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O.O. 149

Cristo e il mondo spirituale - La ricerca del Santo Graal

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1°La difficoltà di comprendere il Cristo Gesù

Lipsia, 28 Dicembre 1913

Per molte anime della nostra epoca, propense ad accogliere ciò che la scienza dello spirito orientata antroposoficamente intende comunicare, risulta necessario dissipare i molteplici contrasti che emergono dalla nostra ricerca.

In particolare, l’anima può essere rivolta verso un contrasto specifico se riesce a trattare con serietà i ricordi che appartengono a un tempo di festa come quello che circonda il Natale e l’inizio dell’anno. Che noi, attraverso le conoscenze che cerchiamo di acquisire, desideriamo penetrare nella marcia spirituale dell’umanità per comprendere correttamente il nostro stesso sviluppo spirituale: ciò diviene particolarmente chiaro proprio nel trattare con serietà tali ricordi festivi. Basta sollevare un pensiero, e subito, si potrebbe dire, esso apparirà luminoso da un lato e inquietante dall’altro. Esso mostra come contraddizioni e difficoltà debbano elevarsi davanti all’anima che voglia accogliere nel giusto senso le nostre conoscenze antroposofiche sull’uomo e sullo sviluppo del mondo.

Tra le molte conoscenze che cerchiamo di acquisire attraverso il nostro approfondimento antroposofico vi è la conoscenza di Cristo, la conoscenza dell’impulso di fondamentale significato che ha segnato l’inizio della nostra epoca, quello che abbiamo chiamato l’impulso del Cristo. Dovremo certamente chiederci spesso: come mai la nostra epoca può sperare, mediante conoscenze antroposofiche approfondite, di penetrare meglio e più intensamente la marcia dello sviluppo mondiale per comprendere l’impulso del Cristo, rispetto a come lo penetrarono i contemporanei del mistero del Golgota? Si potrebbe domandare: non era forse assai più facile per i contemporanei del mistero del Golgota penetrare il segreto collegato con questo mistero riguardante lo sviluppo dell’umanità, piuttosto che per la nostra epoca, così lontana dal mistero del Golgota? Questa potrebbe divenire una domanda opprimente per le anime della presente era che desiderano seguire la comprensione di Cristo orientata antroposoficamente. Potrebbe divenire uno di quei contrasti che agiscono in modo oppressivo soprattutto quando prendiamo sul serio i principi più profondi della nostra conoscenza antroposofica. Una soluzione di questo contrasto si presenta a noi soltanto quando, in certo senso, poniamo davanti alla nostra anima l’intera situazione spirituale nella quale l’umanità si trovava in quel tempo da cui inizia il nostro computo degli anni.

Chi tenti, dapprima senza alcun sentimento religioso o simile, di penetrare nella costituzione dell’anima degli uomini all’inizio della nostra cronologia, può fare una scoperta singolarissima. Questo tentativo può inizialmente procedere nel modo seguente. Ci si attenga a ciò che nemmeno le anime dedite unicamente all’esteriorità possono negare, ci si attenga alla tradizione antica così come si è conservata nella storia; ma si cerchi di penetrare quella parte che abbraccia la vita spirituale nella sua purezza. Si può infatti sperare che attraverso tale penetrazione si catturi qualcosa degli effettivi impulsi dello sviluppo dell’umanità. Ci si attenga alla vita del pensiero del tempo che sta all’inizio della nostra cronologia. Si cerchi di penetrare, puramente dal punto di vista storico, ciò che gli uomini, per dire, duecento anni prima del mistero del Golgota e ancora un secolo e mezzo dopo il mistero del Golgota, hanno elaborato di approfondimento del pensiero per penetrare i segreti e gli enigmi del mondo. Scopriamo infatti che nei secoli prima e dopo il mistero del Golgota si è verificato un mutamento infinitamente significativo nella costituzione dell’anima dell’umanità riguardante la vita del pensiero. Si percepisce che in una certa misura la maggior parte della civiltà allora considerata ha ricevuto ciò che la filosofia greca e altri approfondimenti del pensiero avevano già portato all’umanità per molti secoli. Se si considera a cosa l’umanità, puramente da se stessa, senza riflettere su alcun impulso esteriore, è giunta in quel tempo, a cosa sono giunti coloro che si usava chiamare, con termine stoico, i «Sapienti», a cosa sono giunte numerose personalità della storia romana, si deve dire: riguardo alla conquista di pensieri, alla conquista di idee, la vita occidentale dopo questo tempo, dopo la svolta all’inizio della nostra cronologia, non ci ha veramente portato straordinariamente più di tanto. La vita occidentale ci ha portato un apporto infinito nel penetrare i fatti della natura; infinite rivoluzioni del pensiero riguardante il mondo esteriore ci ha portato. Ma i pensieri, le idee stesse, con i quali tutte queste conquiste sono state realizzate, con i quali l’umanità ha cercato di penetrare negli enigmi spaziali esterni dell’esistenza, sono stati in realtà poco sviluppati da allora. Vivevano, fino al pensiero di cui l’epoca odierna è tanto orgogliosa, fino al pensiero dell’evoluzione, vivevano tutti nelle anime di allora. Ciò che si potrebbe chiamare un’afferratura concettuale del mondo, una vita nelle idee, era giunto a una certa altezza, a un apice, e non aveva afferrato solo alcuni spiriti come prima gli allievi di Socrate: era divenuto in certo senso popolare, si era diffuso nell’Europa meridionale e in altre regioni del mondo. Si rimane stupefatti dalla profondità che il pensiero aveva raggiunto. Se si volesse considerare imparzialmente una storia della filosofia, proprio questa vittoria del pensiero nel tempo allora avrebbe dovuto essere particolarmente considerata.

Se si pone da un lato questa vittoria del pensiero, questo sviluppo infinitamente significativo dei mondi ideali, e dall’altro lato, nel senso in cui cerchiamo oggi di penetrare, si mette dinanzi all’anima qualcosa come i segreti che si raggruppano intorno all’evento del Golgota, allora si diviene consapevoli di qualcos’altro.

Si percepisce allora che, quando la notizia del mistero del Golgota si diffuse nel tempo di allora, ebbe luogo una lotta enorme del pensiero con questo mistero. Vediamo come le filosofie di quel tempo, in particolare la così profondamente sviluppata filosofia della Gnosi, si sforzino di dirigere verso questo unico scopo tutte le idee che erano state conquistate. È significativo lasciar agire su di sé questa lotta del pensiero umano con il mistero del Golgota. Ciò che risulta manifesto, infatti, è che questa lotta è in fondo vana: questo enorme approfondimento del pensiero raggiunto dallo sviluppo dell’umanità, benché presente, benché compia tutti gli sforzi per comprendere il mistero del Golgota, tuttavia non basta. Il mistero del Golgota, come se fosse separato attraverso mondi spirituali a grande distanza, si avvicina alla comprensione umana e non vuole rivelarsi.

Ora desidero subito attirare l’attenzione, cari amici, sul fatto che per queste conferenze, quando parlo del mistero del Golgota, non desidero inizialmente mescolare nulla a questa espressione di ciò che potrebbe trovarsi in essa dalle tradizioni religiose e dalle convinzioni. Piuttosto, il mondo oggettivo dei fatti, che sta alla base dello sviluppo dell’umanità, debba essere preso in modo puro, in ciò che si presenta all’osservazione fisica e spirituale. Una considerazione desidero rivendicare per noi, che astragga da tutto ciò che è stato acquisito sul mistero del Golgota, da ciò che si trova nei singoli insegnamenti religiosi, e desidero rivolgere lo sguardo unicamente a ciò che è accaduto nello sviluppo dell’umanità.

Ora avrò molte cose da dire, anticipando ciò che nei giorni seguenti potrà essere espresso in modo chiaro e convincente.

La prima cosa che colpisce in una tale contrapposizione del segreto del mistero del Golgota e dello sviluppo del pensiero enormemente approfondito di quel tempo è che si riceve l’impressione che ho così espresso: ben, ben dietro a ciò che lo sviluppo del pensiero può raggiungere sta l’essenza di questo mistero.

E più esattamente si penetra in ciò che una tale contrapposizione può offrire, più ci si deve confessare quanto segue. Si può, da un lato, approfondire completamente la propria anima nei mondi del pensiero che caratterizzano l’inizio della nostra cronologia; si può tentare di rendere viva nell’anima la costituzione dell’anima, ciò che gli uomini nell’Impero romano, in Grecia hanno pensato; si può per così dire richiamare dinanzi alla propria anima le idee che gli uomini hanno pensato, e allora si avrà il sentimento: sì, è il tempo in cui il pensiero ha raggiunto un approfondimento come mai prima. Qualcosa accade al pensiero, esso si avvicina all’anima umana in modo come mai prima si era avvicinato. Ma se allora, con quella costituzione dell’anima che si può designare come chiaroveggente, si vuole rendere completamente viva in se stessi ciò che si potrebbe anteporre a sé sulla base di questa profondità del pensiero e nel far rivivere i mondi del pensiero di quel tempo, se dunque si porta questo nell’anima ma lo si lascia ora agire come forza attraverso ciò che la costituzione dell’anima chiaroveggente può dare, allora improvvisamente qualcosa di sorprendente emerge: si sente allora che ben, ben lontano nei mondi spirituali si compie in realtà ciò di cui anche questa profondità del pensiero è un’azione.

Già abbiamo attirato l’attenzione sul fatto che dietro il nostro mondo ne stanno altri. Si utilizzino le espressioni comuni: il mondo astrale, il mondo devachanico, il mondo devachanico superiore. Vogliamo anzitutto richiamare alla memoria che questi tre mondi stanno dietro il nostro. Se si lascia allora effettivamente risvegliare in se stessi questa costituzione dell’anima chiaroveggente, si ha l’impressione che, anche se si penetrasse nel prossimo, nel mondo astrale, nemmeno lì si chiarirebbe completamente ciò che propriamente è l’origine di ciò che si esprime nella vita del pensiero di quel tempo. Anche se si guardasse dentro il mondo devachanico inferiore, non si chiarirebbero ancora completamente le cose accadute. Soltanto quando si potesse trasferire l’anima nel mondo devachanico superiore, così dice la costituzione dell’anima chiaroveggente, si potrebbe in esso vivere ciò che risplende attraverso gli altri due mondi, ciò che penetra giù fino al nostro mondo fisico, e ciò che nel nostro mondo fisico è riconoscibile nella trasformazione radicale del mondo del pensiero dell’umanità attraverso i secoli.

Si può inizialmente porsi unicamente sul piano fisico e sulla sua considerazione. Non si ha neppure il bisogno di divenire consapevoli, mentre si approfondisce nel mondo ideale di quel tempo, di ciò che si comunica sul mistero del Golgota; lo si può inizialmente mettere completamente da parte, e ci si può domandare: indipendentemente da ciò che si è svolto laggiù in Palestina, cosa ci mostra la storia esteriore? Ebbene, essa ci mostra che in Grecia e Roma si è verificato un infinito approfondimento del pensiero. Circoscriviamo come un’isola della nostra vita spirituale questo mondo del pensiero greco e romano, pensiamo che sia chiuso da tutto ciò che si è svolto al di fuori, pensiamo che nulla fosse ancora penetrato in questo mondo dalla notizia del mistero del Golgota. Se rivolgiamo allora la nostra considerazione spirituale a questo mondo, certamente non troviamo nulla di ciò che oggi scopriamo sul mistero del Golgota, ma troviamo quell’approfondimento infinito della vita del pensiero che ci mostra: qui accadde qualcosa nel corso dello sviluppo dell’umanità che ha afferrato l’essenza più intima dell’anima sul piano fisico. Comunque voglia credersi, il pensiero non c’era mai in quel modo, presso nessun popolo e in nessuna epoca! Dunque chiunque sia incredulo o non voglia saperne del mistero del Golgota, una cosa deve concedere: che nell’isola che ora abbiamo circoscritta vive un approfondimento del pensiero che mai prima era stato là.

Ora però, quando ci si pone in questo mondo del pensiero e sullo sfondo si possiede la costituzione dell’anima chiaroveggente, ci si sente in modo veramente idoneo situati nella peculiarità del pensiero.

Ora ci si dice: sì, così come è sbocciato, questo pensiero, come idea presso Platone o altri, così come è passato nel mondo che cercammo di circoscrivere, il pensiero è qualcosa che libera l’anima, che afferra l’anima e per così dire l’eleva a una contemplazione elevata di se stessa, tanto che l’anima possa dire: comunque tu possa afferrare nel mondo esterno e nel mondo spirituale, ciò ti rende dipendente da questi mondi; nel pensiero afferra qualcosa che vive in te, che tu puoi completamente penetrare. Tu puoi ritirarti dal mondo fisico esterno, puoi divenire incredulo di fronte al mondo spirituale, puoi non voler sapere di impressioni chiaroveggenti, puoi non voler lasciar penetrare impressioni fisiche: col pensiero puoi vivere in te; afferra in certo senso la tua stessa essenza nel tuo pensiero!

Questo si può comprendere. Ma allora sorge, e non può essere diversamente quando ci si immerge con la costituzione dell’anima chiaroveggente in questo, direi, mare del pensiero, il sentimento dell’isolatezza del pensiero, il sentimento che il pensiero è pur sempre solo pensiero, il sentimento che il pensiero vive inizialmente solo nell’anima e che non si può trovare in esso stesso la forza di uscire in un mondo nel quale si potrebbe anche trovare ciò che siamo altrimenti nella radice originaria. Proprio nel sentire la massima gloria del pensiero, se ne sente anche per così dire la natura irreale. Si può sentire allora come intorno alla realtà in quel mondo conosciuto dinanzi allo sguardo chiaroveggente, in fondo, non ci sia nulla che potrebbe veramente sostenere questo pensiero.

Perché dovrebbe mai essere presente, questo pensiero?, ci si domanda. Il mondo fisico potrebbe veramente soltanto falsificarlo. Coloro che vogliono essere puri materialisti, che non possono attribuire al pensiero un’essenza propriamente sua, dovrebbero in realtà proibire il pensiero. Se infatti il mondo materiale è il solo veramente reale, allora il pensiero potrebbe solo falsificarlo.

Solo perché i materialisti sono incoerenti non viene loro in mente la sola epistemologia possibile del materialismo, del monismo: astenersi dal pensiero, il non-più-pensare. Ma a chi con costituzione dell’anima chiaroveggente si approfondisce nella vita del pensiero, sta dinanzi all’anima ciò che si potrebbe dire di minaccioso in questa isolatezza del pensiero, in questo restare solo col pensiero. Allora per lui non c’è che una cosa. Essa, però, c’è, gli si avvicina, benché si avvicini come qualcosa che sta in una lontananza spirituale immensa: attraverso due mondi separati, in un terzo mondo sta l’origine effettiva, così si dice all’anima divenuta chiaroveggente, di ciò che è nella vita del pensiero. Questo potrebbe essere per le anime della nostra epoca che sentono chiaroveggentemente un’impressione più potente: situarsi isolate con il proprio pensiero nell’epoca nella quale il pensiero ha subito il suo approfondimento; astenersi da tutto ciò che sta intorno, quindi anche dal mistero del Golgota, e riflettere soltanto su come nel mondo greco-romano sorge ciò del cui contenuto ideale ancora oggi traiamo nutrimento.

Allora si dovrebbe lanciare lo sguardo verso altri mondi e sentir sorgere sopra il mondo devachanico, in un mondo spirituale più elevato, la stella dalla quale irradia la forza che si manifesta anche in questo mondo del pensiero dell’antichità greco-romana. Ci si sente allora inizialmente sulla terra allontanati dal mondo presente, ci si sente trasportati nel mondo greco-romano con le sue irradiazioni nelle altre regioni della terra di allora, diciamo pure prima del mistero del Golgota. Ma non appena si lascia agire su di sé l’impressione del mondo spirituale, ancora al di sopra del Devachan appare la stella, simbolicamente dico la stella, l’entità spirituale, dalla quale ci si dice: sì, anche ciò che tu qui sperimenti nell’isolatezza del pensiero e nella possibilità che il pensiero abbia subito un tale approfondimento come nel tempo dell’inizio della nostra cronologia, è la conseguenza dei raggi che da questa stella nel mondo spirituale superiore si irradiano.

Ora sorge una sensazione che inizialmente non sa nulla di ciò che la tradizione storica è del mistero del Golgota: una sensazione che può così esprimersi: tu stai qui col mondo ideale greco-romano, con ciò che Platone e gli altri hanno potuto dare alla formazione generale dell’umanità, ciò che hanno immesso nelle anime, con questo stai qui e ti senti vivo in esso. E allora aspetti…

Aspetti veramente non invano. Allora emerge, infatti, come profondamente, profondamente negli sfondi della vita spirituale, la stella che manda i suoi raggi di forza e dalla quale tu puoi dire: una conseguenza di questi raggi di forza è ciò che hai appena sperimentato. Questa esperienza può essere fatta. Quando si fa questa esperienza, non ci si è affatto proposto alcuna tradizione, ma si è cercato solo imparzialmente i fondamenti di ciò che si è svolto nel mondo greco-romano. Si è anche fatta però l’esperienza che si è separati da tre mondi dalla comprensione della vera ragione di quel mondo di allora. Allora forse ci si accinge a guardare agli spiriti che nel tempo allora hanno cercato di comprendere questo rivolgimento a loro modo. Ci si imbatte, anche nella scienza esteriore della presente epoca, in qualcosa di questo genere: che in questo tempo della transizione da cui iniziamo il nostro computo, per così dire, geni religioso-filosofici hanno vissuto. Ci si incontra al meglio ancora con questi geni religioso-filosofici quando si guarda a ciò che nella Gnosi si realizza. Questa Gnosi è conosciuta in maniera molteplice. Esteriormente la si conosce assai poco, ma tuttavia dalle documentazioni esterne si può già acquisire un’impressione della profondità infinita di questa Gnosi.

Vogliamo parlarne solo nella misura in cui è importante per la nostra considerazione dell’umanità. Possiamo dunque soprattutto dire: i Gnostici hanno avuto la sensazione di ciò che è stato appena espresso: che si devono cercare i fondamenti in mondi infinitamente lontani per ciò che si è verificato nel mondo esteriore del tempo di allora. Questa consapevolezza si è trasferita su altri, e lo vediamo ancora trasparire, se solo vogliamo, se non siamo superficiali, in ciò che possiamo chiamare la teologia di Paolo. Ma anche in molte altre manifestazioni. Chi oggi si approfondisce nella Gnosi di quel tempo avrà grandi difficoltà di comprensione. Le nostre anime sono assai afflitte e anche infette da ciò che lo sviluppo materialistico degli ultimi secoli vi ha prodotto. Si pensa allora troppo, quando si ripercorre l’evoluzione del mondo, alla nebulosa mondiale di Kant-Laplace, a qualcosa di puramente materiale. E persino coloro che cercano una visione del mondo più spirituale, quando guardano ai tempi più antichi, pensano a questa nebulosa mondiale o a qualcosa di simile. Si sentono assai bene, gli uomini oggi, persino i più spirituali, quando viene loro tolta in certo senso l’inquietudine di dover trovare lo spirituale anche negli albori dell’evoluzione mondiale del cosmo. Si sentono assai sollevati, queste anime della presente epoca, quando, ricercando le origini fondamentali del mondo, possono dirsi: questo o quel fine sostanziale esteriore era allora presente, e da esso si è sviluppato tutto lo spirituale insieme a tutto il fisico.

Così talvolta troviamo anime che si sentono assai confortate quando possono porre le ricerche materialistiche all’inizio del cosmo, quando per così dire possono porre i concetti più astratti di una qualche formazione gassosa all’inizio del nostro cosmo. Per questo è assai difficile per gli uomini trasportarsi nel pensiero della Gnosi. La Gnosi, infatti, pone all’inizio della sua considerazione del mondo tutto ciò che in nessun modo ricorda il materiale. Forse persino uno spirito che è davvero radicato nella cultura contemporanea non potrà trattenersi da un lieve sorriso, quando gli si propone nel senso della Gnosi di pensare che il mondo nel quale si trova, che spiega così meravigliosamente bene con il suo darwinismo, che questo mondo non dovrebbe affatto avere nulla a che fare con ciò che in realtà rappresenta le origini fondamentali del nostro mondo. Un lieve sorriso non potrà l’uomo moderno, radicato nella cultura contemporanea, veramente trattenere, quando gli si propone di pensare che le origini fondamentali del mondo siano presso quegli esseri mondiali ai quali in fondo concetti non arrivano, ai quali nulla arriva di tutto ciò che oggi si impiega per la comprensione del mondo: nel padre divino primordiale giace ciò che può essere chiamato il fondamento del mondo. Per così dire da lui procedendo, a lui accanto, sta solo quello a cui l’anima può farsi strada quando, lontano da tutte le rappresentazioni materialistiche, cerca un po’ il suo più profondo: silenzio, il silenzio infinito, nel quale ancora non c’è tempo e spazio, ma solo silenziosa quiete. A questa coppia del padre divino primordiale e del silenzio, che ancora sta prima dello spazio e del tempo, lo gnostico guardava. Allora da lui faceva procedere, come da un matrimonio del padre primordiale col silenzio, altri, che si possono chiamare egualmente mondi o esseri. Da questi di nuovo altri e ancora altri e ancora altri, e così attraverso trenta stadi. Al trentesimo stadio sta solo ciò che sta davanti al nostro senso presente, e ciò che con il darwinismo è così meravigliosamente spiegato secondo questo senso presente.

Al trentesimo stadio sta, in realtà al trentunesimo: trenta tali esseri infatti, che si possono egualmente chiamare mondi o esseri, vanno innanzi a questo mondo. Eone è l’espressione che generalmente si assume per questi trenta esseri o mondi che precedono il nostro mondo. Si ottiene un’idea di ciò che con questo mondo degli eoni è inteso solo quando ci si dice chiaramente e distintamente: non solo ciò che i sensi percepiscono, ciò che tu chiami il tuo mondo intorno a te, appartiene per così dire al trentunesimo mondo, ma anche ciò che tu produci come uomo fisico col tuo pensiero come spiegazioni di questo mondo appartiene a questo trentunesimo stadio.

È abbastanza facile far pace con una visione spirituale del mondo quando si dice: bene, il mondo esteriore è certo Maya, ma col nostro pensiero penetriamo nel mondo spirituale, e quando si ha la speranza che questo pensiero effettivamente possa risalire nei mondi spirituali. Ma secondo l’opinione degli gnostici questo non era il caso. Questo pensiero appartiene al trentunesimo eone, al mondo fisico, secondo l’opinione degli gnostici. In modo che inizialmente non solo l’uomo che percepisce sensibilmente, ma anche l’uomo che pensa era spostato fuori dai trenta eoni, che a stadi possono essere contemplati verso l’alto attraverso lo sviluppo spirituale e che si presentano in sempre maggiore e maggiore perfezione.

Bisogna davvero solo una volta trasportarsi nel sorriso che viene strappato a un moderno, che stia all’altezza del suo tempo e sia monista, quando gli si chiede di credere: trenta mondi precedono, nei quali esiste qualcosa di tutt’altro rispetto a ciò che tu stesso puoi pensare.

Ma questa era la visione degli gnostici. Allora si domandavano: come è dunque propriamente in questo mondo? Vogliamo stare un po’ lontani da ciò che noi stessi abbiamo detto su questo mondo nel senso dell’inizio del ventesimo secolo. Ciò che dico ora non deve essere rappresentato per noi come un qualche mondo ideale che ci convincesse: nell’antroposofia del ventesimo secolo naturalmente la gnosi dovrà essere superata, ma vogliamo trasportarci in questa gnosi. Il mondo circostante, anche con ciò che l’uomo può pensare di esso, perché è chiuso dai trenta eoni? Allora bisogna guardare, si disse lo gnostico, all’eone inferiore, ma ancora puramente spirituale. Cosa c’è di presente? È presente la Sophia divina, la saggezza divina. Ascendendo spiritualmente attraverso i 29 gradini, guardava al più alto eone all’interno del mondo spirituale, a questa serie di esseri spirituali o mondi. Ma le divenne chiaro un giorno, un giorno cosmico, che doveva separare qualcosa da sé se voleva ottenere la visione libera nel mondo spirituale degli eoni. E separò da sé ciò che in lei era presente come desiderio. Ciò che da allora non è più presente in lei, in questa Sophia divina, in questa saggezza divina, errava ora nel mondo dello spazio, penetra il divenire dello spazio. Non vive solo nella percezione sensibile, vive anche nel pensiero umano, vive lì con la nostalgia del mondo spirituale, vive però come gettato nelle anime umane. Come il lato altro, l’immagine, ma come l’immagine gettata verso l’esterno della Sophia divina, vive il desiderio che in tutto è gettato, penetrando il mondo: Achamot. Se tu guardi nel tuo mondo senza elevarti nei mondi spirituali, guardi nel mondo pieno di desideri di Achamot.

Esso, infatti, è il mondo pieno di desideri, dunque in esso non può presentarsi inizialmente ciò che risulta come sguardo nel mondo degli eoni. Lontano, infinitamente lontano nel mondo degli eoni, generato dalla pura spiritualità degli eoni, la Gnosi pensava ciò che essa chiamava il figlio del dio padre, e anche ciò che essa chiamava il puro, santo spirito. In essi abbiamo dunque per così dire una serie generativa diversa, una serie di sviluppo diversa da quella che poi ha portato alla Sophia divina. Come nella vita fisica nella corrente della riproduzione i sessi si separano, così una volta nel procedere degli eoni, davvero a un grado elevato del mondo spirituale, una corrente diversa si separò, la corrente dello spirito figlio proveniente dal padre e dello spirito santo. In modo che nel mondo degli eoni scorre ciò che da un lato condusse alla Sophia divina e dall’altro lato allo spirito figlio e allo spirito santo.

Se si risale attraverso gli eoni, una volta si incontra un eone dal quale da un lato discende la sequenza degli eoni che poi conduce alla Sophia divina, come dall’altro lato la sequenza degli eoni da cui discendono il figlio di dio e lo spirito santo. Allora risaliamo al dio padre e al silenzio divino.

Ora che l’anima umana è messa insieme con Achamot nel mondo materiale, vive in essa, nel senso della Gnosi, la nostalgia del mondo spirituale, vive in essa soprattutto la nostalgia della Sophia divina, della saggezza divina, dalla quale però è separata dal suo esser pieno di Achamot. Questo sentimento della separazione dal mondo degli eoni divini, questo sentimento di non essere nel divino-spirituale, è percepito secondo la visione degli gnostici come il mondo materiale. Derivando dal mondo divino-spirituale, ma unito con Achamot, appare alla Gnosi ciò che si potrebbe chiamare, appoggiandosi al linguaggio greco, il costruttore del mondo, il Demiurgo. Questo Demiurgo, questo costruttore del mondo, è il vero tessitore e mantenitore di ciò che è penetrato da Achamot e dal materiale. Nel suo mondo sono intessute le anime umane.

Le anime umane sono intessute con la loro nostalgia anzitutto della Sophia divina, e nel mondo degli eoni appare puro divino-spirituale, come in lontananza, il figlio di dio e lo spirito santo, ma solo per chi, nel senso della Gnosi, si eleva al di sopra di tutto ciò in cui Achamot, il desiderio che vaga nello spazio, è incorporato. Perché nelle anime che sono poste nel mondo di Achamot c’è la nostalgia? Perché sentono dopo la separazione dal mondo divino-spirituale la nostalgia del mondo divino-spirituale? Anche questa domanda si pose la Gnosi, e disse: Achamot è gettato fuori dalla saggezza divina, dalla Sophia divina; ma prima che divenisse questo mondo completamente materiale in cui l’uomo ora vive, le venne come un breve irraggiamento una luce dal figlio di dio, che subito scomparve di nuovo. Questo è un concetto importante degli gnostici, che Achamot, come vive nelle anime umane, una volta nella lontananza primordiale divenne consapevole della luce di dio, che subito scomparve da lei di nuovo. Ma il ricordo vive ora nell’anima umana, per quanto essa possa essere intricata nel mondo materiale. Nel mondo di Achamot io vivo, così un’anima simile avrebbe potuto dire, nel mondo materiale. Con un involucro sono circondato che è tolto da questo mondo materiale.

Ma poiché mi immergo in me stesso, vive in me un ricordo. Ciò che mi tiene legato al mondo materiale aspira verso la Sophia divina, verso la saggezza divina, perché l’essenza Achamot che vive in me una volta fu irradiata dal figlio di dio che vive nel mondo degli eoni. Renditi chiara questa costituzione di un’anima che era per così dire un’anima discepola dei gnostici. Tali anime vivevano; non sono una costruzione ipotetica, vivevano.

Gli storici che osservano intelligentemente arriveranno attraverso documenti esterni a vedere che numerose tali anime hanno vissuto in quel tempo di cui parliamo. Non è necessario rendersi chiaro perché oggi nella presente epoca si ha così molto contro ciò che ho appena detto. Cosa dirà un uomo intelligente della presente epoca sulla Gnosi? L’abbiamo dovuto udire che già la teologia di Paolo è sentita come una sottile speculazione rabbinica, come qualcosa che è troppo complicato perché l’intelligente monista possa lasciarsi coinvolgere, lui che guarda nel mondo così orgogliosamente con il concetto semplice di evoluzione o con il concetto ancora più semplice di energia e abbraccia questo mondo dicendo: ora finalmente siamo divenuti uomini, abbiamo acquisito i concetti che ci costruiscono una visione energetica del mondo, e guardiamo indietro a questi bambini, questi poveri, cari bambini, che nei secoli scorsi hanno costruito la loro gnosi dall’infanzia, hanno costruito ogni sorta di spiriti, trenta eoni: così fa l’«anima infantile che gioca» dell’umanità.

Al di là di siffatta frivolezza l’anima divenuta virile di oggi è ormai da lungo tempo oltre nel grande monismo della presente epoca! Si guardi con indulgenza a queste ingenuità gnostiche piuttosto carine! Così è appunto oggi l’atmosfera, e questa atmosfera non sarà facilmente istruibile. Si potrebbe certo dirle: uno gnostico, che oggi stesse davanti a te con la sua anima nata dalla gnosi, si prenderebbe anche la libertà di dirsi la sua opinione, e allora parlerebbe più o meno così: capisco bene che sei divenuto così orgoglioso, così presuntuoso col tuo concetto di evoluzione e di energia; ma questo accade perché la tua vita del pensiero è divenuta piuttosto ruvida, semplice, primitiva, tanto che ti accontenti dei tuoi nebulosi pensieri più astratti.

Pronunci la parola evoluzione ed energia e credi di avere qualcosa.

Non puoi semplicemente guardare dentro quella vita spirituale più sottile che spinge verso quello che si eleva in trenta gradini al di sopra di ciò che hai. Per noi però, cari amici, il contrasto che ho posto davanti a voi all’inizio della considerazione odierna diviene per questo solo ancor più aspro. Vediamo da un lato la nostra epoca con i suoi concetti molto rozzi, primitivi, e dall’altro lato questa Gnosi.

Abbiamo appunto esposto come questa Gnosi sviluppa concetti infinitamente complicati, trenta eoni, per trovare nel corso della sua evoluzione il figlio di dio e lo spirito santo e trovare nell’anima la nostalgia della Sophia divina e del figlio di dio e dello spirito santo. Ci chiediamo allora: sì, non è forse da ciò che accadde nel mondo greco-romano in approfondimento del pensiero proceduto ciò che oggi abbiamo, con cui abbiamo fatto così meravigliosamente bene nel nostro concetto di evoluzione e di energia? E non guardiamo a questa Gnosi coi suoi concetti complicati, che sono così poco simpatici alla presente epoca, come a qualcosa veramente del tutto straniero? Non sono questi contrasti colossali? Sì, lo sono. Il contrasto che ci pone opprimente l’anima diviene sempre più grande quando ora di nuovo riflettiamo indietro su ciò che abbiamo detto sull’anima che sentiva chiaroveggentemente: che essa può trasportarsi nel mondo del pensiero dei greci e romani, e allora vede il mondo con la stella di cui abbiamo parlato. E dappertutto sparsi in questo approfondimento del pensiero greco troviamo quell’approfondimento che la Gnosi rappresenta.

Ma se l’osserviamo con ciò che l’antroposofia oggi dovrebbe darci, siamo veramente impotenti a comprendere ciò che la stella significherebbe, da cui siamo separati attraverso tre mondi; e se chiediamo ai gnostici: hanno essi compreso ciò che allora nello sviluppo storico dell’umanità è accaduto?, anche sulla base dell’antroposofia non possiamo lasciarci dare dai gnostici la risposta, perché non potrebbe mai soddisfarci; non potrebbe portare luce a ciò che oggi risulta all’anima chiaroveggente.

Desidero con questa considerazione oggi non avervi dato una spiegazione per qualcosa. Quanto più sentite che ciò che ho espresso non è una spiegazione, quanto più sentite che in realtà ho posto dinanzi a voi contrasto sopra contrasto e solo un’esperienza occulta, quella della percezione della stella, vi ha mostrato, tanto meglio mi avete compreso per oggi. Desidero che siate chiari su questo: qualcosa è apparso nel mondo all’inizio della nostra cronologia, di cui la comprensione umana era lontana, lontana, e tuttavia era causato da essa. Desidero che sentiate che l’epoca del punto di partenza della nostra cronologia è un grande enigma. Desidero che abbiate il sentimento che nell’evoluzione dell’umanità accade qualcosa che nel mondo greco-romano inizialmente appare come un approfondimento del pensiero o come una scoperta del pensiero, e che le origini stesse di ciò stanno profondamente nel misterioso. In mondi nascosti cercate quello che nel mondo della maya fisico-sensibile appare come l’approfondimento del pensiero greco-romano.

Non un’idea, una spiegazione essa stessa per ciò che è presente, ma la presentazione di un enigma desideravo con le considerazioni di oggi, che continueremo domani sera.

2°Le sibille, i profeti e l'olivo di Paolo

Lipsia, 29 Dicembre 1913

Nel nostro contesto dovremo discutere ancora di parecchie cose con alcune parole. Proprio quando guardiamo alla più significativa e sapientissima direzione dell’epoca dal principio del nostro computo, ai Gnostici, possiamo vedere nel senso delle esposizioni di ieri come profondamente penetranti, come grandiose-geniali fossero da un lato le loro idee, per inserire un enorme quadro cosmico del Figlio di Dio. Ma se guardiamo soltanto a ciò che ci era possibile scoprire già oggi dal mistero del Golgota dalla cronaca spirituale dei tempi, dobbiamo tuttavia dire: niente di giusto si può iniziare con i concetti e le idee dei Gnostici. Vediamo questo in particolare con esattezza quando guardiamo a diversi insegnamenti che i Gnostici si erano formati sull’apparizione del Cristo in Gesù di Nazaret. Ce n’erano alcuni che dall’interno della Gnosi ben si dicevano: sì, questa essenza di Cristo è un’essenza che trascende tutto ciò che è terrestre, radicata nei regni spirituali; un’essenza simile può dimorare solo temporaneamente in un corpo che sia un corpo umano, come il corpo di Gesù di Nazaret.

Questi Gnostici, che così parlavano, avevano effettivamente colto quello che oggi dobbiamo ribadire ancora e ancora: che è giusto che per tre anni l’essenza di Cristo abitasse temporaneamente, passeggeramente, nel corpo di Gesù di Nazaret. Ma questi Gnostici non riuscivano a stare al passo con il modo in cui l’essenza di Cristo viveva nel corpo di Gesù di Nazaret. Infatti, in primo luogo, non era loro chiaro il mistero del corpo stesso di Gesù di Nazaret; non sapevano che in questo corpo abitava l’Io dello Zarathustra, che i tre corpi di Gesù di Nazaret erano tali che nella loro composizione rappresentavano una sostanza di umanità che mai prima era stata incarnata fisicamente sulla terra. Non comprendevano l’intera relazione del Cristo ai due fanciulli Gesù. Per questo, tutto ciò che potevano dire sembrava loro sempre insoddisfacente, o almeno ai loro seguaci sembrava presto insoddisfacente quello che potevano dire sulla permanenza temporanea del Cristo nel corpo di Gesù di Nazaret. Anche il modo della nascita, questo mistero più grandioso dell’evoluzione dell’umanità, i Gnostici lo toccavano a loro modo. Sapevano bene che ciò che ha reso necessaria l’apparizione del Cristo sulla terra è collegato al passaggio attraverso il concepimento carnale. Ma mettere in relazione la madre di Gesù di Nazaret con la nascita di Gesù-Cristo non riuscivano a portarlo completamente a termine. Coloro che tentarono di portarlo a termine furono effettivamente molto poco compresi. Inoltre, c’erano Gnostici che, partendo dalle difficoltà appena caratterizzate, negavano completamente l’apparizione carnale del Cristo sulla terra. Si formavano la rappresentazione che prima e dopo la morte al Golgota sulla terra sarebbe andato in giro soltanto un corpo apparente, cioè quello che chiameremmo un corpo astrale, che appariva qui o là, ma non era un corpo fisico. Poiché trovavano difficoltà nel giungere a una rappresentazione di come il Cristo potesse unirsi a un corpo carnale, dicevano che non si era affatto unito a uno simile.

Sarebbe stata Maya il fatto che gli uomini credessero che andasse in giro in un corpo carnale. Neanche questo trovò riconoscimento. Si vede ovunque che i Gnostici si sforzavano con i loro concetti e idee di affrontare il più grande problema storico dell’evoluzione terrestre, ma sotto certi aspetti i loro concetti e idee non erano sufficienti; si rivelarono impotenti di fronte a quello che era accaduto.

Dovremo ancora parlare del modo in cui Paolo tentò di affrontare il problema. Sarà prima bene, però, che ci rendiamo conto di cosa propriamente giaceva alla base, affinché un tale fraintendimento ci si presenti come una sorta di necessità. Se con i mezzi della ricerca spirituale ci poniamo una serie di domande e poi tentiamo di rispondere, allora ci diventerà dapprima astratto, come si potrebbe dire, chiaro cosa propriamente giaceva alla base.

Si può ad esempio domandare così: se l’epoca di Cristo Gesù era così poco in grado di comprendere la sua essenza, sarebbe stata un’altra epoca capace di comprenderlo? Se ci trasportiamo con il pensiero nelle anime degli uomini delle diverse epoche, veramente come ricercatore spirituale si giunge a un risultato singolare. Possiamo trasportarci dapprima nelle anime dei grandi maestri dell’antico Oriente, della cultura indiana, che fu la prima dell’epoca post-atlantidea. Stiamo qui, come abbiamo enfatizzato molte volte, con la più profonda ammirazione di fronte alla sapienza comprensiva e profonda degli antichi Rishi indiani illuminati dalla chiaroveggenza. Sappiamo che nelle anime di questi grandi maestri della loro epoca erano penetrati i misteri cosmici che andarono perduti per le epoche successive quanto alla conoscenza sapientissima. Quando ci trasportiamo, per quanto possiamo, con la coscienza chiaroveggente nell’anima di un tale grande maestro dell’antico Oriente, dobbiamo dire: se fosse stato possibile che l’essenza di Cristo apparisse allora, mettiamo pure in mezzo ai santi Rishi, sulla terra, la sapienza di questi Rishi sarebbe stata nel massimo grado capace di comprendere l’essenza del Cristo.

Non ci sarebbero state difficoltà, si sarebbe saputo di che si trattava.

Poiché non si possono veramente esprimere adeguatamente in parole astratte manifestazioni così significative come quella appena caratterizzata, permettetemi, cari amici, di ricorrere a un’immagine. Vorrei dire: i santi Rishi dell’antico Oriente, se avessero percepito lo splendore della sapienza, la sapienza del Logos che pulsava attraverso il mondo in un essere umano, avrebbero presentato al Logos il loro incenso sacrificale, il simbolo del riconoscimento del Divino che lavora nella sfera dell’umanità. Ma questa essenza di Cristo non poteva trovare un corpo in quel tempo. I corpi non sarebbero stati appropriati per essa in quel tempo.

Così non poteva apparire, gli argomenti per questo li esporremo più tardi, nell’epoca in cui tutti i mezzi per la comprensione sarebbero stati disponibili. Se continuiamo e ci trasportiamo nelle anime dell’antica cultura di Zarathustra, possiamo dire: con quei grandi mezzi dell’antica cultura indiana queste anime della cultura di Zarathustra non erano certo ancora equipaggiate; avrebbero compreso però che lo spirito solare si era proposto di vivere in un corpo umano, e sarebbero state in grado di comprendere l’aspetto-dello-spirito-solare di un tal fatto.

Se volessi parlare di nuovo in immagini, dovrei dire: i discepoli di Zarathustra avrebbero celebrato il loro spirito solare nell’uomo con l’oro luminoso, il simbolo della sapienza. Se andiamo ancora oltre nel periodo caldaico-egiziano: di nuovo la possibilità di comprendere Cristo Gesù sarebbe diminuita. Non sarebbe stata però così scarsa come nel quarto periodo post-atlantideo, come nel greco-latino, dove neanche la Gnosi era potente abbastanza per comprendere questa apparizione. Si sarebbe compreso che una stella dalle altezze spirituali era apparsa ed era nata in un essere umano.

Si sarebbe dunque compresa bene la discendenza divino-spirituale dalle sfere extra-terrestri. Avrebbero presentato la mirra come offerta. Se ci trasportiamo nelle anime di coloro che nella Bibbia vengono come i tre Magi dall’Oriente e sono custodi dei tesori di sapienza provenienti dalle tre epoche post-atlantidee antecedenti, la Bibbia stessa ci indica come una certa comprensione sia presente nel fatto che questi tre Magi compaiono almeno alla nascita del Gesù fanciullo. Una cosa certamente ci colpirà, a cui probabilmente pochi oggi pensano: che proprio di fronte a questi tre Magi la Bibbia si trova in una situazione singolare. Non vuole forse dirci questa Bibbia: questi sono tre saggi significativi che già alla nascita compresero di cosa si trattava? Si potrebbe però domandare: dove rimangono dunque questi tre saggi dopo? Che cosa accade effettivamente della loro sapienza? Abbiamo qualcosa a cui potremmo ricondurre questi tre saggi dall’Oriente per la comprensione dell’apparizione di Cristo? Questo, come detto, deve solo essere sollevato come una domanda.

Appartiene alle numerose domande che certamente devono essere sollevate di fronte alla Bibbia e che saranno più significative di tutte le pedantesche critiche bibliche del diciannovesimo secolo. Quando ora entriamo nel quarto periodo post-atlantideo, possiamo dire di esso una cosa: adesso il corpo c’è, nel quale l’essenza di Cristo può incarnarsi. Questo corpo non c’era nel primo, secondo, terzo periodo post-atlantideo. Adesso c’è. Però adesso presso gli uomini non c’è la possibilità di comprendere quello che accade, di penetrarlo veramente in modo consapevole. Un’apparizione singolare, non è vero? Nient’altro infatti si presenta dinanzi alla nostra anima se non il fatto che il Cristo appare sulla terra in un’epoca che è la meno idonea a comprenderlo. Se si guarda alle epoche seguenti e in particolare si considerano le imprese che di nuovo sono sorte nei secoli seguenti per comprendere l’essenza di Cristo Gesù, troviamo una litigiosità teologica senza fine.

Troviamo infine, nel Medioevo, la netta separazione tra sapere e fede, cioè una rinuncia completa a qualsiasi sapere dell’essenza di Cristo Gesù, per non parlare dell’epoca moderna, che fino ai nostri giorni è rimasta impotente di fronte a questa apparizione. Dunque un’apparizione straordinaria! Proprio nell’epoca meno idonea a comprenderlo il Cristo è nato sulla terra. Se fosse dipeso dall’evoluzione dell’umanità che il Cristo dovesse agire sulla terra attraverso la comprensione delle anime umane, allora veramente, lo si deve dire, questa azione sarebbe stata in uno stato triste. Forse si potrebbe dirlo radicalmente espresso, ma per non essere frainteso vorrei usare questa parola: effettivamente per chi osserva l’evoluzione teologico-spirituale che si lega all’apparizione di Cristo dal punto di vista della ricerca spirituale, appare che questa evoluzione teologica si fosse data il compito di contribuire quanto più possibile a frapporre ostacolo su ostacolo alla comprensione dell’essenza di Cristo. Questa dottrina teologica, infatti, sembra nel suo corso allontanarsi sempre più da questa comprensione. Questo è detto radicalmente; ma chi vorrà penetrare il senso di questa affermazione radicale, saprà ben chiarire a se stesso il senso più profondo di queste parole.

Ora, fondamentalmente, lo svelamento dell’enigma così espresso non è così facile, e vi confesso che nel corso del tempo ho tentato i percorsi più diversi della ricerca spirituale per accedere a questo enigma. È ovvio che, per mancanza di tempo, non si possa parlare di questi diversi percorsi. Ma uno fra i vari percorsi voglio indicare oggi. È il percorso che intorno all’inizio del nostro computo passa attraverso un’apparizione assai straordinaria della vita spirituale, precisamente attraverso l’apparizione della vita delle sibille.

Apparizioni straordinarie con un carattere profetico altamente singolare sono queste sibille. La scienza esteriore non può neanche indicare da quale lingua provenga la parola sibilla.

Se guardiamo dapprima a quello che attraverso documenti esteriori è effettivamente ben noto sulle sibille, possiamo dire che proprio all’inizio della vita delle sibille abbiamo un’apparizione altamente straordinaria. Così dal circa ottavo secolo in avanti e poi continuando incontriamo a Eritrea in Ionia il primo luogo di sibilla, dove per così dire le prime sibille mandavano al mondo le loro profezie più svariate, profezie che, già come sono trasmesse esteriormente, ci indicano che questi insegnamenti delle sibille provengono da fonti straordinarie dell’essenza umana e della vita dell’anima. Come da fondamenti caotici della vita dell’anima queste sibille premono fuori ogni sorta di cose, quello che hanno da dire sulla futura evoluzione della terra a questo o quel popolo; soprattutto all’inizio quello che hanno da dire di orribile, ma talvolta anche di buono. Lontano da tutto ciò che si chiama pensiero ordinato, come provenendo dai fondamenti caotici dell’anima, si preme fuori dalle sibille quello che così dicono. Quasi ogni sibilla rivela, se ora l’esaminiamo successivamente con i mezzi della ricerca spirituale, che essa si presenta all’umanità con un fanatismo profondamente spiritualizzato e vuole imporre agli uomini quello che ha da dire. Non aspetta di essere domandata, come la Pizia della Grecia con le sue profezie, ma esce fuori, il popolo si raduna, e come violentemente si impone il suono degli insegnamenti della sibilla su uomini, popoli, cicli terrestri. Che appaia in Ionia è un’apparizione straordinaria, come ho detto: in Ionia infatti contemporaneamente ha inizio la filosofia greca, quella sapienza che da Talete e Aristotele fino al tempo romano procede così completamente dalla vita ordinata dell’anima umana, da ciò che è contrapposto al caos, che trae fuori dalla vita dell’anima tutto quello che è raggiungibile in concetti chiari, luminosi, lucenti. Da Ionia procede la filosofia della chiarezza, della luminosità, si potrebbe dire del celeste, che poi assunse forma in Platone. Come ombra le sibille appaiono con i loro prodotti spirituali che provengono dal caos dell’anima, talvolta annunziando lucentemente quello che poi si adempie, talvolta anche quello che deve essere falsificato dai seguaci della sibilleria, per poter parlare di un adempimento. Vediamo poi come l’ombra della sapienza, accompagnando il quarto periodo di cultura, questa sibilleria si diffonde sulla Grecia, sull’Italia. Dei più diversi tipi di sibille ci è parlato, e vediamo come fino dentro l’Italia si diffonda la sibilleria. Gradualmente giunge fino al tempo in cui appare il mistero del Golgota. Vediamo allora come acquisisce influenza sui poeti romani, come entra negli stessi versi di Virgilio, come la vita viene cercata di plasmare proprio da gente spirituale, invocando gli insegnamenti delle sibille.

Quanto peso si dia a quello che è contenuto negli insegnamenti sibillini si vede dai cosiddetti Libri Sibillini, a cui ci si rivolge per consiglio. Vediamo come di nuovo nel mondo esteriore rispetto agli insegnamenti della sibilla stranamente il caotico si mescoli, il più spirituale con il più puro ciarlatanismo. Vediamo poi questa stessa sibilleria penetrare nel cristianesimo. Ancora ci risuona dal canto di Tommaso di Celano: Dies irae, dies illa solvet saeclum in favilla teste David cum Sibylla!

Giorno dell’ira, o giorno che ridurrà questo mondo in cenere secondo la testimonianza di Davide come della sibilla!

Così fino nel tempo dello sviluppo del cristianesimo molti spiriti hanno la sibilla dinanzi agli occhi con i suoi insegnamenti, particolarmente riguardo a ciò che concerne la distruzione di quello che era prima e il venire di un nuovo ordine cosmico.

Si può così dire che per molti, molti secoli, anzi attraverso tutto il quarto periodo post-atlantideo, gettando i suoi raggi, sebbene ancora scarsi, fino nel quinto periodo, la sibilla ci sta di fronte nell’evoluzione dell’umanità. Solo chi, dominato dalle rappresentazioni razionalistiche del presente, non vuole occuparsi di tali cose, può trascurare quale profonda influenza la sibilleria abbia effettivamente avuto nel mondo entro cui il cristianesimo si è diffuso. Quello che oggi si racconta come storia è, come ho più volte espresso, specialmente dove si tratta di cose spirituali, sotto molti aspetti una “fable convenue”. Molto più di quanto si crede, le rappresentazioni negli strati più ampi del popolo fino in secoli tardi erano dominate da quello che procedeva dalle sibille. È un’apparizione straordinaria, enigmatica, che si inserisce nel quarto periodo post-atlantideo, questo mondo delle sibille.

Ci deve interessare quello che effettivamente accade nelle anime di queste sibille. Tali cose dobbiamo di nuovo trarre fuori con la nostra ricerca spirituale da quello che oggi è coperto da una sorta di strato di cultura spirituale materialistica, ma che così come è non può essere usato, bensì deve essere rinnovato con i mezzi della ricerca spirituale della nostra epoca. Deve essere sottolineato però che l’essenza della sibilleria in tempi relativamente non lontani non era così dimenticata come nella nostra. Abbiamo, vorrei dire, un documento significativo che ci rimanda alle tradizioni sulla significanza della sibilleria. Forse non guardiamo sempre questo documento con questa significanza, ma è tuttavia presente e dovrebbe spingere gli uomini a riflettere. È presente nella grande creazione di Michelangelo, dove nelle immagini significative della Cappella Sistina rappresenta non solo l’evoluzione della terra e dell’umanità, ma anche i profeti e le sibille. Proprio quando contempliamo queste immagini, non dovremmo passare oltre al modo in cui Michelangelo rappresenta le sibille, particolarmente come contrappone le sibille ai profeti. Osservato infatti completamente senza pregiudizi, in questo contrappunto si rappresenta qualcosa che di nuovo possiamo riconoscere attraverso la ricerca spirituale riguardo a molti segreti del quarto periodo post-atlantideo, nel quale cade il mistero del Golgota.

Vediamo dapprima, come opera d’arte così ammirevole, la rappresentazione dei profeti: Zaccaria, Gioele, Isaia, Ezechiele, Daniele, Geremia e Giona.

Inserite in questa serie di profeti vediamo le sibille: la persica, la delfica, l’eritrea, la libica, la cumana. Se guardiamo i profeti, quasi tutti hanno più o meno qualcosa del carattere che ci incontra già in Geremia, che però ci appare particolarmente significativo in Zaccaria: uomini profondamente riflessivi, in gran parte immersi in libri o altro, ricevendo tranquillamente con anima ordinatamente disposta quello che leggono o comunque portano a sé. Quello che vive tranquillo nell’anima ci incontra anche dai volti di questi profeti. Una piccola eccezione la fa, ma anche solo apparentemente, Daniele, che siede davanti a un libro poggiato sulla schiena di un fanciullo, e che ha qualcosa da scrivere in mano, per scrivere in un altro libro quello che legge: una lieve transizione dalla serena ricezione dei misteri cosmici alla trascrizione, mentre gli altri rimangono pensosamente e con anima pacifica, tranquilla completamente dediti ai misteri cosmici. In tutti loro vediamo, dobbiamo tenere fermo questo, che sono immersi nel sovraterrestre, che la loro anima riposa nello spirituale e cerca di penetrare il divenire dell’umanità dallo spirituale. Vediamo in loro che con i loro pensieri vanno oltre quello che li circonda immediatamente, oltre quello che è contenuto nelle passioni umane e nel fanatismo e nell’estasi che viene dal fanatismo e dalla passione umana; che non solo vanno oltre quello che l’uomo vede, ma anche oltre quello che vive in sé, in quanto è uomo sulla terra. Questo è il grande nella rappresentazione dei profeti di Michelangelo. Allora volgiamo lo sguardo alla rappresentazione delle sibille.

Abbiamo anzitutto la sibilla persica vicino al profeta Geremia, stranamente contrastando con il comportamento riflessivo di Geremia. Come se volesse imporre all’umanità quello che appena ha scoperto, alza la mano; come se, secondo il modello di cattivi oratori, volesse provare direttamente con tutta la forza quello che aveva da dire, e come se non potesse diversamente, in virtù della sua passione fanatica, che non far confluire nella mano che dimostra quello di cui vorrebbe persuadere tutta l’umanità! Allora volgiamo lo sguardo alla sibilla eritrea. Sentiamo come è legata a quello che agli uomini proviene dai segreti degli elementi terrestri. Ha una lampada sopra il capo; un fanciullo nudo accende la lampada con una torcia. Come si potrebbe esprimere più chiaramente quello che si vuole esprimere: la passione umana accende quello che vuole piantare all’umanità, con tutta la forza come profezia, dai poteri inconsci dell’anima. I profeti sono dediti nella loro anima all’Eterno primordiale nello spirito; le sibille sono rapite da tutto il terrestre, in quanto il terrestre rivela lo spirituale-animico. La sibilla delfica ce lo mostra particolarmente quando vediamo come persino i suoi capelli sono spinti da un alito di vento da un lato, come questo vento soffia persino nel velo bluastro, tanto che ella deve all’elemento dell’aria quello che ha da comunicare. In questo alito di vento che soffia attraverso i capelli e il velo della sibilla ci si incontra quello che la terra allora voleva rivelare attraverso la bocca di questa sibilla, persuadendo con forza. Poi la sibilla cumana: parla con la bocca semiaperta come farfugliando. Come una profezia che proviene dall’inconscio così emerge da essa. La sibilla libica, che affrettatamente, come voltandosi, afferra qualcosa in cui può leggere segreti, così! Tutto è, per così dire, in queste sibille dedicato direttamente all’elemento terrestre.

Molte cose erano affidate proprio a tali documenti nel tempo in cui, come era naturale per quest’epoca, si poteva esprimere molto meglio nella pittura, nell’arte, quello che si aveva da dire, che in un tempo posteriore, dove il concetto, l’idea, deve servirci più. Quale è dunque la natura singolare di queste sibille?

Che cosa sono effettivamente? Che cosa significa la loro profezia? Si deve scavare profondamente, si potrebbe dire, nei misteri dell’evoluzione dell’umanità, se si vuole penetrare quello che accade nelle anime di queste sibille.

Domandiamoci ancora a questo proposito: perché gli antichi Rishi indiani con la loro sapienza appena penetrabile avrebbero potuto comprendere così facilmente Cristo Gesù? Ora, è una banalità, ma è vera: perché avevano proprio i saperi e i concetti necessari che il quarto periodo post-atlantideo non aveva. Avevano tutto quello di cui invano bramavano, ad esempio, gli Gnostici e anche gli Antignostici e i padri apostolici, come si dice. Avevano tutto questo; ma come l’avevano? Non come idee elaborate, non come qualcosa che essi, come Platone o Aristotele, avevano elaborato a titolo di idee, bensì come ispirazioni, come rivelazioni, come qualcosa che stava come con tutta la forza davanti a loro come ispirazione concreta. Il loro corpo astrale fu afferrato da quello che confluiva dal cosmo, e dalle azioni del cosmo sul loro corpo astrale provenivano i concetti che avrebbero potuto magicamente evocare dinanzi alla loro anima l’essenza di Cristo Gesù. Si potrebbe dire che era dato agli uomini; gli uomini non se l’erano elaborato, veniva come sprizzato dalle profondità del corpo astrale. Con una chiarezza meravigliosa veniva sprizzato dal corpo astrale dei santi Rishi e dei loro discepoli e propriamente dell’intera antica cultura indiana appartenente al primo periodo post-atlantideo. Questo era sempre divenuto minore, ma era ancora presente nel secondo, nel terzo periodo post-atlantideo e si mantenne come resto fino nel quarto periodo post-atlantideo. Ma come? Come quale resto?

Se investigassimo come era ancora nel terzo periodo post-atlantideo, troveremmo che almeno quegli uomini che si erano elevati all’altezza del loro tempo, e allora erano percentualmente molti più colti che oggi, avevano concetti sui nessi dell’extra-terrestre, su quello che si simbolizzava nel cielo stellato.

Potevano leggere nei movimenti delle stelle i misteri dell’esistenza cosmica. Il terzo periodo post-atlantideo avrebbe certamente, se Cristo Gesù fosse apparso sulla terra, riconosciuto dalla scrittura stellare che cosa significava lui. Ma questo era il destino necessario che abbiamo sottolineato più volte in linea di principio riguardo all’evoluzione dell’umanità: che sempre più nel corpo astrale umano si ritirava il dono di stare in relazione così ai misteri del mondo attraverso immagini viventi. Queste immagini divenivano sempre più caotiche. Quello che in questo modo entrava nell’anima umana era sempre meno determinante, non che non fosse per nulla determinante, dico, ma sempre meno e meno determinante, per la penetrazione dei veri misteri cosmici. Così era accaduto che due cose erano nate.

Da un lato il mondo dei concetti, diciamo di Platone e Aristotele, il mondo delle idee, si potrebbe dire, il mondo spirituale più setacciato, il mondo spirituale che ha meno ancora in sé dello spirito, che viene afferrato e penetrato direttamente dal sé stesso, non più dal corpo astrale. Questo infatti è caratteristico della filosofia greca, che in essa per la prima volta lo spirito si manifestò dal sé, come può manifestarsi dal sé in concetti completamente trasparenti, ma che tuttavia rimangono lontani dalla vera vita spirituale. Solo che il filosofo greco in questo riguardo, a differenza del filosofo più recente, sentiva ancora che i pensieri provenivano dal mondo spirituale, mentre il filosofo più recente è necessariamente divenuto dubitatore, scettico, perché non sente più il legame vivente tra i suoi pensieri e i misteri cosmici. Nella più recente epoca è diminuita la capacità di dire: quello che penso, lo pensa lo spirito cosmico in me. Si deve già, come ho tentato di mostrare ne “La soglia del mondo spirituale”, attraverso un po’ di meditazione, giungere a guadagnare fiducia nel pensiero, quella fiducia nell’espressione dei concetti e delle idee che era ingenitamente data al filosofo greco, perché poteva ritenere i suoi pensieri per i pensieri dello spirito cosmico stesso.

Era dunque, per così dire, la pelle più esterna dello spirito cosmico quello che si avvicinava all’umanità nella filosofia greca, ma era pur sempre una pelle permeata dalla vita vivente dello spirito cosmico; lo si sentiva. Il secondo che era rimasto dai tempi antichi era atavico, era un pezzo di eredità. Si manteneva in una forma piuttosto esplicita nella profezia delle sibille, che dal caos del loro mondo per così dire facevano di nuovo risorgere le forze dell’anima umana che nel secondo, terzo periodo post-atlantideo avevano agito in modo armonico e che adesso portavano caoticamente i brividi del mondo spirituale.

Ammettiamo un’ipotesi, che forse nel nostro contesto è permessa, l’ipotesi che potrebbe essere così espressa: che cosa sarebbe accaduto se non fosse venuto il Cristo e neppure i filosofi greci? Allora l’umanità avrebbe dovuto semplicemente persistere con quello che aveva come eredità, con quello che nel quarto periodo post-atlantideo era già giunto al livello della sibilleria. Immaginate questo sviluppato direttamente nell’Occidente senza l’impulso del Cristo, senza la filosofia e senza la scienza che su di essa si basa: avete davanti alla vostra rappresentazione il caos spirituale dell’Occidente, quello che avrebbe potuto accadere senza il Cristo e senza la filosofia, quello che avrebbe dovuto emergere da quello che accadeva nelle anime delle sibille. Le forze però continuano a operare. Se si esamina con i mezzi della ricerca spirituale proprio questa forza elementare con la quale le potenze spirituali viventi nel circolo immediato della terra si esprimono nel vento e nell’acqua e nel fuoco, e se si esamina come queste si sarebbero annidate nell’anima umana, se in particolare si esamina la forza con cui gli spiriti del vento, del fuoco, dell’acqua, della terra avrebbero preso possesso delle anime degli uomini, si ottiene una rappresentazione di come l’armonia e l’ordine si siano ritirati dal modo antico di conoscere il mondo che era nel primo, secondo, terzo periodo post-atlantideo, ma come le forze sarebbero rimaste nelle anime umane.

Le anime umane non avrebbero più avuto la capacità di stabilire veramente un nesso con le grandi apparizioni dell’universo nelle loro anime, bensì con gli spiriti del vento, del fuoco e così via, particolarmente con tutta la congerie di spettri e demoni che si sarebbero mostrati sciolti dai grandi nessi cosmici. Completamente nella potenza degli spiriti elementali sarebbero venuti gli uomini, e i loro insegnanti sarebbero stati insegnanti di tipo sibillesco, e la forza sarebbe stata così forte che oggi e fino alla fine dei giorni terrestri sarebbe rimasta. Se ci domandiamo: per quale via questo è rimasto incompiuto? Chi ha fatto sì che questa forza, che vive in noi chiaramente nelle sibille, sia stata gradualmente indebolita? allora dobbiamo rispondere: il Cristo, che si è riversato nell’aura terrestre attraverso il mistero del Golgota e che dalle anime umane ha distrutto la forza sibillesca, ha tolto la forza sibillesca.

Stando sul fondamento della ricerca spirituale, si vede così il fatto straordinario che gli uomini con la loro sapienza non comprendono molto dell’impulso del Cristo. I concetti e le idee si rivelano piuttosto impotenti. Ma riguardo all’impulso del Cristo non si tratta anzitutto che appaia come insegnamento nel mondo, si tratta del carattere di fatto, di quello che si è riversato come impulso immediato dal mistero del Golgota. Non lo si deve cercare soltanto in quello che gli uomini insegnano, non in quello che gli uomini comprendono, bensì in quello che accade, accade per l’anima umana. Uno dei fatti, la lotta del Cristo riversatosi nell’aura terrestre contro la sibilleria, questo fatto volevo portarvi dinanzi attraverso la riflessione odierna.

Il Cristo aveva così veramente un ufficio giudiziario da esercitare. Coloro che l’hanno inteso materialisticamente, che il Cristo dopo la resurrezione presto sarebbe ritornato, l’hanno frainteso. I concetti umani di quel tempo non bastavano certo a comprendere queste cose. Ma in quello che allora caoticamente come idee di ritorno rapido venne a luce, viveva la verità che il Cristo era apparso su un suolo che esteriormente preparava Paolo, come vedremo domani, ma soprattutto era apparso nel campo che dietro il mondo sensibile si estende, sul quale si svolge la lotta tra il Cristo e le sibille, una lotta spirituale. Dobbiamo sollevare il velo che ci mostra la diffusione del cristianesimo sul piano fisico. Dietro il piano fisico dobbiamo guardare a quella lotta spirituale dove dalle anime è espulso quello che altrimenti sarebbe cresciuto a sempre maggiore e maggiore forza proprio nel suo carattere caotico. Chi intende male questo unico fatto è chi non comprende che attraverso questo fatto metafisico qualcosa di infinito è stato realizzato per l’umanità attraverso il Cristo.

Chi dunque ha potuto realizzare almeno qualcosa, sì, molto per la comprensione di questo fatto? Coloro che erano dotati di una certa ispirazione o rivelazione dal mondo spirituale, coloro che hanno scritto i Vangeli, e Paolo. Da altri aspetti dovremo anche apprezzare l’apparizione degli evangelisti e di Paolo. Ora possiamo però considerare come Paolo, per così dire, sta in mezzo a un mondo in cui qualcosa accade anche senza la sua parola, senza quello che con le sue parole potenti, infuocate ha potuto contribuire alla comprensione del mistero del Golgota. Si ha tuttavia, permettete che l’esprima ancora alla conclusione dell’esposizione odierna, proprio quando si considera questa apparizione, che ora è stata caratterizzata come la lotta del Cristo contro le sibille, di fronte a Paolo un sentimento che vorrei riassumere in queste parole: in Paolo tutto appare come se tra le sue parole stesse qualcosa di più di quello che si legge inizialmente, come se la forza che dall’apparizione di Damasco gli era passata si esprimesse attraverso di lui e come se attraverso di lui penetrasse tuttavia un suono nell’umanità contrapposto al suono profetico delle sibille; come se in lui continuasse qualcosa del suono dei profeti antichi che Michelangelo ha così bellamente rappresentato nelle sue figure.

Le sibille avevano qualcosa, come ho detto, che procedeva dall’elementare della terra, che non avrebbe potuto essere in loro se gli spiriti elementari della terra non avessero parlato a loro. In Paolo c’è qualcosa di simile, qualcosa che stranamente, ma completamente esoterico, la scienza esteriore ha già notato, ma che veramente, si potrebbe dire, vi pone di fronte a un mondo dello stupore quando lo considerate spiritualmente.

Paolo ha anche in certo modo attinto dall’elementare della terra, ma da una sfera singolare dell’elementare della terra. Si può certamente comprendere Paolo in modo teologico-razionalistico-astratto benissimo se non si tiene conto di quello che adesso dirò, che non può essere spiegato dalla scienza esteriore; si può interpretarlo benissimo se si vuole comprendere Paolo solo dal punto di vista della razionalità ordinaria. Ma se si vuole comprendere quello che spiritualmente, spiritualmente in Paolo ha vissuto, dentro e tra le sue parole, se si vuole comprendere perché attraverso le sue parole si sente qualcosa di simile alle profezie delle sibille, ma che in lui promana da un buon elemento dell’evoluzione terrestre, allora viene considerata l’apparizione che risponde alla domanda: fin dove giunge il mondo di Paolo? Come si delimita il mondo di Paolo? Lo straordinario che otteniamo come risposta è: Paolo divenne grande in quel mondo che va esattamente fino alla cultura dell’ulivo. Dico qualcosa di singolare, lo so; ma vedremo che questo singolare in certo modo si dissolve quando domani entreremo un po’ nella figura di Paolo. La terra è anche geograficamente piena di misteri. Un territorio della terra in cui cresce l’ulivo è diverso da uno in cui cresce la quercia o il frassino. L’uomo sta, come essere fisico, in incarnazione fisica in relazione con gli spiriti elementari.

Diversamente sussurra, stormisce, fluisce e vive nel mondo dell’ulivo che nel mondo della quercia o del frassino o del tasso. Se si vuole comprendere il nesso dell’essenza terrestre con l’essenza dell’umanità, non è inutile attirare l’attenzione anche su apparizioni così singolari come quella secondo la quale Paolo arriva proprio così lontano con la sua parola sulla terra, fin dove raggiunge l’ulivo.

Il mondo di Paolo è il mondo dell’ulivo.

3°La triplice compenetrazione del Cristo e i miti greci

Lipsia, 30 Dicembre 1913

Queste esposizioni dovranno essere organizzate in modo che singoli motivi siano proposti e poi sia richiamato quello che a questi motivi può portare in modo comprensibile.

Così ho proposto come motivo quello che ho detto sulla difficile comprensione dell’essenza di Cristo Gesù, poi quello della manifestazione sintomatica di un lato della vita dell’anima umana nel quarto periodo postatlantico nelle profezie delle sibille, e infine ho proposto al termine della considerazione precedente il tema di Paolo e dell’ulivo. A questi motivi conduttori ritornerò di nuovo. Dobbiamo in certo modo avvicinarci in cerchi a questi motivi conduttori che scriviamo al centro di questi cerchi. Allora apparirà già quello che effettivamente si intende con questi motivi. Oggi vorrei parlarvi di qualcosa sull’essenza di Cristo come tale.

Vedremo allora perché questa essenza di Cristo Gesù si rispecchia proprio in Paolo in un certo modo. Sappiamo dalla lettura dei vortrag precedenti che l’essenza di Cristo può essere compresa quando ripercorriamo a ritroso l’evoluzione del nostro sistema fino all’antico sole. E a diverse fasi

In varie occasioni, durante cicli di lezioni che sono stati ormai pubblicati, si è richiamata l’attenzione sul fatto che abbiamo a che fare con un’elevata entità spirituale — per il momento così la chiameremo — nella natura di Cristo, e che per lo sviluppo proprio di questa elevata entità spirituale l’antico periodo solare è risultato particolarmente importante. Non intendo dunque dilungarmi ulteriormente su questo argomento. Consideriamo semplicemente la natura di Cristo come un’elevata entità spirituale. Tuttavia, per comprendere lo sviluppo umano sulla Terra, abbiamo bisogno di qualcos’altro ancora, e abbiamo visto quanto ciò sia necessario, proprio perché di fronte a un certo fatto

i concetti e le idee che nel quarto periodo postatlantico cercarono di comprendere la natura Cristallo-Gesù si rivelano impotenti. Questa questione è emersa in particolare nei primi secoli tra gli gnostici, i Padri apostolici, le personalità che in un modo o nell’altro diedero impulso alla fondazione del Cristianesimo: come si rapporta l’essenza di Cristo all’essenza di Gesù?

Sappiamo già che dobbiamo distinguere tra due fanciulli Gesù che crescono. Con uno dei fanciulli Gesù non abbiamo bisogno di occuparci ulteriormente in questo contesto, poiché per noi è facilmente comprensibile dalle nostre premesse antroposofiche. Mi riferisco al Gesù in cui visse l’Io di Zarathustra. Abbiamo a che fare con un’entità umana che aveva già raggiunto un elevato grado di sviluppo nel secondo periodo postatlantico, che allora fondò la corrente spirituale dello stesso Zarathustra e continuò a vivere, per incarnarsi di nuovo nel fanciullo Gesù salomonico e in lui fino al dodicesimo anno di vita assunse lo sviluppo che un Io così elevato poteva assumere in quel tempo dell’incarnazione dell’umanità. Sappiamo inoltre che questo Io-Zarathustra passò nel corpo dell’altro fanciullo Gesù, la cui essenza brilla attraverso leggermente nel Vangelo di Luca, del cosiddetto fanciullo Gesù natanico.

Dobbiamo considerare un po’ questo fanciullo Gesù natanico. Ho già richiamato l’attenzione sul fatto che non abbiamo a che fare in questo fanciullo Gesù con un essere umano come gli altri esseri umani, nel senso stretto della parola. Abbiamo a che fare con un essere del quale non possiamo dire che era incarnato prima come uomo in un individuo o in un altro sulla Terra. Abbiamo sempre sottolineato che, per così dire, di ciò che è di natura animica, venuto dai mondi spirituali alla Terra per poi esplicarsi nelle singole individualità umane sulla Terra, qualcosa è rimasto indietro, e questo rimasto indietro appare nel

fanciullo Gesù natanico. Non possiamo quindi dire di questo fanciullo Gesù natanico che viva in lui un Io come negli altri uomini, che si è sviluppato attraverso incarnazioni precedenti in un certo modo. Anche per questo fanciullo Gesù natanico — ciò è già evidente dalla mia esposizione nella «Scienza occulta» — dobbiamo riconoscere che non aveva prima camminato sulla Terra come uomo. Sorge ora la domanda: era questo essere, che ora semplicemente vogliamo chiamare Gesù di Nazareth, prima in qualche relazione con lo sviluppo terrestre? Con lo sviluppo terrestre sono in relazione non solo gli esseri e le forze che per così dire si incarnano sulla Terra stessa, ma anche entità e forze spirituali che appartengono alle gerarchie superiori. Se qualcosa è rimasto indietro nella sostanza, per così dire, che poi si è distribuita fra le singole anime umane e che è stata partorita come il fanciullo Gesù natanico, questo non significa che questa entità non fosse già prima in qualche relazione con lo sviluppo terrestre. Solo che essa non era venuta in relazione con lo sviluppo terrestre e dell’umanità in modo tale da camminare prima sulla Terra come uomo. Come dobbiamo pensare questa entità in relazione allo sviluppo terrestre? Se consideriamo lo sviluppo di questo Gesù natanico, allora non dobbiamo cercarlo all’interno di ciò che lo sviluppo fisico terrestre può offrirci, ma dobbiamo cercarlo nei regni spirituali, in ciò che prima non era terrestre. Si presenta qui all’osservazione, di cui ho parlato spesso, all’osservazione chiaroveggente, ciò che segue: ricordiamoci di ciò che è esposto nella «Scienza occulta», come dal tempo di Lemuria in poi, con eccezione di una sola coppia primordiale dell’umanità, le anime si ritirarono gradualmente dagli altri pianeti e attraverso i tempi atlantici si incarnarono nei corpi umani. Dobbiamo quindi pensare lo sviluppo della Terra in modo che dalle vicinanze cosmiche della Terra le anime convergano

e in vari momenti comincino per così dire il loro rinnovato sviluppo terrestre. Sappiamo che prima del tempo di Lemuria le anime si erano ritirate verso i pianeti per così dire. Sappiamo anche però che questo sviluppo terrestre della Terra, in cui le anime umane dovevano entrare, era sottoposto alle tentazioni di Lucifero e più tardi di Arimane. Le anime umane erano dunque indotte a entrare in corpi nei quali nel corso dello sviluppo terrestre erano sottoposte alle tentazioni di questi due esseri spirituali. Se nulla di più di questo fosse accaduto, se le anime umane fossero semplicemente tornate dal loro essere planetario nello sviluppo terrestre e fossero state sottoposte alle influenze luciferiche e arimaniche, allora a questi uomini sulla Terra, mentre passano attraverso le loro incarnazioni, sarebbe accaduto qualcosa che non ho ancora indicato nella «Scienza occulta». Si potrebbe dire in privato ma non pubblicamente in questa epoca. Questi uomini sarebbero stati esposti a un certo pericolo nello sviluppo dei sensi. Non dobbiamo infatti immaginarci che questo sarebbe avvenuto semplicemente, che queste anime umane fossero scese dal loro soggiorno planetario sulla Terra, avessero assunto corpi umani e poi tutto fosse proseguito regolarmente. Poiché il principio luciferico e arimanico operava in loro, questi corpi umani non erano costruiti in modo tale che gli uomini avrebbero potuto assumere quello sviluppo che poi effettivamente assunsero. Se queste anime fossero semplicemente entrate utilizzando le forze che questi corpi umani offrivano loro rispetto ai sensi, queste anime umane avrebbero dovuto usare i loro sensi in un modo peculiare, in un modo che in realtà non sarebbe stato possibile per gli uomini.

Voglio spiegarlo così. Quando le anime entravano nei corpi umani, ad esempio l’occhio non sarebbe stato colpito da un colore solo in modo tale da percepirlo come lo percepiva più tardi. Da un lato l’occhio sarebbe stato colpito in modo da sentirsi penetrato, attraversato da un intenso piacere; l’occhio avrebbe quasi fiammeggiato di piacere a una certa tonalità di colore, a un’altra sarebbe stato attraversato da un’intensa antipatia verso quel colore, sarebbe stato dolorosamente toccato. Così, per il fatto che erano presenti le influenze luciferica e arimanica, non erano possibili corpi i cui sensi avrebbero potuto essere luoghi di soggiorno adatti per le anime che ora erano discese dai pianeti. Tormentati dall’antipatia e dalla simpatia dei loro sensi sarebbero stati gli uomini; si sarebbe dovuto camminare per il mondo in uno stato di continua beatitudine da simpatia o di tormento da antipatia, a seconda che si vedesse questo o quel colore; si sarebbe stati beatificati o terribilmente respinti con dolore. L’intera evoluzione era ordinata così, le forze cosmiche agivano sulla Terra, specialmente dal Sole, in modo che i sensi sarebbero stati sviluppati in tal modo. Qualsiasi contemplazione del mondo in saggezza, in una certa serenità, sarebbe stata impossibile. Doveva accadere un cambiamento nelle forze cosmiche che fluivano dalla circonferenza cosmica della Terra e costruivano, plasmavano i sensi dei corpi umani. Doveva accadere qualcosa nel mondo spirituale perché le forze non arrivassero in modo tale che questi sensi diventassero meri organi di antipatia e simpatia, poiché questo è ciò che sarebbero diventati sotto l’influenza di Lucifero e Arimane. Per questo motivo accadde quanto segue:

quell’entità di cui ora dicemmo che non aveva scelto il cammino discendente dai pianeti alla Terra, ma che era rimasta indietro, quell’entità che più tardi apparve come il fanciullo Gesù natanico, quell’entità che era stata temporaneamente nei mondi spirituali in tempi antichissimi, decise — se possiamo usare questa espressione, naturalmente tutte queste espressioni sono tratte dal linguaggio umano e non esprimono pienamente ciò che si vuole dire — dunque decise allora, mentre era ancora

nel mondo delle gerarchie superiori, di attraversare uno sviluppo tale che le permettesse di essere compenetrata per un certo tempo nel mondo spirituale dalla natura di Cristo. Abbiamo a che fare non con un uomo, ma con un’entità sovrumana — se così possiamo dire — che viveva nel mondo spirituale, che per così dire sentiva il grido di aiuto e di dolore della miseria del sistema sensoriale umano rivolto ai mondi spirituali, e che attraverso ciò che provava da questo grido di aiuto e di dolore dell’umanità si rese capace di essere compenetrata dalla natura di Cristo.

Così nel mondo spirituale l’entità che più tardi era il fanciullo Gesù natanico fu, per così dire, spiritualizzata dalla natura di Cristo e trasformò le forze cosmiche che fluivano dentro per costruire i sensi, in modo tale che questi sensi diventassero da meri organi di simpatia e antipatia gli organi di cui l’umanità aveva bisogno. Così l’uomo riuscì a poter contemplare con saggezza tutte le sfumature della percezione sensoriale. In modo completamente diverso le forze cosmiche che costruiscono i suoi sensi sarebbero giunte all’uomo se questo evento, che risale molto indietro, che appartiene ancora al tempo di Lemuria, non fosse accaduto nei mondi spirituali. Era così che l’essere che poi apparve come il fanciullo Gesù natanico abitava allora — se posso usare questa espressione — sul Sole. Attraverso il grido di dolore appena menzionato — se di nuovo posso usare questa espressione — visse in sé qualcosa che rese possibile che fosse compenetrato dallo stesso spirito solare, così penetrato che la stessa efficacia solare fu mitigata in modo che gli organi sensoriali umani, che sono essenzialmente il risultato di questa efficacia solare, non diventassero meri organi di simpatia e antipatia.

Con questo, miei cari amici, sfioreremo davvero un significativo mistero cosmico, che deve renderci comprensibili molte cose di ciò che accadde in seguito. Ora poteva entrare l’ordine e l’armonia, l’ordinamento pieno di saggezza

nel mondo dei sensi umani, e lo sviluppo poteva continuare per un periodo. Era in un certo senso l’opera più terribile di Lucifero e Arimane che era stata ricacciata dai sensi umani grazie alle forze superiori.

Più tardi venne un’epoca — che cade già nel periodo dell’Atlantide — in cui si rivelò che questa corporeità umana ancora non poteva essere uno strumento appropriato se lo sviluppo doveva continuare adeguatamente. Ciò che per così dire si era sviluppato in modo accettabile per un periodo, gli organi vitali umani e le loro forze fondamentali, il corpo eterico, era caduto nel disordine. Le forze cosmiche infatti che fluivano dalla circonferenza della Terra e a cui spettava di portare ordine proprio in questi organi vitali dell’uomo, negli organi respiratori, negli organi circolatori e così via, queste forze si sviluppavano sotto l’influenza luciferica e arimanica in modo tale che gli organi vitali non sarebbero stati adatti ai mortali sulla Terra. Avrebbero assunto una configurazione molto peculiare. Le forze che hanno il compito di fornire questi organi vitali, infatti, non provengono direttamente dal Sole, ma da ciò che nei tempi antichi si chiamava i sette pianeti. Le forze planetarie agivano negli uomini dal cosmo. Era necessario che anche queste forze cosmiche che condizionano gli organi vitali umani fossero mitigate. Se lo sviluppo fosse continuato come queste forze cosmiche avrebbero potuto disporre sotto l’influenza di Arimane e Lucifero, gli uomini in questi organi vitali avrebbero avuto solo organi di ingordigia o organi di disgusto. L’uomo non avrebbe potuto semplicemente mangiare, ma di fronte a un cibo sarebbe stato incapace di controllarsi, precipitandosi ferocemente su di esso, e il cibo successivo l’avrebbe respinto nel disgusto terribile. Tutte queste cose si rivelano come misteri del mondo, in primo luogo come misteri cosmici, quando cerchiamo di penetrare chiaroveggentemente nei misteri del mondo.

Di nuovo doveva accadere qualcosa nei mondi spirituali stessi perché questo effetto disastroso per l’umanità non si verificasse. Guarda, la stessa entità che più tardi apparve nel fanciullo Gesù natanico, quella che, come abbiamo appena spiegato, abitava il Sole in tempi più antichi ed era stata spiritualizzata dal Sole stesso dalla natura di Cristo, dall’alto spirito solare, questa entità ora si mosse da pianeta a pianeta, nel suo intimo toccata dall’impossibilità di lasciar proseguire così lo sviluppo dell’umanità. Ciò che essa visse passò fortemente su di essa, mentre successivamente si incarnava sui vari pianeti, tanto che in un certo momento durante lo sviluppo atlantico di nuovo lo spirito di Cristo la penetrò. Attraverso ciò che ora accadde per la penetrazione di questa stessa entità con lo spirito di Cristo, entrò la possibilità che gli organi vitali degli uomini ricevessero in sé la temperanza. Come in precedenza gli organi sensoriali avevano ricevuto la serenità della saggezza, così ora gli organi vitali ricevettero la temperanza, in modo che non si aveva più bisogno, quando si respira in un luogo, di ingoiare avidamente l’aria o di essere respinti dal disgusto da un altro spazio, ma con organi temperati si poteva stare di fronte al mondo. Questo era l’atto di una spiritualizzazione di questo fanciullo Gesù natanico, possiamo così dire, nei mondi spirituali con lo spirito di Cristo, con l’alto spirito solare.

Poi nel corso ulteriore dello sviluppo dell’umanità ne entrò una terza. Una terza disarmonia sarebbe dovuta venire in questo sviluppo dell’umanità se le anime avessero dovuto semplicemente continuare a rivestire i corpi che erano diventati possibili sulla Terra. Possiamo dire che fino a questo momento era stato ordinato essenzialmente ciò che è fisico. Per i due atti di Cristo nei mondi sovrumani gli organi sensoriali dell’uomo erano stati ordinati in modo che l’uomo potesse usare il corpo corrispondentemente sulla Terra. Anche gli organi vitali erano stati ordinati in modo che l’uomo potesse usare il corpo adeguatamente. Non tuttavia gli organi dell’anima. L’uomo

sarebbe dovuto cadere nel disordine con i suoi organi dell’anima se non fosse accaduto nulla di ulteriore. E qui intendo in particolare che il pensiero, il sentimento e la volontà sarebbero dovuti cadere nel disordine, in modo tale che la volontà disturbasse il pensiero, il sentimento disturbasse la volontà e così via continuamente. Gli uomini sarebbero stati per così dire condannati a un uso caotico continuo dei loro organi dell’anima, del pensiero, del sentimento e della volontà. Sarebbero diventati o frenetici per un eccesso di volontà, o immersi in torpore da un sentimento represso, o persone con idee fuggevoli per un pensiero ipertrofizzato e così via. Questo era il terzo grande pericolo a cui l’umanità era esposta in un certo senso sulla Terra. Ora ciò che ordina queste tre forze dell’anima — pensiero, sentimento e volontà — viene anche ordinato dal cosmo, dalla circonferenza della Terra; la Terra stessa infatti è essenzialmente il teatro per l’ordinamento dell’Io. La cooperazione appropriata delle tre forze dell’anima, del pensiero, del sentimento e della volontà, deve essere ordinata, ora però non da tutti i pianeti ma solo dal Sole, dalla Luna e dalla Terra, di modo che attraverso la cooperazione appropriata del Sole, della Luna e della Terra, se questa è armoniosa, anche l’uomo è destinato a una cooperazione armoniosa del suo pensiero, sentimento e volontà.

Anche riguardo a queste forze doveva venire l’aiuto dal mondo spirituale. Ora la soul dell’essere che poi diventò il Gesù natanico prese una tale forma di anima cosmica che la sua vita era per così dire né sulla Terra né sulla Luna né sul Sole, ma era così che, per così dire circondando la Terra, si sentiva dipendente dalle influenze del Sole, della Luna e della Terra insieme. Le influenze terrestri gli venivano dal basso, le influenze lunari e solari dall’alto. La coscienza chiaroveggente vede effettivamente questo essere, se così posso dire, nel periodo di fioritura del suo sviluppo nella stessa sfera in cui la Luna orbita attorno alla Terra. Non posso dire dunque esattamente: l’influenza lunare veniva dall’alto; piuttosto veniva dal luogo dove

si trovava lui stesso, questo Gesù natanico preceleste. E quello che a lui gridava, ciò che dalle forze dell’anima di pensiero, sentimento e volontà della soul umana sarebbe dovuto diventare, lui cercava di esperire completamente in sé questa tragedia dello sviluppo dell’umanità. Per questo motivo attirò però su di sé di nuovo l’alto spirito solare, che ora, penetrandolo per la terza volta, si abbassò su di lui. Abbiamo così in altezza cosmica, fuori dal mondo terrestre, una terza penetrazione di questo fanciullo Gesù natanico con l’alto spirito solare, che noi designiamo come il Cristo.

Ora vi descriverò ciò che accadde attraverso questa terza spiritualizzazione — così vorrei chiamare di nuovo ciò che accadde — in modo un po’ diverso da come ho descritto le altre due spiritualizzazioni. Ciò che accadde per così dire in tre fasi successive dello sviluppo, possiamo dire, spirituale, diciamo pure celeste, si è specchiato nei diversi insegnamenti spirituali dei popoli postatlantici. Agiva tutto questo avanti, rimanevano gli effetti che erano sorti dal fatto che una volta in tempi antichi, ancora lemurici, la natura di Cristo aveva spiritualizzato quell’essere che era diventato il fanciullo Gesù natanico; gli effetti rimanevano per così dire nell’efficacia solare. L’iniziazione di Zoroastro consisteva nel sentire l’efficacia solare imbevuta di questi effetti. Così nacque l’insegnamento di Zoroastro, che per così dire proiettato nella sua anima, gli ha rivelato ciò che era accaduto in tempi remotissimi.

Il terzo periodo culturale postatlantico, che designiamo come il periodo egiziano-caldaico, nacque in parte dal fatto che nelle anime si specchiavano, che le anime interiormente ancora esperivano gli effetti sorti dal fatto che lo spirito solare aveva penetrato e spiritualizzato l’essere che era diventato il Gesù natanico mentre faceva il suo giro attraverso i pianeti. Da ciò nacque quella scienza delle efficacità planetarie che abbiamo davanti nell’astrologia caldaica, della quale oggi gli uomini hanno solo pochi concetti. Nel terzo periodo culturale postatlantico, quindi presso i popoli egiziani-caldaici, si sviluppò quel culto delle stelle che è esteriormente noto. Nacque dal fatto che brillava dentro, continuando ad agire in tempi successivi, ciò che era stato mitigato dalle efficacità planetarie.

Ancora più tardi, nel quarto periodo culturale postatlantico, i Greci percepirono questa specchiatura degli spiriti dei pianeti, che era sorta dal fatto che l’essere, penetrato dal Cristo, aveva camminato attraverso i pianeti, diventando su ogni pianeta l’uno o l’altro: su Giove divenne colui che i Greci in seguito chiamarono Zeus; su Marte divenne colui che chiamarono Ares; su Mercurio divenne colui che i Greci chiamarono Ermes. Nei dèi planetari greci si specchia posteriormente ciò che Cristo Gesù aveva compiuto in mondi sovraraggiunti dalle entità planetarie penetrate dal principio luciferico e arimanico. Se il Greco guardava verso il suo cielo di dèi, vi trovava le ombre e le immagini riflesse dell’operosità di Cristo Gesù sui singoli pianeti, accanto a molte altre cose che ho già descritto prima.

A ciò si aggiunse come terzo l’effetto luminoso, l’ombra di ciò che l’entità Gesù aveva sperimentato in connessione con il Sole, la Luna e la Terra ancora come entità sovrumana in tempi più remoti, in tempi ulteriori dell’Atlantide. Se vogliamo caratterizzare questo, possiamo dire: in un essere angelico il Cristo si «animò». Se di Cristo diciamo che si incarnò in Gesù di Nazareth, così ora di questo evento che si dissolve nei mondi spirituali diciamo: il Cristo si «animò» in un essere angelico, che opera in modo che il pensiero, il sentimento e la volontà procedono in ordine. Questo era un evento importante, poiché era comunque un evento giovane per lo sviluppo dell’umanità: portava ordine allo sviluppo dell’anima dell’umanità. Mentre i due precedenti eventi di Cristo più ordinarono la costituzione corporale e quella della vita dell’uomo

sulla Terra, cosa doveva accadere nei mondi sovraterreni per questo terzo fatto?

Lo riconosceremo, questo terzo fatto, se lo ricerchiamo — per facilitare la vostra immaginazione — nella sua riflessione nella mitologia greca. Proprio come gli spiriti planetari si proiettavano nella mitologia greca in Zeus, Ares, Ermes, Venere, Afrodite, Kronos e così via, si specchiava anche non solo nella mitologia greca, ma nella mitologia dei più vari popoli questo terzo evento cosmico. Come si specchiava, possiamo comprendere se per così dire ci abbandoniamo a confrontare ciò che si specchiava con l’immagine riflessa: ciò che accadde nel cosmo fuori, con ciò che poi accadde in Grecia come una conseguenza. Laggiù nel cosmo, cosa accadde? Ebbene, doveva essere espulso qualcosa che avrebbe agitato caoticamente nell’anima umana; doveva essere superato. Doveva l’essere angelico penetrato dal Cristo compiere l’azione di espellere da essa e di vincere dall’anima umana ciò che da essa doveva uscir fuori, affinché potesse esservi armonia e ordine nel pensiero, nel sentimento e nella volontà. Doveva essere vinto nell’anima umana ciò che in essa avrebbe prodotto il caos, il disordine, doveva essere espulso. Ci appare così l’immagine — poniamola vividamente davanti al nostro occhio dell’anima — l’immagine di un essere angelico, quell’essere che è ancora nei mondi spirituali, che diventerà in seguito il fanciullo Gesù, il fanciullo Gesù natanico: questo ci appare penetrato dalla natura di Cristo, per questo capace di particolari azioni, capace di espellere dal pensiero, dal sentimento e dalla volontà quello che come il drago infuria in lui e l’avrebbe portato nel caos. Il ricordo di ciò regna in tutte le immagini che come San Giorgio che sconfigge il drago hanno assunto forza nelle culture umane. San Giorgio col drago rispecchia quell’evento sovrumano dove il Cristo ha spiritualizzato il Gesù e l’ha reso capace di espellere il drago dalla natura dell’anima umana. Era questa

un’azione significativa, resa possibile solo attraverso l’aiuto del Cristo in quel Gesù, in quell’essere angelico dei tempi antichi. Doveva effettivamente congiungersi con la natura del drago quell’essere angelico, doveva per così dire assumere forma di drago, per trattenere il drago dall’anima umana, doveva agire nel drago, in modo che il drago fosse nobilitato, che il drago fosse tratto dal caos in una specie di armonia. L’educazione, la domatura del drago, questo è il compito ulteriore di questa entità. Accadde così che certamente il drago era efficace, ma poiché l’effetto fluito in lui proveniva dall’essere descritto, questo drago divenne il portatore di molte rivelazioni che si sono manifestate nelle culture terrene di tutto lo sviluppo postatlantico. Invece che il caos del drago si presentasse in uomini frenetici o immersi in torpore, si presentò l’antica saggezza del tempo postatlantico. Il sangue del drago il Cristo Gesù l’usò, per così dire, per permeare con il suo aiuto il sangue umano, affinché l’uomo divenisse portatore della saggezza divina. Nella riflessione della mitologia greca questo ci si presenta in modo significativo, dall’ottavo secolo prima di Cristo anche già essotericamente.

È caratteristico come per la sensibilità greca una figura divina cresca dalle altre figure divine. Sappiamo che i Greci veneravano diversi dèi. Questi dèi erano le ombre, le proiezioni delle entità sorte dal cammino del Gesù natanico che sarebbe venuto dopo con il Cristo in sé attraverso i pianeti. Li vedevano così: quando guardavano verso le lontananze cosmiche, quando penetravano l’etere luminoso, con ragione attribuivano a Giove l’origine — non quella esteriore, ma quella vera, spirituale, interiore — perché parlavano di Zeus. Parlavano così di Pallade Atena, così di Artemide, così dei vari dèi planetari che erano le ombre di ciò di cui abbiamo parlato. Ma da queste concezioni sulle diverse figure divine ne crebbe una: la figura di

Apollo. In modo caratteristico la figura di Apollo ne crebbe. Che cosa vedevano i Greci nel loro Apollo?

Lo conosciamo quando guardiamo al Parnaso e alla fonte Castalia. A ovest del Parnaso si apriva una voragine; i Greci vi eressero un tempio. Perché? In precedenza da questa voragine salivano vapori che effettivamente, quando le correnti d’aria erano giuste, si attorcigliavano come spirali di serpente, come un drago attorno al monte. Apollo se l’immaginavano i Greci come lanciante le sue frecce contro il drago che saliva furioso da questa voragine della terra. Qui ci si presenta San Giorgio che invia le sue frecce contro il drago, nell’Apollo greco, in ombra terrena. Quando l’aveva vinto, il drago Python, allora viene eretto un tempio, e al posto di Python vediamo come i vapori entrano nell’anima della Pizia e come i Greci si immaginavano che ora in questi selvaggi vapori di drago vive Apollo, che a loro profetizza attraverso gli oracoli dalla bocca della Pizia. I Greci, questo popolo consapevole di sé, salgono per i gradini sui quali si erano spiritualmente preparati, e ricevono ciò che Apollo ha da dire attraverso la Pizia, penetrata dai vapori del drago. Questo significa: Apollo vive nel sangue del drago e permea gli uomini con la saggezza che essi vanno a procurarsi alla fonte Castalia. Il luogo diviene luogo di raduno per i giochi e le feste più sacri.

Perché può Apollo fare questo? Che cosa è Apollo? Compie questa azione di far risalire dal sangue del drago la saggezza solo dalla primavera all’autunno. Verso l’autunno cammina verso la sua terra primordiale di un tempo, verso il Nord, verso la terra iperborea. Feste si celebrano come feste di congedo, perché Apollo se ne va. In primavera viene di nuovo ricevuto quando torna dal Nord. Saggezza profonda regna in questo andare di Apollo verso il Nord. Il Sole, quello fisico, si muove verso il Sud; nello spirituale è sempre il contrario. Si allude che Apollo ha a che fare col Sole. Apollo è l’essere angelico di cui abbiamo parlato: un’ombra, una proiezione nella sensibilità greca dell’essere angelico che effettivamente ha agito alla fine del tempo atlantico, che era penetrato dal Cristo. La proiezione, l’ombra dell’angelo penetrato dal Cristo nella sensibilità greca è Apollo, che attraverso la bocca della Pizia parla saggezza ai Greci. Qual è tutto ciò che era contenuto in questa saggezza di Apollo per i Greci! Per così dire tutto ciò che nelle questioni più importanti li determinava a prendere una misura o l’altra. Ancora e ancora, ben preparati spiritualmente nelle questioni difficili della vita, ci si rivolgeva ad Apollo e ci si faceva profetizzare dalla bocca della Pizia, stimolata dai vapori in cui Apollo viveva. Asclepio, il Guaritore, è il figlio di Apollo per i Greci. Il dio guaritore è Apollo: «Guaritore». L’attenuazione di quell’angelo in cui una volta era il Cristo è sulla Terra un guaritore o per la Terra un guaritore. Apollo, infatti, non era mai una figura fisicamente incarnata, ma agiva attraverso gli elementi terrestri.

Il dio delle Muse, soprattutto il dio del canto e dell’arte musicale, è Apollo. Perché lo è? Perché attraverso ciò che dimora nel canto, ciò che dimora nel gioco delle corde, pone in ordine la cooperazione di pensiero, sentimento e volontà che altrimenti tenderebbe al disordine. Dobbiamo solo sempre tenere fermo che questa è in Apollo una proiezione di ciò che accadde alla fine del tempo atlantico. Lì ha effettivamente ancora agito da altezze spirituali qualcosa che è fluito nell’anima umana, ciò che risuonò in debile eco nell’arte musicale che i Greci coltivavano sotto la protezione del dio Apollo. Era consapevole ai Greci che la loro arte musicale era per così dire il riflesso terreno di quell’antica arte che nelle altezze celesti serviva all’armonizzazione di pensiero, sentimento e volontà l’essere angelico penetrato dal Cristo. Non l’hanno così espresso; solo nei loro misteri era noto ciò di cui si trattava. Nei misteri apollinei dei Greci si diceva: un alto essere divino aveva una volta penetrato un essere della gerarchia degli Angeli. Questo ha portato armonia al pensiero, sentimento e volontà, e un riflesso di ciò è l’arte musicale, in particolare l’arte apollinea, quell’arte per esempio della musicalità che si espande nel suono delle corde. Non come apollineo si considerava ciò che per così dire emergeva dai flauti o dagli strumenti a fiato. Ciò che meno degli strumenti a fiato attira gli elementi, ciò che per così dire richiede principalmente solo il maneggio dell’umanità, insomma, ciò che risuona nelle corde di Apollo, questo i Greci gli attribuivano quell’effetto musicale che pone il sentimento in armonia. Di persone che non hanno inclinazione, non hanno sufficiente stima per quest’arte musicale di Apollo, i Greci dicevano, consapevoli di tutto ciò che abbiamo esposto, che essi effettivamente mostrano sul corpo esterno un segno della loro ottusità verso il principio apollineo; mostrano sul corpo esterno come fossero rimasti indietro atavicamente a uno stadio precedente. È strano che quando un uomo nacque con orecchi particolarmente allungati — era il re Mida — i Greci dicessero: costui ha portato nel mondo orecchie d’asino perché prima di venire al mondo non si era abbandonato nel modo giusto agli effetti che una volta erano venuti nel mondo attraverso quell’essere angelico penetrato dal Cristo. Perciò, dicevano, ha le orecchie d’asino, e questo ha fatto sì che preferisse gli strumenti a fiato agli strumenti a corda. Quando una volta nacque un bambino che per così dire non aveva pelle, che nacque senza pelle — è divenuto noto nella mitologia col nome del Marsia scuoiato — dicevano: questo è perché prima della sua nascita non aveva ascoltato ciò che veniva dall’essere angelico. Così si presenta infatti per l’osservazione occulta. Il Marsia non fu scuoiato per la prima volta da vivo nel suo corpo, ma nacque così. Ciò che aveva commesso, l’aveva commesso prima della sua nascita.

Molte città che i Greci fondarono come colonie portavano il nome di Apollonia, perché ci si era consultati con

la Pizia se là o colà si doveva colonizzare. I Greci tenevano alla loro libertà cittadina, non avevano quindi un’unità statale, ma l’unità ideale che era data loro dal loro dio Apollo, per il quale in seguito formarono una sorta di confederazione di stati.

Vediamo come i Greci veneravano nel dio che chiamavano Apollo l’essere di cui abbiamo appena parlato. Potremmo dire: in ciò che effettivamente corrisponde ad Apollo alla fine del tempo atlantico, il Cristo «si animò». Se chiediamo: che cosa è realmente Apollo? Non la sua immagine d’ombra che i Greci veneravano in seguito, ma che cosa è realmente Apollo? Come essere sovraterreno è l’essere che ha versato dalle superiori mondi le forze curative per la sensibilità, paralizzando le potenze luciferica e arimanica. Questo operò anche nel corpo umano una tale cooperazione di cervello, respirazione, polmone con laringe e cuore, come si espresse nella proiezione di questa cooperazione nel canto. La giusta cooperazione di cervello, respirazione e organi del linguaggio e cuore, infatti, questa è l’espressione corporea per la giusta cooperazione di pensiero, sentimento e volontà. Il guaritore, il guaritore sovraterreno è Apollo. Abbiamo visto le sue tre fasi di sviluppo, e il guaritore che è alla base di Apollo, nasce sulla Terra, e gli uomini lo chiamano Gesù, il che nella nostra lingua si traduce «Colui che guarisce attraverso Dio». È il fanciullo Gesù natanico, Colui che guarisce attraverso Dio, Giosua Gesù.

Ora nella sua quarta fase diventa maturo per essere penetrato da se stesso nel suo Io dalla natura di Cristo. Questo accade attraverso il Mistero del Golgota. Le anime umane, infatti, che erano nate prima del Mistero del Golgota non avrebbero trovato nel corso del tempo ulteriore corpi sulla Terra in cui avrebbero potuto incarnarsi in modo da far sì che la forza dell’Io venisse espressa nel modo appropriato, se il Mistero del Golgota non fosse accaduto, se non ora una

entità — la stessa entità che abbiamo seguita attraverso i tempi cosmici — fosse stata penetrata dalla natura di Cristo. Alla massima evoluzione l’Io l’aveva portato in Zarathustra. Mai le anime che l’avevano portato a un’evoluzione dell’Io sarebbero riuscite a trovare nuovamente corpi terrestri adatti a un vero sviluppo, se il Mistero del Golgota non fosse accaduto.

Ora abbiamo le quattro fasi dell’armonizzazione: l’armonizzazione della vita sensoriale, quella degli organi vitali, quella di pensiero, sentimento e volontà, e l’armonizzazione nell’Io — l’ultima attraverso il Mistero del Golgota. Avete così, miei cari amici, la relazione tra l’essere che è nato come fanciullo Gesù natanico e la natura di Cristo. Avete il modo in cui è stata preparata questa relazione. Ci è possibile, attraverso ciò che oggi nella vera Antroposofia deve rivelarsi, comprendere questa specie di cooperazione, di appartenenza insieme della natura di Cristo con l’essenza umana del Gesù natanico. Da questo dipenderà per l’avvenire un sano sviluppo spirituale, che sempre più diventi possibile agli uomini di comprendere ciò che si è rivelato incapace di comprendere la vita del pensiero e delle idee dell’epoca in cui il Mistero del Golgota si compì.

4°Cronologia, astrologia, meteorologia, geologia

Lipsia, 31 Dicembre 1913

In quale modo era preparato ciò che per lo sviluppo dell’umanità della Terra doveva accadere attraverso il Mistero del Golgota, di questo abbiamo parlato ieri. Abbiamo parlato delle tre penetrazioni di un essere delle gerarchie superiori con il Cristo e abbiamo trovato nella meravigliosa apparizione di Apollo presso i Greci l’eco di ciò che aveva avuto luogo alla fine del tempo atlantico come una lontana premonizione di questo Mistero del Golgota.

Ora ci spetterà il compito di ricercare in quale modo ciò che così è entrato nello sviluppo dell’umanità ha agito. Per ciò sarà necessario caratterizzare un poco il carattere fondamentale dei sistemi spirituali che nel tempo postatlantico sono apparsi come echi, come effetti ulteriori di questo triplice evento di Cristo che secondo la nostra descrizione di ieri era per così dire concluso alla fine del tempo atlantico.

Cerchiamo di approfondire il carattere fondamentale dei sistemi spirituali che sono nati nel tempo postatlantico. Sono nati in modo tale che in ciò che è divenuta l’anima umana attraverso tutto ciò che vi ho raccontato ieri, qualcosa continui ad agire. Questi sistemi spirituali postatlantici sono come i riflessi di questo triplice evento di Cristo nelle anime umane postatlantiche. Da questo punto di vista abbiamo bisogno di dire solo poche parole sulla prima epoca postatlantica. Vogliamo

l’hanno caratterizzata da altri punti di vista piuttosto spesso. Qui voglio soltanto dire che fu il periodo culturale postatlantico più elevato riguardo alla spiritualità, sebbene accogliesse ancora qualcosa nelle anime dei santi Rishis e dei loro seguaci, che in certo modo era meno permeato da quei Misteri di cui ho parlato ieri.

La prima visione del mondo postatlantica che ci si presenta è come un effetto diretto di questo evento triplo del Cristo, ed è quella che sorse sotto gli impulsi di Zarathustra.

Devo inserire qui che dovrò usare parole che, a causa dell’uso odierno, suonano astratte, asciutte, persino pedanti. Comunque però si cerchi nel linguaggio, non ci sono altre parole disponibili. Perciò vorrei appellarmi alle vostre anime: intendete sotto le parole che ora userò qualcosa di infinitamente più spirituale di quel che la scienza odierna intende con questi termini. La visione zarathustriana voglio chiamarla, da questo punto di vista, una visione del mondo della «Cronologia». Sopra i due esseri, Ahura Mazdao e Ahriman, la visione zarathustriana contempla Zeruana akarana, l’azione del Tempo. Non il tempo astratto, come l’intendiamo oggi, ma il tempo concepito come un essere vivente, un essere sovrapersonale. La visione zarathustriana contempla questo essere, che dobbiamo afferrare con la parola Tempo, in modo che da questo essere procedono i reggitori del Tempo: anzitutto quelle entità spirituali che sono simboleggiate nello spazio cosmico dai segni dello zodiaco, gli Amshaspand. Essi reggono mediante il loro numero di sei, oppure, se prendiamo i loro antipodi, mediante il loro numero di dodici. Gli Ized, che stanno sotto questi Amshaspand, da ventotto a trentuno in numero, sono spiriti di ordine inferiore, servitori dell’alto Essere del Tempo, che reggono i giorni nel mese. In quella meravigliosa armonia la coscienza zarathustriana penetrò profondamente, che agisce nel mondo attraverso forze e si simboleggia nel numero attraverso tutti i rapporti e le combinazioni che risultano dai ventotto-trentuno fino ai dodici. In tutto questo penetrò, ciò che come in un flusso s’immette nel mondo e vi turba perché nella grande orchestra cosmica gli strumenti suonano insieme in questi rapporti numerici.

La visione zarathustriana contemplava questo come l’ordinante, come l’armonizzante dell’ordine mondiale. Voglio solo indicare questi rapporti. Poiché è così, poiché in ciò che crea e insieme consuma nel creare, ciò che accoglie le concezioni del mondo, quasi digerendole spiritualmente e trasferendole ad altri livelli, poiché la visione zarathustriana vede nella «Tempo» qualcosa di vivente, qualcosa di sovrapersonale, possiamo, spiritualizzando questa parola, chiamare questa visione del mondo «Cronologia», ricordando insieme al dio Chronos, al reggente del Tempo.

Poi arriviamo al terzo periodo postatlantico, che ieri caratterizzammo come quello in cui le anime furono stimolate al loro sapere attraverso gli esseri-forze che brillavano dalle stelle, dove non era più contemplato il mistero del mondo soltanto nei rapporti che agiscono nel sovrasensibile dell’Essere del Tempo, ma dove già si era penetrato nell’essere sensibile, e si vedeva nell’essere sensibile, nel corso delle stelle e nella scrittura che esse scrivono nello spazio cosmico, l’armonizzante, il melodiante dell’accadere mondiale. Questa visione del mondo voglio chiamarla Astrologia. Alla Cronologia seguì l’Astrologia.

Tutto ciò che la vera, autentica Cronologia dello zoroastrismo, ciò che la vera, autentica Astrologia dei Misteri egiziani e caldei rivelò, tutto questo era stimolato dai segreti che agivano nel mondo attraverso il triplo evento del Cristo prima della grande catastrofe atlantica. Cosa seguì poi nell’epoca greca o greco-latina? Non solo per la Grecia e Roma, ma anche per le altre regioni d’Europa vale quello che ora dirò. Ieri ho tentato di illustrarlo con un singolo caso; vale per così dire per tutto l’Occidente. Possiamo guardare ancora a come il Greco venerava Apollo, questo bagliore del Bambino Gesù natanico, così come era alla fine del tempo atlantico.

Dicemmo: dalla terra iperborea, da nord, Apollo veniva all’Oracolo di Delfi. Per mezzo della Pizia diceva le cose più importanti che il Greco voleva udire, nel tempo dell’estate. In autunno ritornava nella sua terra iperborea. Abbiamo messo in relazione questo cammino di Apollo con il cammino del Sole. Poiché è il Sole spirituale che parla attraverso Apollo, durante che il Sole fisico va verso sud, egli prende il suo cammino verso nord. Infinitamente sapienti si manifestano i miti quando li consideriamo alla luce del vero occultismo. Non era tuttavia lo sguardo rivolto alle stelle che per il Greco simboleggiava Apollo: quando il Greco venerava Apollo, non guardava propriamente al Sole come suo simbolo esteriore di stella. Non è in questo senso che Apollo è dio del Sole, che il Sole esteriore lo simboleggiasse. Per questo il Greco aveva il suo Helios, che regolava il corso del Sole nel cielo. Il Sole non agisce così sulla nostra esistenza terrestre, anche quando parliamo del fisico, che soltanto ciò che scorre direttamente dai raggi solari divenga efficace sull’uomo. Piuttosto il Sole agisce dapprima nell’aria e nell’acqua, nei vapori acquei, anche nei vapori di cui abbiamo detto che salivano dalla gola della Fonte Castalida e, drago-simili, circondavano la montagna vicina, e che questo drago fu ucciso dal San Giorgio greco.

In tutti gli elementi agisce il Sole, e dopo che già ha penetrato, ha permeato gli elementi terrestri, agisce da questi sull’uomo, per così dire attraverso i servitori che chiamiamo spiriti elementari. Vivendo negli elementi agisce lo spirito solare, e questa efficacia il Greco nel suo Apollo percepiva. Apollo per lui era il dio del Sole, ma non quello che come Helios guidava il carro solare sopra il cielo e regolava i tempi della giornata. Il Greco, guardando ad Apollo, vedeva gli effetti solari nell’atmosfera.

Ciò che è effetto solare, lo designava, rivolgendosi spiritualmente a esso, come Apollo. Così era con molti dèi ed esseri spirituali che troviamo in Occidente. Abbiamo soltanto bisogno di indicare, avrei ancora molto da indicare, Wotan che si precipita nella tempesta e il suo esercito selvatico. Quale era in questo quarto periodo postatlantico la visione del mondo che stava sotto l’influsso del triplo evento del Cristo, come un suo riecheggiamento? Di nuovo devo usare una parola pedante, divenuta arida: la Meteorologia seguì l’Astrologia. Cronologia, Astrologia, Meteorologia. Soltanto dobbiamo collegare la «logia» con Logos. Mentre tutto questo irruppe sul mondo occidentale, nell’intera cultura postatlantica si versò qualcosa di diverso, che da tutt’altra parte era un riecheggiamento del triplo evento del Cristo.

Questo quarto, che si verificò come parallelo accanto alla Meteorologia del quarto periodo postatlantico, era qualcosa che di nuovo con una parola pedante devo designare, ma vi prego di nuovo di collegare «logia» con Logos: era divenuta la Geologia. Geologia, dove ci appare? Non si comprenderanno mai i veri segreti dello sviluppo culturale ebraico antico se non lo si considererà in questo senso come Geologia, come vogliamo considerarlo ora. Come la schiera degli Elohim ci appare, come ci appare il Dio Javè? Ci appare così, che vuol formare l’uomo con ciò che è preso dalla stessa terra. Vuol avvolgere con un nuovo involucro, con l’involucro terrestre, ciò che è venuto dai tempi antecedenti, da Saturno, Sole, Luna. Javè è proprio il Dio che forma l’uomo dalla terra, cioè dalle forze, dagli elementi della terra. Perciò la sapienza ebraica antica, come confessatrice del Dio Javè, dovette diventare Geologia. L’insegnamento sull’uomo, formato dalle forze della terra, è Geologia.

Non ci viene subito mostrato il carattere geologico dell’insegnamento ebraico antico quando ci si presenta il nome del primo uomo: Adamo, colui che è formato dalla terra? Questo è il significativo che si deve tenere sempre presente. Tutto ciò che gli altri popoli, per così dire, percepivano nella visione mondiale meteorologica come anima, tutto questo parla diversamente della formazione umana. Guardiamo alla visione mondiale greca, come Prometeo siede e forma l’uomo. Pallade Atena viene ed effettua dalle altezze spirituali la congiunzione dell’uomo con la scintilla spirituale. Prometeo forma l’anima nel simbolismo della farfalla. Il Dio Javè forma l’uomo dalla terra, e lui, il Dio Javè, che nel corso del suo sviluppo era divenuto il Signore della terra, insuffla all’uomo dal suo stesso sostrato l’anima vivente. Javè si unisce così attraverso il suo soffio a ciò che ha formato dalla terra.

Vuol dimorare in suo figlio, nel suo soffio vivente, in Adamo e nei suoi discendenti, gli uomini della terra, quegli esseri la cui forma è dalla terra, che il Dio Javè considerava come suo compito da realizzare. E se ora avanziamo: tentiamo di evocare dinanzi alla nostra anima tutto ciò che ritroviamo tramandato nell’antico mondo ebraico, dalla Bibbia stessa. Sappiamo, l’abbiamo sottolineato, che la terra sviluppa certe forze. Goethe, Giordano Bruno e altri paragonano queste forze alle forze dell’inspirazione e dell’espirazione nell’uomo. La terra sviluppa certe forze, forze di espirazione e di inspirazione, che producono il flusso e il riflusso, il rigonfiamento e l’abbassamento dell’acqua, forze interiori della terra, le stesse forze che guidano la Luna attorno alla terra. Queste sono le forze terrestri. Negli effetti delle acque ci appaiono queste forze terrestri come efficacia terrestre. Nelle forze dell’acqua la Bibbia ci delinea il diluvio come un ulteriore importante evento dopo la creazione di Adamo, l’uomo della terra.

E se avanziamo fino al tempo di Mosè: se studiamo correttamente, di che cosa si tratta dappertutto, sono dappertutto effetti terrestri. Mosè con la verga va alla roccia e fa scaturire l’acqua dalla terra. Mosè sale sul monte. Ciò che è collegato con gli effetti della terra su questo monte e ciò che accade proprio su questo monte, è efficacia terrestre. Questo monte, infatti, deve essere concepito solo come vulcanico, o almeno come montagna simile a un vulcano. Non è il Sinai, come comunemente si pensa, è efficacia terrestre. Nella colonna di fuoco, in cui Mosè sta, abbiamo da vedere qualcosa di simile a quando bruciamo un pezzo di carta sulle colline di zolfo d’Italia e il fumo esce; così dalla montagna esce efficacia terrestre, fumo infuocato. In efficacia terrestre gli Ebrei vedevano sempre simboli. Davanti a loro veniva la nuvola tempestosa o colonna di fuoco: efficacia terrestre! Potremmo entrare in profondità nei dettagli, dappertutto troveremmo che lo spirito della terra regna in ciò di cui Mosè parla come della rivelazione del Dio Javè. La Geologia è la proclamazione di Mosè. Non comprenderanno mai la profonda differenza della visione mondiale ebraica da quella greca se non sapranno che la visione mondiale greca è Meteorologia e l’ebraica è Geologia.

Tutto ciò che il Greco sente svilupparsi intorno a sé, lo pensa in relazione alle forze effuse dal Cosmo negli elementi terrestri, nell’ambiente della terra, nell’aria, in tutto ciò che è vicino alla terra. Tutto ciò che la visione mondiale ebraica sente circondare se stessa è legato alle forze che si sviluppano dalla terra verso l’alto, che sono legate alla terra. Sì, anche le sofferenze del popolo ebraico vengono dal carattere desertico, da ciò che è legato alla terra e alla sua efficacia. La Geologia permea il destino del popolo ebraico. È la Geologia, la fertilità della terra, che sotto forma di esploratori li attrae verso la terra promessa.

Paolo sa bene che questa consapevolezza della connessione con lo spirito della terra è una conseguenza dell’evento del Cristo anteriore alla terra; Paolo, infatti, attira l’attenzione sul fatto che fu il Cristo che precedette gli Ebrei e fece venire acqua dalla roccia nel deserto. Se andassimo dalla Bibbia ai significativi materiali leggendari del popolo ebraico, troveremmo come questi materiali leggendari sono permeati dalla Geologia qui intesa. Ci viene raccontato come Javè, quando formò l’uomo dalla terra, inviò gli angeli serventi perché raccogliessero da tutte le parti della terra i diversi colori della terra, terre diversamente colorate, per mescolare tutto ciò che appartiene alla terra nell’involucro di Adamo.

Diremmo oggi: Geova si preoccupò di porre l’uomo sulla terra in modo che l’uomo nella sua vera essenza sia il fiore più elevato, la corona della creazione terrestre.

Possiamo dire: per i Caldei, per gli Egiziani, per gli Zoroastriani, per i Greci, per i Romani, per i popoli europei dell’Europa centrale e settentrionale, la cosa più importante nell’uomo era ciò che proveniva dal mondo spirituale. Per gli Ebrei la cosa più importante nell’uomo è ciò che è legato alla terra e alle sue forze. Come il Dio che spiritualmente permea la terra, Javè si sente. Vediamo così come l’evento più importante nel quarto periodo postatlantico è che la Geologia si ponga accanto alla Meteorologia. Questo si esprime meravigliosamente nella sua immagine spirituale nel profetismo ebraico antico. Che cosa aspiravano a realizzare questi profeti? Tentiamo una volta di penetrare nelle profondità interiori di queste anime profetiche, Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Gioele, Giona e Zaccaria: che cosa aspiravano? Sì, se si studiano veramente senza pregiudizi queste anime profetiche, si trova: si sforzano, sostanzialmente, di porre una particolare forza dell’anima umana in primo piano della vita spirituale e di allontanare un’altra, quasi comprimendola nelle profondità della vita spirituale.

Vi ho già fatto notare come nelle creazioni michelangiolesche, alle quali ho accennato, i profeti siano sempre rappresentati in modo che stiano in profonda meditazione, come sostenuti da una pace spirituale interiore, in modo che si vede: ciò a cui la loro anima si dedica è legato nelle fondamenta sotterranee all’Eterno. Come il contrario, Michelangelo rappresenta le sibille, in cui agiscono gli elementi della terra, agiscono in modo che in una di loro i capelli sono spinti dal vento, e persino la veste azzurrina è penetrata dal vento; sotto questa influenza del vento fa la sua profezia.

L’altra la vediamo afferrata da un ardore interiore: nel gesto particolare della mano vediamo il fuoco, l’elemento terrestre. Potremmo così ancora percorrere le sibille: vivono con le forze dell’anima che direttamente fluiscono dall’ambiente elementare della terra nelle anime. Queste forze sibilline, che per così dire risucchiano nell’anima lo spirito degli elementi terrestri e l’esprimono, queste forze sibilline i profeti dell’antico giudaismo vollero respingere. Se leggete veramente senza pregiudizi l’intera storia profetica, troverete: il profeta si sforza, in questo consiste la sua formazione, di soffocare in sé il tratto sibillino, di non lasciarlo emergere. Apollo trasforma il tratto sibillino della Pizia in questo che egli stesso si immerge in esso e parla attraverso la sibilla. I profeti vogliono anche soffocare il carattere pitico della loro anima e coltivare unicamente e soltanto ciò che agisce nella forza pura dell’Io, quell’Io che è legato alla terra, che appartiene alla terra, che è l’immagine spirituale dell’elemento geologico.

Come l’Eterno nell’Io si manifesta in tranquilla serenità quando gli elementi sibillini tacciono, quando cessa tutta l’agitazione interiore, quando tutto è soppresso, quando regna solo la serenità e lo sguardo penetra nelle fondamenta dell’Eterno, questo vollero sviluppare le nature profetiche ebraiche, e le loro proclamazioni dovevano provenire da tale disposizione dell’anima che nella sua profondità aspira a ciò che in sommo grado corrisponde alla Geologia.

Così quello che in questi profeti è affascinante risuona come un effetto dell’elemento geologico, e proprio quello che poi è venuto diversamente da quanto i profeti avevano profetizzato ci mostra come l’elemento dei profeti è quello geologico. Un futuro regno legato con gesti esteriori alla terra che deve subentrare al regno presente, un cielo sulla terra, questo è ciò che i profeti anzitutto proclamavano, così stretta è la loro unione con la Geologia. Si versa ancora nei primi tempi del cristianesimo questo elemento geologico dei profeti, in quanto si attende il ritorno del Messia, ma in modo che dovesse scendere dalle nuvole e fondare sulla terra un regno terrestre. Non si comprenderà ciò che risplende nella cultura ebraica se non lo si intende così come Geologia. Questo era il desiderio dei profeti, questo era ciò che insegnavano ai loro discepoli: reprimere l’elemento sibillino, tutto ciò che conduce l’anima nelle profondità incoscienti, e sviluppare ciò che vive nell’Io. Tutti gli altri popoli hanno relazioni diverse con i loro dèi di quanto gli Ebrei con il loro Javè. Le relazioni degli altri popoli con i loro dèi erano date, poiché erano gli echi di ciò che si era formato nella relazione dell’uomo con gli spiriti delle gerarchie superiori durante il tempo di Saturno, Sole e Luna. Il popolo ebraico doveva particolarmente sviluppare ciò che poteva evolvere durante il tempo della Terra. Ma se l’Io da sé stabilisce una relazione con il suo Dio, come si esprime? Non come inspirazione, in modo che per esempio il morale fosse stato come un permeare dell’anima con le forze divine. No, non come inspirazione, ma come Comandamento. La forma del Comandamento che ci appare nel Decalogo, ci appare per la prima volta presso il popolo ebraico. Per quanto la scienza borbotti cose strane sull’esistenza anteriore dei Comandamenti, Hammurabi e così via, non posso ora entrare nelle sciocchezze della scienza moderna.

Ciò che appare come Comandamento, dove l’Io sta direttamente di fronte a Dio e riceve da Dio la norma, la prescrizione in modo che questo Io deve obbedirvi da una volontà interiore, questo ci appare per la prima volta presso il popolo ebraico.

Similmente ci appare per la prima volta presso il popolo ebraico che Dio conclude un patto con il popolo. Gli altri dèi agiscono attraverso forze che sempre hanno a che fare con l’inconscio dell’anima. Facciamo un paragone: come Apollo agisce attraverso la Pizia, come l’anima dovette prepararsi che fluisse verso la Pizia in modo che il Dio potesse parlarle: attraverso la vita spirituale della Pizia che si immergeva nell’inconscio parlava Apollo. A questo si contrappone il Dio Javè che parla attraverso i suoi Comandamenti, che conclude con il suo popolo un patto, un contratto, che parla direttamente all’Io dell’anima. Subito questi profeti si adoperano quando accade, come più volte è accaduto nel popolo ebraico, che gli effetti dei popoli pagani acquisiscono influenza sul popolo ebraico. Non dovevano entrare negli Ebrei forze incoscienti, tutto doveva basarsi sull’alleanza con Dio, tutto doveva basarsi sul principio del Comandamento. Perciò i profeti sono particolarmente solleciti. Ora tentiamo una volta di gettare uno sguardo retrospettivo, che vogliamo interpretare con ciò che le conoscenze occulte ci danno, uno sguardo retrospettivo a ciò che abbiamo come illustrato con quanto ora detto. Ieri abbiamo conosciuto il triplo evento del Cristo che cade nei tempi lemurico e atlantico. Abbiamo visto come tre volte il Cristo ha permeato l’Essere che più tardi è apparso come il Bambino Gesù natanico, ma l’ha permeato in modo che questo Essere non era incarnato in un corpo terrestre, ma è rimasto nei mondi spirituali.

Se volgiamo lo sguardo a ciò che è accaduto, dobbiamo dire: ciò che si è compiuto in Atlantide è poi fluito verso Oriente.

Elia per esempio era uno dei profeti. Come mai questo Elia è un profeta? Serve il Dio Javè, lo serve in modo che nella sua anima vive l’eco del triplo evento del Cristo. Nella sua anima vive la consapevolezza: devo come profeta di Javè proclamare Javè in modo che nel Javè viva il Cristo che più tardi dovrà compiere il Mistero del Golgota; che vive con gli effetti che ha versato nel cosmo nella terza esperienza alla fine del tempo atlantico. Il Geova pienamente cristificato proclamava Elia. Il Cristo viveva già in Geova, nel Dio Javè; ma viveva come nel suo riflesso. Come la luce lunare riflette la luce solare, così Javè riflette l’Essere che poi viveva nel Cristo. Il Cristo rifletteva il suo Essere dal Dio Javè o Geova. Nello spirito della conseguenza del triplo evento del Cristo agiva un tale messaggero come Elia, che per così dire procedeva dinanzi all’Essere del Bambino Gesù natanico mentre prima spiritualmente fluiva da Occidente a Oriente, a permeare le culture, per nascere poi come uno dei Bambini Gesù. Come una prova anticipata lo sentivano tutti i popoli, ciò che già come un traboccamento risultava dalla Meteorologia, specialmente quando questa era toccata dalla Geologia. Viviamo il fatto strano che nel luogo che poi divenne così importante per lo sviluppo del Cristianesimo, un evento dei profetizzati si compì. Vediamo come nei diversi luoghi dell’Asia anteriore, anche dell’Europa, si celebravano feste che quasi profetizzavano l’evento del Cristo, profetizzavano il Mistero del Golgota. Il culto di Adone e il culto di Attis sono stati rettamente interpretati come profetizzazioni profetiche dell’evento del Golgota. Se guardiamo correttamente però tutte queste feste, sempre vediamo che rappresentano il futuro ancora come meteorologico.

Il Dio che è ucciso come Adone e risorge, non è pensato come incarnato nella carne, ma ciò che si ha come Dio è dapprima un’immagine: l’immagine di quell’Essere di carattere angelico che alla fine del tempo atlantico è stato permeato dal Cristo nelle altezze spirituali e che poi divenne il Bambino Gesù natanico. Il destino del Bambino Gesù natanico si celebrava nel servizio di Adone, nel servizio di Attis. Era karma storico mondiale, cercherete forse dietro questa parola ancora più profondamente, che nel luogo dove la Bibbia a buon diritto pone la nascita del Bambino Gesù, che a Betlemme prima un culto di Adone era celebrato. Betlemme era uno dei luoghi dove si celebravano i culti di Adone. Spesso vi si celebrava Adone che muore e risorge, e così si preparava l’aura, evocando il ricordo: una volta esisteva nelle altezze spirituali un Essere che allora ancora apparteneva alla gerarchia degli Angeli, un Essere che più tardi doveva venire sulla terra come Bambino Gesù natanico, un Essere che però allora alla fine del tempo atlantico era stato permeato dal Cristo.

Quello che allora era accaduto per l’armonizzazione del pensare, del sentire e del volere, lo si celebrava nella festa di Adone. Nel luogo di Betlemme, dove questa festa di Adone era celebrata, abbiamo anche la culla del Bambino Gesù natanico. Le parole suonano meravigliosamente insieme, cari amici. Non vediamo forse, dal momento che abbiamo ricercato il triplo evento del Cristo, l’evento sovramondano del Cristo, che tre volte ha preceduto il Mistero del Golgota, non vediamo forse il Cristo muoversi da Occidente a Oriente verso il luogo dove il Mistero del Golgota doveva compiersi?

Non vediamo come già in Elia invia il suo messaggero, e non sappiamo come questo messaggero nella sua incarnazione successiva riappare come Giovanni il Battista?

Non ci è detto da questo con meravigliosa concordanza di parole esplicitamente: mandò il suo angelo davanti a lui perché lo proclamasse? Lo si può dire tanto di Giovanni quanto di Elia. Di Elia ancora meglio, ciò che intenderanno coloro che si ricordano della mia descrizione di Elia, dove ho mostrato che Elia rimase nelle altezze spirituali e aveva soltanto un rappresentante attraverso il quale agiva, in modo che non camminò mai stesso sulla terra. Se lo prendete così, l’espressione gli mandò il suo angelo davanti a lui si adatta ancora meglio a Elia che a Giovanni. Tali messaggeri erano sempre messaggeri del Cristo che si mosse da Occidente a Oriente. Ora quello che era Geologia presso il popolo ebraico doveva essere permeato da questo Essere spirituale che abbiamo ormai da ieri nella sua vera efficacia per la terra. La Geologia doveva come cristificarsi. Si doveva percepire lo spirito della terra in una nuova maniera, doveva come liberarsi dalla terra. Ma ciò poteva accadere solo se veniva una forza che liberava questo spirito della terra dalle forze terrestri. Ciò accadde perché l’aura terrestre fu permeata dalle forze del Cristo e la terra stessa divenne per questo qualcosa di diverso. Nelle forze che il Dio Javè aveva scatenate, il Cristo penetrò e rese queste forze stesse in qualcosa di diverso. Se consideriamo tutto questo, comprendiamo una cosa: comprendiamo perché ad Apollo fu dato come simbolo l’alloro.

Per chi con una certa scienza dello spirito penetra nell’insegnamento delle piante, l’alloro è una pianta fortemente collegata con le condizioni meteorologiche. Da quello che è la Meteorologia, l’alloro è completamente formato e costruito. Un’altra pianta è molto più strettamente legata alla terra, è per così dire l’espressione di condizioni geologiche.

Se si sente veramente l’olio caratteristicamente penetrante della pianta nell’olivo in modo che si sentano le forze elementari dalla propria anima stimolate da esso, che l’olivo è una pianta su cui si può innestare un altro germoglio che meglio prospera su questa pianta, allora si sente l’intima permeazione dell’olivo dall’olio della terra. Nell’olio si sente pulsare la permeazione del terrestre. Ora ci ricordiamo di qualcosa che ho menzionato nel secondo discorso, ci ricordiamo di Paolo, che era chiamato a gettare il ponte tra l’antico mondo ebraico e il Cristianesimo, tra la Geologia e la Cristologia. L’efficacia di Paolo si dispiegò, come abbiamo detto, nella sfera dell’olivo. Se percepiamo Apollo nei vapori che salgono dalle caverne delle montagne, attraverso i quali stimola la Pizia e pronuncia sapientemente i destini umani, possiamo sentire anche le forze elementari che fluiscono attraverso l’olivo nell’ambiente, e in cui è immersa la forza spirituale di Paolo. Possiamo sentirle nelle sue parole. Si immerge per così dire nell’olivo per sentirlo elementarmente nella sua aura e lasciarsi ispirare da quell’aura, nella cui regione geologica la sua efficacia risiede. Oggi si leggono le cose troppo, troppo astrattamente. Si pensa che anche le cose che gli autori antichi hanno espresso siano astratte, collegate solo al cervello come spesso dicono gli autori moderni. Non si considera come non soltanto l’intelletto e la ragione, ma tutte le forze dell’anima possono originariamente collegarsi a ciò che dà l’impronta a una certa regione. All’orizzonte di Paolo l’olivo dava l’impronta. Come se volesse elevare in sé la Geologia ebraica, parlò egli, attraverso ciò che l’olivo l’ispirò, le cose più importanti sulla relazione degli uomini colmi di Cristo con coloro che sono lontani da Cristo.

Non udiamo le strane parole di Paolo, che non vogliamo prendere astrattamente, ma che vogliamo prendere come qualcosa che elementarmente radica nella sua anima, come qualcosa che vuol coniare dalla profondità elementare della sua anima come la parola, attraverso cui vuol porre in relazione i pagani cristiani con gli Ebrei?

Non udiamo le strane parole: «Parlo a voi, Gentili; e ben è vero che, finché sono Apostolo dei Gentili, glorificherò il mio ministero, se potessi rendere gelosi i miei fratelli e salvarne alcuni.

Se infatti il ripudio di essi è stata la riconciliazione del mondo, quale sarà l’accettazione loro, se non una vita dai morti?

Ora se le primizie sono consacrate, lo è pure tutta la massa; e se la radice è santa, lo sono pure i rami. Ma se alcuni dei rami sono stati spezzati, mentre tu, che eri un olivo selvatico, sei stato innestato in mezzo a loro e hai partecipato della radice e della linfa dell’olivo, non insuperbire contro i rami! Se ti insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma la radice che porta te. Dirai: «I rami sono stati spezzati affinché fossi innestato io.» Giusto; essi sono stati spezzati perché increduli, mentre tu rimani saldo per la fede. Non insuperbirti, ma temi; poiché se Dio non ha risparmiato i rami naturali, avrà riguardo di risparmiare neppure te. Guarda dunque la benignità e la severità di Dio: severità verso coloro che sono caduti, benignità verso di te, se tu rimani in questa benignità; altrimenti anche tu sarai tagliato via. E anche essi, se non rimangono nell’incredulità, saranno innestati; Dio infatti ha la potenza di reinnestarli. Se infatti tu sei stato tagliato da un olivo selvatico di natura, e innestato, contro natura, in un olivo domestico, quanto più questi, che naturalmente appartengono a questo olivo, saranno innestati nel loro proprio olivo!» Così parlò colui di cui domani continueremo a mostrare come ha tratto dalla Geologia ebraica quello che aveva da dire; come ha fatto dell’elementare forza che dalla terra agisce nell’olivo un’immagine di grandezza suprema per quello che aveva da dire.

5°Il sorgere delle idee sul Graal. Gànganda Greida

Lipsia, 1 Gennaio 1914

Lipsia, 1º gennaio 1914

Vi ho parlato delle forze delle sibille. Ho richiamato l’attenzione sul fatto che vediamo emergere queste sibille come l’ombra dei filosofi greci in Ionia. Per secoli esse, in parte, fecero scaturire dalla loro caotica vita animica una sapienza profonda; in parte portarono alla luce soltanto un caos spirituale. Per secoli — assai più di quanto la storia esteriore voglia ammettere — dominarono la vita spirituale dell’Europa meridionale e delle regioni confinanti.

Volevo dire che con questa singolare manifestazione animica delle sibille si accenna in generale a una certa forza dell’anima umana. Forza che nei tempi più antichi, ancora nella terza epoca culturale post-atlantidea, aveva il suo giusto significato. Le epoche culturali però mutano nel corso dell’evoluzione storica dell’umanità.

Le forze con cui le sibille, in tempi successivi, produssero a tratti vere assurdità erano ancora forze animiche del tutto legittime e buone nella terza epoca post-atlantidea. Erano legittime quando si praticava l’astrologia, quando la sapienza degli astri operava nelle anime umane. Quando, attraverso l’azione di tale sapienza degli astri, venivano armonizzate quelle forze che poi affiorarono caoticamente nel sibillismo.

Da ciò potete però desumere una cosa. Le forze che in qualsiasi luogo del mondo operano — per esempio quelle che ora operano nelle anime delle sibille — non possono in sé essere mai dette buone o cattive. Sono buone o cattive secondo il luogo e il tempo in cui si manifestano. Sono forze del tutto buone e legittime, quelle che si manifestavano nelle anime delle sibille; soltanto, non erano adatte allo sviluppo animico del quarto periodo post-atlantideo.

Lì non dovevano agire nelle anime umane le forze provenienti da ragioni inconsce, bensì quelle che parlano alle anime mediante la chiarezza dell’Io.

Ieri abbiamo udito come i profeti dell’Antico Testamento lavorassero, per così dire, alla repressione delle forze sibilline e al risveglio delle forze che parlano mediante la chiarezza dell’Io; anzi, che proprio questo costituisce il tratto essenziale caratteristico del profetismo ebraico: respingere le forze caotiche sibilline e portare alla luce ciò che può parlare mediante l’Io.

Il compimento di ciò che i profeti dell’Antico Testamento perseguivano, quello che potremmo designare come una sorta di “mettere in corretto” delle forze sibilline, questo compimento giunse mediante l’impulso del Cristo. Allorché l’impulso del Cristo si abbatté sulla evoluzione dell’umanità terrestre nel modo a noi noto, si trattava di questo: che per un certo tempo quelle forze che dalle sibille emergevano in modo caotico furono respinte, quasi come un fiume viene respinto dal mondo esterno, quando prima scorre e poi scompare in una caverna sotterranea, per riemergere in seguito di nuovo alla superficie. In forma diversa, nella forma purificata dall’impulso del Cristo, nella forma che l’impulso del Cristo, dopo essersi scaricato nell’aura terrestre, poté conferire a tali forze, dovevano queste forze riaffiorare di nuovo. Come le nostre forze animiche, dopo averle pienamente sviluppate durante il giorno, devono sprofondare nell’inconscio della notte per poi risvegliarsi di nuovo, così era necessario che queste forze, che erano legittime nella terza epoca postatlantica, scorressero, per così dire, lievemente sotto la superficie della vita animica, inosservate, per poi riaffiorare lentamente, come sentiremo poi, di nuovo. Vedremo dunque il fenomeno per cui le forze che si manifestano così caoticamente nelle sibille e che sono legittime forze umane, vengono come attraversate dall’impulso del Cristo, ma sprofondano nei fondamenti della vita animica, e l’umanità nella sua coscienza ordinaria non sa nulla del fatto che il Cristo continua a operare con queste forze nei fondamenti dell’anima. Così accade davvero.

È uno spettacolo grandioso dal punto di vista della scienza dello spirito, osservare l’avvenimento di questo impulso del Cristo: osservare come, a partire dal Concilio di Nicea, gli uomini nella loro coscienza ordinaria litigano sulla definizione dei dogmi, come si sforzano con la loro coscienza, mentre ciò che è più importante per il cristianesimo accade nei fondamenti inconsci dell’anima. L’impulso del Cristo non opera dove si litiga, ma nei fondamenti; e molte cose dovranno ancora essere svelate dalla saggezza umana, cose che forse ci appaiono strane se le consideriamo solo superficialmente. Molte cose dovranno ancora essere rivelate, perché agiscono come un sintomo dell’opera dell’impulso del Cristo nei fondamenti inconsci della vita animica umana. Vedremo così o comprenderemo che le configurazioni più importanti riguardanti la struttura della corrente cristiana in Occidente non possono accadere per mezzo di ciò su cui i vescovi litigano, ma che importanti questioni storiche accadono per decisioni che si svolgono nei fondamenti della vita animica e affiorano come sogni nella coscienza; in modo che gli uomini non riescono a decifrare dai sogni che percepiranno ciò che accade nelle profondità. Ci sono tali cose — voglio citare solo un sintomo — dove come attraverso sogni si rispecchia ciò che il Cristo intraprende nelle profonde radici animiche, al fine di portare alle giuste binari le forze animiche umane nel corso dello sviluppo storico occidentale.

Forse può toccare molte anime in modo tale che indovinino qualcosa di ciò che propriamente intendo dire con queste parole, quando vediamo che il 28 ottobre 312, allorché il figlio di Costantino Cloro, Costantino il Grande, combatte contro Massenzio davanti a Roma e provoca una decisione che era enormemente importante per l’intero Occidente riguardo alla struttura del cristianesimo, la battaglia e la vittoria si realizzano in modo singolare.

Questa battaglia, miei cari amici, che fu combattuta davanti a Roma da Costantino, figlio di Costantino Cloro, contro il suo nemico Massenzio, non fu decisa per mezzo di ordini dell’esercito, non per mezzo della perspicacia consapevole dei condottieri, bensì fu decisa per mezzo di sogni e di segni sibillini! Significativamente ci viene raccontato di questa battaglia, che ebbe luogo il 28 ottobre 312, che Massenzio, allorché Costantino avanzò verso le porte di Roma, ebbe un sogno. Il sogno gli disse — era ancora dentro le mura —: non rimanere nello stesso luogo dove sei! Massenzio, sotto l’influenza di questo sogno, che fu ancora rafforzato dal fatto che si ricercavano nei Libri Sibillini le profezie delle sibille, commise quella che esteriormente potrebbe apparire la più grande follia che potesse compiere: abbandonò Roma e combatté la battaglia con il suo esercito, che era quattro volte più forte di quello di Costantino, non al riparo delle mura di Roma, bensì fuori da esse. La risposta dei Libri Sibillini era: se combatterai contro Costantino fuori dalle mura romane, distruggerai il più grande nemico di Roma. — Era proprio uno di questi oracoli sibillini ambigui! Massenzio lo seguì, anzi con coraggio e fiducia, uscì davanti alle porte di Roma. Come un tempo un altro oracolo sibillino aveva guidato il Creso, così questo guidò Massenzio.

Distrusse il nemico di Roma, se stesso, con la sua azione. Costantino ebbe un sogno diverso. Il sogno gli disse: porta avanti davanti ai tuoi eserciti — non erano così numerosi, erano quattro volte minori di quelli di Massenzio — il monogramma di Cristo! Lo fece portare avanti e conseguì la vittoria. Una decisione importante per la struttura dell’Europa, decisa per mezzo di sogni e di oracoli sibillini! Qui affiorano le acque di ciò che accade nei fondamenti della vita animica dei popoli europei. In verità, come un fiume che è scomparso nelle caverne dei monti, in modo che non lo si vede in superficie e in superficie si può sospettare il più strano, così il torrente dell’impulso del Cristo scorre avanti nei fondamenti delle anime dei popoli europei e opera, opera inizialmente come fatto occulto.

Miei cari amici, permettetemi qui in questo luogo di fare la confessione che nella mia ricerca di scienza dello spirito, proprio nel seguire questa corrente, ho spesso perduto la traccia; poiché dovevo cercare dove riappariva.

Potevo presupporre che il torrente dell’impulso del Cristo riappare solo lentamente, e che nemmeno nel nostro tempo è completamente apparso: può solo mostrarsi. Ma dove appare? Questa era la domanda. Come risale? Come riaffiora? Dove afferra per la prima volta anime in modo tale che comincino a sollevarne qualcosa nella loro coscienza? Se voi, miei cari amici, seguite i miei diversi sviluppi in libri e cicli, e vi accade come a me con questi sviluppi, troverete che soprattutto nelle parti più antiche, fra le cose più insoddisfacenti, appartiene ciò che ho detto in connessione col nome del Santo Graal. Come detto, così accade a me, e spero che sia accaduto anche ad altri. Non che io abbia detto qualcosa che non potrebbe mantenersi: proprio quando l’esponevo, mi sentivo insoddisfatto. Dovevo dare ciò che poteva essere dato con certezza. Spesso, infatti, quando cercavo questa corrente, di cui ho parlato ora, nel suo ulteriore progresso, quando cercavo l’ulteriore sviluppo occulto cristiano dell’Occidente, si presentava alla mia anima l’ammonimento: devi prima leggere il nome di Parsifal nel suo giusto posto. Dovetti imparare, miei cari amici, che le ricerche occulte vengono condotte in modo singolare. Affinché non siamo tentati di speculare e di inoltrarci in campi dove con la verità occulta la fantasia potrebbe facilmente volar via, siamo condotti a lungo, potrei dire, dolcemente, nel riguardo della ricerca occulta, quando essa vuole infine portare alla luce la verità: una verità che attraverso se stessa può portarci una sorta di convincimento della sua rettitudine. Così dovetti spesso arrendermi all’attesa della risposta alla richiesta: cerca dove sta il nome Parsifal!

Avevo ben accolto, miei cari amici, ciò che voi tutti conoscete dalla leggenda del Parsifal: che, dopo che Parsifal ritorna in certo modo guarito dai suoi errori e ritrova la strada verso il Santo Graal, gli viene annunciato che sul santo calice il suo nome sarebbe apparso splendente. Deve dunque stare su questo santo calice. Ma dov’è il santo calice, dove si trova? Questa era la domanda. Nelle ricerche occulte si viene spesso fermati, in modo che, potrei dire, in un giorno, in un anno, non si fa troppo, affinché la speculazione non ci spinga oltre la verità: si viene fermati. Pietre di confine sorgono. Così mi sono sorte pietre di confine nel corso di molti anni, durante i quali ho cercato risposta alla domanda: dove trovi il nome di Parsifal scritto sul santo calice? Sapevo che vi fossero molti significati del santo calice, in cui l’Ostia, cioè una particola, un’ostia, si trova dentro.

Ora, sul santo calice stesso dovrebbe stare «Parsifal». Mi avvidi anche di quanto fosse profondamente significativa una posizione come quella del Vangelo di Marco nel capitolo 4, versetti 11 e 12, 33 e 34, dove si dice che il Signore dette molte cose in parabole e solo poco a poco interpretò le parabole. Nella ricerca occulta si viene anche, e spesso solo in collegamento a ciò verso cui il karma ti conduce, guidati del tutto gradualmente e dolcemente. E non si sa, quando qualcosa ti si presenta, che apparentemente riguarda una certa cosa, ciò che sotto l’influenza delle forze che vengono dal mondo spirituale, una volta nella propria anima debba essere fatto da tale cosa. Spesso non si sa nemmeno che qualcosa che si riceve dalle profondità del mondo occulto riguardi un qualche problema che si è seguito per anni. Così non sapevo bene che farci, quando interrogai lo spirito popolare norvegese, lo spirito popolare nordico una volta riguardo al Parsifal e disse: impara a comprendere la parola che è fluita attraverso la mia forza nella leggenda nordica del Parsifal: «Gànganda Greida» (la ricreazione ambulante circa, così similmente). Non sapevo che farci. Di nuovo non sapevo che farci quando, una volta, venendo dalla basilica di San Pietro a Roma, sotto l’impressione di quell’opera di Michelangelo che si trova proprio sul lato destro, la Madre col Gesù, la Madre appariva ancora così giovane col Gesù già morto in grembo.

Sotto l’effetto (questa è tale guida) della contemplazione di questo capolavoro, non come una visione, ma come una vera immaginazione proveniente dal mondo spirituale, mi si presentò l’immagine che è iscritta nell’Akasha-Cronaca: ci mostra come Parsifal, dopo che esce per la prima volta dal castello del Graal, dove non aveva domandato dei segreti che vi regnano, incontri nel bosco una giovane donna che tiene il fidanzato in grembo e lo piange. Ma sapevo, miei cari amici, che l’immagine, sia che fosse la Madre, sia che fosse la Sposa al quale lo sposo era morto (spesso il Cristo è chiamato lo Sposo), avesse un significato e che la connessione, che si presentò veramente senza il mio intervento, avesse un significato.

Potrei elencarvi ancora molti tali presagi che mi si sono presentati nella mia ricerca della risposta alla domanda: dove sta scritto il nome Parsifal sul santo Graal? Stare vi doveva, infatti: questo ce lo racconta la leggenda stessa. Ora non abbiamo che bisogno di farci presenti i tratti più importanti della leggenda del Parsifal.

Sappiamo che Parsifal nasce da sua madre Herzeleide, dopo che il padre se ne era andato, e che la madre l’ha partorito sotto grandi dolori e apparizioni oniriche in modo molto peculiare. Sappiamo che allora volle proteggerlo dalla pratica cavalleresca e dalle virtù cavalleresche, che fece amministrare i suoi possedimenti e si ritirò nella solitudine; volle allevare il bambino in modo tale che rimanesse lontano da ciò che certamente viveva in lui. Il bambino, infatti, non doveva essere esposto ai pericoli a cui era stato esposto il padre. Ma sappiamo anche che il bambino precocemente cominciò a guardare tutto ciò che era nobile in natura, e che sostanzialmente non imparò nulla dall’educazione di sua madre, se non che un Dio governa, e che allora tendesse a servire questo Dio. Ma non sapeva nulla di questo Dio, e quando una volta incontrò dei cavalieri, li prese per Dio e cadde in ginocchio davanti a loro.

Quando allora il bambino rivelò alla madre di aver visto cavalieri e di voler lui stesso diventare cavaliere, la madre lo vestì di abiti da sciocco e lo lasciò partire. Sappiamo che il ragazzo partì, superò molte avventure, e sappiamo che la madre più tardi (ciò che si potrebbe chiamare sentimentale, ma che ha profondissimo significato) muore di cuore spezzato per la scomparsa di suo figlio, che non le diede nemmeno un saluto d’addio voltandosi indietro e partì per vivere avventure cavalleresche. Sappiamo che nelle sue molte peregrinazioni, durante le quali aveva imparato molte cose sulla natura cavalleresca e sulle virtù cavalleresche e si era distinto, arriva al castello del Graal. Ho menzionato in altra occasione come troviamo ancora la migliore forma letteraria dell’arrivo di Parsifal al castello del Graal presso Chrétien de Troyes; come ci viene narrato che, dopo aver sopportato molti errori, Parsifal giunge in una regione solitaria, dove per prima cosa trova due persone: una rema una barca, l’altra pesca dalla barca. Chiedendo alla gente, viene indicato al Re Pescatore; incontra dunque il Re Pescatore nel castello del Graal. Inoltre, come il Re Pescatore, un uomo già avanzato negli anni, che era diventato debole e perciò doveva mantenersi sul letto di riposo, nel colloquio gli consegna la spada, che era un dono di sua nipote. Allora nella sala appare per prima un paggio che porta una lancia che sanguina (il sangue scorre fino alla mano del paggio); poi appare una vergine col santo Graal, che è come una sorta di coppa. Ma uno splendore così abbagliante irradia da ciò che è nel Graal, che tutte le luci della sala sono risplendenti dalla luce del santo Graal, come dal sole e dalla luna le stelle sono risplendenti. Allora apprendiamo come in questo santo Graal c’è ciò di cui si nutre il vecchio padre del Re Pescatore che si trova in una stanza particolare, padre che non ha bisogno di nulla di ciò che è portato così abbondantemente quando il pasto, a cui partecipano il Re Pescatore e anche Parsifal.

Di vivande terrene si nutrono costoro. Ma ogni volta, quando si porta un nuovo piatto (come diremmo oggi), il santo Graal passa di nuovo nella camera del padre del Re Pescatore, che è vecchio e che riceve nutrimento solo da ciò che è nel Graal. Parsifal, al quale era stato comunicato sulla strada da Gurnemanz di non fare troppe domande, non domanda perché la lancia sanguina, non domanda cosa significhi la coppa del Graal (naturalmente non ne sapeva il nome). Fu allora messo a dormire, e cioè (come dice Chrétien de Troyes) nella stessa sala in cui tutto ciò era accaduto, per la notte. Si era proposto di domandare la mattina seguente; ma allora trovò l’intero castello vuoto, nessuno era lì. Chiamò qualcuno. Nessuno era lì. Si vestì da solo. Solo il suo cavallo trovò pronto di sotto. Credette che la compagnia fosse uscita a caccia e voleva seguire per domandare il miracolo del Graal. Ma quando era passato sul ponte levatoio, questo si sollevò così rapidamente che il cavallo dovette saltare per salvarsi dalla caduta nel fossato del castello. Non trovò nulla della intera compagnia che aveva trovato il giorno prima nel castello. Allora racconta Chrétien de Troyes come Parsifal continua a cavalcare e in solitudine nella foresta trova l’immagine della donna col l’uomo in grembo che ella piange. È lei che per prima gli comunica come avrebbe dovuto domandare, come si era privato di sperimentare l’effetto della sua domanda dei grandi segreti che gli erano stati sottoposti. Sappiamo secondo Chrétien de Troyes che ancora passò attraverso molti errori e che proprio in un Venerdì Santo arrivò a un eremita che si chiama Trevericent. Sappiamo che questi gli indica come è fuggito, poiché ha trascurato di portare a compimento ciò che avrebbe potuto funzionare come redenzione per il Re Pescatore: domandare dei miracoli del castello.

Riceve allora molti insegnamenti. Ora, mentre tentavo di accompagnare Parsifal al suo eremita, si svelò a me una parola che, così come devo pronunciarla secondo le ricerche della scienza dello spirito, non è trasmessa da nessuna parte, ma che credo di poter affermare con completa verità.

Una parola mi fece profonda impressione, parola che il vecchio eremita aveva detto a Parsifal, dopo aver attirato la sua attenzione, nelle parole in cui poteva, sul mistero del Golgota, di cui Parsifal sapeva poco, sebbene fosse venuto un Venerdì Santo. Allora il Vecchio disse una parola. Disse (parlo ora in parole che ci sono familiari, che sono completamente fedeli solo nel senso): ricorda ciò che accadde circa il mistero del Golgota! Volgi lo sguardo al Cristo appeso alla croce, che disse a Giovanni: «Da questo momento questa è tua madre», e Giovanni non l’abbandonò. Tu invece (così disse il Vecchio a Parsifal), tu hai abbandonato tua madre Herzeleide. Ella uscì dal mondo per causa tua! Parsifal non comprese pienamente la connessione: erano parole che gli erano state rivolte, potrei dire, con l’intenzione spirituale che operassero nella sua anima di nuovo come immagine, affinché trovasse il compenso karmico per l’abbandono della madre proprio nell’immagine di Giovanni, che non abbandona la madre. Questo doveva continuare a operare nella sua anima. Allora sentiamo come Parsifal rimane un breve tempo presso l’eremita e come allora ricerca di nuovo il cammino verso il santo Graal. È allora che trova il Graal, poco o subito prima della morte del vecchio Amfortas, del Re Pescatore. È allora che la cavalleria del santo Graal, la santa cavalleria gli viene incontro con le parole: il tuo nome splende nel Graal! Tu sei il futuro sovrano, il Re del Graal: il tuo nome, infatti, è apparso splendente dal santo calice! Parsifal diventa Re del Graal. Quindi il nome Parsifal sta sul santo, splendente calice d’oro, in cui c’è un’Ostia. Sta lì sopra.

Ora, poiché si trattava per me di trovare il calice, fui inizialmente tratto in inganno, miei cari amici, tratto in inganno da una certa circostanza. Dico questo con tutta l’umiltà, non per esprimere nulla di presuntuoso: sempre mi è sembrato necessario nella ricerca occulta, di non prendere in considerazione soltanto ciò che risulta direttamente da fonti occulte, ma, quando si tratta di un problema serio, considerare anche ciò che la ricerca esterna ha portato alla luce. Questo è assolutamente bene, così mi sembra, se non si smette di considerare scrupolosamente nel perseguimento di un problema tutto ciò che la saggezza esterna ha da dire, affinché si rimanga, per così dire, sulla terra, e non ci si perda completamente nel mondo dei sogni. Qui era che questa saggezza esoterica mi aveva tratto in inganno. Proprio per mezzo di ciò che aveva portato alla luce, mi ha allontanato dal cammino giusto inizialmente (molto tempo fa già): da questa ricerca esoterica, infatti, potevo vedere che Wolfram von Eschenbach, quando iniziò a comporre il suo Parsifal (così dice questa ricerca esoterica), secondo i suoi propri detti ha usato quel Chrétien de Troyes e un certo Kyot. Questo Kyot non può essere trovato dalla ricerca esoterica esterna, e perciò lo considera un’invenzione di Wolfram von Eschenbach, quasi che Wolfram von Eschenbach abbia voluto trovare un’altra fonte per molto di quello che aggiunge a ciò che trova in Chrétien de Troyes. Tutto al massimo la scienza esterna vuole concedere che questo Kyot fosse un copista dei lavori di Chrétien de Troyes e che Wolfram von Eschenbach abbia allora sviluppato questa materia in modo piuttosto fantastico. Vedete a cosa deve condurre questa ricerca esterna.

Deve condurre a rinunciare più o meno al cammino che passa attraverso quel Kyot, dato che viene considerato dalla ricerca esterna come un’invenzione di Wolfram von Eschenbach. Nello stesso periodo (questi sono di nuovo tali destini karmici) in cui ero stato in certo modo tratto in inganno da questa ricerca esterna, qualcosa d’altro mi si avvicinò. Ciò che mi si avvicinò, vorrei esprimerlo così (l’ho rappresentato più volte nella mia «Scienza segreta», nei cicli e così via): le epoche postatlantiche, così come si svolsero prima del Mistero del Golgota, nella quarta epoca postatlantica, in certo modo riappaiono di nuovo dopo questo periodo.

In modo che in certo senso la terza epoca postatlantica riappare per prima nella nostra quinta epoca culturale, la seconda ci appare nella sesta, e la prima epoca, quella dei santi Rishis, apparirà nella settima epoca culturale così come l’ho rappresentato più volte. Mi si manifestò ora (ed è il risultato di ricerca di molti anni) sempre più chiaramente che veramente nel nostro periodo qualcosa come una risurrezione dell’astrologia della terza epoca postatlantica permeata dall’impulso del Cristo viene a vivere. In modo diverso, certamente, da come si ricercava nelle stelle allora, dobbiamo oggi ricercare nelle stelle: la scrittura stellare deve per noi diventare di nuovo qualcosa che ci parla. Ed ecco che in modo singolare si associarono, si riunirono questo pensiero della riaparizione della scrittura stellare e quello del mistero del Parsifal, in modo che non potei più fare a meno di credere che i due avessero qualcosa a che fare l’uno con l’altro. Allora si presentò davanti alla mia anima, miei cari amici, un’immagine. L’immagine mi si manifestò quando tentai di accompagnare spiritualmente Parsifal, mentre da Trevericent si dirige di nuovo verso il castello del Graal. Proprio l’incontro con questo eremita ci viene descritto da Chrétien de Troyes in modo bellissimo e toccante al cuore. Vorrei portarvi un piccolo brano da questo luogo nella lettura, come Parsifal arriva all’eremita: dà al cavallo il cammino e sospira dal profondo del cuore, poiché si sente colpevole davanti a Dio e il pentimento gli frulla nel petto.

Con il pianto viene attraverso il bosco, però davanti alla cella ferma, scende dal cavallo, pone le sue armi a terra — E findet in einem Kirchlein klein il pio uomo.

Nella sua pena davanti a lui cade in ginocchio, l’umidità che gli scintilla dall’occhio, rotola senza fine sul suo mento, come egli con senso infantile e semplice piega le mani davanti a lui.

«O Voi che reggete il conforto, ascoltate la mia confessione penitente: cinque anni ero da insensato tormentato, che senza fede ho vissuto e verso il male solo ho proteso.» «Dimmi perché hai fatto questo, e prega Dio che ti lasci un giorno stare fra la schiera dei beati.» "Con il Re Pescatore una volta io ero; ho visto la lancia, del cui acciaio sanguina.

Ho visto il Graal e trascurai la domanda, che cosa questo sangue significhi, e che cosa il Graal voglia dire.

Da quel giorno fino a oggi sono stato in grave sofferenza dell’anima.

Sarebbe per me molto meglio la morte!

E perché dimenticai il nostro Signore e rimasi lontano dalla sua grazia." «Così dimmi, come ti si chiama.» «Parsifal mi si conosce.» Allora il vecchio sospira dalle profondità del petto: il nome gli è ben noto.

Dice: «La sofferenza ti ha sposato, ciò che senza sapere tu hai trasgredito.» Allora si svolgono i colloqui fra l’eremita e il Parsifal, dei quali ho appena parlato.

E come allora tentai di accompagnare nello spirito il Parsifal, mentre dopo il soggiorno presso l’eremita si dirigeva di nuovo verso il Graal, mi era spesso come se brillasse nell’anima, come cavalcava di giorno e di notte e come era abbandonato alla natura di giorno e alle stelle di notte, come se nella sua inconsapevolezza avesse parlato la scrittura stellare e come se questa scrittura stellare fosse solo un’annunziazione preventiva di ciò che la santa cavalleria, che gli veniva incontro dal Graal, gli diceva: «Dal santo Graal splende luminosamente il tuo nome.» Ma Parsifal evidentemente non sapeva che fare con ciò che gli appariva dalle stelle, poiché rimaneva nella sua inconsapevolezza, e perciò nemmeno si può decentemente interpretare, anche se si tenta con la massima diligenza, attraverso la ricerca della scienza dello spirito di approfondirsi.

Allora tentai ancora una volta di ritornare a Kyot, ed ecco: soprattutto qualcosa che Wolfram von Eschenbach dice di lui, mi fece una profonda impressione, e dovetti riunirlo con la «Gànganda Greida».

Si riunì da solo. Dovetti anche riunirlo con l’immagine della donna che tiene il fidanzato, il morto, in grembo.

Era una volta, come, non cercando affatto, mi imbattei in questa parola, che di Kyot si dice.

La parola suona: “egli disse, una cosa si chiamò il Graal”.

Allora siamo indirizzati dalla ricerca esoterica stessa come arrivò a questo: disse, una cosa si chiamò il Graal.

Ricevette un libro dalle mani di Flegetanis in Spagna.

Questo è un libro astrologico.

Nessun dubbio, si può dire: Kyot è persino colui che, mosso da Flegetanis (uno che chiama Flegetanis e in cui in certo modo qualcosa rivive della conoscenza della scrittura stellare), mosso dunque da questa astrologia che rivive, vede la cosa, che è chiamata il Graal.

Allora sapevo che Kyot non era da abbandonare, che rivela proprio una traccia importante, quando si ricerca dal punto di vista della scienza dello spirito: che almeno ha visto il Graal.

Dov’è dunque il Graal, che oggi deve essere trovato in modo tale che su di esso stia il nome di Parsifal, dove si trova?

Ebbene, vedete, nel corso della mia ricerca mi si è manifestato che deve essere cercato nella scrittura stellare (almeno il nome).

Poi un giorno, che devo considerare per me come particolarmente significativo, mi si è rivelato dove la coppa splendente d’oro nella sua realtà si trova; almeno così che siamo condotti attraverso di essa (dove si esprime attraverso il suo simbolo di scrittura stellare) verso il mistero del Graal.

Allora vidi nella scrittura stellare ciò che ognuno può vedere, ma non trova inizialmente il mistero della cosa.

Un giorno, infatti, mi brillò davanti, mentre seguivo con interiore visione la falce lunare splendente d’oro, quando appare così al cielo, che la luna scura dentro vi è come un grande disco debolmente visibile, in modo che si guarda esteriormente-fisicamente la luna splendente d’oro (Gànganda Greida, la ricreazione ambulante) e dentro il grande Ostia, il disco scuro, ciò che non si vede della luna se si guarda solo superficialmente, ciò che si vede se si guarda più attentamente.

Allora si vede il disco scuro, e in lettere meravigliose della scrittura occulta sulla falce lunare: il nome Parsifal!

Questa, miei cari amici, era inizialmente la scrittura stellare.

In verità, infatti, vista nella giusta luce, la lettura della scrittura stellare fornisce per il nostro cuore e il nostro senso qualcosa (anche se forse non tutto) del mistero del Parsifal, del mistero del santo Graal.

Ciò che ancora brevemente devo farvi intendere, cercherò di dirvi domani.

6°Giovanna d'Arco, Keplero e il santo Graal stellare

Lipsia, 2 Gennaio 1914

Ho tentato ieri di presentare ciò che avevo da esporre riguardo al mistero del Graal e ciò che vi è connesso, in modo tale che divenisse evidente come le cose si rivelino poco a poco all’anima che cerca.

Non ho trattenuto gli ostacoli diversi che devono essere superati, prima che l’anima che cerca trovi quello che si può chiamare il risultato della ricerca dal mondo spirituale.

So naturalmente molto bene che proprio la psicologia moderna o la psicologia contemporanea, che rimane così in superficie, quando incontra tali presentazioni, avrà tutte le obiezioni possibili o piuttosto impossibili da fare.

Conosco perfettamente tutto ciò che può essere sollevato come dubbio da questo lato: so molto bene quali affermazioni curiose sulle leggi e associazioni di idee e rappresentazioni inconsce possono essere presentate.

Tuttavia, proprio nella consapevolezza di tutto questo, una volta ho dato questa presentazione senza filtri, perché per voi, miei cari amici antroposofici, è appunto importante rendervi conto che i risultati a cui si giunge nella ricerca spirituale si raggiungono solo dopo il superamento di tutte le cose di cui ho detto ieri che si frappongono.

Il risultato finale della ricerca spirituale, che può ben ripresentarsi come realtà secondo la legge della vita spesso menzionata, non è un risultato di idee messe insieme, come si potrebbe credere: queste idee sono ciò che come messaggeri conduce al risultato finale e che non ha nulla a che fare con questo risultato stesso.

Volevo solo anteporre queste parole, poiché è vero che le pubblicazioni più recenti mostrano come accada sempre di nuovo che anche queste presentazioni, quando vengono stampate nel modo come i nostri cicli, vengono date nelle mani di estranei. Questi allora fanno i commenti più insensati su tali presentazioni, naturalmente facendo ampio uso del citare le cose fuori dal contesto e

e così via. È già accaduto (permettetemi di dirlo, senza la minima presunzione) attraverso il nostro movimento antroposofico che uno o l’altro potesse credere di poter fare affari combattendo la nostra causa. Quando si tratta di questo, naturalmente, molti mezzi sono considerati idonei.

Ho parlato di come la scrittura nel cielo si trova veramente, e non è il Graal stesso, né fornisce il Graal stesso. Ho insistito espressamente (e prego di prendere seriamente tali sottolineature) che attraverso la scrittura nel cielo si trova il nome del Graal, non il Graal stesso. Ho indicato come nella falce lunare dorata che sta nel cielo, e dalla quale si eleva (come ognuno può vedere attraverso osservazione attenta) la parte scura della luna rimanente, dalla quale la falce dorata appare separata, emerge in scrittura occulta il nome Parsifal.

Ora, prima di procedere nella nostra contemplazione e tentare di interpretare questa figura nel cielo, devo attirare l’attenzione su una legge importante, un fatto significativo. Ciò che qui emerge come la falce dorata sorge poiché i raggi solari fisici colpiscono la luna. Il sole, infatti, splende da qui, illumina la luna da questo lato, e la parte illuminata appare come la coppa dorata. In essa riposa l’ostia scura: fisicamente, la parte non illuminata, quella che rimane oscura, dove i raggi solari non possono penetrare; spiritualmente, qualcosa di diverso. Quando i raggi solari colpiscono una parte della luna e rimbalzano dorati, tuttavia qualcosa passa attraverso la materia fisica. Ciò che passa attraverso è lo spirituale che vive nei raggi solari. La forza spirituale del sole non viene arrestata come la forza fisica del sole e rimbalza.

Passa attraverso, e quando viene fermata dalla forza della luna, vediamo proprio in ciò che riposa nella coppa d’oro la forza spirituale del sole. Così possiamo dire: nella parte scura della luna che vediamo, contempliamo la forza spirituale del sole. Nella parte dorata, nella coppa, vediamo la forza fisica del sole rimbalzata come radiazione. Lo spirito del sole riposa nella coppa della forza fisica solare. La forza spirituale del sole veramente riposa nella coppa lunare. Riuniamo tutto ciò che abbiamo mai detto su questo spirito solare e la sua relazione con il Cristo, e apparirà come un simbolo importante ciò che la luna fisicamente compie. Rimbalzando i raggi solari e producendo così la coppa dorata, ci appare come il portatore dello spirito solare: esso risiede dentro in forma della ostia.

Ora ricordiamo che nella leggenda di Parsifal si sottolinea che ogni Venerdì Santo, così alla festa di Pasqua, scende dal cielo l’ostia, viene immersa nel Graal, rinnovata come nutrimento rigenerante nel Graal a Pasqua, quando di nuovo Parsifal è indirizzato verso il Graal dall’eremita, al tempo di Pasqua, la cui importanza per il Graal è stata di nuovo avvicinata all’umanità attraverso il Parsifal di Wagner.

Ora ricordiamo che secondo un’antica tradizione, una di quelle tradizioni che appartiene a ciò che ho accennato ieri (al perdurare del Cristo-Impulso che agisce nelle profondità dell’anima), secondo questa tradizione la determinazione della festa di Pasqua avviene. In quale giorno è fissata la Pasqua? Quando il sole primaverile, cioè il sole che aumenta nella sua forza (il nostro simbolo per il Cristo), ha il suo giorno, la sua domenica dopo il plenilunio primaverile. Come sta dunque il plenilunio primaverile nel cielo alla festa di Pasqua? Come deve sempre stare nel cielo alla Pasqua? Deve cominciare, almeno un poco, se era plenilunio, a diventare falce.

Qualcosa deve diventare visibile di questa parte scura, qualcosa dello spirito solare che ha ricevuto la sua forza primaverile deve esservi dentro. Questo significa: secondo un’antica tradizione, a Pasqua questa immagine del santo Graal deve apparire nel cielo. Deve essere così. Così ognuno può contemplare l’immagine del santo Graal a Pasqua. Per questo la festa di Pasqua è stata istituita secondo un’antichissima tradizione in modo appropriato.

Ora tentiamo di orientarci ulteriormente su come possa essersi formata (più attraverso il corso che avviene nelle profondità della vita dell’anima) tutto ciò che è collegato alla leggenda di Parsifal. Ieri abbiamo già menzionato: la forza che appare nei Sibilli deve essere addolcita, deve essere permeata dall’impulso del Cristo, e in tale forma addolcita deve emergere di nuovo a poco a poco, affinché diventi la portatrice della cultura spirituale dei tempi nuovi. Deve emergere in forma addolcita. Poniamo la domanda: Parsifal (così era chiamato da Chrétien de Troyes) poteva sentire in se stesso qualcosa di quella forza del Cristo che agisce come nelle profondità dell’anima?

Se guardiamo di nuovo indietro al carattere originale della geologia ebraica antica, una cosa ci incontra sempre di nuovo. Comprendiamo lo spirito della geologia ebraica antica solo quando comprendiamo adeguatamente che tutto l’antico periodo ebraico cercava fermamente di mantenere il carattere geologico della sua rivelazione. Ho già caratterizzato in questo ciclo di conferenze come ovunque si possa seguire come le rivelazioni dell’antico periodo ebraico debbano essere ricercate nelle attività della terra, nella mobilità spirituale della terra. Era lo sforzo di far arretrare ciò che negli elementi dalle stelle è attivo e agisce in modo che l’influenza delle stelle negli elementi produce in primo luogo ciò che poi la forza delle sibille eccita spiritualmente. Era ancora legittimo nell’astrologia antica del terzo periodo postatlantico: allora l’umanità aveva ancora così tanto dell’eredità della vecchia spiritualità che, mentre si abbandonava agli elementi con l’anima, assumeva il bene attraverso le rivelazioni della scrittura stellare. Nel quarto periodo postatlantico era come se la forza delle stelle si fosse ritirata davanti agli elementi, che penetrarono nella terra, nell’atmosfera e così via, e l’influenza degli elementi fu sentita in modo tale che colui che comprendeva lo spirito dei tempi, specialmente mentre il quarto periodo avanzava, doveva dirsi: Guardiamoci da ciò che viene dalle stelle negli elementi; questo, infatti, produce qualcosa come le ingiuste forze delle sibille. Poiché l’impulso del Cristo si era effuso sull’aura terrestre, le forze delle sibille dovevano essere nuovamente armonizzate, nuovamente rese ciò che può dare rivelazioni legittime. Non volentieri il vero conoscitore dell’antico periodo ebraico guardava alle stelle se voleva avere lo spirituale rivelato. Si è attenuto al dio Jahvé, che appartiene allo sviluppo terrestre e solo per promuoverlo è diventato un dio lunare, in modo che (come ho mostrato in «La Scienza Occulta») ha assunto questa funzione del dio lunare. Nelle feste lunari degli Ebrei è chiaramente espresso che il «Signore della Terra» nel suo riflesso appare simbolicamente dal basso della luna. Ma non andare oltre (così era il sentimento dell’antico periodo ebraico verso lo studente), non andare oltre! Accontentati di ciò che Jahvé rivela nel suo simbolo lunare, non andare oltre, poiché non è il momento di accogliere dagli elementi qualcosa di diverso da ciò che il simbolo lunare esprime. Altrimenti sarebbero forze ingiuste delle sibille!

Quando si riunisce tutto ciò che è stato portato dalla evoluzione di Saturno, Sole, Luna per l’evoluzione terrestre nel suo aspetto naturale, ci incontra simbolizzato nell’antico periodo ebraico in Eva. Eva (le vocali non sono mai nominate chiaramente in ebraico), Eva! Aggiungete il segno per quella divinità del periodo ebraico antico che è la governatrice dei destini terrestri, e avete una forma altrettanto corretta di qualsiasi altra: Jeve-Jahvé, il governatore della terra il cui simbolo è nella luna. Unito a ciò che è venuto dall’evoluzione lunare, con il risultato dell’evoluzione lunare per l’evoluzione terrestre: il signore terrestre, unito alla madre terrestre, che nelle sue forze è un risultato dell’evoluzione lunare. . . Jahvé!

Così passa dall’antico periodo ebraico la misteriosa unione delle forze lunari, che hanno lasciato il loro residuo nella luna che ci appare astronomicamente e che hanno lasciato le loro forze umane nell’elemento femminile dell’esistenza umana. L’unione del signore terrestre con la madre lunare ci incontra già nel nome Jahvé. Ora desidero porre due fatti di fronte all’anima vostra che possono attirare la vostra attenzione su come le forze delle sibille si sono trasformate sotto l’influenza dell’impulso del Cristo, si sono trasformate proprio nelle profondità inconscie della vita dell’anima. Su un fenomeno al quale ho attirato l’attenzione tre anni fa (circa tre anni, quasi al giorno) desidero anche qui riferirmi, come a una sibilla trasformata sotto l’influenza dell’impulso del Cristo. Nelle conferenze che troverete anche stampate con il titolo: «Storia Occulta, Personalità ed Eventi della Storia Mondiale alla Luce della Scienza dello Spirito», ho riferito al fenomeno della Fanciulla d’Orleans, ho indicato come effettivamente la più grande influenza sui destini dell’Europa nel seguito sia stato ciò che la Fanciulla d’Orleans ha compiuto sotto l’influenza delle sue ispirazioni, le sue ispirazioni completamente pervase dall’impulso del Cristo, che iniziarono dall’autunno del 1428.

Si può informarsi dalla storia esteriore che i destini dell’Europa avrebbero dovuto procedere completamente diversamente senza l’intervento della Fanciulla d’Orleans; e solo un materialista completamente prevenuto, come ad esempio Anatole France, può negare il mistico che allora è intervenuto nella storia. Non voglio qui riferirmi a ciò che si legge ovunque nella storia e che può indicare a colui che ha ascoltato queste conferenze come qualcosa di una sibilla moderna appare nella Fanciulla d’Orleans. È il momento (siamo nel quindicesimo secolo) quando il quinto periodo postatlantico sorge, quando la forza del Cristo sempre più deve venire dalle profondità inconsce dell’anima. Vediamo come mite, come delicata, come immersa nel più nobile umano spirituale la forza delle sibille della Fanciulla d’Orleans appare.

Vorrei anche in questa occasione leggere una lettera che un uomo che ha vissuto questi eventi ha scritto, poiché da questa lettera emerge quale impressione la natura sibillina della Fanciulla d’Orleans ha fatto su coloro che avevano il cuore e il senso per essa. Un uomo dall’ambiente del re, che la Fanciulla d’Orleans ha liberato, scrive, dopo aver esposto ciò che la Fanciulla d’Orleans ha compiuto: «Questo e molto altro ha compiuto la Fanciulla (d’Orleans) e con l’aiuto di Dio compirà cose ancora più grandi. La fanciulletta è di bellezza amabile e possiede portamento virile, parla poco e mostra una meravigliosa prudenza; nelle sue parole ha una voce gradevole e delicata alla maniera femminile. Mangia moderatamente, beve vino ancora più moderatamente. Ha piacere nei bei cavalli e nelle armi. Ama molto gli uomini armati e nobili.

L’assemblea e la conversazione con molti le sono contrarie; spesso scorre in lacrime, ama una faccia allegra, sopporta lavoro inaudito, e nella guida e nel portare le armi è così costante da rimanere completamente armata giorno e notte ininterrottamente per sei giorni.

Dice: gli Inglesi non hanno alcun diritto sulla Francia, e perciò, come dice, Dio l’ha mandata affinché li scacciasse e vincesse, ma solo dopo un avvertimento precedente. Mostra al Re la massima venerazione; dice che è amato da Dio e sotto protezione speciale, per cui sarà anche conservato. Dal Duca d’Orleans, vostro nipote, dice che sarà liberato in modo meraviglioso, ma solo dopo che sia stato fatto un precedente avvertimento agli Inglesi che lo tengono prigioniero per la sua liberazione.

Affinché io, illustre Principe, termini il mio rapporto: Accadono cose ancora più meravigliose, e sono accadute, di quanto io possa scrivervi o esprimere a parole.

Mentre scrivo questo, la suddetta Fanciulla è già partita verso la regione della città di Reims in Champagne, verso la quale il Re si è affrettato per la sua unzione e incoronazione sotto l’aiuto di Dio.

Illustrissimo e potentissimo Principe e mio signore più venerabile!

Mi raccomando a voi con la massima umiltà, pregando il Supremo affinché vi protegga e realizzi i vostri desideri.

Scritto a Biteromis, il ventunesimo giorno del mese di giugno.

Vostro umilissimo servo Percival, Signore di Bonlamiulk, consigliere e camerlengo del Re dei Francesi e del Signore Duca d’Orleans.

Siniscalco del Re, originario da Berry.» Così scrive un Percival sulla Fanciulla al Duca di Milano.

Colui che questo sapere di Percival, questa lettera di Percival legge, sentirà come qui una sibilla imbevuta di Cristo è descritta. Questo è l’uno; l’altro a cui voglio attirare l’attenzione è anche un fatto dal sorgere dei tempi nuovi nel quinto periodo postatlantico. Voglio attirare l’attenzione su ciò che scrive un uomo che, si potrebbe dire, allora si sentiva permeato da ciò che sorgeva come tempo nuovo, e poteva sentirsi così permeato. Si sentiva così permeato da provare, si potrebbe ben dire, inconsciamente: Sì, sorge di nuovo un tempo dove la vecchia astrologia in nuova forma, in forma imbevuta di Cristo, può rivivere, dove si potrebbe di nuovo, se si fa come conviene, se si fa pervasi dall’impulso del Cristo, guardare alle stelle e chiedere loro la loro scrittura spirituale. È anche un uomo che, come vedrete subito, lo sente profondamente, che la terra non è solo ciò che la geologica materialistica moderna vuol far credere, qualcosa di puramente fisico, mineralogico, ma che sente che la terra è un essere vivente, qualcosa che non ha solo corpo, come il materialista contemporaneo fa credere, ma che ha un’anima.

L’uomo di cui parlo lo sapeva in modo tale da poter sentire (anche se allora non c’era ancora la moderna Scienza dello Spirito, non poteva esprimerlo): L’impulso del Cristo è stato accolto dall’anima della terra nella sua aura, e così l’uomo che si sente nell’aura terrestre con la sua anima e sente con sé l’impulso del Cristo può di nuovo guardare a ciò che è scritto nelle stelle.

Lo si fece davvero, si guardò anche in alto.

Anche se ogni simile avvicinamento portava con sé molto fanatismo e proprio i vecchi astronomi, permeati da molto fanatismo, apparvero in quel tempo, vediamo comunque un uomo profondamente connesso alla vita spirituale dei tempi nuovi, così dire: «Questi e innumerevoli altri cambiamenti e fenomeni che si verificano in e sulla terra sono così regolari e misurati che non possono essere attribuiti a nessuna causa cieca, e poiché i pianeti stessi non sanno nulla degli angoli che i loro raggi formano sulla terra, la terra deve avere un’anima.

La terra è un animale.» Ma non intende un animale nel senso ordinario, bensì un organismo vivente.

«In essa si percepirà tutto ciò che è analogo alle parti del corpo animale.

Piante e alberi sono i suoi capelli, i metalli sono le sue vene, l’acqua marina è la sua bevanda. La terra ha una forza formatrice, una sorta di immaginazione, movimento, certe malattie, e il flusso e il riflusso sono la respirazione degli animali.

L’anima della terra sembra essere una sorta di fiamma, da cui il calore sotterraneo e da cui nessuna procreazione senza calore. Un certo immagine dello zodiaco e dell’intero firmamento è stata impressa da Dio nell’anima della terra.» «Questo è il legame del celeste e del terrestre, la causa della simpatia tra il cielo e la terra; i modelli di tutti i suoi movimenti e azioni le sono stati impressi da Dio, il Creatore.» «L’anima risiede al centro della terra, invia forme o impronte di se stessa in tutte le direzioni e in questo modo sente tutti i cambiamenti armonici e gli oggetti al di fuori di essa.

Come è con l’anima della terra, così è con l’anima dell’uomo. Tutte le idee matematiche e le prove, ad esempio, l’anima genera da se stessa, altrimenti non potrebbe avere questo alto grado di certezza e determinazione.» «I pianeti e i loro aspetti hanno influenza sulle forze spirituali dell’uomo. Eccitano emozioni dell’animo e passioni di ogni genere e attraverso di essi spesso le azioni più terribili e gli eventi. Hanno influenza sulla concezione della nascita e attraverso di essa sul temperamento e il carattere dell’uomo, e su questo si basa una grande parte dell’astrologia. Probabilmente dalla sole non si diffonde solo luce e calore all’intero universo, ma essa è anche il centro e la sede della ragione pura e la fonte dell’armonia nell’intero universo, e tutti i pianeti sono animati.» «In tutta la creazione si trova un’armonia splendida e meravigliosa, sia nel sensibile che nel soprasensibile, nelle idee così come nelle cose, nel regno della natura e della grazia. Questa armonia si trova nelle cose stesse così come nei loro rapporti l’una con l’altra. L’armonia suprema è Dio, e ha impressionato in tutte le anime un’armonia interiore come sua immagine. I numeri, le figure, i corpi celesti, la natura nel complesso concordano con certi misteri della religione cristiana. Come ad esempio nel cosmo ci sono tre cose statiche: il sole, le stelle fisse e l’intermedium, e tutto il resto è mobile, così in Dio l’uno: Padre, Figlio e Spirito.

La sfera rappresenta ugualmente la Trinità (il Padre è il centro, il Figlio la superficie, lo Spirito l’uguaglianza della distanza dal centro alla superficie, il raggio) così come altri misteri. Senza spiriti e anime non ci sarebbe armonia ovunque. Nelle anime umane si trovano predisposizioni armoniche di infinita varietà. L’intera terra è animata, e così l’armonia grandiosa è prodotta sia sulla terra che fra essa e i corpi celesti. Questa anima agisce attraverso l’intero corpo terrestre, ma ha la sua sede in una certa parte di esso, così come l’anima umana nel cuore; e da lì, come da un fuoco o una fonte, le sue azioni si diffondono nell’oceano e nell’atmosfera della terra.

Da qui la simpatia fra la terra e i corpi celesti, da qui gli effetti naturali regolari.

Che la terra abbia veramente un’anima è mostrato più chiaramente dall’osservazione del tempo e degli aspetti attraverso cui è prodotto ogni volta. Sotto certi aspetti e costellazioni l’aria è sempre inquieta; se non ce ne sono o poche o veloci, rimane calma.» Questo scrive un uomo nel 1607, in cui vive e pulsa, mentre sorge il tempo nuovo, l’astrologia imbevuta di Cristo, che porta dopo di sé solo la sua ombra, il fanatismo astrologico. Questo scrive un uomo, si potrebbe dire, dal più pio dei sentimenti, un uomo che sa che una volta si usavano giustamente (dopo ingiustamente) le forze che vengono dal mondo elementare, come diremmo oggi, come forze sibillini. L’uomo dice, infatti: non si può negare che tali spiriti (intende spiriti che formano la comunicazione tra i corpi celesti e la terra) si stabiliscono negli elementi della terra, che come atmosfera circonda la terra. «Non si può negare che tali spiriti una volta davano agli uomini oracoli attraverso idoli, querce, boschi, caverne, attraverso animali e così via; e la divinazione dal volo degli uccelli non era solo un’arte per ingannare i deboli.

Quegli spiriti erano attivi nella direzione degli uccelli attraverso l’aria, attraverso cui poi con il permesso di Dio agli uomini molte cose erano predette. Ancora oggi si sentono esempi di uccelli di malaugurio, come gufi, avvoltoi, aquile, corvi, solo che gli esempi sono tanto più rari quanto più sono disprezzati. Quegli spiriti, infatti, non sopportano di essere disprezzati, come secondo la legge di Dio e l’insegnamento cristiano meritano veramente: ma allora fuggono e tacciono. Poiché il bugiardo da sempre poteva ancora parlare attraverso gli animali e attraverso il serpente parlò con Eva, così sedusse il genere umano. Questa era anche sempre la loro abitudine: ogni volta che potevano parlare in voci o presagi, attraverso i corpi e i movimenti degli animali con gli uomini, abusavano di questo potere, si appropriavano del culto divino e seducevano i poveri uomini.

Sebbene Cristo venisse perciò per distruggere le opere del diavolo, e imponesse il silenzio a questi spiriti, e sebbene perdessero i loro templi, statue, boschi, caverne e la terra a lungo posseduta, tuttavia sono ancora qua e là presenti nell’aria vuota e gridano sotto il permesso di Dio; spesso sono le verghe della punizione di Dio, spesso lascia che gli uomini attraverso di loro annuncino certe cose.» Delicatamente l’uomo accenna a come le rivelazioni spirituali diventino imbevute di Cristo, poiché lo fa in un sentimento che veramente può essere chiamato imbevuto di Cristo. Nel 1607 questo uomo parla così dei cambiamenti che hanno avuto luogo nel mondo spirituale. Chi è questo uomo? È un uomo che non ha il diritto di parlare, che si può ignorare?

No, è un uomo senza il quale non ci sarebbe l’astronomia e la fisica odierne: è Giovanni Keplero. Si dovrebbe consigliare alle persone che oggi si chiamano allo stesso tempo materialisti o monisti e indicano Giovanni Keplero come uno di coloro che dovrebbe essere uno dei loro dei, di leggere una volta questo passo in Keplero. Le più grandi leggi astronomiche, le tre leggi kepleriane che governano tutta l’astronomia odierna, sono sue. Ma così parla di ciò che a poco a poco sorge con il quinto periodo postatlantico, nell’evoluzione terrestre. Ci si deve gradualmente di nuovo abituare (e ora permeati, impregnati con il nuovo impulso) a riconoscere un poco gli effetti spirituali che sono collegati con le stelle. Quale tempo era quando Parsifal entrò nel castello del Graal, ancora ignaro, non preparato a domandare, secondo la tradizione più tarda, secondo la tradizione che Wolfram von Eschenbach ha adottato? Quale tempo era quando Parsifal entra nel castello del Graal, Amfortas vi giace con la ferita e all’ingresso di Parsifal la ferita causa dolori infiniti?

In quale tempo Parsifal entrò nel castello del Graal?

La leggenda ci racconta: era il tempo di Saturno; Saturno e il sole stavano simultaneamente nel Cancro, culminavano. Vediamo come negli effetti più intimi viene cercato il collegamento tra la terra e le stelle. Era il tempo di Saturno! Quando ora ricerchiamo come e in quale modo Parsifal a poco a poco viene alla sua conoscenza, che cosa apprendiamo? Com’è, questo Parsifal? Ignaro è su certe cose! Rimane ignaro. Su quali cose rimane ignaro? Bene, l’abbiamo già sentito: l’impulso del Cristo scorre come sottoterra nelle profondità dell’anima; sopra procedono le dispute teologiche e portano a quello che diventa il cristianesimo tradizionale. Seguiamo la persona di Parsifal come la leggenda la descrive: da nessuna parte sa nulla di tutto ciò. Proprio da ciò che si è svolto alla superficie è tenuto lontano. Non deve sapere nulla di tutto ciò. Così è protetto da tutto ciò che si è svolto alla superficie.

L’impara da fonti che attingono alle profondità dell’anima, come abbiamo sentito ieri: primo, mentre cavalca ignaro fuori dal castello del Graal, dalla donna che piange lo sposo defunto e disteso nel suo grembo; dall’eremita, che è collegato con poteri mistici; e dalla forza del Graal, poiché è Venerdì Santo quando arriva dall’eremita: già inconsciamente in lui agisce la forza del Graal. Così è uno che non ha saputo nulla di tutto ciò che era avvenuto consciamente; uno che è collegato con le fonti inconsce che sorgono verso il tempo nuovo; che deve attingere da queste fonti. Uno è colui il cui cuore e la cui anima nell’innocenza rimangono intatti da ciò che il mondo esteriore porta agli uomini nella vita umana, deve ricevere il mistero del Graal. Con le più alte, pure, nobili forze spirituali deve ricevere il mistero del Graal.

Deve incontrare colui che non è all’altezza di quelle forze spirituali che il mistero del Graal completamente deve vivere: deve incontrare Amfortas. Lo sappiamo: Amfortas è prescelto come guardiano del Graal, ma è caduto nelle forze inferiori della natura umana. Come è caduto nelle forze inferiori della natura umana è importante, poiché lo collega con la custodia del Graal: dalla lussuria e dalla gelosia ha ucciso il suo nemico. Queste cose sono tutte naturali; e poiché sempre di nuovo le cose sono fraintese, deve essere sottolineato che l’Antroposofia non vuole insegnare l’ascetismo. Qualcosa di molto più profondo vi sta dietro.

Erano come forze elementari naturali, che non si manifestavano o che non erano considerate come si manifestano nella vita ordinaria, ma come si manifestavano nel loro collegamento con i mondi spirituali ancora nel terzo periodo postatlantico. Ciò che come pulsava nel sistema sanguigno e nervoso umano attraverso gli elementi si elevava e riceveva i misteri. Non si tratta di ascesi sensuale, ma di consapevolezza dei santi misteri. Li si potevano ancora ricevere nel terzo periodo culturale postatlantico con le stesse forze che altrimenti dominano l’uomo sulla terra. Ora era venuto il momento quando i santi misteri si rivelano solo alle pure innocenti forze spirituali, quando l’uomo trova la possibilità di elevarsi da ciò che lo lega al suo dovere terrestre, dal quale l’Antroposofia non lo vuole alienare. Ma deve elevarsi da questo dovere terrestre, da ciò che era attivo in lui al tempo della vecchia astrologia. Deve elevarsi se vuole trovare di nuovo i vecchi misteri in modo nuovo. Deve farlo con le forze dell’innocente anima che è stata liberata da tutto ciò che è terreno. Opposto al contrasto che il periodo ebraico antico ha creato, deve essere creato un altro contrasto.

L’antico periodo ebraico ha severamente indicato: niente delle forze sibillini, che erano ancora legittime nell’astrologia, niente di esse! Atteniamoci al dio terrestre Jahvé! Così è nata un’avversione per ogni rivelazione dall’alto, un’accettazione di tutte le rivelazioni dal basso, una paura di ciò che si rivelava dai cieli. Questo doveva regnare per un po’ sulla terra; doveva esserci per un po’ un certo contrasto sulla terra contro ciò che veniva dall’alto.

In tali forze come le forze sibillini si vedeva il luciferino ingiustificato che veniva dall’alto. Ma ora, dopo che l’entità del Cristo si era abbassata nel corpo di Gesù di Nazaret, ora ciò che veniva dall’alto era imbevuto di Cristo; ora si poteva di nuovo guardare verso l’alto, ora era diventato qualcosa di diverso dall’unione del signore terrestre con la madre lunare. Il signore terrestre, infatti, lo spirito terrestre era diventato il Cristo, che si era effuso nell’aura terrestre. Gli affari mondiali, come erano condotti dalla corte del re Artù, si potevano affrontare con le forze della terra; i propri affari del Graal non si potevano affrontare con ciò che era effetto delle forze terrestre, come nel caso di Amfortas.

L’uomo doveva essere dolorosamente toccato che si avvicinasse ai misteri del Graal con tali forze. E poiché gli effetti dei corpi celesti erano imbevuti di Cristo, tale uomo, che non aveva ricevuto nulla di ciò che era stato conteso alla superficie esterna, che tuttavia stava nel suo karma su un punto dove la sua anima poteva essere accolta dal Cristo, tale uomo poteva di nuovo essere pensato in collegamento con le forze come sono accennate nel simbolo del tempo di Saturno; cioè: Saturno e sole stanno simultaneamente nel segno del Cancro.

Colui in cui ancora sottoterra, ancora nelle profondità inconsce dell’anima, agisce l’impulso del Cristo, Parsifal viene con la forza di Saturno, e la ferita brucia come mai ha bruciato. Così vediamo come il tempo nuovo si annuncia. L’anima di Parsifal sta in collegamento con gli impulsi storici inconsci, permeati dall’aura del Cristo, con gli impulsi del Cristo, anche quando non lo sa ancora. Ma ciò che lì regna, ciò che ha condotto la storia dell’umanità, deve emergere a poco a poco. Perciò deve a poco a poco imparare a comprendere ciò che non sarà mai compreso se non ci si avvicina con le innocenti pure forze spirituali, che non sarà mai compreso se ci si avvicina con la conoscenza tradizionale, con l’erudizione. Lo si può vedere (è emerso, infatti, ed è diventato quasi così ordinario come il Graal celeste stesso che pronuncia il nome): è comunque il rinnovamento, il riconfigurare di ciò per cui l’antico periodo ebraico ha combattuto nel suo tempo.

Mettiamoci di fronte alla madre vergine pensata con il Cristo nel grembo, e diciamolo allora: chi può sentire santamente di fronte a questa immagine, ha un sentimento del Graal. Tutte le altre luci, tutti gli altri dei sono offuscati dal santo calice, la madre lunare ora toccata dal Cristo, la nuova Eva, la portatrice dello spirito solare Cristo. Pensa il cosa, pensa piuttosto il come! Guardiamo nell’anima di Parsifal, come, cavalcando fuori dal castello del Graal, ha l’immagine della sposa e dello sposo, che lo mette in collegamento con le forze inconsce del Cristo; guardiamo come l’eremita al tempo di Pasqua, quando l’immagine del Graal deve essere scritta nel cielo per scrittura stellare, la sua innocente anima istruisce; seguiamolo come cavalca (ho sottolineato espressamente ieri) attraverso giorno e notte, di giorno contemplando la natura, di notte spesso di fronte a lui il segno celeste del santo Graal, come cavalca, di fronte la falce lunare dorata con l’ostia, con lo spirito del Cristo, con lo spirito solare dentro; guardiamo come è preparato per il suo cammino, attraverso l’armonia dell’immagine della vergine madre con lo sposo figlio e il segno della scrittura celeste, a comprendere il mistero del santo Graal; guardiamo come nella sua anima si armonizza ciò che ha permeato i destini della terra come l’impulso del Cristo, con la scrittura stellare da rinnovare; guardiamo come è tutto imparentato, ciò che è imbevuto di Cristo, con le forze stellari…

doveva, dato che al tempo di Saturno doveva entrare, rendere più ardenti anche le ferite di colui che non soggiornava nel modo giusto al Graal, di Amfortas.

Pensa il cosa, pensa piuttosto il come! Non si tratta, infatti, di caratterizzare tali cose con queste parole che ho ora usato, o con altre parole. Al Graal non ci si avvicina mai completamente con parole di sorta, e tanto meno con speculazione filosofica. Al Graal ci si avvicina quando si è capaci di trasformare tutte queste parole in sentimento, e quando si riesce a sentire che si ha in questo santo Graal il totale di tutto il sacro: che si ha a sentire il confluire di ciò che è venuto dalla luna, che è apparso per primo nella madre terrestre Eva, poi rinnovato nella madre vergine, che è diventato signore terrestre nel dio Jahvé, che come nuovo signore terrestre appare nell’entità del Cristo che si è effusa nell’aura terrestre.

Si sente il confluire di ciò che agisce dalle stelle, simbolizzato dalla scrittura stellare, con questo sviluppo terrestre dell’umanità. Quando si considera tutto ciò e lo si sente come l’armonia della storia dell’umanità con la scrittura stellare, si comprende anche il mistero che deve essere espresso con le parole che sono state affidate a Parsifal, che risuonano nella leggenda: ogni volta che muore un re del Graal, un vero custode del Graal, sul santo Graal appare il nome del suo degno successore.

Là deve essere letto: deve essere invitato cioè a leggere di nuovo la scrittura stellare in forma nuova. Tentiamo, miei cari amici, di renderci degni di leggere di nuovo questa scrittura stellare in forma nuova; tentiamo di leggerla così come ora deve esserci data.

In fondo, infatti, non è nient’altro che una lettura della scrittura stellare quando tentiamo di spiegare a noi stessi l’evoluzione umana da Saturno, sole, luna, terra fino allo sviluppo di Vulcano. Ma dobbiamo riconoscere in quali contesti vogliamo decifrare la scrittura stellare nel nostro tempo. Rendiamocene degni! Non invano, infatti, è raccontato che il Graal fu di nuovo portato via dal suo luogo, che non era esternamente percepibile per il tempo successivo. Consideriamo come una ricerca rinnovata del Graal ciò che possiamo coltivare nella nostra Antroposofia, e tentiamo di conoscere il significato di ciò che allora come dalle profondità inconsce dell’anima parlava, che a poco a poco emerse nella consapevolezza degli uomini. Tentiamo di trasformarlo gradualmente in un linguaggio sempre più consapevole! Tentiamo di ergere una saggezza che può di nuovo rivelarci il collegamento del terrestre e del celeste, rivelarlo senza la vecchia tradizione, così come tentiamo di trovarla, come può essere rivelata nel presente. Poi lasciamoci permeare, miei cari amici, da tutto ciò che in noi può diventare sentimento attraverso lo sguardo al modo come Parsifal è venuto al mistero del Graal.

È rimasto chiuso allora di nuovo, poiché gli uomini inizialmente nel campo più esterno, nel campo della più esteriore scienza dovevano cercare il collegamento della terra con le forze cosmiche.

Comprendiamo anche come uno spirito come Keplero abbia intanto trovato comprensione per ciò che poteva dire con le sue leggi celesti matematico-meccaniche; ma di nuovo dovette tuffarsi nelle profondità inconsce dell’anima ciò che, veramente permeato dall’impulso del Cristo, ha aggiunto. Quando oggi diciamo quello che sappiamo dire sulla nostra evoluzione terrestre e come è collegata al cosmo, parliamo nel suo senso. Ci dice: «Come ad esempio nel cosmo ci sono tre cose statiche: il sole, le stelle fisse e l’intermedium, e tutto il resto è mobile, così in Dio l’uno: Padre, Figlio e Spirito.

La sfera rappresenta ugualmente la Trinità (il Padre è il centro, il Figlio la superficie, lo Spirito l’uguaglianza della distanza dal centro alla superficie, il raggio) così come altri misteri. Senza spiriti e anime non ci sarebbe armonia ovunque. Nelle anime umane si trovano predisposizioni armoniche di infinita varietà. L’intera terra è animata, e così l’armonia grandiosa è prodotta sia sulla terra che fra essa e i corpi celesti. Questa anima agisce attraverso l’intero corpo terrestre, ma ha la sua sede in una certa parte di esso, così come l’anima umana nel cuore; e da lì, come da un fuoco o una fonte, le sue azioni si diffondono nell’oceano e nell’atmosfera della terra. Da qui la simpatia fra la terra e i corpi celesti, da qui gli effetti naturali regolari. Che la terra abbia veramente un’anima è mostrato più chiaramente dall’osservazione del tempo e degli aspetti attraverso cui è prodotto ogni volta. Sotto certi aspetti e costellazioni l’aria è sempre inquieta; se non ce ne sono o poche o veloci, rimane calma.» «Questi e innumerevoli altri cambiamenti e fenomeni che si verificano in e sulla terra sono così regolari e misurati che non possono essere attribuiti a nessuna causa cieca, e poiché i pianeti stessi non sanno nulla degli angoli che i loro raggi formano sulla terra, la terra deve avere un’anima.

La terra è un animale. Si percepirà in essa tutto ciò che è analogo alle parti del corpo animale. Piante e alberi sono i suoi capelli, i metalli sono le sue vene, l’acqua marina è la sua bevanda. La terra ha una forza formatrice, una sorta di immaginazione, movimento, certe malattie, e il flusso e il riflusso sono la respirazione degli animali. L’anima della terra sembra essere una sorta di fiamma, da cui il calore sotterraneo e da cui nessuna procreazione senza calore.

Un certo immagine dello zodiaco e dell’intero firmamento è stata impressa da Dio nell’anima della terra.» Oggi lo vediamo come questa immagine dello zodiaco è stata impressa nell’anima della terra, nell’aura della terra, e ci lavoriamo gradualmente fino all’altra parte della visione mondiale kepleriana: fino a quella parte che doveva rimanere anche nelle profondità inconsce dell’anima, ma che mostra chiaramente che ciò che oggi possiamo dare come cosmologia è un compimento. Così profondamente è radicato nell’evoluzione dell’umanità ciò che la nostra Antroposofia deve essere per noi, così intimamente è collegato con quell’ammonimento che risuona a noi dal santo Graal.

Quando guardiamo l’Europa, l’Occidente dei tempi antichi, e guardiamo i tempi pre e postatlantici, che cosa ha ripreso vita nei tempi postatlantici dai ricordi dei tempi atlantici, quando guardiamo come nel paganesimo, nel culto di Apollo, un ultimo eco risuona, mostrando come una volta nei mondi superiori il successivo Gesù natanico era imbevuto di Cristo, che poi è disceso, ha compiuto il mistero del Golgota (il Gesù natanico imbevuto di Cristo), quando seguiamo questo e ci chiediamo allora: Da dove veniva dunque il Cristo? Come si è mosso discendendo dall’alto verso il basso, per diventare signore terrestre, come si è mosso? È sceso da ovest verso est, da est di nuovo verso ovest. Dal regno delle gerarchie superiori stesse è venuto giù nel suo rivestimento esteriore. Gli esseri delle gerarchie superiori l’hanno portato, a loro apparteneva. Bella ci ricorda la leggenda di Parsifal che è così, dicendo: una schiera di angeli ha portato a Titurel il santo Graal, il vero mistero del Cristo Gesù, del collegamento del signore terrestre con la madre vergine, e una schiera di angeli attende di nuovo nel regno delle gerarchie superiori.

Cerchiamolo lì, allora comprenderemo la ricerca della nostra visione mondiale antroposofica, allora penetriamo gradualmente sempre più in un sentimento, in una sensazione dell’aspetto stellare del santo Graal fino all’aspetto umano del santo Graal, alla madre con Gesù, con il Cristo. Così abbiamo tentato, miei cari amici, di indicare un poco nel territorio della storia dell’umanità, insofar come questa storia dell’umanità è sostenuta da forze spirituali. Se avete sentito qualcosa di ciò che ho attraverso le mie parole non solo nel vostro pensiero, ma nel vostro sentimento ho voluto suscitare, allora è raggiunto ciò che questo ciclo di conferenze ha voluto dire. Avrei potuto altrettanto bene chiamare questo ciclo: «Dalla ricerca del santo Graal.» Al giudizio personale di ogni uomo può essere affidato se con ciò che qui è inteso come l’armonia di tutte le religioni, le professioni diffuse sulla terra si troveranno davvero una volta. A ogni uomo può essere affidato di decidere per se stesso. A ogni anima può rimanere il giudizio su questo, se ciò che si chiama unità delle religioni, con ciò che abbiamo tentato di caratterizzare come la ricerca del santo Graal, è colto meglio di molte altre cose che parlano dell’unità delle religioni, ma forse è completamente diverso. Chi vorrà attenersi a ciò che è strettamente confessionale certamente non sarà convinto da ciò che è stato detto.

Questo accade poiché presta l’orecchio a ciò che abbiamo visto che si è svolto solo alla superficie, che è solo l’esterno dei veri atti del Cristo, che sono di natura spirituale.

Come uno è stato condotto dal suo karma a questi atti spirituali del Cristo e quindi sta come grande modello per l’unità delle religioni sulla terra, come Parsifal è stato spinto, questo volevamo portare davanti all’anima e ricordare quel seguito della leggenda di Parsifal che dice che il Graal per il tempo in cui divenne invisibile in Europa fu portato nel territorio del Prete Giovanni, che aveva il suo regno al di là dei territori raggiunti dai Crociati.

Si venerava al tempo delle crociate ancora il territorio del Prete Giovanni, il successore di Parsifal, e secondo il modo in cui lo si cercava, si deve dire: sebbene tutto ciò fosse espresso in formule geografiche terrestre, il luogo di Giovanni non è propriamente da trovare sulla terra. Dovrebbe questa essere un’intuizione nella leggenda europea che voleva continuare la leggenda di Parsifal, un’intuizione che il Cristo, in noi incoscio, da allora agisce anche nelle profondità dell’Oriente e che forse ciò che si svolge nell’Oriente come dispute religiose nella consapevolezza ordinaria potrebbe essere sorpassato dalle emanazioni e dalle rivelazioni del vero impulso del Cristo, come ha cominciato ad accadere in Occidente secondo la rivelazione di Parsifal?

Dovrebbe la luce solare del Graal essere destinata a brillare su tutti gli dei della terra, come è simbolicamente indicato dal fatto che quando la fanciulla porta dentro il calice dorato con il mistero del Graal, lo splendore del Graal offusca le altre luci? Dovremmo aspettarci che (in contrasto con ciò che oggi si crede) le forze del Cristo ancora inconsce in forma modificata si aggiungeranno a ciò che oggi appare come luce in Occidente, secondo l’antica parola: Ex Oriente lux? Dovrebbe la luce unirsi con la luce? Ma per questo sarà necessario che siamo preparati, noi che dal nostro karma siamo posti sul territorio di quei flussi geografici e culturali su cui è passato il viaggio del Cristo, già mentre aveva imbevuto di Cristo il Gesù di Nazaret in regioni sovraterrene, per andare verso l’Oriente.

Guardiamo in alto e presentiamo che attraverso le nostre alture il cammino del Cristo è già passato nelle sue manifestazioni preternene.

Rendiamoci capaci di comprenderlo così che non fraintendiamo ciò che forse una volta potrà parlarci quando sarà il momento che altri confesioni della terra siano pervase dai suoi impulsi!


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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