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O.O. 117

I misteri più profondi del divenire dell'umanità alla luce dei Vangeli


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1°Buddha e i due Gesù bambini

Berlino, 11 Ottobre 1909

Nel corso di Basilea dell’ultimo periodo è stato possibile, per la prima volta, parlare di un tema che fino ad allora non era ancora stato affrontato nella Sezione Tedesca. È vero che si è già parlato più volte dell’evento del Cristo stesso, specialmente in connessione con il Vangelo di Giovanni. Attraverso il collegamento con il Vangelo di Luca, come è avvenuto a Basilea, è stato possibile affrontare anche quello che può essere chiamato la preistoria del Cristo. In questo ci si trova a che fare con situazioni molto complicate. Nel corpo di Gesù di Nazaret, come è noto, penetrò un alto essere solare che vi dimorò per tre anni, dal battesimo del Giordano al mistero del Golgota. Di questo alto essere del Cristo si è già parlato più volte. Ma su quello che come personalità di Gesù di Nazaret vive dinanzi alla nostra anima e che ha accolto quella entità, si può dire qualcosa di più preciso solo collegandosi a un Vangelo che comprende la storia di Gesù dalla sua infanzia in poi. Lo sviluppo di Gesù dalla sua nascita al battesimo del Giordano costituì il tema principale dei discorsi di Basilea. Già in questa preistoria abbiamo dinanzi a noi situazioni molto complicate. Ciò che è il massimo, bisogna sempre considerare, non è facile da comprendere né così semplice da rappresentare. L’edificio del mondo non può essere disegnato con pochi tratti, né compreso con pochi concetti comodi.

Quella personalità che nel trentesimo anno accolse in sé l’entità del Cristo è composta in maniera molto complicata. Solo dalla Cronaca dell’Akasha è possibile ottenere i corretti punti di riferimento per capire perché la preistoria di Gesù è rappresentata diversamente nei diversi Vangeli.

Oggi si intende raccontare in brevi linee qualcosa su Gesù di Nazaret, per avere comunque una visione d’insieme di ciò che è stato illustrato più dettagliatamente nei discorsi di Basilea. È anche intenzione parlare nei discorsi ai membri, questo inverno, sul Vangelo di Matteo, oppure eventualmente sul Vangelo di Marco. L’evento del Cristo allora si presenta a noi nuovamente sotto una luce completamente diversa, in una tale nuova rappresentazione. Questo evento, considerato solamente nel suo collegamento con il Vangelo di Giovanni, non è affatto sufficientemente conosciuto. Però per il momento si può parlare di queste cose solo in modo sommario.

La cronaca del chiaroveggente, la Cronaca dell’Akasha, ci rivela in caratteri vivi quello che è accaduto nel corso dei tempi. Il corso delle comunicazioni spirituali è di regola tale che dapprima vengono comunicati i fatti della Cronaca dell’Akasha, senza collegamento a un documento particolare. Solo dopo si mostra che tutte queste cose possono essere ritrovate in certi documenti, particolarmente nei Vangeli, che solo con l’aiuto dei fatti della Cronaca dell’Akasha possono essere compresi correttamente.

In Palestina confluirono allora le correnti spirituali che prima nel mondo erano andate separate. Facendo riferimento al Vangelo di Luca si potrebbe parlare di tre correnti spirituali che si incontrarono nell’evento del Cristo. Una è legata a Buddha, l’altra a Zarathustra, e la terza era incarnata nella cultura ebraica antica. Queste tre correnti confluirono in un evento concreto, appunto nell’evento del Cristo. Si parla di tali correnti spirituali per lo più in modo molto astratto. In realtà, però, esse si realizzano in esseri particolari, che devono essere conformati in modo che in loro le correnti possano confluire. È quindi necessario indagare con precisione tali entità nella loro composizione interiore.

La corrente buddhista raggiunse il suo culmine in Gautama Buddha. Egli aveva precedentemente subìto incarnazioni. Quella incarnazione nel VI secolo avanti Cristo era però, nel suo essere, un culmine significativo. Allora Gautama divenne per la prima volta quello che si chiama un Buddha. Prima era solo un Bodhisattva, cioè un grande maestro dell’umanità. Quest’ultima assume gradualmente, nel corso del tempo, altre capacità. Noi stessi abbiamo probabilmente vissuto una volta nell’antico Egitto, ma con capacità completamente diverse da quelle che abbiamo oggi; alcune capacità antiche sono in parte diminuite, altre sono subentrate.

Chi non tiene conto di uno sviluppo del genere non ha uno sguardo imparziale sul mondo. Oggi, per esempio, l’uomo può riconoscere da se stesso certe leggi logiche e morali, può applicare il suo potere di giudizio, riconoscere da se stesso questo o quello. Ma negli antichi tempi non era così. Allora, per esempio, l’uomo non avrebbe trovato nulla del morale dentro di sé. Se tali leggi gli fossero state insegnate con le parole odierne, non le avrebbe neanche capite. Era necessario far appello a una capacità completamente diversa. Così oggi esistono certi contenuti di verità per l’uomo che ancora tremila anni fa non avrebbero potuto essere trovati, come per esempio l’insegnamento sulla compassione e sull’amore. Oggi una voce interiore ci insegna le leggi della compassione e dell’amore. Allora l’uomo avrebbe cercato invano una simile voce. Era necessario, per usare una parola sgradevole, suggerire all’uomo la compassione e l’amore.

L’entità il cui compito fu per millenni quello di far fluire la compassione e l’amore nell’uomo dalle regioni superiori, spirituali, era quel Bodhisattva che poi si incarnò in India come Buddha. Un uomo nel mondo fisico non avrebbe trovato in sé nulla della compassione e dell’amore. Ma attraverso la loro iniziazione i Bodhisattva si elevavano nelle regioni spirituali, dove potevano ricavare insegnamenti come quello sulla compassione e l’amore. Arriva poi il momento in cui l’umanità è divenuta matura per trovare da sé quello che prima le era stato infuso. Così fu anche per la compassione e l’amore.

Quando quel Bodhisattva salì a Buddha, cioè in quella particolare incarnazione nel VI secolo avanti Cristo — la seduta del Bodhisattva sotto l’albero del Bodhi — non solo avvennero cose importanti nel suo stesso essere, ma su tutta la terra in generale. Allora, in quel Buddha divenuto uomo, si aprì l’insegnamento della compassione e dell’amore, o piuttosto una sua riformulazione: precisamente quella del sentiero ottuplice, l’elaborazione più precisa di quell’insegnamento sulla compassione e sull’amore. Poiché il Buddha potè riconoscere vividamente in sé questo insegnamento, fu creata la possibilità per l’umanità di sperimentare in seguito lo stesso. Da allora certi uomini possono riconoscere tale cosa e vivere una vita corrispondente, seguendo l’esempio del grande Buddha: una vita che cristallizza quasi vivacemente da sé l’insegnamento del sentiero dagli otto membri.

Solo allora, però, quando un numero maggiore di uomini si è sufficientemente sviluppato per sperimentare quello che il Buddha sperimentò allora, questa cosa diventa una questione propria e vera dell’umanità. Così dalle sfere superiori viene trasmessa al nostro mondo missione dopo missione. Fino a circa tremila anni da ora saranno sufficienti uomini maturi a percorrere il sentiero dagli otto membri, e allora la compassione e l’amore saranno divenuti proprietà dell’umanità. Allora verrà un nuovo evento e porterà con sé una nuova missione, dal mondo spirituale giù nel mondo fisico.

Una volta il Buddha fece così confluire quell’insegnamento sulla compassione e sull’amore nell’umanità. Ma ora esso agisce vivacemente in essa, da quando il Buddha le ha dato l’impulso. Quando un Bodhisattva ha amministrato il suo ufficio dopo circa tremila anni di attività, diviene un Buddha, che allora compie una certa missione sull’umanità.

Che cosa è divenuto allora quel Buddha la cui missione era stata portare compassione e amore all’umanità, dopo che ebbe abbandonato il corpo fisico? Buddha significa sempre un’ultima incarnazione. Egli ebbe bisogno solo ancora dell’incarnazione di Gautama per compiere una missione. Da quel tempo non è più possibile a quella individualità Bodhisattva, perché è divenuta Buddha, incarnarsi in un corpo fisico. Essa può incarnarsi solo fino al corpo eterico. Quel Buddha oggi può essere percepito solo dal chiaroveggente. Una tale forma, che un’individualità assume senza contenere il corpo fisico, si chiama Nirmanakaya. In esso l’entità continua a dirigere la missione che le era stata affidata come Bodhisattva. Così fu anche il grande evento del Cristo a essere preparato da quel Buddha che agisce nel Nirmanakaya.

Una coppia di genitori, vale a dire Giuseppe e Maria di Nazaret, ebbe un bambino chiamato Gesù. Questo era singolarmente conformato, cosicché il Buddha Nirmanakaya poteva dirsi che questo bambino avrebbe avuto nella sua corporalità fisica la possibilità di portare l’umanità un grande passo avanti per suo mezzo, se egli come Buddha avesse fornito il suo contributo. Perciò egli si abbassò nel suo Nirmanakaya in quel bambino. Dal Nirmanakaya non ci si deve immaginare un corpo chiuso come l’abbiamo noi: quello che altrimenti erano solo forze sono diventati qui esseri particolari. Questo sistema di entità è mantenuto nei mondi superiori dall’Io della rispettiva individualità sottostante, in modo simile a come in noi sono le capacità del pensiero, del sentimento e della volontà. Il chiaroveggente percepisce questo gruppo di entità coerenti del Buddha Nirmanakaya.

Analogie a questo esistono anche nella vita naturale: per esempio nella vespa del gallo il corpo anteriore è collegato al corpo posteriore solo da un sottile peduncolo. Se si immagina questo invisibile, allora si hanno due parti non collegate, ma comunque coerenti. Relazioni di coerenza simili dominano nell’alveare e nella formicaia.

Tali situazioni erano completamente note allo scrittore del Vangelo di Luca. Sapeva anche che il Buddha Nirmanakaya si abbassò nel bambino Gesù. L'esprime così dicendo: quando il bambino fu nato a Betlemme, una schiera di angeli scese dai mondi spirituali e annunziò ai pastori quello che era accaduto. Questi ultimi erano divenuti, per certi motivi, chiaroveggenti in quel momento.

Quel bambino Gesù si sviluppò inizialmente solo lentamente. Non mostrava esternamente proprietà particolarmente eccezionali che avrebbero indicato uno spirito gigantesco. In compenso si fece presto notare una profonda interiorità e spiritualità, una vivace vita sentimentale. Il chiaroveggente avrebbe visto il Buddha Nirmanakaya librarsi su quel bambino. Nella leggenda indiana ci viene raccontato che un antico saggio fosse venuto al bambino Buddha e avesse riconosciuto in lui che qui un Bodhisattva stava giungendo a diventare un Buddha. Il vecchio scoppiò in lacrime, perché non era stato destinato a sperimentare il grande Buddha stesso. Asita, così si chiamava il saggio, fu rinato e era di nuovo un vecchio uomo quando Gesù era giovane: precisamente il Simeone del Vangelo di Luca. Egli vide alla presentazione di Gesù nel tempio il Bodhisattva come un vero Buddha davanti a sé e poté perciò dire: Signore, ora lasci il tuo servo andare in pace, poiché i miei occhi hanno visto il tuo Salvatore. — Così il saggio vide dopo cinquecento anni quello che prima non aveva potuto vedere.

Quando si studia l’origine di Gesù nel Vangelo di Luca e la si confronta con quella rappresentata nel Vangelo di Matteo, si manifesta una certa differenza che la scienza non ha affatto considerato. Dalla Cronaca dell’Akasha, naturalmente, si può ottenere la spiegazione corretta del perché i due alberi genealogici sono diversi e devono essere diversi.

Pressappoco nel medesimo tempo in cui Gesù fu generato, fu donato in Palestina a un’altra coppia di genitori, che si chiamava parimente Giuseppe e Maria, un bambino pure col medesimo nome Gesù. Esistevano quindi allora due bambini Gesù, da due coppie di genitori del medesimo nome. L’uno è il Gesù betlemmita. Egli viveva con i suoi genitori a Betlemme; l’altro aveva i suoi genitori che abitavano a Nazaret. Il primo Gesù discende dalla linea della casa di Davide che passò attraverso Salomone. Il Gesù nazareno invece discende dalla linea nathanica della casa di Davide. Luca racconta di più di un bambino, Matteo dell’altro. Il bambino betlemmita mostrava nella sua prima infanzia capacità completamente diverse da quelle del nazareno. Il primo si mostrava ben sviluppato in tutte le proprietà che possono manifestarsi esternamente. Così questo bambino poteva, per esempio, anche parlare subito dalla nascita, anche se inizialmente ancora più o meno incomprensibile per l’ambiente. L’altro bambino Gesù mostrava una disposizione che si rivolgeva più all’interno.

Nel bambino betlemmita era incarnato il grande Zarathustra dei tempi antichi. Quel Zarathustra aveva notoriamente ceduto il suo corpo astrale a Hermes e il suo corpo eterico a Mosè. Il suo Io fu sei secoli prima di Cristo rinato in Caldea come Nazarato o Zarato, e infine ancora una volta come il Gesù. Questo bambino Gesù dovette essere condotto in Egitto per vivere lì per un certo tempo nell’ambiente appropriato a lui e per rivivere in sé le impressioni di esso. Non si deve assolutamente credere che sia lo stesso Gesù di cui parla Luca come quello di cui racconta Matteo. Per l’ordine di Erode tutti i bambini fino a due anni furono uccisi. Giovanni il Battista sarebbe stato coinvolto anche lui, se nel frattempo non fosse passato sufficiente tempo tra la sua nascita e quella di Gesù.

Nel dodicesimo anno di vita l’Io del bambino Gesù betlemmita, cioè l’Io dello Zarathustra, passa nell’altro bambino Gesù. Dal dodicesimo anno in poi quindi viveva nel Gesù nazareno non più il precedente Io, bensì ora l’Io dello Zarathustra. Il bambino betlemmita morì poco dopo che quell’Io l’aveva abbandonato. Quel trasferimento dell’Io dello Zarathustra al Gesù nazareno ci è descritto da Luca nella storia del dodicenne Gesù nel tempio. Era cioè inspiegabile ai suoi genitori perché il loro bambino parlasse improvvisamente così saggiamente. Questi genitori non avevano nessun altro bambino oltre a questo. L’altra coppia di genitori invece aveva ancora altri bambini, quattro maschi e due femmine. Entrambe le famiglie divennero in seguito comunque famiglie vicine a Nazaret, anzi alla fine si fusero in un’unica famiglia. Il padre del Gesù betlemmita era già un uomo anziano quando il Gesù fu generato. Morì anche poco dopo, e la madre si trasferì con i suoi bambini a Nazaret presso l’altra famiglia.

Così il Buddha agiva quindi nel suo Nirmanakaya con l’Io dello Zarathustra nel Gesù di Nazaret. Buddha e Zarathustra agivano insieme in questo bambino.

Nel Vangelo di Matteo si parla innanzitutto più del Gesù betlemmita. Lì apparvero alla nascita i saggi Magi del Levante, che furono condotti dalla stella al luogo dove lo Zarathustra era stato rinato.

I Vangeli. Buddha e i due fanciulli Gesù

2°I Vangeli. Buddha e i due Gesù bambini

Berlino, 18 Ottobre 1909

L’ultima volta qui ho raccontato il contenuto del ciclo di conferenze di Basilea, dove si è trattato del Vangelo di Luca. Abbiamo, in questo contesto, sottolineato la questione che qualcuno potrebbe porre: sì, se ora è già stato detto tanto riguardo al Vangelo di Giovanni e, in seguito a ciò, sull’immagine di Cristo Gesù, può essere possibile che anche riguardo agli altri Vangeli ci sia qualcosa da dire, che si potrebbe ottenere, in certo senso, una comprensione della medesima natura, come se si avesse agito sul più profondo, il Vangelo di Giovanni?

« Se così fosse, allora una spiegazione dei tre altri Vangeli non avrebbe significato nel senso della ricerca dello spirito. Poiché quello che cerchiamo all’interno della ricerca della scienza dello spirito non deve essere preso da alcun documento; non deve affacciarsi a noi come qualcosa di tramandato, ma come qualcosa che può essere ricercato con i mezzi della scienza dello spirito.

Lo studioso dello spirito si pone il compito di indagare come l’evento della Palestina si presenta, senza che egli si avvalga di alcun documento. Senza tenere conto di alcun documento, egli conduce la sua ricerca. Poi successivamente tenta di mostrare come dalle fonti storiche ci splendano incontro le medesime verità e relazioni.

Abbiamo scelto il cammino, nel Vangelo di Luca e nel Vangelo di Giovanni, di estrarre dall’immenso ambito della Cronaca dell’Akasha ciò che si può ritrovare nel Vangelo di Luca e nel Vangelo di Giovanni. Per il fatto che si applicano le ricerche dei ricercatori dello spirito a questi Vangeli in questa maniera, si impara a conoscerli, in certo senso, solo allora. Ho mostrato che nel Vangelo di Luca si ha l’occasione di discutere qualcosa di diverso rispetto al Vangelo di Giovanni. Il Vangelo di Giovanni inizia con la personalità di Gesù di Nazareth nel momento in cui egli aveva trent’anni. Ci appare in lui l’alta entità solare, l’essenza di Cristo.

Noi abbiamo a che fare qui con i tre ultimi anni di vita di Cristo Gesù. »

Il Vangelo di Luca invece ci consente di conoscere quegli eventi significativi che hanno reso possibile che questa essenza considerevole di Cristo potesse confluire nella personalità di Gesù di Nazareth, di mostrare il convergere dello Zarathustrismo e del Buddhismo; e abbiamo visto come queste due potenti correnti spirituali si incontrano e si uniscono proprio in Gesù di Nazareth. Ci si presentò l’ultima volta come una personalità umana che nacque come un bambino con disposizioni interne molto particolari, ma non inizialmente con quelle disposizioni che avrebbero condotto l’uomo particolarmente alla comprensione del mondo fisico esterno e presente. Su questa personalità, che ci si presentò come bambino nel fanciullo Gesù nathanita, il vero Gesù di Nazareth, vediamo brillare quello che noi chiamavamo il Nirmanakaya di Buddha, quello che vediamo come aura di questo bambino. È quella forma che Buddha assunse dopo la sua ultima incarnazione, nel che divenne Buddha. Abbiamo potuto sottolineare che ciò che noi chiamiamo la nostra dottrina esoterica occidentale, giustifica pienamente quello che è contenuto negli scritti orientali: che l’individualità prima dell’incarnazione di Buddha, nel che apparve nel VI secolo prima di Cristo, era un Bodisattva.

« Un tale Bodisattva diventa un Buddha in una ben determinata incarnazione. Con ciò quella individualità aveva raggiunto un tale livello di sviluppo che ora non aveva più bisogno di incarnarsi in un corpo fisico sulla terra. Questo è un grande conseguimento: che un’individualità non abbia più bisogno di incarnarsi. Che questo sia possibile dipende però non soltanto dal livello di sviluppo di un’individualità, ma anche dalla natura di un’individualità. Dopo questa incarnazione, il Bodisattva-Buddha non dovette più affrontare un’incarnazione terrena-carnale. Allora non si incarnò più in un corpo terrena-carnale, bensì soltanto in quello che, come infima essenza corporea-corporea, noi chiamiamo il corpo eterico o corpo vitale. In questo si incarnò da allora in poi una tale individualità. Non scese più a un’incarnazione carnale, questo Buddha, ma soltanto a una tale nel corpo eterico.

Un tale corpo eterico, in cui un’individualità si è sviluppata ulteriormente, sembra — quando è visto — non come un altro corpo che esiste come corpo fisico sulla terra. Ciò che vediamo come corpo fisico in un’individualità che scende fino all’incarnazione nel corpo fisico, è un’unità chiusa. Non c’è alcuna interruzione. Un tale corpo eterico invece, in cui un’individualità come Buddha si incarna, non è un’unità nello spazio chiusa. Esso è una molteplicità di membra non coerenti. Ricordiamoci della così detta scissione della personalità, che interviene quando l’uomo si sviluppa sempre più verso l’alto. Questo processo è descritto in «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?». Ciò che coesiste come un tutto nell’uomo ordinario — le forze che noi chiamiamo pensiero, sentimento e volontà — allora, stando così alle cose, ogni cosa sta per sé. L’uomo diventerà dappertutto signore di questi; dopo è una triplice unità, si potrebbe persino dire una molteplicità, come è esposto nella mia «Scienza occulta nei suoi lineamenti».

In un tale caso, come nell’incarnazione di Buddha in tempi posteriori, abbiamo un tale corpo eterico che consiste di esseri non coerenti. Negli uomini ordinari è solo il principio del corpo fisico che tiene insieme il corpo eterico. »

Quando un tale Bodisattva-Buddha si incarna di nuovo nel corpo eterico, allora, quando diventa visibile, appare come una molteplicità, come una schiera di essenze. Di questa schiera di essenze racconta lo scrittore del Vangelo di Luca, quando parla degli angeli che apparirono ai pastori nel campo. Questo corpo eterico, che si chiama il Nirmanakaya di Buddha, librava su quel fanciullo Gesù nazareno. Esso è quello che diviene l’ispiratore, che versa tutto ciò che Buddha era nel Cristianesimo in questo modo. Così vediamo come qui il Buddhismo confluisce nel Cristianesimo. Occorre pensare tutto ciò in modo concreto, non soltanto in astratto. Chi vuol comprendere come questo accade nella realtà, deve poter indicare l’evento concreto, dove il Buddha progredito fino al prossimo livello si inserisce nel Cristianesimo. Questo è descritto nel Vangelo di Luca, nella schiera di angeli che è il Nirmanakaya di Buddha.

« Allora abbiamo descritto come c’è un secondo fanciullo Gesù, che noi possiamo chiamare il fanciullo Gesù betlemita, e abbiamo detto come non è altro che lo Zarathustra reincarnato. È un bambino straordinariamente precocemente maturo. In quel bambino è reincarnato lo Zarathustra. Questo è espresso nel Vangelo di Matteo. Poiché nel Vangelo di Matteo deve essere descritta l’individualità che era particolarmente comprensibile allo scrittore del Vangelo di Matteo, quella che portò al Cristianesimo la corrente dello Zarathustrismo. Per questo viene anche descritto che questo bambino discendeva dalla linea reale salomonica della casa di Davide, mentre il Gesù del Vangelo di Luca discendeva dalla linea nathanita della casa di Davide, la linea sacerdotale.

Se vogliamo comprendere il Cristianesimo nel suo intero significato profondo, allora dobbiamo capire che le correnti più importanti del mondo dovevano convergere. Vediamo che la linea regale davidica si divide in una linea salomonica e in una linea nathanita. Nella linea salomonica si trasmettono le proprietà regali, nella linea nathanita le proprietà sacerdotali. Le proprietà regali vengono specialmente alla luce nei primi due periodi di vita della vita umana; le proprietà che vanno soprattutto verso il dominio comprensivo dei rapporti mondiali, verso tutto ciò che pone l’uomo in armonia con i rapporti mondiali. Questo può accadere soltanto se le forze del corpo fisico e del corpo eterico sono correttamente sviluppate. Poiché lo Zarathustra aveva perfezionato prevalentemente queste proprietà in modo completamente interiore, egli doveva ora servire proprio fino al dodicesimo anno di tutte le disposizioni che emergevano nel corpo fisico e nel corpo eterico. Tali disposizioni potevano essere date a lui in particolare attraverso le proprietà ereditate nella casa salomonica. Per il compito che aveva, aveva però bisogno anche delle grandi disposizioni del portatore dell’Io, delle grandi disposizioni del corpo astrale. Potevano essergli date soltanto da una linea che trasmetteva in eredità proprio queste disposizioni da generazioni. Se lo Zarathustra fosse rimasto fino al trentesimo anno nel corpo dove il corpo eterico e il corpo fisico erano particolarmente sviluppati, allora non avrebbe potuto approfondire così la sua essenza. Perciò nel dodicesimo anno passò al Gesù nazareno, così che nello stesso bambino in cui abitava il Nirmanakaya di Buddha, dal dodicesimo anno in poi fu accolta l’individualità dello Zarathustra. Così queste due correnti si erano unite in questo Gesù nazareno nel suo dodicesimo anno.

Come terza corrente doveva aggiungersi la corrente ebraica antica. Solo attraverso questo incontro poteva apparire quella individualità che accolse Cristo in sé. »

Ora ci chiediamo: come confluì ciò che era la corrente spirituale ebraica antica? Vogliamo vedere come dobbiamo intendere ciò che era l’essenza più propria della corrente spirituale ebraica antica. Pensiamo anche a ciò che abbiamo considerato come l’essenza dello sviluppo buddhista. Cosa accadde per il fatto che dal Bodisattva divenne un Buddha?

« Questa individualità, che era incarnata nel Bodisattva-Buddha, aveva il compito di tramandare di epoca in epoca quella che si può chiamare la dottrina della compassione e dell’amore. Se vogliamo comprendere questo, dobbiamo dirci che l’uomo era in precedenza in uno stato di coscienza completamente diverso. Non dobbiamo essere miopi come la scienza contemporanea, che crede che siano sempre state le stesse facoltà, che si sviluppavano poco per volta da inizi primitivi, e che l’uomo era prima al livello dell’animalità. Non fu così. Ciò che oggi noi chiamiamo il pensiero, il sentimento e la volontà umani non era sempre lì. Quanto più lontano andiamo indietro nello sviluppo dell’umanità, tanto più questo attuale stato di coscienza diventa una chiaroveggenza onirica, crepuscolare. Perciò tutto ciò che in tempi antichi doveva essere insegnato come dottrina, doveva essere insegnato diversamente da oggi. Oggi si possono esprimere certi principi morali; l’uomo li comprende allora. Se sente tali principi, oggi può dire: Certamente, la mia stessa ragione me lo dice. — Ma prima dovevano svilupparsi la ragione e la coscienza. È da provare chiaramente dalla storia esteriore che la coscienza ha avuto una volta un inizio. Eschilo non ne parla ancora. Questa particolare forza dell’anima entrava in un determinato momento, prima non era lì.

« Prima che ci fosse una coscienza nell’uomo, prima che ci fosse un pensiero logico, se in quel momento si fosse appellati alla sua coscienza, al suo pensiero, sarebbe stato come parlare a una pietra o a una pianta.

Allora l’anima aveva bisogno di forza, di impulsi, e questi dovevano essere versati nell’anima. Ciò che riguardava per esempio l’amore, veniva versato come suggestivamente attraverso l’individualità che si chiama il Bodisattva, come questa individualità, che si chiama Bodisattva, come il Buddha era lì. Allora era giunto il momento in cui gli uomini potevano poco per volta ricavare da se stessi la dottrina della compassione e dell’amore, la dottrina del così detto sentiero degli otto passi. Questa dottrina, che precedentemente doveva essere data loro dall’alto verso il basso, poteva per la prima volta essere insegnata come dottrina quando il Buddha era lì. Perciò il Bodisattva dovette diventare Buddha.

Tutto ciò che accade nello sviluppo umano deve accadere nel suo determinato luogo e in un determinato popolo, da cui sia tolta una molteplicità di persone che hanno comprensione per la dottrina. Forse si troverà una contraddizione tra questo e ciò che è stato detto in precedenza, perché precedentemente è stato detto che era la missione di Cristo diffondere l’amore. Ma quando si dice una cosa del genere, è necessario ascoltare molto attentamente. Stava nella missione di Buddha portare la dottrina della compassione e dell’amore; ma Cristo è la forza dell’amore. Egli portò l’amore stesso. È qualcosa di diverso portare la dottrina di qualcosa dal portare la cosa stessa. »

Proprio con ciò era data la possibilità che la forza dell’amore confluisse verso il basso e si manifestasse attraverso questo alto essere solare sulla terra, che questa dottrina fosse portata da Buddha. Ma di nuovo era necessario che questa forza dell’amore si manifestasse terrena all’interno di un popolo che aveva attraversato uno sviluppo diverso da quello in cui viveva Buddha.

Mediante cosa si distingue ciò che è stato portato al mondo da Buddha, da ciò che è stato portato dall’individualità di Mosè? Si dice a ragione che ciò che Buddha ha portato è la grande legge, il Dharma. Buddha ha portato la legge in una determinata forma, così che l’anima potesse riconoscerla in questa forma, così che gli uomini potessero trovarla all’interno dell’anima stessa. Mosè ha portato una legge in una maniera completamente diversa: l’ha portata come comandamento. Non poteva essere considerato in questo popolo, a cui l’ha portato, come una legge che radicava nell’anima stessa, bensì come una legge divina, data dalle altezze. Buddha diceva: voi troverete nella forza più profonda dell’anima stessa la legge che vi dico. — Ma Mosè diceva: esiste la legge di Dio, che dovrà venire.

« Dovette essere data una legge a un popolo sotto il presupposto che si calcolasse che questo popolo stava su un livello più giovane dell’altro. Non ha ancora sviluppato certe forze. Su questo riposa tutto lo sviluppo, che le cose non continuino in linea retta.

Si comprende solitamente lo sviluppo nel senso che ciò che segue emerge sempre da ciò che precede. Lo sviluppo però non accade così. Lo sviluppo avviene attraverso presupposti completamente diversi. Se osserviamo la pianta nella sua crescita, vediamo prima il germe, poi il gambo che cresce verso l’alto, e come poi essa attacca foglia a foglia e infine il fiore. Ora viene un punto dove non continua più ciò che segue da ciò che precede semplicemente poco per volta, bensì interviene la fecondazione. Qualcosa di diverso deve confluire, un granello di polline da un’altra pianta. Specialmente nella vita spirituale, ora devono confluire le circostanze e le correnti più svariate.

In Palestina dovevano unirsi lo Zarathustrismo, il Buddhismo, e poi una corrente completamente diversa. Questa corrente poteva, sotto determinate condizioni, fornire forze vitali più giovani. Per lungo, lungo tempo avevano agito all’interno di questo popolo i comandamenti di Jahvé. Se questo popolo fosse stato anche al livello che Buddha seicento anni prima di Cristo avrebbe potuto appellare all’anima stessa di questi uomini, allora il popolo più tardi non avrebbe avuto le forze giovanili. Perciò dovette ricevere dal suo legislatore dei comandamenti, a che non si appellava all’anima stessa. Questo popolo in Mesopotamia dovette essere tenuto indietro su un livello precedente.

« Possiamo addurre qualcosa di simile ipoteticamente per la vita del singolo uomo. Si immagini che qualcuno voglia artificialmente portare un uomo a sviluppare, in una certa età della vita, capacità particolarmente creative. Ma non si cerchi di provare questo! Allora un bambino dovrebbe essere sviluppato completamente diversamente da come accade altrimenti. Poiché se provo a insegnargli al settimo anno ciò che oggi la scuola gli insegna, allora mediante ciò ho reso l’anima incapace che più tardi certe forze escano. Voglio quindi aspettare fino al decimo anno. Allora questo bambino si presenta con forze completamente diverse. Allora ha conservato qualcosa di fresco vigore giovanile. Allora escono forze che sono forze creative, che altrimenti sarebbero state circa uccise.

Vedete, in Mesopotamia questo è stato realizzato. Il popolo ebraico è stato tenuto indietro. Non poteva ancora accogliere le dottrine di Buddha di compassione e amore. Questo gli è stato dato come un comandamento. Non aveva ricevuto l’appello di Buddha di sviluppare da se stesso la dottrina della compassione e dell’amore. Solo in un luogo dello sviluppo terrestre, dove gli uomini erano più avanzati, il Bodisattva-Buddha poteva portare questa dottrina. Quando allora erano state sviluppate forze completamente diverse, in un altro luogo questa corrente fu unita all’altra.

Dove dobbiamo cercare ciò che confluisce così attraverso le generazioni di un popolo? Da cosa dipende? Con cosa l’uomo accoglie quello che riguarda l’intero popolo?

Dal primo al settimo anno l’uomo è ancora avvolto in un involucro eterico, che poi si spoglia. Poi lo circonda ancora un involucro astrale, che getta via con la pubertà. Il corpo astrale allora nasce solo allora. Se allora nel dodicesimo fino al quindicesimo anno dell’uomo il corpo astrale è nato, allora questo è quello in cui sono tutte le forze che l’uomo condivide con l’appartenenza al popolo. Questo involucro astrale che l’uomo ora si spoglia, contiene tutte le proprietà che l’uomo fino ad allora poteva avere nel suo interno. Questo involucro fa sì che l’uomo appartenga a un determinato popolo. Cosa accade ora con questo involucro quando è spogliato? Questo involucro che è spogliato, in cui dentro è tutto ciò che l’uomo ha in comune con il suo popolo. Allora si unisce con tutti gli involucri che anche gli antenati hanno spogliato. Abbiamo così una catena.

« Mentre l’uomo ha questo in sé fino al suo quattordicesimo anno, è attaccato a una catena che sale fino agli antenati. Fino a quale membro dei suoi antenati sale? Sale fino al quarantaduesimo membro, il membro sette volte sei! Così l’uomo è legato ai suoi antenati. Questo si sapeva nei tempi antichi. Si sa anche oggi all’interno della scienza dello spirito. Poiché l’uomo in questa maniera è così connesso ai suoi antenati, per questo gli antichi egiziani nel loro Libro dei morti fecero apparire dopo la morte davanti a quarantadue giudici dei morti.

Se deve emergere una determinata proprietà dell’uomo, così che essa appartenga al popolo, allora questi antenati devono stare cosicché tutti questi singoli membri esprimano queste determinati proprietà del popolo. Se lo Zarathustra doveva incarnarsi, allora doveva essere in un involucro che aveva le proprietà essenziali del suo popolo.

Per questo Matteo lascia lo Zarathustra nascere nel quarantaduesimo membro dopo Abramo, che aveva tutte le proprietà del popolo. In tal modo questi influssi sono affluiti nella terza corrente. »

GLI QUATTRO DIVERSI ASPETTI NELLA RAPPRESENTAZIONE DI CRISTO NEI QUATTRO VANGELI

3°I quattro aspetti del Cristo nei Vangeli

Berlino, 2 Novembre 1909

Berlino, 2 novembre 1909 Primo Discorso

Le considerazioni che sono state tenute in collegamento con il Vangelo di Giovanni e il Vangelo di Luca, e l’atteggiamento da cui sono state considerate, non possono essere caratterizzate se non dicendo che queste considerazioni sono partite dal seguente punto di vista: ciò che designiamo come l’entità Cristo Gesù è — per quanto un’intelligenza umana sia possibile nella nostra epoca presente — qualcosa di così Grande, così Comprensivo, così Potente, che una considerazione non può partire dal dire in alcun modo unilaterale chi era Cristo Gesù e quale significato la sua entità ha per ogni singolo spirito umano e per ogni singola anima. Questo sarebbe apparso nelle nostre considerazioni come una mancanza di riverenza verso il maggiore problema del mondo che esista. Riverenza e venerazione: queste sono le parole che caratterizzano quegli atteggiamenti da cui le nostre considerazioni sono state completamente date. Venerazione e riverenza, che potrebbero esprimersi nell’atmosfera: prova tu stesso a non innalzare troppo in alto ciò che è la comprensione umana, quando ti trovi di fronte al più grande problema. Prova a non innalzare mai troppo in alto tutto ciò che, anche se ti viene dalla più elevata scienza dello spirito, può essere dato, fosse pure che esso penetri nelle più alte regioni, quando si tratta di accostarsi al più grande problema della vita. E non credere che una parola umana basterebbe a dire inizialmente qualcosa di diverso da ciò che caratterizza questo grande e potente problema da un aspetto. Tutti quei discorsi che sono stati mai tenuti nel corso degli ultimi tre anni avevano come centro una parola che appare nel Vangelo di Giovanni stesso. «Io sono la luce del mondo» è questa parola. Comprendere questa parola del Vangelo di Giovanni era lo scopo di tutti i discorsi che sono stati tenuti sul Vangelo di Giovanni. E i discorsi che sono stati tenuti in collegamento con il Vangelo di Giovanni bastano, in certo modo, a comprendere gradualmente, se uno se li appropria, queste parole che sono state pronunciate, forse solo intuendo a comprendere ciò che significa nel Vangelo di Giovanni stesso: «Io sono la luce del mondo».

Se vedi una luce brillare, hai compreso, per il fatto di aver guardato in questa luce, che ciò che brilla è una luce? E se hai compreso qualcosa sulla colorazione e la particolarità di questa luce, hai compreso che cosa brilla? Conosci il sole perché guardi verso la luce solare e ricevi la luce bianca del sole come una rivelazione? Non potresti immaginare che significhi ancora qualcosa di diverso, comprendere il luminoso, diversamente dalla luce che è nel luminoso? Poiché l’entità di cui abbiamo parlato può dire di sé: «Io sono la luce del mondo», siamo stati costretti a comprendere questa parola, e così abbiamo compreso di quella entità non più che questa sua manifestazione di vita: «Io sono la luce del mondo». Tutto ciò che di considerazioni è stato offerto in collegamento con il Vangelo di Giovanni era necessario per mostrare che quella entità, che in sé contiene la saggezza del mondo, è la luce del mondo. Ma questa entità è molto più di quello che poteva essere caratterizzato nel Vangelo di Giovanni. E chi crede di voler comprendere Cristo Gesù dai discorsi sul Vangelo di Giovanni o di averlo abbracciato, crede di comprendere l’intero essere luminoso da una singola manifestazione di vita, che conosce solo intuendo.

Poi vennero i discorsi sul Vangelo di Luca, e abbiamo ricavato da esso qualcosa di diverso. Se si poteva, in certo modo, considerare tutto ciò che è stato detto in tutte le nostre considerazioni sul Vangelo di Giovanni come un mezzo per comprendere le parole «Io sono la luce del mondo», così, eventualmente, se le si fossero comprese abbastanza profondamente, la considerazione del Vangelo di Luca potrebbe essere considerata come una parafrasi delle parole: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno», oppure:

«Padre, nelle tue mani affido il mio spirito». Ciò che il Cristo Gesù è — ora non solo come luce del mondo, ma ciò che egli è come l’entità che compie il più grande sacrificio dell’abbandono, che tutto può unire in sé senza perdere se stesso, ciò che è stato caratterizzato come il sacrificio dell’abbandono —, l’entità che in se stessa contiene la possibilità del più grande sacrificio, della più grande dedizione concepibile e per questo è la fonte della compassione e dell’amore, quella che si riversa calorosamente attraverso tutta la vita umana e terrestre futura, tutto ciò che poteva essere contenuto in queste parole dà un secondo aspetto di ciò che chiamiamo l’entità del Cristo Gesù.

Così abbiamo caratterizzato questa entità come quella che, nella sua compassione, può realizzare il grande sacrificio, e che risplende attraverso la forza della sua luce su tutta l’esistenza umana. Luce e amore abbiamo descritto, come erano nell’entità del Cristo Gesù. E chi prende nel pieno ambito le considerazioni dei Vangeli di Giovanni e Luca può, in certa misura, ricevere un’intuizione di ciò che nel Cristo Gesù era «luce» e ciò che in lui era «amore e compassione». Due proprietà nel loro significato universale abbiamo cercato di comprendere nel Cristo Gesù. Quello che doveva essere detto del Cristo come la luce spirituale del mondo, che come saggezza eternale si riversa in tutte le cose, per vivere e tessere in esse, può rivelarsi alla considerazione spirituale: questo ci risplende di nuovo dal Vangelo di Giovanni, e non c’è saggezza che si possa raggiungere che non fosse contenuta in certo modo nel Vangelo di Giovanni. Tutta la saggezza del mondo è contenuta in questo Vangelo di Giovanni, perché colui che considera la saggezza del mondo nel Cristo Gesù, la considera come si è non solo realizzata in un passato remoto, ma anche si realizzerà in un futuro lontano. Perciò si libra nelle considerazioni che si collegano al Vangelo di Giovanni, alto nei cieli come l’aquila al di sopra di tutta l’esistenza umana. Così si libra, quando si devono sviluppare le grandi idee che rendono possibile la comprensione del Vangelo di Giovanni, con le idee che abbracciano e comprendono, al di sopra di ciò che accade nella singola anima umana. Le idee mondiali che abbracciano occupano quella Sofia che ci scorre quando formuliamo considerazioni in collegamento con il Vangelo di Giovanni. E allora ciò che scaturisce dal Vangelo di Giovanni ci appare esso stesso in altezza di aquila, girando al di sopra di tutto ciò che accade nel destino umano quotidiano, orario e momentaneo.

Quando poi si scende e si considera la singola vita umana da ora a ora, da giorno a giorno, da anno a anno, da secolo a secolo, da millennio a millennio, quando in essa si considerano in particolare quelle forze che si chiamano l’amore umano, allora si vede questo amore librarsi e tessere attraverso millenni nei cuori e nelle anime umane viventi. Allora si vede come questo amore da un lato compie i più grandi, più significativi, più eroici gesti all’interno dell’umanità; allora si vede come i più grandi sacrifici dell’umanità sono fluiti dall’amore per questo o quell’essere, per questa o quella cosa. Allora si vede come questo amore nei cuori umani compie il massimo, come però allo stesso tempo è qualcosa come una spada a doppio taglio: abbiamo una madre; essa ama il suo bambino profondamente, intimamente. Il bambino commette qualche trasgressione; la madre ama il suo bambino, non può trovare in cuore nella sua profonda, ardente amore di punire il bambino. E il bambino commette una seconda trasgressione, e la madre non può trovare ancora in cuore nella sua profonda amore di punire il bambino. E così continua, e il bambino cresce, diventa inutile, un disturbo per la vita. Quando si toccano cose così significative, non è bene prendere esempi dal presente, e perciò deve essere addotto un esempio più lontano. Nella prima metà del diciannovesimo secolo c’era una madre che amava intimamente, intimamente il suo bambino. Deve essere detto esplicitamente: nulla può esaltare abbastanza questo amore, in tutte le circostanze l’amore è qualcosa che appartiene alle più elevate proprietà umane. Quella madre ora amava il suo bambino e non poteva trovare in cuore di punire il suo bambino a causa di un piccolo furto che commetteva in famiglia. Poi commetteva un secondo furto, e non poteva punirlo di nuovo — il bambino divenne una tristemente famosa avvelenatrice. Lo divenne da un amore materno non guidato dalla saggezza. L’amore compie le più grandi azioni, quando è permeato dalla saggezza. Ma era proprio questo il significato di quell’amore che fluì da Golgota nel mondo, che è unito in un’entità con la luce del mondo, con la saggezza. Perciò lo sguardo verso il Cristo Gesù, quando consideriamo le due proprietà così che riconosciamo che l’amore è il massimo nel mondo, ma allo stesso tempo riconosciamo come l’amore e la saggezza nel più profondo senso appartengono insieme.

Cosa abbiamo però compreso, quando ora tutte queste considerazioni sui Vangeli di Giovanni e Luca sono state formulate? Non abbiamo compreso nient’altro che la proprietà del Cristo Gesù che può essere chiamata la luce universale della saggezza, il calore universale dell’amore, che in lui è fluito come in nessun altro essere nel mondo, che non potrebbe mai essere accessibile a nessuna forza cognitiva umana. E mentre nel collegamento con il Vangelo di Giovanni si parla da grandi, potenti idee, che come in altezze di aquila passano sopra le teste umane, si trova nell’adesione al Vangelo di Luca ciò che parla in ogni singolo cuore umano in ogni istante. Questo è il significativo del Vangelo di Luca: che ci riempie di tale calore, che è l’espressione esterna dell’amore, con la comprensione per quell’amore che è pronto al più grande sacrificio, che è pronto a dare se stesso e non vuole nient’altro che dare se stesso.

Si sente grosso modo — se si vuole avere un’immagine per quello stato d’animo, per quella disposizione emotiva in cui ci si trova nella considerazione che si collega al Vangelo di Luca, se lo si considera nel senso giusto —, ciò che ci incontra in quelle immagini Mithriche, dove si ha il toro sacrificale che si affretta. Su di esso si vede l’uomo sedere, sopra il corso dei grandi eventi cosmici e sotto il corso degli eventi terreni. L’uomo conficca la sua ascia nel corpo del toro sacrificale che sanguina, che dà la sua vita, affinché l’uomo possa superare ciò che deve superare. Quando si considera questo toro sacrificale che si trova sotto l’uomo, che deve essere sacrificato affinché l’uomo possa percorrere il suo cammino di vita, allora si ha grosso modo lo stato d’animo e di sentimento che fornisce la giusta atmosfera di fondo per una considerazione che si collega al Vangelo di Luca. Ciò che il toro sacrificale è stato per tutti i tempi agli uomini, coloro che hanno compreso ciò che si trova nel toro sacrificale, nell’espressione dell’amore che si immerge profondamente in se stesso, comprendono qualcosa della descrizione delle proprietà dell’amore che deve essere dato attraverso la considerazione del Vangelo di Luca. Perché nulla di diverso che una seconda proprietà del Cristo Gesù doveva essere descritta. Ma colui che conosce due proprietà di un’entità, conosce l’intera entità? Poiché in questa entità ci si incontra il più grande mistero, le esposizioni per la comprensione di due proprietà sono state necessarie. Nessuno però dovrebbe avere la presunzione di poter considerare questa entità stessa dal considerare due proprietà.

Due proprietà del Cristo Gesù abbiamo descritto, e non abbiamo mancato di fare tutto ciò che poteva condurci a una comprensione intuitiva della profonda significanza di queste due proprietà. Ma abbiamo troppa riverenza e venerazione verso questa entità stessa, perché volessimo credere di aver compreso qualcosa delle altre proprietà che questa entità cela ancora in sé. Ora sarebbe ancora possibile un Terzo, e questo terzo, poiché si collega a qualcosa che non è stato ancora dato nelle considerazioni all’interno del nostro movimento, può essere caratterizzato solo in generale. Si potrebbe dire: quando si descrive il Cristo del Vangelo di Giovanni, lo si descrive come agisce in vero come un’entità elevata, ma come un’entità che si serve del regno dei Cherubini saggi. Così lo si descrive nel senso del Vangelo di Giovanni con l’atmosfera che è evocata dai Cherubini che si librano in altezze di aquila. Quando lo si descrive nel senso del Vangelo di Luca, allora si descrive ciò che come il fuoco d’amore caldo scaturisce dal cuore del Cristo. Si descrive ciò che egli era per il mondo per il fatto di agire in quella altezza in cui sono i Serafini. Il fuoco d’amore dei Serafini scorre attraverso il mondo, e alla nostra terra fu comunicato dal Cristo Gesù.

Ora avremmo un Terzo da descrivere: ciò che il Cristo è diventato per il mondo terrestre per il fatto di non essere solo la luce della saggezza, il calore dell’amore, non solo l’elemento cherubico e serafico all’interno dell’esistenza terrestre, ma che «era» e «è» nel nostro essere terrestre, quando lo consideriamo in tutta la sua forza, ciò che può essere designato come «agente attraverso il regno dei Troni», attraverso cui tutta la forza e ogni potenza entra nel mondo per compiere ciò che è nel senso della saggezza, nel senso dell’amore. Questi sono i tre più elevati delle gerarchie spirituali: Cherubini, Serafini e Troni. I Serafini ci conducono nelle profondità del cuore umano con il loro amore, i Cherubini ci conducono verso le altezze di aquila. La saggezza irradia dal regno dei Cherubini. L’amore arrendevole diventa sacrificio: questo ci simbolizza il toro sacrificale. La forza che pulsa attraverso il mondo, la forza che sviluppa il potere per realizzare tutto, la forza creatrice che pulsa attraverso il mondo, questo ce lo simbolizza in ogni simbolismo il leone. Quella forza che è stata introdotta nella nostra terra dal Cristo Gesù, quella forza che ordina e giudica tutto, che significa il più elevato di potenza quando è sviluppato: questo ce lo descrive come terza proprietà nel Cristo Gesù lo scrittore del Vangelo di Marco.

Se nel senso del Vangelo di Giovanni parliamo dell’alto essere solare che designiamo come il Cristo, come la luce del sole terrestre nel senso spirituale, se nel senso del Vangelo di Luca parliamo del calore dell’amore che scaturisce dal sole terrestre del Cristo, allora quando parliamo nel senso del Vangelo di Marco, parliamo della forza del sole terrestre nel senso spirituale stesso. Tutto ciò che di forze è presente nella terra, ciò che trama qua e là delle segrete e aperte forze e poteri terreni, questo ci si presenterebbe di fronte a una considerazione che avviene avendo lo sguardo al Vangelo di Marco. Può uno avere la presunzione, anche solo intuitivamente, di comprendere le idee che sono venute sulla terra come i pensieri terreni del Cristo, se ci si innalza verso di lui nel senso del Vangelo di Giovanni; può uno sentire il respiro caldo dell’amore sacrificale, se si fa fluire attraverso se stesso il calore del Vangelo di Luca; può uno intuire il pensiero del Cristo nel Vangelo di Giovanni, il sentimento del Cristo attraverso il Vangelo di Luca, così si impara il volere del Cristo attraverso il Vangelo di Marco. Le singole forze attraverso cui egli realizza l’amore e la saggezza, si impara lì a conoscere.

Tre proprietà avrebbe uno afferrato intuitivamente, se alle considerazioni sui Vangeli di Giovanni e Luca avesse aggiunto le considerazioni sul Vangelo di Marco. Si direbbe allora: in venerazione ci siamo accostati a Te, e abbiamo ricevuto un’intuizione del Tuo pensiero, sentimento e volere, come questi tre aspetti della Tua anima ci sventolano davanti come i più grandi modelli terreni.

Così abbiamo formulato le nostre considerazioni, come se considerassimo nel piccolo un uomo e dicessimo che consiste di anima sensitiva, anima razionale e anima conscia, e considerassimo ora le peculiarità dell’anima sensitiva, dell’anima razionale o emotiva e dell’anima conscia. Quando applichiamo la parola anima conscia al Cristo, possiamo dire: essa ci viene portato intuitivamente a comprensione nel Vangelo di Giovanni; anima emotiva del Cristo: essa ci viene portato a comprensione attraverso il Vangelo di Luca; anima sensitiva con tutte le sue forze del volere: attraverso il Vangelo di Marco. Questo ci darà, quando una volta potrà essere considerato, illuminazione sulle forze naturali aperte e nascoste che sono nel nostro mondo, concentrate nella singola individualità del Cristo; ci darà illuminazione sulla essenza di tutte le forze che sono nel mondo. Nel Vangelo di Giovanni ci siamo immersi nei pensieri, nel Vangelo di Luca nei sentimenti di questa entità, e poiché qui l’uomo non ha bisogno di penetrare così profondamente in questa individualità, queste considerazioni sono semplici rispetto a ciò che ci si incontra nel Vangelo di Marco — come il sistema di tutte le forze naturali e spirituali nascoste del mondo. Tutto questo sta nella Cronaca dell’Akasha. Tutto questo si rifletterà per noi, quando lasciamo agire su di noi il potente documento del Vangelo di Marco. Allora capiremo intuitivamente ciò che è concentrato nella singola entità del Cristo: ciò che altrimenti è distribuito sulle singole entità del mondo. Potremo capire, e ci apparirà in uno splendore e una luce più elevati, ciò che abbiamo imparato come le linee direttrici e fondamentali elementari delle diverse entità. Quando il Vangelo di Marco, che contiene i segreti dell’intero volere del mondo, si svela a noi, ci avviciniamo in riverenza al centro del mondo, al Cristo Gesù, comprendendo gradualmente il suo pensiero, sentimento e volere.

Quando consideriamo il pensiero, il sentimento e il volere che agiscono insieme, questo ci dà un’immagine approssimativa dell’intera uomo. Ma non possiamo fare a meno di considerare anche nel singolo uomo il pensiero, il sentimento e il volere separatamente. Quando uniamo tutto insieme, il nostro sguardo non sarà sufficiente neppure qui per poter abbracciare tutto. Mentre ci alleggeriamo il compito relativamente per il fatto che consideriamo le tre proprietà separate e ognuna in se stessa, l’immagine svanirà quando consideriamo queste tre proprietà nell’anima umana in modo unificante. Lo facciamo per noi, perché la nostra forza non è sufficiente per considerare tutto insieme, perché quando uniamo le proprietà, l’immagine svanisce.

Quando si considerano i tre Vangeli, il Vangelo di Giovanni, Luca e Marco, e così si riceve un’intuizione del pensiero, sentimento e volere del Cristo Gesù, allora si può unificare ciò che queste tre proprietà possono portare di nuovo in un'armonia. Allora l’immagine dovrà necessariamente diventare indistinta e pallida, perché nessuna forza umana può essere sufficiente per unificare ciò che da noi è stato tenuto separato. Perché nell’essenza è presente un’unità e nessuna separazione; solo alla fine possiamo riunirlo in un’unità. Allora però esso svanirà dinanzi a noi. Ma per questo alla fine sorgerà dinanzi a noi ciò che il Cristo Gesù era come uomo terrestre, come uomo innanzitutto.

La considerazione su ciò che il Cristo Gesù era come uomo, come agì come uomo nei trentatré anni del suo essere terrestre, può essere sviluppata in collegamento con il Vangelo di Matteo. Ciò che è contenuto nel Vangelo di Matteo ci dà un’immagine umana armoniosa in se stessa. Se nel Vangelo di Giovanni abbiamo descritto un uomo-dio cosmico appartenente all’intero universo, se nel Vangelo di Luca dovemmo descrivere una singola entità amorosa che si offre in sacrificio, e nel Vangelo di Marco il volere del mondo in una singola individualità, nel Vangelo di Matteo abbiamo la vera figura del singolo uomo della Palestina, di quell’uomo che aveva vissuto trentatré anni, in cui è presente un’unità di tutto ciò che possiamo guadagnare dalla considerazione degli altri tre Vangeli. In collegamento con il Vangelo di Matteo la figura del Cristo Gesù ci si presenta tutta umana, come il singolo uomo terrestre, ma che non può essere compreso se le altre considerazioni non sono state precedenti. Anche se il singolo uomo terrestre allora svanisce, pure in questa immagine pallida è rappresentato ciò che è stato guadagnato dalle altre considerazioni. Un’immagine della personalità del Cristo può darla solo una considerazione che si collega al Vangelo di Matteo.

Così ora la cosa si presenta diversamente, da come dovemmo caratterizzarla diversamente quando ci avvicinavamo al primo Vangelo. Poiché ora abbiamo dietro di noi la considerazione di due Vangeli, possiamo dire come questi Vangeli stanno interiormente l’uno rispetto all’altro, e come possiamo guadagnare un’immagine del Cristo Gesù solo quando, opportunamente preparati, ci avviciniamo all’uomo che è diventato sulla terra attraverso il Cristo Gesù. L’uomo-dio ci si presenta nei confronti nelle considerazioni, collegandoci al Vangelo di Giovanni; e in collegamento con il Vangelo di Luca quell’entità che in sé unisce le correnti che fluivano da tutti i lati in ciò che si è sviluppato sulla terra nello Zoroastrismo, Buddhismo, nell’insegnamento della compassione e dell’amore. Tutto ciò che era prima ci si è presentato quando ci avvicinavamo alle considerazioni secondo il Vangelo di Luca. Quando il Vangelo di Matteo è considerato, allora innanzitutto ci si presenterà intimamente e precisamente ciò che è partorito dalla sua gente, dal popolo ebraico antico: l’uomo Gesù, come egli affonda le radici nel suo popolo, l’uomo Gesù, come doveva essere così precisamente all’interno del popolo ebraico antico. E comprenderemo perché il sangue del popolo ebraico antico doveva essere usato in una maniera ben determinata per contribuire per l’umanità terrestre precisamente questo sangue del Cristo Gesù.

Nell’aspetto del Vangelo di Matteo ci si presenterà l’essenza dell’antichità ebraica; ma non solo l’essenza dell’antichità ebraica: anche la missione di questo popolo per il mondo intero, la nascita della nuova epoca, la nascita del Cristianesimo dal mondo ebraico antico in fuori. E se si possono imparare grandi, significative, ampie idee attraverso il Vangelo di Giovanni, se si può guadagnare un sentimento per l’amore sacrificale più caldo, infinitamente caldo attraverso il Vangelo di Luca, se si può guadagnare una conoscenza delle forze di tutti gli esseri e regni dalla considerazione del Vangelo di Marco, così si guadagna ora una conoscenza e un sentimento di ciò che vive all’interno dell’umanità e dello sviluppo umano sulla terra attraverso il Cristo Gesù in Palestina. Ciò che il Cristo Gesù era come uomo, ciò che egli è come uomo, tutti i segreti della storia umana e dello sviluppo umano sono contenuti nel Vangelo di Matteo. Se nel Vangelo di Marco sono contenuti i segreti di tutti i regni e entità della terra e del cosmo che appartiene alla terra, così nel Vangelo di Matteo si cercano i segreti della storia umana. Imparando le idee della Sofia attraverso il Vangelo di Giovanni, imparando i misteri del sacrificio e dell’amore attraverso il Vangelo di Luca, imparando le forze della terra e del mondo attraverso il Vangelo di Marco, così impariamo la vita umana, la storia umana, il destino umano attraverso la considerazione secondo il Vangelo di Matteo.

Se nei sette anni del nostro movimento scientifico-spirituale fossero stati usati quattro anni per l’elaborazione delle linee direttrici e fondamentali e tre anni per il loro approfondimento, come una luce che deve essere gettata sui diversi campi della vita, così allora avrebbe potuto seguire la considerazione del Vangelo di Marco. Allora finalmente tutto l’edificio avrebbe potuto essere coronato dalla considerazione del Cristo Gesù secondo il Vangelo di Matteo. Ma poiché la vita umana è imperfetta, e non è stato così, almeno non in tutti coloro che stanno nel movimento scientifico-spirituale, non è possibile, immediatamente, senza suscitare fraintendimenti, passare alla considerazione del Vangelo di Marco. Si comprenderebbe male completamente la figura del Cristo, se si credesse che dal considerare il Vangelo di Giovanni o Luca potrebbe seguire qualche conoscenza sull’essenza del Cristo Gesù. Si crederebbe di nuovo che si possa applicare unilateralmente tutto ciò che dovrebbe essere detto per il Vangelo di Marco. E i fraintendimenti sarebbero ancora più grandi di quelli che sono già stati. Perciò, con riguardo a questo, deve essere scelto l’altro cammino. Deve ora seguire, per quanto possibile, nel prossimo tempo una considerazione secondo il Vangelo di Matteo. Con questo viene inizialmente rinunciato alle grandi profondità del Vangelo di Marco; ma con questo viene evitato che di nuovo qualcuno creda che con una proprietà sia già stata descritta l’intero uomo. Così diventa possibile eliminare i fraintendimenti. E verrà inizialmente formulata una considerazione, per quanto possibile, sull’origine del Cristo Gesù dal popolo ebraico antico, su ciò che si può chiamare la nascita del Cristianesimo in Palestina. Su questo, secondo il Vangelo di Matteo nel prossimo tempo, le nostre considerazioni verranno formulate, e per questo deve essere evitato che di nuovo sia confusa una delle proprietà con la considerazione dell’intera entità. Allora più facilmente potrà seguire ciò che dovrà essere detto secondo il Vangelo di Marco.

LA MISSIONE DEL POPOLO EBRAICO ANTICO

Berlino, 9 novembre 1909 Secondo Discorso

4°La missione del popolo ebraico antico

Berlino, 9 Novembre 1909

Nell’ora della conferenza precedente è stato già esposto che intendiamo svolgere alcune considerazioni sui Vangeli, ed è stato caratterizzato il motivo per il quale ora vogliamo riflettere su alcuni passi dal Vangelo di Matteo. È, in certa relazione, il lato più umano del Cristo Gesù che ci si manifesta in questo Vangelo. D’altra parte vi è contenuto anche una visione completa degli eventi storici, che mostrano come il Cristo Gesù cresca dalla stessa umanità. Poiché è così mostrato come la massima manifestazione dello sviluppo terrestre sia nata dalla storia, è naturale congetturare che i misteri più profondi del divenire umano ci possono incontrare precisamente in questo Vangelo.

Voglio anche oggi insistere esplicitamente nel sottolineare che le cose esposte in questa occasione sono sottili, e che si può facilmente danneggiare assai gravemente il movimento della scienza dello spirito, se in qualche modo unilaterale si presenta al mondo ciò che riguarda questi misteri. Perciò ogni comunicazione su queste cose deve essere accompagnata dalla massima prudenza pensabile. Non sarebbe nemmeno troppo richiesto, se ognuno si trovasse nella pazienza di comunicare qualcosa su un’immagine del Cristo solo dopo averla caratterizzata dai quattro lati che sono dati nei quattro Vangeli. Dalla considerazione del Vangelo di Luca si può già vedere come i due grandi flussi spirituali precristiani, lo Zoroastrismo e ciò che nel Buddhismo ha raggiunto la sua conclusione precristiana, si sono confluiti per riversarsi nel grande flusso cristiano della vita spirituale terrestre.

Il Vangelo di Matteo si occupa di un tema completamente diverso: cioè di mostrare come quella corporeità in cui si incarnò l’individualità dello Zoroastro cresce dal popolo ebraico antico. Si propone il compito di mostrare quale parte ha il popolo ebraico antico nello sviluppo intero dell’umanità. Potrebbe facilmente qualcuno pensare che, se l’individualità dello Zoroastro si è incarnata nel Gesù di Betlemme, allora fosse stata generata dal popolo ebraico solo la corporeità, e che non fosse detto altro se non che lo Zoroastro fosse rinato in una corporeità che cresceva dal popolo ebraico antico. Se si volesse introdurre una tale sfumatura di sentimento, ne risulterebbe un’immagine completamente falsa della verità.

Attraverso tali considerazioni deve diventarci sempre più chiaro che un’individualità come quella dello Zarathustra ha bisogno della corporeità come strumento. Se da altissime sfere, dai mondi più divini scendesse sulla terra un’individualità qualsiasi e si incarnasse in una corporeità inappropriata, non potrebbe farne nulla di diverso da ciò per cui la stessa può essere come strumento. Questa falsa sfumatura di sentimento, di cui si è appena parlato, potrebbe facilmente produrre molti malintesi. Nel movimento teosofico non si è a lungo compreso che la corporeità dell’uomo è il tempio dell’anima. Bisogna considerare quello che è stato da noi così spesso sottolineato: che l’Io umano abita in tre involucri, di cui ciascuno è più antico dello stesso Io. Questo Io è un essere terrestre, il più giovane fra i membri umani. Il corpo astrale ha avuto inizio sull’antico Saturno, il corpo eterico o corpo vitale ha avuto inizio sull’antico Sole, ha quindi dietro di sé tre stadi di sviluppo planetario; il corpo fisico è nella sua natura la parte più perfetta e ha dietro di sé quattro stadi di sviluppo planetario. Il corpo fisico è stato formato da eone a eone, così che oggi è questo strumento perfetto, in cui l’Io umano ha potuto svilupparsi, per portare l’uomo gradualmente di nuovo alle altezze dello spirituale. Se il corpo fisico fosse imperfetto come il corpo astrale e come l’Io, uno sviluppo umano sulla terra non sarebbe possibile.

Prendete questo nel pieno senso, così non potrete più associare una falsa sfumatura di sentimento alla rappresentazione che lo Zoroastro sia stato generato dal popolo ebraico. Quel popolo doveva essere proprio così costituito come era, se doveva fornire la corporeità per un’essenza come lo Zarathustra. Se ci rappresentiamo che questa essenza, da quando era ancora maestro del popolo persiano antico, si è sviluppata sempre più in alto, dobbiamo allora dire che era necessario darle uno strumento da un popolo di una grandezza appropriata alla sua essenza. Doveva essere creato uno strumento adatto a lui. Attraverso Saturno, Sole, Luna e Terra gli Dèi si sono sforzati di formare il corpo fisico dell’uomo in generale. Da ciò possiamo ben trarre la conclusione che la preparazione più intima di un corpo umano rendeva necessaria molta opera spirituale e divina, per sviluppare il corpo umano nella forma speciale come serviva a quello Zarathustra di allora.

Affinché questo fosse possibile, tutta la storia del popolo ebraico antico doveva svolgersi come si è effettivamente svolta. La Cronaca dell’Akasha ci mostra che ciò che si trova nell’Antico Testamento concorda veramente con i fatti storici. Doveva, dirimpetto nel popolo ebraico antico, tutto essere disposto in modo che culminasse per ultimo in quella sola personalità del Gesù di Betlemme. Ma per questo erano necessarie disposizioni particolari. Era necessario che dalla somma totale della cultura del tempo post-atlantico fosse estratto ciò che era più capace di sviluppare nell’umanità quelle forze che dovevano essere sviluppate, affinché l’umanità potesse porre al posto dell’antica facoltà chiaroveggente qualcosa di nuovo. Era proprio il popolo ebraico che era scelto per presentare innanzitutto una corporeità tale, che era organizzata fino nelle fibre più fini del cervello, in modo che ciò che noi chiamiamo conoscenza del mondo fosse realizzato senza l’influsso dell’antica chiaroveggenza. Questa doveva essere la missione di questo popolo. Nel progenitore di questo popolo, in Abramo, era stata appunto scelta un’individualità di tale natura che la sua corporeità era uno strumento appropriato per il pensiero giudicante. Tutto ciò che prima era grande e significativo stava ancora sotto i postumi effetti dell’antica chiaroveggenza. Ora doveva invece essere scelta una personalità che aveva il cervello più adatto per non lasciarsi spingere e urtar-si dalle immaginazioni e intuizioni chiaroveggenti, ma era chiamata a considerare le cose puramente con l’intelletto. Ma per questo aveva bisogno di un cervello particolarmente organizzato, e la personalità che aveva questo cervello doveva essere scelta. Questa la vediamo in Abram o Abramo.

Ciò concorda anche con le osservazioni della Cronaca dell’Akasha, che la direzione da cui quel Abramo veniva, partiva da oltre l’Eufrate verso occidente, verso Canaan in primo luogo. Abramo fu portato, come dice la Bibbia, da Ur in Caldea. Mentre nella cultura egiziana così come in quella caldaico-babilonese c’erano ancora i postumi effetti dell’antica chiaroveggenza crepuscolare, fu scelto dal popolo caldaico un individuo che non più vi si basava, bensì sulle osservazioni dei fenomeni del mondo esterno. Con ciò doveva essere inaugurata quella cultura i cui frutti sono ancora oggi incorporati nella nostra intera cultura e civiltà occidentale. Quel pensiero combinatorio, la logica matematica, fu inaugurato da Abramo; fino al Medioevo lo si considerava, in certo senso, come il rappresentante dell’aritmetica. Tutta la costituzione del suo pensiero era tale da considerare il mondo secondo il rapporto fra misura e numero.

Una personalità così costituita era adatta a guadagnare una relazione vivente con quella divinità che doveva rivelarsi attraverso il mezzo del mondo esterno. Tutte le altre divinità eccetto Jahvé si annunziavano nell’interno dell’anima umana, e si doveva risvegliare l’immaginazione, l’intuizione e così via nella propria anima, per saperne qualcosa. Nell’antica India si guardava fuori, si vedeva il sole sorgere, i diversi regni della terra, i fenomeni dell’atmosfera, del mare e così via; ma tutto questo era considerato come una grande illusione, come Maya, dove l’indiano non avrebbe trovato nulla di divino se non l’avesse acquisito attraverso l’immaginazione interiore e poi in seguito l’avesse messo in relazione con i fenomeni del mondo esterno. Anche in Zarathustra dobbiamo pensare così, che non avrebbe potuto indicare il grande essere solare, se nel suo interno non fosse sorto il grande essere di Ahura Mazda. Particolarmente vediamo questo nelle divinità egiziane, che sono completamente ricavate da esperienze interiori dell’anima e poi messe in relazione con le cose esterne.

Tutto ciò che era presente in divinità pre-ebraiche deve essere compreso da questo punto di vista. Jahvé tuttavia è quella divinità che guarda dall’esterno, che viene all’uomo da fuori, che si manifesta nel vento e nel tempo. Se l’uomo penetra tutto ciò che nel mondo esterno è presente in numero, misura e peso, si avvicina al dio Jahvé. In tempo precedente la direzione era opposta. Brahma era riconosciuto per primo nell’interno dell’anima, e da lì si procedeva in seguito verso l’esterno. Jahvé invece lo si riconosce per primo fuori, e solo allora può essere dimostrato anche nel proprio interno. Questo è il lato spirituale di ciò che è chiamato: l’alleanza di Jahvé con Abramo. Quest’uomo era appunto una personalità che poteva afferrare e comprendere Jahvé. La corporeità di Abramo era tale che questi poteva comprendere Jahvé o Geova come il Dio che vive e trama attraverso i fenomeni del mondo fuori.

Ora si tratta di dedurre da questa peculiarità di quel singolo uomo, di Abramo, la missione di un intero popolo. Era necessario che la costituzione spirituale di Abramo si trasmettesse anche ad altri. Ma essa è legata ai mezzi fisici, poiché tutto ciò che deve essere portato al di fuori è legato a un’organizzazione molto determinata del corpo fisico. Le antiche religioni costruite sulla base della chiaroveggenza crepuscolare non avevano bisogno di porre tanto peso sul fatto che le singole parti del cervello fossero formate così o così; la comprensione di Geova era però strettamente legata alla costituzione del cervello fisico. Solo attraverso la trasmissione fisica all’interno di un popolo coeso da consanguineità era possibile una trasmissione di tali proprietà.

Allora doveva accadere qualcosa di molto particolare. Abramo doveva avere una discendenza che continuasse quella costituzione speciale del corpo fisico che fino ad allora gli Dèi avevano costruito e che in Abramo era presente nel più alto fiore. Doveva ora essere assunto in modo autonomo dagli uomini l’edificazione del corpo fisico, affinché fosse proseguito ciò che finora gli Dèi avevano fatto, e ciò doveva accadere attraverso molte generazioni. Doveva conservarsi un cervello che comprendesse Jahvé per mezzo della trasmissione fisica. L’alleanza di Jahvé con Abramo doveva trapassare anche ai discendenti. Ma per questo era necessaria un’enorme dedizione dell’individualità di Abramo a Jahvé, poiché la possibilità di sviluppare sempre più una certa costituzione si consegue solo se la si usa nel senso in cui è stata creata. Se si vuole, per esempio, rendere la mano particolarmente abile per un certo scopo, ciò può accadere solo sviluppandola ulteriormente nel senso in cui è stata creata. Se si volesse sviluppare le proprietà fisiche del cervello come comprenditore di Jahvé, questa dedizione e questa comprensione di Jahvé in Abramo doveva raggiungere il grado massimo possibile.

Così fu effettivamente. Nella Bibbia ci è raccontato come questo accadde. Una dedizione diventa la più grande quando si sacrifica quello che si dovrebbe diventare per il futuro. Abramo deve sacrificare a Jahvé suo figlio Isacco. Con ciò sacrificherebbe l’intero popolo ebraico e tutto ciò che era lui stesso, e che doveva essere portato nel mondo attraverso di lui. Abramo fu il primo comprensore di Geova. Se voleva mostrarsi completamente abbandonato a lui, doveva abbandonarsi completamente. Attraverso il sacrificio del suo unico germoglio rinunciava a ogni propagazione della sua stirpe nel mondo.

Ha portato le cose fino al punto di aver sacrificato Isacco; era sua intenzione. E riceve Isacco di nuovo. Che cosa significa? Significa qualcosa di assolutamente enorme. Lo riceve dallo stesso Jahvé, cioè Abramo arriva al punto di non trasmettere la missione che ha in virtù dell’individualità del suo Sé ai posteri per mezzo di sé stesso, bensì di riceverla come dono di Jahvé o Geova nel suo proprio figlio. Chi riflette su questo noterà che qui si nasconde un fatto della storia mondiale che illumina i misteri del divenire storico dell’umanità in misura illimitata.

Ora vediamo come gli eventi continuano. Attraverso quella dedizione di Abramo a Jahvé diventa possibile che veramente continui ciò che finora gli Dèi avevano creato. Ciò che l’umanità fisica è, nacque dal cosmo. Sappiamo bene come ciò che è la corporeità umana sulla terra sia collegato secondo numero, misura e peso con tutte le leggi che governano i mondi stellari. L’uomo nacque dai mondi stellari; porta in sé le leggi dei mondi stellari. Le leggi dei mondi stellari dovevano essere scritte nel sangue che fluisce attraverso le generazioni del popolo ebraico antico da Abramo. Nel popolo ebraico antico tutto doveva essere ordinato così che il flusso della conformità a legge continuasse a fluire, quel flusso che dal cosmo secondo la misura di numero, misura e peso ha ordinato il corpo fisico umano nel senso dell’ordine stellare. Lo troviamo di nuovo in un detto che nella Bibbia è così terribilmente distorto. Dice così che Dio vuole rendere gli israeliti numerosi come le stelle in cielo. Ma è inteso nel senso che nella maniera come si propagano e si diffondono sulla terra, vuole fare regnare le leggi, i rapporti numerici come regnano nelle stelle in cielo. Secondo l’armonia numerica delle stelle il popolo ebraico nella sua propagazione deve essere ordinato.

Vediamo come questo accade. Isacco aveva due figli, Giacobbe e Esaù. Vediamo anche come tutto ciò che fluisce attraverso il sangue delle generazioni — mentre ciò che appartiene alla direzione di Esaù è escluso e la direzione appropriata è estratta — continua a plasmarsi. Giacobbe aveva dodici figli corrispondenti alle dodici parti dello zodiaco, attraverso cui il sole si muove in cielo, per realizzare l’ordine delle stelle. Questa è la conformità a legge interiore. Ci appare effettivamente, nella vita e nel modo di propagazione del popolo ebraico, un’immagine di numero e misura come regnano in cielo. Abramo era pronto a sacrificare suo figlio Isacco. Con ciò ha ricevuto di nuovo la sua intera missione da Jahvé. Al posto di Isacco fu sacrificato un ariete o agnello. Che cosa significa?

Qui si cela qualcosa di straordinariamente profondo. Quella corporeità umana che doveva propagarsi e a cui erano legate quelle capacità che determinano la comprensione del mondo secondo misura e numero, secondo logica matematica, doveva essere conservata e ricevuta come dono di Jahvé. Ma per averla immacolata da qualsiasi altra cosa, era necessario che fosse rinunciato a ogni chiaroveggenza crepuscolare antica, che fosse rinunciato a tutte le immaginazioni, intuizioni, a ogni afflusso di quelle rivelazioni come erano presenti in tutte le altre religioni dei tempi antichi fino a quella caldaica ed egiziana. Doveva essere rinunciato a ogni dono dal mondo spirituale. L’ultimo dono dal mondo spirituale che rimane, quando tutti i precedenti sono oscurati, è indicato nella simbologia mistica attraverso l’ariete. I due corna dell’ariete significano: il sacrificio del fiore di loto a due petali. L’ultimo dono chiaroveggente è sacrificato, dopo che i precedenti erano già stati abbandonati prima. Per conservare la corporeità in questa organizzazione in Isacco, l’ultima facoltà chiaroveggente, il dono dell’ariete, il fiore di loto a due petali qui è sacrificato.

Ora il popolo vive nella sua missione in modo che precisamente queste capacità di Abramo si propagano da generazione a generazione. Nel momento in cui atavisticamente riappare questo dono chiaroveggente, dove di nuovo uno vede dentro i mondi spirituali, si esercita una reazione tale che questa personalità per prima è esclusa, che non è tollerata all’interno della comunità popolare. L’antipatia contro questo dono dell’ariete si esercita nell’ostilità. Questo si mostra in Giuseppe. Nei suoi sogni aveva illuminazioni profetiche dal mondo spirituale. È completamente naturalmente spinto fuori dal popolo, perché ciò che aveva cadeva fuori dalla vera missione del popolo ebraico. Dai fratelli è ripudiato, perché in lui riappare un retaggio dell’antica facoltà chiaroveggente. Perciò Giuseppe doveva andare in Egitto, perché cadeva fuori dalla missione del suo popolo.

Così significative sono queste cose che ci sono raccontate! Ora vediamo oltre come attraverso quella personalità, attraverso cui si conserva in un retaggio antico ciò su cui il popolo ebraico antico poteva solo guardare indietro come a qualcosa che era prima di Abramo, come attraverso questa personalità, attraverso Giuseppe, è portato di nuovo in essere ciò che era così necessario per lo sviluppo del popolo ebraico antico per il compimento della sua missione. Era, in certo modo, chiuso il cancello per il popolo ebraico antico dinanzi a quel mondo che l’aveva condotto, attraverso l’antica chiaroveggenza crepuscolare, a dare religione all’indianesimo e al persianismo. Il cancello era chiuso. Si guardava fuori nel mondo, si ordinava secondo misura e numero, e come l’unità in cui si ordinava tutto, si vedeva Jahvé o Geova. L’unica cosa che ancora si sapeva era che questo, che si vedeva fuori, che in Jahvé come creatore dei fenomeni del mondo si manifestava a uno, era uno e lo stesso con l’essenza Io umana. Ma su questo non sorgevano immaginazioni, nessuna esperienza interiore propria all’interno di queste comunità popolari. In quel tempo, dico esplicitamente, non c’erano esperienze proprie su questo. Perciò doveva impararlo anche dall’esterno, cioè doveva impararlo da un popolo che queste esperienze ancora aveva.

Così la personalità di Giuseppe forma l’anello di congiunzione fra il popolo ebraico antico e gli egiziani, cioè il popolo presso il quale si poteva imparare ciò che il popolo ebraico antico non aveva più come esperienza. Ciò che oggi si può mettere insieme da sé quando si hanno avute le proprie esperienze interiori — le conoscenze, le esperienze del mondo esterno e quelle dell’immaginazione interiore — doveva essere messo insieme dal fatto che ci si dedicava a un popolo che ancora aveva queste esperienze in alto grado, al popolo egiziano. Tali capacità interiori dovevano essere portate in armonia con ciò che si era acquisito da sé attraverso la logica matematica. Ma verso questo popolo egiziano poteva andare solo una personalità che aveva qualcosa di tale immaginazione. Giuseppe era il giusto anello di congiunzione, perché aveva egli stesso ancora tali capacità. Perché poteva servire gli egiziani: perché era capace di due cose. Primo, aveva l’antica facoltà chiaroveggente dal tempo prima di Abramo. Poteva comprendere quello che il popolo egiziano antico attraverso la facoltà chiaroveggente aveva acquisito. Ma ciò che questo popolo non aveva era la logica matematica, cioè non poteva applicare nella vita fisica quello che aveva come immaginazione. Il Faraone era perciò incapace di ordinare le cose correttamente quando entrava qualcosa che prima non era stato sempre presente. Immaginazioni si potevano avere, ma quando un certo disordine era entrato, di pensare in modo saggio, misurato e numericamente ordinato e di ordinare le relazioni, per questo era necessaria un’altra capacità che gli egiziani non possedevano, e questa aveva Giuseppe. Perciò era capace di dare i giusti consigli alla corte egiziana. Così era il giusto anello di congiunzione fra il popolo ebraico e gli egiziani. In tal modo poteva realizzare che la dottrina di Jahvé o Geova, che fino allora era come un riassunto della realtà esterna, come un’immagine matematica del mondo, ricevesse colore e contenuto dall’immaginazione interiore che si aveva in Egitto.

Questo connubio e armonico accordo tra le esperienze dell’antico Egitto e le conoscenze della coesione del mondo è stato portato da Mosè. Quando questo era realizzato, il popolo poteva di nuovo essere ricondotto per elaborare secondo la sua natura ciò che era stato sperimentato in Egitto, non vissuto. Poiché si trattava proprio del fatto che questo dono rimanesse immacolato da altri popoli, che l’immacolata proprietà del sangue rimanesse inalterata. Doveva però essere salvata l’eredità di ciò che gli antichi popoli avevano potuto acquisire. Così l’eredità da tempi antichi, ciò che di beni di saggezza era nel popolo egiziano, è stata incorporata da Mosè al popolo ebraico antico con le sue capacità logico-matematiche. Ma allora il popolo doveva essere di nuovo strappato via, poiché doveva ereditare ciò che era possibile come nuova capacità solo al popolo abramitico.

Ora questo popolo viveva oltre. Per il fatto che perfezionava sempre più le condizioni preliminari e che il sangue di questo popolo si orientava sempre più secondo queste condizioni preliminari, che si sviluppava come si era sviluppato nella serie delle generazioni, per questo era possibile in un determinato momento far nascere la corporeità del bambino Gesù dal sangue di questo popolo, corporeità in cui poteva discendere la personalità dello Zarathustra o Zoroastro. Per questo il popolo doveva essere reso forte e potente.

Se seguiamo, in conformità al senso del Vangelo di Matteo, la volta dei giudici e dei re e i diversi destini del popolo ebraico antico, vedremo come anche quelle situazioni che ci mostrano questo popolo così che spesso devia, erano proprio necessarie per realizzare quello che è stato realizzato. In particolare era anche necessario che il popolo subisse la disgrazia che si esprime nel portamento in cattività babilonese. Vedremo come la peculiarità popolare si è sviluppata, e come qui era necessario lo scontro con l’altro lato della tradizione antica che era presente in Babilonia, quando il popolo era maturo per essere ricondotto insieme a quello che aveva abbandonato. Questo è l’uno. L’altro è il fatto che proprio nel tempo in cui il popolo ebraico è stato ricondotto insieme con il babilonese, un grande e potente maestro dell’oriente insegnava là, e che alcuni dei migliori del popolo ebraico potevano stare ancora sotto la luce di questo grande maestro. Questo è il tempo in cui Zarathustra come Nazarathos o Zaratos insegnava lì, in quelle regioni in cui gli ebrei erano stati condotti. Alcuni dei migliori profeti stavano ancora sotto la sua influenza. Là poteva fare ancora tanto su questo popolo quanto si deve fare quando il sangue ha già realizzato un certo effetto, e poi certi influssi dall’esterno devono aggiungersi.

È quasi così che non si sbaglia di molto se si paragona questo intero sviluppo con lo sviluppo del singolo uomo che gradualmente cresce. Abbiamo innanzitutto il bambino che nasce. Cresce fino al settimo anno e sta nella cura fisica dei genitori. Qui sono soprattutto gli influssi del piano fisico che devono agire. Poi comincia lo sviluppo che si avvia per il fatto che il corpo eterico è per la prima volta propriamente nato. Lo sviluppo si basa sul fatto che la memoria è sviluppata, così che ciò che nel corpo eterico può svilupparsi gradualmente si rafforza nella giusta maniera. Nel terzo periodo comincia quello che si può chiamare: l’uomo entra ora con il suo corpo astrale in una relazione al mondo esterno; deve accogliere quello che si può chiamare capacità di giudizio.

In certo modo il popolo ebraico antico ha percorso questo cammino in modo molto peculiare. Ha percorso per primo il primo periodo, da Abramo fino al tempo dei primi re. Questo è da paragonare al primo periodo della singola vita fino al settimo anno. Qui sono compiute tutte le cose capaci di solidificare le proprietà del sangue. Tutto quello che è raccontato — il vagabondaggio di Abramo, lo sviluppo delle dodici tribù, l’incorporazione della legislazione mosaica, i pericoli nel deserto — è da paragonare a ciò che nel primo settennio della vita affonda nell’uomo dal piano fisico. Poi viene il secondo periodo: il consolidamento interiore, il regno fino alla cattività babilonese. Poi viene l’influsso del caldaismo, della magia orientale sul popolo ebraico. E il maestro che allora, 550 fino a 600 prima della nostra era, versava nel popolo ebraico questo influsso orientale, era già allora l’individualità dello Zarathustra. E così ha già allora preparato il lavoro per trovare una corporeità appropriata. Così si sviluppano nelle generazioni in basso, da Abramo in poi, sempre più la possibilità e le condizioni affinché potesse nascere la corporeità appropriata, che allora poteva essere la reincarnazione dello Zarathustra.

Il Vangelo di Matteo presenta in particolare questo sviluppo in modo meravigliosamente fedele, introducendo una tripartizione. Abbiamo tre volte quattordici membri: da Abramo a Davide quattordici membri, da Davide fino alla cattività babilonese quattordici membri, dalla cattività babilonese fino al Cristo Gesù di nuovo quattordici membri. Questo dà tre volte quattordici o quarantadue membri, come a mostrare che in questa corporeità del Gesù si trova l’estratto di tutto ciò che da Abramo in giù attraverso i destini interi del popolo ebraico antico è stato preparato. E ora deve manifestarsi un essere umano che tutte le proprietà che sono state messe insieme attraverso la successione generazionale, esprime nell’operare psichico nell’operare psichico, le riunisce nella sua intera personalità, in un solo uomo. Tutto lo sviluppo ebraico da Abramo doveva essere riunito in un uomo. E questo doveva culminare nel Gesù del Vangelo di Matteo. Come poteva accadere? Questo è possibile solo se è ripetuto l’intero corso dello sviluppo in maniera psichica. Zarathustra parte all’incirca da quel luogo in Ur in Caldea, spiritualmente dalle Iniziazioni, da dove Abramo era venuto. La stella d’oro appare là per prima, parte da là, i magi di lì la seguono. Spiritualmente accade lo stesso che è accaduto fisicamente attraverso Abramo. La strada che Abramo ha percorso, quella cammina spiritualmente la stella, che i magi seguono: è lo stesso Zarathustra che si incarna, che cammina quella strada che Abramo aveva camminato, e si abbassa sopra il luogo della nascita. Questo è il momento in cui l’individualità dello Zarathustra si incarna nel bambino Gesù di Betlemme. I magi lo sanno. Seguono la stella, cioè il loro grande maestro Zarathustra che si incarna là.

Ora si tratta del fatto che veramente il cammino continui, che veramente nella personalità del solo Gesù c’è l’estratto intero dello sviluppo ebraico intero. Vediamo innanzitutto che nello spirito si ripete un sacrificio, il sacrificio di Isacco; almeno nello spirito è ripetuto attraverso il sacrificio dei tre magi dall’oriente: oro, incenso e mirra furono da loro offerti. Contemporaneamente vediamo che di nuovo qualcosa accade, che ricorda eventi precedenti del popolo ebraico antico. Con l’intera nascita di questo bambino Gesù è connesso qualcosa che è un’immagine dei destini del popolo ebraico antico. C’era un Giuseppe, che aveva un’eredità nel sognare, e rappresenta l’anello di congiunzione fra il popolo ebraico e il popolo egiziano; ora è di nuovo un Giuseppe, che ha sogni, e a cui nel sogno è mostrato non solo che Gesù è nato, ma che egli con Gesù deve andare in Egitto.

Ora il cammino dello Zarathustra nel corpo del bambino Gesù continua. Come ha percorso il cammino che Abramo ha fatto sul piano fisico da Ur in Caldea a Canaan, così ora continua il cammino verso l’Egitto — e il bambino Gesù è di nuovo ricondotto dall’Egitto, come il popolo ebraico era stato ricondotto. Così abbiamo, all’apparizione del Gesù di Betlemme che più tardi si è chiamato il Nazareno, una ripetizione dei destini interi del popolo ebraico antico fino al ritorno dall’Egitto nella terra promessa Palestina. Ciò che si è svolto là attraverso lunghi, lunghissimi secoli come storia esterna del popolo ebraico, si ripete ora nel destino di quell’essenza umana che rappresenta lo Zarathustra nel corpo del Gesù di Betlemme. Questo è nel senso del Vangelo di Matteo, pensato in grande, il mistero della storia umana in generale. Non si comprende la storia umana se non si comprendono così le singole grandi individualità direttrici, che hanno una missione speciale, che nel loro destino particolare si ripete l’intero sviluppo attraverso i secoli; che esse accolgono in un’incarnazione un estratto di ciò che è stato creato nella storia attraverso i secoli. Il Cristo Gesù doveva certo accogliere assai più, ma innanzitutto doveva essere la corporeità particolarmente preparata, e questo poteva avvenire solo attraverso le disposizioni descritte.

Come stanno le cose con il momento in cui doveva avvenire proprio quella breve ricapitolazione della storia intera del popolo ebraico nella personalità del Gesù? Che tipo di momento è questo nella storia? Per questo si prendano insieme i seguenti fatti dello sviluppo che da anni ho tentato di preparare nella vostra concezione. Prendete insieme: l’umanità proveniva da uno sviluppo antichissimo in cui tutto ciò che riuniva gli uomini nell’amore era legato ai legami di sangue. Si amavano reciprocamente quelli che erano legati da legami di sangue, e ci si sposava solo all’interno di stretti vincoli di sangue. Un altro amore non c’era nei tempi antichi. Perciò l’amore era legato alla consanguineità. Questo è chiamato amore prossimo: dall’amore prossimo l’umanità proveniva. Sempre più questi singoli gruppi in diverse parti della terra furono mescolati. Possiamo seguire in tutti i popoli come è considerato un evento speciale quando uomini e donne di una tribù si sposano in un’altra tribù, quando entra la transizione all’amore lontano. In tutti i miti e le saghe, per esempio nel canto di Gudrun, questo è caratterizzato come un evento speciale. Questo sempre ha fatto una speciale impressione. Durante questo sviluppo dell’umanità sono due flussi attivi. In questo riunire attraverso legami di sangue ha sempre già operato il principio spirituale divino, che doveva riunire l’umanità, che doveva fare Uno da tutta l’umanità. Gli si opponeva il principio luciferino che vuole mettere ogni uomo su se stesso, che vuole rendere il singolo uomo così potente e grande come è possibile. Entrambi i principi devono essere presenti nella natura umana, entrambe le forze devono operare nello sviluppo umano.

Ora questi due poteri erano all’opera nel corso del progresso dello sviluppo umano: i poteri spirituali divini e i poteri luciferini rimasti sulla Luna che volevano trattenere l’uomo dall’affievolirsi in sé, che lo volevano piuttosto rendere del tutto autonomo. Questi due poteri erano sempre all’opera nello sviluppo umano. Per questo l’Io dell’uomo, che è un prodotto terrestre, era sempre strattonato avanti e indietro. Da un lato era orientato verso l’amore umano, dall’altro verso l’autonomia interiore. Ora a un certo momento entrava una sorta di crisi per quel che riguardava la cooperazione di questi due poteri. Questa crisi, questa decisione nell’umanità era presente quando, attraverso le azioni dell’Impero Romano, per un grande cerchio della terra i popoli erano completamente mescolati. Era questo in verità un momento decisivo nello sviluppo dell’umanità, il momento della decisione dove doveva diventare evidente che cosa dovesse accadere dalla questione indecisa dell’amore prossimo e dell’amore lontano. Gli uomini stavano davanti al pericolo di perdere il loro Io rimando all’interno delle singole tribù o di perdere ogni connessione con l’umanità e diventare solo singoli individui autonomi ed egoistici. Questo momento era dunque presente.

Che cosa doveva accadere in questo momento? Qualcosa di molto determinato. L’Io umano doveva diventare maturo per sviluppare in sé quello che si può chiamare autonomia, libertà, e liberamente dall’interno di sé dispiegare l’amore psichico che non era più legato ai legami di sangue. L’Io stava davanti al punto di decisione. Doveva essere completamente liberato, divenire pienamente consapevole di sé. Così davanti all’intera umanità, con eccezione dei popoli orientali, stava la nascita nuova dell’Io: una tale nascita dell’Io attraverso cui questo Io doveva giungere all’amore nato dall’Io stesso. L’Io doveva sviluppare l’amore dalla libertà, e dalla libertà. L’Io doveva sviluppare la libertà dall’amore. E in fondo un tale essere è solo completamente un uomo. Solo chi è un vero uomo chi sviluppa un tale Io. Perché chi ama solo perché ci sono legami di sangue, è spinto all’amore e esprime solo su un grado superiore ciò che su un grado inferiore è anche presente nel regno animale. Solo nel momento che abbiamo appena descritto c’è stata la completa umanizzazione. In questo momento doveva passare sulla terra quell’influsso che faceva dell’uomo un uomo.

Ricordatevi ciò che vi ho detto innumerevoli volte: che l’uomo per sua natura consiste di tre membra — dal corpo fisico che ha in comunione con i minerali, dal corpo eterico che ha in comunione con le piante, e dal corpo astrale in cui fondamentalmente anche l’amore finora era seduto, che ha in comunione con gli animali. Attraverso il suo Io pienamente sviluppato l’uomo è la corona della creazione terrestre. Tutti gli altri esseri terresti hanno nomi che si possono dare loro dall’esterno, sono oggetti. L’Io ha un nome che solo può darsi da sé. Nell’Io parla la divinità, nell’Io non parlano più le relazioni terrene, nell’Io parla il regno dello spirito. Lo spirito dai cieli parla quando questo Io è completamente venuto a se stesso. Si potrebbe dire: finora c’erano tre regni — il minerale, il vegetale e il regno animale — e un regno che si era sì elevato da questi, che però non li aveva ancora portati a perfezione, che non aveva ancora ricevuto in sé la sua intera essenza sovraterrena. Questo regno che consiste nel fatto che in un’Io-ità è accolta ciò che altrimenti non si trova in nessun luogo sulla terra, il mondo spirituale, i regni dei cieli, questo regno si è chiamato secondo l’uso linguistico della Bibbia il regno o i regni dei cieli; nella Bibbia è usualmente tradotto « Regno di Dio ».

Il regno dei cieli non è nulla di diverso da una perifrasi dell’espressione « Regno umano ». Se diciamo: regno minerale, vegetale, animale, così possiamo nel senso della Bibbia indicare come quarto regno: il regno dei cieli. Il regno umano, così possiamo dire nel senso della Bibbia, è il regno dei cieli, così che colui che allora nel senso delle Iniziazioni guardava dentro l’intero corso dello sviluppo umano poteva dire la seguente cosa: guardate indietro nei tempi passati; là l’umanità è stata condotta all’umanità, non era ancora il regno dei cieli sulla terra. Ora è il momento dove il regno dei cieli viene sulla terra. — Questo ha detto il precursore del Cristo Gesù e il Cristo Gesù stesso: « Il regno dei cieli si è avvicinato », e con ciò hanno caratterizzato il loro tempo nella sua essenza più profonda. Ma in questo tempo doveva cadere proprio la nascita del Cristo Gesù. Egli doveva portare quelle forze dell’umanità attraverso cui l’Io poteva sviluppare tali proprietà. Così l’intero sviluppo umano è diviso in due parti: in una precristiana in cui il regno dei cieli non era ancora sulla terra, e in una parte in cui il regno dei cieli era sulla terra, il regno umano nel suo significato più alto. Il popolo ebraico antico era stato scelto per fornire la corporeità fisica, gli involucri corporei che erano cresciuti come un’essenza per accogliere il portatore di questo regno dei cieli.

Questi sono quei misteri che risultano quando si afferra storicamente le cose nel senso più profondo in connessione con il Vangelo di Matteo. Così che ai due flussi caratterizzati, ai due contributi al cristianesimo che abbiamo conosciuto, allo Zoroastrismo e al Buddhismo, aggiungiamo ancora come terzo flusso il flusso ebraico antico, il contributo del popolo ebraico antico. Potremmo ora dire il seguente: c’erano guide come il Buddha e lo Zarathustra. Questi volevano offrire i sacrifici dei loro flussi religiosi. E là un tempio doveva essere costruito. Il tempio poteva essere costruito solo attraverso il popolo ebraico antico. Questo popolo ha costruito il tempio della corporeità del Gesù. In questo tempio potevano entrare questi due primi flussi. Là sacrificò per primo lo Zarathustra incarnandosi in questo corpo; là sacrificò poi il Buddha versando in quello di Gesù il suo Nirmanakaya. Così questi due flussi confluiscono insieme.

Per darvi qualcosa che, in certa relazione, sono pensieri conclusi, potevo darvi oggi solo schizzi astratti molto fuggevoli di questi profondi misteri. Ma per dare una volta pensieri conclusi, ho caratterizzato oggi in generale in modo schematico. Continueremo questo più tardi per avere un’immagine della missione del popolo ebraico antico e della crescita completamente singolare del Cristo Gesù da questo popolo. Allora si rivelerà a noi l’unicità, come dalla storia, dal corso temporale dello sviluppo, un’essenza cresca di una validità eterna, di una validità di durata imperituro. Così si mostrerà gradualmente come potesse svilupparsi da un mondo caducità quello che resisterà a un’eternità.

LA PREPARAZIONE PER LA COMPRENSIONE DELL’EVENTO DEL CRISTO

LA MISSIONE DEL POPOLO EBRAICO ANTICO

5°La preparazione alla comprensione dell’Evento cristico.

Berlino, 23 Novembre 1909

Come contributo che si collegava al Vangelo di Matteo, abbiamo dovuto dire qualcosa l’ultima volta nella nostra considerazione della missione dell’antico popolo ebraico, dell’emergenza del Cristo Gesù da questo popolo. Poiché deve essere chiarezza attraverso le nostre considerazioni collegate ai Vangeli, come i diversi flussi dello spirito si sono confluiti insieme per poi, nel grande flusso spirituale cristiano, contribuire insieme all’ulteriore sviluppo della terra. Ora in una breve considerazione si poteva mostrare soltanto in maniera molto schizzata quale parte nello sviluppo complessivo dell’umanità era toccata al popolo ebraico antico. Ma non si può comprendere il Vangelo di Matteo se non si affronta almeno singolarmente qualche altro membro di questo popolo. Per comprendere completamente, dobbiamo di nuovo rappresentarci alla mente in modo molto preciso in cosa consista propriamente la missione di quel popolo. Avete visto che essa si distingue dalle missioni degli altri popoli precristiani. Questi erano ancora legati a ciò che si potrebbe chiamare i risultati dell’antica chiaroveggenza dell’umanità. Tali risultati li troviamo presso tutti i popoli dell’antichità; si potrebbe chiamarli un’antica saggezza.

Se vogliamo caratterizzare tutto ciò in modo appropriato, possiamo dire: nell’antica Atlantide gli uomini vedevano ancora comunemente nel mondo spirituale. Sebbene solo gli iniziati potessero avere le esperienze superiori, tuttavia ciascuno aveva almeno un concetto del mondo spirituale, perché in certi stati intermedi l’uomo dell’epoca atlantica poteva ancora guardarvi dentro, in un ambito spirituale. Questa capacità doveva però essere sostituita da quella che al giorno d’oggi è la capacità principale dell’uomo: l’attività intellettuale, la comprensione del mondo esterno con i sensi fisici, in breve, la vita nel mondo fisico esterno. Lentamente e gradualmente questo si sviluppò nel corso dell’epoca precristiana, così che possiamo dire: presso l’antico popolo indiano c’era fondamentalmente ancora un considerevole resto dell’antica chiaroveggenza. Quello che gli antichi Rishi insegnavano era anche un’eredità dei tempi antichi, era un’antica saggezza. Anche nella seconda epoca di cultura del tempo postatlanteo, in quella persiana, quello che i discepoli e i seguaci di Zoroastro conoscevano si basava sulle eredità dell’antica chiaroveggenza. Similmente l’astronomia caldea era permeata dall’antica saggezza, così come quello che avevano gli antichi Egiziani. Una scienza che calcolasse con le capacità postatlantiche dell’uomo sarebbe rimasta del tutto incomprensibile sia agli Egiziani sia ai Caldei. Una scienza che si esprima attraverso immagini di concetti e di idee di natura fisica allora non esisteva ancora. Un tale pensare, come l'abbiamo noi, non esisteva.

Non è affatto inutile farsi chiarezza su quale sia la differenza tra un vero veggente dei nostri tempi e, diciamo, un veggente caldeo antico o egizio antico. Chi oggi, proprio dalle premesse naturali della nostra epoca, arriva al veggentismo, per costui la cosa funziona così: riceve ciò che si chiama le rivelazioni dal mondo spirituale, le sue intuizioni, esperienze e vissuti dal mondo spirituale, cosicché deve penetrare queste intuizioni con ciò che qui nel mondo fisico può acquisire come pensiero logico e ragionevole attraverso il suo ordinario pensare terrestre. Gli insegnamenti appartenenti ai tempi moderni non possono essere completamente compresi se non viene incontro un’anima che si sia educata propriamente al pensiero logico e ragionevole. Questi insegnamenti odierni e rivelazioni rimangono incomprensibili; esigono che l’anima vi si avvicini con il pensiero logico. Chi li ha oggi, senza avere la volontà di pensiero logico, senza avere la volontà di un’educazione ragionevole e sacrificale delle sue forze terrene, può giungere solo a ciò che si chiama chiaroveggenza visionaria, che non potrebbe essere completamente compresa, una chiaroveggenza che rimane incomprensibile e quindi anche fuorviante. Solo un’anima che ha veramente la volontà intensiva di imparare in modo ragionevole, incontra in modo appropriato gli insegnamenti odierni del veggentismo. Per questo motivo, in un movimento spirituale come il nostro, si deve attribuire il massimo valore al fatto che il veggentismo non sia sviluppato in modo unilaterale e le rivelazioni del mondo spirituale non siano annunciate in modo unilaterale, ma si deve anche operare affinché l’anima porti qualcosa agli insegnamenti e alle rivelazioni. Si deve veramente svolgere altrettanto lavoro logico quando si vuole l’educazione del veggentismo. Entrambi non possono essere separati nella nostra epoca.

Per il veggente egizio o caldeo era tutt’altro. Egli riceveva con i suoi insegnamenti, che seguivano una strada completamente diversa, anche contemporaneamente le leggi logiche. Per questo non aveva bisogno di una logica particolare. Gli venivano date, quando era passato attraverso una scuola spirituale, già le leggi compiute negli insegnamenti. L’organismo odierno non è più adatto a questo. Si è evoluto oltre, poiché l’umanità progredisce.

Se si guarda attentamente questa differenza, allora diventa completamente comprensibile cosa significhi che ancora resti dell’antica chiaroveggenza erano presenti nel tempo precristiano, con l’unica eccezione del popolo ebraico antico, che era stato scelto per primo per sviluppare un organismo umano tale che fosse predisposto a scrutare il mondo fisico esterno secondo misura, numero e così via, e così gradualmente, dalla conoscenza del mondo fisico, ascendere alla consapevolezza dello Spirituale, che si unificava nell’immagine di Jahvé o Geova. L’essenziale era che in Abramo fosse stato scelto un uomo il cui cervello era costruito cosicché potesse diventare il capostipite di un intero popolo che da lui ereditasse queste proprietà. Non solo gli insegnamenti che sorgono nell’intimo dovevano essere ricevuti, ma dovevano essere considerati come un dono che viene da fuori. Tutto ciò che proveniva da Abramo all’inizio non ricevuta dall’interno, ma tutto come una rivelazione proveniva da fuori. Così è dato qualcosa di straordinariamente importante per la distinzione dell’intera organizzazione di quel popolo dagli altri popoli dell’antichità; si distingue radicalmente da tutti gli altri popoli.

Potete immaginare che le vecchie capacità, le vecchie eredità non potessero andare perdute tutte in una volta, ma che anche in questo popolo restassero ancora vecchi resti. Questo è indicato in Giuseppe, che ancora aveva molte caratteristiche in comune con gli altri popoli. Così poteva formare l’anello di congiunzione tra l’antico popolo ebraico e il popolo egizio, che era ancora completamente immerso nel flusso spirituale dei popoli precristiani. Solo poco per volta potevano svilupparsi le nuove capacità.

Perché fu preparato così un popolo? Perché dovette essere scelto un popolo per essere separato da tutta la restante vita spirituale precristiana, e perché doveva ricevere capacità del tutto particolari? Per questo motivo doveva accadere, affinché fosse data la possibilità di preparare uomini al grande momento che accadde proprio allora, quando il Cristo Gesù veniva sulla terra. Era il momento in cui tutta l’antica chiaroveggenza e la consanguineità avevano perso il loro significato e qualcosa di nuovo entrava per l’uomo: cioè l’uso completo dell’Io. Attraverso l’incrocio radicale del sangue andava perduto quello che aveva grande significato nei tempi antichi, ma allora entrava in vigore l’uso completo dell’Io umano. Così il vero regno umano o il Regno dei Cieli veniva partorito aggiuntivamente agli altri regni.

Ora in generale gli uomini non sono affatto inclini, quando nasce qualcosa di nuovo, a riconoscerlo veramente. Gli eventi che avvengono nello Spirituale gli uomini non li riconoscono così facilmente. Certamente parlano sempre facilmente di qualunque profeta futuro che dovrebbe venire. Questo era usuale sia nel tempo precristiano che in quello postcristiano. Nel 12° e 13° secolo c’era un vero desiderio di profezia. In diversi luoghi si presentavano persone, proclamavano che il Cristo sarebbe tornato nel prossimo futuro, indicavano i luoghi dove sarebbe apparso. Anche in altri tempi si presentavano occasionalmente tali fenomeni. Si parlava di questo o quell’altro come dell’incarnazione di un nuovo Cristo. Naturalmente non è necessario sprecare parole su tali profezie, poiché anche se si fossero avverate, avrebbero chiaramente mostrato le loro mancanze. Tali profezie hanno un difetto costante: parlano profeticamente di ciò che deve apparire, ma trascurano di preparare gli uomini in modo che riconoscano quello che verrà, e di portare gli animi in tale condizione che essi potessero veramente comprendere ciò che appare.

Agli uomini ai quali tale cosa era stata proclamata, sarebbe accaduto come a un certo insegnante di ginnasio, di cui Hebbel parla nei suoi appunti del diario: l’insegnante punisce uno studente perché non poteva comprendere Platone. Hebbel aggiunge con spirito che questo studente fosse Platone reincarnato. Così succede veramente agli uomini che sempre parlano di un Cristo che riappare. Succederebbe loro che sarebbero poco preparati al contenuto, anche se esso apparisse. Tali persone considererebbero il Cristo per qualcosa di del tutto diverso dal Cristo.

Ma doveva essere provveduto. E questo si deve sapere per la comprensione del Vangelo di Matteo, affinché almeno alcuni uomini fossero tali che potessero comprendere l’evento del Cristo, che, se lo vogliamo caratterizzare da questo lato, consiste nel sapere che il Cristo era colui che portava agli uomini la possibilità di non ricevere più soltanto impressioni fisiche, ma di ricevere da fuori lo Spirito. A questo dovevano essere preparati singoli uomini. Così infatti, nel corso di tutta l’antichità ebraica, in certa misura, singoli uomini erano stati preparati a guadagnare una comprensione dell’evento del Cristo. Questi uomini — ve n’erano soltanto pochi nell’antico popolo ebraico — si devono esaminare più da vicino, se si vuole comprendere come fossero stati compiuti i preparativi al Cristo veniente, come il popolo con le sue proprietà ereditate da Abramo fosse stato reso capace di comprendere profeticamente l’Io umano portato dal Salvatore. Quelli uomini che furono preparati a sapere e riconoscere chiaroveggentemente che cosa il Cristo significasse propriamente, sono chiamati Nazirei. Questi potevano riconoscere chiaroveggentemente quello che si preparava nell’antico popolo ebraico, affinché il Cristo potesse nascere da questo popolo e essere compreso. Questi Nazirei erano, riguardo alla loro modalità di vita, che era determinata dal loro sviluppo chiaroveggente, legati a regole rigorose, a regole che, poiché appartenevano a un tempo completamente diverso, si distinguono piuttosto fortemente dalle regole per cui oggi si giunge allo sviluppo di conoscenza spirituale, eppure mantengono ancora una certa somiglianza. Alcune cose nel Nazireato sono importanti, che oggi sono solo una condizione secondaria, alcune sono marginali, che oggi sarebbero la cosa principale. Per questo nessuno deve credere che ciò che anticamente conduceva a diventare un conoscitore del Cristo chiaroveggente, nel senso di un uomo odierno porterebbe alla stessa conoscenza importante e esauriente.

La prima cosa che si chiedeva al Nazireo era l’astensione completa da tutte le bevande alcoliche. Era inoltre severamente proibito consumare qualcosa che fosse stato preparato con aceto. Per coloro che osservavano i precetti molto rigorosamente, era inoltre necessario evitare tutto ciò che provenisse dall’uva, perché si poteva dire che nell’uva il principio formativo della pianta aveva superato un certo punto: il punto, cioè, dato dal fatto che le forze solari agissero solo sulla pianta. Nella vite però non agiscono solo le forze solari, ma già qualcosa che si sviluppa interiormente, che matura già presso quella forza solare che anno dopo anno si indebolisce e regna in autunno. Perciò, ciò che era collegato alla vite, forniva solo una bevanda per coloro che non volevano diventare chiaroveggenti nel senso superiore, che veneravano solo il dio Dioniso e facevano risalire le loro capacità dalla terra.

Inoltre il Nazireo era legato, finché durasse la sua preparazione nel Nazireato, a non venire in contatto con tutto ciò che può morire e che possiede un corpo astrale; insomma, tutto ciò che è animale, il Nazireo doveva evitare di portare in contatto con sé. Doveva essere vegetariano nel senso più rigoroso della parola; per questo in certi luoghi i Nazirei più severi avevano scelto come unico alimento la carruba. Questa carruba era un articolo alimentare particolarmente frequente per coloro che aspiravano al Nazireato. Allora si nutrivano anche del miele di api selvatiche, non di api domestiche, e di altri insetti che cercano il miele. Una tale modalità di vita scelse più tardi anche il Battista Giovanni per sé stesso, nutrendosi di carruba e di miele selvatico. Nei Vangeli si dice che egli avesse mangiato locuste e miele selvatico; questo però è da considerare come un errore di traduzione, poiché nel deserto difficilmente avrebbe potuto catturare locuste. Vi ho già chiamato l’attenzione su simili errori in precedenza.

Presso i Nazirei era una cosa principale, per la preparazione alla loro chiaroveggenza, non farsi tagliare i capelli, finché erano in questa preparazione. Questo è intimamente collegato con l’intero sviluppo dell’umanità. Bisogna semplicemente essere in grado di considerare il collegamento della crescita dei capelli con l’intero sviluppo dell’umanità. Tutto ciò che esiste come essenza nell’uomo può essere compreso solo se si tenta di capirlo dallo spirito. Per quanto strano suoni all’uomo: nei nostri capelli abbiamo da vedere un resto di certe radiazioni, attraverso cui la forza solare era precedentemente portata nell’uomo. Una volta questo era qualcosa di vivente, ciò che portava la forza solare nell’uomo. Perciò lo trovate dove si aveva ancora consapevolezza di cose profonde, in certa misura ancora espresso: nelle vecchie plastiche di leoni si vede spesso chiaramente che lo scultore non voleva semplicemente copiare un leone moderno con la sua criniera più o meno simile a quella di un barboncino. Colui che aveva ancora la buona tradizione dalla conoscenza antica, rappresentava il leone in modo che si avesse l’impressione che i capelli fossero inficcati dall’esterno nel corpo, simile a raggi di sole che penetrino e nei capelli fossero induriti. Così l’uomo poteva dirsi che forse nei tempi antichi era del tutto ancora possibile, attraverso il lasciar crescere i capelli, assumere forze in sé, specialmente se i capelli sono freschi e sani. Ma già nell’antichità ebraica, presso i Nazirei, si vedeva in ciò a malapena più che un simbolo.

Che si facesse fluire in sé quello che spiritualmente sta dietro il sole, in questo consisteva veramente in certa misura il progresso dell’umanità. Nel progresso dai doni antichi della chiaroveggenza che sorgono nell’uomo al combinare e al pensiero sul mondo esterno era condizionato che egli sempre meno si presentasse come un essere peloso. Gli uomini dell’epoca atlantica e della prima epoca postatlantea bisogna immaginarli con ricca crescita di capelli, un segno che erano ancora fortemente irraggiati dalla luce dello spirito. La scelta fu fatta, come racconta la Bibbia, tra il giacobino imberbe e l’Esaù peloso. In quest’ultimo vediamo un uomo che discendeva da Abramo e portava in sé gli ultimi resti di un antico sviluppo dell’umanità, che si esprimevano nella sua crescita di capelli. Colui che aveva tali proprietà che poteva evolversi nel mondo, era rappresentato in Giacobbe. Egli possedeva i doni dell’astuzia con tutti i suoi lati d’ombra; Esaù gli è messo da parte. Così in Esaù un ramo è di nuovo staccato dalla linea principale. Da Esaù discendono gli Edomiti, in cui si continuavano a propagare ancora le eredità umane antiche.

Nella Bibbia tutte queste cose sono veramente molto bellamente espresse. Doveva ora nascere di nuovo una consapevolezza nell’uomo di cosa fosse la vita spirituale, e doveva nascere in un modo nuovo nel Nazireo, per il fatto che egli portava capelli lunghi durante il suo tempo di preparazione. Nell’antichità il rapporto dei capelli con la luce dello spirito era persino espresso dal fatto che luce e capello fossero rappresentati dalla stessa parola, a eccezione di un segno insignificante. Comunque la lingua ebraica antica indica i misteri più profondi dell’umanità. Deve essere considerata come una sorta di enorme rivelazione linguistica della saggezza. Questo era il significato del fatto che i Nazirei si lasciassero crescere capelli lunghi. Oggi naturalmente questo non deve più essere considerato come una cosa principale.

Durante il tempo di preparazione il Nazireo doveva essere portato a un’esperienza chiaroveggente ben definita, che doveva dare un’idea di quanto l’umanità fosse già vicina al momento dell’avvicinarsi del Cristo. Colui che al tempo del Cristo era l’ultimo grande Nazireo, è chiamato Giovanni il Battista. Egli aveva non solo sperimentato la conclusione del Nazireato su di sé, ma l’aveva fatta vivere anche a tutti coloro che voleva rendere uomini. Questa conclusione però non è altro che il battesimo di Giovanni. Dobbiamo imparare a comprenderlo nel suo giusto valore di sviluppo. Che cosa è dunque questo battesimo e a che cosa conduceva? Consisteva innanzitutto nel fatto che l’uomo fosse immerso sotto acqua, per cui il suo corpo eterico alla testa si allentava un poco dal corpo fisico, mentre altrimenti l’uomo mantiene il corpo eterico fortemente unito al corpo fisico. Sapete che l’uomo che sta annegando, a causa dell’allentamento del suo corpo eterico, improvvisamente vede davanti a sé tutto il suo quadro di vita. Così l’uomo nel battesimo di Giovanni vedeva anche il suo quadro di vita; vedeva le particolarità di tutta la sua vita, quello che altrimenti sarebbe rimasto dimenticato. Ma vedeva anche quello che l’uomo propriamente era in quella determinata epoca. Il corpo fisico si sviluppa dal corpo eterico come suo costruttore. Questo membro della natura umana però, quello che forma il corpo fisico, poteva essere osservato solo quando lo si allentava dal corpo fisico. Questo accadeva nel battesimo di Giovanni.

Se un uomo avesse sperimentato questo battesimo tremila anni prima della nostra era, sarebbe diventato consapevole del fatto che il meglio dello spirituale che può essere dato all’uomo deve venire come una vecchia eredità, poiché era in verità ancora eredità quello che era stato dato dal mondo spirituale nei tempi antichi. Questo era come immagine nel corpo eterico, e formava il corpo fisico. Proprio anche per coloro che erano sviluppati al di là dell’umanità normale, sarebbe stato mostrato in questo battesimo che tutto il loro sapere si basava su vecchia ispirazione. Questo era designato come il vedere della natura eterica dell’anima nella forma del serpente. Si chiamavano figli del serpente coloro che l’avevano sperimentato, perché avevano penetrato come gli esseri luciferici si erano abbassati negli uomini. Ciò che formava il corpo fisico era una creatura del serpente.

Ora però, in un battesimo di Giovanni non tremila anni prima di Giovanni il Battista, ma al suo tempo, risultò qualcosa di del tutto diverso: che cioè tra coloro che erano battezzati c’erano già tali che nella loro natura mostravano che lo sviluppo dell’umanità era progredito, che l’Io, che era fecondato dal mondo esterno, aveva quel grande potere. Allora si manifestava anche un’immagine completamente diversa da quella che si era mostrata prima nel battesimo di Giovanni: l’uomo non vedeva più le forze creatici del corpo eterico nell’immagine del serpente, ma nell’immagine dell’Agnello. Questo corpo eterico non era più permeato dall’interno da ciò che veniva dalle forze luciferiche, ma era completamente donato al mondo spirituale, che splende nel mondo dell’apparenza esterna nell’anima dell’uomo. Questo vedere dell’Agnello era l’esperienza nel battesimo di Giovanni, che avevano coloro che potevano veramente comprendere che cosa significasse il battesimo di Giovanni in quel momento. Questi erano anche quelli che si potevano dire: l’uomo è diventato completamente diverso, un nuovo essere. I pochi che lo sperimentarono nel battesimo di Giovanni, potevano dire: un grande e potente evento è accaduto, l’uomo è diventato diverso; l’Io ora ha guadagnato il dominio sulla terra! — Erano i popoli che Giovanni battezzava, preparati a comprendere i segni dei tempi, a comprendere che un tale grande evento era venuto.

Questa era sempre il compito dei Nazirei. Erano portati dal battesimo a sapere sempre come fosse vicino il venire del Cristo. Lo riconoscevano dalla costituzione del corpo eterico nell’allentamento durante il battesimo. Giovanni il Battista doveva mostrare che ora il momento era giunto, dove l’Io poteva incarnarsi nella natura umana. Con questo egli era l’adempiere del tempo antico. Poteva riunire attorno a sé una comunità, a cui poteva mostrare che il principio del Cristo, attraverso il voltarsi verso l’Io, ora poteva entrare nell’umanità. Giovanni il Battista ha sviluppato il Nazireato nel senso più elevato, così che diventò da una profezia a un adempimento. Formò una comunità attorno a sé, che poteva comprendere il prossimo evento del Cristo. Solo così si devono comprendere le parole che dice il Battista. Proprio tali parole devono essere prese infinitamente profondamente, e non si addice a una persona che oggi vuole occuparsi di tali cose, vedere in Giovanni il Battista nient’altro che un uomo che strepita e fanatico, che grida contro i Farisei, li chiama una razza di vipere e urla loro: « Non vi gloriate nel dire: Abbiamo Abramo per padre! Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre». Giovanni il Battista sarebbe veramente stato un tipo strano di strillone, se non si fosse anche rallegrato che anche Farisei e Sadducei venissero da lui per farsi battezzare. Tuttavia, li insulta subito al loro arrivo? A che pro?

Se si comprendono le cose dalla loro interiorità, molto presto si mostra che dietro non c’è soltanto un insulto fanatico, ma che veramente c’è un grande significato e un profondo senso. Ma questo senso si può comprendere solo se si affronta una caratteristica particolare del popolo ebraico antico. Già da ciò che è stato detto potete dedurre che in Abramo era stato scelto un uomo così organizzato che nel giusto momento il Gesù poteva nascere dai suoi discendenti. Ma quello che era all’inizio soltanto una predisposizione in Abramo doveva svilupparsi. Dobbiamo essere chiari che per lo sviluppo di questa predisposizione era necessario che sempre qualcosa fosse eliminato. Abbiamo già visto come Giuseppe fosse stato respinto. Ma già prima molte altre cose erano state eliminate, per esempio Esaù, il capostipite degli Edomiti, perché in lui era rimasta anche un’eredità antica. Solo quello doveva rimanere che era predisposto nella direzione caratterizzata. Questo è espresso in modo meraviglioso nel fatto che Abramo aveva due figli, Isacco, il figlio di Sara da una parte, e Ismaele. Da Isacco discende il popolo ebraico antico. In Abramo però c’erano ancora altre proprietà. Se queste si ereditassero attraverso le generazioni, non verrebbe fuori il risultato giusto. Perciò quell’altra doveva essere radicalmente espulsa in un’altra discendenza, quella di Ismaele, il figlio della serva egiziana Agar. Due linee di discendenza partono dunque da Abramo, un’attraverso Isacco e l’altra attraverso l’Ismaele espulso, che porta il sangue di un’Egizia e dovette assumersi le proprietà non adatte alla missione del popolo ebraico.

Ora accade qualcosa di completamente particolare. Il popolo ebraico doveva nella linea ereditaria propagare il giusto, e quello che è un’eredità antica, un’antica saggezza, doveva essere trasmesso a esso da fuori. Gli ebrei antichi dovevano andare in Egitto per assumere quello che potevano lì assumere. Mosè poteva darlo al popolo, perché era un iniziato egizio. Non avrebbe potuto darlo, certo, se l'avesse avuto solo nella forma egizia. Sarebbe sbagliato immaginarsi che semplicemente la saggezza egizia antica fosse stata innestata in quello che fluiva da Abramo. Questo non avrebbe potuto accordarsi con la cultura del popolo ebraico, ciò avrebbe prodotto un’aberrazione culturale. Mosè apportò ancora qualcos’altro completamente diverso alla sua iniziazione egizia. Perciò non poteva nemmeno dare semplicemente quello che ricevette dall’iniziazione egizia agli Israeliti. Diede loro qualcosa solo dopo che ebbe ricevuto la rivelazione al Sinai, cioè solo fuori dall’Egitto.

Che cosa è dunque la rivelazione del Sinai? Che cosa ricevette Mosè lì, e che cosa diede al popolo? Diede loro qualcosa che poteva bene essere innestato sullo stipite di questo popolo, perché era imparentato con esso in modo ben definito. Una volta i discendenti di Ismaele erano emigrati e si erano insediati nelle regioni che Mosè con il suo popolo attraversò. Quelle proprietà che attraverso Agar andavano agli Ismaeliti, che erano ancora imparentate con Abramo, ma che conservavano ancora molte eredità antiche, le trovò Mosè presso gli Ismaeliti, che avevano una sorta di iniziati. Dalle rivelazioni di questo ramo ricavò la possibilità di rendere comprensibile agli Israeliti la rivelazione del Sinai. Perciò suona una leggenda antica del popolo ebraico: Fu espulso un ramo di Abramo in Ismaele verso Araba. Cioè nel deserto. Quello che crebbe dentro questo popolo, era ugualmente contenuto nel corpo di insegnamenti di Mosè. Il popolo ebraico antico ricevette al Sinai come insegnamento attraverso Mosè, quello che aveva espulso dal suo sangue; da fuori ricevette questo di nuovo.

In ciò si vede di nuovo la meravigliosa missione della tribù del popolo ebraico, che tutto doveva essere dato in modo che poi lo ricevesse di nuovo come un dono. Come un dono Abramo ricevette in Isacco l’intero popolo ebraico; di nuovo Mosè e il suo popolo ricevono dai discendenti di Ismaele quello che aveva espulso, di nuovo. Doveva svilupparsi nell’isolamento solo questa sua propria organizzazione e ricevere come dono del suo Dio quello che aveva espulso. Così più tardi anche Giacobbe si riconciliò di nuovo con Esaù, per cui il popolo ebraico ricevette di nuovo quello che una volta aveva eliminato in Esaù.

Si deve leggere la Bibbia molto attentamente per apprezzare correttamente la portata delle parole in essa. Tali cose si estendono come tratto caratteristico attraverso l’intera storia del popolo ebraico. Dai discendenti di Agar proviene qualcosa che è collegato alla legislazione di Mosè, mentre da Sara proviene il sangue che rappresenta propriamente le capacità israelitiche di Mosè. Agar o Hagar in ebraico significa anche Sinai, che significa la montagna di pietra, la grande pietra. Si potrebbe anche dire: dalla grande pietra, che era un’espressione esterna di Agar, Mosè ricevette la rivelazione della legge. Quello che questo popolo ebraico aveva come legislazione, non proveniva dalle migliori proprietà di Abramo, quello proveniva da Agar, dal Sinai. Così coloro che sono sostenitori della sola legislazione, come proveniva dal Sinai, i Farisei e i Sadducei, sono esposti al pericolo di rimanere bloccati nel loro sviluppo. Sono coloro che nel battesimo di Giovanni non vogliono vedere l’Agnello, ma il serpente.

Così ciò che altrimenti sarebbe stato solo urlo del Battista si trasforma in una bella esortazione ai Farisei e ai Sadducei, quando egli loro urla: Voi, che siete seguaci del serpente, abbiate cura che veramente nel battesimo contempliate il Giusto. — Cioè non il serpente, ma l’Agnello. Disse loro inoltre che non dovevano gloriarsi nel dire che avevano Abramo per padre, poiché questo per loro era solo una parola; giuravano su quello che veniva dalla pietra Sinai, ma questo aveva cessato di avere significato. Ora però dal mondo emergerà qualcosa come l’Io neonato, e questo Io vi mostro, disse il Battista: Vi mostro come questo nascerà dal Giudaismo, quello che veramente è stato portato avanti attraverso le generazioni e che non giurerà più solo sulla unica pietra Sinai, ma su quello che è ovunque intorno a noi. I figli di Dio possono apparire, per il fatto che dietro il sensibile si scorge lo Spirituale. Da queste pietre la parola di Dio può far sorgere figli di Abramo! Voi non capite affatto quella frase: « Abbiamo Abramo per padre».

Solo da quello che è stato detto qui emerge il significato completo di quella parola. Cose di questo genere non devono essere solo ricavate dalla Cronaca dell’Akasha, ma si trovano già nella Bibbia. Confrontate quello che nell’Epistola ai Galati dice l’Apostolo Paolo su questo. Qui quello che appena è stato enunciato è confermato anche dall’Apostolo Paolo. Anche lui dice che Agar o Hagar sia la stessa parola di Sinai, e che quello che era stato dato lì al Sinai era un Testamento. Su di esso dovevano crescere oltre coloro che, attraverso la coltivazione dei veri doni di Abramo attraverso le generazioni, dovevano comprendere quello che era venuto al mondo attraverso il Cristo.

Con ciò si viene allo stesso tempo di nuovo indicato su una parola che si deve comprendere in futuro. È un peccato che in un tempo in cui apparentemente l’intelligenza è cresciuta così in alto, si sia riflettuto così poco, per esempio, sulla parola: « Fate penitenza!» Secondo il suo significato dovrebbe essere tradotta circa così: Realizzate in voi il cambiamento del senso. In molti posti si dice che Giovanni battezzava per la penitenza, cioè per il cambiamento del senso, con acqua. Quando i battezzati uscivano dall’acqua, dovevano cambiare il senso, non guardare più indietro alle vecchie tradizioni, ma guardare in avanti a quello che l’Io liberamente divenuto possedeva, quello che era stato dato in Cristo Gesù. Il senso doveva essere diretto dalla direzione dei vecchi dei verso la direzione dei nuovi esseri spirituali o dei. In questo modo il cambiamento di senso era lo scopo del battesimo di Giovanni. Giovanni battezzava perciò con acqua, per suscitare in alcuni uomini la forza di riconoscere che il Regno dei Cieli si era avvicinato, e così potessero comprendere chi era il Cristo Gesù.

Con questo è ancora aggiunto qualcosa a quello che abbiamo conosciuto come la missione del popolo ebraico antico. Tutto questo servirà per portarci, poco per volta, anche a comprendere meglio il Cristo. In modo meraviglioso si articola questa missione. Abbiamo visto come in Abramo fosse stato predisposto quello che si sviluppò nel popolo attraverso le generazioni. A questo doveva essere eliminato molto, e le capacità appropriate dovevano essere ulteriormente sviluppate nel sangue, nell’eredità. Si potevano ricevere tali capacità solo da fuori. Quella però, per cui questo popolo era predisposto e scelto da Abramo in poi, fu concentrata in un essere, in Gesù.

Gli Ebrei avevano bisogno di quello a cui potevano attenersi, come un insegnamento; sempre doveva venire loro da fuori, e veniva da quello che era stato eliminato da loro stessi. Nel sangue non poteva rimanere quello che passava a Ismaele: doveva esistere solo nelle conoscenze. Perciò il popolo ebraico lo ricevette nella legislazione di Mosè al Sinai. Questo aveva esaurito il suo significato quando era venuto il momento in cui non era più necessario quello che veniva dalla pietra, ma in cui c’era quello che doveva venire a tutto il popolo dell’umanità. Così lentamente fu preparato il tempo in cui dalle pietre potessero nascere i figli di Dio, cioè gli uomini, in cui dietro tutte le pietre, sì dietro la terra intera, si aprisse il mondo spirituale.

Tutto questo è solo frammenti per la comprensione della missione del popolo ebraico. Solo quando si comprende completamente questa missione, si può anche comprendere la grande figura del Cristo Gesù, come ci appare nel Vangelo di Matteo.

Sul giusto rapporto con l’antroposofia

6°Sul giusto rapporto con l’Antroposofia

Stoccarda, 13 Novembre 1909

Ciò che spesso si dice nei vari insegnamenti riguardo ai cicli che si svolgono secondo il numero sette, non è una maniera di dire; corrisponde veramente a una legge dell’essere. Poiché abbiamo completato un ciclo settennale nella vita del nostro movimento di scienza dello spirito, si può dire che dovremmo sostare un poco, riflettendo profondamente su tutto il nostro sforzo, su tutta la nostra opera. Questo lavoro è possibile solo quando il movimento spirituale si svolge in modo che nella sua intima legalità contenga qualcosa delle leggi del grande ordine cosmico. L’ordine cosmico si svolge in cicli, che si possono calcolare secondo il numero sette. Contiamo sette stati planetari, sette stati all’interno dei mondi planetari e così via. Ma anche per un movimento come il nostro il numero sette ha una certa importanza, e dopo sette anni lo sforzo ritorna al suo inizio, dopo aver incorporato in sé ciò che è stato realizzato nel frattempo. Lo sforzo ritorna al suo inizio su un livello superiore. Questo è possibile solo se non si trascura la più profonda e intima legalità della cosa.

Se rivolgiamo uno sguardo indietro a come abbiamo lavorato in questi sette anni, potrete notare una cosa: c’è veramente stata una certa regolarità in questo lavoro. Naturalmente non dovete prendere queste cose letteralmente, ma considerandole nel loro essenziale vedrete che stanno così. Nei primi quattro anni del nostro lavoro abbiamo gettato i fondamenti del nostro operare. Ci siamo procurati una certa conoscenza dell’essenza dell’uomo, una certa conoscenza dei cammini che conducono nei mondi superiori; e ci siamo procurato qualcosa sui grandi nessi cosmici, su quello che si può chiamare l’esame dei risultati della Cronaca dell’Akasha riguardo ai segreti universali.

I nostri membri che sono entrati successivamente hanno sempre avuto e continueranno ad avere la necessità di appropriarsi questa ferma base del nostro sforzo, che è indispensabile. Infatti non basta che ci si appropri solamente quello che, per rendere possibile il progresso del movimento nel modo giusto, è accaduto negli ultimi tre anni. Se guardate retrospettivamente, vedrete che negli ultimi tre anni, in certo senso, sono state sviluppate proprio quelle verità e conoscenze che forse vi si sono presentate in maniera impressionante. Se cercate di stabilire il collegamento con quello che è stato coltivato nei primi quattro anni del nostro operare, cioè la fondazione quadripartita dell’insieme, allora vedrete che anche quello che era impressionante, le grandi e onnicomprensive verità, hanno un intimo collegamento con quello che è accaduto nei primi quattro anni. Potrete esserne convinti se meditate profondamente in voi stessi. I membri più giovani dovrebbero incidersi fermamente nel cuore il fatto che assolutamente non devono trascurare di provvedere a una solida base in se stessi. Sempre più, ovunque si lavora, si provvede affinché colui che entra successivamente possa recuperare quello che è stato elaborato qui nei primi anni. Senza questo recupero il vero partecipare è in realtà impossibile. Dobbiamo prendere seriamente, nel senso più profondo, quello che è il movimento di scienza dello spirito. In connessione con ciò, oggi si può forse parlare di un tema, proprio in riferimento al nostro importante periodo temporale, un tema che riguarda più l’atteggiamento e tutta la concezione spirituale: Qual è il modo giusto in cui l’antroposofo può porsi di fronte alla scienza dello spirito stessa?

Quello che voglio dire con questo diventerà più chiaro se poniamo la questione in modo leggermente diverso, dicendo così: Perché allora oggi l’antroposofia viene insegnata nel modo in cui accade? Perché vengono date comunicazioni sui mondi superiori, comunicazioni che sono risultati della ricerca spirituale, della coscienza chiaroveggente? Non potrebbe accadere diversamente, non si potrebbe forse procedere in tutt’altro modo? Si potrebbe iniziare invece a dare a ciascuno certe istruzioni su come sviluppare le proprie facoltà interiori, dormienti nell’anima, in modo che attraverso queste istruzioni ricevesse la possibilità di salire gradualmente per conto proprio nei mondi spirituali, ancora prima di ricevere alcuna comunicazione, come accade oggi, su quello che sono i fatti nei mondi superiori. Si deve dire che in certo modo questa era stata la pratica in passato; era così prima del nostro movimento di scienza dello spirito nel senso moderno della parola. Lì per lungo tempo si era detto: In realtà non serve a molto se qualcuno si presenta al mondo e comunica i risultati della ricerca spirituale. — E ci si comportava nel modo più prudente e contenuto possibile riguardo a tali comunicazioni. Ci si limitava in realtà a dare agli uomini certe regole su come sviluppare le facoltà dormienti nella loro anima, e poi, fondamentalmente, non facevano sapere loro più di quello che loro stessi si erano procurati lentamente attraverso l’osservazione diretta nei mondi superiori. Ora potrebbe sorgere la domanda: Perché questo cammino oggi non è il solo percorso intrapreso, ma perché l’antroposofia è comunicata dai risultati della ricerca dello spirito?

Questo non è sorto dalla preferenza o dall’arbitrio di un essere umano, ma ha buone ragioni. E comprenderemo meglio quello che dovremmo comprendere bene se ce lo ripetiamo sempre di nuovo: Che cosa comunica veramente questa scienza dello spirito? Comunica fatti, verità dal regno dei mondi superiori, sovrasensibili; comunica quello che la coscienza chiaroveggente può ricercare in questi mondi superiori.

Ora è veramente giusto che colui a cui vengono fatte tali comunicazioni e che non è lui stesso chiaroveggente non possa convincersi inizialmente dei fatti come tali attraverso l’osservazione immediata. È veramente giusto che accetti le comunicazioni e che non possa controllarle mediante l’osservazione chiaroveggente. Certamente, è proprio così. Ma sarebbe completamente sbagliato credere che l’uomo che non è chiaroveggente non potrebbe affatto controllare le conoscenze comunicate oggi, non potrebbe affatto comprendere. Sarebbe completamente sbagliato, e sarebbe un’opinione scorretta se si sostenesse che si dovrebbe accettare sulla base della fiducia e dell’autorità solamente quello che viene comunicato dalla coscienza chiaroveggente. Ci sarebbe qualcosa di profondamente imperfetto in queste comunicazioni, qualcosa di mancante, se queste comunicazioni si appellassero solo all’autorità, solo alla fede.

Quello che viene comunicato nel modo appropriato può essere — e questo è stato detto spesso — ricercato solo attraverso la coscienza chiaroveggente. Ma una volta che è stato ricercato, anche da un solo individuo, una volta che è stato osservato e viene comunicato, allora ogni persona può comprenderlo attraverso la propria ragione imparziale, attraverso quello che gli è accessibile sul piano fisico. E si può certamente dire: anche se non ognuno di coloro che siede qui ha sempre la possibilità di controllare tutto nel senso più completo, potrebbe ciò nondimeno procurarsi questa possibilità se avesse il tempo e le capacità — ma solo le capacità di questo piano fisico — per farlo.

Prendiamo anche cose tanto difficili come quelle toccate nei recenti insegnamenti, sulle incarnazioni di Zoroastro, cose così difficili che riguardavano il fatto che il corpo astrale di Zoroastro è passato in Ermete, che il corpo eterico di Zoroastro è passato in Mosè: ebbene, nessuno può sostenere che colui che conosce queste cose dalla ricerca dello spirito farebbe appello solo alla fede cieca. No, non è proprio così! Se qualcuno venisse e dicesse: Bene, io non ho nulla da un chiaroveggente. Qui qualcuno afferma queste cose su Zoroastro e le sue incarnazioni. Voglio ora afferrare tutto quello che è a disposizione dell’uomo sul piano fisico, tutto quello che la storia ha tramandato, tutto quello che è contenuto nei documenti in pietra, tutto quello che è contenuto nei documenti religiosi, tutto questo voglio controllare nel modo più accurato. — E una tale persona dicesse: Supponiamo che sia vero quello che dice costui, è coerente con i fatti che possono essere constatati esternamente? — E allora ricercherebbe tutto quello che può essere constatato esternamente e vedrebbe che, quanto più procede accuratamente nelle sue ricerche, tanto più troverebbe confermati i fatti che il chiaroveggente comunica.

Se la parola paura avesse qualche significato in questo contesto, si potrebbe dire che la ricerca di scienza dello spirito potrebbe eventualmente temere una ricerca imprecisa, ma non coloro che vogliono prendere tutto quello che è a disposizione della ricerca fisica. Vedranno che, quanto più procedono accuratamente nelle loro ricerche, tanto più troveranno confermati i fatti che il chiaroveggente comunica. Per quelle cose che non sono così lontane e non sono così difficili, che riguardano il karma e la reincarnazione, la vita tra la morte e una nuova nascita, qualcuno deve solo considerare imparzialmente quello che la vita offre. Quanto più accuratamente lo considera, tanto più troverà confermato quello che il chiaroveggente comunica; cioè, ci sono sufficienti possibilità di convincersi che quello che è conquistato dai mondi sovrasensibili si confirma nel mondo fisico esterno. E questo è qualcosa che non dovrebbe essere preso alla leggera, ma dovrebbe essere considerato una necessità assoluta. Innanzitutto dovremmo controllare i fatti, che forse solo pochi possono ricercare, alla luce della vita. Non dovremmo ripetere continuamente la frase: Si deve accettare questo sulla fiducia! — No, accettate il meno possibile sulla fiducia, ma controllate, controllate, solo in modo imparziale, non preconcetto! Questo è quello che si può enfatizzare innanzitutto.

Ma ora la questione è che tale controllo, quando viene effettuato, è in certo senso faticoso. Richiede il pensiero, richiede che si lavori, che realmente ci si impegni a trovare conferme nel mondo fisico per quello che si dice dalla ricerca chiaroveggente. E qui arriviamo a un capitolo che può essere ben discusso, che risponde direttamente alla nostra domanda effettiva, cioè: È necessario, o almeno buono per l’uomo contemporaneo, insieme allo sforzo, che è certamente legittimo, di penetrare direttamente nel mondo spirituale, è necessario o almeno buono occuparsi profondamente ed energicamente dei mezzi ordinari di conoscenza e dei metodi di pensiero ordinari del piano fisico? In altre parole: L’aspirante spirituale farebbe bene a superare quella comodità che certamente porta con sé dal mondo non spirituale, a sviluppare seriamente il suo mondo di pensieri, a impossessarsi veramente dei mezzi con cui si può comprendere l’uomo anche dal piano fisico, e a servirsene? Farebbe bene, soprattutto, ad apprendere molto, specialmente ad apprendere nel modo di pensare logico? È molto difficile insegnare al contemporaneo consapevolezza in modo completamente chiaro e preciso quello che si intende con questo.

Mi capitò che qualcuno che voleva progredire nel campo antroposofico, e che contemporaneamente voleva allenarsi per pensare i pensieri spirituali sempre più precisamente, desiderasse una lettura da me. Consigliai alla persona in questione, per il suo allenamento del pensiero, affinché diventasse sempre più capace di disegnare nitidamente i pensieri che riceveva trasmessi, di studiare l’opera di Spinoza « L’Etica ». Passarono solo poche settimane quando questa persona mi scrisse: Sì, non sa veramente perché dovrebbe studiare questo; è relativamente un libro spesso e tutto in esso in realtà si riduce al provare l’esistenza di Dio. Ma non ha mai dubitato di questo e quindi non ha bisogno di passare attraverso lunghe catene di pensiero per provare l’esistenza di Dio. — Vedete, questo è proprio un esempio di quella comodità con cui oggi molte persone si avvicinano alla scienza dello spirito. Sono per così dire presto soddisfatti quando si sono acquisiti una convinzione, e evitano la fatica di acquisire pezzo per pezzo quelle rappresentazioni, che sono sgradevoli. Ma da questo non può mai risultare nient’altro che una fede cieca, mentre vedrete già che la cosa cessa di essere fede cieca quando realmente allenate il vostro pensiero e non meramente bramate di sviluppare quelle forze che conducono a così dire a uno stadio elementare della chiaroveggenza.

Certamente oggi non si deve dire nulla contro lo sforzo di sviluppare le forze nascoste nell’anima. È uno sforzo bello e buono. Ma d’altra parte deve anche essere enfatizzato che ciò deve procedere di pari passo: è necessario allo stesso tempo allenare le forze di pensiero fisiche, quelle capacità di conoscenza che ci sono date inizialmente sul piano fisico, anche se in modo sgradevole, affinché siamo capaci di formarci rappresentazioni nitide e concetti precisi di quello che ci viene comunicato dai mondi superiori. Si potrebbe facilmente credere che il minor grado di chiaroveggenza sia migliore che anche molto udire attraverso la comprensione ragionevole dei fatti dei mondi superiori. Potrebbe qualcuno dire: Non so proprio perché sono in questa società. Lì si raccontano sempre cose dei mondi superiori; va bene, ma preferirei se potessi anche solo un po’ poco vedere attraverso la visione chiaroveggente.

Conosco un teosofo molto erudito che ha espresso il suo ardente desiderio di andare anche oltre la mera erudizione al vedere, dicendo: Se solo una volta fossi in grado di vedere la punta della coda di un essere elementare! — Certamente, è comprensibile. Si può certamente capire che qualcuno dica così. Questo teosofo non direbbe mai che rinuncerebbe alle conoscenze delle verità spirituali per questo. Ma può anche accadere che uno le rinunzi se potesse scambiare per questo anche solo un po’ di chiaroveggenza. E eppure, se qualcuno ha tale sensazione, è enormemente errata, errata in ogni aspetto. Perché viviamo nel tempo che, nello sviluppo dell’insieme, è l’epoca del pensiero consapevole. Come spesso è stato enfatizzato, il periodo dell’India antica ancora sviluppava una completamente diversa forma di consapevolezza, che assomigliava a una chiaroveggenza nebulosa e ottusa. Gradualmente le capacità odierne si sono sviluppate e solo noi abbiamo portato il vero sviluppo dell’anima-coscienza il pensiero umano nel corso dell’evoluzione terrestre. Per questo motivo oggi la scienza dello spirito deve essere portata giù dal mondo sovrasensibile e deve appellarsi al pensiero ragionevole dell’uomo.

Dobbiamo chiarire il seguente contrasto: Con una chiaroveggenza meramente visionaria, qualcuno non ha bisogno di essere un pensatore particolare. Il suo pensiero può essere molto primitivo e tuttavia può essere relativamente lontano riguardo alla visione sul piano astrale e, fino a un certo grado anche sul piano devachanico. Può quindi essere abbastanza lontano lì, può vedere molto. L’altro caso possibile è che qualcuno sappia molto, molto su verità spirituali e non veda ancora nulla, non sia affatto in grado di vedere qualcosa, come detto anche la punta della coda di un essere elementare. Questo può anche essere il caso. Ora ci chiediamo: Come si comportano effettivamente queste diverse capacità dell’anima umana l’una verso l’altra?

Qui soprattutto dobbiamo enfatizzare che non si deve confondere: Avere qualcosa e esserne consapevoli. È enormemente importante tenere questo presente. Comprenderete correttamente questa domanda se la poniamo in modo leggermente diverso. Vedete, siete stati tutti chiaroveggenti in tempi remoti. Poiché tutti gli uomini erano chiaroveggenti, e c’erano tempi in cui gli uomini potevano guardare indietro lontano, molto lontano nel corso dei tempi. E ora potete chiedervi: Sì, perché non ci ricordiamo delle nostre incarnazioni precedenti se potevamo già guardare indietro nel corso dei tempi?

Questo dovrebbe essere una prova per voi di un fatto, che non vi ha aiutato avere questa capacità, per esempio ora ricordarvi che potevate guardare indietro nelle vostre incarnazioni precedenti. E potete sollevare la domanda: Ci aiuta allora inizialmente effettivamente la chiaroveggenza visionaria per una successiva incarnazione, per il ricordo? — Un fatto potete ben tenerlo presente: che la vecchia chiaroveggenza non aiuta il guardare indietro oggi, perché voi tutti l’avete avuta. Perché tanti uomini oggi non si ricordano delle loro incarnazioni precedenti? La domanda è straordinariamente importante. Molti non si ricordano delle loro incarnazioni precedenti, sebbene in varia misura fossero chiaroveggenti in tempi precedenti, perché allora non avevano sviluppato quelle capacità che sono precisamente le capacità dell’Io, del sé. Poiché non si tratta di aver sviluppato capacità chiaroveggenti, ma di aver già sviluppato quello che deve essere visto.

Se gli uomini in passato erano anche molto chiaroveggenti e non hanno provveduto a sviluppare proprio quelle capacità che sono le capacità dell’Io, cioè la capacità del pensiero, del discernimento, ciò che costituisce le capacità particolari dell’autoidentità umana su questa terra, allora l’Io non era presente nelle incarnazioni precedenti. Non c’era l’autoidentità. Cosa dovrebbe ricordare allora? Ci deve essere nell’incarnazione precedente un Io integro e coeso. Questo è quello che conta! Così oggi solo quegli uomini possono ricordarsi delle incarnazioni precedenti che in quelle incarnazioni precedenti hanno lavorato con i mezzi del pensiero, della logica, del discernimento. Questi possono ricordarsi. La chiaroveggenza può quindi essere sviluppata enormemente in qualcuno: se non ha lavorato nelle incarnazioni precedenti con i mezzi del discernimento, del pensiero logico, allora non può ricordarsi di un’incarnazione precedente. Allora non ha posto il segno per cui dovrebbe ricordare. Da questo vedrete che effettivamente, se si comprende l’antroposofia, si dovrebbe considerare che non si può avanzare abbastanza velocemente verso il conseguimento proprio di queste capacità di pensiero serio.

Ora potete dire: Se divento chiaroveggente, allora mi conquisterò da solo questa capacità di pensiero logico. — Questo non è corretto. Perché gli dèi hanno fatto nascere gli uomini? Per la ragione che potevano sviluppare in loro solo capacità che altrimenti non avrebbero potuto sviluppare affatto: la capacità di pensare, di rappresentarsi qualcosa in pensieri, in modo che questi pensieri siano legati al discernimento. Questa capacità può solo svilupparsi sulla nostra terra; non era presente prima, doveva venire solo attraverso il fatto che gli uomini sono venuti all’essere.

Se vogliamo usare un paragone, possiamo dire: Supponiamo che abbiate un chicco di grano, ad esempio un chicco di grano. Se lo guardate anche per molto tempo, non ne risulterà grano. Dovete metterlo nella terra e farlo crescere, lasciar agire su di esso le forze della crescita. Quello che gli esseri divino-spirituali avevano prima della formazione dell’uomo si può paragonare al chicco di grano. Se doveva svilupparsi in forma di pensieri, allora doveva prima essere coltivato sul piano fisico attraverso gli uomini. Non c’è altro modo di coltivare i pensieri dai mondi superiori che farli germogliare nelle incarnazioni umane. Così quello che gli uomini pensano qui sul piano fisico è qualcosa di unico e deve aggiungersi a quello che è possibile nei mondi superiori. L’uomo era veramente necessario, altrimenti gli dèi non l'avrebbero fatto nascere. Gli dèi hanno fatto nascere l’uomo affinché quello che avevano, lo ricevessero anche nella forma del pensiero attraverso l’uomo. Così quello che viene giù dai mondi superiori non riceverebbe mai la forma del pensiero se l’uomo non potesse dargli questa forma. E chi non vuol pensare sulla terra nega agli dèi quello su cui contavano, e così non può raggiungere quello che veramente è il compito e la destinazione umana sulla terra. Può raggiungerlo solo in quell’incarnazione dove si impegna a veramente lavorare in modo pensante.

Se si considera questo, tutto il resto ne segue. Quello che rivela verità, fatti reali sul mondo spirituale, può entrare nell’anima umana in moltissimi modi. Certamente è possibile, e in numerosi casi è veramente così oggi, che gli uomini giungano a una visione visionaria senza essere pensatori acuti: vengono alla chiaroveggenza molte più persone che non sono pensatori acuti, che persone che lo sono. Ma c’è una grande differenza tra le esperienze nel mondo spirituale di coloro che sono pensatori acuti e di coloro che non lo sono. È una differenza che posso esprimere così: Quello che si rivela dai mondi superiori si imprime nel migliore modo in quelle forme di rappresentazione che noi come pensieri portiamo ai mondi superiori; questo è il vaso migliore.

Se non siamo pensatori, allora le rivelazioni devono cercarsi altre forme, per esempio la forma dell’immagine, la forma del simbolo. Questo è il modo più frequente in cui colui che non è pensatore riceve le rivelazioni. E potete sentir dire da coloro che sono visionari chiaroveggenti, senza che siano allo stesso tempo pensatori, come raccontino le rivelazioni in simboli. Questi sono davvero belli, ma dobbiamo allo stesso tempo essere consapevoli che l’esperienza soggettiva è diversa, sia che abbiate rivelazioni come pensatore sia che le abbiate come non-pensatore. Se avete rivelazioni come non-pensatore, allora il simbolo è lì; c’è questa o quella figura. Questo si rivela dal mondo spirituale. Diciamo che vedete una forma angelica, questo o quel simbolo, che esprime questo o quel significato, diciamo una croce, un ostensorio, un calice — questo è là nel campo sovrasensibile, lo vedete come un’immagine finita. Siete consapevoli: Questo non è realtà, ma è un’immagine.

In modo un po’ diverso le esperienze dal mondo spirituale sono già vissute per la coscienza soggettiva del pensatore, non esattamente come nel non-pensatore. Lì non stanno come se fossero improvvisamente date, come sparate da una pistola; le avete di fronte in modo diverso. Supponiamo un non-pensatore visionario chiaroveggente e un pensatore chiaroveggente. Il non-pensatore visionario chiaroveggente e il pensatore chiaroveggente visionario riceverebbero entrambi le stesse esperienze. Supponiamo un caso determinato: il non-pensatore visionario chiaroveggente vede questa o quella apparizione del mondo spirituale; il pensatore visionario chiaroveggente non la vede ancora, ma un po’ più tardi, e nel momento in cui la vede, era già stata afferrata dal suo pensiero. Allora può già distinguerla, può già sapere se è verità o falsità. La vede un po’ più tardi. Ma mentre la vede un po’ più tardi, l’apparizione dal mondo spirituale gli si presenta cosicché l’ha già penetrata di pensiero. E può distinguere precisamente se è un’illusione o una realtà, così che per così dire ha qualcosa prima di vederla. L’ha naturalmente nello stesso momento del non-pensatore visionario chiaroveggente, ma la vede un po’ più tardi. Poi, quando la vede, l’apparizione è già penetrata da giudizio, dal pensiero, e può sapere esattamente se è un’immagine fittizia, se sono le sue stesse aspirazioni che si sono oggettivate, o se è realtà oggettiva. Questa è la differenza nell’esperienza soggettiva. Il non-pensatore visionario chiaroveggente vede immediatamente l’apparizione, il pensatore un po’ più tardi. Ma per questo essa rimane anche nel primo caso come la vede, la può descrivere così. Il pensatore invece potrà inserirla del tutto in quello che allora è nel mondo fisico ordinario. Potrà porla in relazione con esso. Il mondo fisico è anche, come quell’apparizione, una rivelazione dal mondo spirituale.

Da questo vedete già che, equipaggiati con lo strumento del pensiero, avete una sicurezza nel giudizio di quello che vi viene dato quando vi avvicinate al mondo spirituale. Ma c’è ancora di più: Si potrebbe discutere del valore delle comunicazioni dal mondo spirituale se non aveste visto voi stessi le apparizioni corrispondenti. Uniamo ai due che abbiamo messo l’uno di fronte all’altro un terzo che non è affatto chiaroveggente, a cui vengono comunicate i risultati della ricerca spirituale, nella misura in cui vengono acquisiti attraverso il pensiero acuto in unione con la visione visionaria.

Li accoglie e li comprende come ragionevoli. Sì, sono fatti dal mondo spirituale. Il veggente visionario pensante li ha, e ognuno li ha, colui che li ha compresi ragionevolmente, anche se non ne è consapevole. Non dovete affatto essere chiaroveggenti e tuttavia avere il pieno valore di quello che ricevete come comunicazioni in voi.

C’è una differenza tra l’avere qualcosa e l’esserne consapevoli, di quello che si ha. Si può illustrare molto facilmente la relazione di un tale studente di scienza dello spirito che non vede con uno chiaroveggente. Pensate di aver fatto un’eredità, ma di non averne ancora sentito parlare. Se fosse il caso, se aveste fatto un’eredità ma ancora nessuno ve l’avesse comunicato, allora avrebbe già oggi il giusto valore per voi. Potete scoprire più tardi che oggi avete fatto questa eredità, la possedete però comunque. Così è anche con colui che attraverso l’antroposofia sperimenta fatti del mondo spirituale. Li ha, se li ha compresi ragionevolmente, li possiede e ora può attendere il tempo in cui ne diventa consapevole. Ma questo non è affatto sinonimo di possesso dei fatti. Specialmente dopo la morte questo si rivela. Che cosa importa effettivamente — se vogliamo usare questa parola banale per chiarire la cosa —, che cosa importa all’uomo più dopo la morte? Se vede visivamente qualcosa senza pensiero, o se riceve pura comunicazione spirituale, senza vedere in modo visionario?

Si potrebbe facilmente credere che la visione visionaria sia una migliore preparazione per la morte che il mero ascolto dei fatti dal mondo spirituale. E tuttavia! Dopo la morte, ciò che l’uomo ha visto puramente in modo visionario gli giova assai poco. Se invece un fatto è presente, allora comincia subito a diventare consapevole di quello che ha ricevuto come comunicazioni, se l’ha compreso ragionevolmente. Proprio questo ha valore dopo la morte: quello che si è compreso, indipendentemente da se è stato osservato o no. E prendete persino il più profondo iniziato: attraverso la sua chiaroveggenza può osservare l’intero mondo spirituale, ma questo non aumenta il suo significato dopo la morte se non è capace di esprimere questi fatti in concetti umani. Dopo la morte l'aiutano solo quelle cose che ha qui come concetti. Questi sono i semi per la vita dopo la morte. Naturalmente, chi è sia un veggente visionario che un pensatore, può fare un uso proficuo di quello che vede visivamente. Ma due uomini non-pensatori, uno chiaroveggente e l’altro che solo ascolta quello che vede costui, sono dopo la morte esattamente nella stessa situazione; poiché quello che portiamo nella vita dopo la morte è quello che ci procuriamo qui con l’aiuto del pensiero acuto. Questo si sviluppa come un seme: non quello che estrapotiamo dai mondi in cui entriamo. Non riceviamo quello che riceviamo dai mondi superiori come un dono libero, per farci stare più comodamente quando abbandoniamo il piano fisico, ma affinché lo trasformiamo qui nella moneta di questa terra. Quanto ne abbiamo trasformato nella moneta di questa terra, tanto ci aiuta dopo la morte. Questo è l’essenziale.

Così è riguardo alla relazione dopo la morte. Ma anche qui sul piano fisico il rapporto è diverso tra il veggente visionario e il pensatore visionario. Certamente è interessante e bello guardare nei mondi spirituali; ma è pur sempre una differenza visionare questi mondi spirituali solamente, a parte il fatto che senza penetrare queste cose in modo pensante, non si rimane mai protetti dalle illusioni. Non c’è altro mezzo contro le illusioni se non il chiarire in modo logico quello che è stato osservato. Ma anche mettendo da parte questo: Supponiamo che un veggente visionario abbia osservato questo o quello, così come lo osserva — potete ricavarlo dalle sue descrizioni —, è comunque permeato di elementi del piano fisico. O qualcuno vi ha descritto un angelo che non fosse permeato di elementi del piano fisico? Aveva ali, ma le ali le hanno anche gli uccelli. Aveva un corpo superiore umano, ma un corpo superiore umano ce l’hanno pure gli uomini sul piano fisico. Certo, come le cose sono composte di cui racconta il veggente visionario, non esiste sul piano fisico; ma gli elementi per questo esistono sul piano fisico. Le immagini sono completamente composte di elementi del piano fisico. Questo non è ingiustificato. Ma da questo potete comunque ricavare che un’immagine simile ha un residuo terreno. Quello che avete nelle forme, nelle immagini prese dal piano fisico, nelle vostre osservazioni, non appartiene al mondo spirituale, è solo una simbolizzazione del mondo spirituale per mezzo di strumenti del mondo fisico. L’ho chiarito dettagliatamente nell’« Scienza occulta nelle sue linee generali ». Ho chiarito lì che questo deve veramente proseguire nel chiaroveggenza contemporaneo fino al punto in cui ha sì dapprima nella sua pre-sviluppo una sua natura di immagine, ma non può fermarsi lì, deve progredire fino al punto dove anche l’ultimo residuo terreno di quello che è osservato viene scartato. Allora certamente c’è un certo pericolo presente per il chiaroveggente, se scarta tutti i residui terreni. Se per esempio vede l’angelo e scarta tutto quello che è terreno, allora c’è il pericolo che non veda più nulla. Se lascia andare quello che è stato portato avanti come simbolismo, allora c’è il pericolo di perder completamente la cosa. Quello che allora protegge, la cosa completamente di non perdere, quando veramente si viene nel mondo spirituale, è il seme che può nascere dal pensiero. I pensieri allora forniscono la sostanza, quello che c’è nel mondo spirituale, per afferrarlo. Con questo otteniamo la capacità, di veramente vivere nel mondo spirituale, di afferrare in nostro mondo sensibile ciò che non è più permeato da elementi della sensibilità e tuttavia è qui sul piano fisico. Questi sono solamente i pensieri. Non dovremmo portare nulla nel mondo spirituale eccetto unicamente i pensieri; da un cerchio per esempio nulla di gesso, ma unicamente i pensieri del cerchio. Con questi potete salire nei mondi spirituali. Delle immagini non dovete portare nulla.

Adesso posso descrivere ancora più precisamente il processo soggettivo menzionato prima. Supponiamo di nuovo il caso che qualcosa, diciamo per esempio un ostensorio, sia visto nel campo spirituale. Ora voglio caratterizzare i due chiaroveggenti, il meramente visionario e il pensante, così da supporre che uno lo veda qui, a, l’altro, il chiaroveggente pensante, qui soltanto, b.

a b

Da ora in poi è consapevole per lui. Ma allo stesso tempo lo riceve insieme con i pensieri e può penetrarlo con i pensieri. Nel momento certamente in cui il chiaroveggente pensante permea la forma con i pensieri, diventa indistinto per il chiaroveggente visionario, diventa nero e indistinto — qui, b, a questo punto. Appare di nuovo solo dopo un po’ di tempo. Proprio dove il pensiero può unirsi con la forma, diventa indistinto per il chiaroveggente visionario. Non è mai in grado di unire il pensiero con essa. Pertanto non ha mai l’esperienza: Tu sei stato lì con il tuo Io. — Questa esperienza è qualcosa che manca al meramente visionario chiaroveggente.

Tutto questo è qualcosa che per così dire penetra più intimamente nella cosa ed è enormemente importante da considerare. Deve spingere uno a vedere che è veramente necessario sviluppare il proprio pensiero, superare la comodità che consiste nel non voler acquisire una consapevolezza conoscitiva. È mille volte meglio aver prima compreso i pensieri, le rappresentazioni spirituali e poi, secondo il proprio karma dopo o prima, poter salire per conto proprio nei mondi spirituali, piuttosto che prima osservare e non aver compreso in modo pensante quello che viene comunicato nel movimento che si chiama antroposofico. È mille volte meglio conoscere la scienza dello spirito e non vedere ancora nulla, che vedere qualcosa e non avere la possibilità di penetrare le cose in modo pensante: perché questo porta incertezza nella cosa.

Potete però esprimere la cosa ancora più precisamente dicendo: Esistono oggi nella situazione attuale pensatori acuti che possono comprendere ragionevolmente la concezione del mondo di scienza dello spirito. Perché allora proprio questi hanno tanta difficoltà a raggiungere la chiaroveggenza? — È relativamente facile proprio per coloro che non sono pensatori acuti raggiungere la chiaroveggenza visionaria, e allora diventano facilmente superbi rispetto al pensiero, mentre è difficile per i pensatori acuti raggiungere la chiaroveggenza. Qui c’è precisamente il precipizio dove si manifesta un certo orgoglio mascherato. Non c’è quasi nulla che coltivi l’orgoglio come una chiaroveggenza non illuminata da pensieri, ed è quindi così particolarmente pericoloso, perché il soggetto in questione di solito non sa che è superbo, ma si ritiene persino umile. Non sa giudicare quale enorme orgoglio ci sia nel disprezzare il lavoro di pensiero degli uomini e nel dare il valore principale a certe intuizioni. In esso c’è un orgoglio mascherato che è enormemente.

La domanda è allora questa: Perché è — cosa che l’esperienza insegna —, così enormemente difficile proprio per il pensatore riuscire a diventare anche chiaroveggente? — Questo è collegato con un fatto importante. Quello che si chiama il discernimento umano, il giudizio, quello che il pensatore sviluppa appunto, il pensiero logico, provoca un cambiamento ben determinato della struttura cerebrale intera. Lo strumento fisico viene cambiato attraverso il pensiero acuto. La ricerca fisica sa poco di questo, ma è così; un cervello fisico che un pensatore ha usato sembra diverso da uno che apparteneva a un non-pensatore. Il fatto che qualcuno sia chiaroveggente non cambia molto. In uno che non pensa, si trova il cervello in curve molto complicate, nel pensatore acuto invece relativamente semplice, senza complicazioni particolari. Proprio nella semplificazione delle circonvoluzioni cerebrali si esprime il pensiero. Questo la ricerca odierna non lo sa.

Il pensiero acuto è quello che può essere esaustivo, non quello che si attua nell’analizzare. Da qui la maggiore semplicità delle circonvoluzioni cerebrali nel pensatore acuto. Dove la ricerca fisica in qualche modo si abbassa a considerare il pensiero acuto, che è valido per le condizioni fisiche, allora risulta molto presto che la ricerca fisica conferma quello che la scienza dello spirito sostiene. L’indagine del cervello di Mendelejew, a cui la scienza deve l’instaurazione del sistema periodico degli elementi, conferma quello che la scienza dello spirito dice: le sue circonvoluzioni cerebrali erano più semplici. In lui c’era in certi limiti un pensiero onnicomprensivo, e l’indagine fisica ha completamente confermato la verità di quello che ho detto. Questo non è di particolare valore, è solo menzionato di passaggio. Allora, come detto, c’è un cambiamento dello strumento del pensiero. Questo cambiamento deve essere prodotto dall’attività del pensiero stesso. Nessuno nasce con tutte le capacità che ha in seguito, forse con i germi di esse; ma le capacità deve prima sviluppare, così che effettivamente durante la vita avviene un cambiamento nel cervello. Lo strumento del pensiero è diventato diverso dopo la vita di pensiero, di come era prima. La questione è ora questa, che il nostro corpo eterico, che dobbiamo liberare dal nostro cervello fisico per la coscienza chiaroveggente, viene incatenato al cervello fisico attraverso questa attività di pensiero. Questo lavoro del pensiero incatena, lega fortemente il corpo eterico al cervello. Se qualcuno per il suo karma non ha ancora le forze per liberarlo di nuovo al momento giusto, allora può accadere che in questa incarnazione non possa conseguire nulla di particolare nel campo della chiaroveggenza. Supponiamo che abbia il karma di essere stato un pensatore acuto in un’incarnazione precedente. Allora il pensiero adesso non costringerà il corpo eterico al cervello così fortemente, e avrà relativamente facilmente il corpo eterico liberato presto. E può proprio attraverso il fatto che gli elementi di pensiero sono i migliori semi per l’ascesa nei mondi superiori, nel modo più raffinato ricercare i segreti dei mondi superiori. Naturalmente deve d’anzi tutto di nuovo liberare il corpo eterico dal cervello. Se il corpo eterico però s’è così impigliato nel cervello fisico nel cesellare dell’attività di pensiero che è esaurito, allora il suo karma forse può aspettarlo a lungo, fino a quando lo libera di nuovo. Se però allora ascende, è passato attraverso il punto del pensiero logico. Allora è inperso, allora nessuno può torgli via quello che si è conquistato, ed è enormemente importante, perché altrimenti la chiaroveggenza può sempre di nuovo andare persa. Vi ricordo ancora una volta che siete stati tutti chiaroveggenti in tempi precedenti.

Perché adesso non possedete più la facoltà della chiaroveggenza? Perché allora non eravate legati ed uniti all’esistenza terrena, perché foste rapiti nel mondo spirituale, perché non l’avete portato giù fino alle vostre capacità, perché la chiaroveggenza visionaria era basata su un rapimento.

Questo è quello che dobbiamo tenere in mente. Queste sottigliezze ci si deve incidere nell’anima. Ci si deve essere chiari che una vera scienza occulta oggi ha il compito di comunicare quei risultati della ricerca spirituale che sono permeati dal contenuto di pensiero, in modo che si presentino sempre i risultati della ricerca chiaroveggente cosicché l’uomo non chiaroveggente possa comprendere attraverso il suo pensiero. Ma per questo devono prima essere connessi con il pensiero. Da qui la difficoltà rispetto ai vecchi libri, in cui si parla di apparizioni dei mondi superiori. Se prendete questi vecchi libri, allora troverete ovunque — se vi avvicinate con l’abitudine della scienza dello spirito contemporanea — una mancanza. Sono forse comunicazioni magnifiche quelle che trovate in questi vecchi libri; ma l’uomo odierno con esse, se non è egli stesso chiaroveggente e non può raddrizzare la cosa, non può cavarne molto. Mentre con quello che la scienza dello spirito oggi offre, ognuno che si sforza può cavarne qualcosa, perché può penetrarlo con quello che acquisisce come elementi di pensiero sul piano fisico. Perché con gli stessi concetti è afferrato quello che è nel mondo spirituale e quello che è nel mondo fisico. La scienza naturale odierna parla di sviluppo e la scienza dello spirito parla di sviluppo. Se avete afferrato il concetto di sviluppo, potete comprendere quello che viene comunicato nella scienza dello spirito. Potete farvi un’idea del karma, perché potete farvi un’immagine di pensiero di esso. Certamente, se semplicemente dite, come fanno alcuni teosofi: Ogni causa spirituale ha un effetto spirituale e questo è il karma —, allora non avete un concetto di karma. Con una palla da biliardo potete anche vedere la legge di causa e effetto, ma allora non avete il giusto paragone con il karma. Prendete invece una volta una sfera di ferro e gettatela in un recipiente d’acqua. Se la sfera è fredda, l’acqua rimane come è. Se però fate riscaldare la sfera e poi la gettate, l’acqua si riscalda. A causa dell’evento che è accaduto con la sfera, l’acqua si riscalda. Questo si può paragonare al karma, quando un evento successivo è la conseguenza di un evento precedente.

Così dobbiamo essere completamente chiari che ognuno che penetra con il pensiero i fatti del mondo spirituale, può anche comunicarli cosicché colui che ha acquisito i pensieri qui sul piano fisico possa applicare gli stessi pensieri a quello che viene comunicato dai mondi spirituali. Allora può comprenderlo. Ognuno dovrebbe considerare questo. Ognuno dovrebbe comprendere che non si tratta di ricevere comunicazioni dai mondi superiori, ma si tratta di riceverle in un modo che corrisponde alle nostre condizioni terrene. Ognuno dovrebbe fare attenzione a non ricevere le comunicazioni dai mondi superiori diversamente. Certamente c’è la comodità di credere semplicemente quello che viene comunicato. Ma questo è un grande male. Perché, vede, se qualcuno vuol credere, è più o meno come se si lasciasse raccontare che c’è una luce, mentre ha bisogno della luce per illuminare una stanza. Lì deve avere la luce, là la mera fede non aiuta. Così è importante che si afferri dapprima la forma, la forma dell’attenta e accurata riflessione, per ricevere attraverso questa forma dapprima le comunicazioni dal mondo spirituale. Possono essere ricercate solo se si possiede la capacità della chiaroveggenza, ma ognuno può comprenderle, se sono state ricercate, se le riceve nel modo appropriato.

Se si pensa così, allora tutti i pericoli che veramente altrimenti sono collegati con quello che si chiama movimento antroposofico saranno più o meno eliminati. I pericoli insorgono però immediatamente quando le persone sviluppano capacità chiaroveggenti e non si preoccupano nello stesso tempo di arricchire il loro pensiero e soprattutto la loro consapevolezza conoscitiva con i mezzi del pensiero.

Molti hanno questa brama, di afferrare solo qualcosa dal mondo spirituale e di non procedere attentamente in modo consapevolmente conoscente con quello che sul piano fisico deve essere conquistato. Nessun dio può afferrare il mondo in pensieri, se non si incarna su questa terra fisica. Può afferrare il mondo in un’altra forma; ma per afferrarlo in questa forma, deve incamarsi su questa terra. Considerando questo, ognuno può farsi chiaro che è collegato a certi pericoli lo sviluppare in sé capacità che non si usano correttamente. Chi sviluppa una certa chiaroveggenza visionaria e non l’usa correttamente, negandosi la possibilità di convincerne il mondo, chi rimane solo sul piano astrale e non porta le sue esperienze giù sul piano fisico, si espone al pericolo che un abisso si apra tra le sue visioni e il piano fisico.

Supponiamo che qualcuno abbia visioni molto significative che appartengono al piano astrale. Supponiamo che siano completamente reali — possono esserlo anche con il chiaroveggente non-pensatore —, ma allora un abisso si apre tra lui e quello che sottende il piano fisico. Immaginate che questo asciugamano fosse il piano fisico. Ora starebbe il chiaroveggente visionario di fronte; vede la sua visione. Dietro il piano fisico è il vero mondo spirituale. Il piano fisico è Maya. Questo piano fisico, colui che è chiaroveggente visionario, non lo cancella; svanisce solo per colui che lo cancella per mezzo dei mezzi del pensiero. Solo allora penetrate dietro il piano fisico, così che lo comprendete prima con la chiaroveggenza logica. Il piano fisico è lì, ma non vedete il vero mondo spirituale. Allora l’abisso si apre, il piano fisico rimane come Maya presente. E questa impossibilità di penetrare il piano fisico si basa sul fatto che il cervello non è capace di escludersi. Se avete imparato a pensare correttamente, non avete bisogno di usare il cervello direttamente per pensare. Quello che è il pensiero lavora sul cervello, ma l’attività di pensiero non ha bisogno del cervello immediatamente.

È una sciocchezza se qualcuno volesse sostenere: Il cervello pensa. — Una volta mi è capitato — sarà forse trentacinque anni fa — di camminare per la strada con un giovane uomo che allora studiava, che allora era sulla strada migliore di diventare completamente materialista. Disse: Bene, se lui pensa, allora gli atomi del cervello oscillano dentro; ogni determinato pensiero ha una determinata forma, e descrisse che in realtà sarebbe una sciocchezza presumere qualcosa di simile come un’anima che pensi. Perché il cervello pensa. — Gli dissi: Sì, dimmi una volta, perché sei dunque così bugiardo? Se è così, allora non puoi dire: Io penso. Devi dire: Il mio cervello pensa. Devi allora dire: Il mio cervello mangia, il mio cervello vede il sole. Quella sarebbe allora la verità. — Allora vedrebbe presto quale assurdità si porta dietro.

Allora il cervello non è quello che pensa. Si può, come detto, farsi questo chiaro attraverso considerazioni piuttosto banali — se non si è proprio un materialista molto moderno. L’attività di pensiero non è inizialmente affatto dipendente dall’usare il cervello per così dire come suo strumento. Dove il pensiero diviene puro, il cervello non è implicato. Solo nella simbolizzazione è implicato.

Se vi rappresentate un cerchio di gesso, questo accade solo attraverso il cervello; se vi rappresentate però un puro cerchio libero da simbolizzazione, allora il cerchio stesso è l’attivo, che per primo forma il cervello. Ma allora, quando l’uomo ha chiaroveggenza visionaria, rimane nel suo corpo eterico e non arriva nemmeno al cervello fisico. Si può vivere per tutta la vita nella chiaroveggenza visionaria. Attraverso questo il cervello non diviene diverso, attraverso questo il corpo eterico è elaborato, ma non il cervello. Ma per questo di nuovo non potete mai penetrare questo abisso, non potete mai veramente penetrare Maya. Lo potete solo se lo penetrate con i pensieri.

Chi si rifiuta di procedere in modo pensante sviluppa capacità che per così dire non afferrano il loro oggetto, che non veramente penetrano il mondo spirituale. E la conseguenza è che un’incoerenza si forma tra quello che sviluppa continuamente nel suo corpo eterico e quello che è effettivamente come uomo. Si forma un’incoerenza completa: il suo cervello non è adatto alle sue capacità chiaroveggenti. Il cervello è grossolano, perché la persona interessata non si è data la pena di raffinarlo attraverso il pensiero. Si forma qualcosa per cui non può passare, che gli è un ostacolo, per arrivare con le sue visioni alla realtà spirituale. Si allontana dalla realtà, invece di avvicinarsi. Allora ogni possibilità è esclusa di decidere sul mondo spirituale. Una tale persona certamente può vedere molto, ma non c’è mai una garanzia che corrisponda alla realtà. Solo colui che può distinguere tra pura visione e realtà potrebbe decidere. Ma solo il discernimento può distinguere. Se non l’avete, non potete mai distinguere tra pura visione e realtà. Ma il discernimento si può ottenere solo attraverso il lavoro sul piano fisico. Così si galleggia sempre senza fondamento, se si trascura il lavoro di pensiero, che è faticoso a raggiungersi.

Questo è quello che ci si deve incidere nel cuore. Allora le cose non possono sorgere che altrimenti insorgono così facilmente, che accadono sempre e sempre di nuovo: che gli uomini per il fatto che sviluppano chiaroveggenza visionaria si costruiscono una diga contro il vero mondo e poi vivono nei loro sogni. Questo è sinonimo di non sapersi più districare nel mondo fisico, sinonimo di non essere completamente consci. Si può ottenere la consapevolezza ottenendola laddove può essere sviluppata unicamente: attraverso il pensiero del piano fisico. Se si trascura di procurarsela, ci si perde nell’errore. Questo è quello che dobbiamo acquisire, altrimenti vengono tutti i danni che necessariamente devono essere collegati con quello che si chiama il movimento antroposofico. Chi vuol credere solo ciecamente, cioè accetta tutte le comunicazioni dai mondi superiori solo sull’autorità di un altro senza ragionevole pensiero, fa qualcosa che è molto comodo, ma ha un pericolo in sé. Invece di elaborare le cose in se stessi, di pensare per se stessi, si assume la conoscenza di un altro, le cose che un altro ha visto, in sé. Si rinuncia a controllare in modo pensante quello che comunica. Questo genera quello che può insorgere come danno attraverso il movimento antroposofico. Naturalmente da questo nessuno dovrebbe lasciarsi scoraggiare dall’abbandonarvisi. Può accadere con un tale uomo ciecamente credente che si perda, che non possa più distinguere tra ciò che è vero e ciò che è bugia. Nulla può coltivare la menzogna come una certa chiaroveggenza meramente visionaria che non si affida al pensiero e non è controllata. E d’altra parte, una tale chiaroveggenza di nuovo coltiverà un’altra caratteristica, cioè una certa presunzione, un certo orgoglio che può portare alla megalomania. Ed è tanto più pericoloso perché non viene notato. Il pericolo è molto grande che per questo ci si ritenga superiore, perché si vedono questa o quella cosa che l’altro non vede. E di solito allora non si sa quanto profondamente, quello che rasenta la megalomania, quanto profondamente in realtà siede nell’anima. Si nasconde in certo modo, e specialmente dietro il fatto che si giura assoluta certezza sulle proprie visioni e non si tollera nessuna obiezione, così che si può sperimentare che gli uomini credono le cose più stolte se gliele vengono dette dal piano astrale. Non gli verrebbe mai in mente di credere tali cose da un uomo del piano fisico, se gliele dicesse, ma le credono con la più servile credulità se gli vengono dette dal piano astrale. Chi si è disabituato da questo, non può cascare in ogni inganno e sciocchezza. Ma si casca dentro se non si sviluppa l’impulso in sé di controllare, e non appena ci si vuol procurare una convinzione in modo comodo. Non dovete rendervi le cose facili. Dovete considerare che appartiene alle cose più sacre dell’uomo procurarsi una convinzione. Se considerate questo, allora non scapperete dalla fatica, lavorerete veramente, non ascolterete solo comunicazioni sensazionali. Da comunicazioni dal mondo spirituale veramente ne abbiamo abbastanza, per così dire; ma è anche necessario che ci si procuri il giusto atteggiamento e la giusta concezione, condizione per comportarsi appropriatamente a queste cose.

Questo è quello che oggi volevo esprimere. Non volevo esprimerlo semplicemente in modo esortativo, come un sermone, ma esprimere con tutte le giustificazioni. Perché era forse in sé un lavoro di pensiero un po’ più difficile, partecipare a questo. Ma cerco sempre, anche nei miei metodi, di mantenere quello che si può esigere come giusto nel movimento di scienza dello spirito. Molti vogliono esortazioni edificanti. Rinuncio a questo. Cerco di presentare le cose in modo che possano rivestirsi in forme di vero pensiero. Se si discutono le cose del piano fisico, come oggi, allora è certamente talvolta un difficile lavoro di pensiero, perché non sono così sensazionali, non sono così piacevoli come le cose dei mondi superiori, ma tuttavia enormemente importanti. Non sottovaluterete l’importanza di queste cose, se vi direte: Se deve veramente avvenire quello che deve avvenire, cioè che nelle prossime incarnazioni un numero sufficientemente grande di uomini si ricordi dell’incarnazione attuale, allora bisogna provvedere. Sviluppate quindi il vostro giudizio, siete allora candidati per ricordarvi nell’incarnazione successiva dell’incarnazione attuale. Provvedete in modo da poter seguire il mondo con pensieri. Perché, anche se potete ancora vedere molto in modo visionario, questo non vi aiuterà per un ricordo della presente incarnazione. Ma l’antroposofia è lì proprio per preparare quello che come necessità deve avvenire: che ci sia un numero sufficientemente grande di uomini che veramente da propria conoscenza possano guardare indietro a questa incarnazione.

Quanti in questa incarnazione arrivano a accompagnare la conoscenza di scienza dello spirito con capacità chiaroveggente, dipende dal karma del singolo. Molti sedono certamente qui il cui karma è tale che in questa incarnazione non arrivano a penetrare il mondo attraverso la chiaroveggenza. Ma tutti coloro che si appropriano quello che nella vera scienza dello spirito viene dato cosicché si rivesta nelle forme di pensiero, questi avranno i frutti di ciò nella prossima incarnazione, perché si sono appropriati le basi per questo. L’uomo può essere per così dire un chiaroveggente senza saperlo, e colui che studia appropriatamente la scienza dello spirito, ha il vedere e può allora aspettare finché il suo karma gli consente di vedere anche le cose.

LE VANGELI

7°I Vangeli

Stoccarda, 14 Novembre 1909

Discuteremo oggi alcune questioni da quegli ambiti che nel nostro attuale sviluppo del movimento spirituale in Germania hanno svolto un certo ruolo. Sapete e avete in parte voi stessi partecipato al fatto che abbiamo discusso le diverse verità e conoscenze di scienza dello spirito in connessione con i Vangeli. In diversi luoghi è stato discusso quello che si può dire in riferimento al Vangelo di Giovanni; è stato poi discusso quello che si può dire in riferimento al Vangelo di Luca. Naturalmente non tutti voi avete sentito queste cose. E nemmeno oggi si deve parlare nel senso che si presupponga qualcosa di quello che è stato detto, ma solo davanti a voi di alcune cose dal campo complessivo di questo campo di scienza dello spirito che devono essere importanti per tutti.

È stato spesso menzionato anche qui a Stoccarda che il cristianesimo, e tutto quello che a esso è connesso, ha fatto un profondo taglio netto nello sviluppo complessivo dell’umanità. Si può dire che quello che accade oggi intorno a noi, quello che l’anima umana oggi può sperimentare, non può ben capirsi senza tenere presente il completo significato dell’evento del Cristo nella storia della nostra terra. Per ogni singola anima umana è di importanza infinita, proprio conoscere il significato di questo evento.

Ora sapete che questo evento del Cristo viene descritto agli uomini in quattro documenti, i cosiddetti quattro Vangeli. Questi quattro documenti, li conoscete tutti e li avete certo seguiti in molti modi diversi. Questi quattro documenti, il Vangelo secondo Matteo, il Vangelo secondo Marco, il Vangelo secondo Luca e il Vangelo secondo Giovanni, hanno avuto sviluppi molto diversi nel corso dello sviluppo dell’umanità da quando il cristianesimo è stato fondato. Grandi cambiamenti ha subito il giudizio e la posizione dell’uomo verso questi quattro documenti. Se innanzitutto ci chiediamo come questi quattro documenti appaiano all’uomo odierno, persino al teologo contemporaneo, la risposta è abbastanza semplice. Si dice: Bene, innanzitutto abbiamo i tre documenti dei Vangeli di Matteo, Marco e Luca. Almeno — così è il giudizio generale odierno — concordano in qualcosa. Ma completamente diverso da questi tre documenti è il quarto, il Vangelo di Giovanni. — Questo Vangelo di Giovanni ha inizialmente un effetto sull’uomo tale che dice: Se si prendono i tre primi Vangeli come documenti storici, come descrizioni della vita di Cristo Gesù, il quarto documento contraddice i tre primi così essenzialmente che non si potrebbe prendere questo quarto come una descrizione che corrisponde ai fatti storici. — Così c’è l’opinione che questo quarto documento sia solo uno scritto sorto dalla confessione di un uomo fedele alla missione di Cristo Gesù, una specie di inno emanato dal cuore, per esprimere in modo ispirato quello che l’autore voleva dire. I tre altri Vangeli si chiamano anche i canonici, perché si tenta di dare una specie di immagine storica e perché si crede che questi in certo modo riproducano i fatti storici. Ma se ci si vuole attenere alle contraddizioni che la ragione esterna, legata alle condizioni fisiche, cerca, allora veramente i tre primi Vangeli presentano tali contraddizioni. Perché non dovrebbero essere contraddizioni che nel Vangelo di Matteo sia raccontato di una nascita di Gesù a Betlemme, sia raccontato di una fuga in Egitto, dell’apparizione dei Magi dal paese dell’oriente, mentre nel Vangelo di Luca è raccontato di un viaggio a Betlemme, ma è completamente taciuto quello che è raccontato nel Vangelo di Matteo dei Magi, è taciuta la fuga in Egitto e così via? Sui dettagli dei tre anni di attività di Cristo Gesù non vogliamo nemmeno entrare. Contraddizione dopo contraddizione potremmo trovare lì.

Ora si potrebbe sollevare la domanda: come sta veramente lo sviluppo del giudizio dei Vangeli nel corso dei tempi cristiani? È sempre stato così che gli uomini hanno riguardato i Vangeli e principalmente hanno visto le contraddizioni? — Dobbiamo avere chiaro come è avvenuto lo sviluppo di questo giudizio dei Vangeli. Il fatto che gli uomini abbiano i Vangeli come oggi non è accaduto da così a lungo. I Vangeli sono diffusi presso l’umanità generale solo da tempi brevi. Prima dell’invenzione della stampa i Vangeli erano fondamentalmente solo nelle mani di pochi uomini, e certamente non di quelli meno intelligenti, ma di quegli uomini che se ne occupavano in modo estremamente erudito, che ne avevano fatto una faccenda della loro vita. E non è così, che più lungo diamo uno sguardo indietro nel tempo, più le persone abbiano detto: Ci sono contraddizioni —, ma è vero il contrario. Quanto più guardiamo indietro, tanto più appare che queste contraddizioni non vengono sentite, che si avevano i quattro Vangeli uno accanto all’altro e non si vedevano le contraddizioni. L’intero stato d’animo che gli uomini hanno avuto verso i Vangeli era nei primi secoli cristiani completamente diverso. Se volessimo caratterizzare questo stato d’animo, dovremmo dire che gli uomini dei primi secoli cristiani erano riempiti da un’enorme reverenza verso quello che è descritto nei Vangeli. Era penetrato da questo intero stato d’animo uno sguardo verso l’alto verso la grande figura di Cristo Gesù.

Come hanno avuto gli uomini i Vangeli sentito? Come si ha sentito una cosa, che nel Vangelo di Matteo è raccontato qualcos’altro che nel Vangelo di Luca? Così simile si è sentito, come se oggi — ho già usato il confronto in diversi insegnamenti tenuti qua e là — come se qualcuno fotografasse un albero da un lato. Una tale fotografia dà una vista dell’albero. Se si andasse con essa tra la gente e si volesse con essa creare un’immagine dell’albero, questa immagine sarebbe estremamente unilaterale. E si potrebbe già sperare maggiormente di creare un’immagine giusta dell’albero se lo fotografasse da quattro lati. Allora si mostrerebbero quattro immagini di un albero. Questi dovrebbero avere pochissimo in comune l’un l’altro, dovrebbero essere molto diversi. Eppure nessun uomo sentirebbe il sentimento che non potrebbe essere che queste quattro fotografie siano le immagini di un albero solo. Ognuno direbbe: Così posso farmi solo un’immagine abbastanza completa dell’albero, che l’ho descritto da quattro lati. — Così più o meno gli uomini nei primi secoli cristiani hanno sentito i Vangeli. Hanno detto: Questo grande evento è descritto da quattro lati, e riceviamo un’immagine completa di esso se veramente questi quattro racconti li prendiamo insieme e tramite questo ci facciamo per così dire una visione d’insieme. Solo dobbiamo avere chiaro come questi quattro racconti da diversi punti di vista si comportano l’uno verso l’altro. È veramente il grande evento descritto da quattro punti di vista diversi. Se si vuol capire quello che il singolo punto di vista descrive, allora ci si deve farsi chiaro il seguente.

Abbiamo di fronte una straordinaria individualità, Cristo Gesù, un’individualità, di cui sappiamo dalle descrizioni che qui abbiamo già dato, che è discesa dal mondo spirituale e apparve in Palestina all’inizio del nostro computo dei tempi. Quello che lì è venuto sulla terra come individualità, si presenta come un grande ideale onnicomprensivo per ogni singolo uomo. Il singolo uomo tende per così dire verso l’alto, in quanto presagisce in infinita lontananza sopra di sé quella perfezione in un’individualità che è espressa in Cristo Gesù, e tende verso questo ideale. Ora l’uomo vede innanzitutto quello che può considerare come il suo sforzo, in relazione intellettuale, in relazione morale e così via. Ma vede ancora di più, se entra in quello che chiamiamo il movimento di scienza dello spirito. Lì vede lo sviluppo nel mondo spirituale. Sa che l’uomo può crescere oltre il suo sé ordinario, che può crescere verso il vedere nel mondo spirituale, che può sviluppare i suoi sensi spirituali per vivere nelle altezze nel mondo spirituale. Questo riconosce l’uomo. Nel trattato « Come si acquisiscono conoscenze dei mondi superiori? » avete un lato di questa crescita verso l’alto, dell’entrata nei mondi spirituali un poco descritto, lì avete soprattutto descritto quello che si chiama « scissione della personalità ». Se l’uomo si sviluppa spiritualmente in modo che cresca gradualmente nei mondi spirituali, diventi egli stesso un veggente, allora effettivamente qualcosa si verifica simile a una specie di scissione della personalità. Nella personalità sono inizialmente espresse tre forze: pensiero, sentimento e volontà. Queste tre forze sono nell’uomo ordinario unite; agiscono insieme, il pensiero, il sentimento e la volontà. Uscite nel prato, vedete un fiore, cioè avete una rappresentazione del fiore; avete pensato. Il fiore vi piace; lo dite bello, cioè avete sentito. Con il pensiero si è unito un sentimento. Prendete il fiore e lo portate a casa, cioè l'avete desiderato. E così effettivamente scorre la vita esterna intera dell’uomo. Rappresenta, pensa, sente e vuole, e i tre si versano l’uno nell’altro. La rappresentazione evoca il sentimento, questo la volontà o l’avversione e così via. Se l’uomo ora si sviluppa verso l’alto nei mondi superiori, si sviluppa verso la chiaroveggenza, alla partecipazione nei mondi spirituali, allora avviene una scissione di queste tre forze. In colui che ha raggiunto un certo livello della coscienza chiaroveggente, non ogni pensiero evoca un sentimento, ma il pensiero sorge isolato, e il sentimento può sorgere isolato e la volontà può sorgere isolata. E l’uomo deve proprio per questo, poiché è allora diviso in tre esseri — mentre il pensiero, il sentimento e la volontà sono altrimenti solo forze nella sua anima —, l’uomo deve diventare tanto più forte nella sua individualità. Non solo deve bilanciare tre forze, ma deve diventare signore su tre esseri, su un essere volente, su un essere sentente, su un essere pensante. Capo deve essere di una schiera di queste tre essenze. Deve mettere ordine; deve dominarle, altrimenti accade quello che sarebbe un male: che la volontà lo tira da un lato e il pensiero dall’altro, e allora è veramente scisso e non si ritrova più. Per questo l’uomo deve fortarsi in se stesso, diventare forte, così da poter essere signore degli esseri che dalle sue forze d’anima sono diventati. Se l’uomo si sviluppa verso l’alto nei mondi superiori, si divide in tre esseri diversi. Se gli esseri ci vengono incontro dall’alto dai mondi spirituali e si vedono nella loro vera natura, che si può conoscere solo attraverso l’osservazione spirituale, allora sorgono da principio ben separati come esseri pensanti, esseri volenti ed esseri sententi. Questo è quello a cui l’uomo li sviluppa.

Specialmente questo era il caso con quella grande individualità che è venuta a noi come Cristo. Per questo coloro che hanno descritto per primi il Cristo si sono detti: Il Cristo non si può descrivere scegliendo un solo punto di vista. Lo si deve descrivere così come si vede innanzitutto un essere pieno di sapienza, di pensiero, poi come si vede un essere volente, e poi come si vede un essere sentente. Lo si deve descrivere dal punto di vista della saggezza, dal punto di vista della volontà, dal punto di vista del sentimento. Così lo si deve descrivere, hanno detto le persone. E per questo erano proprio molto ben preparati dalla completa educazione che era usuale in tempi antichi. Se un uomo doveva essere sviluppato verso l’alto nei mondi superiori — oggi è necessario qualcos’altro per i primi stadi dell’acquisizione di conoscenze superiori; in tempi antichi si procedeva diversamente —, se qualcuno era maturo per essere condotto verso l’alto, per diventare cittadino dei mondi spirituali, allora si diceva: Bene, costui è maturo per essere condotto nei mondi superiori. Guardiamolo più attentamente! Dobbiamo sviluppare particolarmente in lui la saggezza o le forze di pensiero o la volontà?

Nelle antiche scuole iniziatiche non si sviluppavano tutte le forze ugualmente, ma si decideva, secondo il karma della persona interessata, per un aspetto: per uno si procedeva a sviluppare il pensiero nella chiaroveggenza, per un altro il sentimento verso l’una sensibilità chiaroveggente, per un terzo la volontà verso la forza magica. Per questo nelle antiche scuole iniziatiche si avevano tre classi di capacità sviluppate. Vi erano gli studenti in cui era sviluppata particolarmente la capacità di vedere in modo illuminato dalla saggezza il mondo spirituale: erano quegli uomini nei Misteri a cui ci si rivolgeva quando si voleva sapere come erano i fatti nei mondi superiori e come erano collegati secondo legge. Se vogliamo parlare con un’espressione banale, possiamo dire che erano gli esperti del sapere all’interno dei Misteri. Allora c’era un’altra classe di iniziati. In essi il sentimento era particolarmente sviluppato. Affinché questo sentimento potesse essere particolarmente sviluppato, si prescindeva dal sviluppo della consapevolezza e della volontà in essi e si sviluppava il sentimento per sé. Quando il sentimento è particolarmente sviluppato in un uomo, allora diventa attraverso questo quello che oggi quasi più non si conosce: diventa il guaritore, il medico. Perché il medico nei tempi antichi aveva esercitato un’azione spirituale molto più emanante dalle sfere emotive e aveva guarito l’anima ricettiva per mezzo dello sviluppo emozionale più sviluppato piuttosto che oggi. Questa era la seconda classe degli iniziati. Avevano sviluppato il sentimento fino al massimo sacrificio di sé, fino alla dedizione di tutte le forze che avevano in sé. Ci si divideva il lavoro. Se si voleva sapere cosa mancasse a qualcuno, allora si andava da coloro che avevano sviluppato la saggezza. Questi stabilivano cosa manca e cosa doveva essere fatto. Poi venivano coloro che non potevano dire cosa mancava al malato, perché in essi la capacità del pensiero non era sviluppata; ma venivano e sacrificavano le loro forze, perché avevano sviluppato le forze del sentimento. Questi erano allo stesso tempo gli uomini che avevano anche altre funzioni, che in caso di disgrazia o in caso di situazioni simili mostravano la loro disponibilità al sacrificio. La terza categoria degli iniziati erano i maghi. Questi erano coloro che avevano sviluppato la sfera della volontà. Avevano i compiti di prendere le misure esterne. I maghi avevano sviluppato le forze della volontà e potevano eseguire quello che si trattava di eseguire. Così c’erano tre tipi di iniziati: iniziati del pensiero, iniziati del sentimento e iniziati della volontà. E una quarta classe o categoria erano coloro in cui in certa misura si era cercato di sviluppare qualcosa da ognuno degli altri tre, qualcosa dal pensiero, qualcosa dal sentimento e qualcosa dalla volontà. Per questo non erano arrivati così lontano in nessuno dei campi quanto gli altri; ma in essi si rivelò, come in una certa iniziazione alle tre sfere, come le cose sono collegate. Così si avevano potenti iniziati della saggezza, potenti iniziati del servizio sacrificale, potenti iniziati della magia e una quarta categoria, che aveva qualcosa da ognuno dei tre primi.

Quando allora Cristo Gesù doveva essere descritto da tutti i lati, allora si trovarono proprio — più dettagliatamente può essere esposto una volta in un’altra occasione, oggi può solo accadere in grandi linee — quattro persone che descrivevano da quattro punti di vista le capacità naturalmente unite in lui. Così uno era particolarmente iniziato nei segreti del pensiero. Questi descriveva in Cristo Gesù quelle proprietà che particolarmente un tale poteva comprendere, un iniziato della saggezza. Ha lasciato gli altri lati. Un altro era un iniziato del sentimento. Descriveva Cristo Gesù dal lato del sentimento come medico, come guaritore. Un terzo era un iniziato della magia. Descriveva le forze che Cristo poteva dispiegate per organizzare l’intera umanità. E un quarto era un iniziato appunto della quarta classe, in cui le forze agevano l’una sull’altra, agivano armonicamente. Questo descriveva prevalentemente le

I Vangeli

Stoccarda, 14 novembre 1909

Oggi parleremo di alcuni argomenti che nella presente evoluzione del movimento spirituale all’interno della Germania hanno avuto una certa importanza. Voi sapete, e molti di voi hanno partecipato, che abbiamo discusso le diverse verità e i diversi insegnamenti della scienza dello spirito in connessione con i Vangeli. In varie occasioni si è discusso ciò che si può dire in connessione con il Vangelo secondo Giovanni; si è poi discusso ciò che si può dire in connessione con il Vangelo secondo Luca. Naturalmente non tutti voi avete ascoltato queste cose. Anche oggi non si parlerà nel senso di presupporre quanto è stato detto, ma intendo solo di esporre davanti a voi alcuni argomenti dal campo generale di questa scienza dello spirito che deve essere importante per tutti.

È stato spesso menzionato anche qui a Stoccarda che il Cristianesimo e tutto ciò che è a esso collegato ha fatto una profonda frattura nello sviluppo complessivo dell’umanità. Ciò che oggi accade intorno a noi, ciò che l’anima umana oggi può vivere, non si può comprendere bene senza considerare il significato completo dell’evento del Cristo nella storia della Terra. Per ogni singola anima umana è di un’importanza infinita conoscere il significato di questo evento.

Ora voi sapete che questo evento del Cristo è descritto per gli uomini in quattro documenti, nei cosiddetti quattro Vangeli. Questi quattro documenti, voi li conoscete tutti e li avete seguiti in vari modi. Questi quattro documenti — il Vangelo secondo Matteo, il Vangelo secondo Marco, il Vangelo secondo Luca e il Vangelo secondo Giovanni — hanno avuto destini molto diversi nel corso dello sviluppo dell’umanità fin dalla fondazione del Cristianesimo. Il giudizio e l’atteggiamento degli uomini verso questi quattro documenti ha subito grandi trasformazioni. Se ci chiediamo innanzitutto come questi quattro documenti appaiono all’uomo moderno, persino al teologo moderno, la risposta è piuttosto ovvia. Si dice: Abbiamo innanzitutto i tre documenti dei Vangeli secondo Matteo, Marco e Luca. Essi concordano almeno — secondo il giudizio generale attuale — in qualche cosa. Ma completamente diverso da questi tre documenti è il quarto, il Vangelo secondo Giovanni. Questo Vangelo secondo Giovanni ha l’effetto sull’uomo tale che egli si dice: Se si prendono i tre primi Vangeli come documenti storici, come descrizioni della vita di Gesù Cristo, allora il quarto documento contraddice così essenzialmente i tre primi, che non si potrebbe considerare questo quarto come una descrizione che corrisponda ai fatti storici. Allora sembra che questo quarto documento sia solo uno scritto, nato dalla confessione di un uomo fedele alla missione di Gesù Cristo, una sorta di inno scaturito dal cuore, per esprimere in modo entusiasta ciò che colui che l’ha scritto voleva dire. I tre altri Vangeli si chiamano anche i Vangeli canonici, perché si tenta di fornire una sorta di quadro storico, e perché si crede che questi riproducono in una certa misura i fatti storici. Ma se si vuole attenersi alle contraddizioni che l’intelletto esteriore, legato alle condizioni fisiche, cerca, allora i tre primi Vangeli presentano davvero tali contraddizioni. Infatti, non sarebbe una contraddizione che nel Vangelo secondo Matteo è narrato di una nascita di Gesù a Betlemme, è narrato di una fuga in Egitto, dell’apparizione dei Magi da Oriente, mentre nel Vangelo secondo Luca è narrato di un viaggio a Betlemme, ma è completamente taciuto ciò che nel Vangelo secondo Matteo è narrato dei Magi, e che vi è taciuta la fuga in Egitto e così via? Sui dettagli dei tre anni di attività di Gesù Cristo non vogliamo nemmeno entrare in merito. Potremmo trovare contraddizione su contraddizione.

Ora si potrebbe sollevare la domanda: Ma come si è effettivamente sviluppato il giudizio sui Vangeli nel corso dei tempi cristiani? È sempre stato così che gli uomini hanno considerato i Vangeli e innanzitutto vi hanno visto le contraddizioni? Dobbiamo avere chiarezza su come si è sviluppato questo giudizio sui Vangeli. Che gli uomini abbiano i Vangeli a loro disposizione come oggi non è successo da molto tempo. I Vangeli sono stati diffusi nella massa dell’umanità solo da poco tempo. Prima dell’invenzione della stampa i Vangeli erano fondamentalmente nelle mani di poche persone, e certamente non delle meno intelligenti, ma di coloro che se ne erano occupati nel modo più erudito, che ne avevano fatto un’occasione della loro vita. E non si può dire che, man mano che retrocediamo nel tempo, le persone abbiano sempre più affermato: Qui ci sono contraddizioni — al contrario è vero il contrario. Quanto più retrocediamo, tanto più si vede che queste contraddizioni non erano percepite, che si avevano i quattro Vangeli uno accanto all’altro e non si vedevano le contraddizioni. Tutto il sentimento che le persone avevano verso i Vangeli nei primi secoli cristiani era completamente diverso. Se volessimo caratterizzare questo sentimento, dovremmo dire che gli uomini dei primi secoli cristiani erano pieni di un’enorme riverenza verso ciò che è descritto nei Vangeli. Tutto questo sentimento era pervaso da uno sguardo reverente verso la grande figura di Gesù Cristo.

Come si sentivano allora i Vangeli? Come si sentiva il fatto che nel Vangelo secondo Matteo era narrato qualcosa di diverso da ciò che nel Vangelo secondo Luca? Si sentiva in modo simile a come oggi — ho già usato questo paragone nei vari discorsi tenuti qua e là — come se qualcuno fotografasse un albero da un lato. Una tale fotografia dà una vista dell’albero. Se si andasse in giro con essa tra le persone e si volesse generare da essa un’idea dell’albero, tale idea sarebbe estremamente unilaterale. E si potrebbe già sperare di generare un’idea più corretta dell’albero se lo si fotografasse da quattro lati. Allora si mostrerebbero quattro immagini di un solo albero. Queste concorderebbero molto poco l’una con l’altra, sarebbero molto diverse. Eppure nessuna persona avrebbe la sensazione che queste quattro fotografie non potessero essere immagini di un solo albero. Ognuno direbbe: Solo così posso farmi un’idea abbastanza completa dell’albero, se lo descrive da quattro lati. Così circa si sentivano le persone nei primi secoli cristiani verso i Vangeli. Dicevano: Questo grande evento è descritto da quattro punti di vista diversi e noi otteniamo un’immagine completa di esso se realmente prendiamo insieme queste quattro descrizioni e così ci facciamo una vista d’insieme. Tuttavia dobbiamo allora avere chiarezza su come in realtà questi quattro quadri da diversi lati si rapportano l’uno all’altro. In realtà il grande evento è descritto da quattro diversi punti di vista. Se si vuole capire ciò che un singolo punto di vista descrive, allora ci si deve chiarire il seguente.

Abbiamo davanti una straordinaria individualità, Gesù Cristo, un’individualità di cui sappiamo dalle descrizioni che abbiamo già dato qui, che è discesa dal mondo spirituale e apparsa in Palestina all’inizio della nostra era. Ciò che è venuto come un’individualità sulla Terra si presenta come un grande ideale, esauriente per ogni singolo uomo. Il singolo uomo aspira verso l’alto, poiché da una distanza infinita al di sopra di sé intravede quella perfezione in un’individualità che è espressa in Gesù Cristo e la persegue come un ideale. Ora l’uomo inizialmente vede ciò che può considerare come la sua aspirazione, in relazione intellettuale, morale e così via. Ma vede ancora di più se entra in ciò che chiamiamo il movimento della scienza dello spirito. Allora vede lo sviluppo nel mondo spirituale. Sa che l’uomo può crescere oltre il suo sé ordinario, che può crescere fino al vedere nel mondo spirituale, che può sviluppare i suoi sensi spirituali per vivere nel mondo spirituale. L’uomo lo riconosce. Nel trattato «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?» voi avete una parte di questo vivere verso l’alto, di questo entrare nei mondi spirituali un po’ descritto, lì avete descritto in particolare ciò che si chiama «scissione della personalità». Quando l’uomo si sviluppa spiritualmente, in modo che gradualmente cresca nei mondi spirituali, diventi egli stesso un veggente, allora in realtà accade qualcosa di simile a una sorta di scissione della personalità. Nella personalità sono inizialmente espressi tre poteri: il pensiero, il sentimento e la volontà. Questi tre poteri sono nell’uomo ordinario uniti; agiscono insieme, il pensiero, il sentimento e la volontà. Voi andate nel prato, vedete un fiore, cioè avete una rappresentazione del fiore; avete pensato. Il fiore vi piace; lo chiamate bello, cioè avete sentito. Al pensiero si è collegato un sentimento. Cogliete il fiore e lo portate a casa, cioè l’avete desiderato. E così scorre la vita esteriore complessiva dell’uomo. Egli rappresenta, pensa, sente e vuole, e i tre vanno l’uno nell’altro. La rappresentazione evoca il sentimento, questo il volere o l’avversione e così via. Quando l’uomo si sviluppa verso l’alto nei mondi superiori, si sviluppa verso la chiaroveggenza, verso la partecipazione ai mondi spirituali, allora ha luogo una scissione di questi tre poteri. Colui che ha raggiunto un certo livello di consapevolezza chiaroveggente non ha più l’effetto che ogni pensiero evoca un sentimento, ma il pensiero si presenta isolato e il sentimento può presentarsi isolato e la volontà può presentarsi isolata. E l’uomo, precisamente perché è allora diviso in tre esseri — mentre il pensiero, il sentimento e la volontà sono altrimenti solo poteri nella sua anima — l’uomo deve diventare tanto più forte nella sua individualità. Non deve solo equilibrare tre poteri, ma diventare signore su tre esseri, su un essere che vuole, su un essere che sente, su un essere che pensa. Deve essere il condottiero di una schiera di questi tre esseri. Deve mettere ordine; deve dominarli, altrimenti accade ciò che sarebbe un male: che la volontà lo trascina da una parte e il pensiero dall’altra, e allora è realmente scisso e non sa più come orientarsi. Perciò l’uomo deve rafforzarsi in sé, diventare forte, in modo da poter essere un sovrano negli esseri che sono diventati dalle sue forze dell’anima. Quando l’uomo si sviluppa verso l’alto nei mondi superiori, allora si divide in tre esseri diversi. Quando gli esseri vengono incontro dall’alto dai mondi spirituali e li si vede nella loro vera essenza, che si può riconoscere solo attraverso la contemplazione spirituale, allora si presentano da subito chiaramente separati come esseri pensanti, esseri che vogliono e esseri che sentono. Questo è ciò a cui l’uomo li sviluppa.

In particolare questo era il caso di quella grande individualità che è venuta a noi come il Cristo. Perciò coloro che per la prima volta descrissero il Cristo si dissero: Il Cristo non si può descrivere scegliendo un solo punto di vista. Lo si deve descrivere come si vede innanzitutto un essere colmo di saggezza, che pensa, poi come si vede un essere che vuole, e poi come si vede un essere che sente. Lo si deve descrivere dal punto di vista della saggezza, dal punto di vista della volontà, dal punto di vista del sentimento. Così devono descrivere, dissero gli uomini. E a ciò erano particolarmente preparati dalla intera educazione che era consueta nei tempi antichi. Se un uomo doveva essere sviluppato nei mondi superiori — oggi è necessario qualcos’altro per le prime fasi dell’ottenimento di conoscenze superiori; nei tempi antichi si procedeva diversamente — se qualcuno era maturo per essere condotto, per così dire per diventare un cittadino dei mondi spirituali, allora si diceva: Sì, costui è maturo per essere condotto nei mondi superiori. Guardiamolo più da vicino! Dobbiamo particolarmente sviluppare in lui la saggezza o le forze del pensiero o la volontà?

Nelle antiche scuole segrete non si sviluppavano tutte le forze in egual modo, ma secondo il karma del soggetto: uno si applicava a sviluppare il pensiero fino alla chiaroveggenza, un altro il sentimento fino al sentimento lucido, un terzo la volontà fino al potere magico. Perciò nelle antiche scuole segrete si avevano tre classi di capacità sviluppate. Vi erano studenti in cui era particolarmente sviluppata la capacità di vedere in modo chiarito e saggio il mondo spirituale: questi erano quegli uomini nei Misteri a cui si chiedeva quando si voleva sapere come stanno i fatti nei mondi superiori e come sono legati secondo le leggi. Se oggi volessimo parlare con un’espressione triviale, potremmo dire che questi erano gli esperti della conoscenza all’interno dei Misteri. Poi c’era un’altra classe di iniziati. In questi il sentimento era particolarmente sviluppato. Affinché questo sentimento potesse essere particolarmente sviluppato, si astava dallo sviluppo della conoscenza e della volontà in loro e si sviluppava il sentimento in sé. Quando il sentimento è particolarmente sviluppato in un uomo, allora egli diventa ciò che oggi è quasi completamente sconosciuto: diventa un guaritore, un medico. Poiché il medico nei tempi antichi esercitava un’influenza spirituale molto più proveniente dalle sfere del sentimento e guariva l’anima ricettiva per mezzo dello sviluppo superiore del sentimento di quanto accade oggi. Questa era la seconda classe degli iniziati. Avevano sviluppato il sentimento fino al massimo spirito di sacrificio, fino alla dedizione di tutte le forze che possedevano. Ci si divideva il lavoro. Se si voleva sapere cosa mancava a qualcuno, allora si andava da coloro che avevano sviluppato la saggezza. Loro stabilivano ciò che manca e cosa fare. Poi venivano coloro che non potevano dire ciò che mancava al malato, perché in loro la capacità del pensiero non era sviluppata; ma venivano e sacrificavano le loro forze, perché avevano sviluppato le forze del sentimento. Questi erano anche gli uomini che avevano anche altre funzioni, che mostravano la loro disponibilità al sacrificio in caso di disgrazie o in eventi simili. La terza categoria degli iniziati erano i maghi. Questi erano coloro che avevano sviluppato la sfera della volontà. Loro dovevano prendere i provvedimenti esteriori. I maghi avevano sviluppato le forze di volontà e potevano eseguire ciò che era necessario. Così vi erano tre tipi di iniziati:

Iniziati del pensiero, iniziati del sentimento e iniziati della volontà. E una quarta classe o categoria, questi erano coloro in che in certa misura si tentava di sviluppare qualcosa da ognuno dei tre precedenti, qualcosa del pensiero, qualcosa del sentimento e qualcosa della volontà. Perciò non erano giunti così lontano in nessun campo come gli altri; ma in loro risultava evidente come, con una certa iniziazione nelle tre sfere, le cose si legano insieme. Così si avevano potenti iniziati della saggezza, potenti iniziati del servizio sacrificale, potenti iniziati della magia e una quarta categoria che aveva per così dire qualcosa da ognuna delle tre prime.

Quando allora il Gesù Cristo doveva essere descritto da tutti i lati, si trovarono proprio — questo può essere esposto più dettagliatamente un’altra volta, oggi può accadere solo in linee generali — quattro persone che descrissero le capacità naturalmente unite in lui dai loro quattro punti di vista. Così uno era particolarmente iniziato nei misteri del pensiero. Allora descrisse in Gesù Cristo quelle proprietà che particolarmente un tale poteva comprendere, un iniziato della saggezza. Tralasciò gli altri lati. Un altro era un iniziato del sentimento. Descrisse Gesù Cristo dal lato del sentimento, per così dire come medico, come guaritore. Un terzo era un iniziato della magia. Descrisse le forze che il Cristo poteva dispiegare per organizzare l’intera umanità. E un quarto era un iniziato della quarta classe, in cui le forze agivano l’una sull’altra, agivano in armonia. Descrisse principalmente il lavoro umano di Gesù Cristo. Non vide tutta la potenza della saggezza, del servizio sacrificale, non la potente forza magica della volontà del Cristo; ma vide come in Gesù Cristo si riunivano armoniosamente i tre poteri del pensiero, del sentimento e della volontà. Descrisse l’uomo Gesù Cristo.

Così abbiamo il Gesù Cristo descritto da quattro iniziati. Colui che descrisse il Gesù Cristo come un iniziato della saggezza, quello era lo scrittore del Vangelo secondo Giovanni; colui che lo descrisse come un iniziato del sentimento, quello era lo scrittore del Vangelo secondo Luca. Colui che lo descrisse riguardo alla potenza magica, quello era lo scrittore del Vangelo secondo Marco; e colui che descrisse la riunione armonica dei tre membri inferiori umani, quello era lo scrittore del Vangelo secondo Matteo. Così ognuno ha descritto quello in Gesù Cristo in cui era particolarmente iniziato.

Così comprenderemo che possiamo ottenere un’immagine completa di Gesù Cristo perché nei quattro Vangeli è descritto ciò che era particolarmente prossimo alle quattro personalità che stanno alla base dei quattro Vangeli. Chi ha la dovuta riverenza verso un’individualità così grande come era il Cristo, dirà: Precisamente per questo posso ottenere un’immagine esauriente, perché gli scrittori dei Vangeli, ognuno, hanno dato il meglio di ciò che potevano dare. Perciò è però anche necessario che voi non consideriate sempre quello che nella scienza dello spirito è detto in connessione ai quattro Vangeli, al quarto forse o al terzo o al secondo o al primo, come se in ogni tale capitolo aveste la verità intera su Gesù Cristo. Potrebbe facilmente sorgere l’opinione nei vari discorsi tenuti qua e là: Ora il Gesù Cristo è descritto, e sarebbe al massimo ancora interessante descriverlo in connessione con un altro Vangelo. Non è così. Ottenete l’immagine solo da un lato se descrivete Gesù Cristo secondo un Vangelo. Bisogna aspettare che nel corso del nostro movimento spirituale il Gesù Cristo sia stato descritto in connessione con tutti e quattro i Vangeli. Solo allora avete ciò che c’è di segreto su di lui. Ora dovremo procedere da una descrizione piuttosto unilaterale, per raccogliere di nuovo qualcosa in un’immagine di Gesù Cristo, sebbene così dovrete tenere saldamente ciò che è stato appena detto. Non dovete andare via dal discorso oggi e dire: Bene, ora abbiamo la verità in queste cose — piuttosto dovete dirvi: Ora è stato descritto da un punto di vista e il resto deve essere aggiunto e deve essere illuminato con ciò che è detto da altri punti di vista.

In Gesù Cristo abbiamo effettivamente un confluire di tutti i flussi spirituali precedenti dell’umanità e contemporaneamente una rinascita degli stessi. In Gesù Cristo confluiscono tutti i flussi spirituali e nascono di nuovo, nascono di nuovo in misura accresciuta. Ora potremmo menzionare molti tali flussi del tempo precristiano che ci vengono incontro in quelle considerazioni che si collegano ai quattro Vangeli, dalla scienza dello spirito, flussi che vediamo confluire nell’evento del Cristo; ma innanzitutto vogliamo richiamare l’attenzione su tre flussi.

Abbiamo innanzitutto un flusso straordinario che da tempi antichissimi era attivo in Asia. È quello che possiamo designare come lo Zoroastrismo. Un secondo flusso spirituale è quello che ha prosperato in India e ha raggiunto un certo apice nell’apparizione di Gautama Buddha, seicento anni prima della nostra era. Un terzo flusso spirituale è quello che si espresse nel popolo ebraico antico. Così abbiamo in Gesù Cristo confluire il flusso spirituale ebraico antico, poi ciò che si dispiegava in Gautama Buddha, e ciò che si legava al nome di Zarathustra. Potremmo ancora menzionare molti altri flussi spirituali così, ma la cosa diverrebbe confusa.

Ora in una certa misura nei quattro Vangeli tutto ciò viene alla luce — se veramente li comprendiamo correttamente — ciò che era accaduto in Palestina all’inizio della nostra era. Non è compito della scienza dello spirito attingere dai Vangeli ciò che ha da dire. Nulla di ciò che si dice da me è stato attinto sulla base dei Vangeli. L’unica fonte per il ricercatore spirituale è ciò che si chiama la Cronaca dell’Akasha, è ciò che si può osservare in modo chiaroveggente. Se per qualche catastrofe tutti i Vangeli fossero andati perduti, tutto ciò che si dice nella scienza dello spirito sul Cristo potrebbe ugualmente essere detto. Questo si fonda sulla ricerca spirituale. Solo successivamente ciò che questa ricerca spirituale fornisce è paragonato con ciò che sta scritto nei Vangeli. E proprio questo dà quella riverenza oggettiva verso i Vangeli, quando si vede ciò che dai Vangeli nuovamente vi viene incontro. Dovete mai perdere di vista questo punto di vista. Poiché non viene attinto dai Vangeli nulla; perciò nemmeno ciò che ora racconto è stato attinto dai Vangeli. Ma possiamo dopo paragonarlo con ciò che sta scritto nei Vangeli, e lo troveremo in accordo.

Uno dei flussi spirituali che poi è confluito nel Cristianesimo è quello che ha raggiunto il suo apice nella personalità che era Gautama Buddha, incarnato circa seicento anni prima della nostra era in India. Che individualità è questa? Comprendiamo questa individualità se consideriamo il seguente: Tutto ciò che si è sviluppato nello sviluppo dell’umanità passo passo è un prodotto che si sviluppa, che gradualmente si insinua. Sbagliereste se credeste che le capacità dell’uomo attuale siano sempre state. Oggi esiste ad esempio qualcosa che si chiama la voce della coscienza. Non è sempre esistita. Possiamo proprio afferrare quando la coscienza è sorta nel corso dello sviluppo dell’umanità. Se si guarda a Eschilo, in lui non si trova nulla di una descrizione della coscienza. Solo in Euripide si trova una descrizione della coscienza. La consapevolezza greca ha sviluppato il concetto di coscienza solo tra questi due. Ciò che l’uomo oggi chiama una voce interiore si è sviluppato solo. Prima c’era all’interno dell’umanità, possiamo dire, una sorta di consapevolezza chiaroveggente. Se l’uomo aveva fatto qualcosa che non avrebbe dovuto fare, allora gli appariva un’immagine come uno spirito vendicatore, e lo perseguitava. Era quello che i Greci chiamavano le Furie. Vedeva davvero i frutti e gli spiriti vendicatori delle sue cattive azioni intorno a lui. Questa apparizione, che era al di fuori dell’uomo, si è tirata dentro nell’anima umana come voce della coscienza. E così anche le altre capacità degli uomini si sono sviluppate solo poco a poco. Ed è solo una miopia della gente — che non vede più lontano del proprio naso, per così dire, cosa che la scienza esterna fa abbondantemente — se si crede che gli uomini siano sempre stati come lo sono oggi.

Così gli uomini non avevano ciò che potremmo chiamare l’insegnamento della compassione e dell’amore. Dobbiamo immaginarci completamente diversamente la mediazione nei tempi antichi riguardo alla compassione e all’amore rispetto a oggi. Oggi l’uomo può entrare in se stesso. Può, se questo o quello accade fuori, germogliare dentro di sé il sentimento di compassione e di amore, e sa che questo è buono. Può trovare i principi di amore e compassione dentro se stesso. Non era così nei tempi antichi, ma nei tempi antichi era solo attraverso suggestione da parte di coloro che erano incaricati che agli uomini veniva infuso come dovevano comportarsi. Gli uomini stessi dovevano essere guidati. C’erano singoli guide e capi dell’umanità che indicavano come gli uomini dovevano comportarsi. I loro insegnamenti da parte dei capi dell’umanità erano ciò che doveva accadere come atti di amore e compassione. E coloro che erano così i guide nel campo dell’amore e della compassione stavano di nuovo sotto capi superiori e tutti insieme sotto una guida, che si chiama il Bodhisattva di amore e compassione. Aveva la missione di portare giù l’insegnamento della compassione e dell’amore. Ma questo Bodhisattva, che era la guida riguardo alla compassione e all’amore, non era come un ordinario uomo incarnato, ma era così che non tutta la sua essenza entrava nell’uomo fisico. Aveva una sorta di ponte di collegamento fino al mondo spirituale.

Il Bodhisattva di compassione e amore viveva solo in parte nell’uomo fisico, per il resto la sua essenza spirituale si estendeva nei mondi spirituali. Lì portava giù gli impulsi che doveva infondere. Se volessimo descriverlo spiritualmente, dovremmo dire: Lì il veggente vedeva l’immagine dell’uomo in cui il Bodhisattva era parzialmente incarnato, e dietro questo una potente figura astrale-spirituale che si elevava nei mondi spirituali e che era solo parzialmente nel corpo fisico. Questo era il Bodhisattva. Questo Bodhisattva era lo stesso che fu poi rinato come il principe reale Gautama Buddha in India, e in realtà per questo Bodhisattva era un innalzamento a una dignità superiore. Prima aveva per così dire lui stesso guidato dall’alto, aveva ricevuto gli impulsi dal mondo spirituale e li aveva tramandati. In questa incarnazione, però, seicento anni prima della nostra era, fu elevato alla dignità di Buddha nel ventanovesimo anno della sua vita, cioè in questa incarnazione sperimentò che la sua intera individualità entrasse nel corpo fisico. Mentre prima come Bodhisattva doveva rimanere con una parte fuori per poter gettare il ponte, così il progresso verso la dignità di Buddha era che fosse completamente incarnato nel corpo. Con ciò non poteva solo ricevere l’insegnamento di compassione e amore per inspirazione, ma poteva guardare dentro se stesso e come la propria voce del cuore ricevere questo insegnamento. Questa era l’illuminazione del Buddha al ventanovesimo anno della sua vita sotto l’albero Bodhi. Lì accade che gli si aprisse l’insegnamento di compassione e amore indipendentemente dalle connessioni con il mondo spirituale, come proprietà dell’anima umana, così che poteva pensare l’insegnamento di compassione e amore che ha espresso nel Nobile Sentiero Ottuplice. E la predicazione di questo è il grande insegnamento di compassione e amore per la prima volta dalle labbra di un petto umano.

Così deve accadere con ogni capacità umana. Una volta nello sviluppo dell’umanità una capacità deve manifestarsi per prima in un’individualità; solo allora può iniziare a svilupparsi negli uomini in generale come una capacità propria. L’insegnamento di compassione e amore poteva diventare qualcosa che l’uomo sente come qualcosa che porta fuori da se stesso, solo dopo che fosse stato portato una volta da un’individualità. Questo si chiama nella filosofia orientale «girare la ruota», la ruota del Dharma, della compassione e dell’amore. Questo accadde tramite l’immersione completa dell’individualità del Bodhisattva nel figlio del re Gautama Buddha. Da allora ci sono uomini che possono trovare in se stessi l’insegnamento di compassione e amore. E si svilupperà così che sempre più uomini troveranno in se stessi l’insegnamento di compassione e amore. Circa tremila anni dopo la nostra era un numero sufficiente di uomini vivrà sulla Terra che ha sviluppato in se stessi quello che Buddha ha trovato, e allora sarà compiuta la missione del Buddha in questo senso sulla Terra. Quando il Bodhisattva è sceso per diventare un Buddha, un altro assunse la dignità del Bodhisattva. Fino ad allora quello che oggi chiamiamo Buddha era un Bodhisattva. Il rango successivo dopo il Bodhisattva è quello del Buddha. Dal Bodhisattva l’essere in ascesa diventa Buddha.

La filosofia orientale l'espresse così dicendo: Quando il Bodhisattva scese sulla Terra, cedette la corona del Bodhisattva al suo successore. Questo successore vive ancora oggi come Bodhisattva. Salirà alla dignità di Buddha tremila anni dopo la nostra attuale presente. Questi è colui che la filosofia orientale chiama il Buddha Maitreya. Attualmente è Bodhisattva e sarà Maitreya-Buddha tra tremila anni. Ha una missione diversa da quella di Gautama Buddha, che è collegata con cose che gli uomini oggi non possono ancora trovare in se stessi. Questa è una linea di sviluppo. Così possiamo dire: In realtà quel Bodhisattva che in sé contiene l’insegnamento di compassione e amore è stato promosso alla dignità di Buddha, e con ciò ha dato un grande impulso alla sua missione. Poiché egli, allora seicento anni prima della nostra era, era con la sua intera essenza in un corpo umano, si è guadagnato il diritto di non essere più incarnato in un corpo fisico sulla Terra. In realtà l’incarnazione di allora era l’ultima incarnazione di questo Bodhisattva. Non aveva più bisogno di essere incarnato in un corpo fisico, ma aveva solo bisogno di scendere fino al corpo eterico. Così tutte le incarnazioni successive del Buddha non sono tali che lo si possa vedere esternamente sul piano fisico, ma sono tali che lo si può vedere solo per mezzo di quelle forze che rendono gli uomini capaci di vedere il corpo eterico. Quindi in tutto il tempo seguente il Buddha si incarna solo in un corpo eterico. Ciò che il Buddha doveva portare all’umanità, allora lo fece fluire seicento anni dopo il suo tempo sulla Terra in ciò che era stato iniziato dal Cristianesimo. Portò come sacrificio al Cristianesimo in via di fondazione ciò che aveva da portare, lo fece fluire come un flusso laterale spirituale nel grande flusso complessivo. Questo è il flusso che ha raggiunto il suo apice nel Buddha. Questo è un flusso. Un altro si formò nel modo seguente. Possiamo farci un’immagine di esso se entriamo un po’ nello sviluppo dell’umanità stessa. Voi sapete che dopo la grande catastrofe atlantica gli uomini non avevano le capacità che hanno oggi, ma che dopo la grande catastrofe atlantica avevano ancora resti di una vecchia chiaroveggenza crepuscolare. Il pensiero logico si sviluppò solo passo passo. La cultura che designiamo come l’antica Indiana era completamente una cultura che proveniva da chiaroveggenza eterica. Anche la cultura di Zarathustra era ancora una tale, in cui si lavorava con la vecchia chiaroveggenza crepuscolare, e anche le culture caldaico-egiziane non erano ancora culture dove si pensava come oggi. Lì era tutto ancora inspirazione; non era ancora tutto logicamente penetrato, ma tutto più o meno immaginazione ispirata, ciò che si manifestava nell’astrologia caldaica e nella saggezza di Ermete. La capacità logica del pensiero umano non era sviluppata in queste culture. Era piuttosto riservato a un flusso completamente diverso, proprio quello che si potrebbe chiamare cultura logica, cultura del pensiero, di svilupparsi. La prima cultura post-atlantica era ancora completamente proveniente da chiaroveggenza eterica. Anche la cultura di Zarathustra era ancora una tale, anche se non più così marcata. Similmente la cultura egiziano-caldaica si basava ancora su inspirazione. Il pensiero di quel tempo non era ancora penetrato dalla logica; era intrecciato da immaginazioni che si esprimono in grande stile nell’astrologia dei Caldei, nella saggezza di Ermete dell’Egitto.

Le culture post-atlantiche sono derivate da due flussi. A parte quello che andò verso Occidente e popolò l’America attuale, due flussi di popoli migranti, sotto la guida dei loro capi, si riversavano verso Oriente, uno in direzione settentrionale, l’altro in direzione meridionale.

Il flusso settentrionale, di cui certe parti rimasero in Europa, si spinse più lontano fino in Asia. Mentre si preparavano e sviluppavano nuove culture lì, la popolazione europea viveva in una sorta di attesa attraverso i secoli. Le loro forze erano per così dire trattenute per quello che doveva venire. Erano nei loro elementi culturali essenziali influenzate da quel grande iniziato che si scelse questo campo fino alle regioni siberiane, e che si chiama l’iniziato Scithiano. Da lui erano ispirati i guide della cultura originaria europea, che non si basava su quello che arrivò come pensiero all’umanità, ma su una capacità ricettiva per un elemento che stava nel mezzo tra quello che si potrebbe chiamare linguaggio ritmico-recitativo e una sorta di canto, accompagnato da una musica particolare. Questa oggi non si verifica più, ma si basava su un’interazione di strumenti simili a flauti. Era un elemento particolare, i cui ultimi resti vivevano nei bardi e negli scaldi. Tutto ciò che il mito greco di Apollo e di Orfeo racconta è stato formato a partire da ciò. Accanto a questo le capacità pratiche furono sviluppate in Europa attraverso l’insediamento, la coltivazione e così via.

L’altra massa di popoli si spostò verso l’Asia sotto la guida del grande iniziato del Sole. Il posto più avanzato ha formato la prima cultura post-atlantica sotto la guida dei Rishi. Ulteriormente in Mesopotamia si sviluppò la più antica cultura di Zarathustra; tuttavia qui non si parla dello Zarathustra storico. Ciò che produsse è in certa misura opposto al vecchio Induismo. Quest’ultimo era completamente costruito su chiaroveggenza eterica; Zarathustra rivolse lo sguardo al Sole. Contemplò lo spirito del Sole, la «grande Aura», Ahura Mazda. Era Zarathustra il primo che espresse le peculiarità della cultura settentrionale qui. Tutto ciò che segue si costruisce su questo.

L’altra schiera che era venuta, quella meridionale, formò la base per la cultura caldaico-egiziana, che è nata dalla fusione dell’una con l’altra. Si può rappresentare questo schematicamente: L’Induismo significa lo sviluppo del corpo eterico umano; nel Persianesimo si sviluppò il corpo dei sentimenti; la cultura caldaico-egiziana diede l’anima dei sentimenti; è essenzialmente una cultura interiore, fa un cammino interiore. E come il corpo dei sentimenti e l’anima dei sentimenti si uniscono, così è il caso per l’intera umanità. Questo si mostra proprio nella cultura caldaico-egiziana. Lo stesso accadrà con l’anima della coscienza e l’Io spirituale. Ciò può accadere solo attraverso la transizione della cultura in progressione in quella regione in cui la spiritualità era stata ancora trattenuta: ciò può accadere solo in Europa. Lì lo sviluppo verso l’anima della ragione e della coscienza era ancora stato trattenuto e si sviluppò solo dopo l’evento del Cristo. Lì nel futuro avrà luogo anche la fusione con le proprietà dell’Io spirituale. Questo può accadere solo attraverso un flusso spirituale come quello della scienza dello spirito. Questo porterà il sesto periodo della nostra cultura.

Mentre i due flussi descritti erano ancora sotto l’influenza della vecchia chiaroveggenza crepuscolare, al terzo flusso, che con gli altri confluì e preparò l’evento del Cristo, seguì un quarto flusso culturale, che si potrebbe chiamare logico-concettuale. Affinché qui ci capiamo perfettamente, dovete considerare che tutta la chiaroveggenza viene a realizzarsi attraverso il fatto che in una certa misura il corpo eterico opera indipendentemente, in particolare il corpo eterico del cervello. Dove il corpo eterico del cervello è strettamente connesso con lo strumento fisico del pensiero logico, lì non può realizzarsi la chiaroveggenza. Solo quando il corpo eterico trattiene qualcosa per stare indipendente, allora può realizzarsi la chiaroveggenza. Quando il corpo eterico del cervello è completamente legato al cervello fisico, allora esso elabora il cervello nel modo più fine; ma si impegna anche nell’elaborazione del cervello fisico e non rimane nulla per sviluppare la chiaroveggenza oltre a ciò. Era però necessario che proprio quella capacità facesse il suo ingresso nell’umanità, che è legata al pensiero cerebrale, al pensiero sintetico dei fenomeni mondiali attraverso il cervello. Per questo doveva entrare nell’umanità qualcosa che si può caratterizzare così, dicendo che doveva essere selezionato dall’umanità un’individualità particolare. Bene, prendiamo un’individualità in cui per così dire era presente il meno di ciò che si chiamava la vecchia chiaroveggenza, ma in cui invece era sviluppato nel massimo grado, cesellato, levigato lo strumento fisico del cervello. Questa individualità era capace di esaminare i fenomeni del mondo fisico esteriore secondo misura, numero, ordine e armonia, di cercare l’unità nei fenomeni esposti esteriormente. Mentre così tutti gli appartenenti alle culture precedenti sapevano per così dire per inspirazione da dentro qualcosa dal mondo spirituale, questa individualità doveva rivolgere lo sguardo nel raggio dei fenomeni. Doveva combinare, pesare logicamente e dirsi: Laggiù sono i fenomeni, tutto si ordina in un’armonia, se si esamina tutto in una grande immagine unitaria. Ciò che appare come unità, questo appare come unità nel mondo esteriore, come il Dio dietro i fenomeni del piano fisico. Questo era una differenza rispetto alle altre concezioni di Dio. Gli altri spettatori di Dio si dicevano: La concezione di Dio si apre a noi dall’interno. Ma questa individualità rivolgeva lo sguardo dappertutto, ordinava i fenomeni insieme, esaminava i diversi regni della natura, li unificava sotto un’unità, in breve, era il grande ordinatore dei fenomeni mondiali secondo misura e numero, che era stato scelto da tutta l’umanità. Questa individualità, che era stata scelta da tutta l’umanità, per essere la prima di tutti a esaminare il mondo fisico esteriore e trovare l’unità in esso, era Abramo. Abramo o Abram era colui che era stato scelto dalle potenze spirituali-divine per ricevere questa missione particolare, di trasmandare all’umanità le forze legate a misura e numero dei fenomeni esteriori. Proveniva dalla cultura caldaica. La cultura caldaica stessa aveva riconosciuto la sua astrologia dalla chiaroveggenza. Abramo, l’antenato originario dell’aritmetica, proveniva per trovare tutto questo attraverso la combinazione, per trovarlo attraverso il fatto che il cervello fisico qui aveva subito una cesellatura molto particolare. Con ciò gli era stata trasmessa una missione molto particolare.

Ora dobbiamo considerare: Come la missione doveva procedere, non doveva rimanere solo con lui, ma doveva diventare proprietà comune dell’umanità. Ma il pensiero era legato al cervello fisico, come poteva diventare proprietà comune? Poteva diventare proprietà comune solo attraverso ereditarietà fisica reale. Cioè, doveva provenire da questa individualità proprio un popolo in cui si ereditasse questa particolare peculiarità, finché la missione doveva penetrare nell’umanità. Un popolo doveva provenire da essa. Così un popolo doveva essere fondato, non solo una cultura, dove fosse stato insegnato qualcosa: Ciò che si è ricevuto in modo chiaroveggente si può insegnare. Ciò che ora l’umanità doveva ricevere doveva essere trasmesso ai discendenti attraverso ereditarietà fisica, così che potesse infiltrarsi in tutti i dettagli. Cosa doveva infiltrarsi? Doveva infiltrarsi, attraverso la combinazione umana trovare quell’ordine che per primo era stato portato nell’umanità attraverso Abramo. Se si guarda verso l’ordine delle stelle, si può trovare attraverso la combinazione l’ordine. I pensieri degli Dei furono pensati di nuovo dai saggi dell’astrologia caldaica. Ora si trattava di questo passaggio particolare alla combinazione, all’afferrare logico dei fenomeni nel mondo esteriore. Così doveva essere ereditata una proprietà nel corpo fisico umano, che dal lavoro del pensiero stesso risultava ciò che era diffuso come ordine nello spazio mondiale. Questo è espresso molto bellamente quando colui che trasmette questa missione ad Abramo dice: I tuoi discendenti saranno ordinati secondo l’ordine, secondo il numero delle stelle — ciò che la Bibbia traduce senza senso: «I tuoi discendenti saranno come la sabbia del mare». In realtà significa: Nella discendenza di Abramo ci sarà un ordinamento, la discendenza deve essere articolata così che in essa ci sia un’immagine specchio delle stelle nel cielo. Qui entrano le misure che sono prefigurate nel cielo. Nella serie generazionale deve esserci l’immagine del numero nel cielo. Come il numero è iscritto nel cielo, così nella serie generazionale deve essere iscritta l’ordine del numero. Questa è la profonda saggezza che sta in queste parole, che sono tradotte stoltamente come: «I tuoi discendenti saranno come la sabbia del mare».

Così vediamo il significato di tutta questa missione di Abramo. Ma anche altrimenti si esprime in modo meravigliosamente simbolico proprio come questa intera missione ciò che deve essere un’immagine dei segreti del mondo. Innanzitutto ci chiediamo il seguente: Qui deve essere così a dire sacrificato ciò che è la vecchia chiaroveggenza crepuscolare. Tutto ciò che era stato fondato dai tempi più antichi nell’umanità deve essere sacrificato. La disposizione d’animo più intima in questa intera missione deve essere che tutto sia ricevuto come un dono dall’esterno. Ciò che deve sorgere deve sorgere attraverso la discendenza fisica. Attraverso di essa questa missione deve entrare nel mondo. Abramo deve ricevere questo stesso come un dono da Dio. Ciò accade dal fatto che gli viene ordinato di sacrificare il figlio Isacco, e poi gli è impedito. Che cosa riceve effettivamente dalla mano di Dio? Riceve tutta la sua missione. Perché se avesse sacrificato davvero Isacco, avrebbe sacrificato tutta la sua missione. Riceve il suo popolo ritorno, mentre riceve Isacco ritorno. Riceve quello che deve effettivamente dare al mondo, lo riceve come dono dell’ordine dei mondi divini in Isacco. Così l’insieme di ciò che segue

Abramo è un dono del Dio stesso. L’ultimo di ciò che era ancora presente come dono di chiaroveggenza — comprenderete più tardi come le singole doni di chiaroveggenza si esprimono di nuovo; ognuno può essere riferito a una costellazione — l’ultimo dei doni di chiaroveggenza che era stato volontariamente sacrificato è legato alla costellazione dell’Ariete. Perciò vediamo l’Ariete nel sacrificio di Isacco. Questo è un’espressione simbolica del sacrificio dell’ultimo dono di chiaroveggenza in cambio del dono di poter giudicare i fenomeni del mondo esteriore secondo misura e numero. Questa è la missione di Abramo.

Come continua questa missione? Il dono di chiaroveggenza è sacrificato, ciò che era stato gettato fuori deve rimanere fuori da questa missione, e se si mostra ancora come eredità, allora per così dire non è tollerato all’interno della linea attualmente continuante. In Giuseppe si mostra una ricaduta. Egli ha i suoi sogni, ha il vecchio dono di chiaroveggenza. I fratelli lo cacciano via. Lì si vede come questa intera missione era stata condotta fermamente: Giuseppe è espulso. Egli si sposta in Egitto, per stabilire proprio lì la connessione che ora era necessaria, la connessione con l’altro ramo del nostro intero sviluppo culturale, con la cultura egiziana. Giuseppe aveva unito in sé ciò che era carattere generale in questa missione e al contempo resti della vecchia chiaroveggenza. Ha provocato un’intera trasformazione in Egitto corrigendo la cultura egiziana in declino secondo il suo dono di chiaroveggenza. Ha messo il suo dono al servizio di istituzioni esterne. Questo è ciò che sta alla base della missione culturale di Giuseppe in Egitto.

Ora vediamo uno spettacolo particolare. Vediamo come coloro che erano i missionari per il pensiero esteriore secondo misura e numero non sono più sulla via precedente, come attraverso Giuseppe cercano proprio la connessione esterna, in quanto cercano nel riflesso ciò che non potevano produrre da se stessi in Egitto. Lì si spostano, lì assorbono — i discendenti di Abramo assorbono in Egitto ciò che hanno bisogno. Perciò può venire loro. Lì si trasferiscono. Ciò che è necessario per l’ulteriore organizzazione di questa missione, poiché non può essere prodotto dall’interno, viene dato dal di fuori dall’iniziazione egiziana. Mosè porta ciò da fuori e connette la cultura egiziana con questa missione particolare di Abramo. E ora vediamo come ciò si trasmette da generazione a generazione, ciò che è afferrare umano del mondo esteriore, ciò che è conoscenza del mondo esteriore secondo misura, peso e numero. Un nuovo elemento è entrato. Questo si trasmette attraverso la parentela di sangue e può trasmettersi solo così, poiché è legato a ciò che deve ereditarsi. Questo è il secondo dei flussi.

Il terzo dei flussi è quello che si collega a Zarathustra, è ciò che si è espresso nell’antico Persianesimo e si è diffuso ulteriormente verso l’Asia Minore, ciò che abbiamo già imparato nei vari discorsi. Questi tre flussi sono quelli che confluiscono in Gesù Cristo. Con tutti e tre i flussi l’individualità che è Gesù Cristo doveva avere a che fare. Devono unirsi in lui. Come accade? Accade nel seguente modo complicato. Innanzitutto dobbiamo farci presente che una cosa che doveva fluire nel flusso mondiale generale si è dispiegata in India seicento anni prima della nostra era. Nello stesso momento circa qualcosa si è dispiegato anche all’interno della cultura babilonico-caldaica in quanto Zarathustra è apparso di nuovo con il nome di Zarathos o Nazarathos nell’antico Caldea. Lì visse e operò come grande insegnante nel momento in cui alcuni degli insegnanti scelti e delle guide del popolo ebraico antico erano stati condotti in cattività babilonese, poiché proprio in questo tempo gli Ebrei erano stati condotti in cattività. Lì vedete come allora aveva luogo il primo contatto del popolo ebraico con Zarathos e come il popolo ebraico attraverso i suoi membri stava sotto l’influenza personale dello Zarathustra rinato o Zoroastro. Lì gli eventi si sviluppavano come è descritto nella Bibbia. Lì accadde il seguente. All’inizio della nostra era c’erano due coppie di genitori che avevano entrambe il nome di Giuseppe e Maria. Una coppia di genitori abitava a Nazaret, l’altra a Betlemme. Il marito di una coppia di genitori proveniva dalla linea salomonica della casa di Davide — quello era il marito della coppia di Betlemme. L’altra coppia di genitori a Nazaret proveniva dalla linea nathanica della casa di Davide. Salomone e Natan sono i due figli di Davide. Entrambe le coppie di genitori hanno avuto un figlio. Alla coppia di Nazaret è nato il bambino Gesù di Nazaret, che il Vangelo secondo Luca descrive, e alla coppia di Betlemme è nato il bambino Gesù di Betlemme, che il Vangelo secondo Matteo descrive. Così abbiamo due bambini Gesù all’inizio della nostra era.

Seguiamo il bambino Gesù di Betlemme! Come è in realtà venuto a essere come bambino fisico? Come bambino fisico vediamo nella linea di discendenza fisica, che lo scrittore del Vangelo secondo Matteo molto bellamente conduce fino ad Abramo, discendere da questa linea. Dovremmo seguire il cammino da Ur in Caldea attraverso fino alla terra di Canaan, poi attraverso fino all’Egitto e nuovamente indietro fino a Canaan. Ciò darebbe approssimativamente il cammino del popolo israelita da Caldea attraverso fino alla Palestina, oltre fino all’Egitto e nuovamente indietro. Questi erano gli antenati del bambino Gesù di Betlemme. E nella misura in cui portava il sangue di questi antenati in sé ha percorso questo cammino. Quella individualità che ora voleva incarnarsi in questo bambino Gesù di Betlemme, quella faceva, benché abbreviato, rapidamente lo stesso cammino. Era quella individualità che ha operato come Zarathustra nell’antico Caldea. Così nel momento in cui il bambino Gesù di Betlemme era nato, un’individualità spirituale veniva, che faceva esattamente i passi di Abramo per primo spiritualmente da Caldea fino a Canaan. Qui fu nata nel bambino Gesù di Betlemme. Poi doveva rapidamente fare il cammino fino all’Egitto e di nuovo più tardi indietro, fino a quando si stabilì a Nazaret. Lì avete l’individualità che spiritualmente ha percorso l’intero cammino del popolo Israele. Potete percorrere questo cammino, che avete descritto nella

Bibbia, e troverete che combacia. La Bibbia descrive meglio di tutti i documenti esterni. Ciò che si trova nella Cronaca dell’Akasha per lo sguardo chiaroveggente, quello è coperto dalla Bibbia: il cammino che il popolo israelita ha percorso da Caldea fino a Canaan attraverso fino all’Egitto e indietro. E meravigliosi sono ovunque i paralleli. Chi porta gli Ebrei in Egitto? I sogni di un Giuseppe li portano lì. Chi porta il bambino Gesù di Betlemme in Egitto? I sogni anche di un Giuseppe, suo padre. Fino a questi dettagli vanno questi paralleli. È di nuovo un dono di chiaroveggenza particolare, che è rimasto, che crea la connessione.

Nel bambino Gesù di Betlemme è così nata, dopo che aveva ricevuto l’elemento che era venuto nell’umanità attraverso Abramo attraverso eredità, l’individualità di Zarathustra. E coloro che nelle scuole segrete caldaiche erano collegati con Zarathustra, seguono ora il cammino. Nel mondo spirituale li precede la loro stella: Zoroastro stesso, che va per nascere a Betlemme. Potete seguirli, i tre Magi, compaiono nella Bibbia. Lo riconoscono, colui che vive nel bambino Gesù di Betlemme.

Questo è uno dei bambini Gesù, quello di Betlemme. Nell’altro bambino Gesù, che solo attraverso un viaggio era anche nato a Betlemme, là vive certamente qualcosa di completamente diverso, là vive qualcosa che già si annuncia dal fatto che questo bambino Gesù in tutte le sue proprietà era diverso dal bambino Gesù di Betlemme. Il bambino Gesù di Betlemme si mostra sin dall’inizio come un uomo straordinariamente dotato al di là di ogni misura umana, poiché aveva una potente individualità in sé. Era dotato per tutto quello che l’umanità si era finora conquistata come mezzi culturali. Si mostrava straordinariamente dotato per tutto quello che si poteva imparare dall’ambiente. Il bambino Gesù di Nazaret non era per niente dotato per le cose esterne della cultura. Aveva solo una profonda, profonda interiorità gemitevole. Proprio la proprietà del sentimento spirituale-gemitevole era sviluppata in lui. Ma non era dotato per imparare ciò che era presente esternamente come mezzi culturali. Non aveva inclinazione per questo. Aveva qualcosa di cui gli uomini non possono farsi alcuna idea, riguardo alla distinzione tra bene e male. Ma era straniero per lui ciò che era sorto sulla Terra come cultura. Era straniero per lui per questo motivo: che in lui era nato qualcosa che l’intero sviluppo dell’umanità non aveva sperimentato.

Comprendiamo questo se consideriamo quanto segue. Nel vecchio tempo lemurico ebbe luogo all’interno dell’umanità ciò che chiamiamo l’influenza luciferica. Allora le potenze luciferiche si insinuarono nel corpo astrale dell’uomo. Con ciò l’umanità è diventata quello che è diventata. Ora in quel tempo le potenze guida dovevano trattenere un pezzo dal corpo eterico dell’uomo, affinché questo non fosse infettato da tutto ciò che il corpo astrale poteva dargli, che stava sotto l’influenza luciferica. Una parte del corpo eterico fu sottratta dall’influenza del corpo astrale dal fatto che l’uomo manteneva un’influenza sul suo corpo eterico solo nella misura in cui era un essere che vuole e che sente, ma non riguardo a tutto ciò che era concettuale. Ciò era trattenuto e guidato dall’alto dalla forza spirituale-divina. Perciò gli uomini fin dall’inizio del loro essere terreno avevano così a dire i loro desideri individuali e i sentimenti personali, e non potevano avere i loro pensieri personali, anche non l’espressione dei pensieri personali, il linguaggio. Il pensiero era uno che era guidato ugualmente per tutti da una spiritualità diffusa. Per mezzo di ciò tutti pensano allo stesso modo. Ma anche il linguaggio era guidato dagli Dei del popolo almeno, in modo che non ogni uomo avesse il suo linguaggio proprio. Ciò che si esprime nello spirito del linguaggio era, riguardo al corpo eterico, tolto dall’arbitrio della singola personalità: era trattenuto. Ciò che allora nel tempo lemurico era stato trattenuto, il mito del paradiso lo racconta: L’uomo ha gustato dal frutto dell’albero della conoscenza, ma non dall’albero della vita; ha avuto la sua arbitrio riguardo al volere. Ma ciò che allora non era stato dato all’uomo fu ora trasferito attraverso processi misteriosi a questo Bambino

Gesù, al bambino Gesù di Nazaret, il cui corpo eterico era questo. Lì era ciò che all’umanità all’inizio era stato negato, e questo impediva al bambino Gesù di Nazaret di avere interesse per ciò che l’umanità si era procurato come cultura. Aveva qualcosa di molto più originale, che ricordava il tempo in cui l’umanità non era ancora caduta nel peccato dell’arbitrio del singolo. Lo scrittore del Vangelo secondo Luca lo esprime facendo risalire l’albero genealogico fino ad Adamo. Così nel bambino Gesù di Nazaret appare qualcosa che era affondato in Adamo, che era stato sottratto dall’influenza luciferica. Ciò che l’umanità era prima di questa influenza luciferica, ciò era in questo bambino Gesù di Nazaret.

Questi due bambini Gesù vivevano uno accanto all’altro. Quando entrambi avevano dodici anni, accadde il seguente. Allora lo Zarathustra nel bambino Gesù di Betlemme si decise di passare con la sua individualità al bambino Gesù di Nazaret. Questo è accennato nella Bibbia nell’evento che si chiama lo smarrimento del Gesù dodicenne, dove i genitori sono stupiti di trovarlo di nuovo. Era completamente diverso da come era stato prima, il bambino Gesù di Nazaret. Ora tutto a un tratto ha interesse per la cultura esterna, perché l’individualità di Zarathustra era in lui. Questo era accaduto in quel momento di tempo che è descritto nella Bibbia nello smarrimento del Gesù dodicenne. Era accaduto anche qualcos’altro. Alla nascita del bambino Gesù di Nazaret nel corpo astrale si era abbassato ciò che possiamo chiamare l’incarnazione successiva del Buddha. Il Buddha nel suo corpo eterico nella sua reincarnatione era ora da nascita connesso con questo bambino Gesù di Nazaret, così che nell’aura del bambino Gesù di Nazaret nel corpo astrale abbiamo il Buddha. Questo è espresso in modo profondo nel Vangelo secondo Luca. È narrato nella leggenda indiana che c’era un saggio straordinario al tempo in cui il principe reale Gautama Buddha nacque, che doveva diventare il Buddha. Là viveva Asita. Aveva scoperto attraverso i suoi doni di chiaroveggenza che ora il Bodhisattva era nato. Si guardò il bambino nel castello reale e era pieno di entusiasmo. Cominciò a piangere. Perché piangi? — gli chiede il re. O re, non minaccia nulla di disgrazie, al contrario: colui che è nato, questi è il Bodhisattva e diventerà il Buddha. Piango perché come vecchio non posso più vivere il vedere questo Buddha. Allora Asita muore. Il Bodhisattva diventa il Buddha. Il Buddha scende e si unisce all’aura del bambino Gesù di Nazaret, per contribuire il suo contributo al grande evento in Palestina. Nello stesso tempo attraverso un collegamento karmico rinato il vecchio Asita. Diventa il vecchio Simeone. E questi vede ora il Buddha, che era diventato da un Bodhisattva. Quello che non poteva vedere allora in India, seicento anni prima della nostra era — il diventare Buddha —, ora lo vide quando nell’aura del bambino Gesù di Nazaret, che egli tiene nelle braccia, il Buddha volteggiava; e ora disse la bella parola: «Ora lascia andare il tuo servo in pace, Signore, perché ho visto il mio maestro», il Buddha nell’aura del bambino Gesù.

Così vediamo come i tre flussi confluiscono: attraverso il sangue il flusso di Abramo; attraverso l’individualità del bambino Gesù di Betlemme il flusso di Zarathustra; e il terzo flusso dal fatto che il Buddha nel suo corpo eterico o Nirmanakaya si abbassa ed è visto dai pastori. Così vediamo questi tre flussi confluire. E come questi continuano a vivere all’interno del Cristianesimo, come colui che allora vive nella personalità del bambino Gesù di Nazaret dotato dell’individualità di Zarathustra continua questi flussi, può essere presentato solo un’altra volta.

È da dirsi ancora che, dopo che l’individualità di Zarathustra è passata nella personalità, nel corpo del bambino Gesù di Nazaret, allora il bambino Gesù di Betlemme gradualmente languiva e ben presto moriva.

L’importante è che voi comprendiate come questa guida dell’individualità di Zarathustra nel bambino Gesù si realizzò. Voi sapete che lo sviluppo dell’uomo procede così: dalla nascita fino al settimo anno di vita avviene lo sviluppo del corpo fisico; dal settimo fino al quattordicesimo anno ha luogo lo sviluppo del corpo eterico, lo spiegamento particolare, e allora nasce il corpo astrale. Un Io particolare, un’egoità, come era nata nel tempo lemurico negli uomini, non era per niente nel bambino Gesù di Nazaret. Se si fosse sviluppato ulteriormente senza che lo Zarathustra fosse passato, allora nessun Io potrebbe essere nato. Aveva quello che come tre membri santi, come erano prima della caduta del peccato, erano stati riuniti insieme: corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, e solo allora ricevette il dono dell’Io attraverso lo Zarathustra. Tutto ciò si era articolato in modo meraviglioso insieme. Nei Vangeli abbiamo rispecchiati i fatti che si trovano nella Cronaca dell’Akasha.

Ho potuto solo schizzare narrativamente alcuni tratti del confluire di questi grandi, potenti flussi spirituali del Buddha, dello Zarathustra e del flusso ebraico antico in Mesopotamia, dove all’inizio della nostra era il Cristianesimo ha rigenerato queste tre correnti. Questi sono alcuni tratti che possiamo continuare un’altra volta.

Il Vangelo di Matteo e il problema del Cristo

8°Il Vangelo di Matteo e il problema del Cristo

Zurigo, 19 Novembre 1909

Zurigo, 19 novembre 1909

Era stato possibile anche negli ultimi anni in vari luoghi della Svizzera parlare di un tema di altissima importanza per la scienza dello spirito, un tema che per la scienza dello spirito è fondamentalmente il massimo: il problema del Cristo. E se frequentemente l’uomo contemporaneo, che sta completamente al di fuori del movimento della scienza dello spirito, crede che questo sia fondamentalmente il tema più semplice di cui si possa parlare, allora questo uomo contemporaneo ha ragione dal suo punto di vista. Ciò che è il maggiore per lo sviluppo della Terra e dell’umanità, la forza del Cristo, l’impulso del Cristo, ha certamente agito in modo che l’animo più semplice e più ingenuo potesse sviluppare verso di esso una qualche comprensione. Ma d’altra parte questo impulso ha agito cosicché nessuna saggezza della Terra è sufficiente per comprendere veramente ciò che accadde all’inizio della nostra cronologia in Palestina, ciò che accadde per l’umanità e fondamentalmente per il mondo intero.

Ora, proprio negli ultimi anni si è parlato del problema del Cristo, e posso forse permettermi di sottolineare con alcune parole il fatto che la Sezione Tedesca ha appena completato il suo primo ciclo di sette anni. Sette anni fa è stata fondata; allora c’erano pochi rami, appena dieci. Oggi il numero è cresciuto oltre quaranta. Il numero 7 è così frequentemente citato quando parliamo di saggezza antroposofica e visione del mondo, e in esso si esprime una certa legalità, così che in sette periodi successivi avviene questo sviluppo. Abbiamo solo bisogno di ricordare ciò che qui abbiamo già accennato, lo sviluppo della nostra Terra: esso passa attraverso sette stati planetari. Anche nel piccolo, per ogni singolo fatto dello sviluppo mondiale come pure per un movimento come quello della scienza dello spirito, vive la legge del numero 7. Coloro che guardano più a fondo nel nostro movimento vedono bene come in una certa misura questo ciclo settennale si è svolto in modo completamente legale, e come siamo in un punto decisivo dove ciò che sette anni fa fu posto come trama si ripete a un livello più alto e allo stesso tempo torna in se stesso come un ciclo. Ma ciò poteva accadere solo perché abbiamo lavorato veramente nel senso spirituale, perché non abbiamo lavorato arbitrariamente e casualmente, bensì secondo leggi.

Allora vi ricorderete che nell’uomo distinguiamo sette membra della sua essenza: prima il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io. Poi, quando l’Io a sua volta ripiega il corpo astrale, nasce l’Io spirituale o Manas; quando esso ripiega il corpo eterico, nasce lo spirito vitale o Buddhi; quando infine esso ripiega il corpo fisico, nasce il membro più alto, l’uomo spirituale o Atma. Così distinguiamo prima quattro membra e poi tre ulteriori, che come trasformazione nascono dai primi tre.

Se si vuole portare avanti qualcosa nel mondo cosicché in esso si incarni una legalità spirituale, allora questa grande legge deve essere ovunque rispettata. Se ora voi, come giovane ramo, volete in qualche modo mettervi nell’esperienza della vita spirituale in modo appropriato, allora è bene vedere come l’organizzazione del lavoro complessivo è progredita. Poiché il giovane ramo riconoscerà in questo che è necessario che egli a sua volta percorra, segua questo percorso di sviluppo. Abbiamo mantenuto questo percorso nel movimento tedesco con precisione: nei primi quattro anni abbiamo raccolto tutto ciò che è necessario per ottenere comunque un concetto del mondo da cui procede la scienza dello spirito. Allora abbiamo esposto prima la natura sette volte articolata dell’uomo, la dottrina del karma e della reincarnazione, le grandi leggi cosmiche, lo sviluppo di Saturno, Sole, Luna, le leggi del singolo corso della vita, così che questo è presente nella nostra letteratura e nei vari lavori dei rami. Questo accadde nei primi quattro anni.

Negli ultimi tre anni fondamentalmente non abbiamo guadagnato nulla di sistematicamente nuovo, bensì abbiamo innestato le sapienze superiori in ciò che era stato compiuto nei primi quattro anni. Siamo poi ascesi fino alla comprensione della più alta individualità che ha camminato sulla nostra Terra, l’individualità di Cristo Gesù — cosa che non avremmo potuto fare se fosse dovuto accadere con rappresentazioni completamente sconosciute. Potevamo parlare del Cristo solo dopo aver parlato della natura dell’uomo in generale. Potevamo comprendere come l’azione del Cristo è accaduta soltanto se abbiamo compreso la natura umana e l’intera sua successione di gradi. Coloro che a Basilea hanno ascoltato i discorsi sul Vangelo di Luca, e anche gli altri che qua e là hanno ascoltato qualcosa, sanno che là accaddero processi molto complicati. Ma come avrebbe potuto essere compreso, ad esempio, che nel dodicesimo anno della vita di uno dei bambini Gesù accadde qualcosa di significativo, se non avessimo saputo cosa accade in generale tra il dodicesimo e il quindicesimo anno di vita? Si è lavorato sistematicamente in precedenza, e poi abbiamo cercato con profonda riverenza dinanzi alle più grandi verità del nostro ciclo terrestre di comprendere ciò che si connette al nome di Cristo Gesù. Fu come un salire sempre a più alte vette. Così è avvenuto che si potesse contemplare Cristo Gesù in connessione al Vangelo di Giovanni e al Vangelo di Luca. Già allora a Basilea fu sottolineato che nessuno dovrebbe credere che, se ha ascoltato tutte le verità in connessione con questi due Vangeli, sappia quale sia la natura e l’essenza di quella alta entità spirituale. Da un lato solo egli ha conosciuto questo. Non si dovrebbe affatto credere che sia inutile, o solo come un rinnovamento, ascoltare la verità anche da un altro lato. I Vangeli si comportano come immagini di questo grande evento, poiché ogni evangelista lo presenta da un certo punto di vista, ciò che accadde in Palestina.

Ora, l’altro ieri a Berna ho esposto ciò che ora avviene in vari rami. Per una ragione ben precisa, ho tentato, in connessione al Vangelo di Matteo, di indicare il Cristo in modo schematico. Questo ha ragioni ben determinate. La scienza dello spirito deve essere una concezione di vita, non una teoria, una dottrina; essa deve trasformare la nostra più intima vita dell’anima. Dobbiamo imparare a contemplare il mondo in modo nuovo. E c’è una qualità che dobbiamo acquisire, che l’uomo sempre più acquisisce, sempre più impara, proprio attraverso le sapienze dell’Antroposofia. Non c’è una parola veramente propria per questa qualità in nessuna lingua, ma la scienza dello spirito troverà ancora la parola per questo nuovo sentimento del cuore. E fino ad allora possiamo solo usare la parola che esiste per questa qualità: umile modestia è ciò che deve sempre più radicarse nella nostra anima, particolarmente dinanzi a quei documenti primitivi che come Vangeli ci portano notizia di quell’evento più significativo dell’evoluzione terrestre. Poiché là impariamo che fondamentalmente possiamo solo avvicinarci molto lentamente alle verità e alle sapienze che sono necessarie per scandagliare il problema del Cristo. Impariamo a sviluppare in noi un sentimento completamente diverso da quello che hanno gli uomini contemporanei, che sono così pronti nel loro giudizio su questo evento. Impariamo a essere cauti nel presentare la verità, e sappiamo che, se l’abbiamo considerata da qualche lato, percepiamo sempre solo un lato, mai il tutto contemporaneamente.

Con ciò è connesso — e solo gradualmente arriviamo a comprendere questo — perché ci sono proprio quattro Vangeli. Oggi la situazione è tale che perfino la teologia è intellettuale, materialistica, e l’intelletto, che è applicato ai soli quattro documenti, li confronterà esteriormente. E allora si percepiscono contraddizioni. Si è preso da prima uno, il Vangelo di Giovanni. Quello che lo presenta così esteriormente per l’intelletto — dicono le persone — contraddice gli altri tre Vangeli così fortemente che si giunge alla comprensione di questo Vangelo nel modo migliore se si dice che lo scrittore non volle descrivere fatti reali, bensì un tipo di inno, una sorta di confessione come una riproduzione dei suoi sentimenti. Un grande, complessivo poema si vede nel Vangelo di Giovanni, e così lo si è separato dal rango di documento. Ma solo l’intelletto esteriore, materialistico, fa questo. Poi si è considerato attentamente gli altri tre Vangeli. Si trovano anche là certe contraddizioni; ma le si spiegano col fatto che i Vangeli siano stati scritti a tempi diversi. Insomma, gli uomini oggi sono sulla strada migliore per stracciare questi documenti del grande evento, in modo che non significhino più nulla per l’umanità. Ma proprio la scienza dello spirito è chiamata a mostrare perché abbiamo quattro diversi documenti dell’evento di Palestina e a rieducare questi documenti per la scienza dello spirito. Perché ci sono quattro documenti?

Gli uomini non hanno sempre pensato come oggi. Ci furono tempi in cui i Vangeli non erano nelle mani di tutti, bensì solo di poche persone, proprio quelle che dirigevano la vita spirituale nei primi secoli del Cristianesimo. Perché oggi non ci si chiede: erano questi uomini completi sciocchi da non vedere che i Vangeli si contraddicono? O erano così annebbiati da non vedere queste contraddizioni? — I migliori del loro tempo ricevevano questi documenti cosicché guardavano umilmente verso l’alto ed erano lieti che noi abbiamo quattro Vangeli, mentre gli uomini odierni dicono che non possono essere documenti, perché si contraddicono!

Ora, senza indugiare oltre, vogliamo sottolineare come nei primi secoli del Cristianesimo i Vangeli siano stati accolti, e come devono essere accolti. Così erano accolti in quel tempo, così che si può paragonare: Se fotografiamo da quattro lati il mazzo di fiori che sta qui, otteniamo quattro fotografie. Se le osserviamo singolarmente, si distinguono l’una dall’altra, ma quando si osserva una fotografia, ci si può fare una rappresentazione del mazzo di fiori. Ora viene uno che prende una fotografia da un altro lato. Allora si confrontano le due immagini e si trova: sì, sono due immagini completamente diverse; non possono rappresentare la stessa cosa. — Eppure: avremo un’immagine più completa di essa; e solo quando abbiamo fotografato il mazzo di fiori da quattro lati e confrontiamo tutti e quattro i quadri insieme, otterremo un’immagine completa del reale mazzo di fiori. — Così si devono concepire i quattro Vangeli come la stessa realtà caratterizzata da quattro lati diversi.

Perché allora lo stesso fatto è caratterizzato da quattro lati diversi? Perché si sapeva che ciascuno che ha scritto uno di questi Vangeli era pervaso da una grande, modesta umiltà, un’umiltà che gli diceva: questo è il più grande evento dello sviluppo terrestre; non devi osare descriverlo completamente, ma devi descrivere solo il lato che secondo la tua conoscenza è possibile per te descrivere. — In modesta umiltà il redattore del Vangelo di Luca ha rinunciato a descrivere qualsiasi altro lato che non fosse quello che gli era vicino per la sua particolare formazione spirituale. Questa gli diceva che Cristo Gesù era quella individualità in cui viveva la più grande manifestazione dell’amore, un amore fino al sacrificio. Come si mostra questo amore? Questo lo descrive il redattore del Vangelo di Luca, e si disse: Io sono incapace di descrivere l’intero evento; perciò mi limito a descrivere solo questo lato, l’amore.

Comprendiamo questa limitazione dei redattori dei Vangeli a un campo particolare solo se guardiamo un poco nella forma di iniziazione del servizio mistico antico. Solo da questo possiamo comprendere il comportamento degli evangelisti. Sapete che l’iniziazione è l’elevazione degli uomini ai mondi superiori, ai mondi soprasensibili, l’ingresso dell’uomo nei mondi superiori soprasensibili, l’emergere delle forze dell’anima, l’emergere di quelle forze e capacità che altrimenti dormono nascoste nell’anima. Tali iniziazioni ci sono sempre state. Nei tempi precristi ani esistevano i misteri antichi degli Egiziani e dei Caldei, in cui gli uomini che ne erano maturi erano elevati nei mondi superiori. Ma là si lavorava in un modo molto particolare, in un modo che oggi non è più completamente realizzabile. L’uomo ha oggi, come sapete, tre forze dell’anima: il pensare, il sentire e il volere. Queste tre forze dell’anima l’uomo le applica nella vita ordinaria, e precisamente le applica cosicché nel suo rapporto con il mondo esteriore tutti e tre sono presenti, partecipano.

Un esempio chiarisce come queste tre forze dell’anima si attivano. Voi camminate attraverso un prato. Vedete un fiore. Vi fate una rappresentazione di esso: voi pensate. Il fiore vi piace: voi sentite, il fiore è bello; al pensare si è aggiunto il sentimento. E poi desiderate cogliere il fiore: voi attivate così il volere. Così nella vostra anima era attivo il pensare, il sentire e il volere. E ora osservate l’intera vita dell’uomo: per quanto è vita dell’anima, è un gioco incrociato di pensare, sentire e volere. E l’uomo percorre la vita attraverso il fatto che queste tre forze giocano insieme. L’anima vive nel pensare, sentire e volere.

Quando l’uomo è elevato nei mondi superiori, questo è uno sviluppo di queste tre forze, come sono nella vita ordinaria. Si può sviluppare il pensare più in alto così che diventi visione. E così si può elevare anche il sentire e il volere nel mondo spirituale. In questo consiste l’iniziazione.

Coloro che hanno un po’ consultato « Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori? », avranno letto cosa accade quando un uomo sviluppa il pensare, il sentire e il volere nei mondi spirituali. Si verifica quello che si chiama « scissione della personalità ». Le tre forze normalmente sono organicamente unite: l’uomo pensa, sente e vuole in una personalità. Nello sviluppo nei mondi superiori queste tre forze si separano però. Mentre altrimenti sono forze, diventano ora esseri indipendenti quando l’uomo si sviluppa nei mondi superiori. Sorgono tre esseri indipendenti: un essere pensante, uno sentiente e uno volente. In ciò consiste quello che si chiama il pericolo: che l’uomo nella sua vita dell’anima potrebbe essere strappato a parte. Se l’uomo non procede nel modo corretto sulla via della conoscenza superiore, può avvenire che elevi il suo pensare nelle regioni superiori. Allora guarda bene nei mondi superiori, ma si ferma lì; il volere può mortificare, oppure può prendere strade completamente diverse. Oggi accade che l’Io superi se stesso, che l’Io possa divenire sovrano, che possa regnare come re sulle tre forze dell’anima, cioè sul pensare, sentire e volere.

Nell’antichità non era così. Nei santuari misteri precristi ani vigeva il principio della divisione del lavoro. Là si prendeva ad esempio un uomo nei santuari di iniziazione e si diceva: Questo uomo è particolarmente adatto a sviluppare la forza pensante. — Si sviluppava allora il suo pensare, lo si elevava al livello superiore; lo si rendeva saggio, colui che scorge le connessioni spirituali che stanno dietro tutto ciò che avviene sensibilmente. Questa era una categoria degli iniziati dai santuari misteri antichi: i Saggi.

Altri uomini nei santuari misteri erano educati cosicché si sviluppavano in loro le forze del sentire che dormivano, mentre il pensare e il volere restavano al livello originario. Il sentire dunque era elevato. Quando in un uomo il sentire è particolarmente sviluppato, acquisisce per questo proprietà particolari. C’è una differenza essenziale tra un uomo il cui sentire era stato dispiegato in un antico santuario mistico e un uomo dei tempi odierni. L’influsso di un uomo così sviluppato, l’influsso psichico-spirituale era molto più forte di quanto lo sia oggi. Questo sviluppo delle forze del sentire faceva sì che l’anima di tale uomo potesse esercitare un influsso enorme sull’anima del suo ambiente. Così coloro che avevano particolarmente sviluppato l’ambito del sentire divennero i guaritori dei loro simili. Poiché attraverso il servizio sacrificale avevano sviluppato il sentire, erano chiamati a operare in modo salutare sugli altri uomini.

Il terzo grado degli iniziati erano coloro in che era sviluppato il volere. Questi erano i Maghi. Così si aveva una triplice categoria di iniziati: i Maghi, i Guaritori e i Saggi. Questi erano uomini che ricevevano la loro educazione nei santuari misteri dell’antichità. Oggi non sarebbe più possibile, considerando il carattere degli uomini, sviluppare unilateralmente una di queste proprietà, perché oggi non è più possibile stabilire un grado così alto di armonia tra i singoli uomini come allora nei santuari misteri. Colui che era un Saggio nei santuari misteri antichi ha rinunciato in modo sacrificale . È così. Colui che era un Guaritore ha eseguito le disposizioni del Saggio con la massima obbedienza, ha rinunciato alla saggezza più alta, ha usato le sue forze di sentimento secondo le disposizioni di colui che era un Saggio.

A fianco c’era ancora una quarta categoria di uomini nei santuari misteri. Questa era necessaria. C’erano infatti casi in questi santuari dove non era possibile che le tre categorie di iniziati cogliessero il corretto per operare nel mondo esteriore. Alcune cose non potevano essere fatte dall’iniziato di una di queste tre categorie citate, bensì solo dal fatto che c’era ancora una quarta categoria di uomini. Questa consisteva nel fatto che si prendevano certe individualità adatte a questo nei santuari misteri e si diceva a se stessi: Quei gradi altissimi dell’iniziazione che si potevano sviluppare nei Saggi, Guaritori e Maghi non potevano essere sviluppati negli uomini di questa quarta categoria. Ma si poteva andare così lontano con loro che si elevasse ogni singola capacità delle altre tre categorie fino a un certo grado. Nessuna capacità era così fortemente sviluppata come negli iniziati sviluppati unilateralmente, che erano Saggi, Guaritori o Maghi; ma invece c’era una certa armonia di tutte e tre le proprietà in questo quarto. Tale iniziato rappresentava in se stesso l’armonia degli altri tre iniziati. E ora, per certi compiti è necessario rinunciare a tutta la propria individualità e costruire esattamente sulla parola di colui che in una certa misura sta sotto di voi. Così ci furono casi nei santuari misteri antichi dove né i Saggi, né i Guaritori, né i Maghi decidevano, bensì mettevano solo le loro forze al servizio del Quarto, che non era progredito quanto loro. Eppure hanno messo le loro forze al servizio di questo quarto iniziato. In questo si mostrava sempre che lo sviluppo del mondo progrediva meglio quando il Superiore in tale caso obbediva all’Inferiore.

Questo era il caso nei santuari misteri orientali, che i Superiori usassero le loro forze come il quarto ordinava, a cui obbedivano ciecamente. Nei santuari misteri dell’Europa c’erano collegi di dodici iniziati, e alla loro testa stava un Tredicesimo che non era iniziato; a esso obbedivano. Quello che doveva accadere doveva indicarlo lui. Si fidava del suo volere istintivo, e gli altri, che stavano più in alto di lui, eseguivano quello che lui ordinava loro. Potete comprendere ciò solo se guardate indietro a quei tempi in cui c’era ancora una fiducia elevata in una realtà nel mondo che non era legata al pensare e al volere umano. Oggi l’uomo si considera la creatura più saggia del mondo. Ma non è sempre stato così. Ci furono tempi in cui l’uomo si diceva: Sì, in effetti è vero che io posso svilupparmi a un grado elevato. Ho la capacità di farlo, ma che io sia proprio ora già la creatura più avanzata nello sviluppo del mondo, questo non devo assumerlo.

Che questo è una verità possiamo rendercela chiara con un semplice esempio. Ricordiamo che gli uomini solo nel corso dello sviluppo storico hanno gradualmente inventato la carta, cioè quell’attività attraverso cui certe sostanze vengono plasmate a carta. La vespa lo poteva già da molto tempo! Ora l’uomo dovrebbe dirsi: Ho dovuto acquisire il mio sapere solo in tempo relativamente tardivo. La vespa non poteva imparare l’arte dall’uomo, nel suo sapere opera l’arte divina. In quello che la vespa fa, è pervasa dalla saggezza divina.

Di sentimenti simili erano pervasi gli iniziati che si riunivano in dodici nei tempi precristi ani. Si dicevano: Certo, abbiamo sviluppato in noi forze elevate, ma con tutte le nostre forze e capacità raggiungiamo solo ciò che su un livello inferiore in individualità meno sviluppate è tracciato da entità divine superiori. — Guardavano a un Tredicesimo che era rimasto fermo su un livello che rispetto a loro era infantile, ingenuo. Si dicevano: Lui non ha la saggezza umana come noi, ma è ancora pervaso dalla saggezza divina. — Anche i Saggi, Guaritori e Maghi orientali si dicevano: Seguiamo colui che non è progredito quanto noi, bensì colui che sta su un livello dove ha ancora la saggezza divina in sé. — Questa rinuncia stava sulle spalle dei misteri antichi che lo sapevano, come un velo magico. E ora vi ricorderete il poema di Goethe « I Segreti », dove un Tredicesimo è introdotto, il Fratello Marco, nel circolo di uomini significativi. Qui abbiamo un fenomeno che è profondamente radicato nella natura umana, sebbene sia lontano dall’uomo contemporaneo: un iniziato della quarta categoria, che non progredisce tanto quanto gli altri attraverso lo sviluppo delle proprie forze, è tuttavia considerato così da guidare gli altri Dodici.

Abbiamo dunque quattro tipi di iniziati: Guaritori, Saggi, Maghi e il quarto tipo, che si chiamava in senso particolare « Uomo ». Quattro di tali iniziati si sono dedicati a descrivere il più grande evento dello sviluppo terrestre: un Saggio, un Guaritore, un Mago e un Uomo nel senso dell’iniziato della quarta categoria. Uno lo descrisse dal punto di vista dell’uomo ordinario, uno è il Mago, che principalmente ha considerato le forze di volere della natura del Cristo e le ha segrete nel suo Vangelo, un Guaritore, che ha scritto il Vangelo di Luca. Perciò trovate proprio la tradizione nel che Luca è concepito come medico, e questo corrisponde anche ai fatti, che Luca assiste il prossimo in amore sacrificale. Poi un Saggio, che ha scritto quello che costituisce la natura saggia del Cristo.

Questi sono i quattro iniziati che, rinunciando a descrivere il tutto, si dissero: Possiamo descrivere solo quello che ci è vicino nell’anima. Certo, la modesta umiltà di questi quattro uomini, che hanno rinunciato a dare l’immagine intera del Cristo, ma solo quello che potevano vedere, contemplare secondo la loro particolare individualità, si presenta come qualcosa di Elevato, di Potente di fronte alla consapevolezza dell’uomo contemporaneo. Quest’ultimo non dubita affatto di poter abbracciare con il suo intelletto anche le cose più elevate da ogni lato.

Dopo che a Basilea due lati di questo evento possente erano già stati illuminati da me nei discorsi sul Vangelo di Luca e di Giovanni, oggi qui dovrebbe essere detto qualcosa sul Vangelo di Matteo. Avremmo potuto ugualmente ricorrere al Vangelo secondo Marco. Ma sussistono certe ragioni per cui da me, dopo aver assunto di descrivere dal punto di vista della scienza dello spirito un po’ questo grande evento, viene ora scelto il Vangelo di Matteo. La ragione per cui ciò accade risiede nel fatto che si debba acquisire un sentimento di come ci si debba avvicinare nella umile modestia alla comprensione di questo evento cosmico. Impariamo grandi verità nel Vangelo di Luca e nel Vangelo di Giovanni. Quello che invece ci si presenta nel Vangelo di Marco è in parte così sconvolgente che, se non si è ancora ascoltato i vari aspetti che si collegano al Vangelo di Matteo, si crederebbe che profonde contraddizioni sussistessero tra il Vangelo di Marco e gli altri Vangeli. Non si riuscirebbe a cavarsela col Vangelo di Marco, poiché in questo Vangelo vengono comunicate le più grandi, le più sconvolgenti verità del mondo; non le più alte: queste sono infatti contenute nel Vangelo di Giovanni. Perciò parlerò oggi del Vangelo di Matteo.

Nella considerazione del Vangelo di Luca abbiamo visto che i diversissimi flussi spirituali che erano presenti nel mondo si erano confluiti insieme per formare un flusso comune nel tempo in cui l’evento del Cristo si svolgeva. È stato mostrato come da un lato la dottrina di pietà e amore da Buddha fluisse nel Cristianesimo; e d’altro canto è stato mostrato come la dottrina di Zarathustra sia fluita nel Cristianesimo. Ma anche tutti i flussi spirituali precristi ani sono confluiti in questo evento significativo. E nel Vangelo di Matteo si mostra particolarmente come il flusso spirituale ebraico antico, il flusso spirituale dell’antico Giudaismo, sia confluito, così che per comprendere il Vangelo di Matteo si deve parlare della vera missione dell’antico popolo ebraico.

Voi sapete che la ricerca spirituale non attinge solo dai Vangeli, bensì dal mondo spirituale, dalla Cronaca dell’Akasha imperituro. Se per qualche catastrofe terrestre tutti i Vangeli fossero andati perduti, ciò che la ricerca spirituale ha da dire sull’evento di Palestina potrebbe tuttavia essere detto. Se abbiamo questo dalle fonti pure che sono a disposizione della ricerca spirituale, lo confrontiamo allora con i grandi documenti, i Vangeli, e allora si rivela quella meravigliosa concordanza che ci infonde una grande riverenza dinanzi ai Vangeli, su cui guardiano. Da essa ci diviene chiaro da quale fonte elevata devono provenire. Poiché i redattori dei Vangeli ci comunicano quello che possiamo comprendere solo se siamo educati col sguardo che la scienza dello spirito ci dà. Quale è la missione del popolo ebraico? Per comprendere questo, dobbiamo guardare un poco indietro al corso dello sviluppo dell’umanità. Voi sapete che quello che oggi sono capacità umane si è sviluppato. Che queste capacità umane si siano sviluppate da sole, lo crede oggi solo la scienza materialistica, che non vede oltre la punta del naso. Al massimo crede ancora che l’umanità si sia sviluppata dalla bestialità, ma non è in grado di tornare indietro a vere capacità spirituali. La scienza dello spirito sa però che le capacità spirituali migliaia di anni fa erano diverse da oggi. Così gli uomini in tempi antichi avevano quello che si chiama una chiaroveggenza offuscata, crepuscolare. Solo in tempi più tardi da questa chiaroveggenza è nata gradualmente la consapevolezza diurna contemporanea; e questo sviluppo ha iniziato da un momento ben preciso, dove questa forma di capacità rappresentativa è intervenuta nell’umanità.

Se guardiamo indietro alla cultura indiana antica, troviamo lì una sorta di chiaroveggenza. L’uomo contemporaneo deve osservare le cose che lo circondano se vuole conoscerle. Nel modo in cui ora le osserva, l’antico indiano non le conosceva. Una scienza, come già insegnata al bambino oggi, non esisteva allora. Chi era un saggio nell’antico India, riceveva il suo sapere attraverso ispirazione interiore quando volse completamente il suo interiore via dal mondo esteriore, quando si riposava in se stesso o nel suo essere superiore. Questo chiamava la sua unione con Brahma. Riceveva dunque il sapere attraverso ispirazione interiore. Era un sapere completamente basato su ispirazione chiaroveggente. Il sapere esteriore invece per lui era Maya.

Ma sempre più questa chiaroveggenza si ritirava. Già nella cultura uranica c’era una forte componente di osservazione esteriore, sebbene il sapere interiore si facesse ancora valere. Allo stesso modo nella terza epoca di cultura c’era ancora ispirazione interiore, sebbene gli uomini fossero già progrediti nel comprendere le cose esteriori. Nell’antico Caldea era presente quello che oggi si chiama Astrologia; era una sorta di scienza delle stelle. Oggi nella scienza esteriore nessun uomo sa qualcosa sulla vera essenza dell’Astrologia. Oggi, anche se interrogate così accuratamente le iscrizioni di pietra, non sapete l’essenza vera dell’Astrologia. Nessun uomo oggi può evocare il sentimento per quello che l’Astrologia era per l’antico caldeo. Non era un sapere nato dall’osservazione del cielo stellato. Non il pianeta fisico Marte studiava il caldeo, sollevando lo sguardo verso di esso; ma quello che se ne conosceva era per il sapere ispirato interiormente chiaroveggente che si illuminava. Questo non è un combinare esteriore, e nemmeno esiste consapevolezza piena di quello che questo sapere comunica sullo spazio celestiale esteriore. Nei santuari di iniziazione antichi sorsero proprio i primi concetti dal sapere del mondo stellare. In quello che vi si comunica sullo sviluppo della Terra e le connessioni della Terra con Marte e così via, abbiamo ancora sempre un sapere nato dall’interiore. Allo stesso modo la geometria egiziana era un sapere nato dall’interiore e solo applicato alla misurazione di campi esteriori. All’antico caldeo doveva divenire possibile, attraverso sviluppo di altre forze, arrivare al sapere esteriore. Questa missione, portare l’umanità a un sapere esteriore, combinante, fu assegnata dai guida spirituali dell’evoluzione mondiale al popolo ebraico. Tutto il sapere degli Indi, dei Persiani, dei Caldei, degli Egiziani, per quanto era significativo, non richiedeva un cervello fisico. Si aveva questo sapere nel corpo eterico non legato al cervello fisico, che funziona liberamente. Quando l’uomo si attiva liberamente nel corpo eterico, sorge l’immagine che costituisce il sapere di quei popoli antichi. Come anche oggi ancora ogni sapere chiaroveggente sorge quando l’uomo è capace di sollevare il corpo eterico dal corpo fisico, di non usare il suo cervello fisico.

L’umanità doveva acquisire la capacità di percepire attraverso il suo cervello. A questo scopo la personalità doveva essere scelta che aveva il cervello più adatto, che era la meno incline a ispirazioni chiaroveggenti, ma che poteva usare il cervello. Qui abbiamo di nuovo uno dei punti dove la lettura della Cronaca dell’Akasha conferma i fatti della Bibbia. Quello che nella Bibbia sta scritto è corretto fino alla lettera. Di fatto una personalità era stata scelta che per la sua organizzazione fisica aveva il cervello più adatto per fondare quello che era il lavoro spirituale mediante il cervello. Questa personalità era Abramo. Fu scelto per compiere quella missione che doveva portare gli uomini a percepire il mondo esteriore attraverso il loro cervello fisico. Era una personalità che era la meno adatta ad avere qualche ispirazione, ma che ricercava logicamente secondo misura, numero e peso i fenomeni esteriori. Una tradizione più antica considera Abramo come l’inventore della matematica, e ha più ragione di quanto il mondo esteriore contemporaneo sospetti.

Ora si trattava che questa missione fosse introdotta nel modo giusto nel mondo. Riflettiamo, se prima una missione era affidata a una personalità, come era allora propagata nell’umanità? Era trasmessa dal maestro ai discepoli. Chi aveva un’ispirazione la trasmetteva al successore. Ma quello che era stato affidato al popolo ebraico antico era legato a uno strumento fisico che non poteva semplicemente passare al successore, se questi non aveva il cervello adatto per questo. Perciò doveva essere legato all’eredità fisica, doveva trasmettersi attraverso generazioni. Doveva collegarsi ad Abramo non una comunità di discepoli, bensì un popolo, a cui attraverso generazioni potesse trasmettersi questo cervello. Perciò Abramo divenne il capostipite del suo popolo.

È meraviglioso quando dalla Bibbia si vede come le potenze spirituali dirigenti hanno affidato ad Abramo questa missione. Cosa doveva essere data all’umanità mediante la missione di Abramo? Quello che prima si era saputo attraverso ispirazione doveva ora ritrovarsi attraverso mera combinazione a un altro livello. Così quello che era stato trovato attraverso combinazione doveva essere in conformità alla legge. Perciò disse Jahvé: Questa missione deve essere un’immagine della massima legalità che conosciamo. — Disse: La tua discendenza deve essere organizzata come il numero delle stelle in cielo. — È un errore completo se questo passo della Bibbia è tradotto come se Jahvé avesse detto che i discendenti di Abramo dovessero essere così numerosi come le stelle in cielo. Si dovrebbero invece propagare secondo legge, così che la legalità si esprima come la legalità del firmamento.

Abramo aveva un figlio Isacco, un nipote Giacobbe. Vediamo come da questi discendono le dodici tribù del popolo ebraico. Queste dodici tribù sono una rieducazione della legalità dei dodici segni dello Zodiaco. Su Abramo doveva essere organizzata una nuova organizzazione popolare come le stelle in cielo. Così vediamo come la scienza dello spirito trae dai documenti della Bibbia il vero senso, e così otteniamo una giusta rappresentazione di questo documento profondissimo dell’umanità. Doveva rinunciarsi a quello che era l’antica chiaroveggenza. Non più doveva la vita accadere cosicché si tenesse lo sguardo distolto dal mondo esteriore, bensì lo sguardo dell’uomo doveva penetrare il mondo esteriore, ricercarlo. Ma questa missione era un dono che doveva venire all’umanità dall’esterno. Abramo aveva la missione di propagare la capacità del cervello ai suoi discendenti. Doveva essere un dono, e così vediamo che Abramo riceve l’intero popolo ebraico come un dono. Cosa avrebbe potuto una potenza spirituale donare a Zarathustra? Una dottrina, qualcosa di unilateralmente spirituale; ad Abramo però doveva essere donato il suo popolo, un dono reale, basato sulla propagazione del cervello fisico. Come gli fu donato questo popolo? Perché era disposto a sacrificare suo figlio. Se l'avesse fatto, non ci sarebbe stato popolo ebraico. Nel fatto che riceveva indietro suo figlio, riceveva l’intero popolo ebraico come un dono dall’esterno. Nel momento in cui Abramo riceve indietro l’Isacco che doveva sacrificare, riceve l’intero popolo ebraico, la sua discendenza come dono di ritorno. Questo è un dono di Jahvé ad Abramo. E così fu abbandonato l’ultimo dei doni chiaroveggenti. I doni chiaroveggenti singoli si strutturano così che ve ne sono dodici, e sono designati con i dodici segni stellari, poiché sono doni celesti. L’ultimo di questi doni chiaroveggenti fu sacrificato da Abramo per ricevere il popolo israelitico come dono. L’ariete che Abramo sacrifica al posto di suo figlio è l’immagine dell’ultimo dei doni chiaroveggenti. Con questo il popolo ebraico ha ricevuto la missione di sviluppare la capacità di combinazione, di conoscere i fenomeni del mondo attraverso le proprie capacità contenute nel cervello fino a una certa unità che è rappresentata come Jahvé. E così precisamente persegue questa missione che da popolo ebraico viene escluso quello che come eredità della forma di percezione precedente ancora permane, cioè l’antica chiaroveggenza. Giuseppe aveva ancora sogni della vecchia forma chiaroveggente. Usa ancora l’antica chiaroveggenza; ma viene escluso dalla comunità perché il popolo ebraico ha la missione di escludere dal suo sviluppo questa vecchia capacità di chiaroveggenza. Così Giuseppe è mandato via. Ma per questo diventa l’intermediario tra il popolo ebraico e quello che deve accogliere per compiere la sua missione culturale. I figli di Abramo avevano rinunciato a ricevere ispirazioni da dentro; così dovevano ricevere da fuori quello che altrimenti era dovuto a queste ispirazioni, quello che altrimenti era ottenuto come sapere da dentro. Come sono portati in Egitto, lo ricevono attraverso Mosè, loro che ora sono i missionari del pensiero fisico esteriore. Quello che gli altri popoli hanno ottenuto attraverso ispirazione, loro ora lo ricevono da fuori come legge. È di fatto così che quello che chiamiamo i Dieci Comandamenti è lo stesso che gli altri uomini hanno ottenuto attraverso ispirazione interiore. Gli Ebrei ricevono dall’Egitto attraverso Mosè come comandamenti da fuori quello che in realtà dovrebbero essere ispirazioni celesti.

Dopo che questo popolo ha ricevuto le ispirazioni dall’Egitto, si stabilisce in Palestina. Questo popolo era destinato a generare da sé il portatore del Cristo. Queste proprietà che si ereditavano di generazione in generazione dovevano costituire la corporeità di Gesù; perciò devono sommarsi tutte le capacità che in Abramo erano presenti come primo germe. L’intero popolo ebraico deve maturare, svilupparsi così che quello che in Abramo era presente come disposizione sia portato in un discendente al più alto apice. Per comprendere questo, dobbiamo fare un paragone con lo sviluppo di un singolo uomo. Nei primi sette anni è prevalentemente il corpo fisico che si sviluppa. Dal settimo al quattordicesimo o quindicesimo anno, cioè nel secondo ciclo di vita, è il corpo eterico che si sviluppa, poi il corpo astrale; poi solo allora esce fuori l’Io. Quello che è presente dapprima come disposizione, esce fuori solo quando questi tre corpi si sono sviluppati. Anche per un intero popolo questo è valido. La disposizione di Abramo doveva prima incorporate nei corpi fisico, eterico e astrale, poi soltanto poteva essere presa dall’Io. Dobbiamo distribuire lo sviluppo del popolo ebraico su tre epoche. Quello che nel singolo uomo si estende su sette anni, in un popolo è distribuito su sette generazioni. O, sapete, che nelle proprietà ereditate il figlio non assomiglia tanto al padre, quanto al nonno. Perciò in realtà sono necessarie due volte sette, cioè quattordici generazioni, affinché maturasse all’interno di un popolo quello che nel singolo uomo si svolge tra nascita e caduta dei denti. Quattordici generazioni svilupparono le proprietà che in Abramo erano predisposte nel corpo fisico; quattordici generazioni ulteriori nel corpo eterico e quattordici ulteriori nel corpo astrale. Allora soltanto era data la possibilità di far maturare un tale uomo come era richiesto dall’entità del Cristo.

Questo descrive Matteo nel primo capitolo del suo Vangelo, quando dice che da Abramo a Davide quattordici membri, da Davide fino alla cattività babilonese quattordici, e da allora fino a Gesù quattordici ulteriori generazioni, cioè tre volte quattordici o sei volte sette generazioni dovettero trascorrere. Queste sapienze profonde il redattore del Vangelo di Matteo ha posto alla base del suo libro. Quello che in Abramo era la sua determinata missione doveva anche confluire nel corpo del Cristo Gesù; ma solo attraverso la successione di generazioni in modo regolare doveva accadere. Allora questo bambino Gesù, che si derivava attraverso quarantadue generazioni da Abramo, poteva compiere la missione del capostipite. Matteo ci descrive proprio la meravigliosa legalità con cui ciò accadde.

Quando un ciclo di sviluppo è compiuto, deve avvenire una breve ripetizione dei fatti precedenti a un livello più alto, e di fatto troviamo nel Vangelo di Matteo questa ripetizione descritta in modo meraviglioso. Abramo viene da Ur in Caldea, emigra verso Canaan, poi va in Egitto e nuovamente torna a Canaan. Questo è il suo cammino. Lo Zarathustra rinato era seicento anni prima della nostra cronologia incarnato come grande maestro dei santuari misteri caldei sotto il nome di Zarathos. Questa era la sua ultima incarnazione prima che fosse rinato in Gesù. Ora percorre lo stesso cammino che Abramo aveva percorso. Parte più o meno dallo stesso luogo da cui Abramo aveva intrapreso il suo cammino. E segue nello stesso mondo spirituale anche il percorso che Abramo aveva tracciato fino a Betlemme. Così il cammino che Abramo ha percorso fisicamente è preso da Zarathustra spiritualmente. E i successori di coloro che seicento anni prima erano stati suoi discepoli, lo seguono di nuovo nella stella che mostra loro il cammino verso Betlemme. Percorrono il cammino che Zarathustra fa per incarnarsi. Poi è arrivato là ed è rinato in Canaan.

Vediamo nell’Antico Testamento un Giuseppe che a causa di un sogno è condotto in Egitto; ora vediamo di nuovo un Giuseppe che a causa di un sogno è condotto fisicamente in Egitto. E allora il bambino è ricondotto fisicamente là dove il popolo ebraico aspetta il Redentore. Anche l’antico popolo ebraico ricevette dall’Egitto da Giuseppe il nutrimento nel tempo della carestia. Tracciate su una carta lo stesso cammino che i Magi hanno percorso; confrontate inoltre il cammino su cui il figlio di Giacobbe Giuseppe è stato condotto in Egitto, con quello percorso dal bambino Gesù salomonico, e troverete che i cammini corrispondenti si coprono abbastanza esattamente. Avvengono ben singole deviazioni, ma sono condizionate da altre circostanze. Così esattamente il redattore del Vangelo di Matteo descrive il cammino.

Proprio da tali fatti, che potremmo sapere anche se tutti i Vangeli scritti fossero andati perduti, otteniamo la grande riverenza dinanzi ai Vangeli. L’umanità potrebbe arrivare sempre a verità più elevate e conseguire sempre sapienze più elevate, di cui oggi forse se ne intuisce ancora molto poco; e se dopo milioni di anni sapremmo ancora molto, molto di più su questo evento colossale, possiamo attingere questa saggezza ugualmente dai Vangeli. Questo è di nuovo un elemento che può condurci alla comprensione dell’evento del Cristo. Come la dottrina del Buddha e di Zarathustra, così anche l’essenza del popolo ebraico è confluita nell’essenza di Cristo Gesù. Tutto quello che prima era apparso sulla Terra è stato rinato in forma più elevata attraverso il Cristianesimo. Tutto quello che prima era sulla Terra come cultura spirituale è venuto sulla Terra per il fatto che il grande Guida dello sviluppo terrestre, Cristo, ha inviato sulla Terra coloro a cui per primi aveva dato la missione di preparare sulla Terra quello che egli doveva compiere. Lui era ancora nelle altezze del cielo e mandò giù i messaggeri. E loro, i grandi fondatori di religioni, avevano il compito di preparare gli uomini al suo venire. L’ultimo di questi messaggeri era il Buddha, che ha portato la dottrina di pietà e amore. Ma prima c’erano altri Bodhisattva, e dopo Cristo ce ne saranno altri Bodhisattva che devono sviluppare quello che è venuto sulla Terra attraverso Cristo Gesù.

Sarà bene se gli uomini ascolteranno i Bodhisattva che vengono dopo, poiché sono suoi servi. Ogni volta quando in futuro un Bodhisattva apparirà, ad esempio dopo tremila anni, allora si comprenderà di nuovo il Cristo, colui che splende su tutto, un po’ meglio. Cristo è colui che è l’essenza più profonda, e gli altri sono lì affinché il Cristo sia meglio compreso. Perciò diciamo che Cristo ha mandato innanzi i Bodhisattva per preparare l’umanità a lui; e li manda dopo, affinché il maggiore fatto dello sviluppo terrestre possa essere sempre meglio compreso. Siamo solo all’inizio della comprensione di questa entità, e sempre meglio comprenderemo il Cristo, quanto più Saggi e Bodhisattva vengono sulla Terra. Attraverso tutta questa saggezza che si riversa sulla Terra, saremo capaci di conoscere meglio il Cristo.

Così stiamo sulla Terra come uomini che cercano. Abbiamo iniziato con la lotta per la comprensione del Cristo. Quello che abbiamo riconosciuto di lui l'abbiamo applicato e in futuro applicheremo tutto quello che i Bodhisattva insegneranno per comprendere meglio il Maestro di tutti i Bodhisattva, il centro del nostro sistema. Così l’umanità diventerà sempre più saggia e comprenderà il Cristo sempre meglio. Lo comprenderà pienamente solo quando l’ultimo dei Bodhisattva avrà svolto il suo servizio e avrà portato la dottrina necessaria per abilitarci a comprendere l’essenza più profonda dell’esistenza terrestre, Cristo Gesù.

L’IO, DIO NELL’INTERIORE E DIO NELLA MANIFESTAZIONE ESTERNA

9°Anima di gruppo e individualità

Monaco, 4 Dicembre 1909

Vogliamo occuparci oggi di un tema generale, e cioè della questione riguardante il significato e i compiti della scienza dello spirito orientata antroposoficamente nel presente, e poi martedì di un tema più individuale, che riguarda il singolo destino umano e l’essenza.

Abbiamo sottolineato più volte che l’antroposofia ha proprio nel presente un compito e un significato particolare per l’umanità. In fondo, chiunque si occupi della antroposofia come uomo pensante deve continuamente porsi la domanda: Quali sono veramente gli scopi di questo movimento spirituale, e come si rapporta agli altri compiti del nostro tempo? — Ora, come abbiamo fatto più volte, si possono illuminare questi compiti dai più svariati punti di vista. Oggi vogliamo tentare di cogliere il corso evolutivo dell’umanità nel punto in cui noi stessi ci troviamo, di guardare un poco nel futuro e poi domandarci: Quale compito ha l’antroposofia proprio in relazione al punto evolutivo dell’umanità in cui ci troviamo nel presente?

Sappiamo che dal grande disastro atlantico, da quando esso ha trasformato completamente la terra come dimora dell’uomo, fino al nostro presente si possono contare cinque epoche di cultura. Abbiamo enumerato spesso queste cinque epoche di cultura come l’epoca di cultura antica-indiana, antica-persiana, caldaico-egiziana, greco-latina, e poi l’epoca in cui noi stessi ci troviamo, il quinto periodo di cultura, che si è preparato a partire, diciamo, dall’ottavo, nono, decimo secolo e in cui noi siamo veramente immersi. Ora dobbiamo comprendere che tali divisioni naturalmente non sono intese nel senso che un’epoca evolutiva si concluda bruscamente e poi cominci una nuova; tutto passa lentamente e gradualmente l’uno nell’altro, e si può dire che molto prima che un’epoca sia terminata, al suo interno si sta già preparando la nuova. Così, riguardo alla nostra epoca di cultura, al quinto periodo della post-atlantica, possiamo dire che proprio adesso si sta preparando, e in modo molto significativo, quello che sarà il vero carattere distintivo della sesta epoca di cultura. E l’umanità del presente si dividerà in generale in due parti: in persone che oggi non si fanno alcuna idea di tutto ciò, che non sanno che si sta preparando qualcosa come la sesta epoca di cultura, che vivono ciecamente il giorno presente; e in persone che si fanno delle rappresentazioni del fatto che si sta preparando qualcosa di nuovo, e che sanno anche che in fondo quello che si sta preparando deve essere realizzato dagli uomini, deve essere preparato dagli uomini. Si può, da un certo punto di vista, come uomo mettersi nel tempo e dirsi che si fa quello che è generalmente usuale, quello che altri hanno fatto, quello che i padri ci hanno insegnato. Oppure ci si può mettere così da sapere consapevolmente: Se tu veramente vuoi essere consapevolmente un membro della catena umana, allora devi fare qualcosa, sia su di te stesso che sul tuo ambiente, che contribuisca a preparare quello che comunque deve venire, cioè la sesta epoca di cultura, per quanto sta in tuo potere. Si può comprendere come sia possibile fare preparativi per questa sesta epoca di cultura solo se si entra un poco nel carattere della nostra stessa epoca. Qui il miglior mezzo a nostra disposizione è il confronto.

Sappiamo che queste epoche di cultura si differenziano essenzialmente l’una dall’altra, e nel corso degli anni del nostro movimento antroposofico abbiamo indicato varie proprietà grazie alle quali si differenziano. Abbiamo indicato l’epoca di cultura antica-indiana e abbiamo mostrato come le proprietà dell’anima umana erano allora diverse da come diventarono in seguito: l’uomo era ancora in alto grado dotato di coscienza chiaroveggente. Abbiamo poi mostrato come lo sviluppo attraverso le seguenti epoche di cultura consiste nel fatto che gli uomini hanno perso sempre più e più la chiaroveggenza e hanno sempre più dovuto restringere la loro capacità percettiva, la loro capacità intellettiva, al piano fisico. Abbiamo visto come si preparava lentamente il quarto periodo di cultura, in cui gli uomini si sono completamente ritirati sul piano fisico, cosicché quell’entità che chiamiamo Cristo Gesù poteva incarnarsi sul piano fisico come un essere, come un’essenza umana del piano fisico. Abbiamo poi visto come da quel tempo, attraverso una certa corrente, questo si manifestava: come tutte le capacità umane sul piano fisico si sono ulteriormente rafforzate, come la tendenza materialistica del nostro tempo, tutta la spinta degli uomini a considerare valido solo ciò che si presenta nell’ambiente fisico, è collegata con un ulteriore abbassamento dell’uomo verso il piano fisico. Ma in questo sviluppo non deve rimanere così. L’umanità deve di nuovo risalire nel mondo spirituale, risalire con tutti i risultati che si è conquistati, con tutti i frutti del piano fisico. E proprio questo deve essere l’antroposofia: ciò che può portare all’uomo la possibilità di risalire di nuovo nel mondo spirituale.

Ora possiamo dire: subito dopo il grande disastro atlantico c’erano numerosissimi uomini che sapevano, attraverso la loro percezione immediata, che intorno a noi c’è un mondo spirituale, che viviamo in un mondo spirituale. Sempre meno divennero gli uomini che lo sapevano, e sempre più e più le capacità dell’uomo si restrinsero alla percezione sensoria. Ma se da un lato oggi la capacità di percezione per il mondo spirituale è ancora la più minima possibile, d’altro canto si sta tuttavia preparando qualcosa nel nostro tempo che è così significativo che già per un numero maggiore di uomini, in quell’incarnazione, in quella reincarnazione che viene dopo questa attuale, ci saranno capacità completamente diverse da oggi. Come le capacità degli uomini si sono trasformate attraverso le cinque epoche di cultura, così si trasformeranno anche in quella sesta. Un gran numero di uomini di oggi, nella prossima incarnazione, mostrerà chiaramente attraverso la sua intera natura dell’anima che le sue capacità si sono essenzialmente trasformate. E vogliamo procurarci oggi chiarezza su come queste anime degli uomini nel futuro, quindi per un gran numero già nella prossima incarnazione, per altri nella seconda successiva, saranno diversamente strutturate.

Potremmo anche guardare indietro in un altro modo ai periodi trascorsi dello sviluppo dell’umanità. Allora vedremmo che, quanto più torniamo indietro verso l’antica chiaroveggenza, tanto più all’anima umana si trova unito quello che si può chiamare il carattere della natura di anima di gruppo. Vi è già stato fatto notare molte volte che presso il popolo ebraico antico, nel senso più eminente, era presente la consapevolezza di questa natura di anima di gruppo. Chi si sentiva, e se ne sentiva consapevole, come membro del popolo ebraico antico, allora si diceva — e su questo è stata fatta particolare attenzione: come singolo uomo sono una manifestazione passeggera, ma in me vive qualcosa che ha una connessione immediata con tutto l’essere dell’anima che fluiva dal progenitore Abramo. — Questo sentiva il membro del popolo ebraico antico. Possiamo persino essotericamente indicare ciò che era sentito dal popolo ebraico antico come una manifestazione spirituale. Comprendiamo meglio quello che accadde se prestiamo attenzione al seguente.

Prendiamo un iniziato ebraico antico. Sebbene proprio presso il popolo ebraico l’iniziazione non fosse così frequente come presso altri popoli, possiamo tuttavia caratterizzare un simile vero iniziato — non semplicemente uno introdotto alle teorie e alla legge, bensì uno che veramente vede nei mondi spirituali — non diversamente che prestando attenzione a tutta la particolarità nazionale del popolo. È oggi uso, nella scienza esterna che lavora ignara secondo i suoi documenti, sottoporre ovunque quello che sta nell’Antico Testamento a ogni sorta di documenti esterni e poi non trovarlo confermato. Avremo occasione di indicare che l’Antico Testamento riferisce i fatti più fedelmente della storia esterna documentale. In ogni caso la scienza dello spirito mostra che effettivamente si può dimostrare una parentela di sangue del popolo ebraico fino al progenitore Abramo, e che l’assunzione di Abramo come progenitore è pienamente legittimata. Ma in particolare era qualcosa che si conosceva nelle scuole segrete ebraiche antiche: un’individualità così, un’essenza di anima come quella di Abramo non era incarnata solo come Abramo, bensì è un’essenza eterna che rimase nel mondo spirituale. E veramente era un vero iniziato colui che era ispirato dallo stesso spirito da cui Abramo era stato ispirato, colui che poteva invocarlo per sé, colui che era permeato dalla stessa natura di anima come Abramo. Così che tra ogni iniziato e il progenitore Abramo c’era una connessione reale. Dobbiamo mantenerlo fermo; questo si esprimeva nel sentimento del membro del popolo ebraico antico. Era una sorta di natura di anima di gruppo. Si sentiva ciò che si esprimeva in Abramo come l’anima di gruppo del popolo. E così si sentivano le anime di gruppo nel resto dell’umanità.

L’umanità in generale risale alle anime di gruppo. Quanto più indietro torniamo nello sviluppo dell’umanità, tanto meno marcata troviamo la singola individualità. Quello che ancora oggi troviamo nel regno animale — che un intero gruppo appartiene insieme — era presente negli uomini ed emerge sempre più chiaramente quanto più torniamo ai tempi primordiali. Gruppi di uomini appartenevano insieme, e l’anima di gruppo è essenzialmente più forte di quello che è l’anima individuale nel singolo uomo.

Possiamo allora dire: oggi, nel nostro tempo, non è stata ancora superata la natura di anima di gruppo degli uomini, e chi credesse che sia completamente superata non presterebbe attenzione a certi fenomeni più fini della vita. Ma chi presta attenzione a essi vedrà ben presto che effettivamente certi uomini non solo si somigliano nella loro fisionomia, bensì che anche le proprietà dell’anima sono simili in gruppi di uomini, e che si possono dividere gli uomini in categorie. Ogni uomo oggi può ancora contarsi in una certa categoria. Rispetto a questa o quella proprietà forse appartiene a categorie diverse, ma una certa natura di anima di gruppo non è valida solo attraverso il fatto che ci sono popoli, bensì anche in un’altra relazione. I confini che sono tracciati tra le singole nazioni cadono sempre più e più; ma altri raggruppamenti sono ancora percepibili. Certe proprietà fondamentali stanno nei singoli uomini in modo tale che chi vuole solo vedere può ancora percepire oggi ultimi resti di natura di anima di gruppo negli uomini.

Ora viviamo proprio nel presente, nel senso più eminente, in una transizione. Tutta la natura di anima di gruppo deve essere gradualmente abbandonata. Come gli abissi tra le singole nazioni scompaiono sempre più, come le singole parti delle diverse nazioni sempre più si comprendono, così anche altre nature di anima di gruppo saranno abbandonate, e sempre più l’elemento individuale del singolo uomo emergerà in primo piano.

Ma con ciò caratterizziamo qualcosa di essenziale nello sviluppo. Se vogliamo afferrarlo da un altro lato, possiamo dire che nello sviluppo dell’umanità il concetto che più esprime la natura di anima di gruppo perde sempre più significato: cioè il concetto di razza. Se andiamo indietro al di là del grande disastro atlantico, vediamo come le razze umane si preparano. Nel vecchio tempo atlantico abbiamo gli uomini assolutamente raggruppati secondo caratteristiche esterne nella loro struttura corporea, ancora molto più fortemente che oggi. Quello che oggi chiamiamo razze sono solo relitti di quelle significative differenze degli uomini come erano consuete nella vecchia Atlantide. Il concetto di razza è veramente applicabile solo all’antica Atlantide. Perciò noi, poiché calcoliamo con un vero sviluppo dell’umanità, per il tempo post-atlantico non usiamo affatto il concetto di razza nel senso più eminente. Non parliamo di una razza indiana, persiana, e così via, perché non è più corretto. Parliamo di un’epoca di cultura antica-indiana, di un’epoca di cultura antica-persiana, e così via.

Non avrebbe assolutamente più senso se volessimo dire che nel nostro tempo si stesse preparando una sesta razza. Se ancora nel nostro tempo restano vestigi delle vecchie differenze atlantiche, della vecchia natura di anima di gruppo atlantica, cosicché si può ancora parlare del fatto che la divisione razziale continua a produrre i suoi effetti — quello che si prepara per il sesto periodo consiste proprio nel fatto che il carattere razziale viene abbandonato. Questo è l’essenziale. Perciò è necessario che quel movimento che si chiama antroposofico, che deve preparare il sesto periodo, assuma proprio nel suo carattere fondamentale questo abbandono del carattere razziale: che cioè cerchi di unire uomini da tutte le razze, da tutte le nazioni, e in questo modo colmi questa differenziazione, queste differenze, questi abissi che esistono tra i singoli gruppi umani. Perché ha in certo senso carattere fisico quello che è il vecchio punto di vista razziale, e avrà un carattere molto più spirituale quello che si compie verso il futuro.

Perciò è così urgentemente necessario comprendere che il nostro movimento antroposofico è uno spirituale che guarda allo Spirituale, e che proprio ciò che deriva da differenze fisiche viene superato attraverso la forza del movimento spirituale. È assolutamente comprensibile che ogni movimento abbia le sue malattie infantili. All’inizio del movimento teosofico la cosa fu presentata come se la terra si dividesse in sette periodi — li si chiamavano razze principali — e ogni razza principale in sette sotto-razze; e ciò si ripeteva così costantemente che si potesse sempre parlare di sette razze e sette sotto-razze. Ma bisogna superare le malattie infantili e stare chiari sul fatto che il concetto di razza cessa di avere qualsiasi significato proprio nel nostro tempo.

Qualcosa d’altro si prepara inoltre — qualcosa che è connesso nel senso più eminente con l’individualità umana — nel diventare degli uomini sempre più individuali. Non si tratta d’altro che del fatto che questa individualità diventa tale nel senso corretto, e per questo deve servire il movimento antroposofico: perché gli uomini diventino, nel senso corretto, individualità — o personalità, come potremmo anche dire. Ma come può farlo?

Qui dobbiamo guardare alla più eminente nuova proprietà dell’anima umana che si sta preparando. Spesso si pone la domanda: sì, se c’è una reincarnazione, perché l’uomo non si ricorda delle sue precedenti incarnazioni? — È una domanda alla quale ho già risposto spesso, e una tale domanda si presenta come quando si porta un bambino di quattro anni e, poiché non sa contare ed è un uomo, si vorrebbe dire: l’uomo non sa contare. — Lasciatelo diventare di dieci anni, allora già sa contare. Così è con l’anima umana. Se oggi non può ancora ricordarsi, verrà il tempo in cui potrà ricordarsi, il tempo in cui avrà le stesse capacità di colui che oggi è iniziato. Ma proprio oggi accade quella trasformazione. Oggi c’è un numero di anime che nel nostro tempo sono giunte al punto di trovarsi proprio nel momento in cui si ricorderanno delle loro precedenti incarnazioni, almeno dell’ultima. Un gran numero di persone è oggi proprio davanti all’aprirsi della porta verso la memoria comprensiva, che non solo abbraccia la vita tra nascita e morte, bensì le precedenti incarnazioni, almeno quella ultima in primo luogo. E quando dopo l’attuale incarnazione un numero di persone nascerà di nuovo, si ricorderanno dell’attuale incarnazione. Si tratta solo di come si ricordano. Per ricordare nel modo corretto, l’evoluzione antroposofica deve fornire occasione, guida.

Se si vuole caratterizzare questo movimento antroposofico da questo punto di vista, bisogna dire così: il suo carattere è questo, che esso guida l’uomo a cogliere nel senso corretto quello che si chiama l’Io umano, il membro più interno dell’essenza umana. Ho già spesso fatto notare che Fichte ha detto rettamente che la maggior parte degli uomini si terrebbe piuttosto per un pezzo di lava sulla luna che per un Io. E se riflettete quanti uomini ci sono nel nostro tempo che si fanno veramente una rappresentazione di che cosa sia un Io, cioè di che cosa siano loro stessi, allora in generale perverrete a un risultato assai triste.

Quando questa domanda sorge, devo sempre ricordarmi di un compagno che avevo più di trent’anni fa, e che a quel tempo, come un ragazzo completamente giovane, era completamente infetto dall’atteggiamento materialista. Oggi è più moderno dire atteggiamento monistico. Era già infetto nonostante la sua giovane età. Rideva sempre quando si diceva che nell’uomo fosse contenuto qualcosa che si potrebbe designare come un’essenza spirituale; perché era dell’opinione che ciò che vive come pensiero in noi fosse prodotto dai processi meccanici o chimici nel cervello. Gli dicevo spesso: guarda, se veramente credi questo come contenuto della vita, perché continui a mentire? — Egli in realtà mentiva continuamente, perché non diceva mai: il mio cervello sente, il mio cervello pensa, bensì: io penso, io sento, io so questo o quello. — Così si costruiva una teoria a cui contraddiceva con ogni parola, come d’altronde ogni uomo fa; perché è impossibile mantenere quello che ci si immagina come una teoria materialista. Non si può rimanere veritieri se si pensa materialisticamente. Se altrimenti si dice: il mio cervello ti ama —, allora non si dovrebbe dire « te », bensì: il mio cervello ama il tuo cervello. — Non si rende chiara questa conseguenza; ma è effettivamente qualcosa che non è solo umoristico, bensì qualcosa che mostra quale profondo fondamento di disonestà inconscia sta alla base della nostra attuale formazione spirituale.

La maggior parte degli uomini veramente si terrebbe piuttosto per un pezzo di lava sulla luna, cioè per materia assemblata, che per quello che si chiama un Io. E il meno possibile si arriva oggi, attraverso la scienza esterna, che come tale secondo i suoi metodi deve pensare materialisticamente, a un afferrare dell’Io. Come può l’uomo raggiungere questo afferrare dell’Io? Come può ottenere gradualmente anche un concetto, un’idea di quello che istintivamente sente quando dice: io penso? — Unicamente e solo per il fatto che, per guida della visione di mondo antroposofica, riconosce come questa essenza umana si è articolata insieme: come il corpo fisico ha carattere di Saturno, il corpo eterico carattere di Sole, il corpo astrale carattere di Luna e l’Io carattere di Terra. Se consideriamo tutto quello che colà compiliamo in idee da tutto l’universo, allora comprendiamo come l’Io è il vero artefice che lavora su tutti gli altri membri. E così giungiamo gradualmente anche a un concetto di quello che rappresentiamo con la parola « Io ».

Al concetto massimo di questo Io ci eleviamo gradualmente quando impariamo a comprendere una parola così. Non solo ci sentiamo come un’essenza spirituale quando ci sentiamo dentro un Io, bensì quando possiamo dirci: nella nostra individualità vive qualcosa che era prima del padre Abramo. — Quando non solo possiamo dirci: io e il padre Abramo siamo uno —, bensì: io e il padre, quello è lo Spirituale che permea e pervade il mondo. — Quello che vive nell’Io è la stessa sostanza spirituale che permea e pervade il mondo come Spirituale. Così ci eleviamo gradualmente a comprendere questo Io, cioè il portatore dell’individualità umana, perciò quello che si estende da incarnazione a incarnazione.

Ma in che modo comprendiamo l’Io? Comprendiamo generalmente il mondo attraverso la visione di mondo antroposofica? Questa visione di mondo antroposofica viene a realizzarsi nel modo più individuale possibile ed è allo stesso tempo la cosa più non-individuale che si possa pensare. Può realizzarsi solo nel modo più individuale possibile per il fatto che i misteri dell’universo si rivelano in un’anima umana, che in essa fluiscono le grandi essenze spirituali del mondo. Nell’individualità umana il contenuto del mondo deve essere vissuto nel modo più individuale possibile, ma allo stesso tempo deve essere vissuto con un carattere di completa non-personalità. Chi vuole vivere il vero carattere dei misteri del mondo deve stare completamente dal punto di vista da cui si dice: chi rispetta ancora la propria opinione non può arrivare alla verità. — Questo è infatti il carattere particolare della verità antroposofica: che l’osservatore non deve avere alcuna opinione propria, alcuna predilezione per questa o quella teoria, che assolutamente non deve preferire attraverso la sua particolare peculiarità individuale questa o quella visione più di un’altra. Finché è su questo punto di vista, è impossibile che i veri misteri del mondo si rivelino a lui. Deve riconoscere completamente in modo individuale; ma la sua individualità deve essere così sviluppata che non possegga più nulla del personale, perciò anche del simpatico e antipatico per lui individualmente. Questo deve essere preso rigorosamente e seriamente. Chi ha ancora una qualsiasi predilezione per questo o quei concetti e visioni, chi per la sua educazione, per il suo temperamento può propendere per l’uno o per l’altro, non riconoscerà mai la verità oggettiva.

Quest’estate abbiamo tentato qui di comprendere gli insegnamenti orientali dal punto di vista della dottrina occidentale. Abbiamo tentato di essere giusti verso gli insegnamenti orientali e li abbiamo veramente presentati in un modo tale che venissero al loro pieno diritto. Si deve sottolineare rigorosamente che nel nostro tempo, con l’autoindipendente riconoscimento spirituale, è impossibile decidere sempre attraverso una speciale predilezione per la visione di mondo orientale o per quella occidentale. Chi dice, secondo il suo diverso temperamento, che ama più la particolarità, la conformità a legge del mondo così come è presente nell’orientale o come corrisponde nell’occidentale, non ha ancora la piena comprensione di ciò di cui effettivamente si tratta. Non si deve decidere per esempio per il maggiore significato, diciamo di Cristo rispetto a tutto ciò che l’insegnamento orientale riconosce, perché secondo la sua educazione occidentale o il suo temperamento propende più per Cristo. Solo allora si è chiamati a decidere la questione: come si rapporta Cristo all’Oriente? —, quando dal punto di vista personale il Cristiano ti è tanto indifferente quanto l’Orientale. Finché si ha predilezione per questo o quello, fino allora non si è ancora chiamati a trarre la decisione. Obiettivamente si comincia a diventare solo quando si fanno parlare i soli fatti, quando non si rispetta più alcun motivo della propria opinione, bensì si fanno parlare solo i fatti su questo ambito.

Perciò nel nostro tempo, quando la visione di mondo antroposofica ci viene incontro nella sua vera forma, ci viene incontro qualcosa che è intimamente intrecciato con l’individualità umana, perché deve germogliare dalla forza dell’Io dell’individualità, e d’altro canto deve essere indipendente, così che questa individualità sia nuovamente del tutto indifferente. Quell’uomo in cui gli insegnamenti antroposofici appaiono deve esserne il più indifferente; per lui non deve avere importanza. L’importante è che si sia portato così avanti da non imporre nulla della sua colorazione a queste cose. Allora dovranno bensì essere individuali, perché non alla luce delle stelle o della luna lo Spirituale può manifestarsi, bensì solo nell’anima umana, nell’individualità. Allora d’altro lato questa deve essere così sviluppata che possa escludersi da sé nel realizzarsi di ciò che gli insegnamenti del mondo sono.

Ma così anche quello che attraverso il movimento antroposofico si fa avanti verso l’umanità sarà, da una parte, qualcosa che riguarda ogni uomo, indipendentemente da quale razza, nazione e così via egli sia nato, perché si rivolge solo alla nuova umanità, all’uomo come tale, ma non a un astratto universale « uomo », bensì a ogni singolo uomo. Su questo dipende l’importante. Poiché così come emerge dall’individualità, dall’essenza profonda dell’uomo, parla al nucleo profondo dell’essenza umana, così afferra questo nucleo dell’uomo. Come d’altronde parliamo sempre da uomo a uomo, fondamentalmente parla sempre solo superficie a superficie, qualcosa che non abbiamo legato con il nucleo più interno dell’essenza. Comprensione da uomo a uomo, comprensione completa è proprio oggi appena possibile in un altro ambito che in quello dove ciò che è prodotto viene dal centro dell’essenza umana e, se è compreso rettamente dall’altro, parla di nuovo al suo centro. Perciò è in certo senso un nuovo linguaggio quello che è parlato attraverso l’Antroposofia. Se ancora oggi siamo costretti a proclamare in singole lingue nazionali quello che è proclamato — il contenuto è un nuovo linguaggio che è parlato dall’Antroposofia.

Quello che oggi è parlato nel mondo esterno è un linguaggio che veramente vale solo per un ambito molto limitato. In tempi antichi, quando gli uomini ancora attraverso la loro vecchia, crepuscolare chiaroveggenza guardavano nel mondo spirituale, la loro parola significava qualcosa che era nel mondo spirituale. La parola significava qualcosa che era nel mondo spirituale. Persino nella Grecia era diverso che oggi. La parola « Idea », usata da Platone, significa qualcosa di diverso dalla parola « Idea » usata dai nostri odierni filosofi. Questi odierni filosofi non possono più comprendere Platone, perché non hanno alcuna visione di quello che egli chiamava Idea, e così lo confondono con il concetto astratto. Platone aveva ancora davanti a sé lo Spirituale, sebbene già distillato; era per così dire ancora qualcosa di completamente reale. Così avevano nelle parole ancora, se si può così esprimere, il succo dello Spirituale. Questo lo potete percepire nelle parole. Se qualcuno oggi usa la parola « vento », « aria », allora intende qualcosa di esterno, di fisico. La parola vento corrisponde allora a un esterno, fisico. Se per esempio nell’antico ebraico si usava la parola vento « Ruach », non si intendeva solo qualcosa di esterno, fisico, bensì uno Spirituale che soffiava attraverso lo spazio. Se l’uomo inspira — bene, oggi la scienza materialista gli dice che semplicemente inspira aria materiale. In tempi antichi non si credeva che si inspirasse l’aria materiale; allora si era chiari che si inspira qualcosa di Spirituale, almeno di Animico.

Così le parole erano assolutamente designazioni per lo Spirituale e l’Animico. Oggi questo è cessato: oggi il linguaggio è ristretto al mondo esterno, oppure almeno si impegnano coloro che oggi vogliono stare all’altezza del tempo, assai a scorgere dietro quello in cui ancora è manifesto che è tratto da Spirituale-Animico, un senso solamente materialista. La Fisica parla infatti del fatto che c’è un « urto » di corpi. Ha dimenticato che la parola « urto » è ricavata da quello che un’essenza vivente, quando urta un’altra essenza, compie dal più intimo dell’essenza vivente stessa. Così viene dimenticato il significato di parola originale in queste semplici cose.

Perciò oggi il nostro linguaggio — ed è il caso soprattutto per il linguaggio scientifico — è diventato un linguaggio che può esprimere ancora solo il Materiale. In tal modo quello che, mentre parliamo, è nella nostra anima è comprensibile solo a quelle capacità della nostra anima che sono legate al cervello fisico come loro strumento. Allora l’anima non comprende più nulla di tutto ciò che è designato con queste parole, quando è scorporata. Quando l’anima è passata per la porta della morte, non si serve più del cervello; allora tutte le discussioni scientifiche di oggi sono formazioni che per l’anima scorporata sono completamente incomprensibili. Non sente nemmeno, non percepisce quello che è espresso nel linguaggio del nostro tempo. Non ha più senso per un’anima scorporata, perché ha senso solo per ciò che è sul piano fisico.

Questo è di nuovo qualcosa che è ancora più importante osservare in ciò che si potrebbe chiamare forma di rappresentazione, modo di pensiero. In esso è molto più importante osservare che nella teoria, perché nella vita consiste l’importante, non nella teoria, ed è caratteristico che si possa nuovamente vedere nel movimento teosofico stesso come il materialismo si è insinuato. Perché ora è una moda dei tempi, così si è insinuato nella comprensione teosofica in molti modi, così che anche lì, nello stesso Teosofico, regna materialismo genuino, per esempio quando si descrive il corpo eterico o corpo vitale. Mentre ci si dovrebbe impegnare per arrivare all’afferrare dello Spirituale, lo si descrive per lo più in tale modo come se fosse una materia più fine, e il corpo astrale analogamente. Generalmente si parte dal corpo fisico, si procede poi al corpo eterico o corpo vitale e si dice: è costruito secondo il modello del corpo fisico, solo più fine —, e così si procede fino a Nirvana. Lì si trovano descrizioni che traggono le immagini da nulla altro che dal Fisico. Ho già sperimentato che, quando si voleva esprimere che in una stanza c’è una buona disposizione tra i presenti, non lo si era espresso semplicemente in senso diretto, bensì si era detto: ah, in questa stanza ci sono vibrazioni fini. — Non si presta attenzione al fatto che si materializza ciò che è spiritualmente presente in una disposizione, quando ci si immagina la stanza riempita con una sorta di nebbia sottile che è attraversata da vibrazioni.

Sì, vede, questo è quello che designerei come il modo di rappresentazione materialista più concepibile. Il materialismo siede per così dire sulle spalle di coloro che vogliono pensare spiritualmente. Questo deve essere solo una caratteristica del nostro tempo attuale; ma è importante che ne siamo consapevoli. E perciò dobbiamo anche proprio prestare attenzione a quello che è stato detto: che il nostro linguaggio, che comunque è una sorta di tiranno per il pensiero umano, impianta nell’anima una tendenza al materialismo. E molti che oggi vorrebbero ben volentieri essere idealisti, si esprimono così, ingannati dalla tirannia della lingua, completamente nel senso materialista. Questo è un linguaggio che non può più essere compreso dall’anima non appena si sente non più legata al cervello umano.

C’è persino ancora qualcosa di diverso, potete crederci o no. Per colui che conosce l’osservazione occulta, la vera percezione spirituale, il modo della presentazione come è oggi praticato in molti scritti teosofico-scientifici rappresenta un vero dolore. Gli sembra insensato quando comincia a non pensare più con il cervello fisico, bensì con l’anima che non è più legata al cervello fisico, cioè vive veramente nel mondo spirituale. Finché uno pensa con il cervello fisico, allora può andare così, caratterizzare così il mondo. Non appena si comincia a dispiegare un’osservazione spirituale, cessa di avere senso parlare delle cose in questo modo. Allora addirittura fa male quando si deve sentire il detto: in questo spazio ci sono buone vibrazioni —, invece: regna una buona disposizione. — Questo causa subito, in colui che è capace di rappresentarsi le cose veramente in modo spirituale, un dolore, perché i pensieri sono realtà. Allora lo spazio si riempie con una nebbia oscura quando qualcuno mette davanti la forma di pensiero: ci sono buone vibrazioni nello spazio —, invece: regna una buona disposizione.

Perciò è ora compito della forma di rappresentazione antroposofica — e la forma di rappresentazione è più importante delle teorie — che impariamo a parlare un linguaggio che veramente non è compreso solo dall’anima umana finché è nel corpo fisico, bensì anche quando questa anima non è più legata allo strumento del cervello fisico; quindi o da un’anima che bensì ancora si trova nel corpo ma osserva spiritualmente, oppure dall’anima passata per la porta della morte ancora può essere afferrata. E questo è l’essenziale! Quando noi poniamo i concetti che spiegano il mondo, che spiegano l’essenza umana, allora è un linguaggio che non può essere compreso solo qui sul piano fisico, bensì anche da coloro che ora non sono incarnati nel corpo fisico, bensì vivono tra la morte e una nuova nascita. Sì, quello che è parlato sul nostro terreno antroposofico, i cosiddetti morti lo sentono e lo comprendono. Lì sono completamente con noi su un terreno dove è parlato un linguaggio uguale. Allora parliamo a tutti gli uomini. Perché in certo senso è casuale se un’anima umana è appena in un corpo carnale o in un altro stato tra morte e una nuova nascita. E impariamo attraverso l’Antroposofia un linguaggio che è comprensibile a tutti gli esseri umani, indipendentemente se sono in uno o nell’altro stato. Così dunque parliamo all’interno del campo antroposofico un linguaggio che è parlato anche per i cosiddetti morti. Tocchiamo infatti veramente, attraverso ciò che coltiviamo, anche se apparentemente astratto, nel senso reale nelle discussioni antroposofiche il nucleo più interno dell’uomo, l’essenza più profonda dell’uomo. Penetriamo nell’anima dell’uomo. E così liberiamo l’uomo, perché penetriamo nella sua anima, da tutta la natura di anima di gruppo, cioè l’uomo diventa in questo modo sempre più e più capace di afferrare veramente se stesso nella sua Io-ità.

Questo è il carattere particolare, che coloro che oggi si avvicinano all’Antroposofia, che veramente accolgono l’Antroposofia, si presentano rispetto agli altri uomini che le rimangono lontani, come se attraverso i pensieri antroposofici il loro Io si cristallizzasse come un’essenza spirituale che allora viene portata avanti per la porta della morte. Nel luogo dove c’è l’essenza dell’Io che rimane, che ora è nel corpo e che rimane dopo la morte, nel luogo di quell’essenza dell’Io presso gli altri uomini è uno spazio vuoto, un nulla. Tutto il resto che oggi si può accogliere in concetti diventa sempre più e più senza sostanza per il vero nucleo dell’essenza psichica dell’uomo. L’essenza centrale dell’uomo è afferrata attraverso ciò che accogliamo in pensieri antroposofici. Questo cristallizza una sostanza spirituale nell’uomo che prende con sé dopo la morte e in tal modo percepisce nel mondo spirituale. Con ciò vede e sente nel mondo spirituale, con ciò penetra quell’oscurità che altrimenti è per l’uomo nel mondo spirituale. E così viene compiuto il fatto che, quando l’uomo oggi attraverso questi concetti antroposofici e forma di rappresentazione antroposofica sviluppa questo Io in sé, che ora è in connessione con tutti gli insegnamenti del mondo che possiamo ottenere — quando lo sviluppa —, lo porta anche nella prossima incarnazione. Allora è rinato con questo Io sviluppato e si ricorda di questo Io sviluppato. E questo è il compito più profondo del movimento di visione di mondo antroposofica oggi: mandare un numero di uomini alla prossima incarnazione con un Io di cui si ricordano come loro Io individuale. E saranno quelli gli uomini che formeranno il nucleo della prossima epoca di cultura.

Quegli uomini che sono stati bene preparati attraverso il movimento spirituale antroposofico a ricordarsi del loro Io individuale, saranno dispersi su tutta la terra. Perché l’essenziale nella prossima epoca di cultura sarà che non sarà delimitata da singole località, bensì sarà dispersa su tutta la terra. I singoli uomini saranno sparsi su tutta la terra, e all’interno dell’intero territorio terrestre ci sarà il nucleo di umanità che sarà essenziale per la sesta epoca di cultura. E così sarà tra questi uomini che si riconosceranno l’uno l’altro come coloro che nella loro precedente incarnazione insieme hanno aspirato all’Io individuale.

Questa è la giusta coltivazione di quella capacità dell’anima di cui abbiamo parlato. La capacità dell’anima si forma anche così che non solo coloro che sono stati descritti si ricorderanno; bensì sempre più e più uomini, sebbene non abbiano sviluppato il loro Io, avranno il ricordo della precedente incarnazione. Ma non si ricorderanno di un Io individuale, perché non l’hanno sviluppato, bensì dell’Io di gruppo in cui sono rimasti. Così ci saranno uomini che in questa incarnazione hanno provveduto allo sviluppo del loro Io individuale. Questi si ricorderanno come individualità autonoma; guarderanno indietro e diranno: tu eri questo o quello. — Coloro che non hanno sviluppato l’individualità non potranno nemmeno ricordarsi di questa individualità.

Non crediate che si raggiunga la capacità di ricordare il precedente Io attraverso il mero chiaroveggente visionario. Gli uomini una volta erano chiaroveggenti. Se bastasse il mero chiaroveggente, allora dovrebbero ricordarsi tutti, perché tutti erano chiaroveggenti. Non è il solo fatto che si sia chiaroveggenti: gli uomini chiaroveggenti lo diventeranno già nel futuro. Quello che fa la differenza è se si è coltivato l’Io in questa incarnazione o no. Se non l’hai coltivato, allora non è presente come un’essenza umana interna. Si guarda indietro e ci si ricorda, come un Io di gruppo, di quello che si aveva in comunione. Così questi uomini diranno: sì, ero lì, ma non mi sono staccato. — Questo gli uomini allora lo sentiranno come la loro caduta, come una nuova caduta dell’umanità, come un ricadere nella consapevole appartenenza al gruppo-anima. E questo sarà qualcosa di terribile per il sesto periodo: non potersi sentire come individualità nel retroguardo, ma essere ostacolati dal fatto che non si può uscire dalla natura di anima di gruppo. Se lo si esprime in modo crudo, si può dire: agli uomini che ora coltivano la loro individualità apparterrà tutta la terra con tutto ciò che può produrre — vale almeno in senso figurato —; gli uomini che non sviluppano il loro Io individuale saranno indicati ad aderire a un certo gruppo e a lasciarsi dettare da quello come devono pensare, sentire, volere, agire. Questo sarà sentito come una caduta, come una caduta nella futura umanità.

Così non dobbiamo considerare quello che è il movimento antroposofico, la vita spirituale, come sola teoria, bensì come qualcosa che ci è dato nel presente perché prepara qualcosa che è necessario per il futuro dell’umanità. Se ci afferriamo rettamente nel punto in cui siamo adesso, venuti dal passato, e un poco guardiamo al futuro, allora dobbiamo dire: ora è il tempo in cui si comincia a coltivare la capacità umana del ricordo retrospettivo. Non dipende d’altro che dal fatto che la coltiviamo rettamente, cioè che ci educhiamo un Io individuale. Perché solo a ciò che abbiamo creato nella nostra anima, a quello ci possiamo ricordare. Se non l’abbiamo creato, allora ci rimane solo il ricordo vincolante a un Io di gruppo, e allora lo proviamo come una caduta in un gruppo, per così dire, di animale superiore. Anche se le anime di gruppo umane sono più fini e più alte di quelle animali, rimangono comunque anime di gruppo. Gli uomini di tempi antichi non lo provavano come caduta, perché stavano per svilupparsi dalla natura di anima di gruppo all’anima singola. Se ora viene conservata, allora consapevolmente vi ricadono, e questa sarà la sensazione opprimente nel futuro di coloro che non trovano l’adatto collegamento neanche ora in un’incarnazione posteriore: che sentiranno la caduta nella natura di anima di gruppo.

Questo è il compito reale dell’Antroposofia: dare il collegamento. Così dobbiamo afferrarla all’interno della vita umana. Se consideriamo che la sesta epoca di cultura è proprio la prima completa superazione, il completo superamento del concetto di razza, allora dobbiamo stare chiari sul fatto che sarebbe fantastico credere che anche la sesta razza provenisse da qualche luogo della terra e si formasse come le razze precedenti. Questo è il progresso: che sempre nuove forme dello sviluppo della vita appaiono all’interno del corso, che non quello che in concetti è valso per i tempi precedenti dovrebbe valere anche per i futuri. Altrimenti — se non lo comprendiamo, non sarà completamente chiara l’idea del progresso. Altrimenti cadremmo per così dire continuamente nell’errore di dire: così e così molti giri, globi, razze e così via. E sempre quello ruota intorno e di nuovo intorno e sempre nello stesso modo. — Non si riesce a comprendere perché questa ruota di giri, globi, razze dovrebbe sempre girare di nuovo. Questo è l’importante: che la parola razza è una designazione che vale solo per certi tempi. Intorno al sesto periodo il concetto ha a malapena più un senso. Razza avevano solo ancora in sé gli elementi che erano rimasti dal tempo atlantico.

Nel futuro quello che parla al più profondo dell’anima umana si esprimerà anche sempre più nel Fisico dell’uomo. Sarà quello che l’uomo ha conquistato da una parte come qualcosa di completamente Individuale e tuttavia di nuovo l’ha vissuto in modo non-individuale, a esprimersi per il fatto che agisce fino al volto umano; così che l’individualità dell’uomo sarà scritta sul suo volto, non la natura di anima di gruppo. Questa sarà la molteplicità umana. Tutto sarà acquistato individualmente, sebbene sia presente attraverso il superamento dell’individualità. E non incontreremo gruppi tra quelli che sono afferrati dall’Io, bensì nell’Esteriore si esprimerà l’Individuale. Questo formerà anche la differenza tra gli uomini. Allora ci saranno quelli che si sono conquistati l’Io-ità; saranno su tutta la terra con i molteplici volti più diversi, ma dalla loro molteplicità si riconoscerà che fino nel gesto si esprime l’Io individuale. Mentre presso quelli che non hanno sviluppato l’individualità, la natura di anima di gruppo si esprimerà per il fatto che porteranno anche nel loro volto la natura di anima di gruppo; cioè si divideranno in categorie che saranno simili l’un'all’altra. Questa sarà la fisionomia esterna della nostra terra: che sarà preparata una possibilità di portare in sé l’individualità come segno esteriore e la natura di anima di gruppo come segno esteriore.

Questo è il senso dello sviluppo terrestre: che l’uomo sempre più e più acquista la capacità di rappresentare nell’Esteriore l’Interno. Perciò esiste un antico scritto in cui il più grande ideale per lo sviluppo dell’Io, Cristo Gesù, è così caratterizzato che si dice: quando i due diventano uno, quando l’Esteriore diviene come l’Interno, allora l’uomo ha raggiunto la Cristità in sé. Questo è il senso di un certo passo del cosiddetto Vangelo degli Egiziani. Tali passi si comprendono dalla saggezza antroposofica.

Dopo che oggi abbiamo tentato dalle profondità della nostra conoscenza di afferrare il compito dell’Antroposofia, vogliamo martedì affrontare qualcosa come un problema spirituale, che ci conduce di nuovo, come una questione individuale particolare dell’uomo, al suo destino, alla sua essenza.

L’IO, DIO NELL’INTERNO E DIO NELLA MANIFESTAZIONE ESTERNA

10°Il Dio interiore e il Dio della manifestazione esterna

Monaco, 7 Dicembre 1909

Dall’intero spirito del nostro lavoro antroposofico, avrete potuto ricavare nel corso degli anni che questo lavoro non si fonda sulla spinta a seguire ciò che è direttamente sensazionale, bensì si propone, in maniera tranquilla, di perseguire proprio quelle realtà del processo spirituale la cui conoscenza può esserci importante per la nostra vita. Non si serve lo spirito del giorno parlando sempre di ciò che giace, per così dire, alla superficie, bensì appropriandosi di una conoscenza riguardante i grandi nessi della vita. Nel fondo delle cose, la nostra stessa vita individuale dipende dai grandi eventi dell’esistenza, e possiamo giudicare rettamente la nostra vita soltanto se siamo in grado di misurarla in base ai fenomeni più grandi della vita. Per questo motivo, dopo che nel nostro ciclo settennale e nei primi quattro anni dell’esistenza della Sezione Tedesca ci siamo occupati della fondazione delle nostre concezioni, delle nostre conoscenze, negli ultimi tre anni ci siamo impegnati ad approfondire queste concezioni fondamentali riguardanti questioni di ampiezza mondiale. E da ciò che è giunto sino a voi dalle esposizioni date nei vari cicli, avrete potuto notare che alle ultime considerazioni appartengono proprio quelle sui Vangeli. Non soltanto perché il contenuto dei Vangeli debba esserci avvicinato, ma anche perché attraverso la loro considerazione possiamo imparare ciò che è giusto riguardante la natura umana. Perciò anche oggi, con varie applicazioni alla vita umana personale, parleremo qualcosa sui Vangeli.

I Vangeli sono sempre meno designati dalla scienza esteriore come un documento storico per la conoscenza della più grande individualità che abbia inciso sullo sviluppo dell’umanità: Cristo Gesù. L’atteggiamento verso i Vangeli era nei primi secoli cristiani e ancora a lungo nel Medioevo completamente diverso da quello divenuto proprio in tempi più recenti. I Vangeli sono oggi percepiti come quattro documenti che si contraddicono l’un l’altro, e oggi sembra niente di più naturale che dire: come possono quattro documenti essere documenti storici quando si contraddicono così come si contraddicono i quattro Vangeli, che ci vogliono recare notizia di ciò che accadde all’inizio della nostra era in Palestina?

Ora, al pensiero umano, se oggi non volesse tralasciare completamente le cose più importanti, potrebbe affiorare una considerazione. Si potrebbe dire, per esempio: in realtà non occorre gran che per riconoscere che i quattro Vangeli si contraddicono nel senso in cui oggi si intende questo. Lo vedrebbe ogni bambino, si potrebbe credere. Ma si potrebbe anche dire: ora i Vangeli sono, per così dire, in mano a tutti, ora tutti gli uomini se ne occupano. C’era un’epoca prima dell’invenzione dell’arte della stampa, quando questi Vangeli non erano affatto in mano a tutti, quando erano letti soltanto da pochi, e questi pochi erano precisamente coloro che stavano a capo della vita spirituale. Agli altri il contenuto era trasmesso nel modo in cui potevano comprenderlo. Si potrebbe chiedere: ebbene, erano allora questi pochi, che stavano a capo della vita spirituale, talmente enormi sciocchi che non hanno capito ciò che ogni bambino oggi può capire: che i Vangeli si contraddicono nel senso odierno?

Se si volle perseguire questa domanda, ben presto si noterebbe qualcosa di diverso: cioè, che l’intero mondo dei sentimenti dell’uomo stava diversamente verso i Vangeli che non oggi. Oggi è l’intelletto critico, che ha imparato il suo intero modo di pensare dalla realtà sensibile esterna, quello che si dedica ai Vangeli, e non sarà certo difficile per lui trovare le contraddizioni razionali, poiché sono davvero facilissime da trovare.

Come se la cavarono allora coloro che stavano a capo della vita spirituale e nei secoli antichi presero in mano i Vangeli con ciò che oggi si chiama contraddizioni? Questi uomini dei tempi antichi provarono un rispetto immenso, oggi inconcepibile, verso il grande evento cristico, attraverso i quattro Vangeli, e in modo singolare sentirono che, proprio perché disponevano di quattro Vangeli, dovevano tanto più onorare e stimare questo evento. Come è possibile? Questo avviene perché questi antichi giudici dei Vangeli avevano di mira qualcosa di completamente diverso dagli odierni giudici. Gli odierni giudici agiscono non diversamente da chi, per esempio, fotografasse un mazzo di fiori da una parte — così ottiene una certa fotografia del mazzo. Ora gira per il mondo con questa fotografia. La gente si ricorda come appare la fotografia e si dice: adesso ho una visione esatta del mazzo. Poi viene uno che fotografa il mazzo di fiori d’altro canto. L’immagine diviene completamente diversa. Di nuovo mostra l’immagine dello stesso mazzo alle persone. Queste dicono: questa non può essere l’immagine del mazzo; le immagini si contraddicono. — E quando il mazzo è fotografato da quattro lati, le quattro immagini non si somigliano affatto; eppure sono quattro riprese della medesima cosa. Così sentirono gli antichi giudici dei quattro Vangeli. Si dissero: i quattro Vangeli sono rappresentazioni riprese da quattro diversi punti di vista di un unico evento, e poiché è così, ci danno proprio per questo un’immagine completa, perché non somigliano l’un'all’altra, e solo allora, quando siamo capaci di formarci una visione complessiva dai quattro lati, otteniamo un’idea totale dell’evento di Palestina. — E così si dissero questi uomini: dobbiamo guardare tanto più umilmente verso l’alto quando vediamo l’evento di Palestina rappresentato da quattro lati, poiché questo evento è così grande che non si può capire se descritto soltanto da un lato. Dobbiamo essere grati di avere quattro Vangeli che descrivono il grande evento da quattro lati. Dobbiamo soltanto comprendere come questi quattro diversi punti di vista sono sorti, e allora, quando ce ne siamo convinti, possiamo anche formarci una concezione di ciò che il singolo uomo può a sua volta avere dai quattro Vangeli.

Quello che chiamiamo l’evento cristico è effettivamente un avvenimento immenso nello sviluppo spirituale dell’umanità. Come possiamo allora inserire ciò che allora avvenne in Palestina nello sviluppo complessivo dell’umanità? Possiamo inserirlo dicendo: tutto ciò che prima l’umanità ha attraversato spiritualmente, ha vissuto spiritualmente, tutto ciò si è riversato, è confluito nell’evento di Palestina, per fluire poi in un corso comune ulteriormente.

Abbiamo, per nominare soltanto qualcosa: l’insegnamento ebraico antico, come ci è tramandato nell’Antico Testamento. Questo è un contributo. Esso fluì quando avvenne l’evento di Palestina. C’era poi un altro corso che era partito da Zarathustra. Esso fluì in ciò che poi fluì come cristianesimo quale corso principale nel mondo.

C’è quello che possiamo chiamare la corrente spirituale orientale, che nel Buddha Gautama ha trovato la sua espressione più significativa. Anche questo fluì in quell’unico grande corso principale, per fluire poi congiuntamente. Tutti questi singoli corsi sono oggi dentro il cristianesimo.

Non vi mostra il vero buddhismo chi vi riscalda gli insegnamenti che il Buddha insegnò seicento anni prima della nostra era. Questi insegnamenti sono confluiti nel cristianesimo. Non vi mostra il vero zarathustrismo chi prende i documenti persiani antichi e da lì vuol mostrare oggi l’essenza dello zarathustrismo; poiché colui che ha insegnato nell’antica Persia ciò che sta nei documenti persiani antichi, si è ulteriormente sviluppato e ha fatto confluire il suo contributo alla vita spirituale dell’umanità, e noi dobbiamo cercare lo zarathustrismo anche entro il corso cristiano.

Ora ci chiediamo, per farci un’immagine del vero stato dei fatti: come sono confluiti proprio questi tre corsi, il buddhismo, lo zarathustrismo e il corso ebraico antico nel cristianesimo?

Se vogliamo intendere come lo zarathustrismo è confluito, allora dobbiamo ricordarci che l’individualità che designiamo come Zarathustra era il grande maestro della seconda epoca di cultura postatlantidea, che per primo insegnò nel cosiddetto popolo urpersiano, che poi fu incarnata sempre di nuovo. Dopo che attraverso ogni incarnazione era asceso sempre più in alto, apparve circa seicento anni prima della nostra era come un contemporaneo del grande Buddha. Apparve nelle scuole dei misteri dell’antico circolo di cultura caldaico-babilonese. Lì era reincarnatosi, era lì il maestro di Pitagora, che si recò in Caldea per perfezionarsi nel modo conveniente. Poi questo Zarathustra, che allora seicento anni prima della nostra era era apparso col nome di Zaratos o Nazaratos, rinacque all’inizio della nostra era, rinacque così da manifestarsi in un corpo che proveniva dalla coppia di genitori che si chiamava Giuseppe e Maria e che ci è descritta nel Vangelo di Matteo. Designiamo questo bambino di Giuseppe e Maria, della cosiddetta coppia genitoriale betlemitica, come uno dei due bambini Gesù che allora all’inizio della nostra era furono nati. Con ciò abbiamo piantato in Palestina proprio quella individualità che era il portatore dello zarathustrismo, di una significativa corrente spirituale.

Ma non soltanto questa corrente spirituale doveva rivivere per fluire in una forma nuova nel cristianesimo, bensì anche altre correnti spirituali. Per questo dovettero allora concorrere varie cose. Dovette accadere, per esempio, anche che Zarathustra fosse partorito in un corpo che, per la sua organizzazione fisica, offrisse la possibilità che lo Zarathustra proprio in quella incarnazione potesse sviluppare le capacità che aveva, capacità acquisite perché da incarnazione a incarnazione era salito così in alto. Poiché dobbiamo comprendere assolutamente: se un’individualità anche quanto mai elevata scendesse verso il basso e trovasse un corpo inadatto — ciò che potrebbe accadere perché quell’individualità non potrebbe trovare un corpo adatto — non potrebbe vivere le capacità che possiede spiritualmente e animicamente, perché gli strumenti per esse non sarebbero presenti. Si deve avere un cervello determinato se si vogliono vivere capacità come quelle che aveva lo Zarathustra; cioè, si deve essere nati in un corpo che, ereditato dai progenitori, possieda quelle proprietà che lo rendono uno strumento adatto per queste capacità. Dovette quindi non soltanto essere assicurato, per quel bambino Gesù descritto nel Vangelo di Matteo, che in ciò che si reincarnava avesse un’organizzazione spirituale-animica così elevata che potesse esercitare quell’effetto possente che doveva esercitare, ma anche che quell’anima potesse essere partorita in un’organizzazione fisica perfetta, che era ereditaria. Lo Zarathustra doveva trovare il cervello fisico adatto.

Quello che fu elaborato come un’organizzazione fisica perfettamente adatta, questo è il contributo che il popolo ebraico antico doveva prestare al cristianesimo. Da esso, attraverso la semplice eredità fisica, doveva essere creato un corpo adatto con i più perfetti strumenti fisici esterni concepibili. Per questo dovette essere fatta preparazione nelle generazioni molto indietro, affinché le giuste proprietà potessero trasmettersi per eredità a quel corpo che nacque all’inizio della nostra era.

Ora vogliamo formarci una visione di come questa vita è confluita nel grande corso principale della nostra attuale vita spirituale. Cioè, così come abbiamo visto la missione dello Zarathustra entro il cristianesimo, così vogliamo adesso domandare quale fosse la missione del popolo ebraico antico per la cultura complessiva della nostra terra. Qui deve dirsi che la ricerca della scienza dello spirito, quanto più progredisce avanti, tanto più arriva a dare ragione maggiore alla Bibbia di quanto abbiamo come odierna storia della cultura esteriore. Quello che scavato viene fuori, in realtà risulta piuttosto infantile paragonato a quello che sta nella Bibbia e che si deve soltanto leggere rettamente per comprenderlo. Davanti agli occhi della vera ricerca spirituale questo è il più giusto. Così è anche giusto, in una certa relazione, che l’ebraismo successivo discenda da un antenato Abramo o Abram. Dietro a questo vi è qualcosa di veramente giusto: che se risaliamo le generazioni, arriviamo a un antenato a cui furono conferite dal mondo spirituale capacità molto particolari. Quali erano queste? Se vogliamo comprendere quali capacità molto particolari gli furono conferite, allora dobbiamo ricordarci un po’ di varie cose che abbiamo già detto qui.

Se risaliamo ai tempi più remoti, troviamo che gli uomini avevano altre capacità dell’anima, capacità dell’anima che possiamo designare rispetto alle attuali come una sorta di chiaroveggenza torbida. Gli uomini certamente non potevano guardare nel mondo in maniera così consapevole e razionale come gli uomini di oggi, ma avevano la capacità di vedere ancora lo spirituale che è nell’ambiente, i fenomeni spirituali, le realtà, gli esseri. Soltanto questa visione, poiché avveniva in una coscienza attenuata, assomigliava più a un sogno vivente, ma che aveva relazione viva con la realtà. Questa vecchia chiaroveggenza doveva diventare sempre più debole, affinché gli uomini potessero educarsi alla nostra attuale visione esterna e alla nostra attuale cultura razionale.

L’intero sviluppo dell’umanità è una sorta di educazione. Le singole capacità sono acquisite gradualmente. L’attuale modo di vedere — senza che, per esempio, quando nel normale stato di coscienza guardiamo un fiore, vediamo intorno il corpo astrale che si avvolge intorno al fiore, mentre il vecchio osservatore ha visto il fiore e il corpo astrale intorno — questo attuale modo di osservare, che vede le cose con netti contorni razionali, dovette essere educato all’umanità attraverso il fatto che la chiaroveggenza scomparve. Qui domina una legge ben determinata nello sviluppo spirituale. Tutto ciò che viene educato all’umanità deve sempre prendere il suo punto di partenza da un’individualità. Capacità che poi devono diventare capacità di un gran numero di uomini, devono per così dire iniziare con un uomo. Le capacità che si riferiscono specialmente al combinare rivolto lontano dalla chiaroveggenza, al giudicamento del mondo secondo misura, numero e peso, queste capacità che si dirigono precisamente al non guardare nel mondo spirituale, ma al combinare i fenomeni sensibili, furono dapprima piantate dal mondo spirituale proprio in quell’individualità designata come Abramo o Abram. Fu scelto per sviluppare per primo quelle capacità che nel senso più eminente sono legate allo strumento del cervello fisico. Abramo non è denominato invano l’inventore dell’aritmetica, cioè di quella capacità che giudica e combina il mondo secondo misura e numero. Era per così dire il primo fra coloro dalle cui capacità dell’anima fu estinta la vecchia chiaroveggenza tenebrosa e il cui cervello fu così preparato che precisamente la capacità che si serve del cervello venisse massimamente in primo piano. Questa era una missione significativa e possente che fu affidata proprio ad Abramo.

Ora questa capacità, che come disposizione fu introdotta in Abramo dal mondo spirituale, come ogni disposizione doveva diventare sempre più perfetta. Potete facilmente capire che tutto ciò che appare nel mondo deve svilupparsi. Così anche questa capacità di considerare il mondo attraverso il cervello fisico dovette svilupparsi da una disposizione gradualmente. Lo sviluppo di questa capacità avvenne allora attraverso le generazioni seguenti, in quanto ciò che fu dato ad Abramo fu trasmesso alle generazioni seguenti attraverso i secoli seguenti. Ma dovette accadere qualcosa di diverso da ciò che era accaduto in precedenza quando una missione veniva trasmessa dai vecchi ai più giovani. Poiché le altre missioni non erano ancora legate a uno strumento fisico. Proprio le più grandi missioni non erano legate a un cervello fisico. Prendiamo lo Zarathustra. Quello che aveva dato ai suoi studenti era una visione chiaroveggente più elevata di quella che gli altri uomini avevano. Questo non era legato a uno strumento fisico; veniva trasmesso dal maestro allo studente. Lo studente diveniva di nuovo maestro, lo trasmetteva di nuovo allo studente e così via. Ora però non si tratta di una dottrina, di una maniera di visione chiaroveggente, ma di qualcosa che era legato allo strumento del cervello fisico. Una cosa così può trasmettersi ai tempi successivi soltanto se si eredita fisicamente. Perciò quello che come missione fu dato ad Abramo era legato al fatto che si ereditasse fisicamente di generazione in generazione: cioè, dovette l’organizzazione perfetta del cervello fisico ereditarsi da Abramo fino ai suoi discendenti di generazione in generazione. Poiché la sua missione consisteva precisamente nel fatto che il cervello fisico divenisse sempre più perfetto, così dovette anche diventare sempre più perfetto di generazione in generazione.

Così la missione di Abramo era qualcosa legato alla propagazione, per diventare sempre più perfetto nel corso dello sviluppo fisico. Ora c’era qualcosa d’altro connesso con questo contributo che il popolo di cultura ebraica antico doveva prestare. E questo altro lo comprenderemo se ci poniamo quanto segue.

Prendiamo gli uomini nelle altre culture con la loro vecchia chiaroveggenza torbida, allora diremo: come ricevevano essi quello che era per loro il più importante, quello che nel mondo veneravano più di tutto? Lo ricevevano così che brillava nella loro interiorità come ispirazione. Non era necessario ricercare così come oggi. Oggi l’uomo consegue la scienza attraverso il fatto che ricerca esteriormente, che sperimenta e dalle realtà combinate esteriormente trae le sue leggi. L’antico così non apprendeva quello che dovrebbe sapere, ma questo lampeggiava in lui come un’ispirazione. Lo riceveva nel suo interno; la sua anima doveva partorirlo nel suo interno. Doveva stornare lo sguardo dal mondo esteriore se voleva lasciar brillare le più alte verità come ispirazioni.

Questo doveva adesso divenire diverso in quel popolo che traeva la sua missione da Abramo. Abramo doveva portare agli uomini precisamente quello che è acquisito dalle osservazioni esteriori e dalle combinazioni. Se quindi l’appartenente alle altre culture, che erano costruite sulla vecchia chiaroveggenza, guardava verso l’Altissimo, allora si diceva: sono grato al Dio che mi si rivela nell’interiorità. Storno lo sguardo da ciò che è fuori, e la divinità mi è massimamente presente quando, senza dirigere lo sguardo verso l’esterno, lascio brillare nel mio interno le ispirazioni di questa divinità. — Il popolo però che discendeva da Abramo doveva dire: voglio rinunciare alle ispirazioni che vengono soltanto dall’interno; voglio prepararmi a dirigere lo sguardo nell’ambiente. Voglio osservare quello che lì si rivela in aria e acqua, in montagna e pianura, nei mondi stellari, lì voglio dirigere lo sguardo, e allora voglio poter riflettere su come l’uno sta accanto all’altro. Voglio combinare le cose fuori le une con le altre e voglio vedere che acquisto un pensiero complessivo. E quando io quello che osservo nel mondo esterno stringerò in un singolo pensiero, allora dirò che quello che il mondo esteriore mi dice, Jahvé o Geova. Voglio ricevere l’Altissimo attraverso una rivelazione che parla attraverso il mondo esteriore.

Questa era la missione del popolo abramitico: dare all’umanità quello che veniva come rivelazione da fuori, in contrasto con quello che gli altri popoli dovevano prestare. Perciò questo strumento della vita spirituale dovette trasmettersi per eredità in maniera tale che nella sua struttura corrispondesse alle rivelazioni da fuori, come prima le capacità interiori dell’anima avevano corrisposto alle rivelazioni da dentro.

Ora ci chiediamo: che cosa era venuto, quando i vecchi chiaroveggenti si erano abbandonati alle rivelazioni da dentro? Allora avevano stornato lo sguardo da fuori, poiché quello che si rivelava nel mondo esteriore non poteva dire loro nulla del mondo spirituale. Essi stessi da sole e stelle avevano stornato lo sguardo, poiché hanno ascoltato soltanto il loro interno, e lì si è rivelata la grande ispirazione sui segreti del mondo; lì si presentavano le visioni di come l’edificio del mondo è costruito. E quello che avevano saputo sulle stelle e i loro movimenti, sulle leggi del mondo stellare, sui mondi spirituali, gli appartenenti alle culture antiche non l’avevano acquisito attraverso osservazione esterna. Proprio perché le nature di queste stelle si manifestavano loro nell’interiorità, essi sapevano qualcosa di Marte, Saturno e così via. Erano perciò le leggi del cosmo, che per così dire sono scritte nelle stelle, simultaneamente iscritte nell’interno dell’anima dell’uomo. Lì dentro si rivelarono attraverso ispirazione. Come le leggi del mondo che dominano l’esercito stellare si erano rivelate nell’anima, così adesso attraverso combinazione esterna dovevano rivelarsi nel popolo abramitico le leggi che dominano il mondo, ma che dovevano essere acquisite attraverso rivelazione esterna. Per questo l’eredità dovette essere diretta in maniera tale che attraverso essa il cervello ricevesse quelle proprietà attraverso cui poteva vedere la giusta combinazione fuori. La meravigliosa legalità fu piantata nelle disposizioni che furono trasmesse ad Abramo, in disposizioni tali che attraverso le generazioni si sviluppavano così che lo sviluppo corrispondesse alle grandi leggi mondiali. Il cervello dovette trasmettersi per eredità così che le capacità interiori del cervello, la configurazione del cervello si sviluppasse come là in alto nel cosmo le leggi numeriche delle stelle. Perciò ad Abramo è detto da Jahvé: vedrai generazioni che discendono da te, ordinate nel loro numero secondo la molteplicità delle stelle nel cielo. Come le stelle nel cielo sono ordinate in proporzioni numeriche armoniche, così le generazioni dovranno essere ordinate secondo leggi numeriche armoniche. Questo significa che queste generazioni dovranno portare in sé leggi come le leggi delle stelle nel cielo.

Abbiamo dodici figure stellari. Un’immagine di esse doveva apparire nelle dodici tribù come discendevano da Abramo, affinché le capacità corrispondenti che come disposizione erano state introdotte in Abramo fossero guidate verso il basso attraverso le generazioni. Così nella costruzione organica complessiva del popolo che si sviluppava da epoca a epoca doveva essere creata un’immagine di numero e misura nel cielo. Certamente una traduzione della Bibbia ha tradotto questo così da dire: « I tuoi discendenti saranno numerosi come le stelle nel cielo », mentre in verità il passo deve dire: i tuoi discendenti dovranno essere regolarmente ordinati nella consanguineità così che il loro ordine sia un’immagine delle leggi delle stelle nel cielo. Oh, la Bibbia è profonda! Ma quello che oggi è presentato come Bibbia è colorato dalla visione del mondo moderna. Dice: « I tuoi discendenti saranno numerosi come le stelle nel cielo », mentre in verità si dice: tutto ciò deve essere regolare nella tua discendenza così che, per esempio, dodici tribù si susseguano che corrispondono al numero dodici delle figure stellari nel cielo.

Così anche le singole proprietà dovevano manifestarsi in modo da esprimere sempre il fatto che la missione del popolo abramitico consisteva in questo: ricevo come dono da fuori — non come qualcosa che sorge nel mio interno — quella che è la mia missione. Dalla parte esterna mi è dato quello che in realtà devo portare al mondo. — Questo è presentato meravigliosamente nella Bibbia: che la missione di Abramo debba essere proprio qualcosa che gli è dato da fuori, in contrasto con le vecchie rivelazioni che erano date da dentro. Quale deve essere la missione di Abramo? La missione di Abramo deve essere ciò che fluisce attraverso il sangue fino a Gesù Cristo, prestare. In essa deve essere introdotta tutta la spiritualità di una certa corrente. Deve agire così come se venisse da fuori, come se fosse un dono da fuori. Abramo deve dare al mondo il popolo ebraico antico. Questa è la sua missione.

Affinché però ciò corrisponda alla natura complessiva della sua missione, allora questo popolo stesso, che è la sua missione, deve essere un dono da fuori, deve essergli dato come dono da fuori. Abramo ebbe un figlio, Isacco. Doveva sacrificarlo, così racconta la Bibbia. E quando arrivò a sacrificarlo, allora gli fu di nuovo regalato questo figlio da Jahvé. Cosa gli fu regalato? Da Isacco discende l’intero popolo. Se Isacco fosse stato sacrificato, non ci sarebbe stato popolo ebraico. L’intero popolo gli fu dunque regalato come dono. In questo sacrificio di Isacco è espresso in maniera meravigliosa questo carattere del dono. Il popolo stesso è la missione di Abramo, e con Isacco egli riceve questo intero popolo ebraico regalato da Jahvé.

Così profonde sono le presentazioni della Bibbia, e tutte corrispondono nel particolare in maniera grande e possente al carattere interiore nello sviluppo ulteriore dell’umanità. Questo popolo ebraico antico doveva rinunciare a poco a poco a quello che le altre culture contenevano, doveva rinunciare alla vecchia chiaroveggenza. Questa vecchia chiaroveggenza era legata a capacità che venivano dal mondo spirituale. Si designavano queste capacità chiaroveggenti, secondo come erano, mediante espressioni di figure stellari. L’ultima capacità che fu rinunciata affinché il popolo ebraico antico fosse regalato ad Abramo, è quella legata alla figura stellare dell’Ariete. Perciò un ariete è sacrificato al posto di Isacco. Questa è l’espressione esterna del fatto che l’ultima capacità chiaroveggente fu sacrificata affinché il popolo ebraico antico fosse regalato ad Abramo. Così questo popolo era prescelto a sviluppare proprio quelle proprietà che andavano all’osservazione del mondo esteriore. Ma in tutto sorgono resti atavistici di ciò che è stato prima. Perciò avvenne che sempre di nuovo il popolo ebraico antico era costretto a eliminare quello che non stava puramente nel sangue per la trasmissione di queste capacità rivolte verso l’esterno, quello che ancora ricordava la vecchia chiaroveggenza. Sempre dovette essere eliminato quello che come eredità veniva dagli altri popoli.

Qui tocchiamo un capitolo che oggi è difficile descrivere, poiché contiene una verità che al pensiero odierno è lontanissima; ma è comunque una verità, e si può pretendere che coloro che hanno lavorato più a lungo nei nostri circoli possano tollerare anche tali verità che si sottraggono alquanto al pensiero abituale odierno.

Dobbiamo essere chiari su questo fatto: che per certe classi di uomini dei tempi antichi si conservarono fino in tempi più tardi capacità antiche, specialmente riguardanti la conoscenza. Le capacità chiaroveggenti erano nell’anima. L’uomo era strettamente unito agli esseri spirituali. Si manifestavano in lui. Ma questo si espresse in certi uomini, che per così dire rappresentavano prodotti del declino di quei tempi antichi, in una forma inferiore di questa connessione con il mondo spirituale esteriore. Mentre gli uomini veramente chiaroveggenti erano più uniti all’universo complessivo attraverso l’intuizione spirituale e l’ispirazione, coloro che erano nel declino e nella decadenza sviluppavano questo vecchio rapporto con l’ambiente, erano tipi umani inferiori. Erano non autonomi, l’io non voleva venir fuori in loro, ma inoltre non erano più le vecchie capacità chiaroveggenti al livello corrispondente. Tali uomini si presentavano sempre, e in tali uomini si mostrava la consanguineità di certi organi fisici con i vecchi organi chiaroveggenti. E adesso viene la verità che suonerà così strana. Quello che si potrebbe chiamare vecchia chiaroveggenza, questo illuminarsi dei segreti del mondo nell’interiorità, doveva entrare nell’anima in qualche modo. Dobbiamo rappresentarci che avvenissero afflussi nell’uomo. Questi afflussi il vecchio uomo non li percepiva, ma allora, quando gli afflussi erano avvenuti e in lui si illuminavano, allora li percepiva come le sue vecchie ispirazioni. Fluivano dunque nell’uomo certi flussi dall’ambiente; questi si trasformavano più tardi nell’uomo.

Questi flussi erano in tempi antichi flussi puramente spirituali, erano per esempio per un chiaroveggente percepibili come flussi puramente astrali-eterici. Ma più tardi questi flussi puramente spirituali si prosciugavano per così dire, si condensavano a flussi eterico-fisici. E cosa ne risultò? I capelli ne risultarono. I capelli sono il risultato degli antichi afflussi. Quello che oggi sono capelli sul corpo umano, erano una volta afflussi spirituali nell’uomo da fuori verso l’interno. Flussi astrali-eterici prosciugati sono i nostri odierni capelli. E tali cose si conservano propriamente soltanto dove, puramente esteriormente, scritturalmente, per tradizione, le vecchie verità rimangono. Nell’ebraico perciò la parola « capelli » e la parola « luce » sono designate all’incirca mediante gli stessi caratteri scritti, perché si aveva coscienza della consanguineità della luce astrale che affluiva e dei capelli; come in generale nello scritto ebraico antico, documentariamente, proprio nelle parole stesse, sono contenute le più grandi verità.

Così potrebbe dirsi che c’è uno sviluppo ulteriore dell’umanità. Con quegli uomini ora che avevano le vecchie capacità nel declino, si sviluppò così che gli afflussi certamente si trasformavano, per così dire si prosciugavano, ma non si sviluppavano nuove capacità per esse. Erano uniti alla vecchia maniera con la nuova e ancora una volta non uniti, perché gli afflussi erano prosciugati. Tali uomini erano fortemente pelosi, mentre coloro che si sviluppavano ulteriormente erano meno pelosi, perché nuove capacità si manifestavano per quelle capacità che più tardi si condensavano a capelli.

La scienza arriverà di nuovo dopo lungo tempo a queste verità significative. Stanno nella Bibbia. La Bibbia è molto più dotta della nostra odierna scienza, che si trova ancora a un livello infantile da scolaretto. Leggete la storia di Giacobbe ed Esaù! Giacobbe è quello che è avanzato un passo, che aveva sviluppato la capacità dell’ultimo tempo. Esaù è rimasto a uno stadio precedente, è quello che per così dire è lo sciocco di fronte a Giacobbe. Quando i figli sono presentati al padre Isacco, allora la madre ha simulato con Giacobbe un falso capello, affinché Isacco scambi il più giovane dei figli con Esaù. Con ciò ci deve essere mostrato che il popolo ebraico antico ancora aveva come eredità delle altre culture qualcosa in sé, e ciò doveva essere rifiutato. Esaù è rigettato. Attraverso Giacobbe si prosegue quello che come combinazione esterna doveva continuare a vivere.

Così come quello che per così dire era conservato in forma alquanto arretrata, in Esaù era stato rigettato, così anche le vecchie capacità chiaroveggenti come eredità atavistica venivano a espressione in Giuseppe, che dai fratelli è poi rigettato verso l’Egitto. Ha sogni; può dai sogni interpretare il mondo. Questa è la capacità che non doveva svilupparsi nella missione del popolo abramitico. Perciò è rigettato, deve passare verso la terra d’Egitto.

Così vediamo come si elaborò nel popolo ebraico antico una corrente costruita sulla consanguineità nelle generazioni, e dalla quale viene gradualmente rigettato ciò che rimane come vecchia eredità. Questa è la capacità che il popolo ebraico antico ha come sua propria disposizione: che quello che lì si eredita attraverso le generazioni deve diventare uno strumento sempre più perfetto, affinché da questo potesse svilupparsi il corpo che potesse fornire lo strumento per colui che era stato reincarnatosi. Se il popolo ebraico antico non poteva ricevere le rivelazioni dall’interno, allora doveva riceverle da fuori. Persino quello che gli altri popoli attraverso l’ispirazione immediata avevano acquisito, il popolo ebraico antico doveva riceverlo attraverso una rivelazione da fuori. Cioè, gli ebrei dovevano andare verso un popolo — guidati da Giuseppe — che aveva l’ispirazione antica. E lì acquisirono, in quanto Giuseppe fu iniziato nei misteri egiziani, attraverso mediazione esterna quello che dovevano sapere sui caratteri dei mondi spirituali. Persino la legge morale la ricevettero da fuori, non come qualcosa che si illuminasse dall’interno. Questa era la missione del popolo ebraico antico. Poi si trasferirono — dopo che si erano appropriati di quello che da fuori dovevano appropriarsi — quindi con una rivelazione conquistata da fuori di nuovo verso la loro Palestina.

Ora — dopo che questo popolo ebraico antico aveva attraversato tutto ciò — doveva essere mostrato come si sviluppò di generazione in generazione così che infine questo corpo, che divenne il corpo di Gesù, potesse essere partorito da questo popolo, affinché questa corrente ebraica antica affluisse nel cristianesimo.

Ricordate come abbiamo discusso lo sviluppo delle disposizioni nel singolo uomo. La vita del singolo uomo si divide in periodi di sette in sette anni. Dalla nascita fino al cambio dei denti, fino nel settimo anno si stende il primo periodo, dove il corpo fisico semplicemente costruisce le sue forme. Poi abbiamo il secondo periodo di sette anni fino alla pubertà, in cui il corpo eterico opera affinché le forme crescano, diventino più grandi. Le forme sono determinate fino al settimo anno, allora si ingrandiscono solo le forme già determinate. Di nuovo dal quattordicesimo al ventunesimo anno di vita è soprattutto il corpo astrale quello che è eminente. E così vediamo come soltanto nel ventunesimo anno il vero io dell’uomo è nato e diviene autonomo. Così vediamo come in certi periodi la vita del singolo uomo si svolge fino alla nascita dell’io umano.

Così dovettero anche svilupparsi le disposizioni gradualmente in quel popolo che precisamente come popolo doveva fornire un corpo per un io completissimo. Perciò dovette svilupparsi così che quello che nel singolo uomo si presenta in anni, qui si presenta di generazione in generazione. Qui deve sempre una generazione successiva aver sviluppato una disposizione più della precedente. Non può tutto manifestarsi a una volta in una sola generazione. Esporre da ragioni occulte perché sia così porterebbe troppo lontano. Ma si può ricordare un fenomeno completamente ordinario. Ricordate che l’eredità si pone così che certe proprietà non si ereditano immediatamente, ma saltano una generazione e soltanto il nipote al nonno assomiglia nelle proprietà ereditate. Così è stato anche nell’eredità delle proprietà nelle generazioni successive del popolo ebraico. Lì doveva sempre una generazione essere saltata. Quello che nel singolo uomo corrisponde a un periodo di età, corrisponde nelle generazioni successive a due. Così che possiamo dire: questo popolo dovette come un grande individuo di generazione in generazione svilupparsi così che dapprima corrisponda, quello che nel singolo uomo è dalla nascita fino al cambio dei denti, due volte sette generazioni, quattordici generazioni. Poi dovette seguire un secondo lasso di tempo, dove di nuovo vengono due volte sette generazioni; questo corrisponde al periodo tra il cambio dei denti e la pubertà. Poi un terzo lasso di tempo, dove di nuovo vengono due volte sette generazioni, che corrisponde al periodo tra il quattordicesimo e il ventunesimo anno di vita, quando il corpo astrale specialmente si manifesta. Allora poteva essere nato l’io. L’io poteva essere nato nel popolo ebraico antico, quando tre volte due volte sette, cioè tre volte quattordici generazioni erano trascorse.

Colui che ci volle descrivere il corpo che fu dato come strumento allo Zarathustra, doveva mostrare come attraverso tre volte due volte sette generazioni la disposizione che era data ad Abramo si sviluppò, affinché, dopo che tre volte quattordici generazioni erano trascorse, potesse essere nato l’io; come nel singolo uomo dopo tre volte sette anni l’io è nato nella sua tripla corporalità fisica. Questo fa lo scrittore del Vangelo di Matteo. Descrive tre volte quattordici generazioni, le generazioni da Abramo fino a Davide, le generazioni da Davide fino alla cattività babilonese e quelle dalla cattività babilonese fino alla nascita di Gesù. Qui abbiamo dalla profondità della conoscenza nel Vangelo di Matteo indicato sulla missione del popolo ebraico antico, come gradualmente le forze furono sviluppate, che rendevano possibile che in un corpo di questo popolo il completissimo io, che lo Zarathustra aveva conseguito, potesse essere nato.

Se ora vediamo quali erano i destini di questo popolo ebraico antico, troviamo che la cattività si presentò per l’intero popolo dove, nel singolo uomo, si presenta dopo il quattordicesimo anno la preparazione per la vera vita, dove germoglia quello che può essere compiuto nella vita e quello che si accoglie tra il quattordicesimo e il ventunesimo anno di vita: le speranze giovanili. Questa cattività era il tempo in cui per così dire il corpo astrale del popolo ebraico antico entra in considerazione, dove attraverso le ultime quattordici generazioni viene introdotto quello che gli dà il suo impulso. Perciò il popolo ebraico antico è condotto verso la cattività babilonese lì, dove proprio allora, seicento anni prima della nostra era, nelle scuole dei misteri dei Babilonesi lo Zarathos o Nazarathos nella sua incarnazione di quel tempo era il maestro. E lì in quelle scuole dei misteri entrarono in contatto quelli che erano i capi più eminenti del popolo ebraico antico, con il grande maestro dei tempi antichi, con Zarathos. Lì egli fu il loro maestro, lì si unì con loro, lì ricevettero il grande impulso, che così operava che nelle ultime quattordici generazioni questo popolo fu preparato per la nascita di Gesù.

Allora gli eventi procedettero come li conoscete. E allora vediamo qualcosa di singolare: vediamo dallo scrittore del Vangelo di Matteo osservato sul campo spirituale una legge che sempre più e più sarà riconosciuta come una legge significativa per tutta la vita. Questa è la legge che a livello superiore si ripete quello che prima è accaduto. In forma alquanto distorta l’ha già l’odierna scienza naturale, che dice che si ripete brevemente nel singolo essere quello che in lunghi periodi di tempo in gradi inferiori del genere si è verificato. In maniera maestosa ce la mostra lo scrittore del Vangelo di Matteo. Ce la mostra così che ci dice: l’io dello Zarathustra doveva incarnarsi in un corpo che era stato formato gradualmente all’interno del popolo abramitico. Abramo partì da Ur in Caldea, dal luogo da dove era partita la cultura babilonese, prese la sua strada attraverso l’Asia anteriore verso la Palestina. I suoi discendenti furono condotti ulteriormente verso sud attraverso i sogni di Giuseppe, verso l’Egitto e, dopo che qui hanno ricevuto l’impulso egiziano, di nuovo verso Canaan.

Questo è il destino dell’intero popolo. Dapprima l’intero popolo fu condotto attraverso Canaan, via verso l’Egitto e poi di nuovo verso Canaan. Ora quello che lì si è svolto come destino del popolo deve essere brevemente ripetuto. Là, dove nasce l’io, a cui l’involucro è così preparato, dopo che tutto era stato sviluppato che in Abramo era stato introdotto, questo io prende di nuovo il suo punto di partenza dalla Caldea. In Caldea era lo Zarathustra nella sua ultima incarnazione il maestro dei segreti; con la Caldea il suo spirito era unito.

Quale strada prende l’anima dello Zarathustra, quando vuole incarnarsi a Betlemme? Zarathustra era rimasto unito a coloro che erano stati iniziati nelle scuole dei segreti caldaici, ai Magi. Essi si ricordavano bene di come avevano sentito dal loro maestro che questi sarebbe riapparso, che quest’anima, che era stata designata da sempre come Zarathustra, la stella d’oro, in un momento determinato doveva prendere la via verso Betlemme. E quando il momento giunse, essi seguirono la via che questa anima prese, ripetendo la via del popolo ebraico antico. Come Abramo aveva seguito la strada verso Canaan, così andò anche la stella, cioè, l’anima dello Zarathustra, questa strada verso Canaan. E i tre Magi andarono dopo la stella di Zarathustra, e li condusse a quel luogo dove era stata incarnata nel corpo che dal popolo ebraico antico era destinato per lei. Lì dapprima lo Zarathustra, l’io dello Zarathustra, era stato condotto per la via che Abramo era andato fino in Palestina. Poi il popolo ebraico antico aveva dovuto cercare il cammino verso l’Egitto. Ora l’io che era stato incarnato nel bambino betlemitico Gesù, fu condotto attraverso i sogni — ancora una volta di un Giuseppe — verso l’Egitto, lo stesso cammino che il popolo abramitico era stato spinto a seguire attraverso i sogni del vecchio Giuseppe. Ripetendo nello spirito questo io dello Zarathustra visse l’intero destino del popolo ebraico antico nel corpo di Gesù. Lì va verso l’Egitto e di nuovo verso la Palestina. Qui abbiamo la ripetizione nello spirito, che fu vissuta dall’anima dello Zarathustra, ed è un’immagine del destino del popolo ebraico antico.

Questo è stato descritto fedelmente nel Vangelo di Matteo dalla consapevolezza della legge che quello che si presenta a livello superiore è in breve una ripetizione di quello che prima era. Oh, questi Vangeli descrivono profondamente l’evento che sta all’inizio della nostra era. Questo evento è così grande che quattro scrittori si sono detti: ognuno di noi può descrivere soltanto dal suo punto di vista questo grande evento. Ognuno di questi quattro ha descritto secondo le sue capacità limitate questo unico evento. Come se da quattro lati rappresentassimo un essere, noi otteniamo sempre soltanto un’immagine di una parte e attraverso il confronto delle immagini che si contraddicono riconosciamo l’essere complessivo, così lo scrittore del Vangelo di Matteo ha descritto quello che sapeva sulla legge dei tre volte due volte sette, sulla preparazione del corpo per il grande io di Gesù di Nazaret attraverso la missione del popolo ebraico antico, secondo questi segreti che proprio per la sua iniziazione gli erano consapevoli.

Lo scrittore del Vangelo di Luca ha scritto secondo l’iniziazione che gli era consapevole e secondo ciò che ha presentato come in altro modo la corrente buddhista è fluita nel cristianesimo, per fluire nello stesso ulteriormente. E gli altri evangelisti hanno scritto da altre premesse di iniziazione. L’evento che hanno descritto è così grande che dobbiamo essere grati se lo troviamo descritto da quattro lati, da quattro lati di iniziati.

Soltanto qualcosa dallo spirito dell’origine del cristianesimo doveva essere menzionato oggi, per mostrare come la nostra conoscenza del mondo cresce, la nostra conoscenza umana cresce, quando impariamo a seguire il più grande evento dell’umanità. Soltanto una presentazione anticipata di questo doveva essere suscitata, come profondamente questo evento deve essere preso, e come profondi sono i Vangeli, se realmente sappiamo leggerli.

L’albero di Natale, un simbolo

11°L’albero di Natale, un simbolo

Berlino, 21 Dicembre 1909

In questo giorno, che deve presentarci la festa del Natale, è ben opportuno che cambiamo un po’ le nostre abitudini ordinarie, in modo da astenerci dalla ricerca della conoscenza e della verità e invece facciamo ritorno in quel mondo di sentimenti e di sensazioni che deve essere risvegliato da quella luce che riceviamo dalla scienza dello spirito.

Quella festa che sta nuovamente avanzando e che è per innumerevoli persone una festa di beatitudine nel senso più bello della parola, essa non è, nel senso in cui deve essere compresa attraverso la nostra visione del mondo antroposofica, una festa molto antica. Quello che si chiama il Natale cristiano non fu subito presente quando il cristianesimo entrò nel mondo. I primi cristiani non possedevano ancora una tale festa di Natale. Essi non celebravano la nascita del Cristo Gesù. E passarono quasi tre secoli prima che la festa della nascita del Cristo Gesù fosse celebrata all’interno della cristianità.

Nei primi secoli, quando il cristianesimo si diffondeva nel mondo, essa era in accordo con i sentimenti nelle anime di coloro che avevano provato l’impulso del Cristo, che questi uomini si ritraessero fortemente dalla vita esterna che si svolgeva in quel tempo, così come si era perpetuata da tempi antichi e come era divenuta al tempo dell’impulso del Cristo. Poiché come un oscuro presentimento sorse nelle anime dei primi cristiani che dovevano creare l’impulso a una rinascita delle cose terrene, a una tale trasformazione delle cose terrene che fosse pervasa rispetto al passato da nuovi sentimenti, nuove sensazioni, ma soprattutto da una nuova speranza e una nuova fiducia per lo sviluppo dell’umanità. E ciò che doveva allora emergere sull’orizzonte della grande esistenza mondiale doveva prendere il suo inizio come un germe spirituale — possiamo dire « letteralmente » — nell’interiore della terra.

Noi infatti ci siamo già più volte trasportati nel mondo dello spirito nelle catacombe romane, dove, separati dalla vita di allora, i primi cristiani celebravano la festa dei loro cuori e la festa delle loro anime. Noi ci siamo trasportati nel mondo dello spirito in questi luoghi di devozione. Lì non si celebravano per primi le feste di nascita; tutt’al più erano le feste domenicali di ogni settimana, per commemorare ogni settimana il grande evento del Golgota. E inoltre ancora nei primi secoli erano celebrate le celebrazioni funebri di coloro che con particolare entusiasmo, con sentimento profondo avevano parlato di questo evento del Golgota, e che erano intervenuti in modo significativo nel corso dello sviluppo dell’umanità, cosicché erano perseguitati dal mondo invecchiato. I giorni della morte dei martiri, quando questi martiri erano entrati nella vita spirituale, erano celebrati nei primi secoli come i giorni di nascita dell’umanità dai primi cristiani.

Allora non c’era ancora nemmeno una festa di nascita del Cristo. Ma proprio l’origine di questa festa di nascita del Cristo può mostrarci come anche oggi abbiamo ancora il pieno diritto di dire: il cristianesimo non è qualcosa che arriva una volta con questo o quel dogma, con questa o quella istituzione, e queste istituzioni e questi dogmi devono solo perpetuarsi da generazione a generazione — no, abbiamo il diritto di appellarci a quella parola del Cristo, che egli è con noi, che ci riempie con il suo spirito tutti i giorni. Quando sentiamo che questo spirito è con noi, allora abbiamo il diritto di essere chiamati a un continuo e mai cessante sviluppo ulteriore dello spirito cristiano. E proprio attraverso lo sviluppo spirituale antroposofico siamo chiamati non a perpetuare un cristianesimo morto, immobile, ma un cristianesimo sempre nuovo, che sempre nuove sapienze e conoscenze produce da se stesso, per svilupparsi nel futuro. Non parliamo mai del Cristo passato, ma sempre del Cristo eternamente vivo. E noi possiamo ricordarci del Cristo eternamente vivo, del Cristo eternamente efficace, del Cristo che lavora in noi, in particolare quando parliamo della festa della nascita del Cristo Gesù. Già nei primi secoli i cristiani sentirono che potevano imprimere il nuovo nell’organismo dello sviluppo cristiano, che potevano aggiungere ciò che veramente fluiva loro dallo spirito del Cristo.

Così dunque la festa di Natale è solo un’istituzione del quarto secolo cristiano. Possiamo dire che nel 354 d.C. fu celebrato a Roma il primo Natale cristiano. E si mostra a noi in particolare che in un’epoca meno critica della nostra, i credenti del cristianesimo erano compenetrati da quella conoscenza corretta che presagiva che dovevano estrarre sempre nuovi frutti dal grande albero della vita cristiana. Perciò possiamo forse qui anche ricordare un simbolo esteriore del Natale, il simbolo dell’albero di Natale, che abbiamo davanti a noi, che innumerevoli persone avranno davanti a loro nei prossimi giorni e che la scienza dello spirito è chiamata a imprimere sempre più profondamente nel suo significato particolare nei cuori e nelle anime delle persone.

Potremmo quasi venire in contraddizione con lo sviluppo del tempo se ci attenessimo proprio a questo simbolo. Sarebbe un errore credere che questo simbolo sia antico. Potrebbe facilmente sorgere nell’anima dell’uomo contemporaneo la convinzione che il poetico albero di abete del Natale sia un’usanza antichissima. C’è un’immagine che raffigura l’albero di Natale nella stanza della famiglia di Lutero. Questa immagine, che naturalmente fu dipinta solo nel 19. secolo, rappresenta qualcosa di completamente falso, poiché nell’ampio territorio delle terre tedesche come anche in altre regioni dell’Europa non esisteva un tale albero di Natale ai tempi di Lutero. È solo un simbolo più tardo. Proprio questo albero di Natale ci mostra forse qualcosa di molto strano. Non potremmo forse anche dire che l’albero di Natale oggi è qualcosa che potrebbe essere compreso in quel senso come promettente per il futuro, che le persone potrebbero sempre più in questo albero di Natale vedere, forse gradualmente potrebbero vedere un’immagine di qualcosa di straordinariamente significativo e importante?

Qui possiamo rivolgere lo sguardo su questo albero di Natale, quando non ci illudiamo riguardo alla sua età storica, e possiamo ricordarci in un certo senso di quello che è tornato più volte davanti alla nostra anima, la cosiddetta Leggenda Sacra. Essa ci racconta: quando Adamo fu cacciato dal Paradiso — la leggenda lo racconta nelle maniere più diverse, noi vogliamo riporlo ora solo il più brevemente possibile — egli portò con sé tre semi dall’albero della vita, da cui gli uomini non dovevano mangiare, dopo che avevano mangiato dall’albero della conoscenza del bene e del male. Quando poi Adamo morì, Set prese questi tre semi e li seppellì nella tomba di Adamo, e da lì crebbe un albero dalla tomba di Adamo. Dal legno di questo albero — così racconta la leggenda — fu creato di varie cose: Mosè creò il suo bastone da questo legno, e più tardi da questo albero fu preso anche il legno per la croce del Golgota.

Così una leggenda ci ricorda in modo significativo di quell’albero del paradiso, che stava come il secondo: gli uomini avevano goduto dell’albero della conoscenza, gli fu tolto il godimento dell’albero della vita. Ma rimase nei cuori degli uomini sempre una sete, un impulso verso quell’albero. Spinti verso l’esterno dai mondi spirituali, che sono designati col « paradiso », nel mondo dell’apparenza esterna, gli uomini sentivano nei loro cuori l’impulso verso l’albero della vita. Quello che non potevano avere senza il loro merito, senza il loro sviluppo, dovevano conquistarselo in modo che gradualmente se lo meritassero tramite l’aiuto della conoscenza, che gradualmente attraverso il loro lavoro sul piano fisico si rendessero maturi e capaci di ricevere i frutti dell’albero della vita.

Quei tre semi rappresentano per noi la sete verso i frutti dell’albero della vita. La leggenda ci racconta che nel legno della croce era contenuto quello che proveniva dall’albero della vita. E si è mantenuta una consapevolezza di questo attraverso tutto lo sviluppo, che il legno secco della croce conteneva tuttavia il germe della nuova vita spirituale, da cui doveva emergere quello che gli uomini, se lo ricevevano nel modo giusto, potevano unire alla loro anima come il frutto dell’albero della vita, come il frutto che dà loro l’immortalità nel senso vero della parola, che accende per loro la luce dell’anima e illumina l’anima in tal modo che essa trova il cammino dalle profondità oscure del mondo fisico alle altezze luminose dell’essere spirituale e si sente lì come membro di una vita immortale.

Senza che ci consegniamo a un’illusione, possiamo — se non come storici, allora tuttavia come persone che sentono — in quell’albero che sta davanti a noi come albero di Natale, sentire qualcosa come un’immagine di quella luce che dovrebbe nascere all’interno della nostra anima, affinché ci procuri l’immortalità nell’essere spirituale. Guardiamo nel nostro interiore, e ci sentiamo compenetrati dalla corrente dello spirito antroposofico di quella forza che ci fa guardare verso il mondo spirituale. Allora guardiamo a quel simbolo esteriore che abbiamo davanti a noi come l’albero di Natale, e possiamo dire a noi stessi: esso sia per noi un simbolo di quello che deve brillare e ardere nelle nostre anime, affinché ci sollevi nel mondo spirituale!

Questo albero è per così dire emerso anche da profondità oscure. Solo quelle persone possono criticare una tale visione non storica, come è stata caratterizzata, che non sanno che quello i cui motivi esterni non vengono compresi dalla conoscenza fisica, tuttavia ha i suoi motivi spirituali più profondi. All’occhio esteriore potrebbe sfuggire come questo albero di Natale si insinua stranamente nella vita umana esterna. Esso si è introdotto in un tempo relativamente breve come un’usanza beatificante nel commercio mondiale generale. All’esterno potrebbe sfuggire all’occhio; ma chi sa che tutti gli eventi esterni sono impressioni di un divenire spirituale, costui deve sentire che forse stava a fondamento un motivo particolare più profondo sul piano fisico esteriore per l’apparizione dell’albero di Natale: che l’apparizione dell’albero di Natale è scaturita come da un profondo impulso spirituale che invisibilmente guida gli uomini e forse ha persino dato inconsapevolmente a determinate anime sensibili l’ispirazione di esprimere esternamente nel meraviglioso albero di Natale la luce interiore che deve brillare nel mondo. E quando tale conoscenza si risveglia a saggezza, allora questo albero può diventare attraverso la nostra volontà un simbolo esteriore anche per il Supremo.

Se l’Antroposofia deve essere saggezza, allora deve essere saggezza attiva e permeare saggiamente, cioè dorare, le impressioni e gli usi esterni. Così l’Antroposofia forse, mentre si diffonde gradualmente riscaldando e illuminando i cuori e le anime degli uomini del presente e del futuro, può dorare anche l’uso esteriore diventato così materialista dell’albero di Natale, permearlo con la sua saggezza, e potrebbe farne un simbolo assai importante, dopo che esso, come dalle profondità oscure dell’anima nel corso degli ultimi tempi, ha fatto il suo ingresso nella vita terrena. E se noi tuttavia forse scaviamo ancora un po’ più profondamente e presupponiamo che una direzione spirituale più profonda ha posto gli impulsi nei cuori umani, allora non è del tutto senza motivo se gli uomini vivono i pensieri che sono stati loro suggeriti da una direzione spirituale in sentimenti più profondi presso l’albero ardente.

È infatti un’usanza antica anche nei diversi paesi dell’Europa che nei giorni interi prima della festa di Natale si cercavano ogni sorta di germogli di alberi, ogni sorta di cespugli, che erano per lo più prelevati da piante fogliari, che nella notte di Cristo potevano essere indotti a sbocciare o perlomeno a sviluppare germogli. E in molte anime sorse qualcosa della presentazione della vita che non può mai essere sconfitta, quella vita che deve essere vittoriosa su tutta la morte, quando nella Notte di Cristo i germogli o rami degli alberi raccolti con cura stavano solennemente nella stanza ed erano artificialmente indotti a sbocciare nella notte del punto più basso del sole. Questa era un’usanza antica. Ma l’albero di Natale stesso è di data più recente. Dove dobbiamo cercare per primo l’usanza dell’albero di Natale?

Sappiamo dal linguaggio incisivo che hanno mantenuto i nostri grandi mistici tedeschi, in particolare da Giovanni Tauler, che ha operato nell’Alsazia. Chi lascia agire su di sé i sermoni di Giovanni Tauler con la loro profonda interiorità, con il loro valore sentimentale infinito, dirà a se stesso che in quel tempo nell’Alsazia, quando Tauler ha cercato l’approfondimento e la spiritualizzazione, persino la cordializzazione del cristianesimo, uno spirito molto particolare circolava, che dappertutto cercava l’anima che era riempita dal mistero del Golgota. Quando Tauler ha tenuto i suoi sermoni a Strasburgo, allora le sue parole infuocate incisive si sono immerse profondamente nelle anime, e molte impressioni durature hanno forse germogliato talvolta nelle anime degli uomini. Molte impressioni possono essere venute da quello che Giovanni Tauler ha spesso detto nei suoi meravigliosi sermoni natalizi. Tre volte, disse, Dio nasce per gli uomini: per la prima volta, in quanto discende dal Padre, dal grande Universo; poi, in quanto è sceso verso gli uomini e ha assunto forme umane; e per la terza volta il Cristo nasce in ogni anima umana che trova in se stessa la possibilità di unire a sé quello che è la saggezza di Dio e di generare in se stessa un uomo superiore.

In tutti i modi possibili belli, solenni, Giovanni Tauler ha pronunciato la saggezza più profonda proprio nella zona di Strasburgo, in particolare nel giorno di Natale. Proprio una tale saggezza profonda potrebbe essersi depositata nelle anime, e potrebbe essere rimasta e aver continuato ad agire. Anche i sentimenti hanno le loro tradizioni. Di secolo in secolo potrebbe aver continuato a influire quello che allora era stato depositato nelle anime. Così il sentimento che allora si era depositato nelle anime umane, potrebbe, come tutti i veri sentimenti compenetrati dallo spirito, essersi fatto strada negli occhi e nelle mani, potrebbe aver dato agli occhi il sentimento di contemplare nel simbolo esteriore anche la resurrezione, la nascita della luce dello spirito umano. Perciò per il pensiero materialista è forse una bella coincidenza, ma per colui che sa come la guida spirituale passa attraverso tutto il fisico, è più di una semplice coincidenza, quando sentiamo che le prime notizie di un albero di Natale, che fosse stato in una stanza tedesca, provengono dall’Alsazia, e precisamente da Strasburgo. Nel 1642 abbiamo la primissima notizia che un tale albero di Natale fosse stato in una casa per la beatitudine interiore di coloro che in un simbolo esteriore desideravano vedere la luce che deve essere risvegliata in noi stessi attraverso l’assunzione della saggezza spirituale.

Come il misticismo tedesco è stato accolto male da quel cristianesimo che aderisce alle forme esterne, lo vediamo per esempio in Maestro Eckhart, il grande predecessore di Giovanni Tauler: fu ancora dichiarato eretico dopo la morte, dopo che ci si era scordati di farlo durante la sua vita. E le parole infuocate di Giovanni Tauler, che sono scaturite da un cuore veramente pieno di Cristo, trovarono anche poco riconoscimento. Come quel cristianesimo esteriore che non crede allo spirito vero si è comportato rispetto all’approfondimento del cristianesimo per mezzo di Maestro Eckhart, Giovanni Tauler e così via, lo vediamo dal fatto che la prima notizia dell’albero di Natale ci è annunziata da un avversario spirituale. Il soggetto in questione pensava che fosse un gioco da bambini; le persone dovrebbero piuttosto andare dove sentono annunciata loro la dottrina giusta.

Lentamente si è diffuso inizialmente questo albero di Natale. Lo vediamo apparire nella Germania centrale intorno alla metà del 18. secolo, ma anche allora solo in singoli luoghi. Solo verso il 19. secolo l’albero di Natale diventa questo ornamento spirituale sempre più frequente del Natale, un simbolo più recente di qualcosa che ha vissuto attraverso i secoli. Con coloro che potevano sentire veramente tutte le cose nello splendore non del cristianesimo delle parole, ma nello splendore del vero cristianesimo spirituale, con loro era sempre così che l’albero di Natale poteva risvegliare bei sentimenti umani. E voi crederete facilmente che l’albero di Natale è così giovane di data, quando vi portate davanti all’anima che i più grandi poeti tedeschi non hanno scritto alcuna poesia sull’albero di Natale. Se fosse stato lì prima, allora un poeta come Klopstock per esempio si sarebbe certamente fatto sentire poeticamente su questo simbolo. Quindi questo albero di Natale sia per noi anche una garanzia che i simboli del più alto e del più grande possono emergere di nuovo. E questi simboli possono venirci particolarmente davanti all’anima quando sentiamo la verità spirituale del risveglio dell’Io nell’anima umana, quell’Io che sente i legami spirituali da anima ad anima, e li sente particolarmente quando in maniera nobile gli uomini lavorano insieme.

Solo un esempio sia menzionato, da cui possiamo vedere come nel cuore di un grande leader dell’umanità la luce dell’albero di Natale ha brillato. Fu nel 1822 che Goethe, a cui spesso già siamo andati incontro quando abbiamo considerato la vita spirituale alla luce dell’Antroposofia, al termine del suo « Faust » sentì così proprio come i simboli cristiani erano gli unici possibili per rappresentare le sue intenzioni poetiche. E sentì anche così proprio come il cristianesimo deve intrecciare i nodi più nobili da anima umana ad anima umana, come deve fondare quei legami della fratellanza che non sono legati al sangue, ma all’anima, che sono uniti allo spirito. Sentiamo ciò che nel cristianesimo ancora riposa come impulso quando pensiamo alla conclusione dei Vangeli. Dalla croce del Golgota il Cristo Gesù guarda la madre, guarda il figlio, e allora istituisce quella comunione che prima era stata istituita solo dal sangue. Un figlio era stato dato alla madre, una madre al figlio prima solo dal sangue. I legami di sangue non devono essere annullati dal cristianesimo. I legami di sangue devono rimanere. Ma i legami spirituali devono aggiungersi, che illuminano i legami di sangue con la luce spirituale. Perciò il Cristo Gesù parlò dalla croce le parole: « Donna, ecco tuo figlio! », e al discepolo: « Ecco tua madre! » Ciò che prima solo i legami di sangue avevano istituito, è istituito dalla croce tramite legami spirituali.

Dove lo spirito vive in nobile comunione spirituale, lì si sentì Goethe sempre spinto a guardare allo spirito cristiano vero. Per lui era anche un’esigenza che questo spirito cristiano penetrasse dal cuore negli occhi. Nel 1822 aveva un motivo particolare per questo. Gli uomini di quel Ducato, a cui Goethe aveva dedicato così tanta della sua forza, si erano riuniti per fondare una scuola civica superiore. Era come un dono che era stato fatto al Principe di Weimar. Goethe non sapeva come celebrare meglio questo piccolo impulso del progresso spirituale, se non convocando un numero di persone prima della festa di Natale, per celebrare questo progresso dello spirito in singole poesie, come erano capaci secondo le loro capacità. Allora raccolse queste poesie scaturite dal popolo, diede loro stesso una prefazione poetica, e il successivo Granduca Carlo Alessandro, che era allora un bambino di tre anni, dovette consegnare il libretto al Principe Carlo Augusto sotto l’albero di Natale. Poiché l’albero di Natale era già nel 1822 un simbolo stabile.

Goethe con questo piccolo gesto ha indicato che per lui l’albero di Natale è un simbolo per il sentimento e la sensazione del progresso spirituale nel piccolo e nel grande. E nella prefazione poetica che diede a questo piccolo libretto, che ancora oggi si trova nella biblioteca di Weimar, Goethe ha celebrato l’albero di Natale come questo simbolo con le parole:

Alberi luminosi, alberi abbaglianti, Dappertutto dolcezza offrendo, Nel splendore muovendosi, Cuore antico e giovane eccitando — Una tale festa è per noi descritta, Del dono bellezza è venerata; Meravigliati guardiamo su e giù, Qua e là e sempre di nuovo.

Ma, Principe, se ti accade E una sera così ti benedice, Che come luci, che come fiamme Davanti a te brillassero insieme Tutto ciò che hai realizzato, Tutti coloro che si sono impegnati con te: Con sguardi elevati dello spirito Sentivi meraviglioso incanto.

Noi possiamo annoverare questa poesia del nostro Goethe tra le prime poesie natalizie. Se sul campo della scienza dello spirito parliamo di simboli, possiamo anche dire che i simboli che, come inconsciamente o subconsciamente, emergono nelle anime degli uomini ed entrano nel corso del tempo, sono stati dorati, rivestiti di saggezza.

Così vediamo nel quarto secolo emergere per primo il Natale cristiano, vediamo come esso fu celebrato per la prima volta allora a Roma. E quasi di nuovo come un destino deve essere considerato che in una festa antichissima — non in una maniera esteriore materialista, ma per un destino misterioso — la festa di Natale è stata inserita per le regioni dell’Europa centrale e settentrionale in un’epoca in cui da tempi antichi il punto più basso del sole era celebrato: la festa del solstizio invernale. Non si deve credere che la festa di Natale sarebbe stata collocata nell’Europa centrale e settentrionale in questa festa, in questo momento, perché si sarebbe voluto trasformare la festa antica in festa di Natale per riconciliare i popoli. La festa di Natale è stata generata puramente dal cristianesimo. Proprio mediante l’assunzione della festa di Natale nelle regioni settentrionali si è mostrata la profonda affinità spirituale di questi popoli e dei loro simboli con il cristianesimo. Mentre per esempio in Armenia la festa di Natale non fu affatto assunta come usanza, e anche in Palestina i cristiani si sono opposti a lungo, essa si è stabilita rapidamente in Europa.

Proviamo, attraverso la considerazione antroposofica, a comprendere propriamente la festa di Natale stessa, per intendere l’albero di Natale come un’immagine. Durante l’anno, quando siamo riuniti insieme, lasciamo che dalle fonti spirituali si dirigano verso di noi quelle parole che non sono soltanto parole, ma forza, che devono agire sempre più nella nostra anima, affinché l’anima possa diventare una cittadina dell’eternità. Per tutto l’anno ci riuniamo per far risuonare queste parole, questo Logos, nei modi più vari in questo spazio: che il Cristo è costantemente con noi e che quando siamo insieme lo spirito del Cristo agisce in noi, cosicché le nostre parole sono compenetrate dallo spirito del Cristo. Se esprimiamo le cose soltanto con la consapevolezza che la parola è un portatore di ali per le rivelazioni dello spirito all’umanità, allora lasciamo scorrere nella nostra anima quello che è la parola dello spirito. Ma sappiamo che la parola dello spirito non è completamente afferrata da noi, non può essere tutto per noi quello che deve essere, se noi l'assorbiamo solo in forma esternamente astratta come conoscenza. Sappiamo che essa può diventare quello che deve essere solo quando produce quel calore interiore, per il quale l’anima si espande e sente, si espande attraverso il calore interno, e infine, effondendosi in tutte le manifestazioni dell’essere mondiale, impara a sentirsi una con lo spirito che è effuso su tutte le manifestazioni.

Sentiamo che in noi forza, vita deve diventare ciò che come parola spirituale raggiunge il nostro orecchio, perché noi, quando è il momento, mettiamo davanti a noi il simbolo, che ci può invocare rafforzandoci nell’anima: lascia emergere in te come qualcosa di nuovo, come l’uomo spirituale, quello che come calore può accendere, come luce illuminare la parola che viene dalle fonti spirituali, dai fondamenti spirituali verso di noi — allora sentiamo anche che ha significato ciò che risuona come parola spirituale verso di noi. Sentiamo in un tale momento, come è il presente, una volta seriamente, che cosa la scienza dello spirito può darci di tale luce dell’anima e di tale calore dell’anima! Sentiamolo magari nel modo seguente:

Guardiamo il mondo materialista contemporaneo con il suo trambusto, come gli uomini si affrettano e si agitano dal mattino alla sera, e come giudicano tutto nel senso dell’utilità materialista, secondo la misura del piano fisico esteriore, come nemmeno presentono che dietro tutto vive e tesse lo spirito. Gli uomini si addormentano la sera, ignari di nulla di diverso da ciò che credono, di essere semplicemente senza consapevolezza, e che al mattino si risvegliano di nuovo nella consapevolezza del piano fisico. Ignaro si addormenta l’uomo, dopo che di giorno si è affrettato e ha lavorato, senza chiarirsi circa il senso della vita. Quando lo studioso che aspira al riconoscimento spirituale ha assunto le parole dello spirito, allora sa qualcosa che non è solo teoria e dottrina. Egli sa qualcosa che gli dà luce dell’anima e calore dell’anima, sa: se durante il giorno tu assorbissi solo le rappresentazioni della vita fisica, tu ti inaridiresti. Desolato sarebbe il tuo intero essere, morirebbero tutte le cose che acquisti, se avessi solo le rappresentazioni del piano fisico. Quando ti distendi la sera per il riposo, tu entri in un mondo dello spirito, t’immergi con tutte le tue forze d’anima in un mondo di esseri spirituali superiori, verso cui la tua essenza deve crescere. E mentre ti risvegli al mattino, esci rinato da un mondo spirituale e versi su quello che ricevi dal piano fisico vita divino-spirituale, consapevolmente o inconsapevolmente. Dall’Eterno tu stesso ringiovanisci il temporale della tua esistenza ogni mattino.

Se noi trasformiamo così la parola dello spirito nel sentimento che possiamo avere ogni sera: io non entro semplicemente nell’incoscienza, ma mi immergo nel mondo dove sono gli esseri dell’Eterno, a cui la mia propria essenza deve appartenere. Mi addormento con il sentimento: dentro nel mondo spirituale! — e mi sveglio con il sentimento: fuori dallo spirito! — allora ci compenetriamo con quel sentimento, in cui deve trasformarsi la parola dello spirito che qui abbiamo assunto in una vita dedicata al riconoscimento spirituale, da giorno a giorno, da settimana a settimana. Allora lo spirito diventa vita in noi, allora ci svegliamo diversamente e ci addormentiamo diversamente.

Sentiamoci uniti allo spirito dell’Universo, sentiamoci come missionari dello spirito universale ogni mattina, sentiamoci gradualmente uniti a quello che come spirito universale permea e tesse tutto l’essere esteriore. Allora sentiamo anche, quando il sole d’estate sta alto e manda i suoi raggi che danno vita alla terra, come lo spirito agisce esternamente e come, perché ci invia il suo volto, il suo volto esteriore nei raggi solari esterni, la sua essenza interiore si ritrae.

Dove vediamo questo spirito dell’Universo che Zarathustra già aveva proclamato nel sole, se solo i raggi fisici esterni del sole ci brillano contro? Vediamo questo spirito dell’Universo quando possiamo riconoscere dove vede se stesso. Veramente questo spirito dell’Universo crea per sé gli organi di senso, attraverso cui si può vedere durante l’estate. Crea organi di senso esterni. Impariamo a comprendere ciò che come verde mantello di piante copre la terra dalla primavera, riveste la terra di un nuovo volto! Che cosa è? Specchio per lo spirito universale del sole. Quando il sole ci invia i suoi raggi fisici, lo spirito universale guarda giù sulla terra. Ciò che germina come crescita vegetale, come fiori e foglie che sgorgano, non è nulla di diverso che l’immagine del puro, casto spirito universale che vede se stesso rispecchiato nella sua opera che fa germogliare dalla terra. Organi di senso dello spirito universale sono contenuti nel mantello di piante.

Vediamo allora, quando il mantello di piante scompare verso l’autunno, come la forza esterna del sole si riduce, come il volto dello spirito universale si ritira. Se siamo preparati nel modo giusto, sentiamo lo spirito che pulsa attraverso l’Universo in noi stessi. Allora possiamo ora seguire lo spirito universale anche quando si ritira dalla vista esterna. Allora sentiamo, quando i nostri occhi non possono riposare sul mantello di piante, come lo spirito si risveglia in noi nella misura in cui si ritira dalle manifestazioni esterne del mondo. E lo spirito che si risveglia diventa per noi una guida verso le profondità in cui la vita spirituale si ritira, in cui noi consegniamo allo spirito i semi per la prossima primavera. Là impariamo con il nostro sguardo spirituale a guardare e a dirci: quando la vita esterna per i sensi esterni diventa gradualmente invisibile, quando la malinconia autunnale si insinua nella nostra anima, l’anima segue lo spirito nella pietra morta, per estrarre da lì quelle forze che in primavera copriranno la terra con nuovi organi di senso per lo spirito universale.

Così sentirono quelle persone che afferrarono lo spirito nello spirito il loro procedere insieme con lo spirito universale, il loro procedere insieme con il seme nell’inverno. Quando il sole esteriore ha la minima forza, brilla il minimo, quando l’oscurità esterna è la più forte, lo spirito in noi si sente attraverso lo spirito dall’Universo, con cui si è unito, unito in basso, riunito con quelle forze che diventano più chiaramente percettibili e visibili nel condurre il seme a una nuova esistenza.

Così viviamo con la forza del seme veramente nelle profondità della terra, la compenetriamo. Mentre durante la stagione estiva ci siamo rivolti al luminoso dominio dell’aria, ai frutti germoglianti e spuntanti della terra, ora ci volgiamo alla pietra morta. Sappiamo però ora: in questa pietra morta riposa quello che deve apparire di nuovo come essere esteriore. — Seguiamo con la nostra stessa anima nello spirito la forza germogliante, spuntante che si sottrae allo sguardo esteriore ed è completamente nascosta nel sasso attraverso il tempo invernale. E quando questo tempo invernale è giunto alla sua metà, quando la più forte oscurità regna, allora sentiamo, proprio perché il mondo esterno non ci ostacola, di sentirci collegati allo spirito, come nelle profondità, nelle quali ci siamo ritirati, brilla la luce spirituale, quella luce spirituale per la quale all’umanità il Cristo Gesù ha dato l’impulso più possente. Allora sentiamo quello che gli uomini sentivano nei tempi antichi, coloro che dicevano che dovevano scendere laggiù dove il seme riposa in inverno, per conoscere lo spirito nelle sue forze nascoste. Allora sentiamo che dobbiamo cercare il Cristo nel nascosto, in quel nascosto che è scuro e tetro se non ci siamo prima illuminati noi stessi nell’anima, ma che diventa luminoso e brillante quando abbiamo assunto la luce del Cristo nell’anima. Allora troviamo che ci rinforziamo e fortifichiamo in ogni Natale attraverso quell’impulso che è penetrato nell’umanità attraverso il mistero del Golgota.

Così sentiamo ogni anno come un rafforzamento veramente del nostro sforzo l’impulso del Cristo e prendiamo da questo impulso la garanzia per questo, che da anno a anno rafforziamo quella vita in noi che ci conduce in un mondo spirituale in cui non può esistere una morte come esiste nel mondo fisico. Allora possiamo spiritualizzare e beatificare quello che per l’uomo materialista contemporaneo non è affatto un simbolo, ma solo un godimento sensoriale esteriore materialista. E allora presentiamo nell’immagine la realtà, presentiamo lo stesso di ciò che Giovanni Tauler per esempio intende quando dice che il Cristo è partorito tre volte: una volta dal Dio Padre eterno che permea e vive nel mondo, una volta come uomo al tempo della fondazione del cristianesimo, e poi ancora e ancora nelle anime di coloro che portano a risvegliamento la parola spirituale in se stessi. Senza questa ultima nascita il cristianesimo non sarebbe completo e l’Antroposofia non sarebbe capace di afferrare lo spirito cristiano se non comprende che cosa significa che la parola che ci risuona da anno a anno non deve restare teoria e dottrina, ma diventa calore e luce e vita, affinché per questa forza noi ci inseriamo nella vita della spiritualità del mondo, siamo accolti da essa e insieme a essa siamo incorporati nell’eternità.

Questo dobbiamo sentire quando stiamo davanti al simbolo del Natale: ci sentiamo immersi nel profondo, gelido, apparentemente morto mondo sotto la terra, presentendo non solo, ma conoscendo, che lo spirito risveglia nuova vita dalla morte. Su qualunque grado dello sviluppo siamo, possiamo sentire fino in fondo quello che in ogni tempo coloro che erano stati iniziati hanno sentito, coloro che sono veramente scesi in questo Natale intorno all’ora di mezzanotte, per contemplare il sole spirituale intorno alla mezzanotte natalizia, dove il sole spirituale della mezzanotte natalizia fa emergere dal sasso apparentemente morto per primo la vita germogliante, spuntante, affinché possa apparire nella nuova primavera.

Noi stessi ci sentiamo uniti con quelle forze del mondo che operano, anche se si sono ritirate esternamente fisicamente nel gelo e nella mancanza di amore. Questo vogliamo sentire, come lo sentiranno tutti coloro che nel tempo di Natale veramente sempre ricordano il sole spirituale, quel sole del Cristo che sta dietro il sole fisico. Vogliamo sentire come loro, per salire gradualmente, vivere e poi contemplare quello che l’uomo può contemplare quando sviluppa sempre nuove forze in se stesso che lo collegano allo spirituale. E di ciò di cui abbiamo parlato già alcuni anni fa, quando celebrammo la festa di Natale, questo concluda anche questa considerazione come il più importante, che noi nel corso dell’anno possiamo accogliere e versare nelle nostre anime:

Il sole guardi All’ora di mezzanotte.

Con pietre edifichi Nel fondamento senza vita.

Così trovi nel declino E nella notte della morte Il nuovo inizio della Creazione, La giovane potenza del mattino.

Le altezze lascino rivelare La parola eterna dei Dei, Le profondità devono custodire Il tranquillo tesoro.

Nel buio vivendo Crea un sole Nella sostanza tessendo Riconosci il piacere dello spirito.

Atmosfera natalizia

12°Stato d’animo natalizio

Berlino, 26 Dicembre 1909

Abbiamo cercato, nei giorni precedenti il Natale, di elevarci a quella atmosfera che anche nel senso antroposofico può essere chiamata la giusta atmosfera natalizia. Tentammo allora di rievocare nella nostra anima che esiste un’interpretazione della festa natalizia che in certo modo rende l’atmosfera natalizia applicabile a tutto ciò che di importante accade nell’esperienza annuale dell’uomo. Per chi cerca la conoscenza, in particolare nei nostri tempi, deve appartenere ai sentimenti più importanti quello di poter celebrare il Natale di fronte alla conoscenza dello spirito stesso. E celebrare il Natale di fronte alla conoscenza dello spirito, che cosa potrebbe significare, se non elevarsi sinceramente, ardentemente nel cuore e ripercorrere come abbiamo fatto durante l’anno, per adempiere il nostro dovere spirituale verso lo sviluppo dell’umanità attuale, comprendendo il compito dell’umanità nel nostro tempo, arricchendo sempre più le nostre anime di contenuti tratti dall’esperienza del mondo spirituale, affinché possiamo appartenere, possiamo essere degni di appartenere, a coloro che nella prossima epoca di sviluppo umano dovranno svolgere il necessario lavoro spirituale.

Così cerchiamo durante tutto l’anno di immergere nelle nostre anime il contenuto della scienza dello spirito, cerchiamo di penetrare nella saggezza antroposofica. E quando poi l’anno volge al suo termine, termine che si manifesta già esternamente come importante per il fatto che attorno a noi la debole forza dei raggi solari crea un eccesso di oscurità, allora cerchiamo di comprendere, in questo tempo di festa, come possiamo celebrare il nostro Natale antroposofico. Cerchiamo costantemente di renderci conto che la verità antroposofica intera deve essere permeata e illuminata da quell’impulso potente che noi chiamiamo l’impulso del Cristo!

Se scriviamo così le verità antroposofiche nel nostro cuore, nella nostra anima, come il messaggio del Cristo stesso, allora possiamo dire che in occasione del Natale noi antroposofi dobbiamo sviluppare l’atmosfera natalizia facendo sì che quello che riceviamo durante tutto l’anno nella nostra anima sia illuminato da sentimenti più profondi, diventi forza vivente. Possiamo sentire: non solo sappiamo qualcosa della saggezza antroposofica, ma essa penetra nella nostra anima, nel nostro cuore, così che diventa una forza di luce e di calore che ci abilita, in tutti gli ambiti della vita, dovunque ci troviamo, ad adempiere il nostro dovere nell’anno che viene, a svolgere il nostro lavoro. Se allora cerchiamo di trasformare le verità sacre dello spirito in sentimenti sacri, in forza sacra nella nostra anima, allora nasce in noi, a un livello più elevato, quello che inizialmente riceviamo con le forze di questo mondo terrestre. Perciò anche nel tempo di Natale possiamo sempre più ricordare quelle occasioni per mezzo delle quali questo o quel nostro ari di umanità ha cercato di elevarsi verso le regioni della spiritualità, dove il Cristo stesso può essere trovato. A questa regione di sentimenti ci aveva già condotto a Natale il nostro autentico poeta cristiano tedesco Novalis. E anche oggi può certamente provenire da un autentico poeta teosofico, come lo era Novalis, qualche atmosfera natalizia, come è stata appena indicata — il riscaldarsi a quei raggi di calore — e possiamo forse provare la sensazione più calda, nel modo in cui Novalis ci offre le sue più belle sapienze in forma magnificamente poetica, come possiamo dalla conoscenza dello spirito ottenere la possibilità di colmare la vita di un nuovo splendore.

Fuori la vita rumoreggia accanto a noi, e il nostro proprio lavoro si unisce al rumore odierno della vita. Se all’interno dell’antroposofia otteniamo la possibilità di portare giù la saggezza dal mondo spirituale, allora ovunque, per quanto prosaici possano sembrare i momenti, con l’oro della saggezza antroposofica doriamo la vita. Questo dobbiamo imparare. Allora vedremo come colmiamo la vita di un nuovo splendore, quando ogni anno lasciamo che l’atmosfera natalizia antroposofica penetri nella nostra anima, quando facciamo rinascere l’antroposofia come sentimento e sensazione nel nostro stesso interno nel periodo natalizio. Allora sentiremo come sia impossibile, se vogliamo rimanere nel mondo ordinario, elevarsi verso la spiritualità anche solo in minima parte. Oh, ci sono molte occasioni che impediscono all’uomo odierno di dispiegare le ali per giungere nel mondo spirituale! Simbolicamente può esserci quella che vi racconterò brevemente.

Molti di noi possono avvicinarsi alla scienza dello spirito, possono dire: ah, tutto quello che la scienza dello spirito mi offre sarebbe bello, sarebbe meraviglioso, tutto questo riscalda il mio cuore, la mia anima diviene amorevole; ma — non riesco a credervi! Tutto quello che ho imparato nel mondo esterno, i pregiudizi che mi sono appropriato, mi tengono stretto, mi dice: questo è davvero solo fantasticheria, questo davvero non è costruito su un fondamento pieno e sicuro! — Così molti stanno dentro nel dubbio amaro. Se potesse elevarsi fuori dai pregiudizi del mondo esterno che lo pressano così duramente oggi, se potesse sentire libero nel puro etere dello spirito, vedrebbe che avverte la forza dello spirituale, e la porterebbe anche nel lavoro delle sue mani nella vita quotidiana. Simbolicamente per questo sentimento, che così impedisce all’uomo comune, collocato nel presente, di sentire libero e senza ostacoli quello che la scienza dello spirito può dare per il cuore e l’anima, simbolicamente può essere un piccolo evento.

C’era un uomo del diciottesimo, diciannovesimo secolo, il nobile tedesco Hardenberg. Aveva un figlio, di cui potevamo confessare nel nostro circolo più ristretto di lavoro, che aveva dato poesie e sapienze da un’anima che era la reincarnazione di personalità significative e potenti, che avevano compiuto cose importanti per la terra. Ma stando sotto l’influsso del mondo esterno sull’uomo, come avrebbe potuto il padre riconoscere questa anima nel figlio? Come avrebbe potuto presagire lo spirito che poteva liberarsi dall’anima di questo figlio? Allo stesso modo non ha potuto liberarsi, dai pregiudizi del mondo materiale, della convivenza con la realtà fisica, come oggi molti uomini riescono poco puro a sentire, liberi dai pregiudizi del nostro mondo, la forza costrittiva della saggezza spirituale dell’antroposofia.

Il vecchio Hardenberg si era in certo modo liberato dal lato molto rude della sua incomprensione nei confronti di suo figlio. Dalla piena vita materiale si era elevato, per sentire tuttavia qualcosa nella sua comunità di Herrnhut di uno spirito profondamente religioso, potremmo dire della conoscenza dello spirito del mondo ancora nel vecchio modo. Ma non era riuscito a provare la forza e la potenza delle sapienze che provenivano dall’anima di suo figlio. Per questo erano necessari sentimenti autorevoli fissati attraverso lunghi periodi, che si possono sentire suggestivamente all’interno di una tale comunità, affinché fosse toccato nella sua anima più profonda da quello spirito cristiano vero che può essere compreso solo se è pervaso dal soffio della conoscenza dello spirito.

Il vecchio Hardenberg sentì una volta straordinariamente quel soffio dello spirito, dello spirito cristiano, quando era nella sua comunità di Herrnhut insieme alle altre personalità e si intonava un canto comune. Attraverso questo canto, la cui origine non conosceva, lo toccò un soffio di eternità, e fu profondamente commosso da quel canto che così iniziava:

Che cosa sarei stato senza di te? Che cosa non sarei senza di te?

Sentì qualcosa che prima non aveva potuto sentire. E la celebrazione era finita. Il vecchio Hardenberg uscì e chiese ad alcuni, ai partecipanti: di chi è questo meraviglioso poema? — Ma è di suo figlio! — Libero da ogni connessione con il fisico, non disturbato dai pregiudizi del piano fisico, il vecchio Hardenberg aveva sentito la forza costrittiva della vita spirituale. Ma il figlio era già da alcuni mesi sotto terra quanto al suo corpo fisico! Perché questo evento il vecchio Hardenberg l’ebbe solo alcuni mesi dopo la morte di Novalis. Quando il vecchio Hardenberg così era stato capace, attraverso le circostanze, di staccarsi per un breve tempo dal piano fisico di tutti quei pregiudizi che vi si generano, allora fu innalzato alle alte spirituali, dove sentì la forza costrittiva, la potenza costrittiva delle altezze spirituali, che dovremmo sentire indipendentemente da tutti i pregiudizi del mondo materiale. Lasciamo giù i pregiudizi materialistici del presente! Sentiamo la costrizione della vita spirituale e lasciamo che nel nostro cuore fluisca forza e calore da essa! Se facciamo questo al momento giusto, allora adempiremo i nostri doveri verso l’umanità del presente.

Con questo simbolo, tratto da un vero evento della vita del padre di Novalis, volevo condurvi al sentimento verso cui ora vogliamo elevarci attraverso quella forza costrittiva che riposa nei canti di Novalis.

Qui Marie von Sivers (Marie Steiner) ha recitato nove «Canti Spirituali» di Novalis.

Forse è più facile proprio in questo periodo di festa sentire e provare veramente, non solo intendere e sapere, quello che abbiamo considerato per molte ore seguendo i nostri Vangeli. E una gran parte del tempo che avevamo a disposizione l’anno scorso per tali meditazioni è stata dedicata alla considerazione di questi Vangeli. Così oggi, in questa breve considerazione che deve ancora connettersi alla nostra festa natalizia, sia più che altro indicato alle importanti conseguenze che scaturiscono dalla nostra meditazione evangelica: le connessioni con quell’evento che specialmente nel periodo natalizio deve star così vivamente davanti ai nostri occhi — le connessioni con l’evento del Cristo.

Possiamo dal Cristianesimo evento in molte direzioni misurare il significato e la potenza della visione del mondo antroposofica per il presente e per il futuro dell’umanità. Se di fronte all’evento del Cristo lasciamo agire nella nostra anima un sentimento così profondo come quello che era di Novalis, saremo sempre di nuovo interrogati: come possiamo sempre più provare la verità di ciò che come un impulso immenso è penetrato nell’umanità, quando in Palestina il Cristo Gesù è nato? — E nel nostro presente possiamo proprio portare l’antroposofia in un’intima connessione con questo evento del Cristo. Abbiamo potuto mostrare come i diversi flussi della vita spirituale umana del tempo precristiano confluiscono nell’evento della Palestina. Abbiamo potuto indicare come questo evento della Palestina oggi dalla maggior parte delle persone è al massimo presagito, e come sarà solo poco a poco, quando gli uomini si approfondiscono spiritualmente, in un lontano futuro che la sua completa potenza e significato potranno essere compresi. Infatti quale saggezza si svilupperà nel corso dello sviluppo della terra: l’approfondimento più bello troverà questa saggezza una volta nel fatto che si renderà strumento per comprendere che cosa è veramente l’impulso del Cristo.

Oggi stiamo già in una certa misura di fronte alla necessità immediata di mostrare, dalle esperienze spirituali, a questo evento del Cristo. L’umanità nel momento in cui il Cristo camminava sulla terra in forma corporea, ricevette il grande e potente impulso di elevarsi di nuovo nel mondo spirituale. Ma questo impulso agisce tuttora, fin nel nostro tempo, come un impulso che ha davvero afferrato solo le anime idonee nella sua vera forma. Piuttosto l’umanità nel suo insieme iniziò, come per colmare la misura di quello che deve essere superato, a continuare il cammino sempre più profondamente nell’esistenza materiale. È l’esistenza dell’uomo una discesa nella materia. Sempre più profondamente scese l’uomo anche nei tempi postatlantici nella materia. L’evento del Cristo significa l’impulso di forza per elevarsi di nuovo. Ma questo impulso di forza è stato compiuto solo nella minima parte. Invece la discesa nella materia anche nel tempo postcristiano divenne sempre più forte come evento terrestre, così che attraverso la discesa nella materia anche l’intero pensare, sentire e provare degli uomini è stato danneggiato.

Stiamo oggi già di fronte a un’epoca, viviamo in un’epoca in cui la ricerca materialistica è penetrata nella concezione dell’evento del Cristo. E in ora seria conviene ben sottolineare cose serie, come questo: che nel nostro tempo la ricerca materialistica stessa ha afferrato l’evento più spirituale che si sia esteso sopra la nostra terra. Vediamo come oggi teologi materialisti, secondo la cosiddetta « ricerca storica », dicono che è impossibile prove per un Cristo storico esteriore! E sono teologi oggi quelli che dicono: la ricerca storica stessa è costretta ad ammettere che storicamente non può essere provato che al principio della nostra era temporale in Palestina vivesse colui di cui così potenti parole ci sono annunciate nei Vangeli, da cui così potenti impulsi sembrano essersi riversati nella vita spirituale umana!

Così sembra oggi che la « Scienza » si senta chiamata, dai suoi metodi, a spazzare via il Cristo storico dal mondo. Perciò si deve ricordare che la scienza dello spirito oggi proprio inizia a essere chiamata a provare, dai suoi elementi, questo Cristo Gesù storico. La fede degli uomini non dipende dalle verità interiori di un ramo del sapere. Prove su prove potrebbero darsi per la debolezza di un ramo del sapere. Gli uomini possono vivere e non notare affatto che tali prove esistono. Così in futuro — e il tempo durerà ancora lungo, dove questo è il caso — sempre più e più uomini in un ambito andranno incontro al pensiero materialista e sempre più e più saranno afferrati dalla convinzione che il metodo storico sicuro è costretto a negare la certezza di un Cristo Gesù storico. La scienza sembra spazzare via quello per cui noi, come abbiamo sottolineato, speriamo di ottenere un nuovo simbolo nello splendore della saggezza dorata.

Certamente verrà il tempo in cui si saprà del Cristo solo in circoli come questo, dove ci si confesserà alla scienza dello spirito, attraverso cui si comprenderà la parola: « Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo! », e colui che è capace di guardare nella ricerca spirituale saprà che Colui da cui è proceduto l’impulso del cristianesimo, si trova sempre nel mondo spirituale, e che da questo mondo spirituale la certezza deve essere ottenuta per l’evento del Cristo. Solo in circoli in cui ci si tiene a tale confessione spirituale la certezza potrà essere ottenuta per ciò per cui si cerca di nuovo questo simbolo. E gli uomini fuori non si faranno provare che il metodo storico, il metodo scientifico esteriore stesso, è costruito su un terreno paludoso. Chi certamente oggi è capace di intendere il valore e l’essenza della scienza, sa già dalla debolezza e dall’assenza di fondamento dei metodi quanto poco significhi quando oggi proprio coloro che credono di procedere rigorosamente scientificamente vengono e dicono: tutte le figure, a cominciare dal Cristo fino agli apostoli, non possono essere provate storicamente. — Ma passerà ancora lungo tempo prima che gli uomini si liberino da quella fede nell’autorità per la quale credono che non sia una fede nell’autorità. Oggi la peggiore fede nell’autorità è presente. E gli uomini non vedono affatto che il vero liberatore dalla fede nell’autorità è Colui che nel profondissimo interno ha insegnato agli uomini a costruire sulla forza dell’Io proprio. Colui che ci ha mostrato quello che deve essere accolto in questo Io, ci può anche mostrare come possiamo trovare la forza della verità, come possiamo trovare le fonti della verità nel nostro interno. Con il Cristo nel nostro interno troviamo la verità nel nostro interno; con il Cristo nel nostro interno troviamo il fondamento sicuro di un giudizio libero e indipendente, troviamo il fondamento sicuro oltre ogni autorità. Ma noi dobbiamo anche, in ora seria, da questo evento del Cristo farci dire una parola seria, affinché possiamo imparare a sentire la nostra vocazione come antroposofi.

Forse farei il piccolo inserimento che ora sono spinto a fare, nelle prossime conferenze, se non durasse lungo tempo prima che ci rivedremo. Ma vorrei indicare qualcosa che l’antroposofo dovrebbe comprendere come uno dei sintomi più profondi del suo tempo: l’impossibilità della ricerca scientifica nel nostro tempo. Coloro che vogliono credere a questa scienza esterna, che oggi vuole anche discuterne il Cristo storico, saranno inemendabili. Ma deve pur esserci qualche uomo che dall’impulso dell’antroposofia intenda come la scienza esterna in tutti i campi si dissolve da sé, e come solo la vita spirituale nel futuro dell’umanità può recare il bene.

Non si vede dalle circostanze del tempo ciò che è più importante. In questi giorni si è svolto a Vienna un processo, su cui il mondo intero ha guardato. Tutta l’Europa era riunita attraverso i suoi rappresentanti, per farsi informare di questo processo, perché lo si riteneva importante. Ma la cosa più importante che si è svolta là, probabilmente non l’ha vista nessuno. E coloro che non sono preparati antroposoficamente, nemmeno se la sentissero pronunciare, proverebbero questa cosa più importante come una fantasia. C’era uno storico, uno storico rinomato in Europa, che è stimato dai suoi colleghi della ricerca storica, e che ha scritto opere importanti secondo il metodo storico strettamente presente, un « buon scienziato ». Questo scienziato ha ricevuto nelle mani una serie di documenti che erano stati tramandati da uno degli stati più meridionali d’Europa. Questi documenti dovevano provare che nel sudest dell’Austria era stato commesso tradimento. Chi poteva allora, secondo il giudizio degli uomini del presente, essere più indicato a esaminare ciò, che uno storico? Uno storico dovrebbe pur essere più di chiunque altro indicato per verificare il valore dei documenti. Non si basa pure tutta la fede del mondo sui documenti! Come si usano i documenti e li si mette insieme, come li si verifica, questo dà la verità. Questo deve pur essere l’unico e solo a dare la verità sui miracoli del cristianesimo!

Questo storico e ricercatore di storia, che quei documenti riceveva nelle mani, era certamente anche uno studente di quello storico, a cui volentieri a volte penso quando ripercorro la mia stessa giovinezza. C’erano due storici: uno era uno storico rigoroso riguardo ai metodi rigorosi della ricerca di documenti; l’altro, il suo collega, non teneva nemmeno altrettanto a questi metodi rigorosi, ma piuttosto al fatto che gli studenti sapessero qualcosa dei veri eventi storici. Così accadde una volta che lo studente preferito di quel ricercatore di documenti venisse al dottorato. Fu esaminato prima nella dottrina dei documenti, cioè nella dottrina attraverso cui si impara a determinare bene come si arriva alla verità attraverso mezzi esterni, materiali. Gli fu chiesto ad esempio in quale documento papale appare per primo il puntino sulla i. È molto importante saperlo! E lo studente lo sapeva subito, che sotto un certo Innocenzo appare per primo il puntino sulla i. Ma l’altro storico, il collega, allora chiese: potrei io ora fare una domanda anche allo studente, che ha saputo così esattamente dove appare per primo il puntino sulla i? Mi dica, signor studente, sa per caso anche quando quel Papa, nei cui documenti appare per primo il puntino sulla i, è salito al soglio papale? — No, non lo sapeva. Sa allora forse quando è morto? — No, non lo sapeva nemmeno. Bene, signor studente, mi dica un po’ altro ancora di questo Papa! — Non sapeva nulla! Allora il professore, che era il suo professore preferito, disse: ma signor studente, è come se le avessero inchiodato una tavola davanti alla testa! — Ma l’altro disse: così, signor collega, è pur suo studente preferito! Chi gli ha inchiodato la tavola davanti alla testa?

Quello storico allora non ha imparato nulla di particolare. Ma divenne un abile ricercatore di documenti, che con tutti i mezzi della ricerca storica poteva determinare quale fosse la verità di tempi lontani passati. Come potrebbe allora qualcuno essere più indicato di lui a esaminare quale tradimento fosse compiuto in quei documenti che gli erano stati consegnati da parte molto importante? Così andò con tutti i mezzi della ricerca storica a esaminare, e accusò in un articolo pubblico un’intera serie di persone di azioni gravi. Venne a un processo. E in questo processo uno dei documenti più importanti risultò essere una grossolana falsificazione! Si trattava del fatto che una certa personalità in una certa città avrebbe dovuto presiedere un’associazione; ma avrebbe potuto essere stabilito con una semplice domanda che questo uomo era proprio a Berlino nel tempo in questione.

La ricerca storica è proceduta rigorosamente con i documenti, che erano stati presi dai fatti del presente. Il metodo storico non ha realizzato in questo caso altro che farsi ingannare riguardante i documenti del presente. L’importante di cui intendevo parlare è questo: che qui non è stato un uomo o uomini a stare di fronte al tribunale, ma il metodo storico, il metodo scientifico è stato in questo caso condannato, condannato effettivamente! Questo è il sintomo più importante di un processo che si svolge immediatamente nel presente.

Si dovrebbe allora chiedere molto seriamente: che valore ha un metodo che si propone di decidere se qualcosa è accaduto diciotto o diciannove secoli fa, se questo metodo non è capace di scoprire qualcosa sulle cose più grossolane del presente? La « Scienza » stessa sedeva qui sulla panca degli imputati. Questo si dovrebbe riconoscere! E una scienza che nasce dai pregiudizi materialisti del presente sedere sempre sulla panca degli imputati, quando gli uomini sono troppo pigri per dedicarsi a un’autorità come sola autorità del presente può essere, che si distingue da quella per il fatto che si sa chi essa è. Nelle altre autorità non si sa più chi esse siano, chi sia la Signora « Scienza ».

Seguite con seria confessione alla visione del mondo spirituale quello che oggi si chiama Scienza, e vedrete come si dissolve, come si rivela costruito su un vero terreno sabbioso, come cede quando ci si accinge a lavoro seriamente. Ma gli uomini non si arrenderanno a considerare il presente da questo lato.

Gli uomini — soprattutto quelli che stanno al di fuori della vita antroposofica — non avranno la serietà di guardare come sono costituiti i metodi che spingono i giudizi materialistici forzati nelle anime degli uomini.

Perciò ancora per lungo tempo non ci sarà alcuna possibilità se non nell’intimo cerchio dell’attività antroposofica, di vedere nella sua verità quello che è per il massimo bene dell’umanità. E se quello che è accaduto in Palestina e che noi simbolicamente facciamo rinascere di nuovo nel nostro cuore ogni anno, se quello sempre più dovesse essere negato e spazzato via dalla scienza esterna: all’interno del flusso mondiale antroposofico, della visione spirituale del mondo, ci sarà una sede dove la potenza dell’evento palestinese sempre più luminosamente si accenderà e da dove a sua volta nella restante umanità fluirà la vita, che può venire solo da questo evento.

Che cosa può sorgere nella nostra anima da un vero partecipare all’evento della Palestina? « Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dell’epoca terrestre! » Così potremmo dire è la parola fondamentale del Cristo Gesù. Cioè il Cristo Gesù camminò al principio della nostra era temporale in Palestina in forma corporea. È da quella volta a trovarsi nel mondo spirituale, perché da quella volta si è unito all’atmosfera spirituale della terra. Egli è diventato lo spirito della terra. Lo troviamo nell’atmosfera spirituale della nostra terra, se lo cerchiamo lì. Egli sempre più permea tutta la vita della nostra terra.

Ma che cosa dovrebbero gli uomini ottenere attraverso questo spirito del Cristo che sempre più vive nella loro anima? Se vogliamo intendere esattamente quello che gli uomini dovrebbero ottenere nel futuro attraverso questo spirito del Cristo che sempre più vive nella loro anima, allora dobbiamo proprio tentare quello che ormai da alcuni tempi facciamo all’interno del nostro movimento antroposofico. Quello che facciamo nel movimento antroposofico non è scaturito da un’arbitrarietà, non è scaturito da alcun semplice programma istituito solo da questo o da un altro uomo. La vita spirituale rimonta infine alle fonti che noi cerchiamo presso quelle individualità che noi chiamiamo i « Maestri della Saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti ». E presso di loro troviamo gli impulsi, quando li cerchiamo rettamente, come da epoca a epoca, da era a era dovremmo agire.

Un grande impulso è venuto a noi dal mondo spirituale negli ultimi tempi. E oggi, nella solenne sera natalizia nel nostro circolo, sia indicato a questo importante impulso a un insegnamento che ci è fluito nel corso degli ultimi anni dal mondo spirituale come una misura del piano astrale. E sotto questo impulso il nostro movimento antroposofico si è sviluppato qui nell’Europa centrale. Pressappoco nel modo seguente potremmo rivestire questo impulso in parole umane: Guarda a quello che accade nel mondo esterno: le parole dei Vangeli sono sempre più e più fraintese! Le si torce, le si esamina con metodi storici esterni. Tutta la storia meramente esterna deve rimanere silente per il ricercatore spirituale per un certo tempo. Quello che è necessario adesso è che i Vangeli siano di nuovo compresi molto letteralmente, perché nella loro comprensione letterale risiede il loro vero fondamento di saggezza!

Fummo istruiti dal mondo spirituale a conoscere di nuovo i Vangeli letteralmente, a comprendere quello che è contenuto nelle loro parole. Da questo impulso — e dall’estensione e dall’elaborazione di questo impulso — è scaturito tutto quello che abbiamo tentato nella considerazione del Vangelo di Giovanni, del Vangelo di Luca e del Vangelo di Matteo, e che continueremo a tentare nella considerazione del Vangelo di Marco. Letteralmente dobbiamo ancora tentare di comprendere i Vangeli! Così ci dicono coloro il cui impulso riceviamo dal mondo spirituale. Questo è il cristianesimo che viene: seguire questo impulso, comprendere i Vangeli nella loro letteralità. E che cosa ci sarà, quando comprendiamo i Vangeli letteralmente, quando seguiamo l’insegnamento delle potenze spirituali che hanno parlato dal piano astrale così chiaramente come difficilmente in un secolo parleranno una seconda volta? Questo sarà quello che ci deve divenire necessario, se vogliamo farci strumento per guidare e insegnare nella maniera giusta l’epoca di sviluppo umano che viene, riguardo a quello che nella comunità ha bisogno di guida e di insegnamento.

Se ripercorriamo con lo sguardo quei tempi in cui lo sviluppo dell’umanità si è svolto in remote antichità, sappiamo che allora ancora non era così che l’Io umano fosse pienamente sviluppato. L’uomo nella sua evoluzione riconduce a un’anima di gruppo. Come gli animali oggi ancora hanno un’anima di gruppo, così a un certo numero di uomini era propria un’anima-Io comune. Lo troviamo presso tutti i popoli. Sappiamo dunque che l’umanità si è evoluta da uno stato di anima di gruppo. E nel tempo in cui il Cristo scese sulla nostra terra, l’umanità era giunta al punto in cui le antiche anime di gruppo iniziavano a perdere il loro significato. Le antiche anime di gruppo si erano ritirate. Ogni uomo era destinato a sviluppare in sé l’anima individuale, l’effettiva Ichheit. E chi portò quello che doveva riversarsi nell’anima individuale? Lo portò l’impulso del Cristo! E quanto più ci riempiamo con questo impulso del Cristo, tanto più ricca diviene la nostra Ichheit, così che essa in se stessa solleva quelle verità di cui abbiamo bisogno per vivere nel futuro.

Proprio adesso siamo giunti nel presente a un importante punto di svolta. Molti oggi si chiedono: Che cosa ha significato che parliamo di reincarnazione, se non ci si può ricordare delle incarnazioni precedenti? Certo, oggi non si può. Ma ho già sottolineato: se si porta un bambino di quattro anni e si dice: Questo è un uomo; ma non sa ancora contare —, questo non è una prova che l’uomo non possa contare. Si deve aspettare finché il bambino sia cresciuto per imparare a contare. In dieci anni potrà contare. Così l’anima dell’uomo diverrà matura per ricordarsi delle incarnazioni precedenti. Se se ne ricorderà correttamente, questa è una seconda questione.

Proprio adesso stiamo a un importante punto di svolta. Nel quarto tempo postatlantesimo il Cristo scese come l’impulso con cui gli uomini possono sentire la loro Ichheit come un’entità fondata in se stessa. Adesso stiamo nel quinto tempo, l’ultimo, in cui gli uomini non possono più ricordarsi delle loro incarnazioni precedenti. Nel sesto tempo, che seguirà al nostro, gli uomini si ricorderanno delle loro incarnazioni precedenti. Se se ne ricorderanno correttamente, dipende da come oggi assorbono nella loro anima gli impulsi per questo, se si rendono capaci di ricordare nella maniera giusta. Solo coloro in futuro si ricorderanno nella maniera giusta della loro attuale esistenza, che hanno accolto l’impulso del Cristo, la fonte della vera Ichheit. Per questo invece si formeranno nuove anime di gruppo tra coloro che non accolgono questa fonte della vera Ichheit.

Guardi una volta alla realtà esterna: come gli uomini oggi pressano proprio verso l’anima di gruppo, benché non lo dovrebbero, ma potessero trovare fonti di verità che sgorgano nella loro propria anima. Osservi come ciascuno vuole fare tutto solo come «si» fa tutto. Gli uomini non cercano quello che soli potessero trovare nella loro anima; li vediamo invece cercare quello che li riunisce in categorie, in gruppi, e come sono più felici quando non hanno verità indipendenti, ma possono avere quello che è uguale agli altri. Sì, si odia persino l’individualità, così che in questo odio contro il singolo si crede di foggiare le armi più forti contro una saggezza come quella antroposofica. Perché la saggezza antroposofica deve risplendere nell’anima di ogni singolo uomo; non può essere forzata con leve e viti, con esperimento esterno. Quello che è detto dal lato antroposofico non si presenta a noi con leve e viti esterne. Dobbiamo appropriarcene ognuno per se stesso, perché appartiene al mondo invisibile, in cui ogni uomo stesso deve entrare con il suo pensiero, senza essere persuaso da uno strumento esteriore. Attraverso la saggezza antroposofica diventiamo un’individualità.

Se accogliamo questa saggezza antroposofica nel modo giusto individuale, in cui è permeata dall’impulso del Cristo, allora scende nella nostra anima quello che ci rende possibile che nel sesto tempo ci ricordiamo di un’Ichheit che ogni singolo ha per se stesso, che è chiusa in se stessa. Invece il ricordo di coloro che oggi cercano anime di gruppo artificiali sarà che l’anima di gruppo sarà ancora là. Gli uomini si ricorderanno nel sesto tempo della loro incarnazione presente; ma allora sarà loro chiaro: Tu eri allora legato nel tuo giudizio con il giudizio degli altri! — E sarà una catena terribile per l’uomo che deve sentirsi posto in un’anima di gruppo. L’anima di gruppo minaccia coloro che nel nostro tempo non sono capaci di accogliere l’impulso del Cristo. Se accogliamo il messaggio dell’evento del Cristo, quel messaggio dell’Ichheit umana, allora scende nella nostra anima la possibilità di raggiungere lo scopo dell’umanità per il sesto tempo: non rivolgere lo sguardo a un’anima di gruppo, bensì a un’Ichheit permeata dal Cristo.

Così in colui che il cristianesimo dei nostri tempi sa afferrare nel modo giusto, sa farsi pervadere e compenetrare dallo spirito dell’antroposofia, entra quello che è necessario affinché possa essere un uomo intero nel sesto tempo e possa essere uno strumento per il giusto agire in quel tempo.

Così la questione è: Se vogliamo deciderci a guardare indietro dalle nostre reincarnazioni nel sesto tempo alla nostra Ichheit nel presente come non individuale, come non indipendente, come legata nell’anima di gruppo; oppure se vogliamo ricordarci di un Io che ha afferrato la fonte della spiritualità nel nostro stesso sviluppo terrestre, che ha afferrato la grande parola: Prima che ci fosse ogni personalità, prima che ci fosse qualcosa che potesse viversi in altro modo sulla terra, e «prima che Abramo fosse, l’Io-sono era».

Quello che vive in noi si connette immediatamente con lo spirito del Padre. Quello che attraverso la comprensione dell’impulso del Cristo può rivivere in noi si connette in noi consapevolmente solo con la fonte del mondo, se comprendiamo l’impulso del Cristo. Così l’impulso del Cristo, nel momento in cui scende nella nostra anima, significa la possibilità per noi di risorgere come una tale entità-Io nel sesto tempo che rivolge lo sguardo all’indipendenza. Lasciamo che il Cristo rettamente compreso nasca nel nostro stesso interno: allora potremo risvegliare il ricordo di questo Cristo rettamente compreso nel sesto tempo postatlantesimo.

Se nel quinto tempo festeggiamo una festa natalizia giusta, allora nel sesto tempo potremo festeggiare una festa pasquale giusta. Come il bellissimo canto natalizio ci canta nella notte cristiana: «Oggi il Salvatore è risorto per noi!», così noi, ripercorrendo il ricordo del Cristo nato nella nostra anima, ascolteremo in noi stessi il messaggio in questa vera e più alta entità-Io. Ci ricorderemo di ciò e faremo risorgere questo ricordo come la festa pasquale in noi stessi; e allora potremo ascoltare in noi stessi il grande bellissimo tono d’organo pasquale: Il Cristo in noi risorga come accendente e illuminante la nostra stessa divinità individuale!

Così la festa natalizia e la festa pasquale nel quinto e nel sesto tempo del nostro tempo postatlantesimo si uniscono insieme. Così dobbiamo imparare a comprendere quello che conosciamo dai Vangeli. Abbiamo già in parte imparato e continueremo a imparare come si sono riversate insieme nel cristianesimo la corrente buddhista, la corrente zoroastriana e la corrente ebraica antica; come sono entrate, nel senso in cui ce lo descrivono i Vangeli, nella personalità del Cristo Gesù. Nella nostra stessa Ichheit deve acquistare vita quello che così nel tempo precristiano ha tessuto e vissuto nel mondo; questo deve rinascere, permeato dall’impulso del Cristo. Allora festeggiamo la festa natalizia antroposofica nella nostra propria anima: la nascita del Cristo in noi. E se portiamo questo Cristo compreso in noi attraverso Kamaloka e Devachan in una nuova vita terrena, e da là sempre di nuovo a una nuova esistenza terrestre fino al sesto tempo, allora ci ricorderemo di quello che abbiamo provato nel nostro quinto tempo e festeggeremo così la festa pasquale cristiana in noi stessi.

Così viva in noi nel simbolo natalizio simbolicamente quello che negli ultimi tempi abbiamo assorbito dai Vangeli come il mistero del Cristo nella nostra anima. Così lasciamo che queste luci che qui davanti a noi ardono siano un appello a noi di vivere quell’impulso che ci viene dal mondo spirituale: comprendere letteralmente i Vangeli! E queste luci che brillano esternamente le comprendiamo come i simboli di quelle luci che devono essere accese nella nostra anima; luci che, quando sono accese attraverso la conoscenza antroposofica del Cristo, continueranno a bruciare nel sesto tempo dell’epoca postatlantesima.

Sentite, proprio in questa festa natalizia, che sta nelle vostre anime il decidervi a diventare gli strumenti degni in questo senso per lo sviluppo dell’umanità nel futuro! Sentite il peso e il significato intero della decisione antroposofica: non dobbiamo essere antroposofi ognuno per se stesso; ma, considerando quello che è stato appena detto, dobbiamo essere antroposofi dal dovere verso l’umanità, dal dovere verso il compito intero dell’umanità e la missione dell’umanità. Lasciamo che scenda dal bellissimo albero natalizio simbolicamente la luce che ci può accendere verso questa nostra missione spirituale dell’umanità. Allora abbiamo inteso qualcosa di quello che può darci di nuovo, per un nuovo anno, la forza di penetrare sempre più profondamente nella vita antroposofica e nelle sapienze antroposofiche.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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