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O.O. 175

Contributi alla Conoscenza del Mistero del Golgota - Metamorfosi cosmiche e umane

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1°Indirizzo materialistico o spiritualistico verso il mondo spirituale

Berlino, 6 Febbraio 1917

Permettetemi innanzi tutto di esprimere la mia profonda soddisfazione per poter essere nuovamente nel vostro mezzo. Ciò sarebbe accaduto prima, se non fosse stata una necessità pressante portare avanti — fino al punto in cui potesse continuare senza di me — il lavoro su quel gruppo di cui qui si è spesso parlato, che dovrà trovarsi nella parte orientale dell’edificio di Dornach, e che rappresenta l’uomo in relazione reciproca con le potenze arimaniche e luciferiche. Nel tempo presente è necessario, per il futuro, pensare anticipatamente in una certa misura. Mi è parso assolutamente indispensabile, di fronte agli eventi che potrebbero venire, portare avanti questo gruppo quanto era possibile fare ora. Del resto, precisamente questi tempi devono farci comprendere in particolar modo come una convivenza nello spazio su un piano fisico non possa essere l’unica cosa che ci sostiene vigorosamente attraverso gli impulsi della scienza dello spirito. La convivenza nel pensiero e nella disposizione d’animo delle nostre aspirazioni scientifico-spirituali deve sostenerci — anche quando può essere solo nell’anima, quando può essere solo nel pensiero e nello spirito — attraverso questo difficile periodo di prove e sofferenze; e proprio da ciò la forza delle nostre aspirazioni scientifico-spirituali deve rivelarsi.

Da quando non ci siamo riuniti qui, sul piano fisico abbiamo dovuto piangere la perdita della nostra cara signorina Motzkus e di altri cari amici che, a causa degli eventi contemporanei, hanno abbandonato il piano fisico. È particolarmente doloroso non veder più, tra gli amici cari che qui hanno partecipato con noi per così tanti anni alle nostre aspirazioni scientifico-spirituali, la signorina Motzkus. Ella apparteneva al nostro movimento fin dall’inizio, dal primo giorno, dalla prima riunione nel cerchio più ristretto. Per tutto il tempo è stata in mezzo a noi come membro interamente dedicato al cuore più profondo del nostro movimento. Ha partecipato con intima condivisione a tutte le fasi, a tutte le prove di sviluppo del nostro movimento. Soprattutto, attraverso tutti questi eventi a cui abbiamo dovuto sottostare, si è conservata nel senso più profondo della parola una fedeltà invincibile alla nostra causa, una fedeltà per cui la signorina Motzkus era certamente esemplare per coloro che desiderano essere veramente membri devoti del movimento scientifico-spirituale. E così lo sguardo della nostra anima segue questa cara e buona anima nei mondi della vita spirituale a cui è ascesa, mantenendo quel rapporto di fedeltà sviluppato e consolidato per molti anni con lei, sapendo che rimaniamo uniti con l’anima sua per sempre. — In tempi recenti la signorina Motzkus stessa aveva da lamentare la perdita della sua fedele amica, che ha poi ritrovato così presto nel mondo spirituale, e ha sopportato questo colpo nel senso in cui si affronta un tale dolore dalla consapevolezza di una vera comprensione del mondo spirituale. Era ammirabile il modo in cui fino agli ultimi giorni la signorina Motzkus manifestava una profonda partecipazione e vivo interesse agli grandi eventi del tempo. Mi ha detto ripetutamente che desiderava vivere ancora qui sul piano fisico fino a quando questi significativi eventi, nel mezzo di cui ora siamo, non si fossero decisi. Ora, con uno sguardo più libero ancora, con una convinzione più salda per lo sviluppo dell’umanità, nel suo stato attuale potrà seguire questi eventi a cui era legata con così intima partecipazione e interesse. — E così sia raccomandato a tutti noi di unire, dove possiamo, i nostri pensieri, le nostre forze attive dell’anima con questo spirito fedele, con questo fedele e caro membro del nostro movimento, affinché sappiamo di stare uniti con lui anche in seguito, dove dimorerà in mezzo a noi in forma diversa da prima, poiché sul piano fisico era unito a noi in modo così esemplare.

Ora, i tempi in cui viviamo sono tempi che possono farci comprendere sempre più intensamente quale significato la ricerca della conoscenza spirituale deve avere per il genere umano del presente e del prossimo futuro. Gli eventi nel mezzo di cui siamo, sono tali che, per molti oggi ancora, sebbene passi inosservato, creano una sorta di stato di stordimento. E per capire appieno cosa accade realmente, quanto profondamente le cose che accadono penetrino lo sviluppo umano, le anime che sopravvivranno a questa catastrofe umana sul piano fisico probabilmente si sveglieranno solo dopo qualche tempo. Per questo dobbiamo prenderci cura di richiamare alla nostra anima quei pensieri che possiamo chiamare illuminanti rispetto ai compiti e agli scopi di questo movimento scientifico-spirituale così necessario per l’umanità. E per noi sarà forse particolarmente salutare, poiché dopo lungo tempo siamo riuniti di nuovo, richiamare alla nostra anima il carattere specifico della nostra concezione di questa scienza dello spirito con alcuni brevi pensieri; o meglio direi, della concezione che può sorgere naturalmente da quella scienza dello spirito che da molti anni poniamo di fronte alla nostra anima.

È vero che gli uomini, almeno in alcuni loro rappresentanti, sviluppano ovunque oggi il desiderio di avvicinarsi al mondo spirituale, benché d’altro canto il materialismo, purtroppo, non diminuisca; tuttavia ciò può essere notato. E proprio da varie forme in cui il desiderio di spiritualità emerge, può nascere in noi la necessità di riportare alla nostra attenzione il carattere specifico della nostra ricerca della vita spirituale. In Inghilterra, attualmente, la ricerca di un illustre studioso del mondo spirituale fa un’impressione enorme sui più ampi circoli anche della gente più colta. Ed è una circostanza straordinariamente notevole che un uomo annoverato tra i più eminenti spiriti scientifici di quella terra abbia scritto un libro voluminoso sulla connessione dell’umanità qui sulla terra con il mondo spirituale, che ha una forma molto singolare. Sir Oliver Lodge, che certo da anni si è sforzato in vari modi di ampliare le conoscenze scientifiche naturali a cui è pervenuto, in modo da fornirgli chiarimenti sul mondo spirituale, ha scritto un libro denso su un caso molto particolare di relazioni, in cui avrebbe voluto venire con il mondo spirituale. La questione è la seguente.

Sir Oliver Lodge aveva un figlio, Raymond Lodge. Nel 1915 partecipò, dalla parte inglese, alla guerra nelle Fiandre. Mentre i genitori di Lodge sapevano il figlio sul teatro di guerra, ricevettero una curiosa notizia dall’America. Una notizia che dovette essere straordinariamente scioccante, direi, per spiritualisti di mentalità materialista. La notizia era formulata in modo che da essa si dovesse dedurre quanto segue: lo psicologo inglese Myers, scomparso molti anni prima, che si era molto occupato delle relazioni tra il mondo fisico e il mondo spirituale, e che dunque abita già da anni nel mondo spirituale, avrebbe preso in carico il giovane Raymond Lodge nel prossimo futuro. Inizialmente non era chiaro a cosa ciò si riferisse. Questa notizia, in realtà, arrivò piuttosto tardivamente a Sir Oliver Lodge. Giunse quando Raymond Lodge, il figlio, era già caduto. Credo fosse due settimane dopo, non ricordo con esattezza. Ebbene, così si ricevette la notizia della morte, e inoltre ancora dall’America giunse notizia trasmessa attraverso medium che bisognasse rivolgersi a medium inglesi. E così fu — ci si rivolse a medium inglesi, e precisamente a medium nei confronti di cui Sir Oliver Lodge — si può dire così, parlerò dopo dell’importanza del caso — aveva sufficiente senso critico. Sir Oliver Lodge è uno scienziato ed è addestrato a esaminare tali cose in modo scientifico. Secondo la sua opinione procedette esattamente come si procede in un esperimento di laboratorio. E quello che emergeva era constatato non da un solo medium, ma addirittura da più medium: l’anima di Raymond Lodge voleva annunciarsi alla famiglia di Sir Oliver Lodge. Ci furono comunicazioni scritte e percussive di vario genere, comunicazioni il cui contenuto era così sorprendente per la famiglia Lodge che non solo Sir Oliver Lodge ne era convinto della verità, ma anche gli altri membri della famiglia che fino ad allora erano stati straordinariamente scettici su tali questioni. L’anima di Raymond Lodge annunciò, tra l’altro, che Myers, il defunto da tempo, le starebbe accanto in protezione; annunciò vari dettagli riguardanti il suo ultimo periodo prima della morte, e altre cose ancora che avevano importanza per i genitori e i fratelli e facevano una grande impressione, soprattutto perché vari dettagli che Raymond Lodge lasciava comunicare attraverso il medium erano direttamente destinati a giungere alla famiglia e in particolare a Sir Oliver Lodge. Il modo di procedere delle sedute che si tennero fu, per la famiglia e per Sir Oliver Lodge, stranamente a dirsi, e per una vasta stampa — per quanto ho potuto seguirlo — straordinariamente sorprendente. Non potrebbero essere sorprendenti per chi ha esperienza in tali cose: in sostanza qualsiasi cosa di questo genere e tipo, comunicata da un defunto attraverso medium, chiunque abbia anche solo una minima familiarità con la tecnica e lo svolgimento di tali sedute, la conosce. Però una circostanza ha fatto una particolare impressione in Inghilterra. Ed è appunto questa circostanza che sarà più idonea a produrre convinzione in tutti i circoli più ampi del mondo colto inglese e americano, cioè una convinzione quale non era presente prima in molte persone della nostra epoca scettica, ma che ora è entrata e continuerà a entrare proprio per mezzo di questa cosa. La circostanza che ha fatto una particolare impressione sulla famiglia Lodge, su Sir Oliver Lodge in particolare, e sul pubblico in generale, è la seguente.

Attraverso uno dei medium furono descritte fotografie che erano state scattate durante la vita di Raymond Lodge. Furono descritte in modo che Raymond Lodge stesso comunicava al medium, che si esprimeva descrivendo attraverso colpi come le fotografie apparivano. In questo modo fu descritta una fotografia di gruppo: attraverso il medium emerse che l’anima di Raymond Lodge voleva descrivere una fotografia di gruppo che era stata scattata da lui poco prima di aver varcato la soglia della morte. Così disse da aldilà, si era fatto fotografare con colleghi che erano stati catturati in due gruppi uno dietro l’altro; così era l’arrangiamento, sedeva a questo posto. E inoltre comunicò in questo modo che erano state scattate più fotografie, una dopo l’altra, come fanno i fotografi. E precisamente indicò come differissero queste fotografie scattate immediatamente una dopo l’altra. Sedeva sulla stessa sedia dappertutto, approssimativamente anche con lo stesso gesto della testa, solo che la posizione del braccio e così via era leggermente cambiata. Questo l’indicava con grande precisione. Ora, la famiglia Lodge non sapeva nulla di queste fotografie, non sapeva che fosse stata scattata una tale fotografia. Era quindi inizialmente un fatto che per via indiretta attraverso il medium era stata descritta una fotografia di gruppo che doveva rappresentare Raymond Lodge nel cerchio dei suoi camerati. Dopo qualche tempo, forse due settimane, questa fotografia arrivò effettivamente dalla Francia a Sir Oliver Lodge, e precisamente esattamente come era stata descritta attraverso il medium secondo le comunicazioni dell’anima di Raymond Lodge. Ciò ha fatto un’impressione particolarmente forte. E chiunque in tali cose fosse un dilettante — e si è dimostrato che in realtà il mondo intero che rientrava in considerazione era dilettante — dovette avere un’impressione forte. È un experimentum crucis. Abbiamo a che fare con il fatto che un’anima da aldilà descrive una fotografia in diverse riprese differenti l’una dall’altra, che giunge alla famiglia circa due settimane dopo, e che corrisponde esattamente a questi dati. Così si può dire: non può esservi la minima traccia che il medium o qualche membro della seduta — e i membri erano i familiari di Sir Oliver Lodge — avesse potuto vedere qualcosa di questa fotografia. Vedete, abbiamo qui un caso che merita particolarmente di essere considerato: da un lato scientificamente, dall’altro anche dal punto di vista della storia della cultura. Perché non solo si può presumere che una cosa del genere possa naturalmente fare una grande impressione; è accaduto effettivamente, ha fatto un’impressione enorme. E per quanto si potesse seguire, proprio questa descrizione della fotografia, che non poteva basarsi su trasferimento di pensiero, agiva profondamente in modo convincente.

Per noi si tratta soprattutto di considerare l’intero caso. Dobbiamo essere chiari su quanto segue: quando l’uomo varca la soglia della morte, abbiamo inizialmente a che fare con il fatto che l’individualità umana è ora per breve tempo avvolta dal corpo astrale e dal corpo eterico. Questo corpo eterico, dopo un tempo più o meno lungo, ma comunque dopo un tempo che come sappiamo si misura in giorni, viene ceduto al mondo eterico e prosegue lì il suo ulteriore destino, così che l’individualità con il corpo astrale continua il suo ulteriore viaggio nel mondo spirituale. E come il corpo fisico qui sulla terra è separato dall’individualità, così è anche il corpo eterico umano. Ora dobbiamo comprendere che in sedute spiritiste — e di sedute spiritiste si tratta nell’intera opera di Sir Oliver Lodge — solo da un profondo conoscitore si può distinguere se la comunicazione è con la vera individualità o solo con il cadavere eterico abbandonato. Questo cadavere eterico rimane tuttavia in continua comunicazione con l’individualità. Ora, quando si stabilisce una connessione per via indiretta attraverso un medium con il mondo spirituale, la si stabilisce prima di tutto con il corpo eterico, e non si può mai essere sicuri di arrivare veramente all’individualità per via indiretta. È certamente lo sforzo del nostro tempo di trovare anche per l’essere spirituale qualcosa come l’esperimento di laboratorio, qualcosa che si possa afferrare con le mani, qualcosa che si abbia immediatamente di fronte nel mondo materiale. Sulla strada interna, su cui l’anima dovrebbe peregrinare nei mondi spirituali, sulla pura strada dello spirito, il nostro tempo materialista non vuole volentieri impegnarsi. Vuole che anche lo spirito si annunci materialmente, che questo spirito discenda nel mondo materiale. Sperimentiamo tutte le fasi dello spiritualismo materialista, del rivolgersi materialista al mondo spirituale.

Ora è completamente possibile che il corpo eterico, che si separa dall’effettiva individualità umana, mostri una certa forma di vita propria, che per il profano è facilmente confondibile con la vita dell’individualità. Non si deve credere, infatti, che questo corpo eterico, quando è stato ceduto al mondo eterico, mostrerebbe solo reminiscenze, solo ricordi, solo echi di quello che l’uomo ha sperimentato qui: si presenta come una vera individualità che continua a vivere. Può comunicare cose interamente nuove e produrre cose nuove. Eppure chiunque creda di stare in relazione con l’individualità attraverso questa connessione con il corpo eterico, è sulla strada sbagliata. Ciò è particolarmente possibile quando in un cerchio come in quello della famiglia Sir Oliver Lodge — erano tutti membri della famiglia — ci sono persone che indirizzavano i loro pensieri in un modo o nell’altro verso il defunto, come era naturale nell’anima di ogni membro della famiglia Lodge. Pensieri del defunto, svariate reminiscenze si comunicavano per via indiretta attraverso la forza medianica del medium al corpo eterico, e il corpo eterico ricambia a sua volta a volte con risposte così sconvolgenti che appaiono totalmente come se l’individualità del morto le desse. Eppure si potrebbe avere a che fare solo con il cadavere eterico abbandonato. E per chi conosce queste cose, accade realmente che ovunque sia descritto come il medium comunichi questo o quello da Raymond Lodge ai membri della famiglia di Sir Oliver Lodge, in realtà parla solo il cadavere eterico, senza che l’individualità di Raymond Lodge fosse veramente in comunicazione con l’intero cerchio. Per coloro che sono esperti nel corso di tali sedute, quindi, tutte queste comunicazioni non sono particolarmente sconvolgenti.

Il tutto probabilmente non avrebbe fatto una tale impressione significativa su un vasto cerchio e non continuerebbe a farla, se non ci fosse la storia della fotografia. Perché questa storia della fotografia è davvero straordinariamente curiosa. Perché è impossibile che in qualche modo dal cerchio — come sarebbe possibile per tutte le altre cose che accaddero nelle sedute — pensieri avrebbero potuto andare attraverso il medium al corpo eterico. Perché nessuno in Inghilterra poteva sapere nulla delle fotografie; non erano ancora arrivate quando le comunicazioni furono fatte attraverso il medium. Eppure è estremamente strano che qualcuno che si interessa a queste cose da così tanto tempo, e che inoltre è uno scienziato così erudito come Sir Oliver Lodge, non sappia come interpretare una cosa del genere. Ho veramente cercato di guardare più da vicino il caso, ed è molto possibile farlo, perché appunto Sir Oliver Lodge è erudito, uno scienziato, e perciò descrive in un modo su cui si può contare; così che non abbiamo a che fare con il protocollo di una qualsiasi seduta spiritista ordinaria, ma con i resoconti di un uomo che descrive con la certezza di uno scienziato, abituato a sviluppare la scrupolosità scientifica che un chimico sviluppa negli esperimenti di laboratorio. Dalla descrizione, che è straordinariamente scrupolosa, si può farsi un’immagine completa di quello di cui si tratta. Bisogna solo sapere di cosa si tratta.

È molto strano, quindi, che qualcuno che ha un interesse straordinario proprio per il fatto che riguarda suo figlio, qualcuno che si è già interessato a queste cose per molti anni, cioè un uomo erudito come Sir Oliver Lodge, non sappia nulla di quello che all’interno della nostra scienza dello spirito abbiamo spesso descritto, quando abbiamo descritto le forme atavistiche della chiaroveggenza come premessa, come deuteroscopia. Perché in questo caso abbiamo a che fare con nulla di diverso se non con un caso molto particolare di deuteroscopia. La cosa è così: abbiamo a che fare con un medium. A questo medium — naturalmente attraverso forze atavistiche — il mondo spirituale è in certa misura aperto, lo sappiamo. Tali medium superano con la loro visione lo spazio. Ma non solo il cosiddetto secondo sguardo supera lo spazio: supera anche il tempo. E prendiamo un caso molto semplice, il caso che è stato descritto cento e cento volte — potete leggere i casi descritti se non li avete sperimentati personalmente o fra i vostri conoscenti — che qualcuno particolarmente predisposto, come in una visione semifluttuante, veda come evento futuro la propria bara o il proprio corteo funebre. Muore in due settimane. Ha visto quello che accadrà solo in due settimane. Non si può vedere solo la propria bara o il proprio corteo funebre, ma per esempio un corteo funebre estraneo, un evento totalmente indifferente, per esempio — racconto un caso specifico — vedi come tra due settimane o tre settimane ti portano in campagna e cadi da cavallo. Il caso si è verificato. Qualcuno l’ha visto con precisione, ha cercato di prendere precauzioni; ma queste precauzioni hanno portato a che la cosa si sia comunque verificata. Abbiamo qui a che fare con un superamento del tempo. Ma nient’altro è quello che Sir Oliver Lodge descrive se non un superamento del tempo. Nient’altro. La sua descrizione è veramente così precisa che la verifica è completamente possibile. Il medium ha visto attraverso la sua forza medianica l’evento futuro. Quando il medium parlava, la fotografia non era lì, ma arrivò in due settimane circa. Fu mostrata in giro. Ciò accadde solo dopo qualche tempo, ma il medium l’ha visto in anticipo. Era una visione profetica, una deuteroscopia. Abbiamo a che fare con una visione anticipata; è questo che spiega la cosa. Non ha quindi assolutamente nulla a che fare con una comunicazione tra colui che è qui sul piano fisico e colui che è nel mondo spirituale.

Vedete come si può essere confusi dallo sforzo di interpretare materialmente le relazioni spirituali nel mondo, come si può essere ciechi a ciò che è veramente. Non è meno una prova della realtà di un mondo che sta dietro il mondo sensibile ordinario, che tale visione anticipata esista. Il caso è interessante, solo non può essere utilizzato per la constatazione della relazione tra i vivi e i morti. I defunti devono essere ricercati — se devono essere ricercati e possono essere ricercati — sulla via che è veramente spirituale. Di queste cose faremo molte considerazioni nei prossimi tempi, perché intendo affrontare qui vari capitoli sulla questione delle relazioni tra i vivi e i morti nei prossimi tempi.

Ora, vi ho presentato questo scritto di Sir Oliver Lodge sull’anima di Raymond Lodge per mostrarvi come sia composto quel desiderio di mondo spirituale, che certo esiste, ma che si può chiamare una forma materialista di questo desiderio. Oliver Lodge è proprio uno scienziato materialista. Benché aspiri al mondo spirituale, vuole comunque conoscere il mondo spirituale nel modo del mondo fisico o chimico. Come egli ricerca le leggi chimiche in laboratorio, così vuole anche avere di fronte a sé in modo manifesto quello che concerne il mondo spirituale. E gli è totalmente estraneo il cammino che noi dobbiamo riconoscere come giusto, il cammino che l’anima intraprende in modo interiore verso il mondo spirituale, e che abbiamo descritto così spesso, come abbiamo anche descritto cosa l’anima conosce come ciò che oggi ci riguarda e sottostà al mondo dei sensi fisici in cui viviamo. Proprio dagli sforzi che vanno verso il mondo spirituale in modo materialista, si può conoscere il carattere completamente materialista del nostro tempo. E se il nostro movimento ha un significato, cioè il significato che deve seguire da una legge di sviluppo necessaria dell’umanità, allora deve precisamente sottolineare acutamente l’aspetto spirituale-interno, il vero spirituale, di fronte a questo sforzo materialista, cioè assurdo, verso il mondo spirituale. E perché allora nel presente un’arte totalmente diversa da quella materialista, cioè un’arte puramente spirituale, deve veramente conquistare i cuori umani? Questo interrogativo dobbiamo considerarlo in connessione con un fatto su cui abbiamo spesso richiamato l’attenzione nel corso degli anni, e che deve stare particolarmente a cuore a noi in questi giorni, in questi giorni di sofferenza e prova. Abbiamo richiamato l’attenzione sul fatto che questo ventesimo secolo deve portare la visione del Cristo eterico all’umanità. E come è vero — l’abbiamo spesso detto — che nel tempo del Mistero del Golgotha il Cristo camminava fisicamente tra gli uomini in un luogo determinato della terra, così è altrettanto vero che nel ventesimo secolo il Cristo eterico camminerà su tutta la terra tra gli uomini. E non deve, se non si vuole peccare contro il bene della terra, che l’umanità passi disattenta accanto a questo evento; deve piuttosto avere la necessaria attenzione affinché un numero sufficiente di persone sia preparato a veramente vedere il Cristo che verrà e che deve essere visto.

Tale evento non accade completamente all’improvviso, come neanche l’evento del Golgotha accadde all’improvviso, ma si preparò anche per trentatre anni. E il momento è così vicino quando accadrà qualcosa, ma ora spiritualmente, che avrà un significato simile per l’umanità come l’evento del Golgotha nel piano fisico. Perciò non troverete incredibile, se nel complesso ammetterete il fatto sopra menzionato, se si dice che in realtà nella forma in cui sarà visto nel grande momento dello sviluppo nel ventesimo secolo, è già presente, che il grande momento si sta preparando. Non troverete incredibile se precisamente di fronte al grande momento si dice: questo momento si sta già preparando. Anzi, si può dire: per quanto l’umanità nei suoi atti presenti sembra lontana dall’essere pervasa dallo spirito del Cristo sul piano fisico, così vicino è ai cuori, se solo si aprissero, il Cristo che viene. E l’occultista può proprio indicare come dal 1909 circa in modo chiaramente percettibile si sta preparando quello che deve venire; che dal 1909 viviamo interiormente in un tempo straordinariamente particolare. Ed è oggi possibile, se solo è cercato, stare molto vicino al Cristo, trovare il Cristo in un modo completamente diverso da come l’hanno trovato i tempi precedenti.

Una cosa può colpirvi, che devo dirvi, per quanto semplicemente possa suonare, da una profonda sensibilità del tempo. Purtroppo non ci si forma solitamente rappresentazioni sufficientemente profonde su quello che è passato, in particolare su quello che è accaduto con le anime umane nei secoli precedenti. Della forza dell’impressione che nei primi secoli cristiani, anche se su un cerchio minore che dopo, forse non gli Evangeli oggi noti, ma quello che sta negli Evangeli oggi noti, ha fatto, non ci si forma più oggi una rappresentazione adeguata della straordinaria potenza dell’afferrare interiore dell’anima. Sì, nei secoli che aumentavano l’impressione che l’interno degli Evangeli produsse divenne sempre più piccola. Ed oggi si può già dire, se non ci si inganna: l’individuo, se ha certe intuizioni, certe forze di presagio, può penetrare attraverso la parola degli Evangeli a una rappresentazione di ciò che è accaduto nel tempo del Mistero del Golgotha; ma l’enorme potenza della parola stessa degli Evangeli è diventata sempre più piccola, e oggi agisce, se ci si vuole sottrarre all’illusione, nei più ampi circoli di persone solo debolmente. Ci si rifiuta di ammettere un tal fatto; ma sarebbe bene, perché è la verità, se ci si volessero ammettere. Come avviene?

Ora, per quanto è vero che quello che pulsa attraverso gli Evangeli non è una parola terrena, ma una parola cosmica, una parola celeste, ha una possibilità di potenza interiore incomparabilmente maggiore di qualunque altra cosa sulla terra, altrettanto è vero che gli uomini nelle loro anime si sono alienati dalla forma in cui questa parola è stata depositata negli Evangeli, dal tempo del Mistero del Golgotha. Pensate solo a quanto straordinariamente difficile vi è comprendere la lingua, se vi capita di incontrarla, nello stato in cui era quattro, cinque secoli fa. Una traduzione non dà affatto quello che è veramente lì. Gli Evangeli nella forma in cui oggi un uomo può averli, non sono gli Evangeli originali, non hanno la potenza originale. Si può penetrarli attraverso una certa intuizione, come ho detto; ma semplicemente non hanno la stessa potenza. E il Cristo, che ha pronunciato la parola, che dovrebbe incidersi profondamente nell’anima umana: Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi. — Questa è una verità, questa è una realtà. In forma diversa, in una forma particolarmente vicina all’anima umana, egli sarà nel tempo indicato del ventesimo secolo.

Ora, da quello che ho detto, potete dedurre che colui che si sente come occultista immerso in queste cose dice: egli è qui! Così è qui, che sappiamo chiaramente che ora vuole ancora più con i suoi figli umani di quanto ha voluto nei secoli passati. Gli Evangeli hanno parlato interiormente agli uomini fino a ora. Dovevano afferrare le anime. Perciò con la fede si poteva essere contenti, non procedere al sapere. Questo tempo è passato, questo tempo è dietro di noi. Il Cristo ha ancora qualcosa di completamente diverso dinanzi a sé con i suoi figli umani. Ha dinanzi a sé che il regno di cui ha detto «il mio regno non è di questo mondo» entri veramente in quelle parti della natura umana che non sono a loro volta di questo mondo, che sono di un altro mondo. Perché in ogni uno di noi vive la parte dell’uomo che non è di questo mondo. E la parte dell’uomo che non è di questo mondo deve in modo intenso proprio ricercare il regno di cui il Cristo ha detto che non è di questo mondo.

Nel tempo in cui ciò deve essere compreso, viviamo. E molte cose nello sviluppo umano si annunciano proprio attraverso il più profondo contrasto. E anche nel nostro tempo si annuncia qualcosa di grande e significativo attraverso il contrasto. Perché il tempo verrà con il Cristo veniente, con il Cristo presente, dove gli uomini impareranno a interrogare il Cristo non solo per le loro anime, ma per quello che vogliono fondare attraverso la loro parte immortale qui sulla terra. Il Cristo non è solo un signore dell’uomo, è un fratello dell’uomo, che vuole essere interrogato, in particolare nei tempi venturi interrogato per tutti i dettagli della vita. Quello che gli uomini vogliono fondare attraverso il contrasto viene fondato oggi. Oggi gli eventi sembrano compiersi in cui gli uomini sono più lontani dalla domanda al Cristo. Chi chiede — così dobbiamo chiederci — in quello che accade oggi: cosa dice Gesù Cristo a riguardo? — Chi lo chiede? Alcuni dicono che lo chiedono, ma sarebbe empio credere che lo chiedono, che nella forma in cui oggi vengono poste, le domande siano veramente rivolte al Cristo. Eppure il tempo deve venire, non deve essere lontano, quando l’anima umana nella sua parte immortale pone al Cristo la domanda per ciò che vuole fondare: deve accadere, non deve accadere? — quando l’anima umana vede il Cristo come compagno amante accanto a sé nel caso particolare della vita e non solo riceve conforto, non solo riceve forza dalla natura del Cristo, ma riceve anche informazione su quello che deve accadere. Il regno del Cristo Gesù non è di questo mondo, ma deve agire in questo mondo, e le anime umane devono diventare gli strumenti del regno che non è di questo mondo. Da questo punto di vista dobbiamo cercare come poco oggi la domanda sia posta, che deve essere posta al Cristo per i singoli atti ed eventi. Ma l’umanità deve imparare a interrogare il Cristo.

Come deve accadere? Ciò può accadere solo imparando la sua lingua. Colui che comprende il senso più profondo di ciò che la nostra scienza dello spirito vuole, non vede in essa solo una conoscenza teorica di vari problemi umani, delle membra della natura umana, della reincarnazione e del karma, ma cerca in essa un linguaggio molto particolare, un modo di esprimersi su cose spirituali. E che impariamo attraverso la scienza dello spirito a parlare interiormente nel pensiero con il mondo spirituale, è molto più importante che acquisire pensieri teorici. Perché il Cristo è con noi tutti i giorni fino alla fine dei tempi terrestri. Dovremo imparare la sua lingua. E attraverso la lingua — per quanto possa sembrare ancora così astratta — attraverso cui sentiamo parlare di Saturno, Sole, Luna e Terra e sulla Terra di vari periodi e vari tempi e di vari altri misteri dello sviluppo, attraverso questa cosiddetta dottrina impariamo noi stessi una lingua, in cui possiamo versare le domande che poniamo al mondo spirituale. E quando impariamo così a parlare veramente interiormente nella lingua di questa vita spirituale, allora, miei cari amici, accadrà che il Cristo ci stia accanto e ci dia risposta. Questo è qualcosa che dobbiamo assumere come disposizione dalle nostre aspirazioni scientifico-spirituali, come sentimento, come emozione. Perché ci occupiamo di scienza dello spirito? È come se dovessimo imparare il vocabolario di quella lingua attraverso cui arriviamo al Cristo. E colui che si sforza di imparare a pensare il mondo come la scienza dello spirito si sforza, colui che si sforza di sforzare la sua mente così da penetrare nei segreti del mondo come la scienza dello spirito vuole, su colui dalla base oscura e buia dei segreti del mondo la figura del Cristo Gesù avanzerà e sarà la potenza forte in cui vivrà, guidandolo con fraternità al suo fianco, affinché con cuore e anima sia forte e potente, in grado di essere all’altezza dei compiti dello sviluppo futuro dell’umanità. Cerchiamo quindi non solo come dottrina, cerchiamo di acquisire la scienza dello spirito come una lingua, e attendiamo allora fino a trovare in questa lingua le domande che siamo autorizzati a porre al Cristo. Egli risponderà, sì risponderà! E abbondanti forze dell’anima, rafforzamenti dell’anima, impulsi dell’anima porterà via colui che dalle profondità grigie dello spirito che riposano nello sviluppo dell’umanità di questo tempo, percepirà l’istruzione del Cristo, che egli vuole dare, in futuro prossimo, a colui che la cerca.

2°Lo sviluppo di forze interiori. Il vivere con i morti

Berlino, 13 Febbraio 1917

Le considerazioni che abbiamo fatto qui otto giorni fa culminavano nel fatto che per il ricercatore dello spirito è ben noto quanto segue: nel presente, nonostante il culmine, il punto culminante della concezione materialista, della disposizione materialista regni apparentemente nel mondo esterno, viviamo tuttavia spiritualmente all’inizio di un processo di smaterializzazione dei pensieri, dei mondi di rappresentazione, che allora nel corso del tempo deve condurre anche a una spiritualizzazione, a una compenetrazione con lo spirito della vita terrestre come tale. Perché quello che deve afferrare la vita esterna del piano fisico, deve prima essere afferrato da alcuni e poi da sempre più persone nella comprensione spirituale, nell’afferrare spirituale. E la scienza dello spirito in questo riguardo deve essere un inizio di ciò, che gli uomini si elevino nelle loro anime a quello a cui oggi già le anime possono elevarsi se vogliono, e di cui la vita fisica esterna non è ancora un’immagine, ma che deve diventare, se la terra non vuole impaludarsi nel declino dello sviluppo materialista. Si potrebbe caratterizzare la situazione dell’uomo odierno dicendo che la sua anima è in realtà generalmente molto vicina al mondo spirituale; ma le rappresentazioni e in particolare i sentimenti che provengono dalla visione del mondo materialista e dalla disposizione del mondo materialista hanno tessuto un velo su quello che in fondo è oggi molto vicino all’anima umana. La connessione dell’esistenza terrena fisica — in cui l’uomo odierno, nonostante varie declamazioni in altra direzione, rimane con tutto il suo essere — la connessione tra questa esistenza terrena materialista e il mondo spirituale può essere trovata dagli uomini, se l’uomo cerca di sviluppare forze interne, coraggiose, per non solo comprendere quello che può comprendere dal fatto che si dimostra di fronte ai suoi sensi esterni come natura, ma anche comprendere quello che rimane invisibile, che rimane soprasensibile, con cui ci si può unire e che si può sperimentare, se si muove la forza interna dell’anima tanto da rendersi conto che in questa forza interna dell’anima vive qualcosa di sopramano spirituale.

Questa connessione non deve ora essere cercata come oggi vengono cercate le connessioni umane e come vengono seguite le connessioni umane nel senso grezzo della vita sensibile esterna. Perché la connessione tra l’anima umana e il mondo spirituale sarà trovata in forze intime dell’anima umana; in forze che questa anima umana sviluppa quando esercita attenzione, attenzione interna, silenziosa, tranquilla, a cui l’uomo deve di nuovo educarsi, dopo essere stato abituato nell’era materialista a dedicare l’attenzione a solo quello che gli si presenta con forza dall’esterno, che urla al suo potere di percezione. Lo spirito che deve essere sperimentato interiormente non urla, si fa aspettare, e gli ci avviciniamo quando cerchiamo di prepararci a questo avvicinarsi. Se possiamo dire riguardo alle cose del mondo esterno che si presentano ai nostri sensi, che si impongono alla percezione esterna: vengono verso di noi, ci parlano, allora non si può usare una parola simile al modo in cui lo spirito, il mondo spirituale, si avvicina a noi. Poiché la lingua odierna, come ho spesso già detto, è più o meno coniata per il mondo fisico esterno, è difficile trovare parole che siano un’immagine esatta di ciò che sta di fronte all’anima nel mondo spirituale. Ma si può cercare comunque di mostrare approssimativamente come lo spirituale si avvicina all’uomo diversamente dal fisico. Si vorrebbe dire allora che lo spirituale viene sperimentato in quel momento in cui lo si sperimenta, dall’aver il sentimento: ci si deve a ciò. Cogliate esattamente questa parola: ci si deve al mondo spirituale.

Verso il mondo fisico stiamo in relazione cosicché diciamo: di fronte ai nostri sensi si stende il regno minerale, da esso emergendo il regno vegetale, il regno animale, e poi il nostro proprio regno, quello umano. E all’interno dell’umano ci sentiamo come superiori nella successione di questi regni esterni. Verso i regni spirituali ci sentiamo inferiori e gli altri regni si elevano al di sopra di noi, i regni degli Angeloi, Archangeloi, Archai e così via. E ci sentiamo così che in ogni momento ci sentiamo di fronte a questi regni come da essi mantenuti e fondamentalmente continuamente chiamati in vita. Ci dobbiamo a questi regni. Guardiamo verso di loro dicendo: la nostra vita propria, il contenuto della nostra anima propria scende dai pensieri consapevoli degli esseri di questi regni e ci forma continuamente. Questo sentimento del dovers! ai regni superiori dovrebbe essere sviluppato negli uomini altrettanto vivacemente quanto il sentimento, diciamo, che si ricevono impressioni dall’esterno nella percezione fisica. Quando questi due sentimenti — le cose sensibili esterne agiscono su di noi, e quello che vive al centro del nostro essere è dovuto alle gerarchie superiori — sono ugualmente vivaci nella nostra anima, allora l’anima è in quell’equilibrio dove può continuamente percepire nel modo giusto l’interazione del spirituale e del fisico, che continua a verificarsi, che però senza l’equilibrio di questi due sentimenti caratterizzati non può essere percepita.

Lo sviluppo nel futuro deve ora accadere in modo che l’evoluzione terrestre attraverso la presenza di questi due sentimenti nell’anima umana acquisti forze, che nel tempo materialista odierno non può acquisire. Sappiamo che quello che qui è inteso allude a qualcosa che è cambiato molto nel corso dello sviluppo umano. La connessione con il mondo spirituale era, in una forma coscientemente consapevole, sebbene offuscata, presente solo nei tempi originari dello sviluppo umano. Gli uomini nei tempi originari del loro sviluppo non avevano solo i due stati che hanno ora, veglia e sonno e tra loro un caotizzarsi confuso, ma avevano un terzo stato che mediava la realtà, che non era solo un sognare, ma un afferrare in immagini, anche se la coscienza era smorzata; un afferrare in immagini, ma in immagini che corrispondevano a una realtà spirituale. Per lo sviluppo della consapevolezza piena terrena dell’uomo, questo modo di afferrare il mondo nel uomo dovette ritirarsi. L’uomo non sarebbe diventato libero se questo stato fosse rimasto. L’uomo non sarebbe diventato libero se non fosse stato esposto a tutti i pericoli, tentazioni e tentazioni del materialismo. Ma l’uomo deve anche trovare di nuovo la strada verso il mondo spirituale, che deve afferrare nella consapevolezza terrena piena.

Ciò è connesso con interi complessi di concetti che si sono cambiati nel corso dello sviluppo umano, quello che è cambiato così come abbiamo appena indicato. La convivenza con le anime che sono passate al di là di questa esistenza fisica era semplicemente per i tempi primordiali dell’umanità qualcosa di scontato, che non doveva essere provato: in quello stato di coscienza in cui gli uomini percepivano il mondo spirituale in immagini, vivevano anche insieme con coloro che erano in qualche modo connessi con loro dal karma nel corso della vita e che avevano passato la soglia della morte nel mondo spirituale. Sapevano semplicemente: i morti esistono; non sono morti, vivono; vivono solo in una forma di esistenza diversa. — Ciò che si percepisce non ha bisogno di essere provato. Sull’immortalità non doveva riflettersi nei tempi antichi dello sviluppo umano, perché si sperimentavano i cosiddetti morti. Ma gli effetti molto diversi di questa convivenza con i morti. I morti trovavano la possibilità più facilmente che nel presente — non dico che non la trovino nel presente, ma dico, la trovavano più facilmente che nel presente — attraverso gli uomini, perché questa è la via su cui ciò può accadere, di collaborare qui sulla terra in quello che accade sulla terra. Così che quello che accadeva sulla terra nei tempi primordiali dell’umanità era accaduto cosicché nei voleri degli uomini, in quello che gli uomini si proponevano, quello che facevano, anche i morti collaboravano.

Il materialismo in verità non ha portato solo concezioni materialiste — quello sarebbe il danno minore, perché le concezioni materialiste come tali causano il danno minore — il materialismo ha portato una forma del tutto diversa di stare insieme al mondo spirituale. È diventato possibile in misura molto minore che i cosiddetti morti attraverso i cosiddetti vivi collaborassero qui nell’evoluzione della terra. Anche a questa connessione con i morti l’umanità deve tornare di nuovo. Ma ciò sarà possibile solo se l’umanità impara a comprendere la lingua dei morti. E la lingua in cui si può comunicare con i morti non è altro che la lingua della scienza dello spirito. Certamente, inizialmente sembra che quello che la scienza dello spirito ci trasmette tratti cose che parlano più o meno solo alla dottrina spirituale, di evoluzione mondiale, di sviluppo umano, della suddivisione della natura umana; e alcuni sarebbero forse inclini a dire che non l’interessano: vorrebbero qualcos’altro che riscaldasse il loro cuore, il loro sentimento. Certamente, quest’ultimo è una buona richiesta, si tratta di quanto lontano nel contesto generale si arriva con un certo tipo di soddisfacimento di tale richiesta. Impariamo apparentemente solo come la terra si è sviluppata su Saturno, Sole, Luna, come i vari periodi culturali si sono sviluppati sulla terra, come la natura umana si articola. Ma nel dedicarci al pensiero di queste cose apparentemente astratte, in realtà molto concrete, nella misura in cui cerchiamo di pensare in modo che queste cose stiano veramente davanti alle nostre anime in immagini, impariamo a muoverci con un certo modo specifico nei pensieri e nelle rappresentazioni, che non possiamo portare alle nostre anime in alcun altro modo. Se sentiamo correttamente come tutto il nostro rappresentare cambia dal fatto che ci occupiamo di tali cose scientifico-spirituali, allora viene un tempo in cui troveremo altrettanto assurdo dire: non è interesse per me occuparmi di queste cose, come troveremmo assurdo nel bambino se dicesse: non è interesse per me imparare l’ABC insignificante, ma voglio saper parlare! Di fronte a quello che la lingua vivente ci trasmette, quello che il bambino deve unire al suo essere fisico nell’imparare a parlare è tanto astratto quanto è astratto quello che la scienza dello spirito fornisce come rappresentazioni a quello che nel pensiero, in tutto il rappresentare e sentire dell’anima diventa sotto l’influsso di queste rappresentazioni scientifico-spirituali.

Per questo, certamente, è necessario che si abbia pazienza e che si assuma quello che la scienza dello spirito contiene non secondo il suo contenuto astratto, ma secondo il suo contenuto vitale. Questo ora si trova particolarmente lontano dall’uomo odierno riguardo a quello che ora intendiamo. Da altre prospettive, naturalmente, anche di nuovo vicino in un modo naturale. Perché l’uomo odierno è abituato a essere il più possibile soddisfatto quando si è posto di fronte alla sua anima una certa cosa, un’opera d’arte in qualche campo o un contenuto scientifico. E se una seconda volta la stessa cosa si pone davanti all’anima, oggi si trova così vicino dire, io la conosco già, mi sono già occupato di essa prima. — Questo è vivere nell’astrazione. In un’altra area, dove si prende la vita secondo il suo contenuto vitale, secondo la sua realtà vitale, non si procede così. Perché non si troverà facilmente una persona a cui si serva un pasto di mezzogiorno e che si scusi dicendo di non voler mangiare perché ha mangiato ieri o l’altro ieri. Lì l’uomo continua a fare sempre di nuovo lo stesso. La vita vive nella ripetizione dello stesso. Se lo spirituale deve anche diventare vita reale — e senza diventare vita non può metterci in connessione con il mondo spirituale universale — allora deve essere nella nostra anima in certo modo ricalcato su quello che sono le leggi della vita nel mondo fisico, che è anche formato fuori dallo spirito, ma irrigidito. E in particolare notiamo che succede molto alla nostra anima quando in una certa regolarità ritmica facciamo agire sulla nostra anima impressioni tali che presuppongono una certa libertà del pensiero, una certa indipendenza del pensiero dal mondo fisico. Tutto il benessere — si potrebbe dire se si vuole usare questa parola sentimentale — tutto il benessere dello sviluppo spirituale dell’uomo dipende dal fatto che l’uomo si faccia carico di non prendere lo spirituale solo nel senso in cui viene preso oggi, che può essere caratterizzato come: oh, lo conosco già, mi sono già occupato di ciò — ma di prenderlo nel senso della vita, che è sempre legato a ripetizione, a un ripetuto svolgersi dello stesso effetto nello stesso posto. Proprio se ci prendiamo cura di saturare la nostra anima di vita spirituale, la nostra capacità di attenzione spirituale interna aumenta. Diventa così intima che possiamo afferrare interiormente quei momenti importanti in cui le connessioni più affine al cuore con il mondo spirituale possono svilupparsi.

Per esempio, un momento significativo per la comunicazione con il mondo spirituale è quello dell’addormentarsi e quello del risveglio. Ora, il momento dell’addormentarsi sarà meno fruttuoso per la maggior parte delle persone all’inizio del loro sviluppo spirituale, perché naturalmente ci si addormenta e così la consapevolezza è così offuscata che non si percepisce lo spirituale. Ma il momento del passaggio dal dormire al risveglio può diventare molto fruttuoso, se ci abituiamo a non attraversare semplicemente questo momento in modo inattento, ma se cerchiamo di dedicarvi attenzione, se cerchiamo di svegliarci cosicché la consapevolezza sia arrivata, ma il mondo esterno non si presenti subito con la sua brutalità grezza. In questo riguardo, in usanze popolari che provengono da tempi antichi, c’è molto di giusto che oggi si capisce ancora poco. Il popolo semplice, che non è stato toccato dalla cultura intellettuale, dice: quando ci si sveglia, non si dovrebbe guardare subito nella luce. — Quindi non subito una percezione brutale dall’esterno, ma restare un po’ nello stato del risveglio, ma senza ricevere ancora impressioni dal mondo esterno.

Se si osserva questo, rimane la possibilità di vedere proprio in questo momento del risveglio come i morti karmicamente connessi con noi si avvicinano a noi. Non si avvicinano solo in questo momento, ma questo momento è quello in cui possiamo vederli meglio. E non percepiamo solo questo in questo momento, ma percepiamo anche quello che accade nel tempo al di fuori di questo momento tra i morti e noi.

Perché la percezione, la percezione del mondo spirituale, non è legata al tempo nello stesso modo in cui è legata la percezione del mondo fisico. In questo risiede addirittura una difficoltà riguardante l’afferrare il mondo spirituale e la sua natura. Un momento di percezione può rivelarci qualcosa dal mondo spirituale che si estende su un lungo periodo di tempo in un modo completamente istantaneo, completamente momentaneo. La difficoltà risiede nell’avere una presenza di spirito sufficiente per afferrare nel momento quello che si estende su periodi di tempo più lunghi. Perché il momento può, come nella maggior parte dei casi, passare nello status nascens. Nel nascere è contemporaneamente di nuovo dimenticato. Questa è comunque una difficoltà nell’afferrare il mondo spirituale. Se questa difficoltà non ci fosse, allora particolarmente nel presente, molte persone riceverebbero già le impressioni del mondo spirituale. Ma anche in altri momenti della vita c’è la possibilità che il mondo spirituale penetri in noi. Per esempio, ogni volta che sviluppiamo un pensiero cosicché il pensiero sorga da noi. Se ci lasciamo semplicemente andare alla vita, se così ci immergiamo nella vita, allora c’è poca probabilità che il vero, il vero, il mondo spirituale veramente vivente agisca in noi. Ma nel momento in cui prendiamo un’iniziativa interna, in cui ci troviamo di fronte a una decisione, che dobbiamo deciderci noi stessi, anche nelle più piccole cose, allora è anche il momento più favorevole affinché particolarmente i morti karmicamente connessi con noi entrino nella nostra sfera di consapevolezza. Tali momenti non devono essere momenti importanti nel senso di quello che si chiama «importante» nella vita materiale esterna. È veramente così che a volte quello che è importante per l’esperienza spirituale non sembra importante nella vita esterna. Ma per colui che vede attraverso tali cose, sembra straordinariamente chiaro che tali eventi che si verificano — forse esternamente insignificanti, interiormente straordinariamente importanti — sono profondamente determinati dal karma. Quindi è necessario considerare processi interiori più intimi se si vuole giungere a una comprensione del mondo spirituale. Così, per esempio, può accadere che un uomo cammini per la strada o sieda nella sua stanza e accada qualche colpo inaspettato, qualche suono inaspettato. Si spaventa. Può avere un momento di raccoglimento dopo questo spavento, che gli mostra: durante questo spavento gli è stata rivelata dal mondo spirituale qualcosa di importante. Bisogna rivolgere attenzione a tali cose. Il motivo per cui il più delle volte l’uomo non rivolge attenzione a queste cose è che si occupa solo dello spavento. Pensa solo a quanto si è spaventato. Perciò è così importante acquisire un equilibrio dell’anima, nel modo come lo potete trovare indicato nel mio libro «Teosofia» alla fine, o in «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?». Perché se si acquisisce questo equilibrio dell’anima, se non si è così perplessi dopo lo spavento da darvisi completamente, allora naturalmente si presenterà, anche se in modo intimo, quello che avete sperimentato proprio in un tale momento, apparentemente insignificante, ma interiormente assolutamente importante.

Tutto questo sono naturalmente inizi che devono svilupparsi ulteriormente. Sviluppando queste cose — attenzione al momento del risveglio, attenzione al momento in cui siamo scossi dall’esterno da un lato o dall’altro — impariamo di nuovo a trovare la connessione con il grande cosmo, che è sia materiale che spirituale, in cui stiamo come un membro e da cui siamo venuti; venuti certamente per diventare uomini liberi, ma siamo veramente venuti. In verità è già così, come l’uomo dei tempi primordiali ha assunto, che egli non cammini per la terra come un eremita del mondo come ora si crede. Piuttosto è vero quello che l’uomo dei tempi primordiali ha assunto, che sia un membro nella grande connessione cosmica, come un dito è un membro sul nostro organismo. Questo sentimento oggi non lo si ha più, almeno la maggior parte degli uomini non l’ha: il sentimento di essere un membro nel grande organismo mondiale, nella misura in cui si vive come spirituale in qualcosa di visibile. Eppure oggi anche una comune considerazione scientifica potrebbe già insegnare all’uomo che con la sua vita è un tale membro dell’intero ordine mondiale, in cui egli come organismo sta all’interno. Prendiamo qualcosa di molto semplice, che ognuno può dirsi con un semplice calcolo.

Non è vero che sappiamo tutti che il sole in primavera, il 21 marzo, sorge a un certo punto del cielo. Chiamiamo questo punto l’equinozio di primavera. Ma sappiamo anche che questo equinozio di primavera non è lo stesso ogni anno, ma che si sposta. Sappiamo che ora il sole sorge nei Pesci. Prima del quindicesimo secolo sorgeva nell’Ariete. L’astronomia ha mantenuto il dire «nell’Ariete», ma non corrisponde alla realtà. — Questa osservazione marginale in questo momento non è importante. — Quindi questo equinozio di primavera si sposta; sempre un po’ più avanti si sposta nello zodiaco il sole sorge in primavera. Da ciò è facile vedere che in un certo tempo traversa l’intero zodiaco, che il punto di sorta attraversa l’intero zodiaco. Ora, il tempo necessario affinché il sole attraversi così l’intero zodiaco è circa 25.920 anni. Quindi se prendete l’equinozio di primavera in un certo anno: l’anno successivo si è spostato, l’anno successivo ancora. Trascorrono 25.920 anni, e l’equinozio di primavera ritorna allo stesso punto. Quindi 25.920 anni è per il nostro sistema solare un periodo di tempo straordinariamente significativo: il sole completa un passo cosmico in quanto ritorna, al suo sorgere di primavera, nello stesso punto. Ora Platone, il grande filosofo greco, ha chiamato questi 25.920 anni un anno cosmico — il grande anno platonico. Strano è ora — già molto strano, ma se si entra in questa strana storia, infinitamente profondo di significato — il seguente.

Normalmente l’uomo respira 18 volte al minuto. Cambiano: nell’infanzia sono un po’ di più, in vecchiaia meno numerosi, ma in media sono 18 respiri al minuto l’uomo normale. Calcoliamo quanti respiri al giorno. È un semplice calcolo: 18 per 60, allora abbiamo in un’ora 1.080; questo per 24, le ore del giorno, dà 25.920 respiri in un giorno. Vedete da ciò che lo stesso numero regge il giorno umano per quanto riguarda i suoi respiri, come il grande anno cosmico è retto da questo numero nel movimento dell’equinozio di primavera attraverso lo zodiaco.

Questa è una delle testimonianze che ci mostra che non stiamo usando semplicemente una frase generale, confusa e oscuramente mistica quando diciamo: microcosmo — immagine del macrocosmo, ma che l’uomo è veramente in un’importante attività, da cui la sua vita dipende in ogni istante, retto dallo stesso numero, retto dalla stessa misura, come il movimento del sole, in cui è inserito.

Ma ora prendiamo ancora un’altra cosa: non è vero che l’età patriarcale, come comunemente si chiama, è 70 anni umani. 70 anni umani non sono naturalmente un numero assolutamente vincolante per l’uomo. Si può naturalmente vivere molto più a lungo, ma l’uomo è un essere libero e talvolta supera di gran lunga tali punti limite. Ma atteniamoci a questa età patriarcale e diciamo: l’uomo vive in media, normalmente, 70 o 71 anni. E se esaminiamo quanti giorni sono, allora abbiamo, non è vero, 365,25 giorni per l’anno. Se prendiamo questo per 70, allora abbiamo 25.567,5; e se prendiamo 71, allora avremmo 365,25 per 71 = 25.932,75. Vedete, a 70 anni otteniamo 25.567,5 giorni, a 71 anni 25.932,75 giorni. Ma da questo potete vedere che tra 70 e 71 anni è il punto in cui la vita umana abbraccia esattamente 25.920 giorni, così che l’età patriarcale è appunto quella che abbraccia 25.920 giorni. Avete dunque determinato il giorno umano per il fatto che ha 25.920 respiri. Avete determinato il tempo di vita umana per il fatto che conta 25.920 giorni.

Ora vogliamo ancora esaminare qualcos’altro. E questo non è difficile. Capirete facilmente che se divido 25.920 anni, che il punto di primavera del sole ha bisogno per passare attraverso lo zodiaco, per 365,25, devo ottenere approssimativamente 70 o 71. Lì ottengo 70 o 71, perché l’ho ottenuto anche per moltiplicazione. Cioè, se tratto l’anno platonico cosicché sia un grande anno, e lo divido in modo che ottenga un giorno, otterrò quello che allora il giorno è per l’anno platonico. Cos’è? È il corso di una vita umana. Un corso di vita umano sta all’anno platonico come un giorno umano a un anno.

L’aria è intorno a noi. La respiriamo dentro e fuori. È regolata numericamente cosicché, mentre viene respirata 25.920 volte, dà il nostro giorno di vita. Ma cos’è in realtà quello che è un giorno di vita? Un giorno di vita consiste nel fatto che il nostro Io e il corpo astrale escono dal nostro corpo fisico e dal corpo eterico e rientrano. Così il giorno segue il giorno: l’Io e il corpo astrale escono, entrano, escono, entrano, così come il respiro esce ed entra. Molti dei nostri amici ricorderanno che ho persino, per chiarire la cosa, paragonato in conferenze pubbliche questo alternarsi di veglia e sonno a un lungo respiro. Così come nel respiro respiriamo aria dentro e fuori, così svegliandosi e addormentandosi il corpo astrale e l’Io entrano e escono dal corpo eterico e dal corpo fisico. Ma con questo non si dice nient’altro se non: esiste un essere, può essere presupposto un essere, che respira come noi respiriamo in un diecottesimo di minuto, un essere che respira, e il cui respiro significa il nostro uscire e rientrare del corpo astrale e dell’Io. Questo essere non è altro che il vero essere vivente terrestre. Mentre la terra sperimenta il giorno e la notte, respira, e il suo processo respiratorio porta il nostro sonno e veglia sulle sue ali. Questo è il processo respiratorio di un essere più grande. E ora prendiamo il processo respiratorio di un essere più grande, il sole, che va in giro. Così come la terra dedica un giorno a liberare e ricondurre l’Io e il corpo astrale negli uomini, così l’essere grande, ma spiritualmente corrispondente al sole, ci produce esseri umani. Perché i 70 o 71 anni sono, come abbiamo provato, un giorno dell’anno del sole, del grande anno platonico. L’intera vita umana è un’esalazione e inhalazione di questo grande essere a cui è assegnato l’anno platonico. Vedete: abbiamo un respiro piccolo in un diecottesimo di minuto, che regola la nostra vita; stiamo nella vita della terra dentro, il cui respiro abbraccia il giorno e la notte: questo corrisponde al nostro uscire e rientrare dell’Io e del corpo astrale nel corpo fisico e nel corpo eterico. E siamo noi stessi riespiuti dal grande essere, a cui il movimento del sole corrisponde come sua vita, e la nostra vita è un respiro di questo grande essere. Ora vedete come stiamo nel macrocosmo, veramente stiamo dentro come un microcosmo, sottostando alla stessa legge universale per quanto riguarda gli esseri universali, come il respiro in noi sottostà all’essere umano. Qui regna il numero e la misura. Ma quello che è grande, significativo e che tocca profondamente i nostri cuori è: il numero e la misura governano allo stesso modo il grande cosmo, il macrocosmo, e il piccolo cosmo, il microcosmo. Non è una mera frase, non è solo qualcosa di sentito misticamente, ma qualcosa che appunto la considerazione consapevole del mondo ci insegna, che come microcosmo stiamo nel macrocosmo.

Se si fanno questi semplici calcoli — perché naturalmente sono compiuti con i numeri scientifici più comuni — e non si ha un cuore di legno, ma un cuore che sente i misteri dell’esistenza universale, allora cessa di essere una mera frase astratta il detto: siamo inseriti nell’universo — diventa molto vivente. Una conoscenza fiorisce, un sentimento, e porta i suoi frutti negli impulsi di volontà, e l’intero uomo vive la grande vita dell’essere divino universale. Ma questa è la via su cui troviamo come la connessione nel mondo spirituale, e questa via deve essere trovata nel tempo a cui alludemmo nell’ultima considerazione, in cui il Cristo cammina etericamente sulla terra. Deve essere trovato! Gli uomini devono solo abituarsi a percepire la connessione, la connessione intima che già emerge dall’esistenza universale e che deve operare, quando viene percepita, in modo da far nascere il bisogno, l’impulso intenso di cercare questa connessione al mondo spirituale. Perché non passerà ancora molto tempo, allora gli uomini almeno saranno costretti a comprendere uno, ed è il seguente.

Si può negare il mondo spirituale, se ci si è resi insensibili dal materialismo, ma non si possono uccidere in sé le forze che sono capaci di cercare una connessione con il mondo spirituale. Si può ingannare se stessi sull’esistenza di un mondo spirituale, ma non si possono uccidere le forze nell’anima che sono adatte a riunire l’uomo con il mondo spirituale. Ma questo ha un seguito di grande significato, e qualcosa che dovrebbe essere considerato proprio nel nostro tempo: le forze che ci sono agiscono, anche se le si nega. Il materialista non proibisce alle forze che vanno verso lo spirituale nella sua anima di agire; non può proibirlo; agiscono. Quindi si può essere materialisti, potete dire, e le forze che vanno verso lo spirituale agiscono comunque in lui. Sì, è così. Agiscono in lui. Non serve a nulla, agiscono in lui. E cosa effettuano? Le forze che ci sono, possono essere soppresse rispetto alla loro efficacia più propria; allora si trasformano però in altre forze. E se non si usano le forze che vanno verso lo spirituale per cercare — dico solo «per cercare» — la comprensione dello spirituale, se non si usano queste forze per questo, allora si trasformano in forza illusoria nella vita umana. Allora agiscono cosicché nella vita ordinaria l’uomo si dà a tutte le possibili illusioni rispetto al mondo esterno. Non è cosa da poco comprendere nel nostro tempo, perché in nessun tempo gli uomini hanno fantasticato più che nel nostro tempo, sebbene non amino la fantasia. Il fantasticare non si limita a determinati ambiti. E se si iniziasse a dare esempi di quello che la gente fantastica, sebbene voglia solo essere realista, materialista, si potrebbe veramente illuminare su tutti i possibili ambiti; non si avrebbe fine. Si potrebbe cominciare — beh, non vogliamo essere eretici — ma se si cominciasse a dirigere lo sguardo su quello che certi, diciamo statisti, hanno predetto riguardo al probabile corso degli eventi nel mondo, forse poche settimane fa, e quello che poi si è verificato, se si confrontano queste cose, si troverà che la capacità illusoria non è stata piccola per molti anni.

Ebbene, si può perlustrare tutti gli ambiti della vita in questo modo, è straordinariamente strano come si trovi ovunque, ovunque oggi la capacità illusoria particolarmente sviluppata. Questa capacità illusoria dà alle concezioni della vita e alle disposizioni della vita della gente di mentalità materialista talvolta qualcosa di infantile, per non dire fanciullesco. Se si vede oggi quale è necessaria affinché gli uomini comprendano una cosa o l’altra, quale è necessaria per spingere il loro naso su di essa, allora si avrà già un’idea di quello che qui è inteso come «infantile» o per non dire «fanciullesco». Ebbene, è così. Se gli uomini si allontanano dal mondo spirituale, allora devono pagarlo con il fatto che diventano illusionabili, che perdono la capacità di avere concetti appropriati sulla realtà fisica esterna e il suo corso. Devono fantasticare in un altro ambito, perché non vogliono attenersi alla verità — ora verità, sia che si riferisca alla vita spirituale o a quella fisica.

Vi ho un esempio vicino una volta, e anche se è pro domo, è comunque un esempio tipico: si possono sempre trovare di nuovo discussioni completamente condannanti sulla scienza dello spirito che si rappresenta da me. Perché, i soggetti lo giustificano dicendo: costui fantastica solo tutto! E questo non è permesso, fantasticare solo! — Quindi gli uomini non vogliono seguire il vero mondo spirituale perché lo considerano fantasia, e disprezzano il fantasticare. E poi vi annettono tutti i tipi di discussioni che corrispondono alla realtà come il bianco al nero, per esempio sulla mia ascendenza, sul modo di quello che ho fatto qui o là. Lì sviluppano la fantasia più audace. Lì lo vedete immediatamente uno accanto all’altro: fuga dal mondo spirituale con capacità per l’illusione! La persona interessata non se ne accorge, ma è del tutto regolare. C’è una certa quantità di forza diretta verso il mondo spirituale; una certa quantità di forza è diretta verso il mondo fisico. Se la quantità diretta verso il mondo spirituale non si utilizza, allora si orienta verso il mondo fisico, non per cogliere lì il reale e il vero, ma per sprofondare lì l’uomo in illusioni di vita.

Questo non si può osservare singolarmente nello stesso modo in cui si potrebbe dire: ehi, lì sta costui; costui sarà sprofondato in illusioni dalla sua avversione al mondo spirituale! — Si trovano sì esempi, ma bisogna cercarli. Che però non si possa provare così facilmente nella vita, viene dal fatto che la vita è complicata e una cosa influenza l’altra. È sempre così che l’anima più forte influenza l’anima più debole. Così, se si trova un pezzo di capacità illusoria in un’anima, il fondamento di questa capacità illusoria sta già in qualche modo in un odio o in un’avversione al mondo spirituale; non deve trovarsi nell’anima che è illusionata, ma può essere suggerito. Perché negli ambiti spirituali la forza di contagio è molto maggiore che in qualunque ambito fisico.

Come ciò si colleghi al karma complessivo dell’umanità, come queste cose in generale agiscono nella connessione complessiva della vita e si collegano alle condizioni di sviluppo del nostro presente e del prossimo futuro — quando le si considera e si guarda a questa importante legge della metamorfosi delle forze dell’anima in illusione, una metamorfosi, una trasformazione delle forze rivolte verso lo spirituale in forza illusoria — questo sarà allora oggetto della considerazione prossima, dove continueremo a sviluppare questo odierno e poi collegheremo al mistero del Cristo e anche al mistero del presente tempo, per guadagnare allora alcuni cenni nuovamente per il significato della concezione spirituale in generale.

3°I tre incontri dell'anima umana con lo Spirito, il Figlio e il Padre

Berlino, 20 Febbraio 1917

Attualizzare in modo autentico tutto ciò che possiamo avere come frutto della scienza dello spirito — ciò può portare a sentire come l’uomo nel suo ordinario aspetto esteriore porti dentro di sé l’uomo interiore, che per la concezione usuale rappresenta un vero e proprio secondo uomo. In questo senso, noi constatiamo che tutti, come esseri umani, siamo composti di due entità. Un’entità, cioè, che si costituisce principalmente dal nostro corpo fisico e dal nostro corpo eterico, appartiene a quello che è mondo esteriore — mondo esteriore nel senso che questo corpo fisico e, in certa misura, anche il corpo eterico, sono manifestazioni e immagini, rivelazioni degli esseri divino-spirituali che ci circondano costantemente. Il nostro corpo fisico e il nostro corpo eterico nella loro vera essenza — non come noi li conosciamo dapprima come esseri umani — sono immagini, non di noi, non della nostra realtà, bensì, per così dire, degli Dei che si esprimono nel portare avanti le nostre azioni così come noi esseri umani portiamo avanti i nostri atti; essi portano avanti il nostro corpo fisico e il nostro corpo eterico, e li sviluppano ulteriormente. L’uomo interiore è tale che gli appartengono più intimamente il corpo astrale e l’Io. Questo Io e il corpo astrale sono per l’universo più giovani del corpo fisico e del corpo eterico. Lo sappiamo infatti dalle comunicazioni riportate anche nella Scienza occulta. Questo Io e il corpo astrale sono ciò che riposa, per così dire, nel giaciglio che ci è preparato dagli esseri divino-spirituali che pervadono e rivelano l’universo esteriore. E questo Io e il corpo astrale devono salire gradualmente ai gradi di sviluppo che anche noi abbiamo già conosciuto, attraverso le esperienze, gli eventi, le prove, i mutamenti di destino che attraversano per mezzo del corpo fisico e del corpo eterico.

Ora noi, come vi ho già accennato l’ultima volta, siamo in intima relazione con tutto l’universo, con tutto il cosmo — in relazioni tali che, come abbiamo visto da un rapido calcolo l’ultima volta, possono persino essere calcolate, espresse in numeri; che si manifestano, naturalmente, in molti altri modi ancora, ma che — per così dire — ci sorprendono per il fatto di potersi esprimere in numeri come questo: il numero di respiri che l’uomo compie in una giornata corrisponde al numero di anni che il punto di primavera del Sole impiega a ritornare al suo antico posto. Tali scoperte numeriche, se le penetriamo con sentimento, possono riempirci di un brivido — un brivido sacro — sulla nostra appartenenza all’universo divino-spirituale così come si rivela in tutti i fenomeni esterni.

Molto più profondamente tuttavia si rivela dal fatto che noi siamo il microcosmo, il piccolo mondo che si è formato, manifestato dal macrocosmo, dal grande mondo, quando poniamo dinanzi all’anima tali fatti come quelli che desideriamo oggi portare a nostra considerazione — fatti che io vorrei chiamare i tre incontri dell’anima umana con gli esseri dell’universo. Quindi desidero parlarvi oggi dei tre incontri dell’anima umana con gli esseri dell’universo.

Sappiamo infatti che noi, così come camminiamo come uomini della Terra, portiamo con noi il corpo fisico e il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io. Ognuna di queste due entità che abbiamo menzionato contiene a sua volta, per così dire, due sotto-entità: l’uomo più esteriore ha il corpo fisico e il corpo eterico, l’uomo più interiore ha l’Io e il corpo astrale. Sappiamo però che l’uomo continuerà a svilupparsi. La Terra raggiungerà una conclusione. La Terra continuerà a svilupparsi attraverso l’evoluzione di Giove, di Venere e di Vulcano. Allora l’uomo salirà passo per passo. Sappiamo che al suo Io si aggiungerà un’entità superiore che si manifesterà in lui: il Sé spirituale, che si manifesterà pienamente durante l’evoluzione di Giove che seguirà la nostra evoluzione terrestre. Lo Spirito vitale si manifesterà completamente nell’uomo durante l’epoca di Venere, e il vero Uomo-Spirito si manifesterà durante l’epoca di Vulcano. Così vediamo, mentre guardiamo al lontano futuro cosmico dell’umanità, questo sviluppo a tre stadi del Sé spirituale, dello Spirito vitale, dell’Uomo-Spirito. Ma questi tre, che in certo modo ci attendono nel nostro sviluppo futuro, stanno già oggi in una certa relazione con noi, anche se non sono ancora sviluppati; poiché si trovano nascosti nel seno degli esseri divino-spirituali che conosciamo come le gerarchie superiori. Ci saranno distribuiti da queste gerarchie superiori. E oggi già stiamo in relazione con queste gerarchie superiori, che nel futuro ci porgeranno il Sé spirituale, lo Spirito vitale, l’Uomo-Spirito. In modo che possiamo semplicemente dire, invece di usare l’espressione complicata «Stiamo in relazione con la gerarchia degli Angeloi»: «Stiamo in relazione con ciò che viene nel futuro, con il nostro Sé spirituale». E invece di dire «Stiamo in relazione con gli Archangeloi», diciamo «Stiamo in relazione con lo Spirito vitale che verrà nel futuro» e così via.

In effetti, noi esseri umani siamo in certo senso di più — già per disposizione — di quanto non sia questo semplice uomo quadripartito: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io. Portiamo già come germe il Sé spirituale in noi, anche lo Spirito vitale, anche l’Uomo-Spirito. Si svilupperanno da noi in seguito, ma li portiamo come germi. E non lo diciamo solo astrattamente — che li portiamo come germi — bensì questo portarli è inteso in modo del tutto concreto, poiché abbiamo con questi elementi superiori della nostra essenza incontri, veri e propri incontri. E questi incontri avvengono nel seguente modo: noi, come esseri umani, verremmo sempre più a sentire un certo allontanamento da tutto lo spirituale, difficile da sopportare per lo sviluppo attuale dell’uomo, se non potessimo di tanto in tanto incontrare il nostro Sé spirituale. Il nostro Io deve incontrare quel Superiore, quel Sé spirituale che dovremo sviluppare e che è in certa misura della stessa natura degli esseri della gerarchia degli Angeloi. Così che in linguaggio popolare, e se parliamo cristianamente, possiamo dire: Dobbiamo di tanto in tanto incontrare un essere dalla gerarchia degli Angeloi che ci è particolarmente prossimo, poiché questo essere, nel venire incontro a noi, compie su di noi spiritualmente ciò che ci mette nella condizione di poter un giorno accogliere un Sé spirituale. E dobbiamo avere un incontro con un essere della gerarchia degli Archangeloi, perché questo essere compie allora con noi qualcosa che conduce allo sviluppo dello Spirito vitale, e così via.

Che noi, nel senso cristiano, collochiamo questo essere nella gerarchia degli Angeloi, oppure che nel senso più antico parliamo di ciò che i popoli antichi intendevano quando parlavano del genio, del genio guida dell’uomo — ciò è in fondo assolutamente lo stesso. Sappiamo che viviamo in un tempo in cui non a molti, ma solo a pochi uomini è concesso — anche se questa situazione cambierà presto — di poter guardare dentro il mondo spirituale, di vedere le cose e gli esseri del mondo spirituale. Il tempo è passato in cui era possibile guardare più ampiamente gli esseri del mondo spirituale e i vari processi di sviluppo del mondo spirituale. E nel tempo in cui si parlava del genio di ogni essere umano, si aveva anche una visione diretta, concreta di questo genio. Questa visione concreta era ancora così forte in un passato non tanto lontano, che gli uomini potevano descriverla in tutta la concretezza, in tutta l’oggettività; in un’oggettività che l’umanità attuale considera poesia, ma che non era intesa come poesia. Così Plutarco — e desidero riportare il passo testualmente — descrive il rapporto dell’uomo con il suo genio nel seguente modo [Vedi Annotazioni]. Plutarco, lo scrittore greco, dice che oltre la parte dell’anima immersa nel corpo fisico etereo, un’altra parte pura di essa rimane al di fuori, fluttuando al di sopra della testa dell’uomo, presentandosi come una stella, che con ragione è chiamata il suo demone, il suo genio, che lo guida, e a cui il saggio segue volentieri. — Così Plutarco descrive concretamente, non come una poesia, bensì come una realtà concreta che di fatto sussiste, che fa esplicitamente notare: Per il resto, la parte spirituale dell’uomo è, per così dire, da vedersi insieme al corpo fisico, in modo che la parte spirituale normalmente riempie il corpo fisico nello stesso spazio; ma per quanto riguarda il genio, lo spirito guida, conduttore dell’uomo, questo deve ancora essere visto come qualcosa di particolare al di fuori della testa per ogni uomo. — E Paracelso, uno degli ultimi che senza particolari insegnamenti o disposizioni speciali aveva una conoscenza vigorosa di queste cose, ha detto da se stesso approssimativamente la medesima cosa riguardo questo fenomeno. E molti altri. Questo genio non è nulla di diverso dal Sé spirituale che si sta formando, portato bensì da un essere della gerarchia degli Angeloi.

È molto significativo approfondire un poco queste cose; poiché il manifestarsi di questo genio ha una sua peculiare importanza, che si comprende quando si considera — tra l’altro — sebbene si potrebbe anche essere guidati dalla considerazione da un punto di vista del tutto diverso, ma prendiamo questo aspetto — il rapporto fra gli esseri umani nel loro mutuo rapporto reciproco. Questo rapporto fra gli esseri umani nel loro mutuo rapporto reciproco ci insegna qualcosa. Ci insegna qualcosa di tutt’altro che insignificante riguardo gli elementi spirituali dell’essenza umana. Quando due uomini si incontrano, e l’uomo è soltanto capace di osservare questo incontro con il suo occhio fisico-sensibile — ebbene, allora nota che essi si vengono incontro, che forse si salutano e simili. Ma quando l’uomo è in grado di osservare il processo spiritualmente, allora scopre che con ogni incontro umano è realmente collegato un processo spirituale, che si manifesta tra l’altro nel fatto che la parte del corpo eterico che forma la testa rimane, finché due uomini stanno l’uno accanto all’altro, un’espressione della più fine simpatia e antipatia che questi due uomini, che si incontrano, provano reciprocamente. Immaginiamo che due uomini si incontrino, che uno non sopporta l’altro. Prendiamo il caso estremo, ma capita nella vita: due uomini si incontrano che non si sopportano reciprocamente, e questo sentimento di spicco antipatia sia reciproco. Allora avviene che la parte del corpo eterico che forma la testa, in entrambi gli uomini, si piega fuori dalla testa, e i corpi eterici delle teste si chinano insieme. Quasi come un continuo inchino della testa rispetto all’uomo eterico, così si manifesta l’antipatia quando due uomini si incontrano che semplicemente non si sopportano. — Quando due esseri umani si incontrano che si amano, si osserva un processo simile. Allora il capo eterico si ritira soltanto, si piega all’indietro. E in questo modo in entrambi i casi — che il corpo eterico si inchini come in saluto quando non ci si sopporta, oppure che si pieghi all’indietro quando ci si ama — in entrambi i casi avviene in certo senso che, per il piegarsi fuori del corpo eterico della testa, il capo fisico diviene libero, più libero di quanto non lo sia altrimenti. È sempre solo relativo; il corpo eterico non esce completamente, ma si sposta e si ritrae, così che si vede una continuazione. Ma per questo riempie un corpo eterico più sottile il capo rispetto a quando ci si trova soli. Ciò ha la conseguenza che il corpo astrale, che rimane, diventa più chiaramente visibile nello sguardo chiaroveggente a causa di questo corpo eterico più sottile che riempie la testa. Così che non solo questa movimento del corpo eterico avviene, ma accade effettivamente una variazione di luce astrale nel capo dell’uomo. Su questo — nuovamente non su una poesia, bensì su una realtà effettiva — si basa il fatto che, quando se ne conosce qualcosa, si devono raffigurare gli uomini che sono in grado di amare molte cose in modo disinteressato con un’aureola intorno al capo — ciò che si chiama un’aureola. Poiché quando due uomini semplicemente si incontrano, sebbene nell’amore sia sempre presente una forte componente di egoismo, il fenomeno non è così evidente. Ma quando un uomo si rapporta all’umanità in momenti in cui non ha a che fare con se stesso e la sua relazione personale con un altro uomo, bensì con qualcosa di universalmente umano, con qualcosa che è legato all’amore umano universale, allora le cose accadono. Allora il corpo astrale nella regione della testa diviene possente e visibile. E se ci sono persone capaci di vedere chiaroveggentemente l’amore disinteressato in un uomo, allora vedono l’aureola e sono spinte a dipingere l’aureola come una realtà, o comunque la si rappresenta. Queste cose sono completamente connesse con fatti obiettivi del mondo spirituale. Ciò che è oggettivamente presente come continuità della realtà nello sviluppo dell’umanità, è però collegato ancora con qualcosa di altro.

L’uomo deve realmente di tanto in tanto entrare in comunione più intima con il suo Sé spirituale — con il Sé spirituale che è anche disposto, non sviluppato, nell’aura astrale che diviene così visibile in ciò che vi ho indicato, che è come irradiato dall’alto, dal futuro — l’uomo deve incontrare il suo Sé spirituale di tanto in tanto. E quando accade questo?

Allora arriviamo al primo incontro di cui dobbiamo parlare. Quando accade? Accade semplicemente circa al momento del normale sonno, nei momenti centrali fra l’addormentarsi e il risveglio. Negli uomini che sono più vicini alla natura, nei semplici contadini che si addormentano al tramonto del sole e che si svegliano di conseguenza al sorgere del sole, questo momento centrale del sonno coincide più o meno con la mezzanotte. Nell’uomo che si stacca dai contesti naturali, questo è meno il caso. Ma su questo si basa appunto la libertà umana — che questo è possibile. L’uomo della cultura moderna può organizzarsi la vita come vuole; certamente non senza che ciò abbia un certo influsso sulla vita, ma può organizzarsela entro certi limiti come vuole. Allora può comunque nel centro di un lungo sonno provare quello che si chiama una comunione più intima con il Sé spirituale, quindi con qualità spirituali da cui il Sé spirituale sarà tratto — un incontro con il genio. Questo incontro con il genio avviene dunque per l’uomo, cum grano salis parlando, ogni notte — cioè a ogni sonno. E questo è importante per l’uomo. Poiché qualsiasi sensazione che possa saziarci l’anima riguardo la connessione dell’uomo col mondo spirituale, si basa sul fatto che questo incontro durante il sonno con il genio ha un effetto continuativo. Il sentimento che nel nostro stato di veglia possiamo ricevere dalla nostra connessione col mondo spirituale — questo è un effetto continuativo di questo incontro con il genio. Questo è il primo incontro col mondo superiore, di cui oggi si può parlare come di qualcosa di inconscio per la maggior parte degli uomini, ma che diventerà sempre più consapevole, via via che gli uomini prendono coscienza dell’effetto continuativo per il fatto che raffinano la vita della loro coscienza di veglia nelle sensazioni mediante l’assimilazione delle idee e delle rappresentazioni della scienza dello spirito cosicché l’anima non sia troppo grossolana per considerare attentamente l’effetto continuativo. Poiché dipende solo dal fatto che l’anima sia sufficientemente fine, che la sua vita interiore sia abbastanza intima per considerare questi effetti continuativi. In qualche forma questo incontro con il genio viene molte volte alla coscienza di ogni uomo, solo che l’odierna atmosfera materialistica, il riempimento da concetti che provengono dalla concezione materialistica del mondo, in particolare la vita permeata dall’atteggiamento materialista, non è adatta a rendere l’anima attenta a ciò che è stabilito da questo incontro con il genio. Sarà semplicemente attraverso il fatto che gli uomini si addentrano in concetti più spirituali di quelli che il materialismo può fornire che la visione di questo incontro col genio in ogni notte diventerà sempre più una cosa ovvia per l’uomo.

Un incontro superiore è il secondo di cui ora dobbiamo parlare.

Vedete, già dall’accenno che ho dato potete trarre che questo primo incontro col genio è collegato al corso giornaliero. Sarebbe, se adattassimo completamente la nostra vita esterna come uomini meno liberi rispetto a come lo siamo durante la cultura moderna, coinciderebbe con l’ora di mezzanotte. In ogni ora di mezzanotte l’uomo avrebbe questo incontro con il genio. Ma su questo si basa la libertà dell’uomo — che si sposta. Così ciò dove l’Io incontra il genio, si sposta. Invece il secondo incontro può spostarsi molto meno. Poiché quello che è più legato al corpo astrale e al corpo eterico, si sposta meno rispetto all’ordine macrocosmico. Ciò che è legato all’Io e al corpo fisico si sposta molto fortemente per l’uomo odierno. Il secondo incontro è quindi già più legato al grande ordine macrocosmico. Questo secondo incontro è ora legato al corso annuale così come il primo è legato al corso giornaliero. E su questo devo attirare attenzione su molte cose di cui ho già accennato da altri punti di vista.

La vita dell’uomo nella sua totalità non si svolge in realtà in modo uniforme durante l’intero corso annuale, piuttosto l’uomo subisce trasformazioni durante il corso dell’anno.

Nel periodo estivo, quando il sole ha il massimo dispiegamento di calore, l’uomo è molto più abbandonato alla sua vita fisica e con essa anche alla vita fisica dell’ambiente, di quanto accada nel periodo invernale, quando l’uomo deve lottare contro le manifestazioni elementari esterne, quando è più affidato a se stesso. Allora lo spirituale si stacca più — da se stesso e anche dalla Terra — e l’uomo è connesso col mondo spirituale, con l’intera atmosfera spirituale.

Per questo la peculiare emozione che colleghiamo al mistero del Natale e alla festa del Natale non è affatto arbitraria, ma è connessa con la fissazione della festa del Natale. In quei giorni invernali in cui la festa è stata collocata, l’uomo è effettivamente, come tutta la Terra, consegnato allo spirito. Allora l’uomo vive in certo modo un regno dove lo spirito gli è vicino. E la conseguenza è appunto che verso il periodo di Natale, fino al nostro odierno capodanno, l’uomo sperimenta nello stesso modo un incontro del suo corpo astrale con lo Spirito vitale, come per il primo incontro l’uomo sperimenta l’incontro dell’Io con il Sé spirituale. E su questo incontro con lo Spirito vitale si basa la vicinanza di Cristo Gesù. Poiché attraverso lo Spirito vitale Cristo Gesù si rivela. Egli si rivela attraverso un essere dal regno degli Archangeloi. Naturalmente è un essere infinitamente più elevato, ma non è questo che conta adesso, bensì che si rivela attraverso un essere dal regno degli Archangeloi. In modo che attraverso questo incontro per lo sviluppo odierno, per lo sviluppo dopo il Mistero del Golgota, siamo particolarmente vicini a Cristo Gesù, e possiamo chiamare l’incontro con lo Spirito vitale, in certa misura, anche l’incontro che avviene nei fondamenti profondi dell’anima con Cristo Gesù. Se ora l’uomo — sia attraverso lo sviluppo della coscienza spirituale nell’ambito dell’approfondimento religioso e della pratica religiosa, sia completando questa pratica religiosa e questo sentimento religioso anche mediante l’assimilazione di rappresentazioni della scienza dello spirito — se l’uomo approfondisce e spiritualizza la sua vita emotiva nel modo descritto, allora egli sperimenterà allo stesso modo in cui sperimenta nel corso della veglia l’effetto continuativo dell’incontro col genio — sperimenterà l’effetto continuativo dell’incontro con lo Spirito vitale, rispettivamente con il Cristo. E accade effettivamente che nel tempo che segue il periodo di Natale indicato, fino al tempo della Pasqua, le circostanze sono particolarmente favorevoli per portare alla coscienza l’incontro dell’uomo con Cristo Gesù.

In modo profondamente significativo — e questo non dovrebbe essere cancellato da una cultura astrattamente materialista odierna — il periodo di Natale è legato ai processi della Terra, perché l’uomo con la Terra subisce il cambiamento natalizio della Terra. Il periodo di Pasqua è determinato dai processi nel cielo. La domenica di Pasqua deve essere fissata come la prima domenica che segue il primo plenilunio dopo il tempo dell’equinozio di primavera. Mentre il periodo di Natale è fissato da condizioni della Terra, dall’alto è determinata la fissazione del periodo di Pasqua. Poiché è vero proprio come lo dimostra tutto ciò che abbiamo descritto, che siamo connessi alle condizioni terrestri, è altrettanto vero che siamo connessi attraverso quello che devo ora descrivere alle condizioni celesti, alle grandi condizioni cosmico-spirituali. Poiché il periodo di Pasqua è quel momento nel corso effettivo dell’anno in cui tutto ciò che è stato avviato in noi dall’incontro con il Cristo nel periodo di Natale si riconnette di nuovo con l’uomo fisico terrestre nel modo più autentico. E il grande mistero — il mistero del Venerdì Santo — che rende presente all’uomo il Mistero del Golgota nel tempo di Pasqua, ha accanto a tutto il resto anche questo significato: il Cristo che, per così dire, cammina accanto a noi, nel tempo che ho descritto, ora si avvicina a noi il più possibile — per così dire, rozzamente parlando — in noi stesso scompare, ci penetra, in modo che può restare con noi per il tempo dopo il Mistero del Golgota, nel tempo che ora viene come tempo estivo, in cui in antichi misteri a Giovanni gli uomini volevano unirsi al Macrocosmo in un modo diverso da come deve accadere dopo il Mistero del Golgota.

Vedete, in questo rapporto siamo il microcosmo, incorporato nel Macrocosmo in modo profondamente significativo. E c’è sempre una concordanza col Macrocosmo nel corso annuale della vita, che però è legata — poiché è più interiore nell’uomo — al corso annuale della vita. La scienza dello spirito tenta gradualmente di rivelarvi quello che l’uomo può acquisire in rappresentazioni sulla riconciliazione del Cristo che permea e penetra la nostra vita terrestre dopo il Mistero del Golgota attraverso rappresentazioni della scienza dello spirito.

Credo di dovere fare qui un’inserzione che è importante, e che dovrebbe essere ben compresa dagli amici della nostra scienza dello spirito.

Non si dovrebbe presentare la cosa come se gli sforzi della scienza dello spirito dovessero essere un sostituto della pratica religiosa e della vita religiosa. La scienza dello spirito può nel massimo grado e specialmente riguardo al mistero del Cristo essere un sostegno, una base della vita religiosa e della pratica religiosa. Ma non si dovrebbe trasformare la scienza dello spirito in una religione, bensì si dovrebbe essere chiari su ciò che la religione nella sua vita vivente, nel suo vivente esercizio all’interno della comunità umana, accende la coscienza spirituale dell’anima. Se questa coscienza spirituale deve diventare viva nell’uomo, allora l’uomo non può fermarsi a rappresentazioni astratte di Dio o del Cristo, bensì deve continuamente stare immerso nella pratica religiosa, nel fare religioso, che certamente può assumere le forme più diverse a seconda dei diversi uomini — immerso come in qualcosa che lo circonda come un ambiente religioso, che gli parla come un ambiente religioso. E se questo ambiente religioso è sufficientemente profondo, se questo ambiente religioso trova i mezzi per stimolare sufficientemente l’anima, allora l’anima sentirà la brama — proprio allora sentirà la brama anche verso quelle rappresentazioni che sono sviluppate nella scienza dello spirito. Se la scienza dello spirito è certamente di pieno appoggio alle azioni religiose dal punto di vista obiettivo, dal punto di vista soggettivo è venuto il tempo in cui dobbiamo dire che un uomo profondamente religioso nel sentimento viene spinto proprio dal sentimento religioso a conoscere. Poiché nel sentimento religioso nasce la coscienza spirituale, nella scienza dello spirito la conoscenza dello spirito — così come nella scienza naturale si acquisisce la conoscenza della natura — e la coscienza spirituale conduce all’impulso ad acquisire la conoscenza dello spirito. Soggettivamente si può dire che una vita religiosa autentica può proprio spingere l’uomo odierno verso la scienza dello spirito.

Un terzo incontro è quello in cui l’uomo si avvicina al Sé spirituale propriamente detto che deve svilupparsi molto tardi nel futuro — mediato attraverso un essere della gerarchia degli Archai. Possiamo dire: Gli antichi, e ancora gli uomini del presente — solo che gli uomini del presente per lo più, quando parlano di queste cose, non hanno più coscienza della verità più profonda della cosa — hanno sentito e sentono questo incontro come l’incontro con ciò che permea il mondo, che non possiamo quasi distinguere in noi stessi e nel mondo, bensì in cui ci dissolviamo con il nostro sé nel mondo come in un’unità. E così come al secondo incontro si può contemporaneamente parlare di un incontro con Cristo Gesù, così al terzo incontro si può parlare dell’incontro con il principio del Padre, col «Padre» come fondamento del mondo — con quello che si sente, quando si sente rettamente, come ciò che nelle religioni è inteso col «Padre». Questo incontro riporta alla nostra luce il nostro intimo rapporto col Macrocosmo, col divino-spirituale universo. Il corso quotidiano dei processi universali, dei processi mondiali, include in sé per noi l’incontro con il genio. Il corso annuale include in sé per noi l’incontro con Cristo Gesù. E il corso di tutta la vita umana — questa vita umana che normalmente può essere designata come la vita patriarcale di 70 anni — si congiunge con l’incontro col principio del Padre. Viviamo una certa fase della nostra vita fisica terrestre — con ragione preparati oggi più spesso inconsciamente attraverso l’educazione, ma comunque appunto a questo preparati — e poi sperimentiamo — per lo più per gli uomini fra i 28 e i 42 anni inconsciamente, ma negli intimi fondamenti dell’anima pienamente vitali — l’incontro con questo principio del Padre. Allora l’effetto continuativo può estendersi nella vita posteriore, se sviluppiamo sensazioni abbastanza fine per prestare attenzione a ciò che così dalla nostra stessa essenza entra nella nostra vita come effetto continuativo dell’incontro col principio del Padre.

Una certa fase della nostra vita, in cui siamo preparati, dovrebbe pertanto operare l’educazione — mediante i mezzi più vari questo può accadere — in modo da rendere profondo per l’uomo questo incontro col principio del Padre per quanto possibile. Questo può accadere se durante la sua educazione l’uomo viene spinto a sviluppare in modo autentico il sentimento della magnificenza del mondo, della grandezza del mondo, della sublimità dei processi mondiali. Priviamo il giovane uomo che cresce di molto, se non gli permettiamo di sentire — in modo che passi su di lui — che la nostra devozione e la nostra riverenza più sincera appartengono a tutto ciò che si rivela di bellezza e grandezza nel mondo. E portando al giovane che cresce la connessione di sentimento fra il cuore umano e la bellezza, la grandezza del mondo, lo prepariamo per un autentico incontro col principio del Padre. Poiché questo incontro col principio del Padre significa molto per la vita che si svolge fra la morte e una nuova nascita. Questo incontro col principio del Padre, che normalmente avviene negli anni indicati, significa che l’uomo ha una forza e un sostegno forti quando, come sappiamo, deve ripercorrere indietro, dopo aver varcato la porta della morte, nel suo cammino di ritorno spirituale la sua vita terrestre, mentre attraversa il mondo dell’anima. E potente e forte, come l’uomo dovrebbe essere, può vivere questo ritorno — che, come sappiamo, rappresenta un terzo del tempo che trascorriamo fra la nascita e la morte — se continuamente guarda: Qui, in questo momento, sei stato incontrato da quell’essere che l’uomo esprime balbettando, presagendo, quando parla del Padre dell’ordine mondiale. Questa è una rappresentazione importante che, accanto alla rappresentazione della morte stessa, l’uomo dovrebbe continuamente avere dopo aver varcato la porta della morte.

Naturalmente, dalla considerazione di ciò che abbiamo appena discusso, sorge una domanda importante. Ci sono uomini che muoiono prima di aver attraversato la metà della vita, dove normalmente avviene l’incontro col principio del Padre. Dobbiamo considerare il fatto che allora l’uomo muore per ragioni esterne — per malattia — che è anche una ragione esterna — per debolezza. Se da questa morte precoce l’incontro col principio del Padre nei profondi fondamenti inconsci dell’anima non ha potuto aver luogo, allora avviene nell’ora della morte. Con la morte questo incontro è contemporaneamente esperito. E qui possiamo esprimere diversamente qualcosa che — effettivamente — è già stata espressa diversamente nel contesto corrispondente, per esempio nella mia Teosofia, dove si parla dell’apparizione che è sempre del massimo dispiacere — che gli uomini pongono fine alla propria vita con la propria volontà. Nessuno farebbe ciò, se comprendesse il significato di un’azione tale. E quando una volta la scienza dello spirito sarà realmente passata nelle emozioni degli uomini, non ci sarà più suicidio. Perché l’uomo possa percepire il principio del Padre nell’ora della morte, se questa morte arriva prima della metà della vita, dipende infatti dal fatto che la morte gli viene incontro dall’esterno, non che egli la dia a se stesso. E la difficoltà che l’anima umana ha — che è descritta da un altro punto di vista nella mia Teosofia — potrebbe ora essere descritta dal punto di vista da cui oggi parliamo, anche in questo modo — che potremmo dire: L’uomo si sottrae attraverso la morte volontaria possibilmente all’incontro col principio del Padre nell’incarnazione corrispondente.

Per il fatto che penetrano così intimamente nella vita, le verità che la scienza dello spirito ha da comunicarci sulla vita umana stessa sono così infinitamente serie in casi particolarmente importanti. Ci illuminano in modo serio sulla vita, e questo serio illuminamento sulla vita è quello di cui l’uomo ha bisogno nel tempo in cui dovrà di nuovo divincolarsi dal materialismo che domina l’ordine mondiale attuale e la concezione del mondo — nella misura in cui dipendono dagli uomini. Serviranno forti poteri per superare la stretta connessione dei materialisti con mere forze materiali che nel presente ha afferrato gli uomini — per dare di nuovo all’uomo la possibilità di riconoscere dalla esperienza di vita immediata la sua connessione col mondo spirituale.

Quando si parla in modo più astratto degli esseri delle gerarchie superiori, così si può parlare in modo più concreto del fatto che l’uomo stesso, in esperienze inizialmente inconsce ma che possono essere portate alla coscienza già durante la sua vita fra nascita e morte, può ascendere, può compiere tre gradini: attraverso l’incontro col genio, attraverso l’incontro con Cristo Gesù, attraverso l’incontro col Padre. Naturalmente molto dipende dal fatto che guadagniamo il maggior numero possibile di rappresentazioni che spingono al sentimento — quelle che la scienza dello spirito è accanto a tutto il resto anche per acquisire il numero maggiore possibile di rappresentazioni che spingono al sentimento — che il nostro insegnamento, la nostra vita interiore dell’anima si raffinino cosicché non passiamo negligenti e disattenti accanto a queste cose che semplicemente come realtà, se siamo attenti, entrano nella nostra vita. In questo rapporto, in particolare l’educazione avrà molto, molto da fare, specialmente nel prossimo tempo.

Vorrei ancora menzionare una rappresentazione. Pensate come infinitamente la vita si approfondisce quando potete aggiungere a conoscenza generale del karma tali dettagli come questo — che in un fine della vita relativamente precoce l’uomo ha nella morte l’incontro col principio del Padre. Poiché allora appare che nel karma dell’uomo è stato necessario causare la morte precoce, in modo che avvenga un incontro anomalo col principio del Padre. Poiché che cosa accade effettivamente quando avviene un tale incontro anomalo col principio del Padre? L’uomo viene distrutto dall’esterno — il suo essere fisico viene minato dall’esterno. Anche in una malattia effettivamente accade questo. Allora il palcoscenico su cui l’incontro col principio del Padre si svolge è ancora il mondo fisico. Dal fatto che questo mondo fisico esteriore della Terra ha distrutto l’uomo, da questo luogo di distruzione stesso — nel ripensamento naturalmente visto di nuovo continuamente — si rivela l’incontro col principio del Padre. Ma in tal modo l’uomo acquisisce la possibilità di — durante tutta la sua vita che percorre dopo aver varcato la porta della morte — mantenere il pensiero al luogo — cioè alla Terra — dalle altezze celesti, dove l’incontro col principio del Padre ha avuto luogo. Ma questo porta l’uomo a operare molto dal mondo spirituale nella Terra fisica.

Consideriamo dal punto di vista da un momento il nostro tempo attuale, e tentiamo di vivere come sentimento una tale emozione importante come quella che abbiamo sviluppato oggi nella menziona dell’incontro col principio del Padre — tentiamo di viverla come sentimento, non solo come rappresentazione astratta — tentiamo con questo sentimento di guardare ai numerosi morti prematuri, allora dobbiamo dire: In essi riposa la predestinazione, la preparazione affinché nel tempo venturo molto possa essere operato dal mondo spirituale nella Terra fisica. E allora avete da un altro punto di vista quello che ho detto già da anni sotto le impressioni dei tristi eventi — che quegli uomini che presto passano attraverso la porta della morte, saranno aiutanti particolari per lo sviluppo venturo dell’umanità, che ha bisogno di poteri forti per divincolarsi dal materialismo. Ma tutto questo deve essere portato alla coscienza; tutto questo non deve restare inconscio o subconscinscio. Ed è perciò già necessario che qui sulla Terra le anime si rendano ricettive — l’ho già accennato — altrimenti le forze che si sviluppano dal mondo spirituale vanno da altre parti. Affinché queste forze che sono predestinate, che possono essere presenti, diventino fruttuose per la Terra — è necessario che sulla Terra ci siano anime che si impregnino della conoscenza del mondo spirituale. E sempre più e più devono esserci anime che si impregnino della conoscenza del mondo spirituale. Tentiamo perciò di rendere fruttuoso quello che già una volta deve essere detto a parole — cioè il contenuto della scienza dello spirito. E tentiamo, con l’aiuto del linguaggio — ho usato la parola nel penultimo discorso qui — il linguaggio che impariamo attraverso la scienza dello spirito — di rianimare tali antiche rappresentazioni che non invano vengono intessute nella nostra vita presente — tentiamo di rianimare ciò che ascoltiamo da un Plutarco: l’uomo, altrimenti come uomo fisico, è penetrato dall’uomo spirituale, ma ancora particolarmente normalmente un elemento superiore al di fuori della testa appartiene all’uomo spiritualmente — che rappresenta il suo genio — a cui il saggio segue volentieri. Tentiamo di giungere, per così dire, a sensazioni d’aiuto, affinché non stiamo inconsapevoli e disattenti di fronte a questi fenomeni della vita.

Alla conclusione lasciateci oggi una rappresentazione d’aiuto, una sensazione d’aiuto della nostra anima particolarmente portata alla luce. È sfortunatamente difficile per molti uomini nel nostro moderno materialismo sentire qualcosa che mitiga effettivamente questo difficile tempo di prova — ma che non dovrebbe solo essere mitigato — ciò che appena potrebbe sperare se il materialismo continuasse nella forza in cui esiste — che dovrebbe essere molto, molto più elevato e sempre più elevato — è difficile per molti uomini nel nostro moderno materialismo sentire quello che chiamo: la santità del sonno. Quando si vede che l’intelligenza che vale nell’umanità manca completamente di rispetto per la santità del sonno, questo è un fenomeno culturale di grande portata. Tali cose naturalmente non devono essere criticate, e anche non dovrebbero essere elencate qui nel senso di condurre a un’ascetica che non può comunque essere attuata. Dobbiamo vivere con il mondo, ma dobbiamo viverlo consapevolmente. Poiché solo così strappiamo la nostra fisicità… [Lacuna nel resoconto stenografico]. Pensate solo a quanti uomini che trascorrono le ore serali in pura dedicazione al materiale, si consegnano allora al sonno, senza sviluppare il sentimento — e non si anima veramente dalla disposizione materialistica — senza sviluppare il sentimento: Il sonno ci unisce col mondo spirituale, il sonno ci spedisce nel mondo spirituale. — E almeno dovrebbero gli uomini sviluppare gradualmente quello che possono dirsi con le parole: Mi addormento. Fino al risveglio la mia anima sarà nel mondo spirituale. Lì incontrerà la potenza di guida della mia natura terrestre che esiste nel mondo spirituale, che circonda il mio capo, lì incontrerà il genio. E quando mi sveglierò, avrò avuto l’incontro col genio. Le ali del mio genio avranno battuto sulla mia anima.

Che si animino tali sensazioni quando si riflette sulla propria relazione col sonno, oppure no, da ciò dipende molto, molto riguardo la vittoria della vita materialistica. Questa vittoria sulla vita materialistica può accadere solo attraverso il risveglio di intime, ma anche corrispondenti al mondo spirituale, sensazioni. Solo se animiamo adeguatamente tali sensazioni, la vita nel sonno sarà così intensa che d’altro canto il contatto col mondo spirituale sia così forte che gradualmente anche la nostra vita di veglia possa rinfrancarsi — e non viviamo là solo il mondo sensibile, ma il mondo spirituale intorno a noi — che pur sempre è il mondo reale, il mondo veramente reale. Poiché questo mondo che comunemente chiamiamo il reale è — come io stesso ho esposto nell’ultimo discorso pubblico — solo un’immagine del mondo reale. Il mondo reale è quello dello spirito. E la piccola comunità che oggi si dedica alla scienza dello spirito di orientamento antroposofico, riceverà i segni seri del nostro tempo, le sofferenze pesanti del nostro tempo in modo più proficuo, quando a tutto il resto per cui l’uomo può essere messo alla prova oggi, aggiunge questo — di sentire questo tempo come una prova di quanta forza d’anima e con quale autentico coraggio del cuore, si possa unire in se stesso tutto quello che dobbiamo assimilare attraverso il nostro intelletto, attraverso la nostra ragione come scienza dello spirito.

Con queste parole ho voluto oggi una volta di più ribadire quello che ho già detto più volte qui: La scienza dello spirito trova la sua giusta dimora nel cuore umano solo quando non è solo teoria, non è solo conoscenza, ma quando — parlando in modo simbolico — come il sangue del cuore dell’anima permea la nostra intera essenza e l'anima vivacemente — come il nostro sangue fisico deve permeare intimamente il nostro essere corporeo e animarlo vivacemente.

4°Ordine naturale meccanico e ordine morale. Ancora sui tre incontri

Berlino, 27 Febbraio 1917

Ho parlato l’ultima volta dei tre incontri che l’anima umana ha con le regioni del mondo spirituale. Avrò ancora qualcosa da dire su questo argomento, e a questa occasione si presenterà la possibilità di rispondere a una domanda che è stata rivolta da amici nel seguito dell’ultimo discorso pubblico all’Architektenhaus riguardo alle forze mediante cui la realizzazione del karma — il destino — il destino esteriore — avanza da un’incarnazione precedente. Mi è stato detto che si tratta di una questione difficile da comprendere. Intendo quindi nel corso dei discorsi ritornare su questo tema. Solo si raccomanda di farlo dopo aver discusso alcune cose che potrebbero condurre alla piena comprensione di questa questione. Oggi però desidero, affinché la discussione dei tre incontri nel mondo spirituale possa divenire ancora molto più chiara, per così dire episodicamente inserire qualcosa che mi sembra particolarmente importante dire a voi in questo momento immediatamente presente.

Se facciamo una rassegna di che idee, quali rappresentazioni si sono particolarmente insinuate nelle anime di tutti gli uomini, degli uomini di tutti i gradi di istruzione, attraverso lo sviluppo spirituale degli ultimi secoli, allora dobbiamo attirare l’attenzione su come questa educazione spirituale degli ultimi secoli ha potentemente spinto a formare lo sviluppo mondiale e il posizionamento dell’uomo in questo sviluppo mondiale solo secondo misure di rappresentazioni scientifiche naturali. Certamente, ancora oggi ci sono molto molti uomini che credono che non hanno formato il loro sentimento e la loro anima secondo rappresentazioni scientifiche naturali. Ma questi uomini non notano i fondamenti più profondi della loro formazione sentimentale — non sanno come le rappresentazioni scientifiche naturali si sono insinuate in modo unilaterale negli spiriti e non solo tutto il pensiero, ma particolarmente tutti i sentimenti determinano in modo certo. Chi pensa oggi secondo i concetti comuni che ogni uomo nelle regioni che hanno educazione scolastica generale possiede, chi forma il suo sentimento in connessione con questi concetti, procedendo da questi concetti, oggi non riesce ad arrivare al rapporto autentico — al vero sentimento fra quello che chiamiamo il mondo morale — il mondo dei sentimenti morali — e il mondo dei fatti esterni. Se oggi pensiamo secondo lo spirito del nostro tempo — come la Terra potrebbe essersi sviluppata — sì, come potrebbe essersi sviluppato l’intero edificio celeste — e come potrebbe raggiungere un certo stato finale — pensiamo secondo i fatti puramente esterni sensibili. Pensate solo quanto profondamente significativo è per le anime il fatto che, anche se non sempre se lo rendono chiaramente conto, esista la cosiddetta teoria Kant-Laplace dello sviluppo del mondo: Da una pura nebulosa materiale mondiale — poiché è immaginata come puramente materiale — si sia formata secondo pure leggi fisiche e anche chimiche la Terra, sì l’intero edificio mondiale, si sia sviluppato secondo il significato di queste leggi e raggiungerà, così pensano gli uomini, il suo termine secondo queste leggi. Un giorno verrà uno stato in cui questo edificio mondiale chiuderà semplicemente nello stesso modo meccanico come è sorto meccanicamente.

Certamente, lo ripeto ancora una volta: Ci sono molti uomini che oggi si oppongono al pensare la cosa così. Ma non è questo che conta — non conta mai, infatti, sulle rappresentazioni che ci formiamo, bensì sugli impulsi del sentimento da cui queste rappresentazioni vengono formate. La rappresentazione che ho appena sviluppato è puramente materialistica — è tale da cui Herman Grimm dice che un pezzo di osso marcescente intorno a cui un cane affamato si raggira, è uno spettacolo più appetibile di questo edificio mondiale secondo concetti Kant-Laplace. Può essersi formato, può essersi costituito. E non solo che potrebbe formarsi, ma per la stragrande maggioranza degli uomini a cui si avvicina è qualcosa che sembra evidente. E ci sono solo pochi uomini che fanno domande come Herman Grimm — come le generazioni di studiosi futuri si coniugeranno con il pensiero, secondo lui, come è stato possibile che in qualche epoca questa follia sulla cosmogonia sia stata evidente per molti uomini. Ci sono davvero poche personalità che pongono domande in questo modo — da uno stato sano sentimentale dell’anima. E coloro che lo fanno, ebbene, si considerano — almeno in questi ambiti — come una specie di teste strane. Ma come detto, non si tratta delle rappresentazioni così formate — si tratta degli impulsi sentimentali. Da certe tendenze sentimentali si sono sviluppate rappresentazioni, e anche se provengono da dotti e oggi sono comunicate agli uomini cosicché la maggior parte degli uomini tuttavia non crede ancora che il mondo non sia sorto soltanto da tali impulsi meccanici, ma che là hanno giocato un ruolo anche molti impulsi divini — è tuttavia stato possibile che tali rappresentazioni si formassero. Ed è stato possibile che lo stato sentimentale degli uomini, la struttura emotiva degli uomini abbia assunto una forma tale da permettere che si potesse formare una rappresentazione puramente meccanica dello sviluppo del mondo. Cioè: Nel fondamento delle anime umane riposa la tendenza a formare rappresentazioni materialmente strutturate. E questa tendenza non è presente solo nei pochi dotti e altre persone che credono in questo, bensì è presente in un cerchio ampio tra tutti gli uomini possibili. Solo che la maggior parte degli uomini oggi ancora manca il coraggio di diventare, diciamo così, haeckeliani coraggiosi e rappresentare tutto lo spirituale solo sotto la forma del materiale. Gli uomini non hanno il coraggio. Lasciano ancora valere qualcosa accanto a questo che è spirituale — non pensano.

Se questa rappresentazione vale, quella che è stata caratterizzata, allora c’è spazio per lo spirituale solo in certo senso — particolarmente in certo senso c’è spazio per il morale. Riflettete un momento: Se il mondo fosse effettivamente sorto come la teoria Kant-Laplace se l'immagina — e se il mondo trovasse il suo sepolcro solo attraverso forze fisiche e in questo sepolcro fossero sepolti tutti gli uomini con le loro idee, emozioni, impulsi di volontà — che cosa sarebbe allora, per esempio, non voglio parlare di altro — l’intero ordine morale mondiale? Che cosa ne sarebbe diventata? Che cosa significherebbe quando una volta avessimo detto — supponiamo che fosse venuta la condizione della sepoltura universale —: Questo è buono, questo è cattivo — questo è giusto, questo è ingiusto? Rappresentazioni dimenticate significherebbe — spazzate via come qualcosa che probabilmente — se questo ordine mondiale fosse retto — non potrebbe nemmeno perseguire in qualche ricordo dell’anima. Cioè, la cosa starebbe così: Per cause puramente meccaniche — attraverso forze fisiche — forse attraverso forze chimiche — il mondo è sorto — perisce. Da queste forze si spingono come bolle apparizioni che rappresentano uomini. All’interno di questi uomini sorgono concetti morali di giusto e ingiusto, buono e cattivo. Ma l’intero mondo passa di nuovo in quiete sepolcrale. L’intero giusto e ingiusto, bene e male era solo un’illusione degli uomini — dimenticato e inabissato quando il mondo è diventato «tomba». L’unica cosa che rimane per l’ordine morale mondiale è che gli uomini sentono — finché l’episodio dura, che prosegue dallo stato iniziale allo stato finale — hanno bisogno di tali concetti — devono formarsi concetti morali — ma questi concetti morali non possono ancorarsi da nessuna parte in un ordine puramente meccanico. Non è vero, una forza naturale — il calore, l’elettricità — interviene nel contesto naturale, si afferma; la forza morale — se l’ordine meccanico mondiale fosse retto — sarebbe solo nella rappresentazione degli uomini — non interverrebbe nell’ordine naturale. Non sarebbe qualcosa come il calore che espande i corpi, o la luce che illumina i corpi, li rende visibili, permea il mondo, lo spazio — bensì è là, questa forza morale — fluttua come una grande illusione sull’ordine meccanico mondiale e perisce, si dissolve quando il mondo si trasforma nella tomba.

Non si pensa completamente questo pensiero. Perciò non ci si oppone a un ordine mondiale meccanico, bensì lo si lascia, non dirò per benevolenza, ma per comodità, sussistere. E se si ha un certo bisogno sentimentale, allora si dice: Sì, la conoscenza ci fa sì che dobbiamo pensare un tale ordine mondiale meccanico — la fede ci richiede qualcosa di diverso — quindi mettiamo la fede accanto alla conoscenza — crediamo oltre la pura natura meccanica ancora a qualcosa a cui sentiamo il bisogno interiore di credere. — Questo è comodo. Non ci si deve ribellare contro ciò che, ad esempio, Herman Grimm percepisce come follia della scienza contemporanea — non ci si deve ribellare. Ma non ha davvero giustificazione interiore per colui che vuole pensare veramente fino alla fine i suoi pensieri — che vuole davvero arrivare fino in fondo con i suoi pensieri.

Se ci si chiede da dove viene che gli uomini oggi vivono così ciecamente in un’impossibilità di pensiero — che tollerano un’impossibilità di pensiero tale — giace — per strano che sia — se ci si dovesse familiarizzare per la prima volta col pensiero — nel fatto che gli uomini, in larga misura nel corso degli ultimi secoli, hanno disimparato a pensare il mistero del Cristo, che dovrebbe stare al centro della vita moderna, nel suo vero e reale significato. Poiché il modo in cui l’uomo del tempo moderno pensa il mistero del Cristo è tale che irradia su tutto il suo restante pensiero e sentimento. Ed è proprio così — parleremo di questa circostanza forse nel prossimo futuro — che il modo in cui l’uomo da quando il Mistero del Golgota si è verificato si rapporta al mistero del Cristo è una misura del valore per il suo intero mondo di concetti e sensazioni. Se non può comprendere il mistero del Cristo come qualcosa di realmente reale — allora non può nemmeno sviluppare rispetto al resto della concezione mondiale rappresentazioni e concetti che sono imbevuti di realtà — che veramente penetrano nella realtà.

Questo è quello che vogliamo portare di fronte all’anima oggi una volta più chiaramente. Se l’uomo pensa veramente come l’ho presentato e come più o meno inconsciamente la maggior parte degli uomini contemporanei pensa — allora il mondo si frantuma da una parte nell’ordine meccanico della natura — dall’altra parte nell’ordine morale mondiale. Ora viene da anime timide — che spesso si considerano tuttavia molto coraggiose — che il mistero del Cristo sia portato nell’ordine puramente morale mondiale — e viene da tutti coloro che nel mistero del Cristo vedono nulla di più che un grande, diciamo pure il massimo insegnante della Terra che è apparso in un certo momento — e che dipende innanzitutto dalla sua insegnamento. Ma se si considera il Cristo solo come il, pure se il massimo insegnante dell’umanità — allora questa visione è in certo senso completamente conciliabile con questa scissione del mondo in ordine naturale e ordine morale. Poiché naturalmente — anche se la Terra si fosse formata come presenta l’ordine meccanico della natura — e andasse così in rovina — che una volta sarebbe una tomba universale — un grande insegnante potrebbe comunque un tempo apparire — che potrebbe veramente compiere molto — per migliorare e istruire gli uomini. La sua insegnamento potrebbe essere elevato — ma non cambierebbe il fatto che una volta, dopo la fine di tutte le cose, il tutto sarebbe una tomba — e anche l’insegnamento di Cristo sarebbe spazzato via — non sarebbe nemmeno come ricordo presente in qualche entità. Che non vogliamo pensare questo — non rende la cosa diversa. Se ci si proclama solo l’ordine mondiale puramente meccanico, allora si dovrebbe pensarlo così.

Ora tutto dipende dal riconoscimento che col Mistero del Golgota si è compiuto qualcosa che non appartiene solo all’ordine morale mondiale — ma all’intero ordine mondiale — non appartiene solo alla realtà morale, che in realtà non può esistere nel senso dell’ordine meccanico mondiale — ma all’intera realtà sostanziale.

Vedete, arriveremo più facilmente a comprendere di cosa si tratta se consideriamo un poco i tre incontri che ho menzionato l’ultima volta — ma in altro senso che non come li ho sviluppati poco tempo fa. Ogni volta, ho detto, che l’uomo dorme — nello stato fra l’addormentarsi e il risveglio — incontra esseri del mondo spirituale — esseri del mondo spirituale che sono sostanzialmente della stessa natura del nostro Sé spirituale, come siamo abituati a chiamarlo. Cioè: L’uomo viene dal sonno — quando si sveglia — così che ha incontrato esseri spirituali e porta l’effetto continuativo dell’incontro — anche se gli rimane inconscio — nella vita fisica esterna. Vedete, quello che avviene in quei momenti dell’anima, mentre abbiamo questi incontri quotidiani ordinari — si riferisce in certo modo completamente al futuro umano. L’uomo che non si occupa di scienza dello spirito sa oggi ben poco su ciò che effettivamente accade nelle profondità dell’anima quando l’uomo dorme. I sogni che potrebbero rivelare al solito corso della vita qualcosa di questi processi nel sonno — rivelano qualcosa — ma lo rivelano cosicché la verità non può facilmente venire in luce. Quando l’uomo nel sogno o si sveglia dai sogni o ricorda sogni — questi sogni sono ancora per lo più connessi con rappresentazioni che ha già acquisito nella vita — con reminiscenze. Ma questo è solo il vestito di quello che vive effettivamente nel sogno — rispettivamente nello stato di sonno. Se vestiamo il sogno in tali rappresentazioni che provengono dalla nostra vita — queste rappresentazioni sono solo il vestito — poiché nel sogno ciò che accade effettivamente durante il sonno nell’anima si presenta vestito. E quello che accade durante il sonno nell’anima non si riferisce né al passato né nemmeno al presente — ma al futuro. Nel sonno le forze si sviluppano che si possono paragonare per l’essenza umana alle forze germinali che si sviluppano nella pianta per una pianta successiva. Come la pianta cresce così — si sviluppano nella pianta le forze germinali per la prossima pianta. Queste forze germinali culminano nella formazione del seme — là diventano visibili. Ma mentre la pianta cresce — si sviluppano già le forze germinali per la prossima pianta. Così le forze germinali — sia per la prossima incarnazione — sia però anche per il periodo di Giove — sono nell’uomo — e l’uomo le forma preferibilmente nello stato di sonno. Ciò che sviluppa là di forze non si riferisce subito a singoli eventi — si riferisce più alle forze fondamentali della prossima incarnazione per esempio — ma comunque proprio a queste forze della prossima incarnazione. Così nel sonno l’uomo lavora ai suoi germi per la prossima incarnazione — interiormente al futuro. Così l’uomo quando dorme è già nel futuro.

Riguardo questa cosa non voglio lasciare una confusione troppo grande nelle vostre anime — quindi dico innanzitutto: È con la prossima incarnazione per questo stato di sonno come è con la conoscenza del prossimo giorno. Sappiamo dal prossimo giorno — semplicemente dall’esperienza — che il sole sorgerà di nuovo — anche approssimativamente come procederà — anche se non sapremo quale tempo farà — o come singoli eventi entreranno nella nostra vita. Così l’anima nel sonno è un profeta — ma come un profeta che vede solo il grande, il cosmico — e non il tempo. Chiunque avesse la rappresentazione che i dettagli della prossima incarnazione si rappresentino all’anima nel sonno commetterebbe quindi l’errore di chi crederebbe che — poiché sa con certezza che domenica prossima il sole sorgerà e tramonterà — e sa certe cose generali — sarebbe anche capace di sapere come sarà il tempo. Ma tutto questo non cambia il fatto che nel sonno abbiamo a che fare con il nostro futuro. Così che alle nostre forze di formazione futura quelle forze operano — che sono sostanzialmente della stessa natura del nostro Sé spirituale — ci incontrano nel mezzo dello stato di sonno.

Un incontro diverso — se lascio da parte il secondo incontro — è allora il terzo incontro che ho detto l’ultima volta che si verifica una volta nel corso completo della vita umana — nella metà della vita. Quando l’uomo è nei trentanni — allora incontra — ho detto — quello che si può chiamare il principio del Padre — mentre incontra ogni notte il principio dello Spirito. Questo incontro col principio del Padre ha una grandissima importanza dal motivo che — e sapete, poiché l’ho spiegato — deve aversi luogo anche per colui che muore prima dei trentanni — solo quando si vive gli trentanni si verifica nel corso della vita — altrimenti si verifica con una morte precoce appunto prima — dal motivo che attraverso questo incontro l’uomo si pone nella condizione di impregnare profondamente gli eventi della vita presente in sé stesso — così che possono irradiarsi nella prossima incarnazione. Così quello che è incontro col principio del Padre — ha a che fare proprio a sua volta con la vita terrestre della prossima incarnazione — mentre il nostro incontro col principio dello Spirito irradia per tutto il futuro — su tutta la vita futura — anche su quella vita che si svolge fra morte e nuova nascita.

Le leggi in cui è intessuto questo incontro che abbiamo una volta nella vita — non sono leggi terrene — ma leggi che all’interno dello sviluppo terrestre sono rimaste come erano nello sviluppo lunare. E queste leggi sono legate dal lato fisico alla nostra ascendenza fisica — in generale a tutto quello che l’eredità fisica significa. Questa eredità fisica è solo un lato della questione — vi giacciono sotto leggi spirituali — come ho già sufficientemente indicato. Così tutto quello che si svolge cosicché richieda l’incontro col principio del Padre — rimanda indietro nel passato. È eredità del passato — rimanda allo sviluppo lunare — alle incarnazioni precedenti — così come rimanda al futuro quello che si svolge nel sonno. Come ciò che si svolge nel sonno sviluppa il germe per il futuro — così è ciò che si svolge — in quanto gli uomini come discendenti dei loro antenati nascono — e portano anche da incarnazioni precedenti quello che deve essere portato da queste incarnazioni precedenti — qualcosa che rimane dal passato. Entrambi ora — quello che si riferisce al futuro — e quello che si riferisce al passato — sfugge dall’ordine naturale. Il contadino si addormenta ancora al tramonto del sole e si alza al sorgere del sole. Ma man mano che l’uomo progredisce nella cosiddetta cultura — si libera dall’ordine naturale. E nelle città si incontrano già persone — anche se non è frequente — che al mattino si addormentano e la sera si svegliano. L’uomo si libera da questo puro ordine naturale — questo riposa già nella possibilità del suo sviluppo della libertà. Quindi l’uomo è — poiché prepara un futuro che non esiste ancora — strappato dall’ordine naturale. Anche portando il passato — specialmente il passato lunare — nel presente — è strappato dall’ordine naturale. Poiché nessuno può specificare dall’ordine naturale generale una necessità alcuna per il fatto che Hans Müller sia nato, diciamo nel 1914 — là non prevale una tale necessità come al sorgere del sole o in altri processi naturali — là regna l’ordine naturale della Luna. Là era tutto come l’ordine della nostra nascita sulla Terra — durante il tempo della Luna era tutto così.

Ma proprio nel suo rapporto con quello che ha significato immediato per il suo presente — che si riferisce immediatamente alla sua terrestre esistence — l’uomo è posto nell’ordine naturale. Mentre rispetto al principio del Padre e rispetto al principio dello Spirito porta passato e futuro in sé — è rispetto a quell’incontro di cui ho detto che avviene nel corso annuale e che è ancora collegato anche all’incontro col Cristo — legato all’ordine naturale. Se non fosse legato all’ordine naturale — la conseguenza sarebbe che uno celebrasse il Natale in dicembre — un altro il Natale in marzo e così via. Ma nonostante i popoli si distinguano diversamente — in certa misura — per come celebrano il Natale — c’è comunque qualcosa di una festività che ha sempre una qualche relazione con questo incontro — con ciò che intendevo — cade pur sempre negli ultimi giorni di dicembre. Riguardo questo incontro che è inserito nel corso annuale — l’uomo sta — per il fatto che questo è il suo presente — in immediata connessione col corso naturale — là si inserisce nel corso naturale — mentre rispetto al passato e al futuro è uscito dal corso naturale — da millenni è ormai uscito.

Nei tempi antichi l’uomo certamente si inseriva anche rispetto al passato e al futuro nel corso naturale. Così era — secondo il corso naturale — nei tempi antichi — per esempio nelle terre germaniche — la nascita regolata. Poiché la nascita poteva aver luogo — perché era regolata dai Misteri — solo a un determinato periodo dell’anno. Era così inserita nel periodo dell’anno. E erano regolati l’impregnazione e il parto nei tempi antichi — in tempi molto remoti pre-cristiani — nelle terre germaniche — attraverso quello che si è conservato solo in deboli echi come mito — attraverso il servizio di Hertha. Il servizio di Hertha conteneva nulla di meno nei tempi antichi — che proprio nel momento in cui Hertha col suo carro si avvicinava agli uomini — c’erano i giorni dell’impregnazione — e quando di nuovo si ritirava — allora non potevano più esserci. Questo effettivamente faceva sì — che allora era considerato disonorevole — perché cadeva fuori dal corso naturale rispetto al suo essere umano — colui che non era nato entro un certo periodo dell’anno. Questo era adattato nel corso naturale tanto quanto adattato a questo corso naturale era il dormire e il svegliarsi. Si addormentava quando il sole tramontava e ci si svegliava al far dell’alba. Ma queste cose si sono spostate. Non può spostarsi però il mezzo — l’adattamento al corso annuale. Attraverso questo adattamento al corso annuale — deve cioè e deve restare qualcosa nel sentimento umano.

Qual è il significato intero dello sviluppo terrestre umano? È il significato intero dello sviluppo terrestre umano — che l’uomo si adatti alla Terra — che assimili le condizioni dello sviluppo terrestre — che porti nel futuro del suo sviluppo — quello che la Terra gli può dare — intendo ora non in una sola incarnazione — ma attraverso tutte le incarnazioni — per lo sviluppo posteriore gli può dare. Questo è il significato dello sviluppo terrestre. Questo significato dello sviluppo terrestre può essere realizzato solo dal fatto che l’uomo imparò — sulla Terra — a poco a poco a dimenticare la sua connessione con le potenze cosmiche — con le potenze celesti. L’uomo imparò a dimenticare la sua connessione con le potenze celesti. Sappiamo che nei tempi antichi gli uomini avevano una visione atavistica — ma proprio entro questa visione atavistica le potenze celesti operavano negli uomini. Allora l’uomo aveva ancora la sua connessione con le potenze celesti — lì il regno celeste si allungava nel sentimento umano. Ciò doveva diventare diverso — per poter sviluppare la libertà. L’uomo doveva nella sua visione — nella sua percezione immediata — non avere nulla dal regno celeste — così che diventasse affine alla Terra. Per questo motivo però — la possibilità è stata data solo — che l’uomo nel tempo più estremo della affinità terrestre — diventasse materialista — nel quinto periodo — in cui stiamo noi stessi. Il materialismo è solo l’espressione più radicale e estrema dell’affinità dell’uomo con la Terra. Ma questo comporterebbe che l’uomo effettivamente cadesse vittima della Terra — se non accadesse nulla di diverso. L’uomo dovrebbe diventare affine alla Terra — poco a poco condividere completamente il destino della Terra. Dovrebbe i cammini di quella che la Terra stessa intraprende — dovrebbe completamente adattarsi allo sviluppo terrestre — se non accadesse nulla di diverso. Dovrebbe — con la Terra — strapparsi dall’intero cosmo e unire completamente il suo destino al destino della Terra.

Ma questo non era il significato per l’umanità — era inteso diversamente per l’umanità. L’uomo dovrebbe da una parte correttamente unirsi alla Terra — ma dovrebbe un messaggio dal mondo celeste — dal mondo spirituale — venire in basso — che lo — nonostante per natura diventi affine alla Terra — di nuovo lo trasporti oltre questa affinità terrestre. E questo portare in basso il messaggio celeste — accadde attraverso il Mistero del Golgota. Perciò doveva da una parte — il principio che attraverso il Mistero del Golgota andò — assumere umanità — ma dall’altra parte — portare in sé divinità. Cioè: Non dobbiamo concepire Cristo Gesù solo in modo che all’interno dello sviluppo dell’umanità non si sviluppi anche come uno — e fosse pure il massimo — bensì che si sviluppa come uno — che accoglie la divinità — che non solo diffonde un insegnamento — ma che porta nella Terra quello che viene dal cielo. Perciò è importante comprendere quale sia effettivamente il battesimo di Giovanni nel Giordano: non è solo un’azione morale — non dico «non» un’azione morale — bensì «non solo» un’azione morale — bensì un’azione reale — accade qualcosa — che è reale come i fenomeni naturali reali sono — come quando riscaldo qualcosa con una fonte di calore e il calore passa nel riscaldato — la natura del Cristo passa nell’uomo Gesù di Nazareth al battesimo di Giovanni. Questo è certamente nel massimo grado morale — ma è anche nel corso della natura un reale — come i fenomeni naturali sono reali. E dipende dal fatto che questo sia compreso — non si ha solo a che fare con qualcosa che proviene da concetti umani razionalistici — che sempre solo corrispondono al corso meccanico — al corso naturale fisico o chimico — bensì con qualcosa che come idea contemporaneamente è così radicato nella reale realtà — come le leggi naturali nella reale realtà — o effettivamente le forze naturali nella reale realtà — sono radicate.

Da lì — se si afferra questo — diverranno allora molti altri concetti molto più reali di quanto non lo siano nel presente. Vedete — l’antico alchimista — non vogliamo ora discutere di alchimia — ma vogliamo guardare a quello che l’alchimista aveva in vista. Se questo è giustificato o ingiustificato — non vogliamo discutere — potrebbe forse essere oggetto di considerazione in un’altra occasione. Aveva in vista che attraverso le sue rappresentazioni non solo qualcosa è rappresentato — ma accade qualcosa. Diciamo: Bruciava incenso. E se aveva allora la rappresentazione o la pronunciava — cercava — di portare in questa rappresentazione una tale forza che la sostanza bruciata assumesse veramente forme. Cercava concetti che hanno il potere di interviene nella realtà esterna naturale — di non restare solo all’interno dell’egoistico dell’uomo — ma intervenire nella realtà naturale. Perché? Perché aveva ancora del Mistero del Golgota la rappresentazione — che là accadde qualcosa — che interviene nel corso naturale della Terra — che è altrettanto un fatto — come un processo naturale è un fatto della natura.

Vedete — su questo riposa una differenza significativa — che avvenne nella seconda metà del Medioevo e verso il tempo moderno — verso il nostro quinto periodo mondiale che segue il greco-latino. Nel tempo delle Crociate — il tempo del 12°, 13°, 14°, 15°, sì del 16° secolo — c’erano in particolare nature femminili — che portavano il loro sentimento in una tale mistica — che vivevano questa esperienza interiore che la mistica portava — come un'unione nuziale col Divino — fosse col Cristo — o altro. Nozze mistiche celebravano numerose monache ascetiche e così via. Non voglio oggi soffermarmi sulla natura di queste unioni mistiche interne — ma era effettivamente qualcosa che accadeva all’interno del sentimento — che poteva poi solo essere espressa con parole — che accadeva all’interno delle rappresentazioni — dei sentimenti e ancora della parola in cui i sentimenti potevano essere abbigliati. A questo oppose Valentin Andreae dalla vari rappresentazioni e connessioni di conoscenza spirituale — le «Nozze chimiche del Christiano Rosacroce». Queste nozze chimiche — diremmo oggi nozze chimiche — è anche un’esperienza umana. Ma se le leggete attraverso — queste Nozze chimiche del Christiano Rosacroce — vedrete che non si tratta solo di un’esperienza sentimentale — bensì di qualcosa che afferra l’uomo intero — non si esprime solo in parole — non è solo inscritto come un’esperienza sentimentale nel mondo — ma come un processo reale — un processo naturale — dove l’uomo fa qualcosa di sé — che diventa un processo naturale. Quindi qualcosa che è permeato di più realtà — intende Valentin Andreae con le sue «Nozze chimiche del Christiano Rosacroce» — che una semplice unione mistica diciamo di Mechthild di Magdeburgo, che era una mistica. Attraverso le nozze mistiche delle monache si faceva qualcosa solo per la soggettività dell’uomo — attraverso le nozze chimiche l’uomo si consegnava al mondo — attraverso di lui doveva essere compiuto qualcosa per il mondo intero — così come attraverso i processi naturali qualcosa è compiuto per il mondo intero. Questo è di nuovo nel senso eminentemente cristiano. Concetti — vollero gli uomini che pensavano più realisticamente — sia nel senso unilaterale del vecchio alchimisti — concetti — vollero che potessero veramente padroneggiare la realtà nel modo giusto — che potessero penetrare nella realtà nel modo giusto — concetti che hanno veramente a che fare con la realtà. Il tempo materialista inizialmente ha gettato un velo su tali concetti. E gli uomini — mentre oggi credono di pensare proprio correttamente sulla realtà — vivono molto di più nelle illusioni che gli uomini da loro disprezzati — per esempio del tempo alchimistico — che concetti cercavano attraverso cui la realtà potesse essere padronegiata.

Che cosa possono fare gli uomini oggi con i loro concetti? Questo lo viviamo proprio in questa era — ciò che gli uomini possono raggiungere con i loro concetti: Illusioni — gusci concettuali vuoti. Questo è quello a cui gli uomini oggi inseguono come idoli: gusci concettuali vuoti — che non hanno nulla a che fare con la realtà. Poiché la realtà si consegue solo immergendosi nella realtà — ma non attraverso il formare concetti a piacere. Eppure — alle cose ordinarie del giorno — si può riconoscere la differenza fra concetti saturi di realtà e concetti irreali. Solo che la maggior parte degli uomini oggi non lo riconosce. Sono così infinitamente soddisfatti da mere ombre concettuali che non hanno realtà. Immaginate che qualcuno oggi si alzi e tenga un discorso dove dice — supponiamo — dicesse qualcuno: Deve venire un nuovo tempo — l'annuncia già — un tempo completamente nuovo — in cui l’uomo deve essere misurato solo secondo il suo valore — dove ogni uomo secondo ciò che può prestare è stimato! — Ebbene — chi oggi non direbbe: Questo è qualcosa che proviene dalla comprensione più profonda del nostro tempo! Ma finché i concetti rimangono gusci — potrebbe essere belle quanto vuole — non è permeato di realtà. Poiché non dipende dal fatto che insegua il principio che ogni uomo secondo le sue capacità deve essere piazzato al posto giusto — se poi è convinto che proprio suo nipote è il più capace. Non dipende da quali concetti o rappresentazioni si hanno — ma dal fatto che si riesce a penetrare nella realtà con i propri concetti — a riconoscere la realtà! Avere principi — avere ideali — ciò fa molto bene — è una grande voluttà — e esprimerli è spesso ancora una più grande voluttà. Ma quello che è necessario è: immergere veramente la realtà — riconoscere la realtà — e penetrare il reale. Scendiamo sempre più profondamente in ciò che il nostro tempo infinitamente triste ha causato — se continuiamo questo culto degli idoli verso i gusci concettuali e le ombre concettuali — se non accogliamo la visione — che avere bei concetti e belle rappresentazioni — pronunziare bei concetti e belle rappresentazioni — non vale nemmeno una polvere di polvere da sparo — se non è unito con la volontà di immergere nella realtà — di riconoscere la realtà. E se ci si immerge nella realtà — allora si troverà in questa realtà non solo il materiale — ma allora si troverà appunto anche lo spirito. Questo è tutto — che ci distrae dallo spirito — che gli uomini oggi praticano il culto degli idoli con ombre concettuali — con gusci concettuali. Ma è anche la grande sfortuna del nostro tempo — che gli uomini si ubriacano di belle parole. Ed è contemporaneamente l’anti-cristiano — poiché il principio fondamentale del cristianesimo è — che il Cristo non ha solo versato insegnamenti nella persona di Gesù di Nazareth — bensì si è lui stesso trasferito — cioè si è unito con la realtà terrestre così — si è trasferito in questa realtà terrestre — e così è diventato il messaggio vivente dal cosmo.

Quel libro che — se viene letto rettamente — è il mezzo educativo più meraviglioso per la realtà — è il Nuovo Testamento. Solo gradualmente questo Nuovo Testamento deve essere trasferito nella nostra lingua. Le traduzioni odierne non sono più così da dare il significato originale completamente — ma quando il vecchio significato viene trasferito nel linguaggio immediato del giorno — allora il Vangelo è il migliore mezzo per portare gli uomini al pensiero permeato di realtà — poiché questo Vangelo in ogni riga non ha forme di pensiero che conducono a ombre concettuali e gusci concettuali. Bisogna solo afferrare le cose nella loro realtà più profonda oggi. Potrebbe sembrare quasi banale parlare dell’ubriachezza da concetti — ma questo ubriachezza da concetti è così enormemente diffuso oggi che — che dipende meno dalle rappresentazioni — dalle idee — e per quanto suonino bene — ma dal fatto che chi pronuncia le rappresentazioni e le idee stia nella realtà. Questo è così infinitamente difficile da capire oggi. Giudica praticamente tutto — che entra nella sfera pubblica — oggi solo secondo il contenuto — vale a dire secondo il contenuto concettuale. Altrimenti non si terrebbero — i documenti più vuoti di idee — voglio dire per esempio la cosiddetta nota di pace del professor Wilson, voglio dire del Presidente Wilson — un guscio — una semplice raccolta di ombre concettuali — non si terrebbero per qualcosa che abbia forza di sostentamento per la realtà. Chi ha sensibilità per l’ombreggiatura di concetti — potrebbe sapere da questa raccolta di mere ombre concettuali — che al massimo potrebbe agire come assurdità — che allora potrebbe essere una certa realtà. Poiché quello che è necessario è oggi appunto: ottenere concetti permeati di realtà — cercarli. Ma questo presuppone che gli uomini possano diventare profondamente — profondamente affini con la realtà — che siano abbastanza disinteressati per unirsi a quello che vive e si muove nella realtà. Poiché si possono vedere molte cose nel presente — che detrae proprio da questa ricerca della realtà — che completamente se ne allontana — e non si nota queste cose.

Molte cose sfortunate — per chi le conosce — hanno luogo. Per esempio — è possibile nel presente che gli uomini vengono afferrati — puramente dall’assemblea di parole — da un numero di discorsi che sono stati anche stampati — da un numero di discorsi — che per colui che non segue le parole bensì le realtà — sono direttamente orribili. Lì sono stati tenuti discorsi da una personalità molto stimata del presente — che già in uno dei primi discorsi sostiene il punto di vista: Sì — riguardo a un lato dell’uomo — l’uomo appartiene del tutto all’ordine naturale — e i teologi non agiscono bene se non lasciano l’ordine naturale ai puri ricercatori della natura. — Quindi il relatore prosegue: Rispetto all’ordine naturale l’uomo è puramente un meccanismo — ma da questo meccanismo dipendono anche le funzioni dell’anima. — E quello che nomina come funzioni dell’anima è approssimativamente tutto quello che l’anima ha come funzioni. Anche questo dovrebbe essere affidato ai ricercatori naturali. E per la teologia rimane allora niente di più che il conforto: È tutto ceduto alla scienza naturale — ma dovremmo parlare ancora! Allora naturalmente si può parlare solo in gusci di parole. Nel contempo i discorsi sono formulati così da avere discontinuità — tornerò su questo intera questione nei prossimi discorsi e approfondirò — che il prossimo pensiero — se viene veramente penetrato — con il precedente pensiero — a cui viene collegato — non può nemmeno essere pensato insieme. Ma il tutto suona magnificamente. E nella prefazione di questi discorsi sulla cosiddetta «formazione della vita» — sta che questi discorsi sono stati tenuti poco tempo fa davanti a migliaia di persone — e che comunque ancora molte migliaia avranno il bisogno di cercare consolazione dell’anima in questi discorsi in tempo grave. Questi discorsi sono del celebre teologo Hunzinger e sono apparsi nella raccolta Quelle- und Meyer — credo si chiami «Scienza e educazione» — e sono appunto qualcosa che appartiene al più pericoloso nel presente — perché con un contenuto bellamente suonante — con un contenuto deliziosamente suonante — confonde direttamente la vita di pensiero degli uomini — perché i pensieri non hanno connessione — e perché il tutto — non appena viene spogliato dalle parole ubriache — non è nulla di diverso da un non-senso. Eppure — gli elogi su queste cose riempiono i circoli enormemente ampi — non mi farò beffe — vi mostrerò in uno dei prossimi discorsi in dettaglio quali confusioni di pensiero vi sono dentro — e nessuno si mette a indagare — la forma di pensiero — ma ognuno rimane fermo alle ombre di parola.

Sì — quello che è una realtà esterna — è completamente connesso con quello che l’uomo sviluppa interiormente. Se sviluppa concetti allontanati dalla realtà — allora la realtà deve entrare in confusione — e allora nascono condizioni come quelle attuali. Dalla cosa quale realtà esterna si presenta davanti a uno — non si può giudicare la questione — ma si deve giudicare dalla cosa — quello che spesso non è solo anni ma decenni — forse ancora più a lungo — prima — si sviluppa nei sentimenti umani. Là riposa — quello che è la causa. Là dentro bisogna guardare. Ma tutto dipende dal fatto che il Cristo non sia accettato solo secondo il suo contenuto di insegnamento — ma che il Mistero del Golgota nella sua realtà — nella sua realtà sia colto — che sia colto — che effettivamente qualcosa di ultra-terrestre si è unito al terrestre attraverso la persona di Gesù di Nazareth. Poiché poi si arriverà al fatto che il morale non è solo quello che se la Terra o persino l’edificio celeste diventasse una tomba — se dissolve e svanisce — bensì che la presente Terra e il presente edificio celeste possono diventare una tomba — come la pianta presente diviene polvere. Ma come nella pianta presente il germe della prossima vi è contenuto — così nella presente realtà mondiale il germe della prossima è contenuto. E gli uomini sono connessi con questo germe. Solo che questo germe ha bisogno della connessione col Cristo — affinché non — come il germe della pianta — se non viene fecondato — con la polvere della pianta si decomonga — così con la tomba della Terra si decomonga. Che l’ordine morale mondiale presente è il germe della futura ordine naturale — questo è il pensiero più reale che possa esistere. Il morale non è solo qualcosa di pensato — il morale è ora — se è permeato di realtà — come germe presente per successive realtà esterne.

A questo pensiero non arriva alcuna concezione del mondo da cui Herman Grimm ha detto che un pezzo di osso marcescente intorno a cui un cane affamato si aggira — è uno spettacolo più appetibile che l’ordine mondiale Kant-Laplace. A questo pensiero — che il morale ha in sé la forza di diventare un naturale — che è il germe del naturale — del naturale del futuro — la pura ordine mondiale meccanica non arriva mai. E perché mai? Bene — deve vivere nell’inganno. Poiché immaginate — il Mistero del Golgota non fosse avvenuto — allora sarebbe così come la teoria Kant-Laplace se l'immagina. Dovete solo pensare via dalla Terra il Mistero del Golgota — allora questa teoria sarebbe corretta. Poiché la Terra doveva una volta arrivare a uno stato che — se si lasciava a se stesso — continuerebbe — terrebbe il Menschlichte alla desolazione della tomba. Questo doveva accadere — affinché l’uomo attraverso l’affinità terrestre acquisisse la libertà. Non trova questa tomba — perché la Terra — nel momento in cui la crisi era — fu fecondata attraverso il Cristo — perché il Cristo discese — e perché il Cristo è la forza rovesciata rispetto a quella che conduce alla fine della tomba — vale a dire — quello che è forza di germe — per innalzare l’uomo nel mondo spirituale — cioè — se la Terra diventa tomba — se segue il suo destino secondo la teoria Kant-Laplace — quello che non far andata insieme a rovina — quello che come germe vi giace — bensì portarlo nel futuro. Così che l’ordine mondiale morale-cristiano pensa quello che Goethe chiama «la natura superiore nella natura» — e si può dire: Chi il Mistero del Golgota nel modo giusto come una realtà — può pensare — può anche pensare realmente — può anche farsi concetti permeati di realtà.

Ma questo è necessario — e questo è anche quello che gli uomini prima di tutto devono imparare. Poiché gli uomini hanno in questo quinto periodo post-atlantideo voler formarsi — concetti che li ubriachano — o concetti che li rendono ciechi. Concetti che ubriachano — sono stati spesso creati su campi religiosi — concetti che rendono ciechi — sono stati spesso creati su campo scientifico naturale. Deve ubriacare un concetto che — lasciando valere d’altro canto il puro ordine naturale — pensa solo a qualcosa di morale — come Kant — che mette uno accanto all’altro questi due mondi — l’uno al sapere — l’altro alla fede consegnato. Tali concetti che allora si formano in ambito morale — possono ubriacare — e attraverso l’ubriachezza non si nota allora — che sei inevitabilmente caduto alla quiete della tomba — con cui è svanito tutto quello che è ordine morale mondiale. O i concetti possono rendere ciechi — come sono i concetti scientifici naturali — i concetti nazional-economici — e — scusate — è difficile da ingoiare — i concetti politici del presente. Rendono ciechi questi concetti — quando non sono formati in modo che stiano in connessione col mondo concepito spiritualmente — ma sono solo formati dalle fronde della realtà esterna cosiddetta — vale a dire dalla realtà sensibile-fattuale. Così che uno vede solo finché il suo naso arriva — cioè cieco — giudica solo da quello che tra nascita e morte può vedere con i suoi occhi — e comprendere con concetti appresi — senza formarsi concetti — che sono permeati di realtà — perché impregnati di spirituale — dalla comprensione della realtà spirituale.

Bisogna sempre di nuovo e ripetutamente indicare — quello che il nostro tempo così particolarmente ha bisogno — veramente ne ha bisogno. Poiché persino la storia nel nostro tempo spesso agisce solo come un’ombra concettuale. Quanto viene declamato oggi — voglio dire — da quello che Fichte ha parlato al popolo tedesco! Fichte si comprende solo — quando si guarda l’intera vita di Fichte — questa vita così profondamente radicata nella realtà di Fichte. Per questo ho cercato — nel mio libro «L’enigma dell’uomo» — di rappresentare la personalità Fichte — come è diventata — come era già collegata sin dall’infanzia alla realtà. E si vorrebbe molto — che proprio tali parole come questi — del permeamento delle rappresentazioni e delle idee con realtà — che proprio questi non vengono ascoltati solo superficialmente oggi — ma veramente presi profondamente — veramente presi profondamente dall’interno. Solo allora ci si acquisterà un libero — aperto occhio — intendo occhio dell’anima — per quello che al nostro tempo è così fortemente necessario. E a ogni uomo è necessario tale occhio dell’anima libero — aperto. Colui che non se l’è particolarmente posto come compito — proprio su questi fatti che qui sono toccati — di riflettere — presta troppo poca attenzione — a come nel nostro tempo si amministra con ombre concettuali — con gusci di parole — e come tutto è arrangiate — per portare l’uomo — o nei concetti ubriachezza — o nei concetti cecità.

Prendete qualcosa come l’ho detto oggi — non nel senso di un agitatorio — bensì nel senso di qualcosa — che intende enunciare — quel che è. L’uomo deve certamente vivere con la sua epoca — e deve vivere con la sua epoca — e non deve — quando qualcosa viene caratterizzato — intendere questo — come se con questo si volesse respingere tutto e tutto. Ma il contrappeso deve essere creato. Oggi è naturale che il mondo stia di fronte a impulsi che conducono completamente nel materialismo. Questo non può essere fermato — questo condurre nel materialismo è connesso, infatti, con il profondo bisogno del nostro tempo. Ma un contrappeso deve essere creato. Voglio dire — tutte le forze sono intese a — portare l’uomo saldamente nel materialismo. Questo non può essere fermato — appartiene all’essenza del quinto periodo post-atlantideo. Ma il contrappeso deve essere creato. Un mezzo particolarmente eminente — per cacciare l’uomo nel materialismo — è — da questo punto di vista — appena notato — il cinematografo. Non c’è mezzo educativo migliore al materialismo del cinematografo. Poiché — quello che si guarda nel cinematografo — non è realtà — come la vede l’uomo. Solo un’epoca — che ha così poco concetto della realtà come quello — che la realtà adora come idolo nel senso del materialismo — può credere che il cinematografo offra una realtà. Un altro tempo rifletterebbe — se l’uomo sulla strada cammina così come nel cinematografo — e allora se chiederebbe: Cosa hai visto? — se veramente l’avevi così davanti come il cinematografo te lo mostra. Chiedetevi onestamente una volta — ma onestamente a fondo: È ciò che hai visto sulla strada — più vicino all’immagine che non si muove — che un pittore ti fa — o all’immagine orribile scintillante del cinematografo? Se vi chiedete onestamente — vi direte: Quello che il pittore dà in quiete — assomiglia molto di più — a quello che voi stessi vedete sulla strada. Perciò anche — mentre l’uomo seduto davanti al cinematografo — quello che il cinematografo offre — non si annida nella consueta percezione — ma in uno strato materiale più profondo — che altrimenti abbiamo nella percezione. L’uomo diventa eticamente gli occhi spalancati. Prende occhi come una foca — solo molto più grandi — quando si abbandona al cinematografo. Eticamente intendo questo. Lì agisce non solo su quello che l’uomo ha nel suo consapevole — ma sul suo più profondo inconscio — agisce materializzando. Non fraintendetelo come un predicozzo contro il cinematografo. Deve essere detto esplicitamente ancora una volta: È completamente naturale che ci siano cinematografi — l’arte cinematografica sarà ancora sempre più sviluppata. Questo sarà la via nel materialismo. Un contrappeso deve essere creato. Questo può solo consistere nel fatto che l’uomo — con la ricerca della realtà che si sviluppa nel cinematografo — connette qualcosa. Mentre sviluppa lì con la ricerca uno sprofondamento sotto la percezione sensibile — così deve sviluppare un innalzamento sopra la percezione sensibile — cioè nella realtà spirituale. Allora il cinematografo non gli farà nulla — allora può guardare le immagini cinematografiche come vuole. Ma proprio attraverso tali cose l’uomo è spinto — in quanto non si crea un contrappeso — non come è necessario — affine alla Terra — diventa sempre affine alla Terra — sempre più affine alla Terra — e infine completamente reciso — dal mondo spirituale.

5°L'essenza del sonno. L'enigma della stanchezza

Berlino, 6 Marzo 1917

Ho parlato alle tre Begegnungen cui l’anima umana è sottoposta nel corso della sua vita tra nascita e morte, e che già in questa vita tra nascita e morte la mettono in relazione con i mondi spirituali. Su questo argomento, che abbiamo toccato episodicamente la volta scorsa preparandoci esteriormente, torneremo oggi ancora una volta, lo esamineremo in generale più attentamente.

Abbiamo notato che l’uomo, in quel periodo in cui è sottoposto ai mutevoli stati di sonno e veglia, ha un incontro, in genere nel mezzo del suo sonno. Dico “in genere” perché questo deve essere lo stato di sonno che rappresenta il normale stato notturno. Dunque l’uomo ha, in genere, tra il sonno e il risveglio il suo incontro con quel mondo a cui il nostro Sé spirituale è affine, con quel mondo in cui collochiamo le entità di quella classe di gerarchie che designiamo come gli Angeloi. Passiamo dunque ogni volta che attraversiamo il sonno, per quel mondo in cui dimorano questi esseri; per quel mondo che è il più vicino — verso l’alto — al nostro mondo fisico, e rinvigorisci e ristorisci tutto il nostro essere spirituale attraverso questo incontro. Proprio perché è così, proprio perché nel sonno si ha a che fare con una relazione dell’uomo con il mondo spirituale, nessuna spiegazione puramente materialistica dello stato di sonno, come quella tentata dalla scienza esterna, potrà mai essere pienamente soddisfacente. Si possono spiegare molte cose che accadono nell’uomo dai mutamenti che il corpo attraversa dal risveglio all’addormentamento, e da questi mutamenti si può allora voler spiegare il sonno, ma rimarrà sempre qualcosa di insoddisfacente, perché il sonno consiste proprio in questo incontro accennato, cioè in una relazione dell’uomo con il mondo spirituale. Proprio quando esaminiamo lo stato di sonno, possiamo vedere come l’uomo, se non cerca una relazione nella sua coscienza con il mondo spirituale, giunge a concetti semiveri, a quei concetti semiveri che — poiché i concetti e le rappresentazioni si trasformano nella vita — falsificano la vita e in verità finiscono per provocare anche le grandi catastrofi della vita.

Concetti semiveri! Sono, in certo modo, addirittura peggiori dei concetti completamente falsi, perché gli uomini che si formano concetti semiveri, rappresentazioni semivere, insistono su queste rappresentazioni semivere, poiché riescono a provarle; dato che sono mezzo vere, lasciano dimostrare. Non troveranno convincente nemmeno una confutazione, poiché i concetti sono appunto mezzo veri. Tali concetti falsificano veramente la vita ancora più di quelli completamente falsi, di cui d’altronde si vede subito la falsità, si riconosce. Una tale rappresentazione semivera è quella che oggi in parte è stata abbandonata dalla scienza esterna, ma che in gran parte viene ancora rappresentata da questa stessa scienza esterna. È la rappresentazione su cui ho già più volte richiamato l’attenzione: che dormiamo perché siamo stanchi. È, davvero, una rappresentazione semivera, ed è sostenuta anche da un’osservazione semivera a cui gli uomini si affidano: la vita della giornata affatica il corpo, e perciò, poiché siamo affaticati, dobbiamo dormire. Ebbene, ho già richiamato l’attenzione in conferenze precedenti sul fatto che con questa spiegazione del sonno non si potrebbe mai spiegare perché i rentier, che non hanno lavorato affatto, spesso si addormentano immediatamente alle cose più stimolanti che vengono dal mondo esterno, quando sentono questo o quello. Non si potrà certamente dimostrare che sono affaticati; e che debbono assolutamente dormire perché sono così esausti, è soltanto un’osservazione falsa, cioè semivera. Noi uomini osserviamo solo a metà quando crediamo di essere costretti al sonno dall’affaticamento. E si vede in che cosa consiste questa incompletezza soltanto quando si confronta quello che viene osservato da un lato con quello che può essere osservato d’altro canto, dove ci si imbatte nell’altra incompletezza.

Il sonno e la veglia si alternano ritmicamente nella vita del singolo uomo. Solo che l’uomo è un essere basato sulla libertà, e perciò può intervenire anche nel ritmo del sonno e della veglia — qui più attraverso le circostanze che mediante quello che si chiama libertà, ma queste circostanze sono appunto la base della libertà — può intervenire nel corso degli eventi, e spesso interessa molto volentieri il ritmo del sonno e della veglia. Un altro ritmo, che spesso abbiamo associato al sonno e alla veglia, anche se nel senso comune è falsamente associato, è quello che si manifesta nel corso dell’anno: l’alternanza di estate e inverno, se lasciamo da parte le stagioni intermedie. Nessuno penserebbe di dire: Ebbene, durante l’estate la terra si sforza e sviluppa quelle forze che portano al fatto che le piante crescono, forze che conducono a molte altre cose; allora si affatica, e perciò deve subentrare il riposo invernale. — Ognuno respingerebbe tale rappresentazione come assurda e direbbe: Il fatto che l’inverno giunga non ha nulla a che fare con lo sforzo estivo della terra, bensì accade soltanto perché il sole entra in un diverso rapporto spaziale con quella parte di terra dove appunto l’inverno subentra. — Allora si dedurrà tutto da fattori esterni; nel sonno e nella veglia, tutto dall’affaticamento, dall’interno. Ora, una cosa è esattamente altrettanto falsa quanto l’altra, oppure si potrebbe dire, una cosa è altrettanto semivera quanto l’altra. Poiché il ritmo del sonno e della veglia è precisamente un ritmo come quello tra inverno e estate. È altrettanto vero che dormiamo soltanto perché siamo affaticati quanto è vero che l’inverno subentra perché la terra si è estenuata durante l’estate; entrambi si basano, bensì, su un agire autonomo di un ritmo che si produce da determinate circostanze. Il ritmo tra sonno e veglia viene appunto prodotto dal fatto che l’anima umana ha la necessità di procurarsi continuamente l’incontro con il mondo spirituale, che ha continuamente bisogno del suo incontro con il mondo spirituale. E se dicessimo: vogliamo dormire, e perciò sentiamo affaticamento, oppure se dicessimo: entriamo nello stadio dove desideriamo l’una parte del ritmo, lo stato di sonno, e perciò sentiamo affaticamento, allora diremmo qualcosa di più giusto che: perché siamo affaticati, dobbiamo dormire.

La cosa ci diventerà ancora più chiara se semplicemente ci domandiamo: Ebbene, che cosa fa veramente l’anima quando dorme? Per la risposta a una tale domanda la scienza odierna priva di spirito non ha una vera comprensione, né una vera possibilità. Vedete, nella veglia, noi godiamo — poiché il godimento è sempre presente in tutta la vita —, noi godiamo il mondo esterno. Non godiamo soltanto il mondo esterno quando una buona pietanza ci tocca il palato, dove applichiamo la parola «godere» perché la cosa agisce radicalmente, bensì godiamo durante tutto lo stato di veglia il mondo esterno, e tutta la vita è contemporaneamente godimento. Se nel mondo vi è molta scontentezza e questo apparentemente non è godimento, è soltanto un’illusione, di cui parleremo in contesto successivo nelle prossime conferenze. Nella veglia godiamo il mondo esterno, nel sonno godiamo noi stessi. Proprio come noi, quando la nostra anima è nel corpo, godiamo il mondo esterno attraverso il corpo, così godiamo, quando la nostra anima è fuori dal corpo, il nostro stesso corpo; poiché durante la vita tra nascita e morte siamo comunque in relazione con il corpo, anche al di fuori del corpo. In ciò consiste essenzialmente lo stato di sonno, il normale sonno ordinario, che noi ci immergiamo nel nostro corpo, che godiamo il nostro corpo. Dal di fuori godiamo il nostro corpo. E i sogni, i comuni sogni caotici, li interpreterà correttamente colui che si dice: sono il riflesso di quel godimento corporeo che l’uomo ha quando è in sonno senza sogni.

Questa spiegazione del sonno si avvicina già di più al bisogno di sonno di cui ho parlato riguardo al rentier. Poiché non gli crederemo facilmente che sia affaticato; che però ami così tanto il suo corpo da preferire goderlo a quello che spesso gli viene incontro dal mondo esterno, lo crederemo facilmente appunto del rentier. Di regola ama se stesso così infinitamente e gode di se stesso così volentieri, forse gode di se stesso molto più, per non dire di una conferenza, che ascolta per decenza, bensì forse di un brano di musica più difficile, più raffinato, a cui si addormenta subito non appena deve ascoltarlo. Il sonno è auto-godimento. Per il fatto che nel sonno, nel sonno ordinario, abbiamo l’incontro con il mondo spirituale, il sonno non sarà soltanto auto-godimento, ma sarà anche auto-comprensione; in una certa misura auto-comprensione, auto-percezione. Da questo punto di vista, è davvero necessario alla nostra formazione spirituale che gli uomini imparino a comprendere che veramente nel sonno ordinario si immergono nello spirito e nel risveglio emergono nuovamente dallo spirito, che imparino a provare rispetto per questo incontro con lo spirito.

Ebbene, perché non siamo incompleti, desidero tornare ancora una volta all’enigma cosiddetto dell’affaticamento. Poiché qui la coscienza banale può agganciarsi facilissimamente. Dirà: Ebbene, sperimentiamo però che siamo affaticati, e con l’affaticamento subentra il bisogno di sonno. — Qui c’è un punto dove veramente si deve distinguere con precisione. Noi ci affatichiamo veramente nel lavoro della giornata, e mentre dormiamo siamo in grado di eliminare l’affaticamento. Dunque questa parte della cosa è vera: siamo in grado, attraverso il sonno, di eliminare l’affaticamento. Ma il sonno non consiste nel fatto che sia una conseguenza dell’affaticamento, bensì consiste nel fatto che ci godiamo. E in questo auto-godimento l’uomo si procura le forze attraverso cui elimina l’affaticamento insorto. Fin qui la cosa è vera, che il sonno possa eliminare l’affaticamento. Ma da ciò non segue che ogni sonno elimini l’affaticamento; è vero che ogni sonno è un auto-godimento, vero però non è che ogni sonno elimini l’affaticamento. Poiché colui che dorme inutilmente che si addormenta a ogni occasione e dorme inutilmente, può anche davvero compiere un sonno in cui non viene eliminato nessun affaticamento, in cui c’è soltanto auto-godimento.

Attraverso un tale sonno, certamente — poiché si è abituati dalla vita ordinaria a eliminare l’affaticamento attraverso il sonno — attraverso un tale sonno ci si sforzerà continuamente di eliminare anche l’affaticamento. Ma se non c’è, l’affaticamento, come nel caso del rentier quando si addormenta al concerto, allora farà soltanto malefatte sul suo corpo, come si fanno malefatte quando si vuol eliminare l’affaticamento. Ma poiché l’affaticamento non c’è, farà inutili malefatte, e la conseguenza sarà che farà sorgere nel suo corpo ogni sorta di stati successivi. Perciò tali rentiers che dormono sono giusto i più tormentati da ogni sorta di cose, che si riassumono sotto nomi come neurastenia, o come altrimenti si chiamano, queste belle cose.

È dunque possibile — attraverso la connessione con la scienza spirituale — presso l’uomo uno stato in cui egli è cosciente: Tu vivi in un ritmo che ti porta in alternanza a essere nel mondo fisico e nel mondo spirituale. Nel mondo fisico hai il tuo incontro con la natura fisica esterna; nel mondo spirituale hai il tuo incontro con gli esseri che vivono nel mondo spirituale.

Ora comprenderemo completamente la cosa se entriamo un po’ più a fondo nella complessiva natura dell’uomo da un certo punto di vista. Vedete, per la scienza esterna, che si chiama biologia, l’uomo di solito è considerato come un’unità, e lo si divide approssimativamente in testa, parte toracica e parte addominale con le membra annesse. In quei tempi antichi, in cui si aveva ancora una conoscenza atavistica, si univano già più rappresentazioni con questa divisione, con questa articolazione dell’uomo. Il grande Platone, il filosofo greco, assegna alla testa, al capo, la saggezza, alla parte toracica il coraggio nell’uomo, alla parte addominale assegna quello che sono le regioni più basse della natura umana. E quello che è assegnato alla parte toracica può essere elevato se la saggezza si unisce con il coraggio collegato alla parte toracica, formando il coraggio pieno di saggezza, l’attività piena di saggezza. E quello che è da considerarsi come l’articolazione inferiore dell’uomo, ciò che è collegato all’addome — se è illuminato dalla saggezza, Platone lo chiama temperanza. Allora vediamo già come l’anima sia articolata e riferita alle diverse parti del corpo. Oggi, dove abbiamo la scienza dello spirito, che per Platone non era accessibile nello stesso modo, possiamo parlare di queste cose davvero molto più precisamente.

Nel parlare dell’uomo complessivo, parliamo, anzitutto, quando iniziamo dall’alto nella quadriarticolazione dell’uomo, del suo Io. Tutto quello che l’uomo possiede come proprio dal punto di vista dell’anima-spirito agisce nella sua esistenza fisica tra nascita e morte attraverso gli strumenti del corpo fisico. Possiamo chiederci di ogni membro dell’uomo: attraverso quali parti della corporeità fisica agisce il membro in questione? E allora ci si rivela, attraverso una precisa osservazione spirituale, che quello che chiamiamo l’Io dell’uomo è veramente — per quanto suoni grottesco, ma le verità sono di solito diverse da quello che l’immaginazione banale si rappresenta —, è legato fisicamente a quella che chiamiamo la parte inferiore del corpo. Poiché questo Io è, come spesso ho detto, nei confronti della natura umana un bambino. Il corpo fisico ha già ricevuto la sua struttura nell’antico Saturno, il corpo eterico nell’Antico Sole, il corpo astrale nell’Antica Luna, l’Io solo durante l’epoca terrestre. È il più giovane tra i membri dell’essere umano. Raggiungerà soltanto nel futuro Vulcano il livello su cui il corpo fisico si trova ora durante l’epoca terrestre. L’Io è legato alla corporeità più bassa dell’uomo, e questa corporeità più bassa dorme propriamente continuamente. Non è organizzata in modo che quello che avviene in essa sia portato alla coscienza. Quello che accade nella corporeità inferiore dell’uomo è anche nel normale stato di veglia sottoposto al sonno. Il nostro Io non ci si presenta nella sua verità, nella sua reale essenza, non più di quanto i processi della nostra digestione ci si presentino alla coscienza. Quello che si presenta a noi come Io è la rappresentazione riflessa, la rappresentazione specchiata che ci è gettata verso il capo. Non percepiamo mai veramente il nostro Io, né nel sonno, dove siamo completamente inconsci nello stato ordinario, né nella veglia, poiché l’Io dorme anche durante la veglia. L’Io reale non entra nella coscienza, bensì soltanto il concetto, la rappresentazione dell’Io, che ci è riflessa verso l’alto. Al contrario, nel tempo dal sonno al risveglio, questo Io veramente viene a se stesso, soltanto l’uomo nel profondo sonno ordinario non ne saprà nulla, perché è ancora inconsio durante l’epoca terrestre in questo profondo sonno. Questo Io dunque è fondamentalmente legato alla corporeità più bassa dell’uomo, e cioè durante il giorno, durante la veglia diurna, da dentro, durante il sonno, da fuori.

Passiamo ora al secondo membro della natura umana, a quello che designiamo come corpo astrale: allora lo troviamo, con riguardo agli strumenti attraverso cui agisce, da un certo punto di vista legato alla parte toracica dell’uomo. E fondamentalmente possiamo soltanto sognare di quello che accade in questo corpo astrale e agisce attraverso la parte toracica. Dall’Io possiamo, come siamo come uomini terrestri, percepire qualcosa soltanto dormendo, cioè consapevolmente non percepire. Di quello che il corpo astrale agisce in noi, possiamo sognare. Quindi fondamentalmente sogniamo continuamente riguardo ai nostri sentimenti, riguardo a quello che come sensazioni vive in noi. Queste hanno davvero un’esistenza onirica in noi. Così l’Io dell’uomo sta fuori dall’ambito che noi uomini comprendiamo con la nostra ordinaria coscienza sensibile, poiché l’Io dorme continuamente. Anche il corpo astrale sta in una certa relazione fuori da quello che comprendiamo con la nostra coscienza sensibile, poiché può soltanto sognare. Con entrambi siamo dunque fondamentalmente continuamente, che vegliamo o dormiamo, nel mondo spirituale veramente, veramente nel mondo spirituale.

Quello che invece designiamo come corpo eterico, è legato, dal punto di vista della sua corporeità, al capo, alla testa. Ed è quello che, mediante la peculiare organizzazione della testa, può vegliare continuamente in noi, rispettivamente può vegliare continuamente se è nel corpo, cioè se è unito alla corporeità della testa. Così possiamo dire: l’Io è unito alle parti più basse del nostro corpo, il corpo astrale alla nostra parte toracica. Il cuore, dei cui processi non abbiamo una piena coscienza, bensì continuamente soltanto una coscienza onirica, batte, palpita sotto l’influenza del nostro corpo astrale. Quando il capo pensa, pensa sotto l’influenza del corpo eterico. E allora possiamo ancora distinguere l’intero corpo fisico, il riassunto di tutto; questo ha la sua connessione con l’intero mondo esterno.

Ora vedete un singolare collegamento: l’Io è legato alle parti inferiori del corpo, il corpo astrale alla parte del cuore, il corpo eterico alla parte della testa, il corpo fisico al mondo intero esterno, all’ambiente circostante. Questo intero corpo fisico sta effettivamente continuamente nello stato di veglia in relazione con l’ambiente esterno circostante. Come noi con l’intero corpo siamo in relazione con l’ambiente esterno circostante, così il nostro corpo eterico con la nostra testa, il corpo astrale con il cuore e così via sono in connessione. Ma da questo riconoscerete come, oserei dire, veramente misteriosi siano i nessi in cui l’uomo vive nel mondo. In realtà le cose si comportano esattamente al contrario di quello che possiamo facilmente credere nella coscienza banale: sono proprio i membri più bassi della natura umana oggigiorno ancora imperfette espressioni dell’essere umano; perciò come membra corporee corrispondono appunto a quello che abbiamo chiamato il bambino: l’Io.

In quello che ho detto finora sono nascosti innumerevoli segreti della vita umana, innumerevoli segreti. Soprattutto, se entrate pienamente in questa cosa, comprenderete come a partire dallo spirito l’intero uomo è formato, soltanto, oserei dire, a diversi livelli. La testa dell’uomo è formata a partire dallo spirito, soltanto è più espressa, ha uno stadio di formazione più tardivo della parte toracica, di cui possiamo dire che sia una metamorfosi della testa, così come la foglia nel senso della dottrina steineriana delle metamorfosi è una metamorfosi del fiore. E se da questo punto di vista consideriamo il ritmo tra sonno e veglia, allora diremo: l’Io durante la veglia dimora in effetti in tutte le attività nel corpo umano che sono le attività più basse, che culminano infine nella produzione del sangue. In queste attività dimora l’Io durante la veglia. Sono quelle attività del corpo che per così dire stanno al più basso livello della spiritualità, poiché tutto il corporeo è anche spirituale: ma quello di cui parliamo ora sta al più basso livello della spiritualità. Ma per il fatto che l’Io durante la veglia sta al più basso livello della spiritualità, durante il sonno — fate attenzione a questo! — sta, con riguardo all’uomo, al più alto livello della spiritualità. Poiché considerate quanto segue: Se consideriamo la testa come la portiamo come uomini, allora dal punto di vista della sua formazione esterna è quella che più rivela lo spirito. La testa è più di tutto l’immagine dello spirito, più di tutto la rivelazione dello spirito; lo spirito è penetrato più a fondo nella materia. Ma per questo ha lasciato dentro lo spirito stesso il meno. Poiché l’uomo ha impiegato tanta fatica sulla testa per rivelare spiritualizzato l’esteriore corporeità, è rimasto poco nello spirito. Poiché nelle parti inferiori della corporeità umana quello che si è formato verso l’esterno è spiritualizzato il meno, è elaborato spiritualmente il meno, nelle parti inferiori è rimasto nel spirituale il più. Alla testa come testa corrisponde il meno di spirituale, perché ha il massimo dello spirito in sé; all’addome corrisponde il massimo di spirituale, perché ha il minimo in sé. Ma in questo massimo di spirituale che non vive nella corporeità, lì dimora l’Io durante il sonno.

Pensate a questo meraviglioso equilibrio: mentre dunque l’uomo ha una natura inferiore rispetto alla sua corporeità, e l’Io in questa natura inferiore si immerge con il risveglio, questa natura inferiore è inferiore soltanto perché lo spirito ha lavorato il meno, perché lo spirito ha mantenuto così tanto nel territorio spirituale. Ma in quello che ha mantenuto, lì è l’Io durante il sonno. Così l’Io durante il sonno è già insieme con quello che l’uomo svilupperà più tardi, quello che l’uomo porterà in futuro allo sviluppo, all’espressione, che oggi è ancora poco, oserei dire, soltanto accennato, poco sviluppato nella corporeità umana. Se dunque l’Io diviene cosciente dello stato in cui si trova durante il sonno, se ne diviene cosciente nella verità, allora può dirsi: Io durante il sonno sono in quello che è la mia più santa disposizione umana. E mentre esco dal sonno, mentre mi risveglio, vado dal mondo delle mie più sante disposizioni in quello che oggi è soltanto un’accenno debole di questa disposizione più santa.

Sì, tali cose devono penetrare attraverso la scienza dello spirito nel nostro sentimento, nelle nostre sensazioni. Allora la vita stessa sarà spiritizzata per noi da un alito di magia della santità. E allora associeremo un’idea determinata, un concetto positivo a quello che si chiama la grazia dello spirito, dello Spirito Santo. Allora con questo essere complessivo dell’uomo, che si svolge nel ritmo tra sonno e veglia, associeremo la rappresentazione: Tu hai il diritto di partecipare al mondo spirituale, tu hai il diritto di stare in esso. — E se una volta abbiamo sentito profondamente questo concetto, questa rappresentazione: Tu hai il diritto di stare nel mondo spirituale, tu sei benedetto, in quanto sei pervaso dal mondo spirituale che non ti è accessibile attraverso la tua ordinaria coscienza terrestre — se l’abbiamo una volta veramente penetrato, allora abbiamo anche imparato a guardare allo spirito che si rivela in noi, oserei dire, tra le righe della vita, e che si rivela a noi come la natura esterna si rivela attraverso gli occhi esterni e gli orecchi esterni. Ma l’epoca materialistica ha allontanato l’uomo nella sua coscienza dalla grazia dello spirito che pervade e illumina il suo essere complessivo. Che questo sia riconquistato di nuovo è di un’importanza enorme. Poiché più di quanto si pensi il profondo della nostra anima nel nostro tempo sente il materialismo generale del nostro tempo, soltanto l’anima umana in questo tempo è in genere troppo debole per portare nel sentimento le rappresentazioni che vanno oltre il materialismo. Ma questa sarebbe una rappresentazione che andasse oltre il materialismo: la santità del sonno. Poiché se l’abbiamo una volta compresa questa santità del sonno, allora attribuiremo anche tutto quello che nel risveglio della vita conscia ci accade in pensieri, in rappresentazioni che non ci legano alla materia, all’azione dello spirito che avviene durante il sonno. Allora non vedremmo soltanto nel nostro stato di veglia, che ci lega alla materia, quello che è importante per noi uomini — cosa sarebbe proprio come se considerassimo soltanto l’inverno come importante per la terra —, bensì vedremo la totalità. Per la terra vediamo la totalità quando consideriamo l’inverno in connessione con l’estate; per l’uomo vediamo la totalità quando consideriamo il giorno, cioè la connessione con la materia, in connessione con il sonno, cioè la connessione con lo spirito.

Ora si può dire con osservazione superficiale: Dunque l’uomo, mentre veglia, è legato alla materia, non può dunque sapere nulla dello spirito; tuttavia sa qualcosa dello spirito mentre veglia! — Ebbene, l’uomo ha una memoria, e questa memoria agisce non soltanto nella coscienza, ma anche nell’inconscio. Se non avessimo memoria, allora il sonno non ci gioverebbe a nulla. E questo è qualcosa di molto importante, vi prego di considerarlo bene — allora il sonno non ci gioverebbe a nulla. Poiché allora saremmo senza memoria inevitabilmente condotti a quella confessione di fede che dice: Non c’è nulla all’infuori dell’esistenza materiale. Soltanto perché conserviamo nell’inconscio la memoria di quello che sperimentiamo durante il sonno, anche se non ne sappiamo nulla nella coscienza conscia, per questo non pensiamo soltanto materialisticamente. Se l’uomo non pensa soltanto materialisticamente, se ha rappresentazioni spirituali durante il giorno, questo proviene dal fatto che la sua memoria agisce. Poiché come l’uomo adesso, come uomo terrestre, entra in contatto con lo spirito soltanto durante il sonno.

Ora si tratta di questo: se da un lato potessimo sviluppare una coscienza così forte di quello che accade in noi durante il sonno, come potevano svilupparla gli uomini di tempi passati in certi stati, come potevano svilupparla gli uomini in tempi antichi, allora non verremmo nemmeno a dubitare dello spirito, bensì ricorderemmo non soltanto inconsciamente, ma consapevolmente, di quello che abbiamo incontrato nel sonno. Se l’uomo consapevolmente subisse quello che subisce nel sonno, allora sarebbe altrettanto assurdo negare lo spirito quanto sarebbe assurdo per chi è sveglio negare tavoli e sedie. Ora si tratta che l’umanità torni di nuovo a valutare correttamente l’incontro con lo spirito nel sonno. Può farlo soltanto rendendo sufficientemente forti le rappresentazioni del giorno; e questo si realizza attraverso l’approfondimento nella scienza dello spirito. Nella scienza dello spirito ci occupiamo di rappresentazioni che sono tratte dal mondo spirituale. Affatichiamo la nostra testa, cioè il corpo eterico nella nostra testa, per rappresentarci cose che non hanno a che fare con la materialità esterna, che hanno realtà soltanto nel mondo dello spirituale. Questo richiede uno sforzo maggiore che rappresentarsi cose che hanno realtà nel mondo materiale. E questo è il vero motivo per cui le persone non entrano nella scienza dello spirito. Inventano ogni sorta di scuse contro la scienza dello spirito. Dicono che non è logica. Se fosse loro chiesto di provare l’illogicità, loro inciamperebbero; poiché l’illogicità della scienza dello spirito non può essere provata. Ma il rifiuto della scienza dello spirito, il mancato riconoscimento della scienza dello spirito, si basa su qualcosa di completamente diverso, si basa precisamente — non so se quando si tratta di semplici discussioni scientifiche si possa anche essere scortesi — soltanto sulla pigrizia dell’anima. E per quanto certi eruditi possano essere diligenti riguardo a tutte le rappresentazioni che si riferiscono alla materialità esterna, riguardo a quel potere che bisogna applicare per afferrare lo spirito, sono appunto pigri, indolenti. E sul fatto che non vogliono impiegare la forza per afferrare lo spirito si basa il fatto che non riconoscono la scienza dello spirito. Poiché ci vuole semplicemente più forza per pensare le rappresentazioni scientifica-spirituali che per pensare le rappresentazioni ordinarie, legate alla materia. Le ordinarie rappresentazioni legate alla materia si pensano praticamente da sole; le rappresentazioni non legate alla materia si devono pensare, bisogna raccogliersi, bisogna sforzarsi. E su questa paura dello sforzo si basa l’avversione verso la scienza dello spirito. È qualcosa a cui bisogna puntare gli occhi. Mentre però l’uomo si sforzasse di accogliere tali rappresentazioni non legate alla materia, di ripensarle, si pone l’anima in una tale vivacità che gradualmente veramente svilupperà la coscienza per quello che accade tra l’addormentamento e il risveglio: avviene un incontro con lo spirito. Certamente, un certo apprendimento nuovo rispetto a determinate rappresentazioni è necessario. Pensate quanto pochi proprio alcuni guida della vita spirituale di oggi siano idonei a sviluppare tali rappresentazioni. Pensate — adesso è già diminuito un po’, ma coloro che oggi sono diventati guide erano per la maggior parte durante i loro studi, quello che si chiama il tempo da studenti, così legati alla vita che hanno imparato quello che si chiama — ubriacarsi fino a non avere i sensi pesanti per il sonno: se ne beve così tanto che la necessaria pesantezza del sonno è presente. Sì, allora si sviluppa una rappresentazione e con essa un sentimento, una somma di sensazioni riguardo all’immersione nel sonno che certamente non sono idonee a comprendere pienamente il significato del sonno. Allora si può essere un grande erudito riguardo a tutto quello che è legato alla materia, ma ottenere intuizione su quello che veramente accade all’uomo tra il sonno e il risveglio, non lo si può certamente allora.

Nel misura che gli uomini si sforzano di pensare rappresentazioni non legate alla materia, svilupperanno comprensione per quello che ho chiamato il primo incontro, l’incontro con lo spirito durante il sonno. Questa comprensione però, in un futuro non troppo lontano, se il mondo non deve cadere in decadenza, deve illuminare la vita e risplendere sulla vita. Poiché, se gli uomini non giungono a queste rappresentazioni, sì, da dove possono allora procurarsi rappresentazioni? Allora possono procurarsi rappresentazioni soltanto attraverso l’osservazione delle circostanze esterne, attraverso l’osservazione del mondo esterno. Tali rappresentazioni che sono acquisite soltanto attraverso l’osservazione del mondo esterno però lasciano indolente l’interno dell’essere umano, l’essere dell’anima. Quello che altrimenti deve sforzarsi nelle rappresentazioni spirituali, rimane indolente, rimane inutilizzato, decade. Qual è la conseguenza? La conseguenza è che l’uomo nel suo rapporto complessivo con il mondo diviene cieco, spiritualmente cieco. Dal fatto che si sviluppano soltanto rappresentazioni e concetti sotto l’influenza delle circostanze esterne, sotto l’influenza delle impressioni esterne, da ciò ci si rende spiritualmente ciechi. E la cecità spirituale è quello che caratterizza preferibilmente l’epoca materialistica. Nella scienza è dannoso soltanto in misura, nella vita pratica però è di danno eminente, questo accecamento rispetto al mondo reale. Vedete, quanto più scendiamo nel materiale, tanto più nel materialismo le cose si auto-correggono. Se si costruisce un ponte, allora per le circostanze si è costretti a ottenere rappresentazioni giuste, a costruire giustamente, altrimenti al primo carro che passa, il ponte crollerà. Se si vuol curare un uomo, allora si possono applicare più facilmente rappresentazioni false, poiché non si potrà mai provare per quale motivo un uomo è morto o guarito. Lì non è affatto necessario che abbiano sempre partecipato rappresentazioni giuste. Nel spirituale, quando si deve agire nel spirituale, la cosa sta però ancora molto peggio. E perciò sta particolarmente male proprio in quello che ordinariamente si chiama le scienze pratiche, l’economia nazionale e simili. Nell’epoca materialistica gli uomini si sono anche abituati, riguardo all’economia nazionale, a regolarsi secondo le impressioni, le rappresentazioni che sono formate dal mondo esterno; perciò i concetti sono diventati ciechi. Tutto quello che si sviluppa riguardo all’economia nazionale sono in gran parte concetti spiritualmente ciechi. Perciò — e questo deve subentrare come conseguenza necessaria — gli uomini con i loro concetti ciechi vengono trascinati soltanto dal cordone della condotta degli eventi, si abbandonano agli eventi. E quando intervengono negli eventi, allora sarà anche di conseguenza!

Questo è il modo in cui, senza che uno accolga la scienza dello spirito, si giunge a concetti, cioè a concetti ciechi. L’altro modo in cui si può giungere a concetti è questo: invece di da fuori, ora da dentro ci si lasci stimolare verso i concetti, cioè si lascia salire nel tutto della consapevolezza soltanto quello che vive nelle emozioni, nelle passioni. Da ciò non si ottengono concetti ciechi, ma quello che si può chiamare concetti da ubriachezza, rappresentazioni da ubriachezza. E continuamente gli uomini della presente epoca, che si dichiarano materialisti, oscillano avanti e indietro tra concetti ciechi e concetti da ubriachezza. Concetti ciechi, poiché in effetti si lasciano guida da tutto quello che accade, e se intervengono, lo fanno nel modo più goffo possibile! Concetti da ubriachezza, poiché si abbandonano soltanto ai loro affetti, alle loro passioni e si contrappongono al mondo cosicché non comprendono veramente le cose, bensì amano tutto o odiano tutto, giudicano tutto soltanto secondo amore o odio, secondo simpatia e antipatia. Questo è in particolare così nell’epoca materialistica. Poiché soltanto per il fatto che l’uomo da un lato sforza la sua anima per giungere a concetti spirituali, e dall’altro sviluppa i suoi sentimenti sui grandi affari del mondo, giunge a concetti e rappresentazioni che vedono chiaramente. Se ci eleviaamo a quello che la scienza dello spirito ci dice sui grandi nessi, su cui oggi la concezione materialistica ride, su Saturno, il Sole, la Luna, sul nostro nesso con l’universo, se la nostra sensibilità morale è fecondata da questi grandi scopi dell’umanità, allora superiamo i meri affetti che in simpatia e antipatia si diffondono su tutto quello che ci circonda nel mondo; ma soltanto così.

Certamente è necessario che attraverso la scienza dello spirito molte cose siano purificate che vivono nel nostro tempo. Poiché l’uomo non può veramente completamente staccarsi dal mondo spirituale. Non può completamente staccarsi, può soltanto apparentemente staccarsi. E come egli può apparentemente staccarsi, su ciò ho già richiamato l’attenzione. Se l’uomo da un lato giura soltanto sulla materia e sulle impressioni dal mondo esterno, tuttavia rimangono in lui le forze che sono dirette verso lo spirito, soltanto che applica allora lo spirito in un territorio falso, si abbandona a ogni sorta di illusioni. Perciò fondamentalmente gli uomini più pratici, più materialisti sono i più forti illusionisti, gli uomini che si abbandonano alle illusioni più forti. Vediamo alcuni attraversare la vita negando tutto lo spirituale e ridendo terribilmente se qualcuno parla di percepire qualcosa di spirituale. «Ach, vede fantasmi!» dicono, e con ciò hanno già pronunciato sentenza, se possono dire di qualcuno: «Ach, vede fantasmi!» Loro certamente, come credono, non vedono fantasmi. Ma intendono soltanto che non vedono fantasmi, poiché vedono continuamente fantasmi, veramente continuamente fantasmi. Si può sottoporre a prova un uomo che veramente fonda il suo fondamento sulla sua concezione del mondo davvero materialistica, e si può vedere come, riguardo a quello che il domani potrebbe eventualmente portare, si abbandona alle illusioni più terribili. Questo abbandonarsi a illusioni è soltanto un sostituto del fatto che nega tutto lo spirituale. Deve venire in illusioni se nega tutto lo spirituale; deve necessariamente venire in illusioni. Soltanto le illusioni, come detto, non si puòno facilmente provare nei diversi campi della vita, ma sono presenti ovunque, veramente ovunque. Ma gli uomini sono così inclinati ad abbandonarsi a illusioni. Si può per esempio vivere in ogni istante il fatto che qualcuno dice: Devo mettere i miei soldi in questa o quella impresa? Là viene fabbricata birra. A una cosa così non dedicherò i miei soldi; non vi parteciperò. — Li mette in banca. La banca, naturalmente senza che lui lo sappia, mette i soldi nella birreria. Non fa differenza, non fa alcuna differenza nell’obiettività; ma egli è nell’illusione di non dare i suoi soldi a cose così basse.

Ora si può dire: quello che dico là è qualcosa di artificioso. Non è qualcosa di artificioso, è qualcosa che domina tutta la vita. Gli uomini oggi non mirano a conoscere veramente la vita, a penetrarla. Ma questo ha un significato grande. Poiché è incredibilmente importante che si conosca quello in cui veramente si sta. Oggi non è facile, perché la vita è diventata complicata; ma vero è comunque quello su cui ho richiamato l’attenzione. Vedete: in certe circostanze un’assurdità colpisce subito. Voglio richiamare la vostra attenzione su qualcosa attraverso un esempio. Una volta fu catturato un incendiario — racconto un caso reale — che era scappato da una casa che aveva appena incendiato. L’aveva organizzato in modo da poter scappare appena in tempo. Fu catturato e convocato per rispondere. E disse: Sì, aveva compiuto una cosa molto buona, poiché non era colpa sua che la casa avesse preso fuoco, bensì colpa dei lavoratori che se ne erano andati dalla casa, che avevano lasciato una luce accesa al crepuscolo. Se quella fosse bruciata di notte, allora la casa sarebbe presa fuoco di notte. Ma lui aveva incendiato la casa ancora di giorno. La casa sarebbe comunque presa fuoco; aveva soltanto fatto quello per procurare la possibilità — poiché se la casa prendesse fuoco di giorno, sarebbe comunque possibile —, per appicccare l’incendio rapidamente; di notte sarebbe complicato, allora brucerebbe tutta la casa, di giorno si potrebbe spegnere il fuoco rapidamente. — Allora gli fu chiesto: Ebbene, perché non ha spento la luce? — Allora disse: Sì, sono un pedagogo dell’umanità. Se avessi spento la luce, i lavoratori che erano implicati sarebbero rimasti incauti, così però vedono quello che accade se dimenticano di spegnere la luce.

Si ride di un tale esempio, perché non si osserva quando continuamente si compiono tali cose. Cose come quelle che ha fatto l’uomo che non ha spento la luce ma ha incendiato la casa, tali cose si compiono continuamente. Non le si nota soltanto quando l’intera cosa si riferisce al mondo spirituale e gli affetti e le passioni ti offuscano e ti presentano rappresentazioni da ubriachezza. Se ci si abitua l’anima a quella elasticità, a quella flessibilità necessaria per nutrite rappresentazioni spirituali, allora si svilupperà anche il pensiero cosicché veramente si troverà la sua strada attraverso l’essere, si adatterà all’essere. Se si evita ciò, il pensiero non sarà mai adattato all’essere, bensì il pensiero sarà per così dire non toccato dall’essere, soltanto dalla sua superficie toccato. Perciò accade che l’epoca materialistica — per approfondire la cosa ora — gli uomini veramente allontana da ogni nesso con il mondo spirituale. Come si compromette la vita corporea se non si dorme nel modo giusto, così si compromette la vita dell’anima se non si veglia nel modo giusto. E non si veglia nel modo giusto se ci si abbandona soltanto alle impressioni esterne, se si vive senza una consapevolezza del nesso con il mondo spirituale. Come colui che si agita nel sonno per certe circostanze compromette la sua salute fisica, così compromette la sua salute spirituale colui che nella veglia si abbandona soltanto alle impressioni esterne del mondo, soltanto alla materia fisica. Per questo viene impedito che l’uomo abbia nel modo giusto quell’incontro, quel primo incontro di cui ho parlato, con il mondo spirituale. Per questo l’uomo perde la possibilità di collegarsi al mondo spirituale, di collegarsi nel modo giusto durante l’esistenza fisica. E perciò viene reciso il nesso con quel mondo in cui siamo un’altra volta, quando non siamo incarnati nel corpo fisico, il nesso con quel mondo in cui entriamo stessi quando passiamo attraverso la porta della morte.

Una comprensione deve essere di nuovo acquisita dagli uomini, che non siamo qui soltanto per costruire sul mondo fisico universale durante la nostra esistenza fisica, bensì una comprensione deve essere acquisita che durante il nostro essere complessivo siamo uniti al mondo complessivo. Quelli che hanno passato la porta della morte, vogliono cooperare al mondo fisico. Questa cooperazione è soltanto apparentemente una cooperazione fisica, poiché tutto il fisico è soltanto un’espressione esterna dello spirito. L’epoca materialistica ha allontanato gli uomini dal mondo dei morti; la scienza dello spirito deve riunire nuovamente gli uomini al mondo dei morti. Un tempo deve venire di nuovo in cui non rendiamo impossibile ai morti di fare il loro lavoro anche qui per la spiritizzazione del mondo fisico, in quanto ci allontaniamo da loro.

Poiché il morto non può afferrare con le mani le cose qui nel mondo fisico e compiere direttamente lavoro fisico. Sarebbe una credenza assurda. Il morto può agire in modo spirituale. Ma per questo ha bisogno degli strumenti che gli stanno a disposizione; per questo ha bisogno dello spirituale che vive qui nel mondo fisico. Non siamo soltanto uomini, ma siamo anche contemporaneamente strumenti, gli strumenti per gli spiriti che hanno passato la porta della morte. Finché siamo incarnati nel corpo fisico, ci serviamo della penna o del martello o dell’ascia; non appena non siamo più incarnati nel corpo fisico, i nostri strumenti sono le anime umane stesse. E questo si basa sulla peculiare modalità di percezione dei morti, che voglio accennare qui ancora una volta. L’ho accennato qui già una volta prima. Vedete, supponete voi abbiate davanti a voi — ebbene, qualcosa, un vasetto di sale; quello lo vedete. Vedete il sale come granelli bianchi, come polvere bianca. Il fatto che vediate il sale come polvere bianca dipende dal vostro occhio. Lo spirito non può vedere il sale come polvere bianca; se però mettete il sale sulla lingua e l’assaggiate, avete il gusto particolare del sale, allora inizia per lo spirito la possibilità della percezione. Il vostro gusto del sale ogni spirito può percepire. Tutto quello che accade nel mondo esterno nell’uomo, tutto ciò che ogni spirito, anche l’anima umana che ha passato la porta della morte, può percepire. Come la natura ci raggiunge fino al punto dove l’assaporiamo e odoriamo e vediamo e udiamo, così il mondo dei morti scende fino nel nostro sentito, visto, assaggiato e così via. Quello che sperimentiamo nel mondo fisico, lo sperimentano anche i morti; ma si tratta del fatto che non appartenga soltanto al nostro mondo, ma anche al loro mondo. Appartiene al loro mondo se quello che riceviamo dal mondo esterno lo spiritizziamo, cioè con rappresentazioni spirituali. Altrimenti quello che sperimentiamo soltanto come effetto della materia, per il morto sarà qualcosa che gli è come incomprensibile, come scuro. Un’anima che è alienata dallo spirito è un’anima scura per il morto. Per questo, durante il tempo del materialismo, si è verificata un’alienazione dei morti rispetto alla nostra vita terrestre. Questa alienazione deve di nuovo essere eliminata. Una vita intima comunitaria dei cosiddetti morti con i cosiddetti viventi deve aver luogo. Questo però sarà possibile soltanto se gli uomini sviluppano in sé quelle forze che sono attive e spirituali, cioè quelle rappresentazioni, concetti, idee che trattano lo spirituale. Per il fatto che l’uomo si sforza di giungere allo spirito nel pensiero, giungerà gradualmente allo spirito nella realtà. Cioè: sarà costruito un ponte tra il mondo fisico e il mondo spirituale. Ma questo può soltanto portare al di là dall’epoca del materialismo in quegli tempi in cui gli uomini non staranno più ciechi e ubriachi di fronte alla realtà, bensì vedenti e sereni. Vedenti e sereni per il fatto che, attraverso lo spirito, sono diventati vedenti, e per il fatto che attraverso quei sentimenti e sensazioni che riguardano i grandi affari del mondo, giungano al giusto equilibrio tra simpatia e antipatia anche riguardo a tutto quello che la nostra prossima circondario vuole.

A queste cose vogliamo allora la prossima volta annetterci e le rappresentazioni che possiamo ottenere sul mondo spirituale vogliamo approfondire ulteriormente proprio da questo punto di vista.

6°I tre incontri, l'uomo addormentato e il mondo stellare. I misteri invernali

Berlino, 13 Marzo 1917

Vogliamo ancora fermarci sulle considerazioni che abbiamo fatto sulle cosiddette tre Begegnungen. Abbiamo detto che gli stati alternanti in cui l’uomo vive nel breve corso di ventiquattro ore, poiché alterna il sonno e lo stato di veglia, non sono soltanto quello che appaiono esteriormente alla vita fisica, bensì che all’interno di questi stati alternanti ogni volta per l’uomo subentra l’incontro con il mondo spirituale, in quanto abbiamo indicato che quello che si stacca dal corpo fisico e dal corpo eterico durante il sonno, che durante l’addormentamento è come esalato nel mondo spirituale e durante il risveglio è di nuovo inspirato — l’Io e il corpo astrale —, che questi durante lo stato di sonno hanno l’incontro con quel mondo di esseri che contiamo nella gerarchia degli Angeloi, a cui apparterrà anche il proprio essere dell’anima umana una volta che il Sé spirituale sarà completamente sviluppato, e in cui regna come principio direttivo supremo quello che nella vita religiosa ci si è abituati a chiamare lo Spirito Santo. Abbiamo esposto qualcosa di più preciso su questo incontro nel mondo spirituale che subentra per l’uomo in ogni normale stato di sonno.

Ora dobbiamo essere assolutamente chiari che con lo sviluppo del genere umano nel corso dello sviluppo terrestre su queste cose sono subentrati mutamenti. Che cosa accade veramente quando l’uomo dorme? Ebbene, oserei dire, interiormente l’ho esposto a voi la volta scorsa. Con riguardo all’universo considerato, l’uomo imita per così dire quel ritmo dell’ordine cosmico che subentra per un certo punto della terra per il fatto che in una metà del tempo di ventiquattro ore c’è giorno, nell’altra metà notte. Certamente è sempre da qualche parte sulla terra giorno, ma l’uomo abita soltanto un punto della terra, e per questo punto conta quello che è esposto. Per questo punto l’uomo imita nel suo proprio ritmo tra sonno e veglia il ritmo tra giorno e notte. Il fatto che questo diverga per la vita moderna, cioè che l’uomo non sia costretto a vegliare di giorno e a dormire di notte, è legato al fatto che l’uomo nel corso dello sviluppo si solleva generalmente dal corso oggettivo del mondo, e che soltanto lo stesso ritmo è in lui, non però che due ritmi, il suo ritmo di sonno e veglia e il ritmo di giorno e notte, procedano uniformemente paralleli. Sono per così dire, l’una volta per l’universo, per il macrocosmo, l’altra volta per l’uomo, il microcosmo, lo stesso, ma si spostano l’uno rispetto all’altro. Soltanto per questo l’uomo è un essere relativamente indipendente dal macrocosmo.

Ora, nei tempi antichi, in quei tempi antichi in cui, come sappiamo, presso gli uomini esisteva una certa chiaroveggenza atavistica, gli uomini si adattavano anche riguardo a questo ritmo più al grande corso dell’ordine cosmico. Nei tempi antichi si dormiva davvero cosicché si vegliava di giorno e si dormiva di notte. Ma per il fatto che si dormiva così, anche l’intero ambito di esperienza dell’uomo nei tempi antichi era diverso da quello che è ora. Era come se l’uomo fosse sollevato dal parallelismo con il macrocosmo, per sviluppare proprio attraverso questo sollevamento, attraverso questo strappo, una vita interiore più attiva e autonoma. Non si può dire che il punto principale fosse quello, che l’uomo nei tempi antichi dormisse così da osservare poco le stelle. Quello egli realmente ha fatto, nonostante la scienza esterna parli di culto stellare, che però è qualcosa di completamente diverso. Bensì l’essenziale era che l’uomo in tempi antichi era ordinato diversamente nell’intero ordine cosmico, poiché con il suo Io e il corpo astrale, mentre il sole era d’altro canto della terra — cioè non esercitava direttamente il suo effetto sul suo punto della terra —, che allora in quel tempo con l’Io e il corpo astrale, che erano fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico, era abbandonato alle stelle. Per ciò non percepiva le stelle fisiche soltanto, ma percepiva quello che spiritualmente appartiene alle stelle fisiche. Le stelle fisiche non le vedeva veramente con gli occhi esterni, bensì quello che spiritualmente appartiene alle stelle fisiche, quello vedeva. Perciò non dobbiamo intendere quello che viene raccontato del vecchio culto stellare come se questi uomini antichi avessero guardato le stelle e poi le avessero simbolizzate, avessero elaborato ogni sorta di belle immagini e simboli. Si dice facilmente nel senso della scienza moderna: Ebbene, in tempi antichi l’immaginazione degli uomini era vivace; si erano immaginati dei sotto Saturno, il Sole, la Luna; si erano pensati negli insiemi dello zodiaco figure di animali attraverso la loro fantasia. — Quello che è vivace in questo ambito è soltanto l’immaginazione degli eruditi moderni che inventano tali cose! Ma quello che è vero è il fatto che in quello stato di coscienza in cui erano l’Io e il corpo astrale di questi uomini antichi, le cose veramente apparivano come sono descritte, così che realmente è stato visto, percepito quello che è descritto. Ma per ciò l’uomo ha avuto una visione immediata dello spirito che anima l’universo; ha vissuto con questo spirito che anima l’universo.

Siamo veramente soltanto con il nostro corpo fisico e il corpo eterico, propriamente, così adatti alla terra. Come il nostro Io e il corpo astrale sono, così sono adatti allo spirito che anima l’universo nel modo appena descritto. Possiamo dire, il nostro Io e il nostro corpo astrale appartengono a questo territorio dell’universo, ma l’uomo deve svilupparsi cosicché possa veramente sperimentare da questo Io e da questo corpo astrale quello che è l’essenza più intima del suo Io e del suo corpo astrale. Per questo l’esperienza esterna che esisteva nei tempi antichi dovette scomparire per un certo tempo, dovette essere offuscata. La comunicazione conscia con le stelle dovette regredire, dovette attenuarsi, affinché l’interno dell’uomo fosse così rafforzato da dover imparare in un certo futuro a dare forza a questo interno cosicché potesse trovare lo spirito come spirito. Ma così come l’uomo più antico era unito nel corso di ogni sonno notturno con lo spirito del mondo stellare, così l’uomo era unito nel corso dell’anno nuovamente con lo spirito del mondo stellare; soltanto che ora durante il corso dell’anno veniva a contatto con uno spirito più elevato del mondo stellare, con quello che per così dire accade nel mondo stellare. Durante il sonno notturno agivano su di lui specialmente le forme delle stelle nel loro riposo; nel corso dell’anno agiva quel mutamento che è collegato al percorso della terra durante l’anno ed è collegato, si può dire, attraverso il percorso del sole con il destino della terra nel corso di un anno, che attraversa attraverso le stagioni, specialmente attraverso estate e inverno.

Sì, vedete, se relativamente sono rimaste certe tradizioni riguardo alle esperienze che l’uomo ha fatto nei tempi antichi con il sonno notturno, relativamente poche tradizioni — meglio detto, di cui raramente si nota l’origine — sono rimaste di quei tempi ancora più antichi in cui l’uomo ha partecipato ai segreti del corso dell’anno. Ma si sono conservate, gli echi di queste esperienze sui segreti del corso dell’anno, soltanto sono poco compresi. Cercate tra i miti dei diversi popoli quelli che ancora e ancora testimonianza che dappertutto si sapeva qualcosa di una lotta dell’inverno con l’estate, dell’estate con l’inverno. Di nuovo la gelehrsamkeit esterna vede in ciò la fantasia creatrice simbolizzante degli uomini antichi, da cui si è superato, nel tempo in cui si è giunti a qualcosa di così mirabile. Anche queste erano di nuovo vere esperienze che l’uomo aveva compiuto, esperienze che avevano giocato un ruolo davvero significativo e profondo nell’intero nesso della cultura spirituale dei tempi antichi. Ci sono stati Misteri in cui si contava decisamente con il farsi conoscenza dei segreti dell’anno. Vogliamo farci un’idea di quale importanza avessero tali Misteri. Erano diversi nei tempi molto antichi e diversi in quei tempi in cui la storia egiziana antica s’affaccia, ma anche la storia greca antica s’affaccia, persino la storia romana più antica s’affaccia ancora in qualche modo. Vogliamo dunque parlare di quei Misteri che in certo senso tramontano con la cultura egiziana, greca e romana più antica.

Questi Misteri avevano decisamente una coscienza della connessione della terra con l’intero universo. Perciò si sceglievano persone adatte — oggi una tale procedura naturalmente non sarebbe più permessa —, ma allora si sceglievano persone adatte, a cui ci si sottoponeva a un trattamento psichico ben determinato, e che si usavano allora in un tempo ben determinato — era una serie di giorni durante il tempo invernale — in località appositamente allestite, affinché servissero per così dire da stazione di ricezione per quello che l’universo, l’universo al di là della terra, poteva rivelare alla terra proprio in questi tempi, quando la terra offriva una stazione di ricezione sufficiente. Per i tempi più antichi la nostra attuale epoca natalizia non era direttamente la determinante, bensì una più o meno vicina a essa. Però non importa ora. Prendete la nostra epoca natalizia, prendete il tempo dal 24, 25 dicembre fino al gennaio. Questo è decisamente un tempo in cui attraverso la speciale costellazione del sole rispetto alla terra l’universo comunica qualcosa di diverso alla terra che in altri tempi. È il tempo in cui l’universo parla più intimamente con la terra che in altri tempi. Ma questo parlare più intimo si basa proprio sul fatto che il sole non dispieghi la sua forza estiva in questo tempo, che questa forza estiva del sole sia in certo modo ritirati. I capi dei Misteri antichi usavano allora questo tempo per compiere nelle località appositamente allestite con persone addestrate quello che offriva la possibilità che i segreti intimi dall’universo, che scendono sulla terra in questo colloquio intimo dell’universo con la terra, fossero da loro catturati. Oggi possiamo paragonarlo con qualcosa di molto più banale, ma possiamo comunque paragonarlo. Sapete, la cosiddetta telegrafia senza fili si basa sul fatto che vengono eccitate onde elettriche, e che queste onde elettriche si propagano senza filo, e che in posti determinati si piazzano apparati — si chiama questi coeritori —, che per la loro speciale disposizione offrono la possibilità, appunto alla stazione, di catturare le onde elettriche e di mettere in movimento gli apparati coeritori. Ciò si basa semplicemente sulla organizzazione, oserei dire, sulla formazione della limatura, della limatura metallica nel coerìtore, che viene di nuovo scossa quando l’onda è passata. Pensate: i segreti dell’universo, dell’universo al di là della terra, passano attraverso la terra in questo tempo determinato che ho accennato. Allora bisogna soltanto un apparato di cattura; le onde elettriche, infatti, passerebbero invano accanto alla stazione di ricezione se non si avesse l’apparato di ricezione con il coerìtore. Si aveva bisogno per così dire di un coerìtore per quello che esce dall’universo. Come coeritori gli antichi greci usavano le loro Pizie, le loro sacerdotesse, che erano addestrate a questo, e che, per il fatto di essere esposte a quello che scendeva dall’universo, potevano rivelare questi segreti dell’universo. Questi segreti dell’universo però erano poi interpretati da coloro che forse in questi tempi non erano più da soli in grado di offrire la stazione di ricezione. Ma i segreti dell’universo erano rivelati. Tutto questo è naturalmente stato compiuto nel segno del Mistero più santo, in un segno di cui l’epoca odierna, in cui tutto il sacro è venuto meno, non ha più nessun’idea. Poiché l’epoca odierna naturalmente vorrebbe tutto prima d’ogni cosa intervistare il sacerdote dei Misteri. Ebbene, di che cosa si trattava dunque veramente per questi sacerdoti dei Misteri? Si trattava di questo, che in una certa misura sapevano: se ricevevano la fecondata della vita terrestre, che scende dall’universo, nel loro sapere, soprattutto nel loro sapere sociale, allora potevano, attraverso quello che erano diventati più saggi, fare provvedimenti per la prossima volta; i provvedimenti legali e altri per l’anno prossimo. Ci sono stati tempi sulla terra in cui non si sarebbero presi provvedimenti sociali o provvedimenti legali, senza prima in questa maniera esplorare i segreti del macrocosmo da coloro che dovevano prenderli. I tempi più tardi hanno conservato nella superstizione tristi, dubbiosi echi di questa cosa grande. Quando il giorno dell’ultimo dell’anno si cola il piombo e si vuol sapere il futuro dell’anno prossimo, questo è il resto superstizioso di quella cosa grande e sacra di cui ti ho parlato. In esso si trattava veramente di fecondare lo spirito — lo spirito degli uomini — cosicché ciò che proviene dall’universo fosse trasferito sulla terra, perché si voleva che l’uomo sulla terra vivesse cosicché la sua vita non fosse soltanto il risultato di quello che si può sperimentare sulla terra, bensì il risultato di quello che si può sperimentare dal mondo. Similmente si sapeva che durante il tempo estivo la terra sta in una completamente diversa relazione all’universo, che durante il tempo estivo la terra non può per così dire ricevere comunicazioni intime dall’universo. Su questo si basavano allora i Misteri estivi, che miravano a cose completamente diverse, che però oggi non abbiamo bisogno di discutere.

Ebbene, come detto, di queste cose che si riferiscono ai segreti del corso dell’anno, sono rimaste ancora meno tradizioni che di quelle cose che si riferiscono al ritmo di giorno e notte, di sonno e veglia. Ma in quei tempi antichi, in cui l’uomo aveva ancora quel grado più alto di chiaroveggenza atavistica, attraverso cui poteva sperimentare nel corso dell’anno le intimità che subentravano tra l’universo e la terra, in quei tempi gli uomini sapevano che quello che sperimentavano proviene dal fatto che l’uomo aveva l’incontro — questo incontro l’ha naturalmente sempre, allora era soltanto percepito attraverso la chiaroveggenza atavistica — con quel mondo spirituale che non può avere in ogni sonno: l’incontro con il mondo spirituale in cui vivono quegli esseri spirituali che contiamo nella gerarchia degli Archangeloi, quel mondo in cui l’uomo sarà col suo essere più intimo quando lo Spirito vitale sarà completamente sviluppato durante l’epoca di Venere; quel mondo in cui si doveva pensare anticamente come principio direttivo dominante il Cristo, il Figlio. Così dunque si può anche chiamare questo incontro, che l’uomo ha nel corso dell’anno con il mondo spirituale in qualche punto della terra nel tempo in cui per questo punto della terra è l’epoca invernale natalizia, dunque si può anche chiamare questo incontro l’incontro con il Figlio. Così l’uomo nel corso di un anno veramente compie un ritmo che è un’immagine del ritmo stesso dell’anno e in cui ha un’unione con il mondo del Figlio.

Ora però sappiamo che attraverso il Mistero di Golgota, quell’entità che designiamo come il Cristo, si è unita con lo stesso corso terrestre. Proprio nel tempo quando questa unione avviene — come emerge dalle esposizioni che ho appena fatto — la visione immediata del mondo spirituale è stata offuscata. Vediamo il fatto oggettivo: l’evento di Golgota è collegato con il mutamento dello sviluppo dell’umanità sulla terra stessa. Ma dobbiamo allora anche dire: Ci sono stati tempi nello sviluppo terrestre in cui gli uomini, nel senso dell’antica chiaroveggenza atavistica attraverso l’acquisizione del colloquio intimo della terra con il macrocosmo, vennero in una relazione con il Cristo. E su questo si basa quello che con un certo diritto alcuni eruditi moderni ragionevoli, ricercatori di religioni, assumono: ci sia stata una rivelazione originaria della terra. Ma così come l’ho descritta, così essa fu realizzata. Una rivelazione originaria. E le singole religioni sulla terra sono i frammenti decadenti di quella rivelazione originaria.

Ma quelli che hanno accolto il Mistero di Golgota, in che posizione si trovano effettivamente? Si trovano nella posizione di poter esprimere la confessione più intima al contenuto spirituale dell’universo cosicché possono dire: Quello che nei tempi antichi doveva ancora essere contemplato attraverso un colloquio dalla terra al cosmo, è disceso e è apparso in un uomo, nell’uomo Gesù di Nazareth, nel corso del Mistero di Golgota. Riconoscimento nel Cristo che viveva in Gesù di Nazareth di quell’essere che precedentemente era diventato visibile agli uomini anche attraverso la chiaroveggenza atavistica nel corso dell’anno, questo è qualcosa che ora dovrebbe essere sempre più enfatizzato per lo sviluppo spirituale dell’umanità. Poiché così si unirebbe i due elementi del Cristianesimo che realmente devono essere uniti insieme se da un lato il Cristianesimo deve svilupparsi nel modo giusto, e dall’altro l’umanità deve svilupparsi nel modo giusto. Ciò è collegato al fatto che dalle antiche tradizioni cristiane la leggenda del Cristo Gesù è incorporata annualmente nella celebrazione del Natale, della Pasqua, della Pentecoste nel corso dell’anno. Ed è collegato, come ho già detto in un’ora precedente, al fatto che come festa continua la festa di Natale viene celebrata, ma la festa che è determinata dalle costellazioni celesti, la festa di Pasqua. Il fatto che la festa di Natale sia celebrata secondo le condizioni terrestri, secondo il profondissimo tempo invernale permanente, è legato al fatto che l’incontro con il Cristo, con il Figlio, veramente cade in questo tempo. Ma che il Cristo è un essere che appartiene al macrocosmo ed è disceso dal macrocosmo, che è una medesimezza di essenza con il macrocosmo, è proprio ciò che si esprime dal fatto che dalla costellazione primaverile, solare e lunare dovrebbe dipendere quando è la festa di Pasqua, quella festa dell’anno che dovrebbe significare che il Cristo appartiene al mondo complessivo; così come la festa di Natale dovrebbe indicare che il Cristo ha fatto il suo discesa alla terra. E così è incorporato nel corso dell’anno con ragione quello che appartiene a questo corso dell’anno attraverso il ritmo della vita umana nel corso dell’anno stesso. E perché questo è qualcosa di così profondo riguardo all’interno umano, è anche giustificato che, riguardo all’incorporamento di queste feste che si riferiscono al Mistero di Golgota, l’uomo rimanga fedele a celebrare queste feste in armonia con il ritmo del grande universo, senza spostarle, come sposta il sonno e la veglia nelle città moderne.

Dunque abbiamo a che fare qui con qualcosa dove l’uomo ancora non è così libero, dove non dovrebbe ancora sollevarsi così dal corso oggettivo dell’universo, dove ogni anno dovrebbe divenire cosciente per lui — ora che non può commerciare più con l’universo attraverso la chiaroveggenza atavistica —, che in lui vive qualcosa che appartiene all’universo, che trova la sua espressione nel circolo annuale.

Ebbene, tra quelle cose che forse proprio da certi credi religiosi sono più criticate alla scienza dello spirito, c’è questo: l’impulso del Cristo deve essere di nuovo legato a tutto l’universo. La scienza dello spirito non assume nulla — l’ho spesso sottolineato — a quello che le tradizioni religiose hanno sul Mistero di Cristo Gesù; ma aggiunge quello che questo Mistero di Cristo Gesù ha di condizioni intorno a sé, dalla terra all’universo intero. Cerca il Cristo non soltanto sulla terra, lo cerca nell’universo intero. Veramente è difficile da capire come da certi credi religiosi sia sempre di nuovo criticato proprio questo collegamento dell’impulso del Cristo a eventi cosmici; sarebbe comprensibile soltanto se la scienza dello spirito tolga qualcosa dalle tradizioni legittime del Cristianesimo; se aggiunge qualcosa, apparentemente non dovrebbe essere criticata. Ma ora, le cose sono come sono, e i motivi stanno nel fatto che da certe tradizioni non si vuol aggiungere nulla affatto.

Ma la cosa ha uno sfondo serio, uno sfondo che è particolarmente importante per il nostro tempo, straordinariamente importante. Vedete, ho spesso attirato l’attenzione sul fatto che, nei miei misteri drammatici, è anche discusso, che noi siamo diretti verso l’epoca in cui possiamo parlare di una rinascita spirituale del Cristo. Non ho bisogno oggi di elaborare ulteriormente questo, è ben noto a tutti i nostri amici. Ma questo evento di Cristo non sarà soltanto un evento che soddisfa la curiosità trascendentale degli uomini, bensì sarà prima di tutto un evento che porrà il requisito ai sentimenti umani per una nuova comprensione, una nuova comprensione dell’intero impulso del Cristo. Certe parole fondamentali del Cristianesimo, che come impulsi sacri dovrebbero attraversare tutto il mondo — almeno tutto il mondo di coloro che vogliono accogliere in sé l’impulso del Cristo —, non sono comprese abbastanza profondamente. Vorrei soltanto ricordare la parola significativa e incisiva «Il mio regno non è di questo mondo». Questa parola — quando il Cristo apparirà in un regno che veramente non è di questo mondo, cioè non del mondo dei sensi — questa parola avrà un significato rinnovato. Poiché questa sarà una peculiarità profonda della visione del mondo cristiana: questa visione del mondo cristiana sarà capace di portare comprensione a tutte le altre visioni del mondo degli uomini, con l’eccezione soltanto del grossolano, rozzo materialismo. Se si è chiari che le religioni sono resti di antiche contemplazioni, tutte le religioni sulla terra sono resti di antiche contemplazioni, allora sarà importante che questo sia preso molto sul serio. Quello che è stato contemplato — e poiché l’umanità in seguito non era più attrezzata per la contemplazione, esiste soltanto in forma frammentaria presso i diversi credi religiosi —, quello può proprio essere riconosciuto di nuovo attraverso il Cristianesimo. E così si può attraverso il Cristianesimo appropriarsi una profonda comprensione per ogni forma di credo religioso sulla terra, non soltanto per le grandi religioni, ma per ogni forma di credo religioso sulla terra. Questo è naturalmente qualcosa che è facile dire, ma per quanto è facile dire, altrettanto difficile diventa veramente sentimento degli uomini. E diventerà sentimento degli uomini, sentimento degli uomini in tutto il mondo. Poiché come il Cristianesimo fino a ora è apparso sulla terra inizialmente, è una religione tra le altre, un credo tra altri credi. Non è stato istituito per questo. Il Cristianesimo è proprio istituito per diffondere la comprensione in tutto il mondo. Il Cristo non è morto, non è nato per una zona ristretta di uomini, bensì per tutti gli uomini. Ed è in un certo senso una contraddizione tra la richiesta che giace nel Cristianesimo di valere per tutti gli uomini e il fatto che è diventato un credo singolo. Ma non è destinato a essere un credo singolo. Credo singolo può diventare soltanto se non lo si comprende nel suo significato più profondo. E a questo significato più profondo appartiene anche la comprensione cosmica.

Sì, per certe verità oggi si fatica ancora per trovare le parole, poiché sono così lontane dagli uomini oggi che non ci sono parole per esprimerle. Si possono spesso soltanto esprimere comparativamente le grandi verità. Ma ricordate che ho spesso esposto che si può chiamare il Cristo lo spirito del sole. Da queste considerazioni, come quelle che ho svolto oggi, dalla considerazione del corso annuale del sole, si può già vedere che è giustificato considerare il Cristo come lo spirito del sole; come lo spirito del sole. Ma non si potrà affatto rappresentarsi questo spirito del sole come spirito del sole se non si guarda alla relazione cosmica del Cristo, se non si comprende il Mistero di Golgota come un vero Mistero del Cristo, come qualcosa che certamente è accaduto su questa terra, ma che ha un significato per l’universo intero, è un evento per l’universo intero.

Ebbene, gli uomini litigano per molte cose sulla terra, si dividono per molte cose. Si sono divisi riguardo ai loro credi religiosi, credono di essere divisi dalle loro nazionalità e ancora da altre cose. E queste divisioni portano tempi come quello in cui viviamo per esempio ora. Gli uomini si dividono; sono anche divisi riguardo al Mistero di Golgota. Poiché nessun cinese o nessun indiano accetterà facilmente quello che un missionario europeo dice del Mistero di Golgota. Per chi guarda le condizioni così come sono, questo non sarà un fatto più sorprendente. Ma riguardo a una cosa gli uomini fino a ora non si sono divisi. Si dovrebbe quasi non crederci, ma è una verità banale, e si deve credere. Se si pensa a come oggi gli uomini sulla terra vivono gli uni contro gli altri, allora si deve quasi meravigliare che si siano ancora non divisi su qualcosa. Ma ci sono ancora cose su cui gli uomini non si sono divisi, e questo è per esempio l’opinione che gli uomini hanno sul sole. I giapponesi, i cinesi, persino gli americani e gli inglesi non credono che si levi e tramonti un sole diverso per loro che per i tedeschi. Una sole comune credono ancora gli uomini; in generale, gli uomini credono ancora al comune riguardo a quello che è al di là della terra. Riguardo a ciò non se le contendono nemmeno, non combattono guerre riguardo a queste cose. E vi sia una specie di confronto.

Si può, come detto, esprimere queste cose soltanto comparativamente. Una volta che si comprendesse il nesso del Cristo con queste cose su cui gli uomini non litigano, allora non litigherebbe nemmeno sul Cristo, allora lo vedrebbe nel regno che non è di questo mondo e che è il suo regno. Ma non prima di allora regnerà l’unità riguardo alle cose su cui dovrebbe regnare l’unità sulla terra intera, finché gli uomini non avranno riconosciuto il significato cosmico del Cristo. Poiché della significato cosmico del Cristo potrete parlare all’ebreo, al cinese, al giapponese, all’indiano come parlate al cristiano europeo. E così si apre una prospettiva straordinariamente significativa, da un lato per lo sviluppo ulteriore del Cristianesimo sulla terra, d’altro canto per lo sviluppo ulteriore dell’umanità sulla terra. Poiché si devono cercare vie verso contenuti dell’anima che veramente tutti gli uomini possono comprendere allo stesso modo. Ma questo diventerà una richiesta del tempo in cui la rinascita, la rinascita spirituale del Cristo avrà luogo. E una comprensione più profonda dovrà emanare proprio da questo tempo riguardo alla parola «Il mio regno non è di questo mondo», una comprensione profonda di ciò, che nell’essere umano non vive soltanto l’irdiano, bensì il sovraterreno; il Sovraterreno che vive nel corso annuale del sole. Un sentimento bisogna acquisire di questo, che, come nella vita umana singola l’anima domina il corporeo, così tutto quello che fuori accade negli astri che si levano e tramontano, nella luce del sole che brilla e si attenua, che in tutto questo vive lo spirituale; che, come siamo inseriti con i nostri polmoni nell’aria, siamo inseriti con la nostra anima nel spirituale dell’universo, ma non nello spirituale astratto del panteismo dilavato, bensì nello spirituale concreto che si vive in singoli esseri. E così troveremo che in intima connessione con quello che vive nel corso dell’anno come nei respiri di un uomo, vive qualcosa di spirituale che appartiene all’anima umana, che è l’anima umana stessa; che ai segreti del corso dell’anno appartiene l’essere del Cristo che è passato attraverso il Mistero di Golgota. Si dovrà riuscire a mantenere insieme quello che si è compiuto storicamente sulla terra nel Mistero di Golgota con i grandi segreti dell’universo, con i segreti macrocosmici. Ma da questa comprensione emanerà qualcosa che è enormemente importante: da questa comprensione emanerà di nuovo una conoscenza di quello che gli uomini socialmente hanno bisogno. Scienza sociale per esempio è molto praticata nel nostro tempo, si pratica molto anche di ogni sorta di ideali sociali. Certamente nulla contro questo, ma tutte queste cose dovranno essere fecondate e dovranno essere fecondate da quello che diverrà chiaro all’uomo per il fatto che vive nuovamente il corso dell’anno. Poiché per il fatto che si vive in modo vivente parallelo al corso dell’anno, l’immagine del Mistero di Golgota in ogni anno, allora soltanto ci si ispira di nuovo con quello che il sapere sociale, il sentire sociale può essere.

Quello che ora dico, appare certamente agli uomini del presente come qualcosa di completamente stravagante, ma vero è comunque. Una volta che il corso dell’anno fosse sperimentato di nuovo in una maniera universalmente umana, cosicché fosse sperimentato nella connessione intima con il Mistero di Golgota, allora da questo porsi del sentimento dell’anima nel corso dell’anno e nel segreto del Mistero di Golgota fluirebbe insieme il vero sentimento sociale su tutta la terra. Questo sarà la vera soluzione o almeno il proseguimento di quello che si chiama così stoltamente oggi, riguardo a quello su cui si vuol puntare, la questione sociale. Ma si dovrà attraverso la scienza dello spirito acquisire una conoscenza della connessione dell’uomo con l’universo. Per questo sarà naturalmente necessario che si veda già una volta in questo universo più di quello che il materialismo odierno vede in esso.

Proprio quelle cose sono le più importanti su cui oggi si pone il minimo valore. La biologia materialistica moderna, la scienza naturale materialistica, confronta l’uomo con l’animale. Trova, ebbene, soltanto una differenza graduale. Naturalmente ha ragione nel suo ambito. Ma quello che completamente trascura, è la relazione dell’uomo alle direzioni nell’universo. La spina dorsale animale — e qui le eccezioni confermano veramente la regola —, la spina dorsale animale è parallela alla superficie terrestre diretta nell’universo verso le lontananze infinite. La spina dorsale umana è diretta verso la terra. Per questo per l’uomo l’alto e il basso è qualcosa di completamente diverso che per l’animale. Per questo questo alto e basso è quello che lo determina nella sua intera essenza. Per l’animale la spina dorsale è diretta verso le lontananze infinite del macrocosmo, per l’uomo la parte superiore della testa, il cervello, e l’uomo è inserito nell’intero macrocosmo. Questo significa qualcosa di enorme. Poiché per questo è condizionato quello che rappresenta una relazione dello spirituale e del corporeo nell’uomo. Per questo lo spirituale, il corporeo sono anche posti nella relazione di alto e basso. Parleremo ancora di queste cose; ma voglio oggi anzitutto schiuzzarle. Attraverso questo alto e basso è caratterizzato quello che possiamo chiamare l’estromissione dell’Io e del corpo astrale durante il tempo del sonno. Poiché in effetti l’uomo con l’Io e il corpo astrale nel suo corpo fisico e nel corpo eterico è insieme amalgamato con la terra durante la veglia. Verso l’alto è inserito durante il tempo notturno, è inserito verso l’alto con il suo Io e corpo astrale.

Ora ci chiediamo: Ebbene, come è, ci sono altri contrasti nel macrocosmo? Allora c’è subito il contrasto che può essere designato per l’uomo con davanti e dietro. Soltanto l’uomo riguardo a davanti e dietro è di nuovo inserito diversamente nell’intero macrocosmo che per esempio l’animale o addirittura la pianta. L’uomo è inserito cosicché questo inserimento davanti e dietro corrisponde effettivamente a un inserimento nella via del sole. E questo davanti e dietro è la direzione che corrisponde al ritmo che l’uomo percorre nella vita e nella morte. Come l’uomo nel sonno e nella veglia esprime il rapporto vivente dell’alto e del basso, così esprime nella vita e nella morte il rapporto di davanti e dietro. Ma questo davanti e dietro è assegnato al corso del sole, così che «davanti» per l’uomo significa: verso est, e «dietro»: verso ovest. E l’est e l’ovest è la seconda direzione dello spazio, ed è quella direzione dello spazio di cui possiamo veramente parlare quando parliamo del fatto che l’anima dell’uomo — non nel sonno, bensì nella morte — lascia il corpo umano. Poiché allora lascia il corpo umano nella direzione verso l’est. Questo esiste ancora soltanto in quelle tradizioni dove si parla della morte dell’uomo come del suo «entrare nell’est eterno». Tali vecchie parole tradizionali, la gelehrsamkeit anche una volta, forse lo fa già oggi, le designerà come simbolizzazioni. Si dirà per esempio una volta la banalità: nell’est sorge il sole, questo è bello; così si designa anche l’eternità parlando dell’est! Ma ciò corrisponde a una realtà, e cioè più della realtà del corso annuale del sole che del corso giornaliero.

Ma la terza differenza è quella dell’interno e dell’esterno. Alto e basso, est e ovest, interno ed esterno. Viviamo una vita interiore, viviamo una vita esteriore. Anche dopodomani nella conferenza pubblica parleremo di questa vita interiore e esteriore sotto il tema: «Anima umana e corpo umano». Viviamo una vita interiore, viviamo una vita esteriore. Per l’uomo questo interno e esterno è tanto un contrasto quanto alto e basso, est e ovest. Mentre nel corso dell’anno l’uomo ha più a che fare con una, oserei dire, rappresentazione rappresentativa dell’intero corso della vita, si può dire: unito con la vita e la morte umana abbiamo a che fare, quando parliamo dell’interno e dell’esterno, con l’intero corso della vita dell’uomo, specialmente con il corso della vita per quanto ha uno sviluppo discendente e ascendente. Sapete: l’uomo sperimenta fino a un certo anno più o meno uno sviluppo ascendente. Allora cessa la sua crescita complessiva, rimane fermo per un tempo, allora torna indietro.

Ebbene, con questo intero corso della vita dell’uomo è collegato che l’uomo all’inizio della sua vita è al massimo nel modo più naturale, elementare nella sua intera corporeità unito al spirituale. L’uomo è, oserei dire, al contrario costituito all’inizio della vita di quanto è costituito quando ha raggiunto il mezzo della sua vita, il vertice dello sviluppo ascendente. Nel primo tempo della sua vita l’uomo cresce, prospera, aumenta; allora inizia a entrare in uno sviluppo discendente. Ciò è collegato al fatto che allora le forze fisiche dell’uomo in se stesse non sono più forze di crescita, ma che a queste forze di crescita si mescolano anche forze di decadimento. Allora l’interno dell’uomo sta in una relazione simile all’universo come all’inizio della vita, alla nascita, l’esterno, il corporeo all’universo. Un completo rovesciamento avviene. Perciò nel suo inconscio che fa l’incontro in questo tempo, nel mezzo della vita, con il principio del Padre, con quell’essere spirituale che contiamo nella gerarchia degli Archai; con quel mondo spirituale in cui l’uomo sarà quando avrà completamente sviluppato il suo Uomo-Spirito.

Possiamo ora chiederci: è anche questo legato di nuovo all’universo complessivo in qualche modo? Abbiamo nella vita dell’universo qualcosa che così, come al ritmo di giorno e notte è legato l’incontro con lo spirito, al ritmo dell’anno è legato l’incontro con il Figlio, è legato all’incontro del corso della vita, all’incontro con il Padre, nel mezzo del corso della vita? Così possiamo chiedere. Ebbene, dovremmo già tenere fermo: per quanto riguarda questo incontro con il Padre, l’uomo è di nuovo, come anche per quanto riguarda l’incontro con lo spirito, sollevato dal ritmo. Il ritmo non procede completamente parallelo. Poiché gli uomini non nascono nello stesso tempo, bensì in tempi diversi; per questo i corsi della vita non possono essere paralleli, ma possono interiormente raffigurare un evento spirituale, un evento cosmico. Lo fanno?

Ebbene, se riportate alla mente quello che è contenuto nella piccola brochure «L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito» e anche in altri scritti e cicli, sappiamo: nei primi sette anni circa della vita l’uomo sviluppa specialmente il corpo fisico, nei prossimi sette anni il corpo eterico, nei prossimi sette anni il corpo astrale, nei prossimi sette anni l’anima senziente, e poi l’anima razionale-affettiva dal ventottesimo al trentacinquesimo anno. In questo tempo rientra anche l’incontro con il principio del Padre. Esso è esteso su questi anni — non come se si estendesse su questi anni: incontra in questi anni —, così che si può dire: l’uomo viene per questo preparato, preparato attorno ai ventotto, ventinove, trentesimo anno. Allora l’incontro avviene anche per la maggior parte degli uomini nei profondissimi fondamenti dell’anima umana. Dovremmo quindi supporre che questo tempo corrisponda a qualcosa dall’universo, cioè: dovremmo trovare nell’universo qualcosa che rappresenti un ciclo, un ritmo. Così come il ritmo di giorno e notte è uguale a ventiquattro ore, come il corso annuale è uguale a trecentosessantacinque giorni, così dovremmo trovare nell’universo qualcosa di analogo, soltanto dovrebbe essere più ampio. Tutto questo si riferisce al sole, o almeno al sistema solare. Dovrebbe dunque accadere qualcosa di maggiore per il sole, che sarebbe più ampio nello stesso grado in cui sono più ampi i ventotto, ventinove, trent’anni rispetto alle ventiquattro ore, ai trecentosessantacinque giorni; qualche orbita. Ebbene, giustamente gli antichi consideravano Saturno come il pianeta più esterno del nostro sistema solare. È il pianeta più esterno. Il fatto che ancora Urano e Nettuno si aggiungano è naturalmente completamente giustificato dal punto di vista dell’astronomia materialistica, ma hanno un’altra origine, non appartengono al sistema solare, così che possiamo già dire che Saturno limita il sistema solare. Chiedete dunque a voi stessi: se Saturno limita il sistema solare, potremmo allora dire: allora, mentre Saturno gira in giro, gira attorno al limite più esteriore del sistema solare. Non è vero, se prendiamo Saturno e gira attorno, ritorna di nuovo al suo punto, allora descrive il limite più esteriore del sistema solare. E lì, se gira attorno al sole, quando ritorna allo stesso punto, sta nella stessa relazione al sole come stava al punto di partenza. Ora Saturno descrive il suo corso — secondo il sistema copernicano si può oggi dirlo — in un tempo da ventinove a trenta anni, il tempo che corrisponde. Nel corso ancora non compreso di Saturno attorno al sole avete dunque — la cosa si comporta davvero diversamente, ma il sistema copernicano oggi non è ancora abbastanza avanzato da comprenderlo — la relazione che si estende fino all’estremità più lontana del sistema solare, l’evento che si esprime nel percorso più esteriore di Saturno attorno al sole, con cui il corso della vita dell’uomo è ora collegato, così che è un’immagine di questo corso di Saturno, nella misura in cui questo corso della vita conduce l’uomo fino all’incontro con il Padre. Anche questo ci conduce verso il macrocosmo.

Con ciò credo di aver dimostrato che veramente l’interno più profondo dell’essere umano può essere compreso soltanto quando lo si pensa nella sua relazione con l’extraterrestre. Questo extraterrestre allora è organizzato come spirituale, oserei dire, cosicché ci si rivolge verso di esso, anche se ce lo presenta in forma visibile. Ma quello che ci si presenta visibilmente è appunto soltanto l’espressione dello spirituale. E l’elevazione dell’uomo dal materialismo soltanto allora avverrà quando la conoscenza sarà portata così lontano che si eleva dal comprendere le sole condizioni terrene e di nuovo si innalza alla comprensione dei mondi stellari e del sole.

Ho già accennato che molte cose, di cui la sapienza scolastica odierna ha ancora poco sentore, sono collegate a queste cose. Oggi gli uomini pensano che potranno un giorno nel laboratorio creare esseri viventi da materia inorganica. Oggi il materialismo ne approfitta. Non bisogna essere materialista per credere che laboratoriumsgemäß da materia inorganica si possa fare un essere vivente; la fede degli alchimisti lo testimonia — che certamente non erano materialisti —, ovvero che potessero fare omuncoli. Oggi è interpretato in senso materialistico. Ma verrà una volta il tempo in cui sarà vero, cioè interiormente sentito, quando si va in laboratorio da un uomo — poiché verrà che si potrà laboratoriumsgemäß creare vivente da non-vivente —, che si dovrà dire a quell’uomo che lo fa: «Benvenuto alla stella dell’ora!». Perché non a ogni ora arbitraria potrà accadere, bensì dipenderà dalla costellazione stellare. Perché se la vita sorge da ciò che non è vivente, dipende dalle forze che non sono sulla terra, bensì vengono dall’universo.

Molte cose sono collegate a questi segreti. Ora è possibile — e parleremo di tali cose nei prossimi tempi — dire già molte cose di queste cose, di queste cose riguardo a cui anche Saint-Martin, il cosiddetto filosofo sconosciuto, in vari punti del suo libro su verità e errori dice che ringrazia Dio che siano avvolte in profondo segreto. Non possono rimanere avvolte in profondo segreto, perché gli uomini ne avranno bisogno per il proseguimento dello sviluppo; ma è necessario che gli uomini si acquisiscano verso tutte queste cose nuovamente quella serietà e quel sentimento della santità, senza i quali non si farà il giusto uso di queste conoscenze per il mondo. Di queste cose vogliamo allora parlare ulteriormente la prossima volta.

7°Il libro Des erreurs et de la verité. Mercurio, zolfo e sale

Berlino, 20 Marzo 1917

Oggi desidero inserire nel corso della nostra trattazione una sorta di considerazione storica, non tanto per condurre un’indagine storica da cui estrarre qualcosa dalla storia, bensì piuttosto perché attraverso la considerazione che intendiamo sviluppare, potremo avvicinarci a vari aspetti del contenuto spirituale del presente, del patrimonio spirituale che ci circonda immediatamente.

Nel 1775 apparve a Lione un libro straordinariamente notevole che, già nel 1782, trovò accoglienza in certi ambienti della vita spirituale tedesca, e la cui influenza è molto maggiore di quanto comunemente si pensi; un’influenza che, soprattutto, dovette essere in qualche modo repressa proprio da ciò che costituisce l’impulso principale dello sviluppo spirituale del diciannovesimo secolo. Il libro è di massimo interesse per chi voglia orientarsi spiritualmente-scientificamente su ciò che in realtà è accaduto dai tempi più recenti fino ai nostri giorni. Intendo il libro «Des erreurs et de la vérité» di Saint-Martin. Se oggi qualcuno prende in mano questo libro, sia nella lingua originale, sia nella traduzione tedesca curata dal «Wandsbecker Boten» Matthias Claudius, fornita di una bellissima prefazione dello stesso Matthias Claudius, è estremamente difficile per l’uomo contemporaneo comprenderlo. Anzi, era già piuttosto difficile comprenderlo anche per Matthias Claudius, cioè per l’epoca della fine del diciottesimo secolo, come lo stesso Matthias Claudius confessa. Egli dice nella sua prefazione, che è bellissima: La maggior parte non comprenderà questo libro. Neppure io lo comprendo veramente. Però il suo contenuto mi ha toccato il cuore così profondamente che ritengo che debba essere accolto nei cerchi più ampi. In particolare, chiunque parta da quelle concezioni fisiche, chimiche e simili del mondo — senza naturalmente vantare neppure un’ombra di erudizione in queste materie — che oggi si acquisiscono attraverso la scuola o mediante l’istruzione generale, non potrà fare gran che con il contenuto di questo libro. E neppure colui che ricava la sua concezione contemporanea — come si potrebbe dire? — diciamo la sua visione del tempo, per non toccare la parola «politica», dai giornali ordinari o da ciò che si riflette in essi e nelle riviste che specchiano la cultura contemporanea.

Ci sono diversi motivi per cui parlo a voi proprio oggi, dopo che le due conferenze pubbliche di giovedì e sabato scorso sono concluse, in collegamento a questo libro. In quelle due conferenze ho parlato infatti della natura e della strutturazione dell’uomo, del rapporto tra l’anima umana e il corpo umano nel senso in cui si parlerà di questo rapporto quando le conoscenze naturali-scientifiche, che già oggi possono essere acquisite ma non utilizzate, saranno considerate nella giusta maniera. Che non si parlerà più nello stesso modo del rapporto della vita rappresentativa, della vita emotiva e volitiva con l’organismo umano, come ancora oggi si fa, quando le conoscenze naturali-scientifiche saranno realmente utilizzate nella giusta maniera — questa deve essere la convinzione di chi veramente riconosce la scienza dello spirito. Perciò ritengo che con il contenuto di queste due conferenze sia stato fatto un inizio per ciò che deve venire, che forse nel mondo esterno, di fronte alle grandi resistenze non della scienza, ma degli scienziati, durerà ancora a lungo. Ma anche se durerà a lungo, avverrà comunque che il rapporto tra l’anima umana e il corpo umano sarà considerato in questo modo, come è stato delineato in queste due conferenze.

Ora, in queste due conferenze ho parlato nel modo in cui, potrei dire, si deve parlare nel 1917. Intendo nel modo in cui si deve parlare dopo avere considerato tutto ciò che è accaduto nelle ricerche naturali-scientifiche e in altre esperienze umane pertinenti.

Non si sarebbe potuto parlare di tutte queste cose nello stesso modo nel diciottesimo secolo. Nel diciottesimo secolo si sarebbe parlato di tutte queste cose in tutt’altro modo. Non si considera sufficientemente quale immensa importanza ebbe ciò che ho spesso esposto: che circa con la fine del primo terzo del diciannovesimo secolo, negli anni trenta e quaranta, dal punto di vista spirituale si verificò una crisi straordinariamente forte nello sviluppo dell’umanità europea. L’ho caratterizzato spesso dicendo: allora le onde del materialismo raggiunsero il loro apice. E l’ho spesso esposto, attirando anche frequentemente l’attenzione sul fatto che si sente molto spesso il banale detto: La nostra epoca è un’epoca di transizione! Naturalmente ogni epoca è un’epoca di transizione, e questa affermazione «La nostra epoca è un’epoca di transizione» è straordinariamente banale, perché ogni epoca lo è. Ma non si tratta di costatare che un’epoca qualunque sia un’epoca di transizione; si tratta piuttosto di stabilire in cosa consista la transizione. Allora certamente si giungerà a certi momenti storici che rappresentano transizioni profondamente significative nello sviluppo dell’umanità. E una tale transizione profondamente significativa nello sviluppo dell’umanità — anche se oggi non è notata — si verificò nel momento indicato. Perciò deve essere comprensibile il fatto che sui misteri che riguardano direttamente l’uomo oggi si debba parlare con parole completamente diverse, con formulazioni completamente diverse, con visioni da punti di vista completamente diversi, di quanto fosse possibile nel diciottesimo secolo.

Nel diciottesimo secolo forse nessuno ha parlato con un’attenzione così intensa rivolta alle concezioni naturali-scientifiche del tempo di questioni molto simili a quelle di cui qui parliamo, come Saint-Martin. Ma Saint-Martin, con tutto ciò di cui egli parla, non si trova affatto, come noi ora, nell’alba di un nuovo tempo: si trova nel crepuscolo della vecchia epoca e parla nel crepuscolo della vecchia epoca. Così che, se il punto di vista che menzionerò tra poco non fosse particolarmente importante, oggi potrebbe sembrare quasi indifferente se ci si occupa affatto di Saint-Martin, se si assimila veramente questa strana elaborazione delle idee ispirate da Jakob Böhme presso Saint-Martin oppure no. Potrebbe sembrare, dico, indifferente, se non si sollevasse una questione completamente diversa e profondamente significativa, che menzionerò nel corso della considerazione odierna.

Saint-Martin parla, per evidenziare alcuni aspetti concreti, tentando di esporre a quali errori gli uomini possono essere soggetti nelle loro concezioni del mondo e quali possono essere i cammini della verità — il suo libro si intitola appunto «Des erreurs et de la vérité» — parla cosicché maneggia certi concetti e idee che erano comuni in certi circoli fino al diciottesimo secolo, nel modo più obiettivo concepibile. Vediamo che egli è completamente immerso nel maneggio di questi concetti e idee. Troviamo così che, quando Saint-Martin si propone di considerare il rapporto dell’uomo all’intero cosmo e alla vita morale, maneggia le tre idee principali che pure rivestono un ruolo così grande in Jakob Böhme, in Paracelsus: le tre idee principali attraverso cui allora si tentava di comprendere la natura e anche l’uomo: Mercurio, Zolfo, Sale. Attraverso questi tre elementi, Mercurio, Zolfo, Sale, si tentava allora di ottenere la chiave per comprendere la natura esterna e la comprensione dell’uomo. Come questi concetti erano allora utilizzati, l’uomo contemporaneo, se parlasse nello stesso modo in cui un naturalista contemporaneo parla — e si deve pur fare così, altrimenti si regredisce — non può più utilizzarli in questo modo. Semplicemente è impossibile pensare la stessa cosa alle tre parole Mercurio, Zolfo, Sale, che ancora un uomo del diciottesimo secolo pensava. Allora si collocava una trinità quando si parlava di Mercurio, Zolfo, Sale, che l’uomo contemporaneo, se parla con consapevolezza naturale-scientifica, potrà rappresentare correttamente di nuovo solo quando articola l’uomo nel modo come l’ho fatto io: nell’uomo del ricambio metabolico, nell’uomo della respirazione, nell’uomo del sistema nervoso, da cui l’uomo intero risulta composto. Poiché tutto appartiene in qualche modo a uno di questi tre arti. E se si pensa che appartenga a uno diverso, come si potrebbe pensare delle ossa, sarebbe solo apparente. Così pure l’uomo del diciottesimo secolo comprendeva che l’intero essere umano poteva essere compreso quando si aveva la concezione onnicomprensiva di Mercurio, Zolfo, Sale. Naturalmente, quando l’uomo d’oggi o il chimico parla di Sale, parla dei granelli bianchi che ha sulla tavola, o dei sali che il chimico lavora nel suo laboratorio. Quando parla di Zolfo, l’uomo d’oggi pensa ai fiammiferi e il chimico a tutti gli esperimenti che ha fatto con la storta e l’alambicco sulla trasformazione dello zolfo. Con Mercurio si pensa al comune mercurio. Gli uomini del diciottesimo secolo non pensavano così. Ed è persino oggi difficile rappresentarsi tutto ciò che viveva nell’anima di un tale uomo del diciottesimo secolo quando parlava di Mercurio, Zolfo, Sale. Così anche Saint-Martin si pose la questione a suo modo: Come articolo l’uomo quando considero la sua corporeità come un’immagine della sua natura animica? E disse: Considero l’uomo anzitutto per quanto riguarda gli strumenti, gli organi del suo pensiero — egli se ne esprime in modo diverso, ma dobbiamo tradurre un poco, altrimenti l’esposizione durerebbe troppo a lungo — considero l’uomo anzitutto per quanto riguarda gli organi della sua testa. Che cosa è l’elemento principale? Che cosa entra in considerazione? Che cosa è propriamente l’agente operante nella testa, come diremmo oggi, nel sistema nervoso? Egli dice: il Sale. E intende per Sale anzitutto non i granelli bianchi, e neppure ciò che i chimici intendono per sale, bensì la somma di quelle forze soprattutto che operano nella testa umana quando l’uomo rappresenta. E tutto ciò che è azione salina esterna, egli lo considera solo come manifestazione, come una rivelazione esterna di quelle medesime forze che altrimenti operano nella testa umana. Poi si chiede: Quale elemento opera prevalentemente nel petto umano? Nel mio articolamento dell’uomo dell’altro giovedì, porremo al suo posto: Che cosa opera nell’uomo della respirazione? Saint-Martin dice: Vi opera lo Zolfo. Così che tutto ciò che è connesso con le funzioni del petto, presso Saint-Martin è sotto il dominio di quelle azioni che hanno la loro origine nello Zolfo, nel sulfureo. E poi si chiede: Che cosa opera in tutto il resto dell’uomo? Diremmo oggi: nell’uomo del metabolismo. E dice: Vi opera il Mercurio. — E così egli ha a sua disposizione l’uomo intero a modo suo. Certo, nel modo in cui ora parla, come getta insieme talvolta le cose, si vede che egli è nel crepuscolo di questo intero sistema di pensiero. Ma d’altra parte si vede che, stando nel crepuscolo, egli ha assimilato un’immensa ricchezza di verità colossali, che allora erano ancora comprese e che oggi sono sepolte; che egli può esprimere maneggiando da parte sua ciò che è dato nei tre concetti Mercurio, Zolfo, Sale. Così egli fornisce in questo libro «Des erreurs et de la vérité» una bellissima dissertazione — che naturalmente per il fisico contemporaneo è completa follia — una bellissima dissertazione sui temporali, sul fulmine e il tuono, mostrando come si possono usare da una parte Mercurio, Zolfo, Sale per spiegare l’uomo per quanto riguarda la sua corporeità; come si possono usare d’altra parte Mercurio, Zolfo, Sale nella loro cooperazione per spiegare tali fenomeni atmosferici. Una volta questi elementi cooperano nell’uomo, un’altra volta nel mondo esterno. Nell’uomo producono ciò che forse brilla come un pensiero o come un impulso volitivo; nel mondo esterno i medesimi elementi producono, per esempio, fulmine e tuono.

Come detto, ciò che Saint-Martin espone è per il diciottesimo secolo qualcosa che colui che è immerso nel modo di pensare di allora può ancora comprendere pienamente. Per il fisico contemporaneo è completa follia. Ma proprio con il fulmine e il tuono la fisica contemporanea ha, potrei dire, una certa stranezza. Poiché con il fulmine e il tuono la fisica contemporanea se la prende comoda, quando vuole spiegare qualcosa. Si deve insegnare, per esempio, che il fulmine nasce e il tuono lo segue, quando tra due nubi, di cui l’una è carica positivamente e l’altra negativamente, le elettricità si equilibrano. Lo studente che fosse un po’ impertinente e avesse visto poco prima come l’insegnante, quando compie esperimenti elettrici, asciuga attentamente ogni umidità, perché i suoi strumenti siano asciutti, perché l’elettricità non funziona così se c’è umidità, lo studente potrebbe dire: Sì, però signor maestro, le nuvole sono così umide, come può l’elettricità funzionare in quel modo come lei dice? — L’insegnante allora direbbe: Sei un ragazzo sciocco, non capisci! — Non saprebbe infatti cos’altro dire. Saint-Martin tenta di chiarire come in un modo particolare attraverso il salino legato nell’aria possa trovarsi il mercuriale e il sulfureo, e tenta di mostrare come, in modo simile a quello per cui carbone, salnitro e zolfo sono legati nella polvere da sparo, così attraverso una particolare trasformazione del mercuriale e del sulfureo con l’aiuto del sale possono nascere esplosioni. E questa esposizione, nel senso del tempo allora vigente, usando i concetti di allora del mercuriale, del sulfureo e del salino, è straordinariamente ingegnosa. Naturalmente non posso approfondire, ma vogliamo considerare la cosa piuttosto storicamente. E Saint-Martin mostra particolarmente bene come con certe proprietà dell’aria dopo il temporale precisamente la peculiare relazione del fulmine al Sale — ciò che egli chiama Sale — si dimostra vera. Insomma, Saint-Martin combatte a suo modo il materialismo che stava sorgendo, avendo dietro di sé il fondamento della saggezza tramandata, che ha trovato un elaboratore di straordinaria importanza in lui. Nel contempo, Saint-Martin aspira a una spiegazione del mondo nel suo insieme, e procede, dopo avere fornito tali spiegazioni in cui ha utilizzato gli elementi di cui abbiamo appena parlato, a una spiegazione del divenire della Terra. Qui egli non è così sciocco come i posteri, che credono alla nebulosa primitiva e pensano che si possa pervenire all’inizio del mondo con concetti fisici; bensì quando vuole spiegare il divenire primitivo della Terra, ricorre subito alle Immaginazioni. E troviamo una meravigliosa abbondanza di rappresentazioni immaginative in questo libro, dove vuole parlare del divenire della Terra, di vere Immaginazioni, che sono comprensibili solo dalla sua epoca, come le sue concezioni fisiche. Non potremmo utilizzare oggi le medesime Immaginazioni, ma mostrano che da un certo punto in poi vuole comprendere le cose con la conoscenza immaginativa.

Poi, dopo aver tentato ciò, passa a comprendere la vita storica umana. E tenta di stabilire come la vita storica possa essere compresa solo per il fatto che di volta in volta veramente impulsi spirituali dal mondo spirituale sono intervenuti nel piano fisico. E allora tenta di applicare questo tutto alla natura più profonda dell’uomo, mostrando come ciò che la leggenda biblica rappresenta come la caduta del paradiso, come questo secondo la sua conoscenza immaginativa si basa su determinati fatti, come l’uomo è passato da uno stato originario al suo stato attuale. Tenta ora di comprendere i fenomeni storici del suo tempo e generalmente della storia come una sorta di caduta della vita spirituale nella materia. — Tutto questo non deve essere difeso, ma solo descritto. Non voglio naturalmente mettere la dottrina di Saint-Martin al posto della scienza dello spirito, della nostra antroposofia; voglio solo raccontare la storia, per mostrare come allora Saint-Martin è andato avanti.

In tutto questo leggiamo capitolo dopo capitolo nel libro «Des erreurs et de la vérité» una strana osservazione. Si vede infatti che, quando si prende in mano il libro di Saint-Martin, egli parla da una ricchezza profonda di conoscenza, e ciò che dà sono, potrei dire, solo i rami più esterni di una conoscenza che vive nella sua anima. Ma l'indica anche in diversi punti del suo libro. Più o meno dice così: Se andassi più in profondità in questo punto, dovrei pronunciare verità che non posso pronunciare. In un punto dice persino: Se dovessi finire di parlare qui, dovrei pronunciare verità che per la maggior parte degli uomini è meglio siano avvolte nella più profonda oscurità della notte. — Il vero scienziato dello spirito sa molto bene cosa fare con tutte queste osservazioni, sa anche perché in certi punti di certi capitoli queste osservazioni appaiono. Su certe cose non si può parlare da tutti i presupposti. Sarà possibile parlare di certe cose solo quando gli impulsi dati dalla scienza dello spirito saranno divenuti impulsi morali; quando gli uomini si saranno conquistati una certa elevazione d’animo attraverso la scienza dello spirito, così che si possa parlare di certe questioni diversamente da come in un’epoca in cui strani personaggi scientifici si aggirano intorno — basta che ricordi Freud e consorti. Ma queste cose verranno raggiunte.

Nell’ultimo terzo del suo libro Saint-Martin passa a discutere certi argomenti politici. Nel nostro presente difficilmente si può nemmeno accennare come si debba riportare in relazione il modo di pensare di allora di Saint-Martin con il modo di pensare dell’umanità adesso. Poiché è vietato parlarne. Posso solo dire che l’intero atteggiamento che Saint-Martin assume in questo ultimo terzo del suo libro è straordinariamente strano. Se si legge questo capitolo, lo si deve leggere oggi consapevoli che: Questo capitolo è apparso con l’intero libro nel 1775; la Rivoluzione francese seguì solo dopo che questo capitolo era stato scritto. Si deve pensare questo capitolo in connessione con la Rivoluzione francese; si deve leggere proprio questo capitolo veramente leggendo molto tra le righe. Ma Saint-Martin procede, potrei dire, da occultista. Colui che non ha l’organo per riconoscere i profondi impulsi che sono presenti proprio in questo capitolo di Saint-Martin, probabilmente soddisferà il suo animo all’introduzione che Saint-Martin fa a questo capitolo. Poiché in questo capitolo Saint-Martin dice: Non si creda affatto che io voglia offendere qualcuno. Chiunque abbia a che fare in qualche modo con i poteri governanti della Terra, chiunque sia coinvolto in qualche modo nel governo, non creda affatto che io voglia offenderlo. Sono amico di tutti, tutti, tutti. — Ma dopo che questa scusante è passata, dice comunque cose contro cui le osservazioni di Rousseau sono un gioco da ragazzi. Bene, neppure di queste cose posso parlare ulteriormente.

Insomma, abbiamo a che fare con un’importanza profondamente significativa di questo uomo, che aveva una scuola dietro di sé, e senza il quale Herder, Goethe, Schiller e il Romanticismo tedesco non sarebbero pensabili, come egli non è pensabile senza Jakob Böhme. E tuttavia, se lo si legge oggi, se lo si lascia agire su di sé, è come ho appena detto: Non avrebbe il minimo valore parlare al pubblico in forme di Saint-Martin, come ho fatto giovedì e sabato scorsi — e farò di nuovo il prossimo giovedì — tentando di disegnare un’immagine del mondo che da una parte sia pienamente fedele ai fondamenti spirituali-scientifici, e dall’altra sia pienamente fedele alle scoperte naturali-scientifiche più meticolose del presente. Nel modo di pensare attuale, nel modo in cui oggi legittimamente si devono formulare le cose, la maniera di rappresentazione di Saint-Martin non si adatta più. Come per qualcuno che viene da un’area linguistica a un’altra, non si adatta la lingua del primo territorio linguistico, ma quella del secondo, così oggi sarebbe follia tentare di discutere le cose nelle forme di pensiero di Saint-Martin; e principalmente follia, perché appunto quel grande muro divisorio nello sviluppo spirituale tra noi e loro si situa nell’anno 1842, cioè alla fine del primo terzo del diciannovesimo secolo.

Vedete: Nello sviluppo spirituale dell’umanità vi è una possibilità, con una certa maniera di pensiero, di penetrare nel crepuscolo. Ma quando ci si occupa di Saint-Martin, non si ha l’impressione che tutto sia stato già estratto. Questo non è affatto il caso; al contrario, si ha l’impressione che vi sia una tale immensità di tesori di saggezza ancora non scoperti, che potrebbe essere estratto molto. E tuttavia, d’altra parte, è una necessità che nel progredire dello sviluppo spirituale dell’umanità questo modo di pensare cessi e ne cominci un altro. Questo sta davanti a noi. Poiché con l’altro il mondo esterno è ancora all’inizio, è appena giunta alla fase materialistica più estrema. Perciò si potrà veramente comprendere ciò che è accaduto solo allora, quando si percorrono periodi di tempo più lunghi, dove ciò che la scienza dello spirito oggi vuole solo stimolare si è sviluppato in un periodo di tempo più lungo. Poiché naturalmente ciò che Saint-Martin ha espresso alla fine del diciottesimo secolo, quando era all’alba, si è presentato diversamente da come si presenta oggi.

Ora, in questo intero tempo è finito qualcosa. Non solo è finito il fatto che tali concetti, che Jakob Böhme, Paracelsus, Saint-Martin e altri ancora padroneggiano relativamente tardi, nel crepuscolo, non possono più essere maneggiati oltre; non solo questo è accaduto, ma è accaduto anche qualcosa di molto significativo per quanto riguarda il sentire. Se si mostra lo spirito umano rivolto più verso la natura per quanto riguarda questo fenomeno del crepuscolo, come potrei dire, vividamente chiaramente in Saint-Martin, il medesimo fenomeno si mostra in modo piuttosto diverso quando rivolgiamo lo sguardo a un fenomeno storico che procede quasi parallelamente nel tempo, al crepuscolo della teosofia, allo scendere, al discendere della concezione teosofistica del mondo. Certamente anche Saint-Martin è ordinariamente chiamato teosofo, ma intendo ora, mentre caratterizzo Saint-Martin, una teosofia più rivolta verso il naturale-scientifico, e con ciò che voglio caratterizzare ora, una teosofia più religiosa, che allora era chiamata teosofia quando regnava. Regnava infatti in questa particolare formulazione precisa, così da raggiungere un culmine in — bene, in realtà non si può nemmeno dire propriamente Alta Svevia — nel territorio svevo, dove spiccano da questa generale epoca di declino teosofistica, che però raggiungeva proprio la sua particolare maturità in questa epoca del crepuscolo, tra le varie figure i due: Bengel e Oetinger. Sono circondati da un numero intero di altri. Voglio nominare solo quelli che mi sono più noti: Friedrich Daniel Schubart, il matematico Hahn, poi Steinhofer, poi il maestro di scuola Hartmann che ebbe una grande influenza su Jung-Stilling, che ebbe anche una certa influenza su Goethe, persino personalmente noto a Goethe, poi Johann Jakob Moser — un grande numero di spiriti significativi in posizioni relativamente modeste, che non formavano neppure un circolo coerente, ma che tutti vivevano nel tempo in cui brillava pure la stella di Oetinger. Oetinger era colui che visse attraverso quasi tutto il diciottesimo secolo. Nacque nel 1702 e morì nel 1782 come Prelato a Murrhardt; una personalità straordinariamente notevole, in cui si concentrava in certo senso ciò che accadde in tutto questo cerchio.

Un’eco di questa teosofia del diciottesimo secolo fu poi Richard Rothe, che insegnava anche in altre università, ma soprattutto a Heidelberg, che scrisse una bellissima prefazione a un libro che Carl August Auberlen pubblicò su «La teosofia di Friedrich Christoph Oetinger», in quale prefazione proprio Richard Rothe, che rappresenta un’eco, che si era conservato le tradizioni da questo cerchio, dalla sua convinzione teosofistica da un lato ancora sempre si ricorda della teosofia di quei grandi teosofisti di cui ho appena fatto menzione dei nomi, d’altro lato parla però cosicché si riconosce esattamente come proprio Richard Rothe sente che sta dietro un periodo di crepuscolo anche per quanto riguarda quei segreti della vita che egli, come teologo, ha particolarmente in vista. E così Richard Rothe parla di Oetinger in questa prefazione. E voglio portare una parte di questa prefazione alla vostra considerazione. La prefazione stessa fu scritta nel 1847. Voglio portarla alla vostra considerazione, così che vediate come in Richard Rothe — allora era a Heidelberg — viveva un uomo che pensava indietro a Oetinger, e che in Oetinger ha visto ancora un uomo che si è sforzato, soprattutto, di leggere la Scrittura del Vecchio e Nuovo Testamento a suo modo; di leggerla però con una comprensione teosofistica del mondo. E su questo modo particolare di leggere la Scrittura Richard Rothe guarda indietro, e confronta questo modo di leggere la Scrittura con il modo in cui egli stesso l’ha — egli è morto solo negli anni sessanta, è un’eco —, come l’ha imparato, come era usuale intorno a lui. Con questo modo di leggere la Scrittura confronta ciò che Bengel, Oetinger, Steinhofer, il matematico-astronomo Hahn e altri hanno cercato.

Allora Richard Rothe dice parole straordinariamente strane:

«Tra gli uomini di questa direzione, a cui appartiene certamente Bengel con la sua Apocalittica, Oetinger è in primo piano. Non soddisfatto della teologia scolastica del suo tempo, egli ha sete di una comprensione più ricca e più piena, e quindi certamente anche più pura della verità cristiana. La teologia ortodossa non gli basta, gli sembra insipida; egli aspira oltre a essa, non perché metta in discussione la sua fede troppo, ma perché il suo spirito profondo ha bisogno di più di quanto essa può dare. Non urta contro il suo Supernaturalismo — il Supernaturalismo della teologia corrente — bensì contro il fatto che essa il Sovrannaturale non lo prende realmente abbastanza. Il suo spiritualismo usuale, che trasforma le realtà del mondo della fede cristiana in pale astrazioni, in mere immagini mentali, gli ripugna nell’intimo dell’anima. Di qui il suo ardente zelo contro ogni Idealismo…»

Una tale affermazione potrebbe sembrare strana, ma la si deve comprendere. Quando il tedesco intende Idealismo, intende un sistema che vive solo in idee, mentre Oetinger, e con lui Rothe, cercava la vita spirituale reale: spiriti reali che fanno progredire la storia, non ciò che i Ranke e poi tutti gli altri hanno descritto con le loro pale idee, come le cosiddette idee storiche. Come se le idee — bene, allora non si sa come parlare se si vuole parlare «realmente» — potessero così camminare attraverso la storia, e potessero far progredire le cose. Questi uomini volevano mettere il vivo al posto della morte astratta. «Di qui il suo ardente zelo contro ogni Idealismo, il suo, certamente, sebbene contrario alla sua intenzione, realismo che sconfina nel materialismo, il suo energico insistere su concetti .»

Questi sono concetti che realmente afferrano lo spirituale, che non parlano del fatto che un’immagine ideale sta a fondamento delle cose, bensì che cercano gli spiriti — pensieri e concetti massicci.

«Anche il suo orientamento verso la natura e le scienze naturali è intimamente connesso con questa sua direzione scientifica fondamentale. L’accettazione sprezzante con cui l’idealista facilmente tratta la natura gli era estranea; egli presentiva dietro la sua grezza materialità un essere reale ed era profondamente convinto che senza la natura dappertutto non potesse esservi vero essere, perché non vi fosse essere reale, sia esso divino o creaturale. È sorprendente e una nuova legittimazione del diritto storico della direzione di cui qui parliamo, come in questa sete di una reale comprensione della natura non solo nel nostro Oetinger, ma anche nei Teosofisti protestanti anteriori e contemporanei, in modo massimo in Jakob Böhme, riaffiori la tendenza scientifica originaria dell’epoca della Riforma, come essa si esprime nei suoi sforzi filosofici, di nuovo. Un tale realismo, di cui Oetinger aveva sete, è innato nel cristianesimo nel suo essere più intimo;» — dice Richard Rothe — «trasportato in un’altra direzione spirituale, deve subire sempre debolezze, e proprio nei suoi insegnamenti più caratteristici soprattutto. Esso può allora anche portare un intero mondo di miracoli cristiani molto più ricco di quello che l’idealismo a cui siamo stati educati fin dalla giovinezza, che è angosciato ovunque dal timore di pensare le cose divine troppo realmente e prendere troppo letteralmente le parole divine. Sì, questo realismo cristiano esige addirittura un tale mondo di miracoli, come si svolge particolarmente nella dottrina delle cose ultime. Esso perciò non si può scoraggiare nelle sue speranze escatologiche dal pityful head-shaking di coloro che si ritengono i soli intelligenti; comprende piuttosto come potrebbe essere possibile una comprensione concettuale delle cose create e della loro storia senza un chiaro e distinto concetto del risultato ultimo dello sviluppo del mondo, che come scopo e fine della creazione solo può fornire luce al suo concetto e significato. Infine, non indietreggia neppure davanti al pensiero di un mondo di spiriti reale, incorporeo e quindi veramente vivo, e di un contatto egualmente reale dell’uomo anche nel suo stato attuale con esso. Il lettore vede da sé come tutto questo si applica esattamente a Oetinger.»

Qui avete il riferimento a un’epoca in cui si ricercava non le idee della natura, bensì un mondo di spiriti vivente; e in verità, Oetinger ha tentato di raccogliere nel corso della sua vita tutto ciò che gli era accessibile dei tesori della conoscenza dell’umanità, per giungere a un vivo contatto con il mondo spirituale. E che cosa stava dietro a questo uomo? L’uomo non era ancora come un uomo che vive nel presente. L’uomo del presente ha soprattutto il compito di mostrare come la scienza naturale moderna deve essere corretta attraverso la scienza dello spirito, affinché venga raggiunta una vera conoscenza. Oetinger cercava ancora qualcosa d’altro: cercava di mostrare un conseguimento del mondo di spiriti vivente, per giungere alla comprensione della Bibbia, della Scrittura, particolarmente del Nuovo Testamento. E su questo parla anche bellissimamente Richard Rothe:

«Per comprendere questo, si deve calcolare molto attentamente anche la sua posizione, o piuttosto il suo stato d’animo» — cioè lo stato d’animo di Oetinger — «di fronte alla Scrittura sacra, la sua viva consapevolezza che la vera, cioè la comprensione intera, piena e quindi anche veramente pura della Bibbia ancora manca, che essa particolarmente nella spiegazione ecclesiastica non è ancora stata data. Posso forse rendere più chiaro ciò che intendo dire di Oetinger quando racconto come è avvenuto per me stesso per più di trent’anni con la Scrittura sacra,» — così parla Richard Rothe — «principalmente con il Nuovo Testamento e in questo soprattutto con i discorsi del Redentore e con le lettere paoline. L’impressione che la Scrittura mi dà, quando mi accingo a essa con i nostri commentari, è la consapevolezza sempre più viva della sua sovrabbondanza, non solo quanto al vasto oceano di sentimento, per quanto inesauribile, che la pervade (la profondità della Sacra Scrittura, come Bengel la chiama), ma non meno per quanto riguarda il contenuto di pensiero depositato nella sua parola. Mi trovo davanti a essa con una chiave che la Chiesa mi ha dato come provata nei lunghi secoli nella mia mano. Non posso dire direttamente che non si adatta, ma ancora meno che sia la giusta. Apre in modo insufficiente, ma solo con l’aiuto della violenza, che faccio al serratura. La nostra tradizionale esegesi — non intendo quella neologica — mi lascia comprendere la Scrittura, ma non basta a farmi comprenderla interamente e puramente. Sa bene estrarre il contenuto generale dei suoi pensieri, ma non sa motivare la forma peculiare, in cui questi pensieri in essa appaiono. Mi rimane ancora come un velo sulla testo anche dopo l’interpretazione. Questo rimane al testo biblico come un residuo irrazionale che, se essa ha rettamente svolto il suo compito, pone i redattori biblici e coloro che riferiscono il loro discorso in una situazione molto sfortunata. In verità, se il Signore e i suoi apostoli volessero solo questo e esattamente questo, quello che gli esegeti permettono loro di dire, allora si sarebbero espressi molto in modo sgradevole e scomodo, o più correttamente, in modo molto strano, e avrebbero reso difficile inutilmente la comprensione a coloro che li ascoltavano e che li leggono. L’immensa biblioteca della nostra letteratura esegetica è in questo caso un’accusa seria nei loro confronti, che abbiano parlato così poco chiaramente e distintamente, così poco direttamente e con lingua pura di cose così incomparabilmente importanti e per uno scopo così incomparabilmente importante. Ma chi non sente che questa accusa non li tocca? Il vero lettore della Bibbia riceve l’impressione completamente inequivocabile che il discorso è proprio così come deve essere, come suona — che questi non sono innocui fronzoli, ciò che la nostra esegesi deve sempre prima tagliare via come rami selvaggi, prima di poter penetrare nel suo contenuto, — che il modo da lungo tempo consueto degli esegeti, di polverizzare la parola scritturale perché sia vecchia e strana, prima di tradurla, termina con lo strofinare via il fascino inimitabile con che essa brilla ormai da millenni con lo splendore primaverile di eterna giovinezza. I maestri dell’interpretazione biblica possono sorridere come vogliono, rimane così — vi è scritto qualcosa tra le righe del loro testo, che non sono capaci di leggere con tutta la loro arte, ma che soprattutto si deve saper leggere, per comprendere la forma completamente peculiare, in cui si incontrano in noi gli insegnamenti universalmente riconosciuti della verità divinamente rivelata solo nella Scrittura sacra, nella caratteristica differenza da tutte le altre rappresentazioni di essa. I nostri interpreti ci indicano solo le figure in primo piano del dipinto biblico, ma il suo sfondo con i suoi lontani, meravigliosamente formati monti e il suo splendente cielo azzurro profondo l’ignorano. Eppure, proprio da questo si riversa su quelle il meraviglioso unico lume magico in cui ricevono una trasfigurazione, che per noi è l’elemento propriamente enigmatico in esse. Mancano gli fondamentali, le fondamentali visioni, che stanno a base del modo di parlare della Scrittura, come un’assunta ma non pronunciata anticipazione ; e con essi, non meno, ci manca il vincolo che tiene insieme organicamente tutto il singolo delle idee scritturali, l’anima vera, la connessione interiore dei singoli elementi del cerchio di pensiero biblico. Non c’è da meravigliarse allora che noi su cento cose nella nostra Bibbia, che proprio per questo rimangono sempre cruces interpretum, non possiamo giungere a una comprensione precisa, non a una comprensione che riconosca il dettaglio del testo pienamente motivato in tutti i suoi tratti più minuti. Non c’è da meravigliarsi che su molti passi abbiamo un intero esercito di diverse interpretazioni, che ormai da tempi immemorabili litigano fra loro senza che la battaglia sia decisa. Non c’è da meravigliarsi; poiché saranno probabilmente tutte sbagliate, perché tutte imprecise, tutte solo approssimative, solo sommarie nel cogliere il significato. Ci accostiamo al testo biblico con l’alfabeto nostro dei concetti fondamentali di Dio e del mondo, presupponiamo in buona fede, come se si comprendesse da sé e non potesse essere diversamente, che quello dei redattori biblici, che sta dietro a tutto, a ciò che essi pensano e scrivono singolarmente, come una presupposizione silenziosa sullo sfondo e brilla attraverso tutto, sarà lo stesso. Ma questa è purtroppo un’illusione, di cui l’esperienza avrebbe dovuto guarirci a lungo. La nostra chiave semplicemente non si adatta, la giusta chiave è andata perduta, e finché non ci siamo di nuovo impadroniti del suo possesso, la nostra interpretazione della Scrittura non avrà successo. Ci manca il sistema dei concetti fondamentali biblici, non esplicitamente esposto, ma solo presupposto nella Scrittura stessa, esso semplicemente non è quello delle nostre scuole, e finché interpretiamo senza di esso, la Bibbia deve rimanere un libro chiuso per noi. Con altri concetti fondamentali di quelli a noi familiari, che siamo soliti considerare come gli unici possibili, dobbiamo entrarvi; e quale essi siano, e dove si debba cercarli, questo almeno è indubbiamente sicuro dal suono generale della melodia della Scrittura nella sua naturale pienezza, che devono essere più realistici, . Ho qui solo riferito la mia esperienza individuale. Lungi dall’imporla a coloro a cui è estranea, posso tuttavia credere con fiducia che Oetinger mi comprenderebbe e mi testimonierebbe che questo è stato proprio il suo caso. Ma anche tra i contemporanei contiamo su quelli che in questo, nonostante tutte le altre proteste contro di me, mi seguiranno. Nomino invece di molti uno solo, l’eccellente Dr. Beck di Tubinga.»

Oetinger ha quindi tentato di giungere alla comprensione della Bibbia per il fatto che — viveva nel crepuscolo, proprio come Saint-Martin — cercava di ravvivare i concetti ancora viventi in questo crepuscolo, cercava di giungere a una connessione vivente con il mondo spirituale, poiché solo allora sperava che la vera lingua della Bibbia potesse rivelarsi a lui. La sua premessa era infatti fermamente questa, che con soli concetti astratti della ragione si legge accanto alle cose più importanti della Bibbia, specialmente del Nuovo Testamento, e che si giunge al vero significato del Nuovo Testamento solo quando si sa comprendere che questo Nuovo Testamento è scaturito dalla visione immediata del mondo spirituale stesso, che non abbisogna di interpretazione, di esegesi, ma che soprattutto abbisogna di questo, di poter leggere questo Nuovo Testamento. A questo scopo cercò una Philosophia sacra. Questa non doveva essere una filosofia secondo il modello di quelle che poi vennero, bensì una tale, in cui fosse scritto quello che l’uomo può veramente sperimentare quando vive insieme con il mondo spirituale.

Proprio come noi, se vogliamo illuminare naturalisticamente le presupposizioni spirituali, oggi non possiamo parlare nel senso di Saint-Martin, così noi non possiamo, se oggi parliamo dei Vangeli, parlare nel senso di Oetinger, ancor meno nel senso di Bengel. Fruttifero sarà ancora l’edizione del Nuovo Testamento che Bengel ha fatto; ma con quello che particolarmente era adatto a Bengel, l’uomo moderno non saprà inizialmente che farne: con l’Apocalittica. A Oetinger stesso l’Apocalittica era lontana; al più anziano, Bengel, l’Apocalittica era molto vicina. E qui ha posto un valore particolare sulle calcolazioni; ha così calcolato i periodi della storia. E ha considerato un numero come particolarmente importante. E il fatto che ha considerato questo numero come particolarmente importante basta naturalmente interamente ai cosiddetti — ora dico tra virgolette «cosiddetti uomini moderni» — uomini moderni a considerare Bengel come un pazzo, un fantasioso, come uno sciocco. Secondo i suoi calcoli infatti l’anno 1836 doveva essere particolarmente importante nello sviluppo dell’umanità. Ha fatto calcoli grandiosi. Viveva nella prima metà del diciottesimo secolo, era quindi separato da questo anno 1836 da un intero secolo. L’ha ora calcolato, certo ancora a modo suo rappresentandosi le cose storicamente. Ma se le si guarda e ci si addentra più profondamente nelle cose e non si ha la saggezza di uno spirito moderno, allora si sa che il buon Bengel si è sbagliato solo di sei anni. Questo errore si basa su un falso punto di partenza dell’anno della fondazione di Roma; questo si può facilmente dimostrare. Ciò che Bengel intendeva con il suo calcolo è l’anno 1842, l’anno che dobbiamo indicare per la crisi materialistica. Il profondo taglio l’intendeva, Bengel, il maestro di Oetinger. Solo che, perché nella bramosia di concetti massicci è andato troppo lontano, li ha pensati troppo massicci, si è rappresentato il corso storico esteriore come se accadesse qualcosa di particolare, come fosse il giorno del giudizio; questo se l’è rappresentato così. Era solo un giorno del giudizio per la vecchia saggezza!

Così vediamo un’epoca teosofistica soccombere non così tanto tempo lontano da noi. E se oggi uno scrive storia o filosofia, allora, se nomina affatto queste persone, dedicherà loro tutt’al più poche righe, che solitamente significano molto poco. Nonostante ciò, queste persone hanno esercitato un’influenza profonda. E se oggi qualcuno pone la domanda sul significato della seconda parte del «Faust» goethiano e trova questo significato come lo trovano molti commentatori, allora non si può che meravigliarsene che «non cada la speranza dalla testa, colui che costantemente si aggrappa a cose vecchie, scava con mano avida dopo tesori e si rallegra se trova vermi della pioggia». In questa seconda parte del «Faust» vi è un’immensa quantità di saggezza occulta e riproduzione di fatti occulti, certo espressi in vera forma poetica. Tutto questo sarebbe impensabile se non fosse andata avanti quella cerchia che ho voluto caratterizzarvi solo in due manifestazioni principali. L’uomo contemporaneo non ha la minima idea di quanto si sapesse ancora della geistig Welt in tempo relativamente non così lontano, di quanto sia stato sepolto solo negli ultimi decenni. Certamente, è straordinariamente importante attirare l’attenzione su questo fatto — poiché si imparerà a leggere il Vangelo proprio anche con ciò che la scienza dello spirito oggi può fornire —, il fatto che solo un principio primissimissimo è stato fatto nel rileggere il Vangelo.

In Oetinger la cosa sta anche così stranamente. Negli scritti di Oetinger si trova una frase che è sempre citata, ma sempre non compresa, una frase che da sola basterebbe a uno che ha penetrazione per dire: Questo Oetinger è uno dei più grandi spiriti dell’umanità. Questa è la frase: La materia è la fine dei cammini di Dio. — Dare una tale definizione della materia, che così corrisponde a ciò che lo scienziato dello spirito può anche sapere, è possibile solo in un’anima straordinariamente sviluppata, possibile solo quando si è capaci di comprendere come le forze creative divine-spirituali operano, si concentrano, per generare una formazione materiale, come per esempio l’uomo, che nella sua forma esprime una fine di un’immensa concentrazione di forze.

Se leggete ciò che si sviluppa nel dialogo tra Capesius e Benedictes nel secondo dramma misterioso all’inizio, da cui emerge la relazione del macrocosmo all’uomo, per cui Capesius soffre, allora vi farete un’idea di come, nel senso della moderna scienza dello spirito, queste cose, trasposte nelle nostre parole, possono essere espresse, per cui nel suo senso Oetinger poteva pronunciare la parola significativa, che si comprende solo quando si è ritrovata la cosa: La materia rappresenta la fine dei cammini di Dio. — Ma anche proprio in lui è così: non si può più parlare nelle sue parole, altrettanto poco come nelle parole di Saint-Martin. Chi parla quelle parole, deve semplicemente avere una predilezione per la conservazione di ciò che oggi non può più essere compreso.

Ma non solo le rappresentazioni hanno subito tale trasformazione; anche i sentimenti hanno subito un’immensa trasformazione. Pensate solo a un vero uomo del nostro tempo moderno. Pensate a un vero capolavoro di tale uomo del tempo moderno, e pensate a quale rappresentazione dovrebbe farsi quando apre Saint-Martin «Des erreurs et de la vérité» e trova per caso la frase: L’uomo è stato preservato dal conoscere il principio della sua corporeità esterna; poiché se conoscesse il principio della sua corporeità corporea, non potrebbe mai vedere un corpo umano svestito senza provare vergogna. — In un’epoca in cui si desidera la nudità sulla scena — questo lo fanno proprio i capolavori del tempo moderno — naturalmente non si può fare alcunché con una tale frase. Pensate, ecco un grande filosofo, Saint-Martin, intendendo il mondo, si presenta e dichiara: Appartiene a una più alta dignità che ci si arrossissca quando si guarda una figura umana. — E tuttavia, per Saint-Martin è una cosa assolutamente comprensibile. Una cosa assolutamente comprensibile!

Vedete, oggi ho voluto innanzitutto attirare l’attenzione sul fatto che vi è qualcosa di sepolto che è estremamente significativo; poi però ho voluto particolarmente avvertire che vi è una lingua in cui si parla che non possiamo più parlare. Dobbiamo parlare diversamente. Sono andate perdute proprio le possibilità di pensiero, per poter ancora oggi parlare in questa lingua. Ma sia in Oetinger come in Saint-Martin troviamo che le cose non sono affatto pensate fino in fondo; possono essere pensate oltre. Ci si può parlare ulteriormente su di esse, però non con un uomo moderno. Potrei andare ancora oltre e dire: Oggi non ha bisogno di parlarsi affatto su di esse, quando oggi si pongono i misteri del mondo, poiché dobbiamo comprendere noi stessi non con concetti antichi, ma con concetti del presente. Per questo qui si mette tanto valore nel collegare con i concetti del presente tutto ciò che riguarda i sforzi spirituali-scientifici. Questo è un fenomeno strano: Si può attribuire un valore immenso a non ricadere in questi concetti antichi, ma non sono pensati completamente; attraverso se stessi mostrano che ancora c’è un’immensa quantità da pensare con essi. Non si ha alcuna idea di come questi concetti a loro volta si colleghino alla consapevolezza generale, perché oggi si segue la strana idea che si è sempre pensato come oggi.

Il capolavoro di cui ho parlato sopra pensa: Bene, io chiamo i piccoli pezzetti bianchi che ci sono, la polvere bianca nel saliera, sale. Ora questo capolavoro sa che il sale ha nomi diversi in lingue diverse, ma che si è sempre inteso lo stesso sotto di esso, quello che l’uomo contemporaneo intende sotto di esso. Naturalmente si presuppone sempre questo. Ma questo semplicemente non è vero. Anche il contadino, anche l’uomo più incolto aveva, quando pronunciava «Sale» nel diciassettesimo, diciottesimo secolo, persino ancora a lungo dopo, una rappresentazione molto più onnicomprensiva. Aveva piuttosto una rappresentazione di cui la rappresentazione di Saint-Martin era una concentrata; non aveva questa rappresentazione materialistica, aveva qualcosa che era connesso con la vita spirituale, quando parlava di Sale. Le parole non erano già così materiali come oggi, non si occupavano solo di quello che è il materiale singolo, immediato. E ora leggete nel Vangelo come il Cristo dice ai discepoli: «Voi siete il sale della terra.» Sì, se questo oggi è detto con le parole di oggi: «Voi siete il sale della terra», allora non è proprio ciò che il Cristo ha parlato; involontariamente si ha infatti nella parola «Sale» la sensazione, tutta la configurazione d’anima che oggi un uomo ha sulla parola «Sale». Egli può avere anche concetti molto ampi, ma non serve a nulla. Si deve tradurre, così che non sta Sale, ma qualcosa d’altro, per provocare nell’uomo contemporaneo la medesima sensazione, che era posta con l’antica parola «Sale» con il valore di allora. E così si deve fare riguardo molti documenti originali, soprattutto con la Scrittura sacra. E molto peccato è stato commesso riguardo la Scrittura sacra proprio in questa relazione. E così non è affatto incomprensibile che Oetinger tentasse studi storici infiniti, per arrivare dietro alle Valori delle parole, dietro il vero sentire delle parole. Naturalmente una testa come quella di Oetinger, oggi è considerata pazza, perché Oetinger si chiude nel suo laboratorio, e lì non settimane, ma mesi interi esegue esperimenti alchemici e studia libri cabalistici, solo per venire a sapere come le parole di una frase dovrebbero essere veramente comprese; poiché tutto lo sforzo di Oetinger è rivolto alle parole delle frasi della Sacra Scrittura.

Ora, per procedere da un punto di vista, per mostrare che oggi, perché in un’alba, si deve parlare diversamente da allora in un crepuscolo, ma anche per procedere da un altro punto di vista, ho parlato delle cose di cui oggi qui ho parlato. Qui voglio tornare ancora una volta al particolare fatto singolare, che di fronte a ciò che oggi è il contenuto del tempo, da cui qui si deve anche sviluppare lo spirituale-scientifico, potrebbe sembrare indifferente approfondirsi nel modo di rappresentazione del tempo allora, del Bengel, Oetinger, Saint-Martin e di altri. Poiché quando si parla alla cultura odierna, si deve parlare dell’uomo del ricambio metabolico, dell’uomo della respirazione, dell’uomo del sistema nervoso; non si può parlare dell’uomo mercuriale, dell’uomo sulfureo, dell’uomo salino. Poiché questi concetti, che erano ancora comprensibili a coloro che se ne occupavano nell’epoca di Paracelso, nell’epoca di Jakob Böhme, nell’epoca di Saint-Martin, nell’epoca di Oetinger, non sono più comprensibili oggi. Tuttavia non è affatto inutile occuparsi di queste cose, e non sarebbe inutile neanche se non si avesse affatto alcuna possibilità di parlare ancora oggi con questi concetti alla cultura odierna. Sì, vi do persino ancora di più: Sarebbe persino inaccorto, cari amici, gettare oggi questi vecchi concetti di Mercurio, Zolfo, Sale nel pensiero odierno. Lo trovo inaccorto; non è affatto bene. E colui che intende il polso dei tempi non ricadrà, nel tentare di rinnovare ancora una volta questi vecchi concetti, come fanno certe cosiddette società occulte, che mettono grande valore nell’attaccarsi vecchie vignette. E tuttavia è di straordinaria grande importanza impadronirsi di quella lingua che in realtà oggi non è più parlata, che però non è ancora finita di parlare presso Saint-Martin, presso Oetinger o in tempi più antichi presso Paracelso, presso Jakob Böhme.

Perché? Sì, perché? Gli uomini del presente non parlano così: si potrebbe dire che ci si potrebbe disabituare da questa lingua, e tutt’al più si potrebbe considerare il fenomeno storico. Come potrebbe un’epoca storica così non vivere il suo compimento, come avviene che vi sia ancora qualcosa che potrebbe continuare, che però si arresta, benché potrebbe continuare? Come avviene? Quale base sta dietro? Potrebbe essere giusto che non ci si intenda affatto con nessuno, se tutto quello che si ha da imparare si può imparare anche senza questi concetti.

Qui però si rivela qualcosa di straordinariamente significativo: I vivi non parlano più di questi concetti, non devono parlarne, non hanno bisogno di parlarne; tanto più importante è la lingua di questi concetti per i morti, per coloro che hanno attraversato la porta della morte. E se si ha bisogno di intendersi in qualche modo con i morti, o con certi spiriti del mondo spirituale, allora impara a riconoscere che da una certa prospettiva necessariamente si ha, di impadronirsi di quella lingua che allora era finita per la vita fisica del piano fisico.

Proprio tra coloro che hanno attraversato la porta della morte, gradualmente diviene vivo e vivente tutto ciò che vive in questi concetti, diviene una loro lingua familiare, che essi cercano. E tanto meglio si riesce, a immergersi così, come allora era pensato e sentito e provato e rappresentato, a immergersi in questi concetti, tanto più si riesce a intendersi con gli spiriti che hanno attraversato la porta della morte. Si impara allora a comprenderli molto meglio. E allora si rivela il singolare, il meraviglioso segreto, che una certa forma di forme di pensiero vive su questa Terra, ma solo fino a un certo punto, poi però non è più formata ulteriormente sulla Terra, bensì è formata più oltre da coloro che allora entrano nella vita tra la morte e una nuova nascita. Non si deve certamente credere che si abbia beneficio solo da ciò che oggi si può acquisire dall’insegnamento di Zolfo, Mercurio — Mercurio non è Mercurio ordinario —, di Zolfo, Mercurio ordinario, Sale. Se si hanno solo questi concetti, allora questi concetti non servono a nulla, per entrare in relazione con i morti nella loro lingua. Ma se si acquisiscono questi concetti così come li aveva Paracelso, così come li aveva Jakob Böhme, particolarmente così come li avevano in una certa sovrabbondanza Saint-Martin, Bengel, Oetinger, allora si nota come attraverso questo viene gettato un ponte tra questo mondo e l’altro mondo. E qui la gente può ancora ridere quanto vuole dei calcoli di Bengel — non hanno certamente alcun valore tangibile per la vita fisica esterna, ma per coloro che stannno tra la morte e una nuova nascita, questi calcoli hanno un grande significato, un significato profondo. Poiché lì vi sono tali incisioni, come quella che Bengel tentò di calcolare, per cui si è sbagliato solo di sei anni, di profondissimo significato.

Vedete: Il mondo qui sul piano fisico e il mondo dello spirito non sono solo collegati in modo che si possa attraversare il collegamento con formule astratte, ma sono collegati in modo molto concreto. Ciò che qui perde il suo significato, sale esso stesso nel mondo spirituale, vive lì insieme ai morti, quando deve essere qui dai vivi sostituito da un’altra fase. — Di questo parlerò la prossima volta.

8°I misteri di Palestina. L'uomo psichico e l'uomo pneumatico secondo Paolo

Berlino, 27 Marzo 1917

In questo tempo devo ripetutamente attirare l’attenzione su una caratteristica della considerazione che deve percorrere tutta la nostra scienza dello spirito nel presente. Ho chiamato questa caratteristica una tale, che dobbiamo vedere ovunque che dietro i concetti e le rappresentazioni e le idee che l’uomo si forma e in cui vive, non sta solo quello che spesso nella vita si chiama logica, ma che nei concetti e nelle rappresentazioni degli uomini vive quello che si può chiamare realtà. Si deve cercare concetti saturi di realtà. E può sempre ancora una volta non essere inutile, proprio nelle considerazioni che ora dovranno portare a un fine completamente determinato che subito designerò, attirare l’attenzione su come possa divenire comprensibile che un concetto, una rappresentazione qualunque che esiste nella vita, sia vero ma non possa scendere nella realtà. Certamente, ciò che veramente si intende con questi concetti saturi di realtà diventerà chiaro solo gradualmente; ma ci si può anche, potrei dire, attraverso semplici confronti, gradualmente portare alla rappresentazione del saturo di realtà. Perciò oggi voglio introduttivamente attraverso un confronto attirare di nuovo l’attenzione su quello che intendo veramente.

Ciò che ora dirò sembra, ma solo apparentemente, non avere connessione con le considerazioni che seguono, è solo un’esposizione introduttiva. Fino all’anno 1839 fin dal sedicesimo secolo tutti i cardinali romani dovevano prestare un giuramento importante. Era accaduto che il Papa Sisto V. — regnò dal 1585 al 1590 — durante il suo governo papale aveva depositato nell’Engelsburg 5 milioni di Scudi come un tesoro, che doveva servire per tempi difficili. E perché si considerava questo così importante, che tale tesoro fosse disponibile per tempi difficili, si faceva sempre giurare ai cardinali che custodirebbero questo tesoro con cura conservassero. Nel 1839 durante il governo del Papa Gregorio XVI. il successivo Cardinale Acton ha sollevato un’obiezione contro questo giuramento; non voleva più far giurare ai cardinali di voler conservare questo tesoro. — Se ora non si sente altro da questa storia, si potrebbero formulare tutte le bellissime ipotesi possibili su perché allora questo strano Acton non voleva più far giurare ai cardinali, come ancora allora era richiesto, di custodire il tesoro che poteva essere così importante per il governo papale. E tutto ciò che si potrebbe dire potrebbe contenere molta logica. Ma tutto, tutto ciò che eventualmente si potrebbe dire bellissimamente, scompare di fronte a ciò che Acton sapeva attraverso certi legami di fatto, e che i cardinali non sapevano. Egli sapeva cioè che questo tesoro dal 1797 in poi non era più presente, che era già sparito. Così avevano fatto giurare ai cardinali che avrebbero custodito un tesoro, che però non c’era più, e Acton semplicemente non voleva abbassarsi a prestare un giuramento su qualcosa che non era più presente. Vedete, tutte le belle discussioni e le ipotesi, che eventualmente uno formulasse che non sa che l’intero tesoro non era presente, che era già stato consumato sotto Pio VI. — tutte queste ipotesi vandebbero in pezzi.

Con un tale esempio, se si medita un po’ su di esso — a volte sembra inutile meditare su cose che stanno così sulla mano, ma si deve meditare su di esse e confrontare ciò che sta sulla mano con molte altre cose nel mondo —, proprio da ciò che emerge da un tale fatto, ci si potrebbe venire, quale sia veramente la situazione con concetti saturi di realtà e non saturi di realtà. Ora devo attirare l’attenzione su questo non saturo di realtà di rappresentazioni del presente per la semplice ragione che questo, come forse vedrete, almeno la prossima volta, sta proprio in connessione con il tema che nel presente della nostra epoca deve essere discusso ancora una volta dal nostro punto di vista. Voglio infatti sforzarmi di far confluire le considerazioni che abbiamo già svolto nella discussione di una relazione particolare che riguarda il Mistero di Golgota. Ciò che ho apportato l’ultima volta sarà una base proprio per quel lato del Mistero di Golgota che vogliamo ora considerare. Voglio solo portare oggi molte cose davanti alla vostra anima che apparentemente ancora non hanno relazione al nostro vero tema, perché potranno servire come fondamento di significativa utilità per noi.

Sapete, ho cautamente iniziato a indicare un certo modo di considerazione del Mistero di Golgota nel mio libro apparso già da tempo «Il Cristianesimo come fatto mistico». Questo «Cristianesimo come fatto mistico» — che sia detto solo incidentalmente, è uno degli ultimi libri che il vecchio regime in Russia ancora poche settimane fa ha confiscato nella sua nuova edizione — è un primo abbozzo della comprensione del Cristianesimo stesso dal punto di vista spirituale; dal punto di vista che nel corso dei secoli entro lo sviluppo cristiano dell’Occidente è più o meno scomparso. Ora vorrei innanzitutto sottolineare qualcosa di particolare, che in realtà le esposizioni del libro «Il Cristianesimo come fatto mistico» stanno e cadono con questo. Una determinata visione dei Vangeli è lì rappresentata. Su questa visione non entrerò ulteriormente. Potete leggerla nel libro. Ma se questa visione è legittima, allora è contemporaneamente necessario presupporre che i Vangeli non siano affatto sorti così tardi come oggi spesso si assume anche nella teologia cristiana, bensì che i Vangeli, in modo indeterminato, debbano essere collocati presto nella loro origine. Sapete che secondo questa visione gli elementi dell’insegnamento evangelico devono essere cercati nei vecchi libri misterici, e che si tratta solo di riconoscere il Mistero di Golgota come un compimento di quello che è contenuto nei vecchi libri misterici. Ora, proprio con una tale comprensione spirituale del Cristianesimo nel tempo presente anche di fronte a molte esposizioni teologico-storiche ci si imbatterà in opposizione. Una tale esposizione sembrerà anche proprio ai teologi più moderni come storicamente infondata; dovrebbe essere, per così dire, chiaro che i Vangeli nel primo secolo, o almeno nei primi due terzi del primo secolo, non hanno ancora avuto un ruolo particolare. E vi sono già rappresentanti teologici del Cristianesimo che dubitano che possa essere prodotta alcuna prova che nel primo secolo della nostra cronologia persone importanti abbiano pensato alla persona di Gesù Cristo o, come si dice, vi abbiano creduto.

Ora, diventerà sempre più chiaro che, quando la ricerca apparentemente così diligente del presente si svilupperà verso tutti i lati e non solo sarà diligente, ma sarà da tutti i lati, allora molti dubbi della ricerca diligente si dissolveranno. Naturalmente, oggi su domande che emergono da certi contrasti tra documenti cristiani e documenti ebrei, per esempio, si possono trarre tutti i tipi di conclusioni. Ma a queste conclusioni si oppone il fatto che i documenti non-cristiani, cioè i documenti non ufficialmente riconosciuti come cristiani, sono molto poco conosciuti, e particolarmente poco considerati dai teologi cristiani. Una grande parte della mancata considerazione riposa effettivamente nel fatto che il Cristianesimo e particolarmente il Mistero di Golgota stesso non è stato compreso spiritualmente a sufficienza; che non si poteva formar nessun vero concetto con la rappresentazione paolina, che distingue tra l’uomo psichico e l’uomo pneumatico. Prendete solo la nostra articolazione più elementare dell’uomo in corpo, anima e spirito. In fondo Paolo, che era familiare con le verità misteri antichi nel loro carattere atavico, con la sua distinzione dello psichico e dello pneumatico non ha inteso altro che quello che noi in forma rinnovata dobbiamo intendere di nuovo, quando parliamo dell’anima e dello spirito come due arti della natura umana. Ma proprio questa distinzione dello psichico e dello pneumatico, questa distinzione di anima e spirito, è più o meno completamente perduta per la considerazione occidentale. Ma non si può considerare il Mistero di Golgota nella sua vera essenza, se non si hanno concetti dello pneumatico dell’uomo in distinzione da quello psichico.

Ora voglio innanzitutto riportare solo alcuni elementi che ho già riportato negli anni precedenti, elementi che possono mostrarvi che si vede male anche storicamente una molteplicità di cose, particolarmente dove si parla della ricerca sulla vita di Gesù nel tempo più recente. Voglio dire, si parla del fatto che i Vangeli sono sorti tardi. Bene, vedete, a questo può essere opposto anche molto storicamente puro. A questo può essere opposto, per esempio, il fatto che il Rabbi Gamaliel II. nel 70º anno del primo secolo della nostra cronologia aveva una causa. In questa causa si trattava di quanto segue. Il Rabbi Gamaliel II. era il figlio del Rabbi Simone, che era il figlio di Gamaliele, il cui allievo era Paolo; e quel Gamaliel II. aveva una sorella, e con questa sorella ebbe una causa di eredità. Furono portati davanti al giudice, e il giudice era un romano incline al Cristianesimo, o forse anche un ebreo incline al Cristianesimo, è difficile stabilirlo. Ora Gamaliel affermò che era l’unico erede, perché secondo la legge mosaica le figlie non potevano ereditare. Allora il giudice obiettò: Da quando voi Ebrei avete perso il vostro paese, non vale più la Torà di Mosè, ma vale il Vangelo e secondo il Vangelo anche la sorella deve ereditare. — Allora inizialmente non c’era nulla da fare in modo diretto. Ma che cosa accadde? Gamaliel II., che era non solo avido di eredità, ma anche furbo — diremmo oggi: presentò istanza per il rinvio del processo. E questo riuscì. Il processo fu rinviato inizialmente, e Gamaliel II. nel frattempo corruppe il giudice. Alla seconda udienza stava quindi davanti al giudice corrotto, e il giudice decise diversamente e disse: Sì, mi sono sbagliato al primo processo. È vero che il Vangelo deve essere applicato a tali processi, ma nel Vangelo sta scritto che non deve essere abrogata la Torà di Mosè. E per confermazione è citato il versetto che oggi si trova in Matteo 5., versetto

17 dalla non abrogazione della legge nella formulazione che ha ancora oggi, naturalmente con gli scarti che emergono dalla lingua greca e da quella lingua in cui allora il Vangelo era presente, quando nell’anno 70 questa sentenza era pronunciata. Ma in questa sentenza semplicemente si parla del Vangelo di Matteo, e il Talmud, che riporta questi avvenimenti, parla come di qualcosa di completamente ovvio di questo Vangelo di Matteo.

Così si potrebbe addurre moltissimo che mostrerebbe che con un allargamento della ricerca, che è comunque molto diligente, anche storicamente non si è su un terreno così del tutto sicuro, se non si collocano le origini dei Vangeli molto più indietro. Anche la ricerca storica esterna verrà a giustificare un giorno quello che forma la base del mio libro «Il Cristianesimo come fatto mistico» da fonti completamente diverse, cioè da puramente spirituali.

Ora contiene in verità tutto quello che riguarda il Mistero di Golgota anche per il tempo presente ancora i segreti più profondi, che si dissolveranno quando la visione spirituale-scientifica continuerà a progredire sempre più. Molte cose possono gli uomini oggi notare, che le questioni comunque non stanno così semplicemente come le si rappresenta proprio oggi così frequentemente. Così oggi si considera poco il rapporto del Giudaismo di allora alle rappresentazioni sul Gesù Cristo per il primo secolo cristiano. Vi sono teologi che studiano scritti ebrei per mostrare molte cose. Ma si può facilmente dimostrare che questi scritti ebrei su cui molti si basano, non erano affatto presenti nel primo secolo della cronologia cristiana. Ma uno sembra anche storicamente completamente dimostrabile: che nel primo secolo, particolarmente nel secondo terzo del primo secolo, vi era una buona, una relativamente buona relazione tra il Giudaismo e il Cristianesimo, se per quel tempo si vuole già usare la parola; che in generale, quando certi Ebrei illuminati del tempo in questione venivano in discussioni con seguaci di Gesù Cristo su certe questioni, non era troppo difficile stabilire un’intesa delle rappresentazioni. Si ha solo bisogno di ricordare tali casi, come, per esempio, che il famoso Rabbi Elieser conobbe intorno alla metà del primo secolo un certo Giacobbe — come lo chiama — che si dichiarava allievo di Gesù ed egli guariva nel nome di Gesù Cristo. Il famoso Rabbi Elieser conversò con quel Giacobbe, e giunse nella conversazione a dire: In verità non è affatto contrario all’intimo spirito del Giudaismo quello che questo Giacobbe dice, e particolarmente non il fatto che egli guarisce i malati nel nome di Gesù.

Si può ora osservare che questa più o meno presente facilità di accordo del tempo più antico particolarmente verso la fine del primo secolo scompare; che, in altre parole, anche Ebrei illuminati divengono nemici spaventosi, odiatori di tutto ciò che è cristiano. E così accadde che, quando nel secondo secolo della nostra cronologia i così oggi importanti scritti ebrei furono scritti, entrò in questa composizione uno stato d’animo completamente diverso, di quello che effettivamente nel Giudaismo riguardo al Cristianesimo era presente nel primo secolo. Si possono le cose così davvero seguire da decennio a decennio, così che si vede: Un certo odio al Cristianesimo si forma particolarmente nel Giudaismo solo più tardi. Con questo prosegue mano nella mano un rivolgimento nel Giudaismo stesso. Si può effettivamente dire: Anche se gli odierni rappresentanti del Giudaismo conoscono naturalmente l’Antico Testamento a loro modo, tuttavia non conoscono quello che allora viveva nel Giudaismo inoltre ancora al momento del Mistero di Golgota, così fraintendono anche molto spesso quello che riguarda principalmente una vera considerazione storica. Si deve essere consapevoli che l’Antico Testamento è stato letto nel primo secolo cristiano in maniera completamente diversa da quanto oggi può essere letto anche dai più eruditi rabbini ebrei. Particolarmente dal diciannovesimo secolo la possibilità di leggere antiche scritture è andata più o meno perduta. Poiché quando certi insegnamenti, che ancora nel diciottesimo secolo come una tradizione segreta erano presenti di vecchie verità di chiaroveggenza ataviche, l’uomo del diciannovesimo secolo non sapeva come rappresentarsi. E l’uomo contemporaneo non sa come rappresentarsi più nulla diversamente da quello di considerare coloro che parlano di tali cose, anche se appartengono a tempo passato — bene, come teste confuse!

Vi ho attirati l’attenzione l’ultima volta a un libro significativo, al libro «Des erreurs et de la vérité» di Saint-Martin. Questo libro è certamente un tardo prodotto della sua specie, nella misura in cui un tardo prodotto, in quanto parla da tradizioni già abbastanza sfumate di vecchi insegnamenti, ma tuttavia ancora da queste tradizioni parla. Ora vi ho già riportato molte cose da questo libro, con cui l’uomo moderno non riesce a rappresentarsi granché. Ma se ora si prende la seguente visione, che si trova presso Saint-Martin, allora si vedrà ancora più chiaramente come presso Saint-Martin vivono cose che, per l’uomo moderno, se non le si deve prendere come poesia — e oggi si prende praticamente tutto come poesia — sono il delirio più completo. Così Saint-Martin dà l’indicazione che il genere umano, così com’è adesso, è sceso da uno stato antico, antichissimo nel suo stato attuale. Con una certa astrazione già oggi molte persone, che non giurano sulla visione materialistica del mondo, possono tollerare che si faccia risalire l’odierno genere umano a tempi più antichi, in cui sotto un certo aspetto stava più in alto. Vi sono già sempre, nonostante la colorazione materialistica del Darwinismo, che assume che l’uomo si è sviluppato solo dalla bestialità, ancora altre persone che sono dell’opinione che l’uomo da una certa altezza originaria, in cui vi erano, come ho esposto, tradizioni divine originarie, sia sceso. Ma quando va oltre questo astratto e giunge a tali asserzioni concrete come si trovano presso Saint-Martin, e presso Saint-Martin solo perché si collegano a antiche tradizioni dalla vecchia epoca della chiaroveggenza, allora, sì, allora l’uomo moderno non riesce a rappresentarsi nulla di simile.

Che cosa dovrebbe rappresentarsi dunque l’uomo contemporaneo, che conosce la sua chimica, la sua geologia, la sua biologia, fisiologia e così via dal fondo, e anche quell’edificio strano che oggi si chiama filosofia ha assimilato, che cosa dovrebbe rappresentarsi dunque quando Saint-Martin dice: Come il genere umano è oggi, così è diventato solo dopo la caduta; era in origine completamente diverso. L’uomo aveva originariamente una specie di armatura impenetrabile. Questa armatura gli è andata perduta. Apparteneva originariamente alla sua natura organica. Con questa armatura poteva sostenere la grande contesa che era propria del tempo primordiale. E l’uomo aveva nel tempo primordiale una lancia di rame. Questa lancia poteva ferite come il fuoco ferisce. E con questa lancia di rame l’uomo poteva sostenere quella contesa contro esseri completamente diversi da umani, che gli era posta in quel tempo. E l’uomo aveva a sua disposizione in quel luogo dove era originariamente, sette alberi. Ogni uno di questi alberi aveva 16 radici e 490 rami. L’uomo ha abbandonato questo luogo. È sceso. Non credo che oggi si considererebbe ancora pienamente sano di mente, se si facesse lo stesso che Saint-Martin senza dubbio faceva: di esigere per questa sua visione una realità così completa, come l’esige il geologo per le belle costruzioni che fa per il tempo primordiale. Sarebbe già necessario venire con tutte sorte di allegorie astratte o simboli, allora la cosa sarebbe un po’ perdonata a uno. Ma Saint-Martin non intende questo, bensì Saint-Martin intende realtà che erano originariamente presenti. Era naturalmente per Saint-Martin necessario che scegliere Immaginazioni per certi insegnamenti che allora erano presenti, come quando la Terra nei suoi inizi era ancora più spirituale che dopo. Ma le Immaginazioni sono rappresentazioni di realtà; non si devono interpretare simbolicamente, bensì si devono prendere nel loro contenuto immaginativo come sono. — Voglio questo riportare, non per entrare adesso su questa cosa, bensì solo per mostrarvi come fondamentalmente diversa ancora nel diciottesimo secolo era la lingua in cui è scritto un libro come «Des erreurs et de la vérité», dalla lingua che oggi si vuole valere come l’unica reale. Questo modo di leggere, che ancora si trova presso Saint-Martin, è veramente estinto.

Ma da quando l’Antico Testamento nella sua profondità può essere letto solo se si domina ancora o di nuovo certi insegnamenti che sono connessi con le rappresentazioni immaginative, così potete comprendere che particolarmente con il diciannovesimo secolo è andata perduta la possibilità di leggere l’Antico Testamento. Ma tanto più si va indietro, tanto più si trova che effettivamente proprio nel Giudaismo era vivo al momento in cui il Mistero di Golgota si è svolto, insieme all’esterno Antico Testamento quello che si può chiamare una visione misteri, una vera visione misteri. E molto in questa visione misteri consisteva appunto nel fatto che dava a uno la possibilità di leggere il Testamento nel modo giusto. Ora non vi è alcuna possibilità di leggere il Testamento nel modo giusto, se non lo si prende nelle sue asserzioni sullo sfondo di fatti spirituali.

Più avversaria proprio alla colorazione particolare della scienza segreta ebraica era al momento del Mistero di Golgota la romanità. E, si può dire, difficilmente vi sono stati contrasti più grandi nello sviluppo della Terra di quello tra la romanità e la visione misteri custodita dagli iniziati in Palestina. Ma naturalmente non si deve prendere questa visione misteri che viveva in Palestina come viveva allora in Palestina, poiché allora non si troverebbe il Cristianesimo in essa, ma solo una sorta di annunzio profetico del Cristianesimo. Ma d’altro lato è vero che quello che pulsava nel Cristianesimo è comprensibile solo allora, quando lo si può osservare sullo sfondo storico della dottrina misteri presente in Palestina. Questa dottrina misteri era però piena di segreti su l’uomo pneumatico, era piena di quello che l’umana conoscenza su questo indica, il cammino da cercare nel mondo spirituale. Molto di quello che viveva in questa scienza segreta viveva più o meno in propaggini anche nei misteri greci. Ma poco viveva di questo nei misteri romani. La romanità non poteva utilizzare proprio il nervo principale dei misteri palestinesi. Non poteva utilizzare questo nervo, perché la romanità sviluppava una tale convivenza degli uomini, una tale particolare maniera di convivenza umana, che poteva sussistere solo se non ci si curava dell’uomo pneumatico. Questo è il vero segreto della storia romana, che in questa storia romana doveva essere fondata una convivenza degli uomini, attraverso cui l’uomo pneumatico era più o meno escluso. Doveva essere fondato qualcosa, di fronte a cui non ha senso parlare dell’uomo nella sua natura triarticolata: corpo, anima e spirito. Tanto più si va indietro, tanto più si vede che proprio l’interpretazione della comprensione del Mistero di Golgota che era presente nei tempi antichi si basa, è fondata su questa distinzione dell’uomo totale in corpo, anima e spirito, come Paolo ancora assolutamente parla dello psichico e dell’uomo pneumatico, dell’uomo senziente e spirituale. Ma questo dovette causare la massima obbiezione di fronte a tutti i sentimenti che un romano aveva. E con questo è anche espresso il fondamento per molte cose che accaddero nei tempi successivi.

Sapete: Quella visione che oggi non è più utilizzabile, ma che allora voleva salvare l’articolazione dell’uomo e del mondo in corpo, anima e spirito, è la Gnosi. Essa fu nella ulteriore evoluzione più o meno completamente esclusa, giustamente esclusa, repressa, così che la Gnosi scompare completamente. Non voglio dire che avrebbe dovuto conservarsi, ma voglio solo constatare il fatto storico che la Gnosi conserva ancora la prospettiva su una comprensione spirituale del Mistero di Golgota ed è repressa. Ora risulta uno sviluppo molto singolare: risulta che il Cristianesimo sempre più affluisce nella natura romana. Ma nella misura in cui affluisce nella natura romana, non è compreso dalla natura romana per quanto riguarda il suo rapporto all’uomo pneumatico. E causò sempre più obbiezione che certi rappresentanti gnostici del Cristianesimo ancora parlassero sempre di corpo, anima e spirito. Si tentò nei cerchi in cui il Cristianesimo ufficialmente diveniva romano, sempre più di mascherare, di sopprimere lo spirito, il concetto dello spirito. Si aveva il sentimento che non si dovesse indicare all’uomo lo spirito, poiché allora potrebbero — così si credeva — rivivere di nuovo tutti quei concetti della articolazione dell’uomo in corpo, anima e spirito.

Così continuò lo sviluppo. E se si osservano realmente con precisione i primi secoli dello sviluppo cristiano, allora si trova che molte cose, che ordinariamente sono spiegate diversamente, si presentano nella giusta luce dal fatto che si sa: Al Cristianesimo che diveniva romano importava sempre più di far scomparire completamente il concetto dello spirito. Innumerevoli questioni di coscienza, questioni di conoscenza, ottengono proprio il diritto lume, quando si entra nel bisogno del Cristianesimo europeo divenuto, di deporre lo spirito. E questo sviluppo porta infine a ciò che nel primo concilio ecumenico a Costantinopoli 869 una formula, un dogma è stabilito, che forse nella sua formulazione precisa non parla ancora così chiaramente, che però ha portato a essere interpretato così, che sia non cristiano parlare di corpo, anima e spirito; che sia unicamente e solo cristiano dire soltanto: l’uomo consiste di corpo e anima. Il primo concilio ecumenico ha inizialmente rappresentato la cosa solo così, che la formula suonava: L’uomo ha un’anima pensante e spirituale. Per non dover parlare dello spirito come di una sostanza particolare, fu fatta la formula: L’uomo ha un’anima rappresentante e spirituale. Ma tutto mirava a spingere lo spirito fuori dalla concezione del mondo.

Con questo è connesso molto, che la gente non conosce. I nostri filosofi contemporanei formulano ancora le loro considerazioni così che esaminano da un lato il corporeo, dall’altro il psichico. Se voi chiedeste a questi signori, per esempio a Wundt o a teste simili, su cosa si basa, allora naturalmente crederebbero che si basa su realtà, su un’osservazione reale, che conduce al fatto che non ha senso parlare di corpo, anima e spirito, ma solo del corpo, che è rivolto verso l’esterno, e dell’anima, che è rivolta verso l’interno. Che cos’altro direbbe un Wundt così di quello che: Questo risulta naturalmente dall’osservazione! — Non ha alcuna idea che tutto questo è la conseguenza di ciò che il primo concilio ecumenico ha stabilito. I filosofi del presente ancora sempre non parlano dello spirito, poiché seguono il dogma del primo concilio ecumenico. Perché propriamente, se anche non con parole evidenti, i filosofi moderni giurano via lo spirito, questo non lo sanno veramente così bene come i cardinali romani non hanno saputo su che cosa stavano giurando, quando hanno giurato di custodire il tesoro che da tempo non era più presente. Le cose che si perpetuano nella storia, le forze reali, queste non le consideriamo spesso in modo estremamente insufficiente. E così oggi si può essere considerato ignorante, se non si è d’accordo con la cosiddetta scienza «senza presupposizioni» — come la si chiama — che l’uomo consista solo di corpo e anima, solo perché coloro che rappresentano la scienza senza presupposizioni non sanno che la presupposizione per questo è la determinazione del primo concilio ecumenico dell’anno 869. E così è con molte, molte altre cose. Si potrebbe dire: Questo primo concilio è al contempo una finestra importante, attraverso cui si può guardare dentro un buon pezzo dello sviluppo occidentale.

Sapete che un profondo strappo corre attraverso lo sviluppo occidentale per quanto riguarda la scissione in quelle forme di religione che oggi continuano nella Chiesa ortodossa russa, e quelle forme di religione che continuano nella Chiesa cattolico-romana o che da essa si sono sviluppate. Puramente dal punto di vista dogmatico — naturalmente dietro queste cose stanno altri impulsi molto più profondi — ma puramente dal punto di vista dogmatico, appartiene alla differenza, come sapete, il famoso «filioque». La Chiesa cattolico-romana riconosce dopo un concilio successivo — la Chiesa russa riconosce solo i primi sette concili — la formula che lo Spirito Santo proceda, come si dice: «tanto dal Padre quanto dal Figlio»; non solo dal Padre, ma anche dal Figlio. Questo fu da Costantinopoli dichiarato eretico. La Chiesa russa — come detto, dietro stanno impulsi molto più profondi, ma questo deve solo essere constatato oggi — riconosce che lo Spirito Santo procede dal Padre. — La grande confusione riguardo a questo dogma è potuta nascere naturalmente solo per il fatto che in generale ci si è confusi riguardo al concetto dello spirito, che si è perduto il concetto dello spirito gradualmente del tutto. Certamente è connesso con questo che nella quinta epoca culturale post-atlantidea l’uomo deve essere escluso per un certo tempo dalla visione dello spirito. Di fronte a questa verità, quello che accadde è, per così dire, il riflesso che si svolge sulla superficie. Ma tuttavia si deve penetrare quello che in questo riflesso vi è contenuto, se si vuole pervenire a una visione valida e satura di realtà.

Ora lo sviluppo non è concluso, che ha avuto un momento importante nella determinazione dogmatica che non vi è spirito, che l’uomo consiste solo di corpo e anima. I teologi cristiani del Medioevo, che ancora vivevano nel mezzo delle tradizioni che continuano — poiché in realtà era solo insegnamento ecclesiastico rettamente credente che l’uomo consiste di corpo e anima, mentre gli alchimisti e le altre persone che ancora avevano familiarità con le tradizioni antiche, naturalmente sapevano che l’uomo consiste di corpo, anima e spirito — essi trovarono estremamente difficilmente la strada, per essere rettamente credenti da un lato e dall’altro tuttavia dover riconoscere che dietro gli insegnamenti eretici, che vivevano dappertutto della articolazione dell’uomo in corpo, anima e spirito, stava qualcosa. Vediamo ovunque come proprio i teologi cristiani del Medioevo si aggirano e non trovano il modo, per, come dicevano, evitare la cosiddetta tricotomia, l’articolazione dell’uomo in tre parti. Chi non studia la teologia cristiana del Medioevo per queste difficoltà, che la teologia aveva di evitare la tricotomia, non può comprenderla affatto.

Ora, tuttavia questo sviluppo, che è così indicato, è ancora lontano dall’essere concluso, poiché corrisponde a un impulso straordinariamente importante dello sviluppo culturale occidentale. E poiché nel ventesimo secolo accadrà così moltissimo di cui si deve sapere, se si vuol comprendere il tempo attuale, così deve ancora essere fatto riferimento a questo. Vedete, originariamente — cioè se chiamiamo «originariamente» quello che è originato in questo tempo relativamente successivo —, si articolava l’uomo in corpo, anima e spirito. Lo sviluppo era giunto so lontano che nel nono secolo lo spirito poteva essere abolito. Ora però la cosa continua. La nota solo non ancora ordinatamente oggi, perché non si considera affatto cose così importanti, come l’intera trasformazione del pensiero per esempio da Saint-Martin a oggi. La cosa continua, e non basta che lo spirito sia stato solo abolito, l’umanità ha la tendenza di abolire anche l’anima. Dopo questa direzione fino a ora sono avvenuti solo i Preliminari, i Precursori, ma il tempo è già oggi maturo anche per l’abolizione dell’anima. Solo l’uomo non si chiarisce tali importanti tendenze che si trovano nel tempo.

Un inizio molto esteso per l’abolizione dell’anima si trova sui campi più vari. Così nel diciannovesimo secolo è stato sviluppato quello che si chiama il materialismo storico, che è divenuto la visione fondamentale storica per l’odierna socialdemocrazia. Se si guarda in Engels e Marx gli elementi principali — bene, come si potrebbe dire, una vecchia parola forse non si dovrebbe applicare, ma forse anche fra noi però —, questi elementi principali «profeti» del materialismo storico negli occhi, così sono essi gli eredi diretti, immediati — considerati storicamente — dei padri del primo concilio ecumenico. Qui avete la continua ulteriore evoluzione. Quello che i padri hanno fatto allora nell’abolizione dello spirito, Marx ed Engels l’hanno continuato nel loro tentativo molto esteso già della abolizione dell’anima. Non è vero, tutti gli impulsi psichici non valgono più secondo questa visione, bensì quello che spinge la storia avanti, sono solo gli impulsi materiali, è la lotta per i beni materiali. E lo psichico è solo, come è stato espresso, la sovrastruttura al vero fondamento del procedimento puramente materiale. Ma è particolarmente importante il riconoscimento dell’autentica cattolicità, della cattolicità di Marx ed Engels. Questo è soprattutto importante, di vedere in questi sforzi del diciannovesimo secolo la vera, autentica continuazione di ciò che è stato fatto riguardo all’abolizione dello spirito.

Un ulteriore impulso per l’abolizione dell’anima si trova nello sviluppo della moderna visione naturalistica del mondo. La visione naturalistica del mondo — intendo ora non la scienza naturale, ma la visione naturalistica del mondo, che soprattutto vuole lasciar valere come reale solo il corporeo, e tutto lo psichico vuole lasciar valere come una apparenza, anche come una sovrastruttura del corporeo — essa è la continuazione diretta di quell’evoluzione che abbiamo appena fissata nei momenti importanti al primo concilio ecumenico. Solo forse una grande parte dell’umanità non crederà la cosa, finché, provenendo da certi centri dello sviluppo della Terra, l’abolizione dell’anima non avrà forza di legge; più o meno avrà la forza di legge. Poiché non durerà molto a lungo, così nasceranno in molteplici stati leggi, che mirano a dichiarare come non pienamente sano di mente chiunque nel serio parli di un’anima, e per considerare come pienamente sano di mente l’uomo solo colui che vede la «verità» che il pensare, il sentire e il volere nascono da certi processi del corpo in maniera completamente necessaria. Iniziato è già in questa direzione molti, ma finché è solo visione teorica, non ha la sua grande, profondamente incisiva azione e significato. Essa ottiene questa azione profondamente incisiva e significato, quando entra nell’ordinamento sociale, nella vita sociale degli uomini. E difficilmente la prima metà di questo secolo sarà finita, senza che su questi territori accada quello che per l’illuminato è un orrore: proprio un tale abominazione dell’anima, come allora nel nono secolo lo spirito è stato abominato.

Si può sempre di nuovo e di nuovo solo dire: Quello di cui si tratta è l’illuminazione di tali cose, è l’illuminazione degli impulsi, entro cui l’uomo nel corso dello sviluppo storico vive: l’illuminazione di queste cose. Poiché è troppo vero per l’umanità del presente che essa sotto l’educazione, che la visione puramente materialistica del mondo dà, si abbandona a un certo stato di sonno. La visione materialistica del mondo esclude l’uomo in un certo senso dal vero pensare, dal vero sano guardare alla realtà, l’addormenta riguardo a ciò che è importante nello sviluppo storico reale e vivo. E così oggi ancora, anche presso coloro che vogliono volentieri seguire una certa brama verso il riconoscimento dello spirito, non esiste una forte volontà di svegliarsi riguardo ai certi impulsi che giacciono nella nostra evoluzione, di veramente svegliarsi; di veramente tentare di osservare le cose nei loro legami, come sono.

Vi era quindi in Palestina una specie di scienza segreta, che ha preparato il Mistero di Golgota, di fronte a cui il Mistero di Golgota era come un compimento. L’ho esposto così, dicendo che il Mistero di Golgota metteva il più grande segreto del tempo della Terra sulla scena storica. Se è così, allora si può sollevare la domanda: Perché si sviluppò una tale forte antipatia della romanità nei confronti di ciò che è sorto come Cristianesimo in connessione con il Mistero di Golgota? E perché ne emerse da questi impulsi che proprio lo spirito fu abolito?

Le cose hanno sempre molto più profondi nessi di quanto uno si accorga, quando le considera solo sulla loro superficie. Poiché che Marx ed Engels siano padri della Chiesa, non molte persone l’ammettono oggi; ma questa non è ancora una verità così particolarmente profonda. Su una più profonda verità porta già il fatto seguente nel proprio occhio: Nella corte di giustizia per cui Gesù Cristo era condannato, operavano principalmente i Sadducei, quelli che si chiamavano Sadducei. Che cosa erano questi nel tempo in cui il Mistero di Golgota si è svolto? Che cosa erano veramente questi, che allora con diritto erano designati con il nome di Sadducei? Erano quelli che volevano portare via, volevamo rimuovere, volevamo abolire tutto quello che veniva dal Mistero. Questi Sadducei erano diritti quelli che avevano un certo orrore, un terrore, un brivido di fronte a ogni culto misteri. Erano però quelli che avevano nelle mani la corte di giustizia. E erano loro, che avevano nelle mani l’amministrazione allora in Palestina. Stavano però completamente sotto l’influsso dello stato romano, completamente sotto l’influsso dello stato romano. Erano fondamentalmente i servi dello stato romano, il che si esprimeva anche esternamente nel fatto che compravano i loro posti con enormi somme di denaro, e poi strappavano di nuovo queste enormi somme dalla popolazione ebraica della Palestina. Erano quelli il cui sguardo si dirigeva soprattutto — poiché, si potrebbe dire, il loro materialismo arimanico aveva acuito questo sguardo per loro — erano quelli il cui sguardo si dirigeva soprattutto a vedere che vi era un grande pericolo per la romanità, se quello che era in accordo con il Cristo nel connessione con l’essenza misterica accadesse in qualche modo a ottenere validità. Avevano una presentimento istintivo da ciò che dal Cristianesimo emanava, che il Cristianesimo gradualmente avrebbe distrutto la romanità. E con questo è connesso il fatto che nel corso del primo secolo e anche ancora nei secoli successivi da parte della romanità furono condotte queste terribili guerre di sterminio contro il Giudaismo palestinese. E queste guerre di sterminio, che erano di terribile natura, erano principalmente condotte secondo il punto di vista, insieme con i Giudei da macellare, di estirpare completamente tutti quelli, che sapevano qualcosa della tradizione e della realtà dei Misteri. Doveva essere estirpato con radice e ramo tutto quello che si era collegato all’essenza misterica, che proprio era presente in Palestina.

Con questa estirpazione è connesso in molti modi che anche la visione del l’uomo pneumatico, la strada verso l’uomo pneumatico, inizialmente, per così dire, è stata bloccata, murata. Sarebbe diventato pericoloso per coloro che anche più tardi da Roma, dal Cristianesimo romanizzato, volevano abolire lo spirito, se ancora molti fossero stati presenti, che dalle vecchie scuole della Palestina avessero saputo qualcosa sulla strada verso lo spirito, che ancora potessero dare testimonianza che l’uomo consiste di corpo, anima e spirito. Poiché doveva essere fondato con quello che veniva dalla romanità qualcosa riguardante l’ordine umano esteriore, in cui lo spirito non aveva nulla da cercare. Doveva essere introdotta una corrente evolutiva con l’esclusione di impulsi spirituali. Questo non sarebbe stato possibile, se troppi uomini avessero saputo dalla interpretazione dei Misteri del Mistero di Golgota. Poiché istintivamente si sentiva che quello che doveva svilupparsi dallo stato romano, non doveva avere spirito in sé. La Chiesa e lo stato romano conclusero un matrimonio, articolavano precisamente allora anche la giurisprudenza da questo matrimonio. Con tutto questo lo spirito non poteva dire nulla. Questo era importante.

Ma è altrettanto importante che sia compreso il fatto che ora viviamo nell’epoca in cui lo spirito deve di nuovo essere invocato, deve di nuovo essere richiamato, così che egli dica la sua parola negli affari degli uomini. Ora potete immaginare quanto difficile diventerà, da quando le cose si trovano così profondamente. Credo che sarà un lungo cammino fino a dove nel circoli più ampi verrà riconosciuto che la ricerca storica materialistica è una vera continuazione dell’primo concilio ecumenico. Credo anche che sarà un lungo cammino fino a dove verrà compreso quello che veramente si trova in pochi lettere, per cui il Cristianesimo orientale in Europa si distingue dal Cristianesimo occidentale in Europa. Oggi ci si accontenta di parlare di tutte queste cose solo sulla superficie, di fare giudizi solo sulla superficie. Deve provenire dalla sensazione molto, e la sensazione può essere ben guidata, se si prende in considerazione una cosa. La sensazione che intendo, con cui chiudo oggi, è questa:

Chiunque studia la vera storia d’Europa dalla nascita del Cristianesimo e non si accontenta di quella fable convenue, che oggi è insegnata in modo orribile come storia e che è la colpa segreta di molt’infelicità, chiunque ha un senso per il vero studio della storia, chiunque ha il coraggio, in modo sufficientemente forte, di rifiutare quella orribile fable convenue che oggi si chiama storia, costui coglierà proprio per quanto riguarda lo sviluppo del Cristianesimo una sensazione, che può essere un motivo guida nella ricerca del presente. Egli troverà cioè che nulla ha subito tanti impedimenti, tante oscuramenti e distorsioni, quanto lo sviluppo del Cristianesimo. Nulla è diventato così difficile come il fatto che il Cristianesimo si è propagato. E da ciò risulta allora la sensazione ulteriore, che se si vuol parlare di miracoli, non vi è nulla di più grande che questo, che il Cristianesimo si è mantenuto, che il Cristianesimo è presente. Ma non è soltanto presente, bensì viviamo oggi in un’epoca in cui questo Cristianesimo avrà certamente da imporsi anche contro l’abolizione dell’anima, non soltanto contro l’abolizione dello spirito, dove però esso si imporrà! Poiché proprio al momento della più grande resistenza il Cristianesimo svilupperà la sua più grande forza! E nella resistenza che dev’essere sviluppata contro l’abolizione dell’anima, si troverà anche la forza di riconoscere di nuovo lo spirito. Quando dallo spirito — scusate ora l’applicazione impropria della parola —, quando dallo spirito che domina il presente, sorgeranno quelle leggi per cui coloro che considerano l’anima come qualcosa di reale saranno dichiarati non pienamente sani di mente — naturalmente le leggi non suoneranno così, che colui che riconosce l’anima sarà dichiarato non pienamente sano di mente, ma saranno così, che sotto la visione brutalemente naturalistica del mondo accade tal cosa —, quando questo decreto moderno cambiato, metamorfosato del concilio ci sarà, allora sarà anche il momento di garantire di nuovo i diritti dello spirito.

Allora effettivamente si dovrà riconoscere che non basta con concetti vacui, se non si vedono le più profonde origini, i fondamenti emotivi di questi concetti vacui. Poiché nei concetti vacui si nasconde talvolta quello che l’uomo moderno non vuol affatto ammettere a se stesso, a cui però è assoggettato. Perché non vuol ammettere a se stesso, perché non riconosce esternamente, esso entra punendolo nei suoi concetti. Ma Saint-Martin dice in punti più importanti: Su queste cose non si può parlare. — Certo, si sarà ancora a lungo incapaci di parlare su molte cose, ma alcuni insegnamenti si dovrebbero pur elevare come tavole di rame, per indicare all’umanità oggi che cosa veramente esista. E una tale tavola mostrerà un giorno, in un tempo non lontano, da quali impulsi nascosti è scaturito l’interpretazione materialistica del Darwinismo, da quali oscuri, perversi impulsi sensoriali è originato il Darwinismo di carattere materialistico.

Tuttavia non voglio opprimere i vostri animi con qualcosa che potrebbe rovinarvi la notte odierna, perciò non voglio portare oltre la frase fino alla fine, ma voglio solo dirigere gli animi verso tali cose. La prossima volta costruiremo allora almeno a disegnare un edificio, a cui desideravo porre pietre fondanti davanti alle vostre anime, come base per una particolare considerazione del Mistero di Golgota.

9°Misteri pagani. La tricotomia di corpo, anima e spirito

Berlino, 3 Aprile 1917

Il mistero di Golgota sarà in questo periodo l’oggetto della nostra contemplazione. Questa contemplazione è stata preparata da ciò che ho esposto nelle ultime conferenze.

Richiamiamo alla memoria il punto essenziale che entra in considerazione. L’ultima volta ho affermato che per giungere a una vera conoscenza del mondo, in grado di soddisfare l’anima umana, è necessaria l’intuizione che sia l’articolazione del cosmo sia l’articolazione dell’umanità, cioè l’articolazione dell’essenza dell’uomo, devono essere comprese secondo i tre principi di corpo, anima e spirito. Questo è appunto ciò che nel nostro campo antroposofico deve essere riconosciuto nel presente con la massima intensità. Perciò devo attirare l’attenzione sul fatto che già nella mia «Teosofia», e già nella sua prima edizione, il nervo centrale di tutta l’esposizione è costruito su questa tripartizione. Voi tutti avrete letto questa «Teosofia» e saprete che lo scheletro dell’intero libro risiede per così dire in questa tripartizione, espressa inoltre nelle parole:

«Imperituro è lo spirito; nascita e morte regnano secondo le leggi del mondo fisico nella corporeità; la vita dell’anima, che è soggetta al destino, media il nesso di entrambe durante un corso di vita terrena.»

Questo significa che allora fu ritenuto necessario richiamare l’attenzione su questa tripartizione con parole il più possibile esplicite. Infatti, con l’enfasi particolarmente centrale di questa tripartizione, ci si trova propriamente sul terreno su cui ci si deve collocare quando nel nostro tempo si vuole cogliere, o si aspira a cogliere, una comprensione del mondo e, entro questa comprensione del mondo, la comprensione dell’evento centrale della nostra evoluzione terrestre: l’evento centrale del mistero di Golgota.

Ora, l’ultima volta vi ho esposto tutto ciò che si oppone quando nel nostro tempo si aspira a conoscere il mondo e l’uomo cosicché la tripartizione in corpo, anima e spirito non sia solo una menzione marginale, ma sia indicata come idea centrale. Vi ho esposto ciò che nello sviluppo spirituale occidentale è stato contrapposto a questo, vi ho esposto come il concetto di spirito sia andato perso per questo sviluppo occidentale. Ho menzionato che il concimo ecumenico all’Oriente a Costantinopoli ha effettivamente escluso lo spirito, ossia naturalmente l’idea dello spirito, dal pensiero occidentale, e che questa esclusione dell’idea dello spirito non ha esercitato il suo influsso solo sullo sviluppo delle idee e dei sentimenti religiosi, ma ha penetrato profondamente in tutto il pensiero dei tempi moderni, sì che oggi fra le filosofie ufficiali non ce n’è pressoché nessuna che riesca a distinguere correttamente anima e spirito. E ovunque si incontra, anche fra le persone che credono di fondare le loro teorie su basi imparziali, l’affermazione viziata dall’errore — errore prodotto appunto da quel concilio — che l’uomo consista di corpo e anima. Chi conosce veramente la vita spirituale dell’Occidente, non solo come si trova nei domini filosofici più superficiali, ma come si è annidata nel pensiero e nel sentimento di tutti gli uomini, persino di coloro che non si preoccupano affatto di idee filosofiche, chi conosce questa vita spirituale dell’Occidente, vede ovunque l’influsso dell’esclusione dell’idea dello spirito. E quando in epoca più recente sorse la tendenza di riprendere qualcosa della saggezza orientale per correggere in qualche modo la saggezza occidentale, ciò che fu ripreso fu presentato in una luce in cui si può appena supporre che al mondo e all’umanità sottostia l’articolazione: corpo, anima, spirito. Perché nella articolazione dell’uomo scaturita dalla pura osservazione astrale — corpo denso, corpo eterico, corpo astrale, sthula sharira, linga sharira, prana, come si diceva, kama, kama-manas, e tutte queste cose che furono trasportate dall’Oriente all’Occidente — in tutte queste articolazioni, che enumerano così incoerentemente sette principi uno dopo l’altro, non si nota nulla di ciò che sarebbe più importante: permeare la nostra concezione del mondo con l’articolazione in corpo, anima e spirito.

Così si potrebbe ben dire: questa articolazione in corpo, anima e spirito è stata seppellita. Certo, oggi si parla molto dello spirito, ma ciò che si dice sono soltanto parole. Solo che oggi le persone non riescono più a distinguere le parole dalle cose. Perciò vengono prese sul serio esposizioni che consistono in pure composizioni di parole nel senso di un caleidoscopio, come per esempio la filosofia di Eucken.

Ora, l’essenza del mistero di Golgota non può essere compresa se si vuole rinunciare alla tripartizione in corpo, anima e spirito. Il rifiuto dello spirito è divenuto dogmatico, come ho esposto l’ultima volta, col concilio ecumenico; ma la cosa si era preparata da lungo tempo. E il fatto che essa sia avvenuta dipende in fondo da uno sviluppo necessario nella vita spirituale occidentale. Forse si penetra più facilmente nel modo in cui ci si può avvicinare al mistero di Golgota, alla comprensione del mistero di Golgota, se ci si forma un’immagine di come il Ristotele, che stava all’apice del pensiero greco, si formasse un’immagine dell’anima. Perché Aristotele è stato al contempo il filosofo determinante di tutto il Medioevo, e il pensiero odierno si nutre ancora di concetti medievali, per quanto poco le persone lo vogliano ammettere. Inoltre, vediamo che quello che nella storia dell’umanità si è sviluppato, in Aristotele si è mostrato pochi secoli prima del mistero di Golgota, e che si è cercato di comprendere il mistero di Golgota con l’aiuto delle idee di Aristotele presso gli spiriti più importanti del Medioevo. In queste cose c’è qualcosa di straordinariamente significativo, sicché si deve veramente prendere la pena di osservare queste cose in modo imparziale.

Che cosa pensa Aristotele dell’anima umana? Voglio esporre senza indugi semplicemente come Aristotele pensa dell’anima umana, ciò che dunque nel pensiero greco su l’anima umana ha dato un risultato, in uno spirito illuminato cioè ha dato un risultato. Aristotele — e con questo abbiamo circa ciò che il più grande europeo pensa dell’anima qualche secolo prima del mistero di Golgota — Aristotele pensa così: quando un uomo entra nello sviluppo del mondo, un singolo uomo attraverso la nascita o diciamo attraverso il concepimento entra nello sviluppo del mondo, allora la sua esistenza fisica la deve innanzitutto a padre e madre. Ma da padre e madre può venire, così pensa Aristotele, solo ciò che costituisce l’esistenza corporea; mai potrebbe derivare dal semplice congiungimento di padre e madre l’uomo intero. Così l’uomo intero non può derivare nel senso di Aristotele dal congiungimento di padre e madre, perché questo uomo intero ha un’anima. E questa anima ha una parte — comprendiamo bene che Aristotele innanzitutto distingue due parti nell’anima — questa anima intera ha una parte che è completamente legata al corpo, che si esprime attraverso il corpo, che riceve i suoi impressioni dal mondo esterno attraverso l’attività sensoriale del corpo. Questa parte dell’anima sorge come prodotto necessario di co-sviluppo attraverso lo sviluppo materiale dell’uomo, che proviene da padre e madre. Non è così per la parte spirituale dell’anima, oppure — come Aristotele conia ancora le parole — per la parte pensante dell’anima, quella parte dell’anima che partecipa della vita spirituale universale del mondo attraverso il pensiero, che partecipa del «nous», del pensiero del mondo. Questa parte dell’anima è per Aristotele immateriale, non materiale, e non potrebbe mai derivare da ciò che si origina per l’uomo da padre e madre, ma può derivare per l’uomo solo per il fatto che nel generarsi dell’uomo da padre e madre partecipa il Dio — sarebbe meglio dire «il Divino» se si rimane nelle espressioni aristoteliche — per il fatto cioè che partecipa il Divino.

Così dunque l’uomo, l’uomo intero, nasce. È molto importante enunciare la cosa proprio così per Aristotele: l’uomo intero nasce attraverso la cooperazione del Dio con padre e madre. Attraverso il Dio l’uomo riceve la sua parte d’anima spirituale, o nel senso di Aristotele si potrebbe anche dire, la sua parte d’anima pensante.

Questa parte d’anima pensante che dunque in ogni sviluppo del singolo uomo fisico nasce dal Dio, nasce attraverso la cooperazione del Dio, è in sviluppo durante la vita fra la nascita e la morte. Quando l’uomo varca la porta della morte, il corporeo è consegnato alla terra, e con questo corporeo quella parte dell’anima che è legata agli organi del corpo; invece rimane conservato ciò che è la parte spirituale dell’anima. Ciò che è parte spirituale dell’anima vive spiritualmente oltre nel senso di Aristotele, vive spiritualmente oltre cosicché è per così dire trasferito in un altro mondo di quello in cui si è in contatto attraverso gli organi corporei, e continua dunque un’esistenza immortale. Continua un’esistenza immortale nel senso di Aristotele cosicché l’uomo che durante la vita, nel corpo, si è dedicato a questo o quel bene, è capace di guardare indietro a questo bene che ha incorporato nella struttura del mondo, che è nel dentro della struttura del mondo, ma in questa struttura del mondo in cui è stato posto non è trasformabile. Sì, si comprende Aristotele propriamente solo quando si accolgono le sue idee così da ammettere che egli abbia pensato: in tutta l’eternità dopo la morte l’anima abbia da guardare indietro a un qualche bene che ha compiuto, a un qualche male che ha compiuto. Nel diciannovesimo secolo è stato fatto uno sforzo straordinariamente grande da vari lati per comprendere chiaramente Aristotele, che attraverso il suo modo di esprimersi talvolta è difficile da capire, in questa idea. E si può ben dire: il defunto di recente Franz Brentano ha tentato per tutta la vita nel suo conflitto con Eduard Zeller di raccogliere tutti i mattoni che potrebbero condurre ad avere una chiara idea su ciò che Aristotele ha pensato circa il rapporto della parte spirituale dell’anima umana all’uomo intero. Ma ciò che Aristotele ha pensato così è passato nella filosofia che è stata insegnata per tutto il Medioevo fino ai tempi moderni, e in certi ambiti della vita ecclesiastica è ancora oggi insegnata. Franz Brentano, che si è veramente intensamente occupato di queste idee, in quanto scaturiscono da Aristotele, si è chiarito quanto segue.

Si è chiarito: Aristotele era uno spirito che era veramente elevato sopra il materialismo grazie al suo atteggiamento interiore di pensatore, perciò non poteva cadere nella credenza che la parte spirituale dell’anima fosse qualcosa di materiale; non poteva cadere nella sciocca credenza che la parte spirituale dell’anima si sviluppasse da ciò che l’uomo riceve da padre e madre. Perciò, secondo Brentano, per Aristotele rimangono solo due possibilità di pensare la parte spirituale dell’anima. Una possibilità era questa: far nascere la parte spirituale dell’anima attraverso una creazione immediata di Dio in cooperazione con ciò che proviene da padre e madre, sì che la parte spirituale dell’anima nasca attraverso l’influsso di Dio nell’embrione umano; ma questa parte spirituale dell’anima non perisce nella morte: quando l’uomo varca la porta della morte, entra in un’esistenza perpetua. Che cosa sarebbe rimasto ad Aristotele, dice Brentano, se non avesse sviluppato questa idea? E Brentano lo ritiene giusto, che Aristotele abbia assunto questa idea per sé. Che cosa sarebbe rimasto a lui, dice, se non avesse sviluppato questa idea? Solo una seconda possibilità. Una terza possibilità non esiste, dice Brentano. E questa seconda possibilità è questa: assumere che l’anima dell’uomo preesista, non solo postesista, ma preesista; esista nello spirituale prima della nascita, ossia prima del concepimento. Ma allora, non appena, come Brentano vede molto chiaramente, non appena si ammette in generale che l’anima preesista in qualche modo, esista prima del concepimento, allora, secondo Brentano, non rimane altro che assumere che questa anima non si incarni una sola volta nella vita, ma appaia ripetutamente in vite terrestri ripetute. Non c’è proprio nessun’altra possibilità. E poiché, secondo Brentano, Aristotele nel suo tempo più maturo ha rigettato la palingenesia, cioè le vite terrestri ripetute, gli rimane dunque niente altro che il creazionismo, la creazione dell’anima umana, la nuova creazione completa dell’anima umana con ogni generazione embrionale dell’uomo, che non contraddice la postesistenza bensì la preesistenza. Franz Brentano era originariamente sacerdote e stava tutto, come si direbbe, come uno degli ultimi spiriti in ciò che come il buon lato della filosofia aristotelico-scolastica si era sviluppato, perciò gli appare soprattutto come ragionevole da parte di Aristotele il rifiuto della dottrina delle vite terrestri ripetute e il riconoscimento del creazionismo solo con la postesistenza.

Questa concezione costituisce dunque, nonostante tutte le variazioni, il nervo fondamentale di tutta la filosofia cristiana, in quanto questa filosofia cristiana si oppone alle vite terrestri ripetute. È straordinario, direi affascinante in modo inquietante, vedere come uno spirito così eminentemente conscio come Franz Brentano, che ha gettato via l’abito talare, si sforzi, lotta, sempre di divenire sempre più chiaro su questo creazionismo dell’anima, e come non rimanga per lui nessuna possibilità di gettare il ponte verso la dottrina delle vite terrestri ripetute. Perché? Perché, nonostante tutta la profonda consapevolezza di Brentano, nonostante la sua vita di pensatore energica e acuta, il concetto di spirito gli era precluso, non riuscì mai a giungere al concetto di spirito e alla sua separazione dal concetto d’anima. Non c’è nessuna possibilità di giungere al concetto di spirito senza giungere al concetto delle vite terrestri ripetute. Si può perdere la dottrina delle vite terrestri ripetute solo se si perde completamente il concetto di spirito. E in sostanza il concetto di spirito era già ai tempi di Aristotele entrato in vacillamento. Lo si nota nei passi decisivi negli scritti di Aristotele, come diventa sempre incerto quando parla della preesistenza. Diventa sempre incerto.

Ma tutto ciò è connesso con qualcosa di enormemente significativo e più profondo; è connesso con lo sviluppo reale dell’umanità. Ciò è legato al fatto che l’umanità nei secoli prima del mistero di Golgota era entrata in uno stadio di sviluppo in cui, come vorrei dire, una specie di nebbia si era depositata attorno all’anima, quando si parlava dello spirito. Si era depositato attorno all’anima dell’uomo ancora non così fortemente come oggi, quando si parla dello spirito, ma allora già il processo intero di corruzione del pensiero riguardo allo spirito aveva iniziato. E questo, miei cari amici, è legato al fatto che in verità l’umanità nel corso dei tempi ha subito uno sviluppo, che per così dire l’anima nel corso dei tempi è divenuta qualcosa di diverso da quello che era nei tempi primitivi dello sviluppo terrestre dell’umanità. In questi tempi primitivi dello sviluppo terrestre dell’umanità, per il fatto che c’era la chiaroveggenza atavistica, c’era un’esperienza immediata dello spirito. Allora non si poteva dubitare dello spirito. Non si poteva dubitare dello spirito più di quanto non si possa dubitare del mondo sensibile esterno. Si tratta sempre solo di sapere se gli uomini giungono a una visione dello spirito più o meno intensa. Ma che il cammino verso lo spirito fosse possibile all’anima umana, questo nessuno poteva dubitare in certi tempi più antichi dello sviluppo dell’umanità. Ugualmente nessuno poteva dubitare che durante la vita terrestre fra nascita e morte lo spirito vivesse nell’anima dell’ uomo, cosicché per così dire attraverso questo contenuto spirituale l’anima umana partecipasse alla vita divina. Nessuno poteva dubitarne. E questa convinzione, fondata sulla consapevolezza immediata dello spirito, si esprimeva nei Misteri e nella loro pratica ovunque. Ma è straordinario che già uno dei più antichi filosofi greci, il vecchio Eraclito, parli dei Misteri cosicché si vede che sa che i Misteri in tempi ancora più antichi erano qualcosa di enormemente significativo per l’uomo, ma che in sostanza erano già caduti dalla loro altezza. Così già molto presto proprio i Greci illuminati parlano del fatto che i Misteri erano già caduti dalla loro altezza.

In questi Misteri si praticavano varie cose. Nel nostro contesto però può interessarci soprattutto l’idea centrale di questi Misteri. Vogliamo soffermarci un momento su questa idea centrale dei Misteri, come era praticata fino ai tempi del mistero di Golgota, come era ancora praticata ai tempi dell’imperatore Giuliano l’Apostata — vogliamo soffermarci un momento su questa idea centrale. Perché in parte in epoca recente molto di ciò che proviene dalla pratica di questi Misteri è stato sempre di nuovo sottolineato, direi in senso anticristiano. È stato fatto notare come quello che è raccontato come la leggenda pasquale, come il mistero di Golgota, cioè la leggenda centrale vera e propria della sofferenza, della morte e della risurrezione di Cristo, era vivo in questi Misteri ovunque. E da questo sono state tratte le conclusioni nel senso che il mistero pasquale del cristianesimo sarebbe in sostanza solo una specie di trasposizione di antiche pratiche misteriche, di antiche pratiche misteriche pagane sulla persona di Gesù di Nazaret. E nel modo in cui certe persone esprimono le cose, sembra loro che abbiano buone ragioni per dire che non dubitano affatto della verità dell’idea che vogliono esprimere: quello che i cristiani raccontano del fatto che il Dio Cristo ha sofferto, è stato condotto alla morte, è risorto, che a questa risurrezione si collegano la speranza e il desiderio di salvezza degli uomini, ciò che i cristiani si sono formati come tali idee, questo, dicono questi uomini, era vivo nei Misteri, nei vari culti misterici. Le pratiche pagane sarebbero state raccolte e fuse nella leggenda pasquale e trasferite sulla personalità di Gesù di Nazaret.

In tempi più recenti si è andati persino più avanti, stranamente persino in ambiti ufficialmente cristiani, affermando — basta ricordare certe correnti di Brema — che l’esistenza storica di Gesù di Nazaret è completamente indifferente e si dice: attraverso la vita sociale sarebbero state raccolte le varie leggende e culti misterici, sarebbero stati per così dire centralizzati, e nella comunità cristiana primitiva si sarebbe così formata la saga di Cristo dalla vecchia saga pagana. In una discussione che si è svolta anni fa qui a Berlino — attraverso questi ultimi anni strazianti molte delle cose che sono avvenute prima sono divenute mito e ci appaiono orribilmente lontane, ma la discussione è stata pochi anni fa — in questa discussione si è potuto vedere come da rappresentanti ufficiali del cristianesimo sia stata sostenuta l’opinione che non potrebbe trattarsi affatto di un Gesù di Nazaret storico, ma solo di un’«idea di Cristo» che nella comunità cristiana primitiva sarebbe sorta attraverso vari impulsi sociali come idea.

Si può dire: infinitamente seducente c’è nella contemplazione dei culti misterici pagani e nel loro confronto con quello che si è formato come il mistero pasquale cristiano. Perché non appena si prende una descrizione fedele, come si dice, delle feste frigie che vengono in considerazione. E così come si potrebbero adducere le feste frigie, si potrebbero adducere altre feste; perché in modo simile queste feste erano molto diffuse. Firmico racconta per esempio in una lettera ai figli di Costantino della festa frigia: l’immagine di Attis, cioè di un certo dio — non abbiamo nemmeno bisogno di approfondire quale dio — l’immagine del dio era fissata a un tronco d’albero, portata solennemente in processione con questo tronco d’albero in un rituale di mezzanotte, e allora anche le sofferenze del dio erano celebrate; accanto all’albero era collocato un agnello. Il giorno dopo era annunciata la risurrezione del dio. E mentre il giorno precedente, quando si era fissato il dio al tronco d’albero, consegnandolo alla morte, si scoppiava ritualmente nei lamenti più terribili, il lamento si trasformava improvvisamente il giorno successivo, quando era celebrata la risurrezione del dio, nella gioia più sfrenata. Altrove, come racconta Firmico, l’immagine del dio Attis era sepolta. Di notte, quando il lutto aveva raggiunto il suo culmine, improvvisamente era accesa la luce, la tomba era aperta, il dio era risorto. E il sacerdote pronunciava le parole: Consolatevi, voi fedeli, poiché il dio è stato salvato, così anche a voi sarà la necessaria salvezza.

Chi potrebbe negare che questi rituali festivi, celebrati per secoli e secoli prima del compiersi del mistero di Golgota, hanno grande somiglianza con quello che è entrato nel segreto pasquale dentro il cristianesimo? Perché era così seducente così pensare, si è creduto: Ebbene, queste concezioni di un dio sofferente, morente, risorto erano diffuse ovunque, e sono state centralizzate fra i cristiani e trasferite su Gesù di Nazaret.

Ora è importante comprendere da dove derivano tutti questi rituali festivi, questi rituali festivi pagani, questi rituali festivi precristiani. Perché risalgono molto indietro, molto indietro, ai tempi in cui i Misteri erano formati così da essere sviluppati dalle intuizioni più profonde e originarie sulla natura dell’uomo e sul suo rapporto con il mondo, come questo vi era davanti nella chiaroveggenza atavistica. Certo, nel tempo in cui si facevano le feste frigie, si sapeva su questo di circa quanto si conosce oggi in certi templi massonici delle cerimonie che vi si svolgono. Ma tuttavia queste cose risalgono a una conoscenza originariamente grandiosa del mondo e degli uomini, a una conoscenza che veramente oggi è straordinariamente difficile da rendere comprensibile. Perché considerate solo che l’uomo non vive veramente solo con il suo corpo fisico esteriore nel suo ambiente, non è dipendente dal suo ambiente solo per quanto riguarda il corpo fisico, ma l’uomo vive anche con la sua anima e con il suo spirito nell’ambiente esteriore. Egli assimila le idee e le rappresentazioni di questo ambiente esteriore, gli diventano familiari, gli divengono abituali, e da vari punti di vista non può liberarsene. Sì che si può avere molta buona volontà e tuttavia incontrare difficoltà nel comprendere certe cose che per i motivi già addotti e per altri ancora si sono perse dallo sviluppo spirituale dell’umanità.

Quella che oggi è scienza — non ho bisogno di dire a ogni occasione che l’ammiro, l’ammiro certamente, ma tuttavia — aderisce veramente alla superficie più esteriore delle cose; aderisce a ciò che conduce all’essenza nel modo più minimo. Che tuttavia in certi campi con questa scienza si sia andati molto lontani, questo dipende solo dal fatto che talvolta sotto il «andare lontano» si intende appunto questo o quello. Certo, si può ammirare il fatto che questa scienza sia arrivata alla telegrafia senza fili e a molte altre cose che svolgono un grande ruolo nei nostri giorni, e si può porre la domanda: che cosa avremmo se non fossimo arrivati a ciò? Se ci si immergesse nella discussione di queste domande, si urterebbe presto contro ciò che oggi è proibito discutere. Quella che così oggi è scienza, per essa naturalmente la saggezza, che poi ha avuto i suoi ultimi rami, i suoi rami già corrotti, nelle pratiche misteriche già citate, è semplicemente sciocchezza, semplicemente follia. Può essere. Già Paolo ha menzionato il fatto che quello che gli uomini considerano follia può spesso essere saggezza davanti a Dio.

Una vera intuizione dell’essenza dell’umanità e del mondo produce — fra molte altre cose — voglio oggi sottolineare i punti di vista che sono importanti per la nostra comprensione del mistero di Golgota — una certa visione dell’organismo umano, che naturalmente oggi alla scienza appare completamente pazza. Questo organismo umano si distingue infatti essenzialmente dall’organismo dell’animale. Ora, abbiamo già addotto molte differenze, vogliamo oggi addurre proprio quella che deve interessarci per il mistero di Golgota. L’organismo umano si distingue essenzialmente dall’organismo animale, perché l’organismo animale, quando lo si studia veramente con i mezzi della scienza dello spirito, porta in sé l’impulso naturale, ovvio, della morte. Vale a dire, in altre parole: imparate veramente a conoscere l’organismo animale con i mezzi della scienza dello spirito, e potrete spiegare dalla natura dell’organismo animale il fatto che l’organismo animale deve andare incontro alla morte così come va, che l’animale un giorno si dissolve e si consegna agli elementi della terra. La morte dell’animale non è nulla di incomprensibile, ma è comprensibile dallo studio dell’organismo animale così come è comprensibile dallo stesso studio il fatto che l’animale deve mangiare e bere. L’essenza dell’organismo animale rende necessaria la morte dell’animale.

Questo non è il caso per l’essenza dell’organismo umano. Qui arriviamo naturalmente a un’area che deve rimanere completamente incomprensibile alla scienza moderna. Se studiate con tutti i mezzi della scienza dello spirito l’organismo umano, nell’organismo umano stesso non c’è nulla che spieghi, assolutamente spieghi, la necessità della morte. Non c’è nulla che spieghi la necessità della morte. Si deve nell’uomo accettare la morte come qualcosa che semplicemente si sperimenta, e non si riesce a spiegare affatto il motivo per cui propriamente l’uomo muore. Perché l’uomo non è stato originariamente nato per la morte, nemmeno come organismo esteriore è nato per la morte. Che la morte possa sorgere dall’interno nell’uomo non è spiegabile dall’essenza umana stessa. Così come questa essenza umana è essenza umana, non è spiegabile.

So benissimo che questo oggi è veramente considerato completamente sciocco da tutti coloro che vogliono stare all’altezza scientifica. È in generale piuttosto difficile controbattere tutte queste cose, perché queste cose sono in realtà connesse con campi dei più profondi misteri. E ancora oggi si incontra sempre, quando si vuole spiegare tali cose in connessione, qualcosa che non può essere espresso altrimenti che nel modo in cui Saint-Martin, di cui ho parlato qui poco fa, si esprime più volte nel suo libro «Des erreurs et de la vérité». Così Saint-Martin dice in un punto importante, dove vuol parlare di che conseguenze ha avuto per lo sviluppo dell’umanità il fatto che un certo evento si sia verificato nell’ambito spirituale, prima che l’uomo si incarnasse fisicamente per la prima volta, quando vuol parlare di questo evento spirituale-sopramondano, le parole che chiunque comprende colui che è internamente familiare con tali cose:

«Per quanto io desideri che si giunga là, tanto proibiscono i miei doveri la minima spiegazione su questo punto; e del resto, per il mio bene, preferisco arrossire davanti alle mancanze dell’uomo piuttosto che parlarne.»

In questo caso Saint-Martin dovrebbe parlare di una mancanza dell’uomo, prima che egli sia entrato nella sua prima incarnazione terrestre. Non può farlo. Ora si può da certi motivi — non affatto perché gli uomini siano divenuti migliori da tempi di Saint-Martin, ma per molti altri motivi — oggi dire molte cose che Saint-Martin non poteva ancora dire. Ma se si volesse trattare una tale verità, come quella che l’uomo non è propriamente nato per la morte, in connessione con tutto ciò che ne consegue, allora dovrebbero essere toccate anche cose che l’orecchio odierno ancora non può udire in generale. L’uomo non è nato per la morte, e tuttavia muore! Con ciò è espressa una cosa che naturalmente per i molto saggi uomini della scienza odierna è una sciocchezza, ma che per colui che vuol penetrare a una vera comprensione del mondo conta tra i segreti più profondi. L’uomo non è nato per la morte, e tuttavia muore.

Vedete, questa consapevolezza, che l’uomo non è nato per la morte e tuttavia muore, è propriamente ciò che come un impulso misterioso percorre quegli antichi Misteri, anche i Misteri di Attis, a cui ho accennato. Si cercava in questi Misteri una possibilità di comprensione per questo: l’uomo non è nato per la morte, e tuttavia muore. — I Misteri dovevano dare una risposta a questo segreto. Perché si celebravano questi Misteri? Li si celebravano per farsi dire ogni anno di nuovo qualcosa. Qualcosa che si voleva sentire, che si voleva sperimentare, che si voleva attraversare nella propria anima, questo si voleva farsi dire di nuovo ogni anno. Questo si voleva farsi dire, che il tempo non era ancora arrivato in cui l’uomo dovesse veramente seriamente guardare verso la sua morte inspiegabile. Che cosa si attendeva dunque propriamente un credente dal sacerdote di Attis? Un tale credente aveva la certezza istintiva: arriverà una volta per la terra un tempo in cui diventerà serio, molto serio, il guardare verso la morte inspiegabile. Ma questo tempo arriverà solo. E quando il sacerdote celebrava le sofferenze del dio e la risurrezione del dio, questo celebrare diveniva un conforto: il tempo non è ancora qui in cui si deve fare seria la comprensione della morte.

Perché questi antichi tempi sapevano tutti che quello, diciamo pure «simbolicamente», descritto evento della Bibbia all’inizio del Vecchio Testamento allude a una realtà. Lo sapevano questi antichi popoli istintivamente. Solo il materialismo moderno ha superato questo, il sentire istintivamente che la rappresentazione della tentazione da parte di Lucifero allude a un evento reale. Certo, la sodomia di pensieri che giace nella interpretazione materialistica del darwinismo si distingue molto considerevolmente da quello che deve essere considerato verità in tale connessione. Perché questa sodomia di pensieri pensa: nei tempi antichi c’erano certi tipi di animali, e si sono gradualmente sviluppati fino all’uomo odierno. In questa interpretazione materialistica del darwinismo naturalmente la storia della tentazione paradisiaca non ha posto. Perché ci vorrebbe uno stato intellettuale completamente degradato per credere, per esempio, che una scimmia primordiale o una femmina di scimmia primordiale sia stata tentata da Lucifero.

Ebbene, c’era dunque una certezza istintiva che dietro ciò che è raccontato al punto di partenza del Vecchio Testamento stesse un fatto storico. E come era sentito questo fatto? Era sentito così, che ci si diceva: così come l’uomo era originariamente organizzato fisicamente, così non era mortale; ma attraverso questo fatto è stato aggiunto a sua organizzazione originaria qualcosa che entra in modo corruttivo nella sua organizzazione, e che fa sì che ora in lui vi sia un impulso della mortalità. Attraverso un atto morale l’uomo divenne mortale, in tal modo che — vi torneremo sopra — giace nella parola misteriosa del peccato originale. L’uomo non divenne mortale come gli altri esseri naturali divennero mortali, non divenne mortale attraverso processi naturali, non attraverso processi materiali, ma l’uomo divenne mortale attraverso un atto morale. Dall’anima l’uomo divenne mortale.

L’anima animale come anima di genere è immortale; come anima di genere. Si incarna nell’individuo singolo dell’animale, che è mortale attraverso i suoi organi. L’anima di genere esce dall’animale mortale così come vi si era incarnata. Ma l’organizzazione animale è organizzata fin dall’inizio come organizzazione individuale per il morire. Non così l’organizzazione umana nello stesso grado. L’organizzazione umana è tale che quello che a questa organizzazione sta alla base come anima di genere, come anima di gruppo umano, verrebbe espresso nel singolo uomo e lo renderebbe immortale come organizzazione esterna dell’umanità. Mortale poteva l’uomo diventare solo dall’anima attraverso un atto morale. In un certo modo l’anima deve essere costituita affinché l’uomo possa essere mortale. Non appena oggi si prendono tali cose come si prendono concetti astratti, non si comprende la cosa intera. Solo quando ci si innalza a un’apprensione concreta, effettiva della cosa, si comprendono queste cose.

Ora negli antichi tempi — anche nei tempi poco prima del mistero di Golgota, quando questi antichi Misteri erano celebrati — si aveva la conoscenza più intensa: è l’anima dell’uomo che fa sì che l’uomo muoia. Questa anima dell’uomo è in continuo sviluppo attraverso i tempi. In che cosa consiste questo sviluppo? Consiste nel fatto che questa anima sempre più corrompe l’organismo, lo guasta, e sempre più partecipa alla corruzione, attraverso cui agisce in modo distruttivo sull’organismo. L’uomo guardava ai tempi antichi e si diceva: lì è avvenuto un evento morale, attraverso cui l’anima è divenuta tale che, quando ora abita il corpo attraverso la nascita, corrompe questo corpo, ma perché corrompe il corpo, non vive fra nascita e morte come vivrebbe se lo lasciasse illeso. È divenuto sempre più grave nel corso dei secoli e dei millenni. L’anima corrompe sempre più l’organismo! Così dicevano. — Ma così l’anima trova sempre meno la possibilità di intraprendere il suo cammino di ritorno verso lo spirito. Corrompe, quanto più il progresso dell’umanità avanza, sempre più l’organismo; per questo trapianta in questo corpo sempre più intensamente la morte. E deve venire un momento in cui le anime non trovino più nessuna possibilità, dopo aver passato la loro esistenza così a lungo fra nascita e morte, di ritrovare il cammino di ritorno nel mondo spirituale.

Questo momento era atteso nei tempi antichi con orrore e terrore. Ci si diceva: generazione dopo generazione passerà,

10°L'elemento antireligioso come malattia, sventura e inganno di sé

Berlino, 10 Aprile 1917

generazione dopo generazione passerà; le epoche si succederanno. Si sapeva nei tempi antichi — e questo sapevano appunto gli uomini delle antiche scuole misteriche — si sapeva che ci sarebbe venuto un momento in cui le anime, che avevano sviluppato in sé la capacità di corrompere il corpo per mezzo della volontà immorale, questo, che attraverso questa corruzione del corpo operava verso la morte, una volta che la terra fosse giunta a uno stadio avanzato di sviluppo, avrebbero smesso di trovare il cammino di ritorno nello spirituale. Si sapeva inoltre che allora, quando questo fosse accaduto, la terra sarebbe stata consegnata a Arimane, a quella forza che nell’evoluzione cosmico-spirituale è la forza del caos e della distruzione.

Questo era il terrore degli antichi tempi; questo era ciò che gli uomini dei Misteri attendevano con la massima ansia. Essi si dicevano: ci deve essere qualcosa che metta rimedio a tutto questo, che sciolga questo nodo, qualcosa che deve intervenire nel corso dello sviluppo dell’umanità. Qualcosa di terrificante per le loro anime sarebbe stata la continuazione dello sviluppo naturale dell’umanità senza che questo accadesse. Ora, come potrebbe questo qualcosa essere caratterizzato? Potrebbe essere caratterizzato così: ci deve essere un momento — e questo momento fu sentito dai Misteri come dovendo essere il momento centralmente importante di tutta l’evoluzione terrestre — ci deve essere un momento in cui uno che non è un uomo ordinario, uno che non è semplicemente un figlio di padre e madre, si incarna sulla terra, qualcuno che portasse in sé — e qui abbiamo il punto centrale della visione dei Misteri — qualcuno che portasse in sé una tale forza spirituale da non essere implicato nella corruzione della materia attraverso cui il suo corpo potesse essere corrotto. Uno che avrebbe dovuto portare in sé un tale nucleo spirituale che il corpo potesse assolutamente restare in lui non corrotto, e nel che quindi la morte non avrebbe potuto fare presa. In breve, un individuo che non potrebbe essere trascinato verso la morte dalla sua propria anima, perché la sua anima non aveva quella capacità di corrompere il corpo.

Questo è il senso più profondo di tutte queste antiche celebrazioni misteriche. Non era soltanto simbolismo quello che si celebrava nei Misteri, era la celebrazione di qualcosa che doveva accadere, era celebrazione di un evento cosmico che doveva giungere. Se noi guardiamo attraverso le antiche concezioni dei Misteri verso quello che poi effettivamente è accaduto come il mistero di Golgota — se vediamo come nella vita e nella sofferenza e nella morte e nella risurrezione del Cristo è contenuto il più grande processo di guarigione che il cosmo potesse compiere — allora cominciamo finalmente a capire come lo spirituale-sovrumano ha lavorato su questa terra. Allora non pensiamo più al mistero di Golgota come a qualcosa che sia semplicemente una leggenda trasferita dai culti misterici pagani. No, vediamo come le antiche concezioni misteriche, nel loro livello più alto, costituivano il presagio, l’annuncio di quello che stava per accadere realmente.

Perciò è importante comprendere — e qui arriviamo a qualcosa che è molto difficile da dire — è importante comprendere che il Cristo ha portato qualcosa sulla terra che nessun uomo ordinario avrebbe potuto portare, qualcosa che nessun figlio di madre ordinaria avrebbe potuto portare. Nel Cristo, quello che era seduto nei più alti misteri spirituali la più alta realtà spirituale, il cosmo stesso è sceso sulla terra. E il fatto che il cosmo stesso la sostanza cosmica più alta sia scesa nel corpo di Gesù di Nazaret, questo fatto trasforma il corpo di Gesù di Nazaret cosicché questo corpo non cade naturalmente sotto la legge della corruzione e della morte come ogni altro corpo umano. Questo corpo potrebbe essere resuscitato perché non era soggetto alla legge naturale della corruzione.

Così il mistero di Golgota diventa comprensibile solo quando lo si capisce come un intervento cosmico, come l’intervento del cosmo spirituale nel corso della storia terrestre per guarire da quella corruzione che era stata introdotta negli uomini attraverso il fatto del peccato originale. E non è soltanto una storia d’amore fra l’anima umana e Dio, anche se contiene naturalmente anche questo; è un processo cosmico nel senso più profondo. Ed è in questo senso che dobbiamo comprendere le parole che Paolo rivolge: «O profondità delle ricchezze, della saggezza e della scienza di Dio! Quanto imperscrutabili sono i suoi giudizi e quanto inesplorabili le sue vie!»

Ora, quando gli antichi insegnamenti dei Misteri furono trasportati nei tempi cristiani, quando questo insegnamento mitico del Cristo venne trasportato nella storia reale, nei tempi cristiani, un certo cammino spirituale divenire possibile per coloro che seguivano il Cristo. E questo cammino era il seguente: l’uomo ordinario, a causa della natura della sua anima — come descritto — condivide la corruzione del corpo. Ma se l’uomo si unisce con la forza spirituale che il Cristo ha portato sulla terra — un’unione che è effettuata attraverso quelli che si chiamano i Sacramenti — allora entra in una comunione viva con il Cristo, e attraverso questa comunione viva con il Cristo riceve la forza mediante cui la corruzione della sua anima può essere guarita. La corruzione della sua anima, che l’ha fatto un essere mortale, può essere guarita.

In questo consiste il significato essenziale del mistero di Golgota per l’evoluzione dell’umanità. Non è né un insegnamento morale, né una storia d’amore, bensì un processo cosmico attraverso cui l’umanità — quella parte di essa che si unisce a questa forza cosmica — riceve la possibilità di guarigione dalla corruzione che l’ha resa mortale. E chi non comprende questo, chi vede nel mistero di Golgota solo una leggenda trasferita dalle credenze pagane, o solo un insegnamento morale in cui il Cristo è semplicemente un maestro morale che ha insegnato agli uomini come vivere — costui non ha compreso nulla del significato reale del mistero di Golgota.

Questo è quello che gli antichi Misteri riuscivano a intuire e che ora, attraverso il mistero di Golgota, è divenuto un’effettiva realtà cosmica che opera nella storia dell’umanità. I Misteri hanno celebrato questo ritualmente, perché l’umanità non aveva ancora sviluppato la capacità di portare tale conoscenza conscia. Ma quando il momento storico prescelto giunse, quando la terra aveva raggiunto il livello di sviluppo in cui questa realtà cosmica poteva effettivamente manifestarsi — allora il Cristo è venuto sulla terra, e il mistero di Golgota è divenuto una realtà fattuale della storia umana.

Questo è il significato profondo che dobbiamo sviluppare in noi se vogliamo veramente comprendere l’impulso cristiano nella sua essenza più profonda. Non è un insegnamento che si accetta o si rifiuta; è una realtà cosmica che trasforma essenzialmente quello che l’uomo è. Attraverso questa trasformazione, il mistero di Golgota ha il significato che deve avere per l’evoluzione dell’umanità da questo momento in poi.

11°Natura fisica e mondo morale. impulso del Cristo e ordinamento sociale

Berlino, 12 Aprile 1917

Occupandosi di scienza dello spirito sempre più profondamente, secondo i principi che vi sono noti, del Mistero del Golgota, si giunge a riconoscere che i tempi futuri dovranno penetrare sempre più a fondo in questo Mistero del Golgota; come in una naturale successione di eventi, dovranno penetrarvi sempre più profondamente. E riguardo a molte cose si comprenderà che ciò che finora ha potuto essere afferrato del Mistero del Golgota, sì, anche ciò che oggi può essere afferrato, è soltanto una sorta di preparazione a ciò che del Mistero del Golgota dovrà essere afferrato, e soprattutto ciò che l’umanità terrestre dovrà vivere attraverso il Mistero del Golgota. È completamente vero che ciò che oggi siamo ancora costretti a esporre all’interno del movimento antroposofico in una maniera complicata, come molti forse diranno «difficile da comprendere», dissezionando insieme tutto il possibile, che tutto ciò una volta potrà essere trasmesso semplicemente, come si potrebbe dire «con semplicità infantile», in un numero esiguo di parole all’umanità. È assolutamente da presupporre che sarà così. Ma questo è il corso della vita dello spirito: che le grandi verità semplici, da cogliere in poche parole, devono essere prima conquistate, devono essere prima elaborate; che non si può portare ogni verità profonda immediatamente alle formule più semplici. E perciò dobbiamo considerare come nostro karma temporale il fatto che oggi dobbiamo ancora raccogliere insieme molte cose, per portare all’anima l’intero peso e l’intera gravità del Mistero del Golgota.

Ora vorrei iniziare innanzitutto nella presente trattazione, tenuta di nuovo in forma aforistica, dal presupposto che è necessario prendere molto sul serio la concezione, la rappresentazione della «fiducia», della «fede» quale qualcosa di portato da forze, come espusimo di recente.

Bisogna ben rendersi conto che la concezione materialistica esterna del mondo, se così possiamo chiamarla, è sulla via di escludere dalla considerazione del mondo la considerazione morale delle cose. L’ho già esposto più volte: come il pensiero colto, non solo quello erudito ma anche quello popolare, il più semplice della nostra epoca, si sforza di escludere dalla sua concezione dello sviluppo del mondo il morale. Ci si rappresenta oggi che si tengono in considerazione soltanto le leggi fisiche e chimiche per mezzo del che, all’inizio della Terra, da una nebulosa cosmica poteva formarsi l’esistenza terrestre, e ci si sforza di comprendere come queste leggi fisiche condurranno una volta a determinare una sorta di fine della Terra. Le nostre concezioni morali le acquisiamo accanto a queste concezioni fisiche. E già ho accennato: non sono abbastanza forti per avere realtà in sé. A ciò siamo condannati nel presente. E questo sviluppo all’interno di siffatte concezioni continuerà ancora sempre oltre. Oggi appare come qualcosa di decisamente fantastico, superstizioso, per l’uomo che vuole stare saldo sul terreno della concezione scientifica naturale, immaginare che alla conclusione della nostra esistenza terrestre stia un atto o un evento che deve essere giudicato moralmente, come accade nella storia biblica della caduta originale. E la concezione odierna degli uomini non basta a porre alla fine dell’esistenza terrestre uno sviluppo morale, così che ciò che accade fisico-chimicamente nella nostra esistenza terrestre fosse elevato da qualcosa di morale a un’altra esistenza planetaria, a un’esistenza gioviana. Stanno affiancate le concezioni scientifiche sulla fisicità e le concezioni sul morale; non possono portarsi reciprocamente . La scienza naturale tende a eliminare completamente il morale dalla sua maniera di considerare, e il morale comincia, direi, ad abituarsi al fatto che non possiede in sé forze di sostegno fisiche. Persino la dogmatica di certi insegnamenti religiosi cerca di sviluppare siffatte concezioni che facciano una sorta di compromesso con la scienza naturale, in quanto lo scienziato naturale attira l’attenzione sul fatto che si dovrebbe separare nettamente il morale da ciò che accade fisicamente, chimicamente, geologicamente e così via.

Ora prenderò oggi il punto di partenza da qualcosa che sembra non avere alcun collegamento con la nostra maniera di considerare, ma proprio per questo ci condurrà bene in essa. Vorrei innanzitutto attirare l’attenzione sul fatto che non tutti gli uomini che si sono dedicati alle concezioni del mondo erano disposti cosicché, per così dire, escludessero tutti i giudizi morali quando si volgevano alla natura esterna e al fenomeno naturale. Questo è straordinariamente interessante. Al botanico odierno non verrà mai in mente di applicare concetti morali quando studia le leggi secondo cui le piante crescono. Sì, lo considererebbe infantile se applicasse misure morali alla vegetazione delle piante, se interrogasse per così dire le piante sulla loro moralità. Immaginate solo come verrebbe guardato qualcuno che avesse la pretesa di affermare qualcosa del genere. Ma non tutti gli uomini erano sempre così. E vorrei darvi un esempio caratteristico di un uomo che non era così, di un uomo che da molti non è considerato cristiano, ma che era un cristiano molto migliore nella sua concezione del mondo. Potete in particolare sfogliare considerazioni cattoliche su Goethe, e vi troverete che Goethe — ebbene, è trattato talvolta con indulgenza perché era pur sempre di una certa grandezza — non prendesse il cristianesimo sul serio. Questo è sottolineato con forza particolare nelle considerazioni cattoliche su Goethe. In Goethe però c’era per tutta la sua natura qualcosa di profondamente cristiano, qualcosa di molto più profondamente cristiano che in molti di quei cristiani che secondo un noto detto hanno sempre «Signore, Signore» sulla lingua. Goethe certo non aveva sempre questo «Signore, Signore» sulla lingua, ma la sua maniera di considerare il mondo ha un tratto di profonda cristianità. E qui vorrei attirare l’attenzione su qualcosa su cui non si attira molto frequentemente attenzione in Goethe.

Goethe ha notoriamente cercato nella sua dottrina della metamorfosi di acquistare rappresentazioni sulla crescita delle piante. Sapete — l’ho più volte sottolineato —: egli su questa dottrina della metamorfosi una volta veniva in conversazione con Schiller, quando i due avevano ascoltato una conferenza del professor Batsch di Jena. Schiller non apprezzava molto il modo in cui Batsch parlava delle piante, e disse che non occorre frammentare tutto in quel modo, si potrebbe immaginare una maniera del tutto diversa di considerazione. Goethe allora disegnò con pochi tratti l’idea della sua metamorfosi delle piante, per mostrare che si potrebbe pensare come una banda spirituale delle singole manifestazioni vegetali. E Schiller disse: Quella non è un’esperienza, quella è un’idea. Non una realtà conforme all’esperienza esterna, ma un’idea. — Goethe non intese bene questa obiezione, ma disse: Mi è caro il fatto che io abbia idee senza saperlo, e addirittura le veda con gli occhi. — Così non capì come dovesse essere un’idea ciò che pur viene recepito dalla realtà come un suono o un colore. Affermava di vedere le sue idee con gli occhi. Questo rivela già che Goethe cercava di vedere lo spirituale insieme, all’interno della crescita vegetale per esempio.

Ora, vedete, Goethe era sempre consapevole che ciò che realmente aveva da dire poteva comunque insegnarlo ai suoi contemporanei solo fino a un certo grado; che per certe cose il tempo non era ancora maturo. E così accadde che anche altri si lasciassero ispirare, che erano ricercatori naturali veri e propri. Per esempio Schelver, il botanico, Henschel, si lasciarono ispirare dalla dottrina della metamorfosi di Goethe. E Schelver, Henschel scrissero cose strane sulla crescita vegetale, cose veramente strane, che Goethe però considerava con grande piacere. Per il botanico odierno tutta questa storia che fu discussa tra Goethe, Schelver e Henschel è la più completa follia. Ma in siffatte occasioni bisogna sempre ricordarsi della parola di Paolo, che la follia degli uomini può essere la più grande saggezza davanti a Dio. E Goethe scrisse allora anche alcune cose aforistiche su ciò che aveva ricevuto come impressione dal modo di esporre di Schelver.

Ora devo accennare con poche parole a ciò che questo Schelver in realtà voleva. A Schelver era sgradito il modo intero in cui gli uomini, i botanici, consideravano le piante. E disse più o meno così: Vedete, gli uomini si rappresentano le piante; queste prosperano così che da un lato nel fiore sviluppano il carpello, dall’altro gli stami. E il carpello viene secondo la concezione degli uomini fecondato dagli stami, e così nasce una nuova pianta. — Questo a Schelver non andava per niente bene, ma disse: In realtà non è un’idea tenuta nel senso del regno vegetale, ma la realtà consiste in questo: che ogni pianta, per il fatto stesso di essere una pianta, può produrre di nuovo il suo simile. E che debba verificarsi una fecondazione, egli lo considerava come un fenomeno più secondario, un fenomeno che Schelver considerava propriamente, si potrebbe dire, come qualcosa di falso, come un errore della natura. Schelver avrebbe visto il giusto della natura in questo: che ogni pianta senza ulteriore fecondazione producesse dalla sua essenza ancora un’altra pianta, non che la polvere antera dovesse essere trasportata dal vento sul carpello e così tutto il mondo vegetale si sviluppasse.

Goethe, che sempre aveva vòlto l’attenzione verso quei fenomeni dove la pianta si trasforma, la foglia nel fiore, questi voleva considerare completamente come scontato che l’intera pianta in metamorfosi potesse produrre una nuova pianta. Qui gli piacque questa idea di Schelver. E sul serio scrisse Goethe un aforismo che è straordinariamente interessante, che è preso molto seriamente da lui, ma naturalmente per un botanico odierno è la più completa follia. Goethe scrisse per esempio nel saggio che scrisse su Schelver:

«Questa nuova dottrina della pollinazione sarebbe nella presentazione ai giovani e alle donne sommamente gradita e opportuna; poiché colui che insegna personalmente era finora in grande imbarazzo. Se poi anche siffatte anime innocenti, per progredire con lo studio personale, prendessero in mano libri botanici, non potevano celare che il loro sentimento morale fosse offeso; gli eterni matrimoni, di cui non ci si libera, dove la monogamia, su cui si fondano il costume, la legge e la religione, si dissolve completamente in una vaga lussuria, restano al senso umano puro completamente intollerabili.»

Così immaginate: Goethe getta lo sguardo sul mondo vegetale e lo trova intollerabile che lì si celebrino i matrimoni eterni, che lì debba avvenire fecondazione eterna, o piuttosto lo trova — come si esprime elegantemente — più opportuno se non si dovesse più parlarne, ma si potesse dire che la pianta producesse il suo simile dalla sua propria forza. E allora lo sviluppa ancora oltre. Dice:

«Si è spesso, e non del tutto ingiustamente, rinfacciato agli esperti di lingua che, per compensarsi alquanto della spiacevole aridità dei loro sforzi, volentieri spendono molta attenzione, più che non sia opportuno, su passi dubbi e leggeri dei vecchi autori. E così talvolta anche ricercatori naturali si sono lasciati sorprendere, notando certi difetti della buona madre, e trovandovi, come nella vecchia Baubo, uno svago altamente equivoco. Sì, ci ricordiamo di aver visto arabeschi dove i rapporti sessuali nei calici dei fiori erano rappresentati in maniera anticamente assai evidente.»

Così Goethe considera come un’idea estremamente desiderabile che questa considerazione sessuale riguardo al mondo vegetale potesse essere eliminata. Era già ai suoi tempi un’idea pazza, naturalmente; oggi, nell’epoca della psicoanalisi, dove ci si sforza di spiegare tutto possibilmente dalla sessualità, è una pazzia ancora maggiore, se qualcuno dice che sarebbe una bella considerazione della natura se non avessimo questo intromettersi immorale del principio sessuale. Goethe dice esplicitamente: «Come ora si hanno da tutti i lati gli Ultras, sia liberali che regi, così Schelver era un Ultra nella dottrina della metamorfosi; egli ruppe ancora l’ultimo argine che la teneva nel cerchio disegnato prima»; ma non dice che un simile Ultra gli fosse in qualche modo spiacevole, anzi al contrario, accoglie l’apparizione con grande gioia.

Ora bisogna già guardare un po’ più profondamente nell’anima di Goethe, direi, nell’anima cristiana di Goethe, per comprendere ciò che in realtà sta alla base. Immaginate: colui che considera la natura così com’è, con la disposizione che la scienza naturale odierna ha, naturalmente non può fare nulla con siffatte rappresentazioni, perché per siffatte rappresentazioni sono necessari certi presupposti. Il presupposto è che in realtà, come le piante sono ora, esse contraddicono la loro disposizione, la loro disposizione originaria, che in realtà per colui che si immerge veramente nel mondo vegetale, sta la necessità di dire: Sì, se guardo alla disposizione originaria della crescita vegetale, allora il modo in cui il polline svolazza attorno e feconda non corrisponde alla disposizione originaria delle piante. Dovrebbe essere diverso! — Non c’è nulla d’altro da fare se non rendersi conto che effettivamente l’intero regno vegetale, così come è diffuso attorno a noi, è disceso da una forma originaria diversa alla forma che ha ora, e che una tale considerazione della natura, come quella di Goethe, nel modo in cui le piante sono oggi, ha avuto ancora un presentimento di come il regno vegetale, diciamo, prima della caduta originale era, per usare questa espressione simbolica. E infatti, non si comprende la dottrina goethiana della metamorfosi se non se ne comprende l’innocenza, la semplicità infantile, se non si comprende che Goethe voleva già dire con la dottrina della metamorfosi: Vedete, ciò che accade nel regno vegetale non era originariamente predestinato a questo, vi è arrivato solo dopo che lo sviluppo terrestre da una certa sfera è disceso alla sua attuale.

Da ciò, vi potrete anche formare la rappresentazione — che ora non posso esporre più in dettaglio, ma tutte queste cose potrebbero e saranno una volta da noi sviluppate — che è così anche con il regno minerale, che anche questo non è come era originariamente. E colui che considera queste cose veramente scientificamente, arriva anche a comprendere che ciò che ho detto è giusto fino al regno animale, nella misura in cui abbiamo a che fare con i cosiddetti animali a sangue freddo, anche detti a sangue variabile, dunque non con gli animali a sangue caldo. Così il regno minerale, il regno vegetale e il regno degli animali a sangue freddo, che non hanno calore corporea interna che costantemente supera il calore esterno, questi regni non sono come erano originariamente disposti. Sono discesi da una sfera all’altra e sono divenuti solo allora ciò che oggi necessita che il principio della sessualità regni in loro. Si può dire che questi regni non giungono al completo sviluppo delle disposizioni che hanno in sé, ma occorre un aiuto esterno. La pianta ha in sé la disposizione originaria come è, non solo di trasformarsi dalla foglia al fiore, ma anche di produrre una pianta completamente nuova. Ma le mancano le forze per giungervi; per questo occorre uno stimolo esterno, perché la regione è stata abbandonata in cui era il regno vegetale. Anche con il regno minerale sarebbe diverso, e con il regno degli animali a sangue freddo. Questi esseri sono condannati, per così dire, a restare a metà strada.

Osserviamo l’altro estremo della natura: il regno degli animali a sangue caldo, il regno di quelle piante che arrivano all’indurimento, gli alberi — perché quelli di cui ho parlato, che hanno la metamorfosi regolare, sono piante che producono foglie verdi e steli, non le piante che si induriscono —, e osserviamo gli animali a sangue caldo e il genere umano fisico. Ho già nella penultima conferenza attirato l’attenzione sul fatto che l’uomo fisico, così com’è, non corrisponde alla sua disposizione, che ha in realtà la disposizione all’immortalità del suo corpo. Ma questa conoscenza va molto oltre. Non solo l’uomo fisico, che è stato così creato per l’immortalità, non ha la sua disposizione in sé, ma anche gli altri esseri, le piante che si induriscono e gli animali a sangue caldo portano la morte in sé. Non sono come erano originariamente; non come se fossero stati creati già immortali: sono discesi. Ma per questo per loro è subentrato qualcosa d’altro. Ho detto: Gli esseri del regno minerale, del regno vegetale e del regno degli animali a sangue freddo non giungono alla fine con le loro disposizioni, hanno bisogno di un influsso esterno. Gli esseri del regno degli animali a sangue caldo, delle piante che si induriscono, dunque delle piante che formano corteccia e legno, e il regno umano, sono così che nella forma in cui ora vivono non rivelano la loro origine, non rivelano il loro inizio. Così gli esseri primi non giungono alla fine con il loro sviluppo; hanno bisogno di un altro influsso. Gli esseri che ho nominato come secondo gruppo, le piante che si induriscono, gli animali a sangue caldo e gli uomini, questi rinnegano nel modo in cui ora sono il loro inizio; non rivelano il loro inizio. Gli altri non giungono alla fine, e questi esseri si mostrano oggi così che da come sono non si può immediatamente riconoscere il loro inizio.

Se prendete questo, avete pressappoco ciò che è una previsione di una certa direzione che la considerazione della natura dovrà prendere in futuro. Dovrà decisamente distinguere tra il modo in cui gli esseri sono disposti e il modo in cui sono ora.

Ora sorge la domanda: Da dove è venuto tutto questo? Abbiamo pressappoco tutta la natura che ci circonda, che, anche considerata scientificamente, non è come dovrebbe essere. Da dove è venuto veramente tutto questo? Cosa sta alla base? Chi è colpevole di tutto questo? E allora si riceve tuttavia la risposta: L’uomo è colpevole di tutto questo! E la colpa dell’uomo consiste appunto nel cedere alla tentazione luciferica, come l’ho sempre descritta, in ciò che all’inizio della narrazione biblica è chiamato peccato originale, colpa originale. Per la scienza dello spirito è veramente un vero fatto, un fatto autentico, ma un tale fatto che non si è compiuto solo nell’uomo, ma si è compiuto certamente dapprima nell’uomo, ma l’uomo era allora così potente, così forte che ha trascinato con sé tutta la natura restante. L’uomo ha trascinato con sé lo sviluppo delle piante, così che non possono giungere alla fine del loro sviluppo, così che hanno bisogno di un impulso esterno. L’uomo ha fatto accadere che accanto agli animali a sangue freddo ci siano anche gli animali a sangue caldo, cioè tali che possono soffrire con lui lo stesso dolore. Così gli animali a sangue caldo l’uomo ha trascinato con sé nella sfera in cui egli stesso si era trascinato attraverso il cedere alla tentazione luciferica.

Oggi ci si rappresenta che l’uomo sia sempre stato in un rapporto con il mondo come oggi, che non possa per così dire far nulla riguardo alla natura restante, che gli animali accanto a lui nascano, che le piante accanto a lui nascano, apparentemente senza il suo influsso. Ma non è sempre stato così, anzi prima che entrasse l’ordine naturale che è l’attuale, l’uomo era un essere potente che in quell’atto che si chiama la tentazione luciferica non solo agiva su se stesso, ma veramente trascinava con sé tutta la natura restante della Terra e faceva ciò che infine culminò nel fatto che l’ordine morale si separò completamente dall’ordine naturale.

Se oggi si esprime questo così come io l'esprimo adesso, naturalmente si dice qualcosa che in minima parte è comprensibile per chi pensa scientificamente. E tuttavia, dovrà diventare comprensibile! Dovrà diventare comprensibile! La scienza naturale odierna è soltanto un episodio. Nonostante tutti i suoi meriti, nonostante tutti i suoi grandi risultati: è un episodio. Sarà sostituita da un’altra che di nuovo riconoscerà che c’è una considerazione più elevata del mondo, all’interno del che il naturale e il morale sono due lati di un’unica essenza. Ma con una confusione panteistica non si viene a una simile considerazione; bisogna già guardare concretamente come la realtà esterna effettivamente mostra di essere stata disposta diversamente da come si mostra oggi nel consueto ordine naturale. Bisogna avere il coraggio di applicare misure morali anche all’esistenza naturale esterna. Quella considerazione del mondo che oggi si chiama monistica, e che trae la sua gloria dall’escludere dappertutto il morale, lo fa per codardia, per codardia conoscitiva, perché non vuole penetrare abbastanza a fondo fino a dove veramente, come accadde in Goethe — entro i limiti come l’ho presentato — la necessità di applicare misure morali si presenta, proprio come per una considerazione esterna si presenta la necessità di applicare pure misure scientifiche naturalistiche.

Ma questo che io ora dico, la possibilità di pensare il mondo di nuovo attraverso moralizzato, questa possibilità sarebbe rimasta perduta all’uomo, se all’inizio della nostra era il Mistero del Golgota non fosse accaduto. Perché abbiamo ora visto che fondamentalmente tutto ciò che è soltanto ordine naturale è in certo senso corrotto, è disceso da un’altra regione a quella attuale, che sta in un’altitudine di concezione del mondo da cui deve risalire di nuovo. Così è per la nostra concezione del mondo: sta in un’altitudine di concezione del mondo da cui deve risalire di nuovo. A questo naturale appartiene veramente anche il nostro pensiero stesso. E quando gli odierni Du Bois-Reymond e altri dicono che il nostro pensiero non può penetrare nella realtà, che stabiliscono l’ignorabimus, che non si può conoscere, questo è in un certo senso vero, ma perché è vero? Sì, perché il nostro pensiero è uscito dalla sua regione originariamente disposta e deve di nuovo trovare la strada di ritorno. Tutto sta sotto l’influsso della discesa del pensiero stesso. Così si può dire: Certamente, voi che affermaste che il pensiero non può penetrare nella realtà, voi avete in certo grado ragione; ma questo pensiero stesso è corrotto insieme agli altri esseri, deve di nuovo risalire. L’impulso stesso all’elevazione di questo pensiero sta nel Mistero del Golgota, cioè in ciò che come impulso è entrato nell’umanità attraverso il Mistero del Golgota. Persino il nostro pensiero è soggetto, per così dire, al peccato originale e deve essere redento da esso per di nuovo penetrare nella realtà. E la nostra scienza naturale, così come oggi sta con la sua necessità amorale, è solo il prodotto di quel pensiero che è corrotto, che è disceso. Se non si ha il coraggio di confessare questo, allora non si sta affatto all’interno, ma all’esterno della realtà.

Ciò che nel Mistero del Golgota sta per portare di nuovo su ciò che da una regione più elevata è disceso in una più profonda, questo diventa in particolare chiaro quando si guardano cose concrete singole, quando ci si pone la domanda: Che cosa accadrebbe dello sviluppo terrestre, che è stato portato nell’ordine naturale dall’uomo — e non lo dico da alcun fantasticare, ma lo dico come un risultato della scienza dello spirito, come sono i fatti scientifici naturali: Che cosa accadrebbe dello sviluppo terrestre, dopo che è disceso attraverso gli uomini, se il Mistero del Golgota non avesse dato un nuovo impulso? Così vero come una pianta non può proseguire lo sviluppo se le strappa via il carpello, così vero l’uomo, è vero che la Terra non avrebbe trovato il suo sviluppo se il Mistero del Golgota non fosse stato!

Oggi stiamo ancora solo all’inizio del quinto periodo post-atlantideo. Nel quarto, nel suo primo terzo, il Mistero del Golgota è accaduto. Una corrente, quella discendente, è decisamente presente, e colui che non è cieco può decisamente giudicare che c’è. Oh, il pensiero che penetra nelle profondità dell’essenza delle cose ha subito un calo molto, molto forte! C’è un vero declino da osservare nel pensiero, nel sentimento sulla natura profonda delle cose. La concezione copernicana del mondo e cose simili, sono certamente apparizioni grandiose riguardo alla conoscenza superficiale delle cose, ma non penetrano nella profondità, sono venute a essere proprio perché per un certo tempo non si è penetrato nella profondità. Questo non-penetrare-nella-profondità continuerebbe sempre ulteriormente. E si possono già oggi indicare cose concrete singole — per quanto, quando le si indicano, si venga guardati come un visionario — a cui si dovrebbe giungere se la direzione semplicemente continuasse come è, che è per così dire già disposta, che dovrà essere abbandonata dal fatto che l’impulso del Mistero del Golgota diventi sempre più potente.

Vi prego, vedete con me per alcuni istanti come attraverso una finestra le possibilità di sviluppo, e dimenticate, nel fatto che vi faccio guardare attraverso una finestra, per il mondo esterno ciò che ho detto, così che non siate riso al pubblico troppo fortemente dal fatto che descrivessi un’eventualità. Perché naturalmente oggi ancora si leva una risata beffarda dell’inferno, se si dice una cosa simile. Se la disposizione che oggi per esempio regna sulla base della pura scienza naturale universitaria proseguisse così, se si diffondesse, in particolare se divenisse sempre più intensa — viviamo nel quinto periodo post-atlantideo, e propriamente ancora all’inizio, verrà un sesto, un settimo — allora cose certe, se il Mistero del Golgota non subisse un’interpretazione approfondita, assumerebbero forme del tutto strane. Oggi, se uno parla di una nuova concezione scientifica sulla caduta originale come è accaduto qui, in modo che parlerebbe fuori di un cerchio preparato, fuori di un cerchio che si è acquisito nel corso degli anni rappresentazioni che gli provano che le cose possono essere provate interamente scientificamente, allora all’inizio di questo nostro quinto periodo post-atlantideo verrebbe considerato semplicemente un pazzo, naturalmente; sarebbe riso, schernito. Non gli si darebbe nessuna fiducia particolare, se ci si accorgesse che ha simili concezioni, nel mondo materialista fuori, nel mondo che sta fuori del cristianesimo. Ma nel sesto periodo post-atlantideo sarebbe completamente diverso, e sarà anche diverso per una parte dell’umanità; ci saranno combattimenti duri per portare avanti l’impulso del Cristo.

Oggi si pensa di affrontare, con la frusta della beffa, con la frusta dello scherno, o come spesso si chiama, la frusta della critica, colui che cerca di dire la verità dalle conoscenze della scienza dello spirito. Nel sesto periodo si comincerà a guarire — a guarire! Cioè, si avranno inventato medicine che verranno somministrate coattivamente a coloro che parlano di una norma del bene e del male, che il bene e il male è qualcosa di diverso dalla convenzione umana. Verrà un tempo, in cui si dirà: Come parlate di bene e male? Bene e male, lo fa lo stato. Ciò che sta nelle leggi è bene, è bene; ciò che sta nelle leggi deve essere evitato, è male. Se voi parlate che c’è un bene e un male morale, allora siete malati! — E si dà loro medicina, e si guarirà la gente. Questo è il trend. Non è un’esagerazione, è solo la finestra attraverso cui voglio farvi guardare. Questo è il corso del tempo. E ciò che nel settimo periodo post-atlantideo seguirebbe — attraverso questa finestra non voglio farvi guardare per il momento. Ma è vero.

Verrà un tempo, perché ciò non si può tornare indietro, ciò che è nella natura umana, verrà già a esprimersi in tal modo gradualmente, che secondo le concezioni della concezione del mondo scientifica naturale si potranno considerare gli uomini come malati, e si cercherà di portare la guarigione necessaria. Non è una fantasia. Proprio la considerazione più sobria della realtà è quella che dà ciò di cui si parla. E chi ha occhi per vedere e orecchi per sentire, vede dappertutto gli inizi.

Qui si tratta di comprendere in tutta profondità e di portare gradualmente nella vita che ciò che è il corpo eterico umano non è così — e proprio di questo si tratta, perché tutto il resto procede da questo — innanzitutto non è così come era originariamente destinato per l’uomo. Perché questo corpo eterico umano contiene, tra l’eterico diverso che conteneva originariamente — e conteneva originariamente tutte le specie di eterico in piena vitalità —, oggi il calore. Perciò l’uomo con gli animali che ha trascinato nella sua «caduta» ha sangue caldo. Qui l’uomo ha la possibilità di elaborare il calore-eterico in modo particolare. Ma già con l’eterico luminoso non è così. L’eterico luminoso l’uomo certamente l'assume, ma l'irradia così che solo una certa chiaroveggenza inferiore ne risulta, nel vedere nell’aura i colori eterici nell’uomo. Questi sono presenti. Ma inoltre l’uomo è stato disposto per un proprio tono, nell’intera armonia delle sfere con il suo proprio tono e con una vita originaria, così che il corpo eterico avrebbe sempre avuto la possibilità di mantenere il corpo fisico immortale, se questo corpo eterico avesse mantenuto la sua vitalità originaria. Non sarebbero accadute altre cose. Perché se questo corpo eterico fosse rimasto nella sua forma originaria, l’uomo sarebbe rimasto nella regione superiore da cui è disceso nella inferiore. Non sarebbe caduto nella tentazione luciferica. In questa regione superiore sarebbero state condizioni completamente diverse. Ma queste c’erano una volta. E spiriti come Saint-Martin avevano ancora una certa consapevolezza che siffatte condizioni c’erano una volta. Perciò parlano di queste condizioni come di una realtà passata.

Lasciamo che una sola di queste condizioni si presenti davanti alla nostra anima. Così come l’uomo oggi parla, non avrebbe potuto parlare, perché non avrebbe mai plasmato la sua parola così che il linguaggio fosse differenziato in diversi linguaggi. Perché il fatto che il linguaggio sia stato differenziato in diversi linguaggi dipende solo dal fatto che il linguaggio divenne qualcosa di permanente. Ma il linguaggio allora non era destinato a essere qualcosa di permanente, ma era destinato a qualcos’altro completamente. Dovete solo vivamente immaginarvi a che cosa l’uomo era destinato. Se una volta ci fosse veramente una scintilla della concezione goethiana del mondo — intendo ora non solo la teoria, ma dell’anima — nell’umanità, allora si comprenderà che cosa si intende con una tale proposizione, anche dalla concezione goethiana del mondo in fuori. Immaginate pure una volta che l’uomo avesse le disposizioni originarie che gli erano destinate. Allora avrebbe guardato a ciò che da fuori poteva fare impressioni su di lui. Ma non sarebbero venuti solo i colori, i suoni verso di lui, non soltanto ciò che da fuori sono impressioni, bensì il Geist fluirebbe dovunque dalle cose: con il colore rosso insieme lo spirito del rosso, con il colore verde lo spirito del verde e così via. Dovunque lo spirito verrebbe a lui, di cui Goethe aveva solo un presentimento dicendo: Sì, se questa pianta deve essere solo un’idea, allora vedo le mie idee, allora sono fuori come colori. — È un’idea presentimento. Questo vi prego di immaginarvi nella concretezza, nella piena realtà sostanziale: che veramente lo spirito vivente venga. Se però le impressioni esterne fossero venute così vivamente, allora — sempre qualcosa incontra ciò che vive nel nostro respiro, attraverso la nostra testa, attraverso i nostri sensi —, incontrerebbe ogni impressione esterna il processo respiratorio. Un rosso: l’impressione viene da fuori; da dentro gli viene incontro il respiro, che però allora sarebbe un tono. Con ogni singola impressione il tono uscirebbe dall’uomo. Un linguaggio che permanesse non ci sarebbe, ma sarebbe sempre ogni cosa, ogni impressione direttamente rispondesse con un gesto sonoro da dentro. Si starebbe con la parola completamente nell’essenza esterna dentro. Da questo linguaggio vivente e fluido, ciò che allora si è sviluppato come linguaggio, è solo la proiezione terrestre, il caduto, l’abbandonato. E a questo linguaggio originario, che si parla con il mondo intero, ricorda l’espressione che oggi è così poco compresa, l’espressione della «parola perduta». Ma a questo spirito originario, dove l’uomo non solo aveva occhi per vedere, ma occhi per percepire lo spirito, e dove nel suo intimo processo respiratorio rispondeva alla percezione dell’occhio con il gesto sonoro — a questo stare vivo insieme con lo spirito ricorda la parola: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.» Da questa vita nel Divino parla l’inizio del Vangelo di Giovanni.

Sì, questo è l’uno. Ma l’altro è questo: Nel processo respiratorio, nella misura in cui prosegue verso la testa, quando inaliamo ed esaliamo, non accade solo uno scambio con il mondo esterno, bensì viene a stabili una pulsazione del nostro intero organismo. Il processo respiratorio incontra nella testa le impressioni che abbiamo da fuori. Ma anche nell’organismo inferiore il processo respiratorio incontra il processo metabolico. Se l’uomo avesse ancora l’animazione originaria del suo corpo eterico, allora al processo del respiro sarebbe unito qualcosa completamente diverso da ciò che oggi vi è unito. Perché ciò che è il processo metabolico non è così completamente indipendente dal processo respiratorio, solo la dipendenza, direi, sta dietro le quinte dell’essere, nell’occulto. Ma starebbe su un piano completamente diverso se l’uomo avesse mantenuto il suo corpo eterico originariamente animato, se questo non fosse per così dire ammortizzato nella sua vita, ciò che inoltre da dentro, non solo dal corpo fisico esterno, ma da dentro, proprio causa la morte. Se l’uomo avesse mantenuto la sua disposizione originaria, allora avrebbe un metabolismo tale che producesse qualcosa di sostanziale attraverso l’uomo. E questo sostanziale sarebbe un polo. Non solo escrezioni produrrebbe l’uomo, ma qualcosa di sostanziale attraverso il metabolismo. Questo sarebbe un polo. L’altro polo sarebbe l’aria esalata dall’uomo, che però avrebbe in sé forze formanti. Il sostanziale che l’uomo svilupperebbe sarebbe afferrato dalle forze formanti del suo esalato. Questo produrrebbe attorno a lui ciò che il mondo animale era originariamente destinato a diventare. Perché il mondo animale è un’escrezione dall’uomo, doveva essere un’escrezione, così che l’uomo per così dire diffondesse il dominio della sua esistenza oltre di sé. Gli animali sono completamente da pensare in questo modo. Questo risulta da tutte le considerazioni che vi ho dato.

Su questo già oggi arriva un poco la scienza naturale, che gli animali erano originariamente molto più affini all’uomo come ho accennato anche; così non come il grezzo darwinismo materialista se l'immagina, che l’uomo sia salito, ma gli animali sono discesi. Oggi non si può al collegamento intero dell’uomo con il mondo animale non vedere più lo spirito originario. Così come il mondo vegetale non giunge al suo fine con lo sviluppo, così il mondo animale non rivela la sua origine. Gli animali sono là accanto all’uomo. I ricercatori naturali pensano a come avrebbero potuto svilupparsi. Le ragioni per cui sono là accanto all’uomo stanno prima nella regione da cui l’uomo è disceso. Perciò non le si possono trovare là dove Darwin e i suoi interpreti materialisti le cercano. Stanno negli grandi eventi preistorici.

Considerate insieme il fatto che ho detto a voi recentemente, che per colui che comprende le cose spiritualmente, diventa chiaro che nel sesto, settimo millennio l’umanità nel suo senso presente comincia a diventare sterile. Le donne, ho detto, diventeranno sterili. Non sarà possibile che l’umanità continui a propagarsi nel modo attuale. Questo dovrà subire una metamorfosi, dovrà di nuovo trovare il collegamento con un mondo superiore. Affinché questo accada, così che il mondo non cada solo nella decadenza, dove sarebbe «guarito» tutto il sentire per il bene e il male, così che il bene e il male, tutto il confessarsi al bene e al male non fosse considerato solo come convenzione dello stato, come convenzione umana, così che questo non accada nel tempo in cui l’ordine naturale attuale necessariamente smette di mantenere il genere umano — perché con la medesima necessità con cui nella donna a una certa età la fertilità cessa, così nell’evoluzione terrestre a un certo momento cessa la possibilità che gli uomini si propaghino nel modo precedente — così che questo non accada, è venuto l’impulso del Cristo.

Qui avete l’impulso del Cristo collocato nello sviluppo intero della Terra. E vorrei conoscere colui che potrebbe credere che l’impulso del Cristo perda qualcosa della sua maestà, della sua sublimità, se lo si colloca così nell’intero ordine del mondo, se in altre parole gli si restituisce veramente il suo rango cosmico, se veramente si pensa: all’inizio dello sviluppo terrestre e alla fine dello sviluppo terrestre sta un ordine diverso di quello che oggi è l’ordine naturale e l’ordine morale che non contiene nulla di fisico. Ma che alla fine dello sviluppo terrestre stia ciò che è degno dell’inizio dello sviluppo terrestre, per questo doveva venire l’impulso del Cristo. Così l’impulso del Cristo si pone nello sviluppo terrestre. Ma così deve essere anche compreso. E chi non prende esternamente le parole dei Vangeli, ma chi veramente porta la vera fede richiesta dal Cristo, colui può già trovare nei Vangeli tutte le disposizioni, tutte le premesse per portare gradualmente sempre più questo comprensione dell’impulso del Cristo che poi di nuovo è all’altezza della considerazione esterna, che può di nuovo collegare l’impulso del Cristo all’ordine cosmico intero del mondo. Si comprendono solo certe cose nella Bibbia quando vi si va con la ricerca spirituale scienza dello spirito come base.

Vedete, è scritto: Non un iota e non un apice deve essere mutato della legge. — Lo spiegano certi interpreti come se fosse inteso che il Cristo abbia lasciato tutto così come era nel giudaismo e volesse solo aggiungere ancora qualcosa da parte sua. Questo sarebbe il senso proprio di quel passo, che non voleva ribellarsi al giudaismo, ma solo voleva ancora aggiungere qualcosa in più. — Non è propriamente questo il senso di quel passo, e non deve essere strappato alcun passo dal Vangelo dal suo contesto, ma è proprio la connessione più intensa nel Vangelo che deve essere trovata. Chi studia questa connessione — non posso in questo momento entrare in tutti i particolari che costringono a riconoscere ciò che ora annuncerò —, chi studia questa connessione trova il seguente. Il Cristo vuole dire in questo momento, dove parla di iota e apici: Allora, in tempi più antichi, quando era sorta la legge, l’umanità era ancora equipaggiata con i vecchi doni dell’eredità di quella saggezza terrestre, non era ancora decaduta come ora, dove il regno di Dio è vicino, dove il volgersi deve accadere, un cambiamento di senso. Allora, in tempi antichi, c’erano ancora gli uomini profetici, le personalità profetiche, che dal Spirito potevano trovare la legge. Voi però, che ora vivete nel regno del mondo qui, voi non siete più capaci di aggiungere o di cambiare nulla alla legge. Non un iota e non un apice deve essere mutato se la legge deve restare autentica. Perché per fare cambiamenti di legge in questi modi, ora non è più il tempo; deve restare così come è. Al contrario, si deve tentare, con il nuovo conquistato, di riconoscere il vecchio senso. Voi siete gli scribi, ma non siete capaci di riconoscere nulla della scrittura. Perché dovreste venire allo spirito in cui era originariamente scritta. Voi siete fuori nel regno del mondo; lì non nascono nuove leggi. Coloro che sono dentro nello spirituale, essi sono quelli a cui è dato l’impulso, l’impulso della forza vivente, di cui recentemente dissi che doveva essere dato così che non fosse scritto dal Cristo. Voi però, voi prendete qualcosa che non deve essere scritto nella legge, che deve vivere immediatamente, voi prendete qualcosa di completamente diverso. Dovete cominciare con questo, del tutto di giudicare il mondo diversamente da come prima appare come mondo sensibile esterno.

Con questo era dato innanzitutto il grande impulso a giudicare il mondo diversamente da come appare come mondo sensibile esterno. Questo può solo lentamente e gradualmente abitarsi. Talvolta, direi, una persona ha un simile attacco di parlare nel senso cristiano; allora viene riso. Schelling, Hegel talvolta si sono lasciati sedurre — anche se inoltre, in particolare da parte cattolica, non sono considerati i giusti cristiani — si sono lasciati sedurre a dire qualcosa di veramente cristiano. Ma proprio questo potete trovare disapprovato nel modo più severo. È stato loro opposto: Sì, ma non è così nella natura come dite voi! — E allora Schelling e Hegel si lasciarono sedurre una volta a dire: Tanto peggio per la natura! — Questo non è parlato scientificamente nel senso odierno, ma è parlato cristianamente, così come è parlato cristianamente anche quando il Cristo Gesù stesso dice: Se gli scribi parlano ancora così tanto di leggi, non è la legge. Non è solo un iota e apice, c’è moltissimo della legge che è stato mutato; perché parlano dal mondo esterno, non dal regno di Dio fuori. Chi parla dal regno di Dio parla di un ordine cosmico di cui l’ordine naturale è solo una parte subordinata. — A questo bisogna rispondere: Tanto peggio per la natura! Perché Goethe avrebbe detto anche, se gli fosse stato opposto: Tu dici che la sessualità non sta alla base del mondo vegetale, ma guarda la pianta; la ricerca naturale ti mostra che dappertutto il vento deve trasportare il polline antera sul carpello, — egli avrebbe detto, se avesse espresso il suo intimo sentimento: Tanto peggio per il mondo vegetale, che così sia venuto entro l’ordine naturale!

Ma d’altra parte simili spiriti sempre sottolineeranno: Deve procedere dalla concezione umana, deve abitarsi nel sentimento umano così che gli uomini possono pensare, sentire, vivere, deve di nuovo potere diventare realtà — fino al sesto, settimo millennio deve così potere diventare realtà —, che ciò che l’uomo parla, la parola, abbia di nuovo tale forza sul mondo esterno come oggi ha il seme. La parola deve di nuovo acquistare forza; la parola che oggi è astratta, deve acquistare forza creatrice, la parola che era in principio. E chi non ha il coraggio di completare, sulla base della scienza dello spirito, oggi la parola del Vangelo di Giovanni, che non solo dice: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio», bensì aggiunge: «Sarà di nuovo il Verbo!» colui non parla nel senso che il Cristo Gesù ha inteso. Perché il Cristo Gesù già ha collocato le sue parole così che contraddicono molto il mondo esterno. Ma naturalmente: Egli ha dato l’impulso. Direi che il piano inclinato verso il basso nel frattempo è andato ancora avanti, e una forza sempre più grande deve essere spesa nell’impulso del Cristo, per portare la Terra nel movimento verso l’alto. In un certo rispetto siamo già saliti un po’ verso l’alto dal Mistero del Golgota, ma per lo più è accaduto senza la consapevolezza pensante. Ma gli uomini devono anche imparare a cooperare consapevolmente nel processo cosmico. Devono imparare non solo a credere: Quando penso, qualcosa accade nel mio cervello, bensì imparare a riconoscere: Quando penso, qualcosa accade nel cosmo! — E devono imparare a pensare così che il pensiero sia affidato al cosmo, così che con il cosmo l’essere umano stesso sia di nuovo collegato nella medesima misura.

Ciò che dovrà accadere nella vita esterna affinché l’impulso del Cristo possa veramente vivere anche nella vita sociale esterna, a questo gli uomini che oggi ne sanno già qualcosa, oggi non diranno nulla, perché ci sono certe ragioni che lo trattengono. Posso dire solo che si può solo caratterizzare. Ma prendete il momento in cui vi ho fatto guardare attraverso una finestra, dove gli uomini saranno medicati, coloro che riconoscono qualcos’altro che le convenzioni statali. Prendete questo momento! Ma fino a questo momento una contromossa avrà avuto luogo. Questo accadrà sì presso una parte dell’umanità, ma un’altra parte dell’umanità porterà l’impulso del Cristo nel futuro, e avrà luogo una contromossa. Avrà luogo una lotta tra il regno discendente e il regno ascendente. E l’impulso del Cristo rimarrà vivo. Se in questo nostro secolo il Cristo eterico viene, allora da ciò procedendo l’impulso del Cristo vivrà cosicché avrà la capacità di generare impulsi nell’anima umana che renderanno gradualmente impossibile che sia governato cosicché al governo stiano a base l’ambizione o la vanità, e persino i pregiudizi o l’errore. C’è una possibilità di trovare principi di governo che escludono la vanità, la ricerca di gloria, i pregiudizi, e persino la superficialità e l’errore. Ma solo sulla strada della giusta, concreta comprensione dell’impulso del Cristo c’è. I parlamenti non decideranno questi impulsi, questo verrà nel mondo in altro modo. Ma il trend va lì. Lì va ciò che potrebbe essere chiamato il desiderio, insieme alla comprensione del Cristo nello sviluppo cosmico, di abitare il Cristo nello sviluppo sociale dell’umanità. Ma questo richiede un ripensamento in molti rispetti. E rinforzo sarà richiesto, che veramente possa prendere sul serio qualcosa come ciò che ho citato per il Cristo. Quando parlò di ciò che aveva veramente da dire, gli altri andarono in tanta rabbia che lo vollero gettare dal precipizio. Davvero non ci si debba rappresentare lo sviluppo cosmico come così leggero. Ci si debba solo essere ben consapevoli che colui che ha il giusto da dire su certe cose, ha potuto incontrare una disposizione come quella che allora incontrò il Cristo Gesù, quando avrebbe dovuto essere gettato dal monte.

In un tempo in cui i popoli pensano: Purché non andiamo oltre a questo o a quello! Purché non urtiamo! Purché non veniamo considerati in ribellione a questo o a quello! — in un simile tempo si prepara questo, e forse proprio in un simile tempo con ragione. Negli fondamenti della consapevolezza si prepara; ma c’è poco da vedersi sulla superficie. Sulla superficie regna il principio non-cristiano dell’opportunità, il principio non-cristiano che non può elevarsi in alcun luogo all’accusa cristiana: Per voi, voi scribi e farisei, il regno di Dio non è! — — Si deve prima comprendere quale sta oggi al posto che il Cristo ha indicato, quando parlò allora degli scribi e farisei. Parole scusanti se ne hanno molte per ciò che il Cristo Gesù ha detto. E un predicatore moderno, non uno che sta dentro una comunità ecclesiale positiva, ha detto molte cose belle sul Cristo Gesù, ma non ha potuto astenersi dal dire: Un uomo pratico non era veramente, perché ha per esempio consigliato di vivere così come gli uccelli nell’aria: non seminano, non mietono, non raccolgono nei granai, e così nel mondo odierno non si andrebbe molto lontano. — Questo predicatore non si è molto sforzato di veramente comprendere l’impulso che sta nei Vangeli. Alle volte pone difficoltà ascoltare la parola, leggerla: Se uno ti percuote su una guancia, offrgli anche l’altra. Se uno ti prende il mantello, lascia andare anche il tunico. Se qualcuno vuole avere qualcosa da te, dàgli. Se uno ti prende la tua proprietà, non la rivendicare.

Ora, se si legge tutto ciò che è stato portato a mitigazione di questo passo non molto amato, si deve dire: Nell’indulgenza verso il Cristo Gesù, che abbia parlato parole così strane a volte, l’umanità moderna ha già esagerato un poco. Perdonato è già molto, così che si possa tenere il Vangelo, secondo la sua moda. Ma in tutte queste cose si tratta molto più di comprendere le cose. Ora è questo di nuovo difficile, perché tutte queste cose stanno nella piena connessione. Ma presentire almeno la connessione si può, se si continua a leggere, dopo che c’è scritto: Se uno ti prende la proprietà, non la rivendicare — e viene il passo nel Vangelo di Luca, nel Vangelo di Matteo è ancora più chiaro: Come voi desiderate che gli altri vi trattino, così voi trattateli. — Il Cristo richiede la forza della fede, la fiducia nelle cose.

Sì, se il Cristo Gesù svilupperebbe solo quei concetti che vivono così immediatamente nella superficie del mondo esterno, naturalmente non avrebbe mai potuto dire: Se uno ti prende il mantello, dàgli anche il tunico. — Ma non parla di ciò che deve regnare fuori, perché ciò che deve regnare fuori è per gli scribi, per i sommi sacerdoti; parla del regno dei cieli, e vuole in questo luogo in particolare rendere chiaro che là regnano altre leggi che nel mondo esterno. E confrontate il passo come sta qui, con il modo come sta nel Vangelo di Matteo — queste cose devono anche subire una giusta traduzione una volta —, allora vedrete che il Cristo Gesù vuole dire qualcosa che desta nell’uomo una disposizione di fede che prima di tutto rende superfluo tutto ciò che è in prescrizioni di legge, in convenzioni umane riguardanti il furto di tunica e mantello. Perché insegnare solo — così vuole dire il Cristo Gesù —: «Tu non ruberai», non ha fatto nulla. Sapete, dice: Dalla legge non sarà tolto un iota; ma così nella forma originaria non è più un impulso. Si deve veramente sviluppare in sé la forza, in certe circostanze, finché esista l’ordine che qualcuno può farmi rubare il mantello, di dare anche il tunico. Perché sotto l’influsso della disposizione: Come non desideri che altri ti trattino, così anche tu non trattarli! — sotto l’influsso della disposizione, se innanzitutto si rende questa disposizione una cosa universale, nessuno mi potrà rubare il mantello. Ma solo allora nessuno mi ruba il mantello, se colui a cui il mantello deve essere rubato ha veramente la forza della disposizione: Non appena mi ruba il mantello, do anche il tunico.

Questo deve essere ordine sociale. Se è ordine sociale, allora non sarà rubato. Questo vuole dire il Cristo, perché questo è il regno di Dio di fronte al regno del mondo. In un mondo in cui quel principio regna: do il tunico a colui che mi ruba il mantello! — — in questo mondo non sarà rubato. Ma si deve sviluppare la forza della fede, cioè la moralità deve riposare su questa forza interna della fede, cioè deve essere un miracolo. Ogni atto morale deve essere un miracolo; non deve essere solo un fatto naturale, deve essere un miracolo. L’uomo deve essere capace del miracolo. Perché l’ordine cosmico originario dalla sua altezza ha potuto essere portato in una regione più bassa, deve contro il semplice ordine naturale contrapporsi di nuovo un ordine morale sovrannaturale, che fa più di quanto il semplice ordine naturale compi. Non basta se solo mantenete i vecchi comandamenti, che sono stati dati sotto altre premesse, nemmeno se li trasformate, bensì se vi abitate nell’altro ordine, che non è l’ordine naturale: che, se qualcuno mi prende il mantello, io sia così disposto che gli do anche il tunico, che non lo trascino in giudizio. Nel Vangelo di Matteo è espresso che il Cristo Gesù vuole escludere i tribunali. Ma non avrebbe senso inserire immediatamente dopo mantello e tunico «Come voi desiderate che gli altri vi trattino, così voi trattateli», se la cosa non fosse mirata a un regno diverso, a un regno in cui accadono miracoli. Perché il Cristo Gesù ha compiuto segni, miracoli dalla sua grande, sua fede sovrumana. Nessuno, che consideri gli uomini solo come esseri naturali, che non abbia la forza di considerarli come qualcosa d’altro che esseri naturali, può fare ciò che il Cristo ha fatto. Ora il Cristo richiede come concezione che, almeno nel campo morale, nella rappresentazione viva più della realtà esterna. Nella realtà esterna si dice così: Se qualcuno mi prende il mantello, riprendetelo! — Ma con questo principio non si fonda un ordine sociale nel senso dell’impulso del Cristo. Lì bisogna avere più nella rappresentazione che non corrisponda solo al mondo esterno. Altrimenti sorgerebbe una connessione strana tra questi singoli enunciati. Perché immaginate una volta, se realizzerete la cosa così: «Se uno ti percuote su una guancia, offrgli anche l’altra. Se uno ti prende il mantello, lascia andare anche il tunico. Se qualcuno vuol avere qualcosa da te, dàgli. Se uno ti prende la proprietà, non rivendicarla.» — E: «Come voi desiderate che gli altri vi trattino, così voi trattateli!»: «Se tu percuoti uno su una guancia, supponi subito che egli ti offra anche l’altra, così che tu possa soddisfare la tua lussuria sulla seconda; se tu prendi a uno il mantello, non restare lì, ma prendi anche il tunico; se tu vuoi avere qualcosa da qualcuno, provvedi che te la dia» e così via — questo sarebbe l’inversione della frase sotto l’influsso del passo che viene dopo «Come voi desiderate che gli altri vi trattino, così voi trattateli!»

Vedete, detto terrestremente, tutto questo non ha senso. È semplicemente insensato questa successione di frasi. Acquista senso solo se si pone il presupposto: Colui che volesse partecipare a quella salvazione del mondo che attraverso l’impulso del Cristo è stata intrapresa, per cui il mondo deve di nuovo essere portato nelle regioni più elevate, questi deve andare più lontano della base esterna del mondo, deve partire da principi che non si basano solo nel mondo esterno; allora accadrà ciò che può dare di nuovo forza fisica alle idee morali, alle rappresentazioni morali.

Per l’afferramento del Vangelo nel senso del Mistero del Golgota appartiene soprattutto un coraggio interiore dell’anima, che gli uomini oggi devono acquisire. Appartiene a questo il prendere sul serio le cose soprattutto, dove è detto dal Cristo Gesù in contrasto con il regno che gradualmente si era sviluppato sotto la corrente discendente, con il regno del mondo, i regni dei cieli gli sono accanto, gli sono opposti. Sì, a colui che in tempi come gli attuali vive la Pasqua così, possono venire a lui, cari amici, sospiri nel senso che il Mistero del Golgota sia compreso di nuovo con coraggio, che ci si colleghi con l’impulso del Golgata con coraggio. Perché il Vangelo in ogni sua parte parla: Coraggio! — contiene in ogni sua parte l’appello di non seguire nulla di diverso da quell’impulso che il Cristo Gesù veramente imprime allo sviluppo terrestre.

Volevo portarvi oggi attraverso una tale descrizione il Mistero del Golgota un po’ più vicino, proprio per questa volta per sottolineare più profondamente quel lato che mostra come il Mistero del Golgota deve di nuovo essere posto nell’ordine cosmico intero, e solo può essere compreso se si prende il Vangelo come se da esso parlasse una forma linguistica più elevata, non la lingua degli uomini. Il diciannovesimo secolo nel suo sviluppo teologico, dove la teologia regna come teologia erudita, ha proprio cercato di tirare il Vangelo giù nella parola umana. Il prossimo compito è questo: rileggere il Vangelo dal punto di vista della parola di Dio. In questo rispetto la scienza dello spirito servirà alla comprensione del Vangelo.

12°I misteri e la vita. L'abuso dell'iniziazione dagli imperatori romani

Berlino, 14 Aprile 1917

In vari contesti della storia dello spirito più recente ho spesso menzionato il nome Herman Grimm. Ora vorrei collegare le considerazioni odierne a una delle diverse, come si potrebbe dire, osservazioni istintive che Herman Grimm poteva fare su ciò che è un bisogno della storia dello spirito più recente, senza che fosse in grado di trasformare il suo presentimento istintivo, come sentito, in conoscenza. Vorrei collegarmi a una delle molte osservazioni che istintivamente fece in questa direzione. Riguarda una sorta di opposizione in cui Herman Grimm si trovava di fronte all’intera considerazione della storia moderna, in quanto aveva un giusto sentimento che questa considerazione della storia, inconsciamente, naturalmente anche istintivamente, prima di tutto mira a escludere il fatto del Cristo dal corso della considerazione storica dell’umanità, a considerare la storia in modo che non si tenga conto del fatto che il fatto del Cristo si pone nel corso dello sviluppo dell’umanità come qualcosa che principalmente determina. Herman Grimm al contrario voleva una considerazione della storia che mettesse il Cristo come fattore essenziale nel corso storico dell’umanità, così che attraverso una simile considerazione della storia o per mezzo di una simile considerazione della storia, sarebbe diventato o diverrebbe evidente quale importante impulso è intervenuto nello sviluppo dell’umanità attraverso il Mistero del Golgota. Come detto, in Herman Grimm è rimasto nel suo stare istintivamente in ciò che può essere chiamato la concezione del mondo goethiana, ma contemporaneamente — per la sua mancanza di visione nei mondi spirituali — è rimasto istintivo, più un presentimento che non poteva pensare fino in fondo.

Sembra paradossale dire che la considerazione storica prima di tutto si fa carico di espungere il fatto del Cristo Gesù dalla considerazione storica. E tuttavia è una verità. Una verità così istintivamente radicata nella concezione moderna del mondo, che molte persone fanno molto, in questioni di concezione del mondo, per evitare che il fatto del Cristo arrivi con la sua vera, più profonda importanza nel corso storico dei fatti dell’umanità. E sotto questo impulso istintivo, che vive così fortemente nelle anime, si rivela che nella consapevolezza generale dell’umanità moltissima oscurità si diffonde sui secoli che precedono e seguono il Mistero del Golgota. Non solo non si tenti — il che si potrebbe comprendere da molti aspetti che abbiamo già potuto citare nel corso della nostra considerazione della scienza dello spirito —, non solo non si tenti di considerare completamente nella sua storicità il Mistero del Golgota stesso, ma si cerca anche che ciò che è accaduto prima e dopo sia immerso in siffatte rappresentazioni, da non accorgersi, alla considerazione di questi secoli, di ciò che è veramente accaduto durante il tempo del Mistero del Golgota. Si potrebbe dire che tutto viene fatto per considerare la storia di questi secoli in modo che non si noti come gli eventi di questi secoli rivelino chiaramente quanto fortemente il Mistero del Golgota abbia agito. Se si considera come il nostro tempo, che certamente è indipendente da ogni autorità, dipenda dalla fede nell’autorità, quanto sia dipendente, allora si può misurare quanto completamente si è riusciti a far nascere poca consapevolezza di ciò che veramente si è giocato nell’evoluzione dell’umanità in quei secoli. E se allora viene un tale spirito come era Goethe, di cui l’ultima volta abbiamo potuto portare un esempio particolare della sua considerazione naturale, che direttamente conduce in una concezione del mondo che vede insieme il moralismo e il naturalismo — se allora una tale personalità c’è, allora si cerca, di nuovo istintivamente, quanto possibile di indebolire, di rifiutare ciò che specialmente in una simile personalità, se fosse affrontato nel modo giusto, condurrebbe meravigliosamente, sontuosamente in una considerazione scientifica dello spirituale.

Qui si possono vivere le cose più strane. Vedete, vi ho detto: a Goethe non bastava la botanica ordinaria, ma voleva una botanica spiritualizzata, e proprio per questo arrivò a trovare lo spirito come si rivela nel regno vegetale, quello spirito che il regno vegetale nella sua forma attuale non può raggiungere, perché non può sviluppare completamente la sua disposizione, come ho esposto l’ultima volta. Così Goethe cercò di guardare più a fondo nelle disposizioni del regno vegetale — lo cercò anche nel regno minerale —, di guardare più profondamente di quanto permetta la semplice osservazione sensoriale, che fornisce solo ciò che il regno vegetale ha raggiunto. Era quindi particolarmente spiacevole a Goethe che al suo tempo comparisse la concezione di Haller, che Haller ha così magnificamente riassunto nelle parole:

«Nell’interiore della natura nessuno spirito creato penetra. Fortunato! a cui essa solo la scorza esterna mostra!»

Sapete — l’ho spesso citato —, Goethe dice di fronte a questo detto «Nell’interiore della natura nessuno spirito creato penetra, fortunato colui a cui essa mostra solo la scorza esterna»:

«Questo lo sento ripetere sessant’anni, E maledico, ma di nascosto; Dico mille mila volte: Tutto lo dà generosamente e volentieri; La natura non ha né nucleo Né scorza, Tutto è lei nel medesimo tempo; Esamina soprattutto te stesso, Se tu sei nucleo o scorza?»

Così Goethe, si potrebbe dire, resiste con tutta la sua forza alla concezione: Nell’interiore della natura nessuno spirito creato penetra. — Perché lo fa? Sì, vedete, perché Goethe ha dappertutto nella sua natura il grande fondamentale spirituale nei suoi istinti conoscitivi, quel fondamentale spirituale che il diciannovesimo secolo cercò di sotterrare sotto macerie e rovine. Com’è diventato familiare al consideratore del mondo del diciannovesimo secolo il detto di Schopenhauer: «Il mondo è mia rappresentazione», «Nessun colore, nessuna luce senza occhio». — Goethe pone da se stesso di contro a questo, in modo coerente: Certamente, nessuna luce senza occhio è percepibile; certamente, se non ci fossero occhi, il mondo sarebbe buio e muto! — L’ho spesso, persino in conferenze pubbliche, attirato l’attenzione su questa concezione del diciannovesimo secolo. Ma Goethe pone di contro: Senza luce nessun occhio, perché la luce ha formato l’occhio per la luce. Da organi indeterminati, ha detto Goethe, la luce ha fatto emergere magicamente l’occhio! — — Se si vuol penetrare più a fondo nella cosa, allora ne risulta qualcosa di molto particolare.

Non è così, che il regno vegetale, secondo i cenni che ho fatto l’ultima volta, era propriamente destinato a produrre sempre il suo simile da se stesso, senza fecondazione, attraverso la metamorfosi. La fecondazione avrebbe dovuto avere un significato completamente diverso da quello che ha ora per il regno vegetale. Goethe ne aveva il presentimento. Perciò gli piacque tantissimo l’esposizione di Schelver sul processo di fecondazione, e aveva il coraggio di moralizzare nella considerazione vegetale. Aveva questo coraggio. Il regno vegetale vive in una sfera diversa da quella in cui esprimerebbe la metamorfosi puramente. Questo è venuto attraverso quell’evento grande per cui l’umanità è discesa da una sfera più elevata a una più bassa attraverso la tentazione luciferica. Ma ciò che agirebbe nelle piante se esprimessero la metamorfosi completamente, se cioè dalla pianta la seguente crescesse semplicemente e la fecondazione sensuale non entrasse, le forze che viverebbero così sono diventate spirituali, vivono spiritualmente attorno a noi, e fanno sì che l’uomo abbia gli organi sensoriali come li ha ora. Perché quando la parola di Lucifero andò: «I vostri occhi si apriranno», intendeva dire: «Voi sarete trasferiti da uomini in un’altra sfera.» Questa altra sfera di conseguenza faceva sì che gli esseri vegetali non potessero sviluppare completamente la loro disposizione, ma gli occhi umani furono aperti. La luce agì in modo che, nel senso di Goethe, poteva veramente aprire gli occhi. Ma certamente questo aprire gli occhi era, da un altro lato, una chiusura. Perché mentre gli uomini potevano dirigere i loro occhi, dirigere generalmente i loro sensi verso il mondo sensibile esterno, lo spirito che viveva nel mondo sensibile non penetrava in loro. Erano chiusi alla rivelazione dello spirito, questi occhi. E così sorse quella strana concezione che, in particolare nel diciannovesimo secolo, ha sviluppato i suoi impulsi selvaggi, dicendo: L’uomo vede solo il mondo sensibile esterno e non può guardare dietro questo mondo sensibile. «Nell’interiore della natura nessuno spirito creato penetra, fortunato colui a cui essa mostra solo la scorza esterna.» Si crede che l’uomo non possa guardare là. Con una consapevolezza elevata, purificata, può, e Goethe lo sapeva. Venne questa strana, direi oscura dottrina che si disse: L’uomo vede solo ciò che è nell’intorno sensibile. La dottrina che nel campo scientifico naturale è solo dannosa, ma nella sua nocività è utilizzabile, nel campo artistico è così che, se mai il suo analogo afferrasse un artista, se l’artista non creasse contro questa concezione, contro questa concezione lavorasse, allora sarebbe ucciso dalla morte nella sua fantasia artistica. Perché questa concezione è simile a quella se si dice: il «Faust» di Goethe è conservato solo in libri; là vediamo le lettere; ma il «Faust» è al di là delle lettere; nell’interiore di queste lettere nessuno penetra; fortunato a cui esse mostrino solo la scorza, le lettere! — Ora, si può concedere che certi filologi vivono in questa beatitudine, che il «Faust» mostra loro solo le lettere esterne. Ma si può dire: queste lettere devono esserci, ma per la comprensione del «Faust» sono ciò attraverso cui si guarda, a cui non ci si ferma; devono esserci, ma di cui non si parla ulteriormente. Non ci si accorge nemmeno di come si contraddice il fatto più quotidiano di tutti con ciò che è entrato in carne e sangue nella nostra epoca materialista.

Ma per venire a una concezione diversa, bisognerebbe aver potuto sentire un po’ le parole a cui di nuovo accenniamo:

Questo lo sento ripetere sessant’anni, E maledico, ma di nascosto… La natura non ha né nucleo Né scorza, Tutto è lei nel medesimo tempo; Esamina soprattutto te stesso, Se tu sei nucleo o scorza?

Perché, vedete, regna il misterioso segreto nello sviluppo dell’umanità che, se ci si emancipa da questa concezione di Goethe e ci si confessa alla concezione di Haller, allora si può considerare la storia prima del Mistero del Golgota così che non si nota nulla del vero significato del Mistero del Golgota, e si può considerare la storia dopo il Mistero del Golgota così che di nuovo non si nota nulla del vero significato del Mistero del Golgota. Questo suona innanzitutto paradossale; ma è così. Se si applica la concezione anti-goethiana al corso storico, allora sotto l’influsso di questa concezione anti-goethiana il tempo precristiano diviene tale che si arriva tutt’al più ad assumere un evento storico all’inizio della nostra era cristiana, ma l’intero forte impulso del Mistero del Golgota deve allora essere collocato, ebbene, all’interno, a cui nessuno spirito creato dovrebbe penetrare. Non si nota che, mentre la storia si sviluppa fino al Mistero del Golgota, qualcosa viene che è veramente un punto di volta potentissimo, anzi il massimo punto di volta nello sviluppo dell’umanità terrestre; e non si nota nemmeno, quando si applica alla storia dopo il Mistero del Golgota, che questo punto di volta sta nascosto nella sua ricaduta. Perciò esiste il bisogno istintivo di eliminare un po’ inavvertitamente la concezione di Goethe dal pensiero attuale, di non farla diventare troppo grande nel pensiero presente.

Talvolta si possono intercettare le persone in questo sforzo istintivo. Ciò che dico non deve essere un’accusa morale contro nessuno, perché naturalmente conosco l’obiezione che può essere fatta: Sì, una persona che vorrebbe escludere dalla considerazione presente del mondo la concezione di Goethe ha comunque inteso il bene! Bene, si conosce il noto detto di Shakespeare: «Uomini onorevoli sono tutti!» questo è ammesso in anticipo naturalmente; ma non si tratta di dire se una persona abbia inteso questo o quel proposito, bensì come ciò che da essa procede agisca, come si abitui nello sviluppo dell’umanità. E vedete, qui talvolta si possono intercettare un poco le persone in questa lodevole intenzione di eliminare il fatto del Cristo dalla storia non assumendo la concezione di Goethe nella propria maniera di considerazione, che se l’assumiamo oggi, semplicemente deve essere sviluppata fino alla scienza dello spirito. E allora vi capita un piccolo libro che ha avuto grande influsso nel presente, in cui vengono fatte considerazioni sulla storia, poiché ha riferimento al Cristo Gesù. E istintivamente deve essere scagliata dalla considerazione storica la possibilità di giudicare propriamente il Mistero del Golgota come il massimo punto di volta dell’umanità terrestre. L’uomo questo può solo facendo così, che pone la considerazione storica intera nella prospettiva che non si può penetrare nell’interiore della storia, che si può restare solo alla scorza; che anche la storia così deve essere considerata, che per l’evento più importante si deve dire: Bene, semplicemente non si può penetrare nell’interiore della storia. — Che fa l’uomo? Vi leggerò le sue parole, sono molto interessanti.

«E qui è innanzitutto necessario attirare l’attenzione sul carattere frammentario di tutte le nostre conoscenze storiche, anche le più complete. La ricchezza dell’accaduto, la realtà storica nel passato in contenuto e estensione è infinitamente molto più grande di quanto il nostro sapere di essa sarà mai, anche se ricercassimo ancora millenni. Perché dalla massa sterminata degli eventi solo parti possono essere accessibili allo storico, solo ciò che è in qualche modo tramandato, attraverso fonti, documenti, a lui viene. Tutto il resto, ciò che non è stato tramandato e non poteva essere tramandato affatto, perché appartiene al mondo interiore spirituale, al territorio inesplorato della vita dell’anima, della motivazione interna della vita personale, lo storico non può saperlo, ma al massimo indovinare. Questo ‘indovinare’ avrà, in tutte le circostanze, anche con il procedimento più esatto e coscienzioso, difetti, elementi soggettivi. Se Goethe dice: ‘Nell’interiore della natura nessuno spirito creato penetra’, allora questa parola deve essere completata: ‘Nell’interiore della storia nemmeno uno.’»

Come detto, non voglio emettere giudizi morali, ma solo dire l’obiettivo: Così si falsifica Goethe dopo così poco tempo! Così si falsifica Goethe! Lo si falsifica capovolgendolo nel contrario, dal momento che oggi lo si comunica all’umanità, che naturalmente non se ne accorge! Veramente non se ne accorge! Perché ciò che è stato descritto qui si chiama: «Il cristianesimo nella lotta di concezione del mondo del presente», ed è scritto per mostrare come il cristianesimo nella lotta di concezione del mondo del presente stia. Ma l’intero spirito che vive in questo scritto è lo stesso che vive in questa conoscenza di Goethe. Qui avete un tale punto dove si può intercettare il senso della verità di quelli che oggi hanno un vasto pubblico. Vi ho detto di recente dello stesso uomo che ha tenuto conferenze poco tempo fa, in cui si può provare come il pensiero dappertutto si interrompa, come non sia da nessuna parte coerente, come sia completamente corrotto, come dappertutto non tenti nemmeno di penetrare nelle cose. E v’avevo promesso — perché ho dovuto lasciare a Dornach il libro in questione, e non si può ora portare tutto da un luogo a un altro —, di procurarmelo qui di nuovo per leggervi alcuni esempi che tutti ugualmente testimonierebbero la discontinuità, la corruttela del suo pensiero, come questo qui testimonia la corruttela della sua concezione di Goethe. Non ho potuto procurarmi il libro; è così richiesto che momentaneamente è esaurito, e non lo si ha più.

Vedete, così sono le cose quando si tratta di far entrare oggi ciò che è vero. Perciò non è superfluo e ingiustificato attirare in parole serie l’attenzione su questo che è necessario, e perciò anche attirare l’attenzione sul fatto che dietro parole come «Cambiate senso!» sta qualcosa di enormemente profondo, che è da afferrare anche storicamente, se lo si vuole afferrare storicamente. Le parole dei battezzatori «Cambiate senso!» sono collegate non solo con ciò che si può trarre spiritualmente dallo sviluppo dell’umanità, ma sono collegate anche con ciò che si può considerare storicamente, se solo non si rielabora la concezione di Goethe secondo il capriccio del moderno filisteo, ma se si tenta di rendere viva questa concezione di Goethe. Perché allora è un grande impulso, veramente di nuovo penetrare nel cristianesimo, e conduce direttamente alla nostra scienza dello spirito.

Vedete, ci diventerà più facilmente chiaro oggi di che cosa propriamente si tratta nello sviluppo dell’umanità, se ricordiamo ciò che abbiamo più volte esposto in dettaglio. — Abbiamo esposto come nel tempo precristiano c’erano misteri. Ho cercato di attirare l’attenzione su ciò che era ricercato in questi misteri nel mio libro «Il cristianesimo come fatto mistico», citando parole di Platone che parlano di questi misteri. Certamente, si può oggi con un sorriso raffinato, che nel fondo è solo un sorriso materialista-filisteo, anche guardare a simili detti di Platone come questo, quando Platone dice: Coloro che sono iniziati ai misteri, partecipano alla vita nell’eterno. Gli altri sono come in una palude. — Ho del tutto intenzionalmente allora, quando scrissi «Il cristianesimo come fatto mistico», attirato l’attenzione su queste parole di Platone, perché testimoniano in modo serio ciò che Platone aveva da dire dei misteri.

Fondamentalmente il grande segreto che, attraverso una particolare cultura umana, veniva comunicato allo studente dei misteri nei tempi precristiani, consisteva nel contemplare ciò cui sarebbe divenuto il regno minerale e vegetale, se si fossero potuti sviluppare in una linea retta con le loro disposizioni. Perché per questo sarebbe venuta una conoscenza umana tale che si sarebbe potuto dire: se il regno minerale e vegetale fossero tali da aver completamente sviluppato la loro disposizione, allora l’uomo mostrerebbe il suo vero volto nella sfera in cui allora sarebbe. Ed era una trasformazione completa quella che lo studente dei misteri subiva quando era introdotto all’interiore della natura, quando poteva vedere l’uomo così come l’uomo era stato veramente intenzione originaria. Perché allora questo studente dei misteri comprendeva anche come ciò che ora esiste nel regno degli animali a sangue caldo, nel regno vegetale fornito di corteccia, nel regno umano fisico, non mostri la sua origine, si presenti inspiegato, perché non porta direttamente in sé la sua origine. Mentre dunque le piante e i minerali non giungono alla fine, gli uomini e gli animali non risalgono fino alla loro origine.

Sì, era necessario — questo testimonia ciò che i misteri veramente erano — era necessario nel tempo precristiano iniziare certi uomini. Nei tempi più antichi era una conoscenza atavistica di tutti gli uomini, solo nei tempi successivi, quando la conoscenza atavistica era regredita, era necessario iniziare singoli. Era dunque necessario iniziare i singoli uomini ai segreti della natura esterna, del regno minerale, del regno vegetale, per vedere l’uomo, per vedere ciò che veramente è. Similmente sarà necessario nel nostro tempo, di nuovo indicare l’uomo alla sua origine, conoscere l’uomo d’altro canto, così che di nuovo riveli la sua origine — che è stato cercato nella «Scienza occulta» nel modo balbettante come è possibile nel nostro tempo presente —, così che l’uomo sia di nuovo inserito nell’intero essere. Come questo apparve per il tempo precristiano, così questo appare per il tempo in cui ora viviamo, dunque dopo il Mistero del Golgota. Ma solo se si sa che il Mistero del Golgota è un taglio così profondo che il divenire storico si divide veramente in due parti, solo allora si può salire gradualmente a una vera considerazione del Mistero del Golgota. Ma questo può mostrarsi a uno non guardando attraverso tali occhiali come attraverso l’anti-goetheanismo il tempo attorno al Mistero del Golgota viene oscurato, bensì considerandoli veramente così come Herman Grimm li voleva. Ma non aveva la forza per farlo.

I capi dei misteri, le guide dei misteri dei tempi antichi, sapevano bene perché richiedevano una cultura umana da coloro che iniziavano. E hanno fino a un certo tempo tenuto rigorosamente che nessuno fosse iniziato ai misteri che non avesse subito questa cultura. E in particolare anche nei tempi più antichi in Grecia si badava molto che nessuno fosse iniziato ai misteri che non avesse subito una cultura severa. Ciò che egli allora apprendeva era: collocare i segreti nel modo giusto nella vita. Su questo in particolare in regioni greche si badava molto, molto. E si teneva rigorosamente che i misteri non fossero traditi agli indegni, così come il Cristo Gesù non vuole consegnare i segreti del regno di Dio agli scribi e farisei, bensì solo a coloro che può fare suoi discepoli.

Senza che coloro che erano le guide dei misteri abbiano avuto la minima colpa, non andava più, nei tempi in cui il fatto del Golgota sopraggiungeva, di mantenere il segreto dei misteri nel modo giusto. Non andava più. E perché non andava più? Dico: senza colpa delle guide dei misteri non andava più. Le guide dei misteri, i capi dei misteri non avevano colpa. Ciò che tirò il segreto dei misteri in modo scorretto dalla loro sfera di segretezza era l’Imperium Romanum, era l’imperialismo romano. Ed era impossibile che le guide dei misteri resistessero agli ordini specialmente dei cesari romani. Si avvicinava il tempo in cui le guide dei misteri non potevano più resistere agli ordini dei cesari romani. E questo, che attraverso il cesarismo romano la vita spirituale veniva violentata a trarsi fuori dalla sua sfera di segretezza, questo si specchia in tutti gli eventi del tempo allora. Questo vide anche un uomo come il Battezzatore, penetrare completamente in tutti i particolari. Perché colui che vuol vedere, vede nei particolari ciò che si avvicina. Solo coloro non lo vedono che non vogliono vedere. Questo sta nelle parole che sono sempre molto polisemiche, ma sempre in tutti i significati vere; nelle parole di gente come il Battezzatore Giovanni. Nelle parole: «Cambiate senso, i regni dei cieli sono vicini» sta anche ciò che potrebbe essere tradotto pressappoco così: Guardate, ciò che ha portato guarigione all’umanità come vecchio bene dei misteri, questo non è più, questo sarà sequestrato dall’Imperium Romanum, che ha anche steso le sue ali sul giudaismo che vi circonda. Cambiate perciò senso! Non cercate più il bene in ciò che emana dall’Imperium Romanum, ma cercatelo in ciò che non è su questa Terra. Ricevete il battesimo che scioglie il vostro corpo eterico, così che vediate che cosa deve venire, e che cosa darà inizio ai nuovi misteri, perché i vecchi misteri sono sequestrati.

Ciò che si avvicinava, che per la prima volta nel caso di Augusto, ma egli non ne abusò ancora, era che i cesari romani semplicemente per ordine cesareo dovevano essere iniziati ai misteri. Questo divenne uso. Era questo contro cui il Battezzatore Giovanni soprattutto si rivolgeva, cercando di estrarre dall’evoluzione dell’umanità coloro che volevano ricevere il battesimo, così che non vedessero solo il bene dell’evoluzione dell’umanità in ciò che emanava dall’Imperium Romanum.

Vedete, uno di quei cesari romani che era più completamente iniziato ai segreti dei misteri era Caligula, e più tardi Nero. E fa parte dei segreti dell’evoluzione storica che Caligula e Nero erano iniziati, che si costrinsero ad avere conoscenza dei segreti dei misteri. E immaginate lo stato d’animo di coloro che sapevano: questo si avvicina — e che allo stesso tempo potevano avere un sentimento, una sensazione di ciò che significava. Immaginate di penetrare lo stato d’animo di questi uomini. Potevano naturalmente dire: Ciò che deve venire e verrà, è il regno dei cieli, e in questo i popoli d’ora in poi devono cercare, quando cercano i segreti santi, non nel regno degli uomini! Potevano, gli iniziati, riconoscere in questo il grande evento. Possono riconoscerlo in questo.

La storia frequentemente parla attraverso i suoi simboli. Diogene ancora, perché era in Grecia, andava nel mercato di Atene con la lanterna in giro, per cercare il «popolo», quello che era perduto, la cui concezione era perduta. Perché perso? Non perché non si conoscesse questo popolo, o perché venivano tempi in cui non si cercava ciò che nei misteri poteva essere comunicato sui segreti dello sviluppo dell’umanità. Nei fondamenti lo sapevano uomini come Caligula e Nero. Ma proprio per questo è stato avvolto nell’oscurità. E Diogene sentiva come Giovanni il Battezzatore — Diogene a suo modo — il tempo che si avvicinava, dove proprio per il fatto che il segreto dei misteri dell’uomo era tradito, l’uomo veniva immerso nell’oscurità e doveva cercarlo con la lanterna.

Caligula aveva ricevuto la sua istruzione a vivere giustamente secondo le vecchie maniere dei misteri nella comunione spirituale. Caligula capiva dunque come organizzare la sua consapevolezza dal sonno al risveglio, cosicché potesse comunicare in essa con tutto ciò che i vecchi misteri conoscevano come le divinità della Luna, come le divinità della Luna. E Caligula capiva l’arte dei vecchi misteri, di parlare nel suo sonno consapevole con gli spiriti della Luna. Questo apparteneva ai segreti dei misteri antichi: conoscere ciò che sta dietro la consapevolezza ordinaria, dietro la consapevolezza diurna, e conoscere come, attraverso la penetrazione nei segreti di questa altra consapevolezza, la consapevolezza ordinaria si cambia, perché l’uomo sa dove la sua individualità è quando dal sonno al risveglio è nel mondo spirituale; allora è attento al fatto che questa individualità non solo si corporifica in relazione ad altri esseri naturali, ma come questa individualità sta in relazione con il mondo spirituale, con tutto ciò che vive nelle gerarchie spirituali. Perciò ovviamente cambia, quando un uomo conosce i segreti delle divinità lunari, anche il suo rapporto con le divinità solari, alle divinità che la visione intorpidita da Lucifero del giorno non vede nell’ambiente, e che questa consapevolezza sveglia allora vede. Sa l’uomo, come Caligula, dall’esperienza propria che l’individualità umana dal sonno al risveglio è nel mondo spirituale; allora è attento al fatto che nel risveglio consapevole non solo regna nella scorza della natura esterna, ma regna sotto gli spiriti della vita del sole; che non regna solo sotto i raggi solari fisici, ma sotto gli spiriti della vita del sole.

Ma Caligula — non aveva la cultura naturalmente — Caligula capiva così conversare con gli spiriti lunari nel sonno; e questo portò che nel giorno parlasse a Giove, che nell’antica Grecia era pensato da Zeus in una sfera ancor diversa, come «fratello Giove». Era un detto ordinario di Caligula, di parlare di «fratello Giove». Naturalmente si sentiva come cittadino del mondo spirituale in cui Giove è, e gli parlava come fratello Giove. Egli, Caligula, si sapeva dentro il mondo delle essenze spirituali. Perciò appariva così, che per il suo apparire era completamente manifestato che appartenesse al mondo spirituale. Apparve a certe volte in costume di Bacco con il bastone Thyrsus, con la corona di quercia sulla testa, e si lasciava venerare come Bacco. Apparve a certe volte come Ercole con la clava e la pelle di leone e si lasciava venerare come Ercole. Poi apparve di nuovo come Apollo e si lasciava venerare, avendo la corona di raggi sulla testa e l’arco di Apollo in mano, lasciandosi venerare da un coro che lo circondava e che cantava gli inni corali appropriati in suo onore. Apparve con la testa alata e con il bastone dell’araldo come il dio Mercurio. Apparve anche come Giove. Un poeta tragico, che era considerato un esperto ed era stato incaricato di decidere chi fosse il più grande, Caligola o Giove — questi aveva fatto mettere una statua accanto a sé —, è stato fustigato perché non si è lasciato convincere a mettere Caligola come il più grande.

Ma come stavano le cose con il giudizio di Caligula? Aggiunto era nella tentazione luciferica alla parola: I vostri occhi si apriranno, e sarete come dei — aggiunto era: E conoscerete il bene e il male. — Ma questa distinzione del bene e del male era stata insinuata nell’umanità da uno spirito che poteva vivere nell’evoluzione solo fino a un certo tempo. Questo tempo era finito. Era finito in quel tempo in cui il Battezzatore Giovanni innanzitutto si presentò con le parole: «I regni dei cieli sono giunti vicini»; non disse però il termine tecnico l’aggiunta: «e il regno di Lucifero è finito». Naturalmente parlò solo dei regni dei cieli. Lo si vede particolarmente dal giudizio di Caligula quanto quel regno era finito. Perché quando una volta sotto il governo di Caligula era accaduto un errore giudiziario — avevano cioè condannato a morte un innocente invece di un colpevole, perché l’innocente era stato confuso con il colpevole —, allora disse Caligula: Non importa, perché l’innocente era ugualmente colpevole come il colpevole! E quando Petronio fu condannato a morte, disse Caligula: Quelli che l’hanno condannato potrebbero essere condannati ugualmente, perché sono ugualmente colpevoli come colui che hanno condannato a morte. — Vedete, la distinzione aveva già cessato, la distinzione del bene e del male. Non durava più fino a questo momento di cui parlo. Possiamo coglierlo se realmente lasciamo che gli eventi storici agiscano su di noi. Possiamo coglierlo.

Un tale iniziato era Nero. E Nero era fondamentalmente — solo non così filisteo come alcuni tra i nostri contemporanei moderni, ma grandioso, tradotto nell’eroico — un psicanalista. Nero era persino il primo psicanalista, perché primo sostenne che tutto nell’uomo dipende dalla libido, che tutto ciò che sorge nell’uomo dipende da ciò che come il sessuale agisce in lui — una dottrina che i psicanalisti filistei nel nostro tempo hanno di nuovo rigenerato. Ma il professor Sigmund Freud non è un Nero. Manca a lui non l’anima, ma la grandezza.

Ma ciò che sapeva Giovanni il Battezzatore, lo sapeva anche Nero. Perché anche Nero sapeva — e qui Nero si differenzia da Caligula su questo campo —, anche Nero sapeva dalla sua iniziazione ai misteri che c’è una strana natura di ciò che l’uomo è, che le verità dei vecchi misteri nei loro veri impulsi si sono spente, che hanno perso la loro forza, che si possono quindi mantenere solo attraverso la forza esterna. Non solo il Battezzatore Giovanni ha detto: «L’antico ordine mondiale è finito» — solo che ha aggiunto: «I regni dei cieli si sono avvicinati, cambiate senso!» —, anche Nero sapeva che i regni del vecchio mondo sono finiti, anche Nero sapeva che c’è un taglio potente nell’evoluzione della Terra. Ma Nero aveva la sua consapevolezza diabolica a questo, aveva tutte le diaboliche che l’iniziato indegno può avere in sé. E perciò calcolava, esattamente come il Battezzatore Giovanni, esattamente come il Cristo Gesù, con la fine del mondo. Se si comprende ciò che il Battezzatore Giovanni e il Cristo Gesù dicono della fine del mondo nel modo giusto, non c’è bisogno di interpretarlo nel modo filisteo, che verrà allora e allora, ma allora si può comprendere come la Bibbia dice che la fine del mondo sarebbe già. Ma voi presentite già — la prossima volta parlerò ulteriormente su questo punto — che la Parusia è una realtà se intesa nel modo giusto. Nero sapeva che viene un ordine completamente nuovo, ma non gli piacque. Non gli conveniva. E caratteristico è perciò il suo detto, che avrebbe partecipato volentieri a nulla di più che alla fine del mondo. Le sue parole sono caratteristiche: Se il mondo s’infiamma, allora avrò una gioia particolare! Questo era il suo delirio particolare: il desiderio di vedere il mondo bruciare. E da questo procedette quello che si può dubitare storicamente, ma che è vero: che fece incendiare Roma, perché nella sua pazzia si rappresentava che dall’incendio di Roma l’incendio si estenderebbe così lontano che il mondo intero brucerebbe.

Vi ho indicato alcuni sintomi che devono caratterizzare come il mondo allora giungeva alla fine e doveva cominciare di nuovo. Ma nella realtà esterna le cose accadono così che uno sempre scorre nell’altro, che l’antico spesso resta, quando il nuovo ha già mostrato il suo primo impulso. E sebbene dunque i regni dei cieli dal Mistero del Golgota siano là, restò accanto, nello sviluppo discendente, nello sviluppo decadente, l’Imperium Romanum, restò ciò che ha portato a questo che presso i saputi anche del presente con i più diversi propositi buoni e cattivi ripetutamente di nuovo è sottolineato: Ciò che vive nel presente nel nostro mezzo, che filtra attraverso gli approcci cristiani, questo è lo spirito del vecchio Imperium Romanum, questo è lo spirito dell’imperialismo romano! — Uno arriva a un capitolo strano se in questo senso si continuerebbe a parlare. Uno comincerebbe mostrando come i concetti di diritto che più tardi apparvero risalgano tutti al diritto romano, come il diritto romano, questo anti-cristiano nel senso del Cristo, si sia intessuto dappertutto. E uno avrebbe molti altri, ancora molti campi da sfiorare, volendo discutere il proseguire dell’imperialismo romano fino ai nostri giorni; e specialmente volendo discutere tutto ciò che è collegato al proseguire nello sviluppo discendente dell’Imperium Romanum.

C’è qualcosa di istintivo nel fatto come negli insegnamenti si insegni la storia romana, e come gli storici che scrivono la favola convenue che oggi si chiama storia, inculchino all’umanità la consapevolezza dell’Imperium Romanum, così che lo spirito che vive in questo viene escluso dai più eruditi. Ma con ciò si raggiunge qualcosa di certo, cari amici. Con ciò si raggiunge con certezza che alla consapevolezza generale dell’umanità non giunge la piena portata del momento storico in cui la croce su Golgota è stata eretta. Si cercò di coprire, anche se istintivamente, il significato intero degli eventi che si sono svolti. Perché poco è disponibile del coraggio che appartiene a penetrare dalla scorza esterna nel profondo anche della storia. E vediamo, ci sono persone che trovano un vasto pubblico, persone che persino falsificano Goethe, per suscitare negli uomini l’opinione che anche la concezione di Goethe sarebbe adatta a considerare la storia come se fosse solo una scorza esterna. Ciò che così agisce, agisce però negli ampi impulsi della vita dell’anima umana, e non si tratta solo di non giungere a una giusta considerazione di questo o quel punto, bensì la vita intera è influenzata da questo, sviluppa una tale tendenza. Un tale impulso regna, la vita intera è influenzata da questo impulso, corre nella direzione di questo impulso. Perciò persone come Goethe rimangono predicatori nel deserto, e inoltre sono calunniate, attribuendo loro la disposizione conoscitiva contraria.

Ma si può anche vedere dove tali impulsi conducono. Il karma porta a uno molte cose, anche se si cerca di arrotondare le conoscenze per poterle annunciare ai propri contemporanei. E così ieri mi è caduto tra le mani il detto di uno dei nostri contemporanei. Solo ieri mi è caduto tra le mani questo detto; ma è strettamente collegato con ciò che ho dovuto lasciar vivere come l’impulso interiore attraverso queste discussioni del Mistero del Golgota. Questo contemporaneo ha subito diverse trasformazioni. Infine si è ritrovato al cristianesimo nella forma del cattolicesimo, per poterne fare propaganda. E abbiamo così il fatto strano che un libero pensatore si presenta di fronte ai suoi contemporanei come testimone per il Cristo, persino nel senso cattolico. Ora ha espresso la sua disposizione sul Cristo nel colore come ora lo sostiene da sé. E questa testimonianza è caratteristica, è così propriamente un documento del presente. Vi leggerò questa testimonianza di un testimone moderno di Cristo:

«È fatica vana cercare l’aldilà. Forse non esiste nemmeno, e come l'affrontiamo, non possiamo saperne nulla. Lasciamo tutto l’occultismo agli illuminati e ai ciarlatani; quale forma assuma il misticismo, contraddice la ragione. Ma diamo comunque noi stessi alla Chiesa …, perché essa con l’autorità dei secoli e dalla grande esperienza pratica formula le regole di quell’etica che si devono insegnare ai popoli e ai bambini. E finalmente perché essa, tutt’altro che abbandonarci al misticismo, ci difende direttamente da esso, mette a silenzio le voci delle misteriose selve [così chiama ciò che potrebbe venire dal mondo spirituale], spiega i Vangeli, e sacrifica l’anarchismo generoso del Salvatore ai bisogni della società.»

Qui avete la confessione di un uomo che si è convertito al cristianesimo dal materialismo moderno; che si è convertito al cristianesimo in questo senso, che lo pone come il suo ideale, nel senso di potersi convertire al cristianesimo, che ciò che il Cristo ha consegnato al mondo come i suoi impulsi grandiosi è stato adattato, sacrificato ai bisogni della società moderna. Ma anche ciò che si esprime in un tale testimone di Cristo ha un vasto pubblico, un pubblico molto più vasto di quanto si pensi. Perché il bisogno è straordinariamente grande, sì, di far apparire il Cristo così come piace all’uomo moderno, come conviene all’uomo moderno. E gli istinti agiscono a non far giungere l’anima umana alla verità, che la morte di Gesù era un evento completamente naturale, che era condizionato dal fatto che il cristianesimo e l’Imperium Romanum non potevano stare insieme, che dall’insieme di cristianesimo e Imperium Romanum solo la morte del Cristo poteva seguire. Ma da questo segue che nel vivere moderno deve essere ricercato, se si vuol arrivare alla luce e non camminare nell’oscurità, come molte cose in questa vita moderna si relazionino al cristianesimo veramente compreso, e che deve essere riportato gradualmente quel divino furore che il Cristo stesso aveva quando doveva rispondere a ciò che portavano coloro che egli chiamava gli scribi e i farisei.

Volevo darvi oggi un’immagine di ciò che ha già vissuto nei secoli in cui il cristianesimo è irrotto, e volevo attirare l’attenzione sul fatto che la considerazione della storia particolarmente deve essere approfondita nel luogo dove il Mistero del Golgota sta. Perché questo può accadere anche se si sta solo alla storia. Solo si deve acquisire un sentimento per questo, come si devono valutare le singole cose, che cosa si deve considerare come significativo e parlante per il tempo, e che cosa si deve considerare come insignificante. Si deve acquisire un sentimento per questo, che cosa allora di diversi flussi continua a vivere, dove proseguono le cose.

13°L'impero romano e il cristianesimo

Berlino, 17 Aprile 1917

Molte cose sono nel presente e saranno principalmente nelle configurazioni che gli eventi del presente e del prossimo futuro assumeranno — cose che per loro natura possono essere comprese se, in modo ragionevole e spirituale, si considererà il perdurare di quegli eventi che si sono svolti attraverso la prima diffusione del Cristianesimo. Questo può ancora suonare paradossale a molti oggi. Eppure: che non possa essere compreso universalmente come certe forze — che in quel tempo furono impresse e inoculate al divenire umano e al divenire terrestre in generale attraverso la diffusione del Cristianesimo — ancora oggi continuino a operare, ciò accade solo perché oggi, secondo le opinioni spesso caratterizzate che vigono nella nostra contemporaneità, non si guarda agli impulsi più profondi, alle forze più nascoste che agiscono negli eventi dell’epoca, e si vuole considerare tutto soltanto dal punto di vista di ciò che si svolge così in superficie. Le forze spirituali più profonde oggi non sono accessibili all’uomo per la ragione fondamentale che non si ama realmente considerarle. Ma chiunque voglia dedicarsi un poco a ciò che sta sotto gli eventi superficiali nel nostro tempo, vedrà in molti documenti che sorgono sulla superficie dell’esistenza ai nostri giorni — come forza effettiva, perfino in molte cose che accadono fra le persone che non sono consapevoli degli impulsi sotto cui agiscono — vedrà in tutti questi impulsi quelli che spesso sono una continuazione, anzi un riapparire di certi impulsi che erano comparsi particolarmente nei primi secoli della diffusione del Cristianesimo. Non è nemmeno possibile caratterizzare adesso i più significativi, potremmo dire, risvegli degli impulsi antichi nel nostro tempo, perché gli uomini non tollererebbero una tale caratterizzazione. Ma chiunque consideri i primi secoli cristiani in Europa da un certo punto di vista, potrà accorgersi di che forze siano efficaci e riappaiano. Perciò ero e sono dedito a portare davanti alla vostra anima certe manifestazioni che si connettono alla diffusione del Cristianesimo nei primi secoli dell’era cristiana, appunto perché voi, mediante l’uso appropriato delle rappresentazioni così ottenibili, potrete comprendere da voi stessi molte cose del presente.

Desidero ora portare qualcosa che si costruisce sulla nostra recente considerazione, qualcosa che poi sarà soggetto a un’ulteriore elaborazione, ma che prima vogliamo osservare insieme, affinché questa considerazione successiva possa essere fruttuosa.

Vedete, vi ho spesso parlato di questo fatto singolare e straordinario: che i primi cesari romani, gli imperatori romani, in un certo modo si erano forzati di ottenere l’iniziazione. E che proprio molte azioni dei cesari romani accaddero sotto questo influsso, che proveniva dal fatto che si erano forzati di ottenere l’iniziazione e quindi sapevano certe cose che si connettevano agli eventi mondiali, ai grandi impulsi degli eventi mondiali; ma che essi, come abbiamo visto l’ultima volta, in certo modo sfruttavano questi segreti dell’iniziazione.

Ora, nella considerazione di queste cose si tratta soprattutto di comprendere innanzi tutto che l’irruzione dell’impulso-Cristo nella corrente della storia mondiale dell’umanità non era soltanto un evento esteriore del piano fisico, che si comprende quando si considerano storicamente i fatti tramandati, bensì che era un vero evento spirituale. Ho già accennato al fatto che qualcosa di più profondo sta dietro le comunicazioni che appaiono nei Vangeli — che i demoni hanno riconosciuto il Cristo. Si racconta che il Cristo ha compiuto guarigioni, esposte nei Vangeli come espulsioni di demoni. E siamo costantemente avvertiti che da un lato i demoni, che in questo modo vennero fuori dall’uomo, avevano una conoscenza di chi fosse il Cristo; e d’altro canto siamo sempre avvertiti che il Cristo stesso disse ai demoni che non era ancora tempo che parlassero di lui, che non lo dovessero, come dicono le traduzioni vangeli comuni, «tradire». Così che si può dire: quando il Cristo apparve, non erano soltanto i giudizi degli uomini a essere coinvolti. Avrebbe potuto accadere che gli uomini inizialmente non avessero la minima idea di ciò che stava dietro l’apparizione del Cristo. Ma i demoni, gli spiriti — che quindi erano intesi come appartenenti a un mondo soprasensibile — l’hanno riconosciuto. Vediamo dunque che è un evento il cui riconoscimento coinvolge il mondo soprasensibile. E questo riconoscimento soprattutto — è ciò che fu mantenuto con grande intensità dai leader più colti dei primi cristiani: che il Cristianesimo non è venuto soltanto come un evento terrestre, che qui non si è svolto qualcosa di esclusivamente nel mondo terrestre, bensì qualcosa che riguarda il mondo spirituale, che nel mondo spirituale ha causato una specie di rivoluzione. Questo fu mantenuto fermamente e fortemente da questi leader e dagli spiriti della prima cristianità.

Ora è un fenomeno singolare che proprio i cesari romani, che cioè sapevano di certe cose, di certi segreti del mondo spirituale, poiché si erano forzati di ottenere l’iniziazione, che questi cesari romani piuttosto, e completamente, proprio attraverso la loro iniziazione, avevano una presentimento della grande, estesa significanza dell’impulso-Cristo. Naturalmente fra i cesari romani c’erano quelli che, nonostante si fossero forzati di ottenere l’iniziazione, non capivano molto dei segreti; ma c’erano anche quelli che capivano abbastanza da poter presentire l’efficacia, la forza del Mistero-Cristo. E proprio i più dotati e perspicaci di questi cesari iniziati, cominciarono a perseguire una certa politica di fronte al Cristianesimo che si diffondeva. Addirittura il primo imperatore dopo Augusto, Tiberio, già cominciò. Sebbene si potrebbe obiettare: ma allora il Cristianesimo non aveva ancora nessuna diffusione — questa obiezione non vale. Perché Tiberio, in quanto iniziato in certo senso nei misteri antichi, sapeva esattamente che si trattava di qualcosa di significativo quando da Palestina gli era stato riferito quale impulso-Cristo era entrato nel mondo. E così già sotto Tiberio dobbiamo guardare a come iniziasse quella politica che i cesari romani iniziati seguirono di fronte al Cristianesimo. Tiberio aveva appunto manifestato la sua volontà di ricevere il Cristo come uno degli dèi fra gli altri dèi romani.

L’Impero Romano ha mantenuto verso la venerazione degli dèi una politica assolutamente definita. Essenzialmente questa politica consisteva nel fatto che, quando i Romani avevano vinto un popolo, l’avevano conquistato, prendevano allora anche gli dèi di quel popolo nel loro Olimpo divino. Cioè, dicevano: questi dèi possono essere venerati, e i nostri dèi sono semplicemente aumentati del numero di questi dèi. Avevano semplicemente incorporato altri nella loro famiglia divina, e così i dèi romani stessi si erano moltiplicati in questo modo passo dopo passo. Era la politica che i governanti romani seguivano per incorporare realmente tutto ciò che volevano conquistare, anche nel senso spirituale e dell’anima. E dato che tale cesare iniziato era tutt’altro che lontano dal vedere negli dèi soltanto le immagini esteriori, era tutt’altro che lontano dal vedere negli dèi soltanto ciò che il popolo vedeva, ma sapeva che dietro ciò che era presentato nelle immagini degli dèi c’erano realmente poteri spirituali presenti dalle gerarchie più diverse, questa politica era completamente comprensibile, completamente ragionevole; perché consapevolmente il potere del principio di dominio romano veniva ampliato col potere che doveva risiedere nell’incorporazione degli dèi, nell’appropriazione degli dèi. E di regola non veniva soltanto esteriormente assunta la religione degli dèi, bensì nei templi d’iniziazione romani venivano incorporati anche i segreti dei misteri stranieri e collegati al culto mistico dell’antico Impero Romano. E poiché allora era assolutamente la visione che senza le forze spirituali, come le rappresentavano gli dèi, non si doveva e poteva governare, era dunque, come detto, una cosa interamente comprensibile.

Tiberio voleva dunque ottenere che anche la forza del Cristo, come se la rappresentava, venisse semplicemente incorporata negli impulsi che emanavano dagli altri poteri divini riconosciuti da lui e dai suoi popoli. Il Senato romano ostacolò questo proposito di Tiberio, e non si realizzò. Ma ripetutamente i cesari iniziati fecero questo tentativo. Adriano per esempio lo fece. Ma ripetutamente i dignitari — quelli che potevano esercitare una certa influenza — si opposero a questa politica dei cesari iniziati. Ora, se si esamina ciò che effettivamente fu portato contro questa politica dei cesari iniziati, proprio attraverso questo esame si ottiene una buona idea di ciò che realmente giocò un ruolo in questo punto di svolta il più significativo dell’evoluzione terrestre umana.

È una straordinaria coincidenza ciò che può apparirci. Vedete, innumerevoli volte da scrittori romani, da personalità influenti romane, e da lì diffondendosi anche tra il popolo romano più vasto, è stato ripetutamente affermato contro i Cristiani, così come allora si presentavano, così come si diffondevano: che questi Cristiani considerano profano ciò che gli altri considerano sacro, e considerano sacro ciò che gli altri considerano profano. Cioè, da parte dei Romani è stato ripetutamente sottolineato e indicato che questi Cristiani si differenziavano radicalmente nel loro pensare, nel loro sentire, nel loro provare dai Romani e da tutti gli altri popoli; perché gli altri popoli i Romani li avevano in certo modo con i loro dèi assorbito. Potete vederne che era così, che tutto il mondo in certo modo considerava i Cristiani come gente diversa, come gente con sentimenti e sensazioni diversi, anzi opposti. Ora si potrebbe liquidare tutto ciò semplicemente dicendo che sarebbe una calunnia. Con queste cose si è subito pronti, non è vero, se si vuole guardare la storia superficialmente. Ma non si dirà che sia una calunnia se si considera quanto segue: Molte cose sono per la lettera — sapete, non sopravalotiamo tale lettera, ma appunto perché non la sopravalotiamo, possiamo porla in rilievo — molte cose sono per la lettera passate dalle concezioni del passato e della contemporaneità di fronte al Mistero di Golgotha nella dottrina dei Cristiani.

Si potrebbe dire meglio: i Cristiani hanno espresso con parole i sentimenti che erano già presenti in alcuni loro contemporanei. Uno di coloro che forse realmente per la lettera possiede ciò che in seguito riapparve nei Cristiani, è Filone di Alessandria, che ho già menzionato spesso qui, un contemporaneo del Cristo. Filone di Alessandria ha una frase straordinaria; suona semplicemente così: secondo ciò che mi è stato tramandato, devo odiare ciò che gli altri amano — e intende i Romani — e amare ciò che gli altri odiano — intende i Romani. E se considerate questa frase di Filone e poi leggete nei Vangeli, troverete innumerevoli risonanze, particolarmente nel Vangelo di Matteo, di questa frase di Filone. Così che si può ben dire: il Cristianesimo è come cresciuto da un’aura spirituale, che fece sì che si dicesse: amiamo ciò che gli altri odiano. Cioè, i Cristiani — e questa frase fu spesso pronunciata nelle comunità cristiane dei primi tempi, era addirittura una delle frasi principali negli insegnamenti cristiani — i Cristiani stessi esprimevano ciò di cui gli altri li accusavano. Non era dunque una mera calunnia, ma coincide con ciò che i Romani dicevano: i Cristiani amano ciò che noi odiamo, e odiano ciò che noi amiamo. Ma i Cristiani a loro volta dicevano la stessa cosa riguardo ai Romani.

Da questo vedete che veramente — altrimenti non avrebbe potuto esprimersi in un modo così forte — che veramente qualcosa di enormemente diverso da ciò che era venuto prima è entrato nello sviluppo mondiale dell’umanità. Naturalmente, se si vuole giudicare tutta questa situazione, bisogna essere consapevoli del fatto che ciò che è entrato è veramente disceso dai mondi spirituali, e che alcuni, contemporanei del Mistero di Golgotha, come Filone, l’hanno visto in raggi rifratti e poi l’hanno espresso a loro modo. Così che si comprenderanno nel vero lume parole evangeliche che oggi si interpretano in molti modi — come vi ho mostrato nel caso di quell’uomo alla fine dell’ultima conferenza — soltanto quando non ci si mette al punto di vista di interpretare in modo arbitrario, bensì quando dall’intero spirito dell’epoca si formerà veramente l’interpretazione. Sono frasi straordinarie nei Vangeli. Oggi vengono interpretate talora in modo assai strano. Ma in Filone molte cose suonano fortemente come nei Vangeli. Vorrei quindi condividere con voi una frase di Filone, dal che vedrete che Filone, solo perché non è ispirato come i Vangeli sono in seguito, scriveva in modo alquanto diverso da questi; perché era più esperto nel senso mondano della scrittura, esprimeva molte cose così che, per capirlo, non occorre tanto quanto occorre per capire i Vangeli. Una frase straordinaria la trovate in Filone, che tuttavia esprime molte cose di ciò che è entrato nei cuori e nelle menti degli uomini. Filone dice: Lasciate i registri di eredità e i documenti dei despoti, lasciate andare tutto ciò che è corporeo; non attribuite al cosiddetto cittadino i diritti civili e i privilegi di libertà, né allo schiavo di umile nascita o acquistato attraverso la compera l’assenza di libertà, bensì guardate soltanto alla discendenza dell’anima! — Voi, se leggete il Vangelo con ragionevolezza, non contesterete che, sebbene elevato a una particolare sfera spirituale, qualcosa di questo sentimento riscalda veramente i Vangeli, e che quindi un odierno opportunista possa ben dire ciò che vi ho letto l’ultima volta, e che vale sicuramente la pena che ce l’imprimiamo bene, perciò lo rileggerò ancora una volta:

«È fatica vana cercare l’aldilà. Probabilmente non esiste nemmeno, e comunque la tocchiamo, non possiamo saperne nulla. Lasciamo ogni occultismo agli illuminati e ai ciarlatani; qualunque forma il misticismo assuma, contraddice la ragione. Ma diamo comunque noi stessi alla Chiesa… perché con l’autorità dei secoli e della grande esperienza pratica ha formulato le regole di quell’etica che si deve insegnare ai popoli e ai bambini. E infine perché, ben lungi dal consegnarci al misticismo, ci difende direttamente da esso, riduce al silenzio le voci dei boschi misteriosi,

[prosegue nel testo originale con le interpretazioni evangeliche] gli insegna i Vangeli, e sacrifica il grande anarchismo benevolo del Salvatore alle necessità della società.»

Proprio da una frase come quella che vi ho appena condiviso da Filone, potete vedere, poiché nel Nuovo Testamento viene costantemente richiamata, ciò che sta realmente dietro a tutto questo movimento. E quando Filone parla della discendenza dell’anima, intende molto, ma intende certamente qualcosa che si ribella contro tutte le concezioni che nell’Impero Romano erano autorevoli. Perché nell’Impero Romano contava solo la discendenza del corpo, in forme diverse, naturalmente; e tutto l’ordinamento sociale era costruito sulla discendenza del corpo. E improvvisamente fu lanciata lì la parola: «Lasciate andare ogni discendenza del corpo e guardate solo alla discendenza dell’anima!» Non si potrebbe nemmeno immaginare qualcosa di più radicalmente contrario a tutti i principi dell’Impero Romano. Non esiste, non c’è un contrasto maggiore che possa essere immaginato. E questo contrasto fu elevato a un livello superiore dall’apparizione di Cristo Gesù — il mondo l’attendeva — fu elevato a un livello superiore e opposto con tutta l’impulsività dell’ordinamento mondiale esteriore di allora.

Si può dire: Ai cesari romani sarebbe potuto andare bene includere nel loro Pantheon degli dèi, come un nuovo dio fra i molti altri dèi, ciò che apparve, che però negava il nervo fondamentale della loro socialità; così il Dio-Cristo, dietro che c’era tanto di profondo, trivialmente parlando, sarebbe diventato uno dei loro. Ma questi cesari iniziati dovevano accorgersi che non avrebbero avuto agevole rapporto con ciò che proveniva dalle altezze spirituali a loro. Quando le forze dell’iniziazione sono così fortemente efficaci esteriormente, come devono esserlo esteriormente, quando è semplicemente divenuto una legge coercitiva che i cesari debbano essere iniziati, come era il caso dopo Augusto a Roma, allora naturalmente operano insieme con tutto ciò che i cesari compiono esteriormente forze significative. Esse operano nelle misure, negli impulsi attraverso cui viene configurata la socialità. E così appare che le intenzioni si mostrano più fortemente di come si mostrino per l’iniziato ordinario.

Perché supponiamo che uno dei cesari, toccato dall’iniziazione, avesse detto: Beh — intendo supporre questo ipoteticamente — qui apparve il Battista con il battesimo d’acqua. Attraverso questo battesimo d’acqua i corpi eterici vennero allentati — naturalmente i cesari iniziati lo sapevano — così gli iniziati acquisirono intuizione della struttura interna del mondo spirituale, sapevano soprattutto che ora c’è una svolta mondiale. — Perché coloro che erano stati battezzati attraverso l’immersione nell’acqua lo sapevano; perché i loro corpi eterici vennero allentati, sapevano proprio il segreto della svolta mondiale. E immaginate, tale cesare iniziato avesse detto: Voglio intraprendere la lotta — questo esisteva dentro i misteri — voglio intraprendere la lotta contro ciò che è entrato nella svolta mondiale! — Della volontà di potenza di questi cesari bisogna farsi una rappresentazione sufficientemente forte. Non ebbero l’idea che potessero essere impotenti contro la volontà degli dèi, bensì — perciò si fecero iniziare — hanno proprio deciso di intraprendere la lotta con gli impulsi spirituali mondiali, per così dire di opporsi al corso del mondo. Questo accadde anche ad altre epoche. Accade anche oggi. Solo che la gente oggi non se ne accorge, non lo sa.

Ora, di fronte a questa ipotesi che ho appena enunciato, accadde quanto segue: Licinio, che al tempo di Costantino aveva condiviso il governo dell’altra parte dell’Impero, ebbe più o meno il sentimento di opporsi agli dèi. Voleva compiere un segno, perché in tali segni, segni di culto, segni di culto, si esprime per così dire la lotta contro i poteri spirituali. Voleva compiere un segno di culto, attraverso cui doveva manifestarsi nel mondo fisico esteriore: Io intraprendo questa lotta! Voleva — in altre parole — schernire il battesimo, attraverso cui era emerso di fronte a tutto il mondo: «Ecco la svolta mondiale!», di fronte a tutto il mondo contemporaneo e così combattere il Cristianesimo, smussargli la forza del suo impulso. A questo scopo fu organizzata una festa speciale, uno spettacolo a Eliopoli. Un mimo, Gelasino, fu indotto a essere immerso in veste battesimale bianca in acqua tiepida. Questo doveva essere rappresentato come uno spettacolo, e questo doveva essere lo scherno del battesimo cristiano. Che accadde? Gelasino fu dunque rivestito della veste bianca sacerdotale, fu immerso in acqua tiepida, fu tirato fuori, e ora doveva essere oggetto di scherno. E che accadde? Beh, disse: «Ora sono cristiano e lo rimango con tutte le forze della mia anima!» Cioè, a Licinio era pervenuta la risposta del mondo spirituale: invece dello scherno del battesimo, era intervenuto l’effetto del battesimo. Aveva riconosciuto la svolta mondiale. — Tale cesare iniziato, come era Licinio, allora assunse proprio il compito di interrogare gli dèi, di combattere con gli dèi, e ricevette la risposta di rifiuto.

Certo, nel nostro tempo non si riuscirà a farsi un’idea giusta della significanza che ha una tale risposta. Allora era per tutti gli uomini, anche per i pagani, una risposta completamente valida, una risposta su cui si poteva contare. Era venuto infatti anche da un altro lato, per così dire nella consapevolezza proprio di coloro che conoscevano i segreti degli eventi mondiali del tempo, qualcosa che li rendeva familiari con i pensieri che si diffondevano attraverso la diffusione del Cristianesimo. Dai tempi antichi si erano tramandate diverse usanze che però avevano tutte un senso occulto. Nel tempo degli Antonini gli Indovini parlavano; oppure si cercava consiglio presso di loro, presso gli Oracoli Sibillini. E un oracolo significativo dal tempo degli Antonini aveva specificamente stabilito: Roma è destinata al declino; l’antica Roma non potrà continuare! Beh, gli oracoli parlano in modo che ci si possa interpretare in molti sensi, ma anche correttamente. Questo oracolo parlava strangamente. Diceva: Roma cadrà, e nel luogo dove era l’antica Roma, abiteranno volpi e lupi, che dispiegeranno il loro potere. — Questo era anche qualcosa su cui si contava. Naturalmente si cercava dietro tutto questo un senso più profondo; ma che la svolta mondiale è, lo sentivano. Ciò che ha dominato a Roma, scomparirà. Volpi e lupi saranno lì, dispiegeranno da lì il loro dominio. Naturalmente gli oracoli parlano ambiguamente; e talvolta passava anche allora attraverso un saggio ordinario, non iniziato, l’aura dell’iniziazione, così che talora dicesse cose straordinarie, che si possono comprendere completamente solo nel contesto completo dell’epoca della svolta mondiale.

Vi ho raccontato l’ultima volta di Nerone, ciò che questo cesare iniziato realmente pensava. Voleva incendiare il mondo, per essere presente lui stesso alla fine del mondo. Cioè, voleva, per così dire, se doveva venire la fine di Roma, avere almeno questa fine di Roma, cioè il dominio della terra da Roma, nelle sue mani. Seneca l’avvertì una volta, l’avvertì con un’affermazione straordinaria. Si comprende questa affermazione solo se si sa che i cesari romani nel possesso del principio iniziatico si consideravano equipaggiati con l’onnipotenza divina, al che giusto l’adorazione che i Cristiani non volevano tributare loro. Seneca disse al cesare Nerone: Tu puoi molto — sapeva che non poteva altrimenti persuadere l’uomo di violenza — tu puoi molto, puoi molto, puoi anche far uccidere coloro che credi possano in qualche modo contribuire all’ordine mondiale che verrà dopo la caduta dell’antica Roma. Ma c’è una cosa che nessun despota può — così disse Seneca — non può mai far assassinare il suo successore. — Era una parola profondissima, assai significativa. Naturalmente non dovete intendere il successore eventualmente designato, ma veramente il successore. Seneca voleva significargli che la morte dà un limite al suo potere. Così proprio negli ambienti romani questa tradizione gioca un ruolo significativo, la tradizione della caduta di Roma.

Stranamente, proprio in questa tradizione di nuovo i Cristiani si differenziavano radicalmente dai Romani. E ora viene qualcosa di assai paradossale: i Cristiani si differenziavano in questo, che quando erano fra di loro, sostenevano la tesi che Roma non cadrà, bensì fino alla fine — dove si pensava sempre alla fine di un ciclo — il dominio di Roma continuerà. Cioè, proprio i Cristiani erano quelli che sostenevano la tesi che il dominio di Roma continuerebbe, che per così dire sopravviverebbe ai lupi e alle volpi. Non come se i Cristiani avessero detto, per parlare un po’ come l’oracolo: che a Roma non avrebbero abitato o dominato volpi e lupi; non l'hanno negato, ma vi si sono opposti: il dominio di Roma continuerà.

Tutti questi umori, veramente bisogna considerarli adeguatamente. Molte cose sono perfino state realizzate. Per esempio la madre di Alessandro Severo, che era una discepola di Origene — pensate, di Origene, che, sebbene sospetto, è tuttavia considerato una specie di Padre della Chiesa — era una discepola di Origene, si era procurata per sé stessa, per uso privato, una specie di Pantheon di venerazione. Perché venerava contemporaneamente nella sua camera privata: Abramo, Orfeo, Apollonio di Tyana e Cristo, e riteneva che la venerazione di questi quattro — Abramo, Cristo, Orfeo, Apollonio di Tyana — fosse necessaria e giusta per la sua salvezza. Così comunque lo trovava, anche se era una buona discepola di Origene, non come contradditorio all’insegnamento di Origene, comportarsi così.

Bene, se teniamo così questi umori, che ho cercato di indicarvi con alcuni tratti, in essi abbiamo i sentimenti dei primi secoli fino al quarto secolo. E troviamo sempre di nuovo cesari iniziati in questo tempo, che erano dediti a incorporare il Cristianesimo in certo modo sotto i loro sistemi religiosi, ad arrivare a un accordo col Cristianesimo. Nonostante le persecuzioni dei Cristiani riferite dalla storia, questo è vero; lo troviamo fino nel IV secolo.

Nel quarto secolo appare, come sapete, una personalità straordinaria nell’imperatore Costantino, contemporaneo di Licinio — una personalità straordinaria. Costantino era una personalità straordinariamente significativa, anche una personalità spiritualmente significativa; e ho già in altre occasioni accennato al modo in cui lo Spirituale influì proprio nella personalità di Costantino, per così dire nella guida dell’Occidente, che è complicata. Oggi vogliamo considerarlo da un altro punto di vista.

Vedete, era una personalità significativa, anche una spirituale, ma la sua natura spirituale era tale che non riusciva a trovare il giusto rapporto con l’iniziazione antica. Non riusciva a trovare il giusto rapporto con l’iniziazione antica. Per così dire si tirava indietro davanti a ciò davanti a cui i suoi antenati e contemporanei non si erano ritirati: forzarsi di ottenere l’iniziazione nei misteri antichi. Aveva per così dire paura di forzarsi di ottenere l’iniziazione nei misteri antichi. Nel frattempo gravava sulla sua anima l’Oracolo Sibillino, pesavano tutte le altre cose che allora si sapevano sul declino di Roma, dell’Impero Romano e così via. Certamente, sapeva anche l’altra cosa, che i Cristiani hanno la tradizione, la tesi che Roma si conserverà fino alla fine del mondo. Su tutte queste cose era ben informato. Ma si tirava indietro dall’iniziazione nei misteri antichi. Si tirava indietro, per così dire, nel combattere il Cristianesimo nei misteri. Questo è straordinariamente significativo.

Quello che vi viene raccontato nella storia riguardo all’imperatore Costantino è straordinariamente interessante e vi mostra come Costantino cercava di acquisire un rapporto col Cristianesimo in un altro modo, come appariva per così dire come il grande protettore del Cristianesimo, come saturava l’Impero Romano completamente col Cristianesimo, così come lo capiva. Ma non riusciva a connettere realmente questo Cristianesimo con l’antico principio d’iniziazione. C’era anche una grande difficoltà; perché gli stessi Cristiani e i loro leader se ne erano opposti, completamente opposti, e appunto per la ragione che avevano il sentimento, e molti anche la consapevolezza, che attraverso il Cristianesimo il mistero antico, che era celato nei templi dei misteri, veniva portato sul palcoscenico della storia mondiale e così esposto a tutto il mondo. Volevano esporre a tutto il mondo le verità dei misteri, non rinchiuderle nei templi. E questi cesari iniziati fondamentalmente non volevano nient’altro che reintrodurre il Cristianesimo dal mondo nei templi dei misteri. Allora la gente sarebbe stata iniziata al Cristianesimo in modo simile a come era stata iniziata ai segreti dell’antica dottrina degli dèi. Ma contro ciò che gli stessi Cristiani aspiravano, era anche difficile per Costantino penetrare, perché i Cristiani capivano allora sotto l’impulso che a loro parere doveva passare per il mondo con questa svolta mondiale, un impulso completamente spirituale. E da questo punto di vista di un impulso completamente spirituale si deve comprendere anche la loro tesi: «L’Impero Romano continuerà.» Questa tesi emerge in un modo particolarmente evidente quando si consideri, direi, la dottrina segreta dei primi Cristiani. Essi volevano cioè con questa permanenza dell’Impero Romano indicare già allora ciò che è veramente accaduto. Vi ho già detto in un’altra occasione: ciò che era l’impulso veramente più profondo dell’Imperium Romanum non ha smesso, continua a vivere; e non solo la giurisprudenza, come vi ho detto, contiene gli impulsi dell’Imperium Romanum. Sì, è questo il significativo, che su certi campi è emerso diverso, che coloro che non vedono più profondamente lo considerano come qualcosa di nuovo; in verità però effettivamente a ciò che giaceva negli impulsi dell’Imperium Romanum, su un certo campo in seguito nulla è stato aggiunto. C’è una continuazione dell’Imperium Romanum; si è diffuso. Sebbene l’antico Impero Romano non esista più, il suo spirito vive però ampiamente diffuso e profondamente operante.

Certe persone che conoscono i segreti, nel presente parlano del fatto che ciò che continuerà fino al nostro tempo è il fantasma dell’antico Impero Romano, che vive ovunque fra noi. Questa è una formula costante per coloro che sono iniziati a tali cose, fino a oggi, e lo sarà sempre. Questo i Cristiani volevano indicare. Ma volevano contemporaneamente dire: In ciò che è il Cristianesimo, vivrà sempre qualcosa che deve combattere questo Imperium Romanum. Sempre il Soprasensibile del Cristianesimo starà in lotta col Sensibile dell’Imperium Romanum. Così in questa tesi giaceva una previsione, una profezia.

Ora capite meglio anche perché i senatori e i cesari romani avevano paura; perché dovevano a loro modo riferire il declino al regno esteriore, e lo vedevano proprio pezzetto per pezzetto sgretolarsi proprio sotto l’influenza del Cristianesimo. E sotto questa impressione stava tale uomo come l’imperatore Costantino.

Senza essere iniziato, l’imperatore Costantino sapeva quanto segue: C’era stata una saggezza primordiale dell’umanità. Questa saggezza primordiale era stata là una volta, era stata nei tempi antichi, quando gli uomini avevano chiaroveggenza atavistica; era stata poi trasmessa ai tempi successivi, era stata conservata dai sacerdoti, era stata gradualmente corrotta, ma c’era, questa saggezza primordiale. Anche noi Romani, si diceva Costantino, abbiamo in effetti nel nostro ordinamento sociale qualcosa che si connette alle istituzioni di questa saggezza primordiale, solo che l’abbiamo sepolto sotto l’ordinamento sociale costruito sul regno esteriore sensibile. — Questo si esprimeva in un significativo Symbolum, che è un’Immaginazione, ma non solo un’Immaginazione, bensì anche un’azione culturale della storia mondiale, come queste Immaginazioni molto frequentemente si esprimevano in azioni culturali; questo si esprimeva nel fatto che si diceva: La saggezza non era stata inventata dagli uomini, bensì era stata rivelata dal mondo spirituale. Così avevano anche ancora i nostri allora primissimi sacerdoti ancestrali, certamente non a Roma, ma lì in Ilio, a Troia, dove c’erano i nostri sacerdoti ancestrali. E questo si esprime nella saga del Palladio, la cosiddetta immagine di Atena; il Palladio che era caduto dal cielo a Troia, che era stato conservato in un santuario, che era venuto poi a Roma ed era stato sepolto sotto una colonna di porfido. La colonna di porfido si elevava sopra di esso. Sentendo questo, che era connesso con questa azione culturale immaginativa, si sentiva: Anche noi riportiamo la nostra cultura alla saggezza primordiale antica, che è discesa dai mondi spirituali, ma non possiamo arrivarvi della forma che questa saggezza primordiale aveva nell’antico Troia.

Costantino sentiva questo. Perciò sentiva anche che i successivi misteri, anche se fosse stato iniziato, non l’avrebbero molto aiutato; non l'avrebbero condotto al Palladio, alla saggezza primordiale antica. E allora Costantino decise, a suo modo, di assumere la lotta con i poteri mondiali; di fare qualcosa a suo modo per salvare il principio dell’Imperium Roma-num. Naturalmente non era così sciocco da credere che ciò non dovesse accadere nel senso, nella corrente di certi impulsi mondiali.

Sapeva che doveva accadere di nuovo nel senso di certe azioni culturali, che venivano poste davanti a tutta l’evoluzione mondiale. Allora decise innanzitutto di rimettere Roma di nuovo a Troia, di far scavare il Palladio sepolto e di farlo ricondurre a Troia. La cosa si rovesciò. Dal piano di fondare una nuova Roma a Troia, nacque l’altro, di fondare Costantinopoli e di trasferirle il potere di salvare Roma che crollava per un futuro. Credeva così di opporsi proprio alla svolta mondiale. Voleva di nuovo, nel senso dell’Oracolo Sibillino, lasciare abitare le volpi e i lupi a Roma, ma trapiantare gli impulsi misteriosi di Roma a un altro luogo, ricondurli alla loro origine. E così nacque in lui il grande piano di fondare Costantinopoli. Nel 326 fu realizzato. Che pensasse di fondare questo nel contesto dei grandi eventi della svolta mondiale, lo si vede semplicemente dal fatto che, quando pose la pietra angolare, scelse il momento in cui il sole era in Sagittario e il Cancro governava l’ora del giorno. Così si orientava bene secondo i segni cosmici. E poi voleva fare qualcosa di veramente significativo da questo Costantinopoli. Voleva trasferire l’impulso eterno dell’eterna Roma a Costantinopoli. Perciò fece anche trasportare la colonna di porfido a Costantinopoli, che però più tardi le tempeste hanno distrutto. E fece scavare il Palladio e metterlo sotto questa colonna di porfido. Aveva resti della Croce di Golgotha, anche resti dei chiodi con cui era fissata. I resti della Croce li usò per fare una specie di cornice per una statua di Apollo particolarmente preziosa, e i chiodi della Croce, per fare una corona di raggi ad Apollo. Fu messa sulla colonna di porfido, che però fu distrutta più tardi. E c’era un’iscrizione da leggere, che grosso modo diceva: Ciò che qui opera, dovrà operare eternamente come il sole, e porterà il potere del suo fondatore Costantino nell’eternità! — Le cose naturalmente sono più o meno da intendersi immaginativamente; ma con la limitazione che sono da intendersi immaginativamente, significano eventi storici assolutamente rigorosi.

La saga — voglio dire solo la saga — si è impossessata di tutta questa storia. Tutta la storia vive metamorfosizzata nella saga, nella saga che più o meno afferma quanto segue: Il Palladio, che naturalmente è un Simbolo per una tutta determinata sede della saggezza primordiale, era una volta negli stati misteriosi dei sacerdoti iniziati troiani; l'avevano tenuto nascosto. Poi venne al sole per la prima volta, in quanto fu portato per vari percorsi da Troia a Roma; venne per la seconda volta al sole, quando fu portato da Roma attraverso Costantino a Costantinopoli. E coloro che accolgono la saga aggiungono: Verrà una terza volta al sole, quando sarà trasportato da Costantinopoli in una città slava. Questa saga vive profondamente in modo propulsivo in molte cose, vive in innumerevoli modi. Nel nostro tempo molte cose vengono certo al palesamento, quello che vorrei dire in pure aspetti fisici, ma dietro questi aspetti fisici si nasconde allora parecchia roba.

Costantino dunque voleva direttamente contrastare il declino dell’Imperium Romanum, nonostante credesse fermamente all’Oracolo della Sibilla. Voleva strappar Roma dalla sua stessa sede di declino.

Beh, voi avete solo bisogno di vedere in tutto ciò che vi ho raccontato impulsi animici efficaci in questa personalità storica mondiale dell’imperatore Costantino; allora avete in questi impulsi animici connessioni importanti e significative. E aggiungete quello che dissero appunto i primi Cristiani e i loro leader: No, l’Imperium Romanum non cadrà, rimarrà, e l’impulso che abbiamo accolto si realizzerà anche, sarà sempre presente — allora avete qualcosa di significativo l’uno accanto all’altro, e allora avete proprio qualcosa di significativo riguardo alle diverse correnti che hanno operato nello sviluppo culturale occidentale. Soprattutto avete la possibilità di farvi un quadro di come nel primo secolo del Cristianesimo e ancora al tempo dell’imperatore Costantino si pensava a Roma, all’Imperium Romanum, e come si stava in radicale contrasto con il modo in cui ci si pensava il futuro. E troverete forse nella vostra anima punti di appoggio per vedere nel giusto lume molte cose degli eventi che vennero dopo. Molte cose che vennero dopo, si possono giudicare correttamente solo rispondendo alla domanda: Come quadra finora con ciò che era inteso, e cosa deve accadere affinché quadri meglio?

Ora ci toccherà inoltre indicare un momento ancora più importante nello sviluppo riguardante la diffusione del Cristianesimo, che si presentò quando di nuovo un cesare romano iniziato si pose di fronte a questo Cristianesimo in sviluppo, cioè Giuliano, che è chiamato l’Apostata. E da questa considerazione storica potremo concludere, proprio da questa considerazione della storia, una considerazione della domanda: Come ci si avvicina al Cristo, che verrà a porre la sua presenza eterea nel mondo in questo secolo, — come ci si avvicina a lui mediante l’appropriata preparazione dell’anima in modo particolare? Come si trova il cammino proprio nel nostro tempo per avvicinarsi a lui?

Come si sono allora configurate le cose di nuovo sotto un cesare iniziato, sotto Giuliano l’Apostata, e gli accenni al rapporto del presente col Cristo, per quanto questo possa oggi essere detto, vorrei affrontare con voi la prossima volta.

14°Giuliano l'Apostata. I manichei e il principio agostiniano

Berlino, 19 Aprile 1917

Una delle figure più grandi della storia mondiale è uno dei successori di Costantino di cui abbiamo parlato due giorni fa, è Giuliano l’Apostata, che è chiamato l’Apostata, che nel 363 fu ucciso per mano di assassini in una campagna contro i Persiani. In Giuliano l’Apostata abbiamo una figura che si inserisce nella storia dello sviluppo occidentale nel modo più straordinario; una figura che mostra come nello sviluppo mondiale le forze reciprocamente opposte debbano effettivamente operare affinché questo sviluppo mondiale possa realizzarsi in modo appropriato. In Costantino abbiamo visto quella personalità che doveva rompere con l’antico principio di forza dei cesari romani, che molti di questi cesari avevano rivendicato per sé, il principio di forza di farsi iniziare nei misteri. Costantino ha allora intrapreso tutto, per dare al Cristianesimo un dominio esoterico; ha fatto tutto quello che cercammo di caratterizzare due giorni fa.

Ora Giuliano, dalla sua prima apparizione, si potrebbe dire, dal suo ingresso nel mondo, veniva considerato dalla famiglia imperiale e da tutto il suo seguito in modo estremamente negativo. Questo è sempre connesso in quell’epoca al fatto che a una tale individualità precede già prima della nascita una serie di profezie, di previsioni. La famiglia era stata costretta dalla fede a causa di varie previsioni sibilliane al fatto che all’impulso che si era incarnato nell’imperatore Costantino sarebbe sorto un contropolo in Giuliano. Perciò la famiglia da subito mirava a non permettere affatto a Giuliano di giungere alla dignità di cesare. Egli avrebbe dovuto essere ucciso.

Erano già stati fatti tutti i preparativi affinché fosse ucciso con suo fratello già da bambino. C’era realmente qualcosa attorno a Giuliano come un’aura che nella sua cerchia era sentita con terrore. Da tali racconti, come se ne attaccavano molti alla personalità di Giuliano, emerge come in lui qualcosa fosse inquietante dal punto di vista indicato. Una volta, quando era presente a una marcia militare nella Gallia, ancora in giovane età, una sonnambula, davanti al cui passaggio procedeva il corteo, cominciò a gridare: È colui che ristabilirà gli antichi dèi e le antiche immagini divine!

Dunque, si deve veramente vedere qualcosa di più profondo, qualcosa di spiritualmente condizionato nell’apparizione di Giuliano. Fu poi lasciato in vita, come molto spesso accade in tali casi, per il timore che da questa uccisione potesse venire ancora più male che dal lasciarlo in vita. E allora ci si illuse: Ciò che egli intraprenderà contro le imprese di Costantino, lo si paralizzerà presto, lo si fermerà presto. E si fecero davvero tutti i preparativi per rendere inefficace ciò che giaceva nelle disposizioni di Giuliano, verso cui tendeva. Prima di tutto si era impegnati nel fornirgli un’educazione del tutto secondo le idee costantiniane, assai cristiana. Ma questo non attecchì in lui, non riusciva a penetrare nella sua anima, e dovunque potesse percepire qualcosa dalle antiche tradizioni elleniche, la sua anima prendeva fuoco. E perché, dove operano forze forti, queste forze forti alla fine comunque vincono, accadde che egli, proprio perché lo si voleva tenere lontano da luoghi pericolosi, fu spinto nelle mani di insegnanti ellenici di vario tipo, si familiarizzò con l’ellenismo, imparò le tradizioni di questo ellenismo, poi, una volta cresciuto, imparò il modo in cui l’ellenismo, il grecismo si esprimeva nei filosofi posteriori a Platone, nei filosofi neoplatonici, e che infine giunse a essere iniziato ai Misteri Eleusini. Così fu che, dopo che il principio d’iniziazione era già stato eliminato dal cesaresimo romano, Giuliano fu di nuovo l’Iniziato sul trono dei Cesari, quando alla fine salì comunque sul trono.

Ora si deve considerare assolutamente tutto ciò che Giuliano ha fatto, e ciò che, si può ben dire, la storia si è molto affaticata di distorcere in ogni direzione, dal punto di vista che emerge dal fatto che fu iniziato ai Misteri Eleusini. E si può giudicare propriamente una personalità come Giuliano solo se si riesce a prendere completamente sul serio l’effetto di questa iniziazione ai Misteri Eleusini. Perché che cosa aveva Giuliano effettivamente guadagnato per la sua anima dal fatto di aver subito l’iniziazione eleusina? Aveva imparato dalla percezione diretta dell’anima i fatti del divenire cosmico, i fatti del divenire mondiale. Aveva imparato l’origine spirituale del mondo, aveva imparato come si esprimesse l’origine spirituale del mondo nel sistema planetario, nel sistema solare; aveva imparato a comprendere certe cose che al resto del mondo d’allora, con l’eccezione di pochi iniziati greci, erano diventate assolutamente incomprensibili: la connessione dell’operare e dell’essenza del Sole con l’antico Logos-Hermes. Questo gli era apparso davanti all’anima. Aveva imparato a comprendere la parola pitagorica: «Non dovrai mai parlare contro il sole!», con che naturalmente non si intende il sole fisico esteriore, bensì quello Spirito che si cela dietro il sole. Aveva dunque saputo che corrisponde alle antiche tradizioni sacre, nel Geistig-Seelichen che sta alla base del sole, vedere il fondamento vero del mondo, ma soprattutto vedere ciò con cui l’uomo deve stabilire una relazione, se vuole penetrare alle fonti dell’essere.

Così pensate, davanti all’anima di Giuliano stava tutto questo antico mistero del sole, stava la verità che questo sole fisico che appare all’occhio fisico è solo il corpo esteriore per qualcosa di spirituale-animico solare, che nella anima umana attraverso l’iniziazione può divenire vivente, e quando diviene vivente, può dire a questa anima quale sia il comune del cosmo, del grande mondo e della vita storica umana qui. A Giuliano era divenuto chiaro che non potevano mai esserci istituzioni qui nel mondo che provenissero soltanto da quella ragione umana legata al cervello umano, che solo colui è chiamato a partecipare in qualche modo alle istituzioni del mondo che può parlare faccia a faccia col Logos solare; perché un’unica legge dovette lui vedere nel movimento dei corpi celesti e in ciò che qui sulla terra, negli uomini, nei grandi movimenti degli uomini nel divenire storico si svolge.

Ora bisogna dire che perfino a un Padre della Chiesa come il santo Crisostomo fu chiaro che c’era un antico mistero del sole, un mistero solare spirituale, poiché questo Crisostomo si è perfino spinto a fare l’affermazione: Il sole fisico esteriore abbaglia gli uomini sulla terra così che non riescono a penetrare fino al sole spirituale. — Ma se si vede tutto ciò che viveva attorno a un uomo come Crisostomo, a cui un tale raggio della saggezza dei tempi antichi aveva brillato nell’anima, si deve dire che era realmente appena rimasto l’ultimo resto di comprensione per quel modo di comprendere il mistero mondiale nell’anima, come era stato comunicato attraverso gli antichi misteri, e come fu comunicato, veramente come a uno degli ultimi, a Giuliano, l’Apostata. In sostanza Giuliano l’Apostata era circondato di nient’altro che costantiniani, di gente che pensava nel senso di Costantino. Certamente, sempre di nuovo si ergevano fino alla fine del nono secolo in Occidente singole grandi figure anche fra i Papi, che erano ancora toccate dai segreti antichi; ma il vero lavoro che veniva compiuto da Roma mirava a rendere inefficaci gli sforzi di questi singoli, e al posto delle tradizioni dei misteri antichi sviluppare una politica assai particolare, di cui parleremo fra poco con poche parole. Giuliano in sostanza non aveva attorno a sé nulla tranne una figura assai esoterica del Cristianesimo.

Per complicati processi, difficili da descrivere nei loro dettagli psicologici, giunse a elaborare il pensiero di come sarebbe se si potesse usare ciò che ancora era rimasto come ultimo, come l’ultimo residuo dell’iniziazione antica, per portare a realizzazione un continuo progresso nello sviluppo dell’umanità. Vorrei dire: Giuliano non era fondamentalmente un nemico del Cristianesimo, era soltanto un sostenitore della continuazione dell’ellenismo. E si incontra forse la sua individualità meglio se la si considera così, che si dica: era più un continuatore dell’ellenismo che propriamente un nemico del Cristianesimo. Perché tutto l’ardente zelo che sviluppò e tutta la forza che sviluppò era diritta a mira a non lasciar morire l’ellenismo, a non lasciar distruggere l’ellenismo, ma a produrre una corrente di continuo sviluppo, così che l’ellenismo avrebbe potuto realmente pervenire alla posterità successiva. Contro il taglio netto, contro la virata radicale voleva opporsi Giuliano l’Apostata. Ed era una grande personalità. Dal momento che fu iniziato ai Misteri Eleusini, sapeva: tali cose come quelle che intende intraprendere, non si intraprendono se non ci si allea con i poteri spirituali che vivono in tutto il sensibile. Sapeva che, se si intendesse realizzare impulsi nello sviluppo mondiale con soltanto ciò che vive nel fisico-sensibile e anche nella storia ordinaria, si parlerebbe nel senso pitagorico contro il sole. Non voleva questo. Voleva appunto il contrario. Intraprese effettivamente uno dei più grandi combattimenti che si possono concepire nello sviluppo dell’umanità.

Ora non bisogna dimenticare che cosa already allora a Roma già parlava contro un tale combattimento, che cosa nel complesso nel sud dell’Europa già parlava contro un tale combattimento. Non dimenticate che è assolutamente vero che si preservavano ben fino al secolo di Costantino, in strati ampi, sebbene ultimi resti, gli ultimi resti di antiche prestazioni spirituali. Oggi rimane una particolare Crux, una particolare croce per l’interpretazione evangelica la questione dei miracoli, perché non si vuole mai leggere i Vangeli dalla loro epoca. Per i contemporanei dei Vangeli la questione dei miracoli non significava nulla, perché loro era noto che ci sono anche prestazioni in cui l’uomo trae forze dal mondo spirituale, che domina.

Ora, nella stessa misura in cui esteriormente statalmente il Cristianesimo fu introdotto, che poi effettivamente culminò nell’atto di Costantino, nella stessa misura gli sforzi andavano nella direzione di spingere indietro le antiche prestazioni spirituali; furono emanate legge dopo legge a Roma, che andavano tutte a questo scopo: che nessuno osasse fare prestazioni che traessero forze dal mondo spirituale. Certamente, si rivestì tutto ciò dicendo che la vecchia superstizione doveva cessare! Si rivestì così dicendo che nessuno poteva fare prestazioni che trafficavano con forze spirituali, per nuocere ad altri uomini; che nessuno poteva entrare in comunicazione con gli uomini defunti e simili. Tali leggi furono emanate. Ma dietro queste leggi stava lo sforzo di estirpare completamente, radicalmente, ciò che di prestazioni spirituali si era conservato dall’epoca antica. Certamente, la storia cerchezza per quanto possibile di nascondere ciò che ha dominato. Ma i primi inizi della nostra storiografia, a che la presente con la sua «scienza senza presupposti, senza autorità» non bada, i primi inizi della nostra storiografia furono fatti nei monasteri, furono fatti da sacerdoti e monaci. Ed era lo sforzo più serio di cancellare la vera figura dell’antichità, sì di non far pervenire ai posteri l’essenziale.

Così Giuliano vide ancora in una forma del tutto diversa il mondo antico declinante rispetto a coloro che avevano preceduto Costantino. Eppure sapeva dalla sua iniziazione che c’era una connessione dell’anima umana col mondo spirituale. Lo sapeva. Poteva sperare qualcosa dall’impresa che si proponeva — usare le forze dell’antico principio d’iniziazione per portare a realizzazione un continuo progresso nello sviluppo dell’umanità — solo opponendosi a quella forma dello sviluppo che era assunta tutt’attorno a lui. E propriamente attraverso la sua iniziazione, Giuliano era un uomo della profondissima, della assolutissima amore della verità, di quel amore della verità di cui naturalmente personalità come l’imperatore Costantino non avevano la minima idea. Un uomo della profondissima amore della verità era lui. E si vorrebbe dire: La verità, presa seriamente, gli appare in una maniera così forte che difficilmente si ritrova questo risvegliarsi del rigore della verità più spesso nello sviluppo successivo dell’umanità occidentale. Guardò con il suo istinto della verità, approfondito dall’iniziazione, di profonda significanza, a ciò che era diventato, per esempio, dalle scuole, dalle scuole inferiori e superiori nel suo ambiente. Da Costantino il dogma cristiano nella forma fino a cui allora era diffuso era stato introdotto nelle scuole. I maestri possedevano questo dogma cristiano e insegnavano dal loro punto di vista circa gli antichi scrittori ellenici, circa quegli scrittori che nelle loro opere hanno come elemento integrante le antiche figure divine: Zeus, Apollo, Pallade Atena, Afrodite, Hermes-Mercurio e così via. Nell’anima di Giuliano sorse allora il pensiero: Che cosa fanno allora propriamente questi insegnanti? Non sono i sofisti più bugiardi che ci si possano concepire? Osa veramente qualcuno osare di interpretare antiche opere scritte che si fondano completamente su ciò che colui che le ha scritte sentiva gli antichi dèi come veri impulsi nel mondo, osa uno che proprio a causa della sua dogmatica deve combattere, nel modo più radicale deve combattere l’essere, la presenza di questi antichi dèi? — Questo apparve all’istinto della verità di Giuliano come qualcosa di inopportuno. Perciò proibì a tutti coloro che per la loro dogmatica cristiana non erano capaci di credere negli antichi dèi, l’interpretazione negli insegnamenti delle antiche opere scritte. Se oggi si procedesse secondo lo stesso principio di verità secondo cui Giuliano procedette, pensate, cosa allora non dovrebbe essere insegnato nelle nostre scuole! Ma traete da ciò quale profondo istinto della verità vivesse in questo Giuliano!

Voleva assolutamente intraprendere la lotta con la corrente dei tempi, che da un altro punto di vista era tuttavia necessaria. Di fronte aveva innanzitutto i Vangeli, che erano sorti in un modo completamente diverso da ciò che gli era toccato attraverso l’iniziazione eleusina. Nel modo in cui i Vangeli erano sorti non riusciva a penetrare. Si diceva: Se ciò che è proceduto dal Cristo fosse un principio d’iniziazione, dovrebbe trovarsela nei misteri, dovrebbe vivere proprio nelle profondità dei misteri. — E voleva fare una grande prova, se fosse possibile continuare l’antico.

Inizialmente vedeva soltanto ciò che era diventato il Cristianesimo nel suo tempo. Voleva fare una grande prova, voleva fare una prova in un punto determinato, ma non una tale prova — sarebbe stata infantile per lui — che conta solo su mezzi meramente umani; voleva compiere un’azione che avrebbe avuto significanza per l’evento nel mondo spirituale stesso. Allora si disse: Bene, è stato profetizzato ai Cristiani che il Tempio di Gerusalemme sarà così distrutto che nessuna pietra rimarrà sull’altra. Anche questo è accaduto, disse lui. Ma il Cristianesimo non può adempiersi se questa profezia, tale profezia, viene a nulla, se si lavora contro di essa! — Allora decise di ricostruire il Tempio di Gerusalemme con grandi capitali, secondo le possibilità di quell’epoca. E realmente accadde che si radunassero molti lavoratori per ricostruire il Tempio di Gerusalemme. Ora dovete considerare l’intera faccenda nel senso spirituale: Non solo uomini, dèi voleva provocare Giuliano! È un fatto incontestabile, che si può provare perfino storicamente — così bene come i fatti storici si possono provare, anche esternamente, interiormente è certo — che ognuno dei lavoratori che aveva cominciato a costruire nel Tempio di Gerusalemme, ebbe una visione, che fiamme di fuoco gli si scagliarono contro nel suo posto di lavoro, e si ritirò. L’impresa non si realizzò. Ma vedete in quali grandi pensieri Giuliano lo fece.

Allora voleva Giuliano, dopo che era fallito, dopo che la dimostrazione davanti al mondo era fallita, la profezia della distruzione del Tempio fosse ridotta al nulla, voleva provare la cosa in un altro modo. E ciò che voleva provare allora, era qualcosa di non meno grandioso. Non era ancora quel tempo in cui un’onda di sviluppo aveva operato sullo sviluppo europeo che aveva avuto il suo origine dal fatto che uno dei più grandi Padri della Chiesa, Agostino, non riuscì a elevarsi a una certa idea, perché era troppo poco spirituale per elevarsi a una certa idea. Voi sapete forse dalla storia che Agostino — e questo l’ho discusso anche in altre occasioni, fra l’altro dove ho discusso l’idea faustiana — è partito dal cosiddetto Manicheismo, da quella dottrina che era sorta lì in Persia, che si attribuiva il compito di comprendere meglio il Cristo Gesù, di come potevano comprenderlo Roma e Costantinopoli. Questa dottrina manicheistica, il cui ultima parola purtroppo oggi non è ancora possibile pronunciare, nemmeno nel nostro circolo oggi è ancora possibile, questa dottrina manicheistica, è permeato in molti modi, anche penetrato nell’Occidente in tempi successivi, e fu sepolto nei suoi — ma corrotti — sbocchi, quando nel sedicesimo secolo cominciò a essere annoverata la saga di Faust. Però da un’intuizione geniale, nel risveglio di Faust attraverso Goethe vive anche qualcosa del risveglio del Manicheismo. Giuliano pensava in grandi connessioni; aveva pensieri che realmente abbracciavano l’umanità. In un tale uomo come Giuliano diventa completamente chiaro quanto piccoli siano i pensieri umani ordinari. Vedete, la dottrina del «Figlio dell’uomo» doveva naturalmente assumere le sue diverse configurazioni, a seconda di come si era capaci di formarsi rappresentazioni sull’uomo, sull’essenza dell’uomo stesso. Naturalmente, si dovevano formare sul Figlio dell’uomo tali rappresentazioni, come si era capaci di formarle sull’uomo; voglio dire: l’uno condiziona l’altro. Ma in questo gli uomini erano molto diversi. Assai, assai diversi. E per tali cose nel nostro tempo si ha il meno di una comprensione ancor minimamente profonda.

Uomo — Manushya: nel sanscrito la parola per uomo. Ma con ciò è anche tocco, con questa parola Manushya, il sentimento fondamentale che si connetteva con l’umanità presso un gran parte degli uomini. Su che cosa vi si fa riferimento dunque, quando all’uomo si dà il nome Manushya, quando cioè si usa questo tema verbale per designare l’uomo, a che cosa vi si fa riferimento? Si fa riferimento allo Spirituale nell’uomo, si giudica soprattutto l’uomo come un essere spirituale. Se si vuol esprimere: l’uomo è Spirito, e l’altro è solo l’espressione, la rivelazione dello Spirito — se cioè si pone innanzitutto il valore sull’uomo come Spirito, allora si dice «Manushya».

Secondo quanto abbiamo preliminarmente discusso, può esservi un’altra concezione. Si può soprattutto puntare l’attenzione su, quando si parla dell’uomo, del parlare dell’anima. E allora si avrà, vorrei dire, meno riguardo al fatto che l’uomo sia Spirito. Si avrà riguardo al fatto che l’uomo è Anima, e l’Esteriore, il Fisico, ciò che è anche connesso col Fisico, si lascerà più in background nella designazione dell’uomo. Allora la designazione dell’uomo si prenderà soprattutto da ciò che esprime che nell’uomo vive qualcosa di Animico, che si esprime negli occhi, che si esprime nel fatto che la testa dell’uomo si eleva verso l’alto. Se si esamina la parola greca Anthropos sulla sua origine, esprime più o meno questo. Si potrebbe dire: coloro che designavano l’uomo con Manushya o una struttura tonale simile, vedevano soprattutto lo Spirito, ciò che discende dal mondo spirituale — così si deve dire: coloro che designano l’uomo con una parola che risuona come la parola greca Anthropos, soprattutto i Greci stessi, esprimono l’Animico nell’uomo.

Una terza cosa è però possibile. È possibile che ci si soffermi soprattutto su ciò che nell’uomo c’è l’Esteriore, la Natalità-terrestre, il Corporeo, ciò che si produce per via fisica. Allora si designerà l’uomo con una parola che significa per così dire: chi genera o chi è generato. Questo vivrà nella parola. Se si esamina la parola homo sulla sua origine, vi si trova appunto ciò che è stato descritto.

Così vedete distribuita, vorrei dire, una tripla concezione dell’uomo in un modo molto singolare. Ma vedrete appunto da questa distribuzione che un tale uomo che sapeva qualcosa di queste cose come Giuliano, potrebbe con un certo diritto acquisire l’istinto di cercare un’interpretazione spirituale del Figlio dell’uomo. Gli sorse davanti all’anima il pensiero: Sei stato iniziato a Eleusi. Non è forse possibile, che tu ti costringa a farti iniziare ai misteri persiani e ai misteri che risuonano nella dottrina dei Manichei? Forse ottieni da ciò la possibilità di promuovere lo sviluppo continuo che miri! — Questo è un pensiero gigantesco. Ma proprio come al corteo di Alessandro il Grande sta sotto qualcosa di diverso dalla trivialità di fare conquiste in Asia, così al corteo di Giuliano l’Apostata in Persia stava sotto qualcosa di diverso. Lo stava esattamente sotto. Qualcosa di diverso, che non era soltanto fare conquiste in Persia: voleva vedere se potesse penetrare più profondamente nel suo compito con l’aiuto dei misteri persiani.

Per che cosa si tratta, si comprenderà meglio chiedendosi: Che cosa non ha capito Agostino del Manicheismo? Che cosa era effettivamente incomprensibile del Manicheismo? — Ora, come detto, parlare dei fini ultimi del Manicheismo oggi non è ancora possibile; ma si può comunque far qualche accenno. Agostino, nella sua gioventù, era persino molto attratto dalla dottrina manicheistica, fu profondamente afferrato da essa. Poi scambiò la dottrina manicheistica con il cattolicesimo romano. Che cosa non poteva capire della dottrina manicheistica? A quale cosa non era all’altezza?

La dottrina manicheistica non formava concetti astratti, non formava concetti che, per così dire, separassero il pensato dal resto della realtà. Formare tali concetti era nella dottrina manicheistica, come d’altronde già negli iniziati dei misteri eleusini, impossibile. Ho cercato di accennare la differenza fra concetti meramente logici e concetti adeguati alla realtà. Nella dottrina manicheistica sta soprattutto il principio di non formare concetti meramente logici, bensì sempre concetti adeguati alla realtà, rappresentazioni adeguate alla realtà. Non come se rappresentazioni non corrispondenti alla realtà non giocassero un ruolo nella vita. Purtroppo giocano un ruolo grande, specialmente nel nostro tempo; ma il ruolo che giocano è anche di conseguenza! E così è — fra molte altre cose — nel senso della dottrina manicheistica, formare rappresentazioni che non sono solo pensate, bensì che sono abbastanza potenti da penetrare nella reale natura esterna, da giocare un ruolo anche nella natura esterna. Una tale rappresentazione, come fu elaborata in molti modi sul Cristo Gesù, sarebbe stata completamente impossibile per la dottrina manicheistica. A che cosa è diventato il Cristo Gesù in molti aspetti? Sì, a un concetto abbastanza indeterminato del Cristo che era incarnato in Gesù, e attraverso cui qualcosa accadde nello sviluppo terrestre. I concetti sono stati tutti terribilmente offuscati, specialmente nel diciannovesimo secolo.

Ma se ci si chiede se ciò che nella dogmatica cristiana è attribuito al Cristo e alla sua efficacia, può anche realmente portare a qualcosa — se si è serio, sincero, e amante della verità, non si può rispondere affermativamente alla domanda. Perché se i concetti umani non sono abbastanza forti da pensare una tale terra che non è una fossa dell’umanità, bensì che porta l’umanità a una nuova configurazione, se non si è abbastanza forti per pensare lo sviluppo della terra diversamente da come oggi la descrivono i naturalisti: che la terra una volta cesserà, non è vero, di produrre nulla, che la razza umana si estinguerà — allora non aiuta tutta la rappresentazione del Cristo Gesù. Perché anche se ha esercitato una certa efficacia sulla terra — la rappresentazione che se ne fa, non è così forte da elevare per così dire la materia così lontano che questa materia possa essere pensata come operante così che giunga dallo stato della terra a uno stato futuro. È necessario però una concetti molto più forti di quelli che possono essere formati, per catturare con questi concetti la terra così che sopravviva a un nuovo essere.

In una conferenza pubblica dissi di recente: Oggi il pensiero scientifico naturale nel modo — beh, che più o meno calcola: se si estendono le forze naturali come oggi sono, per milioni di anni, allora viene un momento — ve l’ho descritto secondo una conferenza presso la Royal Institution — dove si potranno dipingere i muri con proteina perché brilla e si può leggere il giornale. Ho descritto come un naturalista allora dice, allora il latte sarà solido, brillerà alla luce blu e così via.

Da concetti ombreggiati sulla realtà procedono naturalmente queste rappresentazioni, da concetti che non sono abbastanza forti per afferrare la realtà. Perché questo intero calcolacolo della scienza naturale assomiglia appunto all’impresa come se esamino lo stomaco umano, come cambia in quattro o cinque anni, e poi calcolo come sarà l’uomo dopo duecentocinquanta anni. Mentre l'estendo su un gran numero di anni, posso calcolarlo. Proprio come il naturalista calcola come sarà la terra in un milione di anni, così posso calcolare come sarà lo stomaco umano: in una persona di sei, sette anni posso calcolare come sarà questo stomaco dopo duecentocinquanta anni; solo che allora l’uomo sarà morto! Allo stesso modo, così come i geologi calcolano come la terra è apparsa molti milioni di anni fa, così oggi si potrebbe prendere un bambino e calcolare come cambiano gli organi interni in otto giorni, quattordici giorni, potrebbe calcolare all’indietro, non è vero, e otterrebbe uno stato come il bambino appariva duecentocinquanta anni fa — solo che allora non viveva ancora, naturalmente. I concetti semplicemente non sono capaci di afferrare l’intera realtà. Per la realtà parziale che circonda l’uomo immediatamente, nei millenni, che si estendono più o meno sei, sette millenni prima del nostro computo dei tempi e sei, sette millenni dopo il nostro computo dei tempi, valgono questi concetti scientifici naturali, non oltre.

L’essere umano deve però valere per ere completamente diverse. E nel senso di questo essere umano l’essere-Cristo deve esserci. Perciò dissi una volta qui: C’è una differenza tra ciò che nel Medioevo fu chiamato «nozze mistiche», e ciò che fu chiamato nel senso di Christian Rosenkreutz la «nozze chimiche». Le nozze mistiche sono solo un processo interno. Così come molti teosofi hanno detto una volta, forse ancora adesso: Se ci si approfondisce abbastanza nel proprio interno, si trova l’identità con l’essere divino! Questo fu così bellamente dipinto agli uomini, che coloro che, dopo aver ascoltato una tal conferenza della durata di un’ora, se ne andavano con la consapevolezza: Se tu ti afferri nel tuo interno, puoi sentirti come una specie di dio! — Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, tuttavia, pensano tali forze come operanti nell’uomo, che afferrano l’intero uomo, che trasformano realmente l’essere umano così che, quando la materia come scoria una volta cade, è portato al tempo di Giove, Venere, Vulcano.

Dominio del male, dominio della materia col concetto, questo giaceva nel Manicheismo. Che nel senso più profondo debba essere compresa la questione della caduta, la questione del male, e in connessione con essa la questione del Cristo Gesù, questo stava davanti all’anima di Giuliano, questo voleva ottenere da un’iniziazione persiana, che poi voleva portare in Europa. E guarda, su questo corteo in Persia cadde per mano di assassino. È anche storicamente provabile che cadde per mano di assassino, per mano di un seguace dei Costantiniani, dei Cristiani costantiniani. Vedete dunque come, vorrei dire, il principio di ristabilire la continuità divenne tragico in Giuliano l’Apostata, conducesse per così dire in un vicolo cieco.

Poi fu introdotto il principio augustiniano, che non si dovessero formare concetti che risuonassero in qualche modo nel Manicheismo, cioè nel pensare contemporaneamente delle rappresentazioni materiali col pensare spirituale. Nel processo di astrazione fu spinto l’Occidente. E questo processo di astrazione continuò, continuò con una certa necessità, e realmente saturò l’Occidente. Solo singoli grandi spiriti si ribellarono, furono i grandi ribelli contro l’astattismo. Uno dei più significativi di questi ribelli era Goethe per tutta la sua costituzione spirituale. E uno di coloro che di più sono caduti vittime dell’astattismo, è Kant. Perché prendetevi — so molto bene come eretico parlo, ma è comunque vero — la «Critica della ragion pura» di Kant e leggete i suoi teoremi principali, e trasformate ognuno di questi teoremi nel suo contrario, allora ottenete la verità. Proprio sui teoremi più importanti, sulla teoria dello spazio e sulla teoria del tempo in Kant, si deve pensare così. Si possono tranquillamente trasformare i teoremi nel loro contrario, si può dire No dove lui dice Sì, e Sì dove dice No, allora si ottiene approssimativamente ciò che regge di fronte ai mondi spirituali. Ma da ciò potete vedere come grande interesse vi sia nel falsificare Goethe, il grande antipodo di Kant, come l’ha falsificato l’uomo di cui vi ho raccontato l’altra volta, che l’ha falsificato nel suo contrario: «Nessuno spirito creato penetra nella profondità della natura!»

Bisogna mettere a fuoco questi punti di vista, allora si può anche giudicare adeguatamente lo scritto di Giuliano, che in particolare è diretto contro il Cristianesimo paolino. È uno scritto singolare. E singolare è questo scritto non tanto per ciò che contiene, ma per ciò che contengono certi scritti del diciannovesimo secolo. È un paradosso, non è vero? Ma la cosa sta così: Se si prendono gli scritti di Giuliano l’Apostata contro il Cristianesimo, allora vengono portati tutti i possibili motivi contro il Cristianesimo, contro il Gesù storico, contro certa dogmatica cristiana, tutto con un pathos molto forte, vero; non con falso pathos, con vero pathos, con forte interiorità. E se si prendono questi motivi e poi si comincia a verificare quello che la teologia liberale del diciannovesimo secolo e poi il passaggio di questa teologia liberale alle persone di Drews e a quelli che sulla base di questa ricerca teologica liberale hanno negato l’istoricità, l’esistenza del Cristo Gesù, se si prende quello che è stato portato nella letteratura del diciannovesimo secolo e si assembla tutta questa letteratura che comincia nel diciottesimo secolo e poi passa per tutto il diciannovesimo secolo, che dunque appartiene al più diligente, il più accurato, il più meticoloso filologico che ci si possa immaginare — l’ho sempre detto; ma ha molte ripetizioni così che bisogna esaminare intere biblioteche — allora effettivamente risulta che si possono assembrare certe linee principali. È stato iniziato, non è vero, la critica principale col fatto che si sono paragonati i Vangeli, si sono trovate deviazioni dell’uno dall’altro e così via. Bene, su queste cose ho più volte parlato, non ha bisogno di essere ripetuto. Ma se si mettono insieme le linee principali, i teoremi principali, si trovano tutti già in Giuliano Apostata. Non hanno realmente portato nulla di nuovo nel diciannovesimo secolo. Ha portato già tutto Giuliano Apostata. L’ha detto solo da una certa genialità, mentre nel diciannovesimo secolo è stato detto con un enorme diligenza, con un’erudizione teologica meticolosa e con una sofistica teologica meticolosa.

Così si può dire: Giuliano l’Apostata ha intrapreso un combattimento titanico. Ha infine ancora cercato, facendo rivivere il Manicheismo, di ristabilire uno sviluppo continuo. Pensate che tali migliori spiriti come Goethe, come da un’aspirazione istintiva, volevano riportare in vita in se stessi l’antico Ellenismo! Pensate come sarebbe andata con tutto questo, se Giuliano l’Apostata fosse riuscito nel suo lavoro! Si può dire, quella necessità che sta sotto il fatto che Giuliano l’Apostata non potesse riuscire nel suo lavoro, questa necessità deve essere illuminata da un lato completamente diverso. Ma questa necessità non la capirà nemmeno uno, se guarda il grande Giuliano in modo filisteo, se in lui non vuol vedere un combattente titanico per una comprensione umana che penetra nella realtà delle connessioni mondiali. E nel nostro tempo è così, che è specialmente utile ricordarsi di tali grandi momenti del divenire storico dell’Occidente. Perché viviamo in un’epoca, da cui non si potrà uscire in modo sano, se non si comprenderà in un nuovo modo ciò che un tale spirito come Giuliano l’Apostata voleva. Al suo tempo semplicemente non era ancora venuta la possibilità — e questa è la sua grande tragedia — di riconciliare l’antico principio d’iniziazione con l’essenza più profonda del Cristianesimo. Nel nostro tempo è venuta la possibilità, e non deve essere omessa la sua realizzazione pratica, se la terra non deve entrare in uno sviluppo di declino, se l’umanità non deve entrare in uno sviluppo di declino. Deve essere compreso un necessario rinnovamento in tutti i campi.

Deve essere compreso soprattutto che il principio dell’intercorso con il mondo spirituale deve essere assunto.

Si dovrà certo innanzitutto procurarsi rappresentazioni per tutto ciò che lavora contro questi bisogni. E oggi si temono tali rappresentazioni, si temono rappresentazioni penetranti. Sebbene nel nostro tempo viva molta audacia — audacia di conoscenza non è quello che vive nel nostro tempo! L’audacia di conoscenza prima di tutto manca! Un vero affrontare la realtà non è ancora nel senso dell’umanità contemporanea. Ma questo prima di tutto è una necessità, una profonda necessità nel nostro tempo. Perché il nostro tempo deve, se non vuole condursi in vanità, capire una cosa: deve imparare a capire il principio dello spirito creativo; deve imparare a capire che lo Spirito, nel momento in cui diviene creativo, agisce con la stessa forza come agiscono gli istinti, solo che gli istinti agiscono nell’oscurità, lo spirito divenuto creativo nella luce del sole, cioè del sole spirituale. Il nostro tempo deve imparare a capire questo. E molte cose nel nostro tempo ancora lavorano direttamente contro questo.

Catone, il Catone romano, a cui importava soprattutto di ristabilire una struttura ferma dell’ordinamento statale romano, riteneva una necessità per mettere in atto così bene questa struttura ferma dell’ordinamento statale romano, di bandire i seguaci della filosofia greca, dell’ellenistica; perché: «chiacchierano soltanto!» ha detto, «e questo disturba gli ordini dei nostri uffici». Machiavelli, il grande Fiorentino dell’epoca del Rinascimento, era d’accordo con lui, in quanto lodava particolarmente Catone, che abbia voluto bandire dallo stato coloro che parlano negli ordinamenti statali umani dal punto di vista di una conoscenza spirituale. Machiavelli aveva anche una comprensione meticolosa del fatto che a certi tempi nell’Imperium Romanum la pena di morte era su interessarsi al sistema dell’ordinamento sociale.

L’intercorso col mondo spirituale è qualcosa a cui particolarmente l’Imperium Romanum e tutta la sua successione in Europa è profondamente ostile. Perciò su molti campi si mira a lasciare regnare la massima confusione su queste cose, a nascondere queste cose il più possibile. Certamente, se una rappresentazione del Mistero di Golgotha con tutta la rincrudezza con cui il Mistero di Golgotha deve essere pensato, si abitua nel mondo, allora molte cose dovranno fondere spiritualmente, come altrimenti la neve alla luce del sole. Questo è spiacevole. Questo è orribilmente spiacevole. Ma questo deve accadere. E soprattutto deve accadere che si trovi il cammino per afferrare veramente l’essenza del Cristo. — E di questo la prossima volta vogliamo parlarvi, come l’anima umana oggi può avvicinarsi a questa essenza del Cristo immediatamente nel nostro tempo.

Ma frutti rappresentazioni veramente fertili su questo si ottengono solo se si riesce a gettar lo sguardo da un lato a una figura che, vorrei dire, ha inaugurato il lato essoterico dello sviluppo culturale occidentale, come Costantino, e poi d’altro canto alla figura di Giuliano l’Abtrunnige, che ha cercato di intraprendere la lotta contro questo lato essoterico dello sviluppo occidentale in un modo allora impossibile. La particolarità è solo questa: Se oggi qualcuno con un po’ di conoscenza, non voglio nemmeno dire con un po’ di conoscenza di fatti occulti, ma perfino con un po’ di vera conoscenza di quello Occulto che è ancora contenuto in certe più antiche scritture — se qualcuno con queste conoscenze si accosta alla dogmatica cristiana, allora escono cose assai singolari. E se qualcuno perfino considera cose come la Messa — cioè come detto, non voglio nemmeno dire con conoscenze occulte, ma con cose che provengono da conoscenze occulte in antiche scritture —, se accostasi con tali cose al giudizio del culto e della dogmatica, allora vengono cose strane. Vengono cose per esempio del genere che ci si può dire: Sì, che cosa è così spesso in questa dogmatica? Che cosa è in questi atti di culto? Non io qui, ma numerosi scrittori che si sono occupati della cosa dal appunto detto punto di vista, sono giunti alla conclusione: Sì, nella dogmatica e nel culto c’è realmente così incredibilmente molto paganesimo antico, è così incredibilmente presente il ravvivamento del paganesimo antico, che si può tentare, come per esempio lo scrittore francese Drach, che era un meticoloso conoscitore dell’ebraismo antico, di mostrare come tutto nella dogmatica e nel culto della Chiesa cattolica è solo paganesimo antico riportato in alto. — E poi scrittori hanno cercato di mostrare che a certi popoli era proprio a cuore il fatto di nascondere questa realtà, di non far sapere al mondo che il paganesimo antico era penetrato nella dogmatica, nel culto.

Sarebbe ora un fatto singolare se il paganesimo antico vivesse avanti in un modo molto inconscio, e la domanda potrebbe sorgere: Quale servizio avrebbe allora il perdurare del paganesimo al perdurare dell’Imperium Romanum? Quale servizio? E come sarebbe allora con Giuliano l’Apostata? — Sì, se alcuni moderni scrittori avessero ragione, che per esempio il sacrificio della messa cattolica nel fondo è un antico sacrificio pagano, e Giuliano l’Apostata ha speso tutti i suoi sforzi per non lasciar morire i costumi pagani antichi, bensì per trasmetterli, allora avrebbe raggiunto qualcosa in un certo senso. Innumerevoli problemi assai singolari, come dice Nietzsche «problemi con corna», procedono dalla considerazione del grande contrasto fra Giuliano l’Apostata e Costantino. Soli problemi con corna, che al presente uomo è più che terribile, che però incondizionatamente devono diventare problemi del tempo.

A questa considerazione vogliamo allora ancorarci la prossima volta.

15°L'estirpazione dei misteri dal costantinismo: la seconda crocifissione

Berlino, 24 Aprile 1917

Dalle considerazioni di questi ultimi insegnamenti avrete potuto rilevare come sia già per il presente, ma in particolare per l’avvenire dell’umanità, di importanza tutta speciale avere una comprensione del fatto che Cristo Gesù e tutto ciò che a esso si connette, il Mistero di Golgota, non sia affatto vincolato a una tale osservazione esteriore come quella che, come indagine storica, è considerata oggi valida nella scienza esteriore; che piuttosto all’umanità si debbano aprire altre fonti per la convinzione, la verifica, la conoscenza di Cristo e del Mistero di Golgota, piuttosto di quelle che l’osservazione storica nel senso odierno può offrire, anche quando queste fonti siano i Vangeli. L’ho già menzionato spesso, e chiunque si familiarizzi con la letteratura pertinente potrà verificarlo in se stesso: proprio la ricerca più diligente, la più zelante, la più scrupolosa del diciannovesimo secolo si è dedicata alla critica dei Vangeli, all’esame dei Vangeli; e si può dire che, ormai intesa puramente come manifestazione storica esteriore, questa critica dei Vangeli ha fondamentalmente prodotto un risultato negativo, è stata anzi distruttiva, dissolutiva, annientatrice per l’idea del Mistero di Golgota, piuttosto che affermativa, fondatrice, probante. Sappiamo bene che oggi un gran numero di persone, non per spirito di contraddizione, ma perché crede di non poter fare altrimenti, sulla base della ricerca storica è giunta a riconoscere che non si ha il diritto di affermare in pura maniera storica che si possa provare l’esistenza di Cristo Gesù all’inizio della nostra era. Non si può neppure dimostrare il contrario, ma naturalmente questo non vuol dire nulla di particolare.

Ora, come ci sia possibile trovare altre fonti per la conoscenza del Mistero di Golgota al di là di quelle storiche, ci accingeremo a intendere quando avremo ancora anzitutto esposto qualcosa di carattere occultamente storico, nel modo in cui sono state le considerazioni che abbiamo qui addotto negli ultimi insegnamenti.

Quando si segua lo sviluppo dei primi secoli del cristianesimo e si osservi che propriamente questo sviluppo è poco accessibile se non attraverso l’approfondimento dell’osservazione puramente storica tramite la scienza dello spirito; quando si tenga conto di questo e dunque, potrei dire, si lascino provvisoriamente valere le osservazioni della scienza dello spirito su questo periodo, allora si offre un quadro assai singolare. Infatti, quando si lascia lo sguardo vagare su questo sviluppo dei primi secoli cristiani, propriamente si dovrebbe dire che il Mistero di Golgota non si compì solo una volta, individualmente, per così dire appunto a Golgota, ma si compì anche ancora, in un certo senso traslato, nel grande contesto storico, una seconda volta. Ci sono infinitamente molte cose straordinarie quando si consideri questo periodo storico.

Vero è, esiste oggi, diciamo, perché possiede una tradizione continua, una storia ecclesiastica cattolica, che parla inizialmente della fondazione del cristianesimo, dei primi Padri della Chiesa e maestri ecclesiastici dei primi secoli cristiani, poi dei maestri ecclesiastici e filosofi ecclesiastici dei secoli seguenti, delle singole determinazioni dogmatiche dei concili e dei Papi infallibili e così via. Si segue in certo senso un filo storico continuo, che si rappresenta come se la storia procedesse in tal modo con lo stesso carattere. Certamente si critica molto circa i più antichi Padri della Chiesa, ma nel complesso non ci si osa rifiutare completamente, perché altrimenti si interromperebbe il corso continuo; anzi si vuole proprio collegare al concilio di Costantinopoli — di cui vi ho già parlato — nell’anno 869. Sì, come detto, lo si rappresenta come se fosse una storia continua. Ma, se da qualche parte in un processo apparentemente continuo vi è un salto radicale, è proprio in questa apparentemente continua storia. Ci si può difficilmente immaginare, quando si entri nello spirito della cosa, un contrasto maggiore di quello che regna fra lo spirito dei primi maestri ecclesiastici cristiani e quello dei successivi maestri ecclesiastici cristiani e delle decisioni conciliari. Vi è una differenza enorme, radicale, che tuttavia — solo perché vi sono certi interessi in gioco — viene continuamente offuscata altrettanto radicalmente. E proprio grazie a questo è possibile che le anime del presente siano mantenute in una certa ignoranza sopra i primi secoli cristiani e su ciò che effettivamente vi accadde. Per esempio, ciò che si suole chiamare Gnosi è stato estirpato, ma oggi difficilmente esiste una rappresentazione qualsiasi plausibile di questo fatto, nemmeno presso gli uomini più dotti. Su ciò che spiriti come Clemente l’Alessandrino, Origene, suo allievo, e altri, persino un Tertulliano, hanno voluto, esiste così una grande oscurità, perché dalle frammenti che abbiamo, in gran parte vi rimangono soltanto i scritti di coloro che questi spiriti hanno confutato, almeno per gran parte, perché proprio in tal modo non si può ottenere un’immagine degna di questi primi Padri della Chiesa e maestri ecclesiastici, e perché sul frammentario che abbiamo vengono costruite le più fantasiose teorie.

Se si vuole chiarezza in questa materia, allora bisogna già guardare un poco alle ragioni di questa oscurità, cioè a tutto ciò che è accaduto per — potrei dire — avere il Mistero di Golgota una seconda volta nella storia, per averlo ancora una volta.

Quando il Mistero di Golgota si era compiuto, erano ancora, nel senso più ampio, presenti gli antichi culti pagani, i vecchi misteri pagani. Erano presenti al punto che vediamo emergere una figura come Giuliano l’Apostata, di cui abbiamo parlato l’ultima volta, che era stato iniziato ai Misteri eleusini. Erano presenti al punto che, benché in modo singolare, una lunga serie di Cesari romani aveva ricevuto una specie di iniziazione. Ma oltre a ciò erano presenti tutte quelle cose che si connettono con l’antico culto pagano. E queste cose oggi sono solitamente liquidate con poche parole in una maniera storicamente del tutto inappropriata. Si racconta semplicemente nel modo più esteriore ciò che accadde.

Ora, ciò che in modo così esteriore accadde, potrebbe già per molti essere sufficiente per parlare in certo senso di un secondo Mistero di Golgota. Ma non si conosce affatto l’interno di ciò che accadde.

Se si osservano esteriormente, allora bisogna dire: nei primi secoli del cristianesimo erano presenti, nell’ambito più vasto, una magnificenza e una gloria immense — di cui oggi non si ha neppure una nozione —, una magnificenza e una gloria immense di tutti i possibili templi pagani con le loro immagini degli dèi; con immagini degli dèi che, fino nel dettagli della loro formazione, erano una riproduzione artistica di ciò che viveva nei vecchi misteri. Non solo, non c’era città né paesaggio che in quegli antichi tempi non possedesse in abbondanza l’artistico-mistico, ma anche nei campi, dove i contadini coltivavano il loro grano, stavano i singoli piccoli templi, ciascuno con la sua immagine divina. E non si compiva alcun lavoro agricolo senza metterlo in relazione vivente con quelle forze che si pensavano fluire dal cosmo, con l’aiuto delle forze magiche che risiedevano nella speciale configurazione di queste immagini degli dèi. I Cesari romani, in connessione con i vescovi e i sacerdoti, si impegnarono in questi secoli — e possiamo seguirlo fino all’imperatore Giustiniano, quindi fino al sesto secolo, possiamo provare da quasi ogni Cesare editto su editto, tutti diretti a ciò — nella maniera più rigorosa a distruggere completamente tutti questi templi e tempietti con le loro immagini. Un’opera di distruzione immensa si riversò sul mondo in questi secoli, un’opera di distruzione che di nuovo è unica nello sviluppo dell’umanità; unica dal motivo che bisogna guardare a ciò che è stato distrutto. Fino al tempo in cui il santo Benedetto stesso, personalmente con i suoi operai a Monte Cassino sul monte abbattè il tempio di Apollo, lo raddrizzò al suolo, per fondare lì il monastero dedicato all’ordine benedettino, e fino al tempo dell’imperatore Giustiniano, appartiene ai compiti più importanti del Cesarismo romano, che da Costantino in particolare si era appropriato del cristianesimo, distruggere ciò che era rimasto dai tempi antichi. Esistono anche editti che apparentemente dovrebbero fermare il lavoro di distruzione. Ma quando si leggono questi editti, si ha una strana impressione. C’è per esempio un editto di un tale Cesare, che dice che non si dovrebbero distruggere tutti i templi pagani in una volta, ciò renderebbe la popolazione ribelle; piuttosto la cosa dovrebbe compiersi molto lentamente, così la popolazione non diverrebbe ribelle, ma lo tollererebbe, se glielo si togliesse poco a poco.

Tutti gli insegnamenti di specie orribile che erano connessi con questo lavoro di distruzione sono molto frequentemente, come molte altre cose, emelliti. Questo però non dovrebbe accadere. Perché laddove la verità sia in qualche modo offuscata, anche l’accesso a Cristo Gesù è completamente offuscato, non può essere trovato. E riguardo al serio amore della verità si possono fare proprio scoperte molto particolari, cari amici. Un piccolo sintomo mi permetta di addurre, che aggiungo perché l’ho sperimentato in relativa infanzia, che mi è rimasto impresso allora. Non si può più dimenticare una cosa siffatta nella vita. Vero è, se non ci si sono tappati le orecchie, si ode nella storia dei Cesari romani che quel Costantino, di cui abbiamo anche parlato, non era esattamente un uomo molto buono. Perché generalmente non è un uomo molto buono colui che accusa ingiustificatamente il suo stesso figliastro di avere una relazione con sua madre — era ingiusto, era inventato per avere un motivo per uccidere — che fa uccidere il figliastro sulla base di questo motivo inventato, e poi fa uccidere anche la madre, la matrigna. Questi sono solo i fatti più comuni di questo Costantino. Ma poiché la Chiesa esteriore ha molto a che ringraziare lui, la storia ecclesiastica esteriore si vergogna di caratterizzare correttamente questo Costantino. E così vorrei leggervi una parte dal mio manuale di storia delle religioni su questo Costantino:

«Costantino mostrò il suo sentimento credente anche nella sua vita privata.» — Ve l’ho appena raccontato come! — «Se gli si rimprovera l’ambizione e l’irascibilità, si deve considerare che la fede non preserva da ogni mancanza, e che il cristianesimo non ha potuto provare su di lui tutta la sua forza santificante, perché rimase fino alla fine della sua vita al di fuori della partecipazione ai santi sacramenti.»

Ma cose siffatte potete sperimentare enormemente molte, e potete studiarvi il grado di amore della verità che assai frequentemente esiste nella storia. Riguardo alla storia più recente la cosa non va molto diversamente, solo che lì tocca altri punti di vista, e non lo si nota così facilmente, perché lì di nuovo altri interessi sono in gioco.

Ora, quando questi editti vengono discussi, si menziona anche che particolarmente da parte dei Cesari romani ci si rivolgeva contro i sacrifici cruenti, i sacrifici animali, che avevano luogo in tali templi, e così via. Ora qui né si vuol esercitare critica, né si vuol abbellire nulla, ma le cose devono semplicemente essere raccontate. Quello che è necessario sapere è questo: Ciò che si chiama «combattimento dei sacrifici animali», dalle cui viscere, come si dice, si predivano ogni sorta di futuri, era certo una forma decadente del sacrificio, ma non era quella banalità che molto frequentemente nella storia è intesa quando si parla di queste cose, bensì era — ma solo in un modo diverso da come avviene oggi — una scienza profonda. Ciò che si voleva raggiungere con i sacrifici animali era: mediante l’esecuzione dei sacrifici animali — è difficile oggi parlare di queste cose, perché si trova molto offensivo, si può solo caratterizzare in generale — si voleva in questi sacrifici animali avere una stimolazione per qualcosa che in questo tempo non si poteva più avere direttamente, perché il tempo della vecchia chiaroveggenza atavistica era passato; si voleva in questi sacrifici animali una stimolazione all’interno di certi circoli dei sacerdoti, all’interno dei circoli sacerdotali pagani, di risvegliare — era questo un tipo di mezzo — le antiche forze di chiaroveggenza. E in particolare era coltivato in una forma ancora migliore questo tentativo, attraverso la forma speciale del sacrificio di risvegliare di nuovo la vecchia forza chiaroveggente, per giungere ai tempi primordiali, nei Misteri di Mitra, e cioè, potrei dire, nel modo più spirituale di quel tempo. Più crude, cruente erano le cose coltivate nei Misteri dei sacerdoti egizi e nei templi egizi. Se si studiano realmente i Misteri di Mitra con mezzi occulti, allora si deve dire: Erano un mezzo, attraverso ogni sorta di esecuzioni di sacrifici — ma queste erano più di ciò che oggi si chiama esecuzioni di sacrifici, che effettivamente erano qualcosa che in modo assai più intenso introduceva nei segreti della natura di come oggi la sezione di cadaveri, l’autopsia di cadaveri, che in realtà non introduce affatto nei segreti, ma conduce solo alla superficie — erano un mezzo, un’introduzione nei segreti delle forze operanti nel cosmo per raggiungere. Colui che aveva eseguito correttamente quei sacrifici, diventava per questi sacrifici chiaroveggente in certo senso per la contemplazione di certe forze presenti nei segreti della natura. E con questo è connesso anche il fatto che sui veri fondamenti dei Misteri-sacrifici si lasciava regnare il segreto, che le cose si potevano trovare accessibili soltanto quando si era sufficientemente preparati a esse.

Ora, quando si studiano i Misteri di Mitra, allora si trova che questi Misteri di Mitra risalgono tutti al terzo periodo post-atlantideo, e così erano in decadenza in quel tempo, perché nella loro forma migliore erano adatti al terzo periodo. Nel terzo periodo post-atlantideo erano propriamente nei loro migliori tempi qualcosa che, benché in modo pericoloso e misterioso, introduceva profondamente nei profondi segreti della natura; in ciò introduceva cosicché le esecuzioni che venivano praticate producevano qualcosa. Così pensate: venivano eseguite dai sacerdoti, in presenza degli allievi, certe esecuzioni che erano connesse con la decomposizione dei nessi naturali, per giungere, attraverso la decomposizione, alla conoscenza della composizione dei processi naturali. E attraverso il modo in cui esse avvenivano, come in queste esecuzioni l’acqua contenuta negli organismi operava insieme al fuoco, e come questo operare insieme offrisse ancora una stimolazione per colui che era presente al sacrificio, così a lui si apriva un percorso del tutto particolare per un’autoconoscenza che penetrava nelle fibre più intime dell’uomo, e quindi una conoscenza del mondo.

Così questi sacrifici erano una via all’autoconoscenza e alla conoscenza del mondo. Si viveva se stessi in un altro modo di come si sperimenta nella vita esteriore, quando si era presenti a questi sacrifici. Ma questa esperienza era nel massimo grado calcolata sulla debolezza dell’uomo. Perché l’autoconoscenza è qualcosa di straordinariamente difficile, e questi sacrifici erano un’agevolazione dell’autoconoscenza. L’uomo attraverso questi sacrifici veniva condotto a sentire se stesso interiormente, a vivere se stesso interiormente, ma assai più intensamente che attraverso il semplice processo di pensiero o di rappresentazione. Si potrebbe dire, si aspirava a un’autoconoscenza che giungeva fino alla corporalità, fino alla corporità, un’autoconoscenza che si può addirittura rintracciare fino nell’animo dei grandi artisti dell’antichità, che la loro maniera di dare forme dovevano, in certo senso, all’esperienza concomitante dei movimenti naturali e delle formazioni naturali sul loro stesso organismo. Perché quanto più si risale indietro nell’arte, nella creazione artistica, tanto più si giunge a quel tempo dove creare secondo un modello diviene del tutto incomprensibile. Avere un modello dinanzi e copiarlo diviene del tutto incomprensibile. Sempre più si riconosce che le persone avevano qualcosa di vivo in loro, che viveva, e che esse incarnavano. Le cose oggi sono già così svanite che difficilmente si può ancora parlarne, perché le parole indicano soltanto in modo fantasmatico le cose che si intendono completamente reali e concrete quando se ne parla. È straordinario quanto altrimenti sia diventato il tempo.

Ora era una vera continuazione di questo genere di misteri, che erano particolarmente nei Misteri di Mitra diffusi su tutto il mondo di allora al tempo del Mistero di Golgota, i Misteri eleusini greci. Erano una continuazione e simultaneamente sotto un certo aspetto un lato completamente diverso. Mentre nei Misteri di Mitra tutto dipendeva da — si potrebbe dire — vivere se stessi corporalmente, negli Eleusini tutto dipendeva da non vivere se stessi in se stessi, bensì vivere se stessi fuori di sé. Negli Eleusini venivano fatte disposizioni completamente diverse da quelle nei Misteri di Mitra. In questi, per così dire, l’uomo era immesso profondamente in se stesso; negli Eleusini era tirato fuori spiritualmente da sé, così che lui, al di fuori del corpo, viveva con sé gli impulsi misteriosi della creazione naturale e spirituale fuori di sé. E se ora entriamo in ciò che effettivamente accadde all’uomo in questi misteri, sia nei Misteri di Mitra, che però erano in decadenza, sia negli Eleusini, che allora non erano in decadenza, ma un paio di secoli prima della computazione cristiana stavano persino al loro apice, circa nel quarto secolo prima della computazione cristiana, se si domanda cosa effettivamente fu conseguito all’uomo nei Misteri, allora si deve dire: La risposta fu conseguita alla grande esortazione delfica «Conosci te stesso!» All’autoconoscenza tendeva tutto, autoconoscenza nei due modi diversi: autoconoscenza attraverso l’essere immesso in se stessi, così che il carattere eterico-astrale nell’uomo fosse addensato, così che lui urta contro se stesso interiormente, e attraverso questo urtare interiormente del suo spirituale contro la corporità sperimenta: Ecco, tu sei qualcosa che percepisci, quando tu interiormente ti spingi e urta contro te stesso. — Ciò accadde attraverso i Misteri di Mitra. Attraverso gli Eleusini la conoscenza di sé era data all’uomo per il fatto che lo spirito, attraverso le varie esecuzioni, qui non ulteriormente descritte, era tirato fuori dal corpo, e l’uomo al di fuori del corpo veniva in relazione con la forza misteriosa dell’azione solare, dell’impulso solare sulla terra, con le forze dell’impulso lunare sulla terra, con le forze degli impulsi stellari, degli impulsi delle singole forze elementari, delle forze caloriche, forze aeree, forze di fuoco e così via. Allora nuovamente lo spirituale dell’uomo, che era stato tirato fuori dal corpo, era pervaso dagli elementi esteriori, dall’esistenza esteriore, e in questo scontro con l’esteriore era raggiunta l’autoconoscenza. E ciò che sapevano quelli che conoscessero il vero significato dell’essenza dei Misteri era questo: Si può giungere a ogni esperienza spirituale-animale; solo a questo non si può giungere, a congiungere qualcosa di reale con il concetto dell’«Io», se non viene dai Misteri. Perché altrimenti l’Io restava sempre qualcosa di astratto per questo tempo, se non veniva dai Misteri. L’altro spirituale-animale si poteva esperire, ma l’Io doveva essere stimolato in questo modo, aveva bisogno di questa forte stimolazione. Gli uomini lo sapevano. E questo è l’essenziale.

Ora si verificò, come sapete, una certa combinazione dello sviluppo cristiano con l’Impero Romano. E come questa combinazione si verificò, l’ho già descritto. Allorché questa combinazione si verificò, nacque il desiderio di offuscare questo passato che appena ho descritto; per quanto possibile di non lasciar giungere alla posterità alcuna immagine reale di questo passato; di non lasciar giungere alla posterità ciò che una volta per molti secoli della computazione cristiana gli uomini fecero, per venire in relazione con quelle forze divine, sia all’interno sia al di fuori del corpo, che davano all’uomo la coscienza dell’Io. E ora, se si vuol studiare un po’ più profondamente lo sviluppo del cristianesimo, non si deve guardare soltanto allo sviluppo ulteriore dei dogmi, ma soprattutto allo sviluppo ulteriore dei culti. Per certi punti di vista lo sviluppo ulteriore del culto è ancora assai più importante dello sviluppo ulteriore dei dogmi. Perché i dogmi sono ciò che portava dispute; i dogmi sono in certo senso come l’uccello Fenice: risorgono dalle loro stesse ceneri; e anche se si hanno completamente estirpati i dogmi, viene sempre di nuovo qualcuno, che si tiene per uno strambo, con la stessa opinione. I culti si possono estirpare assai più sicuramente. E questi antichi culti, che erano in certo senso i veri caratteri esteriori, i veri caratteri esteriori scritti, i simboli di ciò che accadeva nei Misteri, era questione di estirpare questi culti, per rendere impossibile che dal sussistere dei culti si potesse leggere come si tentava di avvicinarsi alle forze divine-spirituali.

Se si vuol arrivare dietro la tutta la cosa, allora bisogna guardarsi un poco i culti cristiani, per esempio il culto del centro, il sacrificio della messa, il sacrificio della messa cattolica. Che cosa è questo sacrificio della messa cattolica con il suo tutto enormemente profondo significato? Che cosa è? Sì, il sacrificio della messa con tutto ciò che vi è legato è un ulteriore sviluppo continuo dei Misteri di Mitra, che in certo senso sono combinati con i Misteri eleusini. Il sacrificio della messa e molte cose che ai cerimoniali sono connesse non è nulla di diverso che l’ulteriore sviluppo dei vecchi culti, solo ulteriormente sviluppati. Non è così che la cosa fosse lasciata come era, in particolare il carattere cruento che gradualmente i Misteri di Mitra avevano assunto, fu mitigato; trovò una vera mitigazione. Ma la somiglianza infinita dello spirito fondamentale, solo colui che sa stimare correttamente i dettagli può apprezzarla. Che il sacerdote, come d’altronde anche altri che riceve la comunione, riceva il corpo del Signore, dopo che pertanto tempo non ha mangiato — come si dice: con lo stomaco vuoto — ciò è per la comprensione della cosa assai più importante che molte altre cose, in particolare molte cose su cui nel Medioevo si è terribilmente conteso. Perché questo è qualcosa a cui importa. E se un qualche sacerdote, come talvolta accade, trasgredisce questo comandamento di eseguire davvero con lo stomaco vuoto la transustanziazione e la comunione, allora essa non ha assolutamente il senso, il significato, l’effetto che dovrebbe avere. Certamente, il più delle volte non ha l’effetto perché i betreffenti non vengono istruiti nella giusta maniera. Perché l’effetto può esserci solo se un appropriato insegnamento ha avuto luogo riguardo a ciò che è immediatamente esperito dopo la ricezione del corpo sangueless del Signore. Ma voi sapete forse voi stessi come poco oggi si guardi a questi dettagli; come poco si guardi al fatto che in tal modo realmente un’esperienza debba subentrare, che rappresenta un certo sentire interiore, una specie di rinascita contemporanea di ciò che come stimolazione avveniva nei Misteri di Mitra. Così realmente stanno dietro il culto, per così dire, cose misteriose. Stanno già dietro. E la Chiesa con l’ordinazione sacerdotale ha voluto creare anche una sorta di continuazione dell’antico principio d’iniziazione, solo ha dimenticato in molti rispetti che il principio d’iniziazione consisteva nel dare certi insegnamenti, come le cose dovrebbero essere vissute.

Ora, era parte dell’ideale di Giuliano l’Apostata lo scoprire come gli Eleusini, in cui era stato iniziato, fossero connessi con i Misteri del terzo periodo post-atlantideo. Perché che cosa poteva sperimentare negli Eleusini? Ciò che Giuliano l’Apostata poté sperimentare negli Eleusini, la storia oggi non l’insegna all’uomo. Ma se davvero una volta vi impegnaste a studiare come un Clemente l’Alessandrino, il suo allievo Origene, lo stesso Tertulliano, lo stesso Ireneo, per non parlare di ancora più antichi maestri ecclesiastici, come questi in gran parte provenissero dal principio d’iniziazione pagano e si fossero poi trovati il loro cammino verso il cristianesimo nel loro modo — se guardate a questi spiriti, allora troverete in loro una maniera tutta particolare del movimento interiore dei concetti e delle rappresentazioni; viveva in loro uno spirito completamente diverso da quello che più tardi vive nell’umanità. Lo spirito che viveva in loro è quello a cui, se si vuol giungere al Mistero di Golgota, è necessario giungere. Giungere a questo spirito, questo è la cosa principale!

Vede, gli uomini dormono così tanto — l’intendo effettivamente — riguardo alle grandi manifestazioni culturali. Ci si rappresenta il mondo realmente come se effettivamente lo si vivesse in sogno. Lo vediamo nel nostro tempo stesso. Ho parlato spesso di Herman Grimm. Devo confessare che per me è del tutto diverso quando ora parlo di Herman Grimm, o quando ho parlato di Herman Grimm quattro, cinque anni fa. Ciò che abbiamo sperimentato in questi quasi tre anni di guerra fa sì che, quando ci si immerge nelle cose, ciò che è accaduto immediatamente prima, ciò che gli anni precedenti, riesce realmente simile a un’epoca di fiabe; avrebbe potuto benissimo giacere secoli indietro. Si ha il sentimento che il tempo si sia completamente disteso, così estranei sono diventati i i fatti. — E così, potrei dire, le cose più importanti al mondo sono nel complesso perdute dagli uomini.

Se oggi si tenta di intendere con ordinari mezzi dell’intelletto, del concetto, con ordinari mezzi i vecchi scrittori — certamente, se si è nel senso ordinario un dotto universitario, allora si intende naturalmente tutto ciò che è giunto alla posterità, ma se non si è uno spirito così illuminato, allora si può giungere al seguente giudizio. Ci si può dire: con ordinario intelletto, se non si applicano mezzi occulti, i vecchi filosofi greci Talete, Eraclito, Anassagora, che così non stanno molto distanti da noi, realmente non si intendono. Parlano, anche quando si entri nel greco, realmente un’altra lingua; un’altra lingua di concetti parlano di quella in cui si può parlare per l’ordinario intelletto umano. E questo vale per esempio persino riguardo a Platone. Ho già menzionato spesso: Hebbel lo sentiva, quando vi pensava — lo scrisse come un abbozzo di dramma — il Platone reincarnato come studente di ginnasio, che deve leggere il Platone con il suo maestro di ginnasio e assolutamente non va d’accordo col Platone con il maestro di ginnasio intelligente, benché sia il Platone reincarnato. Hebbel voleva eseguire questo. Non è arrivato a farlo, ma se lo è scritto nel suo diario, come dovrebbe essere se il Platone reincarnato oggi fosse uno studente di ginnasio e dovesse leggere il Platone e non potesse intenderlo. Ma Hebbel sentiva questo: neppure il Platone può esser inteso così senza più. Comprendere ciò che realmente meriti il nome di comprensione, quando si prendano seriamente i concetti, inizia effettivamente per il pensiero umano solo con Aristotele. Non torna indietro ulteriormente, inizia solo con Aristotele nel quarto secolo pre-cristiano. Ciò che sta prima non si intende con ordinario intelletto umano. E gli uomini perciò hanno sempre di nuovo tentato d’intendere Aristotele, perché da un lato è comprensibile, ma dall’altro rispetto a certe formazioni concettuali fino a oggi non si è andati oltre Aristotele, perché questa formazione concettuale era appunto adatta per il tempo di allora. E realmente, nel pensare così come un altro periodo aveva pensato, questo volere è per l’uomo che vive nel concreto fondamentalmente lo stesso come se si fosse diventati 56 anni e si volesse per un quarto d’ora avere 26 anni, per vivere ciò che si è sperimentato a 26 anni. Una certa maniera di pensare è giusta solo per un periodo completamente determinato; ciò che è la particolarità del pensiero, viene sempre di nuovo ripensato. Ma è interessante come Aristotele nel Medioevo, potrei dire, ha vissuto come il signore dei pensieri, e come è riapparso nel qui spesso menzionato Franz Brentano, e proprio adesso riappare di nuovo. Un bel libro, magnifico, ha scritto Franz Brentano nel 1911 su Aristotele, in cui ha elaborato quelle rappresentazioni e concetti che dovrebbero essere particolarmente avvicinati al tempo odierno. È un singolare karma dei tempi che proprio adesso Franz Brentano ha scritto un libro comprensivo su Aristotele, che propriamente chiunque consideri qualcosa nell’arrivare in contatto con una certa maniera di pensare dovrebbe leggere. È anche un libro assai facile da leggere, quello di Brentano su Aristotele.

Vede, tuttavia anche questo Aristotele è caduto nel destino di essere, se non proprio in maniera completamente immediata, dalla Chiesa, non dal cristianesimo, menomato, così che di lui mancano cose importanti. Così che propriamente, potrei dire, ciò che in lui risiede di menomazione deve anche essere integrato occultamente. E le cose più importanti riguardano proprio l’anima umana. E qui, in connessione con questo Aristotele, arrivo a qualcosa che deve essere detto all’uomo del presente, quando egli pone la domanda: come posso io stesso attraverso i vissuti interiori dell’anima in modo sicuro, quando dirigo appunto lo sguardo a questi enigmi il resto della vita meditativa, come è descritta nei nostri scritti: «Come si ottengono le conoscenze dei mondi superiori?» e così via, come posso trovare un cammino sicuro, in me stesso le fonti per il Mistero di Golgota? Perché Aristotele tenta in se stesso di rendere vigile quel vissuto interiore che colui che pone una tale domanda dovrebbe controffare. Solo là dove Aristotele giungerebbe a descrivere questo, il suo proprio cammino meditativo a descrivere, là — dicono i commentatori di Aristotele — Aristotele diviene lacituro. Ma questa laciternità non consiste nel fatto che Aristotele non avesse descritto queste cose, bensì nel fatto che i successivi non le hanno trascritte, che non sono state tramandate alla posterità. Aristotele già aveva intrapreso un cammino completamente particolare interiore, diciamo mistico. Aristotele voleva trovare nell’anima ciò che dà certezza interiore che l’anima è immortale.

Ora, se qualcuno onestamente e sinceramente fa lavoro meditativo interiore per un tempo, fa esercizi, allora indubbiamente arriva a vivere interiormente la forza dell’immortalità dell’anima, aprendo in sé ciò che interiormente è immortale. Era completamente chiaro anche ad Aristotele, assolutamente chiaro, che si potrebbe vivere qualcosa del genere interiormente, ciò che uno dice: ecco, vivo interiormente qualcosa che è indipendente dal corpo, che quindi non ha nulla a che fare con la morte del corpo. Era completamente chiaro ad Aristotele. Ora va avanti, e allora tenta di vivere interiormente, in se stesso in modo completamente intensivo, ciò che sa, se lo vive, che non appartiene al corpo. E allora vive completamente chiaramente — solo il passo è corrotto, menomato — allora vive completamente chiaramente ciò a cui ho già spesso accennato, ciò che si deve aver sperimentato per giungere alla comprensione del Mistero di Golgota: la solitudine interiore. Solitudine! Con l’esperienza mistica non va diversamente da come si arriva a questa solitudine, da come ci si vive il dolore di questa solitudine. E quando si è a quel punto di aver vissuto completamente questo sentimento di solitudine, al punto che ci si pone in certo senso la domanda: che cosa hai allora abbandonato, per essere diventato così solitario? — allora ci si deve rispondere: ora hai con la parte migliore del tuo essere abbandonato padre, madre, fratelli, sorelle e tutto il resto del mondo con le sue istituzioni; sostanzialmente con l’anima, con la parte migliore del tuo essere hai abbandonato. — Lo sapeva anche Aristotele. Questo vissuto interiore si può avere; lo si può provocare. Ci si diventa completamente chiari in questo sentimento di solitudine, che interiormente c’è qualcosa che va oltre la morte, ma che non ha nessun altro contatto che non sia quello con il proprio Io, che non sta in nessun contatto con il mondo esteriore. Si arriva a ciò a cui era arrivato anche Aristotele: che il contatto col mondo esteriore è mediato dagli organi del corpo. Se stessi si può ancora vivere diversamente — ma gli organi del corpo si hanno bisogno per vivere il mondo esteriore. Da qui la solitudine che subentra. E ora Aristotele si è detto ciò che veramente chiunque, imitando Aristotele, dovrebbe di nuovo dirsi: ho allora vissuto l’anima, quella che la morte non può distruggere. Ma insieme è scomparso tutto ciò che mi mette in contatto con il mondo esteriore. Sono solo in me stesso. Non posso andare oltre nella comprensione dell’immortalità — così si dice Aristotele — se non fino al punto di intendere che dopo la morte mi vivrò in assoluta solitudine, non avendo davanti a me attraverso tutte le eternità nulla di diverso da ciò che in vita ho vissuto come bene o male, che guarderò eternamente. Questo conseguirai con tua propria forza, così si dice Aristotele. Se vuoi sapere qualcosa di diverso sul mondo spirituale, non puoi fidarti della tua propria forza, allora devi o farti iniziare, o ascoltare ciò che dicono gli iniziati. Questo stava già presso Aristotele, solo gli altri non l’hanno tramandato. E quando Aristotele ha compreso questo, è diventato in certo senso anche una sorta di profeta, è diventato il profeta per l’altro, che ai tempi di Aristotele non era possibile, che oggi è diverso da come era ai tempi di Aristotele. Ma non si ha bisogno di sorvegliare la storia, ma in se stessi si vive che è diverso. Perché guardiamo di nuovo indietro a questa solitudine assoluta a cui si è giunti, a questo vissuto mistico che è completamente diverso da come gli eventi mistici sono molto frequentemente descritti. Sono molto frequentemente descritti in maniera auto-compiaciuta, così che si dice: tu vivi il dio nel tuo interno. — Ma questo non è l’evento mistico completo. L’evento mistico completo è: si vive il dio in completa solitudine, in assoluta solitudine. Solo con il dio ci si vive. E allora è questione solo che si abbia la necessaria forza e tenacia per vivere avanti in questa solitudine. Perché questa solitudine è una forza, è una forza forte! Se non ci si lascia abbattere da essa, ma la si lascia vivere in sé come forza, questa solitudine, allora viene un altro vissuto — naturalmente, cose siffatte possono solo essere descritte, ma ognuno può viverle — allora viene la certezza interiore immediata: questa solitudine, che tu qui vivi, è provocata da te stesso, l’hai provocata tu. Non è nata con te. Il dio, da cui sei nato, esiste, ma questa solitudine non è nata con te, questa solitudine sorge da te. Tu sei colpevole di questa solitudine. — Questo è il secondo vissuto.

Avendo questo vissuto, conduce immediatamente a sentirsi corresponsabili nella morte di colui che è sorto dal dio. A questo punto, dove la solitudine dell’anima ha operato sufficientemente a lungo, diventa chiaro: qualcosa è accaduto nel tempo — non era sempre lì, altrimenti non avrebbe dovuto avere sviluppo; una volta deve esserci stato un tempo dove questo sentimento non era lì — nel tempo è accaduto qualcosa in cui il divino è stato ucciso attraverso l’umano. A questo punto si comincia a sentirsi corresponsabili nella morte del Dio. E se avessi tempo, si potrebbe arrivare anche alla definizione ulteriore della morte del Figlio di Dio. Il vissuto mistico non deve essere singolo, nebbioso, vago, ma procede in stadi. Si può vivere la morte di Cristo.

Allora ha bisogno solo di nuovo che questo vissuto diventi forza forte, allora — sì, non posso dirlo diversamente: allora il Cristo è lì, e cioè il Risorto! Perché innanzitutto è lì come vissuto interiore mistico, il Risorto, colui che è passato attraverso la morte. E la motivazione della morte, la si vive nel modo descritto.

Un vissuto mistico a tre stadi, lo si può avere. Allora forse non è ancora abbastanza per trovare il cammino alle fonti per il Mistero di Golgota, bensì allora dovrebbe ancora venire qualcosa di diverso, che certamente oggi è enormemente fortemente occultato, sepolto pure. L’unico che in modo sufficientemente forte ha indicato come qualcosa proprio per l’umanità attraverso l’istruzione del diciannovesimo secolo sia stato enormemente fortemente occultato, è stato Friedrich Nietzsche, e cioè nell’opera: «Dell’utilità e del danno della storia per la vita.» Perché non vi è nulla che ci scacci via così radicalmente la conoscenza di Cristo quanto ciò che oggi si chiama storia. Perciò anche il Mistero di Golgota è stato confutato così radicalmente dalla fedele storia del diciannovesimo secolo. Certamente, so che oggi si è uno sciocco se si parla contro la fedele storia, e non dovrebbe nulla esser detto contro tutto il diligente, filologico ed erudito, come la storia viene costituita. Ma per quanto dotta sia la storia, per quanto fedele sia, l’uomo ne muore spiritualmente, così come è oggi. Proprio sulla storia muore l’uomo spiritualmente più sicuramente. Le cose più importanti non si conoscono nella vita degli uomini e dell’umanità. Non si conoscono le cose più importanti!

È forse permesso in questo ambito di parlare di qualcosa di personale, perché appunto queste cose si possono connettere a qualcosa di personale. Mi sono sin dal mio diciottesimo, diciannovesimo anno continuamente occupato di Goethe, ma non ho mai sentito la tentazione di scrivere qualcosa di fedele dal punto di vista storico nel senso filologico su Goethe o anche solo rappresentare, mai, per il semplice motivo che da tutto il principio era vivace in me l’idea: l’essenziale è che Goethe vive! Non che si guardi il Goethe, che è nato nel 1749, è morto nel 1832, come un uomo fisico, ma l’importante è che, quando Goethe è morto nel 1832, qualcosa non solo nella sua individualità vive avanti, bensì qualcosa vive avanti, che ci è attorno come l’aria, ma spiritualmente, non solo in ciò che gli uomini raccontano — su Goethe oggi non si dice molto di sensato — bensì spiritualmente qualcosa ci è attorno. Lo spirituale ci è attorno, come non era ancora spiritualmente attorno agli uomini dell’antichità. Il corpo eterico viene separato dall’anima come una sorta di secondo cadavere, ma viene attraverso l’impulso-Cristo, che è rimasto dal Mistero di Golgota, in certo modo conservato; non si dissolve puro, viene conservato. E se — permettetemi ora di usare la parola «fede» come l’ho definita all’inizio delle conferenze — se si ha la fede, Goethe è risorto come corpo eterico, e allora ci si mette allo studio, allora nel proprio interno diventano vivaci i suoi concetti e rappresentazioni, e non lo si descrive come era, bensì come è oggi. Allora si è trasportato il concetto della risurrezione nel vivo. Allora si crede alla risurrezione. Allora si può parlare di non credere solo alle rappresentazioni morte, bensì al continuo operare vivente delle rappresentazioni. Perché ciò è connesso con un profondo mistero dei tempi moderni. Possiamo pensare quel che vogliamo — per il nostro sentire e volere non vale ciò che dico, ma per il nostro pensare e rappresentare vale — possiamo pensare quel che vogliamo: finché siamo nel corpo fisico, vi è un ostacolo al fatto che le rappresentazioni possano svolgersi nel modo giusto. Per quanto grande sia stato Goethe, le sue rappresentazioni erano ancora più grandi di lui stesso. Perché il fatto che sono potute diventare così grandi come erano, e non più grandi, è stato colpa del suo corpo fisico. Nel momento in cui hanno potuto separarsi dal corpo fisico — intendo ora le rappresentazioni, che in certo modo continuano a vivere nel corpo eterico, non il suo sentire e volere — e dove possono essere accolte da qualcuno che le accoglie in amore e continua a pensare, allora diventano qualcosa di diverso, allora guadagnano una vita nuova. Credete che la prima forma in cui le rappresentazioni possono apparire a qualcuno sia in nessun caso la forma ultima di queste rappresentazioni; bensì credete a una risurrezione delle rappresentazioni! E credete così fermamente in essa che volentieri vi ricolleghiate, ora non solo nel vostro sangue ai vostri antenati, bensì agli antenati dell’anima spirituale, e li troviate; non hanno bisogno di essere Goethes, ma possono essere il prossimo Mueller o Schulze. Realizzate la parola di Cristo: non solo ricollegarvi ai corpi con il sangue, bensì ai ricollegate alle anime con lo spirito, allora rendete effettivo, nel vivo immediatamente effettivo, il pensiero della risurrezione. Allora credete nel vivo alla risurrezione. Perché non dipende dal fatto che si dica sempre solo «Signore, Signore!», bensì da ciò che si comprende il cristianesimo nel suo spirito vivente, che ci si attiene al concetto più importante della risurrezione immediatamente come a un vivente. E chi in questo senso si appoggia spiritualmente al passato, impara in se stesso a vivere il continuo del passato. E allora è solo questione di tempo che sopraggiunge il momento in cui il Cristo è lì, dove il Cristo è presso di voi. Tutto dipende dall’aggrapparsi al Risorto e alla risurrezione e dal dirsi: un mondo spirituale ci è attorno, e la risurrezione ha avuto un effetto!

Potete dire: innanzitutto è ciò un’ipotesi. Bene, lasciatela essere un’ipotesi! Se una volta avete l’esperienza: vi siete ricollegate a un pensiero di un uomo che è già passato attraverso la morte, il cui corpo fisico è stato incorporato nella terra, e il pensiero con voi continua a vivere, allora un giorno vi sopraggiunge il fatto che vi dite: come il pensiero vive, come diventa nuovamente vivace in me, così egli vive attraverso il Cristo, e non avrebbe mai potuto diventare così vivace prima che il Cristo fosse sulla terra.

Esiste proprio una via al Mistero di Golgota, che interiormente si può percorrere. Ma soprattutto si deve accomiatarsi dalla cosiddetta storia oggettiva, che veramente è del tutto soggettiva, perché soltanto alla superficie esteriore si attacca, perché precisamente lo spirito cancella; si deve accomiatarsi dalla cosiddetta storia oggettiva. Perché vedete, molte biografie di Goethe sono state scritte. Queste biografie di Goethe, che sono state scritte, per lo più si propongono di rappresentare fedele possibilmente la vita di Goethe. Ogni volta che si fa ciò, si uccide qualcosa in sé; indubbiamente: si uccide qualcosa in sé. Perché il pensiero è come era allora presso Goethe, è passato attraverso la morte e continua a vivere diversamente. Afferrare così il cristianesimo nello spirito, su questo si tratta.

Brevemente, misticamente — nel vero senso della parola inteso — misticamente è possibile vivere il Mistero di Golgota; ma non si deve restare nelle astrazioni, bensì si devono vivere i vissuti interiori come sono stati descritti. E chi pone la domanda: come posso io stesso giungere al Cristo? — deve essere chiaro in lui stesso che deve giungere al Risorto, e che, se si ha pazienza e tenacia nel percorrere la via appena descritta, allora si giunge al tempo giusto al Cristo, che allora si può esser certi dell’incontro con il Cristo. Solo si deve fare attenzione che a questo incontro non si passi oltre dalle cose più importanti.

Ho detto: Aristotele era in certo senso un profeta, e Giuliano l’Apostata prese di nuovo qualcosa da questo profetico. Ma dalla forma come erano allora gli Eleusini, non poteva veramene comprendere bene; voleva il collegamento nei Misteri di Mitra. Quindi la sua spedizione verso la Persia. Voleva arrivare dietro la tutta la continuità, voleva conoscere il tutto il contesto. Questo non si poteva permettere — quindi l’uccisione di Giuliano Apostata.

Ma vivere il Cristo alla maniera dei Misteri eleusini, questo sì era lo sforzo proprio ancora dei primi maestri ecclesiastici. E che li si chiami Gnostici o no — quelli che veramente erano Gnostici non sono stati recepiti dalla Chiesa, ma si potrebbe altrettanto bene chiamare Clemente di Alessandria un Gnostico — quelli si occupavano in tutt’altra maniera del Cristo, perché volevano giungere al Cristo attraverso gli Eleusini, che uno se ne occupasse più tardi. Si occupavano di lui così, che soprattutto lo prendevano come un evento cosmico. La domanda veniva posta sempre e sempre di nuovo: come opera il Logos puramente nel mondo spirituale? E: che cosa aveva propriamente come caratteristico l’essenza che incontrò l’uomo nel paradiso? Come era connessa con il Logos? — Domande siffatte, alla cui risposta bisognava muoversi puramente nelle rappresentazioni spirituali, occupavano questi uomini. E si deve dire, quando si getti lo sguardo agli Eleusini e ai Misteri di Mitra, che furono estirpati con radice e rami: nei primi secoli dopo il Mistero di Golgota il Risorto stesso andava in giro nei Misteri per riformarli. Perciò si può dire in un vero senso profondo: Giuliano l’Apostata era forse un cristiano migliore di Costantino. Costantino innanzitutto non era iniziato, e poi prese il cristianesimo in maniera completamente esteriore. Ma Giuliano l’Apostata aveva un’intuizione di questo: se vuoi trovare il Cristo, devi trovarlo attraverso i Misteri; così devi proprio attraverso i Misteri trovare il Cristo, allora ti darà l’Io, che ai tempi di Aristotele non poteva ancora essere dato.

Ciò naturalmente è connesso con le profonde necessità storiche, che, invece di cercare la via al Cristo attraverso i Misteri, questi Misteri siano stati estirpati con radice e rami. Ma la via alla grecità deve essere percorsa di nuovo, deve essere percorsa senza documenti. La grecità deve rinascere di nuovo. Naturalmente non come era, altrimenti si arriva a quelle scimmottature che sorgono perché da qualche parte si simulano i giochi olimpici; non si tratta di simulare la grecità. Questa scimmottatura non l’intendo. Di dentro deve rinascere di nuovo la grecità e rinascerà, e la via nei Misteri, quella gli uomini devono trovare, solo sarà molto più interiore. Allora troveranno anche il Cristo in modo appropriato.

Ma come il primo Mistero di Golgota fu compiuto in Palestina, così il secondo fu compiuto attraverso il Costantinismo. Perché estirpando i Misteri, il Cristo come apparizione storica fu crocifisso, ucciso una seconda volta. Perché quella terribile distruzione, che ha avuto luogo attraverso i secoli, è tale che soprattutto non era solo — il che veramente non è da sottovalutare — una distruzione delle più grandi realizzazioni artistiche e mistiche, ma era anche una distruzione dei vissuti più importanti dell’umanità. Solo non si comprese ciò che effettivamente si era distrutto con ciò che esteriormente era sparito, perché si era ormai completamente perso la profondità dei concetti. Quando il tempio di Serapide, quando il tempio di Zeus con le loro immagini magnifiche vennero distrutti, allora gli uomini dissero: sì, se questo viene distrutto, allora hanno ragione i distruttori; perché le vecchie saghe ci hanno tramandato: se il tempio di Serapide viene distrutto, allora i cieli crollano, e la terra diventerà un caos! Ma non è crollato il cielo, e la terra non è diventata un caos, nonostante i cristiani romani abbiano raso al suolo il tempio di Serapide — dissero gli uomini. Certamente, le stelle non sono cadute, le fisiche esterne; la terra non è diventata un caos, ma nel vissuto umano scomparve ciò che era noto prima attraverso l’iniziazione solare. Tutta l’enorme saggezza, che si arcuava più potente del cielo fisico nell’intuizione degli antichi, rovinò insieme al tempio di Serapide. E questa vecchia saggezza, di cui Giuliano l’Apostata ancora sentiva un’eco negli Eleusini, dove il sole spirituale, la luna spirituale si arcavano sopra di lui, gli mandavano i loro impulsi, rovinò. E ciò che gli antichi vivevano nei Misteri di Mitra e nei Misteri egizi, quando attraverso il servizio sacrificale vivevano interiormente i segreti della luna e i segreti della terra, come si compiono nell’uomo stesso, quando egli, come l’ho designato prima con un’espressione banale attraverso l’immersione della sua anima nel suo interno giunge alla conoscenza di se stesso, divenne un caos. Spiritualmente era così, che i cieli crollarono e la terra diventò un caos: perché ciò che è scomparso in questi secoli è completamente comparabile con ciò che scomparirebbe se improvvisamente perdessimo i nostri sensi, dove, almeno per noi, neppure il cielo sopra non ci sarebbe più, e neppure sotto la terra ci sarebbe. Il mondo antico non è scomparso solo in maniera banale, come si rappresenta, ma è scomparso in un senso assai più profondo. E dobbiamo credere alla risurrezione, se vogliamo sorvegliare se, ciò che è scomparso, non lo vogliamo credere come totalmente perduto. Alla risurrezione dobbiamo credere. Ma per questo è necessario che gli uomini assumano concetti forti e coraggiosi in se stessi. Per questo è soprattutto necessario che gli uomini notino che quell’impulso oggi è necessario, a cui qui così spesso si è fatto cenno.

Perché gli uomini dovrebbero sentire che sì, attraverso una necessità karmica, karmica dei mondi, secoli sono stati vissuti vanamente da certi punti di vista — naturalmente è solo da un certo punto di vista una necessità —, che sono stati vissuti vuotamente, affinché dall’interno un impulso di libertà forte il Christus-Impuls possa essere trovato di nuovo, possa essere trovato più interamente; ma gli uomini devono allontanarsi dall’auto-compiacenza, nel che oggi per molti si trovano.

A volte è strano con questa auto-compiacenza. Un padre benedettino, Knauer, tenne conferenze negli anni ottanta a Vienna. Una parte da queste conferenze vorrei leggervi. La conferenza, di cui vorrei leggere un piccolissimo pezzo, tratta degli Stoici. I rappresentanti più importanti di questi Stoici furono: Zenone (342-270), Cleante, che visse 200 anni prima di Cristo, e Crisippo (282-209); siamo così secoli prima del Mistero di Golgota. Che cosa può dire di questi Stoici colui che li conosce? Siamo così secoli prima del Mistero di Golgota.

«Per dire infine ancora qualcosa a lode della Stoa, sia ancora menzionato che essa aspirava a una federazione di popoli che comprendesse l’intero genere umano, che sarebbe stata idonea a porre fine a ogni odio razziale e guerra. Non c’è dubbio che la Stoa stava così molto al di sopra dei spesso disumani pregiudizi del suo tempo e persino dei tempi più lontani delle generazioni future.»

Una federazione di popoli! Ho dovuto riprendere questa conferenza, perché si potrebbe avere l’opinione di non aver sentito bene, se ora si ode Wilson e altri uomini di stato del presente parlare di una federazione di popoli — non aver sentito bene; si potrebbe pensare di aver udito una voce dei vecchi Stoici dal terzo secolo pre-cristiano! Perché l’hanno detto assai meglio loro. L’hanno veramente detto assai meglio, perché dietro di loro stava la forza dei vecchi Misteri. L’hanno detto con una forza interiore, che ora è svanita, e rimane solo il guscio, passo dopo passo solo il guscio è rimasto. Solo gli storici, che non sono storici nel senso completamente ordinario e banale, a volte si guardano ancora le manifestazioni storiche in modo diverso.

E Knauer prosegue — non devo assolutamente riprendere ciò che ho detto recentemente su Immanuel Kant, ma si può tuttavia trovarlo assai notevole che un buon filosofo come Knauer negli anni ottanta pronunciò le seguenti parole sulla Stoa —:

«Fra i filosofi moderni, nessuno minore di Immanuel Kant ha ripreso questo pensiero» — intende il pensiero della federazione di popoli — «e l’ha dichiarato realizzabile. L’idea di base di Kant è comunque pienamente corretta e pratica. Egli sostiene, infatti, che la pace eterna deve subentrare quando gli stati più potenti della terra abbiano una vera costituzione rappresentativa.» Sì, ora lo si chiama riorientamento in un indebolimento ombroso. Presso Kant è già molto indebolito, ma ora è ancora più indebolito, ora lo si chiama riorientamento. Ma quando egli considera più avanti Kant, Knauer trova: «In una tale costituzione i possidenti e gli educati, che sono più danneggiati dalla guerra, saranno in grado di decidere sulla guerra e la pace. Kant tuttavia considera le nostre costituzioni, modellate su quella inglese, non come tali costituzioni rappresentative. In esse il partito e la cricca dominano principalmente, a cui l’ordine elettorale, basato quasi esclusivamente su principi aritmetico-statistici, fornisce il maggiore sostegno. Il punto nodale di queste esposizioni è: «Il diritto internazionale deve poggiare su un federalismo di stati liberi.»»

Ascoltiamo Kant o ascoltiamo le cose della riorientamento? Presso Kant la cosa è ancora assai più forte, ancora su un terreno assai migliore. Ora, ciò che ancora segue non lo leggerò, altrimenti il vecchio Kant potrebbe ancora entrare in un conflitto spiacevole con la censura.

Vedete, ciò che là ho esposto ha indotto uno scrittore spesso menzionato da me, Brooks Adams, in America, come un tipo di pensatore solitario, a investigare il corso dello sviluppo dell’umanità. A indagare quale significato avesse il fatto che sempre di nuovo attraverso certi popoli il diventato-vecchio dello sviluppo dell’umanità sia stato rinfrescato, come attraverso i popoli germanici l’Impero Romano. Ora Brooks Adams si guarda attorno e trova molte somiglianze con l’Impero Romano; ma da nessuna parte trova coloro che dovrebbero venire a rinfrescarlo. Gli americani egli non li ritiene idonei — egli scriveva in America — e questo è anche fondato. Perché da fuori questo rinfrescamento non verrà, deve venire dall’interno; deve venire dal fatto che lo spirito sia animato. Dalle corporalità non verrà rinfrescamento, dalle anime deve ora venire il rinfrescamento. Ma questo può venire solo se l’impulso-Cristo sia afferrato nella sua vivacità. E tutte le sciocche frasi, che oggi emergono così frequentemente, valgono per il passato, non però per il presente e il futuro, le sciocche frasi che sempre di nuovo dicono: sì, il proverbio vale: la civetta di Minerva inizia il suo volo al tramonto. — Questo valse per tempi precedenti, allora si poteva dire: quando i popoli erano diventati vecchi, allora fondavano le scuole filosofiche; guardavano così allo spirito indietro a ciò che l’istinto aveva conseguito. — In futuro sarà diversamente. Perché questo istinto non verrà più; ma lo spirito stesso deve diventare di nuovo istintivo, e dalla spirito stesso deve nascere la possibilità di creare.

Con ciò è pronunciato una parola pesante. Pensate proprio a questa parola: dalla spirito stesso deve nascere la possibilità di creare! La forza dello spirito deve diventare istintiva! — Sul pensiero della risurrezione si tratta. Ciò che è stato crocifisso deve risorgere di nuovo. Non lo farà la storia, bensì solo il fatto che rendiamo vivace in noi stessi le forze spirituali operanti.

Questo è ciò che volevo dire in connessione con il Mistero di Golgota proprio in questo tempo.

16°L'estirpazione degli antichi culti misterici dal cristianesimo romano

Monaco, 1 Maggio 1917

Abbiamo trattato in parte in queste considerazioni i fatti più antichi della sviluppo culturale occidentale. Ma avete visto che l'abbiamo fatto sempre per ricavare dai pensieri che possono sorgere da queste considerazioni sulla più remota antichità, quello che è necessario presentare nel presente. E in questa intenzione io procederò ancora con queste considerazioni.

È un’epoca, questa epoca del presente, che si può già scorgere anche superficialmente, in cui solo i pensieri hanno una forza penetrante che sono tratti dai misteri dello sviluppo dell’umanità. Naturalmente, per sentire tutta la portata di un’affermazione siffatta, occorre essere giusti, ma anche fino a un certo grado approfondire, le necessità e le carenze del presente pensare, sentire e volere. Proprio da questo si potrà allora sentire la necessità che il nostro presente abbia nuovi influssi, nuovi pensieri, nuove idee, e propriamente quegli influssi, quei pensieri che provengono dalle profondità della vita spirituale, che deve essere oggetto della scienza dello spirito.

Vedete, bisogna guardare a molte cose del presente con una certa mestizia, anche se questa mestizia non deve mai essere qualcosa che deprime, ma al contrario deve essere qualcosa che può rendere atti e maturi per il lavoro, per lo sforzo nel presente. In queste settimane è uscito un libro, e vorrei dire che quando questo libro mi è caduto in mano, ho provato il sentimento che avrei voluto davvero rallegrarmi di questo libro. Infatti è scritto da un uomo che appartiene ai pochi — si può dire — che hanno potuto interessarsi alle nostre aspirazioni antroposofiche, e verso cui avrei desiderato che potesse fare confluire nel suo proprio creare spirituale quello che deriva dalle aspirazioni antroposofiche. Intendo il libro: «Lo Stato come forma di vita» di Rudolf Kjellen, l’economista nazionale svedese e studioso di Stato. Quando ebbi finito di leggere il libro, posso dire di aver provato una profonda melanconia, perché proprio in uno spirito che, come detto, ha potuto interessarsi alle aspirazioni antroposofiche, ho potuto scorgere quanto ancora lontani siano i suoi pensieri da quei pensieri che soprattutto nel presente sarebbero necessari, che soprattutto nel presente devono prender forma, affinché possano incidersi nel corso dello sviluppo di questo presente. Kjellen cerca di studiare lo Stato, e si ha la sensazione che egli non dispone da nessuna parte di rappresentazioni, di idee che lo mettano in grado di risolvere veramente anche solo nel più lontano modo possibile il suo compito, anzi, di avvicinarsi anche solo in qualche modo alla soluzione di questo compito. È già un sentimento deprimente — che, come detto, non deve deprimere, ma al contrario deve temprar le forze — quando ci si deve veramente confrontare con l’epoca di oggi; è un sentimento deprimente dovere fare continuamente e di nuovo siffatte scoperte. Prima però di dire qualcosa proprio su questi fenomeni, vorrei dirizzare il vostro sguardo di nuovo anzitutto verso l’antichità, verso quella antichità che, come potete facilmente immaginare dalle indicazioni che vi ho fatto poco tempo fa riguardo l’elemento distruttivo nello sviluppo della cultura cristiana, può presentarsi al presente solo in modo molto offuscato per la storia esteriore, e che perciò tanto più deve essere portata, per la comprensione del presente, dalla scienza dello spirito. Ho già menzionato l’altra volta con quale enorme furia il cristianesimo che si estendeva nei primi secoli ha distrutto i vecchi monumenti artistici, come se il cristianesimo che si espandeva avesse cancellato da terra una quantità di cose. Credo non si possa stare di fronte al cristianesimo oggi senza pregiudizi, se non si sa guardare in piena oggettività anche questo altro lato della faccenda. Ma considerino, in collegamento con ciò, qualcos’altro ancora: il fatto che oggi voi potete trarre dai diversi libri che trattano di questo argomento un’immagine. Ogni uomo che ha avuto un minimo di istruzione scolastica riceve un’immagine dello sviluppo spirituale dell’antichità, dello sviluppo spirituale che ha preceduto il cristianesimo. Ma pensate come sarebbe completamente diversa l’immagine che oggi ogni uomo riceve, se l’Arcivescovo Teofilo di Alessandria nel 391 non avesse bruciato sette volte centomila rotoli con i documenti culturali più importanti sulla letteratura romana, egizia, indiana, greca e la loro vita spirituale! Figuratevi soltanto che cosa oggi starebbe scritto diversamente nei libri, se questi settecentomila rotoli nel 391 non fossero stati bruciati! E da ciò potrete farvi un’idea di che cosa sia veramente, e che cosa non sia, la storia del passato quando si basa solo su documenti.

Bene, fondiamoci sui ragionamenti che ho accennato l’altra volta. Siamo chiari nel riconoscere che in molti aspetti proprio la vita cultuale del cristianesimo, come abbiamo visto, ha ricevuto i suoi stimoli, i suoi impulsi dai vecchi simboli misteriosi, dai culti misteriosi; ma che d’altra parte ha provveduto affinché questi culti misteriosi, questi simboli misteriosi nella loro configurazione fossero completamente estirpati per la ricerca esteriore. Il cristianesimo ha fatto tavola rasa, affinché non si potesse sapere che cosa era preceduto, affinché ci si abbandonasse soltanto a quello che il cristianesimo stesso offre. Sì, così procede il corso dello sviluppo dell’umanità; e bisogna, senza essere tormentati da pessimistiche tentazioni, riconoscere che non è un progresso dritto quello del corso dello sviluppo dell’umanità.

Ho già l’altra volta richiamato l’attenzione su come moltissimo di quello che è confluito nei culti risale da un lato ai Misteri Eleusini, ma il loro sviluppo è stato interrotto perché, come abbiamo visto, Giuliano l’Apostata non è venuto ai suoi diritti, non ha potuto realizzare le sue intenzioni; ma ancora più è confluito nei Misteri di Mitra da ciò che si svolgeva poi nel tempo seguente. Ma proprio quello che era lo spirito dei Misteri di Mitra, quello che dava loro il fondamento, da cui scaturiva il loro vero contenuto, il loro contenuto spirituale, è andato perduto per la ricerca esteriore appunto perché si seppe cancellare le tracce. Ciò può quindi essere ritrovato nella sua vera figura solo quando si cerchi, dalla ricerca antroposofica, di acquisire rappresentazioni sulle cose corrispondenti. Oggi voglio portare davanti al vostro spirito solo un aspetto dei Misteri di Mitra. Naturalmente ci sarebbe moltissimo, moltissimo di più da dire su questi Misteri di Mitra di quanto io oggi possa dire, ma bisogna conoscere le cose per il fatto che ci si familiarizza gradualmente con i loro particolari.

Se si vuole intendere i Misteri di Mitra, che ebbero ancora una grande importanza nei primi secoli della diffusione del cristianesimo fino profondamente nell’Europa occidentale, nel loro vero spirito, allora bisogna sapere che erano costruiti completamente sulla visione fondamentale che era legittima nel mondo antico; era completamente legittima fino al Mistero del Golgota in questo mondo antico. Questi Misteri di Mitra si costruivano sulla visione fondamentale che la comunità umana, o che le singole comunità umane — per esempio le comunità di popoli o altre comunità all’interno delle comunità di popoli — non consistessero soltanto dei singoli atomi che si possono chiamare uomini, ma che nelle comunità vivesse uno spirito di gruppo, uno spirito di comunanza che però ha un’esistenza soprasensibile, che deve vivere, se le cose devono veramente radicarsi nella realtà. Una comunità composta di tot teste non era solo il numero che questi capi esprimevano, ma una comunità esprimeva, per questa gente antica, la configurazione esterna, direi l’incarnazione — se mi è lecito usare questa espressione — di uno spirito veramente presente e comune. E vivere con questo spirito, partecipar ai pensieri di questo spirito di gruppo, era l’intenzione di coloro che erano stati ammessi a questi Misteri. Non rimanere come uomo isolato fuori con i propri pensieri testardi, egoistici, e gli impulsi della volontà, ma vivere in modo che i pensieri dello spirito di gruppo penetrassero in uno — questo era l’intento.

Proprio nei Misteri di Mitra si diceva: questo non può essere realizzato se si considera una comunità umana più grande soltanto come quello che è presente attualmente. Tramite quello che è presente attualmente, viene offuscato essenzialmente quello che vive nello spirito di comunanza. Al presente — dicevano — appartengono anche i defunti, e si vive tanto meglio, tanto più correttamente nel presente, quanto più si può vivere anche con coloro che sono stati a lungo defunti. Sì, quanto più a lungo erano stati defunti i nostri, tanto meglio lo trovavano di vivere con il loro spirito. Meglio di tutto trovavano di poter vivere con lo spirito dell’antenato originario di una tribù, di una comunità di popolo, di una stirpe, collegando la propria anima con la sua. Infatti si presumeva della sua anima che raggiungesse il suo ulteriore sviluppo dopo essere passata attraverso la porta della morte, e che sapesse cose migliori su ciò che deve accadere sulla terra di quanto non sapessero coloro che vivono immediatamente sulla terra nel corpo presente. Così tutto lo sforzo in questi Misteri era diretto a istituire cerimonie, culti che potessero portare l’allievo in collegamento con gli spiriti che più o meno a lungo, sì molto a lungo, erano passati attraverso la porta della morte.

Un primo grado, che dovevano attraversare coloro che erano stati ammessi a questi Misteri, lo si designava di solito con un’espressione presa dalla stirpe dei volatili: i «Corvi» — diciamo — li si chiamava. Un corvo era un iniziato al primo grado. Quello che si conseguiva in lui attraverso i particolari culti misteriosi, attraverso simboli di forte efficacia e soprattutto attraverso arrangiamenti artistico-drammatici, consisteva nel fatto che l’interessato imparava a sapere non solo quello che si vede attraverso i propri occhi nell’ambiente circostante, o quello che si apprende dagli uomini presenti, ma quello che pensano i morti. Egli acquisiva una sorta di capacità di memoria riguardo ai morti e la facoltà di sviluppare questa capacità di memoria. Un tale corvo aveva un dovere. Gli era imposto rigorosamente di non dormire mentre viveva nel presente, ma di considerare il presente con occhi aperti e chiari, di familiarizzarsi con i bisogni umani, di familiarizzarsi con i fenomeni naturali. Qualcuno che dormisse l’esistenza, che non avesse sensibilità per quello che vive nell’uomo e nella natura, lo si considerava come non atto a essere ammesso ai Misteri. Infatti solo una giusta osservazione della vita fuori lo rendeva atto al compito che aveva da svolgere nei Misteri. Il compito consisteva nel fatto che cercava di penetrare il più possibile nelle diverse situazioni di vita del mondo esteriore, per sperimentare davvero molto, per soffrire e gioire insieme molto con gli eventi, con i processi del presente. Un insensibile di fronte agli eventi del presente non poteva essere utilizzato. Infatti quello che era inizialmente suo compito all’interno del Mistero consisteva nel riprodurre negli stessi Misteri le esperienze che aveva fatto fuori, nel portarle negli Misteri. Per il fatto che portava così queste esperienze nei Misteri, esse diventavano comunicazioni ai defunti, a coloro il cui consiglio si cercava. Potreste domandare: non sarebbe stato più idoneo un graduato di grado più alto? No, proprio gli iniziati al primo grado erano particolarmente idonei, perché gli iniziati al primo grado avevano ancora tutti i sentimenti, tutte le simpatìe e le antipatìe con cui si può penetrare così bene nel mondo esteriore, mentre i graduati di grado superiore le avevano più o meno abbandonati. Perciò erano particolarmente idonei, questi iniziati al primo grado, a sperimentare la vita del presente così come la sperimenta un uomo comune, e a portarla nei Misteri. Questo era quindi il loro compito particolare: che i corvi assumessero la mediazione tra il mondo esteriore e i defunti da molto tempo. Questo si è conservato nelle leggende. Le leggende si basano infatti di regola, come è stato più volte esposto, su fondamenti profondi. E quando la leggenda sostiene che Federico Barbarossa, il defunto da molto tempo, nel suo monte è istruito da corvi, o che Carlo Magno nel Salzburger Untersberg è istruito da corvi per trasmettergli quello che accade fuori, questi sono echi degli antichi Misteri, proprio dei Misteri di Mitra.

Quando allora uno era maturo per il secondo grado, allora diventava nel vero senso «un Occulto»; allievo segreto, occultista, così lo chiameremmo oggi. Con ciò diventava capace non solo di portare l’esteriore nei Misteri, ma anche di sentire — nel modo in cui appunto si ricevevano le comunicazioni dai defunti — di sentire le comunicazioni dai defunti — gli impulsi che il mondo soprasensibile, questo concreto mondo soprasensibile dove sono i defunti, doveva dare al mondo esteriore. E solo quando egli era così integrato in tutta la vita spirituale che stava in relazione dal soprasensibile col sensibile esteriore, allora era trovato maturo per il terzo grado, e gli era data la possibilità di applicare nel mondo esteriore quello che aveva ricevuto come impulsi nei Misteri. Era designato a diventare un «Combattente» per quello che dal mondo soprasensibile deve essere rivelato al mondo sensibile.

Potreste ora domandare: sì, non era una profonda ingiustizia lasciar così all’oscurità la massa intera del popolo riguardo alle cose più importanti e iniziare solo singoli? — Ma riguardo a quello che sta dietro questo, acquisite una giusta comprensione solo se presupponete quello che ho detto fin dall’inizio, che si faceva i conti con uno spirito di gruppo, con un’anima di gruppo. Era sufficiente infatti che i singoli operassero per l’intero gruppo di uomini. Non ci si sentiva come singoli, ma come membro del gruppo. Perciò era possibile agire così solo nell’epoca in cui l’animazione di gruppo, il sentirsi immedesimato nel gruppo in modo non egoista, era pienamente vivente.

Allora, quando uno era stato per qualche tempo così un combattente per il mondo soprasensibile, allora era trovato idoneo a fondare egli stesso, all’interno del grande gruppo, gruppi più piccoli, comunità più piccole, come naturalmente sorgono all’interno di grandi gruppi. In quei vecchi tempi non si dava importanza a nulla, se qualcuno semplicemente si fosse alzato e come oggi avesse voluto fondare un’associazione. Un’associazione del genere non sarebbe stata nulla. Per fondare un’associazione, una comunità siffatta, doveva essere, nei Misteri di Mitra, come si diceva, un «Leone», poiché questo era il quarto grado dell’iniziazione. Doveva avere consolidato in se stesso la vita nei mondi soprasensibili attraverso il collegamento con quegli impulsi che non solo erano tra i viventi, ma che univano i viventi con i morti.

Da questo quarto grado si saliva poi per potere condurre un gruppo già esistente, a cui appartenevano anche i morti, una comunità di popolo attraverso determinate misure. Se si ritorna all’ottavo, nono, decimo secolo prima del Mistero del Golgota, allora sono epoche completamente diverse da oggi. Non sarebbe venuto in mente a nessuno allora di pretendere che si eleggesse colui che aveva qualcosa da fare, ma colui che aveva qualcosa a che fare con la comunità doveva essere iniziato fino al quinto grado. E allora continuava fino a quelle conoscenze che il Mistero del Sole stesso — che fu recentemente accennato — immetteva nell’anima umana; e poi fino al settimo grado. Questi non ho bisogno di esporre ulteriormente, perché voglio solo indicare il carattere del corso di sviluppo di un tale uomo che doveva acquisire dalla vita spirituale la capacità di operare fuori nella comunità.

Ora però voi sapete che nello sviluppo necessariamente naturale del genere umano la spiritualità di gruppo è gradualmente retrocessa. È proprio questo che era essenzialmente contemporaneo al fatto del Mistero del Golgota: che le anime umane erano coscientemente afferrate dal loro Io. Questo si era preparato per secoli, ma nel momento del Mistero del Golgota era un culmine, una crisi in questo campo. Non si poteva più presupporre che il singolo, per così dire, avesse la forza di trascinare veramente con sé l’intera comunità, di trasmettere in modo non egoista i suoi sentimenti, i suoi impulsi all’intera comunità.

Sarebbe stolto credere che la storia avrebbe dovuto procedere diversamente da come ha proceduto. Ma talvolta si può essere fecondati da un pensiero come questo: che cosa sarebbe successo se, nel tempo in cui il cristianesimo cominciava a introdurre il suo compito nello sviluppo dell’umanità, non fosse stato tutto, totalmente, estirpato, ma se storicamente una certa conoscenza, che sarebbe stata anche trasparente per coloro che credono solo nei documenti, si fosse tramandata alla posterità. Ma il cristianesimo non lo volle. Parleremo ancora sui motivi per che non lo volle; ma oggi vogliamo anzitutto soltanto familiarizzarci con il fatto che il cristianesimo non lo volle. Il cristianesimo stava di fronte a un’umanità completamente diversa, a un’umanità che non stava più di fronte agli antichi spiriti di gruppo come prima; un’umanità nei confronti del che ci si deve relazionare in modo completamente diverso di come in tempi antichi, quando non si considerava particolarmente il singolo, ma ci si rivolgeva allo spirito di gruppo e si operava dallo spirito di gruppo. In ogni caso il cristianesimo, per il fatto che ha cancellato per il mondo esteriore tutto ciò che era documentale di questa vecchia epoca, ha lasciato una certa oscurità, anzi ha creato oscurità per quell’epoca in cui dapprima la sviluppo del cristianesimo si riversò. Il cristianesimo ha preso ciò di cui poteva aver bisogno nelle sue tradizioni, nei suoi dogmi, e soprattutto nel suo culto, e poi ha cancellato l’origine di questi culti. Nei culti vive enormemente tanto; ma tutto è stato reinterpretato, tutto è stato compreso diversamente. Le cose erano presenti, le cose si presentavano ancora agli occhi della gente, ma la gente non doveva sapere a quale sapienza primordiale si collegavano le cose.

Pensate a un fatto del genere: si conosce la mitra vescovile, la mitra vescovile dell’ottavo secolo. Questa mitra vescovile dell’ottavo secolo ha segni dappertutto; ma tutti questi segni sono essenzialmente uguali, solo disposti diversamente, e tutti questi segni sono Svastiche. La Svastica è in variata disposizione su questa mitra vescovile. Questa antichissima croce uncinata in molte configurazioni sulla mitra vescovile! La Svastica ci porta indietro nei tempi primordiali dei Misteri, ci riconduce ai vecchi tempi in cui si poteva osservare come negli organismi eterici e astrali umani agiscono i fiori di loto; come generalmente quello che vive nei cosiddetti fiori di loto appartiene ai fenomeni fondamentali dell’eterico e dell’astrale. Ma era diventato un segno morto. Il vescovo lo portava come segno del suo potere. Era diventato un segno morto, si era cancellata l’origine. E quello che oggi la storia della cultura comunica sull’origine di tali cose non è neppure qualcosa di vivente, veramente niente di vivente. Solo attraverso la scienza dello spirito si può di nuovo afferrare il vivente per queste cose nello sguardo spirituale.

Ora ho detto: è stata, per così dire, creata oscurità. Ma da questa oscurità deve di nuovo emergere luce. E io penso che nel corso del tempo ho già detto in modo sufficientemente vario e completo per rendere comprensibile che nella nostra epoca è assolutamente necessario avere orecchi per queste cose, per ascoltare, e occhi per queste cose, per vedere. Perché la nostra epoca è un’epoca in cui l’oscurità necessaria ha assolto il suo compito, e in cui la luce deve di nuovo irrompere, la luce della vita spirituale. Anzitutto si vorrebbe che molte anime, molti cuori, nel senso più serio, nel senso più serio di tutti, sentissero che ciò è necessario per la nostra epoca, e che quello che manca alla nostra epoca, quello che produce sofferenza infinita nella nostra epoca, è collegato con tutte queste cose. Si dimostrerà che non basta considerare le cose solo in superficie; che non basta parlare delle cause di ciò che accade oggi solo a partire dalle cose che stanno in superficie. Finché si continuerà a parlare solo da cose che stanno in superficie, allora non si troveranno i pensieri, non si avranno gli impulsi che hanno la forza penetrante per uscire dall’oscurità che è la causa di tutto il resto di quello che accade oggi.

È davvero notevole come nella nostra epoca gli uomini — ma questo ancora non deve deprimere, non deve anche farvi diventare critici queruli, ma solo necessari osservatori e interpreti di quello che oggi accade — è notevole come nella nostra epoca gli uomini non vogliano venire incontro, perché per la maggior parte ancora non possono venire incontro a quello che veramente necessita di essere visto, guardato nello sviluppo. Vorrei dire che è straziante vedere come uno spirito che ha patito terribilmente dal grande squilibrio e dalla confusione della seconda metà del diciannovesimo secolo, come ha sentito quello che abita nell’oscurità, nella confusione dell’epoca. Non si ha successo con uno spirito come Friedrich Nietzsche, quando da una parte lo si ritiene semplicemente come uno da entusiasmarsi dietro, come hanno fatto molti. Perché a tali seguaci contrappose il suo stesso detto:

Io abito nella mia propria casa, non ho mai imitato nessuno, E — ridevo ancora di ogni maestro che non rideva di sé.

Questa è anche l’atmosfera fondamentale di tutto lo «Zarathustra» di Nietzsche. Ma ciò non ha impedito che ce ne fossero molti di semplici seguaci. Questo è un estremo. Questo estremo comunque non è quello che è fecondo per il presente. Ma nemmeno l’altro estremo è certo fecondo, quello che potrebbe consistere — tra questi due estremi stanno tutti i possibili altri stati d’animo — nel dire: sì, ha detto molte cose geniali; ma infine è diventato un pazzo, è impazzito, e non bisogna dargli importanza. — È già una figura peculiare, questo Friedrich Nietzsche, a cui non bisogna semplicemente arrendersi, ma che persino negli anni della sua malattia ha sentito con fine sensibilità quello che di oscurità e confusione c’è nel presente. E si vorrebbe dire che soprattutto per i giorni presenti ci si potrebbe creare uno sfondo di considerazione assai buono in base al fatto che si accoglie da Nietzsche alcunché delle comunicazioni sulla sofferenza che il presente gli ha causato. Vi leggerò due passi dai scritti postumi di Nietzsche: «Tentativo di una revalutazione di tutti i valori», che furono scritti allora da uno spirito malato, ma che forse potrebbero essere scritti anche con intento completamente diverso, immediatamente oggi, e potrebbero essere scritti cosicché si volesse appunto esprimere le cause più profonde degli effetti del presente. Allora Nietzsche dice:

«Quello che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo quello che viene, quello che non può più venire diversamente: l’avvento del nichilismo. Questa storia ora può già essere raccontata: perché la necessità stessa è qui all’opera. Questo futuro parla già in cento segni, questo destino si annunzia ovunque; per questa musica del futuro tutti gli orecchi sono già tesi. La nostra intera cultura europea da tempo ormai si muove con una tensione di tortura che cresce di decennio in decennio, come verso una catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa: simile a un fiume che vuole raggiungere la fine, che non si raccoglie più, che ha paura di raccogliersi di nuovo.»

Considerate molte cose di quello che potete sentire nel presente, a partire da queste parole di un uomo sensibile, che furono scritte alla fine degli anni ottanta del diciannovesimo secolo, mettetele a confronto con un altro passo che ora vi leggerò, e che può rendervi vivamente consapevole il più profondo che ognuno di noi potrebbe sperimentare da solo.

«Miei amici, ce l’abbiamo avuta dura, quando eravamo giovani: abbiamo sofferto della giovinezza come di una malattia grave. Lo causa l’epoca in cui siamo stati gettati — l’epoca di un grande decadimento interno e sfacelo, che con tutte le sue debolezze e persino con la sua migliore forza contrasta con lo spirito della giovinezza. Lo sfacelo, cioè l’incertezza, è proprio di questa epoca: niente sta su piedi saldi e su ferma fede in sé: si vive per domani, perché il giorno dopo domani è dubbio. È tutto liscio e pericoloso sulla nostra strada, e inoltre il ghiaccio che ancora ci sostiene è diventato così sottile: sentiamo tutti il caldo soffio inquietante del vento del disgelo — dove ancora camminiamo, presto nessuno più potrà camminare!»

Non si può affatto dire che queste cose non siano sentite profondamente dalla realtà del presente. Chi vuol comprendere questo presente, e soprattutto chi vuol comprendere quello che il singolo può porsi come compito, chi vuol pensare oltre l’ordinario, allora sentirà in modo simile a come è espresso in questi passi, e allora forse dirà: Nietzsche certamente era impedito, non appena la malattia offuscò il suo spirito, a porsi così veramente in modo critico di fronte a quello che gli sorgeva come idee; ma quello che gli sorgeva come idee era spesso veramente finemente sentito dalla realtà immediata del presente. Forse un giorno si paragoneranno da questa sensazione del presente tutte quelle cose che altrimenti ci vengono incontro dalle «teste illuminate», che non toccano nemmeno il più superficiale increspamento delle cause che stanno alla base di questo grave tempo odierno. Allora si avranno altre opinioni sulla necessità di ascoltare la scienza dello spirito proprio nella nostra epoca. Perché che la si ascolti volentieri oggi, questo non è il caso. E mentre parlo di quanto poco volentieri la si ascolti, questa scienza dello spirito, non voglio proferire alcunché di biasimevole. Come detto, sto lontanissimo dal biasimare l’uno o l’altro. Coloro di cui parlo sono per la maggior parte tali persone che io stimo straordinariamente, e presso che crederei più che altrove che potessero essere accessibili alla scienza dello spirito. Solo voglio rendere comprensibile come diventi difficile al singolo rendere la propria anima accessibile a questa scienza dello spirito, quando si è completamente immersi in quello che si può raggiungere nell’anima quando ci si abbandona completamente al flusso del presente, a questo superficiale flusso del presente in tutti i campi. Bisogna sentire veramente questo.

Ora sono arrivato al punto in cui posso tornare con poche parole al libro di Kjellen sul «Stato come forma di vita». Questo libro è assai curiosamente particolare; già perché il suo autore davvero con tutte le fibre della sua anima si sforza di chiarirsi: che cosa è dunque veramente lo Stato? — e perché non ha la minima fiducia nel potere umano di rappresentazione e di idee per decidere alcunché sulla questione, sul problema: che cosa è dunque veramente lo Stato? — Certamente, dice molte belle cose, che, come ho visto, sono completamente ammirate dai critici del presente; dice molte belle cose, ma quello che deve essere saputo, che deve essere saputo per il bene dell’umanità, lui non lo neanche intuisce. Vedete, posso addurvi solo il principale punto di vista. Anzitutto questo Kjellen si domanda: sì, qual è il rapporto del singolo uomo verso lo Stato? — E mentre vuol formarsi un’idea, una rappresentazione su questa questione, qualcosa gli viene subito in mezzo. Vuol rappresentare lo Stato come qualcosa di reale, come qualcosa di completo, come qualcosa — si direbbe — che è qualcosa di vivente; dunque, diciamo come un organismo, anzitutto come un organismo. Alcuni hanno già rappresentato lo Stato come un organismo, allora vanno sempre brancolando attorno alla questione che subito sorge: sì, un organismo consiste di cellule; quali sono dunque le cellule di questo Stato? Sono i singoli uomini! — E così più o meno pensa anche Kjellen: lo Stato è un organismo, come l’organismo umano o l’organismo animale è un organismo, e come l’organismo umano consiste di singole cellule, così lo Stato consiste di singole cellule, di uomini; questi sono le sue cellule.

Non si può immaginar un’analogia più scorretta, più pessima, più fuorviante! Perché se si costruisce un ragionamento su questa analogia, allora l’uomo non può mai venire ai suoi diritti. Mai! Perché? Vedete, le cellule che sono nell’organismo umano si limitano l’un'all’altra, e proprio in questo limitarsi l’un'all’altra vive qualcosa di particolare. Tutta l’organizzazione dell’organismo umano dipende da questo limitarsi reciprocamente. Gli uomini nello Stato non si limitano l’uno all’altro come le singole cellule. Non è affatto il caso. La personalità umana è lontana dal fatto che sia nel tutto dello Stato qualcosa come le cellule nell’organismo. E se per necessità si vuole paragonare lo Stato a un organismo, allora bisogna essere chiari che si sta andando terribilmente fuori strada con tutta la scienza dello Stato, terribilmente fuori strada, se si trascura il fatto che il singolo uomo non è una cellula, ma l’unica cosa che lo Stato può portare, il produttivo stesso, mentre le cellule insieme formano l’organismo e nella loro totalità rappresentano quello che importa. Perciò l’odierno Stato, dove lo spirito di gruppo non è più come nei tempi antichi, non può mai essere tale che quello che lo fa avanzare sia portato da qualcosa d’altro che dal singolo individuo umano. Ma questo non è mai paragonabile al compito delle cellule. Di regola è indifferente a che cosa si paragon qualcosa, bisogna solo, quando si accostano coppie di paragoni, paragonare bene; i paragoni di regola avranno una certa validità, solo non devono andare così lontano come il paragone di Kjellen. Può benissimo paragonare lo Stato a un organismo, potrebbe anche paragonarlo a una macchina, non farà male, o magari a un coltellino tascabile — ci si possono trovare anche dei punti di contatto — solo bisogna che il paragone sia condotto bene. Ma questi pensatori non conoscono neppure lontanamente il tessuto fondamentale del pensiero per poterlo capire.

Concediamogli dunque il diritto di paragonare lo Stato a un organismo. Allora deve solo trovare le cellule giuste; e allora le cellule giuste, se si vuol veramente paragonare lo Stato a un organismo, non possono essere trovate. Semplicemente non ha cellule! Se ci si accosta alla cosa con il pensiero rispondente alla realtà, il pensiero semplicemente non si può attuare. Voglio solo rendervelo comprensibile, farvi capire che solo se si pensa in modo astratto, come Kjellen, si può portare avanti quel pensiero; non appena però si pensa in modo rispondente alla realtà, allora si urta, perché il pensiero non radica nella realtà. Non si trovano le cellule; non ci sono cellule. Al contrario si trova qualcos’altro, qualcosa di completamente diverso. Si trova che i singoli Stati si lasciano paragonare con cellule, per così dire; e quello che gli Stati insieme costituiscono sulla terra, allora si può paragonare a un organismo. Allora si arriva a un pensiero fecondo; solo bisogna prima porsi la questione: che cosa è questo organismo? Dove si può trovare qualcosa di equivalente fuori nella natura, dove le cellule cooperano in modo simile a come le singole cellule di Stato cooperano all’intero organismo della Terra? — E allora si trova, se si prosegue, che si può paragonare soltanto l’intera terra a un organismo vegetale, non a un organismo animale, tanto meno a un organismo umano — soltanto a un organismo vegetale. Mentre ciò che abbiamo nella scienza esteriore si occupa dell’inorganico, con il regno minerale, bisogna pensare in alto verso il regno vegetale, se si vuol fondare la scienza dello Stato. Non bisogna neppure arrivare all’animale, tanto meno all’umano, ma bisogna almeno liberarsi dal pensare meramente minerale. Ma con tali pensatori rimane così; non si liberano dal pensare meramente minerale, dal pensiero scientifico. Non pensano in alto verso il regno vegetale, ma applicano le leggi che hanno trovato nel regno minerale allo Stato e lo chiamano scienza dello Stato.

Sì, ma vedete, per trovare un pensiero così fecondo bisogna proprio che il proprio pensare radichi completamente nella scienza dello spirito. Allora ci si arriverà però anche al fatto di dirsi: quindi l’uomo con tutto il suo essere sporge come un’individualità al di là dello Stato; egli infatti sporge nella vita spirituale, nel che lo Stato non può sporgere. Se dunque volete paragonare lo Stato a un organismo e il singolo uomo alle cellule, allora, se pensate rispondente alla realtà, arrivereste a un strano organismo: a un tal organismo che consistesse di singole cellule, ma le cellule sporgerebbero dovunque oltre la pelle. Avreste un organismo che sporge al di là della pelle; le cellule si svilupperebbero tutte fuori per conto loro, indipendentemente dalla vita esterna. Avreste quindi dovunque di immaginarvi l’organismo come se setole viventi, che si sentono come individualità, sporgessero al di là della pelle. Vedete come il pensare vivente vi conduce nella realtà, come vi mostra le impossibilità su cui bisogna incespicare, quando si vuol afferrare un’idea che debba essere feconda. Non è strano dunque che siffatte idee non fecondate dalla scienza dello spirito non abbiano la minima forza trainante per organizzare la realtà. Come si deve dunque organizzare quello che si diffonde sulla terra, se non si ha il concetto di quello che è? Si possono ancora emanare tante dichiarazioni wilsoniane da ogni sorta di — non so — federazioni interstatali e così via, se non radica nella realtà, allora è comunque solo chiacchiera. Perciò molta di ciò che si fa nel presente è sola chiacchiera.

Qui avete un caso in cui potete vedere come sia immediatamente necessario che la scienza dello spirito con i suoi impulsi possa intervenire nel presente. Questa è la disgrazia della nostra epoca, che questa nostra epoca è impotente a formare concetti che potrebbero dominare quello che è veramente organico. Perciò naturalmente tutto va nel caos, naturalmente tutto va confusamente in mezzo. Ma ora vedete dove stanno le cause più profonde. Perciò non è strano che libri come «Lo Stato come forma di vita» di Kjellen finiscano in modo così bizzarro. Pensate: adesso stiamo in un’epoca dove gli uomini tutti vogliono meditare: che cosa si deve fare allora affinché gli uomini possano di nuovo vivere insieme sulla terra, dopo che sempre più e con ogni settimana più per il momento decidono di non vivere insieme, ma di uccidersi reciprocamente. Come possono di nuovo vivere insieme? — Ma la scienza che vuol trattare come gli uomini nello Stato devono di nuovo vivere uno accanto all’altro, quella chiude in Kjellen con le seguenti parole:

«Questo deve essere la nostra ultima parola in questo esame dello Stato come forma di vita. Abbiamo visto che lo Stato del nostro tempo per motivi coercitivi ha fatto assai scarsi progressi su tale cammino e non si è veramente ancora reso consapevole di un tale compito. Ma tuttavia crediamo in un tipo di Stato più elevato, che saprà riconoscere più chiaramente uno scopo razionale e vi tenderà con passi sicuri.»

Ebbene, questo è il conclusione. Non sappiamo nulla, non siamo consapevoli di quello che deve diventare! Questo è il risultato di un pensare laborioso, dedito, questo è il risultato proprio di un pensare che con l’anima nuota così nel flusso del presente, che non può assorbire in sé quello che è necessario. Bisogna veramente guardare in faccia queste cose; perché solo allora sorgono, direi, l’impulso stesso a volere acquisire conoscenza in queste cose, quando si guarda veramente in faccia queste cose, quando si sa quali sono le forze motrici nel presente.

Non bisogna guardare profondamente per trovare per il presente un certo sforzo e aspirazione verso una sorta di socializzazione, non dico socialismo, ma socializzazione dell’organismo terrestre. Ma la socializzazione — perché deve scaturire dalla coscienza, non dall’incoscienza, come è scaturita per due millenni — la socializzazione, il riorientamento, il riassetto è possibile solo quando si sa come è l’uomo, quando si conosce di nuovo l’uomo — perché conoscere l’uomo era appunto l’aspirazione anche dei vecchi Misteri per i tempi antichi — quando di nuovo si conosce l’uomo. La socializzazione è per il piano fisico; ma è impossibile fondare un ordine sociale se non si sa che qui sul piano fisico non si aggirano soltanto uomini fisici, ma uomini con anima e spirito. Non c’è nulla da realizzare, nulla da attuare, se si parla solo dell’uomo esteriore. Socializzate pure secondo le idee che si hanno oggi, fate ordine, fra venti anni di nuovo ci sarà disordine, se prescindete dal fatto che nell’uomo non c’è solo quello che la scienza naturale odierna conosce, ma che nell’uomo c’è anima e spirito. Perché sono efficaci, l’anima e lo spirito; si può solo dimenticharsene nelle proprie idee e rappresentazioni, ma non si possono abolire. L’anima però ha bisogno, se deve abitare in un corpo che sia in un ordine esteriore corrispondente per la nostra epoca attuale, soprattutto di quello che si chiama libertà di visione, libertà del pensiero. E non si può una socializzazione realizzare senza una libertà di pensiero. E non si può socializzazione e libertà di pensiero realizzare senza che lo spirito radichi nella vita spirituale stessa.

La libertà di pensiero come sentimento di coscienza, e la Pneumatologia, la saggezza dello spirito, la scienza dello spirito come base scientifica, come base di ogni assetto, questa è la cosa che è indissolubilmente connessa l’un'all’altra. Ma come queste cose si relazionano propriamente all’uomo, e come possono diventare ordine esteriore, questo lo si può sapere solo dalla considerazione antroposofica. La libertà di pensiero, cioè un tale essere consapevoli verso gli altri uomini che veramente nel senso più pieno della parola riconosca la libertà del pensiero nell’altro uomo, è irrealizzabile senza che si stia sulla base della vita terrena ripetuta, diversamente si sta di fronte a un uomo come di fronte a un astratto. Non gli si sta mai veramente di fronte, se non lo si vede come un risultato delle vite terrene ripetute. L’intera questione della reincarnazione deve essere considerata in collegamento con la questione di quel sentimento di coscienza della libertà di visione, della libertà dei pensieri. E il movimento all’interno della realtà sarà completamente impossibile in avvenire, se il singolo con la sua anima non radica nella vita spirituale. Dico non che debba diventare chiaroveggente — certamente alcuni lo diventeranno — ma dico: egli deve radicale nella vita spirituale. L’ho infatti esposto più volte che si può benissimo radicale nella vita spirituale senza essere se stesso chiaroveggenti. Se ci si guarda un po’ attorno, allora già ci si accorge dove stanno propriamente gli ostacoli principali, dove si deve dirigere lo sguardo per vederli. Perché gli uomini non sono così — come detto, non voglio essere un censore, un critico aspro — che non vogliano venire incontro al giusto. Ma ci sono semplicemente molti ostacoli per l’anima; ci sono così terribilmente molti ostacoli per l’anima.

Vedete, a volte il singolo fatto che si può notare è così illuminante che si può capire giustamente da tali sintomi interi fenomeni dell’epoca. Riguardo a certi fenomeni del presente bisogna dire: è veramente assai, assai singolare come gli uomini diventano subito terribilmente ansiosi, molto paurosi — altrimenti gli uomini nel presente sono coraggiosi e così valorosi — ma sono terribilmente paurosi quando sentono dire che si deve far valere conoscenza spirituale, conoscenza spirituale. Allora non sanno più come orientarsi. L’ho già raccontato più volte: ho incontrato abbastanza uomini che hanno ascoltato una, due conferenze mie, poi non li ho più visti per lungo tempo. Li si incontra per strada, si chiede loro perché non sono tornati. Sì, non posso — dicono — ho paura di essere convinto! Chi così parla, per lui certamente c’è nel convincersi molti effetti spiacevoli, inquietanti, e non ha la forza, non il coraggio di sopportare questi spiacevolezze. Si potrebbero in questa relazione addurre ancora molte altre esperienze, ma preferisco portare sintomi dalla più pubblica vita.

Ho parlato un po’ di tempo fa qui di come un uomo come Hermann Bahr, che ha tenuto poco tempo fa qui a Berlino una conferenza intitolata «Le idee del 1914», come un tale uomo — dovete solo leggere il suo ultimo romanzo «Assunzione» — non solo cerca un po’ di venire incontro alla scienza dello spirito, ma persino, ormai in tarda età, ancora cerca di conoscere Goethe, dunque di andare per il cammino che io già trovarei giusto per chi oggi con buon terreno solido vuol trovarsi nella scienza dello spirito. Sì, dal spirito vogliono già oggi parlare molte persone; vorrebbero assolutamente acquisire la possibilità di parlare dallo spirito, dal spirituale. Non voglio fare da maestrino, meno che mai con un uomo che amo così teneramente come Hermann Bahr. Ma come questa vita spirituale ha agito per corrompere i pensieri, direi per immettervi il peccato originale nei pensieri, questo diventa veramente, quando anche si è lontanissimi dal voler fare da maestrino, a volte chiaro in una maniera assai bizzarra.

Vedete, questo Hermann Bahr poco tempo fa qui a Berlino ha tenuto questa

conferenza sulle idee del 1914, ha naturalmente detto molte cose belle e

carine; ma molte scoperte curiose si potevano fare. Così ha cominciato dicendo: questa guerra ci ha insegnato qualcosa di completamente nuovo. Questa guerra ci ha insegnato a mettere di nuovo il singolo nella giusta maniera nella totalità. Questa guerra ci ha insegnato a superare l’individualismo, l’egoismo, a servire di nuovo il tutto. Ci ha insegnato a eliminare le vecchie idee, ad accogliere nella nostra anima qualcosa di completamente nuovo, completamente, completamente nuovo. — E allora sapeva terribilmente bene caratterizzare, definire tutto quello che con questa guerra abbiamo accolto di nuovo. Non voglio biasimare questo, anzi. Ma è comunque singolare, quando si parla a lungo

su come questa guerra ci trasforma tutti, come tutti diventiamo completamente diversi attraverso questa guerra, e quando fra gli ultimi periodi appartiene: «L’uomo spera sempre in tempi migliori, ma rimane in se stesso incorrigibile. Anche la guerra difficilmente ci cambierà molto.» Come detto, non voglio fare da maestrino, ma semplicemente non posso non sentire così le cose. Intanto coloro che così pensano l'intendono veramente bene; vorrebbero di nuovo venire incontro al spirituale. Bahr lo sottolinea: sì, abbiamo troppo a lungo costruito sull’individuo. Abbiamo troppo a lungo praticato l’individualismo. Dobbiamo di nuovo imparare a sottometterci a un tutto. Gli uomini che appartengono a un popolo, pensa lui, hanno ormai imparato a sentirsi nel tutto di quel popolo, cioè a uccidere l’individualismo. Ma i popoli sono anche di nuovo, pensa lui, solo individualità. Deve venir fuori un tutto più grande. — A volte così attraversa, attraversa anche in questa

conferenza così singolarmente quale cammino Bahr intraprende per trovare

lo spirito. L'accenna a volte, ma questi accenni rivelano parecchie cose. Con il vecchio non si fa nulla, dice. L’Illuminismo gli uomini l’hanno usato così che si sono voluti mettere tutti sulla ragione; ma così non è venuto nulla, tutti sono entrati nel caos. Dobbiamo di nuovo trovare qualcosa che si colleghi all’Assoluto, non al caos. — E in ciò passano di nuovo cose così singolari:

«Quello che a popoli come a individui riesce più difficilmente, l’avrebbero forse imparato, l’avrebbero imparato a riconoscere il diritto alla particolarità, che ognuno per sé esige, anche agli altri, la cui particolarità è del resto la condizione della propria, poiché se fossero tutti uguali, nessuno sarebbe più particolare, e avrebbero imparato che, come alla nazione ogni individuo con la sua forza particolare nel suo luogo particolare è necessario per, proprio mentre si esercita, reggere la nazione, portarla insieme, e quindi essere insieme il suo proprio scopo, ma anche un membro che la serve, così pure al di sopra delle nazioni di nuovo dal di dentro delle nazioni si erge il dom cattolico dell’umanità, che con la sua guglia tocca Dio.»

Questo è un accenno, se non con il palo del recinto, almeno con un fiammifero, non è vero, ma tuttavia un accenno chiaro. Si aspira a trovare l’accesso a Dio, al mondo spirituale, ma non si vuol proprio venire incontro all’accesso che è appropriato alla nostra epoca; dunque si cerca un altro accesso che c’è già, senza nemmeno venire al pensiero: questo accesso ha operato solo fino all’anno 1914, e per superare quello che ha portato, vogliamo tornare a lui!

Ma i sintomi che qui emergono valgono già un po’, direi, a essere ricercati nell’oscurità. Perché non uno solo pensa così, seguendo il medesimo modello molte persone pensano allo stesso modo e soprattutto molte sentono allo stesso modo. Vedete, è uscito un libro: «Il genio della guerra e la guerra tedesca» di Max Scheler. Lo lodo, posso lodarla, è un buon libro. Bahr la loda anche. Bahr è un uomo di gusto, un uomo colto, ha tutti i motivi di lodare il libro. Ma vuole anche lodarla ad alta voce; in altre parole, vuole scrivere una recensione assai favorevole del libro. Su che cosa allora pensa per primo? Voglio scrivere una recensione assai favorevole, voglio scrivere una vera tromba d’onore per Scheler. Ma come devo fare ciò? Se lo faccio così da urtare fortemente le anime degli uomini adesso. Non funziona col fare un urto così. Devo trovar da qualche parte una strada per arrivare agli uomini, devo cercare una strada. Dunque che cosa faccio davvero? — Bene, Hermann Bahr è contemporaneamente un uomo assai sincero, onesto, e lo spiega propriamente con sufficiente franchezza, quello che fa in un caso siffatto. Vedete, nell’articolo che ha scritto su Scheler, dice all’inizio: Scheler ha scritto molti articoli, molte cose su come si esce dalla miseria del presente. Si è richiamata l’attenzione su di lui. Ma oggi non si ama — pensa Hermann Bahr — che ci si attiri l’attenzione su un uomo così senza più; non si ama oggi diventare semplicemente attenti su un uomo così. — E così caratterizza Hermann Bahr Scheler inizialmente così, dicendo: «Si era curiosi riguardo a lui e un po’ diffidenti; il tedesco vuol soprattutto sapere con chi ha a che fare con un autore: non ama le relazioni poco chiare.»

Dunque le relazioni chiare! Queste però non vengono create leggendo i libri e andando nei loro fondamenti, ma vedete, ci vuol qualcos’altro ancora. Non ama le relazioni poco chiare. Adesso viene di nuovo un accenno così:

«Anche nel mondo cattolico ci si tratteneva piuttosto, per non rischiare di essere delusi. Anche qui era il suo dialetto che sembrava strano. Perché in ogni atmosfera spirituale si forma nel tempo un proprio idioma, che dalle medesime parole della lingua comune tuttavia crea un particolare uso domestico; da questo si riconosce chi appartiene alla casa, e così capita che infine si bada propriamente meno a quello che uno dice, che come lo dice.»

Ebbene, che cosa si era allora davvero riflettuto Hermann Bahr? Si era riflettuto: vuole lanciare una vera tromba d’onore. Scheler è ora così come lo stesso Bahr, che accenna sempre a questi strani sforzi cattolicizzanti — bene, inizialmente con fiammiferi, non subito con il palo del recinto. Ma ora, dice Bahr, parla comunque Scheler non come un cattolico verace. Ma i cattolici vogliono comunque sapere come stanno le cose con Scheler, soprattutto io stesso — pensa Hermann Bahr di se stesso — che voglio lanciare una tromba d’onore ora, nel foglio cattolico «Hochland» voglio scrivere — allora bisogna comunque sapere che Scheler già può essere consigliato ai cattolici. Relazioni poco chiare non si amano, si vuol chiarezza.

Vedete, è questo quello che importa. Le relazioni chiare però vengono create suggerendo ai popoli: andrà tutto bene per i cattolici con Scheler! Non importa se è anche un uomo molto ingegnoso: andrà tutto bene comunque anche all’interno del cattolicesimo. — Ma ora Bahr vuole presentare Scheler come un uomo del tutto grande, per lanciare una tromba d’onore davvero forte. E così vuole anche in questa direzione non far male troppo ai popoli. Prima se la prende perché gli uomini sono diventati spiritless, come hanno perso il collegamento con lo spirito, che però devono tornare allo spirito. Su questo singoli periodi da Hermann Bahr su Scheler:

«La ragione si strappò dalla chiesa nell’arroganza di poter da sola riconoscere, determinare, ordinare, dominare, guidare e formare la vita.»

Circa dire: la ragione deve ora cercare il mondo spirituale, a questo non arriva il coraggio di Hermann Bahr! Dunque dice: la ragione deve di nuovo cercare la chiesa.

«La ragione si strappò dalla chiesa nell’arroganza di poter da sola riconoscere, determinare, ordinare, dominare, guidare e formare la vita. Aveva appena cominciato a tentare quando le venne paura, quando cominciò a dubitare di se stessa. Questo riflettere della ragione su se stessa, sui suoi limiti, sulla misura della sua propria forza abbandonata da Dio comincia con Kant. Kant riconobbe che la ragione dalla propria forza non potrebbe fare proprio quello che deve volere continuamente da se stessa. Le ordinò alt proprio dove avrebbe appena potuto valere la pena. Le proibì di volare, ma già i suoi scolari la fecero volar di nuovo e si persero gareggiando. Alla ragione abbandonata da Dio non rimase in ultimo nulla se non la rinuncia. Alla fine sapeva soltanto di non poter sapere nulla. Cercò la verità così a lungo finché trovò che non ce n’è, almeno nessuna che l’uomo potrebbe raggiungere.»

Ebbene, adesso naturalmente le anime del presente sono abbastanza lusingrate. Perché tutte le belle cose su «i limiti della conoscenza» e così via sono presentate.

«Da allora viviamo senza verità, credevamo di sapere che non c’è verità, e tuttavia vivemmo come se dovesse pur esserci una. Perché cioè per vivere dovevamo vivere contro la nostra ragione. Così piuttosto abbandonammo completamente la ragione. La testa fu amputata all’uomo. L’uomo consisté presto solo di impulsi. Diventò un animale e se ne vantò ancora. La fine fu — 1914.»

Così dunque caratterizza Hermann Bahr quello che Scheler tutto fa bene col fatto che contiene una sorta di direzione cattolicizzante. Allora maltratta un po’ Goethe, poiché già da tempo si sforza di fare di Goethe un verace cattolico, e poi dice ancora: «Questo credo, un nobile membro del mondo degli spiriti, l’abbandonò. La scienza

divenne senza presupposti. L’impulso che la ragione, per poter operare, semplicemente non può fare a meno di avere, non lo prese più da Dio. Ma da dove altrimenti? Dagli impulsi. Non le restò nulla d’altro. L’uomo senza presupposti era diventato senza fondamento. Il resto è — 1914.»

«Se adesso dobbiamo di nuovo costruire, deve avvenire dal fondamento. Sarebbe presuntuoso ricostruire subito l’Europa. Dobbiamo cominciare molto tranquillamente dal basso. L’uomo deve essere ricostruito, l’uomo naturale deve essere ricreato, l’uomo deve di nuovo diventare consapevole di essere un membro del mondo degli spiriti. Libertà, personalità, dignità, moralità, scienza e arte sono scomparse da quando la fede, la speranza e l’amore sono scomparse. Solo la fede, la speranza e l’amore le riportano. Non abbiamo altra scelta: fine del mondo o — restaurare ogni cosa in Cristo.»

Ma con questo «restaurare ogni cosa in Cristo» non è inteso l’andare allo spirito, all’indagine, all’approfondimento dello spirito, ma il voltare il domo cattolico sopra i popoli. Ma come facciamo questo, pensa Bahr, come si fa a che gli uomini possano pensare e tuttavia diventare molto bravi cattolici, come si fa mai? Allora dobbiamo già guardare a certi uomini che sono appropriati per questo presente. Allora lo Scheler gli va bene, perché lo Scheler non si compromette per il fatto che parlasse, diciamo, di un’evoluzione nel mondo spirituale, che parlasse di una particolare scienza dello spirito; non si compromette per il fatto che dice più di come si — bene, come semplicemente si parla dello spirito e poi si indica: il resto lo trovate se entrate in chiesa, e cioè in quella cattolica — perché è quella che s’intende sia da Bahr che da Scheler —, che è sufficientemente internazionale, pensano Bahr e Scheler. Così si possono di nuovo portare gli uomini sotto un cappello, voglio dire sotto un domo. E gli uomini vogliono comunque oggi pensare ancora, e così come vogliono pensare, così pensa Scheler. Sì, lo centra persino bene, pensa Bahr, a pensare così come gli uomini lo vogliono:

«Scheler non grida, non gesticola nemmeno; proprio per questo si fa notare, e uno si domanda involontariamente chi sia questo che sembra così sicuro della

sua efficacia che non crede necessario fare rumore. È un accorgimento provato di abili oratori, cominciare con voce molto sommessa e così costringere l’assemblea a stare zitta e a stare attenta; l’oratore però allora deve naturalmente avere anche la forza di incantarla. Questo Scheler sa farlo magistralmente. Non lascia più andare l’ascoltatore, il quale non si accorge neppure dove lo conduce, e si vede improvvisamente a un fine al quale non aveva puntato. L’arte di Scheler, da frasi completamente indifferenti, alle quali il lettore si abbandona ingenuo, a costringerlo impercettibilmente a conclusioni e a catturarlo in conclusioni, alle quali con il più lieve avvertimento, con tutta la forza vi si resisterebbe, è incomparabile. È un educatore nato; non ne conosco nessuno che potrebbe condurre il nostro tempo spaventato con mano così delicatamente forte verso la verità.»

È comunque un’arte particolare, sapete, potere sorprendere così gli uomini: prima si dicono loro cose che non suscitano sospetti, e poi si continua così dolcemente finché non si arriva a portarli a quello verso il quale si sarebbero oppositori se gli si fosse affrontati subito. Da dove viene questo, e che cosa bisogna fare per agire nel giusto senso? — pensa Bahr. È completamente sincero, completamente onesto, e perciò si esprime anche su questo in questa recensione su Scheler:

«Ora dipenderà da se il tedesco, il buono, il coraggioso tedesco medio, imparerà a capire l’orribile grandezza del momento. Ha la migliore volontà, ma continua a pensare che l’uomo moderno non possa più credere, che la fede sia stata scientificamente confutata. Che questa scienza della non-fede nel frattempo è stata ormai a lungo di nuovo scientificamente confutata, non lo sa. Del lavoro silenzioso dei grandi pensatori tedeschi nostri tempi, Lotze, Franz Brentano, Dilthey, Eucken, Husserl, non sa nulla.»

Ora vi prego di ascoltare molto attentamente le seguenti parole:

«Nell’orecchio degli uomini medi risuona sempre ancora il suono del corno postale che solo adesso si scioglie del più recente errore ormai superato. Attraverso il suo rumore assordante difficilmente una voce così tranquilla e chiara farà breccia, che non si farà sospettare da principio della fantasticheria, del romanticismo, della mistica, di cui l’uomo tedesco medio ha una paura terribile. Proprio perché Scheler conduce la causa della conversione allo spirito senza fantasticheria, senza romanticismo e nel consueto gergo della cultura moderna, è l’uomo che abbiamo bisogno adesso.»

Dunque adesso, ebbene adesso l’avete! Subito sapete che cosa a Bahr piace di Scheler: non può venire il sospetto su questo Scheler di essere uno fantastico, un mistico, «perché l’uomo tedesco medio ha una paura terribile di questo». E questa paura bisogna solo sì, per Dio, rispettarla. Perché se ci si lasciasse andare a questo, se si riconoscesse come necessario combattere contro questa paura, allora, sì allora, allora semplicemente non basta; allora semplicemente non basta il fiato del coraggio che si può osare a tale impresa.

Proprio perché io stimo molto Hermann Bahr e l’amo molto, voglio mostrare come sia caratteristico per coloro per i quali è assai difficile venire incontro a quello che è necessario per la nostra epoca. Ma un po’ di salvezza può sorgere solo da questo se non ci si ferma più di fronte a quella paura terribile, ma se si ha il coraggio di confessare che la scienza dello spirito è assolutamente non fantasticheria, ma che è propriamente una chiarezza molto alta che è necessaria, anche del pensiero, se si vuol venire a questa scienza dello spirito nel giusto modo, mentre veramente, non è vero, chiarezza del pensiero non ha parlato precisamente da un paio di esempi che vi ho portato diversamente da Hermann Bahr e da altri contemporanei. Ma ci vuole un certo coraggio nel campo spirituale, se si vuol trovare idee penetranti e dotate di forza. Non bisogna andare lontano con Nietzsche, non bisogna nemmeno condividere dappertutto quello che esprime in una frase che comunque potrebbe colpirvi; ma bisogna comunque potere andare insieme dove appunto questo spirito sensibile, direi proprio sostenuto dalla sua malattia, esprime la cosa più coraggiosa. E così non bisogna aver paura di essere fraintesi. Sarebbe oggi la cosa più disastrosa che potesse succedere, se si avesse paura di non essere capiti da questo o da quell’altro; ma talvolta bisogna forse proprio proferire giudizi come il seguente di Nietzsche, anche se non è assolutamente corretto fino nei particolari. Ma non è questo che importa. Nietzsche dice nel suo saggio «Per una storia del cristianesimo»:

«Si deve il cristianesimo come realtà storica non confondere con quella unica radice a cui rimanda col nome: le altre radici da cui è cresciuto sono state di gran lunga più potenti. È un abuso senza pari quando tali figure di decadimento e deformazioni, che si chiamano chiesa cristiana, fede cristiana e vita cristiana, si rivestono con quel nome sacro. Che cosa ha negato Cristo? — Tutto ciò che oggi si chiama cristiano!»

Ebbene, anche se questo è forse espresso radicalmente, tuttavia tocca qualcosa che vale già a un certo grado; solo che Nietzsche l’ha espresso radicalmente. È già a un certo grado giusto che si potrebbe dire: di che cosa sarebbe soprattutto nemico Cristo oggi se entrasse direttamente nel mondo? Molto probabilmente di qualcosa che oggi in cerchi molto vasti si chiama «cristiano», e ancora di molte altre cose che in un’altra occasione devono essere caratterizzate.

Farò continuazione il prossimo martedì.

17°La via verso il mondo dello spirito e la chiaroveggenza nel presente

Monaco, 8 Maggio 1917

Potrebbe facilmente sembrare che nei tempi seguiti al Mistero del Golgota nessun raggio di illuminazione spirituale interiore abbia rischiarato l’umanità; e potrebbe sembrare che uno stato di questo genere fosse quello universalmente prevalente nell’umanità, in una particolar accentuazione ancora fino ai nostri giorni. Tuttavia non è affatto così, e si deve — se si vuol avere una visione chiara di queste cose — già distinguere un poco tra ciò che regna, per così dire, generalmente nell’umanità e tra ciò che tuttavia accade entro l’umanità qua e là, accade anche in modo tale da poter essere notevole per gli uomini nei più vari ambiti della vita. Sarebbe davvero scoraggiante per molti uomini contemporanei se dovessero continuamente dirsi: sì, ci è stato raccontato di un mondo spirituale, ma le vie verso questo mondo spirituale sono veramente inaccessibili agli uomini di oggi. — E molti oggi arrivano a questo giudizio scoraggiante. Ma questo giudizio scoraggiante nasce in realtà solo dal fatto che non si ha il maggior coraggio di dire sì senza reticenze laddove le vie verso il mondo spirituale si manifestano chiaramente. Non si ha neppure il coraggio di formulare su questo ambito sempre un giudizio imparziale. Perciò può sembrare — ma è veramente solo apparenza — che nella nostra epoca stessimo molto lontani da quei tempi in cui nella chiaroveggenza atavica il mondo spirituale era aperto al genere umano fino a un certo grado, oppure da quei tempi posteriori in cui poteva esserlo aperto ai singoli attraverso l’iniziazione nei Misteri. Si devono tracciare certi fili che legano le epoche antiche dello sviluppo dell’umanità al presente, per giungere a una piena comprensione dei segreti dell’essere umano, in particolare anche di quegli aspetti che abbiamo discusso appunto in queste considerazioni riguardo al carattere mistico. Voglio dunque estrarre un esempio dai tempi più recenti, qualcosa che sia accessibile a chiunque e che possa agire in modo tale da infondere coraggio, quando si tratti di prendere la decisione di cercare le vie verso il mondo spirituale. E proprio uno siffatto esempio voglio estrarre dalla ricchezza di esempi che si potrebbero scegliere, un esempio da cui si possa anche vedere come siffatte manifestazioni ancora oggi — intendo naturalmente un presente più ampio — vengono malgiudicate da un mentalità materialistica.

Tutti avrete già sentito parlare del poeta Otto Ludwig, il quale nacque nello stesso anno — 1813 — in cui nacquero Hebbel e Richard Wagner. Otto Ludwig non era soltanto un poeta — forse si potrebbe anche ritenere che non fosse un poeta particolarmente eminente, ma questo al momento non rileva — bensì era un uomo che si era dedicato a osservare molto se stesso, che ha cercato di conseguire l’autoconoscenza e che è anche riuscito a gettare sguardi svariati dietro quel velo che per la maggior parte dei contemporanei è steso davanti al proprio interiore. E così Otto Ludwig descrive una volta molto bene ciò che nota quando concepisce composizioni poetiche che egli stesso vuole portare a compimento, o quando legge composizioni poetiche di altri e le lascia agire su di sé. Arriva così a scoprire che non legge o concepisce come altri uomini, bensì che qualcosa di straordinariamente mobile nel suo interiore comincia a manifestarsi, cioè sia nella propria creazione poetica che nella lettura, nell’essere colpito da composizioni poetiche di altri. E Otto Ludwig descrive questo molto bene. Voglio comunicarvi questo passo, poiché vedrete da esso un aspetto dell’autoconoscenza di un uomo completamente moderno, che morì addirittura nella seconda metà del diciannovesimo secolo, e che nel riferire questa autoconoscenza parla di cose che certamente all’epoca materialistica nostra sembro cose della più sfrenata fantasia. Ma Otto Ludwig non era un fantasta. Era forse un meditabondo riguardo al proprio sé; ma chiunque lascerà agire su di sé le sue composizioni poetiche vedrà che in quell’uomo c’era qualcosa di completamente sano. E chi lascerà agire su di sé le comunicazioni che abbiamo sulla sua vita troverà accanto a una certa tendenza alla meditazione qualcosa di completamente sano in quell’uomo. Ebbene, così descrive egli l’azione nell’anima propria quando egli stesso compone poeticamente o lascia agire composizioni poetiche su di sé:

«Precede un’atmosfera, una musicale, che diviene per me un colore, allora vedo delle forme, una o più, in qualche posizione e gesto per sé o l’una rispetto all’altra, e questo come un’incisione su carta di quel colore, o più esattamente detto, come una statua di marmo o un gruppo plastico, sul quale il sole cade attraverso una cortina che ha quel colore. Questo aspetto colorato l'ho anche quando ho letto un’opera poetica che mi ha colpito; se mi trasporto in un’atmosfera quale la danno i poemi di Goethe, allora ho un giallo satico che tira al bruno dorato; come in Schiller, allora ho un carminici raggiante; in Shakespeare ogni scena è una sfumatura del color particolare che il pezzo intero ha per me. Stranamente, quell’immagine o quel gruppo non è solitamente la catastrofe del dramma, a volte solo una figura caratteristica in qualche posizione patetica, ma a essa subito si aggiunge una serie intera, e dal pezzo non apprendo prima la favola, il contenuto narrativo, ma ben presto verso il basso, ben presto verso la fine da quella situazione prima vista, irrompono sempre nuove figure plastiche-mimiche e gruppi, finché ho tutto il pezzo in tutte le sue scene; tutto questo in grande affanno, mentre la mia coscienza si comporta completamente sofferente, e una specie di angoscia corporale mi afferra. Il contenuto di tutte le singole scene posso poi riprodurre anche a volontà in ordine; ma portare il contenuto narrativo in un breve racconto mi è impossibile. Ora ai gesti si aggiunge anche il linguaggio. Trascrivo ciò che posso trascrivere, ma quando l’atmosfera mi abbandona, quello che ho scritto è per me solo una lettera morta. Ora mi dedico a colmare le lacune del dialogo. Perciò devo considerare l’esistente con sguardo critico.»

Vedete quindi qui un uomo singolare che — davvero orribile per l’uomo contemporaneo di mentalità materialistica — quando legge i drammi di Schiller prova il rosso carmini, quando legge i drammi o i poemi di Goethe prova il giallo dorato che tira al bruno dorato; che dinanzi a ogni dramma di Shakespeare ha una sensazione di colore, e dinanzi a ogni scena una sfumatura di questa sensazione di colore; che quando concepisce o legge una composizione poetica vede figure come un’incisione su uno sfondo di un determinato colore, o addirittura vede figure plastiche-mimiche con gesti, sul quale il sole cade attraverso una cortina che diffonde quel lume che gli viene dall’atmosfera complessiva.

Vedete, una cosa così si deve intendere correttamente. Una cosa così non è ancora chiaroveggenza, ma è la via verso il mondo spirituale. Chi la vuole intendere correttamente dalla scienza dello spirito, questa atmosfera, può intenderla se si dice: Otto Ludwig diviene consapevole dell’occhio, dell’occhio spirituale. Perché se egli procedesse oltre su questa via, non avrebbe solo siffatte atmosfere, bensì gli si contrapporrebbe — così come all’occhio esteriore gli oggetti fisici — all’occhio spirituale gli esseri spirituali e sarebbero afferrati come il suo proprio sentimento. Proprio come quando, al buio, con l’occhio fate solo piccolissimi movimenti di pressione, vedete — direi — luce scintillante, una luce che — direi — come emanante dall’occhio, riempie lo spazio, così è con Otto Ludwig. La sua anima irradiava atmosfere, ma queste atmosfere sono atmosfere di colore, sono atmosfere di tono. Con il musicale, come egli correttamente dice, come atmosfere di tono, cominciano. Egli non le usa procurandosi intuizioni spirituali; ma vediamo come la sua anima è completamente idonea a trovare la via verso il mondo spirituale.

Dunque non si deve dire che nei tempi più recenti non ci siano tali uomini che si accorgono che questa è una realtà, ciò che possiamo chiamare l’occhio dell’anima, che fu aperto per gli allievi dei Misteri nel modo come ho narrato nelle considerazioni precedenti. Perché queste istituzioni erano in sostanza non altro che istituzioni per rendere dapprima percettibile l’occhio dell’anima, per renderne consapevole l’anima umana, che questo occhio dell’anima è presente. Che oggi non si giudichino correttamente tali cose, potete vederlo appunto dalle osservazioni che Gustav Freytag fa parlando di Otto Ludwig. Gustav Freytag dice:

«La creazione di questo poeta ma, come tutto il suo essere, era simile al modo di un cantore epico da quei tempi in cui le figure si libravano dinanzi al poeta, vive, con suono e colore, nel crepuscolo della mattina dei popoli intorno al capo.»

Il fatto è completamente esatto, solo che non ha nulla a che fare con il comporre propriamente detto. Perché ciò che Otto Ludwig sperimentava, non lo sperimentavano nei tempi antichi soltanto i poeti, bensì tutti gli uomini, e in tempi posteriori coloro che erano iniziati nei Misteri, sia che fossero diventati poeti o no. Dunque non ha nulla a che fare con la potenza poetica vera e propria. E dove soltanto l’occhio orientato materialisticamente dell’uomo contemporaneo non rivolge lo sguardo dietro un certo velo nell’anima propria, quella che Otto Ludwig descrive è anche oggi presente in ogni uomo, non soltanto nel poeta, bensì in ogni uomo. Che Otto Ludwig fosse un poeta non ha nulla a che fare con questo aspetto, ma è qualcosa che procede parallelamente. Uno potrebbe essere un poeta assai più grande di Otto Ludwig, e ciò che egli è in grado di descrivere potrebbe restare completamente nell’inconscio. Nel fondamento dell’inconscio è certamente presente, ma non ha bisogno di emergere. Perché l’arte poetica, l’arte in generale, oggi consiste in qualcosa di diverso dall’elaborazione consapevole di impressioni di chiaroveggenza.

Così dunque volevo portare questo esempio per darvi un esempio di un uomo — e gli uomini di questo genere non sono affatto rari, ma molto, molto frequenti — di un uomo che si trova completamente sulla via verso il mondo spirituale. Si capisce che, quando si applicano a se stessi le cose descritte in «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?», non si produce qualcosa di nuovo, bensì ciò che è già presente nell’anima viene elevato alla coscienza, così che l’uomo impara a usarlo consapevolmente, ad applicarlo consapevolmente. Questo è ciò che vogliamo stabilire. La difficoltà risiede molto meno nel fatto che il velo sia oggi, per così dire, difficile da penetrare per giungere a ciò che vive inconsciamente nell’anima; le difficoltà risiedono piuttosto nel fatto che oggi non è facile acquisire il coraggio di immergersi in queste cose; che perlopiù coloro stessi che vorrebbero volentieri immergersi da certi desideri e bisogni del cuore e della conoscenza, si sentono pressati e spinti a riconoscere il fatto solo con un po’ di imbarazzo nel cerchio più ristretto e a non farne in alcun modo menzione quando ritornano nel circolo della gente molto intelligente del presente. Certo, non è necessario che ovunque sia presente quello che forse oggi, perché viviamo dopo l’anno 1879, dovrebbe designarsi come il giusto in questo ambito, bensì può, quando consideriamo i tempi recentemente trascorsi, in taluni presentarsi anche un alto grado di forze chiaroveggenti, vere forze chiaroveggenti, che perciò da un lato non si deve neppure pienamente riconoscere, arrendersi completamente a esse, né dall’altro lato considerarle subito come qualcosa di pericoloso, di rifiutabile.

Certamente molti fattori sono presenti che da lungo tempo hanno affievolito il coraggio di riconoscere il chiaroveggente, e così è accaduto che Swedenborg, già più volte menzionato nel vostro cerchio, ha trovato un giudizio così strano. Potrebbe agire in molti in modo stimolante nel senso che in lui si potrebbe vedere un’individualità che si è resa trasparente per sé certi veli verso il mondo spirituale. Swedenborg è pervenuto fino a un alto grado all’uso, all’applicazione di ciò che si può chiamare conoscenza immaginativa. Questa conoscenza immaginativa, ogni chi vuol entrare nel mondo spirituale deve possederla. Non può farne a meno, ma è tuttavia nulla di più che una specie di transizione verso i gradi di conoscenza superiori. Swedenborg aveva il suo senso chiaroveggente proprio aperto per la conoscenza immaginativa. Eppure proprio per il fatto che questa conoscenza immaginativa wallava e agiva e si muoveva in lui, poteva fare affermazioni sulle relazioni del mondo spirituale con il mondo esteriore che sono notevolmente degne di nota per chi si renda chiaroveggenza mediante esempi. Voglio mostrarvi qui mediante un esempio come Swedenborg nella sua mentalità — direi — stesse presso se stesso, come pensasse e sentisse, per mantenere l’anima in connessione con il mondo spirituale. Egli non mirava affatto ad addentrarsi in modo egoistico nel mondo spirituale. Egli, Swedenborg, aveva già cinquantacinque anni quando gli fu aperto il mondo spirituale. Era quindi un uomo completamente maturo, e aveva dietro di sé una solida, energica carriera scientifica. Le più importanti opere scientifiche di Swedenborg vengono pubblicate solo ora dall’Accademia delle Scienze di Stoccolma in molti volumi, e contengono cose che potranno essere direttive per lungo tempo per la scienza esteriore. Ma si compie oggi il trucco di riconoscere un uomo che nella sua epoca ha raggiunto il culmine della scienza, come Swedenborg, per quanto si voglia, e dove non si vuol più, lo si dichiara pazzo. Questo trucco si compie oggi con una grande destrezza. Non si dà importanza al fatto che un uomo come Swedenborg, che non solo ha compiuto in sua scienza ciò che potevano fare gli altri — e questo sarebbe già bastato — bensì che sorpassava tutte le altezze i suoi contemporanei come scienziato, dal suo cinquantacinquesimo anno in poi si è reso testimone del mondo spirituale.

Una domanda che interessò moltissimo Swedenborg era la questione: come agiscono l’anima e il corpo l’uno sull’altro? — Riguardo a questa questione: come agiscono l’anima e il corpo l’uno sull’altro? — Swedenborg dopo la sua illuminazione scrisse un bel trattato. In questo trattato ha detto all’incirca il seguente: sono possibili solo tre casi, come si può pensare alle relazioni reciproche tra anima e corpo. Un punto di vista è questo: il corpo è determinante; attraverso il corpo vengono prodotte le impressioni sensibili, le impressioni sensibili agiscono sull’anima, l’anima riceve questi influssi dal corpo, e questo è determinante. Essa è quindi, per così dire, dipendente dal corpo. Un secondo insegnamento è possibile, dice Swedenborg, è questo: il corpo è dipendente dall’anima; l’anima è ciò che contiene gli impulsi spirituali. Si crea il corpo, usa il corpo durante la vita. Non si deve parlare di influsso fisico, bensì di influsso psichico, di influsso animico. Il terzo insegnamento che è ancora possibile, dice Swedenborg, è questo: entrambi, corpo e anima, stanno l’uno accanto all’altro, non agiscono affatto l’uno sull’altro, ma un Superiore effettua un’armonia, un accordo, come tra due orologi un accordo, di cui l’uno non influenza l’altro, se mostrano la stessa ora. Un influsso superiore effettua un’armonia. Dunque se un’impressione esterna mi viene fatta ai sensi, allora l’anima pensa, ma entrambi non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro, bensì da una potenza superiore semplicemente mi viene fatta un’impressione corrispondente nell’anima, come da fuori attraverso i sensi mi viene fatta un’impressione sull’anima. — Swedenborg sviluppa come il primo e il terzo insegnamento siano impossibili a chi può guardare nel mondo spirituale, come per l’illuminato sia chiaro che l’anima sta in connessione attraverso le sue forze con un sole spirituale, così come il corpo con il sole corporeo, con il sole fisico, ma che tutto ciò che è fisico dipende da ciò che è spirituale-animico. Quindi egli sviluppa, direi, in un nuovo modo ciò che abbiamo chiamato, riguardo ai Misteri, il segreto del sole, quel segreto che si librava dinanzi a Giuliano l’Apostata quando parlava del sole come di un essere spirituale, il che particolarmente lo rese nemico del cristianesimo, perché il cristianesimo della sua epoca voleva rifiutare di mettere il Cristo in connessione con il sole. Swedenborg rinnovò per la sua epoca, per quanto era possibile, mediante la sua conoscenza immaginativa il segreto del sole.

Ebbene, vi ho anteposto questo solo perché voglia mostrarvi cosa avviene propriamente nell’anima di Swedenborg mentre essa è sulla via della conoscenza spirituale. Swedenborg dà su questa questione, che ho appena brevemente indicato, riguardo all’osservazione che ha compiuto, una specie di trattato filosofico, ma un trattato tale quale lo dà uno che vede nel mondo spirituale, non come lo dà un filosofo moderno assunto presso un’università, che certamente non sempre vede nel mondo spirituale. Ebbene, ma alla conclusione di questo trattato Swedenborg adduce ciò che chiama una «visione». E con questa visione non intende qualcosa che si è inventato, bensì qualcosa che ha veramente contemplato, che è veramente stato dinanzi ai suoi occhi spirituali. Swedenborg non si vergogna cioè di parlare delle sue contemplazioni spirituali. Racconta di nuovo cosa gli ha detto questo o quell’angelo, perché lo sa; perché lo sa così bene come un altro sa che gliel’ha detto qualche uomo terrestre fisico. Egli dice: io ero una volta nella contemplazione; allora mi apparvero tre rappresentanti del punto di vista dell’influsso fisico, tre Scolastici, Aristotelici, seguaci di Aristotele, dunque tre seguaci di quel insegnamento che tutto fa fluire nel’anima da fuori attraverso l’influsso fisico. Questi erano da un lato. Dall’altro lato apparvero tre seguaci di Cartesio, che in una certa maniera imperfetta, ma tuttavia parlavano di influssi spirituali sull’anima. E dietro a loro apparvero tre seguaci di Leibniz, che della pre-stabilita armonia, dunque dell’indipendenza di corpo e anima e dell’armonia stabilita da fuori, parlavano. Nove figure, dice, mi circondavano. Questo lo vide. E brillanti guide di ogni gruppo dei tre figure erano Leibniz, Cartesio, Aristotele stesso. — Dunque racconta come ebbe questa visione, proprio come si racconta qualcosa della vita fisica. Poi, dice, dal sottosuolo salì un genio con una fiaccola nella mano destra. E mentre brandiva questa fiaccola dinanzi alle figure, esse subito cominciarono a disputare. Gli aristotelici sostenevano l’influsso fisico dal loro punto di vista, i cartesiani l’influsso spirituale dal loro punto di vista, i leibniziani col loro maestro egualmente. — Tali cose, tali visioni possono andare fino nei dettagli. Swedenborg racconta che Leibniz apparve in una specie di toga, e i lembi la tenevano il suo seguace Wolff. Tali piccole cose compaiono sempre in queste visioni, nei quali questi tratti sono molto caratteristici. Vennero in conflitto. Le ragioni erano tutte buone, perché si può difendere tutto nel mondo. Allora dopo un certo tempo, dopo che hanno disputato abbastanza a lungo, il genio apparve di nuovo, ma ora aveva la fiaccola nella mano sinistra e illuminava l’occipite. Allora vennero assai più nel combattimento. Allora dissero: adesso neppure il nostro corpo né la nostra anima possono distinguere il giusto. E allora convenirono di gettare tre foglietti in un cassetto. Su uno stava «influsso fisico», sul secondo «influsso spirituale», sul terzo «armonia pre-stabilita». Poi tirarono e tirarono fuori «influsso spirituale» e dissero: allora vogliamo riconoscere l’influsso spirituale. Allora dal mondo superiore discese un angelo e disse: ma questo non è soltanto perché voi casualmente avreste tirato fuori il foglietto con «influsso spirituale», bensì questo è stato così provveduto dalla saggia direzione del mondo, perché corrisponde alla verità.

Sì, vedete, questa visione racconta Swedenborg. Certo, è libero a chiunque di trovare questa visione straordinariamente insignificante, forse anche ingenua; ma non si tratta se sia ingenua o no, bensì che l’ha. E ciò che forse appare più ingenuo è proprio il più profondo. Perché ciò che nel mondo fisico appare come il senza legge, il casuale, per così dire l’abbandono al caso, è, visto come simbolo nel mondo spirituale, qualcosa di tutt’affatto diverso. E si arriva così difficilmente a una conoscenza del caso, perché il caso è solo un’ombra di necessità più elevate. Ma Swedenborg vuol indicare qualcosa di particolare, cioè non lui lo vuole, naturalmente, bensì «Esso» lo vuole in lui. Questa immagine si forma, perché «Esso» lo vuole in lui. È cioè un’espressione esatta del modo come egli è giunto alle sue verità, un’espressione esatta dello spirito da cui egli ha scritto questo trattato. Cosa hanno fatto i Cartesiani? Hanno voluto provare da ragioni umane di ragione, da ragioni di intelletto l’influsso spirituale. Si può così arrivare al giusto; ma è come se una gallina cieca trovasse un chicco. Gli Aristotelici non erano più stupidi dei Cartesiani; loro hanno affermato l’influsso fisico, di nuovo con ragioni umane. I Leibniziani certamente non erano più sciocchi dei due altri, ma loro hanno affermato l’armonia pre-stabilita. Swedenborg non è andato affatto su questi cammini verso lo spirito, bensì sviluppò tutto ciò che l’arte umana può conseguire, per prepararsi, e poi per ricevere la verità. E questo ricevimento della verità — non il fare della verità, bensì questo ricevimento della verità —, questo accoglimento della verità, questo è ciò che lui voleva, o questo voleva esprimersi col tirare il foglietto dal cassetto. Questo è l’essenziale.

Ma tali cose non trovano il giusto valore nel nostro sentire, quando le pensiamo, bensì il nostro sentire si pone nella giusta maniera a queste cose solo quando le abbiamo in immagine, anche se l’immagine può essere presa per ingenua da gente intelligente. Perché l’immagine agisce diversamente nella nostra anima del concetto d’intelletto, l’immagine prepara la nostra anima a ricevere la verità dal mondo spirituale. Questo è l’essenziale della cosa. E se si guardano queste cose propriamente negli occhi, allora man mano ci si troverà in concetti e rappresentazioni che sono veramente necessari all’uomo contemporaneo, che l’uomo contemporaneo deve conseguire, e che oggi solo per avversione — non per un altro motivo — da avversione che scaturisce dal materialismo, appaiono inaccessibili all’uomo.

Lo spirito complessivo delle nostre considerazioni mirava proprio a considerare lo sviluppo dell’umanità, per così dire, in modo tale che andasse per primo nella sua corrente fino a un certo punto di demarcazione. In questo punto di demarcazione cade il Mistero del Golgota. Allora la storia prosegue. Entrambe le correnti sono per così dire radicalmente diverse l’una dall’altra; e abbiamo caratterizzato a sufficienza in quale misura le due correnti siano radicalmente diverse. Ma rappresentatevi ancora una volta il seguente, per provare sufficientemente questa diversità nell’anima. Rappresentatevi che nei tempi antichi fosse sempre possibile che, senza che l’uomo compisse preparazioni particolari nella sua anima, che fossero connesse all’attività, perché nei Misteri erano connesse a istituzioni esterne, a azioni di culto — l’uomo, per il fatto che per così dire veniva compiuto qualcosa di esteriore, accadeva qualcosa di esteriore, giungesse alla convinzione del mondo spirituale e così anche della propria immortalità, perché questo era ancora radicato nella sua corporeità prima del Mistero del Golgota. Col tempo del Mistero del Golgota cessò la possibilità della corporeità umana, per così dire di emanare da sé la convinzione dell’immortalità; intendete bene l’espressione: emanare. La possibilità cessò. Il corpo non lascia più spremere da sé la contemplazione dell’immortalità. Questo si preparò nei secoli prima del Mistero del Golgota. Ed è veramente straordinariamente interessante vedere come questo colosso di un pensatore, Aristotele, pochi secoli prima del Mistero del Golgota fa tutti gli sforzi per intendere l’immortalità dell’anima, ma non arriva ad altro che a un’immortalità che è davvero una concezione di immortalità assai singolare. L’uomo per Aristotele è un uomo completo solo se ha il suo corpo, se ha propriamente il suo corpo. E Franz Brentano, uno dei migliori aristotelici dei tempi moderni, dice nella sua considerazione su Aristotele, l’uomo non è più completo, se gli manca qualche membro; come potrebbe essere un uomo completo se gli manca tutto il corpo? In modo tale che l’anima per Aristotele, quando passa per la porta della morte, allora è minore di quel che era qui nel corpo. Questa è l’incapacità di ancora contemplare il sebbene vero, di fronte a cui stava il vecchio potere, quello di percepire lo sebbene, di percepirlo nella sua immortalità. Ma ora subentra il particolare che questo Aristotele è il filosofo che dà il tono attraverso tutto il Medioevo. Quel che in generale si può sapere, così si dicono i Scolastici, l’ha saputo Aristotele, e come filosofi non possiamo fare nulla di altro che basarci su Aristotele, vivere secondo lui. Non si vuol più sviluppare capacità spirituali, forze spirituali che vadano al di là della misura dell’aristotelismo. Questo è molto significativo. E porta — direi — dapprima al riconoscimento cardinale del fatto: perché Giuliano l’Apostata nel tempo costantiniano ha rifiutato il cristianesimo, così come si era sviluppato nella chiesa di allora. Si devono veramente vedere queste cose — direi — in una luce più elevata. Ho personalmente conosciuto, oltre Franz Brentano, uno dei migliori aristotelici del presente, Vincenz Knauer, che era un monaco benedettino, e che veramente dal suo coscienza cattolica stava al fondo proprio verso Aristotele nello stesso modo in cui gli Scolastici stavano verso Aristotele, che così, mentre parlava di Aristotele, parlava assolutamente in modo tale da voler tenere d’occhio ciò che si potesse sapere tramite conoscenza umana riguardo all’ immortalità dell’anima. E così Vincenz Knauer riassunse la sua opinione nel seguente modo, è molto interessante:

«L’anima però, cioè qui lo spirito umano dipartito» — dunque lo spirito umano che è passato attraverso la morte —«si trova dunque secondo Aristotele non in uno stato più perfetto, bensì in uno stato che non conviene alla sua destinazione, straordinariamente imperfetto. L’immagine per essa non è affatto quella frequentemente usata, quella cioè di una farfalla che, dopo aver abbandonato il bozzolo della pupa, si dondola nel blu dell’etere celeste. Essa è invece simile a una farfalla a cui una mano crudele ha strappato le ali, e che ora inetta striscia nella forma del verme più miserabile nella polvere.»

È molto significativo che coloro che conoscono bene Aristotele ammettano completamente: la conoscenza umana dovrebbe propriamente non giungere a nulla di diverso che a questo riconoscimento. — Da questo si vede che già una certa forza deve essere impiegata per resistere a ciò che è uscito da questo sviluppo. Perché, senza saperlo, il materialismo contemporaneo — l’ho già menzionato — sta effettivamente completamente sotto l’influsso di quella soppressione dello spirito che ebbe luogo attraverso il Concilio di Costantinopoli del 869, dove non si volle più avere l’uomo, come ho detto, composto da corpo, anima e spirito, bensì dove si soppresse lo spirito, si lasciò l’uomo sussistere solo di anima e corpo.

Il materialismo moderno procede ancora oltre. Ora sopprime anche l’anima. Ma questo è uno sviluppo completamente coerente. Appartiene dunque già una certa forza e un certo coraggio per ritrovare la via, per così dire di nuovo, in particolare per ritrovarla in modo giusto. Non è vero, Giuliano l’Apostata, che era iniziato ai Misteri eleusini, aveva una coscienza che attraverso un certo sviluppo dell’anima umana si potesse giungere al riconoscimento del carattere di immortalità dell’anima. Aveva di questo segreto del sole una conoscenza. E ora vide da questo punto di vista qualcosa che gli era propriamente terribile. Non riusciva a comprendere che fosse una necessità che subentrasse per lui il terribile; ma gli era terribile. Cosa vedeva dunque propriamente? Vedeva, se guardava ai tempi antichi, come gli uomini stavano direttamente o per la via dei Misteri sotto la guida delle potenze e degli esseri e delle forze extramondane. Questo vedeva, che qui sulla terra potesse accadere questo, che dalle sfere spirituali questo venisse ordinato, dal fatto che gli uomini avessero conoscenze da queste sfere spirituali. Questo vedeva. E ora vedeva il Cristianesimo nella forma costantiniana assumere quella forma che applicava all’organizzazione cristiana, alla società cristiana le vecchie forme fondamentali dell’Impero Romano, che il Cristianesimo si era infilato in ciò che l’Impero Romano aveva sviluppato solo per l’ordine sociale esteriore. Questo vedeva. Vedeva per così dire il Divino-Spirituale messo sotto il giogo dell’Impero Romano. Questo gli era terribile. Si deve solo comprendere che questo per un certo tempo fu necessario, ma non riusciva a sollevarsi a questo, e questo formava il suo contrasto riguardo a ciò che si compiva esteriormente. E si ha veramente bisogno di considerare un poco la grande epoca dell’inizio del Cristianesimo prima del tempo costantiniano, l’ho già segnalato. Perché lì erano presenti i grandi impulsi, che poi sono stati solo oscurati, affievoliti, mentre è stato incatenato sotto l’influsso dell’impulso di Cristo il libero conoscere umano nei decreti conciliari.

Se si risale a Origene, a Clemente di Alessandria, ovunque si trova che questi spiriti sono tolleranti, hanno ancora qualcosa di completamente greco, solo che portano nella loro anima una coscienza della grandezza di ciò che attraverso il Mistero del Golgota si è compiuto. Ma parlano in un modo riguardo a questo Mistero del Golgota e riguardo a colui che attraverso di esso è passato, in una maniera che semplicemente al presente davanti a tutte le confessioni è eretica. Propriamente i grandi Padri della Chiesa del tempo pre-costantiniano sono i peggiori eretici. Sono riconosciuti dalla Chiesa, ma sono tuttavia i peggiori eretici. Perché per quanto da un lato sono consapevoli di ciò che di Grande è accaduto per lo sviluppo terrestre con il Mistero del Golgota, per quanto non sono intesi a estirpare la via verso il Mistero del Golgota, la via dei Misteri, la via della vecchia chiaroveggenza, cosa che invece il Cristianesimo costantiniano voleva fare, come abbiamo visto. Soprattutto è da vedere in Clemente di Alessandria come ovunque grandi segreti rilucono attraverso le sue opere, segreti che sono segreti nel grado tale che all’uomo contemporaneo diventa persino difficile immaginare qualcosa al relativo concetto. Clemente l’Alessandrino parla ad esempio del Logos, della saggezza che permea e ondeggia attraverso il mondo. Se l'immagina già come la musica armonica delle sfere che dà senso al mondo. Se lo immagina completamente vivido. E se l'immagina che ciò che è visibilmente il mondo esteriore, per così dire è l’espressione della musica armonica delle sfere, così come la vibrazione visibile delle corde è l’espressione per il movimento d’onda musicale. E così gli, Clemente di Alessandria, la figura umana diviene un’immagine del Logos. Questo significa: Clemente l’Alessandrino fa appello al Logos, e mentre considera la figura umana, essa gli diviene come un confluire di toni dalla musica armonica delle sfere. Un’immagine del Logos è l’uomo, così dice. E in molti dei detti di Clemente di Alessandria troviamo tracce di come la più alta, più alta saggezza ha vissuto in lui, ma completamente illuminata da ciò che emana dal Mistero del Golgota. Confrontate con ciò che oggi in molti luoghi domina, proprio tali detti che io intendo da Clemente l’Alessandrino, allora avrete singolari concezioni riguardo al diritto di riconoscere un uomo come Clemente l’ Alessandrino senza intenderlo.

Quando oggi si dice che la Geisteswissenschaft vuol essere qualcosa che si muove completamente nella corrente del Cristianesimo, che deve fiorire completamente dal Cristianesimo per la nostra epoca, allora vengono numerose persone — l’abbiamo già sperimentato, lo stiamo sperimentando — e dicono: resurrezione della vecchia Gnosi! — e davanti alla Gnosi, ebbene, allora una moltitudine grande di coloro che oggi rappresentano il Cristianesimo, comincia a farsi il segno della croce come davanti al diavolo vivente. Ma la Gnosi per il presente è la Geisteswissenschaft, solo che la Gnosi progredita, quella presente è qualcosa di diverso dalla Gnosi che Clemente di Alessandria ha conosciuto. Tuttavia, come si esprime Clemente di Alessandria, vivendo nella seconda metà del secondo secolo cristiano? Egli dice: fede, bene, questo è ciò da cui si parte. — Il confessante ecclesiale odierno vuol fermarsi lì. La fede è già Gnosi, dice egli, però conoscenza compressa di ciò che è necessario, ma la Gnosi è la prova confermante e consolidante di ciò che è stato accolto nella fede, costruita sull’insegnamento del Signore sulla fede, la conduce avanti all’irrefutabilità scientifica e all’afferrabilità. — Ecco qui pronunciato per la sua epoca da Clemente l’Alessandrino ciò che deve essere realizzato per l’epoca presente. Ecco qui pronunciato come una richiesta del Cristianesimo che la Gnosi, la Geisteswissenschaft contemporanea, debba porsi vivacemente proprio nella evoluzione cristiana. Lo stupido d’oggi dice: scienza da un lato — quella vuol egli limitare ai fatti esterni —, Fede dall’altro lato; la fede non deve mischiarsi nella scienza. Clemente di Alessandria dice: alla fede viene data la Gnosi, alla Gnosi l’amore, all’amore l’eredità. — È questo uno di quegli enunciati che appartiene al più profondo dello sviluppo dello spirito umano, perché testimonia di un’alleanza profonda con la vita spirituale. Dalla fede si parte; ma alla fede viene data la Gnosi, cioè il sapere, la conoscenza. E da viva conoscenza, cioè dall’immersione nelle cose, sgorga solo il vero amore, e dal vero amore la gestione dell’eredità del Divino. Il Divino può fluire, fluir via attraverso l’umanità come fluiva nell’inizio primitivo solo se alla fede è data la Gnosi, alla Gnosi l’amore, all’amore l’eredità. — Si devono anche guardare tali enunciati in modo da vedervi testimonianze della profondità di uno spirito siffatto.

Così difficile come è da un lato, così necessario è dall’altro lato, proprio di rendere di nuovo accessibile agli uomini la vera forma della vita cristiana. Perché quando oggi vengono designate correttamente certe cose, allora si mostra in queste cose dove propriamente giacciono i mali del nostro tempo. Questi mali agiscono così, che solitamente non si vuol penetrare come le cose propriamente agiscono. Vedete, quando un villaggio negli Alpi viene sommerso da una valanga, ognuno vede la valanga precipitare nel villaggio; ma colui che vuol cercare l’origine della valanga, quello forse deve cercarla in un granello di neve laggiù. Il crollare del villaggio per la valanga sarà facile da osservare; che questo sia causato da un granello di neve, questo non sarà così facile da constatare, già nel fisico. Ora ancora di più nei grandi fenomeni della storia mondiale! Che adesso stiamo in una catastrofe terribile dell’umanità, questo è da vedere, questa è la valanga che è precipitata. Dove dobbiamo cercare i punti di partenza, quello è dove i granelli cominciano a rotolare. Certo, dobbiamo allora cercare vari granelli; ma non si seguono questi granelli fino a dove poi diventano valanghe. E oggi non si vede volentieri quando certe cose vengono chiamate col nome giusto.

Prendiamo un caso per esempio: qualcuno vuol oggi formarsi un giudizio su cosa sia scienza in questo o quel campo. Come lo fa? Mediamente, come lo fa? Ebbene, si affida al giudizio di un uomo assunto per la materia in questione. Perché è questo giudizio determinante? Ebbene, perché l’uomo in questione è nominato professore presso questa o quell’università. Questo è nei fatti il motivo per cui questo o quello oggi viene riconosciuto come scientifico. Ma prendiamo un singolo caso concreto. So molto bene che non ci si rende popolare quando si nominano queste cose, ma non serve a nulla; se le cose continueranno a non essere nominate col nome giusto nel nostro tempo da sempre più e più persone, non si uscirà dalla miseria. Supponiamo che una delle autorità dica il seguente: laggiù la gente ha continuamente il loro parlare di corpo e anima, che si trovano nell’uomo. Questo è propriamente un dualismo insoddisfacente, corpo e anima. Che ancora oggi parliamo di corpo e anima, questo viene solo dal fatto che dobbiamo esprimerci nella lingua, e la lingua non l’abbiamo creata nel presente, bensì essa ci è tramandata da un tempo anteriore, dove la gente era ancora assai più stupida dei professori universitari contemporanei. Allora questa gente stupida ancora credeva nell’anima in contrasto al corpo. E quando oggi parliamo di queste cose, allora dobbiamo servirci di queste parole; siamo schiavi della lingua e con la lingua propriamente della gente stupida, che non ha ancora assunto professori così intelligenti come noi. — Ora dice ancora: dunque, si deve bene parlare di corpo e anima; ma la cosa è completamente ingiustificata. Perché se veramente una volta viene uno e parla, completamente indisturbo dalla gente del passato dal punto di vista contemporaneo, dunque forse dice: sì, io vedo un fiore e allora vedo un altro uomo. L’altro uomo posso vederlo riguardo al suo colore della pelle, alla sua forma, come vedo il fiore. L’altro devo solo dedurre. — Ora potrebbe venire uno e potrebbe dire: sì, ma l’altro vede anche il fiore, e l’immagine del fiore vive nella sua anima. Ma questo è pura illusione. Ciò che mi è propriamente dato nella sensazione di fiore, nella sensazione di pietra, è impressione sensibile, è anche nell’uomo impressione sensibile. Che lì ancora viva qualcosa nell’anima, questo è solo pura illusione. Ci sono ovunque solo relazioni date.

Voi vi dite: ciò che questo qui ci dice, non ci si può immaginare nulla! Ebbene, grazie a Dio, se potete immaginarvene solo molto poco; perché l’intera esposizione è cioè il discorso più sciocco che possa esserci, è per così dire la stupiditaà personificata. Questa stupiditaà personificata viene messa in connessione con ogni sorta di sì accurati studi fatti nei laboratori sul cervello umano, su risultati clinici e così via. Cioè, il tale è uno sciocco. È nella posizione di dare buoni risultati clinici, perché ha i laboratori a disposizione; ciò che racconta riguardo a queste cose è la pura stupiditaà. Questi sciocchi oggi non sono rari, bensì sono propriamente l’ordinario. Naturalmente non ci si rende popolare quando si dice ciò. La serie di conferenze pubblicata come libro dal tale — scusate, si chiama però curiosamente Verworn, ma questo naturalmente solo sul piano fisico voglio considerarlo come caso — il libro, che riproduce la serie di articoli, si chiama «La meccanica della vita spirituale». Riguardo alla «Ligneità del ferro» si potrebbe scrivere altrettanto come sulla meccanica della vita spirituale, avrebbe all’incirca altrettanto senso. Sì, se la nostra vita spirituale nel suo più illuminati capi è percorsa da tale «acutezza di pensiero» — Verworn descrive ciò che vede, mescola solo nel suo pensiero sciocco — allora non ci si deve meravigliare se proprio quei settori che non hanno la fortuna di essere almeno riguardo all’esteriore-sensibile veri, che non possono contemplare qualcosa di esteriore, assolutamente non si riescono a orientare. Soprattutto le scienze dello stato, ai quali per così dire manca la stampella dei fatti esterni, dovrebbero avere pensieri che portano la realtà, e non li hanno per i motivi indicati, come vi ho sviluppato l’ultima volta. Ma la gente viene spinta con il naso su questo. Vi ho addotto un uomo molto capace: Kjellén, il pensatore svedese. Certo, è uno dei migliori. E il suo libro «Lo Stato come forma di vita» è acuto; ma verso la fine porta un’idea singolare con cui non riesco a fare nulla, con cui però anche altri nel presente non riescono a fare nulla. Egli cita cioè un certo Fustel de Coulanges, che ha scritto «La città antica», e che in questo libro sviluppa l’idea che è assai singolare quando si risale negli stati antichi, si esaminano gli stati antichi pre-cristiani, che quasi l’intero stato è sempre costruito sul culto; l’intero stato è costruito su ordine spirituale-sociale. — Così, vedete, la gente viene spinta sui fatti, perché vi ho raccontato l’ultima volta come l’ordine sociale sia fluito dai Misteri, come fosse veramente qualcosa di Spirituale. Mentre la gente studia queste cose, arrivano su tali cose, ma non possono intenderle, non possono assolutamente immaginare nulla. Non possono fare nulla con ciò che la storia stessa racconta loro, a cui sono stati tolti tanti documenti.

Tanto meno può esserne fatto qualcosa di giusto con l’altra idea, che di nuovo deve sorgere, e che troviamo proprio nei Misteri, e, direi, in quel bellissimo eco ai Misteri, in Platone, e che ho indicato come una nuova via per giungere al Cristo. Se leggerete le opere platoniche, vi si presenta una cosa singolare. Platone pone nel centro della sua considerazione il Socrate, Socrate nel cerchio dei suoi allievi. È il colloquio di Socrate coi suoi allievi, entro il quale viene sviluppato ciò che Platone vuol dire. Platone si collega al Socrate morto nei suoi scritti. Questo non è solo un rivestimento bellettristico, ma è più di questo. Questo è, direi, la continuazione, l’eco di ciò che è vissuto nei Misteri, dove gli allievi dei Misteri venivano condotti al commercio coi defunti, che dal mondo spirituale continuano a governare il mondo esteriore sensibile. Platone sviluppa una filosofia collegandosi a un Morto. Questa idea deve sorgere di nuovo, questa idea deve ritornare. E ho indicato come deve ritornare. Dobbiamo trovare la possibilità di andare oltre la storia arida, oltre il resoconto dei fatti esteriori; dobbiamo giungere alla possibilità di vivere coi Morti, di far risorgere nella nostra coscienza i pensieri dei Morti. Dobbiamo in questo senso prendere seriamente l’idea della Resurrezione. Questa è la via su cui il Cristo si dischiude all’umanità nel soggettivo, nella esperienza interiore, la via su cui il Cristo può verificarsi. Ma appartiene a questa via lo sviluppo di ciò che si può chiamare: la volontà nel pensiero. Se potete formare i pensieri solo così come si formano quando contemplate il mondo dei sensi esteriore, allora non arrivate a pensieri così che entrino in connessione reale coi Morti. Dobbiamo acquistare la capacità di togliere elementarmente i pensieri dal nostro proprio essere. La volontà deve avere il coraggio di collegarsi alla realtà. Allora la volontà, che così si spiritualizza, essa allora, esattamente come la vostra mano urta contro un oggetto esteriore sensibile, urterà contro esseri spirituali. E i primi esseri spirituali saranno normalmente proprio coloro che sono con noi in qualche modo collegati karmicamente come i Morti. La cosa necessaria in tutte queste cose è solo che non cerchiate per voi stessi istruzioni, che si possono facilmente avere, per così dire scritte su un foglio di carta, per metterle in tasca. Non è così semplice. Ci si urta anche con gente ben intenzionata sul fatto che dicono: come posso distinguere ciò che è sogno da ciò che è realtà? Come distinguo ciò che è fantasia da ciò che è realtà? — Sì, nel singolo caso distinguere questo secondo una regola determinata, questo non è quello che si dovrebbe cercare. L’intera anima deve gradualmente accordarsi in modo tale da rendersi capace di giudizio, nel singolo caso così da conseguire un giudizio, come non si dovrebbe aver bisogno di istruzioni per un singolo caso, bensì come si deve educare per un circolo più ampio, per avere su un caso singolo un giudizio. Il sogno può molto assomigliare al contatto con la realtà, ma non si può fare l’indicazione nel singolo caso: per questo distingui un mero sogno da una realtà. Può persino ciò che io ora dico, per questo o quel caso essere di nuovo falso, perché di nuovo altri punti di vista vengono in considerazione. Si tratta sempre di cercare di rendere atta la propria intera anima a giudicare per il mondo spirituale.

Prendete il caso che accade molto frequentemente: voi sognate, credete di sognare; ma gli uomini non possono così facilmente distinguere sogno e realtà. Coloro che oggi comunque riflettono sul sogno, quelli riflettono all’incirca secondo l’istruzione di gente come il signor Verworn, che dice: si può compiere un bell’esperimento. Verworn adduce ad esempio il seguente bell’esperimento; è anche come esperimento molto bello: uno dorme, e uno va alla finestra con uno spillo e bussa. Il tale sogna, si sveglia e racconta a uno, avrebbe partecipato a un fuoco di fucile. Il sogno esagera, dice Verworn. Ciò che erano solo colpi di spillo è diventato spari. Il sogno esagera. Come ce lo spieghiamo? Ce lo spieghiamo, dice il signor Verworn, con l’assunzione: nella coscienza vigile il cervello è in piena attività. Nella coscienza di sogno, il cervello è in attività ridotta, la coscienza corticale è attiva; la corteccia cerebrale non prende altrimenti parte, è il cervello di minore intensità. Per questo il sogno diviene così bizzarro; per questo avviene che i colpi di spillo diventano fuoco di fucile, e mediante l’attività cerebrale il piccolo colpo di spillo diviene un combattimento di fuoco. — Ebbene, il pubblico è credulo, perché dal lato superiore dove si trova il relativo è narrato che il sogno esagera, e dal basso viene, non proprio con le parole che ho usato ora, detto questo: il cervello è di minore attività, perciò il sogno appare bizzarro — e il lettore ha già dimenticato ciò che sta lassù. Perciò non mette insieme queste cose. Ha solo bisogno di credere: lo dice un’autorità, che è assunta dallo Stato per sapere queste cose, dunque si deve credervi. — La fede nell’autorità è qualcosa che, come sapete, nel presente è molto disapprovato. Ebbene, chi non pensa così riguardo al sogno, può dire il seguente. Potrebbe essere giusto, e in questo modo di pensare giace appunto il giusto su questo campo. Supponiamo che sogniate di un amico che è morto. Sognate con questo amico insieme una situazione; ciò significa che credete di sognare — e vi svegliate. Il pensiero quando vi svegliate è naturalmente questo: ma quello è un uomo da lungo tempo morto! Ma questo non vi è venuto in mente nel sogno, che fosse morto. Ora potete trovare tutte le spiegazioni intelligenti per il sogno, secondo la «Meccanica dello spirito»; ma, non è vero, se questo è un sogno, e il sogno non è nulla se non reminiscenza della vita diurna, così difficilmente potrete comprendere che il pensiero più forte che potete avere, cioè che egli è morto, che l’amico è morto, proprio che non gioca nel sogno, quando avete appena provato una situazione di cui sapete — voi lo sapete benissimo — non avreste potuto provarla con chi vivente. Allora è giustificato il giudizio seguente, allora vi dite: ho ora sperimentato qualcosa con il tale X che non avrei potuto sperimentare nella vita, che non solo non ho sperimentato, bensì, come la convivenza con lui era, non avrei potuto sperimentare, e ora lo sperimento. Supponiamo che l’anima sia dietro questa immagine di sogno, l’anima vera, che è passata per la porta della morte, è dietro questa immagine di sogno. Non è da sé inteso che non viviate la morte? L’anima non ha nessuna ragione di mostrarvi come morta, essa vive infatti. E voi, se prendete insieme questi due elementi e forse li collegate con qualcos’altro ancora, voi arriverete così a dirvi: la mia immagine si sovverte su un vero incontro con l’anima. E che il pensiero della morte non mi venga, questo accade dal fatto che non ho una reminiscenza, bensì un accorrere del vero Morto a me. Con quello sperimento ora qualcosa, che naturalmente si veste in un’immagine, ma c’è una situazione che non avrebbe potuto esserci. Inoltre il pensiero della morte non viene perché l’anima vive, perché non c’è nessun motivo per questo. E allora avete tutti i motivi per dirvi: io dunque vivo in una regione, quando ho un tale cosiddetto sogno, dove qualcosa non gioca — e ciò che ora dico è importante, straordinariamente importante — perché caratteristico per la nostra vita fisica è l’integrità della nostra memoria fisica. Questa memoria per il mondo dello spirito nel quale entriamo non è presente nello stesso grado, non è presente nemmeno nello stesso modo, bensì la memoria che è necessaria laggiù, quella dobbiamo svilupparci noi stessi. La memoria fisica è già legata al corpo fisico. Perciò chi conosce questa regione, sa che la memoria fisica non entra in questa regione. Nessuna meraviglia che non ci sia nessun ricordo del Morto, bensì l’incontro con l’anima vivente.

Gente che era conscia di questo, quelli parlano appunto di come ciò che qui per la vita fisica noi chiamiamo memoria, è qualcosa di completamente diverso per la vita spirituale. Chi almeno una volta la grande immagine di Dante, la Commedia, la «Divina Commedia» ha lasciato agire su di sé, questi, se ha allora questa comprensione, non potrà avere alcun dubbio che Dante abbia avuto visioni, che fosse consapevole del mondo spirituale. Per colui che conosce il modo di linguaggio di coloro che erano consapevoli del mondo spirituale, giace già nella introduzione che Dante ha scelto per la sua Commedia la testimonianza probante. Ma Dante sapeva; non era un dilettante nei mondi spirituali, era una persona che ne sapeva i segreti. Lui sapeva. Uno siffatto sa anche come non la memoria ordinaria penetra nella sfera dove incontriamo i Morti. E Dante parla molto dei Morti, come alla luce del mondo spirituale i nostri Morti vivono. Riguardo alla memoria trovate nella «Divina Commedia» la bella parola: «O luce suprema, che tanto sei sopra l’umano intendere, riporta a me di te un poco al senso; e fa la mia lingua tanto possente, ch’una favilla sol della tua gloria possa lasciar per la futura gente! Ché se la mente mia sopra un poco si rimembra, et in questi versi, più s’intenderà tua virtude.» Lì vedete come Dante sapeva che non si può afferrare con una memoria ordinaria buona ciò che potesse venire dalle regioni spirituali. Molti uomini contemporanei dicono: a che scopo dovremo innalzarci nel mondo spirituale, abbiamo abbastanza da fare col mondo fisico; chi è capace cerca di orientarsi qui in questo mondo! — Sì, hanno allora questi uomini il diritto di credere che quei vecchi uomini, che ricevevano la saggezza nei Misteri, l’intendessero meno seriamente con il mondo fisico? Solo che sapevano che il mondo spirituale gioca in questo mondo fisico, che agisce, che i Morti pure agiscono su di noi, anche quando lo si nega, e che si crea solo confusione con questa negazione. Chi nega che coloro che sono passati per la porta della morte agiscono qui su questo mondo, quello è simile a un uomo che dice: ach, cosa credo a questo, che è caldo — e poi cammina su una piastra incandescente. Solo che naturalmente non si può facilmente dimostrare il danno che si causa, quando il gioco del spirituale nel fisico non viene considerato, bensì viene agito sotto l’assunzione della possibilità di negazione. Il nostro tempo non è molto incline a costruire il ponte che deve essere costruito nel regno dove sono i Morti e gli alti Spiriti. Il nostro tempo ha in molti aspetti, si può già dire, perfino un odio, una mentalità veramente odiante verso il mondo spirituale. E al Geisteswissenschafter che vuol essere onesto, incombe il compito di rendersi un poco consapevole anche delle potenze nemiche dello sviluppo della scienza dello spirito, di prestare un po’ attenzione su questo. Perché la cosa ha veramente fondamenti profondi, ha i suoi fondamenti dove sono i fondamenti di tutte le forze che oggi si oppongono al vero progresso dell’umanità.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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