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O.O. 338

Come si opera per l'impulso della triarticolazione dell'organismo sociale? Due corsi di formazione per oratori e rappresentanti attivi del pensiero della triarticolazione

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1°Due condizioni fondamentali dell'opera per la triarticolazione: amore per la causa e per l'uomo

Stoccarda, 12 Febbraio 1921

Vogliamo innanzitutto parlare oggi di quali possano essere le intenzioni delle personalità che partecipano a questo corso e di quale genere di atteggiamento verso i nostri compiti si possa acquisire.

Se vorrete adempire alle intenzioni connesse con questo corso, dovrete nelle prossime settimane uscire nel mondo per operare per l’impulso della triarticolazione. Quest’opera è nel nostro tempo un’opera necessaria nel senso più eminente. E da questa convinzione, che essa sia un’azione necessaria, dobbiamo partire. Dobbiamo renderci conto che è ormai il momento, in verità il momento più opportuno, di operare per questo impulso della triarticolazione, che dobbiamo considerare come la richiesta incondizionata della vita civilizzatrice del presente.

Dobbiamo tuttavia, mentre in questi giorni ci istruiremo sulle condizioni di questa azione, assumerci fin dall’inizio il punto di vista che escluda assolutamente dai nostri cuori ogni specie di scetticismo verso lo stesso impulso della triarticolazione. Infatti, non potrete operare se oggi ancora siete in qualche modo scettici verso la cosa. Proprio nel corso di questo ciclo di conferenze potremo vedere come nel mondo non agisca soltanto ciò che si parla o si fa, bensì come certe cose intangibili, cose non espresse, debbano accompagnare assolutamente il nostro parlare e il nostro agire se vogliamo veramente operare.

Dobbiamo inoltre renderci conto che contro questo impulso della triarticolazione si rivoltano tutte le vecchie forze civili che stanno decadendo, si sviluppano antagonismi, e che avremo moltissimo da combattere se vogliamo far valere questo impulso della triarticolazione con le nostre forze. E avremo tanto più da combattere quanto più avremo successo da un’altra parte. Il combattimento non sarà ridotto da tale successo — come del resto ve lo mostra l’esperienza di queste settimane con la nostra opposizione — piuttosto diverrà sempre più aspro e più aspro. E dovrete prepararvi soprattutto per ciò che si presenta come lotta, benché naturalmente ciò non voglia dire che dobbiamo prepararci assolutamente in maniera eminente per il combattimento; ciò non è quello che potrebbe farci progredire. Ma dobbiamo essere consapevoli di quanto fortemente, appunto allora, se arriviamo a fare una qualche breccia, questo combattimento si svilupperà nel prossimo futuro.

Quello che oggi vorrei inizialmente premettere saranno in certo modo singoli punti di partenza psicologici. Naturalmente qui si può trattare soltanto di caratterizzare le basi obiettive per la vostra azione. Desidero fin da principio enfatizzare che non può trattarsi affatto di un’istruzione per l’arte oratoria politico-sociale o di altro genere, bensì appunto dell’istituzione delle basi positive per l’azione nel senso dell’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale. E forse inizialmente percepirete come una cosa tutto sommato generica, se predispongo alcune regole generali; eppure per noi, se le pensiamo in maniera concreta, avranno un’importanza straordinaria.

Non potrete portare avanti quello che volete operare se nella vostra anima non agite da due forze fondamentali; e poiché oggi si tratta di una serietà straordinaria, che deve permeare la nostra causa, che deve animare la nostra azione, dobbiamo innanzitutto diventare pienamente consapevoli, interamente consapevoli, che non possiamo procedere senza sviluppare in noi queste due forze fondamentali dell’anima: in primo luogo il vero amore per la cosa, in secondo luogo l’amore consapevole per l’uomo. Siate chiari su questo: se queste due condizioni non sono presenti, o se sono sostituite da altre, diciamo da ambizione o vanità, potrete presentare alla gente giudizi ancora così logici, potete parlare ancora così intelligentemente, eppure non realizzerete nulla. Le condizioni per operare attraverso la parola si trovano in verità non soltanto nella formulazione, nella rielaborazione della parola stessa. Dovete semplicemente partire da come gli effetti della parola si realizzano per lo più nella nostra epoca contemporanea, e capirete quello che vi ho detto.

Figuratevi semplicemente: due oratori si presentano di fronte a un pubblico. L’uno fosse una personalità sconosciuta con straordinarie conoscenze, con una forza oratoria penetrante e con una piena legittimazione rispetto alla cosa; e un altro oratore si presenti davanti allo stesso pubblico, così come le cose stanno oggi, e abbia da lungo tempo qualche posizione pubblica, sia esso come il deputato NN, lo statista NN, il grande industriale NN noto lì o là, oppure l’erudito NN. Egli avrà un effetto con motivi assai meno penetranti, con una cosa assai meno legittimata. Ciò che costituisce l’effetto è qualcosa che si aggiunge completamente al contenuto della parola detta. Tuttavia, non possiamo fondare il nostro lavoro su tali cose, come le ho appena caratterizzate.

Ma ci sono altri elementi che devono caratterizzare il nostro discorso, e queste sono appunto le due qualità dell’anima di cui ho parlato: il vero amore per la cosa, che soltanto può portare la convinzione interiore, e l’amore per l’umanità. Naturalmente queste due forze dell’anima non possono sostituire quello che è il contenuto della parola. Questo contenuto della parola deve naturalmente essere ineccepibile. Ma non agisce se non è portato dalle due forze dell’anima che ho riferito. Per questo motivo già oggi, quando più vogliamo lasciar cadere le formalità, deve essere detto assolutamente che dobbiamo esaminarci quanto abbiamo presenti in noi queste due forze. Se constatiamo che non le abbiamo, allora sarebbe forse meglio se non ci partecipassimo a questa importante azione che ora è intrapresa, poiché sarebbe forza persa, lavoro perso. E ci si potrebbe convincere che l’effetto di ciò che scaturisce da altri impulsi potrebbe non essere grande, mentre l’effetto di ciò che scaturisce dall’amore per la cosa, che porta la convinzione, e dall’amore per l’uomo, forse inizialmente non si manifesta direttamente, ma pur sempre sarà presente.

Cari amici, esistono tutti i possibili sentieri, dapprima insostituibili, che la verità sceglie per penetrare fra gli uomini; ed è proprio così, che dove sono presenti le due cose intangibili, l’amore per la cosa e l’amore per l’uomo, deve esservi anche un’efficacia, anche se inizialmente non si manifesta chiaramente. Essa verrà in qualche modo, possiamo esserne sicuri.

Ma devono giungere ancora altre cose. Deve esservi una piena consapevolezza di quello in cui oggi parliamo, quando con una cosa come l’impulso della triarticolazione ci presentiamo di fronte al pubblico. Non dobbiamo illuderci in alcun modo circa lo stato d’animo degli uomini a cui parliamo, circa le condizioni date dal fatto che dobbiamo appunto parlare agli uomini contemporanei. Tra questi uomini contemporanei non sono certo pochi quelli che sarebbero adatti a ricevere quello che abbiamo da dire. Ma è soprattutto fra le personalità conduttrici del presente che la maggioranza è tale che le forze di quegli uomini che sarebbero idonei a ricevere l’impulso della triarticolazione sono dapprima — e piuttosto brutalmente — tenute sottomesse.

Soffermiamoci il meno possibile su generalità retoriche, entriamo pure subito nei dettagli. La cosa più ordinaria che vi dicono le persone quando vi presentate con qualcosa come l’impulso della triarticolazione è più o meno così: Sì, soprattutto nell’Europa centrale è dapprima la miseria e la necessità. Dobbiamo combattere per il pane secco. Gli interessi economici sono quelli di cui dapprima dobbiamo occuparci. A che servono gli ideali alti? A che giova quello che viene esposto dalle profondità spirituali? — In tutti i toni sentirete questa obiezione. E naturalmente non si può negare: essa scaturisce dalle anime oppresse del presente. Ha inizialmente, considerato puramente esteriormente, una certa legittimazione. Ma vedremo, quando lasceremo passare davanti alle nostre anime le questioni più importanti del presente, che costituiranno il fondamento per la nostra azione, che questa concezione, secondo cui oggi si potrebbe trattare soltanto della soluzione delle questioni economiche, riposa su un’illusione completa. Infatti, essa parte da una presupposizione, oppure dalla risposta a un’altra domanda come da qualcosa di ovvio; ma non è ovvio. Si parte infatti dal presupposto — e parleremo ancora molto precisamente di questa cosa — che gli uomini, non questo o quel singolo uomo, ma gli uomini in generale, non fossero responsabili del fatto che il mondo civilizzato è caduto nella presente situazione.

Se consideriamo l’economia mondiale diffusa su tutta la terra — ed essa deve oggi essere considerata — allora dobbiamo dirci: la natura oggi non ci fornisce meno di quanto ha fatto in qualsiasi altro momento, se riusciamo a strapparle correttamente i suoi risultati e se riusciamo a portare questi risultati in maniera giusta tra gli uomini — come umanità complessiva naturalmente. Che oggi gli uomini si trovino in una maggiore situazione di miseria di quanto lo fossero in precedenza, non è causato da ragioni fisiche, ma è causato proprio dallo spirito degli uomini. Se gli uomini oggi si trovano in miseria, è la falsa spiritualità, il pensiero falso, che ha prodotto questa miseria. Perciò non può esservi nient’altro che mettere il pensiero giusto al posto di quello falso, per uscire da questa miseria. Non la natura, non alcuno di tali poteri sconosciuti hanno portato l’umanità nella presente situazione, ma gli uomini sono essi stessi quelli che hanno provocato queste cose.

Se c’è miseria, sono gli uomini quelli che l’hanno causata; se gli uomini non hanno nulla da mangiare, sono gli uomini quelli che non fanno arrivare questo cibo a loro. Perciò dipende dal fatto di non partire dalla falsa presupposizione: alcuno dei tali poteri sconosciuti ha causato la miseria, e si deve dapprima eliminare questa miseria, prima che si possa procedere a pensare in maniera giusta — piuttosto occorre chiarire: poiché la miseria è stata causata dal pensiero sbagliato degli uomini, così soltanto il pensiero giusto può provocare l’eliminazione di questa miseria.

Si deve affrontare da vari angoli questa superstizione, che si potrebbe procurare dapprima all’umanità il pane, e poi, una volta che abbia pane sufficiente, giungerà anche a un pensiero migliore. Questa è una superstizione terribile. E nella moderna civiltà non penetrerà mai alcunché di salutare, se non ci si risolve ad abbandonarla, a sostituirla con la giusta fede, che consiste nel fatto che deve entrare un rovesciamento, una nuova formazione del pensiero circa le cose di questo mondo. Ed è proprio questo che gradualmente deve penetrare in un numero sufficientemente grande di teste umane.

Ma troveremo la possibilità di parlare a questi uomini soltanto se ci guardiamo innanzitutto da due illusioni. La prima è il fatto che nel presente non esiste in grandissima misura alcun senso per la produttività della vita spirituale. La sciocchezza con cui non molto tempo fa è stata coniata la parola «Libera via al capace» — non la parola, ma il modo in cui la parola è stata coniata, era una sciocchezza — questa sciocchezza dovrebbe sparire assai a fondo dalle teste umane in vista dei fatti che vigono nella presente civiltà. Infatti, i fatti della presente civiltà sono tali che attraverso la loro stessa natura causano una selezione, una scelta proprio degli incapaci, portandoli sempre verso l’alto.

Viviamo oggi in un’epoca che favorisce particolarmente l’incapacità. Parleremo anche diffusamente di questo e dovremo ricercare le forze che particolarmente nel nostro tempo portano a questa selezione dei più incapaci. Oggi voglio soltanto premettere una cosa inizialmente. Ma vi prego assai di considerare: dobbiamo qui, consapevoli che parliamo fra di noi e creiamo le condizioni per la nostra azione, stare fin dall’inizio saldamente sul suolo che l’impulso della triarticolazione per noi è qualcosa di sicuro, che non gli siamo di fronte con alcuno scetticismo, piuttosto gli siamo di fronte veramente così che vi vediamo l’unica forza che può condurre fuori dalle confusioni del presente. Stando su questo suolo, non potremo considerare come una presunzione o simili ciò che ora dirò, piuttosto precisamente come qualcosa che è oggettivamente connesso alle condizioni della nostra azione in generale.

Considerate i «Punti nodali della questione sociale». Guardate il modo in cui vengono oggi in molti casi intesi, vedete le cose che vengono sostenute dai nemici, e provate allora a formarvi un giudizio da quali profondità questi nemici parlano. Giungerete a queste profondità soltanto per via psicologica, sulla strada dell’osservazione psicologica. I nemici infatti per lo più parlano accanto al contenuto di questi «Punti nodali» — intendo naturalmente il libro —. Nella regola non c’è quasi alcun riferimento in quello che dicono a quello che è veramente il contenuto dei «Punti nodali». Così ho tenuto, ad esempio, poco fa a Berna un’esposizione del contenuto dei «Punti nodali». Dopo ha parlato l’economista nazionale dell’università, per tre quarti d’ora. In nessuna sola frase gli è riuscito di entrare nel contenuto dei «Punti nodali» stessi. Si può addirittura provarlo. E ancora meno è entrato nel contenuto della conferenza. Era completamente impreparato, in quanto non conosceva i «Punti nodali», vero.

Ebbene, che cosa sentono dunque gli uomini quando si accostano alle idee della triarticolazione dell’organismo sociale? Perché formano dalle profonde profondità della loro anima cose che non si adattano affatto? Perché sentono appunto qualcosa di molto particolare. Cioè sentono, senza portarla alla consapevolezza, in sé quello che in essi è attivo. Sentono: se l’impulso per la triarticolazione, come esposto nei «Punti nodali», mettesse radici nel mondo, porterebbe una selezione dei capaci, e gli incapaci verrebbero rovesciati dal loro piedestallo. Poiché l’impulso che risiede nella triarticolazione dell’organismo sociale è in realtà un impulso efficace, non appena viene portato all’umanità in qualche modo. Ma agisce senz’altro così che esclude gli inabili da un’efficacia. È questo quello che gli uomini sentono dalle profonde profondità inconsce di sé. Naturalmente non possono dirlo, per questo dicono quello che dicono. Se ci si impegna come psicologi a penetrare quello che le persone affermano, soprattutto se ci si impegna ad analizzare il modo in cui agiscono, arriveremo davvero a un consolidamento di quello che ho appena formulato. E tutto ciò in definitiva poggia sul fatto che nel presente non esiste un senso per la produttività spirituale. La gente si è abituata troppo a farsi portare lo spirituale dall’impersonale, oppure da ciò che è personale di per sé, ma non è spirituale, dallo stato oppure da personalità statali, che non hanno principalmente lo spirito vivente come tale di fronte agli occhi.

Dovete soltanto prendere caso per caso le cose, dovete soltanto domandarvi: che cosa vogliono le facoltà teologiche? — Oggi nelle facoltà teologiche si tratta molto meno di penetrare il mistero delle forze spirituali originarie del mondo, che di creare nel senso dello stato o delle confessioni impiegati religiosi utili. Con la giurisprudenza non si tratta di ricercare i fondamenti e l’essenza del diritto, piuttosto si insegna alla gente quello che è uso in qualche stato, quello che è stabilito da coloro che nemmeno intendevano creare l’essenza del diritto, piuttosto da qualche interesse hanno fatto questa o quella cosa legge. E così si potrebbero passare in rassegna tutte le cose che in realtà diventano guide nella vita spirituale, e dappertutto si vedrebbe che per l’elemento produttivo dello spirito, che naturalmente deve portare la civiltà, per il vivente penetrare dello spirito nelle anime umane, un senso nel presente è scarsamente presente.

Gli uomini sono stati gradualmente educati a un’intellettualità paralizzata, a un mero pensare, senza che questo pensare sia penetrato dall’iniziativa della volontà. Gli uomini si esauriscono in un puro pensare contemplativo. Lo potrete vedere dapprima come un’esperienza, quando terrete le vostre conferenze. Lo potrete sperimentare sempre di nuovo, che la gente che ascolta, forse anche è soddisfatta da uno o l’altro mentre l’ascolta; le parole sussurrano verso l’orecchio, penetrano nelle anime; la gente sente una certa voluttà nei pensieri; si sente soddisfatta; vorrebbe di preferenza proprio ascoltare quello che la riempie in questo modo con una certa voluttà interiore. Ma in realtà è sempre interiormente turbata, quando le si chiede che le parole non rimangano parole, piuttosto che l’uomo intero si riempia di esse e agisca in maniera energica dal punto di vista che le parole aprono, se le parole hanno qualche conseguenza. La gente si è in merito alla parola da secoli abituata troppo a un certo modo di recezione. Se ascoltavano il predicatore dal pulpito, allora si sedevano nella panca della chiesa, e il sermone doveva essere «bello», doveva così con un certo calore — che era sì in genere un calore filisteo — penetrare nell’intimo. Si voleva sentire una certa voluttà interiore, anche una certa nostalgia interiore dell’anima soddisfatta così, che la soddisfazione venisse da fuori. Ma allora, quando si era lasciato il sermone, allora non si voleva che quello che era stato offerto nel sermone penetrasse veramente la vita. Si è naturalmente detto assai spesso, ma è accaduto da lungo tempo in realtà non mai. Come stia in questa relazione con le altre cose che si raccontano oggi, voi lo sapete pure. Non si può proprio dire che nella maggior parte dei casi i giovani penetrino le porte dell’università con un fuoco interiore particolare, per sostenere le loro lezioni, che non attendano con un calore interiore straordinario quello che il maestro dirà domani in seguito a quello che ha detto oggi. I casi sembrano essere più numerosi quelli in cui la gente sostiene le sue lezioni perché è appunto dovere — oppure forse molti nemmeno le sostengono —, e allora sono felici quando se lo sono fatto inculcare, quello che è necessario per l’esame, attraverso il quale veramente non si constata se una persona è capace e idonea, piuttosto se porta in sé attraverso quello che vi fa diventare un buon impiegato teologico o giuridico, cioè se si inserisce opportunamente in una qualche struttura statale.

Sotto queste condizioni, che vedremo, quale fattori sono stati attivi negli ultimi secoli, soprattutto però anche nel XIX secolo, il senso gradualmente si è perduto per il vivente operare dello spirito nell’umanità. Pensate soltanto, quali religioni sarebbero diventate effettivamente operanti, se non fossero partite da questo senso per lo spirito vivente. Tutte le religioni che in realtà sono diventate religioni non sono partite da quello da cui parte la nostra attuale vita spirituale, cioè dal fatto che tutto quello che portiamo nello spirito sia in fondo soltanto un’ideologia, una somma di astrazioni. Piuttosto le religioni sono partite dal fatto che lo spirito oggettivo, presente nel mondo, si è rivelato attraverso certe personalità, che ha agito come tale, che lo spirito è qualcosa di reale, una potenza reale. Di questo la maggior parte degli uomini che stanno dentro la moderna vita spirituale capiscono quasi nulla.

Mi è stato di recente assai interessante scoprire il seguente. Io parlai dal pensiero che nel primo capitolo dei miei «Punti nodali» è posto a fondamento, che dal lato spirituale una parte essenziale della questione proletaria è il fatto che il moderno proletariato considera tutta la vita spirituale, il costume, il diritto, l’arte, la religione e la scienza e così via, come un’ideologia, e che in questo considerare la vita spirituale come un’ideologia risiede appunto il fondamento per la devastazione delle anime, che allora dai loro istinti giungono a quello che oggi in molte relazioni è il movimento sociale. Questo l’ho esposto nei miei «Punti nodali». L’ho accennato poco fa in una conferenza, e un oratore di discussione di tipo professorale ha capito la cosa così bene, che ha detto all’incirca: Sì, lì sarebbe stato riferito che il proletariato vive in relazione spirituale in una specie di ideologia; ma non si potrebbe riferire questo, poiché tutte le classi, tutti gli stati, l’intera umanità vive continuamente in ideologia; è ovvio che tutti vivono in ideologia! — Il buon uomo non ha affatto il concetto di quello che è inteso, poiché gli è completamente mancato il concetto della realtà della vita spirituale. Gli era scontato che quello che riempie il nostro spirito e la nostra anima sia appunto un’ideologia. Così poteva non capire nient’altro come bravo borghese, se non che si era del tutto giustificati a vivere nell’ideologia; se dunque il proletariato vi vive, così questo non poteva essere il fondamento per gli impulsi sociali del presente!

Vedete, queste cose sono così profondamente radicate in coloro che oggi sono «gli istruiti» che se ne deve già parlare: Per la produttività della vita spirituale la gente non ha alcun senso. Di questa produttività della vita spirituale, dallo spirito creativo, dalla forza dello spirito dobbiamo in primo luogo dare un concetto agli uomini del presente. È questo quello che è innanzitutto necessario. Questo è l’uno, riguardante il quale non dobbiamo nutrire illusioni, poiché altrimenti non sapremmo come parlare all’umanità del presente.

La seconda cosa, riguardante la quale si tratta, è che in realtà attraverso il particolare genere della vita sociale, come si è sviluppata negli ultimi secoli, si è perso il senso per il bisogno dell’altro uomo. Senza questo senso per il bisogno dell’altro uomo non c’è affatto alcuna configurazione della vita economica. La vita economica può formarsi soltanto attraverso uomini che innanzitutto nei loro pensieri circa la vita economica sanno astenersi completamente dai loro propri bisogni e che hanno un sentimento per i bisogni di qualche altro uomo e così imparano a sentirsi nell’umanità. La comprensione consapevole per quello che si può chiamare il consumo dell’umanità, è quello che è necessario nella vita economica.

La vita economica consiste infatti della produzione, della circolazione delle merci, del consumo. Ma controllare la produzione, fornire alla produzione la sua giusta forza, non è anzitutto affatto compito della vita economica. Lo vedete dai «Punti nodali»: il capitale viene dapprima messo in circolazione dal membro spirituale dell’organismo sociale. Il modo in cui si produce è una questione completamente spirituale. Una questione economica è nel senso essenziale la questione del consumo. Naturalmente coloro che stanno dentro le associazioni economiche devono avere dalla vita spirituale la possibilità di controllare il produrre, di organizzare il produrre; ma l’intensità della produzione, il genere della produzione si apprende soltanto quando si ha un senso per i bisogni degli altri uomini e non soltanto, nemmeno come gruppo, per i propri.

Ma che cosa si è sviluppato nella vita moderna? Dappertutto è salito in quegli stabilimenti di ciance, che si designano con il nome di parlamento, e che è una traduzione letterale, quindi una traduzione del tutto giusta; vogliamo usare qui, senza voler cader nella boria nazionale, la traduzione tedesca per il parlamento, dappertutto è salito negli stabilimenti di ciance l’uso di formare gruppi di interesse: associazione degli industriali, associazione degli agricoltori e così via. Nell’Austria declinante erano dapprima al punto di partenza del chiacchiericcio quattro curie di interesse economico. Così appunto il contrario di quello che conduce a una vera comprensione economica è stato in realtà attivo negli ultimi tempi. Gruppi di interesse, cioè gente era lì, che ha detto da principio: Decido quello che trovo giusto secondo se sono interessato alla cosa. — Nella vita economica però soltanto qualcosa può essere deciso, quando si è capaci di astrarsi dai propri interessi e si ha un senso per gli interessi degli altri.

L’ho espresso una volta, anni fa, in quella serie di articoli che è apparsa sotto il titolo «Teosofia e questione sociale». Lì è formulato con una certa precisione quello che ho detto ora. Ma vedete, con tali cose ho sempre inteso qualcosa che non dovrebbe soltanto essere raccontato, altrimenti lo si potrebbe dire anche in parlamento, nello stabilimento di ciance; ma con una tale cosa ho sempre inteso qualcosa che riguarda l’intera umanità, che dovrebbe suscitare una risonanza. Ho smesso allora, perché nessuno se ne è curato. Certo, teoricamente si sarà interessato qualcuno. Ma da lungo tempo non basta che ci si interessi soltanto teoricamente. Poiché le forze di effetto sociale che negli ultimi secoli sono sorte nell’umanità sono finite. Abbiamo bisogno oggi di tali parole che possono anche penetrare direttamente in forze di effetto sociale. Quello che intendo con questo vi sarà forse chiaro, quando dirò il seguente. Considerate i socialisti più radicali, i comunisti, i leninisti, i trotskisti e così via, prendeteli tutti. Partono da un principio originario, per così dire, della vita sociale? No, prendono un quadro, qualcosa che è già lì. Anche Lenin e Trotsky non prendono qualcosa di materiale come fondamento, piuttosto lo stato esistente, da quello partono. Anche i comunisti dunque non prendono qualcosa di materiale, qualche territorio di una vita economica coerente in sé e così via, piuttosto prendono i quadri esistenti, partono da quelli, perché non osano, sebbene siano comunque ancora così radicali, creare prima i quadri. Non osano veramente cominciare dall’inizio.

Guardate in un altro ambito: in interi sciami oggi corrono anche gli istruiti verso il cattolicesimo romano. Ora si sta formando un partito cattolico-giovane, che probabilmente assumerà dimensioni molto forti. Perché? Perché oggi la gente non osa cercare gli inizi della vita spirituale nelle loro anime, perché non osa partire da qualcosa che è originario. Vogliono un appoggio a qualcosa di già esistente. Vogliono correre dentro quello che è già lì. Poiché una forte attività interiore, che crea dal nucleo originario, la gente non la vuole. Non osano. Ma abbiamo proprio bisogno di questo. Dobbiamo destare un senso di questo presso gli uomini. E questo è quello che abbiamo bisogno ora. È il momento di far sì che, nella civiltà europea, un numero sufficientemente grande di uomini giunga a una comprensione. Questo è quello che abbiamo bisogno: partire da principi originari, e non perdersi in astrazioni durante questo.

Io dissi allora in quell’articolo «Teosofia e questione sociale» che la vita sociale può soltanto diventare sana attraverso uomini che partono dagli interessi degli altri. A ciò i sostenitori dell’astrattezza rispondono solitamente così: questo non è nulla di nuovo, è stato detto da tempo. Se allora li si domanda dove è stato detto, si scopre: presso Schopenhauer. Egli ha detto del tutto correttamente: «È facile predicare la morale; è difficile fondare la morale»; la morale deve infatti fondarsi sulla compassione. Sì, vedete, ecco l’astrazione! In Schopenhauer trovate un’astrazione vuota, che come tale è del tutto corretta. Poiché se volete diventare astratti, potete dire: avere senso per gli interessi altrui significa avere compassione. Ma avete trasformato il fatto concreto che vi spinge a penetrare nella vita in un’astrazione ombra. E con queste astrazioni-ombra è dato qualcosa con cui le persone sono molto soddisfatte. Se venite alla gente con qualcosa di completamente concreto, come è stato appunto tentato nella letteratura della triarticolazione, allora vengono gli avversari e dicono: Sì, è tutto già lì! Se allora si va dietro a quello che intendono, intendono qualche astrazione ombra. L’uno trova che nella dottrina della compassione di Schopenhauer è già contenuto tutto quello a cui ho alluso, l’altro forse addirittura nell’imperativo categorico di Kant e così via. Questo è un punto a cui dobbiamo guardare affilati, affinché troviamo la possibilità di afferrare l’essenziale.

E così è necessario che non parliamo del giusto da qualche pregiudizio, piuttosto che continuamente ci lasciamo dettare il giusto da quello che notiamo intorno a noi, che ci lasciam insegnare attraverso quello che gli uomini hanno, e soprattutto attraverso quello che non hanno. Ma per questo è necessario che ci familiarizziamo realmente con quello che vive nel presente.

Vedete, è certo giusto che ci si debba difendere dagli attacchi che ora piovono da tutti i lati contro l’antroposofia e anche contro la triarticolazione. Ma con la sola difesa non è fatto. Dobbiamo esserne pienamente consapevoli. Poiché possiamo difenderci ancora così bene, contro certe correnti nel presente, da cui provengono le personalità che attaccano, con la difesa non si fa molto. Prendete ad esempio il tipo di un dadaista religioso, che ha scritto di recente nella «Tat», si chiama Michel. Un vero dadaista religioso, è questo che veramente lo caratterizza. E ora potete difendervi quanto volete, con un tale uomo non riuscirete. Non riuscirete mai. Poiché quello che proviene dall’antroposofia, quello che proviene dalla triarticolazione, egli non capisce nemmeno in una proposizione secondaria. Un tale uomo ha ad esempio il sentimento che dovrebbe metter soltanto sostantivi quando scrive. Sebbene parli continuamente della «grazia» e di quello che il cattolicesimo gli ha dato, è nel suo sentire e nel suo modo di sentire, che proviene dal punto di vista di un dadaismo religioso, completamente di mentalità materialista. Se dunque sente in qualche modo che, per pensare veramente spiritualmente riguardante lo spirituale, si devono sciogliere i sostantivi, così lo chiama «gonfiezza dello stile». Questo è dal suo punto di vista del tutto comprensibile. Ma naturalmente nella discussione o difesa non riuscirete mai. Si può naturalmente bussare su dita così sporche, questo va bene, ma raggiungere attraverso queste cose della sola difesa non si può raggiungere nulla.

E di questo dobbiamo essere assai consapevoli, se vogliamo operare: oggi non può trattarsi del fatto che ci difendiamo soltanto dagli attacchi. Questo può talvolta essere necessario. Ma di ciò si tratta: che conosciamo precisamente i flussi del tempo che sono, le direzioni che sono, e le caratterizziamo senza scrupoli di fronte alla comunità. Non si tratta veramente dello spirito di Michel o simile, piuttosto di questo genere particolare di dadaismo religioso. Questo deve essere caratterizzato dinanzi alla comunità. Non interessa lo spirito del signor Michel, piuttosto questo genere particolare di impotenza religiosa, che diventa corrente. Quello dobbiamo presentare così, che per così dire dallo specchio, da cui mostriamo agli uomini tali correnti, coloro che ancora hanno un sentire sano comprendano di cosa si tratta.

Questo è naturalmente ancora assai più difficile che una mera difesa dialettica. Ma questo è la cosa particolare che è necessaria. Dobbiamo familiarizzarci con quello che è nelle profondità della nostra civiltà contemporanea. Allora l’afferreremo dalla radice e la metteremo di fronte al presente.

In questa relazione è contenuto molto nel materiale, semplicemente per il fatto che da me sono state tenute conferenze dall’aprile del 1919. Lì è sempre stato tentato, in un certo modo, di mostrare i cosiddetti flussi spirituali e i flussi economici che agiscono nel presente, anche di caratterizzare singole personalità così come dovevano essere caratterizzate. Ma le cose in gran parte sono state sepolte. Giacciono lì. Certamente le hanno lette. Ma il lavoro deve proseguire. Gli impulsi devono essere afferrati, devono essere portati avanti.

È questo di cui si tratta. Allora gradualmente — ora non abbiamo più molto tempo, affinché il «gradualmente» potrebbe ancora durare molto tempo — allora gradualmente nel nostro movimento della triarticolazione dell’organismo sociale sorgerà qualcosa che è critica positiva e fruttuosa della tutta la civiltà contemporanea. E su questo fondamento di una critica penetrante della civiltà contemporanea deve edificarsi quello che è da portare in teste e cuori come idee positive. Gli uomini devono intendere come si frantuma quello che è presente nei flussi contemporanei e che in larga misura è soltanto riscaldamento di qualcosa di antico. Poiché quando vedono come si frantuma, allora saranno inclini a occuparsi di quello che possiamo dire loro di positivo, poiché le personalità conduttrici si muovono in realtà dappertutto in illusioni. Finché non viene qualcosa di catastrofico da questo o quell’angolo, le persone negano ogni pericolo. Questo è il caratteristico del presente.

Si deve così ogni giorno di nuovo sforzarsi di mostrare agli uomini come quello di cui si fanno nebbia, deve frantumarsi. Da questo punto di vista è straordinariamente interessante studiare come la paura delle personalità conduttrici ha all’inizio ancora agito, ancora quando abbiamo iniziato con il nostro movimento della triarticolazione nel 1919. Allora era dapprima ancora, benché non a lungo, per un paio di settimane, presente una generale paura. Nelle prime settimane si poteva abbastanza bene vedere come presso certi uomini industriali, commerciali così mezzo e mezzo a malincuore sorta la domanda, che naturalmente hanno concepito a loro maniera: Come ce la caviamo con i socialisti? Come dobbiamo fare questo o quello? E si sono prestati, benché per lo più con caricature di questioni di socializzazione, ma comunque, si sono prestati a parlare di tali cose. Poi passarono un paio di settimane, i socialisti commisero stupidità su stupidità, allora le personalità conduttrici di una volta erano di nuovo in cima.

Questo è un movimento interessante che poteva essere osservato, poiché mostrava come sia forte la tendenza, semplicemente, di non passare all’attività interiore, piuttosto di abbandonarsi soltanto all’esistente, di lavorare dall’esistente e di non rendersi conto affatto che si danza in realtà su un vulcano. Anche ora è del tutto così che gli uomini sono ignari. Perciò è necessario che si susciti in larghissimi strati la comprensione per il frantumarsi della nostra civiltà su tutti i campi. Come si trovi ciò, parleremo di questo in queste conferenze. Io volevo oggi enfatizzare più il formale e mostrare su cosa dapprima dobbiamo dirigere i nostri pensieri. Poiché attraverso sole cose esterne oggi non si giunge a un valido rappresentare di una cosa.

L’educazione dell’umanità è stata completamente teorica attraverso lunghi tempi. E in ogni uomo siede oggi — e specialmente nei cosiddetti pratici, la cui pratica è in realtà soltanto routine — il teorico nella nuca. Hanno qualche paio di frasi teoriche, queste le «realizzano». Perciò la cosiddetta realtà, la pratica è così irreale oggi. È completamente irreale, poiché gli uomini sono stati educati a teorici. Il nostro intero sistema scolastico era volto a intellettualizzare gli uomini, a farne teorici. E questo è quello a cui dobbiamo giungere: che smettiamo di rappresentare soltanto teoricamente qualcosa che sosteniamo, — che ogni parola è un atto interiore.

È straordinariamente interessante, se si lasciano agire su di sé i dibattiti ad esempio che nella teoria economica nazionale sono stati condotti sul fatto che soltanto il lavoro fisico produce merci produttivamente, il lavoro spirituale però no, che il lavoro spirituale sia improduttivo. Nella letteratura di economia nazionale troverete ampie esposizioni su questo. E proprio due delle più significative personalità dirigenti dell’economia nazionale nel XIX secolo sono partite da questa proposizione come da un assioma: Karl Marx e Rodbertus. Entrambi rappresentano il punto di vista che lo spirituale non produce merci, che soltanto il lavoro fisico produce merci. Questo punto di vista è da intendersi storicamente. Ma così come è rappresentato riposa sul fatto che si creda ad esempio: Ebbene, un lavoro manuale si esaurisce mentre viene compiuto, e la forza esaurita deve allora di nuovo attraverso nutrizione essere equilibrata e sostituita; un’idea però non si esaurisce, quando si è inventato qualcosa, quando secondo il modello si riproducono migliaia e migliaia di cose. Questo è un argomento che è stato portato assai spesso. Ma è un nonsenso. Se uno calcolasse veramente quanta forza ci vuol per trovare un’idea, si vedrebbe già che quello che ora sono forze esaurite, che devono essere sostituite, con l’idea non è affatto minore di quello che è consumato con il lavoro fisico, poiché in realtà quello che è compiuto nel pensare dipende dalla volontà così come quello che è compiuto con la mano. Non si può affatto separare questo l’uno dall’altro. È il più grande nonsenso distinguere tra lavoro di testa e lavoro manuale in realtà. Ma le cose sono gradualmente diventate frasi, poiché era presente la tendenza precisamente negli ultimi decenni di produrre frasi da quello che una volta era ancora realtà effettiva.

Lo si può, se si ha esperienza in queste cose, seguire tappa per tappa. Mi ricordo, ad esempio, come una volta ho sentito una conferenza che il leader socialista Paul Singer ha tenuto davanti a proletari. Là ce ne erano alcuni che hanno iniziato un po’ a parlare con disprezzo dei «gendarmi della carta». Avreste dovuto vedere come lì ancora il vecchio Singer, nella sua intera corpulenza, si è sollevato in protesta e ha esposto che non poteva permettersi che, se si compie lavoro spirituale, non fosse del tutto equiparato all’altro lavoro. Ma questo era già ai primi degli anni novanta. Da allora si poteva osservare nel socialismo il corso del diventare frase della realtà.

Da tali osservazioni dipende il fatto che ci si orienti nella vita e si parli dalla vita. Naturalmente non si può fare ciò in misura esauriente da un giorno all’altro. Ma si deve avere il senso per questo. E se si ha il senso, allora certe cose intangibili penetrano nel nostro discorso. E allora il nostro discorso sarà tale da portare i suoi frutti.

Questo è quello che vi volevo inizialmente dire come un’introduzione formale.

2°Indicazioni per l'oratore: dall'esperienza e dall'osservazione delle circostanze concrete (pomeriggio)

Stoccarda, 13 Febbraio 1921

Avanzeremo soltanto se riusciremo a fondare sufficientemente — cioè in una forma che sia intelligibile ai singoli — le cose che dobbiamo presentare per la guarigione della presente civiltà. E molto dipende dal fatto che, per le diverse questioni, muoviamo da punti di partenza solidi. Innanzitutto deve diffondersi un giudizio sano su quale sia il significato reale di queste esposizioni contenute nei «Punti nodali» e di tutto ciò che vi si collega.

Si tratta di condizioni sociali e di formazione di giudizi orientati socialmente. Nel cercare tali giudizi, la questione è sempre questa: quando si giudica su queste relazioni reali partendo dalla pura logica dell’intelletto — relazioni, cioè, in cui sono sempre coinvolte persone con i loro sentimenti, con la loro volontà, poiché questo è il caso nelle condizioni sociali — allora si arriva a dibattiti interminabili; e questo deve essere tenuto ben presente soprattutto nelle discussioni. In questioni che appartengono a una realtà instabile, in cui sono coinvolte persone, bisogna partire dall’esperienza — da una qualche forma di esperienza — non dalla logica dell’intelletto, perché da qualunque punto di vista si possono sempre trovare argomenti ugualmente validi a favore o contro una cosa. Solo dal punto di vista dell’esperienza si possono giudicare queste cose. Proprio per questo motivo abbiamo avuto così molteplici e contraddittorie concezioni socio-politiche nel periodo moderno, perché coloro che le hanno formulate non hanno mosso dall’esperienza, dall’osservazione delle condizioni, e non hanno giudicato partendo da essa.

Questo è stato tentato, in senso ampio, proprio nei «Punti nodali». E bisogna far comprendere alle persone che tutto ciò che esiste nella scienza e nella cultura attuali non fornisce davvero alcun fondamento per un tale giudizio, se non esclusivamente quello che è la scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Essa, infatti, non parte dalla logica sola, ma dall’esperienza onnicomprensiva. E per mezzo di essa ci si educa a un giudizio che procede dall’esperienza, mentre l’insistenza sull’esperienza da parte dei nostri scienziati contemporanei non è che un’illusione. Essi parlano assai di esperienza, ma in fondo giudicano partendo dalla pura intellettualità astratta. La nostra scienza dello spirito non fa questo. Perciò essa educa effettivamente a un tale giudizio che procede dall’esperienza.

Vedete, l’uomo che poco tempo fa ho menzionato nella conferenza pubblica, l’economista nazionale Terhalle, ha citato un’affermazione di un uomo non particolarmente autorevole in questo campo, Georg Brandes, il quale ha detto che è così difficile raggiungere la verità in questioni sociali perché la massa del popolo non giudica secondo la ragione, ma secondo gli istinti. Facilmente si ha l’impressione — quando si crede personalmente di stare su un certo punto di vista infallibile nel giudicare tutte le cose — che tutto ciò che emerge nell’anima collettiva di un gruppo sociale provenga dagli istinti e non dalla ragione. In un certo senso, è anche del tutto legittimo dire una cosa del genere. Ma non produce granché di effetto. Infatti, quando non si tratta di un singolo uomo che arriva a un giudizio, ma di gruppi di persone — siano essi gruppi popolari o di classe — non è mai possibile giudicare partendo dalla ragione. Poiché ciò che emerge come giudizio non sempre nasce dalla confluenza di ciò che i diversi uomini pensano, ma anche da ciò che sentono e desiderano. Allora non può mai risultare un giudizio univoco, mai. Dal punto di vista della ragione non esiste alcun giudizio sociale univoco. Si può giudicare socialmente soltanto dal punto di vista della formabilità. Non dovete dire questo alle persone senza ulteriori spiegazioni, perché altrimenti verrebbe frainteso. Ma oggi, se volete in qualche modo formulare e fondare un giudizio sociale, dovete sapere che questo è possibile soltanto dal punto di vista della formabilità — cioè da un punto di vista in cui il giudizio è tale da poter essere piegato e formato, in cui ha, per così dire, benché la parola sia biasimata, una specie di struttura artistica e non una mera struttura logica. Solo i giudizi che hanno una tale forma plastica possono essere in qualche modo applicabili alla vita sociale. Questo era necessario dirlo per dare una certa direzione al nostro proposito.

Ma inoltre è necessario oggi abituare le persone ad avere un certo orizzonte ampio. Viviamo oggi davanti a un mondo in cui ognuno forma i propri giudizi dal più piccolo orizzonte immaginabile, e li forma in modo tale da credere che le cose siano assolutamente, infallibilmente corrette. Egli non vede null’altro che le cose più prossime; ma giudica su tutto. Questo è il carattere tipico della nostra epoca. Perciò avrete notato che in tutto ciò che ho cercato di presentare — e questo è stato il caso anche prima, a partire da aprile 1919 — il mio sforzo non è consistito nel mettere dappertutto giudizi già formulati, ma nel mostrare cose da cui la singola persona può poi derivare un giudizio proprio. Creare le basi per un giudizio proprio e indipendente — questo è stato lo sforzo che ho seguito a partire da aprile 1919. Questo è anche qualcosa che deve essere chiarito nei più ampi circoli: non si tratta di giudizi finiti e dogmatici, ma di indicazioni di strada che permettono al singolo di formare giudizi indipendenti. E farete bene nel vostro operare, nei vostri discorsi, a non dare troppo peso ai giudizi finiti e dogmatici, ma piuttosto a cercare soprattutto di fornire le basi per un giudizio che l’uno possa formarsi così e l’altro così; poiché solo da tali giudizi fluisce insieme qualcosa che possiamo realmente usare. Purtroppo è troppo vero che il mondo presente è ricchissimo di giudizi, ma nel fondo è ben lontano dalle basi reali per giudizi legittimi.

E qui giungo subito a un punto che voglio mettere all’inizio delle nostre considerazioni, un punto che deve essere particolarmente chiaro per voi, dal quale — se posso dirmi così — dovete muovere più nella formazione dei vostri discorsi, piuttosto che dirvi esattamente le stesse cose che vi esporrò adesso. Ma nella formazione del vostro discorso dovete partire dalla consapevolezza di ciò che ora cercherò di spiegare.

Vedete, all’interno della civiltà europea negli ultimi 100, 150, 170 anni sono emerse le più svariate opinioni, le più svariate agitazioni su vari ambiti della vita sociale. Cercate solo di tenere una visione d’insieme di tutto quello che il XIX secolo ha portato di visioni sulla vita sociale, e osservando queste cose, vedrete sempre che ogni singolo sforzo di questo tipo ha dei punti dolenti. Si vede ovunque che non esiste una vera visione d’insieme di quello che è necessario. Le persone che nel periodo più recente hanno giudicato e discusso su questioni sociali hanno portato molte considerazioni acute, molte considerazioni straordinariamente acute. Ma era tutto tale che alla fine ci si doveva dire: sì, tutto questo non produce davvero molto in realtà; non si può fare nulla con quello che è stato proposto da economisti nazionali, da pratici e così via riguardo a qualsiasi istituzione sociale e simili. A volte lo si poteva usare in un piccolo ambito, ma non si poteva farne un uso coerente e generale.

E questo dipende dal fatto che fondamentalmente negli ultimi due secoli all’interno dell’Europa si «risolvono» questioni partendo dai fondamenti più primi — o almeno si crede di risolverle così — che in realtà non possono essere risolte da questi fondamenti.

Voglio usare un confronto per rendere intelligibile quello che voglio dire. Quando uno si costruisce una casa e il fondamento e il pianterreno sono finiti, non dovrebbe venirgli in mente di voler avere un piano completamente nuovo per il primo e il secondo piano. Deve assolutamente costruire in un certo modo continuando come ha fatto con il fondamento e il progetto di base. Quando una cosa è già in corso, non si può partire di nuovo dai fondamenti per fare qualcosa di completamente nuovo. — Ma così è stato in Europa. Economisti nazionali, agitatori socialisti, agitatori borghesi, pratici e così via hanno voluto risolvere le questioni economiche, le questioni giuridiche, ma dappertutto queste cosiddette «soluzioni» in realtà pendevano nel vuoto. Non si poteva semplicemente partire dai fondamenti. Se si teneva d’occhio il tutto della vita civile moderna — che sempre più diventava un tutto da cui non si poteva estrarre nulla di individuale — non si poteva fare diversamente se non dirsi: Sì, in fin dei conti, siamo in mezzo allo sviluppo. Non possiamo chiedere oggi: quali sono i fondamenti primi delle relazioni giuridiche all’interno del mondo civile, quali sono i fondamenti primi delle relazioni economiche all’interno del mondo civile? Questo è qualcosa che oggi le persone non prendono affatto in considerazione. È curioso, per esempio, in Svizzera. Si crede che, prescindendo da tutto il resto del mondo, si possano considerare speciali «condizioni svizzere» e pensare di nuovo alle relazioni giuridiche ed economiche da questo punto di vista. Ma così, fondamentalmente, è stato fatto negli ultimi due secoli. E così è venuto il caos. Vedete, si è cercato di «risolvere» questioni — e qui devo usare il termine tra virgolette — che in realtà erano tutte, se mi riferisco al mio confronto, arrivate nel XVIII secolo fino al completamento del pianterreno. Si poteva solo costruire il piano successivo su quello che era già lì. Tutto questo proveniva dal fatto che all’interno della civiltà europea si era completamente persa la capacità di avere corrette sensazioni riguardo agli avvenimenti storici, riguardo a quegli avvenimenti storici che pongono i fondamenti per la vita che da essi procede. E gli avvenimenti storici più importanti devono essere correttamente valutati se si vuole giudicare in seguito. Non si può sempre giudicare partendo dai fondamenti.

E qui indico due importanti avvenimenti che, quantunque siano molto lontani da noi, ora devono essere considerati con attenzione. Poiché sia la nostra vita spirituale, sia la nostra vita giuridico-statale, sia la nostra vita economica in Europa si fondano su tali avvenimenti, e non si può assolutamente pensare la civiltà moderna senza essere chiari su quello che per mezzo di questi avvenimenti è stato portato in Europa. Uno degli avvenimenti è quello del 1721. È la Pace di Nystad, che ha concluso la Guerra del Nord. L’altro degli avvenimenti è quello del 1763, la Pace di Parigi, che ha concluso le differenze tra la Francia e gli Stati liberi dell’America del Nord e l’Inghilterra. Questi due avvenimenti sono effettivamente nel mondo dei fatti in mezzo a noi nella vita civile europea; ovunque gli effetti reali sono presenti. Ma l’europeo ha completamente dimenticato di pensare a questi avvenimenti nel modo appropriato. Perciò giudica ovunque in modo irreale. I fatti che ho appena riportato sono presenti ovunque. Potrei dire: a ogni tavolo colazione mangiamo così come è accaduto grazie a questi due avvenimenti. Ma non si vuole saperne, come non si vuole saperne della realtà in generale, e invece si giudica sempre solo dalla propria testa, e logicamente dalla propria testa, ma in realtà — tessendo pure fandonie. Poiché la maggior parte di quello che oggi viene giudicato nella vita sociale è fondamentalmente tessere fandonie nel senso in cui il termine è usato comunemente nel linguaggio popolare.

Vedete, se si vuole correttamente valutare questi due avvenimenti, bisogna tenersi davanti una connessione che intercorre direttamente tra questi due avvenimenti e la catastrofe europea in cui ci troviamo. Nello sviluppo dell’umanità non è così che si possa giudicare solo su un paio d’anni, perché i fatti si estendono semplicemente su periodi di tempo più lunghi.

Le cose stanno così: solo nel 1721, nella Pace di Nystad, è stato deciso che la Russia come potenza che ha importanza sia nella vita spirituale, sia nella vita giuridico-statale, sia nella vita economica interviene nelle condizioni europee. Ora, questo significa straordinariamente molto. Poiché la Russia riguardo alla sua costituzione spirituale — qui non ci atteniamo alle parole d’ordine, ma alla realtà — la Russia è ancora oggi, per quanto riguarda gli interessi spirituali dell’umanità, decisamente una potenza asiatica, una potenza orientale-morale. La sua vita dell’anima è nella costituzione che conosciamo soltanto riguardo alle condizioni orientali della vita dell’anima. Quella che è stata introdotta in questa costituzione dell’anima orientale è soltanto quello che è venuto da Pietro il Grande, che ha poi portato a far progredire la Russia fino al Mar Baltico.

Con ciò erano già decise tutte le cose successive. E questo è nuovamente qualcosa di caratteristico: l’Europa ha continuato a discutere se la Russia avrebbe dovuto raggiungere Costantinopoli o meno. Non è stato questo l’importante, ma piuttosto se avrebbe dovuto partecipare alle condizioni europee. E questa questione è stata decisa nel 1721 nella Pace di Nystad. E questo è l’essenziale in tutto il dibattito europeo: che si è sempre voluto risolvere questioni che in gran parte erano già risolte. La soluzione era già presente fino a un certo grado, e si è sempre ricominciato da capo senza considerare che i fatti erano già lì.

Cosa ne è risultato? Se prendete l’intera storia dell’Europa, per quanto la Russia vi partecipa nel XIX secolo, dovete dirvi: questa partecipazione della Russia — pensate solo agli sforzi panslavi e ai tentativi slavofili — va completamente nel senso di sollevare le questioni spirituali della vita europea in una maniera orientale. L’Oriente ha dovuto in un certo senso capitolare di fronte a Roma. L’Oriente voleva mantenere la propria costituzione dell’anima; da qui la scissione del cattolicesimo orientale dal cattolicesimo romano. È un mondo completamente diverso riguardo alla costituzione dell’anima. È soprattutto un mondo che ha sempre avuto la tendenza di mescolare quello che emerge nella vita spirituale con quello che è amministrazione mondana, profana, statale. Si voleva in un certo senso nella direzione dello stato ricercare anche la direzione religiosa.

Per questo motivo tutto il rapporto della civiltà europea con l’Oriente ha ricevuto la sua configurazione. Per questo sono nate le questioni che effettivamente erano presenti, non quelle di cui si era sognato e su cui ci si era dati a innumerevoli illusioni. Considerate solo tutto quello che in Oriente da un lato è stata la continua tendenza degli slavi cechi e dei sudslavi verso la Russia, a cui la Russia a sua volta si è contrapposta con quello che nel campo del potere politico esteriore era solo una frase, ma che ha avuto un’azione incredibilmente seduttrice sui cuori del popolo russo: la liberazione dei popoli nei Balcani. Dappertutto si tratta di forze spirituali! In ciò si mescolò l’altro, che è nuovamente una relazione spirituale-nazionale: l’antagonismo tra l’elemento slavo-polacco e l’elemento russo. Per questo l’intera situazione dell’Europa orientale è caratterizzata così.

E tutto quello che si è svolto lì nello spirituale dipende dalla vita complessiva della civiltà. Sulle cose che si svolgono così nello sviluppo dell’umanità non si può parlare in modo da partire soltanto dal particolare. Non si può semplicemente dire: in generale esiste un’opinione su come dovrebbero stare in rapporto reciproco la vita spirituale, quella economica e quella politico-giuridica, ma si può parlare di queste questioni solo sotto determinate premesse effettivamente date. E l’intera maniera in cui la vita spirituale orientale trapiantata in Europa ha agito dipende completamente dal fatto che la Russia è in misura così estesa un regno agrario non ancora completamente concluso, che lì tutto è ancora così che si dice: la natura ancora dà quello che effettivamente dà il tuono generale della condotta di vita. Una tale costituzione dell’anima, come quella venuta da Oriente nella vita europea, dipende completamente da quello che è possibilitato dalla vita esterna agricola in Russia. Il singolo russo, indipendentemente da quale classe appartenga, non avrebbe questa costituzione dell’anima che ha se il legame della vita esterna con la natura non fosse così intimo. Per tutta la vita orientale non esiste una vera questione economica, cioè il terzo membro nell’organismo sociale triarticolato.

Esistono per il mondo intero questi tre ambiti della vita sociale umana: la vita spirituale, la vita giuridico-statale e la vita economica. Ma la costituzione dell’anima degli uomini sotto l’influsso di questi tre menti si presenta sempre diversamente, a seconda che l’umanità sia incline a guardare a quello che la terra dà, oppure proprio a guardare a quello che la terra dà. Quanto più avanziamo verso Oriente, tanto più diventa naturale che si lasci agire la natura, che le si tolga quello che essa dà, e che si amministri con questo senza organizzare particolarmente la vita economica in sé. E di cosa si tratta in Russia è proprio del fatto che non c’era bisogno di organizzare la vita economica come tale, o per lo meno non se ne vedeva il bisogno. Ma questo è il modo di pensare orientale.

Il modo di pensare orientale procede, se così posso dire, il meno possibile oltre il punto di vista che un’altra «popolazione» della terra occupa in questo riguardo. Vale a dire, il mondo animale. Chi credesse che questo mondo animale non abbia anche una vita spirituale e persino in un certo senso una vita giuridico-statale, si troverebbe completamente sulla strada sbagliata. La vita animale ha assolutamente anche un mondo spirituale e una specie di costituzione giuridica. Ma una vita economica no. Lì prende quello che la natura gli dà. E da questa popolazione della terra, il regno animale, si discosta il meno possibile la popolazione orientale, che proprio per questo ha questa spiccata vita spirituale che procede verso l’artistico, l’intuitivo, perché prende quello che la natura le offre nella vita economica e su questa vita economica non discute particolarmente. Tutto quello che di struttura sociale esiste lì si basa effettivamente su fondamenti diversi da quelli economici, si basa su relazioni di dominio, su relazioni ereditarie, ma non su pensieri economici. Questa particolare costituzione dell’anima è il presupposto per il fatto che nel complesso si possa dare tanto importanza all’elemento nazionale come se ne dà in Oriente.

Ora, l’Europa discute da due secoli su questioni nazionali e sociali. Ma su entrambe si è discusso in modo tale da partire da elementi senza stare sulla realtà effettiva che era già lì. Non si poteva semplicemente continuare a pensare nel XIX secolo, soprattutto nella seconda metà del XIX e agli inizi del XX, a questioni nazionali e sociali nello stesso modo dopo che all’elemento nazionale era stata data quella sfumatura che gli era stata data dal fatto che un elemento asiatico, il nazionale-slavo, l’aveva fruttificato nel modo in cui era stato il caso. Così si è in realtà discusso anacronisticamente su questioni nazionali. Le cose di cui si discuteva ancora erano da lungo tempo concluse.

Avrebbe dovuto essersi consapevoli che un giorno potrebbe semplicemente sorgere la grande questione se l’Oriente non potrebbe semplicemente inondare tutto l’Occidente con il suo modo di pensare sulla vita spirituale. Oggi ne è già l’alba. In Oriente, in Asia laggiù, si discute su come fare in modo che tutta la roba tecnico-scientifica in Europa con la sua astrazione, con il suo sfruttamento e così via scompaia e l’elemento asiatico del sentire e del provare umano, dell’anima, ricopra l’intera terra.

In astratto naturalmente ci si può di nuovo dichiarare d’accordo. Ma le cose stanno così: la vita dell’anima e dello spirito in Oriente è in decadenza. Questo non impedisce che nelle anime russe siano forze future. Ma quello che c’era era completamente in decadenza. Non si può contare sul fatto che potrebbe venire dall’Oriente come una redenzione. Vedete, per mezzo di questa Pace di Nystad del 1721 è venuta su tutta l’Europa la particolare sfumatura nel pensiero nazionale che era stata imposta al mondo slavo. E tutto quello che da ciò è proceduto ha in un certo senso contagiato l’Europa, davvero contagiato, per il fatto che la Russia poteva partecipare alle condizioni europee.

E la terra di esperimenti — se ci si preoccupasse davvero delle condizioni mondiali, non ci si fermasse sempre già ai confini delle proprie condizioni statali, si capirebbe una cosa del genere — la terra di esperimenti era l’Austria. E l’Austria è andata in rovina proprio perché lì si è continuato a discutere questioni che fino a un certo grado erano già state indirizzate in una certa direzione. L’Austria non è riuscita a risolvere il suo problema slavo perché avrebbe potuto risolvere il problema solo se avesse sviluppato un senso per la produzione originaria dello spirito, per una vita spirituale che procedesse dai suoi stessi elementi.

Non è vero, su una tale vita spirituale non si poteva assolutamente parlare di fronte ai liberali, loro in particolare. Poiché essi dicevano sempre a uno — e in paesi che sono repubbliche, questo continua a essere detto — questi liberali dicevano sempre: Sì, se consegniamo la scuola alla libera vita spirituale, allora il cattolicesimo se ne impadronirà, allora siamo consegnati al clericalismo. Questo è quello che la gente soleva sollevare come obiezione! Ma questa obiezione procede solo dal fatto che ci si pensa come unica possibilità di appellarsi a una vita spirituale che era produttiva secoli fa, oggi però è qualcosa di anacronistico, di decadente. Nel momento in cui ci si rendesse consapevoli che abbiamo bisogno di una vita spirituale liberamente creatrice, si troverebbe naturale che a questo libero pensiero creativo debba essere consegnata la vita scolastica. Ma poiché le persone non hanno il senso per far partecipare la loro volontà alla creazione della civiltà, ma piuttosto si vogliono solo abbandonare a qualcosa — sia esso lo stato, sia una vita economica già finita — che le nutre, poiché non hanno il senso di impregnarsi la volontà di qualcosa di creativo, sorgono allora cose così avvilenti. Si tratta di potersi liberare senza che la scuola sia consegnata a qualcosa di vecchio.

Le persone che parlano come ho appena indicato dicono: Non portiamo comunque avanti una nuova vita spirituale, quindi il vecchio sommergerà tutto. Allora naturalmente si può facilmente diventare un seguace di Spengler con il suo «Tramonto dell’Occidente». Allora è lo stesso se non facciamo nulla o se consegniamo tutto alla chiesa cattolica. Ma una nuova vita spirituale deve esserci! Non era sbagliato che la chiesa una volta avesse la scuola; poiché tutto quello che abbiamo ora nelle scienze proviene davvero da un lato completamente dalla vecchia chiesa. Questo non è sbagliato, ma questo è sbagliato: se la chiesa tradizionale dovrebbe oggi ancora avere la scuola, quando stiamo di fronte alla necessità storica di acquisire una nuova vita spirituale.

Quindi, era solo l’impotenza dell’Europa nel meditare su una nuova vita spirituale che ha suscitato la discussione sulla questione nazionale. Avrebbe dovuto agire dall’Europa centrale verso l’Oriente nel senso di una vita spirituale produttiva. Allora certamente si sarebbe congelato quello che si è manifestato negli sforzi panslavici e slavofili. Questa vita spirituale era lì all’inizio. Alla svolta tra il XVIII e il XIX secolo si è cominciato a creare una vita spirituale libera, quello che noi chiamiamo «goethanismo». Ma non c’era il coraggio di mantenerla — da un lato.

Dall’altro lato si trova quello che si è discusso nel senso socio-economico. Fin dal 1763, da quando la Francia ha dovuto cedere importanti territori all’Inghilterra e con ciò è stata decisa la questione se l’America nel nord non sarebbe stata romanica ma anglosassone, la questione economico-sociale è stata indirizzata in un corso completamente definito. Nel XVIII secolo erano quindi già presenti importanti decisioni: a Oriente quella del 1721 con la Pace di Nystad, a Occidente quella del 1763 con la Pace di Parigi. Queste due importanti decisioni, che si trovano nel complesso della vita spirituale ed economica europea, devono essere tenute presenti, poiché non si arriva ad alcun giudizio se non le si tiene presenti.

E vedete, non si devono valutare le cose che appaiono nella storia mondiale come si fa oggi da punti di vista completamente soggettivi. A volte non si può fare diversamente che usare certe designazioni di parole radicali: L’Oriente aveva una volta una grande, potente saggezza originaria. Oggi è così che in un certo senso l’Oriente con la sua vecchia saggezza originaria decadente è caduto nella barbarie. Poiché la barbarie non è nient’altro che quando gli istinti umani originali vengono razionalizzati, quando vengono diretti dall’intelletto e dalla pura vita cerebrale. Ma se chiamiamo i popoli orientali barbari e parliamo di barbarie in questo senso di Schiller per l’orientale, in particolare per il russo, allora, quanto più avanziamo verso Occidente, procedendo dall’Inghilterra e andando verso l’America, allora nello stesso senso non dobbiamo chiamare questa civiltà occidentale civiltà, ma selvaggia. Questa è l’opposto della barbarie. Il barbaro tiranneggia il cuore e il temperamento attraverso la testa; il selvaggio tiranneggia la testa attraverso quello che viene dal resto dell’organismo, attraverso la vita istintuale. E questo è essenzialmente la vita occidentale, e questa vita occidentale è propensione alla selvaggia! Fondamentalmente, se si prescinde dall’ornamento europeo di quella che si trova in America, ci si deve chiedere: Cos’è la cultura americana? È, parlando radicalmente, selvaggia. Ma dietro non c’è un’agitazione sciovinista! Se si vuol davvero conoscere questa vita americana per ciò che è essenzialmente, ci si deve dire: di fatto non è l’europeo che ha vinto interiormente sugli indiani — esteriormente, sì! — ma interiormente l’europeo si è saturato della vita indiana. Gli istinti sono diventati padroni. E questo è l’essenziale: il contagio dell’europeo con gli istinti indiani. Poiché non è solo che l’europeo, se vive laggiù per un periodo più lungo, ottenga braccia più lunghe e simili — questo è qualcosa che è constatato antropologicamente — ma anche la costituzione dell’anima cambia. Non dipende da quali concetti e rappresentazioni ha l’uomo, ma da quale costituzione ha come uomo intero. E qui si deve dire: quanto più ci si è spinti verso Occidente, tanto più l’essenza anglosassone è passata alla selvaggia.

Questa selvaggia è completamente presente. E si basa sul fatto che ancora una volta la questione economica non è propriamente in discussione. In Oriente la completa struttura sociale diventa assoluta nel modo particolare che vi ho descritto. In Occidente diventa anarchica.

Studiate una volta quello che si è manifestato in Occidente. Si costruì sull’inesauribilità della vita economica, poiché la si alimentava sempre dalle colonie, lavorando dall’inesauribilità e non essendo costretti a pensare profondamente questa vita economica. La vita economica occidentale è costruita completamente sul fatto che dalle colonie se ne estrae il massimo possibile, indipendentemente dal fatto che le colonie siano dentro o fuori. È completamente caratteristico quando si osserva come negli anni ottanta e novanta del secolo scorso sempre più aree in America siano state guadagnate per fornire prodotti come raccolti, grano e così via. Lì si attingeva dalla natura. Lì non era necessario pensare particolarmente alla vita economica. Lì era naturalmente indifferente cosa significassero le associazioni nella vita economica, perché la vita economica agiva dall’inesauribilità. Ma accade qualcosa: si forma una struttura economica. La struttura dell’Inghilterra si basa sul fatto che ha l’India. In America si forma una certa vita economica. Questa ha impresso la sua struttura a tutto l’Occidente riguardo a tutta la vita sociale. Lì è emerso qualcosa che ha condotto solo a un’azione economica che è sorta dall’inesauribilità.

In Oriente la vita spirituale decadente, che non prende affatto in considerazione la vita economica, tendeva verso il dominio assoluto su tutti gli ambiti della vita sociale; in Occidente si è formato per mezzo dell’assimilabilità dell’elemento anglosassone quello che ho appena caratterizzato. In questo contrasto tra Oriente e Occidente era stata messa la civiltà moderna.

È interessante, per esempio, contrapporre due persone: Rodbertus, l’economista nazionale tedesco, che, malgrado fosse un uomo abbastanza libero da pregiudizi, poté persino entrare nel ministero — il che dice molto — e, diciamo, Karl Marx. Un uomo come Karl Marx era possibile solo perché aveva imparato a pensare in primo luogo nell’Europa centrale e poi aveva osservato le condizioni economiche in Occidente. Quello che Karl Marx ha fatto per il proletariato non avrebbe mai potuto farlo se fosse rimasto, per esempio, in Germania. Questo è accaduto solo perché ha imparato a pensare in Germania, perché ha imparato il modo di affrontare la questione in Francia, a Parigi, e perché allora ha conosciuto una vita economica che agisce dall’inesauribile con tutto quello che vi appartiene in Inghilterra. E solo su questo poteva basarsi. Allo stesso modo è caratteristico — perciò confrontate due persone come Rodbertus e Karl Marx — che Rodbertus giudica come un possidente di terre pomerania che improvvisamente è diventato socialista — naturalmente questo è un caso eccezionale — come un improvvisamente socialista diventato possidente di terre pomerania. Giudica così, il che è interessante; poiché se vi mantenete davanti due tali contrasti come Rodbertus e Karl Marx, vengono fuori cose molto interessanti! Ma da questo punto di partenza Rodbertus è comprensibile: un improvvisamente socialista diventato possidente di terre pomerania! Un tale sa molto bene che l’agricoltura non è dispensabile da nessuna parte; sa quello che essa significa nell’economia popolare. Gli altri dicono sciocchezze insieme, che si comprende molto facilmente alle persone che da giovani non impararono a distinguere l’orzo dal grano, perché vivevano in città. Ma un uomo come Rodbertus lo sa. Sa anche quello che significa l’eccessivo carico dell’agricoltura attraverso ipoteche. Se a questo aggiunge ancora gli atteggiamenti socialisti che ha avuto, allora non rovina l’uno per mezzo dell’altro troppo fortemente. Certamente sorge qualcosa di discutibile. Ma l’uno viene corretto per mezzo dell’altro. E allora sorge qualcosa di semigeniale, come si è mostrato in Rodbertus. Quindi confrontate questo con quello che Karl Marx ha detto, allora vi direte: il proletario di oggi, nel senso più ampio della parola, trova che gli diventa subito intelligibile quello che Karl Marx ha detto. Perché lo trova? Perché questo è stato pensato da una vita puramente economica, e il proletario sta solo nella vita economica, e perché è comunque acuto, poiché Karl Marx ha imparato a pensare in Germania. Ma dal modo in cui la vita economica diviene quando tutto è pensato solo economicamente, il tedesco non poteva farsi alcuna idea. Non può nemmeno oggi. Potrebbe solo se si dicesse: devo creare una realtà dove si può pensare solo economicamente. Questo è all’interno dell’organismo sociale triarticolato.

Quello che diversamente emerge, anche quello che è grande nei paesi occidentali, prendete il darwinismo, prendete uomini come Spencer, Huxley o scienziati americani fino a Emerson, Whitman e così via, tutto, tutto è fondamentalmente nella vita spirituale così che si deve dire: la testa pensa quello che il ventre cova. Sono istinti trasformati, traslocati. È stato pensato solo economicamente. È stato pensato solo su come si mangia e si beve. Questo è il caso nell’estensione più ampia e nel modo più intenso. Certamente, molte persone contemporanee non se ne accorgono. E quando lo si dice, lo prendono come un insulto. Ma non è inteso come un insulto. È contemporaneamente qualcosa di grande, è l’unica cosa grande nella civiltà più recente, nella più recente, questo modo di pensare. Ma è così. E tra questi due estremi la civiltà europea è stata effettivamente stretta dal XVIII secolo.

Solo le persone che si era escluse da questa civiltà europea, che si era messe solo alla macchina, hanno portato in superficie un pensiero che apparentemente non ha connessione, ma in realtà ha la connessione più profonda con queste relazioni: questo è il mondo proletario. Ed è estremamente interessante quando si considerano le cose in modo conforme alla realtà.

L’Austria, come ho già detto, era la terra di esperimenti. Negli anni settanta, ottanta della vita dello stato austriaco sorgono cose straordinariamente curiose. Da un lato si discute molto sulla questione slava. Alcuni l’hanno chiamata in modo migliore il «Federalismo austriaco». Tutta la vita spirituale in Austria, questo primo membro dell’organismo triarticolato, riceve la sua struttura completamente da questa discussione sulla questione slava. L’altro è: sorgono — lo si trova molto di più in subordinate dei discorsi parlamentari, piuttosto che si possa dire che sia stato elevato propriamente nella giusta maniera — sorgono terribili timori per il crollo della vita economica austriaca per mezzo dell’americanismo, per mezzo dell’economia anglosassone. In Austria si poteva vedere ovunque come l’esportazione, per esempio di grano dall’Ungheria, fosse pregiudicata da quello che veniva da Occidente. Persone del tutto accorte dicevano in quel momento in Austria: la marcia da Occidente a Oriente, che inonda il nostro paese con ipoteche, l’agricoltura scompare gradualmente. Questi erano decisamente riferimenti a sintomi che corrispondevano a fondamenti storici più profondi, così che a quel tempo in Austria si parlava molto di quello che da un lato si illuminava come la questione slava in senso spirituale, e dall’altro come la questione agraria in senso economico.

E lì è emerso, per esempio, credo fosse il 1880, proprio in Austria, un piano curioso nelle teste di alcuni, che dava davvero un’impressione strana; se ne è discusso anche nel parlamento austriaco: il piano di una Società delle Nazioni, anche se in una forma tale che si dicesse: Società delle Nazioni dell’Europa occidentale. Ma non si possono concludere alleanze in modo da includere il mondo intero; è un’assurdità. Questo può emergere solo nella testa di un astrologo come Woodrow Wilson, che si metta insieme il mondo intero. Se fosse così, naturalmente non si avrebbe più bisogno di alcuna alleanza. Quindi, già negli anni ottanta sorse questa idea di una Società delle Nazioni. Lì vedete di nuovo una cosa di cui si può dire: sì, nel corso del XIX secolo sono emerse puramente sporadicamente gli impulsi di cui si ha davvero bisogno; ma sono sempre stati sommersi dalle loro soluzioni improprie, che sono sempre state presentate senza considerazione della realtà storica. Ovunque la realtà abbia fatto capolino nella considerazione umana, è stata subito eliminata. Poiché l’uomo moderno è semplicemente un teorico.

E questo è quello che voglio particolarmente raccomandarvi nel cuore: se non riuscite a deporre l’uomo teorico prima di andare avanti, non raggiungerete nulla. Dovete deporre l’uomo teorico, dovete cercare di parlare dalla realtà. Questo può riuscire meglio o peggio, questo non conta. Ma quello che conta è: parlare da basi reali. Per questo non ho voluto oggi dare giudizi, ma indicarvi i fatti. Vi ho detto: considerate quello che si è formato attraverso la Pace di Nystad del 1721 e attraverso la Pace di Parigi del 1763. Potete considerare tutto quello che la storia presenta: avete un punto di vista. Lo troverete dappertutto, quello che oggi ancora ovunque gioca nella vita spirituale, giuridico-statale ed economica. Voglio solo illuminare una strada. Poiché quando dal proprio giudizio si lasciano alare le proprie parole, si può raggiungere qualcosa — non quando si ripete solo.

3°Sul tipo di pensiero necessario per la soluzione delle questioni storiche mondiali (sera)

Stoccarda, 13 Febbraio 1921

Dagli eventi che si svolgono soprattutto nel presente, vedrete che oggi tutto il discorso su questioni sociali è senza il vero fondamento, se non si prendono in considerazione le relazioni internazionali. Perciò per queste considerazioni ho proprio scelto il cammino che si è già rivelato negli sviluppi di ieri e di oggi. Voglio partire da una breve presentazione di certe relazioni internazionali, per potere allora, così fondate, giungere al nostro vero compito.

I suggerimenti fatti sopra vi pongono di fronte alla domanda: come bisogna pensare per giungere a una possibile soluzione delle grandi questioni storiche mondiali di oggi e del prossimo futuro, come bisogna pensare di fronte all’Occidente da un lato e di fronte all’Oriente dall’altro?

Potete facilmente capire che oggi tutto viene in certo senso unificato nel pensiero degli uomini. Non è vero, l’uomo che oggi vuol giudicare sulle condizioni mondiali, pensa in una certa questione secondo il seguente schema. Dice: verso l’Occidente abbiamo la prospettiva di stare di fronte, per i prossimi decenni, agli sforzi che vogliono mettere al lavoro forzato l’Europa centrale. Si vuole forzare l’Europa centrale al lavoro forzato. E si può sfuggire a quello che minaccia solo se in certo senso si assume l’orientamento, e si intende con questo pressappoco lo stesso orientamento che l’Occidente ci rivolge nell’Europa centrale, se ora assumiamo questo orientamento verso l’Oriente, cioè entriamo in relazioni economiche verso l’Oriente e in certo senso cerchiamo fonti di mercato a Oriente per quello che viene prodotto economicamente in Germania. Poiché ci si è abituati a considerare tutto solo economicamente, si estende ora questo schema verso l’Oriente.

Questo è effettivamente parlato con l’esclusione di ogni considerazione conforme alla realtà. E perciò ho voluto anticipare come l’Oriente e l’Occidente partecipano al complesso della nostra moderna vita civile, così che si creasse una strada per un’acquisizione di giudizio da questo lato. La questione è proprio: È promettente dal lato degli uomini economicamente preponderanti, che si inseriscono in quella configurazione che, sotto l’influenza della vita economica come l’unica redenzione, dovrebbe assumere quello che continua a essere chiamato il «Regno Tedesco», è promettente che lì ora vengano subito intrecciati rapporti economici verso l’Oriente, rapporti economici come tali?

Chi, secondo lo schema astratto in cui si pensa oggi, si ordina la cosa, dice a sé: sì! Chi invece osserva quello che la complessiva vita spirituale, statale ed economica del XIX secolo e in generale del periodo più recente ci insegna, arriverà probabilmente a un giudizio diverso. Poiché prendete solo i fatti reali che sono presenti: abbiamo abbondante occasione di vedere come devotamente e volentieri l’Oriente europeo assume la vita spirituale dell’Europa centrale, se guardiamo alle condizioni che si sono svolte nel XIX secolo fino a circa i suoi ultimi decenni. Poiché se vi addentrate nella vita spirituale della Russia e vi chiedete: come è effettivamente venuta a essere? — allora vedrete che in questa complessiva vita spirituale della Russia vive un duplice elemento.

Innanzitutto, vivono attraverso e attraverso nella reale vita spirituale russa, in tutto quello che ci è venuto incontro e che l’Europa centrale ha assunto da una certa sensazionalità entrata negli ultimi decenni del XIX secolo — vivono davvero completamente i riflessi del buon pensiero centroeuropeo. Con grande disponibilità, più che all’interno della Germania stessa, i pensatori tedeschi e tutto quello che è connesso con il pensiero tedesco sono stati assunti in Russia. Perfino in modo molto concreto, proprio nella prima metà del XIX secolo, si è avuto il ricorso a personalità tedesche per l’organizzazione della vita educativa russa. Dappertutto si può vedere come quello che di pensieri concreti e di intenzioni per istituzioni è presente in Russia è venuto a essere per mezzo dell’influsso dell’Europa centrale, e cioè da personalità tedesche, che è accaduto proprio come un tempo la mitica dominazione dei Rurikidi, da cui sempre si sentono le parole: i russi avrebbero questo e quello e tutto il possibile, solo non l’ordine; perciò si rivolgono ai tre fratelli e dicono loro di fare ordine per loro. Così fu all’incirca durante tutto il XIX secolo riguardo a tutto quello che sta come fonte spirituale della vita nel rapporto all’Europa centrale. Ovunque, quando si era bisognoso di qualcosa per accogliere il concreto, ci si rivolgeva all’Europa centrale o all’Europa occidentale. Ma la reazione verso i due ambiti era completamente diversa. La vita centroeuropea si insediò in quella russa con una certa naturalezza, senza farne molto di un affare, e continua. La vita spirituale più occidentaleuropea si insediò così da farne molto di un affare, assumendo un certo aspetto concreto, sensazionale, insediandosi con un certo fasto, con un certo elemento decorativo. Questo è qualcosa che deve assolutamente essere tenuto in considerazione. Prendete il più importante filosofo russo Solov’ëv. Un tale filosofo ha all’interno della vita russa un significato completamente diverso da un filosofo all’interno della vita centroeuropea. Tutto quello che di pensieri è in lui è centroeuropeo, hegeliano, kantiano o goethiano e così via. Troviamo dappertutto solo i riflessi della nostra stessa vita, quando ci abbandoniamo a questi filosofi riguardo ai loro pensieri concreti. Si può persino dire: Quello che di pensieri concreti è presente in Tolstoj è centroeuropeo o occidentaleuropeo — ma con tutte le differenze che ho appena esposto. Persino per Dostoevskij vale lo stesso, malgrado la sua ottusità nel nazionalismo russo-chauvinistico. Tutto questo è il primo lato.

Vedete però, potrei dire, con una certa unanimità, in Russia emerge il rifiuto, come la Russia alla fine del XIX, inizio del XX secolo è toccata dalle macchinazioni economiche dell’Europa centrale. Pensate solo all’accoglienza di certe disposizioni di trattati commerciali e simili. E pensate come si è comportato mimetico l’elemento russo — a parte gli urlatori — come si è comportato mimetico la Russia come elemento popolare nel rifiuto di quello che si è presentato come una pura invasione economica o come un’esplicazione della potenza economica.

Tutto questo dovrebbe essere un’indicazione di strada. Tutto questo dovrebbe mostrare che sarebbe agire con dita inadatte se oggi si andasse a introdurre un rapporto verso l’Oriente per mezzo del commercio o di altre relazioni economiche. Su ciò che conta e quello che dobbiamo raggiungere malgrado le grandi difficoltà che con il bolscevismo vanno connesse con la cosa, è innanzitutto portare verso la Russia l’elemento spirituale, per quanto procede dalla vita spirituale produttiva. Tutto quello che procede da una vita spirituale produttiva si estende a visioni, a sentimenti che riguardano la vita spirituale stessa o la vita statale o la vita economica. Tutto questo sarà assunto molto bene dall’elemento russo.

Poiché il secondo elemento per il primo, che consiste propriamente solo nell’assunzione dei pensieri concreti, specialmente tedeschi, il secondo elemento nella vita spirituale russa è una, ebbene, come si deve chiamare, un’indifferenziata, vaga — questo non è inteso agitatoricamente in alcun modo, ma di nuovo una terminologia — una vaga salsa di temperamento e di sentimento. Questo è appunto quello che può essere osservato completamente caratteristicamente in un tale filosofo che è letteralmente tipico per l’elemento russo come Solov’ëv: i pensieri sono originariamente tedeschi. Ma si presentano in una forma completamente diversa in Solov’ëv che, per esempio, nei pensatori tedeschi. Anche il goethiano si presenta in una forma completamente diversa in Solov’ëv. Vi è versata e immersa, immessa, una certa salsa di temperamento e di sentimento che dà al tutto una certa sfumatura. Ma questa sfumatura è anche l’unica cosa che distingue questa vita. E questa sfumatura è qualcosa di passivo, qualcosa di ricettivo. E questo dipende dall’accoglienza della vita spirituale centroeuropea.

In questo rapporto tra la vita spirituale centroeuropea e l’elemento popolare russo può svilupparsi qualcosa di grandioso fruttuoso per il futuro. Ma bisogna avere un senso per quanto sia creatrice di civiltà un tale rapporto. Solo deve svolgersi nel puro elemento spirituale. Deve svolgersi in un certo elemento che è costruito sul rapporto tra uomo e uomo. Questo rapporto dobbiamo acquisire verso l’Oriente. E se questo si intenderà, allora si darà di per sé in quello che da lì esce dalla vita spirituale quello che si può chiamare una comunità economica di per sé evidente. Di questo non si deve partire, altrimenti sarà assolutamente respinta.

Tutto quello che gli economisti potrebbero fare verso l’Oriente non ci porterà assolutamente nulla se non è costruito sulla base di quello che ho appena esposto. Questa è una questione eminentemente importante socialmente, che si tenga questo presente.

L’altro deve essere il nostro rapporto verso l’Occidente. Vedete, insegnare all’Occidente con quello che è la nostra vita spirituale centroeuropea è una cosa impossibile. E con questa impossibilità bisogna assolutamente fare i conti, a parte il fatto che è già straordinariamente difficile portare a traduzione soltanto quello che noi pensiamo nell’Europa centrale, quello che noi sentiamo nell’Europa centrale, quello che anche l’Oriente sente. L’intero modo di considerare, quando si tratta di cose puramente spirituali, è completamente diverso tra l’ambito centroeuropeo da un lato e l’Occidente e l’America dall’altro. La gente si era meravigliata che il Wilson capisse così poco dell’Europa quando venne a Parigi. Avrebbero dovuto meravigliarsi meno se si fossero guardati un libro voluminoso che Wilson aveva già scritto negli anni novanta, si chiama «Lo Stato». Il libro è veramente scritto sotto l’assunzione della dottrina europea. Ma si guardi solo quello che ne è venuto fuori, da questa dottrina europea! Non ci si sarebbe meravigliati affatto se si fossero tenuti davanti gli antecedenti che stavano lì, non ci si sarebbe meravigliati che il Wilson non avesse potuto comprendere l’europeo. Non poteva. Poiché in quanto il pensare come tale è in questione, è invano cercarne qualche impressione immediata in quella direzione. Al contrario sarebbe completamente significativo se ci si rappresentasse la cosa così: diciamo, se si vuole negoziare popolo con popolo con l’Occidente, non si viene a capo di nulla. Se però si escludessero dai negoziati gli uomini di stato e gli studiosi, gli studiosi in tutti gli ambiti e gli uomini di stato ancora di più, se non si mandassero uomini di stato verso l’Occidente, ma solo uomini d’affari, allora gli uomini occidentali comprenderanno questi uomini d’affari, e ne verrà fuori qualcosa di utile. Solo nell’ambito della vita economica si comprenderà qualcosa di diretto nell’Occidente. Questo però non significa che riguardo al rapporto con l’Occidente ci si dovrebbe limitare solamente a quello che è vita economica. Oh no, non bisogna. È per esempio estremamente interessante guardarsi certe sale da concerto, grandi sale da concerto, in regioni di paesi occidentali e i nomi di compositori famosi che vi stanno sopra: Mozart, Beethoven, Wagner e così via — si trovano di regola solo nomi tedeschi. Quindi potete stare certi: Se ci si volesse fare impressione in Europa occidentale solo dalla sostanza mentale centroeuropea, non si andrebbe molto lontano, né con l’elemento romanico né con quello anglosassone. Questo non esclude che naturalmente si possa anche parlare alla gente su quello che è pensato nell’Europa centrale. Naturalmente si può. Ma bisogna parlare in un modo diverso che in Europa centrale, dove si tiene conto innanzitutto della vita rappresentativa, della vita di pensiero. Prendete un esempio più grande: più che quello che per lo più è tradito nel nostro costruire di Dornach, comprenderà l’europeo occidentale, e forse anche l’americano, il costruire di Dornach stesso, quello che emerge come fattuale dalla cosa.

Naturalmente si può nella parola stessa plasmare la cosa così che ne emerga il fattuale. Così era prima della guerra — si può di nuovo porre in rilievo, senza essere immodesti — così era nel maggio 1914 potei tenere una conferenza in tedesco a Parigi, che doveva essere tradotta parola per parola; però potei tenerla in tedesco. E questa conferenza, lo dico solo come fatto, ebbe un successo maggiore che non ne ebbe mai una mia conferenza all’interno della Germania. Eravamo arrivati così lontano. Ma è necessario che allora quello che si dice sia rivestito in una maniera del tutto determinata, così che si possa dirsi così, rivestirlo più con la facciata, con l’artistico, con quello che ne esce, quello che può agire verso l’esterno, così che venga così messo davanti ai popoli. Qui si tratta in alto grado del come.

E perciò non è affatto irreale, ma è un pensiero molto concretamente reale, quando ci si dice: faremo una grande impressione verso l’Occidente se intenderemo così correttamente il nostro compito, se per esempio usciremo davvero da quello che non ci riesce e non ci riuscirà mai, poiché rimaniamo sempre indietro rispetto all’Occidente, se usciremo dall’imitazione dell’Occidente. Vedete, del tutto indipendentemente dal fatto che imiteremo all’Occidente i macchinari — non li facciamo con tanta precisione come l’Occidente — o gli imiteremo i denti falsi, non li facciamo con tanta eleganza come l’Occidente, è del tutto indifferente! Se solo imiteremo, non andremo d’accordo con l’Occidente. Poiché egli non ha bisogno di accogliere quello che noi produciamo così. Ma se afferriamo quello che possiamo fare e quello che l’Occidente non può fare, se per esempio penetrassimo la tecnica con l’arte e con la concezione artistica, se venissimo davvero a quello che è da lungo tempo figurato all’interno della nostra Società Antroposofica, quello che soltanto non realizziamo per mancanza di personalità che se ne incarichino, se per esempio plassiamo artisticamente la locomotiva, se plassiamo artisticamente la stazione in cui si entra, se imprimessimo a quello che da noi può essere afferrato quello che è in noi, allora i popoli occidentali l’accolgono, allora lo comprendono anche. E allora hanno rapporti anche con noi. Ma bisogna avere una rappresentazione di quale debba essere questo rapporto. Questo può farci ognuno nel suo ambito, ma dovrebbe essere fatto. E si dovrebbe cominciare nel presente così da riconoscere come dalla realtà molto concreta sorge l’impulso della triarticolazione.

Dobbiamo avere una vita spirituale che sia tale da poter agire maggiormente verso l’Oriente nel modo appena caratterizzato, questo può essere soltanto una vita spirituale produttiva. Con questo già sorpassiamo tutti i Lunaciarskij e gli altri. Poiché a lungo termine questi non potrebbero asservire il popolo russo, l’anima popolare russa. Se abbiamo una sola volta questa vita spirituale produttiva, accadrà che questo faccia impressione verso l’Oriente. Dobbiamo soltanto acquisire la forza di affermare questa vita spirituale stessa. Dobbiamo sconfiggere tutta la gentaglia che arriva e vuole calpestare a morte questa vita spirituale adesso.

È venuta così lontano l’inimicizia verso la vita spirituale che poco tempo fa a Dornach ho dovuto leggere un passo il cui contenuto era che ora abbastanza scintille spirituali sono state accese nello scontro con la scienza dello spirito, che davvero la reale scintilla di fuoco deve ormai afferrare questo costruire di Dornach. — Così le inimicizie assumono già forme estremamente brutali. Si tratta di questo: è una necessità: questa vita spirituale produttiva, questa molto concreta, vita spirituale produttiva senza considerazione di quello che la gente deride e quello che fa, di realizzarla. Poiché si può sapere: questa vita spirituale produttiva che può scaturire nell’Europa centrale, questa può far sorgere quella grande fratellanza che si può estendere verso l’Oriente e che può unire l’Oriente con l’Europa centrale, mentre tutte le brutali macchinazioni economiche non farebbero che erigere sempre più abissi tra l’Europa centrale e l’Oriente. Questo è straordinariamente importante: che si penetrino tali cose e che tali cose siano diffuse pubblicamente. È già particolarmente importante per questo motivo, che se si guadagna un pubblico per tali cose, le persone, dal fatto che si abituano a pensare per questi cammini, arrivano a un modo di pensare completamente diverso anche nelle altre questioni sociali.

Ma questo deve essere fatto su una base più ampia di quanto sia accaduto finora. Per questo è necessario che si lavori davvero con tutto il fuoco per fare in modo che le nostre cose, che facciamo, non siano sempre un lavoro perduto in un certo senso. Poiché questo deve essere sottolineato, miei cari amici: è presente abbondante materiale nel nostro giornale sulla triarticolazione, però fondamentalmente è ancora sepolto, poiché è solo letteratura per il momento. Per questo diviene necessario che si continui a lavorare sempre. Ma così è un’impossibilità. Deve accadere davvero su base ampia, per mezzo di molte persone, quello che lì o qui è stato toccato. Ma bisogna vedere chiaramente queste cose.

Bisogna essere completamente chiari che abbiamo bisogno della libera vita spirituale produttiva, e che dobbiamo coltivarla, così che possiamo entrare in un possibile rapporto con l’Oriente. E altrettanto dobbiamo avere una vita economica in cui lo stato non si immischia, in cui la vita spirituale non si immischia, in cui soltanto gli economisti sono attivi, per negoziare innanzitutto con l’Occidente. Questi negoziati devono essere gestiti dagli economisti soli. Solo in questo modo verrà fuori qualcosa. Lo si può fare, lo si deve anche fare, fin tanto che non sia altrimenti possibile: negoziare anche con l’Occidente da stato a stato. Ma non verrà fuori nulla di utile. Soltanto allora verrà fuori qualcosa, quando dai nostri negoziati economici scompariranno gli uomini di stato, del tutto indipendentemente da come gridino da laggiù. Che gridino pure gli uomini di stato laggiù! Lì gli uomini di stato stanno dentro la vita economica. Ma per noi, se gli uomini economici diventano uomini di stato, allora si sprecano in economia; allora diventano uomini che pensano completamente in modo statale.

Questo è importante: che si penetrino le necessità reali della vita. Dobbiamo dunque avere già per questo motivo una triarticolazione dell’organismo sociale, così da potere mandare verso l’Occidente gli economisti che non sono influenzati dalle macchinazioni dello stato e della vita spirituale. E abbiamo bisogno di una vita spirituale libera, così da potere entrare in un possibile rapporto verso l’Oriente. Quindi le relazioni internazionali stesse ce l’impongono completamente.

Come ciò si configurerà nel dettaglio, quello ognuno deve costruirsi da sé. Poiché deve essere solo un’indicazione di strada quello che qui viene dato. Ma è un’indicazione di strada da realtà concrete. E bisogna prendere sul serio nel senso più profondo quello che è stato detto più spesso. Non è vero che oggi i pratici comprendono veramente qualcosa della vita pratica effettiva. Essi comprendono della vera vita pratica in fondo praticamente nulla — proprio per quanto sono pratici! Perché i pratici oggi sono in verità i più forti teorici, perché si immedesimano completamente in certi schemi di pensiero e teorizzano all’interno della pratica. Questo è proprio quello che nel senso più profondo della parola una volta deve essere compreso a fondo. E questo dobbiamo mettere con tutto il cuore alla base della nostra cosiddetta «agitazione»: che lavoriamo da realtà concrete.

Vedete, innanzitutto dobbiamo essere chiari che la moderna vita economica come tale rende necessaria questa triarticolazione. E infatti per il motivo che questa vita economica oggi è caotica mescolata dagli impulsi dell’Oriente, dagli impulsi dell’Occidente e dagli impulsi del Centro. Ed è così: la vita economica è composta fondamentalmente da tre elementi: da quello che la natura dà nel senso in cui l’ho esposto nell’ora precedente; allora da quello che il lavoro umano crea; e da quello che è realizzato per mezzo del capitale. Capitale, lavoro umano e quello che la natura dà e che attraverso la produzione è proseguito, questo è quello che figura nella vita economica.

Ma vedete, come è nel triplice organismo umano, che è composto di tre membri, però in ogni suo membro si ripete la triarticolazione, così è anche nell’organismo sociale. Abbiamo nella testa certamente un organo dell’uomo che è prevalentemente un organo del sistema nervoso-sensoriale; però la testa è anche nutrita, è in un certo senso attraversata da organi di nutrizione. Allo stesso modo abbiamo in quello che è solo un metabolismo-organismo, nel metabolismo dentro, servendo al metabolismo, di nuovo qualcosa del sistema nervoso-sensoriale, il nervo simpatico. Così è anche riguardo alla triarticolazione dell’organismo sociale. Lì in ognuno dei tre membri sta di nuovo il tutto dentro. Ma sta oggi in una maniera disorganica dentro. Sta dentro così che distrugge la vita, che non edifica la vita.

Sta innanzitutto la natura dentro, e la produzione è solo una continuazione della natura. E per quanto la natura sta dentro, in fondo nella nostra vita economica sta ancora quel modo di sentire che è completamente orientale, che viene completamente dall’Oriente. L’orientale non capirà per nulla che si potrebbe in qualche modo includere nella vita economica quello che è il lavoro umano. E persino se nella nostra precedente vita economica penetrata da condizioni orientali torniamo indietro, non si troverà da nessuna parte che il lavoro umano figuri nella vita economica.

È anche impossibile che questo lavoro umano figuri nella vita economica. Poiché, vedete, potete sommare mele e mele, potete ottenere qualcosa aritmeticamente. Potete anche sommare mele e pere in frutti. Otterrete qualcosa aritmeticamente. Ma non so come voi per esempio vorreste sommare aritmeticamente mele e occhiali in una somma comune. Ora quello che sta in una merce, in una merce, è fondamentalmente diverso da quello che come lavoro umano, come si dice con un’espressione marxista, «è fluito nella merce», che non è altro che una follia, così parlare, ma è diventato popolare oggi, dire: quello che «è fluito nella merce». Questo lavoro umano e quello che sta nella merce, nella merce, fare qualcosa di comunità di questo, è un’assurdità altrettanto grande come se voleste fare qualcosa di comunità di mele e occhiali. Ma l’economia popolare moderna l’ha fatto. Ha quindi compiuto il miracolo economico di parlare così di mangiare gli occhiali e prendere le mele come armamento degli occhi.

Non lo si nota nella vita umana. Nei regni naturali subordinati lo si nota. Suona paradossale quando si dice una cosa così, ma in realtà si fa continuamente. E poiché si ha nell’interno della vita economica il salario completamente, e il salario porta in sé quello che appunto deve essere pagato e che sta nel prezzo della merce, come quello che viene dalla natura, così si è effettivamente sommato mele e occhiali. È un’impossibilità. Non è nemmeno pensabile.

Come i tre ambiti dell’organismo sociale, vita spirituale, vita giuridico-statale e vita economica, erano ancora regolati da vecchie condizioni, l’ultima in maniera orientale, come si produceva senza riflettere particolarmente, ma solo da abbondanza — ho detto nell’ora precedente: circa un poco più alto che l’animale, che anche soltanto prende come la natura offre — così nelle epoche più vecchie anche nelle nostre regioni non si sommavano certamente merce e lavoro. Il lavoro era regolato in un altro modo: si era signore feudale, signore feudale nobile, si ereditava dai propri antenati questa posizione sociale. Se non si aveva tale sangue nelle vene, si era servo della gleba, prigioniero, schiavo. Cioè, gli uomini erano in una relazione giuridica l’uno verso l’altro. Se dovevi lavorare o se potevi nutrire il tuo pancino e guardare dal balcone mentre gli altri lavoravano, questo non era determinato da relazioni di prezzo o da relazioni monetarie, ma piuttosto stava alla base una relazione giuridica. Così il lavoro era regolato da fondamenti completamente diversi dal traffico di beni. Questa era completamente separata in questa regolazione da vecchie condizioni, che non possiamo più usare. Era duplice: la merce e il lavoro umano in Oriente. Era sempre stato pensato che da fondamenti diversi si stabilissero le relazioni giuridiche del lavoro piuttosto che la circolazione di beni. Quelli derivavano da queste vecchie relazioni giuridiche, certamente. Ma il lavoro non era in qualche modo pagato, ma l’uomo era messo a un posto e lavorava allora, e quello che lavorava circolava. Ma non «fluiva» in sé nulla del lavoro umano «nel prodotto».

Così vedete già, in quello che economicamente viene a essere, poiché il lavoro è partecipe, sta dentro il lavoro la relazione giuridico-statale. Se nella vita economica parliamo del puramente economico, dobbiamo parlare di beni, di merci. Per quanto parliamo della sviluppata vita economica, della vita economica cioè che si basa particolarmente sulla divisione del lavoro, dobbiamo già aggiungere un elemento giuridico-statale, così che la regolazione del lavoro sia una giuridico-statale. Così passa nell’altro membro dell’organismo sociale. E il capitale — ebbene, il capitale è essenzialmente nella relazione lì dentro nella vita economica che porta spiritualmente la vita economica. Il capitale è quello che crea i centri economici, che crea le imprese. È l’elemento spirituale nella vita economica. Solo è così che sotto il materialismo moderno questa vita spirituale nella vita economica ha assunto un carattere materialistico. Ma è l’elemento spirituale comunque nella vita economica. L’elemento capitalistico è lo spirituale nella vita economica.

Questo ci conduce a cercare ancora una volta la triarticolazione dentro questa stessa vita economica. Cioè, dalla propria vita economica, in cui la produzione di merci, la circolazione di merci e il consumo di merci si svolgono, quello che come lavoro fluisce nella vita economica deve essere portato in connessione con la vita del diritto o dello stato; e il capitale, che è l’elemento spirituale vero, deve essere portato in connessione con la vita spirituale. Lo trovate concretamente presentato nei «Punti nodali», dove dice che il trasferimento del capitale, la circolazione del capitale devono stare in una certa relazione con la vita spirituale. È questo: che impariamo all’interno della vita economica stessa di distinguere fra loro questi tre ambiti.

Ci si farà però un vero quadro di quello che là effettivamente è, solo allora quando si sa da un lato che dobbiamo regolare quello su cui l’orientale è passato distrattamente: i rapporti della vita economica umana con la natura. Per l’orientale questo era scontato. Dobbiamo regolarlo. Presso l’uomo occidentale, là tutta la vita spirituale, come vi ho esposto sopra, è passata nella vita economica. Persino Spencer pensa economicamente quando presumibilmente pensa scientificamente. Tutto sta dentro nella vita economica. Là la vita spirituale è economica. Quindi il capitalismo come tale diventa materialistico. Il capitale deve esserci, come anche stanno nei «Punti nodali», ma il raccoglimento dello spirituale nel capitale esperirà la più forte resistenza in Occidente, dove il capitalismo, come è adesso, corrisponde proprio al modo di pensare occidentale, dove si porta tutto lo spirituale nel materiale. Perciò è fondamentalmente quello che adesso al mondo centrale viene imposto dall’Occidente, di cui si usano tante parole ingiustificate, è fondamentalmente non altro che l’effetto del capitalismo occidentale che ha solo assunto grandi dimensioni. Così che mentre gli stati occidentali sono completamente capitalizzati, si crede di avere a che fare col puro edificio dello stato. Non è così. Anche gli uomini di stato sono fondamentalmente economisti, proprio come gli studiosi sono economisti. E così bisogna distinguere quello che da un lato deve essere pensato a fondo da noi nella vita economica, mentre l’orientale non è abituato a pensarla a fondo — quello che dall’altro lato deve essere spiritualizzato riguardo al capitalismo, mentre all’Occidente non viene in mente di spiritualizzare la cosa. Questo è quello che è il compito delle regioni centroeuropee. Perciò è venuta a essere anche in queste regioni centroeuropee, qualcosa che adesso deve essere guardato intensamente, intensamente.

Lo si incontra sempre di nuovo — a Stoccarda qui e in Svizzera, e anche gli altri amici hanno fatto esperienze simili — lo si incontra sempre di nuovo che la gente dice: sì, se anche si fosse d’accordo con la suddivisione in una libera vita spirituale e una libera vita economica, allora non rimane più nulla per il territorio dello stato! In effetti, così come la vita dello stato è oggi, come da un lato ha ingoiato la vita spirituale che non vi appartiene, come dall’altro lato inghiotte sempre più e più la vita economica, il proprio stato si atrofizza. Là la propria vita dello stato, cioè quella che deve svolgersi tra uomo e uomo, tra tutti gli umani maturi, non c’è più affatto. Perciò naturalmente solo tali persone come gli Stammler possono balbettare che la vita dello stato consiste nel dare forma alla vita economica. Ma l’essenziale è che la propria vita dello stato si formerà soltanto, cioè abbraccerà tutto quello che tra gli umani maturi, solo perché sono umani, si svolge, e a questo appartiene per esempio l’intero ambito della regolazione del lavoro, che si formerà soltanto e propriamente nel modo giusto quando i due altri ambiti sono separati.

Allora soltanto potrà formarsi una vera vita democratica dello stato. Che ancora non si abbia il vero concetto di questa vita dello stato non è sorprendente, poiché oggi ancora non si ha il vero concetto di una democrazia autonoma, perché si pensa solo astrattamente e si va a definire la democrazia. Si può sempre definire, non è vero? Le definizioni ricordano sempre all’esempio greco antico che ho già riportato più volte, dove qualcuno ha definito l’uomo con una definizione del tutto corretta: È un essere vivente che cammina su due gambe e non ha piume. L’indomani gli hanno portato un’oca spennata e hanno detto: questo è quindi un uomo, poiché cammina su due gambe e non ha piume. Con le definizioni si può fare tutto il possibile. Ma non si tratta di definizioni, ma si tratta di trovare realità.

Prendete il concetto della democrazia, come esiste oggi e come è fondamentalmente di origine occidentale — come è venuto a essere? Potete seguire lo sviluppo dell’Inghilterra. Seguitela attraverso i più antichi regni inglesi e troverete che c’è uno sforzo di uscire dal legame. Ma tutto questo ha un carattere religioso. E prende allora completamente un carattere religioso proprio sotto Cromwell. Lì da un elemento teocratico-puritano, dalla libertà della fede, nasce qualcosa che è allora sciolto dalla teocrazia, dalla fede, e che diviene l’elemento della libertà politica democratica. Così è quello che nell’Occidente si chiama il senso democratico. È sciolto dal senso religioso-indipendente. Così si ottiene il vero concetto della democrazia. E un vero concetto di democrazia esisterà solo quando c’è un’organizzazione tra l’organizzazione spirituale e quella economica, che ora si basa sul rapporto da uomo a uomo e sull’uguaglianza di tutti gli umani maturi. Là soltanto si obietterà quello che è il rapporto dello stato.

Ma vedete, è caratteristico che fondamentalmente nell’Europa centrale siano venuti a essere i pensieri, senza che si fosse già arrivati a questa triarticolazione, che i pensieri siano venuti a essere: ebbene, come deve propriamente venire a essere lo stato? È straordinariamente interessante come da certi concetti scilleriani, da concetti goethiani Wilhelm di Humboldt, che poté persino diventare ministro prussiano — è una cosa straordinaria — nella prima metà del XIX secolo ha scritto il bel saggio: «Saggio, nel tentare di determinare i confini dell’efficacia dello stato». Lì si è veramente lottato per le possibilità di una costruzione dello stato, di una vera costruzione dello stato. Si è cercato di ripulire da tutto ciò che è nelle relazioni sociali, quello che soltanto può essere statale, politico, giuridico. Certamente a Wilhelm di Humboldt non è riuscito in maniera impeccabile, però questo non conta. Tali cose avrebbero dovuto essere sviluppate ulteriormente. E finché non si crea la realtà per quello che è statale, mentre gli «Stammler» continuano a balbettare che la vita dello stato sia solo la formazione della vita economica, non avanziamo. Queste cose devono assolutamente essere portate di fronte a un grande pubblico, in misura estesa e il più velocemente possibile. Poiché soltanto dal fatto che portiamo pensieri sani nella nostra contemporaneità e diffondiamo questi pensieri il più velocemente possibile, possiamo avanzare.

Poiché i poteri opposti sono forti. Deridono e fanno valere la loro volontà di distruzione da tutti gli angoli. E non ci si dovrebbe dare a illusioni sulla forte volontà che è dall’altro lato. Poiché se l’impresa che ora intraprendi deve avere un significato reale, allora dobbiamo dirci: abbiamo cercato di guadagnare un impulso sociale da una scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Non è vero, quello che è una scienza dello spirito orientata antroposoficamente ha tempo, può andare lentamente, può anche considerare quello che la gente può sopportare. Lì possono anche formarsi consorterie. Poiché queste consorterie sono comunque solo nel mondo fisico; il movimento spirituale va oltre. Quello che là davvero come forza vitale sta alla base nel puro movimento antroposofico ha un significato, un contenuto nel mondo spirituale. Lì non dipende così tanto dal fatto che si formino consorterie, che vi siano tratti settari dentro, e così via. Questo è qualcosa che naturalmente nei dettagli pezzo per pezzo deve essere combattuto nel nostro tempo oggi così serio. Ma non è così grave come se sul campo dove il pratico, il direttamente chiamato a agire viene estratto dal movimento antroposofico, sulla nostra ala sociale del movimento antroposofico, non accadesse il giusto. Là non c’è tempo per aspettare. Là non possiamo istituire associazioni per la triarticolazione che si organizzino in modo tale da essere solo un’immagine dei vecchi rami antroposofici. Là dobbiamo essere consapevoli che quello che domani appena elaboriamo, anche se ancora così buono, può essere peggio di quello che elaboriamo peggio oggi. Là dipende dal fatto che direttamente fortemente nel presente, nel momento si agisce, e che ogni giorno può diventare troppo tardi. E i fatti realmente ci mostrano come le cose possono diventare tardi settimana per settimana. Perciò questa azione è stata lanciata, davanti a cui adesso siamo, e perciò si dà così tanto valore a questa azione, perché è necessario che le cose accadano velocemente. Poiché l’Europa non ha tempo da perdere.

Quello che è necessario è quello di portare nelle teste la possibilità, così di pensare che la realtà gioca un ruolo in questo pensiero. L’umanità è completamente educata a far sì che fondamentalmente un modo di pensare irreale sia diventato quello che dà il tuono anche nella vita pratica. Un modo di pensare irreale è se oggi la gente si presentasse e dicesse: uno dovrebbe coltivare il diritto, uno dovrebbe da un punto di vista etico in qualche modo andare avanti nella vita sociale. Queste cose sono naturalmente molto belle, ma sono molto astratte. Lo spirituale ha valore soltanto se entra immediatamente nella vita materiale, se riesce effettivamente a sostenere e a sconfiggere il materiale. Altrimenti non ha valore. Non ci dobbiamo far captivare da certe tirade, come per esempio Förster o persone simili mettono davanti al mondo oggi. Sono belle frasi, ma non penetrano nella vita materiale, perché coloro che le presentano, da soli dalla vita materiale non capiscono nulla, ma credono che predicando si potrebbe portare avanti il presente mondo materiale in qualche modo.

E questo è l’errore che ha commesso la borghesia: si è sempre più ritirata riguardo alla sua vita dell’anima in un’area di lusso. Sei giorni della settimana si siede in ufficio. Nel libretto di cassa davanti c’è scritto «Con Dio!». Ma allora sulle pagine successive non va molto con Dio; là il «Con Dio!» è molto astratto. Ma allora, dopo che si è lavorato per tutta la settimana nel modo ben noto, domenica si va ad ascoltare un sermone che riempie l’anima di voluttà spirituale sull’eterna beatitudine e simili. Cioè, fare della vita spirituale un lusso e togliere la spiritualità dalla vita materiale! In questo la borghesia è andata molto lontano. Sempre più l’ha spinto, così che finalmente la vita spirituale intera è diventata davvero un’ideologia.

Dall’altro lato non è una meraviglia se allora il proletariato arriva e teoricamente di nuovo dichiara: la vita spirituale è un’ideologia — e se allora cerca di trasformare l’intera vita economica, solo prendendo in considerazione il modo di produzione. Entrambi vanno insieme. Davvero, le cose stanno oggi così che in fin dei conti la lotta tra borghesia e proletariato consiste nel fatto che l’uno per un tempo sta sotto, l’altro sopra, e di nuovo il contrario. È solo una lotta. Non è puntato al fatto che, se ci si addentra più profondamente nella cosa, si giunga a una formazione fruttuosa della vita. Questo è possibile solo allora se si ha un impulso coerente che abbracci l’uomo come tale.

Allora però bisogna affrontarsi con la triarticolazione, se si capisce questo, oppure si deve intendere come mettere al posto della triarticolazione qualcosa di migliore. Tutto il resto che oggi si presenta, per nulla conta l’uomo come tale. Perciò è necessario che effettivamente nel prossimissimo tempo in certo senso salviamo il nostro movimento da quello che i nemici intendono. Hanno intenzione di rendere impossibile il nostro movimento per mezzo di macchinazioni. E queste macchinazioni sono attuate molto raffinatamente. Considerate solo il raffinamento che ora sta nel felice «Berliner Tageblatt». Non è vero, il «Berliner Tageblatt» si fa fabbricare un articolo in cui vengono menzionati tutti i possibili «occultisti» da idioti e in mezzo sta l’antroposofia, che non ha nulla a che fare con questo. Ma così la gente se la cava dal doversi occupare dell’antroposofia, semplicemente catalogandola tra le sciocchezze. Naturalmente, dalle sciocchezze che stanno lì, tutti possono capire qualcosa, allora non è necessario occuparsi particolarmente dell’antroposofia. Questo è davvero diffuso globalmente, lo si incontra ovunque, nei giornali inglesi, ovunque. Ma questo è solo uno. Nel prossimo futuro sta iniziando — è già iniziato, ma sarà continuo — una guerra di sterminio contro quello che è il nostro movimento. Perciò è oggi necessario riflettere su quello che bisogna fare. E se non accade qualcosa di coerente su base ampia, allora, miei cari amici, allora dobbiamo dirci: abbiamo bensì un concetto di quello che potrebbe accadere da una scienza dello spirito orientata antroposoficamente anche riguardo alla vita sociale, ma non applichiamo la forza per portarlo avanti. Davvero, quando si vede la conseguenza con cui si lavora dalla parte nemica, a volte una conseguenza nella villanità, allora ci si dice: è necessario che da noi ci si renda conto, che deve essere raccolta una volontà! Loro hanno la cattiva volontà, perché allora non dovrebbero poter essere raccolte le stesse forze nel bene? Perché allora non dovrebbe poter essere detto con diritto: là c’era l’intenzione di portare avanti qualcosa di salutare per l’umanità; ma i nemici, questi erano altri tipi di persone, loro hanno una volontà conseguente, loro vanno anche fino alla realizzazione di questa volontà!

Miei cari amici, se non ci mettiamo su questo terreno, di arrivare fino alla realizzazione anche della nostra volontà, allora naturalmente per il presente momento non potremo raggiungere nulla. È adesso in un certo senso la domanda di un o-o nel nostro movimento. Perciò questa azione è stata lanciata. Questo vi prego di considerare. Questo vi prego di accogliere nella vostra volontà, prima che andiamo oltre nello sviluppo di quello che abbiamo bisogno per questa volontà.

4°Tre proposte di argomenti pubblici. Lo sviluppo storico della vita economica (pomeriggio)

Stoccarda, 14 Febbraio 1921

Il primo tema che vi si propone per il trattamento sarebbe: Le grandi questioni del presente e la triarticolazione dell’organismo sociale. — È necessario che scegliamo questi temi, che voi intendete trattare, in modo tale che vi sia l’occasione di conoscere il più precisamente possibile, in primo luogo ciò che il presente richiede, in secondo luogo ciò che l’impulso per la triarticolazione dell’organismo sociale deve dare in relazione alle grandi questioni del presente, e che voi abbiate sempre la possibilità, da una parte di sottolineare che la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico deve fornire il fondamento per questo tipo di pensiero sociale che deve essere introdotto nel mondo attraverso la triarticolazione, dall’altra parte che vi sia sempre la possibilità di impegnarsi per il «Giorno che viene» e simili. La vostra attività dovrà estendersi al nostro movimento nel suo insieme, sia al lato spirituale sia alle istituzioni pratiche. Da una parte dovrete rendere plausibile al mondo che è necessario nel tempo presente coltivare una vita spirituale veramente produttiva; dall’altra dovrete fare i conti con il pratico, che oggi come movimento dobbiamo semplicemente intervenire nella vita sociale, nella vita economica, e che quindi dobbiamo essere rafforzati finanziariamente per quanto sia possibile, non per amor nostro, bensì per il proseguimento della vita economica.

Oggi desidero portare avanti alcune cose in relazione ai temi necessari, in via preliminare alle nostre ulteriori considerazioni. Forse sarà meglio se scegliamo un secondo tema più o meno così: Il sistema libero d’educazione e d’insegnamento nel suo rapporto con lo Stato e l’economia. — E se scegliamo il terzo tema in questo modo: Il sistema associativo economico e il suo rapporto con lo Stato e la vita spirituale libera. — Scegliendo questi tre temi, avremo l’occasione di presentare al mondo, in modo efficace nelle prossime settimane, ciò che nel suo complesso appartiene al nostro movimento.

Ebbene, parliamo dapprima di qualcosa di principiale in relazione al primo tema. Si tratterà soprattutto di mostrare alle persone che la triarticolazione è già lì come una richiesta, che non si fa nient’altro che dare la forma giusta a ciò che già esiste. È lì certamente, anche se in una forma diversa da come dovrebbe essere e da come sarà quando sarà pienamente realizzata; è lì come richiesta di tre cose che però oggi sono caoticamente mescolate insieme e proprio per questo combattono interiormente fra loro come una sorta di malformazione, come se, per esempio, la testa dell’uomo fosse nel suo ventre e gli organi digestivi nel cuore e simili, se i tre sistemi dell’organismo fossero gettati l’uno dentro l’altro. A ciò che in realtà è già presente, a ciò che vuole realizzarsi, deve essere data la forma giusta.

Andiamo allora, per rendere questo evidente, dal terzo membro dell’organismo sociale, dalla vita economica. Questa vita economica, così come è oggi, possiamo caratterizzarla seguendola nel suo sviluppo negli ultimi secoli. Negli ultimi secoli la vera vita economica ha preso appunto le forme che oggi sono presenti e da cui è nata l’intera questione sociale. È certamente già un processo abbastanza lungo. La vita economica dinanzi a cui stiamo oggi non risale, neanche se vogliamo andare il più possibile indietro, oltre il XIV o il XIII secolo. Allora abbiamo il periodo nel quale la vita economica europea subisce una sorta di crisi, una sorta di crisi, per così dire, strisciante. Abbiamo allora il periodo nel quale questa vita economica europea si prepara a una profonda trasformazione.

Se risaliamo ai tempi anteriori, troviamo che questa vita economica europea è completamente sotto l’influenza del commercio continentale e del movimento di traffico dall’Asia attraverso l’Europa centrale verso l’Europa occidentale. E troviamo in quei tempi più remoti che la vita economica si svolge con una certa naturalezza, anche il traffico si svolge con una certa naturalezza. Le condizioni economiche non erano, per così dire, così intensamente sviluppate da rendere necessario limitare la libertà del commercio, la libertà del traffico, da organizzarle. Ma quando la popolazione dell’Europa centrale diventò sempre più fitta, quando la vita economica diventò cioè sempre più intensa, allora sorse la necessità di organizzare molte cose. Dalla vita economica più libera dei tempi più remoti nacque una vita economica notevolmente vincolata. La vita economica più libera dei tempi precedenti è caratterizzata dal fatto che le singole economie, le economie individuali, che erano più economie domestiche secondo gli istinti dei loro proprietari privati, insieme ai servi, alla popolazione servile, erano condotte dal sentimento libero, e che un commercio diffuso, che certamente era stato spinto dall’Asia, non doveva essere regolato in nessun modo particolare. Poteva essere esercitato completamente liberamente, perché la vita economica non era ancora intensa.

Ma, come si è detto, con l’aumento della popolazione, così come con lo sviluppo di altre condizioni che possiamo subito ricordare, l’intensità della vita economica divenne sempre maggiore; e divenne necessario che venissero prese certe misure protettive che prima non erano necessarie, misure protettive che avevano tutte più o meno il carattere di sostenere il consumatore. È caratteristico che nel periodo in cui la vita economica subisce una sorta di crisi strisciante, così nel XIII, XIV secolo, senza che se ne faccia gran caso, in realtà ovunque sorge la tendenza di proteggere il consumatore in certa misura. Che cos’è se non una protezione del consumatore quando le città attraverso cui doveva passare il commercio, per cui passavano le strade commerciali, ricorrevano al cosiddetto diritto di deposito, in modo che il commerciante che passava dovesse fermarsi un certo numero di giorni e solo allora potesse proseguire con ciò che non aveva potuto vendere in città e venderlo liberamente? Si tratta quindi della protezione del consumatore, ovunque si tratta della protezione del consumatore.

In particolare, anche se non risulta immediatamente evidente, c’è un’altra cosa che in questo periodo è calcolata interamente per la protezione del consumatore. Mi sono occupato molto di questa questione e infine ho trovato — se si agisce completamente imparzialmente — che non si può fare altro che scoprire — che anche l’istituzione e la formazione delle corporazioni era fondamentalmente, anche se apparentemente organizzavano la produzione, intrapresa per sostenere il consumo dei prodotti fabbricati nelle corporazioni. Questo accadeva attraverso un’organizzazione della produzione. Sebbene le corporazioni si formassero attraverso l’unione di mestieri simili, però il principale obiettivo non era tanto che la produzione venisse organizzata in qualche modo, bensì che coloro che si univano nelle corporazioni potessero vendere i loro prodotti così cari che il loro consumo fosse garantito in modo adeguato. Le corporazioni erano davvero un dispositivo di protezione per il consumo. Se vi prendete semplicemente alcuni manuali dalla biblioteca e vi richiamate i dati che potete trovarvi, allora, se prestaste attenzione a queste linee direttive che vi do qui, potrete dirvi: con questo è caratterizzata in certo modo la vita economica di quel tempo.

E questa vita economica si sviluppò sotto tali misure protettive per parecchi secoli. Ma aveva sempre in sé una sorta di crisi strisciante. Diventava sempre più intensa. E questo è caratteristico: una vita economica che diventa sempre più intensa su un certo territorio necessita anche sempre di più limitazioni, misure protettive e organizzazioni. Una vita economica che è aperta in qualche modo, che ha accesso da qualche parte a fonti inesauribili, soprattutto dall’agricoltura, dalla terra, non ha la tendenza a organizzarsi così. Una vita economica chiusa da tutti i lati, che diventa sempre più intensa, riceve la tendenza a organizzarsi.

Ebbene, senza dubbio questa vita economica europea nel corso dei secoli sarebbe andata incontro a una decadenza di importanza straordinaria se non fosse sopraggiunto un evento a voi ben noto. Ciò che l’ha preservata da questa decadenza era da una parte l’apertura delle vie marittime e dall’altra la scoperta dell’America. Allora, verso occidente, la vita economica si riaprì. Non si può dire, non è vero, che sia stato aperto un rubinetto perché l’apertura era troppo grande. Sarebbe stato un rubinetto molto grande! Ma è questo ciò che ha portato la vita economica in tutt’altri binari. Ora cade certamente con il dispiegamento di questa via verso occidente il sorgere della tecnica moderna. Ma questa tecnica moderna nella sua estensione non sarebbe stata possibile in nessun’altra condizione se non attraverso l’apertura di tutta la vita economica verso il lato occidentale. Con queste cose avete semplicemente ciò che ha dato la configurazione fondamentale alla più recente vita economica. Qui si pone allora ciò che ho esposto ieri come gli eventi politici più significativi.

Ora abbiamo in questa vita economica europea dentro di noi due tendenze. L’una tendenza si è sviluppata sotto la costrizione dell’economia intensiva nella seconda metà del Medioevo e oltre, e successivamente ha assunto il carattere di un certo modo di pensare economico. Si è imparato a pensare economicamente secondo le condizioni che si erano sviluppate, diciamo dal XIII al XVI, XVII secolo. Allora si sono accolti i pensieri su come si dovrebbe fare economia. Nel commercio, gradualmente anche nel mestiere, persino fino all’agricoltura, si è sviluppato quello che è diventato il pensiero economico trainante. Questi si sono sostanzialmente fissati in quel periodo. Si potrebbe anche dire: quegli strati di popolazione che in primo luogo erano più in connessione con i territori europei per il pensiero economico allora e ancora oggi, hanno sviluppato la loro vita rappresentativa economica sotto l’influenza di questi eventi. Una cosa del genere si radica profondamente negli uomini. Proprio in queste questioni le disposizioni dell’anima umana diventano conservatrici. E ciò che come rappresentazioni conservative sta radicato negli uomini proviene essenzialmente da questo periodo.

Ora la vita economica si aprì da un altro lato come ve l’ho descritta. E così venne in tutta questa rappresentazione della vita economica qualcosa che però non fu subito così accolto nel modo di pensare, ma che diede soltanto a questo modo di pensare un particolare slancio economico. Qui è appunto la connessione con l’occidente, con l’America, con ciò che proveniva dall’apertura delle vie marittime. Questo rese la vita economica potente.

E così si formò, direi da una parte il contenuto concreto di pensiero della vita economica e dall’altra la forza propulsiva. Questi fatti erano così potenti che diedero alla più recente vita sociale in generale anzitutto la configurazione, anche la sua forma materialistica. E questa civiltà moderna assunse sempre più il carattere che deve risultare da questi due fattori descritti.

Ora abbiamo una vita economica che semplicemente per la potenza degli eventi domina, che esercita una forte impressione sugli uomini e sullo sviluppo umano. Questa vita economica assume anche il carattere che la vita economica può assumere soltanto, perché è così che ognuno dei tre campi dell’organismo sociale semplicemente per la sua natura e essenza assume la propria legittimità: nella vita economica la merce e il prezzo diventarono ciò che è determinante.

Ma le condizioni sociali possono essere falsificate dal fatto che la vita economica viene mescolata insieme con gli altri due campi dell’organismo sociale. Allora però ogni singolo campo segue semplicemente le sue proprie leggi in conflitto con gli altri. E così è accaduto che, poiché la vita economica dominava, essa attirò gli altri campi della vita, gli altri campi sociali, nella sua legittimità. E si sono verificate le condizioni che hanno poi condotto alla moderna questione sociale.

Poiché se risaliamo nello sviluppo storico: il movimento proletario come specifico movimento salariale, come movimento contro la schiavitù del lavoro, non esisteva. Ho esposto ieri che la divisione del lavoro, se si era signori o servi, nei tempi più remoti era strutturata secondo punti di vista politici. Ora la vita economica si strutturò in modo che attirasse tutto nel carattere di merce. Tutto divenne merce. E così proprio in questo tempo la forza lavoro umana diventò merce per la prima volta. Prima era servizio, servizio dedicato o forzato. Ma veramente merce lo divenne solo in questo tempo più recente. Perché gradualmente fu pagata come la merce viene pagata. E la vita economica non può fare niente di diverso che rendere merce tutto ciò che entra nel suo ambito. E in questo senso, penso che abbiamo sempre avuto la triarticolazione. Dobbiamo solo renderla vera, dobbiamo solo introdurre nel mondo in forma vera ciò che è presente in forma bugiarda. Perché in forma bugiarda fa danno, conduce al declino. Se siamo in grado di darle la forma vera, deve condurre all’ascesa.

Ma non solo la forza lavoro è stata resa merce, ma anche la vita spirituale materialistica è stata resa merce nella forma del capitale. Vi prego, osservate il mercato del capitale e l’impiego e l’utilizzo del capitale nel tempo più recente e confrontateli con l’impiego del capitale, diciamo nell’antica Grecia! Nell’antica Grecia colui che era potente per realizzare qualcosa era colui che era politicamente potente; lui aveva il potere di costruire questo o quello. Per motivi politici trovava coloro che svolgevano il lavoro, e il suo capitale consisteva semplicemente nel fatto che per via dei suoi rapporti ereditari era il signore e poteva comandare un certo numero di persone. Questo era il capitale nell’antica Grecia. In questo tempo più recente che stiamo considerando, essenzialmente ciò che conduce a imprese diventa merce. Ma che cosa è dunque, in definitiva, ciò che fate quando comprate o vendete titoli in borsa? Con che cosa commerciate dunque? Essenzialmente commerciate con lo spirito d’impresa. Ciò che è spirito d’impresa diventa essenzialmente merce in borsa. Non avete affatto lo spirito d’impresa specifico, particolare davanti a voi, non sapete affatto che cosa comprate o vendete; ma in realtà comprate o vendete lo spirito d’impresa. Proprio nella movimentazione del mercato del capitale potete osservarlo. Insomma, tutto dove la vita economica diviene dominante viene equipaggiato con il carattere di merce. Tutto diviene merce: la forza lavoro diviene merce, lo spirito diviene merce. Questo è stato il corso dello sviluppo più recente.

Ora, parallelamente a ciò accade un’altra cosa. Lo Stato moderno si forma per motivi politici. Vediamo anzitutto, non è vero, come questo Stato moderno si forma da certe condizioni più libere precedenti della popolazione rurale circostante verso le città esistenti, che sono sorte da centri ecclesiastici o simili in Italia, da un altro modo di pensare in Francia, Inghilterra. Così ciò che sono gli Stati si forma.

Mentre nel nostro Occidente già si forma il vero concetto di Stato, nella Europa centrale e orientale vediamo ancora altre, in questa direzione più libere, condizioni. Vediamo come dalle vecchie condizioni risulta che la vecchia città, che era sorta per motivi ecclesiastici o simili, diventa mercato, diventa centro di mercato. E poiché dalle vecchie città diventano mercati, sorgono di nuovo nuove città. È interessante vedere come veramente sotto l’influenza della vita economica nel XIII, XII, XI secolo le città sorgono. Anzitutto le città sorgono completamente in modo che nel sud della Germania attuale e nell’occidente dell’Europa sorgono a distanze di cinque o sei ore di cammino. Nel nord e nell’est sorgono a distanze di sette od otto ore di cammino. Questo nei tempi più remoti è completamente qualcosa di naturale. Perché? Perché i contadini che conducono l’economia intorno devono venire con i loro prodotti in un giorno e tornare indietro di nuovo. Questo sorge da una necessità interiore. Ma se qualcosa del genere sorge nella storia, allora successivamente sotto l’influenza del principio di imitazione si forma qualcosa che non è connesso con tale necessità. Dapprima c’è la necessità di avere città che sono distanti cinque o sei ore di cammino, o sette od otto. Poi gli altri notano: c’è qualcosa da fare! E l’imitano. Allora sorge quello che non è storicamente necessario. Questo danneggia il pensiero sano di molte persone su queste questioni. Gli storici trattano le une città come le altre, cioè quelle che non sono sorte da necessità economica come le altre, quelle che sono sorte da necessità economica. Allora tutto diviene confuso. La giusta visione di tali questioni consiste nel fatto di avere un sentimento per la distinzione. La gente può ben provare a uno in modo molto erudito che non è vero che questa o quella città sia sorta da necessità economica. Certo, questo talvolta non è esatto. Poiché questa città non è sorta da necessità economica, ma sotto l’influenza del successivo principio di imitazione. Ma la verità generale è tuttavia giusta. Questa condizione, che le città si formano come mercati, durò nell’Europa orientale molto più a lungo che nell’occidente, dove si formarono gli Stati unitari, che poi vollero includere tutto nel loro ambito.

Ora, dal punto di vista storico, per quanto ciò a volte possa sembrare spiacevole oggi, è così che in Italia dalle peculiarità di una certa comunanza patriarcale della popolazione contadina e della popolazione urbana sono sorti i peculiari territori e si è formato un certo sistema statale federalistico, mentre un altro si è formato in Spagna, Francia e Inghilterra. E se anche, come si è detto, a molti sembra spiacevole pensarci, è tuttavia così che più verso l’Europa centrale e orientale le formazioni statali sono addirittura, come le formazioni urbane precedentemente, sorte per imitazione. E arriviamo a qualcosa che oggi non potete ancora dire alla gente, perché altrimenti non sareste tripartiti, ma addirittura quadripartiti. Ma la verità esiste comunque. Era naturalmente una necessità economica, ma anche dal carattere dei popoli è accaduto così che gli Stati occidentali sono sorti come Stati unitari. Ma gli Stati dell’Europa centrale e gli Stati orientali sono in realtà sorti solo per imitazione. Per loro non c’era necessità storica. Sostanzialmente l’Austria e il Reich tedesco alla fine si sono rovinati perché per la loro centralizzazione interna non c’era alcuna necessità storica, ma era essenzialmente imitazione. E altrettanto è imitazione del principio dello Stato unitario l’Italia, che è sorta circa nello stesso tempo dello Stato unitario tedesco. E persino un’imitazione completamente esteriore, senza in realtà essere arrivati interiormente a quello che gli Stati dell’Europa centrale sono, è il Nord America, che è completamente dipendente dall’affluire nell’associazione economica. Chi d’altronde affronta correttamente le condizioni economiche del Nord America, sarà certamente in grado di preannunziare l’andamento degli eventi.

Ebbene, vedete, accanto a tutto ciò che si è formato per così dire dall’economia originaria, sorse allora sotto tali condizioni, come le ho appena descritte, la nuova configurazione del commercio. E fu allora che per la prima volta sorse la fusione della vita statale con la vita economica, non nel campo dei mestieri, ma essenzialmente nel campo del commercio. I mestieri vi erano solo inseriti. È giusto combattere ciò che dico ora. Poiché la gente ha solo bisogno di dire: i mestieri devono esistere prima, e allora si può commerciare. Ma non dipende da questo. Prendete voi stessi oggi industrie molto sviluppate, spesso non sono cresciute oltre il campo del commerciale. La gente si crea soltanto i suoi propri prodotti per il commercio che esercitano. Non siamo affatto ancora arrivati al punto di aver trovato il passaggio dalla produzione originaria, che è costruita sulla natura e mediante il commercio è inserita nel mestiere, al punto che ora il mestiere sarebbe il leader. Perché nel momento in cui il mestiere è il leader, l’associazione è una necessità. La struttura che la vita commerciale odierna ha, è sempre ancora determinata dai principi della vita commerciale; anche l’industria è dal principio del commercio. Sostanzialmente i fabbricanti sono commercianti che si creano solo le occasioni per commerciare. Organizzano anche i loro stabilimenti industriali secondo punti di vista commerciali; questi sono determinanti. Poiché nel momento in cui la sfera industriale interviene in quella commerciale, l’associazione è una necessità. La fusione dello Stato con la vita economica è effettivamente avvenuta attraverso la via del commerciale.

E dall’altro lato di nuovo ognuno dei tre membri dell’organismo sociale dà a sé stesso le proprie leggi e combatte contro l’altro membro se non è staccato nella giusta maniera. Vedete, effettivamente da molto tempo il campo statale-giuridico combatte contro il campo economico nella legislazione economica, nell’assicurazione per la vecchiaia e così via. Che cosa significa questo se non che si vuol separare in modo sciocco la forza lavoro dalla vita economica? Sarebbe intelligente se la si staccasse una volta per tutte completamente! Ma gli Stati sono certamente in cammino — se posso usare questa parola, che, come sapete, è stata abusata — in cammino verso una vita giuridica indipendente. Creando legislazione di protezione del lavoro, legislazione di assicurazione per la vecchiaia e così via, comunque estraggono l’organizzazione del lavoro, la regolazione della natura e del tempo del lavoro, dalla vita economica. Ora, qui vediamo che anche il secondo membro dell’organismo sociale è sulla via dell’emancipazione dalla vita economica.

Ora, la cosa si presenta certamente in modo più confuso con la vita spirituale. Tutta la vera vita spirituale è per la sua essenza interiore nata dalle vecchie teocrazie. Vi prego, dovete solo studiare la vita universitaria nel XII e XIII secolo. Si forma completamente dall’essenza ecclesiastica. E questa era una vita spirituale emancipata. Cresce solo gradualmente nella vita statale. Una gran parte delle lotte europee consiste in nient’altro che nel passaggio delle istituzioni ecclesiastiche al campo statale. E per questi tempi antichi si deve dire: la libertà delle istituzioni educative era nel vecchio sistema ecclesiastico molto più grande di quanto non fosse nel successivo sistema statale o oggi. Poiché le cose si formano comunque con piena consapevolezza dalla vita spirituale. Con piena consapevolezza la Chiesa per esempio nell’anno 869 al Concilio ecumenico di Costantinopoli ha abolito lo spirito, cioè ha elevato a dogma che l’uomo non consiste di corpo, anima e spirito, ma soltanto di corpo e anima, e che l’anima abbia alcune proprietà spirituali. Allora fu reso conscio. Oggi i professori di filosofia predicano che l’uomo consiste di corpo e anima e non sanno che sono solo gli esecutori testamentari di un dogma ecclesiastico. Quello che noi chiamiamo filosofia è completamente cresciuto dalla vecchia vita ecclesiastica, e il signor Wundt a Lipsia è completamente solo un ramo dei vecchi dogmi ecclesiastici, anche se apparentemente non c’è più nella maniera della sua presentazione. Ma è lo stesso in altre cose che sono cresciute dal vecchio modo teocratico della vita spirituale. Le facoltà teologiche, ora, guardate, sono cresciute fortemente dalla precedente vita spirituale, di modo che oggi presentano solo una sorta di caricatura, ugualmente le facoltà giuridiche. Chi vuol vedere troverà ovunque il vecchio guscio dell’essenza teocratica nella civiltà moderna. Non voglio parlare della medicina. È completamente evidente che è cresciuta da altre connessioni con la vecchia vita spirituale, che si è sviluppata in modo ecclesiastico, religioso. Abbiamo completamente una corrente, un ramo della vita spirituale, che è completamente cresciuto dalla vita ecclesiastica libera in relazione allo Stato, che per i tempi antichi era semplicemente l’unica vita spirituale. È venuto poi, direi, non cresciuto da questo ma collocandosi accanto, ciò che è la scienza naturale moderna e la tecnica. Lì la vita spirituale è cresciuta su un proprio terreno ed è solo diventata simile a ciò che in precedenza era cresciuto dalla Chiesa. Perché appare anche così bizzarro, ciò che si è organizzato, direi, convulsamente in imitazione delle vecchie istituzioni. Si sono costruite gradualmente scuole tecniche superiori, scuole commerciali, scuole agricole e così via. Tutto ciò si è configurato convulsamente in qualche modo simile a ciò che è cresciuto dalla precedente vita ecclesiastica. E così abbiamo la configurazione completamente innaturale del nostro sistema universitario. Da una parte qualcosa che sotto molti aspetti è antiquato, il vero sistema universitario; porta veramente la sua eredità antica ecclesiastica con sé. Dall’altra parte ciò che si presenta in realtà in modo un po’ umoristico nella sua configurazione accanto, la moderna scuola agricola, la scuola tecnica, l’accademia mineraria e così via, che hanno cercato somiglianza, anche nei dettagli esterni, nel sistema di titoli e simili, con le università.

Così abbiamo da una parte la vita spirituale, come viene dalla vecchia libera vita ecclesiastica ed è stata gradualmente assorbita dallo Stato; e dall’altra parte abbiamo l’immissione, direi, di nuovo da una certa libertà, poiché lo spirito deve veramente essere libero, lo Stato non può produrre genialità, di quella vita spirituale che di nuovo si inserisce nella vita statale. Avrebbe corrisposto all’ideale di molte persone anche addestrare veri artisti nelle scuole d’arte. Ma sapete: il programma di insegnamento non esiste ancora attraverso il quale si possa addestrare il genio o il vero artista, sebbene molte persone lo desiderino. Così vediamo come con mezzi insufficienti la vita spirituale sia stata assorbita. È fondamentalmente solo la forma esterna che è stata assorbita. Il contenuto deve sempre, se così posso dire, fuggire di soppiatto, certamente fuggire. Perché, non è vero, se qualcuno è messo nella spiacevole situazione, rispetto alle condizioni moderne, di avere dello spirito, deve portarlo, per quanto possibile di nascosto attraverso tutti gli orrori orribili degli esami e così via, in modo che non gli si congeli durante questa intera procedura e possa ancora svilupparlo in seguito. Sì, ciò che è la vera vita spirituale deve già fuggire di soppiatto. È così appunto. E questo è fondamentalmente nient’altro che una sorta di emancipazione della vita spirituale, un mantenersi emancipato in modo latente.

Anche qui stiamo di fronte a una crisi che si prepara. La conseguenza ultima del sistema di statalizzazione è il marxismo, e radicalmente il bolscevismo. Lì tutto viene statalizzato; lì l’intero Stato diventa un grande stabilimento industriale, una gigantesca impresa, almeno questo è inizialmente l’ideale. Ora, se si fa questo, allora è necessario organizzare in questo intero accrocco, macchina avrei voluto dire naturalmente, organizzare in questa intera macchina, quello che sono le conoscenze tecniche. Poiché senza queste conoscenze tecniche non si può andare avanti. È necessaria la tecnica moderna. Ma tutto il bolscevismo e tutti i modi di introdurre il principio marxista nella realtà non potranno condurre a nient’altro che al saccheggio in questo campo. Cioè, si potranno rendere schiavi per un certo tempo i dotati tecnicamente. Ma scompaiono gradualmente se non si passerà prima a una vita spirituale indipendente, emancipata, libera, produttiva. Di fronte a questa crisi si è ovunque dove la statalizzazione della vita spirituale fa progressi radicali. Poiché come i due altri membri dell’organismo sociale hanno le loro proprie leggi, la vita giuridico-politica e la vita economica, come la vita economica rende tutto merce, come la vita statale-giuridica però dalla vita economica tira sotto l’organizzazione, sotto la legittimità ciò che non vi rientra, così anche la vita spirituale, seguendo le sue proprie leggi, deve emanciparsi dai due altri.

Come richiesta abbiamo assolutamente questi tre campi dell’organismo sociale: il campo spirituale, il campo statale-giuridico e il campo economico. Perciò sono anche le tre grandi questioni del presente. Le tre grandi questioni del presente sono appunto le questioni della giusta strutturazione della vita spirituale, della giusta strutturazione della vita statale-politica, della giusta strutturazione della vita economica.

E questo ci si presenta ovunque dove i goffi tentativi odierni sorgono. Guardate che cosa per esempio all’interno dell’Europa centrale, della Germania, esce dalle confessioni oggi, dove si tenta, negli sforzi di unità evangelica, negli sforzi cattolici giovanili e così via, di galvanizzare l’antico, di premere ancora fuori qualcosa di vitale dall’antico, per avere una certa vita spirituale, perché non si ha il coraggio di una produttività nella vita spirituale. Vedete ovunque i goffi tentativi di una nascita di una nuova vita spirituale. Naturalmente il tentativo di spremere ancora qualcosa dalla vecchia arancia non può condurre a una vera strutturazione spirituale. A questo può condurre solo il rivolgimento a una vita spirituale produttiva. Ma vediamo ovunque i goffi tentativi. Vediamo come Americani appaiono per rinfrescare il vecchio Cristianesimo, perché hanno l’opinione che dall’antico principio statale l’umanità non può guarire. Ma da nessuna parte c’è l’intuizione che una vita spirituale deve essere prodotta di nuovo dalle sue fonti originarie. Ovunque si ciancia insieme ciò che già esiste. Questo mostra che istintivamente ci si trova già sulla via, ma non si è trovato il coraggio di esprimere una vita spirituale indipendente veramente nella sua purità.

Dall’altro lato vediamo come l’antico principio statale, che si è formato in Europa a partire dal XV, XVI secolo, sta morendo. Poiché che cos’è se non altro ciò che accade nei mostri che si chiamano trattati di pace e simili, che si sono verificati dal Brest-Litovsk e Versailles in poi, che cos’è se non un principio statale morente, che non può più produrre nulla di fruttuoso da sé, che crea formazioni che non possono sussistere? La Cecoslovacchia per esempio non potrà sussistere, perché non ha ciò che deve avere. La formazione polacca dello Stato deve essere nuovamente eretta. Non può essere eretta e così via. È assolutamente solo possibile che la vita statale guarisca di nuovo quando si costruisce sul principio democratico degli uomini uguali, cioè quando abbraccia le questioni che sono le questioni di ogni persona diventata adulta.

Finché la vita attuale rimane caoticamente mescolata insieme, non si andrà avanti. Così vediamo come il fatto è che da una parte la vita statale sta morendo, ma d’altra parte ha già mostrato come deve ricorrere alla regolazione del lavoro. Vediamo come compiti le crescono. E allora si può dire: abbiamo quindi la questione spirituale, che si mostra nel fatto che tentativi balbettanti vengono fatti, come si esprimono negli sforzi di unità evangelica, negli sforzi cattolici giovanili; abbiamo la questione statale-giuridica, che si mostra per esempio nei trattati di pace; ma abbiamo anche la vita economica, che si presenta come la terza grande questione del presente, da cui fondamentalmente verso l’occidente è scoppiata la grande guerra, che si scarica in ciò che sono gli impulsi rivoluzionari e simili.

Questo deve essere trattato dalle più varie parti. Trovate infatti fra i miei discorsi che ho tenuto qui uno che contiene queste questioni. Dal punto di vista di queste tre grandi questioni attuali dobbiamo trattare il nostro primo tema. Dobbiamo trattare che le grandi questioni oggi sono presenti, la questione spirituale, la questione statale-giuridica e la questione economica, che perciò la triarticolazione non è qualcosa che è inventato, ma che è letta dalle tre grandi questioni attuali, e che d’altra parte ciò che si è preparato come scienza dello spirito antroposofica, è appunto un fondamento per una vera vita spirituale produttiva.

Quello che come vita spirituale da tempi antichi era presente nelle confessioni, da cui le scienze universitarie del presente sono solo una diramazione, questa vita spirituale si è esaurita; l’altra non ha ancora potuto iniziare a vivere come vita spirituale, cioè quella che è cresciuta dalla scienza naturale e tecnica. Questa non ha ancora potuto spiritualizzarsi. Deve essere spinta verso l’alto con lo stesso modo di pensare da cui è nata la vecchia vita spirituale. La scienza dello spirito sarà di nuovo così produttiva come la precedente era, quella che allora è caduta in decadenza nelle religioni.

Questo è ciò che dà alla vita spirituale il suo contenuto, il suo slancio. E allora voi, quando in questo modo capirete la cosa, quando saprete correttamente riconoscere che dovete rispondere alla domanda: ebbene, da dove dovrebbe venire la vita spirituale libera? — con piena convinzione: ebbene, non abbiamo solo da parlare della richiesta di una vita spirituale libera, ma abbiamo qualcosa che si può anche collocare in questa cornice della vita spirituale libera, che produce lo spirito, che è spirito vivente. Allora potrete indicare la fonte antroposofica che vi appartiene. Allora potrete sviluppare qualcosa che, se lo vorrete avvicinare agli uomini, deve essere avvicinato loro con un certo entusiasmo, di modo che per così dire l’interno si rivolga all’esterno, di modo che veramente ciò che siete come uomini, con cui siete cresciuti insieme, raggiunga il pubblico. Questo deve essere il primo tono che voi dovrete dare nei vostri discorsi. Dovete essere chiari che l’antroposofia dà contenuto, nutrimento alla vita spirituale libera.

Dall’altro lato troverete l’altro tono, se sentite profondamente che la vita economica rende tutto merce, che ciò che non può essere merce deve essere tolto dalla vita economica. Allora troverete il tono secco della riflessione sobria, che deve attraversare i vostri discorsi quando parlate della vita economica. Poiché lì potete parlare sobriamente, con secchezza, lì dovete parlare come se doveste calcolare.

E così troverete le due sfumature di cui avete bisogno per i vostri discorsi, e le troverete certamente diverse l’una dall’altra: il tono secco, sobrio dello spiegatore economico secco e il tono entusiasta di colui che non solo parla di un ideale politico come della vita spirituale libera, ma parla in modo che sappia ciò che vuol andare in questo.

E allora troverete anche già, muovendovi ritmicamente tra i due — non avrete bisogno di sforzarvi di recitare frasi — allora troverete il terzo tono, il tono di cui avete bisogno per il trattamento dello Stato-Giuridico.

Ma è necessario che voi per così dire nelle vostre disposizioni stesse siate intensamente tripartiti, di modo che vi comportiate in un’altra maniera con la vostra anima verso la vita spirituale, in un’altra maniera verso la vita statale-politica e in un’altra maniera verso la vita economica. Sulla vita spirituale si parla da forza interiore e convinzione; si parla in modo che sappiamo veramente: ogni uomo è il partecipe legittimato all’armonica vita spirituale dell’umanità, all’armonia della vita spirituale dell’umanità. Sulla vita statale si parla in modo che si lasci pendere l’anima da un piatto della bilancia all’altro: Doveri — Diritti, Doveri — Diritti! Si parla con una certa fredda superiorità, che naturalmente non deve essere la superiorità bugiarda dei vecchi uomini di Stato; ma accade con una certa superiorità, in quanto nella vita statale-giuridica si concede a uno il suo diritto allo stesso modo che all’altro. E sulla vita economica si parla come se non si dovesse amministrare il proprio portafoglio; questo non conduce a nulla di ragionevole, ma si parla con il sentimento come se si tenesse in tasca il portafoglio di altre persone e si dovesse amministrarlo. Si parla con il sentimento che bisogna procedere con molta cautela, che molte cose possono andare diversamente da come si pensa. Il sicuro sentimento che si ha di fronte alla vita spirituale — nella vita spirituale non può mai, se la si è compresa correttamente, andare qualcosa di storto — questo sicuro sentimento non si può avere di fronte alla vita economica. Lì può anche andare qualcosa di storto. Deve essere anche in questo tono con cui voi parlate della cosa. Perciò lo troverete nei «Punti fondamentali»: Con assoluta sicurezza e determinatezza si parla della vita spirituale; solo in modo esemplare, di modo che si ha il sentimento che potrebbe essere anche diverso, si parla dove le condizioni economiche sono in questione.

Questo è ciò che darà ai vostri discorsi una certa forza interiore: se voi siete intensamente tripartiti. E questo è ciò che vi raccomando, di prendere un po’ dentro di voi, di modo che forse possiate trovare questo tono. Poiché la maggior parte di voi è giovane, allora questo, se sarete resi attenti su questa tripartizione dell’oratore umano, questo sarà per voi qualcosa come una sorta di mezzo tonificante per il vostro agire.

5°Suggerimenti metodologici per la configurazione di un discorso pubblico (sera)

Stoccarda, 14 Febbraio 1921

Sarà bene ora inserire alcune cose formali, di modo che possiamo allora passare di nuovo a certe considerazioni sostanziali. Ho accennato poco fa che attraverso l’immedesimazione nel significato completo e nell’essenza dell’argomento in questo o quel membro dell’organismo sociale tripartito si può trovare il tono giusto per così dire. Lo si assume da sé, se si vive in modo giusto dentro le cose.

Ora vorrei portarvi avanti ancora qualcosa in questa direzione. Ma vorrei far precedere che naturalmente, quando si tratta di consigli pratici, le cose possono sempre essere anche un po’ diverse, che in realtà si può parlare di tali cose solo come esempi, sì, che nel primo caso si può trattare la cosa così, nell’altro caso anche diversamente. Ma se mi immagino che cosa sarebbe giusto propriamente nel caso in cui voi possiate trovarvi nelle prossime settimane, riguardo al vostro effetto oratorio, allora vorrei anzitutto attirare l’attenzione al fatto che un certo atteggiamento interiore preciso è comunque di grande importanza per l’oratore in ogni singolo caso.

Vedete, la cosa peggiore che poteste fare sarebbe indubitabilmente questa: se prendeste un tema come, diciamo, «Le grandi questioni del presente in relazione alla triarticolazione dell’organismo sociale» e, poiché terrete una quantità di discorsi in settimana in vari posti, ripetereste questo tema per così dire con il dominio di memoria delle singole formulazioni sempre di nuovo. Questo è dal punto di vista di ragioni sostanziali interiori probabilmente il peggior metodo che si potrebbe scegliere per una cosa simile. Si può in realtà sviluppare un modo responsabile e portato dalla cosa nel parlare solo se, per così dire, ogni discorso che si tiene è anche soggettivamente, personalmente, qualcosa di nuovo.

Occorre quindi, anche in un modo come l’indicherò subito dopo, anche se si tiene un discorso trenta volte, sì, prendiamo il caso non troppo frequente, cento volte di fila, avvertirlo ogni volta di nuovo come qualcosa di nuovo e avere sempre di nuovo un certo stesso grande rispetto, una considerazione verso il contenuto di questo discorso, presentarlo alla propria anima sempre di nuovo nella sua sfumatura fondamentale — notate bene quel che dico — nella sua sfumatura fondamentale sempre di nuovo, prima di tenerlo, non tanto nello sviluppo singolo e nelle singole formulazioni, ma nelle sfumature fondamentali, nei pensieri riviverlo sempre di nuovo. Come si possa prepararsi per questo dipende dal rapporto che si ha con la materia. Conoscevo attori e attrici di prima qualità, che mi hanno dato l’assicurazione che in realtà avevano la sensazione di aver recitato bene una parte solo quando l’avevano recitata circa la centesima volta. Ebbene, naturalmente lì c’è un certo senso un’illusione; l’avevano intorno alla quarantanovesima, cinquantesima volta anche, ma solo in relazione alle volte precedenti. Comunque c’è una possibilità di avere lo stesso rispetto, la stessa considerazione verso il contenuto del discorso anche quando lo si tiene ancora così spesso. E fondamentalmente vi mantiene nella necessaria freschezza per il discorso solo questo sentimento: che in realtà non si ha mai abbastanza di quella materia, anche se è ripetuto quasi identicamente.

Chi di fronte a un discorso che deve tenere sente che gli è già noioso, o gli è noioso tenere il discorso perché l’ha tenuto tante volte con lo stesso contenuto, mi sembra come se avesse mangiato per un mese intero e il primo del mese seguente dicesse: ora mi è noioso mangiare, poiché è pur sempre solo la ripetizione del mangiare dei trenta giorni precedenti; non voglio farlo di nuovo. L’organismo fa fondamentalmente nelle sue funzioni più importanti ogni giorno in modo monotono la stessa cosa, tutt’al più che si varia un po’ la successione dei piatti. Ma allo stesso modo si possono anche sfumare i pensieri di una conferenza, di modo che vi sia una variazione come nei piatti nei giorni successivi. Ma fondamentalmente rimane per l’organismo il monotono Aver-fame — Saziarsene, Aver-sete — Bere e così via, e fondamentalmente non diventa mai seriamente noioso.

Il nostro intelletto, la nostra vita dell’anima in generale, diverge in un certo senso, mentre cade in decadenza rispetto alla crescita vivente delle forze elementari naturali e anche spirituali, da queste; diverge dal fatto che per così dire vuole avere tutto solo una volta, e poi lo «ha». Quando si procede ulteriormente nello sviluppo dell’anima, si torna di nuovo a ciò che la natura e che le forze elementari spirituali originarie hanno: il ritmo, la ripetizione del medesimo. E a questo ritorno a ciò che è più vicino alle forze creative originarie, più di quanto non lo sia la nostra decadente vita intellettuale e spirituale, a questo ritorno dobbiamo giungere quando lavoriamo nel mondo spirituale, nella sfera del Divino. Su questo hanno già tenuto conto fondamentalmente le religioni. Poiché non fanno pregare ogni mattina e ogni sera preghiere nuove, bensì sempre le stesse. E presuppongono che non sia noioso, che in realtà si comporti così verso l’intero sviluppo spirituale dell’uomo come il mangiare e il bere verso lo sviluppo organico dell’uomo.

E possiamo disporci così verso ciò che operiamo nel Divino, particolarmente in un caso come è l’arte oratoria, che anche quando ripetiamo innumerevoli volte la stessa cosa, sempre di nuovo e di nuovo con lo stesso interesse, prima di portare la cosa avanti, passiamo interiormente il contenuto. Solo allora, quando passiamo così interiormente il contenuto, e anche talvolta solo in pochi minuti, solo allora otterremo il giusto rapporto con ciò che vogliamo esprimere. Otterremo il giusto sentimento di responsabilità anche solo così.

E questo sentimento di responsabilità abbiamo bisogno, quando siamo in una situazione come voi nelle prossime settimane. Poiché dovete essere consapevoli che con i vostri discorsi non state semplicemente dicendo alle persone qualcosa, ma che ci troviamo in un momento di importanza storica mondiale, e che il vostro parlare ha significato per questo momento di importanza storica mondiale. Dovete mettervi fortemente davanti all’anima la portata di ciò che fate. Dovete più o meno dirvi: ho qualcosa da insegnare alle persone che, se li colpisce, figurerà veramente come l’unico mezzo per portare il mondo all’ascesa, mentre ovunque attorno a noi ci sono le forze del declino.

E se vi state così di fronte alla cosa, allora giudicherete correttamente come ciò che emerge da tutti gli angoli si afferma come l’opposizione alla nostra causa e sta in agguato ovunque ai lati dei cammini che voi ora volete intraprendere. L’opposizione, proprio all’interno del nostro movimento, è trascurata dalla maggior parte dei nostri stessi membri. Non si curano volentieri di essa, e è appunto mancanza di interesse per la storia attuale. Ma dall’interesse per la storia attuale dobbiamo parlare e dobbiamo agire. Solo così le nostre parole ottengono un vero peso, solo dal fatto che agiamo così. Non dobbiamo prendere questa opposizione alla leggera. È talvolta proprio all’interno del nostro movimento quasi disperante, quando si vede come di fronte agli orribili reclami che vengono sollevati contro l’Antroposofia, contro la triarticolazione e ora anche contro il «Giorno che viene» e così via, la gente all’interno del nostro movimento rimane completamente flemmatica. Ci sono veramente i nemici, se così si può dire, altri calibri. Talvolta sono completamente loschi furfanti. Ma hanno come contenuto della loro furfanteria un entusiasmo immenso. E trovano parole da un certo entusiasmo, da un entusiasmo del male molto frequentemente, anzi il più delle volte, o anche da un entusiasmo dell’incapacità che si difende, perché non può affermarsi di fronte a ciò che viene affermato.

Ma allora c’è in un certo senso dell’élan; anche negli insulti c’è dell’élan. Non si trovano le parole giuste se le si pongono proprio artificialmente. Ma si trovano le parole giuste se le si possono trovare dalla disposizione totale verso la cosa. Questo è ciò su cui dobbiamo disporci, sia nello scritto come anche nell’orale.

Non dobbiamo tirarci indietro, permettendoci di esperire i più forti rigetti che si afferma in modo così sfacciato contro l’Antroposofia, contro la triarticolazione e così via. E dobbiamo essere consapevoli che così fondamentalmente anche il positivo riceve la sua sfumatura.

Al sostanziale appartengono anche quelle cose che portiamo avanti contro i nostri avversari proprio dentro i nostri discorsi positivi, in cui poniamo la minima attenzione a difenderci. Poiché vedete, certamente, a volte bisogna difendersi, l’ho già detto, ma che cosa significa una difesa propriamente di fronte a tali individui come sono i Max Dessoir e simili? Contro ciò significa molto caratterizzare quale vergogna è per la tedesca cultura educativa e la vita universitaria avere tali persone come insegnanti. Mettere questa manifestazione culturale generale nella giusta luce, questo è quello per cui dobbiamo trovare le parole giuste e le sfumature di parole. E allora è già bene descrivere le cose, direi, in certo modo coloratamente. Allora dovete tentare di trovare dalle vostre esperienze di vita le sfumature, i colori per descrivere coloratamente. C’è un karma, se solo gli si presta la giusta attenzione. Questo karma vi porta già le sfumature.

Vedete, nei miei «Enigmi dell’anima» ho sottolineato il fatto peculiare di ciò che Max Dessoir ha menzionato nel suo grosso trattato che ha scritto, che è uno di quegli uomini ai quali è prescritto da una determinazione interiore dell’anima di dover talvolta fermarsi nella sequenza di pensieri, di non poter procedere; che può addirittura capitargli durante i discorsi che sia così pieno di tutta la forza di ciò che ha da esprimere che non riesce a proseguire; non lo dice così, ma è come una sorta di perdita dei sensi. L’ho sottolineato nei miei «Enigmi dell’anima». Qualche settimana fa ricevetti una lettera di un amico che proprio allora aveva sentito le lezioni di Dessoir a Berlino, durante le quali era effettivamente accaduto che a Dessoir il cervello si fosse fermato. Gli studenti chiamavano questo strano mobile universitario il «Bel Max», perché aveva l’abitudine — così scrive questo amico — di indossare una cravatta diversamente colorata ogni settimana e di tenere lezione con essa. È solo imitazione, vedete. Uomini più grandi del Max Dessoir hanno avuto una tale debolezza. Per esempio al celebre grande filosofo Kuno Fischer è capitato una volta che un giovane studente venisse dal barbiere che stava di fronte all’edificio universitario a Heidelberg. E questo barbiere naturalmente si interessava molto all’università e ai suoi alunni. E così iniziò a chiacchierare anche con questo crasso novellino che stava per andare al corso di Kuno Fischer. E questi gli rivelò che voleva andare da Kuno Fischer. «Oggi scrive qualcosa alla lavagna», disse il barbiere. «Come lo sa?» chiese sorpreso il giovane studente. «Era appena qui e si è fatto fare la riga dietro; quando lo fa, scrive sempre qualcosa alla lavagna; allora si gira.» — Ora il «Bel Max» si trovava un giorno nella situazione che i suoi pensieri gli erano improvvisamente fuggiti. Allora cominciò a diventare selvaggio, naturalmente nel corrispondente panciotto della settimana. Là sedeva uno davanti a lui, che aveva un giornale in mano, verso di lui si lanciò, su di lui imprecò terribilmente, fosse colpevole perché aveva letto nel giornale che i suoi pensieri gli erano fuggiti. Dopo cinque minuti aveva di nuovo i pensieri. — Questo è realmente accaduto, può essere provato documentalmente!

Si possono già sfumare tali cose. E si troverà molto frequentemente che si possono applicare certe sfumature quando si vuole descrire proprio questo strano sistema educativo nel nostro presente, come dilaga nelle università. Accanto ai suoi aspetti dannosi, accanto ai suoi aspetti irritanti e distruttivi ha pure assolutamente i suoi aspetti comici. Conobbi io stesso, se posso ancora menzionarlo, un chimico; era professore di chimica e tecnologia delle sostanze organiche. Diceva ogni anno una volta nel suo corso: ebbene, ci sono propriamente solo tre grandi chimici: l’uno è Liebig, il secondo è uno più recente, Gorup-Besanez, e il terzo nominarlo me lo proibisce la modestia.

Ora, come si è detto, per noi si tratta del fatto che non poniamo il valore principale sulla difesa, che naturalmente può confluire; ma si tratta di presentare le manifestazioni culturali come tali nella loro intera nocività. Così che ci dimostriamo abbastanza potenti da pronunciare un giudizio sulle cosiddette correnti spirituali del presente. Possiamo farlo confluire dappertutto nella presentazione positiva e forse così lo porteremo meglio nelle anime. Poiché dobbiamo, se vogliamo penetrare, indubitabilmente poter produrre nelle anime dei nostri contemporanei un orrore nei confronti di certe manifestazioni contemporanee. Dobbiamo poter piantare un giusto giudizio su ciò che è terribile che propriamente dilaga sotto di noi attraverso l’incapacità e soprattutto anche attraverso la mendacità che c’è tra noi. Dobbiamo solo, affinché possiamo fare questo nel modo giusto, sforzarci di osservare acutamente le persone e di non fargli passare qualcosa. Dobbiamo proprio sottolineare nettamente il sintomatico, il caratteristico. Nel nostro tempo domina, e troveremo sempre le cose, proprio nel campo della cosiddetta scienza, una terribile mendacità. E questa mendacità, che in realtà diventa più forte, quanto più passiamo dalle facoltà scientifiche naturali, dalle facoltà filosofiche verso il medico e verso certe altre provincie, questa mendacità non dobbiamo mancare di presentare caratterizzando sempre di nuovo su singoli esempi ai nostri contemporanei. Questo è di grande, di immensa importanza. Poiché oggi non si ha un sentimento veramente energico di quello che effettivamente significa una tale mendacità, come corrompitrice agisce nelle disposizioni, quando colui che è altrimenti scienziato, nel suo agire è nello stesso tempo corroso da una certa mendacità.

E avremo anzi abbastanza successo sulla lunga distanza, anche se non subito, se riusciamo a portare alla coscienza dei nostri contemporanei la mendacità della nostra odierna vita educativa. Ma troveremo la giusta sfumatura oratoria per questo se parliamo da una tale disposizione verso la cosa come l’ho caratterizzata.

Allora, vedete, quando ci si trova in una situazione come voi nelle prossime settimane, una cosa sembra importante: che si viva vivamente nella materia di quello che si vuol portare avanti, che per così dire durante il discorso si combatta sempre con la materia, che si lasci la preparazione in modo tale che ci si occupi nelle intenzioni, nei pensieri, ci si presenti la cosa davanti all’anima, non però nella formulazione, poiché circa la formulazione si deve propriamente combattere davanti agli ascoltatori. Perciò è bene non preparare un discorso fino alle formulazioni, bensì solo fino a certi propositi principali. Si può certamente, secondo come il proprio carattere soggettivo sia fatto in questo modo o in quell’altro, scriversi dei propositi principali. Non parole chiave! Questo è qualcosa che regolarmente fuorvia. Ma propositi principali, per così dire i temi dei singoli capoversi. Ci si scrive quindi per esempio: «La vita economica ha le sue proprie leggi, rende tutto merce.» E allora si discute questo, non prendendolo come punto di partenza, bensì come tema di un capoverso, come qualcosa intorno a cui l’altro cristallizza. Si parla in riferimento a un tale proposito principale. Allora si passa al proposito principale successivo.

Alla lettera è bene avere, ma anche non letteralmente nella memoria, bensì nel senso, ciò che circonda circa i primi cinque o sei periodi del discorso e che circonda gli ultimi cinque o sei periodi del discorso. Avere il resto alla lettera non è in nessun caso bene, perché danneggia molto il rapporto vivo interiore. Si ha però bisogno di aver formulato abbastanza precisamente i primi cinque o sei e gli ultimi cinque o sei periodi. Poiché di regola in uno che come uomo, non come automa parlante, si presenta al pubblico, nei primi cinque o sei periodi è presente la paura da palcoscenico. Proprio se è uomo e non macchina parlante, è già così. Questo è qualcosa di completamente buono, questa paura da palcoscenico. Può assumere le più varie sfumature. Può essere che la vivacità interiore sia presente attraverso questa paura da palcoscenico nei primi cinque o sei periodi, se sono ben formulati, che però questa formulazione ci dia un certo rapporto interiore a essa, mentre, se non abbiamo formulato i periodi, ci può capitare troppo facilmente che non ci venga in mente nulla e simili, non è vero. Conobbi per esempio un uomo altrimenti completamente eccellente che di regola leggeva i suoi discorsi. Ma una volta, mi sembra come se stesse ancora davanti ai miei occhi, così bene me lo ricordo, una volta voleva portare avanti almeno i primi periodi, il primo periodo, dalla memoria, ma non gli veniva in mente. Doveva già leggere il primo periodo, la prima parola, tanto si era abituato al manoscritto. Così è bene, stare completamente dentro, fino alla formulazione, nei primi cinque o sei periodi.

Nei periodi finali è di nuovo così, che quando ci si avvicina alla fine, comunque, se si è un uomo e non un automa parlante, si è sotto l’impressione di tutto il proprio discorso, e così una certa vivacità entra proprio alla fine, e alla fine non si sarebbe in grado, in ogni caso, di trovare la formulazione in modo tale che non si danneggi la fine, se non ci si fosse preparati bene proprio per la fine, per gli ultimi cinque o sei periodi.

Così che perciò per tali nel senso migliore «discorsi d’occasione», come voi dovete tenere, soprattutto dall’occasione della situazione temporale intera, che per tali discorsi è indubbiamente il migliore se si portano avanti i primi cinque o sei periodi scritti, allora i propositi principali, e di nuovo si lasciano seguire gli ultimi cinque o sei periodi. Ma se mi permetterete di darvi un consiglio, che vi chiedo però di non prenderlo in modo che debba essere assolutamente obbedito sotto ogni circostanza e che siate obbligati a eseguire ciò che ho appena detto riguardo al foglio che portate, il consiglio sarebbe: fate un foglio su cui formulate i primi cinque o sei periodi, poi i propositi principali, poi i periodi finali. Attenetevi a questo. E allora — bruciatelo! Il giorno successivo o al prossimo discorso fate lo stesso. E bruciatelo anche di nuovo. Fate meglio questo cinquanta volte, che permettervi di mantenere il foglio attraverso tutti i cinquanta discorsi.

Questo è ciò che appartiene assolutamente a una vivacità interiore del rapporto di un uomo con la sua materia. Si deve in un certo senso essere finiti con il vivo del discorso che si è tenuto, come si è finiti il 14 febbraio con quello che si è mangiato il 13. Questo è assolutamente qualcosa che può valere come norma.

Poiché vedete: in certi campi dell’agire si tratta di ritrovare il cammino verso le condizioni elementari di vita. Solo così estraiamo l’agire spirituale da quella natura di muffa che ha dal fatto che nella vita intellettuale astratta c’è qualcosa come: si vuol vivere qualcosa solo una volta; se si è già vissuto qualcosa, non ha più la sensazione, e simili. È assolutamente così che se ci si abitua a qualcosa come l’ho caratterizzato, si giunge gradualmente a ottenere ciò che si produce spiritualmente da regioni molto più profonde che non da quelle regioni altamente dubbie, che riguardano all’estensione spaziale nell’uomo stiano più in alto. E questo è enormemente importante che proprio le cose spirituali più sublimi non vengano da questa regione della testa. Poiché questa regione è incolore, è sobria, è propriamente così che, anche se suona paradossale, propriamente non riguarda nessuno fuori che noi stessi. Ciò che l’intelletto può guadagnare in chiarezza propriamente riguarda solo l’uomo che è il portatore di questo intelletto.

Quello che abbiamo da dire al mondo non si basa su quello che comprendiamo, ma su quello che percepiamo profondamente, riviviamo, attraverso il quale abbiamo sofferto dolore e sofferenza e gioia e superamento. E, miei cari amici, il contenuto di ciò che avete da dire al mondo nelle prossime settimane, lo potrete percepire ogni giorno di nuovo, quando passate questo contenuto nell’anima, come superamento e sofferenza, e in un certo senso, quando sentite ciò che deve diventare, anche come gioia, come redenzione. Prima di tutto però potrete percepire un forte sentimento di responsabilità. Tutto questo può essere vissuto ogni giorno. E questa è una preparazione molto migliore che tutte le disposizioni e tutto quello che è dato in certe retoriche. Questo rapporto vivo interiore alla cosa è ciò che veramente così ci prepara che si formano quelle imponderabilia che una volta sussistono tra noi e il nostro uditorio, anche se non fosse ancora così grande.

È in generale appunto su questo campo da notare come siamo diventati molto astrattisti e uomini teorici. Sentii una volta con una grande assemblea un discorso che Hermann Helmholtz teneva. Prese il suo manoscritto e lesse il discorso completo dalla prima all’ultima parola. Dopo che questa procedura con gli ascoltatori fu finita, un direttore di teatro, con il quale ero amico, si avvicinò a me e disse: A che cosa è servito? Il discorso è ora già stampato, potrebbe semplicemente essere consegnato a ciascuno degli ascoltatori. E se Helmholtz, che naturalmente si stima e onora molto, andasse in giro e desse la mano a ciascuno, sarebbe un piacere molto maggiore che ascoltare per un’ora quello che si può leggere da soli se è stampato.

Questo dobbiamo proprio tenerci davanti all’anima: che lo stampato, così anche tutto quello che si può leggere, che è già scritto, è qualcosa di completamente diverso dalla parola pronunciata. E anche se ciò accade già in molti modi — da altri motivi però non da puri motivi artistici e simili — che la parola pronunciata venga trascritta, che quest’arte arimanica sia praticata e che sia anche di nuovo letta, comunque non ci si deve nascondere che questa intera procedura è fondamentalmente nel senso superiore un abuso. L’abuso deve essere già praticato per certi motivi. Ma un abuso rimane comunque. Poiché ciò che viene pronunciato è per chi prende queste cose in modo artistico non qualcosa che contemporaneamente può essere stampato, scritto. Perciò non potevo fare diversamente che sentire profondamente quando quel direttore mi disse che sarebbe stato più intelligente se Helmholtz avesse stretto la mano a ciascuno e avesse fatto distribuire il suo discorso.

Queste sono cose che devono stare davanti alla propria anima, poiché sono fondamentalmente retorica, mentre quello che sta nelle retoriche è il più delle volte così che in realtà non lo si può adempiere. Poiché è fondamentalmente sterco, paglia battuta, con cui in realtà non si può fare nulla se si vuole stare vivamente nella propria materia.

Ora, vedete, queste sono tali formalità, per così dire, che possono contenere solo consigli, che però, non direi pensati, ma da voi sentiti profondamente potrebbero essere. E se li sentirete profondamente, allora potrete prepararvi proprio al meglio per il vostro compito nelle prossime settimane. Poiché dai sentimenti che svilupperete di fronte a tali consigli vi nascerà una visione su ciò che propriamente dovete fare con la materia che elaborerete nelle prossime settimane. E quello che in questa direzione è ancora da dire è più o meno il seguente:

Con tali discorsi, come voi ora terrete, anche se i temi sono formulati come ho indicato poco fa, è comunque bene cominciare da qualcosa che appartiene al giorno, da qualche evento giornaliero che però è sintomatico per l’intera situazione temporale. Viviamo in un’epoca in cui effettivamente tali eventi accadono giornalmente. Abbiamo solo bisogno di seguire un po’ la storia contemporanea, e noteremo ovunque come vi siano eventi sintomatici. Da quelli possiamo partire. Così creiamo subito un’atmosfera comune tra noi e l’ascoltatore. Poiché l’ascoltatore conosce la cosa, noi la conosciamo, e creiamo una sorta di comunicazione, che per discorsi di storia contemporanea, o, più precisamente, per quelli che devono agire sulla evoluzione del tempo, è di un significato particolarmente grande.

Oppure si può anche raccontare un sintomo che sta lontano. Particolarmente adatto a concentrare l’attenzione nel modo giusto è spesso quando si racconta qualcosa che apparentemente non ha alcuna connessione con il tema, ma ha invece una connessione interiore, per cui l’ascoltatore è dapprima colpito in modo paradossale, non sa perché lo si racconta; e allora si tenta di trovare la transizione da qualcosa che sta così lontano a quello che si vuol effettivamente sviluppare.

Un altro consiglio è questo: che per certi casi è straordinariamente bene quando alla fine si ritorna all’inizio. Lo si può raggiungere nel miglior modo nel modo tale che all’inizio si formula qualcosa, che si pone come domanda, se pure non pedantemente come domanda, ma in modo interrogativo; allora il discorso è lo sviluppo secondo la domanda posta; e alla fine si arriva alla risposta, cosicché il tutto si chiude in una certa maniera. Così sulla disposizione dell’ascoltatore viene molto, molto spesso esercitata un’influenza molto buona. Riesce a trattenersi più facilmente che diversamente.

In certi casi può essere addirittura molto bene avere una sorta di leitmotiv, a cui dopo certi capoversi, se pure in forma variata, si ritorna. Così che si formula sempre di nuovo nello stesso modo non agirà bene, ma se vi si ritorna in forma variata, potrebbe agire bene.

Allora agiremo in modo riformatore anche già attraverso la forma del nostro discorso sugli ascoltatori; potrei dire anche «educativamente», se non offendesse la gente se si usasse la parola «educativamente». Si può agire in modo riformatore anche attraverso il formale del discorso. Vedete, la gente oggi esige da uno che si definisca il più possibile. Ora vogliamo proprio opporci a ogni definizione. Vogliamo sempre caratterizzare. Vogliamo soprattutto caratterizzare molte cose da due o più lati, per suscitare sempre una visione di come ogni cosa abbia molti lati, dai quali si può caratterizzare. Non vogliamo fare questa concessione, non vogliamo fare nemmeno altre concessioni nel discorso, ma la meno di tutte: che diamo alla gente definizioni pedanti. Dobbiamo assolutamente suscitare l’impressione che ciò che viene dalle profondità spirituali, che viene dalla scienza dello spirito, anche riguardante la forma deve presentarsi davanti ai contemporanei diversamente da ciò che nasce dal materialismo. Ciò che viene dal materialismo, anche se per esempio è attraversato da apparenza religiosa, sarà materialista; sarà, anche se è colorato religiosamente, parlare in sostantivi. Ciò che viene dallo spirito non può parlare bene in sostantivi. Poiché lo spirito non agisce sostantivamente. È in continuo movimento. Lo spirito è completamente verbale. Scioglie i sostantivi. Preferisce formare una frase subordinata piuttosto che un sostantivo. Così evita di trattare le essenze come legni, di porle come legni uno accanto all’altro, o come pali. Questo porle come pali è materialista. Ciò che è compreso nello spirito, esattamente scioglie i sostantivi. E è importante che non facciamo nessuna concessione in questo senso alla nostra contemporaneità materialisticamente orientata. Certamente — ma non verrete in questo caso; il poeta nel presente più facilmente; non tanto colui che ha da parlare quello che avete da parlare voi — certamente, se qualcosa è immerso nel visionario o solo nel fantastico, allora possono venire anche i sostantivi. Poiché allora le immaginazioni sono figure. Ogni stile ha per il suo particolare campo il suo particolare carattere. Ma ciò che è costretto, in un certo senso nuovo come insegnamento, come visione di portare ai suoi simili, questo, se viene dallo spirito, non si sentirà assolutamente costretta interiormente a porre un sostantivo accanto all’altro.

Allora sarà bene anche per voi, direi, portare a termine davvero qualcosa di morale. Quando abbiamo iniziato il nostro movimento antroposofico, la gente era propriamente orgogliosa se poteva dire: ho portato avanti qui o là opinioni teosofiche o antroposofiche, senza dire da dove vengono, e senza usare la parola Teosofia o Antroposofia. Questo rinnegamento del fondamento su cui si sta, è diventato un vero abuso proprio nei cerchi degli antroposofi, questo non volersi confessare chiaramente a una cosa. Ora voglio dirvi che quelle persone che in questo modo si sono acquisite, che si è evitato di parlare chiaro e franco a viso aperto della cosa, o non sono state veramente acquisite, o, se sono state acquisite, non valgono nulla. Un valore per la nostra cosa hanno solo quelle cose che sono state acquisite in piena verità e in onestà assoluta. E se ce la faremo a fare questo in modo ben chiaro come linea direttiva, allora avremo forse qua e là degli insuccessi. Ma dove avremo successi, allora saranno buoni successi. Non dobbiamo in nessun caso evitare di presentare realmente alla gente il fondamento scienza-dello-spirito, antroposofico. E anche se all’inizio agisce su una gran quantità di persone come uno straccio rosso per il toro! Il male in tali cose non è lo straccio rosso, ma il toro.

Queste cose sono ciò che deve appartenere alla sfumatura morale del nostro entusiasmo per la cosa nelle prossime settimane. E abbiamo bisogno di entusiasmo per la cosa. Non abbiamo bisogno di avere il sentimento che siamo proprio martiri per una causa. Ma dobbiamo avere il sentimento di una grande responsabilità. Dobbiamo assolutamente avere il sentimento che parliamo dall’evoluzione del tempo, dalla storia contemporanea. Quanto più abbiamo questo, tanto meglio è.

Mi permetterete forse oggi di ricordarvi di nuovo quello che ho già espresso molte volte. Ho una volta voluto rendere chiaro a due ecclesiastici cattolici che avevano torto nella loro particolare richiesta, che presentavano dopo una mia conferenza. Avevo tenuto una conferenza in una città della Germania meridionale, che oggi non è più una città della Germania meridionale, sulla saggezza del Cristianesimo. C’erano anche due parroci cattolici presenti. Era nel periodo, è ormai tempo fa, in cui non era stato portato così intensivamente nei cerchi del clero cattolico l’ordine di combattere intensivamente l’Antroposofia, come lo è oggi. E così questi due parroci c’erano. Dopo la conferenza vennero da me. Ora, non è vero, è così con l’Antroposofia che si può parlare lungamente in modo sostanziale di un argomento, anche se un parroco cattolico ascolta. Se non è predisposto dal principio a opporsi a tutto ciò che non appartiene direttamente al fondamento della Chiesa costituita, non noterà che ha qualcosa da obiettare. Deve venire da altri campi, non da campi di verità, ciò che viene proprio dalla Chiesa cattolica contro. I parroci quindi vennero da me e dissero: ebbene, contro il contenuto della vostra conferenza non abbiamo nulla da obiettare — allora il mandato da Roma non era ancora venuto — ma il modo come parlate non va. Poiché noi parliamo in modo che tutti gli uomini lo capiscono, ma voi parlate solo per un certo cerchio che è preparato. — Dissi, ho sempre il sentimento che nella vita esteriore non si diventa sleali quando ci si rivolge alla gente come è consueto nella vita esteriore; dico a ogni consigliere aureo consigliere aureo, dico a ogni sacerdote cattolico Vostro onore. Dissi quindi: vostro onore, non dipende da questo se lei o io pensiamo che qualcosa sia per tutti gli uomini. È completamente ovvio che lei e io lo pensiamo soggettivamente. Non dipende da questo, bensì dipende da se per noi qualcosa risulta dagli impulsi del tempo, se deve essere portato avanti a parte dalla nostra disposizione soggettiva o no. E ora le faccio una domanda, presupponendo questa buona coscienza soggettiva, se allora proprio tutte le persone che vogliono sapere qualcosa di Cristo, oggi vengono ancora da lei in Chiesa? Se tutte le persone vengono da lei in Chiesa, allora parla per tutte le persone. In modo completamente oggettivo le faccio una domanda: vengono davvero tutte le persone da lei in Chiesa? — Non potevano dire sì, non andava. Allora dissi: ebbene, vedete, per quelli che non vengono più da lei in Chiesa e che tuttavia vogliono sentir qualcosa su Cristo, a quelli parlo io. Questo è oggettivo. Possiamo subbiettivamente credere, lei e io, che parliamo per tutti. Non dipende da questo. Dipende dal fatto che acquisiamo il significato di imparare dai fatti come dovremmo fare. — Naturalmente questo non è entrato nei due signori onorevoli, ovviamente, ma è comunque giusto.

Così, queste sono le cose che vi volevo dire oggi ancora, per così dire, come formalità. Non sono regole, non sono nemmeno tali consigli che sono intesi in modo dogmatico. Io stesso ho detto all’inizio delle mie considerazioni che sono intesi più nel senso di esempi. Si possono variare in molti modi. Può essere che siate costretti in una situazione diversa a seguire direzioni diverse. Ma io ho una volta considerato che cosa quelle personalità che stanno sedute davanti a me, proprio nella situazione in cui potete trovarvi nelle prossime settimane, avrebbero forse dovuto considerare, uno di nuovo in un modo, l’altro così sfumato come voi lo gestite, al fine di presentarvi nel modo giusto davanti al vostro pubblico, e soprattutto di porvi nel modo giusto di fronte alla cosa, che cosa dovrebbe anche essere realizzato in modo perfetto o imperfetto, come voi dovreste stare di fronte alla cosa, a cui avete da dar voce. E così sono giunto a dovervelo dire in relazione formale, quello che ho appena espresso.

6°L'omogeneizzazione della vita sociale. Capitale, lavoro, merce. L'arte sociale (pomeriggio)

Stoccarda, 15 Febbraio 1921

Tutto dipenderà dal fatto che l’atteggiamento generale delle conferenze che voi ora volete presentare al pubblico sia diverso da quello che fino a oggi sostiene per lo più le discussioni consuete. L’atteggiamento che voi dovrete assumere sarà determinato soprattutto dal fatto che dovrete ovunque indicare l’importanza dell’uomo stesso nella vita sociale complessiva.

Oggi troverete dappertutto giudizi sociali che procedono da qualcosa di diverso dall’uomo in quanto tale. Troverete giudizi sociali che si basano sul concetto del capitale, sulla funzione del capitale e così via, nell’ambito dell’ordine sociale. Troverete allora come si parla del «capitalismo» come di una qualche potenza che percorre il mondo, e come in tutto questo parlare del «capitalismo» propriamente sta poco a fondamento una considerazione dell’essenza dell’uomo in quanto tale.

Ascolterete poi di nuovo parlare del lavoro, dell’importanza sociale del lavoro; anche allora potrete bensì percepire che, parlando del lavoro, già si pone l’uomo a fondamento, perché è lui che lavora, ma che anche di nuovo il lavoro viene distaccato dall’uomo, soprattutto dall’umanità, e si parla del «lavoro stesso».

Poi come terzo punto troverete che si parla della merce. Questo può avere un significato legittimo nell’ambito della vita economica; ma conduce tuttavia solo a errori e a rappresentazioni sociali scorrette se non si tiene dappertutto conto dell’essenza dell’uomo in quanto tale.

Certamente, proprio se si procede verso la triarticolazione dell’organismo sociale, si dovrà distinguere nettamente tra quello che, per così dire, deve dispiegarsi come ambito dell’agire umano nel campo spirituale, e quello che deve dispiegarsi nel campo statale-giuridico, e infine quello che deve dispiegarsi nel campo economico. Ma non si potranno formare in modo corretto le rappresentazioni, che devono essere formulate in modo così unilaterale riguardo all’agire e all’operare umano, se non si può volgere lo sguardo verso l’essenziale dell’uomo come uomo intero. Proprio questo volgimento dello sguardo verso l’essenziale dell’uomo come uomo intero ci mostra la necessità che l’ordine sociale esteriore debba essere articolato nei tre ambiti caratterizzati dagli scritti corrispondenti.

Ora, l’uomo propriamente è stato gradualmente escluso dalla considerazione nella vita concettuale moderna. Troverete ovunque che l’uomo in quanto tale è propriamente escluso. Lo trovate innanzitutto nel campo spirituale più stretto, quello della scienza. La scienza considera i regni della natura, il regno minerale, il regno vegetale, il regno animale, considera poi lo sviluppo del regno animale fino all’uomo e presenta l’uomo come animale più complicato, trasformato, metamorfosato. Ma non mira a considerare l’uomo stesso. Presenta l’uomo solo come punto terminale della serie animale. Questo è da lungo tempo lo sforzo della scienza. Ma questo è solo un sintomo del fatto che si è buttato fuori dall’emozione e dal pensiero l’essenza dell’uomo. Se nel tempo più recente sui più vari ambiti della vita si avesse un sentimento forte per il puramente umano, allora non si sarebbe affatto in grado, nella cosiddetta scienza, di buttare fuori l’uomo, di trattarlo solo come un punto terminale.

Vedete però anche come l’uomo viene escluso nelle istituzioni che oggi stanno a fondamento della vita spirituale. Viene sì strappato per quanto possibile in ordinamenti che non procedono da lui stesso; oppure viene strappato nell’effetto di forze che provengono dalla vita economica; ma si pone molto, molto poco valore su quello che l’uomo in quanto uomo è nella vita sociale. E così si procede verso definizioni di tutto quanto possibile, del capitale, del lavoro, della merce; ma l’uomo cade completamente dalla considerazione.

Nella vita dello Stato stesso è molto strano come proprio nei paesi dell’Europa centrale nel tempo recentissimo il sentimento si sia completamente perso — che tutto quello che è Stato o altrimenti comunanza esiste propriamente per amor dell’uomo, non l’uomo per amor dello Stato; che tutti gli ordinamenti che scaturiscono da queste comunanze devono infine mirare a sviluppare l’uomo stesso verso l’uomo completo, verso la piena individualità, per quanto possibile.

Quante volte è stato ripetuto proprio nel tempo recentissimo, l’uomo deve sacrificare tutto per amor della comunanza. Ebbene, cari miei amici, se questo venisse messo in pratica veramente, quello che in un primo momento suona bello, che l’uomo debba sacrificare tutto per amor della comunanza, allora porterebbe gradualmente al massimo indebolimento della vita comunitaria. Poiché nulla fonda meglio la vita comunitaria di quanto il fatto che all’interno di questa vita comunitaria le singole individualità umane possano svilupparsi nel senso più pieno della parola da tutti i lati.

Chi la pensa diversamente di solito non prende in considerazione la cosa principale.

Chi si sviluppa come uomo completo, chi può far valere l’individualità umana da tutti i lati, egli è per via di questo sviluppo condannato a dare molto alla vita comunitaria; fonda già la vita comunitaria nel miglior modo possibile per mezzo di quello che è in lui. Quello che può svilupparsi nell’uomo, quello, se viene guidato e indirizzato nel modo giusto, non è affatto orientato verso l’egoismo.

L’egoismo viene generato nell’uomo propriamente dall’esterno, non dall’interno. L’egoismo viene generato per molti versi proprio dalla vita comunitaria. Lo si considera troppo poco nel trattamento delle questioni sociali. E così si è anche formato il fatto che esista un’incongruenza giusta nel tempo recente tra la mancanza di egoismo naturale e la generosità nelle cose spirituali e l’egoismo e l’avarizia in tutte le cose materiali. Riguardo a quello che gli uomini producono spiritualmente, per natura non sono propriamente avari; di quello vorrebbero comunicare il più possibile a ogni uomo. Chi è solo un lirico per se stesso, vorrebbe volentieri quello che produce come lirico darlo a tutti gli uomini in modo massimamente generoso e senza egoismo, non tenerlo per sé. Altrimenti fanno gli uomini oggi riguardo ai beni esteriori, materiali, quelli vorrebbero tenerli per sé. Ma questi non vengono mai a noi dall’interno, bensì sono condizionati proprio da quello che ci circonda. E l’arte sociale consisterebbe nel fatto che quello che ci circonda esternamente si trasformi gradualmente in modo tale che l’uomo possa trattarlo come quello che gli è proprio dall’interno, come quello che sgorga tutto dalla sua individualità. Ma per questo è necessario che gli uomini accolgano nel loro sentire una tale concezione, come l’ho ora indicato in un paio di proposizioni astratte. Questo non potranno mai fare all’interno della vita spirituale attuale, poiché questa vita spirituale attuale strappa appunto l’uomo nell’ordine statale e economico esteriore e non mira a sviluppare dall’interno quello che è nell’uomo. Nella pedagogia rimane un principio astratto se si dice che si debba trarre fuori tutto quello che si educa e si insegna dall’uomo. Questo principio astratto non aiuta affatto. E quelli che lo predicano di più, peccano di regola nella pratica contro di esso soprattutto.

Quello che riempie di un tale sentire, che è orientato verso l’umano come tale, può essere solo scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Poiché questa conduce in ogni direzione verso il riconoscimento dell’essenza dell’uomo stesso. Pone incondizionatamente l’uomo al centro di tutta la considerazione. Prendete pure la mia «Scienza occulta»: si possono ugualmente anche porre altri fondamenti. Lì vengono perseguite le fasi dello sviluppo terrestre attraverso stati pre-terrestri — i nomi non hanno importanza — attraverso lo stato di Saturno, lo stato del Sole, lo stato della Luna e così via. Ma nessuno di questi stati viene perseguito come è stato perseguito nelle ipotesi della scienza naturale più recente. Che cosa si aveva allora in questa scienza naturale più recente? Si aveva dapprima uno stato nebulare qualsiasi in tempi primordiali lontani; non c’era nulla dell’uomo in esso. E per lungo tempo negli stadi evolutivi che erano sorti secondo i pensieri della scienza naturale non c’era nulla dell’uomo in essi. Poi l’uomo affiora una volta, dopo che gli altri esseri si erano ammassati.

Allora scompare di nuovo in seguito, e la Terra e tutto scompare con lui. E infine l’evoluzione intera si avvia verso un campo di cadaveri. Quello che si pensa sul mondo, sul cosmo, è spogliato dell’uomo. E non fosse uno costretto — perché questa bestia bipede sulla Terra ora ce l’ha pur una volta e perché infine questa bestia bipede fa almeno la cosa insignificante di pensare — non fosse uno così spinto, uno non farebbe strisciare l’uomo in alcun luogo, perché allora non esisterebbe per nulla nessuna necessità di far strisciare l’uomo in là.

Ma guardate la mia «Scienza occulta»: dall’inizio l’uomo è in essa. Nel cosmo non viene considerato affatto nulla senza che subito ci sia l’uomo in esso. Tutto ottiene solo così senso e nello stesso tempo fondamento conoscitivo, che lo si considera riguardo all’uomo. Da nessuna parte l’uomo viene escluso. Questa scienza dello spirito orientata antroposoficamente riconduce di nuovo la nostra visione del mondo a una considerazione dell’essenza umana.

Accenno così alcuni pensieri che vi sono importanti quando ora andrete a tenere le vostre conferenze, perché vi daranno quello che vi muoverà a seguire i pensieri che pongono l’umano al centro del processo sociale; e voi, per così dire, colorirete il vostro discorso in modo che pongiate l’uomo al centro e evitiate di omettere semplicemente l’uomo da questo centro.

Vedete, la considerazione teorica degli ultimi anni ha già escluso l’uomo dal punto di partenza, lo considera propriamente solo come una sorta di oggetto di lusso per la conoscenza. Ma anche le considerazioni economico-nazionali del tempo più recente hanno seguìto un cammino simile. Tornate indietro — e anche il pensiero marxista e altro e così via tornano indietro — tornate indietro fino ad Adam Smith. Vedrete che lì sono state messe al centro della considerazione due cose: in primo luogo la libertà economica e in secondo luogo la proprietà privata. L’uomo propriamente non sta da nessuna parte come la cosa principale. È considerato naturalmente occasionalmente, ma non sta in primo piano, non viene messo al centro.

Ma la libertà economica propriamente l’uomo in quanto tale non può averla! Poiché la libertà economica non la si ha come uomo, bensì come possessore di beni qualsiasi. Ci si muove come il possessore di beni qualsiasi nel processo sociale, e poiché si posseggono questi beni, si può avere in una certa misura quello che Adam Smith chiama libertà. Non però come uomo ci si muove, bensì si mettono in movimento i beni, si richiamano processi sui beni. E questi processi — l’arare, il mietere, se si è possessore di un bene, o quello che si fa nell’industria — sono liberi, sono indipendenti; ma l’uomo in quanto tale non viene affatto in considerazione quando si parla di libertà economica.

E la proprietà privata? Ora, si deve ricordare che questa deve essere stata acquisita in qualche modo, sia per rapina, sia per conquista, o per eredità o altrimenti; quindi in qualche modo deve avere avuto a che fare con l’uomo. Ma Smith non la considera come l’uomo originariamente ha formato un rapporto al possesso, bensì la considera come qualcosa di assolutamente dato. Così gli uomini considerano la proprietà privata complessivamente: l’uomo è una volta come una mandria di porci.

Lì lo considerano l’uomo anche solo in quanto non rivolgono l’attenzione principale su di lui, l’uomo, bensì sulla proprietà come tale. Lì il modo di considerazione economico-nazionale ha buttato fuori l’uomo.

Ma non è più solo, per così dire, sorto da un’ignoranza conoscitiva o da una mancanza di conoscenza, bensì è sorto dal fatto che propriamente la vita economica stessa ha assunto questa forma. Propriamente sotto l’influsso del pensiero astratto più recente la vita economica si è sviluppata automaticamente per se stessa. L’uomo si è gradualmente ritirato, si è abbandonato a quello che era stato formato al di fuori dell’umano.

Voi potreste propriamente effettuare facilmente la seguente considerazione:

Prendete, diciamo, una tenuta signorile e seguitela con esclusione di quello che potenze esterne tramite la tecnica e così via vi hanno portato, seguitela puramente riguardo all’umano, che però è stato appunto escluso, attraverso una serie di generazioni; risalite dal possessore alla fine del XIX secolo al possessore a metà del XIX secolo, a quello all’inizio del XIX secolo e così via. Potete così, come il processo si è svolto, come le proprietà terriere hanno inciso nel processo economico nazionale, propriamente seguire la cosa senza che vi curiate molto del proprietario alla fine del XIX secolo, del proprietario a metà del XIX secolo, del proprietario all’inizio del XIX secolo. Questi se ne vanno a spasso sulle loro proprietà, fanno quello che consegue dalla cosa stessa e si inseriscono; ma è indifferente, non potete distinguere se è il proprietario dalla fine del XIX secolo o da metà o dall’inizio del XIX secolo. Quello che conta è il processo non umano. Dunque, l’Oggettivo si è già sviluppato in modo che l’uomo è stato escluso.

Ma è stato escluso solo da un lato, ma su questo si basano le nostre condizioni catastrofiche. Non è stato escluso riguardo a un certo ambito della vita spirituale: il tecnico-scientifico-naturale. Lì ha inciso, ma le due cose non si sono adattate. L’una si è solo spinta dentro l’altra. L’uomo certamente ha inciso anche in molti altri modi in quanto, in conseguenza del non riguardare l’uomo, sempre più e più uomini sono stati proletarizzati. Quello che è stato proletarizzato, quello che propriamente non aveva in sé nulla di altro se non l’uomo, questo si è di nuovo fatto valere. E così nello sviluppo più recente assolutamente non si è sviluppato insieme quello che l’uomo nel processo economico nazionale complessivo, assolutamente nel processo sociale complessivo significava, bensì i singoli ambiti hanno agito inorganicamente l’uno dentro l’altro. L’uno si è semplicemente spinto meccanicamente dentro l’altro. Da nessuna parte, si può dire, la tecnica si è sviluppata in modo che quelli che avevano la tecnica in mano fossero quelli che erano proprietari dei beni, bensì la tecnica si è, per così dire, spinta da un lato nell’amministrazione dei beni. Per questo naturalmente non è venuto fuori nulla di organico, bensì qualcosa che infine si è dovuto combattere nettamente. Tutto quello che si combatte nel nostro tempo scaturisce propriamente da questi fatti.

Ma questo ha avuto l’effetto — e voi dovete ora propriamente portare questo alle spalle della umanità dal lato invertito nelle vostre conferenze — che si è sempre più e più perso lo sguardo per la connessione del processo economico nazionale complessivo e lo si è sempre più e più diretto su procedimenti parziali, così sulla maniera come il capitale sorgesse e funzionasse, come il lavoro si inserisse nel processo economico nazionale, come i beni venissero prodotti, come circolassero e così via. Ma lo sguardo per l’appartenenza insieme, quello non è stato affatto sviluppato.

Poiché vedete, se si considera il processo che appartiene insieme, il processo della vita sociale, come una totalità, allora non si può fare altrimenti che porre l’uomo al centro, rifacendo tutto all’uomo.

Ma per questo una giusta concezione può darne solo una giusta scienza dello spirito, perché ovunque pone l’uomo al centro. Ho dovuto quindi nelle «Questioni nodali della questione sociale» non domandare innanzitutto: da quali rapporti di produzione è sorta la vita sociale moderna? Così chiedevano e chiedono cose simili, chiedono anche Rodbertus. Bensì ho dovuto domandare: come è sorto il proletario moderno? come sono sorti gli impulsi nel proletariato moderno? — Questo forma il contenuto del primo capitolo nelle «Questioni nodali»: come è arrivato questo fatto importante nel proletariato, che il proletario intende tutta la vita spirituale, morale, scientifica, religiosa, artistica come ideologia? L’uomo è lì messo al centro. E così lo troverete anche nei capitoli seguenti.

Per questo però i concetti di merce, capitale e lavoro ottengono sì il loro significato giusto, proprio come anche i concetti scientifico-naturali ottengono il loro significato giusto quando si introduce l’uomo dentro tutta l’evoluzione cosmica. Dunque di questo dovranno essere colorate le vostre conferenze, che ovunque abbiate l’uomo al centro nei vostri pensieri e sentimenti e anche suscitiate negli ascoltatori il sentimento che riguarda l’uomo e non il capitale e la merce.

Voglio parlare appunto su questa sfumatura del vostro discorso: dovete in una certa misura essere bene familiari con i concetti che trovate nei manuali e nei piccoli manuali di economia nazionale in uso. Questi si dovrebbero almeno conoscere. Ma non è neppure così difficile conoscerli. Vi fate lasciar impressionare troppo da quello che vi viene inoculato. Poiché prendete pure i piccoli insiemi che negli ultimi anni sono usciti, come «Natura e mondo dello spirito» o l’insieme Göschen e altri insiemi, e farete l’esperienza che ci si può semplicemente farsi dare gli indici. Se si vuole, diciamo, imparare l’economia nazionale e se non si è completamente chiuso in testa in alto nel cervellino, bensì si ha una capacità di comprensione per i concetti come si sono formati, allora veramente non si ha bisogno di distinguere molto tra l’uno o l’altro insieme.

Si può scegliere l’uno o l’altro. Se si vuole appropriarsi l’economia nazionale, allora si prendano i piccoli libretti dall’insieme Göschen — ma non è necessario che sia proprio questo, si può pure prendere un altro insieme, è completamente indifferente. Non si distinguono internamente essenzialmente. Tutto è uniformato. Non solo i soldati sono passati in uniforme, ma anche i libri scientifici sono propriamente tutti uniformati. Gli unici dove c’è vita interna, in modo preoccupante veramente vita interna, sono quegli insiemi che procedono da editori come per esempio la casa editrice Herder di Friburgo in Brisgovia. Lì sta ancora qualcosa del vecchio, alla presente epoca dannoso, della vita spirituale, proprio dello urkatolicismo originario; lì stanno concetti che si distinguono almeno dagli altri e che hanno una certa forza d’urto interna, certamente hanno forza d’urto da una parte, dalla parte verso la quale noi non vogliamo spingere. È infine lo stesso fenomeno come quando si prende una biografia di Goethe che è sorta all’interno della nuova vita spirituale. Lì non importa tanto se si prende l’una o l’altra, se l’Heinemann o il Bielschowsky o il Meyer. La gente racconta naturalmente in modo diverso: Heinemann come un maestro di scuola, Bielschowsky come un cattivo giornalista e Meyer come un raccoglitore di annotazioni. Gundolf, credo, è uno che racconta di nuovo come, diciamo, una sorta di cultura-donnella un po’ civettola; ma neanche da lui apprendete qualcosa di nuovo rispetto a quello che sta in tutte le altre biografie.

Non apprendete neanche da, credo, Emil Ludwig qualcosa di seriamente nuovo, sebbene si distingua notevolmente dagli altri in quanto gli altri raccontano come filistei che sono cresciuti in stanze e lui racconta come un ragazzaccio di strada. Ma questo non cambia nulla per gli effettivi sottofondi. Al contrario, prendete un libretto così internamente robusto come quello del padre gesuita Baumgartner su Goethe, che certo insulta Goethe, ma in cui libro c’è comunque Spirito, Spirito certamente al quale non vorremmo augurar forza d’urto!

E così possiamo dire: dovete certamente familiarizzarvi con quello che viene prodotto nel presente, dovete sapere come si pensa là su lavoro, capitale e così via. Ma dovete diventare consapevoli che dovete ovunque girare la cosa intera e porre l’uomo al centro delle considerazioni.

Potreste certamente dire: allora uno potrebbe avere paura. Ora dovremmo ben presto andare via e tenere discorsi e fare tutto quello che qui si dice! Ma non è così! Dipende dal sentire e non dal fatto che ci sediamo e a lungo riflettiamo come portiamo l’uomo al centro.

Ora dobbiamo immediatamente fare quello che qui è accennato. E così si tratta già del fatto che voi andiate via con il sentire qui caratterizzato e tentiate di compiere quello che potete compiere in base allo stato del vostro sviluppo fin qui. Ma devo pur esporre le cose come ora, per così dire, ideali sono. E voi potete trarne quello che allora effettivamente potete applicare.

Ora, se tutto è mirato all’uomo, se cioè si procede in questo senso in modo antroposofico, se talora si intessono anche cose che vengono appunto dall’Antroposofia, senza che naturalmente colpiate la gente in fronte, poiché non dovete inserire un trattato sulla vita economica l’articolazione dell’uomo in corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, Io, poiché l’uomo moderno allora non può farci nulla. Si deve cercare di trasformare le cose nel linguaggio dell’uomo moderno. Se dunque non sta solo sullo sfondo della vostra stessa cosa la vita antroposofica, bensì anche nel modo come presentate e nei vostri accenni sta quello che solo l’Antroposofia dà, per questo voi, soprattutto ricavando dall’Antroposofia gli esempi, cioè quello mediante il quale rendete visibili gli effettivi riconoscimenti della vita sociale, per questo potrete suscitare una certa impressione e allora sarete anche in grado di non lavorare dall’unilateralità dei concetti.

Vi voglio dare un esempio di come si lavora nell’unilateralità dei concetti nel pensiero sociale presente. Ho già accennato come per esempio i marxisti parlano del lavoro e della merce. Dicono: nel prodotto che compare sul mercato abbiamo quello in cui il lavoro per così dire è colato dentro; se paghiamo il prodotto che è venuto sul mercato, paghiamo «lavoro cristallizzato».

Viene pure accennato al tempo che sta in esso; ma questo non conta. L’operaio lavora. Attraverso questo il prodotto viene a essere, e attraverso questo il prodotto è «lavoro cristallizzato». Il prodotto grezzo che la natura fornisce non ha per sé ancora nessun valore effettivo nel traffico umano. Il lavoro «cola dentro», e propriamente si tratta di indagare quanto un oggetto merce vale dal fatto che una quantità certa di lavoro è «colata dentro». Questa quantità di lavoro che è «colata dentro», se la si rappresenta in modo tale che significhi usura della forza muscolare umana, che deve essere di nuovo rimpiazzata.

Questo viene effettuato per la via aggirata attraverso il salario, così che si deve pagare l’uomo in modo tale che il salario gli deve rimpiazzare dall’altro lato quello che gli è andato perso attraverso il lavoro, quello che è «colato dentro» nel prodotto. Questo è straordinariamente plausibile, se si guarda solo unilateralmente all’operaio e al suo rapporto al prodotto, proprio nell’ambito dove veramente fisicamente si lavora. Si potrebbe così dire, se si guarda unilateralmente a questo ambito: un prodotto che compare sul mercato vale tanto quanto corrisponde al lavoro colato dentro. Certamente, questo è qualcosa che persino da un certo punto di vista è inoppugnabile, che si può provare strettamente logicamente, da un certo punto di vista.

Ma vedete, prendete un altro punto di vista. Prendete un operaio che, diciamo, ha finora lavorato per la fabbricazione di certi prodotti. Per via di relazioni economiche qualsiasi si è da qualche lato inclini a dargli per quello che ha lavorato più di quello che ha ricevuto prima, perché si può, tramite congiunture e così via, dargli più. Lui si dichiarerà disposto a dare il suo lavoro a chi gli dà ora più. Si procura così nel momento seguente più beni per il suo lavoro di quanti se ne fosse procurato prima. Ma per lui i beni ricevono allora una valutazione diversa, una valutazione essenzialmente diversa. Smette di considerare il solo punto di vista del colamento del lavoro nella merce. Il punto di vista opposto diventa per lui determinante. Comincia a valutare i beni in modo tale che dice: per me un bene è tanto più prezioso, quanto più lavoro risparmio, quanto meno lavoro cola dentro nel bene, quanto meno devo lavorare. E se si considera il fatto che si può anche acquisire un bene in altri modi che non tramite il lavoro: lo si può rapinare, lo si può trovare, lo si può anche acquisire in modo tale che le espressioni «rapinare» e «trovare» poi sono solo figurate, ma economicamente tuttavia significano qualcosa di simile, allora questo modo di visione è proprio ordinario e usuale!

Poiché, se si ha allora un tale bene, che cosa significa per uno? Significa per uno che lo si può dare via, e l’altro compie per uno il lavoro. Non lo si è faticato, ma lo si può dare via. L’altro nel nostro contesto economico compie per uno il lavoro; si può far lavorare così e così tante persone per uno. Lì avete nel senso più eminente l’economicità del lavoro espressa nel valore del bene.

E propriamente questo va persino oltre, che certi beni vengono fabbricati completamente da questo punto di vista, di risparmiare il lavoro, di non comprarlo. Se io dipingo e vendo il mio quadro, allora il valore economico sta nel fatto che io ora non devo fare i miei stivali io stesso, non devo spazzare la mia stanza io stesso, non devo fare molte altre cose, bensì che io risparmio tutto questo lavoro. Lì il misuratore del valore va appunto dritto verso quello che si risparmia di lavoro. Lì si deve misurare il valore secondo il lavoro risparmiato.

E così posso dire: ci sono due punti di vista da cui si può definire il rapporto tra lavoro e beni, tra merci, o almeno al valore delle stesse. Si può dire, una merce vale tanto quanto il lavoro che vi è colato dentro. Ma si può anche dire, un bene vale tanto quanto con esso si risparmia lavoro, quanto non si ha bisogno di far colare il lavoro in qualcosa. E la prima definizione, quella del lavoro cristallizzato, sarà tanto più valida quanto più si ha a che fare con beni puramente fisici o beni prodotti tramite lavoro fisico. L’altra definizione però sarà tanto più valida quanto più si ha a che fare con beni in cui il pensiero, la speculazione o anche altrimenti le forze spirituali più preziose hanno a che fare.

Entrambe valgono per l’ambito complessivo della vita, l’una come pure l’altra.

Ma si tratta del fatto che non ci si lasci ingannare dal fatto che l’una definizione è giusta per certi casi, poiché allora si può litigare con l’altro. Nella vita ci sono per tutto due opinioni opposte. Si deve quindi non considerare la vita dal concetto. Poiché se si ha anche un concetto ancora così giusto e se si mira con esso alla vita, si trova sempre solo una parte della vita. Se però si parte dalla vita, allora si trova che si possono sempre caratterizzare le cose in modo opposto esattamente come si può fotografare un uomo da davanti e da dietro, da destra e da sinistra. La considerazione conoscitiva corretta non differisce affatto dall’immagine artistica. E dobbiamo mettere una visione della vita al posto delle visioni teorizzanti che negli ultimi tempi sono state portate tra gli uomini.

Ma se l’uomo ha opinioni, allora si orienta secondo quelle. E gli uomini da tre, quattro, cinque secoli si sono appropriati opinioni che partono dal concetto, e secondo quelle hanno organizzato la vita sociale. Gli uomini creano la vita sociale! E così oggi abbiamo non solo nelle concezioni umane rappresentazioni unilaterali, bensì abbiamo anche nella vita stessa ordinamenti unilaterali, che allora non concordano.

Abbiamo per esempio nel proletariato un modo di lavorare in cui veramente il rapporto tra lavoro e merce sta così, che la merce rappresenta un lavoro cristallizzato; ma abbiamo, se guardiamo al lato capitalista, l’essenza del valore della merce nel fatto che questo valore è determinato da quello che si risparmia di forza-lavoro. Abbiamo così qualcosa che non si può affatto paragonare, nel processo reale in esso. Il capitalista agisce diversamente dal proletario. Il proletario non solo pensa così, bensì agisce così, che dal suo agire scaturiscono valori secondo il lavoro colato nella merce; il capitalista agisce così, che scaturiscono valori secondo il principio del risparmio del lavoro. L’uno deve così sprecare lavoro, perché sorgano merci, l’altro risparmia lavoro. E questo agisce l’uno dentro l’altro e si oppone. E in questo contrasto consistono i mali sociali dell’epoca presente. E nessun altro rimedio c’è, se non che si guardi veramente ai processi reali, che si conosca la vita come tale, che ci si confessi veramente: è nel processo sociale necessario che vi siano uomini — vedete, così si arriva all’uomo — che vi siano uomini che lavorano così, che il loro lavoro cola dentro nel prodotto, e uomini che lavorano — non si può affatto compiere un lavoro altrui senza osservare questo principio — così che il lavoro sia risparmiato. Poiché non si può dirigere senza osservare questo principio fondamentale: risparmiare lavoro.

Da ciò consegue che non è affatto permesso portare la regolazione del lavoro dentro il processo economico, bensì che la regolazione del lavoro deve avvenire appunto nell’ambito sociale, che è la vita statale-giuridica.

Se seguite tali percorsi di pensiero, allora vedrete dove conta. Conta nel fatto che il mondo è oggi tutto pieno di concetti non chiari, nebulosi proprio in ambito pratico, questi concetti si devono rimettere a posto, affinché gli uomini anche di nuovo possano portare le cose giuste negli ordinamenti. Se dunque non abbiamo il coraggio di gridare nel mondo: voi non dovete continuare a pensare come fino a ora avete pensato, poiché voi rovinate il mondo esteriore con il vostro pensiero; voi dovete mettere l’uomo al centro e non la merce o il capitale e così via, — se non abbiamo il coraggio di gridare così negli errori del presente, allora non avanziamo di un passo. Questo deve avvenire appunto dove per il resto si parla completamente dalle vecchie concezioni, soprattutto nell’economia nazionale.

Dal modo delle discussioni che do, vedete come si devono considerare dappertutto i casi della vita. Questi non sono considerati nella letteratura economico-nazionale in uso, così da poter tranquillamente raccomandarvi l’uno o l’altro piccolo libretto della stessa. Non importa nulla se ottenete proprio il piccolo libretto Göschen su economia nazionale o quello da «Natura e mondo dello spirito». Poiché lì trovate dappertutto dentro quello di cui avete bisogno, e la possibilità di informarvi sul modo come non dovete pensare. E dappertutto avete bisogno di contrapporre una considerazione che penetra l’uomo, che procede dall’uomo. Ma vi potete educare solo a questo, e gli uomini potete educare a questo solo tramite qualcosa come la scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Perciò non si deve lasciar sorgere alcun fraintendimento sul fatto che una guarigione della vita sociale esterna è possibile solo se una guarigione di un membro dell’organismo sociale tripartito, del membro spirituale, in educazione e insegnamento e così via, interviene, per poter così illustrare come di nuovo una vita spirituale produttiva, cioè che riempie completamente l’uomo, possa venire.

In questo rapporto uno è così difficilmente capito, ma almeno quelli che ora qui siedono, questi dovrebbero intendere tali cose molto precisamente. Vedete, sempre di nuovo si riceve comunicazione dai più diversi lati, che secondo il modello della Waldorfschule scuole dovrebbero essere organizzate. Molte persone dicono: possiamo, appena abbiamo soldi,, subito organizzare tali scuole. — Io chiedo loro sempre: sì, come volete farlo dopo? — Rispondono: le vogliamo chiedere a Lei, quali insegnanti dovremmo prendere. — Io dico loro: sarò solo parzialmente considerato nella scelta degli insegnanti, poiché ci sono le determinazioni legali, che solo insegnanti possono essere usati che sono passati attraverso gli esami statali e sono stati etichettati dallo stato. Allora non esce appunto quello che dovrebbe uscire se scuole Waldorf venissero erette.

Si dovrebbe partire dal fatto che prima di tutto si ha una scelta completamente libera degli insegnanti, che certo non esclude che anche una volta un insegnante etichettato dallo stato possa essere necessario. Ma non dovrebbe esistere la necessità che solo tali insegnanti possano essere usati, poiché altrimenti non stiamo all’interno della triarticolazione.

Poiché non può interessare fondare scuole dentro il sistema presente, nelle quali si creano surrogati dell’insegnamento, credendo semplicemente di potere seguire il corso che ho dato, bensì interessa seguire il principio in questo ambito: Libertà nella vita spirituale. — Allora con una tale scuola è fatto un inizio della triarticolazione. Dunque non suscitate nelle persone rappresentazioni false, insegnando loro il convincimento che si possa comodamente restare nelle vecchie condizioni e nonostante fondare scuole Waldorf, bensì suscitate la rappresentazione che nella scuola di Stoccarda veramente la vita spirituale è libera. Poiché lì non c’è programma e nessun piano d’insegnamento, bensì c’è l’insegnante con il suo effettivo potere, non con l’ordinanza di quanto dovrebbe potere. Si ha a che fare con il vero, effettivo insegnante.

È ancora sempre meglio se si considera un insegnante vero ma peggiore, che se non lo si considera, uno che semplicemente sta nell’ordinanza, che non è reale. E se si insegna, si ha a che fare con gli alunni e si ha a che fare con quello con cui le sei pareti della classe sono riempite, non con quello che negli ordinamenti si chiama materiale d’insegnamento, metodo d’insegnamento e così via. E questo è quello su cui si deve indicare: che si ha a che fare con realtà.

Se importa una preparazione programmatica, allora possono sedersi insieme, meinetwillen dodici persone — possono essere pure più o meno. Vi do la garanzia: Se queste dodici persone sono solo un po’ disciplinate l’una verso l’altra, allora penseranno tremendamente intelligentemente, potranno disegnare piani di riforma; quello che pensano potrà essere tremendamente intelligente, tremendamente ragionevole. Si potrà dire: deve accadere così, così e così via. A proposito di tali cose si potrebbe persino asserire che ci sono molte persone che potrebbero molto bene dire come si dovrebbe trattare idealmente un ambito scientifico o come si dovrebbe formare idealmente un giornale.

Ma non interessa questo. Interessa che si lavori dalla realtà.

Che cosa serve se si ha persino bellissimi ordinamenti scolastici e si ha forse un materiale di insegnanti che nelle sue capacità sta lontano da queste cose? Allora ci si illude solo con tali ordinamenti, mentre si mantiene la verità se si prende il materiale che si ha. Si deve fare conti con le realtà e guardarsi dal fare conti con paragrafi e programmi, se si tratta di creare qualcosa.

Questo nel nostro tempo si capisce così difficilmente, e perciò è necessario che l’umanità proprio su questo punto sia acutamente indicata. Poiché nel tempo recente si è lavorato nel più ampio insieme della vita con programmi, si è completamente rovinato la vita.

Se per esempio prendete lo sviluppo della socialdemocrazia dal Programma di Eisenach al Programma di Gotha, vedete un appiattimento. Peggio è con il Programma di Erfurt. Lì sta come tutto si deve formare, per esempio con la socializzazione dei mezzi di produzione. Ma è sorto con esclusione di ogni visione della vita. E allora si è trovato uno che più o meno parte dal principio: che cosa mi importa della vita? — a me importa solo il programma marxista! La vita può andare a fondo, se solo il programma marxista viene realizzato! Pure volentieri possono essere impiccati migliaia e migliaia di uomini in un giorno, se solo il programma marxista viene realizzato! Quest’uomo è Lenin.

Lui sarebbe capace di far impiccare migliaia di uomini ogni giorno se solo il programma marxista venisse realizzato.

Naturalmente tutte queste cose sono parlate radicalmente, ma caratterizzano comunque la situazione correttamente. E dove arriva quest’uomo? Vedete, la considerazione della vita irreale di quest’uomo emerge da qualcosa che propriamente possono dire solo gli uomini geniali. Naturalmente Lenin è di nuovo un uomo geniale, anche se testardamente geniale, genialità da toro, ma comunque geniale. Trovate nel suo scritto «Stato e Rivoluzione» più o meno detto: sì, la realizzazione di quello che deve venire, quella non segue dal mio programma marxista. Ma il mio programma marxista rovina tutto quello che ora c’è. Allora però sarà allevata una nuova umanità. Quella allora non avrà un programma marxista, bensì vivrà secondo il programma: Ognuno secondo le sue capacità e i suoi bisogni. Ma prima deve essere allevata una nuova umanità!

Così irrealistico è diventato il nostro vivere secondo programmi che ora c’è in un uomo che con l’aiuto dei suoi aiutanti organizza un intero grande regno non secondo la vita, bensì secondo programmi, che però ammette: propriamente questa organizzazione è nel fondo senza speranza, poiché condizioni sane appariranno solo quando gli uomini che ora ci sono non ci sono più, bensì quando altri uomini hanno preso il loro posto. Voglio dire: si presenta direttamente alla mano come il mondo particolare della rappresentazione e del sentimento del presente è venuto. Tali cose non si devono sottovalutare, bensì si deve guardarle acutamente, acutamente negli occhi.

7°Sull'era della «frase». Lavoro produttivo e improduttivo presso Marx (sera)

Stoccarda, 15 Febbraio 1921

Che l’uomo debba essere messo al centro delle considerazioni che vi incombono nella prossima epoca, questo ho caratterizzato prima. Se questo avviene nel pieno grado, allora molte cose potranno essere rimesse a posto nelle concezioni del presente, che in modo tale per necessità devono portare a catastrofi, come ho di nuovo mostrato nell’ultima conferenza. Ora si tratta, almeno a titolo di esempio, di dire qualcosa che illustri le cose che stanno insieme con questa affermazione: l’uomo ora una volta oggi deve essere messo al centro delle considerazioni e delle misure sociali.

Abbiamo fra noi una quantità intera di parole d’ordine, frasi e così via. Quello che molti uomini fanno valere davanti ai loro prossimi è gradualmente diventato quasi esclusivamente frase. Viviamo una volta in un’epoca della frase. E una realtà che è guidata e condotta da frasi deve evidentemente crollare in se stessa. Ciò è connesso con i fenomeni fondamentali della nostra evoluzione temporale presente.

Prendiamo dalla quantità intera di quello che esiste nella vita sociale, qualcosa, e vediamolo come oggi molto spesso viene discusso. Ascoltiamo oggi da molti che vogliono partecipare alle questioni sociali, importerebbe per esempio che il movimento proletario si ribelli contro il reddito senza lavoro, contro l’acquisizione senza lavoro. — Ora, certamente, dietro l’affermazione di tali asserzioni sta sempre qualcosa di reale. Ma per lo più qualcosa di completamente diverso da quanto le persone che molto spesso fanno tale asserzione intendono.

Poiché si deve essere consapevoli del fatto che si deve prima, e cioè non attraverso concetti, bensì attraverso osservazioni dei processi sociali, scoprire che cosa propriamente sia «reddito senza lavoro», «acquisizione senza lavoro».

Su queste cose gli uomini si sono espressi nei modi più diversi. Ci sono persone — persino Bismarck apparteneva a loro — le quali si espressero diversamente: parlavano di «classi produttive», intendevano propriamente classi lavoratrici, ma erano dell’opinione che per esempio i contadini, gli artigiani, quelli che lavorano con le loro mani e i rappresentanti di rami professionali simili fossero «gente produttiva», mentre invece per esempio gli insegnanti, i medici e simili non fossero «gente produttiva». Cosicché quello che procede dall’insegnante non sarebbe «lavoro produttivo».

Sapete forse che Karl Marx fece una scoperta economico-nazionale, che molto, molto fu divulgata, appunto per mettere la «lavoro produttivo» che la gente intendeva nella giusta luce. Questa scoperta di Karl Marx è il noto «contabile indiano». È l’uomo che da qualche parte in un piccolo villaggio indiano, dove gli altri uomini lavoravano con le loro mani, così seminavano, mietevano, coglievavano frutti dagli alberi e così via, era stato assunto per tenere i registri di queste cose. E Karl Marx ha deciso che tutti gli altri uomini «compivano lavoro produttivo» in questo villaggio, ma quel disgraziato contabile compiva «lavoro improduttivo», e che viveva dal «plusvalore» che veniva dedotto dai frutti del lavoro degli altri. E da questo disgraziato contabile indiano provengono molti, moltissimi deduzioni che sono diventate usuali in una certa area del modo di considerazione economico-nazionale nel tempo più recente.

Naturalmente si può collocare l’attività dell’insegnante esattamente allo stesso modo nel processo sociale come «attività improduttiva», come Karl Marx ha collocato l’attività del suo disgraziato contabile indiano. Ora però prendiamo una volta il caso così: un insegnante è un uomo abile, abile come uomo completo. Insegna ed educa bambini molto giovani, bambini di scuola elementare. E per semplicità assumiamo — la teoria non ne viene danneggiata — che tutti i bambini che l’insegnante educa e insegna diventino calzolai. E per la sua capacità, per il fatto che sviluppa le loro capacità attraverso l’insegnamento dei suoi bambini, tramite cui pensano intelligentemente, si comportano intelligentemente con la loro professione di calzolaio nella vita, e inoltre attraverso la sua guida pratica con tutti i tipi di mezzi di educazione, rende i suoi bambini più capaci; e loro diventano tali calzolai che, diciamo, ogni dieci giorni producono tanti stivali come altri in quindici giorni. Ora, che cosa c’è propriamente? Non è vero, tutti questi calzolai che così sono sorti forniscono secondo la vera dottrina marxista «lavoro produttivo». Se l’insegnante non fosse stato lì con la sua capacità, fosse stato un insegnante incapace, avrebbero compiuto lo stesso lavoro produttivo in quindici giorni invece che in dieci. Calcolate allora insieme tutti gli stivali che questi bambini, dopo che sono diventati adulti, producono nei cinque giorni risparmiati per il fatto che hanno avuto un insegnante capace: allora potete dire che tutti questi stivali propriamente li ha fatti questo insegnante capace, e almeno nel processo economico-nazionale, in tutto quello che appartiene a questo processo economico-nazionale, cioè in tutto quello che da esso fluisce per il sostentamento degli uomini e così via, in tutto questo l’insegnante era propriamente il produttivo. La sua essenza vive propriamente avanti negli stivali prodotti nei cinque giorni!

Si tratta del fatto che si può applicare qui una considerazione a maglie strette, e si arriverà allora a chiamare marxisticamente «lavoro produttivo» solo il lavoro del calzolaio, e «lavoro improduttivo», cioè quello che si sostiene dal plusvalore, però quello dell’insegnante. Ma si falsifica tutta la realtà con un tale modo di considerazione.

Si può effettuare una diversa considerazione, che non tende unilateralmente in una o nell’altra direzione, ma abbraccia l’intero processo della vita sociale. Se però si pensa di nuovo economico-nazionalmente, puramente economico-nazionalmente, allora si deve dire il seguente: Che cosa è propriamente quello che l’insegnante trae per il suo sostentamento fisico? Si differenzia in relazione economico-nazionale, così per piacere: si differenzia in relazione economico-nazionale da qualche altra rendita? Si differenzia da qualche cosa che altrimenti, parliamo adesso marxisticamente, viene «dedotta» dal lavoro puramente fisico-corporeo e, dico adesso, viene consegnata a un altro uomo? Non si differenzia affatto economico-nazionalmente! Poiché si tratta del seguente.

Assumete che quello che il cosiddetto «plusvalore» è venga usato per gli insegnanti: allora fluisce nel modo come l’ho appena caratterizzato, produttivamente nell’intero processo economico-nazionale. Supponiamo che venga consegnato a un finanziario, a un uomo che nel vero senso si chiama un rentier, che propriamente non fa nulla se non quello che comunemente si chiama «tagliare le cedole». Sì, è forse che con il fatto che taglia le cedole il processo economico-nazionale è esaurito? Non è vero, l’uomo mangia e beve e si veste e così via. Non può vivere da quello che gli viene consegnato come «plusvalore». Vive da quello che gli altri uomini guadagnano per lui. È solo una stazione di commutazione per il lavoro, per il processo economico-nazionale.

E se si considera la cosa completamente obiettivamente, allora si può propriamente solo dire il seguente: un tale uomo, che come rentier finanziario vive da qualche parte, per mezzo del quale vengono commutati i processi economico-nazionali, è nella vita sociale dentro più o meno come il punto di riposo di una bilancia, di una bilancia.

Il punto di riposo di una bilancia deve esserci. Tutti gli altri punti si muovono; il punto di riposo di una bilancia non si muove. Ma deve esserci. Poiché deve commutarsi. Questo significa, con altre parole: economico-nazionalmente non si può affatto decidere su questa cosa. Al massimo si potrebbe dire: se questi punti di riposo, questi rentier che «tagliano cedole», diventassero troppo numerosi, allora gli altri dovrebbero lavorare sostanzialmente di più, dovrebbero lavorare più a lungo. Ma così è propriamente da nessuna parte nella realtà, perché il numero dei rentier in relazione a una popolazione complessiva qualsiasi non viene affatto in considerazione in questo modo, e poiché all’inizio così come abbiamo il processo sociale oggi, difficilmente uscirebbe qualcosa se si cambiasse la cosa dalle nostre condizioni attuali.

Così completamente non si può pensare affatto alla cosa intera. E se si legge la letteratura marxista, allora vedrete che proprio per la costrizione che ci si impone, di voler responsabilizzare qualcosa per tutti i mali della vita sociale, come la cosiddetta acquisizione senza lavoro, escono solo conclusioni, solo deduzioni che non sono coerenti. Poiché significano propriamente nulla. Significherebbero qualcosa solo se il processo economico-nazionale si cambiasse davvero sostanzialmente nel caso in cui i rentier non ricevessero la loro rendita. Ma quello non sarebbe affatto il caso. Così con questo modo di pensare non si arriva affatto alla cosa.

Si tratta piuttosto del fatto che si diriga lo sguardo molto chiaramente su questo: che devono necessariamente esserci tali punti di riposo per la commutazione, per lo scambio nella vita economica. Poiché c’è un plusvalore che economico-nazionalmente coincide esattamente con tutte le definizioni del plusvalore di Karl Marx, che anche in tutte le sue funzioni coincide, per quanto si pensi solo economicamente, con le funzioni del plusvalore di Marx: questo è il carico fiscale. L’imposta è propriamente, riguardo all’origine e alla funzione, esattamente la stessa cosa del plusvalore di Karl Marx. E i diversi governi socialisti non hanno certo provato, dove si sono presentati, di essere particolarmente combattenti del plusvalore nella forma del tributo fiscale! Ma in tali cose si mostra l’assurdità delle teorie.

L’assurdità delle teorie si mostra propriamente mai di fronte alla logica, bensì sempre solo di fronte alla realtà. Questo deve dire chi si sforza di giudicare dappertutto da questa realtà. Finché si rimane nella vita economica, è impossibile collegare un senso ragionevole al concetto «plusvalore». Poiché finché rimaniamo nella vita economica, abbiamo a che fare con la conversione di processi economici. E questi si possono convertire solo tramite il fatto che ci sono stazioni di commutazione. Se queste stanno presso lo Stato o presso singoli rentier, è solo una differenza secondaria, pensato puramente economicamente. Perciò è necessario indicare che tutto quello che sta insieme con un tale concetto come «reddito senza lavoro» o «acquisizione senza lavoro» non si basa affatto sul pensiero economico-nazionale, bensì solo sul risentimento: sulla visione di chi ha un tale «reddito senza lavoro», e che propriamente si considerasse come qualcuno che ozia, che non lavora. Semplicemente nel pensiero economico-nazionale viene ficcato un concetto giuridico o persino morale. Questo è il fenomeno primario di questa cosa.

In realtà si tratta propriamente di qualcosa di completamente diverso in queste cose, e cioè che il nostro intero processo di vita umana, il nostro processo di civilizzazione, non potrebbe affatto mantenersi se si realizzasse ciò che molti aspirano, inventando di nuovo la frase priva di contenuto: «il diritto al pieno frutto del lavoro». Poiché non c’è alcuna possibilità di parlare di un «pieno frutto del lavoro», se si consideri che, se sono diventato calzolaio e lavoro più abilmente di come avrei lavorato se non avessi avuto un insegnante capace, allora cade affatto la possibilità per me di rivendicarmi il diritto al «pieno frutto del lavoro». Poiché da dove proviene? Non solo dalla totalità del presente!

L’insegnante che mi ha insegnato può forse essere già morto da tempo. Si compone insieme il passato con il presente, e il presente a sua volta fluisce nel futuro. Volere sorvolare tali cose con concetti a maglie strette, come l’individuo si comporta con quello che l’uomo compie nel processo economico-nazionale complessivo, è un nonsenso.

Ma subito esce qualcosa di diverso se ci si dice: bene, puramente economico-nazionalmente pensato non si può parlare di un modo tale che un «pieno frutto del lavoro» possa spettare a un uomo, poiché si può il concetto non prendere. Non si può restringerlo, contornarlo. Non esiste. È impossibile. Ma subito esce qualcosa se si considera la realtà. Nella realtà si trovano tali stazioni di commutazione, tali uomini a cui fluisce in parte il frutto di altri, che fisicamente lavorano. Ora, supponiamo che colui a cui fluisce sia un insegnante: allora compie, nel senso come l’ho caratterizzato prima, un’attività piuttosto produttiva. Ma supponiamo che non sia un insegnante, bensì veramente un tagliatore di cedole. Supponiamo come punto di partenza non un tagliatore di cedole, bensì due. L’uno taglia le sue cedole al mattino, poi si accende un paio di sigarette dopo la colazione, legge il suo giornale mattutino, poi va a passeggiare, poi mangia a pranzo, poi si siede nella sua poltrona e si dondola un po’, poi va al club e gioca a Whist o Poker e così via, e così trascorre il suo giorno. Supponiamo un altro che la mattina taglia le sue cedole, diciamo, ma poi si occupa, bene, vogliamo dire, di allestire un istituto scientifico, che così usa i suoi pensieri nel fondare un istituto scientifico, che non verrebbe affatto realizzato se non potesse tagliare le cedole; poiché se dovesse realizzarsi dalle persone che sono lì per compiere il lavoro attraverso il quale taglia le cedole, non verrebbe affatto realizzato. Lo realizza. E in questo istituto scientifico forse dopo dieci anni, forse dopo venti anni, viene fatta una scoperta o un’invenzione straordinariamente importante. Attraverso questa scoperta o invenzione viene compiuto un lavoro produttivo simile, ma forse ancora in misura ancora più abbondante di come l’insegnante ai suoi bambini potrebbe farlo, che divennero calzolai. Allora c’è comunque una certa differenza tra il tagliatore di cedole A e il tagliatore di cedole B — una differenza che economico-nazionalmente conta straordinariamente. E dobbiamo dire: l’intero processo del taglio di cedole era straordinariamente produttivo nell’insieme complessivo della vita umana.

Economicamente, puramente economicamente, la domanda non si può affatto decidere. Si può decidere solo allora, quando esiste qualcosa di più a parte della vita economica, che, separato dalla vita economica, staccato dalla vita economica, porta gli uomini a restituire attraverso la loro propria essenza, quando loro in qualunque modo traggono il loro sostentamento dalla comunanza, quello che traggono; quando dunque c’è una libera vita spirituale, che agita le persone così che non diventino finanzieri, bensì in qualche modo appunto applicano la loro forza spirituale forse così come ce l’hanno, o anche applicano la loro forza fisica così come ce l’hanno.

Proprio allora, quando si penetrano le cose come sono nella vita reale, si è condotti alla necessità della triarticolazione dell’organismo sociale. E ci si fa prima di tutto attenti tramite tale penetrazione della vita, che tutte quelle cose che oggi in molti modi vengono prodotte economico-nazionalmente, anche da pratici, sono nel fondo inusabili, che nelle teste degli uomini deve entrare finalmente qualcos’altro, cioè una considerazione totale della vita. E questa considerazione totale della vita, è questa che alla fine conduce alla triarticolazione dell’organismo sociale.

Dobbiamo così sforzarci di diffondere sempre più e più tali rappresentazioni. Non dobbiamo disdegnare di indicare come propriamente il pensiero pratico del presente sia a maglie strette. Dobbiamo già unire insieme queste due attività: da una parte presentare il Positivo della triarticolazione, e dall’altra parte essere i critici più acuti di quello che oggi esiste in molti modi come correnti spirituali. Dobbiamo conoscere queste correnti spirituali e dobbiamo diventare critici acuti di queste correnti spirituali. Poiché solo così, che teniamo agli uomini come in uno specchio le assurdità che oggi esistono, solo così avanzeremo, riusciremo a penetrare. E quello che così insegniamo agli uomini, da quello dobbiamo al medesimo tempo dar loro una rappresentazione tale che sentano come lavoriamo con concetti reali.

Vedete, un uomo che produce stivali è certamente un uomo produttivo. Secondo i concetti marxisti, però, è anche un uomo egualmente produttivo chi, diciamo, fabbrichi belletti. Poiché se si parte solo dalla prestazione del lavoro corporeo, allora è egualmente un lavoro corporeo come l’altro. Si tratta del fatto che si consideri il processo intero e si ottenga una rappresentazione di come quello che qualcuno compie si configura nel processo della vita sociale. Gli uomini devono ottenere un sentimento di queste cose. Altrimenti non si va avanti.

Ora però saremo costretti a rispettare le abitudini di pensiero degli uomini di oggi. Dovete però essere consapevoli del fatto che, se ora andate via e parlate alla gente per un’ora, un’ora e un quarto, di tali cose come ve le porto, loro cominciano a sbadigliare, e alla fine escono dal salone e sono contenti che sia finito, poiché anelano a un sonno sano. Trovate che è difficile, molto difficile! Poiché gli uomini si sono completamente disabituati a seguire i pensieri portati dalla realtà. Per il fatto che la gente ha sempre solo seguito astrazioni, che già da bambini di scuola sono stati abituati a seguire astrazioni, l’umanità è diventata pigra nel pensiero. L’umanità è proprio terribilmente pigra nel pensiero nel presente. E dovremmo tenerne conto, ma in modo utile.

Perciò lasciamo scorrere nei nostri discorsi racconti di quello che da scienza dello spirito orientata antroposoficamente si è già sviluppato. Raccontiamo alla gente forse meno aneddoti! È altrimenti molto utile contro l’umanità pigra nel pensiero di oggi, se una volta interrompete un discorso difficile con aneddoti, ma possiamo usare il nostro tempo per cose migliori. Raccontiamo intanto, inserendolo nel modo necessario nel corso della nostra sequenza di pensieri, della nostra Scuola Waldorf, dell’Euritmia, dei nostri corsi di istituto, del Giorno Veniente. Questo è qualcosa che interrompe il corso dei pensieri, che per la gente è dapprima una piacevole varietà — non hanno bisogno di pensare tanto. Poiché, non vero, l’essenza della cosa può poi sopraggiungere. Possiamo per un po’ descrivere come la Scuola Waldorf è sorta, come è organizzata; possiamo descrivere come trenta insegnanti a Dornach nei corsi di istituto hanno tentato di fecondare le scienze dalla scienza dello spirito. Allora la gente, quando le diciamo che la scienza deve essere feconda, in questo momento non deve pensare come questo accade nella Chimica, nella Botanica e così via, bensì possono restare in rappresentazioni generalmente confuse, mentre uno parla. E allora hanno tempo di stendersi un po’ nel letto dei pensieri tra i pensieri proposti. Abbiamo di nuovo guadagnato la possibilità di parlare nei prossimi cinque minuti di cose più difficili. Le altre cose sono comunque straordinariamente utili. Se per esempio raccontiamo alla gente come abbiamo creato i voti nella Scuola Waldorf, come abbiamo tentato di non scrivere lì «quasi soddisfacente», «appena sufficiente» — quello che non si può affatto distinguere se uno ha «appena» o «quasi sufficiente» — dove abbiamo però dato una piccola biografia a ogni bambino, e un detto della vita. La gente non ha bisogno di pensare molto a quanto è difficile, cioè, possono già pensare a quanto è difficile, trovare un detto della vita per ogni bambino; ma se si dice solo il risultato, accade indolore riceverlo. Così possiamo raccontare quello che praticamente è stato configurato lì. E in questo modo possiamo raccontare alla gente anche qualcosa sulle strutture della Scuola Waldorf, come gradualmente la casa è diventata troppo piccola, come abbiamo dovuto costruire baracche perché non avevamo il denaro per costruire edifici completi. È già utile che la gente ascolti che non abbiamo abbastanza soldi; questo può avere conseguenze del tutto piacevoli. Se inseriamo tali cose nelle nostre considerazioni, allora sarà certamente molto oggettivo — poiché lo è — sarà molto giustificato; ma inoltre possiamo creare una piacevole varietà per gli ascoltatori.

Poi possiamo raccontare dei corsi di istituto a Dornach, a Stoccarda. Possiamo intessere che tutto questo fino a oggi deve essere ancora largamente compiuto dai poveri insegnanti Waldorf, che così poche persone si sono ancora trovate insieme che ora effettivamente nel senso di scienza dello spirito orientata antroposoficamente compiono qualcosa. Poiché il fatto che gli insegnanti Waldorf sono tre volte sopraffatti è anche qualcosa che la gente volentieri accoglie, non è vero. Ognuno si immagina allora che anche lui sia sovraccarico. Bene, e in questo modo, mentre realmente parliamo di quello che esternamente già c’è, possiamo al medesimo tempo mostrare alla gente qualcosa che forse sempre di nuovo amano sentire, ma che anche devono sapere, che anche devono conoscere.

E poi raccontiamo loro soprattutto anche del Giorno Veniente. Tentiamo di dare un’immagine di come questo Giorno Veniente è organizzato. Come è organizzato, lo vedete dai prospetti che sono stati distribuiti. Portiamo alla gente un concetto del Giorno Veniente sulla base dei prospetti distribuiti e diciamo loro: naturalmente troverete che questo Giorno Veniente non soddisfa ancora completamente le associazioni — domani parleremo ancora di associazioni — che è ancora molto fortemente costruito fuori dell’economia attuale. Ma al medesimo tempo diciamo alla gente: lo sappiamo comunque, ma ciò dimostra appunto come è necessario che questa economia diventi diversa, come con la migliore volontà non si può configurare un ideale di un’associazione fuori dalla vita economica attuale.

Ma è necessario che voi nelle vostre conferenze afferriate la nostra corrente come una totalità. Non dovete vergognarvi, da una parte, dal lato spirituale, di porre l’orientazione antroposofica davanti alla gente, dall’altra parte però di penetrare anche nelle cose pratiche del Giorno Veniente e di porre tutto questo davanti alla gente. Non avete bisogno nel vostro discorso di esortare direttamente alla sottoscrizione: quello — lo dico entre parenthèses — può farlo l’altro, quello che va insieme e che si avvicina prima alla gente dopo il discorso, è meglio così. Ma sebbene lo dica entre parenthèses, però deve succedere. Come detto, non dovete farlo direttamente nel discorso, di fare propaganda per la cosa. Ma potete certamente trasparire che sì, per la promozione di quello che è voluto con la triarticolazione, primo denaro, secondo denaro, terzo denaro si ha bisogno. E a seconda di come uno di voi lo trovi opportuno secondo la situazione, può con l’enfasi tripla del denaro fare suonare la prima parola denaro più forte o lasciarla cadere di tono o anche con il secondo tono salire. Questo è qualcosa che può contribuire un po’ alla formazione interna della cosa.

Non vi dico questo per indicare con ciò di voler dire più di quello, che si deve già prendere in considerazione il modo come qualcosa viene detto. In una certa misura dovrebbe uno, quando entra in una sala, una volta sentire in se stesso se si deve parlare così o così. Questo si può infatti approssimativamente sentire, soprattutto quando uno entra tra gente completamente estranea. Così, tali cose dovete comunque già prendere in considerazione. Non potrete, se volete raggiungere quello che ora deve essere raggiunto, presentarvi davanti alla gente con un concetto preparato, bensì vi dovrete adattare completamente alle circostanze. Questo potrete solo se vi comportate riguardo alla formazione e all’esperienza dei vostri discorsi come ho caratterizzato ieri. Ma non dobbiamo affatto perdere di vista, sempre di nuovo e ancora indicare quello che ci è già riuscito nel fondare la scuola, anche istituzioni pratiche. Poiché è proprio così nel presente che la gente ha bisogno di questo. E fate bene, proprio se descrivete l’organismo sociale tripartito, a usare l’istituzione della Scuola Waldorf come illustrazione, e ugualmente quando descrivete la restante vita economica, sempre di nuovo a esemplificare quello che è voluto tramite il Giorno Veniente. Voglio assolutamente che non dimentichiate che il mondo deve essere acutamente indicato proprio dalle vostre conferenze sulle vostre diverse istituzioni.

E dietro tutto questo deve stare la consapevolezza che da tutti gli angoli e gli spigoli — l’ho già detto più volte in queste conferenze — l’avversione c’è e verrà ancora di più, e che non abbiamo più molto tempo a disposizione per portare a realizzazione quello che vogliamo portare a realizzazione e che deve essere portato a realizzazione, bensì che dobbiamo afferrare le cose acutamente nella prossima epoca.

Non dobbiamo prendere esempio — lo dico per coloro che da più tempo stanno dentro la corrente antroposofica — da come il movimento antroposofico in quanto tale procede, poiché esso procede in parte così, che i suoi membri si interessano troppo poco di quello che effettivamente succede nel mondo. Ora siamo in un’epoca dove un interesse acuto deve svilupparsi per quello che succede nel mondo. E dobbiamo già assolutamente esemplificare e anche comportarci criticamente riguardo a quello che accade oggi in eventi attuali nel mondo. Perciò dobbiamo interessarci di questi eventi. Dobbiamo da questi eventi cercare di esporre la necessità della nostra corrente. Dobbiamo sempre di nuovo enfatizzare come questi eventi sono idonei a condurre la civiltà moderna nel suo declino. Poiché gli uomini devono imparare a capire che, se si continua così come è usuale oggi, la caduta della civiltà moderna ne è certa, e che i paesi europei almeno dovrebbero passare attraverso tempi terribili, se non si dà una base da una reale vita spirituale attiva e da una vita statale-economica attivamente afferrata per una ricostruzione.

Dobbiamo anche togliere alla gente le frasi che più o meno vengono sempre espresse nel modo seguente: sì, tutto questo può essere bellissimo con la triarticolazione, ma per introdurre qualcosa del genere, non solo ci vogliono decenni, bensì forse secoli. — È un’obiezione che viene fatta molte volte. Ma non c’è obiezione più priva di senso di questa. Poiché quello che deve sorgere nell’umanità, soprattutto istituzioni sociali, dipende da quello che gli uomini vogliono e quale forza e quale coraggio mettono nel loro volere. E quello che naturalmente per pigrizia e inerzia può durare secoli, con l’applicazione di forze attive può durare il tempo brevissimo. Ma per questo è necessario che portiamo sempre più e più nelle teste quello che dalla nostra scienza dello spirito può venire e può risultare dall’osservazione delle nostre restanti istituzioni. Non dimenticate anche di indicare tali cose come ora qui a Stoccarda dovrebbero sorgere per esempio nell’Istituto Medico-Terapeutico. Poiché è proprio così che forse proprio da tali istituzioni gli uomini imparano a comprendere il fruttifero della scienza dello spirito, almeno per il primo impulso, nel miglior modo.

Viene pure in considerazione, se si sa rendere plausibile così una cosa alla gente, che propriamente non servirebbe a nulla per lo sviluppo dell’umanità se riuscisse, accanto al vecchio credo religioso cattolico, al vecchio credo religioso evangelico e al giudaico, turco e così via e accanto a un po’ di settarismo, di erigere anche una concezione del mondo che fosse «l’antroposofica». Questo avrebbe certamente un significato per gli uomini che si radunano tutte le settimane, o anche due volte a settimana, per darsi sfogo in tali questioni di concezione del mondo. Avrebbe un significato soggettivo per questi uomini. Ma per il mondo questo non avrebbe affatto significato. Per il mondo ha significato solo una concezione del mondo e una visione della vita che interviene immediatamente in questioni pratiche. E perciò troviamo anche oggi molto di frequente che gli uomini volentieri si lasciano dire qualcosa sull’eterno nella natura umana, sulla vita dopo la morte. Anche si può con un numero più grande di uomini parlare, senza che per questo vi graffino gli occhi per il fatto che lo dite, delle vite terrestri ripetute, della legge del karma e così via. Ma è oggi ancora più utile e più importante insegnare alla gente che scienza dello spirito orientata antroposoficamente può portare qualcosa, per esempio nella medicina, nella terapia, così che sia visto come veramente per il mondo materiale quello che ci si conquista nello spirito ha un certo significato unico. Poiché non si tratta solo di elevarsi allo spirito nella sua astrazione, bensì si tratta di elevare se stessi così che questo è lo spirito vivente che allora ha abbastanza forza e vigore per agire dentro il materiale.

Questo pensiero, questo collocare lo spirito nella vita materiale nelle più varie varianti, dovete sempre di nuovo presentare agli occhi dell’anima della gente. Poiché lo spirito vuole governare la materia, non fuggire la materia. Perciò è in una certa misura proprio sleale quando persone come Bruhn, che ha scritto il libretto «Teosofia e Antroposofia», fanno all’Antroposofia il rimprovero che essa voglia tirar giù quello che deve fluttuare nelle altezze del cielo, al di sopra della realtà, ciò che non deve essere tirato giù nella realtà materiale, nella vita di tutti i giorni. Non si possono pensare rovinatori della vita umana peggiori di tali maestri di scuola, che hanno bisogno della cattedra e delle università per insegnare alla gente una tale roba. Ma questo accade appunto oggi in tutte, tutte le varianti.

E in particolare è oggi all’ordine del giorno che la gente dica: sì, l’Antroposofia può essere il tentativo di approfondire le singole scienze, ma con la religione l’Antroposofia non ha nulla a che fare, con il Cristianesimo l’Antroposofia non ha nulla a che fare. E allora viene la gente e vuole provare perché l’Antroposofia con la religione e il Cristianesimo non ha nulla a che fare. Allora vengono e mettono su concetti completamente arbitrari, che hanno della religione e del Cristianesimo. E rendono comprensibile che a questi concetti che hanno di religione e Cristianesimo non si deve toccare!

Se gli uomini fossero almeno veritieri! Si potrebbe allora avere una certa indulgenza con loro. Se gli uomini venissero e dicessero: ora si presenta l’Antroposofia; parla da altre fonti di quanto io fino a ora sulla cattedra teologica o dal pulpito ho parlato. Ora ho solo la scelta, o rinuncio al mio ufficio, allora però non ho nulla da mangiare, questa è una cosa fatale, o rimango piuttosto al mio ufficio e respingo l’Antroposofia! Tali persone non si potrebbero certamente prendere molto sul serio per la vita culturale dell’umanità. Ma parlerebbero vero, proprio come il maestro giuridico di Graz ha parlato vero, che ogni anno ha provato davanti ai suoi studenti la libertà della volontà umana dicendo: gli uomini hanno una volontà libera! Perché se gli uomini non avessero una volontà libera, allora non avrebbero nemmeno responsabilità per i loro atti. E se non avessero responsabilità per i loro atti, allora non ci sarebbe affatto nessuna punizione e nessun diritto penale. Ma io sono insegnante di diritto penale. Io non potrei allora insegnare il diritto penale. Ma lo devo. E poiché io devo esserci in questa università, deve esserci il diritto penale, quindi deve esserci anche punizione, quindi anche responsabilità degli uomini, quindi conseguentemente anche una volontà libera degli uomini. — Così per lo più questo insegnante di giurisprudenza di Graz ha insegnato ai suoi uditori la libertà della volontà umana. Non era veramente molto diverso quello che portava avanti.

E secondo questo schema agirebbero anche i teologi e altri uomini se dicessero quello che è vero. Potrebbero anche addurre l’altro lato della cosa, sarebbero allora egualmente veritieri, e si sarebbe allora più indulgenti, potrebbero ancora dire: potrei pure assumere l’inconveniente di fondare di nuovo la religione e il Cristianesimo. A professori universitari potrebbe allora accadere che, se fossero un numero maggiore, forse dovrebbero migrare dalle facoltà teologiche alla facoltà filosofica. Se sono già una volta professore, allora va un po’ più facile che se prima vogliono entrare nell’università. Ma anche con il mantenimento dei mezzi di sussistenza sarebbe comunque ancora difficile. Ma non vogliono nemmeno assumere questo inconveniente e questa fatica di fondare di nuovo le cose. Se però volessero solo dire queste cose, almeno sarebbero onesti. Invece portano tutto il possibile avanti, che propriamente non corrisponde alla realtà, bensì è solo qualcosa di decorativo, che deve coprire la realtà. Ma noi in questi punti non dobbiamo in nessun modo essere indulgenti, bensì dobbiamo in questi punti ricercare la non veracità e la disonestà dappertutto negli anfratti e caratterizzarle spietatamente davanti alla collettività.

E non dobbiamo anche tralasciare di indicare sempre di nuovo la sconsideratezza nel pensiero di alcuni uomini, che semplicemente si esprime nel fatto che non vogliono prendere con tutta la profondità morale certe asserzioni. Non è molto tempo che uno ha udito come io ho caratterizzato pubblicamente la disonestà di Frohnmeyer, che ha semplicemente in modo mendace, tendenzioso, descritto qualcosa per Dornach, che assomiglia completamente a tutt’altro da come lui in modo tendenzioso l’ha descritta. E questo uno disse: bene, Frohnmeyer avrà creduto che assomigliasse così. — Ma per me non importa affatto di indicare che Frohnmeyer dice qualcosa di falso in questo caso, bensì di indicare che Frohnmeyer mostra che fa affermazioni su qualcosa che sta a Dornach, che colpisce la verità in faccia. Chi fa questo in un punto, lo fa anche in altri punti. È teologo. Insegna all’università di Basilea. La teologia attinge da fonti, di cui si asserisce che siano fonti di verità. Chi così rende testimonianza come Frohnmeyer, chi così descrive la statua del Cristo come l’ha descritta, mostra che non ha alcuna idea di come dalla fonte si ricerca la verità. Se non stesse nei libri di storia quando Napoleone è nato e morto, potrebbe anche ancora dire il falso di queste cose, se dovesse ricercarle. Qui si tratta di descrivere tali persone nel loro effetto complessivo rovinoso sulla storia contemporanea, di mostrare che non si adattano alla situazione in cui sono stati messi dalle circostanze caotiche dei tempi. In questo punto non dobbiamo in nessun modo essere indulgenti.

Questo è quello che appartiene alle formalità del vostro operare nelle prossime settimane.

8°La spensieratezza dei personaggi conduttori contemporanei. Polemiche di Keyserling e Heinzelmann (pomeriggio)

Stoccarda, 16 Febbraio 1921

Desidero affrontare in questa ora alcuni aspetti che caratterizzeranno l’atteggiamento che la nostra attività conferenziale dovrà assumere di fronte alle proprietà della vita spirituale contemporanea. Non dobbiamo infatti limitarci a rivolgere il nostro discorso unicamente alla comprensione razionale delle questioni sociali, bensì dobbiamo operare risolutamente affinché il mondo diventi consapevole di come, rispetto a certi aspetti, si debba sentire diversamente da come si sente attualmente nei cosiddetti ambienti dirigenti. Perché ciò che esternamente vive nelle istituzioni, ciò che esternamente accade nelle azioni sociali dell’uomo, dipende completamente da come l’uomo pensa, sente e orienta la sua volontà. Per questo ho insistito così fortemente nel sostenere che l’uomo, in quanto tale, deve essere collocato al centro non soltanto della concezione sociale, ma di tutta la concezione della vita e del mondo. Però dobbiamo noi stessi acquisire il sentimento di quanto sia fuorviata e su percorsi pericolosi la vita emotiva attuale. Dobbiamo avere un sentimento acuto del fatto che il mondo civile è giunto alla presente situazione proprio attraverso questa vita emotiva spesso completamente distorta. Queste cose dobbiamo chiarirci con degli esempi. E dobbiamo anche rendere chiari al mondo con degli esempi. Possiamo facilmente trovare tali esempi quando affrontiamo con un certo senso oggettivo il trattamento che il movimento antroposofico riceve nei nostri tempi da parte dei nostri contemporanei.

Proprio nella discussione delle questioni sociali occorre sempre evidenziare il momento morale, che consiste nel fatto che gli uomini dirigenti del passato immediato hanno lasciato scorrere gli avvenimenti storici in modo veramente irresponsabile. Non è forse vero che negli ambienti dirigenti ci si è preoccupati soltanto di mettere in scena il corso del mondo nel senso in cui la tecnica moderna e le forme del materialismo che si sono sviluppate negli ultimi tempi portano avanti il corso del mondo, come il corso del mondo è portato avanti da queste? E risulta perfettamente chiaro: non ci si è preoccupati di quale influenza questo corso del mondo dovesse acquistare sui numerosissimi uomini che come proletari si sono formati proprio attraverso questo corso del mondo. Si è lasciato tutto avvenire con una negligenza che si mostra adesso, naturalmente, come tragica, ma che deve essere osservata molto attentamente se vuole verificarsi un qualche miglioramento.

Un esempio drastico di questa negligenza è certamente quello che ho già menzionato frequentemente. C’era in Austria, verso la fine degli anni sessanta del secolo scorso, un ministro di polizia di nome Giskra. Già allora c’erano singoli uomini che sottolineavano come all’orizzonte della civiltà moderna si profilasse una questione sociale. E quel ministro di polizia ha risposto a certe domande riguardanti la questione sociale con le parole: «L’Austria non conosce una questione sociale. Essa finisce a Bodenbach!»

Bene, questo mettersi la testa sotto la sabbia, questa politica da struzzo è stata praticata in larga misura dagli ambienti dirigenti nei tempi recenti. E questo, miei cari amici, deve essere smascherato, deve essere comunicato nettamente al presente. Poiché si può dire: la mancanza di coscienza è gradualmente entrata nel pensiero stesso dal mondo esterno, e vi si manifesta, purtroppo in modo inosservato per molte persone. Questo produce addirittura una rozzezza del pensiero, e questa rozzezza del pensiero viene il più delle volte negata dagli uomini intellettuali del presente. Desidero illustrare ciò che ho appena detto con un esempio che si è appena manifestato.

Vedete, un vero prodotto degli ambienti che hanno agito con la massima negligenza e leggerezza riguardo al corso degli eventi mondiali è tuttora, nel presente, il signor conte Hermann Keyserling, che a Darmstadt ha fondato una cosiddetta «Scuola della Saggezza», un prodotto culturale orrendo del presente. La sua casa editrice fa pubblicità a questa «Scuola della Saggezza». Ed è apparso un piccolo libretto che reca, come potrete forse riconoscere voi stessi, il titolo piuttosto pretenzioso «La via alla perfezione». Questo libretto aveva bisogno di una pubblicità da parte della casa editrice. A questa pubblicità viene aggiunto sulla cosiddetta fascia esterna: «Confutazione degli attacchi di Rudolf Steiner». La casa editrice quindi aggiunge nel suo annuncio: «L’atteggiamento del conte Keyserling verso la teosofia in generale e verso la teosofia steineriana in particolare è illustrato nel capitolo 14 del suo ultimo libro La filosofia come arte sotto il titolo Sulla teosofia e contro la teosofia. Rudolf Steiner ha ritenuto necessario rispondere a queste esposizioni, che dichiarano la verità in forma completamente oggettiva, con insulti personali». Questa è la pubblicità che la casa editrice scrive per questa «Scuola della Saggezza»! Orbene, è veramente necessario, se una sanità sociale vuole affermarsi nel presente, tenere d’occhio persone come questo conte Hermann Keyserling e comunicare francamente e liberamente al mondo intero ciò che si scopre attraverso questa osservazione attenta. Poiché gli elementi nocivi della civiltà presente devono essere smascherati.

Quale sia la mancanza di coscienza interiore, quella intellettuale di questo conte Keyserling, potete dedurlo dal modo di procedere in questo scritto, che tra l’altro contiene nella pagina 59 la bella affermazione: «Colloqui personali prolungati con il conte Keyserling al di fuori delle assemblee generali dei membri hanno diritto soltanto i membri della comunità degli studenti. Per questi egli è, in base a accordi precedenti e con esclusione del sabato e della domenica, qualora non sia in viaggio, disponibile ogni pomeriggio tra le 3 e le 5 ore nelle sale della Scuola, Paradeplatz 2, entrata da via Zeughausstraße. Se qualcuno, senza essere studente, volesse sottoporre al direttore della Scuola questioni di saggezza, la direzione si riserva per tali casi di applicare tasse di consultazione speciali a beneficio della Scuola».

Miei cari amici, è certamente lecito ridere di cose del genere; ma queste cose non sono ridicole. Proprio in queste cose risiedono i danni primordiali della nostra vita sociale. Poiché trovate nella pagina 47 la seguente affermazione — voi sapete, ho con una certa sfacciataggine, ma necessaria in questi casi e ben meditata, caratterizzato adeguatamente in questa conferenza pubblica l’infedeltà del conte Hermann Keyserling riguardo alla mia presunta dipendenza da Haeckel, che egli ha affermato — a questa caratterizzazione egli risponde ora con la seguente frase: «…e invece di correggere un eventuale mio errore, cosa che accoglierei volentieri, poiché non ho avuto il tempo per ricerche specifiche sulle fonti di Steiner… Steiner mi accusa semplicemente di menzogna…». Quindi, quest’uomo non si vergogna di presentare come possibile il fatto che ognuno scriva qualsiasi falsità e la sola conseguenza sia una correzione! Immaginate una tale corruzione intellettuale, addirittura operare nella direzione: si può scrivere qualsiasi cosa possibile, e l’altro è obbligato a correggerla! Se così operassimo, incapperemmo nella palude sociale. E scrivere in tal modo: «…poiché non ho avuto il tempo per ricerche specifiche sulle fonti di Steiner…», che cosa significa in realtà? Significa in realtà: non mi prendo il tempo per esaminare attentamente ciò che scrivo. — E un uomo pretende questo come suo diritto legittimo!

Miei cari amici, dobbiamo avere un sentimento per le deformazioni intellettualistiche perverse del presente. E se non l’acquisiamo, se non possiamo presentarci al presente con lo smascheramento di questa palude, allora il nostro resto parlare è interamente vano. Devo sempre dire di nuovo: una semplice difesa non aiuta. Possiamo prendere ciò che figura come attacco contro di noi soltanto come sintomo per caratterizzare su di esso la corruzione intellettualistica che esiste. Poiché l’umanità deve sapere come viene condotta spiritualmente oggi.

È questa una controparte a una bella denuncia che si è incaricato di fare un professore universitario basilese, che salta fuori sempre con cose del genere come gli Heinzelmännchen nella notte, e forse per questo motivo è chiamato professore Heinzelmann. Il dottor Boos ha infatti risposto in modo piuttosto acuto a certi attacchi. Infatti, era stato affermato in giornali svizzeri che l’antroposofia fosse presa in prestito da vari scritti antichi; era stato citato qualcosa dalla letteratura indiana dei Veda e della letteratura Vedanta, era stata citata la Bhagavad-Gita, e tra le cose citate si trovava anche la Cronaca dell’Akasha! Orbene, vedete, il dottor Boos ha giustamente detto: affermare una cosa del genere significa fornire la prova che si dice una falsità consapevole; poiché colui che afferma una cosa del genere deve pur sapere che, quando si avvicina al tavolo dei libri, non può prendere di seguito i libri dei Veda, la Bhagavad-Gita e successivamente la Cronaca dell’Akasha. Così era stato presentato. Si deve dunque sapere che si sta scrivendo una falsità. Questo «Heinzelmännchen» di Basilea scrive ora, dopo che ho caratterizzato adeguatamente la cosa, che la mia caratterizzazione è una «definizione completamente nuova di falsità consapevole»; io avevo fornito nella pagina così e così una definizione, una falsità oggettiva si verifica dove si afferma scorrettamente qualcosa che si dovrebbe proprio sapere; questo contraddirebbe la definizione fin qui comune di «falsità consapevole», che consiste nell’affermare qualcosa «contro il miglior sapere».

Questo professore universitario scrive dunque che sulla quella pagina vi sia una definizione. Ma non vi è affatto una definizione! Ho soltanto detto: ciò che egli dice lì sulla Cronaca dell’Akasha è affermato veramente contro il miglior sapere. — Quindi, semplicemente si mente, dicendo che una definizione sia su quella pagina. Ai confusi viene fatto fumo negli occhi, astraendoli dal fatto effettivo vero e proprio: che è proprio questione di stabilire che contro il miglior sapere la cosa è stata affermata.

Vedete, questi sembrerebbero pedanterie. In realtà non lo sono, ma sono ciò che oggi costituisce una delle cose moralmente più necessarie: che di fronte alle personalità dirigenti mettiamo in luce il punto di vista di quanto il pensiero sia veramente infangato moralmente. E questo infangamento morale è in fondo oggi diffuso in tutta la vita spirituale.

Ora è senza dubbio vero che questo infangamento proviene da due fonti: innanzitutto dalla stessa vita scientifica, secondariamente certo dal giornalismo. Ma questo non può impedire di cercare queste cose ovunque si manifestino e di portare ripetutamente il pensiero umano a consapevolezza su di esse.

E se specialmente per gli uomini del presente, che sono così difficili da comprendere, vogliamo chiarire come sia necessaria l’indipendenza della vita spirituale, lo faremo potendo indicare ciò che è diventato della vita spirituale sotto la guida della vita statale e della vita economica. È intrinseco alle cose stesse che, senza divenire ulteriormente polemici, semplicemente caratterizzandoli, mettiamo queste cose in evidenza, per così dire, con lo stesso tono con il quale ci sforziamo di presentare qualunque altro fatto oggettivo. Questo presuppone naturalmente che ci curiamo di tali cose. E questo noi tutti dobbiamo assolutamente poter fare: uno sguardo libero e aperto per ciò che accade, per ciò che avviene attorno a noi. L’ho già sottolineato da altri punti di vista.

Non sarà affatto difficile rendere evidente, in tutta la sua nocività, molte cose che si trovano giusto in questo opuscolo del conte Keyserling. Poiché, vedete, in questo opuscolo si trovano, dove si parla di quella piacevole atmosfera in cui vengono accolti coloro che si dedicano alla scuola di saggezza di Darmstadt, frasi di questo genere: «Questa» — l’atmosfera — «presto significherà un fattore di potenza tale che il semplice soggiorno nei suoi locali sarà sufficiente al novizio ricettivo per afferrare emotivamente ciò che in essa si persegue». Poi ancora: «Ma la creazione di una determinata atmosfera di altura culturale non è lo scopo principale su cui si fonda la Scuola della Saggezza. L’atmosfera è la premessa fondamentale per ottenere cose più importanti. Questa consiste nel promuovere l’individuo prescelto non soltanto attraverso l’influsso involontario e inconscio di un determinato stile di vita e del livello di essere delle personalità dirigenti, ma attraverso un trattamento privato intensivo». E ancora: «Egli può rappresentare qualunque concezione del mondo, aderire a qualunque programma politico, professare qualunque fede, vivere quali che siano i suoi interessi; può essere giovane o vecchio, uomo o donna: nella Scuola della Saggezza imparerà a ricondurre una qualunque esistenza a un più profondo essere». In un’altra parte viene ancora sottolineato quanto sia bello il fatto che la Scuola della Saggezza non si preoccupi di, per esempio, se coloro che parlano di denaro libero abbiano ragione o no, se altre correnti abbiano ragione o no; la scuola di saggezza a Darmstadt considera un fatto completamente insignificante se qualcuno abbia ragione in una qualche direzione o no. Piuttosto, tutte queste correnti devono riunirsi sul terreno del pavimento di Darmstadt! Poiché tutti questi arbitrari interessi, arbitrarie opinioni di fede, arbitrarie costituzioni umane vengono lì spinte a «ricondurre una qualunque esistenza a un più profondo essere».

Vedete, questo è in fondo soltanto il lato d’ombra di qualcosa che in realtà non può migliorare se la vita spirituale non viene collocata su un terreno completamente nuovo, e cioè libero. Poiché, quando oggi si vuol parlare della sanità dei rapporti sociali, occorre assolutamente rendersi conto che stiamo vivendo un momento storicamente importante dello sviluppo dell’umanità, che certi aspetti semplicemente si stanno elaborando dalle profondità della vita dell’anima umana. E uno degli impulsi più importanti che si elabora dalle profondità della vita dell’anima umana è quello di superare i vecchi ordinamenti coercitivi nel rapporto tra uomo e uomo.

Badate bene proprio a questa formula: superamento dei vecchi ordinamenti coercitivi nel rapporto tra uomo e uomo. — Guardando indietro ai rapporti sociali dell’umanità, vediamo che nei tempi antichi esistevano ordinamenti che producevano stratificazioni sociali basate sul puro sangue; dal fatto di nascere da questa o quella tribù, da questa o quella famiglia, uno era signore, l’altro servo, uno comandante, l’altro sottomesso. Quanto più indietro andiamo nello sviluppo dell’umanità, tanto più vediamo che la vita sociale era costruita su tali rapporti di sangue ed ereditarietà. Essi si sono conservati in parte nella coscienza degli uomini. Ciò che oggi esiste ancora come consapevolezza di classe negli strati nobiliari deriva appunto completamente da tempi antichi ed è essenzialmente una prosecuzione di quelle rivendicazioni sociali che nei tempi antichi si fondavano sul sangue.

Ora, certo nel corso dei tempi più recenti è stata inserita in questa stratificazione sociale un’altra stratificazione. E questa altra si basa sulla potenza economica. A ciò che precedentemente era stato riconosciuto come legittimo da una certa prospettiva, cioè essere signore o servo dal sangue, si è aggiunto ciò che i rapporti economici moderni hanno portato: la stratificazione appunto attraverso la potenza economica. Il potente economicamente appartiene a una classe diversa da colui che non possiede nulla, che dunque è economicamente impotente. Questo si è inserito nell’antico. In fondo, molte cose nei nostri rapporti sociali attuali riposano ancora su una continuazione dei vecchi rapporti coercitivi. Contro questo si ribella la consapevolezza umana attuale. E in fondo gran parte di ciò che noi chiamiamo questioni sociali riposa su questa rivolta democratica contro i vecchi rapporti coercitivi. Perciò deve sorgere la domanda: come ci si deve comportare in questa direzione?

E allora occorre chiarirsi che senza l’articolazione della libera vita spirituale dai restanti arti del corpo sociale, sul terreno che ho appena caratterizzato, non si può creare una condizione sociale duratura. Se la vita spirituale viene veramente collocata sul suo proprio terreno, allora in questa vita spirituale non potrà mai esistere alcun rapporto sociale coercitivo, bensì soltanto il rapporto del libero riconoscimento. E questo libero riconoscimento risulta completamente naturalmente all’interno della vita sociale. Detto rozzamente: difficilmente si assumerebbe da qualche parte un insegnante di musica che non ha mai suonato uno strumento musicale nella sua vita, e non è mai il sentimento democratico a esigere che vi sia uguaglianza di diritti assoluta tra tutti gli uomini per quanto riguarda l’assunzione di un insegnante di musica. Piuttosto, in completa libertà e consapevolezza autonoma, sarà assunto come insegnante di musica chi conosce e sa fare le cose necessarie per insegnare musica. E colui che conosce e sa fare le cose, quando da nessuna parte agisce la coercizione, non gli si potrà negare il riconoscimento; questo risulterà completamente naturalmente.

Nella vita spirituale libera ci sarà proprio una quantità molto, molto grande di cose simili al costruire su un’autorità. Ma sarà ovunque un costruire su un’autorità naturale e scontata. Poiché su che cosa riposa la rivolta di innumerevoli uomini del presente contro qualunque autorità? Riposa su niente di diverso dal fatto che le persone percepiscono: i rapporti economici ci impongono sottomissioni coercitive, e noi non riconosciamo di essere soggetti a sottomissioni coercitive dai rapporti economici. Allo stesso modo le persone non riconoscono di essere soggette a sottomissioni coercitive dai rapporti politici o di sangue. Contro questo si ribella appunto lo storico, che io ho caratterizzato come il sentimento democratico, che dalle profonde profondità dell’umanità emerge in superficie oggi. E poiché naturalmente i più vasti circoli da parte degli intellettuali e di coloro che guidano spiritualmente non hanno imparato precisione, bensì «Keyserlingerie», prendono la storia in modo tale da dirsi: si ribellano contro qualunque autorità nella vita economica. E poi il terzo, la vita spirituale, l’aggiungono ancora, perché appunto non si presenta nella sua tutta particolare essenzialità agli occhi dell’anima degli uomini. Questo può accadere soltanto se si trova effettivamente in un’immediata amministrazione libera e autonoma. Dalle più diverse profondità occorre rendere chiaro ai popoli la necessità della liberazione della vita spirituale.

E occorre attribuire grande importanza al seguente: deve esistere un terreno dove gli uomini si sentano veramente uguali. Questo oggi non esiste perché da un lato lo Stato ha assorbito la vita spirituale e dall’altro a sé la tira la vita economica, così che incorpora in sé l’elemento autoritario da entrambi i lati e proprio non vi è alcun terreno su cui gli uomini che sono divenuti maggiorenni potessero sentirsi completamente uguali. Se il terreno esiste su cui gli uomini che sono divenuti maggiorenni possono sentirsi completamente uguali, se qualcuno può veramente percepire: sono come uomo uguale a qualunque altro uomo. — Allora riconoscerà anche nel terreno dove non può percepirlo, perché sarebbe un assurdo, l’autorità ovvero il giudizio associativo.

Apparirà di nuovo qualcosa — oggi non è ancora opportuno dirlo ai popoli; ma ve lo dico — apparirà di nuovo qualcosa, come ciò che da altre condizioni nei tempi antichi ha avuto un certo ruolo. Prendete un villaggio nei tempi antichi: il prete era nel senso più pieno della parola una specie di divinità. Ma c’erano occasioni in cui il prete appariva puramente come uomo fra gli altri uomini. Essi lo apprezzavano molto. Se ora da un lato abbiamo la vita spirituale con il riconoscimento, il libero riconoscimento dell’autorità naturale e scontata, dall’altro lato la vita economica con il giudizio di gruppo che riposa sulla confluenza dei giudizi degli uomini associati, e in mezzo un terreno dove gli uomini si incontrano completamente senza distinzione dell’autorità del resto — e questo sarebbe il caso se vi fosse la triarticolazione del corpo sociale — allora agirebbe ciò nel senso più profondo realmente verso la soluzione della questione sociale. Ma deve essere nel senso più profondo il caso che l’insegnante, l’uomo spirituale — intendo questo ora simbolicamente — tolga la sua toga quando si presenta sul terreno della vita sociale e dello Stato, e che il lavoratore tolga la sua blusa quando si mette sul terreno della vita sociale e dello Stato, così che in realtà da entrambi i lati gli uomini si incontrino in un’uniforme uguale, che naturalmente non deve essere un’uniforme nel senso ordinario, ma può essere equivalente, se si trovano sul terreno della legalità e dello Stato.

Occorre attribuire grande valore al fatto che tali impulsi, per così dire, morali, che vivono anche esternamente, vengano realmente nuovamente nella società umana. Poiché barbarie e vandalismo entrerebbero indubbiamente se si avverasse ciò che un vero marxista considera l’ideale dell’ordine sociale. Ma d’altro canto si può essere assolutamente certi: se le grandi masse popolari, a partire dalle esperienze che in Europa hanno potuto fare negli ultimi mesi, udissero nel modo giusto, non distratte dai loro capi, a lungo il significato della triarticolazione del corpo sociale, allora finalmente una luce deve accendersi per loro.

Ma parallelo a questa azione deve accadere l’altro: portare al momento presente il declino morale, come l’ho appena caratterizzato, nella consapevolezza. Dobbiamo proprio tangibilmente provare dove gli uomini semplicemente nel giudicare cadono fuori dalla morale, come è il caso con il conte Hermann Keyserling. Poiché l’uomo è in alto grado uno che diffonde sabbia negli occhi della gente, e occorre soltanto in modo appropriato presentare tale esemplare di uomo al mondo contemporaneo. Allora si è fatto moralmente qualcosa di straordinario.

Poiché, vedete, dopo che il conte Hermann Keyserling si è procurato tutto quello che vi ho elencato, o se l’è fatto procurare attraverso la sua casa editrice, raggiunge poi il seguente. Egli dice: «Accenno al caso soltanto per far vedere nel suo esempio quanto nettamente si debba distinguere tra essere e potere. Delle qualità morali di Steiner non posso avere un’impressione favorevole; noblesse oblige» — con questo intende: la nobiltà obbliga a non chiamare bugiardo un bugiardo — «…ma come potenza creativa lo trovo come prima assai degno di considerazione e consiglio a qualunque spirito capace di critica di costituzione psichica di approfittare della rara opportunità dell’esistenza di tale specialista per imparare da lui e con lui. Non conosco solamente i più importanti tra i suoi scritti accessibili a tutti, ma anche i suoi cicli, e ho ricavato da essi l’impressione che Steiner non sia soltanto straordinariamente dotato, ma che effettivamente disponga di fonti di conoscenza insolite. Nel senso gli manca ogni organo più fine, perciò deve trovare priva di senso e vuota qualunque saggezza che non si riferisca a fenomeni; ma quello che presenta su di essi merita seria verifica, per quanto in un primo momento suoni assurdo e per quanto poco credibile il suo stile come rivelatore della sua essenza, perciò rimpiango vivamente che il suo procedimento verso di me, completamente inaspettato per me, mi tolga la possibilità di entrare in contatto personale diretto con lui. Poiché rimane vero, ciò che nello stesso saggio che ha provocato l’ira di Steiner, a sua protezione contro i suoi nemici ho scritto, che un uomo significativo dovrebbe essere giudicato esclusivamente dai suoi lati migliori; l’interesse per la sua conoscenza e potenza creativa non deve essere compromesso dai suoi difetti e insufficienze. Lo stesso giorno in cui ricevetti il discorso denigratorio di Steiner, raccomandai a uno studente mio lo studio serio dei suoi scritti e perfino l’ingresso nella sua società, poiché mi sembrò che quella fosse la sua strada, e nel suo caso non dovetti considerare pericoloso il contatto con ciò che è discutibile legato a Steiner. Non si deve mai dimenticare che assolutamente ogni essere è complesso, che nessuna cattiva qualità svaluta le buone; e che il carattere di una società dipende interamente dallo spirito dei suoi membri prevalenti. Anche l’antroposofica può ancora avere un futuro, se il dogmatismo di fede e lo spirito settario l’abbandonassero, se rinunciasse all’agitazione sporca e divenisse veramente quello che statutariamente dovrebbe essere».

Quindi, vedete, per coloro che, purtroppo molti anche nella Società Antroposofica, hanno occasione di dire: sì, che cosa vuole mai Steiner? Il Keyserling lo loda così tanto! Ma per me non si tratta di questo, se egli mi loda, bensì se è un elemento nocivo della civiltà o no. Poiché a me tutto ciò che Keyserling dice per ultimo appare in modo tale che posso caratterizzarlo soltanto dicendo: quest’uomo tenta di coprire tutto ciò che attraverso la sua superficialità viene addossato al mondo con quello che, in questo caso, non posso denominare diversamente da adulazioni. Lo dico per la semplice ragione che sono pienamente convinto che il conte Keyserling non possieda il minimo organo per comprendere le cose che qui loda.

E ciò che è per noi molto più importante: immergersi in questa questione materiale, mostrare nel complesso nelle nostre conferenze al mondo — ho citato il conte Keyserling oggi soltanto come esempio — quale superficialità e quali aspirazioni ingiustificate vi siano oggi. Se il mondo riconosce da quali persone viene guidato, allora acquisirà una comprensione per la liberazione della vita spirituale. Poiché sarà impossibile che nel complesso dalla vita spirituale libera emergano tali figure. Certamente, miei cari amici, la vita terrena che l’uomo trascorre tra la nascita e la morte non sarà mai piena soltanto di angeli. E soltanto un uomo come il professor Rein a Jena può affermare la strana affermazione che la morale antroposofica è in realtà destinata agli angeli, come ha fatto in un articolo. Ma sebbene nella vita spirituale libera naturalmente ci siano ogni sorta di strani personaggi, la maggioranza non potrà essere tale: piuttosto la maggioranza sarà educata a una diversità proprio dalla forza interiore e dall’impulso della vita spirituale. Naturalmente si può facilmente diffondere nel mondo il vuoto di pensiero come quello che il conte Keyserling dà al mondo, se si ha ricevuta la posizione sociale in questo modo dai vecchi rapporti di sangue come il conte Keyserling, e se si riceve forse ancora un certo sostegno da altri lati, che adesso non occorre menzionare, per l’istituzione di tali «scuole di saggezza». Ma in una vita spirituale libera una tale follia non potrà mai affermarsi in alcun modo. Poiché certamente là saranno presenti persone sufficienti che escluderanno una cosa del genere.

Vedete, a cosa è mirato in quella conferenza qui era sottolineare acutamente il vuoto e l’astrattezza delle argomentazioni di Keyserling, l’inadeguatezza alla realtà. E chi si ricorda bene saprà che io per primo ho caratterizzato questo vuoto e astrattezza, questo carattere non sostanziale, il tono di frase, e poi ho aggiunto: chi si immerge così nelle astrazioni vuote e nella rettorica di frase è allora costretto, quando incappa in qualcosa che ha un contenuto sostanziale, a cadere nella falsità. Questo era il contesto. E su questo era completamente essenziale insistere allora. E cosa se ne fa? Sarebbe interessante sapere cosa un uomo al quale è stato rimproverato di soffrire di vuoto, di angoscia intellettualistica e spirituale, cosa un tale uomo ha da presentare a sua difesa. Ma il conte ha su questo il seguente da dire nella sua rivista «La via alla perfezione, Comunicazioni della Società per la filosofia libera, Scuola della Saggezza». Egli dice, e intende me, che trova la mia saggezza senza sangue, astratta e vuota e sostiene che può sempre già dire in anticipo cosa persone come me potrebbero presentare; l’essenziale della mia filosofia sarebbe «angoscia spirituale, un ansimare interiore», e sull’antroposofia non avrei «il minimo sospetto, nemmeno uno lontano». Vedete dunque, attraverso il modo in cui io ho dato questa caratterizzazione, il conte Keyserling stesso è stato caratterizzato. Ma in questa relazione egli è veramente soltanto un esempio. Proprio ciò che come tono principale è contenuto nella vita spirituale presente conduce infine a cose del genere.

Abbiamo in realtà attraverso lo sviluppo della vita spirituale astratta negli ultimi secoli la possibilità che appaiano studiosi completamente eminenti in qualche campo, che fondamentalmente però non riescono a cogliere un pensiero vero e pieno di contenuto. Un buon esempio di ciò è lo stimato biologo Oscar Hertwig dell’Università di Berlino. Se leggete il suo libro in cui critica il darwinismo, non potrete fare altro che dire: questo è un uomo che deve essere completamente chiamato eminente nel suo campo. E il libro «La genesi degli organismi», così si intitola, è un buon libro. Ma per scrivere un libro così buono non occorre nulla se non stare dentro il meccanismo della ricerca sperimentale priva di pensiero, essere laborioso, farsi un poco avanzare — fu proprio spinto dentro un certo circolo come allievo di Haeckel — e allora può essere, se le circostanze sono favorevoli, un uomo completamente eminente. È talmente eminente che è stato scelto a Berlino per aggiungere ancora del sapere all’ex-imperatore tedesco Guglielmo II, che potesse esporre su lui cose specialmente sensazionali tratte dalle ricerche di creature inferiori! Ebbene, poco dopo che il libro sul darwinismo è apparso da parte di Hertwig, che è dunque un libro eminente nel suo ambito, Hertwig ha fatto apparire anche un libro sulle questioni sociali. Questo è ora niente di diverso da una compilazione di pura assurdità, riga per riga. Perché? Vedete, nel libro «La genesi degli organismi» non occorreva pensare. Lì si viveva dentro il meccanismo della pratica scientifica moderna. Per formarsi un sano giudizio nel campo sociale occorre invece che si inizi a pensare veramente se stessi. E allora si manifestò che il grande erudito non era assolutamente in grado di pensare nel modo più semplice e primitivo.

Su tali esempi concreti occorre afferrare il fatto che stiamo dentro una cosiddetta vita scientifica e spirituale che fondamentalmente può essere condotta con l’esclusione di qualunque vero pensiero autonomo. E man mano che sempre più una tale vita spirituale diveniva dirigente, il vero pensiero, il pensiero pieno di contenuto e sostanziale, svaniva sempre di più.

E poi si sperimentava lo strano fatto che si vuole esaminare i talenti dei bambini con la psicologia sperimentale, inserendo nel corso della memoria parole messe insieme in modo insensato, per accertare questa memoria, o cose simili, che si danno come «scientificamente esatte», che in America crescono ancora più enormemente che in Europa, che però in Germania sono già giunte a un livello piuttosto alto. Nel momento in cui si introduce questo nella vita scolastica, significa niente di diverso dal fatto che abbiamo tanto estirpato l’uomo dalla vita sociale che l’insegnante non ha più rapporto con il bambino, che non deve più risultare dal bambino stesso, ma deve determinarsi attraverso apparecchi, a che cosa sia adatto la persona di cui si tratta. E se il bolscevismo in Russia continua ancora a lungo, questo metodo in Russia forse sarà sostituito al posto degli esami in una misura molto considerevole. Si testeranno i bambini come macchine, per vedere se sono buoni a qualcosa per la vita o a niente. Ai teorici di Lunaciarskij appartiene già questo.

Queste cose occorre caratterizzarle senza preconcetti, allora forse gradualmente susciteremo un sentimento negli uomini del presente di quanto tangibilmente dimostra quanto abbiamo bisogno di un rinnovamento, una fertilizzazione della vita spirituale, e come questo rinnovamento, questa fertilizzazione possa compiersi sul terreno dell’articolazione della vita spirituale dai restanti arti sociali. Occorre tentare, in queste cose, di agire illustrativamente attraverso manifestazioni del presente, che noi mettiamo in luce nella massima acutezza.

9°Differenza della formazione del giudizio nella vita spirituale ed economica. L'associazione (sera)

Stoccarda, 16 Febbraio 1921

Come da un lato è necessario, attraverso un’immersione nei fili della vita spirituale nel presente, mostrare ai popoli la necessità dell’articolazione e della formazione libera della vita spirituale, così dall’altro lato è necessario portare tutto ciò che infine dimostra come la vita economica debba essere collocata sul terreno del principio associativo.

Innanzitutto, qui occorre provocare un giudizio sicuro delle persone sul fatto che l’individuo singolo non si trova nella condizione di fare qualcosa nella vita economica che possa inserirsi fruttificando in questa vita economica. Nella vita spirituale è così che il giudizio infine deve sempre scaturire dall’individuo singolo; quindi, attraverso una vita spirituale libera, l’individuo singolo deve poter giungere completamente alla valenza; deve essere portato avanti lo stato per cui ognuno secondo le sue capacità può giungere completamente individualmente alla valenza. Nella vita economica questo non servirebbe a nulla. Anzi, sarebbe dannoso, perché il giudizio economico di un singolo uomo non ha assolutamente nessun valore. Non può mai radicarsi veramente nella realtà.

Proprio quando si sta su un terreno antroposofico, si comprenderà questo. Poiché ciò che è vita spirituale scaturisce infine dall’interno dell’uomo. L’uomo deve plasmare da sé quello che si porta con la nascita. Certo lo plasma nello scambio reciproco con l’ambiente. Si acquisisce anche esperienza, sia esterna che interna, sia fisica che spirituale. Ma il processo che l’uomo sviluppa qui deve scaturire dalle sue capacità completamente individuali. Ora, quando vogliamo intervenire nella vita economica, non abbiamo nulla nella nostra umanità che in qualche modo potesse essere vincolante per la vita sociale come le capacità individuali dell’uomo singolo.

Queste capacità individuali arricchiscono la vita generale dell’umanità quando le applica l’uomo. Se le applica semplicemente, la vita comunitaria è arricchita. Nella vita economica come tale, cioè nella misura in cui si ha a che fare con lo scambio e la valutazione di merci, non deriva dall’uomo nient’altro che i suoi bisogni. L’uomo sa, per così dire, come singolo, nulla sulla vita economica e le sue necessità attraverso niente di diverso dai suoi bisogni; sa che deve entro una certa misura mangiare e bere, ha singoli bisogni individuali. Ma questi bisogni individuali hanno significato soltanto per lui stesso, unicamente per lui stesso.

Ciò che un uomo produce spiritualmente ha significato per tutti gli altri; ciò che produce spiritualmente è veramente di natura sociale già dall’inizio. I bisogni che un uomo ha, e per amore dei quali deve desiderare che vi sia una vita economica, hanno significato soltanto per lui. Potrebbe sapere economicamente soltanto come provvedere a se stesso. Ma questo non fornisce affatto in alcun modo un criterio sociale, da nessuna parte la base per un giudizio sociale. Poiché è semplicemente escluso ciò che deve agire nella vita sociale, se si ha soltanto un criterio per ciò che occorre a se stesso. Perciò su quella conoscenza che è presa dai propri bisogni non si può mai costruire un giudizio sociale. L’individuo singolo non ha un fondamento per un giudizio sociale. Se agisce da come è singolo uomo, quindi semplicemente considerando i suoi bisogni, allora applica la sua intelligenza e le sue capacità, adesso non per produrre qualcosa per l’universale, come nella vita spirituale, bensì per soddisfare i suoi bisogni: allora agisce in tutte le circostanze come un essere antisociale.

È anche per questo che tutta l’intelligenza non aiuta quando si tratta di giudizi economici. Devo sempre di nuovo portare l’esempio della difesa del gold standard nel corso del diciannovesimo secolo. Potete, se leggete i resoconti parlamentari e simili, che provengono ad esempio anche da pratici per la difesa del gold standard in singoli paesi, trovare ovunque realmente una grande esposizione di acutezza individuale. Quello che era stato detto era in realtà completamente intelligente — si potrebbe dire. Si acquista rispetto per la capacità umana quando si leggono ancora oggi i discorsi tenuti sul gold standard. Ma proprio quello che le persone più intelligenti hanno detto ha sempre culminato nel fatto che il gold standard contribuirebbe sostanzialmente a promuovere il libero scambio nel mondo. E le ragioni che sono state portate a sostegno di questo giudizio, che il libero scambio emergerebbe dal gold standard, sono in realtà inattaccabili. Ma è accaduto l’esatto opposto! Ovunque è seguito al gold standard il bisogno di dazi protettivi e simili. Ovunque è seguita la limitazione del libero scambio. E questo esempio mostra in modo eminente che di fronte alle questioni economiche l’intelligenza umana individuale non aiuta, anche quando emerge con tanta forza come allora nel diciannovesimo secolo. Si sbaglia come singolo uomo quando si vuol agire economicamente a partire da giudizi individuali.

Da ciò risulta con certezza apodittica la necessità delle associazioni. Soltanto per il fatto che uomini che stanno nei più diversi rami ed elementi si associano, e ciò che l’uno sa in un ambito per il fatto che non impara a conoscere i suoi bisogni bensì quelli degli altri, con cui ha a che fare, viene completato e ampliato da quello che un altro sa, soltanto così nasce un giudizio comune, che allora può passare in azione economica e condurre a una sanità sociale. Non vi è possibilità alcuna di sfuggire alla necessità dell’associazione quando semplicemente si indica questo fatto fondamentale. D’altronde: che cosa diviene della vita economica sotto l’influenza della triarticolazione? Che cosa abbiamo propriamente nella vita economica? Abbiamo là tre fattori.

Il primo è quello che scaturisce dalla conoscenza della materia di fronte alla produzione dell’uno o dell’altro. Occorre essere esperto nella materia, completamente indipendentemente da se si vuol estrarre carbone di pietra, o se si vuol coltivare grano o allevare bestiame o fornire di risorse una qualche industria: occorre essere esperto della materia.

Il secondo è: entro la nostra odierna vita economica il traffico con i beni, con i beni della vita, deve essere condotto in modo giusto. Il commercio deve essere condotto in modo giusto. I beni devono essere portati nei luoghi dove hanno bisogno di loro. Poiché soltanto lì hanno il loro valore effettivo. Altrimenti sono soltanto oggetti, non merci. Occorre fare questa distinzione. Un oggetto qualsiasi, anche un genere alimentare, può, se si trova in un luogo qualsiasi, essere completamente soltanto un oggetto e non una merce. Poiché se in un luogo vi sono enormemente molti generi alimentari di una certa qualità, senza che le persone li abbiano bisogno, allora ne sono merci soltanto tanti quanti le persone possono consumare. Gli altri sono soltanto oggetti, e diventano merce soltanto quando vengono portati nei luoghi dove possono averne bisogno. Senza il commercio nessun oggetto è una merce. Questo è completamente il secondo di cui si tratta. Ma questo secondo è intimamente connesso con il lavoro umano. Poiché la trasformazione della natura e di altri oggetti da oggetti in merci accade appunto attraverso il lavoro umano. Se riflettete, troverete che questa trasformazione di oggetti in merci è in realtà completamente equivalente all’impiego di lavoro umano. Il lavoro inizia da quello che noi traiamo dalla natura. Lì è sempre possibile tornare al carattere di oggetto dell’oggetto, e quando si torna a questo, allora non si può ancora parlare di alcun carattere economico popolare dell’oggetto. L’oggetto diviene economicamente popolare soltanto quando entra nel traffico. Soltanto così diviene qualcosa che ha significato nell’intera economia popolare. Ma questo è connesso con l’intera articolazione, sviluppo del lavoro umano, con la natura e il tempo eccetera del lavoro umano.

Il terzo nell’economia è che si conoscano i bisogni. Poiché soltanto per il fatto che i bisogni sono conosciuti su un certo territorio, si può produrre in modo ragionevole. Un oggetto che viene prodotto troppo diviene completamente inevitabilmente troppo economico; e un oggetto che viene prodotto troppo poco diviene completamente inevitabilmente troppo caro. Il prezzo dipende da quante persone sono coinvolte nella produzione di un oggetto. Questa è la domanda fondamentale e vitale dell’economia popolare, che dalla soddisfazione dei bisogni, e cioè dalla libera soddisfazione dei bisogni, si parta. Quello che c’è può, perché è in un processo vivente, non essere stabilito dalla statistica, bensì soltanto dal fatto che persone associate su un certo territorio, semplicemente divenendo umani conosciuti con coloro che hanno questo o quel bisogno, conoscano umani la somma dei bisogni e dal punto di vista puramente umano vivente, non dal punto di vista di una statistica, trattino di nuovo su quante persone siano necessarie alla produzione di un articolo. Cosicché nell’associazione una vita si hanno dapprima quelle persone che mirano a informarsi su un territorio, che certamente risulta da presupposti economici, sui bisogni esistenti, e sviluppare la volontà, intraprendere negoziazioni su quante persone in un qualche ramo economico debbano produrre, affinché i bisogni possano essere soddisfatti. Tutto questo deve essere collegato al fatto che si ha un senso per la libertà dei bisogni. Non deve in nessun modo prevalere alcuna idea tra coloro che principalmente hanno il compito ora caratterizzato, se un qualche bisogno sia legittimo o no, bensì deve trattarsi soltanto della constatazione oggettiva di un bisogno.

La lotta contro bisogni insensati, lussuosi, dannosi non incombe alla vita economica associativa, bensì soltanto all’influenza della vita spirituale. Bisogni insensati e dannosi devono essere allontanati dal mondo per il fatto che dalla vita spirituale esce l’insegnamento che i desideri, i sentimenti siano nobilitati. Una vita spirituale libera sarà completamente in grado di fare questo. Detto rozzamente: le sale cinematografiche non devono essere proibite dalla polizia; piuttosto le persone devono essere educate in modo tale che non trovino gusto in esse. Questa è l’unica lotta sana contro le influenze dannose nella vita sociale. Nel momento in cui da parte economica o di Stato i bisogni come tali vengono tassati, non abbiamo più a che fare con una triarticolazione del corpo sociale, bensì con un caos confusionale di interessi spirituali, economici e altri. La triarticolazione deve essere presa completamente seriamente fino alle fibre più intime. Deve la vita spirituale essere veramente collocata sulla sua libertà. Non è libera se vi è una qualsisia autorità censoria di questa o quella natura, se questo o quel fatto nel dominio dei bisogni umani può essere proibito. Si può agitarsi ancora così forte, se si ha senso fanatizzante, contro le sale cinematografiche; questo non compromette la vita spirituale libera. Nel momento in cui si grida dopo la polizia, nel momento in cui si grida: questo dovrebbe essere proibito, allora si compromette la vita spirituale libera. Questo deve essere mantenuto fermo, e non ci si deve ritirare di fronte a un certo radicalismo.

Così si ha primariamente a che fare nelle associazioni con persone che si informano sui bisogni entro un certo territorio, e che allora intraprendono negoziazioni, non fanno leggi, sulla produzione necessaria.

Vedete, si può caratterizzare l’affare un poco diversamente, allora forse si presenterà, per così dire, un poco più prosaicamente. Ma infine per illustrazione può anche essere detto questo: primariamente nelle associazioni si avrà bisogno di agenti oggettivati, agenti che non debbono interessarsi soltanto di come colui per il quale sono agente vende il più possibile, bensì che si pongono la domanda: quali bisogni vi sono? — e che allora sono esperti nella materia di come si deve produrre affinché questi bisogni possano essere soddisfatti.

Attraverso questo si ha, per così dire, un arto delle associazioni. L’altro arto viene allora preso dalla fila di coloro che devono provvedere al traffico, che cioè, quando un prodotto viene fabbricato da qualche parte, devono trasportarlo, rispettivamente intraprendere le negoziazioni affinché venga trasportato al luogo dove è necessario. Cosicché troviamo per così dire esperti del consumo, esperti del commercio e come terzo esperti della produzione. Questi però sono presi dalla vita spirituale libera, poiché questa abbraccia tutto ciò che dalle capacità scaturisce attraverso lo spirituale nella vita produttiva. Il primo che ho nominato, la conoscenza della materia, scaturisce attraverso l’insegnamento dalla vita spirituale libera.

Vedete, nelle associazioni della vita economica ci saranno rappresentanti di tutti e tre gli arti del corpo sociale; soltanto che le associazioni stesse appartengono soltanto all’arto economico e si occupano soltanto di cose economiche: del consumo di merci, della circolazione di merci e della produzione di merci e della determinazione del prezzo che ne risulta. Di questo si tratta nella triarticolazione del corpo sociale, che vi siano corporazioni che hanno soltanto competenza entro il rispettivo arto. Nelle associazioni economiche si negozia soltanto di questioni economiche; ma naturalmente nelle associazioni siederanno le persone che hanno le loro capacità e competenze per le negoziazioni dalla vita spirituale libera e dalla sfera della legalità e dello Stato. Si tratta quindi proprio non di presentare esternamente in modo schematico i tre arti del corpo sociale uno accanto all’altro, bensì che vi siano amministrazioni, corporazioni con competenza nelle singole cose. È questo di cui si tratta.

Nel dettaglio questo vi risulta chiaro dai «Punti focali». Innanzitutto si tratta di questo, che sempre si rende appello riguardo al capitale alla vita spirituale, dicendo: colui che ha riunito i mezzi di produzione attraverso le sue capacità rimane con essi fintanto che queste capacità sono presenti. Determinare questo è affare della vita spirituale. Poi le scrive ancora tanto giudizio, che possa determinare il suo successore. Anche questo appartiene alla vita spirituale libera. E se non può o vuol farlo da sé, allora decide la corporazione libera della vita spirituale libera. Vedete, tutto ciò che è funzione del capitalismo astratto passa nel fare della vita spirituale libera entro la vita economica. È proprio come nel corpo umano. Il sangue è connesso al sistema di circolazione, ma passa nella testa e batte nella testa. Esattamente così è nel vero corpo sociale. Per questo è già in un certo senso fatale che, specialmente all’estero, particolarmente nei paesi nordici, la tendenza si è afferrata così fortemente di dire «tripartizione» del corpo sociale, invece di «triarticolazione». Questo corpo sociale «tripartito» certamente suscita terribili fraintendimenti. Si tratta di un’articolazione che non è una partizione. I singoli arti devono agire completamente uno dentro l’altro. Per questo dobbiamo suscitare una comprensione chiara.

E si può avere la speranza che i borghesi ragionevoli così come i proletari gradualmente verranno tuttavia a una comprensione della cosa. Ne abbiamo avuto inizio a Stoccarda proprio nell’anno 1919; da altri luoghi forse da qualche parte è stato anche già iniziato. Ma è proprio dapprima che l’ostilità da tutti gli angoli è diventata così attiva che noi con il nostro piccolo numero di persone per il momento non potremmo resistere. Perciò abbiamo chiamato a raccolta le vostre forti forze adesso, affinché di nuovo una specie di rafforzamento del nostro impegno per la triarticolazione del corpo sociale possa aver luogo. È adesso certamente necessario che, per così dire, una spinta forte sia intrapresa per tutto ciò che scaturisce dalla scienza dello spirito antroposofica e che è triarticolazione del corpo sociale. Poiché in un certo aspetto si tratta pur sempre di un’apparenza preliminare di essere o di non essere. Non dovremmo darci alcuna illusione su questo.

Ma dobbiamo sforzarci ovunque verso una grande chiarezza. Perciò ho tentato anche adesso di nuovo di fornire un’immagine il più possibile chiara della vita associativa. Se ancora ulteriormente qualcosa vuol essere saputo riguardo alle associazioni, allora possiamo risolvere questo proprio stasera attraverso la risposta di ogni sorta di domande. Questo deve attraversare interamente le nostre conferenze, che noi aspiriamo a chiarezza e che cerchiamo appunto di suscitare una comprensione per come l’oscurità nei nostri stati pubblici, nei nostri stati sociali, ha portato avanti la nostra situazione attuale. Vi voglio fornire un esempio per questo.

Quando oggi viene chiesto qualcosa di questo o quello, allora le persone arrivano con domande schemate. Vi chiedono: come si comporta la cosa col capitale, come col piccolo artigianato, come con la terra e così via? — Bene, riguardo a condizioni sociali sane la questione della terra è risolta nei miei «Punti focali», benché sembri sia stata toccata soltanto in una frase incidentale. Ma tutto il resto che oggi figura nelle discussioni riguardo a questo proviene dal fatto che proprio la terra in una maniera incredibilmente confusa è fissa nella nostra vita sociale.

Quando la più recente vita economica salì in superficie e stampò il carattere di merce su tutto, ad esempio anche sul lavoro, così che tutto può essere comprato, allora la terra divenne anche merce. Si poteva comprare e vendere. Ma che cosa è veramente contenuto in questo comprare e vendere della terra? Se lo si vuol comprendere, allora si deve tornare a condizioni molto primitive, in cui il signore feudale si era acquisito un certo territorio attraverso conquista o in altro modo e lo cedeva a coloro che lo dovevano coltivare, che poi gli davano in natura o in versamenti di altro genere una certa quota, che inizialmente significa l’origine della rendita fondiaria. Ma per quale motivo davano al signore feudale o alla Chiesa, al monastero, questa rendita fondiaria? Che cosa rendeva loro plausibile che dessero tali versamenti? Niente di diverso rendeva plausibile a loro il fatto che, quando lavoravano come piccoli proprietari sulla loro terra per arare e mietere, qualunque persona poteva arrivare e cacciarli. Poter lavorare la terra richiede protezione della terra. Ora il più delle volte i signori feudali stessi avevano un esercito, che essi mantenevano dai versamenti, e questo era per la protezione della terra. E la rendita fondiaria veniva pagata non per il diritto di lavorare la terra, bensì per la protezione della terra. Il diritto di lavorare la terra era completamente nato dalla necessità, poiché il signore fondiario non poteva lavorare da solo tutta la terra. Questo non aveva nulla a che fare con qualunque altra condizione. Ma la terra doveva essere protetta. E per questo si fornivano i versamenti. Allo stesso modo si fornivano versamenti ai monasteri. I monasteri mantenevano a loro volta eserciti, con i quali proteggevano la terra, o erano attraverso qualunque contratti così legati qui o là che attraverso qualche rapporto di potenza diverso la terra era assicurata. Se cercate l’origine della rendita fondiaria, allora dovete considerarla come versamento per la protezione della terra. Se focalizziamo il significato originario della rendita fondiaria, vediamo come essa si riferisce a tempi in cui regnavano condizioni molto primitive, in cui in relazione economica regnavano signori feudali o monasteri sovrani, che non obbedivano a nessuno.

Queste condizioni cessarono, prima a Occidente e più tardi nell’Europa centrale, per il fatto che gradualmente certi diritti che gli individui avevano — in certe regioni della Germania cessarono molto tardivamente l’essere diritti individuali — vennero trasferiti a principi singoli, il che era completamente non un processo economico, bensì politico. I diritti vennero trasferiti. Con il trasferimento dei diritti venne trasferito anche ciò che era per la protezione della terra. Allora divenne necessario per il principe di mantenere gli eserciti. Per questo doveva naturalmente esigere un versamento. Gradualmente arrivò ciò che oggi tanto ci opprime, la sistematizzazione dell’economia fiscale. Questo si aggiunse all’altro, ma l’altro rimase stranamente! Perse il suo senso, poiché colui che adesso era il grande proprietario terriero non doveva più spendere nulla per la protezione della terra, per questo c’era adesso il principe territoriale o lo Stato. La rendita fondiaria però rimase comunque. E gradualmente passò con la più recente vita economica nel ordinario traffico di merci. Per il fatto che il nesso tra rendita fondiaria e terra perse il senso, la rendita fondiaria poteva diventare un oggetto di guadagno. È la pura assurdità che è diventata realtà. È qualcosa nel processo di circolazione dei valori che fondamentalmente ha completamente perso il senso, ma con il quale tuttavia oggi si negozia come con una merce.

Tali cose sono ovunque provabili nella nostra economia popolare. Sono sorte da cose giustificate in qualche modo. Al posto di queste cose giustificate si è messa qualcosa di diverso. Ma l’antico è rimasto. E qui un qualche nuovo processo ha afferrato la cosa e ha messo l’assurdo nella vita sociale.

Se ora semplicemente si prende la vita economica come è — se si è quindi professore di economia politica e si ha il compito così di pensare il meno possibile nel senso che ho caratterizzato prima — allora si definisce la rendita fondiaria così come oggi sta nei libri. E come qualcosa di così assurdo figura anche oggi nella vita. Vedete dunque quanto si ha da fare per giungere al punto di rendere comprensibile alle persone che non soltanto abbiamo assurdità nel nostro sistema di pensiero, bensì ovunque nella vita economica. E quando l’individuo sospira sotto la vita economica, è veramente in parte da tali fondamenti. Si tratta oggi già di giungere a un pensiero più approfondito, più senza pregiudizi, più comprensivo, di quello che si può sviluppare quando si siede negli attuali istituti di educazione.

Poiché infine: quale pensiero si sviluppa allora oggi? Si sviluppa il pensiero che forse può essere designato attraverso la matematica. Ma questo viene sviluppato così che sta a parte da tutta la realtà. Si sviluppa allora il pensiero che può essere imparato attraverso l’esperimento, che può essere imparato attraverso la sistematica, si sviluppa quel pensiero che infine con persone come Poincaré, Mach e simili è diventato una mera formalità, qualcosa che essi soltanto chiamano «riepilogazione della realtà esterna». Brevemente, non si sviluppa affatto un pensiero! E perciò, poiché non si sviluppa un pensiero, nel fondo non si può affatto fare nulla nell’economia politica.

Sì, si è sviluppato dopo e dopo persino un metodo di economia politica — particolarmente abilmente l’ha praticato Lujo Brentano — che da bisogni comprensibili sviluppa la teoria, che non si dovrebbe affatto riflettere su come debba essere la vita economica, bensì soltanto osservarla correttamente. Ebbene, si dovrebbe immaginare come si possa giungere comunque a una scienza della vita economica attraverso la semplice osservazione! Sarebbe come se si volesse raccomandare al pedagogo che dovrebbe soltanto osservare i bambini. Nessuna attività potrebbe mai emergere da questo. Quindi i nostri teorici di economia politica sono così terribilmente sterili, perché hanno il metodo di comportamento passivo verso la realtà esterna.

E il rovescio di questo si mostra quando gli uomini adesso veramente cominciano a intervenire nella vita economica. Svilupparono da un lato una scienza che soltanto osserva. Ma quando poi per l’Europa centrale venne la guerra, si doveva improvvisamente intervenire nella vita economica, perfino fino all’influenza sulla formazione dei prezzi. Che cosa ne è risultato? L’economista Terhalle ha raccolto ciò che ne è risultato: In primo luogo, ha detto, e per questo adduce innumerevoli testimonianze scientifiche nel suo libro su «Formazione libera o vincolata dei prezzi?», innanzitutto: le cose sono state fatte così che si vede che le persone che le hanno fatte non sapevano affatto su che cosa fosse importante. In secondo luogo: sono stati posti a fondamento schematismi teorici che hanno così poco a che fare con la realtà che, applicandoli, hanno rovinato la realtà. In terzo luogo: nell’influenza sulla formazione dei prezzi è accaduto che non è stato giovato ai singoli mestieri, bensì danneggiato; e in quarto luogo: l’onesto artigianato e mestiere è stato danneggiato a favore dello speculantismo! Immaginate soltanto che cosa significa che un economista ufficiale dalla ricerca economica deve pronunciare il giudizio sulla attività economica nazionale della politica di Stato degli ultimi anni: essa ha favorito lo speculantismo a danno dell’onesto mestiere e artigianato! Si deve soltanto sentire che cosa significhi veramente. Queste cose devono essere dette alle persone, il più possibile chiaramente, affinché si veda come la nostra civiltà è diventata impotente di fronte alla realtà.

Se non ci dedichiamo a chiarire cose come quelle che vi ho appena detto riguardo alla rendita fondiaria, allora non giungeremo a mostrare ai popoli la necessità delle associazioni; poiché immaginate pure il caso in cui le associazioni fossero installate nel modo più minimale: immediatamente emerge l’esperienza di come sia dannoso per la formazione dei prezzi tutto ciò che non è naturale nella vita economica. Questo naturalmente non può emergere se si provvede così la vita economica che gli agenti vanno in campagna e fanno affari per singole imprese. Lì non può emergere di fronte a loro il nesso tra produzione e consumo. Non hanno l’interesse di rivolgere l’attenzione e lo sguardo a quante persone debbano produrre. Per loro conta soltanto l’unica «verità» ovvia, che il loro datore di lavoro può produrre il più possibile. Questo interesse nel produrre il più fortemente possibile per il datore di lavoro deve essere sostituito dalla conoscenza positiva: quanti produttori devono esserci, perché abbiamo visto, è così e così grande il bisogno per un articolo, quindi deve essere provveduto che non troppi e non troppo pochi nel rispettivo territorio lavorino per questa cosa? L’interesse oggettivo-materiale deve prender posto dell’interesse per il singolo imprenditore. Su questo poggia l’associazione.

Ora occorre mostrare ai popoli come la vita economica, perché ha in sé così tanti elementi assurdi — poiché oltre alla rendita fondiaria vi sono molti altri — oggi già preme verso l’associazione. Il sistema dei cartelli con le contingentazioni del guadagno, della domanda, dello spaccio e così via, l’associarsi, il fondersi — da dove sorge? In Europa prende più la forma del cartello, in America più quella del trust. Sorge dal fatto che per i molti elementi assurdi che sono nella vita economica, l’individuo non può più produrre. Immaginate soltanto quanto sia diverso oggi, dove tutto preme verso la grande impresa, da come era quando l’individuo imprenditore come piccolo imprenditore stava nella vita economica.

Che cosa può l’uomo oggi chiedere unicamente, quando vuole presentarsi come imprenditore? Può chiedere niente di diverso da come la situazione di mercato di un articolo è costituita, se un qualche articolo è detto in vista. Un articolo che è detto in vista appare promettente, un articolo che non è detto in vista appare appunto non promettente.

In tempi precedenti, dove il numero degli imprenditori era piccolo, questo non contava molto; prima quando diventarono troppi, i singoli andarono a fondo. Ma supponete che tutto preme verso la grande impresa, se per un articolo si nota che è necessario, che ci si può guadagnare. Per il fatto che si istituisce la grande impresa, si elimina ciò da cui si era concluso la necessità di istituire la grande impresa! Poiché tutto preme verso la grande impresa, non è più vincolante ciò che era vincolante per il singolo piccolo imprenditore precedente. Perciò sorge questa necessità della fusione. E così abbiamo i cartelli, i trust e così via, perché precisamente i circoli dirigenti erano negligenti riguardo al consumo. Perché non se ne sono curati, sorgono questi associamenti soltanto dagli interessi dei produttori. Il consumo non viene considerato.

Questo è l’essenziale, che viene mostrato: nella vita economica non si viene più avanti senza associazione. Perciò le associazioni unilaterali dei cartelli e dei trust, che però sorgono da puro interesse della produzione, devono essere completate per il fatto che vengono poste sulla comprensione del consumo, sulla intuizione delle necessità di un territorio. Così i trust, i cartelli mostrano con il fatto che sono caricature di quello che deve sorgere, quanto sia necessario muoversi in una certa direzione, nella direzione dell’associazione. Si deve soltanto ricercare come le associazioni allora debbono essere costituite.

Ovunque si deve caratterizzare a partire dalla vita reale. Allora forse si può rendere comprensibile ai popoli come sia necessaria l’associazione per la vita economica. E così si tratterà effettivamente di tenere le conferenze secondo concetti il più possibile chiari, che ora volete tenere. La premessa deve assolutamente essere che quello che è dato nei «Punti focali» è fondamentalmente una specie di assioma della vita sociale moderna. Non sarà mai necessario provare il teorema pitagorico su qualunque singolo oggetto. Ma deve confermarsi su qualunque singolo oggetto. Allo stesso modo non è necessario provare particolarmente l’intuizione sui rapporti sociali come è stata acquistata; essa è provata come tale dal suo contenuto, come il teorema pitagorico. E si ha soltanto a mostrare come le cose devono articolarsi nella vita. Questo deve essere considerato.

E voglio ancora dire questo: consideriamo veramente la nostra attività in modo che si colleghi a ciò che è già stato fatto. Perciò ho detto ieri: è necessario che la nostra attività sia considerata come un tutto e che non ci sia imbarazzo nel presentare alle persone quello che è stato fatto e nel dire loro che c’è. È in effetti un’esperienza che facciamo ripetutamente e ripetutamente, in modo piuttosto spaventoso: quando arrivo da qualche parte e tengo una conferenza, allora c’è un tavolo di libri all’ingresso di qualunque sala. Questo viene sempre soltanto considerato platonicamente, quando non nomino alcun libro. Nomino uno, allora viene comprato. Il più delle volte allora non c’è in numero sufficiente. Degli altri si passa platonicamente accanto. Bene, rimpiango sempre che vi siano così tanti libri. Non si possono affatto nominare tutti in una singola conferenza. Perciò dobbiamo stare anche con senso di realtà nel presente. Lì vi raccomando che non rifiutiate alcuna occasione per raccomandare il giornale della triarticolazione, dove potete, poiché la tappa deve essere raggiunta dove il giornale della triarticolazione diventa un giornale quotidiano. Ma non raggiungiamo questo se non lo rendiamo più popolare di quanto non sia.

Così dovunque dobbiamo armarci con senso di realtà. Ma non dimenticate durante questo di raccomandare anche qualcos’altro! Altrimenti l’altro verrà rimandato indietro in cumuli invenduti. Non è vero, appare strano quando in conferenze serie si dicono cose del genere; se però non le si dice, allora oggi molto spesso anche non vengono fatte. E siamo pure riuniti insieme per intenderci sulle cose che devono essere fatte. Poiché vogliamo fare qualcosa nel prossimo tempo.

10°Il modo in cui gli economisti nazionali delimitano i loro compiti. Origine delle utopie sociali (mattina)

Stoccarda, 17 Febbraio 1921

Se vi guardate attorno nella letteratura economica un po’ più consapevole, vi noterà in molti casi una determinata osservazione degli autori, che suona press’a poco così: l’economista non deve preoccuparsi di come il popolo venga educato o di cosa giovi al popolo rispetto ai suoi bisogni — da un altro punto di vista l’ho già accennato — ; deve lasciare ciò all’eticista, all’igienista e così via.

Se prendete seriamente tale osservazione, essa significa in fondo niente di meno che la prova della necessità della triarticolazione dell’organismo sociale. Perché che cosa si dice? Si dice: se si pensa dal punto di vista economico, non esce nulla che in qualche modo potrebbe mirare all’etica, all’igiene, bensì ciò che dovrebbe mirare all’etica, all’igiene deve venire da un altro lato.

Se ora vi rappresentate tale osservazione, che finora era intesa solo teoricamente, utilizzata praticamente, essa significa che è necessario giudicare realmente dal punto di vista economico, cioè che l’economia sia strutturata in modo tale che nel giudizio fluiscano solo quelle cose che sono semplicemente economiche, che prescindono da ogni etica, da ogni igiene e così via, e che accanto a ciò esistano amministrazioni reali che vi sono per la permeazione etica, per la conformazione igienica della vita sociale. Queste si trovano nel libero ambito dello spirito.

E per voi sarà un importante punto di vista pedagogico-didattico mostrare proprio come dappertutto vi sono le fondamenta per ciò, che, usate nel modo giusto, conducono a conseguenze riguardanti la triarticolazione dell’organismo sociale.

Si può dire addirittura: gli economisti, se realmente pensano economicamente, non possono pensare diversamente da quanto deve essere pensato nel membro associativo dell’organismo sociale. Solo le cose che si pensano in questo modo non restano poi nei libri, bensì vi sono istanze che le portano effettivamente nella realtà.

Accenno oggi a questo, dove voglio richiamare l’attenzione su cose principalmente metodiche, proprio in senso metodico, per farvi notare che dovunque si parla della triarticolazione, si può partire da cose che le persone hanno già pensato in qualche modo. Solo che nessuno oggi ha il coraggio di trarre le conseguenze. L’essenziale consiste nel fatto che per noi vengono tratte le conseguenze necessarie per la vita sociale.

Similmente dovrete trattare altre questioni quando volete mirare proprio al sociale. Quando vi familiarizzate con lo sviluppo del pensiero economico, scoprirete che nel tempo moderno è sorta tutta una serie di idee utopistiche. Forse non abbiamo bisogno di tornare indietro per il nostro scopo di più di un secolo, dato che le utopie più antiche sono meno significative per il presente; ma a partire dal XVIII secolo è stata elaborata una serie considerevole di utopie sociali. Perché sono sorte queste utopie?

È importante che lo sappiate, così potrete farlo fluire nell’atteggiamento generale dei vostri discorsi.

Vedete, per la vita dello spirito la seguente cosa è in vigore. Essa riconduce praticamente ovunque a un’antica saggezza primordiale e ai costumi a essa connessi. Prendiamo ciò che oggi in Europa abbiamo come una vita dello spirito del tutto decadente: il cattolicesimo da un lato e dall’altro la vita educativa moderna molto filtrata, che però è ancora alimentata dalle antiche rappresentazioni religiose; sono dappertutto dentro. Potete trovarle fino nei settori materialistici della medicina; e nella filologia vi sono dentro, questi esiti del pensiero teocratico e teologico. Se dunque vi rappresentate come il pensiero moderno intero è completamente impregnato di questo elemento che risale a un’antica saggezza primordiale, allora

capirete che in tutto il modo in cui la vita dello spirito — ora dovrei dire — si amministra da sé — poiché è già diventata anarchica, nella misura in cui non è stata presa nei rigidi vincoli della vita dello stato — , capirete che qui si vedono anche nei provvedimenti i fili che erano nella costituzione dei territori in cui ha dominato un’antica saggezza primordiale. Nella Chiesa lo vedete nella struttura delle gerarchie. Questa risale alle concezioni dell’antica saggezza primordiale. Nella giurisprudenza forse lo vedete solo ancora nella lotta che nella vita esterna è la lotta del materialismo contro lo spiritualismo, nella lotta che è condotta da avvocati e giudici contro il portamento della talare nelle udienze giudiziali. Nei seguaci della talare avete i resti dell’antico pensiero, nella lotta contro la talare avete il moderno modo di pensare materialistico. E ciò ha un significato molto più grande di quanto si pensi. E se considerate tutta la faccenda che si collega puramente formalmente presso alcune delle nostre università alla promozione a dottore, potrete assai facilmente ricondurre i fili all’elemento teocratico antico. Dappertutto vi è dentro qualcosa che sì è perso alle persone, ma che rimanda a cose antiche, rimanda al fatto che si sapeva una volta come amministrare la vita dello spirito. Se non abbiamo più viva questa vita dello spirito nel nostro tempo attuale, le forme ce le abbiamo dentro; e perfino gli abiti dismessi, per così dire, ce li abbiamo ancora dentro.

Abbiamo semplicemente bisogno dappertutto di nuove forme. Queste si troveranno nella libera vita dello spirito.

L’altro aspetto è questo. In Inghilterra si è sviluppato dall’elemento ecclesiastico-democratico quello politico-democratico. Ciò è sorto semplicemente in Inghilterra in quanto è stato tolto via lo sfondo ecclesiastico e si è estratto il modo democratico di pensare. Ma in realtà il politico-legale è stato partorito gradualmente dall’elemento teocratico-ecclesiastico ovunque. Solo che in altri luoghi non lo si nota più così bene. Vi è ad esempio una connessione segreta tra l’intero apparato burocratico, alla cui testa si può pensare il sovrano assoluto «per grazia di Dio», il quale ultimo rivela proprio l’origine dall’elemento teocratico-ecclesiastico, perché «per grazia di Dio» era solo colui che era stato designato da autorità spirituali. L’intero corpo burocratico è semplicemente la gerarchia ecclesiastica diventata profana. Ma l’altro lato, che si è sviluppato in fondo anch’esso dall’elemento teocratico-ecclesiastico, è il sistema militare. Questo viene sentito dalle persone odierne come paradossale. Ma il sistema militare è solo ciò che, come l’ombra a un oggetto illuminato, segue a tutta l’organizzazione dell’essere statale. E così si è formato a poco a poco durante il distacco dell’elemento profano dall’elemento teocratico-ecclesiastico un certo modo di gestire il politico. In tutti i dettagli è dimostrabile quando si considera il passaggio delle forme di amministrazione come si mostravano ancora chiaramente nella loro forma teocratico-gerarchica in quegli anni, come Carlo Magno teneva a farsi incoronare dal Papa a Roma, come la vita ecclesiastica passa poi nel profano, come ad esempio il riempimento delle prime cariche dello stato in Francia da parte di cardinali è un seguito di questo passaggio. Se considerate questo, vedrete dovunque l’emersione di questo elemento politico-legale moderno dal modo di gestire l’elemento teocratico-ecclesiastico e l’autonomia della gestione della mano. Potevano gestire queste cose autonomamente.

In tutto ciò si spinge la vita economica moderna, che sì ha prodotto usi istintivi, ma fino a ora non ha prodotto ancora qualcosa di così intimamente permeato come l’elemento ecclesiastico-gerarchico antico e quello statale-militarista. Questi due elementi hanno portato il mondo a una rigida uniformazione. Al contrario, è stato solo nel tempo più recente che è sorto l’impulso di penetrare consapevolmente quello che come la complicata vita economica, che negli antichi tempi non si doveva neanche considerare, poiché si attingeva da fonti inesauribili, si è spinto preponderantemente nella vita moderna. Sì, è sorta la necessità di trovare anche un certo modo di gestire la vita economica. Ma questo modo di gestire non è stato ancora trovato.

E in fondo il primo tentativo di portare qualcosa nella vita economica che può essere messo in parallelo con l’elemento statale ed ecclesiastico è il principio associativo. È il primo tentativo, realmente di fondare organicamente qualcosa nella vita economica. Poiché questo finora non è accaduto. E i vari tentativi teorici di acquisire un modo di pensare, di organizzare come tale la vita economica, queste sono le teorie utopistiche, che sempre erano state infette da quello che era ancora venuto da prima. Si pensava ancora così: se si organizza, si deve organizzare come nell’elemento ecclesiastico-gerarchico o nell’elemento statale — le persone non ne erano consapevoli.

E l’espressione pratica esterna per questa cosa è l’apparire del liberalismo economico nella prima metà del XIX secolo. Perché questo liberalismo economico è apparso? Che cosa è mai? È l’appello alla capacità delle singole personalità economiche. Così era anche nell’elemento teocratico-gerarchico. Prima di trovare un’organizzazione, si doveva appellare alle singole personalità dirigenti. Così era anche nell’elemento statale. Prima di passare al parlamentarismo, si doveva appellare a coloro che avevano la capacità di amministrare lo statale. Il liberalismo economico non è nient’altro che questo appello alla capacità individuale della personalità nel campo economico. Solo perché le cose nel mondo si sono sviluppate più rapidamente, è diventato necessario più rapidamente trovare quello che ora paralizza realmente gli effetti nocivi della personalità individuale assoluta.

Non è vero, avete solo bisogno di studiare la costituzione della Chiesa cattolica, troverete nella Chiesa cattolica, che semplicemente conserva un’amministrazione antica della vita dello spirito, dappertutto che gli ordinamenti, le istituzioni mirano a bandire le nocività dell’individualità. Proprio in questo modo l’individualità può venire in una certa misura alla manifestazione.

Una volta abitai a Vienna una conversazione in cui un professore della facoltà teologica viennese, che aveva tendenze piuttosto liberali, alle quali però si abbandonava solo nel modo più cauto, si lamentava che Roma gli facesse chiudere completamente la gola e non gli permettesse di esprimere nulla dal pulpito. Si discusse diffusamente perché ad esempio a Innsbruck, dove la stessa disciplina era amministrata da un gesuita, gli era permesso di esprimersi nella maniera più libera sui medesimi argomenti. E coloro che erano esperti di tali cose dissero: sì, non importa alla Chiesa cattolica ad esempio che l’esegesi non sia anche esposta liberamente all’università, bensì che gli individui che stanno dentro in essa diano una sicurezza assoluta che nonostante le loro concezioni liberali stanno fermamente nell’organizzazione, e questo lo raggiunge il gesuita in modo particolarissimo, stando fermamente nell’organizzazione. Allora gli è anche permesso di prendersi le sue particolari libertà.

Perché mediante l’organizzazione non è affatto distrutta l’individualità. Non è affatto distrutta. La singola personalità è proprio nella gerarchia ecclesiastica del cattolicesimo in alto grado libera. Ma a coloro viene chiusa la gola, che prendono le cose in modo simile al protestantesimo, che prendono le cose in modo tale da fare sul serio con il dogma; il cattolico fa solo sul serio con il simbolismo. In questi ultimi vi è sempre il pericolo che si tolgano la talare. Ma questo non deve essere. All’interno della Chiesa può accadere tutto; al di fuori della Chiesa nessuno deve mettersi.

Naturalmente una cosa così non può essere imitata. Ma può essere addotta a caratterizzazione del fatto che è stato trovato dall’altro lato: i tempi antichi si rivolgono all’individualità, ma hanno un’organizzazione tale che l’individualità non può divenire nociva. Nella vita statale è già passata l’epoca, in cui ci si accorse che questi due lati devono essere presenti.

Nella vita economica si tratta di trovare il passaggio dal liberalismo economico al principio associativo. Siamo ancora proprio in mezzo a quello che deve accadere. Questo è ciò che ci rivela in questa relazione l’essenza vera del momento storico mondiale: il principio associativo nella vita economica non significa nient’altro che quello che deve venire necessariamente di fronte agli sfaceli del liberalismo economico. E nel tempo moderno le persone semplicemente non hanno ancora, perché il pensiero è in certo senso inattivo, trovato il coraggio di passare all’attività, di passare dal pensiero liberale al pensiero attivo.

Ma ovunque è stato fatto il tentativo. Se state attenti, farete esperienze interessanti.

Ultimamente mi è capitato tra le mani un piccolo libretto economico della collezione Göschen. Lì si parla del liberalismo economico e si dice: è sorta la necessità di passare dalla forma economica individualistica a una forma economica di tipo sociale. E lì era necessario condurre sempre di più quella che era stata strutturata in modo individualistico alle amministrazioni statali: Socialismo di stato! Dunque nessuna traccia di una comprensione della necessità del principio associativo, bensì: Socialismo di stato! — E in un altro punto di questo libretto Göschen — proveniva anche da un Fuchs, ma non da un cattivo — si trovava la seguente frase: e la guerra mondiale ci ha proprio mostrato quanto giusto era questo modo di pensare; intende: di trasferire gradualmente ciò che gli individui hanno realizzato allo stato.

Mi dissi: ora devo però aprire il frontespizio. In quale anno è possibile a un uomo ancora scrivere questo? Trovai: 1918! Era l’ultimo termine in cui si poteva scrivere ciò senza dover essere chiamato sciocco. [Interruzione: mi perdoni, Signore: 1920! — Il Signor Blume mostra la nuova edizione]. Si tratta di sapere se si trova ancora nella nuova edizione. Qui sta «Ristampa». Se vi si trova ancora, ciò dipende dal fatto che le cose semplicemente nella loro stoltezza erano ancora rimaste così nel 1920. In verità! Non ha avuto la necessità di correggere la cosa dopo due anni! Non sono furbi, questi Fuchs. Ho aperto il frontespizio «1918» e dissi: potevano allora essere così le condizioni che l’uomo credesse che il trasferimento di ciò che come economia mondiale era uscito dal vecchio sistema, nella economia statale o addirittura nella economia cittadina — ricordo che proprio i comuni stanno immediatamente sull’orlo della rovina e presto crolleranno tutti insieme — fosse assolutamente giusto?

Ora, quello che voglio indicare è che il pensiero moderno semplicemente non ha ancora trovato il vero, giusto passaggio dall’economia liberale all’economia associativa.

Forse non sarà possibile affatto che qualcuno comprenda correttamente il principio associativo, se non si dichiara contemporaneamente nel pieno senso a favore della triarticolazione. Poiché nello stato unitario quello che funziona correttamente nell’organismo sociale tripartito agirebbe perfino nocivamente. E questo deve essere sottolineato con forza, almeno nella sfumatura che voi date ai vostri discorsi, che ad esempio colui che non ha nulla a che fare con la triarticolazione è colui che ora viene e dice: sì, vogliamo lasciare la vita dello spirito allo stato. La triarticolazione non la vogliamo. Ma la bipartizione — era stato persino accennato qualcosa di simile nell’Assemblea Nazionale di Weimar — sì, ma bipartizione! Questo va: di staccare la vita economica! — Ma ciò non va proprio per la ragione che una vita economica staccata, strutturata in modo associativo, avrebbe in sé nelle associazioni gli uomini che sarebbero completamente dipendenti dallo stato, cioè non germogliati dalla libera vita dello spirito, i quali allora influenzerebbero la vita economica nel senso dello stato. Sarebbe così che l’intera vita economica assumerebbe la mentalità dello stato.

Allo stesso modo non potremmo mai realizzare in realtà scuole libere come la scuola Waldorf, se ammettessimo che gli insegnanti venissero presi dagli ordinamenti statali, cioè che gli insegnanti dovessero portare con sé l’approvazione statale degli insegnanti. Se si dice, potremmo istituire una scuola libera, potremmo raggiungerlo però solo se trovassimo insegnanti con timbro statale, allora ciò testimonia che non si comprende la cosa. Poiché ciò non significa nient’altro se non questo, che ci si ferma all’antico e lo si rinnova solo nel senso moderno, cioè si getta sabbia negli occhi alle persone. E il tempo è troppo serio per questo. Quello che nel senso della triarticolazione deve essere rappresentato è quello che tiene in sé la vera triarticolazione, anche con il rischio che gli ordinamenti pratici a causa della resistenza delle persone non possano realizzarsi subito. La cosa più importante oggi è che l’idea della triarticolazione giunga possibilmente in molte teste. In questo modo arriveremo anche più rapidamente alla realizzazione pratica di essa.

E ora ancora una cosa metodicamente riguardante il fatto che non potete rappresentare l’idea della triarticolazione senza mettere a fondamento la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico, naturalmente in modo tactful e didattico-pedagogico corretto. Questo si può anche seguire dello sviluppo del modo di pensare nella vita sociale moderna.

Non è vero, sono sorte le più svariate utopie e si è sviluppato quel sistema che nel senso più ampio è diventato popolare presso la popolazione proletaria: il sistema marxista. Certamente, questo sistema marxista ha assunto molte forme. Revisionismo da un lato, leninismo dall’altro lato. Questo è un radicalismo tale che dice press’a poco: sappiamo sì che il marxismo non risolve la questione sociale, però funziona per la distruzione radicale di tutto ciò che esiste e poi viene un’umanità diversa, che ricostruirà di nuovo. Ma il sistema marxista sta comunque a fondamento di tutto ciò. Carlo Marx ha compreso come trovare la strada nelle anime del mondo proletario moderno. E per questo è anche possibile ai capi del mondo proletario agire con le concezioni marxiste sul mondo proletario. In una certa misura si deve perfino dire che questo marxismo — non tanto come vive come teoria presso Carlo Marx, quanto piuttosto come vive nelle concezioni delle masse proletarie più ampie — per la sua forma è la concezione della vita sociale moderna più contemporanea. Le altre, indifferentemente se rappresentate da praticanti o da professori universitari, sono sempre in un certo senso qualcosa di più arretrato.

Proprio perché il marxismo è la forma più moderna, deve anche essere considerato acutamente da coloro che ora vogliono qualcosa di veramente incisivo. Del tutto naturalmente non si può oggi parlare in qualche modo alle masse umane senza una consapevolezza chiarita, almeno una comprensione sentimentale, per ciò che il marxismo significa. L’essenziale è sì che il marxismo è quella concezione del mondo e visione della vita che meglio corrisponde alla situazione sociale complessiva del proletario moderno. Esso è semplicemente adattato all’intera concezione della vita sociale del proletario moderno. E se si combatte il marxismo puramente teoricamente, allora si fa in realtà qualcosa che non corrisponde alla realtà. Si combatte il marxismo e non si pensa che si è lasciato giungere appunto nella realtà a che il proletario moderno sia diventato così come è diventato. Questo risale alla negligenza del resto della popolazione. Ma in quanto si è lasciato che diventasse così come è diventato, egli non poteva fare nient’altro che prendere il marxismo come la sua concezione del mondo e visione della vita. Poiché questo marxismo contiene in sé del tutto per la concezione del proletariato la triarticolazione della vita sociale umana. L’operaio, divenendo marxista, ha dal marxismo la sua concezione della triarticolazione della vita sociale appropriata per la sua classe. Ce l’ha dentro.

Vedete infatti, nel tempo moderno è sempre più diventato costume di distogliere dallo studio del consumo e della sua trasparenza e di guardare al solo guadagno. Allora si aveva solo la necessità di lasciare di questo guadagno tanto che l’organismo sociale potesse ancora essere amministrato. Interessava uno, indifferentemente se aristocratico o borghese, solo

tanta parte dei frutti del guadagno, quanta riceveva egli stesso e quanta doveva cedere perché l’insieme tenesse insieme. Come si configurò questo presso le persone che per antichi privilegi o altre circostanze stavano dentro nell’organismo sociale reale? Cercavano di estorcere possibilmente tanto dal guadagno. Non si onorava il consumo, e ci si concedeva, seppure con borbottii, per ciò che era necessario al mantenimento dell’insieme, le tasse.

Che cosa fece il proletario moderno? Questi stava solo davanti alla macchina e fuori dal capitalismo. Non concedeva affatto in linea di principio certe tasse, se non crollava. Poiché non aveva interesse per la realtà del vecchio organismo sociale. Si interessava anche solo per ciò che restava dal guadagno. Poiché non stava dentro nell’amministrazione del capitale, così per lui questo divenne solo l’oggetto di una critica di quello che egli chiama plusvalore. Il rapporto del proletario verso il plusvalore, criticandolo, è lo stesso come presso il borghese quando concede borbottando le tasse. Il borghese, concedendo la tassa, non è penetrato fino a quello che sta dietro. Il proletario non è penetrato neanche. Ma ha esercitato critica. Ha considerato il plusvalore e ha esercitato critica. Questo dunque mostra che si tratta di aggiungere il positivo alla critica. Questo naturalmente sarebbe il principio associativo. Ma è dentro la teoria del plusvalore quello che dentro una concezione del mondo e visione della vita rappresenta al proletario l’elemento economico.

Il secondo, che vive nella teoria marxista, in quanto è la visione della vita e concezione del mondo del proletario, è la lotta di classe, che a sua opinione deve essere. È l’elemento politico-legale. Mediante il cammino della lotta di classe vuole conquistare i suoi diritti, vuole organizzare il lavoro e così via. È dunque il secondo territorio della vita sociale dentro. È solo il lato opposto a come è presso il borghese e gli aristocratici. Questi non escono dalla loro classe. Non hanno il talento di uscire dal classista nell’umano generale. L’operaio lo fa consapevolmente, ma naturalmente prende la sua classe. Così abbiamo dunque nel marxismo anche quello che si è formato nella vita moderna come l’elemento politico-legale, che ancora non ha trovato il passaggio all’elemento veramente democratico, che non è affatto realizzato da nessuna parte, verso il quale però si deve giungere, dove sul terreno del territorio politico-legale dell’organismo sociale tutti gli uomini, diventati maturi, si fronteggiano con uguali diritti. Questo è press’a poco quello che i rispettivi ceti hanno significato finora. Quando ancora, diciamo, prima della Rivoluzione francese vi era essenzialmente l’elemento aristocratico, questo era per sé del tutto democratico, ma al di sotto della sua classe l’uomo semplicemente cessava, non era più nel senso completo della parola uomo. Poi salì il borghesato. Questo era di nuovo per sé del tutto democratico. Ma al di sotto cessava di nuovo l’uomo. Quello verso cui tutto tende nel tempo moderno è la democrazia universale. Colui che stava fuori dall’organismo sociale come il proletario, questi costituiva la sua propria classe contro gli altri al posto dell’umano generale, che è così da definirsi, che in tutto ciò su cui si deve democraticamente parlamentarizzare, tutti gli uomini, qualunque cosa rappresentino, tutti gli uomini che siano diventati maturi, si fronteggiano trattandosi come uguali. Così abbiamo, io dico, anche nella lotta di classe quello che dobbiamo caratterizzare così: il proletario sa che deve — è in questo senso moderno — , deve venire qualcosa di tutt’altro che non c’è stato finora. Ma l’umano generale non l’ha imparato. Perciò parte dalla sua classe, invece che dall’umano generale.

E anche per lo spirituale il proletario ha il suo elemento all’interno della concezione del mondo marxista e della visione della vita. Questo è la concezione materialistica della storia. Nel tempo materialistico e nell’intera educazione del proletario moderno, che arriva solo al meccanismo della vita e non alla psiche e allo spirito, questa vita dello spirito nella concezione del proletario è del tutto naturalmente diventata la concezione materialistica della storia. Ma questa rappresenta la concezione e la visione della vita molto e largamente l’elemento spirituale.

Avete dunque il vivere radicale estremissimo di quello che l’umanità moderna vuole propriamente e in cui non sa aiutarsi, nel marxismo proletario. E dovete contrapporvi qualcosa che sia altrettanto fondato come il marxismo proletario per il proletariato. Qual è l’essenziale di questo marxismo proletario come concezione del mondo? L’essenziale del marxismo proletario come concezione del mondo è la mancanza di fede nell’uomo.

Questa mancanza di fede nell’uomo aveva nei tempi dell’antica saggezza primordiale dell’umanità la sua giustificazione, poiché allora erano forze divine che abitavano nell’interno dell’uomo e lo guidavano. Gli uomini sapevano di essere rimandati a quello che consapevolmente da profondità dell’anima riconoscevano come le rivelazioni degli dèi come forze direttrici per la vita. Allora era la mancanza di fede nell’uomo e la fede negli dèi. Quando era stato separato dall’elemento teocratico-ecclesiastico antico lo statale-amministrativo, l’elemento burocratico-militare, allora continuava a sussistere sempre questa mancanza di fede nell’uomo. Poiché allora nacque la fede, l’uomo come tale non può dirigere i destini, questo deve farlo lo stato. Lo stato divenne il bene, il feticcio. E questo condusse l’uomo, che ora era serrato nel sistema statale, alla mancanza di fede nell’uomo, alla fede nel feticcio esteriore. Naturalmente, non appena il dio scende, diventa sempre più e più un feticcio.

Il marxismo proletario è il terzo e ultimo stadio della mancanza di fede nell’uomo. Poiché il proletario si dice nella sua filosofia della storia materialistica: non è l’uomo che dirige i destini, bensì «le forze di produzione» sono quelle che lo dirigono. Noi stiamo come uomini inermi con la nostra ideologia. Come procedono i processi di produzione, così è l’andamento storico. E quello che gli uomini sono all’interno di queste forze di produzione è solo il risultato delle forze di produzione stesse.

Mancanza di fede nell’uomo e vera fede anche nel feticcio tangibile! Non vi è alcuna differenza principiale se il selvaggio africano, in un altro modo venuto in decadenza, adora un legno esteriore, lo rende un feticcio, o se il proletario europeo vede i mezzi di produzione e i processi di produzione come quello che dirige la storia.

Qui non vi è alcuna differenza logicamente principiale, è la nostra magia, superstizione! E questo dobbiamo vedere a sufficienza. In vario modo gli uomini sono venuti in decadenza. In Africa vi era anche un’antica saggezza primordiale. Poi è scesa nell’amministrazione; in Egitto lo vediamo. Poi decade. Il feticismo non è quello che sta al punto di partenza, bensì quello che entra nella decadenza. Al punto di partenza sta dappertutto la pura fede negli dèi, e nel decadimento sta il feticismo. Nei territori civilizzati, invece di adorare legni esterni, si è adorato le «forze di produzione». Le preghiere naturalmente sono state anche strutturate diversamente. Ma le «forze di produzione» e i «processi di produzione» sono stati resi beni, feticci. È l’ultima fase della mancanza di fede nell’uomo, la fase della mentalità economicamente superstiziosa.

Non vi è nemmeno principialmente differenza se si va come selvaggio africano con un incantesimo al proprio feticcio o se in un’assemblea proletaria moderna si raduna una comunità e si tritano frasi marxiste. La preghiera suona diversamente, ma bisogna rendersi conto di quale sia l’essenza interiore della cosa.

A ciò deve essere contrapposto quello che non è mancanza di fede nell’uomo, bensì fede nell’uomo. E infine si tratta di trovare la fede nell’uomo, la fede che nell’interno dell’uomo si rivelino le forze direttrici per la vita. L’uomo deve giungere a sé stesso, alla piena autocoscienza. Deve trovare la possibilità di dirsi: tutto l’esteriore è superstizione. Soltanto e unicamente le forze direttrici nella propria interiorità sono quelle che devono agire nella vita!

Ma per questo è necessario il coraggio di andare oltre la pura preghiera passiva e nell’afferramento del divino nel volere di avere una preghiera attiva. Questo passaggio alla preghiera attiva, all’attività interiore in generale, questo passaggio dalla mancanza di fede nell’uomo alla fede nell’uomo, questo è quello che come entusiasmo deve stare nei vostri cuori e anime. Dovete sentirvi come coloro che stanno al punto di svolta della storia, dove gli uomini devono essere condotti dalla mancanza di fede nell’uomo alla fede nell’uomo.

Non dovete dirlo alle persone, ma dovete voi stessi entrare nei podii con la consapevolezza di ciò, con la consapevolezza: ho il compito di insegnare all’umanità che le forze direttrici della vita devono essere colte attivamente nell’interiorità, che la vita nel futuro deve essere strutturata in modo tale che l’uomo si dica: io devo essere colui che fa le cose.

Era l’ultima superstizione della civiltà, che gli uomini non avessero la fede in sé stessi, bensì avessero la fede che «le forze di produzione» strutturassero la vita. E da questa superstizione sorse allora il terribile falso servizio nell’Oriente, dove è stato tentato di far permeare dal volere quello che non è determinato dal volere. La personalità che in modo ideale riunisce due cose che non appartengono insieme, l’interiorità passiva nella convinzione e l’attività nell’azione, mediante cui l’una distrugge l’altra, è Lenin. Lenin è la personalità che cristallizza nel modo più puro quello che viene dai tempi antichi, negli ultimi tempi. Esso cristallizza nel modo più puro quello che è diventato reale impossibilità, l’impulso di distruzione diventato reale, l’impulso di declino diventato reale.

Quello che conduce alla costruzione, quello che conduce a saturare di nuovo la vita sociale con forze vitali reali, è quando troviamo la possibilità di creare nell’uomo dalla mancanza di fede nell’uomo la fede nell’uomo, la fede che infine tuttavia si esprima così: quello che vivrò come felicità o infelicità, o come ordinamento sociale, o come qualcosa nella vita esterna, lo farò io stesso!

Questo non potete portarlo negli uomini senza indurirli allo stesso tempo con le vostre parole. Dovete portare gli uomini a quella fiducia, a quella fede nella loro propria essenza. E questo è quello che voi fondamentalmente dovete sforzarvi di raggiungere almeno nel vostro cuore. Come lo farete, questo dipenderà forse oggi ancora dalle vostre capacità. Ma questo, se vi abbandonate al compito con buona volontà, presto non dipenderà più da queste capacità, bensì la necessità del tempo afferrerà le vostre capacità. E crescerete oltre voi stessi proprio nel portare questa fede negli uomini, cioè che al posto della mancanza di fede nell’uomo deve subentrare la fede nell’uomo.

Questo è quello che voglio dirvi prima che andiate a tenere i vostri discorsi. Sentite la forza che può stare in ciò, se vi dite: ho il compito di fare sì che l’ultima superstizione e mancanza di fede nell’uomo riguardante l’uomo sia trasformata in fede nell’uomo, in attività interiore dell’essenza umana! Poiché su questo dipende il perseguimento di una vera ascesa. Tutto il resto condurrà solo alla propagazione di quello che è nella decadenza. Allora voi vi dite: quello che è nella distruzione, non lo si mantenga in vita. — Piuttosto applicate pure la parola di Nietzsche: lo si spinga ancora, affinché perisca più rapidamente! Ma si ami quello che non è di ieri e di oggi, bensì quello che è di domani!

Voglio, miei cari amici, che andiate come uomini di domani e dalle coscienze di uomini di domani formate le vostre parole nelle prossime settimane.

11°Presupposti necessari per gli agitatori: sostanza al posto degli slogan. La tripartizione del declino

Stoccarda, 1 Gennaio 1921

L’impeto alla nostra riunione è legato a un’idea che da tempo è stata discussa tra di noi qui nella «Società per la triarticolazione dell’organismo sociale». In realtà sarebbe necessario che ci preparassimo per l’agitazione della triarticolazione dell’organismo sociale in modo completo, cioè con un insegnamento più lungo e una discussione approfondita. La triarticolazione era come movimento dall’aprile 1919 calcolata per un’efficacia molto più rapida di quella che poi le è stata concessa. E perciò già all’inizio di quest’anno che ora è passato è stata sottolineata da me qui la necessità di riprendere l’agitazione per la Società per la triarticolazione non per mezzo di un trattamento formale di arte oratoria o simili, bensì per mezzo di un intendersi sulla necessità, di come nel tempo presente veramente serio e turbinoso si deve trattare una cosa come il movimento per la triarticolazione dell’organismo sociale.

Vediamo attorno a noi ogni sorta di agitazioni politiche, sociali e di altro genere e ovunque si vede come il modo intero in cui tali agitazioni sono condotte fondamentalmente oggi sta diventando estinto. Abbiamo infatti fatto la più cupa esperienza proprio nel tempo recentissimo su come si pensa e come si mettono in scena le cose, quando dal punto di vista della vita attuale deve essere propagato qualcosa, che per lo sviluppo di queste o quelle circostanze è necessario. L’abbiamo visto nell’assemblea della Società delle Nazioni a Ginevra, dove in realtà di tutte le cose di cui oggi dipende tutto si è parlato solo di sfuggita, dove in realtà non si è affatto entrati nella materia in questione e di cui si può dire che neppure una di esse è stata affrontata in modo tale che l’affrontamento avesse mani e piedi, come in coloro che se ne erano andati, gli argentini.

Ora, dissi che il nostro movimento per la triarticolazione era calcolato per un avanzamento più rapido di quello con cui in realtà è avanzato. Questo naturalmente dipende dal fatto che nell’epoca attuale dell’umanità, che non ha tempo, non è possibile condurre un movimento così in un tempo lento, poiché altrimenti la possibilità di portare una guarigione all’interno dell’Europa e specialmente dell’Europa centrale semplicemente svanirà. È una volta assolutamente necessario che ci si renda conto che stiamo entrando nel declino a una velocità folle, sebbene di tanto in tanto qualcosa possa portare questo declino a passare sopra.

Soprattutto dobbiamo intenderci su — e vogliamo farlo ora per mezzo di una questione concreta — quali siano le premesse necessarie di un’agitazione odierna, diciamo, o come la si voglia chiamare. Vedete, dissi, dalle discussioni che sono sorte. È stata l’idea di riunire qui circa cinquanta personalità, con cui sia raggiunto un intendimento sui metodi e specialmente sui fondamenti di una corrispondente agitazione. Poiché senza che in modo incisivo sia realizzata nel prossimo futuro un’agitazione su un grande territorio, non avanziamo per una cosa così complessiva come deve diventare la triarticolazione.

Ora sta proprio dinanzi a voi la votazione sul destino dei territori dell’Alta Slesia e noi possiamo fare molte cose, che realmente nella prossima volta dovrebbero accadere con tutta l’intensità qui, noi possiamo affrontarle nei pochi giorni che ci saranno concessi per questa questione particolare, solo per principio.

La prima cosa che oggi è necessaria — quella che non potremmo esprimere di fronte al pubblico, se vogliamo operare, con quelle parole con cui la esprimo ora, ma che però dobbiamo avere come fondamento nella scelta delle nostre parole, nella scelta di ciò che portiamo come materia — è la consapevolezza che alle vecchie configurazioni della vita pubblica semplicemente non si può annodare colui che vuole veramente portare alla guarigione le circostanze civili. Dobbiamo esserne convinti che tutte le questioni: si potrebbe forse fare un compromesso con questo partito, con questa associazione professionale e simili, lasciando questo partito, questa associazione nelle loro opinioni, nei loro usi di pensare e di sentire? — che tutte queste questioni debbono essere risposte da noi con no. Quando la Società Antroposofica ha iniziato il suo lavoro, ho sempre udito dai più vari lati: sì, a Monaco gli uomini sono così, allora si deve procedere così; a Berlino gli uomini sono così, allora si deve procedere così; a Hannover e altrove, allora si deve procedere di nuovo diversamente. Tutto ciò è semplicemente sciocchezza, non ha propriamente alcun significato, bensì significato ha unicamente che siamo chiari su quello che deve essere creato come nuovo e quale cosa deve essere conformata di nuovo, e che abbiamo la volontà di portare questo che deve essere conformato di nuovo agli uomini, che ci facciamo comprendere, come è possibile riguardante questo che deve essere conformato di nuovo, non solo in senso intellettuale, ma anche sentimentale.

La seconda cosa è, io lo vorrei così designare dicendo: abbiamo bisogno oggi di sostanza nel nostro materiale di agitazione, di vero contenuto. Con che cosa hanno infatti lavorato gli uomini, si può già dire, da secoli quando hanno condotto un’agitazione politica, sociale o di altro genere? Hanno lavorato con parole d’ordine, con frasi fatte e un nome che hanno inventato per queste frasi era: Ideali. — Hanno dunque nel loro senso lavorato con ideali. Ora, con ideali si può, se dentro c’è quello che negli ultimi secoli e specialmente nel XIX e XX secolo è stato così designato, con ideali si può fare impressione sul sentire e sul provare momentaneo degli uomini, si può entusiasmarli, si può portarli a che in circostanze si mettano a saltellare e a esprimere comportamenti di genere pazzo, però non si possono ottenere risultati più sostanziali con tale entusiasmo costruito su sole parole.

E ottenere risultati è di questo che si tratta oggi. Però risultati possiamo ottenere solo se diciamo: viviamo oggi in un ordinamento della società dove, io direi, il declino è pure tripartito.

Il declino è tripartito e nei luoghi assolutamente più importanti si mostra anche la, io dico, disorganizzata — non posso dire: organizzata — la disorganizzata articolazione del declino. Abbiamo un declino della nostra vita dello spirito, che infine è sfociato da un lato nelle confessioni ecclesiastiche e dall’altro in quello che gradualmente è venuto fuori dalle confessioni ecclesiastiche, ma che oggi non sa propriamente su che cosa stia e verso dove voglia fumare quando brucia, questo è la nostra vita scolastica. Queste due cose della vita dello spirito, la nostra vita ecclesiastica e scolastica, sono l’uno elemento del declino. Sono intimamente connesse con un ulteriore elemento da cui fondamentalmente è alimentato tanto la vita ecclesiastica quanto la scolastica: sono connesse con il principio nazionale. Poiché dai fondali del nazionale proviene dappertutto quello che si vuol portare nello scolastico, quello che vive nello scolastico. E d’altra parte si dirigono le confessioni, sebbene vogliano essere internazionali, per i più vari territori del mondo odierno specificate secondo le nazioni.

Un ulteriore elemento è quello legale-statale, il politico, che dappertutto naviga nel declino. Qui si tratta che finalmente si abbandoni quella che si potrebbe già dire nociva celatura delle circostanze, che oggi ancora nei medi paesi europei è rimasta come vecchia abitudine, non come quello che era prima. Ma si deve vedere una tal cosa almeno così chiaramente che ne risulti qualcosa di chiaro. Non ci si fa oggi alcuna idea di quanto corrotta questa vita politica della civiltà moderna era diventata a poco a poco, prima che la catastrofe del 1914 l’avesse provocata. Vedete, per questo si possono addurre molti esempi. Consideriamo solo uno. All’interno della Germania e dei territori limitrofi vi è ancora sempre un numero di persone che, come forse saprete, un certo individuo, di nome Helfferich, non lo considerano come qualcosa che su tutti i settori dove era attivo, era completamente un danno. Basta solo ricordarsi ad esempio che poco prima dello scoppio della guerra questo individuo Helfferich ha tenuto un discorso, nel quale ha detto: quello che alcuni sostengono, che la Germania potrebbe essere affamata in una guerra futura, questo mi sembra essere una mera teoria. Poiché allora, quando scoppia una tale guerra, tante potenze vi saranno coinvolte, che si deve già avere una grande sfiducia verso l’intera diplomazia tedesca, se ci si immagina che si avrebbe allora tutti contro di sé. Ma una tale sfiducia contraddice la mia capacità di comprensione. — Questo press’a poco ha detto questo individuo Helfferich poco prima dello scoppio della guerra del 1914. Ora, in tale affermazione vi è tanto di corruttela intellettuale — dico corruttela, perché contemporaneamente va dall’intellettuale nel morale — che proprio tale affermazione, debitamente considerata, ci deve fare chiaro in quale corruttela la civiltà moderna stia dentro.

Pensate un po’ a quello che è detto con questa affermazione: se accade quello che molti prevedono, che la Germania sarà bloccata da tutti i lati in una guerra futura, allora non si può avere fiducia nella diplomazia tedesca. Ora però si deve avere questa fiducia! — Pensate, tale uomo dice, si deve avere questa fiducia, il che significa, si deve gettare sabbia negli occhi alle persone, poiché egli aveva saputo che tale fiducia non era possibile. Oggi bisogna rendersi conto che, se si vuol continuare a lavorare con cose puramente irreali, in nessun modo si può veramente avanzare. Gli stessi vocaboli come «radicale» o «non radicale» hanno oggi fondamentalmente perso il loro valore, perché si tratta che per certe cose radicalmente più che prima si esprimano le cose. Soprattutto si tratta che si mostrino concretamente agli uomini proprio quelle cose che conducono al danno dell’umanità. Dobbiamo giungere a caratterizzazioni molto affilate non solo delle circostanze esistenti, ma anche delle personalità, solo allora possiamo operare in modo incisivo. E se da questo punto di vista considerate una questione come quella della votazione dell’Alta Slesia, allora dovrete essere anzitutto afferrati da un pensiero, dal pensiero: come ci si deve comportare verso la votazione come tale: tedesco o polacco? — Questo è il problema che si pone: tedesco o polacco?

Oggi ci si deve innalzare a considerare tali questioni anche da un certo punto di vista oggettivo umano, non da un punto di vista che ancora scaturisce solo dalle vecchie abitudini di pensiero — e siano pure quelle che si designano come nazionali — ; da un punto di vista oggettivo umano si devono considerare tali questioni. E nella misura in cui questo riuscirà, nella misura in cui avanzeremo.

E da questo punto di vista voglio mostrarvi, per quanto è possibile in questo breve tempo che può essere dedicato alla nostra comprensione, che dal punto di vista oggettivamente umano tutt’e due, sia tedesco che polacco, sono una disgrazia altrettanto grande; una disgrazia altrettanto grande per la popolazione dell’Alta Slesia, una disgrazia altrettanto grande per la Polonia, una disgrazia altrettanto grande per la Germania, una disgrazia altrettanto grande per l’Europa, una disgrazia altrettanto grande per il mondo intero.

Voglio propriamente mostrarvi che obiettivamente la questione: tedesco o polacco, per la popolazione dell’Alta Slesia proprio non può stare e che si tratta di giungere a un punto di vista di giudizio come quello della triarticolazione dell’organismo sociale è uno, cioè uscire da tutto quello che finora ha fornito punti di vista di giudizio.

Non è vero, se poniamo tali questioni, allora dobbiamo oggi poter avere il sentimento fondamentale che in tutto quello che viene intrapreso socialmente, politicamente ed economicamente vigono leggi, che non solo arbitrii vi dominano, che queste leggi si realizzeranno, che si può procedere con votazioni solo in modo tale che si proceda all’interno di queste leggi. Si può votare se conviene mettere una piccola porta del forno da questa o quella parte del forno; e si farà bene a intendersi su tali questioni con persone che ne sanno qualcosa. Però non si può certo votare se, dopo che si è messo il legno nel forno, ci si vuole accendere il legno solo con un fiammifero o invece con un pezzo di ghiaccio. Non è vero, la questione dello sviluppo della volontà deve essere posta in un giusto rapporto con le necessità dell’esistenza. Perciò non si può parlare dalla azzurra indeterminatezza della volontà, dall’indeterminato vago, neanche ci si può far procedere da questo un piccoletto popolo così situato in modo esposto a procedere alla sua votazione. Non si dovrebbe esitare, oggi dove tutto è fatto dalle vecchie abitudini di pensiero, a esprimere che questo conduce certamente nel declino. Non si dovrebbe oggi esitare a dire alle persone, anche se sembra pazzo, a dire alle persone il giusto. Poiché si può trattare solo di dire alle persone il giusto. Si deve, se si vuol parlare di questa questione, realmente partire dai punti di partenza da cui le forze che agiscono possono essere viste.

Vedete, proprio nello studio del carattere polacco si può osservare molto bene come sarebbe impossibile per un così situato territorio esposto il fatto di decidere per il semplice fatto di fluire nell’elemento polacco. E quando considerate il rapporto del territorio dell’Alta Slesia con il territorio polacco, allora vi si presenta già l’altro rapporto, il rapporto verso il territorio prussiano-tedesco.

Non basta giudicare l’elemento polacco come popolo e all’interno della politica europea eventualmente secondo le poche osservazioni che si è fatte con questo o quel polacco, o che si tratta e si considera secondo come sono stati accolti nella storia questa o quell’azione proveniente da polacchi. Tutto ciò non basta, bensì si deve diventare chiari su quale ruolo assai significativo ha giocato proprio il popolo polacco all’interno di un territorio comunque esteso europeo. Questo ruolo che il popolo polacco ha giocato è fondamentalmente assai caratteristico per lo sviluppo anche di altre circostanze politiche all’interno dell’Europa, e l’elemento polacco gioca molto, molto intensamente dentro le circostanze politiche dell’Europa.

Quando si considera la Polonia, essa è per una considerazione culturale-politica fondamentalmente così opportunamente situata, tanto rispetto agli influssi occidentali come rispetto agli influssi orientali, e mostra tali particolarità interne, questo popolo polacco, che si può dire: quello che era disposto altrove, anch’esso disposto, è venuto specialmente fin dal XV, XVI secolo a espressione particolare nel popolo polacco. Non si può considerare questa Polonia altrimenti, se non se vedete da un lato come nel suo oriente vi sono le antiche tradizioni culturali-politiche e spirituali dell’Oriente, e come in questo Oriente, mentre la Polonia attraversa tutti gli infiniti destini, il carattere russo moderno sale gradualmente. Non si può giudicare questa Polonia altrimenti, se non se prendete in considerazione come nel suo sud, da circostanze medioevali, questa ora sull’elenco morente stante Austria viene preparata per la decomposizione, e come allora infine il Deutsche Reich determinato per una breve esistenza si formò nel suo occidente.

Vedete, quello che la Polonia vive all’interno della vita europea è realmente connesso con tutte queste cose. Se si guarda agli inizi del XVI secolo, fine del XV secolo, si mostrano sul terreno della successiva Germania circostanze che propriamente nessuna continuazione immediata hanno trovato. Basta solo ricordarsi di nomi come Götz di Berlichingen, Franz di Sickingen, Ulrich di Hütten e così via, e si vede dentro a circostanze che allora esistevano e che nessuna continuazione hanno trovato.

Su che cosa erano costruite queste circostanze? Erano costruite sul fatto che una certa casta feudale c’era, sebbene questa casta feudale certamente poteva anche produrre personalità così forti, in certo modo ammirevoli, come quelle nominate, sebbene questa casta feudale si costruisse su una popolazione contadina ignorante, più o meno incivilizzata. E che questa casta feudale così agisse, che fondamentalmente il grande signore terriero sempre vivesse in mezzo agli altri, cioè quella popolazione contadina ignorante, e che il grande signore terriero anche esercitasse l’amministrazione e fondamentalmente esercitasse la sua corrispondente pressione sulla vita dello spirito, questo ha dato alla vita sociale nell’Europa centrale la sua struttura.

Ma questa struttura è stata appunto disciolta alla fine del XV, all’inizio del XVI secolo nell’Europa centrale, così disciolta che si può dire: all’interno dei territori che parlano il tedesco questa struttura è stata sradicata fino negli abissi della mentalità e al posto di questa struttura sorse quello che si è sviluppato principalmente negli Stati principeschi territoriali, che si è infine integrato a formare il Deutsche Reich: cioè l’organizzazione militare e burocratica dell’organismo sociale. Così dall’elemento feudale-aristocratico che si poteva costruire solo sulla larga base di una contadinanza incivilizzata, si diffuse lo Stato principesco territoriale su base militare e burocratica. E all’interno di questa Europa centrale, più caratterizzato in Prussia, questo divenne appunto mentalità; non divenne qualcosa che fu solo gettato sulla struttura della società, bensì divenne mentalità.

Non è vero, ci si potrebbe forse pensare due contrasti. L’uno uomo sarebbe un uomo intelligente stazionato all’interno della vecchia società di Götz di Berlichingen, che in qualche modo ha la possibilità di attivarsi. Come si attiva? Si attiva così che dalla sua conoscenza degli uomini per esempio amministra la giustizia, che dalle sue rappresentazioni religiose organizza la scuola, che si immagina che su un certo distretto non troppo grande si amministri la giustizia secondo buon senso umano. Così è organizzato quello che parla tedesco, fino al XVI secolo; allora si riorganizza, allora viene la burocrazia e il militarismo, e se ci si immagina l’uomo che non poteva esserci fino ai tempi di Götz di Berlichingen, allora è il tenente di riserva prussiano. Cioè, la possibilità di esistenza animica per lui è stata creata solo dal XVI secolo in poi. E non è vero, tenente di riserva, ciò significa unendo l’essere burocratico e militare. Questo non fu reso valido per l’Europa centrale solo all’interno di quei territori dove si poteva comprenderlo, bensì anche all’interno dei territori dove non si poteva comprenderlo. La nostra storiografia per esempio, la nostra storia è scritta in modo tale che vive questa mentalità dentro, e la nostra storia viene insegnata nelle scuole in modo tale che questa mentalità ci sta dentro. Tuttavia, perché a causa del carattere popolare tedesco questa trasformazione non poteva colpire lo strato più basso, non poteva colpire la struttura più intima dell’animico, per questo motivo gli Stati principeschi territoriali sono sorti propriamente, non un completo cesarismo, che solo nel XIX secolo mediante la guerra del 1870-71 è stato tentato, però non ha potuto essere realizzato.

Perché a causa delle più svariate circostanze storiche, che oggi sarebbe troppo andare nel dettaglio, la grande ondata, di rendere tutto Politico, Statale-Legale militarmente e di mettere la vita economica in catene tramite l’elemento statale, perché questa ondata è passata sull’Europa centrale, perciò è diventato così nell’Europa centrale.

Ora, se guardate la Russia, così avete nella sua struttura sociale anche quello che bruscamente nell’Europa centrale è stato abolito all’inizio del XVI secolo. Avete la larga, incolta, incivilizzata ceto contadino, che in qualche modo deve essere amministrato, che in qualche modo deve essere inserito in un organismo sociale. Anche lì l’organizzazione è già così presente come ad esempio nell’Europa centrale anche fino al XVI secolo; però non vi è il distacco tramite l’individualismo. Lì tutto in velocità folle è stato racchiuso nella centralizzazione zarista, così che quello che come mezzo in Europa tra il cesarismo e il popolo incivilizzato negli Stati principeschi territoriali esisteva, in Russia non è, e tutto tende a fare della persona, comunque sia determinata, semplicemente un burocrate o un militare, poiché il potere centrale è il determinante per lui. In modo diverso viene, da un lato in Russia, dall’altro in Europa centrale tedesca, quello annullato che propriamente è organizzazione popolare. Da un lato viene spinto nel cesarismo, dall’altro negli Stati principeschi territoriali.

E un terzo è l’Austria, l’Austria, che cresce tutta da circostanze patriarcali, che come tradizione familiare si perpetuano all’interno di una stirpe principesca. Questa Austria è gradualmente spinta a raccogliere i vari popoli puramente sotto il punto di vista del centralismo romano, che vuole amministrare, che allora assume certe arie democratiche, però che vuole amministrare il popolo in maniera medievale-spagnola.

In questi tre flussi vi è l’elemento polacco, che fondamentalmente si oppone a tutti e tre e che in un modo assai curioso si volge decisamente contro tutti questi tre flussi da una, io dico, disposizione interiore. L’elemento polacco prende sì da Occidente tutto quello che conduce negli abissi moderni: il parlamentarismo, il sistema scolastico e simili. Prende, io dico, tutto quello che diventa nella vita un elemento analitico, l’elemento del giudizio, della distinzione. Prende da Oriente l’elemento sintetico, la vita in grandi concezioni e idee. Vedete, l’analisi in certo senso nell’elemento polacco diventa sciatteria e la sintesi orientale in certo senso diventa fantasticheria. Certamente, questi due flussi sono sempre presenti: dall’elemento occidentale, dall’analisi ordinata la sciatteria e dall’elemento orientale la fantasticheria, l’entusiasmo vago e anche l’infedeltà; poiché l’infedeltà è solo il lato ombra della sintesi orientale, e la sciatteria è solo il lato ombra del pedantismo. Quando il pedantismo arriva al punto che non si può più seguirlo, allora crolla nel suo elemento opposto, la sciatteria. In Austria non vi è mancanza di prescrizioni penetranti per tutte le faccende della vita; l’essenziale era solo che nessuna prescrizione poteva essere osservata, perché in primo luogo si contraddicevano tutte e in secondo luogo ve ne erano tante che nessuno poteva occuparsi di tutte.

Come è venuto che questo polentume in Europa è sorto, quando comunque tutto attorno era qualcosa di tutt’altro? Come è venuto che questo polentume ha conservato con tenacia la sua particolarità e l’ha sviluppata ulteriormente? Ciò è venuto semplicemente da quello che, quando la grande ondata del carattere russo con i suoi piani di conquista naturalmente dati si è versata sull’Europa, per gli altri, che pure venivano in considerazione — non posso esporlo nel dettaglio ora, però si potrebbe — era necessario di reagire in modo appropriato a questo carattere russo. Soprattutto per il Regno prussiano e per l’Austria era necessario nel XVIII secolo di reagire all’elemento russo. Si può facilmente da un certo punto di vista rimproverare ai prussiani e agli austriaci di aver diviso la Polonia con la Russia; però non si pensa al fatto che, se non l’avessero divisa, la Russia sola avrebbe preso tutto. Non è vero, le cose devono essere considerate oggettivamente. Prussia e Austria si sono partecipate della divisione della Polonia perché non potevano permettere che la Russia sola prendesse la Polonia, il che altrimenti sicuramente sarebbe venuto. Ora, così la Polonia è stata divisa.

Ma vi viveva in questo popolo diviso fondamentalmente il forte persistere di quello, con cui nell’elemento tedesco nell’inizio del XVI secolo si era rotto: l’elemento nobiliare feudale con la larga base della contadinanza incivilizzata. Quello con cui anche in Russia esteriormente si era rotto, questo viveva tutto nel polentume. Il polentume conservava fondamentalmente nella sua struttura sociale l’europismo del XV secolo, che propriamente aveva ancora un elemento greco, grecità in sé. Ammiriamo la grecità, ma la grandezza della grecità si basa su quello che si dice che l’Europa ha superato nel XV secolo. Se guardassimo chiaramente, diremmo dunque: ammiriamo questa grecità con ragione in quello che la storia ne ha portato in alto; però d’altra parte diciamo, dove possiamo farlo: abbiamo in Europa raggiunto il massimo progresso per il fatto che ci siamo sforzati di superare gradualmente quello che si poteva costruire solo sulla base di un proletariato fondiario. Lo sviluppo in Europa fino al XV secolo era ancora orientato alla grecità, così che di questa «Europa greca» diciamo: questo è quello che non dà un’esistenza dignitosa. Una certa classe superiore, su cui per i polacchi è dipeso tutto, ha conservato per sé però interiormente questa mentalità greca, cioè di vivere in una classe superiore nobiliare con una contadinanza non differenziata fino alla borghesia e al proletariato, bensì semplicemente incivilizzata. E così era la sua disposizione quando è stato diviso, questo popolo polacco. Poiché non è vero, pensando del tutto, così il giusto pensare era solo questa classe superiore presso i polacchi. Questa ha cominciato a odiare terribilmente la Russia, la Prussia, l’Austria. Però ora vi erano dentro questo elemento polacco le persone su cui non dipendeva nulla, appunto la classe inferiore completamente incivilizzata senza intelligenza urbana e simile. E vedete, da questa viene ora una parte alla Russia, una parte all’Austria; così alla Russia, dove il polentume era all’interno delle circostanze russe, all’Austria, dove il polentume era all’interno della Galizia. E una parte viene alla Prussia, dove il polentume era nella Slesia e nella Pomerania. La classe superiore polacca non è diventata diversa, bensì si è comportata così nel corso ulteriore delle circostanze, come poteva comportarsi, in quanto si adattava il meno possibile alle circostanze, cioè quelle politiche.

Tuttavia la classe inferiore si è adattata già in un modo assai curioso. Naturalmente quello che è salito dalla classe inferiore, questo oggi si deve cercare come un nuovo fermento, cioè quello che da quella classe inferiore, che era sotto la superficie dell’elemento nobile polacco, è salito. Vedete, è curioso che propriamente questa classe inferiore sotto le circostanze che sono sorte dalla divisione della Polonia, ha ottenuto una struttura determinata solo allora. Tramite la struttura che era nella Polonia russa, la classe inferiore ha nel modo più eminente assorbito un elemento spirituale, un elemento spirituale che mira a un approfondimento del pensare e un approfondimento dello scientifico tramite un certo elemento religioso. In Russia fino alla rivoluzione non si è distinto la vita religiosa da quella scientifica. Lasciar fluire i pensieri scientifici, le percezioni della vita sensibile, in grandi idee sintetiche, onnicomprensive è quello che dall’Oriente tramite l’elemento russo è passato nell’elemento polacco. Senza questo influsso dalla parte spirituale della vita sociale, persone come Słowacki, Dunajewski e simili, non sono, come credo, nemmeno concepibili. Al contrario, in quella parte dell’essere polacco che è passato all’Austria, questa classe inferiore ha assorbito da Austria ancora il Legale-Statale-Politico. E questo è la ragione per cui da questo galiziato austriaco, cioè dal polacco fondamentalmente, sono uscite le teste politiche più raffinate e gli oratori come Hausner e Wolski. Queste persone non avrebbero potuto affatto sorgere all’interno del polentume, se questo polentume non fosse stato assorbito dai territori vicini, dove si poteva prendere dal carattere russo il sintetico e dall’austriaco la disposizione per il pensare costituzionale-politico. Un uomo come Hausner, che ha giocato un ruolo così grande nei settanta, ottanta anni del secolo scorso — era deputato da un posto polacco-galiziano — una figura così, o il suo collega parlamentare Wolski, questi sono orientati completamente verso quello che si potrebbe chiamare «teste politiche», non persone che necessariamente possono amministrare, però che in modo meraviglioso comprendono le circostanze.

Vedete, è questo, che oggi ovunque si parla di circostanze politiche senza avere sostanza nei propri discorsi. Ci si deve occupare di quello che è accaduto. In questo corso di agitazione non mi aspettavo che i singoli fossero istruiti nel parlare, bensì che materiale fosse fornito per l’agitazione, e da questo punto di vista parlo anche ora.

Quello che nel 1918 è accaduto, quello che è accaduto tramite gli eventi dal 1914, potete fondamentalmente trovarlo profeticamente espresso alla fine dei settanta anni del secolo scorso nel parlamento austriaco. È corretto che allora da persone come Hausner e Wolski sia stato parlato della caduta dell’Austria, dell’incapacità di dominare la questione proletaria e altre questioni, insomma, tutto quello che è diventato realtà è stato allora espresso nel parlamento austriaco. Le persone non si sono sbagliate in quasi nulla, eccetto che in due cose: riguardante il tempo e riguardante le possibilità del presente. Hanno visto il tempo dappertutto in modo fantastico distorto. Prendete un uomo come Hausner. Egli ha una volta in un discorso grandiosamente esposto come nel momento in cui l’Austria marcia in Bosnia, è stato posto il fondamento per il declino. Quello che agli altri più tardi si è illuminato, l’ha portato Hausner già nei settanta anni. Però si è sbagliato nel tempo. Ha creduto che sarebbe accaduto in dieci anni. Ciò proviene dall’elemento orientale; questo è presente persino nel sobrio Hausner, il fantastico. Vede il giusto, però lo vede distorto nel tempo. Quello che ancora aveva bisogno di due, tre, quattro decenni, lo predisse per il decennio successivo. E poi Hausner ha dato una volta una critica del germanesimo con completo travisamento del momento del presente, poiché se si legge questo discorso che egli ha tenuto press’a poco nell’anno 1880, così non calza affatto sulle circostanze di allora; è però con una certa crudeltà sensibile descritto quello che oggi è. Lì si sono sbagliate le persone, però è così che si può dire che la Polonia è stata specialmente stimolata da Oriente per il grande pensare sintetico, e specialmente è stata stimolata per la vita politico-statale, che è stata realmente in modo grandioso dominata da persone come Hausner e Wolski, da Austria. E perciò si deve anche credere — è questo assolutamente giusto e si mostra anche nella realtà — che quelle parti della Polonia che allora sono venute alla Prussia hanno ricevuto la loro particolare stimolazione per lo sviluppo della vita economica, e che perciò il punto di articolazione deve trovarsi nel trattamento di quelle parti della civiltà che sono venute dalla Polonia alla Prussia, nel trattamento della vita economica. I polacchi sono stati particolarmente dotati dalla Prussia nella vita economica, dall’Austria per il politico e dalla Russia per la vita religiosa-spirituale.

Abbiamo qui una triarticolazione che si mostra così, che i polacchi sono stati dotati dalla Russia per le grandi idee spirituali. Studiate una volta quello che si chiama il messianismo polacco, studiate le considerazioni di Słowacki, però studiate anche quello che i polacchi così quotidianamente dicono, così troverete che questo impulso viene da Oriente. Però studiate quello che vive nei polacchi, che li rende politici, che fondamentalmente li lascia essere dappertutto dove si tratta di fomentare cospirazioni e simili, così troverete che lo hanno dall’Austria. E troverete che hanno l’economico dalla Prussia.

Però con tutto ciò non è possibile ricostruire in alcun modo una Polonia, costruire uno stato polacco. Doveva l’Europa così frammentarsi che una popolazione determinata prendesse dalla Russia qualcosa di diverso che dall’Austria, cioè lo spirituale, e dall’Austria qualcosa di diverso che dalla Prussia, cioè il politico, e dalla Prussia l’economico; doveva dalla frammentazione sorgere questo. Si potevano bensì procurare i corrispondenti talenti per i tre settori, però non sorgerebbe nessuno Stato unitario da ciò. Si può costruire, però esso sempre di nuovo si disintegrerà. Non vi sarà mai una Polonia in realtà per tempi lunghi, perché non può esservi, perché nel momento decisivo la Polonia deve essere divisa, affinché i polacchi giungano allo sviluppo dei loro talenti. Così questa Polonia non vi sarà e oggi parlare di una Polonia è un’illusione e si dovrebbe fare di tutto per rendere popolare tali idee, come le ho ora abbozzate nel germe riguardante l’impossibilità di tali costruzioni statali come oggi vengono perseguite come stati unitari, si dovrebbe fare di tutto per rendere popolare tali cose. Si dovrebbe oggi infondere nelle anime delle persone la conoscenza che si rotola nella sventura se si dice: essere polacco. Deve dalla polacchità venire nell’umano universale, allora queste cose che storicamente si sono sviluppate nella triarticolazione diventeranno fruttuose. Prendete la cosa dal lato opposto: i polacchi hanno dalla Russia ricevuto le grandi idee sintetiche; così devono avergliele date i russi. Però non le hanno più, sono navigati nel bolscevismo. Non erano abbastanza forti per costruire un organismo. Vivono in un organismo sociale che completamente passa nella distruzione. Particolarmente caratteristico era ciò nell’Austria, in questo più straordinario parlamento del mondo dei settanta anni del XIX secolo, dove vivevano persone come Hausner, Dunajewski, Dzieduszycki e simili. Lì vivevano anche per esempio il vecchio ceco Rieger e il Gregr. Però vivevano anche persone come Herbst, Plener, Carneri — cioè tedeschi. Lì vivevano i cechi più eminenti, i polacchi più eminenti, i tedeschi più eminenti.

Riguardante i tedeschi si comportava similmente come presso i polacchi. Abbiamo di nuovo come la classe inferiore all’interno del cechiume tramite il vivere nelle circostanze austriache si formò a politici raffinati. Ci si diventa in Austria politici raffinati, si giunge a un’apprensione acuta delle circostanze politiche. Ciò però proviene dai tedeschi in Austria. E un uomo così come Otto Hausner con la sua apprensione acuta della politica, con i suoi presagi esatti del declino dell’Austria, ha detto una volta: se continuiamo così, allora fra cinque anni — esagera naturalmente — non avremo affatto un parlamento austriaco. Si è allora realizzato più tardi quando l’ha detto, però correttamente era stato predetto. Tali persone come questi non sono diventate possibili che accanto ai tedeschi dell’Austria, che propriamente hanno ricevuto questa forma del parlamentarismo dall’Occidente, l’hanno trapiantata nell’Europa centrale, questo ha fatto scuola. Però i tedeschi in Austria, loro sono coloro dai quali gli altri hanno imparato questa fine, acuta apprensione della vita politica. Ma essi stessi si comportano in questa apprensione come goffa il più possibile. È caratteristico che quello che gli altri imparano da loro e che diventa significativo per loro, che loro si comportano nel modo più goffo. Nel momento in cui entra nelle teste degli altri, diventa significativo per la vita europea come fermento. I tedeschi erano forzati a mantenere il territorio che abitavano. Non hanno potuto. I polacchi non avevano bisogno di mantenere nessuno, perché non avevano nessuno. Potevano sviluppare le idee come tali. Così questi tedeschi, loro non potevano far nulla con le idee, le hanno date agli altri e così hanno agito in modo tale che hanno minato il proprio organismo sociale.

Veniamo ora al terzo elemento: in Germania si è realmente sviluppata una vita economica. Si può dire che su tutto ciò che altrimenti si è sviluppato come vita economica nel mondo, la vita economica nell’Europa centrale tedesca ha sorpassato. Si sono sviluppate circostanze economiche gigantesche. Però esse sono cresciute nell’aria, non potevano stare in piedi. La Polonia poteva imparare molto da ciò, però i tedeschi non potevano continuare così a economizzare. Stavano andando verso la catastrofe. Questo sarebbe stato il caso anche se la guerra non fosse venuta.

Abbiamo così di nuovo una triarticolazione del declino europeo: dal lato spirituale in Russia, dal lato legale-politico nell’Austria, dal lato economico nella Germania.

A ciò si può veramente contrapporre solo la triarticolazione dell’ascesa, cioè la comprensione pienamente consapevole del pensiero della triarticolazione.

E ora ci si deve immaginare: vi è un territorio che oggi deve decidere se voglia appartenere a quello che dunque non può fondare nessuno stato, alla Polonia; oppure se voglia appartenere a un membro di quell’Europa tripartita che ha riunito tutti gli elementi per andare nel declino, Austria, Prussia-Germania e Russia, se cioè voglia appartenere a uno di questi tre membri, in questo caso alla Germania. Non dovrebbe tale decisione essere un’occasione per ricordarsi in che cosa consiste la salvezza oggi, dicendo: non ci occupiamo di quello che è sorto in Europa, bensì vogliamo mettere in questa decisione quello che deve venire di nuovo, i momenti dello sviluppo. Può essere possibile parlare in modo furbo, e mantenere quello che ho qui esposto per infurbo, però non potrà scaturire nessuna Europa ragionevole da quello che semplicemente così viene detto. Perciò è necessario che ci appoggiamo su circostanze positive, reali. Questo è quello che oggi in primo luogo voglio dirvi.

12°Illusioni riguardanti il futuro dell'Europa. La necessità di un'illuminazione comprensiva

Stoccarda, 2 Gennaio 1921

Mi dispiace che non possiamo avere a disposizione un tempo più lungo per le nostre discussioni. Riesco a darvi soltanto singoli stimoli dai punti di vista più svariati per il nostro specifico problema. Oggi pomeriggio poi affronteremo le singole domande che gli amici desiderano porre.

Ieri ho tentato, partendo da un certo legame storico, di chiarirvi l’assenza di prospettive che caratterizza una tale votazione come quella riguardante la questione dell’Alta Slesia, nelle attuali circostanze. Ma tale assenza di prospettive può presentarsi a noi ancora da vari altri lati. Succede semplicemente che tutte le persone che oggi pensano partendo dalle vecchie premesse si abbandonano a grandi illusioni riguardo al futuro della vita europea. Oggi in effetti si vive soltanto di illusioni. E coloro fra gli amici che si propongono davvero di agire per un miglioramento delle condizioni devono rendersi ben conto che possiamo avanzare soltanto nella misura in cui riusciamo a creare consapevolezza, e precisamente non soltanto una consapevolezza che parta da piccole situazioni, ma da quei contesti mondiali molto vasti che in effetti oggi interferiscono anche nelle situazioni dei più piccoli territori. Difficilmente riusciremo ad appoggiarci su istituzioni già esistenti e simili. Dovremo piuttosto raggiungere persone disposte ad accogliere le nostre idee, così da avere sempre più persone di questo tipo, e poi potere fare qualcosa con queste persone. E dobbiamo cercare di far capire a queste persone che, anche all’interno degli attuali rapporti, dovranno comportarsi in maniera corrispondente alle nostre idee. Vedete, se ieri abbiamo constatato che in fondo tanto la parte tedesca quanto quella polacca non hanno sostanzialmente alcun futuro all’interno dei vecchi rapporti di stato e neppure di quelli statali che si perseguono, possiamo tuttavia renderci conto anche che questa assenza di prospettive esiste sulla base di altri fondamenti. Naturalmente l’Alta Slesia è inserita nella totalità dei rapporti europei. L’aspetto particolare è soltanto questo: che deve in una certa misura decidere del proprio destino oggi. Questo deve essere considerato. Dovunque si diano decisioni, devono essere portati avanti i grandi punti di vista.

Consideriamo per un istante gli attuali rapporti europei da un punto di vista diverso da quello di ieri. Vedete, i rapporti economici dell’Europa sono tali che l’Europa centrale e orientale, per quanto riguarda tutto ciò che si è sviluppato dai loro vecchi fondamenti, va incontro a un rapido declino. Dai vecchi fondamenti economici, ma soprattutto anche da quelli statali e spirituali, non si può continuare a lavorare in Europa. Le persone che oggi si occupano delle condizioni pubbliche si fanno bensì delle rappresentazioni su questa rovina terribile, ma appunto le si fanno illusorie. Un’illusione principale dobbiamo vedere proprio fra le persone dell’Europa centrale e — per l’Europa orientale le cose non stanno diversamente — in questo: che si crede che sia possibile una comprensione con l’anglosassonità o con i paesi occidentali in genere secondo le vecchie condizioni. Una tale comprensione non è semplicemente possibile, e questa comprensione impossibile deve far inciampare anche una tale votazione come quella sulla questione dell’Alta Slesia. Deve inciampare su questa impossibilità. Non si può semplicemente votare dentro a quei rapporti che ora sono creati dalle autorità statali e dagli economisti dell’ex Intesa. Quali rappresentazioni può farsi un essere umano che in fondo pensa soltanto a metà — completamente non si pensa affatto — quali rappresentazioni può farsi sulla possibile restaurazione delle condizioni economiche e di altro genere europee? Potrebbe dire: la prima cosa possibile sarebbe una grande valuta-prestito da ottenere tramite l’America, sarebbero grandi anticipi. Sapete — cose del genere vengono discusse oggi — grandi anticipi, crediti che potessero provenire soltanto dall’America, verrebbero dati agli Europei, magari garantiti dai singoli stati che vogliono così consolidarsi, e per mezzo di una tale valuta-prestito la vita economica potrebbe essere elevata. L’Europa potrebbe di nuovo essere fornita di materie prime e di generi alimentari, e forse nel corso di 30, 40, 50 anni potrebbe avvenire un’elevazione delle condizioni economiche europee.

Questa rappresentazione è appunto completamente un pensiero dimezzato. Nessun governo in America sarà in grado di eliminare quelle resistenze che semplicemente risiedono nei rapporti europei. Gli stati europei non sono in grado di offrire garanzie sufficienti, anche quando si giunge a piccoli provvedimenti — ma secondo questa premessa a tali provvedimenti non si può neppure giungere — che realmente porterebbero a un miglioramento dei rapporti economici europei per mezzo di tali valuta-prestiti, per cui la paralisi della vita economica attraverso le differenze di valuta verrebbe in una certa misura differenziata. Ma così è escluso che su questa strada si raggiunga qualcosa. Si potrebbe ancora immaginare che su scala minore si procedesse ad avvicinamenti con singole persone nei paesi neutrali o nei paesi dell’Intesa o in America, che sulla base della fiducia concedessero crediti individuali ai singoli imprenditori nei paesi europei. Solo che un’azione di questo tipo potrebbe muoversi soltanto in un ambito piccolo secondo i rapporti sussistenti, perché le persone che si potessero trovare nei paesi neutrali o dell’Intesa per concedere tali crediti sarebbero così poche che a un miglioramento delle condizioni europee non si potrebbe neppure pensare attraverso questo minore dei due mezzi. Così la gente scivola dentro a tutte le possibili illusioni. Saltano per così dire dei termini medi e pensano all’organizzazione di una specie di associazione mondiale dell’economia, che dovrebbe svilupparsi dall’idea della Società delle Nazioni. Pensano a una specie di stato mondiale in cui tutta la vita economica fosse statalizzata, così che allora non venissero neppure considerate le singole passività nei paesi sconfitti. Ebbene, naturalmente questa è una terribile utopia, perché è ovvio che quello che si è mostrato riguardo all’efficacia della Società delle Nazioni è stato smascherato dall’assemblea a Ginevra. E riporre aspettative in una tale Società delle Nazioni, orientata appunto dal lato economico, è oggi completamente utopistico. Di che cosa si tratta oggi è che si guardi più profondamente in quelle che sono le forze di sviluppo dell’umanità, e che si cerchi di giungere a provvedimenti che realmente possono aiutare e devono agire. Tali provvedimenti possono essere ottenuti soltanto sulla base della triarticolazione, e nel momento in cui ci si abbandona all’illusione che senza la triarticolazione si possa fare qualcosa, si lavora semplicemente al declino. Pensate solo a quello che significa quando per esempio la popolazione dell’Alta Slesia vota per l’annessione alla Prussia-Germania. Questo significa appunto nient’altro che questa popolazione consegna sé stessa e il suo territorio a un territorio più grande che, se continua a lavorare come ha lavorato finora, deve assolutamente precipitare nella barbarie. Non può trattarsi di un’annessione a un territorio che non dimostri già di aver superato le vecchie condizioni. Questo non si mostra affatto negli ambienti decisivi della Prussia-Germania, al contrario è il caso opposto. Osserviamo così i fatti semplicemente in modo completamente obiettivo: un’annessione alla Prussia-Germania significa assolutamente una consegna di sé a condizioni impossibili.

Vedete, così arriviamo all’altra illusione che si fanno — e vogliamo entrarvi — le migliori persone dal lato dell’Intesa. Ci sono persone come Keynes, che ha un certo seguito, o Norman Angell, che ha un seguito altrettanto grande se non maggiore. Come pensano queste persone? Queste persone pensano che il Trattato di Versailles deve assolutamente essere rivisto, che sulla base del trattato sussistente non si può continuare. Ma perché pensano così? — Pensano così: l’Europa finora era nel commercio economico col resto del mondo. Se l’Europa precipita nella barbarie, se la sua vita economica si dissolve, allora — così pensano queste persone, particolarmente Norman Angell — allora si dissolve anche la vita economica non soltanto degli stati dell’Intesa — quella naturalmente si dissolve — ma anche la vita economica americana, perché allora non ci sarebbero più i mercati di smercio europei. Si abbisogna da ambedue i lati dell’Intesa e dell’America dei paesi europei, per potere con essi entrare in un fecondo commercio economico. Vedete, sulla base di questi fondamenti giudicano le migliori persone dell’Intesa.

Si può già dire che negli ultimi mesi sia stata detta qualcosa di davvero significativo in questa direzione, e che le persone che sono convinte dell’impossibilità del Trattato di Versailles e di tutto quello che ha conseguenze aumentino di numero. Ma hanno torto, vivono in un’illusione, giudicano appunto anche sulla base dei vecchi modi di pensare e di sentire. Non ci si deve ritirare sensibilmente davanti a crudeli verità. Semplicemente non è vero che la popolazione anglosassone sia costretta a stare nel commercio economico con l’Europa centrale e orientale. Tutt’al più è costretta soltanto a riorganizzare tutta la sua vita economica, a farsi un corpo economico chiuso in sé stesso e può allora continuare a stare benissimo, anche se in Europa muoiono di fame così tante persone. Sono cose ben intenzionate quelle che vengono dette, ma non sono vere. Probabilmente ci vorrebbero quindici-trenta anni finché la vita economica nei paesi al di fuori dell’Europa centrale e orientale potesse essere riordinata in modo che potesse sussistere in sé; la reale possibilità per tale riordinamento sussiste completamente. Se si fosse in grado di procedere come se la immaginano queste persone, allora quello che comunque qualcuno fa in Europa centrale o orientale partendo dalle vecchie premesse dovrebbe al termine — attraverso l’aggiramento della barbarizzazione — promuovere il mondo occidentale. Altro fondamentalmente non è da vedere partendo dalle vecchie premesse.

Si potrebbe immaginare che esistesse una maggioranza, soprattutto in America, che si sforzasse di lasciare semplicemente l’Europa al suo destino e fare del territorio terrestre occidentale un territorio economico chiuso. A questa condizione ci si dovrebbe assolutamente consegnare se ci si annettesse attraverso una votazione alle condizioni sussistenti nell’Europa centrale. Se ci si annettesse alla Polonia, non si farebbe neppure qualcosa di diverso. La prospettiva è già anticipata con quanto è stato detto. Non si farebbe neppure qualcosa di diverso se non consegnare sé stessi al modo di pensare dell’Intesa. La Polonia è bensì la protetta dell’Intesa, ma questo non le gioverebbe in tutti i casi decisivi, sarebbe consegnata alla rovina dei rapporti europei, oppure verrebbe trascinata negli eventi catastrofici che voglio proprio ora accennare.

Dunque, una votazione secondo entrambi i lati è un’assurdità. Dobbiamo innanzitutto tenere ben fermo questo proposito nella nostra anima: una tale votazione è un’assurdità. Sotto quali premesse potrebbe tuttavia avvenire in questo o quel caso, lo parleremo ancora in seguito. Dobbiamo essere completamente consapevoli che oggi il mondo non si può tenere con i pensieri che ci si è fatti prima. Questo si mostra particolarmente attraverso cose che ieri ho cercato di rappresentare. La Polonia, ho detto, ha mantenuto quello che l’altra Europa ha in una certa misura superato: una sorta di dominio aristocratico. Sotto questo dominio aristocratico si è sviluppata quella classe inferiore che ha acquisito gli impulsi della sua intelligenza e della sua capacità d’azione, direi, tramite una triarticolazione: da parte della Russia lo spirituale, da parte della Prussia-Germania l’economico, da parte dell’Austria, via la Galizia, il politico-statale. Questa classe inferiore si è in un certo senso inserita nei flussi borghesi che per un tempo hanno avuto il sopravvento in Europa, così che quello che si era formato in Polonia da questa classe inferiore insieme a quello del resto dell’Europa si è inserito nella borghesia. Ma oggi è ottuso nella sua efficacia, come la borghesia è generalmente ottusa.

Ora, esiste oggi semplicemente il fondamento più ampio e questo fondamento più ampio ci si presenta in un’immagine ingannevole oggi, in una vera immagine ingannevole. Ci si presenta a Occidente più come movimento operaio imborghesito, nel centro dell’Europa come più o meno una socialdemocrazia sfumata in questo e quel modo, e man mano che procediamo verso Oriente, ci si presenta sotto forma del bolscevismo. Le condizioni vitali del bolscevismo in Russia, le si deve semplicemente chiarire una volta. Peraltro il territorio della votazione schlesiana si trova molto vicino a queste condizioni vitali del bolscevismo, e ci si deve procurare una consapevolezza completa su queste condizioni vitali del bolscevismo.

Vedete, il bolscevismo deriva innanzitutto da questo, che la classe superiore, sia la classe aristocratica, sia la classe borghese, nei tempi moderni non ha trovato la possibilità di estendere il pensiero su quegli stessi ambiti su cui il lavoro è stato esteso e su cui soprattutto la volontà umana è stata estesa. Si è continuato a lavorare con i vecchi pensieri, si è costruito il commerciale, l’economico, si è attirata la massa ampia della popolazione, ma non si sono compiuti passi per venire incontro in alcun altro modo che attraverso i vecchi rapporti di stato a questa massa ampia dell’umanità. E si deve purtroppo dire: neppure oggi accade, perché nel modo in cui soltanto potrebbe accadere, non accade ancora. Questo deve essere la nostra preoccupazione principale. Poiché è un esempio caratteristico di come si sia portati alla consapevolezza le personalità direttive riguardo a quello che effettivamente si agita e ferve nella massa ampia dell’umanità. Non è accaduto per un cammino ragionevole. Il Ludendorff racconta egli stesso nei suoi ricordi che ha trasportato i capi del bolscevismo in Russia; dice che per lui era una necessità militare, e i politici sarebbero stati obbligati a stornare le terribili conseguenze di questa necessità. Così non nega che ha fornito i capi al bolscevismo in Russia, dice soltanto che i politici non sono stati abbastanza intelligenti per rimediare alla grande follia che aveva commesso. Cose del genere oggi sono possibili e vengono accettate. Così dai rapporti statali più antichissimi, da cui ha pensato Ludendorff, le personalità direttive sono state fornite al bolscevismo, non da una collaborazione ragionevole fra le persone che sanno qualcosa sul corso dell’umanità e quelle persone che vogliono bensì essere guidate, ma non vogliono essere guidate all’interno dei vecchi rapporti, bensì verso nuovi rapporti. Questo è qualcosa che deve essere riconosciuto con tutta la fondatezza. Dal momento della guerra mondiale non è più vero che soltanto i proletari antichi formino questa classe inferiore ampia. A questa classe inferiore ampia appartengono membri di tutte le classi precedenti. E neppure con questo fatto si fa i conti oggi. Non si fa i conti con il fatto che su quelle persone che si sono portate dietro ancora una certa intelligenza dal periodo prebellico, deve agire soprattutto con idee ragionevoli, così che sempre più un’intelligenza direttiva entri ragionevolmente nel mondo. Questa è la questione assolutamente più importante oggi, che gli occhi vengano aperti alle persone che si sono ancora conservate un po’ di intelligenza, così che diventino i veri capi. Senza questo non avanziamo. Vedete, due cose stanno avanti. Una è stata già accennata prima: la costruzione all’interno dell’Europa centrale e orientale non è possibile da fondamenti diversi che tramite la triarticolazione; non è possibile attraverso le persone dell’Europa centrale e orientale, ma neppure attraverso le persone dell’Intesa. Le persone dell’Intesa e dell’America potrebbero fare qualcosa soltanto sotto una premessa, sia nel legame con la concessione di prestiti su larga scala o crediti minori, potrebbero farlo soltanto sotto la premessa che avvenisse una significativa riduzione dei salari in Europa rispetto all’America. Ma allora il proletariato americano si opporrebbe subito, il proletariato inglese forse non lo permetterebbe neppure. Per ogni provvedimento che andasse in questa direzione, la rivoluzione verrebbe promossa nei paesi occidentali stessi. E questa è quella cosa che si deve assolutamente mettere davanti all’umanità nella prospettiva, che dalla classe inferiore più ampia, ora non da fuori, ma pensata dalla classe inferiore, la rivoluzione bolscevica arrafferà anche il mondo occidentale. Le personalità direttive dell’Occidente di oggi possono erigere quanti blocchi vogliano contro l’infezione bolscevica dell’Occidente; quello che viene da Oriente attraverso la trasmissione del bolscevismo non è per questi paesi occidentali la cosa principale, ma la cosa principale è quello che sorge da basso verso l’alto; questo è l’essenziale.

Ora oggi esiste già un numero di persone — e questo numero crescerà rapidamente — che comprendono che è completamente impossibile passare attraverso qualcosa di diverso che attraverso la rivoluzione, se si continua a lavorare nel vecchio senso. E così come nel vecchio senso alle persone è stato detto: dobbiamo fare una guerra perché sconfiggiamo la rivoluzione nella nostra patria, così non significa nient’altro se non che si deve lavorare — proprio fra le persone ragionevoli nel vecchio senso dell’Occidente — sulla seconda guerra mondiale. Non è altrimenti possibile se non che per allontanare il bolscevismo interno all’Occidente si deve lavorare sulla seconda guerra mondiale. Questa seconda guerra mondiale sta di fronte con tanto più certezza in prospettiva, quanto che non si può mai ottenere una comprensione a Oriente, non appena le cose siano giunte al culmine, per i provvedimenti economici dell’Occidente. A Oriente si unirà il modo di pensare che oggi viene alla luce in Russia persino con le rappresentazioni religiose dell’Oriente, e su tutta l’Asia sorgerà un’atmosfera, alla cui guida la popolazione giapponese e i suoi detentori di potere sono straordinariamente adatti, così che nelle confusioni economiche del futuro cadrà dentro la tensione Oriente-Occidente. La seconda guerra mondiale, che deve svilupparsi fra l’Asia e l’America, e quello che sta in mezzo, deve svilupparsi dai fondamenti economici assolutamente senza eccezioni. Sentite come dalle classi inferiori suona il grido: rivoluzione mondiale! Questo pensiero di rivoluzione mondiale, esso potrà essere avvolto in una nebbia soltanto attraverso questo fatto che questa seconda catastrofe di guerra mondiale viene scatenata. Non è altrimenti pensabile.

Così viviamo verso un tempo tale in cui lo stridore di conflitto fra l’America e l’Asia diventerà sempre più forte. Naturalmente i popoli che stanno in mezzo verranno trascinati in questo conflitto. Potete esserne certissimi che l’Asia con i Giapponesi alla testa starà di fronte a quello che viene da Occidente nella stessa situazione in cui l’Europa centrale era di fronte all’Intesa. La gente forse per un tempo si abbandonerà a fiducia nella vittoria dal lato dell’Oriente, ma come l’America fu decisiva in Europa, lo sarà anche in Asia. Ma si troverà il Ludendorff anche a Oriente, il quale manderà i capi necessari verso Occidente, per infettare l’Occidente in modo bolscevico, cioè in questo caso in modo asiatico. Si troverà anche fra i Giapponesi. E allora avete quella cosa per cui è disponibile l’atmosfera dalle classi più ampie, l’avete semplicemente presentato attraverso la seconda guerra mondiale. L’America deve stare davanti agli occhi, in cui un Lenin lavora come lavora ora il Lenin in Russia. Non ci si deve chiudere davanti a queste prospettive, ci si deve rendere consapevoli che le cause del presente disagio risiedono nel declino economico, che gli effetti risiedono nella barbarizzazione dell’umanità. Si può contrapporre a questo un’unica cosa, ed è questa che forse nel nostro contesto qui può essere espressa, ma deve permeare tutto il nostro agire, che però forse non può essere fatta diventare una materia di agitazione, perché nel momento in cui viene fatta diventare una tale cosa, viene subito messa a morte in questo momento storico mondiale.

Vedete, ci sono persone in tutto il mondo che, semplicemente perché giungono a un termine con il presente pensiero economico, statale e spirituale, cominciano seriamente a considerare questa triarticolazione. Quello che per esempio è sorto come reazione alla traduzione dei «Punti fondamentali della questione sociale» in inglese, è una prova pienamente valida di questo. E se fossimo già così forti che potessimo agire con sufficiente forza di spinta, allora, se potessimo usare il fatto che nei giornali inglesi è stato discusso i «Punti fondamentali della questione sociale», potremmo, finché l’atmosfera è calda, svolgere un’agitazione molto efficace. Ma ciò di cui manca, sono le personalità, è un numero sufficientemente grande di personalità che potessero agire in modo decisivo per la nostra causa. Questo ha portato al fatto che già nella primavera del 1920 ho indicato che dovremmo avere innanzitutto qui a Stoccarda cinquanta persone che discutessero fra loro e con me tutto quello che è necessario perché possa essere portato alla gente. Si tratta di questo oggi. Non esiste altro mezzo se non quello di illuminare un numero sufficientemente grande di persone. Per questo però è necessario un numero sufficientemente grande di illuminatori che parlino dai fondamenti. Perché potete esserne certi: se sviluppate quello che abbiamo discusso qui oggi e ieri, quello agisce; deve soltanto essere portato alla gente in un’ampiezza sufficientemente forte. Non basta se lo diffondiamo con un numero di dieci, ma dobbiamo poterlo diffondere con centinaia di agitatori.

È necessario che abbiamo sempre più personalità.

Dunque, come detto, dalla classe inferiore sale la consapevolezza su tutto il mondo che va incontro alla barbarie; ma devono essere presenti i capi, i capi che attraverso la loro qualità interiore possono capire completamente ciò che contiene la triarticolazione; questi capi possono esserci soltanto nell’Europa centrale. Questo è il paradosso che oggi è messo davanti all’umanità: che proprio nei territori che sono più oppressi, più sconfitti, vivono le persone che più possono capire l’uscita dai contorcimenti dell’umanità. In questo aspetto siamo davvero sufficientemente provati nell’Europa centrale. Riflettete, dalle migliori qualità del popolo tedesco si è sviluppato a partire dalla prima metà del XIX secolo il pensiero di un’organizzazione dapprima ideale di questo popolo tedesco. Quello che si è affermato come aspirazione all’unità, soprattutto dal 1848, è spuntato dalle più belle qualità del popolo tedesco nell’Europa centrale, era completamente un metallo nobile nello sviluppo culturale dell’umanità. E questo ha una qualità determinata in sé, alla quale occorre fare appello, ha la qualità in sé che non è disprezzato da nessun popolo della terra, non è odiato, ma al contrario è accolto da tutti, anche dai Polacchi, quando appare nella qualità come allora è apparso come idea politica in Germania.

Perché sono fondamentalmente fra quelle persone che più tardi nella cosiddetta Germania realistica sono state schernite come gli idealisti del ’48, alcuni che hanno espresso certe qualità nel modo più bello possibile. Al contrario sta di fronte a tutto questo quello che si è svolto negli ultimi decenni all’interno dell’Europa centrale, sia in Austria come in Germania. Là si sono sviluppate quelle cose che fondamentalmente contraddicono l’essenza tedesca, e sono proprio quelle che sono odiate in tutto il mondo, che il mondo intero maledice. Finché all’interno dell’Europa centrale non sia compreso che l’Europa centrale deve lavorare dai fondamenti che risiedono nello spirituale, che l’Europa centrale in virtù della sua intera missione storica non si può appoggiare su rapporti di potenza, ma soltanto su quelli spirituali, finché allora non è dato l’impulso per un’Europa centrale sviluppata, ma è dato soltanto l’impulso per il declino di tutta la civiltà. In questo aspetto davvero si può guardare indietro a Fichte. Vi attiro l’attenzione soltanto su due punti in Fichte, sulle ultime parole che ha pronunciato nei suoi «Discorsi alla nazione tedesca», in cui invita i Tedeschi a ricordarsi delle loro qualità proprie, a lavorare dal loro interno, perché così guardano più in alto il mondo. E dall’altro lato li ha esortati a rinunciare al dominio dei mari. Leggete nei «Discorsi alla nazione tedesca» quanto fortemente Fichte ha dissuaso da aspirare al dominio dei mari. Fichte è lo sfottitore della cosiddetta libertà dei mari. Questo veniva da un istinto profondo.

E vedete, nel momento in cui si toccano queste cose, si deve anche indicare che qui risiede la leva per la conversione. Leggete l’importante indicazione che allora non è stata compresa, come non è stata compresa la tutta la scrittura, l’importante indicazione che ho cercato di dare nei miei «Pensieri durante il tempo della guerra», vale a dire che il popolo tedesco è innocente della guerra. Leggete questa importante indicazione e leggete il titolo sulla copertina, che la scrittura è rivolta a Tedeschi e a coloro che non credono di doverli odiare; perché sapevo benissimo: soltanto presso persone così può essere compreso. Ma persone così non si sono trovate allora, anche se sono stato spinto a procurare una seconda edizione di questa scrittura. Naturalmente ho omesso di farlo, perché fondamentalmente vi si sono occupati soltanto le persone che hanno creduto di dovere odiare i Tedeschi. In Germania ci si è piacevolmente taciuti su queste cose. Il libro avrebbe acquisito significato soltanto se fosse stato preso in pieno nella sua base di fatto. Perciò ha dovuto sparire dal commercio librario. Volevo nel circolo di coloro che sono Tedeschi e che credono di non dovere odiare i Tedeschi, suscitare una certa atmosfera che era assolutamente presente nei fondamenti delle anime. Se questa atmosfera, come era allora intesa, fosse veramente venuta alla manifestazione, avrebbe allora formato un’atmosfera, cioè se si fosse visto fuori che c’è una tale atmosfera, allora sarebbe stato un lieto fine. Se si percepisse una tale atmosfera ancora oggi, risulterebbe ancora oggi in un lieto fine. Lasciatemi dire ancora il seguente, vi prego di considerare le parole che voglio leggere a voi proprio per il contesto in cui stiamo ora: «I Tedeschi non hanno spinto la loro governazione a entrare in guerra. Non ne hanno saputo nulla prima e non vi hanno acconsentito. Noi non vogliamo chiamare alla responsabilità il popolo tedesco, che esso stesso ha sofferto in questa guerra tutte le sofferenze che non ha causato lui stesso».

Vi domando, non concorda completamente questo con quello che ho espresso nel libretto «Pensieri durante il tempo della guerra»? Chi ha detto però queste parole sotto la pressione di certe persone il 14 giugno 1917? — È stato Woodrow Wilson. Qui risiede, se si afferra così la cosa, la possibilità di una comprensione sulla terra. Si deve pensare a questa piega anche oggi, ancora oggi, che nel momento in cui si affermi qualcosa in Europa che mostra che ha a che fare soltanto con lo sviluppo obiettivo dell’umanità e nient’altro, proprio nulla a che fare con un legame con vecchie cose, in quel momento da parte dell’Europa centrale si possa trovare una comprensione con il mondo. Nel momento in cui, anche soltanto in misura limitata, in un qualche punto si possa fare appello all’autodeterminazione delle persone nell’Europa centrale, deve mostrarsi che dall’essenza tedesca l’essenza tedesca non vuole nulla a che fare con tutti coloro che hanno un legame con i vecchi detentori di potenza, indifferentemente se sono vecchi uomini di stato oppure industriali che hanno cercato il loro profitto, completamente indifferentemente se si schierano dalla parte di Helfferich o di Erzberger o dalla parte della democrazia tedesca. Tutto quello che ha un qualche legame con quello che prima è entrato nell’epoca guglielmina deve essere escluso. E dal vero fondamento dell’essenza tedesca, al quale appartiene anche quella austriaca, deve essere trovato quello che può essere detto.

Perché allora concorda con quello che dicono quelli che si ricordano ancora della verità nel mondo intero. Perciò il più grande effetto nel mondo internazionale intero potrà essere provocato se un piccolissimo manipolo dice: vogliamo avere nulla a che fare con la Prussia come si è formata, vogliamo avere nulla a che fare con quello che è sotto la protezione dell’Intesa, sappiamo che dai fondamenti possono germogliare forze completamente diverse, vogliamo porci sul punto di vista della triarticolazione, non vogliamo soltanto una falsa autonomia come quella che emergerebbe, vogliamo una vera, autentica autonomia e ci organizzeremo provvisoriamente all’interno di questa vera autentica autonomia, faremo la votazione un reclamo contro il fatto della votazione. Questa è la necessaria conseguenza che risulta dai fatti della storia come anche da quelli dei rapporti internazionali attuali.

Certamente si può dire contro questo: una cosa simile fa sì che oggi ci si sieda fra due sedie sulla terra. Non lo farebbe, non lo farebbe se potesse essere sufficientemente reso popolare, e così rapidamente che almeno come cosa chiaramente percettibile comparisse fino al momento della votazione in Alta Slesia. Soltanto attraverso cose di questo tipo possiamo avanzare con il nostro movimento. L’unica cosa che ci sta di fronte è che non siamo in condizione, fino al giorno della votazione, di arrivare così lontano che quello che lì apparirebbe come protesta contro i fatti della votazione come tali, che questo potesse in qualche modo realizzarsi. Allora il lavoro su questo territorio diventerebbe davvero estremamente difficile fin da principio. Perché coloro che propagandano le nostre idee non troveranno altrettanto poco un appoggio da parte della Prussia-Germania come dalla Polonia. Così in effetti non hanno nulla da perdere, che non perderebbero comunque, sia che si realizzi l’una cosa o l’altra. È possibile che la cosa riesca soltanto se un numero sufficientemente grande di persone scaglia questo reclamo nel mondo. Allora anche oggi questo reclamo sarebbe efficace come se semplicemente il Kühlmann si fosse messo nel momento giusto nel Reichstag tedesco e avesse portato il prospetto di tutta la triarticolazione contro le idee wilsoniane. Perché in futuro non contino i compromessi della vittoria, ma il saldo stare in piedi su qualcosa che però si trae dal fatto stesso. E se riuscisse soltanto, favorito dal fatto della votazione, che un numero nel rapporto piccolo di persone — naturalmente sarebbero già migliaia — gridasse al mondo: noi, come Slesi superiori, vediamo un’assurdità nell’annessione all’uno e all’altro — questo lo si sentirebbe in tutto il mondo, diventerebbe un fattore nel mondo intero, perché appunto verrebbe favorito dal fatto che si svolge in legame con la votazione. Dobbiamo sforzarci che quello che abbiamo da dire non appaia soltanto settimana per settimana nel giornale della Triarticolazione, dove può essere quanto geistvoll è possibile, ma si diffonda tuttavia in onde che diventano sempre minori verso l’esterno, bensì dobbiamo stare attenti che là dove accadono cose importanti nel mondo, la Triarticolazione abbia una voce, che non stia semplicemente sempre al di fuori degli eventi, ma che realmente cerchi i momenti attraverso cui si può fare qualcosa, perché l’umanità è semplicemente ipnotizzata dalle cose che si svolgono. Credete veramente che l’Intesa guardi senza altro la Triarticolazione se qui propagandiamo teoricamente la Triarticolazione? No, i loro occhi sono ipnotizzati da qualcosa come la questione della votazione schlesiana. Quello che dicono alcune migliaia di persone, in questo vedranno quello che altrimenti sorvolano.

Queste sono le cose che nel momento presente qui dobbiamo considerare specialmente. Naturalmente, se non fosse possibile vincere un numero sufficientemente grande di persone, allora per i nostri amici potrebbe in circostanze rimanere altro se non dire: la Triarticolazione giungerà comunque a tal punto che dalla doglia del parto esce alla efficacia, e dalla necessità forse ancora un’intelligenza per la Triarticolazione si svilupperà all’interno del popolo tedesco; dunque votiamo provvisoriamente per l’annessione alla Prussia-Germania, nella speranza però che questa Prussia sprofondi. Ma questo è soltanto un surrogato, con questo ci adatteremmo a quello da cui soffriamo. Quello su cui dobbiamo stare attenti è di vincere le persone che possono essere attive nel nostro movimento, che possono essere attive nel senso della nostra Triarticolazione. E in questa direzione — non deve essere taciuto — non abbiamo agito con sufficiente forza risolutiva.

Dovunque abbiamo bisogno di seguaci che possono agire, ci mancano oggi. Quelle persone che abbiamo sono assolutamente operai energici; ma in effetti devono essere dappertutto. Per loro il giorno dovrebbe forse non avere 36 ore, ma 64 ore o ancora di più. Lo sanno anche le poche persone che effettivamente lavorano con efficacia all’interno delle nostre file. Abbiamo bisogno sempre di più personalità, e se ci riusciamo di attrarre sempre più personalità, allora certo arriveremo a una propaganda della Triarticolazione nell’Europa centrale, così che si possa fare qualcosa. Ma non dovremmo lasciar passare inutilizzato un momento così favorevole in cui potremmo mostrare al mondo cosa significa la Triarticolazione. Il mondo si occuperebbe allora di essa.

Se quello che è il nostro appello dell’Alta Slesia diventasse noto, il mondo si occuperebbe della Triarticolazione in una misura straordinariamente grande, e questo dobbiamo causare, senza questo nel presente non si va più avanti.

Questa è quella cosa che deve davvero essere sottolineata specialmente, che quelli che si sono ora proposti di agire all’interno della popolazione dell’Alta Slesia per la propaganda della nostra causa devono inscrivere nei loro cuori. Non si può dire che si debba propagandare la Triarticolazione in generale, questo non è stato possibile fin dall’inizio. Vedete, io, avendo la Triarticolazione in sottofondo, durante la cosiddetta guerra mondiale una volta ho portato il fatto che qualcuno si è straordinariamente impegnato per la fondazione di un proprio servizio stampa a Zurigo durante la guerra mondiale. Potei chiarire a qualcuno che dalle vecchie condizioni di stampa non si può raggiungere nulla. La cosa era tanto avanzata che una volta un martedì — devo sempre raccontarlo di nuovo e di nuovo — mi fu detto: c’è ogni prospettiva che nei prossimi giorni poteste trasferirvi a Zurigo per installare lì il servizio stampa. — Il giorno dopo è venuto il rifiuto dal grande quartier generale, che era onnipotente, con l’informazione che dentro la Germania tanti uomini aspettassero un tale posto, che non si poteva eleggere per questo uno Austriaco. Ebbene, si deve soltanto pensare a cose simili per avere un sentimento per come, poiché tutte le parole che prima erano state coniate dall’idealismo della nostra epoca non hanno più significato, come si deve guardare alle cose quando diventano chiare dalla Triarticolazione. Se una volta da qualche parte il grido riuscisse a risuonare nel modo appropriato, allora funzionerà.

Vedete, dovete esserne consapevoli: finora gli ostacoli al progresso dell’umanità che prosegue risiedevano nel fatto che il movimento veramente spirituale era stato legato per lunghi secoli a rapporti di potenza esterna, a costellazioni esterne. Riflettete soltanto al fatto che tutto il progresso borghese, e con esso si collega tutto quello che abbiamo ottenuto nelle arti e nelle scienze, che questo semplicemente si collega alle formazioni di città, dunque che proprio per il fatto che le città divennero direttive, è venuta tutta l’ascesa degli ultimi secoli. Finalmente non si era più in grado di avere a capo quello che viene dalle città. Ci si rivolse al vecchio stato, quello doveva ora diventare direttivo. Questo fallirà sempre, indifferentemente che sia intrapreso dalla socialdemocrazia o dai bolscevichi o sia intrapreso da persone intelligenti qualsiasi, fallirà sempre contro il contadiname della terra. In questa direzione si possono fare in Svizzera per esempio studi veramente interessanti. Quando in Svizzera le persone erano molto vicine a una sorta di rivoluzione, era il contadiname che vi si opponeva. La Svizzera deve esclusivamente al contadiname il fatto che la rivoluzione che incombeva non scoppiò. Qui si vede chiaramente questo contrasto fra il vasto contadiname e quello che si erge da strati culturali singoli: erano le città, era lo stato e così via. Soltanto in Russia la cosa era andata diversamente. I 600.000 uomini che sono veramente pervasi dalle doglie bolsceviche in Russia non fanno la cosa; ma quello che fa la cosa è che l’intera massa vasta del contadiname aderisce a Lenin e che questa intera massa vasta crede di avere la prospettiva di ricevere terra. Soltanto se Lenin rimane, crede il contadiname, potrebbe esserne spedita in tal modo. Se Lenin capovolge, non avrebbero la terra.

Quale è l’unica soluzione nella grande questione culturale del futuro dell’umanità? Naturalmente questa cultura dipende dal fatto che ci siano capi spirituali. Questi capi spirituali dovevano, così si può formulare, dovevano finora ritirarsi attraverso costellazioni di potenza particolari, ritirarsi nei castelli, poi ritirarsi nelle città, dovevano ritrarsi nell’ordinamento statale, perché non c’era atmosfera per crearne un’organizzazione che come tale fosse direttiva per il riconoscimento. E questa è l’unica possibilità, crearne una che sia indipendente da tutte le altre costituzioni sociali, che la fonte delle culture superiori sia riconosciuta da sé. E fra questo organismo spirituale e l’ampio organismo economico starà allora l’organizzazione politico-giuridica, come fra il sistema del capo e il sistema del ricambio sta il sistema ritmico. L’unica soluzione delle questioni del futuro è dunque un’istituzione della vita spirituale che agisca immediatamente attraverso sé stessa. Vedete questo come l’ho cercato di sviluppare nei miei «Punti fondamentali della questione sociale». Nel momento in cui ci si fa spingere indietro dall’obiezione che si voglia creare un’aristocrazia spirituale, allora non si comprende ancora la cosa. La creazione di questa organizzazione spirituale conduce da sola avanti. Una tale è in fondo anche, come corrisponde alle vecchie condizioni, la Chiesa cattolica. È indipendente da formazioni di città e così via, ma oggi non ha più una missione, è conclusa. Che essa possa essere organizzata a una grande sembianza di potenza, questo risiede nel fatto che ha un’istituzione tale che è indipendente da rapporti di potenza esterni. Perciò deve essere creata un’organizzazione spirituale che semplicemente non sia dipendente da nient’altro che da sé stessa. Per questo deve essere risvegliata l’intelligenza.

E, se si trovano i cammini giusti, così si può risvegliare questa intelligenza; perché non è più il proletariato del periodo prebellico che forma lo strato ampio, ma sono altre classi già spinte giù, e vincere queste, senza riguardo alla loro posizione di classe, quello è oggi il nostro compito, ma non soltanto predicandone queste idee, bensì, quando si tratta di cose concrete, agendovi secondo. RISPOSTE ALLE DOMANDE Stoccarda, 2 gennaio 1921

Innanzitutto mi sono state sottoposte alcune domande, e penso che nel corso della discussione emergeranno ulteriori cose attraverso ciò che avete nel cuore. Qui sorge per prima una questione veramente importante:

Come comportarsi nell’agitazione nei confronti della Chiesa cattolica?

Vedete, si tratta anzitutto di questo: finché è possibile, sarà necessario non assumersi nessun atteggiamento nei confronti della Chiesa cattolica, anzi, finché si può, mantenersi il più possibile obiettivi ed evitare di entrare in un campo che tocchi in qualche modo la Chiesa cattolica. Naturalmente, questa questione si presenta diversamente nelle regioni qui in questione rispetto ad altre regioni europee. Perciò non si potrà certamente mantenere nei confronti della Chiesa cattolica lo stesso atteggiamento ovunque, come invece occorre fare nelle regioni che possono in qualche modo essere messe in relazione col polentismo. Dovete considerare che per lo sviluppo della Polonia stessa la Chiesa romana-cattolica ha un’importanza straordinaria. Il polentismo ha infatti accolto la religione cattolica occidentale e l’ha fusa in misura molto forte con l’intera cultura polacca. Mentre il resto dell’Europa si è emancipato — in moltissimi ambiti della vita umana, soprattutto della vita dello spirito — dalle confessioni religiose propriamente dette, in Polonia la confessione cattolica agisce in modo significativo nella vita polacca. Vedete, la vita culturale in Europa negli ultimi secoli è in realtà nata proprio dall’emancipazione dalla vita ecclesiastica. Dovete naturalmente considerare che questa vita culturale ha potuto mantenersi in certo modo libera dall’influsso della Chiesa cattolica per il fatto che gli strati superiori della società, allo stesso tempo, hanno trascurato — cosa che stamattina ho dovuto rappresentare come particolarmente grave — di esercitare influsso sugli strati inferiori del popolo.

Vedete, per comprendere meglio di cosa si tratta, devo già ricorrere a un confronto con circostanze diverse da quelle che sono qui in questione. Vorrei partire da un fenomeno concreto. Vedete, per colui che — come me — è venuto dall’Austria alla Germania negli ultimi tempi, cioè tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, è risultato evidente che il sistema liceale tedesco nella sua strutturazione interna, soprattutto nel suo trattamento dei contenuti didattici, era notevolmente inferiore al sistema scolastico austriaco. Il sistema scolastico medio austriaco — non il sistema scolastico popolare, ma il sistema liceale e il sistema scientifico — era stato fondamentalmente costruito negli anni Cinquanta sotto l’influenza dell’amministrazione scolastica di Leo Thun. Costui era un uomo clericale fino al midollo, che avrebbe volentieri fatto confluire l’intera amministrazione dell’Austria nel clericalesimo. Quando si mise a riformare i licei, creò una costituzione fondata in modo oggettivo, affatto non contestata dal clericalesimo, che soltanto più tardi è stata rovinata dal regime pseudo-liberale. Quando poi verso la fine degli anni Ottanta ho preso posizione contro il regime pseudo-liberale del signor von Gautsch, molti mi hanno espresso la preoccupazione che si sarebbe tornati indietro verso il clericalismo. Lo stesso fenomeno si esprime ancora in un altro modo, cioè nel fatto che ancora nella mia gioventù i comuni libri scolastici — proprio quelli per i settori più scientifici e matematici — erano stati scritti da monaci benedettini. E quando altri hanno iniziato a scrivere i libri, i libri sono diventati astratti, burocratizzati, mentre quei libri scolastici dei monaci benedettini erano straordinariamente buoni. Inoltre, dal punto di vista politico, ciò che era il liberalismo in Austria deve sostanzialmente ricondursi all’emancipazione dalla Chiesa cattolica. Questo si è sviluppato dalla Chiesa cattolica. Un certo processo in Europa riguardante la liberazione della vita dello spirito è stato impedito dalla fondazione del protestantesimo. Il protestantesimo non ha agito affatto liberativamente sulla vita dello spirito, anzi ha provocato una reazione. Il protestantesimo a un certo punto è diventato popolare. In tal modo ha esercitato una certa pressione sulla formazione culturale, che è stata costretta a tener sempre conto della religione protestante, che appariva come più progredita, mentre già al momento della nascita del protestantesimo, in contrasto col cattolicesimo, si era arrivati al punto di sentire: bisogna uscirne. Se il protestantesimo non fosse stato fondato, da tempo in Europa si sarebbe già andati oltre il principio cattolico. Ma sapete anche che il protestantesimo ha contribuito a che il cattolicesimo si consolidasse, per esempio attraverso la Controriforma. Il gesuatismo è stato creato come reazione, come formazione contrapposta al protestantesimo. Ora il protestantesimo è penetrato in alto grado nella vita erudita mondana. Prendete coloro che hanno operato come filosofi in Austria. Erano per lo più persone che non hanno manifestato alcun influsso dal dogma della Chiesa cattolica e simili. Al contrario, potete dimostrare con fondamento serio come il kantismo non è nulla se non il protestantesimo trasformato in filosofia. Questo deve essere assolutamente ribadito: quella posizione peculiare che Kant ha assunto riguardo alla fede e al sapere non è nulla se non il principio protestante tradotto in forma filosofica. Questo ci mostra che il cattolicesimo era in via di dissoluzione, ma che il protestantesimo ha contribuito al suo consolidamento.

Tutto questo continua a operare in tutte le manifestazioni che ho poi descritto nel mio libro «L’enigma dell’uomo» riguardanti la vita dello spirito austriaca. Questa vita dello spirito austriaca è stata resa possibile unicamente dal fatto che la Chiesa non è stata presa in considerazione affatto. Una cosa che sarebbe stata impossibile in ambienti protestanti, dove tutto è permeato dalla Chiesa.

Non voglio dire che la Chiesa nel senso letterale vi incide dappertutto, ma tutto il modo di pensare è permeato dalla Chiesa. L’intero sistema scolastico anche nei paesi protestanti ha acquistato una nota pietista, beghina, mentre il sistema scolastico in Austria per esempio era completamente libero da questa nota beghina, eccetto per ciò che i corrispondenti parroci hanno introdotto nelle ore di religione a parte. Per esempio, gli austriaci che sono qui presenti, sebbene i giovani siano già cresciuti sotto il regime liberale, non potranno dire di aver notato nelle ore di storia o di geografia un cristianesimo confessionale così puro come lo si poteva notare nelle scuole tedesche. Tutto questo deve essere assolutamente considerato. Vedete, in un certo periodo i benedettini stessi hanno tenuto molto a passare per liberali, e il formare concetti — il che aveva una grande influenza sulla formazione culturale generale — la formazione concettuale andava meglio sotto l’influsso formale cattolico che il sottigliume, spesso in realtà non afferra le cose, della formazione concettuale entro il protestantesimo.

Ora, questo vale riguardante il cattolicesimo nelle regioni che non hanno nulla a che fare col polentismo. Il polentismo invece ha accolto il cattolicesimo in un momento in cui era forte, ragion per cui la sua propria formazione si è fusa molto fortemente col cattolicesimo. Ma ha creato qualcosa di diverso, e proprio questo rappresenta la forza del polentismo entro il cattolicesimo e ha rafforzato sostanzialmente il carattere nazionale polacco: il polentismo ha compreso come nazionalizzare il clero. Nessun altro popolo ha saputo fare questo. Il clero polacco è nazionale-polacco e pensa, sente e percepisce assolutamente in modo nazionale-polacco. Ora però stiamo di fronte a un fatto: la Chiesa cattolica ha l’intenzione di aumentare il suo potere con tutti i mezzi a sua disposizione. Il protestantesimo in quanto tale è infatti condannato a morte. Intendo dire che non dovete farvi illusioni: è negli ultimi stadi dal punto di vista della storia mondiale,

si è irrigidito come religione confessionale dogmatica, è degenerato in pura funzione di predicatore. Una Chiesa non potrà mai sostenersi se si basa sulla pura predicazione del dogma. Le Chiese possono sussistere unicamente nel culto, in ciò che astrae dal dogma come tale. La Chiesa cattolica nella sua costituzione genuina non pone l’essenziale nel dogma, e su questo vi richiamo l’attenzione su qualcosa che deve assolutamente essere considerato.

Vedete, tra gli antroposofi ci sono sempre persone bene intenzionate, ma che tengono a non afferrare i fatti. A volte è quasi una vera e propria mania non afferrare i fatti, e questo si manifesta appunto nel campo che ci interessa, nel fatto che gli antroposofi spesso preferiscono enfatizzare che ci si farebbe amico qualsiasi confessione, qualsiasi comunità confessionale, se ci si avvicinasse il più possibile a essa. Nel caso della Chiesa cattolica potete aumentare l’inimicizia nella misura in cui tentate di avvicinarvi al suo dogma. La Chiesa cattolica odierà un’altra comunità tanto più nella misura in cui vi trova somiglianza, o nella misura in cui trova che si sta cercando la verità cristiana. Perché la Chiesa cattolica ha il fine di evitare scrupolosamente la verità cristiana e di rendere il potere della Chiesa il più grande possibile. Questo è lo scopo della Chiesa cattolica. Non la vincerete per il fatto di diventare sempre più cristiani. Potete riconciliarvi con essa unicamente se siete semplicemente uomini su cui la Chiesa cattolica possa giurare come su uomini appartenenti a Roma. E non potete riconciliarvi con essa in nessun altro modo.

Ora la Chiesa sente di potersi presentare di fronte agli eventi mondiali in modo tale da ritenere di poter ancora aumentare notevolmente il suo potere. Sapeva benissimo che costruire sul fondamento delle dinastie non poteva più aiutarla molto, perché di solito è meglio informata degli altri. Sa anche che quelle dinastie che oggi ancora tengono la corona sono in via di estinzione. Perciò non si vorrà volentieri unire con ciò che sta tramontando. Al contrario, la Chiesa cattolica utilizzerà proprio l’ascesa delle masse popolari per aumentare il suo potere. E la Chiesa cattolica utilizza tutto ciò che può avere a disposizione, utilizza cioè anche ora nella sua grande politica mondiale, che talvolta ha una nota di genialità — geniale nel senso che l’umanità dovrebbe essere sempre più incatenata dalle catene di Roma — utilizza qualcosa come la nazionalizzazione del clero polacco; e la Polonia avrà un ruolo essenziale nel gioco che la Chiesa cattolica conduce. Dunque, la Chiesa cattolica, secondo me, vedrà nella nazionalizzazione qualcosa che vorrà molto bene incorporare nel suo gioco entro la grande politica mondiale. Perciò si tratta soprattutto di essere vigili dappertutto rispetto a ciò che emana dalla Chiesa, di andare il meno possibile contro la Chiesa se non si è costretti a una difesa.

Siamo per esempio costretti a ciò adesso in Svizzera. Ma si tratta di agire dalla cosa stessa e di ignorare la Chiesa, di lasciarla da parte, finché non ci attacca. Naturalmente, poiché le sta a cuore di eliminare dal mondo tutto ciò che non è cattolico, ci attaccherà; ma dovremmo evitare di intrattenerci con essa finché in qualche modo possiamo. Se allora non riuscirà più a starcene col fare che ignoriamo la Chiesa, allora si tratta di non intrattenerci in nessuna discussione sulla dogmatica. Nel momento in cui ci intratteniamo sulla dogmatica, praticamente dobbiamo necessariamente perdere; perché l’essenziale non è dimostrare in qualche modo che i dogmi della Chiesa cattolica sono falsi. Se cioè si prendono i dogmi fondamentali, a parte quelli nati da ragioni politiche, tutti conducono a un passato molto remoto. E quando si comincia a capirli, si acquista anche rispetto per loro. Infatti il danno della Chiesa cattolica non risiede nei suoi dogmi, ma nel fatto che ne abusa e che inoltre, grazie all’enorme tradizione che possiede, con una logica così sottile — una logica che si potrebbe desiderare per i filosofi tedeschi, che non ce l’hanno — è in grado di difendere i dogmi sempre ancora più intelligentemente di quanto si possa attaccarli. Si tratta dunque unicamente di mettere di fronte al grande mondo la Chiesa cattolica nella sua debolezza morale. Noi ci limitiamo per esempio in Svizzera a dimostrare che i rappresentanti cattolici diffondono menzogne nei nostri confronti. Lo stesso fanno nella medesima misura i rappresentanti protestanti. Tutti si dedicano sostanzialmente alle menzogne e alla falsa presentazione. Ora, si tratta di trovare sempre occasione di smascherare la gente come bugiardi. Non troverete quindi da nessuna parte la menzogna così fitta quanto proprio presso i rappresentanti delle confessioni religiose, e perciò è necessario dedicarsi proprio a questo aspetto e vedere come si possa provare ai popoli la loro falsità.

Vedete, c’è una certa gradazione riguardo alle menzogne. Al primo posto vengono le Chiese, al secondo posto viene soltanto la stampa, e al terzo posto vengono allora i politici. È presentato in modo completamente obiettivo e non da emozioni. L’entusiasmo della menzogna è provocato da cose che si possono ottenere soltanto attraverso l’educazione entro la Chiesa. L’entusiasmo della menzogna nella stampa è provocato dalle condizioni sociali, e nella politica la menzogna è propriamente — potrei dire — una continuazione nella vita civile di ciò che è assolutamente normale nel militarismo — con il quale la politica è strettamente collegata. Se si vuol battere un nemico, si deve ingannarlo. Tutta la strategia è costruita su ciò; lì si deve imparare a ingannare. È sistema. Questo viene poi attraverso la parentela tra il militarismo e la politica trasmesso anche alla vita civile. Ma lì è metodo, mentre negli altri due ambiti, nella stampa e tra i rappresentanti delle confessioni, è entusiasmo della menzogna.

Queste cose non sono neanche radicalismo quando vengono presentate così; è semplicemente un fatto obiettivo. Il male sta nel fatto che attraverso il pregiudizio degli uomini una grande parte degli uomini non vede ancora che è semplicemente impossibile stare entro una confessione e dire la verità. Vedete, si può diventare una personalità tragica entro una confessione; ma non si può avere un ufficio entro una confessione e dire la verità. — Non è possibile affatto oggi, così che dunque l’atteggiamento nei confronti della Chiesa cattolica potrebbe caratterizzarsi in questo modo: ignorare il più a lungo possibile gli scopi della Chiesa e poi mettersi a mostrare le falsità nel dettaglio. Allora almeno si percorrerà un cammino dettato dai fatti.

13°Risposta alle domande: Chiesa cattolica in Polonia, lingua dell'agitazione, suggerimenti pratici

Stoccarda, 2 Gennaio 1921

Domanda: innanzitutto si è stabilito di presentare alla popolazione l’appello in lingua tedesca; ai giornali polacchi però sono state date già inserzioni pubblicitarie. È consigliabile pubblicare l’appello anche in lingua polacca?

Rudolf Steiner: io ritengo che sarebbe bene avere l’appello anche in lingua polacca, anche se l’appello potesse essere diffuso soltanto in minima misura, e diffonderlo anche in lingua polacca il più possibile. Mi sembra assolutamente necessario che si sottolinei l’internazionalità dell’intera azione in questo modo.

Signor M. Bartsch: gli alta-silesiuani sono contrapposti come cane e gatto e poiché per il momento ci rivolgiamo soltanto alle grandi città, dove il 70 per cento della popolazione è tedesco, crediamo che questa gente verrà già da noi con un pregiudizio se sentirà che l’appello è stato pubblicato anche in lingua polacca. Vogliamo prima conquistarli e poi pubblicare l’appello anche in lingua polacca. Ma possiamo ancora dare seguito ai suggerimenti qui nell’ultimo momento.

Rudolf Steiner: con un secondo e un terzo tentativo non si tratterebbe soltanto di una maggioranza tedesca. In campagna si ha molto probabilmente a che fare con una maggioranza decisamente polacca e sarebbe già necessario che si riuscisse a lavorare con questa questione almeno la popolazione rurale. Allora dovremmo avere un appello in polacco.

Osservazione: purtroppo il polacco della Slesia superiore non riesce a leggere l’alto polacco, capisce soltanto il cosiddetto polacco dialettale. Possiamo quindi soltanto rivolgerci ai circoli dirigenti.

Rudolf Steiner: naturalmente non è necessario avere l’appello in lingua polacca se ci si trova durante l’agitazione in una società dove tutti capiscono il tedesco, dove i polacchi capiscono il tedesco. Ma in ogni caso dovrebbe averlo, così da averlo a disposizione se necessario. Dovrebbe averlo anche in modo che la popolazione rurale possa leggerlo.

Osservazione: non riescono affatto a leggere il polacco, neanche il cosiddetto dialetto polacco. Perfino i relatori parlano tedesco a loro, perché non riescono a farsi capire col loro alto polacco.

Rudolf Steiner: ma in linea di principio l’appello dovrebbe averlo in polacco. Si potrebbe essere cauti nel distribuirlo. C’è una certa sensibilità presente. Di questa se ne è avuta soprattutto in Austria una buona esperienza, che addirittura gli altri si detestano e allora non si va avanti. I cechi per esempio si sono intesi molte volte in lingua tedesca. Questo è il caso in Boemia, come affermate per i polacchi in Slesia. Tuttavia il massimo danno è stato causato dal fatto che i cechi sono stati trascurati. Dunque, si dovrebbe avere l’appello in lingua polacca.

Domanda: dove emerge che i polacchi hanno ricevuto stimoli dai tedeschi dal punto di vista economico?

Rudolf Steiner: credo che gli amici devono saperlo direttamente dalla vita. Infatti un certo carattere commerciale prevale proprio tra coloro che dal polentismo si sono gradualmente inseriti nel germanesimo e che proprio attraverso questo cambiamento hanno acquisito mentalità commerciale. La leggerezza del carattere dell’anima polacca lo ha provocato, e credo che si potrebbe semplicemente attraverso lo studio della vita commerciale provare come nelle regioni dove si parla polacco-tedesco mescolato l’elemento polacco agisce sulla vita commerciale, e precisamente in modo tale che coloro che come polacchi hanno imparato il tedesco sono commercianti più scaltri degli stessi tedeschi. Lo potrete provare. E soprattutto sono commercianti come non potevano diventare nella comunità polacca stessa. Cercate di paragonare quanto sia antieconomico un polacco finché resta polacco. Cercate di stabilire che cosa diventa se riceve un’impronta tedesca. Naturalmente questo deve essere provato dalla vita immediata, ma può comunque essere provato.

Domanda: è consigliabile che nelle assemblee si prenda una risoluzione unitaria, per esempio presentando al pubblico la triarticolazione come la nuova possibilità, o di inviare la risoluzione alla commissione dell’Intesa?

Rudolf Steiner: in questa azione il migliore sarebbe che spontaneamente qualcosa emergesse dall’assemblea stessa e non venisse artificialmente prodotto. Questo sarebbe il migliore, se non fosse per nulla necessario fare artificialmente una risoluzione, ma se emergesse dall’assemblea. Non so se avete notato se esiste una tendenza a ciò o meno. Non credo che sia una grande perdita se tali risoluzioni non vengono redatte letteralmente. D’altra parte avrebbe tuttavia una certa impressione forte se, a prescindere dalla redazione, si potesse giungere ad avere un’espressione di opinione unicamente per il fatto che si spingono i popoli a esprimersi alla fine in una sorta di votazione su ciò di cui si tratta. Cioè, se si portasse avanti con la massima cautela possibile in modo che la gente dica che vuole considerare il pensiero della protesta contro la votazione. Allora naturalmente successivamente, poiché l’azione sarebbe completa soltanto per il fatto che si riuscisse ad avere un numero maggiore di uomini, dovrebbe essere predisposto un registro di coloro che protestano. Questo dovrebbe essere predisposto soltanto dopo la votazione.

Domanda: si dovrebbe portare la notizia all’Agenzia dei Telegrafi?

Rudolf Steiner: credo che non ci sia nulla contro. Lo si dovrebbe comunque fare. Ma forse qualcuno sa suggerire qualcosa di meglio.

Osservazione: recentemente è stato sottolineato che l’Agenzia dei Telegrafi avrebbe stretti rapporti con Stinnes, e sono stati espressi dubbi sull’instaurare affatto rapporti con l’Agenzia dei Telegrafi.

Rudolf Steiner: l’Agenzia dei Telegrafi si rifiuterà forse. Si deve pensare a trovare mezzi e vie per far penetrare le cose nella stampa quotidiana.

Osservazione: Nessun dubbio.

Rudolf Steiner: ammesso che anche se esiste un rapporto tra l’Agenzia dei Telegrafi e le imprese Stinnes, non vedo quale dovrebbe essere il dubbio per quanto riguarda il trasferire all’Agenzia dei Telegrafi le notizie destinate da noi a essere diffuse. Se per esempio un’istituzione gesuitica si prestasse a diffondere le nostre notizie, avremmo motivo di non dare queste notizie ai Gesuiti?

Osservazione: Stinnes stesso ha una volta parlato di un’organizzazione che approssimativamente corrisponderebbe alle associazioni, ed è conosciuto nei circoli proletari. Se ora il pensiero della triarticolazione apparisse in questa stampa, allora forse sarebbero riempiti di sospetto.

Rudolf Steiner: se si tiene conto di tali cose, oggi difficilmente si può far nulla nel mondo. Con ogni azione si possono avere dubbi per il fatto che si devono utilizzare certi usi secondo questo o quel rapporto — è soltanto un’usanza se si vuol utilizzare l’Agenzia dei Telegrafi. Dunque non vedo come ci si dovrebbe evitare di incappare in gente che viene da noi con sospetto. Si dovrebbe praticamente istituire un proprio servizio telegrafico. La connessione dell’Agenzia dei Telegrafi con ciò che vogliamo da essa è poca cosa rispetto a ciò che riguarda la sua connessione col consorzio Stinnes.

Domanda: come ci si dovrebbe comportare comunque nei confronti della commissione dell’Intesa?

Rudolf Steiner: la cosa naturalmente sta così, che si può dire: comunque ci si comporti nei suoi confronti, questo rapporto diretto con essa inizialmente non avrà grande significato. Perché questa Commissione ha tutte le ragioni per essere apparentemente completamente neutra per il momento, e non si occuperà di nulla che per il momento si opponga alle sue intenzioni. Sarebbe davvero ingenuo credere che si potesse effettivamente raggiungere qualcosa presso la commissione dell’Intesa. L’unica cosa che si potrebbe fare sarebbe, come già abbiamo detto, semplicemente trasmettere alla commissione dell’Intesa la cosa, cioè semplicemente dirle: questo presentiamo. Questa sarebbe l’unica cosa che potrebbe entrare in considerazione; ma non è possibile alcun conteggio sulla commissione dell’Intesa. Ci si dovrebbe rivolgere a essa? In quale forma? Quando? Ritengo che ci si dovrebbe rivolgere a essa soltanto se la si vuol informare. Se si fosse naturalmente così forti da essere in grado di negoziare con essa, allora si potrebbe discutere al riguardo. Difficilmente porteremo avanti più di una forse dimostrazione molto forte che incida sulla volontà dell’umanità. E dobbiamo restare contenti di questo. Ma non possiamo neanche desiderare che la commissione dell’Intesa acquisti influenza. Vogliamo restare indipendenti da essa.

Domanda: in quale letteratura accessibile si possono procurare i fondamenti per ciò che è stato detto nel primo discorso?

Rudolf Steiner: questa è la domanda generale che potrebbe riguardare tutto ciò che è storico. Oggi è possibile procurarsi chiarezza sul vero corso della storia europea soltanto tentando di raccogliere le cose senza riguardo alla presentazione corrispondente della storia.

Lì devo dire, se volete procurarvi la letteratura su ciò che ho presentato: sì, in realtà quasi tutto ciò che la storia offre come letteratura è una prova di ciò, bisogna soltanto saper leggere tra le righe. Non esiste una letteratura particolare per questo, ma tutta la letteratura storica vi rimanda. Dovete soltanto vedere i fatti nella giusta luce. Se vi limitate a prendere alla lettera un uomo come Lamprecht o simile, non avete il materiale per ciò. Ma se prendete ciò che deve essere letto tra le righe, potete trovare dovunque le prove per questa cosa. Non è per nulla necessario richiamarne una letteratura speciale.

Domanda: come dovrà strutturarsi la propaganda nell’Impero al di fuori dell’Alta Slesia? Numero speciale del giornale? Opuscolo eccetera?

Rudolf Steiner: qui naturalmente deve regnare straordinaria cautela. Si potrebbe naturalmente prendere posizione da fuori su come dovrebbe decidersela la questione della Slesia. Ma credo che un’assunzione di posizione decisa al di fuori dell’azione stessa potrebbe in circostanze straordinarie disturbare molto. Cioè, per esempio un’assunzione di posizione nel giornale della triarticolazione, un’assunzione di posizione direttamente agitativa potrebbe sotto circostanze disturbare straordinariamente l’azione. Invece ritengo che sarebbe utile se, dopo che i nostri amici hanno cominciato a lavorare energicamente, il mondo venisse illuminato su ciò che accade, e precisamente in modo tale che il mondo non creda che l’azione stessa sia portata da fuori. Perché sarebbe il massimo danno se si credesse che la cosa venisse portata da fuori verso la Slesia. Gli slesiuani non sopporterebbero questo e il mondo direbbe: questi dovranno non immischiarsi da stranieri.

Domanda: la Slesia ha un grande ruolo dal punto di vista economico. Non è possibile un mutuo sostegno attraverso la giusta comunicazione di ciò che accade in Alta Slesia?

Rudolf Steiner: lì possiamo fare molto di tutto. In una relazione possiamo introdurre le conseguenze economiche per il mondo e questa è infatti una cosa che purtroppo data la brevità del tempo non ha potuto essere discussa così esaurientemente come sarebbe stato desiderabile. È infatti del tutto così, che si potrà mostrare quali conseguenze economiche avrà per il mondo il fatto che realmente l’Alta Slesia nel nostro senso si unisca in protesta né alla Polonia né alla Prussia-Germania. Mediante ciò l’economia dell’Alta Slesia verrebbe liberata. È anzitutto mia opinione che mediante ciò sarebbero conquistate le simpatie del mondo, il che dal punto di vista economico comporterebbe anche un forte sostegno del mondo. Ma inoltre sarebbero naturalmente da considerare le conseguenze economiche dirette. Si otterrebbe mano libera economicamente soltanto per il fatto che si realizzerebbe ciò che vogliamo. Inoltre la politica peserebbe sull’economia della Slesia. In questa direzione si possono certamente scrivere articoli per mostrare ciò che il mondo avrebbe dalla liberazione dell’Alta Slesia. Ma non ritengo che si debba scrivere direttamente nel tono: che questo o quello dovrebbe verificarsi. Se adesso vi presentate, quando l’agitazione in Alta Slesia comincia, allora deve andare colpo su colpo, altrimenti non ha senso alcuno. Allora naturalmente sarà presto il caso che possiate apparire con articoli che esaminino la questione in modo tale che si costruisca sulla vostra agitazione, cioè si prenda questa agitazione come punto di partenza. Che vi si rimproveri che la cosa proviene dall’Associazione per la Triarticolazione, non si può evitare. Ma nel momento in cui si comprende, e si deve dare al mondo una comprensione di ciò, che la triarticolazione non è una cosa stuttgardale, ma qualcosa che vale altrettanto per chiunque — è un impulso umano — in quel momento non si può dire che le persone che agitano in Alta Slesia non avrebbero di per sé la comprensione. La triarticolazione non è qualcosa che si importa, ma una cosa completamente umana generale.

Osservazione: forse in Germania si potrebbe fare questo, se si tratta il quesito della votazione con grande cautela, se lo si usa nelle conferenze come esempio didattico?

Rudolf Steiner: ma è già contenuto nell’appello. Questo aspetto della questione naturalmente può essere discusso dappertutto, poiché non è limitato all’Alta Slesia. Qualcuno che è adeguatamente introdotto nelle circostanze potrebbe per esempio trattare la Cecoslovacchia sotto questo punto di vista o altri territori, soltanto non l’Alsazia. Durante la guerra l’Alsazia ha fornito un esempio didattico; ma ora non potrebbe, perché si trattava di non permettere agli alsaziani di assumere posizione oggi. Questo avrebbe soltanto un’opinione da stranieri. In Alsazia non è per il momento affatto una discussione. Gli alsaziani si sono rassegnati ad appartenere alla Francia, come si erano rassegnati ad appartenere alla Germania. Prima dell’esito della guerra la cosa avrebbe dovuto essere discussa, allora c’era la possibilità, allora il problema alsaziano era un esempio didattico. Oggi è la Cecoslovacchia, è l’Iugoslavia, sarebbero anche i cosiddetti Stati periferici russi e soprattutto la Russia stessa. La Russia è il grande esempio didattico. Se la triarticolazione là fosse conosciuta, subito avrebbe inizio un movimento molto forte. Ma là nessuno conosce la triarticolazione.

Domanda: avevamo l’intenzione di richiamare l’attenzione nei discorsi al «Giorno che viene».

Rudolf Steiner: se lo fate, allora naturalmente sarà bene, è qualcosa di completamente diverso. Potete liberamente dire da voi stessi: vogliamo che la questione sia decisa così e richiamiamo l’attenzione su questo. Soltanto si tratta di non farvi sentire il rimprovero, che in questo modo avrebbe ragione, che il resto del mondo decide sulla questione della Slesia. In un certo senso essa decide persino se effettivamente non raggiungiamo nulla, dal di fuori comunque la cosa viene decisa, persino se avviene la votazione; perché la votazione è soltanto una cosa decorativa. Se la votazione decide per la Prussia-Germania, allora non è ancora affatto chiaro che cosa ne pensi l’Intesa; in secondo luogo si verifica ciò che ho caratterizzato poco fa e se la votazione decide per la Polonia, che è anche per voi la minore probabilità, allora naturalmente il destino dell’Alta Slesia è stato deciso da fuori.

Domanda: potremmo tenere conferenze nei restanti luoghi della Germania, per esempio con il titolo «Triarticolazione e questione dell’Alta Slesia»?

Rudolf Steiner: se vengono tenute con il tono che abbiamo indicato. Se viene consolidato con l’esempio dell’Alta Slesia.

Domanda: esiste un’associazione «Associazione degli alta-silesiuani fedeli alla patria». Forse si dovrebbero informare le associazioni, si interesseranno probabilmente rapidamente alla cosa.

Rudolf Steiner: questo può avvenire certamente nella forma che emerga nominalmente dal comitato che si è formato in Alta Slesia. La diffusione può essere assunta dal movimento della triarticolazione.

Osservazione: molti eventi relativi alla questione della votazione dell’Alta Slesia sono stati in parte organizzati dalle associazioni nazional-tedesche.

Rudolf Steiner: qualcosa come quello che mi ha dato il signor Molt non proviene dagli stessi slesiuani. Non è qualcosa che riposa su una verità interiore: «Un fuoco è stato gettato nella casa tedesca, il cavaliere del fuoco cavalca, il suo corno di emergenza grida attraverso l’Impero» — e così via. Una tale cosa è naturalmente nulla se non un’operazione pangermanista. Lì si tratta soltanto di una conquista ideale della Slesia.

Osservazione: rispetto a questa operazione il popolo della Slesia superiore è già diventato insensibile. Non viene più alle assemblee e speriamo che emergano pensieri a cui possa aggrapparsi.

Osservazione: dagli ambienti dai quali provengono quei volantini verranno attacchi al movimento della triarticolazione in generale e questo potrebbe essere un’occasione per discutere della triarticolazione.

Rudolf Steiner: allora saremmo di nuovo messi sulla difesa. Allora non possiamo venire con cose concilianti, ma dobbiamo essere energici il più possibile. Per la gente da cui provengono cose come questo appello, il combattimento della triarticolazione è già una cosa già confezionata. Combatteranno tutto ciò che proviene dalla triarticolazione; perché va naturalmente già molto lontano. Questa gente continuerà ancora in relazione al loro senso di verità a essere sopravvalutata. Lì regna già una falsità terribile.

Signor Bartsch sen.: saremmo grati se fossimo sostenuti da oratori dal resto della Germania.

Rudolf Steiner: questo può accadere in seguito. Se li chiamate voi stessi, avremo cura che vi siano oratori. Si tratterebbe di questo: che i nostri oratori abbiano il compito di interpretare la triarticolazione. Questo può accadere in ogni momento. Questo potrebbe accadere già domani.

Domanda: che cosa è avvenuto da Dornach sulla questione? Che cosa è previsto?

Rudolf Steiner: credo che tutto ciò che accadrebbe direttamente da Dornach, finché non abbiamo un’agitazione visibile in Alta Slesia stessa, darebbe danno alla cosa. Perché da noi non dovrebbe assolutamente avvenire nulla da Dornach su questa questione, dovrebbe accadere da parte neutra o dalla parte dell’Intesa. Riuscire a conquistare la gente potrebbe accadere soltanto quando già un’agitazione in Slesia è stata avviata, è diventata visibile. Non posso né richiamare l’attenzione al fatto che da Dornach sia avvenuto qualcosa — non potrei avere un’idea di ciò che dovrebbe accadere — né potrebbe io consigliare che da lì avvenga qualcosa, prima che l’agitazione in Alta Slesia sia iniziata. Ma allora può accadere da Dornach ciò che deve accadere in Germania.

Domanda: Non è opportuno porre veramente l’accento principale sulla presentazione delle grandi idee onnicomprensive stesse, anche in Slesia?

Rudolf Steiner: Queste cose bisogna farle confluire nella cosa. Ma in nessuna occasione che ci si presenta possiamo trascurare di mettere il pensiero della triarticolazione nella giusta luce, perché da tutto dipende il rendere popolare il pensiero della triarticolazione. E per quanto sia necessario entrare nelle concrete condizioni, tanto più è urgentemente richiesto di portare il pensiero della triarticolazione sempre e di nuovo nelle più diverse forme; cioè comunque non sopprimerlo.

Osservazione: Intendo soltanto non entrare in domande di dettaglio, ma entrare soltanto nella grandezza della cosa. Posso immaginare che se si parla per esempio della questione dei salari, non si avrebbe effetto, e si deve invece mettere la storia in primo piano. Intendevo questo.

Rudolf Steiner: È necessario che la triarticolazione viva completamente in uno. La via falsa, sulla quale molto spesso arriviamo, consiste nel fatto che non appena in qualche posto si discute sulla triarticolazione, la cosa assume semplicemente carattere utopico attraverso fraintendimenti. La triarticolazione non è utopica! Ma le discussioni assumono talvolta un carattere terribilmente utopico. Perché non ha senso discutere: come andrà alla cucitrice nel sociale organismo tripartito o al pittore? — Tutte queste cose assumono un carattere completamente utopico. E se oggi agitate in Alta Slesia e parlate in questo stile utopico, la gente vi dirà: Sì, adesso dobbiamo veramente occuparci di altri pensieri, non di come apparirà lo Stato nel futuro. — Qualcosa non diventa utopia per il fatto che è in sé fantastico e sciocco, ma per il fatto che ragionevolmente non può stare all’ordine del giorno adesso. Perciò ho sempre introdotto queste cose soltanto come esempio, e così desidero che sia tenuto comunque. La cosa principale è comprendere completamente la triarticolazione in se stessa. Ho costruito appositamente la conferenza di ieri per mostrare come dalla triarticolazione sia comprensibile che i polacchi siano diventati come sono. Questo penetrare col pensiero della triarticolazione in tutte le condizioni di vita, questo è ciò che importa; mediante ciò sorge una comprensione per esso. Non si tratta di dettagli nei quali ci si aggrappa. Se si venisse interrogati, non si potrebbe evitare; ma sarebbe sbagliato, proprio in un tale contesto, parlare proprio di tali dettagli.

Domanda: Non sarebbe bene che i punti di vista che ci sono stati dati in questi giorni venissero diffusi in un piccolo opuscolo?

Rudolf Steiner: Questo potrebbe, in certe circostanze, essere di grande utilità se l’opuscolo venisse diffuso in Alta Slesia. Sarebbero decisamente punti di vista che abbiamo discusso qui e che potrebbero decisamente essere diffusi. Se dunque qualcuno potesse farla rapidamente e la cosa mi potesse essere sottoposta!

Domanda: Sento sempre l’idea della triarticolazione come nata dai più profondi e puri impulsi che vivono nella natura umana. Ora è chiaro che sorgono i contro-impulsi, che allora sviluppano un’opposizione istintiva. Come ci si dovrebbe comportare nelle corrispondenti controversie?

Rudolf Steiner: Questa questione dovrà essere trattata caso per caso in modo completamente diverso. Nel complesso dipenderà molto dal fatto se riusciamo a rendere popolare la triarticolazione in quanto tale, a prescindere da tutti i maggiori aspetti sentimentali. Vedete, il mondo non è certo povero di buoni pensieri riformisti sentimentali. Se con tali cose, che appellano al più nobile nella natura umana, si potesse senza ulteriori considerazioni migliorare il mondo, allora veramente avremmo già da tempo reso il mondo molto migliore. Posso soltanto contrapporre ciò che da decenni dico al popolo: con principi etici astratti non si va avanti, altrettanto poco quanto con una stufa a cui si dice l’imperativo categorico: Tu devi riscaldare la camera. — Questo non aiuta affatto. Si può rendere il sermone ancora così bell’apparato di parole etiche, ma non aiuta. Aiuta invece se si carica fuoco, se si fa ciò che causa la cosa come cosa. Così è anche con la triarticolazione. La si deve rappresentare il meglio possibile, e gli uomini, che oggi hanno un’opposizione interiore contro la triarticolazione, come voi ritenete da anti-etica …

Osservazione: Voglio dire, nello stesso momento di accettare il punto di vista della scienza dello spirito …

Rudolf Steiner: Allora sì, non appena la base della scienza dello spirito stessa viene attaccata, non possiamo fare altrimenti che difenderla. Quello che dico riguarda anche i fondamenti dell’antroposofia della scienza dello spirito. Senza questi non andiamo avanti, perché l’uno condiziona l’altro. Una triarticolazione con una vita dello spirito decisamente libera è pensabile soltanto a partire dalle premesse dell’antroposofia. Dunque, come la vita dello spirito non potrà mai divenire libera senza la triarticolazione, così la triarticolazione rimarrebbe vuota senza la fecondazione attraverso l’antroposofia. Questo dobbiamo sempre far valere. Perciò non possiamo risparmiarci di difendere l’antroposofia con altrettanto coraggio come la triarticolazione. Dobbiamo stare completamente su base antroposofica, e tutto deve servire a farla valere. Ci sono tra noi persone che dicono: L’antroposofia è morta, la triarticolazione vive! Sì, questo mi è stato molto spesso contrapposto. Credo che sia la cosa più completamente infondata che ci sia. La triarticolazione fluttua nell’aria senza l’antroposofia.

Osservazione: Volevo richiamare l’attenzione sul fatto che da molti lati sento che esiste un bisogno particolare di antroposofia.

Rudolf Steiner: C’è un bisogno molto forte di antroposofia, ma anche di fronte a questo bisogno dobbiamo enfatizzare il lato pratico dell’antroposofia. Perché non appena il bisogno sia quello che propende verso la fuga dal mondo, nuociamo, se sottolineiamo questo bisogno troppo fortemente. Quel bisogno di fuga dal mondo, che ha la tendenza al settarismo, non dobbiamo trascurare di combatterlo. Dobbiamo mostrare come l’antroposofia è la strada verso le regioni spirituali più alte e d’altra parte verso il dominio della materia. Questo dobbiamo sottolineare nettamente, altrimenti accade molto facilmente di nuovo che la passività dell’umanità attuale venga troppo sollecitata.

Vedete, la gente vuole l’antroposofia da un tratto completamente sentimentale, perché preferisce essere riferita alle cose del mondo extramondano.

Osservazione: Ho pensato che la direzione opposta, questo impulso negativo, presa praticamente, sia spesso molto più attiva dell’impulso antroposofico presso molte persone.

Rudolf Steiner: Questo deve muoversi nella direzione come abbiamo indicato.

Domanda: Non so in quale misura la questione sia stata discussa nel frattempo, come l’azione debba proseguire dopo la fase di prova calcolata su circa otto giorni. Sarebbe bene che oggi si considerasse già come eventualmente, a seconda del successo, la cosa debba proseguire.

Signor Bartsch sen.: Se si manifestasse il bisogno di ulteriori discussioni, organizzeremmo ulteriori assemblee. Ci metteremmo subito in contatto con i signori qui presenti affinché l’azione sia ulteriormente sostenuta. Avremo cura che si parli ancora in piccoli luoghi, e nei più grandi forse ancora una volta. Sarebbe molto bene se avessimo oratori da fuori che parlassero lì.

Rudolf Steiner: Si tratta di questo: sia nelle conferenze pubbliche sia attraverso l’operare in piccoli circoli l’agitazione viene messa in moto. Mi immagino che la cosa dalle prove possa essere intesa soltanto nel senso che eventualmente si possa trovare il metodo migliore del procedimento ulteriore. Mi immagino anche che, prima che non ci sia stata la votazione, non si cessa affatto dal lavoro coraggioso e valoroso. Lì c’è soltanto un aut-aut: vi tuffate dentro con l’intenzione di andare al massimo, o abbandonate completamente la cosa. Perché molto, molto dipende dalla cosa, per esempio proprio la questione: come portiamo l’agitazione per la triarticolazione verso la campagna, che per noi fino a ora è stata una sorta di croce; perché lì non si può arrivare così facilmente, perché si deve avere ragione. La questione, si deciderebbe per l’Alta Slesia se riuscisse, si deciderebbe subito lì. Infatti, se scendete verso la campagna per il risultato della votazione, allora potete conquistare parti della popolazione rurale. Allora siete una volta dentro e avete per il resto del tempo fondato il piede. Attraverso cosa possiamo penetrare in certi circoli, su tali cose stiamo in agguato. L’abbiamo tentato su larga scala con la questione dei consigli di fabbrica. È soltanto per il fatto che da un lato i leader socialdemocratici ci hanno così fortemente colpito nel fianco, e d’altra parte per il fatto che noi stessi abbiamo commesso errori pratici, per questo motivo la cosa ci è stata sottratta; ma lì deve essere tentato di fondare il piede, e lo raggiungiamo soltanto se possiamo venire con questioni concrete; perché queste si lasciano discutere senza ulteriori considerazioni.

Domanda: Quali sono i punti di vista per il trattamento dei magnati, che sono molto fortemente collegati alla Chiesa cattolica?

Rudolf Steiner: Questa è una cosa che colui che la prende in mano deve decidere di caso in caso, fondamentalmente da magnate a magnate. Naturalmente sarebbe assolutamente auspicabile che anche tale azione sia presa in mano. Ma lì si tratta dell’utilizzo di influssi personali e prudenze, così che una direttiva in questa direzione difficilmente si può indicare. Perché appena tra i magnati bisogna sempre vedere, nel momento giusto colpire il giusto. Quando si siano impegnati, allora si ha una pietra nel pozzo, ma si deve nel momento giusto colpire il giusto. Lì si tratterà se sono più polacchi o tedeschi di sentimento. Sono precisamente là completamente diversi l’uno dall’altro. Come il resto della popolazione è diverso, così, in misura ancora più alta, il nobile polacco è completamente diverso dal nobile tedesco. Si capiscono tra loro ancora molto meno del resto della popolazione, perché hanno tutte attitudini di vita completamente diverse. E per colui che ancora stia fuori e consideri la cosa, per esso è comunque ancora una volta una colorazione singolare del magnatismo polacco sul resto della nobiltà. Non so che cosa gli amici dalla Slesia ne diranno. Ma secondo la mia opinione nel magnatismo slesiano c’è un tratto particolare, e in esso si nota una forte colorazione del polentismo. Questo, che cioè è un tratto da distinguere tra il magnate pomerano e il magnate slesiano, è in molti casi da ricondursi alla vicinanza dell’elemento polacco. Dunque, a volte entra in gioco la selezione; ma potete esserne completamente certi — non bisogna diventare personali — , un nobile in vita economica come il Conte Keyserlingk è bensì possibile in Slesia, ma non sotto la nobiltà pommerana. Questo subito si colora. Perché i polacchi prendono così fortemente l’economico, così si colora di nuovo. Questo terribilmente tenace, l’assoluta convinzione della propria essenza, questo è nei polacchi, e questo agisce in modo suggestivo su tutto l’ambiente. A chi sarebbe riuscito, entro il parlamento austriaco, di fare la stessa cosa che hanno fatto i polacchi? Venne un movimento reazionario nel sistema scolastico. La precedente serie della legislazione scolastica popolare doveva essere riformata in senso reazionario. Sotto il ministero, così come gli giornaletti umoristici hanno scritto: Ta-affe, — arrivò una legislazione scolastica reazionaria, si trattava di procurare una maggioranza a questo impossibile conglomerato di partiti, che allora sedevano nel parlamento austriaco, per la riformulazione della legislazione scolastica popolare. Per questa maggioranza erano necessari i deputati polacchi. Hanno dunque votato per questa legge scolastica reazionaria, ma hanno escluso la Galizia; lì hanno lasciato il vecchio. Figuratevi: si decide per tutte le regioni dell’Austria al di fuori della Galizia la legge scolastica reazionaria, ma si fa un’eccezione per la Galizia. Mediante ciò si prova che la si riconosce come qualcosa di molto cattivo e la si impone agli altri austriaci. Questo infine è possibile soltanto in Polonia. Questo agisce naturalmente terribilmente fortemente anche lì, dove ha i suoi buoni lati.

Domanda: Quale significato attribuire al divieto del Papa di non permettere che il sacerdozio si partecipi alla votazione in Alta Slesia?

Rudolf Steiner: Questo è infine una cosa da chiedere soltanto a Roma, perché la Chiesa cattolica ha appunto quello che ho sottolineato poco fa. Essa ha oggi effettivamente una politica mondiale pronunciata, e ogni singolo fatto gioca in essa una parte pronunciata. Potete però essere completamente certi: se la Chiesa cattolica effettivamente emana tale divieto, allora questo è dal punto di vista della Chiesa stessa di grande significato. Che cosa esattamente voglia in questo momento, questo potrebbe essere chiesto soltanto a Roma. Ma per noi è irrilevante, perché in questo caso concordiamo con la Chiesa cattolica. Dunque, ritengo che per noi sia irrilevante; non possiamo perciò cambiare la nostra posizione perché la Chiesa cattolica lo prevede per il suo clero.

Sarebbe troppo azzardato costruire una connessione dalla parte della Chiesa cattolica. Questa ha completamente altri propositi, e la Chiesa decide semplicemente secondo le probabilità. Ciò che vuole la Chiesa è nel complesso facile da comprendere. Vuole guadagnare il suo influsso in Slesia, indipendentemente da come risulta la votazione; se vieta, allora sa che il risultato della votazione non è completamente sicuro. Se la votazione fosse sicura per la Polonia, allora il clero certamente parteciperebbe alla votazione. Soltanto da questo lato la cosa può interessarci. Altrimenti naturalmente può avere conseguenze. Dunque, la Chiesa cattolica può, se vede che gli Atticoli della Triarticolazione rimangono neutrali, porsi in modo amichevole. Ma vi prego di considerare questo come benevolenza felina. Vi caschereste orribilmente se la prendeste sul serio.

Sì, miei cari amici, credo che siamo giunti al termine delle nostre considerazioni, e vorrei ancora una volta sottolineare che attraverso ciò che farete in questa una questione — non tanto ciò che vorrete raggiungere, ma ciò che farete —, cioè se potrete far notare al mondo ciò che vogliamo, dipenderà straordinariamente molto per il nostro movimento della triarticolazione nel complesso. Potrebbe naturalmente, per l’energia nell’attuazione del movimento della triarticolazione, avere un ruolo se in un territorio questo o quello viene fatto. Ma

se tale questione deve assolutamente essere considerata, allora si tratta di richiamare l’attenzione proprio a ciò che dovrete fare, che molto, molto dipende per il nostro intero movimento della triarticolazione, e avremo completamente tutte le ragioni, che noi ci impegniamo per la triarticolazione con i più vivi, i più energici pensieri e, come spero, anche con efficace aiuto, quello che intraprenderete là in questo, nei prossimi giorni straordinariamente importante angolo del mondo. Bisogna soltanto considerare che cosa significherebbe se la cosa in Alta Slesia prendesse uno sviluppo come è indicato nell’appello. Non possiamo concederci questo pensiero; ma se si arrivasse al punto che veramente venisse fatto il tentativo reale, da qualche parte di cominciare con la triarticolazione, anche soltanto provvisoriamente di cominciare, allora sarebbe un progresso enorme; perché nel modo più intenso opererà per la triarticolazione proprio quello che su qualche territorio può essere un modello. Perché considerate soltanto che noi nei campi pratici siamo sempre straordinariamente limitati, se vogliamo mostrare il lato pratico della triarticolazione. Possiamo agitare per essa — questo è anche oggi la cosa più importante, la cosa più assolutamente importante, perché soltanto allora può avvenire qualcosa di profondo, se la triarticolazione è nella testa di quanti più umani possibile — , ma si deve cominciare a dispiegare un’attività pratica. Ora, cultura pura nel senso della triarticolazione è in realtà fino a ora soltanto la Scuola Waldorf. È veramente qualcosa che attraverso le sue costituzioni entro il pedagogico opera nel senso della triarticolazione, perché noi con cautela facciamo la guardia alle porte affinché nulla della pedagogia esterna e della didattica entri.

Con una cosa come il «Giorno che viene» non possiamo operare esemplarmente nel senso della sua cultura pura. Il «Giorno che viene» è anche lì, per propagandare la triarticolazione da questo lato, così che la gente possa vedere: Coloro che sono Atticoli della Triarticolazione, sono anche persone che sanno condurre bene le cose finanziarie. Ora, quanto poco il mondo è incline, inizialmente al pensiero della triarticolazione, soprattutto nel campo pratico di entrare, questo si è dimostrato per noi fin dall’inizio dal fatto che proprio dove subito la possibilità sarebbe stata presente, con la triarticolazione di cominciare, ci è stata opposta la più netta opposizione. Ai ministri württembergesi si sarebbe potuto fornire un’informazione molto pratica. Avrebbero dalla primavera del 1919, quando la Dieta sarebbe stata facile da convincere, potuto fare qualcosa. Avrebbero potuto realizzare ciò che ho detto: Si liquidi a sinistra la vita dello spirito, si liquidi a destra la vita economica e si tenga indietro soltanto il resto. Allora sarebbe stato assolutamente facile, perché è così: che la vita dello spirito cerchi l’autoamministrazione e che la vita economica aspiri all’autoamministrazione. Questa vita economica avrebbe allora persino accolto la cosa con straordinaria entusiasmo. I rappresentanti della vita dello spirito tedesca, sì, della vita dello spirito ufficiale tedesca, miei cari amici, portano insieme certamente imprese tali che tutte le facoltà della Germania hanno fatto Hindenburg dottore onorario; ma imprese di significato reale, non ci aspettiamo di trovarle tanto meno, quanto più in alto saliamo nella gerarchia della vita dello spirito terrena.

È comunque non diversamente in Svizzera. La Svizzera ha nella propria classe di insegnanti della scuola popolare ben accolto il nostro movimento. Non appena si entra nelle scuole superiori, non ci si può nemmeno dire che il rifiuto di principio sia lì, quanto più in alto si sale, lo stupore nella concezione cresce. Fra gli insegnanti di ginnasio è già molto grande, fra gli insegnanti universitari è assolutamente immenso. Intendo la concezione, come affrontano la cosa. Siamo dunque completamente ostacolati in quello che sarebbe per noi il più importante; nel mostrare come ciò opera nella vita pratica. Qui fareste enormemente molto per la triarticolazione, se riusciste a portarlo il più lontano possibile secondo le circostanze date. Se riusciste soltanto a portare nelle teste di un numero molto grande di persone — così che sarebbe una dimostrazione mondiale — il pensiero che l’Alta Slesia deve aspirare provvisoriamente alla triarticolazione, e aveste soltanto la possibilità di portare i popoli a restare fedeli alla linea della triarticolazione e a guardare con immenso rammarico il destino dell’Alta Slesia, che venga verso la Polonia o verso la Prussia-Germania, allora avreste forse dato a questi popoli qualcosa che potrebbe enormemente giovare la triarticolazione. Abbiamo assolutamente bisogno di persone che capiscano che la cosa sta ancora completamente diversamente dal fatto che si simpatizzi con la triarticolazione, abbiamo bisogno di persone che dicano: il destino del futuro dipende dalla triarticolazione. Stiamo di fronte a un aut-aut: O il mondo capisce la triarticolazione, o il mondo percorre la strada che Spengler ha mostrato. Tra queste due cose fluttua il mondo.

Andate, miei cari amici, verso l’Alta Slesia, operate anche nel cuore con i pensieri ai quali poco fa ho richiamato l’attenzione, e siate certi: partendo da tali pensieri, accompagneremo la vostra attività. Noi vi tendiamo lealmente la mano nella vostra azione, in questo senso consapevolmente: noi, poiché così oggi ci separiamo per una cosa importante, siamo consapevoli della circostanza che abbiamo discusso e deciso qualcosa di straordinariamente importante per la nostra triarticolazione e dunque per il futuro dell’umanità. In questo senso vogliamo separarci per questa azione.

14°Appendice: Appello per l'Alta Slesia, Appunti dai Quaderni d'Archivio, Indice dei nomi

APPENDICE

«Appello per la salvezza dell’Alta Slesia» Altosilesiati!

Popoli europei?

Dovrà in Alta Slesia trasformarsi in condizione permanente, a danno della sua popolazione, a detrimento dell’economia, alla distruzione di tutti i beni culturali, il disaccordo, la lotta interiore nascosta e aperta? Dovrà l’Alta Slesia rimanere il focolare di minacce peccaminose alla pace per l’Europa?

della vita europea. A questo nuovo edificio si può giungere solo se ci si orienta chiaramente sul fatto che nel fondo si tratta di tre ambiti diversi:

No! Ma come impedirlo?

La vita economica, La vita giuridico-politica, La vita spirituale-culturale.

La questione dell’Alta Slesia è una questione europea. Sullo sviluppo economico dell’industria, in particolare sulle ricchezze di carbone dell’Alta Slesia, tutta l’Europa rivolge i suoi pensieri e i suoi desideri preoccupati. Per la circolazione economica europea l’Alta Slesia è di significato decisivo. I problemi e i compiti spirituali-culturali di questo territorio, come centro tra l’Europa orientale e centrale, pesano gravemente sulla bilancia. La spiritualità dei popoli altoslesiani può dispiegare i suoi effetti nella giusta maniera solo quando qui viene trovata una vera soluzione della questione nazionale. Con questo sarebbe anche conquistato qualcosa di decisivo per l’inizio di una nuova epoca delle relazioni tra i popoli in generale.

Nel precedente stato questi tre ambiti erano completamente confusi, e da questo disordine sono scaturite alla fine le condizioni caotiche del presente. L’unica gestione della vita sociale conforme alla realtà può pertanto consistere solo nell’autonomia di questi tre ambiti. La strada per questo la mostra

Anche una guarigione delle condizioni politico-statali è un requisito incondizionato nell’interesse europeo, affinché l’Alta Slesia non diventi un focolaio di inquietudine politica che mette costantemente in questione la pace europea.

Lo Stato pretende che, da un lato, esso governi l’economia, e dall’altro lato liberi il Geistesleben dal suo ambito di potere.

Alla vita economica appartengono allora soltanto ancora la produzione di merci, la distribuzione di merci e il consumo di merci, che devono essere amministrati su «base associativa»*) da esperti. Indisturbati dai rapporti di potere statali e politici, i produttori e i consumatori dei diversi paesi potranno regolare nella comune fatica la soddisfazione di tutti i bisogni.

Il membro spirituale nell’organismo sociale triarticolato comprende scienza, arte, religione, l’intero sistema scolastico e l’amministrazione della giustizia corretta.

Così la questione della gestione dell’Alta Slesia è una questione della sanità economica, giuridico-politica e culturale-spirituale di tutta l’Europa. Versailles, St. Germain e Spaa non hanno portato nulla di meno che una soluzione dei problemi europei e delle questioni sociali.

Poiché però la questione dell’Alta Slesia può essere risolta solo dal grande contesto complessivo di una vera ristrutturazione contemporanea dei rapporti europei, nessuna soluzione attuale di questa questione che poggi sul fondamento della realtà potrà essere altro che uno stato transitorio. Si deve perciò consapevolmente creare uno stato transitorio in Alta Slesia. Né i celebri 14 punti mondani di Wilson, la cui applicazione alla vita reale rappresenta particolarmente nell’Est un’impossibilità, né i metodi di violenza

di un’epoca conclusa possono condurre a una ristrutturazione.

Tutti questi fattori spirituali-culturali possono adempiere il loro compito e nutrire in modo giusto la vita sociale solo nella più completa libertà dai provvedimenti statali. La vita dello spirito, la cultura, deve svilupparsi nel libero operare insieme di tutte le personalità spiritualmente creative e crearne da sé organismi amministrativi propri.

Solo attraverso la liberazione della vita spirituale possono essere risolte, proprio in Alta Slesia, queste questioni urgenti. Accanto a sé potranno allora svilupparsi, secondo le loro forze vitali, le due culture — quella tedesca e quella polacca — senza che l’una abbia a temere una violentazione dell’altra, e senza che lo Stato politico si schieri per l’una o per l’altra parte. Non solo istituti scolastici propri, ma proprietà amministrative proprie per la vita culturale erigerà ogni nazionalità, cosicché gli attriti restino esclusi. — E se anche la circolazione economica in Alta Slesia venisse sciolta dal potere statale-politico, allora le questioni economiche dell’Alta Slesia potrebbero essere integrate nell’economia complessiva europea e risolte solo attraverso accordi tra gli esperti di economia dei paesi interessati.

Nell’ambito del presente è pertanto il seguente l’unico conforme alla realtà, vivibile:

Il territorio dell’Alta Slesia rifiuta il collegamento a uno dei stati confinanti p r o v v i s o r i a m e n t e, finché non sarà risvegliata la comprensione per la triarticolazione anche lì. Si costituisce così che i suoi fattori economici si auto-amministrano — ugualmente i suoi fattori spirituali. Crea un’intesa dei due mediante un organismo provvisorio, solo sul suo territorio esteso, giuridico-poliziesco, e rimane in questo stato fino al chiarimento dei rapporti europei complessivi.

Proprio in Alta Slesia i rapporti gridano, oltre a tutto, per una tale triarticolazione. Nonostante questo stato sia provvisorio, esso appare, quando viene attuato, come un modello esemplare per i provvedimenti che devono colpire tutta l’Europa, per la guarigione dei suoi rapporti.

Qui combattono due culture, due individualità popolari che si interpenetrano, per la possibilità di realizzarsi. Il sistema scolastico e l’amministrazione della giustizia corretta sono i punti più importanti che causano attriti.

Al membro centrale, al lato giuridico-politico dell’organismo sociale, rimane allora in primo luogo l’attività di polizia e amministrazione su fondamento giuridico; viene regolata attraverso un Parlamento eletto in modo democratico. Poiché questo Parlamento si occupa solo di questioni puramente statali-politiche, non può disturbare né la vita economica né quella spirituale.

(Più dettagli sulla triarticolazione dell’organismo sociale si trovano nel libro «I punti nodali della questione sociale» del Dr. Rud. Steiner, «Der Kommende Tag» A.-G. Verlag, Stuttgart, Champignystr. 17, nonché nella rivista settimanale pubblicata dalla stessa casa editrice «Triarticolazione dell’organismo sociale» e dalla restante letteratura correlata.)

Solo attraverso tale articolazione dell’organismo sociale negli stati europei la circolazione economica potrebbe svolgersi indipendentemente dai confini statali politici, superandoli, secondo la sua propria legalità. — Così anche lo scambio spirituale tra parti di popolo separate da confini politici è possibile oltre questi confini in modo libero, non ostacolato da agitazione politica di potenza.

Finché in tutta l’Europa non venga attuata una tale sana triarticolazione dell’organismo sociale nei diversi territori statali, anche la questione dell’Alta Slesia non può essere condotta a una soluzione conforme alla realtà e definitiva.

Quindi, abitanti dell’Alta Slesia, raccogliete tutti i rami della vostra vita economica in associazioni libere, indipendenti dallo Stato! Dichiarate il vostro sistema scolastico e di insegnamento indipendente dallo Stato e ponetelo sotto la vostra amministrazione propria! Istituite un’amministrazione statale provvisoria poliziesco-amministrativa-parlamentare, finché i rapporti europei non assumano una base più sana! Vi aiuterà solo quello che potete far passare di queste rivendicazioni presso la Commissione dell’Intesa. Tutto il resto è per voi privo di valore.

Associazione per la Triarticolazione dell’Organismo Sociale Sezione di Breslavia.

Conferenzieri sulla Triarticolazione e l’Alta Slesia presso la Sezione di Breslavia dell’Associazione per la Triarticolazione dell’Organismo Sociale, Breslavia, Kaiser-Wilhelm-Strasse 16, 2 Tr., richiedere.

«Der Kommende Tag A.-G.», Verlag, Abt. Druckerei, Stuttgart.

Appunti per il Corso di formazione per Oratori Dal Quaderno d’archivio n. 50

Es. (12.2.1921): Non può qui parlarsi di scetticismo. Presupposto è che nell’impulso della triarticolazione è adempita la rivendicazione più necessaria del presente. 1.) Si deve parlare dall’amore per la cosa e dall’amore per gli uomini. — Imponderabili. 2.) Si deve penetrare la superstizione come se la questione economica potesse essere risolta per sé. 3.) Si deve penetrare nel presente: 1.) Il senso mancante per la produttività spirituale. 2.) L’interesse mancante per il bisogno dell’altro.

C’è un’intellettualità debole, puramente contemplativa. — Effetto finché si parla / gli schemi retorici umani. Dibattenti; Pensare e agire — legati insieme / Possono solo parlare: dall’amore per la cosa — dall’amore per gli uomini / Differenza dei punti nodali da altro

Comunità degli interessi mondiali. Psicologia pratica in Germania! — Sentimento da profonda consapevolezza — Si tratta di riconoscere: 1.) che il senso per la produttività spirituale è andato perduto. 2.) che dall’economia è scomparso l’interesse per il bisogno dell’altro uomo. Si deve essere chiari: quando gli uomini soffrono penuria, allora causano loro stessi questa penuria. Come è stato condotto.

13 febbraio 1921: Stoccarda: 1.) In Inghilterra si separa dall’elemento ecclesiastico-democratico quello politico-democratico — ma lì già giace l’economico = Proprietà privata e libertà economica — 2.) In Russia viene inserito l’elemento borghese nell’eredità — 3.) Capitale — Lavoro — Natura / Amministrazione — Parlamento — Uomo. / base economica — senso comune — capacità

È necessario intrattenere solo relazioni economiche con questi stati. — Tutti i rapporti con l’Est devono costruirsi sullo spirituale: i Russi hanno assimilato la vita spirituale tedesca — ma si sono opposti alla vita economica —

In Europa «si risolvevano» questioni che oggettivamente «erano risolte»: 1.) la nazionale dal 1721 decisa = assolutisticamente 2.) l’economico-sociale: dal 1763 decisa = anarchisticamente. Europa: non più produttiva nella vita spirituale — Nella vita economica «gli viene tolto il terreno sotto i piedi»

1721 L’asiatismo da Oriente: allaga l’Europa / 1763 l’europeanismo: si consegna all’Occidente — poi nel 19° secolo: in Europa il pericolo teocratico e l’economico. Contrasti Ovest Est / spirituale: Tecnica Dispirituazione nello spirito. Nazionalità Spiritualità / economica: l’uomo Denaturazione della natura / Naturale della natura: l’uomo astratto / Per l’Europa sorgono le grandi questioni: 1.) Come si arriva a un contenuto spirituale 2.) Come si organizza la vita statale. 3.) Come si conduce l’economia, affinché non si distrugga l’Umano.

Trasferito dal cerimoniale nella vita politica — Guglielmo III d’Orange / così trapiantato nel Nordamerica — Prussia: Gran Principe. Burocratismo Esercito — Russia: Europa: Imitazione. Ma così che qualcosa di Primitivo rimane: il Teocratico. Inghilterra: Potenza commerciale-marittima. Di fronte alla Francia, che sotto Colbert — poi: nella Guerra dei Sette anni contro Inghilterra e Prussia — 1763: Decisione in America.

1721: Guerra settentrionale conclusa: Russia al Mar Baltico. Pace di Nystad: Svezia Russia / Svezia cede: Livonia, Estonia, Ingermanland, Carelia Finlandia ceduta Nobiltà d’ufficio / Pace tra Parigi: Francia cede Louisiana, Canada —

Risparmio di lavoro: mettere altri in lavoro.

Inghilterra: Stati: Diritto di approvazione di spese straordinarie, centralista / Francia. Germania. Stati centrifughi / Inghilterra: Potenza marittima. Protestantesimo. Giacomo I: 1603-1625 Tendenze politico-cattoliche / Parlamento autonomo / Oliver Cromwell 1653-1658 / 1651 Atto di Navigazione Puritani (Indipendenti) / Idea di stato: Elaborazione scientifica dell’idea di stato Idea democratica: Ecclesiastico-religiosa poi staccata-

Le grandi questioni del presente: 1.) La questione spirituale: I tentativi insufficienti da quello antico. Newman a Roma. La vita spirituale autonoma. In connessione con la tecnica. 2.) La questione giuridico-politica: Vi appartiene anche ciò che figura come lavoro nella vita sociale. — 3.) La vita economica deve, appunto anche esternamente, comprendere solo la merce perché internamente può comprendere solo la merce.

Il Capitalismo richiede questa autonomia — Mezzi di produzione. L’epoca recente ha reso la forza di lavoro una merce, perché la vita economica preponderante può avere solo merci. Prezzo: il prezzo giusto c’è quando il numero giusto di uomini è coinvolto nella produzione di un prodotto, presso i prodotti naturali. Quando il consumo può essere soddisfatto.

7 2 W» ä; La libera istruzione e il sistema scolastico nella loro relazione con lo Stato e l’economia. 3. Tema: Il sistema associativo economico e la sua relazione con lo Stato e la vita spirituale libera. 2.) Lo Stato come protettore. Deve eseguire ciò che la vita spirituale libera produce e forma. Sta in diretta connessione con l’umano della gente che lavora spiritualmente, p.es. tutte le nomine sono questione della vita spirituale libera. Che gli

Nominati giungano ai loro diritti umani è questione dello Stato. In fin dei conti tutto si costruisce su quello che gli uomini possono. —

3.) Continuo traffico per il traffico. Merce: Bisogno — ottenibile dalla spesa. Oggetto di scambio. Reciprocità — Oggetto di produzione: Interesse di cosa / 1.) Bisogno 2.) Comunità umana. 3.) Interesse di cosa

La questione economica non può essere risolta senza l’emancipazione della vita economica La questione politica rende necessario il rapporto di uomo con uomo — La questione spirituale rende necessaria la vita spirituale produttiva — l’accettazione della produzione spirituale —

Le Chiese — Gli Stati — Le comunità economiche. 1.) Descrivere l’essenza della Scuola Waldorf radicata nella vita spirituale libera — Attirare attenzione sulla tendenza opposta nel presente —

Inizio Fine — Elaborato bene e poi per affermazioni principali — Partendo da quello a portata di mano — Ogni conferenza per il conferenziere una nuova / Sempre attenzione rispetto alla materia e senso di responsabilità

Eccedenza di nascite in Russia — Colpa della Francia — privatamente-economicamente: quelli che lavorano in economia popolare: quelli che crescono — Grano: Valore quando viene distrutto — si trasforma in sostanza muscolina-nervosa e cerebrale — Distruzione — ? Il consumo rende il valore economico

Merce — come oggetto di consumo — come oggetto di scambio / come oggetto della produzione Lavoro:

Nordamerica Sudamerica — Nel Sudamerica: meno bisogni /Arte fen. — beni fisici: nel movimento / beni spirituali:

— Dopo/domanda creata-

Su diverso: spirituale — è il bisognare che deve essere prodotto — e la soddisfazione è di per sé — fisico — è la soddisfazione che deve essere prodotta — il bisogno è di per sé. —

Il mondo oggi deve sapere come sono i lavori del movimento orientato all’antroposofia. Scuola — il movimento nella sua essenza di fronte alle distorsioni. — Le istituzioni pratiche = ecc. — Non vi è alcuna opinione sul lavoro produttivo — p.es. l’insegnante che rende i suoi alunni più abili — il suo essere fluisce nel processo — ma tutto questo deve essere valutato: ma il «reddito senza lavoro»?

le istituzioni orientate scientificamente

Stoccarda, 16 febbraio 1921: 1.) Non si può progredire oltre senza che le condizioni coercitive si dissolvano in quelle del riconoscimento libero. 2.) Associazioni: possono provenire dal Consumo. Sono gli esploratori dei bisogni. 3.) Dal mondo spirituale proviene la guida oggettiva. Da quella legale i rapporti di uomo con uomo. Da quella economica gli impulsi per la determinazione del prezzo.

L’uomo non deve attribuirsi il significato spirituale a sé.

La rendita fondiaria rappresenta originariamente un compenso per la protezione del suolo utilizzato; era quindi di origine spirituale — Allora la terra e il suolo divennero merce — L’effetto della vita spirituale sulla questione dei bisogni. Il proletario sta qui solo con i bisogni più generali. Non ha una vita spirituale che produca bisogni specifici — La vita associativa — : Bisogno — il lavoro è regolato — e anche la questione del Capitale.

Non si può mai lasciar passare terra e suolo in Capitale — se questo Capitale non circola — Salario: è sciolto dall’uomo — egualmente Capitale — Giornale della Triarticolazione.

Appunti per il Corso di formazione per Altosilesiati Dal Quaderno d’archivio n. 58

1.1.1921. In Polonia sulla base della contadinanza non libera una società nobile — questa fondata su legame familiare —: da qui da Occidente: 1.) Il Cattolicesimo 2.) L’amministrazione. 3.) Lo feudale-economico — da Oriente: l’Elemento Sintetico (anche nella vita); In Occidente: lo feudale-economico; l’amministrativo e il Religioso che agisce in loro fino al 16° sec. poi il burocratico e militare (economia monetaria e capitalismo). — In Oriente: la contadinanza dispersa viene tenuta insieme dal Cesarismo.

La Polonia viene divisa: l’umanità non libera ha occasione di formarsi sotto le amministrazioni straniere: In Prussia: puramente economicamente / In Austria: statale-politicamente / In Russia: sintetico-religiosamente. — La Società dei Popoli potrebbe essere solo un’istituzione economica — statalmente non potrebbe divenire — spiritualmente rimarrà completamente sterile. — Alta Slesia: l’elemento popolare è da invocare quello che vuole svilupparsi liberamente. — Entrambi sono grande disgrazia: polacco — l’elemento tedesco verrebbe escluso — tedesco: l’elemento polacco verrebbe spinto in opposizione duratura.

Memorie di Soplica — i fini statisti — personalità comprensive. — Uomini come Helfferich: Voto di sfiducia per la diplomazia non voleva dare poco prima dello scoppio della guerra —

per il 2. gennaio 1921: Stoccarda: 1.) Il prestito in valuta: Acquisto di materie prime e mezzi di trasporto — Copertura: Dai popoli non ottenibile. Dai privati finanziatori non sufficiente. America — 2) il finanziamento diretto della forza di lavoro europea. Materie prime in Europa. Pagare con merce finita. 3) Stato economico

Consegna ai Vinti = Risoluzione di diritto al tramonto comune. Poiché il semplice calcolo, che con il tramonto dell’Europa andrebbe sotto anche l’Anglo-Sassonia, a causa dell’erosione del mercato europeo, non ha ragione — L’America potrebbe sistemarsi — solo l’Europa decadrebbe in barbarie — Perdita dell’autodeterminazione. Consegna ai Vincitori. Non sono in grado di tenere il mondo — possono solo tenere sé stessi. Si può fare qualcosa solo con le parti della popolazione che comprendono il Futuro.

Origine del Bolscevismo: Sul fondamento della contadinanza — i capi sradicati hanno gettato il ponte — L’Oriente era rimasto spirituale — rimarrà anche spirituale — la Metà ha elaborato l’elemento politico — ma non ha potuto portarsi avanti = il modo di pensare tedesco è stato messo a tacere. L’Occidente può solo essere economico — avrà la grande questione della Rivoluzione da combattere se non venisse la guerra Oriente-Occidente nel mezzo — O: guerra Oriente-Occidente. L’America decide — ma provoca in sé il Bolscevismo — un qualche Ludendorff — che manderebbe un Lenin, se ne trovasse uno.

Si dovrebbe comprendere che prima il «Popolo» della Triarticolazione deve trovarsi — attraverso la Costituzione libera della vita dello spirito e della vita del diritto Wilson 14 giugno 1917: «Non abbiamo nessuna controversia con il popolo tedesco — — Voi non avete spinto il vostro governo a entrare in guerra. Non ne avete saputo nulla prima e non avete acconsentito Noi non vogliamo ritenere responsabile il popolo tedesco, che lui stesso in questa guerra ha subito tutte quelle sofferenze che non aveva scelto lui stesso.» —

Polonia da Occidente: / Amministrazione / Feudalesimo / da Oriente: il genere fantastico e fantasioso — senso comprensivo (sintetico) — Occidente; polit.economico feudale / Economia comune / Proprietà fondiaria Ceto contadino/Fondamento. — polit. Stato/Compagni di villaggio Signori fondiari/Città: Corporazioni, Gilde, Sindacati/Ctoe»; Impiegati: Nobiltà d’ufficio nel sistema centralista. Cesaropapismo — norm.Signori — servi slavi. Bisanzio

da esso Amministrazione

Polonia; Nobiltà — intera classe popolare / Legame di parentela — Battaglie — Nazionalizzata / Uguaglianza fantastica dei nobili. Come il mendicante al Califfo poteva il servo di stalla diventare un Barone. — Odio contro lo stato burocratico prussiano. Coincidenza di Stato e Società. / Inizio 16° sec.: Sickingen-Berlichingen poi Principati territoriali con Impiegati e organizzazione militare. —

Economia monetaria — Capitalismo. Russia Prussia Austria

NOTE EDITORIALI

I due corsi qui inclusi, il cosiddetto «Corso per oratori» e il corso per Altosilesiati, chiamato anche «Corso di agitazione», servivano alla formazione di oratori nel quadro delle attività dell’«Associazione per la Triarticolazione dell’Organismo Sociale». Questa aveva assunto il compito di rendere accessibili a un pubblico più vasto i pensieri elaborati da Rudolf Steiner in particolare nel suo scritto «I punti nodali della questione sociale» (1919) per una rielaborazione della vita sociale.

Con la diffusione dell’«Appello rivolto al popolo tedesco e al mondo della cultura» redatto da Rudolf Steiner nella primavera del 1919 era stata gettata la prima pietra di un’efficacia pubblica per il pensiero della triarticolazione. Il 22 aprile 1919 venne fondato a Stoccarda l’«Associazione per la Triarticolazione». Due giorni dopo, in occasione di un’assemblea con i rappresentanti esterni dell’appello, Max Benziger, un rappresentante della classe operaia, pose la questione di una formazione oratoria, che però non trovò eco. Circa un anno dopo la questione della formazione dei redattori divenne sempre più acuta in vista di un’intensificazione del lavoro di comunicazione pubblica, così che ci si rivolse a Rudolf Steiner con una richiesta corrispondente. Come riporta Emil Leinhas, allora direttore dell’iniziativa «Der Kommende Tag. Aktiengesellschaft zur Förderung wirtschaftlicher und geistiger Werte» nata dal pensiero della triarticolazione, Rudolf Steiner prospettava tale corso, tuttavia associato alla seguente condizione: «Se cento persone si rendono disponibili, così che possiamo organizzare conferenze pubbliche in grandi sale in tutte le città più importanti della Germania per quattro settimane, allora istruirò questi oratori in un corso sulla triarticolazione e il modo in cui deve essere rappresentata pubblicamente ora.» (Cfr. Emil Leinhas, «Aus der Arbeit mit Rudolf Steiner», Basilea 1950, p. 90) Una rapida realizzazione del progetto sembrò assicurata, perché il 22 aprile 1920 Ernst Uehli, redattore della rivista settimanale «Triarticolazione dell’Organismo Sociale», poteva comunicare a Rudolf Steiner «che al corso per oratori si sono già iscritte 80 personalità e iscrizioni continuano ad arrivare, così che saremo probabilmente in grado di effettuare una selezione appropriata.» Così nel Comunicato circolare n. 51 del 24 aprile 1920 dell’«Associazione per la Triarticolazione» si diceva che il corso potesse eventualmente aver luogo alla fine di maggio o all’inizio di giugno. Tuttavia, lo straordinario impegno di Rudolf Steiner con conferenze, corsi, discussioni ecc. non permise al progetto di divenire realtà. Forse però le indicazioni di Uehli erano anche troppo ottimistiche, poiché Leinhas riporta che inizialmente solo 50 persone avevano dichiarato la disponibilità a partecipare, e «di questi cinquanta, come era da aspettarsi, la maggior parte a causa dei loro altri impegni poteva assumere solo pochi discorsi.» (idem., p. 91) Nonostante i molti ostacoli il corso ebbe luogo nel febbraio 1921, che da un lato contiene preziosi suggerimenti per la costruzione di una conferenza da tenere pubblicamente, ma sostanzialmente offre un’introduzione fondamentale alla problematica della triarticolazione dell’organismo sociale. Nella seconda parte del volume segue la presentazione del corso di formazione per Altosilesiati, che ha avuto luogo poche settimane prima del «Corso per oratori», qui però per motivi editoriali appare in secondo luogo.

Fu stimolato da alcuni rappresentanti attivi del pensiero della triarticolazione in Alta Slesia. Punto di partenza era la votazione fissata per il 20 marzo 1921 sulla questione se l’Alta Slesia in futuro dovesse appartenere alla Polonia o alla Germania. Per i «Triarticolatori» di lì si era posta la questione se dall’idea della triarticolazione stessa non potessero e dovessero portarsi nella controversia sulla futura appartenenza nazionale aspetti completamente diversi: il pensiero della triarticolazione contiene pur sempre che in futuro non si tratterebbe di una continuazione del tradizionale principio dello stato nazionale, bensì della creazione di nuovi territori sociali che a loro volta siano portati da una vita economica strutturata associativamente, da una vita legale democratica e da una vita spirituale libera che si automministra.

I Bresciani si erano rivolti nel novembre 1920 all’«Associazione per la Triarticolazione» a Stoccarda con la richiesta di aiuto in appropriati sforzi di chiarimento in Alta Slesia. Quando Rudolf Steiner fu informato di questa richiesta, incaricò immediatamente che fosse redatto un «Appello per la salvezza dell’Alta Slesia», nel quale dovevano trovare espressione i pensieri fondamentali della triarticolazione. I collaboratori incaricati di questo presentarono poco dopo a Rudolf Steiner questo appello, sul quale successivamente egli eseguì una rielaborazione, che subito andò in stampa (vedi Appendice). Per preparare coloro che operavano in Alta Slesia al loro futuro compito come oratori, Rudolf Steiner li invitò per l’inizio di gennaio 1921 a venire a Stoccarda. Originariamente era prevista una formazione che si estendesse per più giorni. Poiché il gruppo dell’Alta Slesia però era sottoposto a una pressione temporale a causa della prossima scadenza della votazione, il corso dovette essere ridotto a due conferenze e un’ora di domande. Sulle attività intraprese dopo il corso dai collaboratori dell’Associazione per la Triarticolazione in Alta Slesia si veda la documentazione nel Fascicolo n. 93 della collana di scritti «Contributi alla Gesamtausgabe di Rudolf Steiner».

Basi testuali: Il presente wording si basa sulle trascrizioni dattilografate dei testi stenografici originali. Gli stenogrammi originali non sono più disponibili. Anche non è più possibile stabilire chi ha stenografato o ha prodotto il testo dattilografato.

Il titolo del volume probabilmente proviene da Roman Boos, che il corso per oratori ha pubblicato per la prima volta in forma di libro nel 1952 con questo titolo.

Pubblicazioni in riviste: Le conferenze del 12-17 febbraio 1921 («Corso per oratori») ## Annotazioni

I lavori di Rudolf Steiner all’interno della raccolta integrale (O.O.) vengono indicati nelle annotazioni con il numero di catalogo bibliografico. Vedi anche la panoramica alla fine del volume.

Pagina 23

«I punti nodali della questione sociale nelle necessità vitali del presente e del futuro» (1919), O.O. Bibl. n. 23.

Ho ad esempio tenuto di recente una conferenza a Berna: su invito della «Società di economia nazionale del Cantone Berna» Rudolf Steiner ha tenuto il 4 febbraio 1921 a Berna una conferenza sul tema «La configurazione della vita economica sotto l’influsso della triarticolazione dell’organismo sociale». Non esiste una trascrizione di questa conferenza.

Pagina 28

in quella serie di articoli: La serie di articoli apparve nel 1905/06 con il titolo «Teosofia e questione sociale» nella rivista diretta da Rudolf Steiner «Lucifero-Gnosi». All’interno della raccolta integrale è contenuta nel volume «Lucifero-Gnosi. Saggi fondamentali sull’antroposofia e resoconti dalla rivista e 1903-1908», O.O. Bibl. n. 34. La serie di articoli, in cui Rudolf Steiner, partendo dai problemi della divisione del lavoro, formula la «legge sociale principale» e dimostra la necessità di una separazione tra lavoro e reddito, è apparsa anche come estratto a parte.

Pagina 29

Lenin e Trotsky: Personalità di primo piano del movimento bolscevico in Russia. Per i punti di vista citati da Rudolf Steiner si veda in particolare lo scritto di Lenin «Stato e rivoluzione», Belp/Berna 1918.

Non si azzardano: E. A. Karl Stockmeyer annotò a questo punto nei suoi appunti: «Le persone oggi non si azzardano a cercare gli inizi della vita spirituale nell’anima». — Da: Appunti manoscritti di E.A. Karl Stockmeyer dalla conferenza del 12.2.1921, Archivio/Dornach.

Pagina 30

Arthur Schopenhauer, 1788-1860, filosofo. Letteralmente: «Ne risulta che predicare la morale è facile, fondare la morale è difficile». Vedi Arthur Schopenhauer, «Opere complete» in 12 volumi con introduzione di Rudolf Steiner, J. G. Cottasche Buchhandlung Successore, Stoccarda e Berlino s.d. (1894), vol. 6, p. 361 (Motto dello scritto-premio sulla base della morale).

Pagina 31

Ernst Michel, «Antroposofia e cristianesimo», articolo in «Die Tat», rivista mensile per il futuro della cultura tedesca, pubblicato da Eugen Diederichs a Jena; numero di febbraio 1921. Rudolf Steiner cita questo articolo nella sua conferenza dell’8 febbraio 1921, pubblicata in «La responsabilità dell’uomo per lo sviluppo del mondo», O.O. Bibl. n. 203, pp. 203 e 206.

Pagina 32

che da me siano state tenute conferenze dal mese di aprile 1919: Si vedano all’interno della raccolta integrale di Rudolf Steiner i volumi O.O. Bibl. nn. 189-199 e 329-334.

Pagina 33

quando nel 1919 abbiamo iniziato il nostro movimento di triarticolazione: nel suo scritto «I punti nodali della questione sociale», cit. sopra, Rudolf Steiner sviluppò l’idea di una (tri-)articolazione dell’organismo sociale come alternativa allo stato unitario esistente. Per la diffusione di questa idea fu fondato il 22 aprile 1919 a Stoccarda il «Circolo per la triarticolazione dell’organismo sociale». Per la storia del movimento di triarticolazione si vedano le serie di scritti «Contributi alla raccolta integrale di Rudolf Steiner» (precedentemente «Comunicati dell’amministrazione del lascito di Rudolf Steiner»), fascicoli 24/25 e 27/28 (1969); inoltre: Walter Kugler, «Rudolf Steiner e l’antroposofia», DuMont-Dokumente, Colonia 1978, terzo capitolo.

Pagina 34

Karl Marx, 1818-1883, fondatore del socialismo scientifico e del materialismo dialettico.

Johann Karl Rodbertus, 1805-1875, economista e politico, principale rappresentante del socialismo scientifico in senso idealista-monarchico (socialista di stato).

Pagina 35

Paul Singer, 1844-1911, politico socialdemocratico. In quale contesto Rudolf Steiner abbia sentito parlare di Paul Singer non è stato possibile determinare. Presumibilmente era a Berlino all’inizio del secolo, quando Rudolf Steiner tenne numerose conferenze all’interno del movimento operaio e fu insegnante presso la scuola di formazione per operai a Berlino dal 1899 al 1904.

Pagina 36

come contenute nei «Punti nodali»: Vedi annotazione alla p. 23 e annotazione alla p. 33.

Pagina 37

Fritz Terhalle, 1889-1962, economista. Vedi il suo scritto «Formazione dei prezzi libera o vincolata? Un contributo alla nostra politica dei prezzi dall’inizio della guerra mondiale», Jena 1920, p. 121. In esso Terhalle cita da Ludwig Pohle, «La crisi attuale nella economia nazionale tedesca. Osservazioni sul rapporto tra politica e scienza economica nazionale», Lipsia 1910, p. 114, il seguente passo: «Essi (i provvedimenti coercitivi) dovrebbero servire a calmare l’opinione pubblica, che è irritata per la scoperta di certi fenomeni considerati , facendole vedere che il governo sta prendendo contromisure. L’opinione pubblica, che secondo una felice espressione di G. Brandes è guidata molto più dalla fantasia che dalla ragione, non si chiede infatti e non è in grado di giudicare se i provvedimenti adottati possono effettivamente portare a qualcosa di considerevole, anche se la riforma introdotta forse offre solo l’apparenza della realtà e in sostanza lascia tutto come prima». — A questo Terhalle aggiunge: «Per il futuro, certamente, della pace si porrebbe il compito importante di coltivare la conoscenza delle necessità economiche negli strati popolari più ampiamente di quanto si sia fatto finora, di educare questi ultimi al pensiero economico».

Georg Brandes, 1842-1927, critico letterario danese; vedi anche l’annotazione precedente a F. Terhalle.

Pagina 38

dal mese di aprile 1919: In questo mese apparve lo scritto «I punti nodali della questione sociale». Vedi annotazioni alle pp. 23 e 33.

Pagina 41

Pace di Nystad: Nel piccolo porto finlandese di Nystad (finlandese: Uusikaupunki) situato sul Golfo di Botnia, il 10 settembre 1721 fu conclusa la pace tra la Svezia e la Russia, che pose fine alla cosiddetta guerra del Nord. Con ciò la Svezia perse la sua posizione di grande potenza e l’accesso della Russia al Mar Baltico è ora garantito in modo permanente. Il Mar Baltico sarà in futuro dominato dall’antagonismo russo-britannico.

Pace di Parigi: Dopo la pace preliminare di Fontainebleau (1762) la Gran Bretagna e il Portogallo concludono con la Francia e la Spagna il 10 febbraio 1763 la pace di Parigi. La Francia cede alla Gran Bretagna i suoi possedimenti nordamericani (Nuova Scozia, Canada, Louisiana a est del Mississippi). La Spagna riceve dalla Francia la Louisiana a ovest del Mississippi come compensazione per la Florida, che deve cedere alla Gran Bretagna. I possedimenti indiani della Francia rimangono (eccetto cinque empori commerciali) alla Gran Bretagna, che mantiene anche le conquiste africane (Senegambia) ed è ora la potenza navale e coloniale indiscutibilmente principale del mondo.

Pagina 42

se la Russia debba arrivare a Costantinopoli o no: È possibile che lo stenografo non abbia riprodotto il testo di Rudolf Steiner con assoluta fedeltà. Per chiarire, qui si riportano alcuni eventi storici essenziali in relazione al rapporto Russia-Costantinopoli: Il 29 maggio 1453 Costantinopoli cade in mano agli Ottomani. La chiesa greco-ortodossa rimane sotto il dominio turco. Politicamente il ruolo guida nell’Ortodossia passa al Granducato di Mosca, che vuole essere la «Terza Roma». — Nella pace di Costantinopoli del 1700 la Russia deve ricevere Azov (nel delta del Don) e quindi un primo avamposto sul Mar Nero. Il rafforzamento del potere della Russia compiuto sotto lo zar Pietro il Grande (1672-1725) significa un avvicinamento della Russia all’Occidente e quindi anche una crescente influenza politica della Russia sulla vita politica dell’Europa centrale.

Pagina 47

Oswald Spengler, 1880-1936, filosofo della storia. «Il tramonto dell’Occidente», vol. I «Forma e realtà», Monaco di Baviera 1920, vol. II «Prospettive storico-mondiali», Monaco di Baviera 1922.

Pagina 51

Herbert Spencer, 1820-1903, filosofo inglese. «Sistema della filosofia sintetica», 10 volumi 1862-1896.

Thomas Henry Huxley, 1825-1895, zoologo e filosofo inglese. «Testimonianze per il posto dell’uomo nella natura», tradotto da J. Victor Carus, 1863.

Ralph Waldo Emerson, 1803-1882, filosofo e scrittore americano. «Uomini rappresentativi», 1850.

Walt Whitman, 1819-1892, scrittore americano. «Opere complete» in due volumi, Filadelfia 1892.

L’Austria … era il paese dell’esperimento: Vedi anche gli articoli di Rudolf Steiner sull’Austria nel «Deutsche Wochenschrift» di Vienna, VI anno 1888, all’interno della raccolta integrale di Rudolf Steiner nel volume «Saggi raccolti sulla cultura e storia del tempo 1887-1901», O.O. Bibl. n. 31.

Pagina 52

Woodrow Wilson: Vedi annotazioni alle pp. 58 e 229.

Pagina 56

le signorie dei Variaghi: Spinti da dissidi interni, secondo i resoconti leggendari, i Russi nel 850 chiamarono tre fratelli normanni Rurik, Sineus e Truwor per portare ordine. Rurik morì nel 879.

Vladimir Solovjev, 1853-1900.

Lev Tolstoj, 1828-1910.

Fedor Michajlovitch Dostojevskij, 1821-1881.

Pagina 58

un libro spesso…, che Wilson … ha scritto: Woodrow Wilson, 1856-1924, presidente americano dal 1912 al 1920. «The State», 1889, tedesco: «Lo stato», Berlino 1913.

Pagina 60

che nel maggio 1914 ho potuto tenere una conferenza in tedesco a Parigi: Rudolf Steiner parlò a Parigi il 25, 26 e 27 maggio 1914. Le prime due conferenze, «L’influsso del mondo spirituale nella nostra esistenza» e «La scienza dello spirito come sintesi della scienza, dell’intelligenza e della ricerca chiaroveggente», sono contenute nel volume «Come si acquista la comprensione del mondo spirituale?», O.O. Bibl. n. 154; la conferenza del 27 maggio, «Il progresso nella conoscenza di Cristo. Il Quinto Vangelo», è contenuta nel volume «Stadi preliminari al Mistero del Golgota», O.O. Bibl. n. 152. Presumibilmente Rudolf Steiner si riferisce alla conferenza tenuta pubblicamente il 26 maggio. Lo stenografo aveva annotato all’inizio della conferenza che Rudolf Steiner si scusava del fatto che avrebbe tenuto la conferenza in lingua tedesca.

Pagina 61

Anatol Vassiljevitch Lunatscharskij, 1875-1933; dal 1917 al 1929 commissario popolare russo per l’istruzione pubblica; nel 1930 presidente dell’Accademia moscovita delle arti.

che ora scintille di fuoco spirituale abbastanza siano accese: Letteralmente si trova nel «Faro», a cura di Karl Rohm, 15º anno, 4º fascicolo, Lorch, ottobre 1920: «Scintille di fuoco spirituale che guizzano come fulmini verso la trappola di legno, sono dunque sufficientemente presenti, e occorrerà tutta la saggezza di Steiner affinché un giorno una vera scintilla di fuoco non rechi a termine un fine ignominioso della gloria di Dornach». — Vedi anche lo scritto di Elsbeth Ebertin, «Uno sguardo nel futuro», Friburgo i.Br., 1921, p. 63.

Pagina 62

nel nostro giornale della triarticolazione: settimanale «Triarticolazione dell’organismo sociale», pubblicato dal Circolo per la triarticolazione dell’organismo sociale, direttore responsabile Ernst Uehli. Uscì da luglio 1919 a giugno 1922. Poi fu rinominato «Antroposofia, settimanale per la vita spirituale libera». Questo nel 1931 fu fuso con la rivista «I Tre» e pubblicato come rivista mensile. — Come risulta da un’affermazione di Rudolf Steiner nella sua conferenza del 16 febbraio 1921 (in questo volume), egli vedeva la necessità che «il giornale della triarticolazione divenisse un quotidiano». Gli articoli di Rudolf Steiner apparsi nella rivista «Triarticolazione dell’organismo sociale» sono contenuti all’interno della raccolta integrale nel volume «Articoli sulla triarticolazione dell’organismo sociale e sulla situazione storica 1915-1921», O.O. Bibl. n. 24.

Pagina 65

è defluito nella merce: Vedi Karl Marx, «Il capitale», 1ª sezione, 1º capitolo «La merce». Lì si dice tra l’altro: «Come valori tutte le merci sono solo determinate misure di tempo di lavoro congelato».

Pagina 67

Concretamente lo troverete esposto nei «Punti nodali»: Vedi Rudolf Steiner, «I punti nodali della questione sociale», O.O. Bibl. n. 23, capitolo III, «Capitalismo e idee sociali».

Herbert Spencer: Vedi annotazione alla p. 51.

Pagina 68

Rudolf Stammler, 1856-1938, «Economia e diritto secondo la concezione materialistica della storia» (1896).

Pagina 69

Oliver Cromwell, 1599-1658, Lord-Protettore dell’Inghilterra. Nel dicembre 1648 su suo ordine i membri presbiteriani furono esclusi dal Parlamento.

Wilhelm von Humboldt, 1767-1835, statista tedesco, «Idee per un tentativo di determinare i limiti dell’attività dello stato», Lipsia 1851.

Pagina 71

Friedrich Wilhelm Förster, 1869-1966, eticista, scienziato dell’educazione e pacifista.

Pagina 72

nella campagna del «Berliner Tageblatt»: Si intende qui il resoconto di Christian Bouchholtz dal titolo «La Berlino superstiziosa. Scuole occulte popolari e laboratori spiritisti», apparso nel n. 39 di martedì 25 gennaio 1921 del «Berliner Tageblatt». Già il 26 gennaio ne apparve un estratto nel «Daily Telegraph» inglese.

Pagina 73

in giornali inglesi: Vedi l’annotazione precedente.

Pagina 74

Il Giorno Che Viene. Società anonima per la promozione di valori economici e spirituali. — Stoccarda 1920-1925. Tentativo di un’impresa associativa nel senso dell’idea di triarticolazione di Rudolf Steiner, del quale fino al 1923 fu presidente del consiglio di amministrazione. All’impresa appartenevano fino a venti aziende economiche e istituzioni culturali. A causa della crisi economica generale l’impresa dovette essere liquidata nel 1925. Vedi a questo proposito anche l’esposizione di Fritz Piston nella serie di scritti «Contributi alla raccolta integrale di Rudolf Steiner», fascicolo 88, Dornach, Gianni 1985.

Pagina 84

Rudolf Wissel, 1869-1962. Ministro dell’economia del Reich nel 1919. Sostenne l’idea di un’economia comune nazionale.

Pagina 85

Concilio di Costantinopoli: L’ottavo concilio ecumenico di Costantinopoli dell’869 decretò sotto il papa Adriano II contro Fotio che l’uomo possedesse un’anima ragionevole e conoscitiva, «unam animam rationabilem et intellectualem», così che da quel momento non si poteva più parlare di un principio spirituale particolare nell’uomo. Lo spirituale fu da allora considerato solo come proprietà dell’anima. Cfr. a questo proposito il filosofo cattolico molto stimato da Rudolf Steiner Otto Willmann nella sua opera in tre volumi «Storia dell’idealismo», 1ª edizione Braunschweig 1894. Nel § 54: L’idealismo cristiano come compimento dell’antico (vol. II, pagina 111) si dice: «L’abuso che i Gnostici fecero della distinzione paolina fra l’uomo pneumatico e psichico, dichiarando il primo come espressione della loro perfezione e il secondo come rappresentante dei cristiani vincolati dalla legge della chiesa, determinò la chiesa a rifiutare esplicitamente la tricotomia».

Wilhelm Wundt, 1832-1920, filosofo e psicologo.

Pagina 87

fortfretten = fretten: usato nel linguaggio colloquiale austriaco per «privarsi, arrangiarsi stentatamente».

Pagina 88/89

negli mostri che si chiamano trattati di pace…: Dopo Brest-Litovsk (3 marzo 1918) e Versailles (28 giugno 1919) furono sottoscritti trattati di pace a Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919), Neuilly (27 novembre 1919), Trianon (4 giugno 1920) e Sèvres (10 agosto 1920).

Pagina 89

Troverete fra i miei discorsi … uno: Probabilmente si tratta della conferenza pubblica di Stoccarda del 18 giugno 1919 sul tema: «Libertà per lo spirito, uguaglianza per il diritto, fraternità per la vita economica», all’interno della raccolta integrale nel volume «Riconfigurazione dell’organismo sociale», O.O. Bibl. n. 330.

Pagina 97

Max Dessoir, 1867-1947, professore di filosofia a Berlino; direttore della «Rivista per l’estetica e la scienza generale dell’arte». Nel suo scritto «Dal di là dell’anima. Le scienze segrete in esame critico», Stoccarda 1917, tratta l’antroposofia in modo critico-polemico. Vedi anche l’annotazione successiva.

«Dai misteri dell’anima» (1917), O.O. Bibl. n. 21. Nel secondo capitolo Rudolf Steiner si confronta ampiamente con la critica di Dessoir (vedi annotazione precedente).

Lettera di un amico: Dr. Jakob Mühlethaler (1883-1972). Scrisse a Rudolf Steiner il 29 novembre 1920: «Il motivo per cui mi trovo a scrivervi in questo momento si spiega così: sto proprio studiando il vostro libro e mi imbatto nel passo (p. 98) dove parlate dei strani difetti di ragionamento di Dessoir. Posso allora avvalorare la vostra critica con un fatto di cui sono stato testimone. Nel semestre invernale 1904/05 seguii un corso di Dessoir su logica e teoria della conoscenza. Accadde che un giorno al bel Max (che tra l’altro compariva ogni settimana in una maglietta di colore diverso) durante la sua lezione improvvisa gli con grande stupore dell’uditorio. Sfortunatamente uno studente aveva proprio un giornale davanti a sé; egli fu dunque preso di mira come capro espiatorio e il signor professore si chiese alcuni minuti di pausa per ritrovare il filo della sua lezione. Dopo lunghi e ansiosi minuti finalmente lo trovò …» (Fonte: Archivio dell’amministrazione del lascito di Rudolf Steiner, Dornach/Svizzera).

Pagina 98

Kuno Fischer, 1824-1907, filosofo; ultimo professore a Heidelberg; introdusse l’analisi filosofico-estetica delle opere poetiche classiche.

Io stesso conoscevo… un chimico: Probabilmente si tratta di Hugo von Gilm (1831-1906). Vedi anche Rudolf Steiner, «Il mio cammino nella vita», O.O. Bibl. n. 28, p. 43; inoltre serie di scritti «Contributi alla raccolta integrale di Rudolf Steiner», fascicolo 49/50, Pasqua 1975, pp. 45-47.

Pagina 99

Justus von Liebig, 1803-1873.

Eugen von Gorup-Besanez, 1817-1878.

Pagina 103

Hermann Helmholtz, 1821-1894. Si tratta qui della conferenza tenuta dal fisico Helmholtz nel 1892 presso l’assemblea generale della Società Goethe a Weimar sul tema «La premonizone di Goethe delle idee scientifiche naturali che verranno». Vedi a questo proposito «Rapporti del Libero Istituto Tedesco», 1893, p. 225.

Pagina 107

in una città dell’Germania meridionale che oggi non è più una città dell’Germania meridionale: Si tratta qui della conferenza del 21 novembre 1905 a Colmar sul tema «Le dottrine della saggezza del cristianesimo alla luce della teosofia». Non esiste una trascrizione.

Pagina 113

«La scienza occulta nelle sue linee generali» (1910), O.O. Bibl. n. 13.

Pagina 115

Adam Smith, 1723-1790, filosofo e economista inglese. È considerato il fondatore della «economia nazionale classica». Fu il primo a presentare in modo sistematico le teorie economiche individualistiche e liberali del 18º secolo. Opera principale: «Ricerca sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni» (1776), 4 vol., traduzione tedesca di Stirner 1846/47.

Pagina 119

Karl Heinemann, «Goethe», 2 vol., 1895.

Albert Bielschowsky, «Goethe», 2 vol., 1895/1904.

Richard Meyer, «Goethe», 3 vol., 1895.

Friedrich Gundolf (Gundelfinger), «Goethe», 1916.

Emil Ludwig, «Goethe, storia di un uomo», 3 vol., 1920.

Alexander Baumgartner, «Goethe», 2 vol., 1895.

Pagina 125

Scuola Waldorf: come scuola unitaria popolare e superiore fondata da Emil Molt, direttore della fabbrica di sigarette Waldorf-Astoria, e da Rudolf Steiner, che ne diresse le sorti fino alla sua morte nel marzo 1925, nel 1919 a Stoccarda. Sulla base dell’antropologia umana e dell’arte dell’educazione sviluppate da Rudolf Steiner oggi esistono più di 300 scuole in Europa e oltremare. Vedi le conferenze di Rudolf Steiner sull’arte dell’educazione, pubblicate all’interno della raccolta integrale nei volumi Bibl. nn. 293-311.

Pagina 127

Programma di Eisenach: formulato nell’agosto 1869 in occasione della fondazione del «Partito dei lavoratori social-democratico» da parte di Wilhelm Liebknecht e August Bebel.

Programma di Gotha: del maggio 1875 in occasione della fusione di questo «Partito dei lavoratori» con l’«Associazione generale tedesca dei lavoratori» fondata nel maggio 1863 da Ferdinand Lassalle.

Programma di Erfurt: dell’ottobre 1891, rielaborato da Karl Kautsky, in occasione della riorganizzazione del «Partito Social-Democratico Tedesco» come membro della «Seconda Internazionale» istituita due anni prima.

Pagina 128

«Stato e rivoluzione», di W. I. Lenin (N. Lenin), Belp/Berna 1918. Letteralmente vi si legge (pp. 146 sg.): «Lo stato potrà completamente estinguersi soltanto quando la società avrà realizzato la norma: , cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le norme fondamentali della convivenza e il loro lavoro sarà talmente produttivo, che essi volontariamente, ognuno secondo le sue capacità, lavoreranno. , che fa calcolare con la durezza di uno Shylock se alla fine non si sia lavorato mezz’ora più o ricevuto un po’ meno stipendio degli altri — questo angusto orizzonte sarà allora superato. La distribuzione dei prodotti non richiederà più un’ordinanza della società che fissi la quantità di ogni prodotto per ciascuna persona, perché ognuno prenderà liberamente … nessun socialista può promettere che la fase di sviluppo più elevata del comunismo debba necessariamente entrare; la previsione dei grandi socialisti di tale epoca presuppone anche una produttività del lavoro e un tipo di uomo lontani da quelli attuali…».

Pagina 130

Ci sono persone, persino Bismarck era fra loro: Vedi Georg Brodnitz, «Le concezioni economiche nazionali di Bismarck», Jena 1902, p. 39: Egli (Bismarck) sostiene i due grandi assi del nostro organismo sociale: l’agricoltura e l’industria. Solo loro rappresentano la parte produttiva della popolazione, il resto, eccetto coloro che svolgono la loro attività puramente «con le forbici del buono», appartiene alle «classi improduttive dei colti e degli incolti, che vivono del loro denaro, del loro onorario o dello stipendio» (Reichstag, 10 feb. 1885), o appartiene al commercio, che è un mestiere certamente nobile ma ugualmente improduttivo (Reichstag, 9 maggio 1884). — In ciò risiede una decisa unilateralità…

«Chi alleva maiali è secondo questa scuola un membro produttivo della società, chi educa gli uomini è un membro improduttivo. Un Newton, un Watt, un Keplero non sono così produttivi come un asino, un cavallo o una bestia da lavoro». (Friedrich List.)

Pagina 137

Scuola Waldorf: Vedi annotazione alla p. 125.

Euritmia: Un’arte del movimento sviluppata da Rudolf Steiner (a partire dal 1912), in cui il linguaggio e la musica vengono resi «visibili». Vedi Rudolf Steiner, «L’origine e lo sviluppo dell’euritmia», O.O. Bibl. n. 277a; «Euritmia. La rivelazione dell’anima che parla» (Discorsi in occasione di rappresentazioni di euritmia), O.O. Bibl. n. 277. «Euritmia — La nuova arte del movimento dei nostri tempi» (Una raccolta di discorsi introduttivi e conferenze), edizione tascabile tb 642.

Corsi di alta formazione: Con il primo corso antroposofico di alta formazione dal 27 settembre al 16 ottobre 1920 fu contemporaneamente inaugurato l’edificio del Goetheanum. Circa 100 conferenze e manifestazioni artistiche caratterizzarono l’evento della riunione. Le conferenze di Rudolf Steiner sono pubblicate all’interno della raccolta integrale nel volume «I limiti della conoscenza della natura», O.O. Bibl. n. 322. — Il secondo corso antroposofico di alta formazione ebbe luogo dal 3 al 10 aprile 1921, anch’esso a Dornach. Al centro di questo evento, visitato da oltre 600 partecipanti, stavano le cinque conferenze di Rudolf Steiner, pubblicate all’interno della raccolta integrale nel volume «L’effetto fertilizzante dell’antroposofia sulle scienze specialistiche», O.O. Bibl. n. 76.

Pagina 137/138

Il Giorno Che Viene: Vedi annotazione alla p. 74.

Pagina 142

Istituto Medico-Terapeutico: L’«Istituto Clinico-Terapeutico» a Stoccarda fu fondato dopo il primo corso medico di Rudolf Steiner (Pasqua 1920) dai medici Dr. Ludwig Noll, Dr. Otto Palmer, Dr. Felix Peipers e Dr. Friedrich Husemann. Fino al 1924 l’istituto fu un reparto del «Giorno Che Viene» (vedi sopra), successivamente fino al 1935 azienda privata del Dr. Otto Palmer.

Pagina 143

D. Lic. Wilhelm Bruhn, «Antroposofia teosofica», in «Dalla natura e dal mondo spirituale», vol. 775, Lipsia e Berlino 1921.

Pagina 144

il maestro di giurisprudenza graziano: Non è stato possibile fin qui identificarlo.

Pagina 145

come ho caratterizzato pubblicamente la disonestà di Frohnmeyer: il 3 dicembre 1920 a Basilea, dove ha parlato su «La scienza dello spirito antroposofica, il suo valore per l’uomo e il suo rapporto con l’arte e la religione» (finora inedito). D. Lic. Joh. Frohnmeyer (1850-1921) aveva nel suo opuscolo «Il movimento teosofico, la sua storia, presentazione e valutazione», Stoccarda e Basilea 1920, tra l’altro scritto (p. 107): «Attualmente a Dornach viene scolpita una statua di 9 m dell’uomo ideale: in alto con tratti , in basso con caratteristiche animalesche». (Nella 2ª edizione questa informazione fu omessa.) — Frohnmeyer ha ripreso questa dichiarazione completamente inesatta da un articolo del prete Heinrich Nydecker-Roos, «Una visita al degli antroposofi a Dornach presso Basilea», nel «Messaggero cristiano di Basilea», 1920, 88º anno n. 23, 9 giugno, pp. 178 sg., senza verificarla (con alcuni lievi cambiamenti).

E questo qualcuno: Prof. D. Gerhard Heinzelmann, Basilea, secondo la sua discussione dello scritto «La persecuzione contro il Goetheanum», Dornach 1920 in «Rivista di missioni evangeliche», Basilea 1921, vol. 65, 2º fascicolo, febbraio, p. 64.

Pagina 148

Karl Giskra, 1820-1879, fu ministro dell’interno austriaco dal 1867 al 1870.

Conte Hermann Keyserling, 1880-1946, fondò nel 1920 a Darmstadt la «Scuola della saggezza».

Pagina 149

«La strada verso il compimento», Comunicati della società per la filosofia libera, Scuola della saggezza, Darmstadt, a cura del conte Hermann von Keyserling, 1º fascicolo, Darmstadt 1920.

«La filosofia come arte», Darmstadt 1920.

Pagina 150

Dipendenza da Haeckel, che egli ha affermato: Vedi conte Hermann Keyserling, «La filosofia come arte» (1920), p. 241. Lì scrive su Rudolf Steiner che «è… comunque simbolico per la sua natura che il suo percorso spirituale in alcuni aspetti sia partito da Haeckel».

nella conferenza pubblica: Nella conferenza del 16 novembre 1920 «La verità della scienza dello spirito e le pratiche rivendicazioni vitali del presente. Contemporaneamente una difesa della scienza dello spirito antroposofica contro i suoi accusatori» (finora inedito, previsto per O.O. Bibl. n. 335), Rudolf Steiner ha corretto l’affermazione di Keyserling (vedi annotazione precedente): «Non è vero che io abbia cercato un qualsiasi collegamento con Haeckel. Haeckel si è avvicinato a me, al modo di procedere dei miei sforzi, da se stesso». Vedi anche la presentazione di Rudolf Steiner in «Il mio cammino nella vita», O.O. Bibl. n. 28, cap. XV.

Pagina 151

Professore Heinzelmann: Vedi annotazione alla p. 145.

Roman Boos, 1889-1952, giurista, autore di diversi libri specialistici, oratore; fu attivamente impegnato all’interno del movimento di triarticolazione, in particolare in Svizzera.

la Cronaca dell’Akasha: Vedi lo scritto di Rudolf Steiner «Dalla Cronaca dell’Akasha» (1904), O.O. Bibl. n. 11. Per i problemi indicati nella conferenza vedi le esposizioni di Rudolf Steiner sul concetto «Cronaca dell’Akasha» nella prefazione del libro citato.

una «definizione completamente nuova di falsità scientifica»: il pastore Max Kully, Ariesheim, aveva in uno dei suoi articoli di denuncia contro il Goetheanum e l’antroposofia («Domenica cattolica», supplemento al n. 20 del 16 maggio 1920) con lo pseudonimo «Spettatore» scritto della «Cronaca dell’Akasha» — una denominazione usata da Rudolf Steiner — nel senso di un libro fisico, mentre essa è un’immagine puramente spirituale dei processi nello sviluppo dell’umanità e nel cosmo. Il Dr. Roman Boos, Dornach, aveva replicato («Giornale per il Birseck, Birsig e Leimental», Ariesheim, 20 maggio 1920). — Kully replicò a sua volta nel «Domenica cattolica» (n. 22 del 30 maggio) e confermò di nuovo lì che egli considerava la «Cronaca dell’Akasha» come un libro fisico. — Rudolf Steiner prese posizione su questi avvenimenti nella sua conferenza del 5 giugno 1920 a Dornach (ristampata in «La persecuzione contro il Goetheanum», Dornach 1920, pp. 19 sg.). — In una recensione di questo opuscolo («Rivista di missioni evangeliche», Basilea 1921, vol. 65, 2º fascicolo, pp. 63 sg.) il professore di teologia D. Gerhard Heinzelmann, Basilea, fece le obiezioni qui rigettate dal conferenziere.

Pagina 153

Questo … diventerà presto un tale fattore di potenza: Vedi conte Hermann Keyserling, «La strada verso il compimento», Darmstadt 1920, nell’articolo inaugurale «La Scuola della saggezza», p. 14. Anche i seguenti brani sono tratti da questo scritto (pp. 14/15 e 17). Vedi anche le annotazioni alle pp. 148 e 149.

Pagina 158

allora realizza il seguente: Vedi conte Hermann Keyserling, «La strada verso il compimento», Darmstadt 1920, pp. 47/48.

Pagina 159

Il professor Rein, Jena, scrisse nel suo articolo «Dottrine etiche errate» in «Der Tag» (23 novembre 1920) tra l’altro: «… Questi uomini liberi del Dr. Steiner non sono però più uomini. Sono già entrati nel mondo degli angeli sulla terra. L’antroposofia li ha aiutati in questo. Non dovrebbe essere un’indicibile benedizione in mezzo alle tante confusioni della vita terrena essere trasferiti in un tale ambiente?»

Pagina 160

in quella conferenza qui: Vedi annotazione alla p. 150.

Pagina 161

Oscar Hertwig, 1849-1922. «Il divenire degli organismi. Una confutazione della teoria del caso di Darwin», Jena 1916.

ha anche fatto pubblicare un libro su questioni sociali: «In difesa del darwinismo etico, sociale e politico», Jena 1918.

Pagina 162

Lunatscharskij: Vedi annotazione alla p. 61.

Pagina 171

la questione della terra e del suolo … nei miei «Punti nodali»: Vedi «I punti nodali della questione sociale» (1919), O.O. Bibl. n. 23, cap. III, p. 115. Vedi anche la conferenza di Rudolf Steiner del 16 giugno 1920 (prevista per O.O. Bibl. n. 335) «Le conseguenze della triarticolazione per terra e suolo».

Pagina 173

Henri Poincaré, 1854-1912, matematico, fisico e astronomo francese.

Ernst Mach, 1838-1916, professore di fisica a Graz e Praga, professore di filosofia a Vienna.

Pagina 174

Lujo Brentano, 1844-1931, professore di economia nazionale. Si dedicò particolarmente al sistema sindacale e al libero scambio.

Fritz Terhalle, 1889-1962, economista. Nel suo libro «Formazione dei prezzi libera o vincolata?», Jena 1920, si legge nel § 11 «Il successo della repressione del rialzo dei prezzi di guerra» (pp. 113 sg.): «Se si vuole farsi un giudizio globale sul successo della persecuzione del rialzo dei prezzi, forse lo si può riassumere così: 1. La maggior parte del tempo i circoli interessati e influenti avevano una concezione errata di ciò che principalmente doveva essere perseguito. 2. L’incertezza causata da questo, così come dall’applicazione nella pratica e dalla pratica stessa che si oppongono alle costruzioni teoriche in vari modi, così come infine dalle più svariate sentenze giudiziali, ha portato i circoli di affari interessati in una confusione e agitazione molto indesiderata. 3. La repressione del rialzo dei prezzi è riuscita in molti settori quasi per nulla, in particolare nella produzione primaria, in altri solo in parte e spesso in misura eccessiva, in particolare in molti rami del commercio al dettaglio. 4. Tutto questo insieme ha danneggiato il commercio leale a favore della speculazione».

Vedi anche l’annotazione alla p. 37.

Pagina 177

il giornale della triarticolazione: Vedi annotazione alla p. 62.

Pagina 182

Carlo Magno, 742-814, nel 800 fu incoronato imperatore da papa Leone III a Roma.

Pagina 185

il piccolo libretto di economia nazionale: Né il titolo né l’autore finora sono stati identificati.

Pagina 194

la parola di Nietzsche: La fonte della formulazione citata da Steiner non è stata reperita. Una formulazione che si avvicina a quanto qui inteso si trova negli scritti inediti di Nietzsche degli anni ottanta: «Il periodo della chiarezza: si comprende che l’antico e il nuovo sono opposti fondamentali: i vecchi valori nati dalla vita in declino, i nuovi dalla vita ascendente —, che tutti i vecchi ideali sono ideali ostili alla vita (nati dalla decadenza e che determinano la decadenza, per quanto magnificamente rivestiti nei vesti della morale domenicale). Comprendiamo l’antico e siamo lungi dall’essere abbastanza forti per un nuovo». — Da: «Friedrich Nietzsche», Opere in tre volumi, a cura di Karl Schlechta, Monaco di Baviera 1956, vol. 3, p. 666.

Pagina 197

nel «Circolo per la triarticolazione dell’organismo sociale»: Vedi annotazione alla p. 33.

già all’inizio dell’anno ormai passato: ad esempio all’interno della conferenza con i dirigenti dei gruppi di lavoro per la triarticolazione del 3 marzo 1920 a Stoccarda (finora inedita), dove parla della necessità di fondare istituzioni pratiche della vita economica a partire dal movimento di triarticolazione.

Assemblea della Società delle Nazioni a Ginevra: dal 15 novembre al 18 dicembre 1920. Gli USA hanno rifiutato l’adesione alla Società delle Nazioni. L’Argentina si è ritirata. L’Austria e la Bulgaria furono ammesse come membri. Fu decisa l’istituzione di una Corte internazionale permanente. — Vedi anche Rudolf Steiner, «I veri fondamenti di una Società delle Nazioni nelle forze economiche, giuridiche e spirituali dei popoli» in «La liberazione dell’essere umano come base per una riconfigurazione sociale», O.O. Bibl. n. 329.

Pagina 198

circa cinquanta personalità qui radunare: Emil Leinhas, uno stretto collaboratore di Rudolf Steiner, riferisce che Rudolf Steiner si sarebbe reso disponibile per una scuola per oratori se si fossero trovati cento interessati. Sebbene allora si presentassero solo cinquanta personalità, Rudolf Steiner era disposto a tenere un tale corso. Cfr. Emil Leinhas, «Dal lavoro con Rudolf Steiner», Basilea 1950, pp. 90 sg. Vedi le prime 10 conferenze in questo volume.

Pagina 201

Karl Helfferich, 1872-1924, nel 1906 divenne direttore della ferrovia di Bagdad, nel 1908 direttore della Banca Tedesca. Dal 1915 al 1917 ebbe, prima come segretario di stato del tesoro del Reich, poi come segretario di stato dell’interno e vicecancelliere del Reich, la responsabilità del finanziamento della guerra e della condotta economica della guerra. Il 23.4.1924 morì, poco prima di una grande vittoria elettorale del suo partito, nell’incidente ferroviario di Bellinzona. Scritti: «L’origine della guerra mondiale alla luce delle pubblicazioni delle potenze dell’Intesa», Berlino 1915; «La preistoria della guerra mondiale», Berlino 1919. — L’affermazione di Helfferich citata da Rudolf Steiner non è stata ulteriormente identificata.

Pagina 205

Götz di Berlichingen, 1480-1562, cavaliere tedesco, perse nell’assedio di Landshut una mano, che sostituì con una d’acciaio. Era temporaneamente comandante dei contadini rivoltosi, della «massa dell’Odenwald».

Franz di Sickingen, 1481-1523, capo di una lega di cavalieri svevi e renani. Come tale mise in scena alcuni sollevamenti con l’obiettivo di riforme religiose e politiche.

Ulrich di Hutton, 1488-1523, umanista, si unì a Franz di Sickingen per la trasformazione delle condizioni politiche.

Pagina 206

Sprengel: Territorio amministrativo di un vescovo, di un parroco.

Pagina 208

Divisione della Polonia: La prima divisione fu effettuata nell’agosto 1772. La Prussia ricevette la Prussia occidentale senza Danzica e Thorn, nonché l’Ermland e la Grande Polonia settentrionale, cioè circa 34.900 kmq con circa 356.000 abitanti; la Russia annesse la Livonia polacca e la Bielorussia; all’Austria toccò la Piccola Polonia a sud della Vistola, la Rutenia Rossa, la Volinia, la Podolia e fu incorporata come regno «Galizia e Lodomeria». La seconda divisione della Polonia avvenne nel 1793, la terza nel 1795.

Pagina 210

Juliusz Slowacki, Kremenez (Volinia) 1809-1849 Parigi, poeta polacco; nel suo epos e dramma della confederazione di Barre, che parlava del primo sollevamento contro la Russia, cercò di accendere il sentimento nazionale polacco.

Julian Dunajewski, 1822-1907, professore di scienze politiche a Pressburgo, Leopoli e Cracovia. Dal 1880 al 1891 ministro delle finanze austriaco. — Vedi anche Rudolf Steiner, «Il mio cammino nella vita», O.O. Bibl. n. 28, pp. 87 e «Saggi raccolti sulla cultura e storia del tempo 1887-1901», O.O. Bibl. n. 31, pp. 36, 139 sg.

Otto Hausner, Brody in Galizia 1827-1890 Leopoli. Deputato al parlamento austriaco. Cercò sia come buon europeo sia come polacco di proteggere il suo paese dal pericolo russo. Come oratore egli fu descritto da Rudolf Steiner in «Il mio cammino nella vita», O.O. Bibl. n. 28, p. 88; vedi anche la sua 1ª conferenza in «Considerazioni esoteriche di nessi karmici», O.O. Bibl. n. 236.

Ludwig Wolski, deputato polacco al parlamento austriaco, politicamente collegato con Otto Hausner.

Pagina 212

quello che si chiama messianismo polacco: Questo risale allo scritto «Libri della nazione polacca e del pellegrinaggio polacco» del più grande poeta polacco Adam Mickiewicz (1798-1855). Lì si legge tra l’altro: «E così come con la resurrezione di Cristo sulla terra intera cessarono i sacrifici cruenti, così con la resurrezione del popolo polacco cesseranno nella cristianità tutte le guerre» (pp. 24/25).

Pagina 213

Conte Wojciech Dzieduszycki, 1845-1909, filosofo e poeta, fu dal 1879 al 1886 membro della Camera dei deputati di Vienna.

Franz Ladislaus Rieger, Semil 1818-1903 Praga, deputato austriaco, vecchio-ceco.

Eduard Gregr, Steyr 1827-1907 Lichtenstadt presso Praga, deputato austriaco, giovane-ceco.

Eduard Herbst, 1820-1892, professore di filosofia del diritto e diritto costituzionale a Leopoli, successivamente a Praga; dal 1867 al 1870 ministro della giustizia, politico leader della sinistra tedesca liberale nel consiglio dell’impero austriaco.

Ernst di Plener, Eger 1841-1923 Vienna, capo dei tedeschi liberali.

Bartholomäus cavaliere di Carneri, Trento 1821-1909 Marburgo, filosofo e scrittore; dal 1870 al 1891 membro della Camera dei deputati austriaca.

Pagina 218

grande prestito di valuta estera: Vedi a questo proposito gli scritti di J. M. Keynes «Le conseguenze economiche del trattato di pace», tradotto da M.J.Bonn e C.Brinkmann, Monaco di Baviera e Lipsia 1920, p. 232.

Pagina 219

John Maynard Keynes, 1883-1946; economista inglese, professore presso l’università di Cambridge. Durante la guerra entrò nel tesoro inglese. In questa veste collaborò in posizioni influenti alle questioni legate al finanziamento della guerra e infine partecipò come rappresentante finanziario britannico e come rappresentante del cancelliere dello scacchiere inglese al consiglio economico supremo alla conferenza di Parigi. Il 7 giugno 1919 rassegnò le dimissioni dopo aver compreso che non sarebbero stati possibili cambiamenti sostanziali alle condizioni di pace. — Vedi anche annotazione alla p. 218.

Norman Angell, «Il trattato di pace e il caos economico in Europa», Charlottenburg 1920.

Pagina 222

Erich Ludendorff, 1865-1937, nella prima guerra mondiale capo di stato maggiore di Hindenburg, dal 1916 primo quartiermastro generale, nel 1918 destituito per la sua volontà di continuare la guerra. Nel 1926 fondò con sua moglie Mathilde il «Circolo di Tannenberg cristiano-nazionale». Sulla necessità politica di «mandare» Lenin in Russia, Ludendorff scrive in «I miei ricordi di guerra 1914-1918», Berlino 1919, p. 407: «Con l’invio di Lenin in Russia il nostro governo si era assunto una particolare responsabilità. Dal punto di vista militare il viaggio era giustificato, la Russia doveva cadere. Ma il nostro governo doveva fare attenzione che anche noi non cadessimo …»

Pagina 225

Lenin: Vedi annotazione alle pp. 29 e 128.

Pagina 226

Reazione alla traduzione dei «Punti nodali…»: Vedi la discussione di H. Wilson Harris nel «Daily News» del 16.9.1920 con il titolo «Come deve essere trattato il capitale (Un libro che è discusso in Europa)». Ristampa in «Contributi alla raccolta integrale di Rudolf Steiner» (precedentemente «Comunicati dell’amministrazione del lascito di Rudolf Steiner»), fascicolo 27/28, Dornach 1969, pp. 10 sg.

che nel primo mese di primavera 1920 avevo già segnalato: Vedi annotazione alla p. 198.

Pagina 227

Aspirazione all’unità … dal 1848: Per un breve periodo si sono fuse nella rivoluzione del 1848 varie correnti come quella costituzionale-liberale, quella radicale-democratica, quella dei rivoluzionari sociali e quella nazionale-idealistica, che però si separano di nuovo abbastanza presto e in tal modo annullano la forza d’urto della rivoluzione. La fine dei movimenti rivoluzionari arriva nel 1849 con il ripristino dell’ordine pre-rivoluzionario nell’Austria-Ungheria e in Prussia. Le rivendicazioni di unità e libertà rimangono insoddisfatte.

Johann Gottlieb Fichte, 1762-1814, professore di filosofia a Jena, Erlangen, Königsberg e Berlino. Nell’ultima (14ª) dei suoi «Discorsi alla nazione tedesca» si legge tra l’altro: «A voi è toccato il più grande destino, di fondare in generale il regno dello spirito e della ragione, e di distruggere interamente la forza corporea bruta come dominatrice del mondo». — Sulla sovranità marittima dice nella sua 13ª lezione: «Così pure la libertà dei mari così frequentemente predicata nei nostri giorni è estranea al tedesco; sia che effettivamente questa libertà sia intesa, sia che sia inteso solo il potere di escludere sé stessi tutti gli altri dalla medesima. Per secoli, durante la competizione di tutte le altre nazioni, il tedesco ha mostrato poco desiderio di partecipare ampiamente alla medesima, e non lo farà mai». (citato secondo l’edizione Reclam, Lipsia s.d., pp. 250 e 218 sg.)

Pagina 228

«Pensieri nel tempo della guerra. Per i tedeschi e per coloro che non credono di doverli odiare» (1915), all’interno della raccolta integrale nel volume «Articoli sulla triarticolazione dell’organismo sociale e sulla situazione storica 1915-1921», O.O. Bibl. n. 24, pp. 279-332.

Pagina 229

Woodrow Wilson, 1856-1924, presidente degli Stati Uniti d’America dal 1913 al 1921. Letteralmente, nel discorso di Wilson in occasione della festa della bandiera a Washington il 14 giugno 1917: «Il popolo tedesco non ha istigato né voluto questa terribile guerra, né ha desiderato che vi fossimo trascinati dentro … Il popolo tedesco si trova lui stesso negli artigli di una potenza oscura…» In occasione di una seduta congiunta di entrambe le camere del Congresso il 2 aprile 1917 Wilson disse: «Con il popolo tedesco non abbiamo disputa alcuna. Non nutriamo alcun altro sentimento nei suoi confronti che simpatia e amicizia. Non per suo impulso il governo tedesco ha intrapreso questa guerra. E neppure a sua conoscenza o con sua approvazione…» — Da: «I discorsi di Woodrow Wilson», pubblicati dal Committee on Public Information degli Stati Uniti d’America, Berna 1919, pp. 49 e 35.

Karl Helfferich, vedi annotazione alla p. 201.

Mathias Erzberger, 1875-1921, deputato del Centro, nell’ottobre 1918 plenipotenziario per l’armistizio, dal 1919 al 1921 ministro delle finanze del Reich, nel 1921 ucciso da nazionalisti. Avversario e rivale di Karl Helfferich.

Pagina 230

Richard von Kühlmann, 1873-1948, segretario di stato tedesco degli esteri dal 1917 al 1918. Kühlmann conosceva il testo dei memoranda da Rudolf Steiner redatti nell’estate 1917, nei quali egli ha presentato l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale. Vedi Rudolf Steiner, «Futuro sociale», O.O. Bibl. n. 332a, p. 69.

Pagina 231

nel giornale della triarticolazione: Vedi annotazione alla p. 62.

Pagina 232

che qualcuno si è particolarmente impegnato per la fondazione di un ordinario servizio stampa a Zurigo: probabilmente si tratta del colonnello Haeften, un fedele confidente di Helmuth von Moltke. La direzione del Reich tedesco aveva pianificato nell’autunno 1916 di istituire a Zurigo una centrale notizie o servizio stampa, attraverso il quale l’opinione pubblica mondiale avrebbe dovuto essere informata sugli obiettivi di guerra e di pace delle potenze centrali.

Pagina 233

Quando in Svizzera le persone erano molto vicine a una sorta di rivoluzione: Rudolf Steiner si riferisce qui allo sciopero generale del novembre 1918 condotto dalla socialdemocrazia. Oltre alle truppe mobilitate dal governo e ai circoli borghesi erano soprattutto i contadini che si opposero allo sciopero, poiché non avevano bisogno di rovesciamento e rivoluzione. Cfr. Schmid-Ammann, «La verità sullo sciopero generale del 1918», editore Morgarten 1967.

Pagina 234

nei miei «Punti nodali della questione sociale (1919), O.O. Bibl. n. 23, cap. II, «I tentativi di soluzione conformi alla realtà richiesti dalla vita per le questioni e le necessità sociali».

Pagina 237

Leo, conte di Thun und Hohenstein, Tetschen 1811-1888 Vienna, fu dal 1849 al 1860 ministro dell’istruzione austriaco, condusse una riforma scolastica, riorganizzò i ginnasi e le università e durante il suo incarico nominò numerosi artisti e studiosi, che successivamente acquisirono fama mondiale, alle università di Vienna. Vedi l’articolo di Rudolf Steiner «Il sistema scolastico tedesco (in Austria) e il signor von Gautsch», in «Saggi raccolti sulla cultura e storia del tempo 1887-1901», O.O. Bibl. n. 31, pp. 121 sg.

Paul, barone Gautsch di Frankenthum, Vienna 1851-1918, statista austriaco. Dal 1885 al 1893 ministro della cultura e dell’istruzione nel gabinetto Taaffe. Vedi anche l’annotazione precedente.

mi fu rivolta frequentemente l’apprensione: Così anche da Karl Julius Schröer. Nella sua autobiografia «Il mio cammino nella vita» (O.O. Bibl. n. 28, pp. 146 sg.) Rudolf Steiner scrive: «Lodai gli ordinamenti idonei che il ministro cattolico-clericale Leo Thun aveva già introdotto negli anni cinquanta per i ginnasi austriaci, rispetto ai provvedimenti non pedagogici di Gautsch. Quando Schröer ebbe letto il mio articolo, disse: Volete quindi una politica scolastica clericale di nuovo in Austria?»

Pagina 238

nel mio libro: «Dagli enigmi dell’uomo. Espresso e non espresso nel pensare, guardare, sentire di una serie di personalità tedesche e austriache» (1916), O.O. Bibl. n. 20.

Pagina 241

Siamo ad esempio in Svizzera costretti a ciò: specialmente il pastore svizzero Max Kully (Ariesheim) ha polemizzato in prediche e articoli di giornale contro Rudolf Steiner e l’antroposofia, cosicché veniva evocato un quadro completamente distorto dell’antroposofia agli occhi del pubblico. Rudolf Steiner e alcuni membri della società antroposofica hanno quindi pubblicato diverse controrepliche in giornali o tenuto conferenze.

Pagina 243

Moritz Bartsch, 1869-1944, negli anni novanta membro della società teosofica. Sotto Rudolf Steiner membro dal 1908; rappresentante attivo del lavoro antroposofico nella Slesia. Suo figlio, Erhard Bartsch, era anch’egli tra i partecipanti al corso.

Pagina 246

Unione Telegrafica: Accanto all’ufficio telegrafico Wolff il più grande ufficio di notizie telegrafico tedesco (nazional-tedesco), fondato nel 1862.

Stinnes: Concentrato industriale fondato da Hugo Stinnes (1870-1924) (tra l’altro estrazione mineraria, navigazione marittima).

Pagina 248

Karl Lamprecht, 1856-1915, storico, professore a Bonn, Marburgo e Lipsia. Opera principale: «Storia tedesca», 12 volumi, Friburgo. Come si evince dalle numerose annotazioni e commenti a margine, Rudolf Steiner si è occupato estesamente della «Scienza storica moderna» di Lamprecht, Friburgo 1905.

Sulla storia della Polonia nella biblioteca di Rudolf Steiner si trova l’opera di W. Feldman «Storia delle idee politiche in Polonia dalla sua divisione (1795-1914)», Monaco di Baviera e Berlino 1917.

Pagina 250

«Il Giorno Che Viene»: Vedi annotazione alla p. 74.

Pagina 251

Emil Molt, 1876-1936, consigliere del commercio, industriale, direttore della fabbrica di sigarette Waldorf-Astoria a Stoccarda. Attivamente coinvolto nella realizzazione del movimento di triarticolazione e in questo contesto fondatore della Libera Scuola Waldorf a Stoccarda (1919). Cofondatore della società Il Giorno Che Viene, Stoccarda, e della società Futurum, Dornach.

Pagina 257

Abbiamo tentato su larga scala la questione dei consigli aziendali: Nell’estate 1919 Rudolf Steiner tenne a Stoccarda diverse conferenze e diresse assemblee con operai di aziende industriali di Stoccarda per la preparazione della fondazione di consigli aziendali. La pubblicazione di queste conferenze all’interno della raccolta integrale è attualmente in preparazione.

Pagina 258

Eduard conte Taaffe, 1833-1895, statista austriaco, nel 1867 ministro dell’interno e dell’istruzione, dal 1879 al 1893 presidente del consiglio. Dalla sua disposizione federalista cercò una riconciliazione delle nazionalità. Quando volle eliminare l’eccesso di rivendicazioni dei cristiani-tedeschi, dei polacchi e dei cechi e le difficoltà che ne derivavano attraverso una riforma elettorale (ottobre 1893), fu indotto alle dimissioni.

Pagina 260

Scuola Waldorf: Vedi annotazione alla p. 125.

Pagina 261

Paul Hindenburg, 1847-1934, feldmaresciallo tedesco, dal 1925 al 1934 presidente del Reich.

Pagina 262

Oswald Spengler: Vedi annotazione alla p. 47.

REGISTRO DEI NOMI

(H = Annotazione)

Angell, Norman: 219 H

Bartsch, Moritz: 243 H, 252

Baumgartner, Alexander: 119 H

Beethoven, Ludwig van: 59

Bielschowsky, Albert: 119 H

Bismarck, Otto von: 130 H

Boos, Roman: 151 H

Brandes, Georg: 37 H

Brentano, Lujo: 174 H

Bruhn, Wilhelm: 143 H

Carneri, Bartholomäus cavaliere di: 213 H

Cromwell, Oliver: 69 H

Dessoir, Max: 97 sg. H

Dostojevskij, Fedor M.: 56 H

Dunajewski, Julian: 210 H, 213

Dzieduszycki, Wojciech conte: 213 H

Emerson, Ralph Waldo: 51 H

Erzberger, Mathias: 229 H

Fichte, Johann Gottlieb: 227 H

Fischer, Kuno: 98 H

Förster, Friedrich Wilhelm: 71 H

Frohnmeyer, Johannes: 145 H

Gautsch, Paul barone di: 237 H

Giskra, Karl: 148 H

Goethe, Johann Wolfgang von: 119

Götz di Berlichingen: 205 H

Gorup-Besanez, Eugen di: 99 H

Gregr, Eduard: 213 H

Gundolf, Friedrich: 119 H

Haeckel, Ernst: 150 H, 161

Hausner, Otto: 210 sg. H

Heinemann, Karl: 119 H

Heinzelmann, Gerhard: 151 H

Helfferich, Karl: 201 H, 229

Helmholtz, Hermann: 103 H

Herbst, Eduard: 213 H

Hertwig, Oscar: 161 H

Hindenburg, Paul: 261 H

Humboldt, Wilhelm von: 69 sg. H

Hutton, Ulrich di: 205 H

Huxley, Thomas Henry: 51 H

Kant, Immanuel: 30

Carlo Magno: 182 H

Keynes, John Maynard: 219 H

Keyserling, Hermann conte: 148 sg. H, 152, 156 sg.

Keyserlingk, conte: 258

Kühlmann, Richard di: 230

Lamprecht, Karl: 248 H

Lenin, Wladimir Iljitsch: 29 H, 128 H, 193, 225

Liebig, Justus di: 99

Ludendorff, Erich: 222, 225

Ludwig, Emil: 119 H

Lunatscharskij, Anatol V.: 61 H, 162

Mach, Ernst: 173 H

Marx, Karl: 34 H, 50, 118, 130, 133, 187

Meyer, Richard: 119 H

Michel, Ernst: 31 sg. H

Molt, Emil: 251 H

Mozart, Wolfgang Amadeus: 59

Nietzsche, Friedrich: 194 H

Pietro il Grande: 42 H

Plener, Ernst cavaliere di: 213 H

Poincaré, Henri: 173 H

Rein, Wilhelm: 159 H

Rieger, Franz L.: 213 H

Rodbertus, Johann Karl: 34 H, 49 sg., 118

Schopenhauer, Arthur: 30 H

Sickingen, Franz di: 205 H

Singer, Paul: 35 H

Smith, Adam: 115 H

Slowacki, Juliusz: 210 H, 212

Solovjev, Vladimir: 56 sg. H

Spencer, Herbert: 51 H, 67

Spengler, Oswald: 47 H, 262

Stammler, Rudolf: 68 H, 70

Steiner, Rudolf: Dalla Cronaca dell’Akasha (O.O. 11) 151 H La scienza occulta nelle sue linee generali (O.O. 13) 113 sg. Dagli enigmi dell’uomo (O.O. 20) 238 H Dai misteri dell’anima (O.O. 21) 97 H I punti nodali della questione sociale (O.O. 23) 23 H, 26, 36, 67 H, 117 sg., 169, 171 H, 226 H, 234 H Pensieri nel tempo della guerra (in: O.O. 24) 228 H

Teosofia e questione sociale (in O.O. 34) 28 H Stinnes, Hugo: 246 H

Taaffe, Eduard conte: 258 H

Terhalle, Fritz: 37 H, 174 H

Thun, Leo conte di: 237 H

Tolstoj, Lev: 56 H

Trotsky, Lew: 29 H

Wagner, Richard: 59

Whitman, Walt: 51 H

Guglielmo II: 161

Wilson, Woodrow: 52 H, 58 H, 229 H

Wissel, Rudolf: 84 H

Wolski, Ludwig: 210 sg. H

Wundt, Wilhelm: 85


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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