Ciò che oggi gode di un’autorità praticamente incontestata presso gli uomini è la scienza — la scienza intesa in quel senso nel quale questa viene coltivata oggi nelle nostre istituzioni accademiche sanzionate dallo Stato. Abbiamo parlato spesso della validità di questa scienza e abbiamo anche indicato come proprio l’umanità contemporanea debba staccarsi da questa autorità. Oggi intendo mostrare come sia diventato caratteristico — soltanto negli ultimi tre, quattro secoli — considerare la medicina come una di queste scienze che godono di validità e autorità. Tutto ciò che riguarda la medicina è una scienza fra le altre, una scienza che nel suo ulteriore sviluppo deve condurre alla guarigione, alla guarigione dell’uomo malato. Raramente oggi si pensa al fatto che questo rapporto tra la medicina e le altre scienze, e tra la medicina e l’insieme delle scienze, si sia formato soltanto negli ultimi tre o quattro secoli. Infatti, quanto più risaliamo nello sviluppo dell’umanità, tanto più vediamo come tutto ciò che l’uomo ha potuto sviluppare in campo scientifico e conoscitivo era più o meno considerato medico, cioè come qualcosa che aveva a che fare con la guarigione. E se risaliamo in particolare allo sviluppo delle scienze occulte nei tempi antichi, il concetto di guarigione è stato sempre collegato al concetto di scienze occulte, di scienze segrete. Le scienze spirituali avevano sempre qualche relazione con la guarigione. Così che nei tempi antichi non si poteva dire: «la medicina è una scienza fra tante», bensì si diceva: «In tutte le scienze, in tutta la conoscenza deve cercarsi qualcosa che infine miri alla guarigione dell’uomo nella sua totalità».
Ora bisogna però chiedere: cosa doveva essere guarito allora, cosa c’era da guarire? Oggi, nel tempo del materialismo, si parla di malattia quando nell’uomo si nota, per mezzo di processi materiali esterni o per il suo comportamento nel mondo sensorio, qualcosa di anormale. Anche questo concetto, per così dire materialistico, della malattia è fondamentalmente un prodotto dello sviluppo più recente dell’umanità, un prodotto del periodo post-greco. Infatti, nella Grecia di allora, dove abitava un’umanità più consapevole, più ricettiva al mondo, di quanto non lo fosse l’umanità successiva, era ancora presente, fondamentalmente, quel concetto di malattia, e in particolare di possibilità di malattia, che era proprio di tutti i tempi precedenti di qualche secolo prima dell’era cristiana. Bisogna esprimere tali cose in modo radicale per essere compresi e per non mancare la loro vera importanza. La concezione fondamentale nei tempi antichi era che l’intera umanità porta con sé costantemente la disposizione a una malattia permanente. Tutti gli uomini hanno fondamentalmente costantemente disposizioni morbose — questa era la concezione. Tutti gli uomini hanno bisogno almeno di una guarigione preventiva; bisogna guarire continuamente l’umanità, era l’opinione diffusa. Forse si comprende meglio questa opinione se la si paragona a una concezione che oggi frequentemente emerge dai nostri rapporti e dalle nostre rivendicazioni sociali. Vediamo oggi insorgere molti uomini che si sentono chiamati a parlare in modo agitatorio di ciò che è necessario all’umanità, diciamo sotto il profilo sociale o da altri punti di vista, perché essa possa dirigersi verso un futuro migliore. Questi uomini descrivono più o meno ciò che verrebbe realizzato se le loro idee avessero validità, come una specie di paradiso sulla Terra. Si dice pure che il regno millenario debba finalmente giungere, se le idee di certi uomini potessero affermarsi. Certo, è un’opinione che forse vuol fare il bene, ma che proviene da cattiva intelligenza e da ragione ancora peggiore, tuttavia è un’opinione che può esercitare effetti agitatori. E cosa potrebbe agire in modo più agitatorio che promettere il paradiso sulla Terra agli uomini, specialmente a uomini di un’epoca materialistica! E se si promette loro persino che accadrà prima che muoiano, allora avrete acquisito loro come seguaci con grande probabilità.
Contro ciò farà fatica ad affermarsi un’idea come quella della «triarticolazione dell’organismo sociale», che non parla del paradiso sulla Terra, bensì di ciò che è vitale come organismo sociale, di ciò che può vivere. Rispetto a questa concezione, che implica che un simile paradiso sulla Terra sia possibile, che una guarigione universale ideale dell’umanità possa realizzarsi attraverso mere istituzioni sul piano fisico, contro questa opinione si presenta con una colorazione emozionale completamente diversa quell’opinione dei tempi antichi che ho tentato di caratterizzare, dicendo: Tutti gli uomini, nella misura in cui vivono e agiscono sul piano fisico, sono in un certo grado afflitti da disposizioni morbose e hanno continuamente bisogno di guarigione. Perché questa concezione si basava su quanto segue. Diceva: qui nel mondo fisico l’uomo può fare ciò che conduce a istituzioni su questo piano fisico. L’uomo può occuparsi della sua economia, del suo diritto e così via. Ma se tutto ciò che è così gestito continua a funzionare solo attraverso la sua propria forza, se nulla influisce se non ciò che riguarda le istituzioni esterne del piano fisico, allora l’organismo sociale dell’umanità diventerà sempre più ammalato. Non si può infatti generare un organismo sociale sano attraverso misure esterne, bensì soltanto uno che diventa sempre più ammalato. Affinché non sia così, è necessario che si accompagni alle misure prese per il mondo fisico una vita spirituale. E questa vita spirituale agisce in modo tale che paralizza, per così dire, i germi di malattia che continuamente si generano nell’uomo. Ogni conoscenza, così pensavano, che non miri a riassorbire il veleno che continuamente si forma nell’ordine sociale è un assurdo dell’umanità. Il processo conoscitivo è processo di guarigione. E se, così pensavano nei tempi antichi, la conoscenza cessasse completamente per un’epoca qualsiasi, allora l’organismo sociale cadrebbe in malattia. Perciò si designava la forza conoscitiva da principio come forza guaritrice; e solo nel corso del tempo si sono differenziati dal mistico che conosce — che era contemporaneamente guida dell’ordine sociale, medico e sacerdote — il medico, l’insegnante, il sacerdote e così via. Tutto questo si è differenziato da ciò che viveva unitamente nell’uomo che possedeva quella conoscenza che era contemporaneamente la medicina dell’umanità per la sua natura. Anche nei tempi antichi dello sviluppo dell’umanità, ci si occupava assai meno delle singole malattie di quanto non avvenga oggi. Si avevano opinioni particolari su queste singole infermità, opinioni che non si devono nemmeno dire agli uomini di oggi, perché feriscono il loro sentimento, perché sembrano loro crudeli. Ma ciò che si perseguiva, ciò che si cercava di creare da profonde fonti conoscitive, era inteso come medicina sociale.
Una tale concezione poteva naturalmente esistere con tutta la sua forza soltanto in un’epoca in cui l’uomo stava in rapporto diverso con se stesso rispetto ad oggi. Abbiamo parlato spesso del fatto che l’intellettualismo, che oggi domina soprattutto nel conoscere, ha fondamentalmente soltanto duecento, trecento, quattrocento anni di età in questa forma. Questo intellettualismo, che vede il suo ideale nelle leggi naturali percepite attraverso pensieri astratti, non incide sulla personalità umana. Ve l’ho caratterizzato spesso, come si manifesta questo non-intervento. Immaginate lo studente di oggi di una qualche scienza, di un qualche campo scientifico in una delle nostre istituzioni didattiche usuali in tutto il mondo civilizzato. È così: bisogna dire che questo studente siede là, ascolta soltanto con la sua testa, con il suo intelletto, con la sua ragione ciò che gli viene presentato, vede ciò che gli viene sperimentato; ma in misura molto limitata il suo animo, il suo cuore, il suo uomo intero partecipa a ciò che viene presentato. Non era così con l’antica saggezza dei Misteri. Lì non si poteva rimanere indifferenti in questo modo. Lì tutto ciò che agiva sulla testa, che agiva sull’intelletto, afferrava contemporaneamente l’uomo intero, catturava l’animo e la volontà, era tale che si poteva essere lì come uomo intero. Attraverso il pensiero astratto, attraverso la ricerca naturale astratta, la nostra vita è diventata astratta, così astratta che l’uomo di oggi ha difficilmente un organo per vedere nella giusta luce ciò che era connesso con la vita sociale intera di un’umanità antica.
Abbiamo parlato spesso qui di ciò che nell’antichità ebraica si chiamava il nome ineffabile di Dio, che poi divenne pronunciabile nella sequenza di lettere J-A-H-V-E. Perché era questo nome impronunciabile? Perché colui che lo pronunciava in quei tempi antichi subiva, per la potenza dei suoni, un’attenuazione della disposizione ordinaria, della coscienza ordinaria. Un altro mondo gli si presentava davanti, ed era pericoloso pronunciare il nome perché la coscienza ordinaria doveva svanire. Era proprio così: l’uomo sentiva che se questo nome vibrava attraverso la sua corporalità, allora era trasportato in un altro mondo, in un mondo nel quale accadono cose diverse da quelle di questo mondo fisico. Questa è una costituzione dell’anima umana di cui l’uomo di oggi non ha alcuna idea, di cui non può sapere nulla. Perché una combinazione di suoni oggi non ha quell’effetto sconvolgente che aveva una volta.
Con tutto questo è collegato il fatto che poteva sorgere da quella diversa costituzione dell’anima e del corpo dell’uomo antico più di quanto oggi possa sorgere dalla costituzione dell’anima e del corpo dell’uomo. Oggi da questa costituzione dell’anima e del corpo sorge innanzitutto l’organico. Fame, sete, altre emozioni sorgono, questi o quei desideri, questi o quei movimenti dell’animo, queste o quelle simpatie e antipatie sorgono. Tutto ciò che sorge così dall’organizzazione dell’uomo si riferisce fondamentalmente al singolo uomo, all’Io umano singolo. Ma negli uomini antichi, insieme alla fame e alla sete, insieme ai desideri che si riferiscono alla vita ordinaria, sorgeva la rivelazione di un Divino. L’uomo antico sentiva in ciò che usava, per così dire, dalla propria corporalità e dalla propria natura psichica, il Dio che agiva nella natura come in lui. Quello che sorgeva permetteva a questi uomini antichi la capacità non solo di vedere nella natura circostante ciò che vediamo noi oggi, bensì di vedere il Spirituale. Non si piace all’uomo di oggi farsi un’immagine che la capacità di percezione dell’uomo più antico fosse diversa da quella dell’uomo di oggi.
Questo pregiudizio è certamente comprensibile, consiste nell’assunzione che il mondo, come lo vediamo oggi, sia sempre stato visto così. Ma persino i fatti esteriori provano, a colui che vuol solo tali prove, con tutta la chiarezza necessaria, che persino i Greci — non dobbiamo dunque risalire molto nello sviluppo dell’umanità — hanno visto la natura che circonda l’uomo diversamente da come la vediamo noi. La scienza dello spirito arriva con la visione spirituale a piena chiarezza su questo punto; ma ciò che la visione spirituale porta a piena chiarezza a questo riguardo, si può raggiungerlo anche già attraverso la conoscenza esterna dei fatti fisici, se si esamina la letteratura greca e si nota il fatto singolare che i Greci avevano una parola per il verde: chlorós. Ma stranamente, con la stessa parola che usavano per ciò che noi chiamiamo verde, designavano il miele giallo e le foglie gialle in autunno; i rosumi gialli li designavano così. I Greci avevano una parola che usavano quando volevano designare i capelli scuri; con la stessa parola designavano la pietra lapislazzuli, la pietra blu. Nessuno può supporre che i Greci avessero i capelli blu. Si può veramente portare tali cose a un alto grado di provabilità, e si vede da ciò che i Greci semplicemente come popolo non distinguevano il giallo dal verde, non percepivano il blu come colore come facciamo noi, che vedevano tutto vivacemente secondo il rossastro, secondo il giallastro. Tutto ciò è ancora confermato dal fatto che gli scrittori romani ci raccontano che i pittori greci dipingevano con soli quattro colori, con il nero e il bianco, con il rosso e il giallo.
Se secondo le nostre esperienze odierne della teoria del colore giudichiamo, dobbiamo dire: un’essenziale proprietà dei Greci era che erano daltonici per il blu, che non vedevano nemmeno la sfumatura blu nel verde, bensì soltanto la sfumatura gialla. L’intero ambiente era per i Greci molto più infuocato, perché vedevano tutto secondo il rossastro. Fino a questo modo di vedere vanno le metamorfosi di sviluppo nell’umanità. Come detto, si può mostrare ciò esteriormente. La visione spirituale lo mostra con tutta la chiarezza che il Greco aveva tutto il suo spettro di colori spostato verso il lato rosso e non provava sensazione verso il lato blu e violetto. Il violetto lo vedeva molto più rosso di quanto lo vediamo noi, di quanto lo veda l’uomo di oggi. Se disegnassimo secondo la nostra concezione ottica odierna il paesaggio che il Greco vedeva, dovremmo dipingerlo con colori completamente diversi da quelli ai quali siamo abituati oggi. E quello che vediamo come natura, il Greco non lo conosceva, e quello che il Greco vedeva come natura, non lo conosciamo noi. Lo sviluppo dell’umanità procede per metamorfosi, e l’essenziale è che il tempo in cui l’intellettualismo è sorto, il tempo in cui l’uomo è diventato riflessivo — il Greco non era riflessivo, il Greco viveva in modo oggettuale nel mondo naturale — questo stesso tempo è quello in cui si è trasformata la sensazione per il colore scuro, per il blu, per il blu-violetto. Non solo cambia l’interno dell’anima, ma cambia anche ciò che dall’anima vive nei sensi.
Così potete dire: già per quanto riguarda le capacità dei nostri sensi, siamo oggi, nel quinto periodo postatlantico, uomini diversi rispetto persino agli uomini che erano gli uomini caratteristici del quarto periodo postatlantico, il periodo greco-latino. Tutto questo è connesso con il precedente. Nel tempo in cui ancora dalle emozioni, dalle simpatie e antipatie, persino dal corporale, come la fame e la sete e la sazietà, sorgevano forze spirituali, queste forze spirituali si versavano nei nostri organi di senso. E le forze che scaturivano, per così dire, dal basso e si versavano negli organi di senso, per il senso dell’occhio sono quelle che vivificavano principalmente le sfumature di colore gialle e rosse, la capacità di percepire questa sfumatura di colore. Siamo entrati oggi nell’epoca dove il contrario diventa un importante compito dell’umanità. I Greci erano ancora così organizzati che la loro bella concezione del mondo era loro trasmessa attraverso i sensi, perché nella loro vita organica spiritualizzata si versava nei sensi. Abbiamo represso come umanità attraverso i secoli questa vita organica spiritualizzata. Dobbiamo rivivificarla di nuovo dall’anima, dallo spirito. Dobbiamo acquistare la capacità di penetrare nel soprasensibile, come vuole trasmettere la scienza dello spirito. E mentre acquisiamo la capacità di penetrare nel soprasensibile, come vuole trasmettere la scienza dello spirito, faremo il cammino inverso. Presso i Greci era così: dal corporale procedevano, per così dire, i flussi e si versavano nell’occhio; in noi deve avvenire il contrario. Dobbiamo sviluppare il soprasensibile-spirituale, il flusso deve procedere da questo soprasensibile-spirituale verso l’organizzazione dell’uomo, e dobbiamo far entrare dal soprasensibile-spirituale i flussi nell’occhio e negli altri sensi. Il cammino inverso deve diventare quello dell’umanità futura rispetto a quello che fino a metà della quarta cultura postatlantica era il cammino dell’umanità. Allora da uomo riflessivo diventerà di nuovo l’uomo che conosce lo spirito, l’uomo che conosce lo spirito in un’altra forma, che è formato da sopra. Siamo cresciuti nella ricettività per la parte blu dello spettro.
Se dovessi rappresentare ciò schematicamente, dovrei disegnare così: il Greco era principalmente ricettivo per il rosso, viveva nel rosso. Il Greco viveva dentro questa parte dello spettro; dobbiamo vivere sempre più in questa parte dello spettro. Ma mentre viviamo in questa parte dello spettro, mentre in un certo modo amiamo sempre più il colore blu e blu-violetto, i nostri organi di senso devono trasformarsi completamente, metamorfosarsi.
Gli organi di senso devono nella loro struttura più fine diventare qualcosa di completamente diverso da quello che erano. Ciò che si versa in questi organi di senso è quello che gradualmente, sulla via naturale, sviluppa l’immaginazione attraverso l’occhio per esempio, l’ispirazione attraverso l’orecchio, l’intuizione attraverso il senso del calore. Devono dunque essere sviluppati: attraverso l’occhio: l’immaginazione, attraverso l’orecchio: l’ispirazione, attraverso il senso del calore: l’intuizione.
La struttura più fine nel corso dello sviluppo umano, la struttura più fine dell’organismo umano nel corso dello sviluppo umano subisce una metamorfosi, diventa diversa.
Su tali cose deve orientarsi l’uomo contemporaneo, perché si trova in un importante punto di transizione; si trova nel tempo in cui deve decidersi se potrà trovare il passaggio, per così dire, per ricevere le impressioni da sopra. Non dobbiamo rimanere al puro intellettualismo, dobbiamo spiritualizzare e animare l’intellettualismo. Allora quello che come spirituale e animico si sviluppa in noi agirà fino all’organizzazione umana. E se non lo sviluppiamo? Se un organo è destinato a qualcosa e non lo si usa per questo, muore, si uccide. Avete nella stessa organizzazione umana ciò che un tempo antico da altre premesse conoscitive ha assunto per lo sviluppo dell’intera umanità. Guardate i vostri occhi: in questi occhi deve versarsi quello che da sopra come vita spirituale deve affluire nell’umanità futura. Se non confluisce, questi occhi sono condannati a diventare malati. Per la loro propria natura gli occhi degli uomini devono diventare malati, così come gli orecchi, così come il senso del calore.
Quale conoscenza dobbiamo cercare? Una conoscenza che guarisca le disposizioni morbose del nostro stesso organismo. Dobbiamo di nuovo trovare la strada verso la concezione secondo la quale tutta la conoscenza, nella misura in cui vuole rivolgersi all’uomo, abbia carattere medico. Dobbiamo di nuovo poter acquistare il concetto che cerchiamo la conoscenza per sake della guarigione, che la medicina non sia soltanto una conoscenza fra altre conoscenze, e che tutta la conoscenza nel processo di sviluppo dell’umanità deve essere un fattore di guarigione, perché l’umanità ha bisogno che quello che nel piano fisico si genera in essa sia continuamente guarito. Non parla nel modo giusto all’umanità colui che le promette un paradiso terrestre, bensì soltanto colui che parla la verità, che fa comprendere all’uomo: «Anche se facciamo tutto per stabilire condizioni terrestre utilizzabili, l’uomo deve cercare la sua connessione con il mondo spirituale!» Perché persino le migliori condizioni terrestre devono essere continuamente guarite, guarite fino nell’organismo umano. Anche questo è continuamente permeato di disposizioni morbose. Cioè, deve esservi nella vita spirituale dell’umanità una forza che abbia il potere di creare forze di guarigione da se stessa.
Fra i molti motivi che hanno portato a generare dalla concezione del mondo orientata antroposoficamente l’idea della «triarticolazione», ve ne sono anche quelli che potete ricavare dalle mie esposizioni di oggi, perché questa idea della triarticolazione è tale che si può guardare in questo angolo, in quell’angolo, in un terzo e quarto angolo dello sviluppo dell’umanità — se si sa osservare giustamente, per le vere capacità umane che lo desiderano, emerge la necessità di questa triarticolazione. Coloro che credono, con il loro poco di logica, se una volta sentono parlare di questa triarticolazione, di non poter comprendere subito qualcosa o di trovarla in contraddizione con qualcosa, dovrebbero aspettare finché non si familiarizzino meglio con la cosa. Allora vedranno che non vi è una prova o una corrente di prova per la necessità della triarticolazione, bensì innumerevoli. Perché ovunque si guardi, ovunque vi sono osservazioni che, indipendentemente da altri, provano quello che potrei chiamare: l’emergenza necessaria dell’idea della «triarticolazione dell’organismo sociale» nel nostro presente. E uno degli angoli più importanti è la conoscenza, l’afferrare l’essenza stessa dell’uomo. Ma dov’è la scienza di oggi, così orgogliosa della sua astrazione, inclinata ad andare nel veramente concreto? Anche il Greco aveva una consapevolezza distinta: Se eleva i suoi sentimenti, si rivela a lui un Divino. Dobbiamo acquistare la capacità di abbassare dalle altezze spirituali le forze spirituali dell’anima, e devono rivelarci una natura, devono mostrarci come la natura è. Questo significa che dobbiamo poter renderci chiari che non possiamo conoscere la natura attraverso l’osservazione esterna, bensì soltanto con quegli organi di senso che sono affinati da quello che si ottiene da sopra, con un occhio che è affinato dall’immaginazione, con un orecchio che è affinato dall’ispirazione, con un senso del calore che è affinato dall’intuizione, dalla consapevolezza disinteressata delle cose e dei processi che ci circondano.
Dalla volontà di guarire è nata la scienza. Nella volontà di guarire la scienza deve di nuovo confluire. Quello che oggi consideriamo come scienza e veneriamo così altamente come autorità, è soltanto uno stato intermedio, ma che proprio in ambito sociale conduce alle più terribili disarmonie. Di tutto ciò parleremo ancora domani.
Oggi mi spetta il compito di riunire alcune delle conoscenze che stavano alla base di considerazioni precedenti, già note a un buon numero dei nostri amici, da vari lati con ciò che ho detto ieri. Desidero solo richiamare ancora una volta l’attenzione su ciò che era il contenuto essenziale di quanto ho detto ieri: che una tale conoscenza, per così dire neutrale, come quella che coltiviamo attualmente, è fondamentalmente un prodotto dei tempi più recenti, che una tale conoscenza indifferente, che pone la medicina come una scienza accanto alle altre, si è sviluppata soltanto nel corso degli ultimi tre o quattro secoli, mentre in tempi antichi tutta la conoscenza mirava alla guarigione; e il conoscere e il trovare i mezzi per la guarigione dell’umanità erano la stessa cosa nel senso che ieri ho accennato.
Ora, da vari accenni che sono stati fatti qui e là in conferenze, voi sapete che nel terzo ultimo dell’Ottocento cade un importante evento spirituale, che negli anni settanta dell’Ottocento, per così dire dietro le quinte della storia del mondo, della storia esterna fisica del mondo, è accaduto qualcosa di significativo. Per dare un nome a questo evento — avremmo potuto darne un altro ugualmente bene — lo abbiamo chiamato la vittoria di quell’essere arcangelo, che noi designiamo come l’arcangelo Michele, sulle forze spirituali opposte. Questo risultato, vogliamo considerarlo dapprima come un processo del mondo spirituale, al quale la nostra storia umana è collegata. Tali eventi si verificano in modo tale che si preparano dapprima nel mondo spirituale. Per l’evento che intendo ora, si potrebbe dire che si sia preparato a partire dall’anno 1842. È poi venuto a una certa decisione nel mondo spirituale intorno al 1879, ed è necessario che gli uomini sulla Terra si comportino in armonia con questo evento spirituale dal 1914 in poi. Ciò che è accaduto dal 1914 in poi è essenzialmente un assalto della limitatezza umana contro quello che avrebbe dovuto accadere secondo il parere di quelle forze spirituali cui è affidata la guida dell’umanità. Così possiamo dire: Nella seconda metà dell’Ottocento, nel primo periodo del Ventesimo secolo, dietro le quinte del nostro sviluppo dell’umanità è accaduto qualcosa di estremamente significativo, il che è un appello all’umanità a comportarsi come vogliono questi esseri spirituali: per portare un cambiamento, per fare qualcosa che porti una nuova forma di civiltà nell’umanità, una nuova forma di comprensione della vita sociale, della vita artistica, della vita spirituale sulla Terra nel suo insieme. Tali eventi si sono verificati ripetutamente nello sviluppo dell’umanità. La storia esterna registra poco tali eventi, perché la storia esterna è comunque una «favola convenzionale», ma questi eventi si sono verificati ripetutamente. L’evento che si può paragonare a quello menzionato si trova intorno a trecento anni prima di Cristo, un altro ancora più lontano si trova intorno alla metà del terzo millennio prima di Cristo:
1842 1879 1914 300 avanti Cristo Metà del terzo millennio avanti Cristo
Ora esiste però un’essenziale differenza per l’umanità tra l’esperienza di questi due eventi e l’esperienza di quell’evento che si è svolto nel Diciannovesimo e Ventesimo secolo; perché la maggior parte di voi ha almeno in parte ancora sperimentato gli eventi della seconda metà del Diciannovesimo secolo, dell’inizio del Ventesimo secolo, e la maggior parte di voi saprà anche come l’umanità nel suo insieme ha preso scarsissima nota del fatto che un cambiamento nella vita spirituale doveva effettivamente verificarsi.
L’umanità sarà costretta dalla necessità a notare questa necessità. E la necessità non cesserà finché un numero sufficientemente grande di uomini avrà notato questa necessità anche per quanto riguarda la strutturazione degli affari pubblici. Possiamo porre la domanda: perché gli uomini non hanno notato questo? E era lo stesso anche nei confronti dei due altri eventi, quello del terzo millennio, quello circa nel terzo secolo? — No, per questi eventi non era assolutamente così. Se si sapesse leggere rettamente quello che è la storia dell’anima del popolo greco, persino di quello romano che era un po’ più grossolano, si percepirebbe che effettivamente all’interno del popolo greco, all’interno del popolo romano, era decisamente presente una consapevolezza: Nel mondo spirituale accade qualcosa, a cui bisogna prestare attenzione. — Anzi, proprio con l’evento che si situa intorno all’anno 300 prima di Cristo, possiamo molto bene vedere come si preparò lentamente, come raggiunse un certo apice e come poi si svolse. Gli uomini di questo terzo, quarto secolo prima di Cristo avevano una consapevolezza distinta: Qualcosa accade nel mondo spirituale, che penetra nel mondo degli uomini. — E quello che videro allora, possiamo designarlo oggi: era la vera nascita della fantasia umana.
Voi sapete, gli uomini di oggi sono così: pensano che come si pensa oggi, come si sente oggi, così si è sempre pensato, così si è sempre sentito. — Ma non è così, anzi persino le percezioni sensorie hanno cambiato nel corso del tempo, come vi ho mostrato ieri. Naturalmente vi era già una creazione artistica prima del terzo o quarto secolo prima di Cristo; ma questa creazione artistica non proveniva da quello che oggi chiamiamo fantasia. Questa creazione artistica proveniva da una vera immaginazione chiaroveggente. Coloro che erano artisti potevano vedere come lo spirituale si rivelava loro, e semplicemente copiavano lo spirituale che si rivelava loro. L’antico chiaroveggenza atavistica, la vecchia immaginazione era ciò che stava alla base dell’artista. Quella fantasia che allora sorse per la prima volta e che poi si sviluppò ulteriormente fino alle creazioni di Leonardo o Raffaello o Michelangelo, per poi scendere di nuovo, questa fantasia ha allora il suo inizio, questa fantasia che non crea come se qualcosa di spirituale apparisse, fosse immaginato, bensì come se si ordinasse semplicemente qualcosa da se stessi, come se si plasmasse semplicemente qualcosa da se stessi. E il fatto che fossero dotati di questa fantasia, gli uomini di quel tempo lo attribuivano a una lotta di esseri divini che dominavano su di loro, al cui incarico essi agivano sulla Terra.
Ancora molto, molto più significativo, gli uomini della metà del terzo millennio, verso l’anno 2500 prima di Cristo, percepirono come il loro intero essere fosse implicato in eventi che dal mondo spirituale si protendevano negli eventi fisici. Intorno a questo tempo, ancora nella metà del terzo millennio prima della nostra era, nessun uomo avrebbe trovato sensato dire: Qui camminano gli uomini sulla Terra — e non dire: Esseri spirituali sono qui. — Questo sarebbe sembrato insensato a ogni uomo, perché si immaginava la Terra popolata da ciò che era sia fisico che spirituale insieme.
Al contrario del modo della vita dell’anima in quei tempi antichi è piuttosto qualcosa di completamente diverso quello che nel corso del Diciannovesimo secolo ha avuto luogo, perché gli uomini percepivano come sulla Terra gli eventi profani, gli eventi ordinari si svolgessero. Ma che dietro vi fosse una significativa lotta spirituale, questo gli uomini non percepivano. Da dove viene che non percepivano questo? Ciò viene proprio dalla particolarità di questa nostra epoca, che come sapete ha avuto inizio verso la metà del quindicesimo secolo, e nella quale ancora stiamo, che noi designiamo come il quinto periodo postatlantico. In questa epoca, dunque in quella nella quale stiamo, la forza più eminente, la più significativa di cui l’uomo possa disporre è l’intelletto. Gli uomini dal quindicesimo secolo sono diventati particolarmente grandi come esseri intelligenti. Ancora oggi sono orgogliosi del fatto di essere esseri così intelligenti. Non bisogna credere che non vi fosse una diversa forma d’intelligenza nei tempi antichi, soltanto che questa intelligenza era nata contemporaneamente con una certa visione. Questa intelligenza era creata insieme con un certo contenuto spirituale nell’uomo. Noi abbiamo un’intelligenza che fondamentalmente non ha alcun vero contenuto spirituale, che fondamentalmente è soltanto formale, perché i nostri concetti e le nostre idee fondamentalmente non contengono nulla in se stessi, sono soltanto immagini riflesse di qualcosa. Tutto il nostro intelletto è una somma di mere immagini riflesse di qualcosa. Questo è precisamente l’essenziale di quell’intelligenza che si è sviluppata particolarmente dalla metà del quindicesimo secolo, che l’intelletto è semplicemente un apparato di riflessione. Ma ciò che così si riflette fondamentalmente non ha alcuna forza nell’uomo. È fondamentalmente passivo. Questo è proprio il carattere particolare dell’intelletto di cui l’umanità contemporanea è così orgogliosa, che questo intelletto è passivo. Lo lasciamo agire su di noi, ci arrendiamo ad esso. Sviluppiamo scarsa forza di volontà in questo intelletto. Questo è oggi il tratto più caratteristico degli uomini, che fondamentalmente odiano l’intelletto attivo. Se si trovano in un luogo dove viene loro richiesto di pensare insieme a ciò che viene presentato, è noioso, molto noioso. Il sonno generale comincia presto, almeno il sonno dell’anima: non appena deve essere fatto del pensiero. Al contrario, se è un cinematografo, se non bisogna pensare, se invece il pensiero viene addormentato, se bisogna soltanto vedere e semplicemente arrendersi passivamente a ciò che si svolge, e se i pensieri scorrono come ingranaggi indipendenti, allora l’uomo oggi si sente soddisfatto. È l’intelletto passivo a cui gli uomini si sono abituati. Questo intelletto passivo non ha alcuna forza, perché questo intelletto passivo, cos’è in realtà? Si impara la sua natura ricordando come i tipi di conoscenza umana erano ancora classificati nelle antiche scuole dei Misteri. Lì si distinguevano tre tipi di conoscenza: primo, quella conoscenza che proviene dalla vita fisica dell’uomo, che in qualche modo sorge dal vivere fisico consapevole il mondo, si potrebbe dire: la conoscenza fisica; secondo, la conoscenza intellettuale, quella conoscenza che si forma da se stessi, principalmente in matematica, quella conoscenza nella quale si vive, la conoscenza intellettuale; terzo, la conoscenza spirituale, quella conoscenza che non proviene dal fisico, bensì dallo spirituale. Di questi tre tipi di conoscenza, nella nostra epoca è particolarmente coltivata e particolarmente apprezzata la conoscenza intellettuale. È diventato praticamente un ideale stare davanti alla vita spirituale come si è abituati a stare davanti alla matematica, davanti alla vita spirituale con una certa neutralità, con una certa indifferenza. È veramente straordinario, ma vero, che anche nella nostra epoca i portatori del sapere, per esempio i professori universitari, quando hanno chiuso le porte dietro di sé e sono fuori, allora vogliono fare il più rapidamente possibile qualcos’altro che non ha connessione col loro sapere. È un arrendersi astratto al sapere, e questo va molto a fondo.
Quando pochi giorni fa ho tenuto una conferenza pubblica a Zurigo, un proletario è intervenuto nella discussione. Poiché avevo accennato qualcosa sulla scuola Waldorf e sulla sostituzione dell’orario scolastico che realmente uccide lo spirito, ha osservato: Un tale orario scolastico, però, si fermerebbe troppo a lungo su una materia, bisognerebbe avere varietà; se una materia diventa troppo noiosa per i bambini dalle otto alle nove, allora dalle nove alle dieci deve venire un’altra materia, altrimenti diventa troppo noiosa per i bambini! — Naturalmente potevo solo replicare: Non è compito della scuola Waldorf contare sulla noia, bensì prendersi cura che non diventi noiosa per i bambini, che i bambini siano veramente lì presenti nella cosa; questo è precisamente il compito di quella pedagogia e didattica che deve essere coltivata nella scuola Waldorf. — Così è entrato talmente in carne e sangue ai popoli il fatto che fondamentalmente la vita spirituale è noiosa, e che bisogna allontanarsi dalla vita spirituale, non deve cioè assorbire interamente la materia. Ma ciò proviene puramente dal fatto che tutta la nostra vita intellettuale consiste essenzialmente di immagini, di immagini riflesse, che non abbiamo sostanza in questa vita spirituale.
Una tale vita spirituale, non riempita da sostanza, è fondamentalmente chiusa, tanto chiusa dal mondo fisico quanto chiusa dal mondo spirituale. Fondamentalmente la nostra epoca non sa molto né del mondo fisico né di quello spirituale. Sa fondamentalmente soltanto di ciò che si inventa da sé. A causa di questo carattere della nostra intellettualità come somma di immagini riflesse, l’uomo del Diciannovesimo secolo era escluso dal sapere qualcosa di ciò che spiritualmente accadeva dietro le quinte della storia del mondo. Non ha partecipato a quel grande, significativo cambiamento che si è completato spiritualmente dietro la storia mondiale esterna nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, e deve prima imparare attraverso i propri sforzi che il mondo fisico deve seguire il mondo spirituale. Dovrà impararlo, perché se non lo impara, la necessità diventerà sempre più grande e la civiltà passerà da tutto il mondo civilizzato attuale alla barbarie. Per evitare ciò, è necessario che l’uomo divenga interiormente consapevole che deve provare qualcosa di simile come è stato provato verso l’anno 300 prima di Cristo: la nascita della fantasia. Così deve essere provato nel nostro tempo la nascita dell’intelletto attivo: allora la fantasia attiva, adesso la nascita dell’intelletto attivo. Allora sorse la possibilità, attraverso la ricreazione di forme esterne, di plasmare fantasiosamente. Adesso deve afferrare gli uomini un’interno creazione potente di idee, attraverso le quali ognuno si fa un’immagine della propria essenza e se la pone davanti come ciò che persegue. L’autoconoscenza nel senso più ampio della parola deve afferrare gli uomini; ma non un’autoconoscenza in cui si rimuginano semplicemente su quello che si è mangiato ieri, bensì un’autoconoscenza che arriva fino all’esercizio della propria essenza. E questa autoconoscenza è chiaramente richiesta dallo sviluppo dell’uomo, che deve appunto ascendere alla nascita dell’intelletto attivo.
Verrà il momento in cui gli uomini nel ricordo ordinario, nella memoria ordinaria troveranno qualcosa di molto peculiare. Oggi ancora funziona, perché gli uomini sono diventati alquanto grossolani e non notano le cose che effettivamente sono già presenti nell’anima dell’uomo. Oggi ancora funziona che, quando si pensa indietro nella propria vita, quando si guarda indietro in questa propria vita, vengono soltanto i ricordi dei comuni vissuti. Ma non è più puramente così, non è realmente più completamente così, piuttosto accade sempre più frequentemente tra noi che degli uomini vivano già qualcosa di diverso, che quando ripensano a cosa hanno vissuto dieci, venti anni fa, non venga loro su soltanto quello che hanno vissuto, ma venga loro su qualcosa che non hanno vissuto, che però sorge dal vissuto come un’entità indipendente. E la folle psicoanalisi esamina nei tempi passati dell’anima senza una conoscenza dell’essenza del presente. Quello che la sciocca psicoanalisi non riesce a trovare, deve presentare la scienza dello spirito agli uomini, che effettivamente quando guardiamo indietro da una qualche età della vita — diciamo dal nostro quarantacinquesimo anno — e vediamo tutti i flutti dei vissuti come una corrente (vedi disegno), in essi non si trovano soltanto questi vissuti che abbiamo attraversato; questo era in qualche modo una volta così, e un gran numero di persone alquanto «viscide» anche oggi non vivono nient’altro. Colui che è sensibile a tali cose, sperimenta che quando si ripensa la propria vita non vi sono soltanto questi comuni vissuti, ma sperimenta qualcosa che emerge da lì (rosso), che non ha vissuto, ma che sorge in modo quasi demoniaco dai precedenti vissuti dell’anima. E questo diventerà sempre più forte e più forte. Se gli uomini non imparano a prestare attenzione a qualcosa del genere, allora perderanno la ragione. Questo è il pericolo dello sviluppo umano nel futuro. E non bisogna farsi illusioni su qualcosa del genere, perché è così. Nei vissuti che l’uomo sperimenta, si manifesterà qualcosa di nuovo, che si può afferrare soltanto con questo intelletto attivo. Questo è qualcosa di straordinariamente significativo! Come nella vita del singolo uomo appare il nuovo dopo il cambio dei denti, dopo la pubertà e così via, così tutta l’umanità dopo una certa epoca sperimenta una tale metamorfosi, e la metamorfosi della nostra epoca si può caratterizzare in questo modo: che quando si ripensa talvolta alla propria vita — si può già notarlo già nel ricordo che si fa di un giorno — non ci si ricorda soltanto di quello che si è vissuto nel senso grossolano, bensì che fuoriescono dai questi vissuti formazioni demoniche. È grosso modo come se dovesse dirsi: Sì, abbiamo vissuto questo e quello; ma successivamente ora sogno da questi vissuti una fantasie a occhi aperti che successivamente emergono da questi vissuti.
Questo apparterrà al normale, bisogna stare attenti a questo. Ma questo esigerà dagli uomini che l’uomo interiormente diventi molto più attivo, che superi quella passività che l’umanità attuale ha e che spinge l’uomo alla disperazione di fronte alle grandi esigenze del tempo. Questa passività deve essere superata dall’umanità. Quello che oggi domina nell’umanità come sonnolenza, questa impossibilità di raccogliersi, di prendere le cose seriamente e dignità, è veramente qualcosa di terribile. Nel nostro tempo molti uomini non hanno nemmeno la capacità di essere indignati per qualcosa. Ma chi non riesce a essere indignato per il male, non può essere entusiasta per il bene. Ma quando questo intelletto attivo prenderà possesso degli uomini, allora sarà collegato con qualcos’altro. E si può dire: Oggi l’umanità ancora ha paura di quell’esperienza che farà allora. — Perché, vedete, si conosce l’intelletto per il fatto che sarà attivo, si conoscerà l’intellettualità celebrata, e si rivelerà quello che essa effettivamente è, questa intellettualità, cosa sia questo emergere di immagini. Lo si comprende soltanto se si tiene davanti agli occhi qualcosa che ho già spiegato qui molte volte: Possiamo sentire, possiamo volere mentre viviamo, ma non potremmo, se soltanto vivessimo, nemmeno pensare. Non potremmo. Possiamo pensare soltanto perché continuamente portiamo in noi il principio della morte. Questo è questo grande mistero dell’uomo, che per così dire dai sensi — se prendo l’occhio come il rappresentante dei sensi (vedi disegno) — continuamente scorre attraverso ciò che si percepisce come nervo, qualcosa di distruttivo nell’uomo. È come se l’uomo dai sensi attraverso i nervi fosse riempito di qualcosa di materiale che si sgretola. Se vedete, se sentite, o se sentite semplicemente il calore, è come un materiale sgretolante che dai sensi va verso l’interno. Questo materiale sgretolante deve essere afferrato da quello che fluisce dall’interno dell’uomo. Deve essere per così dire bruciato. Continuamente, mentre pensiamo, dobbiamo combattere contro la morte che in noi domina. L’uomo oggi non lo sa, perché è consapevole soltanto del suo pensiero come immagini riflesse, che nel fondo vive soltanto con quello che non è la testa, che la testa è effettivamente soltanto un organo continuamente morente. Saremmo continuamente in pericolo di morte, se accadesse soltanto quello che nella nostra testa. Questo morire continuo è prevenuto soltanto dal fatto che la testa è collegata con l’altro organismo e la vitalità dell’altro organismo previene la morte. Quando l’uomo si appropria questo intelletto attivo — come l’umanità nei tempi greco-romani si è appropriata la fantasia attiva, mentre l’immaginazione del vecchio chiaroveggenza atavistica era una fantasia passiva — allora sperimenterà in se stesso il continuo morire di una parte del suo essere. Questo sarà importante. Perché come dobbiamo crescere in uno stato di consapevolezza attraverso il quale percepiamo il continuo morire di una parte del nostro essere, così un’antica umanità, che però si estendeva ancora fino al tempo greco, ha percepito quello che vive nel principio di vitalità dell’uomo, quello che vive nella volontà e nel metabolismo collegato alla volontà. Lì vive quello che combatte il principio di morte, che continuamente paralizza il principio di morte dell’uomo.
Si poteva dire: Sotto questo aspetto gli antichi stavano meglio di coloro che verranno nel nostro tempo. Gli antichi hanno percepito, mentre avevano un chiaroveggenza istintiva, la vitalità, la vita. Con questa vitalità, con questa vita è collegato il principio di guarigione. Noi certo non moriamo dal fatto che la nostra testa vuole morire, ma portiamo continuamente i germi di malattia in noi attraverso la nostra testa per il fatto che è l’organo del nostro pensiero, e continuamente abbiamo bisogno di pagare il tributo al nostro pensiero, che consiste nel fatto che opponiamo alla testa che causa malattia le forze di guarigione del resto dell’organismo. Oggi è ancora poco notato, tuttavia appariranno forme di malattia — voi sapete che cambiano — in cui si noterà meglio l’origine dalla testa umana di quanto non sia notato per molte malattie del presente. Allora si comprenderà che fondamentalmente l’intero processo sano dell’uomo, che in lui procede, è un processo di guarigione contro il danno della nostra vita intellettuale. Mentre gli antichi potevano dire della loro scienza, dalla loro conoscenza, che in essa vi era qualcosa di guaritore, in futuro sarà necessario dire: Quello che facciamo dal nostro intelletto, quello che diventa di quello di cui oggi siamo così orgogliosi, ci mostrerà in futuro che, se regnasse soltanto, gli uomini gradualmente cadrebbero nella decadenza, nella completa decadenza, che invece deve affermarsi un sapere che possa nuovamente contrapporre forze di guarigione.
Ieri l’ho accennato da un diverso punto di vista, oggi più dalla costituzione dell’uomo. Dobbiamo capire che abbiamo bisogno della scienza dello spirito come portatrice di un nuovo processo di guarigione. Perché se quell’intelletto che vive in mere immagini, di cui oggi l’umanità è così orgogliosa, si sviluppasse soltanto in questa direzione, allora attraverso il dominio di questo intelletto tutta l’umanità subirebbe un processo di malattia. A questo processo di malattia bisogna opporsi. Potrei certo immaginarmi che potrebbero esserci anche uomini che dicessero: Allora preveniamo il naufragio attraverso l’intelletto, aboliamo l’intelletto — ci sono anche tali uomini che vorrebbero fare in modo che l’intelletto non si sviluppi — allora non sarà necessario curare i suoi danni. — Ma con questo principio gesuitico il vero progresso dell’uomo non può avere nulla in comune, piuttosto si tratta del fatto che lo sviluppo dell’uomo deve essere tale che quello che si sviluppa dalle forze dell’anima umana, il guaritore, si sviluppi fino all’intelletto; altrimenti si svilupperà verso il basso e porterà l’uomo nel declino. Contro questo deve affermarsi quello che proviene dalla conoscenza della scienza dello spirito e che può continuamente contrapporsi alle forze di declino che provengono proprio dall’intelletto unilaterale.
È qui che devo richiamare la vostra attenzione su qualcosa di ben definito. Saprete che nello stesso Diciannovesimo secolo in cui tutto ciò di cui vi parlo oggi si è svolto, su cui vi ho ripetutamente attirato l’attenzione, il materialismo dell’intelletto è diventato grande. Sono sorti uomini — devo soltanto ricordare Moleschott, Vogt, Clifford e così via — che per così dire hanno sostenuto la proposizione: Tutto il pensiero consiste soltanto in un metabolismo del cervello. — Si è parlato di un fosforescere del cervello, dicendo: Senza fosforo nel cervello, nessun pensiero. — Quindi il pensiero è soltanto qualcosa che è un processo collaterale di una certa digestione cerebrale. Non si può dire che gli uomini che hanno portato avanti ciò appartenessero ai più stupidi della loro epoca. Perché — si può pensare a questa proposizione dei materialisti teorici come si vuole — si può fare qualcos’altro, si può applicare il criterio della capacità agli uomini di questa epoca e chiedere: Erano tali persone, come Moleschott o Clifford o simili, più intelligenti, o coloro che da antichi pregiudizi confessionali l’hanno combattuto, combattuto senza la scienza dello spirito? Haeckel era più intelligente, o i suoi oppositori erano più intelligenti? — Questa domanda si può ancora porre oggi. E se non si orienta il giudizio secondo l’opinione, ma secondo l’osservazione della capacità spirituale, allora non si può certo dire che gli oppositori di Haeckel erano più intelligenti di Haeckel, o che gli oppositori di Moleschott e Clifford erano più intelligenti di Moleschott e Clifford. I materialisti erano persone molto intelligenti, e quello che hanno detto era certamente non senza significato. Da dove viene allora? Cosa c’è veramente dietro? Su questo bisogna arrivare a rispondere a se stessi a questa domanda, cosa c’è veramente dietro. Certamente, allora comparvero anche oppositori ben intenzionati dei materialisti, per esempio Moriz Carriere, del quale vi ho già parlato. Disse: Se tutto quello che l’uomo pensa e sperimenta nell’anima è soltanto cotto dal cervello, allora tutto quello che viene presentato da un lato è cotto allo stesso modo di quello che viene presentato dall’altro lato. Dunque fondamentalmente non c’è differenza di verità tra quello che Moleschott e Clifford sostengono e quello che sostiene il Papa. — Non c’è differenza, perché entrambi sono cotti dal cervello umano. Non si può distinguere tra vero e falso. Eppure i materialisti combattono per la verità, che certo interpretano nel loro senso. Ma non hanno il diritto di combattere per la verità; tuttavia sono perspicaci, hanno una certa capacità spirituale. Cosa sta realmente qui?
Qui c’è il fatto che questi materialisti dovevano sorgere in un’epoca in cui il pensiero è espresso soltanto in immagini, vive in immagini, e le immagini non ci sono senza che un apparato di riflessione funzioni, e l’apparato di riflessione è il cervello. Per il pensiero ordinario, per il pensiero che è diventato grande nel Diciannovesimo secolo, i materialisti hanno ragione. Questo è il fatto. Il materialismo avrebbe torto soltanto se affermasse che tutto il pensiero che va oltre l’intelletto è soltanto immagine, che è dipendente dalla corporalità; perché questo non è il caso. Questo che va oltre l’intelletto si può raggiungere soltanto attraverso uno sviluppo umano, soltanto rendendosi indipendenti dalla corporalità. Ma quel pensiero che si è proprio affermato nel Diciannovesimo secolo deve essere interpretato materialisticamente. È completamente dipendente, anche se sono immagini, dallo strumento del cervello umano, e la cosa strana è che con il materialismo si ha soprattutto ragione nei confronti della vita spirituale di questo Diciannovesimo secolo. Questa vita spirituale del Diciannovesimo secolo è effettivamente legata alla materia corporale. Ma è proprio oltre questa vita spirituale che bisogna andare. L’uomo deve elevarsi al di sopra di questa vita spirituale. Deve imparare di nuovo a versare sostanza spirituale nelle immagini. Non si può fare questo soltanto diventando chiaroveggente, perché questo — devo dirlo continuamente — non è necessario che tutti diventino; ma si lascia fluire sostanza spirituale nel proprio pensiero se si pensa solo a quello che è ricercato spiritualmente; non senza giudizio! Lo si può giudicare una volta che c’è; il buon senso è completamente sufficiente per comprendere quello che è ricercato dalla scienza dello spirito. Se si nega ciò, allora non si tiene conto del buon senso; se lo si nega, allora si pensa: Il buon senso è quello che è stato allevato già da lungo tempo nell’umanità civilizzata. — Sì, questa umanità civilizzata sviluppa giudizi «molto sicuri»! E quando questi giudizi sono contraddetti dai fatti, allora non se ne accorgono, non vogliono accorgersene. Tali cose che parlano sintomaticamente lontano sono dimenticate al momento giusto.
Voglio dirvi soltanto un piccolino esempio carino: Era il 1866, quando si disse che quello che allora era accaduto — la vittoria della Prussia sull’Austria — era una prova della superiorità delle scuole prussiane, e il proverbio nacque: Nel 1866 il maestro di scuola prussiano ha vinto. — Questo è stato ripetuto ancora e ancora. E sarebbe interessante raccogliere quante volte dal 1870 fino al 1914 da tutti i possibili vocati, ma soprattutto non vocati, è stato ripetuto il detto: Il maestro di scuola prussiano ha vinto le vittorie prussiane. — Credo che ora non si metterà un proverbio di simile natura al suo posto, e la verità dell’altro ora non vuole più affermarsi così bene rispetto agli eventi che nel frattempo sono accaduti. Ma nell’epoca dell’intelletto, dove si è molto intelligenti, non si nota volentieri le contraddizioni che si mostrano nella vita. I fatti in una vita intellettuale hanno poca influenza; ma questi fatti dovranno avere influenza, quando il puramente intellettuale è di nuovo intessuto di contenuto spirituale. Allora si mostrerà come esattamente nell’umanità entra un processo di paralisi, un processo di decadenza e come questo deve essere superato da una nuova conoscenza spirituale. Si può dire: Gli antichi hanno sentito, provato nella loro conoscenza, che sorge dal corpo fisico, qualcosa di guaritore. In futuro l’umanità dovrà abituarsi, nello sviluppo dell’intelletto, a riconoscere il nocumento, il provocare malattia, al fine di sentire la necessità di estrarre dallo spirito il guaritore. La scienza deve di nuovo diventare una fonte di guarigione. Ma da un angolo opposto verrà la necessità, dall’angolo che mostra che la vita esterna, soprattutto quando progredisce nella conoscenza, è qualcosa che causa malattia nell’umanità, a cui il principio di guarigione deve essere contrapposto.
Con tali cose entriamo nel corso dello sviluppo dell’umanità, nella misura in cui è una realtà. La storia di oggi non descrive la realtà dello sviluppo umano, bensì astrazioni prive di valore. Questo è quello che manca tanto all’uomo moderno: il senso della realtà. Lo ha poco l’uomo moderno. Nell’Europa centrale si è diventati grandi nel corso del Diciannovesimo secolo nella rappresentazione di quello che spiritualmente già c’era. Una delle più meravigliose rappresentazioni di quello che già c’era, la troviamo in Herman Grimm. Herman Grimm ha raggiunto il suo apice quando ha scritto sul «Tasso» di Goethe, sulla «Ifigenia» di Goethe. Ma non poteva descrivere lo stesso Goethe. Certo, esiste una biografia di Goethe da lui, ma Goethe lì sta come un’ombra. La forza spirituale non era lì nel Diciannovesimo secolo. Si viveva in immagini, e le immagini non possono vincere la realtà. In futuro questa realtà deve essere vinta. Non dobbiamo soltanto comprendere le creazioni umane, dobbiamo soprattutto comprendere l’uomo stesso e attraverso l’uomo di nuovo in un senso più ampio la natura più di quanto l’abbiamo compresa finora. Tali cose, credo, potrebbero toccare il sentimento umano con la necessaria serietà. Probabilmente passerà ancora parecchio tempo prima che si trovi un numero sufficiente di uomini che si lascino attraversare dal fuoco che può già emanare da una tale conoscenza, che mostra: L’umanità deve ammalarsi se non vuole spiritualizzarsi! — Ma almeno coloro che si sono un po’ avvicinati alla conoscenza antroposofica dovrebbero lasciarsi attraversare da questa conoscenza.
Una cosa deve aver luogo; per la maggior parte coloro che sono diventati antroposofisti sono giunti a questo movimento antroposofico, per così dire, da tendenze egoistiche più raffinate: volevano avere qualcosa per il loro benessere psichico, volevano essere soddisfatti, volevano sperimentare qualcosa sul mondo spirituale da qualche direzione. Non sarà così. Quello di cui si tratta non è che possiamo personalmente sdraiarci su un cuscino di riposo perché soddisfatti della nostra parte nel mondo spirituale. Quello di cui l’umanità ha bisogno è un attivo intervento dallo spirito nel mondo materiale, una conquista del mondo materiale dallo spirito. E finché non si comprende questo e poi se ne lascia guidare la volontà, non si può uscire dalla necessità che ora è venuta sull’umanità.
Desiderei che soprattutto nei circoli degli antroposofisti tale comprensione e anche tale volontà avesse luogo. Certamente, si può dire: Cosa possiamo fare noi pochi contro l’accecamento del mondo intero! — Questo non è giusto. Un tale detto non è per nulla giusto. Perché nel dire questo non si pensa affatto al fatto che si tratta appunto di rendere questa volontà capace e poi aspettare quello che viene. Ognuno faccia al suo posto quello che può, e aspetti quello che gli altri fanno; ma lo faccia veramente, lo faccia soprattutto in modo che un numero il più grande possibile di uomini nel mondo viva insieme, che siano in primo luogo attraversati dalla necessità di un rinnovamento spirituale, allora qualcos’altro verrà da sé. Oggi molte forze sono all’opera per impedire questo rinnovamento spirituale. Soltanto se siamo vigili, se stiamo saldi sul terreno su cui la scienza dello spirito ci pone, possiamo avanzare e volere quello che già oggi è necessario per l’avanzamento dell’umanità.
Dobbiamo, se vogliamo comprendere l’uomo nella sua posizione rispetto al mondo, tenere sempre conto del fatto che nella totalità della realtà umana è contenuto da un lato tutto ciò che, per così dire, brilla attraverso la vita prenatale, cioè quella vita che l’uomo ha condotto tra l’ultimo decesso e questa nascita in mondi soprasensibili. Naturalmente questa vita è di natura completamente diversa da quella che qui viene condotta attraverso i sensi e attraverso quella volontà che è legata agli organi fisici dell’uomo. Ma appunto questa vita prenatale risplende nella nostra vita terrena. Ci si deve porre la domanda di fronte a questa vita prenatale: In quale misura risplende nella vita terrena? Dobbiamo pensare a una qualche conclusione di questa vita prenatale. Dobbiamo pensare, forse attraverso un qualche paragone con la vita terrena, a formare un’immagine di ciò che si rivela alla contemplazione spirituale per questa vita prenatale. Questa immagine possiamo probabilmente ottenerla al meglio pensando dapprima alla fine della vita terrena sensibile.
Ciò che dico ora, lo dico soltanto per darvi un’immagine, poiché i fatti effettivi che stanno alla base di questa immagine derivano dalla ricerca spirituale, dalla contemplazione spirituale come tale. Quando l’uomo passa attraverso la morte fisica, cioè quando la sua organizzazione superiore si ritira dall’organizzazione inferiore, il cadavere rimane naturalmente e questo cadavere viene allora compreso dalle ordinarie leggi terrestri, continua, per così dire, a vivere all’interno dell’intera organizzazione terrena.
Similmente dobbiamo immaginarci ciò che l’uomo sperimenta quando entra dalla vita soprasensibile nella vita sensibile. La vita soprasensibile rimane dietro la vita sensibile dal momento della concezione rispettivamente della nascita. Questa vita soprasensibile non è dapprima tale che l’uomo possa sviluppare in essa una piena consapevolezza. È riempita da quello stato di consapevolezza che è opaco, scuro, quello che l’uomo sperimenta qui sulla terra solo tra l’addormentarsi e il risveglio. Possiamo già dire: sempre quando l’uomo si addormenta, la natura soprasensibile dell’uomo ritorna in quella regione dove l’uomo è tra la morte e una nuova nascita. Ma è sempre, quando l’uomo rimane in questo stato tra l’addormentarsi e il risveglio, che la sua consapevolezza è opaca. Vive, per così dire, non pienamente consapevolmente in questo stato. Ma in questo stato di vita non completamente consapevole nel suo Io, in questo stato l’uomo è arrivato proprio quando è disceso in un organismo fisico. E questo offuscamento della consapevolezza, questo interno oscurarsi della consapevolezza, corrisponde per la vita tra la morte e una nuova nascita all’avvicinarsi della morte nella vita fisica. L’uomo muore, per così dire, per la vita soprasensibile quando si muove verso la nascita, e consegna allora alla vita umana una sorta di cadavere. Come l’uomo fisico, quando muore, consegna alla terra una sorta di cadavere, così l’uomo consegna una sorta di cadavere a questa vita umana qui sulla terra quando nasce. E questa creatura che poi portiamo in noi, che per così dire è morta per la vita sovraterrena, è propriamente la nostra ordinaria vita rappresentativa, la vita rappresentativa che non può essere fecondata dal mondo soprasensibile, dall’immaginazione, dall’ispirazione, dall’intuizione.
Così possiamo dire: Nel nostro pensiero portiamo effettivamente in giro il cadavere che abbiamo portato via dal mondo soprasensibile. Per questo il pensiero è così adatto solo a comprendere il mondo morto, perché è propriamente il cadavere della nostra essenza soprasensibile. Dobbiamo tenerci fermi al fatto che abbiamo comunque in questo pensiero l’unico residuo consapevole del mondo soprasensibile, ma è una creatura morta, così come vive in noi come pensiero. Portiamo effettivamente il mondo soprasensibile morto in giro con il pensiero.
Ora in ogni vita umana fisica qui sulla terra questo pensiero morto non condurrebbe solo alla morte fisica, ma anche alla morte dell’anima, se non fosse che durante la vita questa creatura morta venisse nuovamente vivificata. Sì, viene vivificata di nuovo! E viene vivificata dal fatto che nella nostra vita psichica, accanto al pensiero, per così dire opposto al pensiero, si muove la volontà. La volontà è ciò che emerge da tutta la nostra organizzazione, dalla nostra organizzazione terrena, per vivificare il nostro pensiero morto. E la nostra vita terrena è fondamentalmente la connessione che dura per tutto il corso della nostra vita tra il pensiero morto e la volontà nata di nuovo in noi durante l’incarnazione in ogni vita terrena. Questa volontà nasce sempre di nuovo. Lascia i suoi resti dietro di sé quando passiamo attraverso la porta della morte. E quando è esaurita dal mondo soprasensibile, il pensiero diventa di nuovo morto, allora deve di nuovo discendere nel mondo fisico-sensibile. Vedete come noi uomini siamo effettivamente una creatura bipartita sotto questo aspetto, come portiamo in noi i resti della vita prenatale e come, condizionati dalla nostra organizzazione, abbiamo la giovane vita della volontà che deve connettersi con la vecchia vita del pensiero, e che portiamo allora attraverso la porta della morte.
Proprio appropriato a questa disposizione psichica del mondo umano è l’espressione fisica dell’organizzazione umana, da un lato l’organizzazione della testa, che mostra chiaramente per chiunque voglia studiarla senza pregiudizi come sia una sorta di organizzazione terminale, come sia il prodotto più perfetto ma anche concluso del divenire umano. Nell’organizzazione della testa abbiamo l’organizzazione umana che lotta continuamente con la morte, che è completamente adattata al pensiero morto. Al contrario, nell’organizzazione del resto del nostro organismo umano abbiamo ciò che è adatto all’organizzazione della volontà sempre neonata. Perciò tutto ciò che è connesso con la nostra organizzazione della testa ci rimanda al passato; tutto ciò che è connesso con il resto della nostra organizzazione ci rimanda al futuro, ci rimanda al futuro in relazione fisica, ci rimanda anche al futuro in relazione fisico-spirituale. La nostra testa è la metamorfosi del nostro resto dell’organismo dell’incarnazione precedente, naturalmente quanto alle forze, non quanto alle sostanze fisiche. E il nostro resto dell’organismo si trasforma in metamorfosi verso la testa dell’incarnazione successiva. Questo è qualcosa che abbiamo già esposto più volte qui.
Per questo noi come uomo siamo propriamente sempre contrapposti da un lato a ciò che è più pervaso dalla vita rappresentativa e che è più organizzato verso la morte. Da questo nasce allora tutto ciò che ci spinge a sviluppare conoscenze. Proprio quanto più perfetto diventa l’uomo nello sviluppo terrestre, tanto più morto diventa, per così dire, il suo pensiero, tanto più morta diventa la sua organizzazione della testa. Guarderà sempre più e più con questa organizzazione il mondo che si espande intorno a lui, cercherà di comprendere questo mondo, ma dovrà comunque, se non vuol perdere la consapevolezza della sua dignità umana, guardare all’interno, a ciò che sorge come volontà neonata e che gli presenta gli ideali etici, che gli presenta gli ideali della sua azione, del suo agire. Ma perché l’uomo è diviso nel modo indicato, di conseguenza gli appare il dualismo tra il mondo della necessità naturale, che cerca di abbracciare con la sua conoscenza, e il mondo dell’eticità, che allora si eleva al religioso e che non trova nessun punto di appoggio per unirsi al mondo, all’immagine del mondo che deriva dalla conoscenza naturale. Questo dualismo è già stato spinto al massimo nella nostra epoca. Pensate solo a come gli uomini secondo la conoscenza naturale oggigiorno riflettono su come la terra si sia formata dalla nebulosa primigenia, puramente attraverso la causalità naturale, come nel corso di questo sviluppo terrestre anche l’uomo sia sorto, e come questo durerà ancora milioni di anni. L’uomo è così imprigionato secondo la sua organizzazione fisica in questa causalità naturale. Da essa sorgono i suoi ideali etici. Vorrebbe fondare un mondo da questi ideali etici. Ma allora, cosa rimane da pensare su questo mondo etico, quando deve guardare alla fine dello sviluppo terrestre, che cadrà come scoria nel sole insieme a tutto ciò che è su di essa? Deve chiedersi: Come stanno effettivamente le cose con tutto ciò che uno si propone come ideali etici, se questo mondo etico non ha nessun fondamento nella necessità naturale, se è, per così dire, solo il fumo che sale dai processi che emergono dalla necessità naturale?
Su quegli uomini che si fanno rappresentazioni intemerate e veramente sentite sul mondo, pesa molto questo dualismo oggi. Solo una certa leggerezza di vita lascia che gli uomini guardino oltre questo dualismo di vita. Ma oltre questo dualismo di vita non conduce nient’altro che la vera scienza dello spirito. È proprio quello che la scienza naturale rivela, a cui gli uomini oggi si consegnano completamente come a un’autorità quando si parla di conoscenza, che si può calcolare esattamente ciò che è l’inizio, la fine della terra: una nebulosa mondiale senza essenza all’inizio, desolato il fine della terra, e un episodio in mezzo: gli uomini che vivono in illusioni morali, etiche, virtuose. — Ma questo deve essere così durante la nostra incarnazione terrena. Le leggi virtuose, così come le pratichiamo nella nostra umanità terrena, non sono leggi come le leggi naturali. Se fossero tali leggi, allora non potremmo organizzare in noi la libertà. Se la libertà fosse spinta come qualche processo naturale, allora non potreste sviluppare in voi alcuna libertà. Proprio la circostanza che l’organizzazione terrena è chiamata a organizzare in sé nell’uomo la libertà, rendeva necessario che durante lo sviluppo terrestre per un certo tempo accadesse che l’uomo, mosso dalla sua propria essenza interiore, debba guardare il mondo della necessità naturale che lo circonda e possa lasciar sorgere in sé solo gli ideali etici che non sono tali leggi che la natura eseguirebbe. Quello che abbiamo nella nostra immagine del mondo naturale non assume nessuna garanzia che ciò che vogliamo fondare negli ideali etici come umanità e mondo venga effettivamente eseguito.
Ma così come stanno le cose ora, non staranno sempre così. Non staranno sempre così che si contrappongono aspramente il mondo degli ideali etici e il mondo della necessità naturale. La terra va incontro a una fine, e dal punto di vista della scienza dello spirito, come ho già esposto più volte qui, questa fine si presenta diversamente da quella che la conoscenza naturale calcola. Questa fine terrestre interviene quando gli spazi temporali si sono svolti, che possiamo immaginarci correttamente guardando ad esempio allo spazio temporale che ha preceduto il nostro, che è cominciato circa 747 anni prima di Cristo, è terminato circa 1413 anni dopo Cristo. Ora viviamo nell’anno 1920. Arriverà uno spazio temporale che durerà ancora una volta come questo; questo è il nostro. Poi seguono ancora due, e se con scienza dello spirito osserviamo questi spazi temporali fino alla prossima fine dei nostri periodi culturali e poi immaginiamo che si attacca ancora qualcosa che si ricollega con periodi più grandi della lunghezza del tempo atlantico, allora otteniamo certamente una fine della terra che è piccola rispetto ai milioni o addirittura miliardi di anni che vengono calcolati attraverso calcoli corretti ma inadatti alla realtà della scienza naturale.
Ma quando la terra andrà incontro alla sua fine, allora il rapporto sarà diverso tra il mondo degli ideali etici e il mondo che entra nell’immagine conoscitiva umana contemporanea. I comandamenti morali e le leggi fisiche si avvicineranno. Ora viviamo in un’epoca dove i due sono separati. Lo studioso di scienza dello spirito può già oggi percepire come si avvicinano, come ciò che si sperimenta ad esempio nei mondi spirituali produce già effetti che durano come durano gli effetti naturali da un lato. Una congiunzione delle leggi spirituali della morale e delle leggi fisiche degli effetti naturali, questo percepisce lo studioso di scienza dello spirito e può vedere come alla fine della terra lo sviluppo di ciò che passa attraverso questa fine della terra e andrà a una prossima incarnazione planetaria, come questo vivrà una congiunzione tra il mondo degli ideali etici e il mondo delle leggi naturali. Gli ideali etici saranno come le leggi naturali sono oggi, e le leggi naturali saranno — come si avvicinano i due — come sono oggi le leggi etiche. Mondo etico e conformità alle leggi naturali non saranno alla fine della terra una dualità, ma passeremo attraverso un periodo dove questo sarà un’unità. In questa unità molte cose si legheranno e molte cose si scioglieranno che oggi si considerano non legate o non legabili e non scioglibili.
Qui si presentano allo studioso di scienza dello spirito cose assolutamente particolari, e oggi non vorrei rifuggire dall’esprimere in dettaglio proprio in questo luogo il significato di tali cose, anche se naturalmente l’opposizione del mondo fuori, che non comprende nulla e non vuol comprendere nulla di ciò che viene svolto qui, diventerà ancora più grande. Ma non serve a nulla se in qualche modo si attutisce ciò che dovrebbe essere coltivato sulla base antroposofica. Deve veramente esserci questa lotta per quello che si sviluppa dal fatto che contro una genuina ricerca della verità molte cose nel mondo contemporaneo si oppongono. Al ricercatore di scienza dello spirito si contrappone dal punto di vista di questa questione tutto ciò che ad esempio è accaduto di terribile negli ultimi cinque o sei anni. Abbiamo veramente sperimentato cose che in tutto lo sviluppo dell’umanità non sono state ancora sperimentate in questo modo, soprattutto non sono state sperimentate in questo modo: che la conoscenza naturale venisse utilizzata per distruggere così tanto. Certamente, molto è stato distrutto anche prima; ma era tutto un’inezia, perché non c’era la conoscenza naturale per causare tali distruzioni. Basta pensare a come enormi distese della terra sono state semplicemente raze al suolo attraverso il betonamento della terra o simili per lunghi, lunghi tempi. Basta considerare che cosa l’«arte» umana in questi cinque o sei anni ha potuto compiere per distruggere ciò che la natura ha prodotto verso il nulla. Basta accennare a questo fatto e si punta a qualcosa di immenso, che tuttavia si presenta allo studioso di scienza dello spirito in modo significativo, in modo tragicamente significativo. Che cosa accade effettivamente nel materialista contemporaneo quando guarda a queste cose? Vede la fine della terra allora quando l’entropia è soddisfatta, quando tutto è trasformato attraverso la morte termica sulla terra, quando la terra si è avvicinata al suo fine fisico. Allora avranno già vissuto altri uomini, che di nuovo hanno sognato altri ideali etici. Ma il betonamento per la distruzione naturale, per la distruzione del fare umano e così via, è privo di essenza.
Questa consapevolezza del materialista lo studioso di scienza dello spirito non può farla propria, perché gli si presenta qualcosa di diverso. Gli si presenta davanti il momento del fine della terra, dove le leggi naturali e i comandamenti morali formano un’unità, dove ciò che l’uomo ha compiuto moralmente, o, diciamo in questo caso meglio, immoralmente, continuerà a operare come conformità alle leggi naturali, così che una volta alla fine della terra arriva un momento dove il fine della terra è lì, dove la terra passa attraverso altri gradi di formazione, dove però le leggi naturali e le leggi etiche sono una. E allora passa alla prossima incarnazione planetaria, che ho chiamato nella mia «Scienza occulta in sintesi» l’incarnazione gioviana.
Lì ci saranno di nuovo periodi di sviluppo; ma lì non ci sarà più il regno minerale, lì sarà al posto del regno minerale qualcos’altro. Noi uomini non porteremo in noi gli elementi del regno minerale, ma come il più basso gli elementi del regno vegetale, e continuerà a operare ciò che di morale o immorale è accaduto, che è stato accolto dall’agire naturale. E così come nel nostro quinto periodo terrestre, nel quinto periodo del tempo della terra è accaduto ciò che abbiamo visto aleggiare come orrori sulla terra, così, dopo che questi orrori, cioè gli impulsi a ciò, saranno stati accolti da quel processo che sulla Giove sarà un processo natura-morale, un processo morale-naturale, così ciò che si è sviluppato in questo quinto periodo, nel terzo periodo ritornerà su Giove a un altro livello.
Si opporrà all’umanità questo futuro dalla configurazione naturale del prossimo, dell’epoca gioviana della terra, ciò che saranno allora processi naturali. Saranno però processi naturali. Si opporrà loro dal regno vegetale, che allora sarà il più basso, ciò che possiamo chiamare piante velenose di natura vegetale. Questo è stato seminato attraverso questi ultimi cinque o sei anni, che è una sostanza di palude velenosa che sorgerà, che crescerà dentro il periodo della Giove, che sorgerà da questa esistenza terrena. Non è così che il morale o l’immorale scompaia; si forma un’efficacia unitaria tra il morale e la conformità alle leggi naturali, e viene portato oltre ciò che di impulsi morali o immorali ha anche operato nel complesso dell’umanità. Vorrei dire: l’umanità ha ora la scelta, di rimanere irriflessiva sui grandi nessi, in cui è effettivamente imprigionata come umanità, di vivere nell’esistenza umana terrena come il bestiame stupido e di pensare: Eccole le leggi naturali, secondo le quali calcoliamo che a un’immagine mondiale kantiana-laplaciana corrisponde l’inizio della terra e uno stato simile alla morte termica causato da entropia al fine della terra, che fondamentalmente possiamo fare quello che vogliamo, sì, che possiamo assassinare milioni: quando la morte termica è sopraggiunta, allora sono semplicemente assassinati insieme con essa, e gli impulsi da cui sono stati assassinati non hanno nessun significato che vada oltre questa morte termica. —
L’uomo deve, uscendo dal materialismo del presente, credere a una tale cosa; ma allora vive come il bestiame stupido. Vive allora così che non si fa pensieri sul suo nesso con l’intero essere cosmico. Questo è oggi il pericolo, che l’uomo perda la possibilità di farsi pensieri sul suo nesso con l’essere cosmico. Allora escono fuori rappresentazioni folli come la teoria kantiana-laplaciana o quella della morte termica della terra; mentre in realtà la terra è un’organizzazione che ha preso inizio in un’era dove il morale e la conformità alle leggi naturali erano un’unità, un’organizzazione che troverà la sua fine in un periodo dove di nuovo il morale e la conformità alle leggi naturali saranno un’unità.
Se non si allarga lo sguardo oltre ciò che è l’immediato presente, a ciò che solo la scienza dello spirito può insegnare, allora si vive proprio come il bestiame stupido. Unicamente e soltanto per il fatto che ci si lascia affinare lo sguardo fino a quello stato della nostra esistenza terrena dove lo spirito diventa materia e la materia diventa spirito, così che formano un’unità, unicamente per questo si arriva alla consapevolezza della dignità umana, cioè, alla consapevolezza del nesso dell’uomo con le intere forze cosmiche che non sono né unilateralmente morale né unilateralmente secondo le leggi naturali, ma sono così che la morale stessa forma un ordine naturale, e l’ordine naturale stesso si permea di morale.
Questi sono anche i fondamenti morali per cui è necessario che nel presente l’uomo allarghi l’orizzonte della sua conoscenza. Se non lo allarga, si restringe a una comprensione del mondo che non può fare niente di più che rimanere bloccata nel dualismo tra immagine del mondo morale e immagine del mondo secondo le leggi naturali. Con ciò però l’uomo restringe la sua immagine del mondo così che è impossibile per lui arrivare a vedersi veramente nella sua intera essenza.
Vedete da ciò che veramente non c’è una curiosità conoscitiva che dovrebbe essere soddisfatta da quello che viene svolto nella scienza dello spirito, ma che c’è una necessità morale per la diffusione della scienza dello spirito. Poiché, ciò che finora ha guidato gli uomini fino al loro stato presente, ha proprio prodotto il fatto che l’uomo oggi non può comprendere come l’ordine del mondo morale e l’ordine del mondo fisico si interconnettono; non possono permearsi oggi, perché l’uomo deve diventare un essere libero. Ma l’uomo deve guardare ai nodi del mondo così che in essi l’ordine naturale e l’ordine morale siano uno. È fondamentalmente qualcosa di terribile quando oggi viene calcolato come la nostra terra abbia avuto inizio da condizioni puramente fisiche, come sfoci di nuovo in condizioni puramente fisiche. Non si dovrebbe credere che i dogmi tramandati nella forma come sono possano salvare l’uomo da questo decadimento, come è indicato proprio nelle parole che ho usato oggi. Sono questi dogmi tramandati che hanno reso il spirituale sempre più astratto e ancora più astratto e che hanno generato il dualismo e che hanno fatto sì che l’uomo quasi non senta il bisogno di cercare il legame tra l’ordine naturale e l’ordine morale. Se lo cerca oggi, se lo cerca dal cuore più sincero, allora può trovarlo solo presso la scienza dello spirito, che lo rimanda al fine della terra e all’inizio della terra come ai nodi dello sviluppo mondiale, dove il morale diventa naturale e il naturale diventa morale.
Ma allora, allora tutto ciò che ci circonda e in cui siamo imprigionati si permea veramente per noi di responsabilità morale. Noi uomini passiamo attraverso, per il fatto che abbiamo incarnazioni successive della vita nell’esistenza terrena, l’immagine dell’intera organizzazione terrena. Viviamo le successive vite terrene, ricercando l’equilibrio per tutto ciò in cui cadiamo in unilateralità tra la nascita e la morte, tra la morte e una nuova nascita. Oscilliamo avanti e indietro tra la vita sensibile e soprasensibile cercando l’equilibrio e alla fine dell’esistenza terrena passeremo attraverso un mondo che da un lato è molto simile al mondo soprasensibile, ma dove questo soprasensibile assumerà completamente quella forma soprasensibile verso cui ci saremo sviluppati.
Il nostro pensiero è nel’ordine mondiale più antico della nostra contemplazione sensibile contemporanea. Questo non contraddice il fatto che i nostri organi sensoriali siano stati plasmati nella prima incarnazione terrestre che possiamo seguire. Ma questa contemplazione sensibile, come l’abbiamo ora, si è sviluppata solo durante il tempo terrestre, mentre il pensiero, che è spinto molto indietro nella nostra organizzazione, già durante l’antico tempo lunare, anche se in immagini, era presente. L’organizzazione sensibile-fisica è arrivata agli organi che percepiscono in questo modo il sensibile, principalmente come i nostri odierni sensi sviluppati lo percepiscono, solo durante la nostra esistenza terrena. E ciò che oggi percepiamo sensibilmente, è così effimero come sembra? — Sì, vede, l’uomo pensa così. Oggi vede la pianta verde, oggi vede la rosa rossa. Quello che accade tra i suoi organi sensoriali e il mondo esterno, lo pensa come transitorio. Non è transitorio! Lascia un effetto in tutta l’organizzazione umana. Non è indifferente su cosa avete rivolto i vostri sensi. Tutto ciò rimane dentro la vostra organizzazione umana, e il complesso della vostra contemplazione sensoriale viene guardato nelle impronte del corpo eterico al passaggio attraverso la morte terrena e nel’impronta astrale portato via nel mondo soprasensibile. E ciò che così sempre viene portato qui sulla terra da noi attraverso la morte, si accumula e lo portiamo allora attraverso questo stato della fine della terra oltre. Certamente, dalla nostra carne non portiamo nulla oltre nel periodo gioviano; ma degli effetti di queste percezioni ne portiamo molto oltre. Si prepara già in quella esistenza di immagini colorate che abbiamo tra la morte e una nuova nascita, che però sperimenterà un essenziale ispessimento quando vivremo lo stato tra la terra e Giove, che sarà uno stato moralmente-fisico e fisicamente-morale; attraverso di esso potremo portare oltre ciò che si organizzerà in noi dal fatto che percepiamo con i nostri sensi superiori. Ciò che così si organizzerà in noi, è capace di passare attraverso un simile mondo, che sarà moralmente-fisico e fisicamente-morale, dove le leggi naturali saranno leggi ideali e le leggi ideali saranno leggi naturali.
Se oggi guardiamo fuori — so naturalmente che parlo solo comparativamente e che meritamente ogni fisico presumibilmente colto può correggere il modo di esprimersi che adopero, ma qui non si tratta di questo — se guardiamo oggi l’arcobaleno mentre spande davanti a noi un grande spettro, allora sorge lì per così dire il colore fluttuante nello spazio staccato davanti a noi. Qualcosa di simile si forma anche quando non vediamo un arcobaleno, ma semplicemente guardiamo a qualcosa di altro che produce in noi la sensazione del colore; ma qualcosa di simile a quello che si forma così fuori oggettivamente quando l’arcobaleno ci appare, qualcosa di simile accade in noi con il nostro corpo eterico e prepara il corpo inizialmente ancora colorato ma poi ispessito, che passerà attraverso la fisica morale, attraverso il fisicamente-morale al passaggio tra la terra e Giove. Vedete, è qui, in questo punto della scienza dello spirito, dove l’uomo oggi può conquistare una consapevolezza interiore dell’unità del mondo morale e fisico, mentre altrimenti il mondo morale e il mondo fisico cadono per la consapevolezza materialistica contemporanea. Moralmente necessaria è la diffusione della scienza dello spirito. Poiché ciò che è morale umano si dissolve e svanisce proprio se dovesse prevalere soltanto l’immagine del mondo fisico. Se ci si rende conto di questo, allora è certamente rievocatore di sentimenti amari, contro la cui causa si deve però combattere con tutta la forza, se si vede come oggi da persone che presumibilmente vogliono coltivare la vita spirituale dell’umanità, si combatte contro questa necessaria e anche moralmente necessaria coltivazione della vita spirituale.
Sempre nuove prove di questa «nobile» lotta emergono. Una particolarmente attraente è nuovamente sorta poco fa. Si collega a — non so da quale parte vengono sempre diffuse queste cose — si collega a quello che qui è stato presentato dal Dr. Boos riguardante una raccolta di bigliettini di fiducia. Non è mio compito parlare di questo; ma un presunto buon giornale cristiano della zona intorno a qui ritiene necessario sottolineare particolarmente che questa intera storia è di nuovo un terribile pericolo per il popolo svizzero. Vorrei sapere se colui che veramente considera il popolo svizzero particolarmente forte, crede che sia scosso quando viene praticata l’antroposofia? Ma vede, il popolo svizzero deve essere in pericolo, e questo è scritto con parole così belle: «Come si vede, la faccenda antroposofica sta su piedi vacillanti. Una circolare segreta, alla quale abbiamo strappato la maschera, dovrebbe aprire la strada al lavoro del Dr. Steiner, dovrebbe rendere favorevoli le autorità dell’intera Svizzera, sì, dovrebbe fare in modo che l’immigrazione di elementi stranieri non venga ostacolata. Che importa alla società la nostra terribile penuria abitativa, che importa l’influenza nefasta di questa razza straniera sul nostro nobile elvetico. Ci si rivolge al popolo svizzero per l’aiuto, per distruggere l’elvetico.»
Ora, si punta al fatto che è brutto che impulsi non svizzeri debbano giocare qui. Ma allora segue una frase che si adatta in modo grazioso al tutto, che spinge la domanda sulle labbra: Da dove viene preso il diritto di questa accusa di presunti impulsi stranieri? Dice così: «Per noi cattolici il punto di vista è chiaro. Abbiamo una comunicazione da Roma, che nessun cattolico, direttamente o indirettamente, può prestare aiuto a questa nuova setta. Abbiamo ritenuto per questo nostro dovere sacro attirare l’attenzione di ampi circoli su questa nuova truffa.»
Queste persone che vogliono salvare il popolo svizzero da influenze straniere, ricevono le influenze, su cui puntano con il pugno intero, non da Berna o da Zurigo dal popolo svizzero, ma da Roma! Logica strana? Vedete, questa è la logica di oggi. Così si pensa — ma senza che se ne accorgano. E non se ne accorgono perché la nostra educazione, che emana dai nostri istituti scolastici, permette un tale pensiero. Quelle persone che lo scrivono sanno quello che vogliono, e possono quindi scrivere simile roba. Ma numerose altre, anime addormentate, devono prima essere richiamate con parole dure all’attenzione che simili sciocchezze vengono oggi accettate come logica e non vengono notate come sciocchezze. Sono i segni caratteristici del sonnacchioso delle anime oggi. Per questo è così necessario che si rimandi ancora e sempre con parole dure al fatto che le anime debbano svegliarsi, che debbano guardare ciò che vive nel nostro pensiero paludoso, quali cose oggi si possono dire senza che le anime assonnate notino che è semplicemente nonsense davanti alla logica.
Questo ci mostra anche da un’altra parte la necessità morale che dovrebbe spronarci a essere un vero supporto della scienza dello spirito, non continuare a dormire, ma svegliarsi e essere un vero supporto della scienza dello spirito. Trovate la logica, su cui si conta che non venga notata, praticata oggi ovunque in libri scientifici. Scorrete le ipotesi, scorrete tutta questa roba, che oggi forma per i seguaci credenti la teoria folle kantiana-laplaciana, allora trovate in tutto ciò la causa per cui oggi si possono ancora fare tante cose all’umanità. Cercate nelle ipotesi e nelle teorie presuntamente esatte della scienza naturale che sono state caratterizzate qui negli ultimi giorni, cercate in esse la causa per cui oggi si possono fare così tante cose all’umanità. Si costringe la gente, si invia la gioventù in queste università, in cui viene insegnato loro il sapere sperimentale, ma la loro mente, la loro intera vita psichica viene «slogicizzata» fino in fondo. E non si vuol guardare alla necessità che la vita spirituale si debba basare su se stessa nell’organismo sociale articolato in tre parti. Non si vuol guardare alle prove che si possono prendere in mano ovunque. Bisogna dire: Non ci sarà un lungo tempo, perché i poteri che utilizzano tutti i mezzi per contare sulla illogicità degli uomini hanno oggi un buon terreno. E se quelli che capiscono un po’ quello che deve accadere continuano a dormire, allora già avverrà che almeno per la cultura europea venga scavata la fossa, e allora da tutt’altri lati deve venire una redenzione.
Ho parlato qui spesso della responsabilità che esiste per le varie parti dell’umanità europea. Di questa responsabilità ci si dovrebbe rendere conto. Questa responsabilità è grande. E non è fatto con escogitare tutti i piccoli mezzi e con quelli anche credere di andare per la strada giusta. Bisogna oggi avere cuore e senso per il fatto che la nostra intera vita spirituale ha bisogno di un rinnovamento e che proprio questa vita spirituale non può continuare come si è sviluppata fino ai nostri tempi.
È una usanza introdotta già da tempi antichi del Cristianesimo, di distinguere tra la festa del Natale e la festa della Pasqua per il fatto che la festa del Natale è configurata come immobile, posta nel punto di tempo circa alcuni giorni dopo il 21 dicembre, cioè il solstizio d’inverno, e la festa della Pasqua è posta in un giorno che è determinato da una certa costellazione stellare, ma una costellazione stellare che contemporaneamente collega, per così dire, l’extraterrestre con il terrestre umano. Domani saremo nel segno del primo plenilunio primaverile, e cadrà su questo plenilunio primaverile il sole di primavera, che dopo il 21 marzo è entrato nel segno della primavera. Se così l’umanità della terra celebra di nuovo la domenica, quel giorno che deve ricordarle il suo nesso con le forze solari, la domenica che è la prima dopo il plenilunio primaverile, allora per la visione cristiana della vita la festa della Pasqua deve essere celebrata. Questa festa della Pasqua è per questo motivo una festa mobile. È, per così dire, necessario in ogni anno guardare la costellazione al cielo per ricevere informazioni sul momento di questa festa della Pasqua.
Tali cose sono state stabilite in un’epoca in cui ancora dalle antiche capacità ataviche di chiaroveggenza emergevano tradizioni di saggezza, tradizioni che davano ancora agli uomini una conoscenza che andava ben oltre ciò che la scienza contemporanea può dare. In questi tempi antichi, quando tale conoscenza era ancora presente, l’uomo cercava di esprimere il suo nesso con l’extraterrestre attraverso tali cose. E in tali fissazioni riposa sempre il rimando a qualcosa di supremamente importante per lo sviluppo dell’umanità.
Il punto temporale rigido in cui viene spostata la festa del Natale indica come questa festa del Natale deve essere sentita strettamente connessa con il terrestre, perché deve ricordare la nascita di quella persona in cui entrò la natura del Cristo. Ma a un evento che non ha significato solo all’interno del corso dello sviluppo della terra, ma all’interno dell’intero nesso cosmico in cui l’uomo è inserito, a questo deve ricordare la festa della Pasqua. Per questo motivo il punto temporale di questa festa della Pasqua non deve essere solo uno che si orienti secondo i rapporti terrestri usuali, ma deve essere uno che possa essere fissato solo quando l’uomo volge i suoi pensieri verso l’extraterrestre.
E qualcosa di ancora più profondo riposa in questa fissazione del punto temporale mobile della Pasqua. Vi riposa il modo in cui l’uomo attraverso l’impulso del Cristo avrebbe dovuto essere libero dallo sviluppo della terra, dalle forze di questo mero sviluppo terrestre; che avrebbe dovuto essere libero attraverso una conoscenza dell’extraterrestre, questo vi riposa. Una chiamata, per così dire, a elevarsi verso l’extraterrestre, questo vi riposa, e si potrebbe dire una certa promessa della storia mondiale all’uomo, che egli potesse essere libero da condizioni terrestri attraverso l’impulso del Cristo, anche questo vi riposa.
Se vogliamo penetrare completamente quello che si esprime in questa così caratterizzata fissazione della data della festa della Pasqua, possiamo riconoscerlo ancora di più se guardiamo ai primi misteri dell’origine del Cristianesimo, primi misteri che in qualche modo si sono più o meno veli per un certo tempo terrestre alla concezione materialistica del mondo che è entrata nello sviluppo dell’umanità dall’inizio del quinto periodo postatlantico, e che è ora tempo di superare. Per guardare a queste circostanze in modo appropriato, è necessario vedere come la figura di Paolo interviene nello sviluppo dell’impulso del Cristo nello sviluppo storico-mondiale dell’umanità.
Dobbiamo continuamente farci riaffiorare alla coscienza come proprio questa figura di Paolo interviene nello sviluppo del Cristianesimo. Possiamo dire: Paolo aveva abbondanti occasioni di istruirsi attraverso la vista diretta, attraverso la percezione fisica esterna degli eventi in Palestina che si collegano alla personalità di Gesù. Nonostante tutto ciò che così agì su di lui nel mondo fisico, Paolo non si lasciò convincere, perché apparteneva ancora ai combattenti del Cristianesimo, dopo che già questi eventi di Palestina avevano raggiunto la loro fine fisica. Paolo divenne apostolo dei cristiani solo quando visse l’evento di Damasco, quando visse l’essenza dell’impulso del Cristo attraverso l’extraterrestre, attraverso il soprasensibile. Paolo è proprio colui che non si lasciò convincere da impressioni fisico-sensibili del significato dell’impulso del Cristo, ma che aveva bisogno dell’esperienza soprasensibile per la sua convinzione. E questa esperienza soprasensibile, era una profondamente incisiva nella vita di Paolo. Era così incisiva che Paolo divenne un essere completamente diverso. Si può già dire che era così incisiva che Paolo divenne quello che si può chiamare un iniziato, un illuminato.
Paolo era ben preparato a sperimentare una cosa simile. Era un uomo ben versato nei misteri religiosi ebraici, nella conoscenza ebraica e nella visione del mondo ebraica, e attraverso queste sue conoscenze era ben preparato a giudicare l’evento che gli si presentava come esperienza di Damasco. Era ben preparato a poter dire a se stesso riguardo a questo evento, quale contemplazione corretta, quale idea corretta potesse dare di questo evento. Solo, vorrei dire, un riflesso di ciò che Paolo aveva effettivamente sperimentato interiormente, ci viene incontro da quello che è conosciuto come gli scritti di Paolo. Sentiamo invero come egli parla dell’evento di Damasco come uno che attraverso questo evento ha ottenuto la conoscenza di ciò che dietro il velo del mondo sensibile giace accadimento mondiale. Sentiamo come parla così che riconosciamo come egli è in grado di giudicare bene il mondo del soprasensibile, così diversamente configurato, di fronte a questo sensibile qui.
Se già esternamente confrontiamo la vita di Paolo con l’esperienza esterna del terrestre Cristo Gesù, allora troviamo qualcosa di estremamente strano, che si chiarisce solo quando si afferra lo sviluppo dell’umanità dal punto di vista della scienza dello spirito in modo appropriato. A questo proposito vi ho già spesso attirato l’attenzione su come l’uomo fosse configurato in modo completamente diverso riguardo al suo sviluppo organico-psichico in altri tempi, e come sia diventato diverso nel corso del suo sviluppo dalla cultura indiana, persiana, egizio-caldea, greco-latina fino ai nostri giorni. Se infatti guardiamo indietro ai tempi antichi dello sviluppo dell’umanità — l’abbiamo già spesso discusso — allora troviamo come l’uomo restò capace di sviluppo organico fino a un’età avanzata, come l’uomo attraversasse fasi simili di un parallelismo tra il suo sviluppo psichico e il suo sviluppo fisico fino a un’età più avanzata, come le attraversa ora solo con il cambio dei denti, con la maturità sessuale, con l’inizio dei vent’anni. L’umanità nella sua manifestazione generale ha perso di vivere tali transizioni di sviluppo a un’età più avanzata. Fino ai cinquant’anni in tempi indiani molto antichi, fino ai quarant’anni in tempi successivi persiani, egizi, fino al trentacinquesimo anno nell’epoca greco-latina i popoli di questi tempi antichi hanno sperimentato un parallelismo tra lo sviluppo psichico e lo sviluppo fisico.
Noi sperimentiamo un tale parallelismo dell’uomo universale per la consapevolezza ordinaria solo — come ho più volte esposto — fino al ventisettesimo anno di vita, e anche allora ciò che cade negli ultimi anni è poco notevole. Nel tempo in cui l’impulso del Cristo entrò nello sviluppo dell’umanità, era proprio così che gli uomini, anche gli uomini dei popoli greco-latini, ancora fino al trentatreesimo anno di vita vivevano questo parallelismo. E Cristo Gesù visse i suoi giorni terrestri fisici proprio così a lungo che durante questi giorni terrestri fisici partecipava a quella vita che scorre nel parallelismo tra l’organizzazione fisica e l’organizzazione spirituale-psichica. Poi passò attraverso la porta della morte per la vita terrena.
Quello che significa questo passaggio attraverso la porta della morte può essere riconosciuto solo da un punto di vista della scienza dello spirito, se si è capaci di guardare nei mondi soprasensibili. Poiché questo non è un evento che può essere compreso da quello che si svolge nel mondo sensibile.
Paolo era circa l’età dello stesso Cristo Gesù come uomo fisico. Ha appunto passato il tempo nell’anticristiano che Cristo Gesù ha passato nella sua azione terrena. E per la seconda metà della vita visse quello che gli divenne attraverso esperienze soprasensibili. Ha sperimentato per la seconda metà della vita attraverso l’esperienza soprasensibile ciò che l’uomo da quei giorni non poteva più sperimentare nella seconda metà della vita attraverso l’esperienza sensibile, perché l’uomo non viveva più nel parallelismo fino a quegli anni terrestri più alti, fino oltre il trentacinquesimo anno tra lo sviluppo psichico-spirituale e lo sviluppo fisico. E l’evento del Golgota si presentò a Paolo così che attraverso l’illuminazione diretta gli divenne una comprensione che una volta gli uomini attraverso la saggezza primordiale in modo atavico ancora avevano, che nei tempi moderni possono solo conquistare attraverso una nuova scienza dello spirito. Gli fu dato così perché potesse diventare l’ispiratore a una giusta comprensione di ciò che attraverso l’impulso del Cristo è accaduto per l’umanità.
Circa per il tempo che il Cristo ha camminato sulla terra, camminò allora Paolo ancora sulla terra, circa fino al sessantasettesimo o sessantottesimo anno, per lui stesso per altrettanto tempo introdurre nella sviluppo terrestre la dottrina del Cristianesimo. È un strano parallelismo tra la vita di Cristo Gesù e la vita di Paolo. Solo che la vita di Cristo Gesù era riempita dall’essere interiore del Cristo, che in Paolo giaceva una così forte rivivificazione iniziatica di questo evento che era in grado come il primo dell’umanità di portare le rappresentazioni corrispondenti sul Cristianesimo — in una lunghezza di tempo che corrisponde circa alla vita di Cristo Gesù sulla terra. Considerare il nesso tra ciò che per lo sviluppo terrestre dell’umanità è stato presentato dalla vita di Cristo Gesù e ciò che è stato insegnato da Paolo sulla natura del Cristo, guardare a questo nesso nel modo giusto, significa effettivamente molto per l’uomo. Solo si deve vivere questo nesso così che si presenti veramente come risultato dell’influsso soprasensibile che è stato esercitato su Paolo. E se la teologia moderna è addirittura andata così lontano da spiegare l’evento di Damasco come una sorta di allucinazione, come una sorta di illusione, allora ciò testimonia solo che anche la teologia moderna è sfociata nel materialismo, che anche la teologia moderna non conosce più l’essenza del mondo soprasensibile e l’importanza di una comprensione del mondo soprasensibile per una giusta comprensione dell’essenza del Cristianesimo.
Dovremmo onestamente confessarci oggi che è difficile immergersi nelle rappresentazioni completamente diverse — diverse rispetto a quelle odierne — che si trovano nei Vangeli e nelle lettere di Paolo. Ma ci siamo abituati a non fare affatto conto di tali rappresentazioni. Fondamentalmente è molto, molto lontano da colui che è completamente pervaso dalle abitudini rappresentative contemporanee, pensare il giusto sulle parole di Paolo. Eppure molti dei teologi odierni si sforzano di concepire l’evento di Damasco il più materialisticamente possibile; sì, molti teologi si sforzano, mentre ancora si dichiarano veri cristiani, addirittura di negare la vera risurrezione di Cristo Gesù! Con ciò questi personaggi testimoniano solo che semplicemente non sono inclini ad applicare qualche conoscenza del soprasensibile all’essenza del Cristianesimo, all’apparizione di Cristo Gesù all’interno dello sviluppo terrestre. È come una chiamata all’uomo a ricorrere alla conoscenza soprasensibile, che la figura di Paolo in una certa misura sta alla testa della tradizione cristiana, che quindi la figura di uno che è arrivato a una comprensione del Cristianesimo attraverso esperienze soprasensibili sta lì. È, per così dire, la dichiarazione che il Cristianesimo è impossibile da comprendere se non si ricorre a conoscenze che sono attinte dalle fonti del soprasensibile. È necessario concepire la figura di Paolo come quella di uno che è iniziato nei nessi mondiali soprasensibili. È necessario vedere quello che si è sforzato di portare all’umanità in questa luce.
Cerchiamo nel nostro linguaggio contemporaneo di condurre alla nostra coscienza qualcosa di quello che, come sembra, era di particolare importanza proprio per l’iniziato Paolo. Paolo era di particolare importanza il rimando a un modo completamente nuovo riguardo alla posizione dell’uomo al divenire del mondo, che era venuto attraverso l’impulso di Cristo Gesù. Gli era importante dire: Lo sviluppo del mondo in cui erano compresi i vecchi insegnamenti pagani è finito per l’uomo. Nuove esperienze della vita psichica dell’uomo sono là; devono solo essere contemplate dagli uomini. — Con ciò Paolo aveva già accennato a quella più profonda frattura nello sviluppo terrestre dell’umanità a cui in realtà sempre di nuovo ci si dovrebbe rimandare se si vuole comprendere la vera storia. Se guardiamo indietro allo sviluppo precristiano, e precisamente a quei tempi che erano ancora in modo particolare caratteristico perché possedevano ancora radicalmente le proprietà più importanti del precristiano, allora possiamo dire: lì l’intera contemplazione umana era diversa. Certamente, non in un momento ebbe luogo un capovolgimento completo; ma tuttavia l’evento del Golgota è quello che testimonia come nello sviluppo dell’umanità una fase si separa dall’altra. L’evento del Golgota è posto alla fine di quello sviluppo in cui gli uomini, contemplando il mondo sensibile, avevano anche una contemplazione dello spirituale. Per quanto poco questo sia comprensibile all’uomo contemporaneo, per quanto poco gli appaia plausibile, è così che nel tempo precristiano gli uomini di regola vedevano insieme al sensibile uno spirituale. Non vedevano solo alberi, non vedevano solo piante, vedevano con gli alberi uno spirituale, con le piante uno spirituale. Ma la cultura per questa contemplazione era finita quando l’evento del Golgota si avvicinava. Un nuovo elemento doveva intervenire nello sviluppo dell’umanità. Se l’uomo nella sua circostanza contempla lo spirituale nelle cose fisico-sensibili, allora la sua consapevolezza non può diventare tale che in essa sorga l’impulso di libertà.
Con il sorgere di questo impulso di libertà deve essere connesso per così dire un abbandono dell’uomo da parte del divino-spirituale, se guarda solo nel mondo esterno. Deve essere connesso con questo impulso di libertà la necessità di trarre dalla forza più profonda dell’anima la contemplazione dello spirituale.
Questo è qualcosa di ciò che Paolo voleva appunto rivelare all’umanità, che nei tempi in cui gli uomini erano solo la stirpe di Adamo, che in questi tempi antichi gli uomini non avevano bisogno di trarre dalla loro interiorità un’esperienza attiva per vedere il divino-spirituale, perché a loro con tutto quello che viveva nell’aria e sulla terra veniva incontro questo divino-spirituale come demoniaco. Ma doveva essere superato per l’umanità — o almeno gradualmente diventare superato — questa convivenza attraverso l’apparenza sensibile con il divino-spirituale. E doveva arrivare il tempo dove l’uomo ha bisogno, attraverso un’azione interiore, uno sforzo interiore di sé, di elevarsi dapprima al divino-spirituale. Doveva imparare l’umanità la parola: «Il mio regno non è di questo mondo.» Non dovrebbe restare l’umanità attaccata a un divino-spirituale che dall’apparenza sensibile vuol procedere. Dovrebbe trovare l’umanità il cammino verso un regno divino-spirituale che deve essere combattuto interiormente, raggiunto attraverso lo sviluppo dell’interno.
Paolo oggi viene compreso così banalmente, perché si sviluppa continuamente la tendenza di tradurre quello che ha detto nel proprio linguaggio, nel linguaggio del presente materialista. Lo si comprende così banalmente che uno fantasticatore che ha detto il seguente, che però è assolutamente vero, sul contenuto del linguaggio di Paolo, sarà nominato. Paolo lo sentì come una grande crisi dell’epoca che scomparisse come nel crepuscolo la vecchia contemplazione sensibile-spirituale, e che dovesse sorgere, come in un nuovo regno di luce, la contemplazione dello spirituale da conquistarsi attraverso l’iniziativa interiore, che non esiste contemporaneamente alla contemplazione sensibile. Paolo sapeva dalla sua esperienza iniziatica soprasensibile che Cristo Gesù da allora della risurrezione in poi è connesso con lo sviluppo terrestre dell’umanità. Ma sapeva anche che, sebbene Cristo Gesù cammini sulla terra, può essere trovato solo attraverso il raccoglimento della forza di visione interiore, non attraverso la mera contemplazione sensibile. Colui che lo vuole raggiungere attraverso la mera contemplazione sensibile deve ingannarsi su di lui, deve prendere qualche demone per il Cristo.
Questo era quello che Paolo certamente continuamente insegnava a coloro della sua comunità che ne erano capaci, che non ci si dovrebbe avvicinare al Cristo con la vecchia contemplazione demoniaca, che certamente si prenderebbe un essere falso per il Cristo. Perciò Paolo si sforzava di distogliere gli uomini dallo guardare ai demoni dell’aria e della terra, che dovevano essergli completamente familiari nei tempi più antichi, perché per la loro contemplazione erano rimaste capacità ataviche ora non più legittime. Al contrario Paolo non si stancava di esortare ancora e sempre gli uomini a sviluppare quella forza dell’interno attraverso il cui sviluppo potesse essere conquistata una comprensione del fatto che nell’evoluzione terrestre fosse entrato un impulso completamente nuovo, un’essenza completamente nuova: Il Cristo vi ritornerà, se trovate il cammino fuori dalla mera contemplazione sensibile-fisica della terra. Il Cristo ritornerà a voi, perché è lì. Solo per voi deve ritornare. È lì attraverso l’evento del Golgota; dovete solo trovarlo.
Questo è quello che Paolo predicava nel suo linguaggio, in un linguaggio che allora suonava del tutto diversamente spirituale di quello che gli uomini oggi traducono nell’eco come quello che è loro gradito oggi, che suonava diversamente allora che non come oggi suona dagli scritti di Paolo. Questo è quello che Paolo continuamente voleva suscitare negli uomini come convinzione. Voleva suscitare la convinzione: Si ha bisogno di un altro modo di contemplare di quello che è sufficiente per il mondo sensibile, se si vuole comprendere il Cristo.
Al contrario l’umanità contemporanea è arrivata così a discorrere ancora dell’opposizione di una scienza esterna sensibile e della fede. La scienza esterna sensibile la teologia moderna le permette di essere complicata, essere fattuale, essere rimanda all’apprendimento; alla fede non glielo permette. Quella deve — come viene continuamente sottolineato — appellarsi a ciò che c’è di più infantile nell’uomo, a ciò per cui non è necessario imparare nulla.
Con ciò così quella contemplazione ha ricevuto il suo carattere, che ancora nega come tale l’evento di Damasco, che corrisponde a una realtà, e che l’evento di Damasco vuol prendere solo come una sorta di allucinazione di Paolo. Se però l’evento di Damasco era una semplice allucinazione — o posso anche dire, se l’evento di Damasco era quello che secondo molti teologi moderni deve essere l’evento di Damasco — allora si dovrebbe anche avere il coraggio di dire: Via il più velocemente possibile il Cristianesimo — perché allora è il più grande nonsense che sia entrato nell’umanità con il Cristianesimo.
Questo è quello che effettivamente sarebbe necessario di fronte alle insegnamenti teologici più recenti, se gli uomini questi insegnamenti teologici più recenti ancora in primo luogo seriamente e in secondo luogo coraggiosamente li prendessero; ma non li prendono né seriamente né coraggiosamente. Arretrano davanti alla semplice scienza esterna sensibile, negano l’impulso interno reale dell’evento di Damasco, eppure tuttavia tengono fermo al Cristianesimo. Proprio in tali cose si esprimono i danni interiori, i danni psichico-spirituali della nostra epoca nel modo più chiaro, poiché in tali cose si mostra la profonda falsità interiore della nostra epoca. La verità dovrebbe confessarsi: O l’evento di Damasco era una realtà, qualcosa che si riferisce a una realtà, allora il Cristianesimo ha senso — o l’evento di Damasco era quello che la teologia moderna dice, che vuol conformarsi alla scienza più recente, allora il Cristianesimo non ha senso. È così importante che gli uomini si conducessero davanti a se stessi tali cose in questo nostro tempo, che propriamente è un tempo di dura prova. Poiché per il fatto che gli uomini internamente sono diventati falsi verso se stessi riguardo alle loro questioni santissime, per il fatto che sono diventati falsi nel senso che non dovrebbero più chiamare cristianesimo quello che così chiamano, la tendenza, spesso inconscia ma non per questo meno deleteria, verso la falsità ha preso proprio l’umanità. E per questo questa tendenza verso la falsità è lì. Per questo questa tendenza verso la falsità è così intimamente connessa con gli eventi che ora devono condurre alla totale decadenza della vita culturale europea, se per questa vita culturale europea non si presenta ancora al momento giusto il raccoglimento, a rivolgersi a una conoscenza spirituale.
Rivolgersi a una conoscenza spirituale, per questo certamente non è sufficiente rimanere piccoli in questo tempo di dure prove, ma per questo è sufficiente solo prendere veramente le cose nelle loro profondità e pensare alla necessità di grandi trasformazioni proprio nel nostro tempo. Ancora e sempre deve essere sottolineato: Che cosa è mai fondamentalmente oggi una festa come la festa della Pasqua per una gran parte dell’umanità? Quando questa festa della Pasqua si avvicina per una gran parte dell’umanità, allora consiste per i pensieri che uno si fa con questa festa della Pasqua nel cerchio di coloro con cui la vuole ancora celebrare insieme, in questo, che uno mantiene vecchie abitudini di pensiero, che si parla anche abbastanza nelle vecchie parole, più o meno automaticamente si continua a parlare, che uno ripete le stesse formule che aveva l’abitudine di ripetere per lunghi tempi. Ma abbiamo diritto oggi di ripetere queste vecchie formule, dato che nel nostro circolo notiamo ovunque la riluttanza a prendere parte alla grande, necessaria trasformazione del tempo? Possiamo realmente invocare a diritto la parola paolina: «Non io, ma il Cristo in me», quando siamo così poco disposti a guardare a quello che ha portato l’umanità in grande sventura nel corso del tempo più recente? Non deve stare insieme proprio con la festa della Pasqua, rendersi chiaro su quello che ha colpito l’umanità, e su quello che unicamente e soltanto può condurre fuori dalla catastrofe: la conoscenza soprasensibile? Se la festa della Pasqua, che propriamente riposa nel significato sulla conoscenza soprasensibile — poiché mai e poi mai quella che significa la festa della Pasqua, la risurrezione di Cristo Gesù, può significare solo una conoscenza sensibile — non dovrebbe, se questa festa della Pasqua fosse presa seriamente, l’umanità essere sollecita che il soprasensibile entri di nuovo nelle conoscenze dell’uomo? Non dovrebbe oggi sorgere il pensiero: La falsità della cultura più recente, è venuta dal fatto che noi stessi non potevamo più essere seri su tali cose, come quella che riconosciamo come nostre feste sacre?
Celebriamo la festa della Pasqua, la festa della risurrezione, e da molto tempo abbiamo smesso, dal sentimento materialista, di voler veramente comprendere la risurrezione. Facciamo piena inimicizia con la verità, e ci cerchiamo tutte le vie di scampo possibili per portare invece della verità lo scherzo mondiale, lo scherzo mondiale, poiché così dovrebbe essere chiamato, o è da chiamare — se gli uomini celebrano la festa della risurrezione e credono alla scienza più recente, che naturalmente mai e poi mai può ricorrere a una tale risurrezione. Materialismo e celebrazione della festa della Pasqua, questi sono due cose che impossibilmente stanno insieme, che impossibilmente dovrebbero stare insieme. Anche il materialismo dei teologi più recenti non si accorda oggi con la festa della Pasqua. Viviamo nell’epoca in cui uno dei teologi più stimati dell’Europa centrale ha scritto un «Essenza del Cristianesimo», e in cui è diventato possibile lodare questa «Essenza del Cristianesimo» come qualcosa di particolarmente eccellente. E in questa «Essenza del Cristianesimo» troviamo assolutamente lo sforzo di non prendere sul serio la vera risurrezione di Cristo Gesù; questo appartiene alle firme del nostro tempo. Ma questo è qualcosa da cui dovrebbe penetrare un sentimento profondo nei cuori, negli animi dell’umanità contemporanea. Ma non esciremo dalla miseria se non nasce un vero sentimento sulla inimicizia che l’umanità più recente mantiene verso la verità, se non si penetrano veramente le cose che una volta nella vita hanno tanta grande importanza.
È necessario che la tendenza che nel tempo postatlantico quinto è emersa, la tendenza verso una conoscenza scientifica comprensibile, adeguata al giudizio umano, entri anche nella conoscenza del mondo soprasensibile. Poiché agli eventi che si trovano completamente nel mondo soprasensibile appartiene l’evento del Golgota. Agli eventi che possono essere compresi solo attraverso rappresentazioni soprasensibili appartiene l’evento di Damasco, come l’ha sperimentato Paolo. Dalla comprensione di questi eventi dipende se si può realmente sentire qualcosa dell’impulso del Cristo, o se non si può sentire nulla dell’impulso del Cristo. Proprio una prova dovrebbe imporsi l’uomo del presente, facendosi la domanda: Come sto nel tempo che è stato battezzato «festa della Pasqua», come sto a quella che è conoscenza soprasensibile? — Poiché la festa della Pasqua già per la sua fissazione temporale deve ricordare lo sguardo dell’uomo dal terrestre all’extraterrestre. Riguardo allo sguardo nell’extraterrestre, l’uomo del presente non si è riservato nulla di altro che al massimo la matematica, la meccanica, o nel tempo più recente ancora l’analisi spettrale. Queste sono i fondamenti attraverso cui vuole procurarsi conoscenze sull’extraterrestre. Non ha più nessun sentimento per il fatto che è connesso con questo extraterrestre, e che da questo extraterrestre il Cristo è venuto e è entrato nella personalità del Gesù.
Prendete i pensieri qui in questione semplicemente come seri. Vi ho spesso attirato l’attenzione su come nature finemente spirituali, come Herman Grimm, nominano quella teoria kantiana-laplaciana che variata oggi, ma essenzialmente rimasta ancora la teoria dominante. Sorto da una nebulosa primigenia questo sistema solare; nel corso delle trasformazioni della nebulosa primigenia e delle sue ispessimenti piante, animali e anche l’uomo sono sorti! E progredendo oltre: la terra una volta, dopo che tutto su di essa ha trovato la sepoltura e nulla più suona nel cosmo di quello che la gente si è fantasticato di ideali, di creazioni culturali, la terra ricadendo come scoria nel sole, allora anche la un tempo successiva il sole che si disperde nello spazio, non solo seppellendo ma annientando tutto quello che gli uomini hanno fatto — è una visione dell’ordine mondiale, come non avrebbe potuto nascere diversamente in un’epoca in cui si vuol comprendere l’extraterrestre solo con le conoscenze matematiche, meccaniche. Da un mondo in cui si calcolò soltanto dentro, o in cui con lo spettroscopio si studiano le proprietà del sole, in un mondo simile non è propriamente il posto dove cercare la fonte da cui il Cristo sarebbe dovuto discendere per connettarsi con la vita terrestre! Una certa parte dell’umanità di fatto preferisce oggi, perché non se la cava con i suoi pensieri, di non occuparsi affatto di ciò, ma di continuare a parlare con quelle parole che ha imparato dai Vangeli, dalle lettere di Paolo, di ripetere quello che ha imparato, di non riflettere se ciò si accorda con quello che altrimenti si guadagna come contemplazione dello sviluppo della terra e dell’umanità. Ma proprio in ciò consiste la profonda falsità interiore del nostro tempo, che ci si sottrae da ciò che veramente deve stare insieme, che necessariamente deve stare insieme nel pensiero. Una nebbia uno si vuol fare per non dover pensare insieme il connesso. Una nebbia uno già perciò si fa anche quando celebra feste, quando parla della festa della Pasqua, della festa della risurrezione, e è effettivamente lontano dal farsi un’idea di questa risurrezione, che oggi può essere fatta solo con conoscenza spirituale-soprasensibile.
È già esclusivamente e unicamente possibile per l’uomo del presente ancora di connettere un sentimento con la festa della Pasqua, se pensa a come anche nel nostro tempo è effettivamente venuta una catastrofe mondiale, con cui non intendo solo la catastrofe mondiale che si è verificata negli ultimi anni di guerra, ma che intendo quella catastrofe mondiale che consiste nel fatto che gli uomini hanno perso le rappresentazioni sul nesso del terrestre con l’extraterrestre. È già necessario che gli uomini del presente si procurino una chiarezza su ciò, una consapevolezza su ciò, che dal sepolcro della contemplazione materialistica deve risorgere la conoscenza soprasensibile. Poiché con la conoscenza soprasensibile la conoscenza di Cristo Gesù sorgerà da questo sepolcro. Fondamentalmente oggi non si ha nessun altro simbolo che sia appropriato per la festa della Pasqua, che questo: L’intero destino psichico dell’uomo è crocifisso nella visione del mondo materialistica. Ma l’uomo stesso, l’umanità deve fare qualcosa affinché da sepolcro del materialismo sorga quello che può venire dalla conoscenza soprasensibile.
Questo sforzo verso la conoscenza soprasensibile è esso stesso qualcosa di pasquale; è qualcosa che, se è sentito, dà all’uomo di nuovo il diritto di celebrare qualcosa come la festa della Pasqua. Se guardate la luna piena e presentite come questa luna piena nei suoi fenomeni sta insieme all’uomo come il riflesso del solare al lunare stesso, allora pensate che deve essere cercata da questa nuova umanità una conoscenza umana, un’autoconsapevolezza umana, attraverso la quale l’uomo appare come un vero riflesso del soprasensibile. Se l’uomo si riconosce come un riflesso del soprasensibile, si riconosce l’uomo in quello che è, come costituito del soprasensibile, allora trova anche il cammino al soprasensibile. È fondamentalmente l’orgoglio umano che viene espresso nella visione del mondo materialistica, che si esprime in modo completamente strano; l’orgoglio umano attraverso cui l’uomo non vuol essere un riflesso del divino-spirituale, ma attraverso cui vuol essere solo l’apice degli esseri animali. Lì è il massimo. Si tratta solo di sapere sotto che cosa è il massimo! Questo orgoglio, che conduce l’uomo a non riconoscere più nulla tranne se stesso. Sarebbe già se almeno la visione del mondo della scienza naturale restasse alla verità, il suo compito di imprimere all’uomo sempre di nuovo: Tu sei l’apice di quegli esseri di cui ti puoi fare una rappresentazione. — Le conseguenze di quella contemplazione che oggi vuol essere correttamente «scientifica», sono propriamente così che dovrebbero impallidire l’uomo; che gli mostrerebbero da quali fondamenti morali emerge effettivamente, anche se questi fondamenti morali in gran parte rimangono inconsci. Ma veramente è nel nostro tempo già l’epoca là, in cui in un modo particolare Cristo Gesù è stato crocifisso, messo a morte proprio nel campo della conoscenza. E finché gli uomini non arrivino a considerare l’attuale modo di conoscenza, puramente attaccato al sensibile, come il sepolcro della conoscenza da cui una risurrezione deve venire, finché non arriverà l’umanità a elevarsi a sentimenti e sensazioni che saranno pasquali.
Perciò dovremmo oggi innanzitutto condurci alla coscienza il pensiero: Tradizioni di una festa di Pasqua, che dovrebbe aver luogo la prima domenica dopo il plenilunio di primavera, sono lì. Un diritto di celebrare una tale festa della Pasqua, non abbiamo noi oggi, se siamo uomini della cultura contemporanea. Come guadagniamo di nuovo il diritto? Si colleghi il pensiero di Cristo Gesù che giace nel sepolcro, di Cristo Gesù che al tempo pasquale supera la pietra che è stata fatta rotolare su il suo sepolcro, si colleghi questo pensiero con l’altro, che l’anima umana deve sentire la pietra della mera conoscenza esterna meccanica su di sé, e che deve sforzarsi di superare la pressione di questa conoscenza, affinché le diventi possibile, non solo come vera professione di fede questa: Non io, ma la bestia completamente sviluppata in me — affinché abbia di nuovo il diritto di dire: «Non io, ma il Cristo in me.»
Si racconta che — in Inghilterra forse è stata — uno studioso naturalmente istruito abbia detto, gli piaceva più immaginarsi che lui come uomo si fosse lavorato gradualmente da l’animalesco attraverso la propria forza fino alla sua attuale altezza, che che lui come uomo dovesse essere così degradato da un’una volta «divina» altezza, come sembrò degradato il suo avversario, che non poteva credere alle mere rappresentazioni naturali. Ora, proprio tali cose indicano come è necessario trovare il cammino dalla professione: Non io, ma la bestia completamente sviluppata in me — a quello: «Non io, ma il Cristo in me.» Questa parola di Paolo deve essere compresa. Solo allora sarà di nuovo possibile che da dalle profondità delle nostre anime un vero messaggio pasquale salga nella nostra consapevolezza.
conferenza
Dornach, 3 aprile 1920, Sabato Santo
Ieri ho tentato di esprimere qualcosa intorno al modo particolare dei primi inizi cristiani, come questi hanno ricevuto la loro forma attraverso la personalità di Paolo. In effetti, in questi giorni è la motivazione del tempo pasquale quella che rimanda a tali meditazioni. Tuttavia, proprio dal momento che abbiamo visto come oggi sia ingiustificata la celebrazione della Pasqua presso innumerevoli persone affette dal materialismo, ci si sarà presentato all’anima il fatto che una tale meditazione pasquale potrebbe già essere anche una meditazione sul tempo presente, allorché ci rendiamo consapevoli di come una sorta di tempo pasquale debba essere condotto in questa Europa che procede con passi così rapidi verso la decadenza, generalmente in questo mondo civile attuale. Ricordarsi del modo e della maniera come il Cristianesimo è entrato nel mondo è oggi una meditazione pasquale giustificata; poiché appunto oggi è necessario comprendere come gli uomini si siano sempre più allontanati da un’interpretazione essenziale del Cristianesimo, e come questo allontanamento da un’interpretazione essenziale del Cristianesimo tuttavia condizioni tutto il resto, di cui abbiamo spesso parlato e che è strettamente collegato ai fenomeni di decadenza della nostra epoca.
Questi fenomeni di decadenza ci si presentano in modo particolare quando ascoltiamo oggi certi singoli uomini che talvolta hanno buone intenzioni. Ieri potevate leggere un articolo notevole nelle «Basler Nachrichten» che può intristire moltissimo. Esso riporta la riproduzione di una lettera dal nordovest della Germania. Lo scrittore della lettera, al quale in un certo modo sembra acconsentire l’articolista, attira l’attenzione sul fatto che ovunque oggi si manifestano impulsi che semplicemente preparano la distruzione dell’antico senza mettere al suo posto qualcosa di nuovo, come tutti gli uomini da sinistra e da destra si abbandonano a illusioni e di fatto si compiaciono sempre di abbandonarsi a illusioni. E lo stesso articolista dice: Sarà così che ormai il bolscevismo dovrà irrompere in Europa, che bisogna aspettarselo tranquillamente; allora sarà già il giusto sviluppo, allora, quando la gente avrà conosciuto il bolscevismo, da ciò potrà svilupparsi certamente qualcosa di giusto. — Ma l’articolista aggiunge anche alcune righe che meriterebbero attenzione, e che il lettore ordinario, come per molte altre cose, sorvola. Aggiunge: Bisogna guardare oggi a qualcosa di diverso da quello che la gente da sinistra e da destra si crea come illusione. Ma neppure si dovrebbe ascoltare quello che dicono i singoli sognatori, bensì quali siano gli impulsi generali.
Questi singoli uomini di buona volontà sono propriamente gli uomini difficili del presente, che fondamentalmente comprendono come si proceda sempre più in basso, e che sempre di fatto esortano — per quanto con forte pessimismo — a non ascoltare coloro che compiono un tentativo di uscire dalla miseria. Poiché questi singoli sono veramente soltanto i rappresentanti di una massa molto, molto ampia di uomini, i quali tuttavia, ogni volta che dopo un qualche caos acutamente manifestatosi è sopraggiunta un po’ di calma, rimangono subito soddisfatti, perché non vedono affatto come in questo sopraggiungere della calma non vi sia nulla di realmente significativo, bensì come il cammino debba continuare in basso finché non sia compreso adeguatamente da un numero sufficientemente grande di uomini che su questa infelice Europa debba passare un’ondata di rinnovamento spirituale. Altrimenti non può migliorare. Non è possibile procedere oltre in alcun modo con una qualsiasi continuazione dell’antico, e meno che mai è possibile procedere con compromessi; poiché i compromessi rovinano, nella misura in cui sono compromessi, anche quello che come novità vuole affermarsi.
Già da un punto di vista emotivo ci si potrebbe preparare all’umore che è necessario, se si guardasse indietro al modo energico in cui intorno alla grande virata cosmica, tramite personalità come Paolo, qualcosa di completamente nuovo è stato introdotto nello sviluppo terrestre, qualcosa che continua ancora, ma che per ora è coperto da molta cenere. Allora era appunto quel momento che separava l’antico dal nuovo, per quanto la transizione non sia percettibile, poiché è avvenuta gradualmente — l’antico, attraverso il quale gli uomini, come ho già accennato ieri, quando guardavano nella natura, vedevano dappertutto un elemento Divino-Spirituale. Ma questo vedere dell’elemento Divino-Spirituale continuava anche, penetrando nelle concezioni dell’umanità, nelle concezioni dell’ordine sociale umano, la configurazione degli uomini, come vivevano come massa, come singoli si distinguevano come governanti, come guide spirituali. Non vogliamo ora guardare a come attraverso la cultura dei Misteri questa configurazione fosse regolata; ma questa configurazione era considerata, e veniva regolata anche come qualcosa che sussisteva anche senza l’intervento dell’uomo, per così dire come qualcosa di dato dallo spirito della natura.
Colui che tramite gli ordinamenti e i fatti particolari che si trovavano in qualche luogo era il guida, lo si riconosceva perché ci si diceva: con una forza così o così grande si esprime attraverso di lui la divinità stessa. Come si seguiva l’elemento Divino-Spirituale nella pietra, nella montagna, nell’acqua, nell’albero, così anche nei singoli uomini. E qui ho già esposto che per questi tempi antichi era semplicemente ovvio considerare il governante come la divinità stessa, cioè come colui in cui la divinità realmente si manifestava. Se i popoli del presente fossero soltanto un po’ più modesti e non portassero effettivamente le loro opinioni in quello che viene loro trasmesso dalle cose antiche, si vedrebbe molto più chiaramente queste cose. Certamente, oggi non si ha un tale concetto reale: un uomo è un dio. Ma in quei tempi antichi era così: con ciò si collegava un concetto reale. Così come non si vedeva soltanto il ruscello che scorreva, ma l’elemento Divino che si muoveva là, così anche in quello che accadeva nella vita sociale umana si vedeva il divino operare stesso in presenza immediata. Questo vedere dell’elemento Divino-Spirituale in presenza immediata andava sempre più svanendo.
Ma riflettessimo su come l’uomo poteva trovarsi come uomo in questa concezione. L’uomo poteva trovarsi in questa concezione perché sapeva di essere immerso nel mondo dell’elemento Divino-Spirituale. Sapeva che l’elemento Divino-Spirituale vive dove sono le cose sensibili e dove gli uomini sono qui sulla terra fisica. L’uomo lo sapeva. Sapeva di essere stato generato dall’elemento Divino-Spirituale. Quello «Io sono nato da Dio, siamo tutti nati da Dio» divenne per l’uomo qualcosa di completamente, completamente ovvio, poiché lo vedeva. Era per lui il risultato della sua contemplazione sensoria.
Gli uomini non potevano più giungere direttamente a tale risultato, o per lo meno sempre meno e meno, nel tempo in cui il Mistero del Golgota doveva portare notizia dell’elemento Divino-Spirituale in un nuovo modo. L’uomo poteva dirsi in quei tempi antichi: Tutto ciò che vedo nel mondo mi mostra che le cose e gli esseri provengono dagli dèi, che la loro esistenza non si esaurisce nell’esistenza terrena. — L’uomo aveva una coscienza del carattere di eternità della propria essenza, perché vedeva chiaramente la sua provenienza dagli dèi. Questo penetrare di un essere spirituale precedente la nascita, questo è propriamente quello che penetra tutte le confessioni pagane antiche. Tutto ciò che oggi è considerato attraverso la scienza corrente come caratteristica del paganesimo, è in realtà più o meno un discorso vuoto.
L’essenziale del paganesimo antico, che non era ancora caduto in decadenza, era che gli uomini sapessero di essere esseri di spirito-anima prima di nascere; pertanto la loro esistenza non si esauriva nell’esistenza terrena. Noi uomini possiamo essere certi di essere eterni, poiché veniamo da Dio, e Dio ci accoglierà di nuovo presso di sé. Questa era infine la conoscenza proveniente dalla saggezza primordiale dei tempi antichi. E si può dire che questa conoscenza proveniente dalla saggezza primordiale dei tempi antichi è stata data a ogni popolo nella sua forma particolare, poiché era legata a una contemplazione elementare-spirituale, a un vedere dell’elemento Divino-Spirituale nelle cose sensibili. Questo vedere dell’elemento Divino-Spirituale nelle cose sensibili era nei tempi antichi dipendente dal sangue. E a seconda che l’uomo appartenesse a questa o a quella parentela di sangue, a questa o quella tribù, a questo o quel popolo, gli doveva essere data una forma particolare della saggezza primordiale sul mondo.
Così vediamo dunque dispersa sui vari popoli dei tempi antichi una molteplicità di forme particolari di saggezza primordiale. Un’eccezione era costituita soltanto dal popolo ebraico, il quale aveva sì legato la sua forma particolare di saggezza primordiale al sangue di questo popolo, ma che si considerava come il «popolo eletto», come quel popolo che sì aveva una confessione popolare o una conoscenza popolare, ma una conoscenza popolare che è appunto la vera conoscenza dell’Uomo-Dio. Mentre i popoli pagani tutt’intorno nel complesso veneravano il loro dio del popolo, il popolo ebraico credeva di possedere il Dio di tutta la terra.
Ora, questo era un rapporto di transizione. Nel modo in cui Paolo si levò con la sua interpretazione del Cristianesimo, vi fu una rottura radicale con tutto ciò che dal sangue determinava la conoscenza umana, ciò che dal sangue nei tempi antichi doveva determinare la conoscenza umana. Poiché Paolo fece valere innanzitutto il fatto che non il sangue, non la comunità popolare, non tutto ciò che comunque nei tempi pre-cristiani era determinante per la conoscenza, potesse continuare, bensì che l’uomo stesso dovesse stabilire la sua relazione alla conoscenza attraverso l’iniziativa interiore, che dovesse esservi una comunità di coloro che Paolo designò come i cristiani, una comunità nella quale ci si confessa spiritualmente-animicamente, nella quale non vi si è collocati attraverso il sangue, nella quale ci si elegge piuttosto da sé.
Questo modo particolare di stabilire così la comunità spirituale sulla terra era necessario per Paolo, perché il tempo si avvicinava in cui l’uomo, per la conoscenza terrena esterna, doveva cadere nel materialismo. Allora, per la conoscenza terrena esterna, doveva ricevere l’uomo da altra sorgente la coscienza della sua essenza spirituale-animica rispetto alla contemplazione dell’uomo terreno sensorio. Nei tempi antichi si doveva soltanto guardare l’uomo terreno sensorio con gli occhi; attraverso tutto ciò che portava in sé, si manifestava allo stesso tempo lo spirituale-animico dell’uomo. Questo cessò. Si cercò di giungere alla conoscenza dello spirituale-animico per altra via. In altri termini, si dovette imparare a comprendere il problema della morte. Si dovette imparare a comprendere che ciò che si può vedere dell’uomo soltanto attraverso la contemplazione sensoria qui su questa terra, può cadere e scomporre in molte parti, ma che nell’uomo vi è un’essenza che non è immediatamente visibile in questo uomo sensorio, e che appartiene al mondo spirituale.
Non doveva dunque sussistere oltre ciò che teneva insieme gli uomini in questa comunità cristiana dipendente dal sangue, poiché contro la dipendenza dal sangue si sarebbe sempre presentata l’obiezione: Sì, se gli uomini nella conoscenza di quello che è determinato dal sangue devono comprendere la loro immortalità, allora questa immortalità non sarebbe assicurata. Agli antichi poteva sembrare il sangue così, che faceva splendere attraverso sé l’essenza spirituale-animica dell’uomo, ma ora il sangue si presenta come il produttore e portatore di quello che finisce con la morte. È necessario indicare lo spirituale-animico nella sua purezza, se non si vuole rinunciare completamente alla comprensione del problema della morte nel senso non materialistico. Paolo poteva acquisire l’impulso forte di parlare agli uomini di un’essenza spirituale-animica non legata alla materia sensibile, soltanto grazie al fatto che a lui stesso si era rivelata la realtà di questo essere soprasensibile attraverso l’evento di Damasco.
Era la conoscenza del soprasensibile, dello spirituale-animico nei tempi antichi legata al sangue; così che, dal momento che l’uomo era compenetrato dal suo sangue, questo sangue portava nel mondo sensibile la rivelazione dello spirituale-animico. Questo cessò, e era necessario che gli uomini si rivolgessero a qualcosa che non è dato dal sangue. Ma con ciò era congiunto un grande pericolo. Era congiunto il pericolo che gli uomini nell’era che sopraggiungeva, in qualche modo nel conoscere lo spirituale-animico, volessero riflettere su se stessi. Nei tempi antichi si poteva riflettere su se stessi, poiché il sangue che si portava in sé era il portatore della conoscenza soprasensibile. Si era abituati a vedere in sé il portatore della conoscenza soprasensibile. Che gli uomini non avessero più bisogno di ciò in seguito, era dato per i benevoli attraverso l’evento del Golgota. Ma l’andamento generale dello sviluppo continuò per un po’ così: che gli uomini continuassero questo abito che precedentemente, riguardo al sangue, avevano avuto diritto di avere, ora senza portare in sé il sangue santificato da Dio; che dessero anche a se stessi dell’elemento Divino-Spirituale per mezzo di ciò che era altrettanto dato in se stessi come il sangue.
Il pericolo che si presentò consisteva in quanto segue, ed è importante oggi che questo pericolo si chiarisca. Il sangue lo si riceve attraverso la propria discendenza, il sangue lo si riceve attraverso la nascita, e si porta, allorché si hanno venticinque, trenta, trentacinque anni, questo sangue che si è ricevuto in eredità. Dal momento in cui si è portati nel mondo dalle forze cosmiche, si riceve il sangue. Se nel sangue vive la garanzia per l’essere spirituale-animico umano, allora ci si può fidare di questo sangue. Ma questo sangue aveva gradualmente perduto la capacità portante per l’essere divino-spirituale. Gli uomini tuttavia volevano ancora sempre trovare la via a questo essere divino-spirituale nello stesso modo in se stessi, semplicemente grazie al fatto che sono nati. Ma gli uomini sempre meno potevano trovare la via all’elemento Divino-Spirituale semplicemente grazie al fatto che sono nati. Poiché se il sangue non porta nel nostro dasein sensibile la convinzione del soprasensibile, così il nostro organismo non porta nessuna relazione al soprasensibile. E così accadde che gli uomini si vollero interrogare sul soprasensibile, soltanto per il fatto che da principio si fidavano di se stessi, cioè di tutto ciò che portano nella loro nascita nel dasein terreno. Ma nel Cristianesimo vi è l’invito a non fidarsi di ciò che si porta con la nascita nel dasein terreno, bensì di compiere una trasformazione entro questo dasein terreno, di sviluppare l’anima, di essere rinati in Cristo, di ricevere attraverso l’educazione ciò che non si ha ricevuto attraverso la nascita, di riceverlo attraverso la vita terrena stessa. Questo non poteva essere compreso così rapidamente.
Perciò accadde che i risuoni dell’antica saggezza di sangue rimasero fino al 15º secolo, che da allora rimase l’abito di vedere il Divino-Spirituale attraverso la discendenza, ma che infine nel 19º secolo con questo abito l’uomo non vedeva più il Divino-Spirituale, ma soltanto il materiale. Perché l’uomo il Divino-Spirituale volle vederlo soltanto attraverso l’organismo non trasformato, così infine non lo vedeva per nulla, e così venne con il 19º secolo la grande catastrofe dell’abbandono di Dio da parte degli uomini, del diventare non-cristiano degli uomini, perché ora nel fondamento si manifestò definitivamente quello che prima era coperto dalla tradizione.
Fino alla nascita del protestantesimo vi era una tradizione cristiana. Quello che gli apostoli e i discepoli degli apostoli e i padri della Chiesa si raccontavano, quella che una tradizione viva conservava, si allacciava alla rivelazione del Golgota. Ma la capacità portante di questa tradizione diventava sempre più sottile. Ma in se stessi gli uomini non giungevano a una concezione dell’evento del Golgota. Ora venne il 15º, 16º, 17º, 18º e 19º secolo; gli uomini persero il collegamento con la tradizione. Infine diedero importanza soltanto alla Scrittura. Venne il tempo del protestantesimo, nel quale si diede importanza soltanto alla Scrittura. La tradizione era stata abbandonata. Ma nel 19º secolo anche la corretta comprensione della Scrittura venne meno, e nel fondamento, per la maggior parte di coloro che oggi ancora pretendono di essere cristiani, non vi è semplicemente più alcun Cristianesimo al quale essi si confessino.
Perciò venne nel corso del 19º secolo, allorché si presentò la necessità di trovare nuovamente l’evento del Golgota, l’ultimo scintillio dell’elemento anti-cristiano, che naturalmente era già presente sotto la superficie dei fenomeni, ma che era ricoperto per un po’ da tradizione e da Scrittura, in alto, e divenne nei primi decenni del 20º secolo il più forte. Scrittura e tradizione non avevano per la maggior parte degli uomini più alcun significato. Ma neppure avevano essi acceso da se stessi quella luce che li conduceva a una nuova comprensione dell’evento del Golgota.
Soltanto perché così accadde, potevano ancora nel 19º e nei primi decenni del 20º secolo gli eventi più anti-cristiani afferrare l’umanità. Due degli eventi più anti-cristiani sono proprio quelli che si riversarono nel 19º secolo. Ecco, il primo evento che vediamo brillare gradualmente, emergere nel 19º secolo, afferrare sempre più gli spiriti: è il sorgere del principio di nazionalità. L’ombra del principio di sangue si leva. Viene interamente respinto il cristianesimo universale dal principio della nazionalità, perché non era ancora presente la nuova via di trovare questo cristianesimo universale. L’anti-cristianesimo si presenta dapprima nella forma del principio di nazionalità. Nelle coscienze di nazionalità si riaccende il luciferino antico del sangue. E vediamo la rivolta contro il Cristianesimo nei nazionalismi del 19º secolo, che infine culmina nella frase di Woodrow Wilson del diritto di autodeterminazione delle nazionalità, laddove l’unica realtà nel presente potrebbe soltanto essere il superamento dei nazionalismi, l’estinzione dei nazionalismi e l’afferramento degli uomini dall’umanità universale.
La seconda è che gli uomini non vogliono trarre la loro conoscenza del mondo dalla psiche risvegliata, ma dall’immagine nuda, dall’immagine materiale di questa psiche. L’aspetto della psiche stessa si è estinto, ma l’uomo come essere naturale è un’immagine di questo Divino-Spirituale. Questa immagine certamente non può generare conoscenze spirituali, ma conoscenze intellettualistiche. Questo è appunto il segreto, di cui qui vi ho spesso parlato: che gli uomini devono conoscere lo spirituale elevandosi al spirito, ma che per quello che viene oggi afferrato intellettualisticamente, il cervello è veramente lo strumento.
Sul intellettualismo si dovrebbe pensare materialmente; poiché tutto ciò che è pensato, così come il pensiero della scienza moderna, così come il pensiero della teologia moderna, come il pensiero della moderna coscienza cristiana circostante, tutto ciò è pensato soltanto dal cervello umano, è materialismo. Un lato sono le confessioni di parole, l’altro lato è il bolscevismo. Il bolscevismo è così distruttivo per l’umanità perché è la confessione del cervello soltanto, del cervello materiale. E vi ho spesso descritto come questo cervello materiale sia propriamente un processo di decadenza. Possiamo sviluppare il nostro materialismo appunto soltanto per il fatto che nel nostro cervello sono continuamente processi di distruzione, processi di morte. Se applichiamo quello che è così pensato nel leninismo, nel trotskismo all’ordine sociale, allora deve risultarne un processo di distruzione, poiché si pensa all’ordine sociale da quella fonte stessa che è terreno di distruzione: l’arimanico. Questo è questo altro lato.
Queste due cose sono sopraggiunte per tutti gli elementi cristiani del 19º e 20º secolo: il nazionalismo, la figura luciferina dell’Anti-Cristianesimo, e quello che culmina nei leninismi e nei trotskismi, la figura arimanica dell’Anti-Cristianesimo. Queste sono le vanghe con cui oggi deve essere scavato il sepolcro del Cristianesimo, i nazionalismi e i leninismi. E ovunque si coltiva il culto con i nazionalismi e con i trotskismi, per quanto in forma attenuata, là viene oggi scavato il sepolcro del Cristianesimo, là per chi comprende regna un’atmosfera che in senso giusto è un’atmosfera di Sabato Santo.
Il portatore del Cristianesimo riposa nel sepolcro, e gli uomini pongono una pietra su di esso. Due pietre posero gli uomini sul rappresentante del Cristianesimo: i nazionalismi e i socialismi esteriori. Ed è necessario all’umanità portare il tempo della domenica di Pasqua, del sollevamento della pietra o delle pietre dal sepolcro. Ma il Cristianesimo non risorgerà dal sepolcro prima che gli uomini non abbiano superato i nazionalismi e i falsi socialismi, prima che gli uomini non abbiano trovato la via di cercare da se stessi ciò che può condurre alla comprensione del Mistero del Golgota.
Se oggi gli uomini si abbandonano dal sentimento del presente alla fede in Cristo, allora dovrebbe loro — ciò sarebbe totalmente giustificato — apparire l’angelo e dire loro lo stesso che disse quando fu interrogato immediatamente al tempo del Mistero: «Colui che voi cercate non è più qui». Non era più qui allora, perché gli uomini innanzitutto dovevano trovar loro strada attraverso la tradizione e attraverso la Scrittura, per giungere a una conoscenza propria del Mistero del Golgota. Oggi questa necessità è presente, perché la Scrittura non dice più quello che deve essere conosciuto, la tradizione non dice più quello che deve essere conosciuto. Soltanto la conoscenza umana originaria può nuovamente dire quello che deve essere conosciuto. E il tempo deve essere condotto alla situazione in cui l’angelo risponde: Colui che voi cercate è qui. — Ma non sarà qui prima che scompaiano gli impulsi anti-cristiani del nostro tempo.
Paolo voleva riunire gli uomini a una comunità con la coscienza: l’immortalità è assicurata all’uomo attraverso la morte, «in Cristo muoriamo». Prima che non sia compreso di nuovo che soltanto la conoscenza dello spirito può realmente condurre alla comprensione di Paolo, non potrà giungere alcun miglioramento sociale, ma soltanto ulteriore declino sociale. Questo è quello che oggi deve essere compreso anche riguardo al Cristianesimo: che l’uomo deve essere educato alla conoscenza dello spirito, come nei tempi antichi fu generato alla conoscenza dello spirito.
Anche se si considera la cosa così, ci si presenta la serietà intera dell’epoca attuale. Soprattutto ci si presenta la necessità che si lavori veramente al spiritualizzamento della nostra cultura. Deve dunque spezzarsi completamente il ponte verso il mondo spirituale, nel quale l’uomo effettivamente deve entrare, allorché passa attraverso la porta della morte, nel quale l’uomo deve dimorare tra la morte e una nuova nascita? Si rifletta che questo ponte verso il mondo spirituale viene spezzato attraverso i nazionalismi e attraverso i falsi socialismi. Si rifletta che queste cose sono intimamente collegate alle necessità più profonde del nostro tempo. E colui che non può familiarizzarsi con queste cose, colui che continuerà nella coscienza che il risultato del processo materiale nell’uomo è tutto, colui lavora con tutte le sue forze al proseguimento della decadenza. Poiché oggi è il momento in cui le cose devono decidersi. Devono decidersi. Ma possono decidersi soltanto attraverso la libertà umana. La libertà però è possibile soltanto sulla base di una vera conoscenza dello spirito.
Nel tempo in cui il Mistero del Golgota si svolse, si esercitava a Roma in effetti una tolleranza straordinaria verso tutte le confessioni. Gradualmente ci si sollevò persino, dopo che a lungo non l’avevano fatto, a una certa tolleranza verso l’ebraismo. A Roma si era molto tolleranti al tempo in cui il Mistero del Golgota gradualmente si incorporava nello sviluppo dell’umanità, così nello sviluppo del tempo allora presente — ma soltanto contro i cristiani si divenne sempre più intolleranti. Si divenne contro i cristiani gradualmente a Roma così intolleranti, come nel modello attuale i singoli popoli sempre più intolleranti gli uni verso gli altri divennero. È propriamente il modello, per il modo in cui i popoli oggi si comportano, l’intolleranza dei romani contro il sorgere di una vera conoscenza dello spirito; poiché contro questo propriamente tutto si rivolta. Vi sono oggi alleanze molto belle, per quanto sulla superficie ancora non siano notate, tra il gesuitismo e gli elementi più radicali qua e là. Ma nel rigetto della conoscenza dello spirito sono infine i comunisti più radicali completamente d’accordo con i gesuiti. Anche questo ricorda l’intolleranza del romanesimo contro il Cristianesimo, e allora e oggi nel fondamento è congiunto con lo stesso. Allora e oggi è congiunto col fatto che gli uomini nel fondamento nella loro natura umana inconscia odiano lo spirito, odiano veramente lo spirito. L’odio dello spirito si presenta a uno tanto dal lato del nazionalismo come dal lato del falso socialismo fortemente, questo odio dello spirito, questo odio inconscio dello spirito. Poiché immaginiamoci soltanto una volta che cosa significa oggi l’odio dello spirito, e che cosa significa oggi il nazionalismo! Nei tempi antichi il nazionalismo aveva un senso, poiché al sangue era congiunta la conoscenza dello spirito. Se oggi gli uomini nel senso in cui lo sono sono nazionalisti, allora è completamente privo di senso, poiché il collegamento di sangue non ha più alcun significato reale. È un significato soltanto fantasticato, questo collegamento di sangue come si presenta nel nazionalismo. È un’illusion pura.
Perciò gli uomini oggi, allorché si attengono a tali cose, non hanno alcun diritto di parlare ancora in alcun modo di una festa pasquale. Il parlare della festa pasquale è un’untruth, e la verità deve appunto consistere nel fatto che l’angelo possa nuovamente dire, o che l’angelo possa dire ora per primo: Colui che voi cercate, è qui. — Ma certo sarà d’accordo soltanto con qualcosa che valga per tutti gli uomini. È oggi come era presso i romani, i quali erano i più intolleranti contro i cristiani. Poiché, che cosa facevano tutti gli altri, eccetto i cristiani? Tutti gli altri eccetto i cristiani veneravano l’imperatore di Roma ancora con le labbra come un dio, sacrificavano anche all’imperatore di Roma. I cristiani non potevano farlo. I cristiani potevano riconoscere come loro unico re soltanto il Cristo universale-umano Gesù.
Qui risiede uno dei punti che ha ricevuto una continuazione lineare nel presente. Qui risiede il punto. Sì, bisogna soltanto esprimerlo così: Che cosa ha infine il singolo uomo, diciamo in Inghilterra, ancora di comune con quello che si veste nella formula in cui ogni disposizione ministeriale in Inghilterra sgorga: «Nel nome di Sua Maestà il Re»? Se si volesse la verità come lo spirito la richiede, non sarebbe possibile che fosse presente. Che cosa ha infine quello che oggi può interessare realmente un francese autentico, a che fare con il nazionalismo di Clemenceau? Quale falsità interiore giace nel nazionalismo di Clemenceau! Sarebbe oggi cristiano confessarsi tali cose. Ma si è intolleranti contro tale confessione.
Vedete, così arriviamo al punto dove la falsità germoglia profondamente nelle anime degli uomini. E questa falsità forma le altre pietre del nazionalismo, del falso socialismo in una pietra, che è rotolata sul sepolcro, e con cui è coperto questo sepolcro. Rimarrà coperto, finché gli uomini nella verità non giungano a comprendere lo spirito, e attraverso il comprendere lo spirito al coglimento del Cristianesimo universale-umano nuovamente. Prima non vi è festa pasquale. Prima non vi è possibilità che nel senso stretto sia sostituito il colore nero del lutto col colore rosso della Pasqua; poiché prima questa sostituzione è una menzogna umana. Bisogna tendere secondo lo spirito. Solo questo può ancora dare senso all’esistenza attuale come uomo.
Appunto chi comprende l’andamento dello sviluppo dell’umanità fino al nostro tempo, colui deve coniare la parola per il nostro tempo nel modo giusto: «Il mio regno non è di questo mondo». No, quello che deve essere perseguito, affinché si possa di nuovo giungere a una speranza per il futuro, non deve neppure essere di questo mondo. Ma veramente questo parla molto contro la comodità umana! È già più comodo costruirsi gli antichi abiti come ideali e poi prepararsi il piacere psichico interiore costruendosi così gli antichi abiti come ideali. È già più comodo questo che dirsi: Bisogna guardare alla grande responsabilità verso il futuro dell’umanità, alla quale si può fare giustizia soltanto assorbendo lo sforzo verso la conoscenza spirituale negli impulsi umani.
Così da quello che nel nostro tempo l’uomo dovrebbe conoscere, la festa pasquale dovrà rimanere una festa di ammonimento invece di una festa di gioia. E propriamente coloro che la prendono seriamente e onestamente con l’umanità, oggi non dovrebbero pronunciare le parole pasquali: Cristo è risorto —, bensì dovrebbero dire: Cristo deve e deve sì risorgere.
Per il proseguimento della nostra concezione spirituale diventerà sempre più necessario che i nostri amici prestino attenzione a certi fatti storici. È, per così dire, nei decenni passati certamente una bella vita per i nostri cari soci, quelli che si sono limitati a prendere conoscenza di quello che è stato esposto nei vari luoghi, di quello che altrimenti è stato detto entro le conferenze, e che in un certo senso formavano un tipo di muro, che non era trasparente per molti, un muro sul quale non si voleva guardare oltre a quello che accade nel mondo esteriore. Ma se si vuole guardare nel modo giusto a quello che accade nel mondo esteriore, se non si vuole fondare una setta, ma si vuole — il che soltanto e unicamente la nostra azione può essere — avere un movimento storico, allora è necessario che si sappia anche da quali presupposti storici emerge quello che ci è tutt’intorno nel mondo. E il modo in cui siamo trattati, senza che noi neppure nel più remoto senso abbiamo agito in modo aggressivo, come siamo trattati specialmente qui, ciò rende assolutamente necessario che veramente si guardi oltre i muri e che si comprenda qualcosa di quello che accade nel mondo.
Perciò vorrei collegare qualcosa di quello che avrò da dire nel prossimo tempo a molte osservazioni storiche, per attirare l’attenzione su certi fatti storici, senza la cui conoscenza noi non possiamo davvero procedere oltre. Vorrei dapprima indicare una cosa. Sapete che all’incirca all’inizio dell’ultimo terzo del 19º secolo nei diversi stati civili dell’Europa e in America ha preso piede qualcosa come una sorta di concezione della vita realistica, che si è costruita sostanzialmente sulle acquisizioni del 19º secolo e anche su quelle acquisizioni che la civiltà di questo 19º secolo ha preparato. Si è parlato diversamente, da un sottofondo diverso, all’inizio dell’ultimo terzo del 19º secolo, di quanto poi nei decenni successivi e specialmente nei primi decenni del 20º secolo. Le forme di pensiero stesse, come dominano i cerchi più ampi, sono diventate sostanzialmente diverse in questo periodo. Ora voglio sottolineare oggi solo una cosa. Quello che allora all’inizio dell’ultimo terzo del 19º secolo era una sorta di possesso comune dei colti, era la fede che l’uomo da se stesso, dal suo interno, dovrebbe formarsi una convinzione sui problemi più importanti della vita, e che, malgrado l’uomo dal suo interno così si formi una convinzione sui problemi più importanti della vita, secondo quello che gli è presentato attraverso qualsiasi risultato scientifico, malgrado ciò sia possibile una convivenza sociale degli uomini nel mondo civile. Si divenne per così dire una sorta di dogma, ma un dogma che nei cerchi più ampi si riconosceva volontariamente, un dogma che fra gli uomini che hanno raggiunto un certo grado di istruzione fosse possibile la libertà di coscienza.
Certamente nei decenni successivi non si ebbe mai il coraggio di opporsi direttamente a questo dogma; tuttavia più o meno inconsciamente si fece fronte a questo dogma. E nel nostro tempo, dopo la grande catastrofe mondiale, questo dogma è propriamente qualcosa che nei cerchi più ampi, certamente più o meno ipocritamente, ma tuttavia viene ricacciato indietro, distrutto. Si direbbe che negli anni sessanta del 19º secolo nei cerchi più ampi fosse prevalente la fede che l’uomo dovesse avere una certa libertà della sua coscienza e anche una certa libertà della sua religione, di tutto quello che è collegato con la religione.
Lo si è visto sorgere in certi cerchi, e da me è già ripetutamente sottolineato come contro quello che è così sorto, l’8 dicembre 1864 è stata lanciata una tempesta da Roma, come da Roma è stato trattato allora questo intero movimento. È stato da me sottolineato che nell’enciclica papale dell’anno 1864, che apparve alla stessa epoca del noto Sillabo, è detto esplicitamente: La concezione che la libertà della coscienza e dei culti sia un diritto proprio di ogni uomo, sia un delirio, una follia. Mentre l’Europa visse quello che era per così dire il flusso preliminare di questa concezione della libertà di coscienza, da Roma fu dichiarato ufficialmente che questa libertà della coscienza e la libertà della religione fosse una follia.
Questo voglio sottolineare dapprima soltanto come un fatto storico. Voglio indicare con ciò quello che è accaduto in un tempo nel quale per un intero numero di uomini la questione è sorta e doveva essere trattata dalle fonti della coscienza umana: Come procediamo come uomini da un punto di vista religioso? — Questa domanda si formò nel senso più profondo e realmente così che si mostrò che le coscienze vi partecipavano, una questione significativa del tempo. Voglio portarvi come prova soltanto un documento che questa domanda era qualcosa che allora occupava profondamente gli uomini colti.
Ci sono discorsi di quel Rümelin, del quale vi ho parlato recentemente in connessione con Julius Robert Mayer e in connessione con la legge della conservazione della forza, discorsi che nel 1875, così in questo periodo di cui vi parlo ora, sono apparsi. Là viene pure esposto quale difficoltà l’umanità specialmente riguardo al progresso nella questione religiosa sperimenta. Là viene pure indicato come sia necessario seguire queste difficoltà con chiara intuizione. Chi ora conosce più precisamente questo momento, di cui qui parlo, sa che le seguenti parole di Rümelin sono comunque enunciate dalla coscienza di centinaia e centinaia di uomini.
Certamente non abbiamo alcun motivo di proteggere quella forma particolare della scienza che allora era sorta. Noi, nella misura in cui siamo antroposofi, siamo equipaggiati per sviluppare ulteriormente queste direzioni scientifiche e penetrare completamente nei loro errori relativi. Siamo anche equipaggiati per riconoscere come, se la scienza rimane su questo punto di vista, con essa certamente non si possa procedere oltre. Ma in molti punti appunto nei cerchi più ampi proprio riguardo alla questione religiosa sono sorte giudizi ai quali oggi nuovamente ci si dovrebbe ricordare.
E così quello che molti allora pensavano viene riassunto da Rümelin nel 1875 nelle seguenti parole: «Vi è un punto che sì in ogni tempo ha separato il sapere dalla fede, ma mai ha formato un abisso così insormontabile tra i due come ora — il concetto di miracolo. La scienza si è così rafforzata, sicura in sé e concordante in tutti i rami e le direzioni, le scuole e i partiti, che essa al miracolo in ogni genere e forma incondizionatamente e senza altro gli mostra la porta. Essa riconosce solo l’unico miracolo di tutti i miracoli, che vi sia affatto un mondo e proprio questo, ma entro il cosmo essa rigetta completamente ogni come mai formulato reclamo, che la violazione dei suoi ordinamenti e leggi sia qualcosa di pensabile o ancor meno qualcosa di più eccellente della loro validità immutabile. Il miracolo è nel modo completamente uguale per tutte le scienze naturali, storiche e filosofiche in appunto quello che deve essere e significare, un’assurdità concettuale, un diretto attentato a tutta la ragione e i fondamenti più elementari di tutta la scienza umana. Scienza e miracolo si stanno di fronte come ragione e irragionevolezza.»
Quando cominciai, verso il volta tra il 19º e il 20º secolo in conferenze pubbliche a trattare certe questioni antroposofiche, vi era ancora un ultimo risuono di questo umore. E perciò trovate — non so se molti qui riuniti sono ancora quelli che hanno seguito questi primi discorsi — in parecchi discorsi è indicato il problema delle vite terrestri ripetute e il problema del destino dell’uomo, che si svolge attraverso le vite terrestri ripetute. Trovate con questo problema costantemente vi è indicato, sempre alla fine della conferenza cercavo di indicare come nel fondamento per ogni vita — se si crede che sia corretta l’antica rappresentazione aristotelica: ogni volta che nasce un uomo, viene creata un’anima nuova, che è piantata nell’embrione umano — per ogni singola vita il miracolo sia statuito, e che soltanto perciò nel senso giustificato il concetto di miracolo sia superato, che si assuma le vite terrestri ripetute, per cui ogni singola vita umana senza miracolo sia congiunta alle vite terrestri precedenti.
Mi ricordo ancora molto vivamente di come chiusi uno dei discorsi berlinesi così: La cosa più importante, la supereremo in una maniera giusta, il concetto di miracolo.
Da allora certamente è diventato diverso in quasi tutto il mondo civile. Questo è dapprima un fatto storico, ma questo contiene qualcosa che nel senso più eminente deve interessarci. Questo è che nella misura in cui l’uomo perde la possibilità di vedere lo spirituale nel mondo, il mondo che come natura gli sta pure intorno, spiegare spiritualmente, nella stessa misura deve egli porre accanto alla natura e al resto del mondo un mondo particolare, che diventa allora il contenuto del mondo dei miracoli. Quanto più la scienza della natura si appella alla sola causalità, tanto più lo spirito umano da una reazione completamente spontanea assumerà il concetto di miracolo. Quanto più la scienza della natura continuerà così come ha continuato, tanto più numerosi diventeranno gli uomini che cercheranno il loro rifugio in religioni che ricorrono al miracolo. Quindi il numeroso sprofondamento di uomini moderni nel cattolicesimo, perché non sopportano per così dire la concezione del mondo naturale-scientifica.
Dovete solo confrontare il periodo di Rümelin, che proprio ho letto, con quello che ho discusso negli ultimi discorsi qui, allora vedrete subito di che si tratta. In queste esposizioni di Rümelin si presenta: essi riconoscono solo l’unico miracolo di tutti i miracoli, che vi sia affatto un mondo e proprio questo, ma entro il cosmo essi rigettano completamente ogni come mai formulato reclamo che la violazione dei suoi ordinamenti e leggi sia qualcosa di pensabile o ancor meno qualcosa di più eccellente della loro validità immutabile. — Ci si immagina dunque il miracolo originario, che il cosmo affatto sia sorto, poi però entro il cosmo si statuisce la legge della conservazione della materia e della conservazione della forza; poi tutto rotola come fatalisticamente secondo una certa necessità.
Questa è una concezione del mondo che non è sostenibile, ma che può soltanto essere superata attraverso quelle conoscenze che mi permettevo di esporre qui davanti a voi negli ultimi discorsi di queste settimane, dove vi ho mostrato come la legge della conservazione della materia e della forza rappresenti qualcosa di inesatto e sia quello che innanzitutto nel nostro tempo con tutta l’energia deve essere superato. Non abbiamo a che fare soltanto con una continua conservazione del cosmo, ma con un continuo morire e nascere nuovo del cosmo. E se ci si introduce nel cosmo l’idea di questo continuo nascere e morire, allora si è costretti, poiché si è uomini, a statuire un mondo particolare accanto al cosmo, quale mondo allora non ha nulla a che fare con le leggi naturali che si presentano unilateralmente, quale deve ricorrere al miracolo. Nello stesso grado è soltanto il ingiustificato concetto di miracolo superato, nel quale si apprende a comprendere che tutto quello che è nel mondo sta in un ordinamento spirituale, nel quale non si ha a che fare soltanto con una ferrea necessità naturale, bensì con una sapiente guida dei mondi.
Quanto più si comprende il mondo spirituale come tale, quanto più si comprende quello che si ottiene attraverso la scienza dello spirito, tanto più si vede che tutto quello che la scienza della natura oggi presenta deve essere compenetrato da queste conoscenze spirituali. Perciò deve diventare sempre più il nostro compito, di indicare tutte le singole scienze e tutti i singoli rami della vita così, che questi siano compenetrati da quello che solo la scienza dello spirito può dire. Medicina e giurisprudenza e sociologia, tutto ciò deve essere compenetrato da quello che può essere riconosciuto e contemplato attraverso la scienza dello spirito. Questa scienza dello spirito non ha bisogno di alcuna organizzazione simile alle antiche chiese, poiché essa si rivolge a ogni singolo uomo. Ogni singolo uomo può da sua coscienza attraverso il sano intelletto rendersi consapevole quello che la scienza dello spirito come risultato fornisce, e può da questo punto di vista confessarsi alla scienza dello spirito.
In tal modo la scienza dello spirito presenta qualcosa che si rivolge immediatamente solo alla ricerca della verità di ogni singola individualità umana. Essa trae realmente le conseguenze di quello che si voleva in quel tempo ormai scomparso, all’inizio dell’ultimo terzo del 19º secolo, allorché si voleva: vera libertà dell’intuizione umana, della ricerca umana, anche dell’opinione umana. Questo è appunto il compito della scienza dello spirito, di tenere in considerazione le rivendicazioni di coscienza genuine e giustificate dell’umanità più moderna. Là non vi è per la scienza dello spirito nulla che sia un dogma concluso, ma là vi è appunto soltanto vera ricerca, illimitata da nulla, che tuttavia non retrocede né davanti al confine rispetto al mondo spirituale, né davanti al confine rispetto al mondo naturale, bensì è una ricerca che si serve delle forze umane di conoscenza che devono essere tirate fuori dalle profondità dello spirito umano, così come di quelle forze che ci vengono attraverso l’eredità ordinaria e l’educazione ordinaria.
Questa tendenza fondamentale della scienza dello spirito è naturalmente una spina negli occhi di coloro che sono costretti a insegnare verso uno scopo definito, dogmaticamente circoscritto. E là noi stiamo, nella misura in cui deve interessarci la nostra scienza dello spirito e nella misura in cui appartiene alle circostanze chiarificatrici che rendono possibile la presente lotta così falsa contro di noi, là noi stiamo di fronte a quel fatto che è tuttavia solo un risultato di quello che già nel 1864 con l’allora enciclica e il Sillabo cominciò, noi stiamo di fronte al fatto che l’intero clero cattolico, specialmente il clero insegnante, è stato indotto attraverso quel decreto papale del 1º settembre 1910 che incide così significativamente nella vita moderna e attraverso l’enciclica «Pascendi dominici gregis» a giurare il cosiddetto giuramento anti-modernista. Questo giuramento consiste nel fatto che ogni colui che dal pulpito o dalla cattedra come prete cattolico o teologo insegna, deve riconoscere che nessuna scienza in nessun modo potrebbe contraddire quello che, secondo la sua opinione, è fissato dogmaticamente come insegnamento dalla chiesa romana.
Cioè, oggi si ha a che fare con ogni insegnante o prete cattolico che parla dal pulpito con uno che ha giurato che tutta la verità che mai può trovare posto nell’umanità deve accordarsi con quello che come verità da Roma è reso noto. È stata un’importante agitazione quella che allora si diffuse attraverso il clero cattolico quando apparve questa enciclica. Poiché in tutto il mondo civile il clero in un certo modo era stato afferrato da quello stato d’animo che per gli inizi dell’ultimo terzo del 19º secolo vi ho caratterizzato. Vi erano certamente dei chierici che lavoravano per una certa libertà del cattolicesimo.
Ora, lo dico del tutto apertamente, che negli anni sessanta del 19º secolo in un gran numero di chierici cattolici vi erano germi presenti di uno sviluppo ulteriore del principio cattolico, che, se fosse sbocciato in una scienza libera, avrebbe potuto condurre nel senso più alto a una liberazione dell’umanità moderna. I più bei germi si trovavano appunto in quello che allora dal lato del clero cattolico su i più diversi campi era tentato. Tutto questo deve una volta essere ancora discusso qui fra noi in modo più dettagliato, deve essere documentato nei dettagli. Vi attiro l’attenzione in via introduttiva per la prima volta su questo, e appunto contro questo sforzo intra-cattolico si affermò quello che nel 1864 apparve come l’allora enciclica e il Sillabo. Allora cominciò quella lotta che ha trovato il suo provvisorio concludersi nel giuramento anti-modernista. Ed era, come posso dire, nell’inconscio di molte persone che stavano nel clero cattolico, anche ancora nel 1910 qualcosa di una rivolta interiore. Ma nella chiesa cattolica non vi è rivolta. Là si tratta del fatto che il principio: Quello che è dettato come insegnamento da Roma deve essere riconosciuto —, che questo principio sia completamente condotto.
E allora si tratta del fatto che coloro che dovevano continuare a insegnare, che dovevano contentarsi con quello che non avevano il coraggio di rinnegare, la libertà della scienza. La libertà della scienza era appunto sotto l’influsso di quello che era sorto all’inizio dell’ultimo terzo del 19º secolo diventata una parola d’ordine, che naturalmente anche nei cerchi liberali in molti casi era rimasta soltanto una parola d’ordine; ma era tuttavia una parola d’ordine, e neppure gli studiosi cattolici avevano il coraggio di dire, essi rompono con la libertà della scienza, essi non vogliono saperne della libertà della scienza. Essi avevano dunque l’incarico di fornire la prova che si può insegnare soltanto quello — lo dovevano giurare, affermarlo solennemente —, che da Roma viene riconosciuto come corretto insegnamento, e che in ciò consista la libertà della scienza.
Vorrei portarvi preliminarmente solo un piccolo esempio di tale prova con un paio di frasi che il teologo cattolico Weber a Friburgo in Brisgovia ha inserito nel suo libro «Teologia come scienza libera e i veri nemici della libertà scientifica». Là egli ha tentato completamente apertamente di provare che si può certamente essere obbligati attraverso formule di giuramento a insegnare soltanto pienamente quello che da Roma si incarica di insegnare, che si può però nondimeno rimanere uno scienziato libero. Dopo che ha esposto a lungo che la matematica sia pure qualcosa di dato e che perciò non si abolisca la libertà della scienza perché si è legati alla verità della matematica allorché si insegna, egli passa al tentativo di provare che non si abbandoni la libertà se si è costretti a insegnare quello che da Roma è dato come verità conforme. Una delle frasi è la seguente: «Per il fatto che lo studioso è legato per giuramento al contenuto della fede, non è legato a modi di spiegazione determinati e tentativi di giustificazione, così poco come il dovere giurato di presentarsi al suo reggimento a un tempo determinato toglie al soldato la libertà, se egli vuole raggiungere il suo obiettivo a piedi o in carrozza, in treno ordinario o in treno veloce. Perciò rimane lo studioso nonostante il giuramento libero nel suo incarico scientifico.»
Cioè, si è obbligati a insegnare un contenuto di insegnamento determinato. Si è obbligati a provare proprio questo contenuto. Come lo si fa, in questo si è liberi. Si è così liberi come un soldato che ha giurato di presentarsi al suo reggimento a un momento determinato, che può allora andare a piedi o in carrozza, in treno ordinario o in treno veloce. Ci si deve rappresentare allora come deve sembrare questo a piedi o in carrozza, in treno ordinario o in treno veloce. Deve in ogni caso sembrare che si arrivi al reggimento. Non polemicco, esprimo soltanto un fatto storico.
A questa intera evoluzione storica sta alla base qualcosa di completamente determinato: che nel corso degli ultimi secoli quello che ho caratterizzato per questo momento all’inizio dell’ultimo terzo del 19º secolo si è preparato lentamente, che quello che era sorto come stato d’animo negli ampi cerchi del mondo colto e che era così promettente, ora si è addormentato, che le anime ne dormono. Vi è il fatto che coloro che allora ancora avevano condiviso questo stato d’animo, ora appartengono ai più anziani, ai vecchi liberali navigati, che specialmente la gioventù negli ultimi decenni è stata tenuta così che ha dormito i bisogni più importanti dell’umanità. Perciò deve appunto oggi l’appello essere rivolto alla gioventù, che essa lo faccia diversamente, se il declino non deve continuare oltre come l’hanno fatto coloro che sono cresciuti negli ultimi decenni.
Poteva diventare liberale la generazione dei sessanta del 19º secolo, poteva educare liberalmente non poteva. Per questo appartiene un completamente diverso superamento del concetto di miracolo di quello che la scienza della natura ha fornito. Per questo appartiene il superamento attraverso lo spirito e non attraverso l’ordinamento naturale meccanico. Ma mentre nel fondamento, come potremmo dire, come un sogno questo stato d’animo è venuto sull’umanità più recente, rimasero svegli coloro che volevano lavorare contro questo stato d’animo, e da coscienza consapevole è nato un tal cosa come l’enciclica e il Sillabo dell’anno 1864 con i suoi ottanta «errori» che vengono elencati che tutti un cattolico non debba credere. In questi ottanta «errori» sta propriamente tutto quello che significa concezione del mondo moderna.
E nuovamente il necessario e da piena coscienza consapevole nato ultimo compimento è l’enciclica dell’anno 1907 che allora ha condotto al giuramento anti-modernista. Non si era svegli solo dal scorso ultimo terzo del 19º secolo, si era svegli da tempo molto più lungo. Si è lavorato in modo fondamentale, energico e intenso e il lavoro che è stato compiuto, lo designerei come la concentrazione di tutto il cattolico verso Roma: l’oppressione entro il cattolicesimo di tutto quello che doveva togliere libertà alla chiesa più libera — poiché per sua essenza la chiesa cattolica può essere la più libera —.
Sarete forse sorpresi che io dica che la chiesa cattolica può essere la più libera. Ebbene, ritorniamo un poco dalla nostra libertà consapevole al 13º secolo, di cui ci siamo recentemente intrattenuti in conferenze pubbliche. Là desidero appunto portarvi un documento da questo 13º secolo, dove il cattolicesimo in Europa era nella piena fioritura. Là si trattava del fatto che uno dei fondatori della alta scolastica, Alberto Magno, doveva essere nominato da Roma a vescovo di Ratisbona. Oggi nella chiesa cattolica non ci si può immagina naturalmente nulla di diverso, se non che per un domenicano che fino a allora aveva fondato la sua fama soltanto attraverso numerosi importanti scritti dotti e attraverso una giusta vita che si compiva entro il suo ordine, una tale elevazione della sua dignità sia una cosa enorme, essere nominato a vescovo di uno dei primi diocesi. Poiché oggi la chiesa cattolica è un organismo compatto. È diventato così per il fatto che è stato rimodellato nel senso assolutistico. — Il generale dell’ordine diresse dunque a Alberto Magno una lettera, allorché Alberto Magno doveva essere nominato a vescovo di Ratisbona, e questa lettera ha all’incirca il seguente contenuto: Il generale dell’ordine supplica Alberto Magno, di non accettare la diocesi, di non recare questo difetto alla sua fama e a quella del suo ordine. Non dovrebbe seguire il desiderio della curia romana, dove non si prendono le cose così seriamente. Tutto il beneficio che aveva finora recato attraverso la sua pia vita e i suoi scritti, sarebbe messo in questione se divenisse vescovo e finisse nell’intrigo di quegli affari che dovrebbe svolgere come vescovo. Non dovrebbe mettere il suo ordine in profonda tristezza.
Allora vi erano voci entro la chiesa che così parlavano. Allora la chiesa cattolica non era una massa compatta. Allora vi era entro la chiesa la possibilità di essere messo in profonda tristezza allorché qualcuno fosse prescelto a un ufficio, del quale sapeva che alla sua assegnazione Roma non lo prendeva particolarmente seriamente. Nelle biografie di Tommaso d’Aquino trovate sempre nuovamente indicato che rifiutò la dignità di cardinale. Vi porto oggi qualcosa dei veri motivi per cui questo è così. Poiché trovate sempre nelle biografie solo la frase che rifiutò la dignità di cardinale. Non è neanche facile adurre i motivi allorché nello stesso tempo si fa di Tommaso d’Aquino il filosofo ufficiale della chiesa.
Una frase da quella lettera del generale dell’ordine dei domenicani a Alberto Magno vorrei appunto leggervi tradotta letteralmente: «Preferirei ascoltare che il mio caro figlio fosse nel sepolcro piuttosto che sulla cattedra vescovile di Ratisbona». Non basta parlare soltanto del medioevo oscuro e dei tempi nei quali viviamo e nei quali si è arrivati così meravigliosamente lontano, bensì si tratta del fatto che se si vogliono giudicare le cose entro le quali viviamo, si conoscano alcuni fatti storici e si sappia come le cose si sono sviluppate nel tempo.
Sapete che nel fondo presso coloro che ci attaccano sta spesso il gesuitismo. Non è vero, dal lato dei gesuiti vennero inizialmente le più clamorose menzogne, come ad esempio quella che io stesso una volta fossi stato prete e fossi uscito dallo stato di prete — al quale colui che aveva mentito, non sapeva dopo alcuni anni dire nulla di diverso che: Questa ipotesi non si può più sostenere. — Nel parlamento austriaco una volta il deputato Walterskirchen gridò di fronte a un ministro: A chi una volta ha mentito non si crede, neppure se in seguito dice la verità. — Ma dietro queste cose sta il gesuitismo. Si può indicare molto di quello che cresce sul terreno del gesuitismo. Ma anche qui vorrei indicare in via introduttiva soltanto un fatto storico.
Un principio dei gesuiti è lealtà incondizionata verso il papa. Ebbene, nel 18º secolo vi era un papa che per tutti i tempi — espressamente per tutti i tempi — ha abolito irrevocabilmente l’ordine dei gesuiti. Se i gesuiti fossero rimasti fedeli al loro principio di lealtà e obbedienza verso il papa, allora non sarebbero naturalmente riapparsi di nuovo. Questa lealtà non l’hanno mostrata, bensì si sono rifugiati presso coloro in paesi dove c’erano sovrani che allora erano meno favorevoli a Roma e che hanno creduto che conservando i gesuiti facessero qualcosa di buono non per l’umanità ma per se stessi e la loro successione. Poiché salvato è stato l’ordine dei gesuiti attraverso due sovrani, cioè da Federico II di Prussia e da Caterina di Russia. In tutti i paesi romano-cattolici era riconosciuto come non legittimamente sussistente. I gesuiti lo devono oggi a Federico II di Prussia e a Caterina di Russia che potessero allora sussistere nel periodo in cui erano perseguitati da Roma.
Non polemicco, racconto soltanto fatti storici. Ma questi fatti storici non sono noti agli ampi cerchi, ed è necessario che questi fatti storici siano considerati, poiché non può trattarsi oltre del fatto che noi siamo settari e ci circundiamo di un muro, bensì che si tratta unicamente e soltanto di guardare dentro a quello di cui siamo circondati e imparare a comprenderlo. Questo è veramente allora il nostro dovere se lo prendiamo seriamente e onestamente con il movimento nel quale pretendiamodistarvi.
Questo è il più grave e il più dannoso nel nostro tempo, che gli uomini si preoccupino così poco dei fatti, che non vogliano entrare nel modo e la maniera in cui sono sorte le cose da cui è sorto quello che ora specialmente si alza contro di noi, di cui viene alimentato quello che ora si alza contro di noi. È diventato sempre più silenzioso riguardo a tali giudizi come sono stati espressi da quello stato d’animo che ho caratterizzato come quello dall’inizio dell’ultimo terzo del 19º secolo. Attualmente il tempo è caratterizzato dal fatto che si può dire: È straordinario quanto poco gli uomini effettivamente sanno quello che accade nel mondo. Poiché è stato fondamentalmente completamente dormito l’enciclica «Pascendi dominici gregis» dell’8 settembre 1907, attraverso la quale è stato richiesto ai chierici il giuramento anti-modernista. Voci come quelle che sarebbero certamente uscite da un tale uomo come era quel generale dell’ordine dei domenicani che avrebbe preferito sentire il suo caro figlio nel sepolcro piuttosto che sulla cattedra vescovile di Ratisbona, voci di tal specie non si fecero sentire; ma invece coloro che dichiararono che si potesse ancora rimanere uno scienziato libero se si giurasse che quello che si insegna si potesse provare per tutti i mezzi, indipendentemente dal fatto che tramite treno veloce o treno ordinario o in carrozza o a piedi. Quale logica deve compiere salti se tali prove devono essere condotte — ci si deve immaginare.
Si può anche provare, documentare, sufficientemente documentare. Ma la maggior parte degli uomini non si rende conto quale potenza risiede in quello che ora specialmente nella lotta contro di noi, che non abbiamo attaccato nessuno, si presenta, e di quale sentimento questo è. Non basta dire che le cose sono troppo stupide per entrare. Comunque, entro quello che viene affermato intorno a noi, vi sono due cose che sono dette rigorosamente. Voglio solo indicare che lo «Spectator» in questione di fronte all’accusa: quello di cui parla è stato preso da un libro, cioè dalla Cronaca dell’Akasha, e sia una consapevole falsità, poiché deve sapere che non può avere la Cronaca dell’Akasha nella sua biblioteca, si estrae così: «Innanzitutto una premessa. Nel nostro secondo articolo si è insinuato un errore di stampa: Akaska-Cronaca invece di Akasha-Cronaca, che il dott. Boos nota sorridendo. Egli sembra . Nello stesso punto c’è ancora un errore nella frase: per Apollinaris naturalmente Apollonio di Tyana dovrebbe stare al posto, che il dott. Boos ha trascurato — forse di proposito.»
Ebbene, che il compositore abbia lascito stare «Akaska-Cronaca», davvero non l’ho criticato, poiché può essere un errore di stampa; e persino questo voglio concedere, che una persona che sta su quel livello spirituale di cui questi articoli testimoniano, scriva invece di Apollonio «Apollinaris». Non gliene faccio neppure colpa che indichi fra le fonti da cui attingiamo anche quella designata col nome di Apollinaris. Ma deve essere designato come una vera falsità se qualcuno sostiene che la Cronaca dell’Akasha sia quello da cui l’antroposofia in modo ingiustificato come da un libro antico sia attinta. Ma come si estrae il signore da questo? Non dice neppure una volta che gliene possa essere stato mosso il rimprovero. Dice: «Essa è una segreta geheimschrift leggeraria» — la Cronaca dell’Akasha —, «che contiene le tracce imperitureche (?) di tutta la saggezza primordiale e gioca un ruolo simile come il libro oscuro Dzyan che la Signora Blavatsky dovrebbe aver trovato in una caverna del Tibet» e così via.
Egli rende così chiaro ai suoi greggi che possa parlare di questa Cronaca dell’Akasha come di qualcosa che una volta è stato scritto. Naturalmente i suoi lettori gli credono. Ma su due cose voglio indicare. L’una è questa: «Steiner si accredita come grande merito di aver ringiovanito il buddhismo e così lo ha arricchito aggiungendovi la dottrina della reincarnazione (rinascita dell’uomo) e il karma come specialità di Steiner.»
Naturalmente non è mai accaduto nulla di questo, e nessuna frase di quello che è stato pubblicato è vera, eccetto al massimo la sola e unica cosa che forse dà sempre un po’ di mal di testa a coloro che da questo stato d’animo scrivono; cioè dice: «Gli gnostici hanno anche eretto una dottrina della fede esoterica e hanno distinto fra gli uomini gli Hylikoi (gli ordinari uomini, la gran massa) e i Pneumatikoi (i teosofi), in cui risiede la pienezza dello spirito e perciò una conoscenza più alta (l’iniziazione). Essi si astennero dalla carne e dal vino.»
Questo «si astennero dalla carne e dal vino» è il solo che si può prendere rigorosamente come sta qui, ed è effettivamente qualcosa di spiacevole a molti, no. Ma questo stesso signore disse dunque poi inoltre: «Ma questo non è vero.» Cosa ne so io di ciò che non è vero? «Il buddhismo parla di trasmigrazione dell’anima, Steiner di reincarnazione. Entrambi sono la stessa cosa. Secondo questa teoria il Cristo non è altro che un Buddha reincarnato o un Buddha ritornato. Se si dice: Questo e quello si reincarna di nuovo o la vita terrena di questo e quello si ripete — questo viene fuori il medesimo. L’intera lunga argomentazione rivela la sofistica di Steiner e la sua pretesa .»
Vi prego di notare che qui in questa forma onesta accade proprio la peggiore falsità che possa accadere, e che a coloro che lo leggono viene tolta ogni possibilità di convincersi in qualche modo di ciò che è la verità. Finora in tutti questi lunghi articoli alle ventitré menzogne di cui il dott. Boos ha parlato nella sua risposta al primo attacco, non si è ancora entrato.
L’altra cosa è la seguente frase: «Questa via però non è falsa, bensì giusta.» Questo «Spectator» parla dapprima un completo nonsenso della volontà e poi dice: «Questa via però non è falsa, bensì giusta; perché le rivendicazioni di Cristo vanno verso la volontà. Lo stesso Cristo dice appunto:
Confrontate tutto quello che qui è portato per la confermazione di quello che da teologi moderni è stato sostenuto sulla teoria che qui sempre e sempre di nuovo è stata designata come un nonsenso — che si debba vedere in Gesù Cristo solo il «Saggio di Nazaret» — considerate tutto quello che da questo punto è stato detto contro questa teoria materialistica — e qui nella più stretta vicinanza si viene calunniati e quello contro il quale sempre ho combattuto è qui pubblicato come la confessione. Vi chiedo: Vi è ancora la possibilità di elevare le menzogne? Vi è ancora una strada più mendace di questa? Non basta semplicemente guardare alle stupidità di questo, poiché voi continuerete sempre più a sperimentare gli effetti reali di questa tattica. Perciò è necessario che qui davvero le cose non siano dormite, bensì che le cose siano seriamente considerate, poiché oggi non si tratta davvero delle questioni di una piccola comunità, bensì si tratta di una grande questione dell’umanità, e questa grande questione dell’umanità deve essere considerata.
Si tratta della questione della verità e della questione della menzogna. In queste cose deve farsi una serietà.
Sabato prossimo terrò da questo punto di vista una conferenza pubblica, senza polemica, soltanto storicamente, solo rappresentando il fatto storico di tutto quello che è preceduto e risultato dal comunicato papale del settembre 1907, l’enciclica «Pascendi dominici gregis».
Intendo proseguire oggi nelle considerazioni che sono state iniziate domenica scorsa; vorrei tuttavia tornare ancora una volta sulle poche parole che ho pronunciato domenica scorsa circa il giuramento antimodernista. Caratterizzai essenzialmente la natura di questo giuramento dicendo che da quel tempo ogni persona che ricopre una carica nell’insegnamento della Chiesa cattolico-romana, sia come teologo che come predicatore, deve prestare questo giuramento, questo giuramento che sostanzialmente afferma che chi sta all’interno dell’insegnamento cattolico non deve allontanarsi da ciò che viene riconosciuto dogmaticamente come verità dall’insegnamento della Chiesa cattolico-romana, cioè essenzialmente da ciò che è riconosciuto dalla curia romana.
Ora si tratta di porsi la domanda: cosa è veramente nuovo in questo giuramento antimodernista? Nuovo non è la confessione del predicatore cattolico o del teologo a ciò che costituisce il patrimonio dottrinale della Chiesa cattolico-romana — vi prego di considerare questo aspetto per primo —, bensì nuovo è che i soggetti in questione devono giurare, devono prestare un giuramento su ciò che appunto costituisce il patrimonio dottrinale della Chiesa cattolica. Vi prego di prendere in considerazione questo fatto e di collegarlo con ciò che segue: che si è verificato un prodigioso incremento di fatti storicamente efficaci all’interno della Chiesa cattolico-romana nel corso di poco più di mezzo secolo. La questione ha inizio con le dichiarazioni del dogma della Conceptio immaculata, e ha poi ricevuto un ulteriore incremento straordinariamente sottile e intelligente nell’enciclica e nel Sillabo dei sessanta, nei quali attraverso Pio IX ogni pensiero moderno è stato dichiarato eretico in ottanta articoli. Un ulteriore incremento significativo, di nuovo straordinariamente intelligente e storicamente coerente, si è poi verificato nella dichiarazione del dogma dell’infallibilità. Il passo interiormente straordinariamente coerente che è seguito è stata l’enciclica «Aeterni patris», quella enciclica che dichiarò la dottrina di Tommaso d’Aquino come la dottrina ufficiale del clero cattolico-romano. E il coronamento provvisorio di tutta la struttura è il giuramento antimodernista, che essenzialmente non è nient’altro che una trasposizione di ciò che intellettualmente era sempre presente nella sfera emotiva dell’uomo, nella sfera della volontà e del sentimento umani. Ciò che doveva sempre essere riconosciuto deve dal 1910 in poi essere anche giurato.
Chi comprende questo sviluppo drammatico grandioso non certamente lo giudicherà come alcunché di trascurabile, poiché esso rappresenta in certo qual modo da una certa prospettiva l’unica veglia entro la nostra cultura che dorme. Poiché, vede, vorrei davvero poter contare quante persone siano balzate come punte da una vipera quando hanno letto una certa proposizione nell’ultimo «Basler Vorwärts», una proposizione che illumina come un lampo l’intera situazione del presente. Ma vorrei sapere quante persone si siano balzate come punte da una vipera leggendo questa proposizione. La proposizione recita: «La religione, che rappresenta un riflesso fantastico nelle menti degli uomini circa i loro rapporti reciproci e verso la natura, è destinata alla rovina naturale attraverso la crescita e la vittoria della concezione scientifica, chiara, naturalistica della realtà, che si svilupperà parallelamente alla costruzione pianificata della nuova società.» Questa proposizione si trova in un articolo di fondo, in un’opera non ancora completamente pubblicata, su le misure di Lenin e Trotskij nei confronti della Chiesa cattolica russa, delle comunità religiose russe in generale. E nello stesso tempo questo articolo è programmatico per ciò che da quella parte viene considerato come obbiettivo futuro.
Vorrei designare come non insignificante il fatto che si può essere certi che coloro che, non essendo leninisti, leggono una tale proposizione, per la massima parte semplicemente la sorpassano senza balzare come se fossero stati punti da una vipera, poiché appunto mette in luce quanto profondamente l’umanità attuale cammini nel sonno riguardo ai fatti più importanti, che sono decisivi per la vita dell’umanità sulla terra. Naturalmente non si tratta di una singola proposizione di questo genere, bensì si tratta del fatto che quella parte che l’esprime ancora una volta la fa circolare da tutti i tetti perché i passeri la fischiamo. Che una concezione verrà, che si diffonderà nei più ampi strati della popolazione in Europa, una concezione che si esprimerà così: la religione, che rappresenta un riflesso fantastico nelle menti degli uomini circa i loro rapporti reciproci e verso la natura, è destinata alla rovina naturale — che una tale concezione verrà, l’umanità cosiddetta illuminata dei tempi moderni l’ha completamente perdormentata, e ancora oggi la dorme. Ma la Chiesa cattolico-romana veglia. La Chiesa cattolico-romana è fondamentalmente l’unica che veramente veglia e che sistematicamente controbatte ciò che sta sorgendo. Controbatte secondo il suo senso. Questo senso, già per noi è facile da comprendere, poiché vi ho spiegato molte cose riguardo ai complotti che vengono orchestrati da quella parte contro ciò che deve essere rappresentato qui in questo luogo. Nel frattempo tutto questo si è raccolto in varie nubi. L’ultimo fatto è che la società di affissione ha dovuto annunciarci che questa mattina al signore che voleva affiggere il manifesto del mio discorso della lezione di sabato a Reinach è stato strappato via e tutti i manifesti sono stati bruciati. Vedete, le cose procedono anche qui completamente sistematicamente.
Ciò che potevate leggere come una somma di pura falsità — vi ho caratterizzato le più grosse l’ultima volta — da parte di un uomo che spesso si nasconde dietro i cespugli e si caratterizza come «spettatore», questo circola già per tutta la stampa cattolica, e l’incendio dei manifesti certamente non ricorda più condizioni moderne.
Posi questa domanda al punto di partenza: perché oggi deve essere giurato ciò a cui prima i chierici della Chiesa cattolico-romana erano obbligati? Nessuno negherà che un tale fatto, che si debba giurare, rappresenti un rafforzamento nell’acquisizione esteriore di una cosa. Nessuno negherà neppure che, se ci si vede costretti a far giurare le persone, si presuppone che senza il giuramento non procederebbero con tale forza. Ma esiste anche un terzo aspetto del quale sarebbe meglio che dapprima vi rifletteste da soli. Poiché veramente, vi sono cose che per il momento non dovrebbero ancora essere nominate correttamente. Ma la domanda dovrebbe essere posta più o meno come una controquestione: la fiducia in una cosa non deve essere già scossa quando si richiede un giuramento per essa? Può veramente esistere in fondo la possibilità di estorcere a qualcuno un giuramento per la verità? Può esistere una tale possibilità? Non è forse necessario presumere che ciò che è vero si garantisca nella anima dell’uomo mediante la sua stessa forza? Forse non è neppure così importante chiedersi se quel giuramento è moralmente giusto o se è buono, o se è utile, bensì è forse storicamente più importante chiedersi se questo giuramento e perché è divenuto necessario. Tuttavia, di fronte a questo, certamente qualcos’altro è necessario. Necessario è che un certo numero di persone senta che senza la scienza dello spirito sull’Europa deve inevitabilmente venire il risultato della disposizione che appunto si esprime nelle parole: «La religione, che rappresenta un riflesso fantastico nelle menti degli uomini circa i loro rapporti reciproci e verso la natura, è destinata alla rovina naturale attraverso la crescita e la vittoria della concezione scientifica, chiara, naturalistica della realtà, che si svilupperà parallelamente alla costruzione pianificata della nuova società.» Cosa viene rappresentato qui come ciò mediante il quale l’antica religione, come sempre, è destinata alla rovina? Ebbene, è ciò che da tre o quattro secoli è insegnato nelle istituzioni didattiche dell’umanità civilizzata come la nuova scienza illuministica, come la cosiddetta scienza oggettiva. Ciò che è stato insegnato, che è stato amministrato dagli uomini civili che guidano, il proletariato dell’umanità civilizzata lo ha assunto come convinzione. Ciò che gli insegnanti delle università, dei ginnasi fino nelle scuole elementari hanno portato nelle anime degli uomini, questo emerge attraverso Lenin e Trotskij. E nient’altro emerge se non ciò che è insegnato nelle istituzioni dell’umanità civilizzata.
Oggi esiste un’antitesi a cui si dovrebbe guardare con animo imparziale. Questa antitesi è la seguente: cosa si deve innanzitutto fare se si vuole che i frutti di Lenin e Trotskij non si diffondano su tutta l’umanità civilizzata? Si deve fare che non si insegni più ai bambini, che non si insegni più ai giovani, ciò che fino al ventesimo secolo è stato insegnato ai giovani dalle nostre università, scuole medie e elementari. Questa antitesi è valida. Questa antitesi richiede coraggio. Poiché non si vuol avere questo coraggio, si dorme. Questo è il motivo per cui si deve dire: chiunque legga una tale manifestazione, anche se gli si presenta in poche righe di un articolo di fondo, dovrebbe balzare come punto da una vipera, poiché è come se l’intera situazione culturale del presente fosse illuminata dal lampo.
Cosa vuole la scienza dello spirito con tutti i suoi dettagli più concreti di fronte a questa situazione? Ebbene, se devo caratterizzare cosa vuole la scienza dello spirito, devo dire quanto segue: la Chiesa cattolico-romana rappresenta come un corpo grandioso ciò che era il ramo appassito della civiltà del quarto periodo postatlantico. È rigorosamente dimostrabile in tutti i dettagli che la Chiesa cattolico-romana rappresenta l’ultimo ramo di ciò che è già divenuto anche ombra di ciò che era civiltà legittima del quarto periodo postatlantico, civiltà legittima fino alla metà del quindicesimo secolo. Naturalmente annunci di frutti posteriori dello sviluppo umano giungono prima, rami anteriori si protendono ancora in tempi posteriori; ma essenzialmente è così, che la Chiesa cattolico-romana rappresenta ciò che fino alla metà del quindicesimo secolo doveva essere rappresentato per l’Europa e le sue colonie.
La scienza dello spirito, come la concepiamo, deve afferrare ciò che ora è necessario come cultura postatlantica del quinto periodo. La Chiesa cattolico-romana rappresenta in una somma di dogmi come un edificio, che per vero è appassito, ma che rimane ancora un cadavere, qualcosa che interiormente in una logica ben articolata è coerente, è coerente in una logica di realtà. E contenuto in questo edificio è lo spirito di un’epoca passata; ma lo spirito è in esso. Come lo spirito è in esso, penso sia stato mostrato attraverso le lezioni che ho tenuto qui sul tomismo. Spirito era in quegli insegnamenti, nei dogmi della Chiesa cattolico-romana, spirito che era stato contemplato da quei grandi, i cui ultimi epigoni apparvero in Plotino, in Porfirio, Giamblico e così via, e con i quali ancora Agostino, per così dire, in un modo interessante lotta e si confronta.
Ciò che come filosofia, come scienza, come opinione pubblica, come concezione del mondo si è rivelato in gran parte nella civiltà moderna dal sedicesimo secolo in poi, al di fuori della Chiesa cattolico-romana, è senza spirito. Poiché lo spirito del quinto periodo postatlantico inizia solo con tali principi come compaiono presso Lessing e Goethe. Poiché vuole che ciò che la direzione naturalistico-scientifica — a partire da Copernico, Galilei e Keplero — poteva fornire senza spirito, da cui Darwin, Huxley e così via hanno completamente soffiato via lo spirito, vuole che sia pervaso di spirito. E la scienza dello spirito vuole portare il spirito a rivelazione, quale deve essere il spirito del quinto periodo postatlantico.
Un’istituzione che era permeata da un certo spirito come sua anima, come istituzione, se si conserva, può solo combattere per il passato. Richiedere alla Chiesa cattolica di combattere per il futuro sarebbe una follia. Poiché non può la medesima istituzione che ha portato lo spirito del quarto periodo postatlantico portare quello del quinto. Ciò che è divenuta la configurazione della Chiesa cattolica, ciò che si è diffuso sul mondo civilizzato come la configurazione della Chiesa cattolica — e molto più di quanto le persone credono, era presente la configurazione della Chiesa cattolica per tutta la civiltà; le monarchie erano assolutamente, anche se protestanti, per la loro struttura istituzioni latin-cattoliche —, tutto ciò che si è diffuso sul mondo, che ha, per così dire, la sua altra forma di manifestazione nel diritto romano e in tutta l’astrazione latina, appartiene al quarto periodo postatlantico. Questo richiede che gli uomini siano organizzati secondo principi astratti, e che certe disposizioni gerarchiche siano alla base di questa organizzazione. Ciò che come lo spirito, come lo coltiviamo attraverso la scienza dello spirito, deve venire al quinto periodo postatlantico, non richiede una tale struttura fissa, organizzata secondo principi astratti, bensì richiede un tale comportamento degli uomini reciprocamente, come è caratterizzato come individualismo etico nella mia «Filosofia della libertà». Ciò che appare come l’aspetto etico sta nello stesso contrasto con la struttura sociale, con l’ordinamento sociale richiesto dalla Chiesa cattolico-romana, come in definitiva la scienza dello spirito sta con ciò che è la teologia cattolico-romana.
La scienza dello spirito veramente non era predisposta ad apparire come alcuna forza bellicosa. Era solo predisposta a dire ciò che si le rivelò come verità. E chiunque volesse seguire tutto ciò che abbiamo perseguito, dovrà dirsi: mai, assolutamente mai da parte mia è avvenuto nulla di aggressivo. — Si è sempre dovuto solo assumere la difesa contro gli attacchi che venivano da fuori, e questo è l’aspetto essenziale che importa oggi. Ma che ciò che la scienza dello spirito deve annunciare, che questo deve effettivamente essere detto, questo è semplicemente, evidentemente una richiesta del tempo. Ma si deve solo considerare che certamente la civiltà moderna dorme, e Roma veglia. E che Roma veglia, lo mostra il dramma grandioso che giace nei fatti: fissazione del dogma della Conceptio immaculata, apparizione dell’enciclica del 1864 con il Sillabo, con la condanna degli ottanta verità moderne, dichiarazione dell’infallibilità, dichiarazione di Tommaso d’Aquino come filosofo ufficiale del clero cattolico e per l’insegnamento cattolico, giuramento antimodernista.
Considerate, di fronte al darwinismo che emerge, di fronte al naturalismo che emerge negli anni cinquanta, si fissa qualcosa che certo può essere intesa solo dalle esigenze spirituali del quarto periodo postatlantico, ma qualcosa che è il guanto di sfida lanciato contro tutto questo materialismo emergente. Il resto del mondo lascia venire il materialismo e al massimo ciarla contro di esso con parole Euckeniane. Roma stabilisce un dogma della Conceptio immaculata, che dice esattamente: naturalmente nessuno può accettare la Conceptio immaculata se abbraccia il darwinismo. Così stabiliamo un muro di separazione netto. — Non passa più di un decennio: ciò che emerge, certo inizialmente come forma senza spirito della nuova concezione del mondo, è dannato dal Sillabo. Già la sola proclamazione del dogma della Conceptio immaculata spezzò con tutte le tradizioni dello sviluppo precedente della Chiesa cattolica. In cosa consisteva la proclamazione di un dogma da un concilio nei tempi precedenti all’interno della Chiesa cattolico-romana? Una condizione fondamentale primaria per la proclamazione di un dogma era questa — narro, non critico —, che i padri interessati, che erano riuniti nel concilio nel quale il dogma viene proclamato, fossero illuminati dallo Spirito Santo, così che in realtà il creatore del dogma era lo Spirito Santo. Si trattava tuttavia di riconoscere per gli uomini che lo Spirito Santo era veramente l’ispiratore del dogma da proclamare. In cosa lo si riconosceva, come si riconosceva? Lo si riconosceva dal fatto che ciò che attraverso un concilio doveva essere proclamato come dogma, era già opinione dell’intera Chiesa cattolica. La Conceptio immaculata non era così, e fu rotto il principio della Chiesa cattolica che richiedeva che solo ciò divenisse dogma per cui i fedeli avevano già precedentemente mostrato inclinazione. Certo, con le nuove proclamazioni di dogmi si viveva già dentro ciò che si svolgeva nel quinto periodo postatlantico, e non era più così facile come nel medio evo antico preparare i fedeli, così che tra loro si stabilisse una determinazione comune come dogma, che potesse poi essere fissato.
Ma ora fu bene preparato, e le preparazioni che furono condotte, affinché si potessero lasciar andare le ultime rivelazioni, le preliminari ultime rivelazioni, ciò che poteva essere innanzitutto liberato, giacciono veramente già nel corso degli ultimi tre o quattro secoli. Anche qui la Chiesa cattolico-romana ha già vegliato. E se vi ricordate quando l’ordine dei Gesuiti fu fondato, potrete facilmente trarre la conclusione che la fondazione dell’ordine dei Gesuiti essenzialmente è collegata al fatto che si cercava di creare qualcosa che superasse più facilmente le difficoltà dell’elaborazione dei fedeli nei tempi moderni e che potesse in corrispondenza fare i conti con queste difficoltà.
Questo dovrebbe essere visto con una certa attenzione, come le cose si sono svolte. Narro, non critico; ma vorrei comunque raccontare che il 1574 è l’anno in cui la cittadinanza di Lucerna stessa richiedeva il gesuitism. Vorrei comunque segnalare che a Friburgo era Canisio, lo studente diretto di Ignazio di Loyola, che stesso ha istituito il collegio gesuita a Friburgo nel 1580, che poi ha fondato la sua colonia a Soletta. Vorrei anche raccontare che dopo la soppressione dell’ordine dei Gesuiti da parte di Clemente XIV, naturalmente i Gesuiti dovevano scomparire anche dalla Svizzera, poiché si propagavano solo nei paesi di Federico II di Prussia e dell’imperatrice Caterina di Russia. A loro l’ordine dei Gesuiti deve la sua continuità. L’ho già menzionato poco fa. Ma in questo singolare interregno che esisteva tra la soppressione dell’ordine dei Gesuiti da parte del papa Clemente XIV nel 1773 e il ripristino da parte di Pio VII nel 1814, accade qualcosa di straordinario con l’ordine dei Gesuiti, poiché in questo periodo l’istituzione a Sitten, per esempio, naturalmente rimase, che fino ad allora era stata diretta da Gesuiti, e gli stessi insegnanti erano anche rimasti per la maggior parte; solo che questi insegnanti fino al 1773 erano Gesuiti e dal 1773 in poi non erano più Gesuiti, ma si parlava allora di «Padri della Fede» che insegnassero negli istituti didattici interessati. Per questo non era particolarmente meraviglioso che nel 1814 a Briga, nel 1818 a Friburgo, nel 1836 a Sciaffusa, nel 1844 a Lucerna le colonie gesuitiche fossero nuovamente erette, dopo che Pio VII aveva annullato il decreto di Clemente XIV nel 1814.
Non mi spetta criticare queste cose, ma vorrei narrarle. Vorrei raccontare tuttavia qualcos’altro. Dalle mie esposizioni vedete che dal 21 luglio 1773, quando da Clemente XIV apparve la bolla «Dominus ac redemptor noster», l’ordine dei Gesuiti fu ufficialmente soppresso, fino a quando Pio VII nel 1814 attraverso la bolla «Sollicitudo omnium» emanò il decreto. Ora esiste qualcosa di straordinario. Esistono le memorie di un uomo che si chiama Cordara e che era gesuita, che ha partecipato a tutto ciò che poteva essere partecipato dentro l’ordine dei Gesuiti. Dalle sue «Memorie» risulta che non era un uomo miope come per esempio Hoensbroech, poiché ciò che Hoensbroech scrive non ha significato, così poco come quando parla di esso. Poiché naturalmente, i Gesuiti sono intelligenti, e Hoensbroech straordinariamente sciocco. Così non si tratta del fatto che oggi si accettino semplicemente quelle cose in modo assonnato, bensì che si sia in grado di distinguere, soprattutto oggi, il significativo dall’insignificante. Vorrei solo sottolineare dalle «Memorie» di Cordara che dice che è davvero molto strano che l’ordine dei Gesuiti potesse essere soppresso dal papa Clemente, poiché il papa Clemente avrebbe davvero amato molto i Gesuiti, e sarebbe stato davvero un uomo straordinariamente tollerante, e non sarebbe stato neppure un uomo stupido. Così questo Cordara attesta al papa Clemente il migliore giudizio. Sono quasi inni di lode quelli che il gesuita Cordara esprime a Clemente XIV nonostante la soppressione dell’ordine dei Gesuiti. Perciò il gesuita naturalmente si domanda, come fu possibile che questo papa benevolo dovesse sopprimere l’ordine dei Gesuiti. Allora si deve chiedersi, dice Cordara, quali intenzioni la divina saggezza aveva con la soppressione dell’ordine dei Gesuiti, che l’ha permessa. Ora Cordara è certo un gesuita, ma in realtà un uomo che da parte dell’ordine dei Gesuiti ha anche imparato a pensare in maniera logicamente ordinata, e perciò non si chiede solo astrattamente, bensì molto concretamente. Allora dice: dobbiamo certamente cercare ciò che dentro l’ordine dei Gesuiti stesso potrebbe essere, di cui siamo responsabili. — Allora dice: trovo che davvero siamo andati in una maniera singolare per quanto riguarda la morale. Riguardo a tutto ciò che per esempio riguarda l’impurità o simili, siamo molto severi, non si può dire altro — dice Cordara —, ma siamo così negligenti riguardo a tutto ciò che concerne la calunnia, le diffamazioni e gli insulti. — Cordara dice appunto che Dio ha permesso la soppressione dell’ordine dei Gesuiti dal papa Clemente XIV probabilmente perché dentro l’ordine dei Gesuiti si era gradualmente insinuato un certo vizio, calunnie, diffamazioni e insulti. — Non vorrei criticare questa cosa, ma solo narrarla. Vorrei solo aggiungere che il gesuita Cordara dice: uno dei nostri principali difetti è anche l’arroganza, per la quale consideriamo tutti gli altri ordini come insignificanti, come indegni, e tutti i sacerdoti secolari come indegni.
Se si raccoglie insieme ciò che in queste «Memorie» non è fatto come rimproveri ai Gesuiti, bensì come mea culpa, come una sorta di esame di coscienza da parte di un gesuita, si trova: primo, aspirazione al potere politico; secondo, orgoglio, arroganza; terzo, disprezzo degli altri ordini e dei sacerdoti secolari; quarto, accumulo di ricchezze. Ma se gradualmente si sa cosa significa mantenere in vita verità appassite attraverso il potere, allora si può fare non di meglio che lasciare preparare il mantenimento di queste verità attraverso un tale ordine. La Chiesa cattolico-romana sapeva molto bene in Pio VII, quello che faceva, quando ripagava il debito di gratitudine della storia mondiale, che poteva essere ripagato solo verso il re di Prussia Federico II — che era morto — e verso l’imperatrice Caterina di Russia — che era morta —, che questo debito di gratitudine fosse ripagato ripristinando nuovamente l’ordine dei Gesuiti. E tra coloro che qui in Svizzera come primo, come i cosiddetti Gesuiti stranieri insegnarono nuovamente, molti erano tra coloro che erano stati allevati da Caterina, che erano tornati dalla Russia verso la Svizzera. Vi prego, leggete tutte queste cose negli appropriati documenti.
Ora si tratta del fatto che si può vedere che bene vegliante fu preparato ciò che si prevedeva sarebbe stato necessario; e che si procedette oltre, che si indicò tutto ciò che emergeva nel momento giusto, finché rimase senza spirito, dopo che durante quattro secoli ci si era sforzati di estrarre lo spirito, finché l’umanità altrimenti rimase nel sonno. Si trattava di effettuare ciò che poi è stato effettuato nel 1864 con l’enciclica di allora e il Sillabo.
Se già la proclamazione del dogma della Conceptio immaculata era una rottura con tutte le usanze della Chiesa cattolico-romana precedente, così era naturalmente molto di più ciò che fu stabilito con il dogma dell’infallibilità. Poiché ora era certamente necessario tutto l’acume della logica ben coltivata dalla Chiesa cattolica al fine di poter giustificare che il papa è infallibile, dopo che nel 1773 Clemente XIV aveva soppresso l’ordine dei Gesuiti, e il suo successore Pio VII nel 1814 l’aveva nuovamente istituito. Si potrebbe fornire un numero considerevole di tali cose. Ma si trattava del fatto che si usasse la logica che era ben coltivata al fine di produrre contorni concettuali. Si trattava di produrre un contorno concettuale per ciò che potesse giustificare l’infallibilità. Solo ciò che il papa non dice come opinione privata, ma ciò che dice «ex cathedra», è considerato infallibile. Ora non era, vero, necessario decidere se Clemente XIV, Pio VII fossero infallibili, bensì se Clemente XIV o Pio VII parlassero ex cathedra o privatamente. Clemente XIV deve aver parlato privatamente quando soppresse l’ordine dei Gesuiti, e Pio VII deve aver parlato ex cathedra quando lo ripristinò, vero! Ma il dato di fatto è che il papa non dice mai se parla ex cathedra o se parla privatamente. Non l’ha mai detto. Si deve dire che presenta difficoltà distinguere nel dettaglio se qualcosa è soggetto al dogma dell’infallibilità o no. Ma comunque, il dogma dell’infallibilità è lì. Con ciò si era fatto un buon tratto nei confronti di tutto ciò che potrebbe venire come la cultura elementare del quinto periodo postatlantico. Ma ora era necessario anche trarre le conseguenze. Questo l’ha fatto il papa molto perspicace, per quanto riguarda la sua intelligenza grandioso Leone XIII, in quanto volle che il tomismo fosse ripreso nella maniera come il tomismo era ancora nel quarto periodo postatlantico. Era necessaria quella filosofia che è grandiosa, ma grandiosa per il periodo precedente. Poiché naturalmente è oggettivamente così, che tutto ciò che in seguito è comparso come filosofia è più piccolo di fronte a ciò che era nella Scolastica alta come filosofia; ma ciò che è piccolo è appena un inizio, e ciò che era nella Scolastica alta era un compimento.
Ora si deve considerare che l’umanità vuole progredire, e perciò accadde che veramente, sia attraverso la ricerca naturalistico-scientifica che storica, tra i chierici cattolici iniziarono ad emergere cose straordinarie. Era già necessario, per mantenere in piedi ciò che dell’agostinismo è nel clero cattolico, intraprendere misure forti. Da cui lo giuramento antimodernista.
Contro tutto questo non si può nulla dire, se viene perseguito come impulsi liberi di qualche comunità. Ma se nel 1867, quando i Gesuiti furono nuovamente ammessi a Monaco, un predicatore gesuita nel suo primo sermone ha detto che le regole degli ordini proibirebbero ai Gesuiti di immischiarsi nella politica, così che quindi nessun gesuita dovrebbe mai immischiarsi nella politica, tuttavia mi sembra che l’umanità moderna nei suoi ampi strati non sia veramente disposta a crederlo, e sarà diverso!
Ciò di cui si tratta è fondamentalmente questo: in realtà tutti coloro che prendono veramente sul serio la conoscenza, il progresso, la bontà dell’umanità, dovrebbero impegnarsi per la triarticolazione dell’organismo sociale. Poiché quanto poco le misure politiche contro la Chiesa cattolico-romana riescono a realizzare, lo prova il corso della cosiddetta lotta culturale tedesca. Ma quello di cui principalmente si tratta è che procede così lentamente la comprensione di ciò che, come conseguenza necessaria degli sforzi della scienza dello spirito, deve entrare nel mondo come l’impulso per la triarticolazione dell’organismo sociale.
Questo è ciò che abbiamo bisogno, che esista una comprensione consapevole dei fenomeni del presente.
Con questo ho affrontato un tema che veramente non avrei affrontato se attorno a noi non accadesse tutto ciò che accade e continuerà ad accadere. Sapete, parlerò qui pubblicamente sabato sul tema: «La verità sull’antroposofia e la sua difesa contro la menzogna»; ma non posso fare a meno di dirvi ancora domenica qualcosa come continuazione di ciò che oggi non sono nella posizione di dire, così che dovremo trovarci ancora domenica alle sette e mezzo, nonostante dovremo viaggiare lunedì. Ma in questo tempo agitato non può andare diversamente. Sabato quindi c’è la lezione pubblica qui — nonostante l’incendio dei manifesti! —
Da tutto ciò che è passato attraverso le lezioni — posso quasi dire degli anni —, avrete notato che per lo sviluppo dell’umanità tanto in senso spirituale che sociale, sarà sempre più necessario che all’interno di questa umanità si diffonda ciò che nel senso della nostra scienza dello spirito chiamiamo i risultati della ricerca iniziatica. Sapete che, usando un termine antico, un’espressione antica, per iniziazione si può intendere lo sguardo nella mondo spirituale, in quel mondo che è separato dal nostro mondo fisico-sensibile attraverso una sorta di velo, un velo che molto facilmente può condurre a illusioni. All’uomo è innanzitutto dato il mondo fisico-sensibile, e si occupa di questo mondo fisico-sensibile sia al fine della vita ordinaria che allo scopo di quello che oggi si chiama scienza. Combina ciò che percepisce nel mondo sensibile attraverso vari concetti, idee e così via. Tutto questo non lo conduce oltre questo mondo sensibile. Si può dire che l’unica cosa attraverso la quale nella vita ordinaria l’uomo guarda oltre questo mondo sensibile è il sogno. Ma il sogno, come oggi è sperimentato nella vita ordinaria, è solo una debole imitazione di ciò che si può chiamare l’esperienza del mondo soprasensibile. Il mondo soprasensibile non solo deve essere percepito con lo stesso grado di consapevolezza che si ha nella vita ordinaria, e che non si ha nel sogno, bensì deve essere percepito persino con un grado superiore di consapevolezza. Si deve, per così dire, per sperimentare il mondo sovrafisico, aumentare la propria consapevolezza, arrivare a uno stato tale che la vita ordinaria, la consapevolezza ordinaria si rapporti come il sonno a questa consapevolezza ordinaria, o almeno come il sogno a questa consapevolezza ordinaria. Deve dunque verificarsi una sorta di risveglio dalla consapevolezza ordinaria. Perciò il sogno è naturalmente solo un debole riflesso di ciò che viene sperimentato. Ma fondamentalmente il sogno si distingue dal pensiero ordinario molto meno di quanto si creda.
Se avvertite il mondo di immagini di un sogno ordinario, esso è essenzialmente nella sua sostanza lo stesso di ciò che giace anche nel pensiero, solo che nel pensiero l’uomo attraverso i suoi sensi entra nel mondo esterno e perciò ciò che nel sogno si ordina secondo sole analogie, secondo legami molto esteriori, si ordina quando si osserva il mondo sensibile esteriore secondo ciò che questo mondo sensibile ci dice. Potete per così dire vedere una prova di ciò che è stato appena affermato nel fatto che, se vi sedete e chiudete gli occhi, o semplicemente siete pigri, lasciate vagare i pensieri e poi vi ricordate come questi pensieri hanno vagato, che in questi pensieri che successivamente vi richiamate alla mente, difficilmente troverete una coerenza diversa da quella che avviene nel sogno. Il rappresentare ordinario, abbandonato a se stesso, è in certo senso nella sua regolarità interna una sorta di sogno. Siamo strappati dal sognare solo dai nostri sensi. E non appena taciteamo i sensi, sognamo effettivamente. Questa attività onirica deve essere resa intensiva; deve essere resa in modo tale che sia permeata di una consapevolezza superiore a quella che i nostri sensi ci conferiscono. Allora sorge appunto la consapevolezza immaginativa, e così gradualmente anche la consapevolezza ispirata, di cui nel mio discorso pubblico di ieri ho detto che è riconosciuta anche dal tomismo come una fonte legittima di conoscenza.
Abbiamo quindi nella scienza iniziatica i risultati di tale stato di consapevolezza elevato. Ciò che nella presente evoluzione dell’umanità e in quella del prossimo futuro crea difficoltà è che questa umanità avrà assolutamente bisogno della scienza iniziatica, che non potrà farne a meno, perché semplicemente, se solo la conoscenza materialistica, come si è sviluppata nel corso degli ultimi tre o quattro secoli, continuerà a fluire attraverso lo sviluppo dell’umanità, non potrebbe uscirne se non stati, sempre di nuovo e di nuovo interrotti solo da brevi intervalli, come quelli che abbiamo nel caos sociale attuale del mondo civilizzato. Ciò che la scienza dal centro del quindicesimo secolo ha potuto dare agli uomini è certo sufficiente per fare invenzioni tecniche, per coprire la terra con una rete di traffico e commerciale, ma non è sufficiente per creare un vero ordinamento sociale che corrisponda agli attuali stati di consapevolezza dell’umanità. Questo è qualcosa che gradualmente dovrà essere compreso. Finché verrà rifiutato ciò che è scienza universitaria riconosciuta, finché sarà respinta la scienza iniziatica, finché sarà riconosciuta solo la scienza esteriore materialistica, che oggi è una scienza riconosciuta — l’umanità dovrà sempre essere preparata per tali stati sociali caotici come ora abbiamo.
Solo la scienza iniziatica salverà l’umanità del futuro da tali stati sociali caotici. Questa scienza iniziatica — l’ho già menzionato spesso — darà innanzitutto alle persone a cui può raggiungerle una consapevolezza del fatto che questa vita qui sulla terra, che intraprendiamo attraverso la nostra nascita, è la continuazione di una vita spirituale che abbiamo vissuto tra l’ultima morte e questa nascita nel mondo soprasensibile. Sapete che dei presenti confessioni del mondo civilizzato non si parla affatto di questa vita spirituale che precede la nostra nascita, o per così dire la nostra concezione. Non si parla per una ragione molto specifica. Perché non si parla di una vita prima della nascita? Non se ne parla perché in un certo punto del tempo, che coincide con lo sviluppo greco tra Platone e Aristotele, perché in questo periodo dell’umanità la consapevolezza di questa vita spirituale prenatale è andata perduta. Platone ne parla chiaramente. Ma Aristotele ha già sostenuto in maniera molto energica la teoria che ogni volta che un uomo nasce, riceve un’anima completamente nuova insieme al suo corpo fisico. Per ogni uomo fisicamente portato in essere nasce una nuova anima; questa è l’insegnamento aristotelico. Così inizia la vera vita psichica, anche la vita psichica più alta, secondo Aristotele con la nascita dell’uomo. Se si ha una tale concezione, allora non si può se non dire naturalmente che quella vita che inizia con la morte, che l’uomo inizia gettando via il suo corpo fisico, e di cui anche Aristotele parla, che questa vita continua, che questa vita non scende di nuovo a una vita terrena. Poiché se non si parla di una vita prenatale, non ha naturalmente alcuna giustificazione il credere che l’uomo non debba restare eternamente dopo la morte in un mondo spirituale. Ma questo ha già portato Aristotele a trarre conseguenze straordinariamente gravi da tali concezioni. Per esempio, ha tratto la conseguenza che se qualcuno qui sulla terra tra la nascita e la morte ha condotto una vita che ha caricato il male sulla sua anima, allora dovrà per tutta l’eternità rivolgersi all’indietro su questo male, che non può di nuovo essere cancellato, non può di nuovo essere superato. Così dinnanzi ad Aristotele stava la prospettiva che l’uomo, una volta morto, debba eternamente voltarsi indietro su questa unica vita terrena che ha dovuto compiere. Questo insegnamento di Aristotele è stato completamente assunto dalla Chiesa cattolica. E nel tempo in cui nel medio evo la Chiesa cattolica si cercava una filosofia che potesse sostenere la sua teologia, allora ha assunto questa insegnamento aristotelico sulla vita della psiche, e oggi si riconosce ancora nell’eternità delle pene dell’inferno l’eco dell’insegnamento aristotelico. Ebbene, come si può immagine che gli uomini, dopo che per millenni questo insegnamento sulla nascita dell’anima con il corpo ha agito su di loro, escano di nuovo da questa concezione, arrivino alla verità? Solo in questo modo, che l’umanità riceva una nuova scienza spirituale. Senza questo rinnovamento della scienza spirituale, l’umanità non potrà di nuovo avere una consapevolezza della giustificazione dell’assunzione di una vita prima della nascita, o per così dire prima della concezione. Si deve solo considerare cosa significhi per l’intera evoluzione dell’umanità il non parlare di una vita prenatale. Se nelle confessioni comuni si predica, si insegna solo della vita dopo la morte, allora si svegliano solo gli istinti degli uomini, che si riferiscono al desiderio egoistico di non estinguersi con la morte.
È già una volta necessario intraprendere uno studio piuttosto approfondito dal titolo: sulla coltivazione dell’egoismo umano attraverso le confessioni esistenti. — In questo studio si dovrebbe passare in rassegna quali motivi vengono portati in campo nei sermoni, negli insegnamenti di tutte le confessioni comuni. Si troverebbe dappertutto che su gli istinti egocentrici, in particolare su gli istinti dell’immortalità dopo la morte, tutto il possibile è costruito. E questo studio potrebbe essere esteso su una considerazione che già da millenni è valida, e si vedrebbe che le confessioni, per il fatto che sotto l’influsso aristotelico hanno cancellato la vita prima della nascita, hanno in massimo grado coltivato l’egoismo. Le confessioni come coltivazione dell’istinto più interiore egoistico, questo è ciò che merita di essere studiato.
La maggior parte della religiosità del mondo civilizzato contemporaneo conta effettivamente sull’egoismo degli uomini. Si sente questo egoismo degli uomini risplendere in modo particolare in enunciati che potrei mostrarvi a dozzine. Ripetutamente accade che soprattutto da parte pastorale a qualcuno è scritto che la scienza dello spirito si occupa di tutte le possibili conoscenze sui mondo soprasensibile. Di questo non avremmo affatto bisogno. Si vuole solo avere la consapevolezza infantile della propria unione con il Cristo Gesù. Presso i pastori e presso i fedeli si trova questo sempre. Questa unione infantile con il Cristo Gesù è sempre sottolineata. È giocata con un immenso presunzione contro ciò che è certo meno comodo da ottenere, contro l’ingresso nelle concretezze del mondo spirituale. E è sempre di nuovo predicato, è sempre di nuovo in questa maniera che l’uomo è condotto al fatto che fondamentalmente potrebbe essere il più cristiano se il meno si sforzasse le sue forze spirituali, se il meno si sforzasse di pensare più chiaramente, ciò che chiama consapevolezza del Cristo. La consapevolezza del Cristo deve essere qualcosa a cui l’uomo arriva solo attraverso la più completa infantilità — così dicono i pigri; e preferirebbero che gli si dicesse: È il Cristo che ha preso su di sé i peccati degli uomini, che ha redento gli uomini attraverso il suo sacrificio di morte, senza che essi debbano fare nulla. — Tutto questo allora tende a questo: assicurare l’immortalità dopo la morte attraverso il sacrificio di morte del Cristo e coltivare l’estremo egoismo degli uomini.
Attraverso questa coltivazione dell’egoismo da parte delle confessioni abbiamo infine portato a quel stato che oggi incombe sul mondo civilizzato. Perché questo egoismo nel senso più ampio è stato coltivato, perciò l’umanità è divenuta come è oggi. Considerate una volta: se l’uomo non afferra la verità solo teoricamente con alcune idee e concetti, ma con tutta la sua vita interiore, la verità che la sua vita terrena, come la intraprende attraverso la nascita, gli impone l’obbligo di adempiere una missione che porta con sé dalla sua vita prima della nascita, considerate, se questo riempie la nostra intera anima, se questa vita terrena è vista come un compito che deve essere compiuto, perché questa vita terrena si annette a una vita sovrumana che abbiamo precedentemente condotto, considerate, come deve scemare l’egoismo! Questo egoismo è combattuto da quei sentimenti che sono eccitati in noi quando vediamo la vita terrena come una continuazione di una vita sovrumana, così come è allevato da quelle confessioni che parlano solo della vita dopo la morte. Questo è qualcosa che è importante portare in una sana guarigione sociale nel presente e nel futuro dell’umanità. È importante riportare alla consapevolezza degli uomini la preesistenza. Dalla preesistenza è naturalmente inseparabile la concezione delle vite terrene ripetute. Così si può dire che per esempio proprio la Chiesa cattolica ha assunto un insegnamento aristotelico e l’ha reso il suo dogma, e che questo dogma deve essere sostituito dalla più alta conoscenza delle vite terrene ripetute, della preesistenza, da questo insegnamento della preesistenza dell’anima umana che fu inizialmente messo da parte da Aristotele. Se si comprende quale significato abbia per l’umanità incorporare nella vita psichica più interiore certi elementi, allora potrete dirvi cosa significhi per la vita sentimentale umana nel senso più ampio, perché l’uomo ottiene una consapevolezza completamente diversa di se stesso. Aggiungiamo a ciò che è stato appena detto la parola paolina, che questa consapevolezza umana deve sempre essere pervasa da: «Non io, ma il Cristo in me.» Se si ritiene di essere qualcosa di diverso, allora il Cristo in uno sarà anche qualcos’altro. Se si ritiene di essere solo ciò che anche spiritualmente-psichicamente è nato con la nascita, allora il Cristo naturalmente potrà essere solo in ciò che è nato con la nascita questa volta, e avrà solo il compito di portare la nostra anima attraverso la morte e poi di portarci attraverso tutta l’eternità. Se sappiamo che abbiamo una vita prenatale, allora possiamo anche sapere che precisamente il Cristo ci impone per questa vita terrena una missione, che dobbiamo sviluppare le nostre forze, che dobbiamo trovarlo nelle nostre forze, che dobbiamo cercarlo come il miglior ciò che abbiamo spiritualmente-psichicamente in noi. La Chiesa cattolica ha provveduto affinché gli uomini che sono sottoposti a lei non abbiano mai a riflettere su quella che è la vera natura spirituale-psichica dell’uomo, in quanto nel concilio ecumenico generale ottavo a Costantinopoli nell’anno 869 ha abolito lo spirito, cioè ha dichiarato che l’uomo consiste solo di corpo e anima, l’anima possiede alcune proprietà spirituali, ma che è eretico, ereticale se l’uomo è visto come consistente di corpo, anima e spirito. E quando il gesuita Zimmermann ha osservato vari difetti nella scienza dello spirito orientata antroposoficamente, allora ha contato il peccato più grave di questa scienza dello spirito il fatto che la tricotomia attraverso questa scienza dello spirito deve di nuovo entrare in vigore, in quanto attraverso questa scienza dello spirito sia di nuovo dichiarato che l’uomo consiste di corpo, anima e spirito. — Attraverso la scienza dello spirito deve assolutamente emergere ciò che è la vera essenza dell’uomo, e qual è effettivamente il rapporto dell’uomo con il Cristo. Ma ciò di cui la Chiesa si è sempre più occupata è stato il non lasciare giungere l’uomo a illuminazione sulla sua vera essenza e sul suo rapporto con il Cristo. Si può dire che lo sviluppo delle confessioni occidentali è consistito essenzialmente nel gettare un velo sempre più forte sul vero mistero del Cristo.
Con tutte le istituzioni va fondamentalmente così, che sono costruite su astrazione esteriore. Quando uno stato è giovane, ha poche leggi, e si è relativamente ancora liberi dalle leggi. Quanto più a lungo lo stato esiste, e in particolare quanto più a lungo i partiti degli stati conducono le loro intelligenti considerazioni, tanto più leggi vengono fatte. E infine sono tali che non ci si trova più dentro, perché non c’è solo una legge per tutto, ma tutto è catturato nelle maglie di leggi che si intrecciano, dalle quali si può uscire straordinariamente difficilmente. Ma così va anche nelle chiese. Quando una chiesa inizia il suo cammino nel mondo, allora ha ancora relativamente pochi dogmi. Ma gli uomini devono pur avere qualcosa da fare, e così, come gli uomini di stato sempre fanno leggi, così i chierici fanno sempre più dogmi, e così infine tutto diventa dogma. Il dogma si consolida infine. Questo consolidamento dell’essenza dogmatica è particolarmente forte da osservare all’interno dell’umanità civilizzata dei tempi moderni solo dopo la Scolastica alta, che ho caratterizzato qui a Pentecoste. Poiché chiunque studii veramente secondo il senso la Scolastica alta, l’albertinismo, il tomismo, troverà che lì tutto riguardo il dogma è ancora fluido, è discusso, che là la discussione è ancora considerata come qualcosa di ovvio.
Abbiamo già al tempo della Scolastica alta un certo contrasto all’interno della chiesa occidentale, il contrasto tra l’ordine dei Domenicani e l’ordine dei Francescani. L’ordine dei Domenicani, che ha avuto la sua fioritura appunto nella Scolastica alta, forma la conoscenza attraverso idee nel più alto senso logico. L’ordine dei Francescani lo rifiuta. L’ordine dei Francescani vuole raggiungere tutto solo attraverso il sentimento infantile. Non voglio entrare ora nella relazione sostanziale degli insegnamenti dell’ordine dei Francescani e dell’ordine dei Domenicani, ma voglio solo farvi notare cosa significherebbe oggi se ancora così intensamente Domenicani e Francescani combattessero l’uno contro l’altro sul contenuto dell’insegnamento, come nel medio evo combattevano e discutevano liberamente i dogmi. Certo, il vescovo romano, anche allora dichiarava le persone eretiche. L’avrebbe potuto fare a lungo, se i governi mondani non si fossero messi a sua disposizione e avessero bruciato le persone che lui voleva solo dannare. Questo si deve dire: la maggiore colpevolezza cade sempre sui governi mondani. Ma tutto questo non ha impedito che ci fosse una libera discussione. Questa libera discussione è stata gradualmente completamente esclusa dalla Chiesa cattolica. Questa libera discussione, la Chiesa cattolica nel corso del tempo non poteva tollerarla. E perché non poteva? Non poteva per il motivo che una consapevolezza completamente nuova dell’umanità emergeva.
Considerate solo che questo è una mutazione della consapevolezza umana, come vi ho spesso detto per quel capovolgimento alla metà del quindicesimo secolo. Questo è ciò che colpisce l’umanità moderna, che l’uomo sempre più da dentro la profondità della sua anima vuole arrivare a un giudizio proprio. Questo è qualcosa che non c’era nel medio evo. Nel medio evo l’uomo aveva una sorta di consapevolezza di comunità, e potevano risaltare solo i singoli più istruiti, i veri scolastici, coloro che si erano sviluppati fuori dalla consapevolezza del popolo uniformemente uguale per il fatto che avevano ricevuto il loro insegnamento all’interno dell’educazione scolastica — al massimo per certi frammenti si può dire: all’interno dell’educazione rabbinica o simile — comunque la consapevolezza che gli uomini avevano era uniforme, consapevolezza di comunità, consapevolezza di genere. Sempre più si forma la consapevolezza individuale.
Ciò che la Chiesa cattolica ha sempre avuto, perché ha sempre attirato persone molto colte nella sua cerchia, era la previdenza storica. La Chiesa cattolica sa molto bene che ciò che ora dico è il principio dello sviluppo più recente: elevare la consapevolezza individuale degli uomini. Ma non vuole che emerga. Vuole mantenere la consapevolezza di comunità opaca, da cui possono risaltare solo coloro che hanno acquisito un’educazione scolastica. Esiste un buon mezzo per mantenere questa consapevolezza collettiva, questa consapevolezza opaca — poiché è sempre una consapevolezza opaca —, e questo mezzo consiste nel fatto che si abbassa, proprio si abbassa, la consapevolezza ordinaria che l’uomo ha già per il fatto che si serve dei suoi sensi. Come il sogno abbassa la consapevolezza ordinaria, così si abbassa la consapevolezza affinché diventi una consapevolezza di comunità opaca.
Ora vi chiedo: non è vero, ci sono molte caratterizzazioni del sogno, ma una caratterizzazione del sogno è che si può dire, il sogno è in molti aspetti anche un bugiardo! Negherete che il sogno è anche un bugiardo, che vi propone cose che non sono vere? Ma questo non appartiene al compito del sogno; appartiene al compito della consapevolezza abbassata che non si può controllare quando si è nel sogno, cosa sia verità e cosa sia menzogna. Perciò appartiene anche al requisito della consapevolezza abbassata il togliere all’uomo la possibilità di distinguere verità e bugia. Se si è esperti in una tale cosa, cosa si fa? Se si è esperti in una tale cosa, allora si raccontano alle persone sotto autorità cose che sono false. Lo si fa sistematicamente. Così si abbassa la loro consapevolezza fino all’opacità della consapevolezza onirica. Così si raggiunge il fatto che si mina ciò che come consapevolezza individuale dalla metà del quindicesimo secolo in poi vuole salire nelle anime umane. E è un’impresa infinitamente grandiosa lavorare così sotto autorità, così da portare gli uomini — ebbene, voglio parlare senza immagini — a scrivere tali articoli come ora compaiono nel «Foglio domenicale cattolico», perché così si raggiunge il fatto che gli uomini non riescono a giungere a ciò a cui dovrebbero svilupparsi dalla metà del quindicesimo secolo. Se si volesse credere che ciò che accade in una tale direzione, anche se il singolo non lo sa, ma l’intera gerarchia è lì, che ha organizzato bene la cosa, se si volesse credere che le cose nascono da semplice ingenuità o da ordinaria malvagità, allora ci si ingannerebbe considerevolmente. Si deve naturalmente con tutti i mezzi a disposizione combattere la bugia e la falsità. Ma non si dovrebbe credere che nascano dall’ingenuità, o forse dalla credenza che ciò che si dice sia vero. Se si dicesse la verità, allora non si raggiungerebbe ciò che si vuole raggiungere. Si vuole abbassare la consapevolezza introducendo la bugia negli uomini. È un’impresa grandiosa e diabolica.
Deve anche essere detto senza celamenti: solo dall’altra parte c’è l’ingenuità. L’ingenuità non è oggi dalla parte della Chiesa cattolica, l’ingenuità è dalla parte dei suoi nemici. Questi non credono che la Chiesa cattolica sia grande in una tale direzione come l’ho caratterizzata; non credono che la Chiesa cattolica abbia da lungo tempo previsto che su l’Europa verrà quello stato sociale che ora è venuto su l’Europa, e che la Chiesa cattolica da lungo tempo ha preso provvedimenti per potersi affermare in questo stato sociale. Ciò che la Chiesa cattolica intende è creare il ponte di collegamento tra il più radicale socialismo, comunismo e il suo governo. Questa grandiosa previdenza, questo deve essere riconosciuto in tutto ciò che si basa su un fondamento veramente spirituale, su un tale fondamento spirituale che ha veramente radici nella vera vita spirituale, non nella semplice astrazione. Vede, con tutto ciò che è l’illuminismo più recente, non si arriva a nulla che potrebbe avere un significato radicale nel corso dello sviluppo dell’umanità. Quelle cerimonie che sono praticate nel sacrificio della messa cattolica, hanno un significato molto più grande di tutti i sermoni del servizio pastorale evangelico. Poiché questi sono azioni che si svolgono qui nel mondo sensibile e che, mentre si svolgono nel mondo sensibile, nella loro forma sono allo stesso tempo ciò che il mondo spirituale incanta nel mondo sensibile. La Chiesa cattolica perciò non ha mai voluto fare a meno dei mezzi magici per agire sugli uomini. Questi sono presenti. Non si dovrebbe solo credere che contro queste cose qualcos’altro possa salire così senza altro, se non un ri-entrare nei mondi spirituali dal punto di vista della vera onestà più interiore e della sincerità. — E come, potrei dire, segno esteriore che nella Chiesa cattolica era sempre presente la connessione con il mondo spirituale, può valere per esempio ciò che ho già comunicato a alcuni di voi.
Esiste nel primo decennio del ventesimo secolo un’enciclica papale, che dichiarò varie cose per eretiche. Le encicliche papali parlano così che portano sempre l’insegnamento in questione e poi dicono: è dannato chi crede questo. — Così si porta, non è vero, un certo insegnamento che Haeckel o un altro ha diffuso, lo si ricopia da un libro di Haeckel e si dice: chi crede questo, è dannato. — Non si dice la cosa giusta, ma si dice: chi crede questo, è dannato. — La scienza iniziatica sempre offre la possibilità di ricercare tali cose, e mi sono proposto di condurre certe ricerche su questa enciclica. Allora devo dire, come in molti altri fatti: ciò che fu proclamato da allora dal Papa ex cathedra era un vero risultato dal mondo spirituale, cioè, ciò che è confluito in quella enciclica veniva dal mondo spirituale in basso, solo che era stranamente al contrario. Era dappertutto dove doveva essere designato come «sì» designato come «no», e viceversa: questo è qualcosa che in certa relazione — potrei portare molti altri esempi — può mostrare che da quella parte è veramente oggi presente una connessione con il mondo spirituale, ma una connessione estremamente perniciosa per l’umanità. Per questo non bisogna stupirsi che sia proprio la Chiesa cattolica a vedere nell’emergere della più recente scienza dello spirito qualcosa che vuole eliminare da questo mondo in ogni circostanza. Perché, cosa viene effettuato attraverso questa più recente scienza dello spirito? Attraverso questa più recente scienza dello spirito viene effettuato che l’umanità debba ottenere una consapevolezza della vita prenatale, della preesistenza. Questo non deve essere. Questo non deve accadere in nessun caso. Così la scienza dello spirito deve essere dannata. Attraverso la scienza dello spirito l’uomo è reso consapevole della sua propria essenza, come consiste di corpo, anima e spirito. Questo non deve accadere in nessun caso. Così questa scienza dello spirito deve essere dannata. Attraverso questa scienza dello spirito la vera natura e essenza del Cristo Gesù diventa nota all’umanità. Questo non deve accadere in nessun caso, perciò questa scienza dello spirito deve essere dannata.
Si comprenderebbe per esempio che il dogma delle pene eterne dell’inferno, della creazione dell’anima con la nascita fisica è un risultato aristotelico. Ora immaginiamoci che un teologo cattolico oggi studi la connessione tra Aristotele e la Scolastica alta e comprenda come i scolastici sono arrivati alla prova della creazione dell’anima con la vita fisica dalla filosofia di Aristotele. Si vedrebbe per così dire dietro le quinte dell’origine del dogma. Cosa si fa contro questo? Si fa giurare al teologo il giuramento antimodernista. Lo si fa giurare che è la sua confessione che non potrà mai giungere a un risultato storico che contraddice i dogmi che provengono da Roma. E il fatto che ha giurato, questa fatto, che ha prestato giuramento, questo fatto deve agire così potentemente nella sua sensibilità che sia confuso nella ricerca sobria, che non possa arrivare a come è la connessione del dogma con lo sviluppo storico dell’umanità. Tutto questo non può rimanere così, quando emerge la scienza iniziatica. Perciò questa scienza iniziatica deve essere dannata in ogni circostanza.
Perché dico tutto questo? Lo dico affinché non prendiate troppo alla leggera le cose di cui si tratta qui. Perché nella nostra scienza dello spirito orientata antroposoficamente si tratta veramente non di cose di cui si tratta per esempio nella Società Teosofica. Che nella Società Teosofica non si sia trattato di nulla di serio, questo risulta da voi dal fatto che un giorno nella sua maggioranza è arrivata a partecipare all’intera farsa di Krishnamurti come il Cristo Gesù rinato di Nazareth. Ciò che può confluire in una tale commedia, si basa naturalmente da principio solo su ipocrisia, anche se questa ipocrisia è stata presa sul serio da molti. Ciò che deve crescere sul terreno della scienza dello spirito orientata antroposoficamente, deve essere in tutte le fibre vera ricerca della verità. Questo è perciò ciò di cui la Chiesa cattolica istruita sa molto bene che va dietro le quinte, che va dietro ciò che non deve essere scoperto, se la Chiesa cattolica vuole continuare il governo, il potere che rivendica nel mondo.
Lo dico, ciò che ora dico, per la ragione che dobbiate vedere da questo che le cose veramente non devono essere prese con leggerezza. Poiché questo deve essere detto: da quella parte si lavora con grande previdenza, anche se il singolo corre dietro al gregge e solo esegue i compiti, gli ordini che gli sono stati assegnati, anche se non sa quale significato abbia per lo sviluppo dell’intera umanità la bugia sistematica, che tuttavia è creduta da un gran numero di persone. Se anche il singolo non lo sa e lo imita inconsapevolmente, nel sistema complessivo è ben fondato.
Dall’altra parte sta quella ingenuità che crede che questo intero tessuto esteriore di leggi naturali, che oggi costituisce l’oggetto del nostro studio universitario, possa essere qualcosa che possa avere significato per lo sviluppo ulteriore dell’umanità, che tutto questo latta della conservazione della materia e della forza possa essere qualcosa che sia salutare per lo sviluppo ulteriore dell’umanità. Questa umanità oggi non guarda più senza pregiudizi sulla neve, che si stende davanti a lei ogni inverno, se vive in zone temperate. Poiché mentre le forze della crescita sono coperte con la crosta di neve, una parte della superficie terrestre passa attraverso una completa trasformazione. La consapevolezza popolare, che parla della purezza della neve, sa molto più della scienza moderna, che parla della conservazione della materia e della forza. Ciò che ora dico, naturalmente posso dirlo solo dopo che per molte settimane vi ho mostrato come sia ingiustificata questa nuova legge della conservazione della materia e della forza, come in realtà in ogni essere umano la materia si consuma, la forza si consuma, mentre agisce verso l’alto il capo, e come nuova materia, nuova forza nascono nell’essenza umana. Tutte queste cose naturalmente devono essere combattute da una certa parte fino al coltello. E quello che può aiutare è solo che il maggior numero possibile di persone diventi consapevole di quale sia il compito dell’umanità attuale: che la consapevolezza individuale deve assolutamente afferrare il mondo.
Questa consapevolezza individuale, essa afferrerà il mondo, ma può afferrare la saggezza del mondo, o afferrare gli istinti ciechi. Se afferra gli istinti ciechi, allora esce fuori uno stato completamente antisociale, grosso modo come quello che ora si prepara in Russia. Questo gradualmente creerà uno stato antisociale, contro il quale il governo inglese, né quello nordamericano, e per non dire di quello francese o di qualsiasi altro, riuscirà a trovare un rimedio. No, sarà ingenuo credere che qualcosa di simile al parlamento inglese riuscirà con ciò che l’umanità sarà afferrata, se la consapevolezza individuale agisce solo negli istinti. Ma un potere può riuscire: è il potere di Roma. Solo si tratta di come può riuscire. Roma può piantare un governo, poiché Roma ha i necessari mezzi di potenza per farlo. Solo questo è la questione. Non la questione è se bolscevismo o borghesia anglosassone, bensì la questione è se caos antisociale, governo romano — o la decisione dell’umanità di riempirsi con lo spirito, che nell’869 al concilio ecumenico generale ottavo a Costantinopoli fu dichiarato come doveva essere conosciuto, come doveva essere ricercato, per ereticale dalla chiesa occidentale.
Non può andare diversamente se non che l’umanità si decida di prendere le cose sul serio, non solo di vivere così, come naturalmente accade sotto i pensieri mondiali materialisti. Come vive là l’umanità? Acquisisce secondo il barometro del prezzo monetario, poiché non c’è un altro barometro per l’ordinamento sociale; e poi forse ha un certo lusso, una concezione del mondo, ma solo come lusso. E coloro che sono particolarmente «profondi» per natura, dicono allora: si deve elevarsi nei mondi spirituali, si deve lasciare dietro la cattiva mondo sensibile-materiale; con essa non si occupa un uomo veramente profondo. Non si deve capire nulla del mondo intero materiale. Si deve diventare mistici, vivere nei mondi più alti. — Ma anche queste «profondità» e i «meno profondi», tutti ricevono figli, hanno il pensiero che i figli anche devono acquisire, che sarebbe molto male se i figli non fossero mandati a quelle scuole, in cui ci si allena al presente acquisire. E così si sono già rassegnati al come le cose sono ora, e così hanno ereditato il materialismo anche per la generazione successiva.
Sì, se uno una volta dice questo, allora è un uomo scomodo, e il migliore è diffamarlo. Poiché per la maggior parte degli uomini è ascoltare ciò che è stato appena espresso, praticamente così male come se alcuni cimici o pidocchi li lavorassero continuamente. Ma non ci si lascia volentieri lavorare da cimici e pidocchi psichici. Perciò ci si mette una pelle spessa, che consiste nel fatto che ci si rende ciechi e sordi a ciò che come caratteristica della nostra attuale istruzione temporale deve procedere dalla scienza dello spirito. Su questo lato c’è allora l’ingenuità. Quando la Chiesa cattolica vide che gli uomini divennero così unilaterali, allora fece in modo che ci fossero persone particolarmente addestrate, ma veramente lo fece attraverso la via degli impulsi spirituali. Appartiene in fondo anche ai fatti più significativi della metastoria, come attraverso Ignazio di Loyola l’ordine dei Gesuiti fu fondato da influssi fondamentali del mondo spirituale, e lì si ha a che fare con una forte efficacia spirituale.
Ora naturalmente in maniera onesta all’interno della nostra comunità deve essere discusso ciò che è, e perciò sono stato costretto a parlare anche in quel ciclo di Karlsruhe — che ora non so quale anima abbia consegnato qualche sciocchezza e sciocco-scriba — dell’addestramento grandioso ma preoccupante dei Gesuiti. È noto che nel ciclo di Karlsruhe l’intero addestramento dei Gesuiti è stato discusso a fondo. Voglio dire quanto segue: cosa significa all’interno dei nostri circoli scrivere su ogni ciclo che è stampato come manoscritto solo per i membri, se sciocchezzari consegnano questi cicli, da cui possono inventare ogni sorta di menzogne? È assolutamente naturale che così si verifichi in una maniera molto significativa ciò che ho già spesso menzionato: verrà il tempo quando non si potrà più contare sul fatto che questi cicli sono destinati solo per un piccolo circolo, poiché l’umanità attualmente non è tale che si possa affidare qualcosa a essa. Naturalmente tutto ciò che è stato scritto da questi sciocchezzari è sciocchezza e falso, ma fu scritto non sulla base degli scritti pubblici, bensì fu scritto dal fatto che i cicli semplicemente sono stati ceduti. E ho tutti i motivi per presumere che uno dei primi cicli, che è stato consegnato alla mano del clero cattolico, fosse quel ciclo di Karlsruhe sui Gesuiti. Poiché da quella parte esiste la tendenza che il vero addestramento dei Gesuiti non diventi noto in alcun modo. Il mondo non deve sapere come i Gesuiti sono addestrati, non deve sapere nulla del loro addestramento grandioso.
In quell’ordine di cui si tratta, dentro ci sono innumerevoli uomini di tale capacità spirituale che, se fossero dispersi nel mondo esteriore e non si occupassero di ciò di cui ci si occupa lì, ma con scienza esteriore o poesia o pittura, allora sarebbero celebrati come geni individuali nell’umanità. Sarebbero riconosciuti come i grandi spiriti dell’umanità. Dentro l’ordine gesuita ci sono innumerevoli uomini che sarebbero luci se comparissero come individui singoli e si occupassero di qualcos’altro, con tutto ciò che è per esempio scienza materialistica. Questi uomini estinguono i loro nomi, si dissolvono nel loro ordine e inoltre come condizione della loro forza fissano questo fatto, che il mondo non sa nulla di tutto ciò, che il mondo non sa come una tale testa è formata, che va in giro nella veste nera e nel piccolo cappello dei Gesuiti.
Queste cose sono appunto completamente adatte a indicare come sia radicalmente diversa in diverse categorie umane l’intera configurazione della consapevolezza. Ma non si vuole prendere sul serio tali cose tra questi ingenui, che si definiscono moderni illuminati. E questo è ciò che deve essere sempre di nuovo sottolineato, è questo ciò di cui oggi ho dovuto parlarvi.
Chi oggi in Germania si guarda intorno un poco e non si ferma alle apparenze esteriori, ma sa guardare con l’occhio dell’anima, chi cioè non prende in considerazione soltanto quello che si presenta al visitatore - che per l’appunto di solito non conosce le condizioni durante la sua visita -, chi non si ferma al fatto che alcuni camini fumano ancora, che i treni arrivano puntualmente a destinazione, ma chi sa penetrare un po’ nella costituzione spirituale e animica, si trova di fronte un’immagine che è sintomatica non per questo solo territorio - che forse potrebbe essere giudicato meno criticamente da una parte o dall’altra -, ma per il declino generale della nostra civiltà mondiale nell’attuale ciclo dell’umanità. Vorrei oggi anzitutto richiamare la vostra attenzione su un sintomo spirituale e animico che è ben più significativo di quello che molte anime addormentate anche in Germania si sognino.
Entro la vecchia Germania regna oggi declino, caduta, e le cose esteriori, che naturalmente ho citato solo in parte, non possono ingannare su questo declino. Ma tutto ciò non è, dal punto di vista spirituale e animico, quello su cui voglio richiamare l’attenzione, poiché declini abbiamo visto molti volte nel corso della storia mondiale, e dal declino vediamo poi di nuovo sprigionarsi gli impulsi di ascesa. Ma chi giudica inizialmente solo da un punto di vista esteriore, chi dal presente, da giudizi consuetudinari, si dice: Bene, qui accadrà di nuovo come è accaduto nel passato -, costui non vede i sintomi più profondi. Un tale sintomo, ma naturalmente solo uno fra molti, uno spirituale e animico, che voglio evidenziare, è la singolare impressione suscitata da un libro, intendo il libro «Il tramonto dell’Occidente» di Oswald Spengler, libro che è sintomatico solo per il fatto di aver potuto nascere nella nostra epoca. È un libro grosso ed è un libro molto letto, particolarmente presso la gioventù dell’attuale territorio tedesco straordinariamente impressionante. E la cosa singolare è: l’autore racconta esplicitamente di non aver formulato l’idea fondamentale del libro durante la guerra o dopo la guerra, bensì di averla formulata già alcuni anni prima della catastrofe del 1914.
Il libro colpisce moltissimo, proprio la giovane generazione. E quando si prova a parlare da quello che c’è dal profondo dei sentimenti, si riscontra, potremmo dire, fra gli imponderabili della vita, fra le righe della vita, questo in modo particolarmente forte. Io dovevo tenere una
conferenza davanti agli studenti di Stuttgart della Scuola Tecnica
Superiore, e andai a questa conferenza propriamente sotto l’impressione del libro di Oswald Spengler «Il tramonto dell’Occidente». È un libro molto grosso. I libri grossi ora in Germania sono cari; tuttavia viene molto letto. Che siano cari, ve lo posso mostrare dal fatto che un libretto Reclam, che nel 1914 costava ancora venti pfennig, ora costa un marco e quarantacinque pfennig. I libri non sono aumentati nella stessa proporzione della birra, che probabilmente costa dieci volte il prezzo del 1914, né del grasso, che addirittura ne costa trenta volte. I libri devono sempre mantenersi entro limiti modesti, anche quando sussistono condizioni economiche così insostenibili. Ma comunque l’aumento di prezzo dei libri mostra quello che si è verificato negli ultimi anni negli strati economici più profondi.
Il libro di Oswald Spengler l’ho preso molto seriamente in una mia
conferenza pubblica a Stuttgart, ma l’ho anche molto seriamente
combattuto. Questo libro è, fondamentalmente, caratterizzato presto dal suo contenuto. Descrive come la cultura dell’Occidente sia arrivata oggi a un punto al quale erano giunte anche le culture tramontate quando le si studiano una dopo l’altra, nell’antico Oriente, in Grecia e a Roma; e Spengler calcola che questo tramonto totale dell’intera civiltà occidentale, secondo un rigido calcolo storico, debba completarsi entro l’anno 2200.
Ma oggi non si tratta solo del contenuto di una tale cosa, bensì con la stessa intensità del contenuto si tratta delle qualità spirituali e animiche di un libro. Oggi si tratta se l’autore, indipendentemente da quale corrente di visione del mondo appartiene, abbia qualità spirituali, se sia una personalità che meriti serietà spirituale e forse anche una stima spirituale elevata. Questo è indubbiamente vero dell’autore del libro, poiché l’uomo domina, si può dire forse da dieci a quindici scienze contemporanee completamente. L’uomo ha un giudizio penetrante su quello che è accaduto nel divenire storico, per quanto la storia si estende, e ha anche, cosa che gli uomini odierni praticamente non hanno affatto, uno sguardo sano per le manifestazioni di declino delle civiltà contemporanee. Nel fondo è una gran differenza fra uno Spengler e tutti coloro che oggi non sentono affatto quali siano gli impulsi di declino e prendono tutti i possibili provvedimenti per derivare, da giudizi di declino, il che è impossibile, qualche manifestazione di ascesa. Se non fosse da farne un male al cuore, sarebbe propriamente umoristico quanto gli uomini oggi si raccolgono con le solite ma ormai pure idee di declino e credono di poter creare manifestazioni di ascesa dal declino mediante vari programmi. Ma un uomo che veramente sa qualcosa, come Oswald Spengler, non si abbandona a siffatta illusione, bensì calcola per così dire — come uno stretto matematico — la velocità delle manifestazioni di declino, e con un giudizio che è veramente ben più di una vaga profezia, perviene a dedurre che fino all’anno 2200 questa civiltà occidentale debba cadere nella completa barbarie.
È questo concorso del declino che appare esternamente, specialmente nel campo spirituale e animico, con la concezione di un teorico che va preso seriamente, che questo declino sia necessario, uno che si compia secondo una certa legge naturale, è questo concorso che è singolare in questo libro, ed è questo concorso che propriamente colpisce la giovane generazione. Oggi non abbiamo solo manifestazioni di declino, abbiamo anche già teorie che designano questo declino come necessario, lo presentano come rigorosamente dimostrabile scientificamente. In altre parole, non abbiamo solo il declino, abbiamo una teoria del declino, e veramente una teoria che va presa molto seriamente. E si potrebbe domandare: Donde verranno le forze, quelle interne forze di volontà che spingono gli uomini a un’ascesa da se stessi, quando i migliori, dalle loro teorie, da una visione comprensiva di dieci o quindici scienze contemporanee, pervengono a dire, con tutto quello che queste scienze vogliono rivelare sul corso della natura e dell’umanità: Questo declino non è solo presente, questo declino si può provare come qualsiasi processo fisico! — Ciò significa che comincia già il tempo in cui la fede nel declino non è rappresentata dai peggiori. Bisogna sempre di nuovo sottolineare quanto seria sia veramente l’epoca, e quanto errato sia lasciar dormire, lasciar sognare questa serietà dei tempi.
Non si può fare diversamente, quando ci si mette davanti agli occhi la serietà intera di questa situazione, che non sollevarsi la domanda: Come deve veramente il nostro pensiero essere orientato, affinché il pessimismo verso la civiltà occidentale non appaia come qualcosa di ovvio e la fede nell’ascesa non si riveli come una superstizione? Bisogna domandare: Esiste qualcosa che possa ancora condurci fuori da questo pessimismo? Proprio il modo e la manera con cui Spengler perviene ai suoi risultati è per lo scienziato dello spirito estremamente interessante. Spengler non considera le singole culture così nettamente delimitate come noi lo facciamo per esempio per l’epoca posatlantica, quando distinguiamo: culture indoindiana primitiva, persiana primitiva, caldeo-egizia, greco-latina e moderna. Semplicemente non ha a sua disposizione la scienza dello spirito; tuttavia le osserva comunque in un certo modo. E le osserva con lo sguardo dello scienziato naturale. Le osserva con quei metodi che nel corso degli ultimi tre o quattro secoli sono stati sviluppati nella civiltà occidentale e che nel senso più ampio hanno colpito quegli spiriti che non rimangono ristretti nella fede tradizionale antica, cattolica, evangelica, mosaica e così via. Oswald Spengler è per così dire un uomo completamente saturo della ricerca naturalistica moderna materialistica. E ora osserva a suo modo l’ascesa e il declino delle culture — orientale, indiana, persiana, greca, romana, cultura dell’Occidente odierno — come in un organismo che attraversa una certa infanzia, sperimenta un certo periodo di maturità, poi attraversa un invecchiamento, e dopo che è invecchiato, muore. Così Spengler considera le singole culture: attraversano l’infanzia, il periodo di maturità, un’epoca di invecchiamento e poi muoiono. E il giorno della morte della nostra civiltà occidentale contemporanea sarebbe appunto l’anno 2200.
Il libro per il momento è disponibile solo nel primo volume. Chi ora lascia agire su di sé questo primo volume, trova una giustificazione rigorosamente teorica del declino, la rigida prova teorica del declino, ma da nessuna parte una scintilla di luce che indicasse qualche ascesa, da nessuna parte qualcosa che accennasse a qualche sollevamento. E non si può nemmeno dire che per l’osservatore naturalistico questo sia un modo di pensare errato. Poiché se si osserva la vita odierna — nonostante sorgano tutte le possibili domande, domande su cui Nietzsche già si è divertito — e non ci si abbandona all’illusione che da programmi senza essenza possano maturare frutti futuri, allora non si vede nemmeno all’inizio in quello che la maggior parte degli uomini riconosce nel mondo esteriore, da nessuna parte un’ascesa. Se si osserva quindi la cultura ascendente e decadente come organismi e si osserva poi anche la nostra cultura come un organismo, tutta la nostra intera civiltà occidentale, allora non si può fare diversamente che dire: l’Occidente tramonta, entra nella barbarie. Nulla può decidere dove ancora un nuovo sollevamento, un altro centro del mondo si manifesterà di nuovo.
Il libro di Spengler è un libro con qualità spirituali, emanato da un’osservazione acuta e scritto da una reale familiarità con la scientificità odierna, e solo la leggerezza ordinaria della vita può sorvolante superficialmente su tali cose. Quando una tale manifestazione viene, allora appare quella preoccupazione storica di cui il contemplatore del mondo parla qui più frequentemente e che posso caratterizzare brevemente con le seguenti parole. Chi oggi si familiarizza veramente con l’essenza intima di quello che agisce nella vita sociale, politica, spirituale, chi vede come tutto ciò che agisce tende verso il declino, costui deve dirsi, se conosce la scienza dello spirito come è intesa qui: Una guarigione può esserci solo se la saggezza dell’Iniziazione fluisce nello sviluppo dell’umanità. — Poiché pensiamo un momento di far sparire questa saggezza dell’Iniziazione, pensiamo un momento che quello che noi qui chiamiamo in buon senso contemplazione spirituale fosse completamente messa da parte dall’umanità, fosse bandita, non giocasse alcun ruolo nell’ulteriore progresso dello sviluppo umano, — quale dovrebbe essere la conseguenza necessaria? Vedete, se guardiamo alla vecchia cultura indiana, essa ha, come un organismo, uno stato di infanzia, maturità, invecchiamento, declino, morte; poi continua. Ma quello che la continua non vive più in realtà. Abbiamo poi la persiana, la caldeo-egizia, la greco-latina, la nostra epoca; ma abbiamo sempre qualcosa che Oswald Spengler non ha considerato, che come rigoroso osservatore naturalistico non poteva considerare. Gliene è stato fatto rimprovero da alcuni suoi avversari. Poiché già qualcosa è stato scritto contro il libro di Spengler, anzi parecchio, che è più intelligente dell’articolo straordinariamente sciocco che Benedetto Croce ha scritto contro il libro di Spengler. Croce, che altrimenti ha sempre scritto cose intelligenti, è all’improvviso diventato uno sciocco davanti al libro di Spengler. È stato quindi rimproverat a Spengler che le culture non hanno solo infanzia, maturità, declino, morte, bensì che continuano, e così sarà anche con la nostra: se muore una morte benedetta nell’anno 2200, continuerà ancora. — È da notare solo quella particolarità che Spengler è un buon osservatore naturalistico e perciò non trova momenti di continuazione, che quindi non può parlare di un seme che sia nella nostra cultura, bensì solo delle manifestazioni di declino che si presentano a lui, all’osservatore naturalistico. E coloro che parlano del fatto che le culture continuano, non hanno neppure saputo dire nulla di particolarmente intelligente proprio su questo libro. Un giovane uomo molto giovane ha proposto una certa mistica confusa, in cui parla di «ritmo mondiale»; ma così si è creata solo una mistica confusa, non qualcosa che avrebbe trasformato il pessimismo provato in un ottimismo. Così dal libro di Spengler emerge veramente solo che il tramonto verrà, ma non che una sollevamento possa seguire.
Ciò che Spengler fa è osservare naturalisticamente: l’infanzia dell’organismo di cultura o civiltà, il tempo di maturità, il declino, l’invecchiamento, la morte nei vari periodi, egli li osserva così come si può anche osservare naturalisticamente, in fondo, unicamente e soltanto. Ma chi sa guardare un po’ più lontano, sa che nella vecchia vita indiana viveva, oltre all’elemento esteriore della civiltà, la saggezza dei Misteri, la saggezza dell’Iniziazione dei tempi primordiali. E questa saggezza dell’Iniziazione dei tempi primordiali, che in India era ancora potente, ha di nuovo spinto il nuovo germe nella cultura persiana. I Misteri persiani erano già più deboli, ma potevano ancora spingere il germe nel tempo caldeo-egiziano. Il germe poteva ancora essere spinto nel tempo greco-latino. Poi la corrente culturale per così dire continuò secondo la legge dell’inerzia fino ai nostri tempi, e lì si esaurisce.
Questo bisogna sentirlo! Coloro che appartengono alla nostra scienza dello spirito, potevano sentirlo da quasi vent’anni. Poiché una delle prime osservazioni che ho fatto proprio alla fondazione del nostro movimento di scienza dello spirito è questa: Se si vuole paragonare quello che la vita culturale dell’umanità produce esternamente, quello che continua così, si può paragonare con il tronco, le foglie, i fiori e così via di un albero. Ma quello che vogliamo immettere in questo flusso continuo può essere paragonato al midollo dell’albero, deve essere paragonato alle forze di crescita che si attivano nel midollo. Volevo richiamare l’attenzione sul fatto che attraverso la scienza dello spirito bisogna ricercare di nuovo quello che, una volta trasmesso dall’antica saggezza primordiale atavistica, oggi si è esaurito. Questa consapevolezza, di essere così collocati nel mondo, è quello che dovrebbe essenzialmente caratterizzare la consapevolezza di coloro che si contano nel movimento antroposofico. Ma ho fatto anche un’altra osservazione, certamente negli ultimi anni specialmente qui, ma molto spesso anche in altri luoghi. Ho detto: Se si prende tutto quello che si può ricavare dalla scienza odierna e se ne forma una prospettiva e si applica questa prospettiva per esempio alla vita sociale o specialmente anche alla vita storica, con questo si possono cogliere solo le manifestazioni di declino. Con quello che la scienza naturale ci insegna come prospettiva, quando si osserva la storia, si coglie solo quello che tramonta nella storia, e se lo si applica alla vita sociale, si creano solo manifestazioni di declino.
Quello che ho detto nel corso degli anni non avrebbe potuto trovare una migliore illustrazione di quella data ora dal libro di Spengler. Un vero osservatore naturalistico si presenta, scrive storia e scopre per mezzo di questa storiografia che la civiltà dell’Occidente muore nell’anno 2200. Non avrebbe potuto scoprire fondamentalmente nulla di diverso. Poiché in primo luogo con prospettiva naturalistica si possono creare o scoprire solo manifestazioni di declino, in secondo luogo l’intero Occidente riguardante la sua vita spirituale, politica e sociale è completamente impregnato di impulsi naturalistici ed è così dentro un’epoca di declino. Di cosa si tratta è che quello che finora ha spinto una cultura dall’altra, si è esaurito, e che nel terzo millennio dalla nostra civiltà occidentale decadente non sarà spinta fuori nessuna nuova civiltà.
Potete sollevare ancora tante sfumature di questioni sociali, ancora tante sfumature di questioni femminili, potete ancora tenere riunioni per queste o quelle questioni, se forgiate il vostro programma da quello che è stato trasferito dall’antico, allora create qualcosa che è solo apparentemente una creazione, ed è del tutto applicabile a ciò le idee di Oswald Spengler.
La preoccupazione di cui ho parlato deve essere espressa perché è necessario che ora un completamente nuovo modo di Iniziazione cominci dalla volontà umana, dalla libertà umana; perché veramente, se ci affidiamo solo al mondo esteriore e al tramandato, andiamo sotto in Occidente, cadiamo nella barbarie e possiamo risalire solo dalla volontà, dalla creatività dello spirito. Una nuova saggezza di Iniziazione deve iniziare. Questa saggezza di Iniziazione, che in questa epoca deve prendere inizio, dovrà, così come la vecchia saggezza di Iniziazione, che gradualmente cadde all’egoismo, all’egocentrismo e al pregiudizio, partire dall’oggettività e dall’assenza di pregiudizio e dall’altruismo. Dovrà da lì permeare tutto.
Questo si può riconoscere come una necessità. Bisogna riconoscerlo come una necessità se si guarda più profondamente nel corso infelice odierno di questa civiltà occidentale. Ma se si guarda così dentro, allora si nota propriamente ancora qualcosa d’altro; si nota che una giusta protesta viene distorta nella caricatura. E ora sta la particolare necessità di comprendere profondamente come un giusto appello viene distorto nella caricatura. Certamente nessun appello è più legittimo nella nostra epoca attuale di quello per la democrazia. Ma viene distorto nella caricatura finché la democrazia non è riconosciuta come un impulso necessario solo per la vita puramente politica, statale-giuridica, e finché non è riconosciuto che da essa deve essere distinto la vita economica e la vita spirituale. Viene distorto nella caricatura facendo sì che al posto dell’oggettività, cioè dell’assenza di pregiudizio e dell’altruismo, oggi l’insoggettività, cioè l’arbitrio personale tanto sulla scienza quanto nella vita sociale, e l’egocentrismo vengono fatti fattori culturali. Tutto viene trascinato nel campo che si chiama ordinariamente politico, nel campo in cui deve regnare il diritto. Ma se questo accade, allora l’oggettività e l’assenza di pregiudizio scompaiono gradualmente, poiché la vita spirituale non può prosperare se riceve la sua direzione dalla vita politica. Viene sempre così inchiavata nel pregiudizio. E l’altruismo non può prosperare se la vita economica sta all’interno della vita politica, poiché allora necessariamente viene spinta nell’egocentrismo. Se ciò che può produrre altruismo nel campo economico, la vita associativa, viene corrotto, allora tutto tende a lasciar camminare gli uomini nelle loro strade nel pregiudizio e nell’egocentrismo. E la conseguenza è che proprio quella che deve basarsi sull’oggettività e l’altruismo viene da loro rifiutata: la scienza dell’Iniziazione. Nella vita esterna oggi tutto è fatto per rifiutare questa scienza dell’Iniziazione, la sola che può condurre al di là dell’anno 2200.
Questa è la grande preoccupazione culturale che può venire a uno quando si getta uno sguardo spregiudicato, non assonnacchiato o sognante, negli eventi presenti. Poiché su questo terreno considero il libro di Spengler solo come un sintomo. Esiste dunque una possibilità di dire oggi: Bene, Spengler si è ingannato, le culture sono venute, sono tramontate, la nostra trammonterà, ne sorgerà di nuovo una? — No, una tale confutazione di una visione come quella di Spengler non esiste affatto. È completamente mal pensata. Poiché la fiducia in un’ascesa oggi non può essere costruita sulla fede che si svilupperà qualcosa dalle culture dell’Occidente. No, proprio se si costruisce su questa fede, non si svilupperà nulla. Poiché nel senso oggettivo semplicemente non c’è nulla che sia presente come un seme che si estenda al di là dell’inizio del terzo millennio, ma poiché viviamo in realtà nel quinto periodo culturale posatlantico, deve essere creato prima un seme. Non si può quindi dire alla gente: Credete negli dei, credete a questo, credete a quello, andrà tutto bene! — Questo oggi non è una confutazione, bensì bisogna dire oggi alla gente: Coloro che parlano di manifestazioni di declino e le provano persino, hanno ragione riguardo a quello che vive nel mondo esteriore. Ma affinché non abbiano ragione, bisogna che ognuno se ne preoccupi. Poiché l’ascesa non viene dall’oggettivo, l’ascesa viene dal soggettivo della volontà. Ognuno deve volere e deve prendere di nuovo lo spirito, e deve dal nuovo spirito preso dare egli stesso un nuovo impulso alla civiltà che tramonta, altrimenti tramonta. — Non si può quindi oggi appellarsi a una legge oggettiva, si può unicamente appellarsi alla buona volontà degli uomini. Qui [in Svizzera] è ben vero che, poiché naturalmente le cose si sono svolte diversamente, si nota poco del vero corso degli eventi, sebbene sia presente anche qui. Ma quando si oltrepassa il confine verso la Germania, allora in tutto quello che si può vivere, se si guarda con occhio spirituale e animico, si presenta quello che vi ho appena caratterizzato. Allora vi si presenta il grande, terribilmente doloroso contrasto tra la necessità di incorporare la saggezza dell’Iniziazione nella vita spirituale, giuridica, economica, e fra gli istinti perversi di rifiutare tutto ciò che viene da questo lato. È così che oggi, quando si sente questo contrasto, si riflette veramente a lungo su come caratterizzarlo; e per chi non afferra leggermente le parole, le parole oggi non vengono particolarmente facili.
Ho parlato a Stuttgart del libro di Spengler e in connessione con ciò di varie manifestazioni del presente e ho anche usato questa espressione nel senso di «istinti perversi del presente»; e devo dire: l’ho usata di nuovo oggi perché la ritengo l’unica adeguata. Quando allora scesi dal podio, mi parlò uno di quei signori che meglio di tutti comprendono la parola «perverso» nel suo significato terminologico, un medico. Era molto turbato che usassi proprio questa parola. Ma il turbamento proveniva, potremmo dire, da fondamenta molto singolari. Oggi non si presuppone più che qualcuno che caratterizza solo dagli abissi del mondo dei fatti della realtà, scelga le parole con dolore, bensì si presuppone che ognuno forgi le parole come oggi sono forgiate dalla superficialità della coscienza del tempo. E allora ebbi un dialogo con quel medico e gli dissi questo e quello, e allora disse: Bene, sono contento che almeno l’espressione «perverso» non fosse intesa feuilletonisticamente, belletristicamente! — Potei solo dire: Certamente non è affatto il caso, poiché non sono affatto abituato a intendere nulla belletristicamente o feuilletonisticamente.
Si trattava quindi del fatto che nella comprensione odierna degli uomini di oggi si presuppone inizialmente che non possa esserci una cosa come il creare-dallo-spirito, e che ognuno semplicemente crede che quando si dice qualcosa come «istinti perversi», si parli dagli stessi abissi come il più ordinario dei belletristi o dei feuilletonisti. Poiché quello che oggi viene detto belletristicamente o feuilletonisticamente domina fondamentalmente gli animi di oggi, e gli animi si formano su di esso. E il peso delle espressioni che scaturisce dalla cosa — questo non diventa più cosciente agli uomini. Proprio da una tale manifestazione ci si presenta il contrasto fra quello che è così necessario all’umanità odierna: un reale approfondimento, che però deve tornare agli abissi della saggezza dell’Iniziazione, e quello che oggi attraverso la caricatura della democrazia appare anche come vita spirituale. La gente è troppo pigra per tirar su dalla profondità nascosta delle forze di consapevolezza. Ognuno feuilletonizza e bellettristifica allegramente, che sia al caffè, che sia al brindisi del crepuscolo, che sia alla riunione politica, che sia nei parlamenti. Ciò è connesso con quello che ho detto più spesso, che oggi la formulazione delle parole non è nulla, ma quello che si sente come forza dello spirito nella formulazione delle parole è il fondamentale. Dire cose spiritose è oggi la cosa più facile del mondo, poiché viviamo in una cultura moribonda dove la spiritualità fluisce alla gente come da sé. Ma lo spirito che abbiamo bisogno, lo spirito della saggezza dell’Iniziazione, gli uomini devono estrarlo dalla volontà. E non lo troveranno se la forza di questa saggezza dell’Iniziazione non viene su di loro, cioè sulle loro anime. Perciò non si può dire: Si confutano libri come quello di Spengler. — Si può naturalmente caratterizzare un tale libro: è nato dallo spirito naturalistico. — Ma quello che gli altri partoriscono dallo spirito naturalistico, è infine lo stesso. Quindi Spengler ha ragione — se non entra nella sfera della volontà degli uomini quello che prima rende questo diritto ingiustizia! Non abbiamo più la comodità di provare che la prova del tramonto è falsa, bensì bisogna che quello che è giusto, mediante la forza della volontà, lo renda ingiusto.
Vedete che propriamente bisogna parlare in proposizioni del tutto paradossali. Ma viviamo nell’epoca in cui i vecchi pregiudizi devono essere distrutti, e in cui deve essere riconosciuto che non possiamo creare un mondo nuovo dai vecchi pregiudizi. Non è affatto strano che la gente venga alla scienza dello spirito e si dica: Questo non lo capiamo? — È strano come qualsiasi altra cosa. Poiché quello che capiscono, l’hanno imparato, e quello che hanno imparato è declino, che quindi conduce al declino. Si tratta quindi di non prendere quello che facilmente si capisce dalle manifestazioni di declino, bensì di prendere quello la cui comprensione bisogna prima elevari. Così è la saggezza dell’Iniziazione. Ma come si potrebbe aspettare da coloro che oggi vogliono essere insegnanti del popolo, guide del popolo e simili, che capiscano che l’uomo quello che lo rende oggi abile al giudizio, deve prima estrarre dai profondità incoscienti della vita animica, che non è già lassù nella testa! Ma quello che veramente siede lassù nella testa è l’elemento distruttivo.
Queste sono le cose che incontrano ovunque, dove già sono state tratte le conseguenze del declino, dove queste conseguenze del declino già giacciono in superficie. Naturalmente, là dove inizialmente ci sono successi apparenti, là dove si ha bisogno di guardare principalmente a questi successi apparenti, là la consapevolezza del declino della civiltà occidentale può assolutamente non emergere facilmente, questo è comprensibile. E così oggi si sta assolutamente sotto l’impressione di questo contrasto che vi ho caratterizzato dalla necessità di un influsso della saggezza dell’Iniziazione nella intera civiltà da una parte, e dall’altra parte dal rifiuto di questo impulso. Semplicemente non può migliorare se non sorge in un numero sufficientemente grande di uomini la consapevolezza della necessità di questo afferramento della saggezza dell’Iniziazione. Proprio se si dà grande valore a un miglioramento temporaneo, non si noteranno le grandi linee del declino, ci si ingannerà su di esso e si andrà tanto più incontro a questo declino dal non afferrare l’unico mezzo che c’è: riaccendere un nuovo spirito dalla volontà degli uomini. Questo spirito però deve afferrare tutto. Questo spirito soprattutto non deve fermarsi a nessuna domanda teorica di visione del mondo. Sarebbe un’illusione assai amara se un gran numero di uomini, forse proprio quelli a cui piace un po’ la nuova saggezza dell’Iniziazione e che traggono un po’ di compiacenza animica da essa, credessero che basti praticare questa saggezza dell’Iniziazione come un bene piacevolmente calmante per l’anima. Poiché così si otterrebbe proprio che tutta il resto della vita esterna reale sperimenterebbe sempre di più la decadenza nella barbarie, e il po’ di mistica che potrebbe essere conseguito in questo modo in un certo numero di uomini che hanno una certa inclinazione verso la mistica oscura, sparirebbe ben presto di fronte alla barbarie generale. Dappertutto e soprattutto seriamente in tutti i rami della scienza e dell’istruzione deve la saggezza dell’Iniziazione, e soprattutto anche nei campi più essenziali della vita pratica, specialmente del volere pratico. Nel fondo è tutto tempo perduto quello che oggi non è voluto dall’impulso della saggezza dell’Iniziazione. Poiché tutta la forza che si impiega in un diverso volere, fondamentalmente la sostiene solo perché ci si accontenta di un tale surrogato di volontà. Invece di sprecare tempo e forza in questo modo, si dovrebbe impiegare tutto il tempo e la forza che si ha per portare l’impulso della saggezza dell’Iniziazione nei vari rami della conoscenza e della vita.
Quello che rotola con gli impulsi dell’Antico — nessuno lo fermerà nel suo rotolare, e bisognerebbe almeno guardare un poco come nella gioventù, inizialmente quella dei paesi sconfitti, continua ad agitarsi un indefinibile compiacimento con i vecchi slogan, i vecchi sciovinismi e simili. Questa gioventù non viene più considerata. Ma viene considerata la gioventù sulla quale poggia oggi tutto il dolore del declino. Ed esiste. È la sua volontà che potrebbe inizialmente essere spezzata da tali teorie come quella del libro di Spengler. Perciò ho chiamato a Stuttgart questo libro di Oswald Spengler un libro spiritoso ma terribile, un libro che racchiude i pericoli più terribili, poiché è così spiritoso da oscurare veramente davanti agli uomini una nebbia, specialmente davanti alla gioventù.
Le confutazioni devono venire da un tuono completamente diverso da quello a cui si è abituati quando si parla di tali cose, e mai può essere una fede in questo o quello quello che potrebbe salvare. Oggi si inviano legittimamente gli uomini a una tale fede e si dice loro: Credete semplicemente alle buone forze degli uomini e così, allora verrà anche la nuova cultura come una rinascita. — No, oggi non si tratta di fede, oggi si tratta della volontà, e la scienza dello spirito parla alla volontà. Perciò colui che la vuole accogliere solo attraverso una fede o come una teoria non la capisce. Solo colui la capisce che sa come essa appella alla volontà, alla volontà nella più profonda camera del cuore, quando l’uomo sta tranquillo nella solitudine con se stesso, e alla volontà quando l’uomo sta nella lotta per la vita e deve affrontare la gente nella lotta per la vita. Non senza che la volontà sia sollecitata, la scienza dello spirito può essere compresa. Vi dissi, chiunque legga la mia «Scienza dei Misteri in sintesi», così come oggi si legge un romanzo o un altro libro, chiunque voglia solo abbandonarsi passivamente, per lui la «Scienza dei Misteri» è una giungla di parole, sono in fondo anche i miei altri libri. Solo a colui che sa che in ogni momento in cui si abbandona alla lettura, deve creare dalla profondità della sua anima attraverso la sua più intima volontà qualcosa per cui i libri vogliano essere l’impulso stimolante, solo a lui riesce di considerare questi libri come partiture e di ottenere il vero brano musicale da essi nel suo proprio vivere dell’anima. Ma abbiamo bisogno di questo vivere attivo proprio dell’anima.
Ieri ho tentato di esporre in quale serietà dei tempi veramente stiamo, attraverso una considerazione che si collegava al libro di Oswald Spengler «Il tramonto dell’Occidente». Ho notato che colui che sa prendere oggi tali cose con la dovuta serietà, deve essere preso da una grande preoccupazione culturale, quella preoccupazione culturale che si caratterizza in un modo ben determinato, ossia la preoccupazione che deriva dal fatto che la nostra civiltà non può svilupparsi ulteriormente senza un apporto che viene dalla parte della scienza dell’Iniziazione al mondo, che è quindi necessario che tutto il fare, tutto il volere degli uomini sia fecondato da quello che oggi può essere contemplato spiritualmente. Allora, quando la soglia che c’è fra il mondo fisico e il mondo soprasensibile è oltrepassata da quella conoscenza che nulla può trarre dal mondo fisico, ma che agisce rischiarante per tutto il mondo fisico, allora da questa conoscenza devono venire anche gli impulsi per la vita sociale nel presente e nel prossimo futuro. E veramente oggi l’uomo è portato a considerare antiquato tutto ciò che si estende dalla vecchia corrente culturale tramandataci; egli è portato a mettere effettivamente tutte le domande che oggi possono esserci nel punto di vista che è dato da questa scienza dell’Iniziazione. La preoccupazione culturale sorge allora quando si vede da tutti i lati come contro quello che si vuole affermare come tale saggezza dell’Iniziazione, si combatte, e come tutte le forze di civiltà esterna nel presente sono propriamente dirette a non far diventare la scienza dell’Iniziazione un fattore reale nella nostra civiltà. Là stanno necessità e rifiuto l’uno di fronte all’altro nel modo più aspro possibile quasi su tutti i campi della nostra vita odierna, e si vorrebbe continuamente rivolgere appelli rinnovati proprio a coloro che almeno nel loro cuore possono prenderlo seriamente con la richiesta di una ricostuzione del nostro vivere culturale e civile. Invece vediamo che a causa della sonnolenza proprio delle parti più progredite dell’umanità presente quelle personalità e gruppi che rimangono svegli e che trasportano ben determinati impulsi spirituali dal passato nel presente come ombre continuano ad acquistare il sopravvento, e che nonostante tutto sanno esattamente quello che veramente vogliono. Mentre quindi coloro che oggi si chiamano progressisti si frammentano su questioni individuali, si frammentano qui o là nei programmi che riescono a malapena a vedere oltre il proprio naso, vediamo dappertutto le vecchie correnti spirituali, che hanno già sufficientemente dimostrato come hanno dovuto condurre la civiltà moderna in una catastrofe, dappertutto al lavoro, e le vediamo, potremmo dire, «fortunatamente» al lavoro. Questo è qualcosa che non può essere considerato troppo attentamente da tutti i lati, e su cui sempre e sempre di nuovo si dovrebbe tornare.
Vi ho fatto una osservazione più frequentemente in varie occasioni. Ho detto: Se oggi si diventa familiari con quello che può risultare dall’Iniziazione contemporanea, quello che oggi si può sapere, dalle condizioni di sviluppo dell’umanità, sulla mondo spirituale e la sua connessione con il mondo fisico, allora si cade veramente per la prima volta nel giusto stupore di fronte a quello che è stato tramandato come la saggezza primordiale dell’umanità. Questa saggezza primordiale dell’umanità nella sua forma propria è andata perduta, e solo le sue tracce successive si sono conservate nei documenti, monumenti più diversi e così via. La Chiesa, quando si diffuse in Occidente, si diffuse anche in Africa e in Asia anteriore, ha distrutto con calcolo tutta la cosa più importante con piena forza. Ma quello che si è conservato, oggi viene raccolto dalla dottrina ed è leggibile in vari scritti, sebbene difficile da leggere, perché la dottrina filologica contemporanea rende i massimamente illeggibili le cose che ha da comunicare al mondo attraverso commenti, attraverso il modo in cui le cose vengono consegnate al mondo. Ma le cose vengono comunicate. Tuttavia si può dire, non possono essere lette, poiché le cose più importanti possono essere lette solo quando si riscopre la chiave di lettura perduta. E non la si può scoprire attraverso una ricerca storica sulla via della nostra dottrina. Là si può fondamentalmente portare in alto solo le parole. Il vero significato più profondo oggi non lo si può trovare diversamente se non quando, indipendentemente da quello che è stato tramandato, dalla mondo spirituale stesso si riscoprono le verità, i fatti, e allora dalla scienza dell’Iniziazione contemporanea, del tutto conscia, si può ottenere una comprensione di quello che era contenuto nell’antica saggezza primordiale atavistica, tramandata dagli dei. Si può solo con quello che oggi viene ricercato originalissimamente dalle forze della ricerca spirituale, con quello solo si può accostarsi alla vecchia saggezza primordiale e anche i documenti esterni propriamente si possono leggere davvero solo con quello.
Per esempio, è tramandato anche dalla dottrina come negli antichi Misteri ci fosse un culto del Sole, come negli antichi Misteri quello che la scienza odierna designa con la parola «Sole», o per cui, più propriamente detto, ha solo la parola «Sole», come tutto ciò fosse venerato come una divinità suprema. Ma non si riceve nessun concetto di quello che propriamente negli antichi Misteri con il Sole, con cui s’intende fondamentalmente quello che ci si rappresenta come il corpo celeste centrale del nostro sistema planetario, quello che con questa parola «Sole» originariamente si voleva esprimere. In quei vecchi Misteri il Sole, questo Sole fisico che l’occhio fisico guarda, era considerato solo come una specie di riflesso di quello che è il Sole spirituale. Questo Sole spirituale non era legato a un luogo. Era qualcosa di non-spaziale. Era quello che l’Iniziato accoglieva in sé, quello che l’Iniziato accoglieva come la spiritualità centrale del mondo e rendeva suo. E solo allora quando veramente dall’iniziazione contemporanea si riceve un concetto di quello che veniva venerato come l’Essere solare, quello che veniva vissuto come l’Essere solare, quando nei Misteri era insegnato di questo Essere solare nei rituali, solo allora si riceve la giusta immagine di come questi antichi uomini si dicevano: Se tu, abitante della Terra, vuoi elevarti a quello che è l’origine del tuo proprio essere nella verità, allora non devi restare su questa Terra. Tu vedi su questa Terra minerali, piante, animali, vedi anche i tuoi compagni umani fisici. Tutto ciò è terrestre. Ma in te vive qualcosa che non è terrestre, e se conosci tutto quello che si può conoscere sui minerali, sulle piante, sugli animali e sull’uomo fisico, non conosci tuttavia quello che ti conduce a una conoscenza dell’essenza dell’uomo, poiché l’essenza dell’uomo non può mai essere conosciuta attraverso una conoscenza che si riferisce al terrestre, perché l’essenza dell’uomo non è affatto imparentata con il terrestre, ma è imparentata con il soprasensibile, che si svolge in primo luogo nella luce del Sole.
Così gli servitori dei Misteri dei tempi antichi erano esortati, per conoscere il proprio essere, per adempiere presso di sé il «Conosci te stesso», a elevare lo sguardo spirituale al Sole, al Sole nel senso spirituale, perché sulla Terra non si trovava nulla di quello che costituisce l’uomo, che forma l’essenza dell’uomo. Solo quando si penetra la pienezza intera di queste concezioni centrali dei vecchi Misteri, che in un certo periodo storico si trovavano allo stesso modo in Asia anteriore come nell’isola d’Irlanda, solo quando si penetra la misteriosa connessione dell’anima umana con l’Essere solare e ci si può dire: Gli uomini dei tempi antichi dovevano andare oltre la Terra per trovare la loro propria essenza -, allora solo si riceve la giusta immagine del significato intero del Mistero del Golgota per la vita terrestre, poiché solo allora si può capire che lì un grande evento cosmico si è svolto, che per la Terra aveva un significato fondamentale, un significato centrale. Solo così si poteva capire che quell’Essere al quale gli adoratori del Sole avevano rivolto lo sguardo, coloro che avevano rivolto il loro volto, il loro volto spirituale al Sole, per vivere l’essenza dell’uomo, che questi, se nella giusta maniera partecipavano al flusso dei tempi, si dicevano: Quell’Essere che era stato cercato nei vecchi Misteri al di fuori della Terra, quello è ora disceso e si è unito allo sviluppo terrestre -, Come potrebbe altrimenti essere intesa un’immagine dell’Essenza del Cristo, del processo intero del Mistero del Golgota se non perché si vedeva come l’Essere che non era prima sulla Terra, che era da cercare solo in regioni extraterrestre, come quell’Essere attraverso il Mistero del Golgota può essere trovato nel mondo degli uomini, se è cercato nel modo giusto nel mondo degli uomini.
Così propriamente solo allora quello che abbiamo da dire dal punto di vista antroposofico sul Mistero del Golgota riceve la sua giusta sfumatura, quando lo misuriamo su quello che era pensato dagli antichi servitori dei Misteri, quando sappiamo quello che la venerazione del Sole e la saggezza del Sole erano nei vecchi Misteri. Allora sappiamo rettamente apprezzare quello che vuol dire quando si parla di Cristo, lo Spirito solare, nel presente. Così fu tentato nei miei discorsi, che poi furono riprodotti nel libro «Il Cristianesimo come fatto mistico», di mostrare come tutta la vita precristiana era un’ascesa verso il Mistero del Golgota, e come il Mistero del Golgota sulla scena della storia mondiale proclama come un Mistero per tutta l’umanità quello che nel singolo in modo simbolico e allegorico, se potremmo così dire, ma condensato nel rituale nei vecchi Misteri soltanto si svolgeva nell’immagine, ora divenne realtà come il Mistero del Golgota per tutta l’umanità. Così già al punto di partenza — poiché questi discorsi appartengono ai primissimi che ho tenuto nel corso della nostra corrente antroposofica -, così entro la nostra scienza dello spirito orientata antroposoficamente è risuonato fin dal principio il suono che guarda soprattutto a che il Mistero del Golgota sia collocato nella giusta maniera nello sviluppo terrestre. In una maniera corrispondente è stato sempre tentato di caratterizzare quel progresso proprio che dal precristiano attraverso il cristiano deve essere compreso nel modo giusto dal nostro tempo.
Ora si tratta che si capisca rettamente come quelle correnti che portano una certa spiritualità dai tempi antichi nel presente, come queste stanno propriamente a questi fatti. Allora vorrei oggi — e domani questo sarà ulteriormente sviluppato — richiamare l’attenzione sul seguente. Se vi familiarizzate con quello che si è conservato nei confessi cristiani come Rituali — nell’Evangelico molto è stato molto attenuato, nei Rituali cattolici trovate ancora molto, ma anche nelle preghiere evangeliche è passato parecchio -, se prendete tutto ciò, allora trovate poco con cui potete veramente collegare una concezione assolutamente seria, se non partite di nuovo dalla scienza dello spirito e non penetrate con queste conoscenze di scienza dello spirito quello che è tramandato come guscio di parole.
Se prendete per esempio il Rituale della Messa o un altro rituale della Chiesa cattolica, allora trovate parole, molte parole. Trovate però, se guardi onestamente queste cose, che potete certamente accogliere queste parole, rispettivamente i fedeli possono accogliere queste parole, ma solo quando con piena serietà vi si affronta la cosa, un senso reale può essere collegato a queste parole. Nell’Evangelico non è diverso. Da dove viene questo? — Vedete, se effettivamente e soprattutto con i mezzi della scienza dello spirito si ricerca su qualcosa come il Rituale della Messa cattolica, e per gli altri rituali è simile, allora si arriva al fatto che queste cose sono molto più antiche della fondazione del Cristianesimo. Se si prende il Rituale della Messa, allora si dovranno risalire molto nelle forme antiche dei vecchi Misteri per comprenderne il contenuto. In una certa maniera analoga nei vecchi Misteri si è proceduto ritualmente, come si procede nello svolgimento del Rituale della Messa. E la cosa è questa, che quando il Mistero del Golgota si è verificato nello sviluppo terrestre, i Saggi, i veri Saggi di tutte le direzioni dei Misteri, che sono biblicamente rappresentati dai «Tre Saggi da Oriente», hanno per così dire offerto il loro Rituale, la loro concezione e le loro conoscenze come sacrificio per onorare e comprendere il Mistero del Golgota. È stato per così dire trasferito quello che era stato offerto agli antichi dei, al nuovo Dio che ha attraversato il Mistero del Golgota. Così che se si vuole, potremmo dire, permeare di un vero succo spirituale le formule della Chiesa contemporanea, si arriva a un tale succo spirituale solo se si guarda indietro al senso che era collegato a queste cose nei Misteri. Altrimenti rimangono vuote, rimangono senza contenuto. Se rimangono vuote, senza contenuto, allora si possono addormentare le comunità, cullarle, ma non si possono svegliare, non si possono portare alla vera connessione con il mondo spirituale, si può solo fare che la comunità nei suoi membri dorma tranquillamente dal punto di vista animico.
Viviamo oggi in un’epoca in cui veramente gli spiriti devono essere svegliati. Potete vederlo da una tale considerazione come quella che abbiamo fatto ieri. Ma per molti secoli gli spiriti sono stati addormentati introducendo come tradizione, come trasmissione, quello che propriamente viene dai vecchi Misteri e per cui il significato contenutistico si è perso. In tali cose che secondo il testo sono prese dai vecchi Misteri, in cui non si aveva solo il testo ma il senso interiore, in tali cose i confessi religiosi hanno un potente, si può dire mezzo magico per agire in modo addormentante spiritualmente su vasti circoli delle comunità, poiché il significato rimane ai gusci di parole in un certo senso. E questo significato i confessi vogliono mantenere, non vogliono perdere questa possibilità di effetto. Se quindi oggi sorge una corrente spirituale che di nuovo da una conoscenza originaria indica il contenuto di queste cose, allora questo è naturalmente per nessuno più fatale che per coloro che vogliono solo conservare lo sciame vuoto di parole, il guscio di parole vuoto. Si può facilmente dire: Le Chiese conservano questi gusci di parole vuoti. — Ma il senso moderno, quel senso moderno che oggi si afferma anche in tutti i possibili movimenti del più moderno tipo, non se ne importa di questi confessi. Soprattutto si può vantarsi e dal punto di vista della scienza contemporanea si può dichiarare di essere andati oltre questi gusci di parole, di essere illuminati. Non si è però illuminati se per esempio nel senso della scienza naturale contemporanea si fonda una concezione del mondo, come lo sono le concezioni mondiali monistiche contemporanee, come lo sono le concezioni mondiali che vorrebbero effettuare i sistemi sociali contemporanei. Non si è illuminati per il motivo che questa scienza contemporanea non è nient’altro che il proseguimento di quei gusci di parole. Senza che lo sappiano, lo è. Voi studiate scienza naturale oggi, e nel momento in cui salite alle leggi naturali, avete solo i distillati dei gusci di parole medievali, nei quali persino nel Medioevo c’era molto più del vecchio significato di quanto non ce ne sia oggi nella scienza. Non meraviglia che viviamo nell’epoca del declino!
Ma dall’altro lato potete da ciò vedere quanto sia assolutamente necessario ai portatori di tali conoscenze che la loro origine non sia rivelata. Una gran parte dei recenti sforzi dei vari confessi, che hanno guidato l’Occidente nella catastrofe, è diretta a combattere con tutti i possibili mezzi tutto ciò che propriamente indica l’origine di quello che è contenuto nelle formule verbali dei vari confessi cristiani. Proprio i rappresentanti ufficiali dei confessi cristiani sono i più appassionatamente preoccupati di non lasciar salire quello che indica l’origine delle loro formule verbali, perché così diventerebbero incapaci di mantenere le anime delle loro comunità addormentate. Poiché nel momento in cui si versa in questi gusci di parole uno spirito reale, nel momento in cui gli uomini si mostrano pronti ad accogliere un tale spirito, in quel momento si vede come non può continuare a tenere addormentate le anime. Le anime possono certamente chiudersi, continuare a dormire, ma non trovano più il riposo necessario in questo sonno; cominciano almeno a sognare di varie cose. In ogni caso colui che vede rettamente i confessi odierni è colui che si dice: In questi confessi si trovano i gusci di parole per grandi segreti del mondo. Ma i portatori di questi gusci di parole oggi sono impegnati nel negare questa origine e nel perseguire coloro che indicano questa origine.
Prendete un esempio concreto. Sia da parte dei professori e dei pastori evangelici, sia da parte dei cattolici, sia da parte dei «Pastori» universitari della storia naturale, della fisiologia, della matematica e simili, dell’astronomia, in breve, sia da parte del clericarismo di qualsiasi direzione, del clericarismo ateo o di quello teista, troverete oggi che ci si prende gioco di questo, e non si sa quanto in questo modo si agisce secondo il detto: Ci si prende gioco di se stesso e non sa come! — Poiché tutti questi confessi, da dove hanno quello che dai loro vari libri religiosi danno alle loro anime credenti addormentate? Dalla Cronaca dell’Akasha! Solo che la traccia deve essere cancellata. Deve essere cancellato che dall’antica visione chiaroveggente atavistica dalla Cronaca dell’Akasha è stato tratto quello che si trova in tutti i documenti religiosi compresa la Bibbia. Se quindi nel tempo presente qualcuno viene e indica questa Cronaca dell’Akasha e dice: Questo è assurdo! — allora dice naturalmente con ciò che anche quello che egli stesso insegna è assurdo, poiché ha la stessa fonte. Questa stessa fonte viene negata; su questa fonte si mente, solo che è per incarico ufficiale che su questa fonte si mente. Questo è il corruttore del nostro tempo, poiché questo addormenta le anime. Questo porta gli uomini dappertutto a giudizi confusissimi anche nella vita quotidiana. Questo fa sì che si possa persino essere oggi seguace della scienza dello spirito orientata antroposoficamente e ancora non essere arrivati al punto che si vedono le cose che accadono con gli occhi aperti, che non si vuol nemmeno guardare certi nessi. E quando si guarda, allora di solito se ne interpreta il significato al contrario.
Vorrei qui richiamare la vostra attenzione su una manifestazione contemporanea, di cui già ora dico che apparirà ancora nei colori più variegati, perché coloro a cui fa comodo continueranno ancora a lungo a lottare. Ma oggi questa manifestazione contemporanea accenna a connessioni più profonde. Forse vi è accaduto di notare che il mondo dice oggi dappertutto: L’Intesa sta cambiando idea, si allontana un po’ dai tremendi decreti della Pace di Versailles. Si indica con una certa soddisfazione da parte dell’Europa centrale a tali cose; ne si discute nei paesi neutrali. Ma non si mette ciò in connessione con la manifestazione con cui è in connessione. Se anche le potenze continueranno ancora a lungo a lottare e la connessione verrà di nuovo coperta, oggi è in connessione. Fehrenbach è cancelliere del Reich tedesco; appartiene al Centro. Il clericalismo romano è in procinto di fare enormi conquiste nel mondo, e si pensa diversamente ora, dove le chance di Roma stanno meglio che settimane fa, alla revisione della Pace di Versailles, di quanto si pensasse. Non importa che quelli che nel precedente Germania sono sempre stati i politici intelligenti, hanno detto: L’Intesa non sarà certo contenta proprio di Fehrenbach, il reazionario!
Se si vogliono penetrare queste cose, bisogna guardare ancora cose completamente diverse per poter giudicare un po’ quello che propriamente giace nelle correnti dello sviluppo della civiltà. Dovrebbe esservi noto che quasi ogni dodicesima predica, per dirla al minimo, da qualche parte nel campo della Chiesa cattolica infuria contro la massoneria. È un fenomeno certamente ben noto a voi. Bene, questo infuriare contro la massoneria, deve oggi interessare gli uomini di fronte a certe correnti che certamente sanno quello che fanno e che per esempio emanano dal centro occidentale. Poiché abbiamo da una parte a che fare con la corrente della Chiesa romana; non dico ora con il Cristianesimo, bensì con la corrente della Chiesa romana, poiché cristiani ce ne sono pochi, seguaci della Chiesa romana molti. Abbiamo dall’altro lato a che fare con un’intera serie di società segrete che si trovano nei paesi angloamericani, e io ho durante la guerra accennato ai tendenze, ai fini di tali società segrete. Ci sono tali società segrete dei colori più diversi. Coloro che si trovano nei cosiddetti gradi inferiori di tali società segrete, di regola sanno molto poco di quello che propriamente i dirigenti supremi intendono; ma anche all’interno dei dirigenti supremi ci sono le correnti più varie. Di una tale corrente, che però di nuovo si colloca all’interno di un tutto che non vogliamo osservare oggi — vogliamo limitarci a una tale corrente -, di una tale corrente vorrei oggi parlare. Vedete, ci sono tali correnti che si costruiscono sulla massoneria. La massoneria ha inizialmente per i suoi membri tre gradi, che oggi sono già fondamentalmente diventati gusci di parole, formule di parole, gusci rituali, formule rituali, dai quali il significato può essere trovato solo se si illumina con conoscenza moderna dello spirito, moderna visione spirituale dentro queste cose. Ma comunque, in tutte le tali società i tre gradi inferiori sono formati in modo che comunque possa essere compreso da chi abbia abbastanza spirito per seguire rettamente il rituale, come questo rituale si basa su cerimonie antichissime, cerimonie dei Misteri. E in un certo senso — certamente non se si lascia agire solo il rituale, ma se lo si illumina con conoscenze di scienza dello spirito -, può qualcosa del genere essere presentito, come sia il nesso fra quello che si svolgeva nei Misteri prima del Mistero del Golgota e fra quello che è il compito dell’umanità dopo il Mistero del Golgota. Ma ora in molte tali correnti massoniche è stato aggiunto su questi tre gradi un’intera serie di gradi superiori. Parlo ora, voglio sottolinearlo ancora una volta, non generalmente dei gradi superiori, ma di certi gradi superiori di certi ordini massonici e di altre società occulte, dell’Ordine Oddfellows e così via, di nuovo non di tutti, poiché in questo campo è sempre straordinariamente difficile distinguere l’autentico dall’inautentico; ma parlo di certe correnti molto diffuse in questo campo. Lì viene costruito su i tre gradi più bassi, in cui gli uomini vengono iniziati all’essere umano, al «Conosci te stesso», al segreto della morte e la sua connessione con il corso del cosmo, lì viene costruito un intero sistema di gradi alti. Alcuni di questi ordini hanno novantacinque gradi. Potete immaginare quale orgoglio si può avere se si è iniziati a novantacinque gradi. Solo che non potete immaginare quanto magre siano queste iniziazioni, perché di solito ci si rappresenta qualcosa di straordinariamente profondo e significativo dietro quei gusci di parole vuoti, ma essi sono lì. Hanno comunque, potremmo dire, certi viticci di questi interi fatti, dei gusci di parole, ai loro contenuti. C’è effettivamente qualcosa in questi gusci di parole, ed è sempre contato da coloro che danno tali gusci di parole che ci siano alcuni uomini che poi riflettano, che pensino che lì deve esserci anche qualcosa.
Ora si produce qualcosa di molto singolare. Se veramente vengono uomini che riflettono, quello che sta in questi gradi superiori che sono stati loro conferiti, o in cui sono stati iniziati — ci sono uomini che allora cominciano a riflettere -, allora si instaura un successo ben determinato. Se questi uomini hanno già riflettuto anche nei tre gradi inferiori e hanno presentito qualcosa nei tre gradi inferiori, allora quello che hanno presentito nei tre gradi inferiori viene completamente rovinato da quello che viene loro infuso nei gradi superiori. Lì viene versata una terribile nebbia su quello che può essere presentito nei tre gradi inferiori. E senza che gli uomini ordinariamente abbiano una qualche chiarezza nel loro coscienza, vengono offuscati in questi gradi superiori. Da dove viene questo? Questo viene dal fatto che in certi periodi, fine del diciottesimo, inizio del diciannovesimo secolo, ma fino ai nostri tempi, certe persone si sono introdotte di nascosto in quegli ordini massonici, vi erano dentro e hanno introdotto questi gradi superiori, hanno sviluppato questi gradi superiori all’interno della massoneria, così che in una serie di questi ordini di gradi superiori ci sono questi corpi estranei; gradi superiori, costruiti da personalità estranee che si sono introdotte di nascosto. Gli uomini sono facilmente creduli, anche spesso quando sono iniziati alle cose. E coloro che si sono introdotti di nascosto, questi sono i membri della «Società di Gesù», sono i Gesuiti. In un certo momento, dalla fine del diciottesimo secolo in poi, nelle logge massoniche abbondavano i Gesuiti, e loro facevano i gradi superiori per certi ordini. Così che trovate il gesuitismo non solo là dove infuria contro la massoneria o dove si predica contro la massoneria, bensì trovate nei gradi superiori molto, molto del gesuitismo più puro. Tutto questo non importa nulla secondo il punto di vista del gesuitismo, che ci si scagli contro quello che ci si è messo dentro oneself, poiché ciò rientra in questa campo della politica, della giusta guida degli uomini. Se si vogliono guidare gli uomini verso un certo scopo, uno scopo chiaro, uno scopo chiaro all’uomo, non solo al dirigente, al conduttore, allora è bene se li si afferra solo da un lato e si mostra loro una via verso questo scopo. Ma se si vogliono mantenerli il più possibile opachi e assonnacchiati, si mostrano loro due vie o forse anche parecchie, ma inizialmente bastano due. Una va così, e una va così (si veda il disegno). Si è Gesuita perché si appartiene ufficialmente alla Società di Gesù e si prende questa via ( / ), o si è Gesuita perché si appartiene a qualche ordine di gradi superiori di una massoneria e si prende questa via ( ). Allora l’uomo guarda. Difficilmente si orienterà. Lo si può facilmente confondere.
La nostra vita pubblica è percorsa in mille modi da tali correnti confuse. Gli uomini avrebbero oggi tutte le ragioni di svegliarsi e di guardare le cose, poiché non bisogna cadere nelle cose. Ma la maggior parte cade oggi in queste cose. Bisogna solo guardare una vita un po’ più lunga per sapere come gli uomini con cui si era insieme da giovani e che ancora vivono, invece di rivolgersi a una qualche direzione di scienza dello spirito, sono completamente tornati nel grembo della Chiesa cattolica. Conosco molti di tali esempi. Indicano solo qualcosa che veramente nel nostro tempo si verifica, e non si può non mettere in guardia contro queste cose, non indicarle. Specialmente nel presente è della massima urgenza che i nostri amici antroposofici siano messi in guardia contro tali cose, anche se forse solo in una piccola parte possa diventare il motivo della serietà veramente necessaria. Poiché propriamente di questa serietà si sente la mancanza nel presente, di questa serietà che si potrebbe così desiderare.
Dovete familiarizzarvi con il fatto che nel terreno della scienza dello spirito orientata antroposoficamente abbiamo a che fare con una importante svolta. Naturalmente inizialmente questo movimento spirituale doveva — parlerò di queste cose più precisamente domani, voglio oggi solo tracciare i contorni e entrerò più nel dettaglio domani proprio su alcune cose in questo campo -, inizialmente doveva essere comunicata una serie di verità spirituali. Ora stiamo di fronte alla necessità, alla necessità assoluta, di rendere pratiche queste verità spirituali. Questa svolta dovrebbe essere da noi seriamente considerata con competenza. Finché il movimento antroposofico era solo un movimento di scienza dello spirito, un movimento di insegnamento, di diffusione di idee, allora era qualcosa che per così dire portava come in un letto di fiume una corrente che era spirituale. Allora potevano affermarsi combriccole, allora poteva affermarsi molto ciarlataneria, gioco da ragazzi, mistica nebulosa fra i seguaci, lo spirito si fa sempre la sua strada e va oltre il comportamento fazioso, i pregiudizi, l’egoismo. Nel momento in cui la scienza dello spirito orientata antroposoficamente vuole intervenire nella vita sociale, vuole diventare pratica, come fa da più di un anno, allora ciò non è più tollerabile, allora stiamo veramente di fronte a nuovi compiti animici, e questi nuovi compiti animici devono essere affrontati con serietà. Deve veramente una volta essere capito che con il comportamento fazioso, con tutto quello che come ciarlataneria, come gioco da ragazzi, come falsa mistica è penetrato nelle nostre file, non si può continuare, perché avrebbe un effetto distruttivo. Bisogna dunque dirsi: Le cose diventano serie di fronte a quello che nel presente agisce nel mondo. — E di fronte a ciò ho detto così spesso: Si vorrebbe ancora mettere nelle proprie parole qualcosa di completamente diverso, di quello che ordinariamente si può mettere, per suscitare una risonanza nelle anime per quello che si vuole propriamente dire di fronte agli affari del presente. Quello che viene detto trova così poco echo; mi scusate che lo esprimo così secco e senza veli, ma trova poco echo. Sempre di nuovo e di nuovo si accenna al fatto che le cose non possono essere subito comprese, che si vuol prima fare un po’ di strada e così via. Ma se non ci si lasciasse ingannare dai pregiudizi, se non si amassero persino i pregiudizi, allora si sarebbe colpiti molto più presto dall’impulso reale che sta nella vita di scienza dello spirito qui intesa. Da parte dei nemici questo è absolutamente noto e riconosciuto, e potrei dire: I nemici mostrano che non bisogna essere geni per trovare i mezzi efficaci. Ho tenuto qui, prima di partire, una
conferenza pubblica: «La verità sull’Antroposofia e la sua difesa contro
l’Inganno.» In quella conferenza, naturalmente solo come una maniera di dire, ho detto che gli attacchi apparsi nel cosiddetto «Spectator» non potrei attribuirli a una persona colta, poiché una persona colta non potrebbe assolutamente produrre qualcosa di questo tipo come è ivi rappresentato; non potrei neanche assumere che l’abbia prodotto chiunque abbia dietro una qualche formazione, una scuola ginnasiale o universitaria, poiché lo stile e il tono indicavano proprio un uomo completamente ignorante. — Era, come detto, solo una maniera di dire, e così sono rimasto sorpreso dal foglio di titolo dei saggi ora riuniti come opuscolo. L’opuscolo si chiama «Il Segreto del Tempio di Dornach. Prima Parte», quindi ne verrà un secondo: «Cose storiche sulla Teosofia e suoi rami», da Max Kully, Parroco di Ariesheim. Così sembra che, se Ariesheim non ha un parroco che sia senza studi ginnasiali e teologici, sembra così che una persona colta abbia scritto queste cose.
Bene, — il resto segue ancora -, promesso viene la seconda parte di questo opuscolo, che già è cominciato: sarà riferito molto esattamente su queste cose. Si dice, offrirà una spiegazione su Metodo Steiner, scuole occulte e corpo di insegnamenti. Steiner nel giudizio di ex teologi. Steiner come finanziatore e nel suo ruolo più recentissimo come sociologo. — Dunque voi vedete, molte altre cose ancora verranno!
E comunque, qualcosa di interessante è anche in questo piccolo opuscolo che mi è stato dato oggi insieme a un pacco di attacchi che sono venuti negli ultimi tempi. Vedete, è un bel pacchetto! Ho solo sfogliato il tutto un po’, ma comunque interessante è il modo e la maniera come quel «colto signore» scrive. Non devo ricordarvi quello che ho detto qui sulla conoscenza di questo uomo della Cronaca dell’Akasha. Ha scritto su di essa come se fosse un libro che si ha in biblioteca e da cui si copia. Ora dice in un supplemento al suo articolo: «Steiner è venuto nella sua conferenza» — è quella conferenza sulla «La verità sull’Antroposofia…» — «a parlare della Cronaca dell’Akasha. Ha negato e deriso quello che lo Spectator nel ha portato su questa faccenda.»
Così quel «colto signore» ha preso qualcosa sulla Cronaca dell’Akasha dagli insegnamenti trasmessigli dalle conferenze di Stoccarda e Düsseldorf e dalla spiegazione del Padre Nostro, e, perché era necessario dire che lo «sciocco» non è capace di capire una cosa del genere, perché però crede che l’infallibilità della Chiesa naturalmente agisca anche in lui, che non possa sbagliare, così trova necessario di dire che io rinnego i miei stessi scritti, lo dice, sebbene dovesse essere rinnegato solo quello che il Parroco di Ariesheim dice!
Vedete, le cose vanno un po’ oltre riguardo a quello che è già stato sufficientemente caratterizzato in quella conferenza, prima che partissi. Ma ora, quello che viene, è tuttavia piuttosto sorprendente; non per me, poiché non arretrerò, anche se tali cose non dovessero essere menzogne, dal dire ancora quello che nel senso del tempo presente ritengo necessario che venga detto. Ma vi chiedo comunque di ascoltare con qualche attenzione le seguenti frasi: «Da allora siamo stati da allora da parte autoritativa iniziati su questo punto. Sotto Cronaca dell’Akasha il Teosofo intende una cosiddetta» e così via. Sarebbe comunque assai utile se ascoltaste bene questo e soprattutto se indirizzaste un po’ i vostri occhi su questo fatto che da questa parte può essere detto: «Da allora» — dunque dal 5 giugno 1920 — «siamo stati su questo punto da parte autoritativa iniziati.» Ciò significa, se non è una bugia, così allora a questo Parroco da qualcuno che ascolta le conferenze qui, è stato detto quello che deve intendere sotto Cronaca dell’Akasha secondo i cicli. Vorrei comunque su questo fatto, come detto, purché non sia una bugia, un po’ dirigere la vostra attenzione; poiché potrebbe ben essere che fra noi ci fossero persone che leggermente passassero oltre una tale proposizione. Accadono varie cose. Nel pacchetto trovo per esempio anche un simpatico articolo che è scritto da parte evangelico-clericale. Proprio in questo momento la cosa intera si estende dal campo cattolico in quello evangelico, e abbiamo già a che fare con una continuazione di un articolo nel «Foglio Scolastico Evangelico», che per l’appunto ha proprietà assai singolari. Quel «Foglio Scolastico Evangelico Svizzero», organo dell’Associazione Scolastica Evangelica della Svizzera, giornale settimanale per l’educazione cristiana in casa e a scuola, ha nella «Tavola dei Libri» annunciato «Opuscoli Volanti», fra cui «La Lotta per la Nuova Arte» dal Padre Gesuita Kreitmaier! Questo solo a parte. Vedete comunque, la gente si trova singolarmente insieme!
Ma vorrei però leggervi un brano da quella critica che si trova in questo «Foglio Scolastico Evangelico». Si parla di tutto il possibile; ma vogliamo leggere specialmente quella critica che riguarda la Triarticolazione, che riguarda i «Punti Nodali», e vi chiedo di porgere un po’ d’attenzione:
«Così la celebrata Cultura delle Città deve secondo il tripartito Socialismo Steineriano trapiantarsi alla campagna! La Contadina deve finalmente ricevere lezioni di musica e seguire corsi di come essa deve decorare la sua stanza. Il figlio del contadino apparterrà a un gruppetto di danza euritmica dove impara a «muoversi», nel caso capitasse una volta in una famiglia più raffinata. Sua sorella farà danza i Preludi del Clavicembalo ben temperato, oppure, se non è tanto dotata, almeno il ritornello . Perché mai i contadini vengono ignominiosamente esclusi da questi magnifici risultati? Bene, … Come diventerà felice questo popolo povero e trascurato, quando questo profumo di Città entra in concorrenza con i mucchi di letame e il sterco delle galline davanti alle case! Come questa poesia della biancheria pulita con colletti e scarpe di vernice cambierà la prosa agricola dell’atmosfera della stalla! E per prima cosa questa pulizia russa che finalmente ci porterà bagni pubblici, che non si trovano nemmeno in Germania, come il povero prigioniero di guerra russo toccantemente ha raccontato… Che paradiso ci aspetta!! Al posto che dopo il lavoro il contadino stia seduto davanti alla sua casetta e comodamente fumi la sua pipa, o addirittura peccaminosamente batta le carte a un gioco a un bicchiere di birra, così dovrà nelle democrati lezioni e cicli molto organizzate nutrire la sua fame di istruzione con la phraseologia Steineriana. Come però si concilia questo, se subito dopo si dice che questi onesti contadini, dopo che la , non bramiranno affatto la cultura delle città, che al popolo offre solo lo svantaggio della vita antigienica? Sì, i centri di esplosione sociale sarebbero così spopolati imponendo la cultura delle città alla campagna. Essa che poco prima era stata lodata nei toni più alti, dovrebbe contemporaneamente scoraggiare i contadini dal voler diventare cittadini. Questo è comunque una contraddizione, e l’intera supposizione sta su fondamenta così fragili che un bambino potrebbe farla crollare.
«Siamo così confusi e ci chiediamo cosa veramente Steiner vuole. Dobbiamo prima di tutto imparare a leggere Steiner. Forse allora arriviamo in traccia. In queste fabbriche con associazioni di educazione, biblioteche specializzate, bagni pubblici, corsi di decorazione degli alloggi e così via, naturalmente non è stato dimenticato il fondo — che il fabbricante naturalmente deve alimentare —, che non solo paga tutto questo, ma — attenzione! — . Là sta probabilmente (c’è qualcosa da guadagnare) la lepre nella trappola, e non è affatto necessario che dietro ancora stia
«Dovremmo davvero tendere la mano a ovunque striscianti tendenze di livellamento (a cui appartiene soprattutto anche l’esclusione di qualsiasi insegnamento religioso dalla scuola) facendo così spalmare il pappame dell’educazione stesso sulla campagna e nelle fabbriche? L’intera vita dovrebbe insegnarci che è un assoluto non senso portare tutti gli uomini allo stesso livello di educazione. Generazione dopo generazione fallisce su questo problema disumano, ma da nessuna parte si vuol imparare, nemmeno nel più ovvio: della Natura! Abbiamo solo bisogno di uno sguardo nel mondo animale o addirittura vegetale, per riconoscere ovunque le differenze più enormi delle sue creature. Il genere umano non farà mai un’eccezione, l’intera storia passata ci insegna il fatto che una piccola minoranza sta di fronte a una grande massa, che sempre solo alcuni dotati spiccano. Non potrebbe un po’ di senso di qualità per queste differenze (soprattutto in questioni di razza e nazionalità) trovare posto in un programma scolastico? Scopriremmo ben presto dove il popolo è malato! Certamente non sulla campagna.
«Però basta! Ho già superato il previsto spazio della mia controreplica. Potrebbe facilmente estendersi al doppio o al triplo se volessi esaminare sotto il microscopio l’intero complesso di estraneità dal mondo e mancanza di senso della realtà che si manifesta nell’articolo. ([Nota a pie’ di pagina:] Se desiderato, posso fornire informazioni esaustive in ulteriori articoli, e non dimenticherò l’occasione di mettere l’intera faccenda Steineriana nella giusta luce!) Ma una cosa posso ancora chiedere: Da dove il signor Parroco Ernst prende l’affermazione audace che ? …»
Bene, ho letto questo e mi sono chiesto donde venisse propriamente quello che qui viene confutato come la tendenza, «di portare la cultura delle città alla campagna al letame e allo sterco delle galline sulla campagna» e così via, mi sono chiesto: Sì, dove si trova nei «Punti Nodali» o nella nostra letteratura sulla Triarticolazione, se questo qui viene attaccato? — Finalmente mi è venuto in mente che non mi erano stati consegnati solo due numeri di questo «bel» foglio, ma anche un terzo. Questi «bei» attacchi con il titolo «Un falso Profeta» — che ho letto, stanno nel Numero 26 e Numero 27, e nel Numero 23, c’è un articolo: «Il Rapporto fra Scuola e Stato secondo il Dr. Steiner», e questo articolo contiene tutti i fatti come conseguenze, come necessarie nel senso della Triarticolazione, che nel Numero 26 e 27 vengono ulteriormente dipinti e attaccati. Questo articolo è scritto dal Parroco Ernst a Salez ed è scritto in modo straordinariamente benevolo, ma proprio scritto in modo che la Triarticolazione debba servire a «portare la cultura delle città alla campagna» e così via. Vedete così, non si viene a male solo se si è attaccati dai Parroci, bensì ancora di più se si è difesi dai Parroci! Non bisogna essere così straordinariamente felici se si hanno seguaci da questa parte, perché i seguaci lo fanno fondamentalmente ancora peggio dei nemici.
Bene, alcuni dei nostri amici potrebbe imparare qualcosa anche da ciò; poiché devo di fronte a tali cose sempre ricordarmi come spesso ho potuto sentire: Lì e là sono stato di nuovo in una chiesa, e lì uno ha predicato completamente in modo antroposofico o teosofico. — Ho spesso messo in guardia come non bisogna cascarvi dentro, e come propriamente stanno le cose. Ma potevo almeno sorprendervi con questo interessante, che si hanno ormai tali seguaci che producono confutazioni in cui non ci si capisce più nulla!
Domani vorremmo ancora parlare in modo un po’ più serio delle note che sono state già toccate oggi.
Purtroppo ieri la meditazione proposta ha dovuto concludersi in toni non molto gradevoli, ma bisogna pure di tanto in tanto richiamare l’attenzione su certe cose nelle nostre cerchie. In realtà, però, ciò che controvoglia ho dovuto dire ieri alla conclusione si inserisce nella sequenza delle nostre meditazioni, perché queste meditazioni mirano fondamentalmente a mostrare quanto sia necessario un orientamento verso la scienza dello spirito per la nostra cultura. L’altro ieri ho cercato di mostrarvi quali siano gli antecedenti di qualcosa come la considerazione osservata da Oswald Spengler sul declino della civiltà occidentale. Ieri ho cercato di mostrarvi come le ombre delle culture più antiche si protendono nei nostri tempi, come queste ombre delle culture passate, da un’aspirazione certamente comprensibile in loro, si rivolgono contro tutto ciò che deve proprio venire dalla scienza dello spirito qui intesa. Oggi desidero inserire nelle nostre meditazioni alcuni principi fondamentali, affinché nel corso delle prossime conferenze possiamo ancora più da vicino, più profondamente seguire lo sviluppo culturale contemporaneo.
Ho spesso sottolineato come il vero effetto dell’approfondimento scientifico-spirituale non debba risiedere unicamente nel fatto che certe verità constatate dalla scienza dello spirito siano accolte dalla nostra anima, conservate da questa nostra anima come un contenuto di sapere riguardo ai vari contesti della vita ai quali siamo interessati come uomini. Non è questo soltanto ciò che deve accadere all’uomo contemporaneo come effetto della scienza dello spirito, così come qui è intesa. Ciò che soprattutto deve giungere all’uomo contemporaneo da questa scienza dello spirito è che l’intero suo modo di concepire, la configurazione del suo pensare, sentire e volere subisca quella trasformazione che è appunto richiesta dalle necessità del presente, affinché non sprofondassimo semplicemente nel declino della civiltà occidentale, ma affinché da questo declino possiamo trarre i germi di un’ascesa. Ho spesso ricordato come quella costrizione del pensiero, del sentimento al corpo umano fisico, così come il materialismo se la rappresenta, non sia affatto una chimera. Ho spesso sottolineato come il materialismo non sia soltanto una falsa concezione del mondo, ma che il materialismo, nel vero senso della parola, sia una concezione dei tempi, o per dire ancora meglio: un fenomeno dei tempi. Sta così, che non si può semplicemente dire che sia falso il fatto che il pensiero umano, il sentimento umano, tutto il volere animico sia legato al corpo fisico, e che si debba mettere al suo posto un’altra concezione. Questo non esaurisce tutta la verità in questo campo; piuttosto la cosa sta così, che in verità, attraverso ciò che nella civiltà dell’Occidente negli ultimi tre o quattro secoli si è sviluppato, lo psichico-spirituale dell’uomo, il pensiero, il sentimento, il volere sono effettivamente entrati in una stretta dipendenza dal corpo fisico, e che in una certa misura oggi l’uomo, qualora dà una giusta considerazione, afferma con ragione: «Esiste questa dipendenza». — Perché il compito non è oggi vincere una considerazione teorica, il compito è oggi vincere il fatto che l’anima umana è entrata in dipendenza dal corpo. Il compito non è oggi confutare il materialismo, ma il compito è oggi svolgere quel lavoro, quel lavoro psichico-spirituale che riconduce l’anima dell’uomo fuori dai vincoli del materiale.
Affinché si possa veder chiaro in un tale ambito, affinché cose come quelle che ho appena espresso non sembrino semplicemente contraddizioni, affermazioni paradossali, si può acquistare una sufficiente visione soltanto dalla scienza dello spirito stessa. Oggi dovrò estrarre un capitolo particolare dalla vita dei tempi moderni, dal presente, per mostrarvi come quella cosa che non è soltanto una considerazione ma è un fatto — la dipendenza dello psichico-spirituale dal corporale — come questo agisce nella vita sociale. Da questo potrete allora riconoscere che ai nostri tempi c’è ben più da vincere che una semplice considerazione teorica.
Forse mi farò un poco più comprensibile in riguardo a ciò che ho appena espresso, se ricordo qualcosa che ho già qui menzionato, cosa che però può in un certo senso illustrare quanto oggi debbo dire. Vi ho raccontato come, quale insegnante della scuola di formazione operaia a Berlino, sia stato cacciato via mediante intrighi dei capi della socialdemocrazia, perché ciò che allora avevo da insegnare nei più vari campi non fosse vero marxismo e soprattutto nel campo della storia non fosse concezione materialistica della storia. Non avevo affatto rappresentato la considerazione che la concezione materialistica della storia fosse assolutamente falsa, ma appunto proprio il modo in cui dovevo pormi di fronte alla concezione materialistica della storia, a quella concezione cioè che tutto il sapere, tutto il conoscere, tutto il religioso, tutto il diritto sono in certo qual modo soltanto una sovrastruttura, una specie di fumo in confronto a quella che sia l’unica realtà nel processo economico materiale, proprio il modo in cui dovevo pormi di fronte a questa concezione storica non poteva essere compreso. Non poteva naturalmente essere compreso da coloro che non si erano neppure affatto accostati a un’intima penetrazione della cosa. Gli operai che hanno ascoltato i miei insegnamenti, questi hanno capito la cosa gradualmente; ma è appunto attraverso questo comprendere che i capi se ne sono allora accorti. Ciò che ho insegnato era questo: Comincia, dissi, circa verso la metà del 15° secolo, dapprima lentamente, poi sempre più velocemente dal 16° secolo in poi, effettivamente quel processo nella storia dello sviluppo umano, mediante il quale le produzioni spirituali, le produzioni legali, le produzioni etiche dell’umanità si trovano in totale dipendenza dai processi produttivi, dal modo in cui la vita economica procede. Man mano tutto lo spirituale e il legale diventa dipendente dalla vita economica. Perciò, dissi, la concezione materialistica della storia è relativamente giustificata per l’interpretazione degli ultimi tre o quattro secoli del corso storico umano: ma si cade in una impossibile concezione storica se si vuole tornare al di là del 15° secolo e comprendere i tempi più antichi secondo il significato della concezione materialistica della storia. E si fa un torto totale se si guarda la concezione materialistica della storia come qualcosa di assoluto e si dice: «In futuro tutto il sapere, tutto il diritto, tutta la vita conoscitiva saranno soltanto una specie di fumo che sale dalla vita economica.» — No, al contrario, il compito del presente è vincere quella cosa che si è formata come dipendenza della vita spirituale dall’economico negli ultimi tre o quattro secoli. È il fatto per il quale la concezione materialistica della storia è corretta ad essere vinto, come fatto.
Vedete, quando si procede veramente secondo il metodo scientifico-spirituale, si ha a che fare con un modo di pensare diverso, con un modo di pensare che effettivamente rompe di più con le forme di pensiero tradizionali, con l’intera struttura della concezione del mondo. E veramente, molto più importante è per l’antroposofia orientata alla scienza dello spirito il far crescere nello sviluppo dell’umanità questa trasformazione, questa metamorfosi nella struttura del sentimento, del pensiero, del volere, piuttosto che tradire ai più vari corpi umani soltanto dei contenuti. Certamente, questi contenuti, essi vengono fuori, questi risultati ci si presentano davanti agli occhi spirituali proprio attraverso una tale metamorfosi della struttura del pensiero. Ma l’essenziale è l’atteggiamento diverso verso il mondo; l’essenziale è che in un certo senso possiamo mutare l’intera costituzione della nostra anima. Se ci si accorge di questo, allora si nota effettivamente come nel pensiero presente dei più larghi settori della civiltà occidentale agiscano ancora completamente i resti del pensiero tradizionale, del sentimento tradizionale e del volere tradizionale, che semplicemente si prolungano da tempi antichissimi fino al presente. Solo pochi individui vi sono stati che, potrei dire, usciti dalla massa diffusa nei più vari campi hanno sviluppato un sentimento, un’intuizione di come siano propriamente cariati, rotti i modi di pensiero, le strutture di pensiero dell’antico. Per lo più non hanno potuto penetrare fino alla scienza dello spirito, e così sono rimasti bloccati nel negativo.
Una straordinaria manifestazione interessante riguardo a questo restare bloccato è Overbeck, l’amico di Friedrich Nietzsche, che ai tempi di Nietzsche ha operato all’università di Basilea e che in particolare ha scritto un interessante libro sulla giustificazione contemporanea del Cristianesimo. È uno dei fenomeni più interessanti nel campo della letteratura recente che una teologia cristiana ponga la domanda: «Siamo ancora cristiani?» — Questa domanda non è stata posta soltanto dal teologo materialista David Friedrich Strauß, ma anche questo teologo Overbeck che operava alla Facoltà Teologica di Basilea, amico di Nietzsche, ha posto questa domanda. E propriamente Overbeck giunge a questa considerazione: Certamente c’è ancora una teologia cristiana, ma non c’è più un Cristianesimo.
In particolare, debbo dire, è stato per me un notevole concorso di circostanze che, dopo avervi ieri fornito questi diversi esempi del modo di pensare teologico, dovendo mostrarvi che riguardo al Teologico ci si può lamentare tanto quando diventa amico quanto quando diventa nemico. È stato per me molto significativo che proprio in questi giorni nel supplemento ai «Basler Nachrichten» una produzione postuma di Overbeck viene discussa, e che là viene segnalata una proposizione che questo teologo cristiano ha scritto. Un teologo cristiano ha scritto la proposizione: «I teologi sono gli sciocchi nella società moderna; è un segreto pubblico nella società moderna che sia così.»
Così il teologo a Basilea, Overbeck! Non si ha bisogno di uscire dalla sfera se si vuol raccogliere un simile giudizio. Certo, Overbeck, oltre a essere teologo, era un pensatore, ed essere teologo era più il suo destino che la sua volontà. Forse era anche sua debolezza restare teologo. Ma tutto questo non mi spetta oggi di indagare. Tuttavia, notevole è che un tale detto non sia stato coniato da un monista, bensì da un teologo: «I teologi sono gli sciocchi nella società moderna, ed è pubblico segreto nella società moderna che sia così.»
Ebbene, dunque le cose si protraggono nel presente che sono soltanto ancora ombre di vecchie concezioni del mondo, ordinamenti della vita e così via. Per essere cristiano oggi, occorre appunto una nuova presa in considerazione del Mistero del Golgotha, così come ve l’ho già esposto ieri. Ma anche per comprendere le odierne pretese sociali occorre un’affatto diversa struttura del pensiero e del sentimento, diversa da quella che dalle epoche antiche si protende nelle larghe masse dell’umanità presente. E di questo vi voglio dare un esempio oggi. Si possono prendere due pensatori sociali tanto diversi, come, diciamo, Marx, che è l’idolo della socialdemocrazia, e come Rodbertus è, il quale è invece, potrei dire, un sostegno per coloro che cercano una soluzione della questione sociale su base nazionale. Sotto certi aspetti, sia Rodbertus che Marx, sono socialisti; ma essi sono propriamente antipodi. Ma in un punto importante essi concordano. Concordano in una certa considerazione della domanda fondamentale, che oggi effettivamente è posta da tutti coloro che si affrontano a fondo con la questione sociale. È la domanda: Che cosa produce propriamente i beni economici? Che cosa produce quei beni economici che circolano nella vita economica, beni che servono al consumo economico dell’uomo? — Tanto Marx quanto Rodbertus rispondono a questa domanda dicendo: Solo il lavoro corporale produce beni economici. — Dunque tutto ciò che nella vita economica è produttivo si riduce al lavoro corporale. In altre parole: Volendosi parlare di dove sia da ricercare il lavoro che produce una qualche sequenza continua di beni economici, allora ad esempio in una ferrovia, si deve cominciare dal primo colpo di vanga, non però dal lavoro degli ingegneri, non dal lavoro di coloro che da certi contesti della vita estraggono il pensiero che in questa o quella regione si debba costruire una ferrovia. Karl Marx ad esempio dice: Il lavoro, il lavoro corporale produce da solo i beni economici. Se, così egli dice, in India si assume un contabile in una comunità, il lavoro di questo contabile non è qualcosa che produce veri beni economici. Certamente il lavoro di questo contabile è necessario, ma non produce beni economici. I beni economici sono prodotti unicamente e solamente dal lavoro corporale di coloro che direttamente corporalmente si attivano nella produzione dei beni. Tutto il resto ne è escluso, non vi si può contare come elemento di produzione dei beni economici. Da che cosa è pagato, così dice Karl Marx, il contabile indiano? Da una detrazione che si fa. Si deve prima detrarre da quella che dovrebbe guadagnare realmente tutti gli altri, coloro che corporalmente lavorano, si deve prima detrarre qualcosa da questo e gliela dare, perché pure è necessario. Non si può produrre senza di lui, ma non produce beni. Dunque si deve togliere a coloro che producono beni quello che si deve dar a lui. — E seguendo questo pensiero Karl Marx giunge infine a ciò, che tutto il lavoro spirituale, tutto il produrre spirituale non è esentato dai beni economici così che partecipasse alla produzione di questi beni economici, ma che è sottratto a coloro che veramente producono economicamente.
E giunge alla medesima opinione anche l’antipode di Karl Marx, Rodbertus. Ora ci sono molte cose per cui precisamente da quel modo di pensare che si è formato nel corso degli ultimi tre o quattro secoli come un’ombra di modi di pensare antichi, tali considerazioni sono sorte. Perché si nota come tali considerazioni sorgono quando si guarda a quale modo il lavoro, la relazione del lavoro alla produzione dei beni economici è considerato da siffatti teorici, e la considerazione di questi teorici è proprio oggi soprattutto passata all’intero proletariato. Quello che nel proletariato intero sussiste come concezione della vita, è propriamente un risultato di tali rappresentazioni, di cui ora vi voglio dar qualche esempio. Così la gente chiede, ad esempio come Marx: Per quale ragione il lavoratore riceve il suo salario? — Se rispondono così a questa domanda, che il lavoratore riceve il suo salario per il lavoro impiegato, che cioè il lavoro impiegato gli sia retribuito, e dicono: Deve essergli retribuito, perché generando beni il lavoratore cede la sua propria forza lavorativa. — Io vi ho spesso caratterizzato questa considerazione come quella che è la considerazione del proletariato presente: Il lavoratore cede la sua forza lavorativa, la sua forza lavorativa è consumata; deve essere sostituita. Gli si dà dunque un salario, dunque beni economici, perché il salario monetario ne è appunto solo il sostituto; gli si dà il salario, affinché la forza lavorativa corporale consumata nell’generare dei beni economici possa di nuovo essere sostituita. — Questo pensiero ritorna sempre di nuovo, questo pensiero troviamo nelle più varie varianti.
Che cosa c’è dunque di fondo in una tale considerazione? La considerazione che sta di fondo, la si nota meglio quando si guarda a una parola che Karl Marx e i suoi seguaci hanno usato sempre di nuovo. Hanno usato la parola: «il lavoro si rapprende nel prodotto». — Come se il prodotto fosse prodotto — il lavoro nel prodotto sia rappreso. Così anche la forza lavorativa, rispettivamente il suo risultato nel bene economico, nel prodotto sia rappreso. Si dice: La forza spirituale non può rapprendersi nel prodotto, soltanto la forza corporale può rapprendersi nel prodotto. — Si ha dunque la rappresentazione che la forza lavorativa in qualche modo passi dall’uomo nel prodotto, allora è, là fuori, rappresa nel prodotto; allora si mangia e allora è di nuovo sostituita.
Una tale rappresentazione siede ben salda da certi fondamenti materialistici dei tempi moderni nella gente, e quando si lotta contro una tale considerazione, si appare perfino come un uomo che tende al paradossale, perché queste cose gradualmente sono diventate qualcosa che al contemporaneo appare del tutto naturale. E in Russia proprio adesso si fa socialismo soltanto sotto l’influsso di tali considerazioni sorte dai fondamenti del materialismo.
Ora è veramente così — è straordinariamente difficile da ammettere, ma è veramente così — che talvolta considerazioni diventano popolari, vengono rappresentate da tutti come qualcosa di evidente, e non hanno in realtà nessun fondamento. Questa concezione, come se il lavoro venisse strappato nel prodotto, non ha veramente alcun fondamento, perché non si può veramente dire che ciò che è consumato durante il lavoro, sia di nuovo sostituito dall’alimentazione. Basta porsi seriamente la domanda se colui che non lavora affatto non debba pure mangiare se vuol vivere. La sostituzione di una forza perduta, su cui qui si verte, non può certamente dipendere dal fatto che questa forza sia andata nel lavoro; perché se non va nel lavoro, deve pure essere sostituita. Qui deve nascondersi un capitale errore di pensiero, un capitale errore di pensiero che semplicemente è diventato popolare, è diventato popolare il farlo. Non si crede quanto oggi siamo intrappolati in cattive abitudini di pensiero. Bisogna di fronte a queste cattive abitudini di pensiero una volta far svegliare l’anima. Non si può fare che di fronte a queste cattive abitudini di pensiero l’anima continui a dormire.
Già un’altra volta ho espresso il pensiero in un’altra forma. Colui cui non è un bisogno, o diciamo meglio, colui che dalle sue situazioni di vita non è stato posto nella situazione che spacchi legna o svolga un simile lavoro corporale, costui talvolta esaurirà la sua forza diciamo nello sport. Là pure impiega la sua forza. E voi facilmente potrete ammettere che si può impiegare la stessa misura di forza nel spaccare legna come nello sport. Si può stancare altrettanto dello sport che dello spaccare legna. Si può avere altrettanto buon sonno dopo lo sport come dopo aver spaccato legna. La stessa misura di lavoro può in un caso e nell’altro essere svolta puramente formalmente. Non può dunque trattarsi di quanta lavoro si svolga e quanta forza si esausta in questo svolgere-lavoro, ma è evidente che si tratta di un’affatto altra cosa, del modo in cui il lavoro è collocato nel processo sociale intero. Si tratta di imparare ad astenersi da questo esaurire della forza vitale umana nel lavoro, nella produzione di beni. Potrebbe al massimo trattarsi del fatto che l’industrioso ha bisogno di mangiare un po’ di più del pigro, benché questo non concordi neanche completamente con le abitudini di vita di molte persone.
Ma in ogni caso, questa strana concezione, come se nel pensare nazionale-economico si debba considerare come la forza lavorativa impiegata sia sostituita da quello che si riceve nel salario, questa concezione è in ogni caso senza alcun fondamento. Semplicemente non si può pensare così se si vuol giungere a un qualche scopo.
Volevo da un’altra parte richiamare di nuovo l’attenzione, indicare come la nostra intera vita sia dominata da rappresentazioni sbagliate, da abitudini di pensiero che certo per epoche passate avevano forse una giustificazione, ma che oggi non hanno più tale giustificazione.
Un altro corso di pensiero, che ritorna spesso anche presso gli osservatori della vita economica, che sono più o meno dipendenti da Karl Marx, è questo: Dicono: Quando un lavoro corporale è svolto e nel corso dello svolgimento di questo lavoro corporale emerge un bene economico, allora questo lavoro è consumato. Se il bene deve di nuovo esserci, deve di nuovo essere prodotto con lo stesso lavoro. Se uno pensa a un’idea, così è quest’idea. Essa resta lì, non è consumata. E secondo questa idea forse innumerevoli processi lavorativi possono essere svolti. — Dunque: il lavoro corporale, che è impiegato per la produzione di beni è consumato nel suo prodotto, il lavoro spirituale non è consumato nel suo prodotto, ma i prodotti rimangono — questo appare straordinariamente plausibile quando uno esprime una tale idea. Ma allora tuttavia emerge la domanda: È in una maniera fruttuosa nel pensare nazionale-economico da farsi qualcosa con una tale idea? Si tratta sempre che coloro che si dedicano a una tale idea non sono in grado di seguire il processo intero che una tale idea attraversa divenendo realtà. È mai avvenuto una sola volta il caso che un qualche inventore ha prodotto un’idea e, senza che sia svolto altro lavoro spirituale, questa idea possa essere realizzata innumerevoli volte? — Non è il caso. Invece si deve dire così; si deve dire: Come sta in realtà il nesso tra quello che viene prodotto dall’uomo spirituale e quello che sono beni esteriori, ad esempio economici? — Guardate un poco alla produzione di beni economici. Potete immaginarvi che beni economici siano prodotti senza che giazcia di fondo una forza direttrice spirituale, una guida spirituale? Potete effettivamente provare che fino nel più intimo della cosa c’è una guida spirituale nel lavoro materiale, nella produzione dei beni materiali. Si deve soltanto sempre andare sufficientemente indietro. Ho spesso riportato a voi l’esempio: Consideriamo il traforo del Gottardo o il canale di Suez o qualche cosa; tali cose oggi non possono essere eseguite senza il calcolo differenziale o integrale. Non aiuta il lavoro corporale se queste cose non stanno di fondo. Queste cose però, il calcolo differenziale e integrale, una volta furono sviluppate nella solitaria stanza di pensiero di Leibniz o — non vogliamo imbarazzarci oggi in una disputa di priorità nazionale — nella solitaria stanzetta di pensiero di Newton, ma comunque in pensatori, nel produrre spirituale questi pensieri sono sorti. In tutto ciò che in fondo è nel traforo del Gottardo, nel canale di Suez e in simili lavori, quali prodotti di nuovo stanno sottesi alla produzione di beni economici, in tutto ciò non sono presenti se non i risultati di ciò che una volta era un germe spirituale. E niente potrebbe esserci di tutto ciò che è lavoro fisico, se il germe spirituale non fosse stato presente. Guardate una qualche cosa che sia prodotta, vi dovrete dire dovunque: Il lavoro corporale non si può neppure iniziare se il lavoro spirituale non l’ha preceduto; e se inizia, e il lavoro spirituale cesserebbe, non andrebbe molto lontano. Sì, si potrebbe altrettanto rigorosamente provare, come Karl Marx e Rodbertus credevano di provare, che solo il lavoro corporale produce beni economici, che solo il lavoro spirituale produce beni economici, che il lavoro corporale è assolutamente tutto quanto il risultato del lavoro spirituale. Queste cose sono assolutamente relative l’una all’altra. E lo stesso rigore di prova che i marxisti sono in grado di produrre per il corso di pensiero che solo il lavoro corporale produce beni economici, lo stesso rigore di prova si potrebbe trovare nel corso di pensiero che solo la forza spirituale produce beni economici.
Che cosa ne segue? Io dico esplicitamente: Lo stesso rigore di prova può aver luogo in un caso come nell’altro; ciò significa che nel caso uno o nell’altro caso può presentarsi il seguente. Karl Marx ha rappresentato l’uno. Potrebbe venire uno che altrettanto rigorosamente provasse che solo il lavoro spirituale produce beni economici. È soltanto dovuto alle condizioni materialistiche dei tempi moderni che non è comparso un tale Marx per condizioni spirituali, come Marx è comparso per condizioni materiali. Ambedue però, se fossero comparsi, avrebbero potuto guadagnare seguaci. Karl Marx ha guadagnato abbastanza seguaci; l’altro avrebbe potuto guadagnare seguaci. Le esposizioni di ambedue avrebbero potuto puntare sullo stesso rigore di prova che oggi trovate quando la gente, naturalmente sempre in buona fede, tratta l’una o l’altra questione di riforma in assemblee moderne. Lì viene dimostrato tutto in maniera molto rigorosa, perché oggi siamo molto intelligenti. O quando la gente sui pulpiti dimostra l’una o l’altra cosa, tutto è dimostrato rigorosamente. Ma si può provare il contrario altrettanto rigorosamente. Non lo si vuol credere appunto, che il vaglio logico non è qualcosa che possa sostenere la vita, bensì che al vaglio logico o a quello che è soltanto tratto dal vaglio logico deve aggiungersi un senso di realtà, un’unione con la realtà. Solo dalla vita fuori può sostenersi la vita, non dalle dimostrazioni orientate intellettualmente. Solo per il fatto che gli istinti degli uomini negli ultimi tre o quattro secoli erano orientati materialmente, è da attribuire che proprio la dimostrazione sulla base materialistica sia diventata tanto rigorosa come nel marxismo. Di solito non si riesce nelle confutazioni, perché nella dimostrazione non si tratta del fatto che uno dimostri qualcosa, bensì che l’altro accolga la dimostrazione. L’accoglimento della dimostrazione però non riposa sulla logica della dimostrazione, ma — così come gli uomini sono quando non penetrano nella scienza dello spirito — essa riposa su certi istinti, su abitudini, specialmente anche su abitudini di pensiero. E così si deve dire: La vita ci viene confusa oggi dal fatto che le anime non vogliono fuoriuscire dal loro sonno di fronte agli impulsi della realtà, che le anime soprattutto non penetrano, non vogliono farsi dire: Importa trovare il punto di vista giusto, non guardare il mondo da un qualche punto di vista arbitrario.
Oggi si tratta del fatto che si guadagni un punto di vista che non più susciti pregiudizi nel senso che si ritenga giusta una dimostrazione unilaterale, bensì che consenta di considerare la vita così universalmente che si possa realmente pesare il peso di un fondamento, come anche il peso dei fondamenti dall’altro lato. Si deve oggi comprendere quanto per sé hanno i fondamenti da un lato, dal lato materialistico, e quanto per sé hanno i fondamenti dal lato spirituale. Cioè, mai è stato così necessario quanto al presente che gli uomini non siano fanatici. Ma il fanatismo, che oggi è appunto un fenomeno dei tempi, può soltanto essere superato quando l’uomo in sé stesso dischiude la fonte che lo conduce a una vera visione negli incastellamenti spirituali del mondo. Perciò la fecondazione della nostra civiltà occidentale con i risultati della scienza dello spirito è appunto una necessità così eminente. Si può dunque dire con rigore di dimostrazione, se lo si vuol — e importa che lo si voglia — si può dire che il lavoro spirituale si rapprende nel prodotto. Si può anche dire che il lavoro corporale si rapprende nel prodotto. Ma con che cosa in realtà abbiamo a che fare? In realtà abbiamo a che fare col fatto che certi processi nel mondo esteriore sono svolti dagli uomini in un certo modo. Supponiamo che io colga una mela dall’albero. Questo è appunto qualcosa che come addendo nella somma dei nessi economici ha qualcosa a che fare. Bisogna vedere quali elementi compongono la realtà. Se colgo una mela dall’albero, provoco un mutamento nel mondo esteriore, una metamorfosi: Prima la mela è sull’albero in alto, poi forse sta nel mio cestello. Questo mutamento l’ho provocato. Certamente in me si è svolto un processo nel corso del quale è stata consumata anche forza corporale, che è stata di nuovo sostituita. Ma se nello stesso tempo in cui avrei colto la mela avessi fatto un paio di passi della mia passeggiata, avrei consumato altrettanta forza. Non si tratta di ciò che avviene in me, e nel nesso nazionale-economico non può trattarsi di nulla che abbia a che fare col corpo umano. Non può trattarsi di porre la domanda: Che cosa deve ricevere l’uomo perché ha sostituzione a svolgere per forza corporale consumata? — bensì può trattarsi unicamente di: Quale significato interiore spetta a quella metamorfosi che in fondo si svolge affatto al di fuori dell’uomo, che egli soltanto dirige, che egli soltanto conduce, quella metamorfosi che la mela sta dapprima sull’albero in alto e poi nel suo cestello? Pensate una volta che voi disegnaste il processo intero, o lo dipingeste. Dipingete l’albero, accanto l’uomo. Dipingete adesso come l’uomo stende la mano, mette una scala e tende la mano, coglie la mela, e dipingete poi come la mette nel cestello. Adesso fatevi il piacere, diciamo, di togliere l’uomo completamente, di radere il dipinto da tutto quanto che era il vostro dipingere dell’uomo, e guardate soltanto questo che si svolge oggettivamente al di fuori dell’uomo: la mela sta in alto, si muove giù, sta nel cestello dentro; avete tolto completamente l’uomo. Il processo che però nella vita economicamente ha senso, questo lo avete là afferrato rigorosamente nell’occhio. Quello è lì rimasto, di quello si tratta quando si tratta di considerazione economica. E ogni volta la considerazione puramente economica è posta su falso terreno quando nella considerazione economica si inserisce il consumo della forza vitale o della forza corporale e simili, come lo fanno Lassalle, come lo fa Marx, come però anche quasi tutti gli altri economisti accademici.
Quello dunque di cui si tratta è che noi là, dove si tratta di nessi economici, possiamo escludere l’uomo. Dobbiamo poter considerare di nuovo separatamente questo uomo escluso. Allora arriviamo ad altri nessi, ai nessi che stanno su altro terreno. Nel dire: Sì, ma gli uomini devono però lavorare, altrimenti le mele non cadono dagli alberi nei cestelli! — nel pronunciare questo, notiamo: Adesso non possiamo radere via l’uomo! Ma non possiamo soprattutto radere via la sua anima, se egli deve ancora restare uomo. Se l’uomo deve restare uomo, così l’impulso al lavoro deve restare in lui stesso. Non può restare uomo se si escogita un apparecchio mediante il quale egli sia spinto lentamente attraverso certi processi tecnici sulla scala, là il suo braccio sia alzato, le dita siano piegate eccetera, o se si introducesse dallo stato l’obbligo del lavoro; entrambi nel fondo vengono a significare lo stesso. Si tratta che l’impulso sia in sé dentro l’uomo. Non sarà in sé dentro l’uomo se non è acceso dal nesso, dal traffico da uomo a uomo.
Vedete, nella considerazione si giunge anche a un affatto altro campo di quello che era il campo economico, quando si passa all’impulso al lavoro. Quando si tratta dell’impulso al lavoro non potete astenervi dall’uomo, ma non potete neppure astenervi dal più intimo dell’uomo. Se voi perseguite questa cosa conforme alla realtà, allora troverete appunto: È così fondamentalmente diverso quello che ho menzionato, il processo economico, da quello che propriamente guida al lavoro, che è l’impulso del lavoro, che questa diversità deve avere radice nella realtà sociale stessa.
Ora ci sono molti modi di pensare per giungere alla triarticolazione dell’organismo sociale. Ma si dovrebbero andare molti cammini di pensiero, perché l’uomo ha oggi un bisogno di uno stimolo forte, è così assonnacchiato di pensiero! Troverete soprattutto che questo intrico di rappresentazioni, che vuol incollare tutto insieme, il quale economico, quale diritto-statale, quale vita spirituale, è propriamente spuntato dal materialismo, che però nel medesimo tempo, nel divenire come concezione del mondo, lega anche l’anima ai processi corporali, rende però questa anima passiva, uccide questa anima nella sua attività. Non siamo soltanto diventati materialisti, teoricamente materialisti, siamo diventati materiali. L’uomo perciò non può tornar fuori dalla catastrofe nella quale oggi si trova mediante soltanto un mutamento del suo modo di pensare, ma può tornarne fuori soltanto mediante uno stimolo della sua volontà. Perché il volere è quello che innanzitutto come primo elemento animico è indipendente dal corporale e non completamente può essere teso al corporale, se pure entra in applicazione. Perché in ogni momento in cui io compio qualcosa di esteriore, mi viene fornita la prova immediatamente percepibile che il volere è indipendente dal materiale del corpo. Perché il volere è attivo nel togliere la mela dall’albero e nel metterla nel cestello. Quello che l’uomo mangia, posso escluderlo dal processo puramente economico; la volontà degli uomini non la posso escludere.
Vi volevo così oggi nuovamente un modo di corso di pensiero per cui potete trovare la profonda giustificazione di queste idee di triarticolazione. Innanzitutto vi ho mostrato come affatto diverso l’impulso al lavoro è da tutto quello che è incluso nella vita economica. Voi sapete che nel sistema tripartito deve stare su base statale-legale. Ma se perseguite i corsi di pensiero oggi sollecitati in altre direzioni, nella direzione ad esempio di quanto confusi diventino le rappresentazioni riguardo alla parte del lavoro corporale e del lavoro spirituale nella produzione del prodotto — quando si pensa così come gli ultimi tre o quattro secoli hanno insegnato agli uomini a pensare — allora vedrete anche come questo nodo di pensiero che è sorto, agisce confondendo anche quando si vuol separare puramente la vita spirituale dalla vita legale ed economica. Perché nessuna necessità di agire è presente se si ha la considerazione che l’uomo nella forza lavorativa consumata nel lavoro, che gli deve essere sostituita attraverso il salario. Questo l’abbiamo visto, che una tale necessità di agire non è presente. Come si giunge a conservare un tale corso di pensiero? Come si giunge ad esprimere affatto un tale idea? Si giunge da fondamenti materialistici. Non ci si può liberare nel proprio pensare dalla materia. Non si può trovare qualcosa che viene fuori dall’uomo e che è indipendente dal suo corpo. Così si rimane incatenati con le proprie idee al corpo. L’economia nazionale rimane incatenata materialmente al corpo. Perché non può vedere i nessi puramente spirituali nel mondo esteriore nella vita economica, è distolta al puro processo materiale del consumo della forza corporale e della sostituzione: forza cedere, forza assumere, forza cedere, forza assumere e così via! Si vuol muoversi completamente nel materiale e perciò non si può giungere ad altro che all’inserimento dell’uomo come macchina nell’organismo nazionale-economico.
Sta così oggi già che non siamo intrappolati nella catastrofe dalle istituzioni di fuori, bensì che siamo intrappolati nella catastrofe dal più profondo pensare, sentire e dagli impulsi di volontà degli uomini, e che è nel senso più eminente necessario che si abbandoni il pregiudizio come se mediante sole istituzioni qualche ascesa sociale possa avvenire. È urgentemente necessario che si comprenda che un’ascesa sociale può avvenire soltanto mediante una trasformazione della direzione del pensare e del sentimento degli uomini, mediante uno sradicamento di vecchie abitudini di pensiero che minacciano di spingerci sempre più profondamente nel declino. Bisogna propriamente abituarsi a seguire con un certo profondissimo interesse quello che vive nei pensieri dell’umanità contemporanea. Una volta si troverà come non giova continuare questi pensieri in qualche direzione, bensì come importa soltanto su campo il più importante oggi abbandonare queste direzioni di pensiero e assumere nuove direzioni di pensiero. Ma queste possono soltanto sorgere dai fondamenti più profondi della natura umana stessa. E possono soltanto in questo modo penetrare nella cultura dell’umanità, che gli impulsi, che sono originali, che sono elementari, siano veramente considerati e presi in considerazione dagli uomini. Ma tali impulsi oggi possono stare soltanto entro quella scienza del spirituale che è orientata in modo antroposofico. Abbiamo bisogno di una nuova conoscenza dell’umanità, perché la vecchia conoscenza dell’umanità ha su un tale campo, come quello che ho caratterizzato per voi oggi, condotto all’errore. La vecchia considerazione è già così praticamente da considerare l’uomo come macchina e da non riconoscere l’assurdità del pensiero che sia una categoria nazionale-economica consumare forza corporale umana e sostituirla attraverso il salario come equivalente. Tutto ciò riposa sul fatto che entro i moderni modi di pensiero l’uomo affatto non può essere conosciuto e che è necessario acquisire conoscenza dell’uomo nel più profondo senso della parola. Questo però sarà possibile soltanto se il nostro intero modo di pensiero sarà orientato in modo antroposofico.
Oggi voglio parlarvi di nuovo di qualcosa di cui qui si è parlato più volte, ma che tuttavia si penetra soltanto come è necessario penetrare se lo si considera più volte e dai più svariati punti di vista. Chi oggi consapevolmente partecipa della vita spirituale e infine anche della vita materiale del presente e si è veramente interiormente animicamente introdotto in quello che qui chiamiamo scienza dello spirito orientata in modo antroposofico, costui deve, alla vista dei nostri avvenimenti, porre sull’anima una grave preoccupazione culturale. Questa grave preoccupazione culturale si può più o meno così descrivere: Da un lato si vede la necessità che quella che noi chiamiamo scienza iniziatica, scienza dello spirito, che in fondo può essere approfondita soltanto mediante il metodo dell’iniziazione, che questa scienza per quanto possibile si diffonda tra tutti gli uomini pensanti, almeno per il principale, se non vogliamo ancora più sprofondare nel declino. Gli uomini hanno semplicemente bisogno di accogliere questo nel loro sentimento di vita e di lasciarsi stimolare per il reciproco traffico, per l’azione reciproca tra loro attraverso questa scienza iniziatica. Dall’altro lato vive nella stragrande maggioranza degli uomini — basta che guardiamo i pochi confessori della scienza dello spirito — cioè nella stragrande parte dell’umanità il sentimento che questa saggezza iniziatica la rifiutino, che vadano avanti a vivere nello stesso modo come hanno vivuto sinora, senza essere minimamente influenzati da quello che loro può divenire attraverso questa saggezza iniziatica. Si potrebbe dunque dire, da un lato giace la più urgente necessità della rivelazione dei mondi spirituali, dall’altro lato il rifiuto radicale di questa conoscenza.
Non ci si deve fare illusioni su questo, che in fondo il modo in cui gli uomini sinora dai confessioni tradizionali sono stati istruiti a pensare il Spirituale, oggi reca molta colpa per questo rifiuto radicale di una saggezza dei mondi spirituali. Rendiamoci chiaro il fatto che soprattutto i confessioni tradizionali la gente la vogliano conoscere soltanto di un lato, diciamo dell’Eterno nell’uomo, di quel lato che sta al di là della morte, e che una decisa opposizione da parte dei confessioni tradizionali esista, che la gente oggi sia diretta a quello che dell’Eterno-Animico nell’uomo esiste prima della nascita, o diciamo prima del concepimento. Molto si parla, benché in modo straordinariamente indeterminato e sempre quando non si indica un sapere, soltanto una credenza, del sussistere dell’anima dopo la morte. In contrasto a questo è rifiutato ogni parlare del sussistere dell’anima prima della nascita o prima del concepimento. Questo ha il suo significato non soltanto all’interno del teorico, che abbiamo appena ricordato, all’interno dei puri giudizi conoscitivi che dicono: Alla morte vogliamo guardare; alla nascita non vogliamo guardare — bensì ha il suo significato per l’intero essere dell’uomo. Perché dipende dalla maniera in cui si parla dell’Immortale nell’uomo da questo rifiuto del prenatale. Rammentate pure una volta come per lo più dai confessioni si parla della immortalità dell’anima agli uomini. Vi si fa appello agli istinti egocentrici più raffinati degli uomini. Questi istinti più raffinati degli uomini mirano infatti al desiderare l’esistenza dopo la morte. Nelle più svariate forme negli uomini esiste il desiderio di questa esistenza dopo la morte, e quando si parla nel modo usuale di questa esistenza dopo la morte, sempre di nuovo si deve fare appello a questi istinti egocentrici degli uomini, a questo volere un’esistenza dopo la morte. Bisogna dunque fare appello in un certo senso al desiderio di immortalità degli uomini. E facendo appello ad esso, si trova l’accesso alla fede degli uomini in questa immortalità dopo la morte.
Non si troverebbe senza altro la medesima fede per la medesima maniera di parlare se si parlasse dell’Eterno dell’anima umana come esso è presente prima della nascita o prima del concepimento. Considerate una cosa soltanto: Si parla di immortalità. Non si parla di qualcosa che nel medesimo senso va al di là della nascita, perché non si ha affatto nel senso ordinario una parola per questo. Immortalità, questa parola la si ha; Ingeneratezza, Ingenerato — questo non lo si ha, questo si dovrebbe prima elaborare affinché fosse abituale agli uomini. Già da questo potete vedere come sia unilaterale il parlare dell’immortalità da parte dei confessioni tradizionali. E perché è così? Ebbene, è affatto diverso quando si deve parlare agli uomini del fatto che dovrebbero considerare la loro vita presente, che hanno condotto dalla nascita e continuano a condurre fino alla morte, come continuazione di una vita spirituale, come dovrebbero considerare la vita spirituale dopo la morte come continuazione di questa vita terrena. Perché per gli uomini sta così: Udire della vita dopo la morte è per loro in un certo senso un godimento; udire della vita pre-natale non è un godimento nel medesimo senso, perché quello che ci è divenuto uomini attraverso la nascita, lo abbiamo, lo possediamo; non lo bramiamo dunque. Così non si può parlare dell’Eterno prima della nascita mediante l’eccitamento di un desiderio, e così bisogna innanzitutto nel caso che uno voglia parlare di questo Eterno prima della nascita, risvegliare nell’uomo la pulsione di guardare a una tale cosa, per dichiarsi pronto alla conoscenza per una tale cosa.
Questo è collegato con il fatto che la scienza dello spirito deve presupporre prima del conoscere una certa disponibilità. Questo che ho chiamato nel pubblico insegnamento «umiltà intellettuale»: sentirsi dinanzi ai grandi insegnamenti della natura come il bambino, quando potesse sentirsi, dovrebbe sentirsi a cinque anni di fronte a un libro di lirica goethiana, col quale non può farci nulla finché non è stato educato a capirlo — così dovrebbe sentirsi l’uomo di fronte alla natura che si sviluppa. Non può farcene nulla finché non si è preparato, a penetrarvi. Perciò bisogna proprio parlare di questo preparare nell’umiltà intellettuale. E dobbiamo trovarci come uomini interiormente pronti, da farci noi stessi altro da quello che siamo, quando non abbiamo ancora preso in mano il nostro interiore per svilupparlo nella vita psichico-spirituale. Ma per questo è necessario che si guardi a certe cose, verso le quali nello stato di sonno mondiale al quale ci abbandoniamo, veramente non si vorrebbe guardare.
Abbiamo come uomini la facoltà di attraverso le nostre rappresentazioni, attraverso il nostro pensiero instruirci del mondo. Non pensiamo però molto a quale particolarità abbia questo pensare. Ha questo pensare già una particolarità, perché di fronte alla vita esterna è propriamente non necessario. Questo normalmente non ce lo rendiamo chiaro. Messo da parte il fatto che gli animali possono vivere, possono cercare il loro nutrimento, possono procedere tra la nascita e la morte senza che pensino nel modo umano, messo da parte il fatto che già da questo si può ricavare che certi compiti inferiori della vita possiamo pure svolgere se non pensiamo nel modo umano, occorre soltanto che ci diamo a una considerazione della vita alquanto più fondamentale, e subito vedremo come per la vita esterna fisica il pensare sia propriamente non necessario. Riguardo a certe cose non possiamo affatto fidarci del pensare. Non è vero che noi conduciamo scienza. Prendiamo una qualche scienza, ad esempio la fisiologia, mediante la quale ci instruiamo nel modo come gli organi umani funzionano. Apprendiamo nella fisiologia, così bene come va nel campo materialistico o nel campo spirituale, a riconoscere quale specie sia il processo della digestione. Ma non possiamo aspettare il conoscere che pensa della digestione; prima dobbiamo digestione ordinaria eseguire. Non andremmo avanti nella vita se dovessimo aspettare finché abbiamo pensato della digestione, finché lo abbiamo riconosciuto. Dobbiamo l’attività della digestione senza riflettere eseguire, e così anche le altre attività del nostro organismo. Proprio riguardo a quello che noi come uomini eseguiamo, il pensare sempre viene dopo. Per la vita nel mondo sensibile potremmo dunque in fondo il pensare farne a meno.
Allora comincia la grande domanda che ora sorge dinanzi allo scienziato dello spirito: Che cosa ha questo pensare, il quale nel corpo fisico ordinario sensibile non può fornire servizi, che cosa ha questo pensare propriamente di significato? — Si deve certamente indicare qualcosa di importante. Quello che abbiamo nella tecnica esterna ci giace dinanzi, non ci giacerebbe dinanzi se prima non lo pensassimo. Ma in fondo il pensare comincia la sua positiva significanza soltanto alla tecnica esterna e a tutto quello che la tecnica esterna esige. Riguardo a tutto quello che non esige tecnica esterna, il pensare è qualcosa che propriamente viene dopo e che di fronte alla nostra esistenza sensibile si rivela come superfluo. Noi portiamo dunque un elemento in noi, il quale alla nostra esistenza sensibile non fornisce alcun contributo. Questo se lo dice lo scienziato dello spirito, e allora viene a esaminare ancora che cosa propriamente sia questo pensare. Allora trova, come vi ho più volte esposto, che questo pensare propriamente è un’eredità del nostro essere prenatale, che propriamente il pensare è quello che abbiamo sviluppato più intensamente fra l’ultimo morire e questa nascita, che noi la capacità di questo pensare portiamo dentro in questa esistenza sensibile, che questo pensare propriamente era elaborato per il mondo soprasensibile. Noi non comprendiamo il significato di questo pensare affatto se non sappiamo che è la nostra eredità dal mondo soprasensibile.
Così il ricercatore spirituale si arrampica poco a poco a vedere nell’eredità del pensare la vita che ha trascorso tra l’ultimo morire e questa nascita. Che cosa è stato propriamente lasciato cadere da allora? È stato lasciato cadere completamente il rapporto desiderativo all’ambiente, perché mentre noi col nostro conoscere pensante afferriamo il mondo, noi siamo senza desiderio. Questa è la particolarità del conoscere, che un desiderio non penetra questo conoscere. Perciò l’uomo al conoscere deve essere educato. Deve essere innanzitutto condotto a fare uso del conoscere. Perché nel fondo non brama da principio le cose che gli diventano attraverso il conoscere. Ma la scienza dello spirito qui ci mostra pure qualcosa di diverso. Essa ci mostra, mentre noi il conoscere, il conoscere che pensa abbiamo, che abbiamo una membro affatto inutile per il mondo sensibile, che quindi questo pensare in noi uomini deve essere presente a qualcos’altro che al solo vivere sensibile, e che noi questo pensare usiamo male quando lo lasciamo inapplicato, quando non lo applichiamo per penetrare non soltanto il sensibile bensì il soprasensibile. Abbiamo il pensare come dono, come eredità del soprasensibile e dobbiamo riconoscere che lo dobbiamo pure applicare alla acquisizione del soprasensibile.
Quello che vi ho detto, questo viene nella vita espressi nei più svariati modi. Possiamo, quando guardiamo la vita giustamente, venire a certe cose come quelle così espresse. Come veniamo propriamente in questa vita dentro? Nel fatto che la capacità del pensare sempre più e più dalle scure profondità del nostro interiore si stacca, nel fatto che noi sempre più e più in noi la forza, pensando il mondo a dominare, sviluppiamo. Come veniamo dentro e come ci collochiamo sempre più in questo mondo? Domandate a voi stessi una volta molto fondatamente da conoscitori di voi stessi, chiedetevi quale consapevolezza voi unite quando diventa sempre più e più pensante. Voi unite immediatamente con questo divenire-pensante il bisogno di comunicazione. Quando voi pensate, non potete fare altro che volere che i vostri pensieri vadano pure nelle anime di altri uomini, che giungiate nella situazione di poter comunicare i vostri pensieri ad altri uomini. Con il nostro pensare cresce in certo senso questo, il volere di comunicare i pensieri agli altri.
Basta che vi figuriate ipoteticamente che cosa significherebbe dovere tenere i vostri pensieri per voi soli, non trovare alcuno a cui poter comunicare i pensieri! Ma questo è affatto sicuro per la maggior parte degli uomini un bisogno che per il mondo dei pensieri soltanto esiste. Presso altri possessi non vale per la maggior parte degli uomini, e se anche veramente si trovano uomini che volentieri dànno altri possessi, volentieri forse — il «volentieri» è realmente troppo detto — i propri pensieri ognuno dà volentieri, dai propri altri possessi non dà sempre così volentieri; questo è noto! Ma ci sono pure uomini che volentieri dànno. Ma allora bisogna questo volentier-dare un poco analizzare, e allora ci si rende conto che questo volentier-dare è di nuovo collegato col pensare. Il pensiero: Che cosa penserà l’altro di te, quale comunanza si formerà quando tu gli doni — questo è qualcosa che enormemente l’atto di donare altri beni influenza, così che pure nel regalare o nel lavorare per un altro, il bisogno di comunicazione vive fortemente. Lo sforzo di comunanza nel pensare, questo è quello che qui gioca un ruolo.
Quando uno riflette molti su una questione, su una questione sulla quale i nostri antroposofi negli ultimi tempi hanno dovuto profondamente istruirsi, sulla questione pedagogico-didattica che molta discussione ha dovuto sostenere nel fondare o nel continuare la scuola Waldorf, che presto avrà dietro di sé il primo anno della sua esistenza, allora si giunge al fatto che propriamente colui ha il miglior mestiere di insegnante che ha il più grande bisogno di comunicazione. Se uno volentieri fa l’insegnante, questo deriva dal fatto che il bisogno di comunicazione, il vivere nel pensare comune con gli altri, in lui è sviluppato particolarmente, è particolarmente portato dalla porta da cui veniamo quando per la nascita entriamo in questa esistenza sensibile. E poiché è più facile comunicare ai bambini pensieri, trovare nei bambini accoglienza che negli adulti, il mestiere di insegnante è proprio quello che scaturisce da un intenso desiderare di successo col bisogno di comunicazione.
Ma quando una volta si riconosce questo, quando così, potrei dire, si riconosce la psicologia dell’insegnamento, allora si apre l’altra domanda, la domanda che nel costituire di una pedagogia per la scuola Waldorf ha giocato il più grande ruolo. Suona ai contemporanei ancora paradossale, questo altro aspetto dell’insegnamento della pedagogia, e però, nel costituire della pedagogia della scuola Waldorf, questo altro aspetto ha giocato il più grande ruolo, e questo è questo, che noi contemporaneamente lo portiamo al riconoscimento che i bambini che crescono dentro il mondo, ciascuno per sé è un enigma ed è che noi veramente dai bambini possiamo imparare. Nel fatto che siamo insegnanti non soddisfiamo soltanto il nostro bisogno di comunicazione, bensì contemporaneamente il nostro bisogno di conoscenza, nel fatto che noi ci diciamo: Tu sei invecchiato, ma quelli che ora entrano, questi ti portano notizie da tempi posteriori dal mondo dello spirito, questi ti svelano quello dal mondo dello spirito che da quando tu sei nato si è svolto nel mondo dello spirito, perché questi sono rimasti più a lungo nel mondo dello spirito. Nei più svariati modi questo è stato insegnato proprio agli insegnanti della scuola Waldorf, accogliere messaggi dal mondo dello spirito nel bambino che cresce, effettivamente considerare in ogni istante, e soprattutto sentire: Nel bambino che ti si consegna, si ti svela quello che ti è mandato dal mondo dello spirito. Così si accoppia con il donare un ricevere, così si cresce praticamente dentro al vivere insieme col mondo dello spirito. La pedagogia della scuola Waldorf riposa già su tale effettiva ricezione di cose del mondo dello spirito. Non soltanto che uno vuol esporre teoricamente una qualche pedagogia che procede dai principi astratti dell’antroposofia. Non importa questo, bensì è dell’esercizio didattico che in sé espresso immediatamente nel trattare i bambini si tratta. È qualcosa di diverso se uno presuppone il bambino ti porta messaggio dal mondo dello spirito in questo mondo, tu hai l’enigma da risolvere che ti è portato dal mondo dello spirito, da quando il bambino è una sostanza plastica qualunque che uno soltanto deve ancora educare. Questo risolvere l’enigma questo conduce a quello che come pratica della vita segue da quello che è stato guardato vivacemente e vivamente assimilato scienza dello spirito antroposofica. E questa scienza dello spirito antroposofica è là affinché non soltanto rappresenti principi, non soltanto rappresenti teorie, bensì effettivamente sia assorbita nei singoli rami della vita. Di questo si tratta.
Così abbiamo però indicato a quello come questo operare nell’educare, nel comunicare i propri pensieri — e in fondo è una comunicazione di pensieri, sia che io racconti a qualcuno qualcosa, o scriva un romanzo, o se pensiamo il pensiero nel più ampio senso, sia che io produca un’altra opera d’arte — come questa intera vita nei pensieri è un vivere insieme col mondo dello spirito, è un portare dentro quello che noi prenatalmente abbiamo vissuto, in questo mondo qui. Questa particolarità di quello che si chiama vita dello spirito, che si chiama civiltà spirituale, questo deve proprio da antroposofi porsi sott’occhio. Perché proprio da questo riceve questa vita dello spirito il suo carattere particolare, che noi, nel fatto che in questa vita dello spirito stiamo, diventiamo consapevoli: Noi pendiamo da quello che prima della nostra nascita giace, che ancora dopo la nostra nascita giace, nel fatto che i bambini ce lo portano dai mondi soprasensibili dentro. — In questo riceve però questa vita dello spirito il suo carattere particolare. È lì una volta quello che dovrebbe essere, che l’antroposofo il mondo assai più reale vede di come l’altro uomo oggi, che l’antroposofo apprende, su queste finezze della vita a guardare. Dunque egli deve riconoscere come la vita esterna di civiltà nel conseguimento dello spirituale è legata col prenatale, e come propriamente nel spirituale si dispiega qualcosa che è più ricco dell’uomo singolo, che trabocca al di là dell’uomo singolo. Non è vero che se noi siamo rimandati a comunicare ai altri i nostri pensieri, cioè trovarli pure nei cuori, nei sentimenti altrui, così ci rimanda la vita dello spirito a una comunanza, a qualcosa che noi soltanto insieme con altri uomini possiamo vivere. Essa ci fornisce qualcosa che noi affatto non vogliamo avere soli.
Noi sappiamo per così dire più — se mi espongo ora paradossalmente — che noi per noi trattenere possiamo, e si incrociano in questa relazione i nostri bisogni. Chi comunica a un altro qualcosa a uno dovrebbe di nuovo da un altro qualcosa esser comunicato. Diversamente non può essere. Così ci inondiamo con la vita dello spirito, ci versiamo i beni reciprocamente. È di nuovo una particolarità di questa vita dello spirito. Noi abbiamo troppo. Noi portiamo appunto troppo per questa sensibilità, perché questa vita dello spirito che portiamo come essere pensante è contemporaneamente determinato per il soprasensibile. Perché in questo il soprasensibile si esplica, così lo sommerge per così dire ondate di fuoco questo mondo fisico.
Tutt’altro è quando volgiamo lo sguardo sulla vita economica. Lì non sta così che noi così facilmente i pensieri all’altro comunichiamo. In primo luogo spesso non lo vogliamo. Se noi i pensieri della vita economica all’altro così facilmente volessimo comunicare come i pensieri della vita puramente insegnante, nessuno si farebbe brevettare nulla, nessuno conserverebbe un segreto commerciale. Lì il bisogno di comunicazione non è così grande come nel campo della cultura spirituale. E voi non dovete che immaginarvi come sta nella vita economica, allora subito vedrete che là non una tale inondazione di pensieri da uno all’altro va, bensì che là le cose si comportano affatto diversamente.
Io ho negli ultimi tempi potuto spesso indicare a un esempio attraverso il quale molto bene si può vedere quello che io propriamente intendo. Cominciò così verso la metà del 19° secolo tra la gente che ha qualcosa da dire su tali questioni, la spinta a pronunciarsi sul libero commercio mondiale e a fare il libero commercio, dunque nessuna barriera doganale, al traffico universale, al modo universale di traffico dei popoli nel campo della vita economica sulla terra. Contemporaneamente con questo pensare sul libero commercio veniva un’altra tendenza: al posto del bimetallismo, della valuta oro-argento, introdurre la valuta-oro. Questo sforzo per la valuta-oro unificata andava soprattutto dall’Inghilterra; ma colpì pure altri paesi come sapete. E voi potete in una certa época del 19° secolo nei resoconti dei parlamentari, o altrove dove su tali cose si discuteva, dappertutto vedere come la gente, come loro credono, magnificamente pratico, si pronunciavano sulla azione della valuta-oro. Dicevano: Il libero commercio si svilupperà sotto l’azione della valuta-oro, la valuta-oro portaccia il libero commercio da sé! — E dopo che fino negli anni settanta del 19° secolo per questa teoria è stata sostenuta dai più stimati parlamentari e pratici — che cosa è veramente accaduto? Dappertutto sotto l’influsso della valuta-oro sono state erette barriere doganali! L’esatto contrario di quello che i più grandi teorici e pratici avevano predetto!
Questo è un esempio straordinariamente interessante per il pensare nel campo economico. Chi oggi guarda dentro nell’economico — la gente, i pratici non se ne accorgono — colui nota che su tutti i campi sta così. Di quello che la gente predice accade per lo più nel traffico commerciale il contrario. Basta che uno studi i casi concreti, basta che uno non consideri quello che si vuol declamare come cosiddetto praticone della vita che disprezzativamente guarda tutto l’idealismo, bensì veramente guardi a quello che accade, allora uno già trova che è così.
Così voglio dire — così assetterete voi — che tutto questo fossero degli sciocchi, coloro che nelle assemblee parlamentari e nelle discussioni hanno predetto che dalla valuta-oro venisse il libero commercio, mentre in realtà venuta è l’erigere delle barriere doganali. No, questo non voglio dire affatto. Non voglio dire affatto che fossero sciocchi. Essi erano assai, assai intelligenti — certamente in parte; c’erano fra loro gente straordinariamente intelligente. E chi percorre quello che hanno addotto come fondamenti, e proprio non guarda più profondamente nel tessuto intero della convivenza umana, quello non può fare altro che al principio tante volte meravigliarsi dell’intelligenza dalla quale tali gente erano dominati nel declamare una profezia affatto falsa.
Da dove viene questo? Appunto da questo, che noi nei tempi moderni siamo cresciuti nell’individualismo del pensare, che ognuno per sé stesso ha voluto pensare in tali cose. Così come noi, quello che portiamo come il vero pensare spirituale, per tutti gli altri l’abbiamo, così la gente abbiamo là gli altri potremmo sommergere, così il pensare che noi prima dovremmo estrarre dalla vita noi non l’abbiamo affatto così pronto a versare. Questo noi nella vita potremmo soltanto acquisire così che l’abbiamo assai parziale, che lo strappiamo sempre a caricatura se vogliamo applicarlo universalmente. Il nostro giudizio col quale nasciamo, questo non l’abbiamo soltanto così che potremmo giudicare il mondo, bensì questo l’abbiamo così che ancora basta per dare all’altro qualcosa affinché costui pure secondo il nostro giudizio possa giudicare. Il nostro giudizio economico e quello che al giudizio economico è simile, questo è più cortamente serrato. Questo non basta per comunicarlo all’altro, bensì perché questo sia efficace, è necessario che si formino associazioni, che gruppi di uomini si uniscano con gli stessi interessi, interessi di consumo o interessi di una certa specie di esercizio, e così via; perché là soltanto gruppi di uomini insieme possono attuare l’esperienza vivente di quello che l’uno può contribuire loro, quello che dunque sa e quello che l’altro deve credere, per fiducia credere, se sta con lui nell’associazione insieme.
Allora sorge di nuovo una grande domanda per colui che ora, potrei dire, con l’occhio sereno dell’anima considera il mondo. Egli si dice: Noi portiamo una certa somma di giudizi che versiamo, che versiamo agli altri uomini. Questi ci legano con la vita prima della nascita. Ma allora noi acquistiamo giudizi utili nel campo dell’esteriore, soprattutto della vita economica, soltanto quando noi permanentemente con altri ci uniamo, quando formiamo associazioni con loro, quando insieme con loro giudichiamo, quando per così dire il nostro giudizio e i loro giudizi insieme componiamo. Non possiamo comunicar loro nulla, bensì noi dobbiamo affinché il nostro giudizio sia affatto il nostro giudizio con il loro insieme comporre. Da dove viene dunque questo? Questa è la grande domanda. Questo viene dal fatto che noi come uomini veramente siamo almeno un doppio-essere. Noi siamo propriamente un triplice-essere, ma a questo oggi non voglio prestare attenzione, potete legger il più preciso nel mio libro «Dai segreti dell’anima»; ma voglio innanzitutto prestare attenzione al doppio-essere nel fatto che il secondo e il terzo più riunisco. — Quello che noi dal mondo dello spirito portiamo dentro in questo mondo dentro, quello che noi sugli uomini versiamo, questo forma in noi la testa, il capo, il quale è propriamente più di un semplice’espressione, semplice strumento, il quale propriamente è un’immagine di quello che noi prima della nascita eravamo, il quale il nostro animico sì anche fisiognomicamente esprime, dunque fa più che il resto dell’organismo, il quale propriamente non il nostro animico se noi non ci muoviamo, dunque non immediatamente il nostro animico in attività manifesta, il quale propriamente non esprime il nostro animico immediatamente come il viso, il capo esprime il nostro animico.
Noi siamo da una parte dunque propriamente uomini-di-testa, portiamo attraverso il capo l’immagine esterna di quello dentro il mondo che noi prima della nascita siamo diventati. E a questo si articola il resto dell’organismo umano. Questo dunque è il quale soltanto con l’aiuto della testa sopra una tale cosa deve giudicare come la vita economica. Col capo non giudichiamo affatto sulla vita economica, perché il capo propriamente non si interessa molto per la vita economica. Vuole certamente anche accanto essere nutrito, ma questo reclamo lo pone soltanto al proprio organismo, non al mondo esteriore. Il capo stesso corrisponde con i suoi bisogni nutrizionali soltanto al resto dell’organismo. Infatti è costituito pure su questo resto dell’organismo così che propriamente davvero è portato da questo resto dell’organismo. Come l’uomo nella carrozza così il nostro capo siede sul resto dell’organismo e non partecipa ai movimenti. Così poco come noi nella carrozza quando dentro l’andiamo abbiamo il bisogno di affaticarci colle braccia e colle gambe, così poco il nostro capo fa il movimento delle gambe e dei piedi. Il nostro capo è qualcosa che riposa sul resto dell’organismo. È un’organizzazione di tipo tutt’altro che il resto dell’organismo, e giudica così che la forza di questo giudizio la porta in sé dalla nascita dentro l’esistenza fisica. Il resto dell’organismo è costruito da questo mondo qui. Questo si può pure dimostrare con l’aiuto dell’embriologia, se uno veramente embriologia pratica, non la caricatura di embriologia come la pratica la scienza odierna. Il modo in cui è sviluppata l’embriologia prova immediatamente quello che qui esprimo. Questo resto dell’organismo, è quello che pure con tutto il resto del mondo, anche col mondo sociale, in un traffico entra, che è rimandato alle ripartizioni nelle quali entriamo nel mondo esteriore.
Noi possiamo dire che l’uomo al mondo due organizzazioni affatto diverse contrappone. Alla vita dello spirito contrappone il capo, alla vita economica il suo resto dell’organismo. Il resto dell’organismo però mostra già la sua dipendenza dal mondo umano esteriore mediante la sua pura natura naturale. Immaginate: riguardo al resto dell’organismo la specie umana è divisa in maschi e femmine, e che il mondo come specie umana sussistenza, proviene dalla cooperazione di maschi e femmine. Dunque qui avete già l’archetipo della cooperazione sociale. Quello che l’organizzazione di testa è, questo non è affatto rimandato a cooperare con altro nel modo che le attività siano riunite, bensì là noi quello che la testa produce agli altri uomini diamo, sommergiamo come dire altri uomini. Questo ordinare di associazioni, questo vivere insieme con altri uomini in associazioni, questo è soltanto, potrei dire, un’ulteriore trasformazione del vivere insieme nel quale l’uomo entra per la sua organizzazione ulteriore, messo da parte la testa. Là appare qualcosa di affatto diverso nel mondo di quello che appare attraverso la nostra organizzazione di testa. Là viene a considerazione quello riguardo al quale dobbiamo dire: Lo riceviamo nel significato più eminente soltanto nel fatto che noi qui in questo mondo fisico ci articoliamo. — Innanzitutto questo altro lato dell’organizzazione umana è propriamente soltanto così nato che è nell’essere astrale suo: Desiderio senza saggezza. Mentre la testa non desiderio sviluppa, deve propriamente essere educata innanzitutto la testa a desiderare riconoscendo il mondo, sviluppa l’uomo attraverso il suo resto dell’organismo il desiderio che però non è penetrato dalla saggezza, che deve cercare la sua saggezza anzitutto nel vivere insieme col capo.
Su un lato avete dunque il mondo dello spirito con proprietà affatto diverse dal mondo che dall’altro lato abbiamo, il mondo della vita economica: Ho caratterizzato per voi il mondo della spiritualità nel fatto che vi ho mostrato come esso sia portato dentro dal nostro vivere prenatale; il mondo della vita economica è elaborato, ma non può essere elaborato dai singoli uomini perfettamente, bensì soltanto nel vivere insieme con altri uomini, in associazione che propriamente soprattutto si stende al desiderio, presso il quale la saggezza non in un uomo abbraccia il desiderato. Questo mondo completamente diverso noi nel sistema tripartito propriamente vogliamo effettivamente in modo giusto mettere in relazione col mondo dell’altro. Allora però potremmo guardare a questi due mondi, e qualcosa si ci chiarirà quello che noi all’inizio delle nostre considerazioni avuto abbiamo.
Al desiderio parla quello che nella vita economica, nella vita esterna è presente. Al desiderio si rivolgono però pure i confessioni tradizionali; si rivolgono dunque a quello che all’egoismo dell’uomo è sottomesso. Essi stimolano l’egoismo affinché gli uomini ricettivi siano per l’idea dell’immortalità. La nostra scienza dello spirito vuol altro. Non vuole stimolare l’egoismo dell’uomo per arrivare all’idea dell’immortalità, bensì essa vuol quello che l’uomo attraverso la nascita dentro-porta da suo ingerito, questo vuol ella nell’uomo sviluppare. Vuol al parlare quello che nell’uomo dal desiderio si ritrae, che non all’egoismo umano è sottomesso. Vuol parlar della non-mortale o ingerita anima umana alla conoscenza umana, non al desiderio umano. Vuol dunque al più puro nell’uomo parlar, alla conoscenza luminosa, e vorrebbe che gli uomini per questa via per la conoscenza luminosa si levassero al ghermire dell’Eterno nella natura umana. Con questo però viene dentro la vita in generale un nuovo elemento. Con questo ci appare questa vita terrena come continuazione della vita prenatale. Allora però diventa la vita terrena da un elemento della responsabilità attraversata che altrimenti non ha. Si diventa allora consapevoli che si è dal mondo superiore dentro questa vita terrena mandati, e che si ha in questa vita terrena una missione a compiere.
Si può esprimerlo anche diversamente: che su questa nostra vita umana terrena altri esseri contano, e questi esseri noi propriamente attiriamo come i nostri dei, come gli esseri spirituali che sopra di noi stanno. Essi vivono con noi insieme fra la morte e una nuova nascita. Allora siamo noi come dire con loro in commercio vivente. Allora giunge per ogni uomo il momento in cui come dire questi esseri spirituali, questi esseri dei mondi si dicono: Qui in questo mondo dello spirito noi con l’uomo soltanto fino a un certo grado di perfezione possiamo arrivare; noi non possiamo più tenere l’uomo qui dentro nel nostro mondo. Noi otterremmo attraverso l’uomo non quello che attraverso l’uomo ottenuto deve essere se noi l’uomo nel nostro mondo qui dentro tenessimo. Noi dobbiamo lo mandare fuori. Allora ci otterrà egli, gli dei, pure quello che egli qui dentro noi non ottenere può, quello che noi dei noi non ottenere possiamo se noi gli uomini non mandiamo fuori nel mondo dell’altro dentro. — Così da gli dei siamo qui mandati fuori affinché noi dentro il corpo terrestre quello sviluppiamo che nel mondo dello spirito non potrebbe essere sviluppato.
Così appare l’immortalità dopo la morte quella certamente soltanto troppo giustificata è — noi lo sappiamo e noi la descriviamo sì pure — essa appare come qualcosa che l’uomo godere vuole. Almeno il pensiero di essa durante la vita vorrebbe godere. L’ingeneratezza è legata con una certa responsabilità della vita e obbligo della vita, con una missione alla direzione che noi questa vita così intendere dobbiamo che gli dei effettivamente al morire le riconsegniamo quello che essi da noi aspettano. La nostra vita riceve attraverso la scienza dello spirito in questo modo un contenuto. Importanza riceve la nostra vita pure per il mondo dello spirito. Noi non viviamo invano su questa terra. Noi non viviamo soltanto per noi, bensì pure per gli dei quello che sulla terra esperire deve, che l’abbiano pure gli dei. La vita riceve in tal modo un senso, e senza un tale senso non si può propriamente vivere.
Si può certo dire quando uno la domanda scientifica formulazione del presente abituato ha, non sia necessario, dopo il senso della vita chiedere. Uno semplicemente vive e non chiede dopo il senso della vita. Ma certo, uno non avrebbe bisogno di chiedere dopo il senso della vita se uno la cosa così semplicemente ponesse che soltanto da arbitrio uno chiede dopo il senso della vita. Non chiede soltanto da arbitrio dopo il senso della vita, bensì se uno nota, o notare dovrebbe, che uno un senso della vita non trovare può, allora la vita diventa sensata. Non chiedere dopo il senso della vita significa contemporaneamente il non-senso della vita constatare. Questo è l’importante. È una differenza se uno soltanto dall’arbitrio umano dal è che chiede dopo il senso della vita, o se uno chiaro è su questo che non chiedere dopo il senso della vita significherebbe il non-senso della vita constatare. Questo però significa il rifiutare dello spirito come tale, e chi non chiede dopo il senso della vita costui il rifiuta lo spirito. Soltanto da questo punto di vista cade allora sulla vera senso della vita una luce appropriata, e noi possiamo noi allora dirci: Questa vita ha un senso perché il soprasensibile questa vita sensata di sua integrazione ha bisogno. Da questo però vedrete come infinitamente falso il mondo presente pensa, poiché da dell’educazione della civiltà umana fuori che negli ultimi tre o quattro secoli stato ha, un’esistenza sociale fondare vuole nella quale gli uomini fra nascita e morte propriamente tutto interamente felici essere vorrebbero, interamente tutto esperire vorrebbero che pure esperito essere può.
Da dove rampolla che si pone affatto la domanda dopo il senso della vita così? Unicamente da questo che uno il senso della vita sensata nel soprasensibile non afferra più che appunto gli ultimi tre o quattro secoli un tale materialismo portato hanno che uno il senso soltanto fra nascita e morte cerca, o nessun senso della vita là trova, bensì egli effettivamente soltanto dal desiderio sviluppare vorrebbe. Questo conduce all’istituzione di tali ideali socialisti come essi nel Leninismo e nel Trotzkismo compariscono ai giorni. Essi sono soltanto il risultato del sentimento materialistico e non possono pure diversamente fuori dal mondo portati essere se non non una inclinazione spirituale si ritorna.
Sempre di nuovo e di nuovo bisogna su la particolarità strana indicare — non si può abbastanza affilato su essa indicato essere — quella che così si esprime che si risponde la domanda: Quale sia effettivamente la filosofia statale del governo dei soviet russo attuale del Bolscevismo? — Uno non deve se uno questa domanda rispondere vuole a Russia andare, perché la filosofia statale del Bolscevismo è una filosofia che veramente da un uomo abbastanza pulito è stata fondata, da Avenarius e dai discepoli di Mach, dal discepolo di Avenarius il quale non in Svizzera ha vivuto ma molti dei discepoli di Mach hanno in Svizzera vivuto. L’uno è . . . il principale è Friedrich Adler il quale il conte austriaco Stürgkh ha sparato; egli ha a Zurigo docente. Allora erano essi — Adler non più, ma Mach e Avenarius — tutto certamente uomini dignitosi borghesi che nella vita esterna non erano colpiti. Ma hanno dal materialismo una filosofia sviluppato, una molto coerente, affilata. Questa filosofia fa luce proprio tale gente che nel campo pratico, politico così nel leninista, nel Trotzkista significato pensano. Non è soltanto perché molti bolscevisti in Svizzera hanno studiato che la filosofia Avenariana come essa negli anni settanta qui in Svizzera a Zurigo era coltivata, adesso filosofia statale del Bolscevismo è, bensì sta così che per colui che le cose non soltanto dopo la loro logica astratta vede, bensì dopo il loro nesso di realtà, che per quello da docente come per specie di Avenarius dopo un paio di decenni quando la generazione-secondo-prossima viene il Bolscevismo ne diventa. Dai insegnamenti materialistici su i pulpiti nasce nella generazione-secondo-prossima il Bolscevismo. Questo è il nesso fattuale. E colui il quale il materialismo ancora voler proseguire nel conoscere dovrà da la scienza dello spirito fuori ben consapevole essere che egli — fra due generazioni sarà è ancora assai peggio — qualcosa assai peggio richiama su che quello che ora là è perché in Russia sono [1920] circa seimila uomini — più leninisti non sono là — i quali i milioni dominano. Gli altri devono loro attualmente assai più obbedire di quanto giammai i cattolici hanno ai loro vescovi obbedito.
Questi cose sviluppano tutte con una interna necessità, e il materialismo come esso nella seconda metà del 19° secolo è stato coltivato, è intimamente congiunto con quello che ora come caos sociale appare. La guarigione sta soltanto nella direzione che uno nel pensare, nel sentire, negli impulsi di volontà ritorna al afferrare dello spirito, al attraverspenetrare nel sentimento con lo spirito, al lasciar agire impulsi che dallo spirito vengono nella volontà. L’appello alla vita dello spirito si esprime in tale considerazioni, e questo è l’angoscia culturale. Questo appello è un appello soltanto troppo giustificato, perché dall’altro lato sta il rifiuto appunto della vita spirituale nei più larghi circoli.
Se noi spesso lo sviluppo di questa nostra cultura presente uno con l’altro considerato abbiamo, così abbiamo dovuto dire: Il materialismo sorge nel mezzo del 15° secolo gradualmente, cattura gli spiriti e raggiunge la sua culminazione nel presente. Prima erano altri sentimenti della anima della cultura di fondo, quella epoca culturale che cominciò verso l’8° secolo prima della nascita del Cristianesimo e circa alla metà del 15° secolo è terminata e che noi l’epoca culturale greco-latina chiamiamo. Allora andiamo più indietro nella egizio-caldaica, nella urpersiana, urindia tempo fino che arriviamo alla catastrofe atlantidea. Se noi questi flussi di cultura ci rigurdiamo davanti, possiamo dire, abbiamo dunque un’epoca culturale india, una urpersiana, una egizio-caldaica, una greco-latina allora la nostra che mezzo del 15° secolo comincia. Non è così che con un tale schematico pareggiare dei singoli culture susseguenti ci basta, bensì se noi indietro guardiamo nelle culture più anziane — si sono propriamente soltanto da della terza cultura post-atlantidea in poi scritti documenti disponibili per i quali anteriori soltanto con l’aiuto della Cronaca dell’Akasha ritorno possiamo — così riceviamo gradualmente proprio da questo che noi di nuovo stessi la mondo dello spirito conquistiamo l’orrore davanti grandemente alle culture primezie. Se gli studiosi esterni in l’archeologia, in l’antropologia e così via le documenti sulle culture più anziane raccolgono così è con quello che così fu portato su poco riconoscimento congiunto. Queste documenti di esteriore maniera sono trattate. Se però dopo e dopo noi stessi attraverso i metodi scientifico-spirituali nel mondo dello spirito dentro lavoriamo noi possiamo di nuovo di nuovo qualcosa ad imparare dal segreti del mondo dello spirito e poi indietro guardare sulle culture anteriori. Allora appaiono loro ad uno in luce diversa; allora si dice uno: Veramente hanno questi popoli più anziani un modo atavistico del vedere avuto una maniera più istintiva del vedere. Noi dobbiamo noi attraversforzare affinché noi affatto al mondo dello spirito arriviamo, a una coscienza dal mondo dello spirito. I popoli anziani non una così netta coscienza ne avevano ma un mitizzante sollevarsi. Però quando poi uno vede quale sedimento da questo atavistico, da questo istintivo penetrare nel mondo dello spirito è il sedimento in i Veda, nella filosofia Vedanta, nei documenti persiani anche nei documenti cinesi, allora riceve uno la orrore grande anche se ancora non l’uno sui Misteri entra che cosa nei tempi antichi come saggezza primordiale agli uomini è stato dato e che sempre più e più è diminuito. Quanto più indietro noi andiamo tanto più si mostrano le culture dell’umanità penetrate di Spirituale se essa pure una spiritualità intuita era una spiritualità istintiva. Allora si spegne la spiritualità glimmer dà via man mano, e più di tutto si è consumata nel nostro quinto tempo successivo-atlantideo che mezzo del 15° secolo cominciato ha.
Ora pensate voi uno il quale nulla sa da questa scienza dello spirito il quale pure nella serietà nulla saperlo vuole da questa scienza dello spirito il quale si accosta la cultura attuale dell’Occidente, la guarda ma la guarda in maniera disinteressata, senza frasi retoriche e declamazioni fraserette. La guarda quale conoscitore ma egli non vede che quello che una volta il era la cultura primordiale il era la saggezza primordiale degli esseri divino-spirituali era che la ha poco a poco consumato allora adesso da il mondo dello spirito conquistare il sorgente da il nuovo impulso della spiritualità bisogna trovare così che di nuovo acceso potrebbe essere quello che in nostra cultura è scomparso la saggezza dello spirito dell’uomo. Allora un nuovo impulso deve venire una nuova ascesa. Però quello soltanto venire potrebbe innanzi che noi scendessimo in il nostro proprio interno innanzi che noi lo spirito di nuovo da lì estraessimo. — Chi di tutto questo nulla sa come egli vede la cultura occidentale? Chi il scientifico-spirituale sguardo non si è appropriato bensì soltanto lo sguardo naturale-scientifico il quale crederà: Sì così come un essere organico è nato diviene maturo invecchia muore e passa così passano sorgono culture una dopo l’altra. — Egli vedrà nostra cultura occidentale la vedrà paragonarsi agli altri e potrà calcolato come lungo ancora dura fino il suo intero morire. Perché egli però non vede che in il uomo stesso di nuovo qualcosa sorgere devrebbe che si è consumato così egli non ha nulla speranza. Egli non vede ascendente-elementi nella cultura; egli parla soltanto del morire.
Un tale uomo è oggi non più ipotesi perché egli è già in importantissima maniera là in Oswald Spengler il quale un libro ha scritto sopra il «Tramonto dell’Occidente» il declino della civiltà occidentale. Là avete voi un uomo il quale si può dire dieci e cinque scienze contemporanee completamente domina il quale con lo sguardo del naturale-ricercatore la cultura contemporanea guarda e il quale nulla sa da questo che una volta una saggezza primordiale era là ed è consumato che adesso da il interno dell’uomo il sorgente dell’ascesa deve essere cercato il quale perciò soltanto il declino vede e per il terzo millennio con una grandezza geniale predice. Il libro è scritto con una grandezza geniale. Si può dire a quello che noi sperimentiamo che noi dappertutto il declino vediamo c’è adesso pure ancora apparso lo studioso il quale prova che questo declino venire deve che questa cultura occidentale in miseria morire deve. L’impressione amara da questo ho portato con me quando sono di nuovo tornato fuori dalla Germania perché lì fra la gioventù questo libro di Oswald Spengler fatto ha l’impressione più importante. E coloro che ancora pensano quelli pensano sotto l’impressione della prova che adesso pure presente è che la barbarie si deve diffondere e deve essere fino all’inizio del terzo millennio dentro l’Occidente ed il suo americano appendice; perché questo è provato lo stesso rigore di prova con cui i fatti naturale-scientifici sono rigorosamente provati da un uomo il quale dieci e cinque scienze contemporanee domina.
Questo già punta sulla serietà della vita nella quale noi attualmente siamo, questo però punta pure su che uno così come Spengler è penetrato dalla serietà della vita e nulla sa e sapere vuol da quello che soltanto e soltanto la salvezza può essere: scienza dello spirito Visione dello spirito che da pur nulla diverso si può parlare quando uno onestamente e sinceramente parla se non propriamente dal declino della nostra civiltà. Ogni batere su qualche speranza indeterminata — «sarà pure venire» — questo non lo porta questo oggi; soltanto il costruire sulla volontà umana il fare appello alla volontà umana gli impulsi della scienza dello spirito ad accogliere. La cultura occidentale e lo sviluppo dell’umanità avrà una fine prematura se gli uomini non si decidono a salvarla. Importa oggi agli uomini e la prova vale che quello che da il vecchio é venuto se uno su di esso fidarsi vuole soltanto nel declino porta che un nuovo deve essere trovato da le profondità della natura umana fuori se la terra al suo scopo giungere deve. Tutto il semplice credere che pure potenze ci saranno che la civiltà proseguiranno la questo vale oggi non. Soltanto quello vale che gli uomini fanno nel fatto che essi la civiltà declinante salvano da loro stessi. Questo deve sempre di nuovo essere detto.
Così seria stanno le cose oggi. Debbo dire se uno le cose oggi seriamente prende allora bisogna di esse pure guardare. Avevo a Stuttgart di fronte la studentesca della Scuola Tecnica Superiore là un insegnamento sopra nostra scienza dello spirito a tenere e io so con quali sentimenti andai a questo insegnamento completamente penetrato da tutto quello che come sentimento si può porre sulla anima dall’effetto del libro di Spengler sulla odierna gioventù fuori. Ma questo è tutto appunto puntatore su un fatto: la saggezza iniziatica essa deve il suo ingresso tenere nella cultura dello spirito esteriore. Senza questo non andiamo avanti. Dall’altro lato ci sono le difficoltà che a questo si oppongono. Uno è infatti oggi nel fatto che uno dalle cose parla che sono necessarie non sempre nella situazione di leggermente le parole trovare. Dico così pure con questo detto qualcosa di paradossale. Quando avrebbe uno più facilmente parole trovato che oggi! Voi dovete soltanto la letteratura feuilletonistica della terra attraversseguire quello che la maggior parte degli uomini dal giornale oggi afferrano. Dove si per questo scrivere provvede là si trova veramente facilmente le parole là non si ha difficoltà le parole trovare. Lasciatemi un esempio addurre veramente non da alcuna balordaggine ma per appunto il presente caratterizzare.
Ho tentato recentemente a Stuttgart in un insegnamento pubblico di fronte a uno udienza più grande a caratterizzare come stiano i nessi che nel Leninismo nel Trotzkismo conducono e ho cercato lanciato dopo parole che esprimessero quello che là dominava negli animi quando la transizione era cercata fra la vecchia vita borghese e il Leninismo il Trotzkismo. Ho tentato su questi istinti di indicare a cui vi oggi in maniera più scientifico-spirituale indicato ho. E veramente da uno agonizzare dopo una espressione risultò a me appunto l’espressione: Leninismo Trotzkismo fluisce da istinti «perversi» fuori. Non ho potuto un’altra espressione trovare. Dopo l’insegnamento si mi parlò appunto un medico che evidentemente comunista pensava il quale profondamente ferito era da questa espressione. Naturalmente il medico il quale simili espressioni con tutt’altra importanza prende che il resto del mondo oggi il quale troppo alle belles-lettres abituato è e alla feuilletonistica letteratura il medico che sente il peso intero dell’espressione «istinti perversi» nella vita politica. Costui sentì si ferito e disse come uno una simile espressione potesse usare. Egli sappia per quale patologiche anomalie uno una simile espressione applica. Però dopo un tempo ho il signore così tanto portato che mi disse: Così io vedo che voi non intendete quello che diceste belle-lettristicamente non feuilletonisticamente allora è la cosa qualcos’altro. — Questo è necessario oggi affinché uno affatto anzitutto si comprenda che uno impara sentire: C’è uno agonizzare dopo l’espressione c’è una necessità prima dopo la parola di cercare mentre che tutta la vita pubblico le parole facilmente fa fluire ma queste parole sono poi così che nel fondo dopo l’uso che uno oggi delle parole fa come una frivolezza appare se uno in un tale nesso parole così forti usa come «perverso».
Vi volevo tale un esempio dire così che voi vediate come oggi il pensare generale è leggermente-serrato e come abbiamo bisogno di scendere nella serietà della vita. Questo si può tutto proprio nei particolari della vita percepire. Abbiamo bisogno oggi assolutamente di talento per su l’unilateralità negli confessioni-di-tradizione di guardare le quale soltanto di immortalità ma non di ingeneratezza parlano che perciò soltanto ai istinti egocentrici della gente si rivolgono e che non hanno il talento al disinteresse dell’uomo di fare appello quando di eternità si tratta. Questo deve la scienza dello spirito: di eternità potere parlare nel fatto che essa non soltanto al istinto egocentrista il fatto che il sussistere al di là della morte riflette bensì nel fatto che riflette al continuazione che la vita dello spirito e prenatale qui in questa vita sperimenta dove noi una missione diventiamo dove noi a questa vita un senso dobbiamo dare nel fatto che noi consapevoli diventiamo noi qualcosa di spirituale in questo mondo dentro portiamo.
Però non sarà noi un corretta penetrazione del prenatale se noi il prenatale e il post-mortale nel giusto senso di unire non sappiamo. E questo facciamo noi propriamente soltanto nella scienza dello spirito. Perché se noi nel giusto senso comprendiamo come noi la vita fra l’ultimo morire e una nuova nascita trascorriamo e di nuovo fra questo morire e una più tardiva nascita allora si chiude a noi il prenatale e il post-mortale insieme nella conoscenza delle vite terrestri rinnovate allora diventa questa convinzione dalle vite terrestri rinnovate una verità di sviluppo che da sé si capisce. Le vite terrestri rinnovate portano appunto il segreto della preesistenza in sé quel segreto della preesistenza il quale i confessioni appunto così volentieri eliminate vorrebbero riguardante il quale non parlare vorrebbero. La saggezza primordiale degli uomini ha di questa preesistenza parlato. Perduto è stato soltanto durante il medio-evo attraverso l’assunzione dell’aristotelismo questa dottrina della preesistenza. Però come un dogma che col Cristianesimo è congiunto considerano oggi i confessioni cristiani il rifiuto della vita prenatale. Questo rifiuto non ha col Cristianesimo a fare ha soltanto con la filosofia di Aristotele a fare. Col Cristianesimo stesso è quell’idea dell’immortalità completamente compatibile di cui qui nel campo della scienza dello spirito noi parliamo.
Non sarà meglio riguardo alla cultura generale dell’umanità finché gli uomini pure nella vita sociale a fare arrivano le azioni che dominato sono da questa idea della preesistenza. Onestamente è uno oggi all’interno della cultura del presente soltanto quando uno come Oswald Spengler parla di declino dell’Occidente insofar che uno nulla sa da scienza dello spirito o nulla saperne vuole. Perché giustificato di un ascesa parlare è soltanto colui il quale nell’uomo la volontà attiva attribuisce allo spirito la potenza di questo ascesa e la forza di questo ascesa il quale adesso effettivamente da più intima convinzione dice: «Non io bensì il Cristo in me.» Allora però bisogna questo Cristo pure assorbire nella idea di immortalità allora bisogna effettivamente al mutamento della natura umana appellare al Cristo-attraverspenetramento della natura umana non soltanto all’assunzione pagana dell’idea divina nel confessione senza che l’uomo si sia trasformato. Più di quanto uno pensa è congiunto col declino dell’Occidente che uno nei circoli più larghi del confessione evangelico ha fatto accettare che il teologo Harnack potesse dire: Soltanto il Dio-padre appartiene nel Vangelo di Gesù non il Cristo perché Gesù ha soltanto del Dio-padre insegnato ed è soltanto più tardi entrato nel Cristianesimo il Cristo stesso come un essere divino di considerare. — Questo è odierno modernissimo teologia: il Cristo-Gesù escludere dal Cristianesimo. Noi ricercatori dello spirito lo dobbiamo ricominciare. Noi dobbiamo riconoscere come egli si colloca nella storia dell’umanità noi dobbiamo le epoche culturali con il Cristo attraverspenetrare. Allora non saranno essi soltanto quello che sono nello spirito di Spengler bensì allora saranno esse per il nostro tempo qualcosa che noi insegna: Noi abbiamo bisogno di una nascenza non soltanto una rinascenza noi abbiamo bisogno della rinascita dello spirito. Questa consapevolezza fa propriamente l’antroposofo non l’assorbimento di singoli insegnamenti bensì questa consapevolezza che noi siamo chiamati nel nostro tempo non soltanto in una rinascita bensì in una nascita di un elemento spirituale ad entrare. Quanto più di questo consapevoli diventiamo tanto meglio confessori della concezione del mondo antroposofica-orientata diventiamo. Però affinché di questo consapevoli diventiamo è appunto necessario che uno attraverso la lettura di quello che stato è offerto e attraverso interno immedesimazione dello spirito in questo offerto-consigliato uno concretamente si introietti nella maniera di pensare antroposofica. Introiarsi nella maniera di pensare antroposofica significa contemporaneamente tutto l’altro che dal seno della nostra consapevolezza deve salire. La triarticolazione è nulla altro che un ramo all’albero dell’antroposofia.
Questo volevo oggi poiché noi di nuovo insieme stati siamo riuniti attraverso queste considerazioni al vostro cuore portare. Spero che noi attraverso simile considerazioni sempre più oltre arriviamo nel penetramento della consapevolezza che la nostra effettivo nesso con l’antroposofia è.
Vorrei oggi, desumendo da tutto il corso di idee dal quale provengono le considerazioni qui presentate, esporre qualcosa di più specifico, per poi domani ampliarlo da un punto di vista più generale. Avete potuto comprendere dalle considerazioni che coltiviamo già da tempo che si tratta di sviluppare, sulla base della scienza dello spirito, una vera conoscenza dell’essere umano per il rinnovamento della cultura occidentale in declino. Questa conoscenza dell’essere umano è stata impedita per lunghi periodi. Nella forma in cui sarà necessaria per lo sviluppo futuro dell’umanità, è stata impedita innanzitutto da quel tipo di vita spirituale sorto nel 13. e 14. secolo medievale, e poi nuovamente dalla corrente spirituale che si muove sempre più verso il materialismo dal 15. secolo fino ai nostri giorni. Abbiamo visto svilupparsi da un lato una visione astratta, estranea al mondo, colorata religiosamente, che separava lo spirituale dal mondo, non lo lasciava avvicinare all’uomo e quindi lasciava l’uomo inspiegato nella sua essenza. Si potrebbe dire: negli ultimi secoli del quarto periodo postatlantideo, negli ultimi secoli dello sviluppo greco-latino fino alla metà del 15. secolo, l’umanità si abituò sempre più a guardare verso un divino-spirituale completamente estraneo al mondo, e perse la possibilità di conoscere nella loro divina origine l’elemento umano stesso. Poi venne il tempo in cui l’umanità rivolse lo sguardo verso l’umano inferiore, verso i principi naturali che però spiegavano solo tutto ciò del mondo che non è uomo — il minerale, il vegetale, l’animale — e così ancora una volta lasciavano l’uomo inspiegato; così che in un certo senso da un lato stava uno sguardo rivolto verso uno spirituale estraneo, e da allora fino ai nostri giorni uno sguardo rivolto verso il materiale umano inferiore. L’uomo cadde di mezzo. Afferrare nuovamente lo spirituale-animico dell’uomo nel suo insieme — questo è il compito dei nostri tempi, e abbiamo cercato, nella scienza dello spirito orientata antroposoficamente, di apportare sempre più elementi per questo scopo.
Vorrei oggi parlare di come l’uomo si trovi innanzitutto nel mondo tra due estremi nella sua esperienza interiore. Vogliamo oggi soffermarci innanzitutto sull’esperienza interiore dell’uomo. Da un lato l’uomo sperimenta il mondo delle idee, ma lo sperimenta in modo tale che quanto più si immerge in questo mondo delle idee, tanto più gli appare astratto, tanto più freddo. L’uomo sente che quando si eleva alle idee, non può riscaldarsi interiormente. Ma sente qualcosa di completamente diverso. Sente che in queste idee, che poi si ampliano anche in leggi naturali, leggi universali, qualcosa che come idea non include una realtà, che come idea è fondamentalmente solo immagine. Per questo l’uomo si sente rispetto al mondo delle idee non come potrebbe desiderare di piantare in qualche modo la propria esistenza conoscitivamente in questo mondo delle idee. L’uomo può riflettere quanto vuole e di buona voglia, mantiene gradualmente, persino con la più compiuta filosofia, il sentimento che da quel mondo di idee non si possono trarre prove della sua reale esistenza nell’universo. Le idee hanno qualcosa di radiceslessato, come vengono sperimentate nella vita ordinaria tra nascita e morte. Questo è uno, in un certo senso, uno dei poli dell’esperienza esterna nella normale esistenza: le astratte, le fredde, le austere idee, in cui non si può e non si vuole ancorare la realtà della vera essenza umana. E infine l’umanità moderna non si è riscaldata neanche dalla proposizione di Cartesio: Penso, dunque sono — cogito, ergo sum — perché, per quanto si pensi, l’uomo sente: dal pensiero non si può trarre direttamente un essere.
L’altro polo dell’esperienza interiore sono le rappresentazioni di memoria. Chi veramente persegue psicologia dell’anima, e non quella che oggi si chiama psicologia nelle università, sa che queste rappresentazioni di memoria che abbiamo sono sostanzialmente esattamente le stesse delle rappresentazioni di fantasia che noi creiamo libera in un certo senso, solo che noi applichiamo la medesima forza che usiamo nel tessere della rappresentazione di fantasia in modo diverso nel ricordare. Ricordando, coltivando la memoria, viviamo in fondo nello stesso elemento della creazione di fantasia, solo che ci attacchiamo a ciò che abbiamo sperimentato attraverso i sensi o in generale attraverso la vita e così modelliamo i «fantasmi» nel ricordo secondo regole, mentre nella fantasia li lasciamo liberi. Questo è l’altro polo nell’esperienza interiore.
Riguardo al mondo delle idee, che poi amplifichiamo anche alle leggi naturali, abbiamo la consapevolezza decisa che la nostra volontà non può veramente produrre nulla nella formazione del mondo delle idee per se stessa; deve adattarsi alla logica interna, al tessuto di realtà delle idee. Non possiamo, se vogliamo abbracciare la realtà, attraverso la nostra volontà disporre un’idea accanto all’altra; dobbiamo adattarci alla legalità interna di questo mondo delle idee che è solo immagine, che non porta inizialmente un essere. Riconosciamo nell’altro polo, nei fantasmi che vivono anche nella memoria, nella rievocazione, molto bene: laggiù domina la nostra volontà — e là la nostra volontà è anche molto ben collocata, e notiamo in duplice relazione che questi fantasmi, in quanto sono formazioni della memoria, hanno molto da fare con il nostro Io, con la nostra personalità, con ciò che è la nostra realtà. Per quanto possiamo reclamare contro la mera fantasia; esperendo che il nostro Io vi agisce secondo la sua arbitrarietà, sentiamo insieme che in questi fantasmi è contenuto il nostro Io, la nostra personalità. Questo è da una parte.
L’altro è: nel momento in cui una malattia qualsiasi disturba la nostra continuità mnemonica, dove il filo della nostra memoria si spezza in qualche punto, cosicché non riusciamo a ricordare una porzione della nostra vita, in quel momento è disturbata anche la vera solidità della nostra esperienza interiore dell’Io. Così la nostra esperienza dell’Io da un lato non è inizialmente collegata al nostro mondo delle idee. Dall’altro sentiamo che questa esperienza dell’Io è contenuta in ciò che chiamiamo il nostro mondo dei fantasmi, sebbene non possiamo costruire su questo mondo dei fantasmi e in un certo senso non dobbiamo cercare lo Io essenziale in questo mondo dei fantasmi, sebbene sappiamo che vi è attivo, anzi, che non può vivere correttamente nella nostra consapevolezza se il ricordo non è in contatto con esso.
In ciò che vi ho ora esposto in modo più o meno astratto si nascondono i più profondi enigmi della vita, e giungiamo a questi enigmi raccogliendo oggi vari elementi da ciò che è disperso nelle nostre considerazioni antroposofiche. Il mondo delle idee, come ci appare astratto, come ci appare in forma di immagine! Dove lo usiamo in primo luogo? Lo usiamo quando penetriamo pensieroso ciò che agisce dal mondo esterno sui nostri sensi — colori, suoni, calore e freddo. Penetriamo pensierosamente le nostre percezioni. Troverete particolari al riguardo nei miei libri «Verità e scienza» e nella «Filosofia della libertà». Quando penetriamo le percezioni pensierosamente, usiamo questo mondo delle idee per imprimere, in un certo senso, la nostra esperienza spirituale-animica, in ciò che abbiamo come mondo di percezione. Ma occorre guardare più attentamente a ciò che accade. E lo si può fare quando si raddrizzano le proprie capacità animiche attraverso i metodi della scienza dello spirito, come descritto in vario modo nei miei libri. Si può infatti porre la domanda: come sarebbe con le percezioni sensoriali se penetrassero solo da fuori in noi, se cioè solo ciò che per così dire penetra nel nostro occhio come colore dalla luce, ciò che penetra nel nostro orecchio come suono, ciò che penetra nel nostro senso del calore come calore e così via, se solo questo fluisse su di noi, come staremmo?
Facciamoci chiaro: nello stato di veglia non lasciamo mai fluire solo questo mondo in noi. Anche se sviluppiamo solo un pensiero leggermente attivo nelle idee, opponiamo comunque, in un certo senso, dall’interno di fronte ai suoni, colori, odori, gusti e a tutte le qualità sensoriali che fluiscono su di noi, la controrisposta del mondo delle idee sorto dal nostro interno. E chi non pensa secondo l’astratta psicologia semantica del presente, ma ha imparato a osservare veramente, si può chiedere: come si incontrano nei nostri organi sensoriali i contenuti percettivi che fluiscono da fuori e la controrisposta dall’interno, il mondo delle idee? — Vedete, se fossimo semplicemente abbandonati al mondo delle percezioni, vivremmo effettivamente come esseri umani nel nostro corpo eterico e con il corpo eterico in un mondo eterico. Dovete solo immaginare come voi, abbandonati attraverso gli occhi al mondo dei colori, vivreste in un mondo di colori ondeggiant, come voi, abbandonati attraverso i vostri orecchi al mondo sonante, vivreste in un mare ondeggiant di suoni, che certo non è inizialmente eterico, ma sarebbe eterico se non forniste da dentro la controrisposta attraverso le idee. Cioè, i suoni sono per noi esseri umani inizialmente così, sono l’eterico. Nuotiamo in un mare d’aria e così nel condensato eterico. È quindi eterico, solo che è condensato fino all’aria materialmente; i suoni sono solo l’espressione eterea nella forma d’aria-materia. E così è con le qualità di calore, con le qualità di gusto, con le qualità di odore, con tutte le qualità sensoriali. Togliete quindi la controrisposta del mondo delle idee da dentro, immaginate di vivere in un mare eterico come essenza eterica, non arrivereste mai a quella consistenza umana con la quale state effettivamente nel mondo tra nascita e morte. Come potete arrivare a questa consistenza? In questo modo, che siete organizzati per questa azione, per mortificare, paralizzare questo elemento eterico. E come lo paralizziamo? Come lo mortifichiamo? Attraverso la controrisposta delle idee! È veramente così: verrebbe da fuori — se devo disegnare schematicamente — il mondo del contenuto percettivo in etericità vivente (rosso), e noi nuoteremmo come esseri eterei in etericità vivente, se non mandassimo da dentro la controrisposta del mondo delle idee (blu), che così, come è il mondo delle idee tra nascita e morte, mortifica l’eterico e ci fa apparire il mondo come mondo fisico. Avremmo un mondo eterico intorno a noi se non mortificassimo attraverso il mondo delle idee questo eterico, se non lo portassimo giù alla corporeità fisica. Il mondo delle idee, così come lo abbiamo come uomo, si unisce nei nostri organi complessivi alle qualità sensoriali, paralizza queste qualità sensoriali e le porta giù fino a ciò che sperimentiamo come mondo fisico.
Questo è lo stato di fatto. Potete vedere dal piccolo scritto del Dr. Stein dalla sua dissertazione come fosse arrivato vicino, attraverso un’interpretazione geniale di ciò che si può ottenere nel campo antroposofico, a questo carattere del mondo percettivo. È veramente che nella letteratura fisiologica contemporanea non c’è nulla di così buono sulla fisiologia dei sensi quanto questo piccolo libretto del Dr. Stein.
Così abbiamo da una parte questo stato di fatto, che attraverso il mondo delle idee reprimiamo l’ondeggiamento eterico delle qualità sensoriali. A cosa è collegato questo ulteriormente? È collegato al fatto che il nostro mondo delle idee, che sperimentiamo come uomo tra nascita e morte come sorto dall’interno, non appare nella sua vera forma. Gli uomini non possono penetrare questo, che nelle idee così come le si sperimenta come uomo nel corpo fisico, non si ha la vera forma di queste idee. Gli uomini sono ancora così grossolanamente organizzati nella civiltà presente che non arrivano persino a dirsi: Tu ti svegli dal sonno, hai sperimentato un intero sogno che ti ha espresso simbolicamente ciò che grida «Fuoco!» sulla strada fuori. — Si sperimenta simbolicamente qualcosa che è completamente diverso fuori. Ciò che abbiamo nelle idee è veramente molto diverso da questa configurazione di un evento esterno nella fantasia del sogno; ma nel mondo delle idee abbiamo comunque qualcosa che non è nulla se non l’apparire di un mondo completamente diverso. E quale mondo è? Ne abbiamo parlato spesso. È il mondo che l’uomo ha attraversato prima della nascita, o diciamo prima del concepimento. Questo è ciò che qui nella vita è ombreggiato fino al mondo astratto delle idee, sperimentato concretamente. Tra la morte e una nuova nascita viviamo nella realtà di ciò che qui nel mondo delle idee è presente solo in queste immagini ombrose dei concetti, delle rappresentazioni, delle idee. Come il mondo esterno brilla nel sogno, così il mondo prenatale brilla nel nostro mondo tra nascita e morte, poiché continua a operare nella formazione delle idee. Ma mentre tutto vive in ciò che le idee sono tra la morte e una nuova nascita, mentre lì ciò che è reale nel mondo delle idee tocca la nostra propria essenza, mentre lì, toccando noi stessi, tocchiamo l’essenza ideale di noi stessi, così come ora tocchiamo il nostro corpo fisico, in questa vita terrena si riflette di quella sostanzialità del mondo delle idee solo ciò di cui non sappiamo nemmeno che traiamo da esso la realtà del nostro proprio Io. Ma noi usiamo questa ombra della nostra esistenza spirituale per renderci possibile l’esistenza sulla terra. Cosa ci danno gli dèi quando ci mandano nel mondo attraverso la nascita? Ci danno l’immagine ombra di quell’esistenza che abbiamo tra la morte e una nuova nascita. Questa immagine ombra sono le idee, e queste idee ci servono qui per diventare fisicamente uomini, altrimenti nuoteremmo come esseri eterei nel mare eterico. Mortifichiamo la vita eterica con le immagini ombra della nostra vita tra la morte e una nuova nascita.
Così collochiamo l’uomo nell’universo intero, nel cosmo. Qui di nuovo è uno dei punti dove raggiungiamo vera conoscenza dell’essere umano. Qui leghiamo ciò che abbiamo nell’esperienza presente all’esperienza eterna. Qui diciamo: Quando pensi, quando attraverso i tuoi sensi contempli il mondo esterno e mortifichi con le tue idee la vita eterica che accade nei tuoi occhi, nelle tue orecchie, cosicché tu possa sopportarla e essere uomo, allora lo fai con l’eredità, con il continuo effetto della tua essenza umana eterna, come l’hai formata tra la morte e una nuova nascita.
Così ampliare la consapevolezza umana, così versare nell’essenza umana qualcosa della conoscenza che ci unisce all’intero universo — questo è una necessità dei nostri tempi. E tutta la scienza esterna appassirà, tutta la cultura esterna condurrà al declino. La morte dell’Occidente sopraggiungerà se gli uomini non si decideranno ad acquisire una conoscenza dell’essere umano che dalla osservazione delle condizioni di vita esterna leghi di nuovo l’uomo al cosmo e così leghi l’uomo al cosmo che l’uomo, sperimentando qui il mondo delle idee, diventi consapevole dell’eterno. Proprio per questo il mondo delle idee è qualcosa di così austero e astratto, perché è solo l’immagine ombra dell’eterno ed è fondamentalmente destinato qui a mortificare la vita sensoriale che altrimenti ci allaga eternamente.
Così siamo collegati con la nostra vita al prenatale. Il prenatale tradizionali confessioni religiose non amano indicarlo, anzi lo rifiutano decisamente. Ho già accennato al fatto che questa è proprio la peculiarità delle confessioni religiose tradizionali presenti, che parlano solo della vita postmortem, non del prenatale, della preesistenza. Non vogliono parlare di questo perché allora non si potrebbe dirigersi all’egoismo dell’uomo, al quale ci si rivolge quando agli uomini si predica solo la vita postmortem; poiché la conoscenza della vita postmortem gli uomini vogliono godersela tra nascita e morte. Ciò che impone loro le obbligazioni per questa vita, perché gli dèi li hanno licenziati dal mondo spirituale per compiere la loro missione, questo non si rivolge all’egoismo umano, questo si rivolge alla responsabilità umana e all’obbligo umano. Perciò si trova poca approvazione quando si parla di questa vita prenatale. E così intensamente queste confessioni religiose hanno fatto addormentare gli uomini riguardo a questa vita prenatale, che abbiamo sì la parola «immortalità», cioè neghiamo la mortalità, ma non abbiamo la parola «non-natalità», che sarebbe altrettanto giustificata. Perché non più che il nostro spirituale-animico muoia, altrettanto poco il nostro spirituale-animico nasce. Dovremmo avere nella lingua una parola che lo indichi. Sì, deve entrare nella lingua la parola «non-natale» così come «immortale», perché l’uomo si conosce solo per metà se può onorare solo la parola «immortale», non anche la parola «non-natale». Nell’incapacità della lingua si riconosce l’incapacità di elevarsi alle altezze spirituali in questo campo.
Guardiamo ora all’altro polo, guardiamo come l’uomo nei fantasmi, dai quali però forma anche le sue rappresentazioni di memoria, ha qualcosa dove fluttua e ondeggia il suo Io, ma spesso ondeggia in modo caotico. Sebbene l’uomo sappia che il suo Io vive laggiù, non si fida di lasciarsi dire qualcosa sull’essenza di questo Io dai fantasmi. Penetrando di nuovo lo stato di fatto — e potete trovarlo in vari luoghi della nostra letteratura antroposofica —, ci si deve chiedere: Che cosa è propriamente ciò che si sviluppa dal nostro interno come la somma delle nostre rappresentazioni di memoria, diciamo anche la somma delle nostre rappresentazioni di fantasia? — Non è nulla di più che la trasformazione di ciò che, prima che si metamorfosi nella forza della memoria, nella forza della fantasia, vive in noi come forza di crescita. Ciò che vive giù nel corpo come forza di crescita, quando si emancipa da ciò che è corporeo, diventa spirituale-animicamente forza di memoria. Sapete, fino al settimo anno di vita, dove subentra il cambio dei denti, appare nell’uomo la stessa forza che in seguito forma ricordi ben contornati nella memoria animica; questa lavora al suo corpo formandolo. Ciò che infine spinge fuori i denti è lo stesso che vive in noi come capacità di rappresentazione mnemonica. Brevemente, abbiamo in ciò che è fantasma in noi la stessa forza che effettivamente ci fa crescere, che sta alla base della nostra organizzazione. La emiancipamo dall’organismo. Che cosa significa?
Qui si nasconde di nuovo un enigma di vita significativo; significa: Strappiamo in un certo senso questa forza di formazione di fantasmi dal nostro organismo. Immaginiamo di lasciarla laggiù, come staremmo allora nel mondo? Immaginate che tutto ciò che voi in un certo senso staccate interiormente dal vostro organismo, cosicché potete dominarlo volontariamente col vostro Io, con la vostra personalità, tutto ciò ondeggerebbe nel vostro organismo. Non direste: Io voglio — ma sentireste ondeggiare il vostro sangue, che vi spinge ai vostri movimenti; non direste: Io afferro la penna — ma sentireste il meccanismo dei vostri muscoli del braccio. Vi sentireste dentro perdendovi nel mondo, se non strappasste il mondo dei fantasmi dal vostro organismo. La vostra indipendenza scomparirebbe. Ciò che si muove in voi, ciò che vive in voi, sarebbe solo una continuazione dentro la vostra pelle di ciò che sarebbe fuori. L’uomo deve quindi dirsi: Laggiù fuori cresce l’erba da certe forze, dentro la mia pelle cresce la mia milza, il mio fegato; ma non sentirei una differenza se non potessi strappare i miei fantasmi da ciò che agisce organizzando dentro di me. Laggiù fuori non strappo qualcosa, prendo l’essenza nella sua totalità. Dentro la mia pelle strappo il mondo dei miei fantasmi. Così raggiungo la mia indipendenza. — È così che diventa possibile trovare il letto, il substrato per l’umanità nell’uomo. Questo è l’altro polo dell’esperienza interiore.
Mentre dobbiamo mortificare la nostra esperienza sensoriale attraverso il mondo delle idee per collocarci nel mondo fisico, altrimenti fluttereremmo come spettri nel mare eterico, dobbiamo strappare interiormente il mondo dei fantasmi dal nostro corso organico, altrimenti saremmo semplicemente un membro della natura come l’albero che cresce. Non staremmo come un’indipendenza emancipata dal resto del corso universale.
Così ci si riconosce come uomo nella sua essenza all’interno dell’uomo. E guardando oltre, ci si dice: Questa vita personale tra nascita e morte, ciò che fa sì che qui sperimentiamo l’Io tra nascita e morte. Ma non sperimentiamo l’intera organizzazione in noi, non ciò che si trova all’interno della nostra pelle; questo rimane ancora un’ombra di ciò che dopo la morte costituisce la nostra essenza. Come per un polo siamo legati attraverso il mondo delle idee al prenatale, così per l’altro polo, il polo dei fantasmi dove vive la volontà, siamo legati al postmortem. Siamo legati alla nostra non-natalità attraverso il nostro mondo delle idee, siamo legati alla nostra immortalità attraverso il nostro mondo dei fantasmi, che ora è un mondo di fantasmi in modo che, quando passiamo attraverso la porta della morte, si configuri in un cosmo regolare, nel quale allora intessiamo, viviamo e siamo dopo la morte.
Così agisce una vera conoscenza dell’essere umano, uno spirituale inserimento nel cosmo. L’uomo sa da dove viene, dove sta, dove va, quando si risponde queste domande in base a ciò che riconosce veramente in se stesso, in base a ciò che è penetrato dal cosmo nella nostra essenza interiore.
Tale conoscenza non è come la conoscenza che ha distrutto gradualmente la cultura occidentale. Una tale conoscenza ha un significato diverso. Questa cultura occidentale è stata veramente distrutta dalla sua conoscenza. Guardate indietro a quella conoscenza che gli uomini hanno avuto fino alla metà del 15. secolo. Gli uomini del presente se ne burlano. La considerano la conoscenza infantile di un’umanità infantile. Si dicono: Abbiamo fatto dei meravigliosi progressi nel presente; solo ora abbiamo una vera chimica, una vera fisica, una vera biologia e così via. — Ma c’è comunque una differenza significativa tra la vecchia conoscenza, se compresa correttamente nella sua verità può rivelarsi, e la conoscenza senza radici del presente. Se guardate la vecchia conoscenza come era presente fino alla metà del 15. secolo, vedrete: l’uomo, quando acquisiva elementi di conoscenza dal mondo, portava sempre con sé qualcosa per cui era collegato al mondo. Considerate soltanto: Per quanto acutamente riflettiate su un albero e per quanto assorbiate il contenuto di idee nella vostra anima riguardo all’albero, avete comunque la consapevolezza che nell’albero vive ancora più di quanto potete comprendere con le vostre idee; così nel fiore, persino nel cristallo. Se guardate il mondo moderno, che gradualmente è passato al meccanico, qui solo l’uomo sta, direi, davanti all’oggetto divenuto idealmente completamente trasparente. La macchina che costruiamo, il meccanismo che erigiamo, lo penetriamo. Sappiamo: Da queste forze, in questa e quella combinazione la macchina è costruita. — Seguendo il modello di ciò che l’uomo ha costruito nella tecnica, ha formato anche una visione del mondo e immagina più o meno l’universo come una grande macchina.
Perché abbiamo perso il rispetto per il mistero nella struttura culturale meccanica, perché la macchina è divenuta idealmente trasparente per noi, abbiamo proprio oggi bisogno del collegamento all’uomo, affinché ritroviamo la spiritualità. Gli uomini che potevano ancora cercare la spiritualità, cercando contemporaneamente il spirituale negli oggetti naturali, non avevano bisogno di una tale conoscenza tratta dall’uomo, come ne abbiamo bisogno noi. Noi, che gradualmente ci siamo strappati fino all’apprehensione meccanica del mondo, fino alla costruzione di una tecnica meccanizzata, abbiamo bisogno, di fronte alla tecnica morta che penetra anche nella nostra vita di pensiero, della viva scienza spirituale, che nel modo come l’abbiamo accennato oggi, leghi di nuovo l’uomo all’universo spirituale, al cosmo spirituale. Ma dobbiamo ottenere questo collegamento nel presente trasformando veramente il nostro interno, prima di rivolgerci al mondo esterno. La scienza dello spirito orientata antroposoficamente ovunque tiene conto di questa trasformazione dove si presenta praticamente.
Abbiamo fondato a Stoccarda la scuola Waldorf. Gradualmente vengono gli uomini e vogliono stare in osservazione alla scuola Waldorf. Lo fanno gli uomini dei tempi moderni; se qualcosa li interessa qui o là, vanno, lo guardano, allora lo «conoscono», allora eventualmente possono anche fondare qualcosa del genere. Così gradualmente la nostra vita è divenuta. Ma non si tratta di questo nella scuola Waldorf, piuttosto si tratta del fatto che soprattutto ci si possa immerso nella vita interiore, nella didattica, nella pedagogia introdotta nella scuola Waldorf. Si tratta del fatto che si afferra veramente il rapporto dell’uomo al mondo in una maniera completamente nuova.
Per quanto riguarda il mondo delle idee, gli uomini sono generosi. L’uomo non ama tenere per sé il suo mondo delle idee. Vorrebbe che tutti avessero le stesse idee, cioè vorrebbe dare le sue idee a tutti gli uomini. Riguardo ad altri beni, l’uomo non è così generoso; se li tiene piuttosto per sé. Delle idee dà volentieri a tutti. Questo è precisamente ciò che fa la radicale differenza tra il mondo spirituale da un lato e il mondo economico dall’altro. Questa differenza è già radicalmente presente se solo la si considera, e fondamentalmente, se qualcuno secondo il vecchio sistema ha la tendenza a essere insegnante, consiste solo nella generosità riguardo al mondo delle idee. Perché i bambini sono ancora migliori ricevitori di doni degli adulti, che gli si oppongono con critica e resistenza. Ai bambini si possono distribuire i doni della conoscenza ancora più facilmente.
Ora, naturalmente, questi istinti devono essere considerati anche nella scuola Waldorf, nei maestri Waldorf. Ma un nuovo elemento entra qui, che può provenire solo dallo spirito della scienza dello spirito orientata antroposoficamente. È che a ciò che nelle precedenti confessioni era sempre tradizionale, al postmortem, si aggiunge lo sguardo deciso al prenatale, che siamo chiari che nel bambino che cresce, si rivela gradualmente ciò che scende dai mondi spirituali. Siamo scesi dai mondi spirituali in un determinato momento. Gli dèi ci hanno mandato in questo mondo e compiamo ciò che gli dèi hanno posto in noi. I bambini scendono più tardi, erano più a lungo nei mondi spirituali. Guardiamo a ciò che brilla fuori dalle anime dei bambini. Portano un messaggio dai mondi spirituali, nei quali erano più a lungo di noi. Un sentimento per il fatto che qualcosa scende dal mondo spirituale nel presente, che cade nei bambini, che l’insegnante dapprima deve decifrare, che al dono, che si fa così volentieri, si aggiunge un ricevere — questo può venire solo dallo spirito della vera scienza dello spirito, quando all’idea di postesistenza l’idea di preesistenza si aggiunge nel sentimento vivo.
Su questo nuovo, che è stato infuso nella pedagogia e didattica della scuola Waldorf, dipende; cioè, fondamentalmente la scuola Waldorf può essere compresa solo da chi ha accolto nel suo cuore, nella sua anima la scienza dello spirito orientata antroposoficamente. E solo lì dovrebbe in primo luogo osservare; altrimenti dalle poche ore in cui ha osservato alla scuola Waldorf, non vedrà nulla di più se non che si scrive sulla lavagna o si parla ai bambini e così via. Ma al presente risulta così scomodo all’uomo trovarsi veramente nella spiritualità. Fondamentalmente — perché? — Se vogliamo cercarne la causa, possiamo prendere in mano tali opere che sono davvero nate da una corrente dell’antico, possiamo chiedervi: Che cosa si pensa riguardo all’appropriazione della spiritualità da parte dell’uomo?
Ho messo davanti a me il «Manuale di filosofia su base aristotelico-scolastica per l’uso negli istituti superiori e per l’autoinsegnamento» di Alfons Lehmen, padre gesuita, quarta edizione aumentata e migliorata, curata da Peter Beck, padre gesuita. L’opera è apparsa per la prima volta nel 1899 ed è stata pubblicata in quarta edizione nel 1917. Vorrei leggervi ciò che a pagina 8 nell’introduzione si dice sullo spirito di questa filosofia, che è dunque autentica filosofia cattolica. Che abbiamo a che fare con la filosofia cattolica autentica, ben presto lo vedremo. Lì dice:
«Da quanto detto si vede senza difficoltà che cosa si deve tenere del principio della . Questo principio attribuisce a ogni singolo il diritto di sostenere ogni opinione a piacimento, senza dovere temere alcuna obiezione da parte di alcuna autorità di insegnamento. Ma la libertà non è assenza di vincoli. L’insegnamento della Chiesa ha il diritto di condannare un’opinione filosofica se questa contraddice una dottrina rivelata o logicamente conduce a una tale contraddizione. Noi presupponiamo qui come provato che un’autorità di insegnamento della Chiesa sia stata istituita da Dio con il compito di proteggere e interpretare la rivelazione divina. Con questo compito il diritto in questione è immediatamente dato. Infatti, per l’esecuzione dell’incarico affidatogli, l’autorità di insegnamento della Chiesa deve essere in grado di spiegare il vero significato della parola di Dio e di designare le interpretazioni false come false. Se dunque l’opinione di un filosofo o di una scuola filosofica contraddice direttamente o indirettamente il vero significato del contenuto della rivelazione, allora l’autorità di insegnamento della Chiesa possiede il potere di giudicare l’errore come tale, e la facoltà di condannarlo in pubblico.»
Questo come introduzione a un manuale di filosofia! Ora, se si prende l’intero spirito di tale discussione, come anche quella praticata oggi, che cosa dà? Dà l’intero spirito cristiano che Paolo intendeva quando disse la parola: «Non io, ma il Cristo in me.» Quando il Cristo vive in noi, risveglia l’elemento spirituale in noi, e proprio attraverso la permeazione di Cristo diventiamo capaci di collegare l’uomo al cosmo spirituale. Sulla significazione di questo Mistero del Golgota abbiamo parlato spesso e domani parleremo ancora più dettagliatamente. Ma il Cristo doveva chiarire una cosa agli uomini, per mostrare all’uomo come l’uomo deve acquisire la sua verità dallo spirito, dallo spirito divino. Basta ricordare un’altra parola del Cristo Gesù, e tutto in questa direzione è dato: «Il mio regno non è di questo mondo»; cioè, quel regno che il Cristo vuol accendere nell’uomo non deve essere eretto in questo mondo.
Deve essere eretto in modo che l’uomo trovi il cammino da questo mondo sensibile nel mondo soprasensibile. Il mio regno è di quel mondo diverso, che non è questo mondo sensibile — chi ha peccato più di chiunque altro contro questa parola del Cristo? Chi afferma che un regno, fondato su questo mondo, un regno che ha il suo centro a Roma, nel Roma fisico, un regno che agisce con consigli fisici e deliberazioni, un tale regno fisico, che è completamente di questo mondo, sia il regno che può diffondere in qualche modo la verità cristiana. — Poiché il regno del Cristo non è di questo mondo, è certamente nemmeno di Roma. Così alludiamo al fatto che nel presente gli uomini devono comprenderlo come veramente antichristiano tutto ciò che è di questo mondo, tutto ciò che vuol rendere la verità stessa così fortemente di questo mondo che dice: «L’autorità di insegnamento della Chiesa ha il diritto di condannare un’opinione filosofica se questa contraddice una dottrina rivelata o logicamente conduce a una tale contraddizione», cioè, in quanto stabilito dalla Chiesa! Perciò tali libri non appaiono come devono apparire i libri, per esempio, degli antroposofi, che si introducano con l’intera persona e solo con questa e dicano: Ciò che ho da sostenere, lo sostengo dalla mia unione con lo spirito della verità — ma qui il titolo è: «Manuale di filosofia su base aristotelico-scolastica» di Alfons Lehmen S. J., quarta edizione 1917. Sfogliandolo, si legge: Imprimatur Friburgo, Tommaso, Arcivescovo. Cioè, qui non una personalità sostiene ciò che come personalità ha da sostenere, bensì un corpo mondano, presso il quale ognuno deve procurarsi l’Imprimatur se vuol pubblicare qualcosa che sia riconosciuto, un corpo che è di questo mondo e imprime la verità di questo mondo, sostiene ciò che è presentato come verità!
Oggi non si deve essere vili, bensì coraggiosi nel guardare a ciò che è vero cristianesimo e ciò che è cristianesimo preteso. Viviamo proprio nel tempo che, perché gli uomini sono stati già così vili nel non vivere esteriormente ciò che interiormente hanno più o meno riconosciuto, ha portato in questa catastrofe. La nostra catastrofe è nella sua origine una catastrofe spirituale — come abbiamo spesso detto —, e non usciamo da questa catastrofe finché non ci rivolgiamo allo spirito della verità, che nella contemplazione spirituale cerca in lui la forza che gli dà l’«Imprimatur», non un’autorità ecclesiastica superiore istituita da un’organizzazione mondana.
Vorrei oggi, collegandomi alle considerazioni di ieri, dire qualcosa che è adatto a riassumere molto di ciò che è stato portato avanti nel corso dei tempi, per dare da ciò una sorta di spiegazione sintetica del Mistero del Golgota. Naturalmente, quando si parla di questo punto centrale della vita umana nei tempi moderni, è necessario che si dia solo qualcosa di aforistico, qualcosa di episodico, per così dire uno stralcio da tutto ciò che deve essere elaborato da noi in ricca panoramica per comprendere questo Mistero del Golgota.
Se si vuole comprendere correttamente il Mistero del Golgota, ci si deve rendere consapevoli che tutti i misteri più antichi, che hanno preceduto il Mistero del Golgota, che poi gradualmente sono venuti meno e che erano essenzialmente già venuti meno in grande misura quando giunse il tempo in cui il Mistero del Golgota doveva accadere, che questi misteri antichi indicavano completamente, nella loro intera essenza, questo evento centrale terrestre, questo Mistero del Golgota.
Se si permette a se stessi di essere colpiti da quello che ho cercato di rappresentare nel mio libro «Il cristianesimo come fatto mistico», si troverà che nella modalità simbolico-rituale praticata nei misteri antichi, i più vari segreti universali si svolgevano con forza drammatica davanti al neofita, davanti a colui che doveva essere iniziato. Ma ciò che stava al centro di tutti i riti, di tutta la simbologia coltivata nei misteri per l’approfondimento della conoscenza umana, era il segreto dell’uomo che muore all’interno del corpo, che in un certo senso anticipa la morte, che muore a tutto ciò a cui può vivere se si orienta solo verso il mondo sensoriale, e che poi da una forza animica interiore proprio attraverso questo passaggio attraverso la morte, attraverso l’esperienza della morte, si risveglia a una vita superiore.
Il modo in cui questo era rappresentato nei misteri, per stimolare l’esperienza interiore degli uomini, aveva una grande somiglianza con quello che più tardi si verificò effettivamente in Palestina come il Mistero del Golgota. E si potrebbe dire: Sta al centro dello sviluppo terrestre la croce innalzata al Golgota. Laggiù l’umanità può contemplare nell’immagine il Cristo che passa attraverso la morte, ma in un’immagine che parlava immediatamente un linguaggio eterno ai neofiti, a coloro che dovevano essere iniziati. Questo Mistero del Golgota era stato anticipato nei misteri antichi, cosicché questi misteri antichi erano in un certo senso una preparazione per il Mistero del Golgota stesso. È cosmicamente ciò che può verificarsi individualmente in un singolo uomo.
Che cosa accade individualmente in un singolo uomo quando attraversa veramente l’esperienza dell’iniziazione? Ciò che nasce con lui, che porta le proprietà ereditate, che nel senso ordinario della parola può essere educato attraverso l’educazione ordinaria, scende nell’inconscio. Muore, viene paralizzato, e dalle profondità dell’anima risorge l’Io superiore dell’uomo, quell’Io che non appartiene a questo mondo fisico, ma che è chiamato a compiere una missione in questo mondo fisico. Ciò che accade all’interno dell’uomo è un processo individuale, un’insorgenza del sé migliore, del sé superiore dell’uomo. Prima non ha questo sé superiore nella sua consapevolezza.
Immaginiamo questo processo esteso su tutta la terra: Immaginiamo la terra stessa come una sorta di essere vivente, di essere vivente consapevole, come in realtà lo è, allora si deve dire: fino al Mistero del Golgota nel corso dello sviluppo storico dell’umanità, questa terra non aveva il suo sé superiore, poiché questo sé superiore non era entrato nella terra con ciò che da essa si era sviluppato, non viveva quindi nemmeno nella vecchia saggezza pagana, nemmeno nella saggezza ebraica, non viveva affatto con la terra. Nell’uomo Gesù di Nazaret dimorava questo sé superiore della terra, entrò, come sappiamo, attraverso il battesimo di Giovanni al Giordano e dal compimento del Mistero del Golgota è un impulso efficace nella vita terrestre. La vita terrestre ha così ottenuto il suo sé superiore. Si può dunque dire: Microcosmicamente si verifica un certo processo interno speciale in ogni uomo che lo desidera e lo vuole; macrocosmicamente questo stesso processo è dato dalla Mistero del Golgota per la terra. Ciò che microcosmicamente è il risveglio del sé superiore nell’uomo è macrocosmicamente il Mistero del Golgota. Con questo però è già connesso che l’essenza del Cristo, che dimorava nell’uomo Gesù di Nazaret, non era prima sulla terra, ma scese dalle altezze spirituali, dalle altezze cosmiche e si unì all’evoluzione terrestre.
Con questo però è dato qualcosa di diverso. È dato che per comprendere il Mistero del Golgota è necessaria un’altra conoscenza, un’altra comprensione, di quella che l’uomo ottiene dalla contemplazione della natura esterna, che l’uomo ottiene guardandosi intorno nella vita ordinaria. È necessaria una trasformazione dell’uomo. E l’uomo trasformato può allora acquisire una sorta di conoscenza, attraverso la quale comprende il Mistero del Golgota. Questo Mistero del Golgota sta come un fatto della storia mondiale, ma si deve sempre distinguere tra questo fatto che sta una volta nel corso del divenire storico dell’umanità e tra la comprensione di questo fatto, ciò che l’uomo può portare di concetti per comprendere questo fatto, per comprendere questo Mistero del Golgota.
Quando il Mistero del Golgota accadde, la vecchia saggezza mistico-iniziatica era in un certo senso già svanita. Resti di essa tuttavia erano ancora presenti. E quelli che ancora possedevano tali resti, che ancora avevano una tradizione o anche ancora una contemplazione interiore e potevano comunicare i risultati di questa contemplazione interiore ad altri uomini, erano chiamati a contribuire qualcosa alla comprensione del Mistero del Golgota. In altri termini: Si usò la vecchia saggezza iniziatica per comprendere il Mistero del Golgota. Da un lato sta il fatto, il Mistero del Golgota, dall’altro sta ciò che gli uomini cercavano di portare per comprendere questo Mistero del Golgota.
Affinché non sia frainteso, vorrei inserire qui di nuovo: Non è necessario che si sia un chiaroveggente per comprendere il Mistero del Golgota; ma è necessario che si comprendano i risultati ottenuti attraverso la chiaroveggenza con il sano senso umano, e così si ricevono nella propria anima concetti, rappresentazioni, idee che non riguardano il solo mondo sensoriale, ma che abbracciano anche il mondo soprasensibile. Proprio come ora non si ha bisogno di essere un ricercatore spirituale per comprendere il Mistero del Golgota, ma come si ha la necessità di assumere ciò che viene dalla visione spirituale per comprendere con l’aiuto di questi concetti, che sono senza senso di fronte al solo mondo sensoriale, il Mistero del Golgota; così dalla vecchia saggezza iniziatica si poteva assumere una comprensione del Mistero del Golgota. Ciò che era originariamente saggezza iniziatica fu dunque usato nei primi secoli del cristianesimo per comprendere il Mistero del Golgota. E infine, nelle evangelium non è confluito nulla di più che quella che era saggezza iniziatica. Proprio questo ho cercato di mostrare nella mia opera «Il cristianesimo come fatto mistico». I vangeli erano dunque in un certo senso la vecchia saggezza iniziatica, applicata al Mistero del Golgota. Il migliore che gli uomini avevano in concetti, idee, esperienze animiche interiori, si cercava di raccogliere per comprendere in modo corretto questo Mistero del Golgota.
Questo era nei primi secoli del cristianesimo. Ma questa saggezza iniziatica da allora è completamente svanita. Quando oggi viene presentata agli uomini del presente e si appella al loro sano senso umano, non possono più capire, non possono più comprendere da questa saggezza iniziatica. Parla in una lingua che non è più accessibile all’uomo moderno. Ci si affatica poco a poco di nuovo per comprendere ciò che è conservato come tradizione dalla saggezza iniziatica, quando ora si riconosce attraverso la scienza dello spirito moderna lo stesso campo che era presente in atavistica conoscenza come vecchia saggezza iniziatica. Questa scienza dello spirito moderna è oggi interamente trasparente per il sano senso umano, non così la vecchia saggezza iniziatica, che per la prima volta può essere penetrata quando oggi ci si è affaticati nei risultati della moderna visione spirituale. E così accadde che sempre più agli uomini, insieme alla vecchia saggezza iniziatica, mancava anche il mezzo per comprendere il Mistero del Golgota. La saggezza iniziatica svanì, il Mistero del Golgota non poteva più essere compreso.
Lo vediamo in gran parte della teologia del presente. Questa teologia del presente vuole comprendere il Mistero del Golgota dalla stessa fonte di conoscenza da cui si costruisce oggi la scienza naturale. Abbiamo detto qui spesso che si spinge sempre più verso l’impossibile, di cancellare completamente il Cristo e di comprendere solo Gesù di Nazaret, o come uno di questi teologi dice, l’«uomo semplice di Nazaret». Il Cristo è svanito dalla teologia, perché semplicemente il Cristo in Gesù non può essere compreso dal punto di vista della scienza sensibile esterna. La vecchia scienza soprasensibile, l’eredità dei misteri, è andata perduta per gli uomini. Già nei secoli prima del Mistero del Golgota gli ultimi grandi misteri, che per esempio erano in Francia, sono stati distrutti dall’imperante romanesimo, che è sempre l’incarnazione della austerità. Nel secolo scorso della nascita del cristianesimo, un dato luogo in Francia, i misteri druidici antichi sono stati distrutti dalle truppe romane. Centinaia e centinaia di iniziati furono trasferiti dalla vita alla morte in pochi giorni. Si può dire che era un’inquisizione molto prima dell’inquisizione cattolica. E se la storia una volta non fosse una favola convenzionale, si saprebbe raccontare del Romano Cesare ancora altre cose di quanto comunemente viene raccontato, si saprebbe raccontare dei suoi persecuzioni nei confronti dei vecchi sapienti dei misteri, si vedrebbe in lui uno di coloro che si era prefisso il compito di sterminare completamente, radice e ramo, ciò che era rimasto dell’eredità iniziatica a quel tempo. Tuttavia, si conservarono sempre, persino fino al Medioevo, anzi fino al 18. secolo, echi della vecchia saggezza iniziatica, e si poteva ancora in una certa misura comprendere il Mistero del Golgota con l’aiuto di questa vecchia saggezza iniziatica.
L’impossibilità di comprendere il Mistero del Golgota è effettivamente sorta solo nel 19. secolo. E nel 19. secolo vediamo effettivamente la teologia moderna svilupparsi in modo che sempre più il concetto di Cristo svanisce, che sempre meno gli uomini capiscono l’essenza vera del Mistero del Golgota, quelli uomini cioè che si sforzano di capire veramente, che non assumono le cose per dettato di una chiesa esterna.
Di che cosa si tratta effettivamente quando consideriamo la scienza dell’iniziazione nel presente di fronte al Mistero del Golgota? Non si tratta di nulla se non di trovare di nuovo la saggezza iniziatica, che attraverso questa nuova saggezza iniziatica il Mistero del Golgota possa di nuovo diventare comprensibile agli uomini. È veramente così: Se lo sviluppo procedesse nella stessa maniera in cui ha portato alla scienza naturale occidentale, al galileismo, al copernicanesimo, allora dalla sempre più barbarica vita dell’Occidente il Mistero del Golgota scomparirebbe completamente. Questo è già quello che nel presente deve essere preso con la massima serietà. Se l’ideale di conoscenza che oggi è ufficialmente rappresentato si diffondesse generalmente, avremmo condizioni in Occidente, relativamente presto una — se ancora potesse così chiamarsi — civiltà — si dovrebbe propriamente dire una barbarie — che non saprebbe più nulla, che non parlerebbe più del Mistero del Golgota. Potrebbe essere che in questa barbarie attraverso mezzi di potere esteriori il culto per esempio della chiesa cattolico-romana fosse preservato. Ma coloro che pensano non collegherebbe più alcun senso alle azioni che lì si compiono. Le sentirebbero come cose esteriori, come in un certo periodo le cerimonie che i vecchi Germani compivano verso il loro Odino e così via erano sentite come cose esteriori. Questo toglierebbe all’evoluzione terrestre il suo significato, perché questa evoluzione terrestre può avere significato solo attraverso l’effetto del Mistero del Golgota.
Vorrei esprimerlo come l’ho espresso spesso. Supponiamo che un abitante di Marte scendesse sulla terra, che non avesse saputo nulla della terra, perché tra gli abitanti di Marte non era stata sperimentata alcuna relazione con le condizioni terrestri, e vedesse tutto ciò che c’è sulla terra. Lo troverebbe abbastanza incomprensibile. Nel momento in cui però vedesse una copia della «Cena» di Leonardo e considerasse quello che era rappresentato, potrebbe collegare un significato alla vita terrestre. Vorrei proprio per questo menzionare spesso, perché in questa immagine in una rappresentazione particolarmente espressiva tutto ciò che appartiene al Mistero del Golgota è di fatto di un significato universale, di un significato tale che attraverso la giusta comprensione di esso si coglie il significato della vita terrestre. Ma si deve per prima cosa avere i concetti, le idee per comprendere ciò che è un fatto. Questi concetti e idee mancano all’educazione esterna odierna. Devono di nuovo essere conosciuti. Devono vivere di nuovo dall’interno dei uomini; e sono svaniti così che oggi non dovremmo desiderare una rinascita di vecchie idee. Questo non aiuterebbe l’umanità moderna. Non abbiamo bisogno di una rinascita, abbiamo bisogno di una nascita, abbiamo bisogno di una completa rinascita della vita spirituale, non di una resurrezione dell’antico, bensì di una nascita di qualcosa di nuovo di cui abbiamo bisogno.
A questo la scienza dello spirito orientata antroposoficamente qui intesa può far riferimento ai suoi veri fondamenti. Che cosa è dunque il fondamento di questa scienza dello spirito orientata antroposoficamente? Consideriamo il mondo intorno a noi. Lo vediamo svilupparsi nel regno minerale, nel regno vegetale, nel regno animale. La scienza naturale nei tempi moderni ha portato molto su quello che accade nello sviluppo del regno animale, del regno vegetale e del regno minerale. Continuerà inoltre a portare molto che illumina l’evoluzione del minerale, del vegetale, dell’animale. Riguardo all’uomo, questa scienza naturale non ha portato nulla di particolare. Poiché se veramente vi immergete in quello che la scienza naturale ha portato sull’uomo dalla descrizione della sua anatomia, della sua fisiologia e così via, troverete che questa scienza naturale in realtà guarda all’uomo solo come all’ultimo anello della serie animale. Lo fa correttamente come scienza naturale, ma guarda così solo a quello che lo fa apparire come l’anello più alto della serie animale, per così dire come l’animale più perfetto. Ma nulla guarda questa scienza naturale che ci fa apparire l’uomo veramente come uomo, che lo solleva dai regno che lo circondano nell’universo. La nostra scienza dello spirito, essa non si occupa in modo dilettantesco, ma in modo coscienzioso e ricercatore con un approfondimento di quello che la scienza naturale ha da dire riguardo al minerale, al vegetale, all’animale. E se gli uomini del presente soltanto ascoltassero un poco quello che l’antroposofia ha da dire, allora non crederebbero che questa antroposofia sia cosa di setta, che sia qualcosa coltivato dalla preferenza di alcune «zie», ma vedrebbero che è qualcosa di completamente diverso, che essa può eguagliare in rigore di scientificità e di ricerca i metodi della visione scientifica naturale, e che quello che essa produce è solo più ricco di quello che fornisce la scienza naturale esterna.
Non è forse assurdo quando dalla parte della scienza naturale l’antroposofia è combattuta? L’antroposofia non porta via nulla alla scienza naturale. Essa si colloca davanti a questa scienza naturale e dice: Sì, voi avete ragione nel campo che esplorate. — Aggiunge solo quello che essa poi esplora sul minerale, sul vegetale, sul regno animale. E chi ha il diritto di negare quello che non ha ancora esplorato lui stesso, se non gli si contesta quello che ha esplorato! Non si può immaginare una tirannia più forte di quella esercitata nei confronti di quello che non si è esplorato e non si vuol esplorare. Ma dove arriva la scienza dello spirito orientata antroposoficamente, quando nel suo metodo esplora il minerale, il vegetale e l’animale? Arriva a capire che quello che si trova attraverso il metodo scientifico naturale, quello che si trova attraverso l’osservazione del mondo sensoriale esterno, può certamente essere applicato alla conoscenza dell’uomo, ma solo così che ci spiega in concetti quello che nell’uomo muore: come l’uomo muore, come già comincia a morire quando nasce, come è in sviluppo discendente. Se volete comprendere quello che inizia con la nascita nel disseccamento dell’uomo, quello che con la morte finisce in un istante, se volete studiare tutto questo sviluppo discendente, allora guardate la natura, esplorate tutte le leggi naturali. E quando avete esplorato tutte le leggi naturali e le applicate all’uomo, allora ottiene le leggi della morte dell’uomo, allora ottenete quello che nell’uomo muore (bianco).
Ora deve essere detto in opposizione che nel momento in cui avviene il nascimento, non c’è solo un morire, ma anche un sorgere (rosso). Questo sviluppo ascendente non potete trovarlo mediante l’attuale osservazione scientifica naturale, per quanto molto lo abbiate sagomato secondo l’ideale. Quello che viene rianimato nell’uomo, quello che continuamente semplicemente accanto a questo morire è presente, quello non si può comprendere dal sensibile, quello si può comprendere solo dal soprasensibile. L’antroposofia deve aggiungere la conoscenza del soprasensibile al sensibile affinché l’uomo sia compreso in assoluto. Potete vederne da questo che, se volete conoscere l’uomo in assoluto, avete necessità di far appello alla scienza del soprasensibile. Ottenete veramente l’uomo solo come essere mortale quando guardate al sensibile. Le confessioni religiose cristiane, che non si sono mai curate di vere conoscenze, hanno visto sorgere la scienza naturale che si occupa dell’uomo mortale; così si occupano, come ho accennato già ieri, con l’immortale, con quello che non muore, lo presentano davanti all’egoismo dei sentimenti umani.
Diversa diventa la cosa quando ci si occupa di quello che è un ascesa, un’evoluzione, con quello che diviene e diviene e sempre più si espande dalla nascita dell’uomo e che raggiunge il suo punto culminante sulla terra quando l’uomo passa attraverso la porta della morte. Là si deve, perché bisogna fare appello non al sentimento, non alla fede, ma alla conoscenza, parlare di ciò che non nasce, dell’non-natale, una parola di cui ho detto spesso che deve gradualmente entrare nel nostro vocabolario. Proprio come la parola «immortale», così la parola «non-natale» deve entrare nel vocabolario degli uomini moderni, perché riguardo alla nostra essenza superiore moriamo altrettanto poco quanto nasciamo. Ma le tradizionali confessioni religiose si sono occupate solo di quello che è scienza sensibile. La morte la negano con una semplice parola, con semplici speranze e con semplice fede. Non indicano quello che spiritualmente può essere riconosciuto; vietano quello che spiritualmente, attraverso metodo soprasensibile e modo di ricerca, può essere riconosciuto.
Questo è sostanzialmente una caratterizzazione di quello che qui intendiamo come scienza dello spirito orientata antroposoficamente. È essenzialmente destinata a elevarsi al soprasensibile. Nel momento in cui però si eleva di nuovo al soprasensibile, porta all’umanità qualcosa che è affine per essenza alla vecchia saggezza iniziatica, da cui può portare di nuovo a una comprensione anche del Mistero del Golgota. Perciò siamo dal corso completo dello sviluppo del presente spinti a cercare la scienza dello spirito orientata antroposoficamente, per non lasciar scomparire completamente le visioni del Mistero del Golgota.
Lasciate che quello che oggi è praticato come scienza naturale nelle nostre università si avvicini ancora così molto ai suoi ideali, non può fermato il scomparire del Mistero del Golgota. Lasciate che quello che si sviluppa come storia raggiunga ancora così molto il suo ideale, non può fermato il scomparire del Mistero del Golgota. E si può propriamente dire, per chi guarda dentro quello che oggi regna nella nostra educazione pubblica, per lui si mostra chiaramente: tutto tende a far scomparire la comprensione del Mistero del Golgota. Le tradizionali confessioni religiose non potranno mai fermato questo scomparire, perché conservano soltanto i gusci vuoti di parole di quello che una volta ha avuto significato, che però oggi non può avere significato per il sano intendimento umano, se non viene ritrovato recentemente attraverso una ricerca spirituale consapevolmente applicata.
Da questo però vedete come intimamente è collegato il prosieguo della comprensione del Mistero del Golgota con lo sviluppo di una vera conoscenza spirituale. Non si direbbero cose come queste se non si imponessero come qualcosa che deve necessariamente essere compreso dal presente. Se si coltivasse solo, in una sorta di curiosità soggettiva verso il soprasensibile, questa scienza dello spirito, ci si sentirebbe molto troppo presuntuoso se si volesse dire che dalla vivificazione di questa scienza dello spirito orientata antroposoficamente dipende il prosieguo, la comprensione del cristianesimo. Solo perché questo fatto si impone così incondizionatamente, perché non si può sfuggire ad esso se si ha un vero senso per quello che accade, perciò lo si enuncia e non ci si ritrae dal fatto di essere scherniti da quegli uomini che non hanno voluto guardare alla serietà dei tempi come presumibilmente arroganti e forse fantasiosi.
I tempi sono oggi così seri che non si può fare altrimenti che bussare alla porta della verità più profonda, dietro la quale giacciono quelle verità di cui l’umanità oggi ha bisogno. L’umanità dell’Occidente con il suo appendice americano declinerà in barbarie se la comprensione del Cristo non rimane. Ma come questa umanità l’ha fatto, e come oggi ancora è intenzionata a continuare, la comprensione del Cristo scomparirà. Solo e soltanto da coloro che oggi riconoscono che è necessario arrivare a una nuova comprensione spirituale, a un nuovo cammino nella conoscenza dell’uomo soprasensibile, solo da loro c’è una vera, seria, forte volontà di preservare la comprensione del mistero del Cristo per l’umanità. Ma non ci sarà vita sociale così come oggi è compresa da istinti sordi, spesso perversi, se la comprensione del Cristo viene completamente persa. Perché questa vita sociale si svilupperà solo attraverso il fatto che nei cuori umani può vivere qualcosa di comune. Che cosa può essere solo questo comune? Questo comune può essere solo quello che Paolo ha designato con la parola: «Non io, ma il Cristo in me.» — Quanti uomini potranno dire: «Non io, ma il Cristo in me», quanti uomini si potranno trovare insieme come membra di un’umanità sulla terra intera senza distinzione di nazionalità e altri differenziamenti nella fondazione della nuova vita sociale.
Vediamo però oggi spesso il contrario. Vediamo le singole nazioni di nuovo per così dire spiegare la bandiera della nazionalità. Che cos’è l’essenza di tale spiegamento? L’ho caratterizzata da certi punti di vista anche qui. L’essenza è la vecchia religione di Jahvé. Consisteva nel fatto che Jahvé era il capo del popolo, cioè un Jahvé era capo del popolo ebraico. Oggi, nel momento in cui le nazioni pongono davanti la loro nazionalità, arrivano tutte solo fino a Jahvé, solo che ognuno ha la sua propria forma di Jahvé. Non può quindi essere il vero Jahvé, bensì solo un riflesso. Un’immagine può riflettersi molte volte. Propriamente è così che gli uomini nel presente, perché hanno perduto la vecchia saggezza iniziatica che poteva indicare il Mistero del Golgota, hanno tutti più o meno assunto la religione di Jahvé sotto la guida del «Rabbino supremo» mondano e liberale Wilson! Egli, che ha parlato dell’illusione della «Società delle Nazioni», quindi di un’astrazione al posto dell’impulso concreto del Cristo che passa attraverso i cuori umani, ha trovato fede finché non l’ha distrutto attraverso il suo proprio comportamento, certamente molto presto, presso coloro che ancora possono pensare un po’.
Quello su cui conta è che gli uomini trovino di nuovo il cammino, a uscire dal nazionalismo jahveistico per venire all’afferrare universale del Cristo, a quella che fa l’uomo apparire solo come uomo, ma così non lo impoverisce rispetto al nazionale, bensì lo arricchisce proprio. Non è possibile diversamente se non ci facciamo la strada verso una comprensione del soprasensibile. Solo se abbiamo le idee, i concetti che conducono nel soprasensibile, possiamo anche comprendere il Mistero del Golgota, che è propriamente un evento che ha a che fare con il mondo soprasensibile, non con il mondo sensibile. Quello che dal Mistero del Golgota si è verificato nel mondo sensibile è solo il riflesso esteriore. Quello che veramente si è verificato, nessuno lo comprende che comprende solo il riflesso esteriore; lo comprende solo chi può elevare i suoi pensieri, le sue rappresentazioni nel mondo soprasensibile. Che cosa si comprende quando non si vuole elevare nel mondo soprasensibile nel nuovo modo?
Se immaginiamo qui l’inizio della terra (vedi disegno), allora si comprende, se ci si eleva solo a quello che oggi è contenuto naturalistico, a quello che era prima una vecchia saggezza iniziatica, allora nel declino è, e che avrà raggiunto il suo punto zero nel 3. millennio (O). Per quanta scienza naturale conduciamo ancora, siamo nel barbarie e anche in America barbarie nel 3. millennio. Afferriamo allora solo quello che muore nella vita terrestre, e viviamo là solo quello che muore nella vita terrestre. Proviamo allora tutto a trarre dall’osservazione del terrestre, ma arriviamo solo al mortale. Abbiamo la necessità di afferrare il punto in cui la croce al Golgota è innalzata, e di comprendere quello che là accadde, che inizialmente fu compreso ancora attraverso i resti della vecchia saggezza iniziatica, che però svanì gradualmente, che ora è già oscuro, che ora deve essere illuminato di nuovo (blu) attraverso quello che si rivela nella nuova, nella via antroposofica come via nel soprasensibile. Strettamente è connessa in un certo senso la salvazione, la comprensione dell’evento del Golgota con l’approfondimento antroposofico dell’umanità, con una nuova vera conoscenza dell’essenza dell’uomo. Perciò il nome Antroposofia, cioè: saggezza che sgorga quando l’uomo si trova nel suo sé superiore.
Non si può propriamente trovare un nome più pregnante di «Antroposofia» quando si vuol designare quella conoscenza che non tratta dell’uomo come la storia ordinaria, come l’antropologia o simile. Quando però si vuol indicare quello che nel uomo sa: quando l’uomo non guarda attraverso i suoi occhi, non ode attraverso i suoi orecchi, ma vuol riconoscere attraverso il suo spirituale-animico, quando si vuol indicare quello che l’uomo superiore può sapere, allora non deve essere designato come «scienza dell’uomo», bensì come «saggezza umana», come scienza dell’uomo superiore, come Antroposofia. E Antroposofia messa nel macrocosmo è Cristologia! Quello che accade con il singolo uomo quando si rivela idoneo ad accogliere la conoscenza antroposofica, quello accade con l’umanità universale quando sempre più si decide di afferrare l’evento del Golgota nella sua vera essenzialità spirituale. Non è allora qualcosa di straordinariamente peculiare che proprio coloro che fanno più tempesta contro questa chiara confessione del Mistero del Golgota, che dicono di voler interpretare per gli uomini d’ufficio il Mistero del Golgota? — Ma questo fatto è effettivamente presente e questo fatto deve essere considerato. Si deve guardare ad esso, non si devono chiudere gli occhi, bensì si deve proprio, nel momento in cui si aprono gli occhi verso di esso, formarsi rappresentazioni su come ci si deve comportare verso un autentico progresso sincero del cristianesimo.
Mi risuonano ancora nelle orecchie quelle parole che un tempo un famoso principe della chiesa, il Cardinale Rauscher, pronunciò negli anni sessanta del secolo scorso nella Camera alta austriaca, quando disse: La Chiesa non conosce progresso! — Con questo è fondamentalmente indicato il programma della Chiesa, quel programma del quale potevo dare a voi anche ieri una certa idea. Credo che da parte di coloro che si occupano di cose come l’emergere di nuove idee spirituali, perfino da parte di coloro che si occupano della scienza dello spirito orientata antroposoficamente, sia molto poco considerato quello che effettivamente significa che le tradizionali confessioni religiose fanno tempesta contro qualcosa che solo il progresso del cristianesimo può fondare. Purtroppo si sa molto poco che, per esempio, un autore per ogni libro cattolico di tal genere, persino se riguarda filosofia e logica, deve procurarsi l’Imprimatur dell’Arcivescovo! E se lo si sa, si accetta come un fatto casualmente raccolto e non ci si rende affatto consapevoli della portata di esso. Perciò non si giudica nemmeno in modo appropriato quello che ora fa tempesta contro la scienza dello spirito orientata antroposoficamente inaugurata da qui. E perciò già sono costretto a indicarvi sempre di nuovo quello che viene ripetutamente portato dai nemici della verità, dai nemici della verità da perseguire oggi.
Oggi devo solo leggervi un piccolo campione, ma ne avrete da questo piccolo campione, se avete un senso per quello che effettivamente accade, se vi tenete da una parte nel cuore quello che la scienza dello spirito orientata antroposoficamente verso il cristianesimo vuol onestamente, e dall’altra guardate come coloro che si chiamano cristiani incontrano questa scienza dello spirito.
Qui c’è un’annunzio di un opuscolo — è apparso in un involucro violetto —, che è un riassunto degli articoli «Spettatore»:
(Inviato.) «Il segreto di Dornach.» «Il segreto di Dornach> viene ormai finalmente dopo sei anni di esistenza sempre più sistematicamente rivelato attraverso una serie di giornali cattolici, anzitempo attraverso il settimanale della regione di Basilea, poco tempo fa anche attraverso il foglio della scuola protestante e la scuola cattolica della Svizzera e con oggi anche attraverso una serie di articoli del foglio protestante svizzero> sotto il titolo:
Questo campione è di nuovo da un giornale strettamente cattolico, il «Volkblatt di Basilea»! Vedete, qui vengono mandate nel mondo cose che mentono in modo così frivolo che sono capaci di elevare quello che da sempre è stato combattuto da me — la «Stella dell’Oriente» — a firma di Dornach. Così viene mentito nel modo più frivolo appiccicandoci il nome di quello che dall’inizio è stato combattuto da noi come un non-senso, come una frivolezza. Questa è «cattolica sincerità» qui nei dintorni, poiché sembra già che si concepisca come cattolica sincerità, poiché contemporaneamente trovate qui una comunicazione su Schildwehr Dorneck-Thierstein. Lì si dice: «Dall’area circostante. Scudo Dorneck-Thierstein (Ric.) L’assemblea generale del Scudo Dorneck-Thierstein tenutasi il 27 giugno 1920 a Grellingen ha dimostrato che tutti i pessimistici precedentemente opposti a noi nel Schwarzbubenlande non sono ancora al posto. Quale gioia piacevole è passata per la sala quando il Rev. Sig. Parroco e Redattore M. Arnet…». Il Dr. Boos qui lo ha chiamato un bugiardo e un mescolatore spirituale di veleno. Non so se su questa dichiarazione del Sig. Dr. Boos — da qui, da questo posto —, che è già successa qualche tempo fa, qualcosa è stato intrapreso dall’altro lato. È successo qualcosa? [Intromissione Dr. Boos: No, niente!] Così non è ancora successo nulla, sebbene il parroco Arnet di Reinach sia stato qui da questo posto chiamato un bugiardo e un mescolatore spirituale di veleno. — E ora continua: «Quale gioia piacevole è passata per la sala quando il Rev. Sig. Parroco e Redattore M. Arnet di Reinach e Rev. Sig. Parroco Hauß di Münchenstein con uno stendardo di scudieri entrarono fra noi. Ancora più grande era l’entusiasmo quando il Rev. Sig. Superiore dal Monastero di Mariastein P. Gallus Jecker apparve in semplice abito benedettino», e così via, ora viene il seguente: «Rev. Sig. Parroco Arnet di Reinach ricevette la parola per il suo rapporto. In brevi e marcati periodi, come autentico scudiero, ci descrisse nei tratti principali le tempeste che la chiesa cattolica ha dovuto sostenere nel corso di tutti i secoli. Ma sempre e sempre si sollevarono di nuovo uomini, illuminati e rafforzati dallo Spirito Santo, che presero la lotta contro l’inganno e l’incredulità, cosicché la chiesa cattolica infine sempre di nuovo conquistò la vittoria finale.»
Così qui si porta avanti la «lotta contro l’inganno» in modo tale che nella maniera più frivola si mente il contrario di quello che è fatto! Poi si parla in tali frasi: «Dopo che il relatore aveva brevemente discusso la questione teosofica, ha soprattutto indicato che il nostro popolo cattolico dovrebbe studiare più letteratura cattolica invece di romanzi di ogni tipo.» Poi continua ancora: «Rev. Sig. Parroco Hauß ha parlato con acutezza convincente basandosi su esempi della necessità dei gruppi di scudi. Caldo e ideale il Rev. Sig. P. Gallus O.S.B. ha accolto il risveglio della gioventù cattolica. Ogni villaggio dovrebbe possedere un bosco di bandiera di cattolici entusiasti, giovani e vecchi, per proteggere il villaggio, la comunità da questi orribili valanghe di incredulità. Riguardo alla teosofia Rumpel ha indicato il raduno cattolico del nord-ovest della Svizzera a Dornach. Era dell’opinione che questo giorno sarebbe stato proprio adatto per fondare il movimento antiteosofico, che non è solo dalla parte cattolica ma anche dalla parte protestante nel divenire, in modo che molto presto tutto il popolo svizzero che pensa cristianamente potrebbe essere efficacemente influenzato. Il centro agitazione di Dornach deve essere combattuto in ogni modo. Dal programma annuale del Scudo Dorneck-Thierstein, i punti principali si menzionino brevemente: Promozione della stampa cattolica» — di questa stampa cattolica che fornisce tali campioni! — «attraverso il lavoro individuale nei comuni, principalmente al cambio trimestrale. Forte sostegno della lotta contro la teosofia di Steiner, lotta al materialismo, all’ebraicizzazione della stampa e della letteratura, al socialismo e al liberalismo. Promozione della missione. Sostegno della questione della scuola cattolica (scelta di insegnanti cattolici ecc.). Lotta contro l’insegnamento civico. Eliminazione delle prove di vigili del fuoco domenicali» e così via.
Vedete quello che qui è chiamato «verità»! — Ma la cosa si nasconde in vari mascheramenti. Trovate contemporaneamente qui un rapporto da Ariesheim da una riunione qualsiasi, dove si dice: «Inoltre esso [la casa scolastica e comunale] può continuare a servire in altro modo a scopi culturali, ospitando sia le due maggiori biblioteche popolari di Ariesheim, quella della società dei trasporti e dell’associazione popolare cattolica. Infine vuol anche contribuire un po’ alla carenza di alloggi e offrire più alloggi di prima. Se gli sarebbe mai sognato che una volta dovrebbe cedere a una misteriosa dominazione straniera dal colle di Dornach. Cittadini e abitanti di Ariesheim perciò anche nella prossima assemblea comunale vedranno di provvedere al giusto, come una volta alla negazione di un certo sussidio edile agli antroposofi» e così via.
Ora, fondamentalmente raccontando tali esempi si espone solo la «sincerità» della maggior parte dell’umanità presente, poiché sono i capi, e quanto migliori dei capi talvolta non sono i guidati. Di solito sono però, se i capi sono così, considerevolmente migliori. Ma poiché essi vogliono comunque essere guidati, anche se sono migliori, non può venire fuori nulla di particolare.
Purtroppo deve essere sempre di nuovo, contro la mia volontà, che si menzioni tali cose qui. Ma deve comunque essere sempre di nuovo da una parte indicato quello che la scienza dello spirito orientata antroposoficamente verso il Mistero del Golgota vuol e deve onestamente, e dall’altra guardato quello che fa tempesta contro di essa. Poiché molte cose fanno tempesta, e quello che da questo può essere riferito qui è solo quello che appartiene alla peggiore categoria di quello che fa tempesta. Tanto più dobbiamo accogliere nei nostri cuori, nella nostra volontà ciò che abbiamo colto degli impulsi antroposofici. Perché da questo, che gli uomini si decidono a cercare di nuovo il cammino verso lo spirito, dipende se sarà possibile in futuro che vi sia ancora un cristianesimo o no.
Il cristianesimo deve però riposare sulla parola di Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita.»
Solo nella verità si trova la saggezza — così è stato il motto che abbiamo scritto quando cercavamo di far stampare i «Principi» per la Società Antroposofica. Ma possono i contemporanei che dicono la non-verità in tale modo in qualche modo invocare il Cristo Gesù, che però era certamente non la strada sbagliata, la non-verità e la morte! Vogliamo comprendere nel modo giusto quello che è la parola del Cristo: «Io sono la via, la verità e la vita.» Perciò — accogliamo nei nostri cuori, nei nostri sentimenti il senso della verità. Poiché solo così troveremo la possibilità di promuovere e coltivare un corretto ulteriore sviluppo del cristianesimo. La non-verità certamente non potrà farlo.
Vorrei oggi anteporre alle considerazioni di questi tre giorni un’introduzione che dovrà orientare anzitutto da un certo punto di vista riguardo al rapporto tra il movimento di scienza dello spirito orientato antroposoficamente e i movimenti di ricerca spirituale più antichi. Voi avete infatti notato, e io l’ho più volte menzionato e caratterizzato, come sia divenuto necessario in base alle circostanze del tempo trattare diversamente quella conoscenza, quella cognizione delle cose soprasensibili di cui parliamo nel nostro movimento di scienza dello spirito, rispetto al modo in cui erano state trattate la conoscenza, la cognizione che era stata tramandata agli uomini nei misteri antichi. Voi sapete anche che il confronto di questa conoscenza spirituale del presente con il sapere iniziatico dei misteri antichi è legittimo, nonostante le diversità tra i due. È vero che il misterio antico era tale da trasmettere conoscenze che poggiavano interamente su uno stato di consapevolezza atavisco, potremmo dire, di natura semi-onirica dell’uomo che ricercava. Questo sapere spirituale moderno, di cui qui parliamo, è invece tale che tutto in esso, fino nei minimi dettagli, deve essere raggiunto con piena consapevolezza, con una consapevolezza che si equipara completamente a quella che abbiamo quando comprendiamo e assimiliamo verità geometricamente perspicue o comunque perspicue matematicamente. Quindi la sperienza spirituale completamente consapevole è raggiunta attraverso questo movimento spirituale moderno in una vita dell’anima che deve essere completamente illuminata da quella luce che illumina anche la nostra vita conscia di veglia, quando siamo veramente consci. Ma questo sapere deve condurre verso forme di esistenza soprasensibili più elevate come il sapere istintivo, semi-onirico dei misteri antichi.
Abbiamo più volte parlato del carattere particolare di questo antico sapere mistico. Abbiamo sottolineato che risale a un sapere primordiale, a una saggezza primordiale dell’umanità. Solo grazie ai pregiudizi della concezione moderna materialistica-darwiniana è oggi nascosto il fatto che l’umanità nella sua evoluzione non è partita da stati simili a quelli bestiali, bensì da stati per i quali non esiste alcun analogo nel mondo fisico odierno, stati che però comprendevano in sé la vita dell’anima in modo tale che su tutta la terra abitata di quel tempo antico esisteva una conoscenza del spirituale acquisita istintivamente. Dobbiamo però considerare, quando rammentiamo questo fatto del sapere primordiale soprasensibile, che l’umanità di quell’era primordiale era in una visione della vita più ingenua, più elementare, potremmo dire più innocente, che in questa umanità primitiva erano insiti quegli impulsi che gli stessi esseri divino-spirituali infondevano nelle anime. In modo tale che si può dire: Nel campo che oggi potremmo designare come morale, gli uomini dell’era primordiale erano esseri che semplicemente si presentavano come strumenti per le azioni di esseri divino-spirituali, cosicché per quell’epoca non si può parlare di una loro propria responsabilità, di una possibilità di peccare personalmente, neppure di un vero allontanamento dalla volontà di ciò che è Divino-Spirituale, da cui infine la natura umana animata era nata. Proprio ciò però include anche il motivo per cui in quei tempi antichi era possibile diffondere i mezzi nell’umanità, conservare nell’umanità una conoscenza delle cose soprasensibili. Questa conoscenza, quando è vera conoscenza — anche nel suo stato atavisco dell’era primordiale — è effettivamente legata al dominio di certe forze dell’esistenza materiale. Oggi siamo orgogliosi del fatto che dalla nostra manciata di idee naturalistiche abbiamo formato la nostra tecnica, che in questo senso attraverso le nostre conoscenze naturalistiche dominiamo la natura che ci sta dinanzi fino a un certo grado. In un modo completamente diverso gli uomini dell’era primordiale potevano, in virtù di quel sapere che era proprio della loro innocente costituzione animata, dominare le varie forze naturali dell’esistenza materiale, ed era loro negata dalla loro costituzione animata così caratterizzata la possibilità di usare le conoscenze soprasensibili loro concesse dagli dèi a danno dell’umanità.
Voi sapete dalle mie esposizioni che questa umanità primordiale non era densa-materiale nello stesso senso dell’umanità successiva e di quella odierna, che sotto certi aspetti era molto meno materiale. Proprio ciò era collegato al fatto che gli impulsi dell’esistenza divino-spirituale potevano manifestarsi in modo molto più immediato, di quanto potesse essere il caso in seguito. Ciò che si sviluppò gradualmente nell’evoluzione dell’umanità è un’unione dello spirituale-animato con il fisico-materiale. In certo senso l’uomo scese sempre più profondamente nella materia. Ma proprio con questa discesa nella materia si introdusse anche quello che si potrebbe chiamare la possibilità di peccare, la possibilità di una deviazione dai sentieri che provenivano dagli impulsi degli stessi esseri divino-spirituali, ossia la possibilità di fare il male, e quindi anche la possibilità di applicare le conoscenze soprasensibili in modo malvagio. Questa possibilità si presentò solo in un certo momento dello sviluppo umano. Ma in questo momento si verificò qualcosa di molto particolare. Proprio allora — voi sapete questo dalle mie esposizioni del mondo atlantideo che ho dato nella mia «Scienza occulta nei suoi lineamenti» — si concentrò innanzitutto nel vero senso il principale sapere mistico negli oracoli, nei misteri. In certo modo il sapere dei mondi soprasensibili fu allora sottratto alla larga massa dell’umanità, e questo sapere divenne proprietà degli uomini iniziati nei misteri. Cosicché lo sviluppo procedeva in modo che sempre più il sapere soprasensibile scompariva dalla grande massa dell’uomo e nella sua vera forma era conservato nei misteri. Questi misteri però allora, come voi sapete, contenevano ancora ampie estensioni di conoscenze della saggezza primordiale e le hanno contenute fino vicino ai tempi cristiani, alcuni fino a epoche molto più tarde. Ma vari misteri con il sapere più profondo, come per esempio uno, in realtà due, nella regione dell’odierna Francia, furono nel secolo precedente l’origine del cristianesimo, come vi ho accennato poco fa, estirpati dai romani con radici e tronco, anzi estirpati in modo terribilmente sanguinoso. E in questi luoghi, su cui si deve richiamare l’attenzione, defluiva ancora negli ultimi secoli pre-cristiani entro l’Europa un meraviglioso, penetrante sapere, che da allora è completamente scomparso per l’Europa. Così accadde anche in altri luoghi d’Europa. Allora il sapere primordiale della saggezza poté essere conservato soltanto in cerchi molto ristretti. In questi cerchi, in cui si potevano avere solo rarissimamente uomini che dalla loro propria intuizione potessero penetrare nei mondi soprasensibili, fu anche quello in cui poi la conoscenza dei mondi soprasensibili fu applicata nelle peggiori, nelle più egoiste-nazionalistiche direzioni, cosa che ancora oggi emerge nei casi che io vi ho caratterizzato da anni, che ho caratterizzato soprattutto come l’opera di certe società segrete della popolazione di lingua inglese.
Ora, esiste un certo modo in cui coloro che ancora oggi pensano alla conoscenza dei mondi soprasensibili interamente nello spirito dei tempi antichi presentano i motivi per cui il sapere mistico era così attentamente nascosto dai portatori dei misteri alla gran massa. I rappresentanti fedeli di società segrete, che conservano questo sapere con maggiore o minore diritto, in maniera migliore o anche molto discutibile, oggi ancora parlano continuamente del fatto che semplicemente non si può consegnare alla massa una certa forma, la forma più elevata di conoscenza delle cose soprasensibili, perché questa massa oggi non è assolutamente matura per certi contenuti di questo sapere. Queste cose vengono dette, ed è sempre significativo il modo in cui vengono fondate da certe parti. È necessario che oggi parliamo un po’ di questo in introduzione, perché io ho cose molto importanti da dirvi domani e dopodomani. Lo dobbiamo, perché qui è seguito il principio di porsi, riguardo alla diffusione del sapere dei mondi soprasensibili, proprio dal punto di vista, potrei dire, dell’essere democratico.
Voi sapete, da parte mia non è stato tenuto nascosto, almeno fino a un certo grado, neppure di fronte al largo pubblico, la comunicazione di certe conoscenze soprasensibili. E conoscenze del tipo di quelle che oggi, sebbene siano ben poco comprese, sono già presentate nei miei pubblici discorsi, valgono completamente sotto un certo aspetto come conoscenze che, secondo eminenti odierni rappresentanti del vero sapere mistico, non si devono comunicare in questo modo al pubblico. Certo non si può spingere fino a certi vertici della conoscenza; ma fino a un certo grado queste conoscenze oggi devono semplicemente essere consegnate al pubblico, già per la ragione che, come ho spesso sottolineato, devono confluire negli impulsi sociali che sono nel senso più eminente necessari all’umanità presente e all’umanità del prossimo futuro. E così è accaduto che ho continuato a comunicare tali conoscenze, che, come detto, purtroppo sono comprese assai poco. Proprio le cose più importanti, che ora sono già inserite nei pubblici discorsi e di cui si potrebbe spesso credere che agiscano in modo sconvolgente, sono effettivamente ricevute in modo tale che si vede: le anime che le ricevono stanno effettivamente dormendo un sonno molto tranquillo, mentre queste cose colpiscono i loro orecchi. Eppure queste cose oggi devono essere comunicate al pubblico, e in una certa forma ho sempre di nuovo tentato di portatele all’interno della Società Antroposofica a un livello ancora più elevato, sebbene non si sia avuta la migliore esperienza in ciò.
Ognuno considererebbe una ridicolaggine il fatto che si dovrebbe insegnare la geometria superiore a colui che non conosce la geometria elementare. Il paragone zoppica, come tutti i paragoni, perché ciò che si dà come certo sapere più elevato dal campo della scienza dello spirito orientata antroposoficamente non si comporta in tutto allo stesso modo — sebbene solo apparentemente — verso l’elementare come la geometria superiore verso la geometria elementare. La cosa è così: Chi non conosce la geometria elementare, per lui accadrà, quando gli si presenti la geometria superiore, che la rifiuti, perché è chiaro che non la comprende. Ma quando a colui che non ha ancora le conoscenze elementari dell’antroposofia gli si presenta il sapere superiore dell’antroposofia, egli lo riceve. Vero è che lo comprende altrettanto poco quanto l’altro la geometria superiore, ma poiché le conoscenze devono essere rivestite in parole popolari comprensibili, egli crede di comprenderle, ne fa un bello scherzetto o ne parla come il parroco Kully, e abbiamo allora dinanzi l’impossibile, che i saperi superiori sono portati all’umanità in forma completamente distorta, in forma bugiarda. Ma portare vere conoscenze agli uomini in forma bugiarda significa contribuire alla distruzione dell’umanità. Per questo sarebbe proprio necessario che si potesse presupporre una comprensione per tali cose, che si potesse presupporre che questo sapere superiore fosse preservato dal portarsi a colui che non possiede già il sapere inferiore. Ma da decenni all’interno della Società Antroposofica si sono fatte esperienze molto cattive, che effettivamente potrebbero spingere, se per esempio si avessero in mente le vecchie idee sulla segretezza di fronte alle conoscenze soprasensibili, a interrompere completamente l’annuncio del sistema soprasensibile dei mondi. Infatti, che cosa non si sperimenta! La loquacità, la loquacità sia interiore che esteriore è stata davvero nel corso dei decenni non indifferente; e ancora di recente abbiamo dovuto sperimentare, quando siamo stati costretti, per nostro grande dolore, di fronte a certi fatti di proteggere i nostri scritti da un possibile malinteso, che da una certa parte si è alzata perfino una rivolta ingenua-incomprensiva. Non serve a nulla lasciare queste cose inespresse, perché non c’è una comprensione completamente penetrante di questi fatti, soprattutto della santità di questi fatti. Sarebbe, se fosse presente una consapevolezza del posto delle conoscenze soprasensibili nel tutto dell’umanità sociale, semplicemente impossibile che in una forma così distorta, così bugiarda quegli fatti che appartengono alle faccende più sante dell’umanità, fossero portati nel mondo in modo vilipendioso, dove erano stati allora così spogliati. Ciò nonostante, anche se un gran numero di persone tratta ciò che dovrebbe essere trattato con massimo serio come un leggero gioco, è tuttavia necessario, urgentemente necessario, che oggi queste cose siano portate all’umanità. Il dovere verso il mondo spirituale, il dovere verso le potenze spirituali guida dell’umanità, deve oggi valere come il più alto di fronte a quello che si può osservare dall’esterno nel modo appena caratterizzato. È giunto oggi il tempo in cui una certa quantità di conoscenze soprasensibili deve assolutamente essere tramandata al mondo.
Le conoscenze soprasensibili rimangono di regola inoffensive quando trattano astrattamente il spirituale; ma la serietà diventa subito necessità — se comunque viene fatta serietà — quando si tratta di conoscenze soprasensibili degli iniziati più antichi. Tali cose sono pienamente perspicue solo per colui che a sua volta può trovare dalle sue proprie ricerche le saggezze degli antichi iniziati. L’antico iniziato diceva: Se comunichi verità occulte solo secondo il ternario, allora puoi di regola causare vari danni sociali; puoi rendere gli uomini stupidi, puoi farli addormentare, puoi offuscare loro la mente e così via; ma se comunichi agli uomini tutte le sette forme dei segreti sui mondi soprasensibili, allora comunichi agli uomini qualcosa che, se sono malvagamente inclinati, deve necessariamente condurli al male. — Quindi l’iniziato dice: Comunicare le conoscenze soprasensibili secondo il ternario, causerà in certi casi solo danni sociali esterni; comunicarle secondo il settenario, ciò significa un pericolo nel momento in cui si avvicinano questi santi segreti gli uomini che sono capaci del male in qualche direzione. — Che cosa significa ciò?
Vedete, esiste una mistica, per così dire, innocua. Tale mistica innocua è praticata quando ci si riunisce settariamente in piccoli cerchi e si fanno comunicazioni, poniamo, a sette, otto o cento persone riguardo al corpo eterico, corpo astrale, riguardo alla reincarnazione, al karma e così via, insomma quando si parla in proposizioni astratte di queste cose approssimativamente come si parla delle cose della vita ordinaria, senza essere in uno stato d’animo diverso da quello della vita ordinaria, al massimo in una devozione mistica di natura nebulosa e simili. Allora appare naturalmente come il peggio il fatto che infine gli stessi uomini che si riuniscono così, rubbano un po’ il tempo al buon Dio, mentre sarebbe molto più intelligente se nella stessa ora in cui facessero tali comunicazioni mistiche ad altri, stessero cucendo o a magliare o a cucinare o a lavare o simili. Un tale procedimento astratto con verità soprasensibili non vale realmente molto più del resto di quello che adesso si forma attraverso numerosi canali con le cosiddette visioni del mondo. Ma voi sapete: Noi sul nostro terreno antroposofico non ci siamo mai immischiati, dove è stata fatta serietà, con siffatta roba astratta. Naturalmente abbiamo sempre sottolineato che si devono possedere certe conoscenze di contenuto sul genere umano, sull’essenza dell’universo e così via, se veramente si vogliono formare rappresentazioni sul soprasensibile. Lo sforzo della nostra scienza dello spirito orientata antroposoficamente è sempre stato diretto a portare le conoscenze spiritualistiche nella vita reale, nella vita medica, nella vita sociale, nella vita dell’esperimento naturalistico e altro, dove innanzitutto è necessario un apporto di conoscenze soprasensibili, prima di poter pensare a una guarigione sociale dalle nostre condizioni catastrofiche. Ma quando, diciamo, si portano conoscenze soprasensibili nella medicina, allora inizia subito quel campo del quale i veri iniziati sanno che può causare il male se in mano a persone cattive. Perché quando esercitiamo le nostre forze animiche, pensare, sentire, volere così come le portiamo nella nostra astrattezza nella nostra anima, allora queste forze animiche sono molto, molto forti solo immagini, applicate alla consapevolezza ordinaria solo immagini, immagini molto attenuate. In ciò c’è solo una intensità molto minima di realtà.
Ciò che gli uomini possono pensare è, potrei dire, immagine di immagine; ciò che possono sentire ancora più così; e nel volere neppure scendono, lo vedono solo nelle immagini degli eventi esterni che si svolgono sul piano fisico come conseguenza di questo volere. Poiché ora ciò che l’uomo sperimenta ha così poco a che fare con la realtà, non si può causare molto danno. Si penetra nel regno dei concetti astratti. Si può parlare molto bene di Atma, Buddhi, Manas e così via, ma si parla effettivamente di parole astratte, di parole che sono lontane dall’effettivamente penetrare nella realtà.
Con i nostri istinti, ossia con tutto ciò che sta alla base, diciamo della nostra natura temperamentale, e con tutto il resto che sta alla base del nostro essere istintivo, là stiamo già più nella realtà. Con ciò per esempio che è la nostra fame, che emerge dalla nostra fame come efflusso dei nostri istinti di volontà, stiamo molto fortemente nella nostra realtà; e se non ci fosse la fame e gli istinti di volontà collegati alla fame, oggi così spesso perversi, non ci sarebbe il bolscevismo russo e simili. Con questa vita (il quadrato), da cui come un’ombra si leva il pensare, sentire e volere (il triangolo), con questa vita dei nostri istinti, dei nostri impulsi, dei nostri temperamenti la realtà è già più collegata. Questa realtà è, così come la nostra vita animica è un triplicità, così anche questa realtà è qualcosa di quadruplice ed era sempre così presentata dagli iniziati. E se si considera così l’intero essere umano, si ha un essere settenario. Ma si ha gli arti inferiori, quelli in cui l’uomo in certo senso ripete il bestiale, con un carattere di realtà molto più intensivo, di quanto sia l’astrazione ombreggiata distillata del pensare, sentire e volere.
Ora però la conoscenza dei mondi soprasensibili, se la si può afferrare solo astrattamente secondo la consapevolezza, agisce tuttavia nella nostra vita istintiva, nel nostro temperamento, nella nostra vita pulsionale, e con ciò agisce nel mondo di fatti reali, nella realtà. Si potrebbe dire: Se si disegna questo mondo dell’animico così come l’uomo lo ha oggi molto sottile, allora si vuol disegnare il mondo dell’istintivo, del pulsionale, del temperamentale molto spesso e reale, e in questo mondo gioca il sapere soprasensibile (vedi il disegno). Ma questo mondo può essere soltanto nobilitato, altrimenti diventa il mondo malvagio. È quindi il sapere soprasensibile su questo mondo può agire solo in modo tale che questo mondo sia nobilitato, cosicché nel momento in cui si accede alle realtà col sapere soprasensibile, dove cioè si immergono nel materiale, dipende completamente se ciò avviene in pura e morale, libera disposizione d’animo o se avviene in impura, immorale, non libera, cioè emotiva, pulsionale, bestiale disposizione d’animo.
Questi fatti li hanno compresi coloro che custodivano la saggezza primordiale umana e che hanno chiuso il sapere superiore nei misteri per coloro che vi erano preparati. Ma questo chiudimento non è qualcosa che oggi si possa asserire come assoluta necessità, e hanno completamente torto coloro che oggi, per esempio, appartengono a società segrete e assolutamente vogliono affermare la necessità della segretezza riguardo al sapere superiore. Hanno torto, perché non comprendono affatto i segni dei tempi. Conservano tradizioni antiche, ancora oggi dicono quello che i grandi maestri della saggezza dei misteri hanno detto migliaia di anni fa. È per esempio interessante che nei libri di Helena Petrowna Blavatsky proprio dove Blavatsky parla più genialmente di cose occultistiche, troviate esposte visioni sulla segretezza di saperi occulti, visioni che oggi assolutamente non valgono, che sono rappresentate da Blavatsky perché le ha imparate da coloro che non hanno alcuna idea delle vere necessità di tempo del presente. E così Blavatsky agiva come una personalità che avrebbe potuto vivere anche migliaia di anni fa; non aveva idea delle necessità vitali del presente, parlava della necessaria segretezza di certi segreti di misteri come parlavano i sacerdoti dei misteri migliaia di anni fa. Per cui, anche se non si vuole, si diventa falsi verso il prossimo nel presente. E certi flussi soprasensibili diventano proprio da questo punto di vista nel senso più eminente falsi verso il loro prossimo nel presente, poiché i tempi in cui oggi viviamo parlano un linguaggio chiaro e distinto, e questo linguaggio annuncia nel campo spirituale-animico un aberramento straordinario tra gli uomini.
Poco fa vi ho attirato l’attenzione su un’apparizione letteraria di importanza straordinaria, sul libro «Il tramonto dell’Occidente» di Oswald Spengler. Vi ho detto che questo libro ha un’influenza profonda, soprattutto sulla gioventù studentesca dell’Europa centrale, e che quando poco fa dovevo parlare davanti agli studenti della Scuola tecnica di Stoccarda sulla significato e l’essenza della ricerca scientifica-spirituale-antroposofica, entrai in questo discorso interamente nell’animo pieno dell’impressione che queste idee spengleriane sul tramonto dell’Occidente fanno sulla gioventù odierna, soprattutto sulla gioventù accademica. Forse avrete notato quanto sia giustificato parlare oggi del carattere profondamente operante delle idee spengleriane, perché ben oltre i confini dell’Europa centrale, dappertutto dove oggi si prestano attenzione alle apparizioni letterarie, il libro di Spengler trova considerazione. Il «Times» ha anche ripetutamente portato discussioni dettagliate del libro.
Quale singolare teoria emerge allora in questo libro di Spengler? Troviamo in un grasso libro di un uomo che, come vi ho detto, padroneggia effettivamente dodici, quindici scienze in modo geniale, la prova fornita secondo il modo come solo oggimai nella scienza si forniscono prove — poiché che il nel frattempo salito a alti onori Benedetto Croce abbia detto sciocchezze su questo libro, sebbene altrimenti abbia detto cose intelligenti, non deve disturbarci — troviamo che vi si mostra come il tutto l’Occidente con il suo seguito americano nell’invecchiare, nel diventare senile della civiltà stia, come la morte all’inizio del 3. millennio di questa cultura occidentale incombe, come la barbarie deve irrompere, come approssimativamente attorno all’anno 2200 proprio ciò che oggi è civiltà occidentale deve essere soppiantato dalla barbarie. Troviamo questo, come detto, fornito con tutto l’equipaggiamento della odierna scienza, e dobbiamo riconoscere che contro tale terribile vista, terribile soprattutto a causa dell’equipaggiamento scientifico con cui si presenta, che contro una tale vista terribile distruttrice di uomini solo l’approfondimento spirituale può stare di fronte, e che solo l’approfondimento spirituale è capace di mostrare il punto in cui nell’anima umana stessa zampilla ciò che l’Occidente di nuovo spinge fuori dal tramonto.
Se l’Occidente conservasse solo quello che adesso viene portato agli uomini nelle università, ginnasi, scuole medie, scuole elementari, quello che viene portato attraverso la nostra letteratura giornaliera, attraverso la nostra letteratura scientifica popolare — il calcolo di Spengler, che nell’anno 2200 la barbarie deve irrompere su questo Occidente, sarebbe legittimo. Ma solamente l’appello alla volontà dell’anima umana, come può darla la scienza dello spirito, perché accende forze spirituali in questa anima umana, perché alle forze esterne oggi ovunque tendenti al declino contrappone quella forza che l’uomo deve opporre dalla sua volontà, solamente la scienza dello spirito ha il diritto di rizzarsi oggi contro tale equipaggiamento scientifico come quello presentato da Oswald Spengler. Le ordinarie, profane confutazioni del libro di Spengler sono una ridicolaggine.
Ma proprio in questo libro di Spengler, che cosa sperimentiamo? Nel tutto il modo come è concepito, come le ricerche vi sono elaborate, si vede che questo pensiero spengleriano è sorto interamente dal pensiero della larga massa dell’odierna umanità colta, solamente che Spengler è estremamente molto più intelligente e geniale del medio uomo odierno. Per cui dice riguardo a molte cose proprio il contrario di quello che dice il medio uomo odierno, ma ciò che dice comunque giace solo nella continuazione diritta di quello che il medio uomo oggi pensa, di quello che il medio uomo oggi ritiene giusto. Ma come ci si presenta questo libro che oggi fa un’impressione sconvolgente su migliaia e migliaia di anime, se lo consideriamo con lo sguardo imparziale che può venirci dalla saggezza dell’iniziazione? Ci chiarisce proprio sul tessuto più interiore della visione odierna tradizionale del mondo, del pensiero odierno ordinario. Si mostra nel libro di Spengler il singolare fatto che si può essere geniali — Spengler è geniale, straordinariamente geniale — e tuttavia dire le maggiori sciocchezze; poiché nel suo libro sono pure contenute le maggiori sciocchezze, ma sciocchezze che effettivamente oggi solo un uomo geniale può trovare. Gli altri uomini non sono adatti a trovare tali grandi sciocchezze come quelle trovate da Spengler. Ora si immagini la confusione che deve causare nei cuori un libro di cui su ogni pagina si possono ammirare al contempo la genialità e la sciocchezza!
Gli estremi oggi si scontrano in un modo come non ci si sarebbe dovuto sognare forse cento anni, forse centovent’anni fa. E se oggi il filisteo mi rimprovera di chiamare qualcuno geniale una volta e poi anche sciocco un’altra, devo dire che me lo riservo oggi. Commetto allora forse ancora oggi l’errore di chiamare Oswald Spengler al contempo un genio e al contempo uno sciocco, poiché è entrambi contemporaneamente. Ma così si è quando si cresce dalla singolare configurazione proprio dell’odierna letteratura. Si deve essere già tanto intelligenti come Spengler, così fondamentalmente intelligenti, per escogitare tali idiotiche sciocchezze come quelle escogitate da Spengler. Con un basso grado di intelligenza non si arriva per esempio alle affermazioni affascinanti, abbaglianti di Spengler, che il vero, il genuino socialismo è il prussianesimo, e che la cultura occidentale declinante fino all’anno 2200, dunque completamente sottoposta alla morte, non ha altri modi di uscire se non diventare completamente prussiana, cioè completamente socialista nel senso spengleriano. E un opuscolo che sta come supplemento al libro «Il tramonto dell’Occidente», «Prussianesimo e socialismo», è su ogni pagina pieno del più geniale, di ciò che si può avere oggi come intuizioni nei fenomeni particolari dell’essenza spirituale e sociale. Ciò che per esempio Spengler dice sul russismo, a volte mi ricorda — anche se devo sempre tener conto di tutto ciò che proprio ora ho detto su Oswald Spengler — di parecchio ciò che io stesso ho detto sul russismo, sul futuro del russismo e sulla natura del popolo russo molti anni fa. E poiché Spengler dichiara che approfondirà ciò che dice sul russismo, particolarmente sulla sua giustificazione scientifica, nel suo secondo volume di «Il tramonto dell’Occidente», devo dire: Aspetto con entusiasmo quel «cavolo geniale» che sarà detto da questo secondo volume sul futuro dell’Europa sotto l’influenza del russismo che si sviluppa ulteriormente.
Vedete, oggi si deve diventare paradossali se si vuol descrivere veracemente ciò che effettivamente ci circonda, e non si riesce bene se non si descrive in tale forma paradossale ciò che circonda noi. Una terza cosa che si trova anche in Oswald Spengler: egli descrive un pessimismo del tutto. Poiché è pur sempre un pessimismo se si dice: Nell’anno 2200 tutta la civiltà occidentale sarà soppiantata dalla barbarie. — Ed è particolarmente un pessimismo se lo si prova così rigorosamente con dodici, quindici scienze come fa Spengler. Ma Spengler prega in una certa forma con pietà religiosa questo pessimismo. Si immerge in questo pessimismo, potrei dire, glorifica questo pessimismo, questo socialismo o questo prussianesimo, il quale conquisterà tutto il mondo, perché solo ancora attraverso organizzazione e saturazione della società nel senso prussiano il necessario declino può essere rimandato fino all’anno 2200. Tutto ciò è comunque pessimismo! Ma il tutto, che Oswald Spengler ha di fronte a sé come questo mondo socialmente prussianizzato, questo mondo occidentale ancora vivente fino all’anno 2200, poi morente, è ancora in certo senso glorificato da lui. Lo descrive con fuoco interiore, ma non è fuoco duraturo, è fuoco di teatro se si guarda attentamente.
Non parla volentieri in modo astratto, preferisco parlare in fatti. E se si ponesse la domanda: Perché deve oggi un uomo geniale, mentre ha proprio una fine osservazione per certi fenomeni particolari della civiltà presente, essere al contempo così sciocco? Perché un uomo così fondamentalmente intelligente deve al contempo affermare tali principali sciocchezze? Perché un tale uomo, che dipinge il pessimismo, deve dipingere questo pessimismo con un fuoco di teatro che questo pessimismo, se si può dimenticare che conduce al tramonto, appare come un ottimismo grandioso, come il sfidare l’ammirazione per questo tramonto catastrofico? Perché è tutto questo?
Vorrei rispondere con una frase completamente concreta: Oswald Spengler richiede, mentre pensa del tutto naturalisticamente, per il ventesimo secolo psicologia, ma non ha la pallida idea dell’anima umana. Perché? Perché nello stesso momento in cui pronuncia la parola «teosofia» — l’antroposofia sembra non conoscer — nello stesso momento in cui pronuncia le parole «teosofia» e «occultismo», diventa rosso in faccia e diventa completamente furibondo. Perciò la sua prospettiva geniale può dedicarsi solo al guscio, non all’interiorità, attraverso la quale l’anima deve essere ricercata. Perciò il suo fuoco non può essere quello che emerge dalle forze elementari primordiali dell’uomo, ma è nel fondo solo un fuoco di teatro. Oswald Spengler diventa rosso in faccia quando pronuncia le parole «teosofia» e «occultismo», e non può, come sembra, trovare quasi nessun altro scopo per l’occultismo e la teosofia se non che con loro il bolscevismo, lo spartachismo siano un po’ nutriti fino a un tipo di socialismo da salotto. — Questo di nuovo è la grandiosa sciocchezza di un uomo il cui genio nasce dalla sostanza spirituale del presente. Ma ciò testimonia al contempo che là dove non c’è idea, ma solo una faccia rossa di fronte all’approfondimento spirituale, là le più confuse apparizioni culturali del presente devono emergere, anche quando emergono genialmente.
È questo ciò che oggi volevo anteporre come introduzione alle importanti considerazioni che vi presento allora domani e dopodomani.
Posso ancora una volta richiamare l’attenzione su quelle cose che ho menzionato ieri alla fine delle idee qui presentate sul paradossale nel carattere del nostro presente. Mi sembra che nessuna epoca abbia dovuto essere caratterizzata nei suoi eminenti rappresentanti come proprio questa nostra epoca. Infatti, considerate una volta, dovevo ieri — ripercorriamo una volta il fatto correttamente — parlare di un uomo eminente del presente, di un uomo del quale potevo dire che è completamente cresciuto da ciò che è la cosiddetta sostanza spirituale del presente, da Oswald Spengler. È indubbio che è dapprima uno di coloro che soprattutto sulla gioventù dell’Europa centrale acquistano l’influenza più grande possibile, e che si deve contare su questa influenza. Ma si vede, come ho menzionato ieri, questa influenza estendersi anche ben oltre l’Europa centrale. Il «Times» hanno portato articoli su ciò che sta nel libro «Il tramonto dell’Occidente» di Oswald Spengler, e è una volta un’apparizione eminente che con una chiusura come oggi si è abituati solo nella cosiddetta scientificità, un uomo equipaggiato con dodici, quindici scienze che padroneggia pienamente, prova rigorosamente che fino all’inizio del terzo millennio la nostra cultura occidentale deve perire, deve cadere nella barbarie. È un’apparizione significativa che con gli stessi mezzi, con gli stessi modi di ricerca e di pensiero con i quali il nostro tempo credeva di aver progredito così lontano, qualcuno prova chiaramente e distintamente che questa civiltà deve completamente scomparire in così poco tempo.
Abbiamo quindi del tutto a che fare non con una visione che, come così spesso nel presente, rimane nel letterario, nel feuilletonistico; abbiamo a che fare con qualcosa che si presenta con l’equipaggiamento più pesante della competenza scientifica, e, soprattutto, abbiamo a che fare con un uomo geniale.
Questo uomo geniale usa la scienza occidentale per fondare adeguatamente la visione che la cultura dell’Occidente perisce. E dovevo dirvi ieri, per caratterizzare così interamente Oswald Spengler, il peggiore paradosso. Dovevo dirvi che questo Spengler è indubbio un uomo geniale, ma che dice le maggiori sciocchezze. Vi ho portato esempi di ciò, cosicché stiamo di fronte alla singolare apparizione nella vita spirituale del presente che la genialità e la sciocchezza si sfiorano. È comunque qualcosa di caratteristico che gli estremi più lontani nel nostro presente si sfiorano, e si potrebbe acquisire una sensazione di questo tocco sconvolgente, se d’altronde non si vivesse così addormentati. Poiché mi immagino: se dovesse essere parlato a un’assemblea centotrenta anni fa nell’Europa centrale come è stato parlato ieri su Oswald Spengler, un’assemblea del genere sarebbe stata completamente scossa; perché allora ancora si era svegli! È un fenomeno generale che i paradossi nel nostro tempo si intrecciano gli uni negli altri, e che gli uomini sono completamente insensibili a questi paradossi, perché il spirituale nel fondo non fa più impressione sugli uomini del presente.
E dovevo dirvi in secondo luogo che questo Oswald Spengler è un uomo fondamentalmente intelligente, che si deve già essere tanto intelligenti come lui per produrre così grandiose sciocchezze come quelle che ha prodotto. Ho agganciato a ciò l’osservazione che ci sono abbastanza sciocchi che, per esempio, mi hanno rimpoverato che io dicessi su una stessa apparizione ora questo ora quello. Mi sono permesso ieri, alla stessa sera su una personalità di dire due cose diverse: che è geniale e sciocca, che è intelligente e enormemente stupida. Sperimentiamo queste cose oggi. E finché non sarà compreso con serietà che queste cose oggi possono essere sperimentate, che da profondità delle attuali consapevolezze queste cose emergono, finché ciò non sarà compreso, non si acquisirà un tale intuito nelle necessità del nostro tempo che si comprenda veramente la significato intero della scienza dello spirito qui intesa.
È collegato a ciò che devo caratterizzare in questo modo un cambiamento nel modo di usare, nel tutto l’uso che si fa delle conoscenze soprasensibili. Vi ho presentato ieri come attraverso migliaia di anni le conoscenze soprasensibili sono state conservate nei misteri, come era una cosa ovvia che su di esse si fosse tacitato. Vi ho detto che oggi qualcosa di diverso è divenuto necessario. Sebbene si sia appena rivelato che il silenzio non poteva neppure essere raggiunto nemmeno nell’esteriorità della preservazione dei miei cicli di lezioni, tuttavia doveva essere rigorosamente mantenuto il corso, di trattare pubblicamente certe verità, che certamente non raggiungono ancora il livello più alto. Al silenzio come lo abbiamo sperimentato nelle antiche società segrete o addirittura nei misteri, non si arriva oggi nel tempo di cui così molti hanno la «prova» «di come abbiamo portato la cosa così meravigliosamente lontano».
È proprio oggi assolutamente necessaria una certa democrazia. La democrazia è da più di un secolo ormai una richiesta necessaria del nostro tempo. E come non può essere abolito che solo individui possono diventare ricercatori spirituali, che solo individui attraverso la forza della loro propria vita animica possono sollevarsi ai mondi spirituali, così pure diventerà assolutamente necessario che proprio, per fondare la vita sociale nel modo giusto, la saggezza ottenuta attraverso lo sguardo nei mondi soprasensibili sia portata nei cerchi più ampi. Quanto necessario ciò sia, deve emergere dalla seguente considerazione, una considerazione che di nuovo è del tipo che molti ancora reazionari, retrogadi, ma altrimenti onorevoli rappresentanti di certe società segrete trovano estremamente offensiva quando si comunichino tali cose oggi.
Voi sapete, le religioni tradizionali parlano effettivamente solo di un’immortalità, cioè, intendono nei loro sermoni, nella loro teologia dover parlare agli uomini solo della continuazione dell’anima dell’uomo dopo la morte. Sì, non si parla nella teologia, nella predica di nient’altro se non di questa continuazione dopo la morte, e viene addirittura dichiarato dagli odierni confessioni tradizionali europei come eretico, come eretico se si parla della preesistenza, della vita dell’anima nei mondi spirituali prima della nascita o, diciamo, prima del concepimento. Ho anche caratterizzato perché ciò si è gradualmente sviluppato nel corso della corrente spirituale europea. A chi parlano effettivamente i rappresentanti, i rappresentanti delle confessioni religiose tradizionali? Parlano nel fondo solo all’egoismo raffinato delle anime. Non portano per l’immortalità nient’altro se non ciò che gli uomini dal loro egoismo vogliono udire, perché desiderano e bramano la vita dopo la morte da questo egoismo.
Questo desiderio è realizzato in migliaia e migliaia di sermoni e scritti teologici e religiosi. Poiché gli uomini non vogliono perire nella morte, si fa appello agli istinti di questo egoismo raffinato dell’anima, e da questo gli uomini sono attratti a credere all’immortalità. Per ciò che è il vero eterno nell’uomo e di cui non si può parlare se non si parla della preesistenza, c’è poca sensibilità. Non abbiamo neppure una parola corrispondente nelle lingue europee. Abbiamo la parola «immortalità», ma non abbiamo la parola «ingeneratezza». Allo stesso modo dovremmo avere la parola «ingeneratezza» se veramente andassimo alla ricerca dell’eterno nell’anima umana, come abbiamo la parola «immortalità». Neghiamo semplicemente la morte all’una fine della vita, quando poniamo una particella negativa alla mortalità e parliamo di immortalità. Non abbiamo una parola corrente come per esempio «ingeneratezza». Una tale parola però deve attecchire. Poiché quando si parla agli uomini di ingeneratezza, non si può fare appello ai loro istinti egoistici dell’anima. Potrei dire: L’immortalità diventa cosa ovvia quando si comprende in modo giusto questa ingeneratezza; ma questa ingeneratezza rende la vita più scomoda di quanto la maggior parte degli uomini la vogliano e di quanto la vogliano soprattutto i rappresentanti delle confessioni religiose tradizionali.
Tutto ciò non ha solo significato teorico, ma ha completamente significato pratico, reale. Poiché una tale verità come quella che ho portato qui poche settimane fa, non dobbiamo prenderla leggeramente. Vi ho detto: Si parla oggi effettivamente solo in senso teorico, accademico, dottrinale del fatto che gli uomini sono materialisti. Si intende: Pensano materialisticamente. — Che cosa si intende effettivamente quando si dice: Gli uomini pensano materialisticamente? — Si pensa allora: Gli uomini pensano falsamente, poiché il materialismo non è giusto; gli uomini hanno una volta un’anima immortale, l’essenza vera dell’uomo è spirituale, perciò il materialismo è falso. Si deve quindi semplicemente combattere il materialismo e nella teoria ricercare ciò che è giusto. — Ma non è questa la questione, bensì la questione sta così. Certo, l’essere umano è innanzitutto spirituale-animato. Prendiamo una volta — disegnato schematicamente — che questo sia l’essere spirituale-animato dell’uomo (rosso). Ma da questo essere spirituale-animato dell’uomo dopo il concepimento rispettivamente dopo la nascita si forma un fedele modello nel corporeo-fisico, cosicché così da quello che è spirituale-animato esiste una completa copia nel corporeo-fisico (bianco).
Tutto ciò che è nello spirituale-animato è copiato nel corporeo-fisico. Ora potete sperimentare due cose. Potete sperimentare che gli uomini si impadroniscono di tali pensieri che sono stati presi dal mondo spirituale, come stanno nei nostri libri antroposofici, pensieri come i materialisti ritengono sciocchezze, come i materialisti ritengono fantasia quando si pensano tali pensieri. Non è necessario essere sé stessi ricercatori spirituali, ma se si pensa con lo spirituale-animato, allora il corporeo-fisico è la fedele copia di ciò. Se però nel presente si è naturalisti, se nella vita ordinaria si pensa con rinuncia dello spirituale-animato, allora si pensa veramente con il cervello fisico, allora si diventa solo una copia della materialità. Se si nega lo spirituale-animato, allora si diventa veramente materialisti. Così il materialismo è giusto, non è sbagliato! Questo è l’essenziale. Si può fare in modo che non si rappresenti un falso punto di vista quando si rappresenta il materialismo, ma che si sia caduti così nella materia che si pensa veramente in modo materialista. Perciò le teorie materialiste sono giuste. Perciò la caratteristica più essenziale del nostro tempo non è che gli uomini pensano in modo ingiusto quando sono materialisti, ma la caratteristica più essenziale è che la maggioranza degli uomini diventa materialista, negando lo spirituale-animato e pensando solo con il corpo fisico, producendo una copia, un’imitazione della vita animica con il corpo fisico. Abbiamo, mentre combattiamo il materialismo, a che fare non con una semplice inversione della teoria, bensì abbiamo a che fare con una decisione di volontà, strapparsi dal materiale, affinché non siamo semplicemente teoricamente non materialisti, ma affinché non sprofondiamo nella materia, affinché il materialismo diventi ingiusto. Esso è giusto per il nostro tempo, e deve diventare ingiusto! Proprio su questo deve essere dirigita la forza, affinché il materialismo diventi ingiusto. Non si tratta dunque di semplice capovolgimento di teorie, ma si tratta di vere azioni spirituali interiori che l’umanità nel nostro tempo deve compiere al fine di strapparsi dalla materialità.
Con ciò è collegata una verità significativa, una grande verità. Le confessioni religiose tradizionali parlano solo della vita post mortem, della vita dopo la morte. Sappiamo dai nostri scritti e dalle nostre lezioni e altre esposizioni che è naturalmente lecito parlare di questa vita post mortem, di questa vita dopo la morte. Effettivamente la descriviamo fedelmente nei suoi particolari. Ma non parliamo dallo stesso spirito in cui parlano le confessioni tradizionali, parliamo da un altro spirito. Parliamo dallo spirito della conoscenza, non dallo spirito del semplice credere stupido. Ma le confessioni tradizionali parlano proprio all’egoismo, all’egoismo raffinato dell’anima, e respingono severamente una vita precedente la nascita. Vedete solo come eretica, come eretica viene ritenuta l’assunzione di una vita prima del concepimento dalle confessioni tradizionali. Naturalmente la preesistenza è necessariamente legata alla visione delle vite terrestri ripetute; ma con il combattimento della preesistenza sono al contempo combattute le vite terrestri ripetute. Mentre nella esposizione teologica, nella esposizione religiosa, nella predica si riflette solo sulla vita post mortem, sulla vita dopo la morte, l’anima umana viene elaborata in una certa forma: Sensazioni, sentimenti vanno nell’anima umana.
L’anima umana è costituita in una certa forma. Non è giusto che un’anima umana, attraverso la quale hanno passato i pensieri per esempio della mia «Scienza occulta nei suoi lineamenti», sia costituita esattamente come un’anima umana a cui si parla in modo religioso tradizionale solo agli istinti egoistici riguardo alla vita post mortem. Vi ho spesso attirato l’attenzione: La logica reale, la vita degli impulsi spirituali, è diversa dalla semplice logica del pensiero. — Ho spesso portato l’esempio di Avenarius, che ha insegnato qui in Svizzera all’università di Zurigo. Era un uomo completamente onesto, bravo, un borghese; ha esposto la sua filosofia materialista, e nessun uomo poteva dire nient’altro se non che era un uomo onesto che trovava il suo posto nei buoni costumi ordinari borghesi e filisti.
Se voi, già all’inizio del ventesimo secolo, aveste chiesto a coloro che poi in Russia divennero bolscevichi quale fosse la loro filosofia ufficiale, avreste ricevuto la risposta: È quella di Avenarius; è la filosofia ufficiale del bolscevismo.
Naturalmente, se qualcuno è un filosofo intelligente, un buon logico, e prende la filosofia di Avenarius e trae da essa le conseguenze, allora certamente non emergerebbe il bolscevismo; uscirebbe qualcosa di completamente diverso. Ma la vita tira una logica diversa di quanto sia la logica del pensiero. Nella vita appare, dopo che è arrivata la terza generazione, dal bolscevismo dalla filosofia di Avenarius. Questa è la logica della vita. Quando si accolgono conoscenze scientifiche-spirituali si penetra in essa. Quando si assorbe solo logica astratta, si rimane fermi quando si assorbe solo quello che la visione odierna naturalisticamente corrente o anche religiosa offre.
Una tale differenza delle due logiche esiste anche per l’effetto delle confessioni religiose tradizionali e per l’effetto della scienza dello spirito come è qui intesa antroposoficamente. Poiché genti che a volte condiscono i loro bassi attacchi all’antroposofia con alcune frasi — i nostri antroposofi normalmente ci cascano dentro! — dicono a volte: Noi teologi combattiamo per il soprasensibile tanto quanto gli antroposofi, e perciò siamo in certo senso camerati di lotta. — Questo, dopo che le più basse bassezze sono state dette, talvolta viene aggiunto come una frase da coloro che ancora nei nostri cerchi vengono considerati i più mansueti. Si ha lo sforzo di non osservare seriamente ciò che effettivamente sta di fronte. Tuttavia, la logica dei fatti è completamente diversa. Se traete la logica dei fatti da quello che sui pulpiti è detto sulla vita post mortem, facendo appello agli istinti raffinati dell’anima, all’egoismo raffinato, allora potrebbe sembrare che anche lì si aspira a una vita oltre la sensualità, una vita in cui l’anima deve entrare dopo che ha passato la morte, nel mondo soprasensibile. Ma non è così, bensì proprio perché esclusivamente, teoricamente le confessioni religiose hanno coltivato attraverso secoli, sì millenni, solo la vita post mortem, proprio da ciò è stata realmente logicamente allevata la negazione del mondo soprasensibile, proprio così è stato realmente provocato il materialismo. Poiché mentre la testa si lascia educare dal credere sulla vita dopo la morte, l’inconscio aspira a concludere questa vita con la mortalità terrestre. E mentre le chiese si sono solo decise per la comodità, a parlare agli istinti degli uomini sull’immortalità, fu allevato nella cultura europea e nel suo seguito americano quel materialismo che effettivamente nell’interno aspira completamente a concludere questa vita con la morte terrestre. Quei materialisti che oggi teoricamente, ma anche già socialmente tendono, volendo istituzioni sociali che effettivamente sono calcolate solo fino alla morte, questi puri materialisti traggono fino al bolscevismo le conseguenze logiche fedeli di quello che le confessioni religiose hanno insegnato agli uomini entro la cultura occidentale. Poiché parlare solo dell’immortalità dopo la morte significa allevare nell’inconscio la nostalgia di concludere anche psichicamente la vita con la morte fisica. Questa è la verità di cui oggi voglio parlarvi. Questo desiderio, non sapere niente di una vita soprasensibile, è stato proprio allevato attraverso il parlare unilaterale dell’eterno dopo la morte.
Se non si prende questa verità in tutte le sue serie profondità, allora non si vedono i nessi in cui il presente della cultura europea e americana sta al passato. Poiché il rappresentare una sola vita dopo la morte è l’educare alla nostalgia inconscia di concludere la vita con la morte fisica. E si deve dire, c’è già un gran numero di uomini nel cosiddetto mondo civile che effettivamente portano nell’inconscio il desiderio molto intenso di non volere niente a che fare con l’ideologia di una vita dopo la morte e di concludere la vita con la morte fisica. Tutti quegli uomini da cui emerge nel cuore le visioni materialiste, portano nell’inconscio effettivamente il massimo desiderio intenso di perire con la morte fisica. Anche se si abbandonano nell’illusione nella consapevolezza superiore, perché il loro egoismo non può sopportare nient’altro, di volere vivere dopo la morte, il loro inconscio aspira a perire con la morte fisica.
La realtà è effettivamente ancora molto più seria. Se l’uomo infatti forma sufficientemente intensamente in tempo sufficiente questo desiderio inconscio di perire con la morte fisica, allora perisce anche con la morte fisica. Allora cessa quello che è presente come spirituale-animato e che creò la sua immagine di avere significato; allora si riunisce di nuovo con mondi spirituali e perde l’Io. L’immagine dell’Io viene trasformata arimanicamente, e le potenze arimaniche ottengono quello che vogliono: ottengono la vita terrestre in mano. Cioè, una gran parte del mondo civile odierno aspira a non continuare la civiltà della terra, bensì a portare gli uomini alla morte e consegnare la vita terrestre a esseri completamente diversi da ciò che gli uomini sono.
Non serve a nulla oggi non richiamare l’attenzione su queste cose. È naturalmente sgradevole, accogliere queste cose, e è molto più comodo se ci si deve solo dire: Il materialismo è semplicemente sbagliato; bene, gradualmente ci si converte a una visione migliore del mondo. — No, non è di questo che si tratta. Ciò che negli uomini è il pensiero diventa realtà, e i pensieri materialisti diventano gradualmente realtà materialiste. Nella nostra scienza dello spirito comunque non si tratta di teorie, ma di cose che negli uomini sono realtà, e finché non si comprende completamente che si tratta di cose che negli uomini sono realtà, finché non si comprende né la profondità della scienza dello spirito intesa antroposoficamente né si comprende la grave interezza delle necessità culturali che nel nostro tempo devono essere osservate. Vedete così, il nostro tempo sta di fronte al pericolo, non solo di coltivare false ansie, ma di produrre negli uomini copie di questi falsi insegnamenti e portare gli uomini dal loro essere eterno.
So quanto forte sia sempre di nuovo la nostalgia degli uomini di non guardare a tali verità, poiché gli uomini vengono, quando si chiarisce loro qualcosa di questo tipo, sempre di nuovo e dicono: Ma non c’è una possibilità che anche coloro che assolutamente non vogliono, siano beati? — Certi rappresentanti di confessioni religiose l’hanno più facile. Insegnano a coloro che effettivamente desiderano solo una «religione da zia», che non possono partecipare della mondo spirituale attraverso le loro proprie azioni interiori, ma che devono solo passivamente abbandonarsi al credere in Cristo, allora Cristo li farà beati. Questa è proprio la grande difficoltà che si ha quando oggi si vuole veramente rappresentare la scienza dello spirito, che non si può parlare a ciò che è così comodo agli uomini. Poiché taluno vorrebbe essere un buon antroposofo; ma sua zia non lo vuole, e lui non vuole che la zia perda la sua individualità, e allora almeno l’intensità della sua convinzione antroposofica sarà molto, molto fortemente danneggiata. — Molti di voi sapranno come io con queste cose rimandi a realtà che impediscono che la scienza dello spirito antroposofica sia unita a quella serietà con cui deve essere unita. Ho anche già detto qui: Il materialismo non è dannoso solamente per la ragione che teoricamente non può portare le genti a nessuna conoscenza spirituale, ma innanzitutto per la ragione che ho presentato oggi, che l’uomo gradualmente diventa semplicemente materiale se si lascia agire i pensieri materialisti su di sé; poi però nel corso intero della civiltà per il fatto che il materialismo è giustamente condannato, non può ricercare i segreti della materia. Abbiamo avuto qui un corso davanti a medici e studenti di medicina. È consistito nel fatto che una volta la scienza antroposofica è stata interamente applicata concretamente per mostrare come è la conoscenza dell’uomo sano e malato. Si è mostrato almeno come inizio: si può conoscere dall’osservazione spirituale l’essenza del cervello, l’essenza dei denti, l’essenza delle ossa, della milza e del fegato. Questo non può farlo la scienza materialista. La scienza materialista precisamente non può conoscere l’essenza della materia, dell’esistenza materiale. Lo potete vedere effettivamente in un sintomo.
Guardate la psichiatria odierna. La psichiatria odierna non è altro che una descrizione della vita anomala dell’anima come emerge come vita animica. Ora ogni cosiddetta malattia mentale ha il suo correlato nel materiale. Se uno ha questa o quella idea confusa, allora la milza non è in ordine o il polmone non è in ordine; ma il nesso tra lo spirituale-animato e il materiale, che in realtà è anche spirituale-animato, questo si conosce solo attraverso la scienza dello spirito, non attraverso la scienza materialista. Questa scienza materialista è proprio condannata a non poter conoscere l’essenza della materia, perciò anche, per esempio nella medicina, non può aiutare molte genti, poiché si deve aiutare materialmente. Si deve addirittura aiutare materialmente i malati di mente. Se nel serio viene compreso ciò che riposa nelle profondità della scienza dello spirito orientata antroposoficamente, allora si effettuerà proprio l’afflusso delle conoscenze scientifiche-spirituali nell’esistenza materiale e così anche nella vita sociale. Perciò era una cosa ovvia che da questa scienza dello spirito è risultata la visione della triarticolazione dell’organismo sociale; poiché tutta l’altra scienza del presente è semplicemente molto poco intensiva, è molto troppo semplice scienza del pensiero, non afferra realtà, e perciò non può agire nella vita sociale. L’ho anche spesso detto nelle considerazioni sociali: Si parla oggi di ideali sociali, si parla che interi paesi devono essere ordinati socialmente; di nient’altro più che di socialismo oggi si parla. Mentre nessuna epoca è stata così antisociale, in nessun tempo gli uomini erano nei loro istinti così antisociali come oggi. Gli uomini oggi vanno l’uno accanto all’altro, senza sapere niente l’uno dell’altro. Nessuno guarda per così dire dentro l’altro. Perché mai?
Potete riconoscere così come avviene nella scienza dello spirito orientata antroposoficamente, sopra il nostro mondo un mondo soprasensibile. Sapete, non parliamo come i complicati panteisti di una spiritualità in generale. Parliamo proprio come qui sulla terra parliamo di un animale, di una pianta, di un minerale, così parliamo, innalzandoci da un regno dell’uomo a un regno oltre l’uomo, a un regno degli angeli, un regno degli arcangeli, cioè a un regno degli Angeloi, degli Archangeloi e così via. Parliamo dei veri esseri spirituali concreti, cioè, ci eleviamo alla conoscenza, all’intuizione dell’essenziale dello spirito. Lo si può fare o lo si può omettere. Se però si omette, come è accaduto da secoli nella cultura occidentale, che cosa ne segue con logica di realtà, non con logica del pensiero? Ne segue che non si ha senso, che non si ha sensazione più per lo spirituale-animato; poiché nella sua vera forma lo spirituale-animato può essere pensato da noi solo nel soprasensibile. Si perde la sensazione per lo spirituale-animato. Ma quando come uomo ci si presenta di fronte a un uomo, allora si dovrebbe, se si vuol conoscere l’uomo interamente, andare anche al spirituale-animato nel uomo, andare al spirituale-animato! Non si può però trovare lo spirituale-animato nell’uomo fisico se non ci si è prima acquisiti il senso per lo spirituale-animato pensando il soprasensibile. Chi evita il rapporto con gli dèi, gli sfugge il rapporto con l’uomo sovra-fisico, con gli uomini che qui sulla terra vivono. Poiché chi non ha senso per il rapporto con gli dèi, in gli uomini sulla terra vedrà solo il corpo fisico e non lo spirituale-animato, cioè, non arriverà a nessun dispiegamento della vera vita spirituale-animata. Abbiamo semplicemente bisogno del rapporto con gli dèi per completare il rapporto con gli uomini nel modo giusto, e abbiamo bisogno del rapporto con gli dèi così che il nostro spirituale-animato si rivolga a questi dèi — non solo i nostri pensieri, allora diventamo panteisti o qualcosa — ma il nostro intero uomo deve rivolgersi.
Questa ultima verità l’ha in certo modo ben compresa la chiesa cattolica, poiché che cosa fa? Non si limita a insegnare nel catechismo quello che si può insegnare agli uomini attraverso concetti teologici astratti, ma distribuisce il sacramento dell’altare come un sacramento, e insegna fedelmente ai suoi fedeli che nel Santissimo è contenuto il vero Cristo, che il Cristo effettivamente percorre il cammino altrimenti assimilabile quando il sacramento dell’altare è fruito. Tra voi forse troppo pochi di coloro che possono apprezzare tutto il significato di ciò che ora dico, perché probabilmente i più pochi sanno in quale forma il sacramento dell’altare arriva ai cattolici. Là vive effettivamente nel sacramento dell’altare qualcosa della saggezza primordiale, della dedizione dell’uomo intero al divino. Perciò può anche accadere che sorga una tale lettera pastorale come quella che poco tempo fa è stata promulgata da un arcivescovo e che contiene l’affermazione che il sacerdote è più potente di Dio, poiché il sacerdote è in grado di costringere Dio a essere nel sacramento dell’altare, nel Santissimo. Il Dio deve entrare nell’ostia se il sacerdote lo vuole; perciò il sacerdote è più potente di Dio. — Così sta in una lettera pastorale di un arcivescovo che è stata promulgata poco anni fa. Questa è una sensibilità cattolica. Il protestante o l’evangelico la trova interamente indiscutibile. L’indiano bramano l’avrebbe naturalmente trovata ovvia dal suo punto di vista. Là vive effettivamente nel cattolicesimo qualcosa che appartiene alle parti più antiche del sapere primordiale e deve essere solo compreso correttamente, naturalmente non deve essere trasformato dalla magia bianca in nera come è accaduto per quella lettera pastorale. Ma vive in tutto ciò che, potrei dire, come l’aura del sacramento dell’altare si sviluppa nel cattolicesimo, vive l’impulso: Tu non devi solo nel tuo pensiero, nel tuo pensiero astratto rivolgerti alla divinità, tu devi per esempio rivolgerti anche con quella nostalgia che vive nella tua fame. Tu non vai al dio solo pensando, tu vai al dio quando mangi all’altare, e il dio che vive nella materia attraverso il tuo corpo prende il cammino che prende tutto ciò che è assimilabile. Tu ti unisci completamente materialmente al tuo dio! — Nel diffondere questa disposizione d’animo vive il segreto di un enorme potere. Questo segreto di un enorme potere non deve essere trascurato, appunto oggi dove la chiesa cattolica intende dirigere il suo viaggio di vittoria attraverso tutto l’Occidente e il seguito americano.
In uno dei miei primi scritti che sono apparsi, nei miei «Lineamenti di una teoria della conoscenza della visione del mondo goethiana» troverete la conoscenza descritta, e in un certo punto della introduzione apparsa subito dopo al secondo volume degli Scritti naturalistici di Goethe troverete per la conoscenza, quindi per quello che è un processo spirituale, usata la parola «comunione»: La conoscenza è la comunione spirituale dell’umanità. — Non so quanti hanno compreso la significanza storico-culturale intera di questa parola, di questo proposito in uno dei miei primissimi scritti. Poiché in questo proposito era data la direzione della concezione materialista della comunità di Dio verso una concezione spirituale della comunità di Dio: la trasformazione del pane nella sostanza animica della conoscenza.
Se si comprendesse l’intera coesione di quello che è stato tentato, da questo piccolo scritto «Lineamenti di una teoria della conoscenza della visione del mondo goethiana» a dare, con quello che poi nella scienza dello spirito orientata antroposoficamente è stato dato nell’ulteriore sviluppo, allora si vedrebbe quello che dal lato antroposofico deve essere ritenuto necessario per comprendere veramente quello che deve confluire nella vita sociale presente per la guarigione della presente vita sociale. Ma questa serietà che riconosce tale coesione manca proprio a molte delle anime addormentate del presente e così si osserva poco quali paradossi la vita effettivamente porti oggi e ciò che questi paradossi della vita necessitano.
Dovevo ieri parlarvi di paradossi della vita dalle caratterizzazioni della nostra età presente. Ora vi prego di familiarizzarvi una volta con discorsi che per esempio sono tenuti da eminenti vescovi o arcivescovi in occasioni importanti nel presente allargato. Là trovate, per esempio negli ultimi discorsi di un arcivescovo di Monaco-Frisinga, che sono davvero molto interessanti da leggere, rappresentato come i lavoratori nel presente devono essere conquistati di nuovo per il cattolicesimo, gli uomini colti e i lavoratori. Là trovate un parlare da una sostanza effettivamente spirituale, anche se in decadenza, in tracollo, ma comunque da una sostanza spirituale, e dovete innanzitutto agganciarvi a qualcosa che è dapprima apparentemente astratto, se volete arrivare a vedere come qui c’è realtà. Quell’arcivescovo di Monaco-Frisinga dice per esempio: Il cattolicesimo deve conquistare di nuovo i lavoratori. — E poi espone le varie condizioni sotto le quali il cattolicesimo nel presente può conquistare i lavoratori per la chiesa cattolica. Non si deve forse opporre a tali discorsi oggi: Sì, voi avete davvero, secondo la vostra opinione il cattolicesimo è stato fondato dal pontificato di Pietro a Roma, avuto abbastanza tempo per conquistare i lavoratori! Se voi oggi trovate necessario parlare di una riconquista dei lavoratori e degli uomini colti, allora testimonia che li avete persi con quello che voi da secoli rappresentate. Se dunque volete rappresentare lo stesso ancora, potete allora darvi a qualsiasi altra visione piuttosto che dirvi che otterrete lo stesso di nuovo che avete ottenuto finora, che cioè perderete coloro che volete conquistarvi? — Non si ammette forse implicitamente che si è agito in modo ingiusto quando oggi si trova necessario parlare così di una riconquista sia degli incolti sia dei colti?
Ma l’umanità odierna non guarda a tali reali contraddizioni. Sarebbe proprio necessario che si guardasse a tali reali contraddizioni. Perciò è assolutamente necessario che tali cose siano comprese profondamente. Sì, l’uomo ha uno spirituale-animato, ma viviamo in un’epoca in cui può negarlo. Non è vero che la teoria materialistica, che il cervello pensa, sia sbagliata. No, se l’uomo nega il suo spirituale-animato, allora il cervello comincia a pensare come un automa. E se l’uomo non vuole che il suo cervello pensi, se vuole che il suo spirituale-animato pensi, allora deve rivolgersi a uno spirituale-animato che strappa questo pensiero dalla materia. Poiché lo strappo dalla materia, dal vero materialismo, non è semplicemente un’accettazione di un’altra visione del mondo, ma è qualcosa che deve essere afferrato dall’intero uomo, per mezzo dell’intero uomo strappato dal semplice essere materiale. Poiché l’uomo non diventa solo materialista quando nega lo spirituale, bensì l’uomo diventa materiale quando nega lo spirituale. Diviene solo l’immagine dello spirituale, diventa il materiale che nel cosmo dell’arimanico semplicemente può dissolversi e solo come membro impersonale impersonale può continuare a operare nel mondo arimanico, mentre è chiamato, se comprende in modo giusto il Mistero del Golgota, a preservare il suo Io e a continuare la civiltà terrestre.
Ieri ho cercato di dispiegare davanti a voi l’intero significato della gravità della scienza dello spirito orientata in senso antroposofico, sforzandomi di mostrare quale differenza esista tra le mere rappresentazioni e i concetti astratti e ciò che sorge nell’anima sotto forma di rappresentazioni e concetti, che assume la forma di rappresentazioni e concetti, ma che è poi realtà, è effettivamente reale. Si tratta di comprendere nella sua interezza come l’uomo, nella misura in cui sempre più, per mezzo della sua disposizione materialistica, nella misura in cui si distacca completamente dai concetti spirituali, occupandosi soltanto di concetti del naturale e così via, diviene sempre più simile al materiale, come in realtà scende sempre più in profondità in questo materiale, in modo che alla fine non è più errato se sostiene che è la materia del suo corpo a pensare, che è il suo cervello a pensare, bensì che è addirittura corretto, che l’uomo effettivamente diviene una specie di automa dell’universo e che, a poco a poco, attraverso la negazione dello spirituale-animico, subentra anche la perdita di questo spirituale-animico. Ho detto che per molti questa è una concezione del mondo sgradevole e che molti non vogliono accettare questa concezione del mondo per il motivo che credono che l’uomo, senza fare nulla, possa ottenere una salvezza duratura del suo spirituale-animico. Ma non è così. L’uomo può penetrare nel materiale così profondamente che si stacca dallo spirituale-animico, che si immerge nelle potenze arimmaniche e prosegue con le potenze arimmaniche in una corrente universale estranea al nostro mondo, ma senza il suo Io, che non può appartenere al mondo arimmianico, ma che può trovare la sua vera evoluzione soltanto quando l’uomo segue l’evoluzione che procede normalmente, cioè quando si unisce con tutto ciò che è connesso con il Mistero del Golgota; quando soprattutto nella nostra epoca riconosce come cercare la connessione con ciò che può essere portato all’umanità attraverso la ricerca spirituale. Infatti, in questa evoluzione dell’umanità, dal mezzo del quindicesimo secolo in poi per il nostro Occidente, è sopraggiunto il periodo in cui l’uomo, quando guarda intorno a sé, percepisce soltanto il mondo sensibile. E quando guarda dentro di sé, viene sempre più indotto, da questa metà del quindicesimo secolo in poi, ad astrarre le esperienze interiori dell’anima, a intellettualizzarle, a renderle sottili.
Ciò che oggi sperimentiamo come concetti, ciò che otteniamo per la nostra concezione del mondo dalle scienze ufficiali di uso corrente, in fondo non contiene alcuna relazione con l’esistenza. Non può nemmeno essere usato per penetrare nelle realtà. È soltanto un pregiudizio credere che l’uomo, facendosi i soliti pensieri astratti, viva effettivamente un’esistenza animica. Questi pensieri astratti sono effettivamente un elemento estraneo alla realtà, sono soltanto una somma di immagini, così che possiamo dire: esternamente l’uomo vede il mondo sensibile e internamente l’uomo vede ciò che è in fondo soltanto un mondo di immagini, ciò che in fondo non ha alcuna vera relazione con l’esistenza. — Questo è effettivamente il destino dell’umanità dal mezzo del quindicesimo secolo in poi: percepire esternamente il mondo sensibile — e vedremo subito quale significato ha questo mondo sensibile rispetto alla concezione generale del mondo — e internamente vivere un’esperienza animica che diviene sempre più soltanto un’immagine. Si potrebbe porsi la domanda: perché mai l’umanità del mondo civile dal mezzo del quindicesimo secolo in poi, riguardo all’esistenza animica, è divenuta sempre più soltanto un’immagine? È così per il motivo che soltanto così l’uomo può ascendere a una vera libertà.
Per comprendere ciò, consideriamo il nostro mondo come ci si presenta oggi e come vi stiamo dentro. Guardate prescindendo dall’uomo stesso nell’intero vasto mondo, guardate tutto ciò che si trova nel vasto mondo, diciamo come nuvole, montagne, fiumi, come le creazioni del regno minerale, vegetale e animale, e chiediamoci: che cosa c’è effettivamente in tutto l’ambito di ciò che si può designare nel modo in cui lo ho fatto? — Vogliamo rappresentarcelo schematicamente per comprendere di che cosa si tratta. Diciamo: tutto ciò che possiamo vedere sopra di noi, tutto ciò che si estende intorno a noi come minerale (rosso), come vegetale (verde) e fino a un certo grado anche come vita animale — dal momento che prescindiamo dall’uomo, cosa che naturalmente nella realtà non può accadere, cosa che possiamo soltanto rappresentarci ipoteticamente — così immaginiamo che sia la natura spoglia di uomini. Là, in questa intera natura spoglia di uomini, non ci sono déi. Questo è ciò che deve essere compreso! In questa natura spoglia di uomini non ci sono déi, proprio come non c’è l’ostrica nella conchiglia separata dell’ostrica o la chiocciola nella conchiglia separata della chiocciola. Questo intero mondo, di cui ho parlato ipoteticamente, nel quale prescinde dall’uomo, è ciò che gli esseri divini hanno separato nel corso dell’evoluzione, come l’ostrica separa la sua conchiglia. Ma gli dèi, gli esseri spirituali, non sono più dentro, non più di quanto l’ostrica o la chiocciola siano nelle loro conchiglie separate. Ciò che abbiamo come il mondo che ho descritto, intorno a noi, è un passato. Quando guardiamo verso la natura, guardiamo verso il passato dello spirituale e verso ciò che è rimasto come residuo di questo passato dello spirituale. Per questo non c’è nemmeno la possibilità di giungere a una vera consapevolezza religiosa soltanto attraverso la contemplazione del mondo esterno; poiché non si deve credere che in questo mondo esterno esista qualcosa di ciò che sono effettivamente gli esseri spirituali creatori dell’umanità. Gli esseri elementari, certo, le entità spirituali inferiori, è qualcosa di diverso; ma ciò che sono effettivamente gli esseri spirituali creatori, che devono entrare nella consapevolezza religiosa come tale, appartiene a questo mondo soltanto nella misura in cui questo mondo è il guscio di esso, il residuo, il resto.
Cose come quelle appena toccate vengono talvolta sentite da eccellenti personalità come verità serie, che sorgono nell’anima di tali personalità. Colui che ha sentito più profondamente durante lo sviluppo spirituale del diciannovesimo secolo come ciò che circonda l’uomo come natura sia un residuo dello sviluppo spirituale divino, è stato Philipp Mainländer, che attraverso il peso intero di questa conoscenza è giunto alla sua filosofia del suicidio e vi ha poi terminato. È talvolta il destino degli uomini di immergersi in verità così unilaterali attraverso il loro karma. Allora anche questo destino stesso diviene unilaterale e difficile per un’incarnazione; così per Philipp Mainländer, lo sventurato filosofo tedesco.
Ora, dopo aver assimilato ciò che dobbiamo dire su questa natura esterna ipotetica, potete chiedere: dove sono dunque gli dèi, quelli degli dèi di cui dobbiamo parlare come dei creatori effettivi? — Allora devo fare diversamente il disegno schematico, devo disegnare schematicamente l’uomo dentro di esso e dentro l’uomo gli dèi. Se mi è lecito esprimermi così: dentro la pelle umana, negli organi umani sono gli dèi effettivamente creatori. Gli uomini sono nella loro essenza i portatori dello spirituale divino presente. Così lo spirituale divino, che è anche il creatore effettivo nel presente, è dentro l’uomo. E se oggi vi immaginate la natura esterna intera e poi pensate un futuro che giace così e così tanti migliaia di anni davanti a noi, non ci sarà nulla di queste nuvole, di questi minerali, di queste piante e nemmeno degli animali. Non ci sarà nulla di tutto ciò che vive al di fuori della pelle umana nella natura. Ma avrà la sua evoluzione ulteriore ciò che spiritualizza e anima internamente l’organizzazione umana, questo sarà il futuro.
Se devo disegnarlo schematicamente, allora dovrei dire: se quella è la natura (grande cerchio), questo è l’uomo (piccolo cerchio) e questo all’interno dell’uomo è l’umano-divino, allora la natura sarà dispersa nel futuro (raggi). L’uomo sarà esteso a divenire un mondo, e ciò che oggi è in lui sarà il suo ambiente esterno (rosso), sarà esso stesso allora natura.
La consapevolezza del fatto che lo spirituale divino, che dobbiamo parlare come il creatore veramente effettivo del presente, si trova dentro la pelle umana, è una conoscenza straordinariamente seria. Poiché questo impone all’uomo una responsabilità rispetto all’intero universo. Lo rende capace di comprendere qualcosa come una parola di Cristo: «Il cielo e la terra passeranno», cioè il mondo esterno, «ma le mie parole non passeranno». E quando la parola paolina si compie nell’uomo singolo: «Non io, ma il Cristo in me», allora di nuovo vivono le parole di Cristo nell’uomo singolo: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole» nell’uomo singolo, cioè: «Ciò che è dentro la pelle umana e che è accolto dal Cristo non passerà».
Ma a che cosa rimanda ciò che ho detto? Rimanda al fatto che l’uomo, attraverso i suoi concetti astratti, attraverso ciò che intellettualizza, dal mezzo del quindicesimo secolo in poi si svuota di una certa quale maniera nel suo interno. Perché si svuota? Si svuota proprio per accogliere l’impulso cristico, cioè il divino creatore nel suo interno. Guardiamo nel mondo esterno, ho detto, vediamo soltanto il sensibile. Là vediamo soltanto il passato divino. Tra ciò che è rimasto da questo passato divino, ci sono anche gli spiriti elementari e così via, che sono rimasti a stadi inferiori. Guardiamo nel nostro interno e vediamo in questo interno anzitutto i soli concetti astratti e immaginativi, il sempre più intellettualizzato, il quale diviene soltanto una cosa concreta, una realtà reale, per il fatto che l’uomo accoglie l’impulso spirituale attraverso la scienza dello spirito e lo unisce con il suo interno. L’uomo ha la scelta — e questa scelta diviene sempre più seria dal mezzo del quindicesimo secolo in poi — o stare fermo nei concetti intellettualisti e astratti, oppure accogliere il contenuto vivente della scienza dello spirito. Se rimane fermo nei concetti intellettualisti e astratti, allora costruirà una scienza della natura brillante, poiché questi concetti sono morti, e comprenderà la natura morta con i concetti morti in un modo meraviglioso. Ma tutto ciò lo rende una mummia, tutto ciò lo rende simile alla materia, tutto ciò conduce al fatto che egli perisce nell’arimmianico. Per la continuazione degli affari terreni, per la continuazione dell’intera evoluzione terrena ha bisogno dell’accoglimento dello spirituale, che oggi non viene all’uomo istintivamente in modo atavico, bensì deve essere ottenuto dagli uomini. Così l’accoglimento della scienza dello spirito non è una teoria, bensì è l’ottenimento di una realtà. È il riempimento dell’interno dell’anima altrimenti vuoto con contenuto spirituale, con contenuto spirituale. Internamente vuoto, esternamente di fronte al passato, così la massa dell’umanità vuole rimanere oggi, permettendo di valere soltanto la logica del pensiero con l’arte dell’esperimento e non volendo accogliere ciò che è vita spirituale vivente. Il mondo oggi non si trova soltanto davanti al pericolo di perire nell’arimmianico, bensì il mondo si trova davanti al pericolo che la missione terrena vada perduta.
Chi riflette e sente profondamente ciò, allora sentirà la gravità intera, che deve essere connessa all’appropriazione della scienza dello spirito come tale. E allora non farà poca stima della conoscenza che è la conoscenza umana. La conoscenza umana, essa non esiste affatto entro l’odierno sapere naturalistico e nemmeno entro le antiche tradizioni religiose. Che cosa offrono le antiche tradizioni religiose? Dirigono lo sguardo dell’uomo in altezze astratte, estranee al mondo, non parlano di come gli dèi abitano organicamente all’interno dell’essenza umana. Dichiarerebbero questo pensiero come eretico nel senso più eminente. Se oggi si volesse insegnare alle confessioni religiose europee e americane tradizionali che gli dèi abitano negli uomini, che la parola antica è una parola di verità: il corpo umano è il tempio di Dio — si ribellerebbero contro tale eresia. Questo da una parte.
D’altra parte abbiamo una scienza della natura orientata in senso materialistico, che proprio perché è materialistica non comprende la materia. Che cosa comprende questa scienza della natura della funzione del cervello umano? Che cosa comprende questa scienza della natura della funzione del cuore umano e così via? V’ho già mostrato spesso, e l’ho anche espresso pubblicamente, che la scienza materialistica ad esempio ritiene che il cuore umano sia una specie di pompa, che pompa il sangue nel corpo. Questo sapere generale del cuore, insegnato come scienza universitaria, è un puro nonsenso, non più e non meno che un puro nonsenso. Poiché non si tratta del fatto che il cuore sia una pompa, che spinge il sangue in tutte le direzioni possibili e lo lascia tornare, bensì ciò che è effettivamente vivente è il sangue circolante. Là, nel sangue, nella circolazione stessa del sangue vive ciò che appunto nell’esistenza umana, nell’organizzazione umana è il motore vero, e il cuore non è nulla di più che l’espressione di ciò. Là si mostra il movimento. Chi nel senso della scienza della natura odierna parla del fatto che il cuore spinge il sangue nel corpo, parla circa così come se uno dicesse: Come erano le dieci meno un minuto, una lancetta si dirigeva così verso le nove, l’altra lancetta era sopra le dieci, e queste lancette insieme a tutto l’ingranaggio mi hanno spinto qui sul podio. — Ma non è così; l’orologio è soltanto l’espressione di ciò che accade! Altrettanto il cuore non è il meccanismo di pompa che causa il fatto che il sangue sia spinto attraverso il corpo, bensì è l’espressione di ciò; è inserito in questo intero sistema di movimento e esprime questo sistema di movimento.
La scienza della natura, come è generalmente in uso oggi, conduce altrettanto poco all’interno dell’uomo; al massimo si rende l’interno esterno, nella misura in cui si sezionano i cadaveri. Ma così non si viene al vero interno, così si viene soltanto al fatto che si rende l’interno esterno; poiché nel momento in cui si anatomizza l’interno dell’uomo, si rende esterno ciò che si raggiunge. Così si tratta del fatto che oggi nella vita spirituale complessiva non esiste nessuna inclinazione a penetrare veramente nell’interno dell’uomo. Deve essere proprio la scienza dello spirito a portare questo, la scienza dello spirito deve portare la conoscenza umana. Ma la maggior parte dei nostri contemporanei si ritrae da questa conoscenza umana. Perché mai? Perché le tradizioni religiose dei secoli hanno effettivamente annebbiato gli uomini di fronte a ogni vero sforzo di conoscenza. Si considerino soltanto quali nebulosità, quale oscillazione in parole le confessioni tradizionali portano agli uomini, che poi aumentano fino alla predicazione che l’uomo non deve conoscere il soprasensibile, bensì deve credervi, deve soltanto sentirlo oscuramente. Tutto ciò è atto a generare nell’uomo, sia dalla sua superbia, dalla sua sopravvalutazione di sé e insieme dalla sua pigrizia, l’idea: Riguardo al divino non si deve pensare, deve ascendere dalla profondità in oscuri sentimenti e istinti. — Ma allora non ascende nulla di più che i vapori dell’organico, che si trasformano in illusioni, che sono poi di nuovo trasformate dai praticanti e dai teologi contando sulla comodità in ogni sorta di cose nebbiose.
Per secoli è stato represso l’istinto della conoscenza, che è l’unico e solo istinto che può effettivamente spingere l’uomo in avanti sul cammino dello sviluppo terreno e dentro lo sviluppo spirituale. Oggi gli uomini ricevono effettivamente una pelle d’oca quando devono iniziare a sviluppare vera conoscenza della realtà e a elevare se stessi nel mondo spirituale. Ma nella stessa misura in cui si riceve questa pelle d’oca, nella stessa misura ci si stacca dall’essere spirituale-animico e ci si rende simili al materiale.
Si può dire che, quando tali cose sono affrontate seriamente, gli uomini subito se ne ritraggono; poiché oggi tutto è considerato esternamente. E vorrei ripetere qui qualcosa che ho già notato di recente. A Stoccarda abbiamo fondato la Scuola Waldorf. Questa Scuola Waldorf è stata fondata interamente nello spirito della scienza dello spirito orientata in senso antroposofico, cioè una pedagogia e una didattica è stata presentata a coloro che sono stati espressamente selezionati per questa scuola. Si tratta effettivamente dello spirito che è penetrato in questa pedagogia e didattica. Oggi accade già addirittura — poiché tutto ciò che è stato fondato da noi diviene una sensazione — che persone vogliano visitare questa Scuola Waldorf, vogliano osservarla per un paio d’ore, per vedere se in quelle poche ore potrebbe incontrarli qualcosa di diverso rispetto alle altre scuole, così anche una pura sensazione! Ma lo spirito della Scuola Waldorf si impara a conoscere attraverso la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico, non richiedendo ore di osservazione, sedendosi e disturbando più o meno l’insegnamento. Assimilare la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico in sé è più sgradevole e meno sensazionale che osservare, e osservare significa in fondo volersi mettere comodo.
La pedagogia e la didattica di cui si tratta calcola con i mondi spirituali e calcola soprattutto con la preesistenza dell’uomo. Che cosa c’è di questa preesistenza dell’uomo? Bene, pensiamo indietro all’anno della nostra nascita terrena. Supponiamo che siamo scesi qui in quel momento (vedi il disegno, riga inferiore) alla vita terrena-fisica. I bambini che nascono molto più tardi sono stati ancora sopra in quel periodo nel mondo spirituale, scendono ad esempio soltanto là (vedi il disegno, riga superiore). Eravamo già sulla terra durante il periodo in cui questi bambini erano ancora sopra. Portano con loro qualcosa che è stato vissuto nel mondo spirituale mentre eravamo già laggiù nel mondo fisico.
Lo si può vedere consapevolmente nei bambini che si ha di fronte, quando si insegna con pedagogia e didattica in modo che dovrebbe essere insegnato nella Scuola Waldorf. Allora ci si deve collocare in maniera vivente nello spirito del bambino, cioè sviluppare pratica nella vita quotidiana per la realtà di ciò che deve essere dato in rappresentazioni e idee derivanti dalla scienza dello spirito orientata in senso antroposofico. Ma è precisamente da queste cose che gli uomini sono stati distolti dalle confessioni religiose tradizionali, che soprattutto non vollero che l’attività interiore fosse sviluppata negli uomini, che allora anche conduce a vera conoscenza umana e che insegna all’uomo la profonda verità che il luogo degli dèi è all’interno della pelle umana stessa.
Guardiamo il nostro pianeta dall’esterno. In tutto ciò che altrimenti si trova sul pianeta, non c’è nulla di spirituale divino. Dagli esseri simili agli uomini che si trovano su di esso, splende il divino dal pianeta (vedi il disegno). Forse è meno presente sul pianeta perché splende dai corpi degli uomini? Potrete anche diventare amichevoli in modo formalistico con questo pensiero, se lo togliete dalla vita terrena e lo trasferite su un altro pianeta. Nel momento in cui state qui sulla terra, certamente troverete che il pensiero ha qualcosa di coercitivo e di pressante, che voi e i vostri simili siete i portatori dello spirituale divino. Ma se dirigete spiritualmente lo sguardo su un altro pianeta, allora potrete già più facilmente afferrare il pensiero che negli esseri che formano il regno naturale più elevato là, i luoghi da cui vi splende lo spirituale divino.
Il pensiero che abbiamo sviluppato oggi completa da una certa parte l’altro serio pensiero che abbiamo posto davanti alla nostra anima ieri. Ieri abbiamo posto davanti alla nostra anima il pensiero che all’interno umano si sviluppa ciò che deve effettuare l’ulteriore realtà dell’evoluzione terrena, ciò che deve continuare a portare avanti l’evoluzione terrena, mentre dipende dalla volontà dell’uomo impedire questa evoluzione terrena: accogliere soltanto la corrente arimmianica. E oggi aggiungiamo l’altro pensiero che in realtà tutto ciò che ci circonda è natura esterna caduca, poiché oggi rappresenta soltanto un residuo della creazione spirituale divina. La creazione spirituale divina che domina nel presente e continuerà a dominare nel futuro, essa si trova dentro la pelle umana; così che benché paia paradossale, è tuttavia vero, se si dice: Tutto ciò che gli occhi vedono, che gli orecchi sentono dall’ambiente umano, passa con la terra. Soltanto ciò che oggi vive negli spazi che sono chiusi dalle pelli umane, ciò vive verso Giove, ciò porta l’esistenza terrena nelle evoluzione planetarie future. — Si avrà di nuovo una spinta, ora di veramente conoscere la relazione dell’uomo con l’universo, se ci si mette di fronte all’enorme seria necessità di imparare la conoscenza umana.
L’uomo vive effettivamente tra due estremi. Abbiamo chiamato questi estremi il lato luciferino e il lato arimmianico. Potremmo anche, direi, comprenderli più elementarmente. I filosofi hanno sempre detto che effettivamente non si potrebbe affatto avvicinare l’essere dal pensiero. È in realtà anche vero; poiché da dove viene effettivamente ciò che l’uomo ha come il sentimento dell’essere? L’uomo esiste, prima di entrare attraverso il concepimento o la nascita nell’esistenza fisica terrena, nei mondi soprasensibili. Scende dai mondi soprasensibili nella sua esistenza terrena, fisica, sensibile. Allora sperimenta soprattutto qualcosa di nuovo, che non ha sperimentato nei mondi soprasensibili, che lo afferra subito quando è sceso. Questo è quello che si può — ma soltanto rappresentativamente — chiamare il peso, la forza attrattiva della terra, quello che si può chiamare «avere peso». Ora voi sapete: l’espressione «avere peso» è effettivamente presa soltanto dal fenomeno più importante del peso. Poiché ciò che sentiamo ad esempio come stanchezza è anche qualcosa di simile all’avere peso, e ciò che sentiamo nelle nostre membra quando le muoviamo è anche qualcosa che è imparentato con l’avere peso. Ma poiché l’avere peso è il rappresentativo di ciò, possiamo dire: L’uomo si colloca nel peso. E in segreto l’uomo sempre percepisce qualcosa di questo peso, quando designa una cosa terrena come reale.
Al contrario, quando l’uomo è tra la morte e una nuova nascita, allora è, come qui sulla terra è connesso con il peso, allora è connesso con la luce. Poiché anche la luce ha un senso; «con la luce» è di nuovo usato rappresentativamente, poiché poiché riceviamo la maggior parte delle nostre percezioni sensoriali superiori, quando vediamo, attraverso gli occhi, parliamo della luce. Ma ciò che vive nella sensazione sensoriale dell’occhio come luce è lo stesso che vive nella sensazione sensoriale dell’orecchio come risonante e si manifesta in singoli toni, come la luce si manifesta nei singoli colori. E così è anche per gli altri sensi. In fondo è la colorazione di tutti i sensi, che si designa rappresentativamente come la luce, come si designa rappresentativamente il peso. Siamo accolti nell’estremo del peso quando scendiamo sulla terra. Siamo accolti nell’estremo della luce quando nel momento della morte ci rechiamo nel mondo tra la morte e una nuova nascita. E siamo effettivamente sempre inseriti nello stato intermedio tra luce e peso, e ogni percezione sensoriale è in fondo, nel momento in cui la sperimentiamo qui, metà luce e metà peso. Nel momento in cui forse per il patologico o per il sogno sperimentiamo senza il nostro peso, sperimentiamo soltanto lo spirituale, come appunto nel sogno o nel parossismo febbrile. Il parossismo febbrile consiste spiritualmente nel fatto che l’uomo ha esperienze senza sperimentare il suo stesso peso. Questo equilibrio tra peso e luce, in cui siamo collocati, è per molte cose che sperimentiamo qui nel mondo, nel momento in cui siamo come uomini esseri spirituali-fisici, direttamente ciò che è intimamente connesso al mistero del mondo. Ma né la corrente universale che si svolge nelle confessioni religiose tradizionali, né quella che si svolge nelle fantasie naturali scientifiche, giungono a questa penetrazione: dai concetti astratti dentro la luce, dalle sensazioni sensibili giù al peso. Gli uomini oggi sono divenuti ciechi e sordi e ottusi a queste cose.
L’uomo vive connesso con il peso sulla terra. Il peso lo sente come lo tira verso la terra (disegno a sinistra). Prendiamo un cristallo; esso dà a se stesso la sua forma (disegno a destra). Che forza c’è dentro? Dentro è la stessa forza che l’uomo sente premendolo verso il basso, la stessa forza che dà forma all’intera terra. Considerate soltanto dove la terra può dare forma: nell’intera superficie del mare, nell’acqua; là il peso dà forma. Così la stessa forza dà forma al cristallo. Soltanto agisce lì all’interno. Le fantasie scientifiche hanno la tendenza di dire: Ciò che sta dietro la materia o nella materia non si conosce, là c’è un «mistero del mondo». Ciò che sta dietro la superficie della materia, lo sperimentiamo nel momento in cui sperimentiamo il nostro stesso peso, poiché siamo inseriti rispetto all’intera terra nelle stesse forze che, ad esempio, agiscono nel piccolo corpo e che tengono insieme le sue singole parti. Bisogna essere in grado di riconoscere il piccolo nel grande, il grande nel piccolo, non speculare su ciò che dovrebbe stare dietro la materia. Ciò che va oltre la materia, lo spirituale divino che domina negli esseri, deve essere conosciuto attraverso il fatto che si accende ciò che può essere acceso all’interno, che porta all’esperienza interna superiore, che porta alla comprensione di concetti e rappresentazioni che veramente si riferiscono a ciò che abita nel tempio, che secondo le antiche tradizioni è rappresentato attraverso l’uomo stesso.
Ci sono nelle antiche saggezze atavistiche, come ho sottolineato spesso qui, qualcosa che si può profondamente venerare. Nel presente viene allora chiamato a estrarre di nuovo dalle profondità dell’essere con piena consapevolezza e a farne la regola della condotta spirituale e sociale e della vita degli uomini.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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