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O.O. 143

Esperienze del soprasensibile. Le tre vie dell'anima verso il Cristo

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1°Nervosità e individualità

Monaco, 11 Gennaio 1912

Oggi vorrei offrire alcuni suggerimenti che si collegano a quanto già conosciamo, ma possono comunque risultare utili a ognuno di noi, e illuminare la natura essenziale dell’uomo e il suo rapporto con il mondo.

L’antroposofo incontra spesso non solo le obiezioni alla scienza dello spirito discusse nelle conferenze pubbliche, ma anche molte altre critiche da parte di persone estranee al movimento.

Molti, dotti e non, sollevano di continuo obiezioni al nostro parlare, nel senso della scienza dello spirito, della suddivisione della natura umana in quattro membra che sempre menzioniamo: corpo fisico, corpo eterico o vitale, corpo astrale e l’Io. Alcuni dubitosi potrebbero controbattere che chi sviluppa certe forze animiche nascoste potrebbe forse scorgere queste membra essenziali, ma chi non le vede non avrebbe motivi per credere a una simile dottrina. Eppure occorre sottolineare che la vita umana, se osservata attentamente, non solo conferma quanto la conoscenza spirituale insegna, ma anche: applicando al vivere ciò che apprendiamo da essa, una simile applicazione rivela un’utilità straordinaria. Progressivamente scopriamo che questa utilità – intendo un beneficio superiore, non volgare – ci porta poco a poco a una convinzione, anche senza ricorrere all’osservazione chiaroveggente. È ben noto che nella nostra epoca i lamenti su quella che il termine temutissimo di nervosità racchiude sono numerosi, e non stupisce se taluno si sente spinto a esclamare: in questa epoca non esiste più un uomo che non sia nervoso in qualche aspetto.

E come non comprendere una simile affermazione? Lasciando da parte le condizioni sociali cui attribuiamo certe cause nervose, tali stati chiamati nervosità si manifestano comunque in varie forme. Si manifestano forse nel modo più lieve, meno sgradevole, in ciò che potremmo chiamare un’agitazione psichica: il soggetto è incapace di trattenere ordinatamente un pensiero, di seguirne le conseguenze logiche; salta sempre da un’idea all’altra, e se tentate di fermarlo su un pensiero, è già passato a un altro. Una precipitazione della vita psichica caratterizza spesso questa forma più leggera di nervosità. Un’altra forma consiste nel fatto che le persone non sanno che fare con se stesse, non riescono a prendere decisioni nemmeno su questioni che le riguardano direttamente, e non sanno mai veramente cosa fare in una situazione o nell’altra. Questi stati possono trasformarsi in condizioni più preoccupanti, quando la nervosità si sviluppa gradualmente in vari quadri patologici senza cause organiche evidenti, eppure mimano talvolta malattie organiche in modo ingannevole, sicché si potrebbe credere a una grave gastrite mentre il paziente soffre solo di quella che viene banalmente racchiuso nel termine nervosità.

Chi ne è affetto soffre tanto quanto se la malattia avesse origini organiche.

Numerosi altri stati potrebbero ancora essere descritti: chi non li conosce, chi non ne soffre, direttamente o osservandoli nei propri cari? Non occorre nemmeno giungere a parlare – desidero non divagare in altri ambiti – di un “alcolismo politico” riguardo ai grandi eventi pubblici; si è infatti notato come il comportamento nervoso nella vita pubblica recente assomigli a quella condotta che solitamente un individuo mostra solo se leggermente ebbro. Così nel panorama politico europeo degli ultimi mesi osserviamo questa agitazione, della quale si potrebbe dire non solo che la nervosità vi domina, ma che la si percepisce come piuttosto sgradevole.

Ovunque, dunque, tale nervosità è presente.

Quel che abbiamo indicato non migliorerà negli anni che verranno; anzi peggiorerà. Non si possono fornire prospettive positive per il futuro se le persone rimangono così. Certe forze nocive influenzano enormemente la nostra vita presente e si trasmettono, per così dire, epidemicamente da un individuo all’altro, sicché non solo chi è già predisposto soffre, ma anche altri, forse solo debolmente vulnerabili, ne vengono contagiati. Un’enorme nocività per il nostro tempo consiste nel modo in cui molti di coloro che raggiungeranno posizioni eminenti nella vita pubblica studiano attualmente.

Interi ambiti accademici si caratterizzano per il fatto che ci si comporta in modo tale che per l’intero anno si svolgono attività ben diverse dall’apprendimento serio di ciò che i professori insegnano; ci si presenta saltuariamente, ma la preparazione per gli esami avviene solo in poche settimane, mediante uno studio frettoloso. Il male principale sta appunto in questo “impiccio dello studio”. Siccome questa pratica si estende persino alle scuole inferiori, i danni che ne derivano non sono affatto inoffensivi. L’essenziale è che manca una reale connessione tra l’interesse più profondo dell’anima e ciò che ci si appropria in tal modo. Persino nelle scuole, talvolta gli studenti pensano: se solo potessi dimenticare il prima possibile ciò che apprendo.

Manca dunque quel desiderio fervente di possesso di ciò che ci si appropria. Solo un debole legame d’interesse collega, per così dire, il nucleo animico umano a ciò che si apprende. Proprio questo fatto implica che gli individui non possono svilupparsi a sufficienza per agire con efficacia nella vita pubblica, perché, avendo acquisito il sapere frettolosamente, interiormente non sono legati ai compiti della propria professione; rimangono psichicamente lontani da ciò che il loro intelletto deve affrontare.

Per la totalità della natura umana, nulla è più dannoso che quando rimangono psichicamente distanti, col cuore, da ciò che la testa deve svolgere.

Non è solo un fastidio per persone sensibili, ma colpisce profondamente la forza e l’energia del corpo eterico umano – proprio il corpo eterico. Esso si fa sempre più debole per l’esiguità della connessione fra il nucleo animico umano e l’attività svolta. Quanto più qualcosa deve essere svolto senza interesse, tanto più si indebolisce il corpo eterico.

L’Antroposofia dovrebbe agire in modo sano su chi l’apprende, non solo insegnando che l’uomo consiste di corpo fisico, corpo eterico e così via, bensì dovrebbe operare affinché le singole membra della natura umana si sviluppino in modo sano, vigorose e potenti. Se ora l’individuo compie un esperimento semplice, ma lo ripete con costanza, una piccola cosa può produrre effetti straordinari. Mi perdonerete se oggi parlo di singole osservazioni, di piccolezze che possono tuttavia divenire cose assai significative per la vita umana. Questo si collega intimamente a quanto ho appena caratterizzato: la leggera smemoratezza che talvolta le persone mostrano. Essa è sgradevole nella vita; l’Antroposofia può però insegnare che costituisce un danno gravissimo per la salute. Per quanto strano possa suonare, è vero: molte manifestazioni della natura umana, quasi patologiche, verrebbero evitate se le persone fossero meno smemorate.

Potete dire: ma le persone sono smemorate per natura; chi potrebbe – vedremo facilmente osservando la vita – dichiararsi del tutto libero da questo difetto? Prendete un caso comune: una persona scopre di non ricordare dove ha riposto oggetti che le servono.

È una cosa che accade nella vita.

Uno non trova la matita, un altro non trova i gemelli da polso che ha tolto la sera precedente, e così via.

Sembra bizzarro e banale parlarne, eppure accade. Vi è un’ottima esercitazione, seguendo l’insegnamento antroposofico, per migliorare gradualmente una simile smemoratezza. È uno strumento assai semplice. Immaginate che una signora riponga una spilla, un signore i gemelli da polso da qualche parte, e scopra il mattino successivo di non trovarli. Potremmo dire: certo, si potrebbe abituarsi a riporli sempre nello stesso posto. Non potrete farlo per tutti gli oggetti, ma nel momento presente parliamo di un metodo assai più efficace per guarire. Immaginate che una persona, notando questa propria smemoratezza, dica: vorrò riporre gli oggetti che desidero ritrovare in luoghi assai diversi; però non riporterò mai un oggetto in un posto, se non pensando consapevolmente: ho riposto questo oggetto qui, mi fisso bene nella memoria l’immagine dell’ambiente per forma, colore e così via, e cerco di imprimermela. Supponiamo di riporre una spilla su un bordo del tavolo dove è uno spigolo; la riporremo col pensiero: ripongo questa spilla su questo spigolo, e mi fisso bene l’angolo retto che si forma intorno, in quanto la spilla è circondata da spigoli su due lati, e così via. Poi me ne allontano tranquillo, e noto che – se lo faccio una sola volta, potrebbe non riuscire subito in tutti i casi, ma se lo ripeto più spesso, se ne faccio una regola, di riporre gli oggetti con siffatti pensieri – la mia smemoratezza poco a poco scompare sempre più. Questo dipende dal fatto che ho formulato un pensiero ben preciso – ho riposto la spilla qui – e ho così collegato il mio Io all’azione che compio, aggiungendovi un’immagine.

Una rappresentazione vivida, visiva di ciò che faccio, e soprattutto il collegamento dell’azione con il nucleo essenziale spirituale-animico, con il mio Io, è ciò che acuisce la memoria in modo sostanziale.

In questo modo otteniamo già il vantaggio pratico di diventare meno smemorati. Forse non varrebbe la pena di sottolinearlo tanto, se non si potesse conseguire assai di più. Supponiamo che diventasse un’usanza abituale fra gli uomini nutrire tali pensieri nel riporre oggetti: semplicemente attraverso una simile pratica verrebbe provocato un rafforzamento del corpo eterico umano. Il corpo eterico umano, mediante siffatte azioni, si consolida davvero sempre più, diventa sempre più forte. Dall’Antroposofia abbiamo imparato che il corpo eterico, il corpo vitale, è da considerarsi in un certo senso il portatore della memoria. Se compiamo azioni che rafforzano le capacità mnestiche, possiamo comprendere che un simile rinforzo giova al nostro corpo eterico. Come antroposofi non dobbiamo stupirci di questo. Immaginate di consigliare un simile metodo non solo a una persona smemorata, bensì a chi manifesta stati di nervosità. Supponiamo di suggerire a una persona nervosa o agitata di accompagnare il riporre gli oggetti con siffatti pensieri come quelli descritti: vedrete che attraverso un esercizio serio non diventa solo meno smemorata, ma che, rafforzando il corpo eterico, gradualmente riesce a superare i propri stati nervosi. Qui avete fornito dalla vita la prova che le affermazioni antroposofiche sul corpo eterico sono esatte. Se ci comportiamo verso il corpo eterico nel modo appropriato, esso acquisisce forze. Nel conseguimento di simili successi possiamo riconoscere una prova della verità dell’assunto e della caratterizzazione del corpo eterico.

Passiamo a un’altra questione, che apparentemente è una piccolezza, eppure straordinariamente importante.

Sapete che nel nostro essere umano si confinano immediatamente il corpo fisico e il corpo eterico.

Il corpo eterico è direttamente inserito nel fisico, cioè si interpenetrano intimamente. Nella nostra epoca moderna potete osservare una peculiarità non tanto rara, per cui gli individui in cui si manifesta per lo più non possono farvi nulla. Quando notiamo questa peculiarità e possediamo un’anima consapevole e compassionevole, proviamo esattamente compassione verso tali persone. Non avete mai visto, ad esempio, impiegati allo sportello postale o altri che scrivono molto, compiere strani movimenti prima di scrivere una lettera? Fanno una sorta di avvio in aria con la penna prima di iniziare a scrivere? Non deve nemmeno giungere a questo punto, perché è già un’inclinazione a una brutta condizione se le persone nel proprio lavoro compiono simili gesti; può accadere – osservatelo bene – che mentre scrivono si diano un colpo prima di ogni tratto, scrivendo così a scatti: non fluiscono regolarmente su e giù, bensì a scatti. Potete vederlo nelle scritture così eseguite. Possiamo comprendere un simile stato dal sapere della scienza dello spirito in questo modo.

In una persona del tutto sana – sana riguardo al corpo fisico e al corpo eterico – il corpo eterico, diretto dal corpo astrale, deve sempre avere l’assoluta capacità di agire sul corpo fisico, e il corpo fisico deve essere dappertutto, in tutti i suoi movimenti, uno strumento, un servitore del corpo eterico. Se il corpo fisico compie movimenti per conto proprio, che vanno oltre ciò che l’anima, il corpo eterico e il corpo astrale intendono veramente, allora vi è un’anomalia, una prevalenza del corpo fisico sul corpo eterico. In tutti coloro che mostrano i sintomi descritti, abbiamo a che fare con una debolezza del corpo eterico, consistente nel fatto che non può più controllare pienamente il corpo fisico.

Questa relazione del corpo eterico con il corpo fisico è alla base, dal punto di vista occulto, di tutti gli stati convulsivi.

Essi dipendono essenzialmente dal fatto che il corpo eterico esercita un controllo minore sul corpo fisico di quanto dovrebbe, e quindi il corpo fisico predomina e compie vari movimenti per proprio conto, mentre un individuo sano, riguardo alle proprie membra, mantiene i propri movimenti sotto il volere del corpo eterico-astrale. Ora esiste nuovamente una possibilità di aiutare, se un simile stato non ha fatto troppi progressi in una persona; occorre però fare i conti con i fatti occulti.

Bisogna ritenere che il corpo eterico in quanto tale debba essere rafforzato. Occorre, per così dire, credere all’esistenza e alla capacità di rafforzamento del corpo eterico. Immaginate che un povero individuo si sia davvero rovinato al punto da fare continui movimenti nervosi con le dita prima di iniziare a scrivere certe lettere. Sarà ben provato consigliargli: sì, prenditi una pausa, scrivi meno per un certo periodo e ti riprenderai. Ma questo è solo mezzo consiglio; molto di più si potrebbe fare, se insieme gli si desse un secondo consiglio: sforzati – senza affaticarti, bastano un quarto d’ora o trenta minuti al giorno – di assumere una calligrafia diversa, di cambiare la tua scrittura, sicché tu sia obbligato a non scrivere meccanicamente come prima, ma a prestare attenzione a come formi le lettere. Ad esempio, mentre normalmente scrivi la F in un certo modo, scrivila ora più ripida e in forma del tutto diversa, sicché devi stare attento. Abituati a tracciare le lettere con cura. Se la conoscenza spirituale si diffondesse più largamente, quando un simile disgraziato tornasse dalle vacanze con una scrittura nuova, il principale non direbbe: che tipo di pazzo sei, hai una calligrafia del tutto diversa?

Un capo antroposofico capirebbe che questo è un mezzo terapeutico essenziale.

L’individuo, quando cambia la propria scrittura, è costretto a prestare attenzione a quello che fa; prestare attenzione a ciò che si compie significa sempre collegare intimamente il proprio nucleo essenziale con l’azione compiuta. Tutto ciò che collega il nostro nucleo essenziale con quel che facciamo rafforza il nostro corpo eterico o vitale, e diventiamo persone più sane. Non sarebbe nemmeno assurdo mirare sistematicamente, nell’educazione e nella scuola, al rafforzamento del corpo eterico già nella gioventù. L’Antroposofia oggi deve già avanzare questa proposta, anche se non sarà attuata ancora a lungo, poiché l’Antroposofia continuerà a essere considerata dai fattori dirigenti dell’educazione come qualcosa di folle; ma ciò non importa. Immaginate che insegnando ai bambini a scrivere si insegnasse loro una certa forma di calligrafia, e che dopo qualche anno, spontaneamente, senza altro motivo, cambiassero carattere.

Un simile cambiamento calligrafico e l’attenzione intensificata richiesta avrebbe un effetto straordinariamente rafforzante sul corpo eterico che si sviluppa, e in questi individui, in età adulta, comparirebbero meno stati nervosi. Vedete quindi come nella vita si possa fare molto per rafforzare il corpo eterico o vitale, cosa di straordinaria importanza; è proprio la debolezza del corpo eterico che provoca numerosi squilibri veramente malsani nel nostro presente. Anzi si può affermare – e non è eccessivo dirlo – che persino certe patologie, che pure potrebbero avere basi non modificabili, procederebbero diversamente se il corpo eterico fosse più forte di quanto procede in un corpo eterico indebolito, che è praticamente il marchio distintivo dell’uomo moderno.

Con questo abbiamo già indicato qualcosa che si chiama l’elaborazione del corpo eterico.

Applichiamo certi esercizi per il rafforzamento del corpo eterico. Su ciò che non esiste, non si negherebbe, non si possono applicare esercizi. Mostrando che è proficuo applicare certi esercizi al corpo eterico, e potendo dimostrare che questi hanno effetto, si prova che il corpo eterico esiste. La vita fornisce ovunque le prove corrispondenti di ciò che l’Antroposofia insegna. Il nostro corpo eterico si può rafforzare sostanzialmente pure se facciamo qualcos’altro per migliorare la memoria. Forse questo è già stato menzionato in altri contesti, ma lo ripeterò, poiché in tutti i quadri patologici in cui la nervosità svolge un ruolo, dovremmo ricorrere a questi consigli.

Si può fare straordinariamente molto per rafforzare il corpo eterico o vitale se le cose che sappiamo le ripercorriamo non solo con i pensieri nel modo usuale, bensì le ripercorriamo all’indietro. Supponiamo ad esempio che in una scuola si debbano imparare una serie di eventi storici, battaglie o sovrani con i relativi anni. È straordinariamente utile non solo apprenderli nell’ordine ordinario, ma anche impadronirsi della materia nell’ordine inverso, immaginando tutto dal fondo verso l’inizio. È una cosa straordinariamente importante. Infatti, se lo facciamo in modo più vasto, contribuiamo a un rafforzamento enorme del nostro corpo eterico. Interi drammi dal finale all’inizio, le cose che abbiamo letto in racconti o simili, pensarle dal fondo all’inizio, sono cose della massima importanza per il consolidamento del corpo eterico.

Ora, da quasi tutto ciò che finora è stato indicato come particolarmente buono ed efficace per il rafforzamento del corpo eterico, nella vita odierna constaterete che non lo si pratica, che non lo si applica affatto o non con la regolarità necessaria.

Nel frenetico tran-tran contemporaneo si ha ben poca occasione di giungere a quella quiete interiore necessaria per svolgere tali esercizi.

L’individuo, nella maggior parte dei casi, la sera è così esausto, così fiaccato che non pensa nemmeno a dove ripone le proprie cose o con quale riflessione. Però quando la scienza dello spirito penetrerà davvero nei cuori e nelle anime degli uomini, allora si vedrà che infinitamente molte cose che oggi accadono potrebbero essere risparmiate, e che il tempo per svolgere tali esercizi rafforzanti è in realtà già disponibile per ogni persona. Ci si accorgerà assai presto, soprattutto quando nell’ambito dell’educazione si presta cura a simili cose, che ne derivano risultati straordinariamente favorevoli. Un’altra piccolezza ancora merita menzione: certo, nella vita adulta non giova tanto, ma se l’individuo non l’ha coltivata nella prima gioventù, è bene che la pratichi più tardi.

Consiste nel fatto che certe cose che compiamo – indipendentemente dal fatto che queste azioni lascino traccia o meno – le osserviamo simultaneamente. Nel caso della scrittura, è relativamente facile farlo. Sono convinto che molti si disabituerebbero da una pessima calligrafia se provassero a osservare lettera per lettera ciò che hanno scritto, lasciando veramente l’occhio scorrere su quanto tracciato. Nella scrittura è relativamente molto facile guardare in contemporanea quello che si fa. Ma per esercizio è utile anche qualcos’altro, che però non dovrebbe continuarsi a lungo. È quando l’individuo cerca di osservarsi mentre cammina, come muove la mano, muove la testa, nel modo in cui ride e così via; insomma, quando cerca di formarsi un’immagine consapevole della propria gestualità. La maggior parte delle persone – potete verificarlo attraverso sufficienti osservazioni della vita – in realtà non sa come cammina.

Pochi hanno un’idea di come appaia quando si guarda loro mentre camminano.

Eppure è bene fare questo, per formare un’idea consapevole dell’effetto delle proprie azioni.

Ma non deve continuarsi sempre, altrimenti nuoce troppo alla vanità umana. Oltre al fatto che correggeremmo molto in noi se applicassimo una simile pratica nella vita, questo esercizio ha un effetto straordinariamente favorevole sul consolidamento del corpo eterico o vitale e anche sul controllo del corpo eterico da parte del corpo astrale. Se l’individuo osserva le proprie gestualità, se guarda ciò che fa, si forma un’idea cosciente dei propri atti, raggiunge il vantaggio che il controllo del corpo astrale sul corpo eterico diventa sempre più forte. Per questa via l’individuo giunge nella condizione, se necessario, di sopprimere anche qualcosa con successo, ad esempio di omettere volontariamente certe azioni o movimenti, o di farli diversamente dalle proprie abitudini. È una delle più grandi conquiste dell’uomo il poter fare talvolta diversamente le cose che normalmente fa. Non intendo sviluppare una, per così dire, scuola di contraffazione della scrittura; oggi la gente apprende a modificare la calligrafia solo quando vuole usarla per scopi illegittimi. Però, mantenendosi perfettamente onesti, è utile per il consolidamento del corpo eterico variare talvolta la propria grafia. È inoltre bene acquisire la capacità di svolgere questa o quella attività anche in modo diverso, non essendone vincolati a compierla in un unico modo. L’individuo non deve diventare un fanatico della parità di uso fra mano sinistra e destra; ma se in modo moderato tenta di svolgere con la sinistra alcune azioni che normalmente fa con la destra – senza spingersi oltre il poterlo fare una volta – esercita un influsso favorevole sul controllo che il nostro corpo astrale deve esercitare su quello eterico.

Il rafforzamento dell’uomo nel senso che può essere fornito dalla penetrazione spirituale appartiene a ciò che deve essere portato alla nostra cultura per mezzo della diffusione della scienza dello spirito.

Specialmente importante è quella che si potrebbe chiamare la coltura della volontà. È già stato sottolineato che la nervosità si esprime spesso in ciò che gli uomini nel nostro tempo talvolta non sanno veramente come riescano a fare effettivamente quel che desiderano. Esitano nell’eseguire quel che si sono proposti, non combinano nulla di serio e così via. Quel che si può intendere come certa debolezza della volontà poggia su un controllo insufficiente dell’Io sul corpo astrale. Quando una simile debolezza della volontà si manifesta – tale che gli uomini desiderano qualcosa e insieme non la desiderano, o almeno non riescono a realizzare quel che vogliono – c’è sempre un controllo insufficiente del corpo astrale da parte dell’Io. Alcuni non giungono nemmeno a desiderare seriamente ciò che dovrebbero desiderare. Ora esiste un mezzo semplice per rafforzare la volontà nella vita esteriore, e questo mezzo consiste nel reprimere i desideri che sussistono, nel non realizzarli, naturalmente quando il loro mancato compimento non provoca danno.

Se ci esaminiamo nella vita, dall’alba al tramonto scopriamo innumerevoli cose che desideriamo, di cui sarebbe gradevole se ci fossero concesse, ma scopriamo pure numerosi desideri di cui potremmo rinunciare alla realizzazione, senza danno per noi stessi o per altri, senza violare alcun dovere, desideri la cui soddisfazione potrebbe darci piacere, ma che potrebbero benissimo restare insoddisfatti.

Se sistematicamente cerchiamo fra i nostri vari desideri di trovarne alcuni riguardo ai quali diciamo: no, questo desiderio adesso non sarà soddisfatto – occorre naturalmente scegliere il posto giusto, dev’essere qualcosa che non provoca danno, che la sua realizzazione non porterebbe nulla se non benessere e piacere –, se sistematicamente reprimiamo tali desideri, allora ogni repressione di un piccolo desiderio significa un afflusso di forza di volontà, un rafforzamento dell’Io di fronte al corpo astrale.

E se in seguito ancora ci sottoponiamo a un simile procedimento di automazione, in questa relazione possiamo recuperare molto di quello che l’educazione attuale nella gioventù largamente trascura. Ora è fondamentalmente difficile agire pedagogicamente proprio nel campo che è stato caratterizzato; occorre infatti considerare che se noi stessi, come educatori, siamo in grado di soddisfare un qualsiasi desiderio che il bambino o il giovane esprime e gliene neghiamo uno, allora non solo neghiamo un desiderio, ma provocheremo anche una sorta di avversione nel discepolo. Questo può essere dannoso dal punto di vista pedagogico. Così si potrebbe dire che sembra davvero dubbio introdurre nei principi educativi il non appagamento dei desideri degli educandi, se con ciò si provoca un’avversione da parte loro. Ci si trova davanti a una sorta di scogliera della vita. Se un padre vuole educare il figlio dicendo: no, Carlo, non l’avrai –, otterrà il risultato ancora più marcato che il ragazzo sviluppi avversione nei suoi confronti, piuttosto che conseguire il buon effetto che potrebbe derivare dal non soddisfare desideri. Allora ci si chiede: che si deve fare?

Esiste un mezzo molto semplice: non si nega al discepolo il desiderio, bensì a se stessi, però in modo che il discepolo se ne accorga consapevolmente, che il discepolo veda che ci si nega questo o quello. Nei primi sette anni della vita, ma anche in seguito come strascico, domina un forte istinto di imitazione, e noi constateremo che quando chiaramente davanti a chi educhiamo ci neghiamo questo o quello, loro lo imitano, anche se forse inconsciamente, sentendolo come qualcosa di desiderabile.

Con ciò conseguiremo qualcosa di straordinariamente significativo.

Vediamo così come i nostri pensieri, soltanto se guidati e diretti opportunamente da ciò che ci fornisce la scienza dello spirito, generano risultati tangibili. Allora la scienza dello spirito non rimane solo teoria, diviene sapienza di vita, realmente qualcosa che ci sostiene e ci guida nel vivere. Un mezzo molto importante per rafforzare il controllo del nostro Io sul corpo astrale è quello che potete imparare dalle due conferenze pubbliche che ho tenuto qui. La peculiarità di queste due conferenze era che venivano illustrati sia gli argomenti a favore sia quelli contro una questione. Se esaminate come gli uomini con le loro anime si pongono nella vita, vedrete che per lo più, quando agiscono o pensano, dicono realmente sempre solo l’uno o l’altro: quello che si può dire a favore o quel che si può dire contro una cosa.

È la norma. Eppure non esiste alcuna cosa nella vita per cui esista un pro o un contro assoluto, nemmeno una.

Per tutto c’è un pro e un contro; per tutte le cose è bene che ci abituiamo a trattarle in modo tale che consideriamo non solo l’uno, bensì anche l’altro, non solo il pro o il contro, bensì il pro e il contro. Inoltre, per le cose che facciamo, è bene rappresentarci i motivi per cui in talune circostanze sarebbe meglio ometterle, oppure in generale renderci consapevoli che ci sono anche ragioni contrarie. L’egoismo e l’amor proprio si oppongono fortemente al fatto che per qualcosa che vogliamo fare ci rappresentiamo i motivi contrari, perché gli uomini desiderano ardentemente essere soltanto buoni; ci si può rilasciare una certificazione di essere buoni se si fa solo ciò per cui ci sono molte ragioni e si omette quel cui si oppone qualcosa.

È sgradevole il fatto che contro quasi tutto quel che si fa nella vita si possono sollevare molte obiezioni.

Non siamo cioè così – dico questo perché è straordinariamente importante per la vita – così buoni come crediamo. Però questa verità generale ha senso solo quando effettivamente, per le singole cose che facciamo – anche se le compiamo perché appunto la vita le esige – ci rappresentiamo consapevolmente ciò che condurrebbe alla loro omissione. Quel che per questa strada si consegue, potete visualizzarlo nel seguente modo semplice: avrete certamente incontrato persone che sono così volontariamente deboli da preferire non decidere affatto di persona, desiderando piuttosto che altri prendano la decisione per loro e loro seguano soltanto gli ordini ricevuti. Per così dire, si scaricano della responsabilità, interrogano piuttosto cosa debbano fare anziché scoprire personalmente i motivi di un’azione o dell’altra. Certo, adduco questo caso non per rappresentarlo come significativo in questo momento, bensì per conseguire qualcosa d’altro. Immaginiamo una simile persona, che ama interrogare gli altri – ma questo può anche essere inteso nel senso che quel che ho detto è qualcosa contro cui si possono sollevare molte obiezioni, ma si possono anche sollevare molte a favore, quasi nulla nella vita si può asserire senza poter essere in qualche modo confutato –, immaginiamo una simile persona che ama interrogare. Si trova di fronte a due persone che le danno consigli sulla medesima questione.

L’una dice: sì, fallo –, l’altra dice: non farlo! Allora vedremo effettivamente nella vita che un consigliere perviene a una vittoria decisiva sull’altro consigliere. Colui che possiede una volontà più forte perviene alla vittoria con la sua opinione e influenza chi interroga. Qual è lo scenario che di fatto osserviamo?

Per quanto possa apparire insignificante, è un fenomeno estremamente significativo.

Se io sto di fronte a due persone, l’una dice sì, l’altra no, e io eseguo il sì, allora la volontà di un consigliere opera in me ancora, la sua forza di volontà si è afferrata in modo che mi ha dato la forza per la mia azione. La sua forza di volontà ha ottenuto la vittoria sulla volontà dell’altro consigliere; cioè la forza di un uomo ha trionfato in me. Ora immaginate: se non stessi di fronte a due altre persone, l’una che dice sì e l’altra no, bensì stessi solo e mi rappresentassi dentro il proprio cuore il sì o il no, e insieme mi rappresentassi i motivi, se nessun altro venisse a me ma io stesso mi rappresentassi i motivi per il sì o il no, e poi procedessi e lo realizzassi perché mi sono detto sì, allora una forza potente si è dispiegata, eppure stavolta in me stesso. Ciò che prima l’altro ha esercitato in me, adesso l’ho fatto io stesso, e così ho sviluppato in me una forza. In tal modo, quando ci si pone interiormente davanti a una scelta, si lascia una forza trionfare su una debolezza. Per questo è estremamente importante, poiché nuovamente rafforza in modo straordinario il controllo dell’Io sul corpo astrale. Allora non si dovrebbe affatto considerare come un fastidio il considerare seriamente il pro e il contro in tutti i singoli casi dove è possibile. Si constaterà che si fa molto per rafforzare la propria volontà se in questo modo si cerca di eseguire quel che è stato caratterizzato. Però questo ha anche un lato oscuro, cioè che invece del rafforzamento della volontà, può subentrare un indebolimento, quando dopo aver così rappresentato i motivi pro o contro una questione, non agiamo – per negligenza – secondo l’uno o l’altro motivo.

Allora apparentemente abbiamo seguito il no, ma in realtà siamo stati solo pigri.

Sarà bene – se si vuole tener conto della scienza dello spirito in questo modo – che una simile rappresentazione del pro o del contro non la si faccia quando si è stanchi, e la decisione non la si prenda quando in qualche modo si è debilitati, bensì attendere finché ci si senta abbastanza forti e si sappia: tu adesso non sei debilitato, puoi veramente seguire ciò che come pro o contro ti riproponi.

Così bisogna stare attenti a se stessi, per rappresentarsi tali cose al momento giusto.

Fra le cose che nel senso più eminente rafforzano il controllo dell’Io sul corpo astrale, rientra inoltre il respingere tutto quello che nella nostra anima erige un’opposizione fra noi e il resto del mondo, fra noi e l’ambiente circostante; questo dovrebbe essere fra gli impegni che l’antroposofo si assume. Non si intende che si debba evitare la critica legittima; se la critica è obiettiva, naturalmente sarebbe una debolezza presentare il cattivo come buono. Non bisogna farlo affatto. Però bisogna imparare a distinguere fra quel che si critica per sua natura e quel che ci sembra sgradevole a causa della sua influenza sulla nostra personalità e che passiamo al vaglio. Quanto più possiamo abituarci a rendere indipendente il giudizio, specialmente dei nostri simili, dal modo in cui essi si pongono verso di noi, tanto meglio è per il rafforzamento del nostro Io riguardo al controllo sul corpo astrale. Non per leccarsi le dita e dire: sei una brava persona se non critichi i tuoi simili –, bensì per rafforzare il proprio Io, è bene imporsi l’abnegazione di non trovare cattive le cose che troviamo cattive solo perché non piacciono a noi stessi e, proprio nel campo del giudizio degli uomini, pronunciare il giudizio solo dove noi non siamo coinvolti. Scoprirete che ciò come principio teorico si legge facilmente, ma è estremamente difficile da realizzare nella vita. È bene, ad esempio, quando una persona ci ha mentito, trattenere l’avversione verso di essa.

Non si tratta di andare in giro dicendo che ci ha mentito, bensì si deve trattenere il sentimento di avversione.

Ciò che in un uomo notiamo in questo o quel momento, come i suoi atti si accordino reciprocamente, lo possiamo veramente usare per formare un giudizio su di lui. Se talora parla così, talora diversamente, ci basta confrontare quello che dice lui stesso: allora abbiamo una base completamente diversa per il suo giudizio, rispetto a se evidenziassimo solo il suo comportamento verso di noi. È importante lasciar parlare le cose per se stesse e non giudicare gli uomini da singole azioni, bensì da come le loro azioni si accordano fra loro. Scoprirete che persino colui che tenete per un mascalzone compiaciuto, che non fa mai nulla se non il male, persino in un simile individuo trovate moltissimo che contraddice quello che egli altrimenti fa. Non occorre nemmeno considerare il suo comportamento verso di noi; possiamo non pensare a noi stessi e rappresentarci l’individuo nel suo comportamento verso altri, se davvero occorre pronunciare un giudizio su di lui. È bene per il rafforzamento dell’Io meditare sul fatto che possiamo omettere ben nove decimi dei giudizi che pronunciamo. Se viviamo consapevolmente un decimo dei giudizi che emettiamo sul mondo, ciò è abbondantemente sufficiente per la vita. La vita dell’anima non subisce alcun danno dal fatto che ci rifiutiamo di pronunciare gli altri nove decimi dei giudizi.

Vi ho presentato oggi apparentemente piccole cose; eppure osservare tali questioni deve talvolta essere anche nostro compito. Poiché proprio attraverso simili cose si può dimostrare come il piccolo nei suoi effetti è grande, come, per così dire, dobbiamo affrontare la vita da punti completamente diversi, se vogliamo plasmare i nostri involucri corporei sani e vigorosi, diversamente da come ordinariamente avviene.

Certo non sempre è giusto, se qualcuno è malato, dire: mandalo in farmacia, là troverà il farmaco giusto di cui ha bisogno.

– Il giusto sarà organizzare la vita intera in modo che gli uomini non siano colpiti da malattie, o che le malattie siano meno oppressive. Saranno meno oppressive se attraverso tali piccoli esercizi l’individuo fortifica l’influsso dell’Io sul corpo astrale, del corpo astrale sul corpo eterico e del corpo eterico sul corpo fisico.

L’automazione e l’azione sull’educazione sono cose che possono emergere dalla nostra convinzione di base antroposofica.

2°Le attività dell'anima umana nel mutare dei tempi

Winterthur, 14 Gennaio 1912

Oggi conviene che consideriamo questioni di scienze spirituali, capaci di servirci quando si tratta di difendere la scienza dello spirito verso l’esterno.

Proprio quando ci si riunisce per la prima volta in un luogo dove si intende avviare un nuovo movimento scientifico-spirituale, è opportuno richiamare alla mente i problemi morali che spesso ci si presentano, specialmente quando già lavoriamo in questo o quel settore e incontriamo persone ignare di scienza dello spirito che desiderano saperne e potrebbero venirne convertite.

La scienza dello spirito deve infatti appoggiarsi su esperienza sovrattuale, spirituale.

Oggi il messaggio della visione del mondo scientifico-spirituale ci viene comunicato come narrazione: racconti di quello che il ricercatore dello spirito - trasformando la propria anima in uno strumento per investigare il mondo spirituale - può rivelare, e che per lui possiede la certezza immediata della percezione sensibile, come il fatto che esistono rose, tavoli e sedie. Ma che cosa ce ne importa, privi della medesima certezza immediata? - potrebbe domandare qualcuno. Per noi si ridurrebbe soltanto a credere ciò che il ricercatore dello spirito afferma.

Io invece ho sempre sottolineato che la cosa non sta così. Sebbene le realtà spirituali si conoscano solo penetrando in esse, quando vengono esposte logicamente chiunque può comprenderle mediante la retta applicazione della ragione, accorgendosi che quanto detto si accorda meglio con i fatti di qualsiasi altra filosofia.

Possiamo dunque applicare la ragione tranquillamente: dall’ordine logico intrinseco alle cose scaturisce già la possibilità di comprendere.

Non è facile, certo, ma anche chi non sa vedere intuitivamente può formarsi una convinzione ben fondata. I veri insegnamenti non basteranno per i non-iniziati. Però se prendo cose che tutti possono sapere e le confronto con ciò che dice il ricercatore dello spirito, avanziamo assai.

Consideriamo una verità scientifico-spirituale elementare: che l’uomo consta di quattro nature - corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io. Del corpo fisico il mondo esterno ne ha conoscenza; resta libero a chiunque negare che esista corpo eterico, corpo astrale o Io. Certamente ognuno parla dell’Io, ma nondimeno lo si nega. L’Io somiglia a una fiamma che il combustibile fisico consuma come uno stoppino. Così si cercò di confutare il filosofo Bergson, il quale affermava la permanenza dell’Io. Osserviamo però come l’Io sopravvive alle singole rappresentazioni.

Ogni giorno lo mostra: ogni notte l’Io si spegne, non può essere sperimentato come qualcosa di continuo. Si potrebbe ammettere che questi membri soprafisici possano essere negati; ma una cosa l’uomo non potrà negare: che dentro di sé vive una triplice esperienza.

La prima è che nella sua anima sperimenta rappresentazioni. Ognuno sa che quando guarda un oggetto e poi si volta via, mantiene ancora l’impressione - ha una rappresentazione.

La seconda esperienza - distinta dalle rappresentazioni - sono gli stati d’animo: gioia e dolore, piacere e sofferenza, simpatia e antipatia. Una terza cosa l’uomo non può negare: di avere impulsi di volontà. Prendendo il mondo delle rappresentazioni: l’uomo se le forma facendo agire su di sé il mondo esterno. Inoltre si crea rappresentazioni leggendo un romanzo.

Tutti sanno che verso le rappresentazioni talvolta fa fatica e talvolta no.

Le rappresentazioni verso cui è naturalmente propenso agiscono diversamente da quelle che accoglie con riluttanza o che gli creano difficoltà.

Un compito aritmetico difficile influisce diversamente sul modo di rappresentare rispetto a un romanzo. Noteremo di stancarci nella vita rappresentativa quando richiede sforzo. Tanto è vero che è un mezzo per addormentarsi più facilmente. Non occorre però che le rappresentazioni ci irritino particolarmente o che causino preoccupazioni: basta che siano difficili. Un dato che tutti possono sperimentare: ci addormentiamo piuttosto agevolmente quando, prima di dormire, ci riempiamo di quelle rappresentazioni verso cui ci spinge il senso del dovere. Passiamo agli stati d’animo. Gioia e dolore, piacere e sofferenza, preoccupazioni, afflizioni e simili sono cose che in certi momenti possono causarci difficoltà esteriori. Chi è profondamente scosso emotivamente si addormenta difficilmente, e perfino gioie autentiche gli impediscono un sonno tranquillo.

Chi osserva attentamente noterà che gli stati d’animo creano un ostacolo maggiore delle rappresentazioni nel momento di addormentarsi, soprattutto quando legati ai più intensi interessi dell’Io. Quando l’uomo attende un evento particolare, talvolta rimane sveglio per settimane.

Provate un po’: un evento che debba verificarsi con certezza - per esempio l’apparizione di una cometa (a meno che non siate astronomi con interesse personale) - vi farà dormire abbastanza bene. Ma l’astronomo no, perché ha fatto calcoli e aspetta ansioso se risultino corretti. Possiamo considerare questi stati d’animo da un altro angolo. In certa misura possiamo collegare il sonno alla chiaroveggenza umana. Il sonno è uno stato in cui l’uomo è incosciente. La chiaroveggenza è soltanto: sonno permeato di luce spirituale, sonno cosciente, se così possiamo dire.

Dovrebbe quindi essere vantaggioso per gli stati chiaroveggenti essere liberi da ogni emozione e sfavorevole esserne pieni.

Lo confermano fatti che sappiamo anche esteriormente, per esempio riguardo a Nostradamus, che nel XVI secolo era un gran chiaroveggente, dotato di chiaroveggenza profetica, tanto che gli stessi storici puristi non dubitano che gli eventi che versificò si realizzassero e, comparandoli, mostrano pronostici meravigliosi.

Pure lo storico Kemmerich lo riconosce, non potendo negarsi. Kemmerich stesso racconta che si era proposto tutt’altri compiti: voleva soltanto provare che le condizioni igieniche umane dal XVI secolo si fossero migliorate. E così giunse a occuparsi di Nostradamus. Seguendo Nostradamus, è interessante considerare le sue condizioni di vita. Era un uomo con capacità chiaroveggenti fondate su doti naturali, che si ritrovavano in tutta la famiglia. Ma in lui emersero particolarmente perché era un medico devoto e straordinario. Compì prodezze speciali durante una pestilenza nella Provenza. Però comparve l’accusa che fosse un calvinista segreto. Questo gli nocque al punto da doversi ritirare dalla pratica medica.

Bisogna capire che cosa significa! Le forze risiedono pur sempre nella personalità. I fisici osservano: quando le forze naturali si dissolvono da una parte, vengono impiegate altrove. Solo nei settori spirituali gli uomini non vogliono saperne. Quando l’uomo sviluppa tali forze nel suo mestiere così beneficamente, come questo medico, allora le forze che si liberano devono manifestarsi altrimenti. E tutte si trasformarono in capacità chiaroveggenti in Nostradamus, perché possedeva una chiaroveggenza naturale originaria, come anche Paracelso. Vedete: proprio Nostradamus ci descrive bene come giunse a prevedere gli eventi futuri. Aveva un laboratorio.

Non era però il laboratorio di un chimico.

Era una stanza accanto alla sua abitazione, con tetto di vetro. Da lì osservava il corso dei corpi celesti, lasciava che la trasformazione delle costellazioni agisse sulla sua anima. E così gli giungevano le cose del futuro che poteva annunciare.

Scaturivano come intuizione, emanavano dal suo sentire. Ma affinché gli arrivassero, doveva stare completamente libero da preoccupazioni, affanni e turbamenti emotivi. Ecco un esempio: sia nella chiaroveggenza sia nel sonno sano, occorre l’assenza di stati d’animo. Proseguiamo e investighiamo il legame dell’uomo con i suoi impulsi di volontà, nella misura in cui questi sono connessi al morale. Consideriamo il momento dell’addormentarsi. È un momento importante per l’uomo, perché – come dice la scienza dello spirito – entra allora nel mondo astrale. Consideriamo gli impulsi morali in questo momento.

Osservarli esige grande consapevolezza. Chi vi fa attenzione compie questa esperienza: si avvicina il momento di dormire. Mentre prima lo sguardo era nitido, i contorni degli oggetti diventano indistinti. Una sorta di nebbia li ricopre. È come se l’uomo si sentisse isolato dall’ambiente.

Nel corpo fisico stesso, riguardo a qualcosa, avviene una trasformazione: non si possono più muovere gli arti. Una forza a cui prima obbedivano cessa di farsi seguire. Oltretutto l’uomo avverte una sensazione singolare: impulsi di volontà, come li ho detti, gli si presentano spontaneamente. Le azioni che ha compiuto gli si parano davanti come unità; quelle che ha fatto senza auto-rimproveri. E sente un’immensa beatitudine per tutto il bene compiuto. Le buone guide tutelano gli uomini affinché il male non si presenti così. La beatitudine per il bene compiuto non può sorgere se il bene non è stato compiuto. Ma non sono così malvagi in genere gli uomini, da non fare nulla di buono.

Chi bada bene, sente come un pensiero che rimane oscuro ma evidente: ah, se questo istante potesse durare!

Se potesse restare così sempre! Poi viene uno scatto, e la coscienza si eclissa. Mentre gli impulsi buoni generano beatitudine e facilitano l’addormentarsi, gli impulsi cattivi lo impediscono ancora più dei turbamenti. Sui sensi di colpa ci si addormenta straordinariamente difficilmente. Gli impulsi di volontà, talvolta, creano un ostacolo ancora peggiore dei sentimenti per entrare nel mondo spirituale dove dovremmo entrare.

La vita rappresentativa lo consente in modo tutto sommato facile; i turbamenti già più difficilmente; i rimorsi di coscienza ancora meno, perché si legano a azioni verso cui possiamo criticarci.

Di solito le rappresentazioni, cioè le nostre rappresentazioni, mantengono la veglia: lasciando passare i quadri della giornata, dormiamo ordinariamente bene. Se però vi si aggiungono sentimenti, diventa una veglia meno buona; dormiamo con agitazione, meno tranquillamente. Ma soprattutto mantengono veglia per il nostro sonno – affinché nel migliore dei modi giungiamo al Devachan – gli impulsi di volontà, gli impulsi di volontà che ci hanno condotto ad azioni morali.

Quando nella ricognizione giungiamo a un punto che ci riempie di soddisfazione, di compiacimento morale per una buona azione, in cui il nostro impulso di volontà si è espresso, ecco il momento di beatitudine che ci trasporta nel Devachan. Chi osserva quanto dice la scienza dello spirito troverà concordanza tra queste osservazioni e ciò che viene colto chiaroveggentemente. La scienza dello spirito infatti ci dice: l’uomo con il suo corpo eterico appartiene al mondo astrale. Appartenendovi con il corpo eterico, vive nelle sue rappresentazioni come in qualcosa non proprio del mondo fisico.

Il mondo fisico ci dà percezioni.

Ma da esse dobbiamo staccarci, e allora rimane qualcosa: le rappresentazioni.

Sono già qualcosa di soprasensibile. L’uomo le ha perché le forze del mondo astrale raggiungono il suo corpo eterico, sicché l’uomo mediante le rappresentazioni si trova in un certo rapporto con il mondo astrale. In secondo luogo, la scienza dello spirito dice: i turbamenti hanno non solo rapporto col mondo astrale, ma anche con uno superiore, perché l’uomo li vive pure in rapporto col Devachan inferiore. In terzo luogo, la scienza dello spirito e tutto l’occultismo insegnano: agendo moralmente mediante gli impulsi di volontà, l’uomo sta in relazione col Devachan superiore, il cosiddetto Devachan senza forma. Così questi tre generi di vita dell’anima nell’uomo alludono a tre modi di relazione con i mondi superiori. Comparate ciò che così si vive ordinariamente con ciò che dice la scienza dello spirito. Si accorda. Le rappresentazioni non impediscono l’addormentarsi; infatti dobbiamo attraversarle per entrare nel mondo astrale.

Invece per giungere nel Devachan dobbiamo avere turbamenti che ci portino in un mondo spirituale superiore. Per mezzo di un turbamento che ci fa rigirare nel letto, non arriviamo ad addormentarci. Il mondo degli impulsi morali di volontà significa il nostro rapporto con il Devachan superiore. Lì non entriamo nemmeno se non possediamo impulsi di volontà senza rimproveri. Non possiamo cioè giungere al vero sonno se abbiamo sensi di colpa. Siamo esclusi. E la beatitudine descritta, provata per un’azione buona, è come un segno esteriore: puoi entrare nel mondo del Devachan. Nessuna meraviglia se gli uomini la sentono come beatitudine in cui vorrebbero abitare sempre. Sentono affinità col Devachan superiore, desiderano restarvi. Chi non è chiaroveggente non può rappresentarsi questi stati supremi altrimenti che attraverso la sensazione di addormentarsi, che subentra come beatitudine e sentimento morale.

Dunque possiamo mostrare all’uomo: tu possiedi dentro di te la vita dell’anima.

Ciò che rappresenti mostra l’effetto di connetterti a Qualcosa di superiore, anzi è quello che più facilmente ti permette di entrare nel mondo superiore; è affine all’astrale.

Quel che l’uomo così vive è un’ombra del mondo superiore. I turbamenti già lo separano di più, poiché mediante loro l’uomo si connette col Devachan inferiore; gli impulsi di volontà lo separano ancora più, perché si legano al Devachan superiore. Ma tutto questo sta ancora in relazione con altri fatti: ciò che dopo la morte è attivo nel Kamaloka sono soprattutto i turbamenti e gli impulsi morali.

Le rappresentazioni riguardanti il mondo sensibile muoiono, solo quelle sul soprasensibile l’uomo può portarsi. I turbamenti però ci perseguitano terribilmente dopo la morte e rimangono. Sono loro che ci trattengono per un certo tempo nel Kamaloka. Per esempio, uno completamente cattivo non potrebbe salire al Devachan mediante i sensi di colpa fra morte e nuova nascita, ma dovrebbe reincarnarsi subito. Senza regolazioni morali non salirebbe nel Devachan superiore; tornerebbe presto e dovrebbe recuperare. Non avendo provato bei turbamenti, gli è pure chiuso il Devachan inferiore. Così possiamo comparare e mostrare che otteniamo una visione dei fatti della vita ordinaria, della vita dell’anima comune, se li spieghiamo con ciò che la scienza dello spirito ha da dire.

Desidero connettere a quanto detto un altro fatto che vi sembrerà importante se dirigete lo sguardo spirituale al fatto della dottrina della reincarnazione, delle vite terrestri ripetute.

Se ci incarniamo più volte sulla terra, deve avere un certo scopo.

Lo sviluppo non avrebbe senso se attraverso ciò non vivessimo qualcosa!

Qual è il significato della reincarnazione? Attraverso i fatti dell’intuizione spirituale scopriamo quanto diversa sia la vita umana nelle varie epoche. Pensiamo ai tempi antichi quando si parlava greco o latino e si viveva come allora era usanza! Ciò che oggi si pretende - mandare i bimbi a scuola - sorse tardi. Mentre oggi consideriamo un analfabeta persona incolta, non era così anticamente. Altrimenti la nostra statistica dovrebbe dire che Wolfram di Eschenbach era incolto. Altre cose che oggi non consideriamo educazione, le aveva l’antica Roma: lì ogni cittadino romano - anche chi arava col suo aratro - conosceva esattamente il contenuto delle Dodici Tavole e molto altro riguardante l’organizzazione dello stato civile. Il romano non doveva correre dall’avvocato per ogni sciocchezza. È un esempio. Se si comprendessero queste grandi differenze, passerebbe la domanda: perché sempre reincarnarci da bambini? Non sarebbe inutile! No, non è così! Ogni volta che torniamo, la cultura si è trasformata talmente che dobbiamo imparare di nuovo. Quindi: siamo nati in condizioni completamente diverse, ed è necessario tornare sempre, finché la terra non avrà raggiunto il suo scopo. Distinguiamo al meglio ciò che l’uomo può divenire nelle culture successive sapendo che le diverse proprietà elencate come vita interiore dell’anima si sviluppano gradualmente nella cultura esterna.

Nel nostro tempo si nota come caratteristico: dei vari impulsi citati, al massimo valore si attribuisce alle rappresentazioni. Viviamo in una cultura della vita rappresentativa. L’intelletto è sviluppato. Nella cultura greca e romana non si pensava tanto, si percepiva più di quanto facciano gli uomini odierni.

Qualcosa di comico, ma al contempo grandioso, è ciò che il drammaturgo Hebbel scrisse nel suo taccuino: supponiamo che Platone rinascesse; allora sarebbe uno scolaro ginnasiale e dovrebbe leggere Platone in greco, e l’insegnante è terribilmente scontento perché non lo capisce, lo punisce.

Hebbel voleva drammatizzare questo. Certo, è piuttosto divertente, ma anche piuttosto comprensibile. È vero che oggi l’insegnante di ginnasio immagina molto più dello stesso gran filosofo Platone ai suoi tempi. Solo che il mondo lo guardiamo oggi miopemente. L’agricoltore odierno pensa più di quanto il filosofo greco abbia pensato. Allora invece era il senso percettivo a svilupparsi molto di più. L’uomo era connesso con tutta la natura. La percezione era allora quel che ora è per noi la rappresentazione. Oggi la percezione non si insegna più, salvo a coloro che seguono un addestramento speciale. È perfino possibile che uno avanzi molto nel sapere da laboratorio, ma fuori sia molto inesperto, non distingua il grano dalla segale. Sì, possiamo dire: gli uomini oggi hanno molta capacità rappresentativa, allora erano addestrati nel percepire. Da qui distinguiamo due epoche: un’epoca delle percezioni e una delle rappresentazioni. Una terza seguirà, durante la quale saranno sviluppati i turbamenti, che oggi vanno di pari passo solo marginalmente. Chi inizia a seguire uno sviluppo, deve anticipare ciò che diverrà cultura umana generale in seguito.

Deve quindi favorire i turbamenti. Può accadere che taluno inizi a sviluppare i propri turbamenti verso i mondi superiori e si trovi poi a contatto con gli altri uomini che hanno cultura rappresentativa. Allora farà questa esperienza: una volta si sentì bene, un’altra male. Una persona puramente intellettuale accetterà per ragioni logiche il giusto e rigetterà il falso. Passerà molto tempo prima che giunga un’epoca culturale superiore in cui di fronte al giusto si avrà piacere e di fronte all’ingiusto dispiacere.

Questo dà allora certezza verso il vero e il falso essere; perché non si richiede solo una rappresentazione del vero e del falso.

Lì non abbiamo da fare lungo per provare una cosa, l’afferriamo al volo. Oggi dobbiamo provare, sviluppare. Allora non si avrà più bisogno di provare, ma di piacere. Così alla cultura percettiva dei Greci e alla cultura rappresentativa del nostro tempo, seguirà una cultura dell’anima quando ci reincarneremo. Poi seguirà ancora una cultura riguardo agli impulsi; gli impulsi di volontà avranno allora grande sviluppo. Gli uomini che saranno allora incarnati perseguiranno quello che è come un ideale socratico. Se non fosse così, uno potrebbe essere così intelligente da essere un perfetto furfante; invano Amleto avrebbe scritto sul suo taccuino che uno può sorridere e sorridere sempre ed essere comunque un consumato mascalzone.

Seguendo l’epoca dei turbamenti viene un’epoca di spiccata moralità. Allora si presenterà - come mostrano le ricerche occulte - un caso molto particolare. Supponiamo che la gente diventi sempre più intelligente. Può diventarlo secondo il modo odierno di rappresentare. Uno può persino usare la propria intelligenza per escogitare malefatte. Ma stranamente, nella nostra epoca successiva accadrà questo: la cattiveria degli impulsi di volontà avrà effetto paralizzante sull’intellettualità! Questa sarà la peculiarità dell’epoca culturale moralistica: l’immoralità avrà il potere di uccidere l’intellettualità. Un uomo di quest’epoca deve svilupparsi così: la sua moralità deve stare al passo con la sua intellettualità. Possiamo dunque dire: abbiamo la cultura greco-romana come epoca della cultura percettiva, la nostra come epoca dell’intellettuale.

Poi viene l’epoca della cultura sentimentale, e dopo quella della vera moralità.

Ora è interessante osservare come un impulso importante agisce sugli uomini in queste epoche culturali successive.

Dobbiamo richiamarci ciò che prima ho detto: il senso percettivo ci connette col fisico, la capacità rappresentativa con l’astrale, i turbamenti col Devachan inferiore e la moralità col Devachan superiore.

Se dunque un impulso dovesse giungere agli uomini nei tempi greco-romani, l’uomo era educato specialmente a percepire ciò che veniva da fuori. Perciò l’impulso dell’evento del Cristo si presenta come percezione esterna al mondo. Ora viviamo nella cultura delle rappresentazioni. Dunque la nostra epoca culturale raggiungerà il suo scopo perché si conosca il Cristo come qualcosa percepito dal mondo astrale come rappresentazione interiore. Come forma eterica si manifesterà dal mondo astrale. Nell’epoca successiva, nel tempo dei turbamenti, l’uomo dovrà soprattutto esprimere i suoi turbamenti per vedere il Cristo astralmente.

E poi nell’epoca della moralità il Cristo si manifesterà come il massimo che l’uomo possa vivere: come un Io che splende dal Devachan superiore.

Così anche la percezione del Cristo si evolverà continuamente. Nelle sue rappresentazioni, nelle sue immaginazioni, ora l’uomo percepirà naturalmente il Cristo.

Così vediamo da questi discorsi che l’uomo può trovare consonanza tra ciò che la scienza dello spirito dice e ciò che accade nel mondo - ammesso che vi rechi qualcosa.

Questi sono i punti che un’associazione locale può trattare per rispondere a tante domande per cui l’uomo accede al mondo spirituale.

3°Il cammino della conoscenza e il suo nesso con la natura morale dell'uomo

Zurigo, 15 Gennaio 1912

La successione di conferenze che abbiamo oggi e domani potrebbe servire a discutere questioni simili, sebbene affrontate diversamente a seconda dell’uditorio.

Oggi parliamo per i membri del movimento, coloro che da tempo operano all’interno di un ramo e hanno assunto i nostri punti di vista quali fondamenti della loro visione del mondo.

Domani, nella conferenza pubblica, affronteremo argomenti analoghi da prospettive più accessibili a chi proviene dalla vita quotidiana e ha scarsa familiarità con la scienza dello spirito. Oggi prenderemo le mosse da ciò che rappresenta una richiesta ben nota per tutti coloro desiderosi di progredire non solo nella scienza dello spirito, bensì nello sviluppo interiore dell’uomo.

Viene costantemente ribadito che per lo sviluppo interno di una persona — affinché giunga a vivere esperienze nel mondo spirituale — la purezza e l’amore nelle intenzioni e negli scopi rivestono importanza straordinaria. Potremmo affermare, anche in modo parziale (come tutto ciò che si formula deve necessariamente esserlo): il ricercatore spirituale, chiunque desideri ascendere nei mondi spirituali e scoprire qualcosa da sé in quegli ambiti, deve anzitutto possedere una qualità dell’anima ben determinata. Tale qualità deve configurarsi affinché egli simpatizzi energicamente con il Bene, con il Nobile, con il Bello, e provi una sorta di avversione verso il Male, l’Orribile. La purezza della natura morale dell’anima viene richiesta costantemente per il percorso verso i mondi spirituali. Potremmo dire: per un autentico ascendere nei mondi spirituali, coerente con l’epoca presente, è assolutamente necessario che l’anima sia completamente pervasa da intenti e scopi veramente morali.

Sentiamo dire che è possibile acquisire capacità chiaroveggenti anche senza questi fondamenti; eppure acquisirle senza le condizioni caratterizzate rappresenta sempre qualcosa di rischioso.

Per comprendere ciò, chiariamoci anzitutto che cosa possiamo intendere per natura morale dell’uomo. Parliamo di moralità quando consideriamo da un lato gli impulsi che spingono l’uomo all’azione, al volere o al desiderare provenienti dal mondo esterno.

Se l’uomo, motivato da qualcosa rispondente ai suoi bisogni naturali — come la fame o la sete — compie o semplicemente desidera una certa azione, non diciamo che un simile volere o desiderare sia un’azione morale. Certo, non ne consegue che sia immorale. Ma quando una pietra cade a terra, neppure quello è un’azione morale, e non sentiamo motivo di applicarvi il criterio della moralità. Similmente, non usiamo il termine “moralità” quando l’uomo soddisfa i bisogni naturali del suo organismo mangiando o bevendo. Non parliamo di moralità quando osserva un fiore bellissimo o qualcosa d’altro di bello e, impressionato dal suo aspetto affascinante, è spinto a desiderarlo, a bramarlo. Neppure in questo caso invochiamo la moralità. Quando dunque parliamo di moralità nella natura umana? Solo allora, quando non sono gli stimoli esterni — fame, sete, o il piacere che un oggetto suscita in noi — la causa di una nostra azione, bensì l’impulso proviene dal nucleo più intimo del nostro essere come un comando, un comando interno indipendente dallo stimolo esterno. Percepiamo chiaramente la differenza tra questo morale e ciò che non è immorale, bensì moralmente indifferente, quando constatiamo che uno stimolo esterno potrebbe indurci a compiere qualcosa che tuttavia non facciamo, perché un comando interno — che chiamiamo impulso morale — vi si oppone.

Prendiamo l’esempio banale di chi ha una forte inclinazione a bere troppo. Se potesse, seguirebbe questa inclinazione. Ma può anche ascoltare una voce interiore che non ha nulla a che fare con tale propensione, che anzi le si oppone, dicendo: questo non deve accadere, quantunque lo stimolo esterno lo spinga!

Vediamo così che in noi qualcosa può parlare contro lo stimolo esterno.

Tutto ciò che equivale a una simile contrapposizione e condanna interiore dei nostri atti lo chiamiamo morale. Possiamo parlare di azione morale solo quando ci asteniamo da ogni impressione esterna, da tutto ciò a cui siamo costretti dall’esterno, e guardiamo unicamente a ciò che parla dal nostro interno.

L’uomo si eleva al di sopra dell’animalità poiché può udire in se stesso qualcosa che trascende lo stimolo esterno, che può addirittura contraddirlo. Dobbiamo sentire che nella moralità abbiamo qualcosa che è vero per se stesso. Questo è il tratto essenziale di tutti gli impulsi morali: sono veri per se stessi, e le circostanze esterne non possono contribuire a determinare se un’azione sia morale o immorale. Quando apparentemente designamo come morale qualcosa che sembra motivato esternamente, spesso ci illudiamo. Se uno sostenesse che l’uomo organizza il suo mangiare e bere non solo secondo fame e sete, ma secondo il principio che sia necessario mantenere il proprio organismo per sussistere nel mondo esterno, tanto che le esigenze vitali esterne sarebbero gli impulsi decisivi, commetterebbe un errore.

Solo se all’esterno aggiungiamo l’impulso interiore — che sia giusto e bene che l’uomo si conservi sulla terra, non solo per il compito esteriore ma per il compito interiore che ne può derivare — allora abbiamo vera moralità; diversamente è apparente. Il contrassegno di ciò che è morale è che l’impulso non proviene dal mondo esterno, ma scaturisce puramente dalle forze della nostra anima. Certo, qualcuno potrebbe obiettare: ma non vi sono forse anche cattive voci nel nostro interno? Seguiamo spesso impulsi che riconosciamo come impulsi interiori eppure non possiamo chiamarli morali. Qui si può dire — sebbene oggi non possiamo affrontare questo tema in profondità, avendo un’altra intenzione — che quando l’uomo segue tali presunti impulsi interiori, che sono cattivi o malvagi, in realtà non segue se stesso, bensì impulsi la cui origine ignora e che confonde con quelli autenticamente interiori.

Dalle nostre considerazioni antroposofiche conosciamo le forze luciferiche.

Non provengono dall’interno, ma in certo qual modo dall’esterno, poiché gli esseri luciferici si sono fissati nel nostro corpo astrale e non nel nostro Io, sicché la definizione della moralità ci espone a numerose contraddizioni.

Se esaminiamo più attentamente, troveremo come caratteristico della moralità che tutti gli impulsi morali devono sorgere dal nucleo più intimo del nostro essere. Possiamo così presentare come ideale ciò che moralmente ci piace, che suscita la nostra approvazione morale, che ci riempie di entusiasmo: il momento in cui l’uomo è pienamente con se stesso, pienamente nel suo interno. Se è straordinariamente utile e necessario nella vita ordinaria che l’uomo riconosca di essere completamente con se stesso solo nei giudizi morali o in giudizi similmente originati, ciò è un’esigenza fondamentale per l’occultismo pratico. Deve essere riconosciuto come principio fondamentale dell’occultista. Tutto deve accadere secondo il modello degli impulsi morali, nulla deve manifestarsi nell’anima quando si entra nel cammino esoterico se non secondo il modello di un autentico impulso morale. È significativo che colui che vuole divenire occultista pratico, che vuole percorrere il cammino della conoscenza, si proponga di non compiere alcunché di cui non possa dire: se lo confronto con ciò che risiede nell’interno umano, con ciò che designo come morale, i due devono essere simili. Il cammino esoterico non può deviare a nessun livello da ciò che si rivela simile al comportamento morale dell’uomo. La somiglianza del cammino esoterico con gli impulsi morali si estende persino nei dettagli. Lo dimostrerò con un esempio molto preciso. La moralità presenta, nel presente stato dell’umanità, una caratteristica peculiare. In fondo, i Dieci Comandamenti rimangono ancora il più significativo fra le nostre leggi. Se li esaminiamo più attentamente, constatiamo che sono strutturati in modo particolare.

Dei dieci, solo tre sono formulati così: tu devi fare qualcosa.

Gli altri sette recitano: tu non devi! Da ciò emerge che le potenze cosmiche sentono più forte la necessità di dare all’uomo leggi morali che dicono “non fare” piuttosto che “fare”.

Il divieto corrisponde al comando come sette a tre. Possiamo quindi affermare: la moralità deve generalmente operare nella natura umana in modo da porsi particolarmente dal punto di vista del “non fare”. Possiamo approfondire questo rapporto 7 a 3 nei Dieci Comandamenti. Se consideriamo i sette che ordinano di non fare, tutti si riferiscono a cose del mondo esterno, a ciò che non si deve compiere nel mondo fisico; al contrario, i tre comandamenti che contengono il “tu devi” si riferiscono a ciò che trascende il mondo fisico.

Dicono: credi in un Dio unico, non profanare il nome di questo Dio, e così via. Da ciò vediamo che riguardo alle cose propriamente spirituali dell’anima i comandamenti sono positivi; invece tutti i comandamenti che si riferiscono al comportamento morale autentico nella vita fisica esterna presentano un “tu non devi”. Anche se potremmo ritenere che il quarto comandamento “Onora tuo padre e tua madre, affinché tu viva lungamente sulla terra” sia positivo, sentiamo nondimeno che in fondo ha un carattere fortemente negativo, come gli altri sei comandamenti. È una sorta di comandamento di transizione che si riferisce al mondo fisico, ma contemporaneamente eleva dal mondo fisico a quello spirituale.

Possiamo dimostrarlo fino ai dettagli, detto fra noi, poiché presso tutti i popoli antichi il culto degli antenati era il fondamento della religione, e nei nostri progenitori risiedeva il Divino. In questo senso, la venerazione degli antenati, della quale i genitori prossimi sono solo un caso particolare, rappresentava una transizione dal mondo sensibile a quello superiore. Tuttavia il quarto comandamento si rivolgeva al rapporto immediato con il mondo fisico, al rapporto dei figli verso i genitori.

Nei confronti dei genitori possiamo adempiere questo comandamento, e sentiamo che il quarto comandamento, sebbene positivamente formulato, sorge sopra l’uomo per evitare che accada qualcosa.

Nei primi comandamenti, l’oggetto cui si allude non esiste ancora nel mondo fisico. Dalla struttura di questo insieme dei Dieci Comandamenti ci viene indicato ciò che costituisce un aspetto essenziale della moralità nel mondo sensibile: che gli impulsi morali possono contraddire ciò che l’uomo farebbe se seguisse semplicemente gli impulsi del mondo fisico. Così, per il cammino esoterico, che deve essere costruito secondo il modello degli impulsi morali, viene chiaramente detto: dobbiamo moralizzare l’intera nostra conoscenza sul cammino esoterico, le nostre altrimenti mere leggi conoscitive devono divenire leggi morali interiori. Così ciò che si riferisce principalmente al piano fisico, quando l’uomo vi si contrappone mediante la conoscenza interiore delle cose, deve divenire tale che egli cancelli ciò che immediatamente gli si presenta dinanzi — così come le basse inclinazioni vengono cancellate quando risuona il morale “tu non devi”. — Infatti, per questa ragione, in ogni descrizione genuina del cammino esoterico si sottolinea che attraverso il nobilitamento degli impulsi morali si innalzano in modo più sicuro le capacità conoscitive verso il mondo superiore.

Ciò si esprime in tutti i particolari. Prendiamo una pianta. Che cosa possiamo designare come stimolo esterno che emana da essa? Consideriamo la foglia della pianta. Possiamo designare come stimolo esterno il fatto che le foglie agiscono su di noi per il loro colore verde. Nel mondo fisico sensibile, per esempio, le foglie della rosa sono verdi. Ora, se fosse richiesto a colui che come occultista pratico volesse davvero giungere alla conoscenza superiore di formarsi secondo il modello della conoscenza morale, la maggior parte delle immagini dovrebbe nascere così che, osservando questa foglia verde, in lui si risvegli l’impulso interiore: tu non devi essere verde.

Dovrebbe essere possibile osservare la foglia verde con tale facoltà visiva che lo stimolo esterno non agisca, così come, di fronte al giudizio morale, l’inclinazione cattiva si estingue, e la verdezza della foglia si cancelli mediante un’altra, diciamo, facoltà chiaroveggente.

Invero, quando l’uomo sviluppa correttamente le sue capacità chiaroveggenti, così come descritto in “Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori”, impara a osservare la foglia verde e, così come i giudizi morali cancellano le cattive inclinazioni, la verdezza che vale solo per il piano fisico della foglia si estingue. E dove altrimenti appare il verde, in virtù della facoltà chiaroveggente abbiamo un colore rosso pallido acceso o simile al fiore di pesco. Tale colore appare quando, mediante la nostra facoltà chiaroveggente, possiamo eliminare ciò che risiede nella Maya, ciò che è sul piano fisico. Così mediante la facoltà chiaroveggente cancelliamo ciò che è sul piano fisico e sciogliamo ciò che, quale soprasensibile, sottostà al sensibile. Possiamo quindi dire: il cammino esoterico viene percorso effettivamente così come l’esperienza morale dell’uomo. L’opposizione del mondo soprasensibile a quello sensibile agisce esattamente come l’impulso morale sulle inclinazioni immorali. Se invece osservassimo la rosa stessa — diciamo, questa rosa qui che nel piano fisico mostra un rosso così saturo — troveremmo per essa un verde luminoso, trasparente; per una rosa più pallida una sorta di verde saturo con una sfumatura leggermente bluastra. Abbiamo così visto in un caso particolare che i giudizi esoterici, corrispondenti alla visione chiaroveggente, sono costruiti psichicamente come i giudizi morali che cancellano ciò che è immorale. Da ciò possiamo concludere che ciò che abbiamo detto all’inizio viene confermato. Dobbiamo, per giungere a conoscenze superiori, imparare a cancellare le impressioni immediate rispetto a tutto il mondo fisico esteriore, a far scomparire la Maya, affinché qualcosa d’altro prenda il posto della Maya. Ora, si sa che si impara qualcosa nel miglior modo quando ci si esercita con cose simili a ciò che si deve imparare.

Nessuno diventa matematico esercitandosi con cose senza relazione alla matematica — non ho mai sentito che uno diventi matematico facendo passeggiate, semplicemente perché ciò non è affatto simile.

Così potremo acquisire tali capacità dell’anima, simili agli impulsi morali, solo esercitandoci con ciò che l’uomo possiede già nella vita ordinaria.

La chiaroveggenza non l’ha ancora; è qualcosa che deve essere acquisito lentamente e faticosamente. Ma l’uomo ha sempre la possibilità di raccogliersi nella sua anima e domandarsi: che cosa trovo moralmente buono e che cosa moralmente riprovevole? La maggior parte degli uomini non agisce in modo immorale perché non sappia che cosa sia morale, bensì solo perché le sue inclinazioni, impulsi, desideri o passioni contraddicono la sua conoscenza morale. Allora, dopo aver così indagato noi stessi, possiamo tornare a qualcosa che scopriamo in noi: il consenso a ciò che possiamo chiamare morale. Se ci esercitiamo in questa meditazione, domandandoci: come potremmo pensare questo o quell’altro nel mondo secondo il nostro giudizio morale? — e creiamo immagini e in esse ci immergiamo, allora vivremo nella nostra anima cose e abitudini emotive — che veramente matureranno nella nostra anima — che sono affini alle capacità chiaroveggenti. Così l’atto immediato successivo che l’uomo può compiere per risvegliare le capacità chiaroveggenti è far sì che moralità e azioni diventino una cosa sola. Questa è la migliore educazione per le capacità chiaroveggenti. Perciò si sottolinea sempre che non si dovrebbe giungere alle capacità chiaroveggenti se non attraverso il nobilitamento del carattere morale. Se consideriamo questo, allora dobbiamo logicamente porci la domanda: non vi sono forse altri cammini verso la visione chiaroveggente? Vediamo infatti spesso che uomini raggiungono alti gradi di capacità chiaroveggente, che non ci fanno affatto l’impressione di essere particolarmente morali, sicché non possiamo supporre che prima abbiano coltivato la loro morale, la loro soddisfazione o disapprovazione, il loro entusiasmo nel giudizio morale.

Vediamo che persone che hanno sviluppato capacità chiaroveggenti per mezzo di altre vie mostrano proprietà spiacevoli che prima non avevano o avevano appena; per esempio, diventano veri bugiardi quando cominciano a sviluppare capacità chiaroveggenti.

Sì, talora diventa una cosa pericolosa per il carattere di un uomo, in particolare quando giunge all’udienza chiaroveggente.

La chiaroveggenza non è ancora così pericolosa quanto l’udienza chiaroveggente.

Come sta questo insieme con ciò che è stato detto? Ebbene, come forse ricordate, nel mio scritto “Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?” è sottolineato in tutti i punti decisivi che il cammino verso la conoscenza dei mondi superiori, come è stato oggi caratterizzato, deve essere percorso in questo modo. Ma è egualmente indubbio che vi sono anche altri cammini. Bisogna solo studiare questo cammino nel modo giusto, allora ben presto si comprenderà perché possano manifestarsi proprietà come quelle caratterizzate. Dobbiamo essere chiari su questo: abbiamo anzitutto in noi il nucleo essenziale spirituale-animico che comprendiamo nel suo centro quando diciamo “Io” o “Io sono”. Questo nucleo essenziale spirituale-animico è immerso nei corpi astrale, eterico e fisico. Così come l’uomo vive attualmente nel mondo, viviamo effettivamente, quando viviamo interiormente, nel nostro Io; poiché tutte le attività dell’anima nell’uomo consapevole sono connesse in qualche modo con l’Io, sembrano tutte sorgere sullo sfondo dell’Io. Ho citato spesso un esempio da una mia esperienza personale di un mio compagno di scuola che già da giovane studente era un pensatore completamente materialista e diceva: quando pensiamo e sentiamo, abbiamo a che fare solo con processi nel cervello; per mezzo dei movimenti del nostro cervello pensiamo e sentiamo. Sviluppava già allora teorie completamente materialiste: come si può parlare dell’Io, del nucleo essenziale?

È il cervello che sente, vuole e pensa!

Gli risposi: sì, allora perché continui a mentire e sempre dici “Io penso, io sento, io voglio” se sai che è il tuo cervello che lo fa?

Naturalmente si potrebbe dire che sia un’obiezione banale e triviale; ma ciò che importa è che sia corretta, significativa e immediatamente valida. Viviamo davvero dal risveglio al sonno in connessione con il nostro Io e non possiamo separare il nostro Io da nulla di ciò che pensiamo, sentiamo o vogliamo. Ora, ciò che viviamo così interiormente e che è completamente connesso al nostro Io, è come immerso nel corpo astrale, eterico e fisico. Questi corpi non li viviamo immediatamente nella vita normale. Dal corpo astrale affiorano tutti i tipi di cose nascoste, inspiegabili, ma ciò che accade in esso è sconosciuto all’uomo, così come a colui che osserva solo il gioco di onde sulla superficie del mare è sconosciuto ciò che accade nelle profondità. L’uomo dovrebbe solo osservare la vita e vedere quanto sia sconosciuto ciò che accade nel nascondimento della vita. Abbiamo, per esempio, un bambino che nel settimo anno di vita sperimentò una sola volta di essere trattato ingiustamente dal padre o dalla madre. Ciò provocò una certa agitazione nel bambino, che però non fu notata perché per il mondo esterno scomparve apparentemente ben presto. Ma è solo scesa nel corpo astrale; là ondeggia e fermenta. Il bambino continua a vivere fino al sedicesimo, diciassettesimo anno. È a scuola. Accade qualcosa, l’insegnante fa questo o quello. Un altro bambino se ne sarebbe solo irritato, ma questo bambino commette suicidio!

Chi osserva la vita di questo bambino solo esteriormente dirà tante cose sui motivi che lo hanno spinto al suicidio. Solo chi osserva la vita nelle sue profondità, dove ondeggia e fermenta, nel corpo astrale, saprà che tra le cause più importanti vi è l’esperienza dell’ingiustizia nel settimo anno. Vive laggiù nel nascondimento e viene solo bruscamente riportato in superficie dall’incidente a scuola; se quello non fosse accaduto, il suicidio non sarebbe avvenuto.

Ciò che si svolge immediatamente sotto la soglia della coscienza, quando il corpo astrale ha le esperienze del presente immediato, non ne abbiamo neppure certezza; ancora meno sappiamo come il corpo astrale sia strutturato, come sia formato, quali siano i suoi elementi, le sue entità.

Siamo immersi in ciò che gli esseri spirituali-animici, le Gerarchie, hanno incorporato in noi. Laggiù nel corpo astrale vi sono molte forze, come nelle profondità del mare ve ne sono molte che non si vedono se si osserva solo l’increspatura della superficie.

E come l’increspatura della superficie si rapporta a ciò che sta laggiù nel mare, così il nostro Io consapevole si rapporta a ciò che accade laggiù nel corpo astrale. Qui deve venire il subacqueo che può immergersi in questo mondo del corpo astrale, e questo subacqueo è appunto il chiaroveggente. In grado ancora maggiore ciò vale per il corpo eterico; abbiamo ancora profondità più nascoste. E soprattutto per il corpo fisico! Lo ha bensì l’uomo davanti a sé dall’esterno, ma su di esso ha il minor potere, e in effetti può fare solo quello che vuole lo stomaco. Se dovesse scegliere se combattere uno stomaco cattivo o inclinazioni immorali, metterebbe da parte tutti gli sforzi morali e si dedicherebbe a ottenere uno stomaco sano.

Il corpo fisico è sottoposto a leggi che l’uomo non ha nel suo Io consapevole, che acquisisce dall’esterno nella Maya. I corpi astrale, eterico e fisico sono penetrati da forze degli esseri delle Gerarchie superiori. Ma questo non impedisce che queste forze risalgano nella coscienza consapevole, che dalle profondità nascoste della natura umana le forze defluiscano, risalgano nella coscienza consapevole, come abbiamo visto nel caso del bambino che effettivamente accadde. A partire dal settimo anno, nel corpo astrale, l’esperienza dell’ingiustizia aveva liberato una forza che poi risalì nella coscienza quando l’insegnante prese il panno con cui si pulisce la lavagna e diede uno schiaffo al ragazzo, che nel frattempo era diventato sedicenne.

Lasciò l’aula, trovò per caso il laboratorio di chimica aperto, entrò e prese il veleno.

Con tutti i mezzi della scienza psicologica si potrebbe dimostrare come, per il potere di ciò che laggiù era nel corpo astrale, la cosa sia risalita nella coscienza. Ma ciò che laggiù nella persona esiste può anche essere estratto nella coscienza consapevole mediante un certo comportamento. Potremmo mediante la coscienza consapevole pompare su forze dal corpo astrale e così venire in possesso di capacità chiaroveggenti, cioè soprasensibili, nella coscienza. Ma così pompiamo su, per così dire, forze da ciò che gli dèi ci hanno dato.

Ciò è effettivamente qualcosa che viene spesso raccomandato in libri che danno istruzioni per intraprendere un cammino esoterico. È molto spesso il caso che coloro che scrivono tali libri non abbiano neppure idea del vero processo, perché queste cose non vengono affatto fatte con la coscienza con cui devono essere fatte. Ora è comprensibile che le forze che dalle Gerarchie superiori sono state infuse nei nostri corpi astrale, eterico e fisico, appartengano a lì. Se le pompiamo su, sottraiamo qualcosa alla nostra organizzazione; togliamo da ciò che gli dèi ci hanno dato, ci indeboliamo. L’indebolimento può manifestarsi così: la veracità infusa dagli dèi subisce danno. In tale grado queste forze, che una volta impedivano all’uomo di mentire, vengono pompate su, che egli comincia a mentire. Qui sta la grande differenza fra questo modo di giungere a capacità chiaroveggenti e quello descritto prima, che troverete conseguentemente condotto nel mio scritto “Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?”. Su che cosa si basa questo modo? Precisamente su questo: che sul cammino esoterico nulla viene sviluppato se non secondo il modello del puro giudizio morale. Ma questo non scaturisce mai dal corpo astrale; deve essere acquisito come qualcosa che sorge come una voce interiore nella coscienza consapevole.

Poiché non possiamo appellarci come a un essere morale a ciò che non possiede un Io consapevole.

Parliamo di moralità solo verso un essere che è in grado di lasciar salire impulsi dal suo nucleo essenziale connesso con il suo essere interiore. Ora, oltre alle forze morali, dovrebbero salire altre forze che conducano l’anima nel mondo superiore. Se queste non devono venire dal nostro corpo astrale, allora non possono venire affatto da noi stessi. Non possono assolutamente venire da noi stessi, poiché ciò che viene da noi stessi dovrebbe venire dal nostro Io consapevole.

Ma a parte gli impulsi morali, nell’uomo sorgono al massimo i giudizi estetici, che decidono sul Bello, e in certo senso i giudizi matematici dal nostro Io consapevole. Non devono essere pompate su dal corpo astrale; da dove possono venire dunque? Dal mondo soprasensibile, in cui siamo posti e che ha effettivamente prodotto i nostri tre corpi. Ma non da questi tre corpi stessi devono venire queste forze. Non deve dunque essere scelto il giro attraverso i tre corpi, bensì una via che ci metta direttamente in contatto con i regni spirituali, con gli esseri delle Gerarchie, affinché direttamente in noi fluiscano queste forze del mondo superiore. Dobbiamo dunque avere un accesso a questi mondi, attraverso il quale le forze più elevate possono fluire nelle nostre anime. Per questo è necessario che ogni conoscenza superiore sia connessa a qualcosa di diverso dalla conoscenza ordinaria. Con la conoscenza ordinaria non si entra nei mondi superiori. Per entrare nei mondi superiori è necessaria una fondamentale disposizione dell’anima. Questo è il primo, ciò che già gli antichi filosofi greci hanno sottolineato: colui che sa solo pensare bene, che vuole cogliere le cose solo intellettualmente, mediante il puro pensiero e la filosofia, non può entrare nei mondi spirituali. Si deve partire da qualcos’altro. Prima di stare conoscitivamente dinanzi a una cosa, si deve starvi in altro modo. Tutta la conoscenza inizia con la meraviglia, e solo colui che parte dalla meraviglia, dallo stupore, è sulla via verso la giusta conoscenza.

Tutto ciò dinanzi a cui non ci siamo dapprima fermati meravigliati, stupiti, non può condurre al cammino esoterico.

Lasciate che tutta la pedagogia proclami che si debba partire dall’intuizione; se prima non vi è meraviglia, stupore, rimane un mero sapere intellettuale.

La meraviglia è la prima cosa che si deve avere. La seconda cosa che ci consente di entrare nel mondo spirituale è imparare a venerare. Una venerazione di ciò che opera attraverso l’oggetto.

Una conoscenza che non sia così connessa all’anima che l’anima percorra il cammino esoterico nel senso che vive dapprima nella meraviglia e nella venerazione di ciò che si manifesta attraverso l’oggetto, non va al di là di una conoscenza intellettuale. La terza è sentirsi in armonia con il divenire del mondo. A questo la dottrina antroposofica offre molti mezzi, particolarmente mediante il fatto che portiamo l’idea del Karma con tutta la serietà della vita.

È un lungo cammino dalla convinzione del Karma nella vita umana fino a quando diviene vero impegno di vita. Se siamo veramente convinti del Karma, non possiamo, quando qualcuno ci dà uno schiaffo, dire: mi dispiace che tu mi dia questo schiaffo! —, bensì dovremmo dire: chi mi ha davvero dato questo schiaffo? Io stesso, poiché in una vita precedente ho fatto qualcosa che è stata la causa che l’altro mi desse questo schiaffo, e non ho la minima ragione di dirgli che mi fa ingiustizia; mi sono in certo qual modo messo un automa davanti. — Non in contrasto, ma in accordo con il divenire del mondo, stare — questo è il terzo. Il Vangelo stesso offre un insegnamento corrispondente: se qualcuno ti dà un colpo sulla guancia destra, porgigli anche l’altra. Se si sa che attraverso il Karma si deve cercare la causa in se stessi, se si riconosce come solo si vive ciò che si è provocato attraverso il proprio arbitrio, attraverso la propria colpa, allora si giunge al sapere di stare in accordo con il processo cosmico.

Questo è il terzo. E il quarto è: completa dedizione al processo cosmico, considerarsi come se si fosse in realtà solo un membro di esso.

Così possiamo enumerare quattro proprietà con le quali possiamo porci verso il mondo esterno, verso l’esterno della vita: Primo, meravigliare, stupire, secondo, venerare, terzo, sapere di stare in accordo con il processo cosmico, quarto, dedizione completa a questo processo cosmico.

Sviluppando queste proprietà, apriamo la nostra anima, l’apriamo in modo che possano fluire in essa quelle forze che sgorgano virginalmente dal mondo spirituale, forze che inspiriamo così come aria fresca di montagna, dopo che prima avevamo ispirato aria consumata da altri organismi.

Così vediamo quale grande differenza vi sia fra ciò che per così dire può essere dato per grazia dalle Gerarchie superiori stesse, e ciò che acquistiamo così da pompare su da ciò che esse hanno posto nelle nostre forze. Mediante una simile considerazione davvero impariamo a distinguere due vie che entrambe conducono a una vera chiaroveggenza. Ma una via conduce alla chiaroveggenza in modo che l’uomo si contrappone direttamente agli esseri delle Gerarchie superiori. Come essere morale, l’uomo non è sempre stato.

Finché l’uomo aveva sviluppato solo il corpo astrale, il corpo eterico e il corpo fisico, non si poteva parlare di impulsi morali. Parliamo di antichi uomini del Sole che acquisirono il corpo eterico, e di uomini della Luna che ottennero il corpo astrale. Ma in questi periodi di sviluppo non vi era da nessuna parte un regno della moralità. È la missione della Terra che alla moralità si aggiunga ciò che l’uomo altrimenti può sperimentare. Questo è il compito per l’acquisizione di quelle forze che conducono nel mondo spirituale: l’uomo deve svilupparsi oltre ciò che ha acquisito nel corso dello sviluppo di Saturno, Sole e Luna.

Da tutto questo si può ricavare che, poiché può essere direttamente dimostrato mediante la ragione, non si deve dire che l’uomo possa arrendersi ciecamente ai cammini esoterici offerti, sia alla magia nera sia agli impulsi morali.

Si devono solo esaminare mediante la ragione. Si tenti solo di penetrare correttamente nella descrizione di oggi, allora ciò che è stato detto si rivelerà come vero, sicché se si applicano tali criteri alla descrizione dei cammini esoterici, li si può davvero distinguere senza ulteriore difficoltà. È importante che l’uomo impari a dirsi: per me, la descrizione di un cammino esoterico in cui non tutto è secondo il modello di un impulso morale è sospetta da principio. L’uomo che non ritenesse sospetto un cammino che contrasterebbe con ciò che effettivamente si può sperimentare come impulsi morali, che non potesse sentire la necessità degli impulsi morali, dovrebbe attribuirsi da solo se cadesse in pericolo. Perciò non era affatto inutile, fra le considerazioni che possono essere praticate, intraprendere proprio questa considerazione, poiché è veramente giusto e bene che colui che oggi si interessa di antroposofia non solo accetti le cose che sono state ricercate, ma si familiarizzi anche in certo modo con come le cose vengono trovate. Ammettiamo che uno voglia accettare l’antroposofia, ma non intraprendere personalmente il cammino esoterico in questa incarnazione. Per lui è comunque utile se si fa un’idea di come le conoscenze vengono acquisite. Può formarsene un’opinione, come un chimico accetta una verità perché gli viene descritto l’esperimento per mezzo del quale la conoscenza è stata acquisita, anche se non ha eseguito personalmente l’esperimento.

Ora è particolarmente necessario nel nostro tempo, per colui che vuol percorrere la via verso la conoscenza superiore, osservare le cose che oggi sono state caratterizzate; poiché viviamo in un’epoca in cui l’uomo è chiamato da potenze superiori a divenire sempre più autonomo. Nei tempi che sono passati fino al Mistero del Golgota, era così che all’uomo, senza il suo contributo, in certo qual modo fluivano capacità chiaroveggenti; era come un’eredità dai tempi primordiali dell’umanità.

Ma dal Mistero del Golgota in poi l’uomo vive così da dover stare consapevolmente dinanzi alle cose.

Perciò è necessario che l’uomo impari, precisamente quella disposizione nella sua anima che viene raggiunta attraverso le quattro virtù, attraverso le quattro forze: meraviglia, meravigliamento, venerazione, sentire armonia con il processo cosmico, e dedizione al processo cosmico, e che proprio attraverso lo sviluppo di queste virtù si apra liberamente a quegli influssi che possono venirgli dalle Gerarchie superiori.

Ora vi è una possibilità, per così dire dagli impulsi animici più fondamentali, di porsi in una simile disposizione verso il mondo come in queste quattro virtù: se sempre e ancora nella nostra anima ci dedichiamo al pensiero che noi, così come stiamo nel mondo, così come siamo intessuti nel mondo della Maya, della grande illusione, con questa Maya, questa illusione che ha sempre origine nel mondo spirituale, siamo sgorgati dalle forze divine. Che viviamo nel mondo della Maya, dell’illusione, non impedisce che nel mondo pieno di Maya e illusione ci dedichiamo alle forze spirituali da cui è sgorgato. La Maya è come il gioco di onde sulla superficie del mare, ma viene comunque sollevato dal mare e formato dalla sostanza del mare. Così veramente come il gioco di onde dal mondo del mare, la schiuma una forma dalla sostanza del mare, così il mondo della Maya sorge dal fondamento spirituale, sicché possiamo dire: anche se siamo intessuti in questo mondo di illusioni, eppure siamo sorti dal Divino. L’esoterismo occidentale esprime ciò con le parole: dal Divino siamo nati — Ex deo nascimur.

E una seconda cosa è il sentimento fondamentale che non dobbiamo pompare su quelle forze che le potenze divine hanno posto nel nostro corpo astrale, eterico e fisico, bensì che ci dedichiamo direttamente al mondo spirituale, moriamo al mondo. Facciamo questo per mezzo delle quattro virtù: meraviglia e stupore, venerazione, armonia e dedizione al processo cosmico.

Queste sono appunto cose che ci portano sempre più profondamente nella disposizione che l’esoterismo occidentale esprime così: nel Cristo moriamo — In Christo morimur.

Allora nasce in noi la speranza che avanziamo verso il risveglio nel mondo spirituale, che ci vengono donate forze, che ci vengono nuovamente concesse, come una volta furono donate al corpo astrale.

Per mezzo dello Spirito Santo saremo nuovamente risvegliati, saremo nuovamente riposti nel mondo spirituale, sicché l’uomo possa nuovamente salire nel mondo superiore: Per lo Spirito Santo reviviscimus.

Dobbiamo sapere che ogni esoterismo corretto per il nostro tempo deve bandire tutti i metodi che dal corpo inferiore pompano nel nostro Io le forze che dovrebbero condurre alla conoscenza superiore; poiché siamo sani finché queste forze rimangono laggiù. Un falso cammino esoterico è quando ci offuschiamo in questo o in quell’altro modo e poi riteniamo giuste certe cose, semplicemente perché ci siamo pompati su le forze che, se rimanessero al loro posto, non ci permetterebbero di ritenere giuste quelle cose. Queste sono questioni serie che conducono a comprendere correttamente perché nello scritto “Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?” le forze per lo sviluppo delle capacità chiaroveggenti siano localizzate immediatamente nella regione della gola. Sono nel massimo senso capacità morali, che nella dottrina del Buddha sono rappresentate come il sentiero ottuplice.

Fino a un certo grado sono morali; ulteriormente conducono l’uomo verso una moralizzazione anche della nostra conoscenza, verso una impregnazione della medesima con ciò che altrimenti è solo nella nostra morale.

4°Coscienza e meraviglia come indicazioni della visione spirituale nel passato e nel futuro

Breslavia, 3 Febbraio 1912

Forse sarà bene se oggi, poiché ci incontriamo così di rado, affrontiamo questioni alle quali l’antroposofia si connette direttamente con la vita.

Molto spesso gli antroposofi ricevono questa domanda: come si rapporta l’antroposofia a colui che non è ancora in grado, attraverso una coscienza chiaroveggente, di guardare dentro i mondi spirituali?

Infatti, nel complesso, questo contenuto di scienza dello spirito è stato ricercato, prelevato e comunicato dalle ricerche della coscienza chiaroveggente.

Su questo punto si deve sempre e continuamente sottolineare che tutto ciò che viene ricercato e comunicato dalle conoscenze chiaroveggenti, sia nei fatti sia nelle loro connessioni, deve essere compreso dal buon senso umano. Poiché una volta che le cose trovate mediante la coscienza chiaroveggente sono presenti, esse possono essere comprese e intese con la logica innata in ogni uomo naturale, purché il giudizio proceda in modo sufficientemente libero da pregiudizi.

Ma oltre a ciò si può ancora chiedere: non ci sono forse alcuni fatti della vita umana ordinaria, alcune esperienze di questa vita ordinaria, che da principio rimandano all’affermazione della ricerca spirituale, che una base spirituale sottende al nostro mondo fisico e a tutte le sue manifestazioni? Ebbene, nella vita ordinaria esistono molti di questi fatti, riguardo ai quali possiamo dire che l’uomo non potrebbe mai capirli - sebbene debba accettarli -, se non sapesse dell’esistenza di un mondo spirituale.

Oggi vogliamo indicare, all’inizio delle nostre considerazioni, due fatti della coscienza ordinaria e normale nella vita umana, che semplicemente devono essere qualcosa di inspiegabile, se l’uomo non assume il fatto dell’esistenza di un mondo spirituale.

Parleremo di due fatti che l’uomo conosce come qualcosa di quotidiano, ma che di regola non pone nella giusta luce; poiché se lo facesse, allora non vi sarebbe alcuna necessità per una visione del mondo materialistica.

Se dunque vogliamo dapprima portare alla nostra consapevolezza uno di questi due fatti, sia il seguente, e procediamo in modo da collegarci a eventi molto ordinari della vita quotidiana.

Quando un uomo è posto di fronte a un fatto che non può spiegare con i concetti di cui finora si è appropriato, accade che si pone in uno stato di meraviglia. In effetti, per usare un esempio molto concreto, chi per la prima volta vede un’automobile o un treno in movimento - anche se questo presto non sarà più insolito nemmeno nell’interno dell’Africa - dovrebbe essere sorpreso al massimo grado, perché nella sua anima si svolge pressappoco il seguente pensiero: secondo tutto ciò che mi è accaduto finora, mi sembra impossibile che qualcosa possa sfrecciare sulla terra senza che vi sia qualcosa di attaccato che la trascini. Eppure vedo che essa sfreccia senza essere trascinata! È straordinario. Dunque, ciò che l’uomo non conosce ancora provoca meraviglia, e ciò che ha già visto non provoca più meraviglia. Solo le cose che l’uomo non può collegare a ciò che ha già sperimentato lo stupiscono. Vogliamo tener ben fermo questo fatto della vita ordinaria. E ora possiamo collegarlo con un altro fatto, che è anch’esso molto strano.

L’uomo si trova infatti nella vita quotidiana di fronte a molte cose che non ha mai visto e che tuttavia accetta senza stupirsi. Esistono numerosi eventi di questo tipo. Quali sono questi eventi? Ebbene, sarebbe certamente qualcosa di straordinario se l’uomo, nel corso ordinario delle cose, sperimentasse che improvvisamente, mentre sedeva tranquillo sulla sedia, cominciasse a volare nel camino e nell’aria. Sarebbe veramente straordinario, ma quando questo appare nel sogno, lo fa senza meravigliarsi. E facciamo cose ancora più strane nei sogni, di fronte alle quali non siamo affatto sorpresi, sebbene non si possano affatto collegare agli eventi quotidiani.

Mentre siamo svegli restiamo sorpresi anche se qualcuno fa un salto in alto, e nel sogno voliamo e non siamo per nulla sorpresi.

Ci troviamo di fronte al fatto che quando siamo svegli siamo meravigliati di cose che non abbiamo mai sperimentato, mentre nel sogno non arriviamo affatto a stupirci. Il secondo fatto al quale vogliamo dirigere l’attenzione oggi, all’inizio delle nostre considerazioni, è la questione della coscienza.

In ciò che l’uomo fa - e in un uomo sensibile già in ciò che pensa -, in noi si muove qualcosa che chiamiamo coscienza. La coscienza è effettivamente indipendente da ciò che significano gli eventi nel mondo esteriore. Potremmo infatti aver fatto qualcosa che forse ci sarebbe molto utile, eppure questa azione potrebbe essere condannata dalla nostra coscienza. Nel movimento della coscienza, tuttavia, ogni uomo sente che nel giudizio di un’azione entra qualcosa che non ha nulla a che fare con la sua utilità. È come una voce che parla in noi: avresti dovuto farlo - oppure: non avresti dovuto farlo! Ci troviamo di fronte al fatto della coscienza, e sappiamo quanto può essere forte il potere ammonitore della coscienza e come può perseguitarci nella vita, e sappiamo anche che non si può negare l’esistenza della coscienza. Ora inseguiamo nuovamente il fatto del sogno: nel sogno compiamo le cose più strane, che se le facessimo da svegli ci provocherebbero i più terribili rimorsi di coscienza.

Ognuno può confermarlo dalla propria esperienza, che nel sogno compie azioni senza il minimo movimento della coscienza. Cose che se le facesse da sveglio farebbero echeggiare la sua voce di coscienza. Dunque i due fatti, il fatto dello stupore e della meraviglia e il fatto della coscienza, sono stranamente spenti nel sogno. Sebbene l’uomo nella vita ordinaria lasci passare inosservate queste cose, tuttavia esse brillano profondamente negli abissi della nostra esistenza. Per illuminare un poco queste cose, vorrei richiamare l’attenzione su un altro fatto, che riguarda meno la coscienza che la meraviglia.

Nell’antica Grecia è sorto il detto che tutta la filosofia parte dallo stupore, dalla meraviglia.

Il sentimento che risiede in questo detto - e si intende il sentimento che gli antichi greci avevano al riguardo - non lo si può dimostrare nei periodi più antichi dello sviluppo greco; si trova solo da un certo momento in poi nella storia della filosofia. Questo dipende dal fatto che i tempi più antichi non l’avevano sentito in questo modo. Da dove viene allora che proprio nell’antica Grecia, da un certo periodo in poi, sorge il riconoscimento che siamo stupiti? Ebbene, abbiamo appena visto che ci stupiamo di ciò che non si adatta alla nostra vita finora. Ma se abbiamo solo questo stupore, lo stupore della vita ordinaria, allora non c’è nulla di particolare, non più che semplicemente lo stupore per l’inusuale. Chi si stupisce di automobile e treno non è ancora abituato a vederli, e il suo stupore non è altro che lo stupore per l’inusuale. Molto più straordinario dello stupore per automobile e treno, dello stupore per l’inusuale, è il fatto che l’uomo possa anche cominciare a stupirsi del consueto. Vi è per esempio il fatto che il sole sorge ogni mattina. Coloro che sono abituati a questo fatto con la coscienza ordinaria non se ne stupiscono. Ma quando c’è uno stupore per le cose quotidiane che siamo abituati a vedere, allora nasce la filosofia e la conoscenza. Le persone più ricche di conoscenza sono coloro che possono meravigliarsi delle cose che l’uomo ordinario accetta. Solo in questo caso si diviene un uomo assetato di conoscenza, e per questo motivo gli antichi greci hanno coniato il detto: tutta la filosofia nasce dallo stupore. Come sta con la coscienza?

Di nuovo è interessante notare che la parola “coscienza” - e quindi evidentemente il concetto, poiché una volta che emerge una rappresentazione di qualcosa, emerge anche la parola - nell’antica Grecia si trova pure solo da un certo periodo in poi. Non c’è modo di trovare nella letteratura greca più antica, presso i tempi di Eschilo, una parola che potrebbe essere tradotta con la parola “coscienza”.

Invece troviamo una simile parola nei più giovani scrittori greci, per esempio in Euripide.

Così si può puntare col dito su di esso come quando si dice che, proprio come lo stupore per il consueto, anche la coscienza è qualcosa di cui l’uomo non seppe nulla fino da un certo punto dell’antica Grecia. Ciò che successivamente, da un certo momento, si manifestò come movimenti di coscienza, era presso gli antichi greci qualcosa di completamente diverso. Nei tempi più antichi non accadeva che subentrasse il tormento della coscienza quando l’uomo aveva commesso un’ingiustizia. Allora gli uomini avevano una visione originaria elementare, e se tornassimo indietro solo per un breve periodo prima del conteggio cristiano, troveremmo che tutti gli uomini avevano ancora questa visione originaria. Quando l’uomo aveva commesso un’ingiustizia, non c’era alcun movimento della coscienza, bensì per la vecchia visione appariva una figura demoniaca che lo tormentava, e queste figure erano designate con i nomi di Erinni e Furie. Solo allora, quando gli uomini persero la capacità di vedere queste figure demoniache, acquisirono, quando commettevano un’ingiustizia, la capacità di sentire la coscienza come un’esperienza interna.

Ora dobbiamo chiederci cosa ci mostrino questi fatti e cosa accada effettivamente nel fatto quotidiano dello stupore, come lo sperimenterebbe per esempio un selvaggio da una regione incolta dell’Africa, che fosse trasportato in Europa e vedesse qui treni e automobili in movimento. Il suo stupore che emerge presuppone che qualcosa entri nella sua vita umana che prima non era là, qualcosa che prima aveva visto diversamente.

Dunque, proprio quando l’uomo avanzato ha l’impulso di spiegare molte cose a se stesso, di spiegare l’ordinario, perché può meravigliarsi anche dell’ordinario, questo presuppone allo stesso modo che prima abbia visto la cosa diversamente. Nessuno sarebbe giunto a una spiegazione diversa dell’alba se non fosse che nella sua anima giace il sentimento di aver visto diversamente in precedenza.

Ma, così si potrebbe obiettare, eppure vediamo l’alba fin dalla più tenera infanzia svolgersi allo stesso modo, e non sarebbe semplicemente sciocco stupirsi di ciò?

Per questo non c’è altra spiegazione se non questa: se nondimeno ce ne stupiamo, allora l’abbiamo certamente sperimentato una volta in uno stato diverso da quello di adesso, in questo momento di questa vita. Poiché quando la scienza dello spirito dice che l’uomo fra la nascita e una vita precedente era presente in uno stato diverso, allora nel fatto dello stupore di fronte a un processo così quotidiano come l’alba consueta non abbiamo nulla di diverso che un rimando a questo stato precedente, nel quale l’uomo ha pure percepito questa alba, ma in un modo diverso, senza organi corporei. Allora egli ha percepito tutto questo con occhi spirituali e orecchi spirituali. E nel momento in cui egli si dice in modo oscuro e sentito: stai di fronte al sole che sorge, di fronte al mare che ruggisce, di fronte alla pianta che germoglia, e sei meravigliato! - risiede nello stupore la conoscenza di aver una volta percepito diversamente che con l’occhio corporeo. Sono i suoi organi spirituali che lo percepivano, prima che egli entrasse nel mondo fisico. Egli sente ora oscuramente che ha un aspetto diverso da come l’aveva visto prima. Questo era e poteva essere solo prima della nascita. Questi fatti ci costringono a riconoscere che una conoscenza in generale non sarebbe possibile, se l’uomo non entrasse in questa vita da un’esistenza precedente sovrumana. Altrimenti non ci sarebbe alcuna spiegazione per lo stupore e per la conoscenza che ne è condizionata. Naturalmente l’uomo non ricorda in rappresentazioni chiare ciò che sperimenta diversamente prima della nascita, ma sebbene non sia chiaro nel pensiero, esso sorge nel sentimento. Solo per via dell’iniziazione può essere portato come ricordo chiaro. Vogliamo ora affrontare il fatto del perché nel sogno non siamo sorpresi.

Innanzitutto dobbiamo rispondere alla domanda: cos’è effettivamente il sogno? Il sogno è una reliquia antica da incarnazioni passate.

Gli uomini in incarnazioni passate hanno passato altri stati di coscienza di tipo chiaroveggente.

Nel corso dello sviluppo, tuttavia, l’uomo ha perso la capacità di guardare chiaroveggentemente nel mondo spirituale e animico. Era una visione crepuscolare, e lo sviluppo è andato gradualmente dalla visione crepuscolare precedente alla nostra attuale coscienza vigile chiara, che ha potuto dispiegare nel mondo fisico, per poi, quando pienamente sviluppata, risalire di nuovo nei mondi spirituali e animici con le capacità che l’uomo ha acquisito con l’io nella coscienza vigile. Che cosa si era acquisito allora l’uomo nella vecchia visione? Ne è rimasto qualcosa, ed è proprio il sogno. Il sogno, tuttavia, si differenzia dalla vecchia visione per il fatto che è un’esperienza dell’uomo attuale, e questo uomo attuale ha sviluppato una coscienza che contiene l’impulso verso la conoscenza. Il sogno, come resto di una coscienza precedente, non contiene l’impulso verso la conoscenza, e quindi l’uomo sente la differenza fra coscienza vigile e coscienza onirica. Ma ciò che non era nella vecchia visione crepuscolare, lo stupore, non può neppure oggi entrare nella coscienza onirica. Lo stupore, la meraviglia non possono penetrare nel sogno, ma l’abbiamo nella coscienza vigile, quando siamo rivolti al mondo esteriore. Nel sogno l’uomo non è nel mondo esteriore; il sogno è un essere immersi nel mondo spirituale, lì l’uomo non sperimenta le cose del mondo fisico. Ma proprio di fronte al mondo fisico l’uomo ha imparato lo stupore. Nel sogno egli accetta tutto come lo accettava nella vecchia visione. Allora poteva accettarlo così, perché le figure spirituali venivano e gli mostravano ciò che aveva fatto di buono o di male; perciò allora l’uomo non aveva bisogno della meraviglia. Così il sogno stesso ci mostra, dal fatto che è così, che è una reliquia dai tempi antichi, quando non c’era ancora stupore di fronte alle cose quotidiane e ancora nessuna coscienza.

Ci troviamo qui nel punto in cui ci chiediamo perché fosse necessario che l’uomo, se era già stato chiaroveggente una volta, non potesse rimanere tale.

Perché era sceso? Gli dèi l’avevano forse gettato giù in modo inutile?

Ebbene, è effettivamente così che l’uomo non avrebbe mai potuto acquisire ciò che risiede nello stupore e ciò che risiede nella coscienza, se non fosse sceso. Per acquisire la conoscenza e la coscienza, l’uomo è sceso; poiché può acquisirle solo quando è separato per un po’ da questi mondi spirituali. E ha acquisito la conoscenza e la coscienza quaggiù, per poter di nuovo salire con esse. La scienza dello spirito ci mostra che l’uomo ogni volta fra la morte e una nuova nascita vive un certo lasso di tempo in un mondo puramente spirituale.

Subito dopo la morte sperimentiamo il tempo kamaloca, lo stato nel luogo purificante dei desideri nel mondo animico, dove l’uomo è per così dire solo a metà nel mondo spirituale, perché guarda ancora i suoi istinti e le sue simpatie e per questo è ancora attratto da ciò che lo legava al mondo fisico. Solo allora, quando questo tempo kamaloca è esaurito, sperimenta completamente la vita puramente spirituale o devachan.

Quando l’uomo entra in questo mondo puramente spirituale, cosa sperimenta allora? Come lo sperimenta ogni uomo? Ebbene, anche una semplice considerazione logica mostra che fra la morte e la nuova nascita nel nostro ambiente tutto deve presentarsi molto diversamente da come è qui nella nostra vita fisica. Qui vediamo i colori perché abbiamo occhi; qui udiamo i toni perché abbiamo orecchi. Ma quando dopo la morte non abbiamo occhi né orecchi nel nostro essere spirituale, allora non possiamo percepire questi colori, questi toni. Qui già vediamo e udiamo male o non udiamo affatto, se non abbiamo buoni occhi e orecchi. Per chi solo un poco riflette su ciò, dovrebbe essere ovvio. È del tutto chiaro che dobbiamo rappresentarci il mondo spirituale in modo completamente diverso dal mondo in cui viviamo fra la nascita e la morte. Come questo mondo deve trasformarsi quando varchiamo la soglia della morte, potete farvi un’idea con un piccolo confronto che vogliamo stabilire. Immaginiamo che l’uomo veda un agnello e un lupo.

L’uomo può percepire questo agnello e questo lupo con tutti gli organi di percezione che gli sono disponibili nella vita fisica.

Allora vede semplicemente questo agnello come agnello materiale e il lupo come lupo materiale. Anche altri agnelli e lupi li riconosce di nuovo e li chiama agnello e lupo. Allora ha un’immagine concettuale dell’agnello e anche una tale del lupo. Si potrebbe ora dire e si dice infatti: l’immagine concettuale dell’animale non è visibile, vive nell’animale dentro; materialmente non si vede quello che è l’essenza dell’agnello e del lupo.

L’uomo si forma rappresentazioni dell’essenza dell’animale; ma l’essenza dell’animale è invisibile. Ci sono teorici che sostengono che ciò che ci formiamo come concetti di lupo e agnello vive solo in noi, e che non ha nulla a che fare con il lupo e l’agnello stessi. Si dovrebbe spingere un simile uomo a nutrire il lupo con agnelli per un lungo periodo, finché secondo ricerche scientifiche tutte le particelle materiali del corpo del lupo si siano rinnovate, sicché il lupo fosse completamente costruito da materia di agnello. E allora si dovrebbe vedere a questo uomo se il lupo fosse diventato un agnello! Se risulta che il lupo non è diventato un agnello, allora è provato che ciò che è oggetto “lupo” si differenzia dal lupo materiale, e che l’obiettività nel lupo va al di là del materiale.

Questo invisibile, che nella vita ordinaria ci si forma solo come concetto, lo si vede dopo la morte. Non si vede il colore bianco dell’agnello e non si odono i toni che l’agnello emette, bensì si guarda ciò che come invisibile agire vitale opera nell’agnello, che è altrettanto reale ed esiste per colui che vive nel mondo spirituale. Nello stesso luogo in cui sta l’agnello, sta anche qualcosa di reale spirituale, che si vede allora dopo la morte. E così è con tutti i fenomeni dell’ambiente fisico. Si vede il sole diversamente, la luna diversamente, tutto diversamente; e si porta qualcosa di ciò quando si entra attraverso la nascita nel nuovo essere.

E quando allora l’uomo viene afferrato dal sentimento che lo ha visto una volta completamente diversamente, allora con lo stupore, con la meraviglia scende la conoscenza.

Un’altra cosa è quando si considera l’azione di un uomo. Allora interviene la coscienza. Se vogliamo sapere che cosa sia, dobbiamo prestare attenzione a un fatto della vita che è accertabile senza aver sviluppato la chiaroveggenza. Si deve prestare attenzione al momento dell’addormentamento. Questo si può imparare senza alcuna chiaroveggenza, e ciò che può essere sperimentato allora, ogni uomo potrebbe sperimentarlo. Quando uno sta per addormentarsi, allora le cose perdono prima i loro contorni nitidi, i colori sbiadiscono, i toni non solo diventano più deboli, ma è come se si allontanassero, molto lontano; come da lontano vengono, come un allontanarsi si può spiegare questo indebolimento. Tutto il diventare meno netto del mondo sensibile è una trasformazione, come se entrasse la nebbia. Allora anche gli arti diventano più pesanti. Si sente in essi qualcosa che non si sentiva negli arti da svegli, è come se acquistassero un peso, una pesantezza. Nel risveglio durante il giorno, se ce ne rendessimo conto, dovremmo avere il sentimento che la gamba, quando camminiamo, o la mano, che solleviamo, per noi non ha peso. Dovremmo dire a noi stessi: quando cammino e alzo la mano, la mia mano non ha peso. Perché la mano non ha peso? Perché l’arto appartiene al mio corpo. Immaginiamo ora di portare un quintale in ogni mano: perché sentiamo il quintale come peso? L’arto appartiene a me, per questo non avvertiamo la sua pesantezza; ma il quintale è al di fuori di me, e poiché non mi appartiene, ha peso. Immaginiamo il caso che un essere di Marte discendesse sulla terra senza sapere nulla delle cose della terra, e la prima cosa che questo essere di Marte vedrebbe fosse un uomo che tenesse un peso in ogni mano. L’essere di Marte dovrebbe inizialmente credere che i due pesi appartengono all’uomo così, come se fossero parte delle sue mani, parte di tutto l’uomo. Se poi dovesse successivamente acquisire il concetto che l’uomo sente una differenza fra quintale e mano, allora dovrebbe meravigliarsi.

È veramente così che sentiamo come peso solo ciò che è al di fuori di noi.

Così quando l’uomo inizia a sentire gli arti pesanti addormentandosi, questo è un segno che l’uomo esce dal suo corpo, che esce dal suo corpo fisico.

Ora dipende da un’osservazione delicata che si può fare nel momento dell’appesantimento degli arti. Un sentimento molto strano si manifesta in questo. Consiste nel fatto che ci parla dicendo: hai fatto questo, hai omesso quello. Come una coscienza vivente emergono così le azioni del giorno passato. E se in ciò c’è qualcosa che non possiamo approvare, allora ci agitiamo nel nostro letto e non possiamo addormentarci. Ma se siamo contenti delle nostre azioni, allora viene all’addormentamento un momento beato, in cui l’uomo si dice: potesse pure restare sempre così!

E allora viene uno scatto - è quando l’uomo esce dal suo corpo fisico e dal corpo eterico, e allora l’uomo è nel mondo spirituale. Vogliamo considerare da vicino il momento nel quale abbiamo la manifestazione che emerge come una coscienza vivente. Senza che l’uomo abbia effettivamente la forza di fare qualcosa di ragionevole, si agita nel suo letto. Questo è uno stato malsano, gli impedisce l’addormentamento. Questo cade nel momento in cui all’addormentamento stiamo per lasciare il piano fisico, per salire in un altro mondo, che però non vuole accogliere ciò che chiamiamo “cattiva coscienza”. L’uomo non può addormentarsi perché è respinto dal mondo in cui dovrebbe entrare all’addormentamento. Perciò il detto significa una considerazione di un’azione in rapporto alla propria coscienza - nulla di diverso da una preveggenza di come si sarà come uomo in futuro, per poter entrare nel mondo spirituale.

Così abbiamo nello stupore un’espressione di ciò che abbiamo visto una volta prima, e così la coscienza è l’espressione di una visione successiva nel mondo spirituale. La coscienza indica se avremo orrore oppure se saremo beati quando nel devachan potremo contemplare le nostre azioni.

Così la coscienza è una preveggenza di natura profetica, di come sperimenteremo le nostre azioni dopo la morte.

Stupore e impulso di conoscenza da una parte, e coscienza dall’altra, sono segni viventi del mondo spirituale. Non si possono spiegare queste manifestazioni se non si ricorre ai mondi spirituali per la spiegazione. Sarà più incline a diventare antroposofo quell’uomo che di fronte ai fatti del mondo può provare una riverenza; riverenza e meraviglia di fronte ai fatti del mondo. Proprio le anime più sviluppate sono quelle che possono meravigliarsi sempre più e più. Meno ci si può meravigliare, meno avanzata è l’anima in questione. Ora è così che l’uomo rivolge molta meno meraviglia a ciò che sperimenta al giorno - alle manifestazioni quotidiane della vita - di quanto non sia il caso quando ammira la magnificenza del cielo stellato. Ma lo sviluppo veramente superiore dell’anima inizia solo quando si può meravigliare del più piccolo fiore, del più piccolo petalo, della più insignificante piccola bestia o vermicello tanto quanto dei più grandi processi cosmici. È fondamentalmente molto strano con queste cose. In generale l’uomo sarà facilmente mosso a chiedere una spiegazione di cose che lo toccano sensazionalmente. Gli abitanti di un vulcano per esempio chiederanno una spiegazione delle cause delle eruzioni vulcaniche, perché le persone lì devono prestare particolare attenzione a tali fatti e quindi dedicano più attenzione che ai processi quotidiani. E anche gli uomini che vivono lontano da vulcani chiedono una spiegazione, perché questi eventi sono per loro sorprendenti e sensazionali. Ma quando un uomo con un’anima così costituita entra nella vita, che si meraviglia di tutto, perché sospetta qualcosa di spirituale in tutto ciò che lo circonda, allora non è particolarmente più sorpreso dal vulcano di quanto non lo sia per le piccole bolle e i piccoli crateri che nota nella tazza di latte o caffè al suo tavolo della colazione.

È altrettanto interessato del piccolo che del grande. Poter andare ovunque con la meraviglia, questo è un ricordo dello sguardo prima della nascita.

Poter andare ovunque con la coscienza alle nostre azioni, significa avere il presentimento vivente che ogni azione che compiamo ci apparirà in futuro in una forma diversa.

Gli uomini che sentono così sono più di altri predestinati ad avvicinarsi alla scienza dello spirito.

Ora viviamo in un’epoca nella quale certe cose si rivelano, che possono essere spiegate solo attraverso la scienza dello spirito. Certe cose resistono a qualsiasi altra spiegazione. E gli uomini si comportano abbastanza diversamente di fronte a tali cose.

Nel nostro tempo abbiamo indubbiamente molti caratteri umani da osservare, tuttavia fra le più diverse sfumature di carattere incontriamo principalmente due nature. Possiamo designare gli uni come nature sensate, come nature inclini alla contemplazione, che possono provare meraviglia ovunque e sentire la coscienza muoversi ovunque. Tante sofferenze, tante disposizioni oscure e malinconiche possono depositarsi nell’anima sotto un anelito insoddisfatto di spiegazione. Una coscienza delicata può rendere la vita molto difficile. Ma un’altra specie di uomini è presente nel presente. Non vuole sapere nulla di una simile spiegazione del mondo. Per essa è terribilmente noioso ciò che si presenta come spiegazioni delle cose dalla ricerca spirituale, e vivono piuttosto robustamente senza cercare spiegazioni, e quando uno inizia semplicemente a parlare di spiegazioni, allora iniziano già a sbadigliare. Ed è certamente vero che in nature così costituite la coscienza si muove meno che negli altri. Ma come viene che questi contrasti caratteriali si manifestano?

La scienza dello spirito è incline ad approfondire da dove viene che un tratto caratteriale si distingue per la sua sensatezza con la sete di conoscenza, mentre l’altro mira solo a godere la vita, senza cercare spiegazione.

Quando si prova l’estensione dell’anima umana con i mezzi della ricerca spirituale - e si possono fare solo alcuni cenni, poiché sarebbero necessarie molte ore per approfondire più dettagliatamente - si scopre che molti uomini dotati di vita sensata non possono vivere senza chiarirsi: in incarnazioni precedenti hanno vissuto in modo tale da sapere direttamente nell’anima qualcosa del fatto della reincarnazione.

Vi sono ancora oggi molte persone sulla terra che ne sanno e per le quali la reincarnazione è un fatto assoluto. Si pensi solo agli asiatici. Così tali uomini che hanno una vita sensata nel presente collegano la loro vita attuale - anche se non direttamente - tuttavia la collegano a un’altra vita di un’incarnazione precedente, dove sapevano qualcosa della reincarnazione.

Ma gli altri, le nature umane più robuste, provengono da tali vite, nelle quali non si sapeva nulla di vite terrene precedenti. In loro non è presente alcun impulso a pesarsi molto sulla coscienza per le azioni della loro vita, né a preoccuparsi molto di spiegazioni. Così costituiti sono da noi in Occidente molti uomini, ed è il carattere della cultura occidentale che gli uomini hanno per così dire dimenticato le loro vite terrene precedenti. Sì, le hanno dimenticate; ma stiamo con la cultura in un punto di svolta, in cui il ricordo risveglierà le vite terrene passate.

Perciò gli uomini che vivono oggi si avanzano verso un futuro, che si può caratterizzare come un ripristino della connessione con il mondo spirituale. Oggi è ancora il caso in pochi uomini, ma diventerà certamente ancora nel corso del ventesimo secolo una proprietà generale degli uomini. E sarà così: immaginiamo che un uomo abbia fatto questo o quello, e lo perseguitava dopo il cattivo sentimento di coscienza. Così è adesso. Ma più tardi, quando la connessione spirituale si ristabilirà, allora l’uomo, quando ha fatto questo o quello, sentirà l’impulso di ritrarsi dalla sua azione come con gli occhi bendati. E allora apparirà all’uomo come un’immagine, come una specie di immagine onirica, ma tuttavia come un’immagine onirica molto vivente, qualcosa che deve accadere in futuro a causa della sua azione.

E gli uomini, quando vivono questa immagine, si diranno, pressappoco così: sì, sono io che lo sperimenta, ma questo non l’ho ancora sperimentato, quello che vedo!

Per tutti gli uomini che non hanno sentito parlare di scienza dello spirito, questo sarà qualcosa di terribile.

Ma gli uomini che si sono preparati per quello che verrà per tutti, si diranno: sì, questo non l’ho ancora sperimentato, ma lo sperimenterò ancora nel futuro come compensazione karmica per quello che ho appena fatto. Stiamo ora come in un’anticamera del tempo, dove il compenso karmico nel presentimento onirico apparirà all’uomo.

E ora immaginate questa esperienza nel corso del tempo sempre più intensificata, allora avete l’uomo del futuro, che vedrà come le sue azioni vengono regolate karmicamente. Per quale motivo entra qualcosa di tale sorta, che gli uomini diventano capaci di vedere questo compenso karmico? Questo è connesso al fatto che gli uomini prima non avevano coscienza, bensì erano tormentati dalle Furie dopo le cattive azioni. Era vecchia chiaroveggenza, è passata. Poi venne il tempo in cui non videro più le Furie, il tempo intermedio, ma quello che le Furie facevano prima sorse interiormente come coscienza. E ora arriviamo gradualmente a un’epoca, in cui vedremo di nuovo qualcosa, vale a dire il compenso karmico.

Che l’uomo una volta abbia acquisito la coscienza, questo lo abilita ora a guardare consapevolmente nel mondo spirituale. Se certi uomini nel presente divennero nature sensate dal fatto che in incarnazioni precedenti acquisirono forze che si rivelano nello stupore come ricordo di vite precedenti, allora gli uomini attuali porteranno nelle prossime incarnazioni forze, se oggi acquisiscono una conoscenza dei mondi spirituali. Ma coloro che ora si sono rifiutati di accogliere una spiegazione della legge dell’incarnazione, accadrà loro il contrario in un modo molto malvagio nel mondo futuro. Per queste anime sarà un fatto terribile. Oggi stiamo in un’epoca in cui gli uomini ancora se la cavano nella vita, anche se non hanno spiegazioni della vita in rapporto ai mondi spirituali.

Ma quest’epoca, che le forze cosmiche per così dire hanno una volta permesso, finisce di nuovo, e in modo tale che gli uomini che non hanno connessione con il mondo spirituale, nella prossima vita sorgeranno di modo che il mondo, in cui rinasceranno alla prossima incarnazione, sia loro incomprensibile.

E se poi ancora abbandonano il loro essere fisico, che era loro incomprensibile, nel momento della morte, allora dopo la loro morte non avranno più comprensione per il mondo spirituale, in cui cresceranno. È ovvio che entrano nel mondo spirituale, ma non lo capiranno. Si trovano allora in un ambiente che non capiscono e che sembra loro non appartenga a loro, e li tormenta, come una cattiva coscienza può solo tormentare. E quando poi entrano di nuovo in una nuova incarnazione, è altrettanto male; poiché allora avranno ogni sorta di istinti e passioni e in questi vivranno, perché non possono sviluppare stupore, come in illusioni e allucinazioni. Sono i materialisti del tempo presente quelli che vanno incontro a un futuro, dove saranno tormentati dall’allucinazione e dall’illusione in modo terribile; poiché quello che l’uomo pensa oggi in questa vita, lo sperimenta allora come illusione e allucinazione.

Ci si può già rappresentare questo in modo abbastanza reale. Immaginiamo per esempio che due uomini camminino insieme per la strada. Uno sia un materialista e uno no. Questo dice al primo per esempio qualcosa riguardante il mondo spirituale. L’altro però dice o pensa: ah, è nonsenso! Sono solo illusioni! Sì, per questo sono illusioni, ma per colui che fece l’affermazione sul mondo spirituale, non sono illusioni. Già dopo la morte le conseguenze entreranno per il materialista e ancora più tardi durante la prossima vita terrena. Allora sarà per lui così: sperimenta i mondi spirituali come tormentosi, sicché diventano per lui un rimprovero vivente. Nella sua kamaloca fra la morte e la nuova nascita, non sentirà praticamente alcuna differenza fra kamaloca e devachan. E quando è di nuovo nato, e il mondo spirituale si presenta davanti a lui nel modo descritto, gli appare come qualcosa di irreale, come illusione, come allucinazione.

La scienza dello spirito non è qualcosa che dovrebbe soddisfare la nostra semplice curiosità.

Non è perché in rapporto al mondo sovrumano siamo semplicemente più curiosi di altre persone, che siamo qui insieme, bensì perché più o meno presentiamo che gli uomini del futuro non potranno vivere senza la scienza dello spirito. Tutte le altre aspirazioni che non considerano questo fatto vanno verso la decadenza. Ora è così che coloro che oggi si rifiutano di accogliere la scienza dello spirito avranno ancora opportunità nelle incarnazioni successive di avvicinarsi. Tuttavia devono esserci avanguardie. Gli uomini che dal loro karma oggi hanno sete di scienza dello spirito, per questo hanno l’opportunità di diventare avanguardie.

Questa opportunità si presenta a loro, precisamente perché devono essere e dovranno essere avanguardie.

Gli altri uomini vedranno nascere la sete di scienza dello spirito più dal karma generale dell’umanità.

5°Riflessi della coscienza. Sovracoscienza e subcoscienza

Monaco, 25 Febbraio 1912

Il mio compito per oggi e dopodomani è discutere alcuni dei fatti più significativi della coscienza e dei nessi karmici.

Desidero principalmente proseguire da dove abbiamo interrotto nella conferenza pubblica di ieri.

In questa comunità accade che gli insegnamenti pubblici e quelli nelle riunioni dei gruppi differiscano per una ragione sostanziale: i partecipanti ai gruppi, attraverso una collaborazione più duratura e uno studio prolungato, sono preparati assai diversamente a ricevere e comprendere gli argomenti rispetto a un pubblico generico.

Ieri abbiamo visto come possiamo parlare dei lati nascosti della vita dell’anima e come questi lati nascosti debbano contrapporsi ai fatti della coscienza ordinaria, quotidiana. Considerate come primo aspetto: fra il risveglio mattutino e l’addormentarsi serale, la vostra anima vive di rappresentazioni, stati d’animo, impulsi di volontà.

Naturalmente includiamo anche ciò che i sensi esterni ci procurano. Tutto questo costituisce ciò che si chiama contenuto della coscienza ordinaria. Tutto ciò che vive nella nostra coscienza rimane legato agli strumenti del corpo fisico. Abbiamo la prova più immediata e ovvia in questo: l’uomo deve svegliarsi per vivere nella coscienza ordinaria. Questo significa che ciò che durante il sonno esiste fuori dal corpo fisico deve immergersi nel corpo fisico stesso. Il corpo fisico con i suoi organi deve mettersi a nostra disposizione perché i fatti della coscienza ordinaria possano verificarsi. Sorge naturalmente una domanda: in che modo l’uomo come essere spirituale-animico si serve degli strumenti corporei, degli organi sensoriali, del sistema nervoso, per vivere nella coscienza quotidiana?

Nel mondo materialistico esterno esiste la credenza che l’uomo possieda negli strumenti corporei ciò che produce i fatti della coscienza.

Ho più volte richiamato l’attenzione su questo: non è così. Non dobbiamo immaginarci che gli organi sensoriali o il cervello producano i fatti di coscienza come una candela produce una fiamma. La relazione fra ciò che chiamiamo coscienza e gli strumenti corporei è completamente diversa. Possiamo paragonarla al rapporto fra un uomo che si vede in uno specchio e lo specchio stesso. Quando dormiamo, la nostra coscienza esiste come se procedessimo semplicemente avanti in una stanza. Quando camminiamo avanti in una stanza, non ci vediamo: non vediamo l’aspetto del nostro naso, della nostra fronte. Nel momento in cui qualcuno ci pone uno specchio davanti, ci vediamo. Allora ciò che già esisteva ci appare; diventa visibile per noi. Così avviene con i fatti della nostra coscienza ordinaria. Essi vivono costantemente in noi; nella forma in cui si presentano, non hanno alcunché a che fare con il corpo fisico, così come noi stessi non abbiamo nulla a che fare con uno specchio. La teoria materialistica in questo campo è puro nonsense. Non è nemmeno un’ipotesi plausibile. Ciò che il materialista sostiene si potrebbe paragonare solo a: poiché mi vedo nello specchio, lo specchio mi produce.

Se vi abbandonate all’illusione che lo specchio vi produca perché vi percepite solo quando ve lo si pone davanti, potrete anche credere che le zone cerebrali o gli organi sensoriali generino il contenuto della vita dell’anima. Entrambe le affermazioni sarebbero ugualmente “ingegnose” e ugualmente vere, e l’asserzione che gli specchi creano esseri umani è vera quanto quella che i cervelli creano pensieri. I fatti della coscienza esistono. Per la nostra organizzazione è necessario soltanto che possiamo percepire questi fatti esistenti. Quindi deve presentarsi a noi ciò che è riflessione dei fatti di coscienza nel nostro corpo fisico.

Nel nostro corpo fisico abbiamo dunque un apparato di riflessione per i fatti della nostra coscienza ordinaria.

I fatti della nostra coscienza ordinaria vivono nel nostro essere spirituale-animico; li percepiamo poiché riceviamo lo specchio della corporeità per ciò che è in noi ma che non potremmo percepire animicamente — come non percepiamo noi stessi senza uno specchio davanti. Questo è lo stato dei fatti. Con il corpo non abbiamo però a che fare con un apparato di riflessione passivo, bensì con qualcosa in cui accadono processi. Potete immaginarvi che invece di uno specchio passivo, là accadano tutti i processi che stanno dietro. Il paragone basta per caratterizzare il vero rapporto fra il nostro essere spirituale-animico e il nostro corpo. Ricordiamo dunque che tutto ciò che si vive nella coscienza quotidiana ha nel corpo fisico il corrispondente apparato di riflessione. Dietro o sotto questi fatti ordinari di coscienza giacciono ancora cose che risalgono nella nostra vita psichica ordinaria, che designiamo come i fatti che vivono nelle profondità nascoste dell’anima. Parte di ciò lo vive il poeta, l’artista, colui che, se è davvero un poeta o un artista, sa che ciò che sviluppa nella sua opera non gli giunge nel modo ordinario, attraverso riflessioni logiche o percezioni esterne; sa che le cose risalgono da profondità ignote e sono davvero lì, senza che siano prima assemblate dalle forze della coscienza ordinaria. Ma dalle profondità nascoste della vita dell’anima risalgono anche altre cose, e così abbiamo dato quelle cose che, senza che nella vita ordinaria conosciamo veramente la loro origine, partecipano alla coscienza ordinaria. Ieri abbiamo però anche visto come si possa scendere più profondamente, nel territorio del semi-consapevole, nel territorio dei sogni. Sappiamo che i sogni estraggono dalle profondità nascoste dell’anima ciò che non possiamo estrarre in modo semplice e ordinario, attraverso uno sforzo consapevole.

Quando di notte una memoria sepolta riappare al nostro sguardo in forma onirica — e accade continuamente — generalmente l’uomo non potrebbe mai, solo riflettendo, ritirare alla luce quelle cose dalle caverne nascoste della vita dell’anima, perché la coscienza ordinaria non raggiunge fin là.

Ma ciò che non è più accessibile alla coscienza ordinaria è ben accessibile alla subcoscienza.

In quello stato semi-consapevole del sogno, molte cose che rimangono risalgono; si manifestano. Solo quelle cose risalgono che non hanno trovato il loro effetto nel modo consueto, nel quale ciò che è sceso dall’esperienza nelle profondità nascoste dell’anima normalmente produce il suo effetto. Diventiamo sani o malati, di buon umore o tristi, non però nel corso ordinario della vita, ma come stato corporeo dovuto a ciò che dalla nostra esperienza è sceso, a ciò che non può più essere ricordato, ma che laggiù nella vita dell’anima agisce e ci forma come diventiamo nel corso della vita. Molte vite ci diverrebbero comprensibili se sapessimo ciò che è precipitato nelle profondità nascoste nel corso della vita. Potremmo comprendere meglio un uomo al suo trentesimo, quarantesimo, cinquantesimo anno, sapremmo il motivo dei suoi talenti, il motivo per cui si sente profondamente insoddisfatto in certi aspetti, senza poter dire quale insoddisfazione lo affligga, se potessimo tracciare all’indietro la vita di una simile persona fino all’infanzia. Allora potremmo farci un’idea di come i genitori, l’ambiente circostante hanno agito sul bambino, che cosa hanno suscitato in gioia e dolore, piacere e sofferenza, forse totalmente dimenticato, ma che agisce in tutto il temperamento della persona. Quello che dalla nostra coscienza precipita e si agita nelle profondità nascoste della vita dell’anima continua a lavorare laggiù. Ora è caratteristico che ciò che così lavora principalmente lavora su noi stessi, che per così dire non abbandona la sfera della nostra personalità.

Quando quindi la coscienza chiaroveggente scende laggiù — e già lo fa attraverso l’immaginazione, attraverso quella che si chiama conoscenza immaginativa — dove nella subcoscienza regnano le cose ora descritte, allora l’uomo trova propriamente sempre se stesso.

Trova ciò che si agita e vive in se stesso. E questo è bene. Poiché veramente l’uomo deve conoscersi in vera autoconoscenza in modo che consideri veramente e conosca tutte le forze pulsionali che agiscono in lui. Quando l’uomo con coscienza chiaroveggente attraverso esercizi di conoscenza immaginativa scende nella subcoscienza e non bada che lì trova dapprima solo se stesso con tutto ciò che è e che agisce in lui, allora è esposto agli errori più vari; poiché in nessun modo paragonabile ai fatti ordinari di coscienza si percepisce che si ha a che fare solo con se stesso. Su qualche livello sorge la possibilità, diciamo, di avere visioni, di vedere figure che sono del tutto nuove rispetto a ciò che si è conosciuto attraverso le esperienze di vita.

Questo può accadere. Se però si dovesse avere l’idea che fossero già cose dei mondi superiori, ci si abbandonerebbe a un grave errore. Queste cose non si presentano come la vita interiore si presenta alla coscienza ordinaria. Quando si ha il mal di testa, è un fatto della coscienza ordinaria. Si sa che il dolore risiede nella nostra stessa testa. Quando si ha il mal di stomaco, lo percepiamo in noi stessi. Quando si scende nelle profondità che chiamiamo le profondità nascoste dell’anima, si può essere solo in se stessi, eppure ciò che ci incontra può presentarsi come esterno. Prendiamo un caso eclatante: supponiamo che qualcuno abbia il più ardente desiderio di essere la reincarnazione di Maria Maddalena. Ho già raccontato di aver contato ventiquattro Maddalene nella mia vita. Ma supponiamo che egli inizialmente non ammetta neppure questo desiderio a se stesso: non abbiamo bisogno di confessarci i nostri desideri nella coscienza ordinaria, non è necessario.

Allora qualcuno legge nella Bibbia la storia di Maria Maddalena, gli piace straordinariamente.

Ora nella sua subcoscienza può insorgere subito il desiderio di essere Maria Maddalena. Nella sua sovracoscienza non esiste nulla se non il piacere di questa figura. Nella subcoscienza, cioè in modo che la persona non ne sappia nulla, vive subito il desiderio di essere questa Maria Maddalena. Ora questa persona va nel mondo. Finché non accada altro, finché le piace per la sua sovracoscienza, cioè per quello che sa, Maria Maddalena. Nella subcoscienza è il bruciante desiderio di essere personalmente Maria Maddalena; ma non ne sa nulla. Non lo imbarazza quindi. Si orienta secondo i fatti della sua coscienza ordinaria; può andare nel mondo senza che nella sua sovracoscienza abbia necessariamente un fatto così spiacevole come il desiderio di essere Maria Maddalena. Ma supponiamo che una simile persona giunga, attraverso qualche pratica di mezzi occulti, a qualcosa nella sua subcoscienza. Allora scende nella sua subcoscienza. Non deve percepire il fatto “in me è il desiderio di essere Maria Maddalena” come si percepisce il mal di testa. Se percepisse il desiderio di essere Maria Maddalena, potrebbe essere ragionevole. Si comporterebbe verso questo desiderio come ci si comporta verso il dolore e cercherebbe di sbarazzarsene. Ma non è così quando accade un’irruzione irregolare: piuttosto il desiderio si presenta al di fuori della personalità della persona come fatto; la visione si presenta: tu sei Maria Maddalena. Sta davanti alla persona, questo fatto si proietta. E allora un uomo, così come si è sviluppato oggi l’uomo, non è più in grado di controllare con il suo Io un fatto del genere. Con una formazione regolare, buona, assolutamente attenta, non può accadere; perché lì l’Io scende in tutte le sfere. Ma non appena qualcosa accade senza che l’Io vi accompagni, allora si presenta come fatto oggettivo esterno. L’osservatore crede di ricordarsi di ciò che gli eventi attorno a Maria Maddalena erano, e si sente identico a questa Maria Maddalena.

Questa è assolutamente una possibilità.

Evidenzio questa possibilità oggi perché dobbiate vedervi che soltanto l’attenzione della formazione, soltanto l’attenzione al modo in cui si accede all’occultismo, può salvare dal cadere in errori. Se si sa: devi innanzitutto veder stare un mondo intero dinanzi a te, devi percepire fatti intorno a te, non però qualcosa che riferisci a te, che è in te, ma che appare come un quadro cosmico, se si sa che farà bene considerare inizialmente ciò che si vede come una proiezione esterna della tua vita interiore, allora hai un buon mezzo contro gli errori su questo cammino.

Il migliore è: innanzitutto considerare tutto come fatti che salgono da noi stessi. Per lo più i fatti salgono dai nostri desideri, dalle nostre vanità, dalla nostra ambizione, insomma dalle qualità legate all’egoismo dell’uomo. Questi fatti si proiettano principalmente verso l’esterno, e potete ora porre la domanda: come ci si scampa allora da questi errori? Come si può salvarsi? Non ci si può proteggere mediante i fatti ordinari della coscienza. L’errore accade proprio perché, mentre in realtà un quadro cosmico ci si oppone, non riusciamo a uscire da noi, siamo completamente invischiati in noi stessi. Da ciò potete già dedurre che ciò che importa è che noi in qualche modo superiamo noi stessi, impariamo a distinguere: qui hai una visione e qui un’altra.

Entrambe le visioni sono fuori di noi. Una è forse solo la proiezione di un desiderio, l’altra è un fatto. Ma non sono diversi come nella vita ordinaria, quando un altro dice di avere mal di testa e si ha male alla testa. Allo stesso modo proiettato nello spazio è l’interno proprio come l’altrui. Come arriviamo a una distinzione? Dobbiamo cioè entro il campo occulto giungere a una distinzione, dobbiamo imparare a distinguere la vera impressione dalla falsa, sebbene si mescolino tutte e tutte si presentino con lo stesso diritto alla verità.

È come se guardassimo nel mondo fisico e accanto a veri alberi avessimo alberi di fantasia: non potremmo distinguerli.

Come se fossero insieme veri e falsi alberi, così sono accanto a fatti veri, che sono fuori di noi, fatti che sorgono solo dal nostro interno. Come impariamo a distinguere questi due campi così incastrati? Non li si distingue attraverso la coscienza innanzitutto.

Se rimangono solo nella vita rappresentativa, non esiste alcuna possibilità di distinzione, ma la possibilità risiede solo nella lenta formazione occulta dell’anima. Se avanziamo sempre più, arriviamo appunto anche a imparare veramente a distinguere, cioè a fare nel campo occulto ciò che dovremmo fare se alberi di fantasia e veri alberi fossero accanto l’uno all’altro. Attraverso gli alberi di fantasia possiamo passare; agli alberi veri urtiamo. Qualcosa di simile, ma naturalmente solo come fatto spirituale, deve incontrarci anche nel campo occulto.

Ora si può, se si procede correttamente, imparare a distinguere il vero dal falso relativamente semplicemente su questo campo, ma non attraverso rappresentazioni, bensì attraverso una decisione di volontà. Questa decisione di volontà può avvenire nel modo seguente: se osserviamo la nostra vita, troviamo due gruppi di eventi chiaramente distinguibili. Troviamo spesso che questo o quello che ci riesce o non riesce è proprio collegato in modo regolare alle nostre capacità. La capiamo così: poiché su un certo campo non siamo particolarmente intelligenti, non ci riesce nulla di speciale. Dove invochiamo capacità, la capiamo così: è del tutto comprensibile che ci riesca questo o quello. Forse non sempre abbiamo bisogno di percepire così chiaramente il nesso fra ciò che facciamo e la nostra capacità. C’è anche un modo più vago di percepire questo nesso. Se per esempio qualcuno è perseguitato in seguito da un colpo del destino, può ripensare e dirsi: ero un uomo che ha poco fatto per rendersi energico — oppure: ero sempre un tipo sciocco e leggero.

Dall’altra parte può anche dirsi: non mi è immediatamente evidente come il nesso fra il mio fallimento e le cose che ho fatto; ma mi è evidente che a un uomo sciocco, pigro non possono riuscire tutte le cose come a uno coscienzioso e laborioso.

Insomma, ci sono cose dove capiamo che si avverano come nostro fallimento o successo come avvengono, ma in altri casi accade che non capiamo il nesso, che ci diciamo: nonostante le capacità che effettivamente abbiamo, dovrebbe esserci riuscito questo o quello, ma non è riuscito. Esiste cioè un tipo di successo o fallimento dove non possiamo vedere come si collega alle nostre capacità. Questo è l’uno. L’altro è che verso certi eventi che altrimenti ci colpiscono come colpi del destino, possiamo talora dire: bene, ci pare giusto, poiché abbiamo fornito tutte le premesse. Ma altri eventi, su cui possiamo avere l’opinione: accadono senza che troviamo cause che possiamo indicare. Abbiamo così due tipi di esperienze: quelle che provengono da noi stessi e dove capiamo il nesso con ciò che possediamo come capacità; e l’altro tipo che abbiamo caratterizzato. E di nuovo verso gli eventi esterni: quelli dove non possiamo dire di aver fornito le condizioni, verso altri dove sappiamo: abbiamo fornito le condizioni. Ora possiamo fare un certo autoesame nella nostra vita. C’è un esperimento che è utile per ogni persona, che consiste nel seguente. Potremmo raccogliere tutti i fatti per i quali non capiamo le cause nella vita, cioè le cose che ci sono riuscite e che dobbiamo dire: un cieco ha di nuovo trovato un chicco — dove non ci attribuiamo alcun merito per il successo. Ma anche i casi di fallimento di cui ricordiamo, li raccogliamo così. Poi consideriamo gli eventi esterni che ci hanno colpito come casualità, dove non sappiamo di alcuna motivazione. E ora facciamo il seguente esperimento: costruiamo per così dire un essere umano artificiale, che è strutturato proprio così da aver compiuto attraverso le sue stesse capacità tutto ciò di cui non sappiamo il motivo per cui ci è riuscito.

Se una volta ci è riuscita una cosa per cui era necessaria la saggezza, mentre noi siamo proprio sciocchi, costruiamo un essere umano che è particolarmente saggio in questo campo e a cui doveva riuscire la cosa.

Oppure per un evento esterno procediamo così: Diciamo che una tegola ci cade sulla testa.

Non possiamo inizialmente percepire le cause, ma ci immaginiamo un essere umano che produce questa caduta di tegola nel modo seguente: prima corre sul tetto e allenta lì la tegola tanto che ha solo da aspettare un poco che cada; poi corre velocemente giù, e la tegola lo colpisce. E così facciamo con certi eventi, dei quali sappiamo assolutamente che non li abbiamo causati noi stessi secondo la nostra coscienza ordinaria, che ci vengono anzi contro il nostro volere. Supponiamo che qualcuno una volta nella vita ci abbia colpito. Affinché non ci pesi tanto, possiamo riportare tale evento all’infanzia. Immaginiamoci di aver assunto una persona che ci ha bastonato. Avremmo così compiuto del tutto per ricevere questa bastonata. Ci costruiamo così un essere umano che prende su di sé tutto ciò di cui non possiamo vedere il nesso. Sì, vede, se si vuole fare progressi nell’occultismo, bisogna già fare certe cose che contrastano con le solite opinioni. Se si fa solo ciò che ordinariamente appare ragionevole, non si avanza nell’occultismo, poiché ciò che concerne i mondi superiori può dapprima apparire al senso normale come qualcosa di folle. Non nuoce quindi se il metodo appare al profano esteriore come qualcosa di pazzo. Così costruiamo questo essere umano.

Dapprima appare solo come un fatto grottesco quando si costruisce questo essere umano come qualcosa di cui forse non si intende lo scopo, ma ognuno che lo provi farà una scoperta curiosa, cioè che non vorrà più separarsi da questo essere umano che si è costruito, che inizia a interessarlo. Se farete il tentativo, vedrete: non riuscirete a liberarvi da questo essere umano artificiale; vive in voi.

E stranamente: Non vive solo in noi, bensì si trasforma nel nostro interno e si trasforma assai fortemente, così che alla fine diventa propriamente qualcosa di del tutto diverso da prima.

Diventa qualcosa di cui non possiamo non dirci: è comunque qualcosa che giace dentro di noi. Questa è un’esperienza che chiunque veramente può fare. Ci si può dire, di ciò che è stato ora descritto, che non è l’uomo originariamente costruito dalla fantasia, ma ciò che ne è diventato: è qualcosa di ciò che giace in noi. Ora è proprio questo che ha causato, per così dire, i fatti altrimenti senza causa nella nostra vita; così che si trova in sé qualcosa che veramente produce il non altrimenti spiegabile. È, in altre parole, ciò che vi ho descritto: il modo per non solo fissare lo sguardo nella propria vita dell’anima e trovare qualcosa, ma è una via fuori dalla vita dell’anima verso l’ambiente. Poiché ciò che ci manca non rimane presso di noi, bensì appartiene all’ambiente. Così abbiamo estratto dall’ambiente qualcosa che non concorda con i nostri fatti ordinari di coscienza, ma si presenta come se fosse in noi stessi. Allora si ottiene il sentimento che si ha comunque a che fare con ciò che altrimenti nel vero sembra senza causa. Si ottiene in questo modo un sentimento della propria connessione con il proprio destino, con ciò che si chiama karma. Attraverso questo esperimento dell’anima è dato un vero cammino per provare il karma in se stessi in un certo modo. Potete dire: Sì, ciò che dici, non lo capisco bene. Ma allora non capite non quello di cui credete di non capire, bensì capite non qualcosa che è veramente facile da comprendere, a cui semplicemente non pensate. Non è possibile che alcuno percepisca queste cose se non ha compiuto l’esperimento; solo chi l’ha compiuto le percepisce. Così queste cose non sono nulla se non la descrizione di un esperimento che si può fare e che ognuno può vivere. Ognuno arriva a percepire che in se stesso vive qualcosa che è connesso con il suo karma.

Se qualcuno lo sapesse già prima, non avrebbe bisogno di una regola attraverso la quale arriva.

È completamente giusto che colui che non ha ancora compiuto l’esperimento non percepisca questo. Ma non si tratta di comprendere una comunicazione su qualcosa, che la nostra anima può fare.

Se la nostra anima intraprende tali cammini, impara non solo a vivere nel suo interno, nei suoi desideri e brame, ma a relazionare gli eventi esterni a sé, a considerare veri eventi esterni. La nostra anima impara così. Proprio le cose che non abbiamo desiderato noi, le abbiamo costruite dentro in ciò di cui si trattava. E se inoltre giungiamo a posizionarci verso il nostro intero destino così da prenderlo su di noi con calma, e se di ciò contro cui ordinariamente mormoriamo e ci ribelliamo pensiamo: lo prendiamo volentieri su di noi, poiché lo abbiamo noi stessi decretato—, allora si forma uno stato d’animo tale che, se si tratta di distinguere il vero dal falso nello scendere nelle profondità nascoste dell’anima, con assoluta certezza possiamo distinguere il vero dal falso. Poiché allora si produce, con una chiarezza e una certezza meravigliosa, ciò che è vero e ciò che è falso. Quando uno guarda una visione con occhio spirituale e riesce a cancellarla facendo sparire tutte le forze che avverte come suo interno, allora è solo fantasia. Se invece non riesce a eliminarla, ma può togliere solo ciò che assomiglia al mondo sensibile esteriore, mentre lo spirituale rimane come fatto solido, allora è vera. Ma questo discernimento non si può fare senza prima aver compiuto ciò che è stato descritto. Perciò senza la preparazione descritta non esiste certezza nel distinguere il vero dal falso nel piano soprasensibile. L’essenziale nell’esperimento dell’anima è questo: con la coscienza ordinaria siamo sempre presenti dove desideriamo. Mediante questo esperimento impareremo a considerare come voluto da noi quello che ordinariamente non desideriamo affatto, ciò che di solito ci ripugna.

Uno può aver raggiunto una determinata tappa nello sviluppo interiore; se però non contrappone ai desideri, alle brame, alla simpatia e all’antipatia che vivono nell’anima mediante un tale esperimento il nostro legame con quello che non avevamo desiderato, allora commette errori su errori.

Il maggiore errore proprio nell’ambito della Società Teosofica è stato fatto inizialmente da H. P. Blavatsky: dirigeva lo sguardo spirituale verso quel campo dove bisogna cercare il Cristo, ma poiché nei suoi desideri, nelle sue brame, in ciò che dimorava nella coscienza superiore aveva continuamente un’antipatia, persino un’avversione appassionata verso tutto ciò che era cristiano ed ebraico, mentre nutriva predilezione per tutto quanto costituisce cultura spirituale sulla terra eccetto il cristiano e l’ebraico, e poiché mai compì quello che oggi è stato descritto, le si presentò una visione del Cristo completamente falsa, cosa del tutto naturale. Di là si trasmise ai suoi allievi più stretti e viene trascinata fino a oggi, solo ancora più grottescamente ingrossata. Queste cose salgono fino alle sfere più alte. Si possono vedere molte cose nel piano occulto, ma la capacità di discernimento è qualcosa di diverso dal semplice vedere, dal semplice percepire. Questo deve essere sottolineato con forza. Ora la domanda è questa: quando scendiamo nelle profondità nascoste dell’anima, e ogni veggente deve farlo, ci troviamo innanzitutto, fondamentalmente, in noi stessi. E dobbiamo conoscere noi stessi compiendo davvero quella transizione, innanzitutto avendo davanti un mondo di cui Lucifero e Ahriman ci promettono continuamente che ci regaleranno i regni del mondo. Cioè, ci si presenta il nostro interno, e il diavolo dice: questo è il mondo oggettivo. Questa è proprio la tentazione che nemmeno il Cristo evitò. Gli furono presentate le illusioni del suo stesso interno. Ma il Cristo ebbe la forza, dal primo istante, di riconoscere che non era un mondo reale, bensì che era interno.

Attraverso questo interno, nel quale bisogna distinguere due componenti, di cui una possiamo togliere, proprio il nostro interno, mentre l’altra rimane, passando attraverso le profondità nascoste della vita dell’anima arriviamo al mondo oggettivo soprasensibile.

E come il nostro nucleo spirituale-animico, per la percezione esterna, per ciò che costituisce i comuni fatti di coscienza, deve servirsi dello specchio del nostro corpo fisico, così per quanto riguarda il suo nucleo spirituale-animico l’uomo deve servirsi dell’etere-corpo come apparato riflettente per i fatti spirituali sovrasensibili che gli si contrappongono inizialmente.

Gli organi dei sensi più elevati, se così possiamo chiamarli, si manifestano nel corpo astrale; ma ciò che in essi vive deve riflettersi nell’etere-corpo, come il nostro spirituale-animico, che percepiamo nella vita ordinaria, si riflette nel corpo fisico. Dobbiamo imparare a maneggiare il nostro etere-corpo. Poiché ordinariamente l’etere-corpo non ci è noto, ma rappresenta ciò che propriamente ci vivifica, è naturale che prima lo conosciamo noi stessi, prima che possiamo apprendere a riconoscere quello che dal mondo esteriore soprasensibile entra in noi e può riflettersi in questo etere-corpo. Quello che così viviamo, scendendo nelle profondità nascoste della vita dell’anima e sperimentando prima, per così dire, noi stessi, la proiezione dei nostri desideri, è molto simile alla vita che ordinariamente si chiama kamaloka. Differisce solo dal kamaloka in questo: mentre avanzando nella vita ordinaria arriviamo fino all’essere rinchiusi in noi stessi, poiché così va chiamato, ma il nostro corpo fisico è ancora lì, a cui possiamo sempre tornare, nel kamaloka il corpo fisico è assente, e addirittura parte dell’etere-corpo se ne è andata, la parte che può rifletterci innanzitutto. Ma c’è l’etere cosmico generale attorno a noi che serve come strumento riflettente, e in esso si riflette tutto quello che è in noi.

Il periodo del kamaloka è tale che il nostro mondo interno, che consiste in tutti i desideri, le brame, in tutto ciò come interiormente sentiamo e siamo disposti, si costruisce attorno a noi come nostro mondo oggettivo.

È importante comprenderlo: innanzitutto la vita nel kamaloka è caratterizzata dal fatto che siamo rinchiusi in noi stessi, e questo rinchiudimento è la prigione del nostro stesso essere, tanto più chiusa quanto meno possiamo tornare a una vita fisica a cui riferire tutto il nostro vivere. Solo quando viviamo il kamaloka in modo tale da giungere gradualmente, e si giunge solo gradualmente, a capire che tutto quello che è lì non può essere eliminato dal mondo se non in un modo diverso, ossia se non ci sentiamo diversamente che mediante semplici brame e simili, solo allora la nostra prigione nel kamaloka è spezzata. Come va inteso? Supponiamo che muoia qualcuno con un determinato desiderio. Il desiderio appartiene a quello che si proietta nel territorio del kamaloka, che si costruisce attorno a lui in qualche formazione. Finché il desiderio vive in lui, è impossibile che con questo desiderare gli si apra la vita nel kamaloka. Solo quando diventa consapevole che questo desiderio può essere soddisfatto solo se viene escluso, se viene abbandonato, se non si desidera più, se cioè questo desiderio viene strappato dall’anima, così, quando ci si comporta in modo opposto, solo allora, insieme con il desiderio, tutto quello che ci rinchiude nel kamaloka viene gradualmente strappato dall’anima.

Allora entriamo nel territorio tra la morte e una nuova nascita che abbiamo designato come devachan, nel quale si può entrare anche mediante la chiaroveggenza quando si è riconosciuto quello che appartiene solo a noi stessi. Mediante la chiaroveggenza lo si raggiunge attraverso un determinato grado di maturità; nel kamaloka, attraverso il tempo, semplicemente perché il tempo ci tormenta così, mediante i nostri stessi desideri, che attraverso la durata si superano.

Così quello che ci viene rappresentato come se fosse il mondo e la sua gloria si spezza.

Il mondo dei fatti reali soprasensibili è quello che ordinariamente si chiama devachan. Come ci si presenta questo mondo dei fatti reali soprasensibili? Qui sulla terra l’uomo può parlare del devachan solo per il motivo che nella chiaroveggenza, quando il sé è davvero superato, entriamo già nel mondo dei fatti soprasensibili che oggettivamente esistono, e questi fatti coincidono con quello che esiste nel devachan.

Ora la caratteristica più importante di questo mondo devachico è che i fatti morali non si distinguono più dai fatti fisici, dalle leggi fisiche, bensì le leggi morali coincidono con le leggi fisiche. Cosa significa? Nel mondo fisico ordinario il sole splende su giusti e ingiusti. Colui che ha commesso un crimine può essere messo in carcere, ma il sole fisico non si oscura. Cioè nel mondo fisico esiste una regolarità morale e una fisica che percorrono vie completamente diverse. Non è così nel devachan, per nulla; là invece accade che tutto quello che scaturisce dal morale, dall’intellettualmente saggio, dal bellissimo esteticamente e simili, è tale da portare all’origine, e quello che scaturisce dall’immorale, dall’intellettualmente falso, dal brutto esteticamente porta al declino, alla rovina. E là le leggi naturali sono veramente tali che non il sole splende su giusti e ingiusti, bensì si oscura, se possiamo parlare in modo figurato, davanti all’ingiusto. Il giusto che attraversa il devachan ha là lo splendore spirituale del sole, cioè l’azione delle forze fecondanti che lo sospingono avanti nella vita. L’uomo menzognero o brutto passa così che le forze spirituali si ritirano da lui. Là è possibile quell’ordinamento che non è possibile qui. Se due persone camminano fianco a fianco qui, una giusta e una ingiusta, il sole non può illuminare l’una e non l’altra. Là invece, nel mondo spirituale, è assolutamente così che dipende dalla qualità dell’uomo come le forze spirituali agiscono su di lui. Cioè le leggi naturali e le leggi spirituali non percorrono là vie separate, ma le stesse vie.

Questo è l’essenziale, ciò su cui conta: nel mondo devachico le leggi naturali coincidono con le leggi morali e intellettuali.

Per questo accade quanto segue: quando l’uomo è entrato nel mondo devachico e lo vive, in lui è tutto quello che è rimasto dall’ultima vita di giusto e ingiusto, di buono e cattivo, di bellissimo esteticamente e brutto, di vero e falso. Ma tutto questo agisce là in modo che s’impadronisce subito delle leggi naturali. Là è legge quello che nel mondo fisico potremmo descrivere così: uno che ha rubato o mentito e andasse al sole, da questo non sarebbe illuminato, e gradualmente, per il fatto che manca della luce del sole, contrarrebbe una malattia.

O supponiamo che a qualcuno che ha mentito si fermasse il respiro nel mondo fisico. Questo sarebbe paragonabile a quello che accade completamente nel mondo devachico. Colui che ha caricato su di sé questo o quello accade così rispetto al suo spirituale-animico che la legge naturale corrisponde esattamente alla legge spirituale. Perciò quando lo sviluppo di questo uomo attraverso il mondo devachico accade così, egli gradualmente avanza sempre più, sempre più in lui si radicano tali proprietà che quello che allora è corrisponde alle qualità che si è portato dalla vita precedente. Supponiamo che qualcuno stia duecento anni nel devachan dopo aver mentito molto in una vita precedente. Vive questo devachan, ma gli spiriti della verità si sottraggono a lui. Muore in lui quello che in un’altra anima che ha detto la verità si rinnova. O supponiamo che qualcuno passi attraverso il devachan con una pronunciata qualità di vanità che non ha deposto. Nel devachan questa vanità è un’esalazione straordinariamente puzzolente, e certi esseri spirituali evitano un tale individuo da cui effluisce l’esalazione puzzolente di ambizione o vanità. Non è propriamente parlare in modo figurato.

La vanità e l’ambizione nel devachan sono esalazioni straordinariamente puzzolenti, e così l’influsso benefico di certi esseri che allora si ritirano non si realizza.

È come se una pianta dovesse crescere in cantina mentre può prosperare solo alla luce del sole.

Il vanitoso non può prosperare. Ora cresce sotto gli effetti di questa proprietà. Quando si reincarna, non ha la forza di costruire dentro i buoni influssi. Invece di sviluppare certi organi in modo sano, li sviluppa come un sistema organico malato. Come diventiamo nella vita come persone non è mostrato solo dalle nostre condizioni fisiche, ma anche dalle nostre proprietà morali e intellettuali. Solo quando usciamo dal piano spirituale, allora procedono insieme legge naturale e legge spirituale. Tra morte e nuova nascita però sono uno: legge naturale e legge spirituale sono una cosa sola, sono un tutto. E nella nostra anima vengono piantate le forze naturali, che agiscono distruggendo se sono conseguenza di atti immorali da vite precedenti, ma agiscono fecondando se sono conseguenza di atti morali. Questo non si riferisce soltanto alla nostra configurazione interna, ma anche a quello che ci colpisce da fuori come nostro karma. L’essenziale del devachan è quindi che là non c’è distinzione tra legge naturale e legge spirituale. E così è anche per il chiaroveggente che davvero penetra nei mondi soprasensibili. Là questi mondi soprasensibili sono molto diversi dai mondi che regnano qui sul piano fisico. Non è semplicemente possibile per il chiaroveggente fare quella distinzione che fa il senso materialista, dicendo: questo è solo una legge naturale oggettiva.

Dietro questa legge naturale oggettiva sta veramente sempre una legge spirituale, e il chiaroveggente non può per esempio camminare su un prato disseccato, su una regione allagata, non può percepire un’eruzione vulcanica senza pensare che dietro i fatti naturali stanno poteri spirituali, esseri spirituali.

Per lui un’eruzione vulcanica è insieme un atto morale, sebbene forse la moralità si trova su un piano completamente diverso da quello che inizialmente ci si immagina.

Le persone che confondono sempre il mondo fisico con i mondi superiori diranno: sì, se innocenti vengono distrutti da un’eruzione vulcanica, come si può presumere che sia un atto morale? Un tale giudizio sarebbe banale e crudele, come lo sarebbe il giudizio opposto, cioè se si considerasse l’eruzione come una punizione di Dio proprio per le persone sedute attorno al vulcano. Entrambi i giudizi possono essere formulati solo dal punto di vista banale del piano fisico. Non si tratta di questo, bensì possono essere in questione cose molto più universali. Le persone che abitano sul pendio di un vulcano, e la cui proprietà è distrutta da esso, possono essere completamente innocenti rispetto a questa vita. A loro sarà creato un compenso in seguito. Questo non significa che dovremmo essere duri di cuore e non aiutarli, questo sarebbe di nuovo un’interpretazione banale dei fatti, ma è così che, per esempio, per le eruzioni vulcaniche sta il fatto che nel corso dello sviluppo della terra, attraverso gli uomini, accadono certi eventi che bloccano lo sviluppo di tutta l’umanità. E devono proprio dei buoni dèi lavorare per il compenso, così che veramente in tali fenomeni naturali talora si crea un compenso. Il collegamento di questa cosa lo si vede talora solo nelle profondità occulte. Così, tramite questo, si possono creare compensi per quello che, contro il corso spirituale nello sviluppo reale dell’umanità, è fatto dagli uomini stessi. Ogni evento ha nei suoi fondamenti, anche se è solo un fenomeno naturale, insieme qualcosa di morale. E sono esseri spirituali nei mondi superiori che portano questo morale che siede dietro i fatti fisici. Se dunque immaginate semplicemente un mondo nel quale non è possibile parlare di separazione fra legge naturale e legge spirituale, un mondo nel quale, in altre parole, la giustizia regna come legge naturale, allora avete il mondo devachico.

Perciò in questo mondo devachico non devono essere puniti gli atti punibili attraverso un’arbitrarietà qualsiasi, bensì con quella stessa necessità con cui il fuoco accende l’infiammabile: l’immorale si distrugge da sé e il morale promuove se stesso.

Così vediamo che proprio la caratteristica più intima, il nervo più intimo per così dire dell’essere è completamente diverso per i diversi mondi. Non acquisiamo una concezione dei singoli mondi se non possiamo considerare queste peculiarità che in modo radicale sono diverse per i singoli mondi. E così possiamo ben caratterizzare: mondo fisico, kamaloka e devachan.

Mondo fisico così che in esso legge naturale e legge spirituale sono due serie di fatti che si svolgono parallele; mondo kamaloka così che in esso l’uomo è rinchiuso in sé come nella prigione della sua stessa essenza; il mondo devachico l’esatto opposto del mondo fisico: legge naturale e legge spirituale uno e lo stesso. Queste sono le tre caratteristiche, e se voi le considerate esattamente, cercate di sentire come radicalmente un mondo è diverso dal nostro, nel quale la legge morale, l’intellettuale come anche la legge della bellezza è insieme legge naturale, allora avrete un sentimento di come è nel mondo devachico. Quando nel nostro mondo fisico incontriamo un volto brutto o un volto bello, non abbiamo diritto di trattare l’uomo brutto come se fosse spirituale-animicamente in qualche modo da rifiutare, così poco possiamo considerare l’uomo bello come se dovessimo innalzarlo spiritualmente o animicamente. Nel devachan è completamente diverso. Là non incontriamo nessuna bruttezza che non sia colpa nostra, e un uomo che dalla sua incarnazione precedente è stato posto nella necessità di portare un volto brutto in un’incarnazione attuale, ma che in questa vita si sforzasse di essere vero e onesto, per lui è impossibile che ci incontri nel devachan con una forma brutta, quello ha certamente trasformato la sua bruttezza in bellezza. Ma è altrettanto vero che colui che è mendace, vanitoso, ambizioso cammina in forma brutta nel devachan.

Ma per questo è vera ancora un’altra cosa.

Non vediamo che un volto brutto nella vita fisica ordinaria si toglie continuamente qualcosa, oppure uno bello si dà continuamente qualcosa. Nel devachan è così: il brutto è l’elemento di una continua distruzione, e non possiamo percepire nessuna bellezza di cui non dobbiamo presumere che sia l’opera di una continua promozione, di una continua fecondazione. Completamente diversamente dobbiamo sentire nei confronti del mondo devachico o mentale che nei confronti del mondo fisico. E questo è necessario, che voi distinguiate in questi sentimenti, vediate l’essenziale, ciò su cui conta, che non vi appropriiate solo della descrizione esteriore di queste cose, ma che portiate via sentimenti e sensazioni davanti a quello che è descritto nella scienza dello spirito.

Se cercate di elevarvi al sentimento di un mondo nel quale il morale, il bello, il vero intellettualmente appare con la necessità di una legge naturale, allora avrete proprio il sentimento del mondo devachico. E perciò dobbiamo, per così dire, raccogliere e lavorare così tante cose, affinché infine quello che ci siamo conquistati possiamo compattare in un sentimento. È impossibile che qualcuno giunga con mano leggera a una vera conoscenza di quello che attraverso la scienza dello spirito deve essere gradualmente chiarito al mondo. Certamente oggi ci sono molti sforzi che dicono: ah, perché nella scienza dello spirito si devono imparare così tante cose? Dobbiamo di nuovo diventare studenti? Dipendesse solo dal sentimento! Dipende da esso; ma dipende dalla sensazione giusta, che bisogna prima conquistare! È così in tutto. Infine per il pittore sarebbe più piacevole se non dovesse prima imparare i singoli movimenti della sua arte, e se non dovesse portare lentamente il quadro sulla tela, ma potesse semplicemente soffiare per avere l’opera finita davanti a sé!

Ora la caratteristica del nostro mondo è che, quanto più le cose procedono verso lo spirituale, tanto più difficilmente le persone comprendono che non basta il semplice soffiare!

Per la musica quasi nessuno ammetterebbe che chiunque non ha imparato nulla sia già un compositore; è del tutto ovvio. Per la pittura è ancora un poco ammesso, sebbene già di meno. Per la poesia, ancora meno; altrimenti non ci sarebbero così tanti poeti al nostro tempo. Poiché effettivamente non c’è epoca così antipoetica come la nostra, eppure ci sono così tanti poeti. Non bisogna averla imparata; bisogna solo, cosa che naturalmente non ha nulla a che fare con la poesia, poter scrivere, certamente ancora ortograficamente; bisogna solo poter esprimere correttamente i propri pensieri! E per filosofare, occorre ancora meno! Poiché si considera ovvio che oggi ognuno possa giudicare senza difficoltà tutto quello che appartiene alla visione del mondo e della vita; ognuno ha il suo punto di vista. E così si vede sempre di nuovo che non conta nulla quando uno con tutti i mezzi del lavoro interiore è giunto a conoscere e ricercare qualcosa nel mondo. Oggi è considerato ovvio che il punto di vista di colui che ha lavorato a lungo per poter dire almeno qualcosa di poco sui segreti del mondo abbia pari diritto con il punto di vista di colui che ha semplicemente deciso di avere anche un punto di vista. Perciò fondamentalmente oggi ogni uomo è un uomo di visione del mondo. E tanto meno ancora per un teosofo! Poiché per questo sembra sia necessario ancora meno, secondo certi; perché dovrebbe bastare semplicemente il fatto di non riconoscere nemmeno i tre principi della Società Teosofica, ma solo il primo di essi, e completamente a proprio modo! Ma poiché a questo davvero non appartiene nient’altro se non che con maggiore o minore sincerità ci si dichiara un uomo amorevole, se lo si è, di questo non si tratta, allora si è semplicemente un teosofo e allora si ha la giusta sensazione! Così che continuiamo a scendere quando iniziamo la valutazione del punto di vista e della capacità di giudizio dal musicale e attraverso cose che richiedono sempre meno e meno, fino giù alla teosofia!

Poiché là basta semplicemente, quello che non si considererebbe sufficiente nella pittura, soffiare soltanto: fondiamo il nucleo di una fraternità umana universale; siamo teosofisti!

Non bisogna imparare nient’altro! Ma è proprio questo su cui conta, che lavoriamo con tutta l’energia affinché quello che ci siamo conquistati possiamo infine raccogliere in sensazioni che attraverso la loro colorazione danno la conoscenza più alta, la più vera. Sforzatevi di arrivare, per il fatto che innanzitutto lavorate, a un tale sentimento che va verso l’impressione di un mondo nel quale legge naturale e legge spirituale coincidono. Se lavorate seriamente, per quanto vi possiate essere sforzati nello sviluppare questa o quella teoria, quello fa un’impressione sul mondo devachico. Se non vi siete solo fantasticato una sensazione, ma l’avete conquistata, se ve la siete laboriosamente conquistata in anni di lavoro, allora questa sensazione, allora queste sfumature di sensazione hanno quella forza che vi spinge oltre quanto queste sfumature arrivano; allora sono vere attraverso lo studio serio e zelante. Allora non siete lontani dal fatto che la sfumatura di sensazione scoppi e vi stia davanti veramente quello che è il devachan. Poiché quando la sfumatura di sensazione è veramente conquistata, allora diventa capacità di percezione. Perciò, quando veramente e sinceramente, fuori da ogni sensazionalismo, si lavora solo sulla base dell’onestà nei nostri rami, quando pazientemente si pratica, questi luoghi di lavoro sono quello che devono essere: scuole per condurre gli uomini nelle sfere della chiaroveggenza.

E solo colui che non può aspettarlo o non vuole partecipare al lavoro può avere una falsa opinione di queste cose.

6°Forze nascoste della vita dell'anima

Monaco, 27 Febbraio 1912

Abbiamo parlato in questi giorni di molte cose riguardanti l’esistenza di profondità nascoste dell’anima.

È bene che l’allievo della scienza dello spirito si occupi ulteriormente di questi temi. Una comprensione completa è possibile soltanto se riusciamo a svilupparla partendo da ciò che la scienza dello spirito offre inizialmente. Abbiamo seguito la struttura umana da diversi punti di vista.

Sarà quindi facile a ognuno di noi collegare ciò che emerge da una prospettiva diversa, quando vogliamo accennare alle profondità nascoste dell’anima, con la struttura umana come la conosciamo dalla presentazione più elementare della visione del mondo spirituale. In questi giorni è stato ripetuto che tutto ciò che comprende le nostre rappresentazioni, percezioni, impulsi di volontà, sentimenti e sensazioni—tutto ciò che accade nella nostra anima nello stato di coscienza normale dal risveglio al sonno—rappresenta le attività, le caratteristiche, le forze della coscienza ordinaria.

Ora vogliamo rappresentare tutto ciò che rientra nella coscienza umana ordinaria, tutto ciò che l’uomo sa, sente, vuole dal risveglio al sonno, inserendolo entro due linee parallele (a; b) come in questo schema (vedi disegno p. 100). In questo ambito delle due linee parallele rientra sia la nostra capacità di rappresentarci sia ogni percezione.

Quando ci mettiamo in corrispondenza con il mondo esterno attraverso i nostri sensi e acquisiamo un’immagine del mondo esterno mentre siamo ancora in contatto con esso, questo appartiene alla nostra coscienza ordinaria. Appartengono a essa anche tutti i nostri sentimenti e impulsi di volontà, insomma tutto ciò che la nostra coscienza ordinaria comprende.

Si potrebbe dire che in questa sfera, rappresentata da queste linee parallele, rientra tutto ciò di cui la vita psichica normale può riferire nel quotidiano.

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Se contrapponiamo a queste due linee parallele altre due linee, possiamo dire: nel nostro organismo fisico, gli organi di senso e il sistema nervoso corrispondono a ciò che potremmo chiamare strumenti per questa coscienza, principalmente gli organi di senso e, in certo grado, anche il sistema nervoso.

Sotto la soglia di questa coscienza ordinaria si trova tutto ciò che possiamo designare come i lati nascosti della vita dell’anima, oppure come l’inconscio.

Avremo una buona comprensione di ciò che è contenuto in questo inconscio quando ricordiamo che l’uomo acquisisce attraverso l’addestramento spirituale l’immaginazione, l’ispirazione, l’intuizione. Così come collochiamo rappresentazioni, sentimenti e impulsi di volontà nella coscienza ordinaria, dobbiamo collocare nell’inconscio l’immaginazione, l’ispirazione e l’intuizione. Sappiamo però che l’attività dell’inconscio non avviene soltanto quando c’è un addestramento spirituale, ma può verificarsi anche come una specie di eredità atavica di uno stato di coscienza primitivo e originario, come un atavismo.

Allora compaiono ciò che chiamiamo visioni, e le visioni nella coscienza naive, primitiva, corrispondono alle immaginazioni sviluppate metodicamente.

Compaiono presagi: questi sarebbero ispirazioni primitive. Possiamo mostrare subito con un esempio significativo qual è la differenza fra un’ispirazione e un presagio. Abbiamo già parlato altre volte del fatto che nel corso del ventesimo secolo si verificherà nell’evoluzione umana una specie di ritorno spirituale del Cristo, e ci saranno persone che vivranno il ritorno del Cristo nel nostro mondo dal piano astrale in una forma eterea.

Si può acquisire una conoscenza di questo fatto attraverso l’addestramento metodico, imparando a conoscere il corso dell’evoluzione e capendo che nel ventesimo secolo deve accadere così. Ma anche persone dotate naturalmente di chiaroveggenza primitiva, come spesso accade nel nostro tempo, possono avere una specie di ispirazione oscura, che chiamiamo appunto un presagio, del prossimo arrivo del Cristo. Forse queste persone non saprebbero esattamente di che cosa si tratta, ma anche un’ispirazione così importante può manifestarsi sotto forma di presagio. Per la coscienza primitiva può presentarsi qualcosa che non rimane soltanto al livello di presagio o di carattere visionario. La visione è la presentazione di un’immagine di un processo spirituale. Se, per esempio, qualcuno ha perduto una persona cara, l’io di questa è passato attraverso la porta della morte e ora dimora nel mondo spirituale, e si stabilisce una sorta di connessione fra questa persona e il vivente. Allora il vivente potrebbe non sapere esattamente che cosa il defunto vuole da lui, potrebbe avere un’idea sbagliata di ciò che il defunto sperimenta nel suo animo laggiù. Ma il fatto che esista una tale connessione si manifesta in una visione che, sebbene come immagine sia falsa, si basa sul fatto vero che il defunto vuole stabilire una connessione con il vivente.

Questo si manifesta come un presagio.

Così chi ha presagi conosce, per così dire, certe cose relative al passato o al futuro che non sono raggiungibili nello stato di coscienza ordinario. Ma quando qualcosa si presenta davanti all’anima umana in una percezione chiara, non soltanto come una visione, che può anche essere falsa, bensì come una percezione evidente—sia che riguardi un evento nel mondo sensibile qui, sia un evento di cui gli occhi ordinari non potrebbero essere testimoni, sia che riguardi un evento del mondo soprasensibile—allora nell’occultismo si designa tale fenomeno con una parola particolare: si parla di deuteroscopia o di seconda vista. Con questo vi ho descritto soltanto ciò che—sia come risultato raggiungibile dell’addestramento metodico, sia come chiaroveggenza naturale—avviene nella coscienza, nell’inconscio della psiche umana stessa. Tutto ciò che avviene nell’anima umana stessa, quando parliamo dell’inconscio in contrasto con la coscienza ordinaria, si differenzia considerevolmente da tutti i processi della coscienza ordinaria. I processi della coscienza ordinaria sono, rispetto a tutto ciò a cui propriamente si riferiscono, veramente tali che—dirò così allusivamente e con la dovuta cautela come si può dire in una conferenza pubblica—si può parlare dell’impotenza della coscienza ordinaria. L’occhio vede una rosa, ma questo occhio, sebbene sia tale da far nascere in noi l’idea della rosa, è completamente impotente rispetto alla crescita, all’origine e al perire della rosa. La rosa cresce e muore attraverso le sue forze naturali, ma l’occhio non può fare nulla, finché agisce soltanto la coscienza ordinaria, se non cogliere il presente immediato; soltanto questo è accessibile alla sua percezione. Non è così con i fatti dell’inconscio. E questo è ciò che dobbiamo innanzitutto stabilire, perché è straordinariamente importante. Quando percepiamo qualcosa attraverso l’occhio nel vedere ordinario, immagini colorate o altro, non possiamo soltanto non modificare lo stato di fatto oggettivo attraverso il percepire stesso, ma qualcosa di diverso si verifica addirittura: se non si verifica nulla di diverso rispetto all’occhio come il semplice vedere, l’occhio rimane invariato anche attraverso il vedere.

Solo quando andiamo oltre il confine dalla luce ordinaria a quella abbagliante, danneggiamo l’occhio.

Possiamo quindi dire: nei fatti della coscienza ordinaria non agiamo nemmeno su noi stessi se vi rimaniamo. Il nostro organismo è costruito in modo che i fatti della coscienza ordinaria di solito non producono cambiamenti nemmeno in noi stessi. Diverso è invece ciò che emerge nell’inconscio. Immaginiamo di formare un’immaginazione o di avere una visione. Immaginiamo inoltre che questa immaginazione o visione corrisponda a un essere buono. Questo essere buono non è nel mondo fisico-sensibile, bensì nel mondo soprasensibile. Vogliamo pensare il mondo in cui allora dimorano gli esseri che percepiamo mediante un’immaginazione o visione, inserito fra queste due linee parallele (vedi schema p. 100). In questo mondo che qui ci rappresentiamo vogliamo cercare tutto ciò che può diventare oggetto, percezione, oggetto per l’inconscio. Inizialmente non vogliamo scrivere nulla in questo spazio. Ma se ci rappresentiamo un’immaginazione come un’entità cattiva e demoniaca in forma immaginaria o in visione, non è così che siamo impotenti rispetto a questo essere stesso come l’occhio è impotente rispetto alla rosa. Se durante un’immaginazione o visione di un essere cattivo sviluppiamo il sentimento che se ne debba allontanare da noi, e lo facciamo con una visione e una rappresentazione immaginativa completamente chiara, allora l’essere che è in questo mondo deve effettivamente sentire come se fosse spinto via da noi da una forza. È lo stesso se abbiamo l’immaginazione o visione corrispondente di un essere buono. Anche lì, se sviluppiamo un sentimento di simpatia, l’essere effettivamente sente in sé la forza di avvicinarsi a noi e di unirsi a noi. Tutti gli esseri che dimorano in qualche modo in questo mondo sentono le nostre forze di attrazione o di repulsione quando sviluppiamo visioni di loro.

Così siamo nella stessa condizione con il nostro inconscio come se l’occhio non soltanto potesse vedere una rosa, ma attraverso il semplice vedere potesse sviluppare il desiderio che questa rosa gli si avvicinasse e potesse attirarla a sé, oppure se vedendo qualcosa di ripugnante non soltanto potesse giungere al giudizio: questo è ripugnante, ma potesse allontanare questa cosa ripugnante attraverso la semplice antipatia.

L’inconscio è così in contatto con un mondo su cui la simpatia e l’antipatia che si manifestano nell’anima umana possono esercitare un’influenza. È necessario che ce lo rappresentiamo chiaramente. Ora, la simpatia e l’antipatia, gli impulsi che risiedono nell’inconscio, non agiscono soltanto nel modo indicato su questo mondo, ma agiscono su ciò che innanzitutto vive in noi stessi e che dobbiamo pensare come una parte del corpo eterico umano—ma non soltanto come parte del corpo eterico umano, bensì anche come certe forze del corpo fisico—contenute all’interno di queste due linee parallele.

All’interno di queste due linee parallele dobbiamo rappresentarci, innanzitutto, la forza che permea il sangue umano, cioè la forza termica del sangue, e poi un’altra forza che risiede nel nostro respiro, più o meno condizionato dall’intero organismo, cioè la forza respiratoria più o meno sana; possiamo dire: lo stato della forza respiratoria. Inoltre, appartiene a tutto ciò su cui l’inconscio agisce in noi una gran parte di quello che si deve chiamare il corpo eterico umano. In noi stessi il nostro inconscio, le forze nascoste della vita dell’anima agiscono in modo tale che viene influenzato il nostro calore del sangue. E poiché il nostro calore del sangue determina l’intera pulsazione, la vivacità o l’inerzia della nostra circolazione sanguigna, potete comprendere che la nostra intera circolazione sanguigna deve essere in certo modo correlata al nostro inconscio. Se una persona ha una circolazione sanguigna più veloce o più lenta dipende essenzialmente dalle forze del suo inconscio.

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Che l’uomo sappia o no quali immaginazioni corrisponderebbero a questa o quella simpatia in lui: questa simpatia agisce sulla sua circolazione sanguigna, sul suo sistema respiratorio, sul suo corpo eterico.

Supponiamo che una persona fosse incline per un certo periodo a provare soltanto sensazioni di disgusto: se fosse visionaria o un ricercatore immaginativo, avrebbe percezioni di visioni o immaginazioni come è stato descritto l’altro ieri, come percezioni del proprio essere davanti a sé.

Queste sarebbero proiettate nello spazio, ma apparterrebbero soltanto al suo mondo.

Queste visioni e immaginazioni rappresenterebbero ciò che come forze di sentimenti di disgusto vive in lui.

Ma anche se l’uomo non può esercitare l’autoconoscenza in questo modo, ma semplicemente ha tali sentimenti di disgusto, se essi vivono in lui, agiscono su di lui.

Agiscono in modo che effettivamente influenzano la forza termica del suo sangue e anche la sua forza respiratoria.

Così è effettivamente il caso—quando ora passiamo a un’altra cosa—che una persona ha un respiro più o meno sano a seconda che abbia questi o quei sentimenti nel suo inconscio, che abbia una circolazione sanguigna più o meno sana a seconda che abbia queste o quelle esperienze nel suo inconscio.

E in particolare, l’attività del corpo eterico, tutti i processi in esso, dipendono dal mondo dei sentimenti che vive in una persona.

Ma—e questo si rivela quando i fatti dell’inconscio vengono effettivamente vissuti dall’anima—non c’è soltanto questa connessione: in virtù di questa connessione un effetto continuo viene esercitato su tutto lo stato dell’uomo, cosicché ci sono certi sentimenti e sensazioni che fluiscono nell’inconscio e, producendo determinate forme della forza termica del sangue, determinati stati della forza respiratoria e del corpo eterico, agiscono sull’organismo in modo favorevole oppure ostacolano l’intera vita, cosicché attraverso ciò che fluisce nell’inconscio qualcosa continuamente nasce o muore nell’uomo.

L’uomo si toglie forze vitali oppure se ne aggiunge attraverso ciò che invia giù dal suo stato di coscienza nei suoi stati inconsci.

E se l’uomo approva o è indulgente verso una menzogna che commette, non prova orrore, che è il sentimento normale verso la menzogna, ma è negligente riguardo al mentire oppure addirittura ne prova piacere, allora ciò che è un’aggiunta di sentimento rispetto a ciò che si mente viene spedito giù nell’inconscio.

Ciò che entra qui nell’inconscio danneggia la circolazione sanguigna, lo stato della forza respiratoria e le forze del corpo eterico.

E la conseguenza è che l’uomo, riguardo a tutto ciò che gli rimane quando passa attraverso la porta della morte, si rende atrofizzato attraverso ciò che è stato descritto, che si è impoverito di forze, che qualcosa in lui è morto che sarebbe rinato se l’uomo avesse provato orrore verso la menzogna, poiché questo è il sentimento normale verso di essa.

Poiché sarebbe stato immerso ciò che è orrore verso la menzogna, e questo si sarebbe trasmesso alle forze qui registrate e l’uomo avrebbe inviato qualcosa di favorevole, qualcosa delle forze generative nel suo organismo.

Così vediamo come effettivamente l’uomo, in virtù del fatto che continuamente dal suo conscio invia cose e forze al suo inconscio, dal suo inconscio lavora in primo luogo al suo generarsi e al suo morire.

L’uomo, così come è oggi, non è ancora abbastanza potente da danneggiare dalla psiche altri membri del suo organismo oltre alla circolazione sanguigna, allo stato della forza respiratoria e al corpo eterico; non può danneggiare le parti più grossolane e solide del suo organismo fisico.

L’uomo è per così dire capace di danneggiare sé stesso soltanto riguardo a una parte della sua intera organizzazione.

Ma diventa particolarmente evidente ciò che viene danneggiato quando ciò che rimane del corpo eterico—poiché il corpo eterico è in continua connessione con la forza termica del sangue e lo stato della forza respiratoria—è stato influenzato in questo modo: allora si atrofizza attraverso sentimenti cattivi.

Riceve però forze generative, rafforzanti, favorevoli attraverso buoni, normali, veri sentimenti.

Possiamo dire che l’uomo attraverso ciò che accade nel suo inconscio lavora immediatamente al generarsi e al morire, cioè all’evento reale, alla realtà del suo organismo, che emerge dalla regione dell’impotenza della coscienza ordinaria in quella regione dove qualcosa nasce e muore nell’anima stessa e di conseguenza nell’intera organizzazione dell’uomo.

Abbiamo visto come, in virtù del fatto che l’inconscio diventa più o meno sperimentabile per la nostra anima, se ne viene a conoscenza, acquista anche influenza su un mondo che, se usiamo un’espressione usata durante tutto il Medioevo per questo mondo, può essere chiamato il mondo elementare.

Ora l’uomo non può entrare direttamente in alcun rapporto con questo mondo elementare, bensì soltanto indirettamente, in modo che innanzitutto abbia in sé queste esperienze che risultano come effetti dell’inconscio sul suo organismo.

Ma se l’uomo per un certo tempo si è così conosciuto che sa: se senti questo, se invii giù dal tuo comportamento questo o quello nel tuo inconscio, distruggi certe cose e le atrofizzi; se invece vivi altre cose e invii giù certi co-aspetti di esse, tu ti promuovi—se l’uomo ha provato in sé per un certo tempo questo equilibrio di forze distruttive e promotive, allora diviene sempre più maturo in autoconoscenza.

Questa è effettivamente la vera autoconoscenza. Può essere paragonata solo a un’immagine che si ottiene nel seguente modo. In questo modo si acquista un’autoconoscenza che è veramente tale come se, attraverso una menzogna e attraverso un sentimento non corretto verso una menzogna, quando essa sgorga nei nostri impulsi, facessimo subito in modo che uno scorpione ci mordesse un dito. Si può essere certi che, nel percepire un effetto reale così tangibile, gli uomini mentirebbero meno di quanto lo facciano. Se quindi nella realtà fisica fosse prodotto direttamente un danno al nostro organismo fisico, questo sarebbe un’immagine di ciò che realmente accade rispetto a ciò che normalmente non si percepisce, attraverso ciò che dai quotidiani eventi viene spedito nell’inconscio. Ciò che viene inviato giù da una negligente sensazione verso una menzogna è tale che ci morde qualcosa, ci toglie qualcosa che poi non abbiamo più, attraverso cui siamo atrofizzati, che dobbiamo riacquistare nel karma ulteriore. E se inviamo il sentimento corretto nell’inconscio—naturalmente si deve immaginare una scala infinita di sentimenti che possono così fluire giù—allora cresciamo in noi stessi, formiamo nuove forze vitali nel nostro organismo. Questo osservare il proprio generarsi e morire è ciò che innanzitutto emerge nell’uomo in una vera autoconoscenza.

Mi è stato detto che l’altro ieri non sia stato ben compreso come si possa distinguere una vera visione o immaginazione che appartiene a qualcosa di oggettivo da ciò che soltanto si staglia nello spazio e appartiene al nostro soggettivo.

Sì, non si può dire: scrivi questa o quella regola, allora potrai distinguere—tali regole non esistono, bensì si impara questo gradualmente attraverso lo sviluppo.

E a distinguere correttamente fra ciò che appartiene soltanto a noi stessi e ciò che come visione esterna appartiene a una vera entità, si può giungere soltanto quando si è passati attraverso l’esperienza di essere continuamente divorati da processi inconsci letali. Allora si è equipaggiati di una certa sicurezza. Allora però si verifica anche il fatto che si può sempre contrastare una visione o immaginazione e dirsi: puoi guardare attraverso questa visione con la forza della tua intuizione spirituale? Se la visione rimane ferma quando si sviluppa la forza attiva dello sguardo, essa corrisponde a un fatto oggettivo; se la forza attiva dello sguardo estingue la visione, allora appartiene soltanto a noi stessi. Così una persona che non bada in questo senso potrebbe avere davanti a sé mille e mille immagini dalla Cronaca dell’Akasha; se non effettua la verifica se viene spenta oppure no con uno sguardo assolutamente attivo, allora le immagini Akasha, per quanto possano raccontare fatti, valgono soltanto come immagini del nostro interno.

E potrebbe accadere—dico, potrebbe accadere—che qualcuno non scorga nulla di diverso dal suo interno e che questo si proietti in immagini drammatiche molto vivide, che egli immagina estese attraverso tutto il mondo atlantico, attraverso generazioni dello sviluppo umano. Sotto certe circostanze questo non deve essere nulla di diverso, anche se si presenta con apparente oggettività, che un’esteriore proiezione del proprio interno. Ora, quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte, allora in lui sotto ogni circostanza accade che gli ostacoli non siano più presenti, attraverso i quali il soggettivo che vive in lui diventa visione o immaginazione oggettiva.

Nella vita umana ordinaria corrente, ciò che l’uomo vive internamente, inconsciamente, ciò che invia giù nel suo inconscio, non sempre diventa visione e immaginazione.

Diventa immaginazione con l’addestramento metodico regolare, visione con la chiaroveggenza atavistica. Quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte, allora tutto l’interno diventa immediatamente un mondo oggettivo, allora è presente. E il Kamaloka è essenzialmente nient’altro che un mondo che è costruito attorno a noi da ciò che viene sperimentato nella nostra stessa anima; soltanto nel Devachan si inverte completamente. Così possiamo facilmente comprendere che ciò che ho detto riguardante l’efficacia della simpatia e dell’antipatia presenti nelle visioni, immaginazioni, ispirazioni e presagi agisce certamente sul mondo elementare oggettivo. Ho detto: nel caso dell’uomo incarnato nel fisico, agisce su questo mondo elementare soltanto ciò che porta fino alla visione e all’immaginazione. Nel defunto agiscono le forze che erano presenti nell’inconscio e che vengono pure portate via quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte, sempre nel mondo elementare. Così tutto ciò che l’uomo sperimenta dopo la morte fluisce certamente nel mondo elementare. Con la stessa certezza con cui voi generate onde in un fiume quando lo frustate, così i vissuti del defunto si propagano nel mondo elementare; con la stessa certezza con cui le onde si propagano attorno al punto che voi frustate su una superficie acquea. Oppure si propagano con la stessa certezza nel mondo elementare come una corrente d’aria si propaga. Perciò il mondo elementare è continuamente riempito da ciò che viene agitato in questo mondo elementare da ciò che gli uomini si portano dal loro inconscio quando passano attraverso la porta della morte. Si tratta quindi sempre soltanto di raggiungere condizioni che consentano di vedere e percepire le cose nel mondo elementare. Il chiaroveggente è tale che non ci si deve stupire nei suoi confronti se percepisce correttamente nella giusta maniera le cose che accadono nel mondo elementare come effetti dei defunti.

Ma si può, come vedrete, persino nel mondo fisico—certamente sotto certe condizioni—seguire gli effetti dei vissuti dei defunti, che si dipanano inizialmente nel mondo elementare.

Se cioè il chiaroveggente stesso ha passato attraverso tutto ciò che ho descritto nel mondo elementare, allora dopo un certo tempo giunge a vivere esperienze straordinarie. Supponiamo che un chiaroveggente faccia il seguente percorso: innanzitutto può, diciamo, osservare una rosa.

Guarda la rosa con l’occhio fisico. Quando il chiaroveggente la guarda così, riceve un’impressione sensoriale. Supponiamo inoltre che il chiaroveggente si sia addestrato a provare un sentimento ben preciso rispetto al colore rosso. Questo è necessario, altrimenti la cosa non procede. Senza che si vivano sfumature di sentimento ben specifiche per i colori e i toni, questa chiaroveggenza diretta verso oggetti esterni non procede. Supponiamo che allontani la rosa. Allora, se non fosse un chiaroveggente, il sentimento sarebbe sceso nell’inconscio e sarebbe lì, lavorerebbe alla sua guarigione o malattia. Ma se è un chiaroveggente, allora percepirebbe come l’immaginazione della rosa agisce nel suo inconscio, cioè avrebbe un’immaginazione della rosa. Allo stesso tempo percepirebbe come questo agisce in modo distruttivo o favorevole sul suo corpo eterico o fisico. Se ha l’immaginazione, allora potrà esercitare una forza di attrazione su quella che possiamo chiamare l’anima di gruppo della rosa. Così vedrà l’anima di gruppo della rosa, in quanto essa come tale vive nel mondo elementare. Ma se il chiaroveggente continua ancora—cioè è partito dall’osservazione della rosa, l’ha allontanata e ha seguito il processo interno di dedizione alla rosa e gli effetti che ne derivano, ed è giunto a vedere qualcosa della rosa nel mondo elementare—allora vede nel luogo dove la rosa gli è apparsa una sorta di immagine meravigliosamente luminosa che appartiene al mondo elementare. Ma allora, quando si è seguito il processo fino a qui, accade qualcosa.

Si può astenersi da ciò che si ha davanti a sé, ci si può ordinare: non vedi questo con la tua contemplazione interna, quello che hai come un’essenza di etere vivente che esce nel mondo!

Allora accade l’elemento distintivo: il chiaroveggente vede qualcosa che passa attraverso il suo occhio e che gli mostra come le forze che costruiscono l’occhio dal corpo eterico dell’uomo. Vede quelle forze che appartengono alle forze costruttive del suo corpo fisico stesso. Vede addirittura il suo occhio fisico come altrimenti vede un oggetto esterno. Questo è effettivamente qualcosa che può manifestarsi. Si può compiere il cammino dall’oggetto esterno al punto dove—nello spazio altrimenti assolutamente buio—non si deve ammettere alcuna percezione sensoriale differente—si percepisce come l’occhio appare in un’immagine spirituale. Si vede il proprio organo interno. Allora si è giunti in questa regione, e questa regione è ciò che in verità è il creativo nel mondo fisico. Il mondo fisico creativo lo si percepisce innanzitutto percependo la propria organizzazione fisica. Si compie così il cammino di ritorno a sé stessi. Che cosa ha allora mandato nel nostro occhio tali forze, cosicché possiamo propriamente vedere il nostro occhio come se raggi di luce ne uscissero, che appartengono proprio all’essenza del vedere? Allora vediamo l’occhio delimitato in una sorta di alone giallo; vediamo l’occhio in noi stessi racchiuso.

Questo è stato causato dall’intero corso delle forze che infine hanno portato l’uomo fino a qui. Lo stesso corso possono prendere le forze che possono provenire da un defunto. Il defunto porta il contenuto del suo inconscio nel mondo che vive dopo aver passato la porta della morte. Come noi arriviamo nel nostro occhio fisico, così le forze che il defunto invia tornano dal mondo elementare al mondo fisico. Il defunto sperimenta forse un particolare desiderio per una certa persona che ha lasciato. Questo particolare desiderio inizialmente è nell’inconscio. Diventa subito una visione vivente, e attraverso di essa agisce sul mondo elementare.

Nel mondo elementare quello che qui è soltanto visione vivente diventa contemporaneamente una forza.

Questa forza prende il cammino che è indicato dal desiderio verso il vivente, e se la possibilità è presente, allora rimbomba nel mondo fisico, vicino al vivente: costoro percepiscono certi suoni di poltergeist o simili, che effettivamente percepiscono come percepirebbero una cosa fisica qualsiasi. Proprio queste cose, che derivano da una tale correlazione, molte più persone al mondo le percepirebbero di quanto normalmente accada, se gli uomini stessero attenti ai momenti più favorevoli per tali influssi. I momenti più favorevoli per questo sono quelli dell’addormentarsi e del risveglio. E in realtà gli uomini semplicemente non stanno attenti; ma non possono assolutamente esistere persone che non abbiano mai percepito manifestazioni dal mondo soprasensibile nei transiti fra addormentarsi e risveglio come certi suoni di poltergeist fino a parole.

Questo volevo accennarvi oggi dal motivo che volevo mostrare nella realtà effettiva come è il rapporto tra l’uomo e il mondo. Impotente e come senza un vero rapporto con questo mondo sensibile stesso è ciò che l’uomo ha della coscienza ordinaria rispetto a un mondo sensibile oggettivo. Ma non appena ciò che l’uomo sperimenta scende nell’inconscio, subito si stabilisce un rapporto con la realtà. L’impotenza della coscienza precedente si trasforma in una magia sottile. E quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte, liberato dal corpo fisico, allora i suoi vissuti sono tali che fluiscono in un mondo elementare e, sotto condizioni favorevoli, persino nel mondo fisico agiscono e possono anche essere percepiti dalla coscienza ordinaria.

Vi ho dato il caso più semplice che possa accadere, perché bisogna pur cominciare dal caso più semplice. Naturalmente proseguiremo nel tempo—come ci siamo sempre presi il tempo di elaborare gradualmente ciò che abbiamo bisogno di sapere—anche a questioni più complicate, che possono condurci, per così dire, ai rapporti più intimi fra il mondo e gli uomini

7°Le tre vie dell'anima verso il Cristo — Prima conferenza: la via attraverso i Vangeli e la via dell'esperienza interiore

Stoccolma, 16 Aprile 1912

Il sentiero tramite i Vangeli e il sentiero dell’esperienza interiore Avremo modo, in queste due serate più intime, di discutere su una questione, un argomento che riguarda l’umanità e che penetra profondamente le nostre anime in una duplice maniera.

Anzitutto, poiché la domanda su Cristo è una questione che per due millenni ha occupato non solo innumerevoli anime sulla terra, ma da cui per esse è scaturito un sangue vitale spirituale, forza dell’anima, consolazione e speranza nelle sofferenze, solidità e certezza nell’agire.

Non soltanto questo, ma se consideriamo tutto ciò che possediamo come cultura esteriore ed esoterica attorno a noi, tutto ciò che è stato creato nel corso di molti secoli, allora una conoscenza più profonda ci mostra che nulla di tutto questo sarebbe stato possibile se l’impulso di Cristo non avesse conquistato una gran parte dell’umanità. Questo è l’elemento che ci indica quale profondo interesse la questione cristiana deve destare quando noi, con le conoscenze dell’Antroposofia, ci accostiamo a essa. Questa è una sola faccia dell’interesse che rivolgiamo a questo problema. L’altra faccia nasce dalle particolari condizioni spirituali e psichiche della nostra epoca. Se guardiamo intorno nel mondo, cercando di comprendere le brame, le ricerche dell’anima umana, ci possiamo dire: sempre più le anime umane cercano qualcosa che nei secoli si è collegato col nome di Cristo, e sempre più giungono alla convinzione che occorra un rinnovamento dei sentieri, un approfondimento delle conoscenze, se si vogliono soddisfare le esigenze spirituali dell’uomo contemporaneo riguardanti Cristo.

Da una parte troviamo un ardente desiderio di chiarimenti sul Cristo; dall’altra, presso molte anime del nostro tempo, troviamo incertezza e dubbio circa i mezzi tradizionali.

Così questa domanda, per il bisogno di una risposta consapevole e per l’incertezza nel trovare la verità, è una delle più urgenti del nostro tempo. È quindi naturale che un movimento spirituale, che penetra più profondamente nei fondamenti spirituali, abbia il compito di chiarire questa questione.

Le cose oggi stanno in un certo modo; in tempo relativamente breve assumeranno un aspetto completamente diverso. Se guardiamo con un certo distacco a ciò di cui gli uomini avranno bisogno rispetto a Cristo, i nostri successori, allora dobbiamo dire: sebbene molti uomini attuali traggano soddisfazione da ciò che esiste, sempre più anime si sentiranno incerte, sempre più cercheranno chiarimenti. Così, quando parliamo di Cristo oggi, parliamo di ciò che prevediamo necessario per gli uomini di un futuro assai prossimo. L’Antroposofia non adempierebbe il suo compito se non fosse in grado di chiarire con le sue conoscenze questi punti, nella misura oggi possibile. Il mio punto di partenza sarà indicare i tre sentieri sui quali, secondo lo sviluppo dell’umanità, l’anima può giungere a Cristo.

Quando si parla di tre sentieri, bisogna anche brevemente accennare al primo sentiero, che oggi non è più un sentiero, ma lo è stato; non deve oggi essere un sentiero esoterico, come lo è il sentiero antroposofico in questa epoca, ma lo è stato per milioni di anime nei secoli. Questo primo sentiero è quello tramite i cosiddetti documenti cristiani, i Vangeli. Per milioni e milioni di esseri umani è stato il sentiero, ed è ancora oggi per innumerevoli persone l’unico possibile. Il secondo sentiero, sul quale l’anima umana può cercare Cristo, è quello che possiamo chiamare il sentiero dell’esperienza interiore: sentiero che deve seguire soprattutto un gran numero di anime nel presente e nel prossimo futuro, in relazione alle loro particolari disposizioni e capacità.

Il terzo sentiero è quello che può almeno iniziare a comprendersi nel nostro tempo attraverso il movimento antroposofico: il sentiero dell’iniziazione.

Abbiamo quindi tre sentieri verso Cristo: primo, il sentiero dei Vangeli; secondo, il sentiero dell’esperienza interiore; terzo, il sentiero dell’iniziazione. Il primo sentiero, quello dei Vangeli, necessita qui di una breve caratterizzazione. Sappiamo che nel corso dei secoli i Vangeli sono divenuti il nutrimento del cuore e dell’anima per innumerevoli persone.

Sappiamo anche come gli spiriti più consapevoli, i caratteri più critici, e questi non sono gli irreligiosi, cominciano a perdere il contatto con questo sentiero, poiché si sostiene che dall’odierno sapere esteriore non si può riconoscere quali fatti storici stiano realmente dietro a ciò che i Vangeli raccontano. Se gli uomini dei secoli passati avessero letto i Vangeli come li legge oggi uno studioso, un uomo passato attraverso l’educazione scientifica moderna, i Vangeli non avrebbero potuto esercitare quell’effetto straordinario, quell’influenza vivificante che hanno effettivamente esercitato. Allora, se i Vangeli non erano letti nei secoli passati come li legge l’uomo colto di oggi, come venivano letti? Gli antichi lettori dei Vangeli non si preoccupavano affatto di indagare quali eventi si fossero effettivamente svolti in Palestina agli inizi della nostra era, e neppure molti lettori odierni se ne preoccupano. Chi comincia a indagare nei Vangeli quali eventi si siano verificati agli occhi degli abitanti della Palestina all’epoca, rimane sconcertato dal carattere storico di quegli avvenimenti. Gli uomini dei secoli passati non leggevano così. Leggevano i Vangeli facendo agire sulla loro anima immagini quali quella della Samaritana al pozzo, oppure Cristo che tiene il Discorso della montagna ai suoi discepoli. Non si ponevano affatto la questione della realtà fisica esteriore. Quello che importava era come il loro cuore si apriva, come le emozioni vibravano con queste grandi e potenti immagini. L’aspetto principale era ciò che si formava nel cuore, la forza, il significato vitale che traevano da queste immagini.

Sentivano che un sangue vitale spirituale, una forza fluiva in loro da queste immagini.

Quando lasciavano che queste immagini agissero sulle loro anime, si sentivano forti; avvertivano che sarebbero stati deboli senza di esse. E poi sentivano relazioni viventi e personali con ciò che è narrato nei Vangeli, così la questione della realtà storica non li preoccupava ulteriormente. La realtà erano i Vangeli stessi; erano presenti come forza vivente. Non era necessario domandarsi da dove venissero; sapevano che coloro che li avevano scritti non l’avevano fatto con mezzi terreni, bensì con impulsi dai mondi spirituali. Non affermo che oggi si debba sentire così, ciò che uno deve sentire dipende dall’evoluzione dell’umanità, ma affermo che così sentivano gli uomini nei secoli. Perché poteva essere così? Ora la scienza dello spirito ce l’insegna.

Quando cominciamo a comprendere i Vangeli in modo scientifico-spirituale e cerchiamo di penetrare ciò che scorre dai mondi spirituali nei Vangeli, allora ci troviamo di fronte ai Vangeli in questo modo: sappiamo dalle conoscenze scientifico-spirituali, completamente indipendentemente da questi Vangeli, ciò che è accaduto nello sviluppo dell’umanità con l’impulso di Cristo, e poi scopriamo ciò che è contenuto nei Vangeli, indipendentemente da essi. Come comprendiamo dunque i Vangeli in modo scientifico-spirituale? Se posso usare un semplice paragone: supponiamo che una persona abbia acquisito chiarimenti su qualcosa. Con questo chiarimento incontra un’altra persona e comincia a discuterne.

All’inizio non presume che l’altro ne sappia nulla; ma dalla conversazione scopre che ne sa tanto quanto lui. Cosa è ragionevole allora presumere? È ragionevole presumere che l’altro si sia procurato il chiarimento dalle stesse fonti o da fonti simili. Lo stesso accade con i Vangeli. Possiamo farlo, da qualunque punto di vista ci accostiamo ai Vangeli. Si potrebbe fondare una società di persone che fossero lettrici dei Vangeli nel modo descritto.

In una tal società potrebbero esservi anche persone che da principio fossero completamente avversarie dei Vangeli e che dicessero: «Esaminiamo questi Vangeli secondo i metodi della scienza esteriore: troveremo che furono scritti molto tempo dopo gli eventi di Palestina; i resoconti si contraddicono a vicenda; brevemente, questi Vangeli non possono valere come documenti storici».

Tali persone potrebbero anche esserci in una tale società, e si potrebbe dire: «Bene, lasciamo per ora i Vangeli e ricerchiamo nei mondi soprasensibili! Se conduciamo vera ricerca spirituale, otteniamo vera conoscenza soprasensibile, potremmo scoprire che nel corso dello sviluppo umano è sorto un impulso straordinario, che dai mondi spirituali si è precipitato nello sviluppo umano, dal quale è scaturito qualcosa d’immenso per l’evoluzione umana, e allora vedremmo che questo impulso ha conquistato inizialmente una persona particolarmente idonea all’inizio della nostra era». Tutte queste conoscenze e molte altre che si collegano a esse, che attingiamo solo dalla ricerca soprasensibile, le avremmo, e coloro che non vogliono saperne dei Vangeli potrebbero averle tanto quanto gli altri. Poi ci si può avvicinare ai Vangeli e dire: «Bene, all’inizio non ci siamo preoccupati affatto di questi Vangeli; è strano, se li leggiamo attentamente, vediamo che contengono ciò che abbiamo trovato indipendentemente da essi nel campo scientifico-spirituale. Ora riconosciamo il loro valore da un punto di vista completamente diverso». Allora ci rendiamo conto che non potrebbe essere diversamente: coloro che hanno scritto i Vangeli attingono dalla stessa fonte che ora si apre tramite il movimento spirituale all’umanità. Questo è proprio ciò che stiamo vivendo, ciò che sempre più si imporrà nella valutazione dei testi evangelici. Se così è, dobbiamo dire: gli uomini potranno trovare su altri sentieri ciò che si può conoscere da questi documenti. E così queste conoscenze diventano per noi sempre più sacre tramite le conoscenze spirituali del presente. Agivano già tramite la forza dei Vangeli. Poiché i Vangeli sono intrisi delle conoscenze più sante, degli impulsi più spirituali dell’umanità, agivano anche laddove li si accoglieva ingenuamente.

Le conoscenze spirituali non agiscono solo astrattamente, solo teoricamente, ma dove sono presenti agiscono come forza vitale, come sangue vitale dell’anima.

Sempre più si riconoscerà come consolazione, forza e certezza scaturiscono da queste conoscenze. Quando parliamo del sentiero interiore verso Cristo, incontriamo sempre più cose che nel presente possono essere comprese e sentite solo quando ci accostiamo a esse con la giusta comprensione scientifico-spirituale. Si cercherà di parlare dell’esperienza cristiana interiore in modo tale che si veda come può manifestarsi in ogni persona, indipendentemente da qualsiasi tradizione. Certamente, per questo dobbiamo considerare l’essenza umana con le conoscenze che abbiamo acquisito tramite la scienza dello spirito. Quando ci immergiamo in queste conoscenze, troviamo che persino le conoscenze più elementari diventano fruttuose quando le applichiamo alla vita. Si mostra ciò che emerge dalla schematizzazione astratta dei sette corpi umani quando si considera il divenire e la formazione dell’uomo. Il corpo fisico umano ha il suo particolare sviluppo nei primi sette anni di vita. Inoltre notiamo che nei secondi sette anni di vita, dal cambio dei denti fino alla maturità sessuale, nell’uomo agiscono le forze del corpo eterico. Poi cominciano ad agire le forze del corpo astrale, e solo intorno al ventesimo o ventunesimo anno, secondo com’è la sua organizzazione e secondo quali siano le forze in lui, comincia ad apparire in lui ciò che emerge come Io, come portatore dell’Io con la forza che effettivamente possiede attraverso la sua organizzazione per l’intera vita dell’uomo come portatore dell’Io. Nel nostro tempo odierno non si nota molto che il portatore dell’Io diviene realmente vitale intorno al ventesimo e ventunesimo anno, perché il presente non è ancora incline a prestare attenzione a questi aspetti. Che cosa significa che il portatore dell’Io diviene realmente attivo intorno al ventesimo o ventunesimo anno?

Allora bisogna considerare l’uomo in divenire con i mezzi dell’occultismo e osservare le sue forze organizzative più profonde.

Le sue forze organizzative cambiano continuamente: dalla nascita al settimo anno, dal settimo anno alla maturità sessuale, dalla maturità sessuale allo sviluppo dell’Io.

Cambiano però in modo che non le si può esaminare con i mezzi della fisiologia o anatomia ordinaria. È però possibile conoscerle con i mezzi dell’occultismo, e si può dire: solo intorno al ventesimo anno l’uomo sviluppa le forze in modo tale che vi sia un portatore dell’Io completamente appropriato a se stesso. Prima di allora questo portatore dell’Io non è ancora formato. Prima di allora la corporalità umana, anche quella soprasensibile, non è ancora un vero portatore dell’Io. Se quindi consideriamo i corpi dell’uomo dal grande principio universale, dobbiamo dire: l’uomo diviene realmente maturo, capace di sviluppare un Io da se stesso, per la particolarità della sua organizzazione, solo nel ventesimo e ventunesimo anno, non prima. A questo fatto possiamo contrapporne un altro: che nei primi anni di vita, in condizioni normali di coscienza, in certo senso ci addormentiamo e ci immergiamo nella vita, e che solo da un determinato momento la vita procede in modo che la propria memoria cominci.

Di ciò che era prima di questo momento possono raccontarci i genitori o fratelli maggiori; da questo momento l’uomo nel suo animo interiore dice: io sono colui che sono. Da quando dice: «io ho fatto questo, io ho pensato questo», l’uomo in senso psichico conta il suo Io. Ciò che era prima si perde in un crepuscolo dell’anima. La nostra memoria non arriva prima di questo momento caratteristico. Quale situazione si presenta quando riuniamo questi due fatti: quello che il vero portatore dell’Io dell’uomo nasce nel ventesimo e ventunesimo anno, con quello che psichicamente ci designiamo come un Io dal terzo e quarto anno? Si presenta il fatto che l’uomo, nel suo attuale ciclo evolutivo, ha su se stesso un’opinione, una sensazione che non corrisponde alla sua organizzazione interiore così come si è formata.

Poiché la coscienza dell’Io sorge nel terzo e quarto anno, mentre l’organizzazione per l’Io sorge solo nel ventesimo e ventunesimo anno, questo fatto è di importanza fondamentale per comprendere l’uomo.

Quando si espone questo fatto astrattamente come conoscenza scientifico-spirituale, non ci si entusiasma particolarmente; ma poiché questo fatto è vero, esistono numerosi vissuti che l’uomo conosce molto bene, ma non osserva alla luce di questo fatto. Tutto ciò che l’uomo può sperimentare di conflitto tra l’organizzazione esteriore e l’esperienza interiore, di sofferenza e dolore perché certe cose non gli sono possibili in virtù della sua organizzazione, di disarmonia tra ciò che desidera, vuole e ciò che può realizzare, il fatto che possa avere ideali che lo trascendono, tutto questo risale al fatto che la coscienza del nostro Io segue un sentiero completamente diverso da quello del portatore del nostro Io. Per questo aspetto siamo un uomo duplice: un uomo esteriore che è organizzato per sviluppare la sua identità nel ventesimo o ventunesimo anno, e un uomo interiore dell’anima che nel quarto e quinto anno si emancipa, dal punto di vista della sua anima, dalla sua organizzazione esterna. L’emancipazione della coscienza dell’Io dall’organizzazione esterna avviene nell’infanzia. Viviamo nell’anima qualcosa che procede indipendentemente dalla nostra organizzazione esterna, che può persino venire in aspro conflitto con essa. Rispetto alla coscienza interiore dell’Io siamo inclinati a trascurare la nostra organizzazione, ciò che è nelle nostre corporalità. Psichicamente ci sviluppiamo in modo completamente diverso da come si sviluppano i nostri corpi. Il percorso dello sviluppo interiore dell’umanità è quindi duplice. Il percorso dello sviluppo della nostra organizzazione va dal primo al settimo anno, poi dal settimo al quattordicesimo anno, dal quattordicesimo al ventunesimo anno nel modo come è stato descritto.

Il percorso dello sviluppo interiore è tale che siamo completamente indipendenti da quello, che la coscienza del nostro Io si emancipa dalla più tenera infanzia e percorre un sentiero autonomo attraverso la vita.

Quale è però la conseguenza di questo fatto particolare dello sviluppo umano?

Solo l’occultista può raccontarcelo. Se consideriamo tutto ciò che l’occultista può insegnare, arriviamo a una conoscenza peculiare.

Arriviamo cioè a capire che la malattia, la fragilità dell’organizzazione umana, tutto ciò che rende possibili il decadimento, la vecchiaia, la morte, proviene dal fatto che siamo effettivamente una dualità. Moriamo perché siamo organizzati in un certo modo e nella nostra organizzazione non teniamo conto del nostro sviluppo dell’Io. Che con il nostro Io percorriamo un sentiero autonomo, che non si cura della nostra organizzazione, ce lo ricorda questa organizzazione quando essa oppone un ostacolo allo sviluppo dell’Io nella malattia, nel decadimento, nella morte. Siamo ricordati che il nostro sviluppo dell’Io procede completamente separato dalla nostra organizzazione. Da dove proviene veramente questo fatto particolare della dualità nella natura umana?

Se consideriamo le varie cose e osserviamo l’uomo in collegamento con la realtà, allora ci mostra che se in un determinato momento dell’evoluzione terrestre, cioè nel periodo lemuriano, solo le forze progressive fossero entrate nello sviluppo umano, allora lo sviluppo giovanile dell’uomo oggi procederebbe completamente diversamente, cioè procederebbe di pari passo con lo sviluppo dell’Io. In ogni momento lo sviluppo psichico coinciderebbe esattamente con lo sviluppo corporeo. L’uomo non avrebbe potuto svilupparsi diversamente da come oggi è richiesto come ideale, ad esempio, nel mio piccolo scritto «L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito». Se allora solo le forze progressive fossero state attive, sarebbe risultato strano che nei primi venti anni di vita l’uomo sarebbe divenuto molto più dipendente di quanto lo è ora. Questa dipendenza non è intesa in senso negativo, è intesa nel senso che effettivamente ciascuno di voi sarebbe molto soddisfatto di essa. Poiché la natura umana nei primi sette anni di vita è completamente orientata all’imitazione.

Se gli uomini in stato adulto, se solo le forze progressive fossero state attive nel periodo lemuriano, non avessero compiuto nulla di vergognoso, allora i bambini dal primo al settimo anno non avrebbero potuto imitare nulla di cattivo.

Nei secondi sette anni di vita regnerebbe il principio dell’autorità, mentre oggi appartiene non solo a una piaga nazionale ma a una piaga universale che gli uomini tra il settimo e il quattordicesimo anno vogliano divenire indipendenti, persino siano educati ad avere giudizi indipendenti. Gli adulti sarebbero state le autorità evidenti per i bambini. Dal quattordicesimo al ventunesimo anno l’uomo avrebbe ancora molto meno guardato dentro di sé, si sarebbe rivolto di più verso l’esterno. La forza degli ideali, la forza di immergersi nei sogni di vita sarebbe divenuta enormemente significativa per lui. Dal suo cuore scaturirebbero sogni di vita, e allora avrebbe avuto piena coscienza dell’Io nel ventesimo e ventunesimo anno. Quindi nei primi sette anni di vita sarebbe avvenuto il periodo dell’imitazione, poi nei secondi sette anni lo sguardo rivolto alle autorità, poi nei terzi sette anni il nascere degli ideali che avrebbero portato l’uomo alla sua piena coscienza dell’Io. Da questo corso dello sviluppo l’ha allontanato, nel corso dell’evoluzione umana, la somma delle forze che agiscono anche nell’evoluzione, le forze che vengono chiamate luciferiche. Hanno fin dal periodo lemuriano strappato la coscienza dell’Io dal fondamento dell’organizzazione. Che già nella più tenera infanzia abbiamo la coscienza dell’Io è appunto riconducibile alle forze luciferiche. Come intervennero le forze luciferiche?

Le forze luciferiche sono entità che rimangono indietro sulla Luna e perciò non hanno comprensione per la missione terrestre, per ciò che dovrebbe svilupparsi sulla Terra dal ventunesimo anno in poi, l’Io. Presero l’uomo così come era venuto dalla Luna e posero in lui come germe lo sviluppo psichico autonomo. Così, nell’anticipazione della coscienza dell’Io, in questo peculiare conflitto della natura umana, risiedono le forze luciferiche.

La conoscenza di un tale fatto oggi l’Antroposofia l’offre per la prima volta.

Può sentirlo però ogni uomo che sa sentire in modo naturale. Poiché ogni uomo può sentire che in lui vi è qualcosa che lo separa dalla sua piena umanità. Tutto ciò che noi chiamiamo egoismo ingiustificato nella nostra natura, l’isolamento dall’azione vera dell’umanità, proviene dal fatto che l’Io non segue il sentiero corretto dell’organizzazione. Così vediamo l’uomo. Poi, quando può sentire: potrei essere diverso da come sono, ho in me qualcosa che non è d’accordo con me stesso, allora sente il conflitto delle potenze progressive con le potenze luciferiche nel suo interiore. Questo fatto doveva una volta essere creato nel corso dell’evoluzione umana. Era necessario, perché l’uomo non sarebbe mai veramente divenuto libero senza le entità luciferiche; sarebbe rimasto sempre legato alla sua organizzazione. Ciò che da una parte mette l’uomo in conflitto con la sua organizzazione, gli dà dall’altra parte la possibilità di essere libero. Ma una cosa rimane dalla dualità dell’organizzazione per la vita umana ordinaria. Si mostra nel fatto che sentiamo dal nostro Io che è divenuto incapace di trasformare da sé la nostra organizzazione. Se facciamo una ricognizione ampia di ciò che costituisce l’uomo, che l’ha creato, allora vi sono le due forze descritte.

Vi sono le forze organiche della nostra natura umana, che sono destinate a svilupparsi da sette a sette anni, e dall’altra parte le forze luciferiche. Se non vi fosse nulla di altro nel corso dello sviluppo umano nella natura e nella vita spirituale, allora accadrebbe che l’uomo non potrebbe mai giungere col suo Io emancipato al pieno accordo con la sua natura. Se nulla di altro derivasse dall’orbita dell’esistenza terrestre, allora lo sviluppo non potrebbe essere altro se non che l’uomo si estraniasse sempre più dalla sua organizzazione, che la sua organizzazione divenisse sempre più fragile, sempre più avvizzita, che il conflitto dovrebbe crescere sempre più.

Quando l’uomo veramente sente questo come una conoscenza scientifico-spirituale, allora giunge un grande momento della sua vita, nel quale dice a se stesso: eccomi con la mia organizzazione umana, che mi è stata data dalle forze progressive, che agiscono da sette a sette anni - non ha bisogno di esprimerlo in parole così chiare, ha solo bisogno di sentirlo vagamente - ma poiché questa organizzazione ha una controforza che si sviluppa autonomamente, per questo diviene fragile e malata e infine muore.

Nelle profondità della sua vita psichica l’uomo lo sente. Ha soltanto bisogno di avere il sentimento di questa discrepanza dell’Io interiore con l’organizzazione esterna. Se vive veramente in questo sentimento, allora arriva, anche senza che conosca l’Antroposofia, sì, da dove non lo sa, ma arriva nell’anima qualcosa di cui sente: io stesso col mio Io di cui mi ricordo non posso nulla contro la mia organizzazione, alla quale non sono all’altezza. Ma vi è qualcosa che posso accogliere come forza nel mio Io, che posso accogliere nella mia coscienza come convinzione; direttamente dai mondi spirituali arriva qualcosa, che non sta in me, che però pervade la mia anima. Qualcosa può affluire da mondi sconosciuti nella mia anima. Se lo accolgo nel mio cuore, se lo pervado col mio Io, allora mi aiuta direttamente dai mondi spirituali. Si chiami come si vuole ciò che viene dai mondi spirituali, non importa, ma l’importante è il sentimento.

Supponiamo che un uomo oggi non riesca a stare al passo con la vita e si dica: allora devo cercare nell’ampia orbita di ciò che trovo sulla terra, se da qualche parte può sorgere in me una forza che mi possa dare qualcosa, attraverso cui uscire dal conflitto, che mi aiuti a uscirne. È naturale che l’uomo non possa più stare al passo coi mezzi delle vecchie confessioni, che non possa collegare nulla con le vecchie rappresentazioni ecclesiastiche, che gli diano la forza che cerca. Supponiamo però, per fare un esempio concreto, che un tale uomo vada a una delle vecchie sante religioni, andasse al buddhismo e si immergesse nelle dottrine straordinarie del buddhismo.

Se l’uomo sente naturalmente tutta la forza del conflitto caratterizzato, non dico che questo derivi da una teoria, ma da un sentimento indefinito, allora sentirebbe così: nella persona, nell’individualità di Gautama Buddha ha vissuto qualcosa che nel mondo può venire solo sulla base di un lungo sviluppo.

Questa individualità è passata attraverso molte incarnazioni, ha sempre raggiunto gradi sempre più alti dell’evoluzione ed è infine arrivata al punto che al ventottesimo anno della sua vita come Gautama Buddha poteva ascendere dal Bodhisattva al Buddha, poteva ascendere in modo che questa individualità non doveva più ritornare in un corpo fisico. Che cosa scaturisce da questa individualità, come è sorta? Ogni animo senza pregiudizi può sentire ciò che parla dal Buddha, ciò che è divenuto, è cresciuto attraverso il Bodhisattva entro l’evoluzione terrestre, entro molte incarnazioni. Tutto questo contiene nel senso più bello e grandioso le forze che si trovano nell’orbita della terra, nell’interazione delle forze dell’organizzazione e delle forze luciferiche. Perciò agisce ciò che dal Bodhisattva al Buddha fluisce - poiché è andato da incarnazione a incarnazione, poiché proviene solo dalle stesse forze da cui derivano le forze umane - così agisce che l’anima senza pregiudizi non sente ciò che può suscitare il pieno accordo tra l’Io dell’uomo e la sua organizzazione. L’anima sente: qualcosa deve esservi, che non va da incarnazione a incarnazione, bensì che può affluire direttamente dai mondi spirituali in ogni anima umana. Quando l’anima umana sente che deve avere una relazione con ciò che fluisce dai cieli, allora comincia ad avere un’esperienza interiore del Cristo. Allora le diventa comprensibile anche che nel Cristo Gesù doveva sorgere qualcosa che si distingue da tutto ciò che prima era. Questo è il differenza radicale, sostanziale tra la vita di Cristo e quella di Buddha.

Il Buddha è divenuto da un Bodhisattva a un Buddha con le forze che permettono agli uomini di ascendere da incarnazione a incarnazione, come avviene anche per gli altri grandi fondatori di religioni.

Nella vita di Gesù di Nazareth è entrato qualcosa, che agì nell’individualità di Gesù di Nazareth durante tre anni, che dai mondi spirituali fluiva direttamente, che non aveva nulla a che fare con l’evoluzione umana, che non era stato prima collegato con una vita umana.

Questa differenza dobbiamo portare assai chiaramente alla nostra anima, se vogliamo capire perché in ciò che la quarta epoca postatlantica ha chiamato il Cristo vi era qualcosa che era diverso da tutti gli altri impulsi religiosi, e perché le altre religioni hanno sempre indicato l’umanità verso questo Cristo.

Se riguardiamo nell’era postatlantica all’antica e sacra cultura indiana, vediamo apparire i sette Rishi sacri, nelle cui anime viveva qualcosa dell’immediata visione dei mondi spirituali. Se si fosse chiesto a uno dei sette Rishi sacri della disposizione fondamentale della sua anima, avrebbe detto: noi guardiamo verso le potenze spirituali, da cui è nata tutta l’evoluzione umana. Questo ci si rivela in sette raggi, ma oltre questo vi è qualcos’altro, qualcosa che sta al di sopra della nostra sfera. Ciò che più tardi si chiama Vishvakarman era ciò che i sette Rishi sacri sentivano così. Dei sette Rishi sacri parlavano di una potenza che non si era sviluppata con la terra. Poi venne la cultura di Zarathustra.

Zarathustra, quando rivolse lo sguardo agli spiriti del sole, parlò di qualcosa che doveva affluire nello sviluppo umano direttamente attraverso una corrente dai mondi spirituali. Ciò che possiamo dare agli uomini, così disse Zarathustra, non è ciò che una volta, direttamente dai mondi lontani del sole, dai mondi spirituali, affluirà nell’umanità. Ciò che spiritualmente è nel sole è quello che la cultura persiana più tardi ha chiamato Ahura Mazdao.

Da una particolare tonalità tragica si sentiva la questione di Cristo nei misteri egiziani. La si sentiva nel modo più profondo, se intendiamo per profondità una tale formazione del sentimento umano, dove particolarmente forte si scrive nell’anima la coscienza: da ciò che è spirituale l’umanità trae origine.

L’iniziato egiziano si dice: ovunque rivolgiamo lo sguardo, sentiamo in ciò che ci circonda la decadenza da ciò che era originariamente spirituale.

Direttamente, senza mescolanza, da nessuna parte è lo spirituale nel mondo esteriore. Solo quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte, allora vede ciò da cui trae origine. Bisogna morire dapprima, per quanto riguarda l’esperienza interiore, non per quanto riguarda l’iniziazione, allora si viene uniti con il principio di Osiride, così i vecchi Egiziani chiamavano il principio di Cristo; nella vita non è possibile, vi è la discrepanza. Tutto ciò che nell’orbita della terra è, non conduce a Osiride, l’anima deve essere passata attraverso la porta della morte, per essere unita a Osiride. Allora, nella morte, l’anima diviene un pezzo di Osiride, diviene essa stessa una sorta di Osiride. Il mondo fuori è divenuto così che ha frantumato Osiride attraverso il suo nemico, cioè attraverso tutto ciò che appartiene al mondo esteriore. E l’iniziato dei misteri egiziani diceva: così come l’umanità è adesso nella nostra cultura, è una sorta di ricordo della vecchia epoca lunare. Come la cultura dei sette Rishi sacri è una sorta di ricordo dell’antica epoca di Saturno, come la cultura di Zarathustra è un ricordo dell’antica epoca di sole, così la cultura di Osiride è un ricordo dell’antica epoca lunare, dove dapprima la luna con i suoi esseri si separò dal sole, dove però sono rimaste le entità, da cui l’uomo ha avuto la sua origine. Là è avvenuta la separazione dell’uomo dalle buone forze della sua organizzazione, dalla fonte delle sue forze vitali. Ma per gli uomini, attraverso ciò che sperimenteranno di nostalgia e privazione riguardo allo spirituale, verrà il tempo, allora Osiride scenderà e si mostrerà come qualcosa, come un nuovo impulso che deve venire, che non era prima sulla terra, perché si era già separato dalla terra durante la vecchia epoca lunare. Tutto ciò a cui indicavano i sette Rishi sacri e Zarathustra, e di cui gli Egiziani dicevano che gli uomini nel loro tempo non potevano affatto raggiungere nella vita, era la forza, l’impulso che per tre anni si manifestò nel corpo di Gesù di Nazareth.

Tutte le grandi religioni ne hanno parlato; si è manifestato in Gesù di Nazareth, a cui indicavano tutte le religioni.

Così non solo i Cristiani parlarono del Cristo, ma anche i credenti di tutte le vecchie religioni.

Così entrò qualcosa nel corso dell’evoluzione umana, di cui l’uomo ha bisogno e che è raggiungibile all’esperienza interiore. Supponiamo che un uomo crescesse in un’isola solitaria. Coloro che l’educavano non gli raccontavano nulla di ciò che nel mondo accade riguardo al nome di Cristo e ai Vangeli, ma gli raccontavano soltanto ciò che nella cultura c’è, senza usare il nome di Cristo e senza i Vangeli. Ciò che è sorto sotto l’influsso di Cristo nella cultura, ma privato del nome di Cristo, questo gli si porterebbe. Che cosa accadrebbe allora? Allora in un tale uomo dovrebbe sorgere questo sentimento: una volta direbbe: in me vive qualcosa che è conforme alla mia organizzazione umana generale, non posso accedervi dapprima. Poiché ciò in cui vive la mia coscienza dell’Io, mi si presenta così che lì ho bisogno di qualcosa che non può venirmi dalla cultura dell’umanità, un impulso dai mondi spirituali, per rendere di nuovo più forte l’Io nella sua organizzazione, da cui si è emancipato. Se un tale uomo potesse soltanto sentire fortemente ciò di cui ha bisogno l’uomo, allora potrebbe venirgli qualcosa, da cui conosce: qualcosa direttamente dai mondi spirituali deve fluire, che si immedesimi direttamente nel mio Io. Non sa che si chiama Cristo, ma sa che si può pervadere nella sua coscienza, che ciò che dai mondi spirituali viene a lui, può cullarlo nel suo Io. Allora gli verrà qualcosa di cui si può dire: sì, posso essere malato, posso essere debole, posso morire, ma dal mio Io posso rendermi più forte, posso inviare qualcosa nella mia organizzazione, che mi dà forza, che mi dà potenza direttamente dai mondi spirituali. Come la chiami, è lo stesso. Se l’uomo giunge a questo sentimento, allora è colto dall’impulso di Cristo.

Non colui che dice di potere avere da un maestro, che è andato da incarnazione a incarnazione, ma colui che sente che direttamente dai mondi spirituali possono venire impulsi di forza, di potenza, colui è colto dall’impulso di Cristo.

Questa esperienza interiore possono farla gli uomini, senza di essa non possono vivere gli uomini, senza di essa nel futuro non potranno vivere gli uomini. Possono fare questa esperienza interiore per la ragione che una volta, per tre anni, oggettivamente in Gesù di Nazareth ha vissuto questo impulso, che direttamente dai mondi spirituali affluiva. Così come è vero che si può mettere un seme nella terra e che da questo un seme possono venire molti altri semi, così è vero che una volta nell’umanità è stato collocato l’impulso di Cristo, e che da quel tempo vi è qualcosa nell’umanità, che prima non vi era.

Per questo la vita egiziana è così tragica, perché si sentiva che nella vita non si poteva giungere a Osiride, che bisognava passare attraverso la porta della morte per essere uniti a lui, cioè, soltanto per l’esperienza interiore parliamo ancora dell’iniziazione. Dal tempo del Mistero del Golgota però è possibile ciò che prima non era possibile, che l’uomo da sé cerca la sua connessione con il mondo spirituale, dalla sua incarnazione singola. E questo proviene dal fatto che l’impulso dato attraverso il Mistero del Golgota può splendere in ogni anima, e dal quel tempo attraverso l’esperienza interiore può entrare in ogni uomo. Non il Cristo che era sulla terra - l’anima non se ne preoccupa - ma il Cristo che è raggiungibile attraverso l’esperienza interiore. Dal Mistero del Golgota è possibile, nelle singole incarnazioni, guadagnare una connessione col spirituale. E poiché è così, allora col singolo fatto del Golgota è accaduto qualcosa, che può irradiare nell’umanità, che non è dato dalle conquiste delle incarnazioni successive.

Perciò è impossibile che il Cristo si mostri in un modo che è una conseguenza di molte incarnazioni, così come il Buddha è divenuto dalle sue incarnazioni come Bodhisattva.

Vedremo domani come per l’avvenire il sentiero verso il Cristo nello sviluppo dell’umanità può essere trovato.

8°Le tre vie dell'anima verso il Cristo — Seconda conferenza: la via dell'iniziazione

Stoccolma, 17 Aprile 1912

La via dell’Iniziazione Se posso ancora brevemente richiamare l’attenzione su ciò in cui sfociarono le esposizioni di ieri, vorrei dire che da esse dovrebbe emergere per ogni uomo la possibilità di conseguire, mediante un approfondimento corrispondente della propria essenza e una fiducia rivolta ai mondi spirituali, un orientamento dell’anima, una costituzione psichica tale da fargli comprendere che nell’uomo non confluiscono solamente quelle cose che si trovano nell’ambito della Terra, non solamente le cose che scaturiscono dall’evoluzione della Terra stessa.

Piuttosto, all’uomo è possibile accordare la propria anima in modo da ricevere dai mondi spirituali forze d’aiuto che possano fluire in lui, instaurando un equilibrio fra l’io egoistico singolo e la totalità della nostra organizzazione, quando egli si apra a questa possibilità che è fluita nella missione terrestre.

Chi riesca a conquistare la fiducia in questo afflusso dai mondi spirituali, costui — qualunque sia il nome che voglia dare a questo evento interiore, a questa esperienza intima — ha vissuto l’esperienza personale di Cristo nell’interno di sé. Tutto il resto su questa materia si dischiuderà a noi se oggi cominceremo dal terzo cammino verso Cristo, dal cammino dell’Iniziazione.

Se abbiamo così presentato il cammino dei Vangeli e il cammino dell’esperienza interiore, abbiamo indicato i due cammini che sono accessibili a ogni uomo verso Cristo; sottolineo espressamente: a ogni uomo. Al cammino dell’Iniziazione appartiene una certa preparazione, come dovrebbe risultare comprensibile a tutti. Nella nostra epoca appartiene innanzitutto a questa preparazione un vero e proprio, non meramente teorico, approfondimento nella genuina scienza dello spirito, che deve essere, almeno nella nostra epoca, il punto di partenza quando vogliamo comprendere che cosa sia: il cammino dell’Iniziazione.

Ora è bene che premettiamo alcune considerazioni sull’essenza dell’Iniziazione in una certa direzione.

L’Iniziazione è il massimo che l’uomo può conseguire nel corso dello sviluppo terrestre; infatti essa conduce l’uomo a una certa comprensione, a una reale intuizione dei misteri del mondo spirituale. Ciò che accade nei mondi spirituali costituisce il contenuto, l’oggetto dell’Iniziazione, e una vera conoscenza, una percezione immediata di processi nei mondi spirituali viene conseguita sulla via dell’Iniziazione. Già quando in questa maniera viene caratterizzata l’Iniziazione, a colui che lascia agire questa caratterizzazione sulla sua anima deve colpire qualcosa di straordinario. Si dice fondamentalmente con ciò che l’Iniziazione è, permettetemi l’espressione, una via sovra-religiosa. Ora le grandi religioni che nel corso delle epoche dell’umanità si sono diffuse sulla circonferenza terrestre e che oggi ancora sono presenti nell’umanità, tutte, quando le studiamo al loro punto di partenza, furono originariamente fondate dall’Iniziazione, dagli Iniziati. Scaturirono da ciò che grandi Iniziati hanno potuto donare agli uomini.

Ma le religioni furono date agli uomini in modo che nei contenuti di queste religioni gli uomini ricevessero ciò che risultava adatto a loro, secondo l’epoca in cui vivevano, secondo la razza cui appartenevano, sì persino secondo la regione terrestre in cui abitavano, conformemente a queste relazioni. Oggi viviamo entro lo sviluppo dell’umanità in un’epoca straordinariamente particolare, ed è precisamente il compito della scienza dello spirito comprendere che viviamo in un’epoca particolare. Come oggi la scienza dello spirito può essere presentata e diffusa fra i nostri contemporanei, così non era stato possibile in alcun modo entro le epoche precedenti. L’Antroposofia in quanto tale non poteva essere insegnata pubblicamente. Iniziamo soltanto nella nostra epoca a insegnare l’Antroposofia. Le religioni erano appunto i cammini per far confluire nell’umanità i misteri dell’Iniziazione in una forma adatta di volta in volta a un gruppo di uomini.

Ma oggi siamo nella condizione di offrire tramite l’Antroposofia qualcosa che non è adatto a una singola razza, non a una singola regione terrestre, non a un gruppo singolo di uomini, bensì qualcosa che può portare a ogni uomo, dovunque si trovi sulla Terra, intuizioni su quei misteri dell’essere di cui le anime anelano la conoscenza, misteri che devono possedere affinché i cuori siano forti nel loro operare sulla Terra.

Con questo però si mostra già che mediante l’Antroposofia deve essere dato qualcosa che occupa un punto di vista più elevato rispetto ai punti di vista religiosi di allora e di oggi, là dove questi insegnamenti religiosi vengono sostenuti.

L’Antroposofia è in certo modo quella che ha il compito di espandere oggi in modo universalmente umano i misteri dell’Iniziazione, mentre nei diversi antichi sistemi religiosi terrestri i misteri dell’Iniziazione furono sempre espressi in modo particolare, in maniera differenziata, conforme ai singoli gruppi umani. Che cosa ne consegue? Da ciò consegue che troviamo diffuse sulla Terra le più diverse religioni, che tutte risalgono a questo o quel fondatore religioso. Troviamo in primo luogo la religione di Krishna che riconduce a Krishna, in secondo luogo la religione di Buddha che riconduce a Buddha, in terzo luogo la religione ebraica antica che riconduce a Mosè, e troviamo il Cristianesimo che riconduce a Gesù di Nazareth. Poiché le religioni scaturirono dall’Iniziazione, dobbiamo farci chiarezza che oggi non possiamo stare sul terreno che occupano i filosofi delle religioni che vogliono ritenersi illuminati. I filosofi comparativi delle religioni nutrono una concezione occulta delle religioni: infatti le considerano tutte come false o come stadi infantili dello sviluppo umano. Ma noi come Antroposofi, poiché impariamo a riconoscere che le religioni sono soltanto differenziati sviluppi delle verità dell’Iniziazione, stiamo sul terreno di ricercare il vero e non l’errore nei diversi sistemi religiosi.

Riconosciamo ai sistemi religiosi il loro pieno diritto reciproco.

Le vediamo come rivelazioni equipollenti delle grandi verità iniziatiche.

E da ciò consegue qualcosa di straordinariamente importante per il sentimento pratico e l’attività pratica. E che cosa è questo importante? Che dall’atteggiamento antroposofico seguirà la piena comprensione, il profondo rispetto e il pieno riconoscimento del nucleo di verità di tutte le religioni, e che coloro che dal sentire antroposofico pensano al mondo e al suo corso evolutivo rispetteranno le verità che si trovano nei singoli sistemi religiosi. Ne seguiranno il massimo rispetto e la massima considerazione. Sì, cari amici, questo seguirà dalla corrente spirituale antroposofica per i singoli credo religiosi sulla Terra: andremo dai confessori dei singoli sistemi religiosi terrestri e non crederemo di poter loro innestare, inoculare altri credo. Piuttosto andremo da loro e dal nostro proprio credo religioso trarremo alla luce quello che contiene di verità il loro credo. E colui che è cresciuto in una regione dove domina una religione determinata, non respingerà in modo intollerante da questa religione le altre religioni, bensì potrà ugualmente comprendere quello che come verità si trova contenuto nelle diverse religioni. Prendiamo un esempio. Un tale esempio può essere compreso soltanto da coloro che nella loro anima più profonda fanno sul serio con l’atteggiamento antroposofico, con quello che deve conseguire dalla conoscenza delle condizioni fondamentali dell’essenza dell’Iniziazione. Supponiamo che un occidentale sia cresciuto entro il Cristianesimo. Forse avrà conosciuto il Cristianesimo in modo che abbia accolto in sé le grandi verità dei suoi Vangeli. Forse è già giunto a quello che si chiama la via dell’esperienza interiore verso il Cristo Gesù; forse nella sua esperienza interiore ha già vissuto il Cristo. Supponiamo che ora apprenda a conoscere un’altra religione, ad esempio il Buddhismo. Apprende da coloro che stanno completamente immersi nelle verità sacre e negli insegnamenti del Buddhismo, apprende quello che per l’occidentale materialista costituisce uno scandalo, ma che noi Antroposofi possiamo intendere.

Apprende che il fondatore della loro religione, dopo aver vissuto molte incarnazioni sulla Terra come Bodhisattva, fu rinato come figlio di un re, come figlio di Shuddhodana.

Apprende inoltre a riconoscere che nel ventinovesimo anno della sua vita come Bodhisattva salì al rango di Buddha; e che, con questo ascendere al Buddha, dato che questa religione scaturisce dall’Iniziazione, si trova contenuta una grande verità che non soltanto vale per il Buddhismo, che vale per tutti gli uomini, che ogni Iniziato riconoscerà, e che tutti gli uomini riconosceranno che comprendono il Buddhismo.

Apprende a riconoscere che il confessore del Buddhismo con ragione dice: se il Bodhisattva in un’incarnazione umana diviene Buddha, allora questa incarnazione che il Buddha deve attraversare sulla Terra è l’ultima; poi non ritorna più in un corpo umano. A colui che sta immerso nel Buddhismo verrebbe causato profondo dolore se si volesse affermare che il Buddha ritornerebbe in un corpo carnale. Profonda sofferenza verrebbe causata a un tale confessore del Buddha se da qualche potenza gli venisse contrastata questa verità: che il Bodhisattva che è diventato Buddha non potrebbe mai più riapparire in un corpo fisico sulla Terra. Ma noi Antroposofi riconosciamo il contenuto di verità delle religioni, stiamo sul terreno di ricercare la verità delle diverse religioni e non il loro errore. Così andiamo da coloro che comprendono il Buddhismo e impariamo a riconoscere, o apprendiamo dall’Iniziazione a riconoscere, che è vero: quell’individualità che ha vissuto come Bodhisattva sulla Terra e divenne Buddha, ha da quel momento raggiunto le altezze spirituali dalle quali non deve più scendere su questo giro terrestre fisico. Da quel momento in poi non contrapporremo più a un buddhista, se stiamo sul terreno dell’insegnamento della reincarnazione, l’affermazione che il Buddha potrebbe ritornare in un corpo fisico. La vera, genuina conoscenza creerà una comprensione per ogni forma di religione che scaturisce dall’Iniziazione. Rispettiamo le forme religiose che si sono sviluppate sulla Terra, riconoscendo quello che hanno da offrire come verità.

Sì, lo confesso sinceramente e onestamente, così come il buddhista più rigoroso può confessarsi a questa verità: che il Bodhisattva che fu sulla Terra e ascese a Buddha raggiunge con ciò un’altezza dello sviluppo umano che gli permette di non scendere più sulla Terra.

Questo significa avere comprensione per le diverse forme religiose della Terra.

Prendiamo il caso opposto: che un confessore del Buddhismo si innalzi alla conoscenza antroposofica. Si chiarirà in lui, sia dalla vera conoscenza del Cristianesimo sia dal principio iniziatico, che esiste, in un altro territorio della Terra, un’altra forma religiosa, dove coloro che comprendono questa forma religiosa sono consapevoli che visse una volta una Personalità che propriamente non apparteneva a nessuna nazione, men che meno all’Occidente, e che dal trentesimo al trentatreesimo anno visse in questa Personalità un tale Impulso, una tale Forza della vita spirituale, su cui già ieri potevamo indicare, su cui indicarono i sette Rishi santi nel loro Vishvakarman, su cui indicò Zoroastro nel suo Ahura Mazdao, su cui indicarono gli Egizi nel loro Osiride, e che il quarto periodo di cultura postatlantico ha chiamato Cristo. Ma non sta qui l’importanza; importa riconoscere nel Cristo quello che per tre anni visse come Impulso nella Personalità di Gesù di Nazareth, quello che prima non era sulla Terra, quello che discese dalle altezze spirituali nella Personalità di Gesù di Nazareth, quello che in questa Personalità attraversò il Mistero del Golgota e quello che come tale Impulso di Cristo costituisce per la Terra un Impulso unico e non coincide con nessuna incarnazione ordinaria dell’umanità.

Quello che come Cristo una sola volta fu sulla Terra e non può tornare in nessun uomo, bensì, come la Bibbia lo nomina, verrà nelle nuvole del Cielo, cioè si rivelerà all’umanità come manifestazione spirituale. Questo è il credo cristiano. Chi ora sta entro il Buddhismo, permeato dal rigore e dalla dignità della scienza dello spirito, dovrà confessare che deve rispettare e venerare questo credo cristiano, come il Cristiano deve rispettare il suo.

Quel Buddhista che si è elevato alla scienza dello spirito e ne fa sul serio dirà: come tu come Cristiano riponi fiducia nell’insegnamento che il Bodhisattva diventato Buddha non ritorna più sulla Terra, come ti appare appropriato che tu sappia che il Buddha non può tornare, così riconosco come Buddhista che quello che voi chiamate Cristo non può ritornare in un’incarnazione fisica, bensì come Impulso unico ha vissuto soltanto per tre anni in un corpo umano fisico.

Se troviamo nell’Antroposofia la mutua comprensione delle religioni così che il principio iniziatico può penetrare nei cuori degli uomini, così che un uomo non debba imporre all’altro una sfera a lui estranea, allora lo portiamo a una comprensione che unisce gli uomini su tutta la Terra, allora fondiamo la pace tra i singoli credo religiosi sulla Terra.

Nel Cristianesimo vive come fondatore della religione Gesù di Nazareth. Il principio iniziatico cristiano ha a che fare con il fondatore della religione Gesù di Nazareth soltanto come con un fatto, un fatto che dagli occultisti può essere esaminato come un fatto. Con lo stesso amore, con la medesima cura con cui viene esaminata la vita di Buddha o di un altro fondatore di religione, viene esaminata da coloro che conoscono il principio iniziatico la vita di Gesù di Nazareth. Come questa vita di Gesù di Nazareth risulti puramente dal terreno dell’occultismo, lo troverete esposto nel mio piccolo scritto «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità». Ma il vero principio iniziatico cristiano si riferisce al riconoscimento del Cristo, si riferisce alla via verso il Cristo. E questo principio religioso cristiano preparò da molti secoli quello che ora è stato caratterizzato come un principio di pace su tutta la Terra, in quanto non parte affatto da un fondatore di religione come tale, bensì da un fatto che è accaduto una volta nel mondo.

Questa è la differenza fondamentale fra il Cristianesimo e le altre religioni: quello che il principio iniziatico che porta al Cristo ha come compito nel mondo è diverso dalle culture che sono partite dai principi di altre religioni.

Quello che il principio iniziatico cristiano ha come compito entro la missione mondiale proveniva da un fatto, da un evento, non da una Personalità.

Questo si comprenderà quando premettiamo alcune condizioni preliminari. Si può mettere un’affermazione sola, fare una sola indicazione: allora si è caratterizzato esteriormente il punto di partenza dell’Esoterismo cristiano, dell’Iniziazione cristiana: è la morte che fu vissuta nell’unione del Cristo con Gesù di Nazareth. Il fatto di quella morte che noi chiamiamo il Mistero del Golgota è quello che deve essere compreso dal principio dell’Iniziazione cristiana. Ora si può conseguire una vera comprensione di questa morte soltanto quando ci si fa chiarezza sulla missione della morte entro il nostro sviluppo terrestre in generale. Ieri indicammo che fragilità, malattia, debolezza e morte sono collegati al mancato accordo fra il nostro io permeato dal principio luciferino con la nostra organizzazione. In ultima analisi la morte è collegata al principio luciferino, e precisamente in una maniera straordinaria. Sarebbe una concezione completamente errata se si assumesse che Lucifero ha portato la morte. Lucifero non ha portato la morte. Ha portato quello che possiamo chiamare la possibilità dell’errore, anche dell’errore morale, la differenziazione degli uomini in razze e la possibilità della libertà. Questo ha portato Lucifero. Se tutto quello che Lucifero ha portato fosse stato il solo fattore efficace nell’umanità, se nulla gli si fosse opposto, allora questo principio luciferino avrebbe condotto a che l’umanità cadesse fuori dall’evoluzione divina continua, si sarebbe staccata. L’umanità si sarebbe sì spiritualizzata, ma in una direzione completamente diversa da quella verso cui procedeva l’evoluzione divina progressiva. Per mantenere l’umanità entro questa evoluzione divina, per non farla andare perduta per l’evoluzione divina, dovette essere presa una disposizione particolare: che l’uomo fosse continuamente ricordato di quali conseguenze abbia il fatto che egli abusi della possibilità dell’errore e della libertà. Tutte le malattie, fragilità, debolezza e morte sono rammento che l’uomo dovrebbe allontanarsi dall’evoluzione divina continua, se oltre alla possibilità della libertà luciferica fosse sano e vigoroso.

Così malattie, debolezza e morte non sono doni di Lucifero, bensì doni dei buoni, saggi poteri divini, che con essi hanno frapposto un argine agli influssi di Lucifero.

Così dobbiamo dire: Tutto quello che ci si para davanti nel mondo come male umano che proviene da fuori, come malattia e morte, è presente affinché noi uomini rimaniamo legati all’esistenza terrestre finché abbiamo l’opportunità di ripararvi, affinché abbiamo un’educazione per adattarci alla nostra organizzazione.

Soffriamo affinché dalla nostra sofferenza attingiamo le esperienze, per trovare l’equilibrio fra il nostro io permeato da Lucifero e la nostra organizzazione permeata di divinità. La nostra organizzazione ci fallisce così spesso finché non siamo completamente compenetrati nel nostro io dalle leggi dell’evoluzione che procede nel senso divino. Ogni morte è così il punto di partenza per qualcos’altro. L’uomo non può morire senza portare con sé quello che gli dà la possibilità di vincere una volta la morte nelle sue incarnazioni successive. Tutti i dolori sono presenti affinché dalle sofferenze attingiamo le esperienze di come dobbiamo adattarci alla nostra evoluzione divina continua.

Ma questa questione non può comunque essere trattata separatamente dal contesto di tutta l’evoluzione. Possiamo studiare particolarmente bene una tale cosa quando esaminiamo occultamente i rapporti dell’uomo con il regno immediatamente inferiore, con il regno animale. Sappiamo che nel corso dello sviluppo l’uomo ha continuamente inflitto sofferenza agli animali, che ha ucciso animali. Colui che impara a riconoscere il karma per la vita umana spesso lo ritiene molto ingiusto: che l’animale, che non si reincarna, dovrebbe soffrire, dovrebbe sopportare dolori, e inoltre, per quanto riguarda gli animali superiori, dovrebbe attraversare la morte con una certa consapevolezza. Là non dovrebbe avvenire alcun equilibrio karmico! L’uomo naturalmente ha l’equilibrio karmico nel Kamaloka per i dolori che ha inflitto agli animali, ma di questo non voglio parlare ora.

Parlo dell’equilibrio per gli animali.

Rendiamoci un pensiero chiaro.

Se consideriamo lo sviluppo dell’umanità, vediamo come molti dolori l’uomo ha sparso sul regno animale e quanti animali ha ucciso. Che cosa significano questi dolori, queste morti nel corso dell’evoluzione? Qui lo studio occulto ci mostra che ogni dolore inflitto a un essere capace di sensazione diverso dall’uomo, che ogni morte è una semina per il futuro. Come gli animali sono voluti dall’evoluzione divina progressiva, non sono destinati ad avere incarnazioni come gli uomini. Ma quando interviene un cambiamento in questo saggio piano mondiale, quando l’uomo interferisce e non lascia che l’evoluzione degli animali proceda come dovrebbe procedere senza l’uomo, che cosa accade? Ora, la ricerca occulta ci insegna che ogni dolore, ogni morte che l’uomo infligge agli animali, tutti questi tornano e risorgono, non per reincarnazione, bensì perché i dolori e le sofferenze sono stati inflitti agli animali. Questi dolori, queste sofferenze richiamano di nuovo l’animalità. Gli animali ai quali è stato inflitto dolore sì, non risorgeranno nella stessa forma, ma quello che in loro sente dolore ritorna. Ritorna in modo tale che i dolori degli animali vengono equilibrati, così che a ogni dolore viene aggiunto il suo sentimento opposto. Questi dolori, queste sofferenze, questa morte sono la semina che l’uomo ha sparso; ritornano così che a ogni dolore viene aggiunto il suo sentimento opposto in futuro. Per addurre un esempio concreto: quando la Terra sarà sostituita da Giove, allora gli animali nella loro forma attuale sì, non appariranno, ma i loro dolori e sofferenze risveglieranno le forze di sensazione dei dolori. Vivranno negli uomini e si incarneranno negli uomini come animali parassitari. Dalle sensazioni e dai sentimenti di questi uomini verrà creato l’equilibrio ai loro dolori. Questa è la verità occulta che si può dire obiettivamente e senza veli, anche se all’uomo odierno non piace. L’uomo la soffrirà una volta, e l’animale avrà nei sentimenti umani il compenso dei suoi dolori.

Questo accade anche lentamente e gradualmente già nel corso della vita terrestre presente, per quanto strano paia.

Perché dunque gli uomini vengono tormentati da esseri che propriamente non sono né animali né piante, bensì stanno fra i due, che trovano piacere quando l’uomo soffre, da specie di bacilli e simili creature? Questo destino se lo sono creati in incarnazioni precedenti perché hanno inflitto sofferenza e morte agli animali. Infatti l’essere, anche se non appare nella stessa forma, sente oltre le epoche e sente il compenso dei dolori nelle sofferenze che l’uomo deve sopportare. Così tutto quello che di sofferenza e dolore accade non è affatto senza conseguenze. È una semina da cui sorge quello che è stato causato da dolore, sofferenza e morte.

Non può accadere alcun dolore, alcuna sofferenza, alcuna morte, senza che con ciò qualcosa sia causato che più tardi germina. Consideriamo in questa luce la morte sul Golgota che seguì dall’unione del Cristo con Gesù di Nazareth. La prima cosa che diventa chiara a colui che attraversa la corrispondente Iniziazione è che questa morte sul Golgota non era una morte ordinaria sulla Terra come una morte umana ordinaria o un’altra morte. Coloro che ancora non credono al sovrumano non possono affatto farsi un concetto di questa morte sul Golgota. Infatti già esternamente questo Mistero del Golgota ha qualcosa di straordinariamente singolare, qualcosa da cui gli uomini hanno molto da imparare. Del Mistero del Golgota infatti nessuna storiografia racconta, e i critici dei Vangeli affermano che i Vangeli come documenti storici affatto non sono autorevoli. Principi iniziatici sono applicati a quello che non fu scritto dall’osservazione storica. Quello che sul Golgota è accaduto, gli Iniziati oggi ancora possono percepire, gli uomini che attraversano il principio iniziatico possono ancora oggi vedere nella Cronaca dell’Akasha. Gli autori dei Vangeli l’hanno scritto anche soltanto dalla Cronaca dell’Akasha. Un evento è descritto, ma gli autori originari dei Vangeli non pensavano di consultare le percezioni del piano fisico.

Così forte era allora già la consapevolezza che si avesse a che fare con qualcosa che è in relazione con i mondi sovrumani, e che fosse il più importante ottenere una relazione con i mondi sovrumani.

Dal mondo sensibile non si può conquistare una giusta relazione a questi eventi. Ciò che è accaduto diventa chiaro tramite l’Iniziazione. Si potrebbe dire: All’inizio della nostra cronologia visse un uomo, Gesù di Nazareth, nel suo trentesimo anno avrebbe sperimentato un certo cambiamento attraverso l’accoglienza del Cristo e dopo tre anni sarebbe stato crocifisso, questo significherebbe un evento della storia dell’umanità continua. Se si dicesse così, sarebbe il contrario di quello che impara l’Iniziato; sarebbe una questione dell’umanità sulla Terra, anche se ancora così spiritualizzato.

Su questo non sta il punto del principio iniziatico. In sostanza si potrebbe affermare, ma vi prego di non fraintendere, in modo radicale: inizialmente ciò che accadde a Golgota non era un evento che riguardasse gli uomini, nella misura in cui vivono sul piano fisico. Inizialmente! Non nel senso di un racconto secondo il quale un uomo avesse vissuto, Gesù di Nazaret, all’inizio della nostra era, che nel trentesimo anno della sua vita avesse subito una certa trasformazione attraverso l’assunzione del Cristo e fosse poi crocifisso nel trentatreesimo anno. Non così si racconta la verità iniziatica del cristianesimo. Bisogna dire all’incirca così: colui che deve essere iniziato al principio cristiano sperimenta quanto segue. Alla Terra era preceduto uno stato lunare. Durante questo stato lunare gli esseri luciferici rimasero indietro. Questi esseri luciferici si svilupparono accanto agli esseri divino-spirituali che proseguivano il loro corso. Nel tempo lemuriano Lucifero si avvicinò agli uomini, si insinuò nell’evoluzione umana terrestre e causò ciò che fu caratterizzato ieri. Così Lucifero fu presente nell’intera evoluzione umana. Se l’evoluzione dell’umanità fosse continuata così con Lucifero, gradualmente sarebbe accaduto che la missione della Terra non avrebbe raggiunto il suo obiettivo.

L’umanità si sarebbe inaridita, l’Io umano si sarebbe staccato, sarebbe fuoriuscito dall’evoluzione divino-spirituale.

Sulla luna antica, un certo numero di esseri appartenenti ai mondi sovrumani, per così dire, sperimentò che Lucifero era decaduto, si era contrapposto loro in modo ostile. Così gli dèi dovevano vedere che Lucifero era divenuto il nemico dell’evoluzione divina progressiva. Inizialmente si può mettere completamente da parte ciò che gli uomini ne ritraevano.

Consideriamo questo come una questione degli dèi e dei loro nemici, degli esseri luciferici, e consideriamo l’umanità come una creazione degli dèi. Tale era la situazione. Esiste una certa particolarità nei mondi spirituali, nei mondi sovrumani. Lì non esiste qualcosa che esiste sulla Terra: non c’è la morte in tutte le sue forme. Nei mondi sovrumani ci si trasforma, ma non si muore. Metamorfosi, non nascita e morte, esiste là. Ad esempio le anime di gruppo che sono nei mondi sovrumani non muoiono, bensì si trasformano, si metamorfosano. Nascita e morte non sussistono laddove il mondo fisico non ha mai esercitato la sua azione. Solo dove le proprietà del mondo fisico sono già passate in qualche misura negli esseri del mondo sovrumano, là c’è qualcosa che si può considerare analogo alla morte, come negli spiriti della natura; ma non possiamo addentrarci in ciò oggi.

Nel vero mondo sovrumano non c’è nascita e morte, bensì solo trasformazione, metamorfosi. Negli esseri divino-spirituali, che vanno designati come creatori degli uomini, nascita e morte non hanno luogo. Anche Lucifero non si incarna come essere umano nel mondo fisico. Agisce negli uomini, attraverso gli uomini, usa gli uomini per così dire come suo veicolo. Dunque abbiamo a che fare con gli dèi e con gli esseri luciferici che guardano giù sulle loro creazioni, per così dire. Se l’evoluzione fosse continuata così, se nulla fosse accaduto nel mondo degli dèi, allora l’intenzione degli dèi verso gli uomini non sarebbe stata realizzata. Lucifero avrebbe infranto il piano degli dèi.

Gli dèi dovevano portare un sacrificio, era loro affare, dovevano esperire qualcosa che penetrasse nella loro sfera in modo tale che gli dèi non potessero proprio esperirla se rimanessero nella loro sfera.

Dovevano mandare dal loro numero un essere sul piano fisico, che esperisse qualcosa che gli dèi nei mondi spirituali non potrebbero altrimenti mai esperire. Gli dèi dovevano mandare il Cristo sulla Terra per combattere il principio luciferico. Nel corso del tempo, quando il tempo fu compiuto, gli dèi, che si comprendono sotto il nome del mondo divino-paterno, mandarono giù il Cristo affinché conoscesse gli infiniti dolori degli uomini, che per un dio significano qualcosa di completamente diverso che per un uomo. Con ciò gli dèi sono entrati nella sfera terrestre per combattere gli spiriti luciferici.

Un dio dovette soffrire la morte sulla croce, la morte umana più vergognosa, come Paolo sottolinea particolarmente. Abbiamo potuto una volta nell’evoluzione terrestre essere testimoni, come guardando attraverso una finestra nei mondi spirituali, di una questione degli dèi. Prima, così dice il principio iniziatico, l’uomo doveva in ogni caso salire nei mondi divino-spirituali per diventare partecipe del principio iniziatico. Di fronte all’intera umanità sta il principio iniziatico nel Mistero del Golgota, un evento che è insieme sensibile sul piano fisico, se gli uomini lo vogliono solo vedere, e sovrumano, una vera questione degli dèi. L’essenziale è che una volta un dio passò attraverso la morte, come compenso per Lucifero, e gli uomini poterono assistere. Questo è ciò che il principio iniziatico offre come sapienza cristiana, ed è l’origine vera della fiducia nel fatto che agli uomini come uomini può affluire una forza che possa portarli oltre la sfera terrestre e oltre la morte: perché una volta gli dèi risolsero la loro questione sulla Terra e lasciarono che gli uomini assistessero. Perciò ciò che emana dal Mistero del Golgota è qualcosa di universalmente umano. E se già ogni dolore, ogni sofferenza, ogni morte ha il suo effetto, perfino quelli che gli uomini infliggono agli animali, anche questa morte ha il suo effetto.

Questa morte era un seme che gli dèi avevano seminato, era qualcosa che rimase legato alla Terra e da allora è rimasto legato così, è rimasto legato in modo tale che ogni uomo, attraverso la fiducia, attraverso l’amore verso i mondi spirituali, lo troverà.

Lo trova! L’iniziato riconosce che è così; l’uomo credente e fiducioso sente che dall’ambito spirituale gli può venire aiuto per il suo aspirare, se riesce a sviluppare abbastanza fede e fiducia.

In un modo molto determinato questo si svilupperà. Coloro che erano contemporanei degli iniziati egizi: questi iniziati attraverso l’iniziazione resero chiara ai discepoli tutta la tragedia del conflitto degli dèi con Lucifero, mentre nei loro misteri rappresentavano simbolicamente di fronte agli uomini il mito di Osiride-Set. Ieri abbiamo già considerato quali sentimenti il mito di Osiride-Set suscitava negli egizi. Là viveva il Divino-Spirituale a cui gli uomini volevano giungere; lo chiamavano Osiride. Ma sulla Terra l’uomo non può unirsi a Osiride, deve prima passare attraverso la porta della morte. Sulla Terra Osiride non poteva vivere, fu subito fatto a pezzi; non era questo il luogo per ciò che era incarnato in Osiride. L’ultima epoca culturale prima di quella greco-latina guardava al di là verso il Cristo, verso il principio di Osiride come verso un aldilà. Poi venne il tempo greco, interamente pervaso dal sentimento che sia meglio essere un mendicante nel mondo superiore che un re nel regno delle ombre. Nel tempo in cui questo si sentiva ancora all’interno della Grecia, nell’antica epoca eroica, allora si sentiva tutta la discrepanza dell’Io pervaso dal principio luciferico con l’organizzazione umana continua. Allora gli uomini sentivano che il quarto periodo culturale postatlantico si svolgeva così che dovevano premere dentro molto di ciò che si poteva vivere proprio sulla Terra. Da qui l’anormale, lo strano di quel periodo. In nessun altro periodo cade un numero così grande di strani seguiti di incarnazioni come in questo quarto periodo.

Allora gli uomini qui sulla Terra dovevano sopportare molte cose, perché guardavano più alla Terra che al mondo oltremondano, come aveva fatto ancora il terzo periodo culturale.

I Greci non apprezzavano questa incorporazione in Osiride, guardavano piuttosto a mettere dentro le incarnazioni umane stesse il più possibile, volevano vivere il massimo nelle incarnazioni. Da qui il fatto straordinario che Pitagora, il grande iniziatore di una certa direzione della cultura greca, in un’incarnazione precedente combatté come eroe troiano dalla parte dei Troiani, come dice lui stesso di essere stato l’eroe troiano che viene descritto opportunamente in Omero, e che si riconobbe come nemico dei Greci perché riconobbe di nuovo il suo scudo.

Quando Pitagora racconta di essere stato Euforbo, l’Antroposofia insegna a comprendere pienamente questa confessione. I Greci hanno posto un peso particolare su ciò che le singole incarnazioni fisiche significavano per loro, anche i più grandi tra loro. Ma il quarto periodo postatlantico doveva anche portare gli uomini a sentire i mondi spirituali nel loro significato pieno, poiché in quel tempo cadde il Mistero del Golgota.

Mentre nel mondo greco gli uomini apprezzavano soprattutto il mondo esteriore, allora in un angolo sconosciuto della Terra accadde il Mistero del Golgota, allora gli dèi risolsero la loro stessa questione sulla scena terrestre, dove gli uomini risolvono ordinariamente i loro affari umani. Se l’Egizio guardava alla morte quando pensava al suo Osiride, così nel quarto periodo postatlantico si imparò a conoscere come esistesse una forma religiosa contemporanea in cui viveva l’impulso che poteva portare agli uomini il sentimento che in questo mondo fisico accadesse qualcosa che era in realtà una questione divina, la vivida smentita di ciò che i Greci avevano creduto fino ad allora: è meglio essere un mendicante nel mondo superiore che un re nel regno delle ombre. Poiché ora i Greci conobbero colui che discese come re dal regno degli dèi e visse il suo destino come mendicante sulla Terra tra gli uomini. Questa era la risposta al sentimento del quarto periodo postatlantico.

Ma è anche quel complesso di sentimenti dal quale possono emanare i raggi per la futura evoluzione terrestre.

L’Egizio aveva guardato a Osiride, che per lui era il Cristo, per unirsi a lui dopo la morte; nel quarto periodo postatlantico si vide il Mistero del Golgota come l’atto contemporaneo che insegnava agli uomini che nel mondo fisico si era svolto un evento che era una questione degli dèi.

Viviamo nel quinto periodo postatlantico. Nel nostro quinto periodo postatlantico gli uomini aggiungeranno al resto i grandi insegnamenti del Karma, impareranno a comprendere il loro Karma. Nel nostro quinto periodo postatlantico gli uomini vivono il terzo atto che si conclude logicamente dopo l’atto di Osiride e dopo l’atto del Mistero del Golgota. Impareranno a comprendere la rappresentazione: sono stato collocato sulla Terra dalla nascita; il mio destino è sulla Terra, sperimento gioia e dolore, devo comprendere che ciò che sperimento come gioia e dolore non mi viene incontro invano, che è il mio Karma e che mi viene incontro perché è il mio Karma, il mio grande educatore. Guardo a ciò che era prima della mia nascita, che mi ha collocato in questa incarnazione, perché questo mio destino è necessario per il mio ulteriore sviluppo. Chi mi ha inviato? Chi mi terrà così a lungo nel mio destino su questa Terra finché non avrò pagato il mio Karma? Lo dirò con gratitudine al Cristo, che gli uomini possono essere sempre di nuovo chiamati a soffrire i loro destini finché non abbiano pagato il loro Karma sulla Terra. Perciò Gesù di Nazaret, da cui parlava il Cristo, non poteva dire agli uomini: cercate il più in fretta possibile di uscire dal corpo fisico, ma doveva dire loro: vi terrò nel vostro destino su questa Terra finché non abbiate pagato il vostro Karma.

Dovete pagare il vostro Karma. Gli uomini, man mano che ci avviciniamo al futuro, impareranno che erano uniti al Cristo prima della nascita, che da lui hanno esperito la grazia di pagare il loro vecchio Karma nelle incarnazioni. Così gli uomini del quarto periodo postatlantico guardavano a Gesù di Nazaret come al portatore del Cristo.

Così gli uomini del nostro tempo impareranno che il Cristo sempre più spiritualmente si manifesterà e sempre più governerà i fili del Karma negli affari della Terra.

Conosceranno questa potenza spirituale come quel destino che i Greci non potevano ancora riconoscere: ciò che porterà gli uomini a pagare il loro Karma nel modo più adeguato nelle prossime incarnazioni. Come a un giudice, come a un signore del Karma guarderanno gli uomini, nella successione delle incarnazioni, al Cristo, quando sperimentano il loro destino. Così gli uomini staranno al loro destino, così saranno spinti ad approfondire sempre più le loro anime, fino a poter dire a loro stessi: questo destino non mi è assegnato da una potenza impersonale, questo destino mi è assegnato da ciò di cui sento una parentela nel mio più intimo essere. Nel Karma stesso percepisco ciò che è affine al mio essere. Amo il mio Karma, perché mi rende sempre migliore. Così si impara ad amare il Karma, e allora questo è l’impulso a riconoscere il Cristo.

Gli uomini hanno imparato ad amare il loro Karma solo attraverso il Mistero del Golgota. E questo continuerà sempre più avanti, e gli uomini impareranno sempre di più che sotto l’influsso di Lucifero solo la Terra non avrebbe mai potuto raggiungere il suo obiettivo, che l’evoluzione dell’umanità avrebbe dovuto rovinarsi sempre più senza il Cristo. Ma il cristianesimo non vede il Cristo come una personalità, come il fondatore di un sistema religioso astratto. Nel nostro tempo odierno un fondatore di religione secondo le esigenze del nostro tempo porterebbe solo discordia. Non da una personalità parte l’iniziazione cristiana, bensì da un fatto, da un atto divino impersonale che si è svolto di fronte agli occhi degli uomini.

Perciò questo Mistero del Golgota, da ciò che si è svolto all’inizio della nostra era, da cui proviene il seme di questa morte unica, che ora cresce come l’amore dell’uomo verso il suo destino, verso il suo Karma, è stato tramandato all’umanità in un modo particolare.

Abbiamo visto che la morte che gli uomini infliggono agli animali ha una certa conseguenza.

La morte a Golgota agisce come un seme nell’anima umana che sente la sua relazione al Cristo. Così fu con il Mistero del Golgota: uno è morto, come possiamo prendere un seme e metterlo nella Terra affinché germini nel campo e si moltiplichi ciò che è spuntato dall’unico seme. Così la morte di un dio sulla croce fu realizzata. Il seme fu sparso a Golgota, il suolo era l’anima umana; ciò che germina sono le relazioni dell’uomo con il Cristo sovrumano, che non scomparirà mai dall’evoluzione della Terra, che sempre in modi completamente diversi apparirà agli uomini.

Come gli uomini l’hanno visto fisicamente nel tempo del Mistero del Golgota, così in un futuro prossimo si eleveranno a un’immagine eterica del Cristo: vedranno il Cristo come lo vide Paolo. Ciò che l’iniziazione cristiana contiene è stato preservato nel simbolo del Santo Graal, è stato portato in quella comunità che impartisce l’iniziazione cristiana. Per coloro che ricevono l’iniziazione cristiana, ciò che qui è detto non è una teoria astratta, non un’ipotesi, bensì un fatto dei mondi sovrumani. La cura dell’iniziazione cristiana fu affidata a coloro che erano custodi del Santo Graal e più tardi ai custodi della comunità della Rosa-Croce. Impersonale dovrebbe agire, per tutta la sua natura, ciò che promana dall’iniziazione cristiana. Tutto il personale dovrebbe esserne escluso; poiché il personale ha portato solo litigi e discordia all’umanità e li porterà sempre più in futuro. Perciò è una legge severa per coloro che, simbolicamente parlando, servono il Santo Graal, o, veramente parlando, servono la cura dell’iniziazione cristiana, che nessuno di coloro che hanno un ruolo guida di primo ordine all’interno della Fratellanza del Santo Graal o della comunità della Rosa-Croce, né loro né quelli che vivono nel loro intorno, possono parlare dei segreti che in essi operano, prima che cento anni dopo la loro morte siano trascorsi.

Non c’è alcuna possibilità di scoprire quale sia la natura di una personalità guida di primo ordine prima che cento anni dopo la sua morte siano trascorsi.

Questa è una legge severa all’interno della comunità della Rosa-Croce dalla sua fondazione.

Chi è una guida all’interno della comunità della Rosa-Croce, di ciò esotericamente non apprenderà mai nessuno, prima che cento anni siano trascorsi dopo la sua morte. Allora ciò che ha dato è già passato nell’umanità, è divenuto un bene obiettivo dell’umanità. Perciò tutto il personale è escluso. Mai sarà possibile indicare una personalità nel corpo terrestre come portatrice del mistero cristiano. Solo cento anni dopo la morte di una tale personalità questo sarebbe possibile. Questa è una legge che tutti i fratelli della Rosa-Croce ben osservano. Mai un fratello della Rosa-Croce indicherà una personalità vivente come una guida di primo ordine riguardo a ciò che deve fluire come iniziazione cristiana nell’umanità. Come nei tempi antichi si poteva già profeticamente indicare coloro che sarebbero venuti, come ai profeti andavano innanzi i loro precursori, i loro profeti, come questi profeti indicavano i fondatori di religioni che sarebbero venuti più tardi, come al tempo di Gesù di Nazaret i contemporanei, ad esempio il Battista, indicavano colui che era loro contemporaneo, così l’organizzazione spirituale dell’umanità fu necessariamente cambiata dopo il Mistero del Golgota in modo tale che non possa più essere della natura dei profeti indicare una personalità che verrà o che è presente.

Bensì a una personalità che è stata portatrice del mistero cristiano, quella realtà spirituale che è stata provata dai cuori umani, solo cento anni dopo che è passata attraverso la porta della morte dal piano fisico, sarà indicata. Tutte queste cose non accadono per arbitrio umano, ma dal fatto che devono accadere. Devono accadere perché l’umanità ora sta di fronte a un tempo in cui l’amore, la pace e la comprensione devono diffondersi nel processo dell’evoluzione umana. Si diffonderanno però solo se impariamo a prendere ciò che è in modo impersonale, se impariamo a rappresentare ciò che è stato dato all’umanità nel corso dell’evoluzione umana, in cui la verità ha operato.

Non più desidereremo, quando come Occidentali ci presentiamo a un Buddhista, di persuaderlo o costringerlo con la forza a diventare cristiano, perché crediamo che ciò che gli è stato dato lui stesso, e ciò che è contenuto come il più profondo nella sua religione, lo guiderà già al Cristo.

Crediamo soprattutto alla sua stessa verità. Non offendiamo i sentimenti del Buddhista dicendo che non è vero che il suo fondatore di religione, dopo aver vissuto come Bodhisattva tra gli uomini, come Buddha non ha più diritto a incarnazioni fisiche. Per questo portiamo pace all’interno delle confessioni religiose. Così in futuro il Cristiano comprenderà il Buddhista, così il Buddhista comprenderà il Cristiano. Il Buddhista che comprenderà il Cristianesimo dirà: comprendo che il Cristiano fa dell’Impersonale il suo principio religioso, un fatto impersonale, il fatto del Mistero del Golgota, una questione divina, dove l’uomo può assistere e ricevere ciò che può unirlo con il Divino. Nessun Buddhista intelligente verrà e dirà al Cristiano che il Cristo può essere incarnato in un corpo fisico. Vedrà piuttosto in questo una violazione del vero principio religioso. Nessuna nuova confessione che susciti discordia con un capo religioso di natura personale sarà in questo modo posta nel mondo, bensì il principio iniziatico stesso, con la sua pace, la sua armonia, il suo modo di suscitare comprensione, porterà a tutte le religioni una comprensione vivificante e non vorrà imporre la verità di una religione all’altra. Come il Buddhista orientale risponderebbe all’Occidentale che gli dicesse che il Buddha potrebbe apparire in corpo carnale, rispondendo: allora non comprendi nulla di ciò, allora semplicemente non sai che cosa sia un Buddha, così il Buddhista che ha colto il vero nervo del Cristianesimo e rappresenta la conoscenza spirituale con serietà e dignità, risponderebbe a colui che gli parlasse di un Cristo incarnato nella carne: non comprendi il Cristianesimo, se credi che il Cristo torni in corpo carnale, comprendi il Cristianesimo non più di chi creda che il Buddha possa apparire in corpo carnale.

Ciò che il Cristiano, se è Antroposofo, sempre concederà al Buddhista, il Buddhista, se è Antroposofo, lo concederà anche al Cristiano.

E così ogni confessore di ogni confessione religiosa della Terra.

Così l’Antroposofia porterà la grande unione comprensiva, la sintesi delle confessioni religiose sulla Terra.

I MISTERI DEI REGNI DEL CIELO

9°I misteri dei regni dei cieli in parabole e in figura reale

Colonia, 7 Maggio 1912

Introduzione al tema Quale significato la teosofia deve acquistare progressivamente per l’uomo contemporaneo e dei tempi futuri, lo si comprende soltanto lentamente e gradualmente.

Lo si comprende quando ci si immedesima nella comprensione di determinate cose, che sono indicate negli scritti religiosi e occulti, sebbene di solito non vengano approfondite adeguatamente.

Si potrebbe indicare un numero infinito di passi in questi scritti religiosi e occulti la cui profondità non viene affatto riconosciuta, perché gli uomini li osservano soltanto superficialmente. Oggi voglio riferirmi a un passo straordinariamente profondo nei Vangeli: «A quelli che stanno fuori, tutto viene esposto in parabole, affinché guardino e pur non vedano, ascoltino e pur non comprendano, intendano e pur non afferrino. Ma a voi saranno rivelati i misteri dei regni del cielo — non in parabole, bensì nella loro vera forma».

Generalmente non si riflette sulla profondità infinita di un simile passo. Che cosa significa, e dove sono queste parabole fondamentali di cui il Cristo parla ai suoi discepoli? Le parabole più importanti sono proprio quelle che comunemente non vengono affatto riconosciute come parabole.

Natura come parabola del divino L’uomo percepisce quello che vede nel regno minerale, vegetale e animale accanto a sé sul piano fisico, come una realtà, come qualcosa che esiste realmente. Vede questo animale, quella pianta e si immagina che siano cose veramente presenti. Osserva processi nell’aria e nell’acqua e si immagina che siano processi realmente esistenti. Non è così. Tutti questi processi nei regni naturali intorno a noi, tutto ciò che si svolge nell’aria e nell’acqua, non sono altro che processi nel mondo spirituale che si manifestano attraverso quello che accade nel fisico. Sono manifestazioni di processi spirituali. Questi ultimi costituiscono la vera realtà.

Nulla è reale se non il mondo spirituale; e solo quando siamo in grado di riconoscere lo spirituale in tutte le cose e i processi, allora abbiamo riconosciuto la realtà nella verità.

Tutto nel mondo fisico ha solo il valore di una parabola per ciò che vi sta dietro — il mondo spirituale. Tutti i processi nel regno animale e vegetale dobbiamo imparare a considerarli così, e anche tutto ciò che osserviamo nel regno umano, ciò che produce impressione sulla ragione e sull’intelletto. Tutto questo non è nulla se non parabole, e solo colui che impara a decifrarle giunge alla realtà vera.

Gli uomini così camminano attraverso il mondo, osservano i processi e non sanno che questi sono soltanto parabole. La natura stessa parla agli uomini attraverso parabole; la realtà comincia a essere parlata soltanto quando si parla dello spirito. Il Cristo Gesù espone ai suoi discepoli, in immagini tratte dalla natura, processi che appartengono allo spirito. Parla del seme che viene seminato e sperimenta le più svariate sorti. Questo non può essere che una parabola, perché le cose della natura sono esse stesse parabole. Ma quando fa comprendere ai suoi discepoli che egli è uno con la natura spirituale di tutta l’esistenza, che deve passare attraverso la morte, che quello che in lui vive e che deve essere immerso nella morte per poi risorgere come forza nelle anime e nei cuori umani — una forza che egli dovrà dare a tutti gli uomini mediante questa morte — allora parla della realtà, perché parla dello spirito e di ciò che accade mediante questo spirito. Per questo motivo è vera conoscenza soltanto quando l’uomo, gradualmente, penetra i misteri del mondo in modo da riconoscere quello che gli si presenta esteriormente come parabola di processi spirituali. In verità, l’anima dell’uomo si arricchisce in modo fruttuoso soltanto quando può trovare questo atteggiamento nei confronti del mondo esterno.

Il ritmo naturale come specchio del divino Quando il mondo esterno comincia a mostrarsi progressivamente illuminato dallo spirito, l’uomo vi si immedesima diversamente rispetto a prima, trova dappertutto le tracce dello spirito nei suoi ritmi. Osserviamo in noi stessi un evento ritmico che si ripete continuamente: l’addormentarsi e il risveglio.

Sappiamo che l’uomo, entro ventiquattr’ore, deve ripetere questo risplendere della normale coscienza diurna e nuovamente l’oscuramento nello stato di sonno.

Se allora ci chiediamo quale sia il grande evento nel mondo che sia paragonabile a questo cambio ritmico tra sonno e veglia nell’uomo, probabilmente molti penseranno al cambio ritmico nel regno vegetale — la crescita delle piante in primavera e il loro appassimento in autunno. L’uomo vede le piante sbocciare e germogliare in primavera e nell’estate, vede i frutti maturare in autunno mediante la forza del sole che fluisce nella terra in primavera e in estate. Apparentemente tutto è estinto nell’inverno, per poi sbocciare nuovamente in primavera. Potrebbe paragonare il suo proprio risveglio al mattino con il risveglio della natura fisica, e il suo addormentarsi con l’appassimento in autunno. Ma questo sarebbe un grave errore nel quale non dobbiamo cadere se vogliamo guardare alla verità. ## La vita notturna del corpo fisico e eterico Che cosa sperimentiamo quando ci addormentiamo?

Il corpo astrale e l’Io abbandonano il corpo fisico e quello eterico. Se osservassimo quello che il corpo fisico e quello eterico compiono durante la notte, potremmo notare che svolgono un’attività completamente diversa da quella che si potrebbe paragonare all’appassimento in autunno. Però questo lo si può osservare soltanto quando si guarda al corpo fisico e a quello eterico dal mondo spirituale. Allora li vediamo comportarsi diversamente rispetto al giorno. Durante il giorno osserviamo che si consumano, e quando siamo stanchi la sera, questo è solo un segno che abbiamo consumato il nostro corpo fisico e quello eterico. La vita nella piena coscienza diurna è una rovina, un’estenuazione del nostro corpo fisico e di quello eterico. La sera sono estremamente consumati; allora ci addormentiamo. E quando guardiamo spiritualmente a loro, vediamo come nel corpo fisico e in quello eterico cominci un’attività puramente vegetativa, che possiamo paragonare a quella che avviene in primavera. Lì comincia quasi a fiorire, a germogliare, a verdeggiare nel corpo fisico e in quello eterico, come se all’interno dell’uomo si verificasse qualcosa di paragonabile a quello che avviene fuori in natura durante la primavera.

Dobbiamo dunque paragonare il momento dell’addormentarsi alla primavera, e quanto più profondamente penetriamo nella notte del sonno, tanto più è vero che quello che si svolge all’interno dell’uomo possiamo paragonarlo a quello che avviene in estate fuori nella natura.

Perché questa attività vegetativa nel nostro corpo diventa sempre più intensa. Poi, al risveglio, è come lo stato autunnale nella natura fuori. Con il risveglio della coscienza subentra quello che porta lo stato estivo all’appassimento, e nel corso della giornata si presenta una tale aridità del corpo fisico e di quello eterico che causa lo stesso effetto dello stato invernale fuori, quando le piante sono appassite e l’attività vegetativa è morta. Nel senso della scienza dello spirito, dobbiamo quindi paragonare l’addormentarsi alla primavera e il risveglio all’autunno.

I cicli della terra come specchio dei cicli umani All’addormentarsi — dunque nello stato primaverile — il corpo astrale e l’Io abbandonano il corpo fisico e quello eterico. Fuori nella natura avviene veramente così: gli spiriti della terra, che sono collegati con il regno vegetale, si liberano in primavera, per così dire, dal fisico del mondo vegetale, e questo allora entra veramente in un vero stato di attività operante. Nel corso dell’estate questi esseri spirituali collegati con il regno vegetale dormono, e in inverno si svegliano e attraversano la massa planetaria. Si potrebbe domandare: durante l’inverno su un emisfero terrestre, non è estate sull’altro? Ebbene, il gioco ritmico è tale che gli spiriti della terra, quando abbandonano l’emisfero nord durante l’estate, si dirigono verso l’emisfero sud. Attraversano e circondano ritmicamente la terra. Lo stesso accade nell’uomo. Egli crede che il suo pensiero, la sua coscienza si trovino soltanto nella testa, e quando di notte esce da essa, crede che non ci sia più in lui nulla che pensi. Ma in verità la metà inferiore del suo corpo è attiva, e ivi si svolge un pensiero e una coscienza di natura diversa rispetto a quella umana, così che ivi avviene pure un circondare ritmico all’interno del corpo dell’uomo. In primavera possiamo dire: gli spiriti della terra cominciano a dormire; si sono ritirati dalla parte della terra dove è estate.

Allora vi è la vita vegetativa come nell’uomo quando si addormenta e in lui comincia la vita vegetativa.

In inverno invece gli spiriti della terra si svegliano. Allora sono uniti con la terra come nel corso della giornata la coscienza desta dell’uomo è in lui. Quando in estate stiamo sulla terra, abbiamo intorno a noi la natura fisica che esulta nel suo aspetto fisico. Tutto germoglia e sboccia nel mondo vegetale, e anche tutti gli esseri spirituali inferiori, che sono i costruttori della crescita vegetale, sono lì in attività. In inverno invece, quando il manto di neve si stende sulla terra, quando l’attività vegetativa dorme, sappiamo che le entità divine più elevate, che creano, operano e tessono nello spazio cosmico, sono intorno a noi, che la vita divina più alta, la coscienza divina agisce nella terra. Questo non è così quando è estate. È questo che la vera scienza dello spirito ci insegna a riconoscere.

Il significato spirituale delle festività La scienza dello spirito, che sa penetrare con piena e consapevole chiarezza in queste cose, sa che l’uomo, se non solo le ha nella testa in modo teorico, ma le può anche sentire con il cuore, può dire: o tu, forza primaverile ed estiva che ti avvicini, tu porti tutto nella natura fisica al germoglio e alla fioritura, tu chiami gli esseri elementari fuori dalla terra al loro compito. E durante l’estate, nel mezzo dell’estate, questi esseri elementari inferiori celebrano qualcosa come un’estasi, come un parossismo. Questo è il momento in cui avviene il solstizio estivo, la festa di San Giovanni. Poi viene l’autunno e il periodo invernale, e allora l’uomo dovrebbe sentire nel più profondo dell’anima: con il venir meno delle forze solari esterne fisiche, con l’avvicinarsi del periodo invernale, quando tutto fuori muore, quando diventa più scuro e sempre più scuro, allora le forze divine-spirituali più elevate si uniscono con il frammento di terra su cui viviamo. Allora ci sentiamo come avvolti in queste entità spirituali più elevate, sentiamo di appartenervi nella più profonda intimità dell’anima. Così sentiamo la più profonda devozione quando sappiamo che possiamo assistere, con il sopraggiungere dell’inverno, alle forze spirituali primitive — originarie — dell’uomo, come si manifestano immediatamente nel nostro ambiente.

Riconoscerle è la vocazione della teosofia.

Essa porterà chiarezza a tutti gli uomini su queste cose. Sappiamo che la teosofia è chiamata a restituire all’uomo quello che un tempo egli possedeva nella chiaroveggenza sognante e ottusa. Ci si riapre il recupero di un’eredità antichissima dell’uomo. Per gli uomini era un’originaria rivelazione chiaroveggente sognante, e ne abbiamo le testimonianze che così era. Perciò la festa di San Giovanni è posta nel mezzo dell’estate, perché deve condurre gli uomini alla consapevolezza: adesso il fisico è massimamente sviluppato, adesso gli esseri elementari inferiori celebrano un’estasi nello sviluppo delle loro forze più potenti. Il periodo della festa di San Giovanni è stato stabilito da un’antica consapevolezza umana. In questa estasi del fisico l’uomo dimentica il suo spirituale, vi si abbandona pienamente alla magnificenza immediata della natura fisica. Ma questi antichi chiaroveggenti sapevano altrettanto bene che in inverno le forze spirituali più elevate si uniscono con il nostro corpo terrestre. Perciò quella consapevolezza antica, ovunque potesse operare, ha collocato la festa intesa a indicare che l’uomo si sente unito con lo spirituale della terra — la festa di Natale — nel mezzo dell’inverno. La festa dell’essenza divina, dello spirito terrestre, un’umanità che sapeva chiaroveggentemente non poteva mai collocarla nel tempo estivo, bensì doveva festeggiarla nel tempo invernale.

Nel periodo di consacrazione, l’anima si sentiva unita con le forze divine-spirituali che allora penetrano la terra. La festa di Natale appartiene all’inverno, come la festa di San Giovanni appartiene all’estate.

Quando ci si accorge di come le feste ci parlano vivamente nel senso in cui l’antica consapevolezza umana le ha stabilite, allora ci si sente spiritualmente uniti con il significato di queste feste. Si riconosce che cosa attraverso una simile conoscenza debba essere suscitato nell’anima umana.

La festa di Pasqua come manifestazione della verità cosmica Lo scendere della luce solare esterna fisica, delle forze celesti fisiche sulla terra in primavera e il ritirarsi dello spirito nelle sfere sacre — come nella notte il suo spirito si ritira nel mondo spirituale — è meravigliosamente espresso nella festa di Pasqua, che è determinata in modo tale che le stelle e gli astri vengono usati per la determinazione di questa festa.

Come visibilmente gli spiriti si addormentano in primavera, questo è espresso mediante questa costellazione.

È caratteristico della nostra epoca materialistica il fatto che si pensi di fissare, di stabilire la festa di Pasqua — e così di rinunciare a quello che le conferisce significato — per motivi di praticità industriale e commerciale. Un’autentica espressione dello spirito materialistico dei nostri tempi! Per la conclusione di determinati conti può essere comodo che Pasqua non si celebri una volta in aprile e l’anno dopo in marzo, ma proprio questa determinazione della festa di Pasqua secondo la costellazione in cielo esprime come il terrestre e il celeste cooperano insieme. In questa istituzione delle feste riposa una grande saggezza dell’umanità primitiva. Certo, gli interessi commerciali prevarranno probabilmente, e si fisserà Pasqua a una data esterna; ma sarebbe male per ciò che l’umanità dovrebbe conservarsi, se si dimenticasse il significato di una festa così importante.

Perciò la teosofia avrà il compito, anche se la festa di Pasqua viene fissata secondo interessi esterni, di continuare a contarla come una festa mobile, che soltanto dalla costellazione di sole, luna e stelle può essere determinata. Accanto a una Pasqua materialistica vi sarà quindi una Pasqua spirituale che continueremo a celebrare nei nostri cuori, così che rimaniamo consapevoli della connessione con il mondo spirituale. Questa Pasqua spirituale sarà una parabola del processo spirituale: in primavera si addormentano le coscienze delle entità spirituali più elevate, emergono le coscienze di entità inferiori. In autunno invece si svegliano le potenze divine elevate, che nella loro coscienza rimangono unite alla terra. Se si sente veramente questo, allora gradualmente si riconoscerà anche che l’uomo appartiene interamente allo spirito e che la natura fisica esterna è soltanto una parabola.

E sempre più l’uomo desidererà sapere come egli stia nei confronti dello spirito, non però come stia nei confronti della natura esterna — la parabola.

Astromani e insegnamento stellare nel quinto periodo postatlantideo Viviamo nel quinto periodo postatlantideo, e più volte è stato fatto notare che questo periodo è una ripetizione del terzo, del periodo egiziano.

Viviamo così che nel nostro pensare, sentire e volere emerge quello che viveva nell’antico egizianesimo. Nel periodo egizio-caldaico, gli uomini dovevano sviluppare principalmente il loro collegamento con il mondo stellare. In questo periodo fu scoperta l’astrologia e particolarmente coltivata. Allora gli uomini sapevano direttamente, mediante chiaroveggenza, come la costellazione stellare è collegata con la vita e il destino dell’uomo. Guardavano profondamente nei misteriosi nessi tra lo spazio stellare e il destino umano. Ci sono stati spiriti straordinariamente grandi nei tempi moderni in cui questo continuava a operare. Erano pure stati incarnati nel periodo egizio-caldaico, e nelle incarnazioni successive brillava loro, come direttamente da una forza interiore dell’anima, un profondo, intuitivo sapere astrologico. Così era nel Giuliano Apostata rinato, presso Tycho Brahe. Egli ha attribuito molta importanza a quel misterioso nesso, a come il destino umano può essere pensato connesso con quello che come forme misteriose si forma nelle costellazioni stellari. La scienza di oggi ritiene incontestabilmente che Tycho Brahe fosse un grande astronomo, che aveva scoperto un numero di nuove stelle in cielo, che aveva disegnato una carta stellare. Per questo è perdonabile, dicono gli scienziati, che fosse anche un astrologo che profetizzava alle persone cose diverse dalle stelle. Gli scienziati lo perdonano perché, mediante le sue profonde conoscenze astrologiche, profetizzò la morte del Sultano Solimano mentre insegnava all’università di Rostock. Glielo perdonano ancora, perché mediante una tale previsione stupì il mondo, e dicono: era solo una debolezza di questo grande uomo per il resto, su cui bisogna sorvolare. E glielo perdonano anche perché la morte del Sultano avvenne effettivamente esattamente secondo la profezia! In Tycho Brahe vediamo la saggezza egiziana antica risplendere di nuovo. Essa deve brillare nel nostro tempo, che è una ripetizione del periodo egiziano. Oggi dobbiamo ricercare il nesso del terrestre con il divino. Ma allora non dobbiamo soltanto guardare fuori nello spazio celeste, dobbiamo bensì studiare le parabole per i mondi divini che troviamo nel mondo fisico.

Le troviamo nel più piccolo e nel più grande.

Se ad esempio studiamo come su ogni pianta vi siano gli inserimenti di foglie, scopriremo, seguendo la linea, come intorno al fusto si inserisca foglia dopo foglia, una linea a spirale. Vediamo che le foglie crescono in spirali ritmiche intorno al fusto dove il fusto è rigido. In altre piante, per esempio nella carota selvatica, vediamo il fusto stesso descrivere questa linea a spirale. Gli uomini non prestano attenzione a simili cose. Se le studiassero, farebbero una nuova scoperta. Vedrebbero che questo movimento a spirale dipende da forze che non sono affatto sulla terra, che agiscono giù dai pianeti. Questi pianeti compiono un movimento a spirale nello spazio celeste e agiscono in modo tale che inducono le piante a fare il medesimo movimento a spirale intorno al loro fusto. Il fusto cresce però dal basso verso l’alto. Mediante questo movimento è interrotto questo movimento a spirale. Questa è la forza che compie la conclusione verso l’alto, che porta il fiore alla formazione. Questa forza va dalla terra al sole e viceversa. Un tipo di pianta è assegnato a un pianeta, un altro a un altro con il loro movimento. Verrà un tempo nel quale si saprà come si muove Venere o un altro pianeta. Non lo si saprà da un calcolo astronomico esterno, bensì si studieranno le piante che sono esseri di Venere e che nel loro movimento a spirale sono un’immagine speculare in piccolo del movimento assoluto di Venere. Lassù Venere descrive la grande spirale nello spazio cosmico, e le piante l’imitano nel loro movimento, nelle loro piccole spirali. I pianeti imprimono i loro scritti nella terra nella crescita vegetale, e il sole compie la conclusione. Si effonde su tutto e governa quello che i pianeti fanno. Nella crescita a spirale delle piante si studierà la cooperazione dei regni terrestri con i regni celesti.

La crescita vegetale è parabola per fatti di esseri spirituali nello spazio mondiale. ## La ricerca della correlazione tra i regni naturali e il cosmo In questo modo si troverà, per i singoli esseri fisici, la loro appartenenza allo spazio mondiale.

Li si collegherà alle azioni nello spazio mondiale, e così ci si conquisterà gradualmente l’appartenenza di minerali, piante, animali e anche dell’uomo nei suoi atti e nei suoi destini allo spazio mondiale.

Nel piccolo cominciamo a studiare simili cose nel modo in cui oggi le abbiamo esaminate qui dal punto di vista della scienza dello spirito.

Occorrerà ancora molto tempo prima che la scienza intraprenda questi cammini e prima che dalle fonti occulte si studieranno queste cose nella loro vera connessione. Ma deve accadere. Quando ci si oppone al mondo nel senso dello sviluppo occulto odierno e si assume tutto l’esteriore come segno e parabola, si avrà nel nostro «Calendario dell’anima» una guida. Ma non si deve credere che i segni per le immagini dello zodiaco significhino questi ultimi stessi. Il segno dell’Ariete non significa la costellazione dell’Ariete, bensì che sole o luna si trovano in un determinato rapporto a questa costellazione e che vi operano forze particolari. Non significano qualcosa di collocato nello spazio, ma che forze agiscono così o così. Quello che si chiama spazio è una fantasia. Forze spirituali agiscono da ogni dove, e come agiscono, lo esprimono questi segni. Quando il sole per esempio al mattino, quando sorge, si trova al di sopra della costellazione dei Pesci, questa costellazione è l’espressione di una forma completamente determinata dell’agire di forze spirituali giù sulla terra.

Il Calendario dell’anima come pratica della scienza dello spirito Tutto questo possiamo sentire e trasformare in conoscenza immaginativa. Quello che può sgorgare dalle nostre anime quando sentiamo veramente quello che dalle entità spirituali irraggia su di noi, abbiamo cercato di esprimerlo nel calendario che per quest’anno è apparso all’interno del movimento teosofico. Vi troviamo altri segni che non i tradizionali segni antichi di calendario, come nuova espressione di quello che le anime debbono imparare di nuovo in questo periodo. Si sono sviluppati in modo che fu seguito, con il sentimento non con l’intelletto, quello che come cambio ritmico sulla nostra terra abbiamo proprio considerato: l’addormentarsi degli esseri spirituali collegati alla nostra terra in primavera, il loro risveglio in autunno.

Un rinnovamento di queste cose che dalla saggezza primaria chiaroveggente sono state versate nelle nostre feste, è necessario.

Debbono essere rinnovate, perché nel quinto periodo sorge di nuovo quello che fu sapienza del terzo periodo.

Certamente deve apparire agli estranei come l’estrema torsione che abbiamo posto l’anno 1879 all’inizio del nostro calendario. Allora volevamo attirare l’attenzione sul fatto che è straordinariamente importante prendere l’anno del Mistero del Golgota come inizio della nostra cronologia, e non l’anno della nascita di Gesù. Di venerdì, il 3 aprile dell’anno 33, alle tre del pomeriggio, ebbe luogo il Mistero del Golgota. E allora ebbe luogo pure la nascita dell’Io nel senso in cui l’abbiamo spesso caratterizzato. Ed è completamente indifferente in quale punto della terra vive l’uomo, o a quale confessione religiosa appartiene: quello che attraverso il Mistero del Golgota è venuto nel mondo, vale per tutti gli uomini. Come vale per tutto il mondo che Cesare è morto in un determinato giorno, e non vale per i Cinesi un giorno diverso e per gli Indiani un altro, così è un semplice fatto della vita occulta che il Mistero del Golgota si verificò in quel giorno e che si ha a che fare con la nascita dell’Io. È un fatto di natura completamente internazionale. E ci si deve meravigliare che da una certa parte si affermi che quello che qui viene praticato, questa nostra teosofia rosacrociana, che guarda al Mistero del Golgota come al centro di tutto, sia una teosofia soltanto adatta alla germanicità e non idonea per gli altri popoli.

Dove si affermano tali cose, effettivamente non si ha l’inclinazione di occuparsi con simili cose come quelle che qui pratichiamo. Allora semplicemente non si comprende nulla di Cristo e del Mistero del Golgota. Si mettono in circolazione distorsioni, e purtroppo tali distorsioni vengono anche credute. Ma è sacro dovere preservare gli uomini dall’errore. È bensì un compito non gradevole dire loro simili verità, ma deve accadere. Allora si dice in un altro luogo che diritti uguali valgono per tutti, ma si viola il diritto da soli. Non si tratta del fatto che si affermino o si stampino determinate cose, ma che tra noi regni la verità e che la verità sia nostra legge sacra.

Il nuovo calendario e la misura del tempo spirituale Vogliamo nel nostro calendario esprimere la nascita dell’Io.

Ma ciò è collegato al fatto che abbiamo dovuto prendere il momento di questa nascita come punto di partenza. Quindi dovevamo contare da Pasqua a Pasqua, e non da Capodanno a Capodanno. Se per questo si dà forse nuovo scandalo e viene provocato nuovo scherno e dileggio, questo poco ci deve preoccupare, poiché sappiamo che se volessimo sempre soltanto ripetere un antico, già esistente nello stesso modo, non nascerebbe una vita nuova. Lo stesso, sempre ripetuto, è il morto; il diverso, inserito nello stesso, è la vita. Un compito di vita, però, è il nostro calendario.

E se l’abbiamo fatto ora molto male, lo faremo meglio l’anno prossimo. Importante soprattutto è la seconda parte, il «Calendario dell’anima». Lì ho cercato di raccogliere, settimana per settimana, tali formule di meditazione come l’anima può vivamente e interiormente meditare, e che agiscono nell’anima in modo tale che quest’ultima trovi la connessione tra la propria esperienza interiore e quello che attraverso esseri divini-spirituali è diretto nel corso dei tempi. Veramente al vivere di questi esseri conducono queste meditazioni, se vengono eseguite seriamente e devotamente. Lunga esperienza occulta e ricerca è stata concentrata in queste cinquantadue formule, che possono essere le formule temporali per una vita interiore dell’anima, che per mezzo di loro può essere collegata ai processi dell’esperienza divino-spirituale. Sono qualcosa di atemporale, che rappresenta la relazione tra lo spirituale e l’osservato sensibile. Ognuno riconoscerà gradualmente il valore di questo «Calendario dell’anima», che conserverà il suo significato per tutti gli anni, e troverà gradualmente la strada dall’anima umana fuori nello spirito che vive e tesse in tutto l’universo. Ma non è così facile farsi proprie completamente queste formule di meditazione nel loro senso profondo. Per questo l’anima umana ha bisogno di anni e ancora anni. Così in questo calendario non si documenta un semplice capriccio che è venuto improvvisamente, bensì un’azione che sta in organica connessione con tutto il nostro movimento, e gradualmente sarà riconosciuto il perché in esso questo è così e quello diversamente.

10°Preannunzio e araldica dell'impulso del Cristo. Lo Spirito del Cristo e i suoi rivestimenti: un messaggio di Pentecoste

Colonia, 8 Maggio 1912

Il giorno odierno richiede un’introduzione alle nostre meditazioni.

È infatti il giorno che noi nel movimento teosofico designiamo come il «giorno del loto bianco», giorno che ogni anno ci ricorda il distacco dal piano fisico di Helena Petrowna Blavatsky, la fondatrice del movimento teosofico in tempi moderni.

Basta accordare leggermente una corda che risuona in ogni anima qui presente per evocare sentimenti di ammirazione, venerazione e gratitudine verso quella individualità che dimorò sulla terra come Blavatsky e nuovamente ha acuito lo sguardo dell’uomo verso gli antichissimi, sacri misteri dell’umanità.

Da questi misteri è sempre scaturito per gli uomini tutto ciò di cui lo sviluppo spirituale necessita in forze e impulsi.

H. P. Blavatsky, affrontando consapevolmente il compito della nuova epoca, poté offrire in forma popolare quella sapienza mistagogica che le era accessibile. Proprio questa forma popolare si differenzia dal modo in cui la sapienza dei misteri è fluita attraverso canali e correnti segrete nell’operare e nel creare umano. È caratteristica della nuova epoca il fatto che ciò che prima era accessibile solo a pochi debba essere comunicato in forma più generale. Fu missione di Blavatsky agire per primo in consonanza con questo tratto della nuova epoca. Ella ha così rivolto lo sguardo dell’umanità verso qualcosa che è stato sacro in ogni tempo a coloro che lo sapevano. Questo deve essere reso evidente all’inizio della nostra meditazione odierna mediante la presentazione della poesia di un pensatore che la gran massa dei colti conosce — o meglio, non conosce — solo come un pensatore arido e concettuale, solamente come architetto e costruttore di edifici mentali distantissimi.

Ma questo pensatore possedeva in sé, come il più caldo sentimento, ciò che apparentemente aveva dato soltanto in costruzioni di idee cristalline.

Non sono solo idee l’abito di ciò che scaturisce dal suo cuore; questo lo dimostra in una poesia che rivolge proprio ai sacri misteri.

Hegel — come si può dire: il pensatore d’Europa — divenuto tanto noto agli uomini colti moderni che ancora oggi si trovano nelle biblioteche molti suoi libri dalle pagine non tagliate, ci ha lasciato una poesia scritta col sangue del cuore. Intendo la poesia «Eleusi», che ora sarà declamata dalla Signorina di Sivers. Con questa poesia vogliamo, dalla nostra cultura medio-europea, pagare il nostro tributo ai mani di H. P. Blavatsky. «Eleusi» A Hölderlin Intorno a me, in me dimora la quiete. La sollecitudine degli uomini affaccendati non conosce riposo. Mi donano libertà e otium.

Grazie a te, mia liberatrice, o notte!

— Il velo bianco di nebbia intesse il cerchio della luna, i confini incerti dei colli lontani.

Amichevolmente brilla il chiarore del lago là da lontano.

La noia del giorno che dura si allontana dalla memoria, come se tra esso e l’ora presente giacessero molti anni.

La tua immagine, caro, mi sta dinanzi, e il piacere dei giorni fuggiti.

Ma presto scema nella dolce speranza di rivederti.

Già mi si dipinge la scena dell’abbraccio ardente lungamente desiderato; poi la scena delle domande, dello spionaggio segreto, del reciproco scrutinio, di come in apparenza, in espressione, in sensibilità l’amico si sia trasformato da quel tempo; — la dolcezza della certezza di trovare il vecchio patto ancora fedele, più saldo e maturo, il patto che nessun giuramento suggellò: Di vivere soltanto per la verità libera, Pace con l’ordinanza, Che regola opinione e sentimento, mai, mai entrare! Ora il senso negozia con la realtà pigra, quella che leggera su monti e fiumi mi portò a te.

Ma presto il loro conflitto un sospiro annuncia, e con esso fugge il sogno delle dolci fantasie.

Il mio occhio si leva alla volta del cielo eterno, A te, o splendente stella della notte!

E tutti i desideri, tutte le speranze dimenticati fluiscono dalla tua eternità giù.

Il senso si perde nella contemplazione, Ciò che io chiamai me stesso svanisce. Mi abbandono all’immenso.

Sono in esso, sono tutto, sono solo esso.

Al pensiero che ritorna è estraneo, Gli fa orrore l’infinito, e stupefatto non comprende la profondità di questa contemplazione.

Al senso la fantasia rende vicino l’eterno. Lo unisce alla forma.

— Benvenuti, voi, Spiriti sublimi, alte ombre, Dalla cui fronte risplende la perfezione, Non mi spaventa.

Sento che è anche mia patria Lo splendore, la serietà che vi circonda.

Ah! Se ora si spalancassero i portali del vostro santuario, O Demetra, tu che troni in Eleusi!

Ubriaco d’entusiasmo sento io ora I brividi della tua vicinanza, Comprenderei le tue rivelazioni.

Interpreterei l’alto senso delle immagini, udrei Gli inni ai banchetti degli dèi, I sublimi insegnamenti del loro consiglio.

Ma le vostre sale sono mute, o dea!

Fuggito è il coro degli dèi sull’Olimpo Lontano dai profanati altari, Scomparso dal sepolcro dell’umanità disonorata Il genio dell’innocenza che qui l’aveva incantata.

La sapienza dei vostri sacerdoti tace.

Nessun suono della consacrazione santa Si è salvato fino a noi, e invano il ricercatore La curiosità più che l’amore Cerca la sapienza.

La posseggono i cercatori e ti disprezzano.

Per dominarla, scavano alla ricerca di parole, In cui il tuo alto senso fosse stato scolpito.

Invano! Solo polvere e cenere catturano, In cui la tua vita non tornerebbe mai loro.

Ma nella muffa e nel disanimato anche compiacquero Gli eternamente morti, i moderati!

— Invano! Non rimase Nessun segno delle tue feste, nessuna traccia d’immagine.

Al figlio dell’iniziazione era la pienezza degli alti insegnamenti, La profondità del sentimento inesprimibile troppo sacra, Tanto che non degnasse i segni aridi.

Già il pensiero non comprende l’anima Che, al di là del tempo e dello spazio, nel presentimento dell’infinito Immersa, si dimentica e ora di nuovo alla consapevolezza Si risveglia.

Chi ancora volesse raccontarne, Parlando con lingue d’angeli, sente l’indigenza delle parole.

Gli fa orrore, il sacro così piccolo pensato, Attraverso esse così piccolo fatto, che il dire gli Sembra peccato, E che tremando la bocca si chiuda.

Ciò che l’iniziato a se stesso così proibì, proibì una legge saggia Agli spiriti poveri: il non rendere noto Ciò che in notte sacra videro, udirono, sentirono.

Che non i migliori stessi anche il loro confusione suonare Nella sua devozione; il loro vacuo cicaleccio L’avrebbe fatto irritare contro il sacro stesso, questo non Così nel fango calpestato, che al Ricordo lo si affidasse, che non Divenisse gioco e merce dei sofisti, Che egli a peso d’obolo vendesse, Al mantello del baffeggiatore eloquente, o addirittura Alla verga già del fanciullo allegro e così vuoto Alla fine sarebbe, che egli solo nell’eco Di lingue estranee la radice della sua vita avrebbe.

Gelosamente i vostri figli, dea, portavano, Non il vostro onore in strada e piazza, lo custodivano Nel santuario interiore del petto.

Perciò non vivevi sulla loro bocca. La loro vita ti onora.

Nelle loro azioni ancora vivi.

Anche questa notte udii, sacra divinità, te.

Tu ti riveli spesso a me anche nella vita dei tuoi figli, Ti presago spesso quale anima delle loro azioni!

Tu sei l’alto senso, la fede fedele, Di una divinità, anche se tutto perisce, non vacilla.

In piena armonia mi sento con l’individualità di H.

P. Blavatsky, quando proprio in questo giorno devono essere pronunciate alcune parole, si potrebbe dire, della più pura e chiara verità su di lei.

Era suo proprio, quando era pienamente se stessa, voler innanzitutto essere verace.

Pertanto l’onoriamo al meglio quando volgiamo verso di lei i nostri pensieri grati e pronunciamo alcune poche parole della più pura verità.

H. P. Blavatsky manifestava nella sua interezza, nella sua individualità, quale forza interiore, quale impulso potente appartenesse a quel movimento spirituale che noi chiamiamo movimento teosofico.

Per confermare ciò, basti richiamare l’attenzione alla prima grande opera di H.

P. Blavatsky, la «Iside Svelata».

Questo libro produce sul lettore ordinario l’impressione veramente di un’opera caotica, dove tutto è mescolato.

Ma chi prende questa opera affermando che esiste un’antica sapienza, custodita nei misteri, che appunto è stata custodita in molti tempi lontani da sguardi profani, e chi sa che non negli scritti umani esterni, bensì in società segrete è stata preparata questa sapienza, costui trova certamente ancora caos nel libro, ma anche qualcosa d’altro.

Trova infatti per la prima volta un’opera che audacemente espone certi segreti dei misteri davanti al mondo profano.

E chi queste cose comprende, trova come infinitamente molte cose siano state interpretate correttamente, così come solo gli iniziati potevano interpretarle.

L’impressione caotica rimane, e la si può spiegare mediante la seguente osservazione ragionevole: la personalità esteriore di H.

P. Blavatsky, per quanto era incarnata nel suo corpo fisico, col suo intelletto, anche con le sue proprietà personali, la sua simpatia e antipatia, essa ci mostra, nel modo in cui la «Iside Svelata» è stata scritta, che essa non poteva far scaturire dalla sua personalità, dalla sua propria anima, quello che doveva dare al mondo.

Comunica cose che essa stessa non poteva comprendere; e se si prosegue questo ragionamento, allora esso è una prova che individualità spirituali superiori hanno utilizzato il corpo e la personalità di H.

P. Blavatsky per comunicare ciò che era necessario, ciò che doveva fluire nell’umanità.

Proprio perché non si può attribuire a Blavatsky quello che ha dato, proprio questo è una prova vivente che quegli individui che sono con il movimento teosofico, i Maestri della Sapienza e dell’Armonia dei Sentimenti, trovarono in lei uno strumento.

Coloro che in queste cose vedono chiaramente, sanno che le cose non provengono da lei stessa, che hanno fluito attraverso lei da alte individualità spirituali.

Naturalmente oggi non è opportuno parlare dettagliatamente di queste cose.

Si potrebbe allora sollevare una domanda, e spesso viene sollevata: perché mai quelle alte individualità scelsero proprio la Signora Blavatsky come strumento?

Perché tuttavia era il più idoneo.

Perché non fu scelto come strumento uno di quei dotti signori che praticavano la religionistica comparata?

Abbiamo solo bisogno di considerare il più grande, venerabilissimo conoscitore dei sistemi religiosi orientali, il grande Max Müller, e dai suoi stessi giudizi vedremo perché egli non poté annunciare quello che dovette essere comunicato mediante lo strumento umano della Signora Blavatsky.

Aveva un giudizio singolare su ciò che H.

P. Blavatsky aveva comunicato sulla sapienza religiosa orientale; disse: quando da qualche parte sulla strada si vede un maiale che grugnisce, allora non lo si trova affatto meraviglioso; ma se un uomo sulla strada cammina e grugnisce come un maiale, allora lo si trova molto meraviglioso. Voleva così essere detto: chi non distorce nel senso di Max Müller quello che è sistema religioso orientale, sia come un uomo che grugnisce come un maiale.

Del resto mi sembra che anche in questo paragone non ci sia molta logica, poiché, quale ragione si avrebbe di essere particolarmente stupiti se un maiale grugnisce? Al contrario, se un uomo grugnisce, è già un’arte, non lo può fare chiunque.

Questo paragone è dunque alquanto zoppo; ma che esso potesse essere fatto del tutto, dimostra che la personalità di Max Müller non era la giusta.

Così dovette essere scelta una personalità che intellettualmente non stava particolarmente in alto, e questo naturalmente aveva tutti i possibili inconvenienti.

Blavatsky ha così introdotto nell’ampio messaggio tutta la simpatia e l’antipatia del suo carattere fortemente appassionato.

Aveva ora una forte antipatia verso quella visione del mondo che fluisce dai documenti antichi e nuovi testamentari; aveva una forte antipatia verso l’elemento ebraico e cristiano.

Ma una cosa è necessaria per riconoscere la sapienza primigenia dell’umanità nella sua forma più pura: stare di fronte alle rivelazioni che provengono dai mondi superiori con piena equanimità di sentimenti.

L’antipatia e la simpatia formano una sorta di nebbia davanti al nostro occhio interiore.

Così accadde che Blavatsky fu sempre più spinta a procurarsi una nebbia davanti a sé, e poteva vedere chiaramente solo quello che era passato attraverso le cosiddette tradizioni puramente ariane.

Lo vide nelle sue profondità spirituali con particolare chiarezza, ma fu resa così unilaterale; e così accadde che nella sua seconda grande opera, la «Dottrina Segreta», presentò unilateralmente la possente, antica religione ariana primigenia.

Non si deve cercare il Mistero del Sinai e del Golgota presso la Blavatsky, perché le era contraria l’antipatia.

Perciò fu guidata verso potenze che con grande vigore e grande chiarezza potevano darle tutto ciò che è al di fuori del cristianesimo.

Questo è da cercare nei meravigliosi versetti dello «Dzyan» che Blavatsky ha comunicato nella «Dottrina Segreta».

Ma fu così anche deviata dal sentiero dell’iniziazione nel mondo fisico, che nella «Iside Svelata» certamente emerge, ma solo in raggi spezzati.

Nella «Dottrina Segreta» invece Blavatsky poté rappresentare solo, perché soggiacque a un’iniziazione unilaterale, questa corrente unilaterale, che era guidata da quella visione del mondo non cristiana.

Così nella «Dottrina Segreta» nacque un libro singolare, in cui stanno le più grandi rivelazioni che l’umanità poté ricevere in quel tempo.

Stanno cose in esso che sono messe in evidenza anche in un’altra scrittura: nelle lettere dei «Maestri della Sapienza e dell’Armonia dei Sentimenti», le cosiddette lettere dei Maestri.

Lì si trova di nuovo un massimo che è stato rivelato all’umanità.

Ma vi sono anche altre parti nella «Dottrina Segreta».

Ci sono ad esempio comunicazioni estese sulla teoria della massa.

Proprio chi dal retto intendimento conta i versetti dello Dzyan e le lettere dei Maestri tra il massimo che è stato comunicato all’umanità, riceve dalle parti molto estese sulla teoria della massa l’impressione che esse provengano da qualcuno che ha sofferto di monomania scritturale, che ha sempre scritto quello che gli veniva in mente e non poteva togliersi la penna di mano.

E vi sono altre parti in cui la profonda natura appassionata parla di cose scientifiche senza che vi sia una precisa conoscenza della materia.

Così la «Dottrina Segreta» è un libro assemblato insieme da cose che si dovrebbero escludere, ma anche da cose della più alta sapienza.

Questo diviene comprensibile se lo si affianca alla spiegazione di un profondo conoscitore e buon amico della Blavatsky.

Egli dice: la Blavatsky era propriamente un triplo essere.

Innanzitutto era la piccola, brutta donna, con un pensiero illogico, con carattere appassionato, che sempre si irritava per qualcosa, che era bensì buona d’animo, amorevole e compassionevole, ma certamente non quello che si chiama una donna di talento.

In secondo luogo era, quando le grandi verità parlavano da lei, una scolara dei grandi Maestri: allora cambiavano i suoi lineamenti, i suoi gesti, allora era un’altra, allora i mondi spirituali parlavano da lei.

Poi vi era ancora un terzo, che era un’apparizione regale: imponente, dominante su tutto.

Questo era nei rari momenti in cui i Maestri stessi parlavano da lei e si manifestavano nelle sue parole e nei suoi scritti.

Coloro che sono animati dal senso di verità distingueranno sempre attentamente, anche nelle opere della Blavatsky, di che cosa si tratta. Nessun più grande servizio potrebbe essere reso proprio alla Blavatsky, a cui rivolgiamo oggi lo sguardo, che riconoscerla alla luce della verità; nessun più grande servizio potrebbe esserle reso che condurre il movimento teosofico alla luce della verità.

Era naturale che all’inizio del movimento teosofico stesse una direzione individuale; ma grande e significativo è divenuto, necessario è divenuto, aggiungere un’altra corrente a questo movimento teosofico. È divenuto necessario aggiungere alla corrente del movimento teosofico ciò che dalle fonti occulte scorre dall’elemento rosacrociano dal 14° secolo e che era inaccessibile alla Blavatsky. Così oggi siamo pienamente consapevoli che adempiamo il significato del movimento teosofico, perché non solo riconosciamo le professioni orientali e le visioni del mondo, ma aggiungiamo anche le visioni del mondo che hanno trovato la loro espressione nelle rivelazioni del Sinai e nel Mistero del Golgota.

E forse può essere accennata proprio oggi una domanda: sta la larghezza, la comprensione inclusiva del vero impulso che dovrebbe stare nel movimento teosofico, nel fatto di aggiungere alla visione del mondo di H.

P. Blavatsky quello che all’inizio non poté esserle dato, ovvero sta la larghezza nel fatto che si elevi un’opinione speciale della più dubbiosa specie a dogma e la si designi come larghezza, come l’inclusività del movimento teosofico? Da parte mia dico senza veli: so che commetteremmo peccato contro lo spirito di H. P. Blavatsky, che ora si trova nel mondo spirituale, se seguissimo la seconda via. So che non si commette peccato contro questo spirito, ma gli si rende giustizia, se si fa quello che oggi vuole: se si aggiunge al movimento teosofico quello che egli non fu capace di dare mentre era nel corpo terrestre. E so che non parlo contro, bensì in piena armonia con la Blavatsky quando dico: una cosa mi piacerebbe, che il nostro flusso occidentale si affermi in questo movimento teosofico. Molte conoscenze e verità si sono aggiunte negli ultimi anni. Assumiamo pure, assumiamo veramente, che tra cinquant’anni tutto dovrebbe essere corretto, assumiamo che nessuna pietra del nostro edificio mentale, come le cose sono oggi presentate, potrebbe restare sull’altra, che la ricerca occulta nei prossimi cinquant’anni dovrebbe rettificare tutto da capo: tutto questo per me dovrebbe essere caratterizzato solo così che dovessi dire: è possibile, ma una cosa rimarrà di ciò che noi qui vogliamo, e affinché questo rimanga, lì si dirige lo sforzo principale del nostro movimento teosofico occidentale.

Quella cosa unica sia che si dirà che vi è stato un movimento teosofico che nel campo dell’occultismo non ha voluto portare a valenza nient’altro se non quello che è scaturito dal più puro, dal più incontaminato senso di verità. Questo è il nostro sforzo, che questo una volta si dica. Mi piacerebbe piuttosto che cose ancora dubbiose non fossero dette, che non fosse deviato in alcun modo da quello che nel più puro senso di verità può essere responsabilizzato davanti alle potenze spirituali.

Da ciò segue un’altra cosa, cioè che qui e là qualcuno si sente chiamato a dire: perché rifiutate questo o quello che appare nel movimento teosofico?

Questo non è tollerante! Altri possono collegare la tolleranza con un concetto diverso; noi usiamo questi concetti così che ci sentiamo obbligati a preservare l’umanità da ciò che non può resistere al puro senso di verità. Si può distorcere quello che facciamo: noi non cederemo, cercheremo di compiere il nostro compito così da rifiutare tutto ciò che dobbiamo rifiutare, se serviamo a ciò che è stato appena espresso.

Perciò, ma soltanto quando qualcosa viene in disarmonia col nostro sentimento di verità, lo rifiutiamo. Non conosciamo altri motivi, altri sentimenti. Non parleremo, perdendoci in frasi banali, di uguaglianza di opinioni, di fratellanza e così via; sapremo che anche l’amore tra gli uomini può prosperare soltanto se è sincero e vero. Questo essere animati dal puro senso di verità, sia detto oggi particolarmente in questo giorno festivo. Così facendo, dal fatto che del nuovo si è così aggiunto, molte cose si sono manifestate che possono contribuire alle spiegazioni dei segreti dell’universo. Le cose non vengono dette per mettere in ombra una grande cultura o un movimento religioso dell’umanità rispetto a un altro. Quanto spesso è stato detto che, se guardiamo alla prima epoca postatlantica con la sua cultura spirituale dei santi Rishi, abbiamo in questa prima epoca di cultura postatlantica qualcosa che era più elevato nello spirituale di tutto ciò che è seguito.

Egualmente non ci viene in mente di fare torto al buddhismo; anzi, mettiamo particolarmente in evidenza i suoi pregi, sappiamo che esso ha dato all’umanità cose che il cristianesimo dovrà ancora conquistarsi nel futuro. Ma enormemente significativo è che sempre di nuovo richiamiamo l’attenzione sulla differenza che proprio tra la cultura orientale e quella occidentale si rivela. La cultura orientale parla soltanto di quelle individualità che sono passate attraverso lo sviluppo attraverso varie incarnazioni. Parla ad esempio la cultura orientale dei Bodhisattva e li parla come individualità che compiono l’evoluzione dell’umanità più rapidamente.

Guarda però soltanto a quello che come individualità va di incarnazione in incarnazione, e che in una determinata incarnazione un tale Bodhisattva diventa un Buddha.

Allora un tale Bodhisattva è arrivato così lontano, quando è divenuto un Buddha (cosa che solo sulla terra può fare), che non ha più bisogno di discendere in un corpo carnale.

Si ha dunque, quanto più risaliamo indietro, soltanto l’individualità in vista, e poco si sottolinea l’incarnazione singola. Si parla molto più del Buddha come di una fase, di una dignità che anche altri Bodhisattva possono raggiungere nel corso della loro vita, che del Buddha storico, il Principe Shuddhodana. In Occidente le cose vanno diversamente. Abbiamo attraversato una cultura in cui non parliamo affatto dell’individualità che va di vita in vita, ma la cultura occidentale è giunta a valutare la singola personalità. Parliamo di Socrate, Platone, Cesare, Goethe, Spinoza, Fichte, Raffaello, Michelangelo e li pensiamo in una sola incarnazione. Non parliamo dell’individualità che va di incarnazione in incarnazione, bensì della personalità; parliamo soltanto di un Socrate, di un Platone, Goethe e così via, soltanto di una sola espressione che questa individualità ha trovato, di questo solo parliamo. La cultura occidentale era destinata a portare a valenza la singola personalità, a darle forma fresca e caratteristica e ad astenersi da quello che come individualità passa da una vita all’altra. Ora però siamo di nuovo di fronte al riconoscimento graduale di come attraverso le singole personalità passa l’individualità eterna.

Ora sperimentiamo come l’umanità tende a guardare a quello che vive da una personalità all’altra. Questo significherà una nuova accensione dell’anima umana, una luce che porta nuovo intendimento, che si diffonderà sulle anime umane. Come verrà compresa la singola personalità umana, come la si afferrerà, questo possiamo vederlo in un singolo esempio. Rivolgiamo lo sguardo a una tale figura come il Profeta Elia. Dapprima lo si considera il Profeta Elia per se stesso.

L’essenziale però, su cui si focalizza l’attenzione nel Profeta Elia, è che in un certo modo ha preparato il Mistero del Golgota.

Ha mostrato che l’impulso di Jahvè è qualcosa che può essere compreso e concepito soltanto nell’Io.

Non ha potuto indicare l’intera importanza dell’Io umano: è una fase intermedia nella conoscenza dell’Io tra l’idea di Mosè di Geova e l’idea cristiana di Cristo. Così il Profeta Elia ci appare come un potente araldo, come un preannunciatore dell’impulso di Cristo, di ciò che è accaduto attraverso il Mistero del Golgota. E così ci appare grande e possente. Ora proseguiamo osservando un’altra figura. Dalla prospettiva occidentale siamo abituati a considerarla come una singola personalità. Guardiamo a Giovanni il Battista. La mentalità occidentale la circoscrive come personalità. Noi però la conosciamo come araldo dello stesso Cristo, come colui che visse quale precursore di Cristo, come colui che per primo pronunciò parole: rinnovate il vostro assetto d’anima, poiché il regno dei cieli è vicino. Egli indicò completamente quello che doveva diventare impulso attraverso il Golgota: che nell’io umano si trova un intero, un divino, che il Cristo-io deve entrare sempre più nell’io umano, e che l’impulso per questo è vicino. Ora apprendiamo tramite la scienza dello spirito che è vero ciò che anche la Bibbia suggerisce: che la medesima individualità che visse nel profeta Elia visse in Giovanni il Battista.

Così colui che doveva essere araldo del Cristo si era consumato come Elia, ritorna come Giovanni il Battista ed è di nuovo araldo del Cristo, così come era opportuno per la sua epoca. Ora queste due figure si uniscono per noi. La cultura orientale procede diversamente: si rivolge direttamente alle individualità e trascura la singola personalità. Volgiamo ora lo sguardo oltre e troviamo quella figura singolare del Medioevo che nacque, come per indicare esteriormente che sta alla spiritualità in modo particolare, un Venerdì santo nell’anno 1483, e se ne andò da giovane nel trentasettesimo anno di vita, quella che ha agito così potentemente per quello che donò all’umanità: la figura di Raffaello.

Fu nato un Venerdì santo, come per indicare che è legato a quello che si celebra nel Venerdì santo.

Cosa può sperimentare la mentalità occidentale nel senso della scienza dello spirito dalla figura di Raffaello? Quando affrontiamo questa figura con i mezzi della scienza dello spirito, possiamo sperimentare che fece molto di più per la diffusione del cristianesimo, per il vivere di un cristianesimo interconfessionale nei cuori e negli animi degli uomini, che tutti gli interpreti teologici, che tutti i cardinali e i papi della sua epoca. Davanti allo sguardo di Raffaello può essersi presentato quello che sta negli Atti degli apostoli: come uno si accosta agli ateniesi e dice (anche il gesto è lì raffigurato): abitanti di Atene, voi avete reso sacrifici agli dèi in segni esterni. Ma c’è una conoscenza di quel Dio che in tutte le vite dimora e trama. Questo è il Cristo, che passò attraverso la morte e risorse, e così diede all’uomo l’impulso verso la resurrezione. Gli uni non ascoltarono e gli altri lo trovarono strano. Nel sentimento di Raffaello questo divenne quell’immagine che oggi troviamo in Vaticano, che porta il nome scorretto «La Scuola di Atene».

In realtà mostra la figura di Paolo che insegna agli ateniesi l’essenza fondamentale del cristianesimo. Così Raffaello dette qualcosa che appare come un’araldica del cristianesimo che sta al di sopra delle confessioni. Questo è stato poco compreso fino a ora, il profondo significato di questa immagine non si è ancora aperto agli uomini. Se prendiamo le altre immagini di Raffaello, dobbiamo dire: da quello che i papi e i cardinali compirono allora, che diedero all’umanità, veramente nulla è rimasto. In quel tempo Raffaello operò in modo che oggi vive veramente.

Quanto poco lo compresero nei tempi precedenti, lo si vede dal fatto che Goethe a Dresda non ammirò affatto la Maddalena Sistina; poiché aveva sentito da un funzionario del museo quello che era opinione diffusa allora, che il Bambino Gesù avesse nello sguardo qualcosa di volgare, che i due angeli in basso potessero essere stati dipinti solo da un dilettante, che la Madonna stessa così come la vediamo non potrebbe provenire da Raffaello, dovrebbe essere stata ridipinta.

Possiamo scorrere tutta la letteratura del diciottesimo secolo, troveremmo appena qualcosa su Raffaello, persino Voltaire non lo menziona.

E oggi! Oggi le persone possono essere protestanti o cattolici o qualunque altra cosa, nelle anime di tutti agiscono le immagini di Raffaello. Si può vedere come nella Maddalena Sistina un grande mistero cosmico si imprime nei cuori umani, e in futuro si potrà costruire su di esso, quando l’umanità sarà guidata a un cristianesimo interconfessionale, ampio e comprensivo, che oggi la scienza dello spirito già rappresenta; si potrà costruire sul fatto che sugli animi umani ha agito qualcosa di meravigliosamente misterioso come la Maddalena Sistina. Più volte ho già indicato che quando l’uomo guarda negli occhi dei bambini, può sapere che da quegli occhi infantili guarda fuori qualcosa che non è entrato nell’esistenza attraverso la nascita, che lasciano trasparire profondità dell’anima umana. Chi osserva i bambini nelle immagini mariane di Raffaello vede che dai suoi occhi infantili guarda il divino, l’occulto, il sovrumano, che ancora è legato al bambino nei primi tempi dopo la nascita. Questo si può osservare in tutte le immagini infantili di Raffaello, salvo una sola.

Un’immagine di bambino non si potrà così interpretare, ed è il Bambino Gesù della Maddalena Sistina. Chi guarda negli occhi di questo Bambino sa che più di quello che può essere in un uomo guarda già da questi occhi. Raffaello fece questa differenza: che in questo unico Bambino della Maddalena Sistina vive qualcosa che è puramente spirituale, un’essenza di Cristo già pre-sperimentata. Così Raffaello è un araldo che ha proclamato il Cristo spirituale, che viene di nuovo compreso dalla scienza dello spirito.

E tramite la scienza dello spirito apprendiamo che è ancora la medesima individualità che visse in Elia e in Giovanni il Battista, che visse anche in Raffaello.

E impariamo a comprendere che il mondo in cui si trovava come Giovanni il Battista risorge di nuovo in Raffaello per il fatto che accenna al rapporto in cui sta verso l’evento storico di Cristo, nascendo un Venerdì santo.

Qui troviamo il terzo araldato dopo Elia e Giovanni il Battista. Ora capiamo molte cose dalle domande che chi guarda lontano deve porsi quando osserviamo la figura di Giovanni il Battista. Egli muore la morte del martire prima che l’evento del Golgota non si avvicini, partecipa al tempo dell’alba del Mistero del Golgota, il tempo delle profezie, della previsione, per così dire il tempo dell’esultanza, ma non partecipa al tempo del lamento, della sofferenza.

Se questo stato d’animo ora si perpetua nella personalità di Raffaello, non lo troviamo comprensibile che Raffaello con tanta dedizione dipingesse immagini mariane, immagini di bambini? Comprendiamo allora perché non dipingesse alcun tradimento di Giuda, nessun portare la croce, nessun Golgota, nessun monte degli Ulivi? Le immagini che esistono in questo modo devono essere state dipinte su commissione: in esse davvero non si esprime l’essenza di Raffaello. Perché proprio queste immagini non stanno in Raffaello? Perché come Giovanni il Battista non partecipò più al Mistero del Golgota. E poi, quando si osserva così la figura di Raffaello, che ha vissuto attraverso i secoli e ancora oggi vive, e si volge lo sguardo a quello che oggi ancora esiste e che è già distrutto delle sue opere, e quando si considera che tutto ciò che esiste nel materiale deve percorrere il cammino della corruzione, allora si sa bene che ciò che vive in queste immagini sarà accolto prima che esse scompaiano nelle anime degli uomini.

Certo ci saranno riproduzioni per molti secoli; ma ciò che può solo dare un’idea della personalità di Raffaello, di quello che Raffaello era, di quello che lui stesso ha creato, si dissolverà, diventerà polvere, spariranno le sue opere. E niente di terrestre, niente su questa terra è capace di preservarla. Ma tramite la scienza dello spirito ci diviene chiaro che ciò che vive come individualità in Raffaello, ciò che se l’è conquistato, lo porta oltre, e questo conquistato riappare con lei.

E quando apprendiamo che questa medesima individualità riappare nel poeta Novalis, e quando prendiamo il primo annuncio di Novalis, che appare come un’alba di una nuova vivente idea di Cristo, allora ci diciamo: molto prima che sparisca dal mondo esterno quello che Raffaello ha compiuto, molto prima l’individualità di questa personalità è di nuovo presente per dare in forma nuova quello che ha da dare all’umanità.

Quanto bene è stato che per un tempo la cultura occidentale considerasse solo la personalità circoscritta, che abbiamo imparato ad amare una personalità già dalla sua vita singola! Quanto infinitamente arricchita diviene ora la nostra anima quando apprendiamo come l’eterno dell’uomo va da personalità a personalità! E se queste personalità ci appaiono ancora così diverse, da qualche parte troveremo comprensione attraverso quello che la scienza dello spirito può darci in fatti concreti sulla reincarnazione umana e il karma.

Non tanto dalle concezioni e dottrine generali, ma proprio da quello che può portare luce nel particolare, l’umanità avrà qualcosa. Allora molte cose che possono essere ottenute solo attraverso la visione intuitiva e la ricerca occulta, possono allacciarsi a queste cose; allora possiamo finalmente dirigere lo sguardo al Mistero del Golgota stesso, possiamo ricordare che al trentesimo anno della vita di Gesù di Nazaret in lui l’essenza di Cristo entrò e passò attraverso il Mistero del Golgota. Se oggi si parla del fatto che l’essenza di Cristo non può più incarnarsi in un corpo carnale, si deve dire che questo in realtà non è mai stato affermato.

Perché anche allora il corpo carnale era il rivestimento di Gesù di Nazaret, in cui scese l’essenza spirituale di Cristo. Non è come per altre individualità che si costruiscono il corpo da sé; ma nel corpo che Gesù di Nazaret aveva preparato, l’essenza di Cristo scese solo dopo. Certo allora si fuse con lui. Così in realtà non possiamo neanche parlare di un’incarnazione carnale di Cristo. Queste sono cose che per chi sa sono naturalmente ovvie.

Ma ora sappiamo che attraverso questo impulso di Cristo qualcosa è venuto sulla terra, qualcosa è fluito nell’umanità, che giova a tutta l’umanità, diffondendosi nelle culture dell’umanità.

Così ciò che passò attraverso la morte è come un seme che si moltiplica e può entrare nelle singole anime degli uomini e germinare. Poiché sappiamo che l’essenza di Cristo, che passò attraverso la morte e così scese nella terra, fu accolta dal corpo di Gesù di Nazaret, ci domandiamo: cosa ne sarà quando la terra avrà raggiunto il suo fine, il suo termine?

Il Cristo che si avvicinò da lontananze terrestri e si unì alla terra, al suo termine sarà il reale sulla terra, sarà lo spirito della terra. Certo è già anche ora, ma allora le anime umane saranno compenetrate da lui, gli uomini formeranno un tutto con lui. Ora chiediamo qualcosa di diverso. Abbiamo imparato che dobbiamo considerare come maya l’uomo nella sua forma sulla terra. Questa forma si dissolve con la morte: è un’immagine illusoria quello che si presenta come forma esterna del corpo umano davanti all’uomo. Non rimarrà la forma esterna del corpo fisico, così come non resteranno i corpi fisici delle piante, degli animali e i minerali. I corpi fisici passeranno in quello che si dissolve, quello che diventa polvere di vastità. Quello che si vede, la terra fisica, scomparirà completamente, non sarà più. E i corpi eterei? Hanno senso solo finché devono rinnovare corpi fisici; neanche loro saranno più presenti. Quando la terra avrà raggiunto il suo fine, cosa resterà di tutto quello che l’uomo vede? Niente più, assolutamente niente, niente di lui, niente degli altri esseri dei restanti regni naturali.

Quando il spirituale sarà libero, della materia resterà niente se non polvere senza forma, perché solo lo spirito è reale.

Ma una cosa allora sarà realmente diventata, quella che prima non era affatto unita alla terra, con la quale le anime umane si uniranno, una cosa allora sarà reale: lo spirito di Cristo. Esso sarà l’unica realtà che potrà restare dalla terra. Ma come viene lo spirito di Cristo ai suoi rivestimenti spirituali?

Ai rivestimenti in cui continuerà ad agire?

È sceso come impulso, quasi come l’anima della terra, nella sfera terrestre al Mistero del Golgota.

Anche nell’essenza di Cristo deve formarsi qualcosa che potrebbe dirsi i suoi rivestimenti. Da dove una tale essenza prende i suoi rivestimenti? Non come accade all’uomo, ma anche il Cristo avrà una specie di corpo fisico spiritualizzato, una specie di corpo eterico e una specie di corpo astrale. Di che cosa consisteranno questi corpi? Queste sono cose che per ora possono solo essere indicate. Il Cristo è sceso attraverso il battesimo nel Giordano nei rivestimenti di Gesù di Nazaret. Questi ha utilizzato; in essi ha vissuto, in essi ha consumato la cena con i suoi discepoli, in essi ha attraversato il Getsemani, in essi è stato insultato e deriso, in essi ha attraversato il Mistero del Golgota. Poi è sorto e da allora vive come spirituale della terra unito con lei; si crea qualcosa di simile a quello che l’uomo ha nel suo rivestimento.

A poco a poco nel corso delle epoche intorno all’impulso originario puro spirituale di Cristo che discese nel battesimo di Giovanni, si articola qualcosa che è come un corpo astrale, corpo eterico e corpo fisico. Tutti questi rivestimenti sono formati da forze che l’umanità sulla terra deve sviluppare. Quali forze sono queste? Le forze delle scienze esterne non possono dare un corpo al Cristo, per mezzo loro si apprende solo qualcosa su cose che scompariranno in futuro, che non saranno più presenti in seguito. Ma una cosa precede la conoscenza, che ha per l’anima un valore infinitamente più alto della conoscenza stessa. È quella che i filosofi greci consideravano il principio di ogni filosofia: lo stupore o lo meraviglia. Quando siamo giunti alla conoscenza, allora è già passato quello che ha valore nell’anima. Gli uomini che possono meravigliarsi delle grandi conoscenze e verità del mondo spirituale, si imprimono questo sentimento della meraviglia, e quello che se l’imprimono forma nel corso dei tempi una forza che è una forza di attrazione per l’impulso di Cristo, che attrae lo spirito di Cristo: l’impulso di Cristo si unisce con la singola anima dell’uomo, nella misura in cui l’anima può meravigliarsi dei segreti del mondo.

Il Cristo prende il suo corpo astrale dallo sviluppo terrestre da tutti quei sentimenti che come meraviglia hanno vissuto nelle singole anime degli uomini.

La seconda cosa che le anime umane devono sviluppare, per cui attraggono l’impulso di Cristo, sono tutti i sentimenti di compassione. E ogni volta che un sentimento di compassione o di comunione di gioia si sviluppa nell’anima, forma una forza di attrazione per l’impulso di Cristo, e il Cristo si unisce attraverso compassione e amore con l’anima dell’uomo. Compassione e amore sono le forze da cui il Cristo forma il suo corpo eterico fino al termine dello sviluppo terrestre. Riguardo a compassione e amore si potrebbe dire persino di un programma, se si vuol parlare rozzamente, che la scienza dello spirito deve compiere in futuro. Il materialismo l’ha oggi portato su questo campo addirittura, cosa che mai è accaduta prima sulla terra, a una scienza vergognosa. La cosa peggiore che oggi si compie è il confondere amore e sessualità. Questo è la peggior espressione del materialismo, il più diabolico del presente. Le cose compiute in questo campo devono prima essere esaminate criticamente. Sessualità e amore non hanno nulla a che fare l’una con l’altra nel loro vero significato.

La sessualità può aggiungersi all’amore, ma non ha assolutamente nulla a che fare con l’amore puro, originario. La scienza l’ha portato fino al disonore, creando tutta una letteratura che si occupa di collegare queste due cose che non sono affatto collegate.

Una terza cosa che entra nell’anima umana come da un mondo superiore, è la coscienza, a cui l’uomo si sottomette, a cui assegna un valore superiore ai suoi propri istinti morali individuali. Con essa il Cristo si unisce nel modo più intimo: dalle spinte di coscienza delle singole anime umane il Cristo prende il suo corpo fisico.

Così un detto della Bibbia diviene molto reale quando si sa che dai sentimenti di compassione e amore degli uomini si forma il corpo vivente di Cristo: «Quello che avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me», perché Cristo forma il suo corpo vivente fino al termine dello sviluppo terrestre da compassione e amore degli uomini.

Come il Cristo forma il suo corpo astrale dalla meraviglia e dallo stupore, come forma il suo corpo fisico dalla coscienza, così forma il suo corpo eterico dai sentimenti di compassione e amore.

Perché ora possiamo proprio dire queste cose? Perché un grande problema sarà risolto per gli uomini, cioè rappresentare la figura di Cristo nei campi più vari della vita, come davvero è. Solo allora la si vedrà come è, quando si tiene conto di molte cose che la ricerca spirituale ha da dire; non si deve guardare indietro a quello che era in Palestina: lì il Cristo usò i rivestimenti di Gesù. Quando dopo un lungo approfondimento nell’idea antroposofica di Cristo si cercherà una volta di rappresentare il Cristo, allora si avrà una figura in cui si riconosce che nel suo volto è contenuto qualcosa per cui tutta l’arte si sforza, ma deve sforzarsi e si sforzerà: nel suo volto sarà allora contenuto qualcosa della vittoria delle forze che stanno solo nel volto su tutte le altre forze della forma umana. Quando gli uomini potranno formare un occhio che vive e irradia solo compassione, una bocca che non è adatta a mangiare, ma solo a pronunciare quelle parole di verità che sono la coscienza sulla lingua dell’uomo, e quando si potrà formare una fronte che non è bella e alta, ma che nella chiara configurazione di quello che si tende in avanti verso quello che chiamiamo il loto tra gli occhi è bella, quando una volta tutto questo potrà essere formato, allora si comprenderà perché il profeta dice: «È senza forma e bellezza».

Questo non significa bellezza, ma è quello che trionferà sulla corruzione: la figura di Cristo, dove tutto è compassione, tutto è amore, tutto è dovere di coscienza. E così la scienza dello spirito come un nucleo si trasmette nel sentire umano, nel sentimento umano. Tutte le dottrine che la ricerca spirituale può dare non rimangono, si trasformano in vita immediata nell’anima umana.

E i frutti della scienza dello spirito saranno gradualmente condizioni di vita che appariranno come un’incarnazione esterna della scienza dello spirito stessa, di questa anima dello sviluppo futuro dell’umanità, come deve essere.

Con questi pensieri vorrei aver toccato qualcosa nella vostra anima che può essere toccato quando non si vuol parlare con parole aride, ma piuttosto con idee di sentimento e sfumature di sentimento agli aspiranti alla scienza dello spirito, così che queste sfumature e idee di sentimento vivono e agiscono, così che possono essere nel mondo. Quando nella vostra anima vivono tali sfumature di sentimento, allora saranno una fonte di calore che si diffonde in tutta l’umanità.

E coloro che credono in questo crederanno anche all’effetto dei loro bei sentimenti, crederanno che ogni anima possa così sentire, anche se il karma non le comanda di esprimerne esteriormente, e in tal modo possa creare effetti invisibili che portano realmente nel mondo quello che deve venire nel mondo attraverso la scienza dello spirito.

Questo è quello che avrei tanto voluto suscitare in voi quale sentimento durante la mia questa volta dimora a Colonia.

11°Per la sintesi delle visioni del mondo. Una quadruplice araldica

Monaco, 16 Maggio 1912

La scienza dello spirito deve diventare uno strumento di mutua comprensione.

Dobbiamo imparare a intenderci gli uni gli altri fino nel profondo dell’anima.

Questo comprendersi fino nell’anima deve permeare la nostra sensibilità antroposofica, deve vivere in noi. Altrimenti le verità occulte che fluiscono nella comunità umana attraverso la scienza dello spirito non ci diventeranno veramente comprensibili. In questo senso la scienza dello spirito, essendo, per così dire, la chiave per intendere l’intimo, può fondare pace e armonia sulla terra. Come? Illustriamolo con un esempio concreto.

Consideriamo il rapporto tra due persone che hanno diverse confessioni religiose sulla terra: il cristianesimo e il buddhismo. Ciò che possiamo dire dei cristiani e dei buddhisti, che ci servono da esempi classici, potremmo naturalmente dirlo anche delle concezioni mondiali di due uomini che vivono accanto in Europa. Perché ciò che vale nel grande vale anche nel piccolo mediante la scienza dello spirito. Se prendiamo il cristiano e il buddhista come si trovano nelle confessioni ortodosse tradizionali, come si comportano l’uno verso l’altro? Ebbene, il cristiano crede sostanzialmente che il buddhista possa trovare la salvezza solo se accetta il cristianesimo nella forma che lui stesso professa. Così vediamo l’attività missionaria dei cristiani tra i buddhisti: portano la loro confessione particolare. E il buddhista ortodosso si comporta in modo esattamente analogo. Supponiamo che entrambi diventassero antroposofi. Come potrebbe comportarsi il cristiano come cristiano antroposofico verso il buddhista? Allora egli ascolta ciò che appartiene alle cose principali del buddhismo e che, fondamentalmente, può essere compreso veramente solo da chi vive nel buddhismo stesso.

Oggi si apprende in due modi qualcosa su quelli che si chiamano i contenuti delle diverse confessioni religiose: da persone che praticano la scienza comparata delle religioni, e da coloro che attraverso il metodo spirituale-scientifico imparano a conoscere il contenuto delle diverse confessioni religiose.

Quando consideriamo coloro che praticano la scienza comparata delle religioni, dobbiamo dire che sono persone straordinariamente diligenti e attive, che si sforzano di coltivare il confronto erudito delle diverse confessioni religiose. Ma quando confrontano queste confessioni, esce fuori qualcosa di singolarissimo: ciò che cercano, anche se non lo ammettono, è fondamentalmente l’errore delle diverse confessioni religiose. Le persone cercano ciò che non è vero, quello che fu assunto dalle diverse confessioni in tempi infantili dell’umanità. Cioè, cercano l’errore. Colui che come scienziato dello spirito se ne occupa cerca il nocciolo essenziale in ogni singola confessione religiosa. Cerca quello che, benché in una sfumatura particolare, tuttavia come sfumatura percettiva esiste in questa o quella confessione. Cerca cioè quello che è vero nelle singole confessioni religiose, non quello che è falso. In questo riguardo le cose possono apparire strane.

Davvero, nessun uomo che conosca i fatti avrà nulla se non il massimo rispetto per forse il più grande studioso di religioni comparate o il maggiore esperto di scienze religiose: Max Müller. Neppure lui ha dato nulla di diverso da quello che si potrebbe chiamare l’errore delle confessioni orientali. Ma credeva di aver dato tutto. Poi apparve Helena Blavatsky e parlò in modo completamente diverso. Parlò così che in lei si vedeva: ella conosce il nocciolo essenziale delle confessioni orientali. Cosa ha detto allora Max Müller?

Il suo giudizio è alquanto grottesco e mostra che uno studioso non deve necessariamente essere fermo nella logica. Credeva che la gente seguisse la Blavatsky, che dava loro solo una rappresentazione completamente falsa delle religioni orientali, mentre non considerasse la vera rappresentazione di esse, quella che, per esempio, lui stesso, Max Müller, dà.

E usò il seguente confronto: «Se le persone camminano per la strada e vedono un maiale vero che grugnisce, non ne sono particolarmente sorprese, ma se vedono un uomo che grugnisce come un maiale, fa sensazione.» Voleva confrontare quello che naturalmente danno i sistemi religiosi orientali, cioè il suo tipo di confronto religioso, con il maiale che grugnisce naturalmente (non faccio il confronto!), e voleva confrontare quello che Helena Blavatsky aveva dato, con un uomo che grugnisce così.

Ebbene, sul buon gusto del confronto non voglio neppure parlare, perché mi sembra per nulla logico: sarei davvero sorpreso se incontrassi un uomo che potesse grugnire in modo convincente. Ma davvero, non farei il confronto della scienza comparata delle religioni con la bestia summenzionata, ed è strano che Max Müller l’abbia fatto lui stesso. La scienza dello spirito ci rende familiari con il nocciolo veritativo delle diverse religioni. Prendiamo un punto cruciale nel buddhismo: il buddhista sa, se ha compreso il nervo principale della sua confessione, che vi sono bodhisattva. Sa che questi bodhisattva, come individualità iniziale, compiono uno sviluppo più rapido di altre individualità umane e poi si innalzano a buddha. Buddha è un nome generale per tutti coloro che in un’incarnazione umana, carnale, si innalzano da bodhisattva a buddha. E uno di coloro che sono particolarmente distinti dal nome di Buddha è il figlio di Shuddhodana: Gautama Buddha. Di lui, come di ogni buddha, bisogna riconoscere che quando nel suo ventanovesimo anno di vita raggiunge la dignità di buddha, quell’incarnazione in cui questo accade, scorre come ultima incarnazione. Non ha bisogno di discendere di nuovo a un’incarnazione carnale sulla terra. Il buddhista vede questo come verità. Lo studioso di religioni comparate lo considererebbe infantilità. L’antroposofo però, che diventa familiare coi segreti delle religioni in tutti i campi, non si avvicina al buddha in quel modo. Sa che una cosa del genere è verità.

E così come un buddhista credente qualsiasi, l’antroposofo sta di fronte al buddhismo e dice: «Sì, so che ci sono cose come bodhisattva che si innalzano a buddha, che non hanno bisogno di incarnarsi di nuovo.

Questo è uno dei principi della tua comunità religiosa, lo riconosco come tu stesso riconosci, e poiché l’ho riconosciuto, posso venerare il tuo buddha come tu stesso.» Cioè, il cristiano antroposofo comincia a capire pienamente quello che il buddhista dice. Ha con lui gli stessi sentimenti e sensazioni, li condivide con lui. Da un aspetto si intendono. Consideriamo il caso opposto: il buddhista diventa anche antroposofo e impara a conoscere ciò che, a sua volta, il cristiano che si è elevato al di sopra della limitatezza del punto di vista confessionale ortodosso sa del cristianesimo.

Supponiamo che questo buddhista antroposofo oda ciò che un tale cristiano sa dire sull’impulso di Cristo stesso. Ode che entro il cristianesimo, entro l’esoterismo cristiano fu riconosciuto che una volta, nel corso dello sviluppo terrestre, accadde agli uomini nel loro sviluppo quello che si chiama luciferico. Ode poiché per questo l’essere umano è disceso più profondamente di quanto sarebbe accaduto senza l’influenza luciferica. E ode poiché in realtà è qualcosa a cui guardiamo come a una questione divina quando osserviamo la rivolta, la ribellione di luciferico contro le potenze divine che avanzano. Guardiamo dunque una questione divina. E poi ode dal cristiano che veramente comprende il suo cristianesimo che il compenso per questa questione divina che si è svolta tra gli dèi che avanzano e luciferico, doveva essere quello che chiamiamo il Mistero del Golgota. E perché? Ebbene, nella sua forma attuale la morte e tutto ciò che è legato alla morte è veramente venuto per l’influenza luciferica. Ma la morte è qualcosa che si trova solo nel mondo fisico. La morte non esiste in un mondo sovrasensibile, per quanto questi mondi sovrasensibili siano raggiungibili all’uomo con la sua coscienza chiaroveggente.

Neppure le anime collettive degli animali muoiono; si trasformano semplicemente. C’è metamorfosi, ma non quello che si chiama morte.

La dissoluzione, lo sfasciamento di una parte di una certa entità, la morte, esiste solo nel mondo fisico.

Ora, come compenso (e questo può solo essere accennato) doveva essere scelto dagli esseri sopramondani il soffrimento della morte, per avere con gli uomini una questione comune, qualcosa che potesse essere un compenso per la rivolta luciferica. Per sconfiggere luciferico, il divino dovette passare attraverso la morte. Per questo dovette discendere sulla terra. Ciò che accadde quindi nel Mistero del Golgota è una questione divina, attraverso la quale è stato creato un compenso per la questione luciferica. È l’unica questione divina che si è svolta davanti agli occhi degli uomini.

Questo impulso unico, che non può essere concepito diversamente che come il passaggio del divino attraverso la morte sul piano fisico e l’effusione dell’impulso di Cristo nell’atmosfera spirituale della terra da allora in poi. Colui che conosce il cristianesimo considera questo come l’essenziale originario del cristianesimo. Per questo il cristianesimo, inteso in senso profondo, si differenzia da tutte le altre religioni: le altre religioni vedono la cosa principale nella loro origine in qualche fondatore religioso, in una personalità. Il cristianesimo invece non vede l’essenziale nella persona di Gesù di Nazareth, ma vede in questo fondatore personale solo il portatore dell’impulso di Cristo. Il cristianesimo vede l’essenziale in un fatto. Questo deve essere colto con tutta l’intensità possibile: in un fatto che dovette realizzarsi una volta nello sviluppo terrestre, il passaggio del divino attraverso la morte. Questo è quello che è la particolare sfumatura veritativa del cristianesimo: che non un’individualità, ma un fatto, un evento, un accadimento è posto all’origine. Per questo naturalmente non importa affatto se qualcuno ci dice: «Guardate, Gesù di Nazareth aveva ogni sorta di passioni, ogni sorta di qualità che non dovrebbe più avere un uomo, diciamo secondo la visione orientale.» Non importa affatto. Chi si lascia confondere da questo non capisce nulla del cristianesimo. Perché il cristianesimo non riguarda Gesù di Nazareth, ma l’evento del Golgota, quel fatto.

Lasciate pure che altri fondatori religiosi abbiano qualità personali che piacciono di più ad altri popoli che quelle di Gesù di Nazareth!

Ma coloro che diventano buddhisti antroposofi, riconoscono che nel cristianesimo riguarda l’evento del Golgota. E restituiranno al cristiano quello che lui ha dato loro. Diranno: «Proprio come tu stesso ammetti che ci sono bodhisattva che come individualità si sviluppano, si innalzano a buddha e non hanno bisogno di incarnarsi di nuovo, così noi ammettiamo che una volta nello sviluppo degli uomini è accaduto tale passaggio del divino attraverso la morte. Tu ci dai la sfumatura veritativa nella nostra religione e noi ti diamo la sfumatura veritativa nella tua religione.» Così si capiscono entrambi. Non si capirebbero, per esempio, e discordia sarebbe seminata se cristiani venissero che credessero di essere diventati antroposofi e dicessero: «Non credo che un buddha non possa più apparire nel corpo carnale, ma assumi che in un certo tempo il buddha apparirà di nuovo in un corpo carnale.» Questo sarebbe un’impossibilità verso colui che conosce il buddhismo nel suo nocciolo. Sarebbe impossibile chiedere al buddhista di credere che il suo buddha potrebbe apparire di nuovo nella carne. Il buddhista direbbe: «Tu non comprendi il buddhismo.» Ed è completamente ovvio e non dovrebbe esserci alcuna discussione sul fatto che così come colui che non conosce il buddhismo è chi afferma che un buddha verrebbe di nuovo nella carne, così colui che non parla del cristianesimo è chi afferma che un cristo potrebbe tornare nella carne. Chi non vede che qui si tratta di una vita unica di un’entità divina sulla terra, proprio allo scopo di passare attraverso la morte sul piano fisico e non di qualcos’altro. Così si tratta di una mutua comprensione sulla terra intera, di una comprensione reale l’uno dell’altro e così di fondare pace. Discordia fonderemmo se affermassimo al buddhista che il buddha apparirà di nuovo nella carne. E discordia fonderemmo se affermassimo che il cristo potrebbe venire di nuovo nella carne.

Tali cose dovrebbero vendicarsi profondamente, perché sono impossibilità verso quello che veramente vive nello sviluppo dell’umanità.

Sarebbe grottesco se qualcuno volesse persino affermare che il cristo dovrebbe tornare e che gli uomini dovrebbero ora comprenderlo meglio che allora e dovrebbero prepararsi meglio a lui e non dovrebbero ucciderlo. Tale persona non saprebbe che è stata proprio l’uccisione che è stata decisiva e che senza di essa non ci sarebbe affatto cristianesimo! La buona volontà di comprensione conduce veramente alla mutua comprensione. Vediamo come la scienza dello spirito può essere uno strumento per cercare in ogni singola confessione religiosa il nocciolo principale. Se solo si vuole, lo si trova. Perciò essa è il messaggio di pace per il mondo. La scienza dello spirito deve creare un’anima di cultura sulla terra intera di fronte al corpo di cultura materiale che oggi esiste in relazione industriale e commerciale sulla terra intera. Proprio perché riconosciamo la molteplicità che è stata data all’umanità nelle diverse confessioni religiose, e poi di nuovo la riferiamo a quello che come nocciolo veritativo ci appare proprio mediante la scienza dello spirito, proprio per questo raggiungiamo una specie di sintesi, un’unione delle diverse concezioni mondiali nel nostro tempo. A proposito di un punto sia questo sottolineato. Non è mai stato lo sforzo entro il movimento orientato antroposoficamente che conduciamo qui di presentare, per così dire, le differenze delle confessioni religiose nel modo che si attribuisca vantaggi a una confessione e svantaggi all’altra.

Piuttosto si caratterizzano. Quante volte è stato detto: l’altezza spirituale che era immediatamente dopo la catastrofe atlantica nella cultura degli antichi Rishi indiani, non è ancora raggiunta oggi. Così neppure dal cristianesimo come esiste oggi è stata raggiunta. Non diamo vantaggi e svantaggi, ma presentiamo le singole religioni nella loro essenza. Così presentiamo solo quando facciamo attenzione ad altre differenze.

Se seguiamo il modo di pensare più orientale, specialmente quello che ha il maggior numero di seguaci, il buddhista, vedrete una cosa: l’interesse principale della gente è impegnato in quello che si chiama il passaggio attraverso le diverse incarnazioni.

Si parla lì di un bodhisattva. Ma un bodhisattva non è uno che vive solo dall’anno di nascita all’anno di morte, ma uno che viene sempre e ancora e poi diventa buddha. E si parla di bodhisattva come se apparissero in numero diverso nello sviluppo dell’umanità. Si generalizza di più, si afferrano più le individualità che rimangono. Ma come lo si faceva finora nella visione occidentale? Era l’esatto opposto. Quando le persone parlavano di Socrate, Platone, Raffaello, Michelangelo, davano personalità. E così la visione occidentale presenta come essenziale queste entità auto-limitate. Questo aveva il suo bene perché così fu compiuta un’educazione speciale per estrarre, per elaborare le singole personalità umane. Questo era sostanzialmente il caso anche di quelle visioni che, per esempio, neppure Helena Blavatsky ha compreso: la visione dell’Antico Testamento e quella del Nuovo Testamento. Uno rivolgeva lo sguardo, per esempio, a Elia. Le ricerche occulte su di lui hanno qualcosa di sorprendente. Devo solo dire che notiamo l’unicità per cui è come un araldo di ciò che doveva accadere attraverso l’impulso di Cristo. Ancora afferra la cosa così che l’essere divino si esprime nell’io del popolo.

Ma già attira l’attenzione sul fatto che il mezzo di conoscenza più degno risiede nell’io stesso. In quanto tale Elia deve essere concepito come una specie di araldo del cristianesimo. E nessuno degli altri profeti mi sembra essere un araldo nel modo di Elia. La sfumatura giovianica è ancora presente nelle sue parole. Ma troviamo già in lui Geova spostato verso l’io umano per quanto è possibile. Poi rivolgiamo lo sguardo a un’altra figura, di nuovo come singola personalità, a Giovanni il Battista. Troviamo come egli precede l’impulso di Cristo, come Giovanni il Battista veramente si presenta come colui che con le parole caratterizza l’impulso di Cristo.

Dice: «Cambiate il vostro modo di pensare, non guardate più ai tempi dell’antico chiaroveggenza, ma cercate nel vostro intimo umano i regni dei cieli!» Quello che l’impulso di Cristo è in realtà: il battista Giovanni lo caratterizza.

È un araldo del cristianesimo in modo veramente meraviglioso. Come una specie di educazione, di educazione spirituale interiore, appare a noi quello che vive nel cuore di Giovanni il Battista rispetto a quello che viveva in Elia. Poi rivolgiamo lo sguardo a Raffaello e lo consideriamo come apparentemente una figura del tutto diversa da Giovanni il Battista. Ma se consideriamo Raffaello, sì, abbiamo solo bisogno di approfondirci in lui in modo alquanto veramente umano, e troviamo in lui un araldo del cristianesimo.

Prendiamo il seguente. Apriamo un passo degli Atti degli Apostoli, il passo dove sta scritto: «E Paolo giunse ad Atene e gli Ateniesi si radunarono intorno a lui. E Paolo si presentò a loro e disse: o uomini e donne di Atene, voi finora avete adorato i vostri dèi in ogni sorta di segni.

Ma la divinità non vive in segni esterni in realtà. Avete anche un altare, su cui sta scritto: al dio sconosciuto! Io invece vi dico, quel dio sconosciuto è colui che certamente non può essere indicato in segni esteriori nella sua vera forma, ma che sta alla base di tutto ciò che vive, di tutto ciò che esiste. Egli è colui che ha vissuto sulla terra ed è risorto, colui che attraverso la resurrezione porterà gli uomini stessi alla resurrezione.» E inoltre il libro degli Atti racconta, e vediamo proprio Paolo stare davanti agli Ateniesi, come alcuni Ateniesi credettero e altri no. Tra i primi era Dionigi l’Areopagita. Allora guardiamo il quadro che si trova nella Camera della Segnatura a Roma e che è dipinto da Raffaello, e che si chiama «La scuola di Atene». Supponiamo ora, come era del tutto naturale allora, che Raffaello avesse davanti a sé il passo del libro degli Atti di cui si parlava appena. È diventato vivo in lui. E ora consideriamo i vari Ateniesi ai quali egli ha dato i volti. Fino al gesto della mano vediamo emergere, stare tra gli Ateniesi, una figura che riconosciamo se consideriamo proprio Paolo del libro degli Atti.

E così potremmo passare attraverso le più varie cose in Raffaello.

Se rivolgiamo lo sguardo alle sue varie Madonne, dobbiamo certo chiederci: non c’è qualcosa di singolare in Raffaello? È grande quando dipinge le scene che mostrano il divenire, la crescita nel dispiegamento del cristianesimo.

Dipinge il piccolo Gesù come qualcosa che come in germe contiene l’intero cristianesimo in divenire. Ma non troviamo nessun tradimento di Giuda dipinto da Raffaello, praticamente neppure un portamento della croce. Perché il suo portamento della croce ci appare come riunito insieme, per nulla come gli altri dipinti di Raffaello. Troviamo invece l’annunciazione, l’ascensione, cioè le cose che proprio indicano il divenire del cristianesimo. E come parlavano queste cose agli uomini? Sì, parlavano in modo estremamente peculiare. Sapete che a Dresda si trova uno dei più magnifici dipinti di Raffaello: la Sistina Madonna.

Le persone che pensano brevemente potrebbero pensare che fosse un’opera che entrasse vittoriosa in Germania. Su Goethe non fece alcuna impressione, perché aveva sentito come la gente generalmente pensava a quest’opera. Goethe da giovane non era ancora così sicuro nel giudizio come in età avanzata ed era ancora ricettivo a quello che le persone dicevano. Cosa gli raccontarono i conservatori del museo a Dresda? Ebbene, che il bambino nella sua intera espressione fosse semplicemente volgare, che la Madonna fosse stata ritoccata da uno sciocco, che le piccole puttine in basso fossero state dipinte da qualche mano da nulla. Questo era ancora il sentimento verso la Sistina Madonna quando Goethe da giovane andò a Dresda. Ma vediamo come è ora. Osserviamo quello che Raffaello è veramente diventato per gli uomini! Raffaello operava a Roma in un tempo in cui si disputava molto su dogmi religiosi. Il modo in cui Raffaello dipinge i misteri cristiani è interconfessionale. Se prendiamo i successivi grandi pittori italiani, vediamo i misteri religiosi dipinti così che riconosciamo: questo è il cristianesimo della razza latina.

Raffaello dipinge così che abbiamo a che fare con rappresentazioni generali, che si innalzano al di sopra dei popoli, dei misteri cristiani.

Per questo vediamo come in breve tempo la Sistina Madonna stessa si vive nelle anime persino in regioni protestanti. E se l’antroposofia deve agire per la comprensione dei misteri cristiani, troverà ingresso ottimale in quelle anime in cui vivono le sensazioni conquistate da immagini come la Sistina Madonna. In quelle anime che sono preparate in questo modo. E quando oggi parliamo del fatto che il cristianesimo è solo all’inizio del suo sviluppo, che è solo attraverso la chiave spirituale che l’antroposofia può dare che otterrà la sua vera forma, allora sappiamo che di fronte a questo cristianesimo sta come araldo Raffaello.

E di nuovo rivolgiamo lo sguardo a un’altra figura, prendendo puramente quello che è il modo di visione occidentale: rivolgiamo lo sguardo alla figura del poeta tedesco Novalis. Apriamo Novalis: dappertutto troviamo approcci alla dottrina antroposofica più pura, fin nei dettagli, bisogna solo scioglierli per così dire. Così si vede come Novalis è permeato da un cristianesimo antroposofico. Così abbiamo portato quattro figure come personalità. Questo era il modo di visione occidentale.

Ora viene l’approfondimento spirituale-scientifico. Attraverso questo gli uomini impareranno, per esempio, perché Raffaello sentì la forza magnetica attraente di incarnarsi sulla terra proprio in un Venerdì Santo, per indicare esteriormente con la nascita il Venerdì Santo che ha qualcosa a che fare col mistero della Pasqua. Queste cose oggi possono essere solo accennate. Passeranno pochi decenni, allora gli uomini capiranno le cose che con ciò si affermano, così come oggi capiscono i fatti scientifici naturali: che cioè la stessa individualità è quella che ha vissuto in Elia, in Giovanni il Battista, in Raffaello e in Novalis. Prima riconosceranno le personalità, poi l’individualità, come è passata attraverso quelle. E ora comprendiamo la quadruplice heraldica e l’innalzamento in questa quadruplice heraldica.

Ora stiamo di fronte a una cosa simile in modo del tutto diverso da come stessimo di fronte a prima.

Oggi si sa già che non si vedono più gli stucchi a Roma nella loro forma originale, sono rovinati, non sono più come sono stati dipinti dalla mano di Raffaello. E occorre che passino solo dei secoli perché queste cose scompaiano. Persino se le riproduzioni avranno una vita più lunga, si dissolverà in atomi quello che l’individualità ha creato. Sebbene gli opera fisici di Raffaello si polverizzeranno nel corso del tempo, sappiamo che la stessa individualità che ha creato quelle opere era già di nuovo presente in Novalis e in modo diverso ha effettuato quello che era in lei.

Così vediamo come oggi a quello che il modo di visione occidentale ha costituito, la visione limitata delle personalità, si aggiunge l’individualità. Come quindi si unisce il meglio di quello che costituisce la visione mondiale occidentale con il meglio di quello che ha la visione orientale. Così procede lo sviluppo del tempo. Mentre l’umanità procede così in avanti e scorge tali cose, il mondo spirituale non resterà muto. Parlerà all’umanità anche nelle manifestazioni più quotidiane. E gli uomini, per così dire, non dovranno solo elevarsi al mondo spirituale attraverso una specie di conoscenza, ma sempre più e più questa conoscenza si trasformerà in una specie di, si potrebbe dire, esperienza. Ma per questo oggi è necessario un vero movimento spirituale. Che un tale movimento sia necessario si mostra semplicemente dal fatto che nemmeno le cose più semplici si giudicano più nella giusta maniera. Sia un dettaglio colto da questo oggi.

L’uomo, se conduce una vita sana, nel corso di ventiquattro ore passa attraverso la veglia e il sonno. Sappiamo che quando si addormenta, il corpo fisico e il corpo eterico rimangono nel letto ed escono il corpo astrale e l’io. Cosa accade allora con quello che rimane nel letto? Quando il chiaroveggente guarda indietro dal suo corpo astrale a quello che accade nel corpo eterico e nel corpo fisico, vede come lì inizia una vita più vegetativa, una vita che in realtà è stata distrutta dalla coscienza diurna. L’affaticamento è compensato.

Cioè, fiorisce e germoglia nel corpo eterico e nel corpo fisico, mentre il corpo astrale e l’io sono stati ritirati. Quando di mattina si immergono di nuovo nel corpo fisico e nel corpo eterico, devono di nuovo portarli all’affaticamento. Pascolano, lasciano appassire quello che è germinato durante la notte. Tutto quello che è nel microcosmo è presente anche nel macrocosmo.

Quando in primavera vediamo la terra tirar fuori il suo verde nelle piante, come germogliano fiori e foglie e come le piante si preparano a portare frutti, cosa abbiamo allora? Colui che confronta esteriormente dirà: è possibile confrontare il risveglio al mattino con il risveglio della natura in primavera. Ma è il contrario che è vero! Dobbiamo confrontare il fiorire in primavera con l’addormentarsi. Dobbiamo confrontare l’emergere e la crescita delle piante in primavera con quello che accade nel corpo eterico e fisico dell’uomo quando si addormenta. Allora diventa sempre più vivo man mano che si avvicina l’estate, come nel corpo eterico e fisico umano a metà del tempo di sonno. E in autunno diviene così come quando l’uomo di mattina si immerge nel corpo fisico ed eterico. In autunno che porta l’appassimento di quello che è germinato in primavera ed estate. Bisogna mettere insieme correttamente quello che accade fuori e dentro. Non bisogna cercare allegorie esteriori e confrontare la primavera con il risveglio, l’autunno con l’addormentarsi, ma al contrario.

In modo che possiamo dire: quello che gli spiriti della terra sono, si addormenta in primavera e si risveglia come spiriti terrestri in autunno e inverno. In inverno sono come spiriti terrestri uniti alla terra per salire di nuovo in primavera ed estate nelle altezze celesti, nelle altezze astrali e dall’altra parte della terra. Quando abbiamo di nuovo primavera, allora si addormentano di nuovo.

A questo non contraddice il fatto che la terra una volta su un lato e un’altra volta sull’altro lato si addormenta. Qualcosa di simile è in certa misura anche nel caso dell’uomo.

Colui che segue i processi in modo chiaroveggente, vede come in primavera è proprio come nell’addormentarsi umano, dove lo spirito individuale si ritira nel mondo astrale.

Vede che in primavera quello che chiamiamo gli spiriti della terra si ritira nel mondo astrale e viceversa. Sì, l’umanità odierna, ad eccezione di coloro che qui sedono, probabilmente scoppierebbe in una gran risata se si parlasse così dell’addormentarsi e del risveglio degli spiriti della terra. La gente crede questo. Fa tutto per provare che non ha idea dei veri processi del mondo. Ma non è sempre stato così, assolutamente non. Una volta era diverso! C’era un antico chiaroveggenza umano e questo ha visto correttamente questi fatti. Allora si vedeva che quello che sono gli spiriti della terra si ritira in primavera per salire, per così dire, in altezze cosmiche. In autunno questi spiriti scendono di nuovo. Questo si vedeva nei tempi antichi. Era naturale allora sottolineare che a metà dell’estate c’è qualcosa come un’assenza dell’effettivo spirituale terrestre dalla terra. Invece avviene un’esplosione degli spiriti elementari della natura come in un parossismo, e una persistenza di quello che è corporeo-terrestre sulla terra, quello che quindi emerge attraverso il sensibile. Se si volesse rappresentarlo chiaramente: non si poteva fare meglio che spostando la festa di San Giovanni proprio in questo periodo, per indicare come appunto gli spiriti della natura germinanti operano e i veri spiriti della terra, che sono l’io e il corpo astrale della terra, sono assenti.

Come è allora quando si avvicina l’inverno? Allora la terra si risveglia, allora l’io e il corpo astrale sono uniti alla terra. Lì bisogna spostare le feste che si riferiscono principalmente allo spirituale dell’uomo. Lì fu spostata la festa di Natale. E poi quando lo spirito della terra se ne va in altezze sopra (quello che viene indicato dalla festa di Pasqua), allora si riferiva questo allontanarsi dalla terra, questo entrare nell’astrale, al rapporto tra sole e luna.

Tutte queste cose in cui qui guardiamo ci legano in modo meraviglioso col vecchio chiaroveggenza, ci mostrano come in quello che dai tempi antichi si protrae, abbiamo qualcosa a che fare col vecchio chiaroveggenza umano.

È per la visione materialistica del tutto naturale che dice che ha solo il corpo a sviluppare, che dice: ci è sgradevole, soprattutto riguardo agli assegni e cose simili, avere la festa di Pasqua una volta presto nell’anno e un’altra volta tardi.

Questo deve essere rimediato affinché il commercio e l’industria procedano nel modo più conveniente. Allora la festa di Pasqua, diciamo, dovrebbe essere celebrata sempre la prima domenica di aprile! Così è conveniente solo per il tempo materialista, che è privo di ogni connessione col mondo spirituale. Proprio come è conveniente per il materialismo coltivare tali idee, proprio così è vero che un movimento spirituale deve preservare la connessione con le antiche istituzioni dell’umanità.

E non ci tratterremo per nulla dal fare, proprio anche riguardo all’attuazione pratica, ciò che è consono a una visione mondiale spirituale. E questo dovrebbe essere espresso in quello che avete nel nostro calendario, che naturalmente appare ridicolo per il mondo esterno, che tuttavia non vogliamo negarvi, anche se per questo ci tiene per pazzi. È attraverso questo calendario che è stato espresso che dobbiamo mantenere la connessione con i tempi antichi. Nell’illustrazione del calendario, che è stata realizzata da un membro di noi molto venerato e caro, avete un rinnovamento di quello che è diventato già secco e sterile: le immaginazioni che si riferiscono alle costellazioni di sole e luna e ai segni dello zodiaco, rinnovate per l’anima odierna, date in modo tale che voi veramente, se considerate la successione delle settimane e dei giorni, abbiate qualcosa da esse. Se vi ponete la domanda: come si può venire da sé a tali cose? Allora guardate il «Calendario dell’anima»: quelle meditazioni sono il risultato di molti anni di ricerche occulte e di esperienze.

Se le rendete effettive nella vostra anima, allora vedrete come si stabilisce in questa anima quello che forma la connessione dell’efficacia dei mondi spirituali nella sequenza dei tempi.

E quello che chiamiamo il Mistero del Golgota, l’abbiamo fatto esteriormente, esotericamente in modo che non provochi shock al primo sguardo. Abbiamo fatto un arco tutt’intorno su cui sta scritto 1912/13. Ma interiormente il calendario è calcolato così che il principio è stato fatto con la nascita della coscienza umana dell’io, cioè col Mistero del Golgota.

E inoltre il conteggio dell’anno procede così, come sarà già abbastanza sgradevole per la vita commerciale, ma come è necessario per la vita spirituale: da Pasqua a Pasqua! In modo che con questo sia data qualcosa che è cresciuta dalla nostra maniera di pensare e che è usabile per ognuno, affinché attraverso l’uso possa avanzare un passo più vicino nella via dello spirituale, di quanto possa essere raggiunto attraverso altri mezzi.

Si mostrerà sempre più come da un principio e impulso unitario in verità le cose siano pensate che intraprendiamo entro il nostro movimento antroposofico. E come il singolo non deve la sua esistenza a un capriccio, ma è collocato così che si adatta realmente come singolo mattone nella nostra opera completa. Per questo naturalmente è necessario che sempre più e più ai singoli membri sorga una comprensione per questa cooperazione. E che si avanzi oltre i particolari interessi e gli sforzi particolari e ci si diriga verso quello che ci unisce. Certamente è comprensibile che vi siano molti sforzi particolari e desideri particolari tra i singoli membri. Che gli uni vogliano introdurre questo e gli altri quello nel movimento antroposofico. Ma soprattutto qui in questo luogo, dove sarà necessaria una vera cooperazione disinteressata se vogliamo veramente mettere insieme quello che è stato progettato, deve radicarsi profondamente nei cuori il fatto che agiremo favorevolmente solo se non affermiamo i nostri sforzi particolari, ma quello che si articola al tutto che è perseguito, come un mattone. Perché altrimenti non può diventare un tutto.

Questo è estremamente importante.

E a questo riguardo credo che l’avvenimento di quello che deve accadere, il fondamento per uno studio di come il movimento antroposofico dovrebbe svilupparsi.

Così ho tentato di esporvi oggi qualcosa dalla nostra visione orientata antroposoficamente. E abbiamo così creato una specie di compensazione per quello che questa volta avrebbe dovuto essere, ma non ha potuto essere perché non sono ancora stati ottenuti tutti i permessi delle autorità: cioè la posa della pietra angolare del nostro edificio di Giovanni. Vogliamo però sperare che ci riesca nel non troppo lontano futuro di recuperare questo. Perché forse proprio con ciò porremo la fondazione per una rivitalizzazione del movimento antroposofico quale lo intendiamo entro l’occidente. E se riusciamo a fare la cosa giusta in questo campo, allora avremo già fornito la prova che noi nel più fedele senso della verità, dal quale soli vogliamo essere animati, senza alcuna inclinazione verso il sensazionale, facciamo nostri quegli sforzi occulti che l’umanità odierna ha bisogno per il suo ulteriore sviluppo

12°L'amore e il suo significato nel mondo

Zurigo, 17 Dicembre 1912

Quando parliamo del fatto che l’uomo nel presente momento dello sviluppo deve giungere a quella che si chiama la comprensione dell’Impulso di Cristo, naturalmente sorge il pensiero: che dire dell’uomo che non ha mai sentito parlare dell’Impulso di Cristo, che forse non ha nemmeno sentito il nome di Cristo?

Dovrà quell’uomo perdere l’Impulso di Cristo solo perché non ha ascoltato il nome di Cristo? Bisogna conoscere teoricamente ciò che viene chiamato Impulso di Cristo affinché la forza di Cristo discenda nell’anima? Cerchiamo di chiarirci la questione attraverso le seguenti riflessioni sulla vita umana dalla nascita alla morte. L’uomo entra nel mondo; nella prima infanzia è ancora mezzo addormentato.

Inizialmente dobbiamo imparare a sentirci come un Io, a trovarci in quanto Io. Gradualmente la nostra vita dell’anima diventa più ricca grazie a tutto ciò che questo Io riceve. Quando la morte si avvicina, la vita dell’anima è al culmine della ricchezza e della maturità. Allora possiamo sollevare il grande interrogativo: che cosa accade alla nostra vita dell’anima quando il corpo cade? Una caratteristica particolare della nostra vita fisica e psichica è questa: le esperienze di vita, il sapere di vita che portiamo nell’anima diventano sempre più significativi man mano che ci avviciniamo alla morte. Tuttavia, proprio mentre ci avviciniamo alla morte, certi aspetti caratteriali svaniscono e altri nascono, in modo del tutto individuale e diverso. Nella giovinezza raccogliamo conoscenze, facciamo esperienze di vita, coltiviamo speranze che solitamente possiamo utilizzare solo più tardi. Invecchiando, cominciamo sempre più ad amare la saggezza di vita. L’amore per la saggezza non è egoistico, questo amore si fa sempre più grande man mano che ci avviciniamo alla morte. L’amore cresce proprio mentre il vantaggio che potremmo trarne diminuisce.

Amiamo sempre più questo contenuto dell’anima.

La scienza dello spirito può persino divenire una tentatrice inizialmente, quando l’uomo comprende che la vita futura dipende dall’acquisizione di saggezza in questa vita. Un gran peso di egoismo oltre questa vita può nascere così dalla scienza dello spirito, e in ciò si cela un pericolo. Quando non compresa correttamente, la scienza dello spirito può divenire una tentatrice; in essa risiede questa tentazione. Osserviamo come l’amore per la saggezza di vita compare come il fiore di una pianta quando questa è matura. Notiamo che nasce l’amore per qualcosa che vive in noi stessi. L’uomo ha tentato in molti modi di superare questo impulso d’amore per qualcosa che è dentro di noi. Troviamo nei mistici il tentativo di sviluppare l’impulso di auto-amore nel senso dell’amore per la saggezza e di farlo brillare di luce meravigliosa. Cercano di trovare dentro di sé, attraverso l’approfondimento della vita interiore, la scintilla divina. Cercano di sentire il loro Io superiore come questa scintilla divina. Tuttavia, l’uomo come saggezza di vita solo getta il seme per la sua prossima vita. È come il seme, dopo che la pianta ha attraversato l’anno. Come il seme rimane, così rimane la saggezza di vita. L’uomo passa attraverso la porta della morte, e ciò che matura come essenza spirituale è il seme per la vita prossima. L’uomo lo intuisce. Può divenire mistico e considerare ciò che è solo seme per la vita futura come la scintilla divina, come qualcosa di assoluto. L’interpretiamo così perché ci vergogniamo di ammettere a noi stessi che siamo noi stessi, questo seme spirituale. Meister Eckhart, Giovanni Taulero lo chiamano il Dio in noi stessi, poiché non conoscono la reincarnazione. Quando comprendiamo la legge della reincarnazione, allora riconosciamo il significato dell’amore nel mondo, sia nel particolare che nel tutto. Intendiamo per karma ciò che in una vita è causa e la cui conseguenza appare nella vita successiva. In questo senso di causa ed effetto non possiamo parlare correttamente di amore, non nel senso di atti d’amore e di compenso per essi. Si tratta di un’azione e di una compensazione per essa.

Ma questo non ha nulla a che fare con l’amore.

Gli atti di amore sono azioni che inizialmente non cercano la loro compensazione nella vita successiva.

Immaginiamo, per esempio, di lavorare e guadagnare così. Potrebbe essere diverso però: potremmo lavorare senza gioia per il lavoro, perché non lavoriamo per salario, bensì per pagare debiti. Possiamo immaginare che l’uomo abbia già speso ciò che ora guadagna attraverso il lavoro. Preferirebbe non avere debiti. Ma così deve lavorare per ripagare i suoi debiti. Trasferire questo esempio alla nostra azione morale generale significa: tutto ciò che facciamo per amore si rivela come pagamento di debiti! Da una prospettiva occulta, tutto ciò che avviene per amore non porta nessun premio, ma è una prestazione sostitutiva per il bene già usato. I soli atti dai quali non avremo nulla nel futuro sono quelli che compiamo da amore vero e autentico. Si potrebbe rimanere sconvolti da questa verità. Per fortuna gli uomini nel loro inconscio non sanno nulla di ciò. Ma in una parte profonda del loro inconscio lo sanno tutti gli uomini. Per questo compiono di malavoglia gli atti d’amore. Questo è il motivo per cui c’è così poco amore nel mondo. Gli uomini sentono istintivamente che dagli atti d’amore non avranno nulla nel futuro per il loro Io. Un’anima deve essere molto avanzata nello sviluppo se trova piacere in azioni d’amore dalle quali non ricava nulla per sé. L’impulso verso questo non è forte nell’umanità. Ma dalla ricerca occulta si possono trarre forti impulsi per gli atti d’amore.

Per il nostro egoismo non abbiamo nulla dagli atti d’amore, ma il mondo ne ha molto di più. L’occultismo dice: l’amore è per il mondo ciò che il sole è per la vita esteriore. Nessuna anima potrebbe più prosperare se l’amore scomparisse dal mondo. L’amore è il sole morale del mondo. Sarebbe forse assurdo per chi ama lo sviluppo dei fiori di un prato, se desiderasse che il sole scomparisse dal mondo? Trasportando questo nel morale significa: dobbiamo avere interesse perché uno sviluppo sano si affermi nei legami dell’umanità. È saggio aver seminato il più possibile di amore su tutta la terra. È unicamente saggio promuovere l’amore sulla terra.

Che cosa ci dà la scienza dello spirito?

Si imparano i fatti dell’evoluzione terrestre, si sente parlare dello spirito della terra, della sua superficie e dei suoi cambiamenti, del divenire del corpo umano e così via.

Impariamo a conoscere esattamente ciò che vive e agisce nello sviluppo. Che cosa significa questo? Che cosa significa se gli uomini non vogliono sapere nulla della scienza dello spirito? Essi non hanno interesse per ciò che esiste. Chi non conosce Saturno, chi non vuole imparare a conoscere l’essenza del sole e dell’antico sole, non conosce nemmeno la terra. L’assenza d’interesse, il più crasso egoismo, è quando gli uomini non hanno interesse per il mondo. Avere interesse per tutto l’essere è dovere umano. Desideriamo dunque e amiamo il sole con la sua forza creatrice, con il suo amore per la prosperità della terra e delle anime umane! Questo imparare il divenire della terra deve essere la semina spirituale dell’amore per il mondo. Poiché una scienza dello spirito senza amore sarebbe un pericolo per l’umanità. Ma non dobbiamo predicare l’amore. L’amore deve e continuerà a venire nel mondo proprio quando diffonderemo la conoscenza delle realtà spirituali vere. La scienza dello spirito e i veri atti d’amore e le azioni d’amore devono essere una cosa sola.

L’amore, quello sensuale, è l’origine di ciò che è creativo, ciò che sorge. Senza amore sensuale non ci sarebbe più nulla di sensuale nel mondo. Senza amore spirituale non emerge nulla di spirituale nello sviluppo. Quando pratichiamo e coltiviamo l’amore, le forze della creazione, le forze creatrici si effondono nel mondo. Dobbiamo fondare questo sulla ragione? Le forze creatrici dovevano effondersi nel mondo anche prima di noi e della nostra ragione. Certamente, come egoisti potremmo privare il futuro delle forze creatrici. Ma gli atti d’amore e le forze creatrici del passato non possiamo cancellarli. Dobbiamo il nostro essere agli atti d’amore del passato. Per quanto siamo forti grazie a loro, per altrettanto siamo debitori del passato. Tutto l’amore che possiamo mai manifestare è pagamento di debiti per il nostro essere.

Per questo comprenderemo le azioni di un uomo molto evoluto, poiché un uomo molto evoluto ha maggiori debiti verso il passato.

È saggio pagare i suoi debiti attraverso atti d’amore. L’impulso verso l’amore cresce man mano che l’uomo si sviluppa. La sola saggezza non basta. Presentiamo a noi stessi il significato dell’amore nell’operare del mondo in questo modo: l’amore è ciò che ci riporta sempre ai debiti di vita del passato. Poiché dal pagamento dei debiti per il futuro non avremo nulla, allora per noi stessi non avremo nulla dai nostri atti d’amore. Dobbiamo lasciare i nostri atti d’amore nel mondo. Ma lì sono iscritti nell’evento mondiale spirituale. Non ci perfezioniamo attraverso i nostri atti d’amore, solo attraverso altre azioni. Ma il mondo diventa più ricco attraverso i nostri atti d’amore.

Perché l’amore è il creativo nel mondo. Accanto all’amore ci sono altre due potenze nel mondo. Come si possono confrontare con l’amore? Una potenza è la forza, la potenza; l’altra è la saggezza. Della forza possiamo parlare di forza debole, di forza più grande, di onnipotenza. Lo stesso per la saggezza: ci sono livelli fino all’onniscienza, all’onnisaggezza. Non è corretto parlare di livelli di amore nello stesso senso. Che cosa è l’amore universale, l’amore per tutti gli esseri? Non possiamo parlare dell’amore di un aumento, come parliamo di un aumento della conoscenza o della potenza fino all’onniscienza o all’onnipotenza. Attraverso tale aumento il nostro stesso essere diventa più perfetto. Ma questo non accade quando amiamo qualche essere o più esseri. Non ha nulla a che fare con la perfezione del nostro essere. L’amore per tutto ciò che vive non può essere paragonato all’onnipotenza. I concetti di grandezza, di aumento non si applicano correttamente all’amore. All’Essere divino che vive e opera nel mondo, possiamo attribuire il predicato dell’onnipotenza? I pregiudizi sentimentali devono stare in silenzio. Se Dio fosse onnipotente, allora farebbe tutto ciò che accade. La libertà umana sarebbe allora impossibile. L’onnipotenza di Dio escluderebbe la libertà umana!

Se l’uomo può essere libero, allora l’onnipotenza della divinità non è indubbiamente presente. Ha la divinità l’onniscienza?

Poiché il tendere verso la somiglianza con Dio dell’uomo è lo scopo supremo, il nostro sforzo dovrebbe dirigersi verso l’onnisaggezza.

Ma è l’onnisaggezza il bene supremo? Se l’onnisaggezza è il bene supremo, allora in ogni momento si aprirebbe un enorme abisso tra l’uomo e Dio che possiede tutta la saggezza. L’uomo dovrebbe essere consapevole di questo abisso in ogni istante, se fosse vero che Dio ha il bene supremo, l’onnisaggezza, e l’ha negato all’uomo. Non è la proprietà più onnicomprensiva della divinità l’onnipotenza, non è l’onnisaggezza, bensì l’amore, la proprietà oltre la quale nessun aumento è più possibile. Dio è pieno d’amore, è amore puro, è per così dire nato dalla sostanza dell’amore. Dio è amore puro, luminoso, non la saggezza suprema, non la potenza suprema. Dio ha conservato l’amore, ma ha condiviso la potenza e la saggezza con Lucifero e Arimane.

Ha diviso la saggezza con Lucifero e con Arimane la potenza, affinché l’uomo sia libero, affinché l’uomo possa avanzare sotto l’influenza della saggezza. Se cerchiamo di comprendere tutto ciò che è creativo, arriviamo all’amore. Il fondamento di tutto ciò che è vivo è l’amore. Un altro impulso, all’interno dello sviluppo, porta gli esseri a diventare sempre più saggi e potenti. Il perfezionamento si realizza attraverso la saggezza e la potenza. Come si modifica lo sviluppo della saggezza e della potenza lo vediamo nel corso dell’umanità: abbiamo uno sviluppo continuo, poi l’Impulso di Cristo, che una volta è entrato nell’umanità attraverso il Mistero del Golgota. L’amore non è entrato a pezzi nel mondo, bensì l’amore fluisce come un dono della divinità nell’umanità. L’amore scorre nell’umanità come qualcosa di già completato e concluso. L’uomo però può ricevere gradualmente l’impulso.

L’Impulso divino dell’amore è un impulso unico, così come ne abbiamo bisogno come impulso terrestre. L’amore vero non è capace né di diminuzione né di aumento. L’amore è qualcosa che ha una natura completamente diversa dalla saggezza e dalla potenza. L’amore non suscita speranze per il futuro. L’amore è un pagamento a conto per il passato.

Così il Mistero del Golgota si pone nello sviluppo mondiale.

Era la divinità debitrice dell’umanità di qualcosa? Attraverso l’influenza di Lucifero, un certo elemento entrò nell’umanità. Rispetto a questo, parte di ciò che prima era presente dovette essere tolto all’umanità. Questo nuovo elemento che entrò portò alla linea discendente. Il Mistero del Golgota contrappose a questa la possibilità di pagare tutti i debiti. L’Impulso del Golgota non è venuto per sottrarci i peccati che commettiamo nello sviluppo, ma per fornire il contrappeso a ciò che è entrato nell’umanità attraverso Lucifero. Supponiamo che qualcuno non sappia nulla del nome di Cristo Gesù, nulla di ciò che è raccontato nei Vangeli, ma che possegga una conoscenza della differenza radicale tra il carattere della saggezza e della potenza e quello dell’amore. Una tale persona è, nel vero senso cristiano, un cristiano anche se non sa nulla del Mistero del Golgota. Chi conosce l’amore così che sa che l’amore esiste per pagare i debiti e non porta vantaggio per il futuro, costui è un cristiano. Comprendere la natura dell’amore significa essere cristiani! Attraverso la sola teosofia con «karma» e «reincarnazione» si può diventare un grande egoista, se non vi si aggiunge l’impulso d’amore, l’Impulso di Cristo. Solo allora si raggiunge ciò che supera l’egoismo della teosofia. Si raggiunge l’equilibrio attraverso una comprensione dell’Impulso di Cristo. Poiché l’umanità ha bisogno della teosofia, le è data oggi. Ma risiede in essa il grande pericolo che, se si pratica sola teosofia senza l’Impulso di Cristo, l’impulso dell’amore, gli uomini attraverso la teosofia rendano il loro egoismo solo più grande, che lo coltivino, perfino oltre la morte.

Da questo non dobbiamo concludere che non si debba praticare la teosofia, bensì dobbiamo imparare a riconoscere che la comprensione della sostanza dell’amore appartiene alla teosofia. Che cosa accadde veramente nel Mistero del Golgota? Sappiamo che Gesù di Nazareth fu concepito, si sviluppò nel modo che i Vangeli narrano. Il battesimo del Giordano avvenne nel trentesimo anno. Il Cristo visse per tre anni nel corpo di Gesù di Nazareth e compì il Mistero del Golgota.

Molti uomini credono di dover rappresentare questo Mistero del Golgota nel modo più umano possibile.

Credono che sia un’azione che rientra nella cronaca della terra, un’azione terrestre. Ma non è così. Visto dai mondi superiori, il Mistero del Golgota è visto per quello che è, come si è compiuto sulla terra.

Mettiamo di nuovo davanti ai nostri occhi l’inizio dello sviluppo terrestre e quello dell’uomo. L’uomo allora aveva certe forze spirituali. Poi Lucifero si avvicinò a lui e in questo punto possiamo dire: gli dei che progrediscono cedono la loro onnipotenza a Lucifero, affinché l’uomo sia libero. Ma l’uomo sprofondò più profondamente nella materia di quanto fosse previsto. L’uomo sfugge agli dei che progrediscono. Va più in basso di quanto fosse voluto. Come possono ora gli dei che progrediscono sollevare l’uomo di nuovo a loro? Per comprenderlo, dobbiamo guardare alla riunione degli dei, non alla terra. Per gli dei, il Cristo compie l’azione per riportare gli uomini agli dei. L’azione di Lucifero è dunque un’azione nel mondo soprasensibile. L’azione del Cristo avviene nel soprasensibile, ma anche nel mondo sensibile. Un uomo non potrebbe compierla. L’azione di Lucifero si è compiuta nel mondo soprasensibile. Ma ora il Cristo è sceso sulla terra per compiere la sua azione sulla terra. Gli uomini sono gli spettatori di questa azione. Un’azione divina, un affare divino è il Mistero del Golgota, con gli uomini come spettatori. La porta del cielo è aperta e brilla dentro un’azione divina. L’unica azione sulla terra che è completamente soprasensibile. Per questo non è sorprendente che coloro che non credono nel soprasensibile non credano affatto all’azione del Cristo. L’azione del Cristo è un’azione divina, l’azione che gli dei compiono per sé stessi. Il Mistero del Golgota riceve il suo splendore e il suo significato straordinario da questo. Gli uomini sono invitati a testimoni di questa azione. Una testimonianza storica non si trova perciò, poiché gli uomini hanno visto solo l’esteriore. I Vangeli però sono scritti dalla visione del soprasensibile. Per questo sono facili da negare per chi non ha senso per il soprasensibile.

Tra le esperienze più alte nel mondo spirituale, da un certo punto di vista, rientra il fatto del Mistero del Golgota.

L’azione di Lucifero si svolge in un tempo in cui l’uomo era ancora partecipe del mondo soprasensibile. L’azione del Cristo si svolge nel mezzo della vita materiale. È un’azione fisico-spirituale. Possiamo comprendere l’azione di Lucifero se ricerchiamo il mondo in modo saggio. Per comprendere l’azione del Mistero del Golgota, nessuna saggezza è sufficiente. Possiamo possedere tutta la saggezza di questo mondo, ma l’azione del Cristo può restare incomprensibile per noi. Perché per la comprensione del Mistero del Golgota è necessario l’amore. Solo quando l’amore fluisce nella saggezza e di nuovo al contrario, allora diviene possibile comprendere il Mistero del Golgota. Solo quando l’uomo sviluppa l’amore per la saggezza verso la morte. Abbiamo bisogno dell’amore unito alla saggezza quando passiamo attraverso la porta della morte. Altrimenti muoriamo senza una saggezza unita all’amore. Perché ne abbiamo bisogno? La filosofia è amore per la saggezza. L’antica saggezza non era filosofia, perché non è nata dall’amore, bensì dalla rivelazione. Nel mondo orientale non c’è filosofia, ma c’è saggezza orientale. La filosofia come amore per la saggezza è entrata nel mondo con il Cristo. Così abbiamo l’ingresso della saggezza dall’impulso dell’amore. È entrata nel mondo attraverso l’Impulso di Cristo. Ora dobbiamo applicare l’impulso dell’amore alla saggezza stessa.

L’antica saggezza, che il veggente ha ottenuto dalla rivelazione, è espressa nelle parole elevate della preghiera originaria dell’umanità: Ex Deo nascimur, «Da Dio siamo nati». Questa è l’antica saggezza. Cristo, che è emerso dai mondi spirituali, ha unito la saggezza all’amore. Essa vincerà l’egoismo, questo è il suo scopo. Ma deve essere offerta liberamente, da essere a essere. Per questo l’era dell’amore ha cominciato contemporaneamente all’era dell’egoismo. Il punto di partenza del cosmo è l’amore. Da essa l’egoismo è cresciuto naturalmente. Ma l’impulso del Cristo, l’impulso dell’amore, con il tempo supererà il dividente che è entrato nel mondo.

L’uomo può ricevere gradualmente questa forza d’amore.

Con parole singolarmente monumentali sentiamo l’amore effondersi nel cuore degli uomini nelle parole di Cristo: «Dove due sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Così risuona l’antico detto dei rosacrociani nella saggezza unita all’amore: In Christo morimur, «Nel Cristo moriamo».

L’uomo era predestinato da Jehovah all’appartenenza a gruppi di anime, all’impregnazione graduale con l’amore attraverso la parentela di sangue. Come personalità vive attraverso Lucifero. C’era dunque originariamente un’unione degli uomini, poi una separazione attraverso il principio luciferiano, che promuove l’egoismo e l’autonomia dell’uomo. Con l’egoismo il male entrò nel mondo. Questo doveva accadere, perché il bene non poteva essere compreso senza il male. Offre attraverso le vittorie dell’uomo su se stesso la possibilità dello sviluppo dell’amore. Cristo portò al decadente uomo dell’egoismo l’impulso verso questo autocontrollo e la forza di superare così il male. E ora attraverso le azioni di Cristo vengono riuniti coloro che erano separati dall’egoismo. Vere nel senso più profondo sono così le parole di Cristo che parla delle azioni d’amore, dicendoci: «Tutto ciò che avete fatto al più piccolo di questi, l’avete fatto a me!» Quella divina azione d’amore è fluita di nuovo verso il mondo terrestre. Avrà continuamente a fluire attraverso lo sviluppo dell’umanità. Nonostante il decadimento delle forze fisiche, la rivitalizzerà spiritualmente, perché non è accaduta dall’egoismo, solo dallo spirito dell’amore: Per spiritum sanctum reviviscimus, «Attraverso lo Spirito Santo saremo risorti».

Il futuro dell’umanità però consisterà ancora in qualcosa d’altro che nell’amore. Il perfezionamento spirituale sarà il fine più desiderabile per l’uomo terrestre. Lo troverete descritto all’inizio della mia opera drammatica misteriosa «La prova dell’anima». Ma nessuno che comprende gli atti d’amore, dirà del proprio sforzo verso il perfezionamento, che sia disinteressato. Il perfezionamento è qualcosa attraverso cui vogliamo rafforzare e promuovere il nostro essere, la nostra personalità.

Ma il nostro valore per il mondo dobbiamo vederlo unicamente negli atti d’amore, non negli atti di auto-perfezionamento.

Non dobbiamo ingannarci su questo. Se uno cerca di seguire il Cristo per la via dell’amore per la saggezza, allora vale della tal saggezza, che egli mette al servizio del mondo, solo quanto di essa è impregnato d’amore.

La saggezza immersa nell’amore, che contemporaneamente promuove il mondo e lo conduce al Cristo, questo amore per la saggezza esclude anche la menzogna. Poiché la menzogna è il contrario dei fatti. Chi si assorbe nell’amore all’interno dei fatti non conosce menzogna. La menzogna nasce dall’egoismo, senza eccezione. Se abbiamo trovato il cammino della saggezza attraverso l’amore, allora siamo penetrati attraverso la crescente forza della vittoria, attraverso l’amore disinteressato, anche alla saggezza. Così l’uomo diviene una personalità libera. Il male era il terreno nel quale la luce dell’amore poteva brillare. Ma è l’amore che rende riconoscibile il senso del male, la posizione del male nel mondo. La luce è divenuta riconoscibile attraverso l’oscurità.

Solo l’uomo libero può divenire un vero cristiano. Domanda sulla menzogna necessaria: un tacere per amore, una menzogna necessaria, è sempre un atto molto complicato. Una menzogna necessaria per amore può essere una necessità. Inizialmente sembra davvero una buona azione, ma in modo molto complicato essa vincola. Attraverso la menzogna necessaria ci siamo karmicamente uniti con il soggetto interessato. Ci siamo legati con la sua debolezza. Avremo più tardi di nuovo a che fare con lui. Successivamente dovremo dirgli la verità. Dovremo compensare questo più tardi con una verità piuttosto spiacevole da dirgli, come fattore di sviluppo. È bene che sia così, perché se siamo costretti a una menzogna necessaria, questo è già karmico, dunque egoistico. Poiché una menzogna necessaria, anche come tale, è un atto egoistico. Non ha nulla a che fare con un vero atto d’amore. Perché un po’ di astuzia appartiene sempre alla menzogna necessaria. Non nasce solo dalla decisione d’amore.

La scienza dello spirito brilla anche nelle profondità più minute e fini del cuore umano.

13°La nascita della luce terrena dall'oscurità del Natale sacro

Berlino, 24 Dicembre 1912

Cari amici, è bello che le circostanze ci permettano di riunirci stasera in questo giorno di festa.

Tra noi ci sono molti amici che in questo giorno, sotto certi aspetti, si trovano soli.

Naturalmente, la grande maggioranza deve celebrare la festa dell’amore e della pace nel circolo di coloro con cui è altrimenti unita nel mondo. Tuttavia è ovvio che anche noi, che non siamo legati in tale modo, non siamo affatto esclusi dalla partecipazione a questa festa, grazie alla corrente spirituale entro cui operiamo. Che cosa potrebbe essere più adatto a riunirci stasera nell’atmosfera, nell’aria spirituale dell’amore reciproco e della pace che permea i nostri cuori, se non una questione dedicata all’indagine dello spirituale? E possiamo considerare una benedizione particolare il fatto che quest’anno siamo riuniti proprio in questa sera, potendo avvicinare questa festa ai nostri cuori con una piccola meditazione. C’è un motivo più profondo ancora per cui potremmo considerarlo una fortuna speciale. Quest’anno, infatti, siamo posti dinanzi a ciò che deve starci molto a cuore, se lo comprendiamo nel modo giusto: la nascita della nostra Società Antroposofica. Se abbiamo veramente incarnato il grande ideale che vogliamo esprimere attraverso la Società Antroposofica, se siamo disposti a impegnare le nostre forze adeguatamente per questo grande ideale dell’umanità, allora ci deve stare a cuore il fatto di elevare i nostri pensieri da questa nostra luce spirituale, da questo mezzo di illuminazione, alla luce grande e principale dell’evoluzione umana sulla terra. Quella luce che nasce in questa notte dell’amore e della pace, e che celebriamo spiritualmente e animicamente, è la nascita della luce terrestre che deve nascere dall’oscurità della festa natalizia.

È una luce che deve risplendere nelle anime e nei cuori umani, fornendo a questi cuori e anime umane tutto ciò di cui hanno bisogno per trovare il cammino verso le alte vette spirituali, verso le quali deve condurre la missione terrestre dell’umanità.

Se volessimo inscrivere nei nostri cuori quello che possiamo provare in questa festa natalizia, che cosa sarebbe, propriamente?

In questa notte natalizia dovrebbe riversarsi nelle nostre anime il sentimento umano fondamentale dell’amore, la consapevolezza che, di fronte a tutte le altre forze, poteri e beni del mondo, il bene, la forza e il potere dell’amore sono i più grandi, i più intensi, i più efficaci.

Nei nostri cuori, nelle nostre anime dovrebbe riversarsi il sentimento che la saggezza è grande, ma l’amore è ancora più grande; che il potere è grande, ma l’amore è ancora più grande. La consapevolezza della forza, della potenza e della vigoria dell’amore dovrebbe penetrare così profondamente nei nostri cuori che da questa notte natalizia qualcosa potrebbe irradiarsi in tutti i nostri sentimenti del resto dell’anno. Qualche cosa che esprima ciò che sempre sentiamo: dovremmo vergognarci quando in una qualsiasi ora dell’anno facciamo qualcosa che non potrebbe resistere allo sguardo spirituale su quella notte in cui vogliamo far riversare nei nostri cuori l’onnipotenza dell’amore. Che i giorni e le ore dell’anno possano scorrere in modo tale che non abbiamo di che vergognarci di fronte al sentimento che vogliamo infondere nelle nostre anime nella notte natalizia! Se possiamo provare questo sentimento, allora sentiamo insieme a tutti gli esseri che vollero avvicinare all’umanità il significato della notte natalizia: il significato della relazione tra la notte natalizia e l’intero impulso del Cristo nell’evoluzione terrestre.

Dinanzi a noi si erge questo impulso del Cristo, possiamo dire, in triplice forma. E significativamente, alla festa del Cristo, questo impulso può stare dinanzi a noi in triplice forma.

Una forma ci è data dal riferimento al Vangelo di Matteo. L’entità che nasce, o la cui nascita celebriamo in questa notte natalizia, entra nello sviluppo dell’umanità in modo tale che tre vertici dell’umanità, tre rappresentanti della magia elevata, giungono per rendere omaggio all’entità regale che entra nello sviluppo dell’umanità.

«Re» nel senso spirituale della parola: i magi arrivano per rendere omaggio al grande re spirituale che appare nella forma che ha potuto acquisire perché un essere così elevato, quale una volta fu lo Zoroastro, ha attraversato i suoi stadi di sviluppo per raggiungere l’altezza di quel re spirituale al quale i magi vollero rendere omaggio.

Così il re spirituale del Vangelo di Matteo si erge dinanzi al nostro sguardo spirituale, portando nello sviluppo dell’umanità una fonte infinita di bontà e una fonte infinita di amore potente; di quella bontà e di quell’amore davanti ai quali la malvagità umana sente di essere chiamata a combattere. Così vediamo il re spirituale entrare nello sviluppo dell’umanità in un secondo aspetto: ciò che deve essere nemico del re spirituale si sente spinto ad agire nella forma di Erode, e il re spirituale deve fuggire da ciò che è nemico della regalità spirituale. Così sta dinanzi al nostro sguardo spirituale in gloria maestosa e magica. E dinanzi alla nostra anima sorge l’immagine meravigliosa del re spirituale: lo Zoroastro reincarnato, il fiore più nobile dello sviluppo umano, che ha attraversato l’incarnazione dopo l’incarnazione nel piano fisico e ha condotto la saggezza a un compimento perfetto, circondato dai tre re magici spirituali, essi stessi fiori e vertici dello sviluppo umano. In un’altra forma ancora, l’impulso del Cristo può stare dinanzi alla nostra anima: come ci appare nel Vangelo di Marco, nel Vangelo di Giovanni.

Siamo condotti, per così dire, all’impulso cosmico del Cristo, che esprime come l’uomo mantiene la sua relazione eterna con le grandi forze cosmiche per il fatto che, attraverso la comprensione del Cristo cosmico, diveniamo consapevoli di come nello sviluppo terrestre stesso entra un impulso cosmico attraverso il Mistero del Golgota. Ancor più grande e più potente del re spirituale circondato dai magi, che sta dinanzi al nostro occhio spirituale, si erge innanzi a noi l’entità cosmica potente che vuole prendere possesso del portatore di quell’uomo che è il re spirituale, il fiore e il vertice dello sviluppo terrestre stesso.

È fondamentalmente solo a causa della miopia dell’uomo moderno che non si sente tutta la grandezza e la potenza del taglio netto che era stato fatto nello sviluppo dell’umanità dal fatto che lo Zoroastro divenne il portatore dello spirito cosmico del Cristo.

Non si sente tutta l’importanza di ciò che, come «portatore del Cristo», è stato preparato in quel momento dello sviluppo umano che celebriamo nella festa natalizia cristiana. Un approfondimento alquanto più profondo nello sviluppo dell’umanità mostra ovunque come l’evento del Cristo abbia effetti di larga portata in tutta l’evoluzione terrestre. Sentiamo questo attraverso una meditazione appropriata in questa sera, affinché da questa meditazione possa irradiarsi qualcosa nel nostro ulteriore approfondimento e immersione antroposofica. Molto potrebbe essere addotto a questo proposito.

Si potrebbe mostrare come di fronte all’umanità, in tempi che erano ancora più vicini allo spirituale, è comparso uno spirito completamente nuovo rispetto a quello che aveva dominato e agito nello sviluppo terrestre nel tempo precristiano. Una figura fu creata, una figura che però ha veramente vissuto, e che ci esprime come ha agito su un’anima dei primi secoli cristiani quando questa anima si sentiva ancora completamente immersa nelle antiche conoscenze spirituali pagane, e poi provava come tutto nella sua anima cambiava quando, senza pregiudizi e con mente aperta, si opponeva all’impulso del Cristo. Oggi comprendiamo sempre più profondamente una figura come quella di Faust. In questa figura, che un poeta più recente, Goethe, ha per così dire risvegliato, sentiamo espressa la lotta più elevata dello sforzo umano, ma sentiamo anche come in essa debba esprimersi la possibilità di colpa più profonda. Ma se si prescinde da tutto ciò che la più recente forza poetica può dare in termini artistici, si può dire che si sente profondo e significativo ciò che viveva in un’anima quando ci si immerge, per esempio, nella poesia dell’imperatrice greca Eudocia, che ha creato una rielaborazione della leggenda antica di Cipriano. Questa leggenda descrive un uomo che viveva completamente nel mondo degli antichi dei pagani, in esso impigliato.

Era un uomo che, dopo il Mistero del Golgota, era ancora completamente dedito agli antichi segreti, alle forze e ai poteri pagani.

Bella è quella scena in cui è descritto come Cipriano conosce Giustina, che è già stata toccata dall’impulso del Cristo, che è dedicata a quelle forze rappresentate dal cristianesimo. La tentazione gli si avvicina di allontanarla dal suo cammino, la tentazione di usare a questo scopo i vecchi mezzi magici pagani. Tutto ciò che accade tra Fausto e Gretchen accade in questa atmosfera della lotta tra gli antichi impulsi pagani e l’impulso del Cristo. Prescindendo dallo spirituale, sembra ancora grandioso nella narrazione dell’antico Cipriano e nella tentazione a cui era sottoposto di fronte alla cristiana Giustina. E se la poesia di Eudocia non è particolarmente buona, si deve comunque dire che qui sta lo sconvolgimento dello scontro del vecchio mondo precristiano con il mondo cristiano. Qui sta in Cipriano un uomo che si sente ancora lontano dal cristianesimo, che si sente ancora completamente dedito alle antiche forze divine pagane: c’è una certa violenza nella descrizione. Solo alcuni passaggi siano presentati oggi, come Cipriano si sente di fronte alle forze magiche dei poteri spirituali precristiani. Così lo sentiamo nella poesia di Eudocia: Credenti nel Cristo, voi che tenete caldo e fedele Nel cuore il tanto lodato Salvatore, Guardate il mio pianto che sgorga fresco, e poi Ascoltate da quale fonte nasce il mio dolore.

E voi, che siete ancora avvolti nella tenebra dell’inganno Delle immagini degli idoli, prestate attenzione a ciò che io Vi racconterò della loro frode e del loro inganno.

Poiché mai un uomo è vissuto che come Me fosse tanto dedito ai falsi dei E conoscesse così profondamente la natura dei demoni.

Sì, sono Cipriano, che da bambino I miei genitori offrirono ad Apollo.

Era il ninnare della tenera creatura Il frastuono degli orgiali, quando si celebrava la festa Del terribile drago.

All’età di sette anni Fui consacrato al dio solare Mitra.

Abitai nella nobile città di Atene E ne divenni cittadino.

Così piaceva Ai miei genitori.

Quando ebbi dieci anni, Accesi le fiaccole di Demetra E mi immersi nel pianto di Persefone.

Allevai il serpente di Pallade sul castello Come accolito del tempio.

Poi salii verso le montagne boschive Olimpo, dove gli sciocchi immaginavano L’abitazione luminosa dei beati dei.

Vidi le Ore e lo sciame dei Venti, Il coro dei giorni, che nella fantasia alata Attraversano la vita con inganni illusori.

Vidi una moltitudine di spiriti infuriati, E agguati pieni di frode; alcuni scoppiavano Di derisione e riso, altri erano completamente Colti dal terrore.

Vidi tutte le file Delle dee e degli dèi.

Perché ho dimorato là Per quaranta giorni e ancora più. Il mio cibo era quando il sole tramontava Il frutto dei rami folti di foglie. Come Se fossero stati inviati da un alto castello reale, Gli spiriti messaggeri attraversano l’aria, Per poi scendere nel mondo dove L’umanità li tormenta con mille mali. Avevo quindici anni e già conoscevo La forza operante degli dèi e degli spiriti, Perché mi insegnarono sette gran sacerdoti.

Era la volontà dei miei genitori che acquistassi Soprattutto la scienza, tutto ciò che è sulla terra, Nel regno dell’aria e nel profondo mare.

Ho indagato quello che fermenta nel seno umano, Che fermenta nell’erba, Nel succo del fiore, ciò che come malattia striscia Intorno ai corpi stanchi, e quello che il serpente variopinto, Il principe del mondo pieno di malvagia frode crea Per contrastare l’eterno decreto di Dio.

Andai nella bella terra di Argo, Che nutre cavalli.

Si celebrava la festa di Eos, La sposa bianca-vestita di Titone, E là divenni suo sacerdote.

Imparai a conoscere ciò che fraternamente Attraversa l’aria e il cerchio di questo polo, Ciò che rende le acque affini al campo, E ciò che offusca il cielo come pioggia.

Così Cipriano aveva imparato tutto ciò che si poteva imparare quando, per così dire, si veniva iniziati ai misteri precristiani.

Oh, li descrive esattamente, questi poteri, ai quali potevano guardare coloro che possedevano solo i vecchi documenti di iniziazione nel momento in cui questi documenti non valevano più.

Li descrive in modo straziante nella loro orribilità che non appartiene più al tempo.

Vidi il demone stesso faccia a faccia, Dopo che me lo ero guadagnato con sacrifici; Gli parlai ed egli mi rispose Con parole dolci e lusinghiere.

La mia bellezza giovanile E la mia abilità per le sue opere lodando, Mi promise il dominio di questo mondo E mi diede potere di comandare agli spiriti.

Mi salutò col mio nome, quando Me ne andai, e i suoi grandi lo videro con stupore.

Il suo volto è come il fiore puro dell’oro; Indossa un diadema di pietre scintillanti E vesti fiammeggianti.

La terra trema, Quando si muove.

In file fitte lo circondano Portatori di lancia al suo trono, lo sguardo abbassato. Così pensa di essere un dio, così imita Le opere dell’Eterno, che sfacciatamente contesta.

Eppure crea impotente solo ombre vane; Perché l’essenza dei demoni è apparenza. E come la tentazione gli si avvicina, come tutto ciò agisce su di lui prima che conosca l’impulso del Cristo, anche questo ci viene descritto.

Mi allontanai dalla terra dei Persiani e giunsi Ad Antiochia, la grande città Dei Siriani; lì compii molte meraviglie Di stregoneria e magia infernale.

Un giovane mi cerca, Aglaida, Acceso di amore, e con lui molti compagni.

Era una ragazza, Giustina è il suo nome, Per la quale egli arde, e circondandomi le ginocchia Mi supplicò di attirarla Tra le sue braccia mediante arti magiche.

E allora per la prima volta Mi fu manifesta l’impotenza del demone.

Perché per quanti spiriti egli comandi, Tanti ne inviò contro quella vergine, E tutti tornarono indietro svergognati.

Anche me, che aiutavo Aglaida, rese La devota fede di Giustina senza onore; Mi mostrò come fosse vano il mio arte.

Molte notti senza sonno passai così E mi tormentai con arti magiche.

Per dieci settimane il principe degli spiriti Assediò il cuore della vergine.

Eros aveva, ahimè! Non solo ferito Aglaida, Ma anche me colse la follia dell’amore.

E da questa confusione in cui il mondo antico l’aveva gettato, Cipriano è guarito dall’impulso del Cristo. È una sorta di ombra, solo immersa in una forza poetica più grande, di quello che abbiamo poi nella poesia di Fausto.

Getta via la vecchia magia per comprendere l’impulso del Cristo nella sua intera grandezza.

In una tale figura ci si mostra come nei primi secoli cristiani si sentiva quello che abbiamo ora rappresentato dinanzi all’anima in duplice forma; ripetendo molto di ciò.

Una terza forma, per così dire un terzo aspetto dell’impulso del Cristo, è quella che può mostrarci propriamente come possiamo, attraverso ciò che nel senso intero della parola possiamo chiamare «Teosofia», sentirci uniti con tutto ciò che è umano.

Questo è l’aspetto che solo il Vangelo di Luca descrive e che ha continuato ad agire nella rappresentazione dell’impulso del Cristo come viene preparato attraverso il «Bambino».

In quell’amore e semplicità e insieme impotenza, come il Bambino Gesù ci appare nel Vangelo di Luca, l’impulso del Cristo era adatto a essere posto dinanzi a tutti i cuori.

Tutti potevano sentirsi affini con ciò che in modo così semplice, proprio come bambino infantile e tuttavia così grande e potente, parlava agli uomini dal bambino del Vangelo di Luca.

Questo bambino non è presentato ai re magici: è presentato ai poveri pastori dei campi.

Quella creatura nel Vangelo di Matteo sta all’apice del divenire dell’umanità, e rendendo omaggio vengono i re spirituali magici.

Il bambino del Vangelo di Luca sta in semplicità, escluso dallo sviluppo dell’umanità, come bambino anzitutto, non ricevuto da alcuno dei grandi, ma ricevuto dai pastori del campo.

Non sta così nel divenire dell’umanità il bambino del Vangelo di Luca, che nel Vangelo di Luca saremmo per così dire chiamati l’attenzione come la malvagità del mondo senta di essere spinta contro la sua potenza spirituale regale.

No. Ma ciò ci si presenta chiaramente, se anche non subito la potenza e la malvagità di Erode, che ciò che è dato in questo bambino è così grande, così nobile, così significativo che l’umanità stessa non lo può accogliere nelle sue file, che rimane povero e abbandonato dallo sviluppo dell’umanità, come se fosse gettato in un angolo, e così in modo singolare mostra a noi la sua origine sovrumana, la sua origine divina o, che è lo stesso, la sua origine cosmica.

E come questo Vangelo di Luca è stato ispiratore per tutti coloro che in numerose rappresentazioni artistiche e di altro genere hanno sempre ripetuto scene suggerite dal Vangelo di Luca!

Non sentiamo nei confronti delle altre rappresentazioni artistiche che quelle rappresentazioni artistiche che per secoli sono state ispirate dal Vangelo di Luca ci presentano Gesù come un essere con il quale ogni uomo, persino il più semplice, potrebbe sentirsi affine?

L’uomo più semplice imparò attraverso ciò che agiva attraverso il Gesù-Bambino di Luca a sentire tutto l’evento della Palestina come un evento familiare, come un evento che lo riguardava come l’evento di un parente immediatamente prossimo.

Nessun Vangelo ha agito così come il Vangelo di Luca nella sua affascinante atmosfera e corrente; perché ha reso intima all’anima umana la natura di Gesù.

E tuttavia, tutto è contenuto in questa rappresentazione infantile, tutto ciò che deve essere contenuto in un certo aspetto dell’impulso del Cristo: che il più alto nel mondo, in tutto il mondo, è l’amore; che la saggezza è grande, desiderabile, che gli esseri non possono sussistere senza saggezza; che l’amore però è qualcosa di più grande; che la potenza e la forza attraverso cui il mondo è stato costruito sono qualcosa di grande, senza di cui il mondo non potrebbe sussistere, che l’amore però è qualcosa di più grande.

Solo colui che sente il più alto dell’amore rispetto alla potenza e alla forza e alla saggezza comprende correttamente l’impulso del Cristo. Alla saggezza dobbiamo aspirare, soprattutto come individualità spirituali umane, perché la saggezza appartiene agli impulsi divini del mondo.

E che dobbiamo aspirare alla saggezza, che la saggezza deve essere il bene sacro che ci fa progredire, dovrebbe proprio essere rappresentato nella prima scena della «Prova dell’anima» affinché non facciamo inaridire la saggezza, che la coltiviamo per ascendere sulla scala dello sviluppo umano attraverso la saggezza.

Ma dovunque c’è saggezza, c’è un duplice: saggezza degli dei, saggezza dei poteri luciferici. L’essere che aspira alla saggezza si avvicina, in tutte le circostanze, anche ai nemici degli dei, alla schiera del portatore di luce, alla schiera di Lucifero.

Pertanto non esiste una saggezza onnisciente divina, perché alla saggezza sta sempre di fronte un oppositore: Lucifero. E la potenza e la forza! Attraverso la saggezza il mondo è compreso, attraverso la saggezza è contemplato, è illuminato. Attraverso la potenza e la forza il mondo è costruito. Tutto ciò che accade accade attraverso la potenza e la forza che sono negli esseri, e ci escluderemmo dal mondo se non cercassimo la nostra parte nella potenza e nella forza del mondo. Vediamo questa potenza e forza del mondo quando il fulmine guizza attraverso le nuvole. La percepiamo quando il tuono ruggisce, quando la pioggia si riversa dagli spazi celesti sulla terra per fecondarla, o quando i raggi del sole si precipitano giù per evocare i germi di piante che dormono nella terra. Nelle forze naturali che agiscono sulla terra le vediamo, questa potenza e forza, salutare come la luce solare, come le forze di pioggia e nuvola. Ma d’altra parte le vediamo, per esempio nei vulcani, come sollevandosi contro la terra stessa: forza celeste contro forza celeste. Guardiamo in questo mondo e sappiamo: se vogliamo noi stessi essere esseri dell’universo, allora qualcosa di loro deve anche agire in noi. Dobbiamo avere la nostra parte nella potenza e nella forza. Per questo stiamo nel mondo: le potenze divine e arimaniche ci vivono e ci attraversano.

L’onnipotenza non è onnipotente, perché ha sempre il suo nemico Arimane contro di sé. Tra loro, tra la potenza e la saggezza, sta l’amore. E sentiamo, quando è vero amore, che è soltanto divino. Dell’onnipotenza e dell’onnistenza possiamo parlare come di un ideale; ma a essa si oppone Arimane.

Dell’onniscienza si può parlare come di un ideale; ma a essa si oppone la forza di Lucifero.

Dire «Amore Infinito» appare assurdo, perché non è capace di aumento se lo pratichiamo correttamente. La saggezza può essere piccola, può essere aumentata. La potenza può essere piccola, può essere aumentata. Perciò l’onniscienza e l’onnipotenza possono valere come ideali.

Amore universale: sentiamo che il concetto di Amore Infinito ne deve essere escluso, perché l’amore è qualcosa di unico. Proprio come nel Vangelo di Luca il Bambino Gesù ci è presentato, così ci appare come la personificazione dell’amore. Ma ci appare come personificazione dell’amore tra la saggezza o l’onniscienza e l’onnipotenza. E fondamentalmente ci appare così perché è appunto un bambino. L’intensificazione sta solo nel fatto che il bambino ha, oltre a tutto il resto che un bambino ha, anche la proprietà dell’abbandono, dell’essere gettato in un angolo dell’umanità. La struttura meravigliosa dell’uomo, la vediamo già organizzata nell’organismo infantile. Dovunque nel vasto cosmo dirigiamo lo sguardo, non c’è nulla che sia creato così interamente dalla saggezza come questa struttura meravigliosa, che ci appare ancora pura nell’organismo infantile. E così come nel bambino appare ciò che è l’onniscienza nel corpo fisico, così appare anche nel suo corpo eterico, dove la saggezza dalle potenze cosmiche si esprime, così nel corpo astrale, e così nell’Io. Come un estratto della saggezza, così giace il bambino.

E quando è per così dire gettato in un angolo, come il Bambino Gesù, allora sentiamo: separatamente giace un’immagine di perfezione, la saggezza cosmica concentrata. Ma anche l’onnipotenza ci appare personificata quando il bambino giace così come ci è descritto nel Vangelo di Luca. Come stia l’onnipotenza in relazione al corpo e all’essenza del bambino, lo sente chi si rappresenta nella sua anima tutta la forza di ciò che possono compiere le potenze divine e le forze naturali. Ci si rappresenti la violenza delle potenze naturali e delle forze vicine alla terra quando imperversano le tempeste. Ci si rappresentino le potenze naturali che regnano sotto terra, tempestose e mosse.

Ci si pensi tutto il ribollire delle potenze e forze del cosmo, tutto ciò che precipita dalle potenze buone e dalle potenze arimaniche.

Ci si pensi come infuria e si agita. E ora ci si pensi che tutto ciò che precipita così disordinatamente viene spinto via da un piccolo punto del mondo, affinché su questo piccolo punto possa giacere la struttura meravigliosa del corpo del bambino. Un piccolo corpo deve essere protetto: se fosse esposto solo un istante alla violenza delle potenze naturali, sarebbe spazzato via! Allora si sente l’inserimento nell’onnipotenza. E si sente ora come l’anima umana possa provare quando guarda senza pregiudizi a ciò che il Vangelo di Luca così esprime: ci si avanzi con la saggezza verso questa saggezza concentrata del bambino. Ci si avanzi verso di essa con la più grande saggezza umana. Derisione e follia è questa saggezza! Perché così grande non potrà mai essere come era stata quella saggezza spesa affinché il corpo del bambino potesse giacere dinanzi a noi.

La saggezza più alta rimane follia e deve stare timida dinanzi a questo corpo del bambino e venerare la saggezza celeste, ma sa che non può raggiungerla: ridicola è questa saggezza, ricacciata deve sentirsi nella sua propria follia.

No, con la saggezza non arriviamo a ciò che ci è presentato come la natura di Gesù nel Vangelo di Luca. Arriviamo con la potenza? Non arriviamo con la potenza. Perché l’esercizio della potenza ha senso solo dove si esercita una contropotenza. Il bambino però ci incontra, che la potenza sia poca o molta, con la sua impotenza e deride nella sua impotenza la nostra potenza!

Perché avrebbe senso esercitare la potenza verso il bambino, visto che esso non ci oppone se non l’impotenza? È meraviglioso che l’impulso del Cristo, nella sua preparazione come ci è presentato nel Bambino Gesù, ci si presenti proprio in questo modo nel Vangelo di Luca, così che noi, per quanto saggi fossimo, con la nostra saggezza non possiamo arrivarvi. Con la nostra potenza non possiamo arrivarvi.

Tutto ciò che ci lega altrimenti con il mondo non può arrivare al Bambino Gesù come è descritto nel Vangelo di Luca.

Una sola cosa può arrivarvi: non la saggezza, non la potenza: l’amore. E offrire questo in modo illimitato all’essere infantile è l’unica cosa possibile.

Il potere dell’amore, la sola giustificazione e il solo significato dell’amore: è questo che possiamo sentire così profondamente quando lasciamo che il Vangelo di Luca agisca sulle nostre anime. Viviamo nel mondo, e nessuno deve deridere gli impulsi del mondo. Significherebbe rinnegare la nostra umanità e tradire gli dèi se non aspirassimo alla saggezza. Ogni giorno e ogni ora dell’anno è ben usato dove diventiamo consapevoli che è nostro dovere umano aspirare alla saggezza. Ogni giorno e ogni ora dell’anno ci costringono però anche a diventare consapevoli di come siamo collocati nel mondo e siamo un gioco delle forze e dei poteri del mondo, dell’onnipotenza che pervade il mondo. Ma c’è un momento in cui possiamo dimenticarlo e ricordarci di ciò che il Vangelo di Luca ci presenta dinanzi: il momento in cui pensiamo al bambino che è ancora più impotente e ancora più saggio di altri bambini umani, e di fronte al quale l’amore più alto nella sua legittimità si presenta, di fronte al quale la saggezza deve stare silenziosa, di fronte al quale la potenza deve stare silenziosa.

Così possiamo sentire molto bene quale significato abbia che proprio questo Bambino del Cristo, ricevuto dai semplici pastori, ci sia presentato come il terzo aspetto dell’impulso del Cristo: accanto al grande aspetto cosmico, accanto all’aspetto del re spirituale, l’aspetto infantile. L’aspetto del re spirituale ci si avvicina in modo tale che siamo ricondotti alla saggezza più alta, e l’ideale della saggezza più alta ci sia presentato. L’aspetto cosmico ci sta dinanzi in modo tale che sappiamo come, attraverso esso, la direzione intera dello sviluppo terrestre venga riformulata di nuovo. La massima potenza, attraverso l’impulso cosmico, si mostra dinanzi a noi: una potenza così grande da superare persino la morte. Ciò che come terzo deve aggiungersi alla saggezza e alla potenza e deve penetrare nelle nostre anime come ciò che va oltre entrambe, ci viene presentato come ciò da cui procede lo sviluppo dell’umanità sulla terra, sul piano fisico.

E questo è bastato per portare all’umanità, attraverso la sempre ricorrente rappresentazione della nascita di Gesù nella notte natalizia, l’intero significato dell’amore nello sviluppo del mondo e dell’umanità.

Così è nella notte natalizia che ci viene presentata la nascita del Bambino Gesù, ma che nella notte natalizia, attraverso la visione di questa nascita del Bambino Gesù, può nascere in ogni notte natalizia nelle nostre anime la comprensione dell’amore autentico, vero, che sovrasta tutto.

E se nella giusta maniera nella notte natalizia nasce in noi la consapevolezza del sentimento dell’amore, quando celebriamo questa nascita del Cristo come il risveglio dell’amore, allora da quel momento che viviamo può irradiarsi ciò di cui abbiamo bisogno per i giorni e le ore restanti dell’anno, affinché sia benedetto e così impregnato ciò che in ogni giorno e in ogni ora dell’anno possiamo aspirare in saggezza. In modo singolare il cristianesimo, proprio attraverso questa enfasi dell’impulso di amore, si è collocato già nel tempo romano nello sviluppo dell’umanità: si è collocato in modo che qualche cosa si possa trovare nelle anime umane dove le anime si avvicinano l’una all’altra, non toccando ciò che il mondo dà agli uomini, ma ciò che le anime umane hanno attraverso se stesse. Si è sempre avuto il bisogno di un tale avvicinamento dell’umanità nell’amore. Ma quando il Mistero del Golgota giunse, a che cosa era diventato nel mondo romano? Era diventato i Saturnali. Nei giorni di dicembre, dal diciassettesimo, iniziavano i Saturnali, dove le differenze di rango e di stato erano abolite. Lì l’uomo stava di fronte all’uomo, alto e basso cessavano, tutti si davano del tu. Ciò che veniva dal mondo esteriore era stato spazzato via.

Ma per scherzo e per divertimento allora si regalavano ai bambini i «doni dei Saturnali», che diventarono poi i nostri doni di Natale. Che si debba ricorrere allo scherzo e al divertimento per superare le altrimenti dominanti distinzioni, a ciò il vecchio mondo romano era giunto.

Nel mezzo di ciò si inserì il Nuovo, dove gli uomini non richiamavano lo scherzo e il divertimento, ma il Massimo nella loro anima, lo Spirituale.

Così l’empatia da uomo a uomo si inserì nel cristianesimo in quel tempo in cui nel mondo romano aveva assunto la forma sfrenata dei Saturnali. Ma questo ci testimonia anche l’aspetto dell’amore, dell’amore umano universale, che può regnare da uomo a uomo quando afferriamo l’uomo nel suo più profondo. Lo afferriamo nel suo più profondo, per esempio, quando il bambino aspetta la vigilia di Natale l’arrivo del Bambino di Natale o dell’Angelo di Natale. Come aspetta allora il bambino? Esso aspetta l’arrivo del Bambino di Natale o dell’Angelo di Natale sapendo: costui non viene dalle terre umane, viene dal mondo spirituale! È una sorta di comprensione del mondo spirituale in cui il bambino si rivela simile agli adulti. Perché anche loro sanno lo stesso che il bambino sa: che l’impulso del Cristo è venuto dall’alto, nel mondo spirituale, nello sviluppo terrestre! E così non solo il Bambino del Vangelo di Luca si presenta spiritualmente nella notte natalizia di fronte alla nostra anima, ma si presenta ciò che la notte natalizia deve avvicinare al cuore umano, in modo bellissimo, anche dinanzi a ogni anima infantile, e unisce la comprensione infantile con la comprensione adulta. Tutto ciò che il bambino può sentire quando inizia appena a poter pensare qualcosa è un polo. E l’altro polo è ciò che possiamo sentire nelle nostre questioni spirituali più elevate, ciò che possiamo sentire quando siamo lealmente dediti a quell’impulso che all’inizio della nostra odierna meditazione è stato menzionato, dove sviluppiamo la volontà di ciò a cui, nella Società Antroposofica da crearsi, vogliamo aspirare come a una luce spirituale. Perché anche lì vogliamo che ciò che deve entrare nello sviluppo dell’umanità sia portato da qualcosa che viene dai regni spirituali come un impulso a noi. E così come il bambino si sente di fronte all’Angelo di Natale che gli porta i suoi doni, si sente unito allo Spirituale nella sua ingenuità, così possiamo unirci noi allo Spirituale a cui nella notte natalizia aspiriamo come all’impulso che può portare ciò che perseguiamo come un ideale così elevato.

E se ci troviamo in questo circolo uniti in tale amore come può fluire dalla giusta comprensione della notte natalizia, allora potremo raggiungere ciò che deve essere raggiunto attraverso la nostra Società Antroposofica, attraverso il nostro ideale antroposofico.

Raggiungeremo ciò che deve essere raggiunto nel lavoro unito se un raggio di quell’amore da uomo a uomo può afferrarci, a cui possiamo essere insegnati quando ci abbandoniamo nella giusta maniera alla comprensione della notte natalizia.

Così è per quei cari amici che questa sera sono con noi: in certo senso un privilegio del sentimento che possono avere. Anche se non siedono sotto l’albero di Natale nel modo usuale nel presente ciclo temporale, legati qui o lì, questi nostri cari amici tuttavia siedono sotto l’albero di Natale. E voi tutti, miei cari amici, che stasera siete qui con noi sotto l’albero di Natale a celebrare la notte natalizia, tentate di risvegliare nei vostri animi qualche cosa del sentimento che può invaderci quando sentiamo come siamo riuniti qui proprio al fine di imparare già ora, nella nostra anima, quegli impulsi dell’amore che un giorno, in un futuro sempre più lontano, sempre di più devono venire quando l’impulso del Cristo, come la notte natalizia così bellamente ci ricorda, con sempre maggiore e sempre maggiore forza, con sempre maggiore e sempre maggior potenza e con sempre più profonda e sempre più profonda comprensione interviene nello sviluppo dell’umanità. Esso interviene solo se si trovano anime che lo comprendono nella sua intera importanza. Per la comprensione in questo campo appartiene però l’amore, che possiamo generare come il più bello nello sviluppo dell’umanità proprio quando in questa sera o in questa notte penetriamo i nostri cuori con lo sguardo spirituale rivolto al Bambino Gesù, che dal resto dell’umanità è respinto e gettato in un angolo, nato in una stalla, ci è presentato simbolicamente: così come, per così dire, «da fuori» aggiunto allo sviluppo dell’umanità, accolto dai più semplici in spiritualità, dai poveri pastori.

Se tentiamo di generare nelle nostre anime ciò che da questa immagine di impulso amorevole può fluire nelle nostre anime, allora avrà il potere di contribuire a ciò che vogliamo realizzare e che dobbiamo realizzare, di promuovere i compiti che ci siamo prefissi nel campo teosofico, e che nel campo antroposofico il nostro karma ci ha preparato come compiti profondi e legittimi.

Portiamo via da questa odierna meditazione sulla notte natalizia il fatto che siamo stati riuniti per portare questo impulso dell’amore con noi non solo per breve tempo, ma per tutto il nostro sforzo che ci siamo proposti, così come lo possiamo comprendere dallo spirito della nostra visione del mondo.

14°Novalis come annunziatore dell'impulso del Cristo da cogliere spiritualmente

Colonia, 29 Dicembre 1912

Quando ascoltiamo in questo modo i suoni del cuore del nostro caro Novalis, attraverso i quali seppe annunziare con tanta intimità la missione di Cristo, sentiamo qualcosa che giustifica la nostra corrente spirituale.

Avvertiamo come da una personalità, la cui intera natura è profondamente intrecciata con tutti i misteri e i segreti del cosmo, promana qualcosa come un’aspirazione verso quei mondi spirituali.

Questi mondi il moderno essere umano deve ricercarli proprio attraverso quella visione del mondo verso la quale noi tendiamo.

È meraviglioso immergersi nel cuore e nell’anima di un tale essere umano, quale fu Novalis.

Come egli emerse da una profondità della vita spirituale occidentale, profondamente radicato nella sua intera comprensione delle aspirazioni verso il mondo spirituale. Quando allora vediamo come nella sua incarnazione lasciò fluire nei suoi giovani sentimenti i mondi spirituali, e come questi gli si illuminarono per mezzo dell’Impulso di Cristo, sentiamo questo come un’esortazione alle nostre stesse anime e ai nostri stessi cuori. Con lui aspiriamo a ciò che brillò per lui come una luce sublime incessante, verso la quale visse il suo breve essere di allora. Sentiamo come egli fu uno dei profeti dei tempi moderni in questa incarnazione, per ciò che noi vogliamo ricercare nei mondi spirituali. Sentiamo anche come possiamo essere animati al meglio per questa ricerca proprio da quell’entusiasmo che viveva nel cuore e nell’anima di un Novalis. Questo entusiasmo gli derivava dall’intima impregnazione con l’Impulso di Cristo.

Proprio nel momento presente del nostro sforzo, quando da un lato fondiamo la Società Antroposofica, che deve contenere in sé tutti i misteri umani, e quando dall’altro vogliamo considerare, in connessione con l’Impulso di Cristo, la luce che splende così gloriosamente dall’Oriente.

In questo momento possiamo unirci a ciò che, come espressione dell’Impulso di Cristo, viveva nell’anima di Novalis.

Sappiamo che un tempo nell’antichità ebraica echeggiò come grande profezia la parola di Elia, che scaturisce dal cosmo. Sappiamo che era l’Impulso presente quando la Divinità cosmica di Cristo scese nel corpo di Gesù di Nazareth. Sappiamo che era lo stesso Impulso che allora profeticamente preannunziò ciò che doveva essere incorporato nello sviluppo dell’umanità. Sappiamo che era lo stesso Impulso che nella consapevolezza di Raffaello incantò davanti agli occhi umani i misteri infiniti del Cristianesimo. Con nostalgia e sentimento di mistero ci rivolgiamo all’anima reincarnata di Elia, del Battista Giovanni, di Raffaello in Novalis. Sentiamo come tutta la sua vibrazione spirituale è pervasa e infiammata dall’aspirazione verso una nuova vita spirituale dell’umanità. Sentiamo il coraggio e sentiamo che da essa ci giunge qualcosa della forza per vivere incontro a questa nuova vita spirituale dell’umanità. Oh, perché fu allora Novalis immerso nei tempi moderni, per preannunziare profeticamente l’Impulso di Cristo da comprendersi spiritualmente? Intorno a lui, nel suo orizzonte spirituale, era come un risveglio delle grandi correnti spirituali dell’umanità intera.

Da quel circolo da cui emerse Novalis, dalla vita spirituale stessa che si infiammava, come una prima proclamazione della visione del mondo teosofica-antroposofica dell’Occidente. Nello splendore del sole-Goethe, del sole-Schiller, maturò questa anima che si levava verso l’Impulso di Cristo. Quale corrente spirituale viveva in Goethe? Come la consapevolezza spirituale si esprime attraverso Goethe e brilla su Novalis, il giovane contemporaneo di Goethe?

Dalla visione del mondo di Spinoza, Goethe aveva cercato di estrarre tutto ciò che poteva calmare e beatificare le sue passioni ardenti e infiammanti, rivolgerle allo spirito.

Dalla visione universale di Spinoza, Goethe aveva cercato lo sguardo verso le vastità cosmiche e verso gli esseri spirituali che tessono queste vastità e brillano nella consapevolezza umana. In tal modo questa anima umana poteva risolvere la natura e i suoi stessi misteri, sentendo e conoscendo l’essere che vive e tesse in tutti gli esseri e nei mondi. Goethe aspirava a innalzarsi verso la purità e la contemplazione da ciò che poteva ottenere da Spinoza. Così sentì qualcosa di quella visione del mondo monoteistica in senso spirituale, che già ci risuona e si illumina dalle antiche parole dei Veda. Si può ascoltare in modo bellissimo, se soltanto si vuole approfondire, come la rinnovata parola-Veda di Goethe si armonizza con l’entusiasmo caloroso che risuona da Novalis, nel mistero di Cristo nel mondo. La luce scorre verso di noi dalla parola-Veda di Goethe; l’amore e il calore scorrono nella luce quando sentiamo le parole di Novalis che annunziano Cristo fluire nelle parole luminose di Goethe. E quando da un’altra parte afferriamo Goethe, dove Goethe, mantenendo pienamente il riconoscimento dell’unità cosmica, riconosce l’indipendenza di ogni anima nel senso leibniziano, allora nelle parole di Goethe non ci soffia incontro, ma per l’atteggiamento che è presente, la dottrina occidentale delle monadi, che è un’eco della filosofia Sankhya. In tutto ciò che era come un’eco della filosofia Sankhya, in quel Weimar e quella Jena di allora, maturò il giovane Novalis con il suo cuore rivolto a Cristo. E si sente talvolta uno spirito tale, che nella sfumatura moderna è pervaso dal sentimento Sankhya come Fichte nella sua asprezza. Si sente come esso viene ammorbidito verso il vero spirito dell’epoca quando, accanto a lui e accogliendo con entusiasmo devoto Novalis, lo si concepisce. Si ode da una parte il singolare rinnovamento fichteano dell’antica parola indiana, che il mondo come ci circonda è solo un sogno.

E il pensiero come ordinariamente è, è un sogno di questo sogno.

La realtà è la consapevolezza umana, che riversa la sua volontà come forza in questo mondo di sogni. Così suonano le parole rinnovate di Fichte dal Vedanta. Accanto a questa, la fiducia di Novalis. Oh, egli sente questa fiducia più o meno così: sì, un sogno l’essere fisico, il pensiero un sogno del sogno, ma da questo sogno scaturisce tutto ciò che l’anima umana sente e avverte come suo bene più prezioso. E nel sentire e nell’avvertire può agire spiritualmente. E dal sogno della vita, dall’Io pieno di entusiasmo di Cristo, l’anima di Novalis crea l’idealismo magico, come egli lo chiama, cioè l’idealismo sorretto dallo spirito. E sentiamo come, in armonia quasi più profonda di quanto sia possibile nei sogni cosmici, qualcosa si unisce.

Quando vediamo l’anima amorevole di Novalis accanto a un’altra eroica figura dello spirito del suo tempo, ascoltando come Schiller tenta di entusiasmare il mondo con il suo idealismo, e come Novalis, mentre dipinge l’idealismo etico di Schiller, dal cuore che in lui stesso è pieno di entusiasmo per Cristo, proclama il suo idealismo magico. Come parla profondamente alla nostra anima quella che potremmo chiamare la bontà di Novalis, l’intima bontà occidentale del cuore di Novalis, quando scrive con entusiasmo circa Schiller.

Allora si esprime l’intera bontà di un’anima umana, l’intera capacità d’amore di un’anima umana. Quando lasciamo agire su di noi una tale parola di Novalis, quale Novalis pronunciò per lodare Schiller. Per ciò che Schiller era per lui, per ciò che era per l’umanità. Per esprimere questo elogio, Novalis dice approssimativamente quanto segue: se gli esseri senza desiderio negli spazi elevati della consapevolezza, che noi spiriti chiamiamo, potessero percepire tale parola e tale conoscenza umana, come fluisce da Schiller. Allora forse anche questi esseri senza desiderio, che noi spiriti chiamiamo, potrebbero una volta essere riempiti dal desiderio di discendere nel mondo umano e di incarnarsi qui.

Per agire nello sviluppo vero dell’umanità, che può accogliere tale conoscenza come fluisce da una tale personalità.

Cari amici! Un cuore che così può venerare, che così può amare, questo è un cuore esemplare per quanti si vogliono dedicare a questo sentimento di vera, genuina e devota venerazione e amore. Un tale cuore può anche nel modo più semplice esprimere ciò che sono i misteri del mondo e dell’anima umana. Perciò anche molte parole che provengono dalla bocca di Novalis hanno il valore come se facessero risuonare ciò che dalle tre correnti umane verso lo spirito, in tutti i tempi, con nostalgia e talvolta con luce così luminosa, ha potuto risuonare. Così sta davanti a noi questo Novalis che appena raggiungeva il trentesimo anno di vita. Questo Raffaello reincarnato, questo Giovanni reincarnato, questo Elia reincarnato. Così sta davanti a noi, e così possiamo venerarlo lui stesso. Così egli può essere, tra molti, uno dei mediatori che ci insegni il cammino. Come possiamo trovare verso le rivelazioni spirituali che perseguiamo nella nostra corrente di visione spirituale del mondo il cuore giusto, l’amore giusto, l’entusiasmo giusto, la dedizione giusta? Affinché ci riesca di fare fluire in basso, dalle sublimi altezze spirituali, ciò che vogliamo far discendere nelle anime umane più semplici. Poiché, qualunque cosa uno o l’altro possa dire della difficile comprensibilità della ricerca spirituale moderna, questa difficoltà sarà smentita precisamente dal cuore semplice, dall’animo semplice. Poiché comprenderanno ciò che è fatto discendere dalle altezze spirituali attraverso ciò che nella nostra corrente spirituale ricerchiamo. Dobbiamo trovare il cammino dalle altezze spirituali non solo verso coloro che hanno lasciato che una certa vita spirituale erudita agisca su di loro in qualche forma. Dobbiamo cercare il cammino verso tutte le anime anelanti che anelano alla verità e allo spirito.

E come nostra guida deve essere la parola di Goethe, che nella sua semplicità deve soltanto essere colta a sufficiente profondità: «La saggezza si trova solo nella verità», così il nostro obiettivo deve essere.

Così trasformiamo la vita spirituale che ricerchiamo e di cui udiamo che ci viene concessa per grazia dei poteri spirituali.

Così plasmiamo questa vita spirituale, che trovi accesso a tutte, tutte le anime anelanti. Questo deve essere il nostro sforzo. Con verità vogliamo agire e diligentemente sforzarci di trovare il cammino verso tutte le anime che cercano, in quale stadio della loro incarnazione esse stiano. I misteri dell’incarnazione sono profondi, come ci mostra un tale cammino di incarnazione quale fu quello di Novalis.

Ma proprio egli può brillare davanti a noi come una specie di stella guida. Brillare così davanti a noi che noi, seguendolo con sentimento, abbiamo insieme la buona volontà di salire con ogni sforzo verso di lui nella conoscenza. E dall’altra parte coltiviamo la volontà piena di vita di avanzare con la conoscenza verso ogni cuore umano che in verità ricerca lo spirituale.

Così può brillarci davanti ciò che Novalis stesso così splendidamente dice e che può anche essere per noi una specie di motto.

Per ciò verso cui ci siamo decisi, al punto di partenza della corrente spirituale antroposofica.

Le parole non sono più semplici parole quando le parole spirituali fondano la visione del mondo: allora queste parole diventano illuminate e riscaldanti per le anime più elevate e per le più semplici.

Questo deve essere il nostro anelito.

Era anche l’anelito di Novalis.

Egli l’esprime in bellissime parole, che io, con modifica di una sola parola alla fine di queste parole, voglio citare e che devono essere rivolte ai vostri cuori, miei cari amici.

Cambio questa parola in Novalis, sebbene forse i filistei, che si ritengono spiriti liberi, possano allora irritarsi un poco.

E così sia per noi una stella guida accanto ad altre stelle guida anche ciò che giace nelle bellissime parole di Novalis: Quando non più numeri e figure Sono chiavi di tutte le creature, Quando quelli che cantano o baciano, Sanno più dei profondamente dotti, Quando il mondo stesso nella vita libera E nel mondo si riconsegna, Quando allora si riuniscono di nuovo luce e ombra In vera chiarezza, E si riconoscono nelle fiabe e nelle poesie Le storie eterne del mondo, Allora vola davanti a una parola segreta Tutto il corrotto essere del gregge

15°Programma delle conferenze di Stoccolma e Annotazioni da quaderni di Rudolf Steiner

Programma delle conferenze del 16 e 17 aprile 1912 a Stoccolma:

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Annotazioni di taccuino per la conferenza del 24 dicembre 1912, Berlino:

Matteo dà lo spirito regale, che / nella storia spirituale dell’umanità / si trova dentro: / Magi / Erode- / Fuga in Egitto-

Luca: il figlio dell’uomo - abbandonato - / Pastori - Messaggio di pace - / il Bambino, che sta dentro nello spirituale -

17. dicembre Roma Saturnali. Ceti / aboliti. - Servi trattati come liberi.

al Bambino non può essere data Saggezza, / poiché non ne ha bisogno / non può essergli opposta Potenza, / poiché è esso stesso impotente - la Potenza rimbalza. / gli può essere offerto Amore.

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Annotazioni di taccuino per la conferenza del 29 dicembre 1912, Colonia

Novalis

Fichte «Grundzüge des gegenwärtigen / Zeitalters» - / Vita interiore - / In questo segno della vita dello spirito - / Faust - / Kant - / Goethe - Fichte - Hamann - Herder - / Lessing

- Schiller -

Jena = Schiller, Reinhold, / esseri senza desiderio, che noi / spiriti chiamiamo -

Sophie von Kühn - / Da Tieck a Heilbronn - / Per lei religione, non amore - / Miniere

16°Annotazioni a questa edizione, Note al testo e Sommari dettagliati

ANNOTAZIONI a questa edizione Accanto al noto discorso «Nervosità e Io», nel quale Rudolf Steiner fornisce esercizi pratici dell’anima contro il problema contemporaneo della nervosità, questo volume contiene discorsi sulle forze morali dell’anima e sulle forze della consapevolezza umana.

In particolare l’attenzione è volta alle forze nascoste della vita dell’anima.

Un secondo fulcro del volume è costituito dai discorsi sui tre cammini dell’anima verso Cristo; inoltre sviluppi sulla rivelazione dei misteri nelle parabole e sulla preannunziazione dell’Impulso di Cristo.

In particolare l’individualità incorporata in Novalis è considerata come quadruplice annunziatore dell’Impulso di Cristo da comprendersi spiritualmente.

Un discorso sull’amore e il suo significato nel mondo e una considerazione natalizia sul triplice aspetto dell’Impulso di Cristo completano questa parte del volume.

Si tratta in tutti i discorsi ai membri, quindi discorsi e allocuzioni nei rami della Società Teosofica e rispettivamente Antroposofica in diverse città. Il discorso del 14 gennaio 1912 a Winterthur fu tenuto in occasione della fondazione del ramo locale.

Basi testuali: per quasi tutti i discorsi presenti, gli autori della o delle stenografie non sono inequivocabilmente determinabili. Si trattava probabilmente sempre di membri della Società Teosofica che potevano stenografare abbastanza bene, ma nel complesso non si trattava di stenografi professionisti. Ciò è anche notevole nei testi, che in molti punti appaiono molto frammentari. La stenografia del discorso del 15 gennaio 1912, ad esempio, malgrado il testo apparentemente continuo, probabilmente contiene alcune lacune considerevoli. Tuttavia il materiale tramandato sembra essenziale a sufficienza per non rinunciare all’inclusione. Nei discorsi di Monaco (11 gennaio, 25 e 27 febbraio e 16 maggio 1912) avrebbero potuto stenografare Georg Klenck, ma anche Agnes Friedländer. Dal discorso a Zurigo del 17 dicembre 1912 è disponibile una stenografia manoscritta di Alice Kinkel. La stenografia del discorso del 24 dicembre 1912 proviene da Walter Vegelahn; tuttavia è disponibile anche uno stenogramma quasi identico di Franz Seiler.

Alcuni discorsi sono stati rielaborati in modo considerevole sulla base di un nuovo confronto degli stenogrammi o sulla base di stenogrammi appena disponibili, che non erano ancora disponibili nell’ultima edizione. Ciò riguarda soprattutto i discorsi dell’11 gennaio 1912, 27 febbraio 1912, 8 maggio e 16 maggio 1912. Per il discorso del 27 febbraio 1912 è stata trovata una stenografia che contiene correzioni e il disegno del primo schema dalla mano di Rudolf Steiner, il che dovette essere considerato nella rielaborazione.

Lo stesso vale per un discorso a Monaco del 16 maggio 1912: qui pure è disponibile ora una stenografia con correzioni di Rudolf Steiner.

In linea di principio va notato che, in questi casi, tuttavia non si può partire con sicurezza dal fatto che Rudolf Steiner abbia esaminato l’intero discorso: per lo più solo singole pagine portano tracce di elaborazione dalla sua mano. Inoltre non si sa se l’abbia esaminato prima o dopo o addirittura insieme con Marie Steiner, colei che originariamente era responsabile della pubblicazione, e chi altri abbia corretto. Spesso si trovano tracce di elaborazione in diverse calligrafie, eseguite in parte a matita, in parte a inchiostro. In caso di correzioni minori, è in molti casi impossibile stabilire da quale mano provengano.

Su singoli discorsi: il motivo del discorso dell’11 gennaio 1912 a Monaco, che per contenuto ha un carattere completamente diverso dagli altri discorsi di questo periodo, potrebbe essere stata la seguente richiesta o la seguente lettera dell’8 novembre 1911: «Onoratissimo Signor Dottore!

Difficilmente si ricorderà ancora che le chiesi il suo gentile consiglio il 19 luglio di questo anno, su come potessi imparare con la mia nervosità a controllare i miei pensieri. Allora mi consigliò di recitare quotidianamente per un tempo appropriato poesie tedesche o simili all’indietro.

Dopo alcuni mesi avrei dovuto riferirvi sul successo, e allora avreste avuto la gentilezza di dare ulteriori consigli. Ho fatto questi esercizi regolarmente. Poiché le poesie tedesche mi finirono presto, coniugai verbi greci irregolari all’indietro e dissi tavole storiche all’indietro. Il successo fu evidente; e vi sono, onoratissimo Signor Dottore, straordinariamente grato per il vostro gentile consiglio. Sebbene il successo sia ancora agli inizi, tuttavia ora supero i pensieri che prima mi dominavano e mi opprimevano molto diversamente che altrimenti. Avreste ora la gentilezza di dare a mio cognato o a mia cognata, che vi consegneranno questa lettera, oralmente un’ulteriore misura di comportamento o un nuovo esercizio, che essi mi comunicherebbero allora gentilmente? Con rinnovati cordiali ringraziamenti per il vostro consiglio in questa questione così importante per me.

Vostro devotissimo Professore Dottore K.» Il discorso fu rielaborato da Ulla Trapp per la 6ª edizione della pubblicazione singola nel 1987 sulla base di due nuove stenografie disponibili; questo testo di nuovo esaminato viene assunto per la 4ª edizione del volume dell’Opera Omnia.

Il discorso del 27 febbraio 1912 a Monaco aveva, nella stenografia esaminata da Rudolf Steiner e Marie Steiner, il titolo «Profondità nascoste della consapevolezza umana» (nella calligrafia di Marie Steiner), ma già nella prima pubblicazione nella rivista «Das Goetheanum» 1935 fu designato col titolo attuale «Forze nascoste della vita dell’anima». I discorsi ai membri del 16 e 17 aprile 1912 a Stoccolma erano originariamente annunciati col titolo «Sviluppo esteriore dell’umanità nel progresso interiore umano: il Cristo esteriore e interiore» (vedi il programma stampato, p. 239).

Il cambiamento in «I tre cammini dell’anima verso Cristo» probabilmente risale a Marie Steiner, poiché l’edizione da lei curata nel 1937 porta già questo titolo.

L’inizio del discorso del 7 maggio 1912 a Colonia - parole commemorative per il signor Terwiel e il barone Oskar von Hoffmann - si trova in «I nostri morti», GA 261, p. 320 seguenti. La prefazione che Marie Steiner ha scritto nel 1936 al discorso dell’8 maggio 1912 a Colonia, «Preannunziazione e araldica dell’Impulso di Cristo», si trova nei suoi «Scritti raccolti I: L’Antroposofia di Rudolf Steiner», edito da Hella Wiesberger, Dornach 1967, p. 132-134. L’allocuzione del 29 dicembre 1912 a Colonia si svolse nell’ambito di una mattinata, una, secondo il programma, «riunione conviviale»: oltre al discorso, alcuni pezzi musicali; anche Carl Unger tenne un discorso e Marie von Sivers recitò, immediatamente prima dell’allocuzione di Rudolf Steiner, i «Canti spirituali» di Novalis. Nella prima edizione di questo discorso (Dornach 1930) il titolo era «Novalis come annunziatore del Cristianesimo da comprendersi spiritualmente» invece che, come successivamente, «Impulso di Cristo».

La revisione della 4ª edizione 1994 è stata curata da Martina Maria Sam. Sono stati aggiunti di nuovo un estratto dalla risposta alle domande al discorso del 17 dicembre 1912 a Zurigo, inoltre indici dei contenuti dettagliati, un indice onomastico e appunti di Rudolf Steiner ai discorsi del 24 e 29 dicembre 1912.

Le annotazioni sono state ampliate.

Non esistono disegni originali delle tavole. Il titolo del volume è stato adattato al titolo dei discorsi del 16 e 17 aprile 1912, così che ora suona «Esperienze del Sovrasensibile. I tre cammini dell’anima verso Cristo» invece che, come precedentemente, «Esperienze del Sovrasensibile.

I cammini dell’anima verso Cristo».

Pubblicazioni precedenti Monaco, 11 gennaio 1912 «Nachrichtenblatt» della rivista «Das Goetheanum» nn.

19-22/1929: Su alcuni fenomeni nervosi contemporanei «Salute e malattia nella vita dell’anima», Serie di scritti medici, 3.

discorso: Nervosità, immagine e Io, 2. seguito, 3.

quaderno, Basilea 1952 «Nervosità e Io», Dornach 1966, 1969, 1974, 1979, 1987 Breslavia, 3 febbraio 1912 «Nachrichtenblatt» della rivista «Das Goetheanum» nn.

20-22/1938 «L’Antroposofia come contenuto di sentimento, conoscenza e vita», 1. discorso, Friburgo i.

Br. 1952 Monaco, 25 febbraio e 27 febbraio 1912 «Das Goetheanum» nn. 10-13 rispettivamente nn.

14-15/1935 Stoccolma, 16 e 17 aprile 1912 «I tre cammini dell’anima verso Cristo», Dornach 1935 «Fogli per l’Antroposofia» n.

9 rispettivamente nn.

10-11/1964 Colonia, 7 maggio 1912 «Nachrichtenblatt» della rivista «Das Goetheanum» nn.

13-15/1937 «Fogli per l’Antroposofia» n.

1/1954 Colonia, 8 maggio 1912 «Preannunziazione e araldica dell’Impulso di Cristo.

Lo spirito di Cristo e i suoi involucri: un messaggio di Pentecoste», Dornach 1936 Monaco, 16 maggio 1912 «Nachrichtenblatt» della rivista «Das Goetheanum» nn.

25, 27-31/1937 Zurigo, 17 dicembre 1912 «Nachrichtenblatt» della rivista «Das Goetheanum» nn.

12-14/1941 «Comunicazioni dal lavoro antroposofico per la gioventù», Stoccarda, Pasqua 1949 «L’amore e il suo significato nel mondo», Friburgo 1955, Dornach 1961, 1970, 1976, 1980, 1991 Berlino, 24 dicembre 1912 «Considerazioni sulla sera di Natale», Berlino 1913 «La nascita della luce terrestre dalle tenebre della vigilia natalizia», Dornach (1937), 1969, 1977, 1993 «Comunicazioni dal lavoro antroposofico per la gioventù», Stoccarda, Natale 1948 Colonia, 29 dicembre 1912 «Atmosfera natalizia.

Novalis come annunziatore del Cristianesimo da comprendersi spiritualmente» nella raccolta di scritti «Vitaesophia.

Considerazioni dalla saggezza della vita», Dornach 1930 «Il mistero del Natale.

Novalis, il veggente e l’annunziatore di Cristo», 3.

discorso, Dornach 1954 «Il mistero del Natale.

Novalis, il veggente e l’annunziatore di Cristo», Novalis: Inni alla Notte, Canti spirituali, 4.

discorso, Dornach 1964, 1980 Annotazioni al testo Opere di Rudolf Steiner all’interno dell’Opera Omnia (GA) sono citate nelle annotazioni con il numero bibliografico.

Vedi anche la panoramica alla fine del volume.

Alla pagina 9 nei discorsi pubblici: i discorsi a Monaco dell’8 gennaio 1912 «Come si confuta la Teosofia?» e del 10 gennaio 1912 «Come si fonda la Teosofia?».

Di questi due discorsi esistono solo stenografie insufficienti.

I corrispondenti discorsi paralleli a Berlino (del 31 ottobre e 7 novembre 1912) sono riportati in «Risultati della ricerca spirituale», GA 62.

23 dai due discorsi pubblici: vedi la precedente annotazione.

30 Ognuno parla dell’Io … si appella alla continuità dell’Io: qui la stenografia è chiaramente carente.

Henri Bergson, 1859-1941, filosofo francese, professore a Parigi.

Bergson si sforzò con la sua filosofia di uscire dai limiti del materialismo e del naturalismo.

La relazione tra «Io» e «durata» l’affronta soprattutto nel suo libro «Tempo e libertà», Parigi 1911. Su questo problema cfr.

anche gli sviluppi di Rudolf Steiner nel discorso del 18 aprile 1918 in «L’Eterno nell’anima umana», GA 67; sulla filosofia di Bergson in generale vedi il cap.

«L’uomo moderno e la sua visione del mondo», p.

561 segg., negli «Enigmi della Filosofia» di Rudolf Steiner, GA 18.

32 Nostradamus, propriamente Michel de Notredame, 1503-1566, medico e astrologo.

Nostradamus compose circa 1000 profezie in forma di detti, che distribuì su dieci libri, così che ogni libro conteneva 100 (secoli).

Le pubblicò tutte lui stesso; i primi sette libri apparvero a Lione nell’anno 1555, tre altri seguirono nel 1558.

Calvinista: seguace di Giovanni Calvino (1509-1564), riformatore svizzero e sostenitore della dottrina della predestinazione.

Calvino esigeva la completa separazione tra chiesa e stato.

Max Kemmerich, 1876-1932, storico dell’arte e della cultura. Nel suo libro «Profezie.

Antica superstizione o nuova verità?», Monaco 1911 (presente nella biblioteca di Rudolf Steiner), l’undicesimo capitolo è dedicato alla vita e all’opera di Nostradamus. Kemmerich stesso racconta che si era prefisso compiti completamente diversi nell’introduzione del suo libro «Profezie». Lì si legge alle p. 14 segg.: «Sono accorso a questa questione esclusivamente come storico, e cioè così: nella mia ricerca ‹Durata della vita e cause di morte dentro le famiglie imperiali e reali tedesche›, nella quale dimostrai per la prima volta su base storico-statistica che la durata della vita è in proporzione diretta all’altezza della cultura materiale e che gli esseri umani dall’Alto Medioevo si stanno facendo più vecchi, ho incontrato i seguenti passi.» Seguono alcuni esempi di date di morte calcolate dall’oroscopo, verificatesi, e presagi di morte di imperatori e re tedeschi; quindi Kemmerich continua: «Questi e altri fatti storicamente completamente ineccepibili, che trovai ancora cercando nella mia memoria, mi sorpresero, e mi decisi a sottoporre la questione a un esame più approfondito.

[…] Ma se mi convincessi dalla realtà, dovrei poi avere il coraggio naturale di confessore della verità?

Un caso che, come mostrerà quanto segue, si verificò. […] Proprio la mia assenza di autorità e il mio impulso di verità mi abilitavano e incoraggiavano a esaminare di nuovo una questione che, per gli sciocchi ripetitori del dogma contemporaneo, è stata risolta da lungo tempo.

Quindi non apostasia, ma conseguente persecuzione del cammino intrapreso condusse a questo scopo.» 33 Paracelso (Theophrastus Bombastus di Hohenheim), 1493-1541, medico, ricercatore della natura e filosofo. Dopo aver lavorato come chirurgo nella guerra danese, aver partecipato ai tumulti contadini di Salisburgo, aver viaggiato attraverso l’Europa e l’Asia Occidentale dai paesi baltici fino alla Sicilia ed essere stato medico della città di Basilea e professore - una posizione che dovette abbandonare a causa delle sue lezioni e metodi di trattamento non ortodossi - Paracelso si trasferì nei paesi del sud della Germania.

I suoi scritti sono catalogati da Karl Sudhoff, «Bibliographia Paracelisica» (1894); dal 1922 le sue «Opere complete» (pubblicate da Sudhoff e Matthießen) sono completamente disponibili in tedesco. Poiché proprio Nostradamus lo rappresenta splendidamente: nella dedica dell’ottava centuria al re Enrico II di Francia, si dice che Nostradamus abbia calcolato le sue profezie «secondo il corso dei cieli, in connessione con un’ispirazione che si verifica a determinate ore, l’eredità dei suoi antenati»; egli porta il suo «istinto naturale in relazione e in armonia con un lungo calcolo continuo, rendendo l’anima, lo spirito e il sentimento liberi da ogni preoccupazione, afflizione e agitazione per mezzo del riposo e della quiete interiore.» (vedi Kemmerich, op.

cit., p. 347 e seg. nota) 37. Wolfram von Eschenbach, circa 1170-1220. Wolfram stesso dice di sé di non poter leggere: «Per me l’arte della lettura è completamente sconosciuta / come è stata nota ad altri» («Parzival», II parte, verso 1711); «Qualunque cosa stia scritto nei libri / di questo sono rimasto ignorante, / non sono stato istruito diversamente se non / che possiedo l’arte che mi dà il senso.» («Willehalm» 2,19 segg.). Cfr. anche «Vita e poetica di Wolfram di Eschenbach», edito da San-Marte, vol. 1 Magdeburgo 1836; «Introduzione», «Educazione», p. 1 segg. Lì si legge: «C’era poco da notare di un’istruzione scientifica: chi aveva imparato a leggere e scrivere era considerato già altamente colto, e i primi poeti, Wolfram di Eschenbach, Wirnt di Grafenberg e altri, non conoscevano nessuno dei due.

[…] Come scrittore tenere la penna, o studiare opere erudite, era un’occupazione indegna per il cavaliere». 38. Friedrich Hebbel, 1813-1863, poeta tedesco, soprattutto noto per i suoi drammi (i Nibelunghi, l’anello di Gige, Giuditta, Maria Maddalena e altri). La citazione fornita («Diari», edito da Teodoro Poppe, n.

suona letteralmente: «Dopo la trasmigrazione dell’anima è possibile che Platone sia ora di nuovo su di un banco di scuola e riceva percosse perché non capisce Platone.» 39.

invano Amleto avrebbe scritto sulla sua tavoletta: principe della leggenda danese antica; noto attraverso il dramma «Amleto» di William Shakespeare (1603/1604).

La citazione in questione si trova nel 5. atto del 1. atto: «Tavoletta qui!

Devo annotarmelo, che uno possa sorridere e sempre sorridere, e tuttavia essere un mascalzone - per lo meno so per certo che in Danimarca può accadere così.» 41 domani alla lezione pubblica: si tratta del discorso «Morte e immortalità alla luce della ricerca spirituale», tenuto il 16 gennaio 1912 a Zurigo.

Di questo discorso non è disponibile alcuna stenografia.

45 *i Dieci Comandamenti: Es.

20.* 47 «Come si acquisiscono conoscenze dei mondi superiori?» (1904/05), GA 10. 50 uno dei miei compagni di scuola: si tratta di Rudolf Schober.

Cfr. il quarto capitolo dell’autobiografia di Rudolf Steiner «La mia vita» (1923-25), GA 28, p. 84 e seg., dove si trova una descrizione dettagliata di questa scena. 54 Tutta la conoscenza inizia con lo stupore: cfr. a es. il «Teeteto» di Platone (vol. IV delle «Opere complete» nella traduzione di Friedrich Schleiermacher, Amburgo 1958, p. 120, 155D secondo numero Steph.): «(Socrate): […] Poiché questo è lo stato di un uomo che ama moltissimo la saggezza, lo stupore; non c’è infatti altro inizio della filosofia se non questo […]» e la «Metafisica» di Aristotele, libro I [A], 2 (tradotto da Adolf Lasson, Jena 1907, p. 10 e seg.): «Se gli uomini ora, e se un tempo hanno iniziato a filosofare, il motivo era lo stupore, dapprima verso i problemi più prossimi, poi, nel corso ulteriore, che ci si interrogava anche sui problemi più lontani […] Chi cade nella perplessità e nello stupore sente di non comprendere il fatto, e così anche chi si muove nelle rappresentazioni mitiche è in certo qual modo filosoficamente disposto; […].

[…] per tutti l’inizio è lo stupore che il fatto si verifichi così.» Il Vangelo stesso dà una dottrina corrispondente: Se qualcuno ti dà uno schiaffo …: Mt 5,39.

gli antichi greci hanno coniato il principio: cfr.

la corrispondente annotazione a p. 54. 63. Euripide, 480-406 a.C., Eschilo, 525-456 a.C.

e Sofocle, 496-406 a.C., i tre grandi tragici attici. 64. Allora ha percepito tutto questo con gli occhi dello spirito e con gli orecchi dello spirito: queste espressioni risalgono a Goethe. Ne parla a es. nel breve saggio «Poche osservazioni» («Scritti naturalistici di Goethe» edito da Rudolf Steiner, nella «Letteratura nazionale tedesca» curata da Joseph Kürschner, vol. 114.-117., Berlino e Stoccarda 1883-1897, ristampa Dornach 1975, GA la, p.107) o anche nella sua autobiografia «Poesia e verità», 3. parte, 11. libro: «Non vidi infatti con gli occhi del corpo, ma dello spirito, me stesso venire incontro per la stessa strada a cavallo» […]. Dello «spirito-orecchio» parla lo spirito dell’aria Ariele nella prima scena del primo atto in «Faust II» (verso 4667): «Sonando per gli orecchi dello spirito / Già il nuovo giorno è nato».

66 l’uomo vede un agnello e un lupo: in questo esempio Rudolf Steiner si appoggia a Vincenzo Knauer (1828-1894); cfr.

la sua opera «I problemi principali della filosofia nel loro sviluppo e parziale soluzione da Talete a Roberto Hamerling», Vienna/Lipsia 1892, 21. lezione: I. Le fonti della conoscenza, p. 136 e seg.

76 ieri nella lezione pubblica: discorso del 24 febbraio 1912 a Monaco: «Le profondità nascoste della vita dell’anima»; non ancora pubblicato. 79 ieri abbiamo già visto: vedi la precedente annotazione.

81 Ho già raccontato una volta che ho contato ventiquattro Maddalene nella mia vita: nel discorso del 9 febbraio 1912 a Vienna (contenuto nel volume «Il Cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità», GA 130); Rudolf Steiner vi torna di nuovo nel discorso del 27 agosto 1913 a Monaco (contenuto in «I segreti della soglia», GA 147).

88 Helena Petrovna Blavatsky, 1831-1891, figlia della famiglia meclemburghese Hahn stabilizzata in Russia.

Dotata fin dall’infanzia di forti poteri psichici, ma anche molto testarda. Per ribellione contro la famiglia sposò il molto più vecchio Nikofor von Blavatsky, dal quale però si separò immediatamente. Dopo lunghi viaggi attraverso diversi continenti incontrò a Londra, nell’agosto 1851, il Maestro «Mahatma M.», spiritualmente familiare dalle visioni dell’infanzia. Su suo mandato si preparò mediante studi e insegnamento occulto per agire in una società occulta. Nel 1873 viaggiò a New York per contrastare il dilagante spiritualismo. Qui fondò, insieme al colonnello Olcott, nel 1875 la Società Teosofica, il cui quartier generale nel 1879 fu trasferito in India. Nel 1886 lasciò l’India e visse fino alla sua morte soprattutto a Londra. Le sue opere più importanti sono: «Iside svelata. Una chiave maestra ai misteri antichi e moderni, scienza e teologia» (2 voll., New York 1877; trad. tedesca Lipsia s.a. [1909]); «La dottrina segreta. L’unione di scienza, religione e filosofia» (Londra 1888). Rudolf Steiner parla molto spesso di H. P. Blavatsky, tra l’altro nei discorsi «Il movimento occulto nel diciannovesimo secolo e i suoi rapporti con la cultura mondiale», GA 254, nei discorsi del 7 maggio 1906 in «Impulsi originari della ricerca spirituale», GA 96, del 28 marzo 1916 in «Presente e passato nello spirito umano», GA 167, del 12 marzo 1916 in «Gli sfondi spirituali della prima guerra mondiale», GA 174b, e del 9 e 16 dicembre 1916 in «Considerazioni sulla storia contemporanea. Il karma della falsità - Prima parte», GA 173. 93 quando siamo fuori dal piano spirituale: nelle edizioni precedenti stava «piano fisico», che per la 3ª edizione 1987 fu cambiato appropriatamente nel significato.

97 i tre principi fondamentali della Teosofia: vedi p.

531 «Società Teosofica» nella relazione di Rudolf Steiner «Dal lavoro teosofico» in «Lucifero-Gnosis», GA 34: «I principi fondamentali della Società Teosofica sono: 1. Formare il nucleo di una comunità fraterna che si estende sull’intera umanità, senza distinzione di razza, religione, classe sociale, nazionalità e sesso. - 2. Promuovere lo studio comparato delle religioni, filosofie e scienze. - 3. Investigare le leggi di natura trascurate dalla scienza ordinaria e le forze latenti nell’uomo.» 108 non è stato ben compreso l’altro ieri: riguarda il discorso precedente del 25 febbraio 1912.

114 All’inizio del discorso Rudolf Steiner pronunciò le seguenti parole di ringraziamento: «Di cuore ringrazio per le amorevoli parole del segretario generale della sezione svedese, colonnello Kinell, e posso come risposta forse solo rivolgervi le parole che provengono dall’anima più profonda: è profondamente soddisfacente per il mio cuore più intimo essere, durante il viaggio da Helsingfors a Stoccolma, ancora per alcuni giorni con voi per parlare di quelle cose e verità che ci toccano tutti così da vicino.

Il mio cordiale saluto è sentito così calorosamente quanto le parole amorevoli del segretario generale.» 116 la samaritana al pozzo: Gv 4.

Cristo ai suoi discepoli il sermone della montagna: Mt 5-7; Lc 6,20-49.

122 «L’educazione del bambino dal punto di vista della ricerca spirituale» (1907), in «Lucifero - Gnosis», GA 34.

Disponibile anche come pubblicazione separata.

127 Vishvakarman: parola sanscrita che, tradotta letteralmente, significa «tutto agente, tutto creatore».

Nel Rigveda designa l’attività creatrice personificata (X, 81/82). Cfr. anche i discorsi di Rudolf Steiner del 24 giugno 1909 in «Il Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre Vangeli», GA 112, del 21 settembre 1909 in «Il Vangelo di Luca», GA 114, e del 13 aprile 1912 in «Gli esseri spirituali nei corpi celesti e nei regni della natura», GA 136. Cfr. anche l’articolo di Hermann Berger «La mitologia di Vishvakarman» nella rivista «Das Goetheanum», n. 42/1993. 134 Shuddhodana, VI sec. a.C., principe di Kapilavastu nell’India settentrionale, padre di Gautama Buddha. 136.

verrà nelle nuvole del cielo: Mt 24,30; Mc 13, 26; Lc 21,27; Ap 1,7. 136. «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità» (1911), GA 15.

come Paolo sottolinea particolarmente: Fil 2,8. 145.

migliore […] essere un mendicante nel mondo superiore piuttosto che un re nel regno delle ombre: nella traduzione di J.

H. Voß al canto undicesimo (v.

489-491) dell’Odissea di Omero: «Vorrei piuttosto essere il bracciante povero d’un altro, che come servo lavorare il campo, che regnare su tutti gli ombrati defunti.» 146 Se Pitagora racconta di essere stato Euforbo: vedi «Vite dei filosofi illustri» tradotto da Otto Apelt.

Biblioteca filosofica, vol. 53/54, 2ª ed. Amburgo 1967, libro VIII, 1. capitolo: Pitagora, p.

112: «Eraclide Pontico gli attribuisce [a Pitagora, nota del redattore] come un’affermazione che egli ripeteva spesso, di essere stato sulla terra un tempo prima come Aithalide e di essere stato considerato un figlio di Hermes; […] Tempo dopo fosse di nuovo apparso sulla terra come Euphorbo e fosse stato ferito da Menelao. […] Dopo che Euphorbo morì, la sua anima passò nel corpo di Hermotimos, che a sua volta voleva giustificarsi e per questo si recò ai Branchidi; lì, dopo il suo ingresso al tempio di Apollo, indicò lo scudo che Menelao vi aveva appeso. Menelao […] dopo la sua partenza da Troia dedicò lo scudo ad Apollo […] ».

Anche nelle «Metamorfosi» di Ovidio Pitagora racconta nel 15º canto (v.

160-164) della sua incarnazione come Euphorbo: «Ancora mi ricordo: nei tempi della guerra troiana ero il figlio di Pantoo Euphorbo, al quale rimase conficcato nel petto il pesante giavellotto del secondo Atride. Poco tempo fa riconobbi nel tempio di Giunone ad Argo l’abanteo lo stesso scudo che portava la nostra sinistra.» 149 come Paolo l’ha visto: cfr.

At 9, 2-9. 153. «Coloro che stanno fuori…»: Mc 4,1 segg; Mt 13,1 segg. 154. Allora egli parla del seme: Mt 13,18 segg., Lc 8,4 segg. 159. è stato spesso sottolineato che questo periodo è una ripetizione del terzo, del periodo egiziano: cfr.

tra gli altri «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità» (1911), GA 15, e «Mondo, Terra e Uomo, la loro essenza e sviluppo così come il loro rispecchiamento nella connessione tra il mito egiziano e la cultura contemporanea», GA 105.

l’Imperatore Giuliano reincarnato, presso Tycho Brahe: cfr.

per questo gli sviluppi dettagliati di Rudolf Steiner nei discorsi del 30 dicembre 1910 in «Storia occulta», GA 126, e del 16 settembre 1924 in «Considerazioni esoteriche su nessi karmici.

Quarto volume», GA 238. Tycho Brahe, 1546-1601, astronomo danese, operò a Praga sotto Rudolf II.; sulla base delle sue numerose osservazioni il suo allievo Keplero poté enunciare le sue famose leggi.

Sviluppò egli stesso il sistema mondiale ticonico, che rappresenta un compromesso tra il sistema copernicano e quello tolemaico. Giuliano Apostata, 331-363, propriamente Giuliano Flavio Claudio, imperatore romano.

Sebbene educato cristianamente, Giuliano si rivolse ai vecchi culti dei misteri; per questo è anche chiamato Giuliano Apostata (il rinnegato). All’età di 31 anni fu assassinato durante una campagna in Asia. Tycho Brahe che per le sue profonde conoscenze astrologiche predisse la morte del Sultano Solimano: in occasione di un’eclissi lunare il 28 ottobre 1566, Brahe recitò all’Università di Rostock alcuni versi latini nei quali predisse la morte del Sultano.

Dopo alcune settimane arrivò effettivamente la notizia della morte di Solimano.

Tuttavia era già deceduto il 5 settembre, cioè prima dell’eclissi lunare, il che indusse alcuni a deridere la «predizione» di Tycho Brahe. Tuttavia egli si difese entrando dettagliatamente nell’oroscopo di Solimano, da cui aveva letto la costellazione di morte. Vedi «Tycho Brahe. Un’immagine della vita scientifica e del lavoro nel XVI secolo» di J. L. E. Dreyer (trad. tedesca di M. Bruhns, Karlsruhe 1894), II capitolo. Solimano II. (Solimano), 1495-1566, sultano turco, assediatore di Vienna nel 1529, morì il 5 settembre 1566 durante una campagna contro l’Ungheria. 162 nel nostro «calendario dell’anima»: Pasqua 1912 fu la prima volta che apparve il «calendario dell’anima antroposofico». Nella forma che gli diede Imme von Eckardtstein, il calendario non fu più ristampato.

Nella nuova edizione del 1925 ricevette da Rudolf Steiner la forma che da allora è stata mantenuta; cfr. «Contributi alla Gesamtausgabe di Rudolf Steiner», fascicolo 37/38, 1972.

Il calendario dell’anima è contenuto in «Parole di verità», GA 40, ed è anche disponibile come pubblicazione separata.

il «giorno del loto bianco»: giorno della morte di H. P. Blavatsky l’8 maggio 1891; cfr. la corrispondente annotazione a p. 88. 166. Georg Wilhelm Friedrich Hegel, 1770-1831, filosofo dell’idealismo tedesco. Cfr. gli sviluppi di Rudolf Steiner su di lui nel capitolo «Visioni del mondo reazionarie», p.

279-285, in «Enigmi della filosofia nella loro storia come schema presentato» (1914), GA 18, e «L’idealismo tedesco come intuizione del pensiero: Hegel» in «Dal mistero dell’uomo» (1916), GA 20, p.

46-57. «Eleusi»: la poesia «Eleusi. A Hölderlin» fu composta nel 1796. Cfr. «La vita di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, descritta da Karl Rosenkranz», supplemento alle opere di Hegel, Berlino 1844, p. 78 segg. 169 a livello di obolo: formato da: obolo, una piccola moneta nell’antica Grecia. 171 Max Müller, 1823-1900, uno dei più noti orientalisti, linguisti e ricercatori delle religioni del XIX sec.; professore a Oxford.

Tra le altre opere: Geschichte der altindischen Literatur (1859); Vorlesungen über die Wissenschaft der Sprache (1861); Introduzione alla ricerca comparativa delle religioni (1874); Scritti sacri dell’Oriente (1876 segg.).

egli disse: Se da qualche parte sulla strada …: per questo confronto Max Müller usò una parabola buddhista (drishtanta): «Una volta c’era un uomo con il particolare potere di grugnire esattamente come un maiale, e guadagnava molto mostrando la sua abilità di imitazione alla gente comune.

In un villaggio dove stava facendo un’esibizione, un santo uomo passava per insegnare una lezione a questa gente credulona.

Annunciò che avrebbe mostrato loro una prestazione migliore, con grugniti molto migliori, gratuitamente. La gente si affollò verso di lui, e tirandone fuori un vero maiale, lo prese per farlo grugnire. Ma la gente disse: “È tutto? Lo sentiamo ogni giorno, cosa c’è di straordinario?” E se ne andarono tutti. Il saggio disse: “Ecco una lezione splendida. Raramente apprezziamo la realtà, e andiamo sempre per l’imitazione.”» Cfr. «Scholar Extraordinary. La vita del professor Sir Friedrich Max Müller, P.C. di Nirad C. Chaudhuri», Londra 1974, p. 328 segg. Per questo esempio cfr. anche il discorso del 2 dicembre 1909 in «Metamorfosi della vita dell’anima. Sentieri delle esperienze dell’anima. Prima parte», GA 58. 172 alle cosiddette lettere dei Maestri: pubblicate nell’opera di A.P. Sinnett «Il mondo occulto», 1881; tradotto da Eduard Herrmann, Lipsia s.a. profondo conoscitore e buon amico della signora Blavatsky: il presidente e cofondatore della Società Teosofica Henry Steel Olcott (1832-1907); cfr.

il suo scritto «Foglie di vecchi diari». 175 spesso è stato comunque menzionato: cfr.

tra gli altri «Gerarchie spirituali e il loro rispecchiamento nel mondo fisico», GA 110, «L’Oriente alla luce dell’Occidente. I figli di Lucifero e i fratelli di Cristo», GA 113, «Meraviglie del mondo, prove dell’anima e rivelazioni spirituali», GA 129.

176 Socrate, 470-399 a.C., filosofo greco, e il suo allievo Platone, 429-347 a.C.; Gaio Giulio Cesare, 100-44 a.C., generale e imperatore romano; Johann Wolfgang von Goethe, 1749-1832; Baruch Spinoza, 1632-1677, importante filosofo razionalista olandese, matematico e ottico.

Johann Gottlieb Fichte, 1762-1814, filosofo dell’idealismo tedesco; dapprima professore all’Università di Jena, successivamente a Berlino, poiché fu licenziato a Jena a causa di un articolo apparentemente diretto contro la religione.

Raffaello Santi, 1483-1520.

Cfr. anche il discorso del 30 gennaio 1913 in «Risultati della ricerca spirituale», GA 62; una panoramica cronologica dei discorsi di Rudolf Steiner nei quali si trovano sviluppi su Raffaello e la sua opera è pubblicata nella serie di scritti «Contributi alla Gesamtausgabe di Rudolf Steiner», fascicolo 82, Dornach Natale 1983.

Per la serie di incarnazioni Elia-Giovanni-Raffaello-Novalis qui discussa cfr. anche l’allocuzione del 28 settembre 1924 così come le osservazioni complementari (p. 176) in «Considerazioni esoteriche su nessi karmici. Quarto volume», GA 238; cfr. anche l’articolo di Hella Wiesberger «La mostra del 1965» in «Contributi alla Gesamtausgabe di Rudolf Steiner» (in precedenza «Notizie dell’amministrazione della successione di Rudolf Steiner»), fascicolo 14, Michelelastudio 1965, e l’allegato artistico con i quattro disegni di ritratti chiaroscuro delle quattro personalità di William Scott Pyle in «Contributi alla Gesamtausgabe di Rudolf Steiner», fascicolo 43/44, Natale 1973. Michelangelo Buonarroti, 1475-1564, scultore, pittore, architetto del Rinascimento italiano. il profeta Elia: (ebr.: Jahweh è Dio) cfr.

soprattutto 1 Re 17-21 e 2 Re 1 e 2; nel Nuovo Testamento si narra spesso di Elia, la cui venuta è attesa (Sir 48,1-12) e che fu adempita in Giovanni il Battista (Mt 11,10 e 14; Mc 9, 12 segg.; Lc 1, 16 segg.).

177 Convertitevi …: Mt 3,2. ciò che sta negli Atti degli Apostoli: At 17,22 segg. 178 «La scuola di Atene»: affresco di Raffaello nella Camera della Segnatura nelle Stanze del Vaticano.

Cfr. anche gli sviluppi di Rudolf Steiner in proposito nel discorso del 5 maggio 1909 in «Immagini di sigilli occulti e colonne.

Il congresso di Monaco 1907 e i suoi effetti», GA 284, del 30 gennaio 1913 in «Risultati della ricerca spirituale», GA 62, e dell’1 novembre 1916 in «La storia dell’arte come immagine di impulsi spirituali interiori», GA 292.

la Madonna Sistina: cfr.

anche gli sviluppi di Rudolf Steiner nei discorsi del 4 agosto 1908 in «Mondo, Terra e Uomo», GA 105, del 2 settembre 1908 in «Miti e misteri egiziani», GA 106, del 30 gennaio 1913 in «Risultati della ricerca spirituale», GA 62, e dell’1 novembre 1916 in «La storia dell’arte come immagine di impulsi spirituali interiori», GA 292. che Goethe a Dresda non ammirò affatto la Madonna Sistina: Goethe osserva in occasione di una visita segreta a Dresda solo: «I pochi giorni del mio soggiorno a Dresda furono dedicati esclusivamente alla pinacoteca.

Le statue antiche erano ancora nei padiglioni del Grande Giardino; rifiutai di vederle, così come tutto il resto di ciò che Dresda conteneva di prezioso, solo per la consapevolezza che, nella collezione di quadri stessa, mi doveva restare ancora molto nascosto.

Così assunsi il valore dei maestri italiani più sulla base della fiducia che per essermi appropriato di una visione in proposito.» («Poesia e verità», II parte, 8º libro) - Herman Grimm riporta la visione dell’epoca come segue: «Le autorità di Dresda dichiararono che il bambino tra le braccia della Madonna fosse di natura ordinaria e la sua espressione sgradevole.

I due angeli in basso sembrerebbero essere stati aggiunti da uno studente. Si asserì addirittura che la Madonna stessa fosse stata dipinta da uno scolaro di Raffaello, o, ancora peggio, che non provenisse affatto da Raffaello. È possibile che Goethe, attraverso i funzionari della galleria la cui conoscenza fece a Dresda in quel momento, fosse stato trascinato in questo stato d’animo, e mancasse della forza di mantenere fermi i suoi sentimenti interiori contraddittori eventualmente precedenti.» - «La Madonna Sistina di Raffaello avrebbe dovuto splendere su di lui come un sole: egli l’ignora.» («La vita di Raffaello», cap. IX, 5ª ed. Stoccarda e Berlino 1913, p. 284) - Sebbene Goethe l’abbia successivamente, nell’anno 1813, notata, come emerge dalle memorie del barone Heinrich von Hess, che però Grimm e anche Rudolf Steiner probabilmente non conoscevano ancora («Conversazioni di Goethe», Zurigo 1969, vol. 2, p. 827). Hess racconta: «Così per esempio nella Madonna del Santo Sixtus di Raffaello, che già conoscevo in incisioni e copie, avevo sempre ammirato lo sguardo che abbraccia i mondi del bambino, e il volto profondo e virginale, e l’essere della madre di questo bambino divino; Goethe ora, facendosi incontro all’immagine con me, con poche parole diede aria ai miei precedenti sentimenti quando disse: ‘Vedi qui con i più grandi tratti maestri del mondo bambino e Dio e madre e vergine rappresentati insieme in trasfigurazione divina. L’immagine sola è un mondo, un intero mondo completo di arte, e dovrebbe rendere il suo creatore, anche se avesse dipinto solo questo, immortale da solo!’» 178 Voltaire, 1694-1778, influente scrittore e filosofo dell’Illuminismo che si pronunciò su molte questioni politiche e artistiche dell’epoca ed esercitò un’enorme influenza con i suoi scritti.

180 Novalis, 1772-1801, propriamente Friedrich di Hardenberg. Opere: «Enrico di Ofterdingen»; «Inni alla Notte»; «Frammenti».

Cfr. anche la pubblicazione separata contenente quattro discorsi «Il mistero del Natale. Novalis, il veggente e l’annunziatore di Cristo» (Dornach 1980). 184. «Tutto ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, …»: Mt 25,40. 185.

«Egli non ha forma e bellezza»: Is 53,2. 188. Max Müller: cfr. la corrispondente annotazione a p.

H.P. Blavatsky: cfr.

la corrispondente annotazione a p. 88. 189. E usò il seguente confronto: cfr. la corrispondente annotazione a p. 171. 193.

che Cristo potrebbe ritornare nella carne: per diffondere questa dottrina era stato fondato da Annie Besant e Charles Leadbeater l’Ordine della «Stella dell’Oriente», un’associazione all’interno della Società Teosofica.

Sacrale, Platone, Raffaello, Michelangelo: cfr. le corrispondenti annotazioni a p. 176. 194. Elia: cfr. la corrispondente annotazione a p. 176. 194. «Cambiate il senso.» …: secondo Ml 3,2.

E Paolo giunse ad Atene: At 17,22 segg.

Camera della Segnatura: nei Musei Vaticani a Roma.

«La scuola di Atene»: cfr.

la corrispondente annotazione a p.

196 la sua Crocifissione: questo quadro di Raffaello si trova nella National Gallery a Londra.

Su Goethe non fece alcuna impressione: cfr. la corrispondente annotazione a p. 178. Novalis: cfr.

la corrispondente annotazione a p. 180.

201 un membro da noi molto venerato e caro: Imme von Eckardtstein, 1871-1930,

membro della Società Teosofica dal 1905, poi dell’Antroposofonica; dal 1909 responsabile della

confezione dei costumi per i Drammi-Misteri di Monaco – in cui partecipò anche come attrice –, in seguito

anche a Dornach; per il calendario 1912/13 realizzò le immagini dello Zodiaco.

Maggiori dettagli nel

bollettino delle notizie della rivista «Goetheanum», n.

20/1930 (necrologio di Marie Steiner),

nn. 41 e 45/1971 nonché nella breve biografia a p. 451 in «Sulla storia e dai contenuti della

prima sezione della Scuola Esoterica 1904-1914», GA 264. «Calendario dell’anima»: cfr. la relativa nota a p. 172. 202 voler realmente intraprendere il progettato: a quel tempo l’edificio era previsto a Monaco,

dove venivano rappresentati i drammi-misteri di Rudolf Steiner.

Secondo la figura centrale –

Giovanni Tommaso – avrebbe dovuto portare il nome «edificio di Giovanni».

Difficoltà con

l’autorità edilizia portarono al trasferimento della costruzione a Dornach. 205 Maestro Eckhart, 1260-1327, domenicano e mistico, insegnò a Parigi, Strasburgo e Colonia;

successivamente fu accusato di eresia.

Opere: «Scritti», tradotti da Herman Büttner, Jena 1934,

«Prediche e trattati tedeschi», a cura di Josef Quint, Monaco 1963. Giovanni Tauler, 1300-1361, mistico e predicatore a Strasburgo. Su di lui e il suo incontro

con lo «sconosciuto dell’Oberland» cfr.

il capitolo «Amicizia con Dio» nell’opera di Rudolf Steiner

«Il misticismo nell’alba della vita spirituale moderna e suo rapporto con la moderna concezione

del mondo» (1901), GA 7. Opere: «Prediche di Giovanni Tauler» (tradotte da Julius Hamberger,

Francoforte 1864). 213 «Dove due si riuniscono nel mio nome ...»: Matt. 18,20. «Quello che avete fatto al più piccolo ...»: Matt. 25,40.

della mia danza-mistero «La prova dell’anima»: il secondo dei «Quattro drammi-misteri» di Rudolf Steiner (1910-1913), GA 14.

215 Nascita della nostra Società Antroposofonica: la separazione di Rudolf Steiner dalla Società

Teosofica e la fondazione della Società Antroposofonica avvenne nel periodo natalizio 1912 a Colonia.

217 che tre rappresentanti della magia elevata giungano per rendere omaggio all’essere regale: Mal.

2,1-12. 219 *la poesia dell’imperatrice greca Eudocia ...

confessore di Cristo ...:* Cfr.

«Cipriano e

Giustina», secondo canto: La confessione di Cipriano; tradotto in tedesco da Ferdinand Gregorovius nella sua opera «Athenais.

Storia di un’imperatrice bizantina», 3a ed. Lipsia 1892, p. 267 e segg. Imperatrice Eudocia, 400-460. La figlia saggia e bella dell’ateniese Leontios divenne cristiana

nel 421 e, con il nome Eudocia, moglie dell’imperatore Teodosio II.

Tuttavia, basandosi su calunnie,

fu allontanata dalla corte e morì nel 460 a Gerusalemme. Delle sue composizioni rimane solo la

descrizione della vita dei martiri «Cipriano e Giustina». 233 Quando in tale modo ascoltiamo gli accordi del cuore del nostro caro Novalis: immediatamente

prima del discorso Marie von Sivers aveva recitato i «Canti spirituali» di Novalis.

Cfr. anche le

osservazioni introduttive «Su questa edizione». la luce che dal Levante brilla tanto splendidamente: cfr. i discorsi a Berlino dal 28 dicembre 1912

al 1° gennaio 1913 «La Bhagavad Gita e le epistole di Paolo», GA 142.

234 Goethe aveva cercato di ricavare dalla visione del mondo di Spinoza: Spinoza insegnò – partendo

dal neoplatonismo e da Cartesio – una filosofia panteistica della necessità.

Come ideale etico poneva

la liberazione dal dominio degli affetti; l’uomo dovrebbe lasciarsi guidare dalla chiara comprensione

delle leggi necessarie dell’essere. Goethe esprime nella sua autobiografia «Poesia e verità» l’influenza

di questa visione del mondo su di sé nel seguente modo: «Questo spirito, che agiva su di me in modo

così deciso e che avrebbe avuto grande influenza su tutto il mio modo di pensare, era Spinoza. Dopo

aver cercato invano in tutto il mondo un mezzo di educazione per la mia natura bizzarra, giunsi infine

all’«Etica» di questo uomo. Ciò che potei leggere dall’opera, ciò che potei in essa introdurre, non

saprei darne conto; certo è che trovai qui una placazione delle mie passioni, sembromi di aprirsi una

grande e libera prospettiva sul mondo sensibile e morale. [...] La quiete tutto equilibrante di Spinoza

contrastava con il mio agitarsi continuo, il suo metodo matematico era l’opposto del mio modo di

sentire e di esprimere poetico, e proprio quel modo ordinato di trattare, che si ripugnava applicare

alle cose morali, mi rese un allievo appassionato, un ammiratore deciso. Spirito e cuore, intelletto

e sensi cercavano di riunirsi in una necessaria affinità elettiva, e per mezzo di questa si realizzò

l’unione dei più diversi esseri.» (III parte, 14° libro) – «Mi dedicai a questa lettura e credetti, mentre

mi guardavo dentro, di non aver mai visto il mondo così chiaramente.» (IV parte, 16° libro) 235 Veda: la conoscenza sacra degli Indi, rivelata dai saggi venerati, gli Rishi; la più antica scrittura

conservata della letteratura indiana e in genere indoeuropea. 235 dove Goethe ... riconosce a ogni anima l’autonomia nel senso leibniziano: nel giorno dei funerali

di Wieland, 23 gennaio 1813, Goethe esprime nella conversazione con Johannes Daniel Falk (Falk, Goethe

rappresentato dal rapporto personale più intimo; in: «Conversazioni di Goethe», Zurigo 1969, 2° volume,

p.

771): «[…] io assumo diverse classi e ordini gerarchici dei componenti primordiali ultimi di tutti

gli esseri, quasi dei punti di inizio di tutti i fenomeni in natura, che io potrei denominare «anime»,

perché da essi procede l’animazione del tutto, o ancora preferibilmente «monadi» – manteniamo sempre questa

espressione leibniziana!

Per esprimere la semplicità dell’essere più semplice, difficilmente potrebbe trovarsene una migliore.

Ora, alcune di queste monadi o punti di inizio, come l’esperienza ci mostra,

sono così piccole, così insignificanti, che si prestano al massimo a un servizio subordinato e a un’esistenza

inferiore. Altre invece sono assai forti e potenti. Queste ultime perciò trascinano nel loro circolo tutto

quello che si avvicina a loro e lo trasformano in qualcosa che appartenga a loro, cioè in un corpo, in una

pianta, in un animale, o ancora più in alto, in una stella. Continuano così finché il piccolo o grande

mondo, la cui intenzione spirituale giace in loro, non appaia anche esteriormente in forma corporea.

Solo questi ultimi li chiamerei propriamente «anime». Da ciò segue che ci sono monadi cosmiche, anime

cosmiche, come monadi di formiche, anime di formiche, e che entrambe nella loro origine, se non completamente

una cosa sola, sono tuttavia affini nell’essere primordiale.» Filosofia Sankhya: uno dei sei sistemi filosofici classici-ortodossi indiani. Cfr. anche le

esposizioni di Rudolf Steiner sulla filosofia Sankhya nei discorsi del 28, 29 e 30 dicembre 1912,

che si trovano nel volume «La Bhagavad Gita e le epistole di Paolo», GA 142, come pure nel discorso

del 16 settembre 1909 in «Il vangelo di Luca», GA 114.

Le parole vedantiche rinnovate da Fichte: cfr. Johann Gottlieb Fichte «La destinazione dell’uomo»,

Francoforte e Lipsia 1800, dove nel 2° libro «Conoscenza» leggiamo: «Tutta la realtà si trasforma in un

meraviglioso sogno, senza una vita da cui si sogna, e senza uno spirito a cui sogna; in un sogno che in

un sogno di se stesso si mantiene coerente.

L’«intuizione» è il sogno; il «pensiero» – la fonte di tutto

l’essere e di tutta la realtà che io mi rappresento, del mio essere, della mia forza, dei miei scopi –

è il sogno di quel sogno.» 236 quando una volta scrive con entusiasmo su Schiller: il 5 ottobre 1791 Novalis scrive al suo

professore di filosofia Reinhold a Jena (1758-1823): «Schiller, che è più di milioni di uomini comuni,

colui che potrebbe strappare il desiderio agli esseri senza desiderio, che noi chiamiamo spiriti, di

diventare mortali, la cui anima la natura sembra abbia formato «con amore», la cui grandezza e bellezza

morale da sole potrebbero salvare dal meritato tramonto un mondo di cui fosse abitante ...» Novalis

Scritti, a cura di Paul Kluckhohn, Lipsia s.d., 4° vol.

«Lettere e diari», (n. 21), p. 22. 237 la parola di Goethe ... «La saggezza è solo nella verità»: in «Massime e riflessioni», da

«Arte e antichità», 3° vol., 1° fascicolo: «Proprio e acquisito in sentenze». 238 nelle belle parole di Novalis risiede: questa poesia si trova nei Paralipomeni all’«Enrico di

Ofterdingen»; cfr. anche il resoconto di Tieck sulla sua continuazione progettata (Novalis Scritti,

a cura di Paul Kluckhohn, vol.

1 «Poesie», p. 244 e 251). L’ultimo verso recita in Novalis: «L’intera natura capovolta via».

256 ELENCO DELLE CORREZIONI

nella 4a edizione 1994 (Qui si considerano esclusivamente i discorsi in cui solo singoli passi sono stati corretti; i testi

sostanzialmente rielaborati sono menzionati in «Su questa edizione»): Pagina Riga 4a edizione 1994 Testo precedente 30 21 la quale …. viene divorata e viene divorata ...

(confronto manoscritti) 41 3 che sono simili che invero sono simili (confronto manoscritti) 72 30 come con gli occhi bendati così come con gli occhi bendati (confronto manoscritti) 72 34/35 Sì, sono io che l’ho provato, ma non l’ho ancora Sì, sono io che l’ho provato, ma ancora (confronto manoscritti) 74 2 crescere svegliarsi (confronto manoscritti) 86 17 Non vive solo in noi Non vive solo in noi (per il significato) 90 28 proiettato nel territorio Kamaloka, proiettato, (confronto manoscritti) 90 30 con questo desiderio apre la vita Kamaloka riguardo a questo desiderio Kamaloka con una qualche chiave si apre (confronto manoscritti) 126 21 scorre solo, scorre, (confronto manoscritti) 142 3/4 Si potrebbe dire: Se si direbbe: (confronto manoscritti) 142 7 ciò sarebbe un evento allora ciò sarebbe un evento (confronto manoscritti) 142 9 Se si direbbe questo Se si direbbe questo (confronto manoscritti) 142 22 Bisogna circa Bisognerebbe circa (confronto manoscritti) 144 30/31 *E poiché già ogni dolore, ...

ha la sua azione* E poiché già ogni dolore, ...

hanno la loro azione (grammatica) 156 22-24 *Si potrebbe chiedere: sì, mentre è inverno su una metà della

Terra, è estate sull’altra?

– Bene, questo è così, che, mentre è inverno su una metà della Terra, è estate sull’altra.

Come si manifesta? (confronto manoscritti) 159 25 Esseri, emergono le coscienze di esseri inferiori. Esseri (confronto manoscritti) 159 25/26 le elevate forze divine, che nella loro coscienza rimangono

unite alla Terra le più elevate coscienze spirituali, e d’inverno rimangono unite alla nostra Terra (confronto manoscritti) 164 8/9 sempre ripetuto sempre il ripetuto (confronto manoscritti) 204 29 si accostano si avvicinano (confronto manoscritti) 208 4 La saggezza sola non basta La saggezza sola per questo non basta (confronto manoscritti) 223 16 unico in modo singolare (confronto manoscritti) INDICE DEI NOMI = senza menzione nel testo —————————————- ——————————————- Eschilo 63 Faust, Giovanni 218 sgg.

Fichte, Johann Gottlieb 176, 235 Bergson, Henri 30 Goethe, Johann Wolfgang 176, 178, Blavatsky, Helena Petrowna 88, 165 sgg.,196, 218, 234-237 169-174, 188 sgg., 194 «Faust» 218 «L’Iside rivelata» 169 sgg., 172 Hebbel, Christian Friedrich 38 «La dottrina segreta» 172 «Diari» * 38 Hegel, Georg Wilhelm Friedrich 165 , Brahe, Tycho 160 166 «Eleusi» 166-168 Buddha, Siddharta Gautama 126, 130, Erode I, il Grande 224 133-135, 137, 151, 176, 189 Hölderlin, Friedrich 166 Omero 146 Calvino, Giovanni 32 «Iliade» 146 Cesare, Gaio Giulio 163, 176 Gesù di Nazareth 133, 136 sgg., 150, 181 Cipriano, Tascio Cecilio 219-223 Giovanni l’Evangelista 217 Giovanni il Battesimo 150, 177, 179 sgg., Dionigi Areopagita 195 195, 197, 234, 236 Eckhardtstein, Imme von 201 * Giuda Iscariota 180 Eckart, Maestro v.

Maestro Eckart Giuliano Apostata 160 Elia 176 sgg., 179, 194 sgg., 197, 234, Giustina (dalla leggenda di Cipriano) 219 236 Kemmerich, Max 32 Krishna 133 Eudocia, Imperatrice (Elia Athenais) 219 Leibniz, Gottfried Wilhelm 235 «Cipriano» 219-223 Luca-Vangelo 223-227 Euforbo 146 Euripide 63 «Maria Maddalena» 81 sgg.

———————————————– 261 ESPOSIZIONI DETTAGLIATE DEI CONTENUTI Nervosità e Io L’applicazione della scienza dello spirito nella vita.

La nervosità come problema contemporaneo;

tipi di nervosità: affanno della vita psichica, incapacità di decisione, imitazione di malattie organiche.

La causa della nervosità: indebolimento del corpo eterico attraverso la cultura contemporanea e il

perseguimento di cose senza interesse.

Il rafforzamento del corpo eterico e il suo influsso sul corpo

fisico attraverso piccoli esercizi: (1) dislocazione consapevole di oggetti (contro la dimenticanza).

(2)

Modificazione consapevole delle abitudini di scrittura.

L’importanza della connessione fra il nucleo

essenziale più intimo e l’attività.

L’effetto degli esercizi sul corpo eterico come prova della sua esistenza.

Ripensamento all’indietro di eventi, drammi ecc.

Osservazione dei propri gesti;

«fare diversamente dal solito» consapevolmente di alcune cose, ad es. uso della mano sinistra.

Il dominio

del corpo astrale per mezzo dell’Io con l’aiuto di una cultura della volontà: (5) attraverso la rinuncia,

la repressione di piccoli desideri; (6) attraverso il proprio esame del pro e contro di una cosa; (7)

attraverso la trattenuta nel giudizio, specialmente quando si è colpiti personalmente.

Osservazione dell’accordo

delle singole azioni di un altro.

Auto-educazione, dominio dei corpi tramite tali piccoli esercizi.

Monaco, 11 gennaio 1912 9 Le attività animiche umane nel mutamento dei tempi L’applicazione della ragione ai risultati della scienza dello spirito.

La triplice natura delle esperienze

interne e il suo rapporto col momento dell’addormentarsi: (1) rappresentazioni – stancanti, facile

addormentamento (2) moti affettivi, interesse per l’Io – difficile addormentamento.

La chiaroveggenza come sonno consapevole.

La trasformazione delle forze mediche in facoltà chiaroveggenti in Nostradamus

(3) impulsi di volontà: sensazione di beatitudine per impulsi buoni, rimorsi come ostacolo all’addormentamento.

La connessione della vita animica con i mondi superiori.

Il significato della reincarnazione.

Lo sviluppo delle facoltà dell’anima nel corso delle culture: cultura contemporanea –

vita rappresentativa; cultura greco-romana: percezione; nelle culture successive: sviluppo dei moti

affettivi e infine della moralità.

La paralisi dell’intellettualità attraverso cattivi impulsi di volontà in futuro.

La connessione della facoltà percettiva col mondo fisico, della facoltà rappresentativa con

il mondo astrale, dei moti affettivi col devachan inferiore, della moralità col devachan superiore.

La percezione del Cristo nelle singole epoche; attuale percezione del Cristo in rappresentazioni e immaginazioni.

Winterthur, 14 gennaio 1912 (per l’inaugurazione della Sezione) ….

29 262 Il cammino della conoscenza e la sua connessione con la natura morale dell’uomo La purezza della natura animica morale come esigenza fondamentale per lo sviluppo dell’uomo interiore.

L’essenza della moralità: nessun impulso dall’esterno, bensì il sorgere degli impulsi morali, veri in

se stessi, dal nucleo essenziale più intimo dell’uomo.

L’insorgere degli impulsi luciferici dal corpo astrale.

Principio dell’occultista: il cammino della conoscenza seguendo il modello degli impulsi morali.

La struttura dei Dieci Comandamenti: i tre riguardanti propriamente questioni spirituali sono formulati

positivamente («Tu devi ...»), i sette concernenti il mondo esteriore negativamente («Non devi ...»).

La posizione particolare del quarto comandamento.

La repressione degli impulsi esterni nell’impulso morale

e nello sviluppo delle facoltà chiaroveggenti.

Il cammino falso per l’acquisizione di facoltà chiaroveggenti

attraverso il richiamare delle forze nascoste dei tre corpi inferiori nella consapevolezza dell’Io

(indebolimento della veridicità); invece accesso immediato ai mondi superiori attraverso l’Io consapevole,

come negli impulsi morali, nei giudizi estetici e matematici.

I quattro stati fondamentali del cammino

della conoscenza: meraviglia, venerazione, sentimento di armonia e dedizione al processo cosmico.

Lo sviluppo della moralità come missione terrestre.

Il detto del Rosacroce: i tre stati della mistica occidentale.

Zurigo, 15 gennaio 1912 41 La coscienza e la meraviglia come indizi della visione spirituale nel passato e nel futuro Due fatti della vita ordinaria che indicano il mondo spirituale e la loro esclusione nel sogno: (1) lo

stupore (2) la coscienza. La meraviglia come punto di partenza di ogni conoscenza.

La trasformazione

della coscienza da chiaroveggente (Erinni e Furie) a un’esperienza interiore.

Presupposto della meraviglia:

aver conosciuto qualcosa diversamente.

Il sogno come resto della chiaroveggenza precedente. La discesa

dell’uomo sulla terra per l’acquisizione della conoscenza e della coscienza. L’esperienza nel mondo

spirituale. Il momento significativo dell’addormentarsi: la coscienza come presentimento di come l’uomo

deve diventare per entrare nel mondo spirituale. La meraviglia come indizio di una visione precedente,

la coscienza come indizio di una visione futura: segni viventi del mondo spirituale. La capacità di

meravigliarsi anche di ciò che è abituale come segno di anime più sviluppate. Le nature «contemplative»:

sapere della reincarnazione già nella vita precedente. La futura visione dell’equilibrio karmico delle

proprie azioni. Sulle future sofferenze delle nature più robuste e materialiste. Breslau, 3 febbraio 1912 59 263 Riflessi della coscienza. Supercoscienza e subcoscienza La funzione speculare degli organi sensoriali e del cervello per la coscienza ordinaria. Manifestazioni

dell’inconscio nella creazione artistica, nel sogno, nell’umore della vita.

Possibili errori nella discesa

nelle profondità animiche: confusione fra proiezioni della propria vita interiore e fatti spirituali

oggettivi (esempio: formazione dell’inganno di essere la reincarnazione di Maria Maddalena).

Evitamento

di tali errori attraverso un’attenta formazione.

Esercizio per lo sviluppo di un sentimento per i

nessi karmici: «costruzione» interiore di una persona che consapevolmente ha portato su di sé tutti gli

eventi incomprensibili che la colpiscono.

L’assunzione consapevole del destino nella rassegnazione sviluppa

la capacità di discernimento fra il vero e il falso nelle profondità animiche. Blavatsky e la sua

avversione all’ebraico e al Cristo. La tentazione del Cristo. L’apparire di organi sensoriali superiori

nel corpo astrale: il loro riflesso nel corpo eterico. La somiglianza dell’esperienza nelle profondità

animiche con la vita Kamaloka: l’essere imprigionati nei propri desideri e concupiscenze. L’incontro

delle leggi naturali e spirituali nel mondo devachanico. L’esperienza nel Devachan: dipendente dalla

qualità dell’uomo; esempi: effetti della bugia, dell’ambizione e della vanità. Piano fisico: la legge

spirituale è nascosta dietro la legge naturale (esempio: eruzione vulcanica). Il rapporto fra bellezza

e moralità nei diversi mondi. Il brutto come elemento distruttivo, il bello come elemento fertile nel

Devachan. Sentimenti veramente elaborati divengono facoltà percettive. Monaco, 25 febbraio 1912 76 Forze nascoste della vita animica La vita animica consapevole (rappresentazioni, sentimenti, impulsi di volontà) e la vita animica nascosta,

inconscia: immaginazione, ispirazione, intuizione, presentimento, visione, doppia vista; le loro

corrispondenze nell’organizzazione fisica.

La visione come immaginazione primitiva, il presentimento

come ispirazione primitiva; la connessione fra i viventi e i morti.

L’impotenza della coscienza ordinaria di fronte al mondo sensibile.

Il forte operare di simpatia e antipatia nell’inconscio e la sua connessione

con respirazione e circolazione sanguigna. Influssi favorevoli e distruttivi della sfera emotiva (esempio:

sentimento negligente verso la bugia). La distinzione del soggettivo dall’oggettivo nella visione e

nell’immaginazione attraverso il potere della consapevole osservazione. Kamaloka: costruito dalla nostra

propria vita interiore; influsso della propria esperienza sul mondo elementare dopo la morte. Le conseguenze

dello sviluppo di determinate sfumature emotive in colori e toni per la chiaroveggenza; la percezione

della propria organizzazione fisica. Effetti retroattivi delle forze inviate dai morti fino nel mondo fisico

(esempio: rumori poltergeist).

La percezione di tali cose è più favorevole all’addormentarsi e al risveglio.

La connessione dell’esperienza umana con le realtà nell’inconscio (magia).

Monaco, 27 febbraio 1912 99 I tre cammini dell’anima verso Cristo Primo discorso: Il cammino attraverso i vangeli e il cammino dell’esperienza interiore L’attuale nostalgia di una comprensione del Cristo più profonda.

I tre cammini verso il Cristo: 1. attraverso i vangeli 2.

attraverso l’esperienza interiore 3. attraverso l’iniziazione.

Il cammino

attraverso i vangeli: l’esperienza dei vangeli nei secoli precedenti; interesse per le emozioni prodotte

dalle immagini, non per la realtà storica. I vangeli e la scienza dello spirito. La comprensione della

natura umana come requisito per il cammino dell’esperienza interiore. Il duplice corso dello sviluppo

interiore umano attraverso l’azione delle forze luciferiche: sviluppo dell’organizzazione dell’Io intorno

al 20°/21° anno, l’apparire della coscienza dell’Io già intorno al 3°/4° anno. Gli effetti dello strapparsi

della coscienza dell’Io dall’organizzazione dell’Io: malattia, vecchiaia, morte, ma anche la possibilità

della libertà. Il rinvigorimento dell’Io attraverso l’impulso del Cristo. La differenza fra Buddha e Cristo.

La percezione del Cristo nelle prime tre epoche culturali post-atlantiche: la loro relazione agli antichi

stati planetari: sette santi Rishi – antico Saturno; cultura dello Zarathustra – antico Sole, cultura

di Osiride – antico Luna. La possibilità dell’esperienza interiore del Cristo dalla singola vita.

Stoccolma, 16 aprile 1912 114 Secondo discorso: il cammino dell’iniziazione Il cammino trans-religioso dell’iniziazione.

La diffusione dei segreti iniziatici come compito dell’antroposofia;

la sua possibilità di rispetto e riconoscimento di tutte le religioni nell’esempio del buddhismo.

Punto

di partenza delle religioni: la personalità del fondatore; punto di partenza dell’iniziazione cristiana:

la morte del Cristo, il Mistero del Golgota. Malattia e morte come dighe delle buone potenze contro

gli influssi di Lucifero. Sul rapporto dell’uomo al regno animale: l’equilibrio dei dolori inflitti agli

animali su Giove attraverso l’incarnazione di animali parassitari nell’uomo. I bacilli come precursori

di questi animali parassitari. Il Mistero del Golgota. Il principio della trasformazione nel mondo sovrumano.

L’entrata del Cristo sulla Terra per combattere il principio luciferino come evento insieme sensibile e sovrumano.

Il principio iniziatico rivelato. Il mito di Osiride-Seth in questo contesto.

L’apprezzamento della singola incarnazione nel periodo egiziano e greco (Pitagora-Euforbo). Il Cristo

come signore del karma. La coltivazione dell’iniziazione cristiana nella confraternita del Santo Graal

e nella comunità dei Rosa-Croce e il motivo del mistero centenario attorno ai loro personaggi guida.

Nessun profeta dopo il Mistero del Golgota.

L’antroposofia come sintesi delle confessioni religiose.

Stoccolma, 17 aprile 1912 131 I segreti dei regni del cielo in parabole e in forma reale La rivelazione dei segreti in parabole.

La natura esterna come parabola: primavera e autunno in relazione

all’addormentarsi e al risveglio dell’uomo. L’estasi degli esseri elementari nel tempo di San Giovanni.

La festa dello spirito della terra nel periodo natalizio. La festa di Pasqua: il ritiro dello spirito in

sfere sante. L’importanza della Pasqua come festa mobile. Il presente quinto periodo come ripetizione

del terzo periodo egiziano; l’irrompere della vecchia saggezza egiziana in Tycho Brahe. La crescita spirale

delle piante come specchio dei movimenti planetari. L’esteriore come segno dei processi interiori: il

rinnovamento dell’antica conoscenza stellare attraverso il «calendario dell’anima» [«Dodici stati d’animo»].

L’allacciamento della conta del tempo al Mistero del Golgota valido per tutti gli uomini.

I «versetti

settimanali» del calendario dell’anima come formule di meditazione per la connessione fra l’esperienza

interiore animica e i processi dell’esperienza divino-spirituale.

Colonia, 7 maggio 1912 153 Preannunzio e araldica dell’impulso del Cristo.

Lo spirito del Cristo e i suoi involucri: un messaggio di Pentecoste Commemorazione della morte di H.P. Blavatsky («giorno del loto bianco»). Recitazione della poesia di

Hegel «Eleusi». Sull’opera di Blavatsky «L’Iside rivelata». I motivi della scelta di Blavatsky come

«strumento» dei maestri. La sua forte avversione all’elemento ebraico e cristiano. La «dottrina segreta»:

un «libro annidato». La necessità dell’integrazione del movimento teosofico attraverso le rivelazioni del

Sinai e del Mistero del Golgota. La necessità di un puro senso di verità. Lo sguardo sull’individualità

che passa attraverso le incarnazioni nella cultura orientale di fronte allo sguardo sulla personalità, la

singola vita nella cultura occidentale.

Quadruplice araldica dell’impulso del Cristo attraverso la medesima

individualità nelle personalità di Elia, Giovanni il Battista, Raffaello, Novalis.

Il Mistero del Golgota

e il Cristo come spirito della terra. La formazione degli involucri del Cristo attraverso forze sviluppate

dagli uomini: (1) la formazione del corpo astrale attraverso meraviglia e stupore (2) la formazione del

corpo eterico attraverso compassione, gioia compartecipe, amore; la confusione fra sessualità e amore

come il peggio nel presente (3) la formazione del corpo fisico attraverso la coscienza.

La futura

rappresentazione del Cristo nell’arte.

Colonia, 8 maggio 1912 165 Per la sintesi delle concezioni del mondo.

Una quadruplice araldica La scienza dello spirito come strumento di mutua comprensione (esempio: cristianesimo e buddhismo)

di fronte alla moderna scienza comparata delle religioni; Max Müller su H.P. Blavatsky. La metamorfosi

anziché la morte nel mondo sovrumano. Il Mistero del Golgota: «affare divino» come compensazione a

Lucifero. L’elemento originario del cristianesimo: non una personalità, un evento come punto di partenza.

Il modo di pensare orientale: lo sguardo sul passaggio dell’individualità attraverso le incarnazioni;

il modo di contemplazione occidentale: lo sguardo sulla singola incarnazione. Le quattro personalità

Elia, Giovanni il Battista, Raffaello, Novalis: una quadruplice araldica del cristianesimo attraverso

la medesima individualità. L’allargamento della contemplazione limitata della personalità attraverso lo

sguardo sull’individualità nella scienza dello spirito. Il risveglio e l’addormentarsi degli spiriti

della terra in autunno e primavera a confronto col risveglio e l’addormentarsi dell’uomo.

L’irrompere

degli spiriti della natura elementare intorno a San Giovanni.

Il risveglio della terra in inverno.

La

mobilità della festa di Pasqua. L’importanza del «calendario dell’anima» per la vita spirituale; la

speciale conta del tempo. Monaco, 16 maggio 1912 187 L’amore e il suo significato nel mondo Bisogna conoscere l’impulso del Cristo perché la sua forza scenda nell’anima? – L’amore crescente con

l’età, non egoistico verso la saggezza della vita. La saggezza della vita come germe per la prossima vita

terrena; l’interpretazione di questo germe come scintilla divina nella mistica. Karma e amore: le azioni

amorose non trovano dapprima il loro equilibrio nella vita successiva; l’amore come «prestazione

sostitutiva per beni già consumati». L’amore come sole morale del mondo.

L’interesse per tutto l’essere come dovere umano.

L’amore come il creativo nel mondo. L’amore in relazione a potenza e saggezza: la

potenza e la saggezza possono essere aumentate, l’amore no. Dio ha mantenuto l’amore; potenza e saggezza

le ha condivise con Arimane e Lucifero.

L’affluire dell’amore come cosa compiuta; l’uomo può solo assumerlo gradualmente.

L’azione del Cristo come contrappeso all’azione di Lucifero.

La connessione della saggezza

unita all’amore (filosofia) con l’impulso del Cristo. Il detto del Rosacroce.

L’auto-perfezione e l’amore. L’amore e il senso del male.

Zurigo, 17 dicembre 1912 204 Risposta a domande (estratto) Sulla bugia di necessità: la bugia di necessità come azione complicata, egoistica, che unisce alle

debolezze dell’altro. Zurigo, 17 dicembre 1912 214 La nascita della luce terrestre dalle tenebre del Natale Il Natale, festa dell’amore. L’aspetto triplice dell’impulso del Cristo e i quattro vangeli: (1)

l’aspetto regale-spirituale nel vangelo di Matteo; i tre magi (2) l’aspetto cosmico nei vangeli di

Marco e Giovanni. La descrizione dello scontro del vecchio mondo precristiano con il mondo cristiano

nella poesia di Cipriano dell’imperatrice Eudoxia (3) l’aspetto infantile nel vangelo di Luca. Il

supremo dell’amore di fronte a potenza e saggezza. Lucifero, l’oppositore della saggezza, Arimane, il nemico dell’onnipotenza.

Onniscienza, onnipotenza, amore universale.

Il bambino Gesù nel vangelo di

Luca come personificazione dell’amore fra l’onniscienza e l’onnipotenza.

I Saturnali romani e la festa

cristiana del Natale. La festa del Natale e i compiti della nuova Società Antroposofonica. Berlino, 24 dicembre 1912 215 Novalis come araldo del Cristo-impulso da comprendere spiritualmente Novalis come profeta dei tempi nuovi; il suo essere permeato dall’impulso del Cristo. L’anima reincar-

nata di Elia, del Battista Giovanni, di Raffaello in Novalis. Novalis e i suoi contemporanei Goethe,

Schiller, Fichte. Il rapporto di Goethe con Spinoza e Leibniz; l’affinità della dottrina delle monadi con la filosofia Sankhya.

Le parole vedantiche rinnovate da Fichte.

L’individualismo portato dallo

spirito di Novalis e l’individualismo etico di Schiller.

L’elogio di Novalis per Schiller.

Il detto di

Goethe «La saggezza è solo nella verità» come parola guida.

Il cammino dell’incarnazione di Novalis

come stella guida; la sua poesia: «Se non più numeri e figure ...» Colonia, 29 dicembre 1912 233 Cambiamenti sostanziali rispetto alla 1a edizione sulla base del rinnovato confronto dei

stenogrammi: ——— ——— ————————————- ——————————————- Pagina Riga attuale dizione: dizione precedente: 30 34 le cui dei quali 72 32 dell’imperatore del re 180 9 Saggezza Essenza 221 12 Facilità Stabilità 227 32/33 in un certo senso prima in una certa maniera in questa

primavera 238 5 Confermazione Occupazione 261 7 (è stato omesso poiché il  così questi organi hanno

testo corrispondente dello  artificialmente gonfiati i palati stenogramma è poco chiaro) 262 15 (cade) per il fatto che siamo nati Il seguente cambiamento è stato  apportato perché il testo dello

eseguito nel significato, perché  stenogramma è qui lacunoso e

il testo dello stenogramma è  poco chiaro: lacunoso e poco chiaro:* 262 15-18 Per il fatto che siamo nati,  Per il fatto che siamo nati,

trasmettiamo il nostro spirito  trasmettiamo il nostro spirito

alla terra; per il fatto che  all’universo; per il fatto che

moriamo, trasmettiamo il nostro  moriamo, trasmettiamo il nostro fisico alla terra.

Per il fatto che  fisico all’universo.

Per il fatto

per la nascita trasmettiamo il che per la nascita trasmettiamo

nostro spirito alla terra, ...

il nostro spirito all’universo, ...

——————————————- 346


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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