Alcuni amici mi hanno indotto a parlarvi, durante questo soggiorno, anche di questioni linguistiche. Più ancora che nei corsi di scienze naturali devo dire che, naturalmente, con un'intenzione che emerge così all’improvviso, ciò che può esservi detto in queste poche ore non può che essere del tutto episodico. Ancora più delle considerazioni naturalistiche, queste considerazioni linguistiche devono essere prese con una certa indulgenza, perché sono completamente una cosa improvvisata. Si tratta quindi solo di fornire alcuni suggerimenti, che potrebbero essere particolarmente utili anche per il nostro insegnamento nella Scuola Waldorf, per l’insegnamento in generale.
Forse ciò che approssimativamente era inteso può essere raggiunto al meglio se leggiamo una o l’altra cosa a una specie di considerazione storica della lingua. Perciò vi prego di considerare ciò che dirò oggi come un assemblamento libero di vari commenti, che dovranno servire da introduzione a ciò che in queste poche ore affronteremo insieme.
È proprio nella lingua tedesca che si può osservare come nello sviluppo della lingua di un popolo si esprima anche lo sviluppo della vita animica stessa. Solo bisogna comprendere che non in ogni periodo l’uomo sta in rapporto alla lingua nello stesso modo che in un altro periodo. Quanto più indietro andiamo nella storia dello sviluppo di un popolo, tanto più vivi troviamo da certi punti di vista tutto ciò che nei poteri dell’anima umana e anche nei poteri di flessibilità del corpo umano è connesso con la lingua. L’ho sperimentato personalmente molte volte. Se leggete i miei libri, troverete lo sforzo consapevole di parlare per quanto possibile in tedesco, anche su argomenti filosofici. Questo è proprio ciò che mi viene rimproverato da molti avversari, che non possono fare a meno di protestare contro quello che in modo consapevole proprio in questi libri per la lingua si tenta.
È già oggi in tedesco straordinariamente difficile trovare ancora forze viventi interiori che continuino a formare la lingua. In particolare è difficile trovare connessioni significanti, cioè esprimere un certo significato in una maniera completamente adeguata, tentando di prendere una qualche parola, come io ho tentato ad esempio con la parola kraftend, una parola che altrimenti si usa meno nella lingua tedesca. Lì ho tentato di mettere in attività quello che altrimenti si esprime solo più passivamente. Ho tentato anche con altre parole; ma sebbene siamo solo un secolo dopo Goethe, oggi già ci risulta difficile coniare parole nuove così estese, che esprimano precisamente cose che cerchiamo di incorporare come nuovi pensieri dello sviluppo dei tempi. Non pensiamo al fatto che ad esempio la parola Bildung (formazione) non è più antica dell’epoca di Goethe! Prima dell’epoca di Goethe in Germania non c’era ancora un uomo colto, cioè non si diceva ancora di quello che si intendeva un uomo colto. La lingua tedesca aveva ancora nella seconda metà del XVIII secolo una forte forza plastica interiore, e così tali parole, come Bildung o addirittura Weltanschauung, che sorge solo dall’epoca di Goethe, potevano ancora essere formate. È una grande fortuna vivere in un contesto linguistico che ancora lo consente. Lo si nota particolarmente fortemente quando ad esempio si è nella posizione di sentire continuamente qualcosa dalla traduzione dei propri libri in francese o inglese o in altre lingue. Lì le persone traducono con il sudore della loro fronte, il meglio che possono; ma sempre, quando uno ha tradotto qualcosa, l’altro lo trova terribile, nessuno trova la traduzione buona. E quando si entra nella questione, si scopre che molto di ciò che sta nei libri non può essere detto così nella traduzione. Allora rispondo a queste persone: In tedesco è tutto corretto; puoi mettere il soggetto al primo, al secondo, al terzo posto, lì più o meno è ancora tutto corretto. — E l’arrangiamento pedante e filisteo, che qualcosa non possa essere detto in assoluto, non è presente nel tedesco come nelle lingue occidentali. Ma immaginate dove si è arrivati quando ci si è legati a un modo di espressione stereotipato! Lì non si può più pensare individualmente, ma in realtà solo nello spirito di gruppo pensare cose che si vogliono comunicare agli altri uomini. Questo è anche il caso in misura elevata per la popolazione delle civiltà occidentali; pensano in forme di espressione stereotipate. Vedete, proprio nella lingua tedesca si possono fare osservazioni su come quello che io vorrei chiamare lo spirito linguistico si sia gradualmente irrigidito, come nel nostro tempo già ci stiamo anche avvicinando con il tedesco allo stadio dove non si può più uscire dalle forme stereotipate. Non era così all’epoca di Goethe, e ancora meno in tempi ancora più antichi. E questo probabilmente è connesso con l’intero sviluppo linguistico dell’Europa centrale.
In tempi relativamente ancora giovani l’Europa centrale fino a gran parte verso est era abitata da una popolazione primitiva, da una popolazione con grandi doni spirituali, ma con una cultura esterna relativamente primitiva, una cultura che più o meno rigorosamente era basata sulla vita economica e in tutto ciò che poteva svilupparsi da essa. E fu assimilato innanzitutto per via della mediazione delle tribù germaniche orientali molto della cultura spirituale dei Greci. Ma con questo in germanico, che più tardi diventò tedesco, molto di greco penetrò nella lingua dell’Europa centrale. Lì è attraverso tutti i secoli in cui il cristianesimo si diffuse dal Sud al Nord, con i concetti, con le idee, con le rappresentazioni, una quantità enorme di contenuto linguistico entrato. Le varie tribù germaniche dell’Europa centrale non avevano affatto la possibilità di esprimere dalle loro lingue i concetti più importanti che avrebbero dovuto ricevere insieme al cristianesimo. Persino quello che ci è stato tramandato non sempre ci dice il vero. Così ad esempio ciò che si chiama benedizione appartiene sostanzialmente a ciò che si è diffuso con il cristianesimo. Questo concetto specifico della benedizione non era presente nel paganesimo germanico-nordico. Abbiamo certamente lì gli incantesimi, ma questi avevano qualcosa di magico, avevano un potere magico in sé; non era una vera benedizione. Questa benedizione è qualcosa che in fondo è entrata solo attraverso il cristianesimo; e questa benedizione è connessa con il sostantivo benedizione. Questa è una formazione di parole assunta in tempi antichi sotto l’influsso del cristianesimo.
E questa formazione di parole è Signum — il segno, così che con il cristianesimo la parola Signum è entrata e da essa sono nati la benedizione e anche il benedire. Ora vi prego di prestare attenzione a quale forza di formazione linguistica lo spirito linguistico aveva allora! Oggi non saremmo più capaci di trasformare così profondamente una parola straniera e di piegarla così che da signum diventi benedizione. Invece manterremmo la parola straniera come parola straniera, perché non più dalle profondità emerge la forza di trasformazione linguistica che scaturisce dall’interno. Con molte parole che oggi si sentono come completamente buone tedesco, bisogna essere chiari che non sono altro che intrusi che sono venuti con il cristianesimo. Prendiamo la parola predicare. Predicare non è altro che praedicare. Si aveva ancora la possibilità di trasformare profondamente praedicare. Predicare non è affatto una parola tedesca, ma solo la trasformazione della parola praedicare, che significa appunto predicare; ma non abbiamo una parola propriamente tedesca per questa attività cristiana della predicazione. È così necessario che, se vogliamo conoscere la vera forza di formazione linguistica della lingua tedesca, dapprima passiamo la nostra lingua attraverso un setaccio. Dobbiamo più o meno separare tutto ciò che attraverso le vie delle correnti culturali che si sono riversate nella nostra cultura mitteleuropea è entrato nella lingua. Con molte parole veramente non lo noterete. Parlate della festa di Natale, sentite la festa. Natale è una parola germanica primordiale, ma festa è una parola romanza, una parola latina, che in tempi antichi è diventata tedesca.
Festa conduce al tempo quando, da un lato, con il penetrare del cristianesimo, davvero l’estraneo è penetrato, quando al contempo questa è stata trasformata così che oggi non abbiamo affatto la sensazione che sia una parola straniera. Chi oggi nel mondo tedesco pensa al fatto che la parola dannare è una parola latina, che è diventata tedesca, da damnare. Quindi dobbiamo molto setacciare, se vogliamo arrivare a ciò che è veramente tedesco; perché molto è entrato con il cristianesimo; molto è entrato di nuovo perché dal cristianesimo si è sviluppato il sistema scolastico. Il materiale di insegnamento in questo sistema scolastico si è assunto come lo si aveva al Sud, nella cultura greco-latina. E non si trovavano parole per quello che si doveva comunicare. Si dovevano portare le parole insieme ai concetti. Questo è accaduto prima nelle scuole latine, ma si è diffuso anche nelle scuole inferiori; e così abbiamo quello che oggi è la base della nostra educazione, la scuola stessa, come una parola straniera. Perché scuola non è neppure una parola tedesca, così poco come scolastica è una parola tedesca. Schola alto-tedesco antico scola, la scuola, è quindi una parola straniera. E classe è ancora più una parola straniera. Sì, basta guardare dovunque: Tafel è una parola straniera — tabula; scrivere è una parola straniera — scribere. Quindi proprio tutto quello che è penetrato nella scuola, è in realtà, in quanto abbiamo ricevuto il materiale scolastico dal Sud che è di natura romanza, penetrato nella nostra lingua dall’esterno.
Così abbiamo uno strato di quello che dobbiamo setacciare dal tedesco, se vogliamo studiare il vero carattere dell’essenza linguistica tedesca. Lì dovremmo avere setacciato fuori quasi tutte le parole decisamente straniere. Perché non esprimono quello che viene dall’anima popolare tedesca, ma sono versate nell’essenza dell’anima popolare tedesca; formano una specie di vernice sull’essere tedesco. Dobbiamo cercare quello che è sotto questa vernice. Se cerchiamo ad esempio nel sistema scolastico quello che è sotto la vernice, otteniamo relativamente poco, ma molto caratteristico. Ad esempio una parola propriamente tedesca è la parola insegnante; una parola propriamente tedesca è anche la parola lettera, da cui viene libro. Viene dai bastoni gettati, che hanno formato le parole, attraverso l’antica usanza, attraverso bastoni di faggio gettati per esprimere le lettere, da cui è poi venuto il leggere insieme, cioè la lettura, e il lettore, che è diventato insegnante. Queste sono formazioni propriamente tedesche. Ma vedete, portano un carattere completamente diverso, ci riportano ovunque anche alla vita animica che era stata condotta nell’Europa centrale. Così si scontrarono l’antico essere pagano e l’essere cristiano, e con questi due esseri proprio i due elementi linguistici, il meridionale e il più settentrionale, si scontrarono completamente. Potete immaginare quale forza animica trasformativa deve essere stata nella lingua tedesca nel 1º millennio dopo il Mistero del Golgota, che ha accolto il cristianesimo così fortemente come ha fatto, e che poteva allo stesso tempo accogliere con il cristianesimo le parole che esprimevano i segreti più essenziali del cristianesimo.
Ma con questo abbiamo dato solo uno strato. Arriviamo a tempi molto antichi, ai tempi che ancora hanno qualcosa a che fare con l’epoca delle migrazioni dei popoli, se cerchiamo questo uno strato dell’elemento linguistico romanzo che penetra nel tedesco. Ma anche più tardi l’essere romanzo ha esercitato una grande influenza sul tedesco. E così vediamo come attraverso gli eventi più diversi un secondo strato viene di più dall’Occidente, dall’influsso linguistico romanzo. Nel XII secolo inizia e continua fino al XVIII secolo, continuamente parole francesi vengono assimilate, parole francesi per cose, per cui si ha certamente concetto e sensazione, ma per mezzo di cui si modificano certi concetti e sensazioni. Mi sono annotato un numero di queste parole; i miei appunti però non hanno pretesa di completezza, perché, in quanto i discorsi interi sono improvvisati, sono scritti dalla memoria. Ho cercato di prendere proprio parole che sembrano propriamente tedesche. Prendete ad esempio la parola fine. Fine è una parola che non troverete prima del XII secolo. È venuta attraverso fin dal francese. Vedete da questo come nel XII secolo la forza di formazione linguistica era ancora così grande che una parola poteva essere trasformata così fortemente che oggi la si sente come una parola completamente tedesca. Persino una parola come compagno, che è diventata molto popolare, è solo la trasformazione di compagnon; e una parola che ci si incontra oggi molto frequentemente, partito, appartiene a quelle parole che sono immigrate allora. Danza è venuta nel tedesco allora. Queste sono tutte parole che sono nel tedesco solo dal XII secolo e che sono venute in questa seconda invasione, quella che io chiamo specificamente l’invasione francese: scacchi, matto, carta, asso, fiori, rotto — tutte parole che allora sono penetrate nella nostra lingua. È qualcosa di straordinariamente notevole che abbiamo innumerevoli, almeno molto, molto tali parole, che dal XII secolo attraverso il XIII, XIV, XV, XVI secolo dalla Francia, dall’Occidente, sono penetrate nel tedesco. Sono completamente parole, che hanno contribuito molto a far sì che all’interno del linguistico un elemento leggero, un elemento più leggero, penetrasse quello precedentemente molto più pesante del parlare tedesco. La lingua che prima era stata parlata in regioni tedesche aveva qualcosa di molto più pieno; e vedrete come con essa non si sarebbero potute facilmente esprimere tali cose. Si sarebbe potuto facilmente esprimere: Tu sei un eroe audace. Ciò si sarebbe potuto facilmente esprimere nella vecchia lingua tedesca. Ma non: Tu sei un ragazzo fine —, non si sarebbe potuto esprimere nella stessa sfumatura come oggi; per questo c’è bisogno della parola fine. Allo stesso modo altre cose non sarebbero state possibili se non fosse venuta questa invasione attraverso il francese.
Straordinariamente poco è venuto dall’Italia proprio alle regioni più settentrionali. Ai tempi del Rinascimento qualcosa che riguarda il musicale, ma altrimenti niente. Al contrario, viene per via di una terza via — da Baviera meridionale e Austria più tardi — un’altra specie di invasione — anche se non così forte — di parole come bizzarro. Allora persino la parola lilla è venuta; non c’era prima. Queste parole sono venute nello stesso tempo della parola negro e della parola pomodoro. Tutto questo proviene dalla Spagna. Con questo però abbiamo nello stesso tempo una fase del penetrare di elementi linguistici stranieri, dove si può già vedere: Lo spirito linguistico non è più così flessibile. Queste parole assomigliano molto di più alle loro parole originali. E la cosa è diventata ancora più sfavorevole, quando i Tedeschi sono arrivati a lasciar penetrare l’inglese, in realtà solo dal tardo XVIII secolo e poi nel XIX secolo. Lì sono penetrate principalmente le parole per la vita esterna; ma sono rimaste quasi così come sono nell’inglese. Lì lo spirito linguistico tedesco aveva già perso la possibilità di trasformare, di assimilare interiormente.
Così ho cercato di attirare la vostra attenzione su come, andando indietro nei tempi antichi, la capacità di assimilazione, di trasformazione proprio nell’elemento germanico-tedesco fosse straordinariamente forte. Prendete — vi voglio dimostrare fortemente questo — ad esempio una parola così tedesca che in realtà, anche se si è versati nel sentire dei dialetti, non si può dubitare dell’autenticità della parola in questione: Conoscete forse la parola parete rigatella per parete a graticcio. Parete riguarda la tongata germanica primordiale e viene pronunciata. Eppure, questa parola non si trova più nel territorio linguistico tedesco da quando architetti italo-latini istruiti hanno costruito con tale materiale, che ha poi dato occasione in seguito di sviluppare pareti rigattelle. In tempi molto antichi si costruiva in maniera diversa, e questi architetti avevano introdotto per il modo di loro lavoro la parola regula, la regola; e in questo tempo lo spirito di formazione linguistica era ancora così forte da trasformare la parola regula nella parola parete. Ma chi sa oggi che questa parola che sembra propriamente tedesca parete non è altro che regola, regula! Non saremmo oggi più capaci di fare tali trasformazioni. Consideriamo anche cantina, la cantina in basso, come una parola propriamente tedesca, e eppure non è nient’altro che la trasformazione di cellarium. Vi voglio fornire un’altra parola che sembra del tutto propriamente tedesca, così possiate vedere come sarebbe stato pericoloso se si fosse iniziato, secondo certe tendenze che erano presenti qualche tempo fa, a sradicare tutte le parole straniere. Se l’avessero fatto, parete sarebbe scomparsa, cantina sarebbe scomparsa; ma sapete cosa avrebbe dovuto scomparire? La parola ciabattino avrebbe dovuto scomparire! Ciabattino, questa parola è infatti entrata nella lingua tedesca per il fatto che persone provenivano dal Sud che hanno insegnato ai Tedeschi a cucire la calzatura ai piedi invece di come prima solo legarla insieme. E con la cucitura della calzatura è connessa la parola sutor; questa parola trasformata è diventata l’odierna parola tedesca ciabattino. Quindi completamente una parola straniera è l’odierna parola ciabattino.
Vedete da questo come dobbiamo effettivamente setacciare fortemente se vogliamo arrivare a parole propriamente tedesche originali. Non possiamo semplicemente prendere quello che oggi galleggia sulla superficie della lingua, perché segue leggi completamente diverse. Se vogliamo tornare indietro a quello che era sprachschöpferisch, cioè creatore di lingua dal genio linguistico, allora dobbiamo innanzitutto setacciare. L’elemento di formazione linguistica procede in una maniera straordinaria. E lo si vede meglio se si presta attenzione a come nella lingua ancora cose possono essere introdotte, direi, attraverso una certa tirannia dal basso cose possono essere introdotte, anche in un tempo in cui il genio di formazione linguistica non ha più la sua piena forza portante. Lì ad esempio circa ancora non molto tempo fa è accaduto qualcosa in Europa: C’è vicino a Raab un luogo che si chiama Kocs. E — credo fosse nel XVI secolo — da questo piccolo luogo vicino a Raab un inventivo uomo è venuto all’idea di fabbricare carri maneggevoli, con cui si poteva facilmente viaggiare; questi si sono un po’ diffusi e hanno reso popolare il luogo Kocs. Così come le «salsicce di Francoforte» sono note, come si chiamano certe salsicce «salsicce di Francoforte», così tali carri sono stati chiamati Kocsi. E vedete, questo ha avuto una tale forza portante che la parola che ne è risultata, la parola carrozza, è andata persino fino in Francia e ai superbi Inglesi! Eppure questa parola non è affatto ancora antica, ma si è diffusa in tempi relativamente molto giovani con una certa violenza tirannica dal carraio in Kocs.
Quindi siamo consapevoli: Quando abbiamo una lingua finita davanti a noi, allora proprio della lingua, per penetrare al nucleo interno, dobbiamo asportare molto lavoro esterno. Allora però dobbiamo dire il seguente, quando penetriamo al nucleo: questo nucleo ci mostra certamente che poteva sorgere solo con forza di formazione linguistica interiore in un tempo in cui i pensieri stavano ancora molto più profondamente, di come ad esempio stiano oggi all’interno della cultura tedesca. I pensieri devono stare ancora molto più vicini all’intero essere dell’uomo. Oggi non sentiamo più la forza che sentiamo nel pensiero anche ancora nella parola dentro. A volte la sentiamo, quando torniamo ai dialetti, che a loro volta stanno ancora molti gradini più in basso. Diciamo oggi nella lingua di conversazione colto fulmine, per esprimere qualcosa di breve. In certi dialetti dell’Italia meridionale si dice ancora scintilla del cielo. Se dici quello, allora hai tutta la forma di fulmine dentro! Lì c’è ancora visione di ciò che è stato formato nella natura. In breve, si arriva nei dialetti ancora a forme di parole in cui nella forma di parola si sente nuovamente quello che accade fuori nella natura. Ma è così proprio con i nuclei delle lingue, completamente. Lì il momento ideativo e concettuale sta ancora molto più vicino all’elemento sonoro. E proprio nel tedesco si può seguire nella storia della lingua come nei tempi antichi l’affondamento del significato nel suono fosse ancora usuale, e come poi la cosa sia diventata astratta. A parole come giorno, che è una parola propriamente tedesca, chi può sentire T e A — potete sentirlo particolarmente dall’euritmia — sente ancora quello che io chiamo: il penetrare del significato nel suono. Più tardi allora apparvero parole, idee, il cui significato astratto era stato inserito nella parola. Guardiamo il nome proprio Diritto Vivente. Si chiama un bambino Diritto Vivente, per dargli come accompagnamento che viva rettamente, che non si smarrisca. O Iddio Fedele. Quando tali parole furono formate, c’era ancora un certo elemento di formazione linguistica, ma astratto, non originale.
Questo era ciò che volevo dirvi oggi come introduzione, così che poi potessimo procedere a qualcosa di più concreto. SECONDA CONFERENZA
Desidero anticipare ancora oggi, come ho già fatto prima della prima conferenza, alcune considerazioni introduttive. Vi prego vivamente di non riporre eccessive speranze in queste poche ore che posso dedicare a questo argomento; almeno non dal punto di vista dei contenuti. Sarà certamente significativo fornire un impulso in questa materia. Ma data la natura improvvisata con cui tutto questo è venuto a realizzarsi, quello che qui sarà detto sullo sviluppo del linguaggio non potrà essere altro che una serie di osservazioni improvvisate. Forse trarremo dalle modalità che seguirò nelle discussioni un orientamento direttivo. Non mi atterrò a nulla di convenzionale, ma cercherò piuttosto di attirare la vostra attenzione su molte cose che risulteranno importanti per una considerazione organica della vita linguistica.
Nella prima conferenza ho sottolineato come proprio la nostra lingua tedesca abbia subito uno sviluppo poiché il suo patrimonio lessicale ha esperito delle invasioni. Abbiamo potuto indicare una tale invasione straordinaria e significativa: quella che è giunta con l’afflusso del cristianesimo nelle culture nordiche, con tutto ciò che si è collegato a questo afflusso del cristianesimo. Il cristianesimo non ha portato soltanto il suo contenuto, ma ha portato questo contenuto in immagini verbali. E nella misura in cui, considerando esteriormente, non era presente nelle religioni popolari delle popolazioni dell’Europa settentrionale e centrale qualcosa di ciò che il cristianesimo portava, nella medesima misura non era possibile comprendere il cristianesimo con il patrimonio lessicale delle genti dell’Europa settentrionale e centrale. Perciò i suoi portatori, insieme al cristianesimo, hanno portato altresì le rappresentazioni cristiane e i sentimenti cristiani e tutto ciò che sono gli abiti verbali. Abbiamo indicato una molteplicità di siffatte cose che sono state portate sulle ali del cristianesimo linguisticamente verso il nord.
Ma anche tutto ciò che riguarda la scuola è giunto con una corrente che andava da sud a nord. Parole che si riferiscono a cose scolastiche, come scuola e lavagna e così via — eccetto forse leggere, lettera o insegnante — provengono dal sud, sono di origine effettivamente romanico-latina e sono state incorporate nell’organismo linguistico tedesco cosicché oggi l’uomo non pensa più consapevolmente al fatto che in fondo con tali cose possiede parole straniere nell’organismo linguistico tedesco. Ho potuto quindi indicare come più tardi, dal mondo occidentale, a partire dal dodicesimo secolo, sia giunta nuovamente un’invasione linguistica di molte cose. E allora vi ho fatto notare un’ondata spagnola e infine quello che propriamente è arrivato solo nel diciannovesimo secolo: tutto ciò che è emigrato dall’Inghilterra.
Dagli esempi che vi ho fornito — e queste cose riceveranno elaborate esposizioni più puntuali in seguito — potete per il momento constatare che in quei tempi antichi, quando dapprima il cristianesimo e con esso molte altre cose hanno fatto il loro ingresso, il genio linguistico ha ancora posseduto la capacità di assimilare internamente, secondo il sentimento popolare, ciò che era giunto e di trasformarlo. Non si è sottolineata l’eccezionalità di questo fatto riferendosi a una parola specifica appartenente al cristianesimo, ma piuttosto alla affinità di quella che si considera la parola autentica tedesca Schuster con sutor. È la medesima parola. Semplicemente vi era ancora una tale abbondanza di forza di formazione linguistica nel genio del popolo tedesco che si poteva trasformare una parola in quel modo. Sutor appartiene all’invasione più antica. Quanto più si procede da questa invasione più antica a quella successiva, che riguarda più il sistema scolastico, tanto più si scopre che il suono della parola come esiste nel tedesco è simile al latino. E così procede ulteriormente. Con i flussi linguistici che intervengono successivamente si evidenzia che lo spirito linguistico tedesco è sempre più incapace di trasformare ciò che sopraggiunge. Teniamo fermo questo punto. Se nel corso dei tempi anche Five o’clock tea venisse trasformato, cioè se il genio linguistico tedesco nel corso di un tempo relativamente lungo fosse in grado di sviluppare una tale capacità trasformativa come quella che ha sviluppato in tempi più brevi in passato, deve essere atteso, e non è significativo per il nostro scopo.
Vogliamo infine porci la domanda: quale significato ha per la vita complessiva del popolo il fatto che la forza interna di formazione linguistica, almeno temporaneamente, diminuisca, dunque per il momento non sia presente come prima? Questa forza di formazione linguistica è oggi ancor presente in misura tanto più forte quanto più si discende nei dialetti. Per esempio, si può ricercare l’origine di una parola straordinaria che si trova nel dialetto austriaco: pakschbierli o bakschierli. Gli austriaci la conosceranno bene. Si può immediatamente percepire che cosa sia pakschbierli: una piccolina che, quando viene presentata a estranei, danzetta un poco, fa di tutto un po’, ciò che rimane nella sfera del garbato — questo è pakschbierli. Oppure diciamo, una piccola figurina di marzapane che non induce precisamente al riso, ma a quello stato d’animo interiore che può essere caratterizzato così: non si ride ancora; se l’impressione divenisse più forte nella medesima direzione, allora si dovrebbe prima ridere. Siffatta figurina di marzapane, ecco cos’è pakschbierli. Che parola è questa? Non ha alcun vero collegamento con la restante lingua dialettale. Non è nient’altro che la possierlich trasformata. Si può studiare questa forza di formazione linguistica nei dialetti in certa misura ancora; è anche un buon mezzo per penetrare nell’anima popolare realmente operante lo studio di siffatte cose. E potrebbe contribuire enormemente anche a comprendere la vita dello spirito, se si potesse penetrare nell’anima popolare. Allora si ritornerebbe a ciò su cui ho attirato l’attenzione nel mio scritto: “La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità”, e su cui spiriti come il professore Dessoir, a voi sufficientemente noto, si sono burlati.
Attraverso la scienza dello spirito si può scoprire chiaramente anche ciò che ho esposto lì: che la formazione delle consonanti è collegata con un’imitazione di ciò che si manifesta esternamente in forma intuitiva. Ciò che è espresso nelle consonanti nasce originariamente dal fatto che come uomini facciamo con noi stessi l’esperienza che è simile a ciò che accade esternamente. Per dirla in modo popolare, potremmo dire: quando si conficca un palo, si può sentire il conficcare di questo palo facendo leva con un piede. Questo è la percezione di un proprio atto volitivo. Oggi non sentiamo più questo atto volitivo nel suono linguistico st. Ma nei tempi anteriori dello sviluppo linguistico si sentiva nelle proprie attività volitive imitazioni di ciò che accadeva fuori. E così l’elemento consonantico divenne l’imitazione di ciò che accadeva all’esterno, mentre l’elemento vocalico è ciò che esprime l’interno. L’A è lo stupore, il ritrarsi in un certo modo. È il rapporto dell’uomo con il mondo esterno che si esprime nelle vocali. Si deve risalire molto indietro se si vuole penetrare fino a queste cose; ma si può penetrarvi, e allora si arriva a riconoscere che quelle teorie che si basano puramente su ipotesi esteriori, come la cosiddetta teoria “Wau-Wau” o “Bim-Bam”, sono completamente terribili aberrazioni. Sono esteriori, mentre la comprensione dell’uomo stesso può assolutamente condurre a conoscere internamente il collegamento del suono con ciò che viene a manifestarsi come spirituale-animico. Vogliamo porre questa questione, alla quale vogliamo rispondere nel corso di queste ore. Per considerare in giusta maniera i diversi intrecci degli elementi linguistici in questa luce, dobbiamo salire gradualmente, tramite singoli esempi che cerco di estrarre in modo caratteristico dal linguistico, fino a quello che vogliamo veramente comprendere.
Vorrei scegliere oggi esempi tali che vi mostrino come il linguistico avanzi gradualmente dal concreto all’astratto. Anche qui, se veramente abbiamo la buona volontà di studiare il reale, talvolta ci aiuta il ricorso al dialetto. Voglio solo menzionare un piccolo esempio. Il contadino austriaco, quando la mattina si è alzato, parla del sonno notturno, ma non così come probabilmente voi parlate del sonno notturno. Voi in fondo comprendete qualcosa di molto astratto, poiché siete uomini colti della civiltà. Il contadino austriaco è un uomo di natura: in tutto ciò che lo circonda vi è racchiuso lo spirituale e l’animico, ed egli aveva una forte consapevolezza di ciò. Ora certamente svanisce anche da lui, ma negli anni settanta e ottanta del secolo scorso era ancora pienamente presente per chi volesse osservarlo come io ho fatto. Poiché il contadino ovunque in tutte le cose vede ancora le forze elementari, non si esprime mai in astrazioni propriamente dette, bensì sempre in concreto. Il contadino dice: Mi asciugo il sonno notturno dagli occhi. — Ciò che si separa nell’occhio durante la notte e può essere asciugato via, questo è per lui l’espressione visibile del sonno, questo lo chiama sonno notturno. Questo è il segreto della comprensione linguistica che poco tempo fa agiva ancora in modo vitale: questo comprendimento delle cose non impedisce affatto che a esso sia collegato qualcosa di spirituale. Il contadino austriaco pensa in tutto e per tutto a un essere elementare, ma l’esprime col fatto che la separazione stessa gli è spinta negli occhi. Non comprenderebbe mai sotto la parola l’astrazione che l’uomo colto della civiltà comprende. Allora la storia comincia ad astrarre un poco: se il contadino è andato un poco a scuola, oppure è entrato in contatto con la città, allora viene evocato da lui un concreto invisibile. Dice ancora sempre: Mi asciugo il sonno notturno dagli occhi —, ma esegue più il gesto della mano per indicare che per lui è qualcosa di esteriormente molto concretamente reale.
Ora si tratta di far sì che una tale osservazione ci guidi a guardare come in fondo il linguistico parlato astrattamente rimanda a qualcosa di sempre più concreto. Prendete il seguente esempio. Da noi è scomparso, ma nei paesi scandinavi trovate ancora l’espressione barn per bambino. Noi non abbiamo più questa espressione. Quale storia ha questo termine? Il termine ci riconduce da un lato al gotico, dove lo troviamo in Ulfila nella sua traduzione della Bibbia. Ci riconduce al termine bairan — portare. Questo a sua volta è imparentato sia col greco che col latino. È così imparentato che si può riconoscere l’affinità con molta chiarezza quando si applica quella legge dello spostamento sonoro che per le lingue germaniche e la loro affinità con altre lingue è stata trovata da Jakob Grimm. Questa legge stabilisce: ciò che è presente come b in una lingua è presente come f in un’altra. Voglio solo mettere in evidenza questo unico esempio. Tramite ciò arriviamo però per il termine bairan nel greco a phero e nel latino a fero, che entrambi hanno anche il significato di portare, condurre, trasportare ulteriormente. Il bairan è soltanto una trasformazione di fero, la parola si sviluppa in un’altra direzione. Ora è ancora presente l’antico alto tedesco beran. Gradualmente scompare ciò che qui è formazione verbale; e nel tedesco non abbiamo più una giusta possibilità di ripensare al significato originariamente sentito, provato. Guardiamo alla parola barn = bambino; perché? Perché viene portato, prima che sia nato. È il portato, il bambino. Si punta quindi alla sua origine; si chiama un bambino il portato — bairan = fero. Nella composizione tedesca in questo insieme abbiamo solo ancora la parola gebären. Ma abbiamo qualcos’altro; abbiamo come rimasuglio di tutto ciò il suffisso che abbiamo in fruchtbar, kostbar e così via. Che cosa significa kostbar? Ciò che porta il costo. Che cosa significa fruchtbar? Ciò che porta il frutto. Era espresso molto intuitivamente, non nell’astrazione come l’abbiamo oggi, ma si pensava al portare concreto. Particolarmente intuitivo può esservi questo quando dite: qualcosa diventa ruchbar perché porta un odore a voi. L’odore vi viene portato; tramite ciò una qualche cosa diventa ruchbar. Così troveremmo in molte cose l’immediatezza intuitiva che è caratteristica del genio di formazione linguistica in tempi molto antichi. Voglio scrivervi una riga dalla traduzione della Bibbia di Ulfila: jah witands Jesus thos mitonins ize qath. Sarebbe circa: E Gesù, conoscendo i loro pensieri, parlò.
Qui trovate la parola mitonins = pensieri. Ci riconduce alla parola miton, che significa approssimativamente pensare. Nell’antico alto tedesco si è già sviluppato diversamente; lì si chiama mezzon, e a esso è presente una parola imparentata, la parola mezzan, e questa significa misurare. Misurare, il misurare esteriore, il misurare intuitivo, è semplicemente diventato, sentito internamente, pensare. Dunque un’attività da compiersi esteriormente ha fornito il fondamento per la parola pensare. Io penso significa essenzialmente: io misuro spiritualmente qualcosa. Ma questo è imparentato col latino meditor, che abbiamo ancora nel meditare, nel greco medomai. Se ritorniamo a forme più antiche dell’operare del genio linguistico tedesco o germanico, allora troviamo come ciò sia ancora assolutamente presente in modo intuitivo; ma dobbiamo appunto compiere questo veramente con comprensione interiore.
Voi tutti conoscete la parola Hagestolz, sapete quale significato ha Hagestolz approssimativamente nella lingua odierna. Ma interessante è piuttosto il collegamento di questa parola con quello che questa parola originariamente ha significato. È diventato attraverso un mutamento di significato soltanto quello che è oggi; poiché rimanda a un non tanto lontano Hagestalt, e in questo Hagestalt è racchiusa la parola stalt. Che cosa è stalt? Stalt è colui che è posto da qualche parte. In condizioni medievali i figli più anziani ereditavano la corte e i figli più giovani il hag. E il figlio più giovane, che per questo poteva sposarsi meno del più anziano, il figlio più giovane che ereditava solo il hag, un terreno recintato, era colui che era collocato lì. Stalt è il proprietario. Il proprietario del hag è il Hagestalt. E il popolo, quando la consapevolezza di questo stalt è andata perduta, ha fatto dello stalt una somiglianza di suono con stolz, così che la parola stolz in questo contesto non deve affatto essere confrontata col nostro orgoglio, ma è soltanto una somiglianza di suono. Ma in forme più antiche della lingua rimaste, si può ancora trovare la consapevolezza di questo stalt = essere collocato. In uno dei “Giochi natalizi” uno dei locandieri ha le parole da pronunciare: / come un locandiere della mia G* stalt, ho in mei’ casa e alloggiamento G’walt. Allora le persone credono che significhi la gestalt ordinaria. No, questo non è il significato della parola, bensì: un locandiere del mio rango, un locandiere che è collocato in un posto così stimato, un locandiere della mia collocazione. Con l’esclamazione: Ho in mei’ casa e alloggiamento G’walt, è inteso che attira ospiti. Lì vedete ancora la consapevolezza di quello che originariamente è racchiuso in Hagestalt. E così possiamo seguire molte cose straordinarie e raffinate nel genio linguistico se consideriamo in questa maniera animicamente il divenire del suono.
Quando i discepoli rimasero stupiti della guarigione che il Cristo Gesù compì sul paralitico, Ulfila nella sua traduzione della Bibbia usa la parola che è collegata con silda-leik = strano-leich. Se si prende il contesto completo presso Ulfila nella traduzione, dove usa questa parola, allora quello che si configura lì si dovrebbe chiamare lo strano-conformato. È il corporale a suscitare lo stupore. Questo è espresso più oggettivamente: silda-leik. Dobbiamo sentire nella parola leih: la forma, ma come un’immagine. Se si diceva forma nel senso anteriore, questo era l’essere collocato. L’essere collocato era espresso nei tempi anteriori nella parola forma. La forma vera in sé, come una volta era sentita come immagine di qualcosa d’altro, era espressa attraverso leih. Abbiamo ancora questa parola nel nostro Leichnam (cadavere). Leichnam, l’immagine di quello che era. È espresso molto finemente quando si sente ancora quello che è racchiuso in leich, come il leich è l’immagine dell’uomo, non l’uomo stesso.
Ora però vorrei fornirvi ancora ulteriori evidenze di come da quello che è intuitivo nasca quello che nel sentimento, nella riproduzione dell’intuitivo è ancora presente linguisticamente. Impariamo per esempio da Ulfila che la sposa nel gotico è hruths. E hrüthsy come appare nella traduzione della Bibbia di Ulfila, questo è primitivamente imparentato con la brut, con il covare, così che quando ci si sposa, semplicemente la brut viene fissata attraverso la sposa. La sposa è ciò che fissa la brut quando ci si sposa. Sì, e lo sposo adesso? Lì viene aggiunto alla sposa qualcosa. Questo sarebbe goticamente guma, antico alto tedesco gomo, che è derivato attraverso lo spostamento sonoro di una parola che appare nel latino come homo. In gam di Bräutigam è guma = gomo = homo, è l’uomo della sposa, l’uomo che da parte sua provvede alla fondazione della brut. Lo sposo è dunque l’uomo della sposa. Vedete da questo che proprio nelle sillabe modeste a volte dobbiamo cercare per seguire veramente il formante del genio linguistico.
Ora è una cosa curiosa che presso Ulfila per il muto che il Cristo guarisce appaia la parola sa dumha = il sordo. E vorrei cogliere questa occasione per ricordarvi che ancora Goethe parla di come nella sua gioventù ha vissuto in una certa ottusità. Ottusità — non avere la possibilità di comprendere completamente l’ambiente circostante —, vivere in ottusità, in nebulosità; per esempio impedisce di parlare, rende muti. Ma è curioso che questa parola successivamente sia diventata stupido, così che questo stupido non è nient’altro che non poter guardare liberamente intorno, essere nel sordo, nel nebbioso. È molto curiosa, miei cari amici, questa trasformazione, queste metamorfosi del verbale, e come queste trasformazioni, queste metamorfosi mostrano come l’inconscio e il conscio agiscono l’uno nell’altro in questo strano essere che si chiama genio linguistico, che si esprime attraverso la totalità di un popolo o di una stirpe. Avete per esempio il nome di un dio nordico Fjörgyn. Questo nome di un dio nordico riceve un’illuminazione particolare quando nella narrazione dove si dice che il Cristo andò sul monte con i suoi discepoli, presso Ulfila troviamo la parola fairguni come gotico per monte. Troviamo questa parola, leggermente spostata nel suo significato, ancora nell’antico alto tedesco forha, che propriamente significa Föhre, anche montagna Föhre. La divinità Fjörgyn è quella che si manifesta come divinità elementare sulle montagne Föhre. Ma questo è primitivamente imparentato e si può ancora sentirlo in fairguni — con il latino quercus — quercia —, con cui allo stesso modo hanno designato l’albero.
Ora vorrei condurvi a considerare come in tempi più antichi della formazione linguistica regna un certo collegamento inconscio tra il suono e il significato. Oggi non abbiamo una grande possibilità, con il nostro pensiero astratto, di scendere fino al suono. Non sentiamo affatto più il suono; e persone che conoscono molte lingue, divengono addirittura arrabbiate quando viene loro richiesto di prestare attenzione al suono. Naturalmente le parole più diverse hanno le più diverse transizioni, ed è solo una continuità artificiale quella che la traduzione lessicografica offre; poiché deve essere seguìto in primo luogo il genio linguistico, che intende propriamente qualcosa di diverso da quello che può essere immediatamente riprodotto. Nel tedesco diciamo Kopf = testa nel romanico. Perché nel tedesco diciamo Kopf? Dalla ragione semplice che nel tedesco abbiamo un genio plastico, perché vogliamo designare il rotondo. Poiché Kopf è collegato con kugelförmig, e parliamo in fondo dallo stesso elemento di formazione linguistica quando parliamo di cavolo e di testa umana. Kopf designa il rotondo. Testa è invece collegato con l’essenza interna dell’uomo, col testare, l’attestare, il fissare. Così si deve prestare attenzione al fatto che da punti di vista diversi le cose vengono designate. Lo si sente ancora — benché si possa parlare diversamente in singoli casi — quando si cerca gradualmente di tornare a forme più antiche che si compiono all’interno della formazione delle parole. E si tornerebbe infine a quello stadio del genio linguistico dove è in grado di sentire lo spirito nel suono stesso. Dove ancora si sente l’appartenenza insieme di meinen e Gemeinde? Si può difficilmente sentirlo oggi. Se si ricerca la comunità approssimativamente nell’antico alto tedesco, gimeinida, e se si prende allora un’ulteriore metamorfosi, mean nell’inglese, che è con esso imparentata, allora si arriva a un tale esempio dove in meinen si può sentire come è imparentato con quello che si intende nell’accordo armonico di più voci e acquista forza dal fatto che sono più. E questo acquistare di forza è espresso attraverso un tale prefisso gi.
Così si deve tornare a quello che come elemento sentito è racchiuso nella formazione linguistica. Se diciamo oggi taufen, che è una parola germanica arcaica, allora non sentiamo più veramente quale sia il significato. Diventa intuitivo quando ritorniamo all’alto e medio alto tedesco e lì troviamo approssimativamente toufan, toufen, taufen, e quando scopriamo che questo toufan è ugualmente imparentato con diups, come è ancora presente presso Ulfila in daupjan in collegamento con daupjands = il battezzatore. Ma allora non abbiamo che da cercare nell’antico alto tedesco la parola primitivamente imparentata tiof, che nella nostra lingua odierna significa profondo, per esempio approfondire — deepening — e abbiamo così imparentato taufen = inabissarsi, immergere nell’acqua. È semplicemente un inabissarsi nell’acqua.
Queste cose devono solo condurci a guardare dentro il genio di formazione linguistica. È di particolare importanza seguire i mutamenti di significato. Un interessante mutamento di significato è per esempio il seguente: gotico blaifs, antico alto tedesco leiba, medio alto tedesco leip, significa nella lingua germanica antica il pane. Vedete, il pane non è rimasto come significato per blaifs. Hlaifs è diventato pagnotta, ed è rimasta solo la forma in cui il pane è dato. Se in precedenza si diceva hlaifs, allora si intendeva pane; si è trasformato nella forma del pane. Si vede ancora questa trasformazione quando per esempio si segue la metamorfosi nell’inglese antico: hlaford, che più anticamente suona hlafward o hlafweard = colui che guarda il pane. L’hlaford era colui a cui ci si doveva rivolgere per ottenere il pane, colui che guardava il pane, colui che aveva il diritto di coltivare l’aia, fare il pane e nuovamente dare il pane a coloro che non erano persone libere. E attraverso una trasformazione graduale — la h non significa nulla di particolare — da ciò è diventata la parola Lord. Lord è l’antico hlafward. Egualmente interessante è il contrappunto. Mentre da hlaifs = pagnotta diventa pane, attraverso metamorfosi si è formata una parola che in inglese antico suonerebbe: hlaefdige, dove il primo nuovamente non è nient’altro che la pagnotta di pane; dige è trasformato da un’attività. Quando si impasta la pasta, allora si fa quello che è racchiuso nella parola dige: digan, fare la pasta, impastare. E quando si ritorna a colui che esercitava questa attività, allora si arriva alla moglie del Lord. Mentre il Lord era il guardiano del pane, sua moglie era l’impastatrice di pane, l’impastratrice, la formatrice di pane. E da questo è successivamente diventata la parola lady. Lord e Lady sono dunque collegati in modo misterioso al pane. In queste due parole si riconosce ancora ciò che viene dal fornitore di pane, dal preparatore di pane e dall’impastatrice di pane, dall’impastatrice dei tempi antichi.
Così si deve tentare di comprendere realmente la differenza tra il modo astratto in cui oggi stiamo di fronte alla lingua e quello concreto che era presente quando si sentiva ancora nel suono quello che al tempo stesso era lo spirito, l’animico, che si voleva esprimere. TERZA CONFERENZA
I fatti della vita conducono spesso, considerati esteriormente, a contraddizioni; ma proprio quando si sottopongono correttamente queste contraddizioni all’indagine, si giunge ai nessi più profondi e sostanziali. Potete constatare una tale contraddizione, con sufficientemente profonda riflessione, fra ciò che vi ho illustrato nella prima conferenza qui e ricapitolato nella seconda, e ciò che ieri vi ho esposto con esempi singoli come un nesso interno delle lingue europee. Poniamoci dunque dinanzi agli occhi le due serie di fatti caratterizzati in questo modo:
Da un lato abbiamo attirato l’attenzione sul fatto che nel patrimonio attuale della nostra lingua troviamo molti elementi estranei; che sentiamo come dal Sud, insieme al cristianesimo, nelle nostre regioni, alla ricchezza linguistica originaria germanico-tedesca, è venuto qualcos’altro che insieme alle rappresentazioni e ai sentimenti cristiani ha portato anche le parole cristiane; in modo che ora queste parole cristiane sussistono nella forma caratterizzata entro il nostro essere linguistico. Poi ho ancora parlato di altri elementi estranei, che hanno anch’essi un significato, perché appartengono una volta al patrimonio del nostro essere linguistico; di quelle invasioni che cominciano circa nel 12º secolo, che emanano dai paesi occidentali romanzi, e che cadono ancora in un’epoca in cui il genio linguistico tedesco ha forza trasformativa. Allora trasforma ciò che riceve dall’occidente ancora a sua maniera, lo trasforma secondo il suono, lo trasforma anche ancora secondo il significato. Dissi allora: Pochi sospettano oggi che, ad esempio, la parola tedesca fein è propriamente di origine francese: fin; e che è entrata nel nostro essere linguistico solo dopo il 12º secolo, prima non era lì. — Allora attirai ancora l’attenzione su come anche lo spagnolo era penetrato in un’epoca in cui la forza trasformativa dell’essere linguistico tedesco non era più presente; e come questa forza trasformativa non era per nulla più presente quando negli ultimi decenni del 18º secolo, specialmente però nel 19º secolo, elementi dell’inglese penetrarono nell’essere linguistico tedesco. Vediamo continuamente come dal latino, o anche dal greco, attraverso il latino, o nuovamente dalle lingue romanzi occidentali, parole furono assunte verso l’Europa centrale. Questo è un fatto che deve condurci a dire: Il nostro patrimonio linguistico attuale consiste solo in parte di elementi originari e contiene poi ciò che fu assunto più tardi. Ora però vi ho di nuovo attirato l’attenzione su come fra un’intera serie di lingue esista una parentela più stretta. Vi ho indicato molte forme gotiche e mostrato come esse sono passate nelle forme della nostra lingua; e abbiamo potuto indicare in molti luoghi come la parola relativa si trovi anche nel latino o nel greco. Mentre dunque dobbiamo dire: La nostra lingua ha assunto elementi stranieri — , d’altro canto dobbiamo dire: La nostra lingua è originariamente imparentata con quelle lingue da cui ha assunto, più tardi, qualcosa come elementi stranieri.
Ora si può assai facilmente dimostrare, anche se non in senso molto ampio, ma con esempi caratteristici, che su territorî terrestri più vasti esiste una parentela originaria del linguistico. Dovete solo prendere qualcosa come naus, la parola sanscrita per nave. Se cercate questa parola nel greco, allora avete ugualmente naus; se cercate questa parola nel latino, allora avete navis. Cercate la stessa parola nel territorio più colorato celticamente, allora avete la parola nau; cercate la parola nell’antico nordico, nelle lingue antiche scandinaviche, allora avete nor. Che tali parole siano poi rigettate per il tedesco ha minore importanza. Ma vediamo che nel senso più ampio esiste una parentela, una parentela che possiamo dimostrare per molto, appunto su un territorio straordinariamente vasto attraverso l’Europa e l’Asia. Prendete la parola antica indiana aritrasy; allora troviamo la parola di nuovo come eretmon nel greco; troviamo la stessa parola di nuovo con certi rigetti come remus nel latino; troviamo nei territori celtici ramey e troviamo nell’alto tedesco antico ruodar. Abbiamo ancora questa parola; è il nostro Ruder (remo). E così si potrebbe mettere insieme un grande numero di parole che in trasformazioni, in metamorfosi si trovano su vasti territorî delle lingue: circa nel gotico, nelle lingue nordiche-scandinaviche, nelle lingue friesone, nelle lingue basso-tedesche, nella lingua alto-tedesca, anche in idiomi baltici, nel lituano, nel lettone, nel prussiano. Si possono anche dimostrare tali parentele nelle lingue slave; nell’armeno, nell’iranico, nell’indiano, nel greco, nel latino, nel celtico. Sui territorî di queste lingue vediamo come esista una parentela originaria del linguistico. Così che possiamo assai facilmente immaginare che le cause della formazione linguistica su tutti questi territorî, in un’epoca molto antica, erano simili, e che si differenziarono poi solo successivamente.
Ho detto: Queste due serie di fatti si contraddicono; ma proprio attraverso l’osservazione di tali contraddizioni si può penetrare sostanzialmente più a fondo in molte cose della vita. Poiché siamo condotti proprio da una tale serie di manifestazioni a dirci: Lo sviluppo che l’umanità attraversa nel corso della storia non si compia affatto, come spesso ci si immagina, in modo veramente continuo, bensì in una specie di movimento ondulatorio. Poiché come dovreste altrimenti immaginare questo intero processo che è espresso attraverso questi due fatti apparentemente contraddittori, se non come il fatto che esista una certa parentela delle popolazioni su questi vasti territorî; che questi popoli si mantengono chiusi per un certo tempo in modo da sviluppare i loro idiomi linguistici differenziati; così che c’è un periodo di chiusura dei popoli, e che questo alterna con un periodo in cui ha luogo l’influsso di un popolo sull’altro. Questo è certamente una caratterizzazione piuttosto rozza della cosa; ma solo guardando a un tale movimento che sale e scende si possono veramente spiegare certi fatti. Ora, se si considera lo sviluppo della lingua secondo entrambe le direzioni che ho indicato, si possono gettare sguardi più profondi nell’essenza dello sviluppo dei popoli in generale. Si deve solo tenere conto da un lato — e l'applicheremo ora allo sviluppo della lingua tedesca — del modo in cui sotto chiusura verso l’esterno si sviluppano certi elementi del linguistico, e come di nuovo elementi stranieri sono assunti e contribuiscono anche a tutto ciò che è spirituale-animico, che può trovare espressione attraverso la lingua. Possiamo già intuire che questi due elementi devono comportarsi in maniera completamente diversa rispetto alla vita spirituale-animica del popolo relativo.
Possiamo da un lato guardare al fatto straordinariamente significativo che esiste una parentela originaria, che ci si contrappone particolarmente quando vediamo che parole straordinariamente importanti sono imparentate, diciamo per il latino e per le forme più antiche delle lingue dell’Europa centrale. Latino verus: vero; alto tedesco antico: war. Se prendete cose così sorprendenti come: velle = volere, o il latino taceo = io taccio, per il gotico che appare thahan, dovete dirvi: suoni simili, quindi linguisticamente imparentati, regnava in tempo antico su vasti territorî dell’Europa — e lo si potrebbe anche dimostrare per l’Asia.
D’altro canto è straordinariamente singolare che gli abitanti dell’Europa centrale, da cui poi sono derivati gli odierni tedeschi, abbiano tuttavia assunto anche piuttosto presto elementi linguistici stranieri. Ancora più presto di come l’ho caratterizzato finora. C’è stata un’epoca in cui l’Europa era molto più piena dell’elemento celtico che non nei tempi storici di cui solitamente si parla. I Celti furono però poi spinti verso regioni occidentali dell’Europa, e nell’Europa centrale si insediarono popoli germanici, certamente da regioni settentrionali. Ora i Germani hanno già assunto dai Celti, che erano loro vicini occidentali, elementi linguistici stranieri allo stesso modo che li assimilarono più tardi dal Sud, dal latino. Questo significa che gli abitanti dell’Europa centrale, dopo che si erano sviluppati più chiusi e gli altri si erano sviluppati per sé, da quei territori periferici, che però erano originariamente linguisticamente imparentati con loro, assunsero continuamente elementi linguistici stranieri.
Abbiamo molte parole che non appartengono più completamente all’eleganza, diciamo la parola Schindmähre: cioè un cavallo spellacchiato. Questo Schindmähre rimanda a una parola antica: Mähre, per cavallo; da cui ancora abbiamo la parola Marstall. Questa parola è però di origine celtica, si trova presso i Celti, dopo che questi erano già stati spinti verso l’Europa occidentale. E non vi è probabilmente una metamorfosi che fosse da un lato nell’Europa centrale e poi nell’occidente, bensì questa parola i Germani devono semplicemente averla assunta dai Celti più tardi. E un’intera serie di tali parole fu assunta, certamente anche tali per cui si ha la forza trasformativa. Avete ad esempio nel nome che è propriamente solo in parte un nome, Vercingetorige, la parola rix dentro di esso. Rix è una formazione propriamente celtica, fu assunta presso i Celti, significava presso loro il governante, il potente, ed è divenuta la nostra parola reich, essere potente attraverso ricchezza. Così anche lì trasformazione non solo dal latino, bensì anche dal celtico nel tempo in cui il genio linguistico dell’Europa centrale aveva ancora forza trasformativa interna.
Se ora si potesse seguire esternamente lo sviluppo della lingua abbastanza lontano indietro — non lo si può — si giungerebbe infine a quella potenza linguistica primitiva di tempi antichi, in cui dalle lingue sorgono in un tale rapporto con il consonantico e il vocalico, come l’ho caratterizzato ieri. Le lingue sorgono in una forma primitiva. Ciò che poi appare come differenziazione nelle lingue proviene dal fatto che ciò che originariamente vuol formarsi proprio allo stesso modo dalla natura umana, si esprime in maniera differenziata, a seconda ad esempio se una tribù abita una regione montuosa o una regione piana. La laringe e i suoi organi vicini vogliono esprimersi diversamente in una regione montuosa, diversamente in una regione piana e così via.
Ora nella formazione successiva della lingua appare un fenomeno peculiare, che vogliamo considerare all’esempio delle lingue indogermaniche. Prendiamo la parola due, allora nel latino abbiamo duo. Se questo va in forme più antiche delle lingue nell’Europa centrale, per esso abbiamo la parola two, e se andiamo a noi stessi ai giorni nostri, per esso abbiamo la parola zwei. Vedete in questa parola nel suo corso di metamorfosi quanto segue: Questo duo ci rimanda a uno stadio antichissimo che si è conservato nel latino; two è uno stadio più recente, e lo stadio più nuovo che si è formato è zwei. Sarebbe assai complicato tenere conto delle vocali. Teniamo conto qui del consonante e dobbiamo dirci: Nel corso di metamorfosi che questa parola ha percorso, vediamo che la d diventa t e la t diventa z, e precisamente in quest’ordine d-t-z. Vediamo quindi che nel viaggio della parola si compia una trasformazione del suono. Al tedesco z corrisponde in altre lingue lo stadio f.
Questo non è affatto qualcosa che sia stato escogitato in maniera artificiale. Se lo si volesse descrivere nei dettagli, certamente bisognerebbe svilupparlo, ma questo schema è qualcosa che corrisponde a un corso secondo legge nella metamorfosi della lingua. Prendete ad esempio la parola greca thyra. Se la considerate come uno stadio antico che si è fermato a uno stadio precedente, allora lo stadio successivo dovrebbe essere uno che ha la d. Questo stadio lo trovate nell’inglese door. E lo stadio ultimo trasformato dovrebbe derivare dalla d alla t, secondo il muoversi della lancetta di un orologio. Abbiamo la parola tedesca alto Tür. E così possiamo dire: Possiamo constatare uno strato linguistico-geologico antichissimo, in cui le metamorfosi di parole stanno sempre su uno di questi stadi. La metamorfosi successiva sta sullo stadio successivo. E allora possiamo constatare un terzo stadio nel tedesco alto, che sta di nuovo sullo stadio successivo.
Se lo stadio che ha la sua espressione nel greco avesse una t, allora l’inglese, che è rimasto indietro, avrebbe una th; il tedesco alto, che avrebbe progredito rispetto all’inglese, avrebbe una d.
Dove il tedesco alto ha una z che corrisponde alla th dell’inglese, lo stadio precedente dovrebbe avere una t, lo stadio precedente greco-latino una d. Ciò possiamo dimostrare come qualcosa che esiste.
Così una parola che ad esempio al secondo stadio, nel gotico, avrebbe una t, dovrebbe nello stadio successivo avere una z. Prendiamo una parola che qui può essere usata per il rapporto del tedesco moderno alto al prossimo stadio più profondo nel gotico, allora abbiamo Zimmer; nel gotico, rispettivamente nell’antico sassone che sta al medesimo stadio, la parola per Zimmer è timbar. Dalla z dobbiamo tornare indietro alla t; io voglio solo indicarvi il principio, voi potete da soli, se prendete un lessico, mettere insieme queste cose.
Proprio come questa successione è corretta, così potete seguire ancora, al di là di molte altre cose sostanzialmente metamorfosiche nella lingua, questo: se confrontate parole che hanno una b, essa diventa nello stadio successivo una p, questa nello stadio successivo diventa un pf, ph o f, e questa di nuovo diventa una b.
Così come questo, c’è ancora la connessione g-k-ch (h) e di nuovo ritorno a g. Anche per questo ci sono esempi corrispondenti. Così che possiamo dire quanto segue: Il greco-latino ha mantenuto l’elemento linguistico a uno stadio di metamorfosi più precedente. Ciò che è divenuto gotico è avanzato a uno stadio successivo. Molto di ciò che è avanzato fino a questo stadio si conserva ancora oggi, ad esempio nell’olandese. Un ultimo scatto, che si è compiuto propriamente solo nel 6º secolo dopo Cristo, avanza ancora di uno stadio: è lo stadio alto-tedesco. Così che possiamo dire: Dovremmo una volta trovare il primo stadio, forse assai esteso in Europa, forse estendendosi solo fino a 1500 anni prima di Cristo. Allora troviamo tutto ciò che domina vasti territorî — con eccezione dei territorî meridionali, in cui si è fermato lo stadio più antico — il secondo stadio. E allora nel 6º secolo dopo Cristo si cristallizza lo stadio alto-tedesco. L’inglese, l’olandese rimangono indietro al precedente stadio, il tedesco alto si cristallizza.
Ora vi prego di prestare attenzione a quanto segue. Solo una volta il rapporto che l’uomo intraprende con l’ambiente, in quanto forma il testo del suono da sé dal consonantico — ancora oggi forma completamente il testo del suono dal sentimento linguistico — solo una volta questo può accadere in completo adattamento all’ambiente. Se gli antenati lontani dei giorni antichi delle lingue dell’Europa centrale una volta hanno formato il testo del suono al primo stadio, diciamo, allo stadio della z per certe parole, allora sentirono: il consonantico deve essere adattato alle manifestazioni esterne; allora formarono la z secondo il mondo esterno. Gli stadi successivi del progresso non possono più essere formati secondo il mondo esterno. Una volta che la parola è lì, gli stadi successivi sono riformati internamente, non sono più formati in adattamento al mondo esterno. La trasformazione è, per così dire, una prestazione autonoma dell’elemento animico popolare. Prima il testo del suono si forma a uno stadio qualsiasi in armonia con il mondo esterno, poi gli stadi seguenti devono essere solo interiormente vissuti; allora non ci si adatta di nuovo a ciò che è esteriore.
Così si può dire: Lo stadio che si è fermato nel greco-latino ha espresso in molti modi la sensazione dell’adattamento dell’elemento della formazione linguistica all’ambiente. Lo stadio successivo che si è formato nel gotico, nell’antico germanico e così via, ha superato questo adattarsi immediato, ha subito una trasformazione animica. Questo dà a questa lingua una sfumatura molto più animica. Con l’ascesa del primo stadio della trasformazione, l’elemento linguistico riceve dunque una sfumatura animica. Così che tutto ciò che è entrato nel nostro sentimento linguistico per il fatto che abbiamo percorso questo secondo stadio, dà alla nostra lingua l’interiorità.
Questo si è formato lentamente e gradualmente a partire dall’anno 1500 prima della nascita di Cristo. Questo tipo di interiorità l’aveva caratterizzato certi tempi antichi. Però dal fatto che si è conservato per tempi successivi, è passato più al primitivo. Così che dove ancora oggi esiste, nell’olandese e nell’inglese, è passato più nel sentire primitivo del testo del suono.
Ora il tedesco alto circa nel 6º secolo dopo Cristo ha conquistato il terzo stadio. Ma questo è un allontanamento ancora più profondo dall’adattamento originario, è un processo interiore forte, attraverso cui il tedesco alto si è formato dal precedente stadio. Mentre la conquista del secondo stadio produce qualcosa di animico, con il terzo stadio ci si allontana assai dalla vita. Da qui l’elemento peculiare, spesso estraneo alla vita, astratto della lingua tedesca alta, questo che la lingua tedesca alta imprime da sé all’anima tedesca come qualcosa che molti altri uomini in Europa non comprendono affatto. Dove ad esempio l’elemento tedesco alto è stato usato in misura particolare, come in Goethe e Hegel, non lo si può tradurre nell’inglese o nelle lingue romanze. Queste sono mere pseudo-traduzioni. Bisogna farle, perché è meglio che le cose siano rielaborate che se non lo fossero. Ciò che in tali parole che nel senso più eminente appartengono per primo all’organismo del tedesco alto, sta profondamente spiritualizzato, non solo reso animico, non lo si può semplicemente trasportare nelle altre lingue. Poiché non hanno espressione per esso.
È dunque la conquista del secondo stadio un rendere animico della lingua da un lato, ma anche un rendere animico dell’interiorità popolare relativa attraverso la lingua. La conquista del terzo stadio, che si può proprio studiare nel tedesco alto, è più un allontanarsi dalla vita, in modo che attraverso le sue parole si possono cogliere tali altezze astratte come quelle che ad esempio Hegel, o anche in certi casi Goethe e Schiller hanno colte. Questo è legato assai fortemente a questa conquista del terzo stadio attraverso il tedesco alto. Così vedete nell’esempio della lingua tedesca alta, come dal fatto che, per così dire, la formazione linguistica, lo sviluppo linguistico, si stacca dall’adattamento al mondo esterno, come dal fatto che diventa un processo interiore, autonomo, il membro animico umano-individuale avanza, che si sviluppa in una certa misura indipendentemente dalla natura.
Così l’elemento linguistico dell’Europa centrale ha percorso stadi attraverso cui è divenuto prima animico, poi spirituale, mentre al primo stadio era una specie di adattarsi istintivo-animalesco al mondo esterno. Attraverso altre cose si sono poi sviluppate lingue come il greco e il latino. Se si prendono queste lingue secondo le sole forme di parole, si deve dire: le forme di parole, le forme di suono, sono molto fortemente adattate all’ambiente. Ma i popoli corrispondenti che parlavano questa lingua non rimasero nel mantenere questo adattamento primitivo all’ambiente. Le loro lingue, attraverso ogni sorta di influenze straniere che agirono diversamente che in Europa — da Egitto, dall’Asia — divennero il mero abito esteriore per una cultura loro trasmessa, in gran parte per una cultura misterica. Ai Greci e fino a un certo grado ai Romani furono trasmessi i Misteri dell’Africa e dell’Asia, e si aveva il potere di vestire, nella lingua dei Greci e dei Romani, i Misteri dell’Asia e dell’Egitto. Così queste lingue divennero abiti esterni per un contenuto spirituale loro quasi infuso. Questo era un processo che le lingue dell’Europa centrale e le lingue europee nordiche non hanno percorso, bensì hanno percorso l’altro processo appena descritto. Non hanno semplicemente assunto lo Spirituale al primo stadio, bensì si sono prima almeno sviluppate fino al secondo stadio ed erano proprio nel raggiungimento del terzo stadio: allora soltanto il cristianesimo come un elemento spirituale straniero, con nuove parole, penetrò in esse. E il secondo stadio era evidentemente già stato raggiunto quando penetrò quell’elemento celtico di cui ho parlato oggi. Così abbiamo a che fare con una trasformazione interna della lingua. Allora viene prima l’influsso spirituale. Nel greco-latino invece non abbiamo a che fare con una tale trasformazione della lingua, bensì con un versare lo Spirituale nel primo stadio.
Così si deve cercare nel concreto ciò attraverso cui il carattere dei singoli popoli viene veramente determinato. Attraverso tali cose si trova qualcosa come la trasformazione delle lingue e il rapporto alla vita spirituale. Ora nel tedesco moderno alto abbiamo anzitutto una lingua che, dal fatto che è ascesa al terzo stadio di metamorfosi, si è allontanata assai dalla vita. Ma in questa lingua stanno proprio un’intera serie di tali parole che sono entrate in tutti i modi, come attraverso il cristianesimo dal Sud, come attraverso la scolastica dal Sud, come dall’essenza francese, spagnola dall’occidente. Questi elementi linguistici sono tutti penetrati più tardi; ora stanno nel tedesco alto. Tutto questo mostra come questo tedesco alto si è come confluito dai suoi elementi.
Per qualcosa che ora è assunto come un elemento straniero da un’altra lingua, non si ha certo un sentimento come per una parola, per una connessione di suoni che uno forma entro un popolo stesso in rapporto alla natura. Sentiamo ad esempio la parola Quelle (fonte). È una parola che è, come possiamo sentirla, così adattata all’essenza a cui appartiene, che difficilmente ci si potrebbe immaginare che dal nostro essere che sente potremmo chiamarla diversamente. La parola esprime tutto ciò che si vive con la fonte. Così era in generale la formazione originaria dei suoni linguistici, delle parole linguistiche e così via, che erano consonanticamente e vocalicamente completamente adattati all’ambiente. Ma se ascoltate ad esempio la parola Essenz o la parola Kategorie o la parola Rhetorik, potete in egual modo sentire la connessione con ciò che la parola originariamente significava? No, si riceve come popolo il suono della parola e si deve sforzarsi, sulle ali del suono della parola, di ottenere il concetto. Non si può proprio vivere l’esperienza interna che rappresenta l’accordo fra il suono della parola e il concetto, il sentimento. C’è una profonda saggezza nel fatto che in quello caratterizzato svilupparsi ascendente e discendente, un popolo assuma da altri popoli tali parole che non ha formato direttamente da sé, parole di cui sente il suono ma non vive l’accordo suono con ciò che si designa. Poiché quanto più tali parole sono assunte, tanto più il popolo che le assume ha la necessità di fare appello a qualcosa di molto particolare nella sua vita animica, per affrontare proprio una tale cosa. Si deve solo ricordare. Vedete, nei suoni di sentimento possiamo ancora oggi studiare un poco questo adattamento della forza di formazione linguistica all’ambiente, come esso parla in modo concreto all’esperienza umana: Pfui! Tratsch! Tralle walle! — Come ci adattiamo in questo a ciò che vogliamo esprimere! Quanto diversamente è quando imparate a scuola, non voglio neanche dire logica o filosofia, bensì semplicemente una scienza attuale. Allora ricevete veramente parole, dove sotto le forze animiche dovete fare appello ad altro rispetto a ciò che in un Muh (muggito) ci si sente ad esempio come rielaborazione di ciò che si sente da una mucca. Se pronunciate il Muh, allora sentite di nuovo ciò che vi si presenta come esperienza.
Quando ascoltate una parola da un idioma linguistico straniero, allora dovete veramente fare qualcosa di diverso che ascoltare dal suono della parola ciò che dovete ascoltare. Dovete usare la forza astrattiva, dovete usare la pura forza concettuale; dovete imparare a rappresentare idealmente. Perciò un popolo che come i popoli dell’Europa centrale ha assunto in misura particolare elementi stranieri, si è educato attraverso questa assunzione di elementi stranieri alla forza del pensiero ideale. E due cose si riuniscono in questa Europa centrale, quando teniamo conto del tedesco alto: da un lato quella peculiare interiorità, che è già un'estraneità alla vita interiore, che esiste attraverso la conquista del terzo stadio, e dall’altro ciò che è dato dal continuo assorbimento di elementi stranieri. Dal fatto che queste due cose si riuniscono, entro l’elemento tedesco alto si è sviluppata quella più forte forza ideale che si trova una volta in questo elemento tedesco alto, quella possibilità di salire fino ai concetti più puri e muoversi nei concetti puri. Questa è stata una volta una colossale educazione, che è venuta a compimento attraverso queste due correnti dello sviluppo linguistico per l’essere linguistico dell’Europa centrale. L’educazione al pensiero interno senza parole — dove veramente avanziamo a un pensiero senza parole — è stata generata in misura particolare nell’Europa centrale attraverso i fatti appena caratterizzati.
Queste sono cose che scaturiscono direttamente dai fatti, e non comprendiamo affatto l’essere linguistico tedesco alto se non lo consideriamo in questo senso, se non lo consideriamo attraverso la metamorfosi di suono e attraverso la metamorfosi di parola, attraverso l’appropriazione di parole straniere ai vari stadi. Questo è quello che oggi volevo illustrarvi come caratteristica delle lingue dell’Europa centrale. QUARTA CONFERENZA Stoccarda, 31 dicembre 1919
Avete visto che in queste considerazioni si tratta in primo luogo di ricondurre i momenti di storia linguistica all’elemento psichico. In effetti, non si può comprendere affatto il processo della formazione linguistica, né comprendere lo stato odierno di alcuna struttura linguistica, se non si considera l’elemento psichico. Voglio anche oggi — per illustrare tutto ciò con specifici fenomeni di storia linguistica nelle prossime ore — presentarvi alcuni elementi che possono condurvi dall’osservazione dei fenomeni di storia linguistica allo sviluppo delle anime dei popoli.
Desidero attirare la vostra attenzione su due parole che vanno insieme: Zuber e Eimer (bacinelle e secchi). Se oggi prendete questi termini, che sono parole tedesche antiche, noterete dall’uso che un Eimer è un recipiente in cui si porta qualcosa, e che ha un unico manico fissato in alto; un Zuber è quello che ha due manici. Questo fatto è evidente oggi e si esprime nei due termini: Zuber e Eimer. Se esaminiamo la parola Eimer, possiamo risalire oltre mille anni: la troviamo nell’alto tedesco antico, o in uno stadio ancora precedente, e troviamo la parola einbar. Ora, ricorderete che vi ho illustrato il nesso fonetico bar. Esso è collegato con beran: portare, e dalla contrazione di einbar è nato Eimer. Abbiamo quindi un’espressione chiaramente trasparente nella forma antica: il portare con un’impugnatura; infatti bar è semplicemente qualcosa per portare. Zuber nell’alto tedesco significa zwiebar, qualcosa che si porta attraverso due, ossia un recipiente con due impugnature. Così vediamo come le parole odierne sono nate attraverso contrazioni che troviamo ancora scomposte nella forma antica, sebbene oggi nella parola non possiamo più distinguerle.
Fenomeni simili possiamo osservare anche con altro materiale linguistico. Vogliamo condurci alcuni esempi caratteristici davanti all’anima. Prendete ad esempio la parola Messer (coltello). La parola risale al tedesco antico mezzisahs. Mezzi con una m iniziale non è niente altro che quello che è collegato con ezzi, essen — ezzan, la forma antica di “mangiare”. Ora, però, sahs, sax si potrebbe anche dire in una diversa pronuncia. Vi basta ricordare: quando il cristianesimo si diffuse nell’Italia meridionale tedesca, i monaci vi trovarono ancora la venerazione più antica per quelle tre divinità, di cui una era la divinità Saxnot; questa è il dio della guerra Ziu. Saxnot è la composizione per la spada vivente, e sahs è lo stesso nesso fonetico. Così nella parola Messer avete la parola composta: “spada da mangiare” — la spada con cui mangiate.
È anche interessante la parola Wimper (ciglia). Risale a winthra. Bra — il sopracciglio, e wint è ciò che si contorce. Vedete qui in modo visivo: il sopracciglio che si contorce. Nella parola composta Wimper non distinguiamo più questo.
Ora ancora una parola caratteristica per tali contrazioni, dove originariamente sussistono ancora nessi sentiti. Conoscete la parola tedesca, non rara, Schulze (sindaco). Se risaliamo all’alto tedesco, troviamo per essa la parola sculdheizo. Era l’uomo a cui ci si rivolgeva nel villaggio perché dicesse quale fosse il proprio debito, che vi facesse attenzione se avevate fatto qualcosa di male. L’uomo che doveva decidere, che doveva “dire” quale fosse il proprio debito — lo sculdheizo — “chi dice il debito”, questo è diventato lo Schulze. Voglio porvi questi esempi affinché possiate seguirmi nel corso dello sviluppo progressivo della lingua.
Si può osservare ancora qualcos’altro in questa direzione. Prendiamo qualcosa che nel dialetto ancora facilmente ricorre. A Vienna ad esempio si è conservato meglio qualcosa di dialettale che non nell’Italia settentrionale tedesca, dove l’astrazione ha preso piede presto. E questo risale a una cultura primitiva che si estende fino al X secolo. Nella cultura settentrionale non si è infiltrato ciò che si è conservato nelle regioni dell’Italia meridionale tedesca: il genio formatore linguistico, in cui si nota ancora frequentemente come vecchie forme dell’agire linguistico si manifestano in esso. Così ad esempio c’è una parola visiva a Vienna che si chiama l’Hallodri. È uno che ama fare scherzi, che provoca molte difficoltà, che si concede talvolta eccessi — anche se non propriamente straordinariamente preoccupanti. L’Hallo indica ciò che fa; quindi la sillaba finale ri indica il suo comportamento. Questo ri è ancora un resto dialettale dell’antico alto tedesco ari, che è diventato aere nell’alto tedesco medio, e si è fortemente indebolito nel tedesco moderno fino a diventare la sillaba finale er. Prendete ad esempio una parola dell’alto tedesco antico: wahtari. Avete anche questa sillaba, avete ciò che si sente nel dialetto austriaco in Hallodri. Questo manifestarsi nella vita con qualcosa di determinato, questo risiede nella sillaba finale ari, e wath è il vegliare. Colui che agisce così col compito di vegliare è il wathari; nell’alto tedesco medio diventa wahtaere, quindi ancora con la sillaba finale completa; nel tedesco moderno è Wächter. È diventato la sillaba er, a cui ormai difficilmente si sente di quel che si sentiva nella ari: l’agire con la cosa. In tutte le parole che hanno questa sillaba finale er, si dovrebbe sentire, se ci si ripenetra con quello che si è conservato dai tempi antichi, questo agire con una cosa. Colui che agisce nell’orto è il gartenhaere, il nostro odierno Gärtner (giardiniere). Vedete da questo come la lingua si sforza di trasformare progressivamente ciò che è sonoro, per così dire, musicale, in astratto, in cui il pieno contenuto del suono non viene più rivivuto e in particolare non più in collegamento col pieno contenuto della rappresentazione o del sentimento.
Un esempio interessante è il seguente: conoscete oggi la sillaba ur in Ursache (causa), Urwald (foresta primigenia), Urgroßvater (bisnonno) e così via. Se risaliamo circa due millenni nel nostro sviluppo linguistico, troviamo la stessa sillaba nel gotico come uz; se risaliamo all’alto tedesco, quindi circa nell’anno 1000, troviamo la stessa sillaba come ar, ir, ur. Settecento anni fa era ancora ur e anche oggi. Quindi relativamente presto questa sillaba si è trasformata. Solo nei verbi si è indebolita. Diciamo ad esempio, esprimendo quello che rende noto: Kunde (notizia). Ma se vogliamo indicare la prima notizia, quella da cui proviene l’altra notizia, diciamo Urkunde (documento). Ora l’ur si indebolisce per i verbi in er, così che quando formiamo il verbo kennen, non diciamo, come sarebbe anche possibile, urkennen, ma erkennen (conoscere); ma l’er ha esattamente lo stesso valore di significato dell’ur in Urkunde. Se rendo possibile a qualcuno di fare qualcosa, allora gli consento qualcosa; se in un caso particolare ne faccio il sostantivo, allora da ciò risulta la parola Urlaub, il permesso che gli do attraverso il mio consentire. Ora c’è ancora una formazione che risuona con tutto ciò, straordinariamente interessante. Conoscete la parola: einen Acker urbar machen (rendere produttivo un campo). Questo urbar è collegato anche con beran, rendere trasportabile. Urbar è il rendere trasportabile originario, il primo frutto-portare di un campo. Avete lì, per così dire, un’analogia di significato nella parola oggi ancora presente ertragen (portata). Se oggi dite: Ertrag des Ackers — allora questo è la stessa parola di urbarmachen des Ackers = il primo frutto del campo. E originariamente si usava anche urbar quando si voleva dire: lavorare il campo in modo che possa portare frutto, ad esempio la sua rendita, la sua tassa.
Lo studio dei prefissi e dei suffissi che ricorrono nelle nostre parole è in generale straordinariamente interessante. Così abbiamo ad esempio in numerose parole il prefisso ge. Risale a un ga gotico. In questo ga gotico si sentiva ancora assolutamente il carattere coesivo; ga ha circa il significato emotivo del tirare insieme, dello spingere insieme. Questo divenne poi gi nell’alto tedesco e nel tedesco moderno appunto ge. Se poi avete il termine salle, seile formato in altri modi, e mettete davanti ge, Geselle, allora avete una persona che abita la stessa camera con un’altra o dorme nello stesso salone con lei: questo è allora il Geselle (compagno). Genosse è colui che gode dello stesso con l’altro (compagno).
Vi attiro qui già l’attenzione su ciò che attraversa caratteristicamente questi esempi. Si deve stare di fronte alla parola in modo diverso quando nel suono si ha ancora un sentimento immediato di ciò che significa, rispetto a quando non lo si ha più. Se semplicemente si pronuncia: Geselle, perché dall’infanzia vi siete abituati che Geselle significa questo o quello, è tuttavia diverso da quando si ha ancora il sentimento della sala e in Geselle appunto questa connessione della sala con due o più persone. Questo elemento emotivo viene abbandonato. Solamente in tal modo diviene possibile il processo di astrazione.
Ora avete ad esempio in molte delle nostre parole il suffisso lich: göttlich (divino), freundlich (amichevole). Se cercate questo lich duemila anni fa, lo trovate nel gotico come leiks. Ma questo leiks gotico, che diviene poi lich nell’alto tedesco, è originariamente imparentato con leich e anche con leib; e vi ho già detto che leich-leib esprime la forma che è rimasta quando l’uomo è morto. Leichnam è già propriamente una formazione tautologica, come una formazione del tipo che forma un bambino quando inizialmente ha due parole completamente omonime e le mette insieme: wau-wau, muh-muh, dove nella ripetizione viene stabilito il significato. Tuttavia, possono essere messi insieme anche suoni non uguali; e tale accostamento lo trovate ad esempio nella parola Leichnam. Leich è propriamente già la forma che rimane quando l’uomo è abbandonato dall’elemento psichico; nam risale però a harn, e ham è la parola che è rimasta ancora in Hemd e significa involucro; così che Leichnam è l’involucro della forma, la tunica della forma, che abbiamo abbandonato dopo la morte. Sono quindi due cose simili: forma — e l’involucro alquanto spostato — messe insieme come wau-wau. Ora dalla leiks, leich è formato il nostro suffisso lich. Così che vedete: se formate la parola göttlich, questo deve indicare una forma; infatti il lich è leiks: forma. Indico una forma che esprime il divino; così “forma-divina” sarebbe il divino. È particolarmente interessante osservare questo ad esempio quando consideriamo la parola tedesca antica anagilih. Lì abbiamo ancora dentro l’ana proveniente dal gotico, e ana è: quasi, quasi, quasi; gilih è la forma. Così quello che è simile è quello che ha quasi la forma. Questo diviene, quando diventa una parola tedesca moderna, simile (ähnlich).
Proprio in questo esempio potete studiare qualcosa che inizialmente non è puramente storia linguistica, ma, per così dire, psicologia linguistica, perché può mostrarvi ancora come i valori emotivi vivono nelle parole, come però questi valori emotivi si staccano gradualmente nel sentire umano, e ciò che la rappresentazione ancora unisce ai suoni diviene un elemento completamente astratto. Vi ho illustrato il prefisso ge, gotico ga. Pensate dunque che si sentisse ancora questo agire comune nella ga, quello che ora diviene ge, e lo si applichi alla forma, al leich; allora direi da un punto di vista psico-storico: forma concorde. Vive in essa senza che si esprima. Geleich, gleich (simile) sarebbe quindi: forme concordi, forme che agiscono insieme, geleich — gleich.
Considerate una parola che contiene molti segreti — vogliamo considerarla oggi solo da un lato — considerate la nostra parola Ungetüm (mostro). Questa ü è solamente l’umlaut per un'originaria u: Ungetüm; ma il tum che lì stacchiamo risale a un tedesco antico tuom, e questo tuom è collegato con la parola tun: portare a realizzazione, fare, mettere in relazione. In tutte le parole dove questo tum è diventato un suffisso, si può propriamente ancora sentire che è contenuto qualcosa di una relazione che agisce insieme: Königtum (regno), Herzogtum (ducato), Ungetüm (mostro). Ungetüm è quello per cui non risulta un tum ordinario che agisce insieme: l’un nega l’agire insieme; il getum sarebbe l’agire insieme stesso.
Abbiamo numerose parole, come sapete, con il suffisso ig: feurig (focoso), gelehrig (docile) e così via. Questo risale a un tedesco antico ac oppure ic, a un tedesco medio ag, ig, ed è propriamente la rappresentazione di quello che circa aggettivalmente si chiama eigen (proprio), è proprio a lui. Dove quindi il suffisso ig appare, esso indica un eigen (proprio). Feurig = fuoco-proprio, a cui appartiene il fuoco. Vi ho detto che possiamo quindi osservare come attraverso tali contrazioni e le trasformazioni del patrimonio fonetico che ne conseguono, accade il processo di astrazione che il genio linguistico attraversa.
Si potrebbe esprimerlo così: Nei tempi molto, molto primitivi dello sviluppo linguistico di un popolo, l’uomo con il suo sentimento si sostiene completamente al suono. Si vorrebbe dire: La lingua consiste propriamente solo in immagini differenziate, complicate nei suoni consonantici, in cui si riplasmano i processi esterni, e in interiezioni che vi ricorrono, suoni di sentimento nelle formazioni vocali. Ora procede il processo di formazione linguistica. L’uomo si solleva per così dire da questo co-vivere, da questo co-vivere emotivo di ciò che è sonoro. Che cosa fa allora, elevandosi? Continua a parlare; ma mentre parla, il parlare viene spinto in una regione molto più subconscia di come era prima, quando la rappresentazione, il sentimento era ancora collegato alla formazione sonora. Il parlare stesso viene gettato in una regione subconscia. La coscienza intanto cerca di afferrare il pensiero. Osservate bene questo come un processo dell’anima. Rendendo inconsapevole il nesso fonetico, ci si eleva con la coscienza a rappresentazioni e sentimenti che non sono più sentiti solamente nel suono e nel nesso fonetico. Si cerca di afferrare qualcosa a cui il suono ancora fa cenno, che però non è più così intimamente collegato al suono come prima. Si può osservare tale processo anche quando il distacco originario, per così dire, dai nessi fonetici è già passato, e si deve fare con i nessi fra parole quello che prima si faceva con i nessi fra suoni, perché già sono sorte parole in cui non si sente più completamente il nesso fonetico, in cui si ha il nesso fonetico già più per memoria con il nesso rappresentativo. Si compie a un livello superiore lo stesso processo che prima si compiva con suoni e sillabe, attraverso le parole.
Supponiamo che voleste esprimere gli esseri umani di una determinata regione, che non voleste ancora passare all’astrazione completa, così che ad esempio direste: Gli esseri umani del Württemberg. Non vorreste ancora dirlo così, sarebbe ancora troppo astratto. Non ci si sarebbe ancora elevati, supponiamo, ad astrazioni così forti come: Gli uomini del Württemberg. Se si volesse afferrare attraverso qualcosa di più concreto quello che si esprime più tardi attraverso: Gli uomini del Württemberg, allora si direbbe: I cittadini e i contadini del Württemberg. Si dice questo mentre si intende quello che non è né contadino né cittadino, o entrambi, ma che per così dire sta in mezzo. Per afferrare quello che sta in mezzo, si usano entrambe le parole. Questo diviene particolarmente interessante e chiaro quando le due parole che si usano per esprimere un concetto, che si designa così che ci si avvicina a esso quasi da due lati, quando le due parole stanno ulteriormente lontane l’una dall’altra, ad esempio quando si dice: Terra e gente. Quando si dice questo, allora quello che si vuol dire sta in mezzo, e vi si avvicina. Oppure: Vento e tempo. Se dite questo, allora intendete qualcosa che non potete esprimere con una parola, che non è né vento né tempo, ma che sta in mezzo, che però abbracciate utilizzando vento e tempo.
Ora è interessante che nel corso della formazione linguistica tali accostamenti si esprimano così che allitterano, assonino o simili. Da ciò vedete che il sentimento per il suono, il sentimento tonale ha ancora gioco in queste cose. E chi ha un sentimento linguistico vivo può ancora oggi portare avanti tali cose, può afferrare rappresentazioni intermedie attraverso suoni simili, per cui inizialmente non ha la parola immediata.
Supponiamo ad esempio che voglio esprimere nell’uomo qualcosa come il suo comportamento, come gli è abituale, come gli è sostanziale. Se trovo da ridire al fatto di usare solo una parola che pone l’uomo come qualcosa di passivamente vivente — perché io nel suo sostanziale manifestarsi, nel suo sostanziale rivelarsi, non voglio porlo come passivamente vivente, ma neppure solo come attivamente agente, bensì voglio derivare l’attività dal suo essere — allora non posso dire: L’anima di un uomo vive — questo mi sembrerebbe troppo passivo; non posso nemmeno dire: L’anima dell’uomo trama — questo mi sembrerebbe troppo attivo. Ho bisogno di qualcosa che sta in mezzo, e dico ancora oggi: L’anima vive e trama. Dal genio formatore linguistico emergono tali cose numerosamente. Pensate ad esempio che si voglia esprimere quello che non è né canto né suono, allora si dice canto e suono. Oppure si vuole dal poeta medievale esprimere che egli porta innanzi il tono e il testo, spesso si voleva esprimere che i poeti portavano innanzi tono e testo, allora non si poteva dire: Giravano intorno e cantavano — bensì: Giravano intorno e cantavano e narravano. Quello che essi propriamente facevano era un concetto per cui la parola non c’era. — Vedete, tali cose sono solamente, per così dire, gli ultimi figli di quello che prima era fatto con nessi fonetici che oggi non sono più trasparenti. Formiamo con parole come canto e suono, cantare e narrare, ancora contrazioni che prima erano fatte con patrimoni fonetici che avevano ancora la connessione fra il patrimonio fonetico e l’elemento rappresentativo o emotivo.
Prendete ad esempio per mostrarvi qualcosa di completamente caratteristico in questa direzione, il seguente: Quando gli antichi tedeschi si riunivano e tenevano un’assemblea giudiziaria, allora chiamavano un tale giorno tagading. Qualcosa di quello che facevano era un ding (cosa). Oggi abbiamo ancora “girar cosa” (ding drehen). Un ding è quello che accadeva quando gli antichi tedeschi stavano insieme. Lo chiamavano tagading. Ora prendete il prefisso ver; esso indica sempre che qualcosa entra nello sviluppo. Se quindi quello che accadeva nella cosa-del-giorno entra nello sviluppo, allora si poteva dire: è stato messo-a-cosa-di-giorno (vertagedingt). E questa parola è diventata gradualmente il nostro “difendere” (verteidigen); con un mutamento di significato il nostro difendere è nato da ciò. E così vedete come qui nel patrimonio fonetico vertagedingt si compie ancora quello che si compie più tardi attraverso i patrimoni parole.
Arriviamo allora gradualmente a questo, che la vita rappresentativa si allontana ancora ulteriormente dalla semplice vita sonora. Prendete ad esempio qualcosa come l’antico alto tedesco alawari. Avrebbe il significato di: completamente vero. Da ciò è nata la nostra parola albern (sciocco). Pensate ora una volta in quali profondità della psiche popolare guardate quando osservate che qualcosa che aveva originariamente il significato di completamente-vero, quando diviene albern così come oggi sentiamo la parola albern. Attraverso questo deve passare l’applicazione della parola alawari da stirpi che trovano l’apparire dell’uomo nella qualità di completamente-vero come qualcosa di disprezzabile, che si consegnano alla credenza che l’astuto non è alawari. In tal modo si trasferisce il sentimento: chi è completamente vero, non è astuto — su quello per cui originariamente era stata applicata una sensazione completamente diversa; e così il significato di completamente-vero si sposta in albern.
Possiamo, se studiamo il mutamento di significato, guardare profondamente nel genio formatore linguistico in connessione con lo psichico. Prendete ad esempio la nostra parola Quecksilber (mercurio): questo è il metallo mobile. Questo Queck è esattamente la stessa parola come ad esempio, diciamo, in Quecke, che significa anche mobilità, oppure la stessa parola che è contenuta in erquicken (rinfrescare). Questo nesso fonetico: queck e quick — con una piccola trasformazione fonetica: keck — significava originariamente: essere mobile. Se io quindi vi avessi detto cinquecento anni fa: egli è un uomo kecker, allora avrei espresso: egli è un uomo mobile, che non sta pigro sulla sua pelle pigra, ma che è laborioso, che si dà da fare. Attraverso il mutamento di significato questo è diventato la parola odierna keck (ardito). Lì la spiritualizzazione è nello stesso tempo la via verso un mutamento di significato molto significativo. Così troviamo una parola che originariamente esprime coraggio in battaglia. Abbiamo solamente bisogno di risalire circa cinquecento anni, il significato della parola coraggio in battaglia è: fresco (frech). Un uomo fresco (frech) nel senso dei tempi precedenti significherebbe: un uomo coraggioso, un uomo che non ha paura di apparire adeguatamente in battaglia. Qui avete il mutamento di significato. Questi mutamenti di significato ci lasciano veramente guardare profondamente nella vita psichica nel suo sviluppo. Prendete l’antico alto tedesco diomuoti. Deo, dio significa sempre servo, muoti, che è imparentato col nostro Mut (sentimento), ma aveva precedentemente un significato diverso, oggi è da trasmettere solamente quando diciamo: disposizione (sentimento), il modo e il modo di essere disposti verso il mondo esterno o verso altri uomini. Così possiamo dire: diomuoti aveva il significato di giusta disposizione da servo, la disposizione che un servo dovrebbe avere verso il suo signore.
Ora il cristianesimo penetrò dentro. I monaci volevano dire al popolo qualcosa che dovesse avere come disposizione verso Dio e verso esseri spirituali. Potevano esprimere quello che volevano dire loro solamente collegandosi a un sentimento che già si aveva per questa disposizione da servo. Così questo diomuoti divenne gradualmente umiltà. L’umiltà della religione è una discendente della disposizione da servo dei tempi germanici antichi. Così accadono i mutamenti di significato.
In generale è proprio interessante studiare i mutamenti di significato delle parole, o meglio i nessi fra suoni e sillabe, che hanno esperito i mutamenti di significato attraverso l’introduzione del cristianesimo. Lì è accaduto molto quando il sacerdozio romano ha portato il cristianesimo nelle regioni settentrionali, molto che si può propriamente riconoscere nella sua significazione originaria esternamente solamente se si guarda il mutamento di significato delle parole. Se nei tempi antichi, dove non c’era ancora il cristianesimo, dove però c’era una relazione spiccata fra il signore e il servo, il signore voleva dire di un determinato uomo, che si era reso servo, asservito, che aveva conquistato: Gli è utile, allora diceva: è pio, è un uomo pio. Questa parola la trovate oggi solamente ancora in un ultimo residuo — dove per essere un po’ ironico, è ricordato il significato originario: essere utile — nell’espressione: per vantaggio e utilità (zu Nutz und Frommen). Se si dice questo, per vantaggio e utilità, sì, la parola è messa insieme con l’utilità, con cui era originariamente identica nel significato della parola, ma lì vi si fa solamente allusione ironicamente a questo trovare utile. Il servo pio era quello che era utile il più possibile a qualcuno. Anche i sacerdoti romani hanno trovato che alcuni erano loro più utili, altri meno, e gli utili li hanno chiamati pii. E così la parola pio è giunta per una strada meravigliosa, proprio attraverso l’immigrazione del cristianesimo da Roma. Su umiltà, su pietà e molte altre cose si può già studiare qualcosa degli impulsi particolari attraverso cui il cristianesimo è stato portato da sud a nord.
Si deve proprio entrare nello psichico, cioè nell’esperienza interiore, se si vuol comprendere la lingua. È completamente presente nel formare le parole quello che ho caratterizzato da un lato come l’elemento consonantico, quando si riplasma quello che è evento esteriore, e d’altro canto il sentiente, l’elemento interiezione, quando si esprime il sentimento in connessione con l’esteriore. Prendiamo un’essenza consonantica pronunciata nel sentimento linguistico, in uno stadio avanzato dello sviluppo linguistico. Supponiamo che si senta questa forma che qui disegno. Quando l’uomo originario sentiva questa forma, la sentiva in doppio modo. La sentiva, guardandola dal basso verso l’alto, come quello che è pressato dentro. Questo diventò gradualmente un patrimonio fonetico che ci sta davanti nella parola Bogen (arco). Se la guardava dall’alto verso il basso — come esteriormente ad esempio può essere espresso particolarmente dal fatto che piuttosto io la tiro su in arco (viene disegnato), da ciò risulta quello che io guardo dall’alto verso il basso: allora diviene un Bausch. Dal basso verso l’alto è un Bogen, dall’alto verso il basso un Bausch; in Bogen e in Bausch c’è ancora qualcosa del sentimento dentro. Se allora si vuol esprimere quello che abbraccia entrambi, che non si sostiene più al sentimento, ma corre verso il fuori, per esprimere il processo intero, allora si dice: in Bausch e Bogen. In Bausch e Bogen, espresso immaginativamente, sarebbe quello (accenno al disegno) visto dall’alto e dal basso. — Allora si può anche applicare questo a relazioni morali, quando si conclude un affare con qualcuno, così che quello che risulta si può guardare sia da dentro che da fuori: da dentro visto risulta guadagno, da fuori visto il contrario, perdita. Se si conclude un affare con qualcuno su guadagno e perdita, allora si poteva dire: lo si conclude in Bausch e Bogen, non si tiene conto di quello che si distingue nella designazione singola.
Volevo con ciò chiarirvi che seguendo lo sviluppo dei patrimoni fonetici, ma anche dei patrimoni fra parole, si hanno immagini dello sviluppo dell’elemento psichico popolare, e voi potete, se seguite questo avanzare dal concreto della vita sonora all’astratto della vita rappresentativa come linee direttive, trovare molte cose da soli. Dovete soltanto aprire un comune lessico o raccogliere parole dal linguaggio ordinario e seguirle con tali linee direttive. Per il nostro corpo insegnante dico ancora particolarmente che è straordinariamente stimolante, proprio nel narrare, puntare a volte su tali momenti di storia linguistica, perché talvolta possono essere profondamente illuminanti e inoltre stimolano straordinariamente il pensiero. Ma si deve sempre essere preparati al fatto che naturalmente si può deviare su false strade; perciò si deve sempre essere molto cauti, poiché le parole attraversano in effetti molte metamorfosi, come avete visto. Quindi si tratta di non stabilire subito ipotesi su somiglianze esteriori, ma di procedere molto consapevolmente.
Che si debba procedere consapevolmente lo potete vedere in un esempio che voglio mostrarvi ancora. C’era una parola tedesca originaria, abbastanza onesta, che si chiamava Beiwacht — quando la gente si sedeva insieme e vegliavano insieme — Beiwacht, veglia-insieme. È una di quelle parole che non è emigrata dalla Francia alla Germania come molte altre, ma è accaduto inaspettatamente che è emigrata alla Francia, così come la parola guerre, Krieg (guerra), le confusioni. Beiwacht è emigrata alla Francia nei tempi antichi ed è diventata bivouac. Ed è ritornata attraverso i numerosi movimenti di parole occidentali che sono arrivate dopo il XII secolo; è ritornata indietro ed è diventata Bivak. Questa parola è un’originaria tedesca, ma prima è emigrata alla Francia e poi è tornata. Nel frattempo era stata poco usata. Quindi accadono anche tali cose, che parole emigrano, diventa loro troppo afoso nell’atmosfera straniera e ritornano a casa. Quindi, ogni sorta di relazioni accadono lì. QUINTA CONFERENZA
Avete visto come, in queste considerazioni, importi anzitutto ricondurre all’animico i momenti della storia della lingua. In verità non si può conseguire alcuna comprensione del processo della formazione del linguaggio, ne alcuna comprensione dell’odierno stato di una qualsiasi formazione linguistica, se non ci si addentra nell’elemento animico. E anche oggi vorrei – per illustrare poi nelle prossime ore tale tema attraverso elementi specificamente storico-linguistici – presentarvi alcune cose che la considerazione dei fenomeni della storia della lingua può offrirvi per orientarvi verso l’evoluzione delle anime di popolo. A questo riguardo, vorrei rivolgere la vostra attenzione su due parole che si appartengono reciprocamente: «Zuber» ed «Eimer». Se prendete oggi queste parole, che sono antiche parole tedesche, dall’uso che ne facciamo potrete dedurre che un «Eimer» (secchio) e un recipiente in cui si porta qualcosa e che ha un’unica ansa apposta in alto; uno «Zuber» (mastello) e ciò che ha due anse. Questo è il dato di fatto attuale e si esprime nelle due parole: «Zuber» ed «Eimer». Se esaminiamo la parola «Eimer», possiamo risalire indietro di oltre mille anni: la troviamo nell’alto tedesco antico, o in uno stadio ancor più antico, e troviamo la parola «einbar». Ricorderete ora che vi ho già presentato il nesso fonetico «bar». Esso e in connessione con «beran»: portare, e per contrazione di «einbar» e sorto «Eimer». Abbiamo dunque espresso con chiarezza – così che lo si può cogliere con perfetta trasparenza nella forma antica – il portare con un’unica impugnatura; poiché «bar» significa semplicemente qualcosa atto al portare. «Zuber» nell’alto tedesco antico si dice «zwibar», qualcosa che si porta in due, ossia un recipiente con due impugnature. Così vediamo come le parole odierne siano sorte mediante contrazioni che nella forma antica troviamo ancora dispiegate, mentre oggi nella parola non riusciamo più a distinguerle. Cose analoghe possiamo osservare anche in altro materiale linguistico. Vogliamo presentarci all’anima qualche fenomeno caratteristico. Prendete, ad esempio, la parola «Messer» (coltello). Tale parola riconduce all’antico alto tedesco «mezzisahs». «Mezzi», con la M iniziale, non è altro che ciò che si connette con «ezzi», mangiare – «ezzan», forma antica per «essen». Ora però «sahs», o «sax» si potrebbe dire in altra pronuncia. Vi basti ricordare: quando il cristianesimo si diffuse nella Germania meridionale, i monaci trovarono ancora cola la più antica venerazione per quelle tre divinita, fra le quali una era la divinita «Saxnot»; e il dio della guerra Ziu. «Saxnot» e la composizione che significa «spada vivente», e «sahs» appartiene al medesimo nesso fonetico. Sicché nella parola «Messer» avete la parola composta «spada da mangiare»: la spada con cui si mangia.
Così e interessante anche la parola «Wimper» (ciglio). Essa riconduce a «winthra». «Bra» – il sopracciglio, e «wint» e ciò che si avvolge. Vedete qui in modo intuitivo: il sopracciglio che si avvolge. Nella parola composta «Wimper» non lo distinguiamo più. Ed ecco un’altra parola caratteristica per simili contrazioni, dove sussistono ancora connessioni originariamente sentite. Conoscete la parola tedesca, non infrequente, «Schulze». Se torniamo indietro all’alto tedesco antico, troviamo per essa la parola «sculdheizo». Era l’uomo a cui si andava nel villaggio perché dicesse quale debito si era contratto, colui che vi rendeva edotti quando si era combinata qualche marachella. L’uomo che ha da decidere, da pronunciare quale debito si abbia, il «sculdheizo», «colui che indica il debito», e divenuto lo «Schulze». Voglio porvi davanti questi esempi affinche possiate seguirmi nel comprendere come proceda il cammino della lingua che si sviluppa.
In questa direzione si può osservare anche qualcos’altro. Prendiamo qualcosa che nei dialetti facilmente ancora compare. A Vienna, per esempio, molti elementi dialettali si sono conservati più puramente che nella Germania settentrionale, dove l’astrazione ha preso piede di buon’ora. E questo risale fino alla cultura primitiva, che si protrae fino al X secolo. Nella cultura nordica non si è inserito ciò che nelle regioni della Germania meridionale e rimasto conservato come genio formatore di linguaggio, in cui si avverte ancora ampiamente come affiorino antiche forme dell’agire linguistico. Così vi è a Vienna, ad esempio, una parola plastica, che e «Hallodri». E uno che fa volentieri sciocchezze, che provoca molte difficolta, che a volte si concede stravaganze, anche se non particolarmente preoccupanti. Il «Hallo» rinvia a ciò che egli fa; al suo comportamento rinvia poi la sillaba finale «ri». Tale «ri» e ancora un residuo dialettale dell’antico alto tedesco «ari», che nel medio alto tedesco e divenuto «aere», e si è completamente attenuato nel nuovo alto tedesco nella sillaba finale «er». Prendete dunque, a esempio, una parola dell’antico alto tedesco: «wahtari». Vi è anche qui questa sillaba, avete ciò che nel dialetto austriaco si avverte nello «Hallodri». Questo manifestarsi nella vita con qualcosa sta nella sillaba finale «ari», e «wath» e il vegliare. Colui che svolge in tal modo l’ufficio del vegliare e il «wathari»; nel medio alto tedesco diviene «wahtaere», ancora con sillaba finale piena; nel nuovo alto tedesco e «Wachter» (guardiano). E divenuto la sillaba «er», nella quale si percepisce ormai poco di ciò che si avvertiva nell’«ari»: il maneggiare con la cosa.
In tutte le parole che hanno tale sillaba finale «er», si dovrebbe quindi sentire, quando ci si ricompenetra di ciò che si è conservato dagli antichi tempi, questo maneggiare con una cosa. Colui che si dedica al giardino e il «gartenaere», il nostro odierno «Gartner» (giardiniere). Da ciò vedete come la lingua si sforzi di trasformare gradualmente ciò che e ricco di suono, vorrei dire, ciò che e musicale, in ciò che e astratto, in cui il pieno contenuto del suono non viene più rivissuto e in particolare non lo e più in connessione con il pieno contenuto della rappresentazione o del sentimento. Un esempio interessante e il seguente: oggi conoscete la sillaba «ur» in «Ursache» (causa), «Urwald» (foresta primigenia), «Urgrossvater» (bisnonno) e così via. Se torniamo indietro di circa due millenni nella nostra evoluzione linguistica, troviamo in gotico la medesima sillaba come «uz»; se torniamo all’antico alto tedesco, dunque circa all’anno 1000, abbiamo la medesima sillaba come «ar», «ir», «ur». Settecento anni fa e ancora «ur» e così e anche oggi. Dunque relativamente presto questa sillaba si è trasformata. Solo nei verbi si è attenuata. Diciamo, ad esempio, esprimendo ciò che rende noto: «Kunde» (notizia). Se però vogliamo riferirci alla prima notizia, a quella da cui muovono le altre notizie, diciamo «Urkunde» (documento originario). Ora, l’«ur» si attenua per i verbi in «er», cosicche, quando formiamo il verbo da «kennen» (conoscere), non diciamo, come pure sarebbe possibile, «urkennen», bensì «erkennen» (riconoscere); ma l’«er» ha esattamente lo stesso valore significativo dell’«ur» in «Urkunde». Se rendo possibile a qualcuno di fare qualcosa, allora glielo permetto («erlaube»); se in un caso determinato lo trasformo in sostantivo, ne deriva la parola «Urlaub» (congedo, permesso), che io gli do mediante il mio «Erlauben» (permettere).
Vi è poi un’altra formazione che si ricollega a tutto ciò, oltremodo interessante. Conoscete l’espressione: «einen Acker urbar machen» (rendere coltivabile un campo). Questo «urbar» e anch’esso connesso con «beran», fare in modo che porti. «Urbar» e l’originario, il primo far portare di un campo. Avete qui, vorrei dire, un’analogia di significato nella parola ancora oggi presente «ertragen» (rendere). Se oggi dite: «Ertrag des Ackers» (rendita del campo), allora questa e la medesima parola dell’«Urbarmachen» del campo = il primo rendimento del campo. E originariamente si è usato «urbar» anche quando si voleva dire: lavorare il campo in modo che possa rendere qualcosa, per esempio il proprio fitto, la propria imposta. Lo studio dei prefissi e dei suffissi che compaiono nelle nostre parole e in generale oltremodo interessante. Così abbiamo, ad esempio, in numerose parole il prefisso «ge». Esso riconduce a un gotico «ga». In questo gotico «ga» si sentiva ancora interamente il momento del raccogliere insieme; «ga» ha all’incirca il significato emozionale del contrarre, del sospingere insieme. Ciò divenne poi nell’antico alto tedesco «gi» e nel nuovo alto tedesco appunto «ge». Se avete poi la parola, formata per altre vie, «salle», «seile» (sala, stanza), e vi anteponete il «ge», «Geselle», allora avete un uomo che abita la stessa camera con un altro, o che dorme nella stessa sala con lui: questo e dunque il «Geselle» (compagno, sodale). «Genosse» (consociato) e colui che gode insieme all’altro la medesima cosa. Vi rendo già attento a ciò che caratteristicamente attraversa questi esempi. Si deve stare di fronte alla parola in modo diverso, quando nel suono si ha ancora un sentimento immediato di ciò che essa significa, rispetto a quando non lo si ha più. Quando si pronuncia semplicemente: «Geselle», perché fin dall’infanzia ci si è impressi che «Geselle» significa questo o quello, e tutt’altra cosa che quando si ha ancora il sentimento della «Saal» (sala) e in «Geselle» appunto la connessione della sala con due o più uomini. L’elemento del sentimento viene dismesso. Solo per questo sorge la possibilita dell’astrarre.
Avete poi, ad esempio, in molte delle nostre parole il suffisso «lich»: «gottlich» (divino), «freundlich» (amichevole). Se cercate questo «lich» di duemila anni fa, lo trovate in gotico come «leiks». Ma questo «leiks» gotico, che diviene poi in antico alto tedesco «lich», e originariamente imparentato con «Leich» e anche con «Leib»; e vi ho già detto che «Leich-Leib» esprime la figura che è rimasta quando l’uomo e morto. «Leichnam» (cadavere) è in realtà già qualcosa come una formazione tautologica, simile alla formazione che, ad esempio, fa un bambino quando dapprima ha due parole foneticamente identiche e le accosta: «wau-wau», «muh-muh», dove nella ripetizione si istituisce il significato. Possono però anche essere accostati suoni non identici; e tale accostamento lo avete, ad esempio, nella parola «Leichnam». «Leich» è già in se la figura che resta quando l’uomo e abbandonato dall’animico; «nam» riconduce però a «ham», e «ham» e la parola che si è conservata ancora in «Hemd» (camicia) e significa involucro; cosicche «Leichnam» e l’involucro-figura, la camicia della figura, che noi abbiamo dismesso dopo la morte. Sono dunque due cose simili: figura – e l’involucro, lievemente spostato, accostate come «wau-wau». Ora però da questo «leiks», «leich» si è formato il nostro suffisso «lich». Sicché vedete: quando formate la parola «gottlich», ciò deve rinviare a una figura; poiché il «lich» e «leiks»: figura. Indico così una figura che esprime il divino; dunque «conformato a Dio» sarebbe «gottlich». E particolarmente interessante osservarlo, ad esempio, quando consideriamo la parola dell’antico alto tedesco «anagilih». Vi è ancora dentro l’«ana» di provenienza gotica, e «ana» significa: quasi, pressoche; «gilih» e la figura. Ciò che e dunque simile, e quanto ha quasi la figura. Esso diviene poi, divenuto parola del nuovo alto tedesco, «ahnlich» (simile).
Proprio in questo esempio potete studiare qualcosa che dapprima non è in senso stretto storico-linguistico, ma, vorrei dire, psicologico-linguistico, perché può ancora mostrarvi come i valori del sentimento vivano nelle parole, ma come tali valori del sentimento gradualmente si stacchino nel sentire umano, e ciò che la rappresentazione collega ancora ai suoni divenga un elemento del tutto astratto. Vi ho presentato il prefisso «ge», gotico «ga». Pensate dunque: lo si senta ancora, questo cooperare in «ga», che ora diviene «ge», e lo si applichi alla figura, al «leich»; allora direi, dal punto di vista della storia del sentire: figura che si accorda. Ciò vive li dentro, senza esprimersi. «Geleich», «gleich» (uguale) sarebbe dunque: figure che si accordano, figure che cooperano, «geleich» – «gleich». Considerate una volta una parola che dischiude alcuni misteri – vogliamo considerarla oggi solo sotto un aspetto –, considerate la nostra parola «Ungetum» (mostro, essere mostruoso). Questa «u» (con dieresi) e soltanto la metafonia di un originario «u»: «Ungetum»; ma il «tum» che qui isoliamo risale a un antico alto tedesco «tuom», e questo «tuom» e connesso con la parola «tun»: portare a compimento, fare, mettere in relazione. In tutte le parole in cui questo «tum» e divenuto suffisso, si può ancora avvertire che vi è contenuto qualcosa di una relazione cooperante: «Konigtum» (regno), «Herzogtum» (ducato), «Ungetum». «Ungetum» e ciò in cui non sorge alcun «tum» propriamente cooperante: l’«un» nega il cooperare; il «getum» sarebbe il cooperare stesso. Numerose sono le parole, come sapete, con il suffisso «ig»: «feurig» (focoso), «gelehrig» (docile) e così via. Esso risale a un antico alto tedesco «ac» o anche «ic», a un medio alto tedesco «ag», «ig», ed e propriamente la resa di ciò che, in senso aggettivale, si chiama «eigen» (proprio), «es ist ihm eig» (gli e proprio). Dove dunque compare il suffisso «ig», esso indica un «eigen». «Feurig» = «feuereigen» (proprio del fuoco), a cui appartiene il fuoco. Vi ho detto che possiamo dunque osservare come, attraverso simili contrazioni e attraverso le trasformazioni dei sistemi fonetici che ne derivano, si compia il processo di astrazione che il genio del linguaggio attraversa.
Lo si potrebbe esprimere così: in tempi molto, molto remoti dell’evoluzione linguistica di un popolo, l’uomo si appoggia, con il suo sentire, interamente al suono. Si vorrebbe dire: la lingua consiste in realtà solo di immagini differenziate e complesse nei suoni consonantici, in cui si imitano processi esterni, e di interiezioni che vi compaiono, di suoni di sentimento nelle formazioni vocaliche. Ora il processo formatore del linguaggio progredisce. L’uomo in certo modo si eleva al di sopra di questo vivere insieme, di questo rivivere sentimentale dell’elemento sonoro. Che cosa fa egli dunque, nell’elevarsi al di sopra? Egli parla ancora sempre; ma nel parlare, il parlare stesso viene spinto in una regione molto più subcosciente di quanto fosse prima, quando la rappresentazione, il sentire era ancora connesso con la formazione fonetica. Il parlare medesimo viene gettato in una regione subcosciente. La coscienza cerca intanto di afferrare il pensiero. Osservatelo bene come un processo dell’anima. Per il fatto che si rende inconscio il nesso fonetico, ci si eleva con la coscienza al rappresentare e al sentire non più avvertiti soltanto nel suono e nel nesso fonetico. Si cerca dunque di afferrare qualcosa che il suono ancora indica, ma che non è più così intimamente connesso al suono come prima.
Un tale processo si può osservare ancora anche quando l’originario, vorrei dire, sgusciare fuori dai nessi fonetici è già trascorso, e si deve fare ora con nessi di parole ciò che prima si faceva con nessi fonetici, perché sono ormai sorte parole nelle quali non si sente più pienamente il nesso fonetico, nelle quali si possiede ormai più mnemonicamente il nesso del suono con il nesso della rappresentazione. Si fa allora a un livello più alto lo stesso processo che prima si faceva con suoni e sillabe, lo si fa con le parole. Supponete di voler esprimere gli esseri umani di una determinata regione, e di non voler ancora procedere alla totale astrazione, così che, ad esempio, direste: «Gli esseri umani del Württemberg». Così ancora non vorreste dire, sarebbe ancora troppo astratto. Non ci si sarebbe ancora innalzati, supponiamo, a astrazioni tanto forti come: «Gli uomini del Württemberg». Se si volesse afferrare con qualcosa di ancor più concreto ciò che si esprime poi più tardi con: «Gli uomini del Württemberg», si direbbe: «I borghesi e i contadini del Württemberg». Così si dice, intendendo ciò che non è né contadino né borghese, o entrambi, ma che in certo modo si libra fra l’uno e l’altro. Per afferrare ciò che si libra in mezzo, si adoperano entrambe le parole.
Ciò diventa particolarmente interessante e chiaro, quando le due parole che si adoperano per esprimere un concetto – designato in modo da accostarvisi per così dire da due lati – sono fra loro più distanti, ad esempio quando si dice: «Land und Leute» (paese e gente). Quando si dice questo, allora ciò che si vuol dire sta in mezzo, e ci si avvicina ad esso. Oppure: «Wind und Wetter» (vento e tempo). Quando dite questo, intendete qualcosa che non esprimete con una sola parola, qualcosa che non è né vento né tempo, ma che sta in mezzo, e che però racchiudete adoperando «vento e tempo». Ora e interessante che, nel corso della formazione del linguaggio, simili accostamenti si esprimano in modo da risultare in qualche modo allitteranti, assonanti o simili. Da ciò vedete che il sentire fonetico, il sentire del suono, gioca ancora dentro a tali cose. E chi ha un vivo senso del linguaggio può ancor oggi proseguire tali processi, può, attraverso ciò che suona simile, afferrare rappresentazioni intermedie per le quali sulle prime non si ha la parola immediata. Supponete, ad esempio, di voler esprimere nell’uomo qualcosa come il suo comportamento, come ciò che gli e abituale, gli è essenzialmente proprio. Se mi rifiuto di usare semplicemente una parola che ponga l’uomo come qualcosa di passivamente vivente – poiché nel suo essenziale esprimersi, manifestarsi, non lo voglio porre come passivamente vivente, ma neppure soltanto come attivo, bensì voglio derivare l’attività dal suo essere –, allora non posso dire: «Die Seele eines Menschen lebt» (l’anima di un uomo vive) – ciò mi sarebbe troppo passivo; non posso nemmeno dire: «Die Seele des Menschen webt» (l’anima dell’uomo tesse) – ciò mi sarebbe troppo attivo. Mi serve qualcosa che stia in mezzo, e dico ancor oggi: «Die Seele lebt und webt» (l’anima vive e tesse).
Dal genio formatore di linguaggio scaturiscono in gran numero simili cose. Pensate, ad esempio, che si voglia esprimere ciò che non è né canto né suono: si dice allora «Sang und Klang» (canto e suono). Oppure si voleva esprimere, del poeta medievale, ch’egli presentava melodia e testo – si voleva spesso esprimere che i poeti recavano melodia e testo – allora non si poteva dire: «Essi vanno in giro e cantano», bensì: «Essi vanno in giro e cantano e dicono» («singen und sagen»). Ciò che essi propriamente facevano era un concetto per cui non esisteva la parola. Vedete, simili cose sono soltanto, vorrei dire, le ultime nate di ciò che prima e avvenuto con nessi fonetici oggi non più trasparenti. Noi formiamo in certo modo con parole come «Sang und Klang», «singen und sagen», ancora contrazioni che un tempo si facevano con quei sistemi fonetici i quali avevano ancora la connessione fra il sistema fonetico e l’elemento della rappresentazione o del sentimento.
Prendete, ad esempio, per presentarvi qualcosa di tutto caratteristico in questa direzione, quanto segue: quando gli antichi Tedeschi si riunivano e tenevano giornata di giudizio, chiamavano una tale giornata «tagading». Ciò che essi facevano era un «ding». Oggi diciamo ancora «Ding drehen» (combinare qualcosa, brigare). Un «ding» e ciò che la accadeva, quando gli antichi Tedeschi erano riuniti. Lo si chiamava «tagading». Prendete ora il prefisso «ver»; esso indica sempre che qualcosa entra nello sviluppo. Se dunque ciò che avveniva al «Tageding» entrava nello sviluppo, si poteva dire: «es wurde vertagedingt». E questa parola e divenuta via via il nostro «verteidigen» (difendere); con un lieve mutamento di significato il nostro «verteidigen» ne e derivato. E così vedete come qui ancora nel sistema fonetico «vertagedingen» si compia lo stesso che si compie più tardi attraverso i sistemi delle parole.
Veniamo allora via via a vedere come la vita rappresentativa si allontani sempre più dalla mera vita fonetica. Prendete, ad esempio, qualcosa come l’antico alto tedesco «alawari». Esso avrebbe il significato di: del tutto vero. Da ciò e derivata la nostra parola «albern» (sciocco). Pensate dunque in quali profondita dell’animico di popolo guardiate, vedendo come qualcosa che originariamente aveva il significato di «interamente vero» divenga «albern», così come noi oggi sentiamo la parola «albern». Deve passare qui l’applicazione della parola «alawari» attraverso, vorrei dire, stirpi che giudicano spregevole l’apparire dell’uomo nella qualità dell’interamente vero, che si abbandonano alla credenza che lo scaltro non sia «alawari». Per questa via si trasferisce il sentimento: chi e del tutto vero, non è uno scaltro – su ciò cui originariamente si applicava un sentimento del tutto diverso; e così il significato di «interamente vero» si sposta in «albern». Possiamo, studiando il mutamento del significato, guardare profondamente dentro al genio formatore del linguaggio in connessione con l’animico.
Prendete, a esempio, la nostra parola «Quecksilber» (mercurio): questo e il metallo mobile. Questo «Queck» e del tutto la medesima parola che, diciamo, in «Quecke» (gramigna), che significa anch’essa mobilita, oppure la medesima parola che si trova dentro «erquicken» (ristorare, rinfrescare). Questo nesso fonetico: «queck» e «quick» – con una piccola permutazione fonetica: «keck» – significava originariamente: essere mobile. Se dunque avessi detto a uno di voi cinquecento anni fa: e un uomo «keck», avrei voluto esprimere: e un uomo mobile, che non se ne sta sulla pelle pigra, ma e operoso, si dedica al fare. Per mutamento di significato, ciò e divenuto l’odierna parola «keck» (sfacciato, audace). Qui l’animizzazione e al tempo stesso la via verso un molto rilevante mutamento di significato. Così troviamo una parola che originariamente esprime «audace nella battaglia». Basta tornare indietro all’incirca di cinquecento anni: tale parola, audace nella battaglia, suona «frech». Un uomo «frech» nel senso dei tempi antichi significherebbe: un uomo audace, un uomo che non si peritava di affrontare degnamente la battaglia. Qui avete il mutamento di significato. Tali mutamenti di significato ci lasciano davvero guardare profondamente dentro la vita animica nel suo sviluppo.
Prendete l’antico alto tedesco «diomuoti». «Deo», «dio» significa sempre servo, schiavo; «muoti», che e imparentato con il nostro «Mut» (coraggio), ma in passato aveva un altro significato, lo si può rendere oggi solo dicendo: disposizione d’animo, il modo e la maniera di essere disposti verso il mondo esterno o verso altri uomini. Così possiamo dire: «diomuoti» aveva il significato di vera disposizione del servo, la disposizione che un servo deve avere verso il proprio signore. Ora penetro il cristianesimo. I monaci volevano dire agli uomini qualcosa che essi dovevano avere come disposizione verso Dio e verso gli esseri spirituali. Potevano portare a espressione ciò che volevano dire, soltanto ricollegandosi a un sentimento che già si aveva per la disposizione del servo. Così questo «diomuoti» divenne via via «Demut» (umilta). L’umilta della religione e una discendente della disposizione del servo dell’antica eta germanica. Così avvengono i mutamenti di significato.
In generale e proprio interessante studiare i mutamenti di significato delle parole, o meglio dei nessi di suoni e di sillabe, che hanno subito mutamenti di significato per l’introduzione del cristianesimo. La sono avvenute molte cose, quando il sacerdozio romano porto il cristianesimo nelle regioni settentrionali, molte cose che si riconoscono propriamente solo nel loro significato originario quando si esamina il mutamento di significato delle parole. Quando, nei tempi antichi in cui non vi era ancora il cristianesimo, ma vi era un netto rapporto fra il signorile e il servile, il signore voleva dire di un qualche uomo che si era reso servitore, schiavo, che aveva conquistato: «mi e utile», allora diceva: e «fromm», e un uomo «fromm». Tale parola la avete oggi soltanto in un ultimo residuo presente – ove essa in certo modo, per essere un po’ scherzosa, ricorda il suo significato originario: essere utile – nell’espressione «zu Nutz und Frommen» (a utilità e profitto). Quando si dice questo, «zu Nutz und Frommen», la parola e bensì accostata all’utile, con cui era in origine identica nel significato lessicale, ma vi si allude solo in maniera scherzosa a questo trovare utile. Il servo «fromm» era colui che era utile il più possibile a qualcuno. I sacerdoti romani trovarono anch’essi che alcuni erano loro più utili, altri meno, e i più utili li chiamarono «fromm». E così la parola «fromm» (pio) e pervenuta per una via singolare, proprio attraverso l’immigrazione del cristianesimo da Roma. Sull’«Umilta», sull’«esser pio» e su molto altro potete già studiare qualcosa degli impulsi particolari attraverso i quali il cristianesimo è stato portato dal sud verso il nord.
Si deve davvero entrare nell’animico, cioe nel vivere interiore, se si vuole comprendere la lingua. E tutto presente nel formare delle parole ciò che da un lato ho caratterizzato come l’elemento consonantico, quando si imita ciò che e processo esterno, e dall’altro lato l’elemento del sentire, l’elemento interiettivo, quando si portano a espressione i propri sentimenti in appoggio all’esterno. Prendiamo un’essenza decisamente consonantica nel sentire della lingua, in uno stadio progredito dell’evoluzione del linguaggio. Supponete che si avverta questa forma che disegno qui. Quando l’uomo originario sentiva questa forma, la sentiva in modo duplice. La sentiva, guardando dal basso verso l’alto, come l’incurvato in dentro. Ciò divenne via via quel sistema fonetico che ci si presenta nella parola «Bogen» (arco). Quando egli guardava dall’alto verso il basso questa forma – come può essere espresso esteriormente, per esempio in particolare per il fatto che la incurvo quanto più possibile (viene disegnato), allora si produce ciò che io guardo dall’alto verso il basso: diventa allora un «Bausch» (rigonfiamento). Dal basso verso l’alto e un «Bogen», dall’alto verso il basso un «Bausch»; in «Bogen» e in «Bausch» vi è ancora qualcosa del sentire dentro. Se si vuole esprimere ciò che abbraccia entrambi, ciò che in certo modo non si appoggia più al sentire, ma corre verso l’esterno per esprimere l’intero processo, allora si dice: «in Bausch und Bogen» (all’ingrosso, in blocco). «In Bausch und Bogen», espresso in modo immaginativo, sarebbe quello (rinvio al disegno) visto dall’alto e dal basso. Ciò si può applicare poi anche a rapporti morali, quando si conclude con qualcuno un affare, in modo che ciò che ne risulta si possa guardare tanto da dentro quanto da fuori: visto da dentro da guadagno, visto da fuori il contrario, perdita. Quando si conclude con qualcuno un affare su guadagno e perdita, si poteva dire: lo si conclude «in Bausch und Bogen», non si tiene conto di ciò che viene distinto nella singola designazione.
Volevo con questo chiarirvi che, attraverso il seguire l’evoluzione dei sistemi fonetici, ma anche dei sistemi di parole, si hanno immagini dell’evolversi dell’elemento animico-popolare, e voi potete, se seguite come linee direttive questo avanzamento dal concreto della vita del suono all’astratto della vita della rappresentazione, trovare poi voi stessi molte cose. Vi basta aprire un normale lessico o cogliere parole dalla lingua corrente e indagarle con tali linee direttive. Per il nostro corpo insegnanti dico in particolare che e oltremodo stimolante, nel bel mezzo del narrare, accennare a tali momenti della storia della lingua, perché possono essere talora profondamente illuminanti e inoltre stimolano oltremodo il pensare. Ma bisogna sempre essere consapevoli che naturalmente si può deviare su falsi sentieri; perciò si deve sempre essere assai prudenti, poiché le parole subiscono molteplici metamorfosi, come ora avete visto. Importa dunque non costruire subito ipotesi su esteriori somiglianze, ma procedere con piena coscienziosita.
Che si debba procedere coscienziosamente, lo potete vedere in un esempio che vorrei ancora presentarvi. Vi era un’originaria, ben onesta parola tedesca, che suonava «Beiwacht» – quando le persone si riunivano e vegliavano insieme –, «Beiwacht», veglia comune. E una di quelle parole che, non come molte altre, sono migrate dalla Francia verso la Germania, bensì una volta, inaspettatamente, e migrata in Francia, come pure la parola «guerre», la guerra, le sommosse («Wirren»). «Beiwacht» nei tempi antichi e una volta migrata in Francia ed e divenuta la «bivouac». Ed e di nuovo migrata indietro, con le numerose migrazioni delle parole occidentali che sono passate da noi dopo il XII secolo; e di nuovo migrata indietro ed e divenuta «Biwak» (bivacco). Tale parola e originariamente tedesca, ma e dapprima migrata in Francia ed e di nuovo tornata. Nel frattempo era poco usata. Anche tali cose dunque accadono: che le parole emigrino, che poi si trovino a disagio nell’atmosfera straniera e facciano ritorno. Insomma, accadono tutti i rapporti possibili.
Desidero ora, sulla base di ciò che ho già esposto e al fine anche di rafforzare ancora in parte gli stessi fatti, procedere oggi dalla constatazione che proprio nella scienza del linguaggio si manifestano in modo più triste, ma forse anche più evidente, le conseguenze della concezione materialistica. Non si può certo dire che questa concezione materialistica non agisca in modo ancor più dannoso, per esempio nella fisica, perché passa più inosservata e il suo danno non viene così facilmente percepito; ma agisce in modo più triste nella scienza del linguaggio, perché là avrebbe potuto essere evitata assai più facilmente, e perché si sarebbe potuto vedere come lo spirito e l’anima agiscono effettivamente nel genio creatore che forma il linguaggio. Ora si tratta di avvicinarsi con questa consapevolezza, che con ciò indico, ai tempi più antichi della formazione linguistica imparando a osservarla dapprima nei tempi più recenti; in tempi più recenti, che sono ancora più perspicui e meglio documentati, in cui si può seguire il cambiamento linguistico cosicché attraverso il cambiamento linguistico e le sue metamorfosi traspaiono chiaramente e inequivocabilmente il cambiamento nei sentimenti e negli atteggiamenti emotivi dell’anima popolare nel suo complesso. La lingua del popolo tedesco al tempo del Minnesang, cioè del periodo che storicamente si chiama epoca cavalleresca, risale relativamente già molto indietro; però risale solo così lontano che si possono ancora facilmente seguire letterariamente certe cose e così chiarire molti cambiamenti di significato. Certo, non si vede là nemmeno quanto quando si legge Omero, dove compaiono quelle designazioni che per noi oggi agiscono come insulti, con cui gli eroi greci si coprivano di accuse. Poiché oggi non sopportiamo più che ci si chiami reciprocamente «pance di capra» o «asini». Ciò rimanda a un’epoca in cui un asino godeva di tale considerazione che un eroe poteva essere chiamato asino. Gli animali — come risulta chiaramente dai componimenti omerici — non erano in quel tempo affatto così carichi di sfumature sentimentali come oggi.
Ebbene, possiamo elevarci un poco alla comprensione di queste cose se cerchiamo esempi caratteristici non molto più lontani. Così se troviamo nel Medioevo il modo di dire: «Essi si attaccavano come una pece alle schiere dei loro nemici». Oggi ci sembra divertente se si dice di qualcuno che resiste valerosamente in battaglia: «Egli si attaccava come una pece», ma questo attaccarsi-come-una-pece era certamente un modo di esprimersi possibile al tempo del Minnesang. E presso Wolfram di Eschenbach troverete un modo di dire caratteristico che vi mostra come allora, in primo luogo, si guardava ancora molto all’aspetto sensibile, in secondo luogo però si avevano certe sfumature sentimentali per certi processi e cose che oggi rendono vergognosi quegli stessi processi e cose. Così quando Wolfram di Eschenbach descrive in modo serio l’apparizione di una duchessa di fronte a una personalità maschile, dice: il suo aspetto penetrò nell’occhio di questa personalità e attraverso l’occhio nel cuore come una veratrina attraverso il naso. È sensibile, poiché il profumo della veratrina si diffonde in modo molto sensibile, si potrebbe dire molto fragrante attraverso il naso; però non lo diremmo oggi. Da ciò vedete come il mondo dei sentimenti si è trasformato, e questa trasformazione del mondo dei sentimenti si dovrebbe studiare se non si vuol fare scienza del linguaggio materialistica.
Un poeta più recente, come sapete, ha ancora potuto dire di una personalità femminile nobile: «Ella guardava come una luna piena». Ma oggi non si perdonerebbe più questo modo di dire, che era del tutto usuale nel Medioevo, se l’utilizzassimo. Se diceste a una signora, dalla stessa emozione: «Ella mi guarda come una luna piena», oggi questo non apparterrebbe più al possibile linguaggio ordinario; nel Medioevo però la delicatezza della luna, la dolcezza della luna erano dominanti nell’anima popolare. E proprio da questo si paragonava ciò che si amava nello sguardo della donna, nella sua espressione, con la luna piena.
Gottfried di Strasburgo parla nel suo «Tristano» molto seriamente di amore incollato. L’amore incollato è quello che si era separato ma si era di nuovo riunito. Parla dell’attaccarsi dei feriti sul campo di battaglia. Ciò avrebbe un effetto offensivo oggi. E quando il Medioevo dice: le gambe imperiali di un uomo, per esprimere il suo portamento nobile, oppure quando dice: la serva imperiale Maria, ciò vi mostra come essenziale sia la trasformazione del mondo dei sentimenti.
Riporto questi esempi perché voi diventiate consapevoli e pienamente coscienti di come questo cambiamento delle sfumature sentimentali si manifesta non solo nelle aree più evidenti ma anche in aree meno chiaramente percettibili. Così quando nel Medioevo si parlava ancora di canna «malata». Che cosa è una canna malata? Malato è qui solo l’attributo decorativo per una canna veramente allungata. E il tempo non risale molto lontano quando «malato», se era stato pronunciato, non significava altro che «slanciato». Se a quel tempo si fosse chiamato qualcuno «malato», avrebbe significato che è un uomo grande e slanciato. Non si intendeva nel senso odierno che fosse infermo. Se si avesse voluto dirlo, si sarebbe dovuto dire che era «tisico», affetto da tisichezza. Allora essere malato equivaleva a essere slanciato. Ora pensate a che cosa è accaduto! Gradualmente si è formata l’emozione che fosse qualcosa di disumano nell’uomo lo stare slanciato. Ci si è appropriati dell’emozione che normale nell’uomo è non essere completamente slanciato. Per questa via indiretta è sorto l’accoppiamento del nesso sonoro «malato» con l’essere tisico, con l’essere non-organicamente-normale. Così una parola ha assunto una certa sfumatura sentimentale, mentre prima apparteneva a una sfumatura sentimentale completamente diversa.
Ma il tempo non risale molto lontano, quando un oste poteva fare buoni affari se pubblicizzava vino «misero». Così un oste poteva dire e annunciare nel villaggio: da me si trova vino misero. «Misero» è qui esattamente la stessa parola della nostra «miseria». Si trova ancora un’eco della sfumatura sentimentale antica nel dialetto, dove certi villaggi, che si trovano lontani al confine, si chiamano «miseria», i villaggi della miseria. Si diceva ancora, per esempio, nella Stiria al mio tempo: l’uomo viene dalla miseria, intendendo che viene da un luogo di confine. — E certi villaggi hanno conservato fino a ora il nome Miseria. Questa designazione è soltanto arretrata da più lontano; poiché il vino misero significava il vino straniero, e la miseria è l’estero, così almeno fino all’anno 1914 l’oste, se per esempio pubblicizzasse vini francesi, avrebbe fatto buoni affari se avesse pubblicizzato vini miseramente. Qui abbiamo quindi un cambiamento di significato, che è già presente anche in «malato».
Il poeta Geiler di Kaisenberg parla curiosamente — se lo cercate presso di lui diventerà più trasparente — di un dio «carino». Oggi non possiamo più dirlo bene. Intendeva un dio benevolo. In «carino» si trova allora la sfumatura sentimentale che oggi colleghiamo alla parola «benevolo». Trovate oggi talvolta ancora il modo di dire — poiché tali cose si sono conservate come resti — : un uomo «rozzo». Capirete questa parola quando presso Lutero leggete che gli uomini sono «piallati» dai profeti. Gli uomini sono piallati dai profeti, cioè vengono raddrizzati. Qui abbiamo quindi ancora la percezione sensibile della piallatura unita al raddrizzamento.
Con questi esempi siamo andati un po’ più indietro. Ma guardiamo ancora a qualcosa di più recente. Lessing, che non risale molto indietro, vuole esprimere una volta — cosa che oggi si può già fraintendere dalla sua coniazione di parole — che ci sono molte cose per cui si dovrebbe sviluppare, in tutta giustizia, simpatia, che però non possono essere elevate al carattere del Bello e quindi non possono diventare oggetto dell’arte. Ed esprime questa verità così dicendo: «Molto di ciò che è più attrattivo non può essere oggetto dell’arte». Se leggiamo questo oggi, crederemo immediatamente che «attrattivo» sia inteso da Lessing come l’intendiamo oggi; ma il contesto rivela che intenderemmo esattamente la stessa cosa che lui se dicessimo: «Molto di ciò che è più affascinante non può essere oggetto dell’arte». — Così avete qui la trasformazione della sfumatura sentimentale, in modo che ciò che voi designate oggi come il più affascinante, Lessing lo designava ancora come il più attrattivo. Designiamo oggi con ciò qualcosa di essenzialmente diverso.
Ora è interessante seguire in quale modo complicato si svolge in realtà tale cambiamento di significato. Supponete una volta: la parola «malato», che prima ha significato «slanciato», poteva dunque anche essere applicata alle canne; una canna malata è una canna che è slanciata, e che quindi è meno utile di una canna corta e spessa. Ora questo si è gradualmente trasformato nella sfumatura sentimentale, in modo che gradualmente ha ricevuto il significato odierno di «malato»; ma oggi è già di nuovo qualcosa che se ne è tolto via. Poiché Adelung, che vive a metà strada tra quel tempo e noi, Adelung dice per esempio che si debbano aggiustare le navi «offese». Oggi agisce un po’ buffo, o almeno così, che si sa che la persona in questione è uno scherzatore, se parla per esempio di un orologio «offeso»; ma allora era qualcosa di naturale quando la parola mutata nel frattempo, «offeso», era stata applicata anche all’inorganico. Da ciò vedete che «malato» aveva originalmente qualcosa a che fare con la forma, e che poi gradualmente si è insinuato il significato odierno. Ma allora quello che era stato prima è stato completamente scartato, e ha ricevuto un significato completamente nuovo, mentre alle navi «offese» possiamo ancora pensare al significato precedente. Sempre di più è stato scartato il sentire immediato del sentimentalmente appropriato nelle parole. Persino presso Goethe — e precisamente presso di lui, perché in molti aspetti è tornato indietro al dispiegarsi del genio che forma il linguaggio — si trova ancora un sentire distinto nelle parole, mentre noi non sentiamo più distintamente. Per esempio, prendete la parola «amaro». Per noi oggi è diventata una designazione per un’esperienza puramente soggettiva, per un’esperienza di gusto. E con quello che nell’antica epoca era sensibile e da cui è derivata la parola «amaro», ordinariamente non l’associamo più nel nostro sentimento: con il «mordere». Ma è collegato con il mordere: ciò che ha un gusto amaro ci morde davvero. Goethe lo sente ancora e parla delle forbici amare delle Parche: le forbici che mordono delle Parche è quello! Le persone oggi sono già tali astrattisti che dicono: «Libertà poetica» — quando incontrano una tale parola. Ma non è libertà poetica, ma è sorto proprio dall’esperienza interiore piena. Goethe non viveva nemmeno ancora nel tempo in cui novantanove per cento di quello che viene composto è troppo. Egli si sentiva verso il linguaggio — e questo si deve tenere presente in molti dei suoi lavori — molto più interiormente vivace di quanto oggi possa farsi qualsiasi uomo, se semplicemente è nella cultura esterna. Potete sentire di nuovo questo quando trovate presso Goethe la parola: «Un Ecce homo mi piacque per la sua rappresentazione miseranda». Nessuno sembra oggi sentire diversamente da questo, quando parla così, se non che è una rappresentazione cattiva. Ma Goethe vuole indicare che nel nostro più profondo sentimento di compassione viene suscitato da questa rappresentazione. Dovremmo dire dunque del tutto astrattamente: «Un Ecce homo mi piacque per la sua rappresentazione che suscita compassione». Ma Goethe disse ancora: «Un Ecce homo mi piacque per la sua rappresentazione miseranda».
Ancora in un tempo relativamente non molto lontano si poteva denominare un uomo che camminava per la strada e volentieri parlava con i bambini, con i poveri, e non era altezzoso, non si portava con superbia, quando si voleva rendergli onore: Tu sei un uomo «abietto». Questo era possibile fino alla metà del XVIII secolo. Un uomo abietto, questo era per quel tempo un uomo docile: lo si lodava, gli si rendeva dal punto di vista di alcuni il massimo onore. — Non credo che oggi molte persone colleghino un significato profondo quando leggono negli scritti del XVIII secolo di una «quantità inoffensiva». Diremmo oggi solo: Una quantità che dice approssimativamente il giusto. Una quantità approssimativa, quella si chiamava una quantità inoffensiva. — E cosa si penserebbero molte persone oggi se trovassero l’espressione ancora comune nel XVIII secolo: prugne «scortesi»? Le prugne scortesi sono quelle prugne che non mostrano i caratteri completamente tipici della specie, che sono qualcosa di particolare, che differiscono dalla specie; queste sono prugne scortesi. Solo quando ci appropriamo il sentimento che si verificano tali trasformazioni, allora comprendiamo altro, ciò che non porta il suo mutamento così evidentemente sulla fronte. Per esempio, la nostra parola odierna «difficile». Sapete con quale sfumatura sentimentale viene usata. Prima la si usava solo quando si era consapevoli di voler dire: pieno di piaghe, pieno di suppurazioni. Cioè, quando si trovava una cosa difficile, si voleva esprimere con essa il sentimento: questo compimento provoca suppurazioni. Molto sensibilmente e vivacemente si esprime ciò, e questo è collegato con l’espressione «difficile».
Tali cose, che sono completamente cadute fuori dalla sfumatura sentimentale presente e che provano come sia ingiusto quando si affronta il giudizio linguistico da pedante e si vuol derivare senza conoscere i fatti delle metamorfosi linguistiche, possono anche mostrarsi nel dialetto. Quando si espone a qualcuno un pranzo che ha molte portate, oggi gli si può dire: non mangi troppo di questo piatto, poiché ci sarebbero ancora altre vivande, per cui dovrebbe conservarsi l’appetito. Oggi si può dire: «Per favore, non mangi troppo, viene ancora altro di buono». Ma esiste ancora una certa regione del territorio linguistico tedesco dove si può dire: «Non mangiare troppo di questo piatto, c’è ancora qualcosa dietro». Un altro dialetto ha la possibilità di dire: «Ah, questi sono bambini bravi, buoni, che si massacrano». Questo significa: non sono cattivi, sono di buon carattere, si massacrano. Proprio un simile esempio, come: questi sono bambini di buon carattere, che si massacrano, ci indica la convivenza vivente tra il sentimento e la percezione esterna nel sentimento linguistico.
Questo mi si presenta talvolta come qualcosa di straordinariamente importante. Avete presso Goethe un passo nella conversazione che ha usato negli ultimi anni per caratterizzare il suo lavoro su «Faust». Questo passo ha giocato un ruolo straordinariamente grande presso i commentatori di «Faust». Goethe dice una volta come uomo molto vecchio, per caratterizzare il suo lavoro su «Faust», che fosse comunque qualcosa se da oltre sessanta anni la concezione del «Faust» fosse rimasta chiara in lui giovanilmente sin dall’inizio, l’intera sequenza gli fosse presente meno dettagliatamente. Molti commentatori di «Faust» hanno concluso da ciò che Goethe da giovane aveva già un piano del «Faust», che la concezione di un «Faust» gli era chiara sin dall’inizio, e che il successivo sia solo una specie di esecuzione. E molte cose non necessarie e non vere sulla caratteristica del suo lavoro su «Faust» sono venute fuori da questa interpretazione. Questo passo può essere compreso correttamente solo da quando Fresenius ha pubblicato quale significato ha presso Goethe il nesso sillabico sin dall’inizio. Mi si presentò particolarmente da vicino perché lavorai con Fresenius. Questi, quando aveva qualcosa, per decenni non arrivava alla sua elaborazione. Perciò l’incitai a pubblicarlo, perché quello che aveva da dire fosse molto importante. Si possono riunire i passi in cui Goethe ha usato la parola sin dall’inizio: egli non l’usa mai diversamente che spazialmente. Quando dice di aver letto un libro sin dall’inizio, questo non significa nient’altro se non che ha letto solo le prime pagine del libro. E così si può chiaramente provare che ha concepito chiaramente solo le prime scene del «Faust» nella gioventù. Così qui semplicemente la giusta comprensione dell’uso della parola indica il lavoro di Goethe, e vedete proprio in questo uso della parola che presso noi è diventato astratto quello che presso lui è stato percepito spazialmente. Egli usa l’espressione sin dall’inizio sempre in modo percepibile, spaziale. Così una gran parte di quello che rende Goethe così affascinante si basa su questo suo ritorno alle qualità del genio originariamente creatore di linguaggio. E si può, se si cerca di penetrare nell’anima di Goethe partendo dalla sua lingua — mentre oggi i ricercatori lo fanno solo materialisticamente — trovare anche lì importanti punti di appoggio per una de-materializzazione della scienza del linguaggio. È bene quando in tali cose ci si fa consigliare.
Non abbiamo più per molte cose quei nessi linguistici che esprimono l’appartenenza originaria di sfumature sentimentali e consistenze fonetiche. I dialetti ancora talvolta ce l’hanno; hanno anche quello per cui l’aspetto sensibile si esprime. Così per esempio trovate, meno già nella lingua scritta, ma spesso nel dialetto qua e là l’espressione: «afferrare sotto il braccio». Questo significa semplicemente aiutare qualcuno che è indifeso. Perché? Perché i giovani offrivano la mano agli anziani, che non potevano più camminare così speditamente, li afferravano sotto il braccio e li sostenevano. Questo processo completamente sensibile è stato trasferito all’aiuto in generale. Proprio come si è detto che ci si asciuga il sonno notturno dagli occhi, così per l’aiuto si è scelto un singolo processo concreto attraverso cui si esprimeva in modo sensibile quello che era più astratto. Talvolta il genio del linguaggio non era più in grado di mantenersi all’aspetto sensibile; allora talvolta ha mantenuto l’aspetto sensibile da una parte, dall’altra l’ha scartato. — Avete oggi ancora la parola «ascoltare» per una certa modalità dell’udire. Il dialetto austriaco ha anche per il mero udire una parola che è ancora imparentata con questo ascoltare: «udire», e in Austria non si dice solo a qualcuno da cui si vuole che ascolti: ascolta una volta, ma piuttosto udi una volta! L’udire è un leggero ascolto attivo. La lingua ordinaria colta ha mantenuto «ascoltare». Udire è il parente, che con la sfumatura sentimentale di un’attività più debole indica. Nell’udire si può ancora percepire lo strisciare che si esprime nell’ascolto nascosto; e l’udire è già passato a un ascolto illecito. Se per esempio qualcuno attraverso il buco della serratura ode qualcosa, o se qualcuno ascolta quando due si parlano, cosa che non è destinata a lui, allora si dice che abbia odito.
Solo quando si ha un sentimento per l’appropriatezza sentimentale di tali consistenze fonetiche, si può gradualmente passare a sviluppare il sentimento per i suoni elementari, i vocali e i consonanti. Così nel dialetto austriaco esiste una parola che si chiama: Ahnl; è la nonna, l’Ahnl. La conoscete però, no? L’Ahnfrau è qualcosa di più generale. L’Ahnl, qui avete l’avo/a con una l collegata. È semplicemente l’avo/a con una l collegata. Per comprendere quello che qui linguisticamente è presente, ci si deve elevare linguisticamente a sentire la l come consonante. La sentirete quando sentite il suffisso lich, di cui ho detto che è sorto da leik. Ha qualcosa a che fare con il sentimento che qualcosa si muove intorno, che si deve imitare nel linguaggio ciò che si muove intorno. Un Ahnl è una persona che si guarda come una vecchia, ma che tuttavia fa l’impressione di una vecchia che si muove: si deve guardare così intorno nel viso per poter vedere le rughe. Così vedete come la l è usata caratteristicamente.
Prendete la parola «svanire». Svanire, andar via, così che non sia più visto; far andare via qualcosa facendo sì che non sia più visto. Prendete ora non un far andare via così che non sia più visto, ma: voglio un po’ barare nel far andare via; voglio formare qualcosa che tuttavia rimane indietro, che dunque non esprime il vero, reale svanimento: allora sento il muoversi intorno — qui una l — e ne risulta «vacillare». È la l che l’ha fatto, e potete esattamente sentire quale valore sentimentale ha una tale l quando passate da «svanire» a «vacillare». Sentirete l’euritmia come qualcosa di naturale quando vi approfondite in tali cose. Sentirete come nell’euritmia si torna a un’appartenenza originaria dell’uomo con quello che è contenuto nelle consistenze fonetiche, che senza la consistenza fonica, proprio solo attraverso il movimento, deve essere portato all’espressione. Sentirete, quando sentite una tale cosa, anche esattamente come per esempio in un vocale come u è contenuto qualcosa di rastremante, di chiudente. Guardate l’u dell’euritmia, allora avete questo rastremante, chiudente, e allora direte: in Madre, con cui ci si suole chiudere insieme, non può stare affatto un a o una e al primo posto. Non vi potrebbe nemmeno venire in mente che si dica Madra o Madre. Mater testimonia che è una lingua già indebolita quella in cui questo accade; originariamente si chiama Madre.
Vi ho guidato attraverso tutto questo sul cammino del genio linguistico che, come ho già detto una volta, ha eretto un baratro tra la consistenza fonica e la rappresentazione. Entrambe sono originariamente nell’esperienza soggettiva umana intimamente legate insieme; si separano. La consistenza fonica scende nell’inconscio; la consistenza rappresentativa sale nella coscienza. E molte cose che sono ancora sentite là dove ci si conviveva originariamente con i fatti esterni, vengono così scartate. E se torniamo indietro nello sviluppo del linguaggio, allora troviamo del tutto il fatto straordinario che le forme originarie dello sviluppo linguistico ci portano completamente fuori nel fattuale; che c’è un fino senso di fatto, di cosa e realtà nei livelli primitivi della formazione linguistica; che le persone che vivono a questo livello convivono intimamente con quello che è nelle cose e accade. Nel momento in cui cessa questa convivenza interiore, il senso di realtà si annebbia e le persone vivono in un irreale, che si esprime nel linguaggio. Nella lingua indogermanica originaria avete, come nel latino, otto casi: nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, ablativo, locativo, instrumentalis. Ciò significa che non si esprimeva solo la posizione che una cosa aveva e che oggi si percepisce quando la si esprime nel primo, secondo, terzo, quarto caso, ma si sapevano anche seguire altri nessi con il sentimento. Così per esempio: fare qualcosa a un tempo determinato — lo si può esprimere come oggi; si dice che lo si fa questo giorno o di questo giorno, si può usare il genitivo o l’accusativo. Però non si percepisce più l’aiuto del giorno, dell’ora del giorno e proprio di questo giorno determinato; non si percepisce più che ciò che uno fa per esempio il 2 gennaio 1920 non potrebbe fare più tardi, che il tempo è qualcosa di aiutante, che il tempo è contenuto in qualcosa che aiuta. Questo lo si percepiva in antichi tempi, e si usava il caso strumentale hiu tagu. Si dovrebbe dire circa attraverso questo giorno, per mezzo di questo giorno. È diventato la parola oggi. Oggi, qui dunque è contenuto un antico strumentale dentro. Similmente hiu jaru: è diventato l’odierno quest’anno. Ma il linguaggio ha gradualmente scartato questi altri quattro casi e ha mantenuto solo quattro casi. Da ciò vedete anche come il linguaggio procede nel procedere dell’astrazione, e come noi, quando ci portiamo questi esempi davanti agli occhi, possiamo chiaramente vedere come gradualmente si sviluppa il potere di astrazione astratta e con esso un certo senso di irrealtà dal precedente senso di realtà, che si esprime nel linguaggio. SESTA CONFERENZA
Credo di avervi mostrato, attraverso alcuni esempi caratteristici, qualcosa dello sviluppo del linguaggio, così che potrete scorgere attraverso questi esempi il cammino interno del genio che forma la lingua. Sarà necessario, se volete orientarvi attraverso i fenomeni linguistici e i loro sviluppi, che comprendiate da tali manifestazioni caratteristiche le linee guida direttrici. Naturalmente potevo solo accennarvi qualcosa e anche oggi, riepilogando i fondamenti di queste considerazioni, potrò mostrarvi soltanto una linea direttrice principale. Speriamo di poter proseguire questi studi qui nel prossimo futuro. Quello che in primo luogo avete potuto osservare attraverso le nostre considerazioni è, credo, che sugli stadi primitivi dello sviluppo linguistico gli uomini sono interiormente ricettivi, interiormente animati per l’accordanza tra suono e cosa. Che questa cosa sia un sentimento oppure un evento esteriore, una cosa esterna, un fatto esteriore: quando si tratta di formare suoni per i sentimenti che l’uomo prova dall’esterno, allora i suoni si formano in modo vocalico nel senso più ampio. Vocalico significa nel linguaggio tutto ciò che è formato interiormente, tutto quello che è sentito interiormente e che dall’elemento affettivo, da quello volontario che è dato nel sentimento, si spinge nel suono. In tutte le vocali, in tutte le formazioni vocaliche abbiamo quindi da vedere i sentimenti e gli impulsi di volontà spinti nella laringe, che l’uomo prova nei confronti del mondo esterno. In tutto ciò che è consonantico abbiamo da vedere quello che l’uomo riproduce in gesti da ciò che percepisce nel mondo esterno.
Prendiamo per esempio il caso in cui l’uomo voglia esprimere un angolo; allora ha inizialmente questo angolo come intuizione dinanzi a sé. Se tracciasse con la sua mano i lati di questo angolo, lo farebbe così (gesto). Lo stesso movimento che compie così con la mano, lo compie in realtà quando sviluppa certi consonanti, con gli organi del linguaggio. Il linguaggio è in questo senso solo l’espressione udibile di gesti che non si compiono esternamente con le membra, bensì con parti molto più fini dell’organismo umano, con l’apparato d’aria a disposizione dell’uomo. Se assumete questa regolarità interna, allora vi formerete gradualmente proprio una visione di come il linguaggio o imita direttamente il mondo esterno, oppure è imitazione di ciò che l’uomo sperimenta sentimentalmente con il mondo esterno.
Prendiamo per esempio il caso: l’uomo si trova dinanzi a due situazioni di fatto che gli si presentano così che egli potrebbe fare l’una e l’altra cosa. Allora inizialmente viene spinto istintivamente a riflettere su come potrebbe fare l’una o l’altra cosa. Se l’uomo è ancora più o meno — e tutti gli uomini lo sono su stadi primitivi dello sviluppo linguistico — un «animale imitatore», allora la relazione in cui viene a trovarsi con il mondo esterno si trasforma ancora in un gesto esteriore delle membra. Lo compie così (il gesto si mostra): Compie la decisione tra la sua metà destra e la sua metà sinistra; cioè esprime così che interiormente si divide in due, perché due situazioni esterne di fatto gli si presentano. Si divide interiormente in due parti per valutare verso quale lato pende il peso maggiore nel suo pensiero. Così, lo compie così (gesto): divide, decide oppure anche separa. E naturalmente, se deve giungere a una decisione favorevole, allora deve andare il più possibile indietro: perciò non divide soltanto se stesso, bensì ur-divide se stesso, e dovete comprendere la parola giudizio completamente come un gesto trasformato interiormente in suono. Così è tutta la formazione consonantica, formazione di gesti che si è soltanto metamorfosata in una sostanza sonora.
Quello che ne sta alla base può essere seguito in tutto il corso dello sviluppo linguistico. Dapprima l’uomo è un essere che vive più nel mondo esterno, solo gradualmente diventa un essere interiore; inizialmente vive nel mondo esterno. Vive con le cose particolarmente in quei tempi in cui esiste ancora la chiaroveggenza originaria primitiva. In quei tempi di questa chiaroveggenza originaria primitiva, l’uomo non pensa molto a se stesso; non ha neppure una determinata visione di sé, bensì sa che esistono ogni sorta di spettri, ogni sorta di spiriti elementari, che egli percepisce in quello che ora chiamiamo esternamente cose; ma vede anche in se stesso ancora uno spirito elementare. Tu, si dice a se stesso, sei stato tirato nel mondo attraverso padre e madre. Si oggettiva ancora se stesso. Perciò troveremo che il genio che forma la lingua nelle prime fasi linguistiche agisce inizialmente principalmente in modo consonantico, e i linguaggi primitivi saranno principalmente linguaggi consonantici, perché all’uomo primitivo manca ancora l’interiorità. I popoli primitivi che quindi sono rimasti a questi stadi originari, hanno quindi una ricca formazione consonantica nel loro linguaggio, suoni consonantici che mostrano molto chiaramente l’elemento dell’imitazione dei fatti esterni. Tali suoni di schiocco, per esempio, dove direttamente attraverso gli organi del linguaggio umano si produce qualcosa come forti scoppi di frusta e simili, come ancora producono certi popoli africani, cessano più tardi di nuovo, quando l’uomo manifesta più il suo elemento affettivo-senziente interiore nelle sostanze sonore. Così che deve essere visto un primo stadio nelle formazioni consonantiche. Un secondo stadio allora deve essere visto nelle formazioni vocaliche. Ma l’interiorità che ci si presenta in queste formazioni vocaliche è appunto un momento di transizione, e quando di nuovo nel riguardo del genio linguistico si manifestano fenomeni di invecchiamento, allora la forza vocalizzante cessa di nuovo, e subentra la forza di formazione consonantica.
Il cammino che l’uomo percorre quindi nello sviluppo linguistico va dall’esterno verso l’interno e di nuovo dall’interno verso l’esterno. Quello che però si può osservare direttamente nella sostanza sonora è qualcosa di profondamente essenziale per tutta la formazione linguistica. È talmente essenziale che lo ritroviamo in tutte le forme del linguistico. Troviamo ovunque innanzitutto uno stadio dello sviluppo linguistico dove l’uomo ancora senza consapevolezza di sé, inconsciamente crea il suo linguaggio; là ha ancora l’impulso di aggiungere esternamente una parola, quella che designa una cosa, accanto a un’altra. Ma a questo stadio l’uomo è contemporaneamente un essere molto vivente. Poiché l’uomo si interiorizza e si spiritualizza più tardi, perde una parte di questa primitiva vivacità; diventa più interiore, meno vivente, appunto più astratto, e non ha la forza di versare successivamente in quella parola stessa quello che per lui è visione esterna: l'aggiunge piuttosto. — Possiamo studiare tali fenomeni, e seguirli con esempi caratteristici è straordinariamente interessante. Se per esempio avete ancora nell’Antico Alto Tedesco salbom, io salbo, allora potete passare attraverso tutte le designazioni di persona: salbom: io salbo, salbos: tu salbi, salbot: egli salba, salbomes: noi salbiamo, salbot: voi salbate, salbont: essi salbano. In questi sei termini, attraverso cui quindi è coniugato salbare, avete sempre salbo come quello che appartiene al vero verbo, all’azione. Quello che vi è aggiunto, lo dovete vedere sempre come quello che rende possibile la designazione di persona nella parola: quindi per io: m, per tu: s, per egli: t, per noi: mes, per voi: t, per essi: nt. Che questi ultimi suoni della parola siano ancora presenti nei termini stessi, deve essere compreso nel modo seguente. In primo luogo, le opposizioni io, tu, egli, noi, voi, essi si presentano a uno stadio così primitivo come quello con cui abbiamo a che fare, cosicché l’uomo le vede molto esternamente: le aggiunge a quello che esprime l’azione. Ma è tuttavia interiormente vivente, le collega vivacemente alla designazione dell’azione. Quindi questo duplice aspetto deve essere preso in considerazione: in primo luogo l’orientamento all’esterno; in secondo luogo l’aggiunta alla forza vivente interiore di trasformazione della parola principale stessa. Che non sia accaduto originariamente che io, tu, egli, essi, esso siano stati sentiti come parte organica soltanto nel verbo, cioè qualcosa di già interiorizzato, potete dedurlo dal fatto che queste designazioni, semplicemente incollate insieme alla parola principale, esistono nel sanscrito correlato completamente come designazioni autonome per io, tu, egli, essi, esso. Infatti la m che avete nell’Antico Alto Tedesco è soltanto la mi: io del sanscrito metamorfosata; la s è la si: tu del sanscrito metamorfosata; t = ti: egli, essa, esso; mes = la masi: noi del sanscrito metamorfosata; la t = la tasi: voi del sanscrito metamorfosata; nt = l'anti: essi del sanscrito soltanto pronunciata un po’ sfumata. Vedete quindi ancora nel sanscrito che non si tratta di piegare interiormente il verbo principale e poi di sentire la designazione di persona nella piega, no, si ha nell’intuizione la designazione di persona. Si è interiormente viventi a sufficienza per organizzare questa designazione di persona nella sostanza sonora che esprime il principale. Questo è un importante distinguo; perché potreste facilmente credere che a questi stadi primitivi fosse principalmente presente una piega interiore delle parole. No, non è così: è una vivacità interiore per collegare insieme entrambi i componenti. Quindi l’azione in quanto tale è un’azione consonantica, non un’azione vocalizzante.
Quando allora una lingua come il latino arriva allo stadio in cui sente la designazione di persona dentro l’organismo interiore della sostanza sonora stessa, allora è appunto già uno stadio che corrisponde a una maggiore interiorità del genio linguistico in questione. Così il genio linguistico si arrampica su dall’esteriorità verso l’interiorità; e lo fa cosicché inizialmente aggiunge dietro quello che percepisce come fatto esterno: salbom: io salbo; salbos: tu salbi! Come sugli stadi più primitivi non si dice Karl Meyer, bensì il Meyer-Karl, così era anche allora; ciò che specifica, lo si aggiunge dietro. Così non è diverso qui dal fatto che lo specificato, ciò che è specificato dalla designazione di persona, viene aggiunto dietro. Proprio la via di togliere via questa designazione dietro e di aggiungerla autonomamente davanti, questa è la via verso la massima interiorizzazione, a quella interiorizzazione che poi percepisce l’interno spiritualmente in modo astratto. Allora si separa la persona e la si pone davanti. E potete leggere qualcosa di importante dalla lingua, potete tornare indietro alle forme primitive del genio che forma la lingua, dove questo non sa praticamente nulla di io e tu separati dalle cose esterne, dove quindi spinge ancora dentro la parola quello che ha da dire su questo io e tu. Poi lo trova dentro la parola stessa — una lingua a questo stadio è il latino — , e allora l’estrae, giunge all’auto-osservazione, giunge all’egoismo e pone davanti io e tu. Questo divenire egoistico, questo giungere all’auto-osservazione, è fondamentalmente quello che si rispecchia chiaramente nello sviluppo linguistico. Si può dire che il «Conosci te stesso» a un certo stadio inconscio, è stato portato avanti nella sequela del detto apollinico: «Conosci te stesso» attraverso il successivo sviluppo linguistico occidentale, che ha tirato fuori dappertutto le designazioni di persona dalle sostanze sonore, che erano ancora espressione dell’elemento interiore, ma che non si erano neppure completamente separate interiormente. Non potrete studiare veramente le lingue se non seguirete quello che ho detto già ieri: se non le considerate come espressione dello sviluppo psichico.
Vedete, nella lingua ancora viva potete seguire completamente i resti, direi, della potenza vocalizzante e consonantizzante. Nei verbi, nei termini d’azione c’è qualcosa attraverso cui hanno un carattere più vocalizzante in generale, attraverso cui il vocalico è la cosa principale per loro. Avete bisogno soltanto di una minima riflessione, e vi potrete dire: Per quei verbi, termini d’azione, il vocalizzante, il sentimento interiore sarà la cosa principale, che esprimono qualcosa in cui l’uomo si immedesima con cui si unisce. Vedete, c’è una differenza tra quella condizione interna in cui è la vostra anima adesso, e quella in cui era non molto tempo fa. Adesso siete seduti, e siete stati seduti per tutto un pezzo. Quello che esprime questo stare seduti, con quello vi siete uniti, è qualcosa di intimamente unito a voi, questo stare seduti. Che siete venuti a questo stare seduti è accaduto perché inizialmente vi siete seduti: con questo sedere siete meno intimamente uniti, vi è più esteriore. Non potete stare il sedimento per mezz’ora perché non potete unirvi così intimamente con il sedimento; ma potete stare seduti per mezz’ora e ancora più a lungo, perché vi potete unire intimamente con lo stare seduti. È giusto che la sostanza sonora per stare seduti debba essere sentita vocalizzando da voi, per sedere debba essere sentita più esternalizzan dosi, consonantizzando. Se però vocalizzate nella percezione, allora dal genio che forma la lingua avrete anche la forza interiore di vocalizzare, e vocalizzerete nel modo che applicate la parola diversamente: stare seduti, ero seduto, sono stato seduto. Con l’azione consonantizzante che esercitate, e che si esprime attraverso sedere, sarete appunto consonantizzando e non sedere in qualche modo forse come satzen o qualcosa del genere, bensì dovete raffigurare qualcosa di esteriore, e lo fate dicendo sedere. E se ora volete esprimere che ciò era avvenuto un po’ di tempo fa, allora dite: sed-etto: voi sedate, e ciò in metamorfosi sedetti; perché il te è il tat metamorfosato. Presso persone che oggi hanno ancora qualcosa di tale forza che forma la lingua in sé, in tali casi continua a consonantizzare, è una consonantizzazione trasferita. Ma tali persone allora devono stare su un grado di formazione più primitivo rispetto alla generalità. Tali persone hanno oggi ancora sempre in sé la sostanza, vocalizzare il meno possibile, e invece imitare il più possibile l’azione esterna, la sostanza esterna nelle sostanze sonore che esprimono attraverso il mettere insieme, l’incollare con l’azione. Potete vederlo se per esempio un contadino piuttosto primitivo, che aveva fatto un onore per sé di far studiare il figlio all’università, è venuto alla seguente affermazione: Gli è stato chiesto cosa suo figlio faccia all’università. Il figlio inizialmente non aveva utilizzato molto le cose ereditate primitive, per approfondirsi nello spirituale astratto della vita universitaria, bensì più per immergersi nelle esteriorità della stessa. E così il padre, quando gli è stato chiesto cosa suo figlio faccia all’università, disse: Andare a passeggio fa, bighellonare fa, bere fa, fare birichinate fa, ma fare fa nulla!
Qui c’è un sentimento forte dell’interiorità in ciò che entra nel termine d’azione che forma la lingua. Voi sentirete sempre presso quelle sostanze sonore che hanno conservato il loro carattere, precisamente il loro carattere di significato, come quello che, come si dice, si alterna vocalicamente, che cioè cambia il suono vocalicamente durante la coniugazione, quello che esprime con cui l’uomo si unisce più intimamente. Invece presso tutto ciò che è formato interiormente, che però esprime quello con cui l’uomo non si unisce così intimamente — che non gli diventa un sentimento, bensì rimane soltanto osservato —, non potrà sviluppare l’alternanza vocalica. Così, quando dite: io canto, io cantai, allora avete l’alternanza vocalica. Tutt’altro è quando dite: io accendo, brucio. Accendo, la parola ha la sua sostanza sonora dal fatto che il fuoco canta. Io accendo = io faccio cantare qualcosa. Quando cantate, vi unite intimamente con quello che volete esprimere attraverso la sostanza sonora; quando accendete, non vi unite intimamente con ciò; l’osservate, osservando voi stessi esternamente: perciò non alternerà vocalicamente, bensì forma io accendo, io accesi.
Dove oggi non notate più tali cose, allora le parole sono talmente metamorfosate che non è più riconoscibile. Allora bisogna tornare indietro ai tempi precedenti della sostanza sonora. È realmente straordinariamente significativo che si possa seguire questo vivere iniziale dell’uomo con il mondo esterno, poi l’interiorizzazione e poi il prossimo stadio dell’interiorizzazione, dove egli punta con la parola al suo interiore proprio — come per esempio nei pronomi personali —, che si possano realmente seguire questi tre stadi. E vi faciliterete notevolmente la comprensione della formazione linguistica se vi impegnate nell’osservazione di questa linea guida. Il linguaggio diventa realmente così un confluire dell’elemento razionale e dell’elemento volontario nell’uomo, e appare nel suo stadio primitivo così che là, dove il suono è ancora molto legato al rappresentativo, l’elemento razionale è persino difficile da distinguere da quello volontario.
Il nostro parlare attuale, particolarmente il nostro parlare tedesco standard, è propriamente già qualcosa di straordinariamente legato alla volontà. Parliamo con la volontà e impariamo abitualmente ad applicare la volontà nel momento in cui impariamo a parlare; e accompagniamo questo parlare con le rappresentazioni che siamo abituati a collegare con quelle manifestazioni di volontà. Nell’inglese è del tutto diverso, e perciò per chi può osservare tali cose, parlare tedesco standard — i dialetti sono ancora più simili all’inglese — è propriamente per lo sguardo disinteressato un’attività umana completamente diversa dal parlare inglese. Il parlare inglese è ancora molto di più un’attività in cui si pensa nel parlare, nello sviluppo del suono stesso, mentre il parlare tedesco standard è qualcosa in cui nel corso dello sviluppo del suono non si pensa, bensì il pensiero procede come un fenomeno parallelo accanto allo sviluppo del suono. In generale, i linguaggi occidentali si sono conservati ancora molto più questo stare insieme, questo stare insieme istintivo di suono e rappresentazione dei linguaggi dell’Europa centrale. E perciò anche i linguaggi dell’Europa occidentale hanno assunto una forma così rigida. Si può difficilmente formulare qualcosa nei linguaggi dell’Europa occidentale senza che vi si dica: Questo non si può dire, così non ci si esprime. — Questa è una cosa che non esiste così nel tedesco standard. Lì si può dire quasi tutto: si può mettere il soggetto qui, lì, perché il pensiero procede più in parallelo con la sostanza sonora che nei linguaggi occidentali. Solo quando arriviamo a stadi più antichi della nostra formazione linguistica, arriviamo anche sempre più e più a un rigido collegamento di rappresentazione e sostanza sonora, e perciò possiamo studiare nei nostri stadi più antichi e dialetti quello che presso i linguaggi occidentali è ancora oggi presente come un atavismo.
Se dalla prospettiva di questo studiate il linguaggio con un sentimento linguistico vivo, vi conduce contemporaneamente profondamente dentro l’essenza delle anime popolari. Fate l’assunto che abbiamo un oggetto, una cosa davanti a noi. Formiamo come popoli primitivi dall’elemento consonantico e da quello vocalico la sostanza sonora per questa cosa; quindi, diciamo carro per quello che va avanti. Se abbiamo la stessa cosa in molteplicità davanti a noi, cioè un numero di tali cose, allora formiamo il plurale dicendo: i carri. Il carro è certamente corretto, ma propriamente una forma non formata nell’organismo della lingua, una forma che appartiene più alla lingua scritta. Perché formiamo lì la metafonia? Abbiamo formato per noi la sostanza sonora al singolare. Lì la nostra consapevolezza nel corso della formazione linguistica si è accesa, si è animata, vi eravamo attenti. Se ora formiamo il plurale, allora le cose le osserviamo meno chiaramente, allora abbiamo il bisogno di esprimere la cosa un po’ più nebulosamente: intorbidiamo il suono a in ä. Così la sostanza sonora originaria è sempre stata formata con normale osservazione consapevole di una situazione di fatto o di un sentimento. Quello che allora è osservato meno oppure può essere osservato meno, è indicato attraverso un’intorbidatura. Lì conta il fatto che si veda solo come qualcosa si sposti nell’uomo. Il dialetto in molte regioni tedesche non dice il carro, bensì il carro. Infatti se l’attenzione normale è stata nel corso della formazione della sostanza sonora tale che una o ha risposto, allora l’intorbidatura è espressa soltanto cosicché si dice: i carri-bianchi al plurale. Potete seguire questo in tutta una serie di manifestazioni.
Solo su una cosa ancora vorrei richiamare la vostra attenzione. Vedete, la maggior parte nella formazione linguistica consonantica di tempi precedenti si basa su intuizione; e molto di quello che l’anima provava, che aveva accolto nella sua condizione, si è conservato anche in anime primitive ancora e può essere studiato lì. Ma quest’intuizione, quando era particolarmente vivente, era ancora del tutto vincolata a una sorta di chiaroveggenza primitiva atavistica, non soltanto all’osservazione del mondo esterno, che è una sensibile. Allora le designazioni di parole vivacemente osservate, che grazie a Dio conserviamo ancora, non sarebbero mai venute fuori. Prendiamo un esempio: Un uomo che sentiva originariamente, che ancora — anche se debolmente — era nella sfera della chiaroveggenza atavistica, sentiva che presso l’uomo di norma è così che il suo corpo fisico contiene dentro sé quello che oggi chiamiamo corpo eterico; così che il primitivo uomo sentiva completamente la testa (viene disegnato) e — sporgente sopra — la seconda testa. La testa la sentiva come espressione del pensare. Si potrebbe quindi in una designazione molto simile alla nostra, anche dire: Gli uomini primitivi con chiaroveggenza originaria designavano l’uomo dal pensare. L’hanno nel termine manas come uomo. Uomo è appunto la stessa cosa che manas. Ora, questo è l’uomo come ci si presenta ordinariamente. Però l’uomo chiaroveggente in modo atavico, sapeva che si può anche incontrare altri uomini, che faccio naturalmente uno scherzo che non dovrebbe essere banalizzato — questi uomini soprasensibili non li aveva così bellamente legati insieme al sensibile da filisteo, bensì li aveva in qualche modo non completamente inseriti nell’altro uomo. Allora sentivano: questo corpo eterico è impazzito, che è stato poi trasferito all’intero essere: l’uomo è impazzito. È un fatto del tutto esteriore — il disordine del corpo eterico — espresso. E proprio questo tipo di vivacità osservativa, che risale a un’osservazione da tempi in cui si poteva ancora osservare lo spirituale, è straordinariamente interessante. E se le persone lo facessero, se i ricercatori di lingua eruditi non dormissero così, cosicché in realtà procedono soltanto in modo molto esteriore materialista e non entrano affatto nello spirituale interiore, che trova solo la sua espressione esterna nello spiritualmente formato esternamente, allora le scienze linguistiche di per sé in primo luogo potrebbero spingere nella scienza dell’anima e poi nella scienza dello spirito. Perciò è peccato che la nostra scienza del linguaggio sia diventata così materialista. Perché così neppure i giovani hanno l’occasione, nella formazione linguistica e nella sua conoscenza, di osservare l’operare di anima e spirito.
Credo ormai che per quelli tra voi che sono insegnanti alla Scuola Waldorf, quello che ho voluto darvi come linee guida attraverso esempi, può già essere utile adesso, se l'accogliete nella vostra condizione psichica. In primo luogo, dal fatto che vi stimolerà a notare molte cose nella lingua che, quando insegnate, se accogliete lo spirito di una tale considerazione in voi, potrete rendere utili nella maniera più varia. Questo può assolutamente trovare applicazione tra voi e i vostri alunni, perché il parlare è l’elemento che unisce l’insegnamento. Particolarmente ci si aiuta molto se si tenta da soli di portare di nuovo qualcosa della forza primitiva del sentimento e della vivacità osservativa dentro le parole: così ci si educa a un sentimento più vivente di quello che altrimenti si sviluppa. Noi uomini moderni andiamo propriamente in giro come cadaveri piuttosto viventi, e non da ultimo per la ragione che il nostro linguaggio è così fortemente caduto giù dal cuore verso chissà dove. È diventato un elemento di volontà inconscio. Non sentiamo più negli i e u e e e m quello che c’è di psichico in loro; non ci educhiamo a penetrare anche il simile-sonoro con sentimenti psichicamente uguali. Siamo astratti nel comprendere, nel concepire, ma siamo astratti anche nel parlare. Per chi ha un sentimento linguistico abbastanza vivente, gran parte di quello che le persone del presente parlano è così, come se fosse l’espressione di un fonografo, ma la cui incisione era stata già fatta in tempi primordiali. Dobbiamo di nuovo poterci unire al linguaggio. Certamente allora sarà necessaria una sorta di auto-educazione, affinché ascoltiamo interiormente quando diciamo: ruvido, e sentiamo interiormente la sostanza sonora ruvido. E quando diciamo, mentre percepiamo questa figura (viene disegnato): questo è un rombo, possiamo sentire ruvido così che quello che proprio sentite nel ruvido, lo sentiate come la percezione di angoli. Allora potremmo anche sollevarci in alto, oggi ancora, quando abbiamo tale figura, a sentire il suo angoloso come imparentato al ruvido, e la t la sentiamo come fa: quello che fa il ruvido, è il rombo. Sarebbe un elemento forte, sviluppare le cose imponderabili nell’insegnamento, se non lasciassimo così molto cadere in frammenti la sostanza sonora e la rappresentazione. Prego, cosa potremmo allora sentire di imponderabili, se ci intratteniamo col bambino su questa figura e diciamo: Questo è un rombo? — Noi stessi non sentiamo nulla quando diciamo rombo. Quale fondamento potrebbe svilupparsi per l’attenzione che sta alla base dell’insegnamento, se ci auto-educassimo di nuovo dalle sostanze sonore e allora ottenessimo anche il bisogno di educare i bambini in questa direzione.
Questo riguardo a tutto quello che potete acquisire contenutisticamente per la vostra auto-educazione da tale considerazione del linguistico come ho tentato preliminarmente di accennarvi in queste ore. Ma anche metodicamente, miei cari amici, ho voluto mostrarvi: Il mio sforzo era volto a sviluppare importanti linee guida a partire da esempi concreti caratteristici. Credo che probabilmente un vero insegnante di università di oggi potrebbe elaborare quello che ho sviluppato per voi qui in poche ore, molto bene in tre volumi. In questo ovviamente avrebbe l’ambizione di essere completo, ma in ciò sarebbe meno possibile che proprio le linee guida principali, che stimolano il nostro pensare, il nostro rappresentare, il nostro sentimento, ne venissero fuori. Se già nell’insegnamento elementare procedete così come proprio qui in questo corso sul linguaggio si è proceduto, allora svilupperete buoni principi metodici, allora farete dappertutto i tentativi di cercare veramente esempi caratteristici per quello che volete presentare ai vostri alunni, e potrete unire l’osservazione e il sentimento di esempi caratteristici con la percezione dello spirituale in questi esempi. Perché non c’è mezzo migliore di spingere i bambini nel materialismo se si dà loro insegnamento astratto. Si dà insegnamento spirituale con esempi concreti; ma non bisogna trascurare, in questi esempi concreti, di lasciar rivelare lo psichico e lo spirituale. Perciò credo che quello che vi ho dato qui, possa essere anche un’integrazione pratico-metodica anche del corso che vi ho dato prima dell’inizio dell’insegnamento della Scuola Waldorf. E credo che poteste anche guadagnare molto se vi rifletteste ora: Come devo, tradotto nell’infantile, organizzare il mio insegnamento — lo si può organizzare così in tutti i soggetti — affinché imiti questo attirare dello spirituale in singoli esempi concreti? Se lo fate, non correrete facilmente il pericolo in cui cade quasi tutto l’insegnamento: di non riuscire a finire col materiale didattico. Si riesce a finire sempre soltanto quando si atomizza il materiale didattico; perché allora si è troppo indotti a rendere gli atomi individuali che si trattano, non caratteristici e a far emergere il caratteristico attraverso l’accumularsi. Naturalmente esistono per tutti i rami dell’insegnamento esempi non caratteristici. Con questi bisogna allineare molte cose. Se ci si dà la pena di scegliere esempi caratteristici e di sviluppare lo spirituale nell’esempio, allora si può ottenere una certa economia dell’insegnamento. Mi starebbe bene, miei cari amici — e particolarmente a quelli tra voi qui che sono insegnanti alla Scuola Waldorf, detto a loro in tutta amicizia —, mi starebbe bene se questo duplice aspetto fosse stato notato in queste ore improvvisate: in primo luogo lo stimolo all’auto-educazione attraverso una certa fraternità col genio che forma la lingua, e d’altro canto, se la metodica dell’insegnamento potesse essere influenzata in quel senso accennato per ultimo.
Allora vogliamo, quando tornerò, speriamo nel prossimo futuro, proseguire tali considerazioni linguistiche.
ANNOTAZIONI
Le deviazioni nel testo di questa edizione rispetto a edizioni precedenti sono risultate dall’adeguamento al testo della trascrizione stenografica.
Le opere di Rudolf Steiner, che sono apparse all’interno della Raccolta completa (O.O.), sono indicate nelle annotazioni con il numero di bibliografia. Si veda anche la panoramica alla fine del volume.
Pagina
«Alcuni amici mi hanno indotto a parlarvi durante questo soggiorno anche di cose linguistiche»: Rudolf Steiner seppe solo al suo arrivo a Stoccarda che oltre al corso di scienze naturali (cfr. la seguente annotazione) ci si aspettava da lui anche un corso sul linguaggio.
«come nei corsi di scienze naturali»: Cfr. «Impulsi antroposofici verso lo sviluppo della Fisica I» (10 conferenze Stoccarda 1919/20), O.O. Bibl.-Nr. 320.
«Articolazioni di significato»: secondo stenogramma. Nell’edizione precedente stava «articolazione di significato»; cambiato
«La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità» (1911), Bibl.-Nr. 15, O.O. 1963, cfr. p. 45.
«su cui il professore Dessoir si divertiva a fare battute»: Max Dessoir, 1867-1947. Cfr. «Dell’al di là dell’anima. Le scienze dello spirito in considerazione critica», Stoccarda 1917, pp. 254 ss.
«Ulfila nella sua traduzione biblica»: Ulfila (Wulfilas), 331-383, vescovo goto; cfr. a questo proposito H. Jantzen «Monumenti linguistici gotici», 4. ed. Berlino/Lipsia 1914 (Raccolta Göschen Nr. 79).
Jakob Grimm, 1785-1863. Cfr. «Grammatica tedesca» 4 voll. 1819-1837; «Storia della lingua tedesca», 2 voll. 1848; «Sull’origine del linguaggio», 1852; «Sulla lingua tedesca», Insel-Bücherei Nr. 120.
«Qualcosa diventa noto perché porta a voi un odore»: A questo passo si trova nei materiali l’integrazione: «Se questo collegamento forse anche sorse soltanto in seguito attraverso l’attrazione».
«in uno dei “Giochi natalizi”»: Cfr. il «Gioco natale di Oberufer» in «Giochi natalizi dall’antico folclore. Gli Spettacoli di Oberufer», comunicati da Karl Julius Schröer, allestiti scenicamente da Rudolf Steiner. Dornach 1965.
Fonte: secondo la trascrizione stenografica.
«Abbiamo soltanto bisogno di tornare indietro di circa cinquecento anni»: Dagli editori integrato secondo il Dizionario di Grimm. — Nella trascrizione sta: 1200 anni. Probabilmente diceva: «Abbiamo soltanto bisogno di tornare indietro all’anno 1200». — «Aspro» nel significato originario di «bellicoso, coraggioso» compare nel «Parzival» di Wolfram von Eschenbach (completato 1210) e si mantiene durante il periodo medioalto tedesco. Il cambiamento di significato inizia soltanto nel Tedesco moderno, approssimativamente dal 1500.
«questa forma che qui trascrivo»: La forma è stata presa da un quaderno di appunti di Rudolf Steiner.
58 ss.
Le citazioni di questa conferenza le ha ricavate il Dr. Steiner dal libro di Oskar Weise «Estetica della lingua tedesca», Lipsia e Berlino 1915, capitolo 14, come si può dedurre dal suo esemplare di biblioteca.
58
«Ventriglie di capra»: «Odissea», canto 20, verso 25 (nella traduzione di Voss).
«Asino»: «Iliade», libro 11, verso 558.
59
Wolfram von Eschenbach, nato intorno al 1170, morto intorno al 1220. «Parzival», completato 1210.
«A un poeta più moderno … era ancora concesso … dire»: Ludwig Uhland in «La maledizione del cantore»: La regina dolce e mite, come se la luna piena brillasse dentro.
Gottfried von Strassburg, attorno alla svolta dell’XI-/XII. secolo. «Tristano e Isotta» è sorta attorno al 1210.
61
Geiler von Kaisersberg, 1445-1510, celebre oratore della cattedra.
Gotthold Ephraim Lessing, 1729-1781.
Lessing: Molto di ciò che è molto seducente non può essere oggetto dell’arte. Letteralmente: «Le prego, Principe, che consideriate i limiti della nostra arte. Molto di ciò che è più seducente della bellezza si trova completamente al di fuori dei confini della stessa.» In «Emilia Galotti», primo atto, quarta scena.
62
Johann Christoph Adelung, 1732-1806.
«Goethe parla delle forbici amare del Fato»: Cfr. la poesia «Viaggio d’inverno nell’Harz», dove dice letteralmente: «Ma colui al quale la sventura Ha stretto il cuore, Si dibatté invano Contro i confini Del filo di rame Che soltanto una volta scioglie Le forbici amare.»
63
«Se troverete in Goethe la parola»: Citato secondo Oskar Weise, cfr. sopra.
64
«Goethe dice una volta da uomo molto anziano»: Cfr. la lettera del 17 marzo 1832 a Wilhelm von Humboldt.
65
August Fresenius, nato 1850. Cfr. «Goethe sulla concezione del Faust» negli Annali di Goethe vol. 15, Francoforte/Meno 1894; cfr. a questo proposito Rudolf Steiner «Il mio cammino di vita» (1923/25), pp. 295-297, Bibl.-Nr. 28, O.O. 1962.
«perché lavorai con Fresenius»: Dall’autunno 1890 all’estate 1897 Rudolf Steiner fu collaboratore permanente nel Goethe- e Schiller-Archiv a Weimar e curò gli Scritti di scienze naturali di Goethe nell’edizione della Sophia.
67
«Euritmia»: Cfr. il corso di euritmia del suono «L’euritmia come linguaggio visibile» (15 conferenze Dornach e Penmaenmawr 1922-24), O.O. Bibl.-Nr. 279
71
«Speriamo che nel prossimo futuro potremmo proseguire queste considerazioni»: A una continuazione di questo tipo in forma di corso non è arrivato. Tuttavia, nei «Colloqui con gli insegnanti della Scuola Libera Waldorf» Rudolf Steiner ha dato ripetutamente indicazioni sull’essenza del linguaggio e la metodica dell’insegnamento linguistico. — Cfr. anche «L’arte della recitazione e della declamazione» (discorsi, allocuzioni, seminari 1912-1928), O.O. Bibl.-Nr. 281, e «Formazione del linguaggio e arte drammatica» (19 conferenze, 1 risposta a domande, 5 ore preparatorie, Dornach 1924), O.O. Bibl.-Nr. 282.
83
«del corso che vi ho dato prima dell’inizio dell’insegnamento della Scuola Waldorf»: Cfr. «Antropologia generale come fondamento della pedagogia» (14 conferenze Stoccarda 1919), O.O. Bibl.-Nr. 293; «L’arte dell’educazione. Aspetti metodici e didattici» (14 conferenze Stoccarda 1919), O.O. Bibl.-Nr. 294; «L’arte dell’educazione. Discussioni seminariali e lezioni sul piano di studi» (15 discussioni seminariali e 3 lezioni sul piano di studi, Stoccarda 1919), O.O. Bibl.-Nr. 295.
84
«Allora vogliamo … proseguire tali considerazioni linguistiche»: Cfr. l’annotazione a p. 71.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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