò che gli circonda come corporeità fisica, non una corporeità della stessa natura, ma una corporeità differenziata. Guarda la pietra e non dice: «La pietra consiste di questi e quei materiali, e il corpo umano pure, e quindi posso trattare il corpo umano esattamente come tratto la pietra.» Il corpo della pianta, anche se consiste degli stessi materiali fisici della pietra, è infatti qualcosa di completamente diverso: ha in sé il corpo eterico, e il corpo fisico della pianta si decomporrebbe se il corpo eterico non l’attraversasse in tutte le parti. Perciò lo scienziato dello spirito dice: il corpo fisico della pianta passerebbe al decadimento se durante la vita il corpo eterico non lo proteggesse da questa dissoluzione, non combattesse contro questa dissoluzione. Quando così consideriamo la pianta, la troviamo come un’interrelazione del principio del corpo fisico e del corpo eterico.
Ora è stato spesso sottolineato quale sia il principio più elementare del corpo eterico — cioè quello della ripetizione. Un essere che stesse solo sotto il principio del corpo eterico e del corpo fisico esprimerebbe in sé il principio della ripetizione. Lo vediamo manifestarsi nella pianta nel modo più pronunciato. Vediamo come dalla pianta si sviluppa foglia dopo foglia. Questo avviene perché il corpo fisico della pianta è percorso da un corpo eterico, e questo ha il principio della ripetizione. Forma una foglia, poi una seconda, una terza, e così aggiunge foglia a foglia in costante ripetizione. Ma anche quando la crescita della pianta termina in alto, anche là domina ancora la ripetizione. Vedete nella pianta in alto una corona di foglie che formano il calice del fiore. Queste foglie caliche hanno una forma diversa dalle altre foglie. Ma potete anche qui ancora sviluppare la consapevolezza che questa è solo una forma un po’ modificata della ripetizione delle stesse foglie che si dispiega in un’uguale ripetizione su tutto il gambo. Possiamo dunque dire: anche lassù, dove la pianta si conclude, le foglie caliche verdi sono una specie di ripetizione. E persino i petali del fiore sono una ripetizione. Certo hanno un colore diverso. Sono essenzialmente ancora foglie, ma già foglie molto trasformate. Ora era il grande lavoro di Goethe nel campo botanico il mostrare come non solo le foglie caliche e i petali sono foglie modificate, ma come anche stami e pistilli vanno visti solo come una tale ripetizione trasformata delle foglie.
Ma non è sola una mera ripetizione quella che ci si presenta nella pianta. Se solo il mero principio elementare del corpo eterico agisse, accadrebbe che da basso a alto il corpo eterico penetra la pianta. Allora foglia dopo foglia si svilupperebbe, e non finirebbe mai, da nessuna parte subentrerebbe una conclusione.
Come avviene questa conclusione nel fiore, così che la pianta conclude la sua esistenza e di nuovo diventa fertile per produrre una nuova pianta? Avviene perché, nella misura in cui la pianta cresce verso l’alto, dall’alto le viene incontro, chiudendola esternamente, il corpo astrale della pianta. La pianta non ha in sé un corpo astrale proprio; mentre cresce verso l’alto, le viene invece incontro dall’alto il corpo astrale vegetale. Esso porta a conclusione quello che il corpo eterico farebbe in eterna ripetizione, esso effettua la trasformazione delle foglie verdi in foglie caliche, in petali, stami e pistilli. Possiamo quindi dire: allo sguardo occulto, la pianta cresce verso il suo elemento animico, il suo elemento astrale; questo effettua la trasformazione. Che la pianta rimane appunto pianta, che non passa al movimento volontario o alla sensazione, ciò avviene perché questo corpo astrale, che incontra la pianta lassù, non prende possesso interiormente dei suoi organi, ma soltanto li abbraccia esteriormente, agisce dall’alto verso il basso. Nella misura in cui il corpo astrale afferra gli organi interiormente, nella stessa misura la pianta transisce nell’animale. Questa è l’intera differenza.
Prendete un petalo della pianta; potete dire: Anche nel petalo della pianta agiscono insieme il corpo eterico e il corpo astrale, ma il corpo eterico ha il sopravvento. Il corpo astrale non riesce a estendere i suoi tentacoli verso l’interno, agisce solo dall’esterno. — Se lo vogliamo esprimere spiritualmente, possiamo dire: Ciò che nell’animale è interiore, ciò che esso vive interiormente come piacere e dolore, gioia e sofferenza, impulso, desiderio e istinto — ciò non è interiore nella pianta, ma continuamente scende su di essa dall’esterno. Questo è interamente qualcosa di animico. E mentre l’animale rivolge i suoi occhi verso l’esterno, ha gioia nell’ambiente e rivolge le sue percezioni gustative verso l’esterno e si ricrea in un godimento appropriato, sentendo così il piacere interiormente — colui che può veramente considerare le cose spiritualmente vi può dire che questo essere animico astrale della pianta ha anche gioia e dolore, piacere e sofferenza, ma cosicché guarda verso il basso su ciò che effettua. Si rallegra del colore rosso della rosa e di tutto ciò che le viene incontro. E quando le piante formano foglie e fiori, allora questo penetra e assapora questa l’anima della pianta che guarda verso il basso. Così viene a un’interazione tra la parte animica che scende e le piante stesse. Il mondo vegetale è nella sua animalità destinato alla gioia, a volte anche al dolore. Così vediamo veramente un’interazione senziente tra la copertura vegetale della nostra Terra e l’astralità che avvolge le piante della Terra, che rappresenta l’animalità delle piante. Ciò che come astralità agisce esteriormente sulle piante afferra l’animalità dell’animale interiormente e lo rende solo per la prima volta un animale. Ma c’è un’importante differenza tra l’animalità che agisce nell’astralità del mondo vegetale e l’animalità nell’astralità della vita animale.
Quando esaminate con chiaroveggenza ciò che come astralità agisce sulla copertura vegetale, allora trovate nell’animalità delle piante una certa somma di forze, e tutte queste forze che agiscono nelle anime vegetali hanno una certa particolarità. Quando ora parlo dell’animalità vegetale, di quell’astralità che penetra la Terra e nel che si svolge l’elemento animico delle piante, dovete essere chiari che queste anime vegetali nella loro astralità non vivono come, per esempio, esseri fisici sulla nostra Terra. Le anime vegetali possono compenetrarsi, così che, come in un elemento fluido, le anime vegetali si disperdono. Ma una cosa è loro peculiare: sviluppano cioè certe forze, e tutte queste forze hanno la proprietà di confluire verso il centro del pianeta. Agisce così in tutte le piante una forza che va dall’alto verso il basso e che tende verso il centro della Terra. È proprio per questo che la crescita vegetale è regolata nella sua direzione. Se prolungate l’asse delle piante, raggiungete il centro della Terra. Questa è la direzione che viene loro data dall’animalità che viene dall’alto. Se esaminiamo l’animalità vegetale, troviamo che la sua proprietà più importante è quella di essere brillante di forze che tutte tendono verso il centro della Terra.
Diversa è la situazione quando, in generale, consideriamo quell’astralità nel perimetro della nostra Terra che appartiene all’elemento animale, che produce il carattere animale. Ciò che è animalità vegetale, come tale, non potrebbe ancora produrre vita animale. Per la vita animale è necessario che ancora altre forze percorrano l’astralità, così che il ricercatore occulto, se rimane soltanto nell’astralità, possa distinguere se una certa sostanzialità astrale darà origine a crescita vegetale o a crescita animale. Lo si può distinguere nella sfera astrale. Tutto ciò che mostra solo forze che tendono verso il centro della Terra o di un altro pianeta darà infatti origine a crescita vegetale. Quando invece si manifestano forze che sono sì perpendicolari a queste, ma come continui movimenti circolari con straordinaria mobilità in ogni direzione tutt’intorno al pianeta, allora è una sostanza diversa, che dà origine a vita animale. In ogni punto dove fate osservazioni, trovate che la Terra in ogni posizione e in ogni direzione e altezza è circondata da correnti che, se si continua la loro direzione, formano circoli che fluiscono intorno alla Terra. Questa astralità si concilia completamente bene con l’astralità vegetale. Ambedue si compenetrano e tuttavia interiormente sono separate. Ma si distinguono per le loro proprietà interiori. Possono dunque interamente correnti di entrambi i tipi di astralità fluire insieme in uno stesso luogo della superficie terrestre. Qui il chiaroveggente, quando esamina una determinata parte dello spazio, trova forze che tendono solo verso il centro della Terra; esse sono intersecate da altre forze che sono solo circolanti, e il chiaroveggente sa allora: queste contengono l’origine della vita animale.
È stato già sottolineato da me qua e là che l’astralità ha leggi completamente diverse, anche leggi spaziali diverse da quelle del fisico. Se domani possiamo porre davanti a noi qualcosa riguardo il concetto di spazio quadridimensionale, potrete comprendere ancora meglio molte cose che ora vi do più da fatti occulti. Oggi vogliamo solo dai fatti occulti porre davanti alla nostra anima ancora una particolarità proprio di questa astralità animale.
Se avete un corpo fisico, indipendentemente dal fatto che sia pianta o animale, dovete considerarlo come qualcosa di spazialmente racchiuso, e non avete il diritto di contare come appartenente al corpo in questione ciò che è spazialmente separato da esso. Dove domina separazione spaziale, dovrete parlare di corpi diversi. Solo quando esiste anche una connessione spaziale potete parlare di un unico corpo. Non è così nel mondo astrale, specialmente non in quello che dà origine affinché il regno animale possa formarsi. Qui possono veramente esseri astrali che vivono separati l’uno dall’altro costituire un’unità. Può qui un certo essere astrale trovarsi in una parte dello spazio, e in una parte completamente diversa dello spazio può trovarsi un altro essere astrale che è di nuovo spazialmente chiuso in sé. Ma può accadere che ciononostante questi due esseri astrali, che non sono collegati dal minimo tratto di spazio, costituiscano un unico essere. Anzi, possono tre, quattro, cinque tali esseri spazialmente separati l’uno dall’altro collegarsi. E può persino accadere la seguente cosa: supponiamo di avere un tale essere astrale che non si è affatto incarnato fisicamente; allora potete trovare un altro essere che gli appartiene. Ora osservate l’uno e trovate che vi accade qualcosa che designate, perché certe sostanze sono assunte e altre sono espulse, come assunzione di nutrimento, come consumo di qualcosa. E mentre osservate questo in un essere, potete notare che in un altro essere astrale, spazialmente separato da questo, accadono altri processi che corrispondono perfettamente a ciò che accade nell’uno come assunzione di nutrimento. Da un lato l’essere mangia, d’altro canto lo percepisce nel gusto. E benché non ci sia connessione spaziale, il processo in un essere corrisponde completamente al processo nell’altro essere. Così esseri astrali spazialmente completamente separati possono tuttavia appartenere interiormente insieme. Anzi, accade che cento esseri astrali ampiamente separati l’uno dall’altro siano così dipendenti l’uno dall’altro che nessun processo può accadere senza che esso si compia anche negli altri esseri nel modo corrispondente. Quando allora gli esseri trovano la loro incarnazione nel fisico, potete ancora scoprire echi di questa particolarità astrale nel fisico. Così avrete sentito dire che i gemelli mostrano un notevole parallelismo. Ciò avviene perché, mentre nelle loro incarnazioni sono spazialmente separati, sono rimasti imparentati nei loro corpi astrali. E mentre nel corpo astrale dell’uno accade qualcosa, questo non può accadere solo: si manifesta anche nella parte astrale dell’altro. L’astralità mostra questo, persino dove si presenta come astralità vegetale, questa particolarità della dipendenza in cose spazialmente completamente separate l’una dall’altra. Così avrete già sentito dire riguardo al vegetale che il vino nei barili mostra un processo veramente notevole quando torna il momento del vino. Allora si fa notare di nuovo ciò che causa la maturità della nuova uva da vino, anche nei barili di vino.
Ho solo voluto sottolineare che nel manifesto si tradisce sempre qualcosa del nascosto, che può essere portato alla luce con i metodi della ricerca occulta. Da questo riconoscerete che non è affatto innaturale che il nostro intero organismo si articoli astralicamente da esseri costitutivi completamente diversi l’uno dall’altro.
Ci sono singolari formazioni di animali marini che vi diventano spiegabili quando voi presupponete ciò che abbiamo ora un po’ sviluppato riguardo i segreti del mondo astrale. Nel mondo astrale non è affatto il caso che le forze astrali che mediano l’assunzione di nutrimento siano collegate a quelle che regolano il movimento o la riproduzione. Quando il ricercatore chiaroveggente ricerca lo spazio astrale cercando tali formazioni che danno origine a vita animale, allora trova qualcosa di molto straordinario. Trova una certa sostanzialità astrale di cui deve dirsi: se agisce in un corpo animale, è, attraverso le forze che agiscono in essa, particolarmente adatta a trasformare il fisico così che diventa un organo di assunzione di nutrimento. Ora possono trovarsi da tutt’altre parti esseri costitutivi astrali diversi, mediante cui, quando si immergono in un corpo, non si formano organi di assunzione di nutrimento, ma organi di movimento o di percezione. Potete immaginare: se da un lato avete un apparato per assumere il nutrimento, d’altro canto avete un apparato per muovere mani e piedi. Così dalla astralità sono scese in voi masse di forze diverse, ma queste forze possono confluire da direzioni completamente diverse. Una massa di forze astrali vi ha dato l’una, l’altra vi ha dato l’altra, e si trovano insieme nel vostro corpo fisico perché il vostro corpo fisico deve essere un fisico spazialmente connesso. Questo dipende dalle leggi del mondo fisico. Le diverse masse di forze che si trovano insieme dall’esterno devono qui formare un’unità. Non formano subito dall’inizio un’unità. Possiamo constatare nella sua azione sul mondo fisico precisamente quello che ora abbiamo riconosciuto come risultato della ricerca occulta nel campo astrale.
Ci sono certi animali, i Sifonofori, che vivono in modo molto straordinario come animali marini. Vediamo in loro qualcosa come un fusto comune, che è una specie di tubo cavo. Su di esso si forma in alto qualcosa che in realtà non ha nessun’altra capacità che riempirsi d’aria e di nuovo vuotarsi; e questo processo fa sì che l’intera struttura rimanga eretta. Se questo essere a forma di campana non fosse qui, allora il tutto che vi pende non potrebbe mantenersi eretto. È dunque una specie di essere che fornisce equilibrio, che dà equilibrio al tutto. Questo potrebbe forse non sembrarci qualcosa di particolare. Ma è qualcosa di particolare per noi quando ci rendiamo chiari che l’essere che sta lassù e dà equilibrio a tutto l’essere non può essere senza nutrimento. È qualcosa di animale, e l’animale deve nutrirsi. Ma per questo non ha la possibilità, perché non ha affatto gli strumenti per assumere il nutrimento. Affinché questo essere possa nutrirsi, ci sono in tutt’altri punti di questo tubo, e cioè distribuiti, certi escrescenze che sono semplicemente veri polipi. Questi continueamente si capovolgerebbe e non potrebbe mantenersi in equilibrio se non fossero attaccati a uno stelo comune. Ma ora possono assumere il nutrimento da fuori. Lo danno al tubo intero che li attraversa, e così viene nutrito anche l’essere che tiene l’aria in equilibrio. Qui abbiamo dunque da un lato un essere che può solo mantenere l’equilibrio, e d’altro canto un essere che può nutrire così il tutto. Ora abbiamo una struttura, ma c’è comunque un grave problema con l’assunzione di nutrimento: quando il nutrimento è assunto, non c’è più nulla. L’animale deve cercare altri posti dove trova nuovo nutrimento. Per questo deve avere organi di movimento. Anche questo è provveduto: ci sono ancora altri esseri attaccati a questo tubo che possono ancora fare qualcosa di diverso, che non possono mantenere l’equilibrio e non possono nutrire, ma che hanno in cambio certe formazioni muscolari. Questi esseri possono contrarsi, attraverso questo espellere l’acqua e così causare una reazione nell’acqua, così che, quando l’acqua è espulsa, l’intera struttura deve muoversi nel lato opposto. E così ha la possibilità di procurarsi altri animali come nutrimento. Le meduse si muovono certamente in avanti così da espellere acqua e così causare la reazione. Tali meduse, che sono vere strutture di movimento, sono ora attaccate anche qui.
Avete dunque qui un conglomerato di diverse strutture animali: un tipo che solo mantiene l’equilibrio, un altro tipo che solo nutre, poi altri esseri che mediano il movimento. Un tale essere, però, se fosse solo per sé, sarebbe assolutamente destinato a morire, non potrebbe riprodursi. Ma anche questo è provveduto. Di nuovo crescono per questo in altri punti dello stelo strutture sferiche che non hanno nessun’altra capacità che quella della riproduzione. In questi esseri si formano interiormente, in una cavità, sia sostanze di fecondazione maschile che femminile, che si fecondano mutuamente interiormente; e così si producono esseri della loro specie. Così il business della riproduzione in questi esseri è distribuito su strutture ben determinate, che altrimenti non possono fare nient’altro.
Inoltre trovate ancora certi escrescenze su questo tubo, su questo fusto comune: questi sono altri esseri in che tutto è atrofizzato. Sono lì solo affinché ciò che sta sotto abbia una certa protezione. Qui certi esseri si sono sacrificati, hanno rinunciato a tutto il resto e sono diventati solo polipi di protezione. Ora ci sono ancora certi lunghi filamenti da notare, che si chiamano tentacoli, che di nuovo sono organi trasformati. Non hanno tutte le capacità degli altri esseri, ma quando l’animale sperimenta un attacco da parte di un animale nemico, essi respingono l’attacco. Questi sono organi di difesa. E ancora un altro tipo di organi è qui, che si chiama tastatori. Questi sono organi tattili e sensoriali fini, mobili e molto sensibili, una specie di organo di senso. Il senso del tatto, che nell’uomo è distribuito su tutto il corpo, è qui presente in un membro particolare.
Un tale sifonoforo — così si chiama questo animale che vedete nuotare nell’acqua — che cos’è per colui che può considerare le cose con lo sguardo dell’occultista? Qui i più diversi esseri si sono confluiti astralicamente: esseri della nutrizione, del movimento, della riproduzione e così via. E perché queste diverse virtù della sostanzialità astrale volevano incarnarsi fisicamente, dovevano infilarsi su una sostanzialità comune. Così vedete qui un’entità che ci annuncia l’uomo in modo straordinariamente strano. Immaginate tutti gli organi che qui si manifestano come esseri indipendenti, in un contatto interiore l’uno con l’altro, cresciuti insieme l’uno all’altro: allora avete l’uomo, e anche gli animali superiori, dal punto di vista fisico. Qui vedete come è toccato dalle dita, attraverso i fatti del mondo fisico, proprio quello che la ricerca chiaroveggente vi mostra. Anche nell’uomo si confluiscono le più diverse forze astrali, che egli allora tiene insieme attraverso il suo Io, e che, se non operano più insieme, lasciano che l’uomo si disperda come un essere che non si sente più come un’unità.
Nel Vangelo si parla: così e così molti esseri demoniaci che si sono confluiti sono dentro l’uomo per formare un’unità. Vi ricordate che in certe condizioni di vita anomale, in casi di malattia dell’anima, l’uomo perde la connessione interiore. Ci sono certi casi di pazzia dove l’uomo non può più tenere fermo il suo Io e diventa consapevole che il suo essere è diviso in diverse strutture; si confonde con i costrutti parziali originali che si sono confluiti nell’uomo.
C’è un certo principio occulto fondamentale che dice: fondamentalmente tutto ciò che esiste nel mondo spirituale si tradisce in qualche modo nel mondo esteriore. Così vedete la composizione del corpo astrale umano incarnato fisicamente in tale sifonoforo. Lì guarda attraverso una fessura il mondo occulto nel mondo fisico. Se l’uomo con la sua incarnazione non avesse dovuto aspettare finché non acquisisse sufficiente densità fisica, allora sarebbe — non fisicamente, ma spiritualmente — un tale essere composto da tale patchwork. La grandezza qui non ha nulla a che fare. Un tale essere che appartiene al genere degli Cnidari, che ogni storia naturale oggi descrive benissimo e che fornisce una specie di delizia per il ricercatore naturalistico, diventa per noi interiormente comprensibile quando lo possiamo comprendere dalle basi occulte dell’astralità animale. Questo è un tale esempio. Qui potete tranquillamente ascoltare colui che parla un linguaggio completamente diverso e dice che la ricerca fisica contraddice quello che l’Antroposofia proclama: a ciò potete rispondere che se ci si prende veramente pazientemente il tempo di portare le cose in accordo, allora l’armonia si manifesterà già anche per le cose più complicate. La concezione che ordinariamente si ha dello sviluppo è per lo più molto semplice. Ma lo sviluppo non si è affatto verificato in modo così semplice.
Alla fine vorrei porre una specie di problema che deve stare come un compito; e cercheremo di risolvere proprio un tale problema dal punto di vista occulto. Abbiamo visto una verità occulta importante esternamente documentata in un animale relativamente basso. Passiamo ora a un genere animale un po’ più elevato, per esempio ai Pesci, che possono darci ancora più enigmi. Solo alcuni tratti voglio mettervi davanti.
Ancora e ancora, se osservate pesci negli acquari, potrete ammirare la vita meravigliosa dell’acqua. Ma non crediate che qualche intuizione occulta disturberà queste considerazioni. Se illuminate le cose con i fatti della ricerca occulta e vedete che altri esseri occulti ancora vi si agitano per formare proprio questi animali così come sono, allora la comprensione non diminuisce la vostra ammirazione, ma solo l’eleva. Ma prendiamo un comune pesce: già offre enigmi veramente enormi. Il pesce medio ha, correndo lungo il lato, strani segni che mostrano anche le squame in un’altra forma. Si estendono su entrambi i lati come due linee longitudinali. Se uccideste queste linee longitudinali nel pesce, il pesce impazzire. Allora avrebbe infatti perso la capacità di trovare le differenze di pressione nell’acqua, di trovare dove l’acqua sostiene di più e dove di meno, dove è più densa e più sottile. Il pesce non avrebbe più la capacità di muoversi secondo le differenze di pressione nell’acqua. L’acqua è a diverse altezze diversamente densa, esercita così una pressione diversa. Il pesce si muove diversamente in alto alla superficie dell’acqua che in basso. Le diverse relazioni di pressione e tutti i movimenti che vengono causati dal fatto che l’acqua è in movimento, il pesce le percepisce attraverso queste linee longitudinali. Ma ora i singoli punti di queste linee longitudinali sono attraverso sottili organi, che potete anche trovare descritti in ogni storia naturale, in connessione con l’organo uditivo molto primitivo dei pesci. E il modo in cui il pesce così percepisce i movimenti e la vita interna dell’acqua, ciò accade in modo molto simile a come l’uomo percepisce la pressione dell’aria. Solo che dapprima le relazioni di pressione esercitano i loro effetti sulle linee longitudinali, e questo si trasmette all’organo uditivo. Il pesce l’ode. Ma la cosa è ancora più complicata. Il pesce ha una vescica natatoria. Questa gli serve dapprima per usare le relazioni di pressione dell’acqua e muoversi proprio in determinate relazioni di pressione. La pressione che viene esercitata sulla vescica natatoria gli dà, dapprima, l’arte del nuoto. Ma perché i diversi movimenti e vibrazioni toccano la vescica natatoria e la trattano come una membrana, questo agisce di nuovo sull’organo uditivo, e con l’aiuto dell’organo uditivo il pesce si orienta in tutti i suoi movimenti. La vescica natatoria è quindi in verità una specie di membrana distesa qui e che entra in vibrazioni che il pesce ode. Dove la testa del pesce finisce verso dietro, il pesce ha le branchie, mediante cui ottiene la possibilità di usare l’aria dell’acqua per poter respirare.
Se nella ordinaria teoria biologica dello sviluppo seguite tutte queste cose, trovate effettivamente sempre lo sviluppo rappresentato piuttosto primitivamente. Si pensa: la testa del pesce si sviluppa un po’ più in alto, e allora sorge la testa di un animale più altamente organizzato, e la pinna si sviluppa un po’ più in alto, e allora sorgono gli organi di movimento degli animali superiori e così via. Ma la cosa non è così semplice se seguite i processi con l’osservazione spirituale. Affinché un essere spirituale che si è incarnato nel pesce possa svilupparsi più in alto, deve infatti accadere qualcosa di molto più complicato. Molto di questi organi deve essere rovesciato e modificato. Le stesse forze che agiscono nella vescica natatoria del pesce racchiudono in sé come in una sostanza madre, le forze che l’uomo ha nel polmone. Ma non vanno nemmeno loro perse. Piccoli pezzi rimangono indietro, solo che si rovesciano; materialmente tutto ciò che appartiene a loro scompare, e allora formano il timpano dell’uomo. In verità il timpano, come un organo molto distante per quanto riguarda lo spaziale nell’uomo, è un pezzo di quella membrana; in esso agiscono le forze che hanno funzionato nella vescica natatoria del pesce. E inoltre: le branchie si trasformano negli ossicini uditivi, almeno in parte, così che nell’organo uditivo umano abbiate, per esempio, branchie modificate. Ora potete vedere, è più o meno come se la vescica natatoria del pesce fosse stata rovesciata proprio sopra le branchie. Avete quindi nell’uomo il timpano fuori, gli organi uditivi dentro. Ciò che è completamente fuori nel pesce, le linee longitudinali strane, attraverso cui il pesce si orienta, formano nell’uomo i tre canali semicircolari, attraverso cui l’uomo mantiene l’equilibrio. Se distruggeste questi tre canali semicircolari, l’uomo diventerebbe vertiginoso e non potrebbe più mantenersi in equilibrio.
Così non avete un semplice processo dalla storia naturale, ma avete un lavoro astrale strano, dove le cose continuamente vengono rovesciate. Immaginate: questa mano l’aveste ricoperto con un guanto, dentro l’interno aveste però formazioni che sono elastiche. Se ora la rovesciate, la rovesciate, diventa una piccola struttura: allora gli organi che erano fuori diventerebbero piccoli e minuscoli, e gli organi che erano dentro formerebbero un’ampia superficie. Solo così comprendiamo lo sviluppo quando sappiamo che nel modo più misterioso dentro l’astralità ha luogo tale rovesciamento, e come da lì il procedimento del fisico viene a realizzarsi.
Noi parliamo della realtà esterna fisica come di una « storia ». Guardiamo indietro, sulla base di documenti e notizie esteriori, ai tempi trascorsi della storia dei popoli, dell’umanità. Sapete bene che per questa via, grazie allo studio di tanti documenti più recenti, è possibile risalire fino a molti millenni prima della nascita di Cristo. Ora, dalle conferenze che abbiamo ascoltato nel campo della scienza dello spirito, potete ricavare che sulla base di documenti occulti possiamo risalire ancora molto più lontano, verso le infinite profondità del passato. Riconosciamo dunque una storia esterna del mondo fisico esteriore. Sappiamo che quando parliamo delle abitudini di vita, delle conoscenze, insomma delle esperienze dei popoli che hanno vissuto nei secoli immediatamente dietro di noi, quando vogliamo parlare delle loro scoperte e invenzioni, dobbiamo esprimerci diversamente da quando risaliamo di uno o due millenni e parliamo dei costumi e delle usanze, delle conoscenze e dei saperi dei popoli di tempi molto più remoti. E sempre diversa diventa la storia quando risaliamo ulteriormente nel tempo. Forse è opportuno chiedersi se la parola « storia », « sviluppo storico » abbia una significato soltanto per questo mondo fisico esteriore, se soltanto là, nel corso dei tempi, gli eventi e la fisionomia dell’accadere cambino, oppure se la parola storia potrebbe avere significato anche per l’altro lato dell’esistenza, per quel lato che descriviamo appunto mediante la scienza dello spirito, che l’uomo deve attraversare nel tempo tra la morte e una nuova nascita.
Per cominciare, considerato da un punto di vista meramente esteriore, dobbiamo dire che, secondo tutto ciò che sappiamo, la vita dell’uomo in questi altri mondi — per l’uomo odierno soprasensibili — è addirittura più lunga di quella nel mondo fisico. La parola « storia » ha significato anche per questo mondo, per questo altro lato dell’esistenza? Oppure dobbiamo credere che nelle regioni che l’uomo attraversa nel tempo tra la morte e una nuova nascita, tutto rimanga sempre uguale, che sia la stessa cosa quando, ad esempio, risaliamo attraverso il diciottesimo, diciassettesimo secolo fino all’ottavo, settimo, sesto secolo dopo l’apparizione di Gesù Cristo sulla terra, e ancor più indietro, fino ai secoli precristiani? Gli uomini che con la nascita entrano nell’esistenza terrena, incontrano certo, a ogni nuova nascita, condizioni diverse sulla terra. Immaginiamoci di entrare nell’anima di un uomo — e sono le nostre stesse anime di cui si tratta —, che si è incarnato nel vecchio Egitto o nella vecchia Persia. Immaginiamo vividamente quali fossero le condizioni in cui nacque un uomo che nel vecchio Egitto si trovò di fronte alle gigantesche piramidi e obelischi, a tutte le condizioni di vita che il vecchio Egitto ci presenta. Pensiamo a quali fossero quelle condizioni di vita per la vita tra la nascita e la morte. Diciamo ora che questo uomo muore, attraversa un periodo tra la morte e una nuova nascita e viene di nuovo incarnato in un’epoca del settimo, ottavo secolo dell’era cristiana. Se confrontiamo i tempi: come diversamente il mondo si presenta all’anima nell’esistenza terrena negli epoche prima dell’apparizione di Gesù Cristo, esteriormente qui nel piano fisico! E domandiamo ulteriormente: che cosa sperimenta l’anima che magari è apparsa nei primi secoli dell’era cristiana e che ora di nuovo entra nel nostro piano fisico? — Vi ritrova le istituzioni statali più moderne, di cui allora non si parlava affatto. Sperimenta quello che i nostri moderni mezzi di cultura hanno portato; insomma, le si presenta un’immagine completamente diversa da quella che aveva sperimentato nelle incarnazioni precedenti. E siamo consapevoli, quando confrontiamo queste singole incarnazioni, di quanto diverse siano l’una dall’altra. Non è allora legittimo sollevare la questione: che cosa ne è delle condizioni di vita di un uomo tra la morte e la nuova nascita, cioè tra due incarnazioni?
Se un uomo un tempo ha vissuto nel vecchio Egitto e dopo la morte è entrato nel mondo spirituale, vi ha trovato determinati fatti, determinate entità, se poi di nuovo è entrato nell’esistenza fisica nei primi secoli cristiani, di nuovo è morto e di nuovo è passato nell’altro mondo, e così via — non è legittimo domandarsi se d’altro canto dell’esistenza, in tutte le esperienze che l’uomo vi attraversa, non si svolga pure una « storia », se non cambino anche là molte cose nel corso del tempo?
Sapete bene che quando descriviamo la vita dell’uomo tra la morte e la nuova nascita, diamo un quadro generale di come sia questa vita. Descriviamo come, partendo dal momento della morte, l’uomo, dopo che davanti alla sua anima si è sviluppato quel grande quadro-ricordo, entra nel tempo dove i suoi impulsi, i desideri, le passioni contenuti nel corpo astrale — insomma, tutto ciò che lo lega ancora al mondo fisico — sono ancora in lui, dove si svolge quello che si è soliti chiamare Kamaloka. E descriviamo come l’uomo, dopo aver abbandonato questo legame, entra quindi in Devachan, in un mondo puramente spirituale. Descriviamo poi ulteriormente quello che si sviluppa in questo tempo tra la morte e la nuova nascita per l’uomo in questa esistenza puramente spirituale fino al suo ritorno nel mondo fisico. Avete visto come quello che descriviamo è stato dapprima discusso sempre per così dire tenendo presente che riguarda il presente, la nostra vita immediata. Ed è così effettivamente. Si deve naturalmente partire da qualcosa, si deve stare da qualche parte quando si descrive. Così come nelle descrizioni del presente si deve partire dalle osservazioni e dalle esperienze del presente, così è necessario anche nelle descrizioni del mondo spirituale che il quadro che si presenta allo sguardo chiaroveggente per la vita tra la morte e la nuova nascita, sia descritto grosso modo come si svolge nel presente, quando l’uomo muore e vive incontro a un nuovo stato d’essere attraversando il mondo spirituale. Ma per un’osservazione occulta completa risulta interamente che anche per questo mondo, che l’uomo attraversa tra la morte e la nuova nascita, la parola « storia » ha un buon significato. Anche là accade qualcosa di simile a come accade qui nel mondo fisico. E così come raccontiamo eventi successivi e distinti, come cominciamo circa dal quarto millennio prima di Cristo e descriviamo gli eventi fino ai nostri tempi cristiani, così anche per l’altro aspetto dell’esistenza dobbiamo constatare parimenti una « storia ». Dobbiamo renderci consapevoli che la vita tra la morte e la nuova nascita nell’epoca della cultura egiziana, della cultura persiana antica o della cultura indiana primitiva non era esattamente come è, ad esempio, ai nostri tempi. Quando dunque ci siamo formati dapprima un’idea provvisoria nei nostri tempi sulla vita di Kamaloka e sulla vita di Devachan, allora è ben giunto il momento di estendere queste descrizioni e di procedere a una considerazione storica di questi mondi. E noi vogliamo, per chiarirci su queste cose, quando esponiamo qualcosa sul capitolo della « storia occulta », attenerci subito a fatti spirituali ben determinati. Naturalmente, per potercene intendere, dobbiamo risalire molto indietro, fino all’epoca atlantidea. Oggi siamo giunti al punto che possiamo presupporre qualcosa di universalmente noto quando parliamo di tali epoche.
Ci domandiamo come in quei tempi, quando già si può parlare di nascita e morte, come fosse allora la vita dell’uomo — per usare un’espressione — nell’aldilà. La vita nell’aldilà si differenziava allora dalla vita nel qui-e-ora in modo completamente diverso da come si differenzia oggi. Quando l’atlantideo moriva, che cosa accadeva alla sua anima? Essa passava in uno stato in cui si sentiva nel senso più eminente protetta in un mondo spirituale, in un mondo di individualità spirituali superiori. Sappiamo bene che anche qui su questa terra fisica la vita dell’atlantideo si svolgeva diversamente dalla nostra vita odierna. L’attuale alternanza tra il vegliare e il dormire e l’incoscienza durante la notte — si è parlato spesso di questo — non era presente nell’epoca atlantidea. Mentre l’uomo si addormentava e si ritraeva dall’uomo la consapevolezza delle cose fisiche che lo circondavano, egli entrava in un mondo dello spirituale. Là gli si presentava la visione di entità spirituali. Come egli qui durante il giorno vive insieme con piante, animali, uomini e così via, così là durante la consapevolezza del sonno gli si presentava un mondo di entità spirituali inferiori e superiori nella stessa misura in cui l’uomo si addormentava. L’uomo viveva in questo mondo. E quando l’atlantideo con la morte passava in un mondo dell’aldilà, allora questo mondo di entità spirituali, di eventi spirituali, si manifestava tanto più chiaramente. L’uomo si sentiva in questi tempi atlantidei con tutta la sua consapevolezza molto più a casa in questi mondi superiori, in questi mondi di eventi spirituali e di entità spirituali, che nel mondo fisico. E se risaliamo solamente ai primi tempi atlantidei, troviamo che gli uomini concepivano questa esistenza fisica — tutte le vostre anime la concepivano così — come una visita in un mondo dove ci si trattiene per un tempo, ma che è diverso dalla vera patria, che non si trova in questa sfera terrestre.
Ma era un aspetto particolare di questa vita tra la morte e la nuova nascita nei tempi atlantidei, da cui l’uomo odierno difficilmente può farsi un’idea, perché l’ha completamente perduto. Quella capacità di dire « Io » a se stesso, di sentirsi come un essere autocosciente, di percepire se stesso come un « Io », che è l’essenza dell’uomo odierno, andava completamente perduta per l’atlantideo quando abbandonava il mondo fisico. Mentre egli si elevava nel mondo spirituale, sia durante il sonno sia in misura superiore durante la vita tra la morte e la nuova nascita, al posto della consapevolezza dell’Io: « Io sono un essere autocosciente », « io sono in me », subentrava questa consapevolezza: « Io sono protetto nelle entità superiori », « io mi immergo per così dire nella vita di queste entità superiori medesime ». L’uomo si sentiva uno con le entità superiori, e in questo sentirsi uno provava una beatitudine infinita in questo aldilà. E così la sua beatitudine cresceva sempre più, quanto più egli si allontanava dalla consapevolezza dell’esistenza sensibile-fisica. Era una vita beatificante, quanto più indietro risaliamo nel tempo. E abbiamo sentito spesso quale sia il senso dello sviluppo dell’umanità nell’esistenza terrena. Consiste nel fatto che l’uomo si intreccia sempre più con l’esistenza fisica sulla nostra terra. Quando l’uomo dell’epoca atlantidea nella consapevolezza del sonno si sentiva completamente a casa nell’aldilà, percepiva questo mondo come luminoso, chiaro e amichevole, allora la sua consapevolezza nel qui-e-ora era ancora semi-onirica. Non c’era ancora un vero possesso del corpo fisico. Quando l’uomo si svegliava, in un certo senso dimenticava gli dèi e gli spiriti che aveva sperimentato nel sonno, ma tuttavia non si immergeva nella consapevolezza fisica come oggi, quando al mattino si sveglia. Gli oggetti non avevano ancora contorni chiari. Per l’atlantideo era sempre come se la sera nebbiosa usciste e vedeste le lampade stradali circondate da un alone, da un’aura di tutti i colori possibili. Così indistinti erano tutti gli oggetti del piano fisico. La consapevolezza del piano fisico era ancora all’alba. Non era ancora penetrata negli uomini la forte consapevolezza dell’« Io sono ». Soltanto verso gli ultimi tempi atlantidei si sviluppò sempre più l’autocoscienza umana, la consapevolezza della personalità, nella stessa misura in cui l’uomo perdeva quella consapevolezza beatificante nel sonno. L’uomo si conquistò progressivamente il mondo fisico, imparò sempre più l’uso dei suoi sensi, e così gli oggetti del mondo fisico ricevettero sempre contorni più saldi e determinati. Nella stessa misura in cui l’uomo si conquistava il mondo fisico, mutava anche la consapevolezza d’altro canto nel mondo spirituale.
Abbiamo seguito i diversi periodi dell’epoca post-atlantidea. Abbiamo rivolto lo sguardo alla cultura indiana primitiva. Abbiamo visto come l’uomo si fosse conquistato l’esteriore a tal punto che lo percepiva come Maya, come guardasse con nostalgia verso le regioni della terra spirituale antica. Abbiamo visto come nell’epoca della cultura persiana la conquista del piano fisico era già tanto avanzata che l’uomo voleva unirsi alle forze buone di Ormuzd per trasformare le forze del mondo fisico. Abbiamo inoltre visto come nell’epoca egizio-babilonesco-caldaico-assira gli uomini trovarono nei mezzi della geometria, che portava al lavoro della terra, oppure anche nell’astronomia, i mezzi che li spingevano avanti nella conquista del mondo esteriore. E infine vedemmo come l’epoca greco-latina andasse ancora oltre, come in Grecia si realizzò quel bellissimo matrimonio tra l’uomo e il mondo fisico, nella costruzione delle città greche e anche nell’arte greca. E vedemmo come nel quarto periodo il Personale, che per la prima volta era presente, affiorasse nel diritto romano antico. Mentre l’uomo prima si sentiva protetto in un tutto, che era ancora il riflesso di entità spirituali anteriori, il Romano sentì se stesso per primo come cittadino della terra. Nacque il concetto di cittadino.
Il mondo fisico era stato conquistato pezzo per pezzo. Ma fu anche amato sempre più dall’uomo. Le inclinazioni e le simpatìe dell’uomo si legarono al mondo fisico, e nella stessa misura in cui cresceva la simpatia per il mondo fisico, la consapevolezza dell’uomo si legava anche alle cose fisiche. Ma nella stessa misura si oscurò anche per l’uomo la consapevolezza nell’aldilà, nel tempo tra la morte e la nuova nascita. Quella beatificante sensazione di sentirsi protetto nell’esistenza di entità spirituali superiori, l’uomo la perdette nella stessa misura nell’aldilà, in cui nel corso delle conquisthe successive nella storia egli aveva imparato ad amare il qui-e-ora. La conquista del mondo fisico da parte dell’uomo crebbe di grado in grado: scopriva sempre nuove forze della natura, inventava sempre nuovi strumenti. Sempre più amò questa vita tra la nascita e la morte. Ma per questo la sua consapevolezza chiaroveggente-crepuscolare antica si oscurò nel mondo dell’aldilà. Non cessò mai completamente, ma si oscurò. E mentre l’uomo si conquistava il mondo fisico, la storia del mondo dell’aldilà rappresenta un declino. Questo declino sta in proporzione all’ascesa della cultura che descriviamo, quando osserviamo gli uomini nei primi inizi culturali primitivi, come si macinano il grano tra due pietre di molino, e poi vediamo come ascendono di grado in grado, come fanno le prime scoperte, si procurano attrezzi e imparano a usarli, e come tutto ciò procede sempre più avanti nel corso del tempo. La vita sul piano fisico diviene sempre più ricca. L’uomo impara a erigere costruzioni gigantanti. Ma mentre descriviamo così la storia, attraverso l’epoca egizio-babilonesco-caldaico-assira, attraverso l’epoca greco-romana fino ai nostri tempi, dobbiamo certamente fare una distinzione, se vogliamo descrivere un progresso culturale-storico. Nella stessa misura dovremmo descrivere un cammino di declino della connessione tra gli dèi superiori e quello che l’uomo poteva compiere per gli dèi, quello che compiva nel senso del mondo spirituale e in mezzo al mondo spirituale. E vediamo come nei tempi posteriori l’uomo perde sempre più la connessione con i mondi spirituali e le capacità spirituali. Dovremmo per l’aldilà scrivere egualmente una storia del declino per gli uomini, come per il qui-e-ora possiamo scrivere una storia dell’ascesa, della conquista continua del mondo fisico. Così per così dire il mondo spirituale e il mondo fisico si integrano a vicenda — o, per dire meglio: si condizionano reciprocamente.
Esiste — come sapete bene — una relazione tra questo mondo spirituale e il nostro mondo fisico. Spesso si è parlato dei grandi mediatori tra il mondo spirituale e il mondo fisico, degli iniziati, di coloro che benché incarnati nel corpo fisico, tuttavia con la loro anima si estendono nel mondo spirituale tra la nascita e la morte, dove altrimenti l’uomo è completamente chiuso dal mondo spirituale, che possono fare esperienze nel mondo spirituale, possono immergersi nel mondo spirituale. Che cosa erano per l’uomo questi messaggeri, più o meno grandi o piccoli, del mondo spirituale, quando parliamo dei loro vertici, per esempio dei vecchi Rishis sacri degli Indi, del Buddha, di Ermete, di Zarathustra, di Mosè o di tutti coloro che nei tempi antichi erano i grandi messaggeri divini? Quando parliamo di tutti coloro che così erano messaggeri divini e spirituali per gli uomini, che cosa erano riguardo alla relazione tra il mondo fisico e il mondo spirituale?
Durante la loro iniziazione e per mezzo della loro iniziazione essi sperimentavano le condizioni del mondo spirituale. Non potevano soltanto vedere con i loro occhi fisici e percepire con il loro intelletto fisico quello che accadeva nel mondo fisico, ma potevano, per la loro accresciuta capacità di percezione, percepire anche quello che accade nel mondo spirituale. L’iniziato non vive soltanto sul piano fisico con gli uomini, ma può anche seguire quello che i morti fanno nel tempo tra la morte e la nuova nascita. Sono per lui figure altrettanto familiari come gli uomini sul piano fisico. Da ciò potete vedere che tutto quello che viene raccontato come storia occulta scaturisce dalle esperienze degli iniziati.
Una svolta importante, anche per la storia che ora tocchiamo, accade sulla terra con l’apparizione di Cristo. E otteniamo un quadro del progresso della storia nel mondo dell’aldilà, quando ci domandiamo: quale significato ha l’atto di Cristo sulla terra? Quale significato ha il Mistero del Golgota per la storia nell’aldilà?
In vari luoghi ho potuto in molte conferenze indicare il significato incisivo dell’evento del Golgota per lo sviluppo della storia del piano fisico. Domandiamoci ora: come si presenta l’evento del Golgota, se lo consideriamo dalla prospettiva dell’aldilà? Giungiamo alla risposta di questa domanda quando proprio stiamo attenti al momento dello sviluppo nell’aldilà dove gli uomini erano emersi più intensamente nel piano fisico, dove la consapevolezza della personalità si era sviluppata nel modo più forte: il momento dell’epoca greco-latina. E questo è anche il momento dell’apparizione di Gesù Cristo sulla terra: da un lato la consapevolezza della personalità più intensa, la gioia più intensa nel mondo sensibile; d’altro canto il grido più forte, il più potente verso il mondo dell’aldilà nell’evento del Golgota, e il più grande atto, quello del superamento della morte mediante la vita, come si presenta in questo evento del Golgota. Queste due cose coincidono completamente quando consideriamo il mondo fisico. Era veramente una grande gioia e una simpatia accresciuta per l’esistenza esterna nell’epoca greca. Soltanto tali uomini potevano creare quei meravigliosi templi greci, in che, come vi è stato descritto, gli dèi stessi abitavano. Soltanto questi uomini, che così stavano nel mondo fisico, potevano creare quelle opere d’arte della scultura, dove un meraviglioso matrimonio dello spirito con la materia si manifesta. A questo appartenevano la gioia e la simpatia per il piano fisico. Queste si svilupparono soltanto gradualmente, e sentiamo proprio il progresso nella storia, quando confrontiamo il dispiegarsi del Greco nel mondo fisico con la concezione del mondo eccelsa che i primi uomini di cultura post-atlantidei ricevevano dai loro Rishis sacri: questi non avevano interesse per il mondo fisico, questi uomini si sentivano a casa nel mondo spirituale, beatificati guardavano ancora verso il mondo dello spirito, che cercavano di raggiungere per mezzo degli insegnamenti e degli esercizi che i Rishis sacri davano loro. Tra questo disprezzo della gioia dei sensi e la massima gioia del mondo sensibile nell’epoca greco-latina si stende un grande pezzo di storia umana — fino al punto dove quel matrimonio tra lo spirito e il mondo sensibile si realizzò, in cui entrambi ebbero il loro diritto.
Ma quale era il contrappeso a questa conquista del piano fisico nell’epoca greco-latina nel mondo spirituale? Chi sa guardare nel mondo spirituale, sa che non è una leggenda, ma che riposa veramente sulla verità quello che i poeti greci dicono di coloro che erano i migliori uomini della loro cultura. Coloro che si sentivano così interamente con le loro simpatìe nel mondo fisico, come si sentivano nel mondo spirituale? È del tutto conforme alla verità se si mettono loro in bocca le parole: « Piuttosto essere mendicante nel mondo superiore che re nel regno dell’ombra! » — Lo stato di consapevolezza più ottuso, il meno intenso affiorava proprio in questo tempo tra la morte e la nuova nascita. Con tutta la simpatia per il mondo fisico, l’uomo non comprendeva l’esistenza nel mondo dell’aldilà. Gli pareva come se avesse perso tutto, e il mondo spirituale gli sembrò senza valore. Nella stessa misura in cui cresceva la simpatia per il mondo fisico, nella stessa misura si sentivano perduti là nel mondo spirituale gli eroi greci. E un Agamennone, un Achille si sentivano là come esseri spremuti, come un nulla in questo mondo dell’ombra. Certo, c’erano in mezzo dei momenti — poiché la connessione con il mondo spirituale non è mai andata completamente perduta — in cui anche questi uomini potevano vivere con le entità spirituali e le attività spirituali. Ma lo stato di consapevolezza che è stato appena indicato, era decisamente presente. Così abbiamo una storia del mondo dell’aldilà, una storia del declino, come abbiamo una storia dell’ascesa per il mondo di quaggiù.
Coloro che venivano chiamati messaggeri divini o spirituali, hanno sempre avuto la possibilità di andare avanti e indietro, da un mondo all’altro. Proviamo a raffigurarci che cosa questi messaggeri spirituali erano per gli uomini del piano fisico nei tempi precristiani. Erano coloro che dalle loro esperienze nel mondo spirituale potevano dire agli uomini del mondo antico come fosse veramente nel mondo spirituale. Certamente essi sperimentavano anche là la consapevolezza estinta degli uomini terreni fisici, ma invece la consapevolezza del mondo spirituale nella sua pienezza gloriosa. E potevano portare notizia agli uomini della terra che esiste un mondo spirituale, e potevano dire loro com’era. Potevano testimoniare questo mondo spirituale. Questo era in questi tempi particolarmente importante, dove gli uomini sul piano fisico andavano sempre più portando i loro interessi al piano fisico. E quanto più gli uomini conquistavano la terra, quanto più gioia e simpatia si sviluppavano riguardo al mondo fisico, tanto più anche dovevano i messaggeri divini sempre sottolineare che il mondo spirituale è là. Potevano sempre così dire: questo e quello sapete dalla terra. Ma c’è anche un mondo spirituale. Questo e quello vi deve essere detto dal mondo spirituale! — Insomma, l’intero quadro del mondo spirituale è stato svelato agli uomini per mezzo dei messaggeri divini. Gli uomini lo conoscevano nelle religioni più diverse. Ma sempre, quando per così dire questi messaggeri divini venivano da dopo la loro iniziazione oppure anche dopo una visita nel mondo spirituale, potevano per il mondo fisico, che divenne sempre più bello per la vita sul piano fisico, portare rinascite e rialzamenti dal mondo spirituale, qualcosa dei tesori del mondo spirituale. Così portavano i frutti della vita spirituale dentro la vita fisica. Era sempre così, che mediante quello che i messaggeri divini portavano, gli uomini venivano guidati nello spirito. Il mondo del Fisico, il qui-e-ora, ha guadagnato per mezzo dei messaggeri divini e dei loro messaggi.
Non nella stessa misura questi messaggeri divini potevano operare fruttuosamente per il mondo dell’aldilà. Potete immaginarvelo così: quando l’iniziato, il messaggero divino, passava nel mondo dell’aldilà, gli esseri là erano per lui compagni proprio come gli esseri nel mondo fisico. Poteva parlare con loro e comunicare loro quello che accadeva nel mondo fisico. Ma quanto più ci avviciniamo al periodo greco-latino, tanto meno di valore poteva offrire l’iniziato, quando veniva dalla terra al mondo dell’aldilà, alle anime nell’aldilà. Esse sentivano infatti troppo la perdita di quello a cui avevano tenuto nel mondo fisico. Nulla più era per loro prezioso di quello che poteva raccontare loro l’iniziato. Così nei tempi precristiani era nel massimo grado fruttuoso quello che gli iniziati portavano come loro messaggi agli uomini del mondo fisico, e così era improducente per il mondo spirituale quello che potevano portare ai defunti dal mondo fisico. Buddha, Ermete, Zarathustra — per quanto grande fosse il messaggio che portavano agli uomini del mondo fisico, così poco potevano raggiungere là. Potevano infatti portare poco di piacevole e di vivificante nell’aldilà.
Confrontiamo ora quello che accadde per opera di Cristo per l’aldilà, quello che appunto per così dire nel tempo della più profonda decadenza, quando descriviamo la storia occulta, nell’epoca greco-latina per l’aldilà accadde; confrontiamo questo con quello che prima accadde per opera degli iniziati. Sappiamo quello che l’evento del Golgota significa per la storia della terra. Sappiamo che è la vittoria della morte terrena per opera della vita dello spirito, il superamento di tutta la morte mediante l’evoluzione della terra. Sebbene oggi non possiamo entrare in tutto quello che il Mistero del Golgota significa, possiamo tuttavia riassumerlo in poche parole: significa la prova di fatto finale e inoppugnabile che la vita vince la morte. E sul Golgota la vita ha vinto la morte, lo spirito ha posto il germe della vittoria finale della materia! Quello che viene raccontato nel Vangelo sulla visita che Cristo fece nel Tartaro dai morti dopo l’evento del Golgota, non è una leggenda o un simbolo. La ricerca occulta vi mostra che è una verità. Altrettanto vero come Cristo ha camminato tra gli uomini negli ultimi tre anni della vita di Gesù, altrettanto i morti potevano gioire della sua visita. Immediatamente dopo l’evento del Golgota egli apparve ai morti, alle anime defunte. Questa è una verità occulta. E ora egli poteva dire loro che nel mondo fisico là il spirito ha irrevocabilmente riportato la vittoria sulla materia! Questa fu una fiamma di luce nel mondo dell’aldilà per le anime defunte, che colpì come spirituale-electricamente e eccitò la consapevolezza dell’aldilà che era divenuta muta nell’epoca greco-latina, iniziando una fase completamente nuova per gli uomini tra la morte e la nuova nascita. E da quel momento la consapevolezza dell’uomo tra la morte e la nuova nascita divenne sempre più luminosa.
Così possiamo, quando descriviamo la storia, integrare le indicazioni sulle condizioni del presente mediante quello che abbiamo da dire su Kamaloka e sulla vita di Devachan. E dobbiamo puntare che per l’apparizione di Cristo sulla terra inizia una fase completamente nuova per la vita dell’aldilà, che il frutto di quello che Cristo ha compiuto per l’evoluzione della terra si dispiega in un cambiamento radicale della vita dell’aldilà. Questa visita di Cristo nell’aldilà significa qualcosa di enorme, un rinnovamento della vita nell’aldilà tra morte e nuova nascita. Da quel momento gli spiriti separati, che si trovavano in questo momento importante dell’epoca greco-latina e che, nonostante tutta la loro gioia per il mondo fisico, si sentivano come ombre, così che avrebbero preferito essere mendicanti nel mondo superiore piuttosto che re nel regno dell’ombra — si sentirono ormai sempre più a casa nell’aldilà. E da allora è così, che gli uomini crescono sempre più nel mondo spirituale, e con ciò era cominciato un periodo di ascesa, di fioritura nel mondo spirituale. Così abbiamo una volta il fatto del Golgota dal punto di vista dell’altro mondo — sebbene solo in forma di schizzo — toccato; e allo stesso tempo indicato che esiste una storia per il mondo spirituale proprio come una storia per il mondo fisico. E soltanto per il fatto che ricerchiamo queste relazioni vere tra il mondo fisico e il mondo spirituale, l’un mondo diviene fruttuoso per l’altro mondo nella vita umana. Sempre vedremo quello che guadagniamo per la considerazione della vita umana sulla terra, quando collochiamo davanti a noi le vere proprietà del mondo spirituale.
La nostra conferenza di oggi dovrà trattare delle condizioni che l’uomo deve adempiere, se vuole sviluppare le forze e le facoltà che dormono in lui e giungere a propria esperienza e osservazione dei mondi superiori. Avete negli articoli « Come si ottengono le conoscenze dei mondi superiori? » un’immagine di molte cose che l’uomo deve adempiere, quando vuole intraprendere il sentiero della conoscenza, quando vuole penetrare nei mondi superiori. Ma questi articoli possono fornire soltanto particolari. Anche se si moltiplicasse tre volte, sì dieci volte il loro volume — c’è infinitamente molto da dire su tutto ciò in questo ambito! Sarà dunque sempre utile fornire ulteriori esposizioni da questa o da quella prospettiva. Le cose si possono illuminare ogni volta soltanto da un determinato aspetto, e si deve tener fermi il principio che ciò che si è guadagnato da un aspetto, si deve integrare illuminandolo da un altro aspetto. Vogliamo porci oggi il compito di illustrare, in modo abbozzato e da una certa prospettiva, molte cose di quelle che sono condizioni del sentiero della conoscenza, condizioni dell’ascesa nei mondi superiori.
Vi ricorderete degli accenni che sono stati forniti, che sono stati dati nell’interpretazione della « Fiaba » di Goethe. Si tratta del fatto che l’uomo possiede forze animiche di diverso tipo e di varia natura, e che dall’elaborazione approfondita di esse — cioè dal pensiero in sé stesso, dal sentimento in sé stesso e dalla volontà in sé stesso — l’ascesa dipende da un lato; d’altro canto, dal fatto che l’uomo mediante il metodo degli esercizi porta questi tre nella giusta proporzione tra loro. La volontà, il sentimento e il pensiero devono essere sviluppati sempre nella giusta misura precisamente accurata, secondo la conoscenza consapevole dei singoli obiettivi spirituali della vita. Per un determinato obiettivo la volontà deve ad esempio ritirarsi, il sentimento al contrario emergere più fortemente; per un altro obiettivo deve il pensiero ritirarsi, e di nuovo per un altro obiettivo il sentimento. Tutte queste forze animiche devono essere sviluppate mediante gli esercizi occulti nella giusta proporzione. Con lo sviluppo del pensiero, del sentimento e della volontà è collegato direttamente l’ascesa nei mondi superiori.
Anzitutto si tratta essenzialmente di una purificazione, di una raffinazione profonda del pensiero. È necessario, è indispensabile, affinché il pensiero non dipenda più dall’osservazione esterna dei sensi fisici, quale può essere soltanto ottenuta, quale può essere acquisita sul piano fisico. Ma non soltanto il pensiero, bensì anche il sentimento e la volontà possono diventare forze di conoscenza, forze cognitive di rilievo. Essi seguono nella vita ordinaria, nella vita comune, sentieri personali, sentieri particolari. La simpatia e l’antipatia seguono sentieri conformati strettamente alla singola personalità individuale. Ma possono diventare, possono trasformarsi in forze di conoscenza oggettive, universali. Questo può sembrare incredibile, straordinario per la scienza contemporanea moderna. Del pensiero, specialmente di quello diretto all’osservazione sensibile, al pensiero di rappresentazioni ordinarie, si crede volentieri, si accetta facilmente. Ma come potrebbero gli uomini ragionevoli ammettere che il sentimento potrebbe diventare una vera fonte di conoscenza, quando vedono chiaramente che nei confronti della medesima cosa uno sente così, un altro diversamente, contrariamente? Come si potrebbe legittimamente supporre che qualcosa di così oscillante, incostante, che dipende così profondamente dalla personalità come la simpatia e l’antipatia, potrebbe essere risolutivo, fondamentale per una conoscenza autentica, e che potrebbe essere così disciplinato, così raffinato da afferrare precisamente l’essenza più interna, più profonda di una cosa? Che il pensiero lo faccia, questo si può facilmente comprendere razionalmente. Ma che anche quando siamo di fronte a una cosa e questa cosa risveglia in noi un sentimento vero, questo sentire possa essere presente in noi cosicché non sia la simpatia o l’antipatia del singolo individuale a parlare, bensì esso stesso possa diventare mezzo di espressione fedele per ciò che si trova nell’intimità più profonda della cosa stessa — questo sembra difficile, assai difficile da credere. Che inoltre anche la forza della volontà e della cupidigia possa diventare mezzo di espressione per l’interno, per l’essenza, questo sembra dapprima addirittura frivolo, temerario.
Ma come il pensiero può essere purificato e per questo diventa oggettivo, così che diventa mezzo di espressione dei fatti tanto nel mondo sensibile come nei mondi superiori, così anche il sentimento e la volontà possono diventare oggettivi. Ma questa cosa non deve essere fraintesa. Come il sentimento è nel presente essere umano nella vita ordinaria, nel suo contenuto immediatamente sensibile, così non diventa mezzo di espressione di un mondo superiore. Questo sentimento è qualcosa di personale; gli esercizi occulti, che il discepolo riceve, mirano a coltivare questo sentimento, vale a dire a cambiarlo, a trasformarlo. Per mezzo di ciò il sentimento diventa certamente qualcosa di altro da quello che era, dal momento che era ancora personale. Ora non si deve però credere, se si è raggiunta sulla via occulta, mediante lo sviluppo del sentimento, un certo stadio, che allora dal punto di vista dell’uomo conoscente si possa dire: ho un’entità davanti a me e sento qualcosa di questa entità — e che ciò che si possiede nel sentimento sia una verità, una conoscenza. Il processo è molto più intimo, più profondo, che mediante gli esercizi occulti trasforma il sentimento. Questo si esprime nel fatto che colui che mediante gli esercizi ha trasformato il suo sentimento, giunge alla conoscenza immaginativa, cosicché gli si rivela un contenuto spirituale in simboli che sono espressione di ciò che esiste di fatto e di entità nel mondo astrale. Il sentimento diventa diverso, diventa immaginazione, cosicché nell’uomo emergono le immagini astrali che gli esprimono gli avvenimenti dello spazio astrale. L’uomo non vede così, come nel mondo fisico, ad esempio una rosa ricoperta di colori, bensì in immagini simboliche, e cioè tutto ciò che ci si mostra nella scienza occulta, in immagini. Così la croce nera, che è ornata di rose. Tutti questi simboli devono esprimere un determinato fatto e corrispondono ugualmente a fatti astrali, come ciò che noi vediamo nel mondo fisico esterno corrisponde a fatti fisici. Si sviluppa dunque il sentimento, ma si conosce nell’immaginazione.
Così è anche con la volontà. Quando si è raggiunto lo stadio che può essere conseguito mediante la formazione della volontà fino a un certo grado, allora non si dice, quando un’entità si presenta: essa risveglia in me una capacità di cupidigia. Quando la volontà è sviluppata, si inizia invece a percepire ciò che è oggetto del suono nel Devachan.
Il sentimento si sviluppa in noi, e la visione astrale nell’immaginazione ne è la conseguenza. La volontà si sviluppa in noi, e l’esperienza dell’accadimento devacanico nella musica spirituale, nell’armonia delle sfere, da cui ci risuona la natura più intima delle cose — questa è la conseguenza. Come si sviluppa il pensiero e per mezzo di ciò si giunge al pensiero oggettivo, che è il primo stadio, così si sviluppa il sentimento, e si aprirà un nuovo mondo allo stadio dell’immaginazione. E così si sviluppa la volontà, e risulta nell’inspirazione la conoscenza del mondo devacanico inferiore; infine si apre nell’intuizione il mondo devacanico superiore davanti all’uomo.
Possiamo dunque dire: dal momento che l’uomo si eleva al prossimo stadio dell’esistenza, si formano per lui immagini, ma che non applichiamo ora più così come i nostri pensieri, così che chiediamo: come corrispondono queste immagini alla realtà? Le cose gli si mostrano invece in immagini che consistono di colori e forme, e mediante l’immaginazione l’uomo stesso deve decifrare le entità che gli si mostrano così simbolicamente. Nell’inspirazione le cose ci parlano: allora non abbiamo bisogno di chiedere, di decifrare in concetti — questo sarebbe un trasferire la teoria della conoscenza dal piano fisico — bensì allora ci parla l’essenza più intima delle cose stesse. Quando ci si presenta un uomo, che ci esprime la sua essenza più intima, questo è diverso da quando siamo di fronte a una pietra. La pietra dobbiamo decifrarla e riflettere su di essa. Nell’uomo c’è qualcosa che non sperimentiamo così, bensì sperimentiamo il suo essere in ciò che ci dice: egli ci parla. Così è con l’inspirazione. Allora non è un pensiero concettuale discorsivo, bensì si ascolta ciò che le cose dicono; esse stesse esprimono il loro essere. Non avrebbe senso dire: se qualcuno muore e l’incontro di nuovo nel Devachan, saprò allora chi ho incontrato, dal momento che le entità devacaniche devono apparire diversamente e non possono essere confrontate con ciò che è sul piano fisico? — Nel Devachan l’entità stessa dice ciò che genere di entità è, così come se un uomo non soltanto ci dicesse il suo nome, ma come se continuamente ci lasciasse fluire il suo essere. Questo ci fluisce attraverso la musica delle sfere; un malinteso non è più possibile.
Ora questo è un certo punto di appoggio per la risposta a una domanda. Si viene molto facilmente a fraintendimenti attraverso le diverse rappresentazioni della scienza dello spirito, e facilmente si crede che il mondo fisico, astrale e devacanico si differenzino tra loro spazialmente. Noi sappiamo: dove il mondo fisico è, là è anche il mondo astrale e devacanico; essi sono l’uno dentro l’altro. Ora si potrebbe sollevare la domanda: se tutto è l’uno dentro l’altro, allora non posso distinguere i tre mondi così come nello spazio fisico, dove tutto è uno accanto all’altro. Se l’aldilà sta racchiuso in questo mondo, come distinguo allora il mondo astrale e devacanico l’uno dall’altro? — Li si distingue per il fatto che, quando si ascende dall’astrale al devacanico, la somma di immagini e colori, man mano che si ascende al devacanico, nelle loro forme si trasforma in suono. Ciò che prima era spiritualmente luminoso diventa ora spiritualmente sonoro. C’è anche una differenza nell’esperienza dei mondi superiori, così che colui che si eleva può sempre riconoscere da determinati avvenimenti se è in questo o in quel mondo.
Oggi deve essere caratterizzata la differenza riguardante l’esperienza del mondo astrale e di quello devacanico. Dunque non soltanto per il fatto che il mondo astrale è conosciuto mediante l’immaginazione e il devacanico mediante l’inspirazione, bensì anche attraverso altre esperienze sappiamo in quale mondo siamo.
Un membro nel mondo astrale è quel tempo che l’uomo deve attraversare immediatamente dopo la morte e che nella letteratura della scienza dello spirito è chiamato il tempo del Kamaloka. Che cosa significa essere in Kamaloka? Abbiamo spesso tentato di descrivere con circonlocuzioni che cosa significhi essere in Kamaloka. Ho spesso portato l’esempio caratteristico del buongustaio, che desidera ardentemente il godimento che soltanto il senso del gusto può fornirgli. Il corpo fisico è stato abbandonato e lasciato dietro alla morte, il corpo eterico per la gran parte anche, ma il corpo astrale è ancora presente. E l’uomo possiede le sue proprietà e forze che ha avuto nella vita entro il corpo fisico. Queste non cambiano immediatamente dopo la morte, bensì poco a poco. Se l’uomo ha avuto il desiderio di cibi saporiti, a lui rimane questo desiderio, questa ardente cupidigia del godimento; ma gli manca dopo la morte lo strumento per soddisfarlo, perché il corpo fisico con i suoi organi non è più presente. Deve rinunziare al godimento, e ardentemente desidera qualcosa che deve rinunziare. Questo vale per tutte le esperienze autentiche del Kamaloka, e queste consistono propriamente in nient’altro che nella vita, nello stato entro il corpo astrale, dove l’uomo ha ancora desiderio di soddisfazioni che possono essere soddisfatte soltanto dal corpo fisico. E poiché non l’ha più, è costretto a rinunziare alla spinta e al desiderio ardente dei godimenti: questo è il tempo della rinunzia progressiva. Soltanto allora è liberato da ciò, quando ha strappato questo desiderio dal corpo astrale.
Durante tutto questo tempo del Kamaloka vive qualcosa nel corpo astrale, ciò che si può chiamare privazione, privazione nelle forme, nelle sfumature e differenziazioni più diverse; questo è il contenuto del Kamaloka. Come si può differenziare la luce in toni rossi, gialli, verdi, blu, così le privazioni sono da differenziare nelle qualità più diverse, e il contrassegno della privazione è il segno dell’uomo che è in Kamaloka. Ma il piano astrale non è soltanto Kamaloka: è molto più esteso. Ma mai un uomo, che ha vissuto soltanto nel mondo fisico e ha esperito soltanto il suo contenuto, potrebbe — sia dopo la morte o mediante altri mezzi sperimentare il mondo astrale — se non si fosse preparato, sperimentare le altre parti del mondo astrale. Non può inizialmente esperire il mondo astrale diversamente che nella privazione.
Chi entra nei mondi superiori e sa: io mi privo di questo o di quello, e non c’è prospettiva di ottenerlo — costui sperimenta il contenuto di coscienza del mondo astrale. Anche se qualcuno potesse fornire a sé stesso, come uomo, dei mezzi occulti, così che potesse abbandonare il suo corpo e penetrare il piano astrale, dovrebbe sempre soffrire la privazione nel mondo astrale.
Come si può dunque svilupparsi così da non conoscere soltanto la parte del mondo astrale che si esprime nella privazione, la fase della privazione, bensì da esperire il mondo astrale nel miglior senso, che si viva quella parte che realmente esprime anche questo mondo nel bene e nel miglior senso? Mediante lo sviluppo di ciò che è il contrario della privazione, l’uomo può penetrare nell’altra parte del mondo astrale. Perciò i metodi che nel desiderio svegliano in sé le forze che sono opposte alla privazione, saranno quelli che portano l’uomo nell’altra parte del mondo astrale. Questi gli devono essere dati. Queste sono le forze della rinunzia. Come la privazione, così anche la rinunzia è pensabile in molteplici sfumature. Con la più piccola rinunzia che ci imponiamo, facciamo un passo avanti nel senso che ci sviluppiamo verso il lato buono del mondo astrale. Se si rinuncia alla cosa più insignificante, questo è un acquisire di qualcosa che contribuisce in modo essenziale all’esperienza dei lati buoni del mondo astrale. Per questo nelle tradizioni occulte si pone tanto peso nel fatto che il discepolo si privi consapevolmente di questo o di quello, che pratichi la rinunzia. Per mezzo di ciò ottiene accesso al lato buono del mondo astrale.
Che cosa viene realizzato per mezzo di ciò? Pensiamo anzitutto alle esperienze nel Kamaloka. Pensiamo, se qualcuno esce dal corpo fisico attraverso la morte o attraverso altri mezzi, gli verranno a mancare gli strumenti fisici del corpo. Per questo gli manca senza dubbio lo strumento per qualunque soddisfazione. Immediatamente si presenta la privazione, e questa compare come immagine immaginativa nel mondo astrale. Ad esempio appare un pentagono rosso, o un cerchio rosso. Questo non è nient’altro che l’immagine di ciò che entra nel campo visivo degli uomini e corrisponde alla privazione, così come nel mondo fisico un oggetto sul piano fisico corrisponde a ciò che si sperimenta nell’anima come rappresentazione di esso. Se si ha molti desideri bassi, cupidigie molto basse, allora si presentano all’uomo terribili animali, quando egli è fuori dal corpo. Questi animali terribili sono il simbolo di queste cupidigie più basse. Ma se si ha imparato la rinunzia, allora nel momento in cui si esce dal corpo attraverso la morte o l’iniziazione, il cerchio rosso, perché si pervade il rosso con il sentimento della rinunzia, in nulla si trasforma, e si crea un cerchio verde. Così pure l’animale scomparirà per mezzo delle forze della rinunzia, e apparirà una nobile figura del mondo astrale.
Così l’uomo deve anzitutto ciò che gli è dato oggettivamente, il cerchio rosso o l’animale orribile, mediante le forze della rinunzia sviluppate, mediante il sacrificio, trasformarlo nel suo opposto. La rinunzia evoca dalle profondità sconosciute le vere figure del mondo astrale. Così nessun uomo deve credere, se vuole veramente elevarsi nel mondo astrale, che ciò non richieda la partecipazione delle sue forze animiche. Egli senza di questa giungerebbe soltanto a una parte del mondo astrale. Egli deve rinunziare, persino a ogni immaginazione. Chi rinunzia, egli sacrifica, e questo è ciò che evoca la vera figura del mondo astrale.
Nel Devachan si ha l’inspirazione. Anche qui c’è una distinzione interiore per le parti del Devachan che l’uomo non può esperire passivamente, quando le esperisce dopo la morte. Nel Devachan è così, che mediante una certa coesione mondiale ancora non è stato arrecato così tanto danno. Il mondo astrale ha il terribile Kamaloka in sé, ma il Devachan ancora non ce l’ha. Questo sarà il caso soltanto nel stato di Giove e di Venere, quando mediante l’applicazione della magia nera e simili, quello stesso sarà passato nello stato di decadenza. Allora certo si svilupperà nel Devachan qualcosa di simile a ciò che oggi è nel mondo astrale. Qui nel Devachan è dunque nel presente ciclo di sviluppo il rapporto qualcosa di diverso.
Che cosa si presenta dapprima all’uomo, quando sale sul sentiero della conoscenza dal mondo astrale al Devachan, o quando segue il sentiero del semplice uomo e dopo la morte è condotto verso l’alto, che cosa sperimenta allora nel Devachan? Beatitudine sperimenta! Ciò che si differenzia dalle sfumature di colore nei suoni, questo è in ogni caso Beatitudine. Nel Devachan allo stadio presente dello sviluppo tutto è un produrre, un creare, e riguardante la conoscenza un ascolto spirituale. E Beatitudine è tutto il produrre, Beatitudine è tutto l’ascolto della musica delle sfere. L’uomo nel Devachan soltanto beatitudine, pura beatitudine sentirà. Se egli viene condotto verso l’alto mediante i mezzi della conoscenza spirituale per mezzo della scala dello sviluppo umano, i Maestri della Saggezza e dell’armonia dei sentimenti, o nel caso dell’uomo ordinario dopo la morte: egli sempre sperimenterà Beatitudine là. Questo è quello che l’iniziato deve esperire, quando è giunto così lontano sul sentiero della conoscenza. Ma si trova nello sviluppo ulteriore del mondo, che non può rimanere presso la sola Beatitudine. Questo significherebbe soltanto un’esaltazione dell’egoismo spirituale più sofisticato. L’individualità dell’uomo sempre soltanto in sé assorbirebbe il calore della Beatitudine, ma il mondo non avanzerebbe così. Così si formerebbero esseri che si induriscono in sé stessi animicamente. Perciò al bene e al progresso del mondo, colui che per mezzo degli esercizi giunge nel Devachan, non deve ricevere soltanto la possibilità di esperire nella musica delle sfere tutte le sfumature della Beatitudine: deve anche sviluppare in sé sentimenti del contrario della Beatitudine. Come la rinunzia si oppone alla privazione, così il sentimento del sacrificio si comporta verso la Beatitudine — il sacrificio che è pronto a versare ciò che si riceve come Beatitudine, a lasciarlo fluire nel mondo.
Questo sentimento del sacrificio di sé ebbero quegli spiriti divini, che noi chiamiamo i Troni, quando iniziarono ad avere la loro parte nella creazione. Quando effusero il loro proprio sostrato sul Saturno, essi si sacrificarono per l’umanità diveniente. Quello che oggi abbiamo come sostanza, è la medesima cosa che essi versarono sul Saturno. E così gli spiriti della Saggezza si sacrificarono sull’antico Sole. Questi spiriti divini sono ascesi nei mondi superiori, hanno non soltanto passivamente ricevuto l’esperienza della Beatitudine, bensì hanno nel passaggio attraverso il Devachan imparato a sacrificarsi. Non sono divenuti più poveri per questo sacrificio, bensì più ricchi. Soltanto un essere che vive completamente nella materia crede che con il sacrificio si disperda — no, un elevazione, un arricchimento di sé è collegato all’effusione nel servizio dell’evoluzione universale.
Così vediamo che l’uomo ascende all’immaginazione e all’inspirazione e entra in quella sfera dove il suo intero essere si permea con sempre nuove sfumature della Beatitudine, dove in certo senso tutto intorno a lui lo sperimenta non soltanto parlandogli, bensì dove tutto intorno a lui diventa un assorbimento dei toni spirituali della Beatitudine.
Nel mutamento, nella trasformazione di tutti i sentimenti che l’uomo ha, consiste propriamente l’ascesa alla facoltà di conoscenza superiore. La formazione occulta consiste in nient’altro che in ciò: che le regole e i metodi, che ci hanno dato i Maestri della Saggezza e dell’armonia dei sentimenti e che sono stati provati comprovati attraverso l’esperienza millenaria, attraverso queste regole e questi metodi sentimento e volontà dell’uomo vengono trasformati e convertiti, e questo lo conduce a conoscenze ed esperienze superiori nella loro interezza. Per il fatto che il discepolo trasforma e riforma progressivamente il suo contenuto di sentimento e di volontà occultamente, egli ottiene gradualmente queste facoltà superiori.
Chi sta dentro nel movimento della scienza dello spirito, non deve prenderla con indifferenza se appartiene a questo moviment per tre o sei o sette anni. Questo ha un significato. Il sentimento della compartecipazione a questo crescimento interiore attraverso la sua legittimità interiore, questo deve il discepolo chiarirsi. Si tratta del fatto che dirigiamo la nostra attenzione su di ciò, altrimenti gli effetti di questo ci passano accanto.
Si deve partire oggi da forme semplici del dolore, dalle figure elementari dello stesso. Quando ci si taglia un dito e si avverte dolore, oppure quando la mano viene schiacciata, o ancora quando la mano viene completamente mozzata e si avverte dolore, si tratta della forma più semplice, più primitiva del dolore. Da qui deve iniziare questa considerazione. Se interroghiamo studiosi di scienze dell’anima, psicologi, su quello che possono fornire per la spiegazione del dolore più semplice, ebbene proprio ai nostri giorni contemporanei questi psicologi sono diventati alquanto buffi e singolari. Hanno fatto una scoperta straordinaria: hanno cioè scoperto e trovato che il dolore non può essere spiegato in nessun altro modo se non aggiungendo, ai vari sensi ordinari — all’olfatto, alla vista e all’udito — anche un senso specifico del dolore, così che l’uomo con questo senso particolare avverte il dolore, esattamente come avverte la luce con gli occhi e i suoni con l’orecchio. Dicono pertanto: l’uomo avverte dolore perché possiede un senso del dolore. L’esperienza esteriore ci fornisce bensì nessun fondamento concreto che parli a favore dell’assunzione di un simile senso del dolore, eppure nonostante questo la scienza che si appoggia sulla pura osservazione non si sente affatto ostacolata nell’assumerlo e nel riconoscerlo. Essa semplicemente l’inventa, questo senso del dolore. Ma noi non vogliamo prenderne ulteriore nota né occuparcene oltre, bensì chiederci: come sorge realmente un tale dolore semplice, primitivo, come viene avvertito quando ci si taglia un dito?
Il dito è una parte costitutiva del corpo fisico. In esso sono presenti le sostanze materiali del mondo fisico esteriore. Il dito è pervaso e penetrato dalla parte eterea e da quella astrale del corpo che appartiene al dito stesso. Quale compito specifico hanno queste parti superiori, l’eterea e l’astrale? Questa struttura fisica del dito, che consiste di carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto e così via — questi elementi — queste cellule che vi sono disposte in ordine, non potrebbero mai essere così costituite e organizzate se non vi fosse dietro di esse l’attore attivo, il formatore e il costruttore, il corpo eterico. Esso ha agito tanto nello sviluppo biologico del dito affinché le cellule si unissero progressivamente a formare il dito, quanto inoltre mantiene continuamente queste cellule nella loro presente disposizione e organizzazione, perché impedisce che il dito cada e imputridisca come materia morta. Questo corpo eterico pervade, eterizza completamente tutto il dito, è nello stesso spazio fisico del dito materiale. Ma anche il dito astrale è contemporaneamente presente. Quando nel dito abbiamo una sensazione qualsiasi, una pressione oppure un’altra percezione sensoria, naturalmente il corpo astrale del dito è il mediatore immediato della medesima, perché la sensazione sensoria risiede propriamente nel corpo astrale.
Non si tratta tuttavia di una semplice e pura connessione meccanica tra il dito fisico, eterico e astrale, ma questa connessione è continuamente e costantemente vivente e dinamica. Il dito eterico vivifica e potenzia sempre e incessantemente il dito fisico, lavora continuamente e senza posa alla configurazione e all’ordinamento delle sue parti interne. Quale interesse particolare ha dunque il dito eterico nel dito fisico? Esso ha precisamente l’interesse continuo di portare dappertutto queste parti componenti, con che è unito sino nei dettagli più minuti e microscopici, nel posto esatto e appropriato, nel rapporto corretto e nella giusta proporzione.
Immaginiamo ora che ci si facesse una piccola incisione sulla pelle e la si ferisse e danneggiasse così: allora con questo taglio meccanico impediamo veramente al dito eterico di disporre e ordinare le parti nel modo corretto e appropriato. Esso è nel dito e dovrebbe veramente mantenere le parti insieme nella giusta coesione. Questo taglio meccanico le tiene separate l’una dall’altra, così il dito eterico non può fare e realizzare quello che dovrebbe fare e realizzare. Si trova nella medesima situazione e circostanza in cui saremmo noi esseri umani se avessimo preparato per noi stessi uno strumento per lavorare in giardino e qualcuno ce lo distruggesse improvvisamente e deliberatamente. Allora non si può svolgere e realizzare il lavoro come si vorrebbe e come era stato pianificato. Adesso bisogna necessariamente rinunciare a quello che si intendeva affrontare e compiere. Questa impossibilità di intervenire e di agire si designa e si comprende al meglio con il termine privazione. Questa impossibilità pratica di agire, l'avverte e la sente la parte astrale del dito come dolore vero e proprio.
Quando si batte via completamente la mano, si può solamente battere via la mano fisica materiale, non la mano eterea spirituale; e questa mano eterea non può allora agire e svolgere le sue funzioni. Questa enorme privazione e deprivazione l’avverte e la sente la mano astrale come dolore vivo e penetrante. Così abbiamo acquisito e conosciuto, attraverso la cooperazione e l’interazione dell’eterico e dell’astrale, l’essenza profonda del dolore più primitivo, più elementare e basilare. Così il dolore sorge e nasce effettivamente nel cosmo, e persiste e dura fino a quando l’astrale in questa singola parte non si è completamente abituato e non ha acquisito l’abitudine al fatto che questa attività specifica non viene più svolta e realizzata.
Confrontiamo ora con questo il dolore profondo e lacerante nel Kamaloka, il regno del desiderio. Lì improvvisamente all’uomo è interamente sottratto e tolto tutto il suo corpo fisico, esso non è più presente in nessuna forma, e le forze eteriche non possono più intervenire e agire. Il corpo astrale sente profondamente che il tutto non può più essere organizzato e controllato nel modo desiderato. Esso desidera ardentemente l’attività che si può svolgere esclusivamente e soltanto col corpo fisico materiale, avverte questa privazione totale come dolore tormentoso. Ogni dolore conoscibile è un’attività repressa e ostacolata. Ogni attività repressa nel cosmo universale porta e conduce al dolore, e poiché spesso l’attività e la forza nel cosmo deve essere repressa e trattenuta, il dolore è realmente qualcosa di necessario e inevitabile nel cosmo stesso.
Ma può anche subentrare qualcos’altro di completamente diverso. Può in un certo grado la mano essere lentamente ricondotta dai processi di privazione consapevole e simili dalla sua attività particolarmente vivace e rigogliosa, e così possono essere progressivamente represse le sue funzioni fisiche specifiche. Questo è per esempio il caso quando l’uomo comincia realmente a mortificarsi e a praticare l’ascesi. Allora egli porta consapevolmente gli organi del corpo precedentemente attivi e laboriosi in certa misura a uno stato di stasi e di calma. Allora per esempio nella mano la parte astrale si ritira gradualmente dalla mano eterea sottostante. Questa mano eterea ha allora un eccesso considerabile di forze non consumate, ha perso i compiti usuali, benché potrebbe teoricamente continuare l’attività altrettanto attivamente come prima. Ha in questo modo particolare, benché non vi sia un danno fisico effettivo e una lesione, perso il suo compito consueto. Quando l’uomo ora si comporta consapevolmente in modo che comincia realmente a sentire e percepire nella propria corpo astrale questa forza eccedente e traboccante e può interiormente dirsi: ho qui una forza eccedente e sovrabbondante a disposizione; prima usavo e consumavo tutta la forza disponibile per regolare il corpo fisico e le sue funzioni, adesso ho domato e controllato il corpo fisico — non richiede più così tanta forza come prima — allora il corpo astrale avverte e percepisce questa forza così costituita e raccolta come beatitudine profonda e luminosa. Esattamente come l’attività repressa produce e genera dolore, così la forza accumulata e raccolta dà infatti al corpo astrale il sentimento e la percezione di beatitudine. La possibilità pratica di fare di più e di meglio di quanto era stato originariamente disposto a fare e a realizzare significa per il corpo astrale beatitudine genuina e consapevole. Questa consapevolezza di una forza traboccante e rigogliosa, che può ascendere e svilupparsi nella produzione spirituale, che può essere diretta e controllata dall’interno della volontà, poiché il corpo esteriore fisico non la richiede: questo significa e rappresenta beatitudine vera.
Quale significato profondo ha dunque che nelle comunità monastiche si faccia consapevolmente qualcosa per l’annientamento e il controllo del corpo fisico? Che cosa significa realmente dunque? Significa esattamente: non richiedere così intensamente e così frequentemente le funzioni del corpo fisico, farle procedere nella tranquillità e nella calma e così trattenere e conservare nel corpo eterico qualcosa di forza e di energia vitale non consumata. Immaginiamoci uno accanto all’altro, facendo un confronto chiarificatore, un uomo che ha vissuto privandosi consapevolmente, che poco a poco ha conseguito che il metabolismo del corpo fisico proceda tranquillamente e ritmicamente, senza richiedere e consumare così tanto il corpo eterico; e un altro uomo che vuole mangiare il più possibile in maniera incontrollata, presso che tutto va sottosopra nel corpo, presso che molto viene digerito e processato. Con quello presso che tutto procede nella tranquillità e nella calma, sì presso che le funzioni fisiche mostrano persino una certa inerzia naturale e non consumano così tanto le forze preziose del corpo eterico, rimane nel corpo eterico una riserva di forza a disposizione. Con l’altro invece tutta la forza disponibile del corpo eterico deve essere impiegata per i bisogni urgenti del palato e dello stomaco: allora tutte le forze del corpo eterico vengono completamente consumate per mantenere il corpo fisico nelle sue funzioni metaboliche quotidiane. La conseguenza pratica di ciò è che colui che ha portato il suo corpo alla tranquillità consapevole e all’assenza di pretese materiali ha forze eccedenti nel suo corpo eterico, e il corpo astrale le riflette e le trasforma come forze conoscitive e cognitive, non solo come beatitudine sensibile, e appaiono dinanzi a un tale essere le immagini immaginative e simboliche del mondo astrale. Savonarola per esempio non aveva un corpo fisico che l’impegnasse particolarmente nei bisogni materiali. Era fragile e delicato, anzi propriamente era continuamente malaticcio nel corpo; aveva molto nel suo corpo eterico che non veniva consumato nel corpo fisico materiale, e poteva usare consapevolmente queste forze accumulate per trovare i suoi possenti pensieri di forza e impulsi di volontà spirituale. Poteva tenere quei discorsi potenti e eloquenti attraverso cui entusiasmava profondamente i suoi ascoltatori e i suoi fedeli. Attraverso le sue visioni interiori, che aveva anche sviluppato, poteva porre potentemente dinanzi ai suoi ascoltatori quello che nella futura deve accadere secondo il piano spirituale cosmico.
Adesso possiamo trasferire questo nei mondi spirituali. Proprio come l’attività impedita nel Kamaloka è privazione — e nel Kamaloka c’è sempre privazione — ora, quando l’uomo giunge al Devachan, tutta l’attività impedita viene meno, perché lì non c’è più nulla che si connetta in qualche modo col fisico e che con brama si rimpianga il fisico. Lì è consegnata all’uomo la sostanzialità spirituale, che poco a poco costruisce la figura della sua futura incarnazione. Lì è attività purissima, non impedita, e l’uomo l’avverte come beatitudine purissima. L’uomo continua a imparare durante tutta la sua vita da tutto quello che lo circonda. I corpi però che ha adesso, questi li ha costruito secondo le forze delle sue incarnazioni precedenti, se li è costruiti attraverso queste forze. Quello che adesso nella sua vita conosce, questo non è ancora nel suo corpo. L’uomo cambia durante la sua vita, i suoi sentimenti e sensazioni cambiano, i suoi ideali crescono: una grande somma dell’impulso a un’attività impedita risiede nell’uomo. Il suo corpo però non può trasformarlo, deve lasciar stare il corpo così come è stato costruito secondo le esperienze delle incarnazioni precedenti. Di questi impedimenti è liberato nel Devachan, e la conseguenza di ciò è che il suo impulso a un’attività non impedita si esplica in beatitudine. Si crea il suo corpo astrale, il suo corpo eterico e il suo corpo fisico per la nuova vita. Quello che qui rimane non consumato, questo viene applicato nel Devachan. Egli non prende su nel Devachan solo la sua consapevolezza attuale, presente, bensì anche quello che va oltre la sua personalità. Questo gli dà nel Devachan un’esistenza elevata, così che dunque a quello che qui è la sua individualità, ancora sperimenta nel Devachan quello che ha conquistato in aggiunta alla individualità e quello che durante la sua vita non ha ancora potuto esprimere. Così comprendiamo dolore e privazione dal grado più basso fino alla beatitudine. In un mondo possiamo sempre rintracciare le tracce di quello che passa attraverso tutti i mondi.
Così possiamo oggi comprendere meglio anche i metodi asketici dello sviluppo. Possiamo dire: come il dolore è connesso con una lesione esterna del corpo fisico, così la beatitudine, che viene avvertita, è connessa con una diminuzione dell’attività esterna e quindi con un’elevazione dell’attività interna. Questo è il lato razionale dell’antica ascesi, e possiamo comprendere perché nella rinuncia sia stato cercato quello che avrebbe dovuto condurre nei mondi superiori. Così dobbiamo spesso chiarirci i lati più primitivi della cosa, per in certa misura imparare a comprendere come la scienza dello spirito attraverso il più semplice, come la lesione di un dito, rende comprensibile il cammino dalla privazione e dalla rinuncia alla beatitudine, e così come la sofferenza del dolore corporeo può diventare una via di conoscenza. Tutto è infatti parabola, e quando ci si spiega il piccolo, che ci sta innanzi, come la scienza dello spirito lo fa conoscere, allora ci eleviamo gradualmente a un’altezza spirituale che ci consente di comprendere il più grande.
Se lo confrontiamo con quello che è stato detto ieri, diviene comprensibile che la sofferenza di dolori corporei può essere una specie di esercizio, una specie di via di conoscenza. Immaginiamoci un uomo che non ha mai avuto mal di testa. Può dire: non so nulla del fatto che ho un cervello, perché non l’ho mai sentito. Immaginiamoci che un tale mal di testa non sorga da influssi esterni, ma da un certo grado dell’iniziazione cristiana, che si chiama « l’incoronazione di spine ». Lì l’uomo ha il sentimento di sperimentare: Quali che siano le sofferenze e i dolori e gli impedimenti che mi si presentano, che vogliono minare quello che per me è il più importante, la mia missione — voglio stare ritto, anche se sto solo! — Se qualcuno si esercitasse mesi, sì anni in questi sentimenti, infine giungerebbe a un tale sentimento di mal di testa come se spine si trivellassero nel suo capo. Questo è una transizione verso il conoscere quelle forze occulte che hanno formato il cervello. Quando le forze eteriche del cervello fanno esattamente quello che devono fare, allora non trovano nulla che potrebbe portare al conscio umano queste forze. Nel momento però in cui il cervello fisico è in certa misura ferito sotto l’influsso di questi sentimenti, il corpo eterico deve staccarsi, deve ritirarsi dal cervello, viene spinto fuori dal cervello, e la conseguenza di questa autonomia della testa eterea è la conoscenza. Questo dolore passeggero è solo la transizione al conseguimento delle forze conoscitive, e non è nient’altro che l’oggettivazione di quello che l’uomo non sapeva prima. Prima non sapeva di avere un cervello, adesso impara a conoscere le forze eteriche e la loro efficacia, che hanno costruito e mantengono il suo cervello.
Si potrebbe ancora dire varie cose. Se un organo fisico viene separato dal suo membro eterico, così che il corpo eterico non può intervenire, si avverte dolore. Poi, quando il corpo astrale vi si è abituato, quando subentra la cicatrizzazione, che significa una liberazione del corpo eterico, quando cioè non tutte le forze del corpo eterico vengono impiegate, sopraggiunge il contrario: cioè il sentimento di piacere e di beatitudine.
Faremo oggi una considerazione su cose che vi sono già note da un certo punto di vista. Ma accade così con tutte le cose della scienza dello spirito: noi le compenetriamo pienamente e completamente soltanto quando vengono illuminate da diverse angolazioni; e all’interno della corrente antroposofica, qui nelle nostre regioni dell’Europa centrale, vi sono cose da portare alla discussione che provengono dalle ricerche già molto progredite dell’occultismo, cose che perciò possono facilmente essere mal comprese. D’altro canto, però, non avanzeremmo se non osassimo parlare di tali cose una volta in maniera completamente schietta e sincera.
Considerate che, se risaliamo nello sviluppo dell’umanità attraverso le diverse epoche culturali del periodo post-atlantico fino all’Atlantide, e ancora più indietro nel tempo, ancora all’interno dell’Atlantide stessa, allora, dirigendo lo sguardo spirituale sui processi che allora si svolgevano, troviamo sempre forme diverse dell’uomo. Nell’ultimo terzo dell’epoca atlantica il corpo eterico, in una certa misura ancora al di fuori dal corpo fisico — la testa eterica non è ancora collegata alle forze del corpo fisico, che sono le forze dell’Io, della coscienza di sé. Se osserviamo il processo che sta alla base di ciò, possiamo dire: lo sviluppo ulteriore consiste nel fatto che la testa eterica si spinge dentro, si insinua nella testa fisica. Se consideriamo oggi un cavallo, allora la testa eterica del cavallo sporge oltre la testa fisica. Ha ancora una grandezza, una potenza considerevole che si estende ben oltre la testa fisica. Vi ho anche detto quale organizzazione potente le parti eteriche dell’elefante formano, che sporgono ben, ben oltre il corpo fisico. Così anche nell’uomo durante il tempo atlantico il corpo eterico era ancora fuori e si spingeva, si insinuava gradualmente sempre più dentro. Un tale spingere di un membro più sottile in uno più denso significa contemporaneamente una compattazione, un indurimento di ciò che è fisico. La testa fisica dell’uomo quindi allora aveva ancora un aspetto, un’apparenza completamente diversa da quello che assunse in seguito. Se risalissimo ancora più indietro, fino agli ultimi tempi lemuriani, allora spiritualmente si vedrebbe molto poco della testa fisica: essa esisteva soltanto in una materia molto morbida, trasparente. Solo attraverso lo spingere graduale della testa eterica si compattarono, si indurirono parti della testa, solo allora si isolarono, si staccarono dalle parti dell’ambiente circostante. Anche nell’Atlantide più tarda l’uomo era ancora dotato in misura straordinaria, gigantesca di ciò che si è conservato in modo patologico nell’idrocefalo, in un cervello acquoso. Inoltre, dobbiamo immaginare anche un rammollimento osseo, un rammollimento totale, completo dei membri superiori dell’uomo. Questo suona terribile, spaventoso per l’uomo di oggi. Da questa sostanza acquosa, da queste masse acquose si è indurito, si è compattato quello che oggi forma e racchiude la testa umana. Non è nemmeno un’immagine molto inadatta quella che a volte uso: l’indurimento, la cristallizzazione dalle masse d’acqua, da una soluzione salina in un bicchiere; riproduce le cose abbastanza esattamente, questo cristallizzarsi del sale da una soluzione salina acquosa. Quello che accadde con la testa in un tempo così tardo, accadde con il resto dell’uomo molto, molto prima. Anche gli altri membri si svilupparono, si formarono gradualmente da una massa morbida. Possiamo dunque dire: dov’era allora propriamente l’Io umano, l’Io odierno? Nell’uomo non stava propriamente; era ancora nell’ambiente circostante. Attraverso il ritirarsi dell’Io possiamo anche dire che i membri superiori dell’uomo si compattano, si induriscono. Per il fatto che l’Io era fuori dall’uomo, aveva da un lato un carattere, una qualità che in seguito divenne diversa. Attraverso il ritirarsi, il rientrare nel corpo fisico, l’Io fu determinato, fu causato a diventare un Io individuale, mentre prima era ancora una sorta di anima di gruppo. Vi voglio dare qui un’immagine della situazione di fatto. Immaginate che un gruppo di dodici persone sedesse insieme: in qualche modo, disposte in cerchio, sedessero queste dodici persone. Attraverso lo sviluppo così come è oggi, ogni persona ha il suo Io in sé. Così dodici Io stanno seduti in cerchio intorno. Ma se consideriamo nella tempistica atlantica un tale cerchio di persone, allora i corpi fisici stavano seduti anche in giro, ma l’Io è ancora nel corpo eterico, che è ancora fuori. Davanti a ogni persona si trova dunque il suo Io. L’Io ha però una proprietà diversa, non è così centralizzato, dispensa subito, fin da principio, le sue forze e si connette, si unisce con gli Io delle altre persone, così che formano un anello, un cerchio, che a sua volta rimanda indietro, rinvia le sue forze verso il suo centro. Così abbiamo qui un corpo eterico circolare, che forma un’unità in sé, e in esso gli Io: dunque un cerchio di corpi fisici e al suo interno una superficie eterica circolare, che forma un’unità, per il fatto che gli Io vengono catturati, viene racchiuso l’Io singolo individuale e attraverso questa immagine arriviamo a una concezione intuitiva, a una rappresentazione consapevole delle anime di gruppo.
Se risaliamo ancora ulteriormente, possiamo mantenere questa immagine, ma non dobbiamo più immaginarci un tale cerchio regolare di persone: queste persone possono invece essere disperse nel mondo nella maniera più varia. Immaginiamo un uomo nella Francia occidentale, un altro nell’Oriente dell’America e così via — dunque non seduti insieme, ma dove si tratta di leggi, di norme del mondo spirituale, gli Io possono tuttavia essere collegati, anche se gli uomini sono dispersi, sparsi sulla terra. Queste persone formano allora questo corteo, questo rettile. Quello che si forma dal convergere, dal confluire dei loro Io, non è certo un corpo eterico geometricamente bello, geometricamente regolare, ma tuttavia è qualcosa di unitario, qualcosa di una. Un gruppo di persone aveva allora, aveva un’epoca in cui era collegato per il fatto che i suoi Io formavano un’unità; e precisamente vi erano essenzialmente quattro tali anime di gruppo. Dovete immaginarvi questi uomini di nuovo secondo le leggi, le norme del mondo spirituale. Le anime di gruppo dei quattro gruppi s’interpenetravano; non erano interiormente unite, non erano intimamente fuse, ma s’interpenetravano. Si denominano, si chiamano queste quattro anime di gruppo con i nomi dei quattro animali apocalittici: Aquila, Leone, Toro, Uomo. L’uomo allora era però a un livello, a una fase diversa dello sviluppo di allora da quello dell’uomo odierno. I nomi sono tratti dall’organizzazione delle anime di gruppo. Perché potevano essere denominati così? Oggi voglio rendervelo comprensibile da un altro punto di vista.
Pensiamo di ritornare così veramente, proprio intuitivamente ai tempi primi, iniziali della vita lemurica. Le anime che oggi sono incarnate in corpi umani non erano ancora scese fino ai corpi fisici; non avevano ancora nemmeno la tendenza, il desiderio a unirsi con la materia fisica. Anche i corpi che sarebbero diventati in seguito corpi umani, sono ancora molto, molto simili agli animali. Sulla terra vi sono le creature fisiche più grottesche, che avrebbero provato loro stesse come grottesche rispetto a quello che noi oggi chiamiamo gli animali più grotteschi, più strani. Tutto era ancora in una materia soft, morbida, scivolosa, acquosa o fervidamente infuocata, sia gli uomini come anche l’ambiente circostante. Naturalmente vi erano già tra queste forme grottesche gli antenati del corpo fisico umano, ma questi non erano in possesso, non erano animati degli Io. In realtà vivevano già le quattro anime di gruppo che abbiamo caratterizzato, come quattro anime di gruppo, prima dell’ingresso dello Spirituale nell’organizzazione fisica terrestre, così che quattro Io aspettavano la loro incarnazione, tali Io che erano predisposti, erano destinati a forme completamente particolari, determinate, che si trovavano laggiù sulla terra. I primi erano predisposti ad attirarsi, a essere attratti alle organizzazioni che esistevano già in forma fisica in forme completamente determinate; gli altri di nuovo ad altre. Le forme che erano laggiù, dovevano corrispondere, dovevano accordarsi nelle loro forme in una certa misura ai tipi degli Io che lì aspettavano. Forme erano presenti, che erano particolarmente adatte, che erano convenienti a ricevere gli Io del Leone; altre gli Io del Toro e così via. Questo era in un tempo molto primo, molto remoto dello sviluppo terrestre. Ora immaginate, l’anima di gruppo, che abbiamo denominato anima del Toro, si ritira, si raccoglie a forme completamente determinate, che sono laggiù. Queste si presentano, si manifestano in una certa maniera; parimenti l’anima del Leone fu attirata, fu attratta a forme particolari, determinate. Così il fisico sulla terra ci mostra anche un’immagine quadruplice, un’immagine quadrupla. Un gruppo sviluppa particolarmente fortemente gli organi, le cui funzioni concordavano più con le funzioni del cuore: erano unilateralmente, in modo unilaterale organizzate verso il cuore. Un elemento particolarmente aggressivo, valoroso, attaccante era in loro. Sono valorosi, sono coraggiosi, vogliono procurarsi riconoscimento, vogliono superare gli altri, sono per così dire già Conquistatori, nature di Conquistatori nate, nate già nella forma. Questi sono quelli in cui il Hera, la sede dell’Io, fu reso forte, fu rinforzato. In altri gli organi della digestione, della nutrizione, della riproduzione erano particolarmente sviluppati; nel terzo gruppo gli organi del movimento, del moto; nel quarto gruppo invece le cose erano distribuite uniformemente, erano bilanciate, sia l’elemento valoroso, aggressivo come il tranquillo, il quieto, che viene dall’educazione degli organi digestivi: entrambi vennero educati, vennero sviluppati. Il gruppo in cui l’elemento aggressivo, che appartiene all’organizzazione del cuore, fu educato, fu sviluppato, questi erano gli uomini la cui anima di gruppo apparteneva ai Leoni; il secondo gruppo era quello del Toro; il terzo gruppo, quello con l’elemento mobile, il movimento, che non vuol saperne molto dell’Irdiano, appartiene all’anima di gruppo dell’Aquila. Sono quelli che si possono elevare, che si levano sopra l’Irdiano. E quelli in cui le cose si mantenevano, si bilanciavano in equilibrio, in un equilibrio, appartenevano all’anima di gruppo dell’«Uomo». Così abbiamo letteralmente nel Fisico la proiezione, il riflesso delle quattro anime di gruppo.
Allora si sarebbe presentato uno spettacolo molto particolare, molto strano per l’osservatore. Si sarebbe trovata una sorta di razza, di cui si sarebbe potuto dire con dono profetico: Questi sono esseri fisici, che ricordano qualcosa come dei leoni, che ridanno, che rispecchiano il carattere del leone, anche se avevano un aspetto diverso dai leoni di oggi. Erano uomini coraggiosi come leoni, germi umani aggressivi, combattivi. Poi di nuovo vi era un gruppo di uomini simili a tori, tutto osservato dal piano fisico. La terza e quarta razza potete facilmente completarvela da soli. La terza razza era già fortemente visionaria, fortemente dotata di visioni. Mentre la prima era combattiva, combattente, mentre la seconda coltivava tutto ciò che è collegato al piano fisico, all’elaborazione del piano fisico, avreste trovato una terza classe di uomini, che erano molto visionari, dotati di visioni. Di regola avevano qualcosa, che era deforme, difettoso rispetto agli altri corpi. Vi avrebbe ricordato uomini, che hanno molto psichico e credono alle visioni, che però, perché non si preoccupano molto del fisico, non si curano del fisico, hanno qualcosa di rinsecchito, qualcosa di atrofizzato, di deperito rispetto al traboccante di forza, alla pienezza di forza degli altri due gruppi. Vi avrebbe ricordato la natura dell’uccello. « Voglio trattenere il mio spirito », questa era la tendenza degli uomini-Aquila. Gli altri avevano qualcosa, che era per così dire mescolato da tutte le parti, da tutti i lati.
A ciò si aggiunge ancora qualcosa: Se risaliamo così lontano che incontriamo tali condizioni sulla terra, allora dobbiamo anche avvicinare a noi un po’, dobbiamo farci vicino un po’ il pensiero che tutto quello che era accaduto nel corso dell’evoluzione terrestre, era accaduto per regolare gli affari, le faccende della terra dallo spirituale. Era tutto soltanto un detour, una deviazione, per arrivare all’uomo odierno. Chi avrebbe potuto scrutare ancora più profondamente, ancora più a fondo nelle cose, avrebbe potuto fare l’esperienza che queste nature leonine, che ricordavano quello che noi vediamo oggi in modo completamente diverso nel corpo del leone, formavano una forza di attrazione, una capacità di attirare particolare per le forme maschili dei corpi eterici. Questi si sentivano particolarmente attratti verso questi uomini-leone, così che erano esseri che avevano esternamente un corpo da leone, interiormente però un corpo eterico maschile. Era un potente essere eterico con carattere maschile, e una piccola parte di questo essere eterico si compattò, si condensò nel corpo fisico da leone. Il corpo fisico era letteralmente il nucleo della cometa, mentre il corpo eterico formava la coda della cometa, che era il vero creatore, il vero artefice del nucleo. La razza del Toro però aveva una forza di attrazione particolare, speciale per il corpo eterico femminile. Così il corpo del Toro aveva proprio la forza di attrarre, di attirarsi il corpo eterico femminile e di unirsi con lui. E ora immaginate ancora che ciò agisce continuamente, i corpi eterici penetrando continuamente, s’insinuando continuamente, trasformando, mutando.
Il rapporto degli uomini leonini con gli uomini taurini è particolarmente importante nei tempi più antichi, più remoti. Gli altri rimangono meno in considerazione. I corpi eterici maschili, che cristallizzarono da loro un corpo fisico da leone, avevano la capacità di fecondare loro stessi il corpo fisico del leone, così che la propagazione dell’umanità era letteralmente curata, era assicurata dalla razza leonina. Era una sorta di fecondazione dallo spirituale, una propagazione asessuata, senza sesso. Lo stesso poteva però compiere, poteva effettuare anche la razza taurina. Quello che era divenuto fisico, agiva qui indietro, reagiva sul corpo eterico femminile. Nel corso dello sviluppo le cose si formano, si sviluppano diversamente. Mentre la natura leonina mantiene il tipo di propagazione, perché la forza fecondante veniva dallo spirituale da sopra, mentre qui il processo si intensificava, si rafforzava, il processo dell’altro tipo veniva sempre più soppresso, veniva sempre più represso. Sempre più sterile, sempre più infeconda diveniva l’umanità del Toro. La conseguenza era che da un lato avevamo un’umanità che era mantenuta attraverso la fecondazione, d’altro canto un’altra metà, che diventava sempre più sterile, sempre più infeconda. Un lato divenne il genere femminile, l’altro il genere maschile. La natura fisica femminile odierna ha effettivamente un corpo eterico maschile, mentre il corpo eterico dell’uomo è femminile. Il corpo fisico della donna è emerso, è derivato dalla natura leonina, mentre il corpo da Toro fisico è l’antenato, è il predecessore del corpo maschile.
Lo Spirituale nell’uomo ha un’origine comune, è neutro, entrò nel corpo fisico soltanto quando i generi si erano già differenziati. Allora solo lo Spirituale fu intrapreso, fu assunto, allora solo la testa si indurì. Allora solo il corpo eterico della testa si collegò con il corpo fisico: per esso era completamente indifferente, se si ergeva, se si stendeva su un corpo maschile o femminile, in questo i due generi sono uguali. Dobbiamo dire, la donna attraverso il suo sviluppo, finché ci asteniamo da quello che comunque trascende la differenziazione, nella sua natura ha qualcosa di leonino. Questo coraggio nascosto, celato si troverà già. La donna può sviluppare il coraggio dell’interiorità per esempio nella guerra, nell’infermierato, per certi servizi dell’umanità. Il corpo fisico maschile ha quello, che noi nel vero senso possiamo chiamare natura taurina. Questo è collegato col fatto che l’uomo, così come è altrimenti organizzato, ha più l’attività, la funzione fondata sulla creazione fisica, sulla creatività fisica. Occultamente considerato le cose si presentano propriamente così, anche se suona molto strano, molto meravigliante. Vedete così, come queste anime di gruppo hanno collaborato insieme, hanno operato insieme. Operano così, che dispongono il loro lavoro insieme, riuniscono il loro lavoro insieme, l’anima di gruppo del Leone e del Toro. Questi esseri divini operano insieme, e nell’uomo odierno stanno le opere, i lavori delle diverse anime di gruppo divine.
Queste immagini, che ho qui schizzato davanti a voi, avranno già il loro effetto, avranno già la loro efficacia. Se inseguite gli uomini sempre più lontano indietro, sempre più profondamente indietro, fino al momento in cui ancora non era possibile nessuna propagazione, allora dobbiamo dire: il corpo fisico femminile esteriore si trasforma in qualcosa che era leonino, mentre il corpo maschile era taurino. Tali cose devono essere prese soltanto in senso sacro, serio, devoto, se vogliamo intenderle nel vero senso. Sarebbe facile per quelli che hanno studiato l’anatomia dell’uomo dedurre, dedurre da questi insegnamenti le differenze anatomiche del corpo fisico tra uomo e donna da queste nature del Leone e del Toro. Fin tanto sarà la scienza fisica completamente sterile, infruttuosa, riferirà soltanto fatti esteriori, finché non penetra in questo spirito dei fatti, in questo spirito che sottende i fatti.
Ora non vi sembrerà più così strano, come c’è stata una volta una razza di uomini, che avevano un corpo da leone. Questi presero in sé la natura dell’Io e in tal modo, attraverso questo Io, la natura leonina si trasformò sempre più, si sviluppò sempre più nel corpo femminile. Quelli, che non ricevettero niente di questo Spirituale, si trasformarono in modo completamente diverso, precisamente negli attuali leoni, e in quello che è a loro imparentato, che è loro apparentato. Anche questi animali sono infatti bisessuali, di questo un’altra volta, un’altra occasione. Quelli che non ricevettero niente della spiritualità, della spiritualità superiore, formarono gli odierni leoni, mentre quelli che ricevettero qualcosa, ricevettero qualcosa di spirituale, svilupparono il corpo femminile odierno.
Nel corso del tempo molti, molti altri lati di queste cose possono ancora essere mostrati, possono ancora essere rivelati. L’apprendimento antroposofico non è come quello matematico. Innanzitutto si attira l’attenzione sul fatto che per esempio vi sono le quattro anime di gruppo; con ciò sono innanzitutto dati soltanto i nomi. Poi viene scelto un certo punto di vista, una certa prospettiva, e la cosa viene illuminata da fuori, viene illuminata da questo punto di vista esteriore. E così arriviamo sempre di nuovo da un altro lato, da un’altra prospettiva. Giriamo intorno a quello che fu presentato per primo, l'illuminiamo dai punti di vista più diversi. Chi si può dire ciò, non potrà mai arrivare a dire che qualcosa della scienza antroposofica si contraddica. Così è anche presso le cose più grandi, le più estese, che consideriamo. La varietà, la molteplicità proviene dai diversi punti di vista, dalle diverse prospettive, dache si considerano le cose.
Portiamo via da questa riunione quello che si potrebbe chiamare tolleranza interiore, tolleranza dell’anima. Possa a noi riuscire proprio all’interno della nostra corrente antroposofica speciale, di portare questo spirito interiore di tolleranza nel movimento antroposofico. Questo lo prendiamo ancora come contenuto di sentimento, lo riceviamo come contenuto sentimentale, e proviamo allora di nuovo a operare fuori, fuori nel mondo, così che questo spirito di intesa della più pura interiorità possa afferrarsi, possa attecchire, possa diffondersi. Anche da luoghi diversi possiamo lasciare inclinare, possiamo tendere la nostra anima, il nostro cuore verso quello che ci unisce tutti, verso i grandi ideali antroposofici. E possiamo allora far emergere quello che deve essere un organismo spirituale, che cresce e prospera: la vita della nostra causa antroposofica, a cui siamo tenuti a concentrare, a dirigere la nostra forza dai punti di vista più diversi, dalle angolazioni più varie.
Vogliamo oggi condurre una di quelle considerazioni della scienza dello spirito che ci mostri come il sapere che acquisiamo attraverso la concezione del mondo antroposofica è idoneo a darci spiegazioni sulla vita nel senso più ampio. Non solo la vita della realtà quotidiana ci diventa comprensibile attraverso tal sapere: riceviamo anche spiegazioni sulla vita in quel grande, vasto ambito che portiamo a considerazione quando lo seguiamo oltre la morte fino alle epoche che passano tra la morte e una nuova nascita per l’uomo. Proprio però per la vita quotidiana la scienza dello spirito può recarci grande utilità, essa può risolvere per noi molti enigmi, essa può mostrarci come per così dire possiamo fare fronte alla vita. Per l’uomo che non riesce a guardare negli abissi dell’esistenza, rimane infatti incomprensibile molto di ciò che gli accade nella vita quotidianamente, sì anche di ora in ora. Si ammucchiano per lui molte domande, che non possono essere risposte dall’esperienza sensoria e che, se rimangono senza risposta, rimangono enigmi e intervengono disturbando nella vita, generando insoddisfazione. Ma l’insoddisfazione nella vita non potrà mai servire allo sviluppo e al vero bene dell’umanità. Potremmo esporre centinaia di questi enigmi della vita, che illuminano molto più profondamente la vita di quanto generalmente si presentisce.
Una tale parola, che cela molti enigmi, è la parola «Dimenticare». Voi tutti la conoscete come la parola che indica il contrario di ciò che chiamiamo il conservare una certa rappresentazione, un certo pensiero, un’impressione. Voi tutti avete certamente fatto delle esperienze tristi con ciò che si nasconde dietro la parola Dimenticare. Voi tutti avete probabilmente sperimentato il tormento che spesso sorge dal fatto che questa o quella rappresentazione, questa o quell’impressione, come diciamo, è scomparsa dalla memoria. Forse allora avete anche riflettuto:
Perché una cosa come il dimenticare deve appartenere ai fenomeni della vita?
Ora si può ottenere una spiegazione, e una spiegazione in modo fecondo, su una tale questione solo dai fatti della vita occulta. Voi sapete che la memoria, il ricordo, ha qualcosa a che fare con ciò che noi chiamiamo il corpo eterico umano. Così possiamo anche presupporre che il contrario della memoria, del ricordo, il dimenticare, avrà qualcosa a che fare con il corpo eterico. La domanda forse è legittima: ha senso nella vita che l’uomo possa dimenticare le cose che una volta ha avute nella sua vita rappresentativa? O dobbiamo accontentarci di ciò che, riguardo a questa rappresentazione, accade così frequentemente, che cioè il dimenticare sia caratterizzato solo negativamente, che si dica: è semplicemente una carenza dell’anima umana il fatto che non possa avere tutto presente in ogni istante. — Noi otterremo una spiegazione sul dimenticare solo se ci rappresentiamo l’importanza del suo contrario, l’importanza e l’essenza della memoria.
Se diciamo che la memoria ha qualcosa a che fare con il corpo eterico, allora dobbiamo chiederci: come mai l’uomo riceve dal corpo eterico questo compito, di conservare le impressioni e le rappresentazioni, poiché il corpo eterico è già presente nella pianta e ha in realtà un compito essenzialmente diverso? Abbiamo spesso parlato del fatto che un essere vegetale, che abbiamo davanti a noi, a differenza del semplice sasso, ha tutta la sua materialità penetrata dal corpo eterico. E il corpo eterico nella pianta è il principio della vita nel senso stretto, poi il principio della ripetizione. Se l’essere vegetale fosse sottoposto solo all’attività del corpo eterico, allora dalla radice della pianta in poi il principio della foglia si ripeterebbe continuamente. Che le membra in un essere vivente si ripetano sempre di nuovo, di ciò è responsabile il corpo eterico, poiché vuole sempre produrre di nuovo la stessa cosa. Per questo esiste anche nella vita quello che noi chiamiamo procreazione, la produzione di esseri simili. Essa si fonda essenzialmente su un’attività del corpo eterico. Tutto ciò che nell’uomo e anche nell’animale si fonda sulla ripetizione è riconducibile al principio eterico. Che nella spina dorsale gli anelli ossei si ripetano anello dopo anello, deriva da questa attività del corpo eterico. Che la pianta nel suo accrescimento si concluda verso l’alto, che nella fioritura ci appaia un riassunto dell’intera crescita, ciò proviene dal fatto che dall’esterno l’astralità della terra si immerge nella crescita della pianta. Che nell’uomo gli anelli ossei della spina dorsale verso l’alto si allonghino verso la capsula cranica e lì diventino ossa cave, ciò ha la sua origine nell’attività del corpo astrale dell’uomo. Così possiamo dire che tutto ciò che produce conclusioni è sottoposto all’astrale, e tutta la ripetizione proviene dal principio eterico. La pianta ha questo corpo eterico, e l’uomo l’ha anch’egli. Nella pianta naturalmente non si può parlare di una memoria. Affermare addirittura che la pianta attraverso una certa memoria inconscia si ricordi quale sia stata la foglia che ha prodotto e ora cresca un poco più avanti e poi secondo il modello della prima foglia produca la prossima, ciò conduce infatti alle fantasie a cui oggi la ricerca naturale più recente tende. Si parla per esempio anche del fatto che l’eredità derivi da una sorta di memoria inconscia. Questo costituisce ora un certo, si potrebbe quasi dire, abuso nella letteratura scientifica naturale, poiché nella pianta parlare di memoria è propriamente dilettantismo nel senso superiore.
Abbiamo a che fare con il corpo eterico, che è il principio della ripetizione. Per poter comprendere la differenza tra il corpo eterico vegetale e quello umano, che accanto alle caratteristiche del corpo eterico vegetale ha anche la capacità di sviluppare la memoria, dobbiamo chiarirci in che cosa propriamente pianta e uomo si differenziano. Pensate: seminate un seme di pianta nella terra; allora da questo seme di pianta nasce una pianta ben determinata. Da un seme di grano nasceranno il culmo di grano e la spiga di grano, da un seme di fagiolo la pianta di fagiolo. E voi vi dovrete dire: In una certa misura è immutabilmente determinato dalla natura del seme come questa pianta si svilupperà. È vero che il giardiniere può intervenire e attraverso varie arti di giardinaggio raffini la pianta, in una certa misura la trasformino. Ma ciò in fondo è comunque qualcosa di eccezionale e inoltre ha comunque solo un piccolo ambito rispetto a ciò che prima abbiamo caratterizzato dicendo: Si svilupperà da questo seme una pianta che ha una forma ben determinata, una crescita ben determinata e così via. È così anche nell’uomo? Certamente, fino a un certo grado è il caso, ma solo fino a un certo grado. Vediamo che quando un uomo nasce dal germe umano, anche lui si conclude a una certa frontiera dello sviluppo. Vediamo che da genitori negri nasce un negro, da bianchi nasce un bianco, e così potremmo citare molte cose che ci mostrerebbero che così come nella pianta anche nell’uomo lo sviluppo è rinchiuso entro certi confini. Ma ciò va solo fino a una certa frontiera, fino alla frontiera della natura fisica, di quella erica, anche ancora di quella astrale. Sarà dimostrabile molte cose nelle abitudini e nelle passioni di un bambino, che permane per tutta la vita, che è simile alle passioni, agli istinti degli antenati. Ma se l’uomo fosse rinchiuso allo stesso modo nei confini di una certa crescita come la pianta, allora non esisterebbe proprio una cosa come l’educazione, come lo sviluppo delle qualità psichiche e spirituali. Se vi rappresentate due bambini di genitori diversi, che però riguardo alle disposizioni e alle qualità esterne sono molto affini, e vi immaginate che un bambino sia abbandonato, che non si dedichi grande attenzione alla sua educazione, mentre l’altro sia educato con cura, inviato in una buona scuola, affinché compia uno sviluppo ricco di contenuto, allora non potete certamente dire che questo ricco sviluppo fosse già contenuto nel germe del bambino così come nella fava. La fava cresce comunque dal germe, voi non avete bisogno di educarla particolarmente. Ciò appartiene alla sua natura. Non possiamo educare le piante, ma l’uomo possiamo educarlo. Possiamo trasmettere all’uomo qualcosa, portare qualcosa dentro di lui, mentre non possiamo portare qualcosa di simile dentro la pianta. Da dove proviene ciò? Ciò ha il suo fondamento nel fatto che il corpo eterico della pianta in ogni caso ha una determinata regolarità interna, che è conclusa, che si sviluppa da seme a seme e che ha un circolo determinato, oltre che non si può andare. Diverso è il corpo eterico dell’uomo. Esso è così che accanto a quella parte del corpo eterico che è destinata alla crescita, a quello stesso sviluppo che l’uomo è anche rinchiuso entro certi confini come la pianta, che accanto a questa parte c’è ancora un’altra parte nel corpo eterico, che si manifesta libera, che fin dall’inizio non ha alcun uso se noi non insegnamo all’uomo nell’educazione molte cose, se non inseriamo nell’anima umana molte cose, che poi questa parte libera del corpo eterico elabora. Così dunque è veramente presente nell’uomo una parte del corpo eterico non consunta dalla natura stessa. Questa parte del corpo eterico l’uomo la conserva; non l'usa per la crescita, non per il suo sviluppo organico naturale, ma la conserva come qualcosa di libero in sé, attraverso cui può accogliere le rappresentazioni che gli vengono addosso attraverso l’educazione.
Ora però questo accoglimento di rappresentazioni avviene così che l’uomo riceve innanzitutto le impressioni. L’uomo deve sempre ricevere impressioni, poiché anche l’intera educazione si fonda su impressioni e sulla cooperazione tra corpo eterico e corpo astrale. Per ricevere impressioni è infatti necessario il corpo astrale. Che voi conserviate questa impressione, che non scompaia di nuovo, è necessario il corpo eterico. Anche per il più piccolo, apparentemente insignificante ricordo è già necessaria l’attività del corpo eterico. Se per esempio guardate un oggetto, per questo è necessario il corpo astrale. Ma che voi lo conserviate quando voltate la testa via, allora avete già bisogno del corpo eterico. Per guardare è necessario il corpo astrale; per avere la rappresentazione, avete già bisogno del corpo eterico. Così anche se questa attività del corpo eterico per un tale conservare di rappresentazioni è ancora molto lieve, se in realtà viene in considerazione solo quando risultano abitudini permanenti, inclinazioni permanenti, cambiamenti del temperamento e così via, tuttavia per questo è già necessario il corpo eterico. Esso deve esserci, già quando si vuole conservare una semplice rappresentazione nel ricordo. Tutto il conservare di rappresentazioni si fonda infatti in certa misura sul ricordo.
Ora dunque attraverso le impressioni educative, attraverso lo sviluppo spirituale dell’uomo, abbiamo inserito nel suo membro eterico libero molte cose, e possiamo ora chiederci: rimane ora questo membro libero eterico completamente senza significato per la crescita e lo sviluppo dell’uomo? No, non è il caso. Esso partecipa gradualmente, man mano che l’uomo invecchia — non tanto negli anni della gioventù — quello che è stato così inserito nel suo corpo eterico attraverso le impressioni dell’educazione, alla vita intera del corpo umano, anche interiormente. E vi potete farvi meglio un’idea di come esso partecipa se vi comunico un fatto che generalmente non è preso in considerazione nella vita. Si ritiene che il psichico non avesse per la vita dell’uomo in generale una grande importanza. Eppure il seguente può accadere: immaginate una volta che un uomo contragga una malattia semplicemente perché era stato esposto a condizioni climatiche inadatte. Ora dobbiamo rappresentarci ipoteticamente che quest’uomo può essere malato in due modi: per esempio così che nel membro libero del corpo eterico non ha molto da elaborare. Supponiamo che sia un uomo indolente, su cui il mondo esterno ha poco effetto, che ha opposto grandi difficoltà all’educazione, a cui le cose erano entrate da un orecchio ed erano uscite dall’altro. Un tale uomo non avrà come mezzo della guarigione qualcosa che ha invece un altro, a cui appartiene un senso vigile e vivace, che nella gioventù ha accolto molto, che ha elaborato molto e che quindi ha provveduto bene al suo membro libero del corpo eterico. Questo naturalmente per la medicina esterna rimane ancora da stabilire, perché si contrappongono a uno maggiori difficoltà al processo di guarigione che all’altro. Questo membro libero del corpo eterico, che è diventato energico attraverso molteplici impressioni, esso si fa proprio qui valere, esso partecipa attraverso la sua mobilità interiore al processo di guarigione. In numerosi casi gli uomini devono la loro rapida guarigione o la loro indolore guarigione alla circostanza che nella loro gioventù, in una partecipazione spirituale vivace, hanno diligentemente accolto le impressioni che si presentavano loro. Lì vedete gli influssi dello spirito sul corpo! Con qualcosa di completamente diverso avete a che fare nella guarigione di un uomo che passa la vita stupidamente, che di un uomo che non ha questo membro libero del corpo eterico pesante e letargico, ma che è rimasto agile. Vi potete convincere già esteriormente di questo fatto se considerate il mondo con gli occhi aperti, se osservate come si comportano le persone spiritualmente indolenti e spiritualmente agili nel caso di malattie.
Così vedete che nell’uomo il corpo eterico è comunque qualcosa di completamente diverso che nella semplice pianta. Alla pianta manca questo membro libero del corpo eterico, che sviluppa ulteriormente l’uomo, e che l’uomo abbia un tale membro libero del corpo eterico, su ciò si fonda propriamente l’intero sviluppo dell’uomo. Se confrontate i fagioli di mille anni fa con i fagioli odierni, percepirete certamente una differenza, ma è nel complesso molto piccola; i fagioli sono rimasti essenzialmente della stessa forma. Ma confrontate una volta gli uomini dell’Europa all’epoca di Carlo Magno con gli uomini di oggi: perché gli uomini oggi hanno rappresentazioni completamente diverse e sentimenti completamente diversi? Hanno infatti sempre avuto un membro libero del corpo eterico attraverso cui hanno potuto accogliere qualcosa e trasformare la loro natura. Tutto ciò vale in generale. Ma ora dobbiamo considerare come si presenta in particolare questo intero modo di agire che abbiamo caratterizzato.
Supponiamo che un uomo, quando ha ricevuto un’impressione, non potesse cancellare di nuovo questa impressione dalla sua memoria, ma questa impressione rimanga. Sarebbe una cosa curiosa anzitutto se doveste pensare che tutto ciò che ha fatto impressione su voi dalla vostra gioventù, in ogni giorno della vita, da mattina a sera, fosse sempre presente. Voi sapete che è solo per un certo tempo dopo la morte che è presente. Lì ha il suo buon scopo. Ma nella vita l’uomo lo dimentica. Voi tutti avete non solo dimenticato innumerevoli cose che avete sperimentato nella vostra infanzia, ma anche molte cose che l’anno scorso — e anche certamente alcune cose che ieri vi è stato accanto. Una rappresentazione che è scomparsa dalla memoria, che voi avete « dimenticato », ora non è affatto scomparsa dalla vostra intera essenza, dal vostro intero organismo spirituale. Non è affatto il caso. Se ieri avete visto una rosa e l’avete ora dimenticata, tuttavia l’immagine della rosa è ancora presente in voi, e così anche le altre impressioni che avete accolto.
Ora c’è una grande, potente differenza tra una rappresentazione mentre l’abbiamo nel nostro ricordo e la stessa rappresentazione quando è scomparsa dal nostro ricordo. Così noi fissiamo lo sguardo su una rappresentazione che abbiamo formato attraverso un’impressione esterna e che ora vive nella nostra coscienza. Poi guardiamo spiritualmente come scompare gradualmente, come viene gradualmente dimenticata. Ma essa è lì, rimane nell’intero organismo spirituale. Che cosa fa lì? Con che cosa si occupa questa rappresentazione dimenticata? Essa ha il suo incarico completamente significativo. Essa inizia infatti solo allora a lavorare nella giusta maniera su questo membro libero del corpo eterico che vi è stato descritto e a rendere questo membro libero del corpo eterico utile all’uomo, quando è dimenticata. È come se allora fosse solo allora digerita. Finché l’uomo l’usa per sapere qualcosa attraverso di essa, finché non lavora interiormente sulla mobilità libera, sull’organizzazione del membro libero del corpo eterico. Nel momento in cui affonda nell’oblio, inizia a lavorare. Possiamo dunque dire: nel membro libero del corpo eterico umano si continua a lavorare, continuamente vi si crea. E che cosa è che crea? Sono le rappresentazioni dimenticate. Questo è il grande beneficio del dimenticare! Finché una rappresentazione aderisce al vostro ricordo, finché referite questa rappresentazione a un oggetto. Se guarda una rosa e avete la rappresentazione di essa nel ricordo, referite la rappresentazione di rosa all’oggetto esterno. Con ciò la rappresentazione è incatenata all’oggetto esterno e deve inviare a esso la sua forza interiore. Nel momento però in cui la rappresentazione da voi è dimenticata, essa è interiormente liberata. Allora inizia a sviluppare forze germinali che lavorano interiormente sul corpo eterico dell’uomo. Così le nostre rappresentazioni dimenticate hanno per noi un significato completamente essenziale. Una pianta non può dimenticare. Naturalmente non può neanche ricevere impressioni. Ma non potrebbe già per questo dimenticare, perché tutto il suo corpo eterico è consumato per la sua crescita, perché non c’è alcun resto non consumato. Non avrebbe nulla, se rappresentazioni potessero entrare in essa, che lì potrebbe essere sviluppato.
Ma tutto ciò che accade, accade dalla necessità conforme a legge. Ovunque c’è qualcosa che deve svilupparsi e non è supportato nel suo sviluppo, allora per lo sviluppo si crea un ostacolo. Tutto ciò che in un organismo non è intessuto nello sviluppo, quello diventa un ostacolo per lo sviluppo. Supponiamo che all’interno dell’occhio si separassero varie inclusioni, sostanze che non potessero essere accolte nella generale liquidità dell’occhio; allora l’occhio sarebbe disturbato nella sua visione. Non deve rimanere nulla che non sia intessuto, che non possa essere accolto. Così è anche con le impressioni spirituali. Un uomo che per esempio potesse ricevere impressioni e conservasse queste impressioni continuamente nella sua coscienza, questi potrebbe molto facilmente arrivare al punto che il membro che deve nutrirsi dalle rappresentazioni dimenticate ricevesse troppo poco di queste rappresentazioni dimenticate e come un membro zoppo disturbasse lo sviluppo, invece di promuoverlo. Lì avete al contempo il motivo per cui è dannoso se un uomo di notte giace, e, perché soffre di certe preoccupazioni, non riesce affatto a eliminare le impressioni dalla sua coscienza. Se potesse dimenticarle, allora diventerebbero benefici elaboratori del suo corpo eterico. Qui avete palpabilmente il beneficio del dimenticare, e qui avete al contempo un’indicazione della necessità che voi non doviate costrittivamente trattenere questa o quella rappresentazione, bensì piuttosto imparare a dimenticare questo o quello. È per la salute interiore di un uomo nel più alto grado dannoso se egli non può assolutamente dimenticare certe cose.
Ciò che qui possiamo dire per le cose più quotidiane dell’istante ha anche la sua applicazione alle condizioni etico-morali. Qualcosa che possiamo chiamare l’effetto benefico di un carattere che non serba rancore si fonda veramente anche su questo. Logora la salute di un uomo se siamo rancorosi. Se qualcuno ci ha arrecato danno e abbiamo accolto in noi l’impressione di ciò che ci ha fatto e sempre di nuovo ritorniamo su questo, non appena lo vediamo, allora reference questa rappresentazione del danno all’uomo, allora la lasciamo scorrere verso l’esterno. Ma supponiamo di avere raggiunto il punto di stringere la mano all’uomo che ci ha arrecato danno quando di nuovo l’incontriamo, come se nulla fosse accaduto: allora questo è veramente salutare. E non è un’immagine, ma un fatto che esso opera salutarmente. Una tale rappresentazione che si rivela ottusa e inerte verso l’esterno quando un uomo ci ha fatto qualcosa, quella si versa nello stesso istante verso l’interno come balsamo lenitivo per molte cose che sono nell’uomo. Queste cose sono fatti, e da ciò possiamo in un senso ancora più ampio vedere il beneficio del dimenticare. Il dimenticare non è una semplice carenza per l’uomo, bensì qualcosa che appartiene alle cose più benefiche nella vita umana. Se l’uomo sviluppasse solo la memoria e tutto rimanesse in essa, ciò che lo colpisce con un’impressione, allora il suo corpo eterico avrebbe sempre più da portare, riceverebbe sempre più ricco contenuto, ma al contempo interiormente sempre più appassirebbe. Che egli diventi capace di sviluppo, lo deve al dimenticare. D’altronde è così che nessuna rappresentazione è completamente scomparsa dall’uomo. Questo si mostra nel migliore dei modi in quel grande ricordo che abbiamo immediatamente dopo la morte davanti a noi. Lì si mostra che nessuna impressione è completamente andata perduta.
Poiché abbiamo così toccato il beneficio del dimenticare per la vita quotidiana nei campi neutrali e anche in quelli morali, possiamo considerare questo dimenticare nella sua efficacia per la vita nel suo grande ambito durante il tempo tra la morte e una nuova nascita. Che cosa è propriamente il Kamaloka, quel periodo di passaggio dell’uomo che giace davanti al suo ingresso nel Devachan, nel mondo spirituale proprio? Questo Kamaloka esiste perché l’uomo immediatamente dopo la morte non può dimenticare le sue inclinazioni, i suoi desideri, i suoi piaceri che ha avuto nella vita. L’uomo abbandona nella morte dapprima il suo corpo fisico. Poi gli si presenta davanti lo spettacolo del ricordo grande che vi è stato spesso descritto. Questo cessa completamente. Allora rimane una sorta di estratto del corpo eterico. Mentre la parte estesa appropriata del corpo eterico si ritira e si dissolve nell’etere mondiale generale, rimane una sorta di essenza, di scheletro, di impalcatura del corpo eterico indietro, ma contratta. Il corpo astrale è il portatore di tutti gli istinti, gli impulsi, i desideri, le passioni, i sentimenti, le sensazioni e i piaceri. Ora il corpo astrale nel Kamaloka non potrebbe arrivare alla consapevolezza della privazione tormentosa se non perché, essendo ancora collegato con i resti del corpo eterico, continuamente avesse la possibilità di ricordarsi di ciò che ha gustato e desiderato nella vita. E il disabituarsi è propriamente nient’altro che un graduale dimenticare di ciò che tiene l’uomo incatenato al mondo fisico. Così l’uomo, se vuole entrare nel Devachan, deve prima imparare a dimenticare ciò che l'incatena al mondo fisico. Così anche lì vediamo che l’uomo è tormentato dal fatto che ha ancora un ricordo del mondo fisico. Così come le preoccupazioni per l’uomo possono diventare tormentose quando non vogliono scomparire dalla memoria, così tormentose diventano anche le inclinazioni e gli istinti che rimangono dopo la morte, e questo ricordo tormentoso della connessione con la vita si esprime in tutto ciò che l’uomo deve attraversare durante il suo tempo di Kamaloka. E nel momento in cui è riuscito a dimenticare tutto ciò che di desideri e brame esisteva verso il mondo fisico, allora i risultati acquisiti e i frutti della vita precedente vengono fuori come devono essere efficaci nel Devachan. Allora diventano i formatori e gli artefici nella configurazione della nuova vita. Propriamente è infatti così che l’uomo nel Devachan lavora alla nuova forma che dovrà avere quando di nuovo entrerà nella vita. Questo lavorare, questo preparare la sua futura essenza, è ciò che gli dà la beatitudine che egli sperimenta attraverso il Devachan. Quando l’uomo ha attraversato il Kamaloka, allora inizia già con il lavoro preparatorio per la sua futura configurazione. La vita nel Devachan è sempre riempita dal fatto che usa quell’estratto che ha portato con sé per sviluppare la sua forma successiva nel suo archetipo. Questo archetipo lo forma così da inserire in esso i frutti della vita trascorsa. Ma questo può farlo solo per mezzo del fatto che dimentica quello che il Kamaloka gli ha reso così difficile.
Se così parliamo di sofferenza e privazione nel Kamaloka, vediamo che ciò proviene dal fatto che l’uomo non è in grado di dimenticare certi rapporti con il mondo fisico: il mondo fisico volteggia davanti alla sua anima come un ricordo. Quando però ha attraversato «il fiume di Lete», quando ha camminato attraverso il fiume del dimenticare, quando ha imparato questo dimenticare, allora i risultati acquisiti e gli eventi dell’incarnazione precedente sono usati per sviluppare pezzo per pezzo l’archetipo, il prototipo della vita successiva. E al posto della sofferenza inizia a subentrare la gioia beata del Devachan. Nella vita ordinaria, quando ci tormentano preoccupazioni e certe rappresentazioni non vogliono scomparire dalla nostra memoria, inseriamo nel nostro corpo eterico un pezzo indurito, un pezzo appassito, che contribuisce al nostro deterioramento della salute; allo stesso modo, dopo la morte abbiamo nella nostra essenza un pezzo che contribuisce alle nostre sofferenze e privazioni, finché non ci siamo liberati attraverso il dimenticare di tutti i rapporti con il mondo fisico. Come queste rappresentazioni dimenticate possono diventare per l’uomo un germe di guarigione, così tutte le esperienze della vita precedente diventano una fonte di gioia nel Devachan, quando la corrente del dimenticare è stata attraversata, quando l’uomo ha dimenticato tutto ciò che lo lega alla vita nel mondo sensibile.
Così vediamo come anche per il grande ambito della vita questi insegnamenti di dimenticare e ricordo valgono completamente.
Ora potreste forse sollevare la domanda: Come può l’uomo dopo la morte avere rappresentazioni di quello che è accaduto nella vita trascorsa, se deve dimenticare questa vita? Potrebbe dire qualcuno: Non potete affatto parlare di dimenticare poiché l’uomo ha depositato il corpo eterico e ricordo e dimenticare hanno qualcosa a che fare con il corpo eterico? Naturalmente ricordo e dimenticare dopo la morte prendono una certa forma diversa. Si trasformano così che allora al posto del ricordo ordinario subentra la lettura nella Cronaca dell’Akasha. Ciò che è accaduto nel mondo non è scomparso, è oggettivamente presente. Mentre nel Kamaloka il ricordo della connessione con la vita fisica svanisce, questi eventi sorgono in una maniera completamente diversa, dal momento che si presentano all’uomo nella Cronaca dell’Akasha. Egli non ha bisogno allora della connessione con la vita che gli deriva dal ricordo ordinario. Tutte quelle domande che possono essere sollevate si risolveranno per noi. Ma per questo appartiene il fatto che ci prendiamo tempo, che affrontiamo queste cose gradualmente, poiché non è possibile avere subito tutto a disposizione quello che può rendere una cosa comprensibile.
Molte cose ci si spiegano anche nella vita quotidiana, quando sappiamo queste cose come sono state ora discusse. Lì si mostrano per noi molte cose che appartengono al corpo eterico umano nella peculiare controrivalsa dei temperamenti sull’uomo. Abbiamo detto che questa caratteristica di carattere permanente che designiamo come temperamento ha anche la sua origine nel corpo eterico. Prendiamo un uomo dal temperamento melancolico, che non esce affatto da certe rappresentazioni e su cui deve sempre meditare. Questo è completamente diverso da un temperamento sanguigno o da uno flemmatico, dove le rappresentazioni scompaiono così. Un temperamento melancolico sarà, proprio nel senso che abbiamo appena visto, dannoso alla salute dell’uomo, mentre un temperamento sanguigno può essere straordinariamente benefico alla salute dell’uomo. Naturalmente queste cose non devono essere prese nel senso che si dica: l’uomo deve sforzarsi di dimenticare tutto. Ma vedete che proprio da queste cose, come le abbiamo conosciute, si spiega il sano e il benefico di un temperamento sanguigno o flemmatico, e l’insano di un temperamento melancolico. Naturalmente la questione è se allora un tale temperamento flemmatico operi anche nel modo giusto. Un flemmatico che riceve solo rappresentazioni triviali le dimenticherà facilmente. Questo può solo renderlo sano. Ma se riceve solo tali rappresentazioni, allora di nuovo non può andare assolutamente bene per lui. Lì agiscono insieme cose diverse.
La domanda — se il dimenticare sia solo una carenza della natura umana o forse qualcosa di utile — ci è risolta dalla conoscenza della scienza dello spirito. E vediamo d’altro canto come anche forti impulsi morali possano seguire dalla conoscenza di tali cose. Se l’uomo crede che per la sua salvezza, che è da considerare completamente oggettivamente, è benefico poter dimenticare le ingiurie e le ferite che gli sono state inflitte, allora ci sarà un impulso completamente diverso. Finché crede che ciò non abbia significato, nessuna predicazione morale servirà a qualcosa. Ma se sa che deve dimenticare e che la sua salvezza ne dipende, allora certamente farà agire su di sé questo impulso in modo completamente diverso. Non occorre chiamare ciò subito egoistico; possiamo dire: se sono malato e debilitato, rovino il mio interno spirituale, psichico e corporeo, e così non sono utile al mondo. Si può considerare la questione del benessere anche da un punto di vista completamente diverso. Per chi è uno spiccato egoista, tali considerazioni non serviranno a molto. Ma chi ha davanti agli occhi il bene dell’umanità e perciò è anche intento a poter cooperare, ha così, indirettamente, davanti agli occhi anche il proprio bene; e se l’uomo è in grado di considerare ciò, potrà anche trarre frutti morali da tali considerazioni. E si mostrerà, appena la scienza dello spirito interviene nella vita dell’uomo mostrandogli la verità su certi rapporti spirituali, che essa gli fornirà gli impulsi etico-morali più grandi, come nessun’altra conoscenza e nessun mero precetto morale esteriore può offrirgli. La conoscenza dei fatti del mondo spirituale, come la trasmette la scienza dello spirito, è perciò un impulso potente, che anche riguardo alla morale può portare i più grandi progressi nella vita umana.
Coloro tra voi che hanno frequentato questi insegnamenti della sezione per anni avranno forse potuto osservare che essi non sono affatto accumulati a caso riguardo ai loro temi: vi è un certo progredire in essi. Anche all’interno di un singolo inverno gli insegnamenti hanno sempre un certo nesso interno, sebbene questo non sia visibile esteriormente a prima vista. Sarà pertanto della massima importanza tenere conto dei diversi corsi che si tengono accanto ai veri e propri insegnamenti della sezione qui da noi, e che sono destinati a condurre i membri giunti più tardi fino al livello di questi insegnamenti. Molte cose che qui vengono dette non possono essere comprese senza ulteriore preparazione da chiunque giunga di fresco. Ma vi è ancora qualcosa da osservare al riguardo, che dovrebbe trovare considerazione progressivamente nei diversi rami della nostra sezione tedesca. Poiché vi è un certo andamento interno negli insegnamenti, incombe a me in particolare di strutturare ogni insegnamento in modo che si inserisca in un tutto coerente. Non è quindi possibile esprimere le cose che in un singolo insegnamento di questa sezione sono dette per i partecipanti più avanzati, in modo che valgano allo stesso modo per chi è giunto da poco tempo. Si potrebbe naturalmente parlare dello stesso tema in modo completamente elementare, ma questo non sarebbe opportuno se nel ramo stesso è previsto un progresso nello sviluppo della nostra vita di scienza dello spirito. Questo è di nuovo collegato al fatto che si dovrebbe fare a meno, nel più ampio senso e sempre più — proprio man mano che avanziamo —, della pubblicazione di insegnamenti e della comunicazione di insegnamenti anche da un ramo all’altro. Si tratta veramente, con gli insegnamenti che io tengo nei rami, sempre più del fatto che non è indifferente se si ascolta un insegnamento un certo lunedì e il successivo il lunedì dopo. Anche se al lettore non risulta immediatamente trasparente perché un insegnamento segua l’altro, ciò è tuttavia importante; e quando si prestano gli insegnamenti in giro, non si può affatto tenere conto di che cosa si tratti. In tal caso è possibile che un insegnamento venga letto prima dell’altro, e allora necessariamente sarà frainteso e cagionerà confusione nelle teste di molti. Questo deve essere rilevato come qualcosa che appartiene alla nostra vita antroposofica, assolutamente come importante. Che qui o là sia inserita una proposizione subordinata, che qui o là una parola sia particolarmente enfatizzata o meno, questo dipende dallo sviluppo complessivo della vita del ramo. E soltanto quando la pubblicazione degli insegnamenti sarà strettamente sorvegliata, in modo che sostanzialmente ci si astenga da ogni pubblicazione che non mi sia stata prima sottoposta, potrà seguire qualcosa di proficuo da questa moltiplicazione o pubblicazione degli insegnamenti.
Questo è anche in certa misura una sorta di introduzione agli insegnamenti che qui nel nostro ramo verranno tenuti prossimamente. Vi sarà un certo nesso interno nel corso degli insegnamenti di questo inverno, e il materiale preparatorio che verrà raccolto, sarà indirizzato infine, proprio negli insegnamenti di questo inverno, verso un apice ben determinato, in cui troverà il suo compimento. Ciò che è stato discusso qui otto giorni fa ha fatto un piccolo inizio; ciò che oggi verrà discusso sarà una sorta di continuazione. Ma «continuazione» non come nei romanzi dei giornali, dove la trentottesima continuazione continua la trentasettesima, bensì tutto avrà un nesso interiore, anche se apparentemente diversi argomenti verranno trattati, e il nesso consisterà nel fatto che il tutto allora alla fine culminerà negli ultimi insegnamenti. Così già oggi avremo da dire qualcosa di schizzato riguardo all’essenza delle malattie, e lunedì prossimo avremo da parlare dell’origine, del significato storico e del senso dei «Dieci Comandamenti». Questo può sembrare come se non appartenesse insieme; ma vedrete alla fine come tutto ciò ha un nesso interno e come in realtà non deve valere come qualcosa che rappresenta un insegnamento chiuso in sé, come potrebbe ben essere il caso per un pubblico più vasto.
Sull’essenza dell’essere malato, delle malattie vogliamo oggi parlare da un punto di vista della scienza dello spirito. Di essere malati o almeno di questa o quella forma di malattia, l’uomo di solito si preoccupa soltanto quando è colpito da questa o quella malattia, e allora in realtà non gli interessa nulla di diverso per lo più se non la guarigione, cioè gli interessa il fatto che egli sia guarito. Come egli sia guarito, gli è talvolta del tutto indifferente, e gli è anche assai gradito se non deve continuare a preoccuparsi di questo «come». A ciò servono coloro che sono incaricati dai posti corrispondenti, così pensano la maggior parte dei nostri contemporanei. In questo campo domina una fede nell’autorità molto più terribile rispetto a quella che non abbia mai dominato nel campo religioso. Il papato medico, indipendentemente da come si configuri qui o là, è uno che si è imposto fino a oggi nel modo più intenso e che continuerà a imporsi ancora di più in futuro. Ma i laici non sono i meno colpevoli del fatto che possa essere così o divenga così. Perché non si pensa, non ci si preoccupa di queste cose, se non si è toccati al vivo, se non c’è proprio un caso acuto dove si è bisognosi di guarigione. E così una grande parte della popolazione guarda con grande indifferenza a come il papato medico assume sempre più grandi dimensioni e si annida nelle forme più diverse; così ad esempio quando ora interviene e in modo enorme nell’educazione dei bambini, nella vita scolastica, e pretende per sé una determinata terapia. Non ci si preoccupa di che cose più profonde stiano effettivamente dietro. Si guarda quando questa o quella istituzione viene fatta in pubblico, sia sotto forma di questa o quella legge. Si vuole non acquisire un vero sguardo in queste cose. Per contro si troveranno sempre di nuovo persone che, quando il male li tocca direttamente e non riescono a cavarsela con la medicina ordinaria materialistica, di cui non si preoccupano i fondamenti e solo vedono se siano guarite o no, allora vanno anche da coloro che si trovano sul terreno dell’occultismo — e allora si preoccupano di nuovo solo se possano essere guarite o no. Ma non si preoccupano se l’intera vita pubblica riguardo ai metodi e alla conoscenza delle cose sia minata nelle sue fondamenta da un metodo più profondo, proveniente dal spirituale. Chi se ne preoccupa, se con un metodo che è cresciuto su terreno occulto, il pubblico reprime ogni guarigione in questo campo, o se il guaritore viene imprigionato? Tutte queste cose non si considerano in modo abbastanza radicale; le si considera solo quando il caso è presente. Ma è proprio il compito di un vero movimento spirituale il far nascere la consapevolezza che non può trattarsi soltanto della ricerca egoistica della guarigione, bensì della conoscenza dei fondamenti più profondi in queste cose e della diffusione di una tale conoscenza.
Nel nostro tempo del materialismo è del tutto naturale per chi sa penetrare le cose che proprio la dottrina delle malattie subisca il più potente influsso dal modo di pensare materialistico. Ma ci si sbaglierà altrettanto se ci si insegue dietro a questo o quel slogan, si attribuisce qualcosa di particolare a questo o quel metodo, ci si sbaglierà altrettanto con una mera critica di ciò che proviene bensì da fondamenti scientificonaturali ed è utile in molti riguardi, ma è tuttavia abbellito con teorie materialistiche, come se d’altro canto si volesse sussumere tutto sotto guarigione psichica e simili e in tal modo si cada in tutte le possibili unilateralità. Soprattutto deve diventare sempre più chiaro all’umanità odierna che l’uomo è un essere complicato e che tutto ciò che ha a che fare con l’uomo, ha a che fare con questa complicatezza del suo essere. Se una scienza è dell’opinione che l’uomo consista soltanto di corpo fisico, allora non può in nessun modo intervenire in modo salutare in ciò che ha a che fare con l’uomo sano o malato. Perché la salute e la malattia stanno in un rapporto con l’uomo intero e non soltanto con un membro dello stesso, il corpo fisico.
Ora non si deve affatto prendere il problema in modo superficiale. Potete oggi trovare a sufficienza medici regolarmente riconosciuti come tali, che non vi concederanno affatto di stare, riguardo alla loro confessione religiosa, su terreno materialistico: hanno questa o quella confessione religiosa, e ricaccerebbero lontano da sé il rimprovero di essere pervasi da una mentalità materialistica. Ma non dipende da questo. Nel vivere non dipende affatto da ciò che uno dice e di cui è convinto. Questa è cosa personalissima. Nel fare conta il fatto che si possano applicare i fatti che non solo si trovano nel mondo sensibile, ma pervadono il mondo spirituale, e si sappiano rendere fecondi per la vita. Se dunque un medico è uomo piosissimo e ha ancora così tante idee, di questo o quel tipo, riguardo al mondo spirituale, ma nel riguardo di ciò che esercita procede secondo le regole che provengono completamente dal nostro modo di sentire mondano materialistico — se cioè cura come se ci fosse solo un corpo —, allora, per quanto la sua teoria sia spiritualmente orientata, egli è un materialista. Perché non conta ciò che uno dice o crede, bensì che sappia mettere in movimento vivente le forze che stanno dietro il mondo sensibile esteriore. Ugualmente non basta se, mediante l’antroposofia, si diffonde la dottrina che l’uomo consiste di un’entità quadripartita, e tutto nel mondo ripetesse poi meccanicamente che l’uomo consiste di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, anche se si possono definire e descrivere queste cose in una certa misura. Nemmeno questo è l’essenziale: l’essenziale è che venga compreso sempre più l’intergioco vivente di questi arti dell’essenza umana, che venga compreso come nell’uomo sano e malato sono partecipi corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, e ciò che di nuovo reciprocamente è collegato con questi arti. Chi, ad esempio, non si occuperà mai di ciò che la scienza dello spirito sa dare riguardo alla natura del quarto arto dell’essenza umana, riguardo all’Io, non potrà mai — anche se studiasse ancora così tanta anatomia e fisiologia — riconoscere qualcosa riguardo alla natura del sangue. Questo è assolutamente impossibile. Perciò non potrà mai e poi mai dire qualcosa di significativo e fecondo riguardo alle malattie che hanno a che fare con la natura del sangue. Il sangue è l’espressione per la natura dell’Io dell’uomo. E quando attraverso i tempi risuona la parola di Goethe nel «Faust»: «Il sangue è un fluido straordinario», è davvero detto molto. La nostra scienza odierna non ha idea che ci si debba comportare come ricercatori, anche verso il sangue fisico, in modo completamente diverso rispetto a qualsiasi altro membro della corporeità fisica umana, perché esso è l’espressione di qualcosa di completamente diverso. Se le ghiandole sono l’espressione, la controparte fisica del corpo eterico, allora dobbiamo vedere anche fisicamente qualcosa di completamente diverso in ciò che compone una qualsiasi ghiandola — sia essa fegato o milza — rispetto a quanto dobbiamo vedere nel sangue, che è l’espressione di un arto molto più elevato dell’essenza umana, vale a dire dell’Io. E da ciò devono dipendere i metodi di ricerca che ci mostrano come occuparci di queste cose. Ora voglio enunciare qualcosa che propriamente può essere comprensibile solo all’antroposofo avanzato, ma che è importante enunciare.
Appare oggi al dotto di mentalità materialistica del tutto naturale che, quando si fa un foro nel corpo, da lì fluisce sangue, che può essere esaminato con tutti i mezzi esistenti. E si descrive così: questo è sangue — più o meno come si descrive una qualsiasi altra sostanza, un acido o simile, secondo i metodi di ricerca chimica con cui si procede. Ma non si considera una sola cosa, che per una scienza materialistica non solo è sconosciuta, ma addirittura deve apparire come follia e fantasticheria, e che tuttavia è vera: il sangue che scorre nelle vene, che sostiene il corpo vivente, non è affatto quello che fluisce via quando faccio il foro e ottengo una goccia rossa. Perché il sangue subisce una tale trasformazione nel momento in cui esce dal corpo, che possiamo dire essere completamente un’altra cosa; e ciò che fluisce via come sangue coagulante, anche se ancora così fresco, è ininfluente per ciò che è l’intera essenza nell’organismo vivente. Il sangue è l’espressione per l’Io, per un arto elevato dell’essenza umana. Il sangue è già come fisico qualcosa che voi non potete affatto esaminare nella sua totalità in modo fisico: quando potete vederlo, non è più il sangue che scorre nel corpo, quello che era. Non può affatto essere considerato fisicamente, perché nel momento in cui è esposto, quando arriva al punto di poter essere esaminato mediante qualsiasi metodo simile a quello dei raggi X, allora non si esamina più il sangue, bensì qualcosa che è il riflesso esteriore del sangue sul campo fisico. Queste cose verranno capite soltanto gradualmente. Ci sono sempre stati nel mondo ricercatori che si trovavano sul terreno dell’occultismo e hanno detto questo, ma sono stati chiamati fantasisti o filosofi, o in qualche altro modo.
Ora tutto nell’uomo sano o malato è veramente collegato con la molteplicità dell’uomo, con la complicatezza dell’uomo; e così si giunge a una visione dell’uomo sano o malato soltanto attraverso una conoscenza dell’uomo che sia tratta dalla scienza dello spirito. Ci sono danni del tutto specifici della natura umana che possono essere compresi solo se siamo consapevoli che sono collegati con la natura dell’Io, e di nuovo in modo determinato — ma entro determinati limiti — si mostrano nell’espressione dell’Io, nel sangue. Poi ci sono danni determinati nell’organismo umano che devono essere ricondotti a una malattia del corpo astrale e che per questo affliggono l’espressione esterna del corpo astrale, il sistema nervoso. Ma ora dovete, mentre è nominato questo secondo caso, diventare un po’ consapevoli della finezza con cui qui bisogna pensare. Quando il corpo astrale dell’uomo ha in sé tale irregolarità da esprimersi nel sistema nervoso, nell’immagine esterna del corpo astrale, allora emerge innanzitutto fisicamente una certa incapacità del sistema nervoso di compiere il suo lavoro. Se ora il sistema nervoso non può compiere il suo lavoro secondo una determinata direzione, allora come conseguenza di questa incapacità possono insorgere i più disparati sintomi di malattia: lo stomaco, la testa, il cuore possono ammaliarsi. Ma non deve affatto una malattia che ad esempio mostra il suo sintomo nello stomaco essere ricondotta a un’incapacità del sistema nervoso secondo una determinata direzione e quindi ricondotta nella sua origine al corpo astrale, bensì può venire da un tutt’altro posto.
Quelle forme di malattia che sono collegate con l’Io stesso, e quindi con la sua espressione esterna, il sangue, si manifestano di regola — ma solo di regola, perché nel mondo le cose non sono così delineate, nonostante si possano tracciare contorni netti quando si considerano le cose — come quelle malattie che si presentano come malattie croniche. Ciò che altrimenti può essere innanzitutto percepito come questi o quei danni è di regola sintomo. Può manifestarsi questo o quel sintomo, alla base però può esserci un danno del sangue, e questo ha la sua origine in un’irregolarità di quella parte dell’essenza umana che noi chiamiamo portatore dell’Io. Ora potrei parlarvi per ore sulle forme di malattia che si manifestano cronicamente, e che, se parliamo fisicamente, hanno la loro origine nel sangue; se parliamo spiritualmente, nell’Io. Queste sono soprattutto le malattie veramente ereditarie, che passano da una generazione all’altra. E queste malattie sono quelle che possono essere comprese soltanto da colui che considera la natura umana spiritualmente. Allora viene qui o là qualcuno che è cronicamente malato, cioè sostanzialmente non è mai veramente sano: ora sorge questo, ora quello, sente ora questo o quel malessere. Si tratta di guardare più a fondo al fondamento della cosa, e soprattutto di saper prestare attenzione: come è dunque configurato il vero carattere fondamentale dell’Io? Che sorta di uomo è dunque? Chi su questo campo sa veramente qualcosa conforme alla vita può dire che forme del tutto specifiche di malattie croniche sono collegate con questo o quel carattere fondamentale puramente animico dell’Io. Certe malattie croniche non sorgeranno mai in un uomo destinato alla serietà e alla dignità, ma piuttosto in un uomo che è inclinato al fischiare e al cantare. Questo può qui soltanto essere accennato, per mostrare la via in questi insegnamenti propedeutici.
Ma vedete, molto dipende dal fatto che, quando qualcuno si presenta e dice di avere veramente da anni questo o quello, ci si debba innanzitutto rendere chiaro: che sorta di uomo è dunque? Si deve sapere quale colorazione di carattere fondamentale ha il suo Io, altrimenti si dovrà assolutamente sbagliare nella medicina esterna, se un caso particolare strano non vi guida. L’essenziale sarà ora che, in queste malattie — che sono allo stesso tempo, nel senso più eminente, quelle veramente ereditarie —, la guarigione richiederà di tenere conto dell’intero ambiente dell’uomo, nella misura in cui può esercitare un influsso diretto o indiretto sul suo Io. Se si è quindi conosciuto veramente l’uomo in questo modo, a volte si dovrà giudicare che forse si deve portarlo in questo o quell’ambiente naturale, durante l’inverno in questo o quell’ambiente, se è possibile; oppure che gli si deve consigliare, se è in una professione determinata, di cambiare professione, di cercare questo o quel lato della vita. Qui si tratterà soprattutto di cercare di toccare il giusto riguardo a ciò che può esercitare il giusto influsso proprio sul carattere dell’Io. Chiunque voglia guarire deve avere una vasta esperienza di vita, in modo da potersi immedesimare nella natura dell’uomo, da poter dire: questo uomo, per ottenere la sua guarigione, deve cambiare professione. Si tratta qui del fatto che venga evidenziato ciò che è necessario riguardo alla natura umana. Forse proprio in questo campo talvolta ogni guarigione fallirà, perché semplicemente non può essere attuata; ma in molti casi può essere attuata, se soltanto lo si sa. Così, ad esempio, molto può essere operato in un certo uomo se semplicemente vive in montagna invece che in pianura. Queste sono ora cose che si riferiscono a quelle malattie che si manifestano esternamente come malattie croniche, e che fisicamente sono collegate con la natura del sangue, spiritualmente con la natura dell’Io.
Poi veniamo soprattutto a quelle malattie che originalmente — spiritualmente — hanno la loro sede nelle irregolarità del corpo astrale e che si manifestano in determinate incapacità del sistema nervoso secondo questo o quel verso. Una grande parte delle malattie acute diffuse è legata a ciò che ora è stato discusso; persino la maggior parte delle malattie acute è legata a ciò. È infatti una superstizione, se spesso si crede che uno il quale soffre dello stomaco o del cuore, o addirittura ha qui o là un’irregolarità chiaramente percettibile, sia propriamente curato andando direttamente contro questo sintomo di malattia. L’essenziale può essere il fatto che questo sintomo di malattia esista perché il sistema nervoso è incapace di funzionare. Così il cuore può essere malato perché semplicemente il sistema nervoso è diventato incapace di funzionare secondo quella direzione secondo cui dovrebbe supportare il cuore nel suo movimento. Lì è completamente inutile maltrattare il cuore o, nel caso opposto, lo stomaco, al quale sostanzialmente non mancherebbe nulla direttamente: sono i soli nervi che dovrebbero fornirlo a essere incapaci di compiere il loro lavoro. Se in un tale caso di malattia dello stomaco lo stomaco viene trattato con acido cloridrico, si commette lo stesso errore di chi, con una locomotiva che arriva sempre troppo tardi, dice: «deve mancarle qualcosa», e la colpisce attorno — ma essa arriva sempre non al tempo giusto. In verità si troverebbe, se si andasse a fondo nella cosa, che il macchinista si ubriaca ogni volta prima che arrivi il momento di guidare; si colpirebbe dunque il giusto se ci si mettesse dal lato del macchinista, perché altrimenti la locomotiva non arriverà comunque al tempo giusto. Così può assolutamente accadere che con malattie dello stomaco, invece di iniziare dallo stomaco, si debba intervenire nei nervi che lo forniscono. Troverete forse anche nella medicina materialistica molte osservazioni simili. Ma non dipende dal fatto che qualcuno dica, se lo stomaco mostra un sintomo di malattia, che ci si debba rivolgere innanzitutto al nervo. Perché con ciò non è ancora fatto nulla. È fatto solo quando si sa che il nervo è l’espressione del corpo astrale, che si può tornare indietro alla struttura del corpo astrale, e nelle irregolarità del corpo astrale si possono cercare le cause. Allora si pone la domanda: da che cosa allora dipende?
Innanzitutto, con tali malattie, nella maniera di guarigione dovrà essere considerato ciò che si chiama dieta: che si colpisca il giusto miscuglio del cibo e di ciò che l’uomo gode. Così dipende dallo stile di vita — non riguardo all’esteriore, bensì riguardo a ciò che l’uomo deve digerire ed elaborare —, e su ciò nessuno può mai sapere nulla sulla base di una scienza puramente materialistica. Si deve essere chiari che tutto ciò che ci sta attorno nel vasto mondo come macrocosmo ha un rapporto con il nostro interno complicato, con il microcosmo: ogni alimento che si possa trovare sta cioè in una connessione ben determinata con ciò che è nel nostro organismo. Abbiamo abbastanza imparato come l’uomo abbia compiuto una lunga evoluzione, e come l’intera natura esterna sia stata prodotta come un’escrezione dell’uomo. Siamo sempre tornati indietro, nelle diverse considerazioni, fino al vecchio tempo di Saturno. Là abbiamo trovato che sul vecchio Saturno non c’era nulla di diverso se non soltanto l’uomo, e che così l’uomo, l’evoluzione umana, ha secreto gli altri regni della natura, il regno vegetale, il regno animale e così via. L’uomo ha formato i suoi organi in questa evoluzione del tutto in corrispondenza con ciò che attraverso di essi è stato secreto. Anche nella secrezione del regno minerale sono nati organi interni del tutto specifici. Il cuore non avrebbe potuto nascere se nel corso del tempo non si fossero formate esternamente certe piante, minerali e possibilità minerali. Ora ciò che così è sorto esternamente sta in un certo rapporto con ciò che si è formato internamente. E soltanto colui che sa come l’esterno stia all’interno in un rapporto può, nel caso singolo, dire come l’esterno, il macrocosmico, possa essere utilizzato per il microcosmo; altrimenti l’uomo in certa misura sperimenterà che si ficca dentro qualcosa che non gli si addice per nulla. Così abbiamo, nella scienza dello spirito, i veri fondamenti da cercare, che possono guidare il nostro giudizio. È sempre un giudizio superficiale, se nel caso di malattia la dieta di un uomo debba essere determinata secondo leggi trovate puramente esternamente, ricavate da statistiche o dalla chimica. Si tratta di fondamenti completamente diversi. Così vediamo come qui la conoscenza spirituale debba permeare e accendere tutto ciò che ha a che fare con l’uomo sano e malato.
Poi ci sono determinate forme di malattia che in parte assumono carattere più cronico, in parte più acuto, ma che ora sono collegate con il corpo eterico umano, e quindi trovano la loro espressione negli organi ghiandolari umani. Queste malattie di regola non hanno assolutamente nulla a che fare con ciò che si chiama eredità, eredità generazionale, ma hanno molto a che fare con la connessione popolare, con la connessione razziale e tribale che si trova nel mondo umano. In modo che, con le malattie che hanno la loro origine nel corpo eterico ed escono come malattie ghiandolari, dobbiamo sempre tenere in considerazione la domanda: ha un Russo questa malattia, o un Italiano, un Norvegese o un Francese? Perché queste malattie sono collegate al carattere popolare, e quindi si manifestano del tutto diversamente. Così, ad esempio, nel campo medico viene commesso un grande errore: in tutta l’Europa occidentale si esprime una visione completamente falsa della tabe, della consunzione del midollo spinale. Certo, è corretta per la popolazione dell’Europa occidentale, ma completamente sbagliata per la popolazione dell’Europa orientale, perché ha un’origine del tutto diversa; oggi anche queste cose variano ancora nel modo più variegato. Ora comprenderete che questo, con la mescolanza della popolazione, richiede una certa ampiezza di sguardo. Solo colui che sa discernere riguardo all’interno della natura umana può formarsi un giudizio su questo. Queste malattie vengono semplicemente trattate oggi esternamente, in blocco con le malattie acute, mentre appartengono a un campo completamente diverso. Soprattutto in ciò deve essere conosciuto che gli organi dell’uomo i quali stanno sotto l’influsso del corpo eterico, e possono ammalarsi attraverso irregolarità del corpo eterico, stanno in rapporti del tutto specifici l’uno verso l’altro. Così, ad esempio, c’è un rapporto ben determinato tra il cuore e il cervello di un uomo, ed è da esprimere, anche più figuratamente, in una certa misura, dicendo: questo reciproco rapporto di cuore e cervello corrisponde al rapporto di sole e luna — qui però il cuore al sole e il cervello alla luna. Arriviamo così al fatto di dover essere chiari che, quando ad esempio sorge una malattia nel cuore, nella misura in cui ha radici nel corpo eterico, essa deve controrispondere al cervello, come se sul sole accadesse qualcosa, ad esempio un offuscamento, deve controrispondere alla luna. Non può essere diversamente, perché le cose stanno in un nesso immediato.
Queste cose, nella medicina occulta, sono designate anche in modo che si applichino ai diversi organi dell’uomo le immagini dei corpi celesti: cuore come sole, cervello come luna, milza come Saturno, fegato come Giove, cistifellea come Marte, reni come Venere, polmoni come Mercurio. Quando studiate i reciproci rapporti dei corpi celesti, avete un’immagine del reciproco rapporto degli organi dell’uomo, nella misura in cui sono nel corpo eterico. È impossibile che la cistifellea si ammali — che spiritualmente è da cercarsi nel corpo eterico — senza che questa malattia risuoni in qualche modo verso gli organi appena nominati; e poiché la cistifellea è stata designata come Marte, risuona in modo come l’azione di Marte nel nostro sistema planetario. Così si devono conoscere i nessi degli organi quando si tratta di malattia del corpo eterico; e tuttavia queste sono prevalentemente le malattie — e da ciò vedrete che ogni unilateralità su campo occulto deve essere evitata — per le quali devono essere applicati specifici rimedi curativi. Allora entrano i rimedi che trovate fuori, nelle piante e nei minerali. Perché ciò che appartiene alle piante e ai minerali ha un significato profondo per ciò che appartiene al corpo eterico umano. Così, quando sappiamo che una malattia ha origine nel corpo eterico e quindi si esprime in una determinata misura nel sistema ghiandolare, dobbiamo trovare il rimedio che in maniera giusta possa correggere, riparare il complesso dell’interazione. Prevalentemente con queste malattie, con cui si deve innanzitutto considerare ciò che naturalmente è la cosa principale — che hanno origine nel corpo eterico, poiché sono collegate al carattere popolare, che con esse gli organi agiscono regolarmente insieme —, soltanto con esse è il caso che specifici rimedi possano essere applicati come rimedi curativi.
Ora avrete forse l’impressione: sì, se si deve mandare un uomo qui o là, di regola, se è legato a una professione e le cose non possono essere attuate, non gli si può aiutare. Allora entra in realtà come efficace, in ogni caso, il metodo psichico. Ciò che si chiama metodo psichico è maggiormente efficace quando si deve cercare la malattia nell’Io proprio dell’uomo. Così, quando sorge una tale malattia cronica, che ha quindi in qualche misura radici nel sangue, allora i rimedi psichici entrano come il legittimo. E se vengono eseguiti nel modo giusto, possono, in tal modo che agisce sull’Io, formare una compensazione completa per ciò che dal di fuori fluisce nell’uomo. Allora vedrete dappertutto un nesso fine e intimo, quando osservate ciò che l’anima umana può vivere, quando è altrimenti incatenata ad esempio nella morsa e ora per un breve momento può godere l’aria della campagna. Così la gioia che eleva l’anima con i sentimenti è qualcosa che nel senso più lato possiamo chiamare un metodo psichico. Ora il guaritore, quando esercita il suo metodo correttamente, può sostituire ciò progressivamente attraverso la sua influenza personale; e i metodi psichici hanno la loro più forte giustificazione in questa forma di malattie, e questo non è da trascurare almeno per il motivo che la massima parte delle malattie si basa su un’irregolarità della parte Io dell’uomo.
Poi arriviamo alle malattie che nascono da irregolarità del corpo astrale. Allora perdono certamente i soli metodi psichici, sebbene siano applicabili, il loro grande valore; perciò questi metodi sono anche con queste malattie i rari. Allora entra il metodo dietico curativo. Soltanto con le malattie che abbiamo designato come il terzo tipo è propriamente legittimo supportare il corso della guarigione con i rimedi medici esterni. Così quando si considera l’uomo nella sua complicatezza, anche nella maniera di guarigione si tratta di universalità, e non si può cadere in unilateralità.
Manca ancora ciò che sono le vere malattie aventi origine nel corpo fisico stesso, che si riferiscono al corpo fisico: queste sono le vere malattie infettive. Questo è un capitolo importante, e lo considereremo più attentamente in uno dei prossimi insegnamenti, quando avremo prima considerato la vera e corretta origine dei «Dieci Comandamenti». Perché vedrete che questo è collegato. Oggi posso quindi solo segnalare che questo quarto tipo di malattia è presente e che, nel suo fondamento profondo, dipende da una conoscenza dell’intera natura con cui il corpo fisico umano è collegato. Non il fisico è qui il fondamento, bensì nuovamente lo spirituale. Quando avremo considerato questa quarta forma di malattia, non avremo ancora esaurito tutte le malattie essenziali, bensì vedremo che dipende anche dal karma umano, che qui entra in gioco. Questo è un quinto che viene in considerazione.
Così diremo: ci si rivelerà progressivamente qualcosa riguardo alle cinque diverse forme delle malattie dell’uomo, malattie che hanno origine nel campo dell’Io, che hanno origine nel campo del corpo astrale, del corpo eterico o del corpo fisico, e ciò che nelle malattie è da considerarsi come la parte karmica. Da ciò solo può dipendere che si introduca un rimedio riguardo al pensiero medico, che l’intero pensiero medico sia pervaso dalla conoscenza dei gradi superiori della natura umana. Prima non si ha affatto a che fare con una medicina che in verità possa realmente intervenire su ciò di cui si tratta. Sebbene queste cose, come molti dei nostri insegnamenti occulti, debbano essere portate all’altezza del tempo e messe in forma moderna, non dovete credere che non sia anche in certa misura una saggezza antica.
La medicina ha avuto il suo inizio dalla conoscenza spirituale ed è diventata sempre più materialistica. E forse in nessun’altra scienza come nella medicina si può vedere come il materialismo si è abbattuto sull’umanità. C’era nei tempi precedenti almeno una consapevolezza del fatto che una conoscenza della quadripartitezza della natura umana è necessaria, se si vuole guardarvi dentro. Certo, il materialismo si è mostrato anche prima, così che su questo campo persone chiaroveggenti hanno già visto nei secoli prima degli ultimi quattro come intorno a loro tutto cominciava a pensare in modo materialistico, e Paracelso, che oggi non è compreso, che si ritiene sia un fantasista o un sognatore, ha ad esempio puntato completamente sul fatto che intorno a lui la scienza medica, come è uscita da Salerno, Montpellier, Parigi, come anche aveva radici in certi luoghi tedeschi, era materialistica o almeno sempre più si disponeva a divenire materialistica. E proprio la posizione mondiale di Paracelso gli ha fatto sembrare necessario — ciò che oggi di nuovo diventa necessario — di chiamare l’attenzione su come un’opinione medica che procede dallo spirito appare contro ciò che viene acquisito su puro terreno materialistico. Oggi forse è ancora più difficile che non lo fosse già per Paracelso penetrare con un modo di pensare di tipo paracelsiano. Perché allora il pensiero materialistico della medicina non stava così aspramente e non era così estraneo al pensiero di Paracelso, come oggi la scienza materialistica è estranea, senza alcuna comprensione a un insegnamento dentro la vera natura spirituale dell’uomo. Perciò vale per noi ciò che in questa relazione proprio Paracelso ha detto, ma che oggi è meno riconosciuto nella sua validità. Quando vedete come oggi si pensa alle cose da coloro che lavorano al tavolo di dissezione o nel laboratorio, e come le ricerche vengono utilizzate per comprendere l’uomo sano e malato, allora si potrebbe in certa misura anche volgere le spalle a questo modo di pensare materialistico in modo simile a quello che ha fatto Paracelso. Soltanto forse non si potranno citare direttamente alcune parole con una certa speranza di comprensione, e forse anche di scusa, come le ha dette Paracelso riguardo ai medici che vivevano intorno a lui — cioè veramente con la speranza di scusa, perché Paracelso stesso ha detto di non essere uomo fine e sottile che abbia vissuto ai tavoli dei superiori, ma di essere di natura grezza, cresciuto con formaggio e latte e pane d’avena; e perciò avrete già scusa se queste cose non suonano sempre molto fini. — Paracelso dice riguardo ai medici latini, ma anche riguardo ai medici tedeschi, mentre discute le diverse nature di malattie:
«Perché è un grande errore, e sta male che così tanti medici latini, e in particolare a Montpellier, Salerno, Parigi, che vogliono avere il premio davanti a tutti e disprezzare chiunque, e tuttavia non sanno nulla di per sé né possono, ma pubblicamente si scopre che la loro bocca e il loro splendore sono tutta la loro arte, cioè la loro chiacchiera. Non hanno vergogna dei clisteri, delle purhe; anche se porta alla morte, allora tutto deve andar bene. E si vantano della grande anatomia che hanno e usano, e tuttavia non hanno mai visto che il tartaro pende nei denti, per non parlare di altre cose. Questi sono buoni oculisti, non hanno bisogno di uno specchio al naso. Che cosa è il vostro vedere e l’anatomia? Non potete fare nulla con essa, e non avete così tanti occhi che vediate ciò che c’è. Di ciò si danno da fare anche i tedeschi ciarlatani-medici e imbroglioni visti e simili e giovani, sciocchi covati, quando hanno visto tutto, sanno di meno che prima. Così affogano nel fango e nei cadaveri, e dopo il popolo va ai requiem — se soltanto fossero andati dalla gente per questo!»
Proseguendo da dove abbiamo cominciato otto giorni fa con l’osservazione delle forme di malattia e della vita salutare dell’uomo, procederemo nel corso di questo inverno sempre più profondamente — con sempre maggiore precisione — nelle questioni a essa collegate. Tutte le nostre considerazioni culmineranno infine in una conoscenza della natura umana in generale più precisa, più accurata, di quanto fino a ora sia stato possibile con i mezzi dell’antroposofia così come li abbiamo avuti a disposizione. Oggi deve inserirsi necessariamente nelle nostre considerazioni una discussione approfondita sull’essenza e il significato dei Dieci Comandamenti di Mosè, perché ne avremo un’esigenza vitale in seguito. Avremo infatti l’occasione prossima di parlare del significato profondo e decisivo di concetti come il peccato originale, la redenzione e simili questioni di questa portata; e vedremo allora che questi concetti fondamentali ritrovano pienamente il loro significato alla luce dei nostri ultimi risultati scientifici e delle nostre esperienze antroposofiche. Ma per giungere a questo dovremo prima esaminare con tutta la dovuta attenzione l’essenza fondamentale di questo singolare documento, che dall’antichità remota della storia israelitica si protende fino a noi e che ci si presenta come uno dei blocchi fondatori più importanti del grande tempio eretto come una sorta di vestibolo maestoso al cristianesimo vero. Proprio di fronte a un documento di tale portata storica e spirituale diventa sempre più evidente come poco, e in quale misura inadeguata, la forma in cui l’uomo contemporaneo può conoscere la Bibbia corrisponda effettivamente al documento originario stesso. Dai dettagli concreti che sono stati discussi e analizzati nelle ultime due conferenze pubbliche dedicate a «Bibbia e Saggezza», avrete naturalmente ricevuto l’impressione — un convincimento, direi — che non sarebbe affatto giusto pensare in questo modo: ebbene, in fondo sono pur sempre solo singole critiche e obiezioni stilistiche alle traduzioni correnti, e su tali minuzie e precisioni filologiche non può veramente dipendere nulla di essenziale. Sarebbe un giudizio superficialissimo — profondamente errato — trattare queste cose in questo modo superficiale. Ricordatevi soltanto del fatto concreto che è stato possibile sottoporre all’attenzione: come il quarto versetto del secondo capitolo della Genesi, tradotto in modo veramente corretto secondo il testo ebraico, dice in realtà: «Questo seguente testo racconterà le generazioni o piuttosto quello che sorge, quello che procede dal cielo e dalla terra»; e nella Genesi intera si usa la medesima parola significativa qui — al principio della creazione — come là in seguito, dove si dice esplicitamente: «Questo è il libro delle generazioni — oppure della discendenza — di Adamo». In entrambi i casi nella lingua originaria si trova la medesima parola portante. E significa profondamente molto — è di grande importanza — che là dove si descrive il procedimento e il provenire dell’uomo dal cielo e dalla terra si usi precisamente la medesima parola con cui si indica la discendenza successiva di Adamo. Queste cose non sono affatto semplicemente un miglioramento pedante di natura grammaticale, che un poco aggiustasse soltanto la traduzione esterna: toccano il nervo vitale profondo, non solo della nostra traduzione contemporanea, ma della vera comprensione spirituale di questo documento primordiale, originario dell’umanità. E si parla davvero dalle vere sorgenti vitali della nostra visione del mondo antroposofica, quando si dichiara che una delle più importanti mansioni, una delle più centrali funzioni di questa visione del mondo — anzi dell’antroposofia stessa nella sua essenza — consiste nel restituire la Bibbia, alla vera forma originaria, nella sua integrità, all’umanità moderna. Ciò che qui principalmente ci interessa in questo discorso è quello che è stato detto in generale, rivolto ora con precisa attenzione ai Dieci Comandamenti di Mosè. Questi Dieci Comandamenti sono oggi accettati in realtà dalla maggior parte assoluta delle persone come se fossero semplici disposizioni legali, proprio come qualsiasi stato moderno emana ordinamenti e leggi. Si dovrà sicuramente ammettere che le leggi contenute nei Dieci Comandamenti sono indubbiamente più comprensive, molto più generali e universali, e che valgono in modo indipendente da questo luogo particolare e da questo tempo specifico. Le si riterrà dunque per leggi di portata più generale e universale; ma si ha tuttavia, nel fondo della coscienza, la convinzione che debbano avere soltanto l’effetto medesimo o lo stesso scopo pratico delle leggi che oggi vengono comunemente emanate da una legislatura moderna. Ma così — proprio così — si fraintende profondamente il vero nervo vitale, il vero principio vivente che dimora in questi Dieci Comandamenti. E come lo si sia frainteso emerge chiaramente dal fatto che tutte le traduzioni accessibili all’umanità odierna hanno già, del tutto inconsapevolmente, assorbito e incorporato un’interpretazione essenzialmente superficiale, un’esegesi che non penetra affatto nello spirito vero di questi Dieci Comandamenti. Se però penetriamo — se sappiamo penetrare — nello spirito reale di questi insegnamenti, allora vedrete come il significato vero e profondo di questi Dieci Comandamenti si inscriva organicamente nelle considerazioni che proprio ora, in questa conferenza, abbiamo cominciato, e riguardo alle quali all’inizio sembrerebbe che facessimo un salto improvviso e inspiegabile, un deviamento fuori tema, quando consideriamo così approfonditamente i Dieci Comandamenti.
Soprattutto, come una sorta di introduzione, facciamo il tentativo di trasmettere i Dieci Comandamenti in lingua italiana in un modo almeno sufficientemente appropriato, e soltanto poi affrontiamo la questione. Ancora molte cose dovranno essere rifinite in questa, se così si vuol dire, riformulazione dei Dieci Comandamenti. Ma il nervo vitale, il significato reale, deve per la prima volta essere colto con questa forma dei Dieci Comandamenti in lingua italiana, come tra breve vedremo. Se li si traduce secondo il significato, in modo cioè che non si sfoglia il dizionario e non si traduce parola per parola — cosa che naturalmente potrebbe solo produrre qualcosa di pessimo, poiché tutto dipende dal valore della parola e dal valore interiore totale che la cosa aveva allora — se dunque si estrae il significato, allora questi Dieci Comandamenti si presenterebbero così:
Primo Comandamento. Io sono l’eterna Divinità che tu senti in te. Ti ho condotto fuori dalla terra d’Egitto, dove tu non potevi seguirMi in te. Da ora in poi non devi anteporre altri dei a Me. Non devi riconoscere come dei superiori quello che ti mostra un’immagine di qualcosa che sembra in alto nel cielo, che agisce dalla terra o tra il cielo e la terra. Non devi adorare quello che è inferiore alla Divinità in te. Poiché Io sono l’Eterno in te, che opera nel corpo e agisce quindi sulle generazioni future. Io sono una Divinità che continua a operare. Se tu non Mi riconosci in te, Io come tua Divinità scomparirò nei tuoi figli, nipoti e pronipoti, e il loro corpo deperirà. Se tu Mi riconosci in te, Io continuerò a vivere come Te fino alla millesima generazione, e i corpi del tuo popolo prospereranno.
Secondo Comandamento. Non devi parlare di Me in te nell’errore; poiché ogni errore riguardante l’Io in te farà deperire il tuo corpo.
Terzo Comandamento. Devi separare il giorno di lavoro dal giorno festivo, affinché la tua esistenza sia immagine della Mia esistenza. Poiché quello che vive come Io in te ha formato il mondo in sei giorni e visse in se stesso nel settimo giorno. Così il tuo agire e l’agire di tuo figlio e di tua figlia e l’agire dei tuoi servi e del tuo bestiame e di quello che altrimenti ti appartiene, devono rivolgersi all’esterno solo sei giorni; nel settimo giorno però il tuo sguardo deve cercarMi in te.
Quarto Comandamento. Continua a operare nel senso di tuo padre e di tua madre, affinché ti rimanga come possesso la proprietà che essi si hanno acquistata attraverso la forza che Io ho formato in loro.
Quinto Comandamento. Non uccidere.
Sesto Comandamento. Non violare il matrimonio.
Settimo Comandamento. Non rubare.
Ottavo Comandamento. Non abbassare il valore del tuo prossimo dicendo di lui qualcosa di falso.
Nono Comandamento. Non guardare con invidia quello che il tuo prossimo possiede come proprietà.
Decimo Comandamento. Non guardare con invidia la moglie del tuo prossimo e nemmeno gli aiutanti e gli altri esseri attraverso cui egli trova il suo sostentamento.
Ora ci chiediamo: cosa ci mostrano innanzitutto questi Dieci Comandamenti? Vedremo che ci mostrano dappertutto — non solo nella prima parte, ma anche nell’ultima, dove sembra nascosto — che attraverso Mosè al popolo giudaico viene parlato nel senso seguente: quel potere che si era annunziato a Mosè nel roveto ardente con le parole della designazione del suo nome — «Io sono l’Io sono!», «Ehjeh ascher ehjeh!» — deve ora essere presso il popolo giudaico. Vi si allude al fatto che gli altri popoli nello sviluppo della nostra terra non hanno potuto riconoscere quell’«Io sono», il fondamento reale della quarta parte dell’essenza umana, così intensamente, così chiaramente come dovrebbe farlo il popolo giudaico. Quel Dio che ha versato una goccia del suo essere nell’uomo, così che la quarta parte dell’essenza umana è divenuta il portatore di questa goccia, il portatore dell’Io, quel Dio diviene consapevole al suo popolo per la prima volta attraverso Mosè. Possiamo quindi dire: alla base dei Dieci Comandamenti sta la concezione che quel Dio Jahvé ha sì lavorato e agito per l’evoluzione dell’umanità fino a quel momento.
Ma gli esseri spirituali operano prima di essere riconosciuti nella chiarezza. Quello che presso i popoli antichi del tempo pre-mosaico ha operato era sì un operante, un operatore; ma come concetto, come rappresentazione, come forza realmente efficace nell’interno dell’anima umana fu per la prima volta annunziato al suo popolo attraverso Mosè. E si trattava di rendere consapevole a questo popolo quale fosse l’intero effetto onnicomprensivo di sentirsi come un Io nella misura in cui era il caso presso il popolo giudaico. Con questo popolo abbiamo da considerare l’essenza di Jahvé come una sorta di essenza di transizione: Jahvé è innanzitutto quell’entità che versa la goccia nell’individualità propria dell’uomo. Ma esso è al contempo dio del popolo. Il singolo Ebreo si sentiva, sotto un aspetto, ancora legato all’Io che viveva anche nell’incarnazione di Abramo e che si era riversato attraverso tutto il popolo giudaico. Il popolo giudaico si sentiva legato al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Era un periodo di transizione. Questo doveva divenire diverso solo attraverso l’annunzio del cristianesimo. Ma quello che dovrà venire sulla terra attraverso Cristo viene preannunziato attraverso gli annunzi del Vecchio Testamento, soprattutto attraverso quello che Mosè ha da dire al suo popolo. Così vediamo lentamente diffondersi la piena forza della conoscenza dell’Io nel popolo giudaico, nel corso di quella storia che il Vecchio Testamento ci descrive. Doveva essere portato alla piena consapevolezza del popolo giudaico quale effetto abbia su tutta la vita dell’uomo il fatto che egli non viva più in una certa incoscienza riguardo all’Io, ma che, quando ha imparato a sentire in sé l’Io, percepisca nel suo effetto sull’intimo dell’anima il nome divino «Io sono l’Io sono».
Oggi si ha un sentimento astratto riguardo a queste cose. Oggi rimane una parola quando si parla dell’Io e di quello che a esso si collega. Nel tempo in cui questo Io fu per la prima volta annunziato al popolo giudaico nella forma dell’antico Dio Jahvé, si sentiva questo Io come l’irruzione di una forza che penetra nell’uomo e trasforma l’intera struttura del suo corpo astrale, del suo corpo eterico e del suo corpo fisico.
Si dovette dire a questo popolo: Diverse erano le condizioni della tua vita e della tua salute quando l’Io non viveva ancora nella tua anima come conoscenza; prima le condizioni di malattia e di salute per tutta la tua vita erano diverse da quelle che ora diventeranno. Perciò importava dire al popolo giudaico in quali nuove condizioni entrasse per il fatto che non doveva più guardare solo al cielo, non doveva più guardare solo alla terra quando parlava di dei, ma doveva guardare in sé stesso nell’anima propria. Lo sguardo rivolto verso l’anima propria secondo verità porta una vita giusta fino alla salute. Questa coscienza sta completamente alla base dei Dieci Comandamenti, mentre una comprensione falsa di quello che come Io è penetrato nell’anima fa deperire l’uomo in corpo e anima, lo distrugge. Basta procedere in maniera documentaria e si può osservare come poco questi Dieci Comandamenti debbono essere solo leggi esteriori, come dovrebbero essere effettivamente quello che è stato esposto: qualcosa che per la salute e il bene del corpo astrale, eterico e fisico ha il significato più decisivo. Ma dove si leggono oggi i libri correttamente e con precisione? Si dovrebbe solo sfogliare alcune pagine oltre e si troverebbe che in un'ulteriore esposizione dei Dieci Comandamenti al popolo giudaico fu detto quale sia l’effetto dei Dieci Comandamenti su tutto l’uomo. Lì si dice: «Io eliminerò ogni malattia dal tuo mezzo; non ci sarà aborto né sterilità nella tua terra, e io renderò completo il numero dei tuoi giorni».
Questo significa: se l’Io vive in modo tale da penetrare l’essenza dei Dieci Comandamenti, allora accadrà tra l’altro che tu non possa morire nella fioritura dei tuoi anni; attraverso l’Io correttamente compreso può scorrere nei tre corpi — corpo astrale, corpo eterico e corpo fisico — qualcosa che rende completo il numero dei tuoi anni, che ti fa vivere sano fino alla più tarda vecchiaia. Questo è detto molto chiaramente. Ma è necessario penetrare molto profondamente in queste cose. Questo però i teologi moderni non riescono a farlo tanto facilmente. Perché un libretto popolare — che d’altronde è sufficientemente adatto a destare scandalo perché si trova per pochi soldi — dice riguardo ai Dieci Comandamenti anche questo: si può ben facilmente vedere che nei Dieci Comandamenti sono dati i principali comandamenti umani, nella prima metà i comandamenti contro Dio, nell’altra metà i comandamenti contro gli uomini. Affinché non se ne allontani troppo, il relativo autore dice che il quarto comandamento si debba ancora aggiungere alla prima metà che riguarda Dio. Come questo signore riesca poi a far sì che quattro siano una metà e sei l’altra metà, sia solo un piccolo segno di come si procede oggi. Tutto il resto in questo libro corrisponde anche alla bella equazione: quattro è uguale a sei.
Abbiamo a che fare con l’interpretazione che viene data al popolo giudaico riguardo al corretto vivificare dell’Io nei tre corpi dell’uomo. Si tratta soprattutto di questo, che si dice — e questo si oppone già nel primo comandamento — : Se ti diventi consapevole di questo Io come di una scintilla della Divinità, sei allora tale che nell’Io devi sentire una scintilla, un’emanazione della Divinità suprema, più potente, che ha partecipato alla creazione della terra.
Ricordiamoci quello che abbiamo potuto dire sulla storia dell’evoluzione dell’uomo. Abbiamo potuto dire che il corpo fisico dell’uomo è sorto durante l’antichissima condizione di Saturno. Lì gli dei hanno lavorato. Poi è venuto il corpo eterico sul Sole. Come i due corpi sono stati ulteriormente rielaborati, è di nuovo l’opera di entità spirituali divine. Poi sulla Luna il corpo astrale si è incorporato, tutto come opera di entità spirituali divine. Quello che ha poi reso l’uomo umano nel senso odierno, era sulla Terra l’incorporazione del suo Io. Vi ha partecipato la Divinità suprema. Finché quindi l’uomo non poteva divenire pienamente consapevole di questa quarta parte della sua essenza, non poteva nemmeno avere una presentimento del Divino supremo che ha partecipato al suo divenire ed è presente in lui. L’uomo deve dirsi: Entità divine hanno lavorato sul mio corpo fisico, ma quelle che mi hanno ora donato l’Io sono più elevate. Così è anche con il corpo eterico e il corpo astrale. Quindi al popolo giudaico, che ricevette per primo la notizia profetica di questo Io, dovette essere detto: Diventa consapevole che i popoli intorno a te venerano dei che, al loro attuale stadio, possono cooperare al corpo astrale, al corpo eterico e al corpo fisico. Ma non possono cooperare all’Io. Questo Dio che agisce nell’Io, è sì sempre stato lì; si è annunziato attraverso il suo agire e la sua creazione. Ma il suo nome te l'annunzia ora.
Attraverso il riconoscimento degli altri dei l’uomo non è un essere libero. Allora è un essere che venera gli dei delle sue parti inferiori. Se però l’uomo riconosce consapevolmente il Dio di cui una parte vive nel suo Io, è allora un essere libero, un essere che si pone come essere libero di fronte al suo prossimo. L’uomo oggi non sta al suo corpo astrale, al corpo eterico e al corpo fisico come sta al suo Io. In questo Io egli dimora. È per lui immediatamente il più prossimo a cui si oppone. Al suo corpo astrale giungerà così solo quando l’avrà trasformato in Manas, e al corpo eterico solo quando l’avrà trasformato in Buddhi, quando l’avrà sviluppato dal suo Io come un Divino. Se l’Io è sorto per ultimo, è tuttavia ciò in cui l’uomo vive. E se afferra l’Io, afferra quindi quello in cui gli si presenta il Divino nella sua forma immediata, nella sua forma più propria, mentre le forme del suo corpo astrale, corpo eterico e corpo fisico che egli oggi possiede sono state formate da dei precedenti. Così i popoli circostanti, in contrasto con il popolo israelitico, veneravano quelle divinità che avevano lavorato su queste parti inferiori dell’essenza umana. E quando si fece un’immagine di queste divinità inferiori, questa immagine somigliava a qualche forma che era sulla terra o nel cielo o tra cielo e terra. Poiché tutto quello che l’uomo ha in sé è diffuso nella natura. Se l’uomo si fa immagini dal regno minerale, possono rappresentargli solo quelle divinità che hanno lavorato al corpo fisico. Se si fa immagini dal regno vegetale, possono rappresentargli solo le divinità che hanno lavorato al corpo eterico, poiché l’uomo ha il corpo eterico in comunanza con il regno vegetale. E immagini dal regno animale possono rappresentargli solo quelle divinità che hanno lavorato al corpo astrale. Ma ciò per cui l’uomo è la corona della creazione terrestre è quello che afferra nel suo Io. Non può essere espresso da nessuna immagine esteriore. E dovette dunque essere reso chiaro ed enfatizzato al popolo giudaico, con tutta la precisione: c’è qualcosa in te che è l’emanazione immediata del più supremo tra gli dei attuali. Non può essere simboleggiato da un’immagine dal regno minerale, vegetale o animale, per quanto sublime essa sia. Tutti gli dei a cui si rende culto in questo modo sono dei inferiori rispetto al Dio che vive nel tuo Io. Se vuoi venerare questo Dio in te, allora gli altri devono ritirarsi; allora hai in te la forza sana, vera, del tuo Io.
Dunque è legato ai misteri più profondi dell’evoluzione dell’umanità quello che ci si dice già nel primo dei Dieci Comandamenti: «Io sono l’eterna Divinità che tu senti in te. La forza che Io ho posto nel tuo Io è stata l’impulso, la forza, attraverso cui tu sei fuggito dalla terra d’Egitto, dove non potevi seguirMi in te».
Da ciò Mosè ha condotto il suo popolo secondo l’istruzione di Jahvé. E per rendercelo completamente chiaro, vi si allude inoltre in modo particolare al fatto che il Dio Jahvé voleva fare del suo popolo un popolo di sacerdoti. Presso gli altri popoli, coloro che stavano di fronte al popolo come i liberi erano i sacerdoti-sapienti. Questi erano i liberi che conoscevano il grande mistero dell’Io, che conoscevano anche il Dio dell’Io non raffigurabile. In modo che in questi paesi si avevano, da una parte, questi pochi sacerdoti-sapienti consapevoli dell’Io, e dall’altra la grande massa non libera, che poteva solo ascoltare quello che i sacerdoti-sapienti lasciavano fluire dai Misteri sotto la più severa autorità. Non il singolo del popolo aveva un tale immediato rapporto, ma i sacerdoti-sapienti l’avevano mediato per i singoli. Perciò tutto il bene, tutta la salvezza dipendeva da questi sacerdoti-sapienti: come essi creavano gli ordinamenti, organizzavano tutto, da quello dipendeva la salvezza e la salute. Molto dovrei raccontarvi se volessi descrivervi il significato più profondo del sonno nel tempio egiziano e il suo effetto sulla salute del popolo, se volessi descrivervi cosa semplicemente fluiva come rimedi popolari per la salute attraverso un simile culto, come ad esempio il culto di Apis. In un tale popolo, tutta la direzione e la guida erano consapevoli che sotto la guida degli iniziati, da questi luoghi di culto, scorrevano i fluidi per la salute. Questo doveva diventare diverso. Il popolo giudaico doveva diventare un popolo di sacerdoti. Ogni singolo doveva sentire in sé una scintilla di questo Dio Jahvé e ricevere un immediato rapporto con lui. Non doveva più il sacerdote-sapiente essere il solo mediatore. Perciò dovette anche darsi al popolo una guida per questo. Dovette essere fatto notare che le false immagini, cioè le immagini inferiori del Dio supremo, agiscono anche nocivamente. Giungiamo così a un capitolo riguardo a cui l’uomo odierno non potrà facilmente procurarsi una consapevolezza. Oggi si pecca terribilmente in questo ambito.
Solo colui che può penetrare nella scienza dello spirito sa in quale modo misterioso si sviluppino la salute e la malattia. Se voi camminate per le strade di una città e vi si conducono davanti all’anima le oscenità sugli affissi e nelle vetrine, ciò esercita un’influenza orrenda. La scienza materialistica non ha nessuna idea di quanti germi di malattia si trovino in queste oscenità. Si cercano soltanto gli agenti patogeni nei bacilli e non si sa come, attraverso il detour dell’anima, la salute e la malattia vengano condotte nel corpo. Qui solo un’umanità che conosca la scienza dello spirito saprà quale significato abbia il fatto che l’uomo accolga in sé questa o quella rappresentazione figurata.
Soprattutto nel primo comandamento si dice che l’uomo deve ora potersi formare una rappresentazione di questo: al di là di tutto quello che può essere espresso spiritualmente attraverso qualcosa di figurato, può ancora esservi un impulso che non è figurato, che a questo punto dell’Io confina col soprasensibile. «Senti fortemente questo Io in te, e sentilo così che in questo Io ti permei e ti pervada una Divinità più elevata di tutto quello che tu puoi esprimere attraverso un’immagine; allora hai, in un tale sentimento, una forza di salute che farà stare bene il tuo corpo fisico, il tuo corpo eterico e il tuo corpo astrale!» Doveva essere comunicato al popolo giudaico un forte impulso dell’Io che fa stare bene. Se questo Io si riconosce nel modo giusto, il corpo astrale, eterico e fisico vengono allora formati bene, e ciò crea una forte forza vitale e una forte forza salutare che, emanando da ognuno, si comunica a tutto il popolo. Poiché si contava un popolo per mille generazioni, il Dio Jahvé disse questa parola: attraverso la giusta impressione dell’Io l’uomo stesso diviene fonte di salute irradiante, così che l’intero popolo, come è espresso, «fino alla millesima generazione» sarà un popolo sano. Se però l’Io non viene compreso nel modo giusto, il corpo deperisce, diviene malaticcio e malato. Se il padre non si forma l’essenza dell’Io nel modo giusto nell’anima, il suo corpo diviene malaticcio e malato, l’Io si ritira lentamente; il figlio diviene ancora più malaticcio, il nipote ancora più malaticcio, e infine abbiamo solo un guscio da cui il Dio Jahvé si è ritirato. Quello che non lascia agire l’impulso dell’Io produce gradualmente, fino al quarto stadio, il deperimento del corpo.
Così vediamo che è la dottrina della giusta azione dell’Io quella che si pone davanti al popolo di Mosè nel primo dei Dieci Comandamenti:
«Io sono l’eterna Divinità che tu senti in te. Ti ho condotto fuori dalla terra d’Egitto, dove tu non potevi seguirMi in te. Da ora in poi non devi anteporre altri dei a Me. Non devi riconoscere come dei superiori quello che ti mostra un’immagine di qualcosa che sembra in alto nel cielo, che agisce dalla terra o tra cielo e terra. Non devi adorare quello che è inferiore alla Divinità in te. Poiché Io sono l’Eterno in te, che opera nel corpo e agisce quindi sulle generazioni future. Io sono una Divinità che continua a operare — non: «Io sono un Dio geloso», poiché ciò non dice nulla qui. — Se tu non Mi riconosci come tua Divinità, Io come tuo Io scomparirò nei tuoi figli, nipoti e pronipoti, e il loro corpo deperirà. Se tu Mi riconosci in te, Io continuerò a vivere come Te fino alla millesima generazione, e i corpi del tuo popolo prospereranno.»
Lì vediamo che non è inteso qualcosa di astratto, ma qualcosa di vivente che agisce, che deve agire fino nella salute del popolo. La salute esteriore viene ricondotta al Divino che in essa vive e che viene annunziato per gradi all’umanità. Su questo si allude in modo particolare nel secondo comandamento, dove si dice esplicitamente: non devi farti false rappresentazioni del mio nome, di quello che vive come Io in te; poiché una rappresentazione giusta ti rende sano e pieno di vitalità e ti è a salvezza, una rappresentazione falsa invece fa deperire il tuo corpo! — Così ogni membro del popolo mosaico fu indicato in particolare al fatto che, ogni volta che il nome divino viene pronunciato, dovrebbe lasciare che ciò fosse per lui un avvertimento: devo riconoscere il nome di quello che in me è penetrato, così come vive in me, poiché questo è stimolo per la guarigione.
«Non devi parlare di Me in te nell’errore; poiché ogni errore riguardante l’Io in te farà deperire il tuo corpo!»
Poi nel terzo comandamento è l’esplicito severo avvertimento su come l’uomo, se è un Io agente, un Io creativo, sia un vero microcosmo, esattamente come il Dio Jahvé ha creato in sei giorni e ha riposato nel settimo, ponendo così il modello originario che l’uomo dovrebbe riprodurre nel suo creare. Nel terzo comandamento viene esplicitamente indicato: tu, uomo, essendo un Io giusto, devi essere anche un’immagine del tuo Dio supremo e, nelle tue azioni, operare come il tuo Dio! — È dunque l’esortazione a diventare sempre più simile al Dio che si è rivelato a Mosè nel roveto ardente.
«Devi separare il giorno di lavoro dal giorno festivo, affinché la tua esistenza sia immagine della Mia esistenza. Poiché quello che vive come Io in te ha formato il mondo in sei giorni e visse in se stesso nel settimo giorno. Così il tuo agire e l’agire di tuo figlio e di tua figlia e l’agire dei tuoi servi e del tuo bestiame e di quello che altrimenti ti appartiene, devono rivolgersi all’esterno solo sei giorni; nel settimo giorno però il tuo sguardo deve cercarMi in te.»
Ora l’opera dei Dieci Comandamenti passa sempre più al singolo. Ma sempre rimane sullo sfondo il pensiero che la forza la quale continua ad agire è quella che agisce come Jahvé o Jehova. Nel quarto comandamento l’uomo viene condotto dalle relazioni col soprasensibile a quelle sensibili esteriori. Vi si allude a qualcosa di molto importante in questo quarto comandamento, e ciò deve essere compreso. Là dove l’uomo, come Io autocosciente, entra nell’esistenza, vi entra in modo da aver bisogno di mezzi esteriori per portare questa esistenza all’opera. Sviluppa quello che si chiama proprietà singola, individuale, e possesso. Se risalissimo ai tempi egiziani antichi, presso la massa grande del popolo non troveremmo un tale possesso individuale. Troveremmo che coloro i quali devono decidere riguardo al possesso sono i sacerdoti-sapienti. Ma ora, dove ogni persona deve sviluppare un Io individuale, viene messa nella necessità di intervenire nell’esteriore, di avere qualcosa di proprio intorno a sé, per rappresentare il suo Io nel mondo esteriore. Perciò nel quarto comandamento vi si allude al fatto che colui il quale lascia agire l’Io individuale in sé acquisisce un possesso; ma questo possesso rimane legato alla forza dell’Io che continua a vivere nel popolo giudaico e che da padre a figlio e a nipote si deve propagare, e la proprietà che il padre ha avuto non starebbe sotto la forte forza dell’Io se il figlio non continuasse l’opera del padre sotto la forza del padre. Perciò si dice: lascia che l’Io in te diventi così forte da continuare, e che il figlio, con i mezzi che eredita dal padre, possa ricevere anche i mezzi per vivificarsi esteriormente nell’ambiente esteriore.
Così consapevolmente viene dato al popolo di Mosè il conservatorismo dello spirito di proprietà in questo tempo. Rimane anche nelle leggi seguenti completamente sullo sfondo la coscienza che dietro tutto quello che accade nel mondo stanno forze occulte. Mentre oggi si vede il diritto di eredità solo in modo molto esteriore e astratto, quelli che hanno compreso correttamente il quarto comandamento erano consapevoli che forze spirituali si propagano con la proprietà di generazione in generazione, vivono oltre da un’epoca all’altra, che elevano la forza dell’Io e che così qualcosa affluisce alla forza dell’Io della singola individualità, qualcosa che le viene apportato dalla forza dell’Io del padre. Non si può tradurre il quarto comandamento in modo più grottesco di come usualmente accade; poiché il significato è il seguente: In te deve svilupparsi la forte forza dell’Io che vive al di là di te, e ciò deve passare al figlio, affinché alla sua forza dell’Io cresca qualcosa che come proprietà dei suoi antenati può continuare ad agire in lui.
«Continua a operare nel senso di tuo padre e di tua madre, affinché ti rimanga come possesso la proprietà che essi si sono acquistata attraverso la forza che Io ho formato in loro.»
Inoltre alla base di tutte le leggi seguenti sta il fatto che la forza dell’Io dell’uomo viene elevata attraverso il corretto uso dell’impulso dell’Io, ma viene distrutta attraverso il suo uso scorretto. Il quinto comandamento dice qualcosa che propriamente ha senso solo se compreso dalla scienza occulta. Tutto quello che si collega all’uccisione, alla distruzione della vita estranea, indebolisce la forza dell’Io autocosciente nell’uomo. Si possono così potenziare nell’uomo le forze magiche nere; lì però si potenziano, eludendo la forza dell’Io, solo le forze astrali nell’uomo. Quello che è Divino nell’uomo viene distrutto da ogni uccisione. Perciò questa legge non si riferisce solo a qualcosa di astratto, ma anche a qualcosa attraverso cui al potere dell’Io dell’uomo fluisce forza occulta, quando egli eleva la vita, fa prosperare la vita, non distrugge la vita. Questo si pone come un ideale per l’elevazione della forza dell’Io individuale, e solo in campi meno enfaticamente sottolineati viene richiesto lo stesso nel sesto e settimo comandamento.
Attraverso il matrimonio viene fondato un centro per la forza dell’Io. Chi distrugge il matrimonio viene così indebolito in quello che dovrebbe fluire alla forza dell’Io. Ugualmente indebolisce la sua forza dell’Io colui che vuole prendere qualcosa dalla forza dell’Io dell’altro e acquisire proprietà attraverso il togliere, il rubare e così via. Sta anche lì completamente sullo sfondo il pensiero guida che l’Io non si deve indebolire. E ora negli ultimi tre comandamenti si allude addirittura a come l’uomo, attraverso una direzione falsa dei suoi desideri, indebolisca la sua forza dell’Io. La vita del desiderio ha grande significato per la forza dell’Io. L’amore eleva la forza dell’Io; l’invidia e l’odio fanno deperire la forza dell’Io. Se dunque l’uomo odia il suo prossimo, se ne abbassa il valore dicendo di lui qualcosa di falso, indebolisce così la forza dell’Io, rende minore tutto quello che gli è intorno in salute e in forza vitale. Così è con l’invidia riguardo alla proprietà dell’altro. Già il desiderio dei beni del prossimo rende debole la forza dell’Io. E così è nel decimo comandamento: se l’uomo guarda con invidia il modo in cui l’altro cerca il suo sostentamento e non aspira all’amore verso l’altro, allora non allarga l’anima e non fa spuntare la forza del suo Io. Solo quando comprendiamo la forza particolare del Dio Jahvé sotto questo e consideriamo il suo modo di manifestarsi di fronte a Mosè, possiamo capire quale consapevolezza particolare debba fluire nel popolo; ed è posto ovunque alla base che non leggi astratte vengono date, ma ordinanze sane, salutari per corpo, anima e spirito nel senso più ampio. Chi tiene questi comandamenti non in modo astratto, ma in modo vivente, agisce su tutto il bene e su tutto il progresso della vita. Non poteva essere rivelato diversamente in quel momento, se non che insieme venissero date istruzioni sul modo in cui questi comandamenti dovevano anche essere osservati. Poiché i popoli che erano presso il popolo giudaico vivevano in un modo completamente diverso; non avevano bisogno di comandamenti con tale significato.
Se i nostri dotti, oggi, prendono i Dieci Comandamenti, li traducono lessicograficamente e li confrontano con altre leggi, per esempio con la legge di Hammurabi, ciò significa che non hanno nessuna idea dell’impulso su cui conta. Non si tratta di «Non devi rubare!» o «Devi santificare questi o quei giorni festivi!», ma dello spirito che fluisce attraverso questi Dieci Comandamenti e di come questo spirito sia legato allo spirito di questo popolo da cui fu creato il cristianesimo. Si dovrebbe così riuscire a sentire tutto quello che si potrebbe sentire e provare nel diventare autonomi, nel diventare sacerdoti di ogni singolo in questo popolo, se si vuol veramente comprendere quest’opera dei Dieci Comandamenti. Non è ancora oggi il momento di provare ciò così concretamente come i membri di quel popolo poterono provare. Perciò oggi viene tradotto tutto quello che è possibile dal lessico, ma ciò non corrisponde allo spirito della cosa. Si può comunque leggere continuamente che il popolo di Mosè sarebbe proceduto da un popolo beduino, e che perciò non potevano essere dati comandamenti come presso un popolo che pratica l’agricoltura. E perciò — così concludono i dotti — i Dieci Comandamenti dovrebbero essere stati dati più tardi e sarebbero stati retrodatati. Se i Dieci Comandamenti fossero quello che questi signori ne comprendono, allora avrebbero ragione. Ma non lo comprendono. Certo, i Giudei erano prima una sorta di popolo beduino. Ma questi comandamenti gli furono dati proprio affinché il popolo, sotto l’impulso della forza dell’Io, andasse incontro a un tempo completamente nuovo. Che i popoli si formino dallo spirito è proprio il miglior indizio di ciò. Non c’è quasi nessun pregiudizio così grande quanto quello che si esprime dicendo: sì, al tempo di Mosè il popolo giudaico era ancora un popolo beduino errante; che senso avrebbe avuto dare i Dieci Comandamenti a questo popolo! — Ha avuto un senso dare tali leggi al popolo giudaico, affinché proprio l’impulso dell’Io potesse essere impresso al popolo con tutta la forza. Le ha ricevute perché, attraverso questi comandamenti, doveva dare una forma completamente nuova alla sua vita esteriore, perché dallo spirito doveva essere creata una vita completamente nuova.
Così di fatto i Dieci Comandamenti hanno continuato ad agire, e in questo significato anche i membri intelligenti dei primi tempi del cristianesimo parlano della legge di Mosè. Trovano dunque che l’impulso dell’Io diviene un altro attraverso il mistero del Golgota di come fosse nei tempi di Mosè. Si dicevano: l’impulso dell’Io è permeato dall’opera dei Dieci Comandamenti; così il popolo fu forte quando osservava i Dieci Comandamenti. Ora c’è qualcos’altro. Ora c’è la figura che sta alla base del mistero del Golgota. Ora questo Io può guardare a quello che è passato così nascosto attraverso i tempi, può guardare al Massimo che può acquisire, che lo rende forte e potente attraverso il seguire colui che ha patito a Golgota e che è il più grande modello dell’uomo che diviene nel futuro. Così per coloro che realmente compresero il cristianesimo Cristo prese il posto di quegli impulsi che avevano agito in modo preparatorio nel Vecchio Testamento.
Così dunque vediamo come esista veramente un’interpretazione più profonda dei Dieci Comandamenti.
Rimarremo fedeli al programma che abbiamo indicato e che ci siamo proposti di seguire, e nel corso di questo inverno, in queste assemblee di ramo qui presenti, raccoglieremo una serie di particolari che sembrano ampiamente e considerevolmente distanti gli uni dagli altri, riguardanti la vita umana sana e malata in tutti i suoi aspetti. E questi particolari che raccoglieremo si riuniranno poi per formare un tutto coerente, per giungere infine a una certa conoscenza determinata verso cui ci innalzeremo gradualmente e progressivamente. Nel primo dei discorsi pertinenti a questa serie abbiamo dato una sorta di classificazione della natura della malattia, e l’ultima volta abbiamo cercato di rievocarne la comprensione, di quello che possiamo propriamente designare soltanto come il testo letterale dei Dieci Comandamenti. Tutto il resto, ciò che va al di là del testo letterale, ci sarà già rivelato nel corso delle prossime assemblee di ramo. L’ultima volta si trattava soprattutto di comprendere il contenuto e la vera tendenza dei Comandamenti. Oggi vogliamo parlare di altri particolari, che difficilmente mostreranno una connessione immediata con quanto precede e segue, poiché si tratta di una raccolta di particolari il cui significato più ampio dovrà svelarsi a noi soltanto in seguito.
Innanzitutto oggi avremo a che fare con uno sguardo rivolto a un momento significativo nello sviluppo terrestre dell’umanità. Coloro che hanno lavorato per più tempo all’interno del movimento antroposofico ne sono già da lungo familiari; gli altri gradualmente si immergeranno in questi percorsi di pensiero.
Il momento nello sviluppo dell’umanità a cui vogliamo richiamarci risale molto lontano. Se risaliamo attraverso il tempo postatlantidico, attraverso il tempo atlantidico fino alla remota era lemuriana, incontriamo quel momento in cui per il regno umano della nostra Terra avvenne la divisione nei sessi. Voi sapete che prima di questo momento non si potrebbe parlare di una tale divisione nei sessi nel regno umano.
Si faccia particolarmente attenzione al fatto che non stiamo parlando della prima apparizione dell’essere bisessuale in assoluto nello sviluppo terrestre oppure nel nostro intero sviluppo cosmico, per quanto riguarda i vari regni della natura che ci circondano. Fenomeni che devono essere conteggiati tra la bisessualità e la distinzione sessuale si manifestano già molto prima nella storia evolutiva della Terra. Ma quello che oggi chiamiamo il regno umano, il nostro specifico regno umano, si divide soltanto nell’era lemuriana nei due sessi separati e distinti. Prima di allora avevamo a che fare con una forma di creatura umana diversamente conformata e costituita, che in un certo modo conteneva i due sessi in modo ancora indifferenziato e non separato. Possiamo rappresentarci esternamente la transizione dalla bisessualità alla divisione nei due sessi immaginando che gradualmente la forma umana bisessuale anteriore si sviluppò in modo che un gruppo di individui sviluppasse più marcatamente le caratteristiche di un sesso, il femminile, mentre l’altro gruppo sviluppasse più le caratteristiche del sesso maschile. Ma con questo non è ancora data la divisione nei sessi; soltanto attraverso una crescente manifestazione sempre più marcata di questa unilateralità, e cioè in un periodo quando l’umanità viveva ancora in una materialità molto sottile.
Quando abbiamo così riportato davanti agli occhi della vostra anima questo momento significativo, lo facciamo particolarmente e soprattutto perché vogliamo oggi chiederci seriamente il significato profondo della comparsa dei due sessi così come si è manifestata. Soltanto se ci poniamo consapevolmente sul terreno della scienza dello spirito, soltanto sulla base dell’antroposofia, possiamo porci e rispondere a una tale domanda fondamentale, perché il significato vero e autentico dello sviluppo fisico proviene necessariamente dai mondi superiori spirituali. Finché rimaniamo unicamente nel mondo fisico sensibile e consideriamo il mondo fisico anche da un punto di vista filosofico ordinario, è una visione piuttosto infantile e ingenua parlare di scopi teleologici e di finalità, e il grande Goethe ha giustamente scherzato e ironizzato con altri sul fatto che si parli degli scopi della natura in modo tale e così naif che si dica che la natura ha creato il sughero nella sua saggezza divina affinché l’uomo potesse fare tappi e turaccioli da esso. Tale considerazione è infantile, semplicistica e può soltanto portarci inevitabilmente a ingannarci su ciò che veramente importa e che è essenziale. Sarebbe una considerazione completamente assurda, proprio come se guardassimo attentamente un orologio e ci immaginassimo dietro di esso piccoli esseri demonici intelligenti che muovono saggiamente e intenzionalmente le lancette in avanti. In verità, se vogliamo conoscere veramente e profondamente l’orologio nel suo essere essenziale, dobbiamo andare allo spirito che l’ha progettato e prodotto, all’orologiaio costruttore. E così ugualmente, se vogliamo comprendere realmente l’opportunità e la sapienza nel nostro mondo, dobbiamo trascendere il mondo fisico sensibile e penetrare nel regno spirituale sovrasensibile. Dunque, scopo, significato e meta sono parole e concetti che possiamo legittimamente applicare allo sviluppo dei mondi soltanto quando lo consideriamo dal terreno saldo della scienza dello spirito, dell’antroposofia. In questo modo fondamentale poniamo la domanda seguente: Quale significato profondo ha il fatto che i due sessi gradualmente si formarono e si svilupparono, e vennero in interazione reciproca trasformativa tra loro?
Il significato vi diventerà chiaro tenendo presente come ciò che si chiama fecondazione, ciò che si può chiamare l’influenza reciproca dei sessi, prima era sostituito da qualcosa d’altro. Non si deve credere che nel momento in cui, nello sviluppo dell’umanità, avvenne la divisione nei sessi, comparisse anche quello che si chiama fecondazione. Non è così. Dobbiamo soltanto immaginarci che nei tempi che precedono la bisessualità questa fecondazione avveniva in modo del tutto diverso. Per la consapevolezza chiaroveggente che guarda all’indietro si mostra che ci fu un tempo, nello sviluppo dell’umanità terrestre, in cui la fecondazione avveniva già in connessione con la nutrizione, così che gli esseri i quali in un tempo anteriore erano contemporaneamente maschili e femminili, con la nutrizione assorbivano simultaneamente le forze per la fecondazione. Quando dunque in questo periodo — durante il quale naturalmente anche la nutrizione era molto più sottile — gli esseri umani si nutrivano, nei succhi nutritivi era simultaneamente contenuto quello che dava agli esseri la possibilità di far emergere da sé stessi un essere della medesima natura. Certamente dovete tenere presente che i succhi nutritivi tratti dalla materia circostante non sempre contenevano questi succhi fecondanti, ma soltanto in tempi ben determinati. Questo dipendeva dai cambiamenti che si verificavano e che oggi potremmo paragonare ai cambiamenti nel corso di un anno, al cambio climatico e così via. In tempi ben determinati i succhi nutritivi, tratti dall’ambiente dagli esseri bisessuali, avevano contemporaneamente la forza della fecondazione.
Se con la consapevolezza chiaroveggente, che penetra i mondi spirituali, risaliamo ulteriormente e progressivamente in questi tempi antichi, troviamo un’altra particolarità molto significativa dell’antica riproduzione e della generazione umana. Ciò che oggi conoscete come la diversità marcata e ricca dei singoli esseri umani, ciò che oggi si manifesta visibilmente come l’individualità distinta e caratteristica dei singoli esseri umani, su cui riposa interamente la molteplicità straordinaria delle forme di vita e della vitalità per il nostro presente ciclo evolutivo di umanità, questa grande varietà e molteplicità individuale non era affatto presente prima della comparsa e della separazione dei due sessi. Allora vi era una grande uniformità. Gli esseri che nascevano erano simili gli uni agli altri, ed erano simili anche ai loro antenati. Tutti questi esseri, che non erano ancora divisi nei due sessi, presentavano esternamente un aspetto simile, e anche interiormente avevano tutti un carattere piuttosto uguale. E il fatto che gli esseri umani fossero così simili gli uni agli altri non aveva per quei tempi lo stesso svantaggio che avrebbe per la nostra epoca. Immaginate se oggi gli esseri umani venissero al mondo tutti con la stessa forma e anche lo stesso carattere, quanto infinitamente noioso sarebbe la vita umana allora, quanto poco potrebbe accadere nella vita umana, poiché ogni uno vorrebbe lo stesso che l’altro. Ma non era così nei tempi antichi. Quando l’uomo era, per così dire, ancora più eterico, più spirituale, non ancora così profondamente intrecciato nella materialità, gli esseri umani, quando nascevano e anche ancora attraverso una certa infanzia, erano veramente molto simili gli uni agli altri, e gli educatori allora non avrebbero avuto bisogno di preoccuparsi se uno fosse un bambino selvaggio e l’altro un essere dolce. Gli esseri umani erano in diversi tempi di carattere diverso, ma erano in certa misura comunque fondamentalmente simili. Durante la vita dei singoli esseri umani tuttavia non restava così. L’uomo, per il fatto di trovarsi ancora in una corporeità più morbida, più spirituale, era molto più accessibile agli influssi continui che provenivano dal suo ambiente, così che sotto questi influssi in questo antico tempo della Terra si trasformava tremendamente. L’uomo si individuava in un certo senso per il fatto di avere una natura, si potrebbe dire, molle come la cera. Diventava così più o meno un’impronta del suo ambiente. Particolarmente in un tempo ben determinato della vita, che oggi coinciderebbe con la pubertà, gli si presentava la possibilità di far agire su di sé tutto ciò che accadeva nel suo ambiente. La diversità dei singoli periodi, che oggi potremmo paragonare alla diversità delle stagioni, era allora grande, e il luogo della Terra dove l’uomo viveva era di grande significato per lui. Se l’uomo allora percorreva soltanto un breve tratto di terra, questo esercitava un influsso significativo su di lui. Oggi, quando gli esseri umani intraprendono lunghi viaggi e vedono ancora così tanto, generalmente ritornano come erano partiti, oppure l’uomo dovrebbe possedere una ricettività all’impressione molto straordinaria. Nei tempi antichi non era così. Allora tutto era ancora di grandissimo influsso per l’uomo, così che gli esseri umani, finché si trovavano nella materialità molle, potevano veramente individuarsi gradualmente durante la vita. Questa possibilità cessò allora.
Un altro aspetto che si mostra a noi è che la Terra stessa acquistava continuamente più densità, e nella stessa misura in cui la materialità, diciamo la terrestrità della Terra, diveniva più intensa, questa uniformità diventava nociva. Poiché con questo si riduceva sempre più per gli esseri umani la possibilità di trasformarsi ancora durante la vita. Era nato, per così dire, tremendo e denso. Questo è il motivo per cui gli esseri umani oggi si modificano così poco durante la vita. Questo ha portato Schopenhauer a ritenere che fondamentalmente gli esseri umani non potessero affatto cambiare nel loro carattere. Questo ha il suo fondamento nel fatto che gli esseri umani si trovano in una materia così densa. Non possono elaborare e modificare facilmente la materia. Se gli esseri umani potessero ancora, come era il caso allora, modificare i loro arti, per esempio a piacimento, rendere un arto corto o lungo come necessario, allora naturalmente l’uomo sarebbe ancora ricettivo di impressioni molto più forti. Allora fondamentalmente integrerebbe nella sua propria individualità ciò che gli permetterebbe di apportare in sé una trasformazione. L’uomo rimane sempre in contatto intimo con l’ambiente, particolarmente con l’ambiente umano. Affinché ci comprendiamo esattamente, desidero dirvi qualcosa che forse non avete ancora considerato, ma che è completamente vero.
Supponete di sedere di fronte a una persona e di parlare con essa. Raccontiamo questo ora per il corso ordinario, normale della vita e per l’interazione delle persone una con l’altra nella vita ordinaria, dunque non per il caso in cui qualcuno sia profondamente addestrato occultamente. Dunque due esseri umani siedono uno di fronte all’altro; uno parla, l’altro soltanto ascolta. Generalmente si crede che colui che ascolta non faccia nulla. Non è corretto. In tali cose si mostra ancora sempre quale sia l’influsso dell’ambiente. Per la percezione esterna non è percettibile, ma per la vita interiore è molto evidente, sorprendentemente evidente, che da colui che soltanto ascolta tutto viene ricapitolato, tutto ciò che l’altro fa, persino i movimenti delle corde vocali fisiche vengono imitati, e l’ascoltatore pronuncia ciò che l’altro dice. Tutto quello che ascoltate, voi lo pronunciate con un lieve movimento delle corde vocali e dell’altro apparato che interviene nel parlare. Ed esiste una grande differenza se colui che parla ha una voce rauca e voi allora fate i corrispondenti movimenti imitandoli, oppure se ha una voce gradevole. In questo aspetto l’uomo imita tutto, e poiché questo fondamentalmente accade continuamente, ha un grande influsso su tutta la formazione dell’uomo, certo soltanto in queste relazioni ristrette. Se vi immaginate ciò che è rimasto come ultimo residuo dalla convivenza con l’ambiente, ora nel modo più ampio possibile, allora avete una rappresentazione di come l’uomo nei tempi antichi conviveva e sentiva con il suo ambiente. Ad esempio, il talento imitativo degli esseri umani era completamente magnificamente sviluppato. Se uno faceva un movimento, tutti lo facevano assolutamente. Oggi ne rimangono soltanto cose insignificanti su terreni ben determinati: se uno sbadiglia, anche gli altri sbadigliano. Ma ricordate che qui si tratta nei tempi antichi di una consapevolezza crepuscolare, ed è a essa associato un tale talento di imitazione.
Mentre la Terra, con tutto ciò che vi è sopra, si condensava sempre più, l’uomo diventava sempre meno capace di trasformarsi da sé sotto l’influsso del suo ambiente. Un’alba, per esempio, era ancora in tempi relativamente non così antichi dell’Atlantide una forza formatrice potente per l’uomo, perché questi era completamente sotto il suo influsso e interiormente aveva grandi esperienze che, quando si ripetevano, lo trasformavano molto nel corso della sua vita. Tutto questo diventava sempre minore e scompariva gradualmente, man mano che l’umanità procedeva.
Nell’era lemuriana, prima che la Luna si separasse dalla Terra, esisteva un grande pericolo per gli esseri umani. Era il pericolo di indurirsi completamente, di mummificarsi. Attraverso la progressiva separazione della Luna dal nostro sviluppo terrestre questo pericolo fu evitato. Contemporaneamente all’allontanamento della Luna avvenne la separazione nei sessi, e con questa separazione nei sessi fu dato un nuovo impulso all’individuazione degli esseri umani. Se fosse stato possibile che l’umanità si riproducesse senza i due sessi, allora non sarebbe entrata in questa individuazione. È dovuta al reciproco operare dei sessi la sorta presente di diversità degli esseri umani. Se operasse soltanto il femminile, l’individualità degli esseri umani sarebbe estinta, gli esseri umani diventerebbero tutti uguali. Attraverso il contemporaneo operare del maschile, gli esseri umani nascono dalla nascita come caratteri individuali. Così il significato del reciproco operare dei sessi è dato dal fatto che con l’apparire, con l’isolamento dell’elemento maschile, l’individuazione dalla nascita ha preso il posto dell’antica individuazione. Ciò che prima aveva effettuato tutta l’ambiente circostante fu concentrato nell’influenza reciproca dei sessi, così che l’individuazione fu ricondotta fino all’origine dell’essere umano fisico, fino alla nascita. Questo è il significato del reciproco operare dei due sessi. L’individuazione avviene attraverso l’influsso del sesso maschile sul sesso femminile.
Ma con questo fu assunto qualcos’altro per l’uomo, e quando viene descritto ciò che così fu assunto, vi prego di considerarlo interamente come caratteristico per l’umanità, poiché se ci poniamo sul terreno della scienza dello spirito, non dobbiamo considerarlo nello stesso modo per gli esseri umani come per gli animali. La salute e la malattia nei loro aspetti più sottili negli animali sono soggette a cause completamente diverse da quelle negli esseri umani. Dunque ciò che si dice vale esclusivamente per gli esseri umani, e qui dovranno porsi dinanzi agli occhi le relazioni più sottili.
Immaginate vividamente il tempo antico remoto in cui l’uomo era completamente e totalmente abbandonato nelle mani del suo ambiente circostante, dove l’ambiente spirituale penetrava profondamente l’uomo e, da un lato, attraverso i succhi nutritivi delicati che gli offriva generosamente, gli dava la forza della fecondazione, mentre d’altro canto veniva individuato e trasformato attraverso l’azione continua dell’ambiente. Ora sappiamo, se ci poniamo consapevolmente sul terreno saldo della scienza dello spirito, che tutto ciò che ci circonda, che agisce continuamente su di noi — indipendentemente dal fatto che sia luce radiante o suono melodioso, calore vitale o freddo rigido, durezza materiale o morbidezza ricettiva, questo colore o quel colore —, tutto ciò che agisce su di noi in modo tangibile è sempre la rivelazione, l’espressione esterna fisica di qualcosa di profondamente spirituale e divino. E in quei tempi antichi remoti l’uomo non percepiva affatto le impressioni sensoriali esterne ordinarie e grossolane, ma percepiva direttamente lo spirituale, il divino dietro e dentro tutte le cose. Quando guardava verso il sole sorgente, non vedeva soltanto la sfera solare fisica visibile agli occhi materiali, ma percepiva quello che nella saggezza della religione persiana si è conservato come «Ahura Mazdao», come l’«Aura Grande» divina. L’elemento spirituale puro, la somma vivente degli esseri spirituali solari intelligenti, gli appariva chiaramente; e così era nella sostanza dell’aria e nel fluire dell’acqua e in tutto l’ambiente circostante naturale. Se oggi assorbite e contemplate la bellezza profonda di un’immagine artistica, potete avere qualcosa come un distillato raffinato di essa; ma allora l’esperienza era infinitamente più piena, più satura e ricca di significato spirituale. Se volessimo parlare veramente nel senso antico spirituale, non dovremmo dire superficialmente: questo o quel alimento ha questo o quel sapore materiale; piuttosto dovremmo dire con profonda consapevolezza: questo o quello spirito intelligente mi fa bene, mi eleva, mi trasforma! — Così era veramente quando gli esseri umani, nutrendosi — il che era un’attività completamente diversa e trasfigurata da quella di oggi — si rapportavano consapevolmente al loro ambiente; e così ugualmente il tempo in cui si assumevano le forze fecondanti divine era qualcosa di completamente diverso da oggi: una manifestazione vivente dell’ambiente spirituale divino. Spiriti intelligenti e consapevoli venivano verso l’uomo in modo sovrascrivibile, lo coprivano d’ombra protettiva e lo stimolavano profondamente a generare il suo simile; e questo evento era anche vissuto, sentito e percepito consapevolmente come un tale processo spirituale sacro.
Ora per l’uomo si presentava sempre più e più l’impossibilità di vedere il spirituale del suo ambiente. Questo si velava sempre più, particolarmente nella consapevolezza diurna. Gradualmente l’uomo non percepiva più i fondamenti spirituali che stanno dietro alle cose, ma soltanto gli oggetti esterni che ne sono l’espressione esterna, e imparava a dimenticare ciò che spiritualmente vi sta dietro. E mentre si addensava sempre più nella forma, anche l’influsso spirituale diventava sempre minore. L’uomo attraverso questa condensazione diventava sempre più un essere indipendente e così si chiudeva dalla sua ambiente spirituale. Quanto più risaliamo in questi tempi antichi, tanto più l’influsso che proviene dall’ambiente è anche spirituale-divino. Gli esseri umani erano veramente così organizzati da essere un’immagine e una somiglianza dell’ambiente, degli esseri spirituali fluttuanti intorno a loro, immagini di dei che esistevano nei tempi antichi della Terra.
Questo andò sempre più perso particolarmente attraverso il reciproco operare dei due sessi. In tal modo il mondo spirituale si ritirò dalla vista degli esseri umani. Gli esseri umani guardavano sempre più nel mondo sensibile. Dobbiamo rappresentarci questo rapporto in modo molto vivo: Immaginate che l’uomo in quei tempi antichi fosse fecondato dal mondo divino-spirituale. Erano gli dei stessi che donavano le loro forze e rendevano l’uomo a loro immagine. Per questo in quel tempo antico non esisteva quello che si chiama malattia. Non vi era predisposizione interna alla malattia, non poteva esistere, perché tutto ciò che era presente nell’uomo e agiva su di lui proveniva dal cosmo divino-spirituale sano. Gli esseri divino-spirituali sono sani, e allora rendevano l’uomo a loro immagine. L’uomo era sano. Ma quanto più si avvicinava al momento in cui il reciproco operare dei sessi si presentava e con esso il ritiro dei mondi spirituali, quanto più l’uomo diventava autonomo e individuale, tanto più anche la salute degli esseri divino-spirituali si ritirava da lui e qualcosa d’altro subentrò al suo posto. Accadde che questo reciproco operare dei sessi era avvolto, accompagnato da passioni e istinti, come erano suscitati nel mondo fisico. Particolarmente dobbiamo ricercare questo stimolo dal mondo fisico, dopo che gli esseri umani erano giunti al punto che i due sessi si piacevano, si piacevano fisicamente-sensualmente. Questo non era ancora presente quando i sessi già esistevano. L’azione reciproca dei due sessi l’uno sull’altro — anche ancora nel tempo atlantidico — avveniva quando la consapevolezza fisica propriamente dormiva, per così dire nel tempo del sonno notturno. Soltanto a metà del tempo atlantidico si presentò quello che potremmo chiamare il piacere reciproco dei sessi, l’amore passionale, dunque tutto ciò che della sensuale si mescolava all’amore puramente sovrasensibile, se lo vogliamo così chiamare — l’espressione è oggi consumata, ma non dovrebbe esserlo —: dell’amore platonico. L’amore platonico sarebbe presente in misura molto maggiore se non si mescolasse l’amore sensuale. E mentre prima tutto ciò che agiva conformandosi nell’uomo era una conseguenza dell’ambiente divino-spirituale, ora divenne più una conseguenza delle passioni e degli istinti dei due sessi che agivano reciprocamente. Con il reciproco operare dei due sessi è stata collegata la cupidigia sensuale, che era suscitata dall’occhio esterno, dalla visione esterna dell’essere di sesso diverso. Perciò all’uomo con la sua nascita fu incorporato qualcosa che è connesso al particolare carattere delle passioni e dei sentimenti degli esseri umani che stanno nella vita fisica. Mentre prima l’uomo riceveva da sé ciò che aveva da sé dagli esseri divino-spirituali del suo ambiente, ora riceveva attraverso l’atto di fecondazione qualcosa che, come un essere in sé indipendente e chiuso, aveva assorbito dal mondo sensibile.
Dopo che gli esseri umani erano entrati nella bisessualità, diedero quello che essi stessi avevano vissuto nel mondo sensibile ai loro discendenti. Abbiamo dunque adesso due esseri umani. Questi due esseri umani vivono nel mondo fisico e percepiscono il mondo attraverso i sensi; sviluppano così istinti e cupidigie suscitati da cose esterne; particolarmente sviluppano istinti e passioni attraverso la loro propria inclinazione sensuale reciproca, suscitata dall’esterno. Ciò che ora si presenta all’uomo dall’esterno è tirato nella sfera dell’uomo indipendente, e non è più in pieno accordo con il cosmo divino-spirituale. Questo viene dato all’uomo attraverso l’atto fisico di fecondazione, si inocula negli esseri umani. E questa loro propria vita mondana, che non hanno dai mondi divini, ma dal lato esterno del mondo divino-spirituale, gli esseri umani la trasmettono ai loro discendenti attraverso la fecondazione. Se un uomo è in questo riguardo peggiore, trasmette ai suoi discendenti le qualità più cattive di colui che è puro e buono.
Con questo abbiamo ora ciò che, nel vero e autentico senso, dobbiamo intendere come il «peccato originale». Questo è il concetto del peccato originale. Il peccato originale è prodotto dal fatto che l’uomo viene a trovarsi nella situazione di trasmettere ai suoi discendenti le sue proprie esperienze individuali nel mondo fisico. Ogni volta che i sessi si infiammano di passioni, negli esseri umani che scendono dal mondo devachanico si mescolano gli ingredienti dei due sessi. Quando un uomo si incarna, scende dal mondo devachanico e forma la sua sfera astrale secondo la natura della sua individualità. A questa propria sfera astrale si mescola qualcosa di ciò che è proprio ai corpi astrali, agli istinti, alle passioni e alle cupidigie dei genitori, così che l’uomo riceve ciò che i suoi antenati hanno vissuto. Ciò che così passa attraverso le generazioni, ciò che così veramente è acquisito umanamente all’interno delle generazioni e come tale si trasmette: questo è ciò che va inteso come il concetto del peccato originale. E ora arriviamo a qualcosa d’altro ancora: un momento completamente nuovo si presentò all’umanità attraverso l’individuazione dell’uomo.
Prima gli esseri divino-spirituali — ed erano completamente sani — formavano l’uomo a loro immagine. Ma ora l’uomo si articolò come essere indipendente dall’armonia complessiva della salute divino-spirituale. In un certo senso, nella sua peculiarità, contraddiceva questo intero ambiente divino-spirituale. Immaginate di avere un essere che si sviluppa soltanto sotto gli influssi dell’ambiente. Allora mostra quello che è questo ambiente. Ma immaginate che si chiuda con una pelle: alle proprietà del suo ambiente aggiunge allora anche le sue proprie proprietà. Quando gli esseri umani, con la divisione nei sessi, divennero individuali, svilupparono dunque le loro proprie peculiarità in sé stessi. Con ciò era presente una contraddizione tra l’armonia grande, in sé sana, divino-spirituale, e ciò che era individuale nell’uomo. E poiché questo individuale continua a operare, diventa un fattore realmente operante: è soltanto attraverso l’individuazione che si articola, nello sviluppo dell’umanità in generale, la possibilità di una malattia interiore. Ora abbiamo colto il momento in cui, nello sviluppo dell’umanità, si presenta la possibilità della malattia, poiché è legata all’individuazione degli esseri umani. Prima, quando l’uomo era ancora in connessione con il mondo divino-spirituale, non esisteva questa possibilità di malattia. Si presentò con l’individuazione, ed è lo stesso momento della separazione nei sessi. Questo vale per lo sviluppo dell’umanità, e voi non dovete trasferirlo nello stesso modo nel mondo animale.
La malattia è in verità un effetto reale e diretto dei processi che vi abbiamo appena descritto nei dettagli, e particolarmente potete vedere e comprendere che è fondamentalmente e primariamente il corpo astrale a venir così profondamente influenzato e trasformato. Al corpo astrale, che l’uomo stesso si articola e si costruisce dapprima quando scende dal mondo devachanico superiore, viene incontro e si mescola ciò che, attraverso l’azione simultanea dei due sessi, fluisce continuamente in lui. Il corpo astrale è dunque quella parte della natura umana che più nettamente e marcatamente imprime in sé il non-divino, l’elemento di ribellione e di autonomia. Il corpo eterico è già più divino e puro per sua natura, poiché l’uomo ordinario non ha così grande influsso diretto su di esso; e il più divino e perfetto di tutti è il corpo fisico, questo tempio di Dio meraviglioso, perché è allo stesso tempo stato profondamente sottratto all’influsso perturbatore dell’uomo nella sua essenza. Mentre l’uomo nel suo corpo astrale ricerca ogni piacere possibile e può avere ogni cupidigia possibile — che agisce nocivamente sul corpo fisico —, ha ancora oggi il suo corpo fisico come uno strumento così meraviglioso che per decenni può resistere ai veleni del cuore e ai vari influssi perturbatori del corpo astrale. E così dobbiamo dire che il corpo astrale umano, attraverso tutti questi processi, è diventato il peggiore nell’uomo. Chi penetra più profondamente nella natura umana troverà le cause di malattia più profonde nel corpo astrale e negli influssi cattivi del corpo astrale sul corpo eterico, e allora soltanto, attraverso il corpo eterico, nel corpo fisico. Ora comprenderemo molto di quello che altrimenti non può essere compreso. Voglio ora parlare dei comuni rimedi minerali.
Un rimedio del regno minerale agisce innanzitutto sul corpo fisico dell’uomo. Qual è dunque il significato del fatto che l’uomo dia al suo corpo fisico un rimedio minerale? Dunque, bene attenzione: non si dovrebbe ora parlare di rimedi di alcun tipo vegetale, ma di rimedi puramente minerali, di ciò che viene somministrato in metalli, sali e così via. Supponete che l’uomo assuma un rimedio minerale. Allora alla consapevolezza chiaroveggente si presenta qualcosa di straordinario. La consapevolezza chiaroveggente può allora eseguire il seguente artificio: ha sempre la capacità di distogliere l’attenzione da qualcosa. Potete distogliere l’attenzione da tutto il corpo fisico umano. Vedete allora ancora il corpo eterico, il corpo astrale e l’aura dell’Io. Avete dunque esorcizzato il corpo fisico attraverso una forte attenzione negativa. Se ora qualcuno ha assunto un rimedio minerale qualunque, allora potete spostare tutto dalla vostra attenzione e rivolgere la vostra attenzione chiaroveggente soltanto al minerale o al metallo che ora è in lui. Dunque voi esorcizzate ciò che è in lui come ossa, muscoli, sangue e così via, e dirigete l’attenzione soltanto su ciò che l’ha penetrato come una particolare sostanza minerale. Allora si presenta alla consapevolezza chiaroveggente qualcosa di straordinario: questa sostanza minerale si è distribuita con grande finezza e ha assunto essa stessa la forma dell’uomo. Avete dinanzi a voi una forma umana, un fantasma umano, consistente della sostanza che l’uomo ha assunto. Supponete che l’uomo avesse assunto il metallo Antimonio: allora avete dinanzi a voi una forma umana di Antimonio finissimamente distribuito, ed è così per ogni rimedio minerale che l’uomo assume. Vi create un nuovo uomo in voi stesso, che consiste di questa sostanza minerale; voi ve l’articolate dentro. Ora ci domandiamo: qual è dunque lo scopo e il significato di ciò?
Lo scopo è il seguente: se lasciaste la persona che ne ha bisogno così come è, se non le deste il rimedio e ne ha veramente bisogno, allora accadrebbe — poiché certe forze cattive sono nel suo corpo astrale — che il corpo astrale agisse sul corpo eterico, e il corpo eterico sul corpo fisico, distruggendolo gradualmente. Ora avete il corpo fisico penetrato da un duplicato. Questo agisce in modo che il corpo fisico non segua gli influssi del corpo astrale. Immaginate di avere una pianta di fagioli: se le date un palo, essa si arrotola intorno e non segue più i movimenti del vento. Un tale palo è questo duplicato per l’uomo dalla sostanza articolata. Questo mantiene il corpo fisico a sé e lo sottrae agli influssi del corpo astrale e del corpo eterico. In questo modo rendete l’uomo, per quanto riguarda il suo corpo fisico, per così dire indipendente dal suo corpo astrale e dal suo corpo eterico. Questo è l’effetto di un rimedio minerale. Ma vedrete anche subito il lato cattivo della cosa, poiché ha anche un lato molto negativo. Poiché avete artificialmente tolto il corpo fisico dalla connessione con gli altri corpi, avete indebolito l’influsso del corpo astrale e del corpo eterico sul corpo fisico, avete reso il corpo fisico indipendente; e quanto più fornite al vostro corpo tali rimedi, tanto più l’influsso del corpo astrale e del corpo eterico se ne va, e il corpo fisico diventa un essere irrigidito in sé e reso indipendente in sé, che allora obbedisce alle sue proprie leggi. Immaginate ora ciò che fanno gli esseri umani che forniscono al loro corpo, durante tutta la vita, diversi rimedi minerali. Un uomo che gradualmente ha assunto molti rimedi minerali porta allora in sé il fantasma di questi minerali; ha una dozzina intera di rimedi minerali in sé. Questi mantengono il corpo fisico come in muri solidi. Sì, quale influsso potrebbe allora ancora avere il corpo astrale e il corpo eterico su di esso? Un tale uomo trascina veramente il suo corpo fisico intorno, ed è piuttosto impotente contro di esso. Se allora un tale uomo, che a lungo si è medicato in questo modo, cerca di venire a un altro che lo voglia trattare psichicamente, che voglia agire particolarmente sui corpi più sottili, allora l’interessato fa l’esperienza che è diventato più o meno insensibile agli influssi psichici. Perché ha reso il suo corpo fisico indipendente e gli ha tolto la possibilità che ciò che potrebbe accadere nei corpi più sottili agisca fino nel corpo fisico. E ciò è accaduto particolarmente perché l’uomo ha così tanti fantasmi in sé, che allora non si accordano affatto: uno lo tira da una parte e l’altro dall’altra. Se l’uomo ha tolto a sé la possibilità di agire dalla parte divino-psichica, allora non deve stupirsi se una cura spirituale ha allora minore successo. Perciò voi dovete, quando si tratta di influssi psichici, sempre considerare quale sia la persona che deve essere curata. Se l’uomo ha reso il suo corpo astrale o il suo corpo eterico impotente, mettendo il corpo fisico nell’indipendenza, allora è diventato molto difficile venire in aiuto a tale uomo attraverso una cura spirituale.
Così ora comprendiamo come le sostanze minerali agiscono sull’uomo. Producono in lui duplicati che conservano il suo corpo fisico e lo sottraggono agli influssi del suo corpo astrale o del corpo eterico, che potrebbero essere nocivi. Quasi tutta la nostra medicina oggi mira a questo, perché questa medicina materialistica non conosce i membri più sottili dell’uomo, tratta soltanto il corpo fisico in qualche modo.
Abbiamo considerato oggi, innanzitutto e fondamentalmente, gli influssi e le azioni delle sostanze minerali sul corpo umano. Avremo una volta da parlare degli influssi specifici delle forze curative vegetali e dei loro effetti misteriosi, e inoltre degli influssi delle sostanze animali sull’organismo umano nella sua totalità; e allora passeremo a quegli influssi più sottili, ai rimedi che, da essere spirituale a essere spirituale, possono essere psichici, dunque veramente spirituali nel senso più profondo. Ma vedete che è assolutamente necessario, per le nostre considerazioni filosofiche, avere di nuovo in piena consapevolezza tali concetti fondamentali come il concetto del peccato originale, e comprenderlo correttamente nella sua essenza. Certe cose oggi sono completamente tali che gli esseri umani le sorpassano leggendo superficialmente, e non hanno comprensione profonda per esse.
Fine della Decima Conferenza
L’ordine che abbiamo stabilito riguardante i corsi che si svolgono parallelamente a queste conferenze dei soci rende possibile — e solo per questo motivo — che possiamo elevare sempre a livelli superiori il nostro lavoro qui nella sezione. Per questo motivo desidero che si prestino possibilmente le necessarie attenzioni a questi corsi. È necessario avere a disposizione uno spazio dove si possa proseguire con le conferenze. Altrimenti si dovrebbe ricominciare praticamente da capo ogni anno.
Oggi vogliamo occuparci di qualcosa che a prima vista sembra completamente staccato dalle ultime conferenze, ma che tuttavia si inserisce nel nostro corso di pensieri di quest’anno. Vogliamo richiamare l’attenzione a un’osservazione contenuta in una delle ultime conferenze pubbliche, nella conferenza sulla «superstizione dal punto di vista della scienza dello spirito». Lì è stata fatta un’osservazione che in una conferenza pubblica non poteva essere sviluppata ulteriormente, perché per un approfondimento più consapevole è necessaria una conoscenza preliminare che si riferisce meno all’intelletto, alla capacità conoscitiva intellettuale, che a una capacità conoscitiva che dimora in tutta la nostra costituzione animica e che possiamo acquisire soltanto attraverso anni di paziente lavoro insieme alla vita della sezione. Soltanto attraverso un simile lavoro paziente possiamo giungere al punto in cui cose che una volta avremmo ritenuto assurde ci compaiono possibili e probabili, cosicché possiamo accoglierle nella nostra vita e osservare fino a che punto esse si rivelano vere. L’osservazione da cui vogliamo prendere le mosse era che è un fatto ordinario, e non superstizione, quando in certi morbi — come la polmonite per esempio — il settimo giorno rappresenta una crisi: in questa crisi che si verifica inesorabilmente al settimo giorno, dove il malato può facilmente morire, il medico deve stare attento a condurre il malato attraverso la crisi. Ciò è oggi riconosciuto da ogni medico assennato, ma i medici non possono indagare le cause, perché non hanno alcuna idea dei fondamenti originari delle cose, che si trovano nello spirituale.
Innanzitutto vogliamo esporre il fatto che qui nella polmonite si manifesta qualcosa di completamente straordinario, connesso al misterioso numero sette.
Ora dobbiamo considerare l’uomo in tale modo che ci offra la possibilità di comprendere questo e molti altri fatti. Voi sapete tutti — e questo è stato menzionato innumerevoli volte qui — che l’uomo può essere compreso soltanto quando lo si intende a partire dalla struttura dei suoi quattro costituenti: il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io. Questi quattro costituenti della natura umana stanno in relazioni molteplici e in dipendenze reciproche. Ogni costituente agisce su un altro, e quindi essi agiscono veramente in connessione l’uno con l’altro. Ma questa collaborazione è molto complicata. L’uomo può conoscere queste connessioni soltanto molto lentamente e gradualmente, così come le relazioni di questi costituenti con certe forze, processi ed entità nel cosmo intero. Poiché l’uomo sta, attraverso tutti i suoi costituenti, in una connessione continua — e anche questo è molto importante — e inoltre mutevole con il cosmo. Ciò che riconosciamo come corpo fisico, corpo eterico e così via è interconnesso, ma lo è anche con il cosmo, con il mondo intero che si estende intorno a noi. Poiché ciò che abbiamo in noi è, in un certo senso, anche fuori di noi; e così possiamo dire che comprenderemo più agevolmente queste relazioni, verso l’interno e verso l’esterno, se una volta consideriamo l’uomo nello stato di veglia e nello stato di sonno.
Quando l’uomo giace dormiente dinanzi a noi, abbiamo nel letto il corpo fisico e il corpo eterico, e in un certo senso al di fuori di questi due stanno il corpo astrale e l’Io. Ma questo è soltanto detto in modo approssimativo. L’approssimazione è certamente sufficiente per molte cose, ma oggi vogliamo conoscere queste relazioni un po’ più precisamente. Il corpo astrale e l’Io dunque all’inizio non agiscono nel corpo fisico. Il corpo fisico con il suo sistema nervoso e sanguigno e il corpo eterico non sarebbero però affatto possibili senza che fossero attraversati da un corpo astrale e da un Io di qualche forma. Nemmeno il corpo eterico potrebbe sussistere senza essere attraversato da entità superiori. Nel momento in cui l’uomo con il suo corpo astrale e il suo Io propri si sposta fuori, le attività di questi due costituenti della natura umana devono essere sostituite. Il corpo umano non può rimanere senza che un Io e un corpo astrale agiscano in lui, cosicché anche nell’uomo che dorme abbiamo un Io e un corpo astrale attivi. Parlando esattamente, dovremmo però dire: L’Io e il corpo astrale che agiscono nel corpo fisico dormiente dell’uomo sono attivi anche durante il giorno nell’uomo, soltanto che la loro attività è completamente minata dall’Io e dal corpo astrale dell’uomo, che mediante la loro attività annullano l’azione delle altre entità superiori. Se vogliamo rappresentarci l’Io come è oggi nell’uomo conscio, allora dobbiamo dirci: Questo Io umano durante lo stato di veglia è all’interno del corpo umano, e durante questo tempo sottrae mediante la sua attività a un Io più comprensivo la sua sfera d’azione. Che cosa fa dunque questo nostro Io ristretto durante il sonno? In verità possiamo, parlando piuttosto esattamente, dire: Questo Io, che durante il giorno si è liberato dal grande Io cosmico e che vive per suo conto nel corpo umano, si immerge durante la notte nell’Io cosmico, si rinuncia alla sua propria attività. E proprio attraverso questo immergersi, questo sprofondamento dell’Io diurno nell’Io cosmico può l’Io cosmico agire senza ostacoli e può allontanare tutto ciò che l’Io diurno ha accumulato come sostanze di affaticamento. Per il fatto che l’Io diurno sprofonda, si immerge nell’Io cosmico, in modo comprensivo è possibile l’Io notturno. Se volete rappresentarvelo in immagine, potete rappresentarvi questo rapporto dell’Io diurno all’Io notturno in tal modo: l’Io diurno descrive quasi un cerchio e trascorre la maggior parte di questo cerchio al di fuori del grande Io, mentre di notte si immerge nell’Io notturno. Per esempio sedici ore è al di fuori e otto ore si immerge nell’Io notturno.
Comprendete questo correttamente soltanto quando prendete completamente sul serio quello che ho appena detto: vale a dire che il vostro Io non è mai lo stesso durante le sedici ore — se assumiamo queste come il tempo normale della veglia —, che l’Io durante questo tempo subisce continuamente cambiamenti, che descrive una parte di un cerchio e poi sprofonda, e anche durante la notte subisce di nuovo cambiamenti di cui l’uomo ordinario non sa nulla. Questi cambiamenti vanno sempre più verso l’inconscio fino a un punto culminante, e poi l’Io diventa di nuovo lentamente più conscio. Dobbiamo quindi dire che nel corso di ventiquattro ore l’Io umano subisce continuamente certi cambiamenti, il cui simbolo esteriore possiamo rappresentarci come un ciclo, come un indice che descrive un cerchio e di volta in volta si immerge nel grande Io cosmico.
In maniera del tutto simile il corpo astrale dell’uomo subisce cambiamenti. Il corpo astrale cambia anche nel modo in cui noi, rappresentato simbolicamente, dobbiamo immaginare un ciclo. Anche nel corpo astrale i cambiamenti sono tali che noi in effetti in un certo senso dobbiamo parlare di un immergersi in un corpo astrale cosmico. Soltanto l’uomo odierno non avverte più questo immergersi nel corpo astrale cosmico, mentre una volta l'avvertiva molto bene. Allora l’uomo sentiva per così dire alternatamente sentimenti astralici propriissimi in un certo tempo e sentimenti completamente diversi in un altro tempo. Così in un certo periodo sentiva la realtà esterna circostante con più vivacità, in un altro periodo sentiva invece più il suo proprio interno. Così si poteva percepire differenze di sfumatura completamente diverse nel modo di sentire del corpo astrale, perché il corpo astrale nel corso di sette giorni, dunque sette volte ventiquattro ore, subisce cambiamenti ritmici, che si possono di nuovo paragonare a un ciclo. Come l’Io in un lasso di tempo di ventiquattro ore subisce cambiamenti ritmici, che oggi si esprimono ancora nell’alternarsi di veglia e sonno, così il corpo astrale in sette volte ventiquattro ore. Tali cambiamenti ritmici si presentavano nell’uomo primordiale con grande vivacità. Nel corpo astrale avvengono dunque cambiamenti ritmici che si compiono in sette giorni, e dall’ottavo giorno il ritmo si ripete. Effettivamente una parte del tempo in cui l’uomo compie questo ritmo, il corpo astrale si immerge in un generale corpo astrale cosmico. Per il resto il corpo astrale è più al di fuori di questo corpo astrale cosmico. Da ciò potete formarvi un’idea che ciò che si presenta come corpo astrale generale e Io generale nell’uomo che dorme ha grande significato per la vita dell’uomo. Quell’Io in cui egli si immerge durante il sonno, che nella notte fa pulsare il sangue, è lo stesso che agisce nel suo corpo durante il sonno. Anche se dorme durante il giorno, si immerge in questo Io generale, e così introduce una certa irregolarità nel suo ritmo, che in tempi precedenti avrebbe avuto effetto distruttivo, che oggi però non ha più tale effetto distruttivo, perché in tempi odierni la vita umana si è significativamente modificata in questo riguardo. Nello stesso aspetto del generale corpo astrale cosmico, che permea il corpo fisico e il corpo eterico durante il sonno, il corpo astrale umano si immerge effettivamente durante i sette giorni. Per questo motivo cambiano i sentimenti e le percezioni interne. Oggi questo difficilmente attrae l’attenzione, una volta non poteva assolutamente essere trascurato. Ma non soltanto l’Io e il corpo astrale, bensì anche il corpo eterico subisce ben determinati cambiamenti ritmici. Questi si sviluppano cosicché in quattro volte sette giorni il corpo eterico umano, parlato simbolicamente, ruota intorno al suo proprio asse, e ritorna dopo quattro volte sette giorni ai medesimi processi in cui era il primo giorno. Un ritmo ben determinato si sviluppa qui nei quattro volte sette giorni. Qui però veniamo già in un ambito di cui si dovrebbe parlare più diffusamente, se tutto dovesse essere compreso. Vi ricordate che ho detto: il corpo eterico dell’uomo è femminile, quello della donna è maschile. Il ritmo non è lo stesso per il corpo eterico maschile e femminile, ma oggi non vogliamo addentrarci più profondamente in ciò. Si voglia soltanto sottolineare che un tale ritmo si sviluppa, e cioè, diciamo, a causa della diversità tra uomo e donna in approssimativamente quattro volte sette giorni.
Ma con questo non siamo ancora alla fine. Anche nel corpo fisico si ripetono ritmicamente processi ben determinati, per quanto improbabile ciò appaia all’uomo odierno. Oggi sono quasi completamente cancellati, perché l’uomo doveva diventare indipendente da certi processi, ma per l’osservatore occulto rimangono comunque percettibili. Se il corpo fisico fosse completamente abbandonato a se stesso, questo ritmo si svolgerebbe in dieci volte sette volte quattro giorni nella donna e in dodici volte sette volte quattro giorni nell’uomo. Così si svolgerebbe, se l’uomo oggi fosse ancora completamente abbandonato alle leggi proprie dei suoi ritmi. Una volta era effettivamente così, ma l’uomo è diventato più libero dagli influssi cosmici che lo circondavano. Così dunque abbiamo uno sviluppo ritmico dei processi nei quattro costituenti della natura umana. Potete, se volete, immaginare ognuno dei quattro ritmi come un ciclo. Oggi certamente ciò che l’uomo per esempio dovrebbe realizzare come ritmo nel suo corpo fisico, se fosse completamente abbandonato a se stesso, corrisponde soltanto approssimativamente con i processi fisici esterni, puramente spaziali, che corrispondono a questo ritmo, perché attraverso lo spostamento dei rapporti umani a favore della libertà umana questi rapporti al cosmo si sono trasformati.
Voi avete già potuto vedere, dal numero dieci volte sette volte quattro o dodici volte sette volte quattro, che qui nel ritmo del corpo fisico si tratta approssimativamente del corso dell’anno. Potete immaginarvi esternamente, simbolicamente, questi cambiamenti nel corpo fisico esteriore, se pensate al fatto che l’uomo, nel corso di un anno, ruota attorno a se stesso: una volta è da questo lato del sole, una volta dall’altro. Se immaginiamo ora che egli rivolga sempre il suo volto al sole, allora, nel corso di un anno, deve ruotare una volta attorno a se stesso e una volta attorno al sole. Chi osserva la cosa soltanto esteriormente considererà ciò come qualcosa di completamente indifferente, ma è appunto molto importante.
Ciò che qui si sviluppa come ritmo nei quattro corpi è stato impiantato all’uomo in tempi lunghi, lunghi, e che i differenti corpi possono influenzarsi l’uno l’altro è ordinato dalle gerarchie, da entità che abbiamo già menzionato più spesso. Sappiamo che siamo incorporati in esseri superiori. L’azione di queste entità spirituali, che pervadono lo spazio fisico e spirituale con i loro atti, è ciò che ha prodotto queste ben determinate relazioni. Ma se voi considerate quello che è stato detto adesso, allora venite da un’altra prospettiva a un pensiero che l’inverno scorso è stato toccato qui più spesso. La determinazione del ritmo del corpo fisico è già cominciata nell’antico Saturno. L’aggiunta del corpo eterico, in modo che il corpo eterico e il corpo fisico si accordino nel loro ritmo, deriva dal fatto che questo ritmo è stato stabilito da altri spiriti, gli spiriti solari. Attraverso la collaborazione dei differenti ritmi si stabilisce una relazione come il rapporto tra i due indici di un orologio è determinato dal loro ritmo. Nell’antica Luna è stato di nuovo incorporato un altro ritmo, quello del corpo astrale.
Ora gli spiriti che ordinarono tutto il nostro cosmo — poiché tutto ciò che è fisico è un’espressione di queste entità — dovevano plasmare il movimento fisico esteriore secondo le relazioni interne delle entità. Che il sole oggi sia circumnavigato dalla terra in un anno deriva dal ritmo che è stato impiantato al corpo fisico molto tempo prima che la costellazione fisica fosse presente. Dallo spirituale è stato dunque ordinato lo spaziale in queste sfere celesti. La luna è condotta intorno alla terra perché il suo corso dovrebbe corrispondere al corso del corpo eterico umano, in quattro volte sette giorni, perché questo ritmo dovrebbe trovare la sua espressione nel movimento lunare. Alle diverse illuminazioni della luna da parte del sole, i quattro quarti della luna, corrispondono i differenti ritmi del corpo astrale, e al corso diurno della rotazione della terra corrisponde il ritmo dell’Io. Proprio dal ritmo dell’Io si può chiarire qualcosa che è sempre stato insegnato nella scienza occulta, che però oggi agli uomini apparirà come sogno fantastico, ma che è pur sempre vero. La terra in tempi remotissimi non ruotava intorno al suo asse; questa rotazione assiale è sorta soltanto col tempo. Quando l’uomo sulla terra era ancora in uno stato diverso, questo movimento non sussisteva ancora. Ciò che per primo è stato stimolato alla rotazione non era la terra, bensì l’uomo. L’Io umano è stato stimolato a ruotare dagli spiriti a cui è sottomesso, e poi ha effettivamente preso la terra e l’ha fatta ruotare intorno a se stesso. La rotazione terrestre è la conseguenza del ritmo dell’Io. Per quanto straordinario ciò suoni, è tuttavia vero. Per primi dovettero ricevere lo stimolo a ruotare i costituenti spirituali dell’uomo, che si sviluppavano verso l’Io, e poi presero la terra con sé. Questo in seguito cambiò. L’uomo divenne libero sulla terra; le circostanze si trasformarono, così che l’uomo divenne libero dalle forze cosmiche circostanti. Ma così era originariamente. Così vedete come tutto ciò che è fisico intorno a noi è veramente un deflusso dello spirituale. Lo spirituale è dappertutto il primo. Da esso scaturiscono anche tutti i rapporti di posizione nel mondo.
Ora immaginate il corpo astrale, che nel corso di sette giorni compie un ciclo completo. Pensate come con certe irregolarità del corpo astrale le malattie sono connesse, e cioè per il fatto che queste irregolarità si estendono attraverso il corpo eterico fino al corpo fisico. Ora supponiamo che il corpo astrale abbia un certo danno in se stesso. Attraverso questo danno agisce sul corpo eterico, e così il danno si estende fino al corpo fisico. Questo diventa anche danneggiato. Allora l’organismo comincia a ribellarsi al danno, a mettere in atto forze protettive. Questa rivolta è ordinariamente la febbre; è l’appello delle forze curative nell’uomo. La febbre non è malattia, bensì l’uomo chiama dalla sua intera costituzione la somma delle sue forze per rimediare a questo danno. Questa rivolta dell’intera costituzione contro il danno si esprime ordinariamente nella febbre. La febbre è la cosa più benefica, la più curativa nella malattia. La parte singola danneggiata non può guarire da se stessa, deve ricevere le forze da altri lati, e ciò ha la sua espressione nella febbre.
Ora immaginate che questa febbre si presenti nella polmonite. Il polmone è diventato danneggiato per qualche ragione. Proprio quando il polmone umano ha subito un danno, è stato dapprima il corpo astrale che ha subito il danno, e soltanto allora è passato attraverso il corpo eterico al corpo fisico. Nella polmonite il fondamento originario giace sempre nel corpo astrale; la polmonite non può insorgere diversamente. Ora pensate al ritmo del corpo astrale. Nel giorno in cui sorge la polmonite, il corpo astrale agisce sul corpo fisico. Ora il corpo comincia, attraverso la febbre, a ribellarsi. Dopo sette giorni il corpo astrale e il corpo eterico si trovano di nuovo nella medesima posizione reciproca; parti di essi coincidono di nuovo. Ma non coincidono con lo stesso pezzo nel corpo eterico, perché nel frattempo anche il corpo eterico ha compiuto il suo ritmo. Ora coincide con un pezzo successivo. Questo è ora parimenti affetto dal corpo astrale, influenzato, e certamente quest’altra parte del corpo eterico è influenzata in modo opposto. Ora la febbre è repressa. Per il fatto che con il quarto successivo del corpo eterico ora coincide quel costituente del corpo astrale che sette giorni fa coincideva con il quarto precedente del corpo eterico, per questo motivo viene provocato il processo opposto a quello di sette giorni fa, cioè la reazione contro la febbre. Il ritmo opposto del corpo sopprime di nuovo la febbre. Poiché il corpo umano è fatto per essere sano, e questo è lo scopo del ritmo. Nel corso dei primi sette giorni certi effetti salgono, nei sette giorni successivi devono scendere. Così avviene per l’uomo sano: questo salire e scendere si alterna. Ma quando l’uomo è malato, allora avviene che il pericolo di vita sussiste quando la febbre viene repressa. Mentre nell’uomo sano un processo ascendente al settimo giorno si inverte, nell’uomo malato il processo ascendente dovrebbe permanere. Ma l’ascesa veemente provoca una caduta veemente. Questo è il fondamento della crisi al settimo giorno nella polmonite.
Ciò si può comprendere se si pensa che il polmone si è sviluppato in un tempo quando la luna si era già separata e si preparava a sviluppare il suo ritmo, e quando il ritmo dei giorni aveva anche già cominciato a svilupparsi. Per questo motivo il polmone è ancora oggi connesso con il corpo astrale e con il ritmo del corpo eterico.
Vedete come proprio la vita umana nelle sue condizioni anomale può essere giudicata a partire dalla scienza dello spirito, come l’uomo nella sua intera natura può essere compreso soltanto quando questi rapporti sono trasparenti. Per questo motivo la fecondità nelle scienze non sarà più possibile fino a quando l’uomo non sarà permeato dalle grandi conoscenze della scienza dello spirito. In precedenza, fino approssimativamente alla metà del nostro sviluppo terrestre, l’uomo in tutti i suoi ritmi corrispondeva molto più ai ritmi naturali esterni. Da quel momento, dunque da circa la metà dei tempi atlantidei, le cose si sono spostate l’una sull’altra. L’interno dell’uomo si è reso indipendente dal ritmo esterno. Internamente ha mantenuto il suo vecchio ritmo. Proprio attraverso il non-accordarsi dei ritmi l’uomo ha acquisito indipendenza e libertà, altrimenti lo sviluppo progressista nella storia dell’umanità non sarebbe stato possibile. Il ritmo dell’uomo è avanzato rispetto a quello del sole, o rispetto a quello della terra rispetto al sole. Similmente avviene con gli altri ritmi, per esempio con quello del corpo astrale. Una volta l’uomo viveva nei sette giorni differenti sfumature di umore completamente diverse. Per un certo tempo tutto l’esteriore faceva una grande impressione su di lui, un’altra volta viveva più dentro al suo interno. Perché i ritmi oggi non concordano più, per questo motivo gli stati dell’esperienza interna rimangono anche nel tempo in cui l’uomo ha più gioia del mondo esterno, e inversamente. Essi si mescolano insieme e si compensano, e il corpo astrale diventa così equamente temperato. Nel caso degli uomini che vivono più nel loro corpo astrale, con osservazione fine si può ancora percepire tali oscillamenti negli umori. Nel caso di malati di anima o di mente si possono provare le differenze negli stati del corpo astrale.
Per l’Io il ritmo è sorto più tardivamente, ma anche lì le cose si stanno già spostando l’una sull’altra. L’uomo può anche dormire durante il giorno e stare sveglio durante la notte. Ma una volta questo ritmo concordava sempre con quello esterno. Nell’Atlantide qualcosa di molto spiacevole sarebbe avvenuto, se l’uomo avesse voluto dormire durante il giorno e stare sveglio durante la notte. Allora avrebbe disordinato tutta la sua vita. Il ritmo è rimasto oggi lo stesso, soltanto è diventato indipendente dall’esterno. È proprio come se voi aveste un orologio che funziona regolarmente, lo dirigeste esattamente secondo l’ora del sole, secondo l’ora solare. Potete allora leggere con esattezza le ore del sole. Ora potremmo però per una volta puntare l’orologio alle dodici alle sette di sera. Allora il ritmo dell’orologio continuerebbe a essere conservato correttamente, soltanto è spostato rispetto a quello del sole. Così è anche nell’uomo. Il vecchio ritmo, in cui l’uomo una volta stava con tutto il cosmo, è rimasto conservato. Esso si è soltanto spostato. Se l’orologio fosse un essere vivente, avrebbe diritto di spostare il suo ritmo fuori dai ritmi circostanti. L’uomo in un futuro molto lontano dovrà giungere a far fluire di nuovo il suo ritmo nel mondo partendo dal suo sviluppo interno. Come una volta vi sono stati esseri che dal loro ritmo hanno fatto muovere sole, luna e terra, così anche l’uomo una volta farà fluire il suo ritmo nel mondo quando avrà raggiunto la statura divina. Questo è il significato del rendersi indipendenti nel ritmo. Da ciò possiamo presentire i fondamenti più profondi dell’astrologia. Ma questo oggi non deve occuparci. Volevamo oggi soltanto mostrare come la scienza dello spirito non è una somma di idee astratte per l’uomo egoista che se ne interessa, bensì che essa illuminerà fino alle condizioni più ordinarie della vita. Ma allora si deve avere la volontà di passare dalle apparenze esterne ai fondamenti originari che stanno dietro a esse. Il ritmo è impiantato alla materia attraverso lo spirito; l’uomo porta oggi il ritmo come eredità della sua origine spirituale in sé. Certamente si può comprendere questo ritmo per l’essere umano e anche per gli altri esseri naturali soltanto quando si torna alle condizioni originarie. Già negli animali i singoli corpi — corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io di gruppo — stanno in rapporti completamente diversi l’uno verso l’altro. Per ogni specie animale vi è un ritmo diverso. Per il corpo fisico è all’incirca lo stesso, ma completamente altri ritmi si sviluppano per il corpo eterico e il corpo astrale dei differenti animali. Si può dividere il mondo animale, così come oggi si divide esteriormente secondo le forme esterne, in generi secondo i ritmi, a seconda di come il ritmo dei corpi astrali si sviluppa rispetto a quello dei corpi eterici.
Non crediate che questi ritmi non siano mai stati chiaramente riconosciuti. Saremo ancora in grado di mostrare che non è passato così tanto tempo da quando almeno una consapevolezza oscura di questi ritmi sussisteva. Chi cammina nel mondo con una consapevolezza appropriata può trovare che in certi calendari che si usano in campagna, riguardo a certi rapporti tra animali e terra, vengono indicate certe regole. Attraverso l’osservanza di queste regole in tali calendari contadini, una volta il contadino ordinava tutta la sua agricoltura. Nel sapere contadino la consapevolezza di tali ritmi era stata occultamente celata. Queste sono cose che ci possono mostrare come dal XV e XVI secolo sia subentrata un’epoca di astrazione, della scienza esterna, di una scienza che non è affatto più in grado di addentrarsi nei fondamenti. Ciò è particolarmente il caso nella medicina. Qui oggi abbiamo soltanto ancora un tentare, e il solido fondamento della patologia e della terapia risale a tempi remotissimi. Ho sofferto il martirio dell’intelletto e dei sentimenti quando la fenazetina è stata sottoposta a prova. Questo modo di provare, senza nemmeno avere una guida, mostra che insieme allo spirito la serietà è andata persa dalla scienza. Questa serietà sarà di nuovo acquisita attraverso la conoscenza spirituale. Bisogna assolutamente distinguere dove stanno le immagini distorte di una scienza e dove è realmente la conoscenza fondata sullo spirito. Se ci si scrive ciò nell’anima, si vedrà come sia necessaria la conoscenza della scienza dello spirito, come essa debba penetrare in tutti i campi della conoscenza e della vita.
Oggi vogliamo parlare di alcuni argomenti provenienti da un’area profondamente occulta, e il nostro tema per oggi sarà, per quanto possa sembrare strano inizialmente: «Mefistofele e i terremoti della Terra». Vedremo che non solo gettando luce sul problema di Mefistofele penetriamo in un’area profondamente occulta, ma anche affrontando la questione dei terremoti dal punto di vista spirituale. Ne ho già parlato in vari luoghi, anche qui, dell’interno della Terra, e in tal modo ho toccato anche la questione dei terremoti. Oggi vogliamo considerare la cosa da un altro angolo: si troverà allora anche una connessione tra ciò che abbiamo da dire oggi — e in cui in particolare il discorso deve culminare — e ciò che è già stato detto negli insegnamenti precedenti riguardo all’interno della Terra, con riferimento a questi eventi straordinariamente tragici sulla superficie terrestre.
La figura di Mefistofele, da cui vogliamo partire oggi, la conoscete tutti dalla Faust di Goethe. Sapete che la figura di Mefistofele è un’entità. Oggi non vogliamo addentrarci oltre su come il vestimento poetico corrisponda ai fatti occulti. Sapete che questa figura ci appare nella Faust di Goethe come il tentatore e il seduttore del Faust, che in certa misura può essere concepito come il tipo dell’uomo che aspira alle altezze della vita, e io ho già indicato nei discorsi su Goethe quale prospettiva spirituale apre la scena del « Viaggio dalle Madri », dove Mefistofele tiene in mano la chiave per aprire un’area nelle profondità oscure dove siedono le « Madri ». Mefistofele stesso non può entrare in questa area. Soltanto indica che si tratta di un’area dove il basso è uguale all’alto: « Allora sprofonda! Potrei anche dire: ascendi! » Entrambe le cose significherebbero lo stesso per questa area misteriosa. Sappiamo anche che Mefistofele designa questa area come quella che lui chiama il Nulla. Rappresenta quindi in certa misura lo spirito che in questo Nulla vede qualcosa di senza valore per lui in questo territorio. Faust risponde come oggi potrebbe rispondere colui che spiritualmente aspira al materialista: « Nel tuo nulla spero di trovare il Tutto! »
La ricerca goethiana — e ce n’è una — ha compiuto i più vari sforzi per risolvere l’enigma di questa figura. Anche in altri discorsi ho già attirato l’attenzione sul fatto che fondamentalmente la soluzione del nome « Mefistofele » si trova semplicemente nell’ebraico, dove mephiz significa colui che ostacola, il distruttore, e tophel significa il bugiardo, cosicché dobbiamo comprendere il nome come riferito a un’entità che si compone da una parte di colui che porta la distruzione, gli ostacoli per l’uomo, e dall’altra di uno spirito di falsità, di inganno, di illusione.
Chi segua attentamente il Prologo in Cielo, l’introduzione del Faust di Goethe, noterà come entri in scena una parola che si estende attraverso millenni. Goethe ha inserito all’inizio del suo Faust le parole che passano tra Dio e Giobbe nel libro di «Giobbe». Basta leggere il libro di Giobbe: come Giobbe vive da uomo giusto, buono e pio; come i figli di Dio della Luce si presentano davanti a Dio, e tra di loro vi è anche un nemico della Luce; e come si svolge un colloquio tra il nemico della Luce e il Dio supremo, in cui il nemico della Luce dice che ha vagato per le terre e ha cercato e provato diverse cose. Allora Dio gli chiede: «Conosci il mio servo Giobbe?». E il nemico della Luce — così lo chiameremo per ora — dice a Dio che lo conosce, e che sarebbe capace di allontanarlo dal cammino del bene, di rovinarlo. E sapete come questo spirito deve tentare Giobbe due volte, come poi lo colpisce per il fatto che corrompe il suo corpo fisico esteriore. Lo designa espressamente dicendo a Dio: non cadrà se gli toccherai i beni, ma se gli toccherai la carne e l’osso, allora cadrà! Chi non potrebbe udire riecheggiare, nelle parole del Faust dove Dio nel Prologo in Cielo grida a Mefistofele «Conosci il Faust? … Il mio servo!», l’eco quasi della controreplica dello spirito che allora, secondo il libro di Giobbe, si oppose a Dio, quando questo Mefistofele dice di poter «guidare dolcemente» Faust sulla sua strada, di poterlo allontanare dai cammini che conducono nel mondo, in quello che si chiama il bene? Dunque sentiamo qui come in un’armonia convergano i toni di millenni.
Forse vi siete spesso posti la domanda, quando la figura di Mefistofele vi si è presentata: chi è dunque veramente questo Mefistofele? E qui vengono commessi errori gravi, che certamente possono essere corretti solo attraverso una penetrazione occulta più profonda. Che Mefistofele possa essere identificato con il Diavolo o con la concezione del Diavolo è già suggerito dal nome; poiché la parola «tophel» è la stessa cosa del «Diavolo». Ma l’altra questione è questa — e qui entriamo in un’area di gravi errori che spesso vengono commessi nell’interpretazione della figura di Mefistofele: se Mefistofele possa essere confuso con lo spirito che designiamo come Lucifero, di cui abbiamo spesso parlato nella storia dello sviluppo dell’umanità, che nel tempo lemurico e poi si avvicinò all’umanità con i suoi eserciti e in certa misura interferì nello sviluppo umano. In Europa siamo facilmente inclini a confondere la figura di Mefistofele — come esiste nel Faust di Goethe, come è esistita però in tutte le varie produzioni della letteratura popolare in cui appare già e che hanno preceduto il Faust di Goethe, negli spettacoli popolari, nelle rappresentazioni di marionette e così via — con Lucifero. Troviamo dappertutto la figura di Mefistofele, e la domanda è questa: la figura di Mefistofele e i suoi compagni sono gli stessi della figura e dei compagni che conosciamo come Lucifero? In altre parole: ciò che si avvicina agli uomini attraverso l’influenza mefistofelica è lo stesso di ciò che si avvicinò agli uomini attraverso l’influenza luciferica? Dobbiamo porci oggi questa domanda.
Sappiamo quando Lucifero si avvicinò agli uomini. Abbiamo seguito lo sviluppo dell’uomo sulla Terra nel tempo in cui il Sole con i suoi esseri si è separato dalla Terra e in cui poi la Luna si è separata dalla Terra con quelle forze che avrebbero reso impossibile all’uomo di progredire. E abbiamo visto che in un tempo in cui l’uomo non era ancora maturo per lasciare autonomia al suo corpo astrale, Lucifero con i suoi eserciti si avvicinò all’uomo e per questo due cose si avvicinarono all’uomo. Fu verso la fine del tempo lemurico che l’uomo era effettivamente esposto alle influenze provenienti da Lucifero nel suo corpo astrale. Se Lucifero non si fosse avvicinato all’uomo, allora l’uomo sarebbe stato preservato da certi danni, ma non sarebbe nemmeno giunto a quello che dobbiamo contare tra i beni più elevati dell’umanità.
Possiamo chiarire a noi stessi quale significato abbia l’influenza di Lucifero, se ci chiediamo che cosa sarebbe accaduto se sin dal tempo lemurico non vi fosse stata un’influenza luciferica, se l’uomo si fosse sviluppato cosicché Lucifero e gli esseri che gli appartengono fossero rimasti lontani da lui. Allora l’uomo si sarebbe sviluppato cosicché fino a metà del tempo atlantico sarebbe rimasto un essere che, in tutti gli impulsi del corpo astrale, in tutti i motivi del corpo astrale, avrebbe seguito le influenze di certi esseri spirituali che stavano sopra l’uomo, e che attraverso la loro influenza avrebbero guidato l’uomo fino a metà del tempo atlantico. Allora l’uomo avrebbe diretto la sua capacità di percezione, la sua capacità di conoscenza, al mondo sensibile molto, molto più tardi, cosicché negli uomini, nel tempo lemurico e nel primo tempo atlantico, non sarebbero sorte dalle percezioni sensibili nessuna passione, nessun desiderio; e l’uomo, per così dire, avrebbe affrontato il mondo sensibile in innocenza, e in tutto ciò che avrebbe fatto avrebbe seguito gli impulsi inseminatigli da esseri spirituali superiori. Non sarebbe stato un istinto come l’istinto degli attuali animali superiori, sotto cui l’uomo avrebbe intrapreso tutto, bensì un istinto spiritualizzato. Per ogni azione che avrebbe compiuto sulla Terra, non l’avrebbero spinto i semplici impulsi sensibili, bensì qualcosa di spiritualmente istintivo. Ma così, sotto l’influenza di Lucifero, l’uomo è arrivato prima a dire: «Questo mi piace, questo mi attira, questo mi respinge!» — È arrivato prima di quanto sarebbe altrimenti accaduto a seguire i suoi propri impulsi, a divenire un essere autonomo, a sviluppare in se stesso una certa libertà. Una certa separazione dal mondo spirituale si è così verificata per l’uomo. Si potrebbe dire, per esprimersi chiaramente: senza questa influenza di Lucifero l’uomo sarebbe rimasto un animale spiritualizzato, un animale che si sarebbe sviluppato gradualmente, anzi in forma più nobile e bella di quanto non si sia sviluppato l’uomo sotto l’influenza di Lucifero. L’uomo sarebbe rimasto molto più angelico se questa influenza di Lucifero non fosse intervenuta nel tempo lemurico. Ma dall’altra parte sarebbe stato guidato dagli esseri superiori come se fosse un burattino. Nel mezzo del tempo atlantico sarebbe giunto all’uomo qualcosa come con un colpo: i suoi occhi sarebbero stati spalancati completamente, e avrebbe avuto attorno a sé il tappeto dell’intero mondo fisico-sensibile; ma l'avrebbe visto attorno a sé in modo tale che dietro ogni cosa fisica avrebbe subito percepito un Divino-Spirituale, un mondo di fondamenti divino-spirituali. Mentre quindi l’uomo fino a quel momento, se avesse guardato indietro nella sua dipendenza nel seno divino da cui era sorto, avrebbe visto le divinità della Luce che agivano su di lui, che splendevano nella sua anima, che lo guidavano e dirigevano, allora per l’uomo sarebbe entrato — e questo non è solo un’immagine, bensì corrisponde nel grado più alto alla realtà — che si sarebbe dispiegato davanti a lui il mondo sensibile completamente e chiaramente percettibile. Ma questo mondo sensibile si sarebbe presentato come qualcosa di trasparente, dietro il quale sarebbero apparse le altre entità divino-spirituali, che avrebbero preso il posto di ciò che l’uomo avrebbe perduto dietro di sé. Un mondo spirituale si sarebbe chiuso dietro di lui, un nuovo mondo spirituale si sarebbe aperto davanti a lui. L’uomo sarebbe rimasto un bambino nella mano di esseri superiori, divino-spirituali. L’autonomia non sarebbe scesa nell’anima umana. Così non è accaduto: Lucifero si è avvicinato all’uomo, e ha reso invisibile all’uomo una parte del mondo spirituale che stava dietro di lui. Poiché quando nel corpo astrale umano sorsero le sue proprie passioni, istinti e desideri, questi offuscarono gli esseri spirituali che stavano dietro l’uomo, altrimenti rimasti sempre visibili, di quel mondo da cui l’uomo era nato. Perciò era così che, in quei grandi santuari oracolari di cui ho parlato l’ultima volta, gli antichi iniziati atlantici si erano preparati proprio a vedere quella parte del mondo spirituale che era stata offuscata dall’influenza di Lucifero. Tutte le preparazioni dei custodi e degli allievi dei vecchi oracoli dei misteri atlantici avevano lo scopo di guardare dentro questo mondo spirituale luminoso, che si era sottratto agli uomini attraverso l’influenza luciferica sul corpo astrale umano. E così apparvero anche quelle figure che l’uomo osservava nei vari stati dell’anima che correvano paralleli all’iniziazione, che fluiscono da un mondo di Luce nel nostro e che poi si vestono del vestimento che il mondo astrale può dare loro. L’iniziato atlantico negli antichi oracoli vide nello spirito quelle figure che con ragione erano per lui esseri spirituali superiori, che non erano discesi nel mondo fisico e che quindi, poiché l’uomo era entrato troppo presto nel mondo fisico, erano rimasti invisibili allo sguardo ordinario. Ma non poteva essere altrimenti che anche Lucifero stesso, poiché era un avversario di questi mondi di Luce, diventasse visibile anche agli iniziati.
Gli eserciti di Lucifero erano completamente visibili per gli uomini atlantici che nella loro coscienza sommaccia di chiaroveggenza — in stati di sonno e negli stati intermedi tra il sonno e la veglia — potevano immergersi nel mondo spirituale superiore. Se una parte del mondo di Luce diventava accessibile a questi uomini, allora diventava visibile anche una parte del mondo opposto al mondo di Luce; non Lucifero stesso, ma i compagni di Lucifero diventavano visibili. E così quanto incantevoli e straordinarie apparvero le figure sublimi del mondo di Luce nei loro colori astrali, altrettanto terribili e spaventose apparvero le figure che appartenevano al mondo opposto, seduttivo.
Così possiamo dire: vi fu all’interno dello sviluppo dell’umanità questa influenza di Lucifero, a cui l’uomo deve la possibilità dell’errore, del male, ma cui deve anche la sua libertà. Se questa influenza luciferica non fosse venuta, allora quello che ho appena descritto davanti a voi sarebbe entrato a metà del tempo atlantico: il tappeto del mondo sensibile si sarebbe dispiegato davanti all’uomo, i minerali, il mondo vegetale, il mondo degli animali sarebbero diventati visibili sensibilmente; il mondo dei fenomeni naturali, il fulmine e il tuono, le nuvole e l’aria, i fenomeni celesti sarebbero diventati completamente visibili all’occhio esteriore. Ma dietro sarebbe chiaramente rimasto in piedi gli esseri divino-spirituali che dovevano agire sull’uomo. Perché prima l’influenza di Lucifero aveva agito, perché prima l’uomo nel suo corpo astrale aveva accolto questa influenza, per questo da quel momento fino al tempo atlantico aveva preparato il suo corpo fisico, che allora era ancora malleabile, cosicché questo corpo fisico ora potesse divenire lo strumento immediato per il tappeto del mondo sensibile-fisico, che si sarebbe dovuto dispiegare cosicché il mondo spirituale sarebbe diventato visibile dietro di esso. E così l’uomo non poteva vedere immediatamente il mondo fisico-sensibile nella forma in cui si sarebbe mostrato a lui anche come un mondo spirituale. Allora il mondo dei tre regni naturali, che stavano sotto l’uomo, si avvicinò all’uomo. Il mondo fisico si avvicinò come uno che come un velo, come uno spesso strato si stendeva talvolta sul mondo spirituale. Così l’uomo non poteva vedere attraverso fino al mondo spirituale; in verità ancora oggi fondamentalmente non può.
Ma dal fatto che l’uomo aveva attraversato questo sviluppo, potè nella metà del tempo atlantico un’altra influenza farsi valere, un’influenza da un lato completamente diverso. E questa influenza che ora si faceva valere, non dobbiamo confonderla con l’influenza di Lucifero e dei suoi compagni. Sebbene Lucifero aveva reso l’uomo capace di sottomettersi a questa altra influenza, sebbene Lucifero aveva reso il corpo fisico dell’uomo più denso di quanto sarebbe diventato altrimenti, tuttavia doveva ancora un’altra influenza avvicinarsi all’uomo, per consegnare completamente l’uomo al mondo fisico-sensibile, per chiudere completamente davanti all’uomo il mondo degli esseri spirituali, così che l’uomo fosse condotto all’illusione: Non esiste nessun altro mondo che il mondo dell’esistenza fisico-sensibile che si dispone davanti a me!
Un nemico completamente diverso si avvicinò all’uomo da metà del tempo atlantico, nemico diverso da Lucifero, quello che offusca e offusca la capacità di percezione e conoscenza dell’uomo, cosicché l’uomo non fa lo sforzo, non sviluppa i drives, per penetrare nei segreti del mondo sensibile. Se voi vi immaginate che sotto l’influenza di Lucifero il mondo sensibile diventasse come un velo, cosicché allora si avrebbe certamente il mondo spirituale dietro, così attraverso l’influenza di questo secondo essere il mondo fisico diventò completamente una rinde spessa, che si chiudeva davanti al mondo spirituale, cosicché ancora una volta solo gli iniziati atlantici attraverso le loro preparazioni potevano penetrare questo strato del fisico-sensibile.
Quelle potenze che si avvicinarono all’uomo per oscurare la sua prospettiva dell’altro lato dell’esistenza divina ci incontrano per la prima volta nelle grandi dottrine che il significativo capo del popolo persiano antico diede ai suoi seguaci e credenti, in Zarathustra. Zarathustra aveva la missione di dare una cultura a un popolo che, diversamente dal popolo indiano antico, non aveva per sua naturale inclinazione la nostalgia del mondo spirituale indietro: Zarathustra aveva la missione di dare una cultura a un popolo il cui sguardo era rivolto al mondo sensibile, alla conquista del mondo fisico-sensibile con i mezzi di cultura che solo possono essere prodotti attraverso gli sforzi dell’uomo esteriore sensibile-fisico. Perciò all’interno della cultura persiana antica si avvicinò all’uomo meno l’influenza luciferica, quanto piuttosto l’influenza di quella figura che da metà del tempo atlantico si era avvicinata all’uomo e aveva determinato che allora una gran parte degli iniziati cadesse sotto la magia nera, poiché, attraverso la tentazione di questo tentatore, erano stati indotti ad abusare di ciò che era diventato loro accessibile dal mondo spirituale al servizio del mondo fisico-sensibile. Quella enorme influenza di forze di magia nera che portò al declino finale di Atlantide ha la sua origine nelle tentazioni di quella figura che Zarathustra dovette insegnare al suo popolo come la figura che agisce contro il Dio della Luce: come Ahriman, Angra Mainju, in contrasto con il Dio della Luce, che Zarathustra proclamava come l’Aura Grande, come Ahura Mazdao.
Queste due figure, Lucifero e Ahriman, dobbiamo certamente distinguerle l’una dall’altra. Poiché Lucifero è un’entità che si è staccata dalla schiera degli esseri spirituali-celesti dopo la separazione del Sole, mentre Ahriman è una figura che si era già separata prima della separazione del Sole e riunisce in sé forze completamente diverse. Per il fatto che Lucifero nel tempo lemurico ha agito sull’uomo, non gli è stato corrotto nient’altro che l’influenza che l’uomo ebbe ancora nel tempo atlantico, in quanto poteva agire sulle forze dell’aria e dell’acqua. Voi sapete dal mio libro «Cronaca dell’Akasha» che gli uomini nel tempo atlantico disponevano ancora delle forze germinali che sono nelle nature vegetali e animali, e potevano estrarle come l’uomo di oggi estrae le forze dal carbone, che usa come forza di vapore per guidare le sue macchine. E vi ho detto: quando queste forze vengono estratte, tirate fuori, allora sono in una misteriosa connessione con le forze naturali nel vento e nel tempo e così via; e se l’uomo le usa con un’intenzione opposta alle intenzioni divine, allora queste forze naturali vengono richiamate contro l’uomo.
Per questo è venuta l’inondazione atlantica e quelle forze naturali devastanti che hanno causato il declino dell’intero continente atlantico. Ma l’uomo non aveva più in precedenza una disposizione sulle forze del fuoco e della combinazione di queste forze con certe forze segrete della Terra. Fuoco e Terra in una certa interazione erano stati già precedentemente, in realtà, tolti all’uomo. Ma ora, attraverso l’influenza di Ahriman e dei suoi compagni, l’uomo è venuto di nuovo — e proprio ora in modo deletero — al potere sulle forze del fuoco e della Terra. E molte cose che sentite riguardo all’uso del fuoco nell’antico Persia sono legate a quello che vi sto dicendo ora. Alcune forze che vengono guidate come magia nera e che sono collegate a questo, e portano al fatto che l’uomo si impadronisce ancora di forze completamente diverse e così ottiene un’influenza sul fuoco e sulla Terra, possono suscitare effetti vastamente devastanti. La magia nera avrebbe potuto essere praticata dai discendenti degli Atlantidei stessi ancora nel persiano antico, se non fosse stato per l’insegnamento di Zarathustra che indicava come Ahriman, come potenza ostile, agisca sugli uomini in modo da intrappolarli, da oscurarli rispetto a ciò che dietro il mondo sensibile dovrebbe emergere come vera forza spirituale. Così vediamo che una gran parte della cultura post-atlantica — questo veniva da Zarathustra e dai suoi seguaci — era influenzata dal fatto che all’uomo era reso chiaro, da una parte, l’effetto del sublimissimo Dio della Luce, a cui l’uomo può rivolgersi, e dall’altra la potenza distruttiva di Ahriman e dei suoi compagni.
Questo Ahriman agisce sull’uomo attraverso i mezzi e le vie più varie. Ho potuto attirare la vostra attenzione sul fatto che fu un grande momento per lo sviluppo del mondo quando l’Evento del Golgota ebbe luogo. Allora il Cristo apparve nel mondo che l’uomo entra dopo la morte. In questo mondo l’influenza di Ahriman era ancora molto, molto più forte di quanto non fosse nel mondo che si vede qui sulla Terra tra la nascita e la morte. Proprio nel mondo tra la morte e la nuova nascita agivano con forza e potenza terribili le influenze di Ahriman sull’uomo. E se non fosse successo nient’altro, l’uomo tra la morte e la nuova nascita, nel regno delle ombre — come il vecchio greco sentiva con ragione — sarebbe stato gradualmente oscurato. Una solitudine infinita e un ritorno all’egoità umana sarebbero entrati nella vita tra morte e nuova nascita. E l’uomo nascerebbe di nuovo nella sua vita così da essere diventato un egoista crasso, terribile. Quindi non è semplice modo di dire che dopo l’Evento del Golgota, nel momento in cui il sangue scorreva dalle ferite sul Golgota, il Cristo apparve nel mondo dell’al di là, nel regno delle ombre, e mise Ahriman in catene. Sebbene l’influenza di Ahriman rimase — e in verità tutta la mentalità materialista degli uomini è da ricondurre a essa, anche se questa influenza è solo paralizzata dal fatto che gli uomini ricevono in se stessi l’Evento del Mistero del Cristo —, tuttavia questo Evento è diventato quello da cui gli uomini possono succhiare forza, per tornare così di nuovo dentro il mondo spirituale-divino.
Così Ahriman sorse al cospetto della conoscenza umana per primo. Così divenne qualcosa che si presentiva, di cui si sapeva qualcosa attraverso l’influenza della cultura di Zarathustra; e da lì si diffuse la conoscenza di Ahriman tra gli altri popoli e le loro concezioni culturali. Sotto i nomi più svariati Ahriman appare con i suoi eserciti presso i vari popoli della cultura. E attraverso le condizioni particolari in cui erano le anime dei popoli europei, che era rimasti più indietro nei percorsi da Occidente a Oriente, che erano rimasti più intatti da ciò che era accaduto nell’antico Oriente, nell’antico Persico, in Egitto, persino nel periodo greco-latino, presso questi popoli europei, tra che doveva risorgere la quinta epoca di cultura, vi erano costituzioni dell’anima tali che la figura di Ahriman appariva loro particolarmente terribile. E mentre questa aveva assunto i nomi più vari — presso il popolo ebraico fu chiamata Mefistofele — divenne nel mondo europeo la figura del Diavolo nelle sue varie forme.
Così vediamo come guardiamo dentro una profonda connessione dei mondi spirituali, e molte volte, quando qualcuno si sente altezzosamente al di sopra della superstizione medievale, bene ci si ricorderà il detto del nostro poeta del Faust: « Il Diavolo il popolo non lo sente mai, e se lo tenesse per il collo! »
Proprio perché l’uomo chiude i suoi occhi spirituali a questa influenza, per questo vi cade sotto influenza il più facilmente possibile. Il Mefistofele di Goethe non è nient’altro che la figura di Ahriman, e non dobbiamo confonderlo con la figura di Lucifero. Tutti questi errori che talvolta ci incontriamo nell’interpretazione della Faust di Goethe, sono ricondotti proprio a questa confusione, sebbene naturalmente Lucifero ha reso possibile l’influenza di Ahriman e si potrebbe perciò, quando si guarda ad Ahriman, essere ricondotti a un’influenza originaria di Lucifero, che poteva stare davanti alla nostra anima solo dopo lunghe preparazioni, per riconoscere questa connessione più intima.
Non si deve trascurare questa distinzione più sottile, poiché si tratta soprattutto del fatto che Lucifero ha fondamentalmente portato l’uomo solo sotto l’influenza di quelle potenze che sono collegate alle forze del vento e dell’acqua. D’altro canto era Ahriman-Mefistofele a portare l’uomo sotto potenze molte, molte volte più terribili; e nelle prossime epoche di cultura molte cose appariranno che si devono ricondurre all’influenza di Ahriman. Per colui che spiritualmente aspira senza fondamenti saldi e sicuri, molto facilmente, proprio attraverso l’influenza ahrimanica, può entrare l’illusione più terribile, l’inganno più terribile. Poiché in verità Ahriman è uno spirito che si propone di ingannare sulla vera natura del mondo sensibile, di ingannare cioè nel fatto che essa è un’espressione del mondo spirituale. Se l’uomo ha una disposizione verso stati anormali, stati sonnambulici, o attraverso un certo insegnamento errato risveglia forze occulte in se stesso e ha qualcosa in sé che spinge verso l’egoità, l’egoismo, allora Ahriman o Mefistofele ha facilmente un’influenza sulle forze occulte, un’influenza che facilmente può diventare formidabile. Mentre l’influenza di Lucifero può solo andare nel senso che ciò che dal mondo spirituale — anche in chi si trova in insegnamento scorretto — incontri l’uomo si presenti come figura astrale, come una figura che diventa visibile al corpo astrale, le formazioni che sono da ricondurre all’influenza di Ahriman si manifestano per il fatto che i cattivi influssi che si esercitano sul corpo fisico si spingono attraverso nel corpo eterico e poi diventano visibili come fantasmi.
Abbiamo quindi a che fare, con l’influenza di Ahriman, con potenze ancora molto, molto più basse di quelle dell’influenza di Lucifero. Mai gli influssi di Lucifero possono diventare cattivi come gli influssi di Ahriman e quegli esseri che sono connessi con le potenze del fuoco. L’influenza di Ahriman o di Mefistofele può portare al punto che l’uomo, al fine di ottenere conoscenze occulte, venga condotto, diciamo ad esempio, a compiere atti con il suo corpo fisico. È il mezzo peggiore che possa essere usato per giungere a forze occulte: quello che consiste di atti e dell’abuso del corpo fisico. In certe scuole di magia nera, di fatto, vengono insegnate tali azioni nella più larga misura. È una delle più terribili sedizioni dell’uomo quando il punto di partenza per l’insegnamento occulto viene preso dalle forze del corpo fisico.
Qui non può nemmeno essere indicato più strettamente, ma solo sul fatto che tutte le macchinazioni che consistono comunque in un abuso delle forze del corpo fisico provengono dalle influenze che vengono da Ahriman; e per il fatto che questo si spinge nel corpo eterico dell’uomo, agisce come un fantasma, ma come un mondo di fantasmi che non è nient’altro che il vestimento di potenze che traggono l’uomo sotto il livello dell’uomo. Quasi tutte le culture antiche — quella indiana, quella persiana, quella egiziana, quella greco-latina — hanno attraversato il loro periodo di decadenza, in cui sono decadute, in cui anche i Misteri sono decaduti, in cui non si è più conservato il puro insegnamento dei Misteri. In questi tempi molti di coloro che erano o allievi degli iniziati e tuttavia non potevano mantenersi alla loro altezza, o uomini ai quali i segreti erano stati rivelati illegittimamente, sono giunti su strade sbagliate e cattive. Luoghi di forze di magia nera sono andati da questi influssi e si sono conservati fino ai nostri tempi.
Ahriman è uno spirito di menzogna, che incanta illusioni all’uomo, che con i suoi compagni agisce certamente in un mondo spirituale. Non è lui un’apparenza illusoria, no! Ma ciò che sotto la sua influenza si dispiega davanti all’occhio spirituale dell’uomo è un’apparenza illusoria. Se i desideri dell’uomo, se le passioni dell’uomo vanno per strade cattive e contemporaneamente si dedica comunque a forze occulte, allora le forze occulte che ne emergono si spingono nel corpo eterico, e sotto le apparenze illusorie — che talvolta possono essere figure molto rispettabili — appaiono le potenze più distruttive, più cattive. Così terribile è l’influenza di Ahriman sull’uomo.
Da ciò che è stato detto potete trarre che proprio attraverso l’apparizione del Cristo, se vogliamo usare l’espressione, Ahriman è stato messo in catene, certo solo per coloro che continuamente tentano di penetrare il Mistero del Cristo. E sempre meno protezione vi sarà nel mondo contro l’influenza di Ahriman, al di fuori delle forze che emanano dal Mistero del Cristo. In un certo modo la nostra epoca — e molti fenomeni lo predicano — si dirige verso questi influssi di Ahriman. Certi insegnamenti segreti chiamano le schiere di Ahriman anche gli Asura. Sono naturalmente i cattivi Asura, che dal percorso evolutivo degli Asura — i quali avevano dato la personalità all’uomo — si erano in certa epoca separati. Su questo si è già accennato che si tratta di esseri spirituali che prima della separazione del Sole si erano separati dallo sviluppo complessivo della Terra.
Fino a ora è stato descritto solo il terribile influsso che Ahriman può avere su un certo sviluppo anormale che può procedere su vie occulte. Ma in certa misura l’intera umanità si è posta sotto l’influenza di Ahriman nella seconda metà del tempo atlantico. L’intero tempo post-atlantico ha in un certo senso in sé gli effetti dell’influenza di Ahriman, su un territorio terrestre più, su un altro meno. Ma l’influenza di Ahriman si è fatta valere dappertutto, e tutto quello che negli insegnamenti dei vecchi iniziati è stato dato ai popoli dagli spiriti di Luce che si oppongono ad Ahriman è fondamentalmente stato dato solo per liberarsi gradualmente dall’influenza di Ahriman. Era un’educazione della preparazione dell’umanità, ben condotta, saggio.
Non dimentichiamo però che fondamentalmente il destino di Ahriman dal momento in cui si è connesso con il destino dell’umanità in una certa misura, e gli eventi più svariati, di cui l’uniniziale non può sapere nulla, mantengono il karma complessivo dell’umanità in una continua connessione con il karma di Ahriman. Se vogliamo comprendere ciò che ora deve essere detto, allora dobbiamo renderci consapevoli che oltre al karma che ogni singolo ha, vi è una legge karmica generale su tutti i livelli dell’essere. Tutte le specie di esseri hanno il loro karma, il karma di un essere è così, quello di altri esseri è diverso. Ma il karma passa attraverso tutti i regni dell’essere, e ci sono certamente cose nel karma dell’umanità, nel karma di un popolo, di una società o di un altro gruppo umano che dobbiamo considerare come un karma collettivo, cosicché sotto circostanze il singolo può essere trascinato dal karma complessivo. E per colui che non può vedere attraverso le cose, non sarà sempre facile comprendere dove effettivamente giacciono le influenze delle potenze per gli uomini che sono stati colpiti da questo destino. È completamente possibile che il singolo che sta dentro in un’insieme, in virtù del suo karma individuale, sia completamente innocente; ma per il fatto che sta dentro un karma complessivo, una disgrazia può piombargli addosso. Se però è completamente innocente, allora ciò si equilibrerà nelle incarnazioni successive.
Nel contesto più ampio non dobbiamo guardare solo al karma del passato, ma dobbiamo anche pensare al karma del futuro. Possiamo certamente dire che, sotto circostanze, può esservi un intero gruppo di uomini, e questo gruppo cade vittima di un destino terribile. Là non è rintracciabile perché proprio questo gruppo di uomini sia stato sottoposto a questo destino. Qualcuno che potesse indagare il karma del singolo uomo non potrà, sotto circostanze, trovare nulla che avrebbe potuto portare a questo triste destino, poiché le connessioni del karma sono molto intricate. Forse lontano, lontano — ma tuttavia collegato a esso — c’è quello che richiede che tale karma porti questo o quel risultato. E allora potrebbe essere che il gruppo intero sia stato innocentemente colpito da un karma complessivo, mentre forse i responsabili più diretti non potevano essere colpiti, perché la possibilità di farlo non era presente. Allora si può dire unicamente ed esclusivamente questo: nel karma complessivo del singolo uomo tutto si equilibra, anche se innocentemente gli accade questo o quel male; questo si scrive nel suo karma, e tutto si equilibra pienamente nel futuro. Quindi, se guardiamo alla legge del karma, dobbiamo anche considerare il karma del futuro. Ma non dobbiamo dimenticare che l’uomo non è un essere singolo, isolato; dobbiamo prestare attenzione al fatto che ogni singolo deve portare una parte del karma dell’umanità intera. Non dobbiamo nemmeno dimenticare che l’uomo, con l’umanità, appartiene anche alle gerarchie degli esseri che non sono entrati nel mondo fisico, e che è anche trascinato nel karma di queste gerarchie. Molte cose accadono negli eventi dei destini umani nel mondo fisico, la cui connessione inizialmente non la cerchiamo nelle cose con cui è direttamente collegata; ma le conseguenze karmiche entrano senza dubbio. Il karma di Ahriman è intrecciato dalla seconda metà del tempo atlantico con il karma dell’umanità. Dove sono dunque i fatti di Ahriman, a parte ciò che Ahriman agisce nei corpi umani per portare all’uomo illusione e fantasmi sul mondo sensibile? Dove sono altrimenti?
Per tutto nel mondo c’è, per così dire, due lati: un lato che appartiene più all’uomo come essere spirituale, e d’altra parte quello che appartiene a ciò che si è formato come i regni naturali intorno all’uomo. Il palcoscenico dell’uomo è la Terra. Per lo sguardo spirituale questa si presenta come una connessione di strati diversi. Sappiamo che lo strato più esterno della nostra Terra è chiamato la Terra minerale o strato minerale, poiché contiene solo tali sostanze come le troviamo sotto i nostri piedi. Questo è uno strato relativamente sottile. Poi inizia la Terra morbida. Questo strato ha una struttura materiale completamente diversa da quello strato minerale che sta sopra di esso. Questo secondo strato è, per così dire, dotato di una vita interiore; e solo dal fatto che lo strato minerale duro è steso sopra di esso, le forze interne di questo secondo strato sono tenute insieme. Nel momento in cui fosse scoperto, si disperderebbe nello spazio celeste intero. È quindi uno strato che giace sotto una pressione enorme. Un terzo strato è lo strato di vapore. Ma non è un vapore di tipo materiale, come l’abbiamo sulla superficie della nostra Terra: in questo terzo strato la sostanza stessa è dotata di forze interne che possiamo solo paragonare alle passioni umane, ai drive interiori dell’uomo. Mentre sulla Terra solo esseri formati come gli animali e gli uomini possono sviluppare passioni, questo terzo strato — proprio come le sostanze della Terra sono pervase da forze magnetiche e termiche — è materialmente pervaso da forze che sono uguali a ciò che conosciamo come drive e passioni umane e animali. Poi abbiamo come quarto strato lo strato delle forme, che è così designato perché contiene il materiale e le forze di ciò che ci incontra nella parte della Terra minerale come esseri formati. E il quinto strato, la Terra fertile, ha la peculiarità che come materiale stesso è di fertilità infinita. Se aveste una parte di questo strato di Terra, emetterebbe continuamente nuovi germogli e spuntoni da se stesso; la fertilità strabordante è l’elemento di questo strato. Dopo quello arriviamo al sesto strato, alla Terra del fuoco, che contiene come sostanze forze che possono diventare terribilmente devastanti e distruttive. Queste forze sono in realtà quelle in cui i fuochi primordiali sono stati imprigionati.
In questo strato agisce materialmente fondamentalmente il regno di Ahriman e da questo strato agisce. Ciò che appare nei fenomeni naturali esterni nell’aria e nell’acqua, in formazioni di nuvole, ciò che appare come fulmine e tuono, è per così dire un ultimo resto — ma un buon resto — sulla superficie terrestre di ciò che era già connesso con il vecchio Saturno e che si è separato dal Sole. Di ciò che agisce in queste forze, le forze interne del fuoco della Terra sono messe al servizio di Ahriman. Lì ha il centro della sua azione. E mentre i suoi effetti spirituali nel modo descritto si dirigono alle anime umane e le guidano all’errore, vediamo come lui — in un certo senso incatenato — all’interno della Terra ha certi punti di attacco della sua azione. Se si conoscessero le misteriose connessioni di ciò che è accaduto sulla Terra sotto l’influenza di Ahriman, e di ciò che è diventato il karma proprio di Ahriman, allora riconosceremmo nel tremare della Terra la connessione tra ciò che si svolge come eventi naturali in un modo così terribilmente triste, tragico, e ciò che regna sulla Terra. Questo è rimasto fin dai tempi antichi come qualcosa che sulla Terra entra in reazione contro gli esseri luminosi, quelli buoni.
Così operano attraverso la Terra queste o quelle forze che sono collegate a quegli esseri che sono stati scacciati dalla connessione con la Terra nel momento in cui gli esseri luminosi, quelli buoni, hanno condotto i fenomeni salutari intorno al cerchio della Terra, e possiamo in un certo senso riconoscere l’eco di questi effetti del fuoco, che sono stati tolti all’uomo in precedenza, in ciò che il fuoco provoca in tali terribili fenomeni naturali. Non dobbiamo dirci che quelli che sono stati colpiti da ciò che è provocato dal karma di Ahriman — che però dalla seconda metà del tempo atlantico è in connessione con il karma dell’umanità — abbiano in qualche modo colpa. Questo è connesso con il karma complessivo dell’umanità, a cui anche il singolo deve contribuire a portare. E le cause giacciono molto spesso altrove, che allora in posti determinati entrano negli effetti del karma di Ahriman, perché proprio questi posti offrono l’opportunità per questo.
Così vediamo una connessione che certamente ci appare come un resto rimasto di altrimenti antichissime catastrofi dell’umanità. Nel tempo lemurico il potere di agire sul fuoco è stato tolto agli uomini. Prima l’uomo poteva agire sul fuoco. Perciò l’antico Lemurio è perito attraverso le passioni infocate degli uomini. Era lo stesso fuoco che ora è in basso, allora era in alto. Allora il fuoco si è ritirato dalla superficie della Terra; lo stesso fuoco che come un estratto del fuoco primordiale è venuto fuori è il fuoco inorganico, il fuoco minerale di oggi. Parimente è andata per le forze che procedono attraverso l’aria e l’acqua e che attraverso le passioni degli uomini hanno provocato le catastrofi di Atlantide. Era un karma umano complessivo che ha causato queste catastrofi atlantiche. Ma un resto di esso è rimasto, e questo resto provoca gli echi di queste catastrofi. Le nostre eruzioni vulcaniche e le nostre scuotimenti di terra non sono nulla di diverso che gli echi di queste catastrofi. Solo dobbiamo considerare che a nessuno dovrebbe nemmeno venire in mente che a coloro che sono stati colpiti da tale catastrofe dovrebbe essere imputata nemmeno minima parte della colpa, e che perciò non dovrebbe essere suscitata la massima pietà per coloro che ne sono stati colpiti. Questo deve chiarirsi l’antroposofo, che il karma di questi uomini non ha nulla a che fare con quello che egli può fare, e che ad esempio non dovrebbe aiutare un uomo perché — parlando banalmente — crede nel karma, che l’uomo ha causato lui stesso questo destino. È proprio questo che il karma ci ordina: che aiutiamo gli uomini, perché possiamo essere certi che il nostro aiuto significa allora qualcosa per l’uomo che è scritto nel suo karma, e per cui il suo karma viene in una direzione più favorevole. Proprio alla pietà deve portarci la penetrazione del mondo che è fondata sul karma. Così la nostra comprensione nei confronti dei miseramente soffrenti e di coloro colpiti da tale catastrofe ci renderà ancora più compassionevoli, poiché ciò significa che è un karma complessivo dell’umanità da cui gli elementi singoli dell’umanità soffrono, e che così come l’intera umanità provoca questi eventi, così l’intera umanità deve farsi carico di ciò, che dobbiamo vedere un tale destino come il nostro proprio, che non aiutiamo nemmeno perché lo facciamo volentieri, bensì perché sappiamo: Stiamo dentro al karma dell’umanità, e ciò che è stato causato da colpa, è stato causato anche da noi.
Mi è pervenuta questa mattina una domanda che riguarda le catastrofi di terremoti. Questa domanda suona:
« Come si spiegano occultamente le catastrofi di terremoti? Possono essere previste? Se le catastrofi nel dettaglio potessero essere previste, perché non sarebbe possibile dare un avvertimento in modo discreto anticipatamente? Un tale avvertimento forse la prima volta non servirebbe a nulla subito, ma certo più tardi. »
I nostri membri più anziani si ricorderanno cosa sia stato detto talvolta alla fine del discorso su «L’Interno della Terra», cosa è stato detto sulla possibilità di terremoti che si verificano sulla Terra. Ma questo non deve ora essere considerato: si deve entrare direttamente in questa domanda. La domanda consiste fondamentalmente in due parti. La prima parte è: se in un certo modo, dalla connessione occulta che può essere compresa, i terremoti possano essere previsti? A questa domanda si deve rispondere dicendo che la conoscenza di tali cose appartiene alle più profonde conoscenze del sapere occulto tutto. Per un evento singolo che è avvenuto sulla Terra, che essenzialmente proviene da un fondamento così profondo come è stato descritto oggi, che è connesso con cause che si estendono molto lontano oltre la Terra, per un tale evento è fondamentalmente giusto che anche per tali cose singole un’indicazione di tempo possa essere fatta. L’occultista avrebbe completamente la possibilità di fare un’indicazione di tempo così. L’altra domanda però è questa: se tali indicazioni possono essere fatte, devono essere fatte? Qui effettivamente, per colui che si trova esternamente di fronte ai segreti occulti, suonerà quasi di per sé che ciò potrebbe essere risposto affermativamente in un certo senso. Eppure, le cose stanno così: che riguardo a tali eventi, effettivamente, solo due o tre volte in ogni secolo — al massimo due o tre volte — qualcosa può essere predetto dalle sedi dell’iniziazione. Si deve infatti considerare che queste cose sono connesse con il karma dell’umanità, e che queste cose, se ad esempio potessero essere evitate nel dettaglio, dovrebbero allora apparire in un’altra sede in un’altra manifestazione. La previsione non cambierebbe nulla al fatto. E si consideri in quale maniera terribile si interferirebbe nel karma dell’intera Terra se misure umane fossero prese contro tali eventi! In una maniera terribile la reazione entrerebbe, e infatti entrerebbe così forte che solo in rarissimi casi eccezionali uno che fosse un profondo iniziato, per se stesso o per coloro che gli stanno più vicini, se prevedesse una catastrofe di terremoto, potrebbe fare uso della sua conoscenza. Consapevolmente dovrebbe perire, completamente naturalmente. Poiché queste cose, che nel karma dell’umanità giacciono attraverso i millenni e i milioni di anni, non possono essere paralizzate attraverso misure che cadono entro un breve periodo dell’umanità. Ma c’è ancora qualcos’altro.
È stato detto che questo capitolo appartiene alle ricerche occulte più difficili. Quando ho tenuto il discorso su « L’interno della Terra », ho già detto che è enormemente difficile sapere qualcosa sull’interno della Terra, che è molto più facile sapere qualcosa sullo spazio astrale, sullo spazio devachanico, addirittura sui più lontani pianeti che sull’interno della Terra. La maggior parte delle cose che si sentono parlare sull’interno della Terra sono semplicemente il più puro ciarlatanismo, poiché appartiene precisamente alle cose più difficili dell’occultismo. In questo territorio appartengono anche le cose che sono connesse con queste catastrofi elementari. E soprattutto dovete tenere gli occhi su questo, che la chiaroveggenza non è qualcosa dove qualcuno si siede e entra in uno stato particolare e poi può dire quello che accade in tutto il mondo fino ai mondi più alti. Le cose non stanno così. Chi creda questo, penserebbe altrettanto sapientemente di colui che direbbe: « Tu hai tuttavia la capacità di percepire nel mondo fisico; ma non ti è nemmeno accaduto, non l'hai visto quando l’orologio segnava le dodici e tu eri seduto qui nella stanza, che cosa stava accadendo alle dodici all’esterno sulla Sprea? » — Vi sono ostacoli al vedere. Se la persona in questione alle dodici fosse stata fuori a passeggiare, allora forse avrebbe percepito l’evento in questione. Non è così che semplicemente attraverso la decisione di mettersi nello stato necessario, allora tutti i mondi giacciono aperti. Anche lì la persona in questione deve prima andare alle cose e indagare le cose, e queste indagini di cui si tratta, appartengono alle cose più difficili, perché i più grandi ostacoli stanno di fronte. E qui si potrebbe forse parlare proprio di questi ostacoli.
Voi non potete togliere a un uomo che ha la capacità di camminare fisicamente con le sue due gambe questa capacità solo tagliandogli le gambe: ma anche rinchiudendolo; allora non può muoversi in giro. Allo stesso modo ci sono anche ostacoli per le ricerche occulte, e nel territorio di cui parliamo ci sono davvero ostacoli immensi. E uno dei principali ostacoli voglio portarvelo ora. Voglio condurvi su una connessione misteriosa. Il più grande ostacolo che esiste per le ricerche occulte in questo territorio è il modo attuale in cui la scienza esterna materialistica è praticata oggi. Tutto ciò che è ammassato di infinite illusioni, errori, oggi nella scienza materialistica, tutte le ricerche indegne che vengono fatte e che non solo non portano a nulla, ma fondamentalmente provengono solo dalla vanità degli uomini, queste sono cose i cui effetti, nei mondi superiori, rendono le indagini in questi mondi superiori su tali fenomeni, la libera prospettiva, praticamente impossibili o almeno molto difficili. La libera prospettiva è offuscata precisamente dal fatto che qui sulla Terra la ricerca materialistica procede. Queste cose non si possono nemmeno così facilmente comprendere. Voglio dire: lasciate prima che venga il tempo in cui la scienza spirituale si diffonderà di più e in cui, attraverso la scienza spirituale e il suo influsso, sarà spazzato via il superstizioso materialista del nostro mondo! Proprio il combinare senza senso e l’imporre di ipotesi, per cui poi ci si immagina di tutto nel dentro della Terra — lasciate tutto questo spazzato via, e vedrete: quando la scienza spirituale stessa si introdurrà come un destino nel karma dell’umanità, quando troverà i mezzi e le vie per afferrare le anime, e su questo percorso potrà sconfiggere le forze nemiche, la superstizione materialista, quando ciò che è collegato al peggiore nemico dell’umanità, che fissa lo sguardo umano nel mondo sensibile, potrà essere ulteriormente ricercato, allora vedrete che allora sarà anche offerta la possibilità di agire anche esternamente sul karma dell’umanità, in cui il terribile di tali eventi sarà mitigato. Cercate nella superstizione materialista degli uomini i motivi per cui gli iniziati devono tacere su quegli eventi che sono connessi con il grande karma dell’umanità. Vediamo un’impresa scientifica che in larga misura non è governata dallo sforzo faustiano verso la verità, bensì è connessa nel più ampio grado con vanità e ambizione. Come molte cose vengono messe nel mondo come ricerche scientifiche perché il singolo cerca solo qualcosa per la propria persona! Se sommate tutto questo, allora vedrete quanto sia forte la forza che si estende contro la prospettiva in quel mondo che si nasconde dietro le manifestazioni sensibili esterne. Quando l’umanità dissipa prima questa nebbia, allora verrà il tempo in cui, riguardo a certi misteri naturali che provengono dai nemici dell’umanità e penetrano profondamente nella vita umana, all’umanità in un certo grado potrà essere aiutata ampiamente. Fino a quel momento questa possibilità non esiste.
Questi sono certamente, come so bene, approcci a queste domande che non giacciono sempre nella direzione di colui che chiede. Ma l’insegnamento segreto ha il destino di dover portare, in alcuni casi, la domanda sulla giusta strada, affinché la domanda sia prima posta giustamente, prima che possa essere risposta giustamente. Ma non prendete nemmeno questo come se il misterioso collegamento tra le catastrofi di terra e il karma dell’umanità non cadesse nei segreti che sono ricercabili. Cade dentro ed è ricercabile. Ma vi sono motivi affinché oggi di questi segreti più profondi possa venire al mondo solo il più generale dei generali. Lasciate prima che, attraverso la scienza spirituale, venga nell’umanità una conoscenza secondo cui è possibile che gli stessi atti dell’umanità siano connessi con gli eventi naturali; allora verrà anche il tempo in cui all’umanità, proprio da questa conoscenza, crescerà la comprensione che queste cose possono essere risposte in una domanda come viene richiesto. Questo tempo verrà. Poiché la scienza segreta può subire vari destini. Può persino accadere che il suo influsso sia paralizzato, che il suo influsso rimanga solo su un ristrettissimo cerchio. Ma farà la sua strada attraverso l’umanità, si immergerà nel karma dell’umanità, e allora sarà anche creata la possibilità che, attraverso l’umanità stessa, si possa agire sul karma dell’umanità.
In queste ore è già stato detto qui che nel corso di questo inverno vogliamo, per così dire, raccogliere il materiale, i mattoni insieme nelle singole ore dei rami, che infine dovranno riunirsi in una conoscenza più profonda dell’essenza dell’uomo e di varie altre cose, le quali sono collegate con la vita e con l’intero sviluppo dell’uomo e che continueranno a portarci sempre più profondamente nei misteri del mondo. Oggi vorrei ricordarvi il penultimo dei nostri insegnamenti dei rami e partire da questo. Vi ricordate che abbiamo parlato di un certo ritmo che esiste in relazione ai quattro elementi della natura umana. Da questo vogliamo partire oggi e rispondere alla domanda: come possiamo, con una tale conoscenza, da ragioni più profonde, comprendere la necessità e lo scopo del movimento spirituale antroposofico?
Due cose che apparentemente si trovano molto lontane l’una dall’altra dovremo oggi collegare insieme. Vi ricordate che esistono determinate relazioni tra l’Io, il corpo astrale, il corpo eterico e il corpo fisico dell’uomo. Ciò che, in relazione al quarto elemento, all’Io, è da dire, ci si presenta, diremmo, in modo molto tangibile, quando ci ricordiamo dei due stati alternati della coscienza che l’Io attraversa nel corso di un periodo di ventiquattro ore, dunque di un giorno. Questo giorno con le sue ventiquattro ore, entro le quali l’Io sperimenta giorno e notte, dormire e veglia, lo poniamo in una certa relazione come unità. Se diciamo dunque che ciò che l’Io attraversa in un giorno è sottoposto al numero uno, allora dobbiamo dire che il numero che in modo simile corrisponde al ritmo del nostro corpo astrale è il numero sette. Mentre l’Io, come è oggi, in ventiquattro ore — in un giorno — per così dire torna al suo punto di partenza, il nostro corpo astrale attraversa lo stesso in sette giorni. Vogliamo intenderci su questo in modo un po’ più preciso.
Pensate una volta al vostro risveglio al mattino, che consiste nel fatto che vi, come si dice erroneamente nella vita ordinaria, sollevate dal buio dell’incoscienza e gli oggetti del mondo fisico-sensibile vi si mostrano di nuovo intorno. Lo sperimentate al mattino, e lo sperimentate di nuovo dopo ventiquattro ore, naturalmente escludendo i casi eccezionali. Questo è il corso regolare delle cose, e possiamo dire: dopo un giorno di ventiquattro ore il nostro Io ritorna al suo punto di partenza. Se per il corpo astrale cerchiamo in modo simile le sue condizioni corrispondenti, dobbiamo dire: se la regolarità che appartiene al corpo astrale umano si manifesta veramente in esso, allora ritorna dopo sette giorni di nuovo allo stesso punto. Mentre dunque l’Io compie una circolazione in un giorno, il corpo astrale procede essenzialmente più lentamente, compie la sua circolazione in sette giorni. Il corpo eterico compie la sua circolazione in quattro volte sette giorni; ritorna dopo quattro volte sette giorni di nuovo allo stesso punto. E ora vi prego di prestare attenzione a quello che è già stato detto la penultima volta: per il corpo fisico non è così regolare come per il corpo astrale e per il corpo eterico. Un numero approssimativo possiamo però fissare anche lì: compie la sua circolazione in circa dieci volte ventotto giorni, cosicché ritorna al suo punto di partenza. Sapete che per l’uomo esiste la grande diversità che il corpo eterico femminile ha carattere maschile e viceversa il corpo eterico maschile ha carattere femminile. Da questo sarà già comprensibile che in una certa relazione un'irregolarità nel ritmo deve entrare per il corpo eterico e per il corpo fisico. Ma in generale i numeri 1: 7: (4 x 7): (10 x 7 x 4) sono i numeri di rapporto che ci forniscono per i quattro elementi della natura umana le « velocità di rotazione ». Naturalmente questo è parlato solo in immagine, perché non si tratta di rotazioni, ma di ripetizioni dello stesso stato; si tratta di numeri ritmici. Ho già dovuto fare notare due settimane fa come i fenomeni della nostra vita quotidiana diventino comprensibili solo quando conosciamo tali cose che stanno dietro il mondo fisico-sensibile. E anche in una conferenza pubblica ho fatto notare un fatto strano, che nemmeno lo scienziato naturale e medico più materialista può negare, non può classificare tra i « fantasmi della superstizione », perché è semplicemente presente come fatto. È il fatto che dovrebbe veramente portare l’uomo a pensare, che nella polmonite al settimo giorno si presenta un fenomeno particolare, che lì si presenta una crisi e che il malato deve essere aiutato a superare questo settimo giorno. La febbre cala improvvisamente, e se non si riesce a portare il malato attraverso questa crisi, allora in certe circostanze non si ha guarigione. È naturalmente un fatto generalmente noto, ma di regola l’origine della malattia non è sempre riconosciuta correttamente, e se non si conosce il primo giorno, di solito nemmeno il settimo giorno. Ma il fatto esiste. Perché, così deve sorgere la domanda, nella polmonite al settimo giorno cala la febbre? Perché lì si presenta comunque un fenomeno particolare al settimo giorno?
Solo colui che guarda dietro le quinte dell’esistenza, che guarda nel mondo spirituale dietro i fenomeni fisico-sensibili, conosce questi ritmi, e sa nello stesso tempo per mezzo di quale cosa sorgano tali fenomeni — come ad esempio i fenomeni febbrili. Che cos’è in realtà la febbre? Perché si presenta febbre? La febbre non è la malattia. La febbre è invece qualcosa che l’organismo produce per combattere il vero processo morboso. La febbre è la difesa dell’organismo contro la malattia. C’è un danno in qualche parte dell’organismo, diciamo un danno nel polmone. Se l’uomo è sano e tutte le sue attività interne si armonizzano correttamente, allora naturalmente queste attività interne devono andare in disordine quando un qualche organo, un qualche elemento del corpo umano, ha un disturbo. Allora l’intero organismo tenta di raccogliersi e di sviluppare da sé le forze che possono compensare di nuovo questo disturbo isolato. È dunque una rivoluzione, nell’intero organismo, quella che procede. Altrimenti l’organismo non ha bisogno di raccogliere le sue forze, perché non c’è nemico da combattere. L’espressione di questo raccogliersi delle forze nell’organismo è la febbre.
Ora colui che guarda dietro le quinte dell’esistenza sa che i vari organi del corpo umano si sono sviluppati in tempi molto diversi dello sviluppo dell’uomo. Ciò che si chiama dal punto di vista della scienza dello spirito lo « studio del corpo umano » è la cosa immaginabilmente più complicata che si possa concepire, perché questo organismo umano è qualcosa di molto molteplice e i suoi singoli organi si sono sviluppati in tempi completamente diversi. Più tardi questa disposizione è stata di nuovo ripresa e ulteriormente sviluppata. Tutto ciò che c’è nell’organismo fisico è un’espressione, un risultato dei livelli superiori dell’uomo, cosicché sempre i rispettivi elementi fisici esprimono gli ordini superiori nei livelli superiori. Ciò che oggi designiamo come polmone è collegato secondo la sua disposizione originaria con il corpo astrale umano e ha qualcosa a che fare con esso. Ciò che il polmone ha a che fare con il corpo astrale, come la primissima e originaria disposizione polmonare sul predecessore della nostra Terra, sull’antico Sole, è entrata negli uomini, come da esseri spirituali superiori il corpo astrale è stato « innestato » negli uomini, di tutto questo ancora dovremo parlare. Oggi vogliamo solo tener presente che anche nel polmone c’è un’espressione del corpo astrale. La vera espressione del corpo astrale è il sistema nervoso. Ma l’uomo è appunto complicato e gli sviluppi procedono sempre in parallelo. Con lo sviluppo del corpo astrale e con l’incorporazione del sistema nervoso odierno era data anche la disposizione del polmone. Per questo il polmone entra in una certa misura nel ritmo del corpo astrale, in quel ritmo che è soggetto al numero sette. Ciò che si conosce come fenomeno febbrile è collegato con certe funzioni del corpo eterico. Nel corpo eterico deve accadere qualcosa quando c’è un certo corso di febbre. La febbre sta dunque in una certa misura entro il ritmo in cui sta il corpo eterico. Ogni febbre sta entro questo ritmo, ma come? Ora dobbiamo renderci chiaro il seguente. Il corpo eterico, poiché completa la sua circolazione in quattro volte sette giorni, si muove essenzialmente più lentamente del corpo astrale, che compie il suo ritmo in sette giorni. Possiamo dunque, quando mettiamo il corso ritmico del corpo eterico in rapporto a quello del corpo astrale, ricorrere al confronto con le lancette di un orologio. Prendete la lancetta delle ore di un orologio: va una volta intorno, mentre la lancetta che vi indica i minuti nello stesso tempo gira intorno dodici volte. Lì avete il rapporto di 1: 12. Ora pensate una volta, stareste attenti a quando a mezzogiorno le lancette dell’orologio si sovrappongono. Lì si coprono le due lancette. Ora la lancetta dei minuti gira una volta intorno. Quando è di nuovo sul dodici, non può più sovrapporsi con la lancetta delle ore, perché nel frattempo questa è andata all’una. Le due lancette possono dunque sovrapporsi di nuovo solo dopo circa cinque minuti, cosicché dopo un’ora la lancetta dei minuti non sta di nuovo sopra la lancetta delle ore, ma solo dopo un’ora e più di cinque minuti. Ora avete un rapporto simile tra il girare intorno del corpo astrale e il girare intorno del corpo eterico. Supponiamo che il vostro corpo astrale, che è sempre collegato con il corpo eterico, si trovi in un certo stato in rapporto al corpo eterico. Ora il corpo astrale inizia a girarsi. Quando dopo sette giorni è di nuovo nel suo stato originario, non si sovrappone di nuovo con il corpo eterico, perché il corpo eterico dopo sette giorni è avanzato di un quarto della sua circonferenza. Dunque non si sovrappone dopo sette giorni lo stato del corpo astrale di nuovo con lo stesso stato del corpo eterico, ma si sovrappone con uno stato che è rimasto indietro di un quarto della circonferenza rispetto a quello originario. Ora supponete che si presenti la malattia in questione. Lì un certo stato del corpo astrale è collegato con un certo stato del corpo eterico. In questo momento sotto il concorso di questi due stati che operano insieme, la febbre si presenta come l’appello contro il nemico. Dopo sette giorni il corpo astrale viene a trovarsi sopra un punto completamente diverso del corpo eterico. Ora è così che nel corpo eterico non c’è solo la forza di produrre febbre, perché allora la febbre non diminuirebbe affatto se una volta fosse messa in moto per produrre febbre. Ma così dopo sette giorni questo punto del corpo eterico che ora si sovrappone con quel punto del corpo astrale che sette giorni fa aveva prodotto la febbre, ha la tendenza di compensare di nuovo la febbre, di attenuare di nuovo la febbre. Se dunque il malato dopo sette giorni è così lontano che il disturbo è superato, allora va bene. Se il disturbo non è superato, se il corpo astrale ora non ha la tendenza di allontanare la malattia, allora cade nella condizione sfavorevole dove il corpo eterico ha la tendenza di attenuare la febbre. Si tratta di prestare bene attenzione a questi due punti che si sovrappongono, a questi due punti di coincidenza. Punti simili potremmo trovarli per tutte le possibili manifestazioni della vita umana. E proprio attraverso questi ritmi, attraverso questi arrangiamenti misteriosi interiori, l’intero essere umano ci diventerebbe chiaro. Il corpo eterico ha veramente una tendenza che si esprime in quattro volte sette. Con altre manifestazioni di malattia potete di nuovo osservare come il quattordicesimo giorno è particolarmente importante, dunque due volte sette. Possiamo addirittura indicare come in certi fenomeni il parossismo dopo quattro volte sette deve essere particolarmente forte. E lì si tratta di questo: se allora la cosa diminuisce, allora in ogni caso c’è da sperare guarigione. Tutte queste cose sono collegate con ritmi, e precisamente con quei ritmi che abbiamo toccato tre settimane fa e che oggi ci siamo condotti più chiaramente davanti all’anima. Con tali cose che certamente sembrano difficili, che però si possono comprendere, si penetra solo un poco dietro la superficie del mondo fisico-sensibile. Questo deve andare sempre più profondamente. Ora chiediamo dei certi inizi di tali ritmi.
Le origini di tali ritmi stanno di nuovo nelle grandi relazioni cosmiche. Abbiamo sempre e sempre di nuovo fatto notare come proprio ciò che chiamiamo i quattro elementi umani, corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, abbiano dietro di sé un’evoluzione attraverso l’esistenza di Saturno, Sole, Luna e Terra. Se guardiamo indietro alla nostra antica Luna, troviamo lì già che anche questa antica Luna per un certo tempo si era separata dal Sole. In quell’epoca tuttavia una grande parte di ciò che oggi è Luna era unita alla Terra. Fuori c’era però un Sole, e quando tali corpi celesti si appartengono, le loro forze, che sono solo l’espressione delle loro essenze, esercitano sempre un’influenza sulla regolarità della vita dei loro esseri. Il tempo di orbita di un pianeta intorno al suo Sole o di un pianeta secondario intorno al suo pianeta non è affatto casuale o scollegato dalla vita, ma è regolato da quelle essenze che abbiamo conosciuto nelle gerarchie degli spiriti. Abbiamo visto che non è così che i corpi celesti girano intorno per sé per sole forze inerte. Abbiamo una volta fatto notare quanto sia grottesco come il moderno fisico espone la spiegazione della teoria di Kant-Laplace per mezzo dell’esperimento con la goccia di grasso: attraverso la goccia di grasso che galleggia si pone in direzione equatoriale un dischetto di cartone e da sopra viene infilata un ago, e ora il tutto viene girato; lì si staccano allora dalla grande goccia piccole gocce e girano intorno con essa. Lì mostra dunque lo sperimentatore come un sistema planetario nasce nel piccolo, e da questo conclude in generale il fisico, così deve essere sorto anche il sistema planetario nel grande. Ciò che altrimenti è bene dimenticare — se stesso cioè —, qui non è bene. Perché il bravo uomo dimentica ordinariamente che il piccolo sistema planetario non potrebbe venire a esistenza se lui non girasse la manovella. Si possono certamente fare tali esperimenti, è molto utile, ma non si deve dimenticare il più importante. Quanti infiniti numeri di persone soffrono di tali suggestioni! Che il « Signor Professore » l’ha fatto, a questo non pensano. Fuori non c’è certamente un enorme « Signor Professore », ma ci sono le gerarchie degli esseri spirituali che regolano i tempi di movimento dei corpi celesti, che determinano veramente ogni disposizione della materia nel cosmo, cosicché i singoli corpi celesti girano intorno l’uno intorno all’altro. E noi se potessimo seguire questo — una volta verrà anche il momento per questo —, nei movimenti dei corpi celesti che formano un sistema appartenente insieme, riconosceremmo di nuovo il ritmo dei nostri elementi umani. Per il momento abbiamo bisogno solo di fare notare una cosa.
L’uomo odierno nella sua mentalità materialista ride del fatto che in tempi passati si sono messe certe relazioni vitali dell’uomo in connessione con i quarti di Luna. Ora si specchia proprio nella Luna cosmicamente ciò che esiste come rapporto tra il corpo astrale e il corpo eterico, in modo meraviglioso. La Luna compie la sua circolazione in quattro volte sette giorni. Questi sono gli stati del corpo eterico, e i quattro volte sette stati del corpo eterico si rispecchiano esattamente nei quattro quarti della Luna. Non è affatto sciocchezza cercare la connessione in ciò che prima abbiamo caratterizzato come fenomeno febbrile, proprio nei quarti della Luna. Pensate che in verità dopo sette giorni c’è un quarto di Luna diverso come un diverso quarto del corpo eterico e che il corpo astrale cade su un diverso quarto del corpo eterico. In verità originariamente questo rapporto del corpo astrale umano al corpo eterico è stato regolato dal fatto che quegli esseri spirituali portavano la Luna in un’orbita corrispondente intorno alla Terra. E come in una certa misura le cose sono collegate, lo potete dedurre dal fatto che perfino la medicina moderna contemporanea ancora calcola un vecchio resto che le è rimasto di conoscenza ritmica. Perché il ritmo del corpo fisico ammonta a 10 X 28 e perché il corpo fisico dopo 10 x 28 giorni è di nuovo allo stesso punto dove prima era, perciò passano circa 10 x 28 giorni tra il concepimento di un uomo e la sua nascita, dieci mesi siderali. Tutte queste cose sono collegate con la regolazione delle grandi relazioni mondiali. L’uomo come microcosmo è un fedele specchio delle grandi relazioni mondiali, è costruito fuori da queste grandi relazioni mondiali.
Vogliamo oggi nello sviluppo guardare al mezzo del tempo atlantico. Questo era per lo sviluppo della Terra un punto molto importante. Distinguiamo nello sviluppo dell’umanità tre razze prima: la prima la polare, la seconda l’iperborea e la terza la lemurica. Poi viene la razza atlantica. Siamo ora nella quinta razza, e dopo di noi seguiranno altre due razze, cosicché il tempo atlantico giace proprio nel mezzo. Il mezzo del tempo atlantico è il punto più importante nello sviluppo della Terra. Se andassimo indietro prima di questo tempo, troveremmo allora anche lì nelle relazioni della vita umana esterna uno specchio esatto delle relazioni cosmiche. Allora sarebbe capitato male all’uomo se avesse fatto quello che fa oggi. Oggi l’uomo non si orienta più molto secondo le relazioni cosmiche. Nelle nostre città spesso la vita deve essere sistemata in modo che l’uomo veglia dove altrimenti dovrebbe dormire, e dorme dove dovrebbe vegliare. Se allora già nel tempo lemurico fosse accaduto qualcosa di simile a vegliare nella notte, dormire durante il giorno, se allora l’uomo avesse prestato così poca attenzione a ciò che per certi fenomeni esterni appartengono a certi processi interni, allora non avrebbe potuto più vivere affatto. Naturalmente una cosa simile allora non era possibile, perché era completamente ovvio che l’uomo orientasse il suo ritmo interno secondo il ritmo esterno. L’uomo allora ha vissuto secondo il corso del Sole e della Luna, ha esattamente orientato il ritmo del suo corpo astrale e del corpo eterico secondo il corso del Sole e della Luna.
Prendiamo di nuovo l’orologio. È, in una certa misura, anche orientato secondo il grande corso del mondo. Quando la lancetta delle ore si sovrappone con la lancetta dei minuti a mezzogiorno, questo è così perché esiste una certa costellazione di Sole e stelle. Secondo questa si orienta l’orologio, e un orologio funziona male se il giorno seguente non porta di nuovo insieme queste due lancette al momento in cui ritorna la stessa costellazione di stelle. Dall’osservatorio astronomico al Platz Encke gli orologi di Berlino vengono regolati quotidianamente per mezzo di connessione elettrica. Possiamo dunque dire: i movimenti, i ritmi delle lancette corrispondono e sono resi quotidianamente corrispondenti al ritmo nel cosmo. Il nostro orologio funziona correttamente quando concorda con l’orologio di riferimento, che a sua volta concorda di nuovo con il cosmo. Propriamente, l’uomo in tempi antichi non aveva veramente bisogno di un orologio, perché lui stesso era un orologio. Il decorso della sua vita, che poteva sentire chiaramente, si orientava completamente secondo le relazioni cosmiche. L’uomo era veramente un orologio. E se non si fosse orientato secondo le relazioni cosmiche, allora con lui sarebbe accaduto esattamente lo stesso che oggi accade con un orologio quando il suo corso non corrisponde alle condizioni esterne: allora funziona male, e anche all’uomo sarebbe andata male. Il ritmo interno doveva corrispondere a quello esterno. Precisamente in questo consiste l’essenziale del progresso umano sulla Terra: che dal mezzo del tempo atlantico questo assoluto accordo delle condizioni esterne con quelle interne non è più il caso. Qualcosa di diverso è accaduto. Immaginate una volta che qualcuno avesse la fissazione di non sopportare che, intorno a mezzogiorno, si coprano le lancette del suo orologio. Supponiamo che le regolasse in modo che allora fossero le tre. Se gli altri uomini hanno allora l’una, lui avrà le quattro, alle due avrà le cinque, e così via. Ma per questo non cambierà il movimento interno del suo orologio: sarà solo spostato rispetto alle condizioni esterne. Dopo ventiquattro ore, allora, per lui sarà di nuovo le tre; il suo orologio dunque non sarà in accordo, nel suo corso, con le relazioni cosmiche, ma nel suo ritmo rimarrà ugualmente, internamente, in accordo con esse, perché le cose sono solo state spostate.
Così anche il ritmo dell’uomo è stato spostato. L’uomo non sarebbe mai diventato un essere indipendente se la sua intera attività fosse fluita sotto il controllo delle relazioni cosmiche. Proprio in questo ha guadagnato la sua libertà, in quanto con il mantenimento del ritmo interno si è staccato dal ritmo esterno. È diventato come un orologio che nei punti nodali non coincide più con gli eventi cosmici, ma internamente tuttavia si armonizza con essi. Così in tempi antichi di remota antichità l’uomo poteva essere concepito solo in una certa costellazione di stelle e essere nato dieci mesi lunari dopo. Questo accordo del concepimento con una relazione cosmica è scomparso, ma il ritmo è rimasto, esattamente come il ritmo rimane con un orologio quando lo regolate alle tre anche se è mezzogiorno. Naturalmente non solo le relazioni nell’uomo si sono spostate così, ma anche i tempi stessi si sono spostati di nuovo. Se prescindessimo da questo ultimo spostamento cosmico, allora internamente per l’uomo è accaduto qualcosa di completamente particolare, in quanto si è innalzato dalle relazioni cosmiche, in quanto non è più una « uomo » nel vero senso della parola. Gli è accaduto all’incirca come accadrebbe a un uomo che avanza il suo orologio di tre ore, e poi non ricorda più di quanto l’ha avanzato, e ora non sa più come orientarsi. Così è accaduto all’uomo nello sviluppo della Terra, quando una volta si era staccato dalla relazione in cui stava come un orologio al cosmo. Allora per certe cose comunque ha messo il suo corpo astrale in disordine. Quanto più le relazioni vitali umane sono assegnate al corporeo, tanto più è stato conservato il vecchio ritmo; quanto più invece le relazioni si sono rivolte allo spirituale, tanto più disordine è stato introdotto in esse. Vorrei chiarire questo anche da un altro lato.
Non conosciamo solo l’uomo, ma conosciamo anche esseri che sono sovraordinati all’uomo della Terra odierna. Conosciamo i figli della vita o gli angeli, e sappiamo che sulla Luna antica hanno percorso il loro stadio di umanità. Conosciamo gli spiriti di fuoco o arcangeli, che nello stato solare antico della Terra hanno percorso i loro stadi di umanità; e inoltre conosciamo le forze primordiali, che sul vecchio Saturno hanno percorso il loro stadio di umanità. Questi esseri hanno sorpassato l’uomo nell’evoluzione cosmica. Se li studiassimo oggi, troveremmo che sono esseri molto più spirituali dell’uomo. Vivono perciò anche in mondi superiori. Ma sono, specialmente in relazione a ciò che abbiamo portato oggi, in una situazione completamente diversa dall’uomo. Loro si orientano, nelle cose spirituali, completamente secondo il ritmo del cosmo. Un angelo non penserebbe così disordinatamente come l’uomo, per la semplice ragione che il suo decorso di pensiero è regolato dalle potenze cosmiche e si orienta secondo esse. È completamente escluso che un essere come un angelo non pensi in accordo con i grandi processi spirituali cosmici. Nell’armonia del mondo stanno scritte, per gli angeli, le leggi della logica. Non hanno bisogno di libri di testo. L’uomo ha bisogno di libri di testo, perché ha messo in disordine le sue condizioni di pensiero interne. Non riconosce più come dovrebbe orientarsi secondo la grande scrittura stellare. Questi angeli conoscono il decorso nel cosmo, e il loro decorso di pensiero corrisponde al ritmo regolato. L’uomo, quando nella sua forma attuale ha messo piede sulla Terra, è uscito da questo ritmo: da ciò il carattere disordinato del suo pensiero, dei suoi sentimenti e della sua vita emotiva. Mentre nelle cose su cui l’uomo ha ancora meno influenza — nel corpo astrale e nel corpo eterico — la regolarità continua a regnare, è nelle parti che l’uomo ha preso in mano, dunque nella sua anima sentiente, anima razionale, anima cosciente, che il disordine e il senza ritmo, la mancanza di ritmo, è stata introdotta. È il minimo che l’uomo, nelle nostre grandi città, faccia della notte il giorno. Molto più significa che l’uomo, internamente, nel suo decorso di pensiero, si è strapazzato dal grande ritmo del mondo. Come l’uomo pensa ogni ora, ogni momento, tutto questo contraddice, in una certa misura, il grande corso del mondo.
Ma non pensate che tutto questo sia detto per difendere una visione del mondo che dovrebbe ricondurre l’uomo di nuovo in un tal ritmo. L’uomo doveva uscire dal vecchio ritmo: su questo si basa il progresso. Se certi profeti oggi vanno in giro predicando il «ritorno alla natura», costoro vogliono arretrare la vita e non portarla avanti. Tutto quel dilettantesco parlare intorno a un ritorno alla natura non capisce nulla della vera evoluzione. Se un movimento oggi insegna agli uomini di gustare certi alimenti solo in determinate stagioni, perché la natura stessa mostra questo dal fatto che gli alimenti crescono solo in tempi particolari, questo corrisponde a un discorso completamente astratto e dilettantesco. Precisamente in questo consiste lo sviluppo: che l’uomo si rende sempre più indipendente dal ritmo esterno. Ma non si deve nemmeno perdere il terreno sotto i piedi. Non consiste, nel vero progresso e nella salute dell’uomo, il fatto che torni al vecchio ritmo, che si dica: come vivo in armonia con i quattro quarti di Luna? Perché era necessario, in tempi antichi, che l’uomo fosse come un’impronta del cosmo. Ma è essenziale anche che l’uomo non creda di poter vivere senza ritmo. Come si è interiorizzato dall’esterno, così deve ricostruirsi di nuovo dall’interno in modo ritmico. È questo quello che conta. Il ritmo deve attraversare l’interno. Come il ritmo ha costruito il cosmo, così l’uomo, se vuol partecipare alla costruzione di un nuovo cosmo, deve di nuovo permearsi di un nuovo ritmo. La nostra epoca è caratteristica proprio dal fatto che ha perso il vecchio ritmo — quello esterno — e non ha ancora guadagnato un nuovo ritmo interno. L’uomo è sfuggito alla natura — se chiamiamo natura l’espressione esterna dello spirito — e non è ancora cresciuto nello spirito stesso. Ancora oggi si agita tra la natura e lo spirito. Questo è caratteristico per il nostro tempo. Proprio questo agitarsi tra la natura e lo spirito aveva raggiunto un culmine nel secondo terzo del diciannovesimo secolo. Perciò gli esseri che conoscono e interpretano i segni dei tempi dovettero allora, intorno a questo tempo, chiedersi: che cosa fare, affinché l’uomo non esca completamente da ogni ritmo, affinché un ritmo interno penetri negli uomini?
Tutto quello che potete oggi osservare come caratteristico nella vita spirituale, questo è il disordinato. Dove vedete oggi un prodotto dello spirito, la prima cosa che vi deve colpire è il disordinato, l’internamente irregolare. È così su quasi tutti i campi. Solo i campi che hanno ancora buone vecchie tradizioni, questi hanno ancora qualcosa della vecchia regolarità. Nei nuovi campi l’uomo deve ancora creare la nuova regolarità. Perciò l’uomo vede oggi, come nell’abbassamento della febbre nella polmonite al settimo giorno, il fatto. Ma la spiegazione a questo è un puro caos di pensieri. Quando l’uomo pensa a questo, allora ammucchia — poiché non pensa regolarmente — in una maniera arbitraria una miscellanea di pensieri intorno al fatto. Tutte le nostre scienze prendono un fatto esterno dal mondo e remescono una somma di pensieri lì intorno, tutto senza regolarità interna, perché l’uomo si aggira in un abisso del mondo di pensieri. Non ha oggi nessuna linea di pensiero interna, nessun ritmo di pensiero interno, e l’umanità verrebbe completamente nella decadenza se non assumesse un ritmo interno. Considerate da questo punto di vista una volta la scienza dello spirito.
Vedete in quale corso navigherete quando cominciate a praticare la scienza dello spirito. Lì sentite prima — e vi diventate chiaro dopo a poco a poco —: l’uomo nella sua essenza consiste di quattro elementi, corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io. E poi sentite come dall’Io in poi si lavora, come il corpo astrale viene rielaborato in Manas o Sé spirituale, come il corpo eterico viene rielaborato in Budhi o Spirito vitale e come l’uomo fisico nel suo principio viene rielaborato nel Sé spirituale o Atma. Ora pensate a come molte cose abbiamo considerato con questa formula fondamentale della nostra scienza dello spirito. Pensate a molti temi che erano i temi fondamentali veri, come dovevamo sempre di nuovo costruire il nostro intero edificio di pensieri, partendo da questo schema fondamentale: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, Io. Sapete che in certe conferenze pubbliche può perfino arrivare a una certa stanchezza se questi fatti fondamentali devono essere ripetuti sempre di nuovo. Ma questo è e resta un filo sicuro su cui infilare i nostri pensieri: questi quattro elementi della natura umana, il loro operare insieme, e poi in senso superiore di nuovo l’elaborazione dei tre elementi inferiori, del terzo elemento nel quinto, del secondo nel sesto e del primo elemento nel settimo elemento della nostra essenza. Prendete ora tutti gli elementi della natura umana come li conosciamo: Corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, Io, Sé spirituale, Spirito vitale, Sé spirituale, così avete sette. E prendete ciò che vi sta alla base, cioè corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, allora avete quattro. E nei vostri pensieri ripetete il grande ritmo di 7:4, di 4:7, considerando questi corsi di pensiero. Producete di nuovo il grande ritmo esterno da voi. Ripetete il ritmo che una volta c’era nel cosmo mondiale nel grande, lo generato di nuovo. Dunque ponete il piano, il fondamento del vostro sistema di pensiero, come una volta gli dèi posero il piano alla saggezza del mondo. Dal caos della vita di pensiero si sviluppa dall’interno dell’anima un cosmo di pensiero, quando riportiamo in vita in noi di nuovo il ritmo interno della cifra di cui abbiamo parlato. Gli uomini si sono liberati dal ritmo esterno. In tal modo che nel vero senso è scienza dello spirito, torniamo di nuovo al ritmo, dall’interno costruiamo una struttura universale che porta il ritmo in sé. E quando passiamo al cosmo e guardiamo indietro nel passato della Terra, a Saturno, Sole, Luna, Terra, allora abbiamo una quaternità, poi la Luna in forma spiritualizzata nel quinto stadio come Giove, il Sole nel sesto stadio come Venere e il vecchio Saturno nel settimo, nello stadio di Vulcano. Così abbiamo in Saturno, Sole, Luna, Terra, Giove, Venere, Vulcano il numero sette delle nostre fasi evolutive. Il nostro corpo fisico come è oggi si è sviluppato attraverso la quaternità, attraverso Saturno, Sole, Luna e Terra. Sarà dopo a poco a poco completamente trasformato e spiritualizzato nel futuro. Cosicché anche qui quando guardiamo al passato, abbiamo la quaternità, verso il futuro la ternità davanti a noi: anche qui 4:3 o, quando portiamo insieme il passato con l’intera evoluzione, 4:7.
Stiamo solo all’inizio della nostra attività di scienza dello spirito, anche se ci siamo già occupati di questo per anni. Oggi poteva esser fatto notare solo quello che gli uomini hanno voluto quando puntavano al «numero interno» che sta alla base di tutte le manifestazioni. Così vediamo come l’uomo, per conquistare la sua libertà, dovesse uscire dal ritmo originario. Ma deve, in sé stesso, di nuovo trovare le leggi per regolamentare l’«orologio», il suo corpo astrale. E il grande regolatore è la scienza dello spirito, perché è in accordo con le grandi leggi del cosmo che il veggente vede. Per quanto riguarda i grandi rapporti numerici, il futuro, come è creato dall’uomo, mostrerà lo stesso del cosmo nel passato, solo a un livello superiore. Perciò gli uomini devono generare il futuro da sé stessi, dal numero, come gli dèi hanno formato il cosmo dal numero.
Così riconosciamo come la scienza dello spirito si connette con il grande corso del mondo. Quando ci diventa chiaro ciò che sta nel mondo spirituale dietro all’uomo — la quaternità e la settenità —, comprendiamo perché nel mondo spirituale dobbiamo trovare anche l’impulso per continuare quello che conosciamo come il corso di sviluppo dell’intera umanità fino a qui. E comprendiamo perché, proprio in un’epoca in cui gli uomini con la loro vita interna di pensiero, sentimento e volontà sono caduti il più possibile nel caos interno, quelle individualità che hanno il dovere di interpretare i segni dei tempi dovevano indicare una saggezza che rende possibile all’uomo costruire la sua vita dell’anima in una maniera regolata dall’interno. Impariamo a pensare internamente in modo ritmico, come è necessario per il futuro, quando pensiamo come ci si offrano questi rapporti fondamentali. E sempre più l’uomo assumerà ciò da cui è stato generato. Per il momento assume quello che si deve considerare come il piano di costruzione fondamentale del cosmo. Continuerà, e si sentirà permeato da certe forze fondamentali e infine da essenze fondamentali.
Tutto questo sta oggi al suo inizio. E sentiamo l’importanza e il significato mondiale della missione antroposofica quando non la consideriamo come un atto arbitrario di questo o quell’individuo, ma ci disponiamo a comprenderla dal completamento interno fondamentale della nostra essenza. Allora possiamo arrivare a dire: non dipende da noi assumere o non assumere la missione antroposofica; se vogliamo comprendere il nostro tempo, dobbiamo riconoscere e permearci di ciò che sta alla base dell’antroposofia come i pensieri del mondo divino-spirituale. E allora dobbiamo farla fluire di nuovo da noi nel mondo, affinché il nostro agire e il nostro essere non siano un caos, ma un cosmo, come era un cosmo quello da cui siamo stati generati.
Nota sulla traduzione
La presente traduzione della tredicesima conferenza di Rudolf Steiner (GA 107) è stata condotta con rigore filologico e attenzione al mantenimento della struttura concettuale e della terminologia antroposofica standard. La conferenza di Berlino del 12 gennaio 1909 rappresenta un momento cruciale nell’insegnamento di Steiner circa i ritmi cosmici e il loro riflesso nella natura umana, particolarmente riguardo ai quattro elementi della costituzione umana — corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io — e alla loro relazione con le gerarchie spirituali e lo sviluppo dell’evoluzione cosmica. I concetti di ritmo, libertà umana e missione antroposofica costituiscono i perni centrali di questo insegnamento profondo.
Vogliamo proseguire nelle nostre meditazioni, che devono condurci sempre più vicino a una comprensione dell’essenza dell’uomo e del suo compito nel mondo da un punto di vista più profondo. Vi ricorderete che in uno dei discorsi del ramo tenuti qui durante questo inverno si è parlato dei quattro modi in cui la malattia è inizialmente possibile nell’uomo. Allora è stato indicato che in seguito saremmo venuti a parlare di ciò che si può chiamare la causazione veramente karmica della malattia. Oggi vogliamo almeno in parte affrontare questa causazione karmica della malattia.
Abbiamo allora esposto come quella suddivisione dell’essere umano nei quattro arti — corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io — ci abbia fornito al tempo stesso la possibilità di creare una certa prospettiva sulle manifestazioni di malattia. E ciò attraverso il fatto che abbiamo segnalato come ogni arto dell’uomo trovi la sua espressione in certi organi e complessi organici del corpo fisico stesso. Così l’Io nel corpo fisico ha la sua espressione essenziale nel sangue, il corpo astrale nel sistema nervoso, il corpo eterico in tutto ciò che chiamiamo il sistema ghiandolare e quanto vi appartiene; il corpo fisico, invece, si esprime come corpo fisico. Abbiamo poi esposto le malattie che provengono dall’Io come tale e che quindi esternamente, fisicamente, si manifestano come irregolarità nelle funzioni del sangue. Abbiamo fatto notare come ciò che ha la sua causa in irregolarità del corpo astrale trovi la sua espressione in irregolarità del sistema nervoso, come a sua volta ciò che ha il suo fondamento nel corpo eterico si esprima nel sistema ghiandolare, e come nel corpo fisico riconosciamo quelle malattie che hanno prevalentemente cause esterne. Tuttavia, con questo abbiamo orientato lo sguardo riguardo alla malattia solo verso ciò che è collegato con il singolo corso di vita dell’uomo tra la nascita e la morte. Ora, colui che sa considerare il corso del mondo dal punto di vista della scienza dello spirito presagisce che la malattia nell’uomo deve stare in una certa relazione con il suo karma, cioè con quella grande legge causale che rappresenta i nessi spirituali tra le diverse incarnazioni. Ma i sentieri del karma sono molto tortuosi e molto molteplici; si deve penetrare nelle suddivisioni sottili dei nessi karmici, se si vuole comprendere in qualche modo come queste cose siano collegate.
Vogliamo oggi parlare di qualcosa che anzitutto è interessante per l’uomo conoscere: come cioè le malattie siano collegate con cause che in vite anteriori sono state poste dal medesimo uomo. Per questo dobbiamo ritornare, con qualche parola introduttiva, al funzionamento della legge karmica nel corso di vita umano. Dobbiamo menzionare qualcosa che la maggior parte di voi già sa da altre conferenze; ma dobbiamo rappresentare chiaramente alla nostra anima come le cause karmiche vengano portate da una vita all’altra nei loro effetti. Dobbiamo con qualche parola ancora una volta ritornare a ciò che spiritualmente accade all’uomo nel tempo che segue la morte dell’uomo.
Sappiamo che nel passaggio attraverso la porta della morte l’uomo inizialmente ha quelle esperienze che derivano dal fatto che, con la morte, per la prima volta si trova in una situazione in cui non è stato per tutta la vita. Egli è connesso con il suo Io e con il suo corpo astrale al corpo eterico, senza il corpo fisico. Il corpo fisico l’ha in certo modo deposto. Durante la vita ciò accade solo in casi eccezionali, come abbiamo spesso menzionato. Durante la vita, nello stato di sonno, quando l’uomo ha deposto il suo corpo fisico, viene deposto anche il corpo eterico; così questa connessione di Io, corpo astrale e corpo eterico esiste solo per un certo tempo dopo la morte, un tempo che si conta soltanto in giorni. Abbiamo anche menzionato le esperienze che seguono immediatamente dopo la morte in questo tempo. Abbiamo fatto notare come l’uomo senta come se diventasse sempre più grande, come se crescesse oltre il contenuto spaziale che aveva occupato e abbracciasse tutte le cose. Abbiamo menzionato come l’immagine della vita appena trascorsa stia davanti a lui in un grande quadro. Allora, dopo qualche tempo — che per l’uomo si misura in giorni ed è individualmente diverso —, segue il deposito del secondo cadavere, del corpo eterico. Esso viene accolto nel generale etere mondiale, con eccezione di quei casi che abbiamo menzionato nella discussione di questioni intime di reincarnazione, dove il corpo eterico viene conservato in una certa maniera per essere usato successivamente. Ma un’essenza di questo corpo eterico rimane, come il frutto di ciò che abbiamo sperimentato, vissuto e attraversato nella vita. Continuiamo ora a vivere la vita che è condizionata da questa compagnia dell’Io con il corpo astrale, senza che l’uomo sia ora legato al corpo fisico. Ora segue il periodo che nella letteratura della scienza dello spirito si è soliti chiamare il tempo di Kamaloka. L’abbiamo anche spesso chiamato il tempo della crescita, dell’abituarsi all’assenza del nesso con il corpo fisico o in genere con l’esistenza fisica.
Sappiamo che l’uomo, quando ha varcato la porta della morte, inizialmente possiede ancora nel suo corpo astrale tutte quelle forze che aveva al momento della morte. Egli infatti ha deposto solo il corpo fisico, lo strumento del godere e dell’agire. Non l'ha più; il corpo astrale però l'ha ancora. Ha ancora il portatore delle passioni, degli impulsi, dei desideri e degli istinti. Desidera dopo la morte esattamente le stesse cose — per abitudine, si potrebbe dire — che ha desiderato nella vita. Ora, durante la vita è così che l’uomo soddisfa il suo desiderio, la sua brama, attraverso lo strumento del corpo fisico. Dopo la morte non ha più questo strumento, manca quindi della possibilità di soddisfare tutto ciò. Questo si manifesta tanto a lungo finché l’uomo si è abituato a vivere solo nel mondo spirituale come tale, ad avere ciò che si può avere dal mondo spirituale. Finché l’uomo non l’ha imparato, vive in quello che si chiama il tempo dell’abituarsi, il tempo del Kamaloka.
Abbiamo già esposto il corso assai singolare di questo periodo di vita. Abbiamo visto che in questo periodo la vita dell’uomo procede all’indietro. Questa è cosa che per il principiante della scienza dello spirito inizialmente riesce difficile da comprendere. L’uomo attraversa il tempo del Kamaloka all’indietro — circa un terzo del tempo della vita ordinaria l'occupa. Supponiamo che un uomo muoia nel quarantesimo anno di vita: egli allora attraversa tutti gli eventi che ha sperimentato durante la vita nell’ordine inverso. Così prima sperimenta il tempo del suo trentanovesimo anno, poi viene il trentottesimo, il trentasettesimo, il trentaseiesimo anno e così di seguito. È quindi davvero così che vive la vita al contrario fino al momento della nascita. Questo sta alla base della bella sentenza del messaggio cristiano che dice quando in realtà l’uomo entra nel mondo spirituale o nei regni dei cieli: «Se non diventerete come i bambini, non potrete entrare nei regni dei cieli!» Significa che l’uomo vive all’indietro fino al tempo in cui sperimenta i momenti della sua infanzia; allora, poiché ha di nuovo attraversato tutto all’indietro, può entrare nel Devachan o nel regno dei cieli e trascorrere il suo ulteriore tempo nel mondo spirituale. È difficile da immaginare perché si è così abituati che il tempo, come nel corso sul piano fisico, sia qualcosa di assoluto, e già occorre qualcosa per immergersi in queste rappresentazioni. Ma questo accadrà già.
Ora dobbiamo rappresentare chiaramente alla nostra anima ciò che l’uomo veramente fa nel Kamaloka. Potremmo certo esporre molte e molteplici cose. Oggi, però, ci deve interessare solo ciò che si concentra sulla nostra domanda riguardo alla causazione karmica delle malattie. Non si deve quindi affatto considerare quanto ora verrà detto come il solo modo di esperienza del Kamaloka, ma come uno tra molti.
Anzitutto possiamo rappresentarci come il tempo del Kamaloka venga utilizzato dall’uomo nel senso del futuro, se immaginiamo che l’uomo morto nel quarantesimo anno di vita abbia, nel ventesimo anno di vita, compiuto qualcosa che ha danneggiato un altro uomo. Se qualcuno nel corso di una vita compie qualcosa che danneggia un altro uomo, ciò ha una certa importanza per l’intero corso di vita umano. Una tale cosa, che l’uomo compie a danno dei suoi simili o anche di altri esseri consimili o in genere a danno del mondo, rappresenta per l’uomo un ostacolo allo sviluppo, un ostacolo al progredire nello sviluppo. Proprio questo è il senso del pellegrinaggio terrestre dell’uomo: la forza fondamentale dell’anima umana, che va da un’incarnazione all’altra, è sempre rivolta al progresso, al progresso evolutivo. E lo sviluppo procede così che l’uomo sempre e sempre di nuovo, in certo modo, si pone ostacoli sulla strada. Se la forza fondamentale — è già la forza fondamentale nell’anima, quella che deve portare questa anima alla rispiritualizzazione — agisse completamente da sola, sarebbe necessaria solo una brevissima epoca terrestre per l’uomo. Allora però l’intero sviluppo terrestre sarebbe proceduto molto diversamente; ma il senso dello sviluppo terrestre non sarebbe stato raggiunto. Non si deve pensare dicendo: sarebbe meglio per l’uomo se non si ponesse ostacoli sulla strada. Solo dal fatto che si pone ostacoli e impedimenti sulla strada diventa forte, fa esperienze. Dal fatto che gli ostacoli che si è posto da solo vengono anche di nuovo rimossi e superati, diventa alla fine dello sviluppo terrestre l’essere forte che deve diventare. È davvero nel senso dello sviluppo terrestre che si ponga da solo le pietre sulla strada. E se non dovesse acquisire la forza per rimuovere di nuovo gli ostacoli, allora non avrebbe la forza di cui avrebbe bisogno. Questo significa che il mondo perderebbe questa forza che sviluppa in tale modo. Dobbiamo del tutto prescindere da ciò che di buono e di cattivo è legato a questi ostacoli e impedimenti. Dobbiamo guardare solo al fatto che la saggezza del mondo, fin dall’inizio nello sviluppo terrestre umano, ha avuto lo scopo di offrire all’uomo la possibilità di porre ostacoli sulla strada, affinché possa di nuovo rimuoverli e avere allora la grande forte forza per il seguito nel mondo. Si potrebbe persino dire: la saggezza della direzione del mondo ha permesso all’uomo di diventare cattivo, gli ha dato la possibilità del male, del danno, affinché nel riparare il danno, nel superamento del male, nel corso dello sviluppo karmatico diventi un essere più forte di quanto altrimenti sarebbe diventato se raggiungesse il suo scopo da solo. Così si deve comprendere il significato e la giustificazione degli impedimenti e degli ostacoli.
Se quindi un uomo dopo la morte rivive la sua vita nel Kamaloka e a un certo punto arriva a un danno che ha inflitto nel ventesimo anno di vita a un simile, allora sperimenta questo danno così come rievoca la gioia, il bene che ha inflitto ai suoi simili. Solo che sperimenta allora un tale dolore che ha inflitto a un altro al proprio corpo astrale. Supponiamo dunque che nel ventesimo anno di vita avesse colpito qualcuno, avesse ferito qualcuno: l’altro l’ha sentito. Nel rivivere all’indietro, colui che ha causato il dolore lo sente al suo corpo astrale esattamente come l’altro, a cui ha inflitto il dolore, l’ha sentito quando l’ha ricevuto. Così, nel mondo spirituale, si vive oggettivamente tutto ciò che si è causato nel mondo esterno. In questo modo si acquisisce in se stessi la forza, la tendenza a compensare di nuovo questo dolore in una delle incarnazioni seguenti. È così che si nota nel proprio corpo astrale, quando si rievoca: così fa male quello che si è fatto! E si nota che ci si è posto una pietra sulla strada verso l’ulteriore sviluppo. La pietra deve partire! Altrimenti non si può superarla. In questo momento si assume l’intenzione, la tendenza a rimuovere anche questa pietra; così che, quando si è attraversato il tempo del Kamaloka, si arriva effettivamente al momento dell’infanzia con tutte le intenzioni, cioè con l’intenzione di rimuovere anche tutto ciò che si è creato come ostacoli nella vita. Si è completamente pieni di intenzioni. Il fatto che si abbiano queste intenzioni come forza in se stessi produce la formazione molto singolare dei futuri corsi di vita.
Supponiamo che B nel suo ventesimo anno abbia inflitto un danno ad A. Ora B deve egli stesso sperimentare il dolore, e assume l’intenzione di riparare questa cosa nel ventesimo anno ad A in un futuro corso di vita, e precisamente nel mondo fisico, poiché il danno è stato inflitto lì. Il fatto che B abbia in se stesso questa forza, cioè la volontà di riparazione, forma un vincolo di attrazione tra B e A, che ha ricevuto il danno inflitto; e questo vincolo di attrazione li riunisce di nuovo nella vita che viene. Quella misteriosa forza di attrazione che conduce uomo a uomo nella vita proviene da ciò che in questo modo è stato assunto nel Kamaloka e formato come forze. Siamo condotti alle persone nella vita con cui abbiamo qualcosa da riparare o con cui abbiamo in genere qualcosa da fare, proprio in quel modo che abbiamo attraversato nel Kamaloka. Ora potete immaginarvi che ciò che abbiamo assunto come forze di compensazione nel Kamaloka per una vita assolutamente non sempre può essere riparato di nuovo in una sola vita. Allora può accadere che in una vita abbiamo stabilito relazioni con un gran numero di persone e che il successivo tempo di Kamaloka ci abbia dato la possibilità di stare di nuovo insieme con queste persone. Ora dipende anche dalle altre persone se già nella vita successiva siamo di nuovo insieme all’altro. Questo allora si distribuisce su molte vite. In una vita abbiamo questo da riparare, in un’altra vita qualcos’altro e così via. Assolutamente non si deve immaginare che nella prossima vita potessimo già subito riparare tutto di nuovo. Dipende assolutamente anche dal fatto che l’altro sviluppi il corrispondente vincolo di attrazione nella sua anima.
Ora vogliamo considerare più da vicino il funzionamento del karma e particolarmente presentarci un caso. Assumiamo nel Kamaloka l’intenzione di compiere questo o quello nella prossima o in una delle prossime vite. Ciò che si impianta così nella nostra anima come una forza rimane nell’anima, non se ne va più. Rinasciamo con tutte le forze che abbiamo assunto in noi. Questo è del tutto necessario. Ora, non ci sono solo tali cose da fare nella vita nel nesso karmatico che riguardino il fatto che ripariamo qualcosa su un altro, sebbene ciò che deve essere detto possa anche riguardare questo. Abbiamo creato molti ostacoli per noi stessi sulla strada: abbiamo vissuto in modo unilaterale, non abbiamo sfruttato correttamente la nostra vita, abbiamo vissuto solo di questi o di quei piaceri, di questo o quel lavoro; abbiamo lasciato passare le altre possibilità che ci si offrono nella vita e per questo non abbiamo sviluppato altre capacità. Anche questo è qualcosa che suscita cause karmiche in noi nella vita del Kamaloka. Così ci immettiamo nella prossima vita. Ora rinasciamo con zero anni. Supponiamo che viviamo fino al nostro decimo, fino al nostro ventesimo anno. Nella nostra anima rimane tutto ciò che abbiamo assunto come forze del Kamaloka, e quando è maturo per la vita, allora esce fuori. Per un certo tempo della nostra vita indubbiamente emerge sempre in qualche modo una spinta interiore a compiere anche questo. Supponiamo dunque che nel nostro ventesimo anno emerga una spinta interiore, un impulso interiore a compiere una certa azione, poiché abbiamo assunto questa forza nel Kamaloka. Rimaniamo quindi con il caso più semplice: emerge la spinta interiore a riparare qualcosa su un uomo. L’uomo è lì, il vincolo di attrazione ci ha riunito con lui. Potremmo farlo benissimo da motivi esterni. Ma potrebbe esserci un ostacolo: la compensazione potrebbe esigere un’azione di cui la nostra organizzazione non è all’altezza. Siamo nella nostra organizzazione anche dipendenti dalle forze ereditarie. Questo crea sempre una disarmonia in ogni vita. Quando l’uomo nasce, da un lato si trova nelle forze ereditarie. Egli eredita per il corpo fisico e per il corpo eterico le proprietà che può ereditare dalla serie di antenati. Questa eredità naturalmente assolutamente non è completamente priva di relazione esterna con ciò che la nostra anima si è karmicamente prefissato. Poiché la nostra anima, che scende dal mondo spirituale, è attirata verso quella coppia di genitori, verso la famiglia dove possono essere ereditate proprietà più affini ai bisogni dell’anima. Ma non sono mai completamente uguali ai bisogni di questa anima. Ciò non può accadere nel nostro corpo. Lì c’è sempre una certa discordanza tra ciò che è presente come forze ereditarie e ciò che l’anima ha in se stessa sulla base delle sue vite passate. E si tratta solo del fatto che l’anima sia abbastanza forte da superare tutte le resistenze date nella linea ereditaria, che le sia possibile sviluppare la sua organizzazione nel corso di tutta la vita così da superare ciò che non le è conveniente. In questo i vari uomini sono molto diversi. Ci sono anime che attraverso i loro precedenti corsi di vita sono diventate molto forti. Una tale anima deve nascere nel corpo più conveniente possibile, non nel corpo assolutamente conveniente. Può ora essere così forte da superare quasi tutto ciò che non le si addice, ma non deve sempre essere il caso. Vogliamo perseguire questo dettagliatamente e considerare il nostro cervello.
Se consideriamo questo strumento della nostra vita di rappresentazione e di pensiero, l'ereditiamo come strumento esterno dalla nostra serie di antenati. È conformato nei suoi arricciamenti e nelle sue spire più sottili in tale o tal modo dalla serie di antenati. Fino a un certo grado l’anima potrà sempre superare, attraverso una forza interiore, ciò che non le si addice, e il suo strumento potrà adattarsi alle sue forze; ma solo fino a un certo grado. L’anima più forte può farlo di più, l’anima più debole lo può fare meno. E se abbiamo proprio l’impossibilità di superare attraverso le forze della nostra anima, attraverso circostanze che possono verificarsi, le opposizioni e le organizzazioni resistenti del cervello, allora non possiamo maneggiare lo strumento propriamente. Allora si presenta ciò che abbiamo già detto: che la manifestazione di questa incapacità è una malattia e che una tale malattia è interamente di causa karmatica. Così sta scritto che abbiamo superato questo o quell’ostacolo in vite precedenti. Le nostre odierne capacità sono il risultato delle nostre malattie in vite precedenti.
Supponiamo, per essere particolarmente chiari, che un’anima non sia ancora abbastanza capace di usare il cervello medio. Su quale via può acquisire la capacità di usare propriamente il cervello medio? Solo attraverso il fatto che nota l’incapacità di usare questo cervello medio, attraverso questo distrugge il cervello medio e lo ricostruisce; e nella ricostruzione impara proprio ad acquisire la forza di cui ha bisogno in questa direzione. Tutto ciò che abbiamo una volta attraversato mediante distruzione e ricostruzione, lo sappiamo. Questo l'hanno sentito tutti quelli che in questo o quel credo religioso della terra hanno riconosciuto un’entità pienamente significativa nella distruzione e nel restauro. «Shiva» sono nel credo religioso indiano le potenze operanti che distruggono e restaurano.
Abbiamo già una delle modalità in cui processi di malattia karmaticamente sono prodotti. Per quei processi in cui meno l’individualità dell’uomo che il modo in cui l’uomo è in generale entra in considerazione, lì già senza dubbio è presente qualcosa attraverso cui le malattie sorgono più generalmente. Vediamo per esempio le malattie infantili sorgere in certi tempi molto tipicamente. Esse non sono nient’altro che l’espressione del fatto che il bambino, mentre attraversa le sue malattie infantili, impara a dominare dall’interno una certa parte dei suoi organi, e allora può dominarli per tutte le incarnazioni seguenti. Dovremmo considerare le malattie come un processo che rende l’uomo capace. Allora giungiamo a una maniera di pensare completamente diversa sulle malattie. Certamente non si deve concludere che, se qualcuno viene investito da un treno ferroviario, questo debba essere spiegato nello stesso modo. Tutto questo deve sempre essere ricercato fuori dalla malattia, fuori da ciò che è stato appena caratterizzato. Ma c’è ancora un altro caso di causazione karmica della malattia che non è meno interessante e che da noi può essere compreso solo se caratterizziamo un poco più accuratamente le circostanze nella vita.
Supponiamo che nel corso della vita impariate questo o quello che si impara così nella vita. Si deve prima impararlo, poiché i più importanti acquisiti nella vita sono assolutamente prima imparati. Il processo dell’imparare è il processo assolutamente necessario. Ma con questo non è mai risolto, poiché imparare è anche il più esteriore dei processi. Se abbiamo assunto qualcosa in noi, allora si tratta del fatto che assolutamente non abbiamo ancora, se abbiamo imparato la cosa in questione, sperimentato anche tutto ciò che l’imparato deve fare in noi. Nasciamo nella vita con capacità ben determinate, che abbiamo acquisito in parte attraverso la nostra eredità, in parte attraverso i nostri precedenti corsi di vita. L’ambito delle nostre capacità è limitato. In ogni vita aumentiamo le nostre esperienze e i nostri vissuti. Ciò che sperimentiamo non è così connesso con noi come ciò che abbiamo portato nella vita come temperamento, inclinazione naturale e così via. Ciò che abbiamo imparato durante la vita, inizialmente come memoria e abitudine, è più debolmente connesso con noi. Emerge quindi anche durante la vita in parti isolate. Solo dopo la vita emerge nel corpo eterico nel grande quadro di memoria. Questo adesso dobbiamo assimilare, questo deve venire a noi.
Supponiamo quindi che abbiamo imparato qualcosa nella nostra vita e rinasciamo. Nel fatto che rinasciamo può benissimo accadere che, per via dell’eredità o di altre circostanze — anche forse perché il nostro imparare non ha proceduto armonicamente e abbiamo imparato una cosa ma non quello che ci serviva per arrivare al livello dell’imparato —, nella rinascita sviluppiamo in una direzione quello che abbiamo imparato ma non nell’altra direzione. Supponiamo di aver imparato qualcosa nella vita che ha reso necessario, in una vita successiva, che una ben determinata parte del nostro cervello fosse organizzata in una certa maniera, o che nel circolo sanguigno questo o quello procedesse così o così, e supponiamo ora di non aver imparato anche le altre cose che ancora sono necessarie. Questo però assolutamente non è subito una mancanza. L’uomo deve procedere in modo saltellante nella sua vita e deve esperire e riconoscere che ha condotto una cosa in modo unilaterale. Ora rinascerà con i frutti di quello che ha imparato, ma gli manca la possibilità di sviluppare tutto in se stesso così che tutto possa anche manifestarsi nella vita, così che possa compiere l’imparato nella vita. Può per esempio accadere che un uomo sia stato persino iniziato fino a un certo grado nei grandi segreti dell’esistenza durante un’incarnazione. Ora rinascerà così che queste forze, che sono state impiantate in lui, vogliano uscire da lui. Ma supponiamo che non abbia potuto sviluppare certe forze che potrebbero allora produrre l’armonia corrispondente degli organi. Allora emerge a un certo punto della vita, assolutamente, che vuole uscire ciò che ha imparato prima. Ma manca un organo necessario per compiere questo. Quali sono le conseguenze? Deve emergere una malattia, una malattia le cui cause karmiche possono trovarsi molto, molto profondamente. E di nuovo, in certo modo, una parte dell’organismo deve essere distrutta e ricostruita. Allora l’anima sente in questa ricostruzione quali siano le forze corrette in un’altra direzione e porta via questo sentimento di quali siano le forze corrette. Se questo proviene da un tale imparare o persino da un’iniziazione, allora è anche abitualmente così che i frutti si mostrano nella stessa vita. Allora emerge una malattia tale che l’anima sente come le manchi questo o quello. E allora può per esempio, immediatamente dopo la malattia, emergere ciò che altrimenti non avrebbe potuto ottenere. Può accadere che nella vita precedente sareste potuti salire a una certa illuminazione, ma ora un bocciolo nel cervello non si è aperto e non avete sviluppato la forza che avrebbe potuto aprire questo bocciolo. Allora arriva inevitabilmente il fatto che questo bocciolo deve essere distrutto. Questo può allora causare una grave malattia. Allora l’arto in questione viene ricostruito e l’anima sente le forze che sono necessarie per aprire il bocciolo in questione; e si ha poi l’illuminazione che si deve avere. I processi di malattia si possono considerare del tutto come precursori molto significativi.
Arriviamo certamente a cose davanti a cui il nostro mondo profano oggi arriccia il naso. Ma già molti hanno potuto sperimentare qualcosa come un’insoddisfazione continua, come se qualcosa fosse nell’anima che non potesse uscire, che renda quasi impossibile la vita internamente. Allora viene una grave malattia, e il superamento di questa grave malattia significa che qualcosa di completamente nuovo entra nella vita, che agisce come una redenzione: effettivamente il bocciolo si è aperto e l’organo può essere usato. Questo era solo dovuto al fatto che l’organo non era utilizzabile. Certo, per l’attuale ciclo di vita gli uomini hanno ancora molti di questi boccioli, e non possono aprirsi tutti nello stesso momento. Non dobbiamo sempre pensare all’illuminazione; ciò si verifica anche in molti processi di vita subordinati.
Così vediamo che siamo qui davanti alla necessità di sviluppare questo o quello, e che anche qui nella linea della causazione karmica giace l’occasione per le malattie. Perciò non dobbiamo mai essere completamente soddisfatti quando diciamo nel senso banale: se mi colpisce una malattia, me la sono causata mediante il mio karma. — Poiché in questo caso non dobbiamo pensare solo al karma del passato, così che la malattia sia una conclusione: addirittura dobbiamo pensare — la malattia è solo il secondo membro — che nella malattia abbiamo la causa che ne risulta per la forza creativa e la capacità per il futuro. Fraintendiamo la malattia e il karma del tutto, se guardiamo sempre solo al passato; in questo modo il karma diventa qualcosa che, si potrebbe dire, rappresenta solo una legge del fato del tutto casuale. Il karma però diventa una legge dell’agire, della fecondità della vita, quando siamo in grado di guardare attraverso il karma dal presente al futuro.
Tutto questo ci indica una grande legge che regna nel nostro essere umano. E per far sì che almeno un poco oggi presagiamo questa grande legge — avremo ancora in seguito l’occasione di tornare sopra e caratterizzarla più esattamente —, lanciamo uno sguardo indietro nel tempo in cui l’uomo è nato nella sua forma umana attuale, nel tempo lemurico. Allora si è incarnato verso il basso dall’essere divino-spirituale nell’attuale essere esteriore, si è circondato all’inizio delle guaine; iniziò così il cammino delle incarnazioni esterne e andò avanti da incarnazione a incarnazione fino a oggi. Prima che l’uomo entrasse nelle incarnazioni, nel medesimo senso come oggi, non era data la possibilità di impiantare malattie in sé. Solo quando l’uomo acquisì in sé la capacità di regolare il suo rapporto verso l’ambiente, poteva sbagliare, poteva così provocare false disposizioni organiche interne e impiantare la possibilità della malattia in sé. Prima era impossibile per l’uomo provocare processi di malattia. Quando ancora tutto era sotto l’influenza delle potenze divine e delle forze, quando non dipendeva ancora da lui il condurre la sua vita, allora la possibilità della malattia ancora non era data. Allora viene questa possibilità della malattia. Dove quindi si potrà imparare meglio quale sia il cammino della guarigione? Lo si potrà imparare meglio se si riesce a guardare indietro a quei tempi in cui le forze divino-spirituali hanno agito negli uomini e li hanno equipaggiati con assoluta salute, senza la possibilità della malattia, quindi al tempo prima della prima incarnazione dell’uomo. Così si è sempre sentito, dove si è saputo qualcosa di queste cose. E ora provate da questo punto di partenza a gettare uno sguardo profondo in una tale cosa come essa si rappresenta nelle mitologie. Vi voglio adesso proprio non indicare la fonte della vera medicina nel servizio di Hermes egiziano; vi voglio adesso solo indicare il servizio di Asclepio greco e romano.
Asclepio, il figlio di Apollo, è in certo modo il padre dei medici greci. E cosa ci viene raccontato di lui nel mito greco? Il padre già nella giovinezza lo porta su quel monte dove può diventare lo scolaro del centauro Chirone. E il centauro Chirone è colui che insegna ad Asclepio, il padre della medicina, ciò che è nelle piante come forze di guarigione e del resto le forze di guarigione che si trovano sulla terra. Chirone, il centauro, che tipo di essere è? È un essere che ci viene caratterizzato come quello che essi erano prima della discesa dell’uomo, prima del tempo lemurico: un essere metà uomo, metà bestia. In questo mito si cela il fatto che ad Asclepio, nel corrispondente mistero, vengono mostrate quelle forze che erano le grandi forze di salute, che potevano produrre salute prima che l’uomo entrasse nella prima incarnazione.
Così vediamo come questa grande legge, come questo grande fatto spirituale che deve interessarci così tanto alla conclusione del pellegrinaggio dell’uomo sulla terra, sia anche espressa nel mito greco. Proprio i miti si mostreranno per la prima volta come quello che sono — come immagini per i nessi più profondi della vita — quando gli uomini avranno superato l’Abc della scienza dello spirito. Proprio i miti sono immagini per i più profondi segreti dell’essere umano.
Se tutta la vita è considerata da questo punto di vista, allora tutta la vita sarà posta anche sotto questo punto di vista, e la scienza dello spirito sarà sempre più qualcosa che — questo deve essere sempre più enfatizzato — si immetterà in tutta la vita del quotidiano. Gli uomini vivranno la scienza dello spirito, e questo sarà allora solo la realizzazione di quello che era stato sin dall’inizio ricercato dalla scienza dello spirito. La scienza dello spirito diventerà il grande impulso per l’ascesa dell’umanità, per la vera salvezza e il vero progresso dell’umanità.
Opera Omnia n. 107
Rudolf Steiner
Dalla Scienza dello Spirito e dal Cristianesimo
Titolo originale: GA 107 – Quindicesima conferenza
Traduzione dal tedesco eseguita tramite intelligenza artificiale (Claude, Anthropic) Revisione e supervisione editoriale: Antonio Passarelli
Voi avete potuto constatare, da una conferenza tenuta qui su questioni più complicate della reincarnazione, che con il continuo progredire della concezione del mondo della scienza dello spirito quello che inizialmente poteva essere presentato come verità elementari si modifica, in modo che gradualmente ci eleviamo a verità sempre più alte. Rimane quindi giusto il fatto che inizialmente le verità mondiali generali si presentino nel modo più elementare e semplice possibile. È però anche necessario che poco a poco si avanzi dall’abc lentamente verso le verità più alte; poiché solo mediante queste verità più alte si raggiunge gradualmente quello che la scienza dello spirito deve dare in altri aspetti: la possibilità cioè di comprendere, di penetrare il mondo che ci circonda nella sfera sensibile, in quella fisica. Ora certamente abbiamo ancora molta strada da percorrere, finché non riusciremo a tracciare un certo nesso nelle linee e forze spirituali che stanno dietro il mondo sensibile. Ma già mediante molte cose che sono state dette nelle ultime ore, questa o quella manifestazione della nostra esistenza sarà diventata più comprensibile, più chiara, avrà acquistato maggiore trasparenza. Oggi vogliamo proprio a questo riguardo avanzare un poco di più nella comprensione, e anche qui vogliamo nuovamente parlare di questioni più complicate della reincarnazione, della rinascita umana, della Wiederverkörperung che caratterizza il destino delle anime.
Per questo vogliamo anzitutto chiarire consapevolmente per noi stessi che fra le entità che occupano una posizione guida nello sviluppo dell’umanità della terra esiste una differenza sostanziale e profonda. Nel corso del nostro sviluppo terrestre dobbiamo distinguere con precisione tali individualità guida, che si sono sviluppate dall’inizio con l’umanità della nostra terra, come essa è formata in realtà, soltanto che hanno progredito più rapidamente nel loro cammino evolutivo. Si potrebbe dire così: se si risale fino al tempo del lontanissimo e remotissimo passato lemuriano, si trovano fra gli esseri umani incarnati allora i più svariati e molteplici gradi di sviluppo. Tutte quelle anime che allora erano incarnate nel corpo fisico della terra hanno attraversato il tempo atlantico seguente, e poi il nostro tempo post-atlantico, sempre di nuovo e ancora delle reincarnazioni, delle rinascite successive. Con una velocità diversa, con un ritmo differente, le anime si sono sviluppate nel loro percorso evolutivo. Vivono anime che si sono sviluppate relativamente lentamente attraverso le diverse incarnazioni, che hanno ancora lunghi, lunghi percorsi da compiere in futuro nel corso dei tempi venturi. Ma vi sono anche tali anime che si sono sviluppate rapidamente, che — si potrebbe dire — hanno utilizzato le loro incarnazioni in misura più ampia e più consapevole, e che quindi stanno oggi su un gradino così alto in relazione spirituale e morale, cioè spirituale nel vero senso, che l’uomo normale di oggi soltanto in un futuro molto, molto lontano giungerà a tale gradino elevato. Ma se rimaniamo in questa sfera di anime e di esseri umani, possiamo tuttavia dire con verità: per quanto avanzate possano essere queste singole anime evolute, per quanto possano sporgere al di sopra dell’uomo normale del nostro tempo, hanno tuttavia compiuto all’interno dello sviluppo della nostra terra un percorso della stessa natura e carattere di quello degli altri uomini della stirpe umana; solo che hanno progredito più rapidamente e con maggiore consapevolezza nel loro sviluppo.
Accanto a queste individualità guida, che sono così della medesima natura degli altri uomini nel loro sviluppo complessivo, soltanto che stanno su un gradino più alto di evoluzione, esistono anche nel corso dello sviluppo dell’umanità terrestre altre individualità, altre entità spirituali, che in nessun modo hanno attraversato diverse incarnazioni successive come gli altri uomini ordinari. Possiamo chiarirci ciò che sta fondamentalmente alla base di questa differenza, se ci diciamo consapevolmente: nel tempo proprio dello sviluppo lemuriano che abbiamo appena considerato attentamente ci sono state entità di grande importanza, che non avevano più necessità primaria di scendere così profondamente nell’incarnazione fisica, nella materialità, come gli altri uomini ordinari, come tutti gli esseri umani che sono stati appena descritti nel dettaglio. Entità cioè di natura spirituale elevata, che avrebbero potuto proseguire il loro sviluppo evolutivo in regioni più alte, più spirituali ed elevate, e che quindi al loro proprio ulteriore progresso spirituale non avevano necessità imperativa di scendere in corpi carnali e materiali. Tuttavia una tale entità spirituale può, per intervenire direttamente nel corso dello sviluppo dell’umanità terrestre, abbassarsi e scendere rappresentativamente in un tale corpo umano carnale, come quello che hanno gli uomini ordinari della terra. Così che dunque, a un certo momento storico, un’entità di questa natura può comparire e manifestarsi; e se l'esaminiamo con chiaroveggenza spirituale per quanto riguarda la sua sostanza animica, possiamo non dire in essa come negli altri uomini ordinari: la seguiamo nel tempo all’indietro e la troviamo in una precedente incarnazione carnale, la seguiamo ulteriormente all’indietro nel passato e la troviamo di nuovo in un’altra incarnazione corporea e così via nelle successive epoche, bensì dobbiamo piuttosto dirci: se seguiamo all’indietro l’anima, la sostanza di tale entità nel corso dei tempi, forse non giungiamo affatto a una precedente incarnazione carnale di tale entità spirituale. Se però giungiamo talora a una, allora è soltanto e unicamente perché tale entità può anche scendere più frequentemente in intervalli temporali separati e incarnarsi rappresentativamente in un corpo umano per compiere la sua missione. — Tale entità spirituale elevata, che dunque scende in un corpo umano materiale per intervenire attivamente come uomo nello sviluppo dell’umanità, senza che essa tragga alcun profitto personale e spirituale da questa incarnazione fisica, senza che quello che qui sperimenta nel mondo sensibile abbia per essa una qualche importanza evolutiva per se stessa, si chiama nella saggezza orientale e negli insegnamenti occulti «Avatar». E questa è la differenza fondamentale fra un’entità guida umana, che è sorta e si è sviluppata dallo sviluppo dell’umanità stesso nel corso delle epoche cosmiche, e una tale che si chiama ed è Avatar: un’entità Avatar non ha frutti personali da trarre dalle sue incarnazioni fisiche o dall’unica incarnazione fisica cui volontariamente si sottomette per la missione, poiché entra come entità spirituale in un corpo fisico esclusivamente per il bene supremo e il progresso dell’umanità intera. Così che, come detto: una volta sola, oppure anche più volte di seguito in epoche diverse, un tale Avatar-entità può entrare in un corpo umano nella terra, ed è allora completamente e fondamentalmente diversa da un’altra ordinaria individualità umana nel suo modo di essere e di operare.
La più grande entità Avatar che ha mai vissuto sulla terra nel corso dei tempi evolutivi, come voi potete ricavare pienamente dallo spirito fondamentale di tutti i discorsi e insegnamenti che qui sono tenuti, è il Cristo, quell’entità suprema che noi designiamo come il Cristo Cosmico e che nel trentesimo anno della vita di Gesù di Nazaret ha preso possesso cosciente e volontario del suo corpo fisico terrestre. Questa entità di importanza cosmica è soltanto all’inizio della nostra era venuta in contatto diretto e vivente con la nostra terra, è stata incarnata visibilmente tre anni in un corpo carnale e materiale, e da quel tempo storico è in relazione intima e permanente con la sfera astrale superiore, cioè con la sfera spirituale del nostro mondo sovrasensibile e sovrafisico; questa entità è, come entità avatarica, di un significato del tutto unico e incomparabile in tutta l’evoluzione cosmica. Cercheremmo invano la sostanza dell’Io del Cristo in una precedente incarnazione umana sulla terra nel passato, mentre altre entità Avatar di grado inferiore possono certamente incarnarsi anche più frequentemente nel corso dei tempi. La differenza sostanziale non consiste nel fatto che si incarnino più o meno frequentemente, bensì nel fatto essenziale che non traggono per se stesse frutti personali evolutivi dalle incarnazioni terrestri, dai compiti svolti sulla terra. Gli uomini ordinari non danno nulla al mondo nel vero senso; prendono dal mondo soltanto e solo per la loro propria evoluzione. Queste entità avatariche danno soltanto e incessantemente, non prendono nulla dalla terra per se stesse. Ora dovete certamente, se volete comprendere adeguatamente questa cosa profonda, distinguere con precisione fra un’entità Avatar così alta e suprema come era il Cristo Cosmico e fra entità Avatar di grado più basso e inferiore.
I più svariati compiti possono avere tali entità Avatar sulla nostra terra. Possiamo innanzitutto parlare di un tale compito di entità avatarica. E affinché non rimaniamo nello speculativo, vogliamo subito accostarci a un caso concreto e chiarirci in cosa possa consistere un tale compito.
Voi tutti sapete benissimo, dal racconto tradizionale che si raggruppa intorno a Noè e al diluvio universale, che nella rappresentazione ebraica antica e tradizionale gran parte dell’umanità post-atlantica, della post-diluviana o post-noachica, è ricondotta originariamente ai tre patriarchi primordiali Sem, Cam e Giafet come ai loro stipiti fondamentali. Oggi non vogliamo approfondire ulteriormente quello che Noè e questi tre patriarchi rappresentano per noi da un punto di vista simbolico e cosmico in un altro riguardo spirituale. Vogliamo soltanto chiarirci consapevolmente che la letteratura ebraica, che parla di Sem come uno dei figli di Noè, riconduce interiormente l’intero popolo dei Semiti a Sem come al loro patriarca primario e capostipite. A una vera visione occulta, chiaroveggente di una tale cosa storica, di un tale racconto mitologico profondo, stanno alla base sempre e ovunque le verità spirituali più profonde e autentiche della realtà. Coloro che possono ricercare scientificamente una tale cosa storica, uscendo dall’occultismo vivo e dalla ricerca spirituale autentica, sanno quanto segue riguardo a questo Sem, il patriarca dei Semiti:
Per una tale personalità spirituale, che deve diventare il patriarca spirituale e biologico di un intero popolo e stirpe, già dalla nascita fisica, anzi ancor prima nei mondi spirituali, deve essere provveduto consapevolmente affinché essa sia appunto questo patriarca primordiale e capostipite. Per mezzo di quale forza interiore dunque si provvede affinché una tale individualità storica, come qui ad esempio Sem, il patriarca di una tale intera comunità popolare o tribale storica, possa esserne il patriarca naturale e genetico? Nel caso di Sem questo fatto straordinario è accaduto in modo meraviglioso: egli ricevette un corpo eterico o corpo vitale particolarmente preparato e formosamente strutturato dalle gerarchie spirituali. Sappiamo infatti che l’uomo ordinario, quando viene partorito in questo mondo fisico, ha intorno alla sua individualità spirituale il suo corpo eterico o corpo vitale come soffio vitale, accanto agli altri membri costitutivi dell’essenza umana pluridimensionale. Per un tale antenato tribale capostipite deve, per così dire, essere preparata e conformata una struttura di corpo eterico particolare e archetipica, che è come il corpo eterico modello o prototipo per tutti i discendenti che seguono questa individualità nelle generazioni successive. Così, presso una tale individualità di stirpe primaria, abbiamo un corpo eterico tipico e caratteristico, come il corpo eterico modello originario. E poi la cosa procede attraverso le generazioni successive per parentela di sangue ereditaria, in modo che in una certa proporzione i corpi eterici di tutti i discendenti che appartengono alla medesima stirpe sono immagini viventi e dinamiche del corpo eterico dell’antenato primario. Così in tutti i corpi eterici del popolo semitico era tessuto finemente qualcosa come un’immagine perpetua e trasmessa del corpo eterico di Sem. Per mezzo di quale potenza cosmica dunque viene realizzata una tale cosa meravigliosa nel corso dello sviluppo dell’umanità terrestre?
Se esaminiamo questo Sem più da vicino e dettagliatamente con lo sguardo chiaroveggente, troviamo che il suo corpo eterico ha ricevuto la sua forma archetipica e modellante per il fatto che proprio in questo corpo eterico si è tessuta meravigliosamente un’entità Avatar di grande potenza — se pure non un Avatar così elevato e supremo nel grado da poterlo paragonare direttamente con certe altre entità Avatar di più basso ordine; ma comunque un’alta entità Avatar spirituale si era abbassata e discesa nel suo corpo eterico umano. Essa certamente non era unita pienamente al corpo astrale e nemmeno all’Io cosciente di Sem, ma si era, per così dire, tessuta delicatamente e intimamente nel corpo eterico di Sem in modo permanente. E possiamo proprio studiosamente, su questo esempio illuminante dei patriarchi biblici, scoprire quale significato profondo abbia il fatto che un’entità Avatar spirituale partecipa direttamente alla costituzione interiore, alla composizione profonda dell’uomo incarnato. Quale senso ha dunque in generale il fatto fondamentale che un uomo, come Sem — che ha un tale compito storico-evolutivo grandioso, che è chiamato a essere il patriarca di tutto un popolo semitico —, nel suo corpo, per così dire tessutavi entro, riceve e incarna un’entità Avatar di potenza creativa? Ha il senso profondissimo che, ogni volta che un’entità Avatar è tessuta in un uomo incarnato, un membro, o anche più membri essenziali di questa essenza umana complessa possono moltiplicarsi meravigliosamente, possono frammentarsi in immagini e riproduzioni.
In realtà, in conseguenza del fatto che un’entità Avatar era tessuta nel corpo eterico di Sem, era data la possibilità che sorgessero pure immagini dell’originale, e queste innumerevoli immagini potessero essere tessute in tutti gli uomini che seguivano l’antenato nella successione delle generazioni. Così l’abbassarsi di un’entità Avatar ha tra l’altro il senso che contribuisce alla moltiplicazione di uno o più membri dell’entità in questione, che è animata attraverso l’Avatar. Sorgono pure immagini dell’originale, che sono tutte formate secondo di esso. In questo Sem era presente, come potete vedere da ciò, un corpo eterico particolarmente prezioso, un corpo eterico archetipico, che fu preparato da un alto Avatar e poi tessuto in Sem, così che poté poi discendere in molte immagini a tutti coloro che dovevano essere parenti di sangue di questo antenato.
Ora sappiamo già, dall’ora inizialmente menzionata, che esiste anche un’economia spirituale, consistente nel fatto che qualcosa di particolarmente prezioso rimane conservato e viene portato nel futuro. Abbiamo sentito che non soltanto l’Io si reincarna, ma che anche il corpo astrale e il corpo eterico possono reincarnarsi. Indipendentemente dal fatto che sorgessero innumerevoli immagini del corpo eterico di Sem, il corpo eterico proprio di Sem venne conservato nel mondo spirituale, poiché poteva essere usato molto bene in seguito nella missione del popolo ebraico. In questo corpo eterico erano espresse originariamente tutte le peculiarità del popolo ebraico. Se dovesse un giorno accadere qualcosa di particolarmente importante per l’antico popolo ebraico, se una qualche persona dovesse ricevere un compito particolare, una missione particolare, allora ciò poteva accadere nel migliore dei modi da un’individualità che portava in sé questo corpo eterico dell’antenato.
In realtà, in seguito un’individualità che interveniva nella storia del popolo ebraico portava il corpo eterico dell’antenato. Qui abbiamo veramente una di quelle meravigliose complicazioni del divenire umano, che possono spiegarci così tanto. Abbiamo a che fare con un’individualità molto alta, che dovette per così dire abbassarsi, per parlare al popolo ebraico in modo appropriato e dargli la forza per una missione particolare. Più o meno come se un uomo spiritualmente eccezionale dovesse parlare a una tribù primitiva: dovrebbe imparare la lingua di questa tribù, ma per questo non si deve sostenere che la lingua sia qualcosa che l'innalzi lui stesso; l’interessato deve soltanto permettere a se stesso di entrare in questa lingua. Così un’alta individualità dovette permettere a se stessa di entrare nel corpo eterico di Sem medesimo, per poter dare un impulso ben determinato all’antico popolo ebraico. Questa individualità, questa personalità è la medesima che voi trovate con il nome di Melchisedek nella storia biblica. Questa è l’individualità che, per così dire, si rivestì del corpo eterico di Sem, per poi dare l’impulso ad Abramo, che voi trovate poi così bellamente descritto nella Bibbia. Così, indipendentemente dal fatto che ciò che era contenuto nell’individualità di Sem si moltiplicasse per il fatto che un’entità Avatar vi era incarnata e poi tessuta in tutti gli altri corpi eterici degli appartenenti al popolo ebraico, il corpo eterico proprio di Sem venne conservato nel mondo spirituale, affinché lo potesse portare più tardi Melchisedek, che doveva dare al popolo ebraico un importante impulso attraverso Abramo.
Così finemente tessute sono le realtà che stanno dietro il mondo fisico e che soltanto allora ci rendono comprensibile quello che accade nel mondo fisico. Impariamo la storia soltanto per il fatto che possiamo indicare tali realtà: realtà di natura spirituale che stanno dietro i fatti fisici. La storia non potrà mai diventare comprensibile da se stessa, se rimaniamo fermi soltanto ai fatti fisici.
Di un’importanza del tutto particolare diventa ciò che abbiamo ora discusso — che per l’abbassarsi di un’entità Avatar i membri dell’essenza di quell’uomo che è portatore di tale entità Avatar vengono moltiplicati e trasferiti ad altri, appaiono in immagini dell’archetipo —; di un’importanza del tutto particolare diventa ciò per mezzo dell’apparizione del Cristo sulla terra. Per il fatto che l’entità Avatar del Cristo abitava nel corpo di Gesù di Nazaret, era data la possibilità che il corpo eterico di Gesù di Nazaret venisse moltiplicato innumerevoli volte, come pure il corpo astrale e persino anche l’Io — l’Io come un impulso, come esso allora fu acceso nel corpo astrale, quando il Cristo entrava nella triplice involucro di Gesù di Nazaret. Ma anzitutto vogliamo tener conto del fatto che per mezzo dell’entità Avatar potevano venire moltiplicati il corpo eterico e il corpo astrale di Gesù di Nazaret.
Ora, in un’umanità si presenta una delle più significative cesure, proprio per mezzo dell’apparizione del principio del Cristo nello sviluppo terrestre. Quello che vi ho raccontato di Sem è in fondo tipico e caratteristico per il tempo precristiano. Se in questo modo un corpo eterico o anche un corpo astrale viene moltiplicato, allora le immagini dello stesso vengono in genere trasferite a tali persone che hanno una parentela di sangue con colui che aveva l’archetipo: sugli appartenenti alla stirpe ebraica vennero quindi trasferite le immagini del corpo eterico di Sem. Questo divenne diverso per mezzo dell’apparizione dell’entità Avatar del Cristo. Il corpo eterico e il corpo astrale di Gesù di Nazaret vennero moltiplicati, e tali moltiplicazioni furono conservate, finché potessero essere usate nel corso dello sviluppo dell’umanità. Ma non erano vincolate a questa o a quella nazionalità, a questo o a quel popolo: bensì, ovunque nel tempo seguente si trovasse un uomo, indipendentemente da quale nazionalità portasse, che fosse maturo, appropriato a ciò, allora a costui potevano essere tessute nel corpo astrale un’immagine astrale del corpo astrale di Gesù di Nazaret, oppure un’immagine eterica del corpo eterico di Gesù di Nazaret. Così vediamo come era data la possibilità che nel tempo seguente, diciamo, a ogni sorta di persone, come impronte, venissero tessute le immagini del corpo astrale o del corpo eterico di Gesù di Nazaret.
Con questo fatto è connessa la storia intima dello sviluppo cristiano. Quello che ordinariamente viene descritto come storia dello sviluppo cristiano è una somma di eventi affatto esteriori. E perciò al principale, cioè alla divisione per quanto riguarda i veri periodi dello sviluppo cristiano, si tiene conto troppo poco. Chi può avere uno sguardo più profondo nel corso dello sviluppo del cristianesimo, riconoscerà facilmente che nei primi secoli del tempo cristiano il modo come il cristianesimo venne diffuso era del tutto diverso rispetto ai secoli posteriori. Nei primi secoli cristiani la diffusione del cristianesimo era, per così dire, legata a tutto quello che si poteva guadagnare dal piano fisico. Abbiamo solo da guardare intorno ai primi maestri del cristianesimo, e vedremo come lì vengano sottolineati i ricordi fisici, le connessioni fisiche e tutto quello che era rimasto fisico. Pensate solo a come Ireneo, che nel primo secolo ha contribuito molto alla diffusione dell’insegnamento cristiano nei diversi paesi, pone proprio grande valore sul fatto che i ricordi risalgono a coloro che essi stessi avevano sentito gli apostoli discepoli. Si attribuiva grande importanza al poter attestare per mezzo di tali ricordi fisici il fatto che il Cristo aveva insegnato in Palestina medesima. Viene per esempio sottolineato in modo particolare che Papia aveva egli stesso seduto ai piedi dei discepoli degli apostoli. Vengono addirittura mostrati e descritti i luoghi dove sedevano tali personalità, che erano ancora testimoni oculari del fatto che il Cristo aveva vissuto in Palestina. Il progresso fisico nella memoria è ciò che viene particolarmente sottolineato nei primi secoli del cristianesimo.
Come tutto ciò che è rimasto fisico venga particolarmente evidenziato, lo vedete dalle parole del vecchio Agostino, che sta alla fine di questo periodo e che dice: «Perché credo dunque alle verità del cristianesimo? Perché l’autorità della Chiesa cattolica mi costringe a farlo.» — Per lui è l’autorità fisica, il fatto che qualcosa esiste nel mondo fisico, l’importante e l’essenziale: che un corpo si è conservato, che, personalità a personalità collegando, risale fino a colui che era compagno del Cristo come Pietro. Questo è per lui il decisivo. Possiamo così vedere: i documenti, le impressioni del piano fisico sono quelli su cui nei primi secoli della diffusione cristiana si pone il massimo valore.
Questo diviene diverso dopo il tempo di Agostino fino a circa il 10°, 11°, 12° secolo. Allora non è più possibile appellarsi al ricordo vivente, ricorrere soltanto ai documenti del piano fisico, poiché essi stanno troppo lontani. Inoltre in tutto l’atteggiamento, nella disposizione degli uomini che ormai assumevano il cristianesimo — e questo è particolarmente il caso per i popoli europei — è presente qualcosa di tutt’affatto diverso. In questo tempo è veramente presente qualcosa come una specie di immediata conoscenza, che un Cristo esiste, che un Cristo è morto sulla croce, che vive ancora. C’era nel tempo dal 4°, 5° secolo fino al 10°, 12° secolo un gran numero di uomini ai quali sarebbe sembrato estremamente sciocco, se si fosse detto loro che si potesse dubitare anche degli eventi di Palestina, poiché lo sapevano meglio. Particolarmente nei paesi europei questi uomini erano diffusi. Avevano sempre potuto sperimentare in se stessi qualcosa che era una specie di rivelazione di Paolo in piccolo, quello che Paolo, il quale fino allora era stato Saulo, aveva sperimentato sulla via di Damasco, e per mezzo di cui era diventato Paolo.
Per mezzo di cosa in questi secoli un numero di uomini hanno potuto ricevere tali rivelazioni, che per un certo riguardo erano clariveggenti, riguardanti gli eventi di Palestina? Era possibile per il fatto che in questi secoli le immagini del corpo eterico moltiplicato di Gesù di Nazaret, che erano state conservate, vennero tessute in un gran numero di uomini, così che potevano, per così dire, indossarle. Il loro corpo eterico non era esclusivamente costituito da questa immagine del corpo eterico di Gesù, ma nel loro corpo eterico era tessuta un’immagine dell’archetipo originale di Gesù di Nazaret. Uomini che potevano avere un tale corpo eterico in sé e che per mezzo di questo potevano avere direttamente una conoscenza di Gesù di Nazaret e anche del Cristo: tali uomini c’erano in questi secoli. Per mezzo di questo, però, il quadro del Cristo veniva anche sciolto dalla trasmissione esterna, storica, fisica. E appare più sciolto da noi in quella meravigliosa poesia del 9° secolo, che è conosciuta come la poesia dell’Eliand, che proviene dal tempo di Ludovico il Pio, che ha regnato dall’814 all’840, ed è stata scritta da un uomo esteriormente semplice del paese dei Sassoni. Riguardo al suo corpo astrale e al suo Io, egli non poteva affatto raggiungere ciò che era nel suo corpo eterico. Poiché nel suo corpo eterico era tessuta un’immagine del corpo eterico di Gesù di Nazaret. Questo semplice curato sassone, che aveva scritto questa poesia, aveva, dalla contemplazione immediata clariveggente, la certezza: il Cristo è presente nel piano astrale, ed è lo stesso che è stato crocifisso a Golgota! — E poiché per lui era una certezza immediata, egli non aveva più bisogno di attenersi ai documenti storici. Non aveva più bisogno della mediazione fisica, che il Cristo fosse lì. Lo descrive perciò anche sciolto dall’intera scenografia in Palestina, sciolto da quello che è proprio dell’ebraico. Lo descrive più o meno come un capo di una tribù dell’Europa centrale o germanica, e coloro che come suoi credenti, come gli apostoli, gli stanno intorno, li descrive più o meno come i vassalli di un principe germanico. Tutta la scenografia esterna è mutata; soltanto ciò che è veramente essenziale, l’eterno nella figura del Cristo, ciò che è la struttura degli eventi, è rimasto. Lui dunque, che aveva un tale sapere immediato, che si basava su un fondamento così importante come l’impronta del corpo eterico di Gesù di Nazaret, non era costretto, dove parlava di Cristo, ad attenersi completamente agli eventi storici immediati. Rivestì ciò che aveva come sapere immediato con una diversa scenografia esterna. E così come in questo autore della poesia dell’Eliand abbiamo potuto descrivere una delle meravigliose personalità che aveva tessuto nel suo corpo eterico un’immagine del corpo eterico di Gesù di Nazaret, così potremmo trovare altre personalità in questo tempo che avevano la medesima cosa. Così vediamo come dietro gli eventi fisici procede il più importante, che può spiegarci la storia in modo intimo.
Se ora continuiamo a seguire lo sviluppo cristiano, arriviamo all’incirca nell’11°, 12° fino al 15° secolo. Allora c’era di nuovo un segreto del tutto diverso, che portava avanti l’intero sviluppo. Dapprima era, per così dire, il ricordo di quello che era sul piano fisico; poi era l’eterico, che si tesseva immediatamente nei corpi eterici dei portatori del cristianesimo in Europa centrale. Nei secoli posteriori, dal 12° al 15° secolo, era particolarmente il corpo astrale di Gesù di Nazaret che veniva tessuto in numerose immagini nei corpi astrali dei più importanti portatori del cristianesimo. Tali uomini avevano allora un Io che poteva farsi idee molto sbagliate su ogni cosa, ma nei loro corpi astrali viveva una forza immediata, una dedizione, una certezza immediata delle verità sacre. Profonda ardente devozione, convinzione del tutto immediata, e in certe circostanze anche la capacità di fondare questa convinzione, era in tali uomini. Quello che a volte ci deve sembrare strano presso queste personalità è che nel loro Io spesso non erano cresciuti affatto a ciò che il loro corpo astrale conteneva, poiché aveva tessuto un’immagine del corpo astrale di Gesù di Nazaret. Talora appariva grottesco ciò che il loro Io faceva, grandioso e sublime però il mondo dei loro sentimenti e stati d’animo, della loro ardente devozione. Una tale personalità è ad esempio Francesco di Assisi. E proprio se studiamo Francesco di Assisi e come uomini odierni non possiamo comprendere il suo Io consapevole e tuttavia dobbiamo avere la venerazione più profonda per l’intero suo mondo di sentimenti, per tutto quello che ha fatto, questo diventa comprensibile sotto un tale punto di vista. Era uno di coloro che aveva tessuto un’immagine del corpo astrale di Gesù di Nazaret. Per mezzo di ciò era in grado di compiere proprio quello che allora da parte della storia ci era dato vedere in una certa misura — l’eccellente, il nobile, quello che aveva di strepitoso da fare, tutto ciò che ha compiuto, ciò che noi possiamo chiamare veramente di una profondità spirituale incomparabile. E innumerevoli suoi seguaci dell’ordine dei Francescani con i suoi servi e Minoriti avevano in modo simile tali immagini tessute nel loro corpo astrale.
Proprio tutte le meravigliose, altrimenti enigmatiche apparizioni di quel tempo divengono per voi luminose e chiare, se vi rappresentate bene questa mediazione nel divenire del mondo fra passato e futuro. Allora dipendeva dal fatto se a questi uomini del medioevo fosse stato tessuto, dal corpo astrale di Gesù di Nazaret, più ciò che noi chiamiamo anima sensitiva o più l’anima razionale o ciò che noi chiamiamo anima cosciente. Poiché il corpo astrale dell’uomo deve in un certo riguardo essere pensato come contenente questi in sé, come circondante l’Io. Completamente, per così dire, anima sensitiva di Gesù di Nazaret era tutto in Francesco di Assisi. Completamente anima sensitiva di Gesù di Nazaret era tutto in quella meravigliosa personalità che voi seguirete biograficamente con tutta l’anima, se conoscerete il segreto della sua vita: in Elisabetta d’Ungheria, nata nel 1207. Qui abbiamo una tale personalità che aveva tessuto nell’anima sensitiva un’immagine del corpo astrale di Gesù di Nazaret. L’enigma della figura umana ci è risolto proprio da tale sapere.
Soprattutto vi diventerà chiaro un fenomeno, se sapete che in questo tempo le più svariate personalità avevano tessuto in se stesse anima sensitiva, anima razionale o anima cosciente come immagini dal corpo astrale di Gesù di Nazaret. Vi diventerà comprensibile quella scienza che altrimenti oggi è così poco compresa e così tanto disprezzata, che si chiama ordinariamente scolastica. Quale compito si era posta la scolastica? Si era posta il compito di trovare, dalle ragioni dei giudizi, dall’intelletto, argomenti e prove per ciò a cui non si aveva un nesso storico, una mediazione fisica, e per cui non si aveva nemmeno una certezza clariveggente immediata, come c’era nei secoli precedenti per mezzo del corpo eterico tessuto di Gesù di Nazaret. Queste persone dovevano così porsi il compito di dirsi: «Ci è stato trasmesso per tradizione che nella storia è apparsa quell’entità che è conosciuta come il Cristo Gesù, che hanno agito nello sviluppo dell’umanità altre entità spirituali, di cui i documenti religiosi testimoniano.» — Dalla loro anima razionale, dall’intelletto dell’immagine del corpo astrale di Gesù di Nazaret, si posero il compito di provare con concetti delicati e accuratamente elaborati tutto ciò che era nei loro scritti come verità di misteri. Così nacque quella meravigliosa scienza, che ha tentato di compiere il massimo di acume, di intelletto, che probabilmente mai è stato compiuto nell’umanità. Per vari secoli — si pensi pure al contenuto della scolastica come si vuole — semplicemente per il fatto che questa delicata, delicatissima distinzione di concetti e contorno di concetti veniva perseguita, veniva coltivata la capacità del pensiero umano e impressa nella cultura dei tempi. Era proprio dal 13° al 15° secolo che l’umanità ha ricevuto impressa dalla scolastica la capacità di pensare acutamente, penetrantemente in modo logico.
Per coloro a cui a loro volta era più impressa l’anima cosciente, rispettivamente l’immagine che si sviluppava come anima cosciente di Gesù di Nazaret, sorse — poiché nell’anima cosciente siede l’Io — la conoscenza particolare che nel proprio Io si può trovare il Cristo. E poiché essi stessi avevano in sé l’elemento dell’anima cosciente dal corpo astrale di Gesù di Nazaret, brillava nel loro interno il Cristo interiore. E per mezzo di questo corpo astrale hanno riconosciuto che il Cristo nel loro interno era il Cristo medesimo. Questi erano coloro che voi conoscete come Maestro Eckhart, Giovanni Taulero e i veri portatori della mistica medioevale.
Così voi vedete come le più svariate fasi del corpo astrale, che erano state moltiplicate per il fatto che l’alta entità Avatar del Cristo era entrata nel corpo di Gesù di Nazaret, continuavano a operare nel tempo seguente e realizzavano il vero sviluppo del cristianesimo. È peraltro anche altrimenti un importante passaggio. Vediamo come l’umanità nel suo sviluppo è affidata anche a questo di cui queste parti dell’entità di Gesù di Nazaret la vedono incarnare in sé. Nei primi secoli c’erano uomini che erano completamente affidati al piano fisico; poi venivano uomini nei secoli seguenti, che erano accessibili nel loro corpo eterico a ricevere tessuto l’elemento del corpo eterico di Gesù di Nazaret. Più tardi gli uomini erano, per così dire, più ordinati verso il corpo astrale; perciò poteva loro adesso anche l’immagine del corpo astrale di Gesù di Nazaret essere incarnata. Il corpo astrale è il portatore del potere del giudizio. Il potere del giudizio si desta appunto particolarmente nel 12°-14° secolo. Lo potreste vedere anche da un’altra apparizione.
Fino a questo tempo era completamente particolarmente chiaro quali profondità di misteri la Cena contenesse. La Cena era ricevuta così — al massimo in piccolo si discuteva su di essa — che si comprendeva da se stessi tutto ciò che giace nelle parole: «Questo è il mio corpo e questo è il mio sangue…», poiché il Cristo indicava che sarebbe stato unito alla terra, sarebbe stato lo spirito planetario della terra. E poiché il più prezioso che esce dalla terra fisica è la farina, perciò la farina divenne per l’uomo il corpo del Cristo, e il succo che passa per le piante, per le viti, divenne per loro qualcosa del sangue del Cristo. Per mezzo di questo sapere il valore della Cena non veniva diminuito, bensì al contrario aumentato. Qualcosa di queste infinite profondità si sentiva in questi secoli, finché allora il potere del giudizio nel corpo astrale si desta. Da allora in poi sorge anche il dubbio. Da allora in poi cominciò anche la lotta sulla Cena. Pensate a come nell’Hussitismo, come nel Luteranesimo e nelle sue scissioni dello Zwinglianesimo e Calvinismo si discute su cosa la Cena debba essere! Tali discussioni non sarebbero state possibili prima, poiché si aveva ancora un sapere immediato della Cena. Ma qui vediamo confermata una grande legge storica, che dovrebbe essere particolarmente importante per i ricercatori spirituali: finché gli uomini sapevano cos’era la Cena, non discutevano; solo quando avevano perso il sapere immediato della Cena, cominciarono a discutere. Considerate proprio come un segno che non si sa veramente nulla di una cosa, quando si comincia a discutere su questa cosa. Dove c’è sapere, il sapere viene raccontato, e lì non c’è veramente alcuna grande voglia di discutere. Dove c’è voglia di discutere, di regola non c’è sapere della verità. La discussione comincia soltanto con il non-sapere, ed è sempre e ovunque un segno della decadenza riguardante il rigore di una cosa, quando cominciano le discussioni. Lo scioglimento della corrente in questione si annuncia sempre con discussioni. È molto importante che si apprenda sempre di nuovo sul campo spirituale che la volontà di discutere può davvero essere afferrata come un segno di ignoranza; al contrario dovrebbe essere coltivato quello che sta di fronte al discutere, la volontà di imparare, la volontà di poco a poco comprendere di cosa si tratta.
Qui vediamo un grande fatto storico confermato nello sviluppo del cristianesimo medesimo. Possiamo però imparare ancora qualcos’altro, se vediamo come nei caratterizzati secoli del cristianesimo si forma il potere del giudizio — ciò che è nel corpo astrale —, questa sapienza intellettuale tagliente. Benché certamente, se afferriamo realtà, non dogmi, possiamo imparare da ciò che il cristianesimo ha compiuto procedendo avanti. Cosa è diventato della scolastica, se non l’afferriamo secondo il suo contenuto, bensì se l’afferriamo come la coltivazione, l’educazione di capacità? Sapete cosa ne è diventato? Ne è diventata la scienza naturale moderna! La scienza naturale moderna non è affatto pensabile senza la realtà di una scienza cristiana del medioevo. Non soltanto che Copernico era un canonico, che Giordano Bruno era un domenicano; bensì tutte le forme di pensiero con cui ci si è impadroniti degli oggetti naturali dal 15°, 16° secolo in poi non sono altro che ciò che è stato coltivato, allevato dall’11° al 16° secolo dalla scienza cristiana del medioevo. Coloro che non vivono nella realtà, bensì in astrazioni, consultano i libri della scolastica, li confrontano con la scienza naturale moderna e poi dicono: «Haeckel e così via affermano qualcosa di completamente diverso.» Sulla realtà dipende! Un Haeckel, un Darwin, un Du Bois-Reymond, un Huxley e altri sarebbero tutti impossibili, se non fosse andata innanzi la scienza cristiana del medioevo. Poiché il fatto che essi possano pensare così lo devono alla scienza cristiana del medioevo. Questa è la realtà. L’umanità ha imparato a pensare in senso vero e proprio su questo.
La cosa va ancora avanti. Leggete David Friedrich Strauss. Provate a guardare il modo come pensa. Provate a chiarirvi le sue formazioni di pensiero: come vuole rappresentare che l’intera vita di Gesù di Nazaret sia un mito. Sapete da dove ha l’acutezza di pensiero? L’ha dalla scienza cristiana del medioevo. Tutto ciò con cui oggi si combatte il cristianesimo così radicalmente è stato imparato dalla scienza cristiana del medioevo. Oggi non potrebbe veramente esserci alcun nemico del cristianesimo a cui non si potrebbe facilmente mostrare che non potrebbe pensare come pensa se non avesse imparato le forme di pensiero dalla scienza cristiana del medioevo. Questo vorrebbe dire però considerare la storia del mondo in modo reale.
Cosa è accaduto dal 16° secolo in poi? Dal 16° secolo l’Io medesimo è venuto sempre più in evidenza, così pure l’egoismo umano e così pure il materialismo. Si è disimparato e dimenticato ciò che l’Io aveva assunto come tutto il contenuto: perciò si dovette limitarsi a quello che l’Io poteva osservare, a quello che lo strumento della sensibilità poteva dare all’intelletto ordinario, e solo quello poteva prendere nella dimora interiore. Una cultura dell’egoità è la cultura dal 16° secolo in poi. Cosa ora deve entrare in questo Io? Lo sviluppo cristiano ha percorso uno sviluppo nel corpo fisico esteriore, uno sviluppo nel corpo eterico, uno in quello astrale, ed è penetrato fino all’Io. Ora esso deve riprendere i misteri e i segreti del cristianesimo medesimo. Ora deve essere possibile fare dell’Io un organo ricettivo del Cristo, dopo che per un po’ l’Io ha imparato a pensare per mezzo del cristianesimo e ha applicato i pensieri al mondo esteriore. Ora questo Io deve di nuovo trovare la saggezza che è la saggezza originale del grande Avatar, del Cristo medesimo. E per mezzo di cosa ciò deve accadere? Per mezzo dell’approfondimento spirituale-scientifico del cristianesimo. Accuratamente preparato attraverso i tre stadi dello sviluppo fisico, eterico e astrale, sarebbe allora una questione di permettere all’organo interno di rivelarsi all’uomo, per osservare ora il suo ambiente spirituale con quello sguardo che il Cristo può aprirgli. Come la massima entità Avatar il Cristo è disceso sulla terra. Orientiamoci su questa prospettiva: cerchiamo così di guardare il mondo come possiamo guardarlo se abbiamo riassunto il Cristo in noi. Allora troviamo l’intero corso del divenire del mondo pervaso e saturato dall’entità del Cristo. Questo significa che descriviamo come poco a poco è sorto sul Saturno il corpo fisico dell’uomo, come sul Sole il corpo eterico si aggiungeva, sulla Luna il corpo astrale e sulla Terra l’Io si è aggiunto; e troviamo come tutto questo tende verso il fine di diventare sempre più indipendente e individuale, per incorporare al divenire terrestre quella saggezza che va dal Sole alla Terra. Per così dire al centro prospettico della contemplazione del mondo deve diventare per l’Io liberatosi del tempo moderno il Cristo e il cristianesimo.
Così voi vedete come il cristianesimo si è preparato poco a poco a quello che deve diventare. Con la sua capacità di conoscenza fisica il cristiano nei primi secoli ha assunto il cristianesimo, poi più tardi con la sua capacità di conoscenza eterica e con la sua capacità di conoscenza astrale attraverso il medioevo. Allora il cristianesimo nella sua vera forma è stato per un poco respinto, fino a che l’Io fosse stato educato per mezzo dei tre corpi nel corso dello sviluppo successivo alla cristianità. Ma dopo che questo Io ha imparato a pensare e a dirigere lo sguardo nel mondo oggettivo verso l’esterno, esso è ora maturo anche in questo mondo oggettivo per percepire ciò che è strettamente connesso con l’entità del punto centrale, con l’entità del Cristo: il Cristo nelle più svariate forme dovunque come il fondamento.
Con ciò stiamo al punto di partenza proprio della comprensione e conoscenza spirituale-scientifica del cristianesimo, e riconosciamo quale compito, quale missione è assegnata a questo movimento per la conoscenza dello spirito. Con ciò riconosciamo contemporaneamente la realtà di questa missione. Come il singolo uomo ha corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io e poco a poco sale a sempre più alte altezze, così è anche nel corso storico dello sviluppo del cristianesimo. Si potrebbe dire: anche il cristianesimo ha un corpo fisico, un corpo eterico, un corpo astrale e un Io, un Io che persino può rinnegare la sua origine come nel nostro tempo, come in generale l’Io può diventare egoistico, ma tuttavia un Io che al medesimo tempo può anche assumere la vera entità del Cristo in sé e salire a sempre più alti gradi dell’essere. — Quello che l’uomo è singolarmente, quello è il grande mondo tanto nella sua totalità come nel corso del suo divenire storico.
Se noi consideriamo la cosa così, ci si apre dal punto di vista spirituale-scientifico una larga prospettiva di futuro. E noi sappiamo come questo può afferrare il nostro cuore e riempirci di entusiasmo. Capiamo sempre più e più ciò che abbiamo da fare, e sappiamo pure che non andiamo nel buio a tastoni. Poiché non ci siamo costruiti idee che vogliamo arbitrariamente mettere nel futuro, bensì vogliamo avere quelle idee e seguire soltanto quelle che poco a poco attraverso i secoli dello sviluppo cristiano sono state preparate. Così vero come l’Io deve prima apparire e poco a poco svilupparsi fino all’Io spirituale, spirito vitale e uomo spirituale, dopo che il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale erano stati dapprima presenti, così vero è che il moderno uomo, con la sua forma di Io, con il suo pensiero attuale, solo poteva svilupparsi dalla forma astrale, eterica e fisica del cristianesimo. L’Io è diventato il cristianesimo. Così vero come questo era lo sviluppo dal passato, così vero è che la forma di Io dell’umanità poteva soltanto apparire dopo che la forma astrale ed eterica del cristianesimo era stata sviluppata. Il cristianesimo continuerà a svilupparsi nel futuro, offrirà ancora cose completamente diverse all’umanità, e lo sviluppo cristiano e l’atteggiamento cristiano alla vita risorgeranno in nuova forma: appariranno il corpo astrale trasformato come l’Io spirituale cristiano, il corpo eterico trasformato come lo spirito vitale cristiano. E in una prospettiva luminosa e splendente del futuro del cristianesimo brilla dinanzi alla nostra anima, come la stella verso cui tendiamo, l’uomo spirituale, completamente illuminato e pervaso dallo spirito del cristianesimo.
Noi vogliamo oggi qui occuparci della questione che riguarda ciò che l’uomo del tempo presente ha effettivamente dalla scienza dello spirito, come qui è intesa; e vogliamo oggi rispondere a questa questione sulla base di molti insegnamenti che abbiamo conosciuto nel corso dei nostri insegnamenti, in particolare dell’ultimo inverno. Inizialmente potrebbe sembrare all’uomo che questa scienza dello spirito fosse una concezione del mondo come altre concezioni del mondo del tempo presente. Si potrebbe pensare: gli enigmi dell’essere esistono; gli uomini tentano con i mezzi più vari di cui dispongono, su vie religiose, su vie scientifiche, di rispondere a questi enigmi dell’essere, oppure, come si dice, gli uomini cercano così di soddisfare il loro desiderio di conoscenza, la loro sete di sapere. Si potrebbe ora presentare questa scienza dello spirito proprio come altre concezioni del mondo del tempo presente — si chiamino esse materialismo, monismo, spiritualismo, idealismo, realismo e così via —, si potrebbe presentarla come altre concezioni del mondo del tempo presente, come qualcosa che deve soddisfare la mera sete di sapere. Ma non è così. Bensì in ciò che l’uomo acquisisce per mezzo di questa scienza dello spirito, egli ha un bene della vita positivo e continuamente operante, che non solo soddisfa i suoi pensieri, il suo bisogno di conoscenza, ma è un fattore reale nella vita stessa.
Se vogliamo comprendere ciò, allora oggi dobbiamo fare un passo più ampio. Dobbiamo presentare davanti alla nostra anima il percorso dello sviluppo dell’umanità da un punto di vista ben determinato. L’abbiamo già fatto spesso. Ma oggi vogliamo farlo di nuovo da un altro punto di vista.
Abbiamo più volte sguardato indietro ai tempi che hanno preceduto il grande diluvio atlantico, in cui i nostri antenati, cioè le nostre stesse anime, hanno vissuto nei corpi degli antenati nel vecchio continente atlantico tra l’Europa, l’Africa e l’America. E abbiamo sguardato indietro a quei tempi ancora più antichi che noi designiamo come i tempi lemurani, in cui le anime umane che ora sono incarnate stavano su un gradino molto inferiore dell’essere rispetto a oggi. A questo periodo vogliamo oggi tornare ancora una volta. Vogliamo anzitutto dirci: l’uomo ha conseguito il suo attuale grado della vita sentimentale, della vita volitiva, dell’intelligenza, sì la sua attuale forma, grazie al fatto che nell’essere terrestre hanno partecipato quelle entità spirituali che stanno più in alto nel cosmo rispetto all’uomo. Quali entità spirituali partecipino a ciò, l’abbiamo spiegato più volte. Abbiamo parlato degli spiriti che noi chiamiamo i Troni, gli spiriti della saggezza, gli spiriti del movimento, della forma, della personalità e così via.
Questi sono i grandi costruttori e architetti dell’essere, queste sono quelle entità che passo dopo passo hanno portato in avanti la nostra razza umana fino al nostro attuale stadio dell’essere. Ora oggi dobbiamo presentare a noi stessi con piena chiarezza che altri spiriti e altre entità sono ancora intervenuti rispetto a quelli che portano in avanti lo sviluppo umano. In una certa maniera sono intervenute entità spirituali, che si oppongono nemicamente ai poteri spirituali che avanzano. E possiamo, per ognuno di questi periodi — tanto per l’era lemurana quanto per l’era atlantica come anche per il nostro tempo post-atlantico in cui viviamo —, indicare quali entità spirituali hanno portato gli impedimenti, quali entità spirituali si opposero nemicamente a quelle che volevano semplicemente portare in avanti l’umanità.
Nell’era lemurana, nel primo periodo che oggi ci occupa nell’essere terrestre, sono intervenute nello sviluppo umano le entità luciferine. Esse si contrappongono in una certa relazione nemicamente a quei poteri che allora volevano semplicemente portare in avanti l’uomo. Nell’era atlantica gli spiriti che noi designiamo come gli spiriti di Ahrimane o anche di Mefistofele si opposero nemicamente ai poteri che avanzavano. Spiriti ahrimanici, spiriti mefistofelici, sono quelli che propriamente, se si prendono i nomi nel loro significato esatto, nella concezione medievale furono chiamati gli spiriti di Satana, che non deve essere confuso con Lucifero.
Nel nostro tempo via via ancora altre entità spirituali verranno a ostacolare in maniera opprimente l’avanzamento. Di esse parleremo più tardi. Ora inizialmente ci domanderemo cosa propriamente questi spiriti luciferini abbiano operato nel vecchio era lemurana.
Vogliamo oggi affrontare tutto questo da un punto di vista ben determinato. Dove propriamente sono intervenuti gli spiriti luciferini nell’era lemurana? Capirete meglio di cosa si tratti quando ancora una volta lascerete il vostro sguardo vagare indietro, su come l’uomo si è sviluppato.
Sapete come l’uomo si è sviluppato nel vecchio Saturno per il fatto che i Troni hanno versato fuori la loro propria sostanza, e che lì è stata posta la prima fondazione al corpo fisico umano. Sappiamo che poi gli spiriti della saggezza sul Sole gli hanno impresso il corpo eterico o corpo vitale, che gli spiriti del movimento sulla vecchia Luna gli hanno impresso il corpo astrale. Ora spettava agli spiriti della forma, sulla Terra, di dare all’uomo l’Io, affinché l’uomo, per il fatto che si distingueva dal suo ambiente, potesse in una certa maniera divenire un essere autonomo. Ma se l’uomo, anche attraverso gli spiriti della forma, fosse divenuto un essere autonomo rispetto al mondo esterno, rispetto a ciò che lo circonda sulla Terra, egli attraverso questi spiriti della forma non sarebbe mai divenuto un essere autonomo rispetto a loro stessi: sarebbe rimasto dipendente da loro, sarebbe stato guidato e condotto da loro con fili. Che questo non sia accaduto, è l’effetto in una certa relazione persino benefico del fatto che nel tempo lemurano le entità luciferine si sono opposte agli spiriti della forma. Queste entità luciferine hanno dato all’uomo la possibilità della sua libertà. Certo, hanno dato all’uomo insieme a questo anche la possibilità del male, la possibilità della caduta nelle passioni sensibili e nei desideri. In cosa propriamente sono intervenuti questi spiriti luciferini?
Sono intervenuti in ciò che era stato dato per ultimo all’uomo, nel corpo astrale, che allora era in una certa relazione l’interiore più profondo dell’uomo. Lì si sono fissati, lì hanno preso possesso. Di questo corpo astrale avrebbero altrimenti, se le entità luciferine non fossero venute, preso possesso soltanto gli spiriti della forma. Avrebbero impresso a questo corpo astrale quelle forze che davano all’uomo il volto umano, che rendevano l’uomo l’immagine degli dèi, degli spiriti della forma. Tutto questo sarebbe divenuto dell’uomo, ma l’uomo sarebbe rimasto dipendente da questi spiriti della forma per tutta la vita, per tutte le eternità.
Ora gli spiriti luciferini si sono insinuati come quasi nascostamente nel corpo astrale, in modo che ora due tipi di entità agivano nel corpo astrale: quelle entità che spingono l’uomo in avanti, e quelle entità che nell’inarrestabile spinta in avanti ostacolano sì l’uomo, ma in cambio rendevano la sua autonomia una cosa interiormente consolidata. Se le entità luciferine non fossero venute, l’uomo sarebbe rimasto nello stato dell’innocenza e della purezza nel suo corpo astrale. Nessuna passione sarebbe sorta in lui che l'avrebbe indotto a desiderare ciò che soltanto sulla Terra può trovare. Per così dire, più denso, più basso, gli spiriti luciferini hanno reso le passioni, i desideri e i piaceri. L’uomo sarebbe rimasto così, se le entità luciferine non fossero venute, che avrebbe continuamente desiderato salire verso la sua patria, verso i regni spirituali da cui era disceso. Non avrebbe trovato piacere in ciò che lo circonda sulla Terra, non avrebbe potuto possibilmente trovare interesse nelle impressioni terrene. A questo interesse, a questo desiderio delle impressioni terrene egli è giunto attraverso gli spiriti luciferini. Essi l'hanno spinto nella sfera terrena per il fatto che hanno compenetrato il suo interiore più profondo, il suo corpo astrale. Come è avvenuto che in quel tempo l’uomo non è completamente caduto dagli spiriti della forma o in generale dai regni spirituali superiori? Come è avvenuto che l’uomo non è completamente caduto nei suoi interessi e nei suoi desideri del mondo sensibile?
Questo è avvenuto per il fatto che gli spiriti che volevano portare l’uomo in avanti hanno preso le loro contromisure. Hanno preso le loro contromisure nel modo che hanno compenetrato l’essenza umana con qualcosa che altrimenti non sarebbe stato in questa essenza umana: l’hanno compenetrata di malattia e sofferenza e dolore. Questo è divenuto il contrappeso necessario contro le azioni degli spiriti luciferini.
Gli spiriti luciferini hanno dato all’uomo il desiderio sensibile; le entità superiori hanno preso le loro contromisure nel senso che l’uomo non poteva incondizionatamente cadere in questo mondo sensibile: mettendo nel seguito dei desideri sensibili e degli interessi sensibili malattia e sofferenza, in modo che nel mondo vi sia esattamente tanta sofferenza e tanto dolore quanta mera sete per il mondo fisico, sensibile. Ambedue tengono perfettamente l’equilibrio reciproco; di nessuno ve ne è più nel mondo: tanti desideri sensibili, tante passioni sensibili quanta malattia e dolore. Questa era l’interazione reciproca degli spiriti luciferini e degli spiriti della forma nell’era lemurana. Se questi spiriti luciferini non fossero venuti, l’uomo non sarebbe disceso così presto nella sfera terrena. La sua passione, il suo desiderio per il mondo sensibile ha fatto sì che aprisse gli occhi prima, che potesse prima vedere l’intero cerchio dell’essere sensibile. L’uomo avrebbe, se fosse andato regolarmente secondo gli spiriti che avanzano, visto l’ambiente solo dalla metà del tempo atlantico in poi. Ma l'avrebbe visto spiritualmente, non come oggi: l'avrebbe visto in modo che per lui fosse dappertutto l’espressione di entità spirituali. Per il fatto che l’uomo è stato anticipatamente riposto nella sfera terrena, per il fatto che i suoi interessi terreni e i suoi desideri l'hanno spinto in basso, per questo è accaduto diversamente da come altrimenti sarebbe accaduto dalla metà del tempo atlantico.
Per questo gli spiriti ahrimanici, quegli spiriti che possono anche essere designati come spiriti mefistofelici, si sono mescolati in ciò che l’uomo poteva vedere e comprendere. Per questo l’uomo cadde nell’errore, cadde in ciò che si potrebbe propriamente chiamare il peccato consapevole. Così dalla metà del tempo atlantico in poi agisce sull’uomo la schiera degli spiriti ahrimanici. A cosa ha sedotto questa schiera degli spiriti ahrimanici l’uomo? L'ha sedotto a tenere ciò che è nel suo ambiente per materiale, per esteriormente materiale, a non guardare attraverso questo materiale verso i veri fondamenti del materiale, verso lo spirituale. Se l’uomo vedesse in ogni pietra, in ogni pianta e in ogni animale lo spirituale, non sarebbe mai caduto nell’errore e così nel male, bensì l’uomo sarebbe rimasto preservato — se solo gli spiriti che avanzano avessero agito su di lui — davanti a quelle illusioni a cui deve sempre cadere se basa la sua opinione solo sulla testimonianza del mondo sensibile.
Cosa hanno intrapreso invece le entità spirituali che volevano mantenere l’uomo nel suo avanzamento, contro questa seduzione, contro l’errore e l’illusione che provengono dal sensibile? Hanno fatto in modo che l’uomo sia effettivamente ora prima messo nella giusta posizione — naturalmente questo è venuto lentamente e gradualmente, ma qui stanno le forze per cui questo è venuto — per così dire a vincere la possibilità di guadagnare dalla sfera sensibile nuovamente la possibilità di superare l’errore e il peccato e il male, cioè hanno dato all’uomo la possibilità di portare e di affrontare il suo karma. Così come le entità che dovevano riparare la seduzione degli spiriti luciferini hanno portato sofferenza e dolore, sì anche la morte nel mondo, così le entità che dovevano riparare ciò che fluisce dall’errore sul mondo sensibile hanno dato all’uomo la possibilità di eliminare attraverso il suo karma ogni errore, di cancellare nuovamente ogni male che ha compiuto nel mondo. Poiché cosa sarebbe accaduto se l’uomo fosse caduto solo nel male, nell’errore? Allora l’uomo sarebbe divenuto gradualmente, per così dire, uno con l’errore, non avrebbe potuto impossibilmente avanzare; poiché con ogni errore, con ogni menzogna, con ogni illusione ci poniamo noi stessi un ostacolo all’avanzamento. Torneremmo indietro nel nostro avanzamento di tanto quanto ci poniamo ostacoli sul cammino attraverso l’errore e il peccato, se non fossimo nella posizione di correggere l’errore e il peccato; cioè non potremmo effettivamente raggiungere la meta dell’uomo. Sarebbe impossibile raggiungere ciò che la meta dell’uomo è, se non agissero le forze opposte, le forze del karma.
Pensate una volta: voi commettete un’ingiustizia in una vita. Questa ingiustizia che avete commesso significa, se rimanesse così nella vostra vita, niente di meno che voi abbiate perso il passo che avreste fatto in avanti se non aveste commesso l’ingiustizia. E con ogni ingiustizia perdereste un passo, e vi sarebbe provveduto che venissero compiuti un numero sufficiente di passi all’indietro. Se la possibilità non fosse data di elevare se stessi al di sopra dell’errore, allora alla fine l’uomo dovrebbe sprofondare nell’errore. Ma così è intervenuta la benedizione del karma. Cosa significa questa benedizione per l’uomo? Il karma è qualcosa di cui l’uomo dovrebbe aver paura, dinanzi a cui l’uomo dovrebbe rabbrividire? No! Il karma è una potenza per cui l’uomo dovrebbe propriamente essere grato ai piani mondiali. Poiché il karma ci dice: «Hai commesso un errore — Dio non si può beffeggiare! Ciò che hai seminato, questo devi anche raccogliere.» Questo errore fa sì che tu debba correggerlo; allora l'avrai cancellato dal tuo karma e potrai di nuovo avanzare un poco.
Senza karma il nostro avanzamento nel corso umano sarebbe impossibile. Il karma ci reca la benedizione che ogni errore dobbiamo di nuovo riparare, che tutto ciò che abbiamo fatto all’indietro dobbiamo di nuovo annientare. Così il karma è insorto come conseguenza delle azioni di Ahrimane.
Ora andiamo oltre. Nel nostro tempo andiamo incontro a quell’era in cui altre entità ancora si dirigeranno verso l’uomo, entità che sempre più e più nello sviluppo umano, che ci sta dinanzi, interferiranno nello sviluppo umano. Esattamente come gli spiriti luciferini sono intervenuti nell’era lemurana, gli spiriti ahrimanici nell’era atlantica, così via via anche nel nostro tempo interverranno entità. Facciamoci chiaro cosa saranno queste entità.
Delle entità che nell’era lemurana sono intervenute dovevamo dire: esse si sono fissate nel corpo astrale dell’uomo, hanno trascinato in basso nella sfera terrena i suoi interessi, i suoi desideri e i suoi piaceri. In cosa più precisamente si sono fissate queste entità luciferine?
Potete comprenderlo solo se mettete alla base questa suddivisione che vi è data nel mio libro « Teosofia ». Lì è mostrato che al primo posto dobbiamo distinguere nell’uomo il suo corpo fisico, poi il suo corpo eterico o corpo vitale e il suo corpo astrale, o come l’ho lì chiamato, il corpo sentimentale o corpo animico.
Se consideriamo questi tre membri, questi sono esattamente i tre membri che erano stati dati all’uomo prima del suo corso terreno. Ciò che è chiamato corpo fisico fu fondato sul vecchio Saturno, ciò che è chiamato corpo eterico fu fondato sul Sole, e ciò che è chiamato corpo sentimentale o corpo animico fu fondato sulla vecchia Luna. Ora sulla Terra via via sono aggiunti l’anima sentimentale, che propriamente è una rielaborazione inconscia del corpo sentimentale. Nell’anima sentimentale si è fissato Lucifero; qui si è insinuato, qui siede dentro. Oltre è risultata dalla rielaborazione inconscia del corpo eterico l’anima della ragione. Cose più precise sono dette al riguardo nel trattato « L’educazione del bambino ». In questo secondo membro dell’anima umana, l’anima della ragione, cioè nella parte rielaborata del corpo eterico, là Ahrimane si è fissato. Là siede dentro e conduce l’uomo a giudizi falsi su ciò che è materiale, lo conduce all’errore e al peccato e alla menzogna, a tutto ciò che propriamente proviene dall’anima della ragione o dell’anima sentimentale. In tutto ciò, per esempio, che l’uomo si abbandona all’illusione che la materia sia la cosa corretta, abbiamo insinuazioni di Ahrimane, di Mefistofele. In terzo luogo entra in linea l’anima della coscienza, che consiste in una rielaborazione inconscia del corpo fisico. Vi è ricordo come avvenne questa rielaborazione. Verso la fine del tempo atlantico il corpo eterico della testa entrò completamente nel capo fisico e gradualmente trasformò il corpo fisico in modo che esso divenisse un’entità conscia di sé. Su questa rielaborazione inconscia del corpo fisico, sull’anima della coscienza lavora ancora oggi l’uomo essenzialmente. E nel tempo che ora verrà, si insinueranno in questa anima della coscienza e così in ciò che si chiama l’Io umano — poiché l’Io va oltre nell’anima della coscienza — quelle entità spirituali che si chiamano gli Asura. Gli Asura svilupperanno il male con una forza molto più intensa degli stessi poteri satanici dell’era atlantica o ancor meno degli spiriti luciferini dell’era lemurana.
Il male che gli spiriti luciferini portarono all’uomo insieme con la benedizione della libertà, essi lo getteranno completamente via nel corso del tempo terreno. Il male che gli spiriti ahrimanici portarono può essere gettato via nel corso della necessità karmica. Il male però che i poteri asurei portano non può essere così espiato. Se i buoni spiriti diedero all’uomo sofferenze e dolori, malattia e morte, affinché egli potesse svilupparsi verso l’alto nonostante la possibilità del male, se i buoni spiriti diedero la possibilità del karma contro i poteri ahrimanici per equilibrare nuovamente l’errore — contro gli spiriti asurei questo nel corso dell’essere terrestre non sarà così facile. Poiché questi spiriti asurei faranno sì che ciò che è afferrato da loro — ed è la profondità più intima dell’uomo, l’anima della coscienza con l’Io — fa sì che l’Io si unisca con la sensualità della Terra. Pezzo per pezzo verrà strappato fuori dall’Io, e nella misura stessa in cui gli spiriti asurei si fissano nell’anima della coscienza, nella stessa misura l’uomo sulla Terra deve lasciar dietro pezzi del suo essere. Ciò che cadrà nei poteri asurei sarà irrimediabilmente perso. Non che l’uomo intero abbia bisogno di cadere loro, ma pezzi verranno tagliati fuori dallo spirito dell’uomo attraverso i poteri asurei. Questi poteri asurei si annunciano nel nostro tempo attraverso lo spirito che vigila e che potremmo chiamare lo spirito della mera vita nella sensualità e dell’oblio di tutte le vere entità spirituali e mondi spirituali. Si potrebbe dire: oggi è ancora più teoricamente che i poteri asurei seducono l’uomo. Oggi gli prospettano in molti modi che il suo Io fosse il risultato del mero mondo fisico. Oggi lo seducono a una sorta di materialismo teorico. Ma nel corso ulteriore — e questo si annuncia sempre più attraverso le selvagge passioni della sensualità che sempre più e più scendono sulla Terra — l’uomo oscurerà lo sguardo davanti alle entità spirituali e ai poteri spirituali. L’uomo non saprà e non vorrà sapere di un mondo spirituale. Sempre più e più non solo insegnerà che le più alte idee morali dell’uomo sono solo formazioni superiori degli istinti animali, non insegnerà solo che il pensiero umano è solo una trasformazione di ciò che anche l’animale ha, non insegnerà solo che l’uomo non solo di forma è affine all’animale, ma che della sua intera essenza discende dall’animale, bensì l’uomo prenderà sul serio questa visione del mondo e vivrà così.
Oggi non vive ancora nessuno nel senso della proposizione che l’uomo nella sua essenza discende dall’animale. Ma questa concezione del mondo verrà certamente, e avrà come seguito che gli uomini con questa concezione del mondo vivranno anche come animali, sprofonderanno nei semplici istinti animali e nelle passioni animali. E in molte cose che qui non hanno bisogno di essere ulteriormente caratterizzate, che si manifestano ora specialmente nei luoghi delle grandi città come orge selvagge di sensualità priva di scopo, vediamo già un infernale bagliore grottesco di quegli spiriti che noi designiamo come asurei.
Rivolgiamo ancora una volta lo sguardo indietro. Noi abbiamo detto che erano gli spiriti che volevano portare in avanti l’uomo che gli hanno mandato sofferenze e dolori e anche la morte. Nel documento biblico è chiaramente annunciato: «Partorirai nella sofferenza!» — La morte è venuta nel mondo. Questo è ciò che quei poteri, che si oppongono ai luciferini, hanno inflitto all’uomo. Chi ha dato all’uomo il karma, chi ha dato all’uomo la possibilità che vi sia un karma? Capirete solo ciò che ora è detto se non vi attenete in maniera pedante ai concetti terreni di tempo. Con il concetto terreno di tempo l’uomo crede che ciò che accade qua o là una volta possa avere effetto solo rispetto a ciò che segue. Nel mondo spirituale è così che ciò che accade mostra già prima gli effetti, che essi sono già prima presenti negli effetti. Da dove viene la benedizione del karma? Da quale forza effettivamente nel nostro sviluppo terreno è nata questa benedizione che vi sia un karma? Da nessun’altra forza nel tutto dello sviluppo viene il karma se non da Cristo.
Anche se Cristo apparve più tardi, era sempre presente nella sfera spirituale della Terra. Già nei vecchi oracoli atlantici gli oracoli sacerdoti parlavano dallo spirito del Sole, da Cristo. I santi Rishi nella cultura indiana parlavano di Vishva Karman; Zarathustra parlò in Persia di Ahura Mazdao. Hermes parlò di Osiride; e parlavano di quella forza che per il suo Eterno è l’equilibrio di tutto ciò che è naturale, di quella forza che vive in « Ehjeh asher ehjeh », il precursore di Cristo, Mosè. Tutti parlavano di Cristo; ma dove era da trovarsi in questi antichi tempi? Solo dove l’occhio spirituale poteva guardare dentro, nel mondo spirituale. Nel mondo spirituale era sempre da trovarsi, ed era operante nel mondo spirituale, operante dal mondo spirituale. È ciò che ha già mandato in giù la possibilità del karma all’uomo prima ancora che egli apparisse sulla Terra. Poi apparve sulla Terra stesso, e sappiamo cosa è divenuto per l’uomo per il fatto che apparve sulla Terra. Abbiamo descritto i suoi effetti nella sfera terrena stessa. Abbiamo presentato il significato dell’evento del Golgota. Abbiamo descritto il suo effetto anche su coloro che allora, quando l’evento del Golgota accadde, non erano incarnati nel corpo terreno, ma erano nel mondo spirituale. Sappiamo che nell’istante in cui sul Golgota il sangue fluì dalle ferite, lo spirito di Cristo apparve negli inferi, e abbiamo detto: allora attraversò l’intero mondo dello spirito come un illuminamento, come un chiarimento; in breve, abbiamo detto che l’apparizione di Cristo sulla Terra è l’evento più importante, anche per il mondo che l’uomo percorre tra la morte e la nuova nascita.
È un effetto completamente reale quello che emanerà da questo Cristo. Abbiamo solo da domandarci ciò che sarebbe accaduto alla Terra se Cristo non fosse apparso. Propriamente nell’immagine speculare di una Terra senza Cristo potete misurare l’intero significato dell’apparizione di Cristo. Prendiamo una volta per dato che Cristo non fosse apparso, che l’evento del Golgota non avesse avuto luogo nel tempo in cui Cristo è apparso.
Prima dell’apparizione di Cristo era per le anime degli uomini più progrediti, che si erano conquistati il più profondo interesse per la vita terrena, nel mondo spirituale in modo che effettivamente il detto del greco si adattasse a loro: «È meglio essere un mendicante nel mondo superiore che un re nel regno delle ombre.» Poiché sole e in un ambiente tenebroso si sentivano le anime nel mondo spirituale, prima che l’evento del Golgota intervenisse. Il mondo spirituale non era allora nella sua interezza lucido e luminoso, trasparente per quelli che, entrando per la porta della morte, vi entravano. Ognuno si sentiva solo, spinto indietro in se stesso, come un muro era eretto davanti a ogni altro. E questo sarebbe divenuto sempre più forte. Gli uomini si sarebbero irrigiditi nel loro Io, gli uomini sarebbero stati completamente ricacciati in se stessi, nessuno avrebbe trovato il ponte verso l’altro. Gli uomini sarebbero stati di nuovo incarnati, e se l’egoismo prima era già molto grande, sarebbe divenuto smisurato con ogni nuova incarnazione.
L’intero essere terrestre avrebbe reso gli uomini sempre più e più gli egoisti più selvaggi. Nessuna prospettiva sarebbe stata che mai sulla terra sarebbe nata una fratellanza, un’armonia interiore delle anime; poiché con ogni attraversamento del regno spirituale influssi più forti sarebbero entrati nell’io. Questo sarebbe accaduto in una Terra senza Cristo. Che l’uomo gradualmente ritrovi il cammino da anima ad anima, che guadagni la possibilità di versare la grande forza della fratellanza su tutta l’umanità, questo è dovuto al fatto che Cristo è apparso, che l’evento del Golgota ha avuto luogo. Così Cristo appare come quel potere che rese possibile all’uomo di sfruttare l’essere terrestre nella maniera appropriata, cioè propriamente di formare il karma nella maniera appropriata. Poiché il karma deve essere affrontato sulla Terra. Che l’uomo trovi la forza, nell’essere fisico terreno, di migliorare il suo karma nella maniera appropriata, che guadagni la possibilità di trovare uno sviluppo che avanza, questo lo deve all’efficacia dell’evento di Cristo, della presenza di Cristo nella sfera terrena.
Così vediamo come le più varie forze ed entità lavorano insieme nel corso dello sviluppo dell’umanità. Se Cristo non fosse venuto sulla Terra — lo vediamo ora completamente chiaramente, ciò che prima potevamo solo indicare in generale dicendo: l’uomo sarebbe sprofondato nel suo errore, perché si sarebbe sempre più irrigidito, sarebbe divenuto una sfera a sé, che non avrebbe saputo nulla delle altre entità, completamente chiuso in se stesso. In questo l’errore e il peccato avrebbero spinto l’uomo.
Così Cristo è appunto il capo della luce che conduce via da errore e peccato; e per questo l’uomo è capace di trovare il cammino verso l’alto. Ora ci domandiamo: cosa ha perduto l’uomo per il fatto che è sceso dal mondo spirituale, che si è aggrovigliato sotto l’influsso di Lucifero nei desideri e nelle passioni e poi attraverso l’influsso di Ahrimane nell’errore, nell’illusione e nella menzogna riguardo al mondo terreno? Ha perso l’intuizione immediata nel mondo spirituale, ha perso l’intendimento del mondo spirituale.
Cosa dunque deve l’uomo riottenere? Deve riottenere l’intero intendimento del mondo spirituale. E l’atto di Cristo può essere afferrato dall’uomo come un essere consapevole di sé soltanto per il fatto che l’uomo giunge alla piena comprensione del significato di Cristo. Certo, la forza di Cristo è presente. La forza di Cristo l’uomo non l’ha portata sulla Terra. La forza di Cristo è venuta sulla Terra proprio attraverso Cristo. Attraverso Cristo la possibilità del karma è venuta nell’umanità. Ma ora l’uomo come un essere consapevole di sé deve conoscere l’essenza di Cristo e il nesso di Cristo con il mondo intero. Solo così l’uomo può effettivamente agire come un Io. Cosa fa l’uomo, se ora, dopo che Cristo era presente, non solo lascia agire la forza di Cristo inconsciamente su di sé, non solo dice: «Sono già contento che Cristo era presente, egli mi redime comunque e provvede a che io avanzi!» — bensì se l’uomo si dice: «Voglio conoscere cos’è Cristo, come discese, voglio attraverso il mio spirito partecipare all’atto di Cristo!» — cosa fa per questo l’uomo?
Ricordatevi che per il fatto che gli spiriti luciferini si insinuarono nel corpo astrale umano, l’uomo è sceso nel mondo sensibile, è certamente potuto cadere nel male, ma ha anche guadagnato la possibilità della libertà conscia. Lucifero è nell’essenza dell’uomo, ha portato giù l’uomo sulla Terra, l'ha aggrovigliato nell’essere terrestre, mettendo in primo luogo le passioni e i desideri che erano nel corpo astrale nella Terra, in modo che Ahrimane poteva attaccare nel corpo eterico, nell’anima della ragione. Ora Cristo è apparso e con lui quel potere che può portare indietro l’uomo nel mondo spirituale. Ma ora l’uomo può, se vuole, conoscere Cristo! Ora l’uomo può raccogliere tutta la saggezza per conoscere Cristo. Cosa fa facendo questo? Qualcosa di enorme! Se l’uomo conosce Cristo, se si immerge realmente nella saggezza per comprendere cos’è Cristo, allora redime se stesso e le entità luciferine attraverso la conoscenza di Cristo. Se l’uomo solo si dicesse: «Sono contento che Cristo era presente, mi faccio redimere inconsciamente!» — allora l’uomo non contribuirebbe mai alla redenzione delle entità luciferine. Queste entità luciferine, che hanno portato la libertà all’uomo, gli danno anche la possibilità di usare ora questa libertà in una maniera libera, per compenetrare Cristo. Allora nel fuoco del cristianesimo gli spiriti luciferini sono purificati e raffinati, e ciò che è stato peccato sulla Terra per gli spiriti luciferini sarà trasformato da un peccato in una benedizione. La libertà è guadagnata, ma sarà portata come una benedizione nella sfera spirituale. Che l’uomo possa questo, che sia capace di conoscere Cristo, che Lucifero in una nuova forma sorga di nuovo e possa unirsi come lo Spirito Santo con Cristo, questo l'ha detto Cristo stesso ancora come una profezia a quelli che erano intorno a lui, quando disse: «Potete essere illuminati con il nuovo spirito, con lo Spirito Santo!» — Questo Spirito Santo non è altro che quello attraverso cui è anche compreso ciò che Cristo ha effettivamente compiuto. Cristo non voleva solo agire, voleva anche essere compreso. Perciò appartiene al cristianesimo che lo spirito che ispira gli uomini, lo Spirito Santo, sia inviato agli uomini.
La Pentecoste appartiene nel senso spirituale alla Pasqua e non può essere separata dalla Pasqua. Questo Spirito Santo non è altro che lo spirito luciferino risorto, ora risorto in gloria più pura, più elevata, lo spirito della conoscenza autonoma, della conoscenza sapiente.
Questo spirito Cristo stesso ha ancora profetizzato ai popoli che dovesse apparire dopo di lui, e nel suo senso deve continuare ad agire. E cosa agisce nel suo senso? Se è intesa, agisce nel suo senso la corrente spirituale scientifico-spirituale del mondo! Cos’è la corrente spirituale scientifico-spirituale del mondo? È la saggezza dello spirito, quella saggezza che ciò che altrimenti rimarrebbe inconscio nel cristianesimo lo porta alla consapevolezza piena.
A Cristo porta innanzi la torcia il Lucifero resuscitato, il Lucifero ora trasformato al bene. Cristo stesso lo porta. È il portatore della luce, Cristo è la luce. Lucifero è, come la parola significa, il portatore della luce. Ma questa deve essere il movimento scientifico-spirituale, questo è da comprendere sotto di esso. E coloro che hanno compreso che il progresso dell’umanità dipende dalla comprensione del grande evento del Golgota, sono quelli che come i maestri della saggezza e dell’accordo dei sentimenti sono riuniti nella grande loggia dirigente dell’umanità. E come un tempo, come in un vero simbolo mondiale, le lingue di fuoco si libravano sulla comunità, così vigila ciò che Cristo stesso ha inviato come lo Spirito Santo, come la luce sulla loggia dei Dodici. Il Tredicesimo è il capo della loggia dei Dodici. Lo Spirito Santo è il grande maestro di coloro che noi chiamiamo i maestri della saggezza e dell’accordo dei sentimenti. Loro dunque sono quelli attraverso cui la sua voce e le sue saggezze in questa o quella corrente fluiscono sulla Terra all’umanità. Ciò che è raccolto in saggezze attraverso il movimento scientifico-spirituale per comprendere il mondo e gli spiriti in esso, fluisce attraverso lo Spirito Santo nella loggia dei Dodici, e questo è in ultimo quello che porterà gradualmente l’umanità alla comprensione consapevole e libera di Cristo e dell’evento del Golgota. Così significa fare scienza dello spirito, comprendere che Cristo ha inviato lo spirito nel mondo, in modo che nella vera cristianità stia la pratica della scienza dello spirito. Questo diventerà sempre più e più chiaro agli uomini. Allora comprenderanno che nella scienza dello spirito hanno qualcosa che è un bene della vita positivo. Gli uomini hanno questo dalla scienza dello spirito, che Cristo diviene loro gradualmente conscio come lo spirito che illumina il mondo. E come seguito accadrà che gli uomini su questo globo terrestre, nel mondo fisico in relazione morale, in relazione alla volontà, in relazione intellettuale facciano progressi. Il mondo attraverso la vita fisica diventerà sempre più e più spiritualizzato. Gli uomini diventeranno migliori e più forti e più sapienti, e penetreranno più profondamente e sempre più profondamente nei fondamenti profondi e nelle fonti dell’essere. Porteranno i frutti che si conquistano qui in questa vita sensibile nella vita sovrasensibile e li riporteranno dalla vita sovrasensibile in una nuova incarnazione.
Così la Terra diventerà sempre più e più l’espressione del suo spirito, dello spirito di Cristo. Così la scienza dello spirito sarà gradualmente compresa dalle fondamenta del mondo. Si comprenderà che essa è una potenza reale positiva. Oggi l’umanità è in vari punti prossima a perdere completamente lo spirito. Poco fa è stato detto in una lezione pubblica come gli uomini oggi soffrano della paura dell’eredità. La paura della eredità è proprio un accompagnamento caratteristico del nostro tempo materialistico. Ma basta forse che l’uomo si abbandoni all’illusione: «Non devo avere questa paura»? Tutt’altro: questo non basta. L’uomo che non si cura del mondo spirituale, che non versa nella sua anima ciò che può fluire dalla corrente della scienza dello spirito, è sottomesso a ciò che viene dalla linea di eredità fisica. Unicamente e soltanto per il fatto che l’uomo si permea con ciò che gli può venire dalla corrente dello spirito della scienza dello spirito, si rende signore di ciò che fluisce giù dalla linea di eredità, lo rende insignificante e diviene vincitore su tutto ciò che si presenta al mondo esterno all’uomo attraverso poteri ostacolanti. Non per il fatto che lo filosofeggia, non per il fatto che l'esamina criticamente, non per il fatto che dice: «Esiste uno spirito», l’uomo perviene al dominio sul sensibile; bensì per il fatto che si permea con questo spirito, che effettivamente l'accoglie in sé, per il fatto che ha realmente la volontà di conoscerlo in tutti i dettagli. Allora gli uomini nel mondo fisico diventeranno sempre più sani attraverso la scienza dello spirito. Poiché la scienza dello spirito diventerà essa stessa il rimedio che rende gli uomini belli e sani nel mondo fisico.
Ancora più la potenza reale della scienza dello spirito ci diventerà chiara quando gettiamo uno sguardo a ciò che l’uomo entra quando passa attraverso la porta della morte. Questo è qualcosa che l’uomo oggi difficilmente comprenderà. L’uomo pensa: «Perché ho bisogno di occuparmi di ciò che accade nel mondo spirituale? Quando muoio, vado comunque nel mondo spirituale, allora vedrò e udrò comunque ciò che è lì dentro!» — In innumerevoli variazioni potete sentire questo, quel modo comodo: «Ah, cosa me ne importa prima della mia morte dello spirituale! Vedrò ciò che è in esso; poiché questo non può cambiare il mio rapporto al mondo spirituale, che mi occupi qui di ciò o no!» — Ma non è così. L’uomo che pensa così conoscerà un mondo scuro e fosco. Sarà come se non potesse distinguere molto di ciò che trovate descritto nel mio libro « Teosofia » dei mondi spirituali. Poiché che l’uomo qui nel mondo fisico unisca il suo spirito e la sua anima al mondo spirituale, questo lo rende capace innanzitutto di vedere, mentre qui si prepara. Il mondo spirituale è presente; la capacità di vedervi dentro, dovete conquistarvela qui sulla Terra, altrimenti siete ciechi nel mondo spirituale. Così la scienza dello spirito è la potenza che vi dà innanzitutto la possibilità di penetrare consapevolmente nel mondo spirituale. Se Cristo non fosse apparso nel mondo fisico, l’uomo sprofonderebbe nel mondo fisico, non potrebbe entrare nel mondo spirituale. Ma così è sollevato da Cristo nel mondo spirituale, in modo che lì diventa consapevole, lì può vedere. Questo dipende dal fatto che sa anche unirsi con quello che Cristo ha inviato, con lo spirito; altrimenti è inconscio. L’uomo deve conquistarsi la sua immortalità, poiché un’immortalità che è inconscia non è ancora un’immortalità. Già il Maestro Eckhart ha pronunciato al riguardo la bella parola: «Cosa gioverebbe all’uomo essere un re, se non sapesse di esserlo!» — Ma ha inteso: cosa giova all’uomo il mondo spirituale intero, senza che sappia cosa sono i mondi spirituali. Potete conquistarvi la capacità di visione per il mondo spirituale solo nel mondo fisico. Possano prendere a cuore questo coloro che si domandano: perché allora l’uomo è disceso nel mondo fisico? L’uomo è disceso perché qui possa diventare veggente per il mondo spirituale. Cieco rimarrebbe per il mondo spirituale se non fosse disceso e non si fosse conquistato qui l’essere consapevole di sé, con cui può ritornare nel mondo spirituale, in modo che sia ora luminoso davanti alla sua anima.
Così la scienza dello spirito non è solo una concezione del mondo: è qualcosa senza cui l’uomo nella sua parte immortale non può sapere nulla dei mondi immortali. Una potenza reale è la scienza dello spirito, qualcosa che come una realtà fluisce nell’anima. E mentre qui sedete e praticate la scienza dello spirito, non solo apprendete qualcosa di sapere, bensì crescete fino a diventare quello che altrimenti non sareste. Questa è la differenza tra la scienza dello spirito e altre concezioni del mondo. Tutte le altre concezioni del mondo si riferiscono al sapere; l’antroposofia si riferisce all’essere dell’uomo.
Se si mettono insieme le cose nel modo giusto, ci si dovrà dire: proprio in questa illuminazione appaiono Cristo, lo spirito e la scienza dello spirito nel loro complesso in un nesso interiore essenziale. Dinanzi a un tale nesso sparirà tutto ciò che oggi può essere detto superficialmente, circa che una direzione occidentale intervenga in maniera nemica in una direzione orientale dell’occultismo. Non può essercene alcuna. Non vi sono due occultismi; non ce n’è che uno. E non c’è contrasto tra la scienza dello spirito occidentale e quella orientale. Una sola verità c’è. E se ci si domanda: «Sì, se l’occultismo occidentale e quello orientale sono lo stesso, perché non si riconosce il Cristo nell’occultismo orientale?», quale risposta si deve dare? La risposta che si deve dare non spetta a noi darla. A noi non s’impone il dovere di darne una risposta; poiché noi riconosciamo l’occultismo orientale nella sua completezza. Ci si domanda: riconosciamo ciò che l’occultismo orientale dice su Brahma, su Buddha? Certamente, lo riconosciamo. Capiamo se ci è detto in questo o quel modo che il Buddha è asceso alla sua altezza. Non neghiamo neppure una verità orientale. Stiamo completamente sulla base di riconoscere tutte le verità orientali, in quanto sono positive. Ma questo deve impedirci di riconoscere anche ciò che va oltre? Mai! Riconosciamo ciò che l’occultismo orientale dice, ma solo questo non ci impedisce di riconoscere anche ciò che di verità occidentali esiste, con noi.
Se ci si racconta che sia una comprensione bassa degli orientalisti dire che il Buddha sia andato a rovina per eccesso di carne di maiale — come i dotti signori riportano — e siamo istruiti che questo ha una significazione più profonda, il significato che il Buddha ha dato a coloro che gli erano intorno troppa saggezza esoterica, in modo che ebbe una sorta di karma da questo eccesso, allora l'ammettiamo; diciamo: naturalmente stanno dietro le saggezze esoteriche più profonde che voi asserite, voi che siete esoterici orientali. — Ma quando ci si dice che nessuno possa comprendere che Giovanni abbia ricevuto l’Apocalisse sotto fulmine e tuono a Patmos, allora diciamo: chiunque sappia cosa ne è inteso, conosce che questa è una verità. — Noi non neghiamo l’uno; ma non possiamo procedere quando si volesse negare che l’altro è corretto. Non ci pare di opporre qualcosa contro il fatto che sia corretto, quando si dice che il corpo astrale di Buddha è stato conservato e più tardi incorporato nello Shankaracharya. Ma questo non può impedirci di insegnare che il corpo astrale di Gesù di Nazaret è stato conservato ed è apparso in svariate immagini, ed è stato incorporato in diversi che allora agirono nel senso del cristianesimo, come Francesco d’Assisi o Elisabetta di Turingia. Non neghiamo alcuna verità dell’esoterismo orientale; neghiamo tutt’al più ciò che esso nega dell’esoterismo occidentale. Se ci si domanda dunque: «Perché è negato qualcosa? Perché è presente un’inimicizia?» — allora non spetta a noi rispondere. Poiché a noi toccherebbe rispondere se avessimo dentro di noi qualche inimicizia. Non l’abbiamo! Il dovere di rispondere ha chi nega qualcosa, non chi ammette qualcosa. Questo è completamente ovvio. E da questo punto di partenza nei prossimi giorni potrete portare davanti alla vostra anima il nesso che è tra la scienza dello spirito e l’evento del Golgota, potrete elevare in una sfera più elevata tutta la vocazione e tutta la missione del movimento mondiale scientifico-spirituale per il fatto che è l’esecuzione di quella ispirazione, di quel potere che Cristo ha designato come lo spirito.
Così vediamo come operano insieme potenze nel mondo, come tutto ciò che sembra contrastare l’avanzamento dell’umanità si rivela dopo come una benedizione. Così vediamo anche che nel tempo post-cristiano, di era in era, lo spirito che ha liberato l’uomo riapparirà in una nuova forma — il Lucifero capo della luce portatore troverà la sua redenzione. Poiché tutto ciò che è nel piano mondiale è buono, e il male ha solo la sua sussistenza attraverso un certo tempo. Quindi crede all’eternità del male solo chi confonde il temporale con l’eterno; e quindi colui che non sale da ciò che è temporale a ciò che è eterno non può mai comprendere il male.
Nel corso di questo inverno abbiamo compiuto una lunga serie di osservazioni dal punto di vista della scienza dello spirito, che erano tutte animate da un proposito ben determinato: il proposito di accostare sempre più il nostro sguardo all’uomo nella sua totalità di essere. Da moltissimi angoli differenti abbiamo considerato il grande enigma dell’uomo. Oggi il nostro compito sarà di parlare di qualcosa di assai ordinario nel quotidiano. Ma forse proprio per il fatto che ci attacchiamo a qualcosa di veramente quotidiano, potremo vedere come gli enigmi della vita fondamentalmente ci incontrano a ogni passo, e come noi dovremmo afferrarli per, attraverso il loro superamento, penetrare nelle profondità dell’ordine mondiale. Poiché lo spirituale e il supremo in assoluto non si deve cercare da qualche parte in una lontananza ignota, ma si rivela a noi nelle cose più ordinarie della vita. Nel più piccolo possiamo cercare il più grande, se solo lo comprendiamo. E perciò sia oggi incorporato nel ciclo delle nostre conferenze invernali di quest’anno uno studio sul tema ordinario del ridere e del piangere dal punto di vista della scienza dello spirito.
Il ridere e il piangere sono certamente nella vita dell’uomo cose assai ordinarie. Una comprensione di questi fenomeni in senso più profondo può però darla soltanto la scienza dello spirito, perché soltanto la scienza dello spirito può condurre all’interno dell’essenza più profonda dell’uomo, in quella parte dell’uomo per mezzo della quale egli si distingue chiaramente dai regni che lo circondano su questo globo terrestre. Proprio per il fatto che l’uomo su questo globo terrestre ha acquisito la parte più grande e più intensa della divinità, egli sovrasta i suoi compagni terrestri. Quindi soltanto una conoscenza e una sapienza che si elevino allo spirituale potranno veramente sondare l’essenza dell’uomo. Il ridere e il piangere dovrebbero essere esaminati e osservati seriamente, perché essi soli sono già adatti a eliminare il pregiudizio che vorrebbe portare l’uomo nella sua essenza così vicino alla bestialità. Potranno sottolineare ancora così tanto coloro i cui pensieri desiderano portare l’uomo il più possibile vicino alla bestialità, che troviamo un’intelligenza elevata nei molteplici comportamenti degli animali, un’intelligenza che spesso supera di gran lunga in precisione persino ciò che l’uomo produce per mezzo della sua ragione. Questo non sorprende affatto lo scienziato dello spirito. Poiché egli sa che, quando l’animale compie un’azione intelligente, questa non proviene dall’individualità dell’animale, ma dall’anima di gruppo. È naturalmente assai difficile rendere il concetto di anima di gruppo comprensibile e persuasivo all’osservazione esterna, benché non sia affatto impossibile. Ma una cosa deve essere osservata, poiché è accessibile a ogni osservazione esterna, se la si conduce soltanto in modo sufficientemente ampio: l’animale non piange e non ride. Certamente, ci saranno anche in questo caso persone che vorranno asserire che l’animale pure ride, che l’animale pure piange. Ma con persone del genere, che non si vogliono fare un’idea di ciò che effettivamente è il ridere e il piangere, e che proprio per questo l'attribuiscono all’animale, non si può farci nulla. L’osservatore vero della psiche sa che l’animale non arriva al piangere, ma tutt’al più all’ululato, e non al ridere, ma soltanto al ghigno. Questa distinzione tra ululato e pianto, e tra ghigno e riso, dobbiamo tenerla ben ferma davanti agli occhi. Dobbiamo risalire a eventi molto significativi se vogliamo far luce su ciò che costituisce la vera natura del ridere e del piangere.
Dalle conferenze tenute in diversi luoghi, anche a Berlino, in particolare da quella sulla natura dei temperamenti, è ricordabile che nella vita dell’uomo si devono distinguere due correnti. L’una comprende tutto ciò che appartiene alle proprietà e ai caratteri umani e che si riceve per eredità dai genitori e da altri antenati e che può essere a sua volta trasmesso ai discendenti. L’altra corrente si compone delle proprietà e dei caratteri che l’uomo ha per il fatto che entra nell’esistenza con un’individualità. Essa si avvolge intorno a sé con i caratteri ereditati come con un involucro; le sue proprietà e i suoi caratteri provengono dalle vite precedenti dell’uomo, dalle incarnazioni anteriori.
L’uomo è dunque per l’essenziale una dualità: una natura egli l'eredita dai suoi padri, l’altra natura la porta con sé dalle sue incarnazioni anteriori. Così distinguiamo il vero nucleo essenziale dell’uomo, che passa da una vita all’altra, da un’incarnazione all’altra, da tutto ciò che avvolge l’uomo, che si dispone intorno al suo nucleo essenziale, e che consiste nei caratteri ereditati. Ora è bensì vero che il vero nucleo essenziale individuale, che passa da incarnazione a incarnazione, è già collegato all’uomo come essere fisico prima della nascita dell’uomo, così che non si deve credere che, una volta nato l’uomo, la sua individualità potrebbe essere scambiata in circostanze normali. L’individualità è collegata al corpo umano già prima della nascita.
Ma un’altra cosa è quando questo nucleo essenziale, questa individualità dell’uomo, può cominciare a operare sull’uomo, a configurare l’uomo. Quando dunque il bambino nasce, è già nel bambino, come detto, il nucleo essenziale individuale. Ma esso non può prima della nascita, in quanto tale, far valere, portare a effetto quello che nel penultimo periodo di vita, o in generale nelle vite precedenti, si è appropriato come facoltà; esso deve aspettare fino dopo la nascita. In tal modo possiamo dire: prima della nascita sono attive nell’uomo le cause di tutti quei caratteri e proprietà che appartengono agli ereditati, che possiamo ereditare dal padre, dalla madre e dagli altri antenati. — Benché, come detto, il nucleo essenziale dell’uomo sia tuttavia già presente, esso può entrare nel meccanismo solo quando il bambino è venuto al mondo.
Allora, quando il bambino per così dire ha visto la luce del mondo, questo nucleo essenziale individuale dell’uomo comincia a riconfigurare l’organismo; naturalmente questo si intende in circostanze normali, in casi eccezionali è di nuovo diverso. Qui il nucleo essenziale lavora il cervello e gli altri organi affinché diventino strumenti di questo nucleo essenziale individuale. Perciò vediamo come il bambino alla sua nascita porta ancora principalmente quelle proprietà che ha acquisito per eredità, e come poi sempre più e più le proprietà individuali si lavorano dentro l’insieme dell’organismo. Se volessimo parlare di un operare dell’individualità sull’organismo prima della nascita, questo apparterrebbe a un capitolo completamente diverso. Potremmo ad esempio dire che già la scelta della coppia di genitori fosse un operare dell’individualità. Ma anche questo è fondamentalmente un operare dall’esterno. Tutto l’operare prima della nascita sarebbe, da parte del nucleo essenziale individuale, un operare dall’esterno per mezzo della mediazione ad esempio della madre e così via. Ma il vero operare del nucleo essenziale individuale sull’organismo stesso comincia appunto solo quando il bambino ha visto la luce del mondo. Perciò, proprio perché è così, anche questo vero aspetto umano, l’individuale, può trovare progressivamente la sua espressione nell’uomo soltanto dopo la nascita.
Il bambino ha quindi inizialmente ancora certi caratteri in comune con la bestialità, e sono appunto quei caratteri che trovano la loro espressione in ciò che vogliamo discutere oggi, nel ridere e nel piangere. Nel primo periodo dopo la nascita il bambino non può ridere e piangere nel vero senso della parola. Di regola è soltanto il quarantesimo giorno dopo la nascita che il bambino arriva alle lacrime, e poi anche al sorriso, perché quello che si è trasmesso dalle vite precedenti comincia a operare allora, da allora comincia a penetrare nell’interno della fisicità e da allora rende la fisicità la sua espressione. Proprio questo è ciò che dà all’uomo la sua superiorità sulla bestia: che non possiamo dire dell’animale che un’anima individuale si trasmetta da incarnazione a incarnazione. Ciò che sta alla base dell’animale è l’anima di gruppo, e non possiamo dire che ciò che è individuale nell’animale si reincarna. Esso si ritira nell’anima di gruppo e diventa qualcosa che vive soltanto nell’anima di gruppo dell’animale. Presso l’uomo soltanto rimane conservato ciò che egli si è acquisito in un’incarnazione, e questo va poi, quando l’uomo ha attraversato il Devachan, in una nuova incarnazione. In questa nuova incarnazione esso lavora progressivamente l’organismo, così che non è soltanto l’espressione delle particolarità dei suoi antenati fisici, ma diventa l’espressione delle sue disposizioni individuali, talenti e così via.
Ora è proprio l’attività dell’Io nell’organismo quella che in un essere quale è l’uomo provoca il ridere e il piangere. Soltanto in un essere che abbia l’Io interiormente, in cui l’Io non sia dunque un Io di gruppo come nell’animale, ma dimori interiormente nell’organismo, è possibile il ridere e il piangere. Poiché ridere e piangere non è altro che un’espressione fine, intima dell’Io-ità nella fisicità. Cosa accade ad esempio quando l’uomo piange? Il pianto può nascere soltanto quando l’Io si sente in qualche modo debole di fronte a quello che lo circonda nel mondo esterno. Se l’Io non è nell’organismo, cioè se non è individuale, allora il sentirsi debole di fronte al mondo esterno non può avvenire. L’uomo come possessore di un’Io-ità sente una certa disarmonia, un’incoerenza nel suo rapporto con il mondo esterno. E questo sentimento della disarmonia viene a espressione per il fatto che egli si oppone, che per così dire vuole fare equilibrio. Come fa equilibrio? Per mezzo del fatto che il suo Io contrae il corpo astrale. Possiamo dire: nel dolore che si sfoga nel pianto, l’Io si sente in una certa disarmonia con il mondo esterno, che cerca di compensare contraendo il corpo astrale, comprimendo per così dire le sue forze. — Questo è il processo spirituale che sta alla base del pianto. Prenda ad esempio il pianto come espressione del dolore. Il dolore dovrebbe essere esaminato in ogni singolo caso attentamente se si vuole arrivare al suo fondamento. Il dolore è ad esempio l’espressione dell’essere abbandonati da qualcosa con cui si era insieme finora. Il rapporto armonico dell’Io al mondo esterno sarebbe presente se ciò che abbiamo perso fosse ancora lì. La disarmonia subentra quando abbiamo perso qualcosa e l’Io si sente abbandonato. Ora l’Io contrae le forze del suo corpo astrale, comprime per così dire il corpo astrale per difendersi dal suo abbandono. Questa è l’espressione di un dolore che conduce al pianto: l’Io, il quarto elemento dell’essere umano, contrae il corpo astrale, il terzo elemento, nelle sue forze.
Cos’è il riso? Il riso è qualcosa a cui sta alla base un processo opposto. L’Io fa rilassare il corpo astrale in un certo modo, fa diffondere le sue forze più largamente, lo dilata. Mentre il contrarsi produce lo stato piagnucoloso, il lasciar rilassare, la dilatazione del corpo astrale produce il riso. Questa è la constatazione spirituale. Ogni volta che il pianto è presente, la consapevolezza chiaroveggente può constatare una compressione del corpo astrale per mezzo dell’Io. Ogni volta che il riso è presente, accade una dilatazione, come un farsi più largo, un gonfiarsi del corpo astrale per mezzo dell’Io. Soltanto per il fatto che l’Io è attivo all’interno dell’essere umano, che non agisce come Io di gruppo dall’esterno, il ridere e il piangere vengono a esistenza. Poiché ora l’Io comincia gradualmente a essere attivo nel bambino, poiché alla nascita l’Io non è propriamente ancora attivo, non ha ancora per così dire afferrato i fili che dirigono l’organismo dall’interno, perciò il bambino nei primi giorni non può ridere e non può piangere, ma l'impara soltanto nella misura in cui l’Io diventa padrone dei fili interni che sono dapprima attivi nel corpo astrale. E poiché di nuovo tutto ciò che è spirituale trova nell’uomo la sua espressione nella fisicità, poiché la fisicità è appunto soltanto la fisionomia della spiritualità, lo spirito condensato, queste proprietà che ora sono state descritte si esprimono anche nei processi fisici. E impariamo a comprendere questi processi fisici dallo spirito, se ci rendiamo chiaro quanto segue.
L’animale ha un’anima di gruppo, possiamo anche dire un Io di gruppo. Per mezzo di questo Io di gruppo gli è impressa la sua forma. Perché l’animale ha una forma così determinata, così chiusa in sé? Perché da fuori dal mondo astrale gli è impressa questa forma, e perché allora nel sostanziale deve mantenere questa forma. Nell’uomo è presente una forma che — come abbiamo sottolineato più volte — per così dire abbraccia in sé tutte le altre forme animali in una chiusura armonica. Ma questa intera forma umana armonica, la fisicità umana fisica, deve essere in sé più mobile della fisicità animale. Non deve essere come irrigidita nella forma come la fisicità animale. Lo vediamo già nella fisionomia mobile dell’uomo. Guardate la fisionomia fondamentalmente immobile dell’animale, come vi si presenta nella sua rigidità. E guardate invece la forma umana mobile con i suoi cambiamenti nei gesti, nella fisionomia e così via. Da questo potete dirvi che l’uomo, all’interno dei limiti che gli sono certo assegnati, ha una certa mobilità, che gli è stato lasciato in un certo modo di imprimersi la forma da sé per il fatto che il suo Io dimora in lui. A nessuno verrebbe facilmente in mente di parlare diversamente che tutt’al più comparativamente del fatto che l’intelligenza si esprime individualmente nel viso di un cane o di un pappagallo nella stessa misura in cui nell’uomo. In generale sì, ma non individualmente, perché nel cane, nei pappagalli, nei leoni o negli elefanti appunto il carattere generale predomina. Nell’uomo troviamo il carattere individuale scritto nel suo viso. E vediamo come la sua anima particolare individuale si plasma sempre più e sempre più plasticamente nella sua fisionomia, specialmente in ciò che è mobile nella sua fisionomia. All’uomo è rimasta questa mobilità perché l’uomo può darsi la forma da sé dall’interno. È la superiorità dell’uomo di fronte agli altri regni, che può plasmare e formare se stesso.
Nel momento in cui l’uomo per mezzo del suo Io cambia il rapporto generale delle forze nel suo corpo astrale, allora questo si manifesta anche fisicamente nell’espressione della sua fisionomia. L’espressione ordinaria del viso, la tensione ordinaria dei muscoli che l’uomo ha dalla mattina alla sera devono cambiarsi quando l’Io compie un cambiamento nelle forze del corpo astrale. Se l’Io, al posto di tenerlo nella tensione ordinaria, lo fa rilassare, lo dilata, allora agirà anche con forze minori sul corpo eterico e sul corpo fisico, e la conseguenza di ciò è che certi muscoli, che nella relazione ordinaria delle forze hanno questa o quella posizione, assumono un’altra posizione. Se dunque con una certa espressione emotiva il corpo astrale viene reso più flaccido dall’Io, certi muscoli devono avere una tensione diversa da quella del corso ordinario della vita. Perciò nel riso non è dato nulla d’altro se non l’espressione fisica, l’espressione fisionomica di quel rilassamento del corpo astrale che l’Io stesso produce. È il corpo astrale che dall’interno, sotto l’influsso dell’Io, porta i muscoli dell’uomo in quella posizione in modo che abbiano l’espressione della giornata. Se il corpo astrale riduce la sua forza di tensione, i muscoli si distendono e l’espressione del riso subentra. Il riso è immediatamente un’espressione dell’operare interno dell’Io sul corpo astrale. Quando il corpo astrale è compresso dall’Io sotto l’impressione del dolore, questa compressione si continua nel corpo fisico, e la conseguenza di ciò non è nulla d’altro che la secrezione, l’eliminazione delle lacrime, che in una certa relazione sono come un deflusso del sangue sotto l’influsso del corpo astrale compresso. Così stanno i processi. Perciò solo un essere può ridere e piangere, quello che è in grado di accogliere nella sua essenza l’Io individuale e di operare attraverso questo Io individuale in sé stesso. Da questo comincia l’individualità dell’Io, dove l’essere diviene capace di far tensionare le forze del corpo astrale dall’interno o di lasciarle rilassare. Ogni volta che ci troviamo di fronte a un uomo che ci sorride o che piange, ci troviamo di fronte a questi fatti, la prova della superiorità dell’uomo sulla bestia. Poiché nel corpo astrale dell’animale l’Io opera dall’esterno. Perciò tutte le relazioni di tensione del corpo astrale animale possono essere prodotte soltanto dall’esterno, e l’interno non può formarsi all’esterno come nel ridere e nel piangere.
Ma nel processo del ridere e del piangere si mostra a noi molto di più, se osserviamo il processo respiratorio di chi ride e di chi piange. Lì si mostra a noi in tutta profondità ciò che qui sussiste. Se osservate il respiro di chi piange, vedrete che consiste essenzialmente in un lungo esalare e un breve inspirare. È l’opposto nel ridere: a un breve esalare corrisponde un lungo inspirare. Così il processo respiratorio è qualcosa che si cambia nell’uomo sotto l’influsso di quei processi che abbiamo appena descritto. E voi non dovete fare altro che un po’ di sforzo di fantasia per vedervi facilmente le ragioni per cui deve essere così.
Nel processo del pianto il corpo astrale è contratto, compresso dall’Io. La conseguenza di ciò è come una spremitura dell’aria respiratoria: un lungo esalare. Nel processo del riso è presente un rilassamento del corpo astrale. È appunto come se dall’interno di uno spazio estraeste l’aria, rarefacendo l’aria: allora fischia l’aria dentro. Così è nel lungo inspirare sotto l’influsso del riso. Qui vediamo per così dire, nel cambiamento del processo respiratorio, l’Io agire all’interno del corpo astrale. Ciò che nell’animale è esterno, l’Io di gruppo, noi lo percepiamo nella sua efficacia nell’uomo, vedendo come in questa attività particolare anche il processo respiratorio diventa diverso. Perciò vogliamo una volta esporre questo processo nella sua importanza universale.
Possiamo dire: nell’animale sussiste un processo respiratorio che per così dire è rigorosamente regolato dall’esterno, che non è soggetto all’Io individuale interno nel rapporto oggi descritto. Ciò che sostiene il processo respiratorio, ciò che effettivamente lo regola, quello si chiamava ad esempio nella dottrina segreta del Vecchio Testamento la «Nephesch». Questo è in verità ciò che si chiama l’«anima animale». Così ciò che nell’animale è un Io di gruppo, è la Nephesch. E nella Bibbia è detto correttamente: «E Dio alitò — o soffiò — all’uomo la Nephesch — l’anima animale — dentro, e l’uomo divenne un’anima vivente in se stesso». — Questo naturalmente si capisce molto spesso erroneamente, perché nel nostro tempo non si può leggere in questo modo da questo punto di vista tali scritti profondi, perché si legge unilateralmente. Se ad esempio sta scritto: «E Dio soffiò all’uomo la Nephesch, l’anima animale», questo non significa che l’abbia creata in quel momento, ma essa era già lì. Che non fosse stata lì prima non sta scritto. Essa era presente, esternamente. E ciò che Dio fece fu di trasferire internamente all’uomo ciò che prima era presente come anima di gruppo esternamente. Questo è l’essenziale, comprendere una tale espressione nella sua vera profondità. Si potrebbe domandare: cos’è avvenuto per il fatto che la Nephesch è stata trasferita all’interno dell’uomo? È diventato possibile che l’uomo acquistasse quella superiorità sulla bestia che gli ha reso possibile di sviluppare interiormente il suo Io, di ridere e di piangere e così di provare gioia e dolore in quel modo in cui essi operano su di lui stesso.
Qui arriviamo all’effetto significativo che il dolore e la gioia hanno nella vita. Se l’uomo non avesse il suo Io in sé, allora non potrebbe provare il dolore e la gioia interiormente, ma questi dolori e gioie dovrebbero passare accanto a lui senza essenza. Ma poiché ha il suo Io in sé e dall’interno può lavorare il suo corpo astrale e così tutta la sua fisicità, il dolore e la gioia diventano forze agenti su di lui stesso. Ciò che in un’incarnazione sperimentiamo come dolore e gioia, noi ce l'assimiliamo, noi ce lo portiamo nella prossima incarnazione, opera e crea su di noi. Perciò si potrebbe dire: il dolore e la gioia divennero forze creatrici del mondo nel momento in cui l’uomo imparò a piangere e a ridere, cioè nel momento in cui l’Io dell’uomo fu trasferito nel suo interno. — Qui abbiamo qualcosa di ordinario: il pianto e il riso. Ma non lo comprendiamo se non sappiamo come sta con la parte spirituale vera dell’uomo, ciò che effettivamente accade tra l’Io e il corpo astrale quando l’uomo piange o ride.
Ma ciò che forma l’uomo è in uno sviluppo continuo. Che l’uomo possa ridere e piangere in generale, questo proviene dal fatto che dal suo Io può operare sul suo corpo astrale. Questo è certamente giusto. Ma d’altra parte il corpo fisico dell’uomo e anche il corpo eterico erano già predisposti per un operare dell’Io nel suo interno, quando l’uomo entrò nella prima incarnazione terrestre. L’uomo poteva farlo. Se si potesse premere un Io individuale in un cavallo, allora si sentirebbe terribilmente infelice, perché non potrebbe fare nulla, perché non troverebbe espressione per l’operare individuale dell’Io. Pensi un Io individuale in un cavallo. L’Io individuale vorrebbe operare sul corpo astrale del cavallo, vorrebbe contrarsi o dilatarsi e così via. Ma se un corpo astrale è collegato con un corpo fisico e un corpo eterico, allora il corpo fisico e il corpo eterico, se non possono adattarsi alle forme del corpo astrale, formano un ostacolo terribile. Si combatte lì come contro un muro. L’Io nella natura equina vorrebbe contrarre il corpo astrale, ma il corpo fisico e il corpo eterico non seguirebbero, e la conseguenza sarebbe che il cavallo diventerebbe pazzo dal non seguire del corpo fisico e del corpo eterico. L’uomo doveva essere predisposto fin dall’inizio a tale attività. Questo era possibile soltanto per il fatto che da principio acquisiva un corpo fisico tale che veramente potesse diventare uno strumento per un Io ed essere controllato gradualmente dall’Io. Perciò può anche avvenire quanto segue: il corpo fisico e il corpo eterico possono essere mobili in sé, per così dire veri portatori dell’Io, ma l’Io può essere molto poco sviluppato, può non esercitare ancora il controllo giusto sul corpo fisico e il corpo eterico. Lo si può vedere dal fatto che il corpo fisico e il corpo eterico si presentano come un involucro per l’Io, ma non così da essere un’espressione completa dell’Io. Questo è il caso di quelle persone il cui riso e il cui pianto subentra involontariamente, che in ogni occasione strapazzano i muscoli facciali e non hanno i muscoli delle risa nella loro potenza. Questi mostrano con ciò la loro umanità superiore nel corpo fisico e nel corpo eterico, ma allo stesso tempo che non hanno ancora portato la loro umanità sotto il potere dell’Io. Perciò il riso strapazzato agisce così sgradevolmente. Mostra che l’uomo attraverso ciò per cui non può fare nulla sta più in alto di ciò per cui può già fare qualcosa. Agisce sempre particolarmente fatale quando un essere non si mostra all’altezza di ciò che gli è divenuto dall’esterno. Così pure il riso e il pianto sono in una certa relazione espressione dell’egoità umana, il che risulta già dal fatto che possono nascere soltanto per il fatto che l’Io dimora nell’essere umano. Il pianto può essere l’espressione dell’egoismo più terribile, poiché il pianto in un certo modo è troppo spesso una specie di voluttà interiore. L’uomo che si sente abbandonato contrae con il suo Io il corpo astrale. Egli cerca di rendersi interiormente forte perché si sente esteriormente debole. E allora sente questa forza interiore per il fatto che può fare qualcosa, cioè produrre le lacrime. E sempre un certo sentimento di soddisfazione — sia che lo confessi a sé stesso oppure no — è associato alla produzione delle lacrime. Come in certe altre circostanze si produce una specie di soddisfazione quando uno rompe una sedia, così nel versare lacrime spesso non è presente nulla d’altro se non la voluttà della produzione interiore, la voluttà nella maschera delle lacrime, anche se l’uomo non se ne rende consapevole.
Che il riso sia in un certo modo un’espressione dell’egoità, dell’Io-ità, lo si può dedurre dal fatto che effettivamente il riso, se lo seguite veramente, è sempre riconducibile al fatto che l’uomo si sente superiore al suo ambiente e a ciò che avviene nel suo ambiente. Perché ride l’uomo? Egli ride sempre quando si pone al di sopra di ciò che osserva. Potete sempre verificare questa affermazione. Se ridete di voi stessi o di un altro, fondamentalmente il vostro Io è tale che si sente superiore a qualcosa. E in questo sentirsi superiore esso dilata le forze del suo corpo astrale, si fa più largo, si gonfia. Questo è, a ben vedere, ciò che veramente sta alla base del riso. Perciò il riso può essere così sano, e non si deve in astratto condannare tutta l’egoità, questo gonfiamento, poiché il riso può essere molto sano se rafforza l’uomo nel suo sentimento di sé, se è giustificato, se lo porta oltre se stesso. Se vedete qualcosa nel vostro ambiente, in voi e negli altri che è effettivamente una sciocchezza, allora è un sentirsi superiori alla sciocchezza quello che si svolge e che vi porta al riso. Deve avvenire che l’uomo si senta superiore a qualcosa nel suo ambiente, e questo l’Io l'esprime per il fatto che dilata il corpo astrale.
Se capite, nel processo respiratorio, ciò che abbiamo cercato di rendervi chiaro nella proposizione: «E Dio soffiò all’uomo la Nephesch dentro, e l’uomo divenne un’anima vivente», allora sentirete anche il nesso con ciò che è il ridere e il piangere, poiché voi sapete che sotto il ridere e il piangere il processo respiratorio stesso nell’uomo si cambia. Con ciò abbiamo mostrato come le cose più ordinarie possono essere comprese soltanto se si parte dallo spirituale. Soltanto per questo possiamo comprendere il ridere e il piangere, se comprendiamo il nesso dei quattro elementi dell’essere umano. Pensate al fatto che nei tempi in cui si avevano ancora in una certa misura le tradizioni chiaroveggenti e nello stesso tempo la capacità di raffigurare gli dei da una fantasia, da una vera immaginazione, in quei tempi si rappresentavano gli dei come esseri sereni la cui proprietà principale era la serenità, il ridere in una certa misura. E non per caso si attribuivano a quei domini dell’esistenza mondiale in cui predomina principalmente una specie di egoità esagerata l’ululato e lo stridore di denti. Perché? Perché il riso da un lato significa un innalzamento, una portata dell’Io al di sopra dell’ambiente, dunque la vittoria dell’Alto sul Basso, mentre il pianto significa un abbassamento, un ritrarsi di fronte all’esterno, un farsi piccolo e un sentirsi abbandonato dell’egoità, un ritirarsi su se stessi. Per quanto comprensibile è il dolore nella vita umana, perché sappiamo che questo dolore viene vinto e deve essere vinto, così diversamente, non comprensibile ma disperato, appare il dolore e il pianto in quel mondo in cui non possono più essere vinti. Lì appaiono come espressione della dannazione, dell’essere gettati nelle tenebre.
Questi sentimenti che possono sopraggiungere quando consideriamo nel grande ciò che si imprime come operare dell’Io su se stesso nell’uomo, dobbiamo ben osservarli e seguirli fino alle loro configurazioni più intime. Allora abbiamo compreso così molte cose che incontriamo nel corso dei tempi. Dobbiamo avere una consapevolezza del fatto che dietro il mondo fisico c’è un mondo spirituale, e che ciò che ci appare nel corso della vita umana alternandosi come riso e come pianto, quando ci si presenta separato da lui, ci appare allora come la serena luminosità del cielo da un lato e d’altro canto come l’oscura, amara tristezza dell’inferno. Questi due aspetti stanno totalmente alla base del nostro mondo medio, e dobbiamo comprendere il nostro mondo medio per il fatto che esso trae le sue forze da questi due regni.
Conosceremo ancora molte altre cose riguardanti l’essenza dell’uomo. Ma vorrei dire che uno dei capitoli più intimi su questo essere umano è quello del ridere e del piangere, nonostante il ridere e il piangere siano attività così ordinarie. L’animale non ride e non piange, perché non ha la goccia della divinità che l’uomo porta nella sua Io-ità. E possiamo dire che quando l’uomo comincia nel corso della sua vita a sorridere e a piangere, questo può essere per chi sa leggere il grande scritto della natura una prova del fatto che veramente interiormente nell’uomo vive un Divino. Quando l’uomo ride, il Dio in lui è operante, che lo tenta di innalzare al di sopra di tutto il basso. Poiché un innalzamento è il sorriso e il riso. E quando l’uomo piange, è di nuovo il Dio d’altro canto che l'ammonisce, che questo Io potrebbe perdersi se non si rafforzasse in se stesso contro tutto l’indebolimento e il sentirsi abbandonato. Il Dio nell’uomo è colui che dà alla psiche i suoi ammonimenti nel riso e nel pianto. Perciò, si potrebbe dire, il sentimento amaramente malvagio che prende chi comprende la vita quando vede pianto inutile. Poiché il pianto inutile tradisce che, invece di vivere e sentire con l’ambiente, la voluttà di essere nel proprio Io è troppo grande. Ma è anche aspro il sentimento che può prendere un tale interprete del mondo quando trova il sentirsi superiore che altrimenti si esprime nel riso sano dell’Io al di sopra del suo ambiente come scopo in sé, come riso su tutto ciò che è possibile, come giudizio beffardo in qualcuno. Poiché allora ci si dice: se l’Io non porta con sé tutto ciò che può trarre dall’ambiente, se non vuole vivere con l’ambiente, ma ingiustificatamente innalza la sua Io-ità al di sopra dell’ambiente, allora questa Io-ità non avrà il peso necessario, il peso verso l’alto, che ci si può procurare soltanto dal fatto che si estrae dall’ambiente tutto ciò che si può estrarre per lo sviluppo dell’Io. E allora l’Io cadrà, non potrà innalzarsi. È proprio il bell’equilibrio tra il dolore e la gioia ciò che può contribuire enormemente allo sviluppo umano. Se il dolore e la gioia hanno la loro giustificazione nell’ambiente esterno, non nel proprio interno, se l’Io proprio tra il dolore e la gioia vuole continuamente stabilire il rapporto giusto con l’ambiente, allora il dolore e la gioia potranno essere veri fattori di sviluppo per l’uomo.
Grandi poeti trovano perciò spesso così belle parole per quel dolore e quella gioia che non hanno radice in qualche esagerazione o in una contrazione dell’Io in sé, ma che hanno la loro causa nel rapporto tra l’Io e l’ambiente che è stato portato fuori dall’equilibrio dall’esterno, e che soltanto spiega perché l’uomo ride, perché l’uomo piange. Possiamo comprenderlo perché vediamo che è nel mondo esterno; per mezzo del mondo esterno il rapporto tra l’Io e il mondo esterno è disturbato. Così l’uomo deve ridere o piangere, mentre — se sta solo nell’uomo — non possiamo comprendere perché l’uomo ride o piange, poiché allora è sempre egoismo ingiustificato. Perciò agisce così bellamente quando Omero di Andromaca dice, come ella sta sotto il duplice influsso della preoccupazione per il suo sposo e della preoccupazione per il suo lattante: «Poteva ridere piangendo!» Questa è un’espressione meravigliosa, si potrebbe dire, per qualcosa di normale nel pianto. Non per sua causa ride, non per sua causa piange. C’è il rapporto giusto al mondo esterno, quando deve preoccuparsi da un lato per lo sposo, d’altro canto per il suo bambino. E qui abbiamo il rapporto tra il riso e il pianto, che si tengono la bilancia: piangere ridendo — ridere piangendo. Questa è spesso anche l’espressione nel bambino ingenuo, il cui Io non è ancora così indurito in sé come più tardi nell’uomo adulto, così che può ancora piangere ridendo e ridere piangendo. Ed è di nuovo il fatto nel saggio: chi ha superato così tanto il suo Io che non cerca i motivi del riso e del pianto in sé, ma li trova nel mondo esterno, può anche di nuovo ridere piangendo e piangere ridendo. Sì, in ciò che giornalmente ci passa accanto abbiamo, se lo comprendiamo, l’espressione piena dello spirituale. Il riso e il pianto sono qualcosa che nel senso supremo possiamo chiamare la fisionomia del Divino nell’uomo.
Dopo che otto giorni fa abbiamo conosciuto ciò che l’interiore dell’uomo esprime in ben determinate particolarità quotidiane, nel ridere e nel piangere, oggi dovremo conoscere le relazioni della nostra circostanza più prossima e più lontana, da cui questo interiore dell’uomo, e così l’intera evoluzione dell’uomo nel suo complesso, dipende in una certa relazione. La conoscenza dell’uomo nel senso più ampio è stata infatti ciò che abbiamo coltivato in questo inverno qui nei temi delle conferenze, e la conoscenza dell’uomo nei più diversi campi continuerà a essere ciò che ci occuperà.
Se voi una volta gettate uno sguardo al vostro sapere sulle condizioni terrestri, allora fin da principio anche a una considerazione relativamente superficiale potrete dire che l’uomo sotto diversi climi terrestri, in diverse regioni della nostra Terra, assume una configurazione diversa. Le proprietà fisiche esterne si differenziano secondo le diverse aree geografiche della nostra Terra. Ricordatevi come esistono «razze», la razza nera, rossa, gialla e bianca, e come queste razze sono originariamente collegate con determinate regioni della nostra Terra. Lo trovate confermato anche quando guardate nel vostro sapere storico, sia per quanto riguarda ciò che oggi la scuola fornisce dalla considerazione delle condizioni puramente fisico-materiali, sia ciò che abbiamo già imparato per mezzo della scienza antroposofica stessa. Allora guardiamo indietro nel lontano passato e vediamo come l’anima dell’uomo, e in realtà anche il corpo dell’uomo, si è sviluppata nei diversi periodi dell’evoluzione terrestre. Sì, nel campo della scienza dello spirito abbiamo guardato indietro all’antica India, alla Persia antica, all’Egitto e così via. Abbiamo visto come le singole capacità che l’umanità ha oggi sono fiorite gradatamente. Tutto questo vi dà già un concetto di come le circostanze esterne siano collegate con lo sviluppo dell’essenza interiore umana. Ora ci domandassimo: se già le attuali condizioni della nostra Terra provocano una tale diversità umana, quanto più devono essere state le diversità che si sono prodotte nell’uomo dal principio dell’evoluzione terrestre, quando l’evoluzione terrestre propriamente cominciò, dopo che era passata attraverso l’evoluzione di Saturno, del Sole e della Luna? Abbiamo descritto varie cose a questo proposito. Ma consideriamo ciò che oggi dobbiamo descrivere da un altro punto di vista. Perché è proprio così che impariamo a conoscere le relazioni dell’essenza umana, considerandole sempre da nuovi punti di vista.
Quando questa Terra era al principio della sua evoluzione, era, come sapete, ancora con il Sole e la Luna un unico corpo. Allora dunque le relazioni all’interno della nostra intera evoluzione dovevano essere assolutamente diverse. Quanto completamente diverso doveva essere l’uomo che si sviluppava all’interno dell’evoluzione terrestre mentre la Terra era ancora unita al Sole; e nuovamente quanto diverso doveva diventare l’uomo quando prima il Sole e poi ancora la Luna si separarono dalla Terra! Ora sappiamo che il tempo dopo che il Sole e la Luna si erano separati dalla Terra è anche il tempo della cosiddetta evoluzione lemurica, in cui l’uomo fondamentalmente cominciò soltanto, scarsamente cominciò, ad acquistare una figura che fosse alquanto simile a quella attuale. Abbiamo espresso questo spesso così: in realtà è soltanto allora che l’uomo è disceso da regioni superiori sulla Terra. Quando il Sole era ancora unito alla Terra, l’uomo era sì anche in un corpo fisico, ma non in uno come oggi. Allora era pressappoco così in un corpo fisico, come se vi rappresentaste che l’uomo oggi non stesse in piedi sulla Terra con i suoi piedi, bensì si levasse in aria, e inoltre non avesse parti di osso in sé, bensì appartenesse ancora alla regione dell’aria e dell’acqua, dove dobbiamo immaginarci l’acqua disciolta nell’aria. Allora si troverebbe come un essere trasparente nell’intorno della Terra. Un occhio attuale non potrebbe distinguere questo uomo dal suo ambiente, come un occhio attuale non può distinguere certi animali marini dal loro ambiente, perché fondamentalmente somigliano al loro intorno nello stesso modo. Come un essere che si muove velocemente attraverso l’aria ci si può rappresentare un tale uomo. Soltanto dopo la separazione del Sole e della Luna l’uomo è diventato come lo conosciamo oggi. Quale era dunque la condizione perché l’uomo potesse svilupparsi a ciò che è oggi? Per questo era necessario che la forza solare non agisse dall’interno, bensì dall’esterno sulla Terra. Questo era il significato della separazione del Sole e anche della Luna, che questi due corpi celesti inviassero le loro forze, come il Sole la sua luce, da fuori alla Terra. Solo così l’uomo poteva acquistare la sua forma attuale, che la luce del Sole non l'illuminasse da sotto, dal centro del corpo celeste, bensì da lato. Immaginate se volessimo ammettere tale ipotesi, che la Luna cadrebbe di nuovo sulla Terra, che il Sole si riunisse di nuovo con la Terra: allora l’uomo, se volesse sussistere, dovrebbe di nuovo rivestirsi di un corpo leggero come allora; dovrebbe poter comportarsi come un essere che si muove velocemente attraverso l’ambiente in cui oggi ha la sua dimora. Così l’uomo deve la sua esistenza attuale all’illuminazione da parte del Sole e della Luna da fuori. Vogliamo oggi prescindere da tutte le altre forze. Ora il Sole e la Luna agiscono però in modo diverso da fuori. Quanto diversamente agisce il Sole nella regione del Polo Nord e quanto diversamente all’Equatore. Qui otteniamo un quadro di differenze enormi che acquisirono un senso dal momento in cui il Sole illuminò la Terra da fuori. Sapete, quanto più ci dirigiamo verso il Polo Nord, tanto più diverse sono le condizioni che regnano in relazione all’inverno e all’estate. E al Polo Nord per esempio è letteralmente mezzo anno giorno e mezzo anno notte. Se voi considerate queste condizioni, diventerà comprensibile ciò che la scienza dello spirito sa riferire su queste cose. Sa dire che proprio intorno al Polo Nord le condizioni della Terra nel tempo lemurico erano ancora quelle più simili alle condizioni che esistevano sulla Terra quando il Sole e la Luna erano ancora uniti con essa. Oggi certo queste condizioni sono diventate ancora molto diverse. Ma anche oggi vale ancora in una certa relazione che intorno al Polo Nord esiste l’influenza più forte dal centro della Terra sulla sua superficie e che lì gli influssi del Sole e della Luna sono i minori. Ciò che dalla temperie lemurica si è manifestato, che l’illuminazione da fuori ha acquistato così grande influsso, si è verificato il meno intorno al Polo Nord, così che l’azione dell’interno della Terra sulla superficie e su tutto ciò che sulla superficie vive è la più grande intorno al Polo Nord. Invece l’influsso del Sole e della Luna è il più forte intorno all’Equatore. Era già così nei tempi lemurici. Dalla Cronica dell’Akasha possiamo constatare che le condizioni sulla Terra sono diventate completamente nuove attraverso la separazione del Sole e della Luna. Ma attraverso questo si formò anche un’azione ben determinata. Nacque qualcosa che per l’intera evoluzione della Terra ha un significato fondamentale. Intorno al Polo Nord era proprio per questa ragione meno possibile all’uomo, possiamo dire, discendere e incarnarsi in una forma di uomo fisico in modo che trovasse in essa la sua migliore espressione. Perciò nel tempo lemurico antico, proprio al Polo Nord della Terra, c’era il raduno di quelle entità che, se posso esprimermi così, non avanzavano pretese di discendere ben profondamente sulla Terra, alle quali piaceva piuttosto restare in alto nelle regioni dove l’aria era permeata di vapore acqueo. Abbiamo dunque intorno al Polo Nord nei tempi lemurici una specie di genere spirituale, che non si preoccupava molto dei corpi fisici che laggiù sulla Terra si agitavano, un genere che in relazione spirituale a un occhio attuale era composto da figure trasparenti e perciò non propriamente visibili, che erano altamente sviluppate dal punto di vista spirituale ma mostravano una minore umanità riguardo alle loro figure fisiche. Vivevano in un corpo eterico, erano più entità eteriche e stavano in una relazione lassa verso i corpi primitivi che si sviluppavano laggiù sulla Terra e non avevano nemmeno una particolare densità. Questi corpi erano troppo dipendenti dalla Terra, e soltanto nel grado minore venivano usati da queste entità spiritualmente più elevate come loro rivestimenti. Se dunque un uomo attuale con la sua capacità percettiva sensibile avesse potuto visitare il Polo Nord al tempo dei lemuri, si sarebbe detto della popolazione lì: «Una popolazione completamente straordinaria! La gente è in realtà completamente poco sviluppata riguardo ai loro corpi fisici, ma deve esserci qualcosa di particolare legato a questo, perché la popolazione è abile, è intelligente, è come se fosse diretta da fili da lassù!» — Sì, era così lì, perché il vero uomo non discendeva sulla superficie della Terra. Perciò allora gli uomini intorno al Polo Nord erano nel grado supremo entità eteriche con corpi eterici altamente sviluppati, ma con corpi fisici poco sviluppati, entità che potevano rendere presenti a se stesse tutta la saggezza del mondo come attraverso alte forze chiaroveggenti nei loro corpi eterici, che guardavano là verso il cielo stellato e comprendevano quali entità abitassero negli spazi cosmici. Ma sonnolenti, si potrebbe quasi dire, erano i loro corpi fisici. Tuttavia, perché erano come diretti da fili da lassù, compivano azioni molto intelligenti.
Invece nelle regioni equatoriali era diverso. Lì l’influsso del Sole e della Luna da fuori era semplicemente più attivo e sempre più attivo. L’aria era penetrata dai raggi solari, riscaldata. Tutti i fenomeni che si dispiegavano nella regione dell’aria dipendevano dal Sole e dalla Luna. E la conseguenza era che in queste regioni, proprio nell’antico Lemuria, gli uomini discendevano più profondamente nei loro corpi fisici, che i corpi eterici penetravano più profondamente i corpi fisici. Di nuovo un uomo attuale con occhi sensibili avrebbe considerato questi esseri come le figure di uomini fisici più altamente sviluppate, mentre avrebbe considerato i popoli settentrionali come quelli poco sviluppati. Si manifestò ancora un’altra differenza che è particolarmente essenziale.
Dove il Sole aveva l’influsso minore, gli uomini si sviluppavano in modo che fondamentalmente su vaste aree uno assomigliava all’altro. Perché da quelle entità che non discendevano ed erano ancora eteriche, apparteneva sempre un’entità eterica a molti laggiù. C’erano anime di gruppo lassù, mentre le anime intorno all’Equatore erano molto più anime individuali, molto più ogni singola era nel suo corpo. Così nel grado massimo possibile gli abitanti di quelle regioni che vediamo oggi intorno al Polo Nord stavano al tempo lemurico sotto il segno dell’essenza di anima di gruppo. Un numero intero di uomini guardava verso la loro anima di gruppo. E se consideriamo queste anime di gruppo come anime, allora erano molto più sviluppate delle anime che nel tempo lemurico si riversavano nei corpi fisici delle regioni equatoriali. Possiamo dunque dire: intorno al Polo Nord abitava una popolazione che propriamente, come in una specie di Paradiso, bisogna cercarla nelle regioni dell’aria, che non era ancora discesa fino alla Terra. Ciò che così abbiamo compreso come qualcosa che appare come una conseguenza necessaria di ciò che prima abbiamo già imparato, confrontatelo ora con quanto vi viene incontro qua o là nella letteratura teosofica: che quegli esseri più elevati, che una volta erano i maestri dell’umanità, sono discesi da una fredda regione settentrionale! Abbiamo così propriamente trovato loro, le anime di gruppo intorno al Polo Nord. Se volevano diventare maestri di coloro che avevano anime minori e più entravano nei corpi fisici, allora dovevano anche più discendere e nel loro corpo eterico contrapporsi alla capacità chiaroveggente del tempo lemurico, oppure dovevano attraverso un sacrificio assumere la forma di uomo fisico della popolazione lemurica.
Se avessimo fatto un viaggio nel tempo lemurico dall’Equatore verso il Polo Nord, avremmo trovato una spiritualizzazione della popolazione terrestre. In questo tempo possiamo distinguere come tra una popolazione doppia: una rimasta ancora spirituale, alla quale la sua corporeità terrestre pareva soltanto come un’aggiunta alla sua essenza spirituale, e un’altra, già discesa nel materiale, nel fisico. Cosa sarebbe accaduto se non fosse intervenuto alcun cambiamento all’interno dell’evoluzione terrestre? Allora affatto i migliori tra le anime dei paesi polari non avrebbero potuto discendere in una corporeità fisica. E dall’altra parte la popolazione intorno all’Equatore sarebbe più o meno andata verso il declino. Perché era discesa troppo presto in una corporeità fisica, proprio essa cadde in quei vizi e debolezze che hanno condotto al declino di Lemuria. E la conseguenza fu che la parte migliore della popolazione emigrò in quelle regioni che si trovavano tra l’Equatore e i paesi settentrionali. Perché nei tempi lemurici abbiamo i membri più sicuri per il futuro dell’umanità nelle terre intermedie tra l’Equatore e il Polo Nord. Proprio i migliori si svilupparono i corpi fisici umani, che poi potevano di nuovo essere portatori delle migliori anime umane, in quelle regioni dell’antica Atlantide che si trovavano nella cosiddetta zona temperata attuale.
Ora di tutti i diversi stadi di sviluppo rimangono residui, e anche di questi tempi antichi sono rimasti residui. Certo, di quella che chiamiamo la popolazione lemurica della Terra — quella straordinaria popolazione del Nord, che aveva corpi eterici fortemente sviluppati e corpi fisici poco sviluppati, e quella altra popolazione equatoriale, che aveva corpi fisici fortemente sviluppati e corpi eterici poco sviluppati — di questi non è rimasto niente, sono scomparsi. Perché questi corpi erano tali che non possiamo nemmeno trovare i residui; la sostanza era ancora così molle che dei residui non si può parlare. — Con i loro discendenti nell’Atlantide si trattava principalmente che il germe dell’Io, dell’autocoscienza, che fondamentalmente era già stato predisposto dall’antico tempo lemurico, sempre più e più venisse fuori, si sviluppasse sempre più sulla Terra. Se gli uomini non fossero per la maggior parte migrati verso l’Atlantide, non potrebbe venire a un vivace sviluppo dell’Io. Perché la popolazione lemurica sarebbe gradatamente scomparsa, avrebbe dovuto cadere in tutte le passioni, e le migliori anime del Nord non sarebbero affatto discese sulla Terra, perché non avrebbero trovato corpi adatti. I corpi imperfetti di prima non avrebbero potuto offrire loro la possibilità di sviluppare un forte sentimento di sé all’interno della corporeità. Perché le parti migliori della popolazione lemurica emigrarono verso l’Atlantide, il corpo umano si trasformò in una tale forma che poteva diventare il portatore dell’autocoscienza nella giusta misura. E nella regione della zona temperata attuale il corpo umano raggiunse gradatamente questa forma. Perché in questi tempi di sviluppo il corpo umano continuava ancora a trasformarsi. Nel tempo atlantico il corpo umano non era ancora, come oggi, chiuso in forme fisse; era ancora così che uomini spiritualmente molto significativi e altamente sviluppati in quel tempo erano fisicamente piccoli, uomini piccoli. Invece chi non era molto significativo spiritualmente, nel tempo atlantico aveva un corpo fisico sviluppato enormemente. E si poteva, quando allora ci si incontrava con un tale gigante, dirsi: costui non si trova su un grado molto elevato di spiritualità, perché con la sua intera essenza è corso dentro il corpo! — Tutto ciò che è contenuto nelle saghe sui «giganti» si basa completamente sulla conoscenza della verità. Se dunque nelle saghe germaniche si è conservata una vera memoria di quei tempi, allora lo sentiamo dal punto di vista della scienza dello spirito come qualcosa di completamente giusto, che i giganti sono stupidi e che i nani in realtà sono molto intelligenti. Questo si basa completamente su ciò che si poteva dire della popolazione atlantica: «Ci sono piccole persone, c’è una grande intelligenza a casa loro; là invece è una grande razza di uomini, e sono tutti stupidi!»
Dove l’intelligenza umana era entrata nella carne, non era rimasto molto di spirituale. Così che la grandezza fisica era l’espressione del fatto che la spiritualità non poteva essere trattenuta. Il corpo era allora ancora completamente trasformabile. Proprio nel tempo in cui Atlantide cominciava a crollare, c’era una grande differenza tra gli uomini che erano buoni nelle loro qualità animiche e che erano una piccola razza di uomini, verso le figure di giganti che erano viziosi, dove tutto era entrato nella carne. Potete trovare ancora risonanze di questo fatto nella Bibbia, se la cercate.
Così vediamo come il corpo umano nel tempo atlantico poteva ancora plasmarsi secondo le qualità spirituali. Perciò poteva anche assumere la forma che lo rendeva capace di costruire tutti gli organi, il cuore, il cervello e così via, così che diventassero l’espressione di un vero essere dell’Io, di un essere consapevole di sé. Ma ora questi insegnamenti e anche queste qualità si sviluppavano nei più diversi gradi. C’erano uomini che erano proprio giusti riguardo alla loro interiorità, proprio normali, che non avevano portato l’egoismo a un’altezza troppo forte e nemmeno avevano sviluppato il sentimento dell’Io soltanto in modo basso. Presso loro si equilibravano l’abbandono al mondo esterno e il sentimento dell’Io. Tali persone erano disperse dappertutto. Ma questi erano coloro con cui gli iniziati atlantici potevano fare di più. Al contrario c’erano altri uomini presso cui era sviluppato un sentimento dell’Io terribilmente forte, troppo presto naturalmente; perché gli uomini non erano ancora tanto avanti da poter formare nel loro corpo uno strumento per un sentimento dell’Io fortemente sviluppato. Il corpo veniva così irrigidito nell’egoità, gli era impossibile svilupparsi oltre un certo grado. Altri popoli di nuovo non erano arrivati a un certo sentimento dell’Io normale, perché erano influenzabili da parte del mondo esterno in un grado più elevato di come avrebbero dovuto essere, popoli completamente abbandonati al mondo esterno. Gli uomini normali erano i migliori come materiale per il futuro sviluppo per gli iniziati, ed erano anche quelli che il grande iniziato del Sole, il Manu, radunava intorno a sé come il popolo più capace di sviluppo. Quei popoli presso cui l’impulso dell’Io era troppo fortemente sviluppato e dall’interno penetrava tutto l’uomo e gli imprimeva l’Ioità, l’egoità, emigrarono gradatamente verso occidente, e questo divenne la popolazione che nei suoi ultimi residui appare come la popolazione indiana d’America. Gli uomini che avevano sviluppato troppo poco il loro sentimento dell’Io emigrarono verso oriente, e i residui rimasti di questi uomini divennero poi la popolazione negra dell’Africa. Fino nelle proprietà fisiche questo emerge in evidenza, se si considerano le cose veramente dal punto di vista della scienza dello spirito. Se l’uomo esprime completamente il suo interiore nella sua fisionomia, nella sua superficie corporea, allora il suo esteriore penetra della colorazione della sua interiorità. Ma il colore dell’egoità è il rosso, il colore rame-rosso o anche il colore giallo-marrone. Perciò in realtà un’egoità troppo forte che deriva da qualche onore ferito può ancora oggi rendere l’uomo da dentro giallo dalla collera. Queste sono manifestazioni che sono completamente collegate le une con le altre: il colore rame di quei popoli che erano emigrati verso occidente e il giallo nel caso di uomini cui «la bile trabocca», come si dice, il cui interiore si esprime così fino nella loro pelle. Ma gli uomini che avevano sviluppato troppo debolmente la loro essenza di Io, che erano troppo esposti agli influssi del Sole, erano come piante: depositavano sotto la loro pelle troppi elementi carboniosi e diventavano neri. Perciò i negri sono neri. — Così abbiamo da un lato a est dell’Atlantide nella popolazione negra, d’altro canto a ovest dell’Atlantide nei popoli rame-rossi, residui di tali uomini che non avevano sviluppato il sentimento dell’Io in una giusta misura. Con gli uomini normali si poteva fare di più. Furono dunque anche quelli designati a penetrare dalle note posizioni in Asia i diversi altri territori.
Ora naturalmente da quel piccolo gruppo che il Manu radunava intorno a sé c’erano fino agli estremi di nuovo i più diversi gradi intermedi riguardo a questo sviluppo. Questi naturalmente si manifestavano. Questi gradi intermedi erano in parte straordinariamente adatti per l’ulteriore sviluppo della cultura della Terra. Così per esempio durante la migrazione da ovest a est rimase nelle regioni europee una popolazione che in forte misura aveva sviluppato il sentimento dell’Io, ma allo stesso tempo era poco influenzabile dall’ambiente. Immaginate quale straordinaria mescolanza doveva risultare proprio in Europa. Coloro che emigrarono verso oriente e divennero la popolazione nera erano molto influenzabili dal mondo esterno, particolarmente per l’azione del Sole, proprio perché avevano un basso sentimento dell’Io. Ma ora popoli emigrarono in queste stesse regioni, almeno in questa direzione, che avevano un forte sentimento dell’Io. Questa è una popolazione che aveva preferito la direzione orientale a quella occidentale. Questa ha attenuato il colore rame-rosso che avrebbe ottenuto se fosse emigrata verso occidente. E da essa nacque quella popolazione che aveva un forte sentimento dell’Io che si equilibrava con l’abbandono al mondo esterno. Questa è la popolazione dell’Europa, di cui nell’ultimo discorso pubblico potemmo dire che il forte sentimento della personalità era da principio l’elemento essenziale.
Così vediamo come nell’uomo l’esteriore agisca sulle relazioni interiori e come la Terra, attraverso le diverse posizioni in cui le sue parti di superficie sono esposte all’illuminazione solare, ha dato la ragione per i più diversi gradi dello sviluppo animico. Secondo dove allora le anime si dirigevano, trovavano le più diverse possibilità per compiere il loro sviluppo nel corpo fisico. È molto significativo che consideriamo il collegamento tra l’azione del Sole sulla Terra e lo sviluppo dell’umanità. Se voi seguirete proprio queste cose con me oltre, fino nei dettagli dei tempi successivi, allora vedrete come molte cose anche nei tempi successivi diventano comprensibili dal fatto che si sono manifestate le più diverse sfumature. Così per esempio abbiamo la parte della popolazione rimasta in Europa, che era come l’ho appena descritta, e che fino nei tempi successivi era affidata a se stessa. Non si preoccupava degli altri; ma la parte che poi migrò da questa popolazione verso le regioni già abitate dalla popolazione diventata scura nei più diversi gradi, e che poi si mescolò con essa, aveva ora anche tutti i possibili gradi dell’altro colore di pelle. Guardate questi colori, cominciando dai negri fino alla popolazione gialla che si trova in Asia. Perciò avete lì corpi che sono di nuovo i rivestimenti delle più diverse anime, cominciando dall’anima completamente passiva negra, che è completamente abbandonata all’ambiente, alla fisica esterna, fino agli altri gradi delle anime passive nelle più diverse regioni dell’Asia.
Molto dello sviluppo dei popoli asiatici e africani vi sarà ora comprensibile nelle sue particolarità: rappresentano mescolanze di abbandono all’ambiente e di sentimento dell’Io espresso esternamente. Così che in realtà abbiamo due gruppi di popolazioni che rappresentano i diversi rapporti di mescolanza. Sul suolo europeo gli uni, che costituivano il ceppo base della popolazione bianca, avevano sviluppato più fortemente il sentimento della personalità, ma non si dirigevano dove il sentimento della personalità penetrava tutto il corpo, bensì dove il sentimento dell’Io più si interiorizzava. Perciò avete in Asia Occidentale, in parte anche nei tempi antichi nell’Africa settentrionale e nelle regioni europee, una popolazione che ha interiormente un forte sentimento dell’Io, ma esternamente fondamentalmente poco si abbandona all’ambiente, che sono nature interiormente forti e consolidate, ma non hanno impresso questo carattere interiore alla corporeità esterna. Al contrario abbiamo in Asia popolazioni che sono nature passive, abbandonate, presso cui il passivo appunto appare in grado più elevato. La popolazione diventa in questo modo sognante, il corpo eterico si spinge molto profondamente nel corpo fisico. Questa è la differenza fondamentale tra la popolazione europea e quella asiatica.
In mezzo era incastonato il Manu con i suoi uomini normali. A ogni singola sfumatura di questa popolazione doveva dare la giusta cultura. Aveva allora le saggezze e gli insegnamenti da sfumare come era adatto alle condizioni esterne della popolazione. E così vediamo che alla popolazione in Asia è dato un insegnamento che è destinato a soddisfarla nella sua passività, nel suo abbandono. Non l’«Io» enfatizza questa popolazione asiatica-africana. Il negro non enfatizzerebbe l’Io per nulla. Se questa popolazione guardava al Divino, si diceva: «Non trovo l’essere più intimo di me stesso in me, bensì lo trovo in Brahman, poiché da me stesso fluisco, poiché mi abbandono all’Universo!»
Un insegnamento così non sarebbe stato compreso in Europa. L’Europa era per questo situata molto troppo verso il Polo Nord, e una certa somiglianza rimane comunque alle terre, anche attraverso i diversi tempi. Ricordiamoci che abbiamo trovato intorno al Polo Nord la popolazione che non era discesa nei corpi fisici, i cui corpi fisici erano in un certo modo addirittura atrofizzati. Sì, la popolazione dell’Europa non è ancora completamente discesa nei suoi corpi fisici. Ha interiorizzato il suo sentimento della personalità. E questo troveremmo, quanto più andiamo indietro nei tempi antichi dell’Europa. Immaginate come questo sentimento della personalità interiorizzato si è conservato fino nei tempi successivi, quando forse non se ne comprendeva più il motivo. Qualcuno che fosse appartenuto all’Oriente avrebbe detto: «Mi unisco all’Uno, al Brahman onnilaterale! Tu ti unisci a Brahman! L’altro si unisce a Brahman, il cinquantesimo, il centesimo, si uniscono tutti all’unico Brahman!» — Con cosa si univa l’europeo, quando doveva riconoscere come qualcosa che valeva nella sua intuizione? Là si univa con la sola Valchira, con l’unica anima più elevata. Ed è per così dire per ognuno che la Valchira c’è nel momento della morte. Là è tutto individuale, là è tutto personale. E al confine dei due territori, soltanto là potrebbe nascere qualcosa come la religione di Mosè-Cristo. In mezzo, tra Oriente e Occidente, soltanto là poteva penetrare. E mentre non poteva mettere radici verso l’Oriente, dove la concezione di Dio era certo presente come una concezione unitaria, ma su uno stadio precedente, poteva affermarsi come una concezione del Dio personale, che è già Jahvé e che è Cristo, presso quei popoli che portavano già in sé il sentimento della personalità. Perciò si diffuse verso occidente, e vediamo come qui la concezione di un Dio pensato personalmente poteva incontrare una comprensione. Perciò la vediamo quasi come una necessità proprio in questo cinturone così diventare. Il sentimento della personalità era lì, ma era ancora interiore, spirituale, come presso gli antichi lemuri era ancora tutto spirituale e il corporeo poco sviluppato. Qui ora il corporeo era sviluppato, ma il personale, a cui l’uomo attribuiva il massimo valore, era interiore; e attraverso l’interiorità voleva anche conquistare l’esteriorità. Si comprendeva dunque lì meglio il Dio che con la sua esteriorità aveva più interiorità, il Cristo. In Europa tutto era preparato per il Cristo. E perché questi erano i territori dove gli uomini prima non erano ancora completamente discesi sulla scena terrestre e perciò c’era ancora qualcosa come ultimi residui di una percezione spirituale, era anche rimasto qualcosa del vedere di entità spirituali, dalla vecchia chiaroveggenza europea.
Questa vecchia chiaroveggenza europea aveva anche condotto al fatto che attraverso l’Europa, anche ancora verso l’Asia, c’era una concezione di Dio antiquissima, di cui l’odierna erudizione forse saprà qualcosa soltanto quando la scoprirà nelle saghe di singole aree remote della Siberia. Là emerge cioè una designazione straordinaria, molto prima dello sviluppo cristiano, quando nulla si sapeva di quello che accadeva laggiù, così da ciò che è descritto nell’Antico Testamento, da quello che è lo sviluppo greco-romano, che è lo sviluppo orientale. Emerge una concezione straordinaria che conduce circa al nome, che ora è piuttosto spentosi: l’«Ongod»; e l’Ongod è un nome che per così dire risuona ancora oggi nella concezione del «Dio unico». L’Ongod sarebbe grosso modo il Divino in tutte le entità spirituali che percepiamo. Così anche da questo lato la concezione di un Dio personale era qualcosa di completamente familiare alla popolazione che abitava proprio questo cinturone della Terra. Perciò possiamo comprendere che proprio in questo cinturone della Terra anche questa intuizione produsse i suoi frutti più essenziali. Perché questo cinturone della Terra con la sua popolazione aveva per così dire risolto il mistero dell’Io. Fondamentalmente tutto lo sviluppo dalla temperie atlantica si basa sul fatto che parti di popolazione hanno conservato il sentimento dell’Io nel giusto rapporto oppure che avevano sviluppato l’Io troppo o troppo poco. Da tutti i popoli che avevano sviluppato l’Io in qualche grado troppo o troppo poco, non poteva diventare nulla di particolare. In un rapporto straordinario l’avevano sviluppato i popoli che sono stati appena descritti come la popolazione dell’Asia Occidentale e ancora i popoli di certe regioni dell’Africa e principalmente dell’Europa.
Queste erano le condizioni fondamentali per la cultura successiva che si è sviluppata grosso modo dalla nostra era. L’Io doveva per così dire giungere a un certo sviluppo, ma allora non fare troppo da un lato o dall’altro. E il nostro compito oggi è comprendere questo proprio nel giusto senso. Perché in una certa relazione tutta la scienza dello spirito deve appellarsi a ciò che si chiama: sviluppo di un Io superiore dall’Io inferiore. Se guardiamo indietro nei tempi, possiamo dire: dal fatto che certe parti di popolazione della Terra non hanno trovato la possibilità di mantenere il passo correttamente con l’evoluzione terrestre nello sviluppo del loro Io, possiamo imparare la lezione, quanto può essere fallito riguardo allo sviluppo dell’Io superiore dall’Io inferiore. C’erano per esempio nell’antica Atlantide popoli, che poi divennero indiani, che si erano per così dire persi dalla popolazione terrestre. Cosa avrebbero detto, se avessero potuto esprimere ciò che era fatto dello sviluppo presso loro? Avrebbero detto: «Soprattutto voglio sviluppare il mio interiore, il mio interiore, che è il mio più elevato, quando guardo dentro di me!» — E hanno sviluppato questo Io così fortemente che è arrivato fino al colore della pelle: divennero rame-rossi. Si sono sviluppati nella decadenza. Questi sono quelli che nella popolazione atlantica, dove ancora tutto entrava nella carne e nella pelle, coltivavano ciò che si potrebbe chiamare «il covare dentro l’Io», che per così dire avevano la convinzione: «Trovo tutto ciò che deve svilupparsi in me stesso!» — L’altro estremo erano coloro che dicevano: «Ah, l’Io non vale nulla! L’Io deve perdersi completamente, deve completamente disciogliersi, deve lasciarsi dire tutto da fuori!» — In realtà non lo dicevano, perché non riflettevano così. Ma questi sono quelli che così hanno rinnegato il loro Io, da diventarne neri, perché le forze esterne che vengono dal Sole sulla Terra li resero neri. Soltanto coloro che erano capaci di mantenere l’equilibrio riguardo al loro Io, questi erano quelli che potevano svilupparsi verso il futuro.
Guardiamo ora alla popolazione della nostra Terra. Ci sono oggi ancora uomini che dicono: «Ah, gli antroposofi parlano di un mondo spirituale che cercano in se stessi. Noi però guardiamo alle nostre buone, vecchie tradizioni religiose che ci vengono da fuori. Costruiamo su ciò che ci viene da fuori, e non ci preoccupiamo molto di un mondo superiore!» — Oggi naturalmente tutto è più spirituale di come lo era nell’Atlantide. Oggi non si diventa più neri soltanto se si costruisce su tradizioni, se si dice: «Certamente coloro che si prenderanno cura di noi, a cui la nostra salvezza dell’anima è affidata, agiscono intorno a noi, e sono proprio incaricati di portare le nostre anime in cielo!» — Oggi non si diventa più neri da questo. Ma non vogliamo negare tutto: ci sono ancora oggi regioni dell’Europa in cui si dice che da una tale disposizione si diventa «neri»! Oggi è tutto più spirituale! Questi dunque sono gli uni. Gli altri sono coloro che, senza prima impegnarsi in ciò che la scienza dello spirito è capace di portare in tutti i dettagli — le ricerche dalla Cronica dell’Akasha, l’essenza della reincarnazione e del karma, i principi sull’essenza dell’uomo e così via, e per comprendere che bisogna sforzarsi — sono coloro che sono troppo pigri e dicono: «A che mi serve tutto questo! Guardo nel mio interiore, questo è il mio Io superiore, lì c’è il Dio-Uomo in me!» — Tale disposizione si sviluppa assai frequentemente proprio nel suolo della Teosofia. Allora non si vuole imparare, non ci si vuole veramente sviluppare e aspettare fino a che l’Io ha abbracciato tutte le singole figure, bensì si corre in giro e si aspetta fino a che il Dio-Uomo parla da uno, e sempre di nuovo è enfatizzato l’Io superiore. Sì, c’è perfino una certa letteratura che dice: «Non avete bisogno di imparare! Lasciate soltanto che il Dio-Uomo parli da voi!» — Oggi, dove tutto è più spirituale, non si diventa più rame-rossi da questo. Ma si cade in un destino simile come la popolazione che soltanto sempre ha insistito sul suo Io.
Questo è ciò di cui abbiamo bisogno: proprio un Io che si mantiene in movimento, che non può perdersi nell’osservazione fisica esterna, nell’esperienza fisica esterna, ma che anche non stagna in un punto, bensì veramente progredisce verso le figure spirituali. Perciò i grandi maestri della saggezza e dell’armonia dei sentimenti non ci hanno detto già da principio nel movimento teosofico: «Lasciate che il Dio-Uomo parli da voi!» — bensì ci hanno dato impulsi ben definiti di trovare le saggezze del mondo in tutti i dettagli. E non siamo discepoli dei grandi maestri se vogliamo soltanto lasciar parlare il Dio-Uomo da noi, o se pensiamo che ogni singolo porti il suo maestro in se stesso, bensì se vogliamo imparare a conoscere la figura del mondo in tutti i suoi dettagli. Lo sviluppo della scienza dello spirito è: aspirare al sapere su tutte le intimità dell’accadere cosmico. Allora raggiungiamo il nostro Io superiore, quando da grado a grado saliamo nello sviluppo. Fuori espresso nelle meraviglie del mondo è il nostro Io. Perché siamo nati dal mondo e vogliamo di nuovo vivere noi stessi in questo mondo.
Così vediamo come gli attuali stati in cui l’uomo può cadere siano soltanto per così dire manifestazioni più nuove, più spirituali di ciò che ci si è già presentato nel tempo atlantico. Allora c’erano già queste tre parti fra gli uomini. Gli uni, che veramente volevano sviluppare il loro Io, assorbivano il nuovo e sempre il nuovo, e così diventavano veramente portatori della cultura post-atlantica. C’erano gli altri che volevano soltanto lasciar parlare il loro Dio-Uomo da sé, e il loro Io li penetrava con il colore rame-rosso. E i terzi, che soltanto volgevano l’attenzione verso l’esterno, e questa parte divenne nera.
Dobbiamo veramente trarre da ciò che in questi processi dell’evoluzione terrestre ci si mostra la giusta lezione per noi. Allora potremo proprio all’interno del movimento antroposofico trovare il giusto impulso. Ciò che accade è sempre già accaduto in un certo senso, ma accade di nuovo in forme sempre nuove. Per questo il movimento antroposofico è qualcosa di così grande e significativo, che continua a sviluppare invisibilmente in questi territori terrestri ciò che visibilmente si è sviluppato nell’Atlantide. Così l’uomo si affretta dalla cultura del visibile verso un’epoca di cultura dell’invisibile e sempre più invisibile.
Oggi vorrei fornire alcuni elementi integrativi ai molti fatti occulti diversificati e alle prospettive che abbiamo coltivato insieme in questo inverno. Si è spesso sottolineato il modo in cui ciò che noi chiamiamo scienza dello spirito deve intervenire nella vita umana e come essa possa diventare vita, azione, atto concreto e realtà. Oggi, però, desidero gettare sguardi integrativi e complementari sui grandi processi evolutivi che il cosmo intero attraversa, così come si manifestano e si esprimono nell’uomo medesimo. E vorrei innanzitutto indirizzare con attenzione la vostra considerazione su un fatto che può illuminarvi profondamente e fornirvi molta luce sulla vera natura dell’evoluzione del mondo, se soltanto saprete scorgerlo e vederlo nel giusto senso.
Considerate la differenza fondamentale tra lo sviluppo dell’animale e quello dell’uomo, almeno inizialmente dal punto di vista puramente esteriore e sensibile. Vi basta davvero dirvi una sola parola e tenere in mente una sola idea concettuale, e subito afferrerete e percepirete chiaramente la differenza tra il concetto dello sviluppo animale e quello dello sviluppo umano. Vi basta semplicemente pensare e riflettere sulla parola « educazione ». Un vero insegnamento educativo, una vera educazione nel senso proprio, è impossibile nel mondo animale. Certamente possiamo addestrare l’animale fino a un certo grado e in certi limiti in modo che compia azioni diverse da quelle che gli sono istintivamente innate, da ciò che sin dall’inizio siede in lui come predisposizione naturale e poi si sviluppa ed esplica naturalmente. Ma bisognerebbe veramente giungere a un grande entusiasmo — quello del più devotissimo e fedele amatore di cani — per riuscire a negare e a cancellare la radicale, profonda differenza tra l’educazione umana e ciò che possiamo fare e attuare con l’animale. Bene: dobbiamo semplicemente richiamare e prendere in considerazione un’importante conoscenza, una cognizione centrale della nostra visione di mondo antroposofica, della nostra visione spirituale, e allora ci diventerà subito evidente e chiara la base e il fondamento di questo fatto inizialmente superficiale.
Sappiamo bene che l’uomo si sviluppa in modo estremamente complicato, in una maniera intricata, e si evolve gradualmente, passo dopo passo. L’abbiamo più volte sottolineato e ripetuto: come l’uomo nei primi sette anni della sua vita, fino al cambio dei denti da latte, deve provvedere e adempiere al suo sviluppo in un modo completamente diverso, assai differente da quello che avverrà successivamente fino ai quattordici anni, e poi di nuovo dai quattordici ai ventun anni di vita. Tutto ciò, tutti questi dettagli dello sviluppo, oggi li toccherò solo di sfuggita, poiché li conoscete già dal nostro lavoro precedente. Sappiamo dunque che per chi considera le cose profondamente da un punto di vista scientifico-spirituale, per chi guarda all’uomo dalla prospettiva della scienza dello spirito, l’uomo attraversa una nascita multipla, una nascita che si ripete molte volte.
L’uomo nasce nel mondo fisico sensibile quando abbandona il corpo della madre sua e toglie da sé il guscio fisico materno. Ma sappiamo bene che l’uomo, una volta spogliato del guscio fisico materno, rimane tuttavia ancora completamente avvolto in un altro guscio, in un secondo guscio materno di natura etica ed eterica. Mentre il bambino cresce e si sviluppa fino al settimo anno di vita, ciò che noi chiamiamo il corpo eterico del bambino è completamente e interamente circondato da correnti eteriche esterne e da flussi eterici, che appartengono all’ambiente circostante, proprio così come il corpo fisico fino al momento della nascita è completamente circondato dal guscio fisico materno. E al momento del cambio dei denti decidui, al cambio fisiologico dei denti, questo guscio eterico viene tolto e rimosso, e allora il corpo eterico nasce veramente, al settimo anno. Ma il corpo astrale, il corpo dei sentimenti, rimane ancora e continuamente avvolto nel guscio astrale materno, che viene tolto e rimosso con la pubertà e la maturazione sessuale. Dopodiché il corpo astrale dell’uomo si sviluppa e procede libero e indipendente fino al ventunesimo o ventiduesimo anno di vita, quando l’Io vero e proprio dell’uomo nasce fondamentalmente e per la prima volta, quando l’uomo si ritrova e si sperimenta per la prima volta in piena intensità interiore e in piena consapevolezza, quando dall’interno della sua anima si sviluppa ed emerge ciò che come Io, come Sé spirituale, si è evoluto attraverso le varie incarnazioni che l’uomo ha precedentemente attraversato e vissuto.
Per la coscienza chiaroveggente si manifesta un fatto completamente particolare e significativo. Se osservate un bambino molto piccolo e tenero per alcune settimane, forse anche mesi, vedete nitidamente il capo, la testa di questo bambino circondato da correnti luminose e da forze eteriche e astrali radianti. Queste correnti e queste forze eteriche e astrali diventano gradualmente sempre meno nitide, sempre meno luminose e scompaiono progressivamente dopo un po’ di tempo. Cosa accade e succede precisamente in questo processo? Potete in realtà dedurlo e ricavarlo senza osservazione chiaroveggente, solo attraverso il pensiero razionale; ma l’osservazione chiaroveggente effettivamente conferma e verifica ciò che ora dirò e descriverò. Potete dirvi e ragionare che il cervello dell’uomo immediatamente dopo la sua nascita non è ancora costituito, non è ancora formato come sarà in seguito dopo alcune settimane o mesi di vita. Il bambino certamente percepisce già il mondo esterno e gli stimoli esterni, ma nel suo cervello non esiste ancora uno strumento così raffinato, così complesso, da permettergli di connettere e di unire le impressioni esterne in un modo determinato e coerente. Vi sono alcuni nervi di connessione, dei veri e propri filamenti nervosi, che corrono da una parte del cervello all’altra e che sono formati e sviluppati solo dopo la nascita del bambino. Questi filamenti di connessione nervosi, attraverso cui l’uomo gradualmente impara e acquisisce la capacità di legare e di connettere concettualmente ciò che vede e percepisce nel mondo esterno, si sviluppano e si articolano solo poco a poco e lentamente dopo che il bambino è già nato. Un bambino, diciamo pure come esempio, udirà senza dubbio una campana, vedrà anche la campana nel mondo esterno, ma non subito, non immediatamente unirà l’impressione uditiva e quella visiva nel giudizio coerente: « La campana suona ». — L'impara e l'acquisisce solo gradualmente, nel corso dei mesi, perché la parte del cervello che è strumento organico per la percezione del suono e la parte che è strumento per la percezione visiva si connettono e si articolano insieme solo nel corso della vita. È solo attraverso questo sviluppo graduale che diventa possibile un giudizio vero e proprio, e il bambino può dire: « Ciò che vedo là, ciò che osservo, è la stessa cosa che anche suona e produce il suono ». — Così si sviluppano e si formano questi filamenti di connessione e di articolazione nel cervello, e quelle forze che articolano e che costruiscono i filamenti di connessione, per il veggente chiaroveggente appaiono nei primi mesi dello sviluppo del bambino come qualcosa che ancora avvolge il cervello esternamente, dal di fuori. Ma ciò che avvolge il cervello dall’esterno gradualmente entra dentro il cervello stesso e vive poi successivamente dentro il cervello, non lavora più dall’esterno, dal di fuori, bensì lavora all’interno e dalle profondità del cervello. Ciò che così nei primi mesi dello sviluppo del bambino lavora esternamente, che agisce da fuori, non potrebbe assolutamente continuare a lavorare all’intera evoluzione dell’uomo che cresce, che si sviluppa, se non fosse protetto dai vari gusci protettori che lo circondano. Perché, quando ciò che ho appena descritto — ciò che inizialmente lavora dall’esterno e poi entra dentro il cervello e dentro l’anima — è dentro, è penetrato all’interno, allora si sviluppa e procede sotto il guscio protettore e sotto la protezione dapprima del corpo eterico, poi successivamente del corpo astrale, e solo al ventiduesimo anno di vita, al tempo della maturità dell’Io, ciò che ha lavorato dall’esterno durante tutti questi anni diviene attivo dall’interno, dall’interno della personalità stessa. Ciò che dapprima era esterno all’uomo, al di fuori della sua essenza, nei primi mesi della sua esistenza, ciò che poi è entrato dentro progressivamente, diviene attivo senza protezione dal ventesimo al ventiduesimo anno; allora diviene finalmente libero e indipendente, allora sviluppa l’intensità e la forza che già abbiamo menzionato e descritto.
Consideriamo ora questo sviluppo umano, che procede e si dispiega così gradualmente, così lentamente e progressivamente. Confrontiamolo attentamente con lo sviluppo della pianta, della flora, del mondo vegetale. Della pianta sappiamo bene che qui nel mondo fisico sensibile, dove dapprima appare a noi, dove si manifesta ai nostri sensi, ha solo il suo corpo fisico materiale e il corpo eterico, mentre ha il corpo astrale intorno a sé nello spazio; ma all’interno della sua struttura solo il corpo fisico e il corpo eterico. La pianta esce dal seme, dal granello di seme, si forma il suo corpo fisico e poi si sviluppa anche il suo corpo eterico poco a poco, gradualmente nel corso della sua crescita. Ma la pianta ha appunto, ha principalmente solo questo corpo eterico, nulla più. Ora abbiamo visto chiaramente che il corpo eterico dell’uomo ha ancora intorno a sé il corpo astrale fino alla pubertà, fino alla maturazione sessuale, e allora il corpo astrale dell’uomo nasce veramente come corpo formato indipendente. La pianta, però, dopo la sua pubertà, dopo la maturazione dei suoi organi riproduttivi, non può assolutamente partorire e formare un tale corpo astrale proprio, perché non ce l’ha, non ha il corpo astrale in sé. La conseguenza necessaria e logica è che la pianta non ha più nulla alla pubertà che debba ancora svilupparsi ulteriormente. Ha assolto completamente il suo compito nel mondo fisico quando arriva la pubertà. Dopo essere stata fecondata dai venti, dagli insetti, viene fecondata, muore. Sì, potete osservare e constatare che persino in certi animali inferiori, negli animali dello stadio meno evoluto, accade qualcosa di simile, qualcosa di analogo. Potete osservare come negli animali inferiori il corpo astrale non è ancora completamente incorporato e immerso nel corpo fisico nel medesimo grado, nella medesima misura che negli animali superiori. Gli animali inferiori si distinguono appunto per il fatto caratteristico che il corpo astrale non è ancora completamente nel corpo fisico, ma rimane in gran parte fuori. Prendete il moscerino effimero, l’efemera; si forma, emerge, vive fino alla fecondazione, viene fecondato e muore in quella stessa giornata. Perché? Perché è un essere che, simile alla pianta, ha il suo corpo astrale per lo più fuori di sé, non ancora internamente incorporato, e perciò non può più svilupparsi ulteriormente quando arriva la pubertà sessuale. In un certo senso profondo, uomo, animale e pianta si sviluppano similarmente, in maniera simile fino al momento della pubertà. La pianta dunque non ha più nulla che abbia un compito e una funzione di sviluppo nel mondo fisico sensibile, muore e svanisce dopo la pubertà, dopo la riproduzione. L’animale ha ora ancora il corpo astrale, il corpo dei sentimenti e degli istinti, ma nessun Io individuale vero e proprio. L’animale ha quindi dopo la pubertà ancora una certa riserva, una certa scorta di possibilità di sviluppo ulteriore. Il corpo astrale diviene libero dalla protezione del guscio materno e si sviluppa, e finché il corpo astrale si sviluppa libero nella sua specificità, finché in esso esistono effettivamente possibilità di sviluppo ulteriore, nell’animale superiore dura ancora lo sviluppo progressivo ulteriore dopo la pubertà. Ma il corpo astrale dell’animale nel mondo fisico non contiene nessun Io, nessun Sé spirituale individuale e permanente. L’Io dell’animale è un Io-gruppo, una forma gruppale e collettiva dello spirito, che sempre abbraccia un intero gruppo animale della stessa specie e si trova nel mondo astrale soprasensibile come Io-gruppo permanente. Questo Io-gruppo collettivo nel mondo astrale ha tutt’altre possibilità di sviluppo di quelle che l’animale individuale ha qui nel mondo fisico sensibile. Ma ciò che l’animale possiede concretamente come corpo astrale ha una possibilità di sviluppo molto limitata, ristretta e definita in anticipo. L’animale ha questa possibilità di sviluppo predeterminata come predisposizione intrinseca in sé, quando entra nel mondo manifestato. Il leone ha qualcosa, una forma di coscienza, che nel suo corpo astrale, come una somma di istinti innati, impulsi ereditari e passioni innate, si esplica costantemente. E ciò che vive nel suo corpo astrale come istinti, come desideri istintivi e come passioni, può e deve esprimersi naturalmente. Questo continua a vivere finché potrebbe nascere un Io; ma questo non c’è mai, perché l’Io vero è sul piano astrale collettivo. Quando quindi l’animale è giunto esattamente al punto dove l’uomo entra nel ventunesimo anno di vita nella sua evoluzione individuale, allora la sua possibilità di sviluppo ulteriore è completamente esaurita e finita. Naturalmente la durata della vita è diversa secondo le specie e le circostanze; gli animali non vivono tutti ventun anni, è ovvio. Ma ciò che veramente è lo sviluppo animale nel suo significato più profondo, l’uomo lo vive e l'attraversa fino al suo ventunesimo anno di vita, quando l’Io, l’Io umano individuale, viene partorito e nasce realmente. Naturalmente non dovete ora dire e concludere che lo sviluppo umano fino al ventunesimo anno sia animale, perché non lo è affatto, è umano; ma ciò che diviene libero e consapevole con ventun anni è già dentro l’uomo fin dall’inizio, fin dal primo momento del concepimento, solo diviene ora libero dal guscio protettore. Poiché quindi nell’uomo fin dall’inizio c’è qualcosa, c’è un Io, che diviene libero dal ventunesimo anno in poi e continua a svilupparsi, perciò l’uomo fin dall’inizio non è una pura creatura animale senza carattere speciale, bensì dentro di lui fin dall’inizio lavora e opera questo Io, sebbene non sia ancora libero, sebbene sia ancora protetto dal guscio materno. E questo Io è esattamente ciò che veramente può essere educato, può essere sviluppato, può essere trasformato. Perché questo Io, con quello che ha lavorato sul corpo astrale, su quello eterico e su quello fisico, è ciò che procede da incarnazione a incarnazione. Se a questo Io in una nuova incarnazione non fosse aggiunto nulla di nuovo, l’uomo alla sua morte fisica non potrebbe portare nulla con sé della sua ultima vita tra nascita e morte. E se non potesse portare nulla con sé, nella vita seguente si troverebbe esattamente allo stesso livello di prima. Poiché vediamo che l’uomo durante la sua vita attraversa uno sviluppo e poiché si acquisisce, assorbe in sé ciò che l’animale non può assorbire — perché la possibilità di sviluppo dell’animale è conclusa con le sue predisposizioni —, egli arricchisce continuamente il suo Io e sale così da incarnazione a incarnazione sempre più in alto. Perciò, poiché l’uomo porta in sé l’Io, che viene partorito al ventunesimo anno ma già prima lavora, perciò su di lui è applicabile l’educazione, perciò da lui si può fare ancora qualcosa di diverso da ciò che era dalla sua predisposizione fin dall’inizio. Il leone porta la sua natura leonina con sé e l'esplica. L’uomo non porta la sua natura solo come natura generica umana, ma porta con sé anche ciò che già come Io ha acquisito nell’ultima incarnazione. Ma questo può continuamente e sempre più essere trasformato attraverso l’educazione e la vita, così da essere rivestito di un nuovo aspetto quando l’uomo passa attraverso la porta della morte e si deve allora preparare per una nuova incarnazione. Questo è ciò che dobbiamo tenere fisso: che l’uomo assorbe in sé nuovi fatti di sviluppo e si arricchisce continuamente.
Ora ci chiediamo: cosa succede propriamente quando l’uomo esternamente si arricchisce attraverso tali fatti di sviluppo? Allora dobbiamo innanzitutto salire a tre concetti molto importanti, che però sono un po’ difficili da afferrare. E poiché siamo qui in una branca che ha lavorato per anni, probabilmente ci sarà la possibilità di salire anche a concetti più alti, che sono più difficili da comprendere. Per procurarci i tre concetti, considerate innanzitutto l’intera pianta sviluppata, prendete pure un mughetto. Allora avete la pianta davanti a voi in una forma. Ma potete avere la stessa pianta davanti a voi ancora in un’altra forma, come piccolo granello di seme. Immaginate di prendere il granello di seme: allora avete dinanzi a voi una formazione piccolissima. Se la posate davanti a voi, potete dire: «Sì, nel granello di seme c’è tutto dentro ciò che vedo più tardi come radice, stelo, foglie e fiori. Ho quindi il fiore una volta davanti a me come granello di seme e poi anche come pianta sviluppata. Ma non potrei avere il granello di seme davanti a me se non fosse stato prodotto da un mughetto precedente.» — Ma per la coscienza chiaroveggente accade qualcosa di più. Quando la coscienza chiaroveggente contempla il mughetto sviluppato, vede il mughetto fisico attraversato da un corpo eterico, da una sorta di corpo di correnti di luce, che lo percorre da cima a fondo. Ma nel mughetto è così che il corpo eterico non si estende molto al di là di questo corpo fisico della pianta e non si distingue molto fortemente da esso. Se però prendete il piccolo granello di seme del mughetto, trovate il granello di seme fisico piccolo, ma un bellissimo corpo eterico si articola in questo granello, raggiante tutto intorno, precisamente in modo che a un capo del corpo eterico siede il granello di seme, così come in una cometa il nucleo si rapporta alla coda. Il granello di seme fisico è in realtà solo un punto addensato nel corpo di luce o eterico del mughetto. Quando colui che sta sul terreno della scienza dello spirito ha davanti a sé il mughetto sviluppato, allora per lui l’essenza che dapprima era nascosta gli appare sviluppata. Quando ha davanti a sé il granello di seme, dove il fisico è piccolissimo e solo lo spirituale è grande, dice: l’essenza vera del mughetto è avvolta nel granello di seme fisico. Così, quando guardiamo il mughetto, abbiamo da distinguere due stati. Uno stato è dove l’intero essere del mughetto è involuzione: il seme contiene l’essenza avvolta, coinvolta. Man mano che cresce, passa in evoluzione; ma allora l’intero essere del mughetto di nuovo si immerge nel granello di seme che diviene, che emerge nuovo. Così si alternano evoluzione e involuzione nella successione degli stati dell’essenza di una pianta. Durante l’evoluzione lo spirituale scompare sempre più e il fisico diviene potente; durante l’involuzione il fisico sempre più svanisce, e lo spirituale diviene sempre più potente.
In un certo senso possiamo dire che nell’uomo si alternano evoluzione e involuzione, solo ancora più drasticamente. Allora avete l’uomo davanti a voi tra nascita e morte: un corpo fisico e un corpo eterico si coprono come il fisico, lo spirituale si copre anche in un certo senso — l’uomo come creatura terrena è evoluto. Ma se vedete l’uomo passare la porta della morte — osservato chiaroveggentemente — allora non lascia indietro nemmeno tanto quanto è il granello di seme di un mughetto, allora il fisico per voi svanisce così completamente che non lo vedete più, e tutto è avvolto dentro lo spirituale. L’uomo passa ora attraverso il Devachan, allora è nella sua involuzione rispetto alla sua essenza terrena. Evoluzione è tra nascita e morte, involuzione tra morte e una nuova nascita rispetto all’essenza umana terrena. Ma c’è ora una differenza spaventosa tra l’uomo e la pianta. Possiamo parlare della pianta di evoluzione e involuzione, ma con l’uomo dobbiamo parlare anche di un terzo elemento che si aggiunge. Se non parlassimo di un terzo, non potremmo abbracciare completamente l’intera evoluzione di un uomo. Poiché la pianta passa sempre attraverso involuzione ed evoluzione, perciò accade che ogni nuova pianta sia una ripetizione dell’antica, è interamente identica all’antica. L’essenza del mughetto sempre si avvolge nel granello di seme e di nuovo esce fuori. Ma cosa succede invece con l’uomo?
Abbiamo appena riconosciuto che l’uomo assorbe nuovi elementi di possibilità di sviluppo durante la sua vita tra nascita e morte. Così si arricchisce. Perciò non è così con l’uomo come con la pianta. Lo sviluppo futuro dell’uomo sulla terra non è una semplice ripetizione del precedente, bensì con esso è legato un innalzamento del suo essere. Ciò che l’uomo assorbe tra la nascita e la morte, l'avvolge anche dentro ciò che era già prima. E perciò non accade una semplice ripetizione, ma ciò che evolve appare a un livello più alto. Da dove viene propriamente ciò che l’uomo assorbe? Come si deve intendere che riceve qualcosa di nuovo e l'assorbe? Vi prego di seguire molto esattamente, arriviamo a un concetto importantissimo e anche difficilissimo. E non senza ragione lo dico in una delle ultime ore, perché avete tutto l’estate per pensarci. Si dovrebbe pensare a tali concetti per mesi e anni, perché allora gradualmente si arriva a tutta la profondità che vi si cela. Da dove viene ciò che continuamente si inserisce nell’uomo? Vogliamo comprendere attraverso un semplice esempio da dove viene.
Supposte di avere dinanzi a voi un uomo che si trova di fronte a due altri. Riuniamo tutto ciò che appartiene allo sviluppo. Consideriamo l’un uomo che guarda i due altri davanti a noi, e diciamo: è passato attraverso incarnazioni precedenti, ha sviluppato ciò che le incarnazioni precedenti gli hanno messo dentro. Questo vale anche per i due altri uomini che gli stanno davanti. Supponiamo ora che quest’uomo si dica questo: «L’uno accanto all’altro mi piacciono molto.» — Gli piace che proprio questi due uomini stiano l’uno accanto all’altro. Un altro uomo non avrebbe potuto avere questo piacere. Il piacere che uno prova nello stare insieme non ha nulla a che fare con le possibilità di sviluppo degli altri due, perché non se lo sono acquistato, che stando l’uno accanto all’altro piacciano a un terzo. È qualcosa di completamente diverso, dipende unicamente dal fatto che lui sta precisamente di fronte ai due uomini. Vedete quindi: l’uomo si forma interiormente il sentimento della gioia sul fatto che i due che stanno davanti a lui stanno insieme. Questo sentimento non è condizionato da nulla che abbia a che fare con lo sviluppo. Tali cose nel mondo, che sorgono solo dal fatto che i fatti vengono riuniti. Non si tratta del fatto che i due uomini siano connessi dal loro karma. Questa gioia che prova perché i due che stanno insieme gli piacciono, vogliamo prenderla in considerazione.
Prendiamo ancora un altro caso. Supponiamo che l’uomo stia qui in un punto determinato della terra e rivolga lo sguardo nello spazio celeste. Allora vede una certa costellazione di stelle. Se stesse cinque passi più lontano, vedrebbe qualcosa di diverso. Questa contemplazione suscita in lui il sentimento della gioia, che è qualcosa di completamente nuovo. Così l’uomo attraversa una somma di fatti che sono completamente nuovi, che non sono condizionati dal suo sviluppo precedente. Tutto ciò che porta il mughetto è condizionato nello sviluppo precedente. Ma non è questo il caso di ciò che agisce sull’anima umana dall’ambiente esterno. L’uomo ha una gran quantità di questioni che non hanno nulla a che fare con uno sviluppo precedente, bensì che sono presenti dal fatto che l’uomo entra in contatto con l’ambiente esterno attraverso certe circostanze. Ma dal fatto che l’uomo ha questa gioia, essa è divenuta per lui qualcosa, è divenuta per lui un’esperienza. Qualcosa è sorto nell’anima umana, che da nulla di precedente è determinato, che è sorto dal nulla. Tali creazioni dal nulla continuamente sorgono nell’anima umana. Sono le esperienze dell’anima, che non si vivono attraverso i fatti, bensì attraverso le relazioni, attraverso le connessioni tra i fatti, che uno stesso crea. Vi prego, distinguete bene tra le esperienze che si vivono attraverso i fatti e quelle che si vivono attraverso le connessioni tra i fatti.
La vita veramente si scinde in due parti, che scorrono senza confine una nell’altra: in esperienze che sono rigorosamente condizionate da cause precedenti, dal karma, e in quelle che non sono condizionate dal karma, bensì entrano nuovo nel nostro campo visivo. Ci sono ad esempio interi campi della vita umana che cadono in questo capitolo. Supposte di aver sentito che da qualche parte qualcuno ha rubato. Naturalmente ciò che è avvenuto, tutta questa azione, è condizionato da certi o da altri processi karmici. Ma supposte che sappiate solo del furto, non conosciate colui che ha rubato; perciò nel mondo oggettivo è comunque una personalità ben determinata che ha rubato. Voi però non ne sapete nulla. Ma il ladro non viene da voi per dire: « Mettetemi in prigione, ho rubato », bensì voi dovete comporre i fatti da vari indizi, che vi possono fornire la prova che questo o quel è il ladro. Ciò che voi così percorrete di concetti, non ha nulla a che fare con i fatti oggettivi. Dipende da cose completamente diverse, anche da quanto siete intelligenti o no. Ciò che voi così vi ricomponete, non fa sì che quello sia il ladro, bensì è un processo che procede completamente dentro di voi, che si aggiunge a ciò che esternamente c’è. Nel fondo tutta la logica è qualcosa che viene aggiunto esternamente alle cose. E tutti i giudizi di gusto, tutti i giudizi che portiamo sul bello, sono tali cose che si aggiungono. Continuamente quindi l’uomo arricchisce la sua vita attraverso ciò che non è condizionato da cause precedenti, che egli vive in quanto si pone in questo o in quel rapporto alle cose.
Se ora rapidi percorriamo nel pensiero tutta la vita umana e la poniamo dinanzi ai nostri occhi, come si è sviluppata attraverso l’antico Saturno, Sole e Luna fino al nostro sviluppo terrestre, troviamo che su Saturno non poteva ancora essere questione che l’uomo potesse porsi in rapporto in tal modo. Là c’era solo necessità. Così era sul Sole e anche sulla Luna; e come era sulla Luna con l’uomo, così è oggi ancora con l’animale. L’animale vive solo ciò che è condizionato da cause precedenti. Esperienze completamente nuove, che non sono condizionate da cause precedenti, le ha solo l’uomo. Perciò solo l’uomo nel vero senso della parola è capace di educazione. L’uomo solo aggiunge a ciò che è karmicamente condizionato sempre nuovo. Solo sulla terra l’uomo raggiunge la possibilità di aggiungere nuovo. Sulla Luna il suo sviluppo non era ancora tanto avanzato che potesse aggiungere nuovo a ciò che era nella sua predisposizione. Allora stava, sebbene non fosse un animale, al livello dello sviluppo animale. Era in ciò che faceva condizionato da cause esterne. Ma lo è anche oggi, fino a un certo grado; perché solo lentamente si insinuano nell’uomo quelle esperienze che sono libere esperienze. E si insinuano tanto più, quanto più l’uomo sta su uno stadio elevato di sviluppo. Prendete i quadri di Raffaello e immaginatevi che davanti a essi stia un cane. Vede ciò che oggettivamente c’è, vede ciò che risulta dai quadri stessi, in quanto sono oggetti sensibili. Ma supposte che un uomo stia di fronte a questi quadri: così vede in essi qualcosa di completamente diverso; vede ciò che può formarsi solo perché in incarnazioni precedenti si è già sviluppato più in alto. E ora prendete un uomo geniale, ad esempio un Goethe: vede ancora molte più cose, sa cosa significa, perché quel disegno è in questo modo e l’altro in un altro. Quanto più alto è sviluppato l’uomo, tanto più vede. Quindi quanto più l’uomo nella sua anima è già arricchito, tanto più aggiunge tali relazioni di esperienze dell’anima. Queste diventano proprietà della sua anima, diventano ciò che nella sua anima si deposita. Ma tutto questo è divenuto possibile solo da quando lo sviluppo terrestre ha iniziato con l’umanità. Ora accade però quanto segue.
L’uomo si sviluppa a suo modo attraverso i tempi seguenti. Sappiamo che la terra è sostituita da Giove, Venere e Vulcano. Durante questo sviluppo la somma delle esperienze che l’uomo ha così vissuto oltre le cause precedenti si farà sempre più grande, e il suo interno sempre più ricco. Avrà sempre minore significato quello che si è portato dietro da vecchie cause, dal tempo di Saturno, Sole e Luna. Si sviluppa fuori dalle cause precedenti, se le toglie. E quando l’uomo con la terra sarà arrivato a Vulcano, avrà tolto tutto quello che ha assorbito durante lo sviluppo di Saturno, Sole e Luna. Avrà lanciato via tutto questo.
Ora arriviamo a un concetto difficile; deve essere illustrato attraverso un confronto. Immaginate di stare seduti in una carrozza che vi è stata regalata o che avete ereditato. Guidate con questa carrozza. Una ruota della carrozza diviene difettosa. Sostituite la vecchia ruota con una nuova. Ora avete la vecchia carrozza, ma una ruota nuova. Supponiamo che dopo un po’ una seconda ruota diviene difettosa: la sostituite, e ora avete la vecchia carrozza e già due ruote nuove. In modo simile sostituite la terza, la quarta ruota e così via, e potete facilmente immaginare che un giorno veramente non avrete più nulla della vecchia carrozza, ma avrete sostituito tutto con il nuovo. Non avete più nulla di quello che avete ereditato o ricevuto in regalo; state di nuovo seduti dentro, ma fondamentalmente è un veicolo completamente nuovo. E ora trasferite questo allo sviluppo umano. Durante il tempo di Saturno l’uomo riceve la predisposizione del suo corpo fisico, e l’ha formata poco a poco; sul Sole il corpo eterico, sulla Luna il corpo astrale, sulla terra l’Io. Li forma poco a poco. Ma sviluppa sempre più nel suo Io quello che sono nuove esperienze, e si toglie quello che ha ereditato, quello che prima gli è stato dato attraverso Saturno, Sole e Luna. E verrà un tempo — è il tempo dello sviluppo di Venere — in cui l’uomo avrà tolto tutto quello che gli hanno dato gli dèi sulla Luna, sul Sole, su Saturno e nella prima metà dello sviluppo terrestre. Avrà tolto tutto questo, come nel nostro confronto i singoli pezzi sono stati tolti dalla carrozza. E ha sostituito tutto poco a poco con quello che ha assorbito dalle circostanze, con quello che prima non c’era. L’uomo quindi non potrà arrivare a Venere e dire: Adesso tutto quello dello sviluppo di Saturno, Sole e Luna è ancora in me — perché avrà già tolto tutto questo. E alla fine del suo sviluppo porterà ancora con sé quello che non ha ricevuto, bensì se lo è guadagnato lui stesso, quello che si è creato dal nulla. Allora avete il terzo, quello che si aggiunge a evoluzione e involuzione: avete la creazione dal nulla. Evoluzione, involuzione e creazione dal nulla: ecco quello che dobbiamo tenere in vista quando vogliamo afferrare tutta la grandezza e la maestà dello sviluppo umano. E così possiamo comprendere come gli dèi ci hanno dato dapprima come veicolo i nostri tre corpi, come poco a poco hanno costruito questo veicolo e poi ci hanno dato la capacità di superare poco a poco di nuovo questo veicolo, come possiamo poco a poco gettare via pezzi del veicolo. Gli dèi vogliono farci poco a poco a loro immagine, a quello che si può dire: Mi è stata data la predisposizione a quello che devo diventare, ma da questa predisposizione mi sono creato una nuova entità.
Quello che l’uomo così in un lontano futuro scorge come un grande meraviglioso ideale — non solo avere la coscienza di sé stesso, ma la coscienza della creazione di sé stesso — l'hanno sviluppato già prima spiriti grandi, più elevati. E quello che l’uomo vivrà solo in un lontano futuro, certi spiriti, che erano già precedentemente coinvolti nel nostro sviluppo, lo sviluppano già adesso in questo momento. Così abbiamo detto che durante lo sviluppo di Saturno i Troni hanno versato quello che chiamiamo la sostanza dell’umanità, e nei Geni della Personalità hanno versato dentro questa sostanza dell’umanità quello che chiamiamo le forze della personalità. Ma i Geni della Personalità, che allora erano abbastanza potenti da versare il loro carattere di personalità in questa sostanza versata dai Troni, da allora sono saliti sempre più in alto. Oggi sono giunti al punto che per il loro ulteriore sviluppo non hanno più bisogno di sostanza fisica. Durante Saturno avevano bisogno, per poter vivere affatto, della sostanza fisica di Saturno, che contemporaneamente era la predisposizione della sostanza umana. Durante il Sole avevano bisogno della sostanza etica che fluiva nel corpo eterico dell’uomo; sulla Luna della sostanza astrale; qui sulla terra hanno bisogno del nostro Io. Ma d’ora in poi avranno bisogno di quello che questo Io stesso configura, di quello che l’uomo dal puro rapporto crea di nuovo, quello che non è più corpo fisico, eterico, astrale, non è più l’Io come tale, ma quello che dall’Io proviene, quello che l’Io produce. Quello useranno i Geni della Personalità, e l’usano già oggi, per vivervi dentro. Hanno vissuto su Saturno in quello che oggi è il nostro corpo fisico, sul Sole in quello che oggi è il nostro corpo eterico, sulla Luna in quello che oggi è il nostro corpo astrale. Dalla metà del tempo atlantico hanno iniziato a vivere in quello che gli uomini dal loro Io possono produrre come qualcosa di più elevato.
Che cosa producono gli uomini dal loro Io come qualcosa di più elevato? Tre cose. Innanzitutto quello che chiamiamo il pensiero legalitario, il nostro pensiero logico. È qualcosa che l’uomo aggiunge alle cose. Se l’uomo non solo guarda il mondo esterno, non solo osserva, se non solo corre dietro al ladro per trovarlo, ma fa in modo che da sé risulti la legalitaria dell’osservazione, si fa pensieri che non hanno nulla a che fare col ladro però catturano il ladro, allora l’uomo vive nella logica, nella vera logica. Questa logica è qualcosa che viene aggiunto alle cose dall’uomo. Quando l’uomo si dedica a questa vera logica, l’Io crea al di là di se stesso.
L’Io crea in secondo luogo al di là di sé quando sviluppa piacere e dispiacere per il bello, il sublime, l’umoristico, il comico, insomma per quello che l’uomo stesso produce. Diciamo: vedete nel mondo esterno qualcosa che vi sembra sciocco. Ne ridete. Che ne ridiate non dipende affatto dal vostro karma. Potrebbe venire uno sciocco a cui potrebbe sembrare intelligente proprio quello di cui ridete. È qualcosa che risulta dalla vostra peculiare posizione. O diciamo: vedete un eroe contro cui il mondo si muove, che all’inizio si sostiene, ma alla fine tragicamente perisce. Quello che vedete è determinato dal karma, ma il sentimento della tragedia che percepite allora è nuovo.
La necessità di pensiero è la prima, il piacere e il dispiacere sono il secondo. Il terzo è il modo in cui vi sentite spinti ad agire sotto le influenze delle circostanze. Anche questo non è solo karmicamente condizionato: come vi sentite spinti ad agire dipende dal vostro rapporto alla cosa. Supponiamo che due uomini fossero così situati l’uno verso l’altro che dal loro karma fossero determinati a portare insieme qualcosa. Ma nello stesso tempo lo sviluppo dell’uno fosse più avanzato di quello dell’altro. Uno, il più avanzato, porterà; l’altro se lo risparmi per più tardi e porterà più tardi. Uno svilupperà bontà di cuore, l’altro non partecipe. È qualcosa di nuovo che viene allo sviluppo. Non dovete considerare tutto come condizionato: dipende dal fatto che nelle nostre azioni ci lasciamo guidare dalle leggi della giustizia e dell’equità o no. Sempre nuove cose vengono alla nostra moralità, al modo della nostra adempienza del dovere e al nostro giudizio morale. Nel nostro giudizio morale in particolare si trova il terzo, attraverso cui l’uomo va al di là di se stesso, attraverso cui l’Io sempre più si eleva. Questo crea l’Io nel nostro mondo terrestre, e non perisce quello che così nel mondo terrestre si crea. Quello che gli uomini creano da epoca a epoca, da età a età, di risultati del pensiero logico, del giudizio estetico, dell’adempienza del dovere, forma un flusso continuo: fornisce la materia e la sostanza in cui si annidano i Geni della Personalità nel loro sviluppo odierno.
Così vivete la vostra vita, così vi sviluppate. E mentre vi sviluppate, gli spettri dei Geni della Personalità guardano giù da voi e vi chiedono continuamente: Mi dai tu anche qualcosa che io possa usare per il mio proprio sviluppo? E quanto più l’uomo sviluppa ricchezza di contenuto di pensiero, quanto più tenta di affinare il suo giudizio estetico, di adempiere il suo dovere oltre quello che il karma produce, tanto più nutrimento hanno i Geni della Personalità, tanto più noi sacrifichiamo loro, tanto più densi e corporei diventano questi Geni della Personalità. Che cosa rappresentano questi Geni della Personalità? Qualcosa che nella visione di mondo umana si chiama un astratto: lo spirito del tempo, lo spirito delle diverse epoche. Per chi sta sulla base della scienza dello spirito, questo spirito del tempo è una vera entità. Avanzano gli spiriti del tempo, che non sono nient’altro che i Geni della Personalità, attraverso i tempi. Se guardiamo indietro ai tempi antichi, ai tempi indiano, persico, caldeo-babilonese, greco-latino fino ai nostri tempi, troviamo che, indipendentemente dalle nazioni, indipendentemente da tutte le altre diversità degli uomini, sempre muta quello che chiamiamo lo spirito del tempo. Si pensava e sentiva diversamente cinquemila anni fa, diversamente tremila anni fa, diversamente oggi. E quello che muta, sono gli spiriti del tempo o Geni della Personalità, se parliamo nel senso della scienza dello spirito. Questi Geni della Personalità attraversano uno sviluppo nel soprasensibile, così come il genere umano attraversa uno sviluppo nel sensibile. Ma quello che il genere umano sviluppa verso il soprasensibile è cibo e bevanda per questi Geni della Personalità: lo godono. In un tempo in cui gli uomini vivessero senza il dispiegamento di una ricchezza di pensiero, senza piacere o dispiacere, senza un sentimento di dovere che vada al di là del puro impulso karmico, in un tale tempo i Geni della Personalità non avrebbero nulla da mangiare, diventerebbero magri. Così la nostra vita è in relazione con tali esseri, che invisibilmente intessono e vivono la nostra vita.
Vi dissi che l’uomo aggiunge nuovo allo sviluppo, quasi dal nulla, accanto all’involuzione e all’evoluzione crea; ma non potrebbe creare nulla dal nulla se non avesse ricevuto prima le cause in cui si è inserito come in un veicolo. Durante lo sviluppo di Saturno gli è stato dato questo veicolo. Pezzo per pezzo lo getta via e si sviluppa nel futuro. Deve però avere ricevuto il fondamento per questo: se non gli fosse stato creato prima dai dèi il fondamento, non avrebbe potuto eseguire nulla di quello che può essere creato dal nulla. Che le circostanze dell’ambiente agiscano su di noi in modo da essere veramente feconde per il nostro ulteriore sviluppo, questo dipende da un tale evento, da una buona fondazione. Perché che cosa è divenuto possibile dal fatto che l’uomo può creare dal nulla dalle circostanze, che l’uomo può fare base per cose nuove dei rapporti in cui è posto, che l’uomo è divenuto capace di pensare qualcosa che va al di là delle cose che vive nell’ambiente, di sentire più di quello che puramente obiettivamente gli sta di fronte? Che cosa è divenuto possibile dal fatto che l’uomo è capace di agire e di vivere al di là del suo karma pressante nella verità, nell’equità e nella bontà di cuore?
Dal fatto che l’uomo è divenuto capace di pensare logicamente, di sviluppare necessità di pensiero, è stata anche creata la possibilità dell’errore. Dal fatto che l’uomo può trovare piacere nel bello, è stata anche creata la possibilità che inserisca nel mondo lo brutto, lo sporco dello sviluppo del mondo. Dal fatto che l’uomo è capace di porsi un concetto di dovere oltre il puro karma e di adempierlo oltre il karma, è stata anche creata la possibilità del male, della violazione del dovere. Così l’uomo, dal fatto che ha la possibilità di creare dal puro rapporto, è stato posto in un mondo in cui può creare e tessere il suo spirituale, così che questo spirituale è pieno di errore, di bruttezza e di male. E non solo doveva essere creata la possibilità che l’uomo dal puro rapporto crei affatto: doveva essere data la possibilità che l’uomo dal puro rapporto, attraverso la sua lotta e lo sforzo, poco a poco crei il giusto, crei il bello, crei poco a poco quelle virtù che veramente conducono avanti nello sviluppo.
Questo creare dal puro rapporto si chiama nell’esoterismo cristiano il creare nello spirito. E il creare dal giusto, bello e virtuoso rapporto si chiama nell’esoterismo cristiano lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo beatifica l’uomo quando è capace di creare dal nulla il giusto o il vero, il bello e il buono. Ma perché l’uomo è divenuto capace di creare nel senso di questo Spirito Santo, doveva prima essergli data la base, come a ogni creazione dal nulla. Questa base gli è stata data attraverso l’entrata del Cristo nella nostra evoluzione. In quanto l’uomo sulla terra poteva vivere l’evento del Cristo, diveniva capace di salire al creare nello Spirito Santo. Così è il Cristo stesso che crea la base più eminente, più profonda. Se l’uomo diviene tale che rimane fermo sulla base dell’esperienza del Cristo, e l’esperienza del Cristo è il veicolo in cui si pone per continuare a svilupparsi, allora il Cristo gli invia lo Spirito Santo, e l’uomo diviene capace di creare nel senso dello sviluppo ulteriore il giusto, il bello e il buono.
Così vediamo come quasi come ultimo completamento di quello che all’uomo è stato impresso durante Saturno, Sole e Luna, sulla terra è venuto l’evento del Cristo. Ha dato all’uomo il supremo, quello che lo rende capace di vivere nella prospettiva del futuro e sempre più creare dal rapporto, da quello che non c’è, e non c’è là: dipende da come l’uomo si pone di fronte ai fatti del suo ambiente. Nel senso più comprensivo è lo Spirito Santo. Questo è di nuovo un aspetto dell’esoterismo cristiano. L’esoterismo cristiano è connesso con il pensiero più profondo che possiamo avere di tutto lo sviluppo: con il pensiero della creazione dal nulla.
Perciò anche ogni vera teoria dello sviluppo non potrà mai lasciar cadere il pensiero della creazione dal nulla. Supponiamo che ci fosse solo evoluzione e involuzione: allora ci sarebbe una ripetizione eterna, come è nella pianta, allora su Vulcano ci sarebbe solo quello che su Saturno ha avuto il suo inizio. Ma poiché si aggiunge all’evoluzione e all’involuzione la creazione dal nulla, e nel mezzo del nostro sviluppo, dopo che Saturno, Sole e Luna sono passati, sulla terra viene il Cristo come il grande elemento di arricchimento, questo determina che su Vulcano ci sia qualcosa di completamente nuovo, qualcosa che non c’era ancora su Saturno. Colui che parla solo di evoluzione e involuzione, parlerà dello sviluppo come se tutto si ripetesse solo come un ciclo. Ma tali cicli non potranno mai spiegare veramente lo sviluppo del mondo. Solo quando all’evoluzione e all’involuzione aggiungiamo questa creazione dal nulla, che inserisce nuovo nel rapporto che c’è, arriviamo a una vera comprensione del mondo.
Gli esseri inferiori mostrano al massimo un barlume di quello che potremmo chiamare la creazione dal nulla. Un mughetto sarà sempre di nuovo mughetto; al massimo il giardiniere dall’esterno potrebbe aggiungere qualcosa a cui il mughetto non sarebbe mai giunto da sé. Allora ci sarebbe qualcosa che rispetto all’essenza del mughetto sarebbe una creazione dal nulla. L’uomo però è egli stesso capace di inserirsi questa creazione dal nulla. L’uomo però diviene capace di questo solo in quanto si eleva a questa libertà dell’autocreazione attraverso l’atto più libero, che può diventare il suo modello. Che cos’è l’atto più libero? L’atto più libero è questo: che la parola creatrice saggia del nostro sistema solare stessa ha incluso in sé di andare in un corpo umano e di partecipare allo sviluppo terrestre attraverso un atto che in nessun karma precedente era presente. Quando il Cristo decise di andare in un corpo umano, non fu costretto da un karma precedente: lo fece come atto libero, fondato unicamente nella previsione dello sviluppo futuro dell’umanità, che però prima non era mai stato presente, che prima sorse in lui come un pensiero dal nulla, dalla previsione. È un pesante pensiero, ma l’esoterismo cristiano non lo lascerà mai da parte: tutto si basa sul fatto che si sia capaci di aggiungere il pensiero della creazione dal nulla all’evoluzione e all’involuzione.
Ma allora, se si è capaci di questo, si ottengono anche grandi ideali di vita, che forse non si estendono su tali vastità che si possono designare come vastità cosmiche, ma che in realtà sono strettamente connesse con la domanda: Perché ci uniamo ad esempio a una Società Antroposofica? Allora dobbiamo, per intendere veramente quale sia il senso di una Società Antroposofica, ricorrere di nuovo al pensiero che lavoriamo per i Geni della Personalità, per lo spirito del tempo. L’uomo, quando è partorito attraverso la nascita in questo mondo, è dapprima educato dai molteplici rapporti; questi agiscono su di lui e così formano il primo stadio preliminare della sua attività autocreativa. Se gli uomini una volta fossero consapevoli di come questo è veramente lo stadio preliminare, come l’uomo attraverso la sua nascita è posto in questo o in quel luogo, e che è veramente come una grande suggestione, come i rapporti agiscono su di lui! Tentiamo di immaginarci come sarebbe affatto diversa la situazione di un uomo se invece che a Costantinopoli fosse nato a Roma o a Francoforte. Attraverso questo sarebbe stato posto in rapporti diversi, anche in certi rapporti religiosi, sotto la cui influenza in lui si svilupperebbe un certo fanatismo per il cattolicesimo o il protestantesimo. Ma supponiamo che se un piccolo ingranaggio nel nesso karmico si fosse girato e fosse stato nato a Costantinopoli, non sarebbe anche divenuto un abbastanza buon turco? Allora avete l’esempio di come suggestivamente i rapporti dell’ambiente agiscono sull’uomo. Ma l’uomo può uscire dal meramente suggestivo dei rapporti e unirsi con altri uomini secondo principi da lui stesso scelti e compresi. Allora si dice: Adesso lo so, perché collaboro con altri uomini. Così risultano, dalla coscienza umana, tali associazioni di società, in cui si crea materiale per gli spiriti del tempo, della personalità. Ora un tale associazione è la Società Antroposofica, dove sulla base della fraternità si crea questo nesso. Questo non significa nient’altro se non che ognuno così crea del nesso, che nel piccolo si appropria tutte le buone qualità attraverso cui diviene immagine della intera società. Così quello che sviluppa di pensieri, ricchezza di sentimento, di virtù attraverso la società, lo porge come nutrimento ai Geni della Personalità. Così in una tale società è riunito quello che la convivenza umana crea, contemporaneamente con il principio dell’individualità. Ogni singolo è reso capace da una tale società di presentare come sacrificio quello che produce ai Geni della Personalità. E ognuno si prepara a quel punto di vista che assumono i più progrediti, che attraverso la disciplina dello spirito si sono tanto sviluppati che davanti a loro risplende il seguente ideale: Quando penso, non penso per soddisfarmi, ma penso così che da questo traggano nutrimento i Geni della Personalità. Depongo sull’altare del sacrificio dei Geni della Personalità i miei migliori, i miei più belli pensieri; e quello che sento, non lo sento da un egoismo, ma lo sento perché sia nutrimento per i Geni della Personalità. E quello che di virtù posso esercitare, non l’esercito per valere come questo o quello, ma per presentare sacrificio, per creare nutrimento per i Geni della Personalità. Ma così abbiamo davanti a noi come ideale quelli che chiamiamo i Maestri della Saggezza e dell’Armonia dei sentimenti. Perché così pensano e preparano quello sviluppo dell’uomo che porterà sempre più l’uomo a creare nuovo e sempre nuovo, e infine uno sviluppo mondiale di effetti, da cui sono scomparse le vecchie cause, da cui una luce nuova risplende nel futuro. Il mondo non è sottoposto a una continua trasformazione in cui assume forme completamente diverse: il vecchio si perfeziona, e questo vecchio migliorato diviene il veicolo del nuovo. Ma questo allora viene gettato via, scompare nel nulla, così che dal nulla emerge un nuovo. Questo è il grande, spaventoso pensiero del progresso: che nuovo e sempre nuovo può nascere.
Ma i mondi sono chiusi in sé, e avete visto dal proprio esempio che ho esposto, che per questo non si può parlare di una vera rovina. È stato mostrato come i Geni della Personalità da un lato perdono la loro azione sull’uomo, dall’altro però riprendono il loro sviluppo, così che abbiamo a che fare con un mondo che sempre si ringiovanisce, ma di cui possiamo dire: Quello che viene tolto via impedirebbe di procedere oltre, e viene dato a un altro, così che da parte sua può di nuovo procedere oltre. Nessuno dovrebbe credere di doversi lasciar sprofondare nel nulla, perché gli è stata data la possibilità di costruire dal nulla. Ma quello che su Vulcano si mostrerà come nuovo formerà sempre nuove forme e getta via il vecchio; e quello che viene gettato via, si cercherà il suo proprio cammino.
Evoluzione, involuzione e creazione dal nulla: questi sono i tre concetti attraverso cui dobbiamo rappresentarci il vero dispiegamento, la vera evoluzione dei fenomeni del mondo. Solo attraverso questo arriviamo a concetti che spiegano all’uomo il mondo e gli danno sentimenti di interiorità. Perché se l’uomo dovesse dirsi che non potrebbe creare nulla altro che quello che come causa è depositato in lui, che solo quello potrebbe esplicare come effetti, questo non potrebbe rafforzare le sue forze e accendere le sue speranze nello stesso grado in cui se potesse dirsi: Posso creare valori di vita e a quello che mi è dato come fondamento sempre aggiungere nuovo; il vecchio non mi impedirà affatto di creare nuovi fiori e frutti, che vivono nel futuro. — Ma questo è un pezzo di quello che così possiamo caratterizzare dicendo: La visione antroposofica del mondo dona all’uomo forze di vita, speranza di vita, fiducia nella vita, perché gli mostra che può collaborare nel futuro a cose che oggi non solo nel grembo della causalità, ma nel nulla si trovano. Gli prospetta che, nel vero senso della parola, dal creato procede verso il creatore.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
Libera AntroposofiaArchivio digitale della Scienza dello Spirito di Rudolf SteinerInfo e ContattiTutti i contenuti presenti in questa piattaforma sono esenti da copyright
o sono stati legalmente concessi dai tenenti diritto.