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1°La perdita del Goetheanum e la necessità di una Società forte

Stoccarda, 23 Gennaio 1923

Il Goetheanum di Dornach, in costruzione da dieci anni, non esiste più. La Società Antroposofica ha perduto questo edificio. Ha perduto con esso straordinariamente molto. Bisogna solamente chiarirsi che cosa è diventata la Società Antroposofica per mezzo della costruzione del Goetheanum, e se ci si lascia guidare dalla giusta comprensione della grandezza di questa perdita, si potranno misurare anche la grandezza del dolore, per che non esistono parole, la grandezza di quel dolore che ci è venuto dalla tremenda catastrofe dell’incendio nella notte di Capodanno tra il 1922 e il 1923. Fino al momento in cui nel 1913 abbiamo potuto porre la prima pietra del Goetheanum di Dornach, la Società Antroposofica, in qualità di custode del movimento antroposofico, era diffusa in una determinata regione del mondo attraverso i suoi singoli rami. E proprio dal seno di questa Società era scaturito l’impulso a erigere un edificio centrale proprio. Forse proprio qui si potrà sentire in misura doppia tutto quello che l’intera Società Antroposofica subisce perdendo questo edificio centrale. Perché qui a Stoccarda la Società Antroposofica ha marciato al passo con quell’edificio in cui da molti anni ormai possiamo svolgere la nostra attività. Per questo si saprà qui che cosa significhi essere circondati da una propria struttura edilizia degna del movimento antroposofico.

La Società Antroposofica era, fino al momento in cui scaturì da essa l’impulso a erigere un edificio centrale a Dornach, costretta a operare unicamente attraverso le sue assemblee — Stoccarda è eccezione a questo, per il fatto già menzionato — era costretta unicamente a possedere la parola per parlare di quella connessione dell’uomo con il mondo spirituale che è divenuta necessaria oggi mediante lo sviluppo dell’umanità. Ora, certamente questa modalità di agire per il movimento antroposofico attraverso la parola rimarrà sempre la più importante, la più significativa, la più indispensabile in questo ambito. Ma con la costruzione del Goetheanum era divenuta possibile qualcos’altro. Era divenuto possibile, per mezzo delle forme artistiche che nella costruzione del Goetheanum erano state perseguite come puramente artistiche parlare al vasto mondo. Certamente, chi nel nostro presente non ha senso e sentimento per quello che l’antroposofia può proclamare attraverso la "parola, non avrà nemmeno senso e sentimento per forme artistiche come quelle che a Dornach nella costruzione del Goetheanum erano divenute visibili. Tuttavia si deve dire che, già una volta, secondo le simpatie degli uomini, nel nostro presente l’occhio si dirige più facilmente verso quello che si vede, che non l’anima, attraverso un’attività interiore, verso quello che si ascolta. E così proprio attraverso la costruzione di Dornach la possibilità di parlare della spiritualità oggi necessaria all’umanità era stata ingrandita in misura incommensurabile.

Attraverso il Goetheanum è stata veramente parlata ai misteri del mondo spirituale una moltitudine incomparabilmente più grande di persone, parlato attraverso forme visibili e l’opera visibile, di quanto mai prima fosse stato possibile parlare soltanto attraverso la parola. E una volta per sempre, per mezzo del Goetheanum di Dornach, era stato provato a tutti coloro che avevano un po’ di buona volontà, ossia la disponibilità di guardare con candore a questo Goetheanum e all’antroposofia che vi stava dietro, che l’antroposofia non è nulla di settario per la sua natura, che essa vuole afferrare il grande compito del nostro presente, che consiste nel captare i raggi di una nuova luce spirituale divenuti ormai accessibili all’umanità e imprimerli nei mezzi culturali e civili degli uomini. Di fronte alle singole assemblee in locali scelti arbitrariamente poteva, in talune circostanze, anche la persona di buona fede parlare di movimento settario. Di fronte alla cura con che a Dornach si era cercato di evitare ogni simbologia e allegoricità nelle forme costruttive e artistiche, e di far emanare l’impulso antroposofico in pura arte reale, di fronte a questo sforzo non era possibile continuare a parlare di setta antroposofica, anche con buona intenzione.

Si doveva riconoscere che l’antroposofia vuole qualcosa di assolutamente universalmente umano, non vuole coltivare alcun tipo di separazione, ma vuole cercare per il presente quello che è universalmente umano in ogni ambito del pensare e agire umano nel presente. E così questo Goetheanum, che ora guardato come rovina fa un’impressione così terribilmente desolante, era diventato un mezzo potente per il movimento antroposofico, atto a esprimere quello che esso veramente è per natura. E abbiamo veramente cercato di introdurre in ogni singola forma, in ogni singola immagine, tutto quello che stava in questo impulso generale che ho appena espresso. Abbiamo cercato di dare pura arte, perché pura, vera arte sta completamente nella natura dell’impulso antroposofico. E così proprio attraverso il Goetheanum poteva essere parlato anche per persone che non volevano sapere nulla della Società Antroposofica, della cosa sacra di questa Società Antroposofica. Questo è accaduto per quasi dieci anni. Questo ora in una sola notte è divenuto impossibile. Basta dire queste due frasi un’accanto all’altra, e si è spinti dentro tutti quei sentimenti per l’espressione di che veramente non ci sono parole. Di fronte a ciò tutto quello che oggi si può addurre dai dieci anni di lavoro e dalle dieci anni di preoccupazioni è naturalmente piccolo; perché infine questo lavoro è piccolo e queste preoccupazioni sono piccole di fronte alla perdita irreparabile di un mezzo di rivelazione estremamente significativo per il movimento antroposofico.

Ora, se oggi il Goetheanum non esiste più, certamente sorge in chiunque ha amato questo Goetheanum, in chiunque vi si è attaccato con genuina comprensione, il desiderio di ricostruire questo Goetheanum in qualche forma. Ma proprio in vista del pensiero della ricostruzione non si deve dimenticare che dieci anni sono passati su questa costruzione e che sta nella natura del movimento antroposofico l’avere nemici. Che cosa significhi l’opposizione al movimento antroposofico, lo vediamo di nuovo ora nei giorni del nostro dolore. Da un lato deve dirsi che proprio di fronte alla catastrofe si è manifestato quanti veri amici il movimento antroposofico ha guadagnato attraverso il Goetheanum. Poiché oltre alle manifestazioni di dolore e sofferenza che ho accolto con gratitudine così profonda in occasione della catastrofe dai circoli degli amici antroposofici, abbiamo molto da registrare da parte di persone che si erano sempre tenute fuori dal circolo della Società Antroposofica e che ora si sono espresse sulla loro partecipazione a questa tremenda catastrofe. Molto amore per la nostra causa si è mostrato in questa occasione. Nel fondo, la costruzione di Dornach è stata edificata per amore. Nel fondo, è perita nel segno dell’amore. Poteva essere edificata solo attraverso l’illimitata disponibilità al sacrificio di quelle personalità che già allora, quando la costruzione fu intrapresa nel 1913, si erano dedicate per un certo tempo al movimento antroposofico. Sacrifici materiali, sacrifici dello spirito, sacrifici del lavoro sono stati portati in misura incommensurabile.

E molti amici della causa antroposofica si sono riuniti a Dornach per cooperare al completamento di questo edificio nel modo più disinteressato possibile. E venne la guerra tremenda. Anche se il ritmo della costruzione del Goetheanum durante la guerra tremenda si era sensibilmente rallentato, comunque una breccia nello spirito della collaborazione antroposofica non era stata veramente aperta. Il cantiere di Dornach era effettivamente, entro l’inimicizia tra popoli e la lotta tra popoli, un luogo in cui rappresentanti di una grande moltitudine di nazioni europee reciprocamente in guerra lavoravano insieme in pace, in amorevole reciproca comprensione, pensavano insieme e agivano insieme. E forse si può dire senza presunzione: l’amore che era stato edificato dentro questa costruzione, esso potrà essere indicato quando una volta si parlerà in senso storico-culturale di quello che fra gli anni 1914 e 1918 è stato suscitato come ondate di odio nell’umanità civilizzata. A Dornach vigeva, mentre intorno a noi da per tutto l’odio imperversava, il vero amore ed era stato edificato nella costruzione stessa. Era quell’amore che sorge dallo spirito. Poiché l’antroposofia porta il suo nome con assoluta certezza e con ragione: essa non è soltanto una conoscenza come altre conoscenze. Con l’avvicinarsi delle sue idee, con l’avvicinarsi delle sue parole è inteso qualcosa di diverso dalla conoscenza teorica, astratta. Le idee non vengono formate nell’antroposofia come nel corso degli ultimi tre, quattro, cinque secoli altrimenti vengono formate nel campo della conoscenza; le parole non vengono coniate come oggi in altri ambiti vengono coniate le parole.

Le idee sono per l’antroposofia i vasi costruiti dall’amore, in cui viene fatto entrare dalle sfere spirituali in modo spirituale l’essere umano. Circondato da pensieri coniati amorosamente deve risplendere attraverso l’antroposofia la luce della vera umanità. E la conoscenza è soltanto la forma per mezzo della quale attraverso l’uomo deve essere data la possibilità che il vero spirito dai vasti spazi del mondo si raccolga nei cuori umani, affinché dai cuori umani esso possa illuminare i pensieri umani. E poiché veramente l’antroposofia può essere afferrata solo dall’amore, perciò essa crea amore, quando nella sua vera natura viene colta da persone. Perciò poteva essere edificato in mezzo all’odio imperversante un luogo di amore a Dornach. E le parole, esse non vengono coniate nel campo antroposofico come altrimenti nel presente vengono coniate le parole. Le parole vengono coniate in quanto sono veramente tutte suppliche. Ogni parola nell’antroposofia è nel fondo, quando viene pronunciata nel senso retto, una supplica, una supplica devota: la supplica che lo spirito possa scendere agli uomini. E da tale devozione è stato eretto l’edificio a Dornach. L’amore è stato edificato in esso, e l’amore dei nostri amici ha agito di nuovo con disponibilità al sacrificio durante la notte dell’incendio. Lì era presente spirito metamorfizzato in amore. Ora mi è impossibile in questo momento parlare di quello che nel senso spirituale più profondo dovrebbe essere detto sulla catastrofe dell’incendio a Dornach.

Non voglio rifiutare, se qualcuno dal suo cuore si ponesse la domanda: Come stanno le cose da un lato con la giustizia dei poteri cosmici, che non hanno fornito protezione contro questa tremenda catastrofe? Non voglio nemmeno rifiutare se fosse detto: Non era prevedibile questa catastrofe? Ma queste sono domande che conducono nel campo più profondo dell’esoterismo, e parlarne è oggi impossibile per la ragione che non esiste più un luogo in cui si possa parlare in modo candido di questi fondamenti più profondi, senza che questo sia immediatamente portato attraverso muri non ermetici a persone che useranno le cose soltanto di nuovo per forgiare armi contro il movimento antroposofico. E così mi è oggi tolto il diritto di parlare di più profonde connessioni spirituali a questo riguardo. Ma a quello che si è mostrato da un lato effuso nell’amore, contrapposto a ciò si presenta immediatamente in modo forte l’opposizione. Da tutti i lati piove proprio in vista della nostra disgrazia scherno, disprezzo, odio, e quello in cui è sempre stata immersa tanta parte di questa opposizione, l’oggettiva falsità, ciò si mostra particolarmente ora, quando l’opposizione esce da tutte le fessure e trova occasione, persino di fronte alla disgrazia, di venire con l’oggettiva falsità. I nostri amici hanno lavorato con rettitudine al salvataggio di quello che appunto non poteva essere salvato. Gli avversari lo trovano tuttavia, per esempio, di gusto dire: Questi antroposofi, si è visto il loro carattere in occasione dell’incendio, stavano lì nelle vicinanze e pregavano affinché il fuoco si fermasse da solo! — Voglio solo mettere in evidenza questo piccolo campione di tutto lo scherno e il disprezzo che precisamente in connessione con questa catastrofe ci tocca.

Ora, io ho, devo dire, da anni sottolineato che dobbiamo attenderci un’opposizione sempre crescente e che la vigilanza di fronte a questa opposizione sempre crescente è il nostro dovere più sacro. Mi è sempre stato doloroso quando da qualche parte era detto: In questa o quella direzione gli avversari sembrano essersi calmati. — Una cosa del genere era connessa con la purtroppo largamente diffusa capacità di illusione nei nostri circoli. Possa la tremenda disgrazia che ci ha colpito almeno togliere ai nostri cari amici questa capacità di illusione e infondere loro la consapevolezza che il raccoglimento di tutte le forti forze del nostro spirito e del nostro cuore è necessario per l’affermazione del movimento antroposofico. Poiché se oggi sorge il desiderio di costruire di nuovo qualcosa come un Goetheanum, è innanzi tutto necessario che noi siamo consapevoli di una cosa: senza una forte, energica Società Antroposofica dietro di esso, una tale ricostruzione non ha senso. La ricostruzione ha senso solo se dietro di essa sta una Società Antroposofica consapevole di se stessa, consapevole dei suoi doveri, forte. D’altra parte non si deve dimenticare quali siano le condizioni per l’esistenza di una tale forte Società Antroposofica. E aggiungiamo a quanto detto, in questo momento serio, potremmo dire, solennemente serio, alcune parole di questo genere: come si deve pensare a una forte Società Antroposofica consapevole dei suoi doveri proprio in questi giorni.

Cari amici miei, fino all’anno 1918 la Società Antroposofica esisteva, potremmo dire, come un vaso della corrente spirituale che secondo il parere dei membri antroposofici dirigenti deve giungere all’umanità nella nostra era. Fino all’anno 1918 si era aggiunto a questo quello che si era formato dal centro antroposofico, dal pensare, sentire e volere antroposofico solamente. E anche se la costruzione a Dornach era tutto quello di cui ho oggi parlato, anche se era un segno del movimento antroposofico in un senso molto più ampio di quanto la parola possa essere, tuttavia si deve dire che sino nei suoi più piccoli dettagli essa scaturiva dal centro degli impulsi antroposofici. Ma l’antroposofia non è l’affare di un circolo di persone che si separa, essa è proprio il contrario di tutto ciò che è settario per sua natura. E perciò essa è capace di rendere fertile sui campi più svariati della vita quello che essa ha formato dal suo centro. Nei tempi difficili che seguirono il provvisorio termine della guerra europea, si trovarono amici del movimento antroposofico che dapprima videro la disgrazia sui campi più svariati della vita e videro come nuovi impulsi sui campi più svariati della vita sono necessari. E dal 1919 in poi, in connessione con il movimento antroposofico, sorse molto in una modalità diversa da come sarebbe sorto se l’antroposofia avesse proceduto nel medesimo modo di movimento, nella medesima natura del movimento che aveva mantenuto fino all’anno 1918. È indubbio che l’antroposofia è chiamata ad agire fecondamente nei campi più svariati della vita, naturalmente anche in tutti quelli che in connessione con essa dal 1919 in poi da vari amici dell’antroposofia sono stati coltivati fecondamente.

Ma gli eventi esterni hanno in una certa misura condotto al fatto che le cose non erano tratte direttamente dall’antroposofia: esse — sebbene in nessun modo nel senso antroposofico — accanto all’antroposofia erano state fondate e coltivate. E così abbiamo visto dal 1919 in poi varie cose che non erano non-antroposofiche, ma accanto all’antroposofia in una diversa modalità di movimento erano state coltivate, di quanto dal procedimento del movimento antroposofico fino al 1918 discendeva in modo elementare. Questo è un fatto estremamente importante, e desidero pregarvi, nel momento in cui devo oggi parlare proprio di questi eventi — sono obbligato a parlare — di non fraintendermi. Naturalmente non sto parlando in riferimento alla sua interiore solidità di quello che in questo modo in connessione con il movimento antroposofico è sorto, come per esempio il «Giorno che viene» o simili: ciò vive nelle sue proprie condizioni di esistenza, è sorto in connessione con il movimento antroposofico, ma ha appunto condizioni di esistenza particolari. Perciò quello che ho da dire nelle frasi seguenti non è applicabile a tali fondazioni; non deve perciò essere compreso come se con ciò fosse stato detto nel minimo grado qualcosa sul valore di queste fondazioni che si trovano in campo materiale e che certamente debbono essere mantenute in quello spirito che è completamente compatibile con il movimento antroposofico. Quello di cui parlo deve soltanto riguardare la Società Antroposofica in quanto tale, il lavoro entro la Società Antroposofica, per la Società Antroposofica e così via.

Questo movimento antroposofico, che è in parte ancorato nella Società Antroposofica, ha effettivamente potuto fornire proprio qui a Stoccarda la prova che per sua natura è qualcosa di universalmente umano, che non scaturisce da alcun programma di partito spirituale o simili, che scaturisce dall’insieme onnicomprensivo della natura umana. E la persona candida forse potrà riconoscere che questa prova per l’umanità universale dell’antroposofia è proprio qui a Stoccarda stata fornita. È stata fornita nel campo della pedagogia, della didattica attraverso la scuola Waldorf. È stata fornita dal fatto che la scuola Waldorf non è una scuola antroposofica, bensì vuole risolvere il problema: Come si educa e insegna nel migliore dei modi agli uomini partendo dall’insieme onnicomprensivo di tutte le disposizioni umane? Come si sviluppano attraverso l’educazione e l’insegnamento gli uomini? — E l’antroposofia deve indicare il cammino con cui questo problema può essere risolto. Una setta, un partito avrebbe fondato una scuola antroposofica, non una scuola universalmente umana. E non si può sottolineare abbastanza questo carattere di umanità universale che è perseguito proprio dalla scuola Waldorf. Qui appare così che si può dire: a chi veramente si consacra all’antroposofia nello spirito genuino, il nome antroposofia è completamente indifferente, quello che conta per lui è la causa. Ma la causa è una cosa completamente universalmente umana, ed essa può, nel momento in cui si accosta a un determinato campo, agire solamente nel senso dell’umanità più universale. Ogni setta, ogni partito, se può fondare scuole, sia che la setta si chiami Avventisti o Lega Monista, ogni setta, se fonda una scuola, fonda una scuola settaria. L’antroposofia per sua natura non può fare questo. L’antroposofia può fondare solo qualcosa di universalmente umano. Questo sta nella sua natura. E chi oggi ancora di fronte a tali fatti tratta il movimento antroposofico come qualcosa di settario, può farlo solo o per mancanza di attenzione o per mala volontà. Proprio alla scuola Waldorf qui a Stoccarda è stata fornita la prova che l’antroposofia è una causa dell’umanità universale.

Ma ciò dovrebbe fondamentalmente essere considerato profondamente anche entro il circolo della Società Antroposofica. Il modo e la maniera in cui la scuola Waldorf è stata fondata, lo spirito da cui è stata fondata, dovrebbe esserne oggetto di riflessione entro la Società Antroposofica. E si dovrebbe effettivamente, quando si fonda qualcosa in connessione con il movimento antroposofico o la Società, vedere che questo accada in tale spirito. Così si può forse dire: Sia nella costruzione del Goetheanum a Dornach che nella fondazione della scuola Waldorf e nel modo e nella maniera in cui la scuola Waldorf è condotta, è espressa la maniera in cui l’antroposofia vuole agire per i singoli campi culturali. Menziono dunque — desidero di nuovo dire questo affinché non sia frainteso — per esempio il Giorno che viene come qualcosa che non è toccato dalle mie seguenti parole, poiché attraverso le sue proprie condizioni di esistenza porta il suo valore in sé. Voglio solamente parlare di quello che entro il movimento antroposofico attraverso l’attività antroposofica si compie o deve compiersi. Desidero sottolineare particolarmente che il movimento antroposofico da parte sua ha potuto mostrare proprio alla scuola Waldorf come esso non agisce nel senso stretto partitico-egoistico o settario-egoistico, ma agisce nel senso dell’umanità universale, così che non si vede più nei suoi figli da quale fonte essi sono scaturiti, poiché crescono nell’universalmente umano. Non è necessario, di fronte alla scuola Waldorf, chiedersi: È scaturita dall’antroposofia? Si deve solo chiedersi: Educa e insegna i bambini come l’uomo dovrebbe essere educato e insegnato? — E così si deve dire: l’antroposofia si metamorfizza nel loro lavoro, nella loro attività, nella natura dell’universalmente umano.

Ma proprio se questo deve accadere, proprio se l’antroposofia agendo sui campi più svariati deve agire nel modo retto, allora essa deve avere, non per se stessa, ma potremmo dire per i suoi figli, un campo in cui è coltivata energicamente nella sua purezza, un campo in cui si è consapevoli come antroposofo dei propri doveri verso la Società. Solo così l’antroposofia può essere la vera madre per i più svariati figli nei campi più svariati della cultura e della civiltà. La Società Antroposofica deve riunire persone che prendono nel senso più profondo, più sacro sul serio la coltivazione della causa antroposofica. Ora, questo è difficile. Molti credono che sia facile. È difficile, e le difficoltà si sono appunto manifestate dal 1919 in poi in misura molto forte particolarmente anche qui a Stoccarda. Infatti, se da un lato abbiamo nella scuola Waldorf qualcosa che, almeno fino a oggi, ha preservato il carattere appena discusso, che sta completamente nella natura dell’antroposofia, così d’altro canto abbiamo visto proprio qui come sia straordinariamente difficile stare con la madre, con la Società Antroposofica in quanto tale, potremmo dire, nel rapporto retto. Questa è forse inizialmente una frase che suona paradossale. Ma se io sviluppo più dettagliatamente quello che intendo, allora forse sarò compreso anche in questo ambito. Ora posso discutere queste cose senza dire il minimo sul valore di questi svariati movimenti che in connessione con l’antroposofia dal 1919 in poi sono sorti, poiché parlo solo in riferimento all’effetto di ritorno sulla Società Antroposofica.

Quindi nessuno deve torcere o fraintendere le mie parole come se io parlassi del valore delle singole fondazioni: parlo solo dell’effetto di ritorno sulla Società Antroposofica. Queste fondazioni che sono sorte non sono sempre state comprese da quelli che le rappresentano nel senso che, potremmo dire, nel senso spirituale moderno la parola sia sentita: Onora tuo padre e tua madre, affinché ti vada bene sulla terra. — Poiché agiscono effettivamente entro tali fondazioni persone che sono soprattutto membri della Società Antroposofica. Ora la domanda è: questi membri della Società Antroposofica che agiscono in un tale campo sorto in connessione con essa, sebbene siano le persone più distinte in questo campo, sono sempre consapevoli della madre nel modo retto? Agiscono dal loro campo in modo retto di ritorno sulla Società Antroposofica? Questa domanda è completamente diversa dal chiedersi se i soggetti in questione siano o no persone distinte nei loro campi. Se devo esprimermi particolarmente in modo radicale, dovrei dire appunto quanto segue: per esempio qualcuno può essere un insegnante della scuola Waldorf completamente distinto, completamente nello spirito in cui la scuola Waldorf è stata fondata dal senso del movimento antroposofico come una causa dell’umanità universale; egli può riempire il suo posto di insegnante della scuola Waldorf nel modo più distinto possibile da questo spirito; la scuola Waldorf può, proprio dal fatto che non è una scuola antroposofica, essere plasmata e operare dallo spirito dell’antroposofia. L’insegnante singolo della scuola Waldorf può essere distinto al suo posto, ma tuttavia non può operare nel senso sufficiente come antroposofo per la Società Antroposofica.

Non dico che in questo o quel caso sia così, voglio solo rendere comprensibile che potrebbe essere così. L’individuo, per esempio, che opera nel Giorno che viene, può essere un funzionario distinto del Giorno che viene, può portare il Giorno che viene nel suo fiore più bello, e può — voglio dirlo così — effettuare qualcosa di completamente insufficiente nel campo della Società Antroposofica! Ma per il fatto che non si dà alla madre quello che la madre deve essere, affinché anche tutti i figli possano essere provveduti nel modo retto, da questo sorge la preoccupazione più grave per il movimento antroposofico, veramente la preoccupazione più grave. Cari amici miei, era questo quello che in un campo particolare mi ha strappato la parola dalla bocca nel mio penultimo discorso tenuto al Goetheanum sul Movimento per il rinnovamento religioso. Questo Movimento per il rinnovamento religioso certamente non lo voglio criticare in alcun modo, poiché è entrato nella realtà poco meno di tre mesi e mezzo fa dalle mie stesse indicazioni, ed è la cosa più naturale che io stesso debba guardare a questo Movimento così da avere la più profonda soddisfazione quando esso prospera. Voglio dire, non può esserci alcun dubbio. Tuttavia, già dopo questi tre mesi e mezzo di operosità, ho dovuto ricorrere alla parola che a Dornach allora era rivolta non al Movimento per il rinnovamento religioso, ma all’indirizzo degli antroposofi, naturalmente anche degli antroposofi che stanno entro il Movimento per il rinnovamento religioso.

E questa parola non poteva suonare diversamente se non come una parafrasi: Che ci si rallegri della figlia, ma che non ci si dimentichi della madre, che non ci si dimentichi che anche la madre deve essere curata e coltivata. — Di questa cura e coltivazione della madre deve esserne consapevole sia il Movimento per il rinnovamento religioso, ma devono esserne consapevoli particolarmente gli antroposofi che vivono entro la Società Antroposofica. Poiché non si può veramente nemmeno nel più lontano senso dire che alla Società Antroposofica sia reso il suo dovere — intendo il dovere ora non nel senso giuridico naturalmente — , quando gli antroposofi si allontanano da essa, si rivolgono a un Movimento-figlia, non nel senso che dicono: Siamo cresciuti con il movimento antroposofico, quindi possiamo consigliare al meglio in un Movimento-figlia, possiamo assistere al meglio questo Movimento-figlia — , ma quando gli antroposofi con la disposizione si allontanano dal movimento antroposofico, dicendo: Ora abbiamo il vero, che non abbiamo mai potuto trovare entro l’antroposofia! — Si tratta veramente in questo punto di una questione di disposizione, di sentimento, di sentire. E così per quanto ci si possa rallegrare quando la madre si prende cura della figlia, così fortemente si deve anche attirare l’attenzione che nemmeno la figlia prospera senza che la madre sia curata e coltivata. Se quindi da qualche parte diventasse visibile che quelli che stanno entro il Movimento per il rinnovamento religioso come antroposofi diventassero membri insufficienti della Società Antroposofica, accadrebbe lo stesso caso come se qualcuno che opera entro la scuola Waldorf come insegnante distinto operasse in modo insufficiente da punto di vista antroposofico entro la Società Antroposofica. Questo destino, tuttavia, l’abbiamo visto accadere, anche se così spesso non viene notato, dal 1919 in poi.

Abbiamo visto fondare, e precisamente da buone intenzioni, la «Lega per la triarticolazione dell’organismo sociale». Essa ha contribuito molto a spingere l’impulso per la triarticolazione non verso altri circoli che non sono ancora antroposofici, ma a proporlo come un cuneo entro il movimento antroposofico, il quale nel fondo da un’essenza molto più profonda aveva già tutto quello che stava nella triarticolazione in modo completamente esteriore, esterno. E abbiamo già dovuto assistere al fatto che antroposofi i quali operavano diligentemente, intensamente nel campo del lavoro sulla triarticolazione, diventavano membri peggiori della Società Antroposofica di quanto lo erano prima. E questo è, potremmo dire, da quattro anni il nostro destino. Tale destino deve essere caratterizzato, poiché una forte ed energica Società Antroposofica deve esistere, se si vuole pensare con qualche ragione alla ricostruzione del Goetheanum. Deve essere ricordato che ciò, potremmo dire, è di significato fenomenico primordiale: qui a Stoccarda è stato iniziato il lavoro distinto sui più svariati campi. Ma, se afferriamo le cose in modo adeguato alla realtà, possiamo veramente porci più o meno la seguente domanda — vi prego, non fraintendete, perché non serve a nulla se oggi non parlo, potremmo dire, dai fondamenti di fronte a questo momento santo-solenne-serio, ma anche triste — , prendiamo, per non essere fraintesi, proprio l’esempio della scuola Waldorf. Lì dobbiamo dirci quanto segue: dobbiamo chiarirci la differenza che esiste tra la diffusione dell’antroposofia attraverso la parola e la scrittura, attraverso i discorsi e i libri — e la coltivazione della Società Antroposofica. Per diffondere l’antroposofia attraverso parola e scrittura, inizialmente teoricamente non è per niente necessaria una Società Antroposofica, e spesso l’antroposofia è diffusa attraverso parola e scrittura senza una Società Antroposofica. Ma l’intero complesso che oggi è una volta connesso con l’antroposofia non può sussistere senza la Società Antroposofica: ha bisogno della Società Antroposofica come suo vaso. Ora si può essere un distinto insegnante della scuola Waldorf, un distinto pedagogista lassù nella scuola Waldorf, si può essere inoltre un distinto diffusore dell’antroposofia in parola e scrittura, ma si può sottrarre la propria attività alla cura e coltivazione della Società Antroposofica oppure in generale all’agire da uomo a uomo che proviene dall’antroposofia. E non si deve dire: Abbiamo una scuola Waldorf distinta, abbiamo in questa scuola Waldorf personalità che operano in modo distinto, che in modo molto più splendido di quanto ci si possa aspettare svolgono il loro ruolo — oppure si deve dire in questo contesto il loro ruolo — , che tuttavia hanno sottratto alla Società Antroposofica le loro forze per questa vera cura e coltivazione della Società Antroposofica. Sono venuti a Stoccarda, hanno svolto in modo splendido i loro servizi in questi due aspetti che ho caratterizzato, ma non li hanno posti al servizio della Società Antroposofica, non hanno partecipato alla cura e coltivazione della Società Antroposofica. Vi prego, proprio oggi prendete le mie parole molto accuratamente. Abbiamo avuto persone che operano energicamente, entusiaste nel campo del Movimento per la triarticolazione; nel momento in cui operavano nel campo del Movimento per la triarticolazione, hanno sottratto sempre più la loro attività dalla vera Società Antroposofica. E ora ci minaccia il fatto che nel campo del rinnovamento religioso si opera in forse modo completamente splendido attraverso personalità distinte, e potrebbe accadere di nuovo, e ora in un campo particolarmente significativo, che di nuovo si sottraggono alla Società Antroposofica le forze. È questo quello che causa una preoccupazione così grave proprio di fronte all’immensa disgrazia che ci ha colpito, e che rende necessario parlare con tutta chiarezza delle cose oggi. Voglio, per non essere poco chiaro, per caratterizzare sufficientemente la natura dell’operare entro la Società Antroposofica stessa, ancora richiamare l’attenzione su qualcos’altro, che devo caratterizzare in modo completamente diverso da come ho dovuto presentare finora. Negli ultimi quattro anni, in cui i destini della Società Antroposofica sono stati così molteplici, abbiamo visto svilupparsi un certo movimento in duplice maniera. E proprio questo duplice modo in cui si è sviluppato è per questo movimento straordinariamente caratteristico e caratteristico per la Società Antroposofica: è il Movimento giovanile studentesco.

Ricordiamo come il Movimento giovanile studentesco è sorto poco tempo fa. Si chiamava allora la Lega Universitaria Antroposofica. Naturalmente cose del genere, poiché stanno nella vita, non si possono catturare senza costrizione in concetti fissi e nitidamente delineati; tuttavia bisogna tentare di farlo in qualche misura. Che cosa è stato perseguito più o meno consapevolmente dai partecipanti a questa Lega Universitaria Antroposofica, particolarmente dalla personalità che allora ha tanto patrocinato la sua fondazione, da Roman Boos? È stato perseguito di influenzare, plasmare, trasformare da parte antroposofica lo studio delle singole scienze di fronte a certi abusi sentiti dai portatori del Movimento. Il Movimento era pensato in modo che dovesse operare entro le aule universitarie, che entro le aule universitarie attraverso l’attività della gioventù studentesca si affermi uno spirito che opera proprio entro le aule universitarie. Solo così poteva essere inteso quello che allora si presentava programmaticamente. Ora più tardi, solo poco tempo fa, si è affermato — non voglio dire un contro-movimento giovanile-studentesco, ma proprio un Movimento di genere diverso, che si è presentato particolarmente quando qui a Stoccarda un numero di membri della gioventù studentesca si era riunito per coltivare qualcosa di universalmente umano con una sorta di sottotono spirituale pedagogico-didattico. Lì non era la tendenza di portare programmaticamente direttamente entro le aule universitarie l’influenza dell’antroposofia, lì era stato previsto un altro palcoscenico; lì non era l’aula universitaria, lì era l’interno dell’uomo, il cuore umano, lo spirito umano, il sentire umano. Lì non era detto: Deve accadere qualcosa attraverso la parola affinché la parola, per dirlo radicalmente, risuoni diversamente nell’aula universitaria; piuttosto era perseguito: deve esserci fra la gioventù singoli uomini che con altri cuori — poiché questo sta così nella loro natura più intima — sono giovani e invecchiano. E poiché sono anche studenti come uomini e invecchiano come uomini, così essi saranno proprio da questo spirito dell’antroposofia, che è un universalmente umano, proprio come uomini anche entro l’aula universitaria. Non facevano più conto, questi giovani accademici, con le categorie dell’aula universitaria delle accademie: facevano conto con il giovane uomo. Era qualcosa nello stesso campo che doveva essere completamente distinto dall’altro. Ma la Società Antroposofica, se opera nel modo retto, deve essere abbastanza di ampio cuore da poter trovare dappertutto l’uomo fino alla sua natura umana più intima, se viene da essa e vuole avere in essa un’ausiliaria per questa sua ricerca, questo suo sforzo.

Se leggete nel mio libro «Come si conseguono le conoscenze dei mondi superiori?», troverete lì tra i vari esercizi per l’anima umana che vi sono riportati anche sei esercizi che devono essere praticati in certi periodi. Uno di questi esercizi è la coltivazione di un completo candore di fronte ai campi della vita. Sì, cari amici miei, di queste sei virtù ha bisogno la Società Antroposofica stessa nella sua interezza, e deve essere perseguito che la Società Antroposofica come tale abbia queste virtù. Deve avere abbastanza candore per, quando qualcuno viene, cercare l’uomo; deve essere abbastanza forte da affrontarlo pienamente. E si è mostrata una delle difficoltà della Società Antroposofica proprio in ciò: quando venni qui e trovai poco tempo fa questa gioventù, la Società Antroposofica si era completamente ritirata da essa e un legame provvisorio dovette nuovamente essere incollato. Parlo in modo un po’ radicale, ma forse così si comprendono meglio le cose. Voglio solo addurre questo come esempio del fatto che la Società Antroposofica in sé deve avere la possibilità di affrontare con candore i fenomeni della vita. E di nuovo andiamo a un altro campo. È nel tempo recente, da anni ormai, che attraverso personalità distinte il campo della scienza è stato intrapreso dalla Società Antroposofica nelle più svariate ramificazioni. Abbiamo veramente — io non sono solo esteriormente, ma anche interiormente del tutto sinceramente circospetto nel mio giudizio — scienziati completamente distinti che non sono abbastanza valutati entro il nostro circolo.

Essi si sono posti il compito di coltivare lo scientifico entro la Società Antroposofica, lo scientifico nei singoli campi. Nei primi anni dell’esistenza della Società Antroposofica, essa non poteva fare altro che parlare alle persone come persone inizialmente; non poteva subito ramificarsi nei vari campi, doveva prima dal suo centro parlare da uomo a uomo. Doveva prima, potremmo dire, aver conquistato un certo terreno nel mondo, vale a dire nel mondo dei cuori umani, prima che su un campo singolo potesse essere coltivato qualcosa. Allora era, poiché appunto l’antroposofia è qualcosa che può agire in modo fecondo in tutti i campi della cultura e della civiltà, la cosa naturalmente data che anche scienziati in essa si presentassero e operassero per la scienza. Ma ora, cari amici miei, si può di nuovo essere uno scienziato completamente distinto entro la Società Antroposofica e lasciar completamente fuori dallo sguardo i fondamenti della Società Antroposofica come tale. Si può proprio come scienziato in modo distinto trasferire gli insegnamenti antroposofici su chimica, fisica e così via e si può essere il cattivo antroposofo più possibile. E proprio in questo campo abbiamo sperimentato che gli scienziati distinti ci hanno sottratto tutte le loro forze, hanno sottratto alla madre tutte le forze, hanno sottratto tutte le loro forze di operosità, non hanno partecipato alla cura e coltivazione della Società Antroposofica come tale.

Coloro che da semplici cuori umani cercano poi l’antroposofia entro la Società Antroposofica sono talvolta offesi dal fatto che questi scienziati ancora parlano con quell’approccio, con quel sottotono che portano dalla chimica, dalla fisica, dove pure c’è ancora sempre qualcosa di universalmente umano che è chimico, fisico, biologico o giuridico, ma che tuttavia è molto lontano dall’universalmente umano. Ma quello di cui abbiamo bisogno è che la madre non sia dimenticata. Poiché se la Società Antroposofica non avesse coltivato l’antroposofia per un anno e mezzo dal centro, l’antroposofia come tale — gli scienziati non avrebbero potuto stabilirsi sul suo terreno. L’antroposofia ha dato loro quello di cui avevano bisogno. Dovrebbero esserne consapevoli che devono di nuovo riconsegnare attraverso la loro collaborazione alla Società Antroposofica quello che hanno trovato per la scienza dall’antroposofia. E così possiamo proprio guardare ai più svariati campi e dobbiamo confessarci: L’antroposofia ha — scusate la parola che appare banale, ma nemmeno nella vita è così banale — proprio dal 1919 in poi avuto molti figli, ma i figli erano poco consapevoli della madre. E oggi siamo di fronte alla nostra tremenda disgrazia: abbiamo dinanzi a Dornach la rovina che spezza il cuore del Goetheanum, e abbiamo dinanzi anche la Società Antroposofica; anche se è stata ingrandita infinitamente nel numero dei membri negli ultimi tempi, abbiamo la Società Antroposofica senza saldezza interna, anche con qualcosa di rovinoso in sé.

Naturalmente, possiamo ancora riunirci in rami antroposofici, possiamo ancora ascoltare l’antroposofia, ma quello che oggi esiste, ciò può in un attimo essere cancellato dai nemici, se non pensiamo a questo di fronte alla disgrazia odierna, di cui ho dovuto parlare oggi. Così era la parola della tristezza, la parola del dolore, che ho dovuto rivolgervi oggi. Ho dovuto parlarvi in forma diversa da come altrimenti negli ultimi tempi vi ho parlato da questo luogo. Ma quello che è accaduto, e quello che accompagna l’accaduto, mi costringe a far terminare il detto nelle parole del dolore, della tristezza, che sono veramente profondamente fondate, profondamente fondate come la parola di gratitudine verso tutti coloro che attraverso il loro amore o il loro lavoro nella costruzione del Goetheanum e nell’incendio hanno contribuito. Allo stesso modo profondamente fondata come la parola del riconoscimento di tutto quello che proprio negli ultimi tempi nei vasti circoli dei membri antroposofici in modo commovente si è manifestato, altrettanto profondamente fondata è oggi la parola in cui il dolore ha dovuto terminare, e che non deve essere una parola di critica o di rimprovero verso alcuna parte, ma una parola di ricerca di coscienza, una parola di consapevolezza della responsabilità. Nemmeno una parola deve essere per abbattere, ma per rialzare nei nostri cuori, nei nostri spiriti le forze che possono sostenerci come Società Antroposofica, e precisamente come Società Antroposofica.

Poiché non dobbiamo diventare un circolo di pedagoghi, un circolo di rinnovatori religiosi, un circolo di scienziati, un circolo di giovani e anziani e di mezzo: dobbiamo essere una comunità antroposofica che è consapevole di dove attinge e con che cosa sostanzialmente alimenta i suoi Movimenti-figlia. Dobbiamo esserne fortemente consapevoli! E se le fiamme di Dornach veramente ci bruciano profondamente il cuore, allora voglio che questo incendio nei nostri cuori — permettetemi questo desiderio di esprimerlo oggi a voi, cari amici miei — , indurisca in noi le forze per il raggiungimento della consapevolezza che soprattutto tutti insieme dobbiamo lavorare antroposoficamente. Poiché anche i singoli Movimenti specializzati si sottrarrebbero le loro forze, se non fossero consapevoli della madre. Certamente, deve essere ammesso che a causa delle difficoltà di tali cose la madre sia stata spesso dimenticata proprio da coloro che sono chiaramente i suoi figli. Ma se al momento giusto, che forse ancora esiste ma presto non esisterà più, avviene un pentimento, se sorge la consapevolezza che entro la Società Antroposofica si deve lavorare antroposoficamente, che soprattutto l’incarico generale è di riunire l’uomo con i raggi dello spirito che secondo lo sviluppo dell’umanità oggi vogliono scendere a noi dalle altezze divine-spirituali, se su questa consapevolezza, su questo incarico al momento giusto le forze vengono indurite attraverso le fiamme di Dornach che bruciano anche nei nostri cuori, allora nonostante tutta l’opposizione tremenda qualcosa sarà raggiunto.

Possa essere così, cari amici miei! Ma possa anche sentire con il giusto carattere serio quello che, potremmo dire, con il cuore profondamente addolorato ho dovuto rivolgervi oggi. Possa questo in voi diventare forza di lavoro, volontà di lavoro, volontà di stare insieme proprio nel campo del movimento antroposofico. A nessuno deve essere fatto un torto dicendogli che è un membro distinto nel lavoro del «Giorno che viene», nella scuola Waldorf, o un operatore distinto nel campo del rinnovamento religioso o in un altro campo. Ma tutti questi, accanto a coloro che non hanno intrapreso un campo speciale, e anche coloro che sono vecchi e giovani e di mezzo, possano tutti diventare consapevoli della madre, vale a dire della Società Antroposofica stessa, da cui tutto deve scaturire ed entro cui tutti gli specialisti devono cooperare. Troppo specialismo, senza che sia stato notato nel modo giusto, è cresciuto fra noi; tanto grande che già è di nuovo piccolo, poiché ha dimenticato la madre troppo. Possa l’incendio di Dornach essere un segno della volontà di indurire le nostre forze nel senso della Società Antroposofica, di indurire per una sincera, onesta collaborazione.

2°La formazione del giudizio scientifico-spirituale

Stoccarda, 30 Gennaio 1923

Era effettivamente mia intenzione di presentare oggi solo argomenti dalla scienza dello spirito di fronte a voi, dal momento che avevo già sviluppato qui, otto giorni fa, quello che era necessario dire sul nostro doloroso evento e sugli altri affari correnti della Società Antroposofica. Ma mi si presenta comunque la necessità di premettere almeno introduttivamente alcuni argomenti riguardanti le questioni socio-antroposofiche. Ieri ero ancora presente alla seconda parte dell’assemblea tenutasi qui e ho visto come facilmente sorgono comprensioni errate di cose che si collegano all’essenza della Società Antroposofica, così come l’ho caratterizzata qui otto giorni fa, e che ritengo debbano ricevere una correzione non appena possibile. In un certo senso, quindi, quello che ho da dire oggi sera in modo introduttivo sarà comunque collegato all’essenza della concezione antroposofica della vita e forse contiene comunque qualcosa di utile per questo o per quell’altro. La questione più importante per me è anzitutto di collegare quello che è stato detto ieri sulla formazione del giudizio all’interno della Società Antroposofica. Indipendentemente da quello che dico io stesso, è stato richiesto che ogni singolo membro della Società Antroposofica si formi giudizi indipendenti su varie questioni, incluse quelle che riguardano la Società stessa. Ora, non c’è certamente nulla di più legittimo di questo. Ma quando una tale richiesta viene presentata, una che, come detto, è talmente legittima per principio, una contro cui nulla di male deve essere eccepito dalla definizione, così come è stata presentata ieri — che io voglio solo confermare — la questione non riguarda soltanto il contenuto di quanto è stato portato avanti, ma l’intero contesto in cui una tale cosa viene presentata. Qualcosa può essere vero, ma la questione è se, in un determinato contesto, vi sia una ragione per presentare una verità forse anche ovvia.

Si può certamente presentare ogni verità isolatamente. Ma quando esiste un certo contesto, allora questa verità riceve la sua colorazione immediata da tale contesto e allora proprio il luogo in cui si presenta una tale verità può generare il più grave malinteso. Questo punto di vista sulla formazione del giudizio fu presentato nel contesto della conferenza che ho tenuto a Dornach il 30 dicembre dell’anno scorso sulla relazione della Società Antroposofica con il movimento per il rinnovamento religioso. E fu osservato che i membri dovrebbero rendersi indipendenti, riguardo alla formazione del loro giudizio, da quello che io stesso do come giudizio. Ebbene, come detto, questo è completamente legittimo. Ma, così come è stato presentato, transgredisce nel senso più intenso la disposizione d’animo che deve veramente seguire dal comprendere il nucleo della concezione antroposofica del mondo. Poiché la concezione antroposofica del mondo non riguarda il fatto che abbandoniamo lo sguardo da un’immagine della concezione del mondo che oggi possiamo acquisire dalla cultura esterna, e lo dirigiamo verso un’altra immagine, che poi comprendiamo nello stesso tipo di concetto, nello stesso modo di rappresentazione come la prima immagine, che è semplicemente un’altra concezione del mondo. Bensì — e ciò deve diventare chiaro da tutta la posizione che la concezione antroposofica assume — con l’antroposofia si tratta non solo di pensare diversamente in molti rispetti da quanto altrimenti si pensa, ma soprattutto di pensare questa diversità in un modo diverso, di sentirla in una diversa disposizione d’animo. Ripensare e sentire diversamente, questo è quello che è necessario per l’antroposofia, non solo pensare diversamente e sentire diversamente.

Chi ha l’inclinazione a esaminare l’atteggiamento della stragrande maggioranza dei miei discorsi, scoprirà che mi attengo con massimo rigore a quello che ho appena enunciato, e che è nella particolarità della concezione antroposofica del mondo stessa che le cose si presentino cosicché la formazione del giudizio proprio non sia in alcun modo compromessa da questo tipo di presentazione. Percorrete la maggioranza dei miei discorsi, persino quelli che trattano un argomento come il discorso del 30 dicembre 1922, e troverete che il contenuto principale di tutti i miei discorsi è l’enunciazione di fatti — presento fatti, fatti del mondo soprasensibile o fatti che provengono dal mondo sensibile o storico — e che dispongo la presentazione di questi fatti cosicché sulla base di essi l’ascoltatore o il lettore sia sempre in grado di formarsi il proprio giudizio, poiché rinuncio a influenzare questo giudizio anche nel minimo grado. Uno dei cicli di conferenze tenuti a Dornach porta addirittura il sottotitolo: Presentazione di fatti che vengono sottoposti a una formazione di giudizio, o qualcosa del genere. Poiché questo è il caso, spesso accade qualcosa di completamente diverso dal fatto che uno possa dire che egli ha presentato questo o quello come corretto. Accade invece il contrario: uno trae il giudizio di una cosa dai miei discorsi, l’altro trae il giudizio di un’altra cosa, e ognuno ritiene di avere ragione, forse ha anche ragione dal suo punto di vista, poiché per me non si tratta mai di condurre un giudizio in una certa direzione, ma si tratta sempre di fornire la base fattuale per la formazione di un giudizio.

Mi espongo quindi volutamente al pericolo che uno legga una cosa dalla mia serie di fatti e un altro legga un’altra cosa. Poiché per me si tratta veramente solo di comunicare fatti, e chi è inclinato a osservare le cose vedrà che io propriamente esprimo giudizi solo quando si tratta di correzioni o di difese. Questo deve essere così, poiché una concezione del mondo come quella antroposofica deve rimanere fortemente consapevole della connessione temporale in cui è collocata. Viviamo nell’epoca dello sviluppo dell’anima cosciente, cioè di quella disposizione d’animo interiore in cui, soprattutto, tutto dipende dal fatto che gli uomini come individui si formino il proprio giudizio dagli impulsi delle loro anime, che gli uomini imparino a lasciar agire i fatti su di sé in modo imparziale, al fine di formarsi il giudizio dalla piena coscienza. Da questa consapevolezza dell’ingresso dell’umanità nello sviluppo dell’anima cosciente è derivato lo stile delle mie presentazioni. Perciò, come detto, l’uno può formarsi questo giudizio, l’altro può formarsi quell’altro giudizio. Cerco di presentare i fatti il più chiaramente possibile. Non vi è questione di dover o non dover da alcun campo. Poiché l’antroposofia non esiste per l’agitazione: l’antroposofia esiste per comunicare la verità. Ho sottolineato spesso questo per altri campi. Ho enfatizzato che non agito né per l’alimentazione carnea né per il vegetarianismo. Quando espongo come il vegetarianismo agisce sull’uomo, come l’alimentazione carnea agisce sull’uomo, lo faccio per presentare la verità, per presentare i fatti. Se un uomo conosce sufficientemente i fatti, allora può formarsi il proprio giudizio nell’epoca dello sviluppo dell’anima cosciente. Appartiene veramente all’essenza della concezione antroposofica del mondo il fatto che si sia completamente chiari su questo punto. E così anche il 30 dicembre 1922 a Dornach ho semplicemente cercato di sviluppare quale sia la relazione della Società Antroposofica con il movimento per il rinnovamento religioso. Non ho orientato il mio discorso verso il movimento per il rinnovamento religioso, ma verso la Società Antroposofica stessa. Da questo indirizzo, per così dire, e dal mio principio generale di stare aderenti ai fatti il più possibile, quel discorso di allora è stato composto, e chi lo legge lo sentirà. Se ora uno debba fare una cosa o l’altra, è completamente in libera decisione di ogni singolo; questo si evince da quel discorso, e io ho parlato con la massima chiarezza qui otto giorni fa. È quindi necessario che, quando su un campo antroposofico si presenta un’affermazione sotto responsabilità, si consideri il contesto. Non si faccia dunque, in connessione con quello che nel senso più stretto intende stare sul terreno dell’antroposofia, l’osservazione che uno si forma un giudizio indipendentemente da ciò di cui Steiner parla.

Poiché se questi non è in difesa o non è altrimenti costretto a correggere l’una o l’altra cosa, parlerà sempre cosicché anche dopo che ha parlato, il singolo è addirittura obbligato a formarsi il proprio giudizio, perché non gli è data nemmeno la possibilità di formare un giudizio dipendente. Sottolineare questo è molto più importante e sostanziale per l’intera disposizione antroposofica di quello che ieri è stato enfatizzato da alcuni qui e che per la sua incongruenza può generare molti germi di malintesi. È straordinariamente importante che io presenti una volta questo come qualcosa che appartiene per principio all’antroposofia. Ma allora c’è un’altra considerazione. Nella formazione di un giudizio proprio, non dipende solo dal fatto che uno sia sicuro di aver formato questo giudizio da se stesso, ma ugualmente dipende dal fatto che uno sia sicuro che, quando esprime questo giudizio, abbia considerato tutto quello che può portare alla formazione di tale giudizio. Uno può in fin dei conti avere un giudizio proprio. Il giudizio proprio deve essere corretto, per quanto può essere corretto secondo le possibilità di osservazione dei fatti che stanno alla base, o anche secondo la necessità di escludere i fatti che chiaramente non possono stare in piedi, perché non sono come dovrebbero essere, se il giudizio corrispondente fosse pronunciato. E così devo già enfatizzare — dico esplicitamente che quello che dico oggi introduttivamente lo dico solo per dovere, non per inclinazione: Se ieri è stato detto che vari comunicati sull’altro lato, cioè sul movimento religioso, sono giunti a Dornach e che anche quello che io ho detto potrebbe essere stato influenzato o caratterizzato da sfumature da tali comunicati, questo non è corretto. Poiché completamente indipendentemente — chiunque abbia l’intenzione di affrontare la cosa senza pregiudizi lo capirà — completamente indipendentemente da tali comunicati, questo discorso è stato composto. E la terza cosa che è stata anche presentata in connessione con questo discorso è questa: che un lato avrebbe avuto l’opportunità di parlare delle questioni, l’altro no. E se non sbaglio, per esempio è stato menzionato il corpo insegnante della Scuola Waldorf, che avrebbe sempre avuto l’opportunità di parlarmi della questione.

La verità è che non ho affatto parlato con il corpo insegnante della Scuola Waldorf sulla questione fino alla tenuta di questo discorso. È stato di nuovo emesso un giudizio che non corrisponde ai fatti. Si potrebbe credere che, poiché naturalmente mi incontro più spesso con il corpo insegnante della Scuola Waldorf, avrei avuto più spesso l’opportunità di parlarle di questa questione. Ma in tali incontri, come è naturale, i problemi pedagogici e didattici formano il contenuto di quello che viene discusso. E soprattutto, in queste discussioni, nessun pettegolezzo antroposofico forma alcun contenuto. Per dovere, dico, queste cose devono essere enfatizzate, poiché si collegano all’essenza dell’opera antroposofica e poiché noi ora abbiamo proprio il compito di auspicare almeno quello che può portare una certa guarigione all’opera antroposofica all’interno della Società Antroposofica. Naturalmente potevo aspettarmi che da parte responsabile, che era in grado di farlo, subito dopo la fondazione del movimento per il rinnovamento religioso all’interno della Società Antroposofica, venissero dati i necessari chiarimenti. A me stesso questo non competeva. Colui che ha sentito in modo appropriato le mie parole conclusive, che ho pronunciato dopo che il rinnovamento religioso era stato avviato, può saperlo meglio. Mi è sempre molto spiacevole quando sono costretto ad allontanarmi dalla comunicazione dei fatti e a esprimere cose come quelle che mi sono state strappate ieri. Ma in questa comunità si riversa su di me tutto il peso di quello che è connesso con l’opera antroposofica. E se non viene contribuito in misura sufficiente alla correzione proprio di quei malintesi che non si notano così facilmente come quelli grossolani, allora non avanziamo comunque nell’opera antroposofica. E dobbiamo avanzare nell’opera antroposofica, altrimenti naturalmente dovrebbe rimanere il fatto che l’edificio di Dornach è andato a fuoco.

Una ripresa del lavoro dipende interamente dal fatto che la Società Antroposofica si rafforzi in se stessa, che si liberi soprattutto da quei malintesi che colpiscono il suo nervo vitale. E colpisce il suo nervo vitale quando, per esempio, non si nota quale principio giace in ciò: di fronte alle rivendicazioni dello spirito dei tempi nello sviluppo dell’anima cosciente, di parlare veramente onestamente nel senso come ho indicato questo parlare per ciò che veramente è etico del nostro tempo nella mia «Filosofia della libertà». Non mi sono esposto facilmente al rimprovero, che naturalmente viene rivolto dal lato banausico, contro quello che ho presentato contro l’etica dei comandamenti. Ma ogni singola mia frase — mi sforzo sempre di questo — è formata così da rispettare rigorosamente la libertà nell’uomo, persino soltanto riguardo alla formazione del pensiero e dei sentimenti intesi nella mia «Filosofia della libertà». Perciò devo attirare l’attenzione sul fatto che è inopportuno, nel contesto con un tale discorso come quello che ho tenuto il 30 dicembre 1922, portare avanti la questione dell’influenzamento del giudizio dei membri della Società Antroposofica. Certamente, in molte altre, in molte altre occasioni ciò può essere portato avanti. Ma se accade nel contesto di tale discorso, allora si generano malintesi, poiché si copre la verità che da me è ricercata come sacra: che nessun giudizio sia influenzato rispetto a quello che io stesso ho da dire come il più importante all’interno della Società Antroposofica.

Con questo stesso intendimento ho anche solo voluto esprimere le mie intenzioni, che quello che giace alla base della formulazione di quello che cerco di dare, si risolve sempre nel non influenzare il giudizio di nessuno. Perciò nessuno ha nemmeno bisogno nel contesto del mio discorso di essere avvertito di mantenere questo giudizio libero. Ebbene, direi nello stesso spirito da cui ho parlato, vorrei ora anzitutto presentare qualcosa sulla formazione di un giudizio geisteswissenschaftlich in generale, intendo un tale giudizio che vuole esprimere una verità geisteswissenschaftlich. Si viene sempre colpiti in modo molto strano quando si nota quanto scarsi sono i sentimenti per la serietà con cui vengono espresse le verità geisteswissenschaftlich. Per l’espressione di un qualunque giudizio nel mondo ordinario, che si osserva attraverso i sensi, vi è il compito di acquisire questo giudizio attraverso l’osservazione o la logica in un determinato momento della vita. Ed è pienamente legittimo acquisire un tale giudizio attraverso l’osservazione e la logica su cose della realtà sensibile o storica. Con il geisteswissenschaftlich non può veramente essere così. Lì non è sufficiente una volta sottoporsi alla formazione di un giudizio: c’è un’altra cosa sostanzialmente necessaria. Lì è necessario quello che vorrei chiamare la duplice fusione del giudizio. E questa fusione non accade di regola dopo brevi periodi, ma per lo più dopo lunghi periodi.

Si forma un certo giudizio secondo i metodi ordinari, che voi conoscete dalla mia presentazione in «Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?» o dalla seconda parte della mia «Scienza occulta»; si giunge, dico, attraverso tali metodi a un certo giudizio su processi o esseri spirituali. Ora, propriamente, uno ha l’obbligo di tenere questo giudizio inizialmente a se stesso, di non esprimerlo. Sì, uno ha persino l’obbligo interno di trattare questo giudizio di fronte a se stesso così da prenderlo inizialmente come un semplice fatto e di non avvicinarsi a esso né con assenso né con rifiuto. Allora, dopo un certo tempo, forse dopo anni soltanto, uno arriverà a compiere nel proprio mondo dell’anima la prima fusione di questo giudizio, di approfondirlo, sì, di trasformarlo in molti rispetti. Questo giudizio, anche se rimane sostanzialmente lo stesso nella sua fusione, assumerà un’altra sfumatura di partecipazione interiore, di calore interno assegnatogli, per esempio. In ogni caso, dopo questa prima fusione, si incorporerà nella vita dell’anima in modo diverso da quando fu afferrato inizialmente, e si avrà il sentimento: ti sei separato da questo giudizio in una certa misura. — Se la prima fusione dura anni, allora uno naturalmente non può continuamente far rotolare questo giudizio nella propria anima. Questo giudizio naturalmente scende nell’inconscio. Questo giudizio conduce una vita propria indipendente dall’Io.

Tale giudizio deve, per così dire, condurre una vita indipendente dall’Io proprio. Uno deve lasciar vivere un tale giudizio senza esserne presente. Attraverso ciò si fonde fuori dal giudizio l’egoità. Lo si consegna a quello che è oggettivo in se stessi, mentre nell’osservazione iniziale e nel primo arrangiamento logico del giudizio l’egoità, il proprio Io, agisce sempre e gioca sempre un ruolo. E poi, quando il giudizio è stato fuso per la prima volta — come detto, forse dopo anni — allora si noterà: questo giudizio ritorna, ti viene incontro dalle profondità dell’anima come un qualsiasi fatto del mondo esterno. L’hai perso nel frattempo, lo trovi di nuovo. Lo trovi di nuovo in modo che ora ti dice: mi hai compreso in modo incompleto, forse inizialmente mi hai formulato erroneamente; io stesso mi sono auto-corretto. — Questo giudizio, che dispone la sua propria vita nell’anima umana, cercherà il vero geisteswissenschaftler. Pazienza, molta pazienza appartiene a una tale fusione del giudizio, poiché, come detto, è spesso possibile realizzare questa fusione solo dopo anni, e la consapevolezza che deve essere sviluppata nella geisteswissenschaft richiede precisamente che uno non si lasci parlare, ma lasci che le cose parlino.

Ora, miei cari amici, quando uno ha così fuso un giudizio, allora proprio verso questo giudizio fuso, per così dire, che si avvicina a uno nuovamente dall’oggettività, si prova il forte sentimento: uno è con questo giudizio, sebbene lo si sia lasciato tornare obiettivamente a se stessi, pure dentro di sé. E ancora può sempre accadere che uno si senta completamente incapace di dare già un tale giudizio su una questione geisteswissenschaftlich. Poiché infatti si ha il compito di lasciar parlare le cose e non di lasciarsi parlare. Perciò si aspetta la seconda fusione del giudizio, fino a cui può sotto circostanze di nuovo richiedere anni. Così che dopo la seconda fusione del giudizio si ha una terza forma del giudizio. Allora si noterà una differenza significativa tra quello che accade nel periodo tra la prima formazione del giudizio e la prima fusione, e tra la prima fusione e la seconda fusione. Si noterà infatti che in modo relativamente facile tra il primo afferrare e la prima fusione si poteva richiamare il giudizio nuovamente alla memoria. Tra la prima fusione e la seconda fusione si ha la massima difficoltà nel richiamare il giudizio di nuovo alla memoria, poiché scende in profondità, profonde fondamenta dell’anima, in fondamenta dell’anima in cui un giudizio inizialmente facilmente raccolto dal mondo esterno non scende affatto. Un tale giudizio fuso scende in profonde fondamenta dell’anima. E lì si impara per la prima volta, quando poi si vuole portare un tale giudizio tra la prima fusione nella memoria, come spesso sia necessaria una lotta per richiamare un tale giudizio. Per giudizio intendo ora la visione del fatto intero, quando riguarda un fatto geisteswissenschaftlich.

Poi, quando si ottiene il giudizio nella terza forma, si sa: questo giudizio era presso la cosa o il processo a cui si riferisce. Il giudizio tra il primo afferrare e la prima fusione è rimasto ancora presso se stesso; ma tra la prima e la seconda fusione il giudizio è scomparso nella cosa spirituale oggettiva o nell’essere spirituale oggettivo, e si nota: la cosa stessa restituisce a se stesso con questa terza forma il giudizio, che allora è una visione. E solo allora ci si sente propriamente chiamati, rispetto ai fatti geisteswissenschaftlich, a fare una comunicazione della visione rispettivamente del giudizio. Si fa comunicazione soltanto quando si è compiuta questa duplice fusione e si è ottenuta la certezza che quello che si era inizialmente contemplato nella prima formazione, attraverso l’anima stessa ha percorso il cammino verso i fatti, verso le cose e da queste è ritornato nuovamente. Sì, un giudizio che viene dato in modo valido su un terreno geisteswissenschaftlich, uno ha innanzitutto mandato questo giudizio alle cose o esseri su cui intende parlare. Vedete, uno non rimarrà lontano da quello che ho appena detto, se afferri correttamente le presentazioni di fatti geisteswissenschaftlich essenziali e significativi. Se certamente uno legge cicli come si leggono i romanzi moderni, allora non riconoscerà dalla formulazione stessa che l’essenziale, la vera prova, giace in questa duplice fusione del giudizio. E allora uno dirà: questa è un’affermazione, non è una prova.

Sì, non c’è alcuna altra prova che il vivere, ma il vivere consapevole dopo la duplice fusione del giudizio; nessun’altra prova può essere messa in evidenza per lo spirituale. Poiché la prova dello spirituale consiste in un vivere. Non il comprendere. Il comprendere è secondo il sano senso comune accessibile a tutti dopo una presentazione sufficiente. Ma questa presentazione sufficiente deve dare la possibilità, dalla comprensione della cosa al sano senso comune di fornire tutti i punti di appoggio, in modo che da questo tipo di presentazione possa convincersi che attraverso il «come» del giudizio dato è garantita la sua verità. Fa sempre un’impressione straordinariamente strana quando arrivano persone e dicono: le verità geisteswissenschaftlich dovrebbero essere provate nello stesso modo come, ad esempio, le affermazioni su fatti esteriormente sensibili. Le persone che lo richiedono non conoscono nemmeno ancora la differenza tra quello che è una visione nel dominio spirituale, e quello che è una visione nel dominio sensibile o storico ordinario. Colui che impara l’Antroposofia noterà come la singola verità che è sostenuta si colloca nel contesto di tutta l’Antroposofia. E semplicemente in quello che ha imparato nel contesto, troverà una conferma di una nuova verità che ode. E di nuovo: la nuova verità reagirà indietro su quello che ha già sentito. E così il diventare consapevoli dell’Antroposofia è una crescita continua nella convinzione della verità dell’Antroposofia. Da una verità matematica si può essere convinti in un istante, ma quindi non ha nemmeno vita. L’Antroposofia è vita, perciò nemmeno la convinzione è conclusa in un istante, cioè vive, cresce continuamente. Vorrei dire:

la convinzione antroposofica è inizialmente un bambino, dove si è ancora molto incerti, dove si ha quasi solo una fede o solo una fede; allora questa convinzione cresce, imparando sempre più e più cose, gradualmente sempre più sicura e sicura. Questa crescita della convinzione antroposofica è appunto una testimonianza della sua vitalità interiore. E anche da ciò si deve riconoscere come uno non solo sente e pensa diversamente nel campo antroposofico rispetto ad altri campi oggi comuni, ma come si deve pensare diversamente, sentire diversamente, provare diversamente, essere disposto diversamente rispetto ad altri campi. In questo essere disposti diversamente giace l’essenziale della comprensione dell’Antroposofia, e da questa disposizione l’Antroposofia, vorrei dire, può tracciare i suoi cerchi nei vari campi della vita. Questo avranno prima di tutto da considerare coloro che, per esempio, come scienziati si sono dedicati al movimento antroposofico. Come tali scienziati non dovrebbero aspirare solo a elaborare un’immagine del mondo diversa da quella che la cosiddetta scienza esterna persegue, ma dovrebbero essere consapevoli che, soprattutto, hanno il compito di portare la disposizione antroposofica e la vitalità interna nell’interno delle varie scienze. Allora sarebbero in polemiche molto meno contro le altre scienze, piuttosto che in un plasmare quello nelle altre scienze, che appunto senza Antroposofia non può essere plasmato. Devo sottolineare questo in un tempo in cui viviamo in una crisi della Società Antroposofica, una crisi che non è poco contribuita dal comportamento dei circoli scientifici all’interno della Società Antroposofica. Devo anche sottolinearlo qui in questo luogo: attraverso la controversia sull’atomismo nella «Tre» la discussione naturalistico-scientifica è stata condotta su un binario morto. Poiché questa controversia, questa discussione non dovrebbe mai essere condotta in questo modo, in cui, vorrei dire, si scambiano le stesse forme di pensiero da una parte all’altra e sotto circostanze persino il cosiddetto avversario ha ancora ragione sul più importante.

Quello che conta oggi è che proprio la scienza fisica nelle sue realtà — se la si prende come è, senza polemizzare contro di essa — fornisce precisamente la base più importante per la concezione antroposofica, mentre il polemizzare, senza portare la disposizione antroposofica all’interno, finisce su un binario morto, come doveva finire e come è finito nella polemica che è stata sviluppata nella «Tre». Vorrei anche sottolinearlo per l’altra ragione di principio, affinché appaia che in questo rispetto posso dire certamente: non si può addossare tutto a me quello che viene fatto nel campo antroposofico! Poiché io rispetto la libertà degli uomini — ma quando qualcosa porta al danno, allora devo anche avere il mio libero giudizio, poterlo esprimere. Nel campo antroposofico deve regnare un’indipendenza completa, non una sorta di opportunismo e meno che mai un cameratismo nel senso come, altrimenti spesso, è il caso nella trattazione di questioni scientifiche. Ebbene, miei cari amici, ho detto: quando si esprime l’Antroposofia, si deve sempre essere consapevoli che viviamo nel presente punto nel tempo della Bewusstseinsseele, cioè: il razionale, l’intellettuale è diventato la disposizione d’animo più eccellente degli uomini. Giudichiamo effettivamente — gli inizi di questo risalgono ad Anassagora nell’antica Grecia — in tempi più recenti cosicché facciamo passare tutto, anche i risultati dell’osservazione, attraverso l’intellettualità. E prendiamo quello che oggi avete come scienza razionale, prendiamo le scienze più razionali, le matematiche, prendiamo però anche quello che nelle altre scienze esiste attraverso il razionalismo, che lavora l’empiria: allora potete formare la rappresentazione del vero contenuto di pensiero del nostro tempo. Ma questo contenuto di pensiero del nostro tempo, come l’assumono già i piccoli bambini a scuola — poiché è così — , questo contenuto di pensiero del nostro tempo è, approssimativamente, entrato in un determinato momento nello sviluppo dell’umanità.

Possiamo indicare chiaramente il primo terzo del quindicesimo secolo: lì questo intellettualismo è emerso in tutta chiarezza. Prima, gli uomini, anche quando avevano pensato il cosiddetto scientifico, pensavano molto più in immagini, che rappresentavano le stesse forze di crescita delle cose, non in concetti astratti, come oggi naturalmente dobbiamo fare. Ebbene, questi concetti astratti, che ci educano interiormente al pensiero puro, di cui ho parlato appunto nella mia «Filosofia della libertà», questi concetti astratti rendono possibile che diventiamo esseri liberi. Quando gli uomini non potevano ancora pensare in astrazioni, erano con tutta la loro disposizione d’animo determinati, dipendenti. Gli uomini possono svilupparsi liberi solo dopo che interiormente non sono determinati da nulla, dopo che gli impulsi morali — potete leggerlo nella mia «Filosofia della libertà» — possono essere colti nel pensiero puro. Ma i pensieri puri non sono realtà, ma sono immagini. Le immagini non possono costringerci: noi stessi dobbiamo determinare le nostre azioni; le immagini non hanno nulla di coercitivo. L’umanità si è sviluppata da una parte al pensiero astratto, dall’altra parte alla libertà. Questo l’ho presentato spesso da altri punti di vista. Ma prima che l’umanità fosse progredita, durante la vita terrena, ad afferrare il pensiero astratto, durante la vita terrena attraverso la stessa facoltà che può afferrare il pensiero astratto, a giungere alla libertà, come era con essa allora? Allora l’umanità non afferrò pensieri astratti nella vita sulla terra tra la nascita e la morte; anche nell’antica Grecia questo non era ancora possibile, e ancor meno nei tempi precedenti. Allora l’umanità pensava completamente in immagini ed era corrispondentemente anche non dotata di quella consapevolezza interiore della libertà, che è emersa con il pensiero puro, cioè astratto. Il pensiero astratto ci lascia freddi. Quello che il pensiero astratto ci dà come capacità morale ci rende caldi nel senso più intenso, poiché rappresenta nel senso più alto la nostra dignità umana.

Com’era prima che il pensiero astratto con la libertà venisse sull’umanità? Ebbene, sapete: quando l’uomo passa attraverso la porta della morte, allora nei primi giorni, dopo che ha lasciato il suo corpo fisico, ha ancora il corpo eterico con sé, e ha come in una revisione comprensiva, non in una pittura dettagliata, ma in immagini universali compensative tutto il suo percorso di vita, che ha percorso, per quanto se ne ricorda, davanti a sé. Questo quadro di vita il defunto immediatamente l’ha davanti a sé come contenuto di immagine per diversi giorni. Sì, miei cari amici, così è oggi. In quel tempo in cui gli uomini qui sulla terra avevano contenuto di immagine, avevano immediatamente dopo la morte quello che l’uomo odierno vive, il razionale, la comprensione logica del mondo, che non avevano tra la nascita e la morte, nella revisione davanti a sé. Questo è qualcosa che ci conduce nel senso più eminente alla comprensione dell’essenza dell’uomo. Quello che l’uomo di un’epoca storica più vecchia, non solo dei tempi antichi, aveva solo dopo la morte — una breve revisione in concetti astratti e l’impulso della libertà, che gli rimaneva poi per la vita tra la morte e una nuova nascita — , questo si è insinuato durante lo sviluppo dell’umanità nella vita terrena. Ciò appartiene ai segreti dell’esistenza: che il soprasensibile si insinua continuamente nel sensibile. Quello che oggi è esteso sulla vita terrena, la facoltà dell’astrazione e della libertà, era qualcosa che presso un’umanità più vecchia dopo la morte prima entrava nel possesso umano con questa revisione, mentre oggi l’uomo durante la vita terrena tra la nascita e la morte ha la razionalità, l’intellettualità e la libertà e perciò una mera revisione di immagini dopo la morte. Così le cose si insinuano l’una nell’altra. Continuamente il reale concretamente soprasensibile si insinua nel sensibile. Da ciò potete vedere come l’Antroposofia, puramente obiettivamente dall’osservazione dello spirituale, estrae i fatti di cui parla, come nulla inizialmente confluisce da arbitrio soggettivo nel trattamento di questi fatti.

Ma quando abbiamo questi fatti, non agiscono sul nostro sentimento, non agiscono sui nostri impulsi di volontà? Possiamo dire dell’Antroposofia che sia una mera teoria? Come sembra teorica, se diciamo semplicemente: l’uomo contemporaneo è l’uomo dell’astrazione e della libertà! Come è permeato di sentimento artistico e di pietà religiosa quando impariamo a sapere: quello che ci dà come uomini attuali in questa vita terrena la libertà e la capacità dell’astrazione, è quello che attraverso la porta della morte nella direzione opposta a quella in cui noi stessi andiamo, quando attraversiamo questa porta della morte, dai mondi celesti è stato tirato nella realtà terrestre. Noi passiamo attraverso la porta della morte nei mondi spirituali. La nostra libertà e la nostra capacità di astrazione è un dono celeste, che è stato tirato nei mondi terreni dai mondi soprasensibili. Questo ci pervade con un sentimento di quello che siamo come uomini, mentre può veramente penetrarci intimamente con la consapevolezza non solo che portiamo uno spirituale in noi, ma da dove abbiamo questo spirituale. Voltiamo lo sguardo alla morte e diciamo: quello che giace oltre questa morte, un’umanità più vecchia l’ha conosciuto in un modo completamente definito dopo la morte, è ora stato tirato dentro, e l’uomo contemporaneo l’impara tra la nascita e la morte. — E in questo modo, poiché il celeste, l’intellettualità e la libertà, si è ritirato nella vita terrena, per l’umanità è diventata necessaria un’altra forma di guardare alla divinità, di quella che era il caso prima. E questa altra forma di guardare alla divinità è diventata possibile per l’umanità attraverso il Mistero del Golgota. Poiché il Cristo è stato tirato nella vita terrena, può santificare quello che dai mondi soprasensibili è stato tirato dentro e che altrimenti tradurrebbe l’uomo all’arroganza e a tutto il male possibile. Viviamo in un tempo dove dobbiamo capire: dal Cristo-impulso deve essere permeato quello che è il nostro sacro nel presente: la facoltà di afferrare concetti puri e la facoltà della libertà. Il Cristianesimo non è compiuto: il Cristianesimo è proprio grande per il fatto che gli impulsi individuali di sviluppo dell’umanità devono dopo e dopo essere permeati da questo impulso di Cristo.

L’uomo deve imparare a pensare puro con il Cristo, a essere un essere libero con il Cristo, poiché altrimenti non nella giusta forma quello che per lui dai mondi soprasensibili è stato tirato nel sensibile, in connessione con il mondo soprasensibile percepisce. Qui stiamo come uomini, se guardiamo a noi stessi, e sappiamo come uomini moderni: il soprasensibile è attraverso la porta della morte nella direzione opposta a quella in cui noi stessi andiamo, quando attraversiamo la porta della morte, nella vita terrena è stato tirato dentro. Questo è quello che accade in noi uomini. Quello che accade nel mondo è che dalle altezze spirituali il Cristo, il sole spirituale è stato tirato nei mondi terreni, affinché quello che umano dai mondi soprasensibili nel sensibile è stato tirato, si trovi con quello che cosmicamente dai mondi soprasensibili nel sensibile è stato tirato, affinché l’uomo nel modo giusto si trovi insieme con lo spirito del cosmo. Poiché solo allora l’uomo nel modo giusto può stare nel mondo, quando lo spirito in lui correttamente lo spirito fuori di lui trova. Lo spirito che per l’umanità vecchia dopo la morte ha vissuto, può dall’umanità contemporanea correttamente solo nel possesso della vita terrena venire, quando l’uomo nello stesso tempo da quello che come Cristo sulla terra è stato tirato dai mondi, da cui razionalità e intellettualità e libertà nella vita umana tra nascita e morte è stato tirato, viene irradiato e illuminato. Così l’Antroposofia comincia dappertutto con la scienza, vivifica le sue rappresentazioni artisticamente e finisce con l’approfondimento religioso; comincia con quello che il capo può afferrare, si avvicina a quello che nel più ampio ambito la parola può plasmare, e finisce con quello che il cuore con calore permea e il cuore nella sicurezza conduce, affinché l’anima dell’uomo possa trovarsi in ogni momento nella sua vera patria, nel regno dello spirito. Così dobbiamo sulla via dell’Antroposofia imparare a partire dalla conoscenza, elevarci all’arte e terminare nella pietà religiosa.

Che oggi non si voglia ciò crea i nemici dell’Antroposofia. Questi nemici hanno una certa particolarità. Vi ho presentato cose serie, posso, poiché sta così vicino, non concludere con serietà, sebbene le cose siano più serie di quanto comunemente si pensi. Ma il contrasto deve spesso presentarsi davanti alla nostra anima tra la serietà di vero sforzo antroposofico e quello che il nostro contemporaneo spesso fa di questo sforzo antroposofico. Talvolta c’è qualcosa di grottesco, forse, se non ne avessimo così bisogno di difendercene, anche semplicemente divertente. Sono talvolta costretto a gettare anche una piccola luce sul mondo esterno, su cui ognuno può poi pensare il suo. E così voglio concludere questa considerazione molto seria oggi con un’osservazione non completamente seria. Era poco tempo fa, quando il nostro caro amico Wachsmuth mi portò a Dornach un grosso pamphlet contro l’Antroposofia e particolarmente contro me e alcune personalità che mi stavano vicino, e disse allora che non mi avrebbe lasciato questo libro, poiché non mi vuole ferire con l’imposizione di leggerlo, dato che sia un’opera più rozza di altre. Ebbene, io non ho visto di nuovo questo libro. Herr Wachsmuth l’ha portato via allora, e non mi sono preoccupato di più. Ma invece ieri ho guidato in compagnia di Signora Dottore Steiner e Signor Leinhas attraverso Friburgo; ci fermammo lì un po’, sedevamo a un tavolo. A un tavolo vicino sedevano due signori, di cui uno [passo testuale poco chiaro, vedi Nota a p. 217]. Noi non eravamo particolarmente interessati a queste persone, se ne andarono un po’ prima di noi, e dopo che se ne erano andati, il cameriere mi portò un libro: dovrebbe consegnarmelo dai due signori che erano seduti lì.

Signor Leinhas ha chiesto chi fossero i signori, e ha scoperto che uno era Werner von der Schulenburg. Davanti al frontespizio, sul risguardo: «I miei migliori saluti, l’autore». Vedete, miei cari amici, questo accade anche a uno. Si ottiene da ciò forse un’idea di quali concetti del tatto attualmente — indipendentemente da tutto il resto — predominano tra quelli che si atteggiano come nostri nemici. Nel tempo recente davvero non ho avuto la possibilità di occuparmi molto dei miei nemici; poiché colui che ha seguito un poco la mia attività nel tempo recente avrà visto come ero molto impegnato nel tentativo di aggiungere molte nuove verità a quelle vecchie. E ciò richiede tempo, che non si può farsi rovinare, anche se il nemico fosse ancora così selvaggio. Poiché per l’acquisizione di verità antroposofiche è così, come ho descritto oggi nel corso del discorso. Se la Società Antroposofica permeata da questa consapevolezza, allora riceverà parte della forza, che nel presente sarà necessaria per la riorganizzazione di questa Società. E quella, miei cari amici, è molto necessaria. Non me ne abbiate a male, se ve lo ripeto anche oggi ancora una volta con insistenza.

3°La rivoluzione copernicana e le tre fasi del lavoro antroposofico

Stoccarda, 6 Febbraio 1923

Di fronte ai negoziati che qui attualmente si conducono per una sorta di riorganizzazione della Società Antroposofica, desidero oggi strutturare la mia conferenza in modo che possa forse essere utile a molti, per formarsi un giudizio indipendente in questi giorni decisivi. A questo scopo desidero oggi innanzitutto parlare in modo relativamente più riassuntivo e più breve di quanto abitualmente accada su basi antroposofiche, su ciò che desidero chiamare la terza fase del nostro lavoro antroposofico. E allora desidero parlarvi stasera di alcuni aspetti riguardanti le tre fasi del nostro movimento antroposofico. Oggi sentiamo molto spesso parlare di quel grande rivolgimento che la vita spirituale occidentale ha subito quando Copernico trasformò l’antica concezione del cielo in una più recente. E quando si vuole esprimere che cosa ciò significhi, si parla più o meno così: in un’epoca più antica l’uomo considerava innanzitutto la Terra come il dominio della sua conoscenza, ne faceva l’oggetto principale della sua considerazione conoscitiva e lasciava tutto il contenuto dello spazio celeste ruotare attorno alla Terra. Nei tempi moderni, per la visione umana, i corpi celesti si sono in certa misura enormemente allargati oltre il territorio che precedentemente era stato loro assegnato; la Terra è diventata come una sorta di granello di polvere nello spazio cosmico e l’uomo si sente sulla Terra, insignificante rispetto all’intero universo, in mezzo a migliaia e migliaia di mondi come su un granello di polvere di questo universo. Tuttavia, devo permettermi, per una presentazione schematica, di sottolineare ancora qualcosa — voglio per così dire caratterizzare soltanto il carattere della terza fase del nostro movimento antroposofico con ciò — : l’uomo, mentre da un lato ha ridotto la Terra nella sua considerazione a un granello di polvere dell’universo, d’altro canto ha perso la possibilità di formarsi giudizi conoscitivi sul resto dell’universo, se non quelli che rappresentano questo universo secondo i concetti della fisica, al massimo ancora secondo i concetti della chimica nei tempi più recenti.

Di tutto ciò che va oltre, di una considerazione che guardi all’animazione, alla spiritualizzazione di questo universo, l’uomo odierno — e ciò è naturale data la posizione generale della nostra conoscenza moderna — si astiene. Si perde la possibilità di collegare in alcun modo ciò che l’uomo designa come suo elemento spirituale e animico con ciò che ci risplende dalle stelle fuori nello spazio cosmico. L’antroposofia — potete vederlo dagli schizzi allusivi della mia «Scienza occulta nelle sue linee generali» — vuole nuovamente la permeazione d’anima e la spiritualizzazione di tutto l’universo, il collegamento del pensiero umano con i pensieri cosmici, il collegamento dell’anima umana con altre anime cosmiche, il collegamento dello spirito umano con altri spiriti cosmici, con la spiritualità creatrice dell’universo in generale: comprendere tutto ciò. L’antroposofia vuole dunque ancora una volta portare la possibilità di riconoscere lo spirito nell’universo. Mentre l’antroposofia si sforza di ciò, incontra sul suo cammino un forte ostacolo. Questo forte ostacolo desidero oggi caratterizzare in modo completamente imparziale. Sorgono persone che proclamano l’antroposofia a buon diritto, con pieno diritto, con entusiasmo. Tuttavia sottolineano che nella proclamazione della stessa stanno dando un insegnamento che non è inizialmente accessibile alla loro esperienza, che lo rappresentano come un insegnamento accessibile solo al ricercatore spirituale come tale. In tal modo si crea un conflitto con l’orientamento spirituale della civiltà odierna. La civiltà odierna rimprovera all’uomo di rappresentare in certa misura una concezione del mondo in virtù di un’autorità. Questo rimprovero verrebbe meno se si potesse comprendere a fondo da entrambi i lati che i risultati della ricerca spirituale, come sono intesi nell’antroposofia, devono sì essere trovati con metodi che il singolo deve acquisire in vari modi, ma che questi risultati possono tuttavia essere davvero compresi dalla mente umana veramente imparziale una volta che siano presenti.

Ma ciò che potrebbe essere trovato su un fondamento comune di genuina comprensione umana imparziale, tuttavia non sempre porterà a qualcosa di fruttuoso, se non sorga in particolare proprio sul fondamento dell’antroposofia qualcosa come un tipo diverso di atteggiamento da quello che assume molti di coloro che oggi proclamano l’antroposofia. Si tratta di quanto segue. Desidero richiamare l’attenzione sul mio libro «La filosofia della libertà», che è stato offerto al pubblico tre decenni fa. E desidero attirare l’attenzione sul fatto che in questo libro ho già indicato un tipo particolare di pensiero che è diverso da quello generalmente ammesso oggi. Quando oggi si parla di pensiero, specialmente quando ne parlano i circoli più autorevoli, si connette con questo concetto di pensiero una certa passività nell’atteggiamento dello spirito umano. Ci si abbandona come spirito umano all’osservazione esterna, si osserva o si sperimenta, e si collegano le osservazioni attraverso il pensiero umano, arrivando così a leggi naturali, e forse si disputa anche sulla validità di queste leggi naturali, sul loro significato metafisico o meramente fisico. Ma è un’altra cosa avere questi pensieri che ci si fa sulla natura — oppure davvero chiarirsi come l’uomo si relaziona a questi pensieri che forma sulla natura, pensieri che, così come li si forma oggi sulla natura, si possono formare solo nei tempi più recenti. Poiché i pensieri sulla natura di un’epoca più antica — ancora del XIII, XII, XI secolo dopo Cristo, erano del tutto diversi rispetto all’atteggiamento dell’anima umana. Pensare per l’uomo odierno significa seguire passivamente i fenomeni e formarsi rappresentazioni della loro regolarità o irregolarità. Si lasciano i pensieri sorgere in certa misura dai fenomeni, li si lascia presenti passivamente nell’anima umana.

Di contro a ciò, nella mia «Filosofia della libertà» ho sottolineato l’elemento attivo nel pensiero umano, ho sottolineato come la volontà incida sull’elemento del pensiero, come si possa diventare consapevoli della propria attività interiore nel cosiddetto pensiero puro, avendo nel contempo mostrato come da questo pensiero puro fluisce tutto ciò che in realtà può essere impulsi morali. Cosicché io ho cercato di mostrare come l’incidenza della volontà nel mondo passivo del pensiero, attraverso cui il risveglio del mondo passivo del pensiero a qualcosa che l’uomo compie interiormente in modo attivo e consapevole. Che tipo di lettura era presupposto da questa «Filosofia della libertà»? In questa «Filosofia della libertà» era presupposto un tipo particolare di lettura. Era presupposto che il lettore, mentre legge il libro, attraversi una specie di esperienza interiore che si può veramente paragonare esteriormente al risveglio che si sperimenta al mattino presto quando si passa dal sonno allo stato di veglia. Ci si dovrebbe sentire in certa misura così: nel pensiero passivo ho dormito soltanto su un livello superiore di fronte al mondo, ora mi risveglio — così come al mattino, quando ci si risveglia, si sa: sei stato passivo nel letto, ti sei abbandonato al corso del processo naturale nel tuo corpo, ora inizio a essere attivo interiormente, ora collego l’attività dei miei sensi con ciò che accade fuori nel mondo vibrante, colorato, ora collego l’attività del mio corpo con le mie intenzioni. — Questo momento del passaggio da un semplice patire a un agire è ciò che, a un livello superiore in modo simile, dovrebbe sorgere nel lettore quando legge la «Filosofia della libertà». Dovrebbe dirsi in certa misura: sì, ho pensato finora, ma questo pensiero consisteva effettivamente nel fatto che lasciavo i pensieri fluire in me, mi abbandonavo al flusso dei pensieri. Ora comincio passo dopo passo a collegare la mia attività interiore con il pensiero; ora è così con i pensieri come quando al mattino mi risveglio e collego l’attività dei miei sensi con il mondo dei colori e dei suoni, o collego l’attività del mio organismo con la mia volontà. — Però attraverso il fatto che si ha un’esperienza di risveglio di questo tipo — ho accennato a ciò nel mio libro «L’enigma dell’uomo», dove parlo di Johann Gottlieb Fichte — si giunge a un atteggiamento dell’anima che è effettivamente un atteggiamento completamente diverso da quello ordinario oggi.

Questo atteggiamento dell’anima a cui si giunge, tuttavia, conduce gradualmente non soltanto a una conoscenza che si deve accogliere su autorità, ma conduce a dirsi: sì, che cosa sono questi pensieri che avevo prima, e che cosa è l’attività che ho immesso nei miei pensieri passivi, nei pensieri che dovevo semplicemente patire? Che cosa è questo che è entrato nel mio precedente pensiero, come la vita spirituale-animica del mattino entra nel corpo? Intendo con ciò nient’altro che il fatto esteriore del risveglio. Si giunge allora ad avere un’esperienza del pensiero che non si può avere fintanto che non si conosca il pensiero anche come vivente, come attivo. Finché si guarda solo al pensiero passivo, il pensiero è per noi ciò che si sviluppa nel corpo umano quando questo corpo umano attraverso i suoi sensi guarda le cose esterne. Ma se si lascia l’attività dell’uomo interiore entrare in questo pensiero passivo, allora si può paragonare ciò che si aveva prima con qualcosa d’altro; allora si può solo cominciare a chiarirsi l’essenza di questo pensiero passivo. E allora si giunge al punto che questo pensiero passivo effettivamente nell’ambito dell’anima si presenta come un cadavere di un uomo nel mondo fisico. Quando si ha il cadavere di un uomo nel mondo fisico, allora ci si dice: una cosa del genere non può sorger primariamente; non può accadere secondo le leggi naturali ordinarie un assemblaggio della materia come quello che giace davanti a me in un cadavere. Questo assemblaggio della materia è possibile solo dal fatto che il cadavere era prima vivificato da un essere umano, che è un resto, che è rimasto da un essere umano vivificato che portava questo corpo. — Il cadavere come tale è spiegabile solo presupponendo l’uomo vivente precedentemente esistente.

L’uomo si relaziona così con il suo pensiero passivo come un essere che non avesse mai visto uomini ma solo cadaveri. Questo essere dovrebbe sentire tutti i cadaveri come altrettanti miracoli; poiché non potrebbero sorgere da ciò che altrimenti esiste nella natura intorno ai cadaveri. Così si impara — nel momento in cui l’elemento attivo della vita dell’anima fluisce nel pensiero — a riconoscere il pensiero anzitutto come qualcosa che è un resto. Si impara a riconoscerlo come resto di qualcosa. Il pensiero ordinario è morto, è un cadavere dell’anima, e si deve diventare attenti a questo cadavere dell’anima facendo fluire la propria vita dell’anima dentro di esso e conoscendo il cadavere, il pensiero astratto nella sua vivacità. Se si vuole comprendere un cadavere, si deve guardare accanto un uomo vivente. Se si vuole comprendere il pensiero ordinario, ci si deve dire: è morto, è un cadavere dell’anima, e il vivente di esso era nella vita preterrena; lì l’anima viveva senza il corpo nella vivacità di questo pensiero, e ciò che mi è rimasto qui nella vita terrena, devo considerarlo come il cadavere dell’anima della viva anima della vita preterrena. Questo diventa esperienza interiore. Ci si può chiarire su ciò interiormente quando si lascia la volontà fluire nel pensiero. Così deve considerarsi questo pensiero, ricercando nel senso dello sviluppo umano odierno gli impulsi etici, morali nel pensiero puro. Allora si giunge a essere elevati attraverso il puro pensiero stesso fuori dal proprio corpo in un mondo che non è quello terrestre, e si sa ora: ciò che hai nel tuo pensiero vivente, ciò in effetti non riguarda questo mondo fisico, ma è una realtà; riguarda un mondo che i tuoi occhi non vedono qui, il mondo in cui eri prima di scendere nel tuo corpo fisico. Riguarda un mondo spirituale. E infine si giunge a chiarirsi che anche le leggi del nostro sistema planetario sono tali che non hanno niente a che fare con il mondo in cui ora ci si trova attraverso il pensiero vivificato. Quindi si deve andare oltre la fine del sistema planetario — voglio intenzionalmente caratterizzare le cose nel senso antico — per arrivare in un mondo per cui ha significato ciò che si afferra nel pensiero vivente. Cioè si deve andare oltre Saturno per trovare il mondo a cui ora si applicano i pensieri viventi, ma in cui si trova ciò che è creativo dal seno dell’universo anche sulla nostra Terra. — Ora si è fatto un primo passo nel secolo che altrimenti si sente collocato solo su questo granello di polvere Terra nello spazio cosmico, ora si è fatto un primo passo per uscire ancora nel cosmo, per avere un mezzo per poter di nuovo vedere fuori, poter vedere qualcosa con il pensiero vivente.

Si viene al di là del sistema planetario. E se si considera ulteriormente la volontà umana nel modo in cui l’ho fatto nella mia «Filosofia della libertà» — mi sono voluto limitare nella «Filosofia della libertà» al mondo meramente sensibile, sono andato oltre solo nei successivi scritti perché le cose dovevano svilupparsi gradualmente — allora si giunge al punto che così come nel pensiero passivo, il pensiero che si deve solo patire, la volontà incide e si è condotti oltre Saturno nell’universo, così pure immergendosi nella volontà cosicché ci si quieta nel proprio essere come un polo quieto nell’agitazione del mondo della volontà che altrimenti si spiega, si procede d’altro canto. Se vogliamo all’interno del nostro corpo, siamo effettivamente in movimento. Perfino se il volere è solo un desiderio, c’è un movimento interiore della materia. Volere è, così come si presenta all’uomo nella coscienza ordinaria, movimento. L’uomo è in certa misura inserito nel movimento del mondo per il fatto che vuole. Se si riesce attraverso quegli esercizi che ho indicato nel mio libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?», di contrapposare il riposo del proprio essere a questo movimento in cui si sta nella volizione, se si riesce, per esprimersi figuratamente, a restare fermo nell’anima mentre con il corpo si cammina nello spazio — è solo un’immagine, deve applicarsi a tutte le attività della volontà — , se si riesce a essere attivi nel mondo e a restare tranquilli nell’anima, in certa misura a lasciar muovere la propria attività e a guardare tranquillamente la propria attività: allora si introduce il pensiero nella volontà come prima si è introdotta la volontà nel pensiero. Allora si esce dal mondo d’altro canto. Si giunge cioè a riconoscere la volontà come qualcosa che ancora una volta si distacca dal corpo fisico, che addirittura ci conduce fuori dalle leggi ordinarie della Terra, e in questo modo si apprende a conoscere un fatto straordinariamente significativo riguardo al collegamento dell’uomo con l’universo. Ci si impara a dire: tu hai dentro di te ogni sorta di impulsi, istinti, passioni che già giacciono all’interno della sfera della volontà.

Ma questi impulsi, istinti, passioni che mancano nel cadavere, non appartengono affatto al mondo che puoi conoscere con i tuoi esperimenti, limitandoti al mondo sensibile terrestre. Appartengono a un altro mondo che è inserito in questo mondo e che dalla sua efficacia riflette tutto ciò che giace in questo mondo sensibile. Desidero oggi solo accennare alle cose schematicamente perché voglio esporre il carattere della terza fase dell’antroposofia. Si giunge così, d’altro canto, a entrare nell’universo, cioè dal lato che esternamente-fisicamente è caratterizzato dalla Luna. Come la Luna riflette la luce del Sole, non l’assorbe ma lascia la luce solare fluire attraverso di sé riflettendo tutto, così riflette anche altre forze dell’universo. Le esclude, appartiene a un altro mondo di quello per cui vediamo le cose. Vediamo le cose attraverso la luce, la Luna ci riflette la luce, non l’assorbe. Siamo condotti da un lato dal pensiero che si afferra a se stesso nell’attività interiore fino a Saturno. Siamo condotti d’altro canto, afferra la volontà, nell’attività lunare. Impariamo a porre l’uomo in relazione con l’universo, siamo condotti oltre il granello di polvere Terra, eleviamo nuovamente la nostra conoscenza all’universo, troviamo di nuovo nell’universo qualcosa che è affine a ciò che vive spiritualmente-animicamente in noi. E quando abbiamo allora da un lato il pensiero attivo permeato dalla volontà nella nostra postura spirituale, d’altro canto la volontà permeata dal pensiero e siamo divenuti consapevoli: da un lato arriviamo al confine del sistema planetario fino al Saturnino, d’altro canto, all’interno del Terrestre, uscendo dal sistema planetario oltre l’universo nel Lunare, quando ci sentiamo con la nostra coscienza nell’universo così come qui sulla Terra ci sentiamo con la nostra coscienza nel Terrestre, e allora con questa coscienza che ora, come la coscienza ordinaria vive il Terrestre, vive il Cosmico-Celeste, quando stiamo con una tale coscienza nel Celeste dentro di esso e raggiungiamo l’autocoscienza, allora il ricordo risorge delle vite precedenti sulla Terra, allora la vita sulla Terra ripetuta diventa un fatto della memoria cosmica che ci siamo appropriati.

Non ci si deve meravigliare che nella vita terrestre non si possono ricordare le vite ripetute sulla Terra; poiché ciò che vi sta in mezzo non si vive sulla Terra e l’efficacia di una vita sulla Terra nella successiva giunge a realizzarsi solo dal fatto che l’uomo si eleva dal Terrestre. Come potrebbe l’uomo ricordarsi delle vite precedenti sulla Terra se non si sollevasse prima a una coscienza celeste! Oggi ho voluto parlare di questo solo schematicamente, poiché ho già parlato più volte di tali cose qui. Ho voluto in certa misura indicare le regioni in cui la ricerca antroposofica si muove, in particolare negli ultimi anni. Coloro che vogliono esaminare ciò che qui è avvenuto sapranno come l’atteggiamento dei miei insegnamenti negli ultimi anni si è proprio mosso in tali regioni. Si è trattato di provocare gradualmente una chiarificazione su come si possa passare dalla coscienza ordinaria a una coscienza elevata. E sebbene abbia ripetutamente detto che la mente umana ordinaria e imparziale può comprendere i risultati dell’antroposofia, ho anche sottolineato che per ogni persona oggi è accessibile un tale atteggiamento di coscienza attraverso cui egli stesso raggiunge direttamente un nuovo pensiero e una nuova volontà attraverso cui si sente inserito nel mondo di cui parla l’antroposofia. Ciò che sarebbe stato necessario è che ci si fosse staccati dal leggere qualcosa come la mia «Filosofia della libertà» con lo stesso atteggiamento d’anima con cui si leggono altre esposizioni filosofiche. Si sarebbe dovuto leggerla nell’atteggiamento d’anima attraverso cui ci si diventa consapevoli che si entra in un tipo completamente diverso di pensiero, di visione e di volontà.

Allora si sarebbe saputo: ci si eleva con questo diverso atteggiamento di coscienza dalla Terra in un altro mondo, e allora dalla coscienza di un tale atteggiamento d’anima scaturisce quella solidità interiore che può parlare con convinzione di ciò che la ricerca spirituale può approfondire. Se si legge la «Filosofia della libertà» nel senso corretto, allora si parla di ciò che il ricercatore spirituale ha da dire, che può approfondire più di quanto il principiante possa fare, con sicurezza, con convinzione interiore. Ma un tale principiante, come l’ho caratterizzato, può già diventare tale attraverso la corretta lettura della «Filosofia della libertà». Questo principiante può allora parlare di ciò che il ricercatore spirituale sviluppato può dire, come colui che ha imparato la chimica parla dei risultati della ricerca che non ha nemmeno visto, ma che sa dal fatto che ha imparato, dal modo in cui si parla delle cose e come appartengono alla sfera reale della vita. Sempre si riduce a questo quando si tratta di antroposofia: che un certo atteggiamento d’anima sorga, non soltanto l’affermazione di una concezione del mondo diversa da quella che si ha nella coscienza ordinaria. Questo non è stato fatto, leggere la «Filosofia della libertà» diversamente da come si leggono altri libri. E questo è ciò su cui conta, e ciò su cui ora deve essere puntato con la massima chiarezza, altrimenti semplicemente lo sviluppo della Società Antroposofica rimane completamente indietro rispetto allo sviluppo dell’antroposofia. Allora l’antroposofia attraverso la via indiretta della Società Antroposofica sarebbe completamente fraintesa dal mondo, e non potrebbe risultarne nulla di diverso da conflitto su conflitto! Desidero ora, per servire la presente antroposofica, di parlare molto brevemente delle tre fasi nello sviluppo della Società Antroposofica.

Circa due decenni fa si è iniziato a proclamare l’antroposofia — sostanzialmente, potrei dire, poiché il germe la contiene decisamente per esempio nella mia «Filosofia della libertà», già nei miei scritti sulla concezione del mondo di Goethe — ma sostanzialmente è iniziato due decenni fa. E che sia iniziato come antroposofia può risultarvi da quanto segue. Quando ho tenuto i miei primi insegnamenti berlinesi, contenuti nel libretto «La mistica nell’ascesa della vita spirituale moderna e il suo rapporto con la visione del mondo moderna», quando ho tenuto questi insegnamenti all’inizio del XX secolo a Berlino, mi è stato richiesto da parte della Società Teosofica di parteciparvi, se posso esprimermi così. Io non ho cercato la Società Teosofica. Ciò che in quelle lezioni era sgorgato pura dall’inseguimento della mia propria visione del mondo, l’hanno tenuto per ciò che volevano ascoltare. Questo ha portato a dire: i teosofi vogliono sentire ciò che c’è da sentire, e io parlerò ancora sempre dove voglio che mi si ascolti. — Quindi per me, sebbene in precedenza abbia caratterizzato la Società Teosofica non proprio amichevolmente — l’ho fatto così prima, e l’ho fatto così più tardi — , non ho trovato motivo di non accogliere l’invito di rappresentare all’interno della Società Teosofica ciò che io stesso ho da rappresentare dal mondo spirituale.

Ma che sia stato rappresentato come antroposofia può risultare dal fatto che nello stesso tempo, nello stesso momento in cui è stata fondata a Berlino la Sezione Tedesca della Società Teosofica, io ho tenuto separatamente il mio ciclo di lezioni su l’Antroposofia, che è stato anche così nominato. Da un lato è stata fondata la Sezione Tedesca della Società Teosofica, e io ho tenuto allora il mio ciclo di lezioni sull’Antroposofia. Quindi è sempre stato il caso dall’inizio che si trattava di non rappresentare nient’altro che l’Antroposofia. E così inizia con ciò la prima fase del movimento antroposofico, incarnato da ciò che allora si è trovato per accogliere la concezione del mondo antroposofica innanzitutto all’interno della Sezione Tedesca e poi anche in ulteriori cerchi della Società Teosofica. Attraverso la prima fase la Società Antroposofica era in certo modo in una sorta di vita embrionale all’interno della Società Teosofica. Potrei dire che era un embrione all’interno della Società Teosofica, ma si è sviluppata proprio come Società Antroposofica. Aveva all’interno di questa prima fase il suo compito molto particolare: aveva il compito di contrapporsi a ciò che giaceva nella Società Teosofica — e cioè l’acquisizione tradizionale dell’antichissima saggezza orientale — la spiritualità della civiltà occidentale con il Mistero del Golgota come punto centrale. Ora abbiamo il primo periodo del movimento antroposofico, che dura più o meno fino all’anno 1908 o 1909.

Coloro che ripercorrono la storia dello sviluppo del movimento antroposofico potranno vedere come tutto ciò che si è potuto trovare — non attraverso l’acquisizione di tradizioni antiche, ma dalla coscienza immediata del presente — fosse orientato verso lo sviluppo storico all’interno dell’esistenza umana terrestre che ha il suo centro nel Mistero del Golgota e nell’Impulso di Cristo. Furono allora elaborati i Vangeli, fu elaborato altro: si era — più o meno nel periodo in cui si poteva cominciare la transizione del movimento antroposofico verso una sorta di rivelazione artistica, che allora è avvenuta innanzitutto attraverso i miei Drammi dei Misteri — già allora elaborato l’Antroposofia e l’aveva portata fino al punto centrale che giaceva nel Mistero del Golgota. Allora venne il momento in cui il movimento teosofico degenerò in una sorta di assurdità, poiché questo movimento teosofico non poteva affatto arrivare al Mistero del Golgota: allora compì l’assurdità di proclamare al mondo una sorta di Cristo reincarnato in una figura giovanile umana contemporanea insieme con ogni sorta di altre assurdità. Era del tutto naturale che una persona seria non potesse affatto impegnarsi in queste assurdità, che queste assurdità fossero ridicole rispetto alla civiltà occidentale. Ma l’Antroposofia era stata immessa in questa civiltà occidentale, immessa cosicché il Mistero del Golgota appariva in una concezione rinnovata all’interno dell’Antroposofico. E si giunse a quelle differenze con la Società Teosofica che poi portarono al fatto che tutti gli Antroposofi furono effettivamente esclusi dalla Società Teosofica. Questo non li ferì per la ragione che davvero l’Antroposofia non era cambiata. Io stesso non ho mai condotto nient’altro che l’Antroposofia con coloro che la volevano ascoltare, nemmeno nel periodo in cui l’Antroposofia era esternamente contenuta nella Società Teosofica.

Allora venne la seconda fase del movimento antroposofico. Questa seconda fase del movimento antroposofico aveva come presupposto le dottrine più importanti sul Destino e sulla vita sulla Terra ripetuta, aveva il Mistero del Golgota in un’illuminazione spirituale che era in armonia con la civiltà del presente; aveva inoltre un’interpretazione dei Vangeli che faceva apparire di nuovo la tradizione in armonia con ciò che ancora oggi può essere compreso attraverso il Cristo vivente, presente e attivo. Nella seconda fase, che dura più o meno fino all’anno 1916 o 1917, si dovette innanzitutto, potrei dire, fare attenzione a tutto ciò che è la civiltà scientifica esterna e pratica del presente. Si doveva mostrare come l’Antroposofia potesse essere armonizzata con ciò che oggi è scientifico, ciò che oggi è artistico, naturalmente in un senso più profondo, e con ciò che oggi è vita pratica. Non dovete fare altro che considerare cose come il ciclo di lezioni che ho tenuto nel 1911 a Praga e nel 1910 a Kristiania, uno su «Fisiologia occulta», l’altro sulle anime dei popoli europei, e vedrete come nella seconda fase dell’Antroposofia è stato elaborato il collegamento con le questioni scientifiche del presente e con le questioni della vita pratica del presente. Ma questi sono solo esempi; il compito era cercare i collegamenti alla scienza e alla pratica della vita del presente.

Durante questa seconda fase della Società Antroposofica non era in questione nient’altro che il fatto che nel mondo si trovasse un numero di persone che potesse ascoltare l’Antroposofia per la loro costituzione spirituale interiore. Queste persone si trovarono in numero sempre crescente. Non era necessario nient’altro che persone si riunissero che potessero ascoltare l’Antroposofia dal loro genuino atteggiamento spirituale. In tal modo poteva sorgere una sorta di comunità antroposofica, e il compito era effettivamente solo questo: di far giustizia a tali persone che secondo il corso interiore dello sviluppo umano nel presente portavano qualcosa della conoscenza antroposofica; a queste persone — non poteva trattarsi di nulla d’altro — di essere giusti, di dare a queste persone ciò di cui avevano bisogno per il loro sviluppo spirituale. Era quindi necessaria solo la proclamazione dell’Antroposofia. E fondamentalmente poteva essere indifferente se i credenti dell’Antroposofia in queste due prime fasi della Società Antroposofica si riunivano in circoli di tipo settario, se venivano a lezioni pubbliche e così via. Dovevano solo stare sulla base della conoscenza onestamente acquisita e dire ciò che da questo fondamento di conoscenza onestamente acquisito aveva da dirsi. E si poteva assolutamente cavarsela all’interno di ciò che si era formato come Società Antroposofica. Un altro aspetto in questa fase era l’ulteriore sviluppo dell’Artistico. Più o meno a metà di questa fase sorse l’intenzione di costruire il Goetheanum, l’edificio di Dornach. Ciò che era stato dato artisticamente nei Misteri, in tal modo è stato esteso all’Architettura, alla Scultura, alla Pittura.

Venne l’Euritmia, che ho potuto caratterizzare più volte nelle introduzioni alle rappresentazioni euritmiche nella sua essenza. E tutto ciò scaturiva in certa misura da quella fonte che era stata aperta attraverso i percorsi che ho accennato schematicamente nel libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?», ma in tale misura che chiunque lo volesse potrebbe farsi un’idea di come si debbano percorrere tali cammini. Una difficoltà particolare sorse per questa seconda fase della Società Antroposofica dal fatto che si entrò in quel terribile periodo dell’Europa e della civiltà più moderna che ha poi visto la terribile guerra mondiale. Ed era particolarmente difficile in questo periodo, in cui la sfiducia e l’odio permeavano tutta la civiltà moderna, portare attraverso la piccola barca dell’Antroposofia, specialmente anche perché il Goetheanum stava su un territorio neutrale che non era sempre facile raggiungere nel periodo dell’isolamento. Ma ciò che si poteva fondare come fiducia nell’onestà della volontà antroposofica era comunque più grande, anche durante il periodo di guerra, di ciò che si era presentato come sfiducia contro di essa nel periodo del dopoguerra. E si può dire: nel lavoro antroposofico il periodo di guerra non ha effettivamente causato nessun disturbo, si è potuto continuare in questo lavoro. — Ed è stato spesso sottolineato come un gran numero di persone provenienti dalle nazioni europee più diverse, che esternamente nei campi di battaglia della guerra si opponevano mutuamente in odio e inimicizia nel combattimento, a Dornach pacificamente insieme nello spirito antroposofico hanno costruito il costruito, che ora ci è stato tolto dal terribile disastro.

Allora è venuta la terza fase del movimento antroposofico, quella terza fase in cui da un numero di personalità sono state intraprese ogni sorta di attività. Ho già sottolineato, anche qui: il contenuto di queste attività era buono. Ma le attività dovevano essere intraprese con volontà di ferro e perseguite nella loro forma. Dovevano cioè le cose che si intraprendevano — allora si è chiamato «Movimento di Triarticolazione», più tardi «Lega per la Vita Spirituale Libera», Lega Universitaria e così via — dovevano essere tutte intraprese cosicché si sapesse che si era così preso parte che con il proprio intero essere era inseparabilmente collegato. Nella terza fase dell’Antroposofia non era più possibile tenere la cosa cosicché l’Antroposofia fosse semplicemente proclamata e coloro che il loro genuino sentire interno portava all’Antroposofia si riunivano. Ora era così accaduto che un numero di personalità volevano fare questo o quello, da se stessi volevano fare e anche facevano, cosicché all’interno del movimento antroposofico sorgesse ogni sorta di altre comunità diverse da quella originariamente antroposofica. Per esempio un movimento scientifico. Questo movimento scientifico si è elevato sulla base di ciò che dalla fondazione dell’Antroposofia era stato stabilito circa i rapporti con la scienza nella seconda fase. Sorsero scienziati. Avevano il compito di dare proprio ciò della scienza moderna che può essere dato della scienza moderna dall’Antroposofia. Ma si sarebbe dovuto continuare ciò che era stato iniziato da me sulla base della creazione dei rapporti con la scienza moderna.

Mi posso permettere di ricordare lezioni che sono state appunto tenute nella seconda fase del movimento antroposofico. Per esempio ho sempre fatto notare: si veda come i fisici moderni giungono a questo o quel modo di pensare. Sono partito da ciò a cui giungono i fisici moderni, non l’ho negato, ma l’ho affermato, ho detto: cominci da dove i fisici si fermano, allora arriviamo dalla fisica nell’Antroposofia. E così l’ho fatto per varie altri campi. Questo orientamento si sarebbe dovuto continuare, allora sarebbe sorta un’immagine diversa dell’attività scientifica nella terza fase di quella che è sorta. Allora innanzitutto non sarebbe venuto fuori ciò che io ho già l’ultima volta definito una polemica sterile e una discussione sterile. E oggi sarebbe il compito positivo di dire: certo, l’Antroposofia ha qualcosa da dire nella scienza, la scienza può acquisire una continuazione definita sotto l’influenza dell’Antroposofia, ciò deve essere fatto così e così. — Allora emergerebbe un diverso atteggiamento verso la scienza di quanto non sia emerso in uno dei fascicoli ultimi dei «Tre» o in una serie di fascicoli che ho dovuto passare in rassegna a causa del ciclo di lezioni sulla scienza naturale che ho dovuto tenere a Dornach durante lo scorso Natale. Mi ha sconvolto l’atteggiamento dannoso per l’Antroposofia così come per la scienza nel modo di confrontarsi con la scienza e l’Antroposofia. Con questa sterile polemica degli Antroposofi si porta solo l’Antroposofia a un certo discredito. Con ciò non ho dato solo una critica, ma nel contempo ho indicato ciò che lo scienziato oggi all’interno della Società Antroposofica ha da fare. In un’altra relazione deve accadere qualcosa di simile. Si consideri un altro caso. Ho inoltre già attirato l’attenzione su ciò l’ultima volta. Abbiamo visto nella terza fase del movimento antroposofico la fondazione della Lega Universitaria. Questa Lega Universitaria sorse con un programma eccellente; ma si sarebbe dovuto restare insieme, con il proprio intero essere si sarebbe dovuto stare insieme per qualcuno. Io stesso avevo solo da stare per l’Antroposofia. Se qualcuno sulla base dell’Antroposofia intraprendeva qualcosa che era autonomo, allora doveva stare insieme per ciò.

Non si è restati insieme al programma, nonostante che quando il programma era stato fatto io avessi espressamente fatto attenzione — ho usato le parole: si facciano tali programmi solo se si ha la volontà di ferro di realizzarli; altrimenti li si ometta. — Così li si ometta se non si vuole restare insieme. Chi non è restato insieme, quello è stato il mondo dirigente della Società Antroposofica. Che cosa è risultato? È risultato qualcosa che torna all’Antroposofia nuovamente, cioè alla sorgente vivente dell’Antroposofia: un numero di persone più giovani del mondo studentesco, che con tutto il loro desiderio vogliono tornare alla vera Antroposofia e che da parte loro all’interno della Società Antroposofica non possono trovare ciò che cercano, che hanno espressamente fatto attenzione: vogliamo per esempio anche dal lato artistico avvicinarci all’impulso antroposofico. — Dalla Signora Dott. Steiner la gente è venuta per entrare nello slancio antroposofico dal versante della recitazione e della declamazione, se mi posso esprimere così. Accanto a ciò è andato un altro, miei cari amici. Accanto a ciò è andato così che nella terza fase del movimento antroposofico i mondi spirituali sono stati descritti così come io li ho brevemente schizzati all’inizio della mia lezione odierna per un capitolo definito, che è stato in certa misura elevato nella sfera della considerazione puramente spirituale dove si può mostrare come l’uomo arriva a un’altra coscienza per entrare nel mondo spirituale. All’orientamento verso il Mistero del Golgota, all’orientamento verso la scienza e la pratica della vita nella prima e seconda fase è venuta la terza fase, potrei dire, la presentazione immediata dei mondi spirituali.

Chi ha seguito ciò che durante le tre fasi è stato tentato in questo senso a Dornach, tentato per esempio anche qui, chi ha avuto cuore e senso per il progresso che vi giaceva rispetto alla prima e seconda fase, chi in particolare ha seguito ciò che anche al di fuori della civiltà mitteleuropea negli ultimi tempi può essere proclamato come contenuto antroposofico, questi si accorgerà che si tratta di fondare una vera terza fase del movimento antroposofico, che tuttavia giace in un’ascesa retta, in un diritto proseguimento dei primi due. E fondamentalmente non sarebbe stato possibile creare la pedagogia della Scuola Waldorf, che doveva essere creata ugualmente dall’essenza eterna come da quella temporale dell’uomo, senza questa terza fase del movimento antroposofico. Ora confrontate con tutto ciò che vi ho ora detto — non voglio criticare nessuno, ma devo ora parlarvi da un cuore aperto — le due discussioni che qui si sono svolte ieri e una settimana fa, e chiedetevi come alle tre fasi della Società Antroposofica del lavoro antroposofico siano passate di fianco. Non sarebbe stato possibile che queste discussioni diciotto anni fa o, se preferite, sedici anni fa avessero esattamente lo stesso contenuto verbale di adesso dopo due decenni di lungo lavoro antroposofico? Non è come se la Società Antroposofica fosse al principio della sua fondazione? Come detto, non voglio accostarmi criticamente a nessuno in alcun modo. Ma la Società Antroposofica può essere solo qualcosa se è il luogo dove si coltiva ciò che è stato conquistato nel lavoro antroposofico, se coloro che per esempio lavorano come scienziati in essa sono consapevoli che non devono dimenticare l’Antroposofia sulla scienza, ma che devono appunto coronare proprio l’ultima fase della scienza con l’Antroposofia, non in sterile polemica esporre l’Antroposofia, potrei dire, davanti alla scienza.

Coloro che lavorano come insegnanti hanno un compito simile. E in particolare coloro che lavorano come praticanti avrebbero un compito simile; poiché proprio la pratica della vita farà le obiezioni maggiori all’Antroposofia, che può essere appunto molto pratica, a cui però si vuole più intensamente contendere il carattere di essere pratica. Oggi la Società Antroposofica si trova di fronte alla necessità non solo di guardare il reale lavoro antroposofico e accanto fondare ogni sorta di cose, senza porre lo zelo e l’entusiasmo antroposofico alla base di questi fondamenti: oggi la Società Antroposofica si trova di fronte alla necessità di divenire consapevole del lavoro antroposofico. Questa è una designazione completamente positiva del suo compito che ha bisogno di essere soltanto eseguita nei dettagli. Altrimenti, se questo positivo non viene intrapreso, conduce al fatto che l’Antroposofia attraverso la Società Antroposofica sarebbe danneggiata davanti al mondo e sempre più danneggiata. Quanta ostilità ha portato per esempio il Movimento di Triarticolazione al movimento antroposofico proprio perché il Movimento di Triarticolazione non ha compreso di stare su basi antroposofiche, ma si è messo su basi di ogni sorta di compromessi, e gradualmente in certi circoli si è iniziato a disprezzare l’Antroposofia. In modo simile va su altri campi. Ciò che abbiamo da vedere è appunto che l’Antroposofia, come ho detto nel primo dei discorsi che ho avuto l’onore di tenere qui davanti a voi, è la madre di questo movimento. Se ne deve diventare consapevoli; ciò avrebbe portato anche alla giusta orientazione verso il movimento per il rinnovamento religioso che ho inaugurato. Invece di ciò sono sorte solo storture anche su questo campo.

Oggi si tratta di trovare in questa ora seria le parole che conducono nel lavoro positivo, di andare oltre il parlare sterile nel senso che si stesse oggi nel periodo di due decenni fa e come se non fosse stato compiuto nessun lavoro antroposofico. Voi, miei cari amici, non dovete prendermene male se in questo modo ho ora parlato con voi; ho dovuto farlo poiché è presente ciò che ho già proclamato il 6 gennaio a Dornach: la Società Antroposofica è buona, la Società Antroposofica può accogliere ciò che ho ora caratterizzato anche con le parole più acute. Ma deve la leadership della Società Antroposofica divenire consapevole del compito che la Società Antroposofica, se vuol continuare a chiamarsi Società Antroposofica, proprio deve portare in sé la consapevolezza che sia la portatrice del lavoro antroposofico. Nel momento in cui con buona volontà questa consapevolezza è sufficientemente chiaramente espressa, nel momento i conflitti che ora sono scoppiati cessano. In quel momento la crisi è passata. Ma occorre la buona volontà per esprimere ciò veramente, non solo esercitare critica sterile; naturalmente anche non cullare illusioni se si è portato avanti un paio di compromessi tra questo o quel movimento, per poi continuare di nuovo nel vecchio trantran, ma si tratta di fare tutto seriamente con il lavoro antroposofico. Tutti i singoli flussi all’interno del movimento antroposofico devono cooperare per realizzare questa serietà. Non ci deve essere un movimento separato della Scuola Waldorf, un movimento per la vita spirituale libera, un movimento per il rinnovamento religioso: tutto ciò può prosperare solo quando si sente all’interno del movimento madre, del movimento antroposofico.

So che schließlich doch das aus aller Herzen heraus gesprochen è comunque dal cuore di tutti coloro che intendono onestamente il movimento antroposofico. Perciò ho potuto anche oggi esprimerlo davanti a voi con parole alquanto più acute. La maggior parte di voi avrà già compreso che ora si tratta di esprimere le cose con parole chiaramente delineate affinché proprio questa consapevolezza sorga, di cui ho voluto esporre la necessità. Tre fasi ha percorso il movimento antroposofico. Nella terza fase in un certo senso l’Antroposofia è stata dimenticata su vari movimenti particolari. Deve essere ritrovata, ritrovata come movimento spirituale vivente, come quel movimento spirituale vivente che è proprio richiesto dalla vita della civiltà moderna e soprattutto da un genuino sentire dei cuori umani moderni. In questo senso accogliete queste parole. Sebbene suonino duramente, miei cari amici, pensate che tanto più sono state intese sinceramente, che intendono chiedere non a nessuna considerazione caustica, ma a un movimento da un buon cuore antroposofico.

4°Lo sviluppo della Società e il dramma interiore dell'antroposofo

Stoccarda, 13 Febbraio 1923

L’evoluzione delle condizioni interne della Società Antroposofica mi fa ritenere desiderabile toccare, anche stasera, almeno alcuni problemi legati a questi argomenti. Non è propriamente mia intenzione affrontare nelle conferenze le condizioni dello sviluppo, l’organizzazione e simili della Società Antroposofica, poiché devo considerare mio compito lavorare per l’antroposofia stessa e preferisco volentieri lasciare ad altri — coloro che qua e là hanno assunto la direzione della Società — le discussioni sulle condizioni di vita e sui fattori di sviluppo della Società. Ora però spero di poter parlare in modo più esauriente dell’argomento che altrimenti avrei affrontato qui, appunto prossimamente all’Assemblea dei Delegati, e mi permetto pertanto di sfruttare la necessità che deriva dall’evoluzione degli attuali affari della Società per parlarvi oggi di alcune cose come integrazione di quanto mi sono permesso di presentarvi otto giorni fa sulle tre fasi dello sviluppo antroposofico. Oggi vorrei parlare più di quello che è comune a queste tre fasi, di cui ho cercato di caratterizzare la differenza l’ultima volta, anche se solo in modo molto sommario. Vorrei partire da come propriamente sorga una cosa come la Società Antroposofica. Credo che quello che avrò da dire potrà essere, per molti, proprio come preparazione all’annunciata Assemblea dei Delegati, una sorta di aiuto per l’autoconoscenza antroposofica. Certamente, da un lato, per chi sa seguire l’evoluzione della civiltà e della cultura nel presente, è chiaro che l’approfondimento antroposofico della nostra vita conoscitiva, della nostra vita etica-pratica e intimamente religiosa è una necessità dei tempi.

Ma d’altro lato, una cosa come la Società Antroposofica è una sorta di avanguardia per quello che semplicemente, per necessità delle circostanze attuali, deve acquisire sempre maggiore diffusione. E come nasce propriamente questa avanguardia? Forse ognuno, in quello che avrò da dire, se è venuto sinceramente alla Società Antroposofica, riconoscerà un pezzo del proprio destino. In sostanza, se consideriamo gli undici o ventidué anni di sviluppo della Società Antroposofica, troveremo con certezza che nella stragrande maggioranza gli uomini vengono alla Società Antroposofica sentendosi in qualche modo insoddisfatti di quello che li circonda dal punto di vista delle condizioni di vita spirituale, animica e anche esterna-pratica nel mondo esteriore. Specialmente nei primi tempi, forse anche nei tempi migliori della Società Antroposofica — non inteso in senso negativo, bensì come puro fatto — c’è stato qualcosa come una sorta di fuga dalla vita presente verso un’altra vita di una comunità umana, una comunità in cui potesse essere realizzato quello che si sente dall’anima propria come ciò che è veramente umano. Questo estraneamento rispetto alle condizioni di vita esterne, spirituali, animiche e pratiche deve essere ben considerato nella formazione della Società Antroposofica. Poiché quelli che divennero antroposofi erano in primo luogo uomini che sentono proprio questo, cosa che con certezza nel corso di un futuro relativamente non molto lungo milioni e milioni di uomini sentiranno e sperimenteranno chiaramente: è l’esperienza che le forme tradizionali, che si sono certo formate non senza ragione, bensì con necessità storica, dai tempi passati fino al presente, non forniscono più da sole ciò che l’uomo oggi dal suo interno reclama, reclama per la sua dignità umana, reclama poiché solo attraverso questa rivendicazione può essere pienamente uomo.

Chi osserva queste cose senza pregiudizi, in particolare se si esamina sinceramente e se è diventato antroposofo genuinamente, scoprirà che questo impulso, di soddisfare i bisogni della propria anima in una comunità umana particolare rispetto alle altre comunità umane attuali, è qualcosa che scaturisce dalle profondità dell’umano, qualcosa di cui si può già sentire che dalle fonti eterne dell’umanità intera si sta elevando proprio in questo nostro tempo alla superficie dell’anima. E per questo coloro che sono venuti sinceramente all’antroposofia sentono questa unione con una comunità antroposofica come una vera questione del cuore, come qualcosa che, tanto più sinceri sono, tanto più si dicono non poter vivere senza. Ma dobbiamo confessarci anche questo: dalla chiarezza, dalla lucidità — intendo ora la lucidità nel sentire, non nel pensiero — da cui nasce questa adesione alla comunità antroposofica, possiamo già riconoscere quanto di insoddisfacente per l’uomo completo ci sia nel mondo esteriore attuale. L’impulso sincero di un uomo non potrebbe tendere all’antroposofia con una tale veemenza se non fosse appunto così particolarmente forte l’estraneamento dalle circostanze attuali, specialmente di natura animica. Ma volgiamo lo sguardo verso un’altra cosa. Quello che ho finora esposto è qualcosa che si potrebbe chiamare un capovolgimento degli impulsi di volontà umani. Quando l’uomo nasce in una certa epoca, quando viene trascinato in un’epoca determinata, inizialmente i suoi impulsi di volontà scorrono nei consueti, abituali impulsi di volontà dell’ambiente circostante. L’uomo cresce, e cresce, senza che molte cose si muovano interiormente in lui, negli orientamenti di volontà che sono anche gli orientamenti di volontà del suo ambiente.

Deve muoversi in lui interiormente, nel cuore più profondo deve muoversi qualcosa che animi moralmente gli propri orientamenti di volontà, che ha seguito per un certo periodo della sua vita secondo le abitudini di vita esterna dell’ambiente circostante, affinché l’orientamento di volontà, che si era fino a quel momento solo esternalizzato, si rivolga ora verso l’interno. Ma quando lo si rivolge verso l’interno, allora questa inversione della volontà lo rende attento a quello che, specialmente nella nostra epoca attuale, scaturisce dalle fonti eterne dell’anima umana come un’esigenza di un diverso inserimento nella comunità umana da quello che si trova negli orientamenti di volontà abituali. E tutto ciò che è legato alla volontà è qualcosa di etico, qualcosa di morale, e così in realtà almeno secondo l’impulso di volontà e di sentimento è proprio ciò che spinge l’uomo nella Società Antroposofica a essere in un primo momento un impulso morale, un impulso etico. E quando l’uomo tocca il suo interno più sacro con questo impulso etico, quando attraverso questo impulso etico entra in contatto con le fonti eterne della sua vita animica, l’impulso etico che l’ha spinto nella comunità antroposofica diventa, per così dire, nella sua continuazione un impulso religioso. E così propriamente quello che altrimenti negli uomini si realizza nell’osservanza di regole di comportamento esterne e norme giuridiche e nell’osservanza delle abitudini di vita, per cui crescono più o meno senza pensiero nell’ambiente consueto, proprio questo che in questa crescita è etico, morale, religioso, viene capovolto verso l’interno, e diventa una ricerca di interiorizzazione etica-morale e religiosa.

Ma l’uomo nella sua piena umanità non può sviluppare una vita animica che sia solo volitiva e forse anche senziente, e insieme accettare una conoscenza qualunque. Le conoscenze che oggi già noi riceviamo — non dirò con il latte materno, ma almeno dal sesto anno di vita come un allenamento spirituale interno che poi continua sempre — tutte queste cose che il nostro intelletto e la nostra capacità conoscitiva assimilano e che devono formare un contropolo rispetto all’etico, al morale e al religioso — ma un contropolo che sia in armonia e consonanza con l’etico, il morale e il religioso — tutte queste conoscenze non sono indifferenti rispetto all’interiorizzazione religiosa dello sforzo antroposofico. Proprio quella condotta di vita e prassi di vita da cui l’antroposofo moralmente, eticamente, religiosamente vuol uscire, è quella condotta di vita e prassi di vita che si è formata preferibilmente negli ultimi secoli all’interno dell’umanità civilizzata. E propriamente l’antroposofo, anche se poi conclude compromessi, sì deve farli, vuole uscire da quello che la civiltà umana ha generato negli ultimi secoli e che ha condotto alla terribile catastrofe del presente. In molto di coloro che vengono al movimento antroposofico, ciò è certamente più o meno istintivo, eppure è pienamente presente. E ora dichiariamoci con chiarezza: quello che si è sviluppato come obiettivi di volontà, come impulsi religiosi nel corso degli ultimi secoli, è proprio ciò che ha anche generato l’intera direzione, l’intera sfumatura della vita conoscitiva dei tempi moderni. Solo chi è preso da pregiudizi sta nella vita conoscitiva odierna in modo da dire: Abbiamo una fisica oggettiva, una matematica oggettiva, una chimica oggettiva, cerchiamo una biologia oggettiva e così via. — Questo è un pregiudizio.

In verità le cose stanno così: quello che, come detto, dal sesto anno di vita in avanti viene oggi allenato nell’uomo, è il risultato di quelle formazioni di volontà esterna e impulsi religiosi che si sono sviluppati negli ultimi secoli. Ma se chi aspira all’antroposofia vuol uscire da questi impulsi di volontà, sì, proprio da quello che si realizza nelle forme religiose come coronamento della vita morale, allora non può non chiedere anche una conoscenza che corrisponda non al mondo che abbandona, ma al mondo che ricerca. Cioè, l’antroposofo, poiché ha rivolto verso l’interno i suoi impulsi di volontà, deve anche cercare un tipo di conoscenza che corrisponda a questa volontà rivolta verso l’interno: quindi un tipo di conoscenza che si allontani dalla scienza esteriore che è emersa con l’esternalizzazione della vita negli ultimi secoli all’interno dei territori civilizzati. E l’antroposofo sentirà come sarebbe senza pensiero capovolgere la volontà se non capovolgesse contemporaneamente la conoscenza. Sarebbe senza pensiero se non si dicesse: mi sento come uomo estraneo entro la condotta di vita e la prassi di vita che è emersa, ma mi sento affine con quello che è emerso come conoscenza — la conoscenza che il mondo che vuol fuggire si è acquisita, non può essere neanche la conoscenza soddisfacente per l’uomo che capovolge gli impulsi di volontà. E così forse molti, completamente istintivamente, giungono a riconoscere che la prassi di vita da cui vuol fuggire ha assunto la sua forma e il suo assetto proprio dal fatto che crede solo ancora in quello che è visibile esternamente e che con l’intelletto si può combinare dal visibile. Perciò chi così ricerca si volge verso quello che è soprasensibile-invisibile come fondamento della conoscenza.

Come per una condotta di vita e prassi di vita esternalizzata una scienza che guarda al materialismo è l’equivalente, così per chi non deve considerare questa condotta di vita e prassi di vita come la pienezza umana, bensì come l’infrapienezza umana, non è giusta neppure una scienza che ripone la sua fede solo, per così dire, sull’altro lato di questa condotta di vita e prassi di vita, su ciò che è esteriormente materiale e intellettualmente comprensibile. E così emerge, dopo che il primo atto nel dramma animico dell’antroposofo è stato morale-religioso, il secondo atto, che però già nel primo era contenuto come germinale: l’impulso verso la conoscenza soprasensibile. Si forma del tutto naturalmente che l’accettazione di un messaggio di conoscenza soprasensibile diventi contenuto di una Società Antroposofica. Tutto ciò che in questo modo la volontà sperimenta come suo destino, tutto ciò che la ricerca conoscitiva deve riconoscere come sua ricerca, si articola insieme nel cuore e nell’anima dell’antroposofo come un tutto, come il suo vero nucleo di vita e uomo, e tutto ciò insieme forma la totalità della sua consapevolezza. E con questa consapevolezza sta allora inizialmente entro la Società Antroposofica. Ma ora consideriamo la situazione in cui viene collocato, l’uomo formato antroposoficamente. Non può semplicemente abbandonare la condotta di vita e la prassi di vita esteriore. Inizialmente si rifugia nella Società Antroposofica, ma le necessità di vita esterna rimangono, non possono essere abbandonate in un passo e in un colpo. E così emerge una scissione nell’anima dell’antroposofo riguardo alla sua vita esterna e riguardo a quello che gli diventa come membro della Società Antroposofica un ideale di vita e un ideale di conoscenza. Questa scissione può, secondo che l’uno o l’altro abbia una natura più profonda o più superficiale, essere più o meno dolorosa, sì tragica.

Ma in questo dolore, in questa tragicità sono insieme contenuti i germi più preziosi per quello che deve essere la vita costruttiva nella nostra civiltà in declino. In fine, tutto ciò che nella vita si sviluppa in fioritura e fruttificazione, nasce tuttavia da dolori e dalla sofferenza. E forse sente profondamente la missione della Società Antroposofica chi deve sperimentare il suo vivere dentro questa missione come sua sofferenza, come suo dolore, quando pure la vera potenza della natura umana può consistere solo nel fatto che l’uomo trova la forza interiore per elevarsi al di sopra del dolore e della sofferenza cosicché nell’esperienza e nel vivere del dolore e della sofferenza sia raggiunto il punto in cui il dolente, il sofferto diventa la forza della vita, il potere di vita vincente stesso. E così, per così dire, il cammino verso la Società Antroposofica consiste inizialmente in un capovolgimento dell’impulso di volontà, poi in un’esperienza della conoscenza soprasensibile, e poi nel co-vivere del destino dei tempi che diventa destino della propria anima. E ci si sente allora dentro l’evoluzione dell’umanità proprio attraverso questo capovolgimento della volontà, attraverso questa esperienza della soprasensibilità di tutto l’essere della verità. Attraverso questo co-vivere del vero senso dell’epoca ci si sente per la prima volta nel pieno senso della parola come uomo. In sostanza, l’antroposofia non dovrebbe essere nient’altro che quella Sofia, cioè quel contenuto di coscienza, quel vissuto interiore nella costituzione animica umana che rende l’uomo pienamente uomo.

Non «saggezza dell’uomo» è la giusta interpretazione della parola antroposofia, bensì «consapevolezza della propria umanità»; cioè, il capovolgimento di volontà, l’esperienza conoscitiva, il co-vivere del destino dei tempi devono tendere a dare all’anima una direzione di coscienza, una Sofia. Quello che ho appena caratterizzato ha portato all’origine il sorgere della Società Antroposofica. Essa non è propriamente stata fondata; è sorta. Attraverso una qualche agitazione, come molti se l’immaginano, non si può fare una cosa che si fonda su sincerità interiore. La Società Antroposofica può sorgere solo attraverso il fatto che ci siano uomini che abbiano una predisposizione al capovolgimento di volontà caratterizzato, a una tale vita conoscitiva e a una tale co-esperienza del destino dei tempi, e che poi da qualche parte appaia quello che in un certo modo è incontro a quello che vive nei cuori umani che sono presenti. Ma un tale incontro di uomini è propriamente possibile solo nella nostra epoca, nell’epoca dello sviluppo dell’anima cosciente ed è non compreso da tutti coloro che propriamente non stanno ancora nella comprensione del carattere dello sviluppo dell’anima cosciente. Così ad esempio poté emergere perfino da parte di un docente universitario una strana affermazione, l’affermazione che una volta tre uomini si erano trovati e avevano formato la direzione centrale della Società Antroposofica. E quel cervello da docente universitario — è meglio quando si specializza nei singoli organi, poiché la pienezza umana non vi sta a fondamento — quel cervello da docente universitario scoprì che ci si dovrebbe chiedere: Ma, chi ha mai eletto i tre, da dove hanno mai tratto il loro mandato? — Ma come può qualcosa nascere in modo più libero se non da ciò che tre uomini si alzino e dicano: ciò vogliamo; chi vuole, si unisce a noi, chi non vuole, semplicemente no. — Questo sta certamente libero a ognuno.

Non c’è dunque nulla che renda più conto della libertà degli uomini di questa nascita della Società Antroposofica. Essa sola è adeguata all’epoca della coscienza nell’evoluzione dell’umanità. Ma si può essere anche docente universitario senza aver raggiunto l’epoca dello sviluppo della coscienza; allora, naturalmente, non si comprenderà quello che nel senso più eminente tende verso la libertà. So quanto è stato spiacevole a molti quando di tanto in tanto è diventato necessario tuttavia discutere simili questioni, poiché semplicemente esistono. Ma queste cose illuminano appunto quello che è necessario affinché le condizioni di vita della Società Antroposofica possano essere realizzate. Poiché però l’antroposofo deve inizialmente rimanere nel mondo esteriore, da cui propriamente, inizialmente solo, con l’anima può fuggire, per ciò emerge, come ho già accennato, dal soffrire interiore fino alla tragicità una particolare sfumatura dell’esperienza animica. Questa esperienza animica è stata particolarmente intensamente attraversata all’origine della Società Antroposofica. Ma da quelli che sono venuti più tardi alla Società Antroposofica e che vengono oggi, viene sempre di nuovo attraversato quello che, per così dire, altri hanno già attraversato decenni o forse anni fa. E con ciò, che è fondato nella vita sociale della Società Antroposofica, la Società Antroposofica naturalmente come una delle sue condizioni di vita deve contare. È molto naturale che, quando lo sviluppo antroposofico è passato attraverso tre fasi, coloro che oggi vengono freschi al movimento antroposofico abbiano i loro cuori nella prima fase.

E molte difficoltà risiedono proprio nel fatto che le personalità dirigenti della Società Antroposofica hanno propriamente il compito di mettere in armonia quello che le tre fasi sono un’accanto all’altra: la prima, la seconda e la terza. Sono una dopo l’altra, e sono allo stesso tempo un’accanto all’altra. E ancora: una dopo l’altra sono in parte ricordo, passato; un’accanto all’altra sono vita immediata del presente. Perciò non sono propriamente necessarie condizioni teoriche o dottrinarie per chi vuol contribuire alla cura della vita antroposofica, ma è necessario un cuore amorevole e un senso aperto per l’intera vita antroposofica. Come si può diventare vecchi mentre al tempo stesso nell’anima si diventa irritabili, mentre non solo esteriormente ma anche interiormente si perde ogni capigliatura, mentre non solo esteriormente ma anche interiormente si diventa rugosi, così che non si ha alcun senso per rappresentare vivacemente la propria gioventù davanti all’anima, per viverla ancora una volta e sempre di nuovo come qualcosa di immediatamente presente, così si può anche entrare nel 1919 nella Società Antroposofica e non avere senso per quello che germoglia, che spunta, che è originale della prima fase del movimento antroposofico. Ci si deve appropriare di ciò. Altrimenti ci manca il cuore per l’antroposofia, altrimenti ci manca per essa il sentimento. E nella cura della vita antroposofica, anche se si guarda ancora così altezzosamente a tutte le dottrine e le teorie, in ciò si diventerà un dottrinario. Questo è qualcosa che nuoce nel senso più eminente a quello che è vivo, come deve essere la Società Antroposofica. Ora si è semplicemente manifestato nella terza fase del movimento antroposofico, dal 1919 in poi, un conflitto straordinario.

Oggi non voglio giudicarlo moralmente; anche la mancanza di pensiero è un impulso di volontà e in sostanza un impulso etico, e se qualcosa è stato omesso per mancanza di pensiero, se al posto della volontà ferma la mentalità burocratica si è spesso sostituita per mancanza di pensiero, c’è anche in ciò qualcosa di etico-morale da ricercare. Ma oggi vorrei parlare meno di ciò, vorrei piuttosto parlare di quel conflitto in cui la Società Antroposofica è così venuta, che è stato a lungo latente, ma di cui oggi si deve parlare completamente apertamente. Nei primi periodi dello sviluppo antroposofico era così che veramente l’antroposofo per lo più si divideva in due uomini. Era, diciamo, capo ufficio o qualcosa di simile, come oggi si chiamano le cose, no, si dedicava a queste cose, aveva i suoi impulsi di volontà scorrere in quelle vie che le condizioni di vita esterna, la prassi di vita esterna generarono, che si svilupparono negli ultimi secoli e che egli propriamente con l’intimo della sua anima fugge. Ma stava dentro, stava dentro con la sua volontà. Non comprendiamo male: la volontà è nel senso più eminente legata a tutte queste cose. Con quello che si spende come capo ufficio dalla mattina alla sera, la volontà è legata. Non si deve essere capo ufficio, si può essere maestro o professore, si pensa forse allora; ma in questo pensiero, nella misura in cui questo pensiero rimane nella vita esterna, ciò scorre anche nell’impulso di volontà. Quindi la volontà rimase propriamente fuori, e proprio poiché l’anima volle fuggire dalla sua propria direzione di volontà, andò con il sentimento e il pensiero nella Società Antroposofica. Ora era da un lato l’uomo di volontà e d’altro canto l’uomo di sentimento e di pensiero.

Dentro molti si sentivano persino straordinariamente felici; infatti, quanto si lodavano piccoli circoli settari se potevano riunirsi dopo aver realizzato il loro uomo di volontà negli ordinari flussi di vita, se potevano allora sedersi e «inviare pensieri, buoni pensieri». Si formavano tali circoli, si inviavano i pensieri, buoni pensieri, si fuggiva dalla vita esterna nella vita che, non dirò è irreale, ma che vive solo in sentimenti e in pensieri. Ci si divideva veramente in uno che andava in ufficio o saliva in cattedra, e in un altro che andava al circolo antroposofico e conduceva vi una vita completamente diversa. Ma quando in un certo numero di persone sorse l’impulso di fondare qualcosa di vivificante dalla coscienza antroposofica, dal sentimento e dal pensiero, attraverso la volontà, allora si dovette portare la volontà nella totalità dell’uomo. Allora sorsero i conflitti. Ci si può allenare relativamente facilmente a inviare buoni pensieri, affinché qualcuno, di cui si sa che fa un’escursione in montagna, non si rompa le gambe in questa escursione. Ma inviare questi buoni pensieri nella volontà che fa qualcosa di immediatamente esteriore e materiale, così che questo materiale stesso sia penetrato da uno spirituale attraverso la forza dell’uomo, ciò è il difficile. Ed è proprio in ciò che molto è naufragato nello sviluppo della terza fase della Società Antroposofica. Poiché non è mancato né di intelletto né di genio — lo dico del tutto onestamente e sinceramente — ma è mancato di versare il genio e l’intelletto nella fermezza e la rigidità della volontà. Consideri la cosa giustamente dal punto di vista del cuore: che differenza! Immagini: ha una vita esterna, di cui può essere di cuore scontento. Può essere di cuore scontento, non solo per il fatto che altre persone la tormentano, che le cose sono imperfette, ma poiché la vita in generale non rende tutto così facile.

Non è vero, la vita non è sempre un cuscino morbido di riposo. Vivere significa indeed lavorare. E così si ha questa vita e d’altro canto la Società Antroposofica. Poi si va nella Società Antroposofica: si porta attraverso la porta l’insoddisfazione. Dentro si è come uomo che sente e pensa contento, poiché si ha veramente quello che la vita esterna, che a ragione ci rende insoddisfatti, non dà. Lo si ha ora nella Società Antroposofica. Si ha persino il bene che dentro, mentre il pensiero si urta negli altri luoghi contro l’impotenza della volontà, vola completamente leggero, quando si inviano dai circoli buoni pensieri, affinché appunto gli uomini non si rompano le gambe nelle escursioni. Vanno così leggeri, i pensieri, in tutto il mondo; si può esserne contenti. Ciò soddisfa allora il disagio che la vita esterna mi dà con ragione. Ora, e qui viene la Società Antroposofica e fonda essa stessa cose dove si sta con la propria volontà. Non si deve soltanto essere capo ufficio fuori e poi andare nella Società Antroposofica e potere essere scontenti dell’ufficio fuori — non dico potere maledire, sebbene forse possa avvenire — bensì si deve avere dentro la Società entrambe le cose. Ora si deve non con la sfumatura dell’insoddisfazione, ma con la sfumatura della soddisfazione starvi dentro. Questo è richiesto quando la Società Antroposofica volesse passare all’azione, e l’ha voluto dal 1919. E allora emerge qualcosa di molto straordinario, che forse si può notare solo nella Società Antroposofica: allora emerge questo straordinario che non si sa più cosa fare con quella porzione di insoddisfazione che un uomo volentieri avrebbe.

Poiché non si può certo attribuire alla Società Antroposofica stessa che la renda insoddisfatti! Ma non ci si ferma lì, dopo la si fa comunque, le si attribuiscono i motivi dell’insoddisfazione. Ma quello che deve accadere lì è proprio quel grado interno dello sviluppo umano che veramente porta dal pensiero e dal sentimento alla volontà. E se il percorso antroposofico è percorso con rettitudine, allora è raggiunto questo grado, allora si va dal pensiero e dal sentimento alla volontà. Ovunque si veda in quello che è detto in «Come si ottengono conoscenze dei mondi superiori?» che non viene perseguito uno sviluppo di pensiero in cui allo stesso tempo non si trovi uno sviluppo di volontà. Ma l’umanità moderna soffre propriamente di due mali, di quei due mali che nella Società Antroposofica devono essere superati. L’uno è la paura del soprasensibile, poiché questa paura, questa angoscia del soprasensibile è proprio quello che consapevolmente o inconsapevolmente sta a fondamento di tutta l’opposizione al movimento antroposofico. C’è in realtà una sorta di avversione all’acqua nei nemici. Sapete che l’avversione all’acqua si esprime anche in un’altra forma come impulso, e perciò non ci si deve meravigliare che quell’avversione all’acqua che intendo ora si esprima talvolta anche con ira. Talvolta del resto le cose sono innocue. Per molti l’antroposofia è oggi un buon mezzo per scrivere libri, con cui si può anche guadagnare qualcosa o per cui si appare in un catalogo di libri, poiché la gente ha bisogno di temi, e non tutti hanno temi, devono prenderli dal mondo esteriore. Quindi talvolta le cose nei loro motivi sono più innocue di quanto si pensi.

Solo che nelle loro conseguenze non sono innocue abbastanza. Quello che l’umanità ha da un lato è la paura della conoscenza soprasensibile; la trasforma in una maschera, nella logica della ricerca. Questa logica della ricerca con i suoi limiti della conoscenza non è in realtà nient’altro che l’eredità diretta del vecchio peccato originale; solo che gli antichi concepivano il loro peccato originale così da doversi elevare al di sopra del peccato. Nel periodo post-scolastico la conoscenza è del tutto ancora intaccata dalla fede nel peccato originale. Mentre prima nel campo morale il peccato originale era visto così che l’uomo per natura è cattivo, che deve uscire dalla sua natura, così nel campo intellettualistico si esprime così: l’uomo nel campo dato non raggiunge il soprasensibile, che non può uscire da sé. Che egli voglia riconoscere questo limite di conoscenza non è nient’altro che eredità del peccato originale, solo che nei tempi migliori si è cercato di superare il peccato, e l’uomo moderno superbo vuole rimanere nel peccato della conoscenza, addirittura dittatura: Non voglio superare il peccato, amo il diavolo, vorrei almeno amarlo. Questo è da un lato. L’altro lato è, malgrado molte manifestazioni di volontà che però sono propriamente in gran parte mascheramenti, la debolezza della volontà e la paralisi interna della volontà dell’uomo moderno. E vorrei dire che queste due proprietà funeste della civiltà e della cultura moderna devono essere proprio superate nella vita antroposofica. E se la vita antroposofica dovesse diventare pratica, allora è necessario che da una conoscenza senza paura e da una volontà forte nascesse la prassi di vita.

Ma ciò presuppone che si impari a vivere in modo antroposofico con il mondo. Prima si è imparato a vivere antroposoficamente fuggendo il mondo. Ma si deve anche imparare a vivere in modo antroposofico con il mondo, portare nel mondo, nella vita quotidiana, nella prassi di vita ordinaria l’impulso antroposofico. Bisogna proprio nuovamente riunire l’uomo che si è spaccato in un antroposofo e in un pratico, nella sua unità di uomo intero. E ciò non si raggiunge mai se da qualche parte nella vita antroposofica si insedia una vita come se si fosse propriamente chiusi, circondati da alte mura di fortezza, oltre che non si vede. Ciò deve essere superato nella Società Antroposofica. Ci si deve appropriare occhi aperti per quello che accade nella vicinanza, nel resto del mondo, allora si arriverà anche ai giusti impulsi di volontà. Ma proprio nel tempo in cui l’antroposofia come tale ha raggiunto la sua terza fase — ve l’ho caratterizzato anche l’ultima volta — la Società Antroposofica è spesso rimasta indietro rispetto alla vita antroposofica, rimasta indietro in quanto la volontà non poteva stare al passo. Poiché è stato necessario richiamare le personalità dirigenti che allora e lì erano le guide all’avanguardia per le varie fondazioni, è capitato spesso che colui che avrebbe potuto essere un maestro di scuola Waldorf eccellente, che si era appropriato dell’orizzonte del maestro di scuola Waldorf — un cattivo antroposofo diventasse. Contro la singola istituzione non c’è il minimo da obiettare; la scuola Waldorf è considerata oggi dal mondo, non solo dall’ambiente immediato; si può ben dire, con umiltà: non c’è nulla da obiettare in tutta sincerità contro la singola istituzione, o almeno la critica appartiene a un foglio del tutto diverso.

Si può essere un maestro di scuola Waldorf eccellente e un cattivo antroposofo, si può essere un lavoratore eccellente in un’altra impresa e un cattivo antroposofo. Questo è il punto: tutte quelle singole imprese sono nate dal terreno materno dell’antroposofia e si deve rimanere consapevoli che anzitutto davvero si deve rimanere antroposofo, che non si può rinnegare questo centro, che non si può rinnegare come maestro di scuola Waldorf, che non si può rinnegare come collaboratore del Prossimo Giorno, che non si può rinnegare come ricercatore, che non si può rinnegare come medico, che non si deve mai, neanche lontanamente, farsi l’idea di dire: Non ho tempo per le questioni generali antroposofiche. Altrimenti per un certo tempo potrebbe esserci vita in ognuna di queste imprese, poiché l’antroposofia come tale contiene veramente la vita e può darla, ma questa vita non potrebbe essere mantenuta durevolmente. Si prosciugherebbe anche per le singole imprese. Da un’opposizione non scientifica, per cui è caratteristico che propriamente dappertutto cerca non di entrare nel merito della causa antroposofica, ma chiede: come è stata acquisita l’antroposofia, come sta con la chiaroveggenza, come sta, come sta, beve il caffè o beve il latte o simili — a parte queste cose che non hanno nulla a che fare con la questione, ma che frequentemente, non è vero, formano la conversazione, allora, se si ha il senso di demolire l’antroposofia, si ricorre alla diffamazione, e allora si presentano anche tali fenomeni che ora appaiono frequentemente nel mondo, che poco tempo fa, quando la civiltà non aveva ancora raggiunto il suo punto più basso, erano impossibili, ma che oggi sono diventati possibili!

Non voglio designare tutto ciò in dettaglio, ma vorrei lasciarlo a coloro, a cui pure il destino della Società Antroposofica deve stare a cuore. Ma ho voluto parlarvi ancora di queste cose oggi, poiché ho avuto ancora una volta l’opportunità — potrei anche dire l’inopportunità — di essere qui. Dal punto di vista del lavoro di Dornach è un’inopportunità, dal punto di vista del lavoro di qui è un’opportunità gioiosa, le cose hanno sempre due lati, a Dornach la mia presenza è molto necessaria; ma poiché potevo ancora una volta parlarvi con mia profonda soddisfazione, vorrei dire: è questo che ora è necessario, che si impari a sentire e a provare l’antroposofia in modo antroposofico, che si impari a sentire pulsare l’antroposofia nel cuore. Ciò non può accadere in una nebulosa mistica, ma può accadere solo in piena chiarezza. Poiché l’antroposofia tollera la luce. Altre cose che si caratterizzano anche in modo simile nel mondo non tollerano la luce; tollerano solo l’oscurità del settarismo. L’antroposofia tollera la luce piena, può con il cuore, con il calore più intimo del cuore entrare nella luce piena, non deve temere questa luce piena. Le diffamazioni personali prive di essenza — e ciò va molto lontano, così che talvolta non si riconosce il personale — le diffamazioni personali prive di essenza possono certamente essere designate come ciò che sono. Ma di fronte a un’opposizione onesta l’antroposofia dappertutto può venire con quello che è possibile sul terreno di una discussione quanto al merito.

Ma una discussione quanto al merito esige che si entri nei metodi di conoscenza dell’antroposofia. E chi vuol discutere quanto al merito non può farlo prima che non si sia lasciato coinvolgere nei metodi di conoscenza. Dal punto di vista del sentimento, dal punto di vista del cuore, dal punto di vista del sano senso umano, ognuno può accogliere l’antroposofia. Discutere sull’antroposofia non può chi da principio non vuole assolutamente lasciarsi coinvolgere nei suoi metodi di conoscenza, chi non sa quali sono i suoi metodi di conoscenza. Sperimentare e combinare esperimenti, per ciò non è necessario alcuno sviluppo interno, per ciò è necessario solo un allenamento esterno, ciò può chiunque. Ma colui che sa solo questo non deve voler discutere sull’antroposofia se non si può coinvolgere nei suoi metodi di conoscenza. Ma ciò a sua volta i pigri di oggi lo rifiutano, coloro che postulano dogmaticamente l’essere umano nella sua perfezione e non vogliono sapere nulla di uno sviluppo. Ma né la verità né la bontà si rivelano all’uomo senza che egli dalla sua più intima libertà vi aggiunga qualcosa. Se si sa quali impulsi sono necessari entro la Società Antroposofica, per starvici con il giusto cuore, per condurre le sue questioni con il giusto cuore, se si sa valutare correttamente i motivi dei nemici, allora si avrà, se si ha buona volontà, la forza di riunire quella che oggi è necessario riunire, quando appunto si dovrà passare in modo sano attraverso quello che vi è stato annunciato qui, prima che io abbia parlato, come collocato pure nella volontà della Società Antroposofica stessa.

5°Gli ideali e l'edificio perduto

Dornach, 22 Febbraio 1923

Oggi desidero richiamare l’attenzione su quell’ideale che era legato alla costruzione che la sventura ci ha strappato. Desidero richiamarvi l’attenzione affinché anche qui regni il retto pensiero su ciò che nei prossimi giorni, come direi, dovrà essere intrapreso quale primo passo verso una nuova vita della Società Antroposofica a Stoccarda. Poiché ciò che deve scaturire dall’antroposofia deve fondarsi su una solida base di entusiasmo umano. E questo entusiasmo umano può divenire nostro soltanto perché rivolgiamo lo sguardo verso quell’ideale che dovrebbe vivere nel petto di ogni antroposofo e che è grande abbastanza da tenere uniti nella carità i membri della Società Antroposofica. Non è da negare che, benché l’ideale stesso dell’agire antroposofico non sia scomparso, l’entusiasmo per questo ideale si è davvero affievolito nelle tre epoche successive del nostro sviluppo antroposofico. E ora, mentre stiamo in lutto dinanzi alla rovina di quel tempio attraverso cui potevamo esprimere questo ideale in un linguaggio esteriormente percettibile, diviene ancora più necessario che ci riuniamo nel retto sentimento verso l’ideale antroposofico, affinché da questo sentimento comune e dal conseguente pensiero comune sorga una forza potente, di cui abbiamo grande bisogno oggi, specialmente dinanzi all’inimicizia che cresce con ogni settimana.

Pertanto mi sia concesso in questa conferenza di non parlare della continuazione — almeno non direttamente della continuazione — di ciò che ho esposto nelle scorse settimane e negli ultimi discorsi, bensì di presentare qualcosa che forse può legarsi ai ricordi più importanti della nostra costruzione e che può essere idoneo a rinnovare quelle relazioni necessarie tra i singoli membri della Società Antroposofica. Poiché nel riunirsi intorno all’ideale comune deve accendersi quell’amore che ogni antroposofo dovrebbe portare verso l’altro e che dovrebbe escludere che in chicchessia all’interno della Società Antroposofica possa esistere anche soltanto in pensiero alcun rancore verso l’altro. Ricorderete forse che quando abbiamo potuto aprire il primo corso universitario nel Goetheanum, ho allora sottolineato in una breve allocuzione introduttiva come in una nuova forma, in tal modo che si realizza nel Goetheanum per mezzo degli uomini, si debba cercare una vera collaborazione mondiale di scienza, arte e religione. Ciò che dunque nel Goetheanum avrebbe dovuto nascere — ciò che avrebbe dovuto nascere attraverso il linguaggio delle sue forme e dei suoi colori — era un ideale scientifico, era un ideale artistico, era un ideale religioso. Oggi dobbiamo incidere più profondamente nei nostri cuori ciò che non può più parlarci attraverso forme e colori esterni. E possiamo forse, procedendo come abbiamo fatto in altre considerazioni le scorse settimane, domandarci come nelle successive epoche dello sviluppo dell’umanità siano stati ricercati l’ideale scientifico, artistico e religioso.

Quando volgiamo lo sguardo alla potente e nobile vita spirituale orientale, ci imbattiamo in un determinato momento di quella antica vita spirituale orientale, quando ai popoli orientali il contenuto spirituale dei valori si manifestava in rivelazione immediata. Ci imbattiamo in un’epoca in cui gli uomini non dubitavano minimamente che ciò che potevano vedere con i loro sensi fosse soltanto l’impronta esterna scarsa di quello che a loro appariva, come sguardo più antico, di certo ancora onirico ma completamente reale per loro, come il Divino-Spirituale. La visione, sebbene istintiva e pulsionale, era in un tempo passato tale nell’umanità che gli uomini in certi stati particolari della loro coscienza percepivano gli esseri spirituali del mondo nella realtà immediata, così come attraverso il corpo fisico percepivano i loro simili, come attraverso la corporeità fisica percepivano gli esseri dei tre regni naturali fisici. Con la stessa certezza con cui era certa l’esistenza di un simile, con altrettanta certezza era per l’antico orientale dalla percezione immediata l’esistenza delle entità divino-spirituali che si collegavano con l’uomo. Questo gli dava la sua certezza religiosa interiore. E questa certezza religiosa interiore non era diversa dalla certezza che possedeva riguardo alle cose esterne della natura. Con la medesima sicurezza con cui poteva credere all’esistenza della pietra, della pianta, delle nuvole e dei fiumi, con la medesima sicurezza poteva credere all’esistenza del suo Dio, poiché vedeva questo Dio. E ciò che nella scienza moderna è chiamato approssimativamente animismo, che presenta la cosa come se negli antichi tempi gli uomini avessero poeticamente immaginato cose nella natura, avessero introdotto attraverso la loro fantasia il Vivente-Spirituale in essa, ciò è semplicemente puerile, è semplicemente scienza dilettantesca dei nostri giorni. In verità gli uomini percepivano il Divino-Spirituale come percepivano il Naturale-Sensibile. Da ciò scaturiva loro, come ho già detto, la certezza della loro vita religiosa, ma da ciò scaturiva loro anche ciò di cui avevano bisogno per l’arte, per la loro creazione artistica. Il Divino-Spirituale aveva per loro forma concreta e immediata. Sapevano quali forme questo Divino-Spirituale possedeva, sapevano in quali colori lo spirituale si manifestava. Potevano esprimere ciò che appariva loro nello spirituale attraverso i mezzi del mondo sensibile, attraverso i mezzi del mondo fisico. Potevano prendere i materiali da costruzione che avevano a disposizione; i mezzi della scultura o di altre arti potevano usarli con la tecnica di cui erano capaci, ed esprimevano ciò che si manifestava loro nello spirito. Quando giungevano alla venerazione interiore, a un rapporto emotivo interiore e umano verso le loro entità divino-spirituali, sentivano ciò come religione. Quando attraverso mezzi esterni, attraverso mezzi fisici rappresentavano ciò che contemplavano nello spirito, lo sentivano come arte. Ma la questione con la loro arte era tale che tutto ciò che potevano creare dai loro mezzi artistici, ciò che avevano come tecnica, ciò che avevano a disposizione come materiali per il fisico, che potevano usare per esprimere ciò che si manifestava loro nello spirito: tutto questo era minimo rispetto a ciò che si manifestava loro nello spirito.

Ci imbattiamo in un momento dello sviluppo orientale antico in cui ciò che appariva all’uomo come Divino-Spirituale, ciò che, per usare l’espressione goethiana, appariva in forma sensibile-soprasensibile, era di una bellezza sublime e splendente e agiva potentemente sull’animo e sulla fantasia, e poiché non si padroneggiava la tecnica dei mezzi artistici esterni, tutt’al più in una forma simbolica o allegorica goffa giungeva all’espressione ciò che appariva molto più bello nello spirito. Un artista di quell’epoca remotissima avrebbe potuto dire, se avesse voluto esprimere la sua creazione artistica nel nostro sentimento: bello è ciò che appare nello spirito, e soltanto un riflesso debole di questo può essere dato in ciò che posso formare dalla terra, dal legno, da altri materiali artistici, per esprimere ciò che appare nello spirito. E un artista era allora un uomo che vedeva lo spirituale in modo bello e lo mostrava nell’immagine sensibile agli altri uomini, che non potevano contemplarlo direttamente, ma ne erano convinti: quando l’artista presentava loro in forma allegorico-simbolica ciò che vedeva nello spirito, anche essi giungevano, attraverso questo mezzo di espressione sensibile, a trovare l’accesso a un mondo che sta al di sopra di quello terrestre, in un mondo in cui l’uomo deve trasporsi se vuole sentire il sentimento della sua piena dignità umana. E questo rapporto, questa relazione verso il Divino-Spirituale era così immediata, era, se posso esprimermi così, così reale e concreta, che gli uomini avevano il sentimento che quando pensavano, quando si formavano pensieri, questi pensieri venivano loro dagli Dei che vedevano, che erano lì presenti come gli altri uomini.

E gli uomini di quest’antica epoca dicevano: quando si parla con gli uomini, essi vi rivolgono parole che risuonano nell’aria; quando si parla agli Dei, essi vi comunicano pensieri che sono percettibili soltanto nell’interiorità umana. Le parole che si possono esprimere attraverso suoni sono parole umane, le parole che si possono esprimere attraverso pensieri sono comunicazioni divine. E quando l’uomo formava i suoi pensieri, non credeva che questi pensieri si formassero interiormente nella sua anima, bensì credeva di udire ciò che gli esseri divino-spirituali gli sussurravano come pensieri. Se udiva con il suo orecchio, si diceva: io odo uomini. Se udiva con la sua anima, dove ciò che era udito si manifestava soltanto in pensieri, diceva: io odo entità divino-spirituali. E così la conoscenza che viveva nelle idee era per questi uomini dell’antica epoca comunicazione divina. Linguaggio divino era il Logos parlato direttamente dagli Dei agli uomini. Così si può dire: nell’ideale religioso la visione degli Dei si esprimeva e si esplicava. Nell’ideale artistico si esprimevano le imitazioni del Divino attraverso mezzi umani in forma simbolico-allegorica. Nell’ideale scientifico l’uomo restituiva il linguaggio che gli Dei gli parlavano. Questi erano quei tre ideali che si univano insieme nell’antica epoca orientale, poiché in fondo questi tre ideali erano un unico ideale. L’uomo contemplava in questo unico ideale la rivelazione divina. La religione si estendeva su tutta la vita dell’anima umana.

La scienza e l’arte erano i due mezzi attraverso cui il Divino viveva insieme con l’uomo sulla terra. E l’artista sentiva, mentre creava l’opera d’arte, che Dio guidava la sua mano, o il poeta sentiva che Dio formava e scolpiva le sue parole. «Canta, o Musa, dell’ira per me del Pelide Achille!» Non è il poeta che parla, è la Musa che parla nel poeta. E questa era una verità. L’interpretazione astratta che oggi se ne dà e che dice semplicemente che sia un abbellimento poetico, appartiene appunto alle stranezze grottescamente puerili dei nostri giorni, che non sanno quanto sia vera l’affermazione goethiana: «Quello che voi chiamate lo spirito dei tempi, è fondamentalmente lo spirito dei signori, in cui i tempi si specchiano». E quando dalla triade orientale degli ideali umani in religione, arte e scienza passiamo ai Greci, che hanno trovato un eco esteriore prosaico e povero nei Romani, troviamo questi tre ideali ulteriormente sviluppati. Ciò che prima, direi, da un’altezza di splendore luminoso si era manifestato agli uomini come Divino-Spirituale, il Greco lo sentiva attraverso l’uomo stesso che parlava. La vita religiosa si è strettamente legata all’essere umano greco. L’uomo in Grecia sentiva che ciò che egli stesso era, nella sua forma e nella sua vita interiore, era permeato dalla divinità, saturo di divinità. Non più guardava in altezze di splendore luminoso, ma nel meraviglioso edificio dell’uomo stesso. Non aveva così più quella visione potente del Divino-Spirituale che aveva l’orientale, bensì, direi, un’immagine più debole del Celeste-Spirituale.

Ma chi realmente sa immedesimarsi nella poesia greca, nell’arte greca, nella filosofia greca, costui può sapere che per il Greco era tuttavia un sentimento fondamentale, attraverso cui si diceva: l’uomo che qui sulla terra cammina, che non è soltanto un confluire di ciò che gli occhi vedono nel mondo sensibile esterno, è una testimonianza dell’esistenza di un Divino-Spirituale. E l’uomo che qui sulla terra cammina, che non poteva avere origine terrena per il Greco, è immediatamente una testimonianza dell’agire di Zeus, dell’agire di Atena nei mondi spirituali. Il Greco ha visto nella forma umana e nello sviluppo della vita umana interiore la testimonianza più sublime per l’agire divino-spirituale nel mondo. E così il Greco umanizzò i suoi Dei, poiché sentiva l’uomo stesso ancora nella sua divinità. È qualcosa di completamente diverso quando il Greco umanizza i suoi Dei rispetto a quando l’uomo moderno in un antropomorfismo inferiore si immagina il suo Dio-uomo. Poiché per il Greco viveva ancora nell’uomo una testimonianza del Divino. Il Greco poteva ancora dirsi: se non fosse un Divino che permea e pervade il mondo, l’uomo non potrebbe stare dinanzi a me come sta. La religione era inclusa nella comprensione dell’uomo. L’uomo era venerato riguardo a ciò che non poteva darsi da sé, ma come si presentava nel mondo. Non l’azione umana quotidiana, non la ricerca terrena umana vana, ma ciò che era stato posto nel mondo con l’uomo era venerato in modo appropriato. E questa venerazione che si aveva per l’essere umano si estendeva alla venerazione del mondo divino-spirituale.

L’ideale artistico presso i Greci era tale che il Greco da un lato sentiva il suo Divino-Spirituale testimoniato dall’esistenza dell’uomo sulla terra, dall’altro sentiva fortemente, come non era ancora il caso presso l’orientale, le leggi della natura sensibile-fisica, le leggi dell’armonia e della disarmonia, le leggi della misura, le leggi del carico e della spinta dei materiali. E mentre l’orientale, direi, era ancora goffo nel dominare il materiale, mentre poteva esprimere soltanto in forma allegorica e simbolica lo spirituale che lo sommergeva e lo traboccava, così che lo spirituale che arrivava all’espressione attraverso qualcosa di sensibile nell’opera d’arte dell’antico mondo orientale era sempre molto più vasto, potente e maestoso di ciò che poteva arrivare all’espressione in forma sensibile goffa, il Greco tendeva a versare tutto ciò che poteva comprendere nello spirito in quello che ormai già conosceva dal mondo sensibile-fisico. Per lui la colonna non doveva essere più spessa di quanto dovesse essere per sviluppare la capacità portante di ciò che le stava sopra. Non doveva, come nell’arte orientale, ciò che era espressione sensibile del Divino rappresentare le leggi fisico-sensibili in modo goffo, bensì dovevano essere comprese le leggi sensibile-fisiche nella loro perfezione. Lo spirito doveva stipulare un matrimonio di pari con il sensibile fisico. Tanto spirito, tanta regolarità sensibile-fisica è in un tempio greco, e tanta capacità espressiva del materiale quanto spiritualità si manifesta attraverso questo materiale è in una statua greca. E così fluiscono i versi di Omero, così che nel flusso del linguaggio umano si rivela immediatamente il flusso del linguaggio divino. Il poeta sentiva mentre dava forma alle sue parole che da ciò che scaturisce dalle leggi del linguaggio stesso tutto deve essere dominato, che nulla deve restare goffo, nulla deve balbettare come accade ancora nella poesia innica orientale, bensì che tutto deve trovare un’espressione adeguata allo spirito: completo dominio delle leggi fisico-sensibili dei materiali artistici da parte dell’uomo, affinché nulla dello spirito si manifesti che non appaia nelle forme sensibili stesse.

Come il Greco sentiva rispetto all’uomo che egli è una testimonianza del Divino, così anche l’opera d’arte del tempio, l’opera d’arte della statua dovevano essere una testimonianza immediata dell’agire del Divino, certamente ora dalla fantasia umana. Si poteva vedere dal tempio che colui che l’aveva costruito aveva dominato tutte le leggi del materiale sensibile-fisico, affinché in ogni manifestazione di questo materiale fisico-sensibile potesse esprimere ciò che nel rapporto con gli Dei aveva lasciato fluire in sé, nella sua essenza umana. E le più antiche tragedie dei Greci erano completamente così che gli esseri rappresentati erano in realtà imitazioni del Divino, dell’Apollineo, del Dionisiaco, e il coro tutt’attorno era una specie di controriso della natura, una specie di eco dell’agire divino-spirituale. Con uomini come materiale adeguato si voleva esprimere nella tragedia ciò che accade nei mondi divini, ma così che, a differenza dell’orientale, non si debba sempre, direi, guardare con occhio spirituale in una regione più alta di quella dove si trova l’immagine sensibile, bensì si possa rimanere allo stesso livello dove gli uomini rappresentano la tragedia, per percepire in ogni gesto, in ogni parola, in ogni recitativo del coro qualcosa in cui il Divino fluisce in una forma sensibile appropriata. Questo era l’ideale artistico dei Greci. E l’ideale scientifico? Il Greco non sentiva più con la vitalità dell’orientale che nelle idee, nei pensieri gli Dei gli parlavano. Aveva già sentito qualcosa di come l’uomo deve sforzarsi per formarsi pensieri. Ma come sentiva l’uomo stesso che cammina sulla terra nella sua forma e nella sua vita interiore come testimonianza immediata e vivente del Divino, così sentiva il pensiero come una percezione sensibile. Come percepiva immediatamente il rosso o l’azzurro o il Do o il Sol, così percepiva i suoi pensieri, li percepiva nel mondo esterno come gli occhi e gli orecchi ricevono le percezioni sensibili. Attraverso ciò non sapeva più il Logos con quella concretezza, con quel linguaggio così concreto come lo sapeva l’orientale; il Greco non scriveva più le Veda, rispetto a cui l’orientale aveva il sentimento che gli Dei le avessero introdotte nei suoi pensieri. Il Greco sapeva che doveva elaborare i suoi pensieri, come si sa che si deve guardare tutt’attorno con gli occhi per percepire sensibilmente la circoscrizione. Ma il Greco sapeva ancora che questi pensieri che elaborava erano i pensieri divini riposti nella natura. E così il pensiero era per lui la testimonianza terrena della parola divina. Mentre l’orientale ancora ascoltava lui stesso il linguaggio divino, il Greco sentiva il linguaggio già come linguaggio umano, ma lo sentiva come testimonianza immediata del linguaggio divino, come gli veniva testimoniato sulla terra. Così la scienza per il Greco era qualcosa di divino-spiritualmente infuso, qualcosa che ancora si poteva riconoscere come inviato dalla Divinità-Spirituale sulla terra, come l’uomo stesso nella sua forma, nella sua esperienza interiore era posto sulla terra dalle forze divine.

Vediamo come l’ideale religioso, artistico e scientifico si è trasformato nel corso dello sviluppo dell’umanità dal mondo orientale remotissimo al mondo greco. Stiamo ora nuovamente a un punto — e lo sviluppo dell’umanità dell’Occidente civilizzato è, come vi ho esposto più volte, giunto a questo punto dal primo terzo del quindicesimo secolo — dove sorge la necessità che gli uomini diano nuove forme agli antichissimi sacri ideali, all’ideale religioso, artistico e dell’ideale conoscitivo. Era questo ciò che volevo esprimere quando abbiamo aperto il primo corso universitario nel nostro Goetheanum. Volevo esprimere che il Goetheanum esiste poiché dalle leggi interiori dello sviluppo umano stesso consegue che l’ideale religioso, artistico e dell’ideale conoscitivo debba assumere nuove forme — addirittura di fronte alle splendide forme greche. È ciò che riempie di un dolore così terribile quando oggi vediamo la rovina al posto di ciò che nella forma e nel colore, in ogni condotta di linea, in ogni forma di legno avrebbe dovuto esprimere come dalle profondità più intime dello sviluppo dell’anima dell’umanità i tre grandi ideali si rinnovassero. Con dolore soltanto, con il più profondo afflitto si può guardare il luogo che avrebbe dovuto parlare del rinnovamento dei tre grandi ideali dell’umanità, e che oggi giace in rovina, così che possiamo tenere soltanto nei nostri cuori ciò che era stato immesso in questa costruzione. Poiché, anche se si presentasse come una possibilità che qui una costruzione venisse nuovamente innalzata: certamente non la vecchia costruzione! E nel modo come è stato parlato attraverso la vecchia costruzione, non sarà possibile parlare nuovamente attraverso una costruzione. Per ciò dobbiamo inscrivere ancora più profondamente nei nostri animi ciò che era realmente inteso attraverso questa costruzione per i tre grandi ideali dell’umanità.

Non possiamo dire oggi che, come la chiaroveggenza istintiva dell’orientale, il Divino-Spirituale ci si presenti dinanzi brillantemente come un’entità sensibile esterna, o che le azioni divine si presentino dinanzi all’occhio dell’anima dell’uomo come le azioni sensibili si manifestano nel sensibile o nella vita quotidiana. Ma quando facciamo vivere in noi quell’approfondimento nell’essere della natura e dell’uomo che possiamo far vivere attraverso il pensiero e il sentimento antroposofico, allora il mondo, il cosmo, l’universo si presentano a noi in una forma diversa da quella che si presentava al Greco. Quando il Greco dirigeva lo sguardo nella natura, quando dirigeva lo sguardo sull’uomo che cammina esteriormente fisico, allora aveva il sentimento: quando qui la fonte scorre, il monte si eleva coronato dalla nuvola, là il sole sorge nello splendore dell’aurora rossa, l’arcobaleno si stende attraverso tutto ciò parla il Divino-Spirituale. Il Greco vedeva dalla natura così tanto che poteva vivere sentendo in tutto il Divino-Spirituale. Ma la sua visione della natura era tale che ne rimaneva soddisfatto, che sentiva il suo completo soddisfacimento umano in ciò che vedeva della natura. Ho spesso sottolineato che si parla a ragione di un progresso della conoscenza della natura, e proprio l’antroposofia è adatta a comprendere il vero significato del progresso naturalistico degli ultimi secoli. L’ho spesso sottolineato. Non si può attribuire all’antroposofia un’ingenua critica della scienza della natura, della visione della natura, dell’approfondirsi nella natura, bensì soltanto un vero approfondimento pieno d’amore. Sì, miei cari amici, rispetto alla natura gli uomini hanno imparato molto, molto negli ultimi secoli. E quando si approfondisce ciò che è stato imparato, si ottiene da una visione della natura — come vi ho esposto spesso da questo luogo, da questo posto — l’intuizione delle vite terrestri ripetute dell’uomo, l’intuizione della trasformazione della natura. Si ottiene uno sguardo perspettico nei tempi futuri, dove l’uomo rivivificherà ciò che ha sperimentato nel presente attraverso i suoi sensi e la sua anima e il suo spirito. E si ottiene attraverso un giusto approfondimento nella natura una visione diversa, una diversa concezione totale della natura rispetto a quella che aveva il Greco.

Si potrebbe dire che il Greco vedeva la natura come un essere maturo, che gli rivelava la magnificenza del mondo divino-spirituale. L’uomo moderno non può più vedere la natura così. Quando guardiamo dappertutto a ciò che oggi possiamo sentire degli esseri naturali, con tutti i nostri eccellenti strumenti, con tutti i nostri eccellenti attrezzi, allora ci appare la natura insieme con l’uomo naturale come qualcosa che è germogliante, che porta in sé qualcosa che solo nel futuro può svilupparsi. Il Greco vedeva ogni pianta come qualcosa che, così come si manifestava, aveva un’esistenza perfetta, poiché il dio della pianta vive nella singola pianta. Noi vediamo la pianta come qualcosa da cui nella natura deve nascere qualcosa di superiore; vediamo in tutto dove guardiamo oggi qualcosa di germinale. E ci appare in ciò che oggi vediamo non già nel compiuto, ma, direi, in una natura gravida di futuro, conscia del futuro, in tutto questo contempliamo qualcosa verso cui cominciamo a dirci: un Divino agisce nella natura e deve agire, poiché porterà la natura germinale a una forma di perfezione.

Abbiamo imparato a guardare più accuratamente la natura. Se il Greco ha visto l’uccello, noi in natura vediamo l’uovo. Mentre il Greco ha visto l’essere compiuto, noi dappertutto vediamo le disposizioni. E colui che ha una giusta visione della natura oggi è colui che può essere trascinato con tutta la sua anima, con tutto il suo cuore, con tutto il suo animo dalla germinazione, dalla disposizionalità della natura. Questo è l’altro lato della conoscenza della natura contemporanea. Quando si comincia a guardare religiosamente nel microscopio, quando si comincia a guardare religiosamente nel telescopio, ovunque si notano stati di germe. L’esattezza della visione della natura ci lascia vedere la natura nello stato embrionale, ci lascia vedere la natura come ovunque creativa, ci lascia vedere la natura come ovunque tendente verso il futuro. Ciò produce un nuovo ideale religioso. Questo ideale religioso tuttavia potrà averlo soltanto colui che vede anche nella singola vita umana — come abbiamo spesso presentato qui in questo luogo — ciò che gli appare come germinale per vite terrestri umane future diversamente conformate. Il Greco ha visto nell’uomo il confluire dell’intero cosmo, ma del cosmo presente. L’antico orientale ha visto nell’uomo il confluire dell’intera storia cosmica passata. Noi sentiamo nell’uomo il germe del Futuro. Ciò dà al nuovo ideale religioso il suo colore. E quando passiamo all’artistico, allora troviamo che quando oggi ci approfondiamo nella natura e non rimaniamo fermi ai contorni morti, non rimaniamo fermi alle idee astratte, bensì ci approfondiamo con anima vivente nelle forme della natura, sì, cosa troviamo allora? Miei cari amici, l’avete visto nei capitelli che ho potuto dare alle nostre colonne, l’avete visto nei motivi dell’architrave che coronavano le colonne laggiù: ciò non è sorto dall’osservazione della natura, ciò è sorto dal co-vivere con la natura. La natura produce forme, ma che potrebbero anche essere diverse; la natura ci invita ovunque a trasformarne le forme, a metamorfosizzarle.

Chi osserva soltanto la natura la copia, cade nel naturalismo. Chi vive la natura, chi non soltanto guarda le linee delle piante, i colori delle piante, ma le vive interiormente, per costui da ogni pianta, da ogni forma rocciosa, da ogni forma animale ne esce un’altra che egli può imprimere nel materiale. Non lo si fa come il Greco, che voleva esprimere completamente lo spirito nella tecnica del materiale: si lotta con le forme della natura e si creano dalle forme della natura forme indipendenti, non in modo simbolico-allegorico come presso gli orientali, neppure in modo così adeguato come presso i Greci, ma così che nella rivelazione sensibile si esprima direttamente qualcosa che in ogni linea, in ogni colore tende verso il Divino. Presso gli orientali il Divino si esprimeva attraverso il simbolo, attraverso l’allegorico, irradiava come un’aura, come una nuvola, così che il Divino-Spirituale traboccava le forme, le sovrastava, così che diceva più delle forme. Noi uomini moderni dobbiamo creare opere d’arte in cui la forma dice più di quanto la natura dica, ma parla completamente naturalmente, così che ogni singola linea, ogni singolo colore diventa come una preghiera della natura al Divino. Noi strappiamo alla natura quelle forme attraverso cui la natura stessa può venerare il Divino. Noi parliamo artisticamente alla natura. In realtà ogni pianta, ogni albero vorrebbe in una preghiera guardare verso un Divino. Lo vediamo nella fisionomia dell’albero, nella fisionomia della pianta. Ma le possibilità di espressione della pianta, dell’albero, non sono abbastanza grandi. Rimangono disposte nell’albero e nella pianta. Tiriamo fuori ciò che vive nell’albero e nella pianta, nella nuvola e nella pietra come condotta di linea, come colore, come vitalità interiore, l’imprimiamo nel materiale da costruzione, l’imprimiamo nel materiale per la scultura, allora parla attraverso la nostra opera d’arte la natura agli Dei. Scopriamo il Logos nella natura. E ci appare nella nostra arte una natura superiore rispetto alla natura fuori, una natura che a sua volta in modo completamente naturale lascia fluire il Logos verso la mondo divino-spirituale.

Nelle opere d’arte orientali il Logos fluiva in basso e trovava soltanto un’espressione balbettante nel materiale artistico umano. Le nostre forme artistiche devono essere vere forme di linguaggio, che parlano quel linguaggio che la natura vorrebbe parlare se potesse raggiungere il suo scopo. Questo è l’ideale artistico, quell’ideale artistico che si presenta accanto all’ideale religioso che vede la natura nelle sue disposizioni, nei suoi germinamenti. E il terzo è il nostro ideale scientifico, quell’ideale che non sente più, come presso l’orientale, il pensiero come qualcosa che il Dio sussurra direttamente nell’anima. Il nostro moderno ideale di pensiero o di idea non può neppure sentire il pensiero come il Greco, come testimonianza che sorge nell’uomo per il Divino; troviamo il pensiero in modo puramente umano, attraverso il lavoro umano, attraverso il lavoro interiore dell’anima umana. Ma se ci siamo così sollevati nei confronti dei pensieri che non introduciamo nulla di egoismo, nulla di egocentrismo, nulla di appassionatezza interiore che è parteggiata per questo o quello, così nulla di parteggiamento umano per l’uno o l’altro giudizio nei pensieri, se ci siamo così sollevati come uomini a vivere il pensiero in quella forma che il pensiero stesso vuole assumere, allora non ci sentiamo come il formatore, come il creatore del pensiero, bensì come il palcoscenico dell’anima interiore attraverso cui il pensiero in noi stesso si esplica e vive. E allora proviamo la grandezza di fronte ai pensieri che noi stessi ci siamo formati, di fronte alle idee che apparentemente noi stessi in noi abbiamo creato, senza egocentrismo, senza parteggiamento per l’uno o l’altro giudizio. Allora siamo sorpresi: le idee che così ci siamo formate sono degne di raffigurare il Divino. Scopriamo dopo, come il pensiero formato nel nostro stesso petto è degno di raffigurare il Divino. Scopriamo prima il pensiero e scopriamo dopo: il pensiero è proprio il Logos! Mentre tu inegoisticamente lasci formarsi il tuo pensiero in te stesso, tu attraverso l’inegoisticità ti hai creato la possibilità che Dio fosse il creatore del tuo pensiero. Ciò che l’orientale sentiva come rivelazione del pensiero, ciò che il Greco sentiva come testimonianza attraverso il pensiero, lo sentiamo noi come una scoperta vivente: abbiamo il pensiero e dopo ci si annunzia come ciò che può esprimere Dio. Questo è il nostro ideale scientifico.

Così stiamo nello sviluppo dell’umanità, afferrando il momento in cui viviamo nello sviluppo dell’umanità, e sappiamo: dobbiamo riuscire non soltanto a contemplare la testa umana con gli orecchi ai lati, con la laringe, con le spalle rattrappite, bensì dobbiamo riuscire, mentre trasformiamo la forma della natura, che dalle spalle che crescono, dall’intrecciarsi della laringe con gli orecchi, nasca Uno dalle spalle, dalla testa, dalle ali, dalla laringe e dall’orecchio, che ci appare come forma luciferica. Arriviamo a vedere ciò che è artistico nella natura, ciò che nella natura fa vivere la forma, così che ne esce una vita superiore della forma che non è nella natura stessa. Ma proprio attraverso ciò siamo in grado di seguire ancora la natura dove essa stessa trasforma l’uomo metamorfosizzandolo. Siamo in grado di portare quest’arte nel campo pedagogico-didattico. Là, dove il bambino ogni giorno diventa altro, là portiamo nel lavoro pedagogico la forza della creazione artistica, poiché l’abbiamo prima afferrata nell’arte stessa così che vediamo in quest’arte la natura che agisce oltre se stessa, che produce il Logos. Impariamo alla fonte che diventa più che fonte, che parla agli Dei, impariamo all’albero che è più che albero, poiché attraverso i suoi rami soltanto balbetta in gesti, mentre in quelle forme che sorgono dinanzi alla fantasia artistica moderna, con i suoi gesti di rami, con i suoi gesti di corona indica verso gli Dei, impariamo dal cosmo trasformando metamorfosicamente le sue forme così come sono state tentate di trasformare nel nostro Goetheanum, impariamo da ciò come dobbiamo cooperare ogni giorno con il bambino, per trasformare ciò che nel bambino si trasforma ogni giorno. Siamo così in grado di portare l’arte nel trattamento dell’umanità, nella pedagogia. E così in altri campi.

Così concepiti, sorgono dinanzi all’anima dell’antroposofo i tre grandi ideali della rivivificazione umana: l’ideale religioso, l’ideale artistico, l’ideale conoscitivo. Attraverso le forme del Goetheanum l’antroposofo avrebbe dovuto sentirsi entusiasta verso l’esperienza di questo rinnovamento dei nobili grandi ideali umani. Questo dobbiamo ora scrivere tranquillamente nei nostri animi. Ma dobbiamo trarne entusiasmo. E quando traiamo entusiasmo per ciò che in questo modo attraverso i tre ideali ci solleva verso il Divino-Spirituale, allora questo diventa il nostro più alto ideale terreno. Se nel Vangelo si dice: Ama il tuo prossimo come te stesso e Dio sopra ogni cosa — allora d’altro canto deve essere detto: Chi il Divino-Spirituale lo guarda come deve essere guardato nel senso dei tre ideali posti nel presente dall’uomo moderno, costui impara ad amare il Divino-Spirituale, perché sente che non può essere umano se non si abbandona con tutto l’amore di cui è capace a questi tre ideali. Ma allora sente se stesso unito con coloro che questo amore possono mandare verso l’alto nello stesso modo. Impara ad amare il Divino-Spirituale sopra ogni cosa e allora il suo prossimo come se stesso, dall’amore per il Divino. E il rancore non sorge. Ma questo è ciò che può tenere insieme i singoli membri della Società Antroposofica come un tutto. Questo abbiamo bisogno nel presente. Abbiamo appena vissuto il fatto che nella Società Antroposofica abbiamo attraversato la fase che ha fatto fluire l’antroposofico nei vari rami della vita: nel pedagogico-didattico, in altre forme di vita pratica, nell’artistico e così via. Abbiamo bisogno oggi di un’unificazione. Abbiamo eccellenti insegnanti Waldorf, operatori eccellenti in altri campi. Abbiamo bisogno oggi che tutti coloro che nei loro singoli incarichi danno il meglio di sé trovino anche la via affinché le fonti della vita antroposofica stessa fluiscano nuovamente. Questo abbiamo bisogno oggi. E poiché ne abbiamo bisogno, poiché abbiamo bisogno che attraverso i principali personaggi antroposofici sia resa testimonianza alla coscienza che attualmente è necessario un rinnovamento della Società Antroposofica, questa assemblea si riunisce a Stoccarda nei prossimi giorni, e se si intende onestamente la Società Antroposofica, si devono avere le più grandi speranze possibili per ciò che accade in questi prossimi giorni a Stoccarda. Perché soltanto allora, quando quei personaggi che lì si presenteranno troveranno toni per questo o quello, che risuonino da un vero, attivo entusiasmo per i tre grandi ideali, che nello stesso tempo sono ideali che fluiscono in amore, soltanto allora, quando garantia c’è per questo attraverso la forza e il contenuto delle parole che saranno pronunciate, si può sperare che la Società Antroposofica raggiunga il suo scopo. Perché ciò che lì viene alla luce dovrà pure venire alla luce anche in circoli più ampi. Per me stesso si chiarirà ciò che devo fare, a seconda di come si svilupperà questo congresso di Stoccarda. Con attesa lo si guarda. Vi prego, se forse non andate, di essere presenti con pensieri pieni di forza. Perché si tratta di esser presenti a un momento importante, dell’attivo impegno su fondamento sano per i grandi ideali necessari all’umanità odierna, quegli grandi ideali di cui non ci parla una scrittura arbitraria umana, bensì quella scrittura che da tutto lo sviluppo, dal senso di tutto lo sviluppo dell’umanità terrestre stessa così chiaramente ci parla come il sole di giorno al l’uomo sveglio. Se in questo modo avviviamo l’entusiasmo nelle nostre anime, allora l’entusiasmo diventerà azione. E azioni abbiamo bisogno. CONFERENZA

6°Primo discorso ai delegati — Le forze che formano comunità

Stoccarda, 27 Febbraio 1923

L’animo, da cui vi parlo oggi, non è lo stesso da cui mi era concesso parlare in tempi passati: poiché dalla sera di San Silvestro dell’anno 1922 al 1923 è presente al fondo di questo animo l’orribile immagine del Goetheanum in fiamme. È così, infatti, che il dolore, la sofferenza che deve accompagnare colui che da uomo della causa antroposofica ha amato questo Goetheanum è così grande e tale, che non può essere espresso con le parole. Potrebbe sembrare forse che il sentimento fosse giustificato nel ritenere che un movimento che guarda verso lo spirituale, come il nostro antroposofico, non dovrebbe avere ragioni così profonde per piangere un monumento esteriore della sua essenza. Ma con il Goetheanum che abbiamo perso, le cose stanno diversamente. Non era un edificio esteriore qualunque per la nostra causa antroposofica. Ho dovuto spiegare molte volte, durante i quasi dieci anni di lavoro nella costruzione, come ciò che in un’altra, simile occasione, nella costruzione di una sede per un movimento spirituale o di altro genere avrebbe potuto essere il caso, non ha potuto essere nel nostro movimento antroposofico. Poiché qui non si trattava soltanto, come ho spiegato molte volte, di avere un movimento spirituale che, attraverso la sua crescita in una serie di personalità disposte al sacrificio e dedite con abnegazione, concepisce l’intenzione di costruirsi una propria sede, che avrebbe dovuto essere eretta in questo o quel stile convenzionale. Qui si trattava del fatto che l’antroposofia poggia su un terreno spirituale che non è in modo unilaterale un movimento religioso o gnoseologico o artistico, bensì un movimento globale che vuole rivelarsi secondo questi vari aspetti dei massimi ideali dell’umanità: l’ideale religioso-morale, quello artistico e quello gnoseologico.

Così non poteva nascere l’intenzione di erigere un edificio arbitrariamente conformato per il movimento antroposofico, bensì doveva essere costruito artisticamente da quelle medesime fonti da cui sono configurate le idee antroposofiche come espressione della visione spirituale per il movimento gnoseologico dell’antroposofia. E durante quasi dieci anni molti amici, stando al mio fianco, in ogni singola forma di linea, in ogni conformazione esterna dell’architettonico e del plastico, in ogni applicazione cromatica hanno cercato di incarnare esteriormente, di visualizzare ciò che scaturisce dalle fonti della contemplazione antroposofica, della vita antroposofica e della volontà antroposofica. In ogni andamento di linea, in ogni forma plastica, in ogni colore era posto questa contemplazione, questa vita. E intimamente connesso era questo edificio con ciò che altrimenti voleva operare e agire dal lato gnoseologico, da quello artistico all’interno del movimento antroposofico. Gli amici che hanno visto rappresentazioni di euritmia nell’edificio del Goetheanum di Dornach, avranno ben ricevuto l’impressione di come tutto ciò che proveniva dall’architettura interna e dall’interiorità figurativa dello spazio dello spettatore, dello spazio del palco rispondeva ai movimenti dell’euritmia, stava in intima armonia con questi movimenti. Si poteva ben avere l’impressione che dalle forme costruttive e plastiche scaturissero per così dire i movimenti degli uomini sul palco. Se ci si fermava al podio e si parlava così dal profondo dello spirito antroposofico, allora ogni andamento di linea, ogni conformazione di forma era ciò che veniva incontro, che partecipava. Questo era stato inteso come uno scopo. Certo, è stato un tentativo per la prima volta, ma è stato inteso come uno scopo e poteva ben essere sentito. E per ciò è così: colui che ha dedicato il suo lavoro a questo Goetheanum di Dornach trova che i sentimenti che ha posto in questo lavoro sono stati consumati con le fiamme che ardevano nella notte di San Silvestro.

Proprio questa unione intima del sentire antroposofico e della volontà antroposofica con queste forme, che erano così plasmate artisticamente dalla visione immediata e per questa visione, che non possono mai essere sostituite da alcuna forma di pensiero, da alcuna interpretazione, è ciò che rende il dolore della perdita così straordinariamente profondo.

Ciò deve però anche penetrare nel ricordo di coloro che hanno amato il Goetheanum, che hanno sentito questa intima consonanza. E in un certo senso dobbiamo innalzarlo come un ricordo nei nostri cuori. Dobbiamo, per così dire, mentre da un lato siamo diventati senzatetto attraverso l’intimità menzionata, cercare con ancora più intensità un riparo spirituale nei nostri cuori in luogo di ciò che abbiamo perso. Dobbiamo sforzarci con tutti i mezzi di innalzare nei nostri cuori per l’eternità questo edificio che ci è stato tolto nella percezione artistica esterna. Ma dietro a tutto ciò che può continuare a operare nel campo dell’antroposofia, rimane comunque questa orribile fiamma in cui tutte le fiammelle si concentrarono a mezzanotte dal 31 dicembre al 1º gennaio. E infatti se ne bruciò un grande pezzo di lavoro — anche se non una parte della vivente antroposofia spirituale —, quel lavoro che eravamo dediti a compiere per l’antroposofico nel nostro presente. Credo che ciò che allora è stato esperito, soprattutto se attecchisce nel modo giusto nei cuori dei nostri amici antroposofici, può anche dare ancora una forza — partendo dal dolore, dal lutto — a tutto ciò per cui siamo chiamati al lavoro antroposofico nel tempo a venire. È così nella vita: quando un numero di persone deve dirsi che abbiamo portato una disgrazia comune, ciò unisce in un certo modo, così che d’altro canto può venire di nuovo forza e vigore per un agire comune ed efficace. E da esperienze — non da teorie vuote, non da pensieri astratti — devono venire le forze che devono animarci nel nostro operare antroposofico. Miei cari amici, vorrei aggiungere queste cose al tema che ho dovuto scegliere per questi due giorni, alla descrizione delle condizioni di una Formazione di Comunità. Vorrei aggiungerle poiché, a parte il fatto che sono tanto profondamente incise nel cuore, indicano uno di quei fatti che dovremmo ben mettere davanti ai nostri occhi spirituali in questi giorni. Nel Goetheanum si è riversato molto spirito di sacrificio, molto lavoro dedicato; e gli impulsi a questo spirito di sacrificio, a questo lavoro dedicato, nei due decenni da quando coltiviamo l’antroposofia, sono sorti ovunque l’antroposofia è stata veramente vissuta. Sono nati dai cuori che erano entusiasti per l’antroposofia. E il Goetheanum era un’azione della comunità di persone che pensavano antroposoficamente. Se oggi viene riflettuto da vari fondamenti e deve essere riflettuto come la Società Antroposofica debba essere rigenerata, non deve tuttavia essere dimenticato, d’altro canto, che la Società Antroposofica ha avuto una vita di due decenni, che vi sono stati molti destini condivisi in agire e in aspirazione comune di un numero considerevole di persone, che la Società Antroposofica non è qualcosa che oggi potremmo fondare ex novo; poiché la storia — vera storia, storia esperita, storia operata — non può essere cancellata. Non si può oggi iniziare una cosa che è cominciata due decenni fa. Dovremmo guardarci da un malinteso a questo riguardo quando partecipiamo qui alle deliberazioni. Colui che nel corso del tempo si è unito alla Società Antroposofica ha certamente moltissimo da ridire su di essa, e a pieno titolo. E parole appropriate e significative sono state pronunciate in questa sede. Ma bisogna considerare che la Società Antroposofica è qualcosa che ha operato. E vi sono abbastanza persone in questa Società Antroposofica che oggi possono pronunciare come parola significativa e sostanziale — poiché piena di vita e carica di dolore e sofferenza: ci è bruciato in comune il nostro caro Goetheanum. C’è una differenza se qualcuno è entrato nella Società nel 1917 e dopo, oppure se vi ha aderito così da poter pronunciare oggi questa parola intrisa di dolore a partire da un’esperienza più lunga e più profonda. Sotto l’impressione di questo fatto dovrebbero veramente stare le nostre deliberazioni.

Allora perderà una certa significatività da quelle sensazioni che ancora una volta, da fondamenti giustificati, molti dei nostri amici hanno pronunciato in questi giorni. Mi ha colpito l’orecchio — certo, sentivo la giustificazione — la parola: dopo tutto ciò che ho ascoltato qui, quando torno a casa, non posso più parlare dell’antroposofia nello stesso modo in cui potevo farlo quando ero ancora piena di illusioni. Dico che qualcosa comunque svanisce da questa parola se si pensa a ciò che persone che sono antroposofi da due decenni hanno esperito insieme e soffrono insieme ultimamente, poiché questa sofferenza è l’ultimo anello di un lungo essere nella Società Antroposofica. E ciò dovremmo sentire: che questo non può essere cancellato neanche dalle preoccupazioni che proviamo in questi giorni. Questo è qualcosa che rimane. Rimarrebbe anche se qui gli eventi si svolgessero molto peggio di come si sono mostrati. Dobbiamo forse dimenticare il profondo per quello che è in superficie? Non dobbiamo farlo soprattutto all’interno di un movimento spirituale che scaturisce dalle profondità del cuore umano e dell’anima umana. Non senza sole — anche il sole si eclissa —, non senza sole nel significato corrispondente della parola è ciò che è entrato nel mondo come movimento antroposofico. Ciò non impedisce naturalmente che ora le cose debbano essere prese in questo cerchio come si presentano, appunto per conquistare nuovamente per l’antroposofia il giusto recipiente in una vera Società Antroposofica. Ma abbiamo bisogno dello stato d’animo da cui ciò soltanto può essere realizzato. Naturalmente oggi non posso toccare tutto ciò che conta. Cerco di toccare in entrambe le conferenze il più possibile di ciò che ora deve essere detto. Non può tuttavia essere detto tutto, ma vorrei indicare particolarmente due cose: la necessità urgente di formazione di comunità all’interno della Società Antroposofica e quel fenomeno che è entrato in questo movimento antroposofico attraverso il movimento giovanile straordinariamente vitale. Ma su territorio antroposofico molte cose devono essere viste diversamente da altrove. Non saremmo proprio su questo terreno così desiderato da molti se non potessimo vedere le cose diversamente da come le si vedono altrimenti nella vita odierna. Formazione di comunità! È innanzitutto straordinariamente notevole che l’ideale di formazione di comunità apparisca in modo particolare nel nostro presente. Dall’elementare, da una profonda sensazione di molte anime umane emerge oggi l’ideale di formazione di comunità, di una relazione ben determinata da uomo a uomo con l’impulso della cooperazione. Quando non molto tempo fa un numero di giovani teologi mi vennero incontro, che erano sulla via della professione di pastorale, c’era soprattutto in loro l’impulso verso un rinnovamento religioso, verso un siffatto rinnovamento religioso permeato dalla vera forza di Cristo, un rinnovamento religioso che possa afferrare molte anime umane del presente così come vogliono essere afferrate, come però non possono essere afferrate all’interno delle confessioni religiose tradizionali del presente. E dovetti pronunciare una parola che mi sembra straordinariamente importante per lo sviluppo di questo flusso di rinnovamento religioso, dovetti pronunciare la parola: si deve cercare nel senso giusto una formazione di comunità, un elemento nel lavoro religioso e pastorale che leghi gli uomini gli uni agli altri. — E dissi ai miei amici che sono venuti da me: con parole astratte, con la predicazione nel senso ordinario, con le scarse azioni divine che largamente oggi rimangono ancora in questa o quella confessione, non si può operare in modo da formare comunità su terreno religioso. — Ciò che anche nella religione sempre più e più si muove verso l’intellettualismo ha fatto sì che veramente un numero non piccolo di predicazioni odierne sia completamente pervaso da un elemento razionalistico, intellettualistico. In tal modo che oggi così viene incontro agli uomini, questi non vengono legati insieme, bensì al contrario isolati, la loro comunità sociale viene atomizzata. E ciò deve essere comprensibile per chi sa: il razionale, l’intellettuale, posso acquisirlo come singola individualità umana.

Posso, se ho raggiunto solo un certo grado di sviluppo nella mia formazione umana individuale, senza appoggiarmi ad altri uomini, acquisire l’intellettualistico e posso continuare a perfezionarlo sempre più in me. Si può pensare da soli, si può fare logica da soli, e forse lo si farà ancora più perfettamente quanto più lo si fa da soli. Si ha addirittura il bisogno di ritirarsi per quanto possibile dal mondo, anche dal mondo degli uomini, quando ci si ferma nel puro pensiero logico. Ma l’uomo non è disposto solo a tale solitudine. E se mi sforzo oggi, in modo figurativo, non intellettualistico, di chiarire ciò che nelle profondità dei cuori umani cerca la vita comunitaria, devo farlo poiché viviamo nel passaggio verso la formazione dell’anima della coscienza nella natura umana, poiché la nostra vita deve diventare sempre più consapevole. Diventare più consapevoli non significa diventare più intellettualistici. Diventare più consapevoli significa che non si può più fermarsi al meramente istintivo. Ma proprio su terreno antroposofico si deve tentare che ciò che viene elevato a chiarezza consapevole sia tuttavia rappresentato in pienezza di vita elementare, in una vita che — vorrei dire — sia equiparata nel sentire umano alla percezione e al sentimento ingenui. Ciò deve riuscire. Ora esiste una specie di comunità nella vita umana che è palese per tutti, che su tutta la terra mostra che l’umanità è costituita per la comunità. Una comunità a cui si indica nella vita culturale, politica ed economica odierna ovunque, e per lo più in modo molto dannoso, da cui però si può imparare, anche se in modo primitivo. Il bambino nei primi anni di vita viene introdotto in una comunità umana che è reale, concreta, umana, senza cui non potrebbe vivere. È la comunità del linguaggio umano. Nel linguaggio abbiamo, vorrei dire, la forma di comunità che la natura ci mette davanti agli occhi spirituali.

Attraverso il linguaggio, soprattutto attraverso la lingua madre, che si imprime nell’essere umano totale nel tempo in cui il corpo eterico infantile non è ancora nato, viene portato all’uomo il primo elemento di formazione di comunità. Ed è soltanto colpa della nostra era razionalistica il fatto che si senta il sentimento politico-agitativo verso i linguaggi dei popoli e le caratteristiche dei popoli secondo i linguaggi, ma non si presti attenzione alle profonde, intime configurazioni dell’anima, ai valori di destino immensi e ai valori di karma legati al linguaggio e al suo genio come il fondamento naturale del grido umano dalla sua disposizione naturale verso la comunità. Che cosa saremmo se dovessimo stare gli uni accanto agli altri senza trovare la medesima vita dell’anima che suona in una parola eguale presso un altro, in una parola che possiamo riempire anche noi con la nostra propria vita dell’anima? E basta che ognuno di noi eserciti un po’ di auto-conoscenza, e raggiungeremo ciò che qui non posso sviluppare per brevità: una visione d’insieme di tutto ciò che dobbiamo alla lingua per la formazione della prima, primitiva comunità umana. Ma c’è qualcosa di più profondo ancora, sebbene veramente raro nella vita rispetto al linguaggio umano. Il linguaggio umano è qualcosa che su un certo livello esteriore lega gli uomini alla vita comunitaria, ma non penetra completamente nelle profondità più intime della vita dell’anima. Per la vita terrena sentiamo in certi momenti qualcos’altro che forma comunità rispetto al linguaggio, qualcosa che va al di là del linguaggio. E lo sente colui che con altri uomini che ha già conosciuto da bambini si ritrova insieme, quando il destino lo vuole, in un’epoca più tarda della vita.

Immaginiamo il caso ideale che qualcuno potesse, per il destino, ritrovarsi con tre, quattro, cinque coetanei, compagni di infanzia in un’età più tarda della vita, forse al quarantesimo, cinquantesimo anno, con compagni con cui non è stato insieme per decenni, con cui però forse ha vissuto il periodo che giace tra il decimo e il ventesimo anno di vita. Supponiamo buone relazioni umane, relazioni umane feconde, relazioni umane pervase d’amore tra queste persone e immaginiamoci nello spirito il significato di ciò quando tali persone ora insieme lasciano che le loro anime si tocchino reciprocamente dai ricordi di quel tempo che hanno vissuto insieme nell’infanzia. Il ricordo penetra più profondo di tutto ciò che giace al livello del linguaggio. E le anime suonano più intimamente insieme quando il puro linguaggio dell’anima del ricordo può legare uomo a uomo, anche se forse solo per breve comunità. E certamente non — colui che ha esperienze in questo ambito lo sa — certamente non sono solo i singoli fatti che si suscitano dal ricordo e che rimbalzano da anima a anima, quando quell’intimità, quella profondità immensa appare nelle anime degli uomini che potrebbe apparire in un caso ideale come quello che ho appena costruito. È qualcosa di completamente diverso. Non è il contenuto concreto dei pensieri del ricordo, è un’esperienza completamente indefinita e tuttavia così determinata, un’esperienza comunitaria in queste anime umane, è una risurrezione di ciò con cui si era insieme una volta in centinaia di particolari, ma che si fondono in un’integrità, ed è tutto ciò che viene dall’altra anima come con-ricordo, ciò che suscita un’esperienza d’insieme. È così per la vita terrena.

E seguendo questo fatto psichico nel spirituale, allora dovetti dire a quegli amici teologi che vennero da me con l’intenzione designata: Se vera formazione di comunità deve sorgere nel lavoro del rinnovamento religioso, allora si ha bisogno di un culto applicabile e accordato al presente. L’esperienza comune del culto, questo produce qualcosa che nell’anima umana desta il sentimento di comunità semplicemente per la sua stessa essenza. E il movimento per il rinnovamento religioso ha compreso, ha accolto questo culto, e credo che fosse una parola significativa quella che il Dr. Rittelmeyer ha pronunciato in questi giorni da questo luogo: Da questo lato della formazione di comunità emerge forse uno dei maggiori pericoli per il movimento antroposofico dal lato del movimento di rinnovamento religioso. Poiché in questo culto giace un elemento straordinariamente significativo della formazione di comunità. Lega uomo a uomo. Sì, che cosa c’è dunque in questo culto che lega uomo a uomo, che da coloro che sono stati atomizzati dall’intellettuale e dal logico può fare e farà certamente comunità? Questo evidentemente ha inteso il Dr. Rittelmeyer; lì è presente il mezzo per la formazione di comunità. Ma poiché anche la Società Antroposofica tende verso la formazione di comunità, così deve trovarsi il mezzo appropriato per essa, se non deve minacciarla un certo pericolo dal movimento di rinnovamento religioso. Ebbene, quale è il segreto di ciò che crea comunità nell’essenza del culto come è stato trovato appunto per il movimento di rinnovamento religioso con questo scopo?

Ciò che si esprime nelle forme cultuali, siano esse date nella cerimonia, siano esse date nella parola, è un’immagine di esperienze reali; certamente non di esperienze reali che qui sulla terra sono state vissute, bensì di esperienze reali in quel mondo che l’uomo vive nella sua esistenza preterrena quando è sulla seconda parte del cammino tra la morte e una nuova nascita, da quel mondo che l’uomo attraversa dal punto nel tempo che giace nell’ora di mezzanotte dell’esistenza umana tra la morte e una nuova nascita fino alla discesa alla vita terrena. Nel territorio che l’uomo attraversa, giace il mondo, giacciono gli eventi, giacciono le realtà che trovano vera immagine nelle forme cultuali autentiche, vere. Che cosa sente dunque colui che vive il culto insieme con un altro con cui è stato riunito da qualche karma — e il karma è così intricato che dappertutto si deve presupporre il karma dove siamo riuniti con gli uomini? Ricordi comuni dell’esistenza preterrena li vive insieme a lui. Questo affiora nelle profondità inconsce dell’anima. Abbiamo, prima di essere discesi sulla terra, insieme vissuto un mondo che qui nel culto sta davanti alla nostra anima sulla terra. Questa è una legame potente, questo è un vero portare dentro non solo le immagini ma le forze del mondo soprasensibile nel sensibile. Ma questo è portare dentro le forze da quello soprasensibile nel sensibile che toccano intimamente l’uomo, che sono legate agli sfondi più intimi dell’anima umana. Per questo il culto lega, perché nel culto è portato dalle mondi spirituali quello che è forza di questi mondi spirituali, perché l’uomo l’ha davanti a sé nella sua vita terrena ciò che è sovraterreno.

Non l’ha davanti a sé nella parola razionalistica che effettua l’oblio del mondo spirituale, neppure nelle profondità inconsce dell’anima, bensì l’ha davanti a sé nell’immagine vivente, che è permeata di forza, che non è solo simbolo, non è immagine morta, è portatrice di forza, perché ha davanti a sé ciò che appartiene al suo ambiente spirituale quando non è nel corpo terreno. Un ricordo comprensivo, orientato verso lo spirituale, questo è ciò che è la forza comunitaria del culto. Una tale forza ha bisogno anche la Società Antroposofica, affinché in essa possa emergere l’essere comunitario. Ma diversamente costituito può essere il fondamento della formazione di comunità nel movimento antroposofico che nel movimento di rinnovamento religioso, sebbene l’uno non escluda l’altro, bensì l’uno possa stare con l’altro nella più bella armonia se la relazione è compresa giustamente secondo il sentimento. Ma si deve comprendere come un altro elemento che forma comunità possa entrare nella vita umana. Un ricordo trasformato nello spirituale ci irradia dalla conformazione cultuale. La conformazione cultuale parla a qualcosa di più profondo dell’intelletto umano, la conformazione cultuale parla al sentimento umano, poiché il sentimento umano comprende nel fondo la lingua dello spirituale, sebbene per questa vita terrena inizialmente questa lingua dello spirituale non entri nella coscienza immediata. E ora, per comprendere l’altro elemento che deve giocare un ruolo corrispondente nella Società Antroposofica, è soprattutto necessario che non si guardi soltanto al segreto del linguaggio e del ricordo in relazione all’essenza della formazione di comunità, bensì che guardiate ancora a qualcos’altro nella vita umana. Prendete lo stato dell’uomo che sogna e confrontate questo stato dell’uomo che sogna con l’uomo completamente sveglio nella vita diurna quotidiana.

Il mondo del sogno, per quanto bello, per quanto magnifico, per quanto ricco di immagini, significativo e ambiguo, è un mondo che per la vita terrena isola l’uomo. Con il mondo dei suoi sogni l’uomo è solo. Qui giace un uomo, dorme e sogna, altri sono attorno a lui, magari dormendo o svegli, i mondi che sono nelle loro anime hanno per quello che lui sperimenta nella coscienza del sogno, non hanno nulla a che fare con la sua coscienza del sogno. L’uomo si isola nel suo mondo dei sogni, ancora di più nel suo mondo del sonno. Quando ci svegliamo, entriamo in una certa vita comunitaria. Lo spazio in cui siamo, in cui è l’altro, il sentimento, la concezione di questo spazio che ha, l’abbiamo anche noi. Ci svegliamo intorno alla nostra ambiente in una certa misura alla medesima vita dell’anima come lui si sveglia. Nel risveglio dall’isolamento del sogno, ci svegliamo a un certo grado nella comunità umana semplicemente per l’essenza della nostra relazione come uomo con il mondo esteriore. Smettiamo di essere così marcatamente in noi stessi, così avvolti e incapsulati come eravamo avvolti e incapsulati nel mondo dei sogni, per quanto bellamente, magnificamente, significativamente e ambiguamente sogniamo. Ma come ci svegliamo? Ci svegliamo al mondo esteriore, ci svegliamo alla luce, ci svegliamo al suono, alle manifestazioni di calore, a tutto il resto del contenuto del mondo sensibile, ma in realtà anche — almeno per la vita ordinaria quotidiana — al lato esteriore degli altri uomini, al lato naturale degli altri uomini. Ci svegliamo per la vita quotidiana al mondo naturale. Questo ci sveglia, questo ci trasferisce dall’isolamento in una certa vita comunitaria. Non ci svegliamo ancora — e questo è il segreto della vita quotidiana — come uomo presso l’uomo, presso l’interno più profondo dell’uomo.

Ci svegliamo alla luce, ci svegliamo al suono, ci svegliamo forse al linguaggio che l’altro ci rivolge come appartenente al naturale nell’uomo, ci svegliamo alle parole che l’altro pronuncia dal suo interno verso l’esterno. Non ci svegliamo a ciò che accade nelle profondità dell’anima dell’altro. Ci svegliamo al naturale dell’altro uomo, non ci svegliamo nella vita ordinaria quotidiana allo spirituale-animico dell’altro. Questo è un terzo risveglio oppure almeno un terzo stato della vita dell’anima. Dal primo ci svegliamo nel secondo attraverso il grido della natura. Dal secondo ci svegliamo nel terzo stato attraverso il grido dello spirituale-animico nell’altro. Ma dobbiamo prima ascoltare questo grido. Esattamente come ci si sveglia nel modo giusto per la vita terrena ordinaria attraverso la natura esterna, esiste un risveglio di grado superiore quando ci svegliamo nel modo giusto al spirituale-animico del nostro prossimo, quando impariamo a sentire in noi il spirituale-animico del prossimo esattamente come sentiamo nella nostra vita dell’anima al risveglio ordinario la luce e il suono. Possiamo contemplare le immagini più belle nell’isolamento del sogno, possiamo esperire straordinariamente cose grandiose in questa coscienza di sogno isolata — leggere per esempio appena se non seguono stati particolarmente anomali. Non abbiamo questa relazione al mondo esteriore. Ebbene, possiamo accogliere bellissime idee dall’antroposofia, da questo insegnamento di un mondo spirituale, possiamo penetrare teoreticamente tutto ciò che può essere detto su di noi dal corpo eterico, astrale e così via: per mezzo di ciò non comprendiamo ancora il mondo spirituale. Iniziamo a sviluppare la prima comprensione del mondo spirituale solo quando ci svegliamo al spirituale-animico dell’altro uomo.

Allora inizia la vera comprensione dell’antroposofia. Sì, è nostro compito andare da quello stato che si può chiamare: il risveglio dell’uomo allo spirituale-animico dell’altro uomo, per la vera comprensione dell’antroposofia. La forza per questo risveglio può essere prodotta dal fatto che in una comunità umana si pone l’idealismo spirituale. Si parla molto oggi di idealismo. Ma l’idealismo oggi nella nostra cultura e civiltà contemporanea è qualcosa di piuttosto fragile. Poiché il vero idealismo esiste solo quando l’uomo può diventare consapevole che, esattamente come quando pone la forma cultuale, porta giù nel terreno un mondo spirituale, così porta su nello spirituale-soprasensibile qualcosa che ha visto nel terreno, che ha imparato a riconoscere e comprendere nel terreno, quando l’eleva a ideale. Portiamo il sovraterreno nell’immagine permeata di forza quando celebriamo la forma cultuale. Portiamo noi stessi con la nostra vita dell’anima nel soprasensibile quando quello che viviamo nel mondo fisico, lo viviamo spiritualmente-idealisticamente cosicché impariamo a sentirlo come vissuto nel soprasensibile, quando così impariamo a sentire che diciamo a noi stessi: quello che hai qui percepito nel mondo dei sensi diventa vivo improvvisamente quando l’elevi a ideale. Diventa vivo quando lo permei nel modo giusto con sentimento e impulso di volontà. Se irraggi il tuo intero interno dalla volontà, se vi applichi l’entusiasmo, allora percorri con la tua esperienza sensibile, ideandola, il cammino opposto a quello che percorri quando porti lo soprasensibile nella forma cultuale nascondendone il mistero. Poiché, se abbiamo una comunità antroposofica piccola o grande, possiamo raggiungere ciò che è dato in questa descrizione, in un certo senso.

Possiamo raggiungerlo quando siamo veramente capaci, attraverso la forza vivente che poniamo nella conformazione delle idee dello spirituale, di experire qualcosa di risvegliante, qualcosa di ciò che non solo idealizza il vissuto sensibile cosicché l’ideale sia un pensiero astratto, bensì cosicché l’ideale acquisti una vita superiore quando vi ci immergiamo, che diventi l’immagine opposta del culto, cioè il sensibile elevato al soprasensibile. Possiamo raggiungerlo in modo emotivo quando ci sforziamo, ovunque coltiviamo l’antroposofica, di permeare questa coltivazione con sentimento spiritualizzato, quando comprendiamo di sentire già la porta, già la soglia della stanza — anche se altrimenti profana, diventa santificata dalla lettura antroposofica comune — come qualcosa che varcheremo con riverenza. E il sentimento dobbiamo suscitare che questo accade in ognuno di quelli che si unisce a noi nell’assunzione comune della vita antroposofica. E ciò non dobbiamo solo portare alla convinzione interiore astratta più intima, bensì all’esperienza interiore, così che in uno spazio dove coltiviamo l’antroposofia, non staremo semplicemente come tanti esseri umani che assorbono ciò che viene sentito o che leggono e lo trasformano nei nostri pensieri, bensì che attraverso l’intero processo dell’assunzione di idee antroposofiche un vero essere spirituale reale sia presente nello spazio in cui coltiviamo l’antroposofia. Come nelle forme cultuali che si svolgono nel mondo sensibile le forze divine sono presenti in modo sensibile, così dobbiamo imparare, con le nostre anime, con i nostri cuori attraverso la nostra costituzione animica interiore di rendere soprasensibilmente presente un vero essere spirituale nello spazio in cui risuona la parola antroposofica, e il nostro discorso, il nostro sentimento, il nostro pensiero, i nostri impulsi di volontà dobbiamo sapere orientarli in senso spirituale, cioè non in alcun senso astratto, bensì nel senso che ci sentiamo come se guardasse giù su di noi e ci ascoltasse un essere che sta sopra di noi, che è realmente spirituale.

Presenza spirituale, presenza soprasensibile dobbiamo provare, che è presente dal fatto che coltiviamo l’antroposofia. Allora l’attività antroposofica singola comincia a diventare una realizzazione dello soprasensibile stesso. Andate nelle comunità primitive, lì c’è ancora qualcosa di diverso dal solo linguaggio. Il linguaggio è ciò che dimora nell’uomo superiore. Osservate l’uomo intero, così trovate nelle comunità umane primitive ciò che lega uomo a uomo, nel sangue comune. I legami di sangue tengono gli uomini insieme nella comunità. Ma nel sangue vive quello che come spirito di gruppo o come anima di gruppo non si trova nello stesso modo nell’umanità libera. In un gruppo di uomini legati da legami di sangue, era fluito uno spirituale comune, per così dire dal basso verso l’alto. Dove sangue comune scorre attraverso le vene di un numero di uomini, uno spirito di gruppo è presente. Così anche attraverso quello che noi sperimentiamo insieme, accogliendo insieme l’antroposofica, si può sì attirare non uno spirito di gruppo tale attraverso il sangue, ma tuttavia uno spirito di comunità reale. Se possiamo sentire questo, allora ci leghiamo come uomini a vere comunità insieme. Dobbiamo semplicemente rendere vera l’antroposofia, renderla vera per il fatto che comprendiamo suscitare una consapevolezza nelle nostre comunità antroposofiche che, quando gli uomini si trovano per lavoro antroposofico comune, l’uomo prima si sveglia allo spirituale-animico dell’altro.

Gli uomini si svegliano gli uni agli altri, e quando si ritrovano sempre di nuovo, si svegliano, mentre ognuno nel frattempo ha vissuto altro ed è progredito, in uno stato trasformato gli uni agli altri. Il risveglio è un risveglio nella germinazione e nel fiorire. E quando avete prima trovato la possibilità che anime umane si sveglino ad altre anime umane e spiriti umani a spiriti umani, che andiate alle comunità antroposofiche con la consapevolezza vivente: lì per la prima volta diventiamo così svegli che comprendiamo veramente l’antroposofia insieme, e quando allora sulla base di questa comprensione in un’anima sveglia — non nell’anima assonnacchiata della quotidianità per l’esistenza superiore — accogliete le idee antroposofiche, allora cala sulla vostra sede di lavoro la spiritualità reale comune. È forse verità quando parliamo del mondo soprasensibile e non siamo capaci di elevarci all’afferrare tale realtà spirituale, tale culto invertito? Solo allora stiamo veramente nell’afferrare, nel comprendere dello spirituale quando non solo abbiamo astrattamente l’idea di questo spirituale e potremmo magari teoricamente riferirla, anche a noi stessi teoricamente, bensì quando possiamo credere — ma credere sulla base di una credenza provante — che gli spiriti nel comprendimento spirituale hanno comunità spirituale con noi. Non potete mediante disposizioni esterne produrre la Formazione di Comunità. Dovete produrla dalle sorgenti più profonde della consapevolezza umana stessa. Vi ho mostrato oggi una parte del cammino per ciò; continuerò domani nelle mie descrizioni. Vorrei attraverso tali descrizioni indicare un po’ il fatto che il più importante per la Società Antroposofica, se vuole continuare a svilupparsi, è che sia afferrata veramente da vera comprensione dell’antroposofia.

Se questa vera comprensione dell’antroposofia è presente, allora questa comprensione è la via non solo a idee dello spirito, bensì a comunità con lo spirito. Allora però è la consapevolezza di questa comunità con il mondo spirituale anche che forma comunità. E le comunità che sono predeterminate dal karma si formeranno. Saranno un effetto della giusta consapevolezza antroposofica. Non è possibile dare mezzi esterni. Se qualcuno ve li descrive, ve li descrive qualcosa di ciarlatanesco. Ebbene, fino a un certo punto tali cose sono tuttavia state comprese nei due decenni dello sviluppo antroposofico, comprese anche da molti in senso spirituale, e ne parlerò ancora forse domani più dettagliatamente, poiché continuerò questa considerazione domani e indicherò un altro obiettivo. Ma ora vorrei solo con poche parole aggiungere qualcosa a quello che per voi attraverso questa descrizione dei fondamenti spirituali della vita comunitaria antroposofica potrà essere stato eccitato. Da un lato sta veramente nel movimento antroposofico ciò da cui tali descrizioni devono venire, come ve le ho appena date. Anche se la Società Antroposofica in certe epoche appaia così o così — l’antroposofia è indipendente da ogni società antroposofica e può essere trovata indipendentemente da tale società. Però certamente può essere trovata anche in modo particolare per il fatto che uomo sa risvegliarsi a uomo e in questo modo, da questo risveglio, emergono formazioni di comunità. Poiché ci si sveglia con gli uomini con cui ci si ritrova sempre di nuovo, per ciò si rimane con loro. Ci sono ragioni spirituali interne. Ciò deve essere compreso sempre più e più all’interno della Società Antroposofica; e in realtà tutto quello che viene avanzato per il progresso della Società Antroposofica dovrebbe essere permeato da forze che infine comunque conducono in tutto verso l’antroposofico come tale.

Ero profondamente soddisfatto quando non molto tempo fa, dopo che per settimane avevo partecipato agli incontri, incontri minori e maggiori in cui era preparato quello che ora in questi giorni accadde all’assemblea dei delegati, dopo che avevano dibattuto lì, circa come si fa nei parlamenti, come si fa nelle associazioni e altrove partendo dalle considerazioni ordinarie razionalistiche quotidiane, sono venuto a un incontro giovanile, in un incontro di giovani accademici. Vi si parlava anche su quello che deve accadere. Ebbene, si è parlato per un po’ di cose esterne; ma insensibilmente dopo un certo tempo ci si trovava nel mezzo di una vera discussione antroposofica. Fluì da se stesso l’affare della vita quotidiana in un tale flusso che le cose potevano essere discusse soltanto se si parlava antroposoficamente. Sarebbe stato il più bello se non si fossero portate artificialmente, in modo sentimentale-artificiale, in modo nebuloso, come spesso è accaduto, teorie antroposofiche tirate per i capelli, bensì se, in modo naturale, dalle esigenze ordinarie della vita, dalla discussione di queste, si arrivasse a: ora non sappiamo più come si dovrebbe studiare, come si dovrebbero studiare chimica, fisica, se non iniziamo a parlare di antroposofia per informarsi sulle necessità dello studio. Questo è lo spirito che può regnare tra noi. Ma non arriveremo a nessun risultato fino a domani sera se le cose continueranno nello stesso modo in cui sono andate sinora. Arriveremo solo in un caos enorme, in un caos tragico. Poiché soprattutto non dobbiamo tirarci addosso sentimentalmente tutto, bensì dobbiamo versare impulsi antroposofici nei nostri cuori, impulsi antroposofici in piena chiarezza. Allora le nostre deliberazioni avanzeranno fruttando. Ma così come stanno le cose ora, vedo in questa sala due partiti umani, due gruppi umani, che non si comprendono affatto l’uno l’altro e che non hanno ancora potuto fare il primo passo verso la comprensione reciproca. Perché?

Poiché da un lato deve essere parlato da un’esperienza di due decenni, da quello da cui al principio ho permesso a me stesso di descrivere un po’, e d’altro canto non c’è interesse per questa esperienza. Non è affatto inteso in senso critico, bensì solo nel senso di un cordiale appello. Abbiamo davvero visto che si siano trovate persone, persone ben intenzionate, persone entusiaste dell’antroposofia a loro modo, che hanno semplicemente ricopiato qui le nostre discussioni dicendo: che cos’ha a che fare con noi tutti questi relazioni se ci vengono serviti ancora? — nel momento in cui si tratta proprio del fatto che coloro che non li conoscono ancora vogliano imparare i gravi pericoli a cui la Società Antroposofica è esposta. — Da un lato c’è un interesse elementare, naturale, per così dire, per la vita nella Società Antroposofica, una vita che ha qualcosa di familiare, ma anche i lati buoni del familiare; d’altro canto c’è quello che non si interessa di ciò, che ha solo un’idea generale di una Società Antroposofica. Entrambi sono così, come stanno le cose oggi, giustificati, così giustificati, che se non arriviamo presto a una forma completamente diversa della nostra discussione, è il migliore — parlo solo il mio parere, poiché quello che deve accadere deve venire dal grembo della Società —, se da un lato lasciassimo l’antica Società Antroposofica come è, e accanto fondiamo un’Associazione di libere comunità antroposofiche per tutti coloro che ora vogliono qualcosa di completamente diverso. I due potrebbero, ogni partito sul suo terreno, coltivare quello che sta loro a cuore. Avremmo da un lato l’antica Società Antroposofica, avremmo d’altro canto un’associazione sciolta ma intimamente coerente di libere comunità. Le due società potrebbero trovare un modo di vivere insieme. Sarebbe comunque meglio che ciò sorgesse piuttosto che lo senza speranza che dovrebbe manifestarsi domani sera se la discussione continuerà come è andata finora.

Perciò vi prego di gettare in campo anche questo pensiero indicato nella ulteriore discussione, se non volete evitare un’untruth che consisterebbe in una colla, indipendentemente dal fatto che si lasci il vecchio o lo si trasformi. Se le cose rimangono così che una parte non comprende l’altra, allora si fondino queste due associazioni delineate all’interno del movimento antroposofico. Vi dico ciò da un cuore preoccupato, dal più profondo cuore preoccupato; poiché nessuno vi dirà che non comprendo cosa significhi prendersi cura della causa antroposofica. Nessuno vi dirà altrettanto poco che so io stesso cosa significa amare la causa antroposofica. Ma è meglio avere due fratelli che si amano, ognuno percorrendo il suo proprio cammino, che si trovano insieme solo in un ideale comune, che avere qualcosa che dopo poco tempo tuttavia ricondurrebbe comunque al caos. Miei cari amici, non dovete trascurare il fatto che le cose che creano le difficoltà a noi sono i singoli insediamenti. Avrebbe dovuto essere evidenziato chiaramente. Non voglio nemmeno asserire che il recente Comitato Centrale abbia realizzato sostanzialmente più lavoro del precedente, in ogni caso non più di quanto io stesso realizzassi in un ambito centrale quando ero Segretario Generale. Ma non è di questo che si tratta. Si tratta di: che cosa avrebbe dovuto accadere nel senso antroposofico, dopo che i singoli insediamenti qui a Stoccarda erano sorti? — Questa domanda deve ricevere una risposta. Poiché oggi non possiamo eliminare dal mondo questi insediamenti. Dobbiamo informarci delle loro condizioni di vita, dopo che sono lì. Ma se non impariamo a conformare nel senso antroposofico quello che non abbiamo compreso negli ultimi quattro anni, se li poniamo come corpi estranei nel movimento antroposofico come è accaduto, allora gli insediamenti sorti dal 1919 in poi rovineranno per noi l’intero movimento antroposofico. Allora rovineranno ogni Comitato Centrale, comunque si chiami.

Perciò si tratta di condurre discussioni obiettive e non personali e di diventare chiari su come la Società Antroposofica deve essere conformata dopo che ha assunto questi insediamenti, di cui uno è così meraviglioso come la Scuola Waldorf. Non se ne è parlato affatto con alcun tono, poiché coloro che conoscono e sono familiari con le cose che accadono a Stoccarda finora essenzialmente si sono astenuti. Desidero particolarmente augurare che i due signori del Comitato Centrale — eccepito sempre il terzo signore, il signor Leinhas, che è l’unico che mi ha aiutato intensamente e aiuta in una questione importante, con lui non posso nemmeno augurare che si dedichi al Comitato Centrale, sebbene nel senso più eminente vi appartenga —, desidero che gli altri due signori del Comitato Centrale si esprimano su questa questione. Non si tratta di una difesa o simile, bensì di quello che hanno da dire su una siffatta futura conformazione della Società Antroposofica, che ha in sé la possibilità di assorbire gli insediamenti che sono lì dal 1919. Altrimenti questi insediamenti sono sorti irresponsabilmente. Non possono farlo, poiché una volta esistono. Le questioni sono nel senso più eminente serie. E dobbiamo occuparci di loro, dobbiamo condurre la discussione in modo obiettivo e non personale. Intendevo le parole che ora pronuncio qui in modo assolutamente obiettivo, non tanto dirette a una persona o persone nel Comitato Centrale. Le personalità non sono denigrate, ma penso che ciò che ora nuovamente ho chiaramente esposto deve essere discusso. Se pure le due associazioni saranno fondate, così quella che è la continuazione dell’antica Società Antroposofica potrebbe occuparsi di come ci si debba occupare di ciò che una volta è uscito dal grembo della Società; e l’altra potrebbe, poiché non se ne interessa, proseguire il cammino antroposofico nel senso stretto. Volevo presentare ciò in breve schizzo. Delle questioni obiettive parlerò allora domani a mezzogiorno in modo più dettagliato.

7°Secondo discorso ai delegati — La fraternità come atmosfera morale

Stoccarda, 28 Febbraio 1923

Indubbiamente avrei desiderato anche in questa assemblea, come mi è consueto fare nei miei discorsi davanti ai cari soci della Società Antroposofica, parlare di materie strettamente antroposofiche. Tuttavia l’intero corso di questa assemblea, tutto ciò che si è verificato in questi giorni, mi spingono piuttosto a affrontare qui proprio quelle questioni che rientrano nell’interesse immediato di questa assemblea. Spero comunque che ci sarà ancora occasione di parlare di antroposofia in senso più stretto, se non tutti insieme subito, almeno a singoli gruppi di voi in occasioni successive. Ma proprio in questi due discorsi intendo mostrare come l’antroposofia possa veramente divenire una sorta di sapienza della vita, come possa fluire negli intenti quotidiani e nella disposizione che quotidianamente opera. E così desidero fornire, proprio per quanto qui si dovrà trattare, certi fondamenti dal punto di vista antroposofico. Ieri ho parlato in questo stile sulla possibilità di formare comunità entro la Società Antroposofica, e vorrei continuando sviluppare alcuni aspetti in modo che si mostri come in realtà la concezione antroposofica del mondo conduce a prendere la vita in una maniera più giusta di come la si potrebbe prendere senza questa. Qui desidero, per così dire per mostrare l’immagine inversa di ciò di cui ho parlato ieri, partire da qualcosa che coloro che hanno familiarità con la storia di tali società, fondate su un fondamento simile a quello di questa antroposofica, conoscono bene. Caratterizzerò poi in seguito anche ciò che distingue questa Società Antroposofica dalle altre; ma innanzitutto desidero richiamare l’attenzione sul fatto che nel mondo sono esistite molte società che hanno fondato la loro vita su una qualche intuizione della realtà spirituale raggiunta in qualche modo, naturalmente graduata secondo quello che era possibile nelle successive epoche storiche dello sviluppo umano, naturalmente anche graduata secondo le possibilità che, in base al carattere e alle capacità dei singoli uomini che partecipavano a tali società, erano presenti.

Entro la grande massa di tali società si trovano tutti i gradi dalle più serie e veramente importanti fino a quelle dal contenuto da ciarlatani. Ma coloro che hanno familiarità con la storia di tali società sanno davvero molto bene una cosa. È che in tali società viene sempre creata una sorta di atmosfera morale, e precisamente con una certa necessità quando determinate condizioni sono presenti, di cui si può dire: tra i membri di tali società si anela a una vera autentica fraternità umana. — Così che nelle regolamentazioni di tali società si trova comunemente anche questo, e precisamente, come detto, con necessità, che da un lato si anela alla fraternità, d’altro canto c’è l’intuizione nei mondi spirituali. Ciò che coloro che conoscono la storia di tali società sanno è che in queste società fondate sulla fraternità e sull’intuizione spirituale si litiga più che in qualsiasi altro luogo, che si trova più che altrove l’occasione per la discordia, per la separazione, per la formazione di gruppi indipendenti entro comunità più ampie, per l’uscita di gruppi, per l’aspro combattimento di coloro che sono rimasti contro coloro che se ne sono andati e così via — insomma, che ciò che si può chiamare conflitto umano proprio in queste società fraterne si diffonde con estrema rigogliosità. È un’apparenza singolare. Ma l’antroposofia ci dà anche la possibilità, a partire dalle sue stesse conoscenze, di comprendere questa apparenza. E ciò che dico in questi due discorsi appartiene anche, se mi è permesso esprimermi in modo pedante, al sistema dell’antroposofia. Dunque non si terrà una conferenza di discussione generale, bensì — ma proprio in connessione con questa assemblea — una conferenza antroposofica. Se torniamo infatti a richiamare quello che ho già menzionato ieri, troviamo i tre gradi dell’esperienza umana in relazione al fenomeno della coscienza umana.

Troviamo l’uomo che è nel sonno profondo o in particolare nel sonno di sogno, che sperimenta dunque, per una certa coscienza per così dire subordinata, un certo mondo di immagini che durante il sognare ritiene sua realtà. Sappiamo che questo uomo è isolato tra gli altri uomini che convivono con lui nel mondo fisico; non hanno con lui esperienze comuni. Per ciò che egli sperimenta, non esiste mezzo di scambio. Sappiamo allora che l’uomo può uscire da questo stato di coscienza ed entrare nella coscienza ordinaria della veglia, al che egli viene risvegliato, come spiegai ieri, da ciò che è esteriore naturale, anche ciò che è esteriore naturale nell’altro uomo. Lì semplicemente attraverso gli istinti naturali e attraverso la necessità vitale emerge un certo sentimento di comunità, a cui i linguaggi vengono incontro. Ma esaminiamo ora la fusione di questi due stati di coscienza. Finché l’uomo è in condizioni di vita completamente normali, finché separa temporalmente attraverso la sua normale costituzione psichica e corporea ciò che sperimenta come uomo isolato nel sogno, da ciò che sperimenta insieme agli altri uomini, fino a quel punto vivrà nel suo mondo di sogni e nel mondo ordinario della realtà in una maniera appropriata per lui e per gli altri uomini. Ma supponiamo che attraverso qualcosa, magari di patologico — ed è così che deve essere chiamato in questo caso —, un uomo si trovi nella situazione che nel suo stato di coscienza vigile diurno, cioè quando è insieme ad altri uomini, non produca quelle rappresentazioni e sensazioni che gli altri uomini hanno. Supponiamo che per il carattere patologico della sua organizzazione porti nel suo stato di coscienza vigile diurno un mondo di rappresentazioni o di sensazioni simile a quello del sogno. Invece di un’articolazione logica dei suoi pensieri porti un mondo di immagini simile al mondo di immagini del sogno. Chiamiamo un tale uomo spiritualmente non sano.

Ora però quello che particolarmente deve interessarci è che un tale uomo non comprende gli altri, e loro, se non lo prendono proprio dal punto di vista medico e patologico, non comprendono lui neppure. Nel momento in cui la costituzione psichica di questo altro, per così dire di uno stato di coscienza subordinato, viene trasportata in uno stato di coscienza di natura più elevata, in quel momento l’uomo diviene un egoista brusco tra gli uomini. Non dovete far altro che riflettere su ciò, e lo troverete: un tale uomo persegue solo quello che si immagina, entra in conflitto con gli altri poiché non possono comprendere i suoi motivi; può giungere fino ai più aspri eccessi poiché non vive in un mondo psichico comune con gli altri. Ora passiamo da questi due livelli di coscienza ai due altri: alla coscienza ordinaria della veglia al che siamo condotti dal corso naturale degli eventi esterni, e contrapponiamo a essa l’altro stato di coscienza di natura più elevata, che, come spiegai ieri, può risvegliarsi in una certa misura dal fatto che ci si risveglia non solo al naturale dell’ambiente circostante, ma all’interno dell’altro uomo. Così ci si risveglia, anche se comunemente non è subito completamente chiaro nella coscienza, a un tale livello di coscienza. Naturalmente esistono molti altri cammini per penetrare nei mondi superiori, tutto ciò voi lo sapete dal mio libro «Come si consegue il sapere dei mondi superiori?»; ma si può essere collocati nella possibilità di comprendere cose, di averne consapevolezza, che altrimenti non si comprendono o di cui non si ha consapevolezza, per quei momenti fortunati in cui si sa stare con gli altri uomini in modo appropriato. Allora emerge la possibilità di vivere con quello che colui che conosce il mondo spirituale designa appunto con espressioni che si riferiscono a questo mondo spirituale.

Emerge la possibilità di parlare del corpo fisico, del corpo eterico, del corpo astrale e dell’Io. Emerge la possibilità di parlare di vite terrestri ripetute, di nessi karmici delle vite terrestri ripetute. E, ora c’è la possibilità di trasportare l’intera costituzione psichica della coscienza ordinaria della veglia in questo mondo più elevato di cui si diviene partecipi. Questo è, su un’altro livello, la stessa cosa che se si trasportasse la configurazione dell’immagineria onirica nella vita ordinaria. In una certa misura ci si diviene naturalmente egoisti. Ci si diviene se non ci si rende consapevoli: devi guardare ciò che appartiene a un mondo più elevato, a un mondo spirituale, a un mondo soprasensibile, in una maniera del tutto diversa da ciò che è nel sensibile. Devi imparare a ripensare, a rieducare i tuoi sentimenti. Esattamente come il sognatore deve passare in uno stato di coscienza del tutto diverso se vuole vivere nella coscienza ordinaria insieme agli altri uomini, così è necessario che ci si renda consapevoli: non si possono guardare le cose che ci vengono date nell’antroposofia con la stessa costituzione psichica con cui si guardano le cose che ci vengono date nella coscienza ordinaria della veglia. Proprio qui risiede la difficoltà della comprensione reciproca tra questa coscienza ordinaria della veglia, che è anche la nostra ordinaria coscienza scientifica, e ciò che deve essere dato attraverso l’antroposofia. Se allora vengono persone e parlano ora di qua ora di là, l’uno con la coscienza ordinaria della veglia, cioè anche con la coscienza scientifica ordinaria, l’altro con la coscienza che veramente si è sviluppata nella valutazione delle cose che devono avvenire in un mondo soprasensibile, allora è esattamente come quando uno che racconta sogni vuole intendersi con un altro che gli racconta cose della realtà esterna.

Se più persone si riuniscono con quello che hanno dalla coscienza ordinaria della veglia, e non si elevano con il pieno sentimento al mondo soprasensibile, se tali persone si riuniscono per semplicemente ascoltare nel loro stato psichico ordinario il linguaggio del mondo soprasensibile, allora c’è una possibilità infinitamente grande, una possibilità incommensurabile che si mettano a litigare, poiché naturalmente diventano egoisti gli uni nei confronti degli altri. Contro ciò c’è certamente un mezzo potente, ma questo deve essere sviluppato prima nell’anima umana. Questo è il mezzo della tolleranza più profondamente vivificata. Ma deve essere educato appunto così. Nella coscienza ordinaria dell’esperienza quotidiana, per i bisogni che la maggior parte degli uomini ha, basta un grado molto modesto di tolleranza, e molte cose sono corrette semplicemente dall’ambiente naturale. Ma per questa coscienza ordinaria della vita quotidiana, è così — chi ha esperienza di vita lo sa — che quando due uomini parlano tra loro, spessissimo non si preoccupano affatto di ascoltare l’altro. Oggi è diventato così consueto che a mala pena più ci si ode, anzi, non appena uno ha pronunciato un quarto della frase, l’altro comincia a parlare, poiché in realtà non l’interessa quello che si dice, ma gli interessa solo la sua propria opinione. Ciò va avanti, per quanto in modo deplorabile, nel mondo fisico. Nel mondo spirituale non va più. Nel mondo spirituale una tolleranza assoluta deve penetrare l’anima. Lì ci si deve poter educare a ricevere con completa serenità anche quello con cui non si concorda nel minimo, non soltanto con una tolleranza altezzosa, bensì cosicché lo si tolleri intimamente in maniera imparziale come un’espressione legittima dell’altro uomo.

Nei mondi superiori ha in realtà soltanto un senso molto modesto il fare obiezioni a alcunché; colui che è esperto nelle esperienze dei mondi superiori sa che di un fatto possono esprimersi i più opposti punti di vista, ad esempio dal suo e da quello di un altro. Se egli è in grado di ricevere il punto di vista opposto dell’altro con la stessa tolleranza — si prega di ascoltare! — come il suo proprio, allora solo allora acquisisce la necessaria costituzione psichica sociale per l’esperienza di quello che dalla teoria viene annunciato dai mondi superiori. Questa base morale è appunto necessaria per un rapporto giusto dell’uomo con i mondi superiori. E il litigio in tali società come le ho caratterizzate riposa appunto semplicemente sul fatto che gli uomini, quando c’è la sensazione di udire: l’uomo non ha solo un corpo fisico, ma anche un corpo eterico, un corpo astrale, un Io e così via — l’assumono sulla base di questa sensazione, ma non trasformano l’anima nel modo che è necessario per sperimentare diversamente da come si sperimenta nel mondo fisico un tavolo o una sedia, che naturalmente si sperimentano nel mondo fisico diversamente da come si sperimentano nel sogno. Se dunque gli uomini portano il loro ordinario modo psichico nel loro presunto intendimento dell’insegnamento dal mondo superiore, allora da questo portar-dentro derivano naturalmente egoismo e litigio.

Così diviene comprensibile, proprio dalla comprensione della peculiarità dei mondi superiori, che molto facilmente proprio in società con contenuto spirituale possono emergere conflitto e discordia, e che è necessario educarsi per tali società cosicché si tolleri l’altro in un grado incommensurabilmente più ampio di quanto si sia abituati per il mondo fisico. Divenire antroposofo non significa soltanto conoscere l’antroposofia come teoria, bensì l’essere antroposofo richiede una trasformazione dell’anima. Questa però non la desiderano certi uomini. Per ciò non è mai stato compreso quando ho detto: ci sono due modi di occuparsi, ad esempio, del mio libro «Teosofia». Uno è leggerlo, o se volete anche studiarlo, affrontandolo con la coscienza ordinaria e giudicandolo nel senso di questa coscienza ordinaria. Allora il processo psichico è qualitativamente esattamente lo stesso che se si legga una «Teosofia» o un libro di cucina. Per il valore dell’esperienza allora non c’è differenza tra il leggere questa «Teosofia» e il leggere un libro di cucina, soltanto che quando si fa così, nel leggere la «Teosofia» si sogna su un livello più elevato, non si vive. E quando si sogna in tal modo sulle realtà dei mondi superiori, allora dai moti dei mondi superiori non emerge la massima concordia tra gli uomini, la massima tolleranza come conquista, bensì al posto della concordia, che potrebbe essere precisamente il dono dello studio dei mondi superiori, una discordia continuamente più diffusa e una continua lite. Con ciò avete le condizioni della lite e della discordia nelle società che si fondano su una sorta di intuizione dei mondi spirituali.

Ho detto che verso i mondi spirituali conducono appunto i vari cammini che in parte ho descritto nel libro «Come si consegue il sapere dei mondi superiori?» Ora, se qualcuno deve occuparsi in modo più intenso di ricercare conoscenze dai mondi superiori, allora questo, come voi potete ora comprendere da quello che ho esposto ieri e oggi per tutt’altro scopo, condizionerà una certa costituzione psichica. E così particolarmente una certa costituzione psichica sarà necessaria per il vero ricercatore dello spirito. Non si trova infatti la verità nel campo soprasensibile se continuamente si è costretti a imporre all’anima quello che nel mondo fisico si svolge in modo pienamente giustificato, se durante la ricerca dello spirito si deve continuamente occuparsi di quello che richiede di pensare nel senso del mondo fisico. Ora voi concederete che colui che in modo responsabile comunica ai suoi simili qualcosa dai mondi spirituali, che cioè nel significato linguistico usuale per la scienza ordinaria si può chiamare ricercatore dello spirito, ha bisogno di molto tempo per la sua ricerca. E con ciò troverete giustificato che io stesso abbia bisogno di tempo per ricercare quello che ora a poco a poco in forma sempre più ampliata e ampliata viene da me presentato come una scienza dello spirito, come un’antroposofia. Questo tempo, naturalmente, ci si può crearlo in base al proprio destino se si sta completamente soli. Poiché colui che è un vero ricercatore dello spirito e vuole comunicare ai suoi simili in modo responsabile quello che trova nel mondo spirituale, si appropria della peculiarità — che è una cosa completamente naturale — di non preoccuparsi dei suoi avversari. Sa che deve avere avversari, ma non gli importa che si sollevino obiezioni alle cose che dice; le obiezioni se le può fare da solo.

Così è una naturale costituzione psichica che il ricercatore dello spirito proceda in modo positivo sulla sua strada e non si preoccupi molto delle obiezioni, se non c’è qui o là una ragione particolare per farlo. Questa costituzione psichica però non la si può mantenere se alla propria parte sta una Società Antroposofica. Poiché allora alla mera responsabilità nei confronti della verità si aggiunge la responsabilità nei confronti di quello che la società fa, che, come si dice così spesso, vuole farsi strumento di questa verità. Lì si deve partecipare alle responsabilità di questa società. Ora, fino a un certo punto ciò va ancora d’accordo con il comportamento giusto nei confronti degli avversari. Così è stato anche fino all’anno 1918 con me e questa Società Antroposofica. Mi sono preoccupato il meno possibile di quello che è stato obiettato, e precisamente — per quanto paradossale possa suonare — dalla conseguenza di quella tolleranza che vi ho appena descritto. Perché dovrei essere così intollerante da voler continuamente confutare i miei avversari? Tutto si metterà naturalmente a posto attraverso il progresso naturale nello sviluppo dell’umanità. E perciò posso dire: non del tutto, ma in misura elevata questa questione era in ordine fino al 1918. — Ma se la società passa ad assorbire cose come la nostra Società Antroposofica ha assorbito dal 1919 in poi, allora ci si ritrova in responsabilità nei confronti di queste singole cose assorbite, allora il destino di queste cose assorbite si lega con il destino della Società Antroposofica e di nuovo il destino della Società Antroposofica si lega con il destino del ricercatore dello spirito.

Allora nasce l’alternativa: o il ricercatore dello spirito deve ora assumersi il compito di difendersi dai suoi avversari, cioè occuparsi di null’altro che di cose che lo devono distogliere dalla ricerca dello spirito, poiché non si possono fare tutte e due contemporaneamente; oppure è costretto, poiché deve crearsi tempo per la sua ricerca dello spirito, a rimettere il trattamento degli avversari a coloro che in una certa misura hanno assunto la responsabilità di ciò che è stato fondato esteriormente. Per ciò anche da ragioni antroposofiche interne la situazione all’interno della nostra Società Antroposofica dal 1919 in poi è diventata sostanzialmente diversa. Per ciò, poiché questa società si è decisa, in alcune delle sue personalità, a fare certe fondazioni esteriori, e poiché il fondamento su cui tutto riposa è comunque l’antroposofia, questo fondamento proprio deve essere difeso da coloro che non portano la piena responsabilità per la giustificazione interna di quello che di giorno in giorno deve essere aggiunto alla ricerca dello spirito attraverso una vera ricerca. Una gran parte degli avversari è certamente costituita cosicché vive in certi specifici contesti di vita. Ha, ad esempio, qui o lì studiato questo o quello. Lì è consueto pensare a queste o quelle cose così o così. Dal fatto che deve pensare così o così, deve diventare un avversario dell’antroposofia. Non sa neppure perché dovrebbe diventarlo, bensì deve diventarlo poiché inconsciamente è legato dalle briglie di quello che l’ha educato, di quello che ha sperimentato. Così stanno le cose interiormente. Esteriormente stanno cosicché naturalmente per il prosperare o il declino di quello che è stato fondato con la Società Antroposofica, anche tali avversari devono essere sconfitti in modo opportuno. Ma le vere personalità guida nell’opposizione sanno invece molto bene quello che vogliono.

Poiché tra loro si trovano coloro che hanno una buona familiarità con le leggi della ricerca dello spirito, anche se da un punto di vista diverso da quello antroposofico, e sanno che il miglior mezzo è bombardare continuamente colui che ha bisogno della quiete per la ricerca dello spirito con scritti contrari e obiezioni, affinché sia distolto dalla sua ricerca dello spirito. Poiché sanno molto bene: la confutazione degli avversari non può essere conciliata con la ricerca dello spirito. Vogliono mettergli un bastone fra le gambe, opponendogli queste cose. Così il semplice fatto della scrittura di queste cose è l’azione avversaria. La gente che veramente sa quello su cui conta, per loro non importa tanto quello che nei loro libri sta scritto, bensì che questi libri vengono lanciati in testa al ricercatore dello spirito. E per loro conta molto che tramite certi trucchi e simili mezzi lo costringano a doversi difendere da sé. Queste cose devono essere viste in completa oggettività. Saperle è anche il compito di coloro che rettamente vogliono stare entro la Società Antroposofica. Ora, quello che ho appena detto, è qualcosa che molte persone sanno. Solo che nei circoli di molti che lo sanno è del tutto consueto non parlarne verso l’esterno. Una cosa così, nella Società Antroposofica, come l’esperienza mostra, non è più stata possibile da molto tempo. Nella Società Antroposofica furono stampati cicli su cui stava scritto «Solo per soci». Si può oggi in Germania e anche altrove andare nelle biblioteche pubbliche e prendere in prestito questi cicli. Anche coloro che non sono nella Società Antroposofica possono avere tutti i cicli, e il tipo di scritti avversari prova che li hanno, anche se a volte era difficile ottenerli. Ma questa gente ha molto meno timore delle difficoltà di quanto talvolta gli antroposofi. Quel modo di segretare che ancora oggi molte società possono esercitare, non è possibile proprio per il carattere particolare della Società Antroposofica, dove ogni uomo deve rimanere libero, dove non fa alcun promesso, ma semplicemente entra per diventare un cercatore sincero, non è possibile per la Società Antroposofica che deve essere costituita nel senso più moderno. E io non aspiro a che lo diventi possibile. Se aspirassi a ciò, ora vi perdere in un’unione frammentaria. Infatti, voi vedrete quanto più numerosi canali di dispersione — non li disapprovo — per quello che i membri più anziani credono di dover conservare nel loro armadio, verranno creati verso il grande pubblico attraverso questa unione frammentaria. Ma non comprende l’impulso più intimo dell’antroposofia chi non vuole ordinarla secondo il pensare e il sentire più moderno degli uomini. Per ciò è tanto più necessario che si comprendano le condizioni per una tale società. Introduco ora una questione non per una futile vanità, ma come esempio tratto dalla mia stessa esperienza. Durante l’estate scorsa ho tenuto un ciclo di conferenze a Oxford sulla pedagogia che si coltiva nella Waldorfschule. Su un giornale inglese è apparso un articolo, che non cito alla lettera, ma nel senso, che ha pressappoco il seguente inizio*. Chi semplicemente si fosse trovato catapultato dentro le conferenze di questo ciclo pedagogico oxfordiano, se non avesse saputo chi è il Dr. Steiner e che ha a che fare con l’antroposofia, non avrebbe potuto accorgersi affatto che parla un rappresentante dell’antroposofia, ma l’avrebbe potuto tenere per qualcuno che parla di pedagogia, solo da un altro punto di vista da quello che forse si ha personalmente.

Mi sono rallegrato straordinariamente di questa caratterizzazione, poiché mostra che ci sono persone che avvertono quello che desidero conseguire: che non ci si accorga subito dall’esposizione singola che dò che è dal punto di vista antroposofico. — Certo, è così. Ma questo punto di vista si potrà assumere correttamente solo quando conduca all’oggettività, quando non porti a unilateralità, ma piuttosto permetta che si riconosca e si giudichi ogni dettaglio da se stesso. E prima che tenessi questo ciclo oxfordiano, quindi anche prima che apparisse questo articolo, una volta ho compiuto un esperimento che a voi forse sembrerà assai insignificante. Ero infatti anche al Congresso di Vienna nel giugno; ho tenuto là dodici conferenze in due cicli. Mi sono posto il compito che in tutte le dodici conferenze non dovesse apparire la parola «antroposofia», e veramente non appare. Non appare nemmeno in alcun modo una formulazione come: la concezione del mondo antroposofica dice questo o quello. — Certamente era tutto antroposofico, e proprio per ciò. Non voglio in modo pedante-filisteo dire che gli antroposofi debbano fare di un punto di programma il non pronunciare mai la parola antroposofia. Naturalmente non voglio ciò. Ma lo spirito da cui si deve operare, quando si vuole relazionarsi con il mondo in modo corretto, lo spirito — ciò viene ricercato in questa maniera. Questo spirito dovrebbe operare liberamente anche nelle personalità operanti e direttive della Società Antroposofica. Altrimenti verrò nuovamente ritenuto responsabile per quello che all’interno della Società Antroposofica viene fatto come qualcosa di non-antroposofico. E allora il mondo avrà ragione di identificare l’una cosa con l’altra. Quindi si tratta anche in tali questioni che lo spirito oggettivo dell’antroposofico sia compreso nella maniera corretta, e soprattutto che questo spirito dell’antroposofico venga realizzato. A questo scopo ci si deve veramente anche educare prima a un certo grado. Ma questa auto-educazione è necessaria all’interno dei circoli della Società Antroposofica; e in questo rapporto, e proprio anche influenzati dalle fondazioni, si sono commessi innumerevoli errori negli ultimi anni. L’espongo obiettivamente, senza voler toccare personalmente nessuno. Se la Società Antroposofica vuole prosperare, semplicemente deve penetrare una coscienza piena di queste cose in ogni singolo membro. Ma ciò non può avvenire diversamente, secondo la natura dello stato sociale odierno, se non mediante un vivace rapporto che venga tentato, sebbene anche solo, diciamo, mediante bollettini informativi o simili, tra i singoli circoli della Società Antroposofica. Ma per ciò appartiene un vivace interesse del singolo membro — non dico socio — della Società Antroposofica per le questioni dell’intera società, e soprattutto per le questioni dello sviluppo storico dell’antroposofia stessa. Anche in questo manca molto. Se non ci fosse una Società Antroposofica, probabilmente ci sarebbero comunque così e così tanti libri antroposofici. Non ci si dovrebbe però preoccupare dal punto di vista societario di coloro che li leggono. Sarebbero dispersi nel mondo, formerebbero forse anche comunità secondo il loro karma; ma non si avrebbe bisogno di essere personalmente connessi con loro esteriormente. Ciò non cambia molto per il ricercatore dello spirito, anche se la società ha un ordinamento come il nostro fino all’anno 1918. Ciò cambia immediatamente quando responsabilità valide per il piano fisico vengono connesse alla Società Antroposofica. Queste cose le dico oggi in modo più deciso che altrimenti, ma le ho già dette in questa o quella forma quando ci si trovava al punto di partenza delle fondazioni. Non potevo però sussurrare ciò all’orecchio di ogni singolo membro antroposofico, non so nemmeno se ciò avrebbe giovato molto. Ma la Società Antroposofica c’era e aveva personalità direttive. Queste devono fare in modo che questa società sia in tale stato che possa veramente accogliere queste cose in sé senza pericolo della ricerca antroposofica. Questo è, direi, l’aspetto negativo per la formazione di comunità, mentre ieri vi ho presentato l’aspetto positivo.

Direi che chiunque aspiri a una tale formazione di comunità, come l’ho presentata nelle sue condizioni in maniera positiva, deve essere consapevole di tutto quello che nel modo descritto oggi è collegato al progresso nella Società Antroposofica e alla vita della Società Antroposofica. E specialmente nei singoli ambiti della vita antroposofica ciò deve essere considerato. In questo rapporto sta per esempio il seguente fatto, che, come credo, è straordinariamente istruttivo. Ritorno così nuovamente al capitolo tragico del nostro Goetheanum che ci si è aperto. Nel settembre e ottobre dell’anno 1920 potevamo tenere per tre settimane il primo cosiddetto corso universitario in questo Goetheanum. Ieri ho già descritto come questo Goetheanum abbia uno stile artistico ben determinato, nato dal sentire antroposofico. Come è nato questo stile? È nato così: un numero di personalità, a cui non si può mai ringraziare abbastanza, nel 1913 si sono assunte il compito di costruire una dimora per quello che nel senso più stretto era presente per l’antroposofia allora e che eventualmente ancora poteva scaturire da questa antroposofia in questo senso più stretto, cioè costruire una dimora per il gioco dei Misteri, una dimora per l’euritmia ancora germinale allora, ma che prometteva già decisamente opportunità per tali cose, una dimora soprattutto per le vere considerazioni antroposofiche, che sulla base della ricerca scientifico-spirituale concepiscono quadri del mondo. Ciò stava allora nella mia intenzione, di cui ero l’incaricato di queste personalità, o almeno mi consideravo come tale. Per me stava il compito di erigere per quest’opera un edificio con lo stile artisticamente corrispondente a quest’opera. Questo divenne il Goetheanum. Allora non c’erano ancora gli eruditi, gli scienziati in mezzo a noi. L’antroposofia era progredita fino a un certo punto nel scientifico. Ma quello che è accaduto più tardi, che i singoli campi specialistici all’interno della Società Antroposofica venissero trattati, non esisteva allora.

Quello che compariva, compariva così da venire in linea retta dall’antroposofia, come infine tutta la pedagogia della Waldorfschule; questa è appunto l’esempio autentico di come qualcosa sia venuto interamente dall’antroposofia. Per tali cose si doveva trovare lo stile artistico. Questo è stato trovato, secondo mia convinzione, nel Goetheanum. La guerra ha alquanto ritardato la costruzione del Goetheanum. Nel 1920 si tenne allora quella serie di conferenze di cui ho appena parlato. Essa fu tenuta sull’impulso che già emanava dai dotti che nel frattempo in maniera così degna di ringraziamento erano entrati nella Società Antroposofica. Fu anche organizzata e fornita di programma da questi dotti. Mi fu presentato il programma. Nella Società Antroposofica regna, secondo mia convinzione, assoluta libertà. Molti nell’esterno credono che nella Società Antroposofica accada solo quello che Steiner si immagina. Nella maggior parte accadono cose che lui non si immaginerebbe affatto. Ma la Società Antroposofica non esiste per me, bensì la Società Antroposofica esiste per gli antroposofi. E allora mi sedetti, veramente con grande attenzione, in queste serie di conferenze di settembre e ottobre 1920 — dò solo un’apercu, non una critica di sorta — e lasciai allora i miei occhi scorrere sull’interno dell’edificio. Nel settimanale «Das Goetheanum» ho descritto come per esempio per l’arte euritmia le linee del Goetheanum si continuano nei movimenti dell’uomo; ma questo doveva essere così al Goetheanum secondo le intenzioni originarie per tutto. Lasciai allora scorrere il mio sguardo spirituale sulla maniera come questa architettura interna, plastica e pittura corrispondessero a quello che i relatori dal podio dicevano. E lì trovai — non era necessario dirlo allora alla gente — tutto quello che, nel miglior senso della parola, era un quadro antroposofico, dove si parlava dall’antroposofia nel senso più stretto, si adattava meravigliosamente allo stile costruttivo.

Per un’intera serie di conferenze si aveva però il sentimento: sì, queste dovrebbero propriamente essere tenute solo quando il Goetheanum una volta sarà venuto a costruire tutta una serie di edifici secondari, che nel loro stile costruttivo fossero nuovamente ordinati in modo che corrispondessero a questi studi specialistici e considerazioni specialistiche. Il Goetheanum nel suo quasi decennale destino ha veramente compartecipato al destino della Società Antroposofica, ed è facile stata a notarsi, dal sentire through la voce dell’armonia o disarmonia dello stile costruttivo con quello che vi si praticava, come veramente qualcosa d’inorganico sia entrato nella diritta prosecuzione della corrente della spirito antroposofico. Ora, ciò non è veramente detto per disapprovare o per dire che qualcosa non avrebbe dovuto essere così. Naturalmente c’era una necessità che tutto così diventasse. Ma d’altra parte ciò produsse l’altra necessità che ora chimica, fisica, matematica e così via di nuovo fossero partorite, ripartorite dall’antroposofia, per compiere il descritto movimento della coscienza. Poiché con il modo di considerazione ordinario non si è sufficienti quando debba parlarsi antroposoficamente. Questo movimento della coscienza non era sempre presente. Al Goetheanum lo si vedeva come stilisticamente appropriato dal punto di vista artistico, nella Società Antroposofica lo si nota in quella manifestazione che si è condensata nella nuvola che ci ha coperto in questi giorni. E il compito era lì e deve stare come compito del futuro che ora, dopo che una volta la scienza sia confluita — si renda grazie a questo destino naturalmente — , essa debba essere rigenerata dall’antroposofia. E non ha senso perdersi in ogni sorta di polemiche prive di sostanza, bensì il compito è soprattutto urgente di rigenerare i singoli disciplini dall’antroposofia. Una sorta di surrogato era stata creata nel periodo in cui ci si doveva sforzare di cercare un sostituto in generale. Mi è stato richiesto molte volte — di nuovo ciò scaturiva da una necessità — di tenere cicli di conferenze per questo o quel circolo su cose che forse nel giusto tempo del proseguimento antroposofico si sarebbero sviluppate solo più tardi. Così c’erano questi cicli. Per questi cicli si sarebbe dovuta avere soprattutto la necessità di usarli per rigenerare i singoli scienziati dall’antroposofia. Questo era l’interesse antroposofico.

Questo interesse sarebbe stato quello che avrebbe assolutamente potuto diventare fruttuoso per lo sviluppo della Società Antroposofica nel senso più eminente. Tutte queste cose devono essere sapute. Vedete, miei cari amici, nel corso dei vari seminari che sono stati tenuti nei corsi universitari qua e là, ho sempre di nuovo posto compiti, un compito ancora per i fisici matematici nel mio ultimo discorso che potei tenere nella piccola sala del Goetheanum durante il corso di scienze naturali, che è stato tenuto verso la fine dell’anno 1922 e avrebbe dovuto continuare nel Goetheanum dopo il primo gennaio 1923. Lì parlai ancora di come fosse necessario risolvere il compito di come lo spazio tattile possa farsi catturare in formule matematiche rispetto allo spazio visivo; e cose simili sono sempre state presenti. Nel particolare era già lì quello a cui il tempo spingeva, ma tutto ciò doveva essere elaborato in modo così antroposofico che veramente potesse dare qualcosa ai circoli più ampi dell’antroposofia, che non possono nemmeno occuparsi ulteriormente dello spazio tattile e dello spazio visivo e così via. Poiché ci sono tali vie, attraverso cui quello che forse uno solo può fare diventa fruttifero per un gran numero di un’altra forma interamente, in quella forma in cui viene versato. Così per le istituzioni straordinariamente affrettate che sono state intraprese dal 1919 in poi, specialmente — deve sempre di nuovo essere sottolineato — a causa della circostanza che lì personalità hanno fondato ogni sorta di cose e poi non hanno continuato a operare in quello che avevano loro stessi fondato, sono sorte difficoltà su difficoltà, e proprio da queste difficoltà è scaturito tutto quello davanti a cui siamo ora. Ma in niente di tutto ciò giace qualcosa che sia un’obiezione contro l’antroposofia stessa.

Questo è quello di cui i cari presenti dovrebbero essere consapevoli, che appunto ovunque si può dire nel particolare attraverso quale difficoltà siano sorte, e che può essere nettamente sottolineato che non ha alcuna giustificazione il fatto che a causa di queste difficoltà l’antroposofia stessa venga in qualche modo cassata. Perciò vorrei proprio a conclusione di questa trattazione più profonda raddrizzare una parola che ieri è stata pronunciata da questo podio e dove mi è stato necessario trovare biasimo proprio dalla consapevolezza di quelle cose di cui ho appena parlato. Era stato detto che non ci si rendeva consapevoli — più o meno così — che attraverso gli oppositori la corrente antroposofica potesse essere distrutta. Ciò non può accadere. Attraverso gli oppositori può sorgere il più grande pericolo alla Società Antroposofica, se volete a me personalmente e così via. Ma la corrente antroposofica, non potrà accaderle alcun danno, potrà tutt’al più essere fermata dagli oppositori. E in questo rapporto e in molti rapporti simili negli ultimi anni è stato sottolineato anche da me spesso: si deve distinguere la corrente antroposofica dalla Società Antroposofica. Ciò non è stato sottolineato poiché la Società Antroposofica non dovrebbe più ricevere considerazione, bensì per la ragione che effettivamente la corrente antroposofica e la Società Antroposofica si comportano come contenuto e recipiente, anche per il singolo uomo come contenuto e recipiente. E anche in questo ambito ci si deve, direi, essere completamente consapevoli di idee chiare. Non si deve né confondere antroposofia e Società Antroposofica, né ignorare che attraverso lo sviluppo degli ultimi tre o quattro anni lo sviluppo veramente esteriore dell’antroposofia nel suo destino è intimamente cresciuto insieme al destino della Società Antroposofica per i membri della Società Antroposofica. Le cose giacciono apparentemente così vicine l’un all’altra; sono tuttavia da distinguersi nettamente l’una dall’altra.

Dal punto di vista teorico potrebbe esserci una Waldorfschule se non fosse mai sorta una Società Antroposofica; in realtà no, poiché le persone non sarebbero state lì che hanno contribuito alla sua fondazione, direzione, mantenimento e così via. La logica reale, la logica della realtà è quindi interamente diversa da quella della logica astratta dell’intelletto. È importante che si comprenda ciò come membro della Società Antroposofica. Come tale membro ci si deve almeno procurare un’impressione, sebbene anche così solo sentimentale, di come per comprendere i mondi superiori appartiene assolutamente una consapevolezza che il soprasensibile viene sperimentato in un modo diverso rispetto al mondo fisico ordinario. Perciò qualcosa nel mondo fisico può apparire a uno così giusto, come al sognatore appare giusta la sequenza di un sogno, quando lui stesso è il sognatore; ma per ciò rimane comunque il portare di conseguenze di sogno nella sequenza della coscienza ordinaria quotidiana un’apparizione anormale, una manifestazione nociva. E così è anche tutto il portare di cose di cui si è giustamente convinti nella coscienza ordinaria quotidiana nella coscienza che si deve sviluppare quando si comprende i mondi spirituali, una nocività. Posso esporvi ciò con un esempio ben preciso. Poiché gli uomini nei tempi moderni sono così tremendamente caduti nell’intellettualistico e nell’empirico-esteriore, oggi già vale come slogan anche per coloro che non sono particolarmente istruiti in una scienza, che dicono: sì, quando si dice qualcosa, lo si deve provare. — E con ciò intendono una forma ben determinata dell’applicazione del pensiero mediante. Non sanno niente dal rapporto immediato che la soul umana può avere alle verità, cioè una comprensione immediata della verità, così come l’occhio non prova il rosso, bensì lo contempla. Ma nell’intellettuale-logico è così che si deve far procedere un membro concettuale dall’altro.

Per il piano fisico è davvero possibile diventare saggi facendo provare molte cose, con una buona tecnica nel provare, con un provare che procede come sopra l’olio. È molto bene per il piano fisico, e anche per le scienze che lavorano per il piano fisico. È bene anche per il ricercatore dello spirito, se nel mondo fisico ha molto della tecnica di questo provare. Coloro che si familiarizzano più da vicino con le intenzioni del nostro istituto di ricerca vedranno che il provare in questa maniera, dove è applicabile, viene applicato anche da noi. Ma — lasciatemi usare la parola grottesca — per la comprensione dei mondi superiori si diventa stupidi, se vi si porta dentro questo provare così come si porterebbero le conseguenze di sogno nella realtà della coscienza quotidiana. Perché questo metodo del provare nei mondi superiori è esattamente lo stesso che portare le conseguenze di sogno nella realtà della coscienza quotidiana. Ora ci si è abituati nei tempi moderni a ritenere naturale questo provare. In molti ambiti è addirittura diventato terribile come tale provare abbia agito paralizzando. La religione, che nelle sue forme più antiche in assoluto non si basa su quello che ha a che fare con il provare intellettuale-logico, bensì sulla contemplazione, è diventata una teoria razionalistica che prova. E gradualmente, nei suoi rappresentanti più estremi, essa prova che l’intera religione non è vera. Questo è nel fondo naturalmente ovvio. Così come si diventa un uomo anormale quando si porta la sequenza di sogno nella propria coscienza quotidiana, si diventa anormale per la coscienza dei mondi superiori quando vi si portano le sequenze che valgono a ragione nel mondo fisico. La teologia è diventata o scienza reale, che semplicemente accoglie le cose, o teologia che, come scienza provante, è adatta non a fondare la religione, bensì a distruggerla.

Questo, miei cari amici, sono le cose che all’interno della Società Antroposofica devono essere vissute con una coscienza acuta. Perché se non è così, allora ci si pone da sé nella mancanza completa, come un uomo che ha ragione per tutti i livelli del mondo nella comunità umana, nella vita. … Il ricercatore dello spirito non ha bisogno di venire contro i suoi oppositori con prove. Tutto quello che può essere obiettato contro quello che io dico, gli oppositori hanno solo bisogno di trarlo dai miei stessi scritti, perché io richiamo ovunque l’attenzione, dove è necessario, su come il provare fisico per qualcosa di soprasensibile appaia. Da qualche parte si trova già quello che corrisponde, quello che il nemico può dire, detto da me stesso: così che, propriamente, per confutarmi ci si dovrebbe per la maggior parte solo copiare me. Ma è così che ci si deve acquisire una coscienza su tutti questi dettagli nel campo della Società Antroposofica. Allora si starà fermi nella società; si starà fermi sia nel mondo fisico sia in tutti i mondi possibili, quando ci si sarà occupati di una visione del mondo antroposofica. Allora si trarrà però anche la capacità di amore umano, l’armonizzazione sociale e tutto quello che appartiene alla vita sociale dagli impulsi antroposofici. Allora non entrerà lite e conflitto, non scisma e scissione, bensì, malgrado ogni isolamento, entrerà la vera unità umana tra tutti gli antroposofi. E allora si comporterà, sebbene si sia un confessore delle concezioni dai mondi superiori, non come un sognatore nel mondo fisico, bensì come un uomo che sta con entrambi i piedi nella realtà, poiché ci si è abituati a non mescolare le due cose, così come nella vita ordinaria non si debbono mescolare realtà di sogno e realtà del piano fisico.

Viene a essa la formazione di una certa disposizione dell’anima, di una certa disposizione della coscienza, su tutti coloro che vogliono trovarsi insieme, nel senso più pieno e autentico della parola, come veri membri della corrente antroposofica nella Società Antroposofica. Penetriamoci di questa disposizione dell’anima, penetriamoci di questa disposizione della coscienza: allora fonderemo una vera comunità antroposofica; e allora, perché la possibilità giace assolutamente in essa, anche la Società Antroposofica potrà fiorire e prosperare.

8°Il mutamento della Società dal 1919 e l'emergere della gioventù

Dornach, 2 Marzo 1923

L’assemblea di Stoccarda è stata conclusa avant’ieri sera, e probabilmente avrete l’opinione che io debba ora riferirvi qualcosa di ciò che vi è accaduto. È così, che si è già formato un certo risultato, un risultato che, vista la situazione reale, non potrebbe essere diverso. Per comprendere pienamente ciò che è emerso, sarà necessario fornire schizzato una sorta di rapporto sull’evoluzione delle cose. Sapete già dalle allusioni che ho fatto nel corso delle ultime settimane che all’assemblea di Stoccarda hanno preceduto preparazioni durate settimane. Questi preparativi, che in verità sono stati piuttosto estenuanti per tutti i partecipanti, erano volti a dare una prospettiva futura alla Società Antroposofica per il prossimo periodo, mediante l’attuazione concreta delle condizioni della Società Antroposofica. Nella considerazione di tutte queste questioni, bisogna tenere presente che ciò che è accaduto a Stoccarda è stato del tutto indipendente, almeno nei suoi punti di partenza, nelle sue origini, dai tristi eventi dell’incendio del Goetheanum. Perché il fatto che qualcosa dovesse avvenire per la consolidazione della Società era già stato discusso con un membro del consiglio direttivo a inizio dicembre, con l’incarico che l’intero consiglio centrale, insieme ad altre personalità, affrontasse la questione. Così ciò che si è svolto a Stoccarda sta in una continuazione coerente di ciò che era stato comunicato da me il 10 dicembre al signor Uebli, come risultato dell’osservazione sulla situazione attuale della Società Antroposofica. In questi eventi è ricaduta come fatto doloroso l’incendio del Goetheanum. Ma anche se ancora oggi avessimo il Goetheanum in piedi come era, tutte queste cose avrebbero dovuto svolgersi esattamente allo stesso modo. Poiché quale era la situazione reale? Era questa: la Società Antroposofica, come si era gradualmente sviluppata nel corso di due decenni, aveva assunto una forma e una configurazione determinate, una forma e una configurazione che, a partire dall’anno 1919, erano state particolarmente modificate dalle varie iniziative che le erano state incorporate. Potrebbe facilmente sembrare che, affermando così «le varie iniziative incorporate nella Società Antroposofica», si esprimerebbe un giudizio dispregiativo su tali iniziative. Ma non è affatto il caso. Mi basta nominare la scuola Waldorf, che appartiene a queste iniziative, e allora vi sarà chiaro che si tratta di tutt’altro che dell’espressione di un qualche giudizio superficiale. Nulla deve essere obiettato contro il valore e il significato di queste iniziative, nulla nemmeno riguardo ai loro principali aspetti, nulla contro la loro direzione, contro la loro gestione. Ciò che era stato discusso e doveva essere discusso era unicamente la Società Antroposofica, la sua configurazione, la sua intera struttura in quanto tale. Ora è difficile descrivere adeguatamente questa configurazione della Società Antroposofica, che è ampiamente ramificata. Ma penso che ognuno di voi sappia, da un certo punto di vista, cosa è diventata la Società Antroposofica fino a oggi, e possa anche descriversi molte cose da sé secondo ciò che anch’io ho esposto qui nel corso delle ultime settimane; può allora completare da sé questa descrizione. Ora, uno degli eventi particolarmente importanti che si sono verificati nella vita di questa Società Antroposofica è il seguente: alle personalità leader, o almeno a un numero maggiore di personalità leader, sono scaturiti dalla Società Antroposofica — da ciò che da essa si era sviluppato — compiti ben determinati, e cioè compiti antroposofici. Questi compiti antroposofici attendono la loro soluzione dal 1919. Semplicemente non erano stati risolti; perciò, il 10 dicembre dell’anno scorso, quando le cose si erano mostrate, potrei dire, con tutta la chiarezza, dovetti parlare al consiglio centrale a Stoccarda nel modo in cui l’ho fatto.

Una delle ultime fondazioni sviluppatesi dal movimento antroposofico è il movimento per il rinnovamento religioso, che ha contribuito particolarmente molto alla crisi della Società Antroposofica negli ultimi tempi. Questo è un aspetto dei fatti che si sono presentati nella vita della Società Antroposofica. L’altro aspetto è che è venuta la gioventù, gioventù con entusiasmo intimo per l’antroposofia, per tutto ciò che l’antroposofia contiene, in particolare anche la gioventù accademica. Sono venuti con aspettative ben determinate, con concezioni ben determinate su ciò che si può trovare nella Società Antroposofica, con sentimenti che si potrebbero caratterizzare pressappoco così: con forti impulsi intimi del cuore la gioventù è venuta alla Società Antroposofica, ed era particolarmente sensibile a tutto ciò che le veniva incontro dalle file degli antroposofi, accoglieva tutto in un giudizio del sentimento non certo razionale ma acuto. Quale era il fondamento? Bene, miei cari amici, la gioventù di oggi ha esperienze interiori dell’anima che entrano per la prima volta nello sviluppo dell’umanità. Affermando così astrattamente e superficialmente il contrasto tra le generazioni più vecchie e più giovani, non si conclude nulla. Questo contrasto c’era sempre stato, ed era presente in particolare presso coloro che, come personalità forti, in giovane età volevano formarsi negli istituti educativi per la vita. Basta ricordare esempi tipicamente caratteristici.

Leggete nella «Poesia e realtà» di Goethe come lui a Lipsia, invece di andare alle lezioni perché gli sembravano terribilmente noiose, andasse dalla venditrice di bretzel di fronte e lì si intrattenesse con i suoi compagni, mentre il professor Ludwig e altri trasmettevano nelle aule, di qua, le loro dotte lezioni. Ma, nonostante questo contrasto sempre esistito, questi, direi, alquanto radicali membri della gioventù finivano sempre per confluire in ciò che l’antica generazione aveva tramandato come eredità. Anche gli uomini geniali confluivano. Goethe rimase certamente il genio immenso fino alla sua morte; ma riguardo al porsi concretamente nella vita immediata, lui non divenne soltanto il genio Goethe, ma anche il grasso consigliere segreto con il doppio mento. Questa è pure una verità. Bene, bisogna guardare a queste cose con completamente pura obiettività. Era così fino all’ultimo terzo del diciannovesimo secolo: il contrasto, di cui oggi ancora si parla superficialmente, il contrasto tra vecchio e giovane era già presente, ma era ricomposto nel senso della borghesia, così che la gioventù si filisteizzava sempre più rispetto a ciò che era rimasto come eredità dell’antichità, e confluiva in questa eredità. Ma questo oggi non è più possibile. Se si volesse parlare nella terminologia tratta dalla saggezza orientale, bisognerebbe dire: questo non è più possibile dopo il decadimento del Kali Yuga, perché il principio dell’autorità non scorre più attraverso la vita sociale nello stesso modo come era il caso prima. Sempre più diventa evidente che l’umanità è entrata nell’epoca dello sviluppo dell’anima della coscienza.

E questo vive in maniera non certo chiaramente delineata, ma istintivamente straordinariamente forte in quelli che sono nati negli anni novanta, o forse anche all’inizio del ventesimo secolo, o più tardi; vive in quanti hanno una vita interiore che, per essere compresa, dovrebbe veramente essere osservata dagli anziani in modo amorevole. E questo non può avvenire così senza problemi, perché la nostra cultura e civiltà ha assunto forme tali, in particolare nei nostri istituti educativi, che quel compensamento tra vecchio e giovane, che c’era sempre stato prima, ora non c’è più. I giovani di oggi lo sentono: è il loro destino interiore. È qualcosa che, direi, caratterizza l’andamento di tutta la loro vita, e questo configura un tipo determinato di aspirazione verso la vita. Ne deriva che le persone giovani d’oggi sono cercatori, ma cercatori in un modo completamente diverso da come i più anziani erano cercatori. Questo vale per tutti i campi della vita, in particolare per tutti i campi della vita dello spirito. Da molto tempo la cultura dell’età ha reagito in modo strano alla gioventù. Non mi sono astenuto dal portare anche qui esempi caratteristici di questo. Vi ricordo la conferenza che ho tenuto su Gregor Mendel. Nel ventesimo secolo sorse tra gli scienziati naturali, in modo del tutto sporadico e con una certa veemenza, l’opinione che Gregor Mendel dalla Moravia — il solitario maestro di scuola, insegnante di ginnasio e successivamente abate — era un genio che ha conseguito grandi cose per la formulazione delle leggi di eredità.

Bene, se ora consideriamo il rapporto di questo Gregor Mendel con gli istituti educativi in cui era, non dobbiamo dimenticare che, quando raggiunse l’età necessaria e doveva sostenere l’esame di abilitazione all’insegnamento, lo fallì brillantemente. Gli fu allora dato un periodo dopo il quale poteva sostenere di nuovo questo esame di abilitazione. Fallì di nuovo. Ora negli anni Cinquanta si era ancora più tolleranti che in seguito: nonostante avesse fallito due volte l’esame di abilitazione all’insegnamento, l’assunsero come insegnante di ginnasio. E divenne poi colui che realizzò quella che si considera una delle più grandi imprese nel campo della scienza naturale contemporanea. O prendete qualcosa di del tutto evidente: Röntgen — nessuno oggi dubiterà che Röntgen appartenga ai più grandi spiriti del presente. Un giorno fu buttato fuori dal ginnasio, non poteva proprio portarlo a termine. Fu solo con grande difficoltà che riuscì a ottenere anche solo la docenza, perché, insomma, non funzionava negli istituti educativi: era già stato, come detto, buttato fuori dal ginnasio, e in seguito fu alloggiato alla meglio in un’università, dove poi funzionò. Ma neanche lì poté ottenere la docenza nel settore in cui l’avrebbe dovuta ottenere. Bene, ma divenne comunque colui che realizzò una delle imprese più epocali nel campo della scienza naturale pratica e teorica. Sì, si potrebbero moltiplicare questi esempi all’infinito. Ovunque appare questo lampo di un contrasto incolmabile tra l’eredità dei tempi più antichi e ciò che semplicemente vive nella gioventù in un modo indefinibile.

Ora si può dire, parlando un po’ radicalmente, che questa gioventù è certamente del tutto indifferente a quanti altri sepolcri di re in Egitto vengono ancora aperti: questo non le importa molto. Ma per questa gioventù conta trovare qualcosa che emerge da fonti molto più originarie, per lo stimolo dell’umanità, di quanto non sia l’apertura di antichi sepolcri di re. La gioventù ha il sentimento che oggi siamo in un punto dell’evoluzione dell’umanità da cui si deve attingere a fonti molto più elementari e originarie per l’umanità. Ora si può certamente dire che molto è stato cercato nel corso dei primi due decenni del ventesimo secolo dalla gioventù con questo desiderio. Questa gioventù scoprì l’antroposofia, e sentì che qui si poteva arrivare a questo elementare, che questo toccava le fonti più profonde dell’umanità. E allora questa gioventù arrivò alla Società Antroposofica. E uno dei rappresentanti di questa gioventù disse lunedì o martedì a Stoccarda: e allora fu scioccata, perché quando arrivò ricevette uno spavento reale, riguardo a come la Società Antroposofica fosse rispetto all’antroposofia. — Bene, non è vero, è uno dei fatti più importanti; non può essere decretato via. Dovete solo considerare tutto ciò che infine questa gioventù, proprio la gioventù accademica, ha dovuto sperimentare. Così volevano, diciamo in uno dei campi di studio e insegnamento spiritualmente più liberi, ad esempio nella storia letteraria, questi giovani ora proprio intraprendere questo cammino educativo; volevano poi ottenere il dottorato. Com’era nell’ultimo terzo del diciannovesimo secolo? Come facevano i più a ottenere una dissertazione, una tesi di dottorato? Il professore — naturalmente bisogna sintetizzare le cose e descriverle radicalmente — si era posto il compito di scrivere un libro sulle scuole romantiche.

Ora aveva i suoi studenti a sua scelta: a uno dava un incarico su Novalis, all’altro dava un incarico su Friedrich Schlegel, l’altro su August Wilhelm Schlegel, il terzo su Ernst Theodor Amadeus Hoffmann — se andava bene. Se non andava bene, allora il candidato riceveva una dissertazione sulle interpunzioni o sulle parentesi nella struttura della frase in Ernst Theodor Amadeus Hoffmann. Il professore doveva elaborare tutto questo, e da questo se ne ricavava il contenuto del suo libro sulla scuola romantica. Tutto era stato, direi, trascinato nel meccanico. Il giovane era diventato un membro di un meccanismo, di un meccanismo spirituale. Contro questo protestava ora ciò che, se mi permetto di usare ancora l’espressione, viveva come qualcosa di del tutto elementare dopo il decadimento del Kali Yuga nell’anima giovanile. Naturalmente si potrebbero portare ancora innumerevoli altri fenomeni. Bene, queste due cose stavano uno di fianco all’altro: la Società Antroposofica, com’era diventata nel corso di due decenni — come detto, non ho bisogno di descriverla, ognuno può descriverla dal suo punto di vista — , e d’altro canto la gioventù accademica. Ma in fondo, rispetto alla Società Antroposofica, questa gioventù accademica era solo il più acuto, il più radicale rappresentante di ciò che altrimenti era anche presente. Questo emerse in modo particolarmente crudo nell’assemblea di Stoccarda. Da un lato c’erano le personalità leader della vecchia Società Antroposofica, dappertutto impegnate per ciò che si era formato in forme solide. L’uno era insegnante Waldorf, l’altro era capo ufficio nel «Giorno Che Viene». Sì, quella gente aveva — questo deve essere preso completamente seriamente — enormemente molto da fare.

Direi che tutto ciò che nella Società Antroposofica erano personalità con libertà di movimento era confluito in queste fondazioni. Bene, giustamente o ingiustamente, ma questo ha introdotto anche nella Società Antroposofica una certa, diciamo, burocratismo, schematismo. Una di queste fondazioni era la «Federazione per la Tripartizione dell’organismo sociale». Aveva inizialmente, dal momento in cui era stata fondata nel 1919, un capo, e io fui costretto, dopo un certo tempo, dopo aver lavorato con questa federazione, a dire: non si può continuare così, io non continuo più con questa. — E, come mi espressi a Stoccarda in quei giorni, dovetti usare i gomiti e semplicemente un giorno dire: non funziona, non continuo più con questa. Allora arrivò un’altra guida, una persona eccellente. Io allora non andai a Stoccarda per parecchie settimane; poi tornai, e dovetti così informarmi su ciò che era accaduto. Si voleva stabilire il passo successivo. Allora fu tenuta una riunione, fui informato su ciò che era accaduto. Mi fu comunicato: bene, siamo arrivati così lontano con la creazione di uno schedario. Abbiamo piccoli foglietti, su cui scriviamo i piccoli ritagli di giornale, il contenuto viene messo circa in basso a destra, e poi viene riposto in scaffali. Poi ci sono foglietti più grandi, con carta un po’ più spessa; ci vanno i grandi articoli di giornale. Poi di nuovo ci sono foglietti di un altro formato, ci vanno le lettere ricevute. — E così è continuato. Per molte ore fu descritta e ridescritta l’istituzione di questo schedario, come per molte settimane si era lavorato con immensa disposizione al sacrificio e dedizione per istituire questo schedario, e ciò che vi era dentro, come tutto vi fosse in assoluto ordine.

Ora io avevo di fronte alla mente l’immagine di questo schedario, i foglietti in tutti i formati immaginabili, tutto registrato in modo meraviglioso: ciò che era accaduto nella Società Antroposofica, ciò che era stato fatto dai nemici. Tutto meravigliosamente registrato! I mucchi di questi foglietti che stavano uno sopra l’altro dovevano essere enormemente grandi. E le persone che sedevano lì, scomparivano del tutto come fantasmi; non c’erano più, c’era solo uno schedario. Tutto era registrato. Dissi: bene, miei cari amici, avete anche teste per questo schedario? A me non interessa lo schedario intero, ma solo ciò che c’è dentro le vostre teste. — Non è vero, non voglio criticarlo, voglio solo raccontarlo, perché coloro che l’avevano fatto sospirarono sotto il loro enorme carico di lavoro. Ma d’altro canto, considerate solo di nuovo: quando la gioventù dal cuore entusiasta, con i più vasti ideali futuri, entrava e le si raccontava di uno schedario — non dico che lo schedario sia inutile, non dico nemmeno che fosse cattivo, dico che era eccellente, era anche assolutamente necessario; ma così non funziona. Aveva bisogno di cuori che venissero incontro ai cuori. Da questo scaturirono varie impossibilità. Queste impossibilità e molti altri fattori portarono infine al fatto che si dovette pensare: la Società Antroposofica ha bisogno di una riorganizzazione. Ha bisogno della possibilità che in essa personalità umane, completamente nella loro particolarità e con la possibilità di vivere completamente se stesse, veramente agissero e trovassero anche un’atmosfera in cui, sviluppandosi, potessero respirare. Erano dunque problemi del tutto fondamentali quelli che si avanzavano verso la Società Antroposofica. Era necessaria una revisione di tutte le sue condizioni di vita.

E che essa abbia, in senso del tutto eminente, tali condizioni di vita risulta semplicemente dal fatto che la gioventù arrivava con una vita interiormente rigogliosa. Ma i contrasti diventavano sempre più grandi. Ora naturalmente c’erano anche tra i più anziani persone che non si erano mai curate degli schedari — lo schedario qui è solo il rappresentante di un intero sistema — , che dunque forse erano molto vecchie, ma non volevano curarsi di ciò che era diventato una necessità. C’erano assolutamente membri che erano diventati tali magari nel 1902 o 1903, e che però, sebbene altrimenti si differenziassero in molti aspetti dalla gioventù, non si erano nemmeno avvicinati a ciò che, potrei dire, è la storia della Società Antroposofica. Questo era veramente qualcosa di straordinariamente difficile, che si presentava inizialmente nella discussione preliminare. Poteva caricarmi di sorprese immensamente grandi. Bene, inizialmente non abbiamo bisogno di parlare delle discussioni. L’assemblea dei delegati, a cui era stato chiesto di partecipare — questa richiesta era il risultato delle discussioni — si tenne così l’ultima domenica a Stoccarda. Inizialmente si trattava del fatto che il comitato di direzione provvisorio, che si era formato da varie considerazioni dal vecchio consiglio centrale, il comitato dei nove, dovesse parlare da sé stesso su passato, presente e futuro della Società Antroposofica, e che allora l’intera società all’interno della Germania e dell’Austria dovesse venire alla parola attraverso i suoi delegati. Così la cosa iniziò a dispiegarsi. Dato che vi voglio dare solo un breve schema di ciò che finalmente ha condotto al risultato, non parlerò del fatto che letteralmente «piovvero» proposte di procedura. A stento era stata risolta una proposta di procedura, e non appena si ricominciava a parlare nel merito, subito volavano due, tre proposte di procedura alla scrivania del presidente.

Piovvero solo così; non si poteva nemmeno finire di discutere queste proposte di procedura. Ma di questo non voglio parlare. Voglio sottolineare che veramente cose eccellenti sono state dette, vere cose penetranti, profondamente antroposofiche sono state pronunciate. Parole meravigliose, cordiali, profonde ha pronunciato Albert Steffen. In modo geniale Werbeck ha descritto le categorie dei nemici e la loro relazione al movimento antroposofico e a tutta la civiltà. Vivacemente è stato descritto dal dr. Büchenbacher come qualcuno che è entrato nella Società nel 1917 o 1918 o 1919 o 1920 o 1923 ha sentito, in base a ciò che gli era stato incontrato. Che non tutto fosse buono, e come molte cose fossero — ciò che stava nel mezzo — bene, voi sapete, forse su questo è meglio il silenzio della cortesia del poeta. Ma così cose eccellenti, magnifiche, scorrevano insieme ad, direi, altre cose. E nonostante tutto passò domenica, lunedì, martedì, e martedì sera si era giunti al punto che si poteva dire: se domani — e domani era l’ultimo giorno — continua così, allora i delegati se ne andranno come erano venuti insieme. Perché in realtà nulla di ciò era venuto alla superficie — naturalmente molte cose antroposofiche, perché erano state pronunciate cose eccellenti — , ciò che viveva nel salone nelle persone, nelle numerose persone presenti. Erano pur sempre persone; ma — non che i discorsi non avessero trattato cose reali, tutti avevano trattato cose reali — non viveva realtà nella discussione, non viveva realtà: viveva astrazione. Così era un esempio da manuale di una vita astratta. Ed era un vero caos martedì sera. Si parlava completamente l’uno accanto all’altro senza intendersi.

Allora non potevo fare diversamente che decidermi, in continuazione della conferenza che dovevo tenere martedì, a fare da me una sorta di proposta a partire da ciò che c’era nel salone — e stava lì l’intera società antroposofica tedesca e austriaca — ; ma ora bisognava ottenere da ciò che era seduto come realtà qualcosa che riunisse le forze. Dovevo proprio martedì parlare della vita comunitaria, perché questo si era rivelato una necessità da molte cose che erano state dette. Allora feci una proposta. Dissi: si vede che ci si parla l’uno accanto all’altro, che ciò di cui si parla non conduce al fatto che la realtà veramente si manifesti in superficie. Se si prescinde da tutto il resto, qui si hanno due tipi di sentimenti, di modi di vedere, di opinioni. L’uno è la vecchia Società Antroposofica con il comitato che si era formato; l’altro consiste di persone che fondamentalmente non hanno nessun interesse in ciò che è rappresentato all’interno della relazione tra questo comitato e la Società Antroposofica. Così voglio esprimermi più esattamente: persone che non hanno il minimo interesse in ciò che il comitato, per esempio, aveva da dire, ma che erano antroposofi eccellenti. Non si può immaginare nulla di più bello di ciò che proprio in questa discussione di Stoccarda è venuto fuori dalla gioventù: un meraviglioso, energicamente bello. L’anima della gioventù si manifestava magnificamente, con un impulso tempestoso a entrare nella vita antroposofica, ma anche con nessun interesse per ciò che si manifestava nella Società Antroposofica come società, ciò che si imponeva. A una tale manifestazione bisogna credere. Bisogna imparare a vedere una tale manifestazione. Non si deve essere ciechi. Non si deve bendare gli occhi su ciò che è reale. E così non potevo dire nulla di diverso che: poiché questi due tipi di persone sono qui riuniti, ogni discorso su comprensione, nel senso astratto, è falso. La vecchia Società Antroposofica non può essere diversa da come è; gli altri non possono nemmeno essere diversi da come sono. Perciò la Società Antroposofica nel suo insieme continuerà al meglio se ognuno va per la sua strada: da un lato i vecchi — no, i membri della vecchia Società Antroposofica con la storia sulle spalle e sul dorso; d’altro canto la gente che irrompe, vecchia e giovane. Ora esiste una vecchia proposta di costituzione della Società Antroposofica. Ciò che vi sta dentro si può raccomandare a entrambi i lati! Ognuno può eseguire letteralmente ciò che vi sta dentro, ma ognuno ne avrà qualcosa di completamente diverso. Così è nella vita. In teoria è diverso, ma così è nella vita. E così proposi: la vecchia Società Antroposofica rimane con il suo comitato dei nove. Lo caratterizzai così, dicendo: lì ci sono le personalità prominenti di Stoccarda, che eccellentemente dirigono i loro singoli progetti, fanno un lavoro spaventoso, e mostravano in realtà già nelle discussioni di domenica, lunedì, martedì, mercoledì come caratteristiche essenziali quelle di persone stanche dagli sforzi precedenti. Dissi: quando vengo a Stoccarda e qualcosa deve essere fatto — così era, dissi, negli ultimi anni — mi basta premere un pulsante. Queste personalità di guida a Stoccarda hanno una comprensione raffinata, capiscono subito tutto, non c’è bisogno di parlare molto. Se bisognasse parlare spaventosamente molto di tutto, non si potrebbe trovare il tempo; ma capiscono subito tutto. È loro assolutamente chiaro tutto, bisogna solo toccare qualcosa. Ma il più delle volte non lo fanno. Poi ci sono gli altri, questo è l’altro partito: pieni di carattere animico antroposofico, completamente nella antroposofia. Posso parlare anche alle personalità di guida di questo partito: voi non capite inizialmente nulla di ciò che dico, ma fate subito tutto. Sì, c’è una grande differenza, una differenza enorme: gli uni capiscono spaventosamente facilmente e non fanno nulla; gli altri inizialmente non capiscono, promettono solo di capire tutto, hanno forza interiore, sentimento, emozione; ma fanno subito tutto. Si fa tutto ciò che non è compreso.

Bene, bisogna fare due rami particolarmente configurati della società, se questa società deve rimanere un’unità; un partito non deve mai disturbare l’altro. C’è il partito, come devo chiamarlo, bene, bisogna avere espressioni, voi sapete, non si tratta di nulla di diverso che una terminologia: il partito del vincolo, della tradizione, della cartoteca delineata — non deve necessariamente essere un catalogo fisico di schede — , sulle sedie curulli. Si è qualcosa: presidente, vicepresidente e così via, e si amministra la società. Ci si siede e si procede così con sistematica. Lì mi guarda un signore, che mi poteva istruire negli ultimi giorni, prima di partire, su dove conduce talvolta tale sistematica. Lì fu spedito per esempio un credito contabile di 21 marchi, credo; la lettera doveva essere mandata per posta raccomandata con 150 marchi! È tutto perfettamente in ordine, quando oggi si manda una lettera all’estero, costa 150 marchi. Se quindi si vuole scrivere a qualcuno: abbiamo registrato nella giusta rubrica del nostro libro cassa questi 21 marchi — allora si spendono 150 marchi per mettere la cosa adeguatamente dentro. Così va, quando le cose si dividono secondo A, B, C. Così c’è il partito del vincolo, la vecchia Società Antroposofica. Si può essere un buon membro in essa. Poi c’è l’associazione libera di persone che non danno importanza a tutto ciò, che vogliono un’associazione libera solo sulla base del puramente umano. Questi due orientamenti ora devono esistere. L’ho indicato inizialmente in modo schematico. Immediatamente fu pronunciato un discorso, la sera stessa, secondo il quale sarebbe terribile se questo dovesse accadere, perché la società verrebbe spaccata in due parti e così via. Ma così era la realtà! Se si voleva fare qualcosa non secondo ciò che la gente pensava — perché ciò che l’uomo pensa in genere non è così significativo quanto ciò che egli è — , ma secondo ciò che era, allora bisognava farlo così. Questa era l’espressione della realtà che c’era. Come detto, immediatamente fu pronunciato un discorso su quale sarebbe stata una conseguenza terribile se questo fosse diventato necessario, e così via.

Anche esteriormente, fisicamente nello spazio, si era verificato un caos: dappertutto c’erano gruppi, non si poteva passare da nessuna parte, dappertutto si veniva fermati, dappertutto si doveva spiegare come era inteso questo o quello. Il caos interiore era ora anche un caos esteriore quel martedì, quando si voleva lasciare la sala dell’assemblea dopo le undici. Venni quindi a casa, eravamo davvero un po’ stanchi. Allora, a mezzanotte mi vennero a prendere. Non ero ancora completamente pronto ad andare a dormire, non ancora del tutto; ma vennero a prendermi: giù nella Landhausstraße ci sarebbe un’assemblea. Già sulla strada dal secondo al primo piano fui fermato in un’assemblea intermedia; poi arrivai a circa tre quarti all’una di notte in questa assemblea. Ma allora risultò subito: la cosa era stata capita, era stata capita completamente correttamente. Si poteva discutere molto bene dei dettagli; era diventato chiaro che poteva succedere qualcosa, se lo si faceva in questo modo. C’erano dubbi che erano stati espressi — è naturale che si esprimessero tali dubbi — ; era stato detto per esempio: bene, ma ci sono personalità che simpatizzano con la gioventù, che vogliono tutto ciò che la gioventù vuole, per esempio, ma d’altro canto sono storicamente collocate nella vecchia società. Hanno perfino i loro posti nella vecchia società vincolata: così vogliono continuare a lavorare. Dissi: questo si risolve molto facilmente. Bisogna solo provvedere, se entrano in entrambi i rami, che paghino solo una volta il contributo associativo. È solo necessario trovare una modalità tecnica. Non si può certo trattarsi del fatto che, perché si è in uno, si sia esclusi dall’altro. Deve solo esserci la possibilità che le realtà si manifestino. Dissi anche: nelle istituzioni c’è assolutamente la possibilità che entrambe le direzioni siano considerate. Mi posso per esempio immaginare la possibilità: c’è un insegnante Waldorf che propende verso l’associazione libera, allora è lì; l’altro [insegnante Waldorf] propende verso il gruppo dei vincolati, allora entra lì. Nella scuola Waldorf naturalmente lavorano insieme armoniosamente.

Ieri ancora è sorto il dubbio: come era in questo o quell’altro ramo. Dissi: perché nel ramo non dovrebbero sedere anche, uno accanto all’altro, i vincolati e i non vincolati? Ma deve esserci la possibilità della realizzazione della realtà interiore, che è dappertutto presente. Se qualcosa è pensata a partire dalla realtà, allora si può certo realizzare dappertutto, e proprio così si forma per prima l’unità. È durato solo fino alle due e un quarto di mattina; allora era diventato veramente chiaro a questa gioventù — ma c’erano anche giovani dai capelli bianchi lì, che avevano già dietro molti decenni — , allora era diventato chiaro a questa gioventù nella notte da martedì a mercoledì: la cosa funziona. Mercoledì fu dedicato allora alla discussione su questi intenti. E così, mercoledì sera — ora voglio riassumere questo, voglio ancora aggiungere qualcosa a ciò che do come rapporto — si è formata una realizzazione di questa idea. C’è ora la vecchia Società Antroposofica con il comitato dei nove, che vi ho già citato prima; e c’è l’altra, la più libera, la più libera Società Antroposofica, che principalmente mira a portare l’antroposofia al mondo, che mira ad approfondire la vita interiore umana. Vi comunicherò domani e dopodomani i contenuti più essenziali dei miei due discorsi che ho tenuto a Stoccarda; questi sono strettamente collegati alla vita della Società Antroposofica. Il primo discorso riguardava le condizioni della formazione comunitaria, e il secondo discorso riguardava le ragioni per cui in società fondate sulla fraternità si litiga così tanto. Per questa associazione più libera si è formato inizialmente un comitato — non è vero, il nome certo significa la libertà — dal signor Lehrs, dalla signora dott. Röschl, dal signor Maikowski, dott. Büchenbacher, dal signor Rath, dal signor von Grone, dal rettore Bartsch da Breslavia e dal signor Schröder. Vedete, non sono tutti molto giovani: sono persone molto degne con barbe patriarcali. Così non è solo il radicalismo giovanile che è rappresentato, ma potrà trovare piena realizzazione.

Bene, e così sarebbe la cosa! Si tratta solo di farla funzionare nel modo giusto. Questa associazione più libera si è allora data in particolare il compito di formare comunità più ristrette, per lavorare esotericamente il grande lavoro dell’antroposofia e lavorare esotericamente nel piccolo per comunità che sono mantenute insieme meno da un’organizzazione schematica che da una sorta di karma interiore. Così, come detto, questi erano i due gruppi. Domani e dopodomani parlerò ancora di questo. Questo, dunque, è diventato necessario! Il vivente non si può mantenere nella vecchia forma, nel vecchio stampo. Bisogna che gli assetti procedano veramente dietro a un vivente. Voi sapete, quando sono partito da qui per Stoccarda, ho detto: in realtà, tutto il problema della Società Antroposofica è un problema da sarto. L’antroposofia è cresciuta, e il vestito, la Società Antroposofica — perché è diventata gradualmente un vestito — è diventato troppo piccolo: lì la giacca non arriva nemmeno ai gomiti e i pantaloni non arrivano alle ginocchia. Bene, non voglio continuare con questo; la cosa sembrava semplicemente grottesca, ed è stato notato da coloro che negli ultimi tempi sono venuti con tutto il cuore. Ora si tratterà di vedere se questo tentativo di non staccare il vecchio vestito, perché se lo staccassimo si strapperebbe, ma di fare un nuovo vestito, sebbene con una certa maggiore convenienza, se questo riesce. Interiormente ha decisamente la capacità di riuscire. Si tratterà di vedere se le persone troveranno le forze di lavorare in questo modo. Proprio come nella vita tutto è possibile diversamente che in teoria, così è anche qui: si tratta veramente di creare qualcosa di vitale. C’è il signor von Grone: è membro sia del comitato dei vincolati sia del libero comitato dei liberi, è in entrambi i comitati. E così andrà meglio se si lascia ognuno come è, o un patriarca o una persona giovane entusiasta; e se uno vuol essere contemporaneamente tutte e due le cose, perché uno non dovrebbe essere anche una creatura con due teste? È dunque assolutamente necessario che veramente le forze si sviluppino liberamente. Naturalmente molte cose non funzionano. Mi è stato raccontato per esempio che in uno dei rami il presidente ha una volta sperimentato la sorpresa che fosse richiesta la parola, e mentre uno teneva un discorso infuocato, un altro continuava a interrompere. Allora il presidente disse: bene ma, cari amici, questo non funziona! — Perché non dovrebbe funzionare? — era la risposta. Vogliamo vivere secondo la filosofia della libertà, allora non possiamo certo farci limitare la libertà, che sempre solo uno parla! Perché non dovrebbero parlare più persone contemporaneamente? — Bene, non è vero, alcune cose non funzionano, ma alcune cose non sono sempre richieste nemmeno. Da parte mia sono completamente convinto che adesso funzionerà ancora per un po’. Non sempre; non si può fondare nulla per l’eternità. Presto saremo di nuovo di fronte alla necessità di rivestire di nuovi abiti ciò che è un organismo antroposofico. Ma questo destino l’ha pure l’uomo: non si possono sempre portare gli stessi vestiti. E ogni organizzazione è infine un vestito per ciò che vive. Perché si dovrebbe voler lavorare appunto in un’entità socialmente organica per l’eternità! Ciò che vuole vivere deve trasformarsi, e in realtà solo ciò che si trasforma è vitale. Perciò dobbiamo proprio avere, per ciò che nel senso più eminente deve essere vitale, per il movimento antroposofico, un’organizzazione che anche vive. Naturalmente non possiamo occuparci ogni giorno di una riorganizzazione, ma ogni paio di anni sarà già necessario! Altrimenti le sedie su cui siedono le personalità leader diventeranno semplicemente, di conseguenza, curulli. Se da un lato entra la particolare specialità del riposo sulle sedie curulli, allora prude agli altri, che non ci siedono. E così dobbiamo trovare la possibilità che anche quelli sulle sedie curulli prudano! Così dobbiamo cominciare a scuotere un po’ le sedie. Ma se si trovano le giuste istituzioni, tutto può procedere nel miglior modo del mondo.

Miei cari amici, vi volevo dare un rapporto. Non è stato affatto divertente per me; ma alcune cose appaiono in modo tale che si può solo descrivere il reale con parole che suonano un po’ umoristiche. NONA

9°Formazione di comunità — Il risveglio nell'altro uomo

Dornach, 3 Marzo 1923

Ieri ho cercato di darvi una sorta di rapporto su ciò che è accaduto a Stoccarda, e ho detto allora che in sostanza desidererei accennare al contenuto delle conferenze che dovevo tenere lì. Così dapprima vi esporrò oggi il contenuto di queste conferenze, e domani cercherò di dire ancora qualcosa in connessione con ciò che è stato affermato ieri. La prima conferenza di martedì è sorta da una necessità ben precisa, che si è manifestata chiaramente nel corso delle discussioni di domenica, lunedì e martedì — discussioni di cui, potremmo dire, vi ho già delineato l’atmosfera — , da una necessità che si era formata a partire da questi dibattiti. Era il bisogno di considerare l’essenza della formazione di comunità. Questo formare comunità umane attraverso la cosa antroposofica è in effetti qualcosa che negli ultimi tempi ha giocato un grande ruolo all’interno della nostra Società Antroposofica. Specialmente i giovani, ma anche altri uomini, persone più anziane, sono venuti nella Società Antroposofica con il desiderio esplicito di incontrare altre persone all’interno di questa società, insieme alle quali potessero in certo modo trovare ciò che l’odierno ordine sociale non può dare alla vita del singolo. Questo allude a un desiderio perfettamente comprensibile di molte persone nel nostro tempo. Con l’avanzare dell’epoca della coscienza sta il fatto che i vecchi legami sociali hanno perso il contenuto puramente umano e la forza puramente umana. L’uomo è sempre cresciuto entro una certa comunità.

Non è cresciuto come eremita di vita solitaria, ma è cresciuto entro una comunità determinata. È cresciuto nella comunità familiare, nella comunità professionale, nella comunità di classe, e negli ultimi tempi in ciò che si chiama comunità di classe, e così via. Queste comunità hanno sempre portato al singolo uomo qualcosa che questi non potrebbe portare da solo. Una delle più forti connessioni tra le persone nella vita sociale, gli uni con gli altri, è stata di recente la comunità di classe. Dalle vecchie formazioni sociali, da comunità di stato, comunità nazionali, persino da comunità di razza, sorsero le comunità di classe. Ed è accaduto negli ultimi tempi che vi fosse una certa coesione negli stati cosiddetti superiori, in quelli della nobiltà, nel ceto medio e poi nello stato proletario. Così sorsero comunità di classe che si stendevano oltre le nazionalità, persino oltre le caratteristiche razziali, e così via. E molto di ciò che oggi esiste nella vita sociale completamente internazionale è riconducibile a tali comunità di classe. Ma l’epoca dell’anima della coscienza, che già dal principio del XV secolo si è sempre più annunciata, è sorta negli ultimi tempi con una certa veemenza, con una forza interiore, dalle anime umane verso la rivelazione. Gli uomini sentono: nemmeno all’interno di comunità di classe possono più giungere a ciò che dovrebbe elevarli al di là dell’individuale.

L’uomo si sente oggi da un lato fortemente come un’individualità, e desidera respingere ciò che in qualche modo nuoce al suo sentire individuale, al suo provare, al suo pensare individuale. Vuole essere una personalità. E questo scaturisce da certi fondamenti elementari. Risiede nelle anime degli uomini — se mi è concesso servirmi ancora una volta dell’espressione di cui mi sono servito ieri — , dal decorso del Kali Yuga, dunque dall’inizio del nostro secolo, anche se ancora molto confusamente, qualcosa che si esprime nelle parole: io voglio essere una personalità chiusa in me stessa. Certo, molti non sanno articolare questo per sé. Allora si annuncia in molti malcontenti, in molte instabilità della vita dell’anima; ma è pur sempre questo: voler essere una personalità, una personalità chiusa. Ma ora l’uomo semplicemente non può fare a meno degli altri uomini nella vita terrena. I legami storici non forniscono questo, nemmeno per esempio la comunità di classe proletaria, ciò che al contempo tiene conto della spinta verso la personalità, e da un altro lato tuttavia chiude ancora gli uomini gli uni agli altri. L’uomo oggi vuole avvicinarsi al puramente umano dell’altro attraverso il puramente umano. Egli desidera in certo modo sì avere legami sociali, ma questi dovrebbero avere un carattere così individuale come, ad esempio, le amicizie personali. E infinito è quello che oggi nella vita tra gli uomini fluisce come spinta verso tali comunità umane.

Questa spinta verso tali comunità umane si manifestò particolarmente fortemente quando alcuni giovani personalità si avvicinarono a me tempo fa con la tendenza di portare avanti una sorta di rinnovamento del cristianesimo, dove credevano che questo rinnovamento del cristianesimo potesse essere portato avanti solo vivificando l’impulso di Cristo nel modo che è possibile dall’interno dell’antroposofia. Da questo desiderio di giovani teologi che in parte stavano completando i loro studi teologici, dunque di fronte al compito di assumere la professione pastorale, o che ancora stavano conducendo studi teologici, è nato allora quello che, potrei dire, si è introdotto come la più recente fondazione della nostra Società Antroposofica, il «Movimento per il rinnovamento religioso». Naturalmente per questo Movimento per il rinnovamento religioso c’era molto da fare. Prima di tutto si trattava di vivificare l’impulso di Cristo nel modo come è possibile oggi. Per questo era necessario prendere molto seriamente quello che ho spesso sottolineato: che il Cristo non ha parlato alle anime umane solo nel punto di partenza dello sviluppo cristiano, ma che ha reso vero ciò che risiede nella parola «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi». Ciò significa che egli può essere ascoltato ogni volta che un’anima vuol sentirlo, dunque che una continua rivelazione di Cristo ha luogo. Così dalle rivelazioni evangeliche scritte doveva passarsi alle rivelazioni direttamente viventi dell’impulso di Cristo. Questo era dunque uno degli aspetti dei compiti per il rinnovamento religioso.

Ma l’altro aspetto era quello che subito dovetti designare dicendo: ma un rinnovamento religioso deve produrre la formazione di comunità, formazioni di comunità religiose. L’uomo può coltivare la sua conoscenza come singolo, quando l’ha ricevuta dalla comunità. Ma quella esperienza immediata, non tanto pensante quanto emotiva della realtà spirituale, quella che può essere designata come religiosa, l’esperienza del reale spirituale come divino, ciò può solo attuarsi nella formazione di comunità. E così, dissi, una guarigione della vita religiosa deve nascere da una sana formazione di comunità. Erano inizialmente personalità teologiche evangeliche che intrapresero questo movimento per il rinnovamento religioso. Si poteva indicare loro come, proprio, le confessioni evangeliche negli ultimi tempi si siano sempre più inclinate verso una particolare enfasi sulla predicazione, e si siano allontanate da ciò che è cultuale. Ma la predicazione atomizza le comunità. La predicazione, attraverso cui la conoscenza del mondo divino deve permeare, invita le singole anime a formarsi una propria opinione, cosa che si è espressa nel fatto che il Credo, la professione di fede, è stato maggiormente contestato negli ultimi tempi: in certo modo ognuno voleva avere la propria professione di fede. Un’atomizzazione, una frammentazione della comunità e un indirizzamento del religioso verso la singola personalità è subentrato. Questo porterebbe però piano piano alla dissoluzione dell’ordine sociale dal punto di vista spirituale, se non fosse possibile ancora una vera formazione di comunità. Ma la vera formazione di comunità, dissi, è data solo in un culto che è veramente elaborato dalle odierne rivelazioni del mondo spirituale.

E così quel culto è entrato nel Movimento per il rinnovamento religioso, dove ora è presente. Questo culto tiene pienamente conto dello sviluppo storico dell’umanità; porta quindi in molti suoi particolari, e anche in molto di quello che appare nella sua totalità, una continuazione dello storico. Ma dappertutto porta anche gli influssi di quello che oggi può rivelarsi alla coscienza soprasensibile dal mondo spirituale. Il culto lega insieme gli uomini che nel culto si riuniscono. Il culto crea comunità. E il Dr. Rittelmeyer ha detto molto giustamente nel corso dei dibattiti: alla Società Antroposofica emerge, nel Movimento per il rinnovamento religioso, proprio attraverso l’elemento che forma comunità del culto, un certo pericolo forte, forse il più forte. A che cosa alludeva con questo? Alludeva al fatto che oggi molte persone, come ho già detto poco fa, si avvicinano alla Società Antroposofica con la tendenza di trovare il contatto con altri uomini nel senso di una formazione di comunità così libera: che con la colorazione religiosa attraverso il culto questo eseguire comunitario è trovato; che dunque quelle persone che hanno questo desiderio di vita comunitaria prima lo soddisferanno all’interno del Movimento per il rinnovamento religioso. E la Società Antroposofica dovrebbe quindi, se non vuole andare incontro a un pericolo, sforzarsi di coltivare anche un elemento che forma comunità. Ora, con questo era indicato qualcosa che è di particolare significato proprio per la fase più recente della nostra Società Antroposofica. Era indicato che gli antroposofi devono riconoscere l’essenza della formazione di comunità.

La domanda deve essere risolta: è questa formazione di comunità che emerge nel rinnovamento religioso l’unica possibile nel presente, o si trova anche una diversa possibilità all’interno della Società Antroposofica per la formazione di comunità? Questa domanda può naturalmente essere risolta solo se si guarda alquanto all’essenza della formazione di comunità. Ma nell’uomo del presente non è presente solo quella tendenza alla formazione di comunità — essa è fortemente presente, ma non solo presente — che può essere soddisfatta dal culto, bensì è presente ancora un altro tipo di desiderio di formazione di comunità. E così può benissimo essere che questi due tipi di desiderio di formazione di comunità, che sono presenti in ogni uomo oggi, possano essere presi in considerazione per ogni singolo uomo, così che non solo nel Movimento per il rinnovamento religioso sia presente un elemento che forma comunità, ma anche nella Società Antroposofica. Naturalmente, quando si parla di cose come queste, bisogna vestirle in idee. Ma quello che ora svilupperò in idee è in realtà presente nel vivere emotivo dell’umanità contemporanea. Ci si chiarisce le cose solo vedendole in idee; ma quello che adesso voglio esprimere è qualcosa di assolutamente presente emotivamente nell’uomo di oggi. Il primo tipo di formazione di comunità — quello che, per così dire, fin dal nostro inizio di vita sulla terra ci si presenta, quello che è autoevidentemente, su cui non ci si riflette e medita molto abitualmente — è quella formazione di comunità data dalla lingua. Impariamo da bambini la lingua.

E un elemento particolarmente fortemente che forma comunità è dato dalla lingua madre, dal motivo che la lingua madre si presenta al bambino ed è accolta da esso nel tempo in cui il corpo eterico, ancora completamente indiviso e indifferenziato, rimane incorporato nell’organizzazione complessiva. Attraverso questo la lingua madre si intreccia molto intensamente con l’intera natura dell’uomo. Ma questa lingua è qualcosa che, come un elemento comune, si diffonde tra gruppi umani. Gli uomini si trovano insieme nella lingua comunitaria. E se ricordate quello che ho spesso espresso qui, che nella lingua è effettivamente incorporato uno spirituale, che il genio della lingua non è solo l’astrazione degli studiosi contemporanei, ma un vero essere spirituale, allora sentirete come la comunità della lingua riposa sul fatto che coloro che si intendono nella stessa lingua, nel loro circolo a cui si sono riuniti, sentono l’attività del vero genio della lingua. Sentono sé stessi in certo modo sotto le ali di un vero essere spirituale. E questo è il caso in ogni formazione di comunità. Ogni formazione di comunità arriva al punto che tra coloro che si uniscono a formare comunità agisce qualcosa di spiritualmente superiore, che, per così dire, scende dai mondi spirituali e lega insieme gli uomini. Ma noi possiamo, per così dire singolarmente, trovare ancora in particolare altro, che può apparire nel senso più eminente come elemento che forma comunità tra un numero di persone. La lingua comune lega gli uomini perché quello che l’uno dice può vivere nell’altro, perché dunque contemporaneamente qualcosa di comune può vivere in più persone. Ma immaginiamoci il seguente: un numero di persone che hanno trascorso insieme la loro infanzia e i primi anni di scuola, si trovano di nuovo insieme per qualche circostanza — una cosa simile potrebbe accadere, è anche accaduta spesso ed è stata provocata — dopo trent’anni.

Si riuniscono allora come un piccolo gruppo di uomini quaranta-cinquantenni, tra i quali ognuno ha vissuto l’infanzia con gli altri nella scuola, nella stessa regione, e ricordano quello che hanno vissuto nella loro infanzia e giovinezza insieme. In essi si vivifica allora qualcosa di molto particolare, qualcosa che è, in questo momento, un’associazione comunità completamente diversa da quella meramente dalla lingua prodotta. Quando un gruppo di persone che parlano la stessa lingua si trova insieme durante il loro stare insieme appunto nella comprensione delle anime prodotta dalla lingua, questo trovarsi insieme è tuttavia qualcosa di relativamente superficiale rispetto a quello che emerge quando profondamente, nel centro dell’anima, si è colti dal fatto che si vive in ricordi comuni. Ogni parola riceve il suo particolare colorito, la sua particolare tonalità dal fatto che allude all’infanzia vissuta comunemente, alla giovinezza vissuta comunemente. Ciò che, per i momenti di tale appartenenza reciproca, lega uomo a uomo penetra più profondamente nello spirituale. Ci si sente legati con organi più profondi a ciò con cui si è insieme. E in che cosa si è insieme? Si è insieme nei ricordi, in quello che era stato vissuto comunemente in tempi precedenti. In un mondo ci si sente trasportati, un mondo che adesso non esiste più, in cui si è vissuto comunemente con quelli altri con i quali adesso ci si trova insieme. Questo vale per le condizioni terrestri, è solo per illustrare. Ma illustra proprio l’essenza del culto, perché che cosa si vuole conseguire nel culto?

Il culto, che si manifesti attraverso parole, che si manifesti attraverso azioni, riproduce nel mondo sensibilmente-fisico qualcosa che è immagine, in senso completamente diverso da quello che abbiamo nell’ambiente naturale esteriore, immediatamente dell’altra realtà spirituale, del reale soprasensibile. Certo, ogni pianta, ogni processo nella natura esterna è immagine di uno spirituale, ma non così immediatamente come quello che si rivela in una cerimonia cultuale o in una parola cultuale, pronunciata nella giusta maniera, si rivela. Lì il reale soprasensibile è immediatamente messo nella parola o azione. In questo consiste il culto: che nel reale sensibile le parole sono pronunciate in modo che il reale soprasensibile è immediatamente presente nella sua essenzialità, e che azioni sono compiute in modo che in queste azioni le forze del reale soprasensibile sono presenti. Una cerimonia cultuale è tale perché qualcosa accade, che non significa solo quello che lì viene celebrato quando lo si osserva esternamente con gli occhi, ma attraverso le comuni forze fisiche passa qualcosa che è appunto forze spirituali, forze soprasensibili. Un accadimento soprasensibile si compie nell’immagine sensibile. L’uomo è quindi nel parlare sensibile e nell’agire sensibile immediatamente unito al reale spirituale. È nel culto corretto così, che il reale — che, per così dire, è portato nel sensibile in parola e azione — corrisponde a quello da cui noi uomini siamo scesi nella nostra vita preterrena.

Come se, quando tre, quattro, cinque persone nel quarantesimo, cinquantesimo anno di vita si riuniscono, e hanno vissuto insieme l’infanzia, queste si sentono trasportate nel reale in cui come bambini erano insieme: così colui che compie insieme agli altri un culto corretto — non lo sa, rimane nell’inconscio, ma per questo vive tanto più nel sentire e nel provare — si sente trasportato nel reale in cui erano comuni prima di scendere sulla terra. Perché così il culto è formato. Il culto è formato in modo che l’uomo nel culto realmente vive qualcosa che è completamente ricordo, immagine di quello che ha vissuto nell’esistenza preterrena, dunque prima di scendere sulla terra. E così coloro che appartengono a una comunità cultuale sentono in misura elevata quello che poco fa ho solo descritto per chiarimento, quando in un’età più tarda della vita ci si riunisce con un gruppo e si scambiano i ricordi dell’infanzia: si sentono trasportati in un reale che hanno attraversato comunemente nel soprasensibile. Questo forma l’elemento legante nella comunità cultuale. Questo è sempre stato l’elemento legante nel culto. E quando si tratta di vita religiosa che non deve atomizzarsi, che quindi non deve porre l’essenziale nella predicazione, ma nel culto, allora il culto conduce proprio alla vera formazione di comunità. E la vita religiosa non può sussistere senza formazione di comunità. Perciò la comunità, che in questo modo è una comunità di ricordi riguardante il soprasensibile, è anche una comunità di sacramenti. Ma non è possibile che questa forma di comunità sacramentale, dunque di comunità cultuale, rimanga per l’uomo moderno in quello che è. Certo, per molti sarà ancora così oggi; ma la comunità cultuale stessa non avrebbe il suo valore, il suo giusto valore, e prima di tutto non raggiungerebbe il suo giusto obiettivo, se rimanesse meramente una comunità di ricordi dell’esperienza soprasensibile.

Perciò è sorto il bisogno, sempre più, di introdurre nel culto la predicazione. Solo, nell’elaborazione di questa predicazione, come è emersa negli ultimi tempi nelle comunità evangeliche, l’elemento atomizzante è diventato così grande, perché i veri bisogni dello sviluppo dell’anima della coscienza nel quinto periodo post-atlantideo non sono stati presi in considerazione. La predicazione delle chiese più antiche è completamente costruita sui bisogni del quarto periodo post-atlantideo. La predicazione si forma nelle confessioni più antiche dalla concezione del mondo dell’epoca della razionalità o dell’emozione. L’uomo moderno non la comprende più bene. Perciò le confessioni evangeliche sono passate a una presentazione più costruita sulla opinione umana, sulla conoscenza della coscienza umana. Questo è da un lato qualcosa di pienamente legittimo. Dall’altro lato, però, la forma per questo non è ancora stata trovata correttamente. La predicazione, che emerge nel culto, è in effetti una caduta fuori dal culto, è un’inclinazione dal culto verso la conoscenza. Ma poco si è tenuto conto di ciò nella forma che la predicazione ha assunto nell’umanità in continuo sviluppo. Vi devo solo ricordare una cosa, e subito lo vedrete. Conteggiate quelle prediche dei tempi moderni che non sono costruite su una qualche parola di testo biblico come tema: allora vedrete quanto poco rimane. Ovunque, nelle prediche domenicali, nelle prediche per certi riguardi, ovunque una parola di testo biblico è posta a fondamento, perché in effetti viene negata la rivelazione vivente e immediata, che può anche essere presente nel presente. Ma si ricorre completamente solo allo storico.

Dunque si cerca bensì la predicazione individuale, ma la condizione per ciò non è trovata. E così la predicazione scorre in effetti nella pura opinione umana, nell’opinione individuale. Ma questo atomizza. Ora, se il Movimento per il rinnovamento religioso fondato di recente, poiché in essenza fonda il suo terreno da cui viene l’antroposofia, conta con la rivelazione che continua immediatamente, che si muove avanti, dunque con l’esperienza della vivente realtà spirituale dal reale soprasensibile, allora esso proprio nella sua predicazione la porta alla consapevolezza che ha bisogno di qualcos’altro, cioè di quello da cui direttamente questa continua esperienza vivente della conoscenza del reale spirituale è possibile. Ha bisogno dunque di antroposofica scienza dello spirito. Vorrei dire: la predicazione sarà sempre la finestra attraverso cui il Movimento per il rinnovamento religioso dovrà assorbire quello che dovrà dare un continuo vivente società Antroposofica. Ma per questo è necessario, quello che vi ho detto già nell’ultima conferenza laggiù nel Goetheanum ancora in essere riguardo al rinnovamento religioso: è necessario che, se questo Movimento per il rinnovamento religioso deve crescere, anche la Società Antroposofica in tutta la sua vivacità deve stare accanto, vale a dire la vivente vita dell’antroposofia attraverso un numero di persone. Il Movimento per il rinnovamento religioso si deruberebbe presto del suo terreno fertile, se non avesse accanto, di nuovo, un numero di persone — non è necessario che siano subito tutte le persone, ma sempre un numero di persone — in cui la conoscenza antroposofica vive.

Ora, molte persone, come vi ho detto, vengono alla Società Antroposofica e non vogliono solo la conoscenza antroposofica in astratto, ma vogliono anche in essa, appunto da una spinta degli uomini della nostra epoca della coscienza, formazioni di comunità. Si potrebbe dire: la Società Antroposofica potrebbe anche coltivare un culto. Certo, lo potrebbe anche fare; ma questo appartiene ora a un altro campo. Voglio ora considerare la formazione di comunità specificamente antroposofica. Esiste assolutamente ancora qualcos’altro nella vita dell’uomo contemporaneo di quello che può riposare, riguardante la comunità umana, su un ricordo comune della realtà soprasensibile sperimentata prima dell’esistenza terrena. Esiste quello che di nuovo è richiesto oggi, esattamente nel modo come è possibile solo nell’epoca della coscienza. Lì si è costretti a parlare di qualcosa che, riguardante l’uomo moderno, è ancora completamente trascurato dalla maggior parte oggi. Certo, in ogni tempo si è parlato di idealismo; ma oggi l’idealismo, quando se ne parla, anche presso i bene intenzionati, non è per lo più nulla di più che frase, frase vera e propria. Perché manca oggi, in quell’epoca dove nella civiltà diffusa particolarmente le forze e gli elementi intellettualistici sono emersi, manca la comprensione del mondo dell’uomo intero. Certo, come desiderio è particolarmente presente nella gioventù odierna. Ma proprio quella indeterminatezza con cui emerge nella gioventù di oggi mostra che effettivamente qualcosa vive nelle anime umane odierne, che non è ancora diventato chiaro, che è ancora indifferenziato, che non diviene ingenuo quando è differenziato. Siatevi attenti un momento a quanto segue: riattraversate con la memoria i tempi in cui correnti religiose all’interno dell’umanità si sono diffuse.

Vedrete che in tempi trascorsi, in precedenti fasi della storia dello sviluppo dell’umanità, uno o l’altro annuncio dal mondo spirituale è stato incontrato da molte persone con entusiasmo enorme. Sì, non sarebbe nemmeno stato possibile che le professioni di fede religiose oggi esistenti sostengano gli uomini, se al loro annuncio non fosse stata presente una molto più forte affinità delle anime per qualcosa che era stato annunciato dal reale spirituale, di quanto non sia il caso oggi. Non ci si può nemmeno immaginare, quando si osservano gli uomini odierni, che possano essere afferrati da qualcosa come spesso nei tempi precedenti l’annuncio delle verità religiose. Certo, ancora oggi si formano sette; ma di fronte al fuoco con cui le anime umane nei tempi precedenti si sono incontrate agli annunci, le formazioni di sette odierne hanno qualcosa di filisteo. Non è presente il calore interiore delle anime per l’accoglimento dello spirituale. Questo, nell’ultimo terzo del XIX secolo, è diminuito persino in modo veloce. Dall’insoddisfazione, ancora oggi si trovano persone che ascoltano l’uno o l’altro, che arrivano anche a una certa professione di fede dell’uno o dell’altro; ma quel calore positivo che prima era presente nelle anime umane, e che è stato solo e unicamente il motivo possibile per cui uno intorno allo spirituale ha impegnato il suo intero essere, il suo intero essere umano, questo è scomparso in un certo freddo, sì, freddo. E questo freddo e questo gelo è presente anche nelle anime umane quando oggi parlano di ideali e di idealismo. Perché oggi una cosa è principalmente quello che in fondo non è ancora compiutamente, quello che in fondo sarà ancora attesa a lungo, ma come attesa vive già in incredibilmente molte persone oggi.

Posso caratterizzarvelo nel modo seguente. Prendete i due stati di coscienza ben noti a ogni uomo che esistono: l’uomo che sogna e l’uomo nella ordinaria coscienza vigile diurna. Come è nell’uomo che sogna? Nell’uomo addormentato, che non sogna, è allo stesso modo, poiché dormire senza sogni significa solo che i sogni sono così fortemente smorzati che non ci si accorge. Dunque, come è nell’uomo che sogna? Vive nel suo mondo di immagini di sogni. Vive in esso, mentre spesso per lui è molto più intuitivo, molto più che afferra il cuore — lo si può già dire — di quello che si vive nel quotidiano nella ordinaria coscienza vigile. Ma lo si vive isolatamente. Lo si vive come la singola personalità umana. In una stessa stanza possono dormire due uomini: hanno due mondi completamente diversi nella loro coscienza di sogno. Non vivono questi mondi insieme. Ognuno li vive per sé; al massimo possono poi raccontarsi il contenuto. Quando l’uomo si sveglia dalla coscienza di sogno in quella ordinaria coscienza vigile diurna, percepisce attraverso i suoi sensi le stesse cose che anche colui che gli sta vicino percepisce. Entra un mondo comunitario. L’uomo si sveglia a un mondo comunitario passando dalla coscienza di sogno in quella vigile diurna. Sì, a che cosa si sveglia dunque l’uomo dalla coscienza di sogno in quella vigile diurna? Si sveglia alla luce, al rumore, al suo ambiente naturale — in questo riguardo gli altri uomini non fanno eccezione — alla coscienza vigile, a quella ordinaria coscienza vigile diurna.

Dal sogno ci si sveglia alla naturale realtà dell’altro uomo, alla sua lingua, a quello che vi dice, e così via, al modo in cui i suoi pensieri e sentimenti si vestono nella lingua. A quello attraverso cui l’uomo ordinario, l’altro uomo, si esprime naturalmente, ci si sveglia. Dunque ci si sveglia all’ambiente naturale, alla ordinaria coscienza vigile diurna. In tutti i tempi precedenti era così: l’uomo si svegliava dalla coscienza di sogno in quella vigile diurna all’ambiente naturale. E poi aveva nel suo ambiente naturale, contemporaneamente, la porta attraverso cui, se lo faceva, penetrava in un soprasensibile. Con il svegliarsi dell’anima della coscienza, con lo sviluppo dell’anima della coscienza in questo riguardo è entrato un nuovo elemento nella vita umana. Lì dev’esserci ancora un secondo svegliarsi, e questo secondo svegliarsi apparirà sempre più come un bisogno dell’umanità: è il svegliarsi all’anima e allo spirito dell’altro uomo. Nella ordinaria vita vigile diurna ci si sveglia sì solo alla natura dell’altro uomo; ma all’anima e allo spirito dell’altro uomo vuole svegliarsi l’uomo che è divenuto indipendente, personale attraverso l’epoca della coscienza. Vuole svegliarsi all’anima e allo spirito dell’altro uomo, vuole incontrarsi con l’altro uomo in modo che l’altro uomo nella propria anima produca uno scatto tale come è prodotto, di fronte alla vita di sogno, dalla luce esterna, dal rumore esterno, e così via. Questo bisogno è, una volta, un bisogno completamente elementare dal principio del XX secolo, e diventerà sempre più forte. Durante tutto il XX secolo, nonostante tutto il suo carattere caotico, tumultuoso, che la civiltà intera getterà, questo si mostrerà come bisogno: si installerà il bisogno che gli uomini all’altro uomo vogliano svegliarsi in grado più elevato, di quanto si possa svegliare al solo ambiente naturale.

Vita di sogno: ci si sveglia all’ambiente naturale, alla vita diurna vigile. Vita vigile diurna: ci si sveglia all’altro uomo, all’anima e allo spirito dell’altro uomo, a una coscienza più elevata. L’uomo deve diventare più di quanto sempre sia stato per l’uomo. Deve diventargli un essere che risveglia. Gli uomini devono avvicinarsi più di quanto finora si siano posti: ogni uomo che si incontra con un altro deve diventare un essere che risveglia. Per questo gli uomini moderni, che ora sono entrati nella vita, hanno accumulato un karma talmente abbondante, che non sentirebbero il loro destino legato, uno con l’altro, che gli si presenta nella vita come altro uomo. Se si risale ai tempi precedenti, lì le anime erano più giovani, avevano meno connessioni karmiche. Adesso si presenta la necessità che non solo si sia risvegliati dalla natura, ma dalla gente alla quale si è karmicamente legati e che si desidera cercare. E così c’è, oltre a quel bisogno di ricordo della patria soprasensibile che può essere soddisfatto dal culto, l’altro bisogno: di farsi risvegliare allo spirituale-animico dall’altro uomo. E l’impulso di sentimento che può essere attivo lì è quello del nuovo idealismo. Quando l’ideale cessa di essere un mero astratto, quando sarà di nuovo vivamente radicato con lo spirituale-animico umano, allora assumerà la forma: voglio svegliarmi nell’altro uomo. — Questo è, tutto sommato negli aspetti indeterminati, il sentimento che si installa attraverso la gioventù oggi: voglio svegliarmi nell’altro uomo.

E questo è quello che, come particolare vita comunitaria nella Società Antroposofica, può essere coltivato, quello che si presenta in maniera del tutto naturale nel mondo. Perché, quando un gruppo umano si trova insieme per vivere comunemente quello che dal reale soprasensibile può essere rivelato attraverso l’antroposofia, allora questa esperienza in un gruppo umano è qualcosa di diverso dall’esperienza solitaria. Che ci si svegli all’anima dell’altro nel momento in cui ci si è insieme, questo crea un’atmosfera che non porta ad esempio nel soprasensibile così come è descritto in «Come si ottengono le conoscenze dei mondi superiori?», ma che promuove la comprensione delle idee che sono date dalla scienza dello spirito antroposofica dal reale soprasensibile. Quando si trovano persone che con idealismo, in un gruppo umano, vivono insieme, che si comunicano reciprocamente, sia per mezzo di letture sia per altro, quello che è contenuto dell’antroposofia, allora c’è un’altra comprensione. Attraverso l’esperienza comune del soprasensibile è proprio nel modo più intenso che anima umana è risvegliata da anima umana, l’anima si sveglia a una comprensione più elevata; e se questo atteggiamento è presente, si forma allora qualcosa che effettua il fatto che su persone unite nella comunicazione reciproca e nell’esperienza reciproca di idee antroposofiche, un essere comune, veramente reale, si abbassa. Come nella lingua vive il genio della lingua, sotto le cui ali, per così dire, vivono gli uomini, così vivono sotto le ali di un essere più elevato, quando con il giusto atteggiamento idealista vivono insieme l’esperienza di idee antroposofiche. Che cosa accade allora?

Ora, se questo (è disegnato) è il livello attraverso cui il reale soprasensibile e quello sensibile si dividono, così abbiamo nel culto gli accadimenti e l’essenzialità del mondo superiore (sopra); li abbiamo nel culto, nella parola cultuale e nell’azione cultuale, anche proiettati nel reale fisico (sotto). Se abbiamo un ramo antroposofico, allora abbiamo quello che nel reale fisico nel gruppo antroposofico è esperito, attraverso la forza del vero idealismo che diventa spirituale, elevato nel reale spirituale. Attraverso il culto il soprasensibile è abbassato in parola e azione nel reale fisico. Attraverso il ramo antroposofico i pensieri e i sentimenti del gruppo degli antroposofi sono elevati nel reale soprasensibile. E quando nel giusto atteggiamento si sperimenta il contenuto antroposofico da un gruppo umano, dove anima umana si sveglia da anima umana, questa anima umana è effettivamente elevata alla comunità spirituale. Solo si tratta che questa coscienza sia veramente presente. Se questa coscienza è presente e tali gruppi emergono nella Società Antroposofica, allora c’è in questo, se così mi posso esprimere, culto inverso, nell’altro polo del culto, qualcosa di formante comunità nel senso più eminente. Si vorrebbe dire, se si parla in figura: la comunità cultuale tenta di indurre gli angeli dei cieli a scendere nello spazio cultuale, affinché siano fra gli uomini. La comunità antroposofica tenta di elevare le anime umane nel reale soprasensibile, affinché vengano fra gli angeli. Questo, in entrambi, è l’elemento formante comunità. Ma se l’antroposofia deve essere per l’uomo qualcosa che veramente conduce nel reale soprasensibile, allora non deve essere teoria, non deve essere astrazione.

Allora non si deve soltanto parlare di esseri spirituali, ma si deve cercare le prossime, le più immediate occasioni per essere insieme con esseri spirituali. Il lavoro di un gruppo antroposofico non consiste solo nel fatto che un numero di persone parlano di idee antroposofiche, ma che si sentono unite come uomini, così che anima umana si sveglia da anima umana e gli uomini sono elevati nel reale spirituale, così che sono veramente fra gli esseri spirituali, anche se forse senza contemplazione. Anche se non è presente nella contemplazione, nell’esperienza può essere presente. E questo è allora il rafforzamento, l’energizzazione che può emergere dai gruppi che, con la giusta formazione di comunità, si sono appunto costituiti all’interno della Società Antroposofica. È appunto necessario che quello che in molti riguardi è comunque presente nella Società Antroposofica divenga più generale; e questo è quello che i nuovi venuti degli ultimi anni allora non hanno trovato. Hanno in realtà cercato questo, ma non l’hanno trovato. Hanno al massimo trovato: sì, se vuoi essere un vero antroposofo, allora devi credere al corpo eterico e alla reincarnazione e così via. Spesso l’ho sottolineato: si può leggere un libro come ad esempio la mia «Teosofia» in due modi. Si può leggere in modo che lì si legga: l’uomo consiste di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e così via, l’uomo ha vite terrestri ripetute, karma, cioè si assorbono concetti. Certo, questi sono altri concetti che su un altro campo, ma il processo spirituale che si svolge è in tali circostanze esattamente lo stesso come se si leggesse un libro di ricette. Perché proprio questo ho spesso detto: si tratta del processo spirituale, non dell’assorbimento di idee. È completamente lo stesso se

leggi, devi versare burro in una padella, metterci farina, mescolare, rompere le uova, o se leggi: c’è materia fisica, forze eteriche, forze astrali, che sono mescolate insieme. È completamente lo stesso, come processo dell’anima, completamente lo stesso se hai mescolato burro, grasso, uova, farina su qualche stufa da cucina, oppure se per l’essenza umana immagini corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale mescolati insieme. Si può però leggere anche la «Teosofia» così, che si sappia: in essa sono contenuti concetti che si comportano verso il solito mondo concettuale del fisico come il mondo concettuale del fisico verso il mondo dei sogni. Appartengono a un reale in cui ci si deve svegliare, esattamente come ci si sveglia dal mondo dei sogni nel reale fisico. È l’atteggiamento con cui si legge che dà allora il colore giusto alle cose. E questo atteggiamento per l’uomo del presente diviene vivo attraverso vari mezzi naturalmente. Gli altri, che l’uomo può escogitare per sé, sono tutti descritti in «Come si ottengono le conoscenze dei mondi superiori?». Ma per l’uomo moderno è anche ancora necessaria la fase di passaggio, completamente separata dalla visione del reale superiore: che possa svegliarsi allo spirituale-animico dell’altro uomo, al vivere entro il reale spirituale, come ci si sveglia dalla vita di sogno attraverso luce e rumore e così via nel reale fisico.

Per questo si deve conquistare comprensione. È necessario conquistare comprensione per quello che deve essere l’antroposofia nella Società Antroposofica: una via spirituale deve essere. Allora si trova anche la formazione di comunità, se è una via spirituale. Ma l’antroposofia deve veramente entrare nella vita. Questo è un bisogno, miei cari amici. Che sia un bisogno, posso illustrarvelo con un esempio molto prossimo. Dopo che avemmo molti piccoli raduni nel cerchio più piccolo e più grande a Stoccarda, dove molto è stato discusso su quello che si dovrebbe fare per la consolidazione della Società Antroposofica, sono stato anche una volta — non era quella riunione di cui vi raccontai ieri, quella fu poi, ma prima, ed era comunque di notte — insieme con la gioventù. Era gioventù accademica. Sì, poi si parlò dapprima anche di come meglio si fa affinché la società prenda la forma giusta, affinché tutto venga fatto giustamente, e così via. Ma dopo un po’ la conversazione è scivolata verso l’antroposofico stesso. Si era dentro, perché gli studenti e le studentesse avevano il bisogno di chiedere: come si dovrebbe studiare in futuro, come si dovrebbero fare le proprie dissertazioni di dottorato e così via? — Non si poteva rispondere esternamente, ma doveva completamente navigare nell’antroposofia. Cioè, si cominciò con il filisteo, e subito si entrò nell’antroposofico nella sua applicazione: come si fa, se si è antroposofo, una dissertazione di dottorato?

Come si studia, se si è antroposofo, chimica e così via? Quindi l’antroposofia si provò appunto per il fatto che una conversazione da sola è entrata in essa come lebensfähig. È appunto questo: l’antroposofia non deve essere presente come astrazione. Si può naturalmente organizzare la cosa in modo che si convochino persone da qualche parte a un raduno, che dovrebbe deliberare: come dovrebbe costituirsi la società, e così via, e poi si pone come secondo punto del programma una conversazione sull’antroposofia. Questo è sviluppato esternamente. Non intendo la cosa così esternamente, ma interamente internamente: che semplicemente dalle esigenze più quotidiane si giunga al fatto che si debba organizzare la storia antroposoficamente. Proprio che qualcosa di simile si è manifestato, che si parlò sulla costituzione della Società Antroposofica e si giunse — interamente necessario attraverso sviluppo interno organico — a dover esporre come colui che oggi è un filisteo scientifico deve rappresentarsi lo sviluppo embrionale, e colui che è antroposofo vede in questo l’impulso di vita vivificante dell’antroposofia.

Questo deve entrare: non una doppia contabilità, dove da un lato filisteamente si organizza «Società Antroposofica» e «Associazione per la vita spirituale libera» e così via, ma dove realmente accade il vivente, senza che si diventi un’astrazione di astratto e teorico, senza che sempre si tiri l’antroposofico per i capelli e si dica: nell’antroposofico l’uomo con l’uomo deve trovarsi, e così via. — Queste astrazioni naturalmente non devono giocare un ruolo, ma l’antroposofico concreto deve guidare a quello di cui si tratta. Per lo più non si dice allora: è antroposofico o non antroposofico, ma per lo più allora non si pronuncia affatto il nome antroposofia. Anche questo è qualcosa che è già necessario: che non si porti la cosa nel fanatismo della parola. Vedete, miei cari amici, non era un’estrinsecità: ho tenuto dodici conferenze all’ultimo congresso viennese sulle varie tematiche, e mi ero posto il compito di non pronunciare mai, durante queste dodici conferenze, la parola «antroposofia». È riuscito! Non troverete in dodici conferenze a Vienna in giugno, da nessun luogo, la parola «antroposofia» o «antroposofico». È riuscito. Si può infine conoscere un altro uomo anche senza che per questo ci si interessi al fatto che si chiami Müller o consigliere commerciale o simile; semplicemente lo si prende così come è. Se si prende l’antroposofia così come vive, senza prestare molta attenzione al suo nome, allora oggi è ancora il meglio. Ora, domani voglio parlare ancora su queste cose, e allora vi esporrò anche ancora qualcosa che dovrebbe sembrare un rapporto. DECIMA

10°I tre stati di coscienza e le due correnti nella Società

Dornach, 4 Marzo 1923

Vorrei ora riportare anche il secondo dei discorsi che ho tenuto a Stoccarda, non tanto come rapporto letterale, quanto piuttosto per discutere qui le cose che sono state affrontate in questo discorso, aggiungendovi ancora alcune osservazioni sulla riunione di Stoccarda. Questo secondo discorso ha avuto per oggetto il mostrare le ragioni per cui in una società come l’antroposofica, benché proprio non dovrebbe accadere, facilmente si verifica quello che in altre società simili è una realtà ben nota per tutti coloro che hanno familiarità con la storia di tali società: voglio dire società che si basano su una certa concezione del mondo spirituale. Sapete che tali società sono sempre esistite. A seconda dei diversi periodi dell’umanità, erano configurate diversamente. In epoche più antiche si aveva un altro tipo di coscienza per penetrare nei mondi spirituali, oggi se ne ha di nuovo un altro. E si tratta del fatto che, di regola, coloro che si sono uniti per fondare una scienza sulla base di un’intuizione più elevata, soprasensibile, hanno solitamente, anzi propriamente sempre, inserito tra i loro principi anche lo sviluppo della fraternità tra i membri. Ma sapete altrettanto bene, e lo sanno soprattutto coloro che hanno familiarità con la storia di tali società, che questa fraternità ha subito facilmente dei tradimenti: anzi, proprio in società fondate su basi spirituali si sono sviluppate le più forti disarmonie, talvolta le più gravi mancanze di fraternità. Ora la Società Antroposofica, se l’antroposofia è compresa correttamente, è del tutto protetta da tale mancanza di fraternità. Ma non sempre è compresa correttamente. Potrebbe forse essere compresa più correttamente di quanto spesso accade, se ci si chiarisse un po’ le ragioni di questa mancanza di fraternità.

Consideriamo per questo ancora una volta le cose che ieri vi ho portato davanti agli occhi dell’anima. Ho detto: anzitutto distinguiamo tre livelli di coscienza. Uno è la coscienza della veglia diurna, poi abbiamo la coscienza onirica, e infine il sonno non attraversato da sogni. L’uomo vive le sue immagini oniriche come un mondo. Anche nel momento del sognare è pienamente in grado di tenere i sogni per realtà; per tali realtà li tiene, proprio come le manifestazioni, i fatti del mondo fisico in cui si trova sveglio. — Ma c’è effettivamente, come ho già detto ieri, una differenza enorme tra le esperienze oniriche e le esperienze della vita quotidiana. Con le esperienze oniriche il sognatore è isolato. Un altro, dicevo, può dormire accanto a lui, avere altri sogni, e quindi avere un mondo completamente diverso. Entrambi non si intendono durante il sognare riguardo ai loro rispettivi mondi. E se dieci persone dormono in una stanza, ciascuna può avere il proprio mondo davanti alla propria coscienza. Questo non è particolarmente sorprendente per colui che, dal punto di vista della scienza dello spirito, può immergersi nel mondo spesso straordinario dei sogni, poiché il mondo in cui l’uomo vive sognando è anche un mondo reale. Solo che esso è collegato attraverso le sue immagini con quelle cose che riguardano l’uomo come singola personalità umana solamente e unicamente. Certo, il sogno riveste quello che in esso si vive con le immagini del mondo fisico; ma l’ho sottolineato molte volte: queste immagini sono i rivestimenti del sogno. La realtà — e nel sogno c’è certamente realtà — è però propriamente dietro queste immagini; per questa realtà queste immagini sono soltanto l’espressione superficiale.

Chi dal punto di vista della scienza dello spirito si accinge a conoscere il significato dei sogni non guarda alle immagini, ma alla drammatica che riposa dietro le immagini. A uno possono stare davanti certi sogni, a un altro altri sogni; ma si trova per esempio in entrambi i sognatori, diciamo, una salita, uno stare davanti a un abisso o davanti a qualche pericolo, una soluzione. Questa drammatica, ecco l’essenziale, che poi si riveste soltanto di immagini. E quello che come drammatica onirica appare ha spesso le sue radici in vite terrene lontane nel passato, oppure allude anche a vite terrene future. Quello che è il filo del destino che scorre nella vita umana, forse attraverso molte vite terrene, è quello che gioca nella realtà dei sogni. L’uomo ha nel sogno a che fare completamente con quello che è il suo nucleo individuale. Egli è infatti fuori dal corpo con il suo Io e con il suo corpo astrale; dunque fuori dal corpo con il suo Io, che porta da una vita terrena all’altra, ed è nel suo corpo astrale, cioè in quel mondo che può vivere l’intero contesto di processi e di esseri in cui siamo prima che scendiamo sulla Terra, e nuovamente quando abbiamo attraversato la morte per vivere in un mondo soprasensibile. Ma siamo anche isolati dal nostro corpo fisico e dal nostro corpo eterico durante il sonno. I sogni rivestono se stessi di immagini solo quando il corpo astrale urta il corpo eterico o l’abbandona, cioè al momento del risveglio o dell’addormentamento. Ma come sogni sono presenti, anche se l’uomo nella coscienza ordinaria non ne ha alcun sospetto. L’uomo sogna dalla sera alla mattina durante tutto il suo sonno. Lì è sempre occupato con quello che propriamente lo riguarda soltanto. Quando l’uomo si sveglia, allora è nel mondo in cui si trova in comunità con i suoi simili.

Lì non possono dieci persone stare in una stanza e ciascuna avere essenzialmente il proprio mondo, ma tutte hanno le relazioni interne della stanza come loro mondo comune. Sul piano fisico, dunque, le persone che sono insieme vivono anzitutto il loro mondo comune. E allora ho sottolineato ieri: è già necessario che un certo scuotimento della coscienza, che di nuovo un risveglio abbia luogo per quei mondi da cui ci vengono le vere conoscenze delle soprasensibilità, quelle conoscenze che trattano della vera essenza dell’uomo e che sono appunto accessibili nell’antroposofia. Abbiamo dunque tre livelli di coscienza. Ora prendiamo il seguente caso: il modo di coscienza in immagini che l’uomo dormiente sviluppa con pieno diritto si continua nella coscienza ordinaria quotidiana, nel mondo fisico. Questi casi accadono. Attraverso processi patologici nell’organismo umano l’uomo rappresenta nel mondo fisico come rappresenterebbe in sogno: vive in immagini che gli appartengono soltanto. È questo il caso nei cosiddetti stati mentali anormali. Propriamente sono stati provocati da qualcosa di patologico nell’organismo fisico o in quello eterico. Allora l’uomo può in certo senso escludersi dal vivere del mondo esterno, come diversamente solo nel sonno. Ma per contro ascendono in lui, provocate dal suo organismo patologico, immagini simili a quelle che diversamente accadono solo nel sogno. Certo, dalla turba, potrei dire, più leggera della vita dell’anima ordinaria dell’uomo fino alle malattie mentali, abbiamo davvero tutti i gradi. Ma cosa accade quando l’uomo porta la costituzione della coscienza onirica nella vita terrena ordinaria fisica? Allora sta accanto al suo prossimo come il sognatore sta accanto al suo prossimo mentre dorme.

Allora si isola, allora ha qualcosa nella sua coscienza che il suo prossimo non ha. E allora insorge in tale uomo, benché non sia responsabile di questo in alto grado, un particolare egoismo. Conosce soltanto quello che vive nella sua anima, non conosce quello che vive nell’anima dell’altro. Noi uomini siamo spinti a vivere insieme dal fatto che abbiamo sensazioni sensoriali comuni, sulla base delle quali facciamo poi pensieri comuni. Ma se qualcuno porta fuori nel vivere terreno ordinario quello che è la costituzione dell’anima nel sogno, allora si isola nell’egoismo, allora va accanto al suo prossimo e sostiene come vere cose che l’altro semplicemente non ha vissuto. E voi stessi avrete già sperimentato nella vita a quali gradi di egoismo questo conduce, quando l’uomo porta la vita onirica nella vita quotidiana ordinaria. Ma questo stesso errore può accadere quando l’uomo si unisce con altri uomini, diciamo in un qualche gruppo, per coltivare verità antroposofiche, e non accade quello che ho caratterizzato ieri: che in tali gruppi un’anima si risvegli all’altra a un certo livello più elevato, se non proprio di coscienza, almeno di un sentire più elevato, di un’esperienza più intensa e superiore. Allora il grado di egoismo che si ha legittimamente nel mondo fisico viene portato nella concezione del mondo spirituale. E proprio come qualcuno che porta la sua coscienza onirica nel mondo fisico diventa un egoista nel mondo fisico, così ci si diventa, certo in un grado diverso, ma comunque un egoista per il mondo spirituale, nella concezione del mondo spirituale, quando si porta nella concezione dei mondi superiori l’intera disposizione dell’anima, la costituzione dell’anima che è corretta per il mondo fisico. Ma è proprio così che va a molte persone.

Esse si interessano da una certa sensazione di vita al fatto che l’uomo consiste di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, che ha vite terrene ripetute, che ha un karma; si informano su questo come ci si informa su una qualsiasi verità o fatto del mondo fisico. Vediamo come questo accade ogni giorno proprio oggi, nella lotta che si conduce contro l’antroposofia. Vengono per esempio gli scienziati ordinari e dicono: l’antroposofia deve essere esaminata attraverso la scienza ordinaria. Sarebbe proprio come se si volesse esaminare quello che accade nel mondo fisico secondo le immagini del sogno. Quanto sarebbe assurdo se qualcuno dicesse: che qui e qui un certo numero di persone sono riunite in questa stanza, che qui è tenuto un discorso antroposofico, questo lo crederò solo se poi me l’avrò sognato. — Pensate quanto sarebbe assurdo! Ma è altrettanto assurdo quando qualcuno ode verità antroposofiche e dice che le crederà solo quando gliele avrà provate la scienza ordinaria, che ha fondamento solo nel piano fisico. Basta affrontare seriamente e obiettivamente le cose per vederle chiaramente trasparenti. Proprio come colui che porta le sue rappresentazioni oniriche nel mondo fisico diventa un egoista, così in grado più elevato si isola, si distingue dagli altri uomini, vuol avere solo il suo diritto, colui che conserva la concezione ordinaria che si ha su tutte le cose da uomo a uomo nella concezione che dovrebbe avere del mondo superiore. Ma è proprio così che fanno già le persone. La maggior parte vuole addirittura già trovare qualcosa di particolare nell’antroposofia. Trovano nella loro concezione della vita questo o quello là che corrisponde al loro sentimento, alla loro sensibilità; questo vorrebbero avere.

Perciò lo prendono come vero, e poiché nel mondo fisico non viene loro provato, vorrebbero che proprio l’antroposofia glielo provasse. Così viene portata nella concezione dei mondi superiori la costituzione di coscienza del mondo fisico ordinario. E attraverso questo accade che, anche se si ha ancora così fortemente la fraternità come principio, vi si porta la mancanza di fraternità, proprio come colui che nel mondo fisico sogna può comportarsi assai poco fraternamente verso il suo vicino. Se questo vicino agisce razionalmente, egli può forse dal suo mondo di immagini oniriche dirgli: sei uno stupido, io lo so meglio. — Così colui che muove dalla pretesa del mondo fisico verso la concezione del mondo superiore può dire a colui che si è unito con lui, se ha una concezione diversa: sei uno stupido o un cattivo uomo — o qualcosa di simile. Si tratta appunto completamente del fatto che si deve sviluppare una diversa costituzione dell’anima, un pensare e un sentire completamente diverso di fronte al mondo spirituale. Allora cessa anche la mancanza di fraternità, allora si può già sviluppare fraternità. Essa è data proprio dall’essenza antroposofica nel massimo grado, ma si deve considerare anche questa essenza antroposofica senza nessuna settarietà e simili cose, che propriamente vengono solo dal mondo fisico. Se si conoscono le ragioni per cui così facilmente la mancanza di fraternità può penetrare proprio in una società che si fonda su basi spirituali, allora si sa anche come evitarla, semplicemente impegnandosi veramente a regolare un po’ la propria anima quando ci si appresta a coltivare insieme ad altri uomini la conoscenza dei mondi superiori.

E questa è anche la ragione per cui coloro che dicono «quello che ho visto lì, lo crederò solo se poi me l’avrò sognato», e agiscono secondo questo principio di fronte all’antroposofia, trovano già il linguaggio in cui l’antroposofia è parlata offensivo. Quante persone dicono che non riescono a tollerare il linguaggio in cui l’antroposofia è presentata, soprattutto nei miei libri! Sì, si tratta appunto del fatto che non solo si deve parlare di altro, ma si deve parlare diversamente quando si presentano le conoscenze dei mondi soprasensibili. Tutto questo deve assolutamente essere preso in considerazione. Se si è profondamente persuasi che, per comprendere l’antroposofia, è necessario uno scuotimento da una condizione di vita all’altra, allora effettivamente l’antroposofia diventerà così feconda per la vita come appunto deve divenire. Perché anche se l’antroposofia deve essere vissuta attraverso una costituzione dell’anima completamente diversa da quella ordinaria, tuttavia quello che si guadagna dall’antroposofia per l’intera formazione dell’anima, per la peculiarità dell’anima, agirà di nuovo nel mondo fisico — moralmente, religiosamente, artisticamente, conoscitivamente — , proprio come il mondo fisico agisce nel mondo onirico. Si deve solo considerare il livello delle realtà nel modo giusto. Nel sogno non abbiamo bisogno di stare in una particolare comunicazione, in una particolare relazione con altri uomini, perché nel sogno lavoriamo fondamentalmente al nostro Io che si svolge. Quello che eseguiamo dietro quello che si rappresenta in immagini nel sogno, riguarda anche solo noi. Nel sogno lavoriamo al nostro karma. Chiunque può avere questo o quello nelle immagini del sogno; dietro queste immagini la sua anima, il suo Io lavora al karma. Qui nel mondo fisico lavoriamo a quello che vive nel genere umano, che è incarnato in corpi fisici.

Dobbiamo lavorare insieme ad altri uomini per fare la nostra parte nello sviluppo generale dell’umanità. Nel mondo spirituale lavoriamo insieme a quelli che sono esseri come noi uomini, solo che non vivono in un corpo fisico, ma in elementi spirituali, in sostanza spirituale. È appunto un altro mondo da cui le verità soprasensibili sono prese, e noi dobbiamo adattarci a ciascuno di questi mondi. Questo è il nucleo di quello che ho espresso in così tanti discorsi qui: non si tratta solo di accogliere le conoscenze dell’antroposofia come altre conoscenze, ma di accoglierle con un’altra sensibilità, soprattutto con la sensibilità per la quale attraverso esse si fa uno scuotimento nella vita come diversamente solo attraverso i colori che affluiscono all’occhio, attraverso i toni che l’orecchio ode, rispetto alle immagini autoprodotte del mondo onirico. Proprio come qualcuno che sa che in una lastra di ghiaccio c’è qui o là un punto attraverso cui può crollare, e attraverso il suo sapere può evitare la disgrazia, così colui che conosce il pericolo di sviluppare egoismo a un livello superiore proprio di fronte alle verità spirituali, se non si accede a esse con la giusta costituzione dell’anima, può evitare quello che produce la mancanza di fraternità. Di fronte alle verità spirituali si deve continuamente, nel senso più elevato, sviluppare quello che nel miglior senso della parola può essere designato come tolleranza. La tolleranza appartiene al rapporto con quei popoli che vogliono coltivare insieme la scienza dello spirito antroposofica. E se si guarda da questo punto di vista quella bella proprietà della tolleranza umana, allora si diventa consapevoli nello stesso tempo di quanto sia necessaria l’auto-educazione alla tolleranza proprio nel nostro tempo presente.

È veramente la cosa più caratteristica del nostro tempo che praticamente nessuno ascolta più adeguatamente l’altro! Si può ancora parlare una frase, senza che già alle prime parole l’altro esponga la sua opinione personale, e opinione si contrappone a opinione? Questa è fondamentalmente la civiltà contemporanea: nessuno ascolta più, ognuno stima solo la sua opinione, e giudica stupido chiunque non abbia l’opinione che ha lui. Ma, miei cari amici, quando una persona esprime un’opinione, e anche se la reputiamo molto sciocca, è un’opinione umana, e deve poter essere accolta da noi, dobbiamo poterla ascoltare. Vorrei dirvi qualcosa di piuttosto paradossale: quando ci si è regolati secondo la presente costituzione dell’anima intellettualistica, allora si sa sempre cosa sia intelligente. Ognuno sa sempre cosa sia intelligente. Non dico che non sia intelligente; per lo più è anche intelligente! Ma questo vale solo fino a un certo punto. Fino a questo punto l’uomo intelligente considera stupido colui che non ha ancora la sua opinione. Oggi troviamo questo giudizio straordinariamente spesso, e per le circostanze ordinarie della vita con ragione. È talvolta, per colui che si è formato un sano giudizio su varie circostanze, spaventoso quello che dicono certe persone. Non si può allora rimprovare alla gente se trovano la cosa stupida. Sì, bene, ma questo vale solo fino a un certo punto. Allora si può diventare ancora più intelligenti di intelligenti, allora ci si può appropriare ancora di più. Soprattutto si può far colorire un po’ l’intelligenza attraverso intuizioni soprasensibili. Ecco la cosa straordinaria: allora l’interesse per la stupidità non diminuisce, ma cresce.

Quando si è diventati un po’ saggi, si ama molto — scusatemi di usare questa espressione dura — quando la gente dice sciocchezze. A volte si trovano le sciocchezze persino più intelligenti di quello che dicono persone di media intelligenza, perché dietro le stupidità a volte c’è infinitamente più umanità di quella dietro la media intelligenza di persone mediamente intelligenti. Propriamente, per un’intuizione che penetra sempre più profondamente nel mondo, cresce sempre di più l’interesse per la stupidità umana. Perché queste cose sono sempre diverse per i diversi mondi. Un uomo che per una persona intelligente del nostro ordinario mondo fisico è uno stupido, può essere per queste stesse stupidità la rivelazione di qualcosa che sono saggezze in un mondo completamente diverso, che solo, potrei dire, si manifestano in forma distorta e caricaturale. Il mondo è realmente, se posso usare una parola di Nietzsche, più profondo di quanto il giorno pensi. Tali cose devono stare a fondamento del nostro mondo di sentimenti, se la Società Antroposofica, cioè l’unione di coloro che coltivano l’antroposofia, deve essere portata su una base salda. Allora l’uomo, proprio attraverso il fatto che sa che ci si deve comportare diversamente di fronte al mondo spirituale rispetto a come ci si comporta di fronte al mondo fisico, porterà il giusto da questo mondo spirituale nel mondo fisico. Non diventerà nel mondo fisico un sognatore, ma appunto un uomo pratico nella vita. E questo è necessario. È davvero necessario che l’uomo non diventi inservibile per il mondo fisico ordinario per il fatto che è antroposofo. Questo deve essere ripetuto ancora e ancora. — Questo è quello che ho voluto esporre nel mio secondo dei discorsi di Stoccarda, affinché da lì potesse cadere molta luce sul modo in cui i singoli della Società Antroposofica dovrebbero lasciarsi mettere a cuore la coltivazione della giusta vita antroposofica in questa società.

Perché quello che deve vivere in questa società non è affatto soltanto una questione di conoscenza, è una questione di cuore. Ma come sia una questione di cuore, questo deve proprio essere colto. Certo, si può trovare che le circostanze della vita costringono a percorrere il proprio cammino solitario. Lo si può anche percorrere. Ma a Stoccarda abbiamo discusso delle condizioni di vita della Società Antroposofica, e così dovevano essere discusse una volta. Se la società deve continuare a esistere, allora in coloro che vogliono formarla deve assolutamente esserci interesse per le condizioni di vita di questa società. Ma allora devono interessare anche quelle cose che sono connesse con l’opposizione che cresce ogni giorno contro questa società. Anche da questo punto di vista dovevo esporre a Stoccarda varie cose. Ho detto che dal 1919 è stato fondato molto all’interno di questa società che è buono in sé, ma non è riuscito a mettere le cose nel modo giusto nel movimento antroposofico complessivo, cioè a farne la preoccupazione comune degli antroposofi. A coloro che oggi entrano non si può fare rimprovero se non hanno alcun interesse per quello che è stato fondato dal 1919 senza di loro, e se cercano soltanto, come fa la gioventù per esempio, l’antroposofia in senso stretto. Ma l’opposizione è stata sviluppata essenzialmente su queste nuove fondazioni. Certo, c’era già stata opposizione in precedenza, ma non era necessario occuparsene. Ora dovevo, in connessione con queste manifestazioni, dire qualcosa su questi avversari, qualcosa che propriamente dovrebbe essere noto nella Società Antroposofica.

Miei cari amici, vi ho parlato delle tre fasi della società antroposofica, e vi ho sottolineato come nella fase ultima, nella terza fase dal 1916, 1917 fino a oggi, nei discorsi vi sia pervenuta una grande quantità di intuizioni antroposofiche nel mondo soprasensibile. Sì, tutto questo doveva essere elaborato, richiedeva una vera ricerca nel mondo spirituale. Chi guarda senza pregiudizi vedrà quanto di più, rispetto a prima, proprio negli ultimi anni è stato tratto dal mondo spirituale e incorporato nei discorsi. Ora tra gli avversari ci sono certamente infiniti molti che non sanno propriamente perché sono avversari, che lo sono perché sono semplicemente gregari con altri, perché si lasciano mettere una nebbia per la loro comodità. Ma ci sono sempre alcuni uomini di rilievo tra questi avversari, che sanno perfettamente di cosa si tratta, che semplicemente hanno interesse nel fatto che queste verità sul mondo spirituale, le quali soltanto e unicamente potrebbero veramente elevare la dignità umana, le quali di nuovo porteranno pace sulla terra, non vengano alla luce: vogliono estirpare queste verità. Gli altri vanno dietro, ma ce ne sono alcuni pochi che semplicemente non vogliono che le intuizioni antroposofiche entrino nel mondo. Questi agiscono consapevolmente con la loro opposizione e con l’opposizione che provocano tra i loro gregari. Perché, cosa vogliono costoro? Vogliono, se posso parlare di me stesso in questo caso, che io abbia così tanto da fare con la difesa dai nemici da non poter più arrivare alla vera ricerca antroposofica; perché la ricerca antroposofica richiede una certa tranquillità, una certa attività interiore dell’anima, che non ha niente a che fare con quello che si dovrebbe fare se si volessero respingere tutte le opposizioni per lo più sciocche.

Ora il signor Werbeck ha tenuto un vero e proprio discorso geniale a Stoccarda sulle opposizioni in generale, sottolineando come ci siano molti libri soltanto nell’ambito teologico. Credo che ne abbia citato una dozzina o più; ce ne sono così tanti che, se uno dovesse solo leggerli, avrebbe già abbastanza da fare. E pensate: dover confutare tutto questo! Non si avrebbe nemmeno il tempo di fare ricerca. E questo è solo in un ambito. In altri ambiti sono stati scritti almeno altrettanti, o ancora più, libri. Si viene semplicemente bombardati con scritti contrari, per essere distolti dalla vera attività antroposofica. È sistema, è voluto così. Ma si ha la possibilità, se d’altro canto è presente il necessario, di coltivare l’antroposofia e mettere da parte questi scritti contrari. Molti non li conosco nemmeno dal titolo; ma quelli che ho li ammasso, perché non è possibile fare vera, autentica ricerca dello spirito e occuparsi nello stesso tempo di questa opposizione. Allora gli avversari dicono: non risponde da solo. — Ma quello che gli avversari portano può essere risposto anche da altri. E poiché le fondazioni a partire dal 1919 sono in realtà sorte per l’iniziativa di altri, è necessario che in questo ambito proprio la società assuma il suo obbligo, che la lotta contro gli avversari venga in certo senso assunta dalla società: altrimenti non è possibile mantenere veramente la ricerca antroposofica. Questo è proprio quello che vogliono gli avversari. Preferirebbero persino poter fare processi — lo mostrano ovunque con l’intenzione — , perché sanno che così si sarebbe costretti a portare l’intera costituzione e l’umore dell’anima in un campo che distrugge la vera attività antroposofica. Sì, miei cari amici, gli avversari sanno bene per lo più quello che vogliono, sono ben organizzati. Ma è appunto questo che deve essere saputo anche nella Società Antroposofica. A queste cose deve essere assolutamente rivolta l’attenzione necessaria; allora conduce già anche all’azione.

Vi ho riportato come a Stoccarda è avvenuto che di nuovo per un tempo la Società Antroposofica potrà lavorare. Ma c’è stato un momento in cui propriamente avrei dovuto dire: ora mi ritiro, dopo che questo è accaduto, dalla società. — Naturalmente non è possibile, per altre ragioni, ora, dopo che la società ha accettato questo al suo interno, ritirarsi di fronte a esso. Ma se fosse stato solo una questione di quello che si è sviluppato a Stoccarda nella sala dell’assemblea in quel momento, allora sarebbe stato completamente giustificato dire di fronte a esso: ora devo vedere di rappresentare l’antroposofia in un altro modo di fronte al mondo; devo ritirarmi dalla Società Antroposofica. — Questo momento era dato nell’istante in cui accadde il seguente. La commissione dei nove aveva deciso di tenere una serie di relazioni sull’attività in vari ambiti della Società Antroposofica. Doveva essere tenuta una relazione sulla Scuola Waldorf, sul «Bund für freies Geistesleben», sul «Kommenden Tag», sulla rivista «Antroposofia», sulla rivista «Die Drei» e così via; anche relazioni sulle opposizioni, e soprattutto sul trattamento delle opposizioni. Ora il signor Werbeck, che si è occupato dell’opposizione, ha tenuto, come detto, un discorso geniale su come letteralmente si possa trattare l’opposizione. Ma adesso bisognava ancora entrare nelle cose concrete delle opposizioni. E cosa accadde? Proprio nel mezzo di questa relazione sulle opposizioni fu proposto che non si volessero ascoltare più le relazioni, che si volesse continuare la discussione. Senza sapere propriamente nulla di quello che era accaduto nella società, si voleva continuare a discutere.

Si propose dunque che le relazioni fossero interrotte, nel mezzo della relazione sui nemici! La proposta fu accettata. Risultò ancora qualcosa di grottesco: la sera prima il Dr. Stein aveva dovuto tenere la relazione sui movimenti giovanili. Era già molto tardi la sera. Il signor Leinhas, che era il presidente, era veramente in una posizione invidiabile, perché vi ho già detto due giorni fa che fu praticamente bombardato con mozioni procedurali che si incapsularono di nuovo. Quando era stata presentata una mozione procedurale, subito ne arrivava un’altra, e nessuno poteva più capire come doveva procedere il dibattito. Ora, coloro che erano venuti a questa assemblea di delegati non erano resistenti nel sedersi come coloro che l’avevano preparata. A Stoccarda si è già abituati: abbiamo avuto sedute che sono durate fino alle sei del mattino, dopo essere iniziate non molto dopo le nove e mezza o le dieci di sera. Ma, come detto, i delegati non erano ancora allenati a questo. E così era già diventato tardi quando il Dr. Stein doveva tenere la sua relazione sui movimenti giovanili, sui desideri della gioventù, e c’era stato un equivoco, così non si sapeva bene: la tiene o no — e così molti se ne andarono. Ma lui la tenne. E il giorno dopo, quando tornarono, la gente sentì che lui aveva tenuto la relazione e non c’erano stati. Fu allora proposto che la tenesse di nuovo. Fallì perché non era presente. Ma proprio quando il Dr. Stein arrivò per tenere la sua relazione sui nemici, le cose andarono in modo che non solo non volevano ascoltarla due volte, ma nemmeno una volta; una mozione appropriata fu accettata.

Lui tenne questa relazione poi in seguito. Ma a questa relazione avrebbe dovuto seguire ancora una discussione dell’opposizione concreta. Stein, con mia sorpresa, non aveva parlato dell’opposizione concreta, ma aveva sviluppato una sorta di metafisica dell’opposizione antroposofica, per cui la cosa non era diventata proprio evidente. Era una relazione molto spiritosa, ma non sulla concretezza dei nemici, bensì sulla metafisica dei nemici. E fondamentalmente è risultato così che l’intera società — perché l’assemblea dei delegati rappresentava l’intera Società Antroposofica tedesca — non voleva sapere nulla dell’opposizione! Certamente questo si può capire. Ma oggi è così necessario per la comprensione delle condizioni di vita della Società Antroposofica, che se qualcuno non fa sul serio con la Società Antroposofica, rifiuta di imparare a conoscere l’opposizione quando le migliori occasioni sono date. E tutto dipende veramente dal modo in cui i membri antroposofici si comportano di fronte all’opposizione che diventa ogni giorno più intensa, per il rappresentare l’antroposofia di fronte al mondo. Allora era proprio necessario per me in quel momento dire dall’assemblea: non posso più partecipare se non interessano più a nessuno che quelle cose che si possono ripetere ancora e ancora con le parole generali «l’umanità deve incontrare l’umanità», e come sono queste parole generali. Furono infatti discusse a Stoccarda nel modo più ampio: non si può dire discusse, ma proprio parafrasate o qualcosa di simile.

Ma naturalmente non va che oggi ci si separi da qualcosa che esiste non soltanto nell’immaginazione, ma nella realtà: che ci si separi da questa Società Antroposofica! E così è stato necessario passare sopra a tali cose e cercare di trovare il modus che vi ho descritto sabato: che da un lato la vecchia Società Antroposofica vive in piena realtà, e d’altro canto esiste un’unione più libera, che può portare anche a formazioni di comunità nel senso che ieri vi ho descritto nelle loro condizioni; e che allora venga creato un certo collegamento per colmare l’opposizione che esiste. Perché bisogna essere completamente chiari sul fatto che l’antroposofia è qualcosa di eterno. Perciò ogni uomo può studiarla nella piena solitudine, ha anche il diritto di farlo; non ha neanche bisogno di interessarsi alla Società Antroposofica. Potrebbe accadere, e fino all’anno 1918 era completamente possibile, che l’antroposofia fosse diffusa solo attraverso la letteratura o attraverso discorsi che si rivolgono a chi vuole ascoltarli. La Società Antroposofica fino all’anno 1918 era in questo senso completamente corretta secondo la sua essenza, perché poteva cessare ogni giorno senza che cessasse l’antroposofia. Coloro che al di fuori della Società Antroposofica fossero veramente interessati all’antroposofia potevano avere tutto esattamente come potevano averlo attraverso la Società Antroposofica. Attraverso la Società Antroposofica vi era solo una collaborazione operosa e un risveglio di un’anima umana in un’altra. Ma da quello che è stato così coltivato, attraverso l’iniziativa di queste o di quelle personalità all’interno della Società Antroposofica, si è sviluppato qualcosa che ora vincola, che esiste, che non può essere abbandonato ogni giorno.

E questo deve continuare a essere coltivato dalla vecchia Società Antroposofica. Perciò può essere ancora così spiacevole il modo in cui il vecchio comitato cataloga e burocratizza e si comporta comunque: quello che deve fare, lo deve fare. Nessun altro può farne le veci. È una fede completamente cieca se si crede che colui che ha solo un interesse generale per la vita antroposofica, come si aveva nel 1902, possa ora assumere il co-governo di tutte queste cose. Bisogna crescervi insieme. Bisogna averlo imparato nella propria essenza. Allora questa vecchia Società Antroposofica deve continuare a esistere, è proprio qualcosa di reale. Accanto a essa, però, coloro che semplicemente vogliono l’antroposofia come tale hanno il pieno diritto di arrivare all’antroposofia. Per loro è stata creata quella unione più libera di cui vi ho parlato ieri, che a sua volta ha il suo comitato di fiducia, i cui nomi vi ho fatto. Così che abbiamo questi due comitati di fiducia, ed entrambi i comitati di fiducia formeranno gradualmente comitati più ristretti, che poi negozieranno insieme, così che la società forma comunque un’unità. Che anche nell’unione più libera possa esserci interesse per tutto quello che procede dalla Società Antroposofica, questo si è mostrato nel fatto che subito, e proprio dai più giovani dal movimento giovanile, dal movimento giovanile accademico, è stato presentato il richiedere una nuova fondazione, che dunque esisterà di nuovo e come tale ha il suo pieno diritto.

Era, potrei dire, una delle più giuste, intimamente giuste domande del movimento antroposofico, della società. Una proposta era particolarmente interessante, che era stata presentata, e proveniva dagli studenti delle classi più alte della Scuola Waldorf. L’ho letta io stesso perché mi era stata mandata. Allora gli studenti delle classi più alte della Scuola Waldorf hanno a loro volta presentato una proposta che aveva circa il seguente contenuto. Hanno detto: ora ci siamo sviluppati secondo i principi che sono nella Scuola Waldorf. L’anno prossimo è quello in cui dovremmo arrivare all’esame di maturità. Forse non potremo nemmeno fare l’esame di maturità, perché avremo difficoltà. Ma in ogni caso, se ora siamo stati educati secondo i giusti principi della Scuola Waldorf, e ora dobbiamo andare in un’ordinaria università, come andrà? — E così gli studenti Waldorf hanno caratterizzato questa università già in un modo piuttosto carino, e perciò hanno presentato la proposta che si fondasse un’università libera, dove si potesse studiare se si è stati uno studente Waldorf. È molto intelligente, è pienamente giustificato. La proposta è stata subito accettata dai rappresentanti del movimento giovanile accademico, ed è già venuta insieme — alla valuta attuale significa certo non molto — comunque una somma considerevole di, credo, 25 milioni di marchi come capitale di fondazione per la fondazione di tale università libera. Con 25 milioni di marchi oggi naturalmente non si può fondare un’università; ma se si trovasse un americano che fondasse un’università del genere, con forse un miliardo o più, allora si potrebbe iniziare.

Diversamente naturalmente non andrebbe, e sarebbe forse ancora insufficiente, non posso calcolarlo subito. Ma se fosse data la possibilità, allora sarebbe proprio un imbarazzo, un terribile imbarazzo, anche se ci fosse la prospettiva che i diplomi di dottorato e gli esami fossero riconosciuti, vale a dire: devo ora occupare questa università con il corpo insegnante Waldorf? Con i singoli membri dei nostri istituti di ricerca? Potrebbe in fin dei conti essere possibile. Ma allora non avremmo né la Scuola Waldorf né gli istituti di ricerca! Perché attraverso il modo particolare in cui la Società Antroposofica si è sviluppata negli ultimi anni, le persone che, potrei dire, potrebbero stare bene nella Società Antroposofica, sono piuttosto state dissuase. Oggi è già un problema incredibilmente difficile, quando deve essere assunto un nuovo insegnante Waldorf alla fondazione di una classe Waldorf, trovarne uno tra le file degli antroposofi. Perché è proprio così, che nonostante abbiamo avuto congressi splendidi e ogni sorta di cose, spesso il comportamento nella Società Antroposofica era tale che la gente ha detto: l’antroposofia ci piace molto, ma nella società non vogliamo entrare. E su questo bisogna prima lavorare, portare di nuovo in evidenza la società, perché ce ne sono molti al mondo predestinati a fare dell’antroposofia il contenuto più importante del loro cuore e di tutta la loro anima. Ma la Società Antroposofica deve fare il necessario. Così che quindi, quando ci si trova di fronte a una cosa del genere, diventa subito chiaro: bisogna iniziare anzitutto con qualcosa di completamente diverso, bisogna iniziare anzitutto a portare veramente l’antroposofia di fronte al mondo, così che l’umanità conosca l’antroposofia.

I nostri nemici la portano di fronte al mondo come una caricatura. Lì si lavora molto fortemente. Dappertutto anche quello che sta nei cicli è stato messo negli scritti dei nemici come se fosse mistero. E adesso ci sono biblioteche di prestito dove si possono prendere in prestito i cicli e così via! Il vecchio modo di pensare alle cose oggi non è più possibile. Ci sono decisamente antiquari che hanno istituzionalizzato il prestito dei cicli dietro compenso. Chiunque può leggerli, è ormai così. Non si conoscono propriamente le condizioni della nostra vita sociale contemporanea se si crede di poter eternamente tenere nascoste cose del genere. Non si può più nella contemporaneità. In questo aspetto la nostra epoca è davvero diventata anche spiritualmente democratica. Questo deve essere di nuovo compreso, che l’antroposofia deve essere portata di fronte al mondo. Questo vive ora effettivamente in questa unione più libera. Le persone che si sono riunite lì hanno sin dall’inizio lo sforzo di portare l’antroposofia nel modo più ampio di fronte al mondo. So perfettamente che così di nuovo si creano vari nuovi canali per consegnare fuori dalla società quello che si crede di poter tenere nella società. Ma bisogna piegarsi alle necessità del tempo. E si deve come antroposofo poter avere un occhio consapevole dell’anima su quello che il tempo richiede. Perciò è così che l’antroposofia proprio ora deve essere considerata in modo che possa diventare il contenuto della vita, come ho accennato ieri.

Ora, miei cari amici, come detto, è stato fatto il tentativo di stare con questi due flussi nella Società Antroposofica in un’unione più libera tra loro, e spero che così di nuovo, se capito correttamente, se gestito correttamente, si possa vivere per un certo tempo, probabilmente un tempo non molto lungo: su questo non mi faccio illusioni. Allora naturalmente dovrà di nuovo farsi qualcos’altro. Ma ho detto allora, quando viaggiai a Stoccarda per questa assemblea generale della Società Antroposofica tedesca, che sarebbe stato necessario, perché l’antroposofia è uscita dalla Germania e il mondo lo sa e l’accetta, che prima all’interno della Società Antroposofica tedesca venisse creato un certo ordine; ma allora questo dovrebbe essere il punto di partenza per il creare ordine anche al di fuori. Mi immagino tuttavia che le Società Antroposofiche nei più diversi ambiti linguistici, che sono ovunque presenti, vedranno ora il motivo di fare anche qualcosa di simile o diverso per la consolidazione della società, così che veramente dappertutto sia fatto il tentativo di configurare in modo tale le condizioni di vita di questa Società Antroposofica, che l’antroposofia possa diventare per il mondo quello che deve diventare. Oltre questi risultati positivi, emerge da molti suggerimenti del Dr. Steiner come, in continuazione di legittima ricerca scientifica naturale, proprio il ricercatore stesso possa ritrovarsi sulla via della conoscenza soprasensibile. A questi compiti importanti la Società Antroposofica deve, se vuole essere la vera portatrice della vita antroposofica, rivolgere interesse vivo.

La coltivazione del cammino di conoscenza della scienza dello spirito è compito principale della Società Antroposofica. La coscienza presente è in molte persone in una trasformazione che minaccia di spingere molti in un caos animico, se al lavoro antroposofico non si contrappone forza per la configurazione. La gioventù porta in sé una forza di nuovo divenire. Dall’atmosfera densa delle aule, che talvolta si sentiva ancora nei nostri corsi universitari, la gioventù aspira a dove trova l’Antroposofia come tale. Alla sua ricerca di sana interiorizzazione l’Antroposofia deve contrapporsi in modo che essa afferri conoscenza, animo, aspirazione morale e religiosa. Una generazione più anziana, che ha percorso il cammino dello sviluppo animico interiore nel senso dell’Antroposofia, non può venire in contrasto con la gioventù, poiché questo sviluppo desta forze giovanili in tutte le anime. Su questa base dell’aspirazione allo sviluppo antroposofico-animico non c’è contrasto tra età e gioventù. La campagna di diffamazione dei nostri nemici richiede una controcampagna condotta con chiarezza fattuale e perseguita energicamente. L’ostilità che è derivata al Dr. Steiner dalla fondazione della scienza dello spirito antroposofica non sarebbe stata di significato considerevole. Un’ostilità pericolosa sorse solo dalla fondazione delle varie iniziative dal 1919. Questo ultimo tipo di ostilità s’impadronì di affermazioni sciocche di ex-membri e le utilizzò come mezzo per il suo scopo di estirpare l’Antroposofia dal mondo. Così un’ostilità senza scrupoli riuscì a sommergere la persona del Dr. Steiner con un’ondata di diffamazioni.

È compito della Società Antroposofica, e specialmente di coloro che vogliono rappresentare l’Antroposofia verso l’esterno in tutti i campi, contrapporsi energicamente a queste diffamazioni, per finalmente proteggere il Dr. Steiner in modo efficace da tali attacchi. Soprattutto si tratta di contrastare energicamente diffamazioni come quelle contenute ad esempio negli «Studi Psichici», che poi sono state riportate acriticamente da quasi tutti i nemici, caratterizzando e mettendo alla gogna i loro autori. C’era a Monaco un uomo che divenne particolarmente molesto al Dr. Steiner per la sua adorazione fanatica, tentando ad esempio di baciargli le mani a ogni occasione. In seguito si trasformò, dalla vanità offesa, in un nemico altrettanto fanatico. Da questa fonte di sporcizia attinsero tutti gli altri nemici. Il carattere dei nostri nemici è illustrato anche da un esempio dei tempi più recenti. Un privatdozent di un’università antichissima tentò, sotto la copertura di interesse scientifico, di ottenere materiale non pubblicato da noi. Circa nello stesso periodo dimostrò il suo coraggio virile chiedendo ad alcuni nostri membri di non trattarlo nella controversia polemico — come diceva — come il Prof. Drews, e quindi di non rovinare la sua carriera. Anche il metodo di molti di questi nuovi nemici deve essere caratterizzato. Hanno tentato di imporre ai contemporanei un’immagine distorta dell’Antroposofia, spesso abusando delle loro posizioni ufficiali o dell’autorità scientifica, compilando malevolmente numerosi passi strappati dal contesto dai libri e dai discorsi del Dr. Steiner. A questa immagine distorta deve contrapporsi dal nostro lato, attraverso una rappresentazione appropriata ai fatti, la vera immagine del bene spirituale antroposofico. Siamo debitori all’Antroposofia che nei suoi rappresentanti venga espressa un’attitudine animica creata dall’esperienza indipendente dello spirituale, che li abiliti a presentare l’Antroposofia in piena dignità, in modo che tutte le anime umane possano trovar il cammino verso di essa. Anche le affermazioni dei nemici, come ad esempio che le conoscenze soprasensibili su stati precedenti dell’umanità non hanno significato per la vita reale, troveranno la loro confutazione semplicemente dal comportamento di vita degli antroposofi stessi, quando queste conoscenze nella pratica dei rami e nella vita individuale sono coltivate in modo che diventi manifesto quale forza di potenziamento della personalità, e quale illuminazione dell’esistenza, esse possono dare agli uomini. Le conoscenze sulla vita prima della nascita e dopo la morte non verranno allora presentate agli uomini in modo astratto e dogmatico: esse divengono immediatamente percettibili come forza etica. Il rinnovamento del Cristianesimo attraverso i risultati della ricerca antroposofica non sarà allora presentato agli uomini come un’affermazione contestabile o come una promessa incerta, quando viene loro incontro da tutto l’atteggiamento degli antroposofi stessi. È inoltre urgentemente necessario, alla luce della forza dell’ostilità, che tutte le forze spirituali vive presenti nella Società Antroposofica non languiscano nell’isolamento, né si logorino nella reciproca opposizione, ma si dispieghino pienamente nel libero lavoro insieme, e che dalla direzione della Società colui che lavora in genuino spirito antroposofico sia promosso, per quanto possibile, alla piena efficacia al servizio della causa comune. Deve formarsi una relazione umana tra i singoli antroposofi. Devono essere cercate nuove forme flessibili di come la Società Antroposofica esca dalla sua esclusione e auto-esclusione per diventare una mediatrice versatile del suo bene spirituale. Ogni direzione della Società dovrà essere sostenuta, e al contempo mantenuta flessibile, attraverso un’organizzazione viva di personalità di fiducia, che si sentiranno corresponsabili del lavoro complessivo. Ciò che in questo appello abbiamo presentato solo in contorni del nostro sentimento per i nuovi compiti della Società Antroposofica, desideriamo sottoporre a un’assemblea rappresentativa per discussione. Data l’importanza straordinaria delle decisioni che dobbiamo prendere, chiediamo ai gruppi di lavoro in Germania di inviare a una riunione che si terrà da 25 a 28 febbraio a Stoccarda personalità per cui la riformulazione della Società Antroposofica sta sinceramente a cuore. Fino all’assemblea rappresentativa noi sottoscritti formeremo il corpo fiduciario dirigente per gli affari della Società Antroposofica. Stoccarda, 13 febbraio 1923. Jürgen von Grone, Dr. Eugen Kolisko, Johanna Mücke, Emil Leinhas, Dr. Otto Palmer, Dr. Friedrich Rittelmeyer, Dr. Carl Unger, Wolfgang Wachsmuth

[facsimile manoscritto]

DR. RUDOLF STEINER: ABBOZZO DEI PRINCIPI DI UNA SOCIETÀ ANTROPOSOFICA 1912* Motto: La saggezza è solo nella verità

Per un’organizzazione della vita soddisfacente e sana, la natura umana ha bisogno della conoscenza e della coltivazione della sua propria essenza soprasensibile e dell’essenza soprasensibile del mondo extramano. A un tale scopo non possono condurre le ricerche scientifiche naturali dei tempi più recenti, benché siano chiamate a compiere l’inesprimibile per la cultura umana entro i loro compiti e i loro limiti. La Società Antroposofica perseguirà questo scopo attraverso la promozione della ricerca genuina e sana diretta al soprasensibile, e attraverso la coltivazione della sua influenza sulla condotta della vita umana. La ricerca dello spirito genuina, e l’atteggiamento che ne deriva, devono dare alla Società il suo carattere, che può trovare espressione nei seguenti princìpi direttivi: 1. Nella Società possono lavorare fraternamente insieme tutte quelle persone che, come fondamento di una cooperazione amorevole, considerano il Divino comune in tutte le anime umane, per quanto queste possono essere diverse riguardo a fede, nazione, ceto, sesso, ecc. 2. Deve essere promossa la ricerca del soprasensibile nascosto in tutto il sensibile, e deve essere servita la diffusione della scienza dello spirito genuina. 3. Deve essere coltivata la conoscenza del nocciolo di verità nelle diverse concezioni del mondo e confessioni dei popoli e dei tempi. * Da Dr. Carl Unger, «Dalla storia del movimento antroposofico», in «Die Drei», 1. annata, fascicoli 5./6., Stoccarda 1921, p. 504-507.

Il primo di questi tre princìpi è necessario alla Società Antroposofica perché i grandi scopi della conoscenza spirituale possono essere perseguiti insieme dalle persone solo quando l’atteggiamento fraterno supera le opposizioni che facilmente derivano da tutto ciò che, nel pensare, nel credere, negli interessi vitali particolari, divide gli uomini. Questo elemento divisivo non turberà mai il lavoro insieme, se il fondamento di quest’ultimo è il Divino comune in tutte le anime umane, e quindi l’elemento divisivo rimane intoccato e pienamente rispettato nella sua particolarità entro la Società. Così configurata, questa Società, attraverso l’atteggiamento necessario a essa stessa, aspirerebbe all’ideale della convivenza umana, che, sotto una stima completa del pensare e del sentire del singolo, trova pure il terreno su cui l’amore reciproco e la fraternità possono prosperare. La Società potrà raggiungere il suo scopo spirituale solo se i suoi membri in tal modo si dedicano a un ideale di vita che può essere l’ideale universalmente umano di una condotta di vita. Deve trovarsi completamente lontana dalla Società la tendenza di agire per o contro una o l’altra direzione di fede, poiché essa vuole dedicarsi alla ricerca dello spirito, non a nessuna confessione. Quindi la propaganda religiosa di qualunque tipo le è completamente estranea. Ma, inoltre, non combatterà mai una tale cosa. Parimenti sono rigorosamente escluse da ogni attività della Società tutte le forme di attività politica o sociopolitica.* Il suo lavoro è dedicato alle vie e ai mezzi che possono servire l’uomo, nel senso dello sviluppo della nostra epoca, per guidare alla soluzione i grandi enigmi della vita umana in un modo tale che la ricerca estenda la ricerca dal sensibile al soprasensibile, senza cadere negli abusi che non potrebbero soddisfare il genuino senso della verità. Mostrerà che l’umanità nel presente possiede tale ricerca dello spirito che questa conduce nel mondo soprasensibile, e che la sua coltivazione e diffusione può essere compito di una società tanto quanto una qualunque altra scienza.

Questo naturalmente non impedisce che singoli membri o gruppi di membri si occupino di attività politica o sociopolitica. D. V.

I frutti più nobili dello sviluppo spirituale umano, le diverse concezioni del mondo e confessioni dei popoli e dei tempi, questa ricerca dello spirito non li considera dal punto di vista del loro valore confessionale, ma in quanto in essi l’aspirazione dell’umanità verso le grandi questioni spirituali dell’esistenza trova espressione. Quindi il carattere fondamentale della Società non potrà essere designato con un nome derivato da una confessione particolare. Se ad esempio la ricerca dell’impulso del Cristo entro lo sviluppo dell’umanità trova coltivazione attraverso la ricerca dello spirito, ciò non accade nel senso di una confessione religiosa, ma così che il credente di ogni direzione religiosa possa porsi nei confronti del corrispondente risultato della scienza dello spirito come il credente della religione induista o del Buddhismo si pone nei confronti dell’astronomia copernicana, benché questa non si trovi nei suoi documenti religiosi originari. L’impulso del Cristo viene portato alla vigenza come risultato della ricerca, in un modo tale che ogni seguace di una confessione religiosa può accettarlo, non solo il credente cristiano. La fondazione della Società è avvenuta perché un comitato di fondazione di tre personalità, vale a dire Dr. Carl Unger, signorina Marie von Sivers e Michael Bauer, hanno inizialmente assunto la direzione generale della Società Antroposofica. Un consiglio direttivo sta loro a fianco, che inizialmente vale come consiglio direttivo di fondazione. I membri del comitato di fondazione nomineranno personalità di fiducia, a cui spetterà ricevere le iscrizioni di membri, e che assumeranno la garanzia nei confronti del consiglio direttivo per i membri da loro proposti. La nomina di una personalità di fiducia avverrà o per iniziativa del comitato di fondazione o accadendo che un membro, designato da sette altri membri o personalità che richiedono l’ammissione come loro rappresentante, sia riconosciuto come tale dal comitato centrale. L’adesione è acquisita attraverso registrazione, o direttamente presso il consiglio direttivo o presso una delle personalità di fiducia. Il riconoscimento dell’adesione avviene solo attraverso il consiglio direttivo centrale, inizialmente dei tre fondatori designati. L’integrazione del consiglio direttivo o del comitato avviene attraverso cooptazione da parte di questo comitato stesso, e proposte possono essere fatte a questo riguardo nella riunione annuale dei membri. L’attività della Società avviene in gruppi liberi, che possono formarsi indipendentemente in tutti i paesi della terra, in ogni luogo. Questi gruppi potranno formarsi singolarmente o unirsi, potranno formare associazioni o alleanze vaghe, ecc., secondo le circostanze delle rispettive regioni in cui si formano. La Società Antroposofica come tale non è un’associazione, la sua coesione non si basa su un’organizzazione associativa o simile, ma sulla coltivazione della scienza dello spirito come tale; e l’adesione non comporta nulla di associativo, ma ad esempio il diritto di ricevere certi scritti di scienza dello spirito che sono destinati solo ai membri, e simili. Nel senso esteriore, quindi, il legame della Società Antroposofica non sarà diverso da quello che esisterebbe ad esempio in una società antropologica o simile. Ogni gruppo di lavoro forma i suoi particolari statuti ecc. e sceglie il suo consiglio direttivo. L’adesione generale, che deve essere acquisita singolarmente da ogni membro, significa che il consiglio direttivo centrale riconosce una singola personalità come appartenente alla Società Antroposofica. La sede permanente della Società Antroposofica sarà per il momento Berlino. La direzione commerciale spetterà ai membri del consiglio direttivo centrale residenti a Berlino. Questa direzione commerciale consiste in nient’altro che in misure che possono servire gli scopi spirituali espressi sopra. Per la direzione della Società Antroposofica ogni membro paga un contributo iniziale unico di 5 marchi e un contributo annuale corrente di 6 marchi. In casi particolari può avvenire una riduzione del contributo annuale.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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