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O.O. 138

Dell'iniziazione. Eternità e attimo, luce spirituale e tenebra dell'esistenza

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1°L'iniziazione: dal Mistero di Eleusi alle nuove forme spirituali del nostro tempo

Monaco, 25 Agosto 1912

All’inizio del nostro ciclo di conferenze a Monaco, come negli anni scorsi, mi sia concesso utilizzare la prima lezione come una sorta di introduzione a quanto dovrà essere esposto nei giorni seguenti.

Il primo pensiero che si presenterà all’inizio del nostro ciclo sarà forse legato a ciò con cui abbiamo aperto il ciclo di Monaco negli ultimi anni: con le nostre rappresentazioni teosofico-artistiche.

Se posso esprimere il pensiero che mi sorge in questa occasione, è questo: la più profonda soddisfazione mi riempie nel constatare che - sia l’anno scorso che quest’anno - abbiamo potuto inaugurare queste rappresentazioni con la ricostruzione del Mistero di Eleusi. Desidero ripeterlo con particolare chiarezza: questo ciclo di Monaco mi procura la massima soddisfazione. Forse, godendo quest’anno di una più numerosa partecipazione che negli anni precedenti, non sarà superfluo ripetere alcune considerazioni che già più volte ho espresso qui a Monaco. Ciò che è legato al Mistero di Eleusi si connette profondamente al nostro sforzo teosofico che da anni qualifichiamo come nostro nelle regioni dell’Europa centrale.

Cominciammo - davanti a un cerchio assai ristretto, del quale ormai rimangono fedeli alla causa teosofica soltanto pochi - a Berlino anni fa, riprendendo tutto ciò che il nostro altamente stimato Edouard Schure ha compiuto per il movimento teosofico mediante la ricostruzione del Mistero di Eleusi e la presentazione dell’iniziazione, dei principi iniziatici dei più diversi tempi e popoli, facendone una sorta di introduzione del nostro movimento teosofico.

E ora, potendo da anni portare in scena a Monaco molte cose che provengono dall’anima di Edouard Schure, possiamo considerare ciò che abbiamo realizzato come una sorta di sigillo di tutto ciò che, per un numero ristretto di noi, si è legato a sentimenti, emozioni e pensieri proprio a questo punto di partenza del nostro sforzo.

Se devo caratterizzare ciò che vi si è legato, direi: da quella forma puramente spirituale, da quella forma casta-spirituale con cui queste cose si presentavano alla nostra anima, scaturì una fiducia interiore, un sentimento di confidenza che ci diceva: se lasceremo fluire in noi queste emozioni, questi sentimenti con tutto ciò che altrimenti vive nella nostra anima per lo sforzo teosofico, potremo sperare che almeno qualcosa ci riuscirà. Ce lo dissero allora, quando iniziammo, le cose stesse; ce lo disse il loro carattere serio, la loro penetrazione profonda nell’essenza spirituale; e ce l’hanno detto gli anni che da allora sono trascorsi. Quale fede potevamo nutrire all’inizio e nel corso degli ultimi anni?

L’importanza del momento - intendo quella della storia mondiale - nello sviluppo dell’umanità poteva presentarsi davanti all’anima; e poteva presentarsi il pensiero che sia del tutto conforme alla legge dell’evoluzione che nella nostra epoca nuove forze - e proprio forze della vita spirituale - vogliano penetrare nelle anime umane, se esse intendono mantenersi dignitose dinanzi a ciò che l’epoca presente e il prossimo futuro imporranno all’intimo di queste anime.

Devo collegarmi a qualcosa di personale - ma che per me non è personale - nell’esprimere questi pensieri. Molti anni prima di iniziare il nostro movimento di scienza dello spirito, ebbi spesso occasione di conversare con il defunto storico dell’arte tedesco Herman Grimm su varie questioni spirituali. Durante passeggiate da Weimar a Tiefurt o anche a Berlino, si esprimevano pensieri sulle esigenze della vita spirituale del nostro tempo e su ciò che è necessario per la nostra epoca secondo la natura, come l’umanità nel corso dello sviluppo europeo ha cercato i suoi obiettivi e ha voluto orientarsi nella sua vita interiore.

Un pensiero ricorreva sempre quando si parlava con questo Herman Grimm, così interessato a tutta la vita spirituale dell’Occidente: come l’umanità europea possa guardare indietro a un certo numero di secoli, anzi agli ultimi due millenni, in modo che l’europeo, guardando nella sua anima, esaminando i bisogni della sua anima, chiedendosi: che cosa posso comprendere, che cosa mi è intelligibile di ciò che accade nel genere umano e di cui ho bisogno per la mia vita interiore?

possa dire a se stesso: per quanto incomprensibile possa sembrare qualcosa rispetto ai dettagli della vita, posso sempre collegarmi a qualcosa che io stesso sperimento quando considero gli eventi nuovi. Sì, anche gli intricamenti che esistevano nell’Impero romano, che persistevano al tempo di Cesare o ancora durante l’epoca della Repubblica romana, sembrano comprensibili alla coscienza europea moderna. Ci si orienta volendo comprendere quelle anime, anche se ciò che sentono e pensano spesso dista molto da ciò che l’uomo contemporaneo può sentire e pensare. Tuttavia le cose cambiano del tutto quando l’anima guarda indietro verso l’antica Grecia. Soltanto se non si approfondisce abbastanza, se non si prende abbastanza seriamente il concetto di comprensione umana, si può affermare che, come uomo moderno, l’ellenismo possa essere per noi altrettanto intelligibile quanto lo sono la romanità e i tempi successivi. Quando retrocediamo verso l’ellenismo e ne percepiamo gli effetti sull’anima per mezzo dei documenti storici pervenutici, inizia a manifestarsi qualcosa di incomprensibile. E vorrei ripetere una parola che Herman Grimm ha usato spesso, che è del tutto chiara e intelligibile: un uomo come Alcibiade è il puro principe fiabesco se confrontato con Cesare o con coloro che vissero al tempo di Cesare.

La vita greca appare completamente diversa, l’umano e il divino appaiono congiunti, la vita quotidiana appare diversa, e ciò che si potrebbe chiamare il risplendere del divino nella vita quotidiana appare diversamente; tutta la vita interiore che viveva sul suolo dell’antica Grecia appare in modo affatto nuovo.

Le cose diventano particolarmente evidenti quando si permette di agire sull’anima quelle figure che, in fondo, possono diventare assai più viventi nell’anima moderna di quanto non lo diventino le figure di cui la storia racconta, quando si lasciano agire su di sé le figure di Omero, di Eschilo o di Sofocle.

Se si parte da un tale pensiero, già da tutto ciò che la cultura attuale ci fornisce si può comprendere: quanto più lontano si procede nello sviluppo dell’umanità, tanto più l’uomo appare direttamente collegato a qualcosa di soprasensibile che risplende nella sua anima, che agisce nella sua anima; poiché l’inizio di un’umanità affatto nuova si rivela già quando ci si accosta alla psiche greca non superficialmente, ma profondamente. Per questo appare qualcosa di particolarissimo quando si lasciano agire su di sé le opere letterarie storiche sorte nel corso della cultura europea. Gli storici scrivono dei vari periodi fino a quelli antichi romani come se avessero dominato qualcosa. Aprendo uno storico, si troverà che egli saprà utilizzare i sentimenti e le emozioni del suo tempo fino nel mondo romano antico per rendere vive e piene le figure che presenta. Mediante la semplice descrizione storica - tentate voi stessi di affrontare la cosa da questo punto di vista - anche dove operano i migliori storici, le figure greche, persino quelle dei periodi più tardivi della Grecia, appaiono come silhouette, come immagini d’ombra. Non possono diventare vive. O chi, dotato di vero sentimento per un uomo che sta con i piedi sulla terra, potrebbe affermare che un grande storico abbia mai veramente rappresentato un Licurgo o un Alcibiade come si può rappresentare, per esempio, Cesare?

Misteriosa appare l’anima greca quando si guarda indietro verso i tempi della Grecia.

Misteriosa appare allo sguardo che vuole afferrarla soltanto con la coscienza ordinaria. E soltanto chi la sente propriamente sente questo mistero. Allora ci si può davvero porre la domanda: come avrebbe sentito un’anima greca di fronte a molte cose che l’anima moderna sente pienamente? Consideriamo un’anima greca antica. Cerchiamo di sentire dentro questa anima greca con l’aiuto di ciò che ormai la scienza dello spirito ci fornisce.

Allora ci si domanda: che cosa avrebbe detto l’anima greca della figura, della presentazione della caduta dell’uomo, dello svolgimento e della presentazione della storia antica, che sono così intelligibili all’anima europea posteriore? La storia del Paradiso, tutto ciò che i tempi posteriori acquisirono come Antico Testamento sarebbe stato assai estraneo all’anima greca, così estraneo quanto lo stesso ellenismo rimane all’uomo puramente moderno. La tentazione nel Paradiso, la storia di Adamo ed Eva, così come vivevano nel Medioevo o ancora negli ultimi tempi, non si potrebbe pensare di trasferirla nell’anima greca in modo che questa la comprendesse pienamente, nel modo che, andando più a fondo, si potrebbe veramente chiamare comprensione. Perciò per noi è necessario preparare la nostra anima per rendere intelligibile anche questo periodo affatto diverso. Quando si coltivano tali pensieri, si sperimenta profondamente ciò che fondamentalmente ci ha portato l’epoca più recente.

Quando domenica scorsa, alla fine dell’ultima scena del «Mistero di Eleusi», il sipario calò, dovetti pensare quanto possiamo essere grati che nella nostra epoca siamo in grado di dirigere lo sguardo e l’anima verso lo svolgimento di eventi che ci mostrano l’anima greca nel suo sentire e vivere, e di avere inoltre nello spettacolo anime che possono pensare che nell’evoluzione dell’umanità sulla terra l’anima umana ha assunto forme diverse da epoca a epoca, ha imparato a sentire in modo affatto diverso l’ambiente e la propria vita.

Nel corso degli anni ci siamo sforzati di comprendere come le anime umane dovessero vivere all’inizio dello sviluppo terrestre, quando la corporalità esterna e così la vita interiore erano affatto diverse rispetto a dopo.

Ci siamo sforzati di comprendere come le anime umane vivessero nel tempo atlantico e nel periodo postatlantico, e con ciò abbiamo acquistato la possibilità di dire: oh, come variatamente l’anima umana si è dispiegata in noi! L’anima che è in ciascuno di noi e che ha attraversato sempre di nuovo incarnazioni su incarnazioni, non per vivere lo stesso, ma sempre di nuovo per vivere diversamente - come variatamente si è dispiegata! E così possiamo sedere laggiù nello spettacolo e una volta dimenticare ciò che deve occuparci immediatamente nel nostro tempo, e ricevere imparzialmente e obiettivamente ciò che le anime sentivano pienamente in tempi del tutto diversi. Non abbiamo bisogno di mettere in movimento il nostro intelletto: ci basta abbandonarci al nostro sentire immediato, allora ci si manifesta che gli eventi che si svolgono nel Mistero di Eleusi ricostruito hanno tutto ciò che le anime hanno vissuto dalle fondamenta più oscure della vita fino alle luci dello spirito, dai dolori alle beatitudini, ma in modo molteplice nel corso dei tempi. Allora forse si acquista in modo affatto ingenuo e imparziale - ma perciò forse ancora più sicuro - il sentimento di ciò che il Greco provava quando si pronunciavano nomi, quando si risvegliavano rappresentazioni come Demetra, Persefone, Dioniso. Si acquista forse la possibilità che mondi interi emergano dall’intimo dell’anima quando queste rappresentazioni si risvegliano in noi. Come esseri umani ci troviamo nel mondo fisico esterno. Lo conosciamo attraverso i nostri sensi, attraverso le esperienze della nostra anima e attraverso ciò che possiamo vivere con il nostro intelletto e la nostra ragione.

In un modo ben determinato, oggi sentiamo in certo modo la nostra anima indipendente dalla vita esterna della natura che ci circonda e da tutto ciò che si nasconde nella natura.

Come l’uomo di oggi di fronte a ciò si sente, si esprime di nuovo in un modo che l’anima greca non avrebbe potuto sentire. L’estraniazione rispetto alla natura, l’enfasi sul fatto che si debba abbandonare il mondo sensibile per penetrare nei mondi spirituali, non sarebbe stata ancora intelligibile al Greco. Ma nel suo modo egli sentiva che c’è una distinzione significativa, una separazione significativa fra ciò che si può chiamare lo Spirito nell’intimo dell’uomo e ciò che si può chiamare l’Anima. Sono parole per l’esperienza umana, due domini diversi che dapprima si toccano duramente: lo psichico e lo spirituale. Dirigiamo lo sguardo sulla scena all’inizio della rappresentazione: Demetra, in altezzosa castità spirituale dinanzi a Persefone, l’ammonisce a non godersi i frutti che Eros può offrire.

Dirigiamo lo sguardo su questa Demetra. Tutto ciò che l’uomo chiama spirituale, di cui dice di esserne partecipe come Spirito, lo vede nella Demetra. Ma vede anche come all’interno del mondo terrestre questo Spirituale sia congiunto al più sensibile, al più materiale. Demetra, la dea, la produttrice dei frutti dei campi e colei che presiede agli ordinamenti esterni e all’ordine morale dell’umanità - come Spirito dell’uomo, casto e dignitoso di fronte a molto di ciò che altrimenti vive nell’uomo, ma intimamente congiunto al mondo sensibile esterno, permeandolo, così Demetra sta dinanzi a noi. Persefone sorge subito dinanzi all’occhio interiore come qualcosa che risveglia nella nostra anima la rappresentazione dello psichico umano, congiunto con tutto ciò a cui l’uomo nel suo essere individuale è congiunto per il fatto che con la sua anima vive nelle sofferenze e nelle gioie terrene. Congiunta con tutto ciò che attraversa le sofferenze e le gioie terrene, deve sentirsi l’anima quando vuol rappresentarsi ciò che vive in Persefone.

Tutta anima - Persefone, tutto Spirito dell’uomo - Demetra.

E quando poi lasciamo agire su di noi lo svolgimento del Mistero di Eleusi, quando i toni fondamentali che si risuonano fin dal primo colloquio fra Demetra e Persefone continuano a risuonare in noi e si intrecciano e si ritrovano e infine giungono alla figura di Dioniso - come l’uomo intero si ritrova in Dioniso, come tutto ciò che diventa vivente in noi di fronte a Demetra e Persefone si ritrova insieme in Dioniso! E vediamo nell’ultima scena uno sforzo dell’anima dell’umanità verso l’armonizzazione del suo psichico con lo Spirituale: tutto il gioco dionisiaco - dalle oscurità della vita verso la luce dello spirito!

Non commento e non voglio fare a pezzi un’opera d’arte; voglio soltanto tradurre in parole i sentimenti che possono sorgere su segreti intimi dell’anima quando l’uomo si trova di fronte al Mistero di Eleusi. Non mi verrebbe mai in mente di dire che in Demetra sia personificata o simboleggiata una forma originaria dello Spirito dell’uomo e in Persefone l’anima umana. Questo farebbe violenza al carattere plastico dell’opera d’arte, applicherebbe rigidi concetti intellettuali a ciò che nell’opera vive come esseri viventi. Ma ciò che si può sentire, ciò che si può provare riguardo ai segreti dell’anima, ciò si può dire. E ora poniamo davanti a noi due quadri.

Mettiamo davanti all’anima la coscienza europea posteriore, che solo ora nella nostra epoca comincia a dissolversi e che avrà sete di quelle forme che la Teosofia veramente le mostra, come ha operato attraverso i secoli: questa anima europea che sentiva l’enigma della vita quando le era proposto come il primo uomo stava - maschio e femmina - in infinita distanza dal suo Dio, che doveva temere, udendo la voce seducente di un essere estraneo all’anima umana stessa. Da dove viene questo essere? Che cosa è? Come è imparentato con il mio psichico?

L’anima europea, la coscienza europea appena pensa di chiarirsi su questo.

Accoglie l’estraneità di Lucifero, si accontenta di sapere che da lui proviene la conoscenza, ma anche la voce della tentazione. E come risuonano allora da lontanissime lontananze le parole in cui il divino giudizio viene pronunciato dopo la tentazione! Come per la loro stessa formulazione non incitano l’anima a domandarsi: dove vive, nella mia più intima vita interiore, ciò che là fuori nello spazio echeggia attraverso il macrocosmo? Cerchiamo di rappresentare sensatamente il dramma del Paradiso come potrebbe essere dipinto; cerchiamo di sentire quanto sarebbe innaturale rappresentare le figure corrispondenti in forme puramente umane. E ora cerchiamo di rappresentarci come sia del tutto naturale che dove si parla degli affari più intimi e più profondi dell’anima dei Greci, stia davanti ai nostri occhi la figura umana di Demetra, la figura umana di Persefone, persino la figura umana di Dioniso o di Zeus! Cerchiamo di sentire da ciò quanto infinitamente vicino all’anima greca fosse ciò che insieme permea il Macrocosmo! Basta pronunciare una sola parola per caratterizzare di che cosa si tratta.

Semplicissimamente può essere pronunciata questa parola. Si deve solo dire: prima che Edouard Schure non ricostruisse il Mistero di Eleusi nel modo che ora possiamo vedere, esso non esisteva. E ora l’abbiamo! Basta sentire ciò che giace in questi due enunciati, allora è tutto detto. Si tratta di qualcosa che, secondo il mio sentimento, supera ogni triviale espressione di gratitudine. Così viene indicata la grande importanza che questa ricostruzione del Mistero di Eleusi ha per la moderna vita spirituale. Allora molte anime possono confessare a se stesse che tutto ciò che è connesso al Mistero di Eleusi e tutto ciò che è stato fatto rispetto al risveglio storico dei principi iniziatici delle diverse epoche dallo stesso Autore, è qualcosa a cui è destinato il più profondo, l’intimo della natura dell’anima europea.

E incombe un obbligo, un obbligo di tipo solenne e sacro per chiunque intenda seriamente e onestamente la vita spirituale: proprio questa specie di insegnamento di portare nella moderna vita dell’anima.

Cari amici! Potete dire al mondo molte cose sulla teosofia; può anche accadere che le persone sembrino soddisfatte di tali discorsi.

Se però si può guardare nelle profondità delle anime, allora si sa di che cosa abbisognano, quanto è necessario dar loro ciò di cui forse non sono consapevoli, ma che nei fondamenti più profondi del loro cuore veramente desiderano! Tali sentimenti mi hanno penetrato l’anima quando domenica scorsa abbiamo visto il sipario scendere dopo l’ultima scena del «Mistero di Eleusi». E se si vuole sentire veramente ciò che si è svolto, allora vive in questo sentimento stesso così tanto che gli si concede fruttificazione e forza di agire per la vita. E se abbiamo visto questa fruttificazione, questa efficacia in questi ultimi anni in così molte cose, allora possiamo passare facilmente oltre a molte altre cose che oggi non appartengono qui, che però si frappongono ostacolando questa fruttificazione, questa efficacia, e forse ancora più che negli anni passati. E che io stesso non stia solo con questo sentimento, me lo hanno insegnato le settimane che hanno preceduto le nostre rappresentazioni di Monaco. Vedete: nei primi giorni in cui, all’inizio del nostro tempo a Monaco, vi trovate di fronte a queste rappresentazioni del Mistero, sul palcoscenico un numero di amici, e poiché voi tutti ben conoscete coloro che vedete, non mi occorre qui di elencarvi i nomi di tutti individualmente. Ma questo ben posso dire: che tutti noi, seduti qui, possiamo provare sentimenti di gratitudine calorosa verso coloro che per settimane intere con dedizione - poiché è necessario, anche se spesso non lo sembra - con dedizione di tutte le loro forze si dedicano allo studio e alla penetrazione delle figure che devono rappresentare.

E in tutti coloro che voi stessi vedete sul palcoscenico vive la consapevolezza che sono servitori del mondo spirituale, che nel nostro tempo esiste la necessità di portare valori spirituali alla cultura umana generale, e che tutto deve essere tentato per portare questi valori spirituali alla cultura umana generale.

La venerazione rispetto alle questioni spirituali fa sì che i collaboratori sopportino volentieri molte cose che la preparazione delle rappresentazioni richiede. Questo deve essere detto sulla base del fatto che è connesso con la nostra intera causa e poiché veramente gli sforzi sono troppo grandi perché solo l’ambizione o la vanità di vedersi dal palcoscenico spingessero i singoli a farsi rappresentatori di queste figure. Con particolare gratitudine però dobbiamo ricordare coloro che, per così dire dietro le quinte, ma forse molto più visibilmente ancora dei singoli attori, in modo sacrificale e devoto da anni mettono il loro saper-fare e il loro sforzo - soprattutto il loro saper-fare, che è ancora più dello sforzo - al servizio proprio di questa causa. Possiamo considerarlo come una specie di karma interiore proprio del nostro movimento il fatto che siamo in grado di avere una personalità che tutto ciò che lo scenografico esige rispetto - diciamo agli involucri e agli abbigliamenti, rispetto ai costumi degli attori, se posso usare questa parola banale che mi suona orribile dal linguaggio teatrale comune - lo provvede in tale modo che non solo corrisponde alle intenzioni che mi stanno al cuore, ma è anche portato da vera spiritualità. Possiamo considerare come un karma favorevole del nostro movimento all’interno dell’Europa centrale il possedere una tale personalità. E che questo karma sia più profondamente fondato lo dimostra anche il fatto che questa stessa personalità ha potuto collaborare in modo così eccellente a tutto ciò che, per esempio, per il nostro «Calendario» ha potuto avvenire negli ultimi mesi, che, come tutte le nostre imprese, deve servire il grande scopo; sicché certamente in primo luogo per coloro che non solo come attori, ma anche nell’insieme collaborano in modo eccezionale, il nome della Signorina von Eckardtstein deve essere nominato.

Poi devo ricordare con la più intima gratitudine e vorrei suscitare in voi questo medesimo sentimento anche per i nostri devoti pittori Volckert, Linde, Haß e quest’anno anche Steglich da Copenaghen.

Vorrei suscitarlo in voi perché veramente occorre qualcosa per perseguire dalle profondità spirituali qualcosa che sta esternamente davanti all’occhio, che ci sta davanti all’anima. E molti, perché troppi, devono restare senza nome. Sì, quando uno scenario del genere sta lì, non si accorge che per questo - forse soltanto per l’ultimo allestimento inoltre - ciò che il pittore ha preparato in uno spazio molto più grande di questa sala deve essere steso e che quaranta, cinquanta persone devono strisciare sul pavimento per portare tutto al posto che gli appartiene. Un tale compito i nostri amici l’assumono volentieri; strisciamo volentieri sul pavimento per cucire tutto ciò che deve essere cucito, e che poi forse è visibile dal palcoscenico solo per pochi minuti. Perché dico tutto questo? Forse a qualcuno parrà del tutto superfluo dirlo. La teosofia però non consiste soltanto in teorie e profezie. La teosofia consiste nella dedizione sacrificale a ciò che il nostro tempo ci richiede, anche se dobbiamo strisciare per molti giorni sul pavimento per mettere in ordine ciò che poi può vivere in noi alla vista, che deve vivere nella nostra anima, affinché questa anima possa cavarsela con le esigenze del tempo moderno. Deve suscitarsi il sentimento che dal nucleo del vero lavoro umano promana quella vita spirituale necessaria al futuro degli uomini. Allora, quando si sente così, si comprenderà sempre più come le anime di coloro che si vogliono chiamare Teosofi devono crescere insieme in comuni, seri e dignitosi scopi nel concreto e immediato operare.

Poiché ciò che conta davanti a tutto è ciò che il singolo fa, ciò che il singolo crea, ciò che il singolo è disposto a offrire in sacrifici!

E conta ciò che il singolo si acquista in capacità di sopportazione per le delusioni. Qui in questo luogo e nel nostro movimento geisteswissenschaftlich dell’Europa centrale deve essere detto: coloro il cui karma è di tenere insieme in certo qual modo i fili di cui abbiamo bisogno per la formazione del nucleo spirituale, negli ultimi tempi veramente non hanno subito poche delusioni. Ma anche se molte parole si sono dette su tali delusioni, una non si è ancora pronunciata, e la chiediamo alle potenze spirituali che stanno dietro il nostro movimento e l’infiammano: una parola non deve cadere, cioè che i nostri cari collaboratori si stanchino. Finché muovono le mani, finché muovono i pensieri, possiamo dire per il nostro movimento spirituale: essi vogliono! E finché vorranno, indifferentemente se il successo si manifesti nel primo giorno o soltanto dopo secoli, finché vorranno, allora nel vero senso della parola saranno Teosofi! Sentiamoci uniti in questo volere che anche sopporta le delusioni, in vero amore operoso, allora potremo lavorare. Allora da ciò scaturirà ciò che è necessario all’umanità nella sua attuale fase di sviluppo. Anche se le nostre forze sono deboli, non possiamo portarne altre di quelle che abbiamo. Ma una cosa possiamo; da mesi lo sottolineiamo continuamente, e in questi giorni doveva occuparmene. Ci sono stati giorni intermedi fra le rappresentazioni; molti nostri amici erano impegnati dalle prove generali dalla mattina alla sera. Il nostro caro Dr. Unger vi aveva tenuto conferenze qui a Monaco in questi giorni. Per me è stato profondamente gioioso, beato, quando il nostro caro amico, il Direttore Sellin, è venuto da me ieri mattina, pieno di entusiasmo per queste due conferenze del Dr.

Unger, e mi ha detto dietro le quinte la parola: «Un movimento che ha rappresentanti così entusiasti davanti al pubblico non va in rovina!». Poiché di che cosa devo rallegrarmi maggiormente - permettetemi questa parola sincera e onesta - più che dell’indipendente energia, della maniera affatto indipendente come qui una personalità umana da sé, libera, senza limitarsi soltanto a quello che io stesso posso dire, fonda la cosa da sé secondo le proprie capacità!

Chi vuol lui stesso operare in modo indipendente, non accoglierà con più gioia e sincerità niente di meglio se accanto a lui sta spalla a spalla una personalità indipendente e dà ciò che è in grado di dare, dopo aver riconosciuto che può integrarsi nell’insieme. Una gioia festiva fu per me quando il Direttore Sellin venne e - direi dal cuore infantile, poiché così si presentava - espresse il suo pieno entusiasmo per ciò che aveva udito. Vi posso dire e so che molti mi crederanno, che io ho la più intima gioia per tale indipendenza, per tale operare individuale, e che questa è la verità. Poco tempo prima ricevetti una lettera che diceva all’incirca che sarebbe necessario fare varie cose all’interno del movimento teosofico tedesco, perché altrimenti nessuno verrebbe a parola se non colui che ripete parola per parola quello che io stesso dico. Così è spesso la rappresentazione là fuori nel mondo di ciò che è la verità! Non deve essere esercitata critica su una tale parola, che oggettivamente contiene un’inesattezza nel senso più rigoroso, e nemmeno deve contenere rimprovero o punizione. Si può solo avere compassione per una tale parola. Ma l’altro, che per noi può essere positivo, deve essere ripetuto sempre di nuovo: sentiamoci obbligati alla veracità, all’esame di ciò che è! E sentiamo come proibito parlare di qualcosa prima di averla conosciuta, prima di esserci accostati a essa! Altrimenti non c’è benedizione in uno sviluppo occulto, in uno sforzo occulto. Verità e veracità - questa è la legge suprema. Che giovano tutte le profezie, che giovano tutte le caratterizzazioni di fatti soprasensibili se non sono immerse nel bagno di veracità più sincera e onesta!

Potete accogliere da me molte verità geisteswissenschaftliche; ma quello che più volentieri voglio che accogliate è questa parola: che il mio sforzo più proprio e più interiore nei vostri confronti sarà sempre di non parlare di nulla se non in senso di più sincera veracità, e che io non posso vedere la benedizione di un movimento occulto in nulla se non nell’obbligarsi sentitamente alla veracità!

Anche se va contro i nostri desideri, anche se contrasta con ciò che l’ambizione, la vanità richiede, anche se qualcosa nella nostra anima vi si oppone, anche se ci opponiamo al sottometterci a qualche autorità - questo può essere giusto. Un’autorità dobbiamo obbedirle liberamente e volentieri: l’autorità della veracità, sicché tutto ciò che possiamo compiere - non solo in ciò che diciamo, ma anche in ciò che facciamo, in ogni cosa particolare che facciamo - sia permeato di veracità. Cercatelo anche in ciò che con i nostri sforzi teosofico-artistici abbiamo posto davanti ai vostri occhi. Tentate di trovarlo, e forse vedrete che anche non raggiungemmo molte cose, ma una cosa vedrete: che il nostro sforzo è di immergere ciò che facciamo nella sfera e nell’atmosfera della veracità, che ci proibiamo di parlare di tolleranza se questa tolleranza non è veramente presente, se non la pratichiamo veramente. Poiché il fatto che si chiami l’altro intollerante non fa la tolleranza; il fatto che si racconti di qualcuno qualcosa di diverso da ciò che sostiene non fa la tolleranza; il fatto che sempre si sottolinei di essere tollerante non fa la tolleranza. Ma se si è veraci, allora si conosce il proprio valore, allora si sa anche fino a dove si può andare. E se si è servitori della veracità, allora si è naturalmente tolleranti.

In modo introduttivo ben potevano parole siffatte essere pronunciate, anche se di solito non è mio costume occuparmi di esortazioni e ammonimenti di vario genere.

Ma come non dovrebbero proprio in tale occasione staccarsi dal cuore quelle parole che volessero puntare l’attenzione su come, da profondamente affine impulso, fummo in grado di fare di questa ricostruzione del Mistero di Eleusi, in certo qual modo, sempre di nuovo e nuovamente qualcosa a cui potessimo collegarci.

Volevamo essere verso le anime europee onesti e sinceri, veraci, e volevamo nel senso della veracità ricercare ciò che l’anima europea brama. Ciò che spesso è il più profondo si scopre alla fine nelle parole più semplici, si formula alla fine nelle parole più semplici. Impariamo da onesta, sincera convinzione di ciò che è necessario al tempo a riconoscere quale atto sia stato, dalle oscure profondità dello spirito che iniziano proprio quando dal mondo romano entriamo nel greco, ricostruire questo Mistero di Eleusi. Sentiamo che cosa significhi: prima che il Mistero di Eleusi non fosse stato creato dal nostro altamente stimato Edouard Schure, esso non era, e ora è! L’abbiamo e possiamo costruire su di esso, e così sull’unico modo come il vero ellenismo può presentarsi davanti alla nostra anima, così che essa possa guardarvi. Se lo sentiamo, allora sentiamo il significato di quello - con cui dobbiamo inaugurare le nostre intraprese di Monaco - in quest’anno come nello scorso. Allora possiamo affidare a ogni singola anima che qui si trova, con quale cordialità - di cui sono certo che presso molti sarà sincera - il pensiero la riempia: il creatore di questa ricostruzione del Mistero di Eleusi dimora fra noi proprio durante questo tempo di Monaco

2°Eternità e attimo: il Faust di Goethe e la luce spirituale che guida fuori dalla tenebra

Monaco, 26 Agosto 1912

In questo breve ciclo di conferenze dovremo affrontare questioni importanti della vita spirituale, questioni che toccano tale vita nel senso più ampio.

Parleremo di ciò che sta alla base della cosiddetta iniziazione o illuminazione e — dopo aver accennato ad alcuni segreti e leggi di questa iniziazione — della significatività di quanto emana nel corso dello sviluppo umano dalla vita dell’iniziazione e dagli iniziati. Di tutto ciò che emana, parleremo rapportandolo a due concetti fra loro assai opposti: eternità e istante, luce dello spirito e tenebra della vita. Dopo aver esaminato la vita dell’uomo, per così dire, dal punto di vista che questi concetti ci forgiranno, torneremo poi alla forza dell’iniziazione e alla forza degli iniziati. Delimitiamo quindi questa volta le nostre considerazioni al principio dell’iniziazione. Eternità — basta evocare questa rappresentazione, e sentiamo subito qualcosa che vibra in noi, qualcosa che si ricollega alle aspirazioni più profonde dell’anima umana, al sommo che l’uomo può nominare fra i suoi fini.

Istante — una parola che continuamente ci rimanda a ciò in cui propriamente viviamo e alla necessità di cercare, in questo istante in cui siamo, ciò che può darci uno sguardo verso la terra dell’aspirazione, verso l’eternità. Basta ricordare che Goethe ha riposto il segreto più profondo della sua più grande opera, il Faust, nel fatto di far dire al Faust di fronte all’istante: “Fermati! sei così bello!”, e poi di fargli confessare: se la sensazione dell’anima potesse diventare una cosa stabile, se fosse possibile che l’anima si identificasse con una confessione tale da dire all’istante: “Fermati! sei così bello!”, allora subito seguirebbe la confessione che Faust sarebbe indegno e cadrebbe preda del nemico della condizione umana terrestre, di Mefistofele.

Goethe ha fatto di ciò, della sensazione che sgorga dall’istante, il segreto fondamentale della sua più grande opera.

Così sembra che ciò in cui viviamo, l’istante, sia del tutto opposto a ciò che designiamo come eternità e verso cui l’anima umana deve continuamente anelare e aspirare. Luce dello spirito — per quanto abbiamo condotto considerazioni teosofiche nel corso degli anni, abbiamo riconosciuto che lo sforzo verso la luce dello spirito ha sempre alla base questo: condurre l’uomo fuori da ciò che è tenebra della vita.

E ancora possiamo sentire qualcosa da una delle massime poesie dello sviluppo umano, dal Faust: come un poeta, quando vuole descrivere un’anima grande e comprensiva, non può fare a meno di farla emergere dalla tenebra della vita. — Cosa circonda il Faust all’inizio del poema? In che cosa è completamente invischiato? Nella tenebra della vita! E quante volte abbiamo dovuto sottolineare che questa tenebra della vita ha per l’uomo una forza e un potere così grandi che la luce dello spirito, qualora lo raggiunga impreparato, può agire su di lui in modo tale da non illuminarlo, bensì da abbagliarlo, da stordirlo. Non si tratta dunque solo di: qual è il cammino verso la luce dello spirito, dove si trova? — Ma soprattutto: come deve l’uomo percorrere il sentiero dell’anima che può condurlo in modo giusto verso la luce dello spirito? — Con ciò abbiamo tracciato le linee che dovranno occuparci in questi discorsi, e ci troviamo ormai in una fase della nostra opera teosofica tale che non abbiamo bisogno di svolgere le cose fin dall’inizio, ma possiamo collegarci a quanto è già noto.

Quando la parola iniziazione, che si è così strettamente unita con le parole eternità e luce dello spirito, si affaccia alla nostra anima, diventano vive in noi tutti i grandi uomini che nel corso delle epoche dell’umanità conosciamo come gli iniziati.

E con essi si svegliano nella nostra anima le medesime epoche storiche, come si sono succedute, come gli uomini vi hanno vissuto e come la luce dalle sedi di iniziazione e dagli iniziati si diffondeva fra le persone, per rendere possibile proprio ciò che gli impulsi — le vere forze motrici dello sviluppo umano — sono stati a tutte le epoche.

Sarebbe troppo lungo affrontare, in un’occasione simile, in modo diffuso tutto ciò che è accaduto nello sviluppo terrestre prima della ben nota catastrofe atlantica che si abbatté sulla terra trasformando completamente il volto del nostro pianeta. Abbiamo già una rappresentazione sufficientemente ampia di ciò di cui qui si tratta se rivolgiamo lo sguardo alle epoche postatlantiche e ci ricordiamo della straordinaria configurazione dell’uomo come si è espressa in modo così vario nel corso del tempo.

Rivolgiamo lo sguardo alla cultura dominante, come si sviluppò subito dopo che la catastrofe atlantica ebbe trasformato il volto della terra, e spesso abbiamo ricordato con venerazione quanto i grandi maestri spirituali dell’umanità portarono in quella prima epoca postatlantica nel luogo della terra dove poi si sviluppò la civiltà indiana. Abbiamo sottolineato come soltanto dal basso verso l’alto l’anima possa elevare lo sguardo agli insegnamenti alti e spirituali che allora vennero al mondo attraverso individualità umane, le quali conservavano ancora tutta la grande statura di quegli uomini che nell’epoca atlantica avevano il contatto diretto con i mondi divini e spirituali, come non fu più possibile nelle epoche successive dell’umanità. Abbiamo sottolineato come l’eredità della saggezza atlantica, oggi raggiungibile solo per l’occultista, visse nella forma postatlantica nei maestri santi di remotissima antichità della prima epoca culturale postatlantica, e abbiamo fatto notare come ciò che allora era vivo, di cui non rimangono registrazioni se non in quella che chiamiamo la Cronaca dell’Akasha, appare all’uomo sufficientemente grande e significativo quando gliene giungono gli echi nella letteratura indiana o generale orientale.

L’altezza della moralità, l’altezza della spiritualità contenute in questi scritti come eco di antichissimi insegnamenti spirituali non possono nemmeno giungere pienamente alla coscienza dell’umanità contemporanea — per quanto concerne l’istruzione esteriore.

Ciò vale soprattutto per i paesi che si sono preparati alla loro coltura esteriore contemporanea attraverso quello che il cristianesimo ha potuto realizzare nelle sue varie forme nel corso degli ultimi secoli. Così l’anima si sentiva indirizzata dal basso verso l’alto quando elevava lo sguardo a tutta questa grandezza, oggi appena intuibile, che è giunta a noi solo come eco di questa spiritualità remotissima. Se si considera la cosa in questo modo e soprattutto se si ha coscienza di quello che è stato spesso richiamato qui, cioè che l’umanità diverrà capace, solo nella settima, nell’ultima epoca postatlantica — attualmente siamo nella quinta — di estrarre dalla tenebra della vita la comprensione di ciò che un tempo era vivo al punto di partenza dell’epoca postatlantica e che ha dato gli impulsi allo sviluppo umano, e se si considera che l’umanità dovrà maturare fino all’ultima epoca per poter di nuovo sentire e vivere in sé ciò che allora fu sentito e vissuto, allora si prova un sentimento e una consapevolezza di quanto alto deve essere stato il principio dell’iniziazione che ha dato gli impulsi a questa cultura spirituale santa e remotissima dell’umanità. E allora vediamo come nel corso delle epoche successive l’umanità — aspirando ad altri tesori spirituali, ad altri doni dell’esistenza terrestre — scende gradatamente sempre più in basso, assume forme diverse, ma di volta in volta, secondo quello che i tempi esigono, i grandi iniziati dal mondo spirituale donano all’umanità ciò di cui essa ha bisogno come impulsi per una determinata epoca. Vediamo emergere dinanzi al nostro sguardo la cultura di Zarathustra, affatto diversa, se la consideriamo nella sua vera luce, dalla cultura dei santi Rishi; poi la civiltà egizio-caldea; poi ciò che in Grecia erano gli antichissimi misteri, di cui ieri abbiamo parlato in senso ben diverso; vediamo ovunque brillare la luce dello spirito nella tenebra della vita, come era necessario per i diversi tempi.

Se ora ci chiediamo, al termine dei nostri insegnamenti: quali rappresentazioni possiamo farci di un iniziato — è naturale che all’inizio del ciclo di conferenze si possano dare solo concetti approssimativi di un concetto così completo; potremo poi penetrare sempre più profondamente nell’essenza dell’iniziazione — sarà innanzitutto necessario raccogliere molte cose che abbiamo già appreso nel campo della teosofia.

Rendiamoci chiari che per un’iniziazione completa è necessario che l’uomo, entro il suo corpo fisico, non consideri il mondo nel modo che percepisca il mondo circostante attraverso i suoi occhi e gli altri organi sensoriali, o attraverso il suo intelletto legato al cervello e attraverso quello che potremmo chiamare senso d’orientamento, e che non formi i suoi concetti del mondo secondo il consueto modo di procedere, bensì che sia giunto a uno stato in cui, attraverso ciò che si può denominare “percepire mondi al di fuori del corpo fisico”, nel suo essere d’anima possiede qualcosa che può chiamarsi corpo soprasensibile, corpo spirituale, che possiede in sé organi percettivi — ma di tipo superiore — come il corpo fisico possiede occhi, orecchi e gli altri organi percettivi e intellettuali.

Vedere mondi senza usare gli organi del corpo fisico: questa è la definizione, a prima vista non molto eloquente ma nella sua aridità esatta, di un iniziato che si può dare. E i grandi iniziati che nel corso dei tempi hanno donato gli impulsi culturali significativi all’uomo, hanno raggiunto al più alto grado questa indipendenza dal corpo sensoriale e l’uso di un corpo completamente diverso. Preferisco non parlare di astrattezze, e dove è possibile voglio portare esempi concreti; vorrei quindi oggi illustrare, come esempio di una tale vita al di fuori del corpo sensoriale in un’organizzazione superiore appartenente all’anima, quanto segue.

Chi ha fatto anche soltanto i primi passi sulla via dell’iniziazione può chiarirsi per mezzo dell’auto-consapevolezza ciò che propriamente sperimenta in sé e su di sé, e quindi può dirsi press’a poco il seguente: fra le prime cose che sperimentiamo è il fatto che, accanto al mio corpo sensibile e carnale, porto in me un corpo più sottile, che possiamo chiamare corpo eterico, che portiamo attorno a noi come portiamo il corpo fisico nell’esistenza terrestre.

Chi compie i primi passi verso l’iniziazione lo sperimenta innanzitutto così: si sente dentro di esso, percepisce questo sentimento come sperimenta ad altro livello ciò che vive nel suo sistema circolatorio, nel suo sistema nervoso, o ciò che si rivela sulla base del suo sistema muscolare. Questo sentire e sperimentare interiore esiste davvero e può sussistere anche per il corpo eterico. Specialmente è allora utile per chi è ai primi passi dell’iniziazione imparare a conoscere la speciale differenza, o potremmo anche dire la relazione, fra il sentirsi, lo sperimentarsi nel corpo elementare o eterico e nel corpo fisico. Si sperimenta dunque nel corpo elementare come si sa che si ha il proprio sangue, il proprio battito cardiaco o il battito del polso in sé. Per chiarirsi questo, si può considerare questo corpo elementare in relazione al corpo fisico, al quale siamo più abituati di quanto non lo siamo a ciò che dobbiamo conquistarci in questo cammino spirituale. Ci si può dire: nel corpo elementare hai una parte che corrisponde al cervello fisico, a tutto ciò che costituisce la tua testa. La testa, il cervello, sono come cristallizzati dal corpo eterico e in esso in modo tale che si potrebbe paragonare a una quantità d’acqua e a un pezzo di ghiaccio che vi galleggia, se si volesse paragonare l’acqua al corpo eterico e il ghiaccio al corpo fisico cristallizzato dal corpo eterico. Ma si sente, si sperimenta che c’è un intimo legame fra quello che si potrebbe chiamare la parte eterica della testa o del cervello e la testa fisica stessa.

Si sa allora come si creano i propri pensieri, come si formano le immagini di memoria entro il corpo eterico e come il cervello fisico sia soltanto un apparato di riflessione, ma si sa anche come il cervello sia strettamente legato al corpo eterico.

Specialmente si può sperimentare questo quando ci si deve occupare intensamente di sforzi che sono connessi al piano fisico, all’essere fisico, quando si deve riflettere molto sulle cose, quando dunque si deve affaticare il corpo fisico perché esso estragga dalle profondità della vita le immagini di memoria per mantenerle insieme. In un tale processo è sempre implicato, indipendentemente dal fatto che lo si sappia o no, il corpo eterico. Ma il cervello fisico vi è intimamente collegato, e quando si affatica il cervello fisico, si avverte moltissimo la stanchezza del cervello nella corrispondente parte eterica. Si avverte allora che in quello che si sperimenta come parte eterica del cervello c’è qualcosa di pesante, come un corpo estraneo, e che non si riesce più ad accedere a ciò a cui si dovrebbe accedere, poiché la mobilità nel cervello fisico deve andare di pari passo con la mobilità nel corpo eterico. Si può allora avere il netto sentimento: il tuo corpo eterico non si affatica affatto, potrebbe per l’eternità continuare ad accogliere e far emergere le immagini di pensiero, tutto quello che sai; ma per esprimerlo nel mondo fisico, deve riflettersi, e lì il cervello viene meno. — Il corpo elementare non si affatica. Proprio perché può restare sempre in attività, avverte tanto più la stanchezza del cervello. Si percepisce quasi ciò che il cervello produce in termini di forze deficienti. E quando esso si addormenta e cade nella torpidità della stanchezza, si può dire a se stessi: adesso devi smettere, altrimenti ti ammaleresti. — Non puoi logorare il corpo eterico. Ma attraverso la via indiretta di imporre al cervello carichi eccessivi, puoi continuare a stancare ulteriormente il cervello e portarlo così a uno stato in cui la vita si ritrae, a uno stato morto.

E un organismo vivente non sopporta che qualcosa che dovrebbe stare in un rapporto normale con esso sia parzialmente morto, che venga in uno stato anomalo.

Quindi ci si deve dire da una libera scelta: affinché non uccida parzialmente una parte del tuo cervello che poi continuerebbe a deteriorarsi, devi smettere quando senti il tuo cervello come un pezzo di corpo estraneo in te stesso.

Tale è l’esperienza quando si ricerca il rapporto fra quello che nel corpo eterico o elementare umano corrisponde al cervello o alla testa e il cervello o la testa fisica. C’è un legame intimo. L’essere sensoriale esteriore si svolge infatti in modo tale che è impossibile spezzare il parallelismo fra i due in modo eccessivo. Si potrebbe dire, per esprimere questo rapporto: nella nostra testa, specialmente nel nostro cervello, abbiamo un’espressione assai fedele delle forze eteriche; abbiamo qualcosa che nel suo aspetto esteriore e nelle sue funzioni esterne è davvero un’immagine fedele delle funzioni e dei processi nella corrispondente parte eterica. Diverso è il caso per altri organi del corpo eterico o elementare umano e i corrispondenti organi fisico-sensoriali.

Le cose sono completamente diverse. Voglio fare un esempio. Consideriamo le mani. Esattamente come alla testa o al cervello corrisponde una parte eterica, una parte elementare nel corpo eterico, così anche alle mani corrispondono processi elementari ed eterici del corpo eterico umano. Ma fra le mani fisiche esterne e i loro compiti e quello che propriamente sta alla base nella corrispondente parte elementare o eterica c’è una differenza molto maggiore che fra la testa fisica e la parte corrispondente nel corpo eterico umano. Ciò che le mani fanno si svolge molto più solo nel mondo sensoriale, è molto più solo un’attività sensoriale, e ciò che gli organi elementari o eterici corrispondenti compiono trova solo nella più minima parte in ciò che fisicamente si manifesta nelle mani la sua manifestazione.

Devo, come spesso accade, per caratterizzare i fatti corrispondenti, dire cose che per una percezione fisica e per un’espressione a parole di osservazioni fisiche appaiano grottesche e paradossali, ma che tuttavia corrispondono pienamente alla realtà che sta alla base e che chiunque sappia qualcosa di queste cose sentirà immediatamente come io sono costretto a esprimerlo.

Alle mani fisiche corrispondono parti elementari.

Ma a parte il fatto che nelle mani, nei loro movimenti, si esprima ciò che corrisponde alla parte elementare, questi organi eterici entro il corpo eterico sono veri organi spirituali. Un agire più elevato, molto più intuitivo, molto più spirituale viene compiuto negli organi che si manifestano nelle mani e nelle loro funzioni rispetto a quello che compie il cervello eterico. Chi ha fatto progressi in questo ambito dirà: sì, il cervello, anche quello alla base eterica, è propriamente l’organo spirituale più goffo che l’uomo porti con sé. Poiché non appena ci si attiva nella parte elementare del cervello, si avverte ben presto questo corpo estraneo del cervello. Le attività spirituali invece che sono legate agli organi che stanno alla base delle mani e trovano un’espressione imperfetta nelle mani e nelle loro funzioni, servono a una conoscenza molto più elevata e spirituale; questi organi conducono già nei mondi soprasensibili e possono occuparsi della percezione e dell’orientamento nei mondi soprasensibili. Se si esprime come chiaroveggente un tale fatto, si deve — un po’ paradossale, ma proprio accurato — dire: il cervello umano è l’organo più goffo come organo di ricerca per il mondo spirituale, e le mani — quello che vi sta spiritualmente alla base — sono organi molto più interessanti, molto più significativi per la conoscenza di questo mondo, soprattutto organi molto più abili del cervello. Sulla via verso l’iniziazione non si impara particolarmente molto quando si progredisce dall’uso del cervello all’uso libero del cervello elementare.

La differenza non è particolarmente grande fra ciò che si raggiunge attraverso un pensare cerebrale purificato e intuitivo e attraverso un lavoro spirituale regolare nella controparte spirituale elementare del cervello.

Ma la differenza cresce enormemente fra ciò che le mani compiono nel mondo e ciò che si deve compiere con quella parte elementare che sta alla base delle mani allo stesso modo spirituale come il cervello eterico sta alla base del cervello fisico. E non occorre sviluppare molto sulla via verso l’iniziazione riguardo a ciò che corrisponde al cervello, poiché non è un organo particolarmente importante. Ma ciò che sta alla base delle mani è collegato — come potete trovare descritto in “Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?” — con l’attività del loto nel cuore, che però irradia i suoi raggi di forza in modo tale da costituire l’organizzazione che in modo imperfetto, al livello a cui l’uomo come uomo fisico si trova, si manifesta nelle mani e nelle loro funzioni. Quando si ascende a una tale realtà e si può formare una rappresentazione della grande differenza che esiste fra il mero uso delle mani fisiche e ciò che si acquisisce per mezzo di organi elementari molto più abili che stanno alla base delle mani, di quanto non lo siano gli organi elementari del cervello, allora ci si fa un concetto vivente di quello che è penetrare nell’iniziazione, dell’arricchimento dell’uomo. Non ci si arricchisce significativamente dal fatto di sentire: il tuo cervello vuole irradiarsi e sentire la parte eterica del cervello. Questo accade, ma non è l’esperienza propriamente determinante e significativa. L’esperienza significativa inizia dal fatto che si sentono anche altre parti estendersi e crearsi un legame con il mondo. E sebbene sia paradossale, è così che si può dire: l’organo più goffo per la ricerca spirituale è il cervello, poiché è l’organo meno sviluppabile. Al contrario, si aprono prospettive completamente diverse quando si considerano gli altri organi apparentemente subordinati.

Così avviene una completa trasformazione in ciò che l’uomo sperimenta in sé quando ascende i primi gradini verso le altezze dell’iniziazione, ed è necessario portare alla consapevolezza che si afferri questo come una trasformazione interiore della personalità umana, così come del resto il principio dello sviluppo nel mondo è, talché l’uno si trasforma nell’altro e si può — anche se forse non è del tutto corretto — chiamare il posteriore più perfetto rispetto all’anteriore.

Quando si riflette sul corso dello sviluppo, come l’uno si trasforma nell’altro, come il germe della pianta si trasforma in foglie, fiore e frutto, allora ci si può dire: anche la personalità umana trova così qualcosa di ciò che è e di ciò che può divenire, attraverso i mezzi che sono indicati in “Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?” e che costituiscono i primi inizi di quello che poi conduce anche alle regioni più elevate dell’iniziazione. È bene — e vedrete che è bene — farsi una rappresentazione vivente di come gli uomini che nel corso dei tempi devono essere guide spirituali si trasformano interiormente, come ciò che inizialmente è solo disposto nell’uomo e si mostra così imperfetto come le mani rispetto agli altri organi, si trasforma, cosa che l’uomo esteriormente non nota; ma interiormente diviene così molto più significativo un altro essere. Come nel mondo una realtà è contenuta, come è presente per chi magari è cieco e non può vedere ciò che si vede con gli occhi, cosa che emerge solo quando c’è l’occhio, così il mondo spirituale è presente intorno a noi. Ma dobbiamo portargli ciò che noi stessi possiamo portargli, affinché ci venga incontro ciò che spiritualmente è contenuto nel mondo.

Entro le diverse epoche dell’umanità, quindi, deve fluire nel corso dello sviluppo, come impulsi, quello che così può essere dato attraverso l’immergersi nei mondi spirituali. Questo stava sempre alla base di ciò che emanava dai misteri, dalle sedi di iniziazione. Ci si rappresenta correttamente il corso dello sviluppo umano quando dietro ciò che è esteriormente percepibile si immagina come vere forze motrici e individualità i grandi iniziati.

Come sia il legame fra quello che questi grandi iniziati hanno da compiere e quello che allora accade esteriormente nel mondo, questo è spesso comprensibile solo attraverso la teosofia e l’occultismo.

Per la conoscenza esteriore, puramente storica, puramente erudita, è così: si vede soltanto questo - qui si svolge la storia dell’umanità, qui si svolge lo sviluppo umano. Ma non si vedono le forze motrici che stanno dietro. Così si segue nella storia esterna come una catena di fenomeni, dove un anello si lega all’altro, ciò che esteriormente si succede. Ma che in un certo punto della catena giungano colpi da un mondo completamente diverso, giungano attraverso la via dell’iniziazione: questo è quello che — per ragioni che sono già state discusse — possiamo accogliere in noi attraverso la conoscenza teosofica. Così vediamo teosoficamente proprio l’intimità nel corso dei tempi, ciò che poi sta anche alla base di tutta la firma, di tutto il carattere dello sviluppo. Così sentiamo le religioni, la molteplicità dello sviluppo religioso, come un’emanazione degli iniziati, sentiamo come gli impulsi dalle sedi di iniziazione e misteri fluiscono nella vita generale dell’umanità.

Chi così considera lo sviluppo dell’umanità, giunge in modo del tutto naturale — e nel vero occultismo è stato sempre così — a non preferire in alcun modo una religione rispetto a un’altra. Appartiene ai primissimi requisiti dell’iniziazione spogliarsi di tutti quei pregiudizi, di tutti quei sentimenti anticipati e presagi che nell’anima umana sorgono dal fatto che essa è incarnata in un sistema religioso, in una comunità religiosa. L’auto-educazione deve vigilare accuratamente che nulla rimanga nell’anima che potrebbe favorire una religione rispetto a un’altra. Con completa imparzialità si deve stare di fronte a ciò che è il contenuto delle diverse religioni, che nel corso dello sviluppo umano attraverso l’iniziazione sono stati introdotti come impulsi nello sviluppo.

Non appena si ha una preferenza per l’una o l’altra forma, si forma subito qualcosa come una nebbia astrale attraverso cui non si può avere una libera visione.

Chi ancora dal naturale affetto della vita ordinaria ha un pregiudiziale favore di una religione nell’anima, certamente non potrà comprendere le altre religioni, poiché sentirà in sé, anche se non ne sa nulla, il predominio di una parte dei contenuti dell’iniziazione e non giungerà a una conoscenza imparziale dell’altra parte. Così per un’osservazione occulta è affatto naturale stare di fronte, in modo imparziale, a tutte le diverse emanazioni e impulsi delle iniziazioni. Così poco come colui che guarda una pianta e dà preferenza al fiore rispetto alla radice può formarsi un giudizio obiettivo sulla struttura intera della pianta, così poco colui che non può considerare le religioni con completa imparzialità può acquistare un giudizio corretto. Parleremo nei prossimi discorsi proprio dei requisiti che l’anima umana deve porsi quando compie i primi passi verso l’iniziazione.

Per il momento volevo evocare un sentimento di come l’iniziazione stia in relazione con la vita e soprattutto di come le diverse sedi di iniziazione e i diversi impulsi di iniziazione stiano in relazione al continuo sviluppo dell’umanità, specialmente nell’epoca postatlantica.

Ora, una ricerca occulta, mentre attraversa questo corso dello sviluppo umano, sperimenta qualcosa di straordinariamente singolare, cosa che si comprenderà e valuterà correttamente solo se tali parole sulla parità di significato delle religioni siano comprese onestamente e sinceramente. Quando tali parole sono diventate un fatto ovvio, allora si sperimenta qualcosa di molto singolare, cosa che nel corso di questi discorsi dovrà divenirci sempre più e più chiara. Si rivolga lo sguardo agli iniziati che nel corso dei tempi illuminano l’umanità.

L’uomo che innanzitutto sta nel mondo sensoriale può, guardando gli iniziati, se essi sono tramandati come figure storiche, dire a se stesso: queste sono le grandi figure della storia mondiale.

Dove era importante, la storia ha badato a far sì che se ne sapesse il meno possibile di queste figure.

Ora può apparire di nuovo paradossale quando si dice: è straordinariamente bene che l’umanità sappia così poco per esempio di Omero, poiché così la fioritura esterna dell’erudizione non può deformare così l’immagine di Omero come può accadere con altre personalità. Con Goethe questo accadrà una volta, quando sarà — cosa che si può davvero desiderare — una personalità così sconosciuta quanto è ora Omero. L’anima umana può guardare nel mondo esteriore a queste figure e vede allora ciò che esse hanno compiuto nel mondo esteriore. Allora l’uomo stesso può fare i primi passi verso l’iniziazione e procedere in modo tale da rivolgere lo sguardo alle grandi figure dell’iniziazione — a un Buddha o a uno Zarathustra — ricordandosi ciò che Buddha o Zarathustra era stato per lui nel mondo sensoriale, quale impressione ne aveva ricevuto di queste individualità dell’umanità, e può allora domandarsi, quando nel cammino verso l’iniziazione della luce dello spirito è penetrata in lui: come mi appare ora il Buddha, come mi appare ora Zarathustra? — Allora può dire a se stesso: adesso riconosco più del Buddha, di Zarathustra; so qualcosa che non avrei potuto sapere quando stavo nel mondo sensoriale. — Allora l’uomo può svilupparsi ulteriormente, e arriva allora al grado in cui comprenderà ancora meglio ciò che queste figure sono come esseri spirituali. Un Buddha, uno Zarathustra si riconoscerà sempre di più e di più, quanto più ci si immerge nella luce dello spirito, finché allora giunge un certo limite dove questo si arresta. È una manifestazione misteriosa, ma per il momento non è necessario entrare in essa. Basta dire: quando si va verso i mondi superiori, questo può arrestarsi. Così è nei confronti di tutti gli iniziati che ci si presentano nello sviluppo mondiale. Facilmente lo spirito che non è ancora molto avanzato nella conoscenza può ingannarsi su questi rapporti; questo non conta molto.

Poiché può accadere che qualche individualità umana che nel passato come chiaroveggente stava molto in alto, si sia poi incarnata di nuovo e sembri scesa dalla sua precedente altezza spirituale.

La vera realtà è solo che entro lo sviluppo dell’umanità ci sono cose da compiere per cui coloro che erano già iniziati vennero incarnati come non-iniziati, per compiere azioni per cui erano necessari secondo le circostanze dei tempi, così che l’iniziazione, che si nasconde per una o più incarnazioni, doveva agire in un certo modo di lavoro. Allora su tali individualità, come ci si presentano qui o là nel loro corso di vita esteriore, per fare la loro strada, possono facilmente sorgere illusioni e ci si può formare concetti del tutto sbagliati. Queste però dovranno essere gradualmente corrette nel corso del progresso. Perciò rimane giusto che la posizione dell’uomo nei confronti degli iniziati sia generalmente tale che li conosce sempre di più e di più, quanto più ascende lui stesso i gradini che gli rendono accessibile la luce dello spirito. Solo troviamo una manifestazione curiosa nella successione delle epoche dell’umanità. Quel che vi ho appena detto sulla comparsa a volte fuorviante dei ripresentarsi degli iniziati, così che si potrebbe credere che siano scesi dalla loro altezza, per questo potrei portare esempi, e probabilmente rimarreste straordinariamente stupiti se vi dicessi in qual modo per esempio Dante si era reincarnato nel diciannovesimo secolo. Ma qui non ho il compito di discutere ulteriormente ciò che per me stesso è un risultato di ricerca e che per me stesso è fermo, bensì di portare in modo convincente le cose che tutti conoscono coloro che sono versati nell’occultismo, di mettere in secondo piano tutto il resto e di non portare nulla eccetto ciò che è universalmente riconosciuto dove è veramente l’occultismo. Un’altra manifestazione curiosa ci si presenta però, che si può meglio così esprimere: ci si presenta un’individualità nei confronti della quale non ha senso parlare di come sia stata iniziata come gli altri iniziati, che attraverso di essa il principio dell’iniziazione ci sta oggettivamente davanti nel mondo, che c’è, ma che sarebbe privo di senso parlare di come questa individualità sia stata iniziata sulla terra come gli altri iniziati nel corso dello sviluppo umano. Ho toccato spesso il fatto.

Appartiene un certo grado di malinteso al rappresentarsi il fatto come proveniente da un pregiudizio specificamente cristiano. Veramente non da un pregiudizio cristiano, ma perché deve essere detto come un risultato della ricerca occulta obiettiva, deve essere detto. Quest’unica individualità, che non è stata iniziata come gli altri iniziati, ma nei confronti della quale sarebbe completamente senza senso parlare di come sia passata attraverso l’iniziazione come gli altri iniziati, questa individualità è proprio il Cristo Gesù! E tanto poco — questo sia qui ancora una volta come prima sottolineato — come colui che dice che la bilancia dovrebbe essere appesa in due punti invece di uno, quando appartiene all’essenza della bilancia che il giogo della bilancia si gira attorno a un punto, comprende una bilancia, tanto poco è un meccanico colui che sostenesse che la bilancia dovrebbe essere appesa in due o più punti, cosa che nessun meccanico competente potrebbe dire, altrettanto poco è uno specialista di occultismo colui che volesse sostenere che al nostro sviluppo terrestre non appartiene solo un punto di appoggio, un hipomochlion, un fattore fisso. Dissi che questo è un risultato di ricerca occulta obiettiva che ognuno può riconoscere, indipendentemente dal fatto che sia buddhista o maomettano.

Chi ha fatto certi passi nello sviluppo occulto, conosce gli iniziati, in quanto sono grandi personalità o hanno compiuto azioni; li conosce nei mondi spirituali, quando sale certi gradini verso l’iniziazione, e li conosce ancora di più quando sale ancora più in alto. Supponiamo per esempio che qualcuno nella sua vita terrestre non abbia avuto occasione di conoscere il Buddha; pensiamo che non si fosse occupato di lui. Conosco persone che erano profondamente penetrate nell’intera vita occidentale, ma non avevano la minima idea del Buddha; di loro si può dire che non si erano occupate del Buddha entro il mondo fisico, entro il loro corpo mortale.

O pensiamo a persone che nella loro esistenza terrestre non si fossero occupate delle grandezze della religione cinese, e pensiamo che queste persone abbiano attraverso l’iniziazione entrato i mondi soprasensibili, o — di alcune lo so — che li abbiano attraversati dopo la morte fisica: allora possono imparare a conoscere, perché gli si incontrano, il Buddha, il Mosè, lo Zarathustra come esseri spirituali e possono procurarsi una conoscenza, un sapere di loro.

Per loro non è un ostacolo, se vogliono procurarsi una conoscenza di queste personalità, che sulla terra non ne avessero avuto l’occasione. È diverso per il Cristo, e vi prego di accogliere questo come un puro fatto occulto. Si supponga che qualcuno qui sulla terra non si sia creato alcun legame in qualche incarnazione che già ha vissuto con l’essenza del Cristo. Allora questo gli è un ostacolo, quando percepisce in un mondo non-fisico, a trovare il Cristo nei mondi superiori; allora il Cristo non può manifestarsi a lui nella forma pura! Appartiene alla conoscenza, alla contemplazione dell’essenza del Cristo nei mondi superiori, che ci si sia preparati sulla terra! Questo è il diverso rapporto occulto dell’uomo al Cristo e agli altri iniziati. L’evento del Cristo è tale che uno specifico nella sua fase più importante appartiene proprio allo sviluppo terrestre fisico, che irradiò nel divenire terrestre fisico e per esso forma il punto di equilibrio.

Si potrebbe dire: supponiamo che la terra non fosse considerata da quegli esseri che viviamo come anime umane. Sarebbe accaduto qualcosa nel decorso del mondo, che le anime umane avessero detto: non consideriamo la terra; perché dovremmo incarnarci laggiù? — Naturalmente è una realtà impossibile, ma supponiamo che fosse così. — Quelle anime umane allora, in quanto ciò che appartiene alla terra è spirituale, potrebbero anche sperimentarlo nei mondi spirituali, e ciò che come alti grandi principi agiva negli iniziati sarebbe contemplabile nei mondi superiori.

Volesse ora un’anima così nei mondi superiori rivolgere la domanda — diciamo al decorso del mondo: voglio imparare a conoscere esattamente da tutti gli esseri che sono nei mondi superiori, quello che riguarda la sua missione mondiale vera e il suo compito vero, proprio quello che il Cristo è — allora dovrebbe una tale anima umana ricevere la risposta: se vuoi imparare a conoscere questo unico essere, quello che il Cristo è per noi, allora devi incarnarti sulla terra, allora devi partecipare in qualche modo al Mistero del Golgota, per acquisire una relazione all’essenza del Cristo!

Poiché il mistero del Cristo dovette svolgersi secondo le leggi mondiali sulla terra. La terra è il luogo dove si dovette svolgere secondo le leggi mondiali il Mistero del Golgota e dove ci si deve costruire la vera base per la comprensione dell’essenza del Cristo. E ciò che ci si acquisisce sulla terra per la comprensione del Cristo è la preparazione — e proprio in una misura assai diversa da qualunque altra cosa per cui la terra è preparazione — per tutta la contemplazione e la conoscenza di questo essere nei mondi superiori. Perciò era così, che in realtà la presentazione del principio di iniziazione presso l’essenza del Cristo si mostrava in un modo completamente diverso rispetto agli altri iniziati. Questi ultimi sperimentavano un mondo soprasensibile talvolta nella forma più profonda, davano gli impulsi che ne venivano nel corso dello sviluppo umano; ma quando sperimentavano, stavano dentro nei mondi superiori, uscivano dal loro corpo fisico. Anche se presso alti iniziati non occorre molto per uscire dal corpo fisico, se anche solo un piccolo passo è necessario per uscire dal corpo fisico e subito giungere in una pienezza di fatti spirituali, rimane vero che è necessario questo salto dal corpo fisico ai corpi superiori.

Nel Cristo Gesù abbiamo il fenomeno particolare che lui secondo il principio di iniziazione, secondo quello che altrimenti si richiede nella presentazione dell’iniziazione, consapevolmente — quello che chiamiamo così consapevolmente nel senso umano — fondamentalmente nei tre anni interi in cui ha vissuto sulla terra, non si è allontanato nel senso dell’iniziazione dal corpo fisico, ma è rimasto sempre dentro.

E quello che ha vissuto e dato al mondo durante questi tre anni, l’ha dato attraverso il corpo fisico. Attraverso i corpi soprasensibili gli altri iniziati hanno dato all’umanità quello che avevano da dare. Nel Cristo abbiamo l’unica individualità che tutto quello che ha fatto, quello che ha parlato, ciò che da lei è emanato nello sviluppo dell’umanità, l’ha dato attraverso il corpo fisico e non attraverso la via dei corpi superiori.

Alla coscienza popolare questo si rappresenta così, che per il sentimento si giudica: nel Cristo abbiamo qualcosa davanti a noi, che la coscienza più primitiva può comprendere, quello che qualcuno ha attraverso un corpo, attraverso il quale parliamo quando siamo nella vita quotidiana. Attraverso questa intima unione, questa unione fraterna con l’individualità del Cristo e questa possibilità di comprendere l’individualità del Cristo senza istruzione, dal sentimento umano più primitivo e originario! Quindi la necessità di salire a una comprensione superiore, quando si vogliono comprendere gli altri iniziati. Perciò è vero, quello che ho spesso sottolineato negli ultimi dieci anni: nel Cristo abbiamo un iniziato che la coscienza più primitiva può comprendere, sebbene colui che sale a una comprensione superiore allora lo comprenda ancora meglio. Quello che poteva essere unito a un corpo umano, quello era nei massimi gradi in Cristo Gesù spiritualizzante il corpo umano stesso e agiva in un corpo umano attraverso il Cristo Gesù. Invece presso gli altri iniziati era così, che mentre avevano da dare il loro spirituale, non potevano agire completamente nel corpo fisico, ma dovevano sempre fare uno strappo fuori e allora potevano proclamare quello che era rimasto loro dal mondo soprasensibile; mentre era sempre così nel Cristo che doveva vivere tutto attraverso il corpo fisico nel mondo fisico.

Tali cose bisogna considerare quando si vuole entrare nelle vere relazioni.

Tutto il resto è un parlare attorno, come se si parlasse del fatto che il Cristo sta più in alto o gli altri iniziati stanno più in alto. Attraverso questa gerarchia, su cui assolutamente non dipende nulla, non si comprende nulla. Su questo dipende invece, che si getti uno sguardo nelle relazioni delle essenze. Ognuno secondo il suo gusto può chiamare più alto l’uno o l’altro fondatore di religione. Questo non nuocerà molto, poiché a tali debolezze gli uomini sono sempre soggetti. Ma su questo dipende, sapere dove consiste la vera, la reale differenza fra il modo in cui il Cristo e il modo in cui gli altri iniziati stanno nel mondo.

Allora si può lasciar dire tranquillamente agli uomini: io ritengo un’individualità più alta dell’altra, secondo il modo come hanno agito.

Se però si comprende la differenza caratterizzata, allora si comprende anche la differenza negli impulsi che attraverso gli iniziati sono venuti nel mondo.

3°La trasformazione della rappresentazione sensibile in idee soprasensibili: legge naturale e ordine morale

Monaco, 27 Agosto 1912

Se vogliamo parlare dell’Iniziazione e del suo significato per la vita umana complessiva e per lo sviluppo dell’uomo, dobbiamo cercare di penetrare nell’essenza di ciò di cui effettivamente si tratta, partendo da quei concetti e rappresentazioni che sono necessari per caratterizzare in giusta maniera i mondi soprasensibili.

È comprensibile che l’anima umana, a ogni stadio del suo sviluppo, nutra la più profonda nostalgia di sapere come appare in quei mondi a cui si attribuisce, con maggiore o minore fondamento, il carattere dell’eternità. Per questo deve apparire comprensibile che le anime umane aspirino a penetrare in questi mondi superiori senza molta preparazione, anzitutto con le rappresentazioni e i concetti che si hanno nell’esistenza sensibile. Lo dico esplicitamente: ciò è comprensibile. E in una certa misura vi si può corrispondere laddove si tratta della soddisfazione della nostalgia di eternità in questo o quel credo religioso. Quando però si tratta di penetrare veramente in senso teosofico nella fonte originaria di tutto lo spirituale, e in particolare nella fonte originaria della stessa vita dell’anima, allora bisogna — gradatamente almeno — familiarizzarsi con la necessità di trasformare in un certo modo le proprie rappresentazioni e i propri concetti, prima di formularsi idee giuste dei mondi superiori e soprasensibili. Poiché questo — come vedremo nei prossimi insegnamenti — è necessario in particolare per caratterizzare il vero fenomeno del Cristo, mi sia consentito di parlare oggi di questa necessaria trasformazione e rielaborazione della vita rappresentativa umana, quando l’uomo vuole elevarsi a idee dei mondi soprasensibili.

Bisogna innanzitutto riconoscere che nei mondi soprasensibili tutto è diverso dall’esistenza sensibile, poiché non esiste in alcun luogo dell’universo una semplice ripetizione di un’esistenza mondiale.

Se dunque tutto è diverso, perché mai dovrebbe assolutamente supporsi che le rappresentazioni e i concetti umani valgano per i mondi superiori nella medesima misura in cui valgono per l’esistenza sensibile?

Semplicemente non è così. Chi compie veramente il progresso pratico nei mondi che l’Iniziazione apre — cioè chi ha esperienze nell’esperienza soprasensibile — sa, come tra poco ascolteremo, che non soltanto molte altre cose deve trasformare in se stesso, potrei dire subito: lasciar indietro presso il Guardiano della Soglia, ma anche molte delle sue abitudini, rappresentazioni, concetti e idee deve deporre là, prima di poter penetrare nei mondi superiori soprasensibili.

Anzitutto vogliamo partire da certe rappresentazioni che effettivamente devono governarci nell’esistenza sensibile. Un paio di concetti, potrei dire, due sistemi concettuali sono qui particolarmente decisivi. Per la nostra esistenza sensibile essi stanno affiancati, procedono l’uno accanto all’altro. L’uno è tutto ciò che ci rappresentiamo riguardo al mondo naturale, alle leggi naturali, alle forze naturali. Accanto a tutto ciò che ci formiamo come rappresentazioni al riguardo, esiste per la nostra ordinaria vita nell’esistenza sensibile quello che chiamiamo l’ordine morale del mondo, la somma delle nostre rappresentazioni, concetti e idee morali. Con una giusta auto-consapevolezza l’uomo ben presto giungerà al punto di riconoscere che per l’esistenza sensibile egli deve tenere ben separati questi due sistemi concettuali — l’ordine naturale e l’ordine morale. Quando spieghiamo una pianta — supponiamo di avere davanti una pianta velenosa — la spieghiamo dalle forze naturali, dalle leggi naturali. E, direi, non roviniamo la spiegazione della pianta ritenendola moralmente responsabile del fatto che sia una pianta velenosa. Riteniamo che appartenga al pensiero sano, nell’ambito dell’esistenza sensibile, nelle spiegazioni dell’essere naturale, l’emanciparsi anzitutto da ciò che chiamiamo concetti e idee morali.

Sappiamo che dobbiamo ancora esercitare questa specie di emancipazione quando vogliamo giungere a rappresentazioni imparziali, obiettive del regno animale.

Non avrebbe senso — così sentiamo e percepiamo — rendere responsabile il leone della sua crudeltà nello stesso modo in cui rendiamo responsabile un uomo della sua crudeltà. E se molti odierni cultori delle scienze naturali già nel regno animale scoprono qualcosa come concetti morali, direi più per gusto che per vera necessità, ciò può essere in un certo senso giustificato. Ma si può comunque soltanto parlare di un’eco di rappresentazioni morali in quello che gli animali fanno, in quello che accade nel regno animale. La spiegazione naturale richiede, se la dobbiamo sviluppare puramente, un’emancipazione dalle rappresentazioni e dai concetti morali quando vogliamo mantenerci immediatamente nell’esistenza sensibile. Poi però entra maestosamente nella nostra vita, potrei dire, con pretese incondizionate, assolute — così parlerà un’auto-osservazione imparziale e un auto-esame — l’ordine morale del mondo. E si sa che le rappresentazioni morali sono ciò che decide il valore dell’uomo; anzi, non soltanto il valore dell’uomo nella convivenza umana, ma decisivo è il fatto che si può dire: anche colui che deve accusarsi di immoralità, se potesse esservi illuminato in un momento particolare per riflettere su se stesso, determina il proprio valore di essere umano secondo le rappresentazioni morali che brillano nella sua consapevolezza. Questo deve sempre di nuovo essere sottolineato: che si distinguono propriamente questi due sistemi rappresentativi l’uno dall’altro.

Ciò diviene completamente diverso nel momento in cui si varcano i mondi superiori, in cui si giunge a percepire, osservare, vivere e sperimentare al di fuori del proprio corpo fisico, penetrando così nei mondi superiori soprasensibili. Anzitutto, quando si giunge veramente a un’osservazione consapevole, si osserva con quel corpo di cui ieri ho fatto qualche accenno: con il corpo eterico o elementare.

Poi si considera il mondo — o piuttosto un secondo mondo soprasensibile — con il proprio corpo astrale.

E quanto più si risale nei mondi superiori, tanto più le rappresentazioni, i concetti che ci siamo conquistati, che abbiamo acquisito nel mondo fisico ordinario, perdono il loro significato. Devono trasformarsi, affinché possiamo designare e comprendere in giusta maniera ciò che ci si presenta nei mondi superiori soprasensibili. Nel mondo ordinario dell’esistenza sensibile abbiamo soltanto una cosa che ci può ricordare un fatto fondamentale che ogni uomo chiaroveggente conosce: si parla in figure, in simboli, sicché le parole suonano di nuovo in consonanza con ciò che soltanto nella sua realtà, nella sua effettività, viene sperimentato nei mondi superiori. Quando qualcuno usa la parola che l’avarizia o l’invidia o l’odio «bruciano», in tale parola è contenuto veramente qualcosa che si annovera fra gli innumerevoli meravigliosi misteri della creazione linguistica, dove illumina la coscienza umana primitiva, elementare, ciò che nella sua effettività è presente soltanto nei mondi superiori. Poiché ciascuno sa che quando parla di odio ardente non intende un ardore come quello dell’ardere naturale di un fuoco laggiù nel mondo naturale; sa che per così dire parla in senso traslato, e che non l’aiuterebbe spiegare i fenomeni della natura dicendo che chiama in aiuto rappresentazioni morali. Non appena si parla di processi dei mondi superiori, non si parla nel medesimo senso simbolicamente, o in un’eco, quando si usano tali espressioni. — Posso ben ricordare che nel dramma «Il Guardiano della Soglia» è usato due volte l’espressione che certi processi dell’anima, sensazioni, desideri «bruciano» nei mondi superiori. Con ciò non si intende qualcosa come una figura, ma qualcosa di interamente reale, effettivo, reale spiritualmente. Lucifero per esempio non direbbe mai nello stesso senso di come un uomo nell’esistenza sensibile potrebbe dire che odio lo brucia, ma Lucifero lo direbbe in senso verace, completamente reale.

Ciò che infatti si potrebbe paragonare nei mondi soprasensibili all’ordine naturale, ai processi naturali del mondo sensibile, sta in questi mondi soprasensibili in una connessione molto più intima con quello che per questi mondi si può di nuovo chiamare mondi morali, di quanto questi due ordini rappresentativi stanno l’uno rispetto all’altro nel mondo sensibile.

Possiamo formarci subito un concetto di queste due rappresentazioni quando andiamo al corpo eterico dell’uomo.

Finché rimaniamo al corpo fisico, possiamo dire: una mano può alzarsi per compiere un’azione morale. La vediamo con i nostri occhi sensibili, l’esaminiamo con la scienza appartenente al mondo sensibile per spiegarne le funzioni. Questa spiegazione della mano all’interno dell’esistenza sensibile non si differenzierà essenzialmente, che si tratti di una mano che si protende per un’azione morale o per un’azione immorale. Per quanto la mano sia formata, per quanto possa essere spiegata nell’esistenza sensibile: in ciò che noi apportiamo per la spiegazione della mano, non dobbiamo mescolare il fatto che questa mano abitualmente si protende per azioni morali o immorali. La cosa sta diversamente con il corpo eterico dell’uomo. Questo corpo eterico, per esempio un certo suo membro, appare alla consapevolezza chiaroveggente incompiutamente formato. E quando ci chiediamo: perché in un caso corrispondente ciò accade presso un organo del corpo eterico; quando cerchiamo le vere cause, ci appare come fondamento di una tale formazione incompleta, per esempio, una certa imperfezione morale, una certa carenza morale, un’incompiutezza morale dell’uomo. Nel corpo eterico si esprime di fatto la qualità morale dell’uomo già in una certa misura. Ancor più chiaramente, ancor più intensamente si esprime nel corpo astrale. Mentre quindi faremmo un torto a un uomo supponendo che una certa mutilazione fosse l’espressione di qualcosa di morale in lui, è completamente così per ciò che appartiene al mondo morale: se pensiamo che vi corrisponda l’ordine naturale, i processi naturali e le cause morali, accade che nei mondi superiori le qualità morali sono anche vere cause naturali e si esprimono nelle forme, nei processi di questi mondi soprasensibili.

Affinché non sorga malinteso, desidero ancora esplicitamente osservare che la formazione degli organismi superiori dell’uomo, dei corpi superiori, se così si può dire, del corpo eterico e del corpo astrale, nella loro perfezione o imperfezione non ha bisogno di avere nulla a che fare con la formazione perfetta o imperfetta del corpo fisico.

L’uomo può avere, già dalla nascita, un certo organo fisico malformato, e l’organo eterico corrispondente non soltanto può essere affatto normalmente formato, ma potrebbe persino in circostanze particolari esser formato in modo più completo, più perfezionato, se l’organo fisico corrispondente è atrofizzato o malformato. Ciò che dunque non sarebbe assolutamente applicabile all’esistenza sensibile — che le qualità morali trovino il loro fedele rispecchiamento nelle forme del corpo fisico — è completamente il caso per ciò che appartiene già all’uomo nei mondi soprasensibili.

Così vediamo che ciò che nell’esistenza sensibile procede affiancato — l’ordine naturale e l’ordine morale — è intessuto nei mondi soprasensibili, sicché, quando parliamo di un membro del corpo eterico, possiamo ben dire: questa o quella forma è causata dall’odio. L’odio si esprime diversamente in quel membro del corpo eterico rispetto all’amore. Ha completamente senso usare una tale parola per i mondi soprasensibili; non ha senso quando si vuol restare a una semplice spiegazione naturale nell’esistenza sensibile. Caratteristicamente ci si presenta questa necessità della trasformazione concettuale per i mondi superiori in modo particolare in quello che si considera nell’ordinaria esistenza sensibile, nella vita ordinaria, come desideri, come desideri, come emozioni. Come si manifestano nell’esistenza sensibile i desideri, i desideri, le emozioni? Si manifestano così che li vediamo per così dire emergere dall’interno dell’essere umano.

Quando troviamo eccitata in un uomo una particolare brama, da ciò riconosciamo come il suo interno è disposto, come questo interno da se stesso produce questa brama, e come soprattutto l’interno dell’anima è determinante per la natura dei desideri che questo uomo ha.

Poiché sappiamo benissimo che, per esempio, di fronte a un pezzo di vitello un uomo sviluppa desideri completamente diversi da un altro; ciò non dipende dal vitello, ma da quello che l’uomo ha all’interno nel mondo sensibile. Di fronte a una Madonna di Raffaello un uomo può restare completamente freddo, mentre un altro vive un intero mondo di sentimenti. Possiamo quindi dire: all’interno dell’uomo si accende il suo mondo di desideri.

Ciò diviene diverso quando si entrano i mondi sovrasensibili. Ciò che per questi mondi si può chiamare desideri, brami, emozioni — sarebbe solo un vuoto chiacchiericcio dire che non se ne possa parlare in questi mondi, poiché desideri, braми e così via sono presenti là — diviene nella stragrande maggioranza dei casi sempre causato dall’esterno, da ciò che veramente il l’essere vede, ciò che esso osserva. Per questo al chiaroveggente nei mondi sovrasensibili è molto meno naturale questo guardar dentro all’interno dell’essere che gli sta davanti, per osservare i suoi desideri, le sue braми e così via, bensì egli osserverà l’ambiente di questo essere nel mondo sovrasensibile. Se dunque vede: qui c’è un essere nel mondo sovrasensibile, e esso ha desideri, braми, emozioni — allora non guarda come qui nel mondo fisico verso l’essere stesso, bensì guarda l’ambiente; esamina: quali altri esseri si trovano lì nell’ambiente di questo essere? E vedrà sempre che, secondo quali esseri si trovano in quello spazio, saranno anche le brame, i desideri, le emozioni dell’essere che si trova lì. Sempre dall’esterno sono provocati i desideri, le braми, le emozioni. Come accade ciò, può esservi particolarmente evidente in un caso.

Supponiamo che un uomo entri nei mondi soprasensibili, sia che attraversi i primi gradi dell’Iniziazione e così penetri nei mondi superiori, sia che varchi la porta della morte e in tal modo entri nei mondi superiori.

Il chiaroveggente l’osserva ora nei mondi sovrasensibili.

Supponiamo che questo uomo avesse portato dal mondo sensibile, perché appartiene alle sue proprietà, una certa imperfezione, qualcosa che non sa fare, o un’imperfezione morale, o qualcosa che ha commesso nel mondo fisico e che è ora un ricordo tormentante nei mondi soprasensibili. Per cercarlo, non è tanto importante per il chiaroveggente guardare dentro all’interno dell’anima di questo uomo, bensì osservare l’ambiente. Perché? Perché un tale contenuto dell’anima, una tale proprietà nell’anima, che si è portata come imperfezione, come difetto morale, produce qualcosa di reale, di effettivo. Questo guida l’uomo, lo conduce, lo porta in un certo luogo del mondo soprasensibile. In quale luogo? In quel luogo dove c’è un essere che nel suo stato perfetto ha quello che si ha, quando vi si arriva, in stato imperfetto. Questo difetto morale, questa consapevolezza di una capacità insufficiente produce dunque qualcosa di reale, guida su un cammino, colloca davanti a un essere che ha in modo completo quello che si ha imperfettamente, il che è appunto determinante. E ora si è costretti, davanti a questo essere, a osservarlo continuamente. Attraverso processi reali — non attraverso ciò che nel mondo sensibile si chiama desideri — si entra nei mondi soprasensibili in prossimità di entità che hanno tutto ciò che non si ha, che continuamente mostrano ciò che fa difetto. Se dunque il chiaroveggente guarda verso lì, quali esseri ci sono nell’ambiente di un uomo, sa dall’osservazione oggettiva ciò che manca all’uomo, di cui è carente. Ciò che si è costretti a osservare continuamente, in prossimità di cui si viene collocati, sta, si può dire, come un continuo rimprovero. E questo rimprovero, che dunque sta al di fuori, produce che nell’essere sorga ciò che si potrebbe designare nei mondi soprasensibili come un desiderio, come il desiderio di divenire diverso, e che produce l’attività, la forza di veramente lavorare su se stessi in modo tale che si depone l’imperfezione, il difetto.

Non dite che allora i mondi soprasensibili dovrebbero mostrare per tutto ciò che abbiamo di difettoso l’essere perfetto.

Questo mondo soprasensibile è veramente così ricco da poter contrapporre a tutti i nostri difetti gli esseri perfetti, è molto più ricco di quanto ci si possa rappresentare dal mondo sensibile. Ah, questo mondo è tale da poter collocare l’uomo davanti a qualche essere che possiede in perfezione ciò che egli ha in imperfezione. Ciò dà un’idea di come i desideri, le brame siano forze reali, che producono i nostri cammini nei mondi soprasensibili, non come se stessimo con qualcosa di oggettivo nei nostri desideri e vi restassimo fissi, bensì secondo come siamo, siamo condotti per il nostro cammino e collocati dove ciò che non abbiamo appare come qualcosa di reale o come un vero rimprovero. Si potrebbe molto facilmente dire: se così è, l’uomo nei mondi soprasensibili sarebbe completamente non libero, poiché allora starebbe di fronte al mondo esterno e dovrebbe lavorare su se stesso come il mondo esterno produce. Ma quando si osserva nei mondi soprasensibili, emerge: un essere sente il rimprovero e comincia a lavorare, sicché lavora verso la perfezione; un altro essere invece lo lascia stare, resiste a imitare ciò che gli è mostrato come rimprovero. Ma questo resistere produce nei mondi soprasensibili qualcosa di completamente diverso rispetto al mondo sensibile. Quando un essere resiste a compiere veramente questo seguito, viene di nuovo respinto e spinto in mondi completamente diversi, che gli sono estranei, in cui non sa orientarsi, dove mancano le condizioni vitali; vale a dire, un tale essere condanna se stesso a una sorta di processo di distruzione in se stesso. Si può del tutto scegliere fra il produttivo, il promettente che gli viene mostrato, e comportarsi di conseguenza, oppure ci si può inoculare con forze distruttive quando vi si resiste. Si ha libertà. Ma l’interazione reciproca del morale e di ciò che accade nello spazio soprasensibile si verifica assolutamente.

Un altro esempio di questo genere è che i nostri concetti di bello e di brutto, che con pieno diritto abbiamo per il mondo sensibile, propriamente non possono più essere applicati non appena risaliamo ai mondi soprasensibili, e ciò per diversi motivi.

Quando percepiamo nei mondi soprasensibili, scorgiamo anzitutto una distinzione significativa rispetto agli esseri che vi ci incontrano.

Di un essere si può — grazie alla conoscenza intuitiva che vi si può avere — dire: questo essere che tu qui contempli è capace, ha la volontà di manifestare realmente anche esteriormente nella sua apparenza esterna tutto ciò che ha in sé. Supponiamo che un tale essere abbia un corpo di luce eterico, appartenga agli esseri che non si incarnano nel mondo sensibile, ma assumono un corpo di luce soltanto nei mondi superiori o simili. Questo corpo di luce può essere l’espressione di ciò che è nel suo interno. Non è come un uomo nel mondo sensibile che ci sta davanti in una forma determinata e che può celare dentro di sé i sentimenti, le sensazioni più varie e così via, sicché può dire: i miei sentimenti sono per me; ciò che si mostra all’esterno è la mia forma naturale; posso ben celare ciò che si mostra nella mia anima. Non è così per certi esseri del mondo soprasensibile, mostrano nella loro forma l’espressione più immediata di quello che portano in se stessi. Negli ingredienti giace palesemente ciò che sono internamente. Ci sono altri esseri che non possono fare questo, non riescono a rendere manifesto, a rivelare il loro vero interno direttamente nella loro apparenza soprasensibile esterna. Di fronte a questi esseri la consapevolezza chiaroveggente ha la sensazione di qualcosa di ripugnante, di qualcosa da cui vuol allontanarsi, di qualcosa che stringe, che persino può essere piuttosto sgradevole. Così si possono distinguere due tipi di entità: quelle che sono piene di volontà di portare a manifestazione il loro interno — se posso usare l’espressione — di viverlo, e quegli esseri di fronte ai quali si ha la sensazione: ciò che portano a manifestazione è assai mutilato, poiché ciò che sta in loro è celato, non esce fuori.

Nel sensibile dell’uomo non si può dire nello stesso grado, se uno può celare qualcosa e se l’altro tutto subito gli si accalca sulle labbra: si differenziano naturalmente.

Si differenziano nella loro fisionomia, ma non naturalmente. Per i mondi soprasensibili sono due classi radicalmente diverse di entità: quelle che rivelano tutto ciò che hanno nel loro interno, e di fronte a esse quelle che non possono rivelarlo. Se vogliamo usare la designazione bello e brutto circa con l’espressione che abbiamo nel mondo sensibile, allora dobbiamo usarla per queste due classi di entità. Si riesce a orientarsi nei mondi soprasensibili soltanto in quanto si possono chiamare belli gli esseri che tutto rivelano, poiché di fronte a essi si prova la sensazione come di fronte a un’immagine bella. E come brutto si sentono gli esseri che non rivelano l’interno nell’esterno. Bello e brutto dipende, se posso usare l’espressione, dalla base naturale di questi esseri. Quale conseguenza ha questo?

Quando la consapevolezza chiaroveggente entra in un mondo dove deve provare questa sensazione di fronte a bello e brutto, allora deve veramente cambiare molto nella sua intera modalità di sensazione. È del tutto naturale per il chiaroveggente dire: un essere che tutto rivela di quello che ha dentro sia bello. Ma immediatamente se ne affaccia l’altra rappresentazione: affinché sia bello, deve essere sincero, onesto! È bello perché non cela niente, perché porta nel volto ciò che ha in sé. Vero e bello è la stessa cosa quando si entra nei mondi soprasensibili. E un essere che non rivela il suo interno è brutto; lo si avverte immediatamente nella consapevolezza chiaroveggente. Ma si prova ancora qualcosa di più: ti inganna, non mostra quello che dovrebbe mostrare! Il brutto è insieme il bugiardo! Il vero, il sincero e l’onesto è insieme il bello, e il brutto è il bugiardo.

E ci si arriva nei mondi soprasensibili a ciò che la separazione dei concetti di vero e bello da un lato e brutto e bugiardo dall’altro perde ogni significato.

Così, di fronte a un essere, deve usarsi l’espressione bello quando si ha la sensazione: qui c’è qualcosa di sincero verso di me; e quando si ha la sensazione opposta, deve chiamarsi brutto.

Da ciò si vede come i concetti morali e quelli estetici contraggono un legame quando si risale ai mondi superiori. È questa la caratteristica propria del risalire ai mondi soprasensibili, che i concetti si riuniscono, che rispetto a ciò che nel mondo fisico sensibile deve essere designato separatamente, nascono fusioni, combinazioni. Per questo bisogna acquisirsi altri modi di sensazione quando si usano designazioni del mondo sensibile per entità soprasensibili. Si è quasi sempre costretti a rappresentarsi queste cose ancora più semplicemente e ancora più vicine alla consapevolezza sensibile di quanto non possa corrispondere a una rappresentazione completamente giusta, poiché le cose si complicano molto. Quando ho poco fa esposto come i concetti di vero, sincero e bello da un lato e di brutto e bugiardo dall’altro si intrecciano, allora dobbiamo aggiungere ancora qualcosa di più.

Quando si penetra nei mondi soprasensibili, si può trovare un essere che secondo tutti i concetti acquisiti nel mondo sensibile deve essere designato come bello, forse come magnifico: bello, raggiante, magnifico. Ora lo si ha davanti a sé. Ma non è prova che sia anche un essere buono quando così ci si presenta; può essere interamente malvagio e presentarsi nella più nobile forma angelica. Poiché secondo il concetto di bello che ci si è formato nel mondo sensibile, si chiama bello un tale essere nella contemplazione soprasensibile. Come non chiamarlo tale! Se lo si trovasse rappresentato nel mondo sensibile, con pieno diritto lo si chiamerebbe bello. Un tale essere può essere il più brutto che c’è; tuttavia può essere designato come bello quando si resta alle designazioni del mondo sensibile.

Può essere interamente un essere malvagio, può conservare la malvagità e la cattiveria e la falsità che ti inganna, può essere un diavolo in forma angelica.

Ciò è completamente possibile nei mondi soprasensibili. Ora può attraverso svariati modi, di cui parleremo ancora, rivelarsi che si arriva gradatamente al fondo della cosa, quando ci si oppone a essa con consapevolezza chiaroveggente. Si ha quindi davanti a sé una forma angelica e ci si può dire, se si è arrivati al punto di poter restare pensanti nell’osservazione soprasensibile: che tu ora veda un angelo o una qualche forma magnifica, per questo non devi lasciarti ingannare; tutto ciò è possibile, può essere un angelo, ma può anche essere un diavolo. Ora si può cominciare a fare quello che così spesso bisogna fare quando si risale ai mondi superiori: un appropriato auto-esame. Ci si può consigliare con se stessi e indagare quanto egoismo di sé, quanto egoismo si ha in sé. Allora l’anima si permea di svariate amarezze, allora penetra nell’anima svariate amaritudini. Ma questa amarezza, questo tormento può appunto portare al fatto che ci si purifichi di nuovo per poco tempo, che ci si purifichi dal proprio egoismo. E se per ciò si arriva al giudizio di quanto poco propriamente si è liberi dall’egoismo e che bisogna aspirare a diventar liberi, allora l’intero processo che si svolge nell’interno dell’anima si illumina. Se si è arrivati così lontano che quando si pone tale auto-osservazione non ci sfugge quello che si osserva — poiché questo accadrà di regola ai primi passi — allora, in circostanze, l’angelo comincia a non essere affatto un angelo, ma a prendere forme assai brutte, e si può gradatamente riconoscere il fatto che ci si dice: l’essere al quale ti sei opposto come a qualcosa di cattivo, gli hai dato la possibilità di manifestare la sua cattiveria, in quanto ti ha presentato per primo una forma completamente diversa; ma l’hai forzato a mostrarti la sua vera forma, in quanto ti sei permeato di sentimenti più puri.

Così un processo dell’anima nel mondo soprasensibile ha una forza costrittiva, un carattere forzante; così si rende possibile agli esseri di ingannarti, oppure li si costringe a mostrarti la loro vera forma.

Come si entra nel mondo soprasensibile, con quali qualità, così esso si presenta a te. Ciò che si chiama la fonte degli inganni, con questo bisogna procedere ancora del tutto diversamente da come solitamente si procede. Qualcuno può entrare nei mondi soprasensibili e descrivere tutto ciò che è magnifico. Se gli si dice che s’è ingannato, ciò non sarebbe vero; poiché l’ha visto. Ma non ha visto quello che avrebbe visto se avesse fatto quello che or ora ho descritto. Se l’avesse fatto così, avrebbe insieme visto la verità. Poiché da un diavolo è bello quando si presenta come diavolo, mentre è brutto quando presenta una forma angelica. Non si può proprio altrimenti che acquisirsi tali concetti. Così, anzitutto, quando si entra nei mondi soprasensibili, bisogna disabituarsi a designare le cose con le rappresentazioni ottenute nel mondo sensibile. Se si conservassero quelle ottenute nel mondo sensibile, prima si direbbe alla forma che così ti si presenta: è un bell’angelo —, e poi: è un brutto diavolo! — Così non può esprimerlo la consapevolezza chiaroveggente quando si vuol caratterizzare giustamente, bensì al diavolo brutto si deve dire: è un bel diavolo —, nonostante secondo i concetti sensibili sia radicalmente brutto. Ma a questo non si arriva semplicemente capovolgendo tutti i concetti ottenuti dal mondo sensibile. Sarebbe una via comoda. Allora qualcuno potrebbe descrivere il piano devachanico in modo che per tutto quello che nel mondo sensibile è brutto, pone bello, per bello pone brutto, per verde rosso, per nero bianco e così via. Ma non si può farla così, bensì i concetti devono esser acquisiti nell’esperienza dei mondi soprasensibili. Ce li si acquisisce così come le intuizioni che il bambino che cresce si acquisisce del mondo sensibile, non attraverso teorie, ma attraverso esperienza, e allora lo trova completamente naturale non chiamare brutto un diavolo che si presenta come diavolo, quando si è consapevoli di parlare il linguaggio dei mondi soprasensibili.

Ma si deve acquisirsi una tale modalità di sensazione quando si vuol veramente orientarsi nei mondi soprasensibili, quando vi si vuol essere in casa e circolare.

Per questo potete facilmente immaginarvi cosa si intende quando per semplicità si dice: da un lato sta il mondo sensibile, dall’altro ci sono i mondi soprasensibili; da lì si esce dal mondo sensibile attraverso la corrispondente soglia nel mondo soprasensibile. Se si entra con tutto quello che si è acquisito nel mondo sensibile, si applica quello che si è acquisito come rappresentazioni, concetti, idee dal mondo sensibile, allora tutto è inesatto; allora si parla soltanto di assurdità. Bisogna imparare di nuovo radicalmente alla soglia e veramente non teoricamente, ma vivacemente. Non si può proprio usare quello che nel mondo sensibile ci si è acquisito come rappresentazioni, bisogna lasciarlo. Vedete che bisogna lasciar molto, con cui si è assai intimamente legati nel mondo del sensibile, ed ora voglio descrivervi la cosa in modo concretamente intuitivo, non partendo da teorie.

Supponiamo che qualcuno, dopo aver acquisito la capacità di varcare la soglia così designata, giunga dal mondo sensibile nel mondo soprasensibile. Alla soglia si chieda: cosa devo ora lasciare se voglio sapermi muovere nel mondo soprasensibile? Devo lasciare — così può dirsi con buon auto-esame — propriamente tutto quello che ho esperito, imparato e acquisito in migliaia di incarnazioni dal principio della terra fino a ora. Questo devo qui deporre, poiché entro un mondo in cui quello che si può imparare all’interno delle incarnazioni non ha più senso. È facile, direi, pronunciare una cosa simile; è facile ascoltare una cosa simile; è facile coglierla in astrazioni concettuali. Ma è un intero mondo interiore il vivere, il sentire, l’esperire: deporre tutto laggiù come vesti, quello che in tutte quelle incarnazioni nel mondo sensibile ci si è acquisito, per entrare in un mondo entro il quale tutto ciò non ha più senso.

Se si ha viva questa sensazione, allora si ha anche un’esperienza viva — propriamente niente che abbia legame con qualche teoria — come l’ha quando nel mondo reale si sta davanti a un vero uomo che si conosce, non conoscendolo in quanto egli a te parla, si comporta verso di te, non conoscendolo in quanto da lui ci si costruiscono concetti, bensì in quanto con te vive.

Così alla soglia tra mondo sensibile ed essenza spirituale non si sta davanti a un sistema concettuale, bensì a una realtà, che agisce soltanto come soprasensibile ma che è tanto concreta, tanto viva come un uomo: questo è il Guardiano della Soglia. Egli è là come un essere concreto, reale. E conoscendolo, lo si conosce anche come un essere che in una certa misura ha partecipato della vita dal principio della terra, ma non ha partecipato a quello che si è esperito come essere animale. Questo è l’essere che nel dramma iniziatico «Il Guardiano della Soglia» dovrebbe esser drammatizzato con le parole: Ti è noto, tu che questa soglia del regno Custodire devi da che il tempo fu, Quale qualità in chi qui entrar vuol sia, A questo tempo, a questa specie appartiene.

Questo «a questo tempo, a questa specie» è qualcosa che deriva dalla natura della cosa stessa.

Tempi diversi e specie diversa hanno gli uomini — tempi diversi e specie diversa hanno gli esseri che in una certa misura si sono separati dai sentieri dell’umanità dal principio della terra. Allora entriamo in contatto con un essere, di fronte al quale ci si dice: ho un essere davanti a me che sperimenta e vive molte cose nel mondo; ma non si occupa di quello che si può esperire di amore, di dolore e pena, ma anche di errori e immoralità sulla terra; non sa nulla e non vuol sapere nulla di quello che s’è svolto nella natura fondamentale umana fino ad ora. La tradizione cristiana esprime questo fatto dicendo: di fronte al mistero del divenire umano velavano questi esseri il loro volto.

Un intero mondo è espresso nella differenza fra questi esseri e gli esseri umani.

E ora emerge una sensazione che si ha immediatamente, che si presenta così come quando di fronte a un uomo che ha capelli biondi la sensazione immediata è: questi ha capelli biondi.

Così emerge la sensazione: in quanto sei passato attraverso le culture terrestri, ti sei necessariamente acquisito imperfezioni, ma devi tornare indietro allo stato originario, devi sulla terra ritrovare il cammino di nuovo, e questo essere può mostrartelo, perché i tuoi errori non li ha assunti. Ora si sta di fronte a un essere come di fronte a un vero rimprovero, grande e grandioso, come uno stimolo a quello che non sei. Questo te lo mostra questo essere nel modo più vivace, e allora ci si può sentir interamente riempiti di fronte all’essere dal sapere di quello che si è o non si è. Allora si sta di fronte al rimprovero vivente. In quella classe degli Arcangeli, degli Arcangeli come diciamo, appartiene questo essere. È un vero incontro, e provoca che d’improvviso ti appaia davanti come uomo terrestre nel mondo sensibile ciò che sei divenuto. È auto-conoscenza nello stesso senso verace, amplissimo. Se stessi si guarda come si è, e se stessi si guarda come si deve ora diventare! L’uomo non è sempre adatto a tale contemplazione. Oggi ho parlato soltanto del mondo delle rappresentazioni e dei concetti che devono esser deposti.

Molte altre cose devono parimenti esser deposte. Quando si arriva fino al Guardiano della Soglia, propriamente si deve deporre tutto quello che di sé si sa. Bisogna allora avere ancora solo qualcosa, per portarla attraverso. Su ciò si gioca tutto! Che alla soglia tutto debba restar indietro produce un’esperienza interiore a cui bisogna esser all’altezza, e la preparazione fino a questo grado di chiaroveggenza deve consistere e consiste nella giusta formazione — nella giusta formazione non si può parlare di pericoli, poiché proprio una giusta formazione elimina i pericoli — nel fatto che si impari a sopportare quello che altrimenti sarebbe orribile, terrificante.

Al sopportare si deve arrivare attraverso la preparazione, poiché quella è la forza fondamentale per ogni ulteriore esperienza.

Nella vita ordinaria l’uomo non è capace di sopportare tutto quello che bisogna sopportare quando si sta di fronte al Guardiano della Soglia. Poiché il Guardiano della Soglia è costretto a qualcosa di sommamente straordinario che deve essere giudicato dal punto di vista del mondo soprasensibile se non vuol esser frainteso. L’uomo è sempre tale che in lui si svolgono attività del mondo soprasensibile; egli semplicemente non ne sa nulla. Mentre pensiamo, sentiamo, vogliamo, sempre corre parallelamente un’attività del corpo astrale e una connessione col mondo astrale. Ma l’uomo non sa nulla di questo, perché se sapesse quello che è nei suoi stessi corpi, non potrebbe sopportare e ne sarebbe stordito. Per questo, quando l’uomo gli si oppone senza preparazione sufficiente, questo essere deve nascondergli tutto questo e nascondere se stesso; deve tirar un velo sul mondo soprasensibile. Deve farlo a protezione dell’uomo che, stando nel mondo sensibile, non potrebbe sopportare la vista del mondo soprasensibile. Allora vediamo proprio come un concetto che nel mondo sensibile possiamo giudicare soltanto moralmente, è l’ordine naturale più immediato. La protezione dell’uomo dalla vista del mondo soprasensibile è la funzione del Guardiano della Soglia, il mantenimento dell’uomo nello stato in cui si trova, prima che egli si sia preparato adeguatamente ai mondi soprasensibili.

Così abbiamo tentato di riunire alcune rappresentazioni che ci possono condurre a un concetto del Guardiano della Soglia. Tali rappresentazioni, tali concetti e idee, esperienze e vissuti ho tentato di raccogliere in un piccolo libro che nei prossimi giorni vi sarà ancora presentato qui e che per voi, insieme agli insegnamenti stessi, può essere un aiuto importante.

Si articolerà in una serie di otto meditazioni e si presenterà così che il lettore, quando attraversa queste meditazioni, ne avrà per la sua vita dell’anima qualcosa.

Alcune delle rappresentazioni che ci possono condurre al Guardiano della Soglia ho tentato oggi di caratterizzare. Partendo da questo cercheremo, passando dal Guardiano della Soglia, di caratterizzare alcuni sguardi e prospettive, per poter allora comprendere ancora più profondamente l’essenza del Cristo e l’Iniziazione del Cristo

4°L'ascesa nei mondi spirituali e le esperienze tra morte e nuova nascita

Monaco, 28 Agosto 1912

Per affrontare i compiti di questo breve ciclo di conferenze abbiamo bisogno di concetti come quelli che abbiamo acquisito ieri, e di altri ancora che dobbiamo possedere se vogliamo caratterizzare ciò che due giorni fa è stato indicato nella conferenza programmatica.

Troverete che ovunque nella letteratura e altrove si parli di iniziazione, viene toccato in qualche modo quell’enigma che sta così vicino a tutto l’umano: l’enigma della morte.

E troverete che in tutto ciò che potrebbe dirsi relazione si fa riferimento al fatto che l’iniziando deve attraversare, a una certa fase, qualcosa in forma alquanto diversa da come è il passaggio attraverso la porta della morte. Queste relazioni si basano, per l’occultista, effettivamente sulla verità. Le esperienze che si devono attraversare nel salire nei mondi spirituali si toccano infatti con le stesse esperienze che l’uomo deve attraversare nel passaggio naturale dalla vita nel corpo sensoriale a quella forma di vita del tutto diversa che si svolge in un involucro completamente differente fra la morte e una nuova nascita. Se si vuole veramente avvicinarsi a ciò di cui qui si tratta, si deve anzitutto chiedere: come si conosce dunque l’uomo nella vita ordinaria? Forse non è particolarmente interessante porre una domanda così astratta, ma per la comprensione del processo iniziatico è necessario affrontarla: come si conosce dunque l’anima?

Ciò che l’anima è durante il sonno non lo sa l’anima stessa, perché il sonno trascorre o in incoscienza, oppure vi si intrecciano sogni che devono essere interpretati dall’occultismo se si vuole comprenderli correttamente. Alla domanda: che cosa è per se stesso l’uomo, che cosa è la sua anima nell’esistenza sensoriale ordinaria? — viene dunque in considerazione soltanto la vita diurna.

Sappiamo che vi sono anzitutto quelle porte che chiamiamo organi sensoriali, attraverso le quali il mondo dei colori e della luce, il mondo dei suoni, il mondo dei profumi, il calore e il freddo e così via affluiscono nella nostra anima; e quello che nella vita sensoriale chiamiamo il nostro mondo è sostanzialmente solo una sintesi di tutto ciò che affluisce appunto attraverso le porte dei nostri sensi.

Abbiamo poi lo strumento del nostro intelletto, dei nostri sentimenti, della nostra volontà; con questi elaboriamo ciò che nel mondo esteriore ci si presenta. Nella nostra anima sorgono desideri, brame, aspirazioni, soddisfazioni, insoddisfazioni, beatitudini, delusioni e così via; e se vogliamo considerare effettivamente l’intera estensione di ciò che l’uomo sa di se stesso, è tutto questo. Se per la vita ordinaria si vuol riconoscere che cosa sia il mondo interiore, non si può sostanzialmente addurre nient’altro che la somma di ciò che è stato caratterizzato. L’uomo inoltre può considerarsi anche dall’esterno. Può considerare il suo corpo. Egli diviene consapevole, attraverso innumerevoli fatti che non necessitano di essere esposti qui, che deve considerare il suo corpo come suo strumento per la vita conscia diurna durante la vita fra la nascita e la morte. Vi si intrecciano brame che abbiamo già toccato; vi si intreccia il desiderio di sapere che cosa l’uomo sia effettivamente entro i confini della nascita e della morte, il desiderio di venir fuori da quello che si potrebbe chiamare l’oscurità della vita. Ma al di là di questo l’uomo, inizialmente, non ha nulla; inizialmente non ha, nella vita sensoriale ordinaria, esperienze che varchino questo limite. Le sue esperienze sono tali che gli impulsi che sorgono e decadono, i desideri, le sensazioni sensoriali, le rappresentazioni, le combinazioni intellettuali e così via, riempiono la vita conscia diurna.

Colleghiamo ora a ciò quello che nel concludere la conferenza di ieri ci si è presentato.

Abbiamo fatto notare come l’uomo, quando viene al confine fra l’esistenza sensoriale e quella spirituale, debba trasformare le sue rappresentazioni, come debba abbandonare le sue idee su ciò che è brutto e bello, vero e falso, bene e male, poiché questi concetti acquistano un significato del tutto diverso e un valore che procede in direzioni completamente diverse quando si entra nei mondi spirituali.

Da ciò possiamo già farci un’idea di come dobbiamo trasformarci se vogliamo entrare nei mondi spirituali. Ora, dopo aver osservato come l’uomo sa di se stesso nella vita conscia diurna fra la nascita e la morte, possiamo, in relazione a quanto detto ieri, domandarci: che cosa può l’uomo portarsi dietro di tutto ciò che sa di se stesso oltre il confine dove sta il Custode della Soglia? Che cosa può portarsi dietro di tutto quello che ha sperimentato e provato negli impulsi, nei desideri e nelle passioni dell’esistenza sensoriale, dei suoi sentimenti e rappresentazioni, dei concetti intellettuali e dei giudizi che forma, oltre il confine dove sta il Custode della Soglia? — Ebbene, è uno dei primi insegnamenti dell’iniziazione il fatto che l’uomo sperimenta: di tutto ciò che si può nominare, di ciò che egli stesso è, non può portarsi dietro assolutamente nulla! E non è detto in modo esagerato o paradossale, ma è letteralmente vero quando si dice: di tutto ciò di cui propriamente si può parlare nell’esistenza sensoriale, non si può portare assolutamente nulla nel mondo spirituale, ma si deve lasciare tutto al confine dove sta il Custode della Soglia. Ma rendetevi ora conto di questo: in tutto ciò che si sa di sé nell’esistenza sensoriale aderisce infatti qualcosa, un elemento altamente significativo, e precisamente quello che conta nei passi dell’iniziazione. Vi aderisce il fatto che si ama e si tiene caro, e inoltre non ci si può nemmeno accontentare se si applica il concetto ordinario, alquanto sgradevole, dell’egoismo. Non basta dire: l’uomo deve abbandonare il suo egoismo, allora passerà disinteressato nella regione del mondo spirituale. Questo, se si può parlare trivialmente, è facile a dirsi.

Ma questo egoismo è nelle sue articolazioni più nascoste e più sottili intimamente connesso con ciò che non solo egoisticamente riteniamo degno di valore nella vita, ma che riteniamo necessariamente degno di valore perché siamo uomini in questo mondo che dobbiamo abitare.

Siamo uomini proprio perché possiamo tenere insieme ciò che sperimentiamo e perché possiamo pensarvi in un certo modo, perché possiamo viverlo. Siamo gli uomini che siamo per tutto questo. E le cose utili che possiamo compiere nella vita sensoriale ordinaria le compiamo proprio perché stimiamo la nostra capacità di tenere insieme nella nostra personalità, nella nostra individualità, ciò che sperimentiamo. Se non avessimo questa capacità, diventeremmo pigri e fannulloni nella vita e non realizzeremmo nulla per il mondo ordinario. Sarebbe dunque superficiale dire: l’egoismo va considerato in ogni caso come qualcosa di nocivo. Poiché nelle sue articolazioni più sottili significa la forza che spinge l’uomo innanzi nel mondo in cui è incarnato. Eppure: tutto questo deve essere abbandonato, deve rimanere indietro, deve rimanere indietro per il semplice motivo che non è adatto per il mondo in cui dobbiamo entrare. Come il nostro corpo sensoriale non è adatto a un bagno di ferro a 900°C, così quello che chiamiamo il nostro io, insieme a ciò che amiamo nel mondo ordinario, non è adatto al mondo spirituale.

E lo si deve lasciare indietro per il motivo che a noi accadrebbe qualcosa di simile a ciò che accadrebbe al nostro corpo sensoriale se ci tuffassimo in un bagno di ferro a 900°C: non potremmo starvi, periremmo. Ora vi sorgerà un pensiero completamente naturale, che deve essere colto nella sua profondità e sentito: il pensiero che se ora abbandono tutto ciò che sono, di cui si possa parlare nell’esistenza sensoriale, che cosa mi rimane allora? Posso ancora andare io stesso nel mondo spirituale se devo prima abbandonare me stesso? — È il fatto che l’uomo non può portarsi dietro nulla di ciò che sa di essere nei mondi soprasensoriali, e che tutto ciò che può portarsi dietro in questi mondi è qualcosa di cui non sa nulla nel mondo ordinario.

Sono gli elementi di essere nascosti, giacenti nei fondamenti segreti dell’anima, che stanno nell’uomo e di cui non sa nulla.

E devono essere così forti che l’uomo da ciò di cui non sa nulla porti nei mondi spirituali il necessario, quando deve lasciare fuori tutto ciò di cui sa. Per afferrare veramente il pensiero, o meglio il sentimento, collegare ciò che è stato appena detto con il pensiero ordinario della morte. È naturale per la vita sensoriale ordinaria che l’uomo ami tutto ciò che sa di se stesso. E poiché non sa nulla di più di se stesso, ha insieme al desiderio di immortalità il desiderio di conservare ciò che ama nell’esistenza sensoriale. Perciò il brivido può diventare così grande e può subentrare la paura dinanzi al mondo spirituale, perché il pensiero deve sorgere: tu entri in un vuoto indeterminato, non sai se potrai conservarti lì dentro, perché quello che tu sai va perso!

Ora appartiene all’iniziazione il fatto che quello che giace nei fondamenti segreti nascosti dell’anima come elementi di essere viene già durante la vita sensoriale tirato su e portato alla coscienza. Ciò avviene in parte attraverso i mezzi che sono descritti in “Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?”, nella misura in cui dal fondo dell’anima esperienze vengono sollevate alla coscienza, che emergono come una vita dell’anima addensata, rafforzata. E questa vita dell’anima addensata e rafforzata, di cui altrimenti non si sa nulla, può passare nel mondo spirituale. Perciò ci si prepara attraverso meditazioni, concentrazioni, attraverso quello che in “Il Custode della Soglia” viene chiamato il “comportamento dell’anima ricco di pensiero”, a portarsi dietro qualcosa nel mondo spirituale, a poter essere là.

Che cosa accade dunque a ciò che si è abbandonato? Questo è ora straordinariamente importante. Anzitutto, se si descrive in forma figurativa e concreta, si potrebbe effettivamente dire: quello di cui si può parlare nell’esistenza sensoriale, di cui si sa, lo si abbandona al confine presso il Custode della Soglia, come se ci si togliesse i vestiti e senza vestiti si andasse oltre per tutto ciò che è psichico nel mondo spirituale.

Figurativamente è completamente giusto così.

Ma l’iniziazione rende necessario che non solo questo accada, bensì che accada ancora qualcosa di diverso: che si abbandoni sì il proprio io e tutto ciò che vi appartiene, ma che tuttavia se ne porti qualcosa dietro, altrimenti infatti si perderebbe ogni collegamento con l’essere di cui fino a prima si era saputo solamente. Quindi si deve tuttavia portarsi dietro qualcosa! Siamo qui di fronte a una contraddizione, che è invero molto facile da risolvere: che dobbiamo lasciare tutto indietro e tuttavia del lasciato indietro qualcosa dobbiamo portarci. Lo comprenderete facilmente se lo paragono a un fenomeno della vita ordinaria, a ciò che è per l’anima quando attraversa questo processo. Nella vita esiste anche un processo simile, al quale possiamo paragonare questo altro, benché sia molto più carico di sentimento, molto più veemente. È il processo quando ci ricordiamo di qualcosa che abbiamo sperimentato nella vita. Quello che avete sperimentato ieri l’avete lasciato indietro, ma l’avete portato con voi nel ricordo. È importante prepararsi attraverso le meditazioni, concentrazioni precedenti e così via, affinché quando si varchi la soglia nel mondo spirituale, si abbia la forza di tenere ferma in una memoria soprasensoriale quello che si è lasciato indietro. Se non ci si è preparati nella maniera appropriata, non si ha questa forza per ricordarsene. Allora si è per la propria coscienza un nulla, perché non si sa nulla di se stesso. È il fatto che attraverso la memoria soprasensoriale, quando si sta nel mondo spirituale, ci si ricorda di quello che si è lasciato indietro. Altrimenti non si può portare dietro nient’altro che questi ricordi, e il farli propri conserva ciò che si potrebbe chiamare la continuità, il mantenimento dell’io. Anche nella vita ordinaria ci sfugge il collegamento della coscienza e con esso l’io vero proprio, quando dobbiamo semplicemente cancellare dalla coscienza cose di cui dovremmo ricordarci — diciamo molte cose nella nostra vita — e le abbiamo patologicamente dimenticate.

Dalla continuità del ricordo dipende molto nella vita ordinaria.

Dalla memoria nella vita soprasensoriale — conservare il ricordo della vita ordinaria — dipende tutto ciò che rende possibili i primi passi dell’iniziazione.

Questo ricordo è appunto possibile, e subentra attraverso l’iniziazione, e da esso potete di nuovo tessere il filo sino all’enigma della morte. Quando l’uomo passa attraverso la morte, non ha certo le stesse forze che acquista attraverso l’iniziazione, ma in certo modo acquista forze quando abbandona il suo corpo, giacché altri esseri del mondo soprasensoriale lo aiutano. Egli acquisisce la possibilità di conservare il ricordo di ciò che ha dimenticato abbandonando il suo corpo. E ora avete nella realtà la possibilità di rispondere alla domanda: che cosa rimane delle mie esperienze dell’anima quando son passato attraverso la porta della morte, come vive l’anima oltre? Questa è la domanda più importante. E avete dalla esperienza degli iniziati la risposta: l’anima vive oltre, perché nei profondi, nascosti fondamenti dell’anima stanno forze che possono tenere fermi nella memoria ciò che è stato sperimentato. Essere immortali significa avere la forza di mantenere nella memoria l’essere passato, il divenire passato. Questa è la vera definizione dell’immortalità umana. Attraverso l’iniziazione si fornisce la prova, la prova per esperienza, che nell’uomo vivono forze che rendono possibile ricordare tutto ciò che l’uomo ha sperimentato nell’esistenza sensoriale e altrove, dopo l’abbandono del corpo sensoriale. Così l’uomo preserva se stesso attraverso il divenire futuro, così vive il suo essere precedente come ricordi nell’essere futuro. Sentite tutta la potenza del pensiero che sorge dall’iniziazione e che poté essere espresso in queste parole: l’essere umano è di tale natura che attraverso le forze della memoria soprasensoriale porta il suo proprio essere attraverso i tempi futuri. Se sentite questo pensiero, sentitelo nella vacuità dello spazio cosmico in modo che vi rappresentiate l’anima che si porta se stessa attraverso le eternità, allora avete una definizione assai migliore di ciò che si chiama una monade di quanto qualsiasi concetto filosofico potrebbe darvi.

Perché allora sentite che cosa sia una monade, un essere in se stesso chiuso, che si porta se stesso.

Su queste cose si possono ottenere rappresentazioni soltanto dalle esperienze dell’iniziazione.

Questo è soltanto un lato di ciò che devo descrivervi. Dobbiamo considerare i primi passi dell’iniziazione ancora più precisamente, se vogliamo pervenire sentendo a ciò che può darci rappresentazioni sull’iniziazione. Supponiamo che un uomo, attraverso il comportamento della sua anima ricco di pensiero, ossia attraverso la meditazione, sia giunto al punto di poter percepire al di fuori del suo corpo fisico, che possa cioè percepire dapprima nel suo corpo elementare o eterico. La percezione viene vissuta in quel corpo che è più strettamente legato nelle sue singole parti al cervello, meno strettamente per esempio alle mani; l’immedesimazione nel corpo elementare viene sperimentata dal fatto che si ha il sentimento: tu ti dilati, diventi più ampio, scivoli fuori nelle indeterminate vastità del cosmo. — Questo è il sentimento soggettivo. Ma non è così che si scivoli via nel vuoto e nell’indeterminato, bensì lì tutto è vita concreta. Si vive dentro alle più pure concretezze, e simultaneamente si acquisiscono esperienze ben determinate in questo dilatarsi. Un sentimento in particolare può facilmente raggiungersi, e difficilmente — se non in circostanze del tutto particolari — viene risparmiato a chi affronta i primi passi dell’iniziazione: è l’esperienza della paura, dell’ansia, l’esperienza di trovarsi nello spazio cosmico e non avere alcun terreno sotto i piedi, un’oppressione nell’anima.

Queste sono le esperienze interiori che vi si attraversano. Poi però il più importante ancora. Quando nella vita ordinaria si pensa, si ha una rappresentazione, quando un pensiero ne chiama un altro, si aggiunge un pensiero all’altro, si aggiungono magari sentimenti, desideri, volontà e così via, e nella vita dell’anima sana si avrà sempre la possibilità di dire: io penso questo, io sento quello.

— Perché sarebbe già un’interruzione, un disturbo della vita dell’anima sana il non avere la possibilità di parlare così.

Nel crescere dentro il corpo elementare o eterico ci si dilata, ma simultaneamente i pensieri si dilatano. Si perde il sentimento di essere dentro di sé quando si pensa, e si ha il sentimento: tu cresci nel mondo elementare, e questo è pervaso di pensieri, e questi pensieri si pensano. Questo sorge come esperienza. È come se si fosse cancellati e come se si pensassero i pensieri, come se i sentimenti che si hanno o che hanno le cose si sentissero, come se non si potesse volere da sé, bensì come se tutto questo dentro di sé si destasse a volontà. Abbandonarsi all’oggettività, al mondo, questo è un sentimento che si prova. Ma è regolarmente così — e questa è di nuovo un’esperienza nei primi passi dell’iniziazione — che si unisce un altro sentimento. Nella misura in cui ci si dilata, in cui i pensieri si pensano da sé, i sentimenti si sentono, la coscienza diventa sempre più debole, sempre più smorzata; il sapere si assorda.

Ora esiste la necessità di introdurre qualcosa di ben determinato nell’anima quando si fanno tali esperienze. Esiste una necessità che queste cose siano comprese il più possibile esattamente dalle anime. Perciò io, se non esattamente le stesse cose, tuttavia cose simili che vanno nella stessa direzione, le ho raccolte nel libro “Un cammino all’autoconoscenza dell’uomo”, e voi, se portate i discorsi in collegamento con questo libro, ne avrete varie applicazioni. Un elemento psichico ben determinato, che si produce da sé, deve allora intervenire, simile a come l’ho descritto ieri. Occorre esercitare l’auto-consapevolezza, occorre tentare spietatamente, risolutamente di riportarsi dinanzi all’anima errori ben grossolani di cui si sa di averli, in modo che si avverta come poco in realtà si corrisponda all’ideale grande dell’umanità. Bisogna immedesimarsi in questo non-corrispondere all’ideale grande dell’umanità: in modo ben meditativo, ben ricco di pensiero proprio la debolezza morale o di altro genere della propria anima.

Se si fa questo, si diviene più forti.

E ciò che ha cominciato ad affievolirsi, che si è presentato come se volesse scomparire in una specie di debolezza dell’anima, si illumina di nuovo. Si ricomincia a vederlo. Ma si sperimenta di nuovo qualcosa di diverso in questa occasione, che può essere espresso in semplici parole, ma che nei primi passi sulla via dell’iniziazione è oppressivo e persino sconcertante. Tutte queste sono parole intese per la vita dell’anima, non per la vita del corpo, poiché chi è guidato in modo appropriato nel mondo spirituale ha ricevuto anche simile insegnamento, che non si può parlare di pericoli fisici esterni. Questo uomo, se veramente segue fedelmente i buoni consigli, può rimanere esteriormente nella vita un uomo quale era, nonostante dentro salgano e scendano ogni sorta di cose penose, dolorose, di delusioni e forse anche di sante beatitudini presagite. Ma cose simili si devono attraversare, poiché in esse stanno i germi della visione superiore, dell’intuizione superiore. Qualcosa si impara a conoscere: si impara, nel momento in cui si comincia a osservare, percepire, vivere al di fuori del corpo fisico, nel momento in cui cioè si arriva a vivere nel corpo elementare, che si cresce nel mondo elementare nella maniera descritta. Poi però, quando si fa quello che è stato appena descritto, si impara la ragione per cui questo mondo elementare sembra scomparire come in una specie di debolezza, cosa che con parola asciutta si potrebbe esprimere dicendo: questo mondo non ti ama, trova che non vi si adatti. E questo affievolirsi, questa scomparsa è semplicemente l’espressione: non ti lascia entrare. Ma nel momento in cui ci si rimprovera i propri errori, si diviene più forti, e così si illumina di nuovo quello che dapprima era scomparso. Si acquista però il sentimento distinto: c’è un mondo soprasensoriale di natura elementare attorno a te, ma tu puoi entrarvi solo fino a un certo grado.

Nella misura in cui tu stesso divieni sempre più forte moralmente, intellettualmente, ti lascia entrare; diversamente no; e lo mostra dal fatto che scompare dinanzi a te.

Questo è il lato entusiasmante, opprimente o talora anche logorante o consumatore, il — per così dire — combattere per il mondo spirituale, e la consapevolezza di quanto poco vi si sia degni. E dal momento in cui si continua vigorosamente l’auto-consapevolezza e il comportamento dell’anima ricco di pensiero, ossia la meditazione, la concentrazione, e l’impregnazione con impulsi morali, si può sempre più e più entrare in tal modo nel mondo elementare. Ma questo accedere al mondo elementare è davvero soltanto il primo gradino dell’iniziazione.

Se si vuole parlare del prossimo gradino, si deve richiamare l’attenzione su un fenomeno straordinariamente peculiare, per il quale non c’è propriamente nulla di corrispondente nell’esistenza sensoriale ordinaria. Colui in cui vive è il corpo elementare dopo che egli ha imparato a percepire elementarmente. Ma questo lo aveva già avuto prima. La differenza del corpo elementare prima e dopo l’osservazione soprasensoriale è soltanto che il corpo elementare viene per così dire risvegliato dall’iniziazione. Mentre dapprima dormiva per così dire, dopo è risvegliato. Questo è propriamente l’espressione più appropriata che si può usare. Ma si osserverà qualcosa. Se ci si è acquisita la capacità, attraverso questa o quella misura che si sia presa nella vita dell’anima, di vedere — questa o quella cosa o questo o quel determinato essere del mondo elementare — ebbene, allora si vede proprio questo essere. Supponiamo che abbiate portato i vostri preparativi tanto avanti da vedere l’essere cioè o un secondo essere. Questo primo o il secondo essere lo vedrete probabilmente di nuovo e di nuovo, se mantenete la medesima forza. Questo non è difficile. Ma non vedrete facilmente qualcosa di diverso. Se fate una pausa e poi tornate di nuovo, vedete comunque lo stesso. Insomma, non è nel mondo elementare come è nel mondo sensoriale. Se per quest’ultimo gli occhi una volta preparati vedono tutto il possibile; se gli orecchi una volta preparati sentono tutto egualmente; non è così nel mondo elementare.

Lì dovete di pezzo in pezzo, di specie in specie, preparare sempre di nuovo le parti del vostro corpo elementare.

Dovete frugare il mondo intero, dovete per ogni singolo essere sempre di nuovo ridestare il corpo eterico. Poiché si crea soltanto una relazione, un’affinità a quello che una volta si è visto, per cui una volta si è risvegliato il corpo eterico, e si devono sempre suscitare nuove relazioni. Questo non può farlo il corpo eterico da solo. Non può dominarsi, può soltanto sempre tornare allo stesso essere, oppure può aspettare fino a che non è preparato per vedere altri esseri. Un uomo che ha affrontato i primi passi sulla via dell’iniziazione e che è giunto a vedere questo o quell’essere, questo o quel processo, non può ancora orientarsi nel mondo spirituale soprasensoriale, non può perché non ha accesso a piacere agli esseri, non può libero paragonare un essere con l’altro. Se ci si vuol orientare, se non si vuol soltanto contemplare, ma dire con certezza: questo o quello è un essere, questo o quello è un processo —, lo si deve poter paragonare con altri esseri e processi nel mondo soprasensoriale. Si deve poter fare il cammino dall’uno all’altro, si deve poter orientare. Anche questo orientamento bisogna prima impararlo. Lo si impara dal fatto che attraverso meditazione continua, attraverso l’auto-purificazione morale si sentono crescere forze che si sperimentano nella loro attività come qualcosa di straordinariamente meraviglioso. E qui bisogna ritornare, se si vuol descrivere, al fatto che bensì il corpo elementare è presente per la vita ordinaria, ma è continuamente addormentato, e che lo si deve risvegliare per la percezione soprasensoriale.

Ma si devono avere nella propria anima le forze per risvegliarlo. Ciò che si fa, lo si vive in un modo del tutto particolare. Posso renderlo chiaro solo attraverso un paragone. Rappresentatevi di addormentarvi e di sapere: nel letto sta il tuo corpo, non puoi toccarlo, ma sei consapevole che sta lì!

Tu però entri in un mondo spirituale e dopo un certo tempo torni di nuovo per risvegliare questo corpo.

— Questo può accadere consapevolmente. Ma come accade all’uomo nella vita ordinaria, così accade inconsciamente. Ciò che vi ho appena descritto l’uomo lo passa; egli diviene nel riguardo della sua corporeità vegliante e addormentato, ed è lui stesso che si risveglia; ma non ha consapevolezza che è lui che risveglia il suo corpo fisico. Se si sono affrontati i primi passi dell’iniziazione, allora si ha questa consapevolezza. Quindi è effettivamente così che si sa: ecco il tuo corpo elementare. — Gli si sta di fronte in modo che si sente: questo è la parte più strettamente legata che corrisponde al cervello, questo la parte più mobile che corrisponde alle mani, questo — che può sembrare paradossale — la parte completamente mobile che corrisponde ai piedi. Di tutto questo si sa, ma dorme in uno. E quando ci si sviluppa ulteriormente e si fanno i necessari allestimenti interiori dell’anima e si arriva al mondo spirituale, è un continuo risveglio. Una volta si risveglia questo pezzo, un’altra volta un altro pezzo, una volta si accende questo movimento, un’altra volta un altro. Insomma, è un consapevole risveglio del corpo elementare, sicché si potrebbe parlare di uno stato di sonno del corpo elementare in cui si trova ordinariamente, e di uno stato di veglia in cui lo si porta attraverso l’iniziazione. Questa è la differenza riguardante il dormire e il vegliare del corpo fisico e del corpo elementare: nel corpo fisico il dormire e il vegliare sono stati che si alternano, che si succedono; nel corpo elementare non accade questo alternarsi, lì è una contemporaneità. Così qualcuno può giungere, sulla via dell’iniziazione attraverso i primi mezzi, a risvegliare molto riguardo alle parti elementari della testa, mentre tutto ciò che corrisponde alle mani o ai piedi dorme ancora nel profondo. Mentre nel corpo fisico è così che dorme una volta e una volta veglia, è nel corpo elementare così che accanto stanno le parti veglianti e le parti addormentate.

E il progresso consiste nel fare sempre più e più le parti addormentate in parti veglianti.

Questo è quello che propriamente si fa. Se l’uomo non fosse un’entità spirituale, non potrebbe accadere quello che ho addotto al paragone, non potrebbe avere il suo corpo fisico nel letto e percepire come lo risveglia. Così però lo psichico è ancora qualcosa di indipendente rispetto a tutto quello che viene risvegliato. Quello che pezzo per pezzo risveglia questo non è il corpo elementare. È qualcosa di diverso. E se afferrate il concetto: nella vostra anima c’è qualcosa che esercita un dominio attivo sul corpo elementare, in modo che lo risveglia pezzo per pezzo, allora avete una giusta rappresentazione concreta di quello che si chiama corpo astrale. E vivere nel corpo astrale, sperimentarsi nel corpo astrale, significa dapprima: sentirsi dentro a una sorta di essenza di forza interiore, che è capace di risvegliare gradualmente, pezzo per pezzo, il corpo elementare addormentato alla vita conscia.

Quindi c’è uno stato che si può così designare: si vive fuori dal corpo fisico, si vive però non soltanto nel corpo elementare, bensì nel corpo astrale. Per avere chiarezza su questo passo dell’iniziazione, è necessario che ci si appropri di una capacità di discernimento per quello che si può soltanto vivere interiormente quando si entra nel corpo elementare. Vi ho descritto quello che si vive quando si entra nel corpo elementare o eterico: ci si dilata, si scivola fuori. Questo è il sentimento concreto. Ma questo è anche il principale sentimento generale che si ha: che si esce dal corpo fisico, si diviene sempre più ampi e si versa fuori nelle vastità del mondo. L’immedesimazione nel corpo astrale e vivere in esso consapevolmente è ancora legato a qualcosa di diverso: con un saltare fuori da se stessi, e un afferrare quello che era già fuori; non un allargare quello che già è. Se si è nel corpo elementare, si sa: il corpo fisico ancora vi appartiene.

Se ci si immedesima invece nel corpo astrale, si sa: tu sei come se prima avessi vissuto dentro di te, ora sei uscito da te stesso e sei penetrato in qualcosa di altro, e adesso il tuo corpo fisico — e forse anche il corpo elementare — è qualcosa fuori di te; sei qualcosa in cui prima non stavi, e adesso il tuo corpo fisico è qualcosa che è diventato tuo oggetto, che non è più tuo soggetto; lo guardi da fuori.

Questo saltare oltre se stessi, essere il proprio osservatore e afferrare se stesso, è il passaggio all’essere nel corpo astrale.

Quando si arriva là, quando si è compiuto questo salto e si sa: questo sei tu ora, lo guardi come prima una pianta o una pietra —, allora si ha anzitutto un sentimento di cui si può dire che difficilmente rimane risparmiato a nessun iniziato nei primi stadi; è la sensazione: ora sei nel mondo soprasensoriale, ecco che esso si distende all’infinito. Non si potrebbe nemmeno dire “da tutti i lati”, poiché ha molti più lati e anche del tutto altre dimensioni del mondo ordinario. Ma si è soli dentro. Si è con la propria vita nel corpo astrale dentro — e ovunque il mondo, estensione infinita, da nessuna parte un essere, se stessi soli! E vi coglie quello che si può chiamare: il sentimento di solitudine psichicamente massimamente esaltato.

È importante che si riescano a sopportare tali sentimenti, che si possono attraversare, perché nel superare questi sentimenti sorgono le forze che portano avanti, che diventano forze di veggenza. E molto reale diviene quello che nel dramma “Il Custode della Soglia” ho tentato di comprimere in poche righe, dove Maria guida Giovanni negli infiniti campi di ghiaccio, dove l’anima umana è sola, completamente sola. E se si è dentro questa solitudine, allora si deve aspettare, aspettare pazientemente. Il poter aspettare, il fatto che ci si sia appropriati di tanta forza morale da poter aspettare, da ciò dipende molto. Perché allora sorge qualcosa che ci si può dire così: sì, ora sei dentro alle infinità completamente solo, ma dentro di te sorge qualcosa come puri ricordi, che tuttavia di nuovo non sono ricordi.

Dico “come puri ricordi, che tuttavia di nuovo non sono ricordi”, perché tutti i ricordi della vita ordinaria sono tali che ci si ricorda di qualcosa a cui si è stati una volta di fronte, che una volta si è sperimentato.

Ma rappresentatevi che steste lì col vostro intimo di anima, e sorgessero rappresentazioni che esigessero di essere riferite a qualcosa. Ma non le avete mai sperimentate. Sapete che queste rappresentazioni si riferiscono a esseri, ma non siete mai stati di fronte agli esseri. Questo sorgere interno di un mondo a voi sconosciuto, di cui però sapete: tu lo porti in te, sono pure immagini, questo è il prossimo che appartiene alle esperienze sulla via dell’iniziazione.

E poi si fa una singolare esperienza, l’esperienza che si può ottenere una relazione a quello che sorge come rappresentazione, che si può amare e odiare quello che sorge, che si può provare venerazione verso l’uno, superbia verso l’altro. Non si desta soltanto una somma di rappresentazioni interiori, ma si desta qualcosa come sentimenti e sensazioni soprasensoriali che ondeggiano su e giù. Si è completamente soli con sé, soli con il proprio mondo interiore che sorge. Si sa inizialmente di se stessi nulla se non una certa oscurità indeterminata, ma si è pieni di relazione a queste cose. Prendiamo un esempio caratteristico. Qualcosa che sorge come immagine ispira amore. Ora si è in una forte tentazione. Sorge una terribile tentazione, poiché ora si ama qualcosa che sta dentro di sé. Si è esposti alla tentazione di amare la cosa proprio perché le appartiene, e ora bisogna agire con tutta la forza affinché non si ami questo essere perché lo si ha, bensì perché è questo o quello — nonostante sia dentro di sé. Rendere disinteressato quello che è dentro dell’io, questo diventa compito. E questo è un compito grave, un compito con cui nulla di psichico nel mondo sensoriale ordinario si può paragonare. Nel senso sensoriale ordinario è del tutto impossibile che un uomo ami completamente disinteressatamente quello che è dentro di lui. Ma questo deve farlo se lì arriva. Dal fatto che si irradia l’essere con la forza dell’amore, esso irradia la forza da sé, e allora si avverte: questo vuol fuori da uno.

E si avverte più avanti: quanto più si può applicare amore da sé, tanto più riceve la forza, qualcosa che è come un involucro dentro di sé, per sfondare e spingere fuori nel mondo.

Se lo si odia, riceve altrettanta forza; allora ti tira, ti stringe e si spinge attraverso, come se i polmoni o il cuore volessero spingersi attraverso la pelle del corpo. Questo attraversa tutto in cui ci si mette in relazione attraverso amore e odio. Ma la differenza fra le due esperienze è questa: quello che si ama disinteressatamente, quello se ne va, ma si avverte che porta via uno, si fa il cammino che esso fa. Quello che si odia o nei confronti di cui si è superbi, quello sfonda l’involucro e se ne va e lascia uno solo, e si rimane nella solitudine. Questa differenza si avverte in una certa fase molto fortemente: si viene portati via oppure lasciati indietro. E se si viene portati via, allora si ha la possibilità di giungere all’essere di cui si è esperito l’immagine. Lo si conosce. E dal fatto che sorgono dentro le immagini di esseri che non si conoscono ancora, e si ottengono relazioni a loro, si esce da sé e si giunge all’intera popolazione che si conosce in un secondo mondo spirituale. Ci si immedesima in un mondo che ordinariamente viene chiamato il mondo devacianico, il vero mondo spirituale, non propriamente nel mondo astrale. Poiché è un completo non-senso che l’uomo venisse nel mondo astrale attraverso il suo corpo astrale, che ho descritto come colui che risveglia il corpo elementare, bensì si giunge nel vero mondo spirituale, in quello che nella mia “Teosofia” viene chiamato la terra dello spirito, e si sta di fronte a puri esseri spirituali.

Come si conosceranno questi esseri ancora più avanti, come si articolano, come divengono quello che è descritto come il mondo delle gerarchie superiori, che abbiamo conosciuto dagli Angeloi fino ai Serafini, di ciò parlerò ancora domani

5°Nel mondo spirituale solo esseri, non corso naturale. Sentire moralmente e intellettualmente oltre il confine

Monaco, 29 Agosto 1912

Ieri ho cercato di caratterizzare, con parole che per tali argomenti sono possibili, la differenza fra l’uscire dal corpo fisico e l’esperienza, il sentire nel corpo eterico o elementare e nel corpo astrale.

Ho sottolineato come l’esperienza proceda in questo modo: l’immergersi nel corpo elementare o eterico si presenta come una specie di confluenza nelle vastità del mondo, mantenendo consapevolezza che si effonde dal proprio centro, cioè dalla propria corporalità, verso l’illimitato da tutti i lati. L’esperienza nel corpo astrale invece si manifesta come un balzare fuori di sé e penetrare nel corpo astrale, sicché ci si sente veramente svegli al di fuori del corpo fisico, percependo tutto quello che nel corpo fisico era il nostro «sé», come qualcosa di esterno, come un’entità esteriore. Si è dentro un’altra entità. Ho già ieri accennato come il mondo davanti al quale allora ci si trova debba portare la designazione di regno spirituale, conforme all’esempio della mia «Teosofia». Si potrebbe anche dire che sia il piano mentale inferiore, poiché sarebbe scorretto credere che, quando si pervenga in modo retto e disinteressato a vivere nel corpo astrale, ci si trovi in quello che comunemente si chiama mondo astrale, intendendo con tal termine qualcosa di inferiore. Ora il contrasto fra il vivere, l’osservare e l’esperire nel sensibile e l’esperire nel corpo astrale rispetto al regno spirituale è assai profondo, enormemente profondo.

Nel sensibile siamo di fronte a sostanze, forze, cose, processi e simili. Nel sensibile siamo anche di fronte a esseri, specialmente di fronte ai nostri simili, salvo naturalmente gli esseri degli altri regni naturali.

Nel sensibile ci troviamo di fronte a queste altre entità consapevoli che in sé assorbono le sostanze e le forze del mondo del sensibile, si compenetrano con esse e vivono la vita che scorre secondo le leggi naturali e attraverso le forze naturali del mondo esteriore.

Brevemente, nel sensibile dobbiamo distinguere fra il corso della natura e gli esseri che dentro questo corso naturale si sviluppano e si compenetrano con le sue sostanze e forze. Abbiamo il corso della natura e gli esseri. Se nel corpo astrale nel mondo spirituale percepiamo, non possiamo più fare questa distinzione. Nel mondo spirituale ci troviamo di fronte solo a esseri, e questi esseri non hanno di fronte a sé quello che si potrebbe chiamare corso della natura.

Tutto è essenza di ciò che s’incontra, tutto ciò verso cui siamo condotti nel modo descritto ieri. Dovunque c’è qualcosa, c’è essenza, né si può dire come nel sensibile: qui c’è un animale e qui le sostanze esterne che esso consuma. Questa dualità non esiste, bensì ciò che è, è essenza. E su come porsi di fronte a questi esseri l’ho già detto: è principalmente il mondo delle gerarchie, che abbiamo caratterizzato altre volte da diversi punti di vista. La si conosce nella sua gradazione, dagli esseri che dapprima si conoscono come Angeloi e Archangeloi, Angeli e Arcangeli come li denominiamo nella nostra terminologia, fino agli esseri che quasi ci sfuggono, che diventano così indistinti, i Cherubini e i Serafini. Eppure è possibile trovarsi in questi mondi e stabilire una relazione con questi esseri. Quello che nel sensibile siamo, dobbiamo prima abbandonarlo nel senso delle considerazioni di ieri; ma, come vi ho detto, lo riteniamo però nel ricordo. Portiamo il ricordo di ciò che abbiamo vissuto in questi mondi, e come nel sensibile guardiamo indietro ai ricordi, così dal mondo superiore guardiamo indietro a quello che siamo nel sensibile, lo abbiamo nella rappresentazione del ricordo. Ora è bene che, quando la persona inizia ad ascendere nei mondi superiori, impari a distinguere fra un primo passo e il passo seguente. Non è bene non imparare questa distinzione.

Consiste essenzialmente nel fatto che ci si orienta meglio nei mondi superiori quando alle prime rappresentazioni del ricordo, che si portano là e che ricordano il sensibile, non si associa la rappresentazione della propria forma fisica e della sua gestalt.

È semplicemente un’esperienza che è meglio così.

E chiunque debba dare istruzioni per gli esercizi da fare per i primi passi dell’iniziazione, vigila affinché alle prime rappresentazioni del ricordo, dopo aver superato il confine, dopo aver oltrepassato il Custode della Soglia, non si aggiunga una visione della forma corporea fisica, bensì che le prime rappresentazioni del ricordo siano essenzialmente quelle che si potrebbero riassumere con la designazione: sentimento morale-intellettuale di se stessi. Anzitutto si deve sentire come ci si deve valutare moralmente, si deve sentire quali inclinazioni morali o immorali si hanno, quale sentimento della verità o superficialità si ha, sentire cioè come ci si deve valutare come essere di anima. Questo è quello che si presenta come primo sentimento. Non si presenta in modo tale da poterlo denominare al meglio con parole derivate dal sensibile, poiché l’esperienza è molto più intensa per noi che nel sensibile non accade nulla di simile quando si entra nel mondo spirituale. Dopo aver compiuto un’azione moralmente non giustificabile, tutta l’interiorità che allora si possiede si riempie, come di un’amarezza, come di qualcosa che si diffonde nel mondo nel quale ci siamo immersi, riempie questo mondo con un aroma di amarezza - non si pensi certo a un aroma sensibile, ma si percepisce avanzare un’impregnazione con un aroma di amarezza. Quello che si può moralmente giustificare è riempito di un aroma simpatico. Si potrebbe anche dire: buia e scura è la sfera nella quale si entra quando non si era d’accordo con qualcosa, luminosa e splendente è la sfera del mondo nella quale si entra quando si può essere soddisfatti di se stessi.

Così devono essere, affinché ci si possa orientare bene, le valutazioni di genere morale o intellettuale che ci vengono concesse e che come l’atmosfera dell’aria riempiono il mondo nel quale si entra.

Così è meglio quando si percepisce animicamente questo mondo, e quando, dopo essersi famigliarizzati con questo sentire spirituale - diciamo dello spazio spirituale - emerge il ricordo, che può avere interamente la forma e la gestalt di quello che è forma corporea fisica nel sensibile, sicché quasi si inserisce nella neoformata atmosfera morale. Quello che vi ho qui descritto non può però manifestarsi solo per esempio dal mezzo della vita quotidiana come un ingresso nel mondo spirituale quando la persona ha compiuto i passi corrispondenti dell’iniziazione, bensì può manifestarsi ancora diversamente. Se si manifesta in questo modo piuttosto che nell’altro dipende fondamentalmente dal karma del singolo essere umano, dipende dalla sua intera costituzione.

Non si può dire che l’una modalità sia migliore o meno buona dell’altra; entrambe possono presentarsi. La persona può sentirsi attirata dal mezzo della vita quotidiana nel mondo spirituale, oppure può verificarsi che ella acquisisca un diverso tipo di esperienza rispetto al sonno. L’usuale esperienza rispetto al sonno è che l’uomo con l’addormentarsi perde coscienza, che al risveglio ricupera la consapevolezza, e che poi nella vita quotidiana - eccetto il ricordo dei sogni - non ha ricordo della vita nel sonno; la sperimenta inconsciamente. Ora per i primi passi dell’iniziazione può manifestarsi che qualcosa di diverso si diffonda nella vita del sonno, cosicché inizialmente si verifica un diverso tipo di addormentamento. Si sperimenta un altro tipo di consapevolezza con l’ingresso nella vita del sonno. Questo persiste, interrotto più o meno da momenti incoscienti, per tempo variabile a seconda di quanto la persona è avanzata, ma poi, avvicinandosi al mattino, si spegne di nuovo. E subito dopo l’addormentamento si manifesta quello che si potrebbe chiamare ricordo del proprio comportamento morale, delle qualità dell’anima.

Questo ricordo è particolarmente forte subito dopo l’addormentamento e diminuisce sempre più man mano ci si avvicina al risveglio.

È dunque quello che come conseguenza degli esercizi per i primi passi dell’iniziazione può manifestarsi: un illuminarsi, un chiarificarsi della consapevolezza del sonno, che altrimenti è incosciente, con la consapevolezza. Allora si penetra anche nei mondi delle gerarchie superiori, ci si sente appartenenti a loro.

Ma ora questa vita interiore nel mondo dove tutto è essenza, rispetto al mondo ordinario del sensibile, deve essere caratterizzata all’incirca nel modo seguente. Nel mondo sensibile si trova per esempio un vaso di fiori di fronte all’osservatore, l’osservatore sta davanti, il vaso è fuori, al di fuori di lui; lo osserva collocandosi e guardandolo. Con un’osservazione di questo tipo non possiamo affatto paragonare l’esperienza nel mondo superiore appena caratterizzato. Vi fareste un’idea completamente errata se credeste che laggiù si cammina in giro e si osservano gli esseri similmente dall’esterno, collocandosi di fronte a loro e osservandoli come nel mondo sensibile si osserva per esempio un mazzo di fiori. Non è così. Se si vuol paragonare qualcosa nel sensibile al modo con cui ci si rapporta al mondo delle gerarchie, potrebbe essere solo quanto segue. È un paragone che ricorro, ma per mezzo di questo ci si può chiarire il concetto. Immaginate di sedere da qualche parte e vi proponete di non pensare faticosamente a questo o a quello, bensì in realtà di non pensare a nulla di particolare. Come involontario, si eleva in voi un qualche pensiero al quale non avevate pensato.

Occupa la vostra anima in tal modo che la riempie, sicché potete giungere al sentimento: non potete più distinguere questo pensiero da voi stessi, siete completamente uno con il pensiero che è sorto. Se avete il sentimento che il pensiero vive e trascina la vostra anima con sé, che è collegato con essa; e si potrebbe dire ugualmente che il pensiero è nell’anima come l’anima nel pensiero - allora nel sensibile questo è simile a come la persona si relaziona e si comporta con gli esseri delle gerarchie superiori.

Le parole «si è accanto a loro, si è fuori di loro» perdono ogni significato.

Si è con loro, come i pensieri vivono insieme con uno, ma non in modo tale da poter dire: i pensieri vivono in uno - bensì: il pensiero pensa se stesso dentro di uno. Voi vivete, e si partecipa alla vita degli esseri. Si è dentro gli esseri, si è uno con loro, sicché si è riversato tutto il proprio essere nella sfera in cui vivono gli esseri e se ne partecipa l’essere, sapendo precisamente che essi si vivono dentro. Nessuno deve credere che subito dopo i primi passi sulla via dell’iniziazione si abbia il sentimento di sperimentare tutto quello che questi esseri sperimentano.

Non ha affatto bisogno di sapere più di questo: di essere di fronte a questi esseri come si sta di fronte a una persona nel sensibile che si vede per la prima volta. La legittimità dell’espressione «gli esseri si vivono in uno» rimane valida, e tuttavia al primo incontro non ha bisogno di sapere più di quanto si sappia di una persona che s’incontra per la prima volta. In questo modo è una co-esperienza. Diventa sempre più e più intensa, e per mezzo di questo si penetra anche sempre più profondamente nell’essenza di questi esseri. Ora però a quello che così è descritto come esperienza spirituale si unisce qualcos’altro. Si unisce a ciò un certo sentimento fondamentale, che è come una specie di risultato reale di tutte le singole esperienze nell’anima.

È un sentimento fondamentale che forse posso rappresentarvi dal suo contrario. Esattamente opposto a questo sentimento fondamentale che si sperimenta, è nel mondo sensibile quello che si sperimenta quando ci si trova in qualche luogo e si guarda tutto intorno. Immaginate che qualcuno stia nel mezzo della sala e guardi tutto quello che qui c’è. Allora direbbe: qui è l’uomo, là è quell’altro uomo e così via. Questo sarebbe il suo rapporto con l’ambiente.

Questo è però l’opposto del tono fondamentale che si ha nel mondo appena caratterizzato. Lì non si può dire: io sono qui, là è questo essere, là è quello - bensì si deve dire: io sono questo essere. È infatti una vera percezione. Quello che ho detto per ogni singolo essere, si percepisce anche verso la totalità del mondo. Effettivamente si è tutto se stessi. Questo essere-dentro-l’essenza si estende su tutto l’assetto dell’anima. Questo assetto dell’anima è davvero presente quando consapevolmente si vive il tempo dall’addormentamento al risveglio. Allora non ci si può sentire altrimenti che riversi su tutto quello che si vive, dentro tutto, fino al limite estremo del mondo che ancora si può percepire. Una volta ho tentato quanto segue, e vorrei inserirlo qui come episodio, non per dirvi qualcosa di particolare, bensì per spiegarmi.

Mi ha colpito già anni fa che certi stati più o meno sovrumani appaiano nelle grandi poesie universali come in una mezza luce riflessa. Voglio dire che quando il veggente chiarisce quello che in certe esperienze sovrumane ha come tono fondamentale dell’anima e poi percorre la letteratura mondiale, trova nelle vere grandi opere poetiche qua e là stati d’animo che attraversano certi capitoli o sezioni di queste opere. Non devono necessariamente essere esperienze occulte del poeta. Ma il veggente può dirsi: se vuole rivivere consapevolmente nel mondo sensibile come in un’eco quello che ha sperimentato come tono dell’anima, può rivolgersi a queste o quelle grandi opere e vi trova qualcosa come un’ombra nella rispettiva opera. Quando il veggente con la sua esperienza legge per esempio Dante, a volte ha questo sentimento che un tale riflesso, un’ombra, che propriamente nella loro forma originaria si può solo sperimentare in modo veggente, siano presenti nella poesia. Ora allora una volta ho tentato di cercare certi stati che possono essere descritti nelle poesie, per ottenere una specie di concordanza fra esperienze nei mondi superiori e quello che come riflesso è presente nel mondo fisico.

Mi domandavo: non potrebbe essere che quel particolare tono dell’anima che pervade l’anima quando si sperimenta consapevolmente il sonno - cioè un essere nei mondi superiori, come l’ho ora descritto, ma colto nel tono - non si trovi anche nella letteratura mondiale come eco nel tono?

Direttamente però non è venuto fuori nulla. Ma con una diversa formulazione della domanda è venuto fuori qualcosa. Ci si può infatti anche domandare, perché le esperienze lo permettono: come sentirebbe un altro essere, non umano, cioè per esempio un altro essere delle gerarchie superiori, questo tono dell’anima, questo essere dentro nei mondi superiori? Oppure più precisamente: l’uomo si sente dentro in questo mondo e vede esseri delle altre gerarchie. Come nel mondo sensibile ci si può domandare: che cosa prova un altro uomo di fronte a una cosa che io provo? - così ci si può anche porre questa domanda di fronte a un essere delle gerarchie superiori e avere la possibilità di formarsi un’immagine di quello che un altro essere vive. Allora ci si può rappresentare, rispetto alla vita nei mondi superiori come sarebbe possibile con il sonno veramente consapevole, un certo tipo di esperienza superiore come non è il caso per l’uomo stesso, ma di un’esperienza che tuttavia ha partecipazione a tutta l’umanità. Si può quindi pensare a un essere che appartiene a una gerarchia superiore di quella in cui l’uomo sulla terra, ma che in modo superiore può ancora percepire tutto l’umano. Se si pone così la domanda, se cioè non si riflette sull’uomo ordinario, bensì su un uomo tipico, e ci si immagina il tono, allora si ottiene la possibilità di trovare qualcosa nella letteratura mondiale di cui ci si può formare il concetto: è diffuso un tale tono come eco, di cui propriamente si ottiene una giusta rappresentazione solo nello stato originario quando ci si immerge nel mondo ora descritto caratterizzato. Ora effettivamente non si trova nulla nella letteratura europea di cui si potrebbe dire: in essa è percepibile il tono dell’anima di quella che è diffusa su un’anima che si sente in tutto nel mondo caratterizzato.

Ma è meraviglioso come si cominci a comprendere in modo nuovo e ci si senta meravigliati ammirandosi quando si lascia agire su di sé questo tono come eco, a partire dai discorsi di Krishna nella «Bhagavad Gita».

Una luce completamente nuova si diffonde su questi versetti della Bhagavad Gita quando ci si rende conto che non sia nelle parole, bensì nel tono diffuso come eco, quello che ho appena descritto. Volevo solo come illustrazione del veggere descriverlo e così descriverlo che ora possiate prendere in mano questa opera poetica e tentare di trovare il tono diffuso in essa, e da lì acquisire il sentimento di quale sia la corrispondente esperienza del veggente quando consapevolmente dalla vita quotidiana è trasferito nei mondi corrispondenti, o quando la consapevolezza si estende sul sonno. Questo tono, questo sentimento fondamentale ha ancora qualcos’altro mescolato, si aggiunge ancora qualcos’altro. E qui non posso fare altrimenti se non tentare, attraverso le parole - le parole devono naturalmente sempre essere ricavate dal sensibile - di descrivere per quanto possibile quello che viene sperimentato.

Quello che viene sperimentato è all’incirca il seguente: si sente di essere, per quanto si sente qualcosa del mondo, riversi in questo mondo. Non si sente veramente nulla di esterno inizialmente se non in un unico punto del mondo dove si era precedentemente dentro.

Lo si sente come l’unica cosa esterna. Quello che si è commesso, quello di bene che si è fatto, lo si trova compresso in questo unico punto del mondo. Questo è esterno. Per il resto ci si sente di essere, con quello che si stesso ha creato nel mondo, riversi su tutto il mondo. Specialmente si ha il sentimento che è un assurdo vivere così questo rapporto con il mondo da applicarvi certe parole che naturalmente hanno senso nel sensibile. Così per esempio le parole «prima» e «dopo» cessano di avere significato.

Infatti con l’addormentamento non è così che si percepisce: adesso è il prima e il risveglio sarà il dopo, bensì si percepiscono certe esperienze che con l’addormentamento intervengono, che poi continuano ulteriormente.

Se però si è percorso una certa somma di esperienze, ci si trova di nuovo in una certa relazione allo stesso punto, ma non ci si troverà allo stesso punto come con l’addormentamento.

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Se si parla di prima e dopo, allora è il prima, se lo si designa graficamente, in A e il dopo in B. Si ha invece il sentimento: mi sono addormentato. Poi «sarebbe» già non corretto.

Si sono semplicemente svolte esperienze. Prima e dopo perde il senso qui. E se ora applico la parola - ma non è corretta!

dopo un certo tempo ci si trova dove si era precedentemente, allora ci si deve pensare come stando l’uno di fronte all’altro, come se si fosse usciti dal corpo, si fosse camminato in giro e si guardasse indietro a se stessi. Si sta dunque approssimativamente allo stesso punto dove si era quando si è usciti, ma ci si sta di fronte. Si è cambiata la direzione. Poi - di nuovo solo per paragone - gli eventi continuano, e procede come se si tornasse di nuovo al corpo e di nuovo si fosse dentro. Non si sperimenta un prima e un dopo, bensì non lo si può designare altrimenti che come un movimento circolare, nel quale inizio, mezzo e fine propriamente non si possono usare diversamente se non usandoli insieme. Come nel cerchio, quando è completamente disegnato, da ogni punto deve dirsi che inizia lì, e - se si è girato intorno - che finisce lì - ma da ogni punto lo si può dire - così è in questa esperienza. Non si ha il sentimento di vivere un periodo di tempo, bensì di descrivere un movimento circolare, di descrivere un ciclo - e in questa esperienza si perde completamente il sentimento del tempo che ordinariamente nel sensibile si ha. Si ha solo il sentimento: tu sei nel mondo, e il mondo ha a sua caratteristica fondamentale il ciclico, il carattere circolare.

Un essere che mai avesse messo piede sulla terra, che mai fosse stato nel sensibile, bensì sempre avesse vissuto solo in questo mondo, non verrebbe mai all’idea che il mondo una volta ha avuto un inizio e potrebbe arrivare a una fine, bensì gli si presenterebbe sempre solo un mondo circolare chiuso in se stesso.

Un tale essere non avrebbe affatto ragione di dire che aspira all’eternità, per il semplice motivo che dappertutto tutto è eterno, poiché da nessuna parte c’è qualcosa dal quale si potrebbe guardare oltre come a qualcosa di temporale verso qualcosa di eterno. Questo sentimento dell’atemporalità, del ciclico si presenta dunque al corrispondente livello del veggere o dell’esperienza consapevole della vita del sonno. Ma questo si mescola con una certa nostalgia.

La nostalgia sorge dal fatto che non si è mai in riposo in questa esperienza nel mondo superiore, ci si sente ovunque in movimento circolare dentro, ci si sente sempre mossi, non si ferma mai da nessuna parte. E la nostalgia che si ha è di poter stare fermo da qualche parte, di poter penetrare da qualche parte nella temporalità. Esattamente, direi, l’opposto di quello che si sperimenta nel sensibile. In questo ci si sente sempre nella temporalità e si ha la nostalgia dell’eternità. Nel mondo di cui ho parlato ci si sente nell’eternità e si ha l’unica nostalgia: se almeno da qualche parte il mondo stesse fermo e penetrasse da qualche parte nella temporalità! Questo è quello che si conosce come sentimento fondamentale: il movimento sempre costante nell’universo e la nostalgia della temporalità, l’esperienza nel divenire sempre costante che se stesso garantisce per sempre - e la nostalgia: ah, se almeno da qualche parte si potesse anche qualche volta perire un po’! Sì, si ha piena ragione, quando si applicano i concetti del sensibile, di trovare queste cose paradossali.

Ma non ci si deve offendere per questi paradossi, poiché significherebbe non voler entrare in merito alla descrizione reale dei mondi superiori, entrando nei quali non si deve abbandonare solo tutto il resto, bensì anche le ordinarie descrizioni del mondo sensibile se si vuol descrivere questi mondi superiori nella loro realtà.

Questo sentimento che vi ho descritto, che potete considerare come un’esperienza che si ha in se stessi e su se stessi - ed è importante che si abbia questa esperienza in se stessi e su se stessi, poiché questo appartiene ai primi passi sulla via dell’iniziazione - può manifestarsi in due modi.

Una volta questo sentimento può manifestarsi così che quello che si sperimenta lo si deve così esprimere: ho una nostalgia della caducità, dell’essere concentrato nel tempo, non voglio essere riverso nell’eternità.

Questo sentimento, lo prego di notare bene, lo si ha nel mondo spirituale, non dunque nel sensibile, bensì quando si torna nel mondo sensibile non ha bisogno di esserci, è solo nel mondo spirituale. Così si può dire: si ha nel mondo spirituale il sentimento: vorresti così veramente immergerti nella temporalità, vorresti così veramente essere concentrato nell’indipendenza in un punto dell’essere universale, e vorresti così completare che tu possa dire: ah, cosa mi importa di tutta l’eternità che si estende altrimenti nell’universo, voglio assicurarmi questo unico indipendente, lì dentro voglio essere! Immaginate questo desiderio, questo sentimento esperito nel mondo.

Non è ancora così precisamente espresso, bensì dobbiamo giungere ancora a un’altra caratteristica, dobbiamo ancora associarlo a qualcos’altro se l’espressione deve essere precisa. Se si vuol avvicinare questo sentimento all’umano sensibile, lo si caratterizza con richiami al mondo sensibile. Ma ho detto che laggiù tutto è essenza, e non si può parlarne diversamente. Ma non si è ancora completamente giusti quando si dice che tutto fosse essenza. Se nel mondo sensibile si è afferrati da un desiderio, ci si può dire: ah, potessi assicurarti questo unico punto.

Quando in realtà si parla dei mondi superiori, si deve dire: ci si sente spinti da un essere, e questo agisce in uno e produce in uno che ci si esprima così, che si vuol penetrare in questo punto.

Se si è compreso un tale desiderio - assicurarsi questo punto, essere concentrato nella temporalità - come un impulso che viene dato da un essere nel mondo - solo così può essere - allora si è compreso l’influsso dell’essere luciferico nel mondo.

Ora siamo al concetto dove si può dire: come si può parlare di stare di fronte a un essere luciferico? Quando tale influsso appare nei mondi delle gerarchie superiori: l’attrazione dall’eternità verso un’indipendente concentrazione nel mondo, allora si sperimenta il funzionamento luciferico. E quando l’hai sperimentato, allora sai come le forze che sono luciferiche possono essere descritte. Allora sono descritte come ho caratterizzato, e allora si ha per la prima volta la possibilità di parlare realmente di un contrasto che invia il suo eco anche nel nostro mondo sensibile. È il contrasto che semplicemente risulta dal fatto che ora si sa: nel sensibile è completamente naturale che si sia situati nella temporalità. Per il mondo spirituale che, parlando per immagine, sta al di sopra del mondo astrale, è completamente naturale che non si sperimenta più nulla di temporalità, bensì solo ancora eternità. E l’eco dell’esperienza devacianica, che come nostalgia sorge nella temporalità, è la nostalgia dell’eternità. L’interazione della temporalità veramente sperimentata - della temporalità veramente sperimentata nell’istante - con la nostalgia dell’eternità viene dal fatto che il nostro mondo sensibile compenetra il mondo devacianico, il mondo del regno spirituale. E come il regno spirituale stesso è dietro il nostro mondo sensibile per la percezione ordinaria sensibile nascosto, così dietro l’istante è nascosto l’eterno. E come non si può dire da nessuna parte: qui finisce il mondo sensibile e qui comincia il mondo spirituale, bensì dappertutto il mondo spirituale compenetra l’essere sensibile, così compenetra ogni istante in sua qualità l’eternità.

Non si sperimenta l’eternità quando si esce dal tempo, bensì quando nell’istante stesso si può sperimentare veggentemente l’eternità.

Essa è garantita nell’istante stesso, poiché è dentro ogni istante.

Se si prende il mondo da qualche parte, non si può dire, quando si parla dal punto di vista della consapevolezza veggente, per quanto da qualche parte nel mondo c’è un essere, questo essere sia temporale, oppure questo essere sia eterno. Per la consapevolezza spirituale l’espressione non ha senso: qui c’è un essere che è temporale - o: qui c’è un essere che è eterno - bensì qualcosa di completamente diverso ha senso. Quello che sta a base dell’esistenza - istante ed eternità - è sempre e ovunque. La domanda non può essere posta altrimenti che così: come mai l’eternità appare una volta come istante, il quale eterno una volta appare temporale, e un essere nel mondo assume la forma del temporale? Ciò non viene da nulla altro che dal fatto che il nostro sensibile, dovunque appaia, è contemporaneamente compenetrato da esseri luciferici. E per quanto l’essere luciferico gioca dentro, pertanto l’eternità è resa temporalità. Così dovete dire: un essere che da qualche parte appare nel tempo, è tanto un essere eterno quanto riesce a liberarsi dall’essere luciferico, ed è egualmente tanto un essere temporale quanto è sottomesso all’essere luciferico. Si cessa di usare le espressioni della vita ordinaria quando si inizia a caratterizzare spiritualmente. Se si applica nella vita ordinaria quello che insegnano le religioni e quello che insegna la teosofia, si direbbe: l’uomo ha il suo corpo come involucro esteriore, e ha in sé il suo essere di anima e di spirito; il corpo è caduco, l’essere di anima e di spirito è eterno e immortale. Così è detto correttamente per quanto ci si trova dentro il mondo sensibile e si vogliono caratterizzare le cose. Non è più detto correttamente quando si vuol applicare il punto di vista del mondo spirituale, bensì allora si deve dire: l’uomo è un essere alla cui intera natura devono cooperare esseri divini in progresso ed esseri luciferici.

Per quanto esseri divini in progresso sono in lui, una parte del suo essere così si stacca da tutto ciò che in esso è luciferico da poter partecipare all’eternità.

Per quanto gli esseri divini operano, l’uomo ha parte all’eterno; per quanto il mondo luciferino agisce in lui, a tutta l’umana entità si raccorda tutto quello che è connesso con la caducità e la temporalità.

Così eternità e temporalità appaiono come un’interazione di diverse entità. Nei mondi superiori, inoltre, non ha più senso parlare di tali contrasti astratti come eternità e temporalità; cessano di avere senso nei mondi superiori. Allora si deve parlare di esseri. Per questo si parla di esseri divini in progresso e di esseri luciferici.

Poiché questi nei mondi superiori sono presenti, il loro rapporto si rispecchia come il contrasto di eternità e temporalità. Ho detto che è bene quando l’uomo, nel suo ascendere nel mondo che è qui inteso, dapprima sente di più i ricordi morali e non così tanto la sua forma fisica esterna. L’uomo dovrebbe diventare veggente solo progressivamente, con gli esercizi continuati per i primi passi dell’iniziazione, così che sorga l’immagine del ricordo della forma fisica esterna. Con il sorgere di questa immagine del ricordo della propria forma fisica però è ancora unito qualcos’altro: che propriamente solo da lì in poi l’uomo, e così è bene, non solo in generale sente la sua vita di anima come ricordo, non solo in generale le sue azioni buone e cattive, le sue azioni morali e sciocche, bensì sente tutto il suo Io. Sente tutto il suo sé come ricordo nel momento in cui può guardare indietro al suo corpo come forma. Allora sente il suo essere come spezzato. Guarda a una parte che ha deposto dal Custode della Soglia, e guarda a quello che nel mondo sensibile chiama suo Io. Adesso, quando guarda indietro al suo Io, è anche riguardo al suo Io spezzato e si dice con tutta la calma: quello che una volta hai chiamato il tuo Io, te lo ricordi adesso solo; adesso vivi in un Io superiore, e questo si comporta verso il precedente Io come tu, come pensatore, ti comporti riguardo ai ricordi della vita nel mondo sensibile.

Su quello che l’uomo veramente è come uomo terrestre, sul suo uomo-Io, solo su questo livello si guarda giù.

Ma se stesso è contemporaneamente trasportato in un mondo ancora più elevato, che si può chiamare il regno spirituale superiore o, se si preferisce, il mondo mentale superiore, un po’ diverso dagli altri. Si è dentro quando si sente l’Io raddoppiato e si sente il normale Io solo ancora come ricordo. Allora si ha per la prima volta la possibilità di giudicare in modo giusto l’uomo sulla terra. Quando da lì si guarda indietro, cominci a sapere che cosa l’uomo nella sua più profonda essenza sia. Allora si ottiene anche la possibilità di acquisire un giudizio esperito sul corso della storia. Allora si articola davanti lo sviluppo umano come il procedimento delle anime come esseri-Io; spiccano dai corsi ordinari gli esseri che sono i conduttori nel procedimento dell’umanità. Allora è così come l’ho caratterizzato nel secondo discorso: si provano realmente gli impulsi che continuamente fluiscono nell’evoluzione dell’umanità attraverso gli iniziati, che devono ovunque uscire dal mondo sensibile nel mondo dello spirito, affinché possano dare i loro impulsi.

Con il punto dove si prova l’uomo come essere-Io, si prova anche per la prima volta la vera intuizione dell’uomo come tale. C’è però una sola eccezione. Riassumiamo quello che è stato detto. Quando l’uomo compie i primi passi verso l’iniziazione, può elevarsi veggentemente al mondo del regno spirituale inferiore; sperimenta le rappresentazioni dello psichico, del morale, dell’intellettuale, guarda giù su quello che accade nelle anime, anche se non si racchiudessero come esseri-Io.

Il raccoglimento degli esseri come esseri-Io lo si sperimenta nel regno spirituale superiore, e con questo tutti i frutti della vita dello spirito negli iniziati, con una sola eccezione, che è giusta e buona se può intervenire come eccezione e attraverso questo la regola generale è spezzata: dal regno spirituale inferiore si vede la completa essenza del Cristo Gesù!

Così che guardando indietro, vedendo puramente umanamente e tenendo ferme le rappresentazioni del ricordo, si ha il ricordo del Cristo Gesù, di tutti gli eventi che con lui sono accaduti, quando è adempita l’altra condizione di cui ho parlato nel secondo discorso.

La verità su tutti gli altri iniziati la si sperimenta solo nel regno spirituale superiore. Abbiamo qui una differenza di immenso significato. Quando l’uomo sale nel mondo spirituale, allora vede, guardando indietro, il terrestre, che dapprima vede psichicamente, se non ha così il ricordo che guardando indietro all’essere terrestre si ricorda degli esseri umani che camminano fisicamente in forma e figura. Deve prima esperire il punto caratterizzato più elevato. Solo il Cristo Gesù deve e può egli vedere nei primi caratterizzati passi sulla via dell’iniziazione!

E può vederlo quando sale e si sente ovunque circondato solo da psichico, che dapprima non è compenetrato da essenza-Io, però dentro come una specie di centro l’essenza del Cristo, compiendo il Mistero del Golgota, compenetrato dall’Io. Quello che vi ho ora detto non può naturalmente essere inteso come un effluvo di una delle visioni mondiali cristiane confessionali esistenti, poiché non credo che si trovi caratterizzato da nessuna parte. Ma tuttavia si trova in un certo modo, perché il cristianesimo certamente nel suo corso passato non ha raggiunto quello che deve raggiungere; si potrebbe dire il contrario del caratterizzato, ma in un modo molto peculiare, al quale si arriva solo quando si comprendono occultamente le cose precisamente. Forse alcuni di voi sapranno che tra i rappresentanti ufficiali del cristianesimo ce ne sono molti che hanno una paura terribile di tutto quello che si chiama occultismo, e considerano tutto questo come pura roba del diavolo che può solo portare rovina all’uomo.

Perché è così? Perché lo si sperimenta continuamente quando si parla con i rappresentanti di qualche sacerdozio e viene fuori l’occultismo o la teosofia, che lo respingono?

E se si dice a un tale signore: Veda, riconosca che i santi cristiani hanno sempre esperito i mondi superiori e che questo è rappresentato nelle rispettive biografie, allora si riceve la risposta: Sì, certamente è così, ma questo non deve essere cercato. Si può certamente leggere la vita dei santi, ma se non si vuole esporsi al pericolo della stregoneria, non si deve rivivere. Da dove viene ciò? Se mettete insieme quello che ho detto, lo capirete: è una specie di sentimento di paura, che si esprime in questo, un sentimento di paura piuttosto forte. La gente non sa da dove viene, ma l’occultista può saperlo. L’uomo può, come vi ho detto nel secondo discorso, avere nei mondi superiori questo ricordo del Cristo solo se l’ha afferrato rettamente qui nel mondo fisico-sensibile sulla terra. E rettamente è già nel mondo più prossimo nel quale si entra, dove ancora si ha l’umanità rimanente come rappresentazione del ricordo. È da un lato necessario che si abbia la rappresentazione del ricordo, dall’altro lato la si può avere solo se qui ci si è già compenetrati. Per questo accade che coloro che in qualche modo sono diventati familiari con l’occultismo, però non hanno compenetrato certi fatti importanti e eclatanti, lo considerano per nulla, se l’uomo nei nostri attuali tempi, quando si spinge nei mondi superiori, sia divenuto familiare con la rappresentazione del Cristo o no. Poiché credono che quello che è lassù comunque non dipenda così fortemente da quello che si esperisce quaggiù, benché lo sottolineino costantemente altrimenti. Ma proprio il modo di stare di fronte al Cristo nei mondi superiori dipende da come ci si è comportati verso di lui nel mondo fisico.

Se non si tenta di far sorgere la giusta rappresentazione di lui nel mondo fisico, allora si sale in un certo modo impreparati e non si può trovarlo, benché si dovrebbe trovare; sicché a uno, se non si è consapevoli di questa cosa di grandissimo significato ed eclatante, attraverso l’ascendere nei mondi superiori la rappresentazione del Cristo può andare completamente perduta.

Se dunque qualcuno disdegnasse di acquisire un rapporto al Cristo già entro il mondo sensibile, allora potrebbe diventare un grande occultista e non sapere nulla del Cristo attraverso le sue percezioni nei mondi superiori, poiché non lo troverebbe e non potrebbe imparare nulla da lui. I suoi concetti su di lui sarebbero sempre carenti. Questo è il significato. Non vi dico con questo qualcosa che vi dico da un’opinione soggettiva, bensì quello che è un risultato oggettivo comune di coloro che hanno fatto ricerche su ciò. Negli occultisti può essere descritto oggettivamente che è così; in colui che non sente l’esigenza di diventare occultista, bensì è solo un bravo rappresentante della sua confessione religiosa, si esprime con tutta quella inconsapevolezza che ho caratterizzato come stato di paura. E se qualcuno allora vuole intraprendere il cammino nei mondi superiori, è roba del diavolo pura; e tali persone credono che questi potrebbe magari non avere acquisito il giusto rapporto al Cristo, dunque non deve essere guidato fuori dal mondo ordinario. È dunque questa paura in una certa misura una paura fondata. Queste persone non sanno come si va al Cristo, e quando entra nei mondi superiori, il Cristo si perde. È qualcosa che si può comprendere come una specie di paura in un certo sacerdozio, al quale però in nessun modo si può venire incontro.

Chiedo che questo piccolo escursus, che è di interesse storico-culturale, poiché per mezzo di esso si comprende molto di quello che accade nella vita, sia considerato significativo e che vi ci occupiate riflessivamente nella vita. Da due diversi punti di vista vi ho così per così dire mostrato rami al Cristo e ho tentato di gettare un paio di luci sull’essenza del Cristo.

Tutto quello che ho detto può essere detto anche senza questi due rami ed è allora valido e comprensibile.

Ma è necessario porsi oggettivamente di fronte ai fatti e guardarli come fatti cosmici completamente indipendentemente dalle direzioni confessionali. Con questo abbiamo tentato di gettare una certa luce sui concetti di temporalità, caducità, istante ed eternità da un lato, mortalità e immortalità dall’altro lato. E si sono uniti i concetti di caducità e temporalità al principio luciferino. Con il principio del Cristo si uniranno per noi concetti come eternità, immortalità. Potrebbe qualcuno credere che questo sia nel minimo modo una svalutazione del principio luciferino, un rifiuto in ogni caso, indicando nel luciferino il temporale, il più caduco, il concentrarsi su un punto. Per oggi vorrei solo dire che non si ha sempre ragione nel considerare il portatore di luce come qualcosa da cui ci si dovrebbe temere, che si deve respingere Lucifero come qualcosa da cui in ogni caso si dovrebbe liberarsi. Se si fa questo, non si bada che il vero occultismo insegna che c’è un sentimento simile qui nel mondo sensibile come nel mondo sovrumano. Nel sensibile sente l’uomo: vivo nel temporale e mi anelo verso l’eternità; vivo nell’istante e desidero l’eternità. Nel divino c’è il sentimento: vivo nell’eterno e mi anelo verso l’istante. E seguite ora le comunicazioni dalla cronaca dell’Akasha. Non è nel tempo antico, che spesso abbiamo designato come lemuriano, il divenire-umano una specie di passaggio da uno di tali stati come l’abbiamo nel sonno, negli stati del vegliare? Seguite precisamente quello che è accaduto nel tempo lemuriano e potete dirvi: in quanto l’uomo ha compiuto una transizione da uno stato di sonno spirituale negli stati di veglia terrestre, l’intera evoluzione è passata allora dal divino nel sensibile. C’è una transizione, e il nostro attuale sensibile ottiene solo significato dal tempo lemuriano. E considerando se è così innaturale che l’uomo, quando è scivolato dalla più alta mondo era afferrato dal luciferino, portasse via qualcosa come un anelito verso l’eterno!

Allora avete riguardo al luciferino una specie di ricordo di uno stato preso-umano, un ricordo di quello che l’uomo aveva prima di venire nel sensibile, e che non avrebbe dovuto conservarsi: l’anelito verso l’istante, verso la temporalità.

Per quanto questo partecipa all’evoluzione complessiva dell’uomo, di questo domani ancora.

6°Il cammino soprasensibile è diverso per ogni anima. I drammi mistici e i primi gradini dell'iniziazione

Monaco, 30 Agosto 1912

Dai diversi insegnamenti finora esposti, forse vi sarà divenuto manifesto come sia necessario rendere mobili e plastiche le proprie rappresentazioni mentali per cogliere una corretta caratterizzazione dei diversi mondi di cui si può parlare, dei quali il nostro mondo sensibile ordinario è soltanto uno.

Da molto di ciò che è stato detto potrete comprendere che bisogna, propriamente, parlare un altro linguaggio di rappresentazioni umane per operare il passaggio da un mondo all’altro. Questo è un aspetto della questione. Ma ve n’è un altro: che tutti questi mondi nuovamente cooperano e che in ogni mondo si percepiscono costantemente, in certa misura, lo splendore e l’influsso degli altri mondi. In ogni mondo si ha a che fare sia con i fenomeni e gli esseri di quel mondo stesso, sia con tutto ciò che dagli altri mondi agisce e si riversa in quel particolare mondo. Tutto questo deve essere considerato con estrema cura se vogliamo comprendere quali siano i misteri dell’iniziazione, quale il rapporto dell’istante con l’eternità, dell’oscurità della vita con la luce dello spirito. Esistono — come trovate esposto in «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?» — determinate regole, certe indicazioni alle quali l’anima può sottoporsi per operare l’ascesa nei mondi sovrasensibili. Tali regole sono naturalmente non soltanto utili, bensì indispensabili per chiunque voglia realmente intraprendere i primi passi o i successivi dell’iniziazione. Tuttavia, soprattutto nei nostri tempi, occorre richiamare l’attenzione su qualcosa di particolare.

La nostra epoca possiede una singolare caratteristica, legata alla natura propria del ciclo cosmico in cui viviamo; la nostra epoca ha qualcosa di didascalico, di teorizzante. E benché ci si sforzi in qua e in là di abbandonare questa inclinazione alla teorizzazione, essa siede comunque nei fondamenti dell’anima dell’uomo contemporaneo.

Questo determina il fatto che gli uomini dei nostri tempi, quando si tratta di ascendere ai mondi superiori, innanzi tutto si aspettano di ricevere indicazioni precise su come ogni singolo debba comportarsi affinché l’anima giunga ai mondi superiori.

Rispetto all’esperienza autentica del sovrasensibile, però, emerge qualcosa che in certa misura si potrebbe chiamare problematico in tutte quelle esposizioni che, si potrebbe dire, presentano una via normale, un percorso standard per ascendere ai mondi superiori. Poiché la vita è complessa. Ogni anima, in qualunque situazione vitale si trovi — e sempre occorre partire da una determinata situazione di vita quando si intraprende l’ascesa ai mondi superiori — si trova inserita in un determinato karma, ha un determinato punto di partenza. Nessuna anima è nella medesima situazione di un’altra. Perciò, in realtà, il cammino verso i mondi sovrasensibili è, per ogni anima, individuale: uno che si modula secondo quella particolare anima dal suo punto di partenza. Non si può affermare, parlando rettamente: così, secondo un principio normale, ogni anima deve compiere direttamente l’ascesa ai mondi superiori, l’iniziazione. Ecco perché il bisogno di fornire insegnamenti non solo in brevi opuscoli o simili, cosa che sarebbe più facile, diciamo così: l’anima deve fare in questo modo, al fine di suscitare la credenza che seguendo tali regole si possa ascendere ai mondi superiori esattamente come ogni altra anima. Ecco la difficoltà di tali cose. Proprio per questo motivo, ho cercato nel libretto «Un cammino verso l’autoconoscenza dell’uomo» di mostrare qualcosa che sia individuale e insieme utile a ogni anima. Ma ne è derivata anche la necessità di mostrare la molteplicità e la variabilità del cammino iniziatico. E senza voler fornire spiegazioni su ciò che è stato operato, desidero soltanto richiamare la vostra attenzione su come dalle necessità si siano generate le tre figure che nei tre drammi-misteri — «La porta dell’iniziazione», «La prova dell’anima» e «Il custode della soglia» — si presentano dinanzi alla vostra anima come Giovanni Tommasio, Capesius e Strader.

Essi vi mostrano il cammino dei primi passi verso l’iniziazione, in certo modo, in tre aspetti differenti.

Non si può dire che uno di questi cammini sia migliore o peggiore dell’altro; ma occorre dire di ciascuno che doveva emergere secondo il karma delle individualità in questione. Si può soltanto affermare: un’anima quale è Giovanni Tommasio, oppure quale è Capesius, deve percorrere i cammini che si è tentato di mostrare, non in teorie, non in forma didascalica, bensì in figure viventi. Ecco perché il bisogno di presentare tali figure. E sempre più necessario diventerà allontanarsi dalla credenza di poter risolvere questi insegnamenti con poche regole; sempre più sarà necessario, proprio nel campo spirituale, passare dall’insegnamento dottrinario alla rappresentazione mediante figure. Poiché le relazioni tra i mondi sono così molteplici, devono essere altrettanto molteplici i cammini delle singole individualità. Ma allorché si giunge a considerare seriamente certe individualità o esseri dei mondi superiori e a esaminare la loro azione sull’uomo, allora si deve sentire ancora più intensamente la necessità di presentare queste figure in modo vivente, di mostrarle nella loro molteplicità, non soltanto di fornirne definizioni. Nel nostro tempo, in particolare per coloro che perseguono la conoscenza spirituale, è importante considerare attentamente figure come Lucifero e Arimane, che si incontrano costantemente sulla via verso l’iniziazione, proprio nella loro varietà, nella loro variabilità. Allora si rivelerà quanto straordinarie siano le relazioni e gli intreccamenti di un mondo con l’altro. Segni molteplici della nostra epoca mostrano che gradualmente può essere suscitata la comprensione del gioco reciproco di un mondo nell’altro. Desidero partire da qualcosa di prossimo a noi, benché non sempre sufficientemente avvertito. Nel nostro tempo, nei più vasti circoli, esiste il bisogno vivacissimo di conoscere l’ordine naturale, le leggi di natura che operano attraverso tutto — anche attraverso tutto ciò che è essenziale — tutto ciò che ci si presenta nel nostro mondo sensibile.

E predomina la tendenza a non prestare attenzione a ciò che potrebbe essere detto da altri mondi riguardo all’uomo e all’esistenza del mondo, bensì a costruire un’intera concezione del mondo unicamente, per così dire, dal mondo sensibile stesso.

Questo dà luogo alle concezioni mondiali più o meno monistiche o anche definite materialistiche del nostro tempo. Si potrebbe dire che, come un benefico contrattacco a tale tendenza, nel nostro tempo si sono affermate altre ricerche le quali, entro il mondo in cui viviamo, cercano quei fenomeni che sono dominati da leggi diverse da quelle dell’ordine naturale, quei fenomeni nella loro molteplicità che vengono sentiti come contraddittori rispetto a questo ordine naturale dal senso materialistico. Bisognerebbe prestare attenzione a tutto ciò che viene elaborato in questo campo con il rigore della vera scientificità. Poiché, allorché nel nostro tempo alla ricerca puramente materialistica — benché poco considerata — si contrappone un’altra ricerca che cerca altre connessioni nel nostro mondo sensibile di quelle che il mondo sensibile stesso offre, si compie niente di meno che cercare, già entro i metodi stessi della ricerca sensibile, come altri mondi con altre leggi dell’essere agiscono nel nostro mondo sensibile. Per questo aspetto, è straordinariamente desiderabile che soprattutto il teosofo presti costante attenzione a ciò che viene realizzato in questa direzione, realizzato allorché i metodi scientifici vengono estesi al gioco dei mondi sovrasensibili nel nostro mondo sensibile. Per circoli più ristretti l’ho già indicato; oggi desidero farlo per questo circolo più ampio.

Nel suo libro «Il mistero dell’uomo», che vi raccomando caldamente, il nostro caro amico Ludwig Deinhard si è assunto il compito, degno di gratitudine, di presentare nella prima parte una rassegna assai ordinata e una caratterizzazione di tutto ciò che nei nostri tempi, con i metodi scientifici oggi riconosciuti — ma così come vengono applicati, ancora con pregiudizio — può essere indagato entro il mondo accessibile a chiunque riguardo al gioco di un mondo sovrasensibile.

L’avere dinanzi a sé in modo ordinato questo fatto è stato un compito degno di gratitudine, ed è qualcosa che ogni persona dovrebbe conoscere, proprio da questo punto di vista, interessata a come, a ogni passo, quando si considerano soltanto i fatti, si possa ritrovare l’irruzione del sovrasensibile dal mondo sensibile.

Ecco perché vediamo questo libro portatore di un importante compito nel nostro tempo, e ritengo giusto sottolineare qui, in questo luogo, questo libro «Il mistero dell’uomo» di Ludwig Deinhard.

Questo gioco di altri mondi nel mondo sensibile produce, entro quest’ultimo, qualcosa che si ripete in tutti i mondi, che in tutti i mondi appare, ma che rende particolarmente necessario che noi ci rendiamo familiari con la necessità di non formare pedantemente, unilateralmente, rigorosamente, dogmi e giudizi secondo i quali: questo è così, quello è così, Lucifero è così, Arimane è così, il luciferico si deve fuggire, l’arimanico si deve fuggire e simili. La nostra considerazione di ieri si è proprio spinta in tali questioni. Supponiamo che colui il quale ha compiuto i primi passi sulla via verso l’iniziazione, poiché nel suo interno sensoriale, mediante l’apertura degli occhi dell’anima, è divenuto chiaroveggente, incontri quella figura che nei mondi sovrasensibili designiamo come Lucifero.

Come potremmo designare ieri questa figura? Gli si presenta all’anima come colui che continuamente si sforza di rendere stabile, temporale, momentaneo l’Eterno che altrimenti permane in eterna mutevolezza e trasformazione, così che come Individuale possa godere di sé, possa divenire grande. E se come anima ci presentiamo a Lucifero nei mondi sovrasensibili, egli appare lì come il grande Portatore di Luce, colui che in certo modo genuinamente ci conduce, sì, davvero ci conduce, a trasportare tutti i tesori, tutta l’essenza che risiede nei mondi spirituali, nel mondo sensibile e a crearne in esso splendore e rivelazione.

E se si segue Lucifero nei mondi sovrasensibili in questo suo sforzo, allora si opera affinché l’antica, eterna missione universale si compia, che tutto ciò che è nascosto diventi manifesto, che l’Eterno sia affidato all’istante, che tutto ciò che si dissolve nell’indeterminato Eterno possa essere trattenuto nella grandezza interiore dell’istante individuale.

Ora, in ogni anima umana risiede come un’eco della luce dello spirito questo sforzo, che il Nascosto diventi manifesto, che l’Eterno sia fissato nell’istante.

Perciò, quando l’uomo, sia attraverso l’iniziazione sia attraverso la morte, percorre i mondi sovrasensibili, in lui Lucifero opera realmente come Portatore di Luce, e i pericoli ai quali l’uomo è esposto nei mondi superiori riguardo a Lucifero esistono realmente soltanto quando l’uomo porta nei mondi superiori, in misura eccessiva, ciò che dovrebbe caratterizzare la sua posizione entro il mondo sensibile rispetto a Lucifero. Lucifero è pericoloso nel cammino nei mondi superiori soltanto quando si porta eccessivamente la natura e l’essenza dell’uomo dei sensi in questi mondi superiori. Ma come stanno le cose con Lucifero entro il mondo sensibile stesso, dal momento che i mondi sovrasensibili continuamente vi agiscono dentro? Poiché innanzi tutto abbiamo a che fare, nel corso storico dell’umanità nel mondo sensibile e nella sua evoluzione, con il gioco dei mondi superiori, che forniscono gli impulsi operanti affinché l’uno segua l’altro nel mondo sensibile, così come si svolge nella storia dell’umanità attraverso l’esistenza terrena. Sì, in questo mondo sensibile agiscono quegli sforzi che consideriamo come egoistici umani, come sforzi egocentrici di ogni anima. Sappiamo che ogni sviluppo dell’anima deve partire dall’egoismo.

È naturale. Ma sappiamo anche che può verificarsi un’emancipazione dall’egoismo. In tutto ciò che anime hanno potuto compiere sulla terra spinte dall’egoismo, entra quella manifestazione dell’Eterno nell’istante. In ciò che è fissato nell’anima individuale, continuamente agiscono forze luciferiche.

Ma agiscono ancora in qualcos’altro, cioè in tutto ciò che il singolo uomo può compiere proprio per l’ordine universale, per l’esistenza mondiale, perché egli è un’egoità, ha un’egoità, perché può sviluppare in se stesso una grandezza interiore che scaturisce dal suo intimo.

Che cos’è infatti la grandezza individuale nella singola anima se non il germe della grandezza in tutta l’evoluzione del mondo umano? Come hanno operato Omero, Shakespeare, Dante, Goethe sull’umanità? Attraverso il fatto che erano egoità, che nel loro intimo abitavano interi mondi, mondi che provenivano unicamente dal loro intimo, dalla loro egoità. E così, per la via indiretta attraverso le egoità, gli impulsi della vita spirituale sono introdotti, impulsi che da epoca a epoca precisamente le azioni più grandi, cioè le azioni spirituali dell’umanità, trasmettono. E lì Lucifero è presente. Lì egli è il Portatore di Luce, l’impulso e la potenza di tutto ciò che è Grande che dalla potenza eterna scaturiente dal singolo e minuto punto della singola anima umana irradia nell’evoluzione dell’umanità. Fra due poli è posta l’anima umana, l’impronta e lo splendore di tutti i mondi in cui l’anima umana realmente si trova: che si indurisca in se stessa, si rinchiuda completamente nella sua egoità e voglia soltanto ciò che serve a se medesima, ciò che la soddisfa; e che l’anima umana tragga dalle sue profondità le forze che possono irradiare nella vita intera dell’umanità.

Quando dunque si manifesta questa egoità dell’uomo? Proprio allora, quando si riflette su come sia necessario che ogni uomo doni agli altri uomini il proprio, ciò che è il suo Individuale più profondo, ciò che è la proprietà più intima della sua egoità. In tutto ciò che l’uomo può compiere per l’uomo dalla sua egoità, vive di nuovo Lucifero, l’altro polo di Lucifero. E in ciò che l’uomo così, sotto l’influsso del Portatore di Luce, può compiere per l’umanità, risiede uno splendore di ciò che Lucifero realmente è nei mondi superiori, risiede uno splendore dell’attività creatrice di Lucifero: rendere manifesto ciò che è nascosto. Si può dunque affermare che Lucifero sia malvagio, oppure si può dire che Lucifero sia buono?

— Si può soltanto dire: Colui che vuole asserire che Lucifero sia malvagio e debba essere evitato, dovrebbe anche asserire che il fuoco debba essere evitato, perché la vita sotto determinate circostanze può estinguersi nel fuoco.

Nel cammino verso l’iniziazione si scopre che le espressioni bene e male non sono affatto applicabili in questo modo, non appena si voglia caratterizzare l’essenza dell’ordine dei mondi sovrasensibili. Il fuoco è buono quando agisce in buone circostanze; è cattivo quando agisce in cattive circostanze; in sé non è né buono né cattivo. Così è con Lucifero. Esercita un influsso buono sull’anima umana quando diviene lo stimolatore per estrarre dall’anima umana tutto ciò che l’uomo come suo Individuale può sacrificare sull’altare dell’evoluzione dell’umanità. Lucifero diviene un essere malvagio, cioè, ciò che egli compie diviene malvagio, quando dà tali impulsi all’anima umana che essa vuole condurre tutto alla propria autosoddisfazione. Come le azioni degli esseri agiscono nel mondo, questo si deve cogliere quando si sia stati indirizzati a queste essenze. Le azioni degli esseri sovrasensibili si possono designare come buone e malvagie; gli esseri medesimi mai.

Pensate un momento: da qualche parte, scusate il paradosso, non voglio dire dove potrebbe accadere, ammettete che su un’isola esista un’umanità che credesse che ci si debba guardare da Lucifero in ogni modo, che lo si debba tenere il più lontano possibile dagli uomini. Questo non testimonierebbe che gli uomini di quest’isola abbiano la migliore conoscenza di Lucifero, ma attesterebbe qualcos’altro: che questi uomini, per la loro peculiare costituzione, fossero capaci soltanto di trasformare in male tutto ciò che Lucifero potrebbe dare loro. Le concezioni che su quest’isola si avrebbero di Lucifero sarebbero soltanto caratteristiche di questi uomini, mai di Lucifero! Non vi dico se esista quest’isola. Cercatevela voi stessi nello sviluppo universale. Ciò che è luciferico, dunque, dobbiamo cercarlo nell’essenza che ci si presenta come Lucifero nel mondo sovrasensibile.

Come Lucifero agisce, dobbiamo cercarlo nella modificazione che le sue forze assumono quando, per esempio, agiscono su un’isola simile, quando su un’isola simile dispiegano i loro raggi di effetto.

Arimanesco — che cosa è dunque?

Quando ci presentiamo ad Arimane nel mondo sovrasensibile, la situazione è diversa rispetto a quella di Lucifero.

Per entrare in rapporto con Lucifero nel mondo sovrasensibile, in sostanza occorre soltanto essersi purificati da tutte le scorie di un’egoità scorretta, da tutti gli egoismi nel mondo sensibile; allora Lucifero diventerà per noi una guida assai buona proprio nei mondi sovrasensibili, non cadremo facilmente per così dire sotto il suo influsso. Con Arimane la faccenda è diversa. Arimane ha nell’evoluzione universale un compito diverso. Mentre Lucifero fa divenire manifesto tutto ciò che è nascosto, il compito di Arimane per il nostro mondo sensibile si può caratterizzare pressappoco così: dove il nostro mondo sensibile è, dove diviene visibile, là è anche Arimane. Solo che egli lo penetra invisibilmente, sovrasensibilmente. A che cosa serve Arimane? Nel mondo sensibile serve grandemente, serve ogni anima. Serve ogni anima nel modo che il più possibile tutto ciò che nel mondo sensibile accade e può accadere unicamente entro il mondo sensibile, sia portato nei mondi superiori. Il mondo sensibile esiste per qualcosa, non è soltanto Māyā. Esiste affinché su di esso si svolgano eventi, affinché gli esseri abbiano esperienze. Ciò che accade, ciò che è sperimentato, deve essere portato nel mondo sovrasensibile. E la forza per portare ciò che è prezioso dal mondo sensibile nelle eternità, è la forza di Arimane. Restituire all’eternità l’istante: questa è la forza di Arimane. Però, nei confronti di Arimane, per la singola anima umana si afferma qualcosa di completamente diverso. Ciò che gli uomini innanzitutto nel mondo sensibile sperimentano, è per loro infinitamente prezioso, e non credo di incontrare gran rifiuto quando affermo: la passione, il desiderio di preservare bene ciò che si sperimenta nel mondo sensibile, possibilmente di conservarne molto per le eternità, è in generale assai più grande del desiderio di portare il più possibile dai mondi non manifestati, dai mondi spirituali, nel mondo sensibile. L’uomo ama il mondo sensibile in modo affatto naturale, comprensibile, e vorrebbe possibilmente portarne molto nella luce spirituale.

Certe confessioni religiose dicono ai loro fedeli, per tranquillizzarli, che tutto ciò che nel mondo sensibile esiste, se lo potranno portare dietro nel nostro Dasein spirituale.

Lo dicono probabilmente perché inconsciamente sanno come l’uomo ami ciò che ha nel mondo sensibile. E verso questo tende la forza di Arimane: che tutto ciò che si possiede, ascenda con sé nei mondi sovrasensibili. Questo desiderio, questo impulso di portare il sensibile nel mondo sovrasensibile, è intenso, è potente nell’anima. Non ci si libera facilmente da questo, quando dal sensibile per iniziazione o per morte si ascenda nei mondi superiori. Perciò lo si ha in sé, quando si è divenuti un essere del mondo superiore. E quando là si incontra Arimane, allora egli è proprio pericoloso nei mondi superiori, perché aiuta, ed è questo che ama fare, a portare nel mondo sovrasensibile ciò che si è guadagnato e sperimentato nel mondo sensibile. Non esiste compagno più caro di Arimane per coloro che vorrebbero preservare ogni istante per l’eternità. Molti uomini, non appena hanno oltrepassato la porta del mondo sovrasensibile, cominciano a sentire Arimane come un compagno assai comodo, poiché egli continuamente si sforza di rendere parti del mondo superiore tutto ciò che si svolge sulla terra e di prenderlo in possesso per sé e per i suoi cooperatori di effetto. Ma il peggio non è ancora questo, poiché non si entra nel mondo sovrasensibile se non si è, in certa misura, già scosso l’egoità. Se si fosse ammessi nel mondo sovrasensibile con la forza di desiderio ordinaria e normale, ben presto si afferrerebbe Arimane per il lembo della veste e lo si sentirebbe come un compagno assai comodo. Ma non si può entrare se si è così. Entrando, si è già acquisito il carattere di comprenderlo un poco divinamente; entrando, egli, con una tragedia immensa, penetra l’evoluzione terrestre proprio nel mondo sensibile e continuamente si sforza di trasformare il mondo sensibile, così che diventi un essere spirituale. Questa è la profonda tragedia di Arimane!

Egli vorrebbe trasformare immediatamente in spirituale tutto ciò che è mai apparso sensibilmente, e combatte nell’ordine universale per la purificazione e la purezza, per il passare attraverso il fuoco di tutto ciò che è sensibile.

Questo è buono secondo i suoi intenti. Ma sarebbe assai cattivo secondo i sensi degli esseri divino-spirituali, i cui nemici sono Arimane nell’ordine universale, se egli potesse realizzare tutti i suoi propositi. Allora molte cose devono essere trattate diversamente da come egli vorrebbe.

In un confronto voglio esprimermi su questo. Ma allorché applicherete il confronto all’intero ordine universale, potrete sentire come Arimane per sé miri a quello che egli può chiamare buono, come però sia impossibile inserire questo bene nella totalità dell’ordine universale. Prendete un qualche essere animale che per il suo sviluppo progressivo nel mondo sensibile deve mutar pelle, che di tanto in tanto deve abbandonare la pelle come un’immagine di se stesso e deve proseguire in una nuova forma di Dasein. Allora deve essere scosso qualcosa per una nuova possibilità di Dasein di quell’essere. Arimane vorrebbe salvare tutto, non vorrebbe lasciar mutar pelle a nessun serpente, bensì trasformare tutto, ciò che secondo l’ordine universale deve essere scosso. Ma l’uomo lo vuole anche nel mondo sensibile; non vuole lasciar andare molte cose, bensì portarle con sé, benché secondo una più alta evoluzione universale siano destinate al temporale, all’istante. E se l’uomo potesse, allora, poiché il desiderio di farlo in lui è così forte, nel mondo sensibile continuamente, davanti a tutte le domande che pone in modi noti o sconosciuti, domanda soprattutto: Dove si trova Arimane, come può di nuovo Arimane aiutarmi a portare ciò che l’istante contiene nell’eternità? Qui accade un bene: che l’uomo nel mondo sensibile non può trovare Arimane, perché è invisibile, sovrasensibile in esso. E questo rientra tra le funzioni del Custode della Soglia: che Arimane rimanga il più possibile invisibile nel mondo sensibile, così che l’uomo possa dispiegare soltanto ciò che risiede nelle sue proprie forze per la preservazione dell’istante nell’eternità, e non possa essere aiutato inconsciamente da Arimane.

Bene e male giocano di nuovo come due poli nel mondo sensibile dell’uomo.

L’uomo procede come anima attraverso l’evoluzione dell’umanità. Un compito entro la medesima, che è buono e genuino e vero, è questo: portare tutto ciò che ha valore eterno e conferirlo al regno dell’eternità. Proprio questo è ciò che ci incombe: prendere i tesori preziosi degli istanti e offrirli sull’altare dell’eternità. Se ci lasciamo aiutare da Arimane per i tesori preziosi della temporalità, allora è buono. Se nell’istante in cui entriamo nel mondo sovrasensibile (prima non possiamo vederlo) impariamo a conoscere Arimane e gli mostriamo il desiderio che potrebbe ancora sussistere in noi, di portare anche ciò che è privo di valore dal mondo sensibile nel mondo sovrasensibile, allora questo per lui è prezioso; per i suoi avversari è privo di valore. Allora siamo buoni strumenti per lui, per trasferire dal mondo sensibile nell’eternità ciò che è amato, e ciò che grazie al nostro amore è a sua volta inserito in questa eternità.

Così vediamo di nuovo come ciò che proviene da Arimane, assolutamente, in se stesso, non può dirsi buono né malvagio, bensì diviene buono o malvagio a seconda di come l’uomo se ne sottomette, a seconda di come l’uomo con lui entra in rapporto. Da ciò comprendiamo però complessivamente come diventino superficiali le descrizioni facili che desiderano servire alla comoda domanda: come è Arimane, come è Lucifero? Risposta e linguaggio non esistono in realtà in quei mondi dove sole possono essere caratterizzati tali esseri: nei mondi superiori. Così l’uomo è intessuto nel labirinto della vita. Sia Arimane sia Lucifero agiscono nel labirinto della vita, e l’uomo ha il compito di cercare il cammino per porsi rettamente verso tali potenze. È proprio questo che consente il nostro sviluppo, poiché siamo costretti a cercare rapporti con gli esseri dei mondi sovrasensibili. E i rapporti con il mondo sovrasensibile si ottengono meno attraverso una conoscenza perseguita sul modello della conoscenza sensibile, che attraverso l’acquisizione, nel senso di ciò che è stato caratterizzato, di rapporti con questi esseri sovrasensibili.

Perciò l’uomo deve stare nell’oscurità della vita, poiché in essa agiscono esseri che possono essere sia buoni sia malvagi, e diventano buoni o malvagi nelle loro azioni a seconda di come a loro ci rapportiamo.

Questo costituisce l’oscurità della vita. Questo determina il fatto che la luce della vita, la luce dello spirito, brilla in questa oscurità della vita soltanto quando acquisiamo, rispetto alle singole potenze del mondo sovrasensibile che agiscono nel nostro mondo fisico, i giusti rapporti, quando ci familiarizziamo, quando le nostre rappresentazioni e i nostri concetti devono trasformarsi quando vogliamo parlare dei mondi sovrasensibili. Con un altro esempio voglio condurvi ancora dinanzi alla visione di come dobbiamo pensare diversamente se vogliamo trovare rettamente i rapporti del mondo sensibile con il sovrasensibile.

Così viviamo nel mondo sensibile, viviamo in modo tale che sentiamo giocare attorno a noi e con noi ciò che chiamiamo il nostro destino della vita. Allora alcuni aspetti di questo destino della vita ci sono simpatici, altri antipatici. E colui che può procurarsi una giusta consapevolezza di sé, sa che il compartecipare emotivamente, il partecipare affettivo, la simpatia e l’antipatia riguardo ai destini della vita appartengono ai sentimenti più forti che possiamo provare, quelli che si imprimono più profondamente nell’anima. Ora accade, e non mi è necessario ripetere il perché, poiché negli insegnamenti iniziali è stato detto così frequentemente, che nel nostro Io superiore ordinato, che secondo i discorsi di ieri e l’altro ieri si ricorda soltanto dell’ordinario Io, noi stessi siamo coloro che, per esempio, prepariamo lo stesso destino che forse tormenta e strazia durante un’intera vita. Non esistono forse uomini che rigettano proprio l’idea della reincarnazione perché non desiderano fabbricarsi una nuova esistenza, dopo averne attraversata una? Perché questi uomini così pensano? Perché vivono nella credenza che nei mondi in cui l’uomo si trova dopo la morte, le cose accadano come nel mondo sensibile.

Qui molte cose possono piacerci, molte possono dispiacerci.

Ma sentire come qui, non ci viene neppure in mente quando siamo nella vita fra la morte e una nuova nascita. Là proviamo affatto diversamente, benché qui non ne sappiamo nulla. Quando dopo la morte arriviamo al mondo spirituale, allora vediamo per esempio: Tu hai vissuto sulla terra in un mondo sensibile, tu hai avuto una certa capacità, ma questa capacità in te era molto unilaterale, forse l’hai anche abusata. Ora devi in una nuova esistenza terrena, in una nuova corporeità, svilupparti così che l’unilateralità sia compensata e che un’imperfezione diventi più perfetta. Devi, in altri termini, appropriarti ciò che in forma imperfetta hai posseduto, in un’altra imperfezione, affinché attraverso l’azione reciproca il tutto sia compensato e armonizzato. Allora comincia un periodo nel passaggio fra la morte e una nuova nascita, fino alla nuova nascita, dove l’uomo a se stesso dice: Voglio nascere così che in una nuova vita sia completamente incapace, per esempio, di dedicarmi alla pittura, perché prima mi sono dedicato a essa e ho avuto una grande abilità. Poiché allora, allorché nella pittura sarò incapace, mi troverò nella condizione di non lasciar fluire nei sensi nessun giudizio come se io stesso dipingessi, bensì soltanto come deve essere quando io stesso mi devo mettere di fronte alla cosa. Allora dovrò appropriarmi altre forze, perché questo può essere salutare, per armonizzare e compensare ciò che prima avevo. Così si può guardare indietro a una vita fra la nascita e la morte, a qualcosa che si è attraversato felicemente, ma allora a se stessi si dice: se io dirigessi l’intera evoluzione in modo tale che il mio vivere fosse così, allora non l’avrei intensamente goduto. Ciò che deve accadere da forze che si generano proprio in questa forma, è quindi il desiderio: ciò che prima hai sperimentato nella felicità, ora devi viverlo nel dolore. E allora si organizza tutto in modo che dal desiderio si deve sperimentare sofferenza in un certo campo, la cui traversata poi ci fa progredire ancora nel Dasein.

Allora si verifica il fatto che nel sovrasensibile abbiamo desiderato sofferenza e dolori, e nel mondo sensibile li proviamo come qualcosa che vogliamo toglierci.

Allora davvero diviene manifesta la differenza fra il vivere nel mondo sensibile e il vivere nei mondi sovrasensibili fra la morte e una nuova nascita praticamente significativa. Completamente diverse forze agiscono nella nostra vita fra la morte e una nuova nascita, di quelle che ci sono simpatiche o antipatiche nella vita fra la nascita e la morte. Che cosa fa dunque colui che giudica la vita nei mondi sovrasensibili secondo le sue simpatie e antipatie nel mondo sensibile? Egli trasferisce quello che ha nel mondo sensibile, prospetticamente, nel mondo sovrasensibile. È proprio così: come se voi su una lastra di vetro disegnaste o dipingeste, per esempio, una rosa; allora guardate la lastra di vetro, il vetro non lo vedete, guardate attraverso il vetro, ma la pittura si proietta dietro su un’enorme parete, e voi credete che è reale. Ma non è affatto reale, bensì voi l’avete soltanto trasportata là fuori. In questo modo l’uomo, quando vuole giudicare il mondo sovrasensibile secondo le simpatie e le antipatie nel mondo sensibile, può proiettare qualcosa nel mondo sovrasensibile come ombra, che allora nel sovrasensibile può avere una validità. Ha già un effetto, una validità. Se non la vedete, si proietta come una nebbia su ciò che là dinanzi al contemplante si erge.

Questo può, di nuovo da un altro lato, richiamarci sensibilmente a quella che possiamo chiamare l’oscurità della vita. Perché viviamo nell’oscurità della vita fra la nascita e la morte? Perché sono giustificate e autoevidenti per la vita fra nascita e morte valutazioni, giudizi sulla vita, che devono essere invalidi per quel Dasein che noi stessi trascorriamo fra la morte e una nuova nascita. Abbiamo bisogno per il mondo sensibile di una vita dell’anima che non ha validità per il mondo sovrasensibile. Dobbiamo quindi lasciar brillare attraverso le conoscenze, attraverso ciò che può essere ricercato nei mondi sovrasensibili, la luce dello spirito dai mondi sovrasensibili, affinché giungiamo a un’apprehensione totale del mondo.

L’errore maggiore che gli uomini possono commettere riguardo alle concezioni mondiali, è questo: se credono che ciò che hanno acquisito in termini di concetti e idee nel mondo sensibile, possono estenderlo al mondo sovrasensibile, se non hanno la pazienza e la perseveranza di far sì che dalle ricerca autentica del sovrasensibile stessi accogliamo le descrizioni di ciò che come luce dello spirito dai mondi sovrasensibili brilla nell’oscurità della vita del mondo sensibile.

Qui certamente ci troviamo di fronte alla questione: è allora soltanto colui che può lasciar agire su di sé questa luce dello spirito dei mondi sovrasensibili, che egli stesso può vedere nei mondi sovrasensibili, colui che ha goduto l’iniziazione? Questa credenza è assai diffusa nel mondo. Spesso si ode dire: come si può comprendere qualcosa dei mondi sovrasensibili, se non si è goduta personalmente l’iniziazione? E allora si sente indicare come soltanto vera la traversata dei passi verso l’iniziazione, il reale ascendimento nel mondo sovrasensibile.

Come stanno le cose in questo campo, come il comprendere sta al vedere nei mondi sovrasensibili, quanta consolazione della vita e forza della vita si può avere dal comprendimento della luce dello spirito nell’oscurità della vita, questo deve essere il punto di partenza per la considerazione di domani, che deve ancora condurci alcuni passi in avanti nei problemi che vogliamo considerare in questo ciclo

7°L'iniziazione nel corpo elementare. Il cammino dell'individualità del Buddha dall'essere terreno all'essere spirituale

Monaco, 31 Agosto 1912

La considerazione di ieri potevamo concluderla con il fatto che fosse dato un riferimento alla posizione del singolo uomo rispetto a ciò che può chiamarsi descrizione del mondo soprasensibile, ciò che emerge dalle ricerche, dalle osservazioni, dalle esperienze dell’iniziazione.

Ed è stato fatto notare che assai facilmente potrebbe formarsi il giudizio che valore e significato per la vita dell’anima potessero veramente legarsi ai risultati dell’iniziazione soltanto per colui che ha fatto i primi passi dell’iniziazione e che sia capace di penetrare attraverso la visione propria nei mondi superiori. È stato già ripetutamente sottolineato che ciò non è così, che certamente si può contemplare, osservare, esplorare e ricercare soltanto ciò che accade nei mondi superiori se si è trasformato il proprio se stesso, la propria anima in modo da poter guardare in quei mondi diversi dal nostro sensibile, che per vero sono molto diversi dal nostro sensibile, ma che d’altra parte, come fu detto ieri, si collegano con il nostro sensibile in questa o quella relazione, soprattutto però devono considerarsi come suo fondamento. Per quanto riguarda invece la comprensione, l’intendimento di questi altri mondi, sarebbe giudizio falso quello di chi volesse affermare che alla comprensione, all’intelligenza, all’accoglienza di ciò che chi ha fatto i primi o ulteriori passi dell’iniziazione può offrire, sia necessaria l’esperienza propria. Anzi occorre sempre di nuovo sottolinearlo: ogni uomo che si abbandoni senza pregiudizio a ciò che i veri ricercatori spirituali esplorano nei mondi soprasensibili, che accolga senza pregiudizio le loro descrizioni, esperienze e comunicazioni e veramente lasciar prevalere il giudizio senza pregiudizio, l’attività mentale senza pregiudizio, tutto ciò che gli può essere dato è in grado di intendere.

Per il sensibile siamo in un caso del tutto diverso.

È perfettamente legittimo affermare che difficilmente alcun uomo, da una descrizione sola, intenderà che cosa sia la Madonna Sistina o che cosa sia un paesaggio lontano e straniero. Se si ha una fantasia vivace, si potrà formarsi una rappresentazione da tale descrizione, ma resta legittima l’affermazione che solo chi può giungere alla contemplazione comprenderà veramente il sensibile, sicché nel sensibile la comprensione deve seguire la contemplazione. Non è così affatto nei mondi superiori. Lì i ricercatori possono estrarre dalle sfere superiori ciò che esplorano, possono tradurlo nelle forme e nei concetti delle idee umane e darlo al mondo. Allora certamente si può essere prigionieri di dogmi materialistici o di altro genere, oppure non si può avere alcuna volontà per l’abbandono senza pregiudizio a ciò che vi si comunica; allora non lo si intenderà. Può ben accadere che non si abbia alcuna colpa nel non poter intendere, perché la vita e l’educazione precedente non hanno dato la possibilità di abbandonarsi senza pregiudizio a queste cose. Ma chiunque sia in grado di abbandonarsi senza pregiudizio a queste cose, di tener insieme senza pregiudizio tutto ciò che la sana ragione e il sano giudizio danno, si dirà infine: per quanto prima le cose sembrino incredibili, proprio il sano, esauriente e completo pensiero conduce alla loro intelligenza, anche se non sia capace ancora del minimo in fatto di visione nei mondi superiori.

Come ho potuto comunicarvi in questi giorni, chi giunge a una visione del mondo spirituale porta nel suo interno le immagini di ciò che egli stesso ha dentro di sé, anzi viene condotto anzitutto attraverso ciò che ha in sé come immagini, così accade con la comprensione delle cose dei mondi soprasensibili: la comprensione precede la visione e non è in nessun modo influenzata dalla visione, né influenza essa stessa la visione. La comprensione preliminare non ha affatto il bisogno di influenzare minimamente quello che conduce poi l’uomo alla visione completamente senza pregiudizio, veritiera.

Una comprensione preliminare, un’afferratura con capacità di giudizio completo, cui per la verità la nostra epoca nei più ampi strati non ha per nulla inclinazione, preparerà invece l’anima, il sentimento, per poter entrare anch’essa nella visione nella forma appropriata.

Per questo occorre sempre di nuovo ripeterlo: il vero occultismo, la vera scienza dello spirito, che intenda seriamente e onestamente, non si tirerà mai indietro di fronte alla richiesta di comprendere, d’intendere senza pregiudizio quel che si dice. Si cerchi di penetrarvi con il sano senso umano, con la capacità di giudizio che si effonde liberamente in tutti i campi, e si potrà. Molte cose su questi argomenti le troverete nello scritto «Una via all’auto-conoscenza dell’uomo», dove sarà contenuto qualcosa a integrazione di queste conferenze. Ma in particolare deve notarsi che qualcosa di significativo può contribuire alla purificazione, al raffinamento dell’anima, se soprattutto coloro che cercano il cammino verso la scienza dello spirito dal buio della vita cerchino di comprendere, di intendere obiettivamente con ciò che a ogni uomo, se lo vuole, sta a disposizione come sana capacità di giudizio.

Questa via della sana comprensione, del rifiuto di ogni autorità e di ogni credenza nell’autorità, acquista ancora una luce particolare, quando si entri in certe sottigliezze dell’osservazione occulta. Dal senso e dallo spirito complessivi di queste conferenze è emerso che nei passi che conducono all’iniziazione si tratta per ogni uomo sempre più di diventare indipendente nel suo vivere da quello che il suo corpo fisico può offrirgli come strumento, che egli impari a vivere nei suoi corpi superiori, nel suo corpo elementare o eterico, nel suo corpo astrale, anche in quello che si può chiamare il suo corpo-io o corpo-pensiero. È su questo acquisire la capacità di percepire nei propri corpi superiori che particolarmente si concentrano tutti i passi dell’iniziazione.

Ma per questo è necessario che l’uomo faccia qualcosa per liberarsi dal corpo sensibile-fisico, che consapevolmente deponga da sé tutto ciò che lo mantiene così in connessione col mondo, quale connessione risulta soltanto attraverso lo strumento del corpo fisico.

Ciò naturalmente, specialmente in un’epoca così materialistica come l’odierna, non è possibile per tutti gli uomini, particolarmente per quelli che oggi si attribuiscono un giudizio sugli enigmi del mondo, sulle manifestazioni mondiali, e che attraverso il singolare metodo educativo odierno vengono piegati alla convinzione che già in primissima gioventù si possa conseguire un giudizio esauriente, non solo una tendenza, sulle manifestazioni mondiali. Perché oggi attraverso giudizi immaturi, puramente nati da passione ed emozione, nel mondo viene recato tanto danno? Se si osserva il panorama delle manifestazioni mondiali, si vede che il mercato editoriale è inondato dalle cose più immature, partorite da nient’altro che da simpatie e antipatie. Perché? Si può sollevare la domanda: non ci sono stati anche prima uomini che si sono opposti con odio e disgusto alle pure scoperte della ricerca soprasensibile dal buio della loro vita, come nella nostra epoca? Non ci sono stati uomini oscuri, come lo sono oggi i materialisti, che hanno impiegato tutti i mezzi possibili, che l’odio, l’ignoranza e l’oscurità potessero suggerire? Sì, ci sono stati sempre. Ma nel modo in cui oggi agiscono, non hanno agito. Perché no? Queste cose ci si deve talora scrivere nella coscienza. C’erano uomini che odiavano i mondi superiori e l’accesso senza pregiudizio a questi mondi, perché proprio l’accesso senza pregiudizio ai mondi superiori talora reca agli uomini fatti assai spiacevoli. Ma spesso questi uomini non sapevano leggere e scrivere. Il loro livello di istruzione corrispondeva al non saper leggere e scrivere. Oggi coloro che pensano così devono per la loro istruzione saper leggere e scrivere, e il gran pubblico non ha discernimento per afferrare veramente nel modo giusto ciò che appare nel mercato editoriale, e non c’è neppure molta volontà per tale discernimento, per riconoscere che qui il giudizio di un movimento occultistico-scientifico-spirituale nella nostra epoca deve intervenire in modo illuminante e chiarificatore.

Si dovrà imparare molte cose, che agli uomini è duro imparare.

Semplicemente dai fatti che emergono dal mondo soprasensibile si dovrà imparare molte cose.

Così si dovrà ad esempio imparare che, anche quando si penetra nei mondi superiori attraverso una certa istruzione e preparazione parziale del proprio organismo spirituale e animico, tuttavia molte cose possono restare indietro rispetto a quella connessione con il mondo esteriore che ha luogo soltanto per il tramite del corpo sensibile-fisico. Tutto ciò che così, in uno sguardo spirituale, quando si è oltrepassato il confine tracciato così fermamente fra il sensibile e lo spirituale, rimane delle certe legittime debolezze del sensibile, ci avvolge in oscurità e illusione, quando lo viviamo nella contemplazione spirituale superiore. Soltanto chi continuamente delibera con se stesso come possa escludere completamente, per quei tempi in cui deve contemplare spiritualmente, ciò che nel sensibile deve avere perché è un essere del mondo sensibile, e come possa far sì che nella contemplazione spirituale nulla di ciò che lo circonda nel mondo sensibile vi faccia irruzione, soltanto costui può veramente puro e libero da illusione contemplare il mondo spirituale soprasensibile.

Prendiamo un caso determinato, senza che vi si alluda a qualcosa di particolare. Qualcuno che voglia compiere i passi dell’iniziazione o li abbia già compiuti, abbia un rapporto personale, basato su sentimenti personali immediati, su emozioni personali, con un altro uomo. Ammettiamo che in un tale rapporto di uno spirituale che contempla, di uno ancora da iniziare o già dotato di certi passi dell’iniziazione, fosse così, che da uomo a uomo egli avesse un determinato rapporto personale, un rapporto fondato su affetto, su tale affetto che è concluso nel sensibile, diciamo su un amore fiducioso che nel sensibile si desta, che da corpo a corpo si svolge, nel senso più elevato, non soltanto in quello basso, intendo.

Ammettiamo che fosse presente qualcosa di tale genere e che tale contemplativo spirituale volesse ricercare qualcosa della personalità verso cui sente affetto personale, affetto che si è formato nel sensibile, e ammettiamo che non fosse in grado di deporre da sé tutto ciò che dall’amore creato nel sensibile verso quella determinata personalità è presente, allora è quasi del tutto impossibile sperimentare la verità riguardo all’essere soprasensibile di tale personalità.

Oh, è necessario, passo dopo passo, cercare, e benché si ami ancora così profondamente e si abbia ancora così forte affetto personale nel sensibile, di deporre tutto per i tempi in cui si voglia contemplare l’essere soprasensibile. È possibile che si abbia tale affetto personale e non lo si deponga, che nella forma come sta nel sensibile si abbia caro quel personaggio. Allora si presentano a tale contemplativo spirituale, ad esempio riguardo a passato e futuro di quella personalità, immagini che devono necessariamente essere false, allora può sorgere un’intera massa di illusione. Perciò chi l’intende seriamente e responsabilmente, quello che deve essere dato al mondo nel campo della sapienza spirituale, non può essere abbastanza cauto, anzitutto di non annunziare al mondo ciò che accade nel giro del famigliare, dell’immediatamente conosciuto.

Si può ovunque rassicurarsi nel modo che, quando si rinvii a risultati occulti che si riferiscono a qualcosa che riguarda l’ambito personale immediato di chi ricerca, questi dovrebbero apparire nel massimo grado dubbi a colui che li accoglie. Ciò non è detto con allusione a questa o quell’altra circostanza, bensì perché è un fatto obiettivo per ogni occultista. Ma con ciò si collegano cose che veramente, si potrebbe dire, si estendono in sfere più elevate. Con ciò si collega il fatto che chi voglia ricercare nei mondi soprasensibili è poco adatto a ottenere una certa fondamentale corretta concezione riguardo alle questioni religiose, se nutre i suoi pregiudizi, i suoi sentimenti personali per una qualche comunità religiosa particolare, se ama una comunità religiosa più dell’altra o si fa addirittura portatore propagandistico di una comunità religiosa.

Chi ha tendenza alla propaganda personale non può contemporaneamente essere occultista obiettivo!

Questo è un proposito che anche una volta deve essere enunciato con tutta la precisione. Ci sono condizioni che noi possiamo collegare col nostro karma della civiltà occidentale, condizioni che in certa misura all’occidentale, se si familiarizza alquanto con le esigenze fondamentali della vita soprasensibile, non rendono affatto troppo difficile ottenere un giudizio obiettivo proprio riguardo all’inserimento dell’evento massimo nell’evoluzione dell’umanità, che noi chiamiamo il Mistero del Golgota. Da che cosa entra nel vivere religioso e nella sua interpretazione tanto oscurità della vita? Da che cosa entra ciò che vuol riferirsi soltanto all’istante e non vuol sollevarsi a luce spirituale ed eternità proprio nel vivere religioso? Ciò proviene dal fatto che con tutto ciò che sono gli egoismi umani, e ora non soltanto egoismi del singolo, bensì anche egoismi di stirpi, di razze, di popoli, intimamente si collega quello che si riferisce al vivere religioso.

Da questo punto di vista vorrei attirare la vostra attenzione su un fenomeno, perché è necessario che si considerino queste cose completamente senza pregiudizio. Che ruolo gioca il vivere religioso presso un orientale rispetto al suo fondatore di religione, se egli considera la connessione della sua evoluzione razziale o nazionale? Esaminate una volta se un orientale o qualche non-occidentale possa pensare così facilmente dal punto di vista storico riguardo allo svolgimento storico in cui è inserito, senza collegare questo vivere storico a Krishna, Buddha, Maometto, Confucio o simili? Dappertutto vediamo naturalmente quello che nel vivere religioso si svolge, collegato con quello che avviene nel vivere esteriore profano e che negli animi della gente fluisce.

Non ci si può rappresentare una storiografia di un buddhista ad esempio, senza che egli ponga Buddha nel punto centrale della medesima.

Ciò non sia detto come una critica, bensì perché è giusto per questi uomini che appartengono a tali sviluppi culturali. Ora andiamo all’occidente e guardiamo non a dogmi, bensì a fatti. Prelevo un riconosciuto storico dell’occidente: Leopold von Ranke, che in tutto il mondo è noto per la sua obiettività, la sua tranquilla valutazione, il suo modo molto particolare di porsi obiettivamente alle cose. Ranke ha scritto molti capitoli dello sviluppo storico. Ma riguardo a Ranke è diventato noto qualcosa di molto singolare. Di fronte a un amico si è espresso così, che egli ha rappresentato lo svolgimento storico in modo che da nessuna parte considera Cristo e i fatti che immediatamente si collegano a Cristo! Ranke si è sforzato, attraverso la sua obiettività, di scrivere una storia dell’occidente, senza lasciar intervenire Cristo. E questo gli ha recato molti gravi rimorsi di coscienza in vecchiaia, giacché ha dovuto dirsi: sì, se pure nell’accadimento confluissero quei fatti, su cui non esistono documenti e atti, allora questa storia è vera? Non per questo deve qui essere addotto ciò, per argomentare se sia vera o falsa, perché la ritengo in alto grado legittima, bensì perché è una delle migliori storie di uno dei riconosciuti storici dell’occidente, che hanno scritto la storia in modo da lasciar fuori Cristo, da non aver preso Cristo nella storia. Questo è un fatto fondamentalmente importante, un fatto significativo! Dove ha condotto la civiltà occidentale? Lo sviluppo occidentale ha condotto a questo, che qui non sempre si guarda a un’essenza che starebbe come figura centrale di tutta la storia, se vi si collegasse. Non è stato la scienza a condurre a ciò! Perché è avvenuto? Illuminiamo questo fatto da un altro punto di vista.

Dove hanno vissuto i grandi fondatori di religioni, i grandi iniziati che erano, che dai loro popoli diedero ai loro popoli quello che avevano di bisogno?

È pensabile che ad esempio Ermes avesse agito da una diversa sostanza popolare, o è pensabile che Buddha avesse agito diversamente che non dalla peculiarità razziale in cui era inserito e in questa peculiarità razziale avesse mandato le sue forze?

E ora volgiamo lo sguardo a colui che non lo chiamiamo un iniziato, bensì lo conosciamo come la personalità su cui l’iniziazione mondiale, l’iniziazione cosmica ha agito. Appartiene egli a qualche popolo? In un angolo sconosciuto del mondo, lontano dai grandi regni, è nato. Lì si svolsero gli eventi. E poiché i Vangeli come gli altri documenti del Nuovo Testamento possono essere dubitati come documenti storici, così si può dire: di tutti questi eventi nulla è testimoniato da alcun documento storico. E coloro che si rivolsero a lui come suoi discepoli e studenti, si rivolsero a lui senza distinzione di stirpe, razza, sesso e così via. Così è la differenza! Mentre prima i popoli si sono rivolti ai loro iniziati razziali, qui si sono rivolti a colui che non appartiene a nessun popolo: anzi, che ha compiuto proprio le sue più grandi imprese culturali presso un popolo nel quale non ha vissuto. Questo è il grande progresso da oscurità della vita a luce spirituale, che non si dovrebbe misconoscere se si intende onestamente l’evoluzione dell’umanità. Queste sono cose che certamente vengono in considerazione, cose su cui la scienza che può essere ricavata dalla vera contemplazione dei mondi soprasensibili deve fortemente richiamare l’attenzione.

Da molte cose che ho potuto dirvi, vedete che si tratta di intendere qualcosa di quel giudizio che il doppio di Giovanni Tommaso dice, nell’«Hüter der Schwelle»: il pensiero ha una forza purificatrice. Questa forza purificatrice del pensiero agisce però anche così, che veramente conduce da oscurità della vita a luce spirituale, che veramente conduce dall’istante all’eternità. Si vuole proprio non volentieri concedere al pensiero la sua forza purificatrice. Giacché c’è qualcosa di particolare intorno alla natura occulta di questo pensiero. Una scienza materialistica crede che l’uomo pensi circa con il suo cervello.

Egli non pensa con il suo cervello; questo è semplicemente un errore.

E se conoscerete il senso intero di quello che è detto nello scritto «Una via all’auto-conoscenza dell’uomo», voi comprenderete pure che il processo del pensiero, l’attività del pensiero, la connessione e la soluzione di idee non si svolge nel corpo fisico, bensì nel corpo eterico o elementare. In verità pensa pure l’uomo che sta nella vita ordinaria, con il suo corpo elementare o eterico; soltanto il fatto di stare nella vita ordinaria fa sì che l’uomo non possa avere conoscenza di quella attività che in lui si svolge quando pensa, ma che si svolge soltanto nel corpo eterico. In fondo l’uomo pensa continuamente, e continuamente il corpo eterico è in movimento, e questo movimento significa pensare. Ma che cosa di tutto ciò giunge alla coscienza, che così si svolge nel corpo eterico? Giunge alla coscienza soltanto quello che di esso si riflette. Dovete rappresentarvi un certo rapporto del corpo elementare al corpo fisico nella forma seguente.

Immaginate che andiate in questa sala lungo questa fila di finestre. Ora rappresentatevi che dovunque alle pareti, fra le finestre, fossero appesi specchi. Mentre passate davanti a ogni specchio, ad esempio tre volte, vedete il vostro volto; dove non c’è specchio non vedete del vostro volto nulla. Se passate ancora al prossimo specchio, lo vedete di nuovo. Lì di nuovo è uno specchio, che vi riflette indietro l’immagine del vostro volto. Il vostro volto è continuamente presente lungo l’intero percorso, ma lo vedete soltanto quando si riflette. Il corpo eterico è in continuo flusso di pensiero. Ma quando diventa questo flusso di pensiero percezione? Quando quello che nel corpo fisico è, il cervello, riflette quello che nel corpo eterico si svolge. Quello che altrimenti è sempre presente e di cui l’uomo ordinariamente nulla sa, viene riflesso dal cervello, che si deve intendere come un apparato di riflessione. E in tutti i casi dove la vita si riflette, essa diventa conscia.

Per questo il corpo fisico deve essere presente, affinché il corpo eterico, che propriamente pensa, possa sapere qualcosa del suo pensiero.

Ma non pensa il cervello, e non pensa il corpo fisico. Per quanto poco quello che nello specchio appare siete voi, per quanto poco quello che l’uomo percepisce nel cervello è il suo pensiero, giacché questo pensiero risiede nel corpo elementare o eterico. E quando l’uomo vuole fare i primi passi dell’iniziazione, è in fondo come se passaste davanti dovunque alla riflessione e cercaste di restare in voi stessi, e allora sareste capaci di sentire come è la vostra forma, così che vi percepireste allora da dentro verso l’esterno.

Così è il passaggio dal sensibile allo spirituale. Mentre l’uomo altrimenti può percepire soltanto quello che nel suo apparato di riflessione si svolge, quello che vede come il riflesso nel suo cervello, attraverso l’iniziazione giunge al vivere diretto e sentire nel corpo elementare. Ma quando giunge a questo vivere e sentire interiore, allora giunge ad esempio a un contatto con un mondo completamente diverso: con il mondo dell’essenziale. Allora il suo essere, il suo vivere, il suo sentire si amplia al di là del mondo oggettivo. Ma quello che allora vive, è un mondo di essere spirituale, che è un mondo che riguardo all’estensione dell’esperito egli può vivere anche nel sensibile. Ma solo allora può egli salire per cogliere nello spirituale qualcosa di quello di cui soltanto nel sensibile è presente l’immagine. E allora può intendere che gli impulsi degli iniziati non sono fluiti soltanto dal sapere terreno, bensì che i più grandi iniziati ricevono i più grandi impulsi, gli impulsi morali e così via, proprio perché non prendono quello che hanno soltanto dalla terra, bensì lo portano via da quello che va oltre la terra. Giacché non appena si va oltre la terra, si giunge anche a quello che con l’essere terreno è collegato al di là della terra. E quando si giunge attraverso l’iniziazione dall’essere terreno all’essere cosmico, allora si giunge a ciò che, quando si studia un iniziato come ad esempio Buddha da questo punto di vista, si dice: egli ha vissuto in molte incarnazioni come Bodhisattva sulla terra.

E chi ha imparato a intendere il buddhismo in questa relazione, è necessariamente tanto credente quanto un buddhista e sa che nella personalità di Gotama Buddha questa individualità visse l’ultima volta in un corpo fisico, in questa incarnazione però diventò il «Buddha» e poi ascese ai mondi spirituali per l’agire spirituale, così che lo sguardo spirituale può essere rivolto al passaggio dell’individualità Buddha dall’essere terreno all’essere spirituale, a connessioni con l’essere spirituale.

E quando ora questa individualità si ripercorre indietro, si vede bensì come il Bodhisattva passa attraverso molte incarnazioni, ma si arriva allora a un tempo anteriore, per il quale non si può più dire: abbiamo a che fare con un’individualità che vive sulla terra. Giacché allora si deve seguirla in un’abitazione anteriore, e il mutamento di questa straordinaria individualità si presenta così, che essa cresce al di là dell’essere terreno. Vediamo il Buddha in un determinato tempo discendere da un altro pianeta del nostro sistema solare, dove prima aveva agito; lo vediamo agire lì e prepararsi per il suo corso terreno. Lo seguiamo poi come Bodhisattva e infine come Buddha durante il suo corso terreno fino al punto, dove dal Bodhisattva è diventato Buddha, e troviamo che il suo agire durante le incarnazioni terrene era bensì cresciuto insieme con la terra, che però egli cresce in un grande tutto cosmico. Lo vediamo ascendere a un altro pianeta del nostro sistema planetare, a Marte, e intraprendere una nuova missione, che si collega a quello che era stata la sua missione terrena. E meraviglioso è seguire come in questa forma emerge un tutto. Vediamo dapprima il Buddha agire su un altro pianeta, poi egli viene sulla terra, e si deve dire: questa individualità dell’iniziato Gotama Buddha ha agito per un po’ sulla terra, ma allora, se la si vuole seguire oltre, ci si deve innalzare a un altro pianeta. Così si ottiene una linea chiusa.

Per Buddha è possibile dire che è disceso da un altro pianeta, e che dopo il suo agire sulla terra è di nuovo asceso a un altro pianeta, la cui popolazione ha poco senso per l’umanità terrena, per continuare a operarvi, perché proprio questo continuare a operare ha un senso.

Così si troverebbe presso molti iniziati come portano dal cosmo dentro quello che sulla terra stessa si collega al cosmico, e per questa via si potrebbe considerare il mutamento cosmico degli iniziati.

Se dappertutto si cerca di penetrare nel fondo delle cose, allora si vede ad esempio pure qualcosa che ci illumina l’oscurità della vita da una vera considerazione occulta.

È strano che talora si sollevi la domanda: non è ingiusto che un’individualità come il Cristo abbia portato qualcosa di particolare nel mondo? E se fosse il caso, così alcuni vorrebbero dire, allora coloro che sono vissuti dopo il Cristo avrebbero qualcosa di completamente particolare davanti al mondo! Persino teosofi hanno sollevato questa domanda! Ma sono le stesse anime che vivono nel tempo dopo l’apparizione del Cristo, come quelle che prima c’erano, sicché di ingiustizia non può esserci discorso. Soltanto un’eccezione deve registrarsi in questa relazione, e tale sembra essere il Buddha. Egli ha subito un’incarnazione che si era svolta nel tempo precristiano, non ha dunque in nessun modo preso parte a quello che attraverso l’evento del Golgota è venuto sulla terra. Se ora seguiamo là, dove si presenta un’oscurità per noi, dove non possiamo intendere come pure un’anima in un determinato punto del tempo congeda la terra, sulla terra non visse il Mistero del Golgota (chi ha ascoltato le mie conferenze precedenti, saprà che il Buddha lo visse in altri mondi, ma qui si tratta del viverlo terreno), se noi ci teniamo tutto questo dinanzi agli occhi dell’anima e lo seguiamo, allora risulta che il Buddha sui pianeti, dove aveva agito nella sua attività planetaria preterrena, era stato mandato dall’individualità centrale di tutto il sistema planetario, dallo spirito del punto centrale, da ciò che noi chiamiamo il Cristo cosmico.

In tempi antichissimi il Buddha era stato mandato fuori, per agire su un altro pianeta, per poi, in conseguenza di questo agire, agire sulla terra.

E mentre la terra è il pianeta che divenne il teatro del Mistero del Golgota, Marte è il pianeta su cui il Buddha aveva un evento simile da compiere dopo quello che sulla terra aveva da compiere.

Queste cose sembrano apparentemente lontane e sembrano contraddire quello che si dice, che con il sano senso umano si possa intendere quello che è tratto dall’iniziazione. Si dovrebbe soltanto una volta mettere insieme tutto quello che la storia offre, e comprendere tutte le connessioni, allora si vedrà che il corso esteriore della storia offre una conferma di tutto questo. E se qualcuno dice che non c’è conferma di queste cose, allora non applica soltanto sufficientemente il sano giudizio.

Questo, per la verità, molti uomini nella nostra epoca non fanno. Con tutto quello che proprio in questo ciclo di conferenze è stato detto, ho voluto suscitare una rappresentazione e ho voluto già attraverso i drammi mostrare come in verità del tutto diversamente, potentemente e grandemente sono i mondi in cui entriamo quando varchiamo la porta dei mondi soprasensibili, e ho voluto suscitare una rappresentazione più esauriente di quella che può accadere attraverso mere teorie e dogmi. Ho voluto rappresentare e descrivere molte cose non soltanto attraverso caratteristiche di parole, bensì ho voluto suscitare una sensazione di quello che dietro la soglia è, dove il Guardiano della Soglia sta. Se qualcuno nella nostra epoca odierna guarda la vita spirituale, forse le va particolarmente nell’anima quello che deve dirsi riguardo al Guardiano della Soglia. Il Guardiano sta alla soglia, perché l’anima umana che sta nell’ordinario sensibile non è matura a vivere e a esperire quello che nei mondi soprasensibili si svolge. Sta lì a protezione. Ciò è altrettanto vero quanto è vero che l’anima umana che vive verso il futuro dovrà sempre più dover esperire dei mondi soprasensibili. Perché sta il Guardiano lì?

Perché l’anima umana, se impreparata facesse il passo nei mondi soprasensibili, cosa che mai può accadere su un retto cammino occultistico, si crederebbe caduta in infinita paura, infinito terrore, perché gli uomini dalla loro piccolezza, dalla loro impreparazione, dal loro amore e dalla loro inclinazione al mondo sensibile non sopporterebbero quello che tutto si collega con l’entrata nei mondi soprasensibili.

Non ci si può confrontare neppure con coloro che vogliono progredire, con quello che solleva diritti nella nostra epoca! Dal luogo da cui finora ancora abbiamo potuto annunziare le verità soprasensibili, dovemmo indicare come un evento soprasensibile con il corpo soprasensibile dell’uomo nel corso del ventesimo secolo avrà luogo, in quanto gli uomini, come attraverso un evento naturale, troveranno il Cristo riapparso. Potevamo indicare ciò. Ma questo Cristo riapparso non cavalcherà su navi attraverso mari o in ferrovie, non cavalcherà neppure in pallone, bensì sarà riconosciuto nell’individuale dell’uomo, in quello che da anima umana ad anima umana passa, e secondo come le anime umane stesse sono costituite, con i mezzi che sono dati nell’Eterico. Quello che così possiamo dire come sarà l’apparizione del Cristo riapparso, si rivela debole di fronte a quello che puramente dal mondo soprasensibile avanzerà verso l’anima umana. Giacché agli uomini piace vedere con occhi sensibili il Grande che deve venire; piace loro rappresentarsi che egli cavalchi sull’aeroplano, che cavalchi sulle marine, piace loro poter sensibilmente afferrare e toccare colui che deve venire. Perché? Perché questo li mette in angoscia, veramente entrare in contatto con i mondi soprasensibili. All’occultista si presentano anche tali cose come accadono, come paura e angoscia mascherata di fronte al Vero. Questo sia detto senza emozione, solo come messa in evidenza dell’Obiettivo. Allora l’occultista, che riconosce il Guardiano al confine fra il sensibile e lo spirituale, noterà che coloro che stanno fuori nella vita ordinaria, non possono comprendere che affatto un inizio debba farsi col camminare nel mondo soprasensibile.

Giacché sono personalità paurose in fondo in fondo.

La loro paura è loro sconosciuta, ma si maschera loro come il genere particolare di senso della verità, come un senso materialistico della verità. Come un certo odio, una furia, una fiamma accesa della piccolezza contro le altre, contro i mondi soprasensibili, appare presso coloro che si oppongono alla conoscenza del mondo soprasensibile e degli esseri soprasensibili. Così può accadere che da un lato stiano coloro che i mondi soprasensibili vogliono conoscere, e dall’altro lato stiano coloro che nulla vogliono saperne, oppure che diranno: la scienza obiettiva non dice nulla dei mondi soprasensibili, giacché non li si può provare. E la stessa cosa è quello che pure altri uomini terrà lontano dal Guardiano della Soglia, cioè i seguaci popolari della scienza, che dicono che essi rifiutano i mondi soprasensibili, perché presso di loro è senso della verità, convinzione scientifica personale. Ma è la paura che non li lascia arrivare al Guardiano della Soglia, ed è tutta la forza di questa paura mascherata in quello che oggi si vuole presentare come una lotta contro l’avanzare di quello che dai mondi soprasensibili come la luce spirituale a fronte dell’oscurità della vita deve venire. Questa è una rappresentazione che la sente chi conosce il Guardiano alla Soglia dell’essere spirituale e chi sa quale significato le conoscenze soprasensibili hanno per tutta la vita spirituale del presente.

Perché siete qui seduti? Perché un raggio della luce spirituale nella vostra anima si è irradiato, che vi dice che il sapere soprasensibile deve afferrare l’anima umana. E perché sempre più vivace è diventato quello che questo raggio della luce spirituale dice, per questo il pubblico e gli ascoltatori presso i nostri eventi si è accresciuto. Se si lascerà il libero corso al parlare naturale della luce spirituale alle anime, allora essa potrà irradiarsi nelle anime.

Se presso gli oppositori della conoscenza soprasensibile si vincerà, allora forse la luce spirituale dovrà oscurarsi per un po’, dovrà ritirarsi, necessariamente, cioè dovrebbe ritirarsi, per usare un’espressione sciocca.

Allora il mondo per un po’ dovrà fare a meno della connessione fra l’oscurità della vita e la luce spirituale. Certamente è pure necessario che coloro che qualcosa della luce spirituale dovranno sapere, imparino ancora qualcosa: che imparino a guardare con veracità quello che già qui nel mondo esteriore dal mondo spirituale è offerto. Chi oggi ancora si lascia abbagliare da quello che pro e contro si dice riguardo alla conoscenza soprasensibile, chi nella sua anima non cerca l’impulso fermo dal mondo soprasensibile, che soltanto dal mondo soprasensibile stesso può venire, non potrà trovare questo impulso.

Ho detto spesso che cosa di letteratura ormai è presente, che attraverso la grazia dei Maestri della Sapienza e dell’armonia dei sentimenti in certa letteratura è stato permesso di dare: questo contiene in fondo quello di cui si può dire che in grazia è stato comunicato agli uomini. E se da questo momento non potessi scrivere e parlare più nulla, se si costruisse il presente, se neppure io stesso potessi esservi, se si cercasse quello che con tutto è inteso, allora si troverebbe quello che occorre. E con ciò è (se ora alla conclusione di queste conferenze devo parlare della connessione del karma personale con il karma di questo movimento spirituale) pure la possibilità data che in certa relazione non possa più essere cancellato quello che, non come «direzione steineriana» (giacché questa non esiste), bensì come occultismo obiettivo, nel mondo è venuto. Per quanto pure ancora tanta opposizione avanzi, ciò non può riferirsi al cancellamento dell’occultismo per l’avvenire, giacché rimarrà quello che c’è. Per questo vedo proprio una prova in ciò, che la nostra epoca un movimento spirituale ha di bisogno e che un lasso di tempo è stato concesso, dove attraverso la grazia dei nostri guardiani spirituali questo bene spirituale nel mondo sensibile ha potuto essere portato. Possano sorgere oppositori!

Forse proprio attraverso questa opposizione verrà fatto il necessario!

E perdonatemi l’espressione: assai spesso chi oggi volentieri il bene spirituale teosofico accoglie, chi ne è beato, di fronte a quello che nella presente dovrebbe vedere, è pure disattento, là ha la cuffia del sonno addosso! Lì non si obbliga nessuno di fronte alla verità alla distinzione, quale deve essere l’unica verità. Forse proprio una piccolezza di persecuzione, che non noccia, contribuirà a che colui che la cuffia non solo sulla testa, ma anche su occhi e orecchi ha tirato, se la toglie dalla testa.

Forse dovrà essere pure necessario. Ma come le cose vadano: ora dove siamo alla fine di questo ciclo (dove tanto a noi si è avvicinato, necessariamente, coattivamente si è avvicinato, che in fondo è sgradevole), ora vogliamo come facciamo sempre altrimenti, pensare a ciò, che abbiamo nuovamente raccolto qualcosa della vita spirituale. Ora andiamo di nuovo separatamente, uno qua, l’altro là, ma la luce spirituale, a cui noi tutti aspiriamo e cerchiamo dentro l’oscurità della vita, ci lascia stare insieme dovunque, dove anche localmente separati possiamo essere. Le anime che qui siedono, possano sentire la loro appartenenza reciproca nel rivivere, nel meditare di nuovo l’ascoltato, oppure riguardo a quello che nell’amore reciproco si è mostrato, nel rivivere. Fisicamente siamo stati insieme, fisicamente non sempre così insieme potremo stare. Soprasensibilmente siamo insieme. Impariamo a stare insieme soprasensibilmente, affinché possiamo rendere probante l’essere del mondo soprasensibile, sovrafisico! Se portiamo con noi tali sentimenti, dopo che abbiamo steso insieme così a lungo, allora le anime porteranno con loro quello che la Teosofia come il migliore può dare agli uomini: l’amore che viene fuori dalla verità spirituale stessa. E sebbene fra ora e quella occasione dove di nuovo così insieme vogliamo stare, potesse accadere qualcosa, ciò può pure accadere in ogni caso, che il nostro stare insieme fisicamente nella giusta unione spirituale si trasformi nella separazione locale, affinché operi, viva e prosperi in noi il bene spirituale.

Abbiamo pure avuto nella nostra cerchia uomini dei più diversi modi di pensare, ma pure quei tali uomini, della cui apparizione sempre ci rallegriamo anche quando portano forse opinioni contrapposte nella nostra cerchia.

Ma non si tratta di opinioni e di opposizioni di opinioni, bensì di onesto, sincero sentimento della verità, di, si potrebbe dire, un essere congiurato per la veracità e l’onestà, per la veracità e l’onestà già nel sensibile. Che io dica ciò, non lo consideriate come qualcosa che deve necessariamente seguire dal tema del nostro ciclo di conferenze. Ma ciò che è necessario, è che abbiamo su molti campi potuto vivere la ricerca della verità nella nostra epoca, proprio nella nostra presente.

Che contro l’anima nessuna potenza della terra possa fare resistenza! Questo fonda la nostra fiducia, perché possiamo crescere verso il futuro con quel che possediamo. Sappiamo di essere in armonia con i migliori della nostra epoca, persino quelli che nulla sanno di noi o non vogliono saperlo. Ma non ci lasceremo indurre a intraprendere alcunché contro ciò per cui la nostra epoca è assetata. Sappiamo infatti che la guida dell’umanità è affidata a potenze spirituali superiori. Ciò che si manifesta nell’umanità proviene da queste potenze spirituali, anche quando appare diverso da quel che noi stessi vogliamo. Non nasce da arbitrio alcuno, bensì sgorga come con forza elementare dal centro delle anime, spinto dall’impulso del tempo. Così ci parla la nostra epoca. Ma come parlano quei fenomeni che l’hanno generata?

8°Conferenza speciale: Il movimento teosofico e gli enigmi della vita. Herman Grimm, la biografia di Raffaello, Konrad Burdach e Goethe

Monaco, 30 Agosto 1912

Vorrei anzitutto partire da qualcosa verso cui i miei pensieri si sono già rivolti durante questo ciclo di conferenze.

Tra le molteplici personalità che mi si sono presentate, prima di stare dentro la Società Teosofica, vi era, come ho accennato giorni fa, lo storico dell’arte Herman Grimm.

Egli, in tutto quel che realizzava singolarmente, non voleva altro se non porsi consapevolmente di fronte ai bisogni della nostra epoca.

Con lui si potevano vivere cose assai notevoli.

Negli anni sessanta del secolo scorso, Herman Grimm si era accinto a scrivere una biografia di Michelangelo.

Chi oggi la legga, se non è offuscato da pregiudizi, la troverà il migliore fra i lavori su Michelangelo. In un lavoro prolungato, Herman Grimm si sforzò di completare un’immagine armonica dell’opera e della creazione di Michelangelo. Vi riuscì, creando davvero un quadro di quell’epoca. Successivamente iniziò a scrivere una vita di Raffaello. Tra le sue costanti confessioni, che si potevano cogliere da Herman Grimm, vi era che per lui Raffaello si presentava assai diversamente. Poteva descrivere Michelangelo così da porgere un’immagine compiuta di quella personalità. Raffaello invece no: per lui stesso non bastava mai. Perché? Herman Grimm era un uomo che, in tutto ciò che voleva comprendere, ricercava sempre le cause originarie. Con Raffaello non riusciva a trovarle. Ogni volta che si convinceva di aver risolto qualcosa su Raffaello, doveva poi accorgersi che la faccenda restava estremamente imperfetta.

Eppure continuava a riprendere il tentativo, ancora poco prima della morte, per scrivere una vita di Raffaello.

Ma non la completò. Un breve frammento ne apparve poi nei suoi scritti postumi. Lui stesso si diceva: «Avrò fortuna questa volta, se vivo ancora abbastanza per realizzare qualcosa che corrisponda a quel che si dovrebbe sapere di Raffaello?» Fu poco prima della morte quando ricominciò, perché fu quel frammento al quale depose la penna. È soltanto un frammento, quello in cui egli stesso aveva ancora potuto scrivere una «Vita di Raffaello». Quando lessi quelle parole nel suo lascito, dovetti ricordare un momento in cui ero stato con lui in un piccolo circolo e avevo parlato, come desideravo parlare, delle questioni spirituali dell’umanità. Avevo grande affetto per Herman Grimm e l’avrò sempre. Era una personalità rigorosamente contenuta nel campo dello spirito che si era preparato. Aveva una risposta a quel che io avrei volentieri introdotto. Consisteva in questo: era un semplice gesto di rifiuto dinanzi a ciò che avrebbe potuto muoversi verso l’isola della sua vita spirituale dall’esterno, da quel che non poteva essere accolto con le forze che si potevano avere al suo tempo. Chi sapeva stare con lui lo comprendeva e comprendeva la sua mano, come si muoveva in gesto di rifiuto attorno al tavolo.

Per me quel gesto di mano fu il confine tra uno spirito che, con gli elementi spirituali della sua epoca, voleva rinvigorire quell’epoca medesima, e quel che come nuove forze dovette fluire nel nostro tempo. Ciò accadde nell’anno 1892.

Perché, vorrei ora suscitare soltanto nelle vostre anime, Herman Grimm non poteva, con gli elementi spirituali che vivevano nella sua anima, venire a capo della vita di Raffaello? Datevi la risposta con tutto quel che sarà necessario per la vita dello spirito di un tempo che dovrà comprendere qualcosa come la vita di Raffaello. Non voglio dire con ciò che la vita di Raffaello debba essere superiore a quella, poniamo, di Michelangelo. Pongo soltanto dinanzi a voi un fatto per l’anima umana. Cercate di darvi una risposta. È possibile, se lasciate che lo sguardo erri sulla prima immagine che apre il nostro terzo dramma mistico, «Il custode della soglia». Vi trovate quattro immagini: Elia, Giovanni Battista, Raffaello, Novalis.

Con quel che nel corso del nostro lavoro scientifico-spirituale pluriennale ha potuto manifestarsi in modo tale da sembrare plausibile e persuasivo, ci siamo sforzati di mostrare come una medesima individualità d’anima, reincarnandosi, passi da Elia a Giovanni Battista, rinascita in Raffaello, poi si presenti di nuovo in Novalis.

Per quanto fantastico possa sembrare oggi, così verace lo si troverà in un futuro non lontano.

Non si potrà comprendere il mondo se non si accoglierà l’idea della reincarnazione dell’anima umana e del karma che attraversa le varie vite terrene, quel che si chiama i nessi spirituali del mondo. Soltanto colui che parte da una vita di Raffaello quale viene riconosciuta dalla scienza dello spirito potrà descriverla veramente. Ovunque guardiamo, oggi preme e interroga l’anima umana il nesso della vita spirituale in tutto il mondo. Pone domande come questa: come accade che improvvisamente nella vita umana appaiano pensieri come sgorganti dall’anima propria, che erano presenti in epoche lontane e ora ritornano? Se si conosce il modo in cui la vita spirituale opera veramente, come essa nei periodi successivi ripropone sempre di nuovo i pensieri, allora si può sguardare nella natura del procedimento mediante cui la scienza dello spirito può svelare i nessi spirituali di pensiero. Nelle ultime settimane è comparso nel campo dello spirito tedesco qualcosa di straordinaria importanza. Vi sembrerà strano che io lo consideri importante. Ma devo considerarlo tale, perché è sintomaticamente rilevante. Quando ero a Weimar occupandomi di Goethe, ho conosciuto molte personalità che nella cultura tedesca hanno ruoli di primo piano.

Tra i vari germanisti mi si presentò allora uno dal quale potevo aspettarmi cose straordinarie nel suo campo.

È Konrad Burdach, che allora era professore a Halle, poi ha lasciato questo posto per vivere come studioso privato. Ora Konrad Burdach ha presentato nelle ultime settimane nelle assemblee dell’Accademia Berlinese delle Scienze una dissertazione assai interessante. Figurava certo dapprima soltanto tra gli scritti accademici, eppure vi è stata formulata una questione significativa, una questione però che non si può risolvere con i mezzi di Konrad Burdach, bensì solo con i mezzi della scienza dello spirito. Vi convincerete che è ben naturale al sentimento individuale della singola anima, quando riflette sui nessi della vita, domandarsi: come sta il poema del Faust di fronte all’anima moderna? Non abbiamo forse nel Faust rappresentato il pratico della vita della nostra epoca, che, giunto al termine della sua lunga vita, possiede anzitutto un ideale pratico dinanzi a sé? Guardiamo Goethe nella sua operosità pratica: possiamo seguire come egli parla a Eckermann, suo fedele segretario. Goethe è costretto a rappresentare lo sviluppo spirituale di Faust. Gli viene in mente il contenuto spirituale della Madonna Sistina di Raffaello; poté comprenderlo soltanto nella sua epoca più tarda, non al primo viaggio a Dresda per esempio. Voleva mostrare come al termine l’immortale di Faust venga accolto nei mondi superiori.

Vediamo come lotta con il suo problema così che una volta disse a Eckermann: è singolare come potenze demoniache attraversino il mondo e da un sovrasensibile sconosciuto lascino germogliare figure come Raffaello, come non si riesca a venire a capo di figure come Raffaello se non le si spiega dal loro emergere dal sovrasensibile.

Si può avere un sentimento di come Goethe abbia lottato dal graduale lasciar andare dell’entelecheia, dal graduale passaggio delle figure nei mondi superiori, finché non riuscì a venire a capo di un uomo che egli stesso aveva rappresentato come pratico della vita per i secoli avvenire.

Konrad Burdach ha posto per la filologia qualcosa di singolare. Chi legge la sua dissertazione ha il sentimento: è proprio strano come sia riuscito alla pura filologia di affiancare al Faust un’immagine parallela dai secoli precedenti. Le antiche figure vengono di nuovo presentate soltanto in forma moderna, come se Goethe le avesse plasmate.

L’intera storia di Mosè viene in questo modo presentata, come se Goethe l’avesse concepita, per il suo tempo. Konrad Burdach vuole mostrare così come nel modo di pensare di Goethe confluisca tutto ciò che si è articolato attorno alla figura di Mosè.

Così sta un uomo dinanzi alla porta, dietro la quale è il mondo sovrasensibile che dà risposte alla domanda: in che misura i pensieri, le potenze spirituali sono forze reali che operano attraverso i tempi e riappaiono sempre di nuovo in epoche diverse, adatte alle medesime?

Ovunque guardiamo, oggi il mondo bussa alla porta del mondo sovrasensibile. È nostro compito, è legato al nostro sentimento di responsabilità, ascoltare il mondo dove interroga onestamente e sinceramente, non per arbitrio personale, in modo conforme ai sentimenti, alle emozioni delle anime. Non ha importanza quel che ci immaginiamo su come dovrebbe essere il vero sviluppo dell’umanità. Dobbiamo invece leggere dalla realtà dalle migliori e più anelanti anime come vogliano loro stesse penetrare nel mondo spirituale. Dobbiamo trattenere quel che noi stessi giudichiamo importante, per poterlo dare a coloro che cercano. Di fronte a una cultura come quella da cui vogliamo operare, e in cui molti amici dall’estero in Europa e America collaborano con noi perché sanno che non ha nulla a che fare con la nazionalità, non conviene litigare su quel che è orientale e quel che è occidentale, in una cultura in cui uno spirito di rilievo ha detto: «Di Dio è l’Oriente, di Dio è l’Occidente!» Sono parole di Goethe che vivono nella nostra anima e da cui operiamo.

Ma nelle anime, non soltanto nelle nostre, bensì in quelle a cui dobbiamo ascoltare, non vivono soltanto i nostri arbitrari pensieri che ci dettano quel che dobbiamo dare agli altri.

Nelle anime vivono sentimenti che gli spiriti dei secoli hanno creato. Cerchiamo uno dei gruppi che ci si presentano. Andate con me a una delle opere che, come quelle di Goethe, sono straordinariamente eloquenti per la vita emotiva di fronte al mondo spirituale e alle figure che operano nell’evoluzione spirituale dell’umanità.

Andate con me a un capitolo del «Wilhelm Meister» di Goethe. Seguiamolo insieme come egli volle rappresentare consapevolmente Wilhelm Meister come rappresentante dell’umanità. Vediamo come Wilhelm Meister arriva a un castello, come è condotto dalla sua guida e gli vengono mostrate le bellezze del castello, tra l’altro anche la galleria d’arte. In essa è contenuto quel che può rappresentare il cammino evolutivo dell’umanità attraverso le varie epoche, e vediamo come l’umanità dai tempi remotissimi si è sviluppata sempre più fino alla distruzione di Gerusalemme. Attraverso i quadri successivi si deve comprendere come, per le forze che operano nell’evoluzione dell’umanità, si è giunti alla distruzione di Gerusalemme. Colui che è condotto, Wilhelm Meister, la cui educazione dell’anima deve esserci descritta, chiede alla sua guida: perché qui il corso dello sviluppo dell’umanità è rappresentato fino alla distruzione di Gerusalemme e per nulla, entro questo corso, quel che poco prima vi si era inserito: la vita di Cristo con tutto quel che compì in Palestina?

Allora la guida dice a Wilhelm Meister: rappresentare questo nello stesso modo del resto del corso dello sviluppo dell’umanità ce lo vieta quel che per noi è il più sacro.

Quel che qui vedi rappresentato è quel che di forze opera nella storia universale e opera così che nel suo insieme riguarda i gruppi umani, i popoli, non però le forze che singolarmente hanno agito nella vita di singoli uomini.

Sarebbe sbagliato inserire il Cristo in questa serie di quadri, perché il Cristo si rivolge intimamente a ogni singola anima, e ogni singola anima deve venire a capo di lui. Poi la guida conduce Wilhelm Meister in un secondo ambiente più segreto, dove è rappresentato quel che non può essere inserito nel corso ordinario dello sviluppo dell’umanità. Sono di nuovo quadri: da sé è rappresentato quel che si collega al Mistero del Golgota. In immagini è posto dinanzi a Wilhelm Meister tutto ciò che si collega al Cristo, fino, sì, fino alla Cena. Non c’è quel che si collega ora alla Cena come il vero Mistero del Golgota. Di nuovo Wilhelm Meister chiede alla sua guida: perché in questa camera più segreta è rappresentato quel che conduce alla Cena, e non quel che vi si collega?

Riceve la risposta che anzitutto nessuna anima umana è capace di rappresentare quel che vi si collega in modo tale che non ferisca il sentimento umano.

Goethe sentiva ancora nel suo tempo, dal suo spirituale, l’incapacità di rappresentare il grande Mistero, perché sapeva, per così dire, anche da un operare ancora inconscio, che i sentimenti più profondi della vita dell’anima devono essere estratti se si vuole conseguire e porgere alle anime il Sacro, il Sublime. Così il suo Wilhelm Meister ci mostra come si debba oltrepassare una duplice porta dell’Esoterico quando ci si vuole accostare a questo Sacro nella propria anima. Che cosa si è espresso allora nell’anima di Goethe?

Si è espresso che, quando nella cultura moderna l’anima si afferra rettamente dentro di sé, questa cultura moderna depone nell’anima un Sacro, un Sublime che Goethe dovette sentire. Quel che allora non era ancora dato per rappresentare questo Sacro deve invece venire. Deve operare nelle anime con tutt’altri mezzi.

Chi sente la responsabilità rispetto a quel che nel nostro tempo ha generato tali sentimenti, sta dinanzi al mondo spirituale con pieno sentimento di responsabilità.

Crede di poter servire questo sentimento di responsabilità solo se non fa altro che indicare alle anime come nel nostro tempo l’epoca maturi affinché le anime, quando si sviluppino verso la vita spirituale, conseguano quel che per lo sguardo di Wilhelm Meister deve aprirsi soltanto dopo il duplice oltrepassamento della porta ai misteri superiori.

Così sarebbe l’atmosfera che dal vivere dello spirito del nostro tempo fluisce nelle nostre anime, se volessimo parlare del Mistero del Cristo che a noi deve rivelarsi, volessimo parlare dell’intimità che esisterà tra l’anima e questa possente potenza dell’evoluzione universale, quando ogni singola anima sarà matura perché il Cristo rivelatosi di nuovo dal mondo spirituale si accosti intimamente a ogni singola anima. Sapevamo che non potevamo agire diversamente se non seguendo la guida di Wilhelm Meister. Essa conduce dapprima a quel che caratterizza le epoche, poi a quel che è rinchiuso nella camera più segreta, per poi fare particolari preparazioni per quel che, per ogni singola anima, dopo aver oltrepassato la seconda porta, non può parlare se non in libera consapevolezza alle anime. Se prescindiamo da quel che altrimenti dalle epoche parla alle anime, non si può, salvo che non agisca una calamità esteriore o simili, richiamare l’attenzione di un’anima umana su quel che deve vivere o aspettare, bensì su quel che attraverso la grazia della guida spirituale dello sviluppo dell’umanità si insinuerà nelle anime.

Sentiamo qui cooperare quel che la vita dello spirito ha preparato e poi è divenuto parte della nostra vita spirituale contemporanea.

Lì stiamo e sentiamo la nostra responsabilità verso coloro che furono vere anime cercatrici. Sentiamo come possiamo giustificare quel che abbiamo fatto. Ma apprendiamo anche che non siamo liberi di dire dal nostro arbitrio: così dev’essere, o così deve farsi! Perché non potrebbe essere invece così o cosà per tal ragione? No, sentiamo di essere obbligati a compiere quel che le forze creatrici del tempo da noi esigono, non quel che noi stessi esigiamo o potremmo esigere. Sentiamo di essere obbligati a continuare a creare nel senso di coloro che prima di noi hanno parlato, e diciamo: non vogliamo tener per sacro nulla altro che quel che voi teneste per sacro e anelaste. Ma vogliamo esservi fedeli in quel che per voi fluì dalle potenze spirituali. Allora capirete questo e non direte di molte domande che la singola anima in questi giorni potrà essersi posta, che qui sia fluito qualcosa di disarmonico, bensì vi direte: questi uomini non potevano agire diversamente, ma sapevano anche quel che facevano. Tutto si spingeva verso la vita dello spirito più comprensiva che la scienza dello spirito potrà dare al mondo quando consideriamo i tempi passati. Non guardate a quel che sgorga da qualsiasi arbitrari sforzi del tempo, bensì guardate a quel che i tempi stessi come necessità portano.

Non chiedete come chi crede di stare sul terreno fermo della scienza naturale voglia pensare agli enigmi del tempo e dell’anima umana, perché non può abbracciare quel che viene in considerazione.

Chiedete invece ai Grandi, da tempo scomparsi, che parlano alla vostra anima con oggettività.

Chiedete a un uomo che ha fatto così infinitamente molto per la scienza naturale del diciannovesimo secolo come Alexander von Humboldt, che nel suo «Kosmos» volle dare un’immagine così comprensiva dello sviluppo naturale. Chiedetegli dove voleva pensare oltre quel che interessa lo studioso di natura, dove per lui gli enigmi più profondi di tutte le questioni naturali sono toccati. E la sua risposta è: è il centoquattresimo Salmo di Davide! Questo stesso Alexander von Humboldt era di nuovo un’anima anelante, un’anima che, nel pieno possesso della cultura naturalistico-scientifica della sua epoca, dal diciannovesimo secolo dirigeva lo sguardo su quel che sgorgò dal sentimento più ardente del mondo spirituale, come appare nel centoquattresimo Salmo di Davide.

Chiedete ora quanto di quel che lì nel centoquattresimo Salmo parla all’anima umana in modo innodico, in forma concreta di esecuzione, come è necessario per il nostro tempo, si trova nella scienza dello spirito!

Se prestiamo attenzione a ciò, possiamo dire: che cosa risponde l’anima di Alexander von Humboldt a quel che noi facciamo?

Ci risponderebbe così, dicendoci: l’abbiamo anelato, quel che voi tentate, e presentimmo che doveva venire! E Wilhelm von Humboldt, il fratello di Alexander, il grande linguista, l’ultimo di quella epoca in cui in Europa giunse a conoscersi la grande poesia di cui ieri ho parlato, la Bhagavad Gita, questo grande spirito parlò circa così: disse di aver già vissuto abbastanza, da quando nella sua vita era entrato a conoscenza della Bhagavad Gita. Così il diciannovesimo secolo si era preparato in quelle anime che erano le più cercatrici, a ricevere obiettivamente e imparzialmente quel che su tutta la terra dell’umanità era stato dato come tesori spirituali. Così si era preparato a non cadere in unilateralità. Non ho voluto darvi trattazioni teoriche. Ritengo sempre le trattazioni teoriche per molto unilaterali, anche quando sono le migliori.

Con esempi ho voluto mostrarvi come sono i fatti, e come le anime sotto il potere di fatti reali sentono. Vorrei tornare a qualcosa che era presente nella mente di Herman Grimm, di cui mi parlò una volta mentre camminavamo da Weimar a Tiefurt, quel che viveva nella sua anima come un edificio che voleva costruire. Di ciò egli stesso parla nelle osservazioni introduttive ai suoi frammenti postumi così che gli stava sempre dinanzi agli occhi, e che tutte le sue singole opere sgorgavano da quel che così viveva nella sua anima.

Che cosa gli stava sempre presente alla mente?

Non era nulla di meno che una storia dello sviluppo dell’umanità, che voleva rappresentare come storia dello sviluppo della fantasia nazionale dell’umanità di tutti i popoli e di tutte le epoche. Questo era quello che doveva creare. Voleva indagare come per esempio in Grecia la potenza creatrice della fantasia aveva agito, come aveva posto al suo posto un Omero, un Eschilo, un Sofocle, come era passata attraverso i tempi fino all’epoca moderna e ovunque aveva posto quel che doveva essere rappresentato. Un uomo camminava accanto a me, che aveva la fede nella verità della fantasia, nella creazione della fantasia, ma un mondo lo circondava, che non aveva disposizione a credere in questo creativo della fantasia, nell’ascendenza della fantasia dal Padre della Verità!

Il sentimento che ora ritrovate nel terzo dramma mistico «Il custode della soglia», dove la Signora Bälde come un fantasma appare nei regni celesti (ma come un fantasma rovesciato, perché altrimenti i fantasmi vengono dal mondo sovrasensibile, la Signora Bälde invece guarda verso l’alto e appare lì così come gli esseri sovrasensibili scendono sulla terra), questo sentimento si impose allora alla mia anima e si plasmò come il destino della fantasia.

A questo destino della fantasia si dovrà pensare quando ci si vuole dedicare a quel che stava dinanzi a Herman Grimm, senza che si sappia nulla dell’ascendenza della fantasia dal Padre della Verità.

Mai si realizzò quel che stava dinanzi a Herman Grimm.

Sentì oscuramente che qualcosa sarebbe realizzato se gli riuscisse quel che voleva. Ma non riuscì. Perché non riuscì? Non riuscì perché la fantasia, se la si vuole considerare soltanto nel senso universalmente umano come potenza mondiale creatrice, continuamente sfugge. Si sente sempre come la potenza che si chiama fantasia sì deriva dalla verità, ma non conduce essa stessa alla verità, bensì solo alla Maja, e come dietro tutto ciò verso cui la fantasia conduce, sta il mondo spirituale, nei confronti del quale Herman Grimm fece quel gesto di rifiuto. Nei giorni ultimi questo sentimento mi si porse di nuovo dinanzi all’anima nei confronti dell’uomo che dalla fantasia voleva descrivere il corso dello sviluppo dell’umanità. Mi dissi: egli aveva l’ideale di trovare, dal vivere dello spirito, dai mezzi spirituali che il suo tempo gli dava, qualcosa di soddisfacente riguardo agli enigmi del mondo. Ma quel che dalla sua epoca poteva conseguire, quel che in modo onesto e sincero poteva accogliere nella sua anima, non gli dava la soluzione. E perché era onesto, l’evitò!

Da ciò vediamo come il nostro tempo esiga quel che può svelare gli enigmi del mondo, quel che può dare chiarimento sulle forze creatrici e sulle potenze creatrici che stanno dietro le apparenze sensibili e che producono la firma delle apparenze sensibili.

Perché ciò mi si porse davanti agli occhi di recente?

Non ho mai esitato a menzionare anche il personale, quando il personale è oggettivo, e ognuno può pensarne come vuole. Mi sforzo di considerare il personale completamente oggettivamente. Mi si porse dinanzi agli occhi perché si paragonò da sé a me, quel che uno spirito voleva e non poteva, e quel che ora in modo certamente bello si è realizzato attraverso il libro del nostro stimato Édouard Schuré «L’Évolution divine». Leggete e proponetevi di leggerlo così da penetrare nella potenza spirituale che sta dietro ogni apparenza sensibile, che però nel corso delle epoche ha operato come la fantasia creatrice. E vedrete come il nostro tempo inizia a rispondere a ciò che erano domande calde, anelanti, talora nemmeno pienamente consapevoli della nostra vita spirituale. Allora nella vostra anima troverete la risposta a quel che deve essere la scienza dello spirito, ma anche la risposta a come deve essere la scienza dello spirito.

Come dobbiamo pensare affinché possa instaurarsi un’armonica cooperazione nella vita spirituale del presente, era mio bisogno nel corso della presente mattinata dirvi questo

9°


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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