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O.O. 130

Il cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell'umanità

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1°Prefazione di Marie Steiner

La Società Teosofica, fondata da H. P. Blavatsky, aveva il compito di indirizzare verso una connotazione occulta

l’interesse sorto in Europa per la spiritualità orientale, che nel mezzo

dell’Ottocento era stato fortemente suscitato da Schopenhauer e da altri grandi

pensatori. La «Secret Doctrine» - la Dottrina

Segreta - di H. P. Blavatsky fu l’opera che suscitò grande sensazione e per il cui tramite

la Società Teosofica aveva trovato rapida diffusione nei paesi

anglofoni. Il cristianesimo vi era passato sotto silenzio. Un tentativo di occultisti

rosacrociani di porre il cristianesimo al centro della nuova corrente, per il cui tramite si sarebbero valsi delle capacità medianiche dell’autrice, era stato

respinto assai prima. Era però necessario armonizzare fra loro la sapienza

d’Oriente e quella d’Occidente.

L’antica sapienza del passato doveva perpetuarsi nella formazione futura

dell’umanità, la cui redenzione era garantita dal Mistero del Golgota. Così come

un tempo il giovane cristianesimo europeo, colmo di fede, aveva accolto la scienza

con l’ondata dell’arabismo e la visione della natura si era sviluppata in scienza

naturale, così in quel momento l’umanità contemporanea, caduta nel materialismo

e disseccata, doveva essere ravvivata mediante la penetrazione con le conoscenze dell’antica sapienza.

Ciò accadde attraverso la conoscenza della filosofia buddhista e portò molte anime ad accogliere e comprendere la dottrina del karma e della

reincarnazione. I lavori scientifici di Max Müller, Deussen e altri importanti

filosofi aprirono agli europei un mondo di spiritualità travolgente e di

immaginazioni piene di vita. Tuttavia, la chiave per afferrare questi

mondi doveva ancora essere donata alla scienza intellettuale. L’opera di Blavatsky e

dei suoi allievi non bastava a questo scopo: occorreva trovare personalità idonee come mediatrici.

H. P. Blavatsky era stata, per la particolare costituzione del suo organismo

fisico, uno strumento particolarmente accessibile agli influssi dei mondi spirituali.

La sua forte volontà la rendeva idonea all’adempimento di compiti difficili al

servizio dell’umanità. Il suo pensiero era frammentario, e il suo carattere

spesso sfociava in passionalità; quando il suo temperamento si manifestava,

seguivano catastrofi e persino riorientamenti. Si potrebbe già dire: come

strumento permeabile spiritualmente, per lei si combatteva da parte occulta.

Affinché la conoscenza dei mondi occulti potesse trasformarsi in una scienza

dello spirito, che potesse essere gradualmente conquistata dagli uomini mediante serio studio,

doveva dedicarsi a essa un uomo il cui carattere e temperamento

fosse pienamente in suo potere, e che potesse dominare e maneggiare tutto il

sapere della sua epoca; un uomo che padroneggiasse i singoli campi del sapere

in misura tale da poter rispondere con sicurezza agli attacchi della critica più

severa. Un organismo fisico forte eppure flessibile doveva essergli a disposizione,

per resistere agli attacchi che su di lui si scagliavano.

Questo uomo si trovò in Rudolf Steiner. La sua gioventù, si può dire, la trascorse

in solitudine sociale e in continuo studio. Il suo sostentamento lo ricavava,

appena uscito dall’infanzia, insegnando e poi come educatore. Da questo

fondamento della vita si formò già in giovane età la sua attività di conferenziere

e scrittore. Poiché la vita nello spirito gli era naturale, si pose consapevolmente

il compito di muovere contro se stesso tutte le obiezioni che il materialista

critico oppone alle rivelazioni dello spirito, senza tralasciare nulla che pure

minimamente significasse deviazione da questa rotta.

Lo chiamava «strisciare nella pelle del drago». Questo difficile combattimento

gli appariva come un dovere. Diversamente non si sarebbe riconosciuto il diritto

di condurre la difficile battaglia per l’umanità: di conseguire la vittoria dello

spirito sull’intellettualità astratta. Solo allora avrebbe potuto presentare l’azione

del Buddha e l’azione del Cristo come un tutto armonico; solo allora avrebbe

potuto indicare le vie della redenzione mediante l’azione del Cristo, se in lui

stesso avesse sconfitto l’avversario interiore sulle sue vie nascoste. - Così

preparato, egli si presentò come espositore dell’antica dottrina della sapienza,

così come gli si era rivelata alla luce dell’azione del Cristo.

La Società Teosofica si allarmò. Riconobbe il profondo effetto della dottrina del

dottor Steiner sulle anime che cercavano il Cristo. Non voleva esporre le sue

membra a ciò; non voleva esporle al pericolo di accogliere l’insegnamento del

dottor Steiner e di conseguenza tradire la corrente orientalizzante. I suoi temi

per il congresso della Federazione delle sezioni europee, allora previsto a Genova,

avevano per contenuto: la sapienza buddhista e l’esoterismo occidentale.

A ciò la Società aveva contrapposto la dottrina di un fanciullo indiano che, secondo

la loro credenza, incarnava nel corpo il Cristo Gesù. Una tale discrepanza non

offriva alcun terreno comune per discussioni scientifiche, quali dovrebbero

aver luogo durante il congresso di Genova, e ora sembrava un’impresa

pericolosa, poiché si era riconosciuta l’importanza di Rudolf Steiner. Era

meglio non toccare il terreno scottante. Il congresso fu annullato all’ultimo

momento senza ragioni manifeste.

E il dottor Steiner, come altri, aveva già raggiunto l’Italia, e così poté parlare

solo in riunioni di rami in cerchi intimi. Non era più stato possibile provvedere

a stenografi. Tuttavia l’essenziale fu conservato dalla dedizione amorevole di

alcuni membri che stenografavano, sebbene naturalmente la loro mano dovette

venir meno verso la conclusione del discorso pronunciato nel fuoco dell’entusiasmo.

Ricordiamo qui in particolare, in occasione della conferenza di Locarno e di quelle

tenute a Neuchâtel, la nostra cara collaboratrice Agnes Friedländer, deceduta nel

1942 in uno dei campi di concentramento per una polmonite. Ella apparteneva a

coloro la cui anima era stata particolarmente profondamente toccata dagli impulsi

trasformativi che vivono nel Mistero del Cristo.

In continuità con il tema scelto per Genova «Dal Buddha al Cristo», era

naturale che nelle conferenze allora tenute si illuminassero non soltanto i

rapporti anteriori, bensì anche quelli permanenti tra Buddha e Gesù Cristo,

così come indicati dalla sapienza essena nei Vangeli, nei loro nessi

scientifico-dottrinali. Questo è ciò che conferisce a queste considerazioni il

loro carattere particolare, che non avrebbe potuto essere messo in rilievo senza

l’esposizione dello sviluppo storico della sapienza dei Misteri.

Ma le conferenze nella loro interezza non ci sono pervenute: non abbiamo buone

trascrizioni. Come un colpo di ritorno da parte delle potenze avversarie ci

appare il fatto che nessuno stenografo esperto e sicuro della sua arte fosse

presente. Si tratta - accanto alle conferenze di Kassel abbreviate - in parte

soltanto di frammenti, in parte di appunti assemblati. Tuttavia le direttive essenziali sono state conservate. È stato fatto il tentativo di portarle a unità.

Il tentativo non sempre riesce in forma stilisticamente convincente, ma così

tanto più la mente è chiamata ad affinare la propria forza di pensiero ed è stimolata allo studio.

Accanto all’enfasi sul carattere particolare della scienza dello spirito

postcristiana, l’obiettivo delle conferenze tenute nel 1911 e 1912 era: mettere

in evidenza il significato del karma come corso del destino e lasciarci penetrare

nelle sue intimità. Sebbene il decorso complessivo di quelle considerazioni abbia

potuto essere conservato soltanto in immagini di ricordo - le trascrizioni erano

spesso troppo scarse per i nessi logici e gli appunti raccolti qua e là, gli

spunti sono piuttosto segni di riferimento - tuttavia la direzione degli impulsi

spirituali dati dal dottor Steiner è stata conservata e giustifica forse il

tentativo di questa raccolta: essi possono attraverso il lavoro meditativo,

approfondendo le nostre anime, continuare a operare in noi.

2°L'impulso del Cristo nella storia del divenire — Prima conferenza

Lugano, 17 Settembre 1911

Poiché ci vediamo tanto di rado, conviene anzitutto che iniziamo discorrendo di considerazioni di carattere generale; potendo riunirci in un cerchio così ristretto e di fiducia, avremo l’opportunità di esaminare i desideri che eventualmente potranno esprimersi. Sarà bene affrontare l’essenza dell’uomo in rapporto all’essenza complessiva del nostro mondo, del grande mondo, nel suo aspetto generale: non però secondo il metodo che ho seguito nel mio libro «Teosofia» — da cui ognuno può ricavare ampie conoscenze — bensì gettando uno sguardo sulla natura umana partendo dall’interno stesso dell’uomo.

Allorché ripensiamo occasionalmente a noi stessi come esseri umani, ci balza agli occhi questo fatto: percepiamo il mondo circostante tramite i nostri sensi, riceviamo impressioni dal mondo e successivamente ripensiamo il mondo stesso. Questi due aspetti della natura umana ci si impongono continuamente alla coscienza. Pensiamo a come la sera abbiamo spento la luce: prima di addormentarci, le impressioni della giornata passano ancora una volta attraverso la nostra anima. Sappiamo bene che durante il giorno il mondo ha agito su di noi, e ora possono soltanto le immagini-ricordo delle impressioni diurne muoversi su e giù nella nostra anima. Adesso — e questo lo sappiamo — pensiamo, ed eccoci già con la nostra anima negli echi di ciò che attraverso le impressioni esteriori si è svolto in noi. Quando lasciamo da parte le relazioni ordinarie e banali, designiamo come “individuale” proprio ciò che accade così nella nostra anima quale reminiscenza della giornata. Poiché siamo esseri intelligenti e individuali, esseri intellettuali quali siamo come uomini, possiamo unicamente così rappresentarci il mondo fluire in immagini davanti a noi, come si è or ora accennato.

Orbene, per la nostra vita spirituale questo elemento individuale rimane intimamente connesso alle impressioni esteriori, infatti quando osserviamo il mondo durante il giorno, le impressioni sensoriali e i pensieri che abbiamo si intrecciano continuamente, e la sera, quando non abbiamo più impressioni sensoriali ma le impressioni fluiscono attraverso la nostra anima, sappiamo esattamente: queste sono le immagini di ciò che viviamo là fuori. Si uniscono le nostre impressioni del mondo esterno con quello che siamo come esseri umani individuali, e così questo si unisce intimamente nell’esperienza interiore. Esiste, come sappiamo tutti, la possibilità di rendere questo elemento individuale interiore sempre più vivo, sempre più esatto mediante gli strumenti ben noti, descritti nel mio scritto “Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?”. È precisamente l’esperienza primaria della vita interiore accorgersi che con i nostri pensieri non siamo più incondizionatamente dipendenti dal mondo esterno, infatti se qualcuno può farsi pensieri su ciò che accadde su Saturno, il Sole e la Luna allora possiede pensieri così elevati. Naturalmente nessun uomo riceve impressioni esteriori, impressioni esterne da ciò che accadde sull’antico Saturno, l’antico Sole e l’antica Luna, e non necessitiamo di giungere a un tale grado di contemplazione. Se in silenzio ci chiediamo: quanto è cambiato nei miei concetti dalla mia giovinezza? — già questo rappresenta un comportamento autonomo rispetto al mondo nell’elemento individuale, e quando ci formiamo visioni della vita e massime elevate, sentiamo che diventiamo più autonomi nell’elemento intellettuale stesso. Questo diventar autonomi nell’elemento intellettuale individuale ha grande importanza per l’uomo, infatti che cosa significa diventar autonomi se non il fatto che quando l’uomo, attraverso l’esperienza diretta di cose indipendenti dalle impressioni esteriori — non attraverso insegnamenti, non attraverso teorie — si appropria di massime di vita, allora diventa autonomo nel suo corpo eterico, cosa che rappresenta l’inizio di un lungo processo dove l’inizio è tale che l’uomo non si accorge neppure di sollevare leggermente il suo corpo eterico, mentre la conclusione è che può renderlo completamente indipendente dal corpo fisico.

Mentre l’inizio è un’autonomizzazione molto leggera e quasi impercettibile, la conclusione è un’estrazione totale del corpo eterico e una percezione completa tramite il corpo eterico stesso. Percepiamo allora con questo corpo eterico autonomo nel nostro ambiente immediato, e possiamo avere questa percezione persino se non siamo ancora molto avanzati nell’esperienza mistica interiore: infatti possiamo renderci questo fenomeno chiaro e fino a un certo grado comprensibile se ricordiamo come si svolge la nostra percezione nel corpo fisico ordinario. Con il nostro corpo fisico percepiamo tramite i nostri sensi, che sono autonomi, poiché i nostri occhi sono autonomi e le nostre orecchie sono autonome nella loro funzione, e possiamo percepire autonomamente il mondo dei colori e il mondo dei toni senza confusione. Non possiamo farlo quando percepiamo con la nostra intelligenza pura, giacché nel caso dell’intelligenza tutto è unità e nulla è circoscritto in ambiti separati e particolari. Non possiamo percepire come in singoli campi sensoriali con occhi eterici e orecchi eterici distinti, bensì percepiamo il mondo eterico in generale nella sua totalità, e quando iniziamo a parlarne possiamo descrivere come unitaria e comprensiva sia l’esperienza eterica profonda. Non intendo dire che l’esperienza possa spingersi molto più avanti ancora nella sua descrizione, ma intendo soltanto attirare l’attenzione sul fatto essenziale che l’uomo, quando percepisce consapevolmente come si formano le massime di vita nel suo essere, può così percepire qualcosa degli elementi eterici stessi.

Chi guarda nel mondo eterico e a poco a poco può chiarirsi che esiste effettivamente un tale mondo superiore riceve dall’interno la convinzione profonda che al corpo fisico sottende un corpo eterico vivo e agente. Non appena si parla di un corpo eterico dobbiamo già ricevere l’orientamento tramite rivelazioni significative e tramite cose che in qualche modo viviamo nel profondo dell’anima durante le nostre pratiche spirituali. Una volta che si sa che un corpo eterico penetra il corpo fisico, non si troverà più incomprensibile quando l’occultista si esprime a suo modo su che cosa sia una paralisi, infatti accade in modo anomalo ciò che normalmente si verifica attraverso l’esercizio regolare della volontà spirituale consapevole. Può accadere a un uomo che il suo corpo eterico si ritragga dal corpo fisico, e allora il corpo fisico diviene autonomo e inerte, circostanza che genera la possibilità di una paralisi poiché il corpo fisico è privato del suo corpo eterico vivificatore e dirizzatore. Ma non necessitiamo neppure di giungere al fenomeno clinico della paralisi e possiamo comprendere meglio la vita anche nella sua manifestazione quotidiana ordinaria, infatti che cosa è un pigro se non uno che ha le forze del suo corpo eterico deboli dalla nascita oppure le ha indebolite per negligenza della loro coltivazione intelligente? Si tenta allora di correggerlo liberando il corpo fisico dal suo peso di piombo e rendendolo in qualche modo più leggero e agile. Una vera cura, tuttavia, può venire solo dal corpo astrale vivo, questo agirà vivificandosi bene sul corpo eterico e lo rinvigorirà. Ma c’è ancora un’altra cosa che dobbiamo comprenderci bene nel profondo della nostra ricerca: il corpo eterico è veramente il portatore del nostro intero intelletto e della nostra memoria individuale viva. Quando la sera ci addormentiamo, nel corpo eterico rimangono tutte le nostre rappresentazioni viventi e i nostri ricordi attivi, mentre l’uomo abbandona i suoi pensieri nel corpo eterico e li ritrova intatti solo la mattina seguente quando si risveglia. Abbandonando il corpo eterico durante il sonno, abbandoniamo l’intero tessuto delle nostre esperienze e dei nostri saperi accumulati.

Questo corpo eterico è però anche costituito in modo tale che, quando lo esaminiamo dal punto di vista della scienza dello spirito, possiamo percepire chiaramente che l’uomo è davvero sottoposto a trasformazioni molto più ampie di quanto comunemente si creda nel mondo esterno. Sappiamo certo che l’uomo ha attraversato i suoi periodi di incarnazione successivi nel corso dei tempi cosmici. Non è senza senso che veniamo continuamente incarnati di nuovo in corpi sempre nuovi. Lo sguardo umano ordinario è assai miope in questo riguardo. Si crede diffusamente che gli uomini siano sempre stati organizzati come lo sono oggi nel ventesimo secolo. L’organizzazione umana si trasforma da secolo a secolo, solo che non è possibile investigarla esternamente mediante i metodi delle scienze naturali convenzionali. Nel cervello anteriore risiede un organo, raccolto in sottili circonvoluzioni, che si è formato solo a partire dal quattordicesimo, quindicesimo secolo della nostra epoca. È una forma organica speciale per la vita puramente intellettuale di questi secoli nuovi. Come è impossibile che nel cervello cambi un tale dettaglio particolare senza che, effettivamente, sebbene in piccolo, cambi l’intera organizzazione umana complessiva, così possiamo bene intendere. Cosicché di fatto da secolo a secolo l’organizzazione umana presenta trasformazioni significative. Ma il mutamento in questo senso si può constatare e osservare soltanto seguendo la Cronaca dell’Akasha con la chiaroveggenza. E lì si possono seguire al meglio i cambiamenti vitali nel corpo eterico stesso. Vediamo come gli uomini nell’antica Grecia o nell’antico Egitto avevano corpi eterici completamente diversi nella loro conformazione. Gli interi flussi eterei erano diversi da quelli odierni.

Ora, per giungere a un pensiero che può risultarci veramente fruttifero, desidero inserire una breve osservazione intermedia per attirare l’attenzione sul fatto essenziale che già nella vita ordinaria di ogni giorno si può presupporre e osservare una molteplicità di mondi diversi. L’uomo sprofonda nel sonno ogni notte senza neppure sapere che si trova in un altro mondo completamente diverso. Che egli lo dorma, che non ne sappia consapevolmente nulla, non è affatto prova che esso non esista realmente in sé. In quel mondo del sonno i mondi altri penetrano tuttavia in certa misura e in modo particolare. Quando l’uomo è nel mondo fisico durante il giorno, percepisce tramite i sensi fisici; quando si ritrae in se stesso, no: allora ha un mondo intellettuale, e questo confina con il mondo fisico diretto.

Ma trova in sé, al di là dell’elemento intellettuale già sviluppato, altri due elementi completamente diversi e più elevati. L’uomo può sviluppare questi altri elementi superiori mediante la pratica spirituale?

Una semplice riflessione può mostrare che esiste un mondo della vita interiore assai più peculiare e profondo di quello del puro pensiero logico, un mondo che esiste quando possiamo dirci consapevolmente: noi sentiamo moralmente come uomini nella nostra essenza più profonda. Questo è il mondo dove uniamo a determinati eventi un sentimento simpatico o antipatico che va ben oltre l’esperienza meramente intellettuale. Quando qualcuno mostra benevolenza a un altro e questo ci piace, oppure mostra malevolenza e questo ci dispiace, sperimentiamo qualcosa che è ben diverso dall’esperienza meramente intellettuale ordinaria. Il puro pensiero non può generare in noi il sentimento che un’azione sia morale o immorale, giacché possono esistere nature intellettualmente perspicacissime che tuttavia non hanno alcun senso interiore per il ripugnante di un’azione puramente egoistica. Questo è un mondo a sé, lo stesso mondo di cui diventiamo consapevoli quando amiamo il bello e il sublime nelle opere d’arte oppure troviamo ripugnante il brutto e il sordido. Ciò che ci eleva profondamente nelle opere d’arte non possiamo coglierlo con l’intelletto freddo, bensì unicamente con la nostra vita animica viva e consapevole. Possiamo così dire che vi penetra qualcosa che va ben oltre il meramente intellettuale e razionale. Quando un occultista osserva un’anima in un momento in cui prova orrore profondo dinnanzi a un’azione immorale, oppure un vivo compiacimento dinnanzi a un’azione morale, essa attraversa un grado assai superiore della vita animica rispetto al puro pensiero. Se così l’uomo nel corpo eterico rinforzato consegue un sentimento più intenso e vivo per il morale e l’immorale, non vi è solo un continuo rafforzamento del corpo eterico da constatare, bensì un rafforzamento particolare del corpo astrale e uno stimolo speciale delle forze astrali più sottili. Un uomo che sente particolarmente finemente verso le azioni morali e immorali conseguirà forze assai forti e nobili nel corpo astrale, mentre chi eleva il suo corpo eterico solo intellettualmente mediante esercizi che rafforzano la memoria può svilupparsi assai lontano nella chiaroveggenza ordinaria ma non emergerà dal mondo eterico-astrale, poiché in lui agisce soltanto l’elemento intellettuale. Se si vuole andare oltre il mondo astrale ordinario, è necessario compiere esercizi che esprimano viva simpatia verso le azioni morali e profonda antipatia verso le azioni immorali e contrarie allo spirito. Allora saliamo effettivamente a un mondo che, in senso superiore e non meramente astrale, sta dietro il nostro mondo presente. Saliamo allora nel mondo celeste della saggezza. Nel grande mondo dell’Invisibile il mondo celeste del Macrocosmo corrisponde a ciò che vive in noi rispetto alle impressioni morali e immorali, il mondo astrale del Macrocosmo corrisponde a ciò che è in noi nella percezione intellettuale-fisica del mondo fisico. Ciò che nel corpo eterico si sviluppa corrisponde al mondo astrale, quello che può svilupparsi rispetto all’azione morale o immorale corrisponde al mondo celeste superiore, al mondo del Devachan sublime.

Esiste ancora un ulteriore elemento nella vita animica umana.

Vi è ancora una differenza tra l’azione morale che ci piace e il sentirsi obbligati a compiere anche ciò che ci piace come azione morale e ad astenersi dal non-morale. Il sentirsi obbligati, questo è per l’uomo il massimo che può raggiungere oggi nel mondo. Ciò che dobbiamo considerare quale gradazione della vita animica umana è dunque:

L’uomo sensibile.

L’uomo intellettuale. Questi è colui che si rapporta al primo mondo invisibile.

L’uomo che sente moralmente, l’uomo estetico, che prova compiacimento o disgusto verso le azioni morali e immorali. A esso corrisponde là fuori il mondo inferiore del Devachan.

L’uomo che agisce moralmente.

Al fatto che l’uomo realizzi anche ciò che interiormente sente come massimi impulsi morali corrisponde là fuori il mondo superiore del Devachan, il mondo della Ragione, dove dominano le entità che rappresentano l’assolutamente Razionale nel mondo. Se l’uomo può comprendere che nel mondo dei suoi impulsi morali esiste un’immagine ombra del mondo supremo da cui proviene, ha compreso molto del Macrocosmo.

Possediamo dunque il mondo fisico e il mondo dell’intelletto, il mondo morale o il mondo celeste dell’inferiore Devachan, e il mondo della Ragione o il Devachan superiore nella sua elevata manifestazione. I mondi cosmici gettano in noi le immagini ombra delle realtà spirituali più alte: del mondo sensoriale nel mondo intellettuale e nella chiaroveggenza intellettuale consapevole; del mondo estetico nel sentimento morale vivo; del mondo della Ragione negli impulsi morali all’azione fattiva nel mondo. Attraverso una sorta di autoconoscenza profonda l’uomo può dunque percepire e riconoscere queste diverse gradazioni e livelli in sé medesimo nel corso della sua evoluzione spirituale verso le altezze.

Orbene, questa intera configurazione dell’uomo è effettivamente cambiata nel corso dei tempi. Come l’uomo è oggi, così non era affatto nell’antica Grecia o nell’antico Egitto. Allora, nel tempo dell’antica grecità, l’uomo era tale che entità superiori guidavano l’elemento animico in lui; perciò l’uomo di allora provava come un’obbligazione evidente verso quelle entità. Adesso viviamo nel tempo in cui l’uomo è guidato dall’elemento intellettuale, e perciò l’uomo sente come un’obbligazione estetico-morale. Ma allora sarebbe stato impossibile che qualcuno pensasse che, dato un impulso morale, fosse possibile agire diversamente. Ancora in Grecia si sentiva rispetto al compiacimento e al disgusto che ci si doveva comportare di conseguenza.

Allora giunsero i tempi nuovi, dove l’uomo non sente nemmeno obbligazione rispetto all’elemento estetico, il che si esprime nel detto: “Di gusti non si disputa”. — Tuttavia con coloro che hanno coltivato il gusto ci si può ben intendere.

Ciò che una volta si sentiva nel campo morale ed estetico, lo si sente oggi come necessario nel campo intellettuale: avere una certa guida, affinché non si possa pensare come si vuole, ma ci si debba attenere alle leggi logiche del pensiero. Con ciò siamo pervenuti al gradino più basso che esista nelle esperienze umane. Ora siamo al punto di transizione, come è bene notare. Se infatti consideriamo gli ultimi millenni, vediamo che il corpo fisico degli uomini diviene sempre più secco e rigido: l’uomo, insomma, è divenuto diverso. Millecinquecento anni fa il corpo fisico era assai più morbido e flessibile. Il corpo fisico è divenuto sempre più duro. Tuttavia nel corpo eterico è accaduto qualcosa di completamente diverso, qualcosa che l’uomo poteva meno sperimentare perché il corpo eterico ha subito uno sviluppo ascendente. È significativo che siamo giunti al punto cruciale nel quale l’uomo deve divenire consapevole che il suo corpo eterico dovrà divenire diverso. Questo è l’evento che precisamente nel ventesimo secolo si svolgerà. Mentre da una parte il rafforzamento dell’elemento intellettuale si afferma, dall’altra il corpo eterico diviene tanto più autonomo che gli uomini dovranno accorgersene. Per un certo tempo dopo l’evento del Cristo gli uomini non hanno pensato tanto intellettualmente come lo fanno gli uomini d’oggi. Questo pensiero nell’intellettuale fa sì che il corpo eterico diventi sempre più autonomo, che lo si usi anche quale strumento autonomo. E così si può rilevare che in segreto ha subito uno sviluppo che rende possibile la percezione del Cristo nel corpo eterico. Come il Cristo allora fu visto fisicamente, così adesso potrà essere contemplato etericalmente. Cosicché in questo ventesimo secolo come un evento naturale e significativo entra una visione del Cristo vivente e reale, come l’ebbe l’apostolo Paolo nella sua esperienza di Damasco. Un numero crescente di uomini nel sensibile eterico potrà vedere il Cristo non come memoria o tradizione, ma come presenza viva, cosicché lo si conosce anche, il Cristo, se tutte le Bibbie fossero per caso bruciate. Non abbiamo allora bisogno di tradizione esteriore, perché lo vediamo direttamente, lo contempliamo consapevolmente. E questo è un evento di significato simile e parallelo a quello che si svolse sul Golgota duemila anni or sono. Sempre più persone nei prossimi secoli giungeranno a contemplare consapevolmente il Cristo nei mondi eterici. I prossimi tremila anni sulla Terra saranno dedicati a un tale sviluppo evolutivo, affinché il corpo eterico diventi sempre più sensibile e consapevole, affinché certi uomini avanzati vivano questi e altri eventi spirituali. Desidero solo menzionare un altro evento importante legato a questo sviluppo: vi saranno sempre più uomini che vorranno fare qualcosa, e improvvisamente sentiranno il bisogno interiore di trattenersi. Allora compare una visione profetica e illuminante, e gli uomini diventeranno sempre più consapevoli e profondamente certi: quello che avrà luogo nel futuro è precisamente la conseguenza karmica di ciò che ho fatto nel presente. Alcuni precursori straordinari — desidero usare questa parola nel senso opposto a ritardatari — sono già a tal punto da sentire consapevolmente simili cose. Particolarmente nei bambini nati in tempi recenti emergono tali fenomeni spirituali.

Vi è una grande differenza profonda fra ciò che i chiaroveggenti addestrati sperimentano mediante gli esercizi spirituali e ciò che qui è descritto, ciò che si vive naturalmente nel corso evolutivo dell’umanità. Il chiaroveggente addestrato sperimenta il Cristo fin dai tempi remoti attraverso certi esercizi occulti specifici della pratica spirituale. Sul piano fisico ordinario, quando incontro un uomo, l’ho davanti a me nella sua forma corporea; chiaroveggentemente posso percepirlo in tutt’altri luoghi lontani, non gli sto direttamente di fronte nella realtà tridimensionale. Percepire chiaroveggentemente il Cristo mediante lo sviluppo interiore è sempre stato possibile ai discepoli elevati. Ma incontrarlo personalmente come realtà vivente, poiché adesso si rapporta diversamente all’umanità, precisamente così che da parte del mondo eterico gli vieni in aiuto consapevolmente e direttamente, questo è qualcosa che — a parte noi stessi — è un fatto indipendente dal nostro sviluppo chiaroveggente ordinario. Dal ventesimo secolo in avanti, nei prossimi tremila anni sulla Terra, certi uomini evoluti potranno incontrarlo, poterlo incontrare oggettivamente come forma eterica vivente. Questo è decisamente diverso da quando un essere per proprio sviluppo interiore sale fino al suo aspetto divino nel Macrocosmo.

Con questo però l’alto Essere che chiamiamo Cristo è inequivocabilmente posto in una catena evolutiva completamente diversa da quella quando parliamo di Buddha e della sua evoluzione spirituale. Il Bodhisattva che divenne Buddha nacque nella casa reale di Suddhodana e al ventanovesimo anno della sua vita divenne Buddha consapevolmente, cioè che dopo non dovette più incarnarsi nuovamente sulla Terra. Quando tale entità, un Bodhisattva, Buddha o Maestro diviene elevato, significa uno sviluppo interiore spirituale, solo uno più elevato, che ogni uomo ordinario può attraversare gradualmente nel corso delle incarnazioni. Una formazione esoterica dell’uomo è dunque solo un inizio di quello che conduce al grande Divenire Buddha nel cosmo. Questo non ha nulla a che fare con ciò che accade intorno agli uomini nel corso della storia ordinaria. Tali Maestri emergono in certi momenti cruciali per far progredire il mondo ed elevare l’umanità. Sono però altri eventi e altre incarnazioni rispetto a quello supremo del Cristo. Cristo non giunse da un’altra individualità umana ordinaria, bensì Cristo giunse dal Macrocosmo direttamente, mentre tutti i Bodhisattva sono sempre rimasti legati evolutivamente alla Terra stessa.

Dobbiamo dunque essere chiari: per quanto parliamo di Bodhisattva o esseri Buddha, non tocchiamo affatto il Cristo. Poiché Cristo è un’entità macrocosmica che solo tramite il battesimo di Giovanni è entrata in rapporto con la Terra. Questa era la manifestazione fisica. Ora viene la manifestazione eterica, poi l’astrale e poi ancora più elevata. Allora però gli uomini devono essere giunti a vivere questo gradino più elevato. Ciò che gli uomini possono vivere appartiene alle leggi generali della Terra. L’entità che chiamiamo Cristo, o anche con altri nomi, realizzerà anche ciò che possiamo denominare: la salvezza di tutte le anime terrestri nella natura giapiterea, mentre tutto il resto cadrà con la Terra. L’Antroposofia non è qualcosa di arbitrario, bensì qualcosa di importante che dovette venire nel mondo. Il mondo deve imparare a comprendere l’essenza del Cristo, che visse tre anni sulla Terra. Questo era all’inizio della nostra epoca attuale.

Nel mio libro sulla “Guida spirituale dell’uomo e dell’umanità” troverete i dettagli sui due fanciulli Gesù. L’evento del Cristo fu preparato da una personalità in relazione con la setta degli Esseni, Jeshu ben Pandira, che nacque cento anni prima che i due fanciulli Gesù nascessero in Palestina. Cosicché si deve distinguere fra essi e Jeshu ben Pandira, che tra altri Haeckel ha vilipeso in modo totalmente indegno. Da questa entità assai elevata, Jeshu ben Pandira, proviene, quale preparazione a ciò che doveva accadere, essenzialmente il Vangelo di Matteo.

Come dobbiamo rappresentarci il rapporto di questo Jeshu ben Pandira con Gesù di Nazareth?

Le individualità inizialmente non hanno nulla a che fare l’una con l’altra, se non che l’una fu preparatrice dell’altra; ma come individualità non sono in alcun modo affini. Piuttosto il fatto è questo: in uno dei fanciulli Gesù, in quello del Vangelo di Luca, abbiamo un’individualità alquanto inespressa, difficile da afferrare perché, non appena nata, poteva già parlare, e in modo tale che la madre poteva intenderla. Non era intellettuale questa individualità del Vangelo di Luca, ma tremendamente originale ed elementare rispetto ai sentimenti morali. Nel corpo astrale di questa entità ha operato l’individualità di Buddha.

Buddha, dopo che è divenuto Buddha, è un’entità che non ha più bisogno di incarnarsi sulla Terra. Finché è Bodhisattva, si incarna. Dopo che è stato Buddha, agisce dai mondi superiori verso il basso, e precisamente adesso tramite il corpo astrale del Gesù del Vangelo di Luca. Le forze che emanano da Buddha sono nel corpo astrale di questo fanciullo Gesù. Nella corrente del Gesù di Nazareth è dunque contenuta la corrente di Buddha.

Invece quello che dicono gli scritti orientali è anche corretto per l’occultista occidentale, cioè che nel momento in cui il Bodhisattva diviene Buddha, viene un nuovo Bodhisattva.

Nel momento in cui il Buddha Gautama è divenuto Buddha, questa individualità Bodhisattva è stata tolta dalla Terra, e un nuovo Bodhisattva vi opera. Quel Bodhisattva è quello che a determinato tempo dovrà divenire Buddha. E precisamente il tempo è fissato esattamente: quando il successore del Buddha Gautama, il Maitreya, diverrà Buddha — cinquemila anni dopo l’illuminazione del Buddha sotto l’Albero della Bodhi. Approssimativamente tremila anni dal nostro tempo il mondo sperimenterà l’incarnazione del Maitreya Buddha, che sarà l’ultima reincarnazione di Jeshu ben Pandira. Questo Bodhisattva che verrà come Maitreya Buddha, che nella sua rincarnazione nella carne verrà anche nel nostro secolo nel corpo fisico — ma non come Buddha — avrà l’incarico di dare all’umanità tutti i concetti veri circa l’evento del Cristo.

Gli autentici occultisti riconoscono le incarnazioni del Bodhisattva, del futuro Maitreya Buddha. Proprio come gli uomini tutti subiscono uno sviluppo del corpo eterico, così anche questa individualità. Quanto più l’umanità va incontro a colui che sarà il Maitreya Buddha, tanto più questa individualità subirà uno sviluppo particolare, che nei suoi stadi più elevati sarà in certo senso qualcosa come il battesimo di Gesù di Nazareth: un’alterazione dell’individualità subisce. In entrambi i casi viene assunta un’altra individualità. Si incarnano da bambini nel mondo e dopo determinati anni la loro individualità si altera. Non è uno sviluppo continuo, bensì uno sviluppo che subisce una frattura, come accadde per Gesù. In lui abbiamo al dodicesimo anno una tale alterazione dell’individualità, poi di nuovo al battesimo di Giovanni. Tale alterazione dell’individualità si presenta propriamente nel Bodhisattva che diviene Maitreya Buddha. Queste individualità sono improvvisamente come fecondate da un’altra. Particolarmente il Maitreya Buddha continuerà fino al trentesimo anno con una determinata individualità, e allora per lui subentra un’alterazione, come abbiamo nel Gesù di Nazareth durante il battesimo del Giordano. Sempre però si riconoscerà il Maitreya Buddha dal fatto che gli uomini, quando egli è presente, non sanno nulla di questa alterazione dell’individualità. E allora compare improvvisamente.

Questo è il segno caratteristico per tutti i Bodhisattva che diventano Buddha: vivono una vita sconosciuta. L’individualità umana in futuro dovrà sempre più essere affidata a se stessa. Per lui sarà caratteristico che percorrerà la Terra per molti anni sconosciuto, e allora sarà riconosciuto solo dal fatto che egli stesso tramite la sua forza interiore agisce quale uomo isolato. Attraverso millenni e anche tramite occultisti moderni è stata riconosciuta come esigenza che il suo essere rimanga sconosciuto nella sua giovinezza fino alla nascita dell’anima razionale, sì fino alla nascita dell’anima della coscienza, e che ottenga il suo riconoscimento solo tramite se stesso.

Perciò è così importante essere irremovibili fino a un certo punto. Ogni vero conoscitore dell’occultismo troverebbe ridicolo che nel ventesimo secolo debba venire un Buddha, poiché ogni occultista sa che può venire solo cinquemila anni dopo il Gautama Buddha. Ma può incarnarsi un Bodhisattva, e così sarà.

Questo appartiene all’equipaggiamento originario dell’occultista: che il Maitreya Buddha sarà sconosciuto nella giovinezza. Perciò da anni è stato enfatizzato che si deve tener conto del principio dell’occultismo: prima di una certa età della vita, da certi centri non deve essere dato a nessuno l’incarico di parlare di dottrine occulte. Ciò è stato enfatizzato da anni. Se persone giovani parlano, possono farlo per buoni motivi, ma non lo fanno in incarico occulto.

Il Maitreya Buddha si afferma tramite la propria forza. Appare così che nessuno può aiutarlo se non la forza della sua stessa essenza animica.

La comprensione dell’intera evoluzione terrestre è una necessità per giungere alla vera Teosofia. Coloro che non sviluppano questa comprensione porteranno al depauperamento il movimento teosofico moderno.

Buddha e Cristo

3°L'impulso del Cristo nella storia del divenire — Seconda conferenza

Locarno, 19 Settembre 1911

Con cordiale soddisfazione vi parlo oggi — qui sulle montagne tranquille e nella contemplazione del lago meraviglioso — di quelle cose che per noi costituiscono i messaggi, le realtà della vita spirituale che ci interessano più profondamente. Se mi riallaccio al fatto più evidente, che si presenta soprattutto a coloro qui radunati per visitare i nostri amici di montagna, è questo: un gruppo dei nostri amici si è ritirato, forse non in piena solitudine, ma certo nella pace e nella grazia delle montagne.

Quando ci chiediamo: quale spinta, quale desiderio profondo abbiamo nei nostri cuori? — possiamo trovare questo desiderio strettamente imparentato con l’odierno anelito dell’uomo verso la vita spirituale in generale. Non è illusione se supponiamo che nel mondo esterno operi lo stesso impulso che ha spinto alcuni di noi verso la solitudine e la pace della montagna.

L’uomo sa o almeno intravede che in tutto ciò che ci circonda come natura — bosco e vetta, tempesta e fulmine — agisce una spiritualità. Secondo il detto di una grande personalità occidentale, questa spiritualità è più coerente dell’agire, del sentire e del pensare umani. Deve venirci l’intuizione che in tutto ciò che ci circonda — bosco, vetta, monte, lago — parla lo Spirito. Nella scienza dello spirito comprendiamo sempre più come da tutto ciò che la natura ci offre, dal terreno stesso che ci sostiene, parli lo Spirito.

Ci rivolgiamo ai tempi primordiali e diciamo: siamo nati dal passato spirituale, siamo figli dei tempi antichi. Come oggi creiamo le nostre opere d’arte e le curiamo, così i nostri antenati hanno creato i loro strumenti. Ciò che si presenta come fenomeno naturale intorno a noi è il frutto del lavoro degli antenati divini nei tempi remotissimi. Se ci pervade questo sentimento, la natura intera diviene per noi ciò che fu sempre per la scienza dello spirito: una Maya, una Maya grande e bella perché è opera del Divino-Spirituale. Così quando entriamo in natura, entriamo nei monumenti del lavoro spirituale dell’antica epoca anteriore al mondo fisico. Ci pervade allora quel grande sentimento che profondamente penetra il nostro sentimento naturale e ci riscalda dall’interno.

Quando colmiamo il nostro sentimento naturale nella scienza dello spirito, deve però sopravvenire ancora qualcosa: che è in certo modo un privilegio stare nello spirito della natura. È veramente un privilegio. Ricordiamoci quanti uomini nella loro incarnazione presente mancano di questa possibilità — quante anime oggi, specialmente nelle grandi città, non possono più sentire l’elevante, il Divino-Spirituale nella natura. Quando si contempla la natura con lo sguardo affinato dalla scienza dello spirito, si riconosce come strettamente è legato ciò che chiamiamo vita morale — che dopo la vita spirituale è il massimo cui aspiriamo — con quello che proviamo nella natura.

È paradossale dirlo, ma vero che quegli uomini i quali in città hanno dimenticato come appaiano il grano, la segale, l’orzo, sono separati purtroppo nel cuore dalle sorgenti morali più profonde del nostro essere. Se consideriamo questo, vediamo come privilegio poter stare vicino alle sorgenti dello spirito della natura. Tale sentimento si unisce naturalmente con un altro — consolidato dalla scienza dello spirito — che deve operare nel mondo: con la verità della reincarnazione.

L’accogliamo dapprima come verità di fede, questa verità delle vite terrene ripetute dell’uomo. Ma come potrebbe un’anima mantenersi salda nei nostri giorni, quando si vede quanto diversi sono i cammini per cui gli uomini passano la vita, quando si vede così chiaramente tutta la diseguaglianza che necessariamente deve rivelarsi sulla terra? Allora sente l’uomo, che ha il privilegio di stare vicino alle sorgenti della natura, di avere non solo ragione per compiacenza, per poter sapere le verità della scienza dello spirito, ma sente anche tutta la responsabilità, tutta l’obbligazione di conoscere la vita spirituale.

Che cosa porteranno come loro bene migliore quelle anime che oggi hanno il privilegio di godere pace e salute nella natura, quando si accosteranno alla porta della morte? Che cosa come loro bene migliore? Se geniamo un po’ in quello che insegnano i poteri spirituali che ci stanno più vicini che nel diciannovesimo secolo, che cosa impariamo? Impariamo soprattutto che nella nostra anima più profonda, nel nostro sentire più intimo, possiamo portare qualcosa di diverso nelle incarnazioni future se ci pervade la scienza dello spirito, di quanto possiamo portare se ce ne stacchiamo.

Non siamo obbligati a ricevere quello che la scienza dello spirito ci offre come una teoria astratta, come un insegnamento. Quello che le vostre anime accolgono, quello che scende in loro come teoria, deve diventare vita. Ciò che diviene così vita opera già in molti uomini in questa incarnazione, oppure nella prossima. Diviene vita reale e immediata, una vita della quale non possiamo farci una rappresentazione se non abbandonandoci a quello sguardo profetico che dice: dove va questo sviluppo? Va a versarsi con tutti i suoi frutti nell’immediata realtà esteriore.

Quello che oggi possiamo solo dire, solo pronunciare, possiamo solo incorporare alle nostre parole, diviene uno sguardo — lo sguardo dei giovani, lo sguardo degli anziani — uno sguardo che opera beatificante. Tutti coloro che non hanno ancora potuto accedere al calore e alla luce della scienza dello spirito per giungervi direttamente, sentiranno poi l’effetto beatificante di uno sguardo simile. Tutto ciò che rappresenta la personalità esteriore avrà in futuro quel fuoco al quale oggi la teoria fornisce il combustibile.

Solo un piccolo gruppo di uomini deve essere il vero portatore di ciò che fluirà in futuro a tutti gli uomini che ne hanno bisogno: i veri e autentici frutti dell’amore umano e della compassione umana. Non impariamo la scienza dello spirito per la nostra soddisfazione personale, ma affinché acquisiamo mani miti e benedette, lo sguardo mite che agisce già per il fatto che irradia dagli occhi. Affinché diffondiamo quello di cui l’occhio è fonte, fonte di tutto ciò che chiamiamo visione spirituale.

Gli uomini che con tale sentimento vivono così vicino alla natura dovrebbero già adesso stare attenti a come tutto si trasforma nei nostri giorni, come tutto diviene diverso. Sì, diviene diverso nel grande cosmo.

Non è giusto dire: la natura non fa salti. Nella natura i salti accadono continuamente. Dal foglio al fiore, dal fiore al frutto. Quando l’uovo diviene pulcino c’è un salto. Non c’è affermazione più falsa di quella che la natura non faccia salti. Dappertutto ci sono salti, dovunque transizioni improvvise. Viviamo in un tempo di una tale transizione. Abbiamo oltrepassato l’anno 1899, che ha grande significato. La svolta del ventesimo secolo è importante per tutto lo sviluppo culturale perché rappresenta il passaggio della saggezza dall’Oriente all’Occidente, il fluire dell’Oriente nell’Occidente per risvegliare quello che dal contatto con la natura può nutrire la nostra vita dell’anima più profonda.

Coloro il cui spirito si è risvegliato potranno scorgere nuovi esseri spirituali entro i fenomeni naturali. Mentre l’uomo non ancora veggente sperimenterà una continua tristezza per il decadimento inevitabile, colui il cui dono di chiaroveggenza si risvegli vedrà nuovi esseri elementari nascere dalla natura che muore. Mentre nel mondo fisico grossolano poco si manifesterà della grande trasformazione che avviene alla svolta del ventesimo secolo, l’anima spiritualmente aperta sentirà: i tempi cambiano, e noi uomini abbiamo l’obbligo di preparare la conoscenza spirituale.

Sempre più importante diventa osservare queste cose e tenerle nella coscienza. Dipende dalla volontà degli uomini se accogliere queste cose per il bene dell’umanità o lasciarle passare: il primo caso porta salvazione, il secondo danno. Attorno alla svolta del ventesimo secolo nasce quasi un nuovo regno di esseri naturali, che emerge dalla natura come fonte spirituale e diviene visibile e sperimentabile agli uomini.

Ma c’è ancora qualcosa di più. Certo, un’anima umana sarebbe ottusa se non potesse riconoscere lo spuntare della primavera. Però accade ancora qualcosa in più. Coloro che potranno vivere come fatto naturale quello che abbiamo descritto, lo preserveranno in modo affatto diverso da quello della memoria ordinaria. Trasporteranno — come i chicchi di grano passano l’inverno e giungono alla primavera — quello che verso di loro fluisce di nuovi spiriti elementari. Quello che si è vissuto in primavera e quello che si è vissuto in autunno erano una volta indipendenti: lo splendore della primavera e la tristezza dell’autunno.

Quello che il cosmo ricorda fa sì che portiamo parte di quello che viviamo in autunno anche nella primavera. Se lasciamo operare in noi le forze elementari dell’autunno, possiamo sentire in modo nuovo quello che il futuro ci offrirà. Tutto riceve una novità nel futuro, ed è nostro dovere prepararci attraverso la conoscenza dello spirituale a comprenderlo. La scienza dello spirito non è entrata nel mondo per arbitrio umano, bensì perché avvengono nuove cose nei cieli, percepibili solo se gli uomini accolgono i risultati della ricerca spirituale. Per questo è nata la corrente teosofica.

Come nella natura accade una trasformazione, così accade anche nella vita morale: la vita dell’anima subisce un rinnovamento. Molte cose si manifesteranno, di cui gli uomini oggi non hanno idea. Voglio menzionare solo un esempio: sempre più uomini — specialmente nei bambini — sentiranno che quando vorranno compiere un’azione nel futuro, una certa azione nel mondo, sentiranno nell’anima una necessità di fermarsi e ascoltare quello che il mondo spirituale comunica. Una visione si porrà dinanzi ai loro occhi come una realtà. Ne saranno inizialmente colpiti. Poi — quando si saranno avvicinati un poco di più alla scienza dello spirito — conosceranno che in essa è dato il contrappunto karmico delle loro azioni appena compiute.

L’anima sarà così resa consapevole: tu devi sforzarti di entrare nell’evoluzione del futuro. Sarà mostrato che nessun’azione accade senza effetto. Questo diverrà uno stimolo che ordina la nostra vita morale. Così gli impulsi morali, come un karma, scenderanno gradatamente nella nostra anima quando ci prepariamo ad aprire il nostro sguardo spirituale e i nostri orecchi spirituali a quello che il mondo spirituale può dirci.

Sappiamo che ci vorrà tempo perché gli uomini imparino a guardare nello spirito. Ma nel ventesimo secolo questo comincerà, e nel corso di tremila anni sempre più uomini arriveranno a questo. I prossimi tremila anni saranno dedicati dall’umanità a queste cose. Affinché tutto questo possa accadere, scorrono — per disposizione della guida spirituale dell’umanità — i flussi principali dello sviluppo in modo che gli uomini sempre più penetreranno la comprensione della vita occulta come oggi è stata descritta.

Abbiamo due correnti principali. La prima è nota per il fatto che esiste una cosiddetta filosofia occidentale, e che i concetti più elementari del mondo spirituale provengono dalle profondità più pure della filosofia. È straordinario quello che emerge guardando indietro a quello che è accaduto nella scienza della cultura occidentale nel corso dei secoli. Vediamo come gli uomini diventano puramente intellettuali, come altri stanno sul terreno della vita religiosa, ma insieme penetrati da quella contemplazione spirituale che sta dietro a tutto.

Ovunque vediamo la vita spirituale fluire dalla filosofia occidentale. Voglio ricordare Wladimiro Solovév, il filosofo e pensatore russo, un vero veggente che ha potuto tre sole volte nella sua vita penetrare il mondo spirituale puro: la prima quando era un bambino di nove anni, la seconda nel Museo Britannico, e la terza quando era nel deserto d’Egitto sotto il cielo stellato. Allora lo colpì quello che solo lo sguardo chiaroveggente può percepire. Da ciò fiorì in lui la visione del futuro dell’evoluzione umana.

Quello che — con puro sforzo dello spirito — hanno raggiunto Schelling e Hegel emerge da ciò. Poiché essi hanno sostenuto soli sulle altezze del pensiero, li poniamo qui sulla cima dove un giorno staranno tutti gli uomini colti. Tutto questo è stato detto nel corso dei secoli passati, specialmente negli ultimi quattro secoli. Se esaminiamo tutto questo e l’elaboriamo con i metodi dell’occultismo pratico — cosa che è stata fatta di recente — per investigare proprio quello che i puri intelletti da Hegel a Haeckel hanno elaborato, vediamo operare in tutto ciò le forze occulte.

E ne emerge un risultato meraviglioso: possiamo parlare di pura ispirazione proprio di coloro che ci sembrano il meno. Chi ha ispirato tutti questi spiriti che stanno su puro terreno intellettuale? Chi ha acceso questa vita spirituale che parla da ogni libro, che scende fino alle più umili capanne? Da dove viene tutto quello che è vita spirituale astratta in Europa e costituisce un risultato meraviglioso?

Sappiamo tutti come si è compiuto il grande evento descritto. Una volta una grande individualità dell’evoluzione umana, una di quelle che noi designiamo col nome di Bodhisattva, si incarnò nella casa reale del Suddhodana. Sappiamo tutti che questa individualità era destinata a salire alla dignità seguente, quella di Bodhisattva. Ogni uomo che sale più alto e che raggiunge la dignità di Bodhisattva deve diventare un Buddha come sua ultima incarnazione. Che cosa significa questa dignità di Buddha?

Che cosa significa specialmente per il Bodhisattva che giunse alla dignità di Buddha come Gautama? Significa che il Buddha — come ogni Buddha — non ha più bisogno di incarnarsi in un corpo fisico sulla terra. Così Gautama Buddha, come ogni Buddha, era destinato a operare d’allora in poi dal mondo spirituale. Non dovrebbe mai più camminare fisicamente sulla terra; ma quello che ha raggiunto da incarnazione a incarnazione lo rese capace da allora in poi di operare nella nostra cultura terrestre.

Il primo grande atto compiuto, che come ho indicato a Basilea il Buddha come essenza puramente spirituale doveva compiere, fu questo: egli inviò le sue forze nel corpo astrale di quel bambino Gesù che il Vangelo di Luca ci descrive, forze che si esprimono nel detto che noi sempre pronunciamo come parola natalizia: gli esseri spirituali delle altezze si rivelano, e pace sia negli uomini sulla terra che hanno buona volontà.

Quando la nostra anima è toccata da quel detto, nel quale esseri angelici in aureola fluttuano sopra il bambino angelico, sappiamo che nelle forze che circondano Gesù operano le forze del Nirmanakaya del Buddha. Da allora le forze spirituali del Buddha sono state incorporate alle più alte individualità negli eventi che si compiono, di cui il Mistero del Golgota parla. In modo che le sue forze continuano a operare anche in quella corrente di visione del mondo dei filosofi dell’Occidente.

Dal mondo spirituale egli stesso è l’impulso a quella vita che ha penetrato fino all’intelletto e poi si è smarrita. Quando oggi leggiamo Leibniz e Schelling e Solovév e ci chiediamo: come sono stati ispirati? — è attraverso l’essenza che nacque nel palazzo del Suddhodana, che dal Bodhisattva salì a divenire Buddha e poi ha continuato a operare disinteressatamente. Ha operato così disinteressatamente che oggi possiamo risalire a tempi quando in Occidente non si pronunciava nemmeno il nome del Buddha. Del Bodhisattva divenuto Buddha non trovate il nome, neanche in Goethe! Ma vive in tutto, voi lo sapete. Ha trovato tale comprensione che nella letteratura occidentale vive senza nome. Anche il Medioevo lo sapeva; solo che allora non ce lo raccontano così. Ci raccontano qualcosa di diverso.

Nel settimo secolo viveva Giovanni di Damasco, che scrisse un libro in forma di romanzo. Su che cosa? Racconta che una volta visse un grande maestro, il maestro di Barlaam e Giosafat. Barlaam istruiva Giosafat in quello che è l’insegnamento segreto, quali sono le grandi verità cristiane. Se si segue tutto questo, si trovano nella narrazione verità che riguardano tutto questo. Si trovano anche narrazioni dalla letteratura buddhista. Seguiamo la stessa cosa e giungiamo a una leggenda: quella leggenda che racconta che il Buddha ha continuato a vivere, veramente non in forma umana terrestre, bensì in forma animale, nella forma di una lepre. Una volta un bramino andava e trovò una lepre — che era la maschera del Buddha — il bramino gli raccontò la miseria degli uomini, e il Buddha in un fuoco che lui stesso si preparò, si arrostì, per aiutare l’umanità.

Il bramino lo prese e lo pose nella luna. Se sapete che la luna è il simbolo della saggezza che dura eternamente, che vive nel petto degli uomini, allora vedete che nelle antiche leggende era stato sviluppato ed espresso una consapevolezza del sacrificio del Buddha.

Quale è il compito del Buddha là fuori nel mondo dello spirito? È il suo compito di accendere eternamente nei nostri cuori quelle forze dalle quali può essere tratta l’alta saggezza. Come tale dobbiamo comprendere la corrente che fluisce nel nostro mondo: è la corrente del Buddha. È rappresentata anche in quella forma che fluisce attraverso il nostro secolo, sia pure astratta. Dobbiamo però cercare di riconoscere il significato occulto di ogni forma spirituale. A questa corrente se ne aggiunge un’altra, che ha avuto inizio nel Mistero del Golgota, che si è unita alla corrente del Buddha in una necessaria totalità, e che dobbiamo accogliere altrettanto nella vita terrestre.

Questa corrente che proviene dal Golgota e alla quale devono partecipare tutti gli uomini, non viene solo interiormente all’uomo, bensì è una corrente che penetra tutto il nostro essere terrestre. Mentre nella corrente del Buddha, come in ogni altra, abbiamo una corrente che ci riguarda tutti come uomini, abbiamo, nell’essenza del Cristo, un impatto cosmico. Tutti i Bodhisattva appartengono alle individualità che passano la vita qui sulla terra, appartengono alla terra. L’individualità del Cristo viene dal sole e tocca la terra per la prima volta con il battesimo di Giovanni; è solo per tre anni nel corpo fisico di Gesù di Nazareth.

Il tratto caratteristico di questa individualità del Cristo è che è determinato che essa operi nel mondo terrestre solo per tre anni. È la medesima essenza a cui Zoroastro alludeva, chiamandola Ahura mazdao, che sta dietro al sole visibile: la medesima di cui i santi Rishi diedero notizia, e di cui i Greci parlarono come dell’essenza che sta alla base del Pleroma. È l’essenza che gradualmente è diventata lo spirito della nostra terra, l’aura della nostra terra, da quando il suo sangue è fluito sul Golgota.

Il primo che la poté vedere, senza che fosse stato direttamente spinto dall’evento fisico, fu Paolo. Così attraverso l’evento del Golgota è accaduto qualcosa che ha portato un corso di realtà completamente nuovo nella nostra evoluzione terrestre. Prima era tutto lì, affinché attraverso le molteplici religioni si potessero accogliere i più diversi concetti. Quello che dalla religione del Buddha operava, in quanto l’essenza del Buddha irraggiava nell’aura astrale di Gesù, e quello che ho raccontato, ossia che dall’anima della natura emergerà una nuova consapevolezza e un nuovo sentimento, significa nient’altro se non che, come l’individualità del Cristo è discesa attraverso il battesimo nel corpo fisico, in lui dimora fino all’evento del Golgota e così come evento fisico era là nel piano fisico, essa adesso inizierà altrettanto una nuova efficacia nel mondo dell’etere.

Possiamo quindi parlare di un’incarnazione fisica dall’evento del battesimo di Giovanni fino al Golgota, e adesso di una riapparizione eterea. Mentre il corpo eterico si sviluppa, anche attraverso le impressioni d’autunno che l’uomo tesse in sé, sarà percepito il Cristo eterico. A che scopo era il Cristo fisico? Affinché l’uomo potesse svilupparsi più alto, per diventare capace di percepire il Cristo sempre più nell’eterico.

Così possiamo dire: in questo discorso siamo partiti da quegli spiriti elementari che si manifestano nella natura, siamo saliti da quelle visioni particolari che ci muovono a fermarci nel nostro fare e ascoltare la parola interiore, e vediamo in tutto ciò, negli eventi esposti dinanzi a noi, che si raggruppano attorno a un centro, che gli uomini che si trovano in giusta relazione verso il mondo spirituale — e qui non intendo il chiaroveggente spiritualmente istruito, che ha potuto sempre trovare il Cristo, bensì gli uomini nel loro sviluppo naturale — che questi uomini vedranno il Cristo come manifestazione eterea: lui, che solo dall’etere interviene negli eventi del mondo.

Vediamo come tutti questi eventi si raggruppano attorno all’evento futuro del Cristo. E se prendiamo l’intero divenire spirituale nel suo sviluppo progressivo, vediamo: il Buddha che si sacrifica nel fuoco dell’amore è l’ispiratore della nostra scienza dello spirito. Coloro che con attenzione leggono cose come «La prova dell’anima», che ho potuto far rappresentare a Monaco, e che ascoltano dove stanno tutte le forze misteriose, che indicano quello che c’è nella natura intorno a noi, che prestano attenzione alla saggezza del futuro, anche se la saggezza del futuro è spesso la follia del presente, così come la saggezza del presente è spesso la follia del futuro, diverranno consapevoli che ci sarà una chimica permeata dall’impulso del Cristo, una botanica permeata dall’impulso del Cristo e così via.

Non molecole senza essenza stanno alla base. Tutto quello che si estende nella natura, viene dallo spirito. Così il fiore è un’essenza eterea, e d’altra parte attraverso questo fiore lo spirito è penetrato nella terra dall’esterno. In quello che dalla terra sgorga in forme, ci si rivela il senso massimo. Non solo si conoscerà attraverso la fede, bensì si diverrà consapevoli.

Così abbiamo posto davanti alla nostra anima la seconda corrente, che deve unirsi alla prima. Cose sorprendenti porteranno i prossimi anni della terra. In tutte le cose che appariranno in tale modo, possiamo percepire il principio del Cristo, mentre percepiamo l’impulso del Buddha più interiormente. Perciò solo attraverso la comprensione di quei misurati provvedimenti che avvengono dalla guida spirituale del mondo, possiamo farci chiarezza, come seguire l’impulso del Cristo, come è lui che nel divenire storico conduce l’un’individualità nell’altra.

Che cosa offre al desiderio di conoscenza dell’uomo pensante una manifestazione tale come si rivela in Occidente, dove tutto il pensiero si esprime più nella maniera — diciamo, per avere un esempio — di Galilei, oppure nel modo di Wladimiro Solovév in Oriente? Se vediamo questo, riconosciamo come obiettivamente opera l’impulso del Cristo. In maniera simile possiamo in quello che accade là fuori nel mondo, dappertutto vedere l’impulso del Cristo.

Cose grandi si compiranno nei prossimi periodi culturali. Quello che nel quarto sorse come sogno del grande martire Socrate, starà come realtà. Quale era il grande impulso di Socrate? Voleva che colui il quale ha vissuto una legge morale e la riconosce così da essere colpito, dovesse agire anche in maniera corrispondente come uomo morale. Consideriamo quanto siamo ancora lontani da ciò, quanti possono dire: questo deve accadere — ma quanto pochi hanno la forza interiore, la forza della moralità per farlo!

Che le dottrine morali siano così chiaramente comprese e i sentimenti morali così sicuramente sviluppati, che non possa succedere nulla che noi riconosciamo senza avere l’impulso di farlo con fuoco, che questo possa veramente maturare nelle anime umane, non solo compreso che non potrebbe essere altrimenti, se non che un impulso morale divenga anche azione: questo dipende dal fatto che gli uomini si vivono entro le due correnti spirituali caratterizzate.

Allora sotto l’influenza delle due correnti maturerà sempre più quella gente che è capace di procedere dal sentimento, dalla conoscenza morale, dall’impulso morale all’azione. Per mezzo di che cosa nell’umanità si compie che queste due correnti si fondano insieme, affinché da dentro attraverso il Buddha possano afferrare il Cristo? È compiuto dal fatto che l’ufficio del Bodhisattva non è mai rimasto vuoto. Nel momento in cui il Bodhisattva divenne Buddha, un altro giunse alla dignità di Bodhisattva. E giunse quell’individualità di cui sappiamo che circa cento anni prima di Gesù di Nazareth visse come Esseno.

Una personalità che sfortunatamente è stata calunniata e fraintesa, per esempio dallo scrittore Celso, attraverso l’“Enigma del mondo” di Haeckel in particolare. Quella personalità che così ha operato un intero secolo prima del Mistero del Golgota, che è conosciuta come Jeshu ben Pandira, che è una delle incarnazioni di quel Bodhisattva, il successore di Gautama, del Bodhisattva divenuto Buddha. Continuerà a operare come Bodhisattva finché non saranno trascorsi tremila anni, e poi, quando cinquemila anni saranno stati compiuti da quando il Buddha ricevette l’illuminazione sotto l’albero della Bodhi, anche lui diverrà Buddha.

Ogni serio occultista sa che cinquemila anni dopo l’illuminazione del Gautama Buddha sotto l’albero della Bodhi, quell’individualità che continua a vivere come Bodhisattva, sarà diventata il Buddha Maitreya. Fino ad allora si incarnerà ancora diverse volte. E poi, quando i cinquemila anni saranno compiuti, emergerà una dottrina: la dottrina del Buddha Maitreya, il Buddha del Bene, dove quello che è detto opera moralmente. Parole per descrivere questa valutazione non sono ancora disponibili con la forza appropriata. Questo può solo essere visto nel mondo spirituale, e l’uomo, per riceverlo, dovrà prima maturare.

Lo speciale di questo Buddha Maitreya sarà, che in certo modo dovrà imitare quello che accadde nell’evento del Golgota. Sappiamo come l’individualità del Buddha è entrata in Gesù di Nazareth e da allora opera solo dal di fuori sullo sviluppo terrestre. Tutti coloro che vivono come Bodhisattva e una volta diverranno Buddha, hanno sulla terra il destino che ogni serio occultista può vedere: essi sono in certo senso nella loro giovinezza persone sconosciute.

Coloro che ne sanno qualcosa, li vedono forse come persone dotate, ma non vedono che l’essenza del Bodhisattva li penetra. Così è stato sempre, e così sarà anche nel ventesimo secolo. Solo nel tempo che sta tra il trentesimo e il trentatreesimo anno — lo stesso lasso di tempo che sta tra il battesimo nel Giordano e il Golgota — sarà possibile riconoscerlo. Allora si compie una trasformazione con l’uomo, che allora sacrifica la sua individualità fino a un certo grado e diventa dimora di un’altra individualità, così come l’individualità di Gesù ha fatto entrare il Cristo.

Le incarnazioni del Bodhisattva, che sono quelle del futuro Buddha Maitreya, sorgono in persone sconosciute. Questi operano come singoli uomini e attraverso la propria forza. Anche il Buddha Maitreya opererà attraverso la propria forza e contro l’opinione degli uomini determinanti. Rimane sconosciuto nella giovinezza. E quando nel trentesimo anno sacrificherà la sua individualità, allora si presenterà di modo che nelle sue parole opererà moralmente quello che dice. Cinquemila anni dopo che il Buddha fu illuminato sotto l’albero della Bodhi, anche il suo successore salirà alla dignità di Buddha e sarà il portatore della parola che opera moralmente.

Ora diciamo: «All’inizio era la Parola.» Allora potremo dire: Nel Buddha Maitreya è dato a noi il massimo insegnante che è apparso, per rendere agli uomini comprensibile l’evento del Cristo nel suo pieno significato. Lo speciale di lui sarà, che come il massimo maestro, porterà la parola più elevata, la parola massima.

Poiché così spesso il Grande, che dovrebbe essere portato nel mondo nel modo giusto, è così male compreso, dobbiamo cercare di prepararci a quello che deve venire. E se vogliamo avvicinarci allo spirito, là dove lo spirito della natura parla a noi anche moralmente, allora possiamo dirci: in certo senso la scienza dello spirito è tutta preparazione, affinché impariamo a comprendere una parola tale come fu pronunciata di fronte all’evento passato, quando abbiamo parlato della trasformazione dei tempi.

Nuovi tempi sopraggiungevano quando Giovanni proclamava il Cristo. Di nuovi tempi, di fronte ai quali è necessario che il nostro senso cambi, di tali nuovi tempi possiamo anche oggi parlare in certo senso. Nonostante i grandi mezzi culturali che verranno nel mondo esteriore, il senso dell’uomo deve trasformarsi di modo che la sua anima abbia ancora spazio per guardare nel mondo spirituale, che in nuovo modo si proclamerà proprio nel tempo in cui viviamo.

Se qui in questa vita qualcosa di ciò sarà visibile, se alla porta della morte o con la nuova nascita — non solo vedremo questo nuovo mondo, bensì da questo nuovo mondo opereremo. E il meglio che spesso è in noi, viene a manifestarsi perché dal varco della morte, dal mondo altro, esseri inviano queste forze in noi. E queste forze invieremo anche noi, quando attraversiamo il varco della morte così che qui acquisiamo quello che riconosciamo come trasformazione necessaria per il nostro tempo e di cui mi è permesso di dirvi qualcosa oggi.

Buddha e Cristo — La sfera dei Bodhisattva

La Missione della Scienza dello Spirito nell’Evoluzione Morale dell’Umanità

4°Buddha e il Cristo. La sfera dei Bodhisattva

Milano, 21 Settembre 1911

In questa ora desidero rivolgermi a voi intorno a fatti che appartengono particolarmente al mondo morale ed etico, fatti che sono profondamente idonei a porre davanti all’anima la missione della scienza dello spirito nei nostri tempi.

Siamo tutti pervasi dalla grande verità della dottrina della reincarnazione, dalla ripetizione delle vite terrestri. Dobbiamo infatti farci chiarezza sul fatto che questa ripetizione della nostra vita terrestre nell’evoluzione della Terra ha un profondo significato. Quando ci domandiamo: perché ripetiamo questa vita terrestre? — dalle ricerche occulte riceviamo la risposta che in ogni epoca terrestre successiva, quando ritorneremo su questo piano, vivremo sempre qualcosa di diverso. Le nostre anime conobbero qualcosa di particolare nel corso di quelle incarnazioni che seguirono immediatamente la grande catastrofe atlantica; qualcosa di diverso nelle epoche precristiane; qualcosa di ancora diverso nella nostra epoca.

Intendo soltanto accennare che nelle epoche precedenti la grande catastrofe atlantica le nostre anime avevano una certa chiaroveggenza elementare nei corpi di allora. Questa chiaroveggenza, che in tempi remoti era naturale all’uomo, si è infatti gradualmente persa. E quell’epoca che ha sottratto all’uomo le forze dell’antica chiaroveggenza è stata l’epoca culturale greco-romana, la quarta epoca culturale nell’umanità postatlantidea. Da allora l’uomo si sviluppa in modo tale da compiere i suoi grandi progressi esteriormente sul piano fisico. Tuttavia, verso il termine della presente umanità postatlantidea, gradualmente riacquisterà nuovamente la forza chiaroveggente.

Viviamo ora nella quinta epoca culturale postatlantidea. Contiamo come prima epoca postatlantidea l’antica indiana, come seconda la paleopersiana, come terza la caldeo-babilonese, come quarta la greco-romana. Noi stessi siamo nella quinta epoca culturale. Dopo la nostra seguiranno una sesta e una settima epoca culturale. Poi avrà luogo di nuovo una grande catastrofe sulla Terra, simile alla catastrofe dell’epoca atlantica.

Dalle ricerche occulte possiamo distinguere, per ognuna di queste epoche — la quinta, sesta e settima postatlantidea — un carattere principale dello sviluppo umano. Nella nostra quinta epoca culturale postatlantidea il carattere principale dell’evoluzione umana è infatti lo sviluppo intellettuale, l’intellettualità. Nella sesta, che seguirà la nostra, il carattere principale dello sviluppo umano sarà questo: le anime degli uomini avranno ben determinate sensazioni nei confronti di ciò che è morale e di ciò che è immorale. In particolare si svilupperanno in modo raffinato le sensazioni di simpatia con l’azione benevola e compassionevole, e di antipatia verso l’agire malvagio, in una misura di cui oggi non possiamo ancora avere alcuna idea.

Dopo questa sesta seguirà la settima epoca culturale, nella quale la vita morale sarà ancora più approfondita. Mentre nella sesta epoca culturale gli uomini proveranno compiacimento nelle azioni buone e nobili, nella settima epoca culturale tale compiacimento porterà con sé anche un impulso morale: cioè il desiderio di compiere ciò che è morale. Vi è una grande differenza tra provare compiacimento per un’azione morale e compiere ciò che è morale. Possiamo così dire: la nostra epoca culturale è l’epoca dell’intelletto, della ragione; seguirà poi l’epoca che potremmo chiamare l’epoca della compiacenza estetica per il bene e del rifiuto estetico per il male; e la settima sarà l’epoca della vita morale agente.

Per tutto ciò che entrerà nell’umanità nelle future epoche culturali, nella nostra anima umana sono contenuti per ora soltanto i germi, e possiamo dire che tutte queste disposizioni che l’uomo possiede — disposizioni intellettuali, disposizioni alle simpatie e antipatie per le azioni morali, disposizioni agli impulsi morali — stanno in relazione con i mondi superiori. Ogni azione morale sta in una certa relazione ai mondi superiori. Le nostre disposizioni intellettuali stanno in una relazione sovrasensibile a ciò che chiamiamo il piano astrale. Le nostre simpatie e antipatie per il bene e il male stanno in relazione a ciò che chiamiamo il basso devachan. E il mondo degli impulsi morali nell’anima sta in relazione all’alto devachan. Possiamo pertanto dire: nei nostri tempi le forze del mondo astrale agiscono nell’anima umana; nella sesta epoca culturale le forze del basso devachan agiranno maggiormente nell’anima umana; nella settima epoca culturale le forze dell’alto devachan agiranno in modo particolare sulla nostra umanità.

Da ciò vedrete che è comprensibile che nell’epoca precedente, la quarta, nella epoca culturale greco-romana, fossero soprattutto le forze del piano fisico quelle che agirono sull’anima umana. Perciò la cultura greca ha creato opere d’arte plastica meravigliose, per mezzo delle quali ha espresso la figura umana nel modo più eccellente sul piano fisico esteriore. Per questo motivo gli uomini erano particolarmente idonei, in quell’epoca, a vivere quella Entità che chiamiamo l’Entità cristica anche sul piano fisico in un corpo umano. Nella nostra epoca culturale, la quinta, che durerà fino al quarto millennio, le anime diventeranno gradualmente idonee a vivere l’Entità cristica sul piano astrale. E già a partire dal ventesimo secolo l’Entità cristica apparirà in forma eterica visibile all’umanità sul piano astrale, così come essa apparve nel quarto millennio sul piano fisico in forma fisica.

Per comprendere bene l’intera evoluzione culturale successiva verso cui le nostre anime si dirigono, è bene che ora esaminiamo più profondamente le peculiarità della nostra anima nelle incarnazioni successive. Oggi, nella nostra epoca più intellettuale, per tutte le anime intellettualità e moralità stanno piuttosto l’un’accanto all’altra. Può essere molto intelligente chi è immorale, e inversamente si può essere molto morale senza essere particolarmente intelligenti.

Nella quarta epoca culturale un popolo vide profeticamente avanzarsi questa coesistenza di moralità e intellettualità, e questo popolo fu il popolo ebraico antico. Perciò i membri del popolo ebraico antico cercavano di stabilire un’armonia artificiale tra moralità e intellettualità, mentre per esempio presso i Greci esisteva allora un’armonia più naturale. Possiamo riconoscere oggi dai documenti della Cronaca dell’Akasha come le guide del popolo ebraico antico cercavano di stabilire questa armonia tra moralità e intellettualità. Essi possedevano simboli che conoscevano con tanta precisione che, quando li osservavano in un certo modo e ne subivano l’influsso, poteva stabilirsi una certa armonia tra ciò che è buono, ciò che è morale e ciò che è saggio. Questi simboli erano portati al petto dalle guide sacerdotali del popolo ebraico antico. Il simbolo della moralità si chiamava Urim, il simbolo della saggezza si chiamava Tummim.

Quando il sacerdote ebraico voleva scoprire se un’azione fosse insieme buona e saggia, si lasciava agire su di sé Urim e Tummim in una maniera significativa, e così come questi due operavano poteva suscitarsi in lui una certa armonia artificiale tra moralità e intellettualità. La cosa era tale che venivano effettivamente esercitate azioni magiche per mezzo di questi simboli; una connessione magica con il mondo spirituale veniva stabilita.

Ora abbiamo il compito di raggiungere gradualmente nelle incarnazioni successive ciò che allora veniva prodotto per mezzo di questi simboli artificiali mediante lo sviluppo interiore dell’anima.

E ora vogliamo mettere davanti alla nostra anima le fasi di sviluppo attraverso la quinta, sesta e settima epoca culturale postatlantidea, per vedere come l’intellettualità, l’estetismo e la moralità agiranno sulle nostre anime.

Mentre nella nostra epoca, nella quinta epoca culturale, la nostra intellettualità può restare intatta anche se non proviamo soddisfazione per l’agire morale, nella sesta epoca culturale le cose andranno del tutto diversamente. Nella sesta epoca culturale, pressappoco a partire dal terzo millennio, l’immorale avrà un effetto paralizzante sull’intellettualità. Chi è intellettualmente acuto ma immorale porterà la sua intellettualità a uno stato di oscuramento con lo sviluppo dell’immoralità. Questo diventerà sempre più significativo nell’evoluzione futura dell’umanità, in modo che l’uomo che non è morale non potrà acquisire intellettualità, perché questo sarà possibile soltanto attraverso azioni morali. E nella settima epoca culturale postatlantidea non vi saranno uomini che possano essere intelligenti senza essere morali. È bene ora che ci rappresentiamo chiaramente le forze della moralità nelle singole anime umane nelle incarnazioni attuali. Perché l’uomo può diventare immorale nel nostro sviluppo? Questa è la domanda che vogliamo porre. Ciò proviene dal fatto che l’uomo nelle sue successive incarnazioni è disceso sempre più nel mondo fisico e ha perciò ricevuto sempre più impulsi soltanto verso il mondo sensibile fisico.

Un’anima è tanto più immorale quanto più impulsi provenienti dal ciclo discendente agiscono su di essa. Questo fatto viene provato direttamente da un risultato di ricerca molto interessante dell’occultismo.

Voi sapete che l’uomo quando attraversa la porta della morte abbandona il suo corpo fisico e il suo corpo eterico, che dopo la morte ha come una specie di retrospezione di tutta la sua vita terrestre. Poi segue un periodo di sonno. Allora l’uomo si risveglia dopo alcuni mesi o anni nel piano astrale, nel kamaloka. A questo risveglio segue la vita nel kamaloka, che consiste nel rivivere la vita terrestre con tre volte maggiore velocità. E all’inizio della vita nel kamaloka si presenta per ogni uomo un evento molto significativo. Per la maggior parte degli uomini della nostra Europa o in generale dell’epoca culturale più recente questo evento si presenta così: all’inizio della vita nel kamaloka un’individualità spirituale ci mostra tutto ciò che abbiamo fatto egoisticamente nella vita passata, come un registro di tutto ciò in cui abbiamo peccato. Quanto più vividamente vi rappresentate questo processo, tanto più correttamente ve lo rappresentate: come se realmente all’inizio della vita nel kamaloka una tale figura si presentasse con il registro della nostra vita fisica.

È un fatto molto importante questo, che naturalmente non può essere ulteriormente provato perché può essere provato soltanto dall’esperienza occulta: che la maggior parte degli uomini che appartengono alla cultura europea riconoscono in questa figura Mosè. Questo è un fatto che è sempre stato conosciuto in modo particolare nelle ricerche rosacrociane dal Medioevo in poi, e che è stato confermato negli ultimi anni mediante ricerche molto sottili.

Potete capire da ciò che l’uomo all’inizio della vita nel kamaloka sente una responsabilità molto grande verso le potenze precristiane per ciò che l’ha trascinato verso il basso. E davanti alla vita occulta appare effettivamente l’individualità di Mosè come quella che reclama conto per l’ingiustizia che accade nei nostri tempi.

Quelle potenze, quelle forze che rialzano l’uomo di nuovo verso il mondo spirituale si dividono in due specie: in quelle che lo rialzano per la strada della saggezza e in quelle che lo rialzano per la strada della moralità. Quelle forze ora che producono in modo particolare il progresso intellettuale provengono tutte da un’individualità insigne che voi conoscete tutti dall’epoca culturale quarta postatlantidea. Vale a dire l’impulso verso lo sviluppo saggio dell’anima proviene da Gautama Buddha. È straordinario che la ricerca occulta ci insegni che proprio i pensieri più perspicaci e più importanti che sono stati pensati nella nostra epoca culturale provengono da Gautama Buddha. Questo è tanto più straordinario in quanto in Occidente fino a un tempo non lontano, fino a Schopenhauer, il nome di Gautama Buddha era quasi sconosciuto. Ma ciò è molto comprensibile, perché Gautama Buddha, nel tempo in cui era il figlio del re Suddhodana, salì dalla dignità di Bodhisattva alla dignità di Buddha, e il divenire Buddha significa che l’individualità in questione non si incarna più in un corpo carnale sulla Terra.

In verità è così che quell’individualità che cinque o sei secoli prima dell’inizio della nostra era di computo passò da Bodhisattva a Buddha non si è più incarnata in un corpo fisico né può più incarnarsi in un corpo fisico. Invece da allora invia dai mondi superiori, dai mondi sovrasensibili, le sue forze verso il basso e ispira tutti i portatori di cultura che non sono ancora pervasi dall’impulso del Christus. Una consapevolezza di ciò era presente in una bella leggenda che Giovanni di Damasco nell’ottavo secolo mise per iscritto e che divenne celebre in tutti i paesi europei nel Medioevo. È la leggenda di Barlaam e Giosafat, che ci mostra come colui che divenne il successore del Buddha — Giosafat è una trasformazione linguistica dello stesso nome di Bodhisattva — fu istruito da Barlaam negli impulsi cristiani. Questa leggenda, che poi fu dimenticata, ci racconta come il successore del Bodhisattva fu istruito da un rappresentante del cristianesimo, Barlaam, e vuole mostrare come quel Bodhisattva che seguì Gautama Buddha assorbì effettivamente gli impulsi cristiani nella propria vita animica. Ed è così. Poiché il secondo impulso che, accanto all’impulso del Buddha, continua ad agire nell’evoluzione umana è l’impulso del Christus, e questo impulso è quello che nel futuro corrisponde all’ascesa dell’umanità alla moralità. Perciò si può dire: sebbene la dottrina del Buddha sia in senso particolare una dottrina morale, essa è una morale dottrina, mentre l’impulso del Christus non è dottrina, ma forza. Agisce come forza morale che sempre più e più si configura in modo tale da permeare realmente l’umanità di moralità.

Nella quarta epoca culturale postatlantidea questa Entità cristica, discesa dalle altezze cosmiche, dovette anzitutto manifestarsi nel corpo fisico. Nella nostra quinta epoca culturale le forze intellettuali si consolideranno in modo tale che l’uomo diverrà capace di vedere il Christus non solo come figura fisica, ma come forma eterica. Questo evento inizia già dal nostro secolo, dal ventesimo secolo. Dal trentesimo, quarantesimo anno di questo secolo in poi appariranno uomini singoli che hanno sviluppato così bene la loro vita individuale da poter vedere la forma eterica del Christus, come nel tempo di Gesù di Nazaret hanno visto il Christus fisico. E sempre più e più nei prossimi tre millenni verranno uomini che contempleranno questo Christus eterico, finché circa tre millenni dopo il nostro computo del tempo un numero sufficiente di uomini sulla Terra non avrà più bisogno di Vangeli né di altri documenti, perché avrà visto il Christus nell’anima.

Dobbiamo dunque essere consapevoli che nella quarta epoca postatlantidea gli uomini erano capaci soltanto di vedere il Christus fisico, e perciò egli venne anche nel corpo fisico. Nella nostra epoca fino al terzo millennio gli uomini diventeranno gradualmente capaci di vedere il Christus eterico, e quindi egli non verrà mai più nel corpo fisico. Se consideriamo che oggi l’uomo, quando entra nel kamaloka e deve render conto davanti a una figura che opera moralmente, a Mosè, figura che si unisce sempre più all’impulso del Christus, comprenderemo come accadrà quello che posso descrivere come una trasformazione della figura di Mosè. Che cosa ci mostra Mosè quando sta davanti a noi con il nostro registro di peccati? Ci mostra ciò che sta da un lato, dal lato dell’ingiustizia del nostro karma. È effettivamente importante per un’anima dei nostri tempi che attraverso l’ispirazione del buddhismo possa essere compresa la dottrina del karma, ma che la realtà del karma dopo la morte ci sia mostrata dalla figura veterotestamentaria di Mosè. Poiché ora le anime si permeano sempre più dell’impulso del Christus sovrasensibile, dopo la morte si compirà la trasformazione della figura di Mosè in quella di Christus Gesù. Ciò però non significa altro se non: il nostro karma entra in connessione con il Christus, il Christus cresce insieme con il nostro karma personale.

È molto interessante osservare che il karma secondo la dottrina del Buddha è una cosa astratta. Ha il karma del buddhismo qualcosa di impersonale. Nel futuro delle incarnazioni umane il Christus si fonde sempre più con il karma: il nostro karma riceve qualcosa di sostanziale, qualcosa di vitale.

I nostri stadi di sviluppo anteriori, le nostre vite passate si lasciano ben riassumere nelle parole: Ex deo nascimur. Se configuriamo il nostro sviluppo in modo tale che dopo la morte incontriamo il Christus invece di Mosè, con il quale il nostro karma allora si fonde, questo viene espresso dalla corrente cristiana-rosacrociana che esiste dal tredicesimo secolo in poi con la parola: in Christo morimur.

Proprio come si può divenire un Buddha soltanto sul piano fisico, così l’anima umana può acquisire la capacità di incontrare il Christus nella morte soltanto sul piano fisico. Un Buddha è anzitutto un Bodhisattva, ma sale a Buddha nell’incarnazione fisica, e poi non ha più bisogno di venire sulla Terra. La comprensione del Christus, come l’abbiamo ora illustrata, si può acquisire soltanto sul piano fisico. Per renderlo possibile, nei prossimi tre millenni gli uomini dovranno acquisire la capacità di contemplare il Christus sovrasensibile nel mondo fisico, e per questo c’è il movimento della scienza dello spirito. Questa è la sua missione: creare le condizioni che sul piano fisico determinano la comprensione del Christus, perché poi si possa contemplare il Christus.

Se ora siamo in un corpo fisico nel tempo in cui il Christus come Christus eterico agisce sull’umanità, oppure tra morte e nuova nascita, non fa differenza se abbiamo acquisito qui la capacità di contemplarlo. Assumiamo per esempio che un uomo non potesse giungere, perché muore prima, a contemplare il Christus nella sua attuale incarnazione eterica; egli tuttavia, se si è acquisito qui la comprensione per questo, potrebbe dopo, tra morte e nuova nascita, contemplare il Christus. Colui che rimane lontano dalla vita spirituale e non si acquisisce una comprensione del Christus rimarrà fino alla prossima incarnazione lontano dalla conoscenza del Christus, per acquisirla poi nella vita successiva.

Ciò che è stato detto ora vi mostra che con il progresso dell’umanità nei tre millenni dell’epoca culturale quinta, sesta e settima l’impulso del Christus dominerà sempre più la Terra. Se è stato detto che nella sesta epoca culturale l’intellettualità viene ostacolata dall’immorale, allora dall’altro lato dobbiamo anche intendere che colui che ha paralizzato la propria intellettualità mediante l’immoralità deve rivolgersi con tutta la forza al Christus per farsi elevare da lui alla moralità. Forza morale può darla il Christus.

Ciò che vi ho detto è stato ricercato in modo particolare con esattezza dal tredicesimo secolo, da quando esistono i Rosacrociani, ma è anche una verità che molti occultisti hanno saputo in tutti i tempi.

Se si volesse affermare che l’evento fisico del Christus, l’apparizione del Christus in un corpo fisico, potrebbe accadere due volte sulla Terra, allora si affermerebbe nell’occulto la stessa cosa che se si dicesse che una bilancia funziona meglio se è supportata in due punti invece che in uno. In verità il periodo di tre anni della vita del Christus, gli anni in cui egli camminò sulla Terra nel corpo di Gesù di Nazaret, è lo stesso che il centro di gravità dell’evoluzione terrestre. E come una bilancia può avere la sua trave sospesa solo in un punto, così anche l’evoluzione terrestre può avere un solo centro di gravità.

Qualcosa di diverso è insegnare l’evoluzione morale, e qualcosa di diverso è l’impulso per questa evoluzione morale stessa.

Già prima che l’evento del Golgota avvenisse, c’era il successore del Buddha, il futuro Bodhisattva, per preparare questo evento e insegnarlo nel suo circolo. Il Bodhisattva che seguì il Buddha era per esempio incarnato nella personalità di Jeshu ben Pandira un secolo prima della nascita di Gesù di Nazaret. Abbiamo così da distinguere un secolo prima della nostra era di computo l’incarnazione di Jeshu ben Pandira del Bodhisattva che seguì Gautama Buddha, e quella di Gesù di Nazaret all’inizio della nostra era di computo, il cui corpo per tre anni fu pervaso dall’Entità cosmica che chiamiamo il Christus.

Quel Bodhisattva che era in Jeshu ben Pandira e si era anche reincarnato in altre personalità ritorna sempre di nuovo, finché tra tremila anni sale a Buddha e vive la sua ultima incarnazione come Maitreya-Buddha. Quell’Individualità che era l’Individualità cristica stette sulla Terra soltanto tre anni, nel corpo di Gesù di Nazaret, e non ritorna mai più in un corpo fisico; soltanto nella quinta epoca culturale nel corpo eterico, nella sesta epoca culturale nel corpo astrale, e ancora oltre, nella settima epoca culturale, in un grande Io cosmico che è simile a una grande anima di gruppo dell’umanità. Quando l’uomo muore, da lui si staccano il suo corpo fisico, il suo corpo eterico, il suo corpo astrale, e il suo Io passa alla prossima incarnazione. Esattamente così è anche con il pianeta della nostra Terra. Ciò che è fisico sulla nostra Terra si stacca alla fine del periodo terrestre, e la totalità di tutte le anime umane passa al Giove, allo stato planetario successivo della Terra. Dallo stadio di sviluppo che avrà raggiunto passa allo stadio successivo dell’evoluzione terrestre, all’esistenza gioveana. E come nel singolo uomo l’Io umano è il centro del suo ulteriore sviluppo, così per tutta l’umanità l’Io del Christus, l’Io disceso nei suoi corpi astrali ed eterici, è ciò che prosegue per animare l’esistenza gioveana nella successiva evoluzione planetaria.

Vediamo così come il Christus disceso sulla Terra, procedendo da una umanità di natura fisico-terrestre, si sviluppa gradualmente come eterico, come astrale, come Io-Christus, per essere come Io-Christus lo spirito della Terra, che poi con tutti gli uomini sale a gradi più elevati.

Che cosa facciamo dunque insegnando oggi la scienza dello spirito? Facciamo ciò che le dottrine orientali hanno così chiaramente proclamato quando il Bodhisattva, che era il figlio del re Suddhodana, salì a Buddha. Le dottrine orientali erano allora consapevoli che il Bodhisattva successivo, che sarebbe divenuto Buddha, doveva diffondere le dottrine sulla Terra che avrebbero mostrato il Christus agli uomini nel modo giusto. Così il Bodhisattva seguente, che si reincarnò sempre più in Jeshu ben Pandira e in altri, divenne l’insegnante dell’impulso del Christus. E la leggenda l’indica molto bene nel racconto di Barlaam e Giosafat, in quanto Barlaam, l’insegnante cristiano, istruisce Giosafat, cioè il Bodhisattva. Le dottrine occulte orientali perciò chiamano questo Bodhisattva il Portatore del Bene: Maitreya-Buddha. E sappiamo dalle ricerche occulte che questo Maitreya-Buddha avrà la forza della parola in una maniera tale che gli uomini di oggi non possono ancora averne alcuna idea. Possiamo vedere in modo chiaroveggente nel divenire dei mondi superiori come il Maitreya-Buddha insegnerà fra tremila anni. Potremmo esprimere molti dei suoi insegnamenti anche in disegni simbolici. Ma oggi non troviamo ancora la possibilità di farlo, perché l’umanità non è ancora matura per pronunziare parole come le pronunzierà il Maitreya-Buddha.

Gautama Buddha ha pronunciato grandi dottrine intellettuali, del retto parlare, del retto insegnare, del retto pensare e così via nel Sentiero Ottuplice; il Maitreya-Buddha avrà parole che immediatamente attraverso la loro forza magica diventeranno impulsi morali negli uomini che le ascoltano. E se per lui vi fosse un evangelista Giovanni, dovrebbe ancora parlare diversamente da come parlò l’evangelista Giovanni del Christus. Là è scritto: «E la Parola si è fatta carne»; l’evangelista Giovanni del Maitreya-Buddha dovrebbe dire: e la carne si è fatta Parola.

In una maniera meravigliosa sarà permeato ciò che uscirà dalle labbra del Maitreya-Buddha dalla forte forza del Christus. Le nostre ricerche occulte ci mostrano oggi che in una certa misura il Maitreya-Buddha rivivrà anche esteriormente la vita del Christus. Quando in tempi antichi una grande individualità è apparsa come insegnante dell’umanità, ciò si mostrava già nella prima giovinezza nelle disposizioni particolari, nella psichicità del bambino in questione. Accanto a questo vi è certamente anche un altro sviluppo che procede così che si nota un completo cambiamento della personalità in questione a una certa età. Accade allora che quando l’uomo cresce fino a una certa età il suo Io viene tolto dalle sue spoglie corporee e un altro Io entra nel suo corpo. L’esempio più grande di questo genere è proprio il Christus-Gesù stesso, dal quale nel trentesimo anno l’Individualità cristica poté impadronirsi.

Con tutte le incarnazioni del Bodhisattva che diventerà il Maitreya-Buddha si è mostrato che vivrà proprio in questo senso secondo il modo del Christus. In tutte le incarnazioni del Bodhisattva non si sa, quando il bambino cresce, nemmeno quando il giovane cresce, che diventerà un Bodhisattva. Ogni volta che il Bodhisattva nasce si mostra che nel trentesimo fino al trentunesimo anno un’altra personalità s’impadronisce del suo corpo. Non ci sarà mai questo Bodhisattva in modo che si mostri già nella sua prima giovinezza nella sua qualità di Bodhisattva. Nel trentesimo fino al trentunesimo anno si mostrerà invece in proprietà completamente diverse, perché un’altra personalità s’è impadronita del suo corpo. Le Individualità che così s’impadroniscono della personalità di un altro uomo sono Individualità che vissero in tempi antichi e non appariranno come bambini; Individualità come Mosè, Abramo, Ezechiele. Così è anche nel nostro secolo con il Bodhisattva che sarà, tra tremila anni, il Maitreya-Buddha. Sarebbe un mero dilettantismo occulto se si affermasse che questo Maitreya sia già riconoscibile in giovane età come tale. Tra il trentesimo e il trentatreesimo anno si mostra per primo attraverso la sua propria forza, senza che altri debbano prima essere indicati; attraverso la propria forza convincerà. E si riconoscerebbe meglio che qualcosa non fosse corretto se si dicesse di un giovane che ha meno di trent’anni che in lui si mostri il Bodhisattva. In esso si riconoscerebbe proprio l’errore. Tali affermazioni sono sempre state di nuovo fatte. Basta ricordare che nel diciassettesimo secolo apparve un’Individualità che pretendeva di essere un’incarnazione del Messia, del Christus. È la personalità di Sabbatai Zewi, che apparve nel diciassettesimo secolo, che si spacciò per il Christus e verso il quale in realtà un gran numero di persone da tutta l’Europa, dalla Spagna, dall’Italia, dalla Francia fino a Smirne andò in pellegrinaggio.

È certamente vero che nei nostri tempi vi è una grande riluttanza nel riconoscere i geni umani. Ma è vero il contrario anche che vi è una grande pigrizia mentale che tende a essere facilmente disposti, per semplice autorità, a riconoscere questa o quella Individualità come una grandezza e ad accordarle credito. È importante che la scienza dello spirito oggi sia rappresentata in modo tale che si basi il meno possibile su una mera fede nell’autorità.

Molte delle cose che ho detto oggi possono essere controllate soltanto con i mezzi della ricerca occulta. Ma vi esorto a non credere queste cose, ma a verificarle rispetto a tutto ciò che conoscete dalla storia della vita, insomma rispetto a tutto ciò che potete sperimentare, e io sono completamente tranquillo al pensiero che quanto più accuratamente verificate, tanto più accuratamente le troverete confermate. Vi faccio appello non alla vostra fede nell’autorità, ma al vostro esame intellettuale. E il Bodhisattva del ventesimo secolo non farà appello a nessun precursore che lo proclami come Maitreya-Buddha, bensì alla forza della sua parola propria, e starà solo come uomo nel mondo.

Queste potrebbero essere circa le parole con le quali si potrebbe riassumere ciò che è stato oggi pronunciato: Nell’evoluzione della nostra umanità operano due correnti. L’una è la corrente della saggezza o buddhista, l’insegnamento supremo della saggezza, della bontà del cuore e della pace terrestre. Affinché questo insegnamento buddhista possa entrare effettivamente in tutti i cuori, l’impulso del Christus è indispensabile.

La seconda è la corrente del Christus, che guiderà l’umanità dall’intellettualismo attraverso l’estetismo alla moralità. E il più grande insegnante dell’impulso del Christus sarà sempre il successore del Buddha, quel Bodhisattva che si reincarna sempre di nuovo e che diventerà il Maitreya-Buddha fra tremila anni. Poiché è vero ciò che dicono i documenti orientali: che esattamente dopo cinquemila anni da quando Gautama Buddha ricevette l’illuminazione sotto l’albero della Bodhi, il Maitreya-Buddha si incarnerà sulla Terra per l’ultima volta.

La serie dei Bodhisattva e dei Buddha non ha nulla a che fare con l’essere cosmico del Christus, e nel corpo di Jeshu ben Pandira non era incarnato il Christus, ma un Bodhisattva. Il Christus è solo una volta, e precisamente soltanto per tre anni, incarnato in un corpo fisico; il Bodhisattva appare di nuovo in ogni secolo fino al suo divenire Maitreya-Buddha.

Così vediamo come la scienza dello spirito oggi ha il compito di essere una sintesi delle religioni. Possiamo riunire una forma della religione nel buddhismo, un’altra forma della religione nel cristianesimo. E quanto più progrediamo nella futura evoluzione dell’umanità, tanto più le religioni si uniranno, come il Buddha e il Christus stesso si uniranno nei nostri cuori.

Con questo abbiamo ottenuto uno sguardo nell’evoluzione spirituale dell’umanità e abbiamo inteso la necessità del vivificarsi della scienza dello spirito, che deve essere una preparazione per la comprensione di ciò che nella cultura progressiva si sviluppa, per ottenere una visione di ciò che accade nell’evoluzione dell’umanità.

Il cristianesimo rosicruciano (I)

5°Il cristianesimo rosacrociano — Prima conferenza

Neuchâtel, 27 Settembre 1911

Mi colma di profonda soddisfazione essere qui per la prima volta in questo ramo appena fondato, che porta il nome illustre di «Christian Rosenkreutz». Grazie a ciò, mi è possibile parlare per la prima volta in modo più dettagliato di Christian Rosenkreutz. Che cosa costituisce il mistero di Christian Rosenkreutz? Non tutto può essere detto in una sola sera a proposito di questa personalità: parleremo stasera di Christian Rosenkreutz stesso, domani sera invece della sua opera.

Parlare di Christian Rosenkreutz presuppone una grande fiducia nei misteri della vita spirituale, una fiducia non solo nella persona, bensì nei grandi segreti della vita spirituale. Fondare un nuovo ramo comporta sempre anche una fede nella vita spirituale.

Christian Rosenkreutz è un’individualità che agisce sia quando si incarna nel corpo fisico sia quando non vi è incarnata. Non agisce solamente come entità fisica mediante forze fisiche, bensì soprattutto in modo spirituale attraverso forze superiori.

Come sappiamo, l’uomo non vive isolato, bensì in connessione con il grande sviluppo dell’umanità. Quando l’uomo ordinario attraversa la morte, il suo corpo eterico si dissolve nel cosmo. Tuttavia, di questo corpo eterico che si dissolve rimane sempre una parte conservata: siamo dunque circondati costantemente dai residui dei corpi eterici dei defunti, a nostro bene o a nostro danno. Agiscono su di noi in senso buono o malvagio, a seconda che noi stessi siamo buoni o cattivi. Azioni estese si irradiano dai corpi eterici di grandi individualità: in questo senso, dal corpo eterico di Christian Rosenkreutz emana una grande forza che può agire sulla nostra anima e sul nostro spirito. Nostra responsabilità è conoscere queste forze. E a queste forze ricorriamo come Rosacrociani.

Nel senso più stretto, il movimento rosacrociano ebbe inizio nel tredicesimo secolo. Allora queste forze agivano in modo straordinariamente intenso, e da quel momento esiste una corrente di Christian Rosenkreutz, che continua ad agire nella vita spirituale. Esiste una legge per cui ogni cento anni circa questa corrente di forza spirituale deve manifestarsi particolarmente. Lo vediamo ora nel movimento teosofico. Nelle sue ultime rivelazioni esoteriche, Christian Rosenkreutz stesso l’ha accennato in questo modo.

Nel 1785 le rivelazioni esoteriche raccolte dei Rosacrociani trovarono espressione nell’opera: «Le figure segrete dei Rosacrociani» di Hinricus Madathanus Theosophus. In questa pubblicazione sono contenuti, in un certo senso limitato, accenni a ciò che aveva agito nei cento anni precedenti come corrente rosacrociana e che solo allora trovò espressione nei lavori, che erano stati raccolti e sintetizzati da Hinricus Madathanus Theosophus. Ancora cento anni dopo, vediamo manifestarsi l’effetto della corrente rosacrociana nell’opera di H. P. Blavatsky, in particolare nel libro «L’Iside svelata». Molti dei contenuti di quelle figure vi sono scritti in parole. Una somma di saggezza occulta occidentale, ancora lungi dall’essere completamente assimilata, vi è contenuta, anche se talvolta la composizione risulta piuttosto confusa. È interessante confrontare «Le figure segrete dei Rosacrociani» di Hinricus Madathanus Theosophus con l’opera di H. P. Blavatsky. Dobbiamo considerare principalmente la prima metà della pubblicazione, composta nello spirito delle «figure». Nella seconda parte Blavatsky si allontana in qualche misura dalla corrente rosacrociana. Nei suoi lavori posteriori, H. P. Blavatsky si distaccò da questo flusso spirituale rosacrociano, e dobbiamo saper distinguere tra le sue prime pubblicazioni e quelle successive, sebbene anche nelle prime abbiano già trovato spazio molti aspetti dello spirito critico di H. P. Blavatsky. Che si dica questo è soltanto desiderabile per la H. P. Blavatsky non più incarnata.

Se consideriamo la natura della coscienza umana nel tredicesimo secolo, vediamo che la chiaroveggenza primitiva era gradualmente scomparsa. Sappiamo che tutti gli uomini in tempi antichi possedevano una chiaroveggenza elementare. Nel tredicesimo secolo si raggiunse un punto di profonda oscurità a questo riguardo. A metà del tredicesimo secolo improvvisamente non vi era più alcuna chiaroveggenza. Tutto il genere umano sprofondò in un’oscurità spirituale. Anche gli spiriti più illuminati, le personalità più evolute, anche gli iniziati, non avevano più accesso ai mondi spirituali e dovevano limitarsi a ciò che era loro rimasto attraverso il ricordo, quando parlavano dei mondi spirituali. Si sapeva dei mondi spirituali soltanto per tradizione, oppure attraverso iniziati che risvegliavano il ricordo di ciò che avevano provato in precedenza. Ma per un breve periodo nemmeno questi spiriti potevano osservare direttamente nel mondo spirituale.

Questo breve periodo di oscuramento dovette verificarsi per preparare la caratteristica della nostra epoca attuale: la cultura intellettuale e razionale contemporanea. Questo è l’aspetto importante che abbiamo nella quinta epoca postatlantica. Nell’epoca greco-latina la cultura razionale non era presente in questa forma. Al posto del pensiero razionale dominava allora la percezione immediata. L’uomo cresceva, per così dire, in una fusione diretta con ciò che vedeva e udiva; sì, persino con ciò che pensava l’uomo si fondeva in quel modo. Allora non si speculava quanto oggi si fa e quanto deve farsi, perché quest’ultimo è il compito della quinta epoca postatlantica. Dopo questo periodo la chiaroveggenza dell’uomo comincia lentamente a risvegliarsi di nuovo, e allora potrà svilupparsi la chiaroveggenza del futuro.

L’origine della corrente rosacrociana coincide con il tredicesimo secolo. Allora, nel tredicesimo secolo, dovettero essere selezionate personalità particolarmente adatte per l’iniziazione. L’iniziazione stessa poteva avvenire solo dopo il termine di quel breve periodo di oscuramento.

In un luogo d’Europa, del quale non si può ancora parlare — ma ciò diverrà possibile in tempi non lontani — si formò una loggia altamente spirituale, un collegio di dodici uomini, che avevano riunito in sé l’intera somma della saggezza spirituale dei tempi antichi e della loro epoca. Si trattava di dodici uomini straordinari, dodici spiriti eminenti, che si erano uniti per promuovere il progresso dell’umanità in quell’epoca di oscuramento. Nessuno di loro poteva guardare direttamente nel mondo spirituale, ma potevano risvegliare in sé il ricordo di ciò che avevano provato attraverso l’iniziazione precedente. Il karma dell’umanità aveva disposto che in sette di questi dodici uomini fosse incarnato ciò che all’umanità era rimasto dei resti dell’antica epoca atlantica. Nel mio «Occultismo scientifico» è già stato detto che ciò che era sopravvissuto dell’epoca atlantica è stato trasmesso nei sette antichi Rishis sacri, i maestri dell’epoca della primitiva civiltà indiana. I sette uomini, che nel tredicesimo secolo si erano incarnati di nuovo, che erano parte del collegio dei Dodici, erano appunto coloro che potevano voltarsi indietro alle sette correnti dello sviluppo dell’antica epoca atlantica dell’umanità e a ciò che continuava a vivere come queste sette correnti. Ognuna di queste sette individualità poteva rendere fruttuosa per la loro epoca e per la nostra una sola corrente. A questi Sette si aggiungevano quattro altri, che non potevano voltarsi indietro ai tempi primordiali remoti come i sette saggi summenzionati, ma piuttosto potevano guardare indietro a ciò che l’umanità si era appropriato di saggezza occulta nelle quattro epoche culturali postatlantiche. Il primo di questi Quattro poteva voltarsi indietro all’epoca indiana primitiva, il secondo all’epoca persiana primordiale, il terzo all’epoca egiziana-caldaica-assira-babilonese, il quarto alla cultura greco-latina. Questi Quattro si unirono ai Sette per formare il collegio dei saggi nel tredicesimo secolo. Un Dodicesimo infine aveva, per così dire, i ricordi meno numerosi, ma era il più intellettuale tra loro, e aveva in particolare il compito di coltivare le scienze esteriori. Queste dodici individualità non vivevano isolate nelle esperienze dell’occultismo occidentale: queste dodici diverse correnti di saggezza agivano insieme a formare un quadro unitario. Un modo particolarmente singolare di indicare ciò lo troviamo in Goethe nella sua poesia «I Misteri».

Dunque dobbiamo parlare di dodici straordinarie individualità. L’inizio di una nuova cultura lo dobbiamo cercare a metà del tredicesimo secolo. In quel tempo si era raggiunto un certo punto profondo della vita spirituale. L’accesso ai mondi spirituali era chiuso anche ai più evoluti. Allora si riunì questo collegio altamente spirituale. In un luogo d’Europa, del quale ancora non si può parlare, si trovarono insieme questi dodici uomini, che rappresentavano la somma di tutta la conoscenza spirituale della loro epoca e rappresentavano le dodici direzioni spirituali.

In questo collegio dei Dodici erano presenti in parte soltanto la chiaroveggenza della memoria e la saggezza intellettuale. I sette successori dei sette Rishis ricordavano la loro antica saggezza, gli altri cinque rappresentavano la saggezza delle cinque culture post-atlantiche. Così i Dodici rappresentavano l’intera saggezza atlantica e post-atlantica. Il Dodicesimo era un uomo che possedeva al più alto grado la saggezza intellettuale della sua epoca. Possedeva razionalmente tutta la conoscenza della sua epoca, mentre gli altri, ai quali era ugualmente negato il vedere diretto dello spirito, ottenevano il loro sapere attraverso l’immersione nei ricordi delle loro incarnazioni precedenti.

L’inizio di una nuova cultura era tuttavia possibile solo grazie al fatto che un Tredicesimo si pose nel mezzo dei Dodici. Questo Tredicesimo non divenne uno studioso nel senso dell’epoca. Era un’individualità che era stata incarnata al tempo del mistero del Golgota. Si era preparato alla sua missione attraverso un animo umile, attraverso una vita intensa e devota a Dio nelle incarnazioni successive. Era una grande anima, un uomo profondamente religioso e interiormente mistico, che era nato con queste qualità e non se le era soltanto acquisite. Se vi immaginate un giovane uomo, molto religioso, costantemente inginocchiato in fervente preghiera al suo Dio, potete farvi un’immagine dell’individualità di questo Tredicesimo. Questo Tredicesimo crebbe completamente sotto la cura e l’educazione dei Dodici, e ricevette da ognuno tutta la saggezza che potevano dargli. Con la massima sollecitudine fu educato questo Tredicesimo, e furono prese tutte le disposizioni affinché nessuno all’infuori di questi Dodici potesse esercitare influenza su di lui. Fu separato dal resto del mondo. Era un bambino molto debilitato in quella incarnazione del tredicesimo secolo, perciò l’educazione che i Dodici gli somministravano agiva fino nel suo corpo fisico. I Dodici però, ognuno dei quali era profondamente compenetrato e riempito dalla sua missione spirituale e profondamente penetrato dal cristianesimo, erano consapevoli che il cristianesimo esteriore della Chiesa era solo una caricatura del vero cristianesimo. Erano riempiti dalla grandezza del cristianesimo, eppure esteriormente erano considerati nemici di esso. Ognuno lavorava solo in una parte del cristianesimo. Loro sforzo era di unire le diverse religioni in una grande unità. Erano convinti che nelle loro dodici correnti era contenuta tutta la vita spirituale, e ognuno agiva secondo le sue forze sul discepolo. Avevano come obiettivo di raggiungere una sintesi di tutte le religioni, ma erano consapevoli che questo obiettivo non poteva essere raggiunto attraverso nessuna teoria, bensì attraverso l’operare della vita spirituale. E per questo era necessaria un’educazione appropriata del Tredicesimo.

Man mano che le forze spirituali di questo Tredicesimo aumentavano infinitamente, le sue forze fisiche andavano completamente declinando. Arrivò al punto che quasi ogni contatto con la vita esteriore cessava, tutto l’interesse per il mondo fisico scompariva. Viveva solo per lo sviluppo spirituale, per il quale riceveva l’impulso dai Dodici. In lui era un riflesso della saggezza dei Dodici. Arrivò al punto che il Tredicesimo rifiutava ogni nutrimento e deperiva. Allora avvenne un evento che poteva accadere una sola volta nella storia. Era uno degli eventi che possono accadere quando le forze macrocosmiche — per i frutti che tale evento deve produrre — agiscono insieme. Dopo alcuni giorni il corpo di questo Tredicesimo divenne completamente trasparente, e rimase come morto per giorni. Intorno a lui, a intervalli regolari, si radunarono i Dodici. Dalla loro bocca flui allora tutta la conoscenza e tutta la saggezza in quei momenti. In brevi formule, che erano come preghiere di devozione, trasfusero al Tredicesimo la loro saggezza, mentre il Tredicesimo giaceva come morto. Ci si può immaginare al meglio i Dodici disposti in cerchio intorno al Tredicesimo. Questo stato terminò con il risveglio dell’anima di questo Tredicesimo come un’anima nuova. Egli aveva provato una grande trasformazione della sua anima. In essa era qualcosa di simile a una nascita completamente nuova delle dodici saggezze, sicché anche i dodici saggi potevano imparare qualcosa di completamente nuovo dal giovane. Ma anche il suo corpo fu vivificato in tal modo che questa vivificazione del corpo completamente trasparente non può essere paragonata a nulla. Il giovane poteva ora parlare di esperienze completamente nuove. I Dodici potevano riconoscere che aveva provato l’esperienza di Damasco: era una ripetizione della visione di Paolo davanti a Damasco. Nel corso di poche settimane il Tredicesimo ripetè allora tutta la saggezza che aveva ricevuto dai Dodici, ma in una forma nuova. Questa nuova forma era come data da Cristo stesso. Quello che allora rivelò loro, i Dodici lo chiamarono il vero cristianesimo, la sintesi di tutte le religioni, e distinguevano tra questo vero cristianesimo e il cristianesimo dell’epoca in cui vivevano. Questo Tredicesimo morì in età relativamente giovane, e i Dodici si dedicarono allora al compito di registrare in immaginazioni — perché solo così poteva accadere — ciò che il Tredicesimo aveva loro rivelato. Così nacquero le figure e le immagini simboliche contenute nella raccolta di Hinricus Madathanus Theosophus, e le comunicazioni di H.P. Blavatsky nell’opera «L’Iside svelata». L’evento occulto deve essere compreso così: il frutto dell’iniziazione del Tredicesimo si è conservato come resto del suo corpo eterico all’interno dell’atmosfera spirituale della Terra. Questo resto agì sui Dodici, così come sui loro successivi discepoli, in modo ispiratore, sicché da loro poteva scaturire la corrente occulta rosacrociana. Ma questo corpo eterico continuò a operare, e allora permeò il corpo eterico del Tredicesimo che si incarnava di nuovo.

Già nel quattordicesimo secolo l’individualità del Tredicesimo fu incarnata di nuovo, approssimativamente a metà del quattordicesimo secolo. In questa incarnazione questa individualità visse più di cento anni. Fu educato in modo simile nel cerchio dei discepoli e dei successori dei Dodici, ma non così completamente separato dal mondo come nella sua incarnazione precedente. Quando raggiunse i ventotto anni, sviluppò un’idea straordinaria. Doveva viaggiare e allontanarsi dall’Europa. Anzitutto andò a Damasco, e lì per lui si ripeté ancora una volta l’evento che Paolo aveva provato. Questa esperienza deve essere designata come il frutto di un germe dell’incarnazione precedente. Tutte le forze del meraviglioso corpo eterico dell’individualità del tredicesimo secolo rimasero intatte, e nulla andò dopo la morte nell’etere cosmico generale. Questo era un corpo eterico permanente, che rimase intatto nelle sfere eteriche. Questo medesimo corpo eterico sottile illuminò e irradiò di nuovo dal mondo spirituale la nuova incarnazione, l’individualità nel quattordicesimo secolo. Perciò fu spinto a provare ancora una volta l’evento di Damasco. Questa è l’individualità di Christian Rosenkreutz. Era il Tredicesimo nel cerchio dei Dodici. Da questa incarnazione in poi fu così chiamato. Esotericamente, nel senso occulto, era già Christian Rosenkreutz nel tredicesimo secolo, essotericamente è così designato solo dal quattordicesimo secolo in poi. E i discepoli di questo Tredicesimo sono i successori degli altri Dodici nel tredicesimo secolo. Questi sono i Rosacrociani.

Christian Rosenkreutz viaggiò allora per il mondo intero conosciuto. Dopo aver ricevuto tutta la saggezza dei Dodici, fecondato dalla grande essenza di Cristo, gli divenne facile assimilare nel corso di sette anni tutta la saggezza della sua epoca. Quando poi tornò in Europa dopo sette anni, prese a suoi discepoli i più evoluti discepoli e successori dei Dodici e iniziò allora il vero lavoro dei Rosacrociani.

Una concezione del mondo completamente nuova poteva iniziarsi grazie alle irradiazioni del meraviglioso corpo eterico di Christian Rosenkreutz. Ciò che fino ai nostri tempi è stato compiuto dai Rosacrociani è un lavoro esteriore e interiore. Il lavoro esteriore aveva lo scopo di indagare ciò che giace dietro il velo della materia. Si voleva esaminare il velo della materia. Al macrocosmo intero sta sottesa una base, proprio come all’uomo: un etere-macrocosmo, un corpo eterico. Esiste una certa zona di transizione dalla sostanza più grezza a quella più sottile. Rivolgiamo il nostro sguardo al confine tra sostanza fisica e sostanza eterica. A ciò che giace tra sostanza fisica e sostanza eterica, nulla al mondo è simile. Non è oro né argento, né piombo, né rame. Qui abbiamo qualcosa che non è paragonabile a nessun’altra sostanza fisica, bensì è l’essenza di tutto. Abbiamo qui una sostanza che è contenuta in tutte le altre sostanze fisiche, sicché le altre sostanze fisiche possono essere considerate come modificazioni di questa unica sostanza. Percepire chiaroveggentemente questa sostanza era l’aspirazione dei Rosacrociani. Videro la preparazione e lo sviluppo di tale percezione nell’accresciuta efficacia delle forze morali dell’anima, che allora rendevano questa sostanza visibile. Nelle forze morali dell’anima percepivano la capacità di questa percezione. Questa sostanza è stata veramente percepita e scoperta dai Rosacrociani. Scoprirono che questa sostanza vive in una forma determinata nel mondo, nel macrocosmo così come nell’uomo. Nel mondo esterno, al di fuori dell’uomo, la veneravano come il grande mantello, come il vestimento del macrocosmo. Nell’uomo vedevano manifestarsi quando si verifica un’armonica interazione tra il pensare e il volere. Videro le forze del volere non solo nell’uomo, bensì anche nel macrocosmo, per esempio nel tuono e nel fulmine. Così vedevano anche le forze del pensare da una parte nell’uomo e poi nel mondo esterno, nell’arcobaleno, nell’alba. La capacità di raggiungere un’armonia tra volere e pensare nella propria anima era ciò che i Rosacrociani cercavano nelle irradiazioni di questo corpo eterico del Tredicesimo, di Christian Rosenkreutz.

Fu stabilito che tutte le scoperte che facevano dovevano restare segrete presso i Rosacrociani per cento anni, e che solo allora, dopo cento anni, queste rivelazioni rosacrociane potevano essere portate al mondo. Solo dopo cento anni di lavoro su questi insegnamenti, si poteva parlarne in modo appropriato. Così dal diciassettesimo al diciottesimo secolo fu preparato ciò che nel 1785 trovò espressione nell’opera «Le figure segrete dei Rosacrociani».

Ora è di grande importanza sapere che in ogni secolo l’ispirazione rosacrociana è data in modo tale che mai il portatore dell’ispirazione sia designato esternamente. Soltanto gli iniziati più elevati lo sapevano. Oggi, per esempio, si può parlare esternamente solo di fatti che risalgono a cento anni indietro, perché questo è il tempo che deve essere trascorso prima che se ne possa parlare pubblicamente. La tentazione è troppo grande per gli uomini di tributare a un’autorità così personale — che è la cosa peggiore che esista — un’adorazione fanatica di santo. È troppo vicino. Questa segretezza non è però soltanto una necessità contro le tentazioni esterne dell’ambizione e della superbia, alle quali ci si potrebbe forse opporre, bensì soprattutto contro gli attacchi occulti astrali, che continuamente sarebbero diretti contro una tale individualità. Perciò la condizione che solo cento anni dopo un tale fatto se ne possa parlare è una necessità assoluta.

In conseguenza del lavoro rosacrociano, il corpo eterico di Christian Rosenkreutz da secolo a secolo divenne sempre più potente e sempre più possente. Non agiva soltanto attraverso Christian Rosenkreutz, bensì anche attraverso tutti coloro che diventavano suoi discepoli. Dal quattordicesimo secolo in poi Christian Rosenkreutz si è incarnato ripetutamente. Tutto ciò che viene proclamato come teosofia è rafforzato dal corpo eterico di Christian Rosenkreutz, e coloro che proclamano la teosofia si lasciano sovraombreggiare da questo corpo eterico, che può operare su di loro sia quando Christian Rosenkreutz è incarnato sia quando non è incarnato.

Il Conte di Saint-Germain fu nel diciottesimo secolo la rincarnazione esoterica di Christian Rosenkreutz. Soltanto il nome fu attribuito anche ad altre persone, sicché non tutto ciò che nel mondo esterno viene detto qui o là del Conte di Saint-Germain vale per il vero Christian Rosenkreutz. Oggi Christian Rosenkreutz è incarnato di nuovo. Dalle irradiazioni del suo corpo eterico scaturì l’ispirazione per l’opera di H.P. Blavatsky «L’Iside svelata». Fu anche l’influsso di Christian Rosenkreutz quello che invisibilmente agì su Lessing e l’ispirò a scrivere il trattato «L’educazione del genere umano» (1780). In conseguenza della crescente ondata del materialismo, divenne sempre più difficile ispirare nel senso del rosicrucianesimo. Nel diciannovesimo secolo giunse allora l’apogeo del materialismo. Così molto poteva essere dato soltanto in raggi molto spezzati. Nel 1851 Widenmann risolse il problema dell’immortalità dell’anima nel senso della reincarnazione. Il suo scritto fu premiato. Già attorno al 1850 Droßbach scriveva dal punto di vista psicologico nel senso della reincarnazione.

Così anche nel diciannovesimo secolo le irradiazioni del corpo eterico di Christian Rosenkreutz hanno continuato a operare. E un rinnovamento della vita teosofica poteva emergere, perché il piccolo Kali Yuga si era concluso nell’anno 1899. Perciò oggi l’accesso al mondo spirituale è più facile e l’operare spirituale è possibile in una misura molto maggiore. L’abbandono al potentissimo corpo eterico di Christian Rosenkreutz sarà in grado di portare agli uomini la nuova chiaroveggenza e farà emergere alte forze spirituali. Ma questo sarà possibile solo per coloro che seguono correttamente la scuola di Christian Rosenkreutz. Fino a ora era necessaria una preparazione rosacrociana esoterica. Il ventesimo secolo tuttavia ha la missione di rendere questo corpo eterico così potente che opererà anche esotericamente. Coloro che ne verranno colpiti potranno vivere l’evento che Paolo provò davanti a Damasco. Questo corpo eterico fino a ora ha operato solo nella scuola rosacrociana; nel ventesimo secolo ci saranno sempre più e più persone che potranno provare questa azione e potranno così vivere l’apparizione di Cristo nel corpo eterico. Il lavoro dei Rosacrociani è quello che rende possibile l’apparizione di Cristo nell’etere. Il numero di coloro che saranno capaci di percepirla crescerà sempre più. Dobbiamo ricondurre questa riapparizione al grande evento del lavoro dei Dodici e del Tredicesimo nel tredicesimo e quattordicesimo secolo.

Se potrete diventare uno strumento di Christian Rosenkreutz, allora potrete essere certi che il vostro lavoro più piccolo dell’anima avrà valore per l’eternità.

Domani parleremo del lavoro di Christian Rosenkreutz. Un impulso indefinito verso la scienza dello spirito attraversa oggi l’umanità. E possiamo essere sicuri che dovunque discepoli rosacrociani stiano procedendo seriamente e coscienziosamente, verranno creati valori per l’eternità. Ogni lavoro spirituale, per quanto piccolo, ci innalza. È necessario apportare comprensione e venerazione alla cosa sacra.

Il cristianesimo rosicruciano (II)

6°Il cristianesimo rosacrociano — Seconda conferenza

Neuchâtel, 28 Settembre 1911

Oggi avrò il compito di parlarvi dell’opera del Christian Rosenkreutz. Questa opera iniziò nel tredicesimo secolo e prosegue fino ai nostri giorni, continuerà per l’eternità intera. Il primo atto dell’opera è naturalmente quello di cui discorremmo ieri riguardo all’iniziazione del Christian Rosenkreutz e ai processi fra il Collegio dei Dodici e il Tredicesimo. Nel quattordicesimo secolo il Christian Rosenkreutz nacque di nuovo, e quella incarnazione durò più di cento anni. In quel tempo la sua opera consistette principalmente nell’insegnamento dei discepoli dei Dodici. Durante questo periodo pochi altri uomini conobbero il Christian Rosenkreutz se non i suoi Dodici.

Non va inteso questo nel senso che il Christian Rosenkreutz non camminasse anche tra gli altri uomini, bensì che essi non lo riconobbero. La situazione rimase fondamentalmente così fino ai nostri giorni. Però il corpo eterico del Christian Rosenkreutz agì sempre nel circolo dei discepoli, e le sue forze operarono in cerchi sempre più ampi. Oggi molti uomini sono già in grado di essere colpiti dalle forze di questo corpo eterico.

Chi il Christian Rosenkreutz vuol fare suo discepolo viene scelto da lui in modo peculiare. Si tratta del fatto che l’eletto deve prestare attenzione a un determinato evento o a più eventi di questo genere nella propria vita. La scelta avviene in questo modo: una persona giunge a un punto decisivo, a una crisi karmica nella sua vita. Immaginiamo, per esempio, che qualcuno fosse sul punto di fare qualcosa che l’avrebbe condotto alla morte. Tali situazioni possono essere delle più varie. Un uomo percorre un sentiero che potrebbe divenire molto pericoloso per lui, forse l’avvicina a un precipizio, senza che se ne accorga.

Allora accade che, forse pochi passi prima del precipizio, l’interessato sente una voce: «Fermati!» — in modo che egli deve fermarsi senza sapere perché. Migliaia di casi simili possono verificarsi. Occorre tuttavia notare che questo è soltanto il segno esteriore, benché il più importante fra i segni esterni della chiamata spirituale. Per la vocazione interiore si richiede che l’eletto si sia occupato di qualcosa di spirituale, di teosofia o di altra scienza dello spirito. L’evento esteriore di cui vi ho parlato è un fatto nel mondo fisico, ma non proviene da una voce umana. L’evento si presenta sempre in modo che l’interessato sa perfettamente che la voce proveniva dal mondo spirituale.

Inizialmente potrebbe credere che un uomo fosse nascosto da qualche parte e che da lui provenisse la voce, ma quando il discepolo è maturo, scopre che nessuna personalità fisica è intervenuta nella sua vita. La cosa è tale per cui il discepolo sa esattamente che esistono comunicazioni dal mondo spirituale. Tali eventi possono accadere una volta sola, oppure più volte nella vita di una persona. Dobbiamo comprendere l’effetto che produce nel cuore del discepolo. Il discepolo si dice: Mi è stata concessa per grazia una nuova vita; la prima era perduta.

Questa vita concessa per grazia illumina il discepolo per tutta la sua vita futura. Egli ha questo sentimento preciso, che si può esprimere così: Senza questa mia esperienza rosacrociana sarei morto. Questa vita che segue non avrebbe lo stesso valore senza questo evento.

Può accadere che una persona abbia vissuto questo già una o più volte e tuttavia non giunga subito alla teosofia o alla scienza dello spirito. Più tardi però il ricordo di tale esperienza può tornare. Molti di coloro che qui si trovano potrebbero esaminare il loro passato e scoprire che eventi simili sono accaduti nella loro vita. Oggi osserviamo troppo poco tali cose. Dovremmo farci chiaro che passiamo accanto a molti eventi importanti senza notarli. Questa sia una indicazione sul modo in cui avviene la chiamata dei discepoli superiori del rosacrocianesimo.

O un tale evento passa davanti a una persona senza lasciare traccia, allora l’impressione si cancella, e costui non ritiene affatto importante tale esperienza. Oppure supponiamo che la persona sia attenta, che non ritenga l’esperienza insignificante. Allora forse giunge al pensiero: Tu stavi davanti a una crisi, a una crisi karmica, in realtà la tua vita avrebbe dovuto finire in quel momento, tu avevi perduto il tuo diritto di vivere; soltanto per qualcosa di simile al caso tu sei stato salvato.

Da quell’ora è come se una seconda vita fosse stata innestata sulla prima. Questa seconda vita devi considerarla come dono per te, e di conseguenza devi comportarti.

Se una tale esperienza suscita in una persona la disposizione interiore di considerare la propria vita da quell’ora come un dono, allora oggi questa persona diventa una confessante del Christian Rosenkreutz. Infatti, questo è il suo modo di chiamare tali anime a sé. E chi riesce a ricordare una tale esperienza può dirsi: Il Christian Rosenkreutz mi ha mandato un cenno dal mondo spirituale, che io appartengo alla sua corrente. Il Christian Rosenkreutz ha aggiunto al mio karma la possibilità di un’esperienza simile. Questo è il modo in cui il Christian Rosenkreutz sceglie i suoi discepoli. Così egli sceglie la sua comunità. Chi consapevolmente vive tale esperienza si dice: Mi è stato indicato un cammino, devo seguirlo e vedere in qual misura le mie forze possono porsi al servizio del rosacrocianesimo.

Coloro che non hanno inteso il cenno verranno ancora, poiché una volta ricevuto il cenno, chi lo riceve non se ne libera più. Che un uomo possa avere un’esperienza della natura qui descritta dipende dal fatto che quell’uomo, nel tempo tra la sua ultima morte e la sua ultima nascita, s’incontrò nel mondo spirituale con il Christian Rosenkreutz. Allora il Christian Rosenkreutz ci scelse, introdusse in noi un impulso di volontà che ora ci conduce a tali esperienze. Questo è il modo in cui si creano i nessi spirituali.

Per approfondire ulteriormente la questione, vogliamo ora discutere della differenza fra l’insegnamento del Christian Rosenkreutz nei tempi antichi e nei tempi posteriori. In antico questo insegnamento era più naturalistico, oggi è più di carattere spirituale-scientifico. Si parlava allora principalmente di processi naturali e questa scienza si chiamava alchimia, e poiché questi processi avvenivano al di fuori della terra, questa scienza si nominava astrologia.

Oggi partiamo più dalla considerazione spirituale. Se guardiamo, per esempio, alle successive epoche culturali postatlantiche — la cultura primaria indiana, la primaria persiana, la cultura egizio-caldaica-assiro-babilonese, la cultura greco-latina — apprendiamo da questa considerazione la natura dello sviluppo dell’anima umana. Il rosacrociano medievale studiava i processi naturali, che egli considerava come processi terrestri della natura. Così egli distingueva, per esempio, tre diversi processi naturali, che considerava come i tre grandi processi della natura.

Il primo importante processo era il seguente: la formazione del sale. Tutto ciò che nella natura si precipita da una soluzione come sostanza solida, tutto ciò che si deposita, tutto ciò che può cadere, il rosacrociano medievale lo chiamava: sale. Ma quando il rosacrociano medievale vedeva questa formazione salina, la sua rappresentazione era del tutto diversa da quella dell’uomo moderno. Infatti, la vista di un tale processo doveva operare come una preghiera nell’anima di colui che lo considerava, se voleva comprenderlo veramente.

Il rosacrociano medievale cercava quindi di chiarirsi che cosa dovrebbe accadere nella sua propria anima, se in essa pure dovesse avvenire questa formazione salina. Pensava: La natura umana si distrugge continuamente per impulsi e passioni. La nostra vita sarebbe una continua dissoluzione, un processo di putrefazione, se ci abbandonassimo solo ai desideri e alle passioni. E se l’uomo veramente vuol difendersi da questo processo di corruzione, deve continuamente dedicarsi a pensieri puri, tesi verso lo spirituale. Si trattava dell’elevazione dei suoi pensieri.

Il rosacrociano medievale sapeva che, se in un’incarnazione non combatteva le sue passioni, nella successiva incarnazione nascerebbe con predisposizioni morbose, che però, se purificava le sue passioni, nella prossima incarnazione entrerebbe con predisposizioni sane. Il processo del superamento delle forze che conducono alla corruzione attraverso la spiritualità, questo è la formazione salina microcosmica. Così possiamo comprendere come un tale processo naturale potesse divenire per il rosacrociano medievale la preghiera più pia.

Nella contemplazione della formazione salina, i rosacrociani medievali si dicevano con il sentimento della più pura pietà: Qui forze divine-spirituali hanno operato da migliaia di anni così come in me operano i puri pensieri. Adoro dietro il velo della maya i pensieri degli dèi, delle entità divine-spirituali. Il rosacrociano medievale sapeva questo, e si diceva: Se mi lascio stimolare dalla natura ad accogliere tali sentimenti, allora mi rendo simile al macrocosmo. Se considero questo processo solo esternamente, mi separo da dio, cado dal macrocosmo. Così sentiva il teosofo medievale o il rosacrociano.

Un’altra esperienza era il processo della dissoluzione: un altro processo naturale, che pure poteva condurre il rosacrociano medievale alla preghiera. Tutto ciò che può dissolvere qualcos’altro, il rosacrociano medievale lo chiamava: mercurio o mercurio. Di nuovo si poneva al rosacrociano medievale la domanda: Che cosa è la qualità corrispondente nell’anima umana? Quale qualità dell’anima agisce come il mercurio o il mercurio nella natura esterna?

Il rosacrociano medievale sapeva che ciò che corrisponde a questo mercurio nell’anima significava tutte le forme dell’amore nell’anima. Distingueva processi di dissoluzione inferiori e superiori, come ci sono forme di amore inferiori e superiori. E così la vista del processo di dissoluzione diveniva di nuovo una pia preghiera, e il teosofo medievale si diceva: L’amore di dio ha operato per millenni nella natura esterna come l’amore agisce nel mio interno.

Il terzo importante processo naturale per il teosofo medievale era la combustione, ciò che accade quando una sostanza esterna si consuma nelle fiamme. E di nuovo il rosacrociano medievale cercava il processo interno dell’anima che corrisponde a questa combustione. Vedeva questo processo interiore nell’ardente dedizione alla divinità. Chiamava tutto ciò che poteva salire nella fiamma: zolfo o solfo. Vedeva negli stadi di sviluppo della terra il processo di un graduale purificamento, simile a un processo di combustione o a un processo solforoso.

Come sapeva che un giorno la terra sarebbe purificata dal fuoco, così vedeva nell’ardente dedizione alla divinità parimenti un processo di combustione. Nei processi terrestri vedeva l’opera degli dèi, che guardano verso dèi ancora più alti. E così permeato da grande pietà e da sentimenti profondamente religiosi, si diceva di fronte al processo di combustione: Adesso gli dèi sacrificano agli dèi superiori. E quando il teosofo medievale stesso nel suo laboratorio produceva il processo di combustione, allora sentiva: Io faccio quello che fanno gli dèi, quando si sacrificano agli dèi superiori.

Si riteneva degno di procedere a un tale processo di combustione nel suo laboratorio solo se si sentiva permeato da tale disposizione sacrificale, se lui stesso sentiva in sé il desiderio di dedicarsi ai dèi in sacrificio. La potenza della fiamma riempiva il teosofo medievale di grandi sentimenti profondamente religiosi, e si diceva: Quando vedo la fiamma laggiù nel macrocosmo, vedo i pensieri, l’amore, la disposizione al sacrificio degli dèi.

Il rosacrociano medievale stesso compiva nel suo laboratorio questi processi, e allora lo sperimentatore si abbandonava alla contemplazione di queste formazioni di sale, delle dissoluzioni e delle combustioni, in cui continuamente si dedicava a sentimenti profondamente religiosi, e sentiva il nesso con tutte le forze nel macrocosmo. Questi processi dell’anima suscitavano in lui: in primo luogo pensieri divini, in secondo luogo amore divino, in terzo luogo servizio sacrificale divino. E allora questo rosacrociano medievale scoprì che, quando compiva un processo di formazione salina, in lui stesso sorgevano tali puri pensieri purificanti.

In un processo di dissoluzione si sentiva stimolato all’amore, veniva permeato dall’amore divino, nel processo di combustione si sentiva acceso al servizio sacrificale, spinto a sacrificarsi sull’altare del mondo.

Questo era ciò che lo sperimentatore viveva. E se si fosse stati presenti come veggenti a un tale esperimento, si sarebbe notato un cambiamento dell’aura della persona che compiva l’esperimento. L’aura, che prima dell’esperimento era molto mista, che magari era stata riempita da desideri, impulsi a cui la persona si era abbandonata, diveniva attraverso l’esperimento più monocroma.

Dapprima, nell’esperimento della formazione salina: ramata — i puri pensieri divini — poi, nell’esperimento della dissoluzione: argentata — l’amore divino — e infine dorata — l’amore-sacrificio divino o il servizio sacrificale divino — nella combustione. E gli alchimisti dicevano allora di aver fatto dalla loro aura il rame soggettivo, l’argento soggettivo e l’oro soggettivo. La conseguenza di ciò era che colui che aveva attraversato tale processo, che aveva veramente vissuto interiormente un tale esperimento, veniva completamente permeato dall’amore divino.

Così emergeva un uomo permeato di purezza, amore e volontà sacrificale, e attraverso questo servizio sacrificale i teosofi medievali preparavano una certa chiaroveggenza. Così il teosofo medievale poteva guardare dentro al modo in cui dietro il velo della maya gli esseri spirituali facevano sorgere e scomparire le cose. E così comprendeva pure quali forze di aspirazione nell’anima aiutano e quali no. Imparava a conoscere le nostre stesse forze di generazione e corruzione.

Il teosofo medievale, Heinrich Khunrath, nominò in un momento di illuminazione questo processo la legge della generazione e della corruzione. Dalla contemplazione della natura diveniva chiara al teosofo medievale la legge dell’ascesa e della discesa. La scienza che si acquisiva in tal modo, l’esprimeva in certi segni, in immagini immaginative e figure. Era una sorta di conoscenza immaginativa. Quello che ieri fu caratterizzato come «Le figure nascoste dei Rosacrociani» è un risultato di quanto qui discusso.

Così lavoravano i migliori alchimisti dal quattordicesimo fino al diciottesimo secolo e ancora fino all’inizio del diciannovesimo. Su questo vero lavoro morale, etico e intellettuale non è stato scritto nulla. Ciò che è stato scritto sull’alchimia riguarda solo puri esperimenti esterni, è scritto soltanto da coloro che praticavano l’alchimia come fine a se stessa. Il falso alchimista si dedicava a formare sostanze. Vedeva negli esperimenti nella combustione di sostanze solo il guadagno del risultato materiale.

Il vero alchimista invece non dava affatto valore alla sostanza che otteneva infine. Contavano per lui solo le esperienze interiori dell’anima durante la formazione di sostanze, i pensieri che aveva, le esperienze che aveva in sé. Perciò era una rigorosa legge che il teosofo medievale, che negli esperimenti produceva oro e argento, non potesse mai trarne vantaggio per sé. Doveva regalare i metalli prodotti. L’uomo odierno non ha più la giusta rappresentazione di questi esperimenti. Non ha alcuna idea di ciò che lo sperimentatore poteva vivere.

Il teosofo medievale poteva vivere veri drammi d’anima nel suo laboratorio, per esempio quando si otteneva l’antimonio, gli sperimentatori vedevano qualcosa di molto significativo dal punto di vista morale in questi processi. Se allora queste cose non fossero accadute, non potremmo oggi praticare il rosacrocianesimo nel senso della scienza dello spirito.

Ciò che il rosacrociano medievale visse nella contemplazione dei processi naturali è una scienza della natura santificata. Quello che egli provò di sentimenti spirituali sacrificali, di grandi gioie nei processi naturali, anche di dolori e tristezze, di eventi edificanti e confortanti durante gli esperimenti che compiva, tutto questo agiva su di lui in modo redentore e liberatore. Ma tutto ciò ora riposa nelle profondità più intime dell’uomo, tutto ciò che allora gli fu trasmesso.

Come troviamo di nuovo queste forze nascoste, che allora conducevano alla chiaroveggenza? Le troviamo in questo: studiamo la scienza dello spirito e, mediante seria meditazione e concentrazione, ci abbandoniamo pienamente alla vita interiore dell’anima. Attraverso tale sviluppo interiore, la contemplazione della natura diventa gradualmente un servizio sacrificale. Gli uomini devono passare attraverso quello che oggi chiamiamo scienza dello spirito. Migliaia di uomini devono dedicarsi alla scienza dello spirito, vivere una vita interiore, affinché in futuro la verità spirituale dietro la natura possa essere percepita di nuovo, affinché si possa comprendere di nuovo lo spirituale dietro il velo della maya.

Allora in futuro, anche se inizialmente un ristretto gruppo, l’evento di Paolo davanti a Damasco potrà essere vissuto e si potrà percepire il Cristo eterico, che viene soprasensibile tra gli uomini. Ma prima l’uomo deve di nuovo giungere alla contemplazione spirituale della natura. Chi non conosce il significato interiore di tutta l’opera rosacrociana può credere che l’umanità sia ancora allo stesso stadio di duemila anni fa. Prima che questo processo non sia stato attraversato, che è possibile soltanto per mezzo della scienza dello spirito, l’uomo non giungerà alla contemplazione spirituale.

Ci sono molti uomini che sono pii e buoni, che non si proclamano seguaci della scienza dello spirito, ma che nel fondo sono comunque teosofi. Attraverso l’evento del battesimo nel Giordano, quando il Cristo discese nel corpo di Gesù di Nazareth, e attraverso il mistero del Golgota, l’umanità è divenuta capace di contemplare e sperimentare in futuro il Cristo — in questo millennio ancora, a partire circa dal 1930 — nel corpo eterico. Cristo camminò una sola volta sulla terra in un corpo fisico, e ciò deve essere compreso. Il ritorno di Cristo significa: contemplare il Cristo soprasensibile nel corpo eterico.

Perciò colui che vuol seguire il retto corso dello sviluppo deve acquisire la capacità di contemplare con l’occhio spirituale. Non sarebbe un progresso dell’umanità se Cristo dovesse apparire ancora una volta in un corpo fisico. La prossima volta si manifesterà nel corpo eterico. Tutto ciò che le diverse confessioni religiose potevano offrire è stato raccolto per mezzo del Christian Rosenkreutz e del Collegio dei Dodici.

L’effetto sarà che ciò che le singole religioni hanno offerto, che i loro fedeli hanno cercato e desiderato, si troverà nell’impulso cristiano. Questo sarà lo sviluppo dei prossimi tre millenni: creare e promuovere la comprensione per questo impulso cristiano. A partire dal ventesimo secolo tutte le religioni saranno riunite nel mistero rosacrociano. E ciò sarà possibile nei prossimi tre millenni, poiché non sarà più necessario insegnare all’umanità da ciò che i documenti contengono, bensì dalla contemplazione del Cristo l’umanità stessa imparerà a comprendere l’evento che Paolo visse davanti a Damasco. L’umanità stessa passerà attraverso l’evento di Paolo.

Cinquemila anni dopo l’illuminazione del Buddha sotto l’albero della Bodhi apparirà il Maitreya-Buddha, ciò è approssimativamente tremila anni da oggi. Egli sarà il successore del Gautama Buddha. Fra i veri occultisti non c’è alcuna discussione a questo riguardo. Gli occultisti occidentali e orientali sono d’accordo su questo. Due cose stanno quindi ferme:

In primo luogo, che il Cristo poteva apparire una sola volta nel corpo fisico e che nel ventesimo secolo apparirà nel corpo eterico. Nel ventesimo secolo appariranno sì grandi individualità, per esempio il Bodhisattva come successore del Gautama Buddha, che tra approssimativamente tremila anni diverrà il Maitreya-Buddha. Ma nessun vero occultista designerà una persona fisicamente incarnata nel ventesimo secolo come Cristo, nessun vero occultista attenderà il Cristo nel ventesimo secolo in corpo fisico.

Ogni vero occultista troverà ingiustizia in una tale affermazione. Il Bodhisattva invece indicherà proprio il Cristo. In secondo luogo, il Bodhisattva, che apparve in Jeshu ben Pandira, apparirà come il Maitreya-Buddha soltanto tra tremila anni — da oggi contati. Proprio i veri occultisti dell’India sarebbero inorriditi se si affermasse che il Maitreya-Buddha potesse apparire prima. È vero che in India possono esistere occultisti che non sono veri occultisti, che per fini secondari parlano di un Maitreya-Buddha già incarnato adesso. Una retta dedizione al rosacrocianesimo teosofico e una vera devozione verso il Christian Rosenkreutz può preservare ognuno dal cadere in questi errori.

Tutte queste cose nel rosacrocianesimo sono esposte in modo da poter essere controllate dalla ragione. Per mezzo del sano senso umano tutte queste cose possono essere verificate. Non credetemi su autorità, bensì considerate tutto ciò che dico unicamente come stimolo e allora verificate voi stessi. Io rimango del tutto calmo, quanto più verificherete, tanto più troverete la teosofia o la scienza dello spirito ragionevole. Meno credenza nell’autorità, più comprensione per il Christian Rosenkreutz.

Riconosciamo il Christian Rosenkreutz nel miglior modo quando c’immergiamo davvero nella sua individualità e diventiamo consapevoli che lo spirito di questo Christian Rosenkreutz continua di continuo. E quanto più ci avviciniamo a questo grande spirito, tanto più forza ci perviene. Dal corpo eterico di questo grande guida, che sempre sarà presente, possiamo sperare molta forza e aiuto, se chiediamo a questo grande guida il suo sostegno.

Pure il singolare evento della debolezza del Christian Rosenkreutz potremo comprendere, se veramente ci immergiamo nel lavoro spirituale-scientifico. Nel tredicesimo secolo questa individualità viveva in un corpo fisico che era indebolito fino alla trasparenza, in modo che per alcuni giorni giaceva come morto; e in questo tempo dai Dodici accoglieva la saggezza di questi Dodici, sperimentando anche l’evento di Damasco.

Possa lo spirito del retto rosacrocianesimo regnare proprio in questo ramo e agire ispirando, allora il grande corpo eterico del Christian Rosenkreutz sarà tanto più efficace qui. Con ciò sia iniziato il lavoro del ramo qui, e coloro che qui si riuniscono, in base alle loro forze, sostengano i loro confratelli a Neuchâtel e spediscano loro spesso buoni pensieri, affinché lo spirito del ramo qui fondato continui di continuo. Quanto più ci avviciniamo a questa elevata causa e portiamo avanti il lavoro in questo spirito, tanto più velocemente giungeremo al fine. Io stesso voglio sempre e ancora ricordare il nostro grande, promettente lavoro e prego il grande guida dell’Occidente per il suo aiuto. Così il ramo sia uno dei mattoni per il tempio che vogliamo costruire. Nello spirito del Christian Rosenkreutz abbiamo aperto questo ramo, e nello spirito del Christian Rosenkreutz vogliamo tentare di proseguire il lavoro.

L’opera che qui iniziamo non è opera di uomini singoli, bensì è l’opera del grande guida stesso, che agisce attraverso coloro i quali gli si dedicano con il loro cuore e la loro volontà. La missione del rosacrocianesimo è di preparare l’umanità alla percezione diretta del Cristo eterico, il quale sempre più si avvicina all’evoluzione terrestre. Non è una questione di credenza passiva, ma di uno sviluppo consapevole dell’anima umana verso percezioni spirituali sempre più alte.

Ogni membro del ramo che qui si costituisce deve sentire se stesso come strumento della grande opera. Colui che entra nel rosacrocianesimo deve sapere che entra in una corrente che risale ai tempi più antichi e che continuerà finché la terra esisterà. Questa corrente non è una confessione nel senso ordinario, bensì una preparazione interiore dell’anima al compimento dei misteri cosmici che si manifestano nella storia dell’umanità.

Mediante la meditazione, l’autoconoscenza e la purificazione continua del sentimento e della volontà, il discepolo rosacrociano impara a penetrare sempre più profondamente i misteri della natura e dello spirito. Egli apprende a vedere dietro le apparenze esteriori il lavoro nascosto delle gerarchie spirituali, e riconosce in ogni processo naturale un’espressione dell’amore e della saggezza divini.

Il Christian Rosenkreutz attende da noi non tanto l’osservanza di regole esteriori, quanto piuttosto una vera e propria trasformazione interiore, un cambiamento del nostro rapporto con la realtà spirituale. Egli chiede a noi di divenire sempre più consapevoli del nesso che esiste fra il nostro sviluppo individuale e l’evoluzione dell’intera umanità.

Che questo ramo qui a Neuchâtel divenga una vera cellula della grande opera rosacrociana, questa è la speranza e il voto che tutti noi portiamo con noi. Il successo non dipende dal numero dei membri, né dalla loro posizione esteriore nel mondo, bensì dalla profondità della loro dedizione spirituale e dalla sincerità della loro ricerca di verità.

La sfera dei Bodhisattva

7°L'eterificazione del sangue. L'intervento del Cristo etereo nell'evoluzione terrestre

Basilea, 1 Ottobre 1911

L’autoconoscenza dell’uomo si è presentata come un’esortazione rivolta alla nostra anima in tutte le epoche in cui si è ricercato il sapere, con metodo mistico o realistico o comunque in generale. Eppure, come già s’è dovuto sottolineare in altre occasioni, questa autoconoscenza dell’anima umana non è affatto così facile come molti, anche fra gli antroposofi, talvolta immaginano. Le difficoltà dell’autoconoscenza umana sono qualcosa che l’antroposofo dovrebbe sempre di nuovo rappresentarsi vivamente alla propria anima. Giacché, d’altro canto, questa autoconoscenza è assolutamente necessaria se vogliamo giungere a un fine degno dell’uomo nel cosmo, a un’esistenza e un’azione veramente dignitose.

Vogliamo occuparci oggi di quella questione: perché l’autoconoscenza deve risultare difficile all’uomo. L’uomo è certamente un essere complesso, e quando parliamo della vita animica umana, della vita interiore, non dobbiamo rappresentarci questa vita, questo interno come semplice ed elementare da principio. Dobbiamo piuttosto avere la pazienza e la perseveranza di penetrare sempre più a fondo, per comprendere veramente questo edificio meraviglioso, questa straordinaria organizzazione delle potenze cosmiche divino-spirituali quale l’uomo rappresenta. Due aspetti si manifesteranno nella vita dell’anima umana, prima che noi penetriamo nell’essenza del conoscere.

Come il magnete ha il polo nord e il polo sud, come nel fenomeno del mondo esteriore luce e oscurità si presentano come sfumature principali della luce, così l’anima ha due, per così dire, poli della sua esistenza. Questi due poli possiamo osservarli quando consideriamo l’uomo in due situazioni, due condizioni di vita. Una tale condizione si presenta nella vita animica quando vediamo un uomo, diciamo, per strada, completamente assorto nella contemplazione di un bello, sublime fenomeno naturale che lo colpisce. Vediamo che non muove la mano, non muove la gamba, che distacca a stento lo sguardo dal fenomeno naturale o dall’oggetto che l’ha impressionato e che osserva. Constatiamo che egli è occupato nel creare interiormente immagini di ciò che vede dinnanzi a sé. Diciamo: è assorto nella contemplazione, immagina il suo ambiente. Questa è la prima situazione che consideriamo. Una seconda situazione sarebbe la seguente: un uomo attraversa la strada e si sente offeso, ferito da un altro uomo. Senza pensarci a lungo, la collera, l’ira lo travolge ed egli, come effusione della sua ira, fa questo: colpisce colui che l’ha offeso oppure simile. Osserviamo una manifestazione di quelle forze che scaturiscono dall’ira. Percepiamo impulsi volitivi e possiamo ben rappresentarci che non molti pensieri e rappresentazioni hanno preceduto questo impulso. Forse colui che è stato offeso non avrebbe colpito, avrebbe trattenuto lo scoppio di collera se avesse riflettuto molto. Abbiamo dunque rappresentati due atti estremi: uno che si manifesta interamente come rappresentazione, in cui la volontà conscia è completamente esclusa, e un altro in cui la vita rappresentativa è esclusa e l’uomo procede immediatamente all’espressione di un impulso volitivo. Sono questi i due poli estremi dell’anima umana. L’aspetto impulsivo della volontà è un polo, l’abbandono senza volontà alla contemplazione, alla rappresentazione, al pensiero, mentre la volontà tace, è l’altro polo. Così abbiamo esposto queste realtà in modo esoterico, semplicemente osservando la vita esterna.

Possiamo penetrare più a fondo, e allora arriviamo a quelle sfere che possiamo comprendere pienamente solo ricorrendo alla ricerca occulta. Una diversa polarità ci si presenta dinanzi: la polarità fra la veglia e il sonno. Sappiamo bene cosa significhino, dal punto di vista occulto, il sonno e la veglia. Secondo i concetti elementari della nostra conoscenza antroposofica sappiamo che nella veglia i quattro corpi, il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io, si compenetrano organicamente l’uno nell’altro, operano l’uno sull’altro. Nel sonno invece il corpo fisico e il corpo eterico rimangono nel letto, mentre il corpo astrale e l’Io sono come versati nel grande mondo che sta immediatamente accanto alla nostra esistenza fisica. Potremmo anche considerare queste realtà diversamente. Ci potremmo cioè domandare: come stanno effettivamente le cose circa la contemplazione del mondo della vita, la rappresentazione e il pensiero, e la volontà e i suoi impulsi durante la veglia e il sonno?

Vedete, quando si penetra più profondamente, si mostra che in un certo senso l’uomo nella sua attuale esistenza fisica dorme continuamente. Dorme solo diversamente di notte che di giorno. Già sul piano puramente esteriore potete rappresentarvelo, sapendo che di giorno si può svegliarsi occultamente, diventare chiaroveggenti, guardare nel mondo spirituale. Il corpo fisico ordinario è addormentato rispetto a questa visione, e si può dire che è un risvegliarsi quando l’uomo impara a usare i suoi sensi spirituali. E rispetto al sonno notturno è chiaro che l’uomo dorme. Così si può dire: il sonno ordinario è un sonno rispetto al mondo fisico esteriore, la coscienza diurna è attualmente un sonno rispetto al mondo spirituale.

Possiamo rappresentarci queste realtà ancora in modo completamente diverso. Quando si penetra più a fondo si nota che l’uomo nello stato di veglia ordinaria della sua vita fisica ha scarso dominio sulla sua volontà. La volontà è qualcosa che sfugge completamente alla vita diurna. Se volete osservare attentamente cosa chiamiamo volontà umana, vedrete come poco l’uomo abbia il dominio di sé durante la vita quotidiana rispetto agli impulsi volitivi. Considerate quanto di ciò che fate dalla mattina alla sera proceda veramente dal vostro pensiero personale e dalla vostra rappresentazione, da una decisione personale e individuale. Non potete chiamare una vera decisione della vostra volontà personale il dire “Avanti!” quando qualcuno bussa alla porta. Non potete asserire che sia una decisione volitiva il sedervi a tavola quando avete fame, perché tale atto è causato dal vostro organismo, dalla vostra situazione. Cercate di considerare la vostra vita diurna e vedrete quanto poco la volontà sia direttamente influenzata dal centro umano. Qual è la causa? L’occultismo ce l’insegna: esso mostra che l’uomo dorme effettivamente di giorno rispetto alla volontà, cioè non vive consapevolmente nei suoi impulsi volitivi. Possiamo giungere a concetti e rappresentazioni sempre migliori, magari diventare uomini più morali e di gusto più raffinato, ma rispetto alla volontà non possiamo fare nulla. Se nutriamo pensieri migliori, possiamo agire indirettamente sulla volontà, ma riguardo alla volontà non possiamo fare assolutamente nulla, per quanto riguarda la vita concreta. Infatti, la nostra volontà è direttamente influenzata dalla vita quotidiana solo indirettamente, per la via del sonno. Non pensate quando dormite, non avete rappresentazioni: il rappresentare e il pensiero è ciò che entra nel sonno. La volontà invece veglia e penetra il nostro organismo dall’esterno e lo vivifica. Perciò al mattino ci sentiamo rinvigoriti, perché ciò che penetra nel nostro organismo ha natura volitiva. Che non percepiamo questo lavoro della volontà, che non ne sappiamo nulla, ci deve sembrare assai credibile se consideriamo che il nostro rappresentare dorme quando dormiamo. Perciò vogliamo darvi uno stimolo per ulteriore meditazione e riflessione. Vedrete che quanto più avanzerete nell’autoconoscenza, tanto più troverete confermato questo principio: l’uomo dorme rispetto alla volontà quando è sveglio, e dorme rispetto alla rappresentazione quando dorme.

Durante il giorno l’intelletto è il polo che vigila. La rappresentazione, il pensiero, l’intelletto sono i poli di veglia nel genere umano. Ancora una volta potete riconoscere come la corrente che va dal cuore al cervello, che fluisce come luce verso la ghiandola pineale, è precisamente la corrente della rappresentazione, del pensiero, dell’intelletto. Di notte invece, quando il corpo fisico e il corpo eterico giacciono nel letto, il corpo astrale e l’Io si diffondono nello spazio cosmico. E ciò che vi afferra, che produce impulsi in voi, questi impulsi sono le ombre riflesse del Devachan superiore, del mondo celeste superiore.

Quando l’uomo non diviene consapevole che la volontà non dorme nella notte, questo accade perché l’uomo sa svegliarsi solo nella vita rappresentativa. La volontà non dorme nella notte, bensì opera come nel suo vero elemento ardente, lavora nel nostro corpo per ripristinare ciò che è stato consumato di giorno.

Nell’uomo esistono dunque due poli: gli impulsi volitivi e la vita d’osservazione e rappresentazione, e gli uomini si rapportano ai due poli in senso opposto. Ma questi sono solo due poli. Tutta la vita animica sta in diverse sfumature fra questi due poli, e noi ci avvicineremo ora ancora di più a questa vita animica, cercando di portarla in relazione, come nostro sé microcosmico, con ciò che riconosciamo come i mondi superiori. Da quello che è stato detto vediamo che un polo della nostra vita animica è la vita rappresentativa.

Questa vita rappresentativa appare al materialista, all’uomo che pensa materialmente, come qualcosa di irreale. Non è vero che spesso si sente dire: Ah, le rappresentazioni e i pensieri sono solo rappresentazioni e pensieri! Si vuol significare che quando si prende un pezzo di pane o carne in mano, questa è una realtà, ma un pensiero è solo un pensiero. Si ritiene che i pensieri non si possano mangiare, perciò non sono veramente reali, sono “solo” pensieri. Perché sono solo pensieri? Perché quello che l’uomo chiama i suoi pensieri si rapporta a quello che i pensieri veramente sono come un’ombra a una cosa stessa. Se avete un fiore dinanzi a voi e guardate la sua ombra, l’ombra rimanda al fiore, alla realtà. Così è pure con i pensieri. Il pensiero umano è l’ombra di rappresentazioni e di esseri che sono in un mondo superiore: in quello che si chiama il piano astrale. E vi rappresentate correttamente il pensiero quando pensate così – non è del tutto esatto, è disegnato schematicamente –: rappresentatevi il capo umano. In questo capo ci sono i pensieri, che io qui voglio indicare con delle linee. Ma questi pensieri che sono nel capo, ce li rappresentiamo come esseri viventi – qui sul piano astrale –. Lì operano gli esseri più vari, lì brulica di rappresentazioni

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e di azioni che gettano la loro ombra nell’uomo, e questi processi si riflettono nel capo umano come il pensiero. È una giusta rappresentazione se vi pensate così: dal vostro capo vanno continuamente correnti verso il piano astrale, e queste sono le ombre che la vita del pensiero nel vostro capo trasmette. (Vedi schema di seguito.)

Possiamo ben rappresentarci che queste tre attività animiche, disposte a gradi l’una sopra l’altra, l’intellettuale pura del pensare, rappresentare, contemplare, l’estetica del piacere e del dispiacere, e la morale negli impulsi verso il male e il bene, che queste tre esperienze distinte della vita animica dell’uomo siano immagini microcosmiche di ciò che nel grande mondo, nel macrocosmo, si sovrappone nei tre mondi: il mondo astrale, che si rispecchia come il mondo del pensiero, il mondo intellettuale; il mondo devachanico, che si riflette come mondo estetico del piacere e del dispiacere; il mondo devachanico superiore, che si riflette come moralità.

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Se uniamo quello che abbiamo ora detto con quanto prima si era detto sui due poli dell’anima umana, dobbiamo sentire l’intellettuale come un polo, come quel polo che predominantemente governa la vita di veglia diurna, dove vegliamo riguardo alla vita intellettuale. L’uomo veglia durante il giorno rispetto al suo intelletto, durante il sonno veglia rispetto alla sua volontà. Poiché però allora dorme rispetto al suo intelletto, non diventa consapevole di ciò che compie con la volontà. Eppure indirettamente ciò che chiamiamo principi morali e impulsi morali agisce nella volontà. E in verità l’uomo ha bisogno della vita di sonno affinché quello che riceve attraverso la vita di pensiero come impulsi morali possa veramente divenire efficace nel suo agire. È vero: così come l’uomo è oggi nella vita ordinaria, egli è capace di compiere qualcosa di retto solo sul piano intellettuale; meno è capace sul piano morale. Lì siamo condannati ad aspettare aiuto dal macrocosmo.

Quello che è in noi può condurci nell’intellettualità un poco più avanti; per il passo del divenire moralmente migliore gli dei devono venirci in aiuto. Ecco perché sprofondiamo nel sonno, affinché possiamo immergerci nella volontà divina, dove non siamo presenti con l’intelletto impotente, e dove forze divine trasformano ciò che abbiamo ricevuto come principi morali nella forza della volontà, dove imprimono nella nostra volontà quello che altrimenti potremmo ricevere solo nei nostri pensieri.

Fra questi due poli, il polo della volontà che veglia di notte, e il polo dell’intelletto che veglia di giorno, giace il cerchio estetico, che è sempre presente nell’uomo. Infatti l’uomo di giorno non è completamente sveglio. Solo gli uomini più sobri, più filistei, vegliano sempre quando sono svegli. Gli uomini devono fondamentalmente anche di giorno sognare un poco, devono poter sognare durante la veglia, devono potersi abbandonare all’arte, alla poesia o ad altre attività della vita che non sono rivolte solo al reale grezzo. Coloro che si abbandonano a ciò producono un legame che può esercitare un effetto rinfrescante e vivificante su tutta l’esistenza. Abbandonarsi a tali pensieri è, per così dire, quello che come un sogno penetra nella vita di veglia. E nella vita di sonno, sapete bene che vi si introducono i sogni; sono i sogni reali che penetrano la coscienza altrimenti nel sonno. Questo è qualcosa di cui hanno bisogno tutti gli uomini che non vogliono condurre una vita diurna solo sobria, arida, malsana. E il sognare viene comunque nella notte, non c’è bisogno di giustificarlo. Questo è il mezzo che sta fra i due poli: il sognare notturno e il sognare diurno, il poter vivere nella fantasia.

Così abbiamo anche qui un triplice nella nostra anima: l’intellettuale, per il quale vegliamo veramente e portiamo in noi le ombre riflesse del piano astrale, quando di giorno ci abbandoniamo al pensiero, sicché nascono gli spunti più fecondi della vita quotidiana e le grandi invenzioni. E durante il sonno, quando sogniamo, quando questi sogni penetrano nella nostra vita di sonno, allora accade che in noi si riflettono le immagini del mondo celeste inferiore o del Devachan. E quando allora nel sonno operiamo e imprimiamo moralità nella nostra volontà, non possiamo percepirlo direttamente, tuttavia nei suoi effetti, allora, quando siamo capaci di imprimere nel nostro pensiero l’influsso delle potenze divino-spirituali durante la notte, gli impulsi che percepiamo sono i riflessi dal Devachan superiore, dal mondo celeste superiore. Questi sono gli impulsi e i sentimenti morali che vivono in noi e che ci dicono: fondamentalmente la vita umana è giustificata solo dal fatto che poniamo i nostri pensieri al servizio del bene e del bello, e lasciamo che il nostro operare intellettuale sia attraversato dal vero, genuino sangue vitale della vita divino-spirituale, sia attraversato da impulsi morali.

Quello che così presentiamo come vita animica umana attraverso un’osservazione dapprima esoterico-esteriore, poi attraverso un’osservazione della vita più mistica, emerge dalla ricerca occulta più profonda. E lì si manifesta a noi quello che abbiamo ora descritto più esteriormente in fenomeni che la chiaroveggenza può pure percepire nell’uomo. Quando l’uomo sta oggi davanti a noi nello stato di veglia e l’occhio chiaroveggente lo contempla, si mostra che continuamente dal cuore verso la testa vanno certi raggi di luce. Se volessimo disegnarlo schematicamente, dovremmo fare così: qui disegniamo la regione del cuore, poi vanno continuamente correnti verso il cervello e attorniano internamente dentro la testa quell’organo che nell’anatomia è descritto come ghiandola pineale. Come raggi di luce va dal cuore verso la testa in alto e circonda la ghiandola pineale. Queste correnti sorgono dal fatto che il sangue umano, che è una sostanza fisica, una materia, si dissolve continuamente in sostanza eterea, sicché nella regione del cuore avviene continuamente un passaggio del sangue in sostanza eterea fine, e questa fluisce verso la testa in alto e attornia scintillante la ghiandola pineale. Questo processo, il divenire etere del sangue, si mostra continuamente nell’uomo sveglio. Ma è diverso nell’uomo che dorme. Accade così: se avessimo qui la regione cerebrale, qui la regione del cuore, per l’osservatore occulto

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una corrente continuata dall’esterno verso l’interno, anche dall’esterno verso dietro verso il cuore sarebbe percepibile. Queste correnti però, che nel sonno dell’uomo vengono da fuori, dallo spazio cosmico, dal macrocosmo verso l’interno di ciò che giace nel letto come corpo fisico e corpo eterico, mostrano, se le si esamina, qualcosa di veramente straordinario. Questi raggi sono assai diversi nei diversi uomini. Gli uomini che dormono sono molto diversi fra loro, e se gli uomini, che ancora hanno un poco di vanità, infine sapessero sempre quale cattiva impressione danno all’occhio occulto quando si addormentano in assemblee pubbliche, lo impedirebbero, perché parla molto contro di loro.

In verità accade che in alto grado si manifestano le qualità morali nella colorazione caratteristica di quello che nel sonno confluisce in lui, sicché l’uomo che ha bassi principi morali ha una corrente completamente diversa da un uomo con alti principi. Lì non giova fingere di giorno. Di fronte alle potenze mondiali superiori non si può fingere. Accade così: in chi ha solo la più lieve tendenza verso principi non completamente morali, fluiscono continuamente radiazioni color bruno-rossastro e ogni sorta di altri raggi inclinanti verso il rosso bruno. E radiazioni lilla-violette sorgono in coloro che hanno alti ideali morali. Ora nel momento del risveglio o dell’addormentarsi nella regione della ghiandola pineale c’è una specie di lotta tra quello che fluisce dall’alto verso il basso e quello che fluisce dal basso verso l’alto. L’elemento intellettuale fluisce dal basso verso l’alto in forma di effetti di luce nell’uomo sveglio, e quello che è effettivamente di natura morale-estetica fluisce dall’alto verso il basso. E nel momento del risveglio e dell’addormentarsi si incontrano le correnti che vanno verso l’alto e verso il basso, e lì si può giudicare se qualcuno è particolarmente intelligente ma ha bassi principi, dove allora si svolge una forte lotta vicino alla ghiandola pineale, oppure se ha buoni principi e gli sale incontro la sua intellettualità: allora si mostra un tranquillo espandersi di un’apparizione scintillante di luce intorno alla ghiandola pineale. Essa è, per così dire, immersa nel momento del risveglio e dell’addormentarsi in un piccolo mare di luce. E nel fatto che un tranquillo splendore attornia la ghiandola pineale nel momento del risveglio e dell’addormentarsi si manifesta la nobiltà morale. Così si specchia nell’uomo la sua costituzione morale. E questo tranquillo splendore si estende spesso largamente fino nella regione del cuore. Così si mostrano nell’uomo due correnti, una dal macrocosmo, l’altra microcosmicamente.

Potremmo misurare l’intera portata di come queste due correnti si incontrano nell’uomo solo se da un lato considerassimo quello che prima era stato detto in modo più esteriore sulla vita animica, come si mostra nella sua triplice polarità dell’intellettuale, dell’estetico e del morale, che fluisce dall’alto verso il basso, dal cervello verso il cuore. D’altro lato però giungiamo al significato totale di quanto detto, quando ora riportiamo dinanzi ai nostri occhi il fenomeno corrispondente nel macrocosmo. Questo fenomeno corrispondente è oggi da descrivere così come esso risulta appunto dalle più attente ricerche occulte degli ultimi anni, intraprese nelle investigazioni spirituali di singoli dei veri, autentici rosacrociani. Corrispondentemente è da descrivere questo macrocosmico rispetto al microcosmico. E lì si mostra allora – voi arriverete sempre più vicino nella vostra comprensione della cosa –, che qualcosa di simile a quello che è stato detto per il microcosmo, si svolge anche nel macrocosmo.

Come nella regione del cuore umano avviene continuamente una trasformazione del sangue in sostanza eterea, così nel macrocosmo avviene un processo simile. Comprendiamo questo se volgiamo il nostro sguardo al mistero del Golgota e a quel momento in cui il sangue di Gesù Cristo è fluito dalle ferite. Questo sangue non deve essere considerato solo come sostanza chimica, ma è per tutto quello che è stato descritto come la natura del Gesù di Nazareth, qualcosa di affatto particolare. E fluendo fuori e confluendo nella terra, è stata data alla nostra terra una sostanza che, unendosi alla terra, fu un evento che è fra i più significativi per tutti i tempi seguenti della terra, e che poteva avvenire solo una volta. Cosa accadde a questo sangue nei tempi seguenti? Nient’altro che quello che avviene nel cuore dell’uomo. Questo sangue subì nel corso dell’evoluzione terrestre un processo di eterificazione. E come il nostro sangue come etere fluisce dal cuore verso l’alto, così vive nell’etere della terra dal mistero del Golgota il sangue eterificato di Gesù Cristo. Il corpo eterico della terra è permeato da ciò che è divenuto del sangue che è fluito al Golgota; e questo è importante. Se non fosse avvenuto ciò che è avvenuto per mezzo di Gesù Cristo, allora accadrebbe agli uomini sulla terra solo quello che prima era stato descritto. Ma dal mistero del Golgota in poi esiste continuamente la possibilità che in queste correnti dal basso verso l’alto l’effetto del sangue eterico di Cristo vi fluisca insieme.

Perché nel corpo eterico della terra c’è il sangue eterico del Gesù di Nazareth, fluisce con quello che dal basso verso l’alto, dal cuore verso il cervello fluisce di sangue umano eterificato, quella che è il sangue eterificato di questo Gesù di Nazareth, sicché non solo ciò che era stato descritto prima si incontra nell’uomo, bensì si incontra il vero flusso sanguigno umano e il flusso sanguigno di Gesù Cristo. Ma un’unione di questi due flussi accade solo quando l’uomo reca la giusta comprensione a ciò che è contenuto nell’Impulso di Cristo. Altrimenti nessuna unione può avvenire, altrimenti i due flussi si respingono mutuamente, rinculano indietro l’uno dall’altro, come si sono scontrati. Comprensione possiamo acquisire solo se in ogni epoca dell’evoluzione terrestre ci appropriamo questa comprensione così come è adattata in questa epoca. Nel tempo in cui il Gesù Cristo viveva sulla terra, potevano recare la giusta comprensione al fatto imminente quelli che andavano al suo precursore Giovanni e si facevano battezzare con la formula che è espressa nel Vangelo. Ricevevano il battesimo per trasformare il peccato, cioè il karma concluso delle loro vite precedenti, e per riconoscere che l’impulso più importante dell’evoluzione terrestre scenderà ormai in un corpo fisico.

Ma lo sviluppo dell’umanità non si è fermato. Nei secoli seguenti gli uomini dovettero acquisire una nuova comprensione del Mistero del Golgota. Nel nostro tempo dobbiamo acquisire una comprensione ancora più profonda. E in futuro, quando si sarà manifestato un certo grado di civiltà e cultura, gli uomini dovranno sviluppare una comprensione ancora più elevata di questo impulso. Proprio per questo Rudolf Steiner ha insistito tante volte che la scienza dello spirito antroposofica non è uno studio per gli eruditi, non è un lusso di sapienza, ma è una necessità della nostra epoca.

Oggi vogliamo considerare in che relazione il mistero del Golgota e l’Impulso di Cristo si trovano rispetto a quella sfera che vogliamo chiamare la sfera dei Bodhisattva. Desideriamo mostrare come proprio colui che cammina il sentiero dell’evoluzione umana come Bodhisattva in direzione del Maitreya Buddha, come colui che diverrà il Maitreya Buddha, è collegato con il mistero cristiano nel senso più profondo.

Nell’oriente è ben noto dal lontano passato che esiste una sequenza di Bodhisattva. Un Bodhisattva è un essere che ha progredito così lontano nell’evoluzione spirituale da diventare un Buddha. Un Buddha è uno che ha portato a compimento, sia nella sua anima che nella sua azione, tutti i progressi spirituali che l’evoluzione della terra è in grado di portare. Un Buddha è uno che ha conquistato la sua meta, ha raggiunto la perfezione entro i limiti dati dalle condizioni dell’epoca in cui ha operato. Un Bodhisattva è uno che è già così progredito che diventerà un Buddha, che sta già camminando verso il Buddhato, ma che non l’ha ancora raggiunto. Ora sappiamo dalla scienza dello spirito che esiste una sequenza ordinata di Bodhisattva. Uno dopo l’altro, nel corso dei tempi, questi esseri appaiono sulla terra in forma umana.

Il grande mistero che dobbiamo considerare ora è il seguente: come si colloca il Bodhisattva rispetto all’evoluzione cosmica generale, specialmente rispetto all’Impulso di Cristo? E vogliamo tracciare una risposta a questa domanda, una risposta che se affrontata correttamente ci mostrerà che l’Impulso di Cristo è proprio ciò che matura e prepara il terreno per il lavoro dei Bodhisattva.

Dai Misteri orientali sappiamo che i Bodhisattva, specialmente quelli che camminano verso il Maitreya Buddha, il Buddha del futuro, sono gli insegnanti dell’umanità di questa e delle prossime ere. Questi insegnanti hanno la capacità di portare verità spirituali agli uomini in forme che gli uomini del loro tempo possono comprendere. Ma affinché questi insegnamenti portino frutto, affinché essi non rimangano semplici teorie intellettuali ma diventino forze viventi nelle anime umane, è necessario che l’Impulso di Cristo operi nelle profondità delle anime.

È significativo che nella tradizione orientale il Gautama Buddha sia stato quello che ha insegnato il cammino dell’illuminazione interiore, il cammino del Nirvana. Egli ha insegnato come l’uomo possa superare il dolore, come possa giungere a quella pace che viene dal distacco dal mondo dei desideri. Ma il Buddha non ha insegnato come trasformare il mondo, come riportare nella comunità umana gli impulsi spirituali che trasformano la terra stessa. Questo è compito del Maitreya Buddha, il Buddha del futuro, e dei Bodhisattva che lo preparano.

Ora dobbiamo comprendere come l’Impulso di Cristo sia direttamente collegato con la venuta dei Bodhisattva e il loro insegnamento. Desideriamo considerare come il Cristo abbia agito non solo sulle anime individuali, ma abbia impresso un impulso duraturo sulla terra stessa, una forza morale che continua a operare attraverso tutte le ere.

Vediamo come oggi il Cristo non abita più nel corpo fisico come ai tempi di Gesù di Nazareth, ma vive come una potenza spirituale nell’etere della terra. Là, nel corpo eterico della terra, il Cristo continua a operare. E uno degli effetti più importanti di questa operazione è che sta maturando il momento in cui l’uomo potrà veramente ricevere la rivelazione della natura del Cristo non attraverso le parole, ma attraverso la percezione spirituale diretta.

Ricordiamo come i Vangeli ci dicono che il Cristo ha insegnato in parabole, perché le menti umane non erano ancora pronte per la verità diretta. Egli dovette comunicare attraverso immagini e simboli. Ma nel corso dell’evoluzione, man mano che l’uomo sviluppa le sue capacità spirituali, diventerà sempre più possibile che l’uomo possa percepire il Cristo direttamente, non solo come una figura storica, ma come una realtà spirituale viva presente nel mondo.

E il compito dei Bodhisattva è proprio quello di preparare l’umanità a questa percezione del Cristo. Essi verranno portando insegnamenti che, mentre insegnano le verità della saggezza spirituale, piantano anche le fondamenta su cui l’uomo della generazione futura potrà veramente incontrare il Cristo come una realtà spirituale.

Un fatto molto importante che dobbiamo considerare è che l’Impulso di Cristo non agisce meccanicamente, ma agisce attraverso la libertà umana. L’uomo può accoglierlo o rifiutarlo. Ma coloro che l’accolgono, che sviluppano una vera comprensione dell’Impulso di Cristo, trovano che questo impulso è la forza più benefica che operi nell’evoluzione umana. Esso non solo eleva l’individuo, ma trasforma l’intera comunità umana.

Ora il Cristo opera sulla terra in modo tale che il fulcro della evoluzione umana si sposta progressivamente verso la moralità e la libertà interiore. Nel nostro presente il Cristo sta facendo sì che l’uomo diventi sempre più consapevole della necessità della libertà morale. Non si può veramente assecondare il Cristo se si rimane sotto il controllo di impulsi istintivi, se si rimane legati alle vecchie forme di autorità esteriore. La vera obbedienza al Cristo è la libertà interiore, la capacità di scegliere il bene non per paura della punizione, ma per amore della bontà.

Ecco perché oggi, quando osserviamo il corso dell’evoluzione del mondo, vediamo che l’Impulso di Cristo opera nel senso di spingere l’uomo verso una responsabilità morale sempre maggiore. Non è più possibile nascondersi dietro l’autorità, dietro il dogma, dietro le strutture esterne. Ogni uomo deve assumere la responsabilità della propria anima e della propria coscienza.

Proprio questo è ciò che prepara il terreno per il lavoro dei Bodhisattva. Quando l’uomo ha cominciato a sviluppare una coscienza morale indipendente, quando ha cominciato a sentire la responsabilità della propria libertà, allora i Bodhisattva possono insegnare in modo veramente efficace. I loro insegnamenti cadono su terreno preparato.

Consideriamo ora un fatto straordinario nella storia della tradizione orientale. Già migliaia di anni prima che il Cristo nascesse in Palestina, i saggi orientali parlavano di una trasformazione che avrebbe avuto luogo sulla terra. Essi parlavano del Maitreya Buddha, il Buddha futuro, colui che porterebbe una trasformazione morale all’intera terra. Essi descrivevano questo evento futuro come il momento in cui la terra stessa sarebbe divenuta una dimora di purezza morale, in cui gli esseri spirituali sarebbero discesi sulla terra non più in forme fisiche dense, ma come figure di fuoco e luce nel corpo eterico della terra.

Ora è un fatto straordinario che questi saggi orientali descrivevano proprio la trasformazione che l’Impulso di Cristo avrebbe portato! Benché non conoscessero il nome di Cristo, benché parlassero nelle categorie della loro tradizione spirituale, essi parlavano dello stesso evento che noi cristiani riconosciamo come l’opera dell’Impulso di Cristo sulla terra.

Come è possibile questo? La risposta è che l’Impulso di Cristo opera nella cosmo in modo tale da aver già preparato le fondamenta per questo evento molto prima che il Cristo stesso si incarnasse sulla terra. L’Impulso di Cristo non è un evento che è accaduto solo nel tempo di Gesù di Nazareth. È un evento cosmico che ha radici nel lontano passato e che si estenderà nel lontano futuro. Gli insegnanti spirituali dell’oriente potevano percepire questo impulso cosmico e descriverlo nelle loro categorie, anche se non conoscevano il nome del Cristo.

Consideriamo ora il significato straordinario di questa convergenza. Una parte dell’umanità, quella che ha sviluppato la tradizione cristiana, ha ricevuto il messaggio del Cristo nel nome e nella forma di Gesù di Nazareth. Un’altra parte dell’umanità, quella che ha mantenuto le tradizioni orientali, ha ricevuto una comprensione dello stesso impulso cosmico nella forma di un’attesa del Maitreya Buddha e della trasformazione della terra. Entrambe stanno guardando lo stesso evento futuro, il momento in cui la terra si trasformerà in una dimora di moralità, libertà e saggezza spirituale.

Ora vogliamo affrontare la questione cruciale: Qual è la natura del Bodhisattva che cammina verso il Maitreya Buddha? Come si colloca questo essere straordinario rispetto all’impulso cosmico del Cristo?

Dalla ricerca occulta sappiamo che il Bodhisattva che diverrà il Maitreya Buddha ha avuto molte incarnazioni sulla terra nel corso dei tempi. Ogni volta che si incarna, porta insegnamenti che sono parte di una preparazione ordinata verso il momento in cui diverrà un Buddha. E in ogni incarnazione, questo Bodhisattva porta insegnamenti che sono direttamente collegati all’Impulso di Cristo.

Consideriamo il fatto straordinario: una delle incarnazioni di questo Bodhisattva fu quella di Jeshu ben Pandira: un insegnante che visse cento anni prima della nascita del Cristo. Questo insegnante, che visse al tempo dei Maccabei, insegnò una forma di saggezza morale che preparava il terreno per la venuta del Cristo. In seguito, dopo l’evento del Golgota, il medesimo Bodhisattva continua a incarnarsi sulla terra, portando insegnamenti che interpretano e sviluppano gli impulsi del Cristo per le successive generazioni.

Questo è un fatto di straordinaria importanza spirituale. Significa che il Bodhisattva che diverrà il Maitreya Buddha non è un essere estraneo all’Impulso di Cristo, ma è direttamente integrato in esso. Prima del Cristo, questo Bodhisattva ha preparato il terreno. Dopo il Cristo, continua a sviluppare e a interpretare gli impulsi che il Cristo ha messo in moto.

Ora comprendiamo il significato della sfera dei Bodhisattva. È una sfera di esseri spirituali che operano in coordinamento con l’Impulso di Cristo per la trasformazione dell’umanità. Essi portano insegnamenti, ma questi insegnamenti non sono semplici parole. Sono semi piantati nel terreno morale che il Cristo sta preparando. Man mano che questi semi germogliano e crescono, trasformano l’anima umana e la preparano per incontri sempre più profondi con il Cristo stesso.

Vogliamo ora considerare un aspetto molto concreto di questo lavoro. Nel nostro tempo, l’Impulso di Cristo sta operando per trasformare la coscienza umana in un modo molto specifico. L’uomo sta imparando a vivere con una coscienza sempre più consapevole della propria responsabilità morale. Non è più possibile, nel corso dell’evoluzione, che l’uomo si nasconda dietro un’autorità esteriore. Egli deve imparare a giudicare da sé il bene e il male. Egli deve imparare a portare una responsabilità morale sempre maggiore.

Questo insegnamento della responsabilità morale è proprio quello che i Bodhisattva portano ai nostri tempi. Quando il Bodhisattva che diverrà il Maitreya Buddha si incarna, porta proprio questo insegnamento: che l’uomo deve diventare sempre più consapevole della propria capacità di operare nel bene, che la moralità non è una costrizione esterna ma un libero impulso interno.

Dalla ricerca occulta sappiamo che ogni Bodhisattva ha caratteristiche molto specifiche che ci permettono di riconoscerlo. In particolare, i Bodhisattva che camminano verso il Maitreya Buddha hanno una caratteristica straordinaria. Nel corso della loro vita, specialmente nel momento del risveglio spirituale, c’è una trasformazione drammatica della personalità. Ciò che prima appariva come una persona ordinaria, dopo il trentesimo anno di età diventa una personalità straordinaria. Proprio come il Cristo Gesù cominciò il suo ministero pubblico al trentesimo anno, così i Bodhisattva nella loro incarnazione come preparatori del Cristo, divengono pubblicamente noti come maestri spirituali intorno al trentatreesimo anno della loro vita.

Questo è un fatto di straordinaria importanza per riconoscere l’opera dei Bodhisattva nella storia. I veri maestri spirituali che portano l’Impulso di Cristo sulla terra non sono nati come tali. Essi hanno dovuto vivere vite ordinarie fino al momento del risveglio spirituale. In seguito, grazie a questo risveglio, il loro insegnamento diviene veramente efficace, perché essi sanno per esperienza diretta cosa significhi per un uomo ordinario fare il cammino verso lo spirituale.

Ora vogliamo penetrare ancora più profondamente nel significato della sfera dei Bodhisattva. Vogliamo considerare come questi esseri straordinari operano nel regno dello sviluppo umano, e come il loro lavoro è direttamente collegato all’Impulso di Cristo che opera sulla terra.

Consideriamo il fatto che nel nostro tempo, il Cristo non è semplicemente una memoria storica o una dottrina religiosa. Il Cristo è una realtà spirituale viva che opera continuamente nel cosmo e sulla terra. Per coloro che hanno sviluppato la capacità di percezione spirituale, il Cristo è riconoscibile come una potenza reale che guida l’evoluzione umana verso il suo fine ultimo.

Ugualmente, i Bodhisattva non sono figure leggendarie o mitiche. Sono esseri reali che operano nel mondo spirituale e, quando necessario, si incarnano nel mondo fisico per portare il loro insegnamento. Essi sono, per così dire, i cooperatori dell’Impulso di Cristo sulla terra. Mentre il Cristo eleva l’intera umanità, i Bodhisattva portano insegnamenti specifici che aiutano gli uomini a percepire e a ricevere questo impulso cosmico.

Un fatto che vogliamo sottolineare è che l’Impulso di Cristo e l’opera dei Bodhisattva non sono in conflitto. Tutti coloro che operano genuinamente per il bene e per la trasformazione morale dell’umanità operano nella stessa direzione. Il Cristo è il centro, il cuore di questa opera. I Bodhisattva sono come gli assi e i raggi che portano questo impulso centrale fino alle periferie dell’umanità.

Ora vogliamo affrontare una questione molto pratica per il nostro tempo. Come possiamo noi riconoscere l’opera del Cristo e dei Bodhisattva nelle circostanze presenti? Come possiamo noi unirci a questa opera e divenire strumenti coscienti dell’Impulso di Cristo nella trasformazione della terra?

La risposta è che dobbiamo anzitutto sviluppare in noi stessi una vera comprensione di cosa significhi l’Impulso di Cristo. Non è sufficiente una conoscenza intellettuale. Dobbiamo penetrare nell’essenza morale di questo impulso, sentire come esso operi nella profondità delle nostre anime, comprendere come esso ci chiami continuamente a una responsabilità morale sempre maggiore.

Quando abbiamo sviluppato questa comprensione interiore, allora diventiamo capaci di riconoscere l’opera dei Bodhisattva e di unirci ad essa. Allora comprendiamo come gli insegnamenti che portano i Bodhisattva ai nostri tempi sono proprio gli insegnamenti di cui l’umanità ha bisogno, gli insegnamenti che preparano il terreno per un incontro più profondo con il Cristo.

Vogliamo considerare ora il fatto straordinario che il Cristo ha promesso di essere con noi fino alla fine dei tempi. Questa non è una semplice promessa religiosa. È una realtà cosmica. Significa che il Cristo continuerà a operare sulla terra e guiderà l’evoluzione umana fino al suo compimento finale. E nel corso di questo periodo, continueranno a incarnarsi i Bodhisattva, portando gli insegnamenti che prepareranno l’umanità per i futuri momenti di trasformazione spirituale.

Così comprendiamo che la sfera dei Bodhisattva è inseparabile dalla sfera dell’Impulso di Cristo. Essi operano insieme per la redenzione e la trasformazione dell’umanità.

Ora vogliamo tornare al tema centrale del nostro discorso: l’autoconoscenza dell’uomo. Comprendiamo ora come l’autoconoscenza non sia un fine in sé. Essa è un mezzo attraverso il quale l’uomo apprende a riconoscere la propria natura cosmica. Attraverso l’autoconoscenza, l’uomo comprende che non è semplicemente un essere isolato nel cosmo, ma è un microcosmo che riflette il macrocosmo, una piccolissima espressione dell’universo tutto intero.

Quando l’uomo ha sviluppato questa consapevolezza cosmica di sé, allora diviene capace di ricevere consapevolmente gli impulsi del Cristo e di cooperare con i Bodhisattva nella loro opera di trasformazione. Allora egli non vive più semplicemente per se stesso, ma vive consapevolmente come parte della grande evoluzione del cosmo.

Ecco come l’autoconoscenza diviene l’inizio della collaborazione consapevole con le gerarchie spirituali che guidano l’evoluzione del cosmo. Attraverso l’autoconoscenza, l’uomo scopre il suo vero posto nel cosmo e il suo vero compito storico. Egli scopre che non è una creatura di caso, ma un essere con un significato e un proposito nel grande dramma della creazione.

Comprendiamo dunque come il tema dell’autoconoscenza, che sembrava un tema così personale e individuale, apre in realtà le porte alla comprensione dei grandi misteri cosmici: l’Impulso di Cristo che trasforma la terra, l’opera dei Bodhisattva che prepara l’umanità, e il ruolo dell’uomo stesso in questa grande trasformazione.

Vogliamo concludere con alcune considerazioni pratiche sulla natura della vera autoconoscenza. Non è una semplice introspezione psicologica. Non è uno studio intellettuale di sé stessi. È piuttosto un processo di risveglio graduale attraverso il quale l’uomo scopre in sé le tracce delle gerarchie spirituali che l’hanno formato. È un processo attraverso il quale scopre la propria natura divina, il fatto che egli porta in sé le immagini riflesse di tutti i mondi, dal mondo fisico fino ai mondi divino-spirituali più elevati.

Quando l’uomo intraprende seriamente il percorso dell’autoconoscenza antroposofica, scopre che questo percorso lo conduce necessariamente verso l’Impulso di Cristo. Scopre che il Cristo non è semplicemente una figura storica, ma è la realtà centrale di tutta l’evoluzione cosmica. E scopre anche che il suo compito personale è di cooperare consciamente con questo impulso per la trasformazione della terra.

Scopre inoltre che non è solo in questo compito. Accanto a lui ci sono i Bodhisattva e tutte le gerarchie spirituali che guidano l’evoluzione del cosmo. Quando sviluppa questa consapevolezza della sua connessione con le gerarchie spirituali, l’uomo non si sente più isolato e insignificante, ma sente di far parte di una grande comunità cosmica, impegnata nella realizzazione dei piani divini per l’umanità e per la terra.

Così l’autoconoscenza diviene la base per una trasformazione profonda della coscienza umana. Non è più semplice conoscenza di sé, ma è il riconoscimento della propria responsabilità cosmica, il riconoscimento del fatto che ogni uomo ha un ruolo importante da svolgere nella trasformazione della terra verso il suo futuro illuminato.

Proprio per questo Rudolf Steiner ha insistito con tanta passione sull’importanza dell’antroposofia. Non è una dottrina per accademici. È una sapienza necessaria per il nostro tempo. È la chiave attraverso la quale l’uomo moderno può comprendere il suo compito nella storia e nel cosmo.

Ora, mentre la terra procede verso i prossimi millenni, mentre il Cristo continua a operare nella sua sfera spirituale, mentre i Bodhisattva si incarnano nelle successive generazioni, l’uomo è chiamato a uno sviluppo sempre più consapevole della sua natura cosmica e della sua responsabilità morale. Questo è il compito che l’antroposofia ci aiuta a comprendere e a realizzare.

Vogliamo ora trasmettere questo ultimo pensiero: quella che è stata chiamata la sfera dei Bodhisattva non è una sfera distaccata dal resto dell’evoluzione umana. È una sfera che tocca e influenza ogni anima umana che è aperta a ricevere gli impulsi del Cristo. Ogni uomo che cerca consapevolmente lo spirituale, che si sforza di diventare migliore, che ascolta il suo cuore morale, che si affida all’Impulso di Cristo, è in contatto con la sfera dei Bodhisattva.

Per questo, concludendo, vogliamo dire: non rimaniamo nei margini di questa evoluzione straordinaria. Non rimaniamo spettatori passivi. Cerchiamo di comprendere profondamente l’Impulso di Cristo. Cerchiamo di ascoltare gli insegnamenti che i Bodhisattva portano ai nostri tempi. Cerchiamo di sviluppare in noi quella comprensione cosmica che ci permette di cooperare consciamente con le gerarchie spirituali nella trasformazione della terra.

Allora, veramente, diventeremo quello che siamo destinati a diventare: non semplici creature terrestri, ma cocreatori consapevoli dell’evoluzione futura dell’umanità e della terra.

Estratto dalla discussione che segue il discorso

Domanda: Come si deve intendere l’espressione “parlare con lingue” secondo l’Apostolo Paolo?

Risposta: In esseri eccezionali può accadere che il fenomeno del parlare nello stato di veglia non sia l’unico presente, ma che vi confluisca qualcosa che altrimenti è presente solo nella coscienza del sonno. Questo è il fenomeno di cui Paolo parla. Goethe ne parla dal medesimo punto di vista. Ha scritto un bellissimo saggio su questo fenomeno.

Domanda: Come si comprenderanno le parole di consolazione del Cristo?

Risposta: Gli uomini sentiranno queste parole di consolazione come attraverso il loro stesso cuore. Può anche sembrare come un udire fisico.

Domanda: Cosa sono le forze e le sostanze chimiche in relazione al mondo spirituale?

Risposta: Nel mondo esiste un numero di sostanze che sono combinabili e separabili. Quello che chiamiamo chimismo è proiettato nel mondo fisico dal mondo del Devachan, dall’armonia delle sfere. Sicché nella combinazione di due sostanze secondo i loro pesi atomici abbiamo l’ombra di due toni dell’armonia delle sfere. L’affinità chimica di due sostanze nel mondo fisico è un’ombra dal mondo dell’armonia delle sfere. I rapporti numerici della chimica sono veramente le espressioni dei rapporti numerici dell’armonia delle sfere. Questa è divenuta muta attraverso la condensazione della materia. Se si potesse effettivamente portare le sostanze fino alla rarefazione eterea, e i numeri atomici potessero essere percepiti come principio internamente formativo, si udrebbe l’armonia delle sfere. Si hanno il mondo fisico, il mondo astrale, il Devachan inferiore e il Devachan superiore. Se ora si spinge un corpo ancora più in basso che nel mondo fisico, allora si arriva nel mondo subfisico, nel mondo subaastrale, nel Devachan inferiore o cattivo, e nel Devachan superiore o cattivo. Il mondo astrale cattivo è il dominio di Lucifero, il Devachan inferiore cattivo è il dominio di Arimane, e il Devachan superiore cattivo è il dominio degli Asura. Se si spinge il chimismo ancora più in basso che sotto il piano fisico, nel cattivo mondo devachanico inferiore, nasce il magnetismo; e se si spinge la luce nel materiale inferiore, quindi un grado più basso del mondo materiale, nasce l’elettricità. Se spingiamo ancora più in basso quello che vive nell’armonia delle sfere fino agli Asura, allora c’è ancora una forza assai più terrificante, che non potrà più rimanere segreta a lungo. Bisogna solo sperare che quando questa forza viene, che dobbiamo rappresentarci assai, assai più forte dei più forti scarichi elettrici, e che comunque verrà, allora si deve sperare che, prima che questa forza sia data all’umanità da parte di un inventore, gli uomini non abbiano più nulla di immorale in sé!

Domanda: Cosa è l’elettricità?

Risposta: L’elettricità è luce nello stato submateriale. Là la luce è compressa nel modo più pesante. Bisogna attribuire alla luce anche un’interiorità, essa è in ogni punto sé stessa. Il calore può estendersi in tre direzioni dello spazio, per la luce dobbiamo parlare di una quarta: essa è quadruplamente estesa; ha l’interiorità come quarto.

Domanda: Cosa accade al cadavere terrestre?

Risposta: Abbiamo come resto dello sviluppo di Luna la nostra Luna, che circonda la terra. Allo stesso modo ci sarà un resto per la terra, che circonderà Giove. Allora i resti si dissolvono gradualmente nell’etere mondiale generale. Su Venere non ci sarà più un resto. Apparirà dapprima come puro calore, diventerà poi luce ed entrerà di nuovo nel mondo spirituale. Per la terra il resto diventerà un cadavere. Ma questo è un percorso che l’uomo non deve percorrere, poiché sarebbe esposto a tormenti terribili. Ma certamente alcuni esseri vanno con questo cadavere, poiché in questo modo si svilupperanno ulteriormente.

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JESHU BEN PANDIRA — IL PREPARATORE PER UNA COMPRENSIONE DELL’IMPULSO DI CRISTO

IL KARMA COME CONTENUTO DELLA VITA

L’eterizzazione del sangue (I)

8°Jeshu ben Pandira — il preparatore della comprensione dell'impulso del Cristo — Prima conferenza

Lipsia, 4 Novembre 1911

Quando nella scienza dello spirito consideriamo, accanto al nostro mondo fisico, anche altri mondi soprasensibili; quando affermiamo che l’uomo non solo con questo mondo fisico ha strettissimo legame, ma è intimamente connesso anche con i mondi soprasensibili, sorge naturale e irresistibile la domanda: che cosa trova l’uomo nella propria anima, prima di giungere a qualsiasi capacità chiaroveggente, che sia soprasensibile per natura, e che gli dia esplicito segno del legame vivente con i mondi superiori?

Oppure, espressa diversamente: può l’uomo ordinario, completamente privo di facoltà chiaroveggenti sviluppate, notare alcunché di significativo nella propria anima, vivere qualcosa di reale che effettivamente si colleghi con i mondi superiori? La risposta completa e articolata a questa domanda sarà essenzialmente il tema tanto della nostra considerazione odierna quanto di quella di domani.

Quando osserviamo attentamente la vita animica dell’uomo, essa si divide in modo chiaramente percepibile in tre parti distinte che sotto certi aspetti appaiono relativamente indipendenti le une dalle altre, benché tuttavia stiano interconnesse in strettissimo e insolubile legame. Ciò che anzitutto si presenta a noi quando consideriamo noi stessi come anima vivente è la nostra vita rappresentativa, che in certa misura include pure il nostro pensiero consapevole e il nostro ricordare interiore. I ricordi e i pensieri non sono nulla di puramente fisico: essi appartengono pienamente all’invisibile, ai mondi soprasensibili accessibili senza corpo. Nella propria vita di pensiero, l’uomo possiede un segno evidente e permanente dei mondi superiori.

Che cos’è questa vita rappresentativa, ognuno può formarsene una visione nel modo seguente. Portiamo innanzi a lui un oggetto che egli contempla. Poi si gira. Non ha subito dimenticato l’oggetto, bensì ne conserva entro sé un’immagine che vive in lui. Così abbiamo rappresentazioni del mondo che ci circonda, e quando parliamo di vita rappresentativa, parliamo di una parte della nostra vita animica.

Una seconda parte della nostra vita animica possiamo cogliere in modo profondo quando ci domandiamo seriamente: verso le cose terrene e verso gli esseri viventi, non abbiamo forse nella nostra anima qualcosa di assai più significativo che le semplici rappresentazioni esteriori? Sì, indubbiamente abbiamo qualcos’altro di più profondo. È quello che chiamiamo sentimenti di amore e di odio, che nel nostro pensiero designiamo con i nomi di simpatia e antipatia dinamiche. Troviamo bello una cosa, brutta e ripugnante un’altra; amiamo con il cuore l’una, forse odiamo fortemente l’altra; una ci sembra buona e giusta, un’altra cattiva e ingiusta.

Se vogliamo sintetizzare adeguatamente ciò che nella nostra anima qui sorge e si agita, possiamo parlare di movimenti dell’animo, di moti affettivi del sentire. La vita sentimentale è qualcosa di completamente diverso e più profondo dalla vita rappresentativa. Nella vita sentimentale abbiamo un segno assai più intimo e diretto dell’invisibile che nella vita rappresentativa ordinaria.

È un secondo membro reale e attivo del nostro organismo animico, la vita vivente dei movimenti dell’animo. Così già possediamo due distinti membri della nostra anima: la nostra vita rappresentativa del pensiero e la vita vitale dei movimenti dell’animo.

Un terzo membro ce ne accorgiamo pienamente quando ci diciamo con sincerità: non troviamo una cosa solo bella o brutta, non solo buona o cattiva in modo astratto, ma sentiamo un impulso reale a fare l’una o l’altra cosa, sentiamo la spinta a un’azione: possediamo cioè l’impulso profondo ad agire.

Quando intraprendiamo qualcosa di serio, compiamo un’azione significativa o afferriamo un oggetto con intenzione, deve sempre esservi un impulso reale nella nostra anima che ce lo muova. Con il tempo questi impulsi di volontà si trasformano progressivamente in abitudini consolidate, e non occorre sempre, in tutto quel che facciamo abitualmente, mettere in atto consapevolmente i nostri impulsi vigili.

Se per esempio usciamo dalla casa e ci siamo proposti di andare alla stazione, non ci proponiamo deliberatamente di fare il primo, il secondo, il terzo passo consapevole: semplicemente andiamo fino alla stazione per una volontà più profonda. A tutto questo sottostà il terzo membro essenziale della nostra vita animica: i nostri impulsi di volontà, qualcosa che si estende completamente al di là del visibile e del tangibile.

Congiungiamo ora la domanda iniziale — l’uomo ordinario possiede un punto di appoggio per l’esistenza di mondi superiori? — con questi tre impulsi peculiari all’uomo; dobbiamo allora considerare la vita onirica, come si comporta rispetto ai tre elementi animici dell’impulso del pensiero, del movimento sentimentale e dell’impulso di volontà.

Questi tre membri della nostra vita animica chiaramente distinguiamo: la nostra vita rappresentativa, la vita dei nostri movimenti sentimentali e i nostri impulsi di volontà. Se riflettere vogliamo sulla nostra vita animica, possiamo discriminare fra questi singoli membri della nostra vita animica nel nostro esterno essere.

Consideriamo anzitutto la vita rappresentativa dell’uomo vigile. Questa vita rappresentativa si svolge continuamente l’intera giornata, se non siamo del tutto sprovveduti di pensiero consapevole. Abbiamo rappresentazioni tutto il giorno, e quando alla sera ci stancheremo profondamente, queste rappresentazioni anzitutto si appannano e offuscano. È come se si trasformassero in una sorta di nebbia che emerge dall’anima. Diventa sempre più debole e indistinto, finché completamente svanisce nello stato crepuscolare, e allora finalmente possiamo addormentarci.

Questa vita rappresentativa, come la possediamo sul piano fisico, dura dal risveglio all’addormentamento, e come tale scompare nel momento stesso dell’addormentamento. Un uomo non potrà immaginarsi che, quando veramente dorme — non cioè come chiaroveggente nel sonno — possa tuttavia continuare la propria vita di pensiero nello stesso modo che nella veglia.

La vita di pensiero, ossia la vita rappresentativa che ci riempie dal risveglio all’addormentamento, deve estinguersi, e solo allora possiamo addormentarci. Eppure l’uomo deve dirsi: le rappresentazioni che egli ha, e che durante il giorno l’hanno occupato in misura straordinaria, che egli ha sempre quando non semplicemente desierto, non sono un ostacolo all’addormentamento.

Che sia così si vede meglio quando, prima di addormentarci, ci diamo a rappresentazioni particolarmente vive, per esempio leggendo un libro difficile. Se abbiamo riflettuto con intensità, dormiamo più facilmente; e se non riusciamo ad addormentarci, è bene prendere un libro o occuparci di qualcosa che richieda riflessione profonda, studiare per esempio un libro di matematica: questo ci aiuterà ad addormentarci. Non aiuta invece ciò che ha per noi profondo interesse, come un romanzo che contiene molto di interessante per noi stessi.

Qui sorgono i nostri movimenti sentimentali, e la vita dei nostri movimenti sentimentali è qualcosa che ci impedisce l’addormentamento. Se con animo vivacemente mosso ci stendiamo a riposo, se sappiamo di aver caricato qualcosa sulla nostra anima, oppure se abbiamo nell’animo una gioia particolare che non si è ancora esaurita, allora molto spesso ci agiteremo sul nostro giaciglio e non potremo addormentarci.

Mentre dunque le rappresentazioni che non sono accompagnate da movimenti sentimentali ci stancano, sicché ci addormentiamo facilmente, proprio quello che muove fortemente il nostro animo ci impedisce l’addormentamento. Non è possibile produrre la separazione necessaria quando vogliamo entrare nello stato del sonno. Da questo già possiamo vedere che la vita dei nostri movimenti sentimentali si comporta diversamente verso tutto il nostro essere rispetto alla vita delle nostre rappresentazioni.

Se vogliamo fare correttamente il distinguimento, dobbiamo tuttavia considerare qualcos’altro ancora, precisamente i nostri sogni. Dapprima l’uomo potrebbe credere che, quando la variopinta vita dei sogni agisce su di noi, siano rappresentazioni che continuano la loro esistenza nella veglia. Ma se esaminiamo esattamente, noteremo che la nostra vita rappresentativa non prosegue nei nostri sogni.

Ciò che è atto a stancare la nostra anima non prosegue nei sogni. Ciò accade solo se le nostre rappresentazioni sono legate a forti movimenti sentimentali. I movimenti sentimentali sono quelli che sorgono nell’immagine onirica. Per riconoscere questo bisogna esaminare le cose con esattezza. Un esempio: qualcuno sogna di essere di nuovo giovane e di vivere questo o quello. Subito dopo il sogno si trasforma e accade qualcosa che egli certamente non ha dovuto vivere.

Si mostra un evento che è estraneo alla sua memoria, poiché sul piano fisico non l’ha provato. Ma compaiono persone note. Quante volte accade che nel sogno ci vediamo intricati in azioni dove siamo insieme con amici o conoscenti che non abbiamo visto a lungo. Ma se esaminiamo esattamente, dovremo dirci che in ciò che appare nel sogno vi sono movimenti sentimentali sullo sfondo. Forse siamo ancora legati a quell’antico amico, non siamo completamente staccati da lui. Deve ancora esservi qualche movimento sentimentale che si connette con lui.

Nulla appare nel sogno che non si colleghi a movimenti sentimentali. Dunque qui dobbiamo trarre una conclusione determinata, cioè questa: se le rappresentazioni che la nostra consapevolezza diurna veglia ci trasmette non appaiono nel sogno, è ciò una prova che esse non entrano nel sonno. Se i movimenti sentimentali ci impediscono il sonno, testimonia ciò che non ci lasciano: devono esservi per poter apparire nelle immagini oniriche.

I movimenti sentimentali sono quelli che traggono verso di sé le immagini del sognare. Sta nel fatto che i movimenti sentimentali assai più intimamente con l’essenza propria dell’uomo si collegano che la vita rappresentativa. I movimenti sentimentali portiamo noi anche nel sonno. Sono dunque un membro dell’anima che anche durante il sonno con noi unito rimane. A differenza delle rappresentazioni ordinarie, i movimenti sentimentali sono qualcosa che con noi nel sonno entra, che dunque assai più strettamente, assai più intensamente con l’individualità umana si connette che il pensiero ordinario non accompagnato da movimenti sentimentali.

Che cosa succede dunque al terzo membro dell’anima, agli impulsi di volontà? Anche qui possiamo condurre una sorta di esperienza. Questo naturalmente possono osservarlo solo coloro che considerano in modo più fine il momento dell’addormentamento. Se l’uomo, attraverso la pratica, ha acquisito una certa capacità di osservare questo momento, tale osservazione è estremamente interessante.

Dapprima le nostre rappresentazioni ci appaiono come in nebbia avvolte, il mondo esterno scompare, e l’uomo ha il sentimento come se il suo essere animico si dilatasse oltre la sua corporeità, come se non fosse più compresso entro i confini della pelle, bensì scorresse negli elementi del cosmo. Una grande sensazione di benessere al sonno può essere connessa. Poi viene un momento dove un certo ricordo appare. Questo probabilmente pochissimi uomini hanno, ma questo momento possiamo cogliere se attentamente osserviamo.

Ci stanno dinanzi agli occhi i buoni e anche gli cattivi impulsi di volontà che abbiamo avuti, ed è straordinario che l’uomo verso i buoni impulsi di volontà sente: questo è qualcosa che con tutte le forze di volontà sane si connette, che ti vivifica. E quando l’uomo così i buoni impulsi di volontà dinanzi alla sua anima ottiene prima del sonno, si sente tanto più fresco e vitale e allora spesso sorge il sentimento: Ah, potesse questo momento restare! Potesse questo momento eternamente durare! Poi si sente come il corporale dallo spirituale abbandono riceve, poi c’è uno strappo, e nel sonno si entra.

Non c’è affatto bisogno di essere chiaroveggente per vivere consapevolmente questo, basta soltanto la vita animica osservare attentamente ogni giorno. Da questa osservazione segue qualcosa di straordinaria importanza per la comprensione umana. I nostri impulsi di volontà prima dell’addormentamento fortemente agiscono e li sentiamo come qualcosa che ci feconda profondamente. Un rafforzamento straordinario e irresistibile sentiamo allora. Verso i semplici movimenti sentimentali dovemmo dire che questi più strettamente e intimamente che il nostro pensiero ordinario, la nostra rappresentazione ordinaria con la nostra individualità si connettono e stanno legati.

Così ora dobbiamo dire qualcosa di più profondo di quello che i nostri impulsi di volontà realmente sono: non è solo qualcosa di passivo che rimane inerte in noi durante il sonno, bensì qualcosa che attivamente in noi diviene un rafforzamento reale, una fortificazione della nostra vita intera e della nostra forza vitale. Ancora assai più intimamente e indissolubilmente la vita dei nostri impulsi di volontà si connette alla nostra vita profonda che i movimenti sentimentali; e chi spesso osserva consapevolmente il momento critico dell’addormentamento, sente profondamente in ciò che, se non può guardare indietro a nessun buon impulso di volontà durante il giorno passato, questo agisce come se qualcosa di essenziale in lui fosse ucciso da quello che entra e opera nello stato di sonno.

Gli impulsi di volontà dunque intimamente con la salute e la malattia, con la nostra forza vitale più profonda si connettono e determinano.

I pensieri non si possono vedere. Si vede il mazzo di rose anzitutto con i mezzi ordinari della percezione fisica. Ma quando l’uomo si gira o se ne va, l’immagine dell’oggetto in lui rimane. L’oggetto non lo vede, ma se lo può rappresentare. Nostra vita di pensiero dunque qualcosa di soprasensibile è. I nostri movimenti sentimentali sono ancora più qualcosa di soprasensibile, e i nostri impulsi di volontà certo si trasformano in azioni, sono tuttavia qualcosa di soprasensibile.

Ma noi sappiamo anche insieme, quando prendiamo in considerazione tutto quello che ora abbiamo detto, che la nostra vita di pensiero che non è penetrata dai nostri impulsi di volontà si connette con noi meno strettamente. Ora potrebbe qualcuno ritenere che quanto or ora detto sia refutato dal fatto che il giorno seguente le nostre rappresentazioni del giorno precedente di nuovo ci si presentano davanti all’anima, che possiamo ricordarcene.

Sì, ricordarci semplicemente dobbiamo. Dobbiamo in modo soprasensibile le nostre rappresentazioni alla memoria richiamare.

Con i nostri movimenti sentimentali è già diverso, questi più strettamente con noi si connettono. Se con animo pentito al riposo siamo andati, già il mattino seguente quando ci destamo sentiamo che con capo offuscato o simile ci destamo. Se pentimento abbiamo provato, lo sentiamo il giorno seguente nel nostro corpo come debolezza, pesantezza, torpore; la gioia come forza e elevazione.

Qui non occorre ricordarci della gioia, del pentimento, pensarci su: la sentiamo nel corpo. Non occorre ricordare quel che è stato: è lì, è entrato con noi nel sonno e ha vissuto con noi. I nostri movimenti sentimentali, più densi, si connettono più strettamente al nostro eterno che i nostri pensieri.

Chi però i suoi impulsi di volontà osservare riesce, sente che semplicemente di nuovo lì sono. Sono sempre lì. Può accadere che nel momento del risveglio notiamo che in quel momento in certa misura immediatamente di nuovo quello viviamo che il giorno precedente come gioia di vivere provammo attraverso i nostri buoni impulsi morali.

In verità nulla ci rende così freschi quanto quello che il giorno precedente di buoni impulsi di volontà la nostra anima ha percorso. Perciò possiamo dire che assai intimamente alla nostra esistenza quello si connette che impulsi di volontà chiamiamo.

I tre membri dell’anima dunque sono chiaramente diversi gli uni dagli altri, e comprenderemo con certezza, se consideriamo attentamente questa profonda diversità, che dalla scienza occulta può essere detto con certo diritto razionale che attraverso i nostri pensieri, che incontestabilmente hanno natura soprasensibile, stiamo in relazione reale al mondo soprasensibile invisibile; attraverso i nostri movimenti sentimentali con un altro mondo, e attraverso i nostri impulsi di volontà con un altro ancora mondo soprasensibile, che si connette ancora più intimamente e profondamente all’essenza propria nostra.

E perciò diciamo con convinzione: quando esteriormente e sensibilmente percepiamo attraverso i sensi, possiamo attraverso ciò percepire completamente tutto quello che nel mondo fisico concreto è. Quando rappresentiamo e pensiamo, le nostre rappresentazioni, la nostra vita di pensiero con il mondo astrale in relazione intima stanno, i nostri movimenti sentimentali ci portano in connessione reale con quello che il mondo celeste, il devachan inferiore propriamente chiamiamo, e il mondo degli impulsi morali e virtuosi ci porta in connessione col devachan superiore o il mondo della ragione eterna.

Così l’uomo in modo totale con tre mondi diversi in connessione sta attraverso i pensieri, l’animo e gli impulsi di volontà. E in quanto l’uomo al mondo astrale appartiene attivamente, i suoi pensieri può portare consapevolmente nel mondo astrale, nel mondo devachanico può portare i suoi movimenti sentimentali profondi, nel più alto mondo celeste tutto può portare che ha di impulsi di volontà morali nella sua anima.

Se consideriamo così profondamente le cose con serietà, vedremo pienamente come la scienza occulta ha ragione e fondamento per parlare consapevolmente dei tre mondi distinti. E se prendiamo questo in considerazione seria e riflettiamo, guarderemo ancora in modo del tutto diverso e illuminante al mondo del morale, con occhi nuovi: perché attraverso il mondo dei buoni impulsi di volontà autentica stiamo uniti in relazione intima al più alto dei tre mondi che finora l’essenza umana raggiunge e può raggiungere.

La nostra ordinaria vita di pensiero puramente scientifica si estende e si limita solo sino al mondo astrale. Possiamo pure avere pensieri assai brillanti e geniali per natura: eppure i pensieri che non sono portati attivamente da movimenti sentimentali non entrano più lontano che nel mondo astrale materiale, e per altri mondi spirituali non hanno nessuna significanza reale per la conoscenza vera. Così comprenderete pienamente quello che è detto della scienza esterna nella tradizione, della scienza arida, sobria e puramente esteriore: nessun uomo può asserire con certezza alcunché di altri mondi spirituali che l’astrale con soli pensieri che non sono penetrati da movimenti sentimentali reali.

In circostanze ordinarie il pensare dello studioso scientifico contemporaneo, del chimico moderno, del matematico puro senza nessun movimento sentimentale profondo procede e si mantiene; questo non più lontano che sotto la superficie sensibile va e può andare.

Anzi, da una ricerca scientifica propriamente moderna è proprio richiesto e insegnato che proceda in questo modo puramente astratto, e quindi penetra solo nel mondo astrale materiale senza ulteriore ascesa.

Solo quando si uniscono intimamente ai pensieri della ricerca aperta estasi reale o repulsione autentica, allora ai pensieri viene aggiunto quello che è veramente necessario per venire e penetrare nel mondo devachanico spirituale. Solo quando nei pensieri vivi, nelle rappresentazioni consapevoli entrano attivamente i movimenti sentimentali reali, quando sentiamo profondamente l’uno come buono e giusto, l’altro come cattivo e ingiusto, allora uniamo ai pensieri quello che li porta elevandoli nel mondo celeste superiore.

Solo allora possiamo guardare dentro consapevolmente in fondamenti più profondi e spirituali dell’essere. Se vogliamo veramente comprendere qualcosa del mondo devachanico spirituale, tutte le teorie astratte non ci aiutano realmente a nulla. Lì aiuta solo quando possiamo unire attivamente ai pensieri movimenti sentimentali reali. Il pensiero puro e astratto ci porta e rimane solo in relazione col mondo astrale materiale.

Se il geometra, per esempio, afferra intellettualmente le proporzioni e relazioni del triangolo, questo lo aiuta nella sua ricerca solo nell’astrale materiale. Ma se afferra profondamente il triangolo come simbolo vivo e spirituale, e trae fuori quello che vi riposa nascostamente sulla partecipazione dell’uomo ai tre mondi, sulla sua tripartizione interiore e così via, questo lo aiuta ad ascendere più su spiritualmente. Chi nei simboli e nelle immagini sente l’espressione reale per la forza animica vivente, chi profondamente se l’imprime nell’animo e nel sentimento, chi sente consapevolmente in tutto quello che altrimenti solo si sa e si pensa, quello pone consapevolmente i suoi pensieri col devachan in relazione viva.

Perciò, meditando e contemplando quello che ci è dato, dobbiamo sentire profondamente: solo così ci portiamo e rimaniamo in relazione intima col mondo devachanico. La scienza ordinaria priva di sentimento e di compassione, così anche se ancora assai acuta intellettualmente è, può porre e mantenere l’uomo sempre e soltanto col mondo astrale in relazione.

L’arte vera invece, la musica profonda, la pittura spirituale e così via in modo nobile lo porta nel mondo devachan inferiore con le sue forze. Si potrebbe tuttavia oppore razionalmente: se così è realmente che i movimenti sentimentali nel devachan inferiore portano e guidano, allora gli istinti inferiori, i desideri materiali, gli impulsi carnali lo compirebbero anche completamente. Sì, certamente lo fanno e operano così.

Ma questo fatto è solo una prova profonda che siamo uniti molto più intimamente e indissolubilmente coi nostri sentimenti che coi nostri pensieri astratti. Le nostre simpatie si possono pure connettere con la nostra natura inferiore; attraverso istinti bestiali e impulsi carnali pure una vita sentimentale materiale è effettuata, e questa porta sì nel devachan inferiore, ma trascinandoci giù.

Mentre dopo la morte ci togliamo completamente nel Kamaloka quello che abbiamo di pensieri errati e falsi, quello che abbiamo sviluppato fino a movimenti sentimentali reali e profondi entra con noi fino nel mondo devachanico e si imprime indelebilmente fino alla prossima incarnazione, sicché ne trova espressione reale nel nostro karma e permane. Attraverso la nostra vita sentimentale, in quanto questa può avere due lati contrapposti, ci eleviamo nel mondo devachanico spirituale o l’offendiamo profondamente.

Attraverso i nostri impulsi di volontà invece, che sono sinceramente immorali o morali, o stiamo in buona connessione col mondo più alto spiritualmente, o lo lediamo profondamente; e questo dobbiamo compire inevitabilmente nel karma. Se un uomo è così cattivo e moralmente decaduto da stabilire, attraverso i suoi cattivi impulsi, una tale connessione col mondo superiore che questo è completamente offeso e ferito, allora sarà respinto dalle gerarchie.

Ma anche l’impulso cattivo deve tuttavia dal mondo superiore emanare originariamente. Tutta la significanza profonda della vita morale autentica a noi si dischiude pienamente nella sua grandezza cosmica se la cosa così consideriamo seriamente.

Dai mondi spirituali con i quali l’uomo, per la sua natura tripartita animica vivente e anche per la sua natura fisica materiale, sta così intimamente in connessione, da questi mondi supremi emanano quelle forze potenti che possono guidare l’uomo consapevolmente attraverso il mondo. Cioè: se consideriamo un oggetto concreto del mondo fisico, ciò può accadere realmente solo perché abbiamo occhi fisici per vederlo sensibilmente; così l’uomo sta necessariamente in connessione col mondo fisico materiale, perché sviluppa la sua vita di pensiero col mondo astrale conoscibile, perché sviluppa il suo animo profondo col mondo devachanico sublime, e attraverso la sua moralità consapevole col mondo superiore devachanico divino.

Quattro mondi: partecipazione dell’uomo:

Devachan superiore — volontà: impulsi morali Devachan inferiore — animo: ideali estetici Mondo astrale — pensiero: natura eterica Mondo fisico — corporeità: natura fisico-materiale

Quattro relazioni l’uomo ha simultaneamente a quattro mondi diversi. Ma questo non significa nulla di più e di diverso che egli ha intimamente relazioni reali e costanti con gli esseri spirituali di questi mondi. Da questo punto di vista cosmico è interessante e profondo considerare attentamente lo sviluppo spirituale dell’umanità, guardare nel passato remoto, nel presente vivente e nel prossimo futuro luminoso.

Dai mondi spirituali che abbiamo enumerato forze cosmiche potenti emanano che nella nostra vita interiore ed esteriore penetrano profondamente. Qui anzitutto abbiamo a notare con attenzione che nell’epoca che dietro noi lontana sta, gli uomini prevalentemente erano disposti interiormente, erano orientati e preparati a essere dal mondo fisico materiale influenzati, impulsi dal mondo fisico a ricevere consapevolmente.

Questa epoca remota dietro di noi è l’epoca greco-latina gloriosa. In questa epoca di gloria Cristo ha operato potentemente sulla terra, vivente nel corpo fisico. Perché l’uomo qui era prevalentemente disposto interiormente che le forze giacenti nel mondo fisico agissero profondamente su di lui, Cristo dovette necessariamente apparire incarnato sul piano fisico.

Ora viviamo in un’epoca moderna in cui prevalentemente il pensiero astratto è sviluppato consapevolmente, in cui l’uomo i suoi impulsi dal mondo del pensiero puro, dal mondo astrale riceve principalmente. Ciò la storia esterna contemporanea già mostra chiaramente.

Di filosofi originali del tempo preellenico difficilmente si può parlare storicamente: tutt’al più di una preparazione lontana del pensiero in tempo preellenico, perciò la storia scientifica della filosofia comincia propriamente con Talete. Solo dopo l’epoca greco-latina sorge potentemente lo sviluppo del pensiero scientifico. Il pensiero intellettualistico moderno emerge e si afferma solo intorno al sedicesimo secolo. Perciò il grande e irresistibile progresso delle scienze naturali moderne è caratterizzato dal fatto che ogni movimento sentimentale profondo è sistematicamente escluso dal lavoro pensante.

E la scienza è così particolarmente popolare e celebrata nel nostro tempo contemporaneo perché in essa il pensiero non è penetrato o richiesto da movimenti sentimentali reali. La nostra scienza contemporanea è priva di sentimento vero e cerca la sua salvezza metodologica nel non sentire nulla di morale. Guai a chi volesse veramente sentire qualcosa a un esperimento di laboratorio! Il carattere essenziale della nostra epoca è proprio questo: che l’uomo si porta inevitabilmente assai più in profonda connessione col piano astrale.

L’epoca prossima, che seguirà la nostra in evoluzione, sarà già assai più spirituale e consapevole nella sua costituzione. Anche presso la scienza moderna parleranno qui i sentimenti profondi e opereranno. Se allora qualcuno vuole fare un esame serio ed essere ammesso alla scienza ufficiale, è assolutamente necessario che possa sentire la luce divina che sta realmente dietro tutte le cose, il mondo spirituale che porta in essere e sostiene il tutto.

Allora il valore autentico di esame del lavoro scientifico consisterà completamente in ciò: che esplicitamente si veda se l’uomo può sviluppare consapevolmente all’esame movimenti sentimentali reali e sufficienti, altrimenti non supera inequivocabilmente l’esame. Per quanto si sappia e si impari intellettualmente, se non si hanno sentimenti corretti e morali, un esame vero non lo si può fare.

Questo certamente strano e paradossale suona all’orecchio moderno, ma tuttavia così sarà realmente che il tavolo di laboratorio a un altare spirituale elevato sarà trasformato, davanti al quale l’esame vero di un uomo in ciò consiste che nella decomposizione dell’acqua in idrogeno e ossigeno sentimenti sviluppati siano che a quello pienamente corrispondano che gli dei sentono quando questo accade spiritualmente.

Allora l’uomo attraverso una connessione intima e consapevole col devachan inferiore i suoi impulsi coscenti riceverà direttamente.

E poi viene l’epoca che sarà anzitutto l’ultima e cruciale prima della prossima grande catastrofe terrestre e cosmica, quella cioè dove l’uomo, attraverso i suoi impulsi di volontà autentica, sta consapevolmente in connessione col mondo più alto e divino, dove varrà e dominerà sulla terra quello che è sinceramente morale. Allora non staranno elevati al primo posto né il potere esterno e materiale, né l’intellettuale freddo, né l’animo sentimentale, bensì gli impulsi di volontà morale.

Non sarà decisiva, in modo assoluto e universale, l’abilità esteriore e il talento, bensì la qualità morale profonda dell’uomo. Così l’umanità, quando finalmente sarà giunta a questo punto cruciale, avrà raggiunto pienamente l’epoca morale e spirituale, nella quale sta unita in relazione particolare e profonda col mondo devachan superiore divino.

È così che nel decorso dello sviluppo nell’uomo sempre più forze d’amore si svegliano, dalle quali egli le sue conoscenze, impulsi e manifestazioni può trarre.

Mentre gli uomini allora quando il Cristo nel corpo fisico scese sulla terra, non avrebbero potuto altrimenti percepirloche nel corpo fisico, si svegliano nella nostra epoca effettivamente le forze che il Cristo vedranno non nel suo corpo fisico, bensì in una forma che come un’entità eterica sul piano astrale esisterà.

Così già nel nostro secolo, dagli anni trenta in poi, e sempre più fino a metà del secolo, un gran numero di uomini percepiranno il Cristo come forma eterica. Questo sarà il grande progresso rispetto all’epoca anteriore, dove gli uomini non erano ancora maturi così a vederlo. Questo è inteso pure quando si dice: Cristo apparirà nelle nubi — perché con ciò si intende che apparirà come forma eterica sul piano astrale.

Ma sottolineato deve essere che egli solo nel corpo eterico in questa epoca può essere visto. Chi credesse che Cristo di nuovo in forma fisica appare, dimentica il progresso delle forze umane. È un errore credere che un evento come l’apparizione di Cristo nello stesso modo ripetersi possa come una volta accadde.

L’evento prossimo dunque è che gli uomini vedranno il Cristo sul piano astrale in forma eterica; e quelli che allora vivranno sul piano fisico e avranno accettato gli insegnamenti della scienza dello spirito, lo percepiranno; quelli invece che allora non vivranno più, ma si sono preparati attraverso il lavoro spirituale, lo vedranno allora ancora nel vestire eterico fra la loro morte e una nuova nascita.

Ci saranno però pure uomini che non riusciranno più a vederlo nel corpo eterico. Quelli che hanno disprezzato la scienza dello spirito non potranno percepirlo, ma dovranno aspettare sino alla prossima incarnazione, durante la quale allora si dedicheranno e si prepareranno alla ricerca dello spirito, perché possano comprendere quello che qui sorge.

Non dipenderà allora dal fatto che qualcuno abbia studiato la scienza dello spirito o no quando vive sul piano fisico: solo, per loro, l’apparizione di Cristo sarà allora un rimprovero, una tortura; mentre quelli che hanno perseguito la ricerca dello spirito nella precedente incarnazione sanno quello che vedono.

Allora verrà un’epoca dove nell’uomo forze ancora più alte si svegliano. Questa sarà l’epoca dove il Cristo in modo ancora più elevato si rivela: in forma astrale nel mondo devachan inferiore. E l’ultima epoca degli impulsi morali sarà quella dove gli uomini che attraverso gli altri stadi sono passati il Cristo vedono nella sua gloria, come forma dell’Io più grande, come l’Io spirituale, come il grande maestro dello sviluppo umano nel devachan superiore.

La conseguenza quindi è: nell’epoca greco-latina Cristo sul piano fisico appare, nella nostra epoca come forma eterica sul piano astrale, nell’epoca seguente come forma astrale sul piano del devachan inferiore, e nell’epoca della moralità come compendio del grande Io.

Ora possiamo chiedere: a che cosa serve la scienza dello spirito? Affinché un numero sufficientemente grande di uomini sia preparato quando questi eventi si presentano. E già ora la scienza dello spirito lavora a questo: che gli uomini entrino in modo giusto in connessione coi mondi superiori, che gli uomini entrino in modo retto entro l’eterico-astrale, nell’estetico-devachanico, nel morale-devachanico.

Nella nostra epoca il movimento spirituale-scientifico è quello che specificamente tende a ciò che l’uomo negli impulsi morali suoi in giusta relazione col Cristo stia.

I prossimi tremila anni saranno dedicati al fatto che l’apparizione di Cristo nel mondo eterico sarà percepibile. Solo per quelli che completamente materialisticamente sentono, non sarà accessibile.

Si può pensare materialisticamente se solo si ammette la materia e si nega tutto lo spirituale; oppure anche perché si attira lo spirituale nel materiale. Si è pure materialisti per questo: che si vuole far valere lo spirituale solo nell’abito materiale. Ci sono pure teosofi che sono materialisti. Sono quelli che credono che l’umanità sia destinata a dover vedere di nuovo Cristo nella forma fisica. Uno non è non-materialista per il fatto di essere teosofo, bensì per il fatto di aver compreso che i mondi superiori ci sono pure allora se non si possono percepire in manifestazione sensibile, bensì ci si deve elevarsi a essi per percepirli.

Se ci portiamo tutto questo davanti all’anima, possiamo dire: Cristo è l’impulso morale proprio, che attraversa l’umanità con forza morale. L’impulso di Cristo è forza e vita, la forza morale che attraversa gli uomini. Ma questa forza morale deve essere compresa. Proprio per la nostra epoca è necessario che Cristo sia proclamato. Quindi anche l’antroposofia ha il compito di proclamare Cristo in forma eterica.

Prima che il Cristo sulla terra apparisse attraverso il mistero del Golgota, fu pure la dottrina del Cristo preparata. Anche allora il Cristo fisico fu annunziato. Era principalmente Jeshu ben Pandira, cento anni prima di Cristo, il precursore e l’annunziatore. Anche lui ebbe il nome Gesù, e per distinguerlo da Cristo Gesù fu chiamato Jeshu ben Pandira, figlio di Pandira. Costui circa un secolo prima della nostra era visse.

Per sapere questo non si ha bisogno di essere chiaroveggente, perché sta scritto in fonti rabbiniche, e questo fatto spesso è stato motivo di confonderlo col Cristo Gesù. Jeshu ben Pandira anzitutto fu lapidato e poi appeso alle croci. Gesù di Nazareth veramente anzitutto fu crocifisso.

Chi era questo Jeshu ben Pandira? È una grande individualità che, dai tempi di Buddha — dunque seicento anni prima della nostra era — si è incarnata quasi ogni secolo una volta per portare avanti l’umanità. Per comprenderlo dobbiamo retrocedere sino all’essenza del Buddha. Sappiamo che Buddha è vissuto come figlio di re della casa dei Sakya cinquecento anni prima della nostra era.

L’individualità che allora divenne il Buddha non era già un Buddha anche prima. Buddha, quel figlio di re che portò all’umanità la dottrina della compassione, non nacque come Buddha. Perché Buddha non è un’individualità: Buddha è una dignità. Quel Buddha nacque come Bodhisattva e fu elevato alla dignità di Buddha nel ventinovesimo anno della sua vita, quando, sprofondato in meditazione sotto l’albero Bodhi, tirava giù nel mondo fisico la dottrina della compassione dai cieli spirituali.

Un Bodhisattva era prima, dunque anche nelle sue precedenti incarnazioni, e poi un Buddha divenne. Ora è così che attraverso ciò il posto di un Bodhisattva, cioè il posto di un maestro dell’umanità in forma fisica per una certa epoca fu libero e di nuovo dovette essere occupato. Come il Bodhisattva che qui si incarnò nel ventanovesimo anno della sua vita alla dignità di Buddha ascese, la dignità di Bodhisattva subito a un’altra individualità fu trasferita.

Abbiamo dunque a parlare del successore del Bodhisattva che qui alla dignità di Buddha ascese. Il successore del Buddha Gautama Bodhisattva divenne quella individualità che allora, cento anni prima di Cristo, come Gesù ben Pandira si incarnò, come un annunziatore del Cristo nel corpo fisico.

Egli è ora il Bodhisattva dell’umanità, fino a quando, dopo tremila anni dal giorno odierno, a sua volta ascenderà a Buddha. Avrà dunque bisogno esattamente di cinquemila anni per diventare, da un Bodhisattva, un Buddha.

Egli che quasi ogni cento anni una volta si è incarnato da allora, anche ora è già incarnato e sarà l’annunziatore proprio del Cristo nell’abito eterico, come allora il Cristo come Cristo fisico anticipatamente annunziò. E molti di noi ancora lo vedranno che già negli anni trenta uomini ci saranno — e più avanti nel corso di questo secolo sempre più e più — che il Cristo in abito eterico vedranno.

Per preparare questo è qui la scienza dello spirito, e ognuno che partecipa al lavoro spirituale aiuta a prepararlo.

Il modo in cui l’umanità è istruita dai capi, ma specialmente da un Bodhisattva che diventerà il Maitreya-Buddha, cambia enormemente nei periodi di tempo. Come oggi si insegna la scienza dello spirito, non si poteva insegnare nel tempo greco-latino: nessuno l’avrebbe compresa allora.

Allora dovette l’essenza di Cristo fisicamente-visibile lo scopo dello sviluppo vivere e solo così poteva allora operare.

La ricerca dello spirito diffonde questo insegnamento sempre più e più fra gli uomini, e sempre più gli uomini comprenderanno il Cristo-impulso, finché in loro sia entrato il Cristo stesso. Oggi, attraverso la parola della gola, è possibile, in concetti e rappresentazioni, rendere intelligibile lo scopo attraverso il pensiero e operare sulle anime in senso buono, per elevarle a ideali estetici e morali ed entusiasmarne.

L’odierna lingua di parola però sarà sostituita, negli archi temporali seguenti, da impulsi più potenti di stimolo di quanto oggi sia possibile attraverso la sola lingua. Allora la lingua, la parola farà sì che in essa stessa, nella parola stessa, giacciano forze che trasmettono movimenti sentimentali d’anima in anima, dal maestro allo scolaro, dal Bodhisattva a tutti quelli che non si allontanano da lui.

La lingua allora un portatore di movimenti sentimentali estetici sarà potuta. Ma per questo appartiene l’inizio di un nuovo tempo. Nel nostro tempo neanche al Bodhisattva sarebbe possibile tali effetti attraverso la gola esercitare come allora possibile sarà.

E nell’ultimo arco temporale prima della grande guerra di tutti contro tutti, allora sarà così che, come oggi la lingua è un portatore dei pensieri e delle rappresentazioni e poi sarà un portatore del sentimento, così nell’ultimo arco temporale la lingua porterà e trasmetterà d’anima in anima la moralità, gli impulsi di volontà morali.

Oggi la parola ancora moralmente non può operare. Tali parole il nostro organo vocale come oggi è ancora neppure può produrre. Una tale forza spirituale una volta ci sarà. Parole saranno pronunciate con le quali l’uomo forza morale riceve.

Calcolati tremila anni dal giorno odierno, il sopramenzionato Bodhisattva diventerà Buddha, e allora il suo insegnamento riverserà immediatamente impulsi nell’umanità. Egli sarà quello che gli antichi hanno previsto: il Buddha Maitreya, un portatore del bene.

Egli stesso ha il compito di preparare gli uomini che comprendano proprio l’impulso di Cristo. Ha il compito di dirigere sempre più gli occhi degli uomini su quello che si può amare, di far sempre più entrare in un corso morale quello che si può diffondere come teoria, sicché alla fine tutto quello che l’uomo ha di pensieri si versi nel morale.

E mentre oggi è ancora completamente possibile che uno sia molto saggio ma immorale, andiamo incontro a un’epoca nella quale sarà impossibile che l’uomo sia insieme astuto e immorale. Sarà impossibile che astuzia e immoralità vadano mano nella mano.

Questo comprendere così: quelli che si sono tenuti in disparte e hanno resistito allo sviluppo, saranno i combattenti che lì combattono tutti l’uno contro l’altro. Perfino quelli che oggi sviluppano l’intelligenza più alta, se nei prossimi tempi non si svilupperanno ulteriormente nel sentimento e nella moralità, non avranno nessun vantaggio dalla loro saggezza.

L’intelligenza più alta è sviluppata nella nostra epoca. Qui è anche un culmine. Chi però avrà ora sviluppato intelligenza e si lascerà scappare le seguenti possibilità di sviluppo, distruggerà se stesso attraverso la sua intelligenza. Allora questa agirà come un fuoco interno che lo brucia, lo consuma, lo fa piccolo e così debole che diventi stolto e nulla si possa fare; un fuoco che lo distruggerà nell’epoca dove gli impulsi morali avranno raggiunto il loro culmine.

Mentre oggi un uomo con la sua saggezza immorale può ancora diventare molto pericoloso, allora sarà innocuo. Per questo però l’anima avrà sempre più e più forze morali; e cioè forza morale come l’uomo oggi non si può ancora immaginare. La forza più alta e la moralità appartengono ad accogliere l’impulso di Cristo, sicché in noi diventi forza e vita.

Vediamo dunque che la scienza dello spirito ha il compito di porre già ora in questa i semi per il futuro sviluppo dell’umanità. Certamente anche nella scienza dello spirito deve essere considerato quello che deve essere considerato in tutta la formazione mondiale: che possono verificarsi errori.

Ma pure quello che ancora non può penetrare nei mondi superiori può provare esattamente e vedere se lì e qua il giusto è annunziato: qui i dettagli devono concordare. Provate quello che è annunziato, tutti i singoli dati che sono raccolti insieme dello sviluppo dell’uomo, le singole fasi dell’apparire del Cristo e così via, e vedrete che le cose si reggono reciprocamente.

Questa è la prova della verità che può avere anche quell’uomo che ancora non guarda nei mondi superiori. Si può essere completamente calmi: per quello che vuole provare, l’insegnamento del Cristo spiritualmente ritornante sarà l’unico corretto.

GESÙ BEN PANDIRA — IL PREPARATORE PER UNA COMPRENSIONE DELL’IMPULSO DI CRISTO

IL KARMA COME CONTENUTO DELLA VITA

L’impulso del Cristo come vita reale

9°Jeshu ben Pandira — il preparatore della comprensione dell'impulso del Cristo — Seconda conferenza

Lipsia, 5 Novembre 1911

Dopo aver parlato ieri della tripartizione della vita dell’anima umana nel mondo delle rappresentazioni, il mondo sentimentale e il mondo degli impulsi di volontà, dobbiamo ora affrontare una domanda decisiva: come l’auto-educazione e la coltivazione della nostra vita interiore possono agire efficacemente sulla giusta formazione e sviluppo di questi tre aspetti della nostra anima? Iniziamo dalla vita della volontà, dalla sfera dei nostri impulsi volitivi, chiedendoci: quali qualità dobbiamo sviluppare soprattutto se vogliamo esercitare un’influenza positiva sulla nostra vita della volontà?

L’influsso più favorevole sulla nostra volontà proviene da una vita che si orienta secondo la concezione del karma, infatti potremmo anche dire che una tale vita dell’anima si sforza di sviluppare come qualità principale l’abbandono e la rassegnazione nel nostro destino. Come potremmo coltivare meglio questa rassegnazione, questa calma interiore rispetto al destino, se non facendo del karma un vero contenuto della nostra vita quotidiana?

Che cosa significa fare del karma un vero contenuto vitale? Non significa accettarlo solo in teoria, bensì viverlo completamente: infatti, quando giunge su di noi il dolore nostro o altrui, quando sperimentiamo gioia o il colpo di destino più terribile, dobbiamo sapere davvero e chiaramente che in un senso superiore siamo stati noi stessi a dare origine a questo evento doloroso. Ciò significa sviluppare un atteggiamento dell’anima per cui accogliamo la gioia con gratitudine, e allo stesso tempo siamo consapevoli che non dobbiamo diventare egoisti di fronte alla gioia, poiché in certa misura questo è pericoloso. Quando vogliamo elevarci, possiamo comprendere la gioia in questo modo. La gioia è per la maggior parte qualcosa che indica un destino futuro, non un passato. Nella maggior parte dei casi, la gioia che sperimentiamo nella vita umana non è meritata dalle nostre azioni precedenti. Se esaminiamo il karma con i mezzi occulti, infatti troviamo che nella stragrande maggioranza dei casi la gioia non è stata meritata, e la dobbiamo considerare con gratitudine come dono divino, come grazia delle entità superiori. Quando la gioia ci raggiunge oggi, deve incitarci a lavorare affinché accogliamo le forze che fluiscono verso di noi attraverso la gioia e le utilizziamo in modo costruttivo. Dobbiamo guardare alla gioia come a un anticipo per il nostro futuro.

Diversamente accade col dolore. Le nostre azioni sono state tali che lo abbiamo meritato, e troviamo sempre le ragioni nei nostri presenti e passati cicli di vita. Allora dobbiamo essere consapevoli nel più alto grado che nella nostra vita esteriore spesso non ci siamo comportati secondo questo atteggiamento karmico. Non possiamo sempre comportarci esteriormente come se fossero dovuti una rassegnazione totale ai dolori che ci colpiscono. Non vediamo subito la legge del destino. Ma anche se esteriormente non possiamo agire così, la cosa più importante è farlo interiormente nella più profonda intimità dell’anima.

Se esteriormente non ci siamo comportati secondo questo atteggiamento karmico, nel fondo dell’anima dobbiamo dirci comunque e fermamente che siamo stati noi stessi l’origine di tutte queste cose, infatti sono frutto dei nostri atti precedenti. Immaginiamo che qualcuno ci colpisca, ci percuota con un bastone. Allora di solito l’uomo si chiede: chi è che mi colpisce? Nessuno si dice: sono io stesso che mi percuoto. Raramente gli uomini si rendono conto che si autopuniscono. Eppure è vero: siamo stati noi stessi a sollevare il bastone contro un altro nei giorni passati. Siete voi stessi colui che ora solleva il bastone. Quando abbiamo un ostacolo da rimuovere, questo è karma. È karma quando l’altro ha qualcosa contro di noi. Siamo noi stessi che ci infliggiamo qualcosa come compenso per ciò che abbiamo fatto. E così arriviamo alla giusta comprensione della nostra vita, all’estensione del nostro essere, quando ci diciamo: tutto ciò che ci accade viene da noi stessi. La nostra azione si compie là fuori, anche se sembra che sia un altro a compierla.

Quando sviluppiamo una simile visione, l’abbandono e la rassegnazione al nostro destino rinvigoriscono la volontà in ogni circostanza. Diventiamo più forti di fronte alla vita grazie all’abbandono, non più deboli. Invece la collera e l’impazienza ci indeboliscono. Di fronte a ogni evento siamo forti se manteniamo la calma. Al contrario, il brontolamento e la resistenza innaturale al destino ci rendono sempre più deboli di volontà.

Dobbiamo tuttavia considerare il destino in un’accezione larga. Dobbiamo pensare al nostro destino in modo tale da dire, per esempio, che appartiene al destino dell’uomo il fatto che a una certa età sviluppi determinate forze. Proprio qui si commettono spesso errori nell’educazione dei bambini. Il karma tocca così anche la questione educativa, poiché l’educazione è il destino, il karma dell’uomo nella giovinezza.

Indeboliamo la volontà di una persona se le chiediamo di imparare o di compiere qualcosa che non è ancora adatta alle sue capacità. Per educare correttamente, dobbiamo aver compreso quale karma universale dell’umanità corrisponde a ogni fase della vita, così da poter agire rettamente. Un’azione scorretta è una resistenza al destino, a queste leggi, ed è accompagnata da un grande indebolimento della volontà. Non è possibile discutere qui come questo indebolimento della volontà sia associato al risveglio troppo precoce delle passioni e degli istinti sensuali. Sono proprio gli istinti, i desideri e le passioni risvegliati troppo presto che cadono sotto questa legge. Sollecitare troppo presto gli organi del corpo è andare contro il destino. Tutte le azioni che si oppongono al karma dell’umanità, tutti gli atti che combattono contro gli ordini naturali, sono accompagnati dall’indebolimento della volontà. Poiché da lungo tempo non esistono più corretti principi educativi, nella popolazione odierna sono molti coloro che non hanno trascorso la giovinezza nel modo giusto. Se l’umanità non si decide a organizzare l’educazione della gioventù secondo i principi della scienza dello spirito, sorgerà una generazione sempre più priva di volontà, non solo nel senso esteriore. Questo penetra profondamente nella vita dell’uomo. Chiedete a quante persone come siano giunte al loro mestiere. Vi assicuro che la maggior parte vi risponderà: non lo sappiamo, siamo stati semplicemente spinti. Questo sentirsi spinti, questo sentirsi trascinati, questo non sentirsi soddisfatti, è anch’esso un segno di debolezza di volontà.

Quando questa debolezza è causata nel modo che abbiamo descritto, ne derivano altre conseguenze per l’anima umana, specialmente se la debolezza della volontà è provocata da stati di paura, angoscia e disperazione nella giovinezza. Sarà sempre più necessario che gli uomini comprendano profondamente le leggi superiori per superare gli stati di disperazione, poiché proprio lo stato di disperazione è quello che minaccia quando non si procede secondo la conoscenza dello spirito.

Una visione del mondo materialistica e monistica può mantenere la forza di volontà solo per due generazioni umane. Il materialismo soddisfa esattamente due generazioni: quella che l’ha fondato e poi quella che lo riceve. Il carattere particolare di questa visione monistica e materialistica è che colui che lavora in laboratorio, che costruisce da sé questa visione, ha pienamente occupate e impiegate le sue forze in quello che elabora nell’anima, sicché trova una profonda soddisfazione interiore. Ma chi semplicemente aderisce a questi insegnamenti, chi accetta il materialismo già formato, non potrà raggiungere questa soddisfazione interiore, e allora la disperazione ritornerà a danneggiare la coltivazione della volontà e provocherà debolezza volitiva. L’indebolimento della volontà e gli uomini privi di energia saranno il risultato di questa visione del mondo.

Il secondo dei tre aspetti della vita sovrasensibile di cui abbiamo parlato ieri è la sfera sentimentale. Che cosa esercita un influsso favorevole sui nostri sentimenti?

Se ci sforziamo il più possibile di sviluppare un’attenzione consapevole, una grande consapevolezza di ciò che accade attorno a noi—non crediate che questa attenzione sia particolarmente sviluppata e forte negli uomini—allora questo può esserci di grande utilità. Posso citare continuamente un esempio. In un paese fu un giorno modificato il regolamento d’esame per gli insegnanti, per cui tutti gli insegnanti dovettero affrontare nuovamente l’esame. L’esaminatore doveva esaminare insegnanti giovani e vecchi. I giovani poteva esaminarli su quello che avevano imparato al seminario. Ma come doveva esaminare i vecchi? Decise di non chiedere loro niente altro che le materie che insegnavano da anni nella loro propria classe, e risultò che molti, moltissimi, non avevano la minima idea di ciò che insegnavano!

Questa consapevolezza, questo seguire con vivo interesse le cose che accadono attorno a noi, è particolarmente favorevole allo sviluppo e alla coltivazione dei nostri sentimenti. Ora i sentimenti, come tutto nell’anima, sono in certa misura connessi con gli impulsi di volontà, e se influenziamo negativamente la nostra vita sentimentale, possiamo influenzare anche gli impulsi di volontà in modo indiretto. Coltiviamo felicemente i nostri sentimenti quando, riguardo alle nostre emozioni e passioni, ci sottomettiamo alla legge del karma. E la troviamo attorno a noi. La troviamo per esempio quando qualcuno fa il contrario di ciò che ci aspettavamo. Potremmo allora dirci: così sia! Egli fa questo! Ma potremmo anche provare collera e amarezza, e questo è un segno di debolezza di volontà. Lo scatto di ira è qualcosa che l’uomo all’inizio non ha affatto in suo potere. Solo gradualmente può disabituarsi dall’ira. Questo processo deve avanzare lentamente, e l’uomo deve essere paziente con se stesso. Chi crede di poterlo realizzare in poco tempo, devo ricordare di un maestro che si impegnava particolarmente a educare i bambini a non arrabbiarsi. Dopo gli sforzi continuati in questo senso, quando vide un ragazzo arrabbiarsi comunque, divenne così furioso da lanciargli il calamaio sulla testa. Chi potrebbe capitarle ciò dovrebbe meditare sul karma per molte, molte settimane.

Comprenderemo il significato di questo se consideriamo più profondamente la vita dell’anima umana. Ci sono due poli della vita interiore: da un lato la vita della volontà, dall’altro la vita del pensiero e della rappresentazione. I sentimenti stanno nel mezzo. Sappiamo che la vita umana si alterna tra il sonno e la veglia. Mentre l’uomo è sveglio, è particolarmente attiva la sua vita di rappresentazione e pensiero. Ma che la volontà non sia veramente conscia durante il giorno, lo può verificare ognuno che osservi come nasce un impulso di volontà. Deve prima esistere un pensiero, una rappresentazione, allora solo la volontà emerge dalle profondità dell’anima. Il pensiero richiama gli impulsi di volontà. Quando l’uomo è sveglio, non è sveglio nella volontà, è sveglio nel pensiero.

Ma l’occulta scienza ci insegna: quando dormiamo, tutto è inverso. Allora la volontà è vigile ed estremamente attiva, mentre il pensiero dorme. L’uomo non può saperlo nel suo stato normale, semplicemente perché conosce solo attraverso i suoi pensieri, e questi dormono. Così non nota come la sua volontà sia attiva. Quando arriva alla chiaroveggenza e entra in un mondo di rappresentazioni immaginative, allora sperimenta come la volontà si svegli nel momento in cui il pensiero si addormenta. E nelle immagini che percepisce, la volontà vi entra dentro e le risveglia. Le immagini sono allora tessute dalla volontà, sicché i pensieri dormono mentre la volontà veglia.

Ma questo risveglio della volontà è collegato al nostro essere umano totale in tutt’altro modo rispetto al nostro pensiero. A seconda che l’uomo lavori o no, che sia sano o malato, che sviluppi l’abbandono o la collera, la volontà risulta sana o malata. E a seconda che la nostra volontà sia sana o malata, durante la notte lavora nel nostro corpo fino alla corporeità fisica. C’è una grande differenza tra il fatto che un uomo coltivi di giorno l’abbandono, la rassegnazione al suo destino, preparando così la sua volontà in modo che possiamo dire che essa sviluppa un calore gradevole, una sensazione di benessere, oppure se coltivi la collera. Questa malattia della volontà si versa nel corpo durante il sonno notturno ed è la causa di innumerevoli forme di malattia, la cui origine viene cercata ma non trovata, perché gli effetti reali che si manifestano come malattie fisiche appaiono solo dopo anni o decenni. Solo chi abbraccia lunghi periodi di tempo può vedere il collegamento tra stati spirituali e condizioni corporee nel modo indicato. Quindi anche nel senso della salute corporea la volontà deve essere educata.

Allo stesso modo possiamo influenzare favorevolmente i nostri sentimenti attraverso l’abbandono e la rassegnazione al nostro karma, in modo che si riflettano beneficamente nella nostra organizzazione corporea. Al contrario, non li danneggiamo più che con la torpidità e la mancanza di interesse per quello che accade attorno a noi. Questa torpidità si diffonde sempre più; è una qualità che forma il fondamento del fatto che così pochi uomini s’interessino alle cose spirituali. Si potrebbe credere che ragioni obiettive conducono all’accettazione di una visione materialistica del mondo. Ragioni obiettive in realtà non sono così abbondanti per una concezione materialistica della vita. No, è la torpidità mentale, nessuno può essere materialista senza essere torpido. È la mancanza di attenzione verso il nostro ambiente. Chi considera il suo ambiente con vivo interesse, scopre dovunque quello che si può riconciliare solo con la conoscenza dello spirito. Ma la torpidità sopprime i sentimenti e conduce alla debolezza di volontà.

È di particolare importanza anche quella qualità che si chiama testardaggine, un’ostinazione che persiste rigidamente su questo o quello. Sentimenti malsani possono anche determinare l’ostinazione. Spesso queste cose sono come il serpente che si morde la coda. Tutto quello che è stato detto finora può anche essere causato dall’ostinazione. Persino gli uomini che vanno per la vita completamente distratti possono essere molto testardi. Uomini che sono totalmente deboli di volontà talvolta si mostrano fermi proprio nel campo dove non lo si aspetterebbe, e la debolezza di volontà aumenta ancora se non cerchiamo di combattere l’ostinazione. Proprio nelle persone con volontà debole si trova spesso questa tenacia. Se invece cerchiamo di non coltivare l’ostinazione, noteremo che ogni volta che non cediamo ad essa, abbiamo migliorato i sentimenti e rafforzato la volontà. Ogni volta che l’ostinazione ci punge, e noi non vi cediamo, diventiamo ogni volta più forti di fronte alla vita. Raccoglieremo frutti quando avanziamo sistematicamente contro questo difetto; diventeremo uomini sereni attraverso la lotta contro l’ostinazione. È particolarmente la coltivazione dei sentimenti che dipende dal fatto che combattiamo in tutti i modi la torpidità, la mancanza di interesse e l’ostinazione. Dunque l’interesse e l’attenzione all’ambiente promuovono i sentimenti e la volontà. La torpidità e l’ostinazione producono l’opposto.

Per un sentimento sano abbiamo la bella parola “significatività”. Significatività è che ci venga un’idea sensata. I bambini dovrebbero giocare in modo che la loro fantasia sia mossa, che il loro agire spontaneo sia risvegliato, così che debbano riflettere sul loro gioco. Non dovrebbero ordinare mattoni secondo schemi predeterminati: ciò desta solo pedanteria, non significatività. È significativo quando li lasciamo fare cose varie sulla sabbia, quando li portiamo nel bosco e li facciamo formare cestini da bardanelle, e quindi diamo loro lo stimolo di fare altri oggetti da bardanelle incatenate. Le cose che sviluppano una certa ingegnosità coltivano la significatività. Per quanto possa sembrare incredibile, attraverso una tale coltivazione della significatività viene la calma interiore, l’armonia dell’anima, la soddisfazione nella vita umana.

Inoltre facciamo bene, quando andiamo a spasso con un bambino, a lasciargli fare quello che vuole, sempre che non sia troppo disobbediente. E quando il bambino fa qualcosa, dovremmo esprimere gioia, approvazione, interesse, non diventare malumoriati o disinteressati di fronte a ciò che il bambino crea dal suo interno. Inoltre, quando educhiamo il bambino, dovremmo collegare le cose alle forme e ai processi della natura. Quando i bambini sono più grandi, bisogna evitare di farli occupare dai rebus o dagli indovinelli dei giornali, il che produce solo pedanteria. Al contrario, l’osservazione della natura offre il contrario di ciò che oggi i giornali offrono per una coltivazione dei sentimenti. Da un sentimento tranquillo e armonioso dipendono non solo la salute dell’anima, ma anche quella corporea, anche se talvolta vi è un ampio intervallo di tempo tra causa ed effetto.

Ora arriviamo al terzo aspetto della vita sovrasensibile: al pensiero. Per quanto riguarda questo, lo coltiviamo e lo rendiamo penetrante sviluppando infatti particolarmente qualità che sembrano non avere alcun legame con il pensiero e le rappresentazioni. Non coltiviamo il buon pensiero attraverso nulla di più che attraverso la dedizione e l’intuizione, non tanto attraverso gli esercizi logici, ma quando osserviamo questo e quello, usiamo i processi della natura per penetrare nei segreti nascosti. Attraverso la dedizione alle questioni naturali e umane, attraverso il tentativo di comprendere persone complicate, attraverso un’intensificazione dell’attenzione, rendiamo il nostro pensiero penetrante. Dedizione significa: tentare di descifrare con il pensiero e la rappresentazione. In questo senso possiamo vedere come una tale dedizione agisce straordinariamente favorevolmente sulla vita successiva dell’intelletto.

Un caso della vita è il seguente. Un piccolo ragazzo mostrava a sua madre straordinari lati della sua osservazione che erano collegati a una dedizione e una capacità di penetrazione eccezionali. Disse: Sai, quando cammino per strada e vedo persone e animali, è come se dovessi entrare dentro le persone e gli animali. Una volta ho incontrato una povera donna e sono entrato in lei, ed è stato terribilmente doloroso, era molto misero. Il ragazzo non aveva mai visto miseria a casa, ma viveva in condizioni molto buone. Poi sono entrato in un cavallo, poi in un maiale. E descrive questo in modo dettagliato, e così è straordinariamente spinto verso la compassione, verso particolari atti di compassione attraverso questo sentire intimamente. Da dove viene questo ampliamento della comprensione per altri esseri? Se si riflette su questo caso, si arriva all’incarnazione precedente, dove quella persona aveva coltivato la dedizione alle cose, ai segreti delle cose, come descritto sopra.

Tuttavia non dobbiamo attendere fino alla prossima incarnazione per vederne gli effetti dalla coltivazione della dedizione. Questo si mostra già entro una singola vita. Se nella prima giovinezza siamo incoraggiati a sviluppare tutte queste cose, allora nella vita successiva avremo un pensiero chiaro e trasparente, mentre altrimenti sviluppiamo un pensiero frammentario e illogico. È vero che reali principi spirituali possono farci progredire nella vita.

Negli ultimi decenni i reali principi educativi spirituali sono stati quasi completamente assenti. E ora sperimentiamo le conseguenze. Il pensiero scorretto è straordinariamente diffuso nel nostro tempo. È un martirio sperimentare la vita terribilmente illogica del mondo. Chi ha sviluppato una certa chiaroveggenza, non sente solo il fatto di dire che questa cosa è giusta e quella sbagliata, ma sperimenta un reale dolore quando incontra il pensiero illogico, e un benessere nel pensiero chiaro e trasparente. Questo significa che si è sviluppata una sensibilità per esso e in base a ciò si può decidere. Allora il giudizio è molto più corretto quando lo si è portato a quel punto. Un giudizio molto più corretto sulla verità e la falsità risulta da ciò. Questo sembra incredibile, ma è così. Quando a un chiaroveggente è detto qualcosa di scorretto, il dolore che sorge gli mostra che è illogico e scorretto. Il pensiero illogico è diffuso nel modo più vasto: in nessun tempo il pensiero illogico era così diffuso come proprio nel nostro tempo presente, anche se ci vantiamo tanto del pensiero logico. Un esempio di questo, anche se forse un po’ crudo, è tuttavia tipico di una vita senza pensiero e disinteressata.

Viaggiai una volta da Rostock a Berlino e desiderai di osservare attentamente. Nel mio compartimento salirono altri due passeggeri, un signore e una signora. Ero seduto in un angolo e volevo solo osservare ciò che accadeva: infatti risultò un’esperienza assai istruttiva. Il signore si comportò ben presto in modo strano—per il resto era forse una persona ben istruita—si sdraiò, dopo cinque minuti si rialzò di scatto, poi gemette pietosamente. Poiché la signora apparentemente lo riteneva sofferente, fu presa da pietà e ben presto conversavano. Lei gli raccontò allora che aveva notato che lui era sofferente, ma lei sapeva cosa significava essere malati, perché era anche malata. Aveva un cesto con lei, in cui c’era dentro tutto ciò che era salutare per lei. Disse: posso guarire tutto, perché ho un rimedio per tutto. E pensate quale sfortuna ho. Vengo da lontano dalla Russia fino al Mare del Nord per recuperarmi e fare qualcosa per la mia malattia, e quando arrivo, mi accorgo di aver dimenticato a casa un rimedio importante per me. Devo tornare immediatamente, e anche questa speranza è stata vana. Allora il signore raccontò le sue sofferenze e lei gli diede un rimedio per ognuna delle sue malattie e lui promise di fare tutto e se l’annotò. Credo fossero undici diverse ricette. Poi lei iniziò a elencare tutte le sue malattie singolarmente; e allora lui iniziò a sapere tutto ciò che le guarisce, che lei potrebbe essere aiutata per questa sofferenza in questo sanatorio, per quella sofferenza in un altro. Allora lei a sua volta scrisse tutti gli indirizzi e aveva solo paura che, quando arrivasse domenica a Berlino, le farmacie potessero essere chiuse. Questi due non ebbero neanche un istante il pensiero della straordinaria contraddizione che ognuno di loro sapeva tutto ciò che poteva forse aiutare l’altro, ma non sapevano alcun rimedio per se stessi. Questa esperienza era per due persone colte un’opportunità di fare un bagno in un mare di assurdità che si sprigionava.

Si devono considerare queste cose quando dalla saggezza di sé si esige l’intuizione. Dalla saggezza di sé si deve esigere che sviluppi coerenza nel pensiero, ma soprattutto dedizione alla cosa. Tutti questi elementi operano insieme nell’anima. Un tale pensiero frammentario agisce così che, anche solo dopo molto tempo, l’uomo cade nella necessità di essere lamentevole, brontolone, ipocondriaco, e spesso non si sa dove cercarne le cause. La scarsa coltivazione dell’intuizione e della dedizione rende brontoloni, lamentevoli, ipocondriaci. Quello che è così straordinariamente necessario per il pensiero sembra non avere alcun legame con il pensiero. Tutta la volontà egoistica, tutto l’egoismo agiscono distruttivamente sul pensiero. Tutte le qualità collegate alla volontà egoistica e all’egoismo, come l’ambizione, la vanità, tutte queste cose, che sembrano puntare a qualcos’altro, rendono il nostro pensiero malsano e agiscono sfavorevolmente sul nostro sentimento. Perciò dobbiamo cercare di combattere la volontà egoistica, l’egoismo, l’ego, ma al contrario coltivare verso le cose una certa dedizione, una certa disponibilità al sacrificio verso i nostri simili. Dedizione e disponibilità al sacrificio verso anche gli oggetti e gli eventi più insignificanti agiscono favorevolmente su pensiero e sentimento. In verità, l’egoismo e l’ego si puniscono con il fatto che l’egoista diventa sempre più e più insoddisfatto, e si lamenta sempre di più che il suo io abbia avuto il peggio. Se qualcuno sente questo in se stesso, dovrebbe abbandonarsi alla legge del karma e chiedersi, se è insoddisfatto: quale egoismo ha portato a me questa insoddisfazione?

Così possiamo proprio indicare come formare e come danneggiare i tre aspetti della nostra vita dell’anima, e questo è straordinariamente importante. Vediamo dunque che la scienza dello spirito è qualcosa che penetra profondamente, molto profondamente la nostra vita. Penetra la nostra vita perché l’osservazione reale dei principi spirituali può farci dei veri educatori di noi stessi, e questo ha un significato immenso per la vita, e avrà anche un significato sempre maggiore man mano che passano i tempi in cui gli uomini erano guidati dagli dèi, dai mondi superiori. Sempre più l’uomo dovrà fare da sé, senza essere guidato.

Alla luce di ciò che i maestri insegnano come il progresso verso il Cristo, che apparirà nel piano astrale ancora in questo secolo, una comprensione maggiore di questo progresso dell’umanità si può raggiungere solo così: l’uomo deve sempre più darsi da sé i suoi impulsi. Come abbiamo descritto ieri che gli uomini si eleggono gradualmente verso il Cristo, così dobbiamo perfezionare gradualmente nella libertà gli impulsi del pensiero, del sentimento e della volontà. E questo può essere raggiunto solo attraverso l’auto-controllo, l’auto-osservazione. Come prima, nella vecchia chiaroveggenza, gli impulsi erano dati dagli dèi all’uomo, così in futuro, nella nuova chiaroveggenza, dovrà determinarsi da sé il suo cammino. Perciò l’antroposofia sorge proprio nel nostro tempo, affinché l’umanità impari a sviluppare correttamente le qualità dell’anima. Così l’uomo vive incontro a ciò che il futuro deve portare. Solo così si può comprendere ciò che deve una volta accadere, e cioè che coloro che sono intelligenti ma immorali saranno espulsi e resi innocui.

Le qualità menzionate sono importanti per ogni uomo. Ma sono tali che sono particolarmente importanti per coloro che in modo particolare vogliono sforzarsi di giungere rapidamente e razionalmente alle qualità che diventano sempre più necessarie per l’umanità. Perciò sono soprattutto i conduttori dell’umanità che devono sforzarsi di realizzare in se stessi questo sviluppo in modo del tutto particolare, perché solo mediante le più alte qualità si può raggiungere il massimo.

Nel grado più alto questa evoluzione è condotta esemplarmente da quella individualità che una volta salì alla dignità di Bodhisattva—quando il precedente Bodhisattva Gautama divenne un Buddha—che da allora si è incarnata pressoché ogni cento anni, e circa cento anni prima del Cristo visse come Jeshu ben Pandira, come precursore del Cristo. Ha bisogno di cinquemila anni per elevarsi alla dignità di Buddha, e questo Buddha sarà allora il Maitreya-Buddha. Sarà un portatore del bene, e questo per la ragione che egli—e possono vederlo coloro che sono sufficientemente chiaroveggenti—l’ha raggiunto con la più severa auto-educazione, sviluppando nel massimo grado quelle forze che generano le forze morali magiche in modo tale che sarà capace, attraverso la parola stessa, di trasmettere il sentimento e la moralità nelle anime. Oggi sul piano fisico non possiamo ancora sviluppare parole capaci di questo. Neanche il Maitreya-Buddha potrebbe formare oggi tali parole magiche. Oggi attraverso la parola si può trasmettere solo il pensiero.

Come si prepara? Sviluppando soprattutto quelle qualità che si chiamano buone nel massimo grado. Il Bodhisattva sviluppa nel massimo grado quello che si può chiamare rassegnazione, abbandono al destino, attenzione a tutti gli eventi del nostro ambiente, dedizione a tutti gli esseri e intuizione. E sebbene siano necessarie molte vite del futuro Buddha, egli si esaurisce principalmente nelle sue incarnazioni nel prestare attenzione a ciò che accade, anche se quello che egli fa adesso è poco, poiché si prepara completamente per la sua futura missione. Questo si raggiunge per il fatto che esattamente per questo Bodhisattva esiste una legge particolare. Comprenderemo questa legge se consideriamo che c’è la possibilità che a una certa età della vita possa entrare un completo rivolgimento della nostra vita dell’anima.

Il più grande di questi rovesciamenti che sia mai accaduto fu nel Battesimo di Giovanni. Là accadde che l’Io di Gesù nel trentesimo anno della vita lasciò il corpo, e un altro Io entrò: l’Io del Cristo, il condottiero delle entità solari.

Il futuro Maitreya-Buddha rivivrà un rovesciamento simile. Ma lo rivive in tutt’altro modo nelle sue incarnazioni. Il Bodhisattva rivive la vita di Cristo, e coloro che sono iniziati sanno che egli mostra in ogni incarnazione particolarità molto speciali. Proprio nel periodo dal trentesimo al trentatreesimo anno di vita si noterà sempre che un enorme rivolgimento entra nella sua vita. Allora, anche se non nel modo terribile come nel Cristo, l’anima si scambia: l’Io che fino a quel momento ha animato il corpo esce in questo periodo, e il Bodhisattva diventa sostanzialmente un tutt’altro rispetto a prima, anche se in lui non, come in Cristo Gesù, l’Io cessa e è sostituito da un altro Io. È quello che tutti gli occultisti registrano comunemente, che non lo si può riconoscere prima di questo momento, prima di questa trasformazione. Fino a quel punto—anche se con vivo interesse dedicato a tutto—la sua missione non si distinguerà particolarmente, e anche se il rivolgimento avverrà certamente, non si può mai dire cosa gli succederà allora. La prima gioventù è sempre completamente diversa da ciò in cui si trasforma tra il trentesimo e il trentatreesimo anno.

Così si prepara per un grande evento. Sarà così: il vecchio Io esce e un altro Io entra allora. E questo potrebbe essere un’individualità come quella di Mosè, di Abramo, di Elia. Questo si manifesterà allora in questo corpo per un certo tempo; per mezzo di ciò può accadere quello che deve accadere per preparare il Maitreya-Buddha. Egli trascorre allora il resto della sua vita così che continua a vivere con questo Io che entra.

È come un completo scambio quello che entra. Ma può accadere quello che è necessario per riconoscere il Bodhisattva. E allora si sa che, quando apparirà tra tremila anni ed sarà elevato alla dignità del Maitreya-Buddha, il suo Io rimarrà sì in lui, ma sarà permeato interiormente da un’altra individualità ancora. E questo accadrà proprio nel suo trentatreesimo anno, in quell’anno in cui con il Cristo si è compiuto il Mistero del Golgota. E allora apparirà come insegnante del bene, come un grande insegnante che preparerà la giusta dottrina del Cristo e la giusta saggezza del Cristo in un modo completamente diverso da come può accadere oggi. La scienza dello spirito deve preparare quello che una volta avrà luogo sulla nostra terra.

Ora qualcuno nel nostro tempo potrebbe mettersi dal punto di vista di coltivare le qualità dannose ai sentimenti, la torpidità e così via. Ma questo conduce a un allentamento dei sentimenti, a un allentamento della vita interiore dell’anima, e l’uomo non sarà più in grado di adempiere il suo compito di fronte alla vita. Perciò ognuno può considerare una particolare grazia il fatto di poter acquisire conoscenza delle cose future. Chi oggi ha l’opportunità di dedicarsi alla conoscenza dello spirito, gode una grazia del karma.

Poiché conoscenza di queste cose significa fondare sicurezza, dedizione e pace nella propria anima, farsi silenzioso nella propria anima e guardare con fiducia e speranza a quello che nei prossimi millenni è in serbo nello sviluppo dell’umanità. Tutti coloro che possono saperlo dovrebbero sentire questo come una grazia particolare, come qualcosa che chiama le più alte forze dell’uomo, come quello che può accendere come fuoco tutto, in sua anima, che è in estinzione, in disarmonia, o sembra andare incontro al decadimento. L’entusiasmo, il fuoco, lo zelo porteranno anche salute, felicità nella vita esteriore.

Chi seriamente si familiarizza con queste cose, chi può sviluppare la necessaria dedizione a queste cose, vedrà già cosa gli portano in felicità e armonia interiore. E se qualcuno nella nostra società non l’ha ancora sperimentato, dovrebbe dedicarsi a una tale conoscenza in modo da dire: se non l’ho ancora sentito, la colpa è mia. È compito mio approfondire nei segreti che oggi si possono udire. È compito mio sentirmi come uomo membro di una catena che deve estendersi dall’inizio alla fine dello sviluppo, nella quale sono incorporati come membri tutti gli uomini, gli individui, i Bodhisattva, i Buddha, il Cristo. Devo dirmi: sentire di essere un anello in questa catena è il mio sentimento della vera dignità umana. Devo presentirlo, devo sentirlo.

DER CHRISTUS-IMPULS ALS REALES LEBEN

Il karma come contenuto della vita (I)

10°L'impulso del Cristo come vita reale — Prima conferenza

Monaco, 18 Novembre 1911

La scienza dello spirito orientata antroposoficamente si fonda, come abbiamo spesso sottolineato, sulla scienza occulta, che ci rende consapevoli, mediante i suoi risultati di ricerca, delle forze che caratterizzano le diverse epoche storiche; essa ci consente di riconoscere queste stesse forze anche all’interno delle nostre epoche culturali più ristrette. Per questo motivo, dovunque ci riuniamo, abbiamo il dovere di parlare di queste forze interiori della nostra attuale epoca, affinché i compiti della scienza dello spirito risultino chiaramente manifesti nel modo in cui scaturiscono dalle profondità della nostra vita e possiamo, sulla base della ricerca occulta, orientare la nostra esistenza verso i suoi grandi propositi.

Per discorrere di direzioni occulte nel tempo sarà opportuno collegarci a ciò che, dalle fonti di elevata ricerca occulta, può condurci a comprendere anche ciò che accade nel presente nella realtà sovrasensibile. Dovremo inoltre orientarci su quello che noi stessi osserviamo attualmente, anche se non possiamo fornire dettagli particolari bensì soltanto una caratterizzazione generale dei fenomeni. Molte cose possono essere discusse liberamente soltanto in assemblee antroposofiche, poiché la nostra epoca è caratterizzata dal dogmatismo e dall’astrazione. Notevole è il fatto che nel corso esteriore della vita si fraintenda questo carattere fondamentale e comunemente si creda di pensare e agire senza dogmi, benché in realtà si sia profondamente immersi in essi. Si ritiene di procedere verso le realtà, mentre in verità ci si è smarriti nelle più sterili astrazioni.

Per questo è opportuno portare la scienza dello spirito orientata antroposoficamente, con i suoi contenuti reali, a cerchie più vaste, al fine di promuovere una comprensione della nostra epoca. Tuttavia occorrerà ancora un tempo considerevole prima che il mondo esteriore sappia sviluppare una comprensione più profonda. Soltanto quando si considera la nostra civiltà non da questi punti di vista astratti, bensì in una maniera veramente viva, si può riconoscere quanto essa sia imprigionata in dogmi e astrazioni. Allora si scopre una direzione del pensiero il cui carattere consiste nello stabilire dogmi definitivi e nel pretendere che un uomo colto vi si attenga, mentre però crede di comportarsi in modo puramente critico.

Un esempio di tale atteggiamento è offerto dal cosiddetto movimento monistico, benché non abbia alcun diritto di definirsi monistico. Esso trae i suoi insegnamenti fondamentali dalla scienza naturale moderna, e specificamente da quella che in senso stretto intende derivare le sue conoscenze da metodi puramente esteriori e sensibili. Se questa scienza naturale rimanesse nel suo proprio ambito di lavoro potrebbe realizzare cose assai importanti; invece si trasforma nella formazione di una vera e propria religione. Si prendono i fatti della scienza naturale materialista e se ne traggono dogmi astratti. E chiunque si illuda di occupare un posto di rilievo perché giura fedeltà a questi dogmi crede che gli altri siano rimasti assai indietro. Si trascura completamente la vita intera degli individui umani e ci si sforza soltanto di riempire la mente con ciò che la concezione esterna del mondo considera come dogmi, considerando questo ciò che di più essenziale scaturisce dall’astrazione.

Ne conseguono sette formate da seguaci di determinate dottrine, principi, insegnamenti, dogmi, che questi presentano come la cosa principale. In contrasto con questo sta ciò che si deve intendere per movimento spirituale orientato antroposoficamente. Non si tratta di riconoscere una serie di articoli di fede, bensì di porre in primo piano il valore dell’individuo umano.

La scienza dello spirito orientata antroposoficamente conduce a una vita sociale che si fonda sulla reciprocità umana, fondata sulla fiducia che una personalità ripone nell’altra. Gli uomini che si fidano l’uno dell’altro dovranno e potranno trovare insieme il loro luogo comune. Nelle questioni comuni si deve dire: tu sei l’uomo giusto, non perché segui questi o quei principi, bensì perché sei capace di realizzare questo e quello e la tua stessa attività non disturba i circoli degli altri. Nulla sarebbe più dannoso che se le cattive abitudini della formazione di sette moderna si diffondessero nella vita antroposofica. Non si deve seguire l’altro soltanto quando si è completamente d’accordo con lui, bensì in caso contrario si deve conservare sia per se stessi che per l’altro libertà e mobilità.

In tal modo, con questa concezione degli individui nel movimento antroposofico, si agisce in modo educativo. Per questo la nostra epoca ha una comprensione assai scarsa. Essa si sforza di attenersi a ciò che è universalmente stabilito. Per uno è giusto qualcosa per cui un altro è considerato ignorante e arretrato. Questo però deve essere eliminato dal movimento antroposofico. Se un tale atteggiamento non fosse diffuso nel mondo esteriore materialista, si spingerebbe naturalmente a comprendere gli individui umani secondo il nostro significato, e ben presto si manifesterebbe una spiritualità scientifica che dovrebbe condurre a una concezione del mondo conforme allo spirito. Gli uomini però si induriscono nei dogmi e perciò non possono giungere a questo.

Chi si impegna in assemblee monistiche con i principi che vi si sostengono potrebbe, esaminando più attentamente i fatti, presto accorgersi che tutti i principi e i dogmi ivi presentati non si fondano affatto sulle vedute e sui risultati della scienza contemporanea, bensì su quelli di quindici o venti anni fa. Per esempio, poco tempo fa, in un’assemblea di naturalisti a Königsberg, una personalità stimata nella direzione della scienza moderna ha detto: i fatti fisici oggi ci spingono verso una ben determinata direzione. Si è parlato precedentemente di etere, che dovrebbe essere diffuso nella nostra materia e anche all’esterno, e lo si è presupposto senza le altre scienze materiali altrimenti note. Gradualmente ciò ha incontrato dubbi legittimi e perciò ora ci si deve domandare cosa il fisico deve assumere al posto di questo etere. La risposta è stata: pure forme matematiche, equazioni di Hertz e Maxwell, formule di concetti e idee. Quindi la luce non si propaga nello spazio attraverso oscillazioni eteriche, bensì supera lo spazio non materiale come vuoto secondo il significato delle equazioni indicate, cosicché la propagazione della luce risulta legata ai concetti e alle idee.

Potrebbe ben accadere che qualcuno che, in un’assemblea monistica, volesse indicare tali ipotesi della scienza più recente, fosse considerato un teosofo distorto che porta l’assurdità di assumere i pensieri come portatori della luce. Ma proprio questo Max Planck di Berlino, un rappresentante serio della scienza naturale, ha presentato come sua opinione scientifica. Se quindi i monisti volessero progredire con la scienza, dovrebbero accettare anche questa opinione sostenuta da uomini eminenti. Dato che questo non avviene, una religione monistica è possibile soltanto se i suoi aderenti credono di stare su terreno scientifico ma non sanno che i loro presupposti sono già da lungo tempo superati.

Soltanto i risultati della cosiddetta ricerca intellettuale e la concezione del mondo che ne deriva, o i dogmi pieni di pregiudizi che da essa scaturiscono, mantengono uniti gli uomini che pensano in modo monistico. Al contrario il teosofo orientato antroposoficamente si attiene a fatti dinanzi ai quali nessuno può perdere la libertà, e per questo non può verificarsi la formazione di sette e ogni individualità può rimanere libera.

Il movimento spirituale orientato antroposoficamente rappresenta uno sviluppo importante verso l’auto-educazione quale difficilmente è apparso un pari nella presente epoca. Deve soltanto comprendere se stesso correttamente e sapere che questo movimento si fonda su fondamenti che possono trovarsi soltanto in se stesso ma mai al di fuori di esso. Questo si può riconoscere dai fatti della vita.

Da una parte ci sono molti che ritengono il contenuto della scienza dello spirito orientata antroposoficamente dovrebbe essere riversato in forme filosofiche secondo il modello di quelle della scienza ufficiale, al fine di avvicinare in tal modo la scienza dello spirito stessa ai rappresentanti e seguaci ufficiali. Ma questo non si può mantenere, perché è impossibile giungere a compromessi di alcun genere fra la corrente occulta della scienza dello spirito e un altro movimento, come per esempio il monismo, che scaturisce dalle concezioni fondamentali caratteristiche della nostra epoca e dunque ha radici in un terreno completamente diverso.

Arrivare a compromessi fra i due, anche solo nella forma, è del tutto impossibile. Piuttosto deve essere tentato un nuovo elemento nella formazione dell’epoca. Gli altri infatti non riescono a comprendere, non riescono a spiegare, non riescono a giudicare nemmeno per un giorno ulteriore i loro stessi fatti fondamentali: manca loro il coraggio di trarre le conseguenze da ciò che emerge all’interno di questi fatti. In tutte le formazioni di sette, anche in quelle scientifiche, scopriamo, esaminandole più attentamente, mezze verità che la scienza dello spirito deve penetrare, perché sa che una verità dimezzata o un quarto di verità è peggiore di un completo errore, poiché essa acceca il mondo esteriore che non ha sufficiente capacità di giudizio.

L’antroposofo però deve partecipare al nervo del movimento spirituale per comprendere il movimento materialista esteriore che dà il tono, perché in esso emergono anche talvolta fatti che premono verso la realizzazione nella verità spirituale, ma che rimangono solo incompletamente sviluppati.

Una direzione naturalistico-medica che procede seriamente verso la ricerca corporea non può ignorare i campi, i concetti e i risultati della ricerca occulta. Un esempio istruttivo per le difficoltà che insorgono è offerto dalla psicoanalisi di Sigmund Freud a Vienna, che ha trovato una diffusione grande e sempre crescente. Essa si occupava dapprima della vita dell’anima tentando di ricercare negli individui malati psichicamente e fisicamente determinate cause psichiche nella vita dell’anima, per esempio nell’infanzia da tempo dimenticata, perché si avvertiva giustamente che anche l’inconscio che era rimasto tale possedeva un’importanza duratura per la vita successiva.

Un medico intelligente di questa scuola, il dottor Breuer, tentò di mettere in ipnosi coloro che cercavano la guarigione, al fine di prendere da loro una sorta di confessione e così esplorare le profondità della loro anima. Tutti sanno che rappresenta già un grande sollievo il poter parlare di ciò che pesa sul cuore. Attraverso tali confessioni ipnotiche spesso sopraggiungeva già guarigione o veniva notevolmente preparata. Anche senza ipnosi Freud riusciva ora, attraverso domande sapientemente disposte, a ottenere frequentemente gli stessi risultati. Inoltre scoprì che tali accadimenti per lo più inconsci si manifestavano nella vita onirica nel cosiddetto contenuto latente del sogno. Egli tentò pertanto di arrivare a queste profondità inconsce dell’anima attraverso l’interpretazione dei sogni.

Ora è certo che questa ricerca è orientata verso direzioni giuste in quanto tocca effettivamente questi insegnamenti fondamentali della scienza dello spirito occulta, e l’inconscio dell’uomo è effettivamente di grande importanza. Ma Freud e i suoi seguaci si fermano completamente a metà della strada. Non penetrano nella vera natura di questo inconscio. Quello che Freud chiama inconscio è soltanto un aspetto particolare di esso. Consideriamo dunque brevemente come la scienza dello spirito concepisce questo inconscio. Quando l’uomo si addormenta, la sua coscienza ordinaria scompare. Ma durante il sonno agisce in lui ancora molto di ciò che prima agiva durante la veglia, soltanto non è presente alla coscienza ordinaria, rimane inconscio. Ciò che durante il giorno è presente alla coscienza dell’uomo è per lo più il riflesso della vita istintiva, dei desideri, delle passioni.

Questi elementi istintivi e passionali sono durante la veglia costantemente presenti nella coscienza umana, anche se in forma modificata. Quando l’uomo si addormenta, la vita ordinaria della coscienza cessa, ma i suoi istinti e i suoi desideri rimangono attivi, benché in modo inconscio. Ciò che il sogno rappresenta è precisamente questa attività istintiva e passionale dell’uomo durante il sonno. Il sogno è dunque, per così dire, la manifestazione di questa parte istintiva e passionale della nostra natura durante il sonno.

Freud ha scoperto insegnamenti giusti nel fatto che questi elementi istintivi rimangono attivi durante il sonno e che i sogni riflettono questa attività. Ma ha commesso l’errore di limitarsi completamente a questi elementi inferiori della natura umana, ai soli istinti e desideri, e di non penetrare negli strati più profondi dell’anima. La ricerca occulta ci insegna che dietro a questi istinti e desideri rimangono attivi nella notte altri poteri, altre entità, che operano nell’inconscio in modo completamente diverso da come agiscono gli istinti e i desideri ordinari. Vi sono, se vogliamo dire così, strati più profondi dell’anima che Freud non ha affatto toccato. La scienza dello spirito orientata antroposoficamente sa che l’uomo possiede una natura quadruplice: il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’io. Durante il sonno il corpo astrale e l’io si separano dal corpo fisico e da quello eterico. Pertanto, durante il sonno, il corpo astrale e l’io dell’uomo sono attivi nel mondo sovrasensibile.

Essi operano in un mondo che è completamente diverso dal mondo sensibile e che non è accessibile alla ricerca ordinaria. In questo mondo, che è il mondo reale dietro alla realtà sensibile, avvengono processi di un’importanza profonda per l’uomo. Il corpo astrale e l’io durante il sonno sono costantemente in interazione con questo mondo soprasensibile. Questi processi rimangono completamente inconsci durante il sonno ordinario, ma come insegna la scienza dello spirito, essi sono di un’importanza fondamentale per la vita dell’uomo. Freud ha visto soltanto la superficie di questi processi. Egli ha visto che negli istinti e nei desideri inferiori rimane attiva una certa attività, ed è vero. Ma dietro a questi istinti inferiori rimangono attivi nella notte altri poteri ben più profondi e ben più reali.

Questi sono i poteri che lavorano veramente durante il sonno, e non gli istinti inferiori, i quali non rappresentano che una membrana esterna di questi processi veramente profondi. Ora la scienza dello spirito sa che il karma, il grande principio di compensazione universale che governa il mondo, agisce continuamente su questi piani soprasensibili. Il karma è attivo nel corpo astrale e nell’io durante il sonno, e opera sui processi che avvengono in questi mondi soprasensibili. Perciò il sogno, propriamente inteso, non è semplicemente la manifestazione degli istinti e dei desideri inferiori dell’uomo come Freud insegna, bensì è una manifestazione distorta e frammentaria dei grandi processi karmici che si svolgono nel mondo soprasensibile.

La vita onirica è dunque, da questo punto di vista, una manifestazione della lotta interiore dell’uomo con le conseguenze karmiche della sua vita passata. Il sogno è il riflesso della lotta interiore che l’io e il corpo astrale dell’uomo combattono nel mondo soprasensibile con le forze del karma. Freud ha visto soltanto gli elementi inferiori di questa lotta, gli istinti e i desideri, ma non ha visto la lotta profonda con il karma che rimane dietro di essi. Ecco perché la scienza dello spirito può completare gli insegnamenti di Freud. La scienza dello spirito non nega ciò che Freud ha scoperto; nega soltanto la sua pretesa che egli abbia penetrato fino in fondo nei processi che avvengono nell’inconscio.

La scienza dello spirito dice: sì, è vero che gli istinti e i desideri rimangono attivi durante il sonno come Freud ha scoperto. Ma questi istinti e desideri non sono gli unici processi che avvengono nel sonno. Dietro a essi rimangono attivi processi ben più profondi e ben più importanti. Questi processi profondi sono il lavoro del karma sulla coscienza dell’uomo durante il sonno. La scienza dello spirito insegna che in realtà il karma è il grande contenuto della vita dell’uomo. Il karma non è semplicemente una legge di causalità ordinaria. Il karma è una legge morale cosmica che governa l’universo. Ogni azione umana genera delle conseguenze che si ripercuotono non soltanto nel mondo sensibile esteriore, bensì nel mondo soprasensibile interiore. Queste conseguenze rimangono attive nel karma fino a quando non siano equilibrate attraverso altre azioni. La legge del karma è una legge di eterna compensazione che assicura che nulla vada mai perduto, che ogni azione abbia una conseguenza, che ogni conseguenza debba alla fine essere equilibrata.

Ora il grande insegnamento della scienza dello spirito è che il karma non è semplicemente una legge meccanica di causa ed effetto. Il karma è consapevolezza. Il karma è intelligenza. Il karma è amore. Il karma è la manifestazione dell’intelligenza cosmica che governa l’universo attraverso la legge della causalità morale. Il karma non è semplicemente una catena di cause ed effetti, bensì è la manifestazione della saggezza cosmica che guida il mondo verso il suo grande proposito. Questo è ciò che distingue completamente l’insegnamento antroposofico dal materialismo ordinario. Il materialismo vede la causalità come una legge meccanica, cieca, senza intelligenza, senza scopo. L’antroposofia vede la causalità come la manifestazione di un’intelligenza cosmica consapevole che guida il mondo verso scopi intelligenti e amorevoli. Questo è il grande principio da cui la scienza dello spirito deve partire se vuole comprendere la vera natura dell’uomo e dell’universo.

È precisamente questo insegnamento sul karma come contenuto della vita umana che intendo sviluppare in queste lezioni. Intendo mostrare come il karma penetra ogni aspetto della vita dell’uomo, come determina il suo destino, come forma la sua personalità, come crea le circostanze della sua nascita, come guida i suoi incontri, come crea le sue relazioni. Intendo mostrare come il karma non è semplicemente una legge punitiva, bensì una legge di amore e di saggezza cosmica. Intendo mostrare come la comprensione del karma può trasformare completamente la nostra visione della vita e della nostra responsabilità morale nel mondo. Il principio del karma è il principio fondamentale che consente di comprendere il vero significato della vita umana e del mondo. Senza la comprensione del karma l’uomo rimane legato alla visione materialista ordinaria che lo vede come un prodotto casuale di forze cieche e meccaniche. Con la comprensione del karma l’uomo scopre che egli è un essere dotato di responsabilità morale cosmica, che le sue azioni hanno significato, che la sua vita ha scopo, che il mondo è guidato da intelligenza e amore.

Non crediamo però che questa intellettualità debba necessariamente agire allo stesso modo nella vita spirituale. Qui occorre partire da fatti stabiliti per via chiaroveggente. Troviamo allora tre elementi fondamentali della vita dell’anima. Primo, la vita rappresentativa e concettuale, l’intellettualità, che all’inizio si manifesta soltanto nella percezione. Quando consideriamo questa intellettualità per se stessa, risulta che, nel senso più ampio, è legata al mondo sensibile, dal quale l’uomo astrae le sue rappresentazioni. Queste rappresentazioni stesse sono in realtà soprasensibili. Già dalla connessione della vita rappresentativa e percettiva risulta che la prima non è legata al piano fisico. Quando ci impegniamo in rappresentazioni difficili, pensiamo a lungo e ne diventiamo stanchi, allora dormiamo bene, purché sia stata coinvolta solo la vita rappresentativa e non quella emotiva.

Per questo comprendiamo che è stato detto che la vita rappresentativa è un processo soprasensibile: essa è quindi connessa all’elemento successivo, al mondo astrale. Dal piano astrale dunque fluiscono le forze che nella menschlichen Seele risvegliano e mantengono la vita rappresentativa. Il secondo elemento è costituito dagli stati emotivi, dai sentimenti che percorrono la nostra anima come piacere, dolore, gioia, sofferenza, preoccupazione, amore, avversione e così via. Essi sono strettamente e intimamente connessi al nostro io come rappresentazioni e stati emotivi, e ci tolgono il sonno, perché questa inquietudine emotiva non ci consente di penetrare nel piano astrale. Comprendiamo così che siamo in connessione con il Devachan inferiore, il quale non accoglie i nostri stati emotivi se non sono puri, e li respinge quindi da quella parte del mondo astrale che è da considerarsi come Devachan inferiore.

Il terzo elemento lo troviamo nel morale, negli impulsi di volontà. Nel momento dell’addormentarsi, colui che può guardare indietro alle buone azioni della sua giornata gode di un momento beato. Egli sperimenta uno stato di cui può dire: Se fosse possibile prolungarlo, goderlo come elemento vivificante che si diffondesse come forza fecondatrice sulla nostra vita dell’anima! Comprenderemo da ciò che la ricerca occulta afferma: gli impulsi di volontà indicano il Devachan superiore, dal quale essi vengono accolti soltanto se procedono da una volontà pura e si inseriscono in questo mondo spirituale. La vita rappresentativa e concettuale, la nostra intellettualità, è quindi in stretta relazione con il mondo astrale, la nostra vita emotiva con il Devachan inferiore e la nostra vita di volontà con il Devachan superiore.

A questo si aggiunge ancora la nostra vita di percezione sensibile sul piano fisico. Questi quattro elementi si sviluppano in modo diseguale nell’incarnazione umana nei diversissimi periodi culturali. Quando si penetra in questi fondamenti occulti, si vede come nell’epoca greco-latina la vita di percezione si realizzava pienamente, come il Greco e il Romano erano completamente orientati verso il mondo fisico, da loro così altamente stimato. La nostra epoca come quinta epoca culturale è l’epoca del pensiero, dell’intellettualità. Per questo fioriscono le scienze astratte. L’epoca sesta che verrà manterrà la vita intellettuale come noi nella quinta abbiamo mantenuto la vita di percezione, e si manifesterà principalmente nella vita dell’anima degli stati emotivi. L’ambiente toccherà l’uomo particolarmente dal lato che gli causa piacere e dolore, gioia e sofferenza, simpatia e antipatia, nel senso in cui oggi solo l’occultista può già sentire, colui che è capace di superare la pura intellettualità, afferrando e penetrando certi rapporti della vita con giusta sensibilità senza lunghe giustificazioni logiche. L’occultista sente dispiacere verso l’illogico, gioia e pace dell’anima verso il logico.

Se però sostiene qualcosa che può vedere direttamente nel suo giusto significato, oggi deve prima giustificarlo in una lunghissima esposizione per farsi capire. Così l’occultista sente particolare dolore, specialmente leggendo i giornali, perché proprio nei quotidiani si trova spesso l’illogicità incarnata. Tuttavia si deve leggerli, possibilmente con una certa selezione, per rimanere in relazione con l’ambiente. Non bisogna fare come quel professore di lingua cinese che un giorno disse molto agitato ai suoi colleghi: proprio ora apprendo che da mezzo anno la Germania è coinvolta in una guerra con la Francia, ma io leggo soltanto i giornali cinesi.

Nell’ultima epoca postatlantica, cioè nella settima epoca, si svilupperà il senso morale, il senso degli impulsi di volontà. Di conseguenza accade un progresso notevole. Le ricerche occulte, anzi già le ricerche di oggi, ci mostrano che qualcuno può essere molto intelligente e intellettuale senza essere morale. Intellettualità e moralità camminano oggi di pari passo. Gradualmente però si verificherà il fatto singolare che l’intelligenza di un uomo intelligente sarà uccisa dalla sua immoralità, così che in verità in un futuro lontano l’immorale dovrà contemporaneamente essere stupido o diventarlo. Noi andiamo quindi incontro a un’epoca morale, in quanto la moralità in tutta la nostra vita dell’anima e successivamente l’intellettualità saranno una cosa sola.

L’uomo possiede veramente tutti e quattro gli elementi ora menzionati nella sua anima, ma in forma prevalente principalmente la percezione sensibile nel tempo greco-latino, l’intellettualità si aggiunge in misura rafforzata nel presente; nella penultima, la sesta epoca, prevarranno gli stati emotivi, e nella settima, l’ultima epoca culturale, la moralità, e precisamente in un modo di cui oggi si può solo sognare. La sua manifestazione non si può ancora immaginare nel modo in cui lo fece Socrate, che riteneva la virtù insegnabile e apprendibile. Tutto questo però diventerà realtà fino alla settima epoca, perché le tendenze già chiaramente notevoli nell’occultismo ce lo dicono profeticamente in anticipo.

Così il carattere generale spirituale della nostra epoca è l’intellettualità, ma c’è una differenza nel modo in cui essa si manifesta nell’ambiente che pensa in modo materialista e nella scienza dello spirito. L’uomo è legato attraverso la sua intellettualità al piano astrale, ma ciò gli è consapevole solo e può anche allora fare il giusto uso di essa solo quando sarà sviluppato nella chiaroveggenza. Questo comincerà a verificarsi nel corso del ventesimo secolo in un numero sempre crescente di persone. Il progresso consiste allora soltanto nel fatto che gli uomini sviluppano un’intellettualità elevata non solo per se stessi, ma la portano anche nel mondo astrale. Attraverso tale chiaroveggenza intellettuale, agli uomini che hanno progredito in tal senso il Cristo eterico apparirà sempre più chiaramente nel corso dei prossimi tre millenni. Nel tempo passato però, in cui l’uomo era principalmente legato al piano fisico, il Cristo non poteva apparire se non incarnato fisicamente. Nell’epoca presente dell’intellettualità può apparire soltanto in forma eterea. La scienza dello spirito vuole preparare gli uomini a questo, affinché riconoscano correttamente e utilizzino le forze chiaroveggenti che emergeranno lentamente dalla sviluppo naturale successivo, così che allora la seconda metà della nostra epoca intellettuale senza dubbio vedrà il Cristo in forma eterea con visione luminosa.

L’epoca degli stati emotivi continuerà a sviluppare l’anima in un altro aspetto, per consentirle di entrare consapevolmente nel mondo del Devachan inferiore. Il Cristo si rivelerà allora a una moltitudine di uomini nel mondo del Devachan inferiore in forma di luce come parola sonora, versando nelle anime ricettive degli uomini, dal suo corpo di luce astrale, quella parola che già nell’inizio dei tempi operava in forma astrale, come Giovanni la illustra nelle parole iniziali del suo Vangelo.

L’epoca morale consentirà a una moltitudine di uomini di percepire il Cristo come egli si rivela dal Devachan superiore nel suo vero io, che supera ogni io umano in un’altezza inafferrabile, e nello splendore di tutto ciò che anche allora può fornire all’uomo i massimi impulsi morali possibili. Così il manifestarsi delle singole epoche culturali è legato all’anima. Da mondi alti e sempre più alti le forze fluiranno negli uomini e diventeranno efficaci. Meravigliosa è già la percezione nel mondo fisico, ancora più l’intellettualità che si sviluppa come prevalente e la connessione con il mondo astrale che ne risulta, e in senso più elevato lo stato emotivo e la moralità in connessione con il mondo del Devachan.

Con il pensiero logico si sentirà anche logicamente lo sviluppo così presentato, poiché la vita fornisce per questo sempre e ovunque conferme. L’antroposofo va consapevolmente incontro a tali sviluppi, non solo in grandi linee e in verità generali, ma anche nelle particolarità individuali dello sviluppo umano. Nelle manifestazioni eccessive dell’ambiente l’elemento intellettuale, nel suo sforzo di formazione di dogmi, emerge fortemente; ma nel riconoscimento dello spirito l’intellettualità deve spiritualizzarsi in spiritualità, al fine di poter comprendere i risultati superiori della ricerca occulta. Questo può essere designato più precisamente nel fatto che nel tempo greco-latino il Mistero del Golgota si presenta a noi in forma fisica, ciò che poi si sviluppò ulteriormente per agire sulle anime umane come impulso, conducendo l’umanità più in alto.

È soprattutto necessario che l’uomo impari a comprendere cosa questo Cristo-Impulso significa per il nostro mondo. Occorre sottolineare che questo Cristo-Impulso è vita reale che fluisce nell’umanità, che il Cristo non ha portato al mondo una dottrina, nessuna teoria, bensì l’impulso di una vita nuova. Afferriamo questo seriamente.

L’uomo si è sviluppato dal tempo di Saturno attraverso i tempi del Sole e della Luna nel suo corpo fisico, eterico e astrale. L’io poteva entrare per la prima volta sulla Terra nei corpi sufficientemente preparati e continuare a svolgersi là sotto gli influssi favorevoli dell’Impulso Cristo, perché il Cristo macrocosmo è quello che il nostro io è microcosmo e significa per noi umani. I quattro principi del macrocosmo stanno in molteplici relazioni con i nostri quattro principi inferiori, incluso il più significativo, l’io. Nella nostra epoca cosmico emergono già anche i principi umani superiori nel nostro sviluppo. L’Uomo-Spirito, l’Io spirituale e lo Spirito vivente vengono sviluppati nei mondi spirituali superiori per mezzo dei principi macrocosmi, ma non attraverso il quarto principio macrocosmico, bensì per il fatto che esseri che non hanno per se stessi significato macrocosmico ma soltanto microcosmi co, operano nell’umanità come maestri veri e propri, in quanto hanno già progredito di uno o più principi oltre gli uomini stessi. Al contrario il Cristo è un’entità macrocosmica che sta al quarto stadio del suo sviluppo macrocosmico, come l’uomo microcosmo sta al quarto stadio.

Bisogna dunque distinguere fra principi macrocosmi e microcosmi, ma rendersi conto che i primi quattro principi macrocosmi contengono naturalmente tutti i principi microcosmi di ordine superiore. Le entità microcosmi che operano come maestri cercano di spingere l’uomo avanti attraverso il loro insegnamento. Il Cristo invece, che opera come realtà macrocosmica, non è un maestro come gli altri maestri, bensì si è unito alla Terra come una realtà, come una forza, come una vita. I più alti maestri dei successivi periodi cosmici sono i cosiddetti Bodhisattva, che già nel tempo precristiano indicavano il Cristo come una realtà, e nello stesso periodo postcristiano lo designavano come una realtà che si era ora unita alla Terra.

Prima e dopo la vita terrestre-fisica del Cristo operano così i Bodhisattva. Per esempio colui che nacque come figlio di re in India cinquecento anni prima di Cristo, visse per ventinove anni come Bodhisattva insegnando, e poi salì alla dignità di Buddha. Divenne così un’individualità che non avrebbe dovuto apparire più nella carne sulla Terra, ma operava dal mondo spirituale. Questo Bodhisattva ebbe un successore nello stesso istante in cui divenne Buddha, e questo nuovo Bodhisattva doveva introdurre l’umanità nella comprensione dell’essenza dell’Impulso Cristo. Questo accadde già prima dell’apparizione del Cristo sulla Terra, perché circa centocinque anni prima della nascita di Cristo viveva in Palestina un uomo, calunniato dalla letteratura rabbinica fino a oggi, Jeshu ben Pandira, che dobbiamo considerare come questo Bodhisattva. Gesù di Nazareth si distingue essenzialmente da lui per il fatto che al trentesimo anno della sua vita, nel battesimo del Giordano, divenne il portatore dell’entità Cristo.

Jeshu ben Pandira diffuse particolarmente l’insegnamento degli Esseni. Fra i suoi discepoli è particolarmente nominato un Mattei, che come lui indicava il Mistero del Golgota. Jeshu ben Pandira fu lapidato dai suoi nemici e poi, per renderlo ancora più dispregevole, fu impiccato morto alla croce. È una personalità la cui verità non necessita nemmeno ricerche occulte, poiché è sufficientemente descritta nella letteratura rabbinica, benché in modo frainteso o deliberatamente distorto. Portava in sé l’individualità del nuovo Bodhisattva ed era il successore di Gautama Buddha. Il nome di discepolo Mattei si trasferì ai discepoli successivi e il Vangelo di Matteo era in una certa misura già dal primo Mattei una descrizione dei rituali dei vecchi libri dei misteri. Il suo contenuto essenziale si svolse più tardi con Cristo Gesù sul piano fisico come una realtà delle immagini precedenti dei misteri, i semi delle successive realtà. Così il Mistero Cristo era già stato profeticamente anticipato e si era svolto figurativamente nei cerimoniali dei vecchi misteri fino a quando più tardi si manifestò sul piano fisico come realtà dell’accadimento mondiale, una sola volta.

Il Bodhisattva che un tempo visse come Jeshu ben Pandira viene sempre nuovamente sulla nostra Terra nel corpo umano e continuerà a venire per adempiere il suo ulteriore compito, la sua particolare missione che oggi non è ancora eseguibile. Sebbene il suo completamento possa già essere visto chiaroveggentemente in anticipo, nessuna laringe può ancora produrre i suoni di quella lingua che sarà parlata quando questo Bodhisattva salirà alla dignità di Buddha. Si può quindi dire in accordo con l’occultismo orientale: cinquemila anni dopo Gautama Buddha il Bodhisattva seguente sale alla dignità di Buddha, dunque verso la fine dei prossimi tre millenni. Ma poiché egli deve particolarmente preparare gli uomini all’epoca morale, allora parlerà una lingua in modo tale da poter essere compresa, affinché tutto ciò che il Buddha che sarà divenuto allora pronuncerà sia permeato da una forza magica del bene.

Perciò la tradizione orientale da millenni ha profetizzato: questo Buddha futuro, il Maitreya-Buddha, sarà un portatore del bene attraverso la parola. Allora egli potrà insegnare agli uomini la dottrina di ciò che è l’Impulso Cristo, e in questa epoca i flussi del Buddha e del Cristo confluiranno insieme, e il Mistero Cristo diverrà allora veramente comprensibile.

Il karma come contenuto della vita (II)

11°L'impulso del Cristo come vita reale — Seconda conferenza

Monaco, 20 Novembre 1911

L’impulso del Cristo, penetrato nello sviluppo dell’umanità, possedette una forza così incisiva che le sue onde continuano a riverberarsi nelle epoche future. Nella quarta epoca culturale esso si manifestò con il fatto che il Cristo si incarnò in un corpo umano fisico. Ed ora procediamo verso un’era nella quale l’impulso si svolgerà in modo che gli uomini, sul piano astrale, percepiranno il Cristo sotto forma di corpo eterico.

Ieri abbiamo udito che in epoche ancora successive egli sarà percepibile in forme ancora più elevate nella sfera estetica e morale. Quando però parliamo in questo modo dell’impulso del Cristo, ci troviamo effettivamente di fronte a idee contro cui le medesime Chiese cristiane si comporteranno nel modo più respingente. Affinché l’impulso del Cristo diventasse progressivamente comprensibile, furono e rimangono necessarie importanti istituzioni nel corso dello sviluppo dell’umanità. È mancato finora proprio ciò: che gli uomini potessero conquistare una comprensione di esso. Chi osserva le teologie più recenti vedrà quanto inetti appaiano da una parte gli avversari del Cristianesimo, ma quanto altrettanto inetti risultino coloro che credono di stare sul terreno del Cristianesimo stesso. La moderna corrente teosofíca occidentale avrebbe dovuto diventare il movimento spirituale contemporaneo che dalle giuste e veridiche fonti suscitasse la comprensione del Cristianesimo. Le più violente resistenze sorsero a questo proposito.

Dobbiamo farci una rappresentazione circa le fonti del Cristianesimo stesso. Tutte queste fonti non possono essere qui menzionate per mancanza di tempo. Oggi vogliamo soltanto accennare a quelle che si sono aperte all’umanità dal tredicesimo secolo in poi.

Dal tredicesimo secolo è stato inserito nella vita spirituale dell’umanità il movimento spirituale che si riallaccia al nome di Christian Rosenkreutz. Affinché ciò che era connesso a questo nome potesse davvero penetrare nel movimento spirituale dei tempi moderni, fu necessaria nel tredicesimo secolo un’istituzione spirituale ben determinata. Allora, quando la visione della realtà spirituale era completamente chiusa agli uomini, si riunì un collegio straordinario di dodici uomini saggi. Questo collegio, come distribuito in diversi ambiti, raccoglieva tutto quanto di profondità spirituale, nei rapporti del mondo, era allora possibile raccogliere. Sette di questi dodici avevano ricevuto, per mezzo di determinati processi occulti, quella che era la saggezza dell’umanità trasmessa dai santi Rishi dall’Atlantide. Quattro di questi uomini saggi avevano riunito in sé, mediante i corrispondenti processi occulti, ciò che si riferiva ai santi misteri degli Indiani, dei Persiani, degli Egiziani e dell’epoca greco-latina. E quella che il quinto periodo postatlanteo aveva fino allora potuto produrre era la saggezza del Dodicesimo. L’intera estensione della vita spirituale si era dischiusa a questi Dodici.

Sapevano allora che doveva rinascere come bambino un’individualità che aveva partecipato al tempo del Mistero del Golgota. Questa individualità aveva nel frattempo sviluppato, in molte incarnazioni, la dedizione più profonda e l’abbandono e l’amore. Il collegio dei dodici uomini saggi accettò questo bambino poco dopo la sua nascita, affidandoselo. Isolato dal mondo esteriore esoterico, stava unicamente sotto la loro influenza: erano i suoi educatori, anche riguardo alla cura del corpo fisico.

Il bambino si sviluppò in modo straordinario, cosicché anche la spiritualità elevata che portava in sé da molte incarnazioni si esprimeva nella corporeità esteriore. Benché debole e fragile, il suo corpo divenne meravigliosamente trasparente. Cresceva e si sviluppava in quella particolarità che uno spirito luminoso e splendente abitava in un corpo trasparente. Mediante processi di educazione straordinariamente saggia fu infuso nella sua anima tutto ciò che poteva provenire dai periodi pre e postatlantei dai dodici uomini saggi. Attraverso le forze animiche più profonde, non attraverso l’intelletto, tutti i tesori di saggezza erano riuniti nell’anima di questo bambino. Poi sopraggiunse uno stato del tutto particolare. Il bambino smise di mangiare in un momento ben determinato; si manifestò una paralisi di tutte le attività vitali esteriori, e la saggezza ricevuta dal bambino si irradiava indietro verso i dodici uomini. Ognuno riceveva indietro ciò che aveva dato, ma in forma trasformata. Allora i dodici uomini compresero: Ora abbiamo ricevuto finalmente le dodici religioni e le dodici concezioni del mondo come unità coerente. E da allora visse in loro ciò che chiamiamo il Cristianesimo rosacrociano.

Il bambino visse poco ancora. Nel mondo esteriore chiamiamo questa individualità Christian Rosenkreutz. Solo nel quattordicesimo secolo fu così denominata. Nel quattordicesimo secolo questa individualità tornò e visse allora per più di cento anni. Anche quando non era incarnata nella carne, operava attraverso il corpo eterico, sempre nel senso che, mediante la sua influenza, il vero Cristianesimo dovesse svilupparsi ulteriormente, dovesse diventare la sintesi di tutte le grandi concezioni del mondo e religioni. E sino ai nostri tempi operò, sia come uomo sia dal suo corpo eterico, illuminando tutto ciò che confluì in Occidente come fondazione della sintesi delle grandi religioni. Oggi la sua influenza diventa sempre maggiore. Molti, a cui non lo si leggerebbe in volto, sono eletti da questo Christian Rosenkreutz. Oggi possiamo già indicare un segno mediante il quale Christian Rosenkreutz sceglie i suoi seguaci dappertutto. Questo segno molti uomini possono scoprire nel loro percorso di vita. Può manifestarsi in mille modi diversi, ma tutte queste variazioni ricondurranno a un tipo che possiamo caratterizzare con la seguente descrizione.

Ad esempio, la scelta può accadere in questo modo. Supponiamo che qualcuno intraprenda qualcosa. Tende verso il riuscire di questa impresa e vi si dirige, per raggiungere il suo scopo. E mentre così si slancia nel mondo — e può essere una persona completamente materialista — ode improvvisamente una voce: Fermati da ciò che vuoi! E si accorgerà: questa non era una voce fisica. Ma supponiamo che abbia fatto un passo indietro, che abbia abbandonato il proposito — e ora può accorgersi: se si fosse slanciate verso il suo scopo, sarebbe sicuramente andato incontro alla morte.

Due elementi sono necessari perché si riconosca chiaramente: primo, che ciò che lo ha avvertito veniva dal mondo spirituale; e secondo, che allora la morte sarebbe venuta se l’impresa fosse davvero stata realizzata. Così si mostra al futuro discepolo: Tu sei stato in realtà salvato, e precisamente per un avvertimento che viene da un mondo nel quale tu per il momento non sei. Tu sei in verità già morto attraverso le relazioni di questo mondo terreno nel quale tu sei, e devi considerare la tua vita ulteriore come un dono, che ti è stato regalato dal mondo spirituale: la vita ti è stata regalata. E quando l’uomo in questione giunge a tutto questo, allora prenderà la risoluzione di operare in un movimento spirituale. Se questa risoluzione è presa, allora l’elezione è avvenuta. In questa maniera Christian Rosenkreutz inizia a raccogliere i suoi seguaci, e molti, con sufficiente attenzione a un tale evento interiore, ne verrebbero a conoscenza.

Gli uomini, di cui si può dire che siano stati connessi a Christian Rosenkreutz in questa maniera o lo siano ora, sono coloro nei quali doveva anzitutto nascere una concezione più profonda dell’Cristianesimo esoterico. Da questa corrente spirituale, che si riallaccia a Christian Rosenkreutz, scaturisce l’aiuto più possente per rendere comprensibile l’impulso del Cristo nel nostro tempo presente. Questo era stato già preparato molto tempo prima: un secolo prima del Mistero del Golgota per mezzo di Jeshu ben Pandira, la cui missione principale fu di preparare la venuta del Cristo. Aveva un discepolo, Matthai, il cui nome si trasferì poi al suo successore, che visse al tempo di Gesù di Nazaret. La cosa più importante che Jeshu ben Pandira compì consistette nel preparare il Vangelo di Matteo. Ciò che si riferisce a questo fu tratto da un rito iniziatico dei tempi antichi. La scrittura fu composta in modo che il contenuto fosse ripreso dai misteri antichi, per esempio ciò che riguardava la tentazione e altro ancora. Tutti questi processi che si svolgono nel corso dello sviluppo dell’umanità dovevano anche manifestarsi sul piano fisico. Questo fu allora delineato e scritto da un suo discepolo.

A Jeshu ben Pandira non fu perdonato il grave destino che aveva predetto; fu lapidato e poi crocifisso. Per alcuni seguaci rimase — benché profondamente nascosto — questo documento originario conservato. Ciò che successivamente ne avvenne ci diventa chiarissimo dal fatto che sappiamo cosa Girolamo, il grande Padre della Chiesa, stesso ne raccontò: disse che aveva ricevuto il Vangelo di Matteo da una setta cristiana. C’era allora un piccolo circolo nel quale il libro era tenuto segreto, e attraverso particolari circostanze giunse a Girolamo. Questi ricevette dal suo vescovo l’incarico di tradurlo. Lo racconta egli stesso. Disse però anche contemporaneamente che era scritto in modo che non dovesse giungere agli uomini esterni. Voleva tradurlo tuttavia in modo che ciò che vi era velato rimanesse ulteriormente velato. Inoltre dice che egli stesso non lo comprendeva. Ciò che in questo modo venne a essere prodotto era scritto in tali caratteri che uno poteva esprimerlo così, un altro diversamente nel linguaggio profano. È anche in questo modo pervenuto ai posteri. Si trova così la situazione che il mondo propriamente non ha ancora gli Evangeli. È dunque ben giustificato che oggi, partendo dalla ricerca dello spirito, gli Evangeli siano nuovamente spiegati, quando si risale alla Cronaca dell’Akasha, perché soltanto là si trova la loro forma originaria.

Dobbiamo essere chiari: il Cristianesimo nella sua vera forma deve essere ancora estratto dalle macerie. Quanto ciò sia necessario ce lo mostra, fra l’altro, anche il fatto che per esempio nel 1873 in Francia si contavano coloro dei quali si poteva ancora dire che nel loro intimo appartenevano ancora al Cattolicesimo. Se ne trovò un terzo, due terzi non vi erano più connessi. E questi certamente non erano persone che non avessero alcun bisogno di religione. Viviamo così che i desideri religiosi si orientano verso il Cristo, ma devono essere riscoperte le vere fonti del Cristianesimo. E verso questo scopo vediamo confluire la corrente spirituale che emana da Jeshu ben Pandira e quella che all’inizio del tredicesimo secolo si riallaccia a Christian Rosenkreutz.

È ancora necessario sapere: appartiene alle particolarità delle incarnazioni del Bodhisattva che non lo si possa riconoscere nei suoi anni giovanili. Tra il suo trentesimo e trentatreesimo anno accade un rivolgimento straordinario, mediante il quale questa personalità diventa completamente diversa. Può ad esempio un’individualità di tipo Mosè o Abramo in questo tempo prendere possesso di tale personalità Bodhisattva.

All’incirca tremila anni dopo il nostro tempo questo Bodhisattva sarà elevato al Buddha Maitreya. E allora opererà dal mondo spirituale in modo che, come una moralità magica, fluisca nei cuori degli uomini. Così operano insieme la corrente del Buddha Maitreya con la corrente occidentale che si riallaccia a Christian Rosenkreutz.

L’Essenza dell’Uomo e il Significato dell’Antroposofia

12°Fede, Amore, Speranza — tre gradi della vita dell'umanità — Prima conferenza

Norimberga, 2 Dicembre 1911

Questa sera e domani sera cercheremo di intraprendere una considerazione coerente sull’essenza umana e sul suo rapporto con i fondamenti occulti del nostro tempo presente e del prossimo futuro. Da vari accenni che ho già fatto in questo ramo e che potrete aver udito altrove, avrete potuto dedurre che, in un certo senso, ci troviamo di fronte a una sorta di nuova rivelazione, di nuova proclamazione rivolta all’umanità.

Quando consideriamo attentamente gli ultimi periodi dello sviluppo umano, comprendiamo al meglio ciò che deve accadere nel nostro tempo se lo mettiamo in relazione con altre due importanti rivelazioni già date all’umanità. Teniamo conto naturalmente di ciò che, nel corso dei tempi, si è manifestato quale rivelazione più prossima all’umanità medesima. Le tre rivelazioni di cui parliamo — quella che viene ora e le due che l’hanno preceduta — si lasciano comprendere nel modo migliore se le confrontiamo con lo sviluppo del fanciullo che cresce, cioè dell’uomo come tale.

Se osserviamo attentamente il bambino, scopriamo che il fanciullo entra nel mondo inizialmente in uno stato tale da dover essere completamente curato e accudito da coloro che lo circondano. Il bambino non è in grado di esprimere quel che vive nel suo interno, né ancora di esprimere a se stesso, in pensieri chiari, ciò che muove la sua anima. Il bambino non sa ancora parlare, non sa ancora pensare: tutto ciò che deve accadere per il fanciullo deve essere compiuto da coloro che lo hanno preso nella loro cerchia.

Poi il bambino comincia a parlare. Chi osserva con attenzione — e questo è altresì menzionato nel mio piccolo libretto sull’Educazione del fanciullo dal punto di vista della scienza dello spirito — sa che dapprima il bambino parla imparando il parlare mediante una sorta di imitazione di ciò che, nella sua cerchia, viene detto. Nei primi tempi in cui parla, il bambino non possiede ancora quella che si chiama una comprensione riflessiva della lingua. Non è che il linguaggio nasca dal pensiero nel bambino: accade il contrario.

Il bambino impara prima a pensare attraverso il linguaggio, apprende gradualmente a comprendere in pensieri chiari ciò che, dalla profondità dei suoi sentimenti e dalle sue radici interiori, egli esprime. Abbiamo così tre periodi successivi nello sviluppo del bambino: il primo periodo, quando il bambino non sa né parlare né pensare e tutto deve accadere dall’esterno; il secondo periodo, quando il bambino sa parlare ma non ancora pensare; il terzo periodo, quando il bambino impara a comprendere nella sua coscienza il contenuto di pensiero della propria lingua.

Con questi tre periodi dello sviluppo infantile possiamo confrontare ciò che l’umanità ha attraversato e deve ancora attraversare, approssimativamente dai tempi che precorrono di circa millecinquecento anni l’era cristiana fino ai giorni nostri.

La prima rivelazione all’anima umana che si sviluppa nel presente ciclo dell’umanità, di cui possiamo parlare qui, è la rivelazione che si effuse dal Sinai, che trovò la sua espressione nei Dieci Comandamenti di Mosè. Chi riflette profondamente sul significato autentico di questa rivelazione donata all’umanità nei Dieci Comandamenti potrà osservare cose meravigliose proprio in essi. Solo che queste realtà appartengono ormai al patrimonio spirituale quotidiano dell’uomo, sul quale non riflette più attentamente. Se però comincia a riflettere, dovrà riconoscere: è davvero singolare che nei Dieci Comandamenti sia stato dato qualcosa che, da quando fu promulgato, attraversa il mondo come legge; qualcosa che in fondo vale ancora oggi, che giace alla base dei codici di tutti i popoli della terra, nella misura in cui essi si sono inseriti gradualmente nella cultura moderna nel corso degli ultimi millenni.

Una realtà onnicomprensiva, grandiosa e universale fu rivelata all’umanità quando, per così dire, le fu detto: esiste nel mondo spirituale un Essere primordiale al quale, sulla terra, corrisponde la sua immagine, l’Io; e questo Essere primordiale può operare nell’Io umano, può versarsi in esso in modo tale che l’uomo segua quelle norme, quelle leggi che sono date nei Dieci Comandamenti.

La seconda rivelazione accadde attraverso il Mistero del Golgota. Che cosa possiamo dire di questo Mistero del Golgota? È stato già alluso ieri, nella conferenza pubblica, ciò che possiamo dire di questo Mistero. Come dobbiamo ricondurre tutta l’umanità corporea a una coppia originaria della terra, e come possiamo comprendere questa umanità corporea solo come generata successivamente da questa coppia primordiale, così, se vogliamo comprendere rettamente ciò che è il bene più prezioso del nostro Io, ciò che deve sempre più profondamente penetrare il nostro Io durante l’esistenza terrena, dobbiamo ricondurlo al Mistero del Golgota.

Se — indipendentemente dal fatto che la tradizione ebraica antica possa differire in questo dalla concezione scientifica odierna, il che non importa qui — se riconduciamo il legame di sangue degli uomini, il rapporto corporeo dell’umanità alla coppia originaria, Adamo ed Eva, che una volta stettero sulla terra come personalità primordiali fisiche, come progenitori dell’umanità, e se dobbiamo dire che ciò che gli uomini portano come sangue umano nelle loro vene risale infine a questa coppia primordiale, allora possiamo dire d’altro canto che ciò che possiamo accogliere come il più prezioso nella nostra anima, come il bene più sacro e caro, come miracolo perenne che si compie nelle anime umane, ciò che possiamo accogliere come la consapevolezza che nella nostra anima può vivere qualcosa di più elevato del nostro Io ordinario — se vogliamo ricercare l’origine di ciò che è il bene spirituale più caro dell’uomo, ciò che deve diventare come il sangue della sua anima, allora dobbiamo giungere a ciò che è risorto dal sepolcro sul Golgota.

Poiché ciò che allora risorse vive ancora nelle anime umane che sperimentano un risveglio interiore, esattamente come il sangue di Adamo ed Eva continua a vivere negli uomini corporei. Nel Cristo risorto possiamo riconoscere una sorta di stirpe primordiale o paternità originaria: l’Adamo spirituale che, quando le anime umane sperimentano il loro risveglio, entra nelle loro anime e le conduce al loro Io plenario, a ciò che vivifica l’Io nel modo giusto. Come la vita corporea di Adamo scorre nei corpi fisici degli uomini, così ciò che è sorto dal sepolcro del Golgota scorre nelle anime di coloro che trovano il cammino verso di esso.

Questa è la seconda rivelazione che è giunta all’uomo: che egli abbia ricevuto la conoscenza di ciò che è accaduto attraverso il Mistero del Golgota.

Se con i Dieci Comandamenti fu dato all’uomo qualcosa che lo guidava dall’esterno, possiamo paragonare questa guida esterna a ciò che accade al bambino dall’esterno prima che sappia parlare e pensare. Ciò che l’ambiente del bambino compie in lui, lo compie la guida della legge ebraica antica verso l’umanità che, in un certo senso, ancora non sa parlare e non sa pensare. Ma l’umanità ha imparato anche a parlare: ha, con altre parole, imparato qualcosa che si può paragonare solo all’apprendimento della parola nel bambino. L’umanità ha ricevuto la conoscenza del Mistero del Golgota nei Vangeli.

E il modo in cui gli uomini dovevano inizialmente comprendere i Vangeli si può paragonare all’apprendimento della parola nel bambino. Attraverso i Vangeli giunse alle anime e ai cuori umani una sorta di comprensione del Mistero del Golgota, che si radicò nei sentimenti, si radicò nelle emozioni, si radicò in quelle forze dell’anima che emergono quando permettiamo che le immagini profondamente significative e visive, gli episodi dai Vangeli attraverso i grandi pittori agiscano su di noi, oppure quando permettiamo che le immagini tradizionali agiscano su di noi, in cui è rappresentata l’adorazione del bambino da parte dei pastori, l’adorazione del bambino da parte dei Magi dell’Oriente, la fuga in Egitto e così via.

Ciò che giunse nel mondo, ciò che gli uomini da allora hanno permesso di agire sulla loro anima, tutto si riconduce infine ai Vangeli; in questo modo è giunto alla comprensione umana che gli uomini hanno, per così dire, imparato a parlare a modo loro sul Mistero del Golgota.

Ora ci avviamo verso il terzo periodo in questa relazione, periodo che si può paragonare al fatto che il bambino impara a comprendere consapevolmente, nella sua propria lingua, il contenuto di pensiero, ciò che è contenuto nella sua lingua stessa. Ci avviamo verso quella rivelazione che deve portarci il contenuto plenario, il contenuto di pensiero, il contenuto spirituale e animico dei Vangeli. Poiché i Vangeli non sono stati compresi dall’umanità meglio di quanto il linguaggio sia compreso dal bambino prima che impari a pensare.

Nella prospettiva della storia mondiale, attraverso la scienza dello spirito, gli uomini devono imparare a pensare il contenuto di pensiero dei Vangeli. Il contenuto spirituale profondissimo dei Vangeli deve agire su di loro solo ora. Questo tuttavia è connesso con un altro grande evento che l’umanità può sentire avvicinarsi, e che giungerà all’umanità ancora prima della fine del nostro ventesimo secolo. È l’evento che possiamo rappresentarci nel modo seguente.

Se torniamo ancora al Mistero del Golgota, accadde così che allora ciò che risorto dal sepolcro del Golgota rimase presso la terra, rimase presso la terra in modo tale da poter raggiungere direttamente ogni singola anima umana e poter risvegliare l’Io in ogni singola anima a uno stadio più elevato dell’esistenza. Possiamo dire che il Cristo divenne lo Spirito della Terra quando parliamo così del Mistero del Golgota. E da allora rimase lo Spirito della Terra. Ma nel nostro tempo interviene un mutamento significativo nella relazione del Cristo verso l’umanità, mutamento che sarà legato a ciò che più o meno tutti voi già sapete, alla nuova rivelazione del Cristo per gli uomini.

Ma possiamo caratterizzare questa nuova rivelazione anche in un altro modo. Dobbiamo considerare ciò che accade quando l’uomo passa attraverso la porta della morte. Ciò che ora deve essere detto è una questione che finora non ha potuto essere esposta nei libri.

Quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte e ha vissuto quel tempo nel quale può guardare retrospettivamente alla sua vita terrena precedente, quando ha vissuto il tempo fino al punto in cui ha deposto il corpo eterico, quando l’uomo entra nel periodo del Kamaloka, allora si trova dinnanzi a due figure. Ordinariamente se ne menziona una sola, ma per completezza possiamo dire — e ciò che ora racconto è per ogni vero occultista un fatto reale —: l’uomo, prima del periodo del Kamaloka, si trova dinnanzi a due figure.

Naturalmente ciò che ora racconto vale solo per gli uomini dell’Occidente e per tutti coloro che hanno avuto un rapporto con la cultura dell’Occidente negli ultimi millenni. Dopo la sua morte l’uomo si trova di fronte a due figure: Mosè è una di esse — l’uomo sa con certezza che si trova di fronte a Mosè — che gli presenta le tavole della legge. Nel Medioevo lo si chiamava “Mosè con la legge severa”, e l’uomo ha esattamente nella sua anima la consapevolezza di come si sia allontanato, fino alle profondità più intime della sua anima, dalla legge. L’altra figura è quella che si chiama “il Cherubino con la spada fiammeggiante”, colui che decide su questo allontanamento.

È un’esperienza che l’uomo vive dopo la morte, sicché nel nostro senso geisteswissenschaftlich possiamo dire: ciò che si presenta all’uomo attraverso queste due figure, attraverso Mosè con la legge severa e il Cherubino con la spada fiammeggiante, stabilisce, per così dire, il conto karmico.

Questo fatto subisce un mutamento nel nostro tempo. È un mutamento significativo. Possiamo esprimere questo mutamento dicendo: nel nostro secolo il Cristo diventerà il Signore del Karma per tutti coloro che hanno vissuto quell’esperienza, di cui abbiamo appena parlato, dopo la loro morte. Il Cristo assume il suo ufficio di Giudice.

Immaginiamoci questo fatto più esattamente! Sappiamo tutti dalla concezione geisteswissenschaftlich che abbiamo un bilancio karmico di vita, che per certe azioni che stanno da una parte del nostro libro di conto karmico, per tutte le azioni sagge, per tutte le azioni belle, per tutte le azioni buone, dobbiamo sperimentare un certo compenso karmico, ma anche per tutte le azioni cattive, brutte, false e per i pensieri corrispondenti.

Da una parte importa che l’uomo, nel corso della sua vita terrena, viva per sé questo bilancio karmico, ma importa anche che ciò che egli può vivere grazie al fatto di avere azioni buone e belle nel suo conto karmico, o ciò che deve vivere perché ha commesso azioni cattive, possa viverlo nelle più svariate azioni. Non è univocamente determinato come, diciamo, troveremo il compenso attraverso questa o quella azione nella nostra vita futura.

Supponiamo che un uomo abbia commesso qualcosa di male: deve fare qualcosa di buono che compensi il male. Ma questo bene può farlo in due modi, sicché forse richiede il medesimo sforzo se giova a pochi uomini, oppure richiede il medesimo sforzo se giova al benessere di molti. Che il nostro bilancio karmico nel futuro sia compensato, sia collocato in un tale ordine mondiale per il futuro, quando avremo trovato il cammino verso il Cristo, in modo che il tipo del nostro compenso karmico produca il massimo bene umano possibile per il resto dello sviluppo terrestre, questa sarà la preoccupazione di colui che, dal nostro tempo, diverrà il Signore del Karma; sarà la preoccupazione del Cristo.

Con questo trasferimento dell’ufficio giudiziale sugli atti umani al Cristo è connesso il fatto che questo Cristo interviene anche direttamente negli eventi umani. Non in un corpo fisico, ma, per coloro che sempre più acquisteranno la capacità di percepire questo Cristo, il Cristo interverrà negli eventi dell’umanità terrestre. Ci saranno, ad esempio, uomini che avranno fatto questo o quello, che avranno compiuto una qualche azione. Allora questi uomini sentiranno il desiderio — e sempre più uomini di questo tipo appariranno nei prossimi tre millenni, dal nostro ventesimo secolo in poi — di ritrattarsi da ciò che hanno fatto.

Poiché sorgerà davanti a loro qualcosa come una strana immagine onirica. In questa immagine onirica vedranno come in un sogno qualcosa che assomiglia a una loro propria azione, ma non potranno ricordare di aver mai commesso ciò che appare in questa immagine. Coloro che non si sono preparati al fatto che questo accadrà nello sviluppo dell’umanità potranno considerare tutto ciò solo come il massimo di una fantasia selvaggia o di un’anima malata.

Ma coloro che si sono sufficientemente preparati attraverso la nuova rivelazione che giunge all’umanità nel nostro tempo attraverso la scienza dello spirito, attraverso questa terza proclamazione dell’ultimo ciclo dell’umanità, sapranno che queste sono capacità emergenti nuove degli uomini, capacità che possono guardare nella loro dimensione spirituale. Sapranno che l’immagine che si presenta alla loro anima è una preannunziazione di quell’azione karmica che deve accadere una volta nel futuro, sia in questa vita, sia soprattutto nelle vite terrene successive, per creare un compenso per ciò che abbiamo commesso.

In breve gli uomini acquisteranno gradualmente la capacità di percepire il compenso karmico, l’azione compensatrice che nel futuro deve accadere, come in un’immagine onirica. Su questo fatto possiamo già vedere come nel nostro tempo si possa dire in modo simile a come il Battista Giovanni disse al Giordano: cambiate la vostra disposizione d’animo, poiché vengono nuovi tempi nei quali si risvegliano nuove capacità degli uomini.

Ma ciò che è stato detto in modo simile su una sorta di percezione del Karma emerge ulteriormente nel prossimo futuro umano per il fatto che, in tale percezione, si presenta direttamente qua e là la figura eterica del Cristo, il Cristo vero, come vive nel piano astrale, come non si incarna in un corpo fisico, ma come appare sulla terra, visibile per le capacità appena risvegliate della nuova umanità, come consigliere, come protettore degli uomini che hanno bisogno di consiglio o di aiuto o di consolazione nella solitudine della loro vita.

Verranno i tempi in cui gli uomini si sentiranno addolorati e miserabili per questo o quello. I tempi diventeranno sempre più quelli in cui avrà sempre meno significato e valore l’aiuto di un uomo verso un altro, perché la forza dell’individualità, la vita individuale dell’uomo aumenterà sempre più, e sempre meno accadrà, come negli antichi tempi, che un uomo possa agire aiutando direttamente nell’anima di un altro. Ma il grande consigliere apparirà come figura eterica qua e là.

Il miglior consiglio che ci possa essere dato per il futuro è quello di rafforzare e vigorire la nostra anima, affinché, mano mano che cresciamo verso il futuro, riconosciamo sempre più, sia già in questa incarnazione — il che è certamente vero per la gioventù presente — sia per la prossima incarnazione, che le capacità di nuovo risvegliate degli uomini conoscano il grande consigliere che, allo stesso tempo, diverrà il Giudice del Karma per l’umanità futura, il Cristo nella sua nuova forma.

Per gli uomini che già da ora si preparano a questo evento del Cristo del ventesimo secolo, non farà differenza se, quando questo evento del Cristo si manifesterà in modo onnicomprensivo, essi siano incarnati in un corpo fisico oppure abbiano passato la porta della morte. Poiché anche coloro che hanno passato la porta della morte, se qui si sono preparati all’evento del Cristo, potranno ricevere dopo la morte la giusta comprensione e il giusto rapporto verso e con questo evento del Cristo; non così coloro che hanno passato accanto con indifferenza alla terza grande proclamazione per l’umanità, alla scienza dello spirito.

Poiché la preparazione all’evento del Cristo deve essere acquisita qui nel corpo fisico. Coloro che passano la porta della morte senza aver rivolto lo sguardo alla scienza dello spirito nella loro incarnazione presente, dovranno attendere la prossima incarnazione finché non potranno acquisire in modo giusto la comprensione dell’evento del Cristo. Infatti chi non ha mai sentito parlare di questo evento del Cristo nel piano fisico, non può acquisire la comprensione nemmeno tra la morte e il nuovo concepimento; allora deve aspettare finché non sia di nuovo preparato sul piano fisico.

Così l’essere umano, indipendentemente da quando muoia nella presente incarnazione, si trova di fronte al grande evento di cui abbiamo parlato, di fronte al passaggio del Cristo al suo ufficio di Giudice, di fronte alla possibilità che il Cristo, nel corpo eterico, dal piano astrale discenda direttamente nello sviluppo dell’umanità e intervenga immediatamente, diventi visibile in mezzo agli uomini, appaia qua e là.

È proprio questa la peculiarità dello sviluppo dell’umanità: le antiche proprietà, non così strettamente connesse allo sviluppo spirituale, perdono sempre più il loro significato. Se osserviamo lo sviluppo dell’umanità dalla catastrofe atlantica, possiamo dire: dalle grandi differenze che si prepararono nel tempo atlantico si sono sviluppate, negli uomini presenti, le differenze che designiamo come differenze razziali; e in un certo senso possiamo ancora parlare di una razza indoaria, di una razza proto-persiana, di una razza egiziana, di una razza greco-romana; ancora nel nostro tempo possiamo parlare di una sorta di quinta razza. Ma il concetto di razza sta già perdendo validità riguardo allo sviluppo dell’umanità.

Non accadrà come, ad esempio, nei tempi precedenti, che da un qualche centro geografico si diffonda principalmente la civiltà che seguirà come sesto periodo culturale il nostro; piuttosto ciò che è importante è che la teosofia si diffonda fra l’umanità, che essa — come si disse al suo inizio, quando ancora si aveva una consapevolezza più confusa di ciò che la teosofia come movimento è necessaria — debba essere una dottrina senza distinzione di razza, nazione e sesso. Da tutte le razze coloro che sono passati attraverso la scienza dello spirito verranno per l’epoca culturale sesta e fonderanno una nuova epoca culturale sulla terra, che non è più fondata sul concetto di razza, per la quale il concetto di razza non ha più il suo significato.

In breve ciò che, nel mondo dell’illusione, della spazialità esteriore, ha un significato, svanisce. Dobbiamo imparare a comprendere gradualmente questo, man mano che ci sviluppiamo insieme al movimento geisteswissenschaftlich. All’inizio questo non era ancora compreso. Per questo motivo vediamo come il libro per il resto così meritorio “Il catechismo buddhista” di Olcott, quando lo leggiamo, produce qualcosa come se le razze si sviluppassero sempre uniformemente come ruote. Ma questi concetti perdono il loro significato per il prossimo tempo, e dobbiamo essere chiari che questi stadi iniziali del movimento teosofico sono stati superati, e che non possiamo più attribuire un significato giusto al concetto di razza per il sesto periodo culturale.

Così tutto ciò che è spazialmente limitato perderà il suo significato. Per questo motivo colui che comprende il senso intero dello sviluppo dell’umanità può anche comprendere che l’apparizione del Cristo, come si presenta nei prossimi tre millenni, non deve essere tale che il Cristo sia limitato a un corpo spazialmente limitato, che dovrebbe comunque essere confinato a un determinato territorio.

Anche se i mezzi di trasporto si fossero sviluppati enormemente, e se ora qualcuno avesse bisogno di aiuto in Sud America mentre il Cristo fosse in Europa, se il Cristo fosse limitato a un corpo fisico, dovrebbe almeno prendere un pallone per andare in Sud America, se l’aiuto immediato dovesse essere prestato lì. Anche se si può immaginare in qualsiasi modo possibile la velocità nel superamento dello spazio: ciò che il Cristo, al suo ritorno sulla terra, dovrà prestare come aiuto agli uomini non si limiterà mai a ciò che un essere può prestare in un corpo fisico.

Non si limiterà nemmeno al fatto che il Cristo possa essere in un solo luogo contemporaneamente: potrà aiutare contemporaneamente in un luogo e in un altro luogo. Poiché l’essere spirituale non è legato agli ordini dello spazio, così colui che potrà ricevere aiuto dall’apparizione immediata del Cristo riceverà il suo aiuto a un’estremità della terra così come colui che deve ricevere aiuto all’altra estremità. L’apparizione nuova del Cristo non è legata ai confini dello spazio e non a un corpo fisico, carnale.

Solo colui che non vuole comprendere nulla del progresso dell’umanità verso la spiritualità, di ciò che trasforma gradualmente in spiritualità tutti gli eventi più importanti, solo colui può affermare che ciò che è inteso con l’essenza del Cristo sia legato al corpo fisico.

Ma con ciò abbiamo già caratterizzato come stanno i fatti riguardo alla terza rivelazione e come, in questa terza rivelazione, deve presentarsi ciò che ormai già si presenta per l’illuminazione e la spiegazione del Vangelo. Il Vangelo è il linguaggio; la scienza dello spirito, nel suo rapporto al Vangelo, è il contenuto di pensiero del Vangelo. Come il linguaggio si rapporta alla consapevolezza plenaria del bambino, così il Vangelo, come è stato proclamato, si rapporta alla nuova rivelazione che esce direttamente dal mondo spirituale, a ciò che la scienza dello spirito deve diventare per l’umanità.

Dobbiamo essere consapevoli del fatto che abbiamo davvero un certo compito, un compito di comprensione, se prima dal subconscio dell’anima e poi sempre più chiaramente sentiamo la nostra appartenenza all’antroposofia. Dobbiamo considerarlo, per così dire, come un onore dal Mondo-Spirito, come grazia da parte degli spiriti universali creativi e conduttori, se il nostro cuore oggi ci spinge verso questa nuova proclamazione che si aggiunge come terza a quella del Sinai e del Giordano.

Questo è il compito di questa nuova proclamazione: farci riconoscere l’uomo nel suo complesso, guidarci profondamente e sempre più profondamente al fatto che ciò di cui l’uomo è consapevole inizialmente è avvolto da altri corpi costituitivi della natura umana, che però hanno il loro significato per la vita intera dell’uomo.

È necessario che i nostri amici imparino a conoscere da vari punti di vista quali siano i membri costituitivi dell’essere umano.

Oggi vogliamo, partendo dall’interno dell’uomo, dire qualcosa su questa essenza umana. I nostri amici sanno innanzitutto che, quando partiamo dall’Io, dal nucleo essenziale centrale dell’uomo, troviamo come il rivestimento più prossimo quello che abbiamo chiamato più o meno astrattamente il corpo astrale. Procedendo poi verso l’esterno troviamo il cosiddetto corpo eterico, e procedendo ulteriormente verso l’esterno troviamo il corpo fisico. Però se guardiamo alla vita reale, possiamo parlare di questi rivestimenti dell’uomo in un altro modo ancora.

E vogliamo oggi attingere direttamente dalla vita ciò che può essere compreso solo dalle rappresentazioni dell’occultismo, ma che può essere inteso attraverso un’osservazione imparziale della vita.

Oggi molti, diventati arroganti e superbi da ciò che si chiama la concezione scientifica del mondo, dicono: i tempi della fede dell’umanità sono da lungo tempo passati, la credenza corrisponde allo stadio infantile dell’umanità; oggi l’umanità si è elevata al sapere, oggi bisogna sapere tutto, non si può più solo credere.

Bene questo può sembrare plausibile, ma in fondo non c’è intelligenza in ciò, poiché in queste questioni bisogna porre molte altre domande oltre a quella se, nel corso dello sviluppo, oggi il sapere sia giunto all’umanità in luogo della fede. Bisogna chiedersi: è forse vero che in altri tempi l’umanità sapeva di più di oggi? Non è piuttosto il contrario — che l’uomo antico possedesse determinate conoscenze che oggi il moderno non possiede più?

Se guardiamo all’antichità, specialmente ai tempi in cui il sapere umano era ancora nella sua forma di saggezza, come nel periodo egiziano o greco-romano, possiamo constatare che l’uomo antico possedeva un sapere di cose che il moderno non sa più. Naturalmente questo non significa che il sapere sia la causa della degenerazione. Piuttosto, nel corso della storia umana, determinate conoscenze vanno perse, mentre altre vengono acquisite.

Nei tempi antichi gli uomini avevano una chiaroveggenza naturale. Non tutti naturalmente, ma molti possedevano una capacità di percezione della vita interiore delle cose. Possiamo veramente dire: se guardiamo all’antico uomo egiziano, all’antico uomo greco, scopriamo che essi vivevano in un mondo di percezioni che oggi l’uomo moderno non ha più.

Il fatto importante è che l’uomo nel corso della storia ha acquistato altre capacità, a scapito di quelle antiche. Mediante il progresso verso il pensiero astratto e la concezione logica del mondo, l’uomo ha acquistato la capacità del giudizio critico, della ricerca oggettiva; ma ha perso la percezione immediata del mondo spirituale, la chiaroveggenza naturale che possedevano gli antichi.

Questa è una legge della natura umana: quando si sviluppano certe facoltà, altre necessariamente diminuiscono o scompaiono. Nel nostro tempo l’umanità si trova in una posizione particolare. Abbiamo acquisito le facoltà della ricerca scientifica e del pensiero critico, ma abbiamo perso la chiaroveggenza naturale.

Ora la scienza dello spirito vuole restituire all’uomo quella conoscenza che ha perso, non tornando all’antico tipo di chiaroveggenza, ma sviluppando nuove capacità di percezione che l’uomo moderno può acquisire consapevolmente.

Ecco perché la scienza dello spirito rappresenta una nuova fase nello sviluppo dell’umanità. Non è un ritorno al passato, ma un progresso verso nuove forme di conoscenza che preservano i risultati della ricerca moderna, aggiungendovi la percezione spirituale cosciente.

L’uomo deve dunque comprendere che, accanto alle sue capacità di pensiero logico e di ricerca scientifica, deve sviluppare altre capacità, quelle che gli permetteranno di percepire il mondo spirituale non più istintivamente o per eredità naturale come gli antichi, ma consapevolmente e liberamente come individuo moderno.

Questo è l’insegnamento fondamentale della scienza dello spirito: che l’uomo può sviluppare in sé, attraverso una disciplina consapevole, le capacità superiori che gli permetteranno di percepire direttamente il mondo spirituale. Non deve restare prigioniero della sola conoscenza sensoria e del pensiero astratto: può trascendere questi limiti e aprirsi a una percezione più ampia e profonda della realtà.

È proprio questo il significato della nuova rivelazione di cui abbiamo parlato. È un invito all’umanità a sviluppare nuove capacità, a diventare consapevolmente quello che una volta era, a risalire a stati di percezione superiori, ma in modo libero e volontario, non per costrizione karmica o per eredità naturale.

Questa è l’epoca nella quale l’uomo è chiamato a farsi costruttore cosciente del proprio sviluppo spirituale. Non più passivamente ricevitore di doni spirituali naturali, ma attivamente cercatore e creatore della sua propria evoluzione.

Nel nostro tempo tre grandi eventi o rivelazioni marcano il cammino dell’umanità. La prima fu il dono della legge morale attraverso Mosè. La seconda fu l’evento del Cristo, che portò la redenzione attraverso il suo sacrificio. La terza, che ora sta iniziando, è la rivelazione cosciente della conoscenza spirituale attraverso la scienza dello spirito.

Queste tre rivelazioni corrispondono alle tre fasi dello sviluppo umano che abbiamo descritto usando il modello del bambino. La legge morale riguarda l’uomo come un essere che deve essere guidato dall’esterno. L’evento di Cristo ha portato l’amore e la redenzione al cuore umano. E ora la scienza dello spirito deve portare il pensiero consapevole e la comprensione intellettuale del significato profondo di questi precedenti sviluppi.

La funzione della fede nel nostro essere è però più profonda e significativa di quanto molti oggi comprendano. La fede non è semplice credulità: è una forza vivente che sostiene la nostra anima. Quando la persona presuntuosa dice che non ha bisogno di credere perché sa, non si accorge che il sapere stesso poggia sulla fede. Possiamo per esempio sapere che domani sorgerà il sole grazie a leggi naturali consolidate, ma questa conoscenza è fondata sulla fede che l’ordine naturale continuerà. E così nella nostra vita quotidiana: nessun essere umano potrebbe agire senza una sorta di fede nel fatto che le leggi del mondo continueranno a valere.

In profondità, la fede è una forza costitutiva del nostro corpo astrale. Non è semplicemente una questione di atteggiamento mentale o di preferenza personale. La fede è una forza della vita interiore, una capacità che appartiene all’essenza stessa dell’uomo come essere spirituale. Chi perde la capacità di credere — non la credenza cieca, ma la vera fede — perde una forza vitale fondamentale. Tale uomo diventa vuoto, secco: aridità in lui prende il posto della freschezza della vita.

Infatti se comprendiamo le cose giustamente, notiamo che la fede era anticamente, e rimane, una componente essenziale della saggezza umana. Non è vero che nel passato gli uomini credevano ciecamente e senza sapere. Al contrario, gli antichi dicevano spesso: “Credo proprio quello che so”. Essi non vedevano una contraddizione tra conoscenza e fede. Sapevano che il vero sapere presuppone la fede come sua base, che la fede è il fondamento sul quale poggia il sapere stesso.

Quando l’uomo rinuncia alla fede e dice che vuole solo sapere, rinuncia a una forza che appartiene alla struttura stessa della sua anima. La conseguenza è che l’uomo diviene vuoto, pauroso, afflitto dall’angoscia. Quando le forze della fede vengono meno, sorge automaticamente la paura. Un uomo che ha perduto la fede è preda della paura e dell’angoscia, perché manca di quella forza che dovrebbe permettergli di guardare il futuro con speranza e fiducia.

Ora, accanto alla fede esiste un’altra forza ancora più profonda, la forza dell’amore. Così come la fede è la forza principale del corpo astrale, l’amore è la forza principale del corpo eterico o corpo vitale. L’amore non è semplicemente un sentimento piacevole tra gli esseri umani: è una forza primaria che permette a tutti i processi vitali di funzionare. Senza amore, senza la capacità di amare, l’uomo non potrebbe vivere affatto.

Si consideri una persona incapace di amare: una tale persona, per quanto possa acquisire ricchezza e potere nel mondo esterno, è interiormente morta. Non c’è calore nella sua anima, niente che la sostenga, niente che l’animi. Anche il più egoistico tra gli uomini, finché non è completamente privato della capacità di amare, trova almeno qualcosa da amare — fosse anche solo il denaro, fosse anche solo una creazione puramente egoistica — ma finché esiste anche una piccolissima scintilla di amore in lui, egli rimane vivo.

La capacità di amare è inscritta nella struttura stessa del corpo eterico. Il corpo eterico non è mantenuto in vita da forze fisiche esteriori di attrazione e repulsione — questa è una concezione puramente materialistica — bensì da forze interiori che si esprimono come amore. Chi potesse per assurdo estirpare completamente dal proprio essere ogni traccia di amore, non potrebbe continuare a vivere fisicamente. Letteralmente morirebbe. Il corpo eterico si ridurrebbe a nulla, incapace di sostenere la vita fisica.

Così accanto alla fede, che dimora nel corpo astrale, esiste l’amore, che dimora nel corpo eterico. E infine, accanto a questi due, esiste una terza forza, la forza della speranza, che è legata al corpo fisico stesso.

Consideriamo quanto sia essenziale la speranza per la vita fisica. Un uomo potrebbe costruire una casa se non avesse la sicurezza che la casa non sarà distrutta durante la notte? Potrebbe seminare se non avesse la speranza che i semi cresceranno nel prossimo anno? La speranza è il fondamento stesso di tutta l’attività umana nel mondo fisico. Senza speranza, senza la fiducia che le leggi naturali continueranno a funzionare, senza la convinzione che i nostri sforzi produrranno risultati domani, nessun uomo potrebbe intraprendere alcunché nel mondo fisico.

La speranza è dunque la forza primaria che sostiene il corpo fisico. Come la fede sostiene il corpo astrale e l’amore sostiene il corpo eterico, così la speranza sostiene il corpo fisico. Un uomo senza speranza non potrebbe vivere fisicamente. La disperazione lascia il segno su un volto, scava rughe profonde, toglie vigore al corpo. È la speranza che mantiene la giovinezza, che sostiene l’energia vitale, che fa sì che i muscoli restino tonici e le funzioni vitali continuino.

Dunque possiamo dire che il nostro Io centrale è circondato da tre corpi o rivestimenti: il corpo della fede o corpo astrale, il corpo dell’amore o corpo eterico, e il corpo della speranza o corpo fisico. La dignità umana riposa su questa triplicità. Non possiamo dire di intendere veramente il corpo fisico finché non lo concepiamo come il corpo della speranza, sostenuto da forze di speranza viventi e operose, non da forze meccaniche di attrazione e repulsione.

È qui che la nuova rivelazione della scienza dello spirito diventa di enorme importanza per l’umanità. Mediante l’insegnamento della legge karmica, mediante la comprensione della reincarnazione, la scienza dello spirito dona all’umanità una speranza fondata sulla conoscenza. Ci mostra che ciò che appare come fine — il corpo che svanisce in polvere alla morte — è in realtà una trasformazione. Le forze di speranza che animano questo corpo fisico non periscono: esse edificano un nuovo corpo in una nuova incarnazione.

Se l’umanità di questo tempo rifiutasse la nuova rivelazione della scienza dello spirito, verrebbe meno a se stessa in un senso molto profondo. Naturalmente gli uomini continuerebbero a incarnarsi — il rifiuto di una verità non interrompe il corso dell’evoluzione naturale. Ma gli uomini che non accogliessero questa nuova rivelazione diventerebbero gradualmente un genere sempre più corrugato, sempre più avvizzito, sempre più privo di vitalità. I loro corpi diventerbbero progressivamente più deboli, meno capaci di attività, sempre più affetti da rachitismo non solo dello scheletro ma dell’intera struttura vitale.

La forza vitale, il midollo nella nostra ossatura, la vitalità nei nostri nervi — tutto questo viene dalla speranza. E questa speranza, in epoche future, non potrà più essere alimentata dalla cieca fiducia nelle leggi naturali come nel passato. Dovrà essere alimentata dalla conoscenza cosciente della legge karmica, dalla certezza intelligente che il nostro essere persiste oltre la morte e continua a evolversi in incarnazioni future. La nuova rivelazione è ciò che darà all’umanità la speranza consapevole di cui avrà bisogno per sostenere i propri corpi fisici nei secoli a venire.

Fede, amore e speranza sono dunque tre gradi dell’essere umano, tre forze che appartengono al nostro benessere totale e alla nostra salute totale. Senza di loro l’uomo non potrebbe essere. Come una stanza buia non può essere una stanza di lavoro se non è illuminata, così l’essere umano nella sua quadruplice natura non potrebbe sussistere se i suoi tre rivestimenti non fossero completamente pervasi, illuminati e vivificati da fede, amore e speranza.

Considerare solo un aspetto: come la nuova rivelazione si inserisce nel mondo, permeando di contenuto di pensiero il vecchio linguaggio! Non si levano dal messaggio evangelico tre parole meravigliose, che risuonano come parole di saggezza attraverso i tempi: fede, amore, speranza? Eppure l’umanità non ne ha compreso l’intero significato per la vita umana. Ne ha compreso il significato così poco che in molti luoghi non si mantiene nemmeno l’ordine corretto. A volte si dice bene: fede, amore, speranza, come corrisponde all’ordine giusto. Ma così spesso si dice: fede, speranza, amore — il che è sbagliato, perché non potremmo dire: corpo astrale, corpo fisico, corpo eterico, quando vogliamo enumerarli in ordine.

Così il disordine è stato introdotto quasi nello stesso modo in cui un bambino che non ha ancora compreso il significato riflessivo della lingua a volte mescola le cose nella sua ricerca di espressione.

Pertanto quello che si riferisce alla seconda grande rivelazione — il Mistero del Golgota — viene ora permeato di contenuto di pensiero. Questo è stato l’obiettivo nel nostro studio dei Vangeli. Che cosa sono stati finora i Vangeli per la maggior parte? Sono stati qualcosa che poteva edificare gli uomini, penetrare i loro sentimenti con grande forza, dare all’umanità una comprensione del carattere emotivo e sentimentale del Mistero del Golgota. Ma basta considerare il semplice fatto che gli uomini hanno cominciato a riflettere sui Vangeli! E quando hanno cominciato a riflettere, hanno subito trovato contraddizioni; e solo la scienza dello spirito mostrerà come queste contraddizioni possono essere spiegate.

Così cominceremo soltanto ora a permettere a quello che è stato dato all’umanità come il linguaggio dei mondi sovrasensibili nei Vangeli di agire sulla nostra anima come contenuto di pensiero. Con questo abbiamo indicato qualcosa di estremamente importante ed essenziale della nostra epoca: la nuova manifestazione del Cristo nel corpo eterico, che, per il carattere generale della nostra epoca, non può essere legata a un corpo fisico.

Abbiamo indicato come il Cristo appare sulla terra nel suo ufficio giudiziale, in certo modo in contrasto con il Cristo sofferente del Golgota, come il Cristo trionfante, come il Signore del Karma, il quale era già presagito da coloro che hanno dipinto il Cristo del Giudizio Finale. Se si dipinge o si descrive questo in immagini, allora si rappresenta qualcosa che accadrà in un momento definito del tempo. In verità è qualcosa che inizia nel ventesimo secolo e continua fino alla fine della Terra. Il giudizio inizia dal nostro ventesimo secolo, cioè l’ordinamento del karma. E quindi abbiamo visto quanto sia infinitamente importante per il nostro tempo che questa rivelazione si avvicini all’umanità, in modo che anche cose come fede, amore e speranza possano finalmente essere apprezzate come meritano.

Quelli che possono sempre credere solo al materiale possono fare come fanno molti oggi riguardo agli eventi della Palestina. Mentre Giovanni il Battista ha detto: “Cambiate il vostro stato d’animo, i regni dei cieli si sono avvicinati; accogliete l’Io umano, che non ha più bisogno di estraniarsi per entrare nel mondo spirituale” — con questo è stato detto chiaramente e con precisione di che cosa si tratta, è stato detto che il momento è venuto, con gli eventi della Palestina, dove il sovrasensibile poteva brillare nell’Io umano, così che i cieli sono discesi fino all’Io umano — mentre prima l’Io doveva immergersi nell’inconscio per arrivare a loro, coloro che interpretano tutto in modo materiale dicono: “Sì, il Cristo, considerando le debolezze e gli errori, i pregiudizi della sua epoca, ha appunto proclamato come i creduli del suo tempo: il regno millenario si realizzerà o una grande catastrofe terrestre arriverà. Ma questo non è mai venuto.”

Eppure una catastrofe è veramente accaduta, ma solo in modo spiritualmente percettibile. Quelli che sono creduli, quelli che sono superstiziosi, quelli che credono che il Cristo abbia proclamato una discesa letterale dalle nuvole, sono gli interpreti materialisti di ciò che il Cristo intendeva dire. Così può essere oggi che ci siano persone che interpretano in modo materiale ciò che deve essere afferrato spiritualmente, e se non si realizza materialmente, allora pensano allo stesso modo come si è pensato agli eventi della realizzazione del regno millenario.

Come molti oggi guardano quasi con pietà all’evento del Cristo e dicono: “Bene, il Cristo era anche legato alla credenza della sua epoca in questo senso; pensava a un prossimo arrivo del regno dei cieli sulla terra. Questa era una debolezza del Cristo,” dicono, e poi videro — così dicono anche grandi teologi — che i regni dei cieli non erano venuti sulla terra.

Può essere che l’umanità stessa incontri la nuova rivelazione nello stesso modo, dicendo, dopo che la consapevolezza umana superiore sarà già ben in corso: “Bene, niente di quello che avete proclamato è venuto!” Non sospetteranno che tutto è già lì, che semplicemente non lo vedono. Questo accadrà di nuovo. L’antroposofia come tale dovrebbe riunire un gran numero di persone finché non arriva il momento della realizzazione di ciò che è stato detto da coloro che sanno il significato giusto di come la nuova rivelazione e i nuovi fatti sovrasensibili entrano nello sviluppo dell’umanità nel nostro secolo e, da lì, inizialmente nello stesso modo, attraverso i prossimi tre millenni diventano sempre più significativi, finché di nuovo grandi fatti di rivelazione entreranno per l’umanità. Di questo parleremo domani.

Fede, Amore, Speranza — Tre Gradi della Vita Umana

L’Io cosmico e l’Io umano

Entità soprasensibili di natura microcosmica

La natura del Cristo

13°Fede, Amore, Speranza — tre gradi della vita dell'umanità — Seconda conferenza

Norimberga, 3 Dicembre 1911

Ieri abbiamo cercato di procurarci una rappresentazione di come significativamente il nostro intero vivere umano sia toccato da quella che possiamo denominare la rivelazione soprasensibile della nostra epoca. Abbiamo indicato come, nel più recente ciclo dell’umanità, questa rivelazione debba essere designata quale la terza, come dobbiamo letteralmente porla in una medesima linea sia con la rivelazione sul Sinai sia con la rivelazione nel tempo in cui si svolse il Mistero del Golgota.

Ora, non dobbiamo accogliere questa caratterizzazione della nostra epoca nel senso che, per così dire, ci appropriamo semplicemente di sensibilità puramente teoriche oppure puramente scientifiche, bensì dobbiamo veramente sempre più, in qualità di antroposofi, elevarci fino alla conoscenza che l’umanità nel suo sviluppo viene a mancare di qualcosa di essenziale se volesse staccarsi da questa nostra proclamazione contemporanea e futura. Certo è vero che inizialmente tutta la vita esterna in certo modo proseguirebbe anche se questa proclamazione fosse semplicemente assunta come pura fantasticheria; certo è pure vero che sotto certi aspetti molte persone non avvertirebbero immediatamente le conseguenze dannose che deriverebbero loro dalla non considerazione di ciò che qui entra in questione; tuttavia gli antroposofi dovrebbero divenire pienamente consapevoli che le anime che oggi vivono in corpi umani, indipendentemente da ciò che ora in sé assimilano, vanno incontro a un futuro ben determinato. E ciò che anzitutto avrò da dire riguarda tutte le anime, poiché è qualcosa che appartiene al rivolgimento dei nostri tempi, il quale si compie.

Le anime che oggi sono incarnate hanno in fondo attraversato soltanto assai di recente quella fase attraverso cui l’uomo progredisce verso una sorta di vera coscienza dell’Io. Questa coscienza si è bensì preparata nel corso dello sviluppo già dal tempo antico dell’Atlantide. Ma esso era continuamente nuovamente per gli uomini dei tempi più antichi, per quelli fino ai periodi nei quali il Mistero del Golgota segnò il grande rivolgimento, giornalmente sostituito da una sorta di consapevolezza che l’uomo contemporaneo non conosce più adeguatamente. L’uomo attuale distingue in generale soltanto lo stato di veglia ordinario tra il risveglio e l’addormentarsi, e lo stato di sonno nel quale la consapevolezza completamente si offusca. In mezzo a questi l’uomo contemporaneo conosce tuttavia ancora quello stato intermedio che designiamo come stato onirico. Ma sa questo uomo contemporaneo che i sogni sono per noi qualcosa che dobbiamo ritenere davvero come una sorta di stato eccezionale. Bensì emergono certi processi dalle profondità della vita psichica attraverso le immagini oniriche nella consapevolezza, tuttavia emergono in modo assai confuso nella vita onirica ordinaria, cosicché l’uomo difficilmente sarà sempre in grado di interpretare correttamente ciò che, nella sua vita onirica, certamente rimanda a processi profondi, soprasensibili della sua vita, della sua vita psichica, in modo adeguato.

Prendiamo, per giungere più facilmente tramite tale fatto a una caratterizzazione di quello stato intermedio di cui ho parlato, che la più vecchia umanità ancora conosce, il caso ordinario di un sogno: un sogno siffatto, che ha causato parecchi grattacapi a uno studioso recente della scienza dei sogni, poiché poteva spiegarlo unicamente in modo esteriore, per così dire materialistico. Un sogno assai significativo! È un sogno che traggo dalla scienza dei sogni, la quale, come ho sottolineato nella risposta alle domande, è presente oggi parimente come la fisica e la chimica, benché sia compresa e presentita da assai pochi. Lì si registra il sogno seguente. Può essere qui denominato, poiché è un sogno caratteristico. Potrei facilmente citare anche sogni simili non tratti dalla letteratura, voglio però appunto trattare questo perché ha creato certe difficoltà nella letteratura dei nostri giorni, la quale non può occuparsi di tali questioni. Questo caso è il seguente.

Una coppia di genitori ama teneramente un figlio. Il figlio cresce per la gioia dei genitori. Un giorno il figlio si ammala. Nel giro di poche ore il suo stato peggiora straordinariamente e dopo un giorno il figlio oltrepassa la porta della morte. Così, in modo del tutto inaspettato, per così dire, per gli eventi esteriori della coppia in questione, questo figlio viene loro strappato. Il figlio stesso viene trascinato via da una vita promettente. La coppia piange naturalmente il figlio. Nei sogni tanto dell’uomo quanto della donna che seguono i mesi successivi all’evento del decesso, si manifestano molte cose che rammentano il figlio. Ma dopo un tempo lungo, dopo che molti, molti mesi erano trascorsi, in una medesima notte tanto la madre quanto il padre sognano il medesimo sogno, esattamente il medesimo sogno, il sogno che il loro figlio defunto appaia loro e che questo figlio defunto comunichi loro il messaggio che egli è stato sepolto vivo, che in verità era soltanto apparentemente morto, e che si dovrebbe soltanto controllare, ci si potrebbe convincere che egli è stato sepolto vivo.

I due, padre e madre, si comunicano ciò che nella medesima notte hanno sognato. Sono persone la cui mentalità è tale che addirittura presentano una richiesta alle autorità affinché il figlio venga disseppellito. Ma come il nostro vivere contemporaneo è — le autorità non sono disponibili per tali cose oggi —, fu respinto. I due genitori dovettero continuare a portare il lutto. Ma lo studioso dei sogni in questione, che egli stesso ha registrato questo sogno e può pensarvi soltanto materialisticamente, si trova ora in grandi difficoltà. Anzitutto, naturalmente, è piuttosto facile che si dica: Ebbene, questo sia del tutto comprensibile. Questi genitori hanno continuamente pensato al loro bambino, perché l’uno non dovrebbe una volta sognare il figlio, l’altro sognare una volta il figlio, è naturale. — Ma una cosa gli causa proprio molti grattacapi, il fatto che i due in quella medesima notte sognino il medesimo sogno. Allora arriva a un’interpretazione assai strana, e chiunque rilegga avvertirà tutta l’artificiosità di questa interpretazione. Dice: Non si può fare a meno di presupporre che uno soltanto la cosa abbia sognata; egli si è svegliato, e l’altro, il quale non ha sognato, ha l’opinione di avere anche egli tutto sognato. — Bene, questa interpretazione è anzitutto per la consapevolezza contemporanea assai plausibile, ma non è molto profonda. Ho sottolineato esplicitamente che per colui che nella sfera dell’esperienza onirica è versato, non è una rarità che il medesimo sogno venga sognato da più persone simultaneamente.

Ora vogliamo provare, dal punto di vista della scienza spirituale, a penetrare in questa esperienza onirica. Sappiamo certamente, dai risultati della scienza spirituale, che l’uomo, quando ha oltrepassato la porta della morte, continua a vivere come individualità nel mondo soprasensibile; inoltre sappiamo che tutte le cose e gli esseri nel mondo stanno in certo rapporto reciproco e, in aggiunta, che, per così dire, un vincolo di connessione si costituisce con gli esseri defunti quando le persone che sono rimaste nel piano fisico dirigono i loro pensieri intensi e amorevoli ai morti. Infatti, non si tratta del fatto che gli uomini rimasti nel piano fisico non abbiano connessione con gli uomini che se ne sono andati e che si trovano nel mondo soprasensibile (l’hanno continuamente, ogni volta che dirigono i pensieri a loro, e anche nei momenti in cui non dirigono i pensieri a loro, qualora una volta abbiano diretto i pensieri a loro, la relazione rimane stabile), piuttosto si tratta del fatto che nell’organizzazione attuale dell’umanità colui che vive nel piano fisico non può portare nella propria consapevolezza vigile la conoscenza di questi vincoli. Ma dal fatto che non si conosce qualcosa non si deve concludere che essa non esista. Sarebbe una conclusione assai superficiale. Altrimenti coloro che stanno seduti in questa sala e non vedono Norimberga potrebbero facilmente provare che Norimberga non esista. Dobbiamo dunque renderci conto che, benché attraverso l’organizzazione dell’uomo attuale questi non sappia nulla della connessione con i morti, essa tuttavia è presente. Ma ciò che accade nelle profondità dell’anima può talvolta evocare una conoscenza abnorme anche nella consapevolezza, e ciò accade appunto nei sogni.

Questo è uno dei fattori che dobbiamo tenere in considerazione quando ci accostiamo a queste esperienze oniriche. L’altro è che sappiamo anche che il passaggio attraverso la porta della morte non è quel salto da un aspetto a qualcosa di completamente diverso di cui solitamente sognano coloro che non sanno niente di queste cose, bensì è un passaggio graduale. Ciò che ha colmato un’anima qui sulla terra non scompare in un istante quando l’uomo oltrepassa la porta della morte. Ciò che l’uomo ha amato sulla terra l’ama ancora dopo la morte, soltanto che per tutto ciò la cui soddisfazione esige un corpo fisico non possiede possibilità di soddisfarsi. Ma ciò che l’anima aveva come desideri, impulsi, come gioia e dolore, come specifiche inclinazioni durante un’incarnazione nel corpo fisico, certamente continua anche quando l’uomo ha oltrepassato la porta della morte. E così comprenderemo come quel giovane, che completamente impreparato alla morte è deceduto rapidamente, possedesse un sentimento vivido di volere ancora trovarsi sulla terra, che aveva l’impulso vivido di essere circondato da un corpo fisico. Questo impulso durò a lungo, molto a lungo nel tempo di Kamaloka. È una forza che agisce nell’anima.

Ora immaginate vivacemente la coppia di genitori, addormentati con i pensieri rivolti al figlio amato e defunto. I vincoli di connessione sono presenti anche mentre dormono. Ma il figlio possiede, diciamo, nel momento in cui il sogno sopraggiunge per i due, per padre e madre, un impulso particolarmente vivido attraverso lo sviluppo della sua anima, che possiamo più o meno così esprimere: Ah, se potessi ancora adesso sulla terra essere, circondato dal mio corpo fisico — se possiamo così in parole tradurre. Nelle profondità dell’anima dei due genitori si esprime questo pensiero del morto. Ma i genitori non possedevano una particolare comprensione per i caratteri speciali dei processi nel sogno appena menzionato. Così traducono per sé ciò che in tal modo nella loro vita psichica si insinua in immagini che sono loro più familiari, e mentre, se potessero percepire chiaramente ciò che il figlio in realtà versava nella loro vita psichica, lo sentirebbero così che direbbero: Adesso il nostro figlio anela a essere circondato da un corpo fisico — si riveste l’immagine che allora è data attraverso il sogno in un linguaggio loro comprensibile, e si estende come immagine, egli sia sepolto vivo, sul vero evento sovrapponendosi a esso.

Non dobbiamo dunque cercare in un’immagine onirica un’immagine speculare di ciò che è veramente nei mondi soprasensibili, bensì in ciò che viene sognato, secondo la comprensione della gente che sogna, dobbiamo cercare una sorta di velo di ciò che è l’evento oggettivo vero. Questa è la particolarità del mondo onirico contemporaneo, che non possiamo vederlo più così immediatamente — a meno che non possiamo penetrare più profondamente nelle cose — come le immagini appaiono, come veri specchi di ciò che sta dietro, bensì dobbiamo dire: certamente c’è sempre qualcosa che, riversandosi nella nostra anima, dietro l’immagine onirica si trova, ma possiamo vedere l’immagine onirica soltanto come una sorta di illusione ancora maggiore di quella che il mondo esterno intorno a noi è illusione, a cui ci opponiamo nello stato di veglia.

Che il sogno sia così si è tuttavia manifestato unicamente nel nostro presente, in realtà si è manifestato soltanto agli uomini da quando gli eventi della Palestina si sono svolti, da quando la coscienza dell’Io ha assunto la forma che da allora ha assunto. Prima le immagini che venivano all’uomo in un terzo stato, che possedeva oltre lo stare sveglio e il dormire, erano più simili a ciò che veramente accadeva nei mondi soprasensibili. E anche gli uomini vivevano molto più insieme con i morti nello spirito di quanto non possano farlo adesso. Non abbiamo bisogno di risalire molti secoli nei periodi che si trovano prima dell’era cristiana, e già troveremmo molti, innumerevoli uomini che potevano dirsi: Sì, i morti non sono morti, vivono nel mondo soprasensibile, vedo ciò che sentono, vedo ciò che in verità sono adesso. — E come questo vale per i morti, vale così anche per gli altri esseri del mondo soprasensibile, che ad esempio riconosciamo nei regni delle Gerarchie.

Era dunque il caso che in certi stati di transizione tra la veglia e il sonno gli uomini possedessero ciò di cui soltanto un ultimo, ma adesso declinante resto nei sogni rimane. Perciò era assai significativo in quell’epoca per gli uomini il sentire che qualcosa che prima avevano ci stava sfuggendo. Sì, in quell’epoca di transizione dello sviluppo umano, quando gli eventi della Palestina si stavano svolgendo, era per molti motivi appropriato dire: Trasformate il vostro stato psichico, poiché all’umanità si approssimano tempi completamente diversi. — Uno di questi era anche il fatto che prima gli uomini guardavano dentro i mondi spirituali e dall’esperienza immediata sapevano come stessero le cose con i morti, con gli esseri soprasensibili. Questo scomparve. E mentre abbiamo nella storia una testimonianza viva della vita con i morti nei tempi antichi in ciò che appare come forma religiosa di venerazione dappertutto, il culto degli antenati, che si basa sul fatto che si concepisce il morto come realtà veramente efficace, mentre nei tempi antichi il culto degli antenati è più o meno presente dovunque, gli uomini nel periodo di transizione sperimentano che devono dirsi, benché non se lo dicano chiaramente in parole: Un tempo le nostre anime si estendevano fino al mondo che designiamo come spirituale. Un tempo potevamo vivere insieme con gli esseri superiori, con i morti; ma adesso nel senso più profondo i nostri morti si allontanano, escono dalla nostra consapevolezza, non abbiamo più quel rapporto vivo comune.

Giungiamo qui a una questione di cui dobbiamo dire che l’intelletto difficilmente riuscirà ad acquisirne una comprensione, ma una comprensione può acquisirla l’anima comprensiva. Era proprio questo che rendeva infinitamente significativa, infinitamente sacra e profonda l’intera natura del culto dei primi cristiani: i primi cristiani erano coloro che sentivano più vividamente come il rapporto immediato psichico con i morti era andato perduto. Ma sostituirono ciò che in questo modo era andato perduto con quei sentimenti sacri che facevano fluire attraverso la loro anima quando esercitavano le loro azioni di culto sulle tombe dei morti, quando leggevano le loro messe, insomma, quando praticavano le loro azioni di culto. E in fondo attraverso questa transizione si determinò il fatto che nell’epoca in cui si sentiva l’estinguersi della consapevolezza per i morti, gli altari assumessero la forma della bara, cosicché nel sentimento verso i resti il culto pioso, in questa forma — non come presso gli antichi egiziani — veniva praticato come servizio spirituale. Come detto, questa è una questione che l’intelletto non potrà comprendere appieno. Ma non si ha che da considerare la forma di un altare e sentire vivamente quel passaggio della contemplazione umana intera nel corso del tempo, come è stato caratterizzato, e allora si può acquisire anche un sentimento, una comprensione per questo trasformamento nella visione dell’anima umana, per tutto ciò che l’ha accompagnato.

Così vediamo come lentamente e gradualmente sia stato preparato lo stato in cui oggi l’anima umana si trova. E dagli accenni di ieri possiamo dedurre che questo stato, che adesso si è stabilito, sarà lentamente sostituito da un altro, e che adesso stiamo di fronte al fatto che gli uomini sentono in molti modi la spinta verso una rinascita di quegli stati che una volta possedevano. Non è un ritorno puro e semplice a quegli stati vecchi, bensì una trasformazione per una nuova epoca, una trasformazione che sorge dalle fondamenta stesse della natura umana, quando questa natura umana è stata sviluppata fino al punto di ricevere il suo significato vero. Ciò che ieri ho riferito come esempio, che l’uomo come in una sorta di immagine onirica qualcosa di reale vedrà, che il compenso karmico forma, questo sarà il ritorno di capacità che di nuovo eleveranno l’anima verso i mondi soprasensibili. Per lo sviluppo terrestre totale era relativamente soltanto uno stato intermedio breve quello in cui l’anima umana era separata dal mondo soprasensibile, il quale doveva entrare affinché l’uomo, in questo stato intermedio, potesse conquistare le forze più forti per la sua libertà. Ora è però qualcosa di connesso con tutto il progresso nello sviluppo dell’umanità, di cui vi ho appena parlato, esso è connesso con il fatto che l’uomo al suo sentimento dell’Io in sé chiuso, al suo retto sentimento dell’Io cosciente, soltanto in questo modo ha potuto giungere. Questo sentimento dell’Io si farà sempre più e più, quanto più l’uomo del futuro avanza, consolidare nel centro umano, diventerà sempre più significativo e significativo. In altri termini: la forza e la chiusura dell’individualità dell’uomo aumenteranno sempre più e più, gli uomini saranno sempre più e più posti nella necessità di possedere nel loro interno un punto d’appoggio fisso del loro essere.

Così vediamo che quel vero sentimento dell’Io che l’uomo oggi ha non si estende affatto per così tante incarnazioni come di solito si crede. Abbiamo soltanto bisogno di risalire attraverso un paio di incarnazioni, così non avremmo questo sentimento dell’Io nella maniera in cui è oggi caratteristico per l’uomo. Perciò non dobbiamo nemmeno sorprenderci, poiché, essendo il sentimento dell’Io in modo intimo connesso con la memoria, per molte persone oggi non è ancora entrato ciò che si può denominare un ricordo delle incarnazioni precedenti. L’uomo non ricorda affatto ciò che gli è avvenuto nei suoi primi anni di infanzia, poiché allora il suo sentimento dell’Io non è ancora formato. Non è del tutto spiegabile che l’uomo oggi non possa ricordare le sue incarnazioni precedenti, poiché proprio allora il suo sentimento dell’Io non era ancora formato. Ma adesso stiamo al passaggio dove l’uomo ha formato il suo sentimento dell’Io e dove si formano le capacità che effettuano che per le prossime incarnazioni entri la necessità di ricordare le incarnazioni precedenti. Si avvicinano i tempi nei quali gli uomini non potranno fare a meno di dirsi: Noi sguardiamo in modo strano indietro a tempi nei quali eravamo già in altre forme di vita sulla terra, sguardiamo indietro così che dobbiamo dirci: Noi eravamo già lì sulla terra. — E tra le capacità che sempre più e più appariranno sarà anche quella per cui l’uomo indicherà di sé: Non posso fare a meno di guardare indietro alle mie incarnazioni precedenti.

Ora immaginate: per le prossime incarnazioni che attraverseranno le anime umane attualmente incarnate, entra, per così dire, la forza interiore di guardare indietro e di riconoscersi guardando indietro. Ma per coloro che non si sono resi familiari con il pensiero delle vite terrestri ripetute, questo ricordo sarà una tortura terribile. Così che in realtà la non conoscenza dei misteri delle vite terrestri ripetute sarà tormentosa per gli uomini, in cui le forze vogliono emergere, vogliono dire loro qualcosa riguardante tempi precedenti, ma non potranno emergere, poiché gli uomini hanno tralasciato il fatto di rendersi familiari con i grandi misteri-verità delle vite terrestri ripetute. Non rendersi familiari con questi misteri-verità, come sono proclamati adesso attraverso la scienza spirituale, significa non solo trascurare teorie, ma fare della vita delle prossime incarnazioni una tortura. Perciò è soprattutto per questi tempi di transizione nei quali viviamo che qualcosa è il caso. Potete entrare nella lenta preparazione a essa anche dal nostro secondo dramma mistico «La prova dell’anima», dove, per così dire, è indicato su incarnazioni precedenti dei personaggi agenti lì, che si trovano solo pochi secoli indietro. Questo si prepara già. Ma adesso la cosa sta certamente così che, attraverso il saggio governo mondiale, in certo modo agli uomini è data occasione di rendersi familiari con quello che i misteri-verità sono. Sono adesso relativamente pochi gli uomini che trovano da sé la via verso la scienza spirituale. Non vero, il numero degli antroposofi è dovunque piccolo in proporzione a quello degli altri uomini, così che possiamo dire: gli uomini non si interessano ancora in maniera ampia per l’antroposofia. Ma la legge della reincarnazione per il nostro tempo è così che in realtà, per gli uomini che adesso sordi vanno attraverso il mondo e non si lasciano dire dalle esperienze che si devono ricercare i misteri dell’esistenza, relativamente presto entra una prossima vita, che si incarnano dunque presto di nuovo, che trovano abbondante occasione di rendersi familiari con le verità spirituali-scientifiche. Questo è il caso.

Così che noi, se adesso nel nostro intorno persone forse vediamo che ci sono care e preziose, che però nulla di antroposofia sanno volere, le sono persino nemiche, così non dobbiamo ancora lasciare che i nostri cuori ne siano troppo colpiti. Vero è completamente, e l’antroposofo dovrebbe questo intendere: La non considerazione della scienza spirituale o antroposofia significa l’inizio della vita di una tortura per le prossime incarnazioni terrestri. Questo è vero, e non dobbiamo la cosa anche prendere leggermente. D’altronde però può colui che amici e conoscenti cari ha che nulla sanno volere da antroposofia, dirsi: Bene, se io stesso un buon antroposofo sono, troverò già occasione, attraverso le forze che mi rimangono, se ho attraversato la porta della morte oltrepassato — poiché le fasce viventi sono presenti di cui abbiamo parlato —, di rendermi utile a queste anime umane. E queste anime stesse troveranno occasione in questo che adesso il tempo della vita intermedia tra la morte e una nuova nascita è accorciato, i misteri-verità in sé di prendere che gli uomini prendere devono se le incarnazioni che vengono non vogliono una tortura diventare per loro. Non è ancora tutto perduto.

Così dobbiamo l’antroposofia come forza reale considerare, d’altronde però la cosa non troppo scontenta, non troppo pessimisticamente considerare. Falso sarebbe l’ottimismo che si dicesse: Bene, se la cosa così è, posso anche aspettare con la presa di queste verità spirituali-scientifiche fino alla mia prossima incarnazione. Poiché se tutti così dicessero, gli uomini per poco a poco nella prossima incarnazione si vivrebbero attraverso e le occasioni sarebbero troppo poche per le prossime incarnazioni affinché davvero aiutati potessero gli uomini. Poiché se anche adesso ancora attraverso pochi uomini coloro che all’antroposofia vogliono venire, con le loro verità familiari fatti potessero, così saranno per gli sciami infiniti di coloro che dopo relativamente breve tempo all’antroposofia si avanzeranno, infiniti uomini necessari, sia qui sul piano fisico sia, se non incarnati, da piani superiori, la gente familiare fare con antroposofia.

Questo è quello che dobbiamo dirci dal carattere intero del grande rivolgimento che adesso avviene. L’altro però è che per l’appunto l’Io questo tutto ha attraversato per sempre più e più su sé stesso di costruire, autonomo e autonomo di diventare. Questo costruire su sé stesso da parte dell’Io è di nuovo qualcosa che entrerà, che verrà per tutte le anime, che però di nuovo danno sarà per quelle anime che con il sapere spirituale non si rendono familiari. Poiché quelle anime sentiranno l’individualizzarsi e l’individualizzarsi come una solitudine. Quelle invece che si renderanno familiari con i grandi misteri dei mondi spirituali, troveranno la possibilità attraverso di esso, nello spirituale sempre più e più vincoli di chiudere di anima ad anima. I vincoli vecchi si dissolveranno sempre più e nuovi dovranno chiudersi. Questo accade adesso gradualmente nei tempi che vengono.

Viviamo adesso nel quinto periodo post-atlantico, a questo seguirà il sesto, poi il settimo, finché di nuovo una tale catastrofe entrerà, come una è entrata tra il tempo atlantico e il post-atlantico. Questa catastrofe è nella sua somiglianza e differenza da quella antica atlantica appunto qui a Norimberga con occasione del ciclo su l’apocalisse una volta caratterizzata. Che cosa ora il carattere speciale del nostro periodo è, possiamo questo, se guardiamo il vivere intorno, attraverso questo designare che diciamo: Nel nostro tempo è negli uomini soprattutto attivo quello che possiamo designare l’intellettualismo, la presa intellettuale del mondo. Viviamo veramente in un tempo dell’intellettualismo, in un tempo della presa intellettuale del mondo. Questo tempo della presa intellettuale del mondo è adesso attraverso una circostanza completamente speciale provocato. Questa circostanza comprenderemo imparare se ci richiamiamo il tempo che è preceduto il nostro attuale quinto periodo post-atlantico. È preceduto il periodo che designiamo il greco-latino, quel singolare periodo di civiltà nel quale gli uomini ancora non così, si potrebbe dire, separati erano come adesso dalla natura e dal sapere del mondo come si presenta esteriormente. Ma è ciò contemporaneamente quel periodo nel quale l’Io sugli uomini per così dire si precipitava. Perciò doveva in questo periodo anche l’evento del Cristo compiersi, perché lì l’Io in modo speciale si precipitava. Nel nostro tempo, che cosa sperimentiamo allora lì? Lì non è soltanto la precipitazione dell’Io, ma sperimentiamo che uno dei veli dell’uomo una sorta di riflessione o riflesso sulla sua anima fa. Il velo che ieri come il velo della fede designammo fa una riflessione o un riflesso sulle anime umane adesso nel nostro quinto periodo. Così che nel nostro periodo la singolarità abbiamo che nell’anima dei popoli qualcosa è disponibile, come se nell’anima si rispecchiasse il carattere della fede del corpo astrale. Nel sesto periodo post-atlantico si rispecchierà nel dentro dell’uomo il carattere dell’amore del corpo etereo e nel settimo, prima della grande catastrofe, il carattere della speranza del corpo fisico.

Per coloro che hanno ascoltato qua e là conferenze come quelle proprio adesso tenute, faccio notare che questi processi a fasi li ho caratterizzati da un altro punto di vista in modo diverso, sia a Monaco sia a Stoccarda. È però lo stesso. È soltanto che quello che adesso deve essere esposto collegando con le tre grandi forze umane, fede, amore e speranza, lì è stato rappresentato attraverso connessione immediata su elementi della vita psichica umana. Ma è completamente lo stesso, e lo faccio intenzionalmente così affinché gli antroposofi si abituino di non attenersi a parole, ma di accedere alla cosa. Se vedremo che le cose dai lati più diversi potranno essere caratterizzate, allora non giureranno più anche sulle parole, ma avranno lo sforzo di accedere alla cosa e di prenderla così che sanno che le parole che dai lati più diversi le cose caratterizzano niente altro dovranno significare che proprio approssimazioni alla cosa stessa. Attraverso niente meno che attraverso il giurare una volta sulle parole dette veniamo più vicini alla cosa, ma soltanto quando portiamo in un’armonia quello che nei tempi successivi è detto, come un albero conosciamo soltanto allora quando non da un lato soltanto ma dai lati più diversi sensorium riceviamo.

Così è nel sostanziale adesso la forza della fede del corpo astrale che nella anima brilla e il nostro tempo il caratteristico dà. Strano potessero alcuni dire: Adesso ci dici che la forza della fede è la forza più essenziale del nostro tempo. Sì, forse potremmo questo da quelle persone riconoscere che la fede vecchia conservato hanno, ma allora sono così tanti che adesso sulla fede guardano verso il basso, perché oltre sono, che la considerano come una fase infantile dello sviluppo umano. — Potrebbero quelle persone che si denominano monisti, credere che non credono, ma sono più credenti che gli altri che li designano come credenti. Poiché tutto quello che nei vari confessioni moniste è stato portato al giorno è la fede più cieca, soltanto le persone non ne sono consapevoli: credono è un sapere. Arriviamo completamente non a una caratterizzazione di quello che è fatto se non ininterrottamente di fede non parliamo. Se dalla fede di coloro facciamo astrazione che credono di non credere allora troviamo che nel fondamentale nel nostro tempo infinitamente molto di quello che precisamente il più significativo è riposa su quel riflesso che il corpo astrale nella anima getta e alla anima per questo un carattere di fede assolutamente appassionato dà. Non si ha che a ricordare alle vie di vita dei più grandi del nostro tempo diciamo del grande Wagner come la sua vita stessa come artista una ascesa è a una certa appassionata ardente fede e come questo il più avvincente è nella contemplazione precisamente di quella personalità. Ovunque dove manteniamo uno sguardo nel nostro tempo gli aspetti d’ombra e di luce di esso sono da quello a comprendere che designiamo il riflesso della fede nel Io o nell’anima dell’Io dell’uomo.

E sciolto sarà il nostro tempo da quello nel quale il bisogno di amore brillerà dentro. In un senso ancora completamente diverso si realizzerà, in questo sesto periodo di civiltà, quello che può essere nominato anche amore cristiano. Ci avviciniamo a lui lentamente sempre più, questo sesto periodo, e precisamente per questo che noi rendiamo familiari gli uomini, nel movimento antroposofico, con quello che i misteri dell’universo sono, con quello che l’essenza delle diverse individualità del piano fisico o dei piani superiori è, cerchiamo in lui di accendere l’amore per ogni esistenza. Non tanto attraverso il fatto che noi parliamo di questo amore, quanto attraverso il fatto che noi sentiamo quello che nell’anima questo amore può accendere, si prepara attraverso antroposofia il sesto periodo. Attraverso di esso però le forze di amore nell’anima intera dell’uomo saranno specialmente scoperte e sarà preparato quello di cui l’umanità ha bisogno per giungere a poco a poco a una comprensione vera del mistero di Golgota. Poiché questo mistero di Golgota è bensì accaduto, bensì il vangelo ha provocato quello che ieri come paragonabile con il linguaggio infantile fu designato, ma ancora non è capita questa dottrina più profonda della missione dell’amore terrestre come è connessa con il mistero di Golgota. Questo potrà completamente essere capito soltanto nel sesto periodo di civiltà postatlantico, quando gli uomini sempre più si eleveranno per trovare la base, il fondamento in realtà completamente in loro stessi e dall’intimo, cioè da amore, per compiere quello che accadere deve; quando completamente superato sarà l’esser assegnato dell’uomo ai comandamenti, quando entrato sarà lo stato: «dovere dove si ama quello che si ordina a sé stessi», come Goethe dice.

Quando nella nostra anima si sveglino le forze così che non possiamo più non potere che da amore compiere quello che dovremmo fare, allora abbiamo così qualcosa in noi scoperto come sempre più e più deve venire alla diffusione nel sesto periodo di civiltà. Con ciò però saranno forze molto speciali anche del corpo etereo scoperte per le nature umane.

Se vogliamo comprendere quello che sempre più e più entrerà così dobbiamo questo da due lati considerare. Un lato è questo che verrà qualcosa che oggi bensì dai migliori spiriti sognato può essere ma ancora non è lì, questo è una relazione ben determinata a moralità, moralità, etica e intelligenza, intellettualità. Oggi uno può ancora relativamente un grande canaglia essere e contemporaneamente un relativamente intelligente uomo intelligente. Lui potrebbe forse la sua intelligenza e intelligenza proprio per usare affinché il maggior male faccia. Questo cambierà nei tempi che si avvicinano. Verrà una era in cui la moralità e l’intellettualità saranno veramente una cosa sola. E questo accadrà nel secondo grande periodo di cui ho parlato, nel sesto periodo di civiltà, ma già le fondamenta a questo sono poste nel nostro attuale quinto periodo attraverso il fatto che gli uomini attraverso l’antroposofia cominciano a comprendere che lo spirituale non solo astratto teorico sapere è, ma che è una forza viva che nei cuori degli uomini entra e negli animi.

Così noi stiamo a una trasformazione totale della umanità, che inizia adesso nei nostri tempi di transizione tra il quinto e il sesto periodo di civiltà e che continua nei secoli che vengono. Il grande insegnante che al più profondo, quando l’umanità sarà maturo per questo, potrà insegnare l’essenza del mistero di Golgota, adempirà quello che le profezie orientali sempre hanno detto: che colui il quale sarà il vero successore del Buddha sarà il più grande maestro della Bontà, l’insegnante della Bontà di tutta l’umanità. Perciò lo designa la tradizione orientale il Buddha Maitreya. Avrà il compito proprio il mistero di Golgota agli uomini di spiegare, e sarà capace di trovare le idee e le parole più profonde e significative poiché le sue parole, attraverso il linguaggio speciale nel quale sarà parlato, linguaggio che è un linguaggio del quale oggi ancora in nessuno dei linguaggi umani attuali alcuna idea può essere suscitata, immediatamente in modo magico nella anima umana la natura del mistero di Golgota imprimerà. Così ci avviciniamo anche in questa relazione a quello che possiamo l’era morale futura dell’umanità nominare. Potremmo proprio in certo senso designarla l’era dell’oro che si avvicina.

Noi però mentre adesso su fondamenti antroposofici parliamo indichiamo completamente consapevolmente quello che deve accadere indichiamo come il Cristo gradualmente per forze sempre più elevate dell’uomo si rivelerà indichiamo come gli insegnanti che un tempo soltanto per popoli e uomini singoli hanno insegnato gli interpreti gli spiegatori del grande evento del Cristo per tutta l’umanità che lo vuole ascoltare saranno. Possiamo indicare come attraverso l’avvicinamento dell’era di amore proprio le condizioni per questa era di moralità sono date.

E allora viene l’ultimo grande arco di tempo nel quale getta il suo riflesso nella consapevolezza dell’Io umano quello che noi designiamo speranza. Ma allora gli uomini rinforzati dalla forza che dal mistero di Golgota e dall’era morale si emana prenderanno in sé le loro forze di speranza: il più importante che abbisognano per la catastrofe che viene al di là per venire un nuovo vivere per cominciare in modo simile a come il tempo post-atlantico un vivere nuovo ha portato.

Poi quando nell’ultimo periodo di civiltà post-atlantica la civiltà esterna la civiltà puramente combinatoria al suo apice salita è ma gli uomini fortemente sentiranno l’insoddisfazione di questa civiltà quando gli uomini a questa civiltà standovi sentiranno che se non in sé lo spirituale non avessero sviluppato starebbero a questa civiltà in modo veramente disperato allora dalla spiritualità sarà la speranza piantata che si realizzerà nel prossimo arco della evoluzione umana. Se in anime umane non potesse entrare quello che lo spirituale può portare e quello che il movimento antroposofico vuole allora potrebbe circa la civiltà esterna un poco procedere ma gli uomini arriverebbero infine al punto dove si direbbero a se stessi: Sì adesso l’abbiamo tutto ottenuto! Dispositivi senza filo portano i nostri pensieri strumenti di cui il nostro mondo antico non avrebbe nemmeno potuto sognare attorno all’intero globo terrestre. Ma che cosa ne abbiamo ritratto? I pensieri più banali e più sterili inviamo da un luogo all’altro; abbiamo dovuto tendere al massimo le nostre capacità intellettuali affinché potessimo finalmente con tutti gli strumenti più perfetti portare da un luogo lontano della Terra a un altro quello che adesso mangiamo e abbiamo teso le nostre capacità intellettuali per abbracciare velocemente molto velocemente il circolo della Terra ma nelle nostre teste non c’è niente che potremmo in qualche modo da un luogo all’altro portare. Poiché i pensieri che possiamo portare sono desolati e veramente sono diventati ancora più desolati da quando li portiamo nei nostri moderni veicoli rispetto a quelli che abbiamo portato negli antichi veicoli che si muovevano lentamente come lumache.

Insomma desolazione e vuoto sarebbero diffusi dalla civiltà esterna attorno al globo terrestre. Ma nell’ultimo periodo di civiltà l’anima come sui resti della vivere di civiltà esterna sarà diventata ricca quella che ha accolto il vivere spirituale. E affinché non abbiate accolto questo vivere spirituale invano ve lo garantiranno le forti forze della speranza che vivranno in voi che dopo una grande catastrofe verrà una nuova età dell’umanità nella quale emergerà anche nella vivere esterna in una nuova formazione dell’umanità quello che interiormente è stato preparato spiritualmente nelle anime.

Così andiamo nel prossimo tempo dalla nostra epoca della fede attraverso l’epoca dell’amore e della speranza in modo consapevole se ci penetriamo di scienza spirituale verso quello che vediamo come un avvicinamento sempre crescente verso i più alti i più veri i più bei scopi dell’umanità.

L’Io cosmico e l’Io umano

Entità soprasensibili di natura microcosmica

La natura del Cristo

Io del mondo e Io dell’uomo

14°L'Io del mondo e l'Io dell'uomo. Esseri sovrumani di natura microcosmica. La natura del Cristo

Monaco, 9 Gennaio 1912

Esiste la necessità che oggi sera parliamo ancora sulla natura del Cristo Gesù. Questa necessità emerge dal fatto che attualmente si parla così spesso di questo tema, specialmente negli ambienti teosofici, e che nel senso più eminente esiste il bisogno di raggiungere piena chiarezza su numerosi punti in questo ambito.

Oggi affronteremo un aspetto che per molti potrà sembrare alquanto singolare, eppure davvero importante di questa questione. Muoveremo dall’evoluzione dell’uomo. Sappiamo che essa procede in modo tale che l’intera umanità,, nel corso della nostra evoluzione terrestre, attraversa determinate epoche cicliche. E abbiamo già parlato spesso del fatto che, da quella grande catastrofe che denominiamo atlantica — mediante la quale la vita nell’antico continente atlantico si trasformò nella vita sui continenti più recenti, cioè nella nostra vita attuale — possiamo distinguere cinque periodi culturali fino ai nostri giorni. Parliamo del primo, dell’epoca culturale indù antica, del secondo, della grande epoca culturale zoroastriana, del terzo, dell’epoca egiziano-caldaico-babilonese, del quarto, dell’epoca greco-latina, che per una visione mondiale più ampia tramontò propriamente intorno all’ottavo-dodicesimo secolo dopo Cristo, e poi parliamo dal 1413 dell’inizio della nostra attuale, quinta epoca culturale post-atlantica.

Le anime umane — dunque anche tutte quelle anime che qui siedono — in queste successive epoche culturali fino al presente hanno attraversato incarnazioni diverse: l’una in più o meno incarnazioni, l’altra in un numero relativamente minore di incarnazioni. Queste anime, in conformità alle caratteristiche peculiari di queste epoche culturali, si sono appropriate per così dire dalle esperienze questo o quello, l’hanno portato dalle incarnazioni anteriori a quelle posteriori, e si presentano allora come anime a questo o quel livello di sviluppo, secondo ciò che hanno già sperimentato nelle diverse epoche culturali.

Ora possiamo anche dire che essenzialmente — ma, si badi, solo essenzialmente — dei diversi costituenti della natura umana in ogni singola epoca culturale questo o quello si è manifestato nell’uomo, ma sempre un costituente della natura umana ha trovato principalmente sviluppo e configurazione. Possiamo dunque affermare che nella nostra epoca culturale gli uomini sono chiamati principalmente a portare a sviluppo, se si lasciano influenzare da tutto ciò che la nostra epoca può offrire, quello che all’interno della nostra concezione antroposofica denominiamo l’anima di coscienza. Invece durante l’epoca greco-latina si sviluppò principalmente l’anima razionale o sentimentale, durante l’epoca egiziano-caldaico-babilonese l’anima sensibile, durante l’epoca zoroastriana il corpo astrale o sentimentale, e nell’epoca indù antica quello che designiamo come corpo eterico o corpo vitale. Questi diversi costituenti della natura umana hanno subito presso le singole anime, nel corso di queste epoche culturali, in una o più incarnazioni, il corrispondente sviluppo, o lo subiranno. E in quello che segue la nostra epoca culturale come sesta epoca culturale post-atlantica, si svilupperà in particolare quello che designiamo come Io spirituale, che nella letteratura teosofica si è soliti denominare Manas, e nell’ultima, nella settima epoca culturale post-atlantica, quello che designiamo come Spirito vitale, che nella letteratura teosofica si è soliti chiamare Buddhi, mentre quello che è Spirito umano o Atma avrà il suo sviluppo in certo modo dopo una rinnovata catastrofe in un lontano avvenire.

Stiamo dunque nel mezzo, nel plasmare per così dire mediante le normali condizioni della nostra cultura, mediante ciò che ci circonda, quello che nel presente e nel prossimo futuro si denomina l’anima di coscienza.

Sappiamo tuttavia che questo intero sviluppo dell’uomo, questa intera evoluzione dei singoli costituenti dell’anima che noi distinguiamo, è essenzialmente legato a qualcos’altro, è essenzialmente legato all’integrazione graduale dell’Io umano. Infatti questa integrazione dell’Io umano nella natura umana è propriamente il compito dell’evoluzione terrestre. Così abbiamo per così dire due correnti evolutive che scorrono insieme: per il fatto che dobbiamo attraversare l’evoluzione terrestre dopo le evoluzioni di Saturno, Sole e Luna, e per il fatto che noi come uomini terrestri portiamo principalmente a sviluppo questo quarto costituente della natura umana, l’Io, lo aggiungiamo agli altri principali costituenti della natura umana che erano già stati predisposti in precedenza: al corpo fisico, al corpo eterico e al corpo astrale. Dovete ora distinguere questa grande principale corrente evolutiva, che è legata alle grandi incarnazioni del nostro pianeta terrestre stesso, da quella minore corrente evolutiva, da quella più ristretta corrente evolutiva che poco fa ho indicato come quella che si svolge nel corso di un periodo così breve come è il periodo post-atlantico.

Chiunque abbia compreso quanto detto finora non dovrebbe sollevare la domanda: Come mai gli uomini già sul vecchio Sole svilupparono il corpo eterico o corpo vitale, e ora dovrebbe verificarsi uno sviluppo particolare dello stesso durante l’epoca culturale indù antica? Chi ha compreso le cose non dovrebbe propriamente sollevare questa domanda, perché la questione è così: Certo, il corpo eterico umano fu predisposto durante il vecchio Sole. L’uomo dunque giunse sulla Terra già in possesso di un corpo eterico o corpo vitale. Ma questo corpo eterico può essere di nuovo ulteriormente sviluppato, vi si può lavorare dentro mediante i costituenti più recenti che l’uomo sviluppa in sé. Così che naturalmente l’uomo possiede il suo corpo eterico a uno stadio relativamente elevato quando si incarna in un corpo indù, ma egli lavora in questo periodo culturale post-atlantico con l’Io conquistato — con tutto ciò che nel frattempo l’uomo si è guadagnato — dentro al suo corpo eterico, vi lavora configurazioni più raffinate. E è essenzialmente un lavoro più raffinato dentro ai diversi costituenti della natura umana quello che si sviluppa nel nostro periodo culturale post-atlantico.

Se ora considerate l’intera evoluzione e tenete conto di ciò che è stato detto, l’epoca culturale post-atlantica quarta, la greco-latina, vi apparirà come un’epoca particolarmente importante. Poiché in essa deve essere lavorata, in una certa maniera di configurazione più raffinata, all’interno della natura umana quella che chiamiamo l’anima razionale o sentimentale. Ma fino a quel momento l’Io, che appartiene alla grande corrente evolutiva, aveva già subito uno sviluppo particolarmente elevato. Così possiamo dire: Questo Io dell’uomo si è sviluppato fino all’epoca greco-latina, fino al periodo post-atlantico quarto, a un certo stadio, e a lui incombe di lavorare dentro l’anima razionale, e nel nostro tempo dentro l’anima di coscienza.

In certa relazione esiste un’intima affinità tra l’Io umano e i tre costituenti della sua natura animica: l’anima sensibile, l’anima razionale o sentimentale e l’anima di coscienza. In questi tre costituenti vive principalmente dapprima l’Io umano la sua vita interiore, e vive e vivrà proprio nella nostra quinta epoca culturale post-atlantica più intimamente nell’anima di coscienza, perché, per così dire, nell’anima di coscienza il puro Io può esprimersi del tutto libero dagli altri costituenti. Sì, viviamo in una siffatta epoca, nella quale questo Io ha il grande particolare compito di svilupparsi, di edificare su sé stesso.

Quando allora rivolgiamo uno sguardo in certo modo verso il futuro, a ciò che seguirà, quando diciamo che l’uomo svilupperà nella prossima, nella sesta epoca culturale post-atlantica, l’Io spirituale o Manas, riconosciamo: L’Io spirituale o Manas si trova propriamente già al di là della sfera dell’Io. E l’uomo non potrebbe dal fondo sviluppare l’Io spirituale con le sue sole forze in questo futuro posteriore, ma qui deve aiutarlo, quando svilupperà l’Io spirituale, in certa misura ciò che fluisce alla Terra attraverso le forze di esseri superiori. L’uomo con lo sviluppo del suo Io è arrivato al punto che propriamente, quando realmente costruisce su sé stesso, può svilupparsi solo fino all’anima di coscienza. Ma questo sviluppo non sarebbe concluso se l’uomo non anticipasse già in certa misura ciò che solo su Giove, nella prossima incarnazione del nostro pianeta, conseguirà il suo vero, pieno sviluppo umano autonomo. Fino alla fine dell’evoluzione terrestre l’uomo dovrebbe sviluppare l’Io. Avrebbe l’occasione di realizzare questo sviluppo nell’ambito dell’anima sensibile, dell’anima razionale e dell’anima di coscienza. Ma il vero Io spirituale dovrebbe diventare proprietà umana solo più tardi su Giove, solo allora diventerà davvero bene umano. Su Giove l’uomo si rapporterà allo Io spirituale più o meno come si rapporta sulla Terra all’Io. Se dunque l’uomo sviluppa l’Io spirituale già durante il tempo terrestre, non potrà rapportarsi a questo Io spirituale come all’Io. Del nostro Io diciamo: Siamo noi stessi, siamo in verità noi. Se ora nella prossima epoca, nella sesta post-atlantica, l’Io spirituale giungerà all’espressione, allora non potremo questo Io spirituale appellare come nostro Sé, bensì diremo: Il nostro Io si è sviluppato fino a un certo stadio, sicché da mondi superiori può risplendere in noi come da una sorta di spirito, quello che non siamo noi stessi, che risplende in noi e prende possesso di noi. — Così ci apparirà il nostro Io spirituale. E solo su Giove apparirà in modo tale da essere il nostro proprio essere come il nostro Io. Così procede l’evoluzione umana.

Dunque nella prossima, nella sesta epoca culturale post-atlantica, ci sentiremo come sollevati verso qualcosa che risplende in noi. Non diremo: Tu, Io spirituale, dentro di me — bensì diremo: Io partecipe di un’entità che dai mondi superiori risplende in me, che mi guida e mi dirige, che per grazia di esseri superiori è diventato mio guida e direttore! — Quello che solo su Giove ci apparirà come nostro proprio essere.

Come si parla di sé nel presente quando si parla nel senso della scienza dello spirito? Dice: Possiedo tre involucri, il mio corpo fisico, il mio corpo eterico o corpo vitale e il mio corpo astrale. In essi dimora il mio Io, il vero bene terrestre, che si sviluppa entro questi tre involucri. Questi tre involucri sono in certa misura la mia natura inferiore. Io sono cresciuto oltre di loro, guardo verso il basso a questa mia natura inferiore e vedo in ciò che il mio Io è divenuto il mio provvisorio proprio essere, che deve crescere sempre più, che deve svilupparsi sempre più.

In futuro l’uomo dovrà parlar di sé ancora diversamente. Allora dirà: Non posseggo soltanto la mia natura inferiore e il mio Io, ma posseggo una natura superiore, verso la quale guardo in alto come verso qualcosa che mi appartiene come adesso gli involucri che possiedo da prima. — Così l’uomo si sentirà nel futuro per così dire collocato al centro tra la sua natura inferiore e quella superiore. La natura inferiore già la conosce, la superiore gli apparirà in futuro come stante sopra di lui, come ora la natura inferiore gli sta sotto. Così possiamo dire: L’uomo cresce dal suo quarto al suo quinto, sesto, settimo principio durante l’evoluzione terrestre. Ma questo quinto, sesto, settimo principio non sarà durante la vera evoluzione terrestre sua diretta proprietà, bensì qualcosa verso cui giungerà gradualmente. Così dobbiamo propriamente rappresentarci la cosa.

Avremo un tempo da attraversare nel quale diremo: Sì, fu nostra missione terrestre sviluppare l’Io. Ma come preveggenti anticipiamo qualcosa che su Giove dovrà giungere a sviluppo in noi. — Quello che ora durante l’evoluzione terrestre viviamo, che ci pervade per così dire con una natura di Io umano, e quello che durante il tempo terrestre trascorso fino al presente abbiamo sviluppato, la rielaborazione più raffinata dei principi inferiori, e quello che durante il futuro elaboreremo, i principi superiori, quello che come uomini viviamo sulla Terra, ce l’hanno già precorso esseri che ci precedono, che designiamo come angeli o Angeloi — esseri cioè che ci precedono — già su precedenti incarnazioni planetarie. Ma anche i membri superiori della gerarchia, arcangeli o Archangeloi e Archai, l’hanno già vissuto su precedenti incarnazioni del nostro pianeta Terra, su Luna, Sole, Saturno. Per loro c’era anche allora una sorta di quarto principio che portarono a sviluppo. E nella seconda metà delle corrispondenti incarnazioni planetarie anticiparono ciò che in loro propriamente dovrebbe giungere a pieno sviluppo sulla Terra, come per noi l’Io spirituale su Giove. Non se l’incorporarono allora pienamente come loro proprietà, sicché lo guardavano dal basso verso l’alto.

Se ora guardiamo retrospettivamente all’antica evoluzione lunare, durante di essa parliamo di tali esseri, che proprio come noi uomini durante l’evoluzione terrestre, allora sarebbero dovuti giungere al loro settimo principio, ma così come noi uomini sulla Terra fino al settimo principio giungiamo, anche essi non lo incorporarono pienamente, bensì lo guardavano. Quando parliamo di esseri luciferici, parliamo di esseri che più o meno durante l’antica evoluzione lunare rimasero nella condizione in cui si troverebbe un uomo se durante l’evoluzione terrestre non portasse a pieno sviluppo il suo quinto, sesto, settimo principio, ma lo rifiutasse, che forse al quarto già si fermasse o al quinto e così via. Non giunsero dunque a pieno sviluppo questi esseri, che stanno sui gradini più diversi di esseri luciferici. Così possiamo dire: Vennero portati dall’antica evoluzione lunare all’evoluzione terrestre gli uomini. Gli uomini vennero portati così da portare con sé dall’antica evoluzione lunare uno sviluppo normale. Quelli tra gli uomini che giunsero a conclusione portavano con sé uno sviluppo normale: il loro corpo fisico, corpo eterico o corpo vitale e corpo astrale, e dovevano sulla Terra propriamente sviluppare l’Io, nel quale poi dovevano ricevere l’altro. Altri esseri, che stanno più in alto dell’uomo, dovevano già sulla vecchia Luna sviluppare ciò che presso loro corrisponde all’Io umano. Ma avrebbero potuto portare a pieno sviluppo questo Io della Luna presso di sé soltanto se avessero anticipato tutto ciò che per loro sarebbe il quinto, sesto, settimo principio, ciò che come quinto avrebbero dovuto sviluppare pienamente sulla Terra. Fino al loro settimo principio avrebbero dovuto giungere. Ma questi esseri luciferici appunto non sono giunti fino a questo settimo principio. Hanno sviluppato soltanto il quinto o il sesto, non si sono dunque fermati al quarto come tale, ma non lo svilupparono pienamente perché non anticiparono il quinto, sesto e settimo principio, bensì si fermarono al quinto o sesto.

Cogliamo dunque due classi di questi esseri lunari nei nostri sguardi. Dapprima tali che svilupparono il loro quinto principio, così come noi uomini faremmo se nella sesta epoca post-atlantica portassimo a sviluppo l’Io spirituale e poi concludessimo e non sviluppassimo il sesto e settimo principio. Cogliamo questa una classe nei nostri sguardi, che come esseri luciferici portò a sviluppo il suo quinto principio, e cogliamo un’altra classe di esseri lunari di genere luciferico nei nostri sguardi, che sviluppò il suo sesto principio, ma non il suo settimo. Tali ce n’erano all’inizio dell’evoluzione terrestre, quando l’uomo si accingeva a portare a sviluppo l’Io. Così possiamo domandarci: Che cosa c’era riguardo a questi esseri all’inizio dell’evoluzione terrestre? C’erano esseri che avidamente attendevano durante l’evoluzione terrestre di sviluppare il loro sesto principio, esseri dunque di genere luciferico, che sulla Luna erano giunti solo fino allo sviluppo del loro quinto principio e sulla Terra volevano sviluppare il loro sesto principio. E c’erano esseri della seconda classe che sulla Luna avevano già sviluppato il loro sesto principio e sulla Terra volevano sviluppare il loro settimo. Questo si attendevano dall’evoluzione terrestre. Poi venne l’uomo con tre principi per sviluppare il suo quarto.

Possiamo dunque distinguere l’uomo, attendendo di sviluppare l’Io, poi gli esseri luciferici, che attendevano di sviluppare il loro sesto, e gli esseri luciferici, che attendevano di sviluppare il loro settimo principio. Vogliamo tralasciare coloro che volevano sviluppare il loro quinto; tali ce n’erano anche.

Così abbiamo colto nei nostri sguardi per così dire tre classi di esseri microcosmici della Terra, tre classi di esseri che giunsero sulla scena dell’evoluzione terrestre. Ma delle tre classi soltanto una classe poteva conquistarsi un corpo fisico sulla Terra. Poiché le condizioni che la Terra offre per uno sviluppo corporeo fisico-carnale, può offrirle soltanto in virtù proprio delle sue intere condizioni terrestri per un quarto principio umano. Soltanto ciò che sulla Terra come esseri voleva sviluppare il suo quarto principio come Io, poteva conquistarsi un corpo fisico. Gli altri esseri, che volevano sviluppare un sesto e settimo principio, non potevano conquistarsi un corpo fisico. Poiché non c’è possibilità sulla Terra che avrebbe potuto condurre esseri, che entrarono nell’evoluzione terrestre così inadatti per l’evoluzione terrestre, a conquistarsi un diretto corpo umano fisico. La possibilità di conquistarsi direttamente un tale corpo fisico, non c’è. Che cosa dovevano fare questi esseri? Lo seguente dovevano fare. Dovevano dirsi: Sì, un corpo umano fisico composto di carne e ossa non lo troviamo direttamente, poiché tali corpi sono per gli uomini, che vogliono sviluppare l’Io. Noi dunque dobbiamo ricorrere a una sorta di surrogato di corpo fisico, dobbiamo cercare uomini che appartengono ai più sviluppati, che cioè, diciamo, hanno sviluppato il loro quarto principio. In questi dobbiamo introdurci e in loro la nostra entità deve lavorare così che potesse portare a sviluppo il suo sesto o settimo principio.

Ebbe per conseguenza che tra gli uomini comuni dell’antica epoca sorgessero tali che potevano essere posseduti da esseri superiori di genere luciferico — che naturalmente stavano più in alto dell’uomo, poiché dovevano sviluppare il loro sesto, settimo principio e l’uomo solo il suo quarto — da superiori esseri luciferici. Questi superiori esseri luciferici entravano dunque nei corpi degli uomini terrestri sulla Terra. Erano i condottieri degli uomini terrestri, sapevano, comprendevano e potevano molto più degli altri uomini. Ci è narrato di questi esseri negli antichi racconti e leggende, narrato così che ne udiamo dire, erano grandi fondatori di città, grandi condottieri di popoli e simili. Non erano soltanto semplici uomini sulla Terra, bensì erano uomini posseduti da siffatti superiori esseri luciferici, nel migliore senso della parola posseduti. Allora per la prima volta comprendiamo l’evoluzione umana terrestre, quando possiamo fissare lo sguardo su siffatte cose.

Sempre però cercano specialmente gli esseri inferiori di questi, poiché essi stessi non possono conquistarsi un corpo umano, di proseguire il loro sviluppo in altri corpi umani. E questo è appunto ciò che poteva essere caratterizzato. Esseri luciferici avevano sempre il desiderio di proseguire il loro sviluppo dentro altri uomini, rendendoli posseduti da loro — lo fanno oggi ancora — nel modo descritto. Nella anima umana lavora appunto Lucifero con le sue schiere. Siamo la scena dello sviluppo luciferico. Mentre noi uomini semplicemente prendiamo il corpo fisico della Terra per svilupparci, prendono questi esseri luciferici noi e si sviluppano in noi. E questo è appunto la tentazione degli uomini, che in loro lavorano gli spiriti luciferici.

Questi spiriti luciferici però sono nel frattempo, proprio come gli uomini hanno progredito, progrediti anche loro. Così che parecchi di questi spiriti, che, diciamo allora, quando l’uomo entrò nel tempo atlantico, stavano alla soglia per sviluppare il loro sesto principio, ora sono già giunti così lontano — lo sviluppo è per lui sulla Terra anormale — appunto a sviluppare il loro settimo principio. Lo fa in modo tale che ora di nuovo rende posseduto da sé un uomo, per utilizzare magari soltanto per parecchi anni, da questo uomo, ciò che questo uomo può sperimentare, e giungere a sua volta di nuovo a sviluppo. Questo non è nulla di male nella natura umana. Poiché si può dal fatto che nel nostro tempo possiamo portare all’espressione l’anima di coscienza, essere posseduti da uno spirito luciferico, che è intento a sviluppare il suo settimo principio. Che cosa si diventa dal fatto di essere posseduti da uno spirito luciferico elevato? Un genio! che bensì — poiché è posseduto come uomo e la vera natura umana è irraggiata da questo essere superiore — è impratico per le ordinarie occupazioni, ma su qualche campo agisce in modo pionieristico, determinante.

Non si deve parlare dello spirito luciferico come se fosse qualcosa di assolutamente odioso, bensì è qualcosa — poiché si sviluppa rappresentativamente nell’uomo come un parassita — che fa sì che l’uomo sia posseduto da lui e sotto la sua influenza lavori come un uomo di genio, come un uomo ispirato. Così gli spiriti luciferici sono assolutamente necessari. E gli uomini geniaci della Terra sono coloro nei quali — il più delle volte un paio di anni — lavora intensamente l’entità luciferico. Se non fosse così, Édouard Schüré non avrebbe potuto descrivere Lucifero come un’entità simpatica, poiché Lucifero è essenzialmente coinvolto nei grandi progressi culturali della Terra, ed è un’angustia del cristianesimo tradizionale vedere nell’entità luciferico soltanto il malvagio diavolo. Questo non significa nulla di più che una grande volgarità. «La natura è peccato, lo spirito è diavolo; essi covano tra di loro il dubbio, il loro informe figlio ibrido», leggiamo nel «Faust». Certo, si conviene al cristianesimo tradizionalmente stretto di appellare Lucifero come diavolo e di odiarlo, ma colui che conosce l’evoluzione dell’umanità, sa che appunto nei geni agisce il principio luciferico. Al ricercatore spirituale si conviene di guardare queste cose direttamente negli occhi. E non avremmo affatto la guida per ascendere da noi stessi al nostro quinto, sesto principio, se questi spiriti non ci spingessero avanti. In realtà sono gli spiriti luciferici, ai quali, poiché cercano il loro proprio sviluppo, dobbiamo l’impulso in avanti, sicché noi stessi possiamo crescere oltre l’Io, come anche gli uomini banalmente dicono che poeti, geni e artisti crescono oltre l’Io umano ristretto.

Così guardiamo agli spiriti luciferici in certa misura davvero come a una sorta di guide dell’uomo. Dobbiamo liberarci dall’angustia, liberi da tutto il cristianesimo ortodosso, che Lucifero chiama soltanto un diavolo che gli è odioso. Dobbiamo riconoscere come tale il carattere liberatore del principio luciferico, che è stato anche instillato da buoni dei, poiché ci spinge durante l’evoluzione terrestre oltre noi stessi, sicché anticipiamo profeticamente ciò che ci diverrà nostra proprietà soltanto durante Giove e così via. Accade dunque propriamente sulla Terra un reciproco influenzarsi di esseri microcosmici che erano presenti all’inizio dell’evoluzione terrestre; un tale reciproco influenzarsi che possiamo dire: Gli uomini sono guidati oltre, mentre sviluppano il loro proprio Io, da esseri che sono superiori all’uomo, poiché hanno sviluppato il loro quinto principio e si sviluppano verso il sesto o sviluppano già il loro settimo principio, mentre l’uomo lavora ancora al suo quarto.

Vediamo dunque in questi esseri luciferici esseri che stanno sopra l’uomo dal punto di vista microcosmico, esseri microcosmici-sovrumani. E ora distacchiamo da questi esseri spirituali, che guardiamo come luciferici, e passiamo alla natura del Cristo.

Il Cristo si distingue in modo del tutto radicale da altri esseri che partecipano all’evoluzione terrestre. È un essere di un ordine completamente diverso. È un essere che non soltanto durante l’evoluzione lunare rimase indietro come gli spiriti luciferici, ma che, prevedendo l’evoluzione lunare, propriamente ancora prima rimase indietro, già durante l’antica evoluzione solare, e rimase indietro durante l’antica evoluzione solare da una certa saggia certezza sovrumana. Questo essere non possiamo considerarlo nel senso degli altri esseri menzionati come un essere microcosmico, poiché come essere microcosmico abbiamo da considerare quelli che dall’inizio dell’evoluzione terrestre erano collegati con questa evoluzione terrestre. Il Cristo non era direttamente collegato all’evoluzione terrestre, bensì all’evoluzione solare. Era un essere macrocosmico dall’inizio dell’evoluzione terrestre, un essere cioè che era sottoposto a condizioni di sviluppo completamente diverse da quelle degli esseri microcosmici. E le sue condizioni di sviluppo erano di genere proprio. Erano così che questo essere macrocosmico Cristico ha sviluppato fuori della Terra il quarto principio macrocosmico, l’Io macrocosmico. Per il suo sviluppo, cioè per lo sviluppo del Cristo, era normale sviluppare al di fuori della Terra un Io di genere macrocosmico fino al compimento dell’Io, e quindi discendere sulla Terra. Era dunque normale per lo sviluppo dell’essere Cristico — quando discese dal macrocosmo sulla nostra Terra — portare il grande impulso dell’Io macrocosmico, affinché l’Io microcosmico, l’Io umano, ricevesse questo impulso e potesse proseguire nello sviluppo. Normale era per il Cristo avere non l’impulso microcosmico dell’Io, ma l’impulso macrocosmico dell’Io nella misura stessa in cui l’uomo aveva il microcosmico sulla Terra. Così l’essere Cristico è un essere che in certa relazione somiglia all’uomo, solo che l’uomo è microcosmico e ha manifestato i suoi quattro principi cosmicamente, dunque ha anche l’Io cosmicamente come Io terrestre, il Cristo invece come Io del mondo. Ma così il suo sviluppo si era svolto in modo tale che era stato veramente grande e significativo proprio perché aveva sviluppato questo Io macrocosmico.

Egli portò il pieno sviluppo di questo Io sulla Terra quando discese nei corpi del fanciullo Gesù. E non possedeva il quinto né il sesto principio macrocosmico nella sua espressione terrestre, poiché li svilupperà nel corso dei futuri periodi planetari per poterli donare agli uomini su Giove e su Venere.

Il Cristo è dunque un’entità di natura quadruplice — fino al suo Io macrocosmico — così come l’uomo stesso è tale microcosmicamente. E come l’uomo durante l’evoluzione terrestre ha la missione di formare il suo Io per poter ricevere, altrettanto il Cristo doveva formare il suo Io per poter donare. Quando discese sulla Terra, era fatto in modo che tutto nella sua sostanza fosse consacrato a esprimere il suo quarto principio nella forma più perfetta possibile. Ora ogni principio equinumerato del Macrocosmo e del Microcosmo ha una stretta affinità col corrispondente che porta il medesimo numero. Il quarto principio macrocosmico nel Cristo corrisponde al quarto microcosmico nell’uomo, e il quinto nel Cristo corrisponderà al Sé spirituale nell’uomo.

Così il Cristo intraprese il suo cammino terrestre portando agli uomini dal Macrocosmo quello che l’uomo doveva sviluppare microcosmicamente, ma il Cristo lo portava come principio macrocosmico. Egli entrò nell’evoluzione terrestre in modo che durante la medesima non possedesse un quinto, sesto, settimo principio come sua proprietà, così come non li possiede neppure l’uomo nella sua qualità.

Il Cristo è un’entità che si era sviluppata macrocosmicamente fino al quarto principio, e durante il passaggio terrestre vedrà lo sviluppo del suo quarto principio nel fatto che cede tutto agli uomini, affinché essi possano formare il loro Io.

Consideriamo il complesso della situazione cosmica nella quale si svolge l’evoluzione: all’inizio della fase terrestre dell’evoluzione abbiamo tre distinte classi di esseri spirituali. Gli uomini, che devono ricevere pienamente sviluppato il loro quarto principio sulla Terra durante l’attuale ciclo di sviluppo. Una classe di esseri luciferici che portano in sé e devono sviluppare il sesto principio nel corso dell’evoluzione umana. Un’altra classe di esseri luciferici che devono realizzare lo sviluppo del settimo principio: entità che per il fatto medesimo di sviluppare il sesto e il settimo principio stanno spiritualmente più in alto dell’uomo e in questo aspetto lo superano da ogni punto di vista. Ma lo superano pure nella loro posizione rispetto al Cristo, poiché il Cristo deve appunto manifestare e portare a espressione il suo quarto principio sulla Terra nell’oblazione consapevole e piena agli uomini.

Non sarà il Cristo quello che, diciamo, stimolerà gli uomini in futuro a esprimere qualcosa di diverso dall’Io autentico, dalla più intima natura umana, a livelli sempre più alti. Saranno gli spiriti luciferici quelli che condurranno l’uomo oltre se stesso in una certa misura.

Chi osserva le cose dal di fuori può dire: Ebbene, allora il Cristo sta effettivamente più basso, per esempio, degli spiriti luciferici, poiché il Cristo viene sulla Terra con qualcosa di strettamente affine al quarto principio dell’uomo. Non è disposto a condurre l’uomo oltre se stesso, ma soltanto più a fondo nella sua propria anima. È disposto a portare sempre più l’anima umana a coincidere con se stessa. Gli esseri luciferici hanno sviluppato il quarto, quinto, sesto principio, stanno dunque in certa misura più in alto del Cristo. Praticamente questo si realizzerà nel futuro così: per l’accoglimento del Principio del Cristo nella natura umana, questa natura sarà sempre più approfondita, sempre più riceverà luce e amore nella sua propria sostanza. La natura umana dovrà sentire luce e amore come qualcosa che le è intrinsecamente proprio.

L’interiorizzazione dell’anima umana in profondità infinite: questo sarà il dono dell’Impulso del Cristo, che continuerà ad agire sempre più. E quando il Cristo verrà, come è stato esposto nei vari insegnamenti, agirà solamente approfondendo l’anima umana. Gli altri spiriti, che possiedono principi più alti di quelli del Cristo, anche se solo della specie microcosmici, condurranno l’uomo oltre se stesso in certa misura. Il Cristo renderà gli uomini più interiori, ma anche più umili; gli spiriti luciferici li condurranno oltre se stessi, li renderanno saggi, intelligenti, geniali, ma in certa misura li renderanno anche superbi, insegneranno loro che potrebbero diventare qualcosa di sovrumano già durante l’evoluzione terrestre. Tutto ciò che nel futuro condurrà l’uomo a qualcosa per cui egli si eleverà oltre se stesso, che lo renderà orgoglioso della sua natura umana già qui sulla Terra, sarà dunque influsso luciferici ascendente. Ciò che invece approfondirà l’uomo, che lo condurrà nella vita interiore a tali profondità quante solo può raggiungere grazie al pieno sviluppo del quarto principio, verrà dal Cristo.

Uomini che osservano le cose esteriormente diranno: Il Cristo sta effettivamente più basso degli esseri luciferici, poiché porta solo il quarto principio a sviluppo, gli altri invece i principi più alti. La differenza è soltanto che questi altri esseri portano i principi più alti alla natura umana come qualcosa di parassitario, il Cristo invece porta il quarto principio in modo che la natura umana sia interamente pervasa e penetrata e vivificata da questo principio.

Come il corpo carnale di Gesù di Nazareth fu una volta pervaso e penetrato e vivificato dal quarto principio macrocosmico, così i corpi di coloro che accoglieranno il Cristo in sé saranno pervasi dal quarto principio macrocosmico. Come il quarto principio macrocosmico è il dono del Cristo, così il sesto e il settimo principio saranno i doni degli spiriti luciferici. Così potremo vivere nel futuro — e i tempi già si preparano — un’esperienza per cui uomini non accorti diranno: Sì, il Cristo è effettivamente, se leggiamo i Vangeli o lasciamo agire su di noi quello che egli ha dato all’umanità, riguardo alla sua dottrina, a quello che come insegnamento promana da lui, non è su quel livello su cui forse stanno altre entità spirituali in relazione con l’uomo. Queste superano l’uomo in un certo aspetto, non possono pervadere tutto l’uomo, ma pervadono il suo intelletto, la sua genialità! E l’osservatore esteriore dice: Queste entità stanno effettivamente più in alto del Cristo.

Verrà un tempo in cui le cose saranno concepite in modo tale che si eleverà sullo scudo il più potente, il più significativo di questi spiriti luciferici, colui che per così dire vorrà condurre gli uomini oltre se stessi, e lo si riterrà un grande guida dell’umanità. Si dirà: Ah, quello che il Cristo ha potuto donare era fondamentalmente solo un punto di passaggio! Già adesso vi sono uomini che parlano così: Ah, che cosa sono mai gli insegnamenti dei Vangeli! Noi siamo già cresciuti oltre di loro. Come detto, si additerà uno spirito universale, geniale, eminente, che prenderà possesso di una natura umana carnale, cui la pervaderà con la sua genialità. Si dirà: Costui supera il Cristo, poiché il Cristo era fondamentalmente soltanto colui che ha dato l’occasione di sviluppare il quarto principio; questi invece dà l’occasione di portarlo durante l’evoluzione terrestre fino al settimo principio!

Così lo Spirito del Cristo e lo spirito di questa entità staranno l’uno dinanzi all’altro: lo Spirito del Cristo, dal quale gli uomini potranno sperare di ricevere il possente Impulso macrocosmico del loro quarto principio, e lo spirito luciferico, che in certa misura vorrà condurli oltre.

Se gli uomini perseverassero e potessero dirsi: Noi dagli spiriti luciferici conseguiremo solo quello verso cui eleviamo lo sguardo come verso la nostra natura inferiore — allora gli uomini agirebbero rettamente. Ma dal momento che gli uomini verranno a dire: Vedi, il Cristo dà solo il quarto principio, ma vi sono spiriti che danno il sesto e il settimo — allora gli uomini che così pensano di fronte al Cristo adoreranno e eleveranno sullo scudo l’Anticristo.

Così la posizione dell’Anticristo di fronte al Cristo si rivelerà nel futuro. E con l’intelletto esteriore, con la genialità esteriore non si potrà opporsi a tali cose, poiché si potrà mostrare molto che, secondo il senso della ragione e della genialità, presso l’Anticristo sarà più intelligente di quello che come più profondo principio umano il Cristo farà sempre più scorrere nell’anima. Poiché il Cristo porta all’uomo il quarto principio macrocosmico, che, essendo macrocosmico, è infinitamente più importante di tutti i principi microcosmici — è più forte di loro, anche se affine all’Io umano, più forte di tutti gli altri che possono essere conseguiti durante l’evoluzione terrestre — proprio per il fatto che è solo il quarto principio, si dirà che è inferiore al quinto, sesto, settimo, che vengono dagli spiriti luciferici, che è in particolare inferiore a quello che viene dall’Anticristo.

È importante che nel suolo della Scienza dello Spirito si comprenda che è così. Già oggi si dice in relazione alla dottrina copernicana, che per così dire ha messo in moto la Terra, l’ha strappata all’immobilità in cui la si era posta prima, l’ha fatta girare intorno al sole e ha mostrato come la Terra sia un granello di polvere nel cosmo: Ebbene, come può accanto a questo sussistere l’idea cristiana! Si costruisce una contraddizione tra l’idea cristiana e questa scienza naturale, affermando: Nei tempi antichi gli uomini potevano guardare alla croce sul Golgota e al Cristo, poiché allora la Terra sembrava loro il luogo prescelto nel cosmo, e gli altri corpi celesti sembravan loro piccoli e in realtà esistenti per causa della Terra. Allora appariva — così si potrebbe dire — la Terra degna all’uomo di portare la croce del Golgota! Ma quando la dottrina copernicana prese gli spiriti, gli uomini cominciarono a beffeggiare e pensarono: Poiché gli altri corpi celesti hanno almeno la medesima importanza della Terra, il Cristo avrebbe dovuto percorrere da corpo celeste a corpo celeste. Ora, dato che gli altri corpi celesti sono molto più grandi della Terra, sarebbe effettivamente strano che sull’esigua Terra il Dio-Uomo avesse compiuto l’opera di salvezza! Così effettivamente parlò uno studioso nordico. Egli pensava: Come se si volesse rappresentare un potente dramma, invece che su un grande teatro di residenza, su un piccolo teatro di provincia o in un teatro di villaggio, così gli sembrava il dramma del Cristo. Diceva: È assurdo che il massimo dramma del mondo non si rappresentasse su un grande corpo celeste. È esattamente come se si volesse rappresentare un’opera possente non su un teatro glorioso, ma su un misero teatro di villaggio!

Un tale discorso è veramente singolare; si può controbattere: La leggenda cristiana ha provveduto affinché non si dovrebbe dire nulla di così stolto, poiché essa non ha neppure collocato questo Mistero in un luogo glorioso della Terra, ma ancora in una povera stalla di pastori. Con ciò è già testimoniato che non si dovrebbe muovere l’obiezione che lo studioso nordico ha mosso. Gli uomini semplicemente non considerano sempre quanto siano incoerenti con i loro particolarmente intelligenti pensieri. L’idea non prevale di fronte alla semplice grande verità già contenuta nella leggenda cristiana. E se questa leggenda cristiana non colloca sulla Terra in un punto glorioso e eminente, ma in una povera stalla di pastori la nascita di Gesù, allora non appare assurdo che dinanzi ai più grandi corpi celesti la Terra sia stata eletta come il luogo che portò la croce. In generale, in tutta la maniera in cui la dottrina cristiana nella sua forma dà ciò che il Cristo doveva portare all’umanità, vi è già un’allusione a quelle grandi dottrine che oggi la Scienza dello Spirito deve di nuovo darci. Lasciamo agire su di noi i Vangeli: possiamo trovare le più profonde verità della Scienza dello Spirito, come abbiamo spesso visto. Ma come stanno contenute nei Vangeli queste grandi sapienze? Sì, vorrei dire: Se quegli uomini che non hanno neppure una scintilla dell’Impulso del Cristo in sé si devono elevare a una comprensione di quello che sta nei Vangeli, allora devono letteralmente tormentarsi il cervello, deve svilupparsi persino una certa genialità. Che la coscienza umana normale non basti, si può dedurre dal fatto che così pochi uomini comprendono neppure lontanamente l’interpretazione scientifico-spirituale dei Vangeli. Si possono comprendere con forze luciferiche, con lo sviluppo della genialità i Vangeli solo del tutto esteriormente. Ma come stanno le loro verità di fronte a noi? Stanno di fronte a noi come se scaturissero immediatamente, come il frutto più maturo, dalla sostanza che noi chiamiamo l’Essenza del Cristo — senza fatica, senza alcuno sforzo — e così parlano ai cuori che si lasciano permeare dall’Impulso del Cristo, così che immediatamente li illuminano e li riscaldano in unità dell’anima.

La maniera in cui le più grandi sapienze ci si avvicinano è l’opposto della maniera in cui si agisce sull’intelligenza. È così che si conta sul fatto che in quella maniera immediata, originaria, elementare dal quarto principio macrocosmico nel Cristo Gesù come già finita e compiuta scaturiscono queste verità, che si trasmettono immediatamente agli uomini. Sì, è stato persino provveduto affinché l’intelligenza degli uomini, la furbizia di tutto ciò che è luciferici nello sviluppo dell’umanità, molto interpreterà a capriccio queste parole del Cristo e si farà strada lentamente verso la loro semplicità e grandiosità, verso il loro carattere elementare. E così come alle parole del Cristo, così anche ai fatti del Cristo.

Quando rappresentiamo un fatto come è, per esempio, la Risurrezione come fatto, per mezzo dei mezzi che la Scienza dello Spirito ci porge, di quale fatto straordinario stiamo di fronte? Un grande teosofo tedesco già nei venti anni del diciannovesimo secolo ha detto che si potrebbe vedere come sempre più la ragione umana viene pervasa dal principio luciferici. È stato Troxler. Ha detto: Del tutto luciferica sia la ragione umana in tutto quello che vuole comprendere. In generale è difficile proprio indicare le più profonde sapienze teosofiche. Coloro fra voi che erano a Praga durante il mio ciclo, si ricorderanno che allora ho richiamato l’attenzione su Troxler, per mostrare come in lui era già contenuto quello che oggi si può insegnare riguardo al corpo eterico umano o corpo vitale. Ha fatto l’affermazione che la ragione umana è pervasa dalle forze luciferici.

Se oggi, prescindendo dalle forze luciferiche che caratterizzano la ragione umana ordinaria, dalle buone forze teosofiche vogliamo comprendere il fatto della Risurrezione in tutta la sua realtà spirituale, allora dobbiamo anzitutto indicare e riconoscere che nel momento del Battesimo di Giovanni nel Giordano accadde qualcosa di profondamente significativo. Là i tre corpi inferiori del fanciullo Gesù secondo il racconto lucano furono interamente pervasi dalla sostanza macrocosmica del Cristo, il quale poi per la durata di tre anni visse sulla Terra in questi corpi umani, e successivamente attraversò il Mistero culminante del Golgota mentre ancora si trovava unito a questa sostanza del Cristo. Lo sviluppo di Gesù Cristo fu naturalmente diverso durante questi tre anni da quello di un altro uomo. Come era esso, così che per mezzo dei principi della Scienza dello Spirito, quando penetriamo nel fondamentale, possiamo comprendere come la Risurrezione era effettivamente?

Così stava al Giordano Gesù di Nazareth nel momento decisivo del Battesimo. Il suo Io individuale, la sua Monade umana si separò dal corpo fisico, dal corpo eterico o corpo vitale e dal corpo astrale sensibile, e la grande sostanza macrocosmica del Cristo, il suo Io cosmico infinito, si abbassò e si incarnò, prese divino possesso di questi tre corpi e visse poi fino al 3 aprile dell’anno 33 — come abbiamo potuto stabilire mediante la ricerca occulta. Ma quella che seguì non era una vita ordinaria. Poiché fin dal momento del Battesimo, tutta intera questa vita del Cristo incarnato nel corpo di Gesù di Nazareth era caratterizzata come un lento ma costante processo di morte e di consunzione. Con ogni periodo che progrediva lentamente nella vita di questi tre anni cruciali, per così dire, qualcosa dei rivestimenti, delle guaine nel corpo di Gesù di Nazareth moriva progressivamente. Lentamente queste guaine morivano e si dissolevano dal di dentro, così che dopo il compiersi di tre anni tutto il corpo di Gesù di Nazareth era divenuto qualcosa che stava già spiritualmente al confine dell’essere puro cadavere e era tenuto insieme unicamente dalla potenza vivificante della sostanza macrocosmica del Cristo. Non dovete immaginarvi che questo corpo fisico e animico, in cui dimorava il Cristo vivente, fosse per esempio un anno e mezzo dopo il Battesimo di Giovanni nel Giordano simile a un corpo ordinario di uomo: era invece tale che un’ordinaria anima umana incarnata l’avrebbe sentito cadere subito da sé, dissolversi, poiché poteva essere tenuto insieme in unità organica soltanto dalla possente e infinita forza della sostanza macrocosmica del Cristo. Era un processo ininterrotto e solenne, un lento perire durato l’intera lunghezza di tre anni. E precisamente al confine dello sfasciarsi totale, dell’ultimo dissolvimento, era arrivato questo corpo quando il grande Mistero del Golgota sopraggiunge e si compie. Allora era ancora necessario soltanto che quegli uomini, di cui ci viene narrato, venissero a questo corpo con le loro singolari cose, chiamate spezie, e creassero una combinazione chimica tra queste singolari sostanze e il corpo di Gesù di Nazareth, nel quale la sostanza macrocosmica del Cristo per tre anni aveva dimorato, e poi lo calassero nel sepolcro. Ci voleva allora assai poco affinché questo corpo si disgregasse in polvere nel sepolcro, e il Spirito del Cristo si rivestisse di un corpo eterico, si potrebbe dire, addensatosi fino alla visibilità fisica. Così il Cristo risorto era avvolto in un corpo eterico addensatosi fino alla visibilità fisica. Così andò in giro e apparve a coloro cui poteva apparire. Non era visibile a tutti, poiché era effettivamente soltanto un corpo eterico addensato, che il Cristo dopo la Risurrezione indossava. Ma quello che era stato calato nel sepolcro si dissolse in polvere. E secondo le più recenti ricerche occulte si realizzò in realtà il fatto che un terremoto avvenne. È stato per me sorprendente, dopo che dalle ricerche occulte avevo trovato che un terremoto aveva avuto luogo, trovare questo accennato nel Vangelo di Matteo. La terra si spaccò, la polvere del cadavere cadde dentro e si unì con tutta la sostanza della Terra. Per lo scuotimento conseguente al terremoto i drappi furono scossi come li si trova descritti nella descrizione del Vangelo di Giovanni. È meravigliosamente descritto nel Vangelo di Giovanni.

Così dobbiamo comprendere occulto la Risurrezione e non abbiamo bisogno di stare in contraddizione con i Vangeli. Poiché ho spesso già richiamato l’attenzione sul fatto che Maria di Magdala non riconobbe il Cristo quando le si incontrò. Come potrebbe non riconoscere qualcuno che aveva visto pochi giorni prima — specialmente se era una tale importante personalità come il Cristo Gesù — di nuovo? Se viene narrato che Maria di Magdala non lo riconobbe, allora dovette venirgli incontro in un’altra forma. Lo riconosce soltanto quando, per così dire, lo sente parlare. Allora diventa attenta.

E tutti i particolari nei Vangeli ci sono occulto completamente comprensibili.

Ma potrebbe dire qualcuno: Tommaso fu invitato dal Risorto, che apparve ai discepoli, a toccare con le sue mani le ferite. Allora bisognerebbe presupporre che queste fossero ancora state presenti, che il Cristo fosse venuto ai discepoli con lo stesso corpo che si era dissolto in polvere. No! Pensate: qualcuno ha una ferita: allora il corpo eterico si contrae particolarmente, acquista una sorta di cicatrice. E nel corpo eterico particolarmente contratto, da cui sono stati tolti i componenti per il nuovo corpo eterico, con cui la sostanza del Cristo si rivestì, c’erano portate alla visibilità queste ferite, erano particolarmente dense, così che anche Tommaso poteva sentire che una realtà era presente.

Proprio questo passo è in senso occultistico un passo meraviglioso. Ciò non contraddice affatto neppure il fatto che abbiamo a che fare con un corpo eterico addensatosi per la forza del Cristo fino alla visibilità, e che allora può anche avvenire la scena di Emmaus. La troviamo descritta nel Vangelo così che non avviene un’ordinaria assunzione di cibo, bensì una dissoluzione dell’assunto immediatamente attraverso il corpo eterico, attraverso le forze del Cristo, senza la cooperazione del corpo fisico.

Tutte queste cose oggi possono essere comprese dai principi occulti nel suolo della Scienza dello Spirito. I Vangeli in certa misura — eccetto i passi tramandati in cattiva traduzione — possono essere intesi letteralmente. Ogni particolare si spiega in maniera meravigliosa, e chi ha compreso queste cose, quando nota una contraddizione, si dice: Allora io sono ancora troppo stupido! Non si sente così intelligente come i moderni teologi, che dicono: Non possiamo intendere la Risurrezione come è descritta nei Vangeli! Noi invece possiamo intenderla proprio così, quando comprendiamo le cose dai loro fondamenti.

Come tutto ciò che è stato espresso agisce sulla ragione umana? Ebbene, proprio così che la gente dice: Se devo credere alla Risurrezione, allora devo tracciare una riga attraverso quello che finora mi sono conquistato attraverso la mia ragione. Non posso farlo. Perciò la Risurrezione deve essere cancellata. La ragione che così parla è appunto la ragione pervasa di luciferini, che non può comprendere queste cose. Questa sempre più verrà a rifiutare i grandi discorsi e fatti agenti in maniera elementare, che accadevano prima intorno al Mistero del Golgota. Ma la Scienza dello Spirito sarà chiamata a comprendere queste cose fino nei più minuti dettagli. Non rifiuterà quello che come quinto, sesto, settimo principio può andare al di là del quarto principio macrocosmico. Tuttavia, nel quarto principio macrocosmico vedrà il più grande impulso che è stato dato all’evoluzione terrestre.

Da ciò però vedete che in certa misura non è così del tutto facile comprendere lo sviluppo del Cristo entro la Terra, perché in certa misura l’obiezione è legittima: che particolari spiriti, spiriti luciferici, conducono a altri, ma solo principi microcosmici. Ho espresso precedentemente questo così: Il Cristo è come una sorta di centro, dove l’essenza agisce attraverso il suo atto, l’essenza agisce attraverso quello che essa è. Intorno al Cristo siedono i dodici Bodhisattva del mondo, su cui irradia quello che emana dal Cristo e che loro inizialmente nella direzione dell’elaborazione della saggezza elevano a principi più alti. Ma tutto irradia dal quarto principio anche sui principi più alti, in quanto questi vengono a sviluppo sulla Terra. Per mezzo di ciò riguardo all’unicità del Cristo si produce molto errore, che non si è chiari come si abbia a che fare sì con il quarto, ma con il quarto principio macrocosmico nel Cristo, e anche se possono essere sviluppati principi più alti, questi sono solo principi microcosmici di essenze che sulla luna antica non sono giunte a pieno sviluppo, che però nella loro maniera stanno al di là degli uomini, che perché già durante lo sviluppo lunare sono giunte allo sviluppo, per la loro parte sulla luna hanno sviluppato quello che gli uomini devono prima sviluppare sulla Terra.

A tali cose profonde, come sono state ora esposte nella loro complessità, dobbiamo elevare il nostro pensiero e la nostra comprensione se vogliamo riconoscere veramente la giusta posizione del Principio del Cristo entro la nostra evoluzione terrestre, se vogliamo chiarirci pienamente il perché nel futuro prossimo l’Anticristo sarà elevato e posto più in alto in molti aspetti dello stesso Cristo da parte dei popoli. Si troverà facilmente l’Anticristo più intelligente, più geniale, più scintillante del Cristo. Otterrà un potente seguito dagli uomini incolti spiritualmente. Ma gli Scienziati dello Spirito autentici devono prepararsi coscientemente a non lasciarsi ingannare da quello che ora è stato caratterizzato e descritto con precisione. Sarà innanzitutto necessario un saldo e incrollabile fondamento nei buoni e puri principi della Scienza dello Spirito per non lasciarsi sedurre e ingannare in questo campo decisivo. Era innanzitutto il compito e la missione di quella Esoterica che dagli inizi del tredicesimo secolo nel mondo occidentale si è sviluppata e di cui molte cose sono state dette: elaborare chiaramente quello che sulla natura del Cristo in questo aspetto deve essere detto. Così chi sta saldamente sul suolo di questa Esoterica riconoscerà chiaro e sempre più chiaro quale posizione centrale il Cristo occupa entro l’evoluzione terrestre. E già si arriverà — di fronte a tutte le cosiddette reincarnazioni del Cristo sulla nostra Terra — a sostenere il semplicissimo: Come una bilancia deve essere sostenuta in un solo punto di equilibrio centrale e non in due o più punti di appoggio, così l’evoluzione dell’umanità terrestre deve avere un unico impulso fondamentale, un’unica forza di gravità spirituale. E chi assume e sostiene l’idea di più incarnazioni del Cristo sulla Terra, commette l’errore logico e cosmico stesso di chi pensa ingenuamente che perché una bilancia funzioni davvero perfettamente bene, debba essere sostenuta e sorretta in due posti diversi. Se questo avviene, allora non è più una bilancia: non c’è più equilibrio, ma crollo. E quello che andrebbe in giro nel mondo in molte incarnazioni successiva, non sarebbe più il Cristo autentico e unico. Questo è l’insegnamento centrale che ogni occultista genuinamente istruito avanzerà e proclamerà di fronte alla natura divina del Cristo. Con questo semplice confronto cosmico si additano chiaramente l’unicità assoluta e l’irripetibilità della natura divina del Cristo. Lì, in questa comprensione, stanno in completo, perfetto accordo il Vangelo e la Scienza dello Spirito.

L’ALBA DELL’OCCULTISMO MODERNO

L’alba del nuovo occultismo

15°L'alba dell'occultismo moderno — Prima conferenza

Kassel, 27 Gennaio 1912

Compito mio oggi è offrire anzitutto una considerazione meramente storica, alla quale dopodomani dovrà seguire una trattazione che potrà introdurci assai più profondamente negli impulsi interiori del pensiero, della volontà e dell’agire propriamente rosacrociani. Una comprensione genuina del rosicrucianesimo dei nostri tempi può sorgere soltanto in colui che si imprime fermamente nell’anima questa verità fondamentale: il rosicrucianesimo non è qualcosa che possegga una norma storica fissata una volta per tutte, bensì è realmente qualcosa di profondamente diverso in ogni singolo secolo. Così infatti accade, poiché il rosicrucianesimo deve di continuo adattarsi alle mutevoli condizioni dell’epoca presente.

Siamo consapevoli che gli impulsi fondamentali veri della scienza dello spirito devono lentamente penetrare nella cultura contemporanea; tuttavia questa penetrazione risulta ardua nella cultura occidentale dove noi stiamo collocati. Non è in alcun modo possibile in breve tempo divenire un essere umano diverso per mezzo della scienza dello spirito, dal momento che per il nostro karma individuale siamo nati interiormente nella cultura occidentale. Non abbiamo la medesima facilità che possiedono i rappresentanti di certi raggruppamenti umani, quelli che possono muovere da presupposti razziali o religiosi preesistenti. Principio fondamentale del nostro agire dev’essere precisamente questo: non stiamo sul terreno di una confessione religiosa determinata, bensì riconosciamo nei vari sistemi religiosi manifestazioni concrete della vita spirituale unica che tutto compenetra. In tutti i sistemi religiosi mondiali la scienza dello spirito deve ricercare questo profondo nucleo spirituale di verità autentica. Naturale è che l’antroposofo, quale uomo della civiltà occidentale, possa agevolmente essere frainteso e travisato, soprattutto dai rappresentanti dei diversi confessioni e delle molteplici concezioni del mondo che osserviamo intorno a noi.

Se vogliamo intendere rettamente ciò che intendiamo essere come ricercatori di scienza dello spirito, dobbiamo stare fermamente radicati su un unico terreno fondamentale: il terreno del divenire storico dell’umanità. Dobbiamo comprendere profondamente che la scienza dello spirito è un evento concreto dentro lo sviluppo storico evolutivo dell’umanità. Ognuno di coloro che qui siede, in verità, è stato incarnato in ogni periodo della cultura umana, e per di più si è incarnato ripetutamente in ogni singolo periodo culturale differente. Qual è allora il significato riposto di queste successive incarnazioni? Perché l’uomo deve attraversare in vite successive tutte queste diverse e fondamentali formazioni culturali che la storia umana ci presenta?

Questo interrogativo profondo condusse il filosofo Lessing alla sua salda convinzione dell’idea della reincarnazione dell’anima umana. Lessing si pose questo quesito interiore: gli uomini sono in tempi remoti e passati già scesi attraverso tutti i possibili periodi culturali dell’umanità, e devono tornare a incarnarsi per imparare cose nuove e unire consapevolmente il nuovo all’antico. Così ragionava Lessing nella sua meditazione: deve avere un profondo senso che noi passiamo reiteratamente attraverso le diverse incarnazioni storiche. E questo senso riposto sta appunto in ciò, che l’uomo in ogni nuova incarnazione apprende realmente cose completamente nuove, aggiungendole consapevolmente all’antico sapere.

Già spesso e in molti contesti si è indicato storicamente che le epoche successive erano profondamente diverse fra loro nei loro caratteri essenziali. Oggi tuttavia occorre puntare fermamente l’attenzione su un momento straordinariamente importante della storia umana: il tredicesimo secolo dell’era cristiana. Si può affermare con certezza che gli uomini incarnati in quel tempo particolare vissero qualcosa di affatto singolare e unico, qualcosa che gli uomini incarnati in altri tempi storici non poterono in alcun modo vivere. E ciò che ora dirò, lo dico in profonda comunione con quanti ebbero la straordinaria ventura di attraversare una vita spirituale elevata e consapevole, e che oggi sono di nuovo incarnati fra noi: essi lo sanno tutti da esperienza interiore.

Nel tredicesimo secolo regnava in modo assoluto per tutti gli uomini un’oscurità spirituale straordinaria, anche per gli spiriti più illuminati dell’epoca, e anche per gli iniziati di alto rango. Tutto ciò che in quel tredicesimo secolo si sapeva concretamente dei mondi spirituali, lo si sapeva per tradizione tramandata anticamente o dalla testimonianza viva degli iniziati di tempi anteriori, i quali risvegliavano il ricordo di ciò che avevano personalmente vissuto. Ma per un breve periodo determinato anche questi spiriti elevati non poterono guardare direttamente e liberamente nel mondo spirituale. Questo breve tempo di oscuramento dovette allora necessariamente verificarsi, proprio per preparare il caratteristico peculiare della nostra epoca attuale: la cultura intellettuale, razionale e pensante che oggi è presente. Importantissimo è comprendere che nella quinta epoca di cultura post-atlantica noi possediamo proprio questo carattere. Non era così nell’epoca greca della cultura umana. Allora era il contemplare diretto e immediato il movimento dominante dell’anima, al posto del nostro presente pensiero astratto e razionale. L’uomo allora cresceva, per così dire, insieme unitamente con ciò che vedeva e udiva nella natura, sì, perfino anche con ciò che pensava, l’uomo allora cresceva in unità vivente con queste realtà che lo circondavano.

Allora non si speculava nella misura tanto estesa come accade nei giorni nostri e come deve necessariamente accadere per lo sviluppo umano, giacché questa è l’impresa storica caratteristica della quinta epoca di cultura post-atlantica. In quel tredicesimo secolo dovettero essere scelte con grande cura personalità assai particolarmente idonee e preparate per l’iniziazione spirituale suprema, e questa iniziazione stessa potè accadere rigorosamente solo dopo il termine definitivo di quel breve tempo di oscuramento spirituale. Oggi non è ancora completamente possibile nominare pubblicamente il luogo preciso in Europa dove accadde ciò che ora dirò alle vostre anime. Ma in tempo non lontano anche questo pure diverrà possibile e potrà essere rivelato.

Oggi si dovrà parlare quindi dell’alba meravigliosa del nuovo occultismo occidentale. La situazione era in verità questa: in quel particolare tempo di oscuramento spirituale vivevano dodici uomini straordinari, dodici spiriti veramente eminenti e consapevoli, che si riunirono solennemente per promuovere il progresso autentico dell’umanità intera. Non potevano guardare direttamente e liberamente nel mondo spirituale per causa di quell’oscuramento, ma potevano risvegliare profondamente in sé il ricordo vivo di ciò che avevano già vissuto per mezzo di iniziazione spirituale anteriore in altre incarnazioni. E il karma individuale dell’umanità ha fatto sì che in sette esattamente di questi dodici uomini si incarnasse ciò che agli uomini era rimasto come ricchissimo frammento della cultura atlantica antica e originaria. Nella mia “Scienza occulta” è già stato detto che nei sette sapienti maestri dell’India santissima e primordiale fu portato avanti come tesoro vivo ciò che era rimasto dall’epoca atlantica preistorica. I sette uomini che nel tredicesimo secolo si reincarnarono di nuovo, e che formavano una parte fondamentale dei dodici, erano appunto coloro che potevano guardare indietro con lucidità ai sette flussi originari della cultura atlantica antica e a ciò che come questi sette flussi continua a vivere negli insegnamenti e nelle sapienze posteriori.

Da ognuna di queste sette individualità spirituali soltanto uno dei sette flussi poteva essere reso veramente fecondo, sia per il tempo allora presente nel tredicesimo secolo sia per i nostri giorni attuali. A questi sette saggi si unirono quattro altri spiriti eminenti, che non potevano guardare indietro come i primi sette sapienti a epoche primordiali remote della preistoria atlantica, bensì queste quattro personalità potevano guardare indietro a ciò che l’umanità si era gradualmente appropriato e assimilato di verità occulte vere nei quattro periodi differenti di cultura post-atlantica. Il primo di questi quattro poteva guardare indietro all’epoca pré-indiana originaria, il secondo all’epoca pré-persiana, il terzo all’epoca egiziano-caldaica-babilonese-assira, e il quarto all’epoca greco-latina del mondo antico. Questi quattro spiriti si unirono ai sette saggi formando così il collegio solenne dei dodici saggi uomini nel tredicesimo secolo europeo.

Il dodicesimo saggio aveva, per così dire, il minimo di ricordi antichi rispetto agli altri, era il più intellettuale e razionale per costituzione, aveva in special modo l’importante compito di coltivare e promuovere le scienze esteriori ed empiriche del mondo fisico. Queste dodici individualità straordinarie non vivevano soltanto nel proseguimento diretto degli eventi interiori dell’occultismo occidentale, ma potevano anche incarnarsi consapevolmente in altre personalità che sapevano qualcosa della saggezza occulta. Un modo assai particolare e profondo di indicare e rappresentare ciò simbolicamente lo troviamo nel grande poeta tedesco Goethe nella sua poesia esoterica “I misteri”.

Dunque di dodici eminenti individualità spirituali abbiamo veramente da parlare oggi, e a questi dodici si aggiunse un tredicesimo straordinario, che dopo l’epoca severa di oscuramento dovette essere solennemente scelto per conseguire l’iniziazione suprema e necessaria nella cultura occidentale contemporanea. Le circostanze di questo evento sono profondamente misteriose, e naturalmente posso raccontarvi il seguente soltanto come un racconto vivo della saggezza esoterica, eppure per me tutto ciò è verità completamente obiettiva e verificabile. Potrete effettivamente verificarlo e controllarvi, se raccoglierete accuratamente tutto ciò che già è stato comunicato dalla scienza dello spirito orientata antroposoficamente negli ultimi decenni di anni, e a questo prezioso insegnamento aggiungete ciò che sapete dalla storia esteriore dal tredicesimo secolo fino ai nostri giorni.

Il collegio solenne dei dodici saggi uomini era pienamente consapevole infatti che in questa particolare epoca doveva nascere un bambino straordinario, un’anima che al tempo remoto dell’evento di Cristo in Palestina aveva già vissuto incarnata e che era stata personalmente presente al mistero supremo del Golgota. Questa individualità umana possedeva una formazione del cuore profondamente marcata e caratteristica, sì, una formazione dell’amore intimamente particolare e rarissima, che aveva potuto acquisire e sviluppare in circostanze spirituali adatte da quell’era lontana fino allora. Un’individualità straordinariamente e consapevolmente spirituale era incarnata in questo giovane bambino. Dovette accadere qualcosa di eccezionale che non potrà mai più accadere nell’era futura nella stessa forma precisa. Il seguente evento non è affatto un modello ordinario o esemplare di iniziazione ordinaria, bensì rappresenta qualcosa di ecezionalmente accaduto nella storia spirituale dell’umanità. Questo bambino dovette essere tolto deliberatamente dall’ambiente naturale in cui era nato e affidato fermamente alla custodia consapevole dei dodici saggi in un determinato luogo segreto d’Europa.

Ora, non era il più importante e decisivo ciò che esternamente e materialmente i dodici saggi operavano con le loro mani; bensì era profondamente importante che il giovane bambino crescesse lentamente nell’ambiente spirituale e consapevole dei dodici saggi illuminati. Per questa vicinanza costante le sapienze viventi dei dodici uomini si versavano direttamente nell’anima in crescita del bambino. Ad esempio, uno di questi dodici possedeva in sé la saggezza cosmica di Marte, e per questo quella anima riceveva una vita psichica costituita in modo del tutto particolare e caratteristico, una speciale disposizione d’anima profonda le era stata così conferita dalla cultura e dall’influenza marziale. Questa coltura marziale cosmica consisteva ad esempio in ciò, che l’anima riceveva una certa capacità straordinaria di sostenere con vero entusiasmo e dedizione le scienze occulte più alte. Simili influssi planetari e cosmici accadevano pure rispetto alle altre anime e alle loro formazioni. Attraverso l’armonica concordanza e accordo dei diversi flussi di saggezza che emanavano dai dodici saggi, l’anima di questo bambino veniva lentamente armonicamente e integralmente formata. Così il bambino crebbe in costante custodia spirituale consapevole dei dodici.

Allora giunse un determinato periodo cruciale della sua crescita: il bambino era ormai divenuto un giovane adolescente, verso i venti anni di età, e finalmente potè manifestare esteriormente qualcosa che era come un riflesso consapevole dei dodici flussi viventi di saggezza. E ciò che là si manifestò era qualcosa di completamente nuovo e inaspettato, straordinario anche per i dodici saggi maestri. La trasformazione dell’anima accadde fra forti e evidenti mutamenti organici del corpo fisico. Anche fisicamente il giovane si era fortemente e visibilmente differenziato dagli altri uomini ordinari della sua epoca. A volte era molto gravemente malato, diveniva completamente trasparente e quasi incorporeo - il corpo del giovane era come diafano e quasi spiritualizzato. E poi giunse un momento cruciale in cui l’anima abbandonò completamente il corpo fisico denso per alcuni giorni interi. Come morto giaceva il giovane corpo dinanzi ai dodici saggi. E quando l’anima tornò finalmente a rientrare nel corpo, si era compiuto qualcosa di straordinario che era come una nuova nascita e rigenerazione delle dodici sapienze unite, sicché anche i dodici saggi stessi potevano imparare cose completamente nuove e sorprendenti dal giovane. Poteva ora parlare di esperienze affatto nuove e consapevoli. Poteva attraverso il mistero supremo del Golgota vivere qualcosa di simile a ciò che Paolo visse dinanzi a Damasco nella sua visione.

Così era finalmente data la possibilità storica di riunire e sintetizzare tutte le diverse concezioni del mondo, religiose e scientifiche - e fondamentalmente ve ne sono soltanto dodici nella storia umana - in una sola unificante, che da queste dodici concezioni fosse nata e generata. Era stata data la straordinaria possibilità che le dodici concezioni del mondo potessero ritrovarsi reciprocamente in un’unica concezione, che potesse fare piena giustizia a tutte loro e contenerle. Ciò che fu insegnato da questo individuo dopodomani verrà discusso più approfonditamente. Ora però deve dirsi con chiarezza che il giovane poco tempo dopo questa trasformazione morì corporalmente, cosicché ebbe soltanto una breve vita terrena nel tredicesimo secolo. La sua missione spirituale consisteva nel riunire e integrare intellettualmente e consapevolmente i dodici flussi di saggezza umana, nel riviverli profondamente e nel creare il nuovo insegnamento che potè lasciar come eredità ai dodici saggi, i quali dovevano poi elaborarlo ulteriormente. Un importante stimolo spirituale e rivelativo era stato così dato all’umanità. L’individualità straordinaria da cui questo impulso spirituale fondamentale procedette portava il nome venerando Cristiano Rosacroce. La medesima individualità fu rinata nel quattordicesimo secolo dell’era cristiana, e questa volta la sua vita terrena durò notevolmente più di cento anni terrestri.

In questa lunga vita terrena nel quattordicesimo secolo rese anche esteriormente visibile e fecondo tutto ciò che aveva profondamente vissuto e sperimentato in quel breve periodo del tredicesimo secolo. Percorse infaticabilmente tutto l’occidente europeo e quasi tutta la terra allora conosciuta dal mondo antico, per ricevere costantemente di nuovo e in nuovo modo tutta la saggezza primordiale, dalla quale, nella precedente incarnazione medievale, le era venuta l’ispirazione spirituale al nuovo impulso rosicruciano, che doveva, per così dire, colare come essenza vitale intera nella cultura viva di quel tempo e nei secoli a venire.

Anche in modo essoterico e manifesto questo nuovo elemento spirituale giunse a vivida espressione nella cultura occidentale. Ad esempio nella vita consapevole e creativa di Lessing l’ispirazione profonda di questa entità straordinaria ha operato in modo occulto. Questo naturalmente non lo si può facilmente provare e dimostrare esternamente con metodi ordinari. Ma l’intero modo di pensare caratteristico in Lessing è tale che chi conosce approfonditamente queste realtà esoteriche può realmente percepire questo impulso rosacrociano che l’ispira. O ad esempio nel diciannovesimo secolo, che pure era così poco consapevolmente adatto per idee come karma, reincarnazione e evoluzione spirituale simili, ha operato questo impulso in modo essoterico e visibile nelle anime aperte.

È veramente interessante che proprio allora, verso la fine degli anni quaranta del diciannovesimo secolo, una società scientifica rispettabile mise pubblicamente in palio un premio per il migliore lavoro filosofico sull’immortalità essenziale dell’anima umana. Fra i lavori scientifici inviati per il concorso ve n’era uno del filosofo Widenmann, che ricevette meritoriamente il premio. Sosteneva fermamente l’accettazione filosofica di vite terrene ripetute e rinascenti dell’anima umana. Naturalmente non si parlava di reincarnazione nel modo consapevole come oggi per mezzo della scienza dello spirito antroposofica, ma il fatto storico è interessante che allora sorse uno scritto filosofico siffatto e fu pubblicamente insignito del premio dal riconoscimento scientifico.

Anche altri psicologi e filosofi pensanti di quel tempo si pronunciarono chiaramente per vite terrene ripetute dell’anima umana. Dunque il sottile filo della fede e della saggezza nella reincarnazione e nel karma cosmico non si è mai del tutto spezzato nella coscienza umana. E anche i primi scritti filosofici della fondatrice eminente della Società Teosofica, la grande personalità spirituale H. P. Blavatsky, sono veramente comprensibili e interpretabili soltanto se si riconosce profondamente l’ispirazione rosacrociana occulta che ne sta alla base vivente.

Ora è di grandissima importanza e rilevanza sapere che in ogni singolo secolo della storia umana l’ispirazione rosacrociana è data e trasmessa in tal modo profondo che non viene mai designato esternamente pubblicamente il portatore vivente dell’ispirazione spirituale. Solo i più alti iniziati spirituali nel mondo lo sapevano e lo sanno. Oggi ad esempio si può parlare esternamente in modo pubblico soltanto di eventi che giacciono cento anni nel passato remoto. Infatti questo è lo spazio di tempo necessario che deve scorrere dopo gli eventi prima che se ne possa parlare pubblicamente e apertamente. Troppo grande è la tentazione per gli uomini di rivolgere un culto fanatico di santità e di adorazione a un’autorità così tirata e focalizzata verso il personale umano, il che sarebbe la cosa peggiore che sia possibile. Questo pericolo spirituale sta troppo vicino alle anime umane. Ma il silenzio sacro non è una necessità soltanto contro le tentazioni esterne della ambizione personale e della superbia umana, dalle quali forse ci si potrebbe ancora difendere e custodirsi, bensì soprattutto contro gli attacchi occulti astrali demoniaci, che continuamente e inesorabilmente sarebbero diretti da forze ostili contro una simile individualità consapevole. Perciò esiste il requisito rigoroso e necessario che solo cento anni dopo un tale fatto storico se ne possa parlare pubblicamente.

A poco a poco e gradualmente attraverso tali considerazioni profonde deve farsi strada un’intuizione che il fulcro essenziale dello sviluppo storico dell’umanità risiede proprio nel rosicrucianesimo. Mi permetta di mostrarvi con un confronto semplice e banale ciò che si intende precisamente per tale fulcro spirituale. Immaginiamo una bilancia meccanica ordinaria: essa può avere soltanto un unico punto di appoggio centrale in alto sulla sua trave di legno, se avesse due tali fulcri simultanei non si potrebbe affatto pesare correttamente. Per lo sviluppo storico dell’umanità è ugualmente necessario un tale fulcro spirituale centrale. La visione orientale del mondo e del cosmo, ad esempio, e pure il filosofo Schopenhauer, non ammettono in alcun modo un tale fulcro dinamico, non riconoscono affatto uno sviluppo storico lineare in questo senso. Ma è il compito e la missione principale dell’umanità occidentale il riconoscere consapevolmente la storia come processo evolutivo. E il rosicrucianesimo ha la missione spirituale di elaborare una tale concezione unificante che ammetta chiaramente un fulcro nel divenire storico dell’uomo.

Ora è del tutto indifferente e irrilevante per ciò che ora deve dirsi pubblicamente a quale confessione religiosa tradizionale si appartiene personalmente. Poiché dalla cronaca vivente dell’Acasha cosmica si può stabilire con certezza che il giorno che rappresenta il fulcro supremo nello sviluppo spirituale dell’umanità è il 3 aprile dell’anno 33 dell’era cristiana. Questo dobbiamo considerare come particolarmente significativo e fondamentale per il rosicrucianesimo, che qui risiede il fulcro spirituale profondo dello sviluppo evolutivo umano sulla terra.

Che cosa accadde allora propriamente e quale evento spirituale si compì? In quel tempo particolare del 3 aprile dell’anno 33 accadde ciò che si può significativamente chiamare: la crisi cosmica del mondo demonico. Che cosa è questo evento cruciale? Sappiamo da investigazioni esoteriche che in tempi antichi gli uomini possedevano una chiaroveggenza consapevole primitiva e naturale. Questa chiaroveggenza innata divenne sempre più debole nei secoli, finché quasi completamente si spense. La cosa sta così dal punto di vista spirituale: gli uomini fino a quel momento decisivo vivevano principalmente nel corpo astrale con la loro coscienza ordinaria, e non così consapevolmente nel loro Io superiore. La crisi cosmica fu generata dal fatto che la vecchia chiaroveggenza naturale sempre più si oscurava inevitabilmente. Perciò l’uomo poteva percepire consapevolmente solo nelle regioni inferiori e oscure del mondo spirituale astrale. L’Io umano viveva ancora entro l’astrale; ma le potenze e gli esseri che l’Io poteva percepire erano divenute sempre peggiori e sempre più impure moralmente.

L’uomo non aveva più uno sguardo puro e consapevole alle buone potenze spirituali, bensì, quando guardava consapevolmente nell’astrale, vedeva soltanto queste malvagie entità demoniche e oscure. La guarigione spirituale doveva venire dalla cultura consapevole dell’Io superiore umano. L’inizio concreto di ciò era appunto ciò che accadde nel grande evento del battesimo nel fiume Giordano. Che cosa sperimentava veramente un tale uomo che si faceva battezzare nel Giordano? Anzitutto sperimentava la procedura fisica consapevole dell’essere sommerso completamente nell’acqua viva e così la separazione temporanea del corpo astrale e del corpo eterico dal corpo fisico denso. Per questo evento il corpo fisico, l’uomo poteva realmente vedere e comprendere come una crisi spirituale doveva inevitabilmente scoppiare nel mondo demonico e negli esseri astrali. E i battezzati si dissero consapevolmente: Dobbiamo mutare profondamente il nostro senso e la nostra coscienza! Deve giungere il tempo futuro in cui lo spirito divino può penetrare direttamente nella coscienza dell’Io superiore. Un tale uomo battezzato sentiva in verità: Oh, ancora tutti questi esseri stanno in me, questi orribili esseri astrali demoniaci, continuamente e senza sosta penetrano e abitano in me.

Doveva venire qualcosa di essenziale che trascenda completamente l’astrale e il demonico, e questo è l’Io consapevole e libero. Attraverso l’Io spirituale sarà possibile che si formino comunità puramente umane uscenti dalla libertà consapevole dell’anima umana, che non siano più legate rigidamente ai vincoli di sangue e di razza biologica. Rappresentatevi chiaramente un tale uomo, posseduto completamente da demoni dei peggiori e più oscuri, che sanno profondamente che una crisi spirituale decisiva li sovrasta inevitabilmente. Pensate che a questo uomo posseduto si contrapponga un’entità spirituale che ha appunto la missione cosmica di contrastare decisivamente i demoni. Come devono sentirsi questi esseri demoniaci? Nel più alto grado di sofferenza a disagio devono sentirsi! A massimo disagio e profonda sofferenza si sentirono i demoni e gli esseri oscuri di fronte a Gesù Cristo.

Il rosicrucianesimo ha in sé gli impulsi vivi e spirituali che debbono contrapporsi fermamente ai demoni e alle forze oscure. L’Io umano deve per questi impulsi rosicruciani essere di nuovo elevato consapevolmente verso la sua natura spirituale superiore. Solo che con questa elevazione fondamentale dell’Io nella storia umana non si è ancora andato molto lontano nei nostri tempi.

Ritornando al punto di partenza originario della nostra considerazione oggi ci diviene chiaramente evidente quanto sia naturale che noi antroposofi dobbiamo inevitabilmente avere una sorte e una via più difficile, nel farci strada consapevolmente nel mondo, rispetto a qualunque altro seguace. Gli antroposofi sono perseguitati dalle forze avverse come nessun altro seguace di alcuna visione del mondo contemporaneo. Poiché niente è agli uomini ordinari più spiacevole e irritante che quando viene loro descritta accuratamente la vera forma vivente e consapevole di Cristo. Ma la nostra convinzione antroposofica si fonda sui risultati concreti di ricerca propriamente occulta-scientifica esatta, e a questa convinzione veritiera si deve tener fermo con tutte le forze spirituali dell’anima.

La memoria emotiva del karma e la missione di Christian Rosenkreutz

16°L'alba dell'occultismo moderno — Seconda conferenza

Kassel, 29 Gennaio 1912

Oggi desideriamo legare alla contemplazione della conferenza precedente qualcosa che può condurci a una personale e profonda comprensione della vita antroposofica. Quando consideriamo il nostro corso di vita, quando cerchiamo di orientarci nei suoi dettagli, scopriamo che si guadagna moltissimo da una tale riflessione esistenziale. Giungeremo allora a riconoscere che molte cose, le quali ci hanno colpito come nostro destino o ancora ci colpiscono, meritano d’essere considerate giuste, che le abbiamo meritate. Supponiamo che un uomo sia stato leggero in questa incarnazione e successivamente lo colpisca un colpo di destino: forse non potremo più connettere il colpo direttamente alla leggerezza, eppure portiamo il sentimento che questo colpo ci tocca in modo giusto. Altre peripezie le scopriamo, guardando oltre, quali eventi che appaiono casuali, per i quali non troviamo spiegazione. Queste due categorie di esperienze emergono quando ripercorriamo il nostro cammino.

Si tratta dunque di distinguere con molta precisione fra ciò che ci appare come caso e ciò che agisce quale necessità. Quando l’uomo considera il suo cammino alla luce di queste due categorie di esperienze, non può compiere un’evoluzione superiore senza tentare di guardare a tutto ciò che gli si presenta come caso. Dobbiamo soprattutto cercare di osservare le cose che non abbiamo voluto, quelle che si oppongono a quello che ci piace. Esiste una possibilità particolare dello stato animico di porsi su un punto di vista ipotetico e di dirsi: come sarebbe se mi immagginassi di aver voluto proprio così, sinceramente, ciò che non ho voluto, ciò che non mi è gradito, ciò che non mi piace? Ogni dettaglio di quanto mi era allora spiacevole e che non volevo, devo immagginarmelo con tutta l’intensità come se l’avessi voluto. Noi stessi avremmo voluto questa nostra condizione con la massima energia.

Di quello che ci appare come caso, dobbiamo immaginare: come sarebbe se avessimo applicato la volontà più forte per volere tutto questo? In modo quasi meditativo l’uomo deve trasferirsi in questo stato animico rispetto a quello che nel corso della sua vita gli si presenta come evento casuale. E ogni uomo contemporaneo può farlo. Quando procediamo così, questo esercizio produce gradualmente un’impressione straordinaria sulla nostra anima: sentiamo come se qualcosa volesse staccarsi da noi. Ho immagginato un secondo uomo, un uomo diverso, dice l’anima a se stessa, e ora eccolo qui. Non possiamo più liberarci da questa rappresentazione; un tale uomo immagginato diventa a poco a poco il nostro doppio. Con questo uomo immagginato hai davvero a che fare, si dice l’anima. Si sale alla rappresentazione: questo uomo vive propriamente in te. E quando ci si immerge con vera intensità in questa rappresentazione, si diviene consapevoli che questo uomo immagginato non è privo di significato. La convinzione si risveglia in noi: questo è già esistito, e allora tu avevi le forze di volontà verso queste apparenti casualità odierne dentro di te. In questo modo ci procuriamo una convinzione profonda del fatto che eravamo già qui, prima di immergerci in questo involucro corporeo. E ogni uomo contemporaneo può procurarsi questa convinzione.

Dobbiamo ora considerare come si succedono le incarnazioni dell’uomo. Che cosa si reincarna dunque propriamente? Come possiamo trovarlo?

Nella vita animica dell’uomo vanno innanzitutto distinte tre forme di esperienze animiche. Prima i nostri pensieri e le nostre rappresentazioni. Quando immaginiamo qualcosa, può avvenire in modo completamente neutrale. Non siamo costretti ad amare o odiare quello che immaginiamo, a stare verso di esso simpaticamente o antipaticamente. Alla vita rappresentativa si aggiunge la vita nei sentimenti e negli umori, generati dal fatto che amiamo una cosa, l’odiamo, un’altra la aborriamo, l’odiamo e così via. Una terza forma di esperienza animica la costituiscono gli impulsi di volontà. Certo vi sono transizioni, ma nel complesso queste tre categorie racchiudono le esperienze animiche. E caratteristica di una vita animica sana è il poter distinguere queste tre forme di esperienza. La nostra vita rappresentativa nasce dal fatto che riceviamo stimoli dal mondo esterno. Ognuno comprenderà facilmente che questa vita rappresentativa è strettissimamente connessa all’incarnazione presente. Diviene evidente già da questo: la lingua ci serve a esprimere le rappresentazioni. E la lingua è naturalmente diversa in ogni incarnazione. Come non portiamo la lingua quando iniziamo una nuova incarnazione, così non portiamo neppure le rappresentazioni. Entrambe, sia la lingua sia le rappresentazioni, dobbiamo conquistarle di nuovo a ogni incarnazione. Hebbel fece una volta un’annotazione straordinaria nel suo diario. Osservò quanto drasticamente dovrebbe agire un dramma nel quale Platone reincarnato venisse maltrattato dal suo maestro per la scarsa comprensione di Platone. Dunque la vita rappresentativa non passa da un’incarnazione all’altra: dalla vita rappresentativa l’uomo porta il meno con sé nel mondo post-mortem. Non formiamo rappresentazioni dopo la morte, bensì percepiamo le cose direttamente, come il nostro occhio fisico percepisce il colore. Quello che conosciamo come mondo concettuale lo vediamo dopo la morte come una rete stesa sul mondo. Ciò che invece ci rimane quando abbiamo variegato la soglia della morte, e che ricondurremo con noi anche quando nasceremo di nuovo sulla terra, sono i nostri sentimenti, i nostri umori animici. E noteremo in un bambino, per esempio, che rispetto alla sua vita rappresentativa è ancora molto indietro, come invece la sua vita sentimentale mostri già linee ben determinate. E poiché i nostri impulsi di volontà sono legati alla nostra disposizione animica, essi attraversano con noi la soglia della morte. Se l’uomo si abbandona a un errore, questo produce nel suo animo qualcosa di diverso da quando si abbandona a una verità. Soffriamo ancora a lungo dopo la morte per le conseguenze di false rappresentazioni. Dobbiamo quindi dire che quanto consideriamo per il passaggio da un’incarnazione all’altra è quello che riguarda i nostri umori e i nostri impulsi di volontà.

Immaginiamo che un evento doloroso ci abbia colpito dieci o venti anni fa. Ancora oggi possiamo ricordare benissimo nelle nostre rappresentazioni e perfino in tutti i dettagli. Ma come è sbiadito il dolore che provavamo allora, e quanto poco l’uomo è in grado di rivivere i sentimenti e gli impulsi di volontà di quel tempo. Pensiamo a Bismarck, di cui è noto sotto quali circostanze straordinariamente difficili procedette alla guerra nel 1866. Quali sentimenti, quale enorme abbondanza di impulsi di volontà si svolsero nell’anima di Bismarck! Eppure, scrivendo le sue memorie, rivivrebbe Bismarck questi tumulti animici e queste risoluzioni di volontà con la stessa forza di allora? Certo che no. La memoria umana fra la nascita e la morte è costituita come memoria rappresentativa. Naturalmente può accadere che anche dopo dieci o venti anni il dolore ci colga di nuovo ricordando un evento di allora doloroso per noi, ma generalmente il dolore si sarà fortemente sbiadito nel corso degli anni, mentre il ricordo nelle nostre rappresentazioni può estendersi fino ai dettagli. Quando dunque immaginiamo di aver voluto quegli eventi dolorosi, di aver trovato simpatico quello che da giovani forse trovavamo antipatico, allora la difficoltà di questa attività scuote l’anima: ha effetto sul nostro sentimento. Se precedentemente una pietra ci fosse caduta sulla testa, ora cerchiamo con tutta la forza di immagginare di averlo voluto così. Attraverso tali rappresentazioni, per le quali immaginiamo di aver voluto il caso che ci ha colpito, acquisiamo una memoria sentimentale per le nostre incarnazioni precedenti. In questo modo otteniamo una rappresentazione di come siamo collocati nel mondo spirituale. Iniziamo a comprendere il nostro destino. La volontà verso le casualità di questa vita l’abbiamo portata dalla nostra incarnazione precedente.

Quando ci abbandoniamo a tali pensieri nella meditazione e li sviluppiamo ulteriormente, questo può rivelarsi di importanza straordinaria. Anche fra la morte e una nuova nascita accade qualcosa; anzi, questo tempo è infinitamente ricco di esperienze, sebbene puramente spirituali. Perciò portiamo con noi sentimenti e impulsi di volontà dal tempo fra l’ultima morte e l’ultima nascita, cioè dal mondo puramente spirituale. Su questo si fonda un fatto del nostro tempo di importanza straordinaria, ma che nel complesso riceve poca attenzione. Un fatto presente oggi nella vita di molti uomini, solo che la maggior parte non se ne accorge. Ma il nostro orientamento antroposofico ha il compito di indicare questo fatto e il suo significato. Permetta che io lo chiarisca con un esempio.

Un uomo, diciamo, ha motivo di andare in un certo luogo, e il suo cammino lo porta a seguire le tracce di un altro uomo, forse di un bambino. Improvvisamente quest’uomo vede che ai bordi della strada percorsa dal bambino si spalanca un abisso. Il bambino precipiterebbe infallibilmente se facesse ancora pochi passi. Egli corre dietro al bambino per salvarlo, corre e corre scordando completamente l’abisso. Improvvisamente sente provenire da qualche parte una voce che gli urla: Fermati! Come inchiodato rimane immobile. In quel momento il bambino afferra un albero e si ferma, sicché non accade nulla di male. Se la voce non fosse venuta in quel preciso istante, l’uomo sarebbe infallibilmente caduto nell’abisso. L’uomo allora si chiede: da dove veniva la voce? Non trova nessuno che avrebbe potuto gridare. Eppure ha la consapevolezza che infallibilmente sarebbe stato perduto se non avesse sentito quella voce. Non riesce a scoprire che alcun essere fisico l’abbia chiamato, per quanto attentamente cerchi.

Molti uomini del nostro tempo potrebbero trovare un’esperienza simile nella loro vita con intima auto-osservazione. Si presta oggi troppo poca attenzione a questi fatti. Oppure tale esperienza passerà senza lasciar traccia presso la persona in questione; allora l’impressione si cancellerà, questi non riterrà quest’esperienza importante.

Ma supponiamo che l’uomo diventi consapevole, che non consideri l’esperienza insignificante. Allora forse giungerà al pensiero: in realtà stavi di fronte a una crisi, a una crisi karmica, veramente il tuo cammino avrebbe dovuto terminare in quell’istante, tu avevi perduto il tuo cammino. Solo attraverso qualcosa di simile al caso sei stato salvato, e da quell’ora è come se una seconda vita fosse innestata sulla prima. Questa seconda vita devi considerarla come ti è stata donata, e di conseguenza devi anche comportarti. Se tale esperienza in un uomo genera questo stato intimo per cui considera la sua vita da quell’ora come un dono, allora oggi questo lo rende un seguace di Christian Rosenkreutz. Poiché così è il suo modo di chiamare a sé le anime. E chi può ricordare un’esperienza di questo genere — e tutti coloro che sono qui seduti possono trovare qualcosa del genere nella loro vita con sufficientemente intima osservazione —, questi può dirsi: Christian Rosenkreutz mi ha fatto un cenno dal mondo spirituale, che io appartengo al suo movimento. Christian Rosenkreutz ha aggiunto al mio karma la possibilità di tale esperienza. Così sceglie Christian Rosenkreutz i suoi discepoli. Così raccoglie la sua comunità. Chi consapevolmente vive questo, si dice: allora mi è stato indicato un cammino; devo seguirlo e vedere in che misura posso mettere le mie forze al servizio del movimento rosacrociano. Coloro invece che non hanno inteso il cenno, verranno dopo, poiché chi una volta ha ricevuto il cenno non se ne potrà più liberare. Che l’uomo possa avere un’esperienza della specie descritta, risiede nel fatto che questo uomo nel tempo fra la sua morte e la sua nascita si è incontrato nel mondo spirituale con Christian Rosenkreutz. Allora Christian Rosenkreutz ci ha scelti. Ha posto in noi un impulso di volontà che ora ci conduce a tali esperienze. Così vengono create le connessioni spirituali. Per una concezione materialistica tutto questo naturalmente vale come allucinazione, come d’altronde anche l’esperienza di Paolo davanti a Damasco viene considerata un’allucinazione. La conseguenza sarebbe naturalmente che l’intero cristianesimo riposa su un’allucinazione, quindi su un errore. Poiché i teologi sanno benissimo che l’evento di Damasco forma veramente il fondamento di tutto il cristianesimo posteriore. E se questo fondamento riposa su un inganno, dovremmo naturalmente, se volessimo essere coerenti, considerare falso tutto quello che vi si costruisce sopra.

Abbiamo dunque cercato oggi di chiarire come certi fatti che nel nostro cammino ci riguardano, come certe esperienze ci possono mostrare come apparteniamo alle connessioni spirituali del mondo. Quando coltiviamo la memoria sentimentale come è stato qui descritto, viviamo dentro quello che come vita spirituale percorre e anima il mondo. Perciò non è ancora vero antroposofo chi conosce teoricamente le dottrine, ma soltanto chi sa interpretare la sua vita e quella degli altri uomini nel senso come è stato indicato qui. Allora l’antroposofia diviene una forza fondamentale che trasforma la nostra vita animica. E questo deve essere anche lo scopo del lavoro nei nostri gruppi: che le nostre esperienze animiche interiori si trasformino, che impariamo a sentire l’immortale attraverso lo sviluppo graduale della nostra memoria sentimentale. L’antroposofo orientato teosoficamente deve avere la convinzione: se tu solo lo vuoi, se tu solo applichi le tue forti forze interiori, allora puoi trasformare il tuo carattere. Bisogna imparare a sentire, a comprendere che in noi stessi e in tutto il resto dimora qualcosa di immortale. L’antroposofo diviene antroposofo per il fatto che rimane ricettivo per tutta la vita, anche con i capelli grigi. E questa consapevolezza che si può sempre progredire ancora, questo trasformerà tutta la nostra vita spirituale presente.

Il materialismo rende gli uomini prematuramente vecchi. Trent’anni fa, per esempio, i bambini avevano un aspetto diverso da oggi. Oggi si vedono bambini di dieci, dodici anni che fanno già un’impressione di vecchiaia, che hanno un aspetto veramente senile. Gli uomini sono diventati così presuntuosamente sapienti, e soprattutto gli adulti. Dicono: non vogliamo più mentire ai nostri figli, per esempio raccontando loro che la cicogna porta i bambini. I bambini devono essere illuminati. Ma così in verità li mentono. I nostri discendenti sapranno di nuovo che veramente le anime bambine come forme spirituali simili a uccelli scendono volando dai mondi superiori. È straordinariamente importante possedere una rappresentazione immaginativa per molte cose che non sono ancora comprensibili. È certo possibile trovare un’immaginazione migliore della storia della cicogna per il fatto di cui si tratta. Si tratta di questo: che forze spirituali operino fra il bambino e i genitori o l’educatore, deve esserci qualcosa come un magnetismo segreto. Si deve credere all’immaginazione che si dà ai bambini. Quando si vuol spiegare ai bambini la morte, bisogna indicare un altro evento naturale. Si può dire: guarda la farfalla, come esce dalla crisalide: così è anche con l’anima umana dopo la morte. Ma prima bisogna credere davvero che il mondo sia ordinato in modo tale che le potenze nella farfalla che esce dalla crisalide ci abbiano tracciato un’immagine del processo del sorgere dell’anima dal corpo. Lo spirito del mondo ha voluto richiamare la nostra attenzione su questo: perciò ha inciso in noi un’immagine così nella natura. È straordinariamente importante che possiamo sempre imparare, che possiamo restare sempre giovani, indipendentemente dal nostro corpo fisico. E questo è il compito straordinariamente importante della teosofia orientata antroposoficamente: portare al mondo la rinascita spirituale di cui ha bisogno. Dobbiamo elevarci oltre il mero sensibile-banale. Riconoscere il psichico e lo spirituale nella pratica, questo deve essere lo scopo della nostra attività nei gruppi. La conoscenza deve sempre più permeare il nostro intimo: noi possiamo divenire signori del mondo esteriore a partire dalla nostra anima.

Fede, amore, speranza — tre gradini (I)

17°L'atteggiamento morale di fronte al karma umano

Vienna, 8 Febbraio 1912

Non è senza significato che al termine dei due discorsi pubblici io abbia sottolineato sempre più nettamente come l’antroposofia non debba essere per l’uomo una teoria, non una scienza meramente astratta. Non è qualcosa che si possa denominare conoscenza nel senso ordinario della parola.

L’antroposofia è invece qualcosa che può trasformarsi profondamente nella nostra anima interiore: da una conoscenza astratta, da una pura teoria intellettuale, diviene vita immediata e vivente, puro elixir di vita che nutre l’anima. Attraverso l’antroposofia non acquistiamo soltanto conoscenze nuove e teoriche. Soprattutto, ci affluiscono forze viventi che non ci aiutano soltanto nella vita ordinaria che conduciamo nel nostro essere fisico qui sulla Terra.

Queste forze ci sostengono anche nella vita complessiva e multidimensionale che viviamo tanto nell’esistenza fisica consueta quanto nello stato discorporeo e spirituale che intercorre fra la morte fisica e una nuova incarnazione terrena. Quanto più profondamente sentiamo e comprendiamo l’antroposofia come una fonte viva di forze vivificanti, di elementi che promuovono e nutrono la vita interiore, tanto meglio riusciamo a comprenderla e a penetrarne il vero senso spirituale.

Naturalmente, di fronte a tali affermazioni elevate molti pensatori si pongono subito una domanda pressante e legittima che merita una risposta profonda: se l’antroposofia ci offre veramente e autenticamente rinvigorimento della vita, ci impartisce forze reali e trasformative, allora perché dobbiamo ancora, ancora una volta con dedizione, nella pratica antroposofica quotidiana appropriarci di tutte quelle conoscenze che hanno l’apparenza manifesta di essere meramente teoriche e astratte?

Perché nella nostra vita di discepoli consapevoli siamo come tormentati, come compenetrati da un’infinità vasta di conoscenze sulle incarnazioni planetarie che precedettero l’attuale Terra, su avvenimenti cosmici remoti che si svolsero in epoche lontane, sulle leggi più intime, più sottili e più difficili della reincarnazione dell’anima e del karma universale? Perché allora dobbiamo studiare le intricazioni profonde di queste verità cosmiche se esse appaiono come pura scienza astratta, simile alle scienze ordinarie che nel mondo fisico esteriore ci viene costantemente offerto?

Ora, davanti a tale obiezione profonda è necessario innanzitutto lasciar da parte ogni comodità, ogni superficialità. Dobbiamo esaminarci con grande cura: quando poniamo questa domanda, non introduciamo forse nella domanda stessa qualcosa che appartiene alla pigrizia ordinaria della vita consuetudinaria, a quella condizione che si può esprimere così?

L’uomo ordinariamente non ama imparare, non ama appropriarsi di contenuti spirituali per il suo sviluppo interiore. Gli è scomodo, gli comporta sacrificio e fatica. Dobbiamo dunque chiederci se una simile stanchezza, una simile inclinazione verso la comodità, non si insinui segretamente in questa domanda critica. Infatti, siamo un po’ inclini a credere nel profondo che il supremo che l’antroposofia può darci si raggiunga per una via più facile di quella mostrata nella letteratura da noi coltivata.

Si afferma talvolta, con una certa leggerezza, che l’uomo non ha bisogno se non di conoscere se stesso in profondità, di sforzarsi con sincerità di diventare un uomo buono: allora è già sufficientemente antroposofo. Ma una conoscenza più profonda ci rivela che essere un uomo veramente buono è fra le cose più difficili al mondo. Nulla richiede tanta preparazione interiore, tanta rinuncia come questo ideale di divenire un uomo buono.

Per quanto concerne l’autoconoscenza, essa non è una cosa che si risolva facilmente e rapidamente, come molti sognano di credere. Vogliamo dunque considerare oggi come l’antroposofia, sebbene apparentemente si presenti come una dottrina, come una scienza formale, possa nondimeno procurare nel senso più eminente proprio quello che si chiama autoconoscenza autentica.

Vogliamo considerare come l’antroposofia procuri quello che deve procurare come tendenza genuina verso l’uomo buono. Per questo è soprattutto necessario che consideriamo da vari punti di vista come l’antroposofia possa fluire nella vita quotidiana e trasformarla dall’interno.

Prendiamo fra le grandi questioni che la vita ci propone quotidianamente un caso particolare, una questione ben definita. Non mi riferisco a questioni che riguardano la ricerca scientifica astratta, bensì a quelle che la vita quotidiana ci porta continuamente innanzi, questioni che certamente ognuno di noi conosce per esperienza personale.

Penso in particolare alla questione della consolazione che possiamo trovare nella vita, quando soffriamo in qualche modo, quando il dolore ci colpisce, quando non possiamo avere piena soddisfazione della vita. In altre parole: in quale modo concreto l’antroposofia può offrire consolazione viva all’uomo rattristato?

Un uomo che soffre e ha profondamente bisogno di consolarsi può ricevere dall’antroposofia una consolazione vera? Naturalmente ciascuno deve applicare individualmente a se stesso quello che qui si può dire in generale e secondo principi universali. Se si parla a molti uomini, si deve necessariamente parlare in generale.

Perché abbiamo bisogno di consolazione nella vita umana? Perché possiamo essere rattristati da questo o quello, perché possiamo soffrire, perché il dolore e l’afflizione possono colpirci. È naturale che l’uomo di fronte al dolore senta come se nel suo intimo dovesse sorgere un rifiuto, una ribellione verso il dolore stesso. Si domanda: perché devo soffrire? Perché il dolore mi colpisce? Non potrebbe scorrere la vita in modo che nessun dolore mi tocchi, che io sia soddisfatto?

Chi pone la questione in questa forma può giungere a una risposta vera e penetrante soltanto se acquisisce una vera conoscenza della natura profonda del nostro karma umano, del nostro destino spirituale. Perché soffriamo nel mondo? E qui intendo sia le sofferenze esterne concrete sia quelle interiori che nascono dalla nostra organizzazione intima.

Intendo le sofferenze che derivano dal fatto che non ci bastamo sempre pienamente a noi stessi, che non sempre riusciamo a trovarci e a orientarci chiaramente. Perché nella vita ci colpiscono cose che ci lasciano insoddisfatti, che provocano in noi malessere e turbamento interiore?

Se ci addentriamo seriamente nelle leggi del karma, vedremo che alla base delle nostre sofferenze riposa qualcosa di profondamente analogo a quello che si manifesta nella vita ordinaria fra la nascita e la morte di una singola incarnazione. Posso illustrarlo con un esempio concreto che spesso ho già menzionato.

Supponiamo che qualcuno abbia vissuto fino ai diciotto anni alle spalle del padre, nel piacere e nella gioia, senza lasciarsi mancare nulla. Poi il padre perde il patrimonio, fa bancarotta. Il giovane deve allora imparare un mestiere, deve impegnarsi duramente. La vita lo colpisce con dolori e privazioni. Comprenderemo che questo giovane non abbia una simpatia particolare per i dolori che deve sopportare.

Supponiamo che questo uomo raggiunga il suo cinquantesimo anno di vita. Poiché allora ha dovuto imparare, ha dovuto sforzarsi, è divenuto un uomo ordinato e responsabile. Sta fermamente nella vita e può dirsi a se stesso: come allora giudicavo i miei dolori e le mie sofferenze era comprensibile in quel momento giovane. Ma ora devo pensarla molto diversamente.

Devo dire che il dolore non mi avrebbe potuto colpire se allora avessi già posseduto tutte le perfezioni, anche se soltanto le perfezioni limitate di un adolescente. Ma se non mi avesse colpito il dolore, se il padre non avesse perso il suo patrimonio, sarei rimasto un buono a nulla, privo di carattere. Il dolore è stato colui che ha trasformato le mie imperfezioni in perfezione autentica.

Devo ascrivere al dolore il fatto che ora sono un uomo diverso e più maturo da quello di quarant’anni fa. Cosa si è riunito in me allora, in quel momento critico? La mia imperfezione, nella quale allora ero prigioniero, e il mio dolore si sono incontrati profondamente. La mia imperfezione ha cercato il mio dolore, affinché fosse estirpata, affinché si trasformasse in perfezione consapevole.

Questa considerazione può già sorgere da un’osservazione semplice e banale della vita fra la nascita e la morte. Se consideriamo seriamente la vita complessiva di un’anima lungo il ciclo reincarnativo, se ci confrontiamo veramente con il nostro karma nel modo mostrato soprattutto nella conferenza precedente, giungeremo sempre alla convinzione profonda che tutte le sofferenze che ci colpiscono sono di tale natura che vengono cercate dalla nostra imperfezione stessa.

In verità, la stragrande maggioranza delle sofferenze e dei dolori che patisce l’anima umana viene cercata dalle imperfezioni che noi abbiamo portato da incarnazioni anteriori. E poiché queste imperfezioni sono radicate in noi, una saggezza più grande in noi, molto più saggia di noi stessi nel nostro ordinario io, cerca il cammino verso il dolore, verso l’afflizione e la prova.

Infatti c’è una profonda regola aurea della vita: tutti noi portiamo in noi un’intelligenza più saggia di quella che siamo noi stessi nel nostro ordinario vivere. Molto meno saggio è colui al quale nel nostro ordinario vivere quotidiano diciamo “io”, il nostro ego personale. Questo “meno saggio” seguirebbe, se potesse scegliere consapevolmente, la strada verso il piacere immediato piuttosto che verso il dolore trasformatore.

Ma il “più saggio”, il vero “io” è colui che riposa nelle profondità del nostro inconscio spirituale, al quale la nostra ordinaria coscienza vigile non giunge. Questo io più saggio ci nasconde magicamente la via verso un piacere facile, egoista, e accende in noi una forza magica che penetra il cammino verso il dolore trasformatore, senza che noi lo sappiamo consapevolmente.

Ma che cosa significa “senza che noi lo sappiamo”, a livello conscio? Significa che il più saggio acquista il potere sul meno saggio, e il più saggio opera sempre in noi in modo che conduca consapevolmente le nostre imperfezioni verso le nostre sofferenze e ci faccia soffrire consapevolmente. Ciò accade affinché con ogni dolore interno ed esterno estirpiamo un’imperfezione radicale e diventiamo più perfetti, più nobili, più veramente umani.

Tali proposizioni e questi insegnamenti si possono comprendere teoricamente, si possono intendere intelligentemente con la mente, ma non è molto quello che se ne ricava nella vita. Ma è molto, profondamente molto, quando si scelgono certi momenti solenni della vita nei quali si è disposti con sincerità a fare di una proposizione del genere un vero contenuto vivente della nostra anima.

Nella vita ordinaria, con il suo lavoro incessante, la sua fretta, il suo tumulto confuso, con i suoi doveri quotidiani, non è sempre facile abitare questi pensieri elevati. Non possiamo sempre, per così dire, sfuggire all’uomo meno saggio che è in noi, alla nostra ordinaria coscienza egoistica. Ma quando scegliamo un certo momento solenne della vita — un momento di silenzio e meditazione, anche se il momento sia brevissimo — possiamo dirci con profonda sincerità quanto segue.

Ora voglio distogliere lo sguardo da tutto ciò che è tumultuoso là fuori, dal caos della vita ordinaria, a cui ho partecipato così attivamente. Voglio guardare alle mie sofferenze e afflizioni in modo nuovo, in modo che senta come il più saggio in me, il vero io, è stato attratto verso di esse con forza magica irresistibile.

Come l’intelligenza superiore in me ha guidato i miei passi incontro al dolore per il mio bene più profondo. Come ho imposto a me stesso certi dolori senza i quali non avrei potuto superare certe imperfezioni, certe debolezze radicali. Allora un sentimento profondissimo ci pervade, un sentimento di saggia beatitudine che dice una cosa sola e vera: persino là dove il mondo sembra pieno di dolore e di ombra, persino lì esso è pieno di sapienza cosmica!

Questo è un risultato vivente che l’antroposofia può procurare alla vita reale, non una teoria morta. Possiamo dimenticare di nuovo questo insegnamento elevato nel vivere ordinario della nostra vita, nello scorrere dei giorni confusi. Ma se non lo dimentichiamo e lo ripetiamo spesso, se ritorniamo a esso in momenti di meditazione, vedremo di aver posto un germe di sapienza nella nostra anima profonda.

Vedremo allora come molte cose che erano in noi sentimento triste, molte cose che erano debole e fragile disposizione d’animo, si trasformeranno gradualmente in serena disposizione alla vita, in forza autentica, in sentimento di vigore e di capacità. Allora, da questi momenti solenni della vita, ne usciremo come anime più armoniche, più bilanciate, e come uomini più forti nel carattere.

Ora, come discepolo antroposofico, dovremmo veramente fare un passo ancora più avanti — e qui sorge qualcosa di realmente nuovo e trasformatore. Non dovremmo attendere soltanto questi momenti solenni separati, questi istanti di elevazione, ma dovremmo farci una volontà consapevole di tale natura profonda.

Una volontà tale per cui, nella vita ordinaria, fra il tramestio della realtà esterna, il nostro sguardo penetri sempre più nella saggia profondità di queste verità eterne. Quando conduciamo seriamente e costantemente la ricerca su quella che potremmo chiamare la saggezza cosmica del dolore — quando comprendiamo veramente il karma come un’espressione viva e amorevole di questa saggezza — allora l’antroposofia diventa per noi consolazione vivente, non una filosofia morta.

La nostra esperienza di consolazione non consiste nel fatto che il dolore ci abbia improvvisamente abbandonato, né nel fatto che le sofferenze ci siano tolte magicamente di mezzo. Si tratta di qualcosa di molto più profondo che trasforma l’anima. Consiste nel fatto che riconosciamo profondamente il significato, la razionalità, la saggia e amorevole intenzione che si cela dietro ogni sofferenza della vita.

Quando così riconosciamo il dolore nella sua vera natura, esso non ci lascia più nella disperazione solitaria, fredda e isolata. Esso diviene per noi uno strumento aureo di perfezionamento personale, un mezzo potente per elevarci verso la nostra vera natura spirituale. Allora il dolore non è più uno strumento di morte per l’anima umana; diventa uno strumento vivente di vita e di elevazione.

Questo è il primo gradino autentico di quello che potremmo chiamare la fede viva, profonda e consapevole: credere con la totalità dell’essere che la saggia intenzione, la razionalità cosmica e l’amore si celino dietro tutti i fenomeni della vita, persino dietro le sofferenze più difficili. Non è una fede astratta e morta, una credenza sterile.

È una fede che nasce organicamente dall’osservazione attenta della realtà, dalla contemplazione meditativa del karma, dal riconoscimento vivente della saggezza cosmica che permea l’universo. È fede perché emerge dalla conoscenza, dalla gnosi, dalla visione dell’ordine cosmico.

Ora, se vogliamo affrontare correttamente il nostro rapporto con il karma, dobbiamo considerare anche il polo opposto. Non solo il dolore e la sofferenza richiedono una particolare comprensione spirituale. Anche la gioia, il piacere, la bellezza della creazione richiedono da noi un atteggiamento interiore profondamente consapevole e trasformatore.

La maggior parte degli uomini trova facile identificarsi con il dolore, riconoscere che esso viene da loro stessi karmicamente. È facile dire: “Ho sofferto, questo dolore viene dal mio karma precedente.” Ma quando guardiamo alle gioie della vita, quando sentiamo piacere, bellezza e felicità, la situazione diventa molto più delicata. Molti di noi tendono a credere che la gioia e il piacere ci appartengano, che li abbiamo meritati con le nostre azioni presenti.

E qui sorge qualcosa di straordinario che dobbiamo comprendere profondamente. Se ci permettiamo di credere che il nostro piacere e la nostra gioia siano il risultato delle nostre azioni presenti, di ciò che abbiamo fatto e creato, allora introduciamo una falsità nell’anima. Questa credenza ha un effetto molto pericoloso sulla nostra evoluzione spirituale. Ha qualcosa di paralizzante, di annichilente.

Ma c’è un insegnamento che può salvarci da questo pericolo. Dobbiamo imparare a considerare la gioia e il piacere non come qualcosa che abbiamo meritato, bensì come grazia pura. Essi ci vengono dati dagli dèi, dalle potenze cosmiche, come segni del loro amore verso di noi. Quando impariamo a sentire la gioia come grazia, allora essa non ha più quell’effetto paralizzante. Al contrario, diventa una forza vivificante.

Lo scrittore Goethe ha descritto meravigliosamente questo stato d’animo nella sua opera. Egli mostra come il piacere può avere un effetto intossicante, come ci può trascinare via da noi stessi: “So taumelo da desiderio a godimento. E nel godimento languisco dal desiderio.” Questo è il pericolo del piacere: se lo consideriamo come qualcosa di nostro, come qualcosa che abbiamo meritato, esso ci attrae in un vortice che estingue il nostro vero io.

Ma quando comprendiamo che il piacere è grazia, quando lo riceviamo con gratitudine, allora esso non ci travolge. Diventa un dono divino che ci connette alle potenze cosmiche che lo donano. Allora il piacere diventa uno strumento di educazione spirituale, non di perdizione. Allora riusciamo a goderlo senza permettergli di distruggere il nostro io autentico.

Questo atteggiamento nei confronti della gioia è il complemento spirituale indispensabile al nostro atteggiamento nei confronti del dolore. Se riconosciamo il dolore come qualcosa di nostro, come qualcosa che abbiamo voluto karmicamente, dobbiamo riconoscere la gioia come un dono, come grazia cosmica. Solo allora il nostro rapporto con la vita diventa equilibrato e spiritualmente sano.

Ora consideriamo un secondo aspetto profondo, un secondo gradino dello sviluppo spirituale. Quando abbiamo lavorato per imparare a riconoscere la saggia intenzione amorevole nel dolore, quando abbiamo sviluppato questa fede viva e consapevole nel cosmo e nella sua intelligenza, quando abbiamo anche imparato a ricevere la gioia come grazia cosmica, nasce in noi qualcosa di nuovo e trasformatore: nasce amore autentico. Non amore sentimentale verso qualcosa di esteriore, non amore romantico verso persone che ci circondano nel senso ordinario e superficiale.

Si tratta di un amore consapevole verso l’ordine cosmico eterno, verso la saggezza eterna che governa il mondo, verso quella stessa forza universale che ci colpisce con il dolore trasformatore. Questo amore autentico sorge dal profondo del nostro essere quando comprendiamo nel cuore che il dolore non è una punizione arbitraria e crudele, bensì una manifestazione consapevole della saggezza cosmica che ama profondamente le nostre anime.

Questa saggezza vuole ardentemente la nostra perfezione e il nostro sviluppo verso forme sempre più elevate. Quando sviluppiamo questo amore consapevole e vero, vediamo che l’intera creazione manifesta questo stesso principio eterno e amorevole. Vediamo che l’amore cosmico non è una sentimentalità vaga e infondata, bensì una realtà potente che governa il divenire dell’universo intero.

Questo amore agisce dappertutto, in ogni luogo, in ogni creatura, e quanto più lo riconosciamo profondamente, tanto più possiamo aprirci a esso, tanto più possiamo diventare canali consapevoli di questo amore. Quando siamo capaci di amare veramente il cosmo in questa forma consapevole, quando siamo capaci di riconoscere e di sentire l’amore profondo che agisce dietro il dolore e la sofferenza, allora il nostro cuore si apre a un’esperienza nuova e trasformatrice.

Non siamo più creature sole e isolate nella sofferenza, non siamo più isolati dall’universo che ci circonda. Diventiamo consapevoli di essere parte di un tutto vivente che ci ama profondamente, che ci sostiene con forza infinita, che vuole il nostro bene più profondo e la nostra elevazione eterna. Questo è il secondo gradino veramente autentico: l’amore consapevole per l’ordine cosmico, per la saggezza che guida eternamente il mondo.

E questo amore non è sentimento sterile, non è emozione fugace. È amore che genera conseguenze profonde nella vita quotidiana, che trasforma il nostro rapporto consapevole con l’universo e con gli altri uomini. È amore che, quando veramente sviluppato, diventa forza creatrice nella nostra anima e nella nostra vita.

Ora arriviamo al terzo gradino supremo dello sviluppo spirituale: la speranza consapevole e profonda. Quando abbiamo sviluppato la fede viva nella saggia intenzione cosmica, quando abbiamo sviluppato l’amore consapevole per l’ordine che governa eternamente il mondo, nascono in noi frutti nuovi e trasformatori della conoscenza. Sorge in noi la speranza consapevole, fondata sulla conoscenza intima.

Non è una speranza vaga e sognante, non è una speranza ingenua e infantile, ma una speranza profondamente fondata sulla conoscenza antroposofica autentica. Sappiamo che il dolore serve allo sviluppo profondo della nostra anima e della nostra perfezione spirituale. Sappiamo che il cosmo è governato dalla saggezza eterna e dall’intelligenza infinita. Sappiamo che un amore profondissimo permea l’universo intero.

Su questa conoscenza e su questa esperienza si fonda una speranza che non può essere delusa né dagli eventi esterni, né dai dolori del presente, né dalle incertezze del futuro. Quando comprendiamo veramente che tutto serve al nostro perfezionamento spirituale, possiamo sperare fiduciosamente nei risultati ulteriori del nostro sviluppo evolutivo come anime eterne.

Questa speranza suprema non consiste nella speranza ingenua di evitare il dolore, di sfuggire la sofferenza, di avere una vita facile. Consiste nella speranza profonda che il dolore continuerà a servire al nostro perfezionamento, che la saggezza cosmica continuerà a guidarci verso forme sempre più elevate, che l’amore cosmico continuerà a sostenerci nei nostri passi.

È una speranza che si basa su fondamenta solide: la realtà, la conoscenza del karma, la comprensione della sapienza universale. Quando la speranza è fondata in questo modo robusto, essa diviene una forza vivificante reale, non un’illusione. Non ci abbatte più il peso schiacciante del dolore presente, perché sappiamo che esso serve a uno scopo saggiamente determinato dall’amore cosmico.

Non ci paralizza più l’incertezza e la paura del futuro, perché sappiamo che il cosmo è ordinato secondo la sapienza. Non ci isola più la sofferenza dalla comunione universale con tutte le creature, perché sappiamo che un amore profondo permea tutte le cose. Sappiamo che siamo parte integrante di una totalità vivente e amorevole.

Così questi tre gradini supremi — fede, amore, speranza — non sono mere credenze astratte, non sono sentimenti sterili e letterari. Sono frutti viventi, autentici e reali della conoscenza antroposofica genuina. Sorgono dall’osservazione diretta della realtà, dalla contemplazione meditativa del karma, dal riconoscimento consapevole della saggia intenzione cosmica che si esprime in tutti gli aspetti dell’universo vivente.

Questi tre gradini, quando li sviluppiamo veramente nella nostra anima attraverso la pratica costante e la meditazione profonda, trasformano la nostra vita intera. Non siamo più creature isolate e disperate di fronte a un universo indifferente e caotico. Diventiamo consapevoli della nostra appartenenza a un cosmo guidato dalla saggia intenzione eterna, permeato dall’amore infinito, ordinato secondo la ragione divina.

E quando viviamo consapevolmente da questo punto di vista elevato, scopriamo che l’antroposofia non è una teoria astratta che rimane fuori dalla vita, in una torre d’avorio. Al contrario: essa è il principio stesso della vita vivente, la guida consapevole che trasforma la sofferenza in perfezione, l’isolamento in comunione universale, la disperazione in speranza consapevole e autentica.

Questo è lo scopo profondo che perseguiamo nella ricerca antroposofica continua: far sì che la conoscenza diventi vita vivente, che la teoria si trasformi in forza vivente e consapevole, che lo studio meditativo delle verità cosmiche non sia fine a se stesso isolato, ma mezzo di trasformazione interiore e di illuminazione della vita quotidiana vera.

INTIMITÀ DEL KARMA

Abbiamo considerato come la consolazione che l’antroposofia ci offre nel dolore e la gioia che ci offre davanti alla bellezza della creazione siano risultati della conoscenza karmica. Ma il karma non ci offre soltanto il dolore e la gioia che provengono dalla nostra natura intima. Nel corso della vita incontriamo molti esseri umani con i quali entriamo in relazioni diverse. Alcuni rimangono sconosciuti, altri diventano amici veri, altri ancora ci causano sofferenza.

Tutti questi incontri, tutte queste relazioni hanno il loro fondamento nel karma che è stato filato fra noi e questi esseri umani nel corso delle nostre incarnazioni precedenti. E sapere come il karma agisce in queste relazioni umane è di importanza massima per la nostra vita.

C’è una legge meravigliosa che la ricerca occulta ha scoperto nella vita karmica. Essa riguarda il modo in cui incontriamo gli esseri umani nel corso della nostra vita presente. E questa legge è: nel mezzo della nostra vita, cioè intorno ai trent’anni, incontriamo spesso gli esseri umani con i quali abbiamo avuto rapporti particolari nell’incarnazione precedente — precisamente nel periodo corrispondente a quando eravamo bambini nella vita precedente.

Inversamente, i nostri genitori e i nostri compagni d’infanzia nella presente incarnazione sono spesso esseri umani con i quali abbiamo intrattenuto importanti relazioni nella vita precedente — precisamente nel periodo che corrisponde al mezzo della vita precedente. Questa legge, quando è compresa consapevolmente, può illuminare profondamente le nostre relazioni con gli altri esseri umani.

Ciò non significa, naturalmente, che dobbiamo cercare di identificare chi era chi nella vita precedente. Al contrario, una tale ricerca sarebbe sbagliata e pericolosa, poiché siamo facilmente ingannati dalle nostre preferenze personali. Piuttosto, ciò che è importante è sviluppare l’atteggiamento spirituale secondo il quale riconosciamo il karma dietro le relazioni che la vita ci presenta.

Quando apprendiamo a riconoscere il karma nei nostri incontri umani, la natura delle nostre relazioni si chiarisce meravigliosamente. Un’amicizia che sembra casuale è in realtà il risultato di legami karmici che risalgono a epoche lontane. Un conflitto che sembra incomprensibile diventa comprensibile quando lo vediamo alla luce del karma precedente.

Inoltre, il karma non ci insegna soltanto riguardo a ciò che riceviamo dagli altri esseri umani e a ciò che diamo loro. Ci insegna anche qualcosa di più profondo: come diventare saggi attraverso la nostra esperienza della vita. La saggezza che acquistiamo in un’incarnazione non rimane con noi come conoscenza intellettuale nella prossima incarnazione.

Le nostre idee e i nostri insegnamenti specifici non passano da una incarnazione all’altra. Ma la saggezza che sviluppiamo, l’atteggiamento della nostra anima nei confronti della vita, il nostro carattere interiore — questi passano veramente da un’incarnazione all’altra e formano la base del nostro sviluppo futuro.

Quando comprendiamo questo, comprendiamo anche perché lo studio delle verità antroposofiche è così importante. Non è importante perché vogliamo memorizzare insegnamenti teorici. È importante perché nel processo di assimilare queste verità, il nostro animo si trasforma. Noi non portiamo le teorie da un’incarnazione all’altra, ma portiamo l’atteggiamento interiore che abbiamo sviluppato meditando su queste verità.

Quindi, quando comprendiamo che lo studio della geomancia, della cosmologia, della storia spirituale della Terra — quando, meditando su queste cose grandi — noi non stiamo solo accumulando conoscenze, bensì trasformando la nostra anima. Questa è l’importanza vera della ricerca antroposofica.

C’è una cosa, una cosa particolarmente importante che voglio chiarire. Quando portiamo una conoscenza da un’incarnazione all’altra, ciò che portiamo non è la conoscenza come tale, ma il nostro io. Nel corso di un’incarnazione, il nostro io non rimane statico, ma si sviluppa attraverso l’acquisizione di conoscenze e attraverso l’esperienza della vita.

Chi legge la letteratura antroposofica con dedicazione profonda, chi medita sulle verità cosmiche, chi si sforza di comprendere i misteri della reincarnazione e del karma — costui non sta semplicemente acquisendo informazioni. Sta sviluppando il suo io autentico, il suo vero sé, il suo atman. E questo sé autentico, questo atman, è quello che passa da un’incarnazione all’altra.

Quindi quando in un’incarnazione precedente abbiamo meditato profondamente sulla saggezza cosmica, quando abbiamo assimilato profondamente i misteri del cosmo, noi non portiamo i dettagli specifici di ciò che abbiamo imparato — le nostre nuove incarnazioni porteranno linguaggi diversi, culture diverse, conoscenze diverse. Ma portiamo con noi un io sviluppato, un’anima illuminata, una saggezza interiore che è diventata parte del nostro essere.

Perciò lo studio della geomancia antroposofica, dello sviluppo spirituale della Terra, della storia cosmica — tutto questo non è uno studio teorico arido. È la formazione della nostra stessa anima. È il cammino attraverso il quale diventiamo veramente umani nel senso più profondo.

Quando dunque qualcuno dice all’antroposofo: “Perché dovete studiare tutte queste cose complicate? Non basta semplicemente cercare di diventare un uomo buono?”, la risposta è: “Proprio così: il vero studio antroposofico è il cammino attraverso il quale cerchiamo di diventare uomini veramente buoni, uomini veramente umani, uomini che si sono sviluppati secondo la saggezza cosmica. Non è possibile diventare veramente buoni senza capire il cosmo, senza capire il karma, senza capire il significato della nostra esistenza.”

Ecco perché lo studio della geomancia non è opzionale per colui che vuole veramente comprendere l’antroposofia. È la sostanza stessa dello sviluppo spirituale umano. Quando portiamo questa saggezza cosmica nella nostra anima, non come conoscenza teorica, ma come illuminazione vivente, allora essa diviene il germe del nostro sviluppo futuro, la base sulla quale la nostra anima costruirà se stessa nei cicli futuri di incarnazione.

Fede, amore, speranza — tre gradini (II)

18°Le intimità del karma

Vienna, 9 Febbraio 1912

Riguardo a un punto che è stato discusso ieri qui nelle nostre meditazioni serali, non vorrei essere frainteso, e davvero da un colloquio che ho avuto stamattina mi è sembrato che potesse facilmente insinuarsi un malinteso. È naturale che queste cose, che sono legate alle intimità del nostro karma, si lascino difficilmente formulare a parole, e che assai facilmente l’una o l’altra non sia compresa bene la prima volta. È il punto di cui s’è discusso ieri riguardo al fatto che nei nostri dolori e sofferenze dobbiamo riconoscere qualcosa che l’elemento più saggio di noi cerca di superare vincendo certe imperfezioni, e che proprio quando portiamo serenamente il dolore avanziamo sul nostro cammino. Non è questo il punto che potrebbe essere frainteso, bensì l’altro: che dobbiamo accogliere la gioia e il piacere come qualcosa che ci viene dato senza nostro merito, senza che dobbiamo riferirlo al nostro karma individuale, bensì come una specie di grazia attraverso cui siamo avvolti dallo spirito che tutto governa. Questo non vogliatelo intendere come se l’accento principale stesse nel fatto che gioia e piacere ci vengono come dono delle potenze divine e spirituali, ma voglio che l’accento cada su questo che è stato detto: dobbiamo, se vogliamo comprendere il nostro karma, tener conto che questi beni ci sono stati assegnati per grazia. Così gioia e piacere sono riversati su noi come grazia. Quell’uomo che nel suo karma vuol intendere gioia e piacere come se gli dèi lo volessero distinguere e innalzare sopra tutti gli altri, costui otterrà l’effetto contrario. Non dobbiamo in alcun modo intenderlo come se ci fossero assegnati perché siamo favoriti rispetto ad altri. Dobbiamo intenderli come se ci fossero assegnati affinché ci sentiamo nella grazia di quegli esseri divini e spirituali. È questo sentimento di gratitudine verso la grazia che significa progresso; l’altro atteggiamento ci farebbe retrocedere molto nel nostro sviluppo. Tu uomo, non devi credere di poter giungere a pura gioia e puro piacere per particolari pregi del tuo karma, bensì devi credere di potervi giungere solo perché non hai alcun merito particolare. Dobbiamo soprattutto compiere allora opere di misericordia, che possiamo compiere molto meglio che se soffrissimo dolore e pena. L’indicazione che ci rendiamo degni della grazia è ciò che ci fa progredire. Non sarebbe dunque una giustificazione dell’opinione di molte persone, che chi è pieno di gioia e ricchezza se lo sia meritato; questo appunto va evitato. Vi prego di accogliere questo come un’indicazione che potrebbe evitare il malinteso che temevo.

Ora vogliamo oggi estendere le nostre considerazioni sul karma in modo ancora più libero, sul karma e la nostra esperienza nel mondo, affinché la scienza dello spirito possa diventare una specie di forza vitale per noi. Quando consideriamo la nostra vita e ciò che ci accade, possiamo innanzitutto sperimentare due specie di esperienze. La prima specie è così: ci diciamo che una disgrazia ci ha colpiti, o questo o quell’altro evento. Diciamo che una disgrazia mi ha colpito. Forse, se rivolgo il pensiero a quella disgrazia che mi ha colpito, mi potrei dire: se non fossi stato negligente o spregevole in questo o quello, quella disgrazia non mi avrebbe colpito. Tuttavia con i soli mezzi ordinari della coscienza non possiamo sempre fare questa considerazione, bensì in molti casi scopriremo che non possiamo darci conto di come la disgrazia sia connessa agli eventi della nostra vita presente. Con i mezzi della coscienza ordinaria saremo perfino indotti a dire di molte cose che ci accadono: un caso è irruito nella nostra vita, non vediamo il vero nesso. Potremo fare questo distinguimento anche riguardo alle cose che siamo in grado di realizzare, che per così dire compiamo o non compiamo. Di molte cose che non riusciamo a fare, comprenderemo bene che dovevano fallire perché noi eravamo pigri o disattenti e simili. Ma di molte altre, con tutte le nostre forze e capacità, non riusciremo a comprendere il nesso. Perciò è utile, da questo punto di vista, esaminar le proprie esperienze, separare soprattutto quelle cose di cui si può dire: mi sono fallite, è come se dovessero fallarmi senza che io ne sia responsabile. Per altre cose diremo: in verità mi stupisce che siano riuscite. Proprio queste cose vogliamo considerare attentamente. E poi vogliamo considerare quelle cose che come un caso irruiscono nella vita, delle quali non possiamo neanche pensare che siano conseguenza delle cause che le hanno prodotte — insomma le cose casuali e quelle che abbiamo compiuto senza che corrispondessero alle nostre capacità. Vogliamo cercare tutte queste cose e penetrarle profondamente.

Faremo cose straordinarie. Per tutto ciò che ci ha colpito, vogliamo immaginarci una volta a titolo di prova che lo volevamo noi stessi, che sviluppavamo proprio la volontà di farlo. Diciamo che una tegola si sia staccata dal tetto e ci sia caduta sulla spalla. Vogliamo immaginarci una volta a titolo di prova come se fossimo stati sul tetto, avessimo allentato la tegola in modo che restasse sospesa, fossimo poi discesi così in fretta da giungere in basso proprio quando la tegola stava cadendo, e che ci colpisse. Facciamo dunque una considerazione di questo genere. O supponiamo di aver contratto un raffreddore apparentemente senza causa: come sarebbe se l’avessimo fatto noi stessi? Per esempio come quella signora sfortunata che, scontenta del suo destino, volontariamente si espose al freddo, alle cui conseguenze anche perì. Le cose che altrimenti riconosciamo come casuali, vogliamo mettere nella forma di pensiero come se le avessimo accuratamente preparate in modo che poi ci colpissero. Così faremo con quelle cose che hanno a che fare con le nostre capacità e proprietà. Diciamo che qualcosa non ci riesca. Per esempio, se perdiamo un treno, non vogliamo immaginarci che fattori esterni ne siano la causa, bensì vogliamo immaginarci che per la nostra incapacità non siamo riusciti. Pensiamo questo una volta a titolo di prova. Quando si fa così, accade che a poco a poco da questi pensieri possiamo fantasticare una specie di uomo. Sarebbe un uomo assai strano quello che così immagineremmo, un uomo che avesse fatto tutto questo: che una tegola gli cadesse sulla spalla, che prendesse questa o quella malattia e così via. Certamente riconosceremo che non siamo noi. Ma quest’uomo ce l’immaginiamo molto chiaramente. Da un tale uomo faremo un’esperienza piuttosto particolare. Infatti dopo un po’ noteremo: naturalmente non l’hai fatto, e quest’uomo è un prodotto sognato. Ma non possiamo più liberarci di questo uomo. Non riusciamo più a scacciare il pensiero. E stranamente non rimane così come è. Diventa vivente in noi, si trasforma in noi. E quando si è trasformato, proviamo l’impressione che quest’uomo stia davvero in noi. E acquistiamo allora, in modo assai straordinario, sempre più la certezza: noi stessi in una certa misura l’abbiamo preparato, questo che ci siamo così fantasticati. Vale a dire, non è il sentimento di aver fatto davvero la cosa una volta, ma sono pensieri che corrispondono a ciò che noi in una certa misura abbiamo fatto. Ci diremo: hai fatto qualcosa qui e là che ora soffri, ed è per questo o quello. È un esercizio assai buono per sviluppare una specie di memoria senziente delle nostre incarnazioni precedenti. Si distende così sulla nostra anima qualcosa da cui possiamo sentire: Tu eri lì e te lo sei preparato.

Comprenderete che il riabituarsi alla memoria delle incarnazioni precedenti non sia del tutto facile. Pensate solo a come dovete sforzarvi per richiamare alla memoria perfino una cosa poco fa dimenticata. Dovete compiere uno sforzo di ricordo. L’uomo ha completamente dimenticato quello che ha sperimentato nelle incarnazioni precedenti, perciò deve fare molte cose per aiutare il ricordo. E questo è uno di tali esercizi. Oltre a quel che è stato detto nelle conferenze pubbliche, sia detto qui che l’uomo noterà come in una certa misura giunge alla memoria senziente: L’hai preparato tu stesso prima! Non disprezziamo tali regole che ci vengono date, perché sperimenteremo sempre di più come la vita si illumina e così diventiamo sempre più forti nella vita. Sperimenteremo già come, quando l’avremo fatto una volta e quando avremo il sentimento: Tu eri lì e l’hai realizzato tu stesso — sperimenteremo come di fronte agli eventi futuri che incontriamo, ci mettiamo in un atteggiamento completamente diverso. Cambia tutta la nostra disposizione d’animo. Mentre magari prima avevamo spavento e tutti i sentimenti di quel genere quando qualcosa ci colpiva, ora proviamo qualcosa come un sentimento di ricordo. E quando poi ci accade qualcosa, abbiamo già l’atteggiamento del nostro sentimento che ci dice: Ah, questo è per questo o quello. — E questo è il ricordo della vita precedente. Per questo la vita diviene più chiarita e più serena, e questo è quello che gli uomini avrebbero bisogno, non solo quelli che sono spinti verso l’antroposofia dal desiderio, ma anche quelli che stanno fuori. Non vale dunque l’obiezione che molti fanno dicendo: che importa sapere delle incarnazioni precedenti se non ce ne ricordiamo! Se cerchiamo di sviluppare il ricordo per questa esistenza terrena, lo sperimenteremo già bene, purché non sviluppiamo una memoria di rappresentazioni e concetti, bensì una memoria senziente.

Mi importava particolarmente durante questo soggiorno di attirare l’attenzione su come molte cose possono diventare una pratica vivente, come uno che pratica l’antroposofia in modo pratico può acquisire il sentimento di viverla veramente.

Ora, per l’uomo nel corso del suo karma, non è importante solo quello che si è preparato nelle incarnazioni precedenti, ma noi viviamo anche una vita fra la morte e una nuova nascita. Questa non è una vita priva di eventi, bensì una vita nella quale sperimentiamo molti eventi, nella quale viviamo e apprendiamo molte cose. E anche le conseguenze delle esperienze che viviamo nel mondo spirituale entrano nella nostra vita terrena, ma in modo peculiare, sicché proprio di fronte a questi eventi spesso siamo inclini a parlare di casi. Possiamo ricondurre tali eventi a importanti occorrenze che lì abbiamo sperimentato.

Così oggi voglio esporvi qualcosa che apparentemente sta lontano dalla prima parte delle nostre considerazioni. Vedrete come può essere importante per tutti gli uomini e come le apparenti casualità devono in realtà essere giudicate nella vita, come possono essere profondamente significative nelle connessioni misteriose della vita.

Devo allora richiamare l’attenzione su un fatto storico, che non si trova nei libri di storia, bensì è conservato nella Cronaca dell’Akasha. Devo innanzitutto attirare l’attenzione sul fatto che le nostre anime, come sono ora, come tutti noi immaginiamo, sono state incarnate ripetutamente, e ancora in tutte le più diverse condizioni, in corpi terreni: incarnate nell’antica India, Persia, Egitto, Grecia. Sempre abbiamo guardato con gli occhi ad altre condizioni, sempre abbiamo compreso altre condizioni, e ha un senso che passiamo attraverso incarnazione dopo incarnazione, e non potremmo ora vivere la nostra vita così se non avessimo sperimentato queste diverse cose. Cose molto particolari hanno sperimentato le anime di coloro che hanno vissuto nel dodicesimo, tredicesimo secolo della nostra era. In quel tempo si abbatterono sull’umanità condizioni molto particolari. È cioè ora, se così possiamo dire, non più di circa settecento anni fa. Allora si abbatterono sullo sviluppo dell’umanità condizioni tali che possiamo dire: i tempi erano quelli in cui le anime umane erano più isolate dal mondo spirituale, una tenebra spirituale regnava, e allora non era possibile che neanche le anime umane più avanzate si portassero in immediata connessione con il mondo spirituale. Non potevano neanche gli iniziati di incarnazioni precedenti nel tredicesimo secolo guardare nel mondo spirituale. In questo secolo i cancelli del mondo spirituale erano chiusi al massimo, e uomini che erano stati una volta iniziati potevano bensì ricordare le loro incarnazioni precedenti quando erano stati iniziati, ma non potevano nel tredicesimo secolo stesso guardare nei mondi spirituali. Gli uomini dovevano una volta passare attraverso questo profondo declino, dovevano trovare chiusi i cancelli al mondo spirituale. Certamente vi erano allora uomini spiritualmente altamente sviluppati, ma dovevano condividere lo stato di oscuramento che era nel mezzo del tredicesimo secolo. Questo stato si concluse attorno alla metà del tredicesimo secolo, e allora si formò qualcosa di straordinario in una regione d’Europa. La località non può ora essere indicata, ma forse sarà possibile farla conoscere una volta in una conferenza per il gruppo. Da questo stato di oscuramento della vita veggente si svilupparono dodici grandi, straordinari saggi europei, che erano spiritualmente sviluppati in modo singolare. Se ora consideriamo questi dodici più grandi saggi d’Europa, dobbiamo innanzitutto separarne sette e considerare questi sette in modo particolare. Questi sette saggi si erano in quel tempo ricordati delle loro iniziazioni precedenti, dei loro insegnamenti ricevuti. Questi sette saggi avevano raggiunto una tale altezza spirituale che potevano non solo ricordare le loro incarnazioni passate in cui erano stati iniziati, bensì potevano anche di nuovo entrare in comunione con le gerarchie spirituali, potevano di nuovo ricevere insegnamenti dalle potenze spirituali superiori. Di questi sette, uno aveva raggiunto una tale consapevolezza spirituale che poteva, per così dire, stare in contatto costante con le gerarchie spirituali — questi è Christian Rosenkreutz.

I dodici si divisero così in due gruppi: i sette e gli altri cinque. I cinque non avevano raggiunto questa altezza, ma avevano acquisito una conoscenza che poteva tuttavia essere utilissima per il progresso dell’umanità sulla terra. Ma il punto fondamentale e caratteristico è che proprio da questo isolamento dal mondo spirituale, dal fatto che dovevano comprenderlo attraverso la loro sapienza personale, questi dodici hanno sviluppato quella forma di insegnamento che corrisponde all’epoca presente, la forma della scienza dello spirito, l’antroposofia. Questo insegnamento non poteva essere dato nel primo periodo della storia umana quando gli uomini potevano ancora vedere nel mondo spirituale, ma doveva essere sviluppato in un’epoca di isolamento spirituale totale dalle gerarchie spirituali, quando gli uomini dovevano per forza affidarsi alle loro stesse forze per conoscere il mondo spirituale. Questo si è sviluppato dai dodici saggi d’Europa, e fra loro il primo è Christian Rosenkreutz. Ora devo descrivere come si sviluppò questa comunità spirituale dei dodici. I sette grandi maestri che ricordavano le loro iniziazioni precedenti erano come i sette raggi della saggezza santa. Da loro si formò un centro di sapienza spirituale dove si riunivano i mistici più elevati d’Europa. Ai sette si unirono altri cinque, e questi dodici insieme rappresentavano una comunità che doveva portare una nuova comprensione spirituale all’umanità. Questi dodici disponevano in modo straordinario dei doni spirituali, ma fra loro il più elevato, colui che poteva stare in costante comunione con le gerarchie spirituali, era Christian Rosenkreutz.

Una cosa straordinaria avvenne allora. Quando la luce del mondo spirituale cominciò a risplendere di nuovo, i dodici maestri seppero attraverso la loro chiaroveggenza che un’entità straordinaria era destinata a incarnarsi fra gli uomini. Seppero che un bambino straordinario sarebbe stato portato nel mondo, un’anima che era stata presente ai misteri del Golgota, che era stata contemporanea agli eventi di Palestina. Quando questo bambino nacque, i dodici lo tolsero dalle circostanze ordinarie della vita terrena e l’educarono secondo le regole della loro sapienza spirituale. Era il Tredicesimo.

Questo Tredicesimo non era uno che fosse facile da riconoscere come grande personalità. Era un bambino come gli altri, ma portava in sé capacità straordinarie che avrebbero potuto svilupparsi soltanto attraverso questa educazione speciale. I dodici maestri vivevano con lui, e mentre non gli insegnavano in modo verbale o scolastico, la loro stessa presenza spirituale diffondeva dodici differenti raggi di sapienza nella sua anima. Egli non avrebbe potuto descrivere quello che sapeva in parole dottrinali, ma nel suo sentimento e nelle sue emozioni viveva un’armonia meravigliosa delle dodici diverse vie religiose dell’umanità. La sua anima era diventata un specchio perfetto della molteplicità spirituale dell’umanità, convergente in un’unità armoniosa.

Più la sua anima si sviluppava in questa armonia, più il suo corpo diveniva sottile e delicato. Non era uno sviluppo morboso, ma una trasformazione spirituale che agiva sul corpo fisico. Egli mangiava sempre meno, il suo corpo diveniva sempre più trasparente, e infine cessò completamente di mangiare. Entrava allora in stati di apparente apatia nei quali la sua anima usciva dal corpo; poi, dopo alcuni giorni, ritornava. Era come se vivesse su due piani simultaneamente: il mondo fisico e il mondo spirituale gli stavano entrambi aperti.

Immaginiamo di trovarci nella vita fra la morte e la nascita, e consideriamo le circostanze della nostra nascita futura. Secondo le leggi della reincarnazione, nel mondo spirituale fra una morte e una nuova nascita viene forgiato il corpo che porteremo nella prossima incarnazione sulla terra. Questo corpo non è formato in modo arbitrario, bensì è formato secondo quelle forze che il nostro karma ha creato precedentemente. Nel corso del nostro sviluppo fra la morte e la nascita ci lasciamo quasi costruire da quelle forze che il nostro karma ha precedentemente preparato. Quando giungiamo a una certa maturità fra morte e nascita — e le circostanze del nostro karma determinano quando questo accade — allora scegliamo il nostro ambiente terreno, i genitori attraverso cui vogliamo discendere nel corpo fisico. Stiamo nella vita fra morte e nascita e guardiamo verso la terra, e cerchiamo le circostanze, la famiglia, il popolo, la stirpe attraverso cui vogliamo discendere sulla terra. Tutto questo è coordinato secondo il nostro karma. Immaginiamo che fra morte e nascita cerchiamo le circostanze attraverso cui vogliamo discendere nella prossima incarnazione terrena.

Ora accade naturalmente che nel mondo spirituale incontriamo esseri, entità spirituali. Incontriamo innanzitutto le nostre guide spirituali, i nostri maestri, ai quali siamo legati per la nostra evoluzione. Ma fra le varie circostanze della vita fra morte e nascita, incontriamo anche altre entità spirituali. Ci incontriamo allora, fra l’altro, anche con coloro che furono nostri nemici in una precedente incarnazione terrena. Nel mondo spirituale, questi incontri hanno un carattere del tutto diverso da ciò che sarebbero sulla terra. Nel mondo fisico, due nemici possono farsi guerra; nel mondo spirituale vengono portati insieme in un rapporto di collaborazione. Nel mondo spirituale si deve lavorare con quelli che nel mondo fisico erano nostri nemici. Nel mondo spirituale questo è ancora più vero che sulla terra: il nostro avversario sul piano terrestre diviene sul piano spirituale colui che più di tutti è vicino a noi nei nostri sforzi.

Quando accostiamo l’evoluzione con un atteggiamento superficiale, sembra quasi strano che proprio coloro che erano nostri nemici sulla terra divengano sul piano spirituale coloro con cui operiamo più intimamente nel plasmare il nostro destino futuro. Ma quando guardiamo profondamente al modo in cui il karma opera in noi, comprenderemo allora che proprio i nostri nemici della terra erano in certa misura necessari affinché il nostro karma si sviluppasse nel modo che ora dobbiamo intendere come giusto. Nel mondo spirituale comprendiamo sempre di più che coloro che non erano altro che nostri nemici sulla terra erano veramente quelli che hanno contribuito più di tutti alla nostra evoluzione. Così nel mondo spirituale il nostro atteggiamento verso questi esseri viene completamente trasformato. Anziché non poter fare nulla con loro — come sulla terra — nel mondo spirituale essi divengono coloro con cui siamo in intima collaborazione per plasmare il nostro destino futuro.

Questo accade in certi momenti durante la vita fra morte e nascita. Così sorge la domanda: come dovremmo vivere sulla terra per corrispondere al vero significato del karma? La risposta è: il modo in cui gli antichi potevano vivere non è il modo in cui i moderni devono vivere. Gli antichi possedevano nella loro coscienza ordinaria una certa comprensione del karma; l’uomo moderno deve sviluppare una consapevolezza del karma che sia del tutto consapevole che i nostri veri benefattori sono stati spesso coloro che ci hanno causato le più grandi sofferenze.

Che cosa dobbiamo dunque fare? Dobbiamo sviluppare una nuova consapevolezza. Dobbiamo imparare a vivere in modo tale da non dimenticare mai durante la vita terrestre ciò che comprendiamo nel mondo spirituale fra la morte e la nascita, cioè che i nostri nemici erano i nostri migliori benefattori. Se riusciamo a portare questo sentimento nella nostra vita terrestre, allora trasformiamo tutto.

E qui arriviamo a un punto che è essenzialmente legato all’antroposofia moderna. L’uomo moderno, se veramente sviluppa un rapporto corretto con l’antroposofia, deve sviluppare questa nuova consapevolezza del karma. Deve riconoscere i grandi benefattori dell’umanità con lo stesso atteggiamento con cui nel mondo spirituale riconosce i suoi nemici della terra come benefattori. E questo non è un tema secondario: è la chiave per la comprensione dell’uomo moderno.

Ora, di fronte a questo, che cosa accade nella vita fra morte e nascita? Qual è la condizione della nostra conoscenza, e che cosa sperimentiamo allora? Quali sono quelle esperienze che possiamo comunque avere nel mondo spirituale fra la morte e la nascita?

Nel mondo spirituale fra la morte e la nascita non sperimentiamo il tempo come lo sperimentiamo sulla terra. Sulla terra il tempo procede in avanti in una linea retta; nel mondo spirituale il tempo non esiste come sulla terra. Nel mondo spirituale una compenetrazione del destinato e dell’accidentale, di necessità e libertà, ci conduce a una percezione interna della vita karmica. Nel mondo spirituale, eventi che sulla terra sarebbero separati nel tempo vengono percepiti contemporaneamente insieme. Così il nostro karma diviene presente a noi in una maniera del tutto diversa da quella ordinaria della terra.

Immaginiamo il seguente caso, che illustra il processo. Un uomo è disceso nel mondo spirituale — così diciamo quando uno muore — e si trova nel mondo fra la morte e la nascita. Durante la sua vita terrena aveva sviluppato una certa conoscenza, una certa saggezza, ed era morto con quella saggezza. Nel mondo spirituale, quella saggezza agisce su di lui, ma non come agiva sulla terra; essa viene, per così dire, riassorbita da lui. Quando dopo un certo tempo egli progredisce verso una nuova incarnazione, ha sviluppato capacità che agiscono sul suo destino futuro in una maniera che sulla terra non è percepibile, poiché sulla terra non sperimentiamo il pensiero stesso come forza reale, come una forza che forma il destino. Nel mondo spirituale il pensiero agisce come forza e forma il nostro destino. La saggezza che acquisimmo sulla terra agisce nel mondo spirituale e, durante la vita fra morte e nascita, plasma il nostro karma futuro.

Lo stesso accade con i sentimenti: i sentimenti che abbiamo sviluppato sulla terra agiscono anche nel mondo spirituale come forze che formano il destino. Ancor di più agisce così la volontà — la volontà agisce ancora più fortemente come forza formatrice del destino. Tutte le nostre esperienze sulla terra — le nostre passioni, i nostri impulsi, i nostri sentimenti, le nostre intuizioni — si vivificano nel mondo spirituale come forze attive che plasmano il nostro prossimo destino.

Se dunque vogliamo che il nostro destino futuro sia quello che corrisponde al vero significato dell’evoluzione umana, dobbiamo sviluppare una nuova consapevolezza sulla terra, una consapevolezza che comprenda come il nostro karma si svilupperà nel mondo spirituale dopo la morte.

Sorge allora la domanda: come possiamo sviluppare sulla terra una simile consapevolezza? Come possiamo imparare durante la vita terrestre a portare nella morte tale atteggiamento della consapevolezza, che permetta il giusto sviluppo del karma nel mondo spirituale?

Qui arriviamo a un punto cruciale. La risposta è: attraverso il contatto con l’antroposofia. Non dico che bisogna essere antroposofi per sviluppare un giusto karma; ma affermo che l’antroposofia, come scienza dello spirito, offre una grande, grandissima opportunità per questa consapevolezza piena del karma.

Ora voglio raccontarvi una storia. Nel Medioevo, vi era un essere straordinario che aveva sviluppato una forma di spiritualità non ancora pienamente espressa sulla terra — Christian Rosenkreutz. Egli e i suoi dodici discepoli formavano una comunità spirituale. Questa comunità era rivolta al compito di portare sulla terra una nuova forma di spiritualità, una nuova comprensione della cristianità fondata sulla scienza dello spirito.

Ora arriviamo al racconto di uno strano evento appartenente al tredicesimo secolo. Christian Rosenkreutz e i suoi dodici discepoli — così narra la storia — si erano riuniti. Uno fra i dodici non era del tutto d’accordo con gli altri riguardo a certi punti importanti della loro missione comune. Allora Christian Rosenkreutz disse ai dodici: uno fra di voi deve andare e portare il nostro insegnamento in una regione dove possa svilupparsi. E uno fra gli altri si offrì di andare. Questi andò e portò l’insegnamento di Christian Rosenkreutz, che era uno dei più importanti insegnamenti spirituali dell’epoca. Ma quello che sorprende è questo: quello stesso discepolo fu poi considerato come colui che aveva portato l’errore e la deviazione nel corpo della cristianità. Si disse che era uno che aveva portato una forma errata della fede in una certa regione. Eppure quello che egli portava era l’insegnamento di Christian Rosenkreutz stesso.

Ma qui occorre guardare più profondamente. Christian Rosenkreutz e i suoi dodici discepoli non erano semplicemente una comunità ordinaria; essi erano un prototipo della comunità di Cristo e dei suoi dodici apostoli. Quando quel membro della comunità andò, non era semplicemente l’insegnante di una regione, ma agiva nel mondo spirituale come colui che avrebbe influenzato lo sviluppo futuro della cristianità.

Questa è una storia straordinaria che molti potrebbero trattare come una leggenda bizzarra. Eppure è una storia che insegna qualcosa di profondo riguardo al modo in cui il karma opera nella storia dell’umanità. Se dovessi estrarre da questo racconto un evento tipico, direi: c’è in questa narrazione una circostanza di cui potremmo dire che non è stata causata in alcuna incarnazione attuale: abbiamo potuto incontrare Christian Rosenkreutz nel mondo spirituale. Ho sottolineato particolarmente questo evento straordinario della vocazione. Potremmo anche addurre altri eventi che si allacciano direttamente al mondo spirituale, che vanno cercati nella vita fra la morte e la nascita, ma nel nostro contesto spirituale proprio questo evento deve apparirci significativo, poiché è così intimamente connesso al nostro movimento spirituale.

Vedete dunque da un tale evento come un atteggiamento del tutto diverso verso la vita deve prevalere, se vogliamo veramente vedere quello che agisce nella vita. La maggior parte degli uomini si affretta attraverso la vita e non è consapevole. Molti dicono che non si deve meditare, ma sviluppare una vita d’azione. Se soltanto non fossero compiute molte azioni immature, e se la gente meditasse un poco, compirebbe azioni più mature! Se soltanto gli ammonimenti fossero ascoltati con serenità e consapevolezza. Spesso sembra soltanto che noi stessimo meditando, ma invece attraverso la serenità ci vengono proprio forze, e allora potremo anche seguire quando il karma chiama, e lo comprenderemo quando chiama. Queste sono le cose su cui in questa occasione ho voluto farvi attenti come cose che ci rendono la vita ulteriormente comprensibile.

Vi ho narrato l’evento del tredicesimo secolo, che a molti può sembrare singolare, in forma puramente storica, per mostrarvi quello che gli uomini dovranno considerare per imparare a inserirsi nella vita e a intendere l’ammonimento di Christian Rosenkreutz. Affinché ciò potesse accadere, era necessaria l’istituzione dei Dodici e l’aggiunta del Tredicesimo. L’evento descritto del tredicesimo secolo era necessario affinché nei nostri e nei seguenti secoli un tale ammonimento o altri della medesima natura potessero essere compresi e seguiti. Un tale segno Christian Rosenkreutz ha appunto elaborato per destare l’attenzione degli uomini di fronte alle nuove esigenze dei tempi, per dar loro l’ammonimento che essi gli appartengono, che possono dedicare la loro vita al progresso dell’umanità nel senso di Christian Rosenkreutz.

IL FATTO DELL’IMPULSO DIVINO PASSATO ATTRAVERSO LA MORTE «CINQUE PASQUE» DI ANASTASIUS GRÜN

La natura del Cristo

19°Il fatto dell'impulso divino passato attraverso la morte. «Cinque Pasque» di Anastasius Grün

Düsseldorf, 3 Maggio 1912

Oggi è mio compito affrontare alcune questioni strettamente connesse con argomenti che costituiranno la materia della conferenza pubblica tenuta qui. Tuttavia questi temi non possono essere esposti pubblicamente come accade nelle cerchie di studio, dove i partecipanti, attraverso una lunga e consapevole preparazione teorica, si sono resi idonei a riceverli nella loro profondità. In un contesto pubblico, l’esposizione deve restare necessariamente sulla superficie; qui invece possiamo penetrare i significati più reconditi.

La questione che desidero affrontare oggi riveste un’importanza eccezionale e fondamentale per quanti consapevolmente si dedicano alla scienza dello spirito e orientano a essa il loro più profondo interesse e il loro anelito spirituale più autentico. Benché il tema sia stato trattato già molte volte nei circoli antroposofici, non si può mai sottolinearlo abbastanza nella nostra epoca critica: le concezioni vive della scienza dello spirito rappresentano forze spirituali e impulsi essenziali per la salvezza e l’evoluzione consapevole dell’uomo contemporaneo e per il prossimo futuro dell’intera umanità. Voglio evidenziare oggi un aspetto decisivo e fondamentale di ciò che il movimento della scienza dello spirito significa realmente nel mondo attuale, e cioè il fatto seguente che è cruciale comprendere: nel nostro tempo presente abbiamo una necessità straordinaria, praticamente e spiritualmente vitale, di conferire un’anima vivente e consapevole a ciò che possiamo e dobbiamo definire il nostro corpo mondiale, il corpo fisico unificato dell’umanità terrestre.

Corpo mondiale! Davvero, come oggi siamo in grado di parlare consapevolmente di un corpo mondiale, così in un passato relativamente assai prossimo, entro la storia ben nota dell’umanità, non era ancora possibile farlo con piena consapevolezza storica. Se rivolgiamo lo sguardo allo sviluppo storico concreto dell’umanità, scopriamo che fino a tempi assai recenti l’idea di un corpo mondiale unificato, abitato da un’umanità che forma un tutto organico, non era ancora giunta alla consapevolezza degli uomini. Troviamo invece culture che formavano totalità autonome e indipendenti, sviluppandosi entro confini geografici e spirituali molto ristretti. Tra popoli separati da montagne maestose, da mari sterminati e da fiumi invalicabili, popoli che conducevano un’esistenza chiusa e autosufficiente, si sviluppavano la cultura indiana, quella persiana e molte altre ancora, guidate dagli spiriti dei popoli rispettivi e da impulsi spirituali loro propri.

Tali culture particolari sussistono ancora oggi, certamente e visibilmente; parliamo a giusto titolo e con consapevolezza storica di cultura italiana, di cultura russa, di cultura francese, di cultura spagnola, di cultura tedesca, ognuna con le sue caratteristiche spirituali particolari e distintive ereditate dal passato. Tuttavia, se lasciamo lo sguardo spaziare consapevolmente sull’intero globo terrestre nel presente, percepiamo oggi un fenomeno nuovo, straordinario e sconvolgente nelle sue implicazioni: qualcosa di unitario, di omogeneo, di uniforme e standardizzato si diffonde ormai su tutto il pianeta con velocità accelerata e progressiva. Questo qualcosa concreto unisce gradualmente i popoli della terra in una sola unità civilizzatrice materiale e si estende progressivamente da popoli lontanissimi a popoli lontanissimi, abbattendo lentamente le barriere geografiche, linguistiche e culturali che li separavano da secoli. Basta riflettere seriamente all’industrialismo moderno sempre crescente, alle ferrovie che collegano i continenti, ai telegrafi che trasmettono messaggi istantaneamente da una parte all’altra del mondo, alle invenzioni tecniche dell’epoca che stiamo vivendo. Nel medesimo modo standardizzato si emettono cambiali commerciali e le si incassa, si costruiscono ferrovie e sistemi telegrafici secondo lo stesso metodo e lo stesso sistema su tutta la terra, e così inevitabilmente avverrà con le grandi scoperte tecniche che ancora ci attendono nel futuro prossimo della civiltà umana.

Chiediamoci con serietà: quale caratteristica peculiare e fondamentale presenta questo fenomeno che si estende in modo omogeneo e uniforme sul globo, tale da essere identico nelle sue manifestazioni concrete a Tokio, a Roma, a Berlino e a Londra? Tutto ciò provvede l’umanità del necessario: di pane, di vestiario e dei bisogni di lusso sempre crescenti e mutevoli. Una cultura materiale si è diffusa progressivamente su tutto il pianeta, senza distinzioni fra nazione e nazione, fra razza e razza, fra fede religiosa e fede religiosa. Questa cultura materiale si è estesa soltanto negli ultimi secoli della storia umana, trasformando radicalmente la civiltà. La cultura greca, per contrasto, si manifestò in una piccola regione della terra e al di fuori di essa se ne sapeva assai poco o quasi nulla. Oggi, nel nostro tempo, i messaggi e le informazioni circolano intorno al mondo intero in poche ore solamente, grazie ai mezzi tecnici, e chi mai oserebbe negare che questa cultura materiale diffusa ovunque meriti il nome di cultura terrestre! E questa cultura diventerà sempre più materiale, sempre più densa nelle sue manifestazioni, il nostro corpo terrestre sarà sempre più strettamente avvolto da essa.

Però coloro che davvero comprendono la necessità profonda del movimento della scienza dello spirito svilupperanno sempre più la consapevolezza luminosa che nessun corpo, per quanto materialmente costituito, può sussistere e durare senza un’anima che l’animi e lo spiritualizzi. Come una cultura materiale, sempre crescente, abbraccia ormai l’intero corpo terrestre in modo omogeneo, così il riconoscimento spirituale, il sapere che proviene dalle fonti divine, deve divenire l’anima che si diffonde su tutta la terra, senza distinzione alcuna di nazione, di colore di pelle, di razza antropologica e di popolo. Questo è il grande compito evolutivo dell’epoca attuale.

E come il metodo tecnico di costruire ferrovie e telegrafi si esercita in modo uniforme e sistematico e metodico su tutta la terra, così nei tempi che verranno l’umanità intera dovrà intendersi sempre più profondamente su tutta la terra riguardo alle questioni vitali che toccano profondamente l’anima viva dell’umanità intera e il suo destino evolutivo. Ciò che sorge sempre più intensamente come anelito spirituale più intimo e come interrogativo esistenziale urgente nelle anime umane moderne reclama imperiosamente una risposta spirituale e illuminata. Da ciò scaturisce logicamente e direttamente la necessità inevitabile e inescapabile di un movimento spirituale globale consapevole che redima veramente l’umanità e la porti verso l’alto. Allora accadrà su larga scala mondiale e universale ciò che in forma germinale già avviene nell’ambito della cultura materiale esteriore e nei rapporti commerciali fra i popoli. Come uno scambio fra anima e anima, un dialogo profondo e consapevole fra le coscienze evolute, si distenderà gradualmente su tutto il globo terrestre nelle generazioni a venire. E ciò che si intesserà così meravigliosamente fra anima e anima, fra cuore e cuore in comunione spirituale, possiamo chiamarlo con verità un’intesa profonda e consapevole, un accordo spirituale riguardo a tutto ciò che è sacro e vero per le singole anime sulla terra: come esse cioè si comportano consapevolmente verso il mondo spirituale superiore, come si orientano verso le fonti divine e verso il Divino stesso.

In tempo non lontano vi sarà gradualmente costituita e stabilita su tutta la terra una consapevolezza profonda e reciproca e durevole riguardo a ciò che nel passato lontano ha provocato le lotte più aspre e violente e le disarmonie più terribili e dolorose fra gli uomini, precisamente durante i secoli in cui l’umanità restò tragicamente frammentata in regioni culturali separate e isolate che nulla sapevano consapevolmente le une delle altre, che non avevano contatti spirituali. Ciò che si dispiegherà inevitabilmente su vasta scala mondiale come movimento spirituale consapevole che abbraccia l’intera umanità terrestre deve realizzarsi necessariamente anche e soprattutto nel più piccolo, nel singolo rapporto fra anima e anima, in ogni incontro profondo fra conscienze umane risveglie. Quanto ancora oggi appaiono così lontani e divisi buddhisti e cristiani gli uni dagli altri, quanto poco si comprendono veramente e autenticamente nelle loro radici più profonde e nei loro significati spirituali, come si respingono mutuamente quando si fermano saldamente e settariamente sul terreno ristretto delle loro rispettive confessioni esteriori e storiche! Ma verrà certamente il tempo evolutivo, forse non lontano, in cui ci saranno sempre più buddhisti veramente consapevoli che, partendo autenticamente dal buddhismo stesso nella sua essenza spirituale, diventeranno ricercatori spirituali nel vero senso della scienza dello spirito, e sempre più cristiani sinceri che, partendo genuinamente e profondamente dal cristianesimo nel suo nucleo essenziale e vero, saranno pure ricercatori spirituali consapevoli e illuminati. E questi uomini e donne illuminati di diverse tradizioni si porteranno una comprensione piena, reciproca e profonda, una stima sincera e un’amicizia spirituale autentica basata sulla verità.

Vediamo oggi la spinta profonda dell’umanità verso tale intesa profonda, verso tale accordo spirituale già manifestarsi dal fatto significativo che nella ricerca scientifica contemporanea compaiono sforzi nuovi che denominiamo storia comparata delle religioni o scienza comparata delle religioni. Non si intende in alcun modo diminuire o sminuire i meriti di questo sapere accademico; esso indubbiamente ha compiuto opere grandiose e importanti lavori di ricerca. Ma cosa concretamente produce, quale frutto spirituale genera quando si dedica a narrare le varie dottrine, i vari insegnamenti delle diverse religioni storiche? Benché esplicitamente non lo dica, e nemmeno lo sappia chiaramente, in ciò che la storia comparata delle religioni mette in luce e propone si nasconde e si rivela in realtà soltanto ciò che nelle religioni vive è fede infantile, credenze puerili, da cui hanno già superato consapevolmente coloro che hanno davvero afferrato il nucleo essenziale vivo di queste religioni: questo materiale minore e superficiale è esattamente ciò che la ricerca comparata si approprierebbe, trasformandolo in dottrina.

Che cosa intende realmente la scienza dello spirito riguardo alle religioni umane e ai loro insegnamenti? Essa intende e vuole riconoscere precisamente ciò che i ricercatori scientifici tradizionali non possono riconoscere, per i limiti epistemologici del loro metodo: essa vuole penetrare quello che nelle singole religioni è contenuto e custodito come patrimonio vivo di verità profondissima, come sapere iniziatico tramandato attraverso i secoli. La scienza dello spirito si pone l’obiettivo di comprendere il significato spirituale autentico che vive in ogni religione.

Da quale presupposto fondamentale e irrinunciabile muove la scienza dello spirito nelle sue profonde ricerche? Ella muove e parte dal fatto primordiale e cosmico che l’umanità intera ha la sua radice profonda e la sua origine originaria in un Dio unico e infinito, in una divinità onnisciente e onnipotente comune a tutti gli esseri e a tutti i popoli. E che la saggezza originaria e primeva dell’intera umanità, sorta ed emanata da questo comune e unico principio divino onnisciente, si è distribuita progressivamente e diversificata nel corso dei tempi storici fra i vari popoli terrestri, fra i diversi gruppi umani e culture specifiche, come un raggio di luce bianca pura spezzato e rifratto in molti raggi luminosi diversi e colorati, ciascuno con la sua qualità particolare. L’ideale supremo e il grande compito della scienza dello spirito è ritrovare e recuperare questa verità originaria e questa saggezza primordiale nel suo stato puro, non offuscate e non distorte da questo o quel credo particolare, da questa o quella confessione religiosa storica, e renderle nuovamente consapevolmente e pubblicamente all’umanità intera nel nostro tempo epocale. Perciò la scienza dello spirito può e deve approfondire le singole religioni storiche con pietà sincera e con rispetto profondo verso i loro insegnamenti. Ma ella non si ferma né si limita ai riti e alle cerimonie esteriori, alle pratiche rituali e alle formulazioni dogmatiche che pure importanti storicamente, bensì guarda penetrante e direttamente a come in questa religione come in quell’altra è contenuto vivo e pulsante questo antico nucleo di saggezza originaria e divina, questo sapere iniziatico. Le religioni storiche sono dunque per la scienza dello spirito tanti canali spirituali vivi e puri, tanti condotti viventi attraverso i quali scorrono costantemente in raggi singoli, in filamenti di luce spirituale, ciò che una volta nei tempi primordiali si diffuse uniformemente e indifferenziato su tutta l’umanità primitiva e consapevole.

Mentre il cristiano della confessione esteriore e superficiale, che conosce soltanto ciò che la religione esteriore istituzionale ha generato e prodotto nel cuore umano nel corso dei lunghi secoli di storia, dice al buddhista con un atteggiamento rigido ed esclusivista: Se tu vuoi giungere alla verità suprema devi credere esattamente come io credo, devi professare la mia fede, e il buddhista a sua volta contrappone fermamente e dogmaticamente ciò che è sacro per lui e per la sua tradizione, cosicché fra loro non può nascere una vera e profonda comprensione spirituale, la scienza dello spirito invece si comporta completamente diversamente e con atteggiamento radicalmente opposto di fronte a queste questioni delicate e fondamentali della fede umana.

Chi penetra realmente e consapevolmente attraverso i nuovi metodi moderni di chiaroveggenza cosciente nel nucleo profondo vivo del buddhismo come pure del cristianesimo apprende direttamente e interiormente quello che per il buddhismo è il nervo principale e il cuore pulsante e vivente della sua saggezza iniziatica: apprende a conoscere e a riconoscere profondamente entità elevate e spirituali straordinarie che sono emerse dal regno ordinario dell’umanità materiale, esseri che si sono evoluti consapevolmente fino a gradi superiori e evoluti di consapevolezza cosmica e che nella tradizione buddhista viene chiamato con venerazione bodhisattva. Anche il cristiano autentico che abbia sviluppato tale consapevolezza spirituale sente caratterizzare con precisione come un bodhisattva sia sorto consapevolmente e si sia sviluppato dall’umanità ordinaria e impara così a riconoscere con chiarezza illuminata come un tale bodhisattva agisca e operi continuamente nell’umanità dalle sfere spirituali, guidandone lo sviluppo spirituale e l’evoluzione. Sente che tra questi straordinari bodhisattva vi fu colui che nacque esattamente seicento anni prima della nostra era come Siddhartha, il figlio nobile del grande re Suddhodana, e che nel ventinovesimo anno della sua vita terrena raggiunse la dignità suprema e lo stato consapevole di Buddha completo illuminato, e apprende e riconosce così questo cristiano antroposofico che un tale essere supremo e divino, asceso attraverso l’evoluzione spirituale consapevole da bodhisattva a Buddha, non deve tornare di nuovo sulla terra in un corpo fisico ordinario e denso, non deve reincarnarsi materialmente come fanno gli altri esseri umani ordinari.

Tali importanti insegnamenti sulla natura dei bodhisattva e del Buddha ci trasmettono anche gli storici accademici delle religioni, è vero, ma in realtà essi non sanno che cosa farsene veramente di un essere meraviglioso come un bodhisattva o come un Buddha, non ne comprendono il significato spirituale profondo. Non riescono cioè a guardare penetranti a ciò che è veramente e interiormente il nucleo vivente e consapevole di tale essere straordinario, né possono comprendere e concepire come un tale essere supremo, anche se non vive più in un corpo fisico terreno, dirige, guida e ispira costantemente l’umanità dalle sfere e dai mondi spirituali superiori.

Noi invece, come cristiani consapevoli e antroposofi evoluti che abbiamo sviluppato la vera e autentica scienza dello spirito nel nostro essere, possiamo stare di fronte a questo meraviglioso bodhisattva con la medesima pietà sincera, con la medesima venerazione profonda e consapevole che un buddhista devoto e illuminato prova verso il suo Buddha. Lo comprendiamo pienamente e integralmente attraverso il nostro sviluppo spirituale consapevole e grazie all’illuminazione consapevole che la scienza dello spirito ci dona generosamente. E diciamo esattamente e precisamente, parola per parola, ciò che il buddhista fedele e sincero dice del suo Buddha illuminato e consapevole. Anche questa comprensione totale e completa la possediamo pienamente e consapevolmente. Il cristiano antroposofo che parla con sincerità autentica dice al buddhista ricercatore e sincero: Comprendo e credo esattamente quello che tu comprendi e credi profondamente. Non c’è alcuna contraddizione fra le nostre visioni profonde e le nostre comprensioni interiori. Siamo fratelli spirituali. E nessuno che si sia veramente conquistato e sviluppato una vera e profonda comprensione della scienza dello spirito nel campo e nella tradizione vivente del cristianesimo oserebbe mai dire con leggerezza come cristiano convinto e illuminato: Il Buddha ritornerà ancora una volta sulla terra nella carne fisica ordinaria. Una tale affermazione egli saprebbe consapevolmente e profondamente che dovrebbe ferire e offendere gravemente i sentimenti più intimi e più cari del buddhista sincero e consapevole e che con un’affermazione simile superficiale e errata non coglierebbe e tradrebbe completamente il carattere autentico e profondo di quegli esseri meravigliosi e divini che si sono elevati consapevolmente e spiritualmente da bodhisattva a Buddha pieno e completo. Egli ha appreso a conoscere veramente e profondamente e a comprendere in modo vivo questi esseri straordinari nel contesto vivo e consapevole del suo cristianesimo autentico e illuminato.

E come si comporterà invece il buddhista consapevole che è divenuto veramente antroposofo e ricercatore spirituale autentico? Egli apprenderà gradualmente che il cristianesimo deve essere caratterizzato e compreso in una maniera particolare e profonda per ciò che veramente lo fonda e lo differenzia da tutte le altre religioni umane. Egli direbbe con comprensione: Il cristianesimo ha bensì in primo luogo un fondatore di religione, una personalità storica, come le altre religioni del mondo possiedono i loro fondatori. Ma con questo fondatore si associa e si unisce una realtà essenziale e spirituale completamente diversa da quella che accompagna altri fondatori religioni. Il fondatore storico del cristianesimo è Gesù di Nazareth, l’uomo che camminò in Palestina. Si potrebbe dire molte cose profonde su questa personalità umana straordinaria, su ciò che nel corso dei secoli si è connesso storicamente a essa. Ma il vero cristiano che comprende il suo insegnamento considera e valuta questa personalità di Gesù di Nazareth in una maniera completamente diversa e più profonda da come il buddhista storico considera il fondatore della sua religione, il Buddha. In Oriente, secondo la saggezza tradizionale, si dice: colui che è un grande fondatore di religione si è elevato attraverso pratiche severe e autosuperamento a una completa armonia, a un perfetto equilibrio di tutte le passioni e i desideri umani, in breve di tutte le proprietà personali e caratteriali umane. Si paragoni e si confronti a ciò Gesù di Nazareth nel suo comportamento terreno. Mostra forse egli una tale completa armonia stoica e serena? No! Leggiamo nei vangeli che egli entra in collera profonda, che rovescia con veemenza i tavoli dei cambiavalute, che li scaccia dal tempio con forza, che proferisce parole di collera appassionata e di fuoco profetico. Vediamo così chiaramente che egli non possiede affatto ciò che ci si aspetta e ciò che è universalmente considerato come il tratto essenziale di un grande fondatore di religione orientale. Potremmo mostrare molte altre cose ancora a questo riguardo, ma queste osservazioni non entrano essenzialmente nella discussione del nostro tema. Ciò che è veramente significativo e centrale è che il cristianesimo si differenzia profondamente da tutte le altre religioni della terra proprio in questo: tutte le altre religioni rimandano a un fondatore di religione, a un maestro umano elevato come alla loro fonte e il loro fondamento. Ma chi credesse e asserisse che l’essenza più profonda del cristianesimo consiste semplicemente in un tale rimando a una grande personalità umana, non comprenderebbe l’essenza autentica del cristianesimo stesso. Non si tratta affatto di rifarsi semplicemente a Gesù di Nazareth, non di rinviare a un grande maestro umano. L’origine vera del cristianesimo rimanda e deve rimandare a un fatto cosiddetto impersonale, a un evento spirituale. Essa parte essenzialmente da un fatto impersonale di importanza cosmica: dal mistero sacro del Golgota.

Come ciò potè veramente accadere nel corso della storia umana? E perché accadde proprio allora? Perché per tre anni era presente sulla terra, incarnata concretamente nella persona storica di Gesù di Nazareth, un’entità spirituale grandissima e divina che, se si vuole trovare una parola umana adatta per designarla e darle un nome, si chiama il Cristo. Ma con questo nome umano e terrestre non si può veramente comprendere e racchiudere lo spirito divino, l’essenza e la realtà cosmica che noi riconosciamo nel Cristo attraverso la chiaroveggenza. Con un nome umano ordinario, con una semplice parola umana non si può afferrare e contenere il Divino infinito. E abbiamo a che fare con un grande impulso divino e cosmico che si estende sul mondo intero nella persona del Cristo: con l’impulso del Cristo che viene dalle altezze celesti e che attraverso il battesimo solenne del Giordano entra in modo consapevole e magnifico in Gesù di Nazareth e l’unisce a sé. Questo è l’essenziale nel cristianesimo autentico, questo straordinario impulso del Cristo che attraverso una personalità fisica terrena giunse sulla terra, che entrò consapevolmente nella personalità fisica umana di Gesù di Nazareth, che celava il Cristo divino nei suoi rivestimenti materiali corporei. Questo rivestimento fisico denso il Cristo assunse e indossò consciamente perché lo sviluppo e l’evoluzione del cosmo si svolge secondo una linea cosmica particolare: essa prima discende verso le profondità materiali e poi risale di nuovo verso le altezze luminose dello spirito. Nel punto più profondo della discesa cosmica troviamo il mistero sacro del Golgota. E ciò era cosmicamente necessario e inevitabile perché soltanto da questo evento supremo poteva scaturire la forza salvatrice e redentrice per condurre di nuovo l’umanità verso l’alto, verso la luce dello spirito.

Dopo la grande catastrofe atlantica abbiamo l’epoca urindiana primordiale che nella sua spiritualità luminosa non sarà più raggiunta nelle epoche seguenti della storia umana, ma sarà nuovamente raggiunta e superata soltanto alla fine dello sviluppo cosmico dell’umanità, nella grande risalita della settima epoca finale. All’epoca indiana seguì l’epoca urpersiana, poi l’epoca caldaico-egizia ricca di saggezza. Anche se si segue soltanto esteriormente e superficialmente lo sviluppo storico e culturale dell’umanità, diventa facilmente chiaro che la spiritualità e la consapevolezza interiore diminuirono progressivamente nel corso dei secoli. Poi giungiamo gradualmente alla cultura greco-latina che stava completamente e prevalentemente sul terreno del sensibile e del materiale: alla grande cultura greco-latina che caratterizzò il quarto periodo post-atlantico. Qui, nel cuore del mondo greco, vediamo confluire e unirsi meravigliosamente ciò che potè essere creato e realizzato riguardo all’unione consapevole dello spirito con la forma materiale in ciò che i Greci crearono con genio nelle loro opere d’arte imperituras e nelle loro sculture. E nella grande cultura romana successiva, nella cittadinanza e nella organizzazione romana, l’uomo ordinario diviene progressivamente signore del piano fisico concreto e materiale, sviluppa capacità pratiche e administrative. Ma lo spirituale della cultura greca si caratterizza e si rivela paradossalmente con la frase tragica attribuita agli antichi: Preferirei essere un mendicante misero nel mondo superiore piuttosto che un re potente nel regno delle ombre infernali. L’orrore e la paura davanti al mondo spirituale che sta dietro il piano fisico, l’orrore e la disperazione davanti al mondo spirituale che l’uomo dovrà attraversare e abitare dopo la morte terrena si esprime profondamente in questa frase pessimistica. Così la consapevolezza spirituale e la fiducia in essa discesero fino al punto più profondo della discesa cosmica.

Da allora in poi l’umanità intera ebbe bisogno di un impulso potente e redentore per il ritorno consapevole verso i mondi spirituali superiori, e questo impulso cosmico le viene dato miracolosamente nel quarto periodo post-atlantico dal fatto che entro questo periodo si realizza e si compie qualcosa di straordinario che era fondamentalmente sottratto e elevato al di sopra del piano fisico ordinario e della sua logica materiale. Il mistero del Golgota rappresenta esattamente questo evento che trascende le leggi della materia.

Come si è dispiegato il mistero del Golgota in quella regione geografica sperduta e periferica della Palestina nel primo secolo della nostra era? In modo tale che possiamo dire con esattezza: in modo internazionale, non confessionale si è svolto questo evento supremo. Solitario e nascosto profondamente accadde questo mistero del Golgota. Nulla ne sapeva pubblicamente la cultura esteriore di Roma, nulla ne sapevano consapevolmente i Romani potenti che erano i veri padroni e dominatori di quel pezzo di terra dove si svolse l’evento. E questi Romani non erano affatto credenti nel Cristo, erano lontani dalla sua realtà. E ancor meno lo comprendevano i Giudei stessi che abitavano quella terra e che vedevano fisicamente l’evento accadere davanti ai loro occhi.

Chi era effettivamente e spiritualmente presente, consapevolmente e coscientemente, quando questo mistero del Golgota si dispiegava nel suo significato profondo e cosmico universale? Intorno a quale cerchia di discepoli consapevoli, quale comunità ristretta e fedele si riunì intorno a colui che nel trentesimo anno della sua vita terrena dovette accogliere consapevolmente e unirsi spiritualmente e totalmente al Cristo divino infinito attraverso il battesimo solenne del Giordano? Quale era la reale situazione spirituale degli apostoli e dei discepoli umani in quel momento cruciale e decisivo della storia umana e cosmica? Come comprendevano essi il significato di ciò che stavano per vivere?

Questa è la questione fondamentale che dobbiamo affrontare per comprendere veramente la natura del Cristo e il significato del cristianesimo autentico per l’umanità contemporanea e futura.

Verso l’aia desolata, grigia di abbandono,

Intorno macerie, cenere e polvere, macerie ancora,

E frantume su frantume, fin dove lo sguardo si spinge!

Egli sa che questi sono soltanto i campi confusi,

Di terra arata e appena rivoltata da fresco,

Dove un giorno i flutti di sementi ondeggeranno,

E si intrecceranno le corone d’oro dei covoni!

Da ciò vede lui l’albero della nuova dottrina

Con radice profonda, con fusto di colonna gigantesca,

Innalzarsi e arcuarsi sopra terre e mari

E spargere lontano ombra, frutti, forza!

Il trionfo della Morte attraversò questi fondali,

Nessuna traccia intorno di un sentiero umano,

Nessun uccello canta, non frusciano foglie nel vento,

Non ondeggia filo d’erba, non verdeggia sementa alcuna.

Perché tanto più grande risplenda il trionfo della Morte,

Vive scarsamente qui ancora una parvenza di vita:

Essa sospira, come lamento funebre di poeta,

La sorgente del Cedron sibilando attraverso la roccia:

«Una volta distendevo comodamente le mie membra

Nel letto di fiori, sulla sabbia morbida d’argento,

Finché dalla rocca antica di Moria laggiù

Nel mio grembo il turbine scaraventava le macerie!

Ora che porto il corpo da pietra a pietra,

Devo gemere forte dal dolore e dall’ira;

Ora che le giunture contro i rottami ferite mi battono,

Come se sanguinasse, così rosso è il mio corso!

La mia sorgente, una volta così limpida, specchio ancora

Della rocca dei Re, del tempio trasfigurato da Dio,

Dei colli cosparsi di palazzi, circondati da mura

E anche di un popolo, una volta degno di tale abbondanza!

O che lo specchio si spezzasse in frammenti sulla roccia,

Esso che una volta poteva contemplare tale bellezza,

Perché non portasse più l’immagine della Morte,

L’immagine dei campi inariditi pieno d’orrore!

Soltanto le tombe che scavarono nella roccia in antico,

Ancora le mantengono, come da anni già;

Rimangono intorno a questa grande sepoltura,

Tumuli di termiti intorno al Libano!

E quando l’antico edificio si sfasciò con fracasso,

Volò lontano la nube di polvere, enorme,

Così che grigio è ora il campo che una volta rideva di verde,

E il muschio più povero porta il velo grigio!

Allora fuggì il resto del popolo, cadaveri viventi,

Morte senza tempio, legge, patria!

Allora vidi albero e cespuglio impallidire lontano,

E sfasciarsi marcescenti sul volto della sabbia!

Via volarono i rossignoli dei cespugli,

Tutti gli uccelli, lontano oltre il mare remoto;

Non si addice al loro canto gioioso risuonare,

Dove tutto tace e piange intorno.

Via si mosse alle loro spalle anche la rosa,

Fino al mare turchese, che gridò: Stop!

Lì fioriscono ondeggiando ora le ricche, verdi

Sponde, un’aurora floreale all’alba!

Via tutti i colori, via anche tutti i suoni,

E tutta, tutta la vita spinta altrove!

Rimasi sola indietro come una lacrima,

Che pende dall’occhio della distruzione.»

2.

E di nuovo era Pasqua una volta, e di nuovo

Gesù guardava dal monte degli Ulivi nella valle;

Su tutti i campi era già sceso il Primo Principio della Primavera,

Solo qui rimase tutto desolato e grigio e nudo.

Così come la rondine ben cerca con inquietudine

Il luogo bruciato della casa una volta così bella

E tuttavia, anche se andata col fuoco anche la sua cella,

Il nuovo nido alla maceria incolla;

Così osò lentamente l’uomo alle rovine rimaste

Di nuovo stanziarsi qui, e nella roccia

Si costruì capanne, case e palazzi,

Finché la vide crescere fino a divenire città.

Quando questa città avrebbe voluto volgere lo sguardo

Sui frantumi e le macerie intorno, da cui ebbe origine,

Avrebbe dovuto anche, come ogni viandante, pensare:

Tu nascesti da macerie, in macerie tornerai!

Non lo pensa! Perché ascolta! dalle sue torri

Risuona il suono gioioso delle campane ricolmo.

Chi canta felice, non vuol pensare alla morte,

E le campane sono il canto e la canzone delle città.

Intorno al Duomo di pietra grigia,

Dentro le navate, fuori nei campi

Si raduna in elmo e corazza la comunità

Di uomini guerrieri, onorevoli, rudi e selvaggi.

Come tutti gli spiedini sul pavimento di marmo tintinnano!

Come coraggiosi all’esterno nitrivano cavallo a cavallo!

E le armature brillano, i vessilli variopinti svolazzano,

Dai fianchi di ciascuno pende una spada che crepita.

Ahimè, giacciono in guerra col loro Dio,

Che circondino in bronzo tutt’intorno la sua casa?

Ahimè, vuole il plotone assaltare il Cielo

Che alla chiesa avanzi armato?

Ma no! Come sull’istante si inginocchiano in umiltà

Al suono dell’organo!

Si piega la testa e le membra altezzose,

E penta, la mano ferrata colpisce il cuore.

La Croce di Cristo, la santa vedo innalzarsi

Alta dalle cupole del Duomo, limpida e libera,

Gli uomini la portano anche sul petto tutti:

O che lui pure sia un Duomo di Dio!

L’hanno fissata in colori di ogni sorta

La Croce sui loro mantelli di guerra,

Come stendardi ambulanti, viventi, di croce,

Chinati a omaggio ora solennemente.

Come all’altare, dove tremolano mille lucerne,

Il sacerdote ora spezza il pane del sacrificio,

Vedo rosso di sangue le sue mani brillare,

E credo, mi sembra, che non sia il sangue di Cristo!

Vicino all’altare, devotamente chinato,

In un banco di velluto un solo uomo inginocchiato,

Bello fra tutti, bello pure come si piega,

Davvero, ancora più bello dovrebbe rialzarsi!

La preghiera dell’uomo somiglia alle sue querce native,

Che, orgogliose una volta sentendosi la forza del loro legno,

In umiltà tuttavia chinano le fronde,

Quando la tempesta, l’organo di Dio, soffia su loro:

«Compiuto è! - ah, come tutto lo sforzo umano!

Nessuna pietra, perché non vi lottasse la furia umana,

Nessun cespuglio, alle cui lacrime umane non si attaccassero,

Nessun granello di terra, al quale non sia caduto sangue umano!

La Croce, una volta diritta in questa valle,

Lo stecco insanguinato della vergogna, dell’infamia e del misfatto,

Su Golgota l’abbiamo innalzata di nuovo,

Glorioso e sublime, il glorioso segno della vittoria!

Da tutte le corone di re, da tutti i vessilli,

In ogni terra, da tutti i monti,

Su tutti gli alberi, su tutti gli oceani

Ora sfolgora glorioso, quello che una volta era una forca!

Mi incoronarono con una fascia di corona lucida!

Anche se tre volte bruciato fosse il suo fogliame d’oro

Nella fiamma rossa di città e di capanne,

Tuttavia cade, come questo frantume, una volta a polvere.

Solo una corona brillerà qui eternamente

E brillerà per sempre sulla valle:

Fu intrecciata una volta dalle corone di spine!

Ahimè, che io porti la corona accanto a lei!

Ah, vedo la comunità, che alla festa

Invece di verdi palme portava spade insanguinate,

Allora presago qui anche dei resti del sacrificio di Caino,

Colui che uccise suo fratello con terribile ira.

Allora presago: intorno da tutte le fronti splendenti

Anche il marchio di sangue dell’omicida di fratello deve gridare!

Ah, fossi io quel pellegrino sulla soglia

E portassi un cuore, come lui, così quieto e puro!

O giacesse il mio capo, come il suo, sulla pietra della soglia,

Dondolato in sogni luminosi verso la morte!

Il giglio pallido si piega nel giardino della terra,

La fede vola verso le stelle del Cielo.»

3.

E di nuovo era Pasqua, dal monte degli Ulivi di nuovo

Gesù guardò nella valle verso la città:

La Croce, precipitò dalle torri laggiù,

Solo una rimane timida ancora sulla sua tomba.

Alto dalle cupole delle Moschee, dai Minareti

Sfolgora il raggio d’oro della mezzaluna sulla terra;

Il grido del Muezzin comanda di pregare,

Dove orgogliosamente una volta il Tempio di Salomone stava.

Al risultato è lo stesso alla roccia, quale segno le tu le scelga,

Se ti serva come Tempio, Duomo, Moschea;

Impara dall’uomo che sia come a lui eguale,

Sia che lo calpesti Monaco, Levita o Derviscio.

Il Mussulmano strappò dalle altezze celesti

La mezzaluna, a ornamento del suo spazio terreno;

Il Cristiano innalzò dalla terra verso le stelle

La sua Croce, costruita solo di legno terreno. -

Polverizzato, marcito da lungo il combattente della Croce!

Nessun salmo, nessun suono di campane nel vento lontano!

Soltanto Monaci rimangono, sorvegliando ancora come guardiani,

Come cani leali, la sepoltura del loro Signore.

Questa tomba vuota, l’acquistarono con oro,

I venditori ambulanti aprirono banchetti dentro;

Al pellegrino stanco offre per ignobile guadagno

Lui il posto per le sue due ginocchia a prezzo.

La festa di Pasqua è oggi! Su tutti i sentieri

Arrivano bene i devoti pellegrini cristiani?

Attraverso tutte le terre ricche carovane

E navi robuste su tutte le distese marine?

No! Desolata e vuota rimane ancora la navata del Duomo,

Dentro dispersi soltanto pochi fedeli inginocchiati!

Forse che fuori ancora davanti alla porta vaghino?

Guarda intorno, occhio, dove i viandanti si muovono?

Nessun pellegrino qui! Solo Beduini inseguono

Su cavalli veloci attraverso la terra landa;

Nessun pellegrino lì! Le navi cristiane trasportano

L’oro del mercante e le balle soltanto alla riva.

Vedi laggiù, muschioso quattro muri di macerie si innalzano,

Da tempo è crollata la volta e il tetto;

Una piccoletta chiesa di Dio era una volta in giorni antichi,

Ora lentamente sprofonda il suo costruttore dietro.

Dentro spuntano verdi terebinti,

Essi rimangono gli ultimi, i fedeli oranti qui;

Il loro fogliame si arcua a cupole e torri,

E si innalzano i loro tronchi come ornamento di colonne.

Nella loro ombra riposa un viandante stanco,

Colore d’oliva porta il suo volto,

Porta anche il segno di tutti i pellegrini:

Il bastone e la polvere, - ma non il segno di Cristo!

Egli è un granello di quel pugno di sementi,

Che una volta il turbine sollevò da questo suolo

E seminò nei paesi di tutti i nomi

E lontano soffiò in tutti i venti!

E come intorno al suo capo, oscillando nel fruscio delle foglie,

Ora le luci solari, ora le ombre fitte,

Così fluttuano dentro le immagini e i pensieri,

Ora nero di mezzanotte, ora luce solare:

«A me non fiorisce patria! I fratelli lottano

Attraverso la vita, dispersi, in abito di viandante!

E tuttavia siamo un popolo! In uno si intrecciano

Insieme la miseria, insieme il lutto!

Dalla legione dell’uomo che non può morire, la leggenda

Balbetta molti un bambino cristiano, di Ahasvero.

Fluttua oltre i sarcofagi dei popoli

Il mio popolo, immortale, tenace e duro, come lui!

I cristiani lo videro, allora poteva sembrare loro,

Fosse ben ferma anche la nostra carne,

Così che il nostro sangue la loro spada lasciassero bere,

Ci pugnalassero il vecchio e il bambino e la donna!

I cristiani lo videro, e delle membra della nostra carne

Allora pure tenevano ben per fuoco-resistente il loro delirio,

Così che ci bruciassero case e capanne

E sotto di noi la catasta di legno accendessero!

Perché adirati? Perché una volta, quello che ancora voi praticate,

Giudicammo un peccatore secondo giustizia!

Se questo egli insegnò, quello che voi fate e praticate,

Certamente, non era ingiustizia, quello che lo crocifisse!

E concedi tu, Cristiano, a noi una volta anche i tuoi campi,

Ci dai libertà, diritto, legge di nuovo,

Una guerra, che i millenni si giurarono fra loro,

Non la finisce un momento di pace!

Qui mi sta bene! Qui siamo eguali, noi due,

Disprezzati, calpestati allo stesso modo, in questa terra!

Ma tuttavia sotto il calpestio stesso dei vili pagani

Non ti porgo neppure la mano per la pace! —

Basta il riposo! Come rinfrescare con la fonte del sonno!

Lasciate vedere, come gli affari al sepolcro stanno. —

Comprate Ostensori d’oro, Rosari, Madonne!

Comprate Croci, belle Croci, tersissime e belle!»

4.

E di nuovo il Signore guardò dal monte degli Ulivi laggiù,

Una mattina di Pasqua brilla sulla distesa della valle!

Lo salutano nessuna campana, nessun canto.

Nell’aria soltanto soffiano dolci brezze di festa.

Ancora sfolgora la mezzaluna dalle torri tutte,

Soda come un’immagine eterea, vittoriosa e chiara;

Tuttavia anche la Croce al sepolcro non è crollata,

E non si è ritirato il plotone dei suoi Monaci.

Spezzettata nei sette della superstizione, accesero

Al posto di lucerne di pace il fuoco d’odio;

Appena combatterono Croce e Luna così sanguinose battaglie,

Come qui il monaco marrone e grigio!

Altare e pulpito diventano fortezze e forti,

Accampamento bellico è il Duomo, dentro ardente di battaglia

Il Monaco di Roma nel Nord sta, il Copto nell’Occidente,

Il Greco nell’Est, l’Armeno nel Sud.

Il volto minaccioso del Pascia deve garantire,

Che non il loro sangue insudici l’altare:

Con autorità mantiene il bastone del Giannizzero

In concordia qui il plotone dei maestri di pace.

Nel Chiostro giace un Monaco in ginocchio,

Con barba bianca, dal vento mattutino cullato,

E tra le rose, che brillano di devozione,

Gareggiando germoglia verso il Cielo la sua preghiera:

«Con quale gioia dovrebbe il mio osso marcio sprofondare

Una volta nel tuo grigio lenzuolo funebre, o Valle,

Se vedessi soltanto il mio occhio che si spezza brillare di nuovo

Da tutte le torri alto il raggio della Croce!

E se tu lasciassi di nuovo su tutti i monti,

Signore, il tuo stendardo glorioso stare,

Il suono delle campane, il canto dei pellegrini cristiani

Al posto dei fiori sulla tomba a me soffiare!

Certamente quando tu poco fa nella tua Divinità bellezza

Nel sogno mi stavi vicino, gridò tonante la tua ira:

«Via, Indegni, voi dei figli della discordia,

Non profanate più il qui la fonte della Pace!

Voi, che nel mio Duomo per un gradino,

Per una porta voi selvaggiamente nella lite si gonfiate,

Sappiate, che la terra tutta intorno a me il gradino,

E la mia porta tutta intorno il mondo intero!

Voi, che voi intorno a una lampada dell’altare litigate,

Voi Ciechi indovinate nella vostra notte appena,

Che, pieno della mia Luce, si estende brillante

Intorno e sopra di voi lo spazio della terra!

Io piantai, facendo una ricca volta innalzarsi,

Una volta il mio albero di frutto nel giardino della terra

La mia Parola, essa zampilla vita vivente, piena,

E non è incatenata alla pietra morta!»

Così parlasti, Signore. Ma quello che il mio occhio in lacrime

Da te a lungo implorò, ora hai inviato!

Costruì audacemente un esercito dei figli di Goffredo

Per sé tendoni nella terra dei Faraoni!

Nel loro sguardo l’antica consacrazione di battaglia,

Intorno il capo il riflesso dell’antico Onore,

Nel braccio e nel petto l’antica Forza e Fedeltà!

Allora sarà pure l’antica Fede!

Là sta il Generale! Intorno al suo capo per raffreddare,

Manca qui di fresche Palme di vittoria.

Le Cateratte del Nilo spruzzando versano

Su loro il Battesimo del nuovo Onore.

Lo so, del suo stocco il fuoco della verga

Non lo svenne sopra Murad Bey soltanto,

E con la Superbia dei Mamelucchi

Non va soltanto la sua Ira al giudizio.

Lo so, come strada solo verso la Valle di Sion

La Deserto gli sta dinnanzi agli occhi;

Lo so, le Colossali Piramidi

Sono solo i Gradini per lui verso Golgota!

Allora starà una volta, la mezzaluna ai piedi,

La dorata Croce alto nella mano, l’Eroe,

La grigia distesa saluta il grigio Mantello:

Egli copre, come essa, la Grandezza di un Mondo!

Su Golgota lascia riposa la sua Aquila

Intorno alla Croce, il cui Trionfo la più bella Corona le diede.

Le altre Corone prende dalla sua Chioma

E le depone laggiù sulla Sepoltura Liberata!» —

Così parlò il Monaco. E ascolta, i colli lontani

Rimbombano sordo, come la marcia di eserciti di bronzo;

E ascolta, nell’Aria bruisce come d’Aquila d’ali,

Come lontano Clamor d’Armi e Canto di Battaglia.

Sì, sono suoi Eserciti! - Ma di rapido passo,

Nello Splendore della Vittoria, passano, passano!

Sì, sono sue Aquile! - Ma di altezzoso Volo

Rombano il Battere delle loro Ali, passano, passano!

5.

E Pasqua sarà una volta, il Signore guarda laggiù

Dal monte degli Ulivi nella Valle, che suona e fiorisce;

Intorno Splendore e Pienezza e Gioia e Beatitudine di nuovo,

Per quanto il suo Sguardo - un Occhio divino - vede!

Una Pasqua, come la vede il Genio Poeta fiorire,

Al quale è già concesso ora di vedere, di cogliere

Le Corone di fiori, che un giorno come Corona brilleranno

Intorno al Capo dei Giorni ancora non nati!

Una Pasqua, come la vede l’Occhio del Poeta nascere,

Che sopra la Nebbia, che il Presente circonda,

Vede già spuntare le Vette Glaciali dell’Aurora Rossa

Dei Millenni che diventano!

Una Pasqua, Festa di Resurrezione, che di nuovo

Il Respiro della Primavera sui Sepolcri di Fiori semina;

Una Pasqua del Rinnovamento, che laggiù

Nel Cuore Umano il Respiro della Divinità soffia!

Guarda, quale Trasformazione fiorisce sui Sentieri di Sion!

Da tempo la Primavera ha qui il suo Accampamento di Vittoria;

Su monti sventolano i Vessilli verdi delle Palme,

Nella Valle sfolgora la sua Tenda in Ornamento di Fiori!

Da tempo ondeggia sopra tutte le vecchie Macerie

Un vasto Mare di Sementi in Flutto d’Oro,

Come lontano nel Nord, dove le Onde bianche scintillano,

Sprofondato profondamente nel Mare riposa Vineta.

Da tempo sopra le vecchie Macerie è stato gettato sconfinatamente

Il Vestito verde di Prati freschi,

Come un quieto, amico Oblio

Si posa sul Lutto del Giorno antico di un’Era remota.

Da tempo stanno i Monti circondati da Vitigni,

Da tempo fiorisce un Bosco di Rose su Golgota.

Se ora una Bocca il Prezzo della Rosa volesse cantare,

La nomina accoppiata Schiraz e Golgota.

Da tempo tutto il Paese intorno un soleggiato Giardino;

Non si innalza più Mezzaluna, non più Croce!

A che servirebbe gli Stendardi della sanguinosa Lotta?

Da tempo è Pace, eterna Pace!

Il Cedron rimase! Esso zampilla davanti ai miei Occhi,

Nel Letto di Spighe gialle costretto,

Ancora come Lacrima forse, - ma quella al Rapimento

Si preme attraverso le bionde, dorate Ciglia!

Questo è un Fiorire intorno, un Profumo, un Risuonare,

Che reciprocamente germoglia e bruisce e crespe,

Come se si trattasse ora, solleciti di raccogliere,

Quello che duro nel Sonno millenni omise.

Questo è uno Splendore intorno, un Scintillio, uno Luccichìo

Delle Città nella Valle, delle Case sui Monti;

Nessun Presentimento, che il loro Fondamento su Macerie,

Nessun quieto Sogno della Sepoltura, su cui stanno!

Il Campo attraversato dall’Esultanza, dell’Interpretazione gioiosa della Benedizione,

Un Popolo, dal Favore baciato, di Virtù ricco,

Eguali alle Stelle serie e insieme liete,

Come le Rose belle, come i Cedri forti insieme.

Seppellito da tempo nel Mare dell’Oblio,

Come Mostri marini nella Flutto profonda,

Gli antichi Orrori, l’Onore sanguinoso dei Carnefici,

La Guerra e la Schiavitù e la Progenie della Menzogna.

Una volta accadde, che nel Campo i Bambini

Dissotterrassero un Oggetto informe, di ferro;

Come una Falce sembrò troppo dritta e pesante ai Trovatori,

Come un Vomere quasi troppo sottile e insufficiente.

Lo trascinano faticosamente a casa come un Ritrovamento raro,

I Genitori lo vedono, - ma non lo riconoscono.

Chiamano intorno i Vicini nella Ronda,

I Vicini lo vedono, - ma non lo riconoscono.

Là è un Vecchio, che nei Giorni di questo Mondo

Con barba bianca e volto pallido

Si innalza come una Leggenda antica;

Lo mostrano a lui, - ma non lo riconosce.

Fortunati loro tutti, che non lo riconoscano mai!

La Follia dei Vecchi, da tempo dal Sepolcro divorata,

Dovrebbe ancora negli Occhi loro come Lacrima bruciare.

Perché quello che non conobbero mai, - era una Spada!

Come Vomere d’ora in poi attraverso i Solchi lotterà,

Solo al Grano semina essa il Cammino verso la Fossa;

Della Spada i nuovi Atti eroici cantano

Le Allodole le Epopee sotto il Cielo assolato! —

Una volta accadde di nuovo, che, mentre egli arava,

Il Contadino come se urtasse in un Masso,

E, mentre il suo Vanga intorno la Guaina discioglieva,

Una Figura meravigliosa di Pietra si manifestava.

Chiama presso di lui i Vicini nella Ronda,

Lo vedono, - ma non lo riconoscono!

Vecchio sapientissimo antico, vuoi forse darti Spiegazione?

Il Vecchio l’osserva, - ma non lo riconosce.

Anche se non lo riconoscono, tuttavia sta pieno di Benedizione

Ritto nel loro Petto, in eterna Bellezza,

Fiorisce il suo Seme intorno su tutti i Cammini;

Perché quello che non conobbero mai, - era una Croce!

Non videro la Lotta e il suo Segno insanguinato,

Vedono solo la Vittoria e la sua Corona.

Non videro la Tempesta con i Segni di Tempesta,

Vedono solo lo Splendore del suo Arcobaleno!

La Croce di Pietra, l’erigono nel Giardino,

Una Rarità misteriosa, un’Antichità veneranda,

Intorno le Rose e i Fiori di tutte le Specie

Si arrampicano verso l’alto, salendo e girando.

Così sta la Croce in mezzo a Splendore e Pienezza

Su Golgota, gloriosa, densa di significato:

È completamente coperta dal suo Velo di Rose,

Da tempo davanti alle Rose non si vede più la Croce.

L’aurora del nuovo occultismo

20°Per l'inaugurazione della Sezione Christian Rosenkreutz

Amburgo, 17 Giugno 1912

Siamo qui riuniti per implorare la benedizione delle potenze spirituali che presiedono al nostro movimento di scienza dello spirito. Desideriamo quella benedizione per un gruppo di lavoro che, con soddisfazione profonda, si è creato uno spazio di attività.

Questo spazio, attraverso i suoi molteplici simboli, esprime gli impulsi della nostra volontà: innanzitutto, l’abbandono fiducioso alle potenze spirituali e la determinazione di servirle nel modo giusto. Per preparare degnamente questi ambienti è stato necessario un lavoro immenso dello spirito e dell’anima. I membri di questo gruppo, circondati da questi simboli, porteranno costantemente i giusti stimoli per proseguire la loro opera.

Quanti sono accorsi per assistere all’inaugurazione porteranno con sé un ricordo duraturo; altrettanto faranno coloro che, pur non presenti fisicamente, rimangono spiritualmente uniti agli operatori di questo luogo, inviando loro forze vivificanti.

Stare dentro una corrente come quella del nostro movimento di scienza dello spirito deve essere considerato una grazia delle potenze spirituali. Per il futuro dell’umanità, questo movimento rappresenta una necessità. In esso scorre una corrente che deve penetrare nello sviluppo futuro dell’uomo, altrimenti essa si spegnerebbe, inaridirebbe. All’occhio dell’occultista è chiaro che questa vivificazione è ineluttabile.

Che proprio noi ci sentiamo obbligati a offrire la nostra mano in aiuto a questo processo: ecco ciò che vogliamo riconoscere come una grazia.

Il periodo che va dal sedicesimo al diciannovesimo secolo ha portato le onde del materialismo. Anche il materialismo è una necessità storica, anche se ha potuto portare benedizioni soltanto per il mondo fisico. Pochi fra i grandi spiriti dei tempi moderni hanno compreso che da quei vincoli necessari e tuttavia degradanti del materialismo deve nascere una nuova ascesa.

Il movimento teosofico è l’effusione di forze e di verità spirituali dal mondo superiore verso il basso. Gli uomini devono tornare a conoscere realtà che, da millenni, erano rimaste coperte dall’oblio.

Se vogliamo esaminare quale carattere possieda il movimento in cui stiamo, possiamo scoprire il suo tratto più significativo. È come se vi avesse operato lo spirito dell’uomo più bello e più autentico, poiché tre principi, quando veramente sentiti, danno subito l’intuizione che si tratta di qualcosa di perfettamente in armonia con le esigenze dei nostri tempi.

Questi tre principi dicono niente di meno che una corrente spirituale deve scendere nel mondo alla quale ogni essere umano possa partecipare. Si caratterizza così il più universale fra gli impulsi dell’uomo: la Società teosofica forma il nucleo di una fraternità universalmente umana. Ciò significa: non esiste un uomo sulla terra che non potrebbe divenire membro di questa Società.

Sulla terra sono sparse però le più diverse confessioni religiose e filosofie. Non possono tutte essere errori. Chi lo asserisse accuserebbe la saggezza della provvidenza divina. Non si tratta dunque che di cercare il nucleo obiettivo di tutte le visioni del mondo, quello che conduce alla comprensione reciproca.

Come una sorta di divisa è sorta da questi principi la sentenza: «Nessuna religione sta più in alto della verità». La ricerca della verità può riunire tutti gli uomini, poiché essa favorisce la comprensione reciproca. A questo punto, in sostanza, è già presente il terzo principio. Ma potrebbe dirsi: i materialisti rimangono dunque esclusi dalla Società?

Rimangono esclusi soltanto se il loro credo materialista conta per loro più della ricerca delle forze che stanno alla base di tutti i fenomeni. Non siamo noi a escludere il materialista, poiché nessuno che abbia voluto cercare seriamente si è fermato sulla posizione materialista. È lui quindi che si esclude da sé, perché non vuol cercare la verità.

La nostra Società non ha bisogno di altri principi, poiché quando tutto è correttamente compreso, non può accadere nessun abuso, nessuna degenerazione nel movimento teosofico. In esso si raccoglie il grande ideale dell’armonia e della pace dell’anima. Rendiamoci conto di come questa pace e questa armonia possano irradiarsi sulla terra.

Il cristiano che non è divenuto teosofo avrà poca comprensione per ciò che innalza il buddhista ai mondi superiori. Ma il cristiano che è divenuto teosofo deve sforzarsi di comprenderlo, lo avverte come dovere alla luce dei principi che caratterizzano il movimento teosofico e che riconosce.

Al cristiano così illuminato diviene chiaro il significato della vita di Gautama Buddha sulla terra, quando sa che una persona deve aver attraversato innumerevoli incarnazioni prima di poter divenire Buddha. Il buddhista conosce che Buddha, dopo aver raggiunto la dignità buddhica, non ha bisogno di tornare sulla terra.

A Cristiania è stato mostrato come la missione di Gautama Buddha continua. È stato chiarito che questa anima ha un compito speciale da svolgere fra gli abitanti di Marte. Buddha ha compiuto sulla terra la fase preparatoria per esercitare fra gli abitanti di Marte un ruolo simile a quello che il Cristo ha avuto sulla terra — non mediante un mistero della croce, non attraversando la morte, poiché gli abitanti di Marte hanno condizioni di vita diverse da quelle degli abitanti della terra.

Per l’occultista è dunque evidente che la fede dei buddhisti, secondo la quale Gautama Buddha non ha bisogno di ritornare in corpo fisico sulla terra, possiede piena giustificazione. Non combattiamo più la loro convinzione che sta così vicina al loro cuore, bensì vogliamo accogliere con vivo interesse il loro insegnamento più profondo.

Quando il buddhista diviene teosofo, impara a riconoscere ciò che per il cristiano è il più sacro. Riconosce che nel fatto del passaggio di una personalità attraverso la morte fisica riposa un mistero universale. Il Cristo è disceso dai mondi superiori per un’incarnazione unica, dopo la quale non è più entrato in corpo fisico.

Comincia allora a comprendere come questo mistero rappresenti il superamento della contesa fra il Cristo e Lucifero. Quando il buddhista apprende questo per mezzo della teosofia, dice a sé stesso: Comprendo ora ciò che il cristiano intende nel senso più profondo. Comprendo l’incarnazione unica del Cristo e vedo che il Cristo non era sulla terra prima che trovasse un corpo attraverso Gesù di Nazareth.

Quando ci abbandoniamo ai principi che abbiamo sottolineato, apprendiamo qualcosa che si oppone direttamente a una certa paura frequente fra i cristiani. Il timoroso crede infatti facilmente che la propria confessione perderebbe brillantezza se anche i pregi altrui venissero messi in luce. In verità, la confessione cristiana acquista uno splendore ancora maggiore quando si penetrano occultisticamente le singole confessioni religiose.

Chi è così ansiosamente preoccupato che la propria fede potrebbe diminuire se confrontata con le convinzioni buddhiste dovrebbe ricordarsi che vi sono ancora molte questioni irrisolte per il teologo cristiano. Per esempio, è ancora questione importante se gli uomini che hanno vissuto prima del mistero della croce hanno parte pure nella redenzione.

Se però il cristiano aggiunge quello che il buddhista sa, allora scorge che sono le medesime anime che già prima dell’apparizione del Cristo vivevano in un corpo e dopo il mistero sono tornate ripetutamente sulla terra. Ora si potrebbe domandare: Ma come sta la cosa con l’anima del Buddha, che per l’ultima volta si incarnò seicento anni prima di Cristo e non è più tornata?

Anche qui la ricerca occulta ci fornisce una risposta che placa le nostre inquietudini. Ci è mostrato che il Buddha era un precursore: appartenendo a una gerarchia superiore, fu inviato insieme ai popoli di Venere. Si può dunque a ragione parlare di una missione del Buddha come preparazione per il Cristo.

Quando nessuno vuol fare sfoggio egoistico della propria religione, non c’è possibilità di conflitto. Un buddhista ortodosso potrebbe forse una volta voler porre il suo Buddha al di sopra di tutti gli altri esseri, ma un vero buddhista non farebbe mai cosa simile. Se qualcuno volesse essere fanaticamente buddhista nel senso di un buddhismo ristretto, potrebbe insegnare che non esiste altro essere che non debba tornare come uomo sulla terra, eccetto il Buddha; questi dunque dovrebbe essere il più alto.

Così si concedrebbe al buddhismo un vantaggio infinito sul cristianesimo e si metterebbe il cristianesimo al secondo posto. Allora le religioni combatterebbero fra loro. Ma questo sarebbe un’azione contraria allo spirito della teosofia. Infatti, la teosofia e la scienza dello spirito sono qui per diffondere pace sulla terra: per mezzo della comprensione e dello studio delle medesime verità, conducono alla consapevolezza dell’importanza di ognuna.

Perciò ricordiamoci che non dobbiamo soltanto confessare con le labbra i nostri principi e poi invertirli nella pratica.

La fondazione di un gruppo di lavoro non è soltanto fonte di gioia, bensì genera anche un dovere elevato. Ciò vale soprattutto quando a questa fondazione si assegna il nome del nobile martire che, per il modo in cui ha operato, ha sofferto più di qualsiasi altro uomo e avrà ancora da soffrire nel futuro.

Dico: un uomo, poiché quello che il Cristo ha sofferto l’ha sofferto un Dio. Questo è legato ai grandi pericoli che la verità avrà da affrontare nel futuro. Quando ci battezziamo sotto il nome di «Christian Rosenkreutz», dobbiamo tenerci davanti all’anima che è difficile mantenere fede a questa alleanza. Facciamo una promessa di fedeltà per la quale forse non saremo abbastanza forti.

Eppure a nessuno sia proibito di coltivare nel proprio cuore questa fedeltà, una fedeltà che rende necessario prendere consciamente in mano il nostro futuro in una determinata direzione. Quando ci sentiamo attratti a qualcosa di già esistente, tanto da farne il nostro campo di lavoro, allora facciamo appello alle forze dell’idealismo già affermato.

Ma quando fondiamo qualcosa di nuovo, allora si schiera dietro di noi l’amico di ogni separatismo, di ogni egoismo sovrumano: Lucifero attinge nuova speranza da ogni nuova fondazione. Non così quando ci leghiamo a qualcosa di antico. Per questo facciamo nostro l’ammonimento: «Il diavolo il popolo non lo sente mai, nemmeno se l’ha per il collo». Eppure possiamo sempre allontanarlo dal nostro collo, se la nostra volontà è retta.

Un momento immenso, ma pericoloso, è quando leghiamo la fondazione al nome di un martire così grande.

I fondatori devono farsi da soli il voto di non prendere l’impresa alla leggera, bensì di mantenerla con tutta la fedeltà e con tutta la forza di quanto hanno promesso. Con ogni fondazione di un gruppo antroposofico di lavoro si assume una responsabilità grave. Quando si considera quanto poco sia ancora stato compreso l’impulso dato da Christian Rosenkreutz, si possono misurare le enormi difficoltà che attendono coloro i quali intendono seguirlo.

Nessuno si oppone agli orientali quando essi parlano del Maitreya Buddha nel loro modo. Ma quando una volta sulla terra sarà trovato il principio del cristianesimo, che in fondo riposa nei tre principi della Società teosofica, allora si leveranno forze potenti che accumuleranno errore su errore.

A Christian Rosenkreutz apparterranno coloro che gli rimangono fedeli.

Vediamo già nel nostro tempo quanto sia difficile comprendere il cristianesimo e quanto scarsa sia la buona volontà di afferrarne il nucleo. I principi che regnano come buone stelle dentro il movimento di scienza dello spirito, e che oggi sono stati caratterizzati, contribuiranno sia a un approfondimento sia a un risveglio di coloro che sono rimasti tiepidi.

È necessario risvegliare il senso di responsabilità. Che noi stessi ci impregniamo profondamente di questo senso: questo sia il compito in questa ora. Anche nello spazio ristretto che ci circonda, ancora molte prove vi si presenteranno!

Nel momento in cui viene pronunciato il nome di Christian Rosenkreutz, si sostiene il principio: nessuna religione ci stia più in alto del nostro sforzo verso la verità. Christian Rosenkreutz non chiede mai un culto della personalità e vigila affinché gli insegnamenti siano presentati alla comprensione e siano intesi.

Mai la sua dottrina esige fede cieca nei Maestri. Usiamo innanzitutto le nostre proprie forze, allora si aprirà la possibilità, per mezzo della verità, di riconoscere i Maestri della saggezza e dell’armonia dei sentimenti. A nessuno viene richiesto in anticipo di credere in loro, poiché altrimenti la fede nei Maestri starebbe più in alto della verità.

Se mai venisse richiesta una fede incondizionata in un Maestro, i principi della Società teosofica sarebbero già traditi.

Si può riconoscere se qualcosa che proviene da fonti occulte sia vero o no, quando si pone attenzione a certi metodi. Sarebbe stato facile, per esempio, quando si pubblicò il libro «Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?» dire: questi insegnamenti sono dati per ispirazione divina e così via, provengono dal Maestro e cose simili.

Ma il principio del movimento teosofico risulta tradito se chi scrive non si assume la responsabilità di ciò che ha scritto. Se da qualche parte si asserisse che un libro è stato scritto senza responsabilità dell’autore, sappiate che qui non vi è verità, bensì inganno luciferico-arimanico.

I Maestri oggi non consentono che lo scrittore respinga da sé la responsabilità. Per questo è dovere usare sempre la ragione e non ritenere nulla per vero sulla base dell’autorità. È certamente più comodo giurare sul culto della personalità, poiché la ragione bisogna conquistarsela col lavoro.

Solo coloro che stanno criticamente di fronte a ciò che viene donato dai mondi spirituali possono rimanere fedeli a Christian Rosenkreutz. Perciò abbiate presente che qui si fonda un gruppo di lavoro che vuole mantenere fedeltà — al di là della personalità che di volta in volta è incaricata come insegnante — al principio di trasfondere in comprensione umana ciò che dai mondi spirituali fluisce attraverso il Cristo.

Se vi promettete di pensare e sforzarvi in questo modo, allora in questa ora posso invocare dall’alto la benedizione degli esseri spirituali, ai quali non abbiamo bisogno di credere se pure sappiamo di stare nella loro corrente.

Che regnino qui i buoni spiriti e benedicano questa opera: essi, la cui esistenza mi è certa come quella di tutti coloro che siedono qui in corpo fisico. Con ciò sia pure consacrato questo spazio di lavoro. Ciò che realizza la nostra opera con buono spirito avrà il potere di stornare le tenebre che altrimenti inevitabilmente si abbatterebbero sul cristianesimo.

Che regnino i Maestri della saggezza e dell’armonia dei sentimenti.

Numero caratteri: 15.847

Il ramo Christian Rosenkreutz

21°La missione del Christian Rosenkreutz, il suo carattere e il suo compito. La missione del Buddha Gautama su Marte

Neuchâtel, 18 Dicembre 1912

I nostri amici qui presenti hanno espresso il desiderio che oggi riprendessimo la considerazione di quanto abbiamo discusso l’anno passato in questa città. Avevamo allora sottolineato particolarmente che l’iniziazione di Christian Rosenkreutz si compì in una forma del tutto singolare nel tredicesimo secolo, e che da quel momento l’individualità di Christian Rosenkreutz ha operato costantemente, agendo tuttora attraverso i secoli con efficacia immutata. Vogliamo oggi conoscere ulteriormente il carattere profondo e l’essenza di Christian Rosenkreutz, considerando attentamente il grande compito che egli ebbe nella primissima aurora della nostra epoca rivolta all’intellettualismo, per prendersi cura del futuro dell’umanità e del suo sviluppo spirituale. Chi come Christian Rosenkreutz si presenta al mondo quale occultista guida deve fare i conti consapevolmente con la singolarità caratteristica della sua epoca. La vita dello spirito nella quale viviamo attualmente ha il suo vero inizio quando la ricerca naturale moderna sorse con Copernico, Giordano Bruno, Galilei e altri pensatori significativi.

Le persone dei nostri tempi imparano il sistema mondiale di Copernico già nella più precoce infanzia scolastica e portano con sé queste impressioni decisive per tutta la vita. Esse si incidono profondamente nella coscienza e nella formazione dell’io umano.

In epoche precedenti l’anima umana avvertiva qualcosa di radicalmente diverso: si avverta quale grande e profonda differenza esista fra un uomo contemporaneo e uno che visse secoli addietro in epoche remote. Prima dell’era di Copernico, ogni anima degli uomini terrestri credeva fermamente che la Terra riposasse immobile nello spazio cosmico e che il Sole e le stelle girassero intorno a essa in ordine fisso. Il terreno venne meno sotto i piedi dell’uomo quando Copernico sostenne con forza che la Terra si muove con velocità immensa e incessante attraverso lo spazio cosmico. Non dobbiamo sottovalutare una simile e profonda rivoluzione del pensiero, la quale portò con sé una corrispondente e radicale trasformazione del sentire umano. Tutte le idee e le rappresentazioni dell’uomo vennero trasformate in modo del tutto diverso da come erano state prima di Copernico e della sua dottrina.

Poniamoci pertanto con serietà la domanda fondamentale: che cosa dice l’occultismo, quale scienza dello spirito, riguardo a questa rivoluzione profonda del pensiero umano?

Chi come occultista solleva seriamente la questione di come si possa comprendere il mondo con le idee moderne di Copernico, deve dirsi onestamente quanto segue: si può certamente creare molta realtà apparente con le idee di Copernico, realtà che conduce a grandi trionfi pratici nel mondo esteriore dal punto di vista naturale scientifico; non si può però comprendere alcunché del fondamento spirituale del mondo e delle cose, poiché le idee copernicane sono lo strumento peggiore che mai sia esistito nello sviluppo dell’umanità per comprendere veramente i fondamenti spirituali e invisibili. Questo dipende da una ragione profonda: tutti questi concetti e le idee di Copernico sono ispirati essenzialmente da Lucifero e dalla sua saggezza menzognera.

Infatti il copernicanesimo è uno degli ultimi attacchi decisi, uno dei grandi assalti devastanti che Lucifero ha scagliato contro lo sviluppo umano nella storia. Nella visione mondiale più antica, precopernicana, si aveva certamente la Maya esternamente nei fenomeni sensibili; nelle molte cose che si comprendevano, però, nel sapere tramandato dalle tradizioni iniziatiche, si aveva ancora la verità vera delle cose e del mondo. Da Copernico in poi l’uomo non ha solamente davanti a sé, nella percezione sensibile immediata, la Maya fenomenica, bensì i concetti e le idee stesse sono diventati Maya, illusione mentale. Oggi è divenuto ovvio e scontato per l’uomo ordinario che il Sole sta fermo nel mezzo dello spazio e i pianeti vi ruotano intorno secondo orbite ellittiche. Non passerà però molto tempo prima che l’umanità riconosca come la concezione di Copernico del mondo stellare sia assai più inesatta e ingannevole di quella precedente di Tolomeo, quale era stata formulata nell’antichità.

La visione mondiale copernicano-kepleriana è una concezione estremamente comoda per il pensiero ordinario e pratico. Per spiegare e comprendere veramente però che cosa sia il macrocosmo nella sua vera essenza spirituale, essa non è affatto la verità, bensì il suo opposto.

Christian Rosenkreutz si trovava di fronte al fatto decisivo di una visione mondiale che era essa stessa una Maya, un’illusione mondiale, e doveva prendere una posizione consapevole rispetto a essa. Christian Rosenkreutz dovette allora salvare e proteggere l’occultismo in un’epoca critica, nella quale tutti i concetti scientifici moderni erano essi stessi divenuti una Maya. Nel mezzo del sedicesimo secolo apparve l’opera fondamentale di Copernico sulla rotazione dei corpi celesti. Alla fine del sedicesimo secolo si presentò ai Rosacroce la necessità urgente di comprendere il sistema mondiale a partire dall’occultismo consapevole, dal momento che il sistema cosmico copernicano, con le sue sfere pensate puramente materialmente nello spazio, era già una Maya, un’illusione mentale.

Verso la fine del sedicesimo secolo si tenne pertanto una di quelle conferenze occulte di importanza cosmica che un anno fa qui abbiamo conosciuto e considerato, quando nel tredicesimo secolo Christian Rosenkreutz stesso fu iniziato dai grandi maestri. Questa conferenza occulta significativa delle più elevate individualità guida dell’umanità riunì Christian Rosenkreutz con quelle dodici individualità di allora e ancora con altre altamente significative individualità della direzione spirituale dell’umanità nei mondi invisibili. Non vi erano presenti soltanto personalità incarnate nel piano fisico terrestre, ma anche coloro che si trovavano già nei mondi spirituali superiori ed esercitavano la loro attività da lì. A quella conferenza occulta solenne era presente anche la stessa individualità che nel sesto secolo prima di Cristo si era incarnata sulla Terra come Gautama Buddha.

Gli occultisti orientali credono con ragione profonda — poiché lo sanno come verità iniziatica verificata — che Buddha, il quale nel ventinovesimo anno della sua vita terrena come Gautama Buddha divenne da Bodhisattva un Buddha compiuto, in quel momento preciso si incarnò per l’ultima volta nel corpo fisico sulla Terra. È del tutto esatto dal punto di vista occulto che l’individualità che da Bodhisattva diviene Buddha perfetto non appare più successivamente in un’incarnazione fisica sulla Terra nei tempi posteriori. Ma questo non significa affatto «non essere più attivo» per lo sviluppo della Terra e dell’umanità. Il Buddha rimane attivo per la Terra anche in seguito nei secoli, sebbene non si incarni più nel corpo fisico sulla Terra, bensì esercita la sua attività creatrice dal mondo spirituale invisibile. L’influsso del Buddha con le sue forze dal mondo spirituale nel corpo astrale di Gesù secondo il Vangelo di Luca lo percepiamo chiaramente nel canto della gloria celeste, che divenne udibile anche ai pastori semplici nei campi della notte.

Queste parole piene di potenza spirituale provengono dal Buddha che era attivo e presente nel corpo astrale del Gesù bambino secondo il Vangelo di Luca. Questo bellissimo e magnifico messaggio di pace profonda e di amore infinito è veramente un risultato significativo e duraturo di ciò che Buddha ha contribuito al cristianesimo nascente. Ma anche in seguito nei secoli il Buddha agisce — non fisicamente nel corpo terrestre, ma dal mondo spirituale luminoso — nelle azioni degli uomini che cercano, e ha collaborato attivamente a ciò che doveva accadere per il progresso dello sviluppo umano verso l’avvenire.

Nel settimo e ottavo secolo, per esempio, presso il Mar Nero esisteva una scuola di iniziazione molto significativa e spiritualmente profonda, dove Buddha insegnava nel corpo spirituale elevato. In tali scuole occulte vi sono maestri che insegnano nel corpo fisico manifesto, ma per gli allievi più avanzati e preparati è del tutto possibile ricevere insegnamenti diretti da un maestro che insegna soltanto nel corpo eterico sottile. E così Buddha insegnava lì consapevolmente per coloro che potevano accogliere veramente le conoscenze più elevate dello spirito. Fra gli allievi di Buddha v’era uno che pochi secoli dopo fu di nuovo incarnato sulla Terra in una nuova vita. Abbiamo dunque a che fare con una personalità che viveva fisicamente e che secoli dopo visse di nuovo nel corpo fisico incarnato, in Italia meridionale, e che noi conosciamo come San Francesco d’Assisi.

La singolare e affascinante indole spirituale di Francesco d’Assisi, che mostra una somiglianza molto profonda anche nella vita dei suoi monaci con gli allievi di Buddha, risulta chiaramente dal fatto che Francesco d’Assisi stesso era stato un allievo diretto di Buddha nelle vite precedenti.

Basta volgere lo sguardo consapevole alle peculiarità caratteristiche di uomini che aspiravano allo spirituale come Francesco d’Assisi, e di coloro che attraverso la cultura attuale contemporanea si dedicano all’industria materiale, alla tecnica moderna e alle scoperte scientifiche del presente. Vi furono molti, persino personalità occulte consapevoli, che provarono uno strano dolore nell’anima quando dovevano pensare che in futuro avrebbero dovuto necessariamente esistere due specie diverse di uomini nell’umanità. Credevano cioè profondamente che una classe si sarebbe volta completamente alla vita pratica materiale, avrebbe visto la sua salvazione nella semplice produzione di alimenti, nella costruzione di macchine industriali e simili utilità, si sarebbe assorbita interamente nella vita pratica materiale.

E l’altra classe sarebbe stata quella cui appartengono uomini come Francesco d’Assisi: coloro che si sarebbero distaccati completamente dalla vita pratica materiale per il bene supremo della vita spirituale elevata.

Fu pertanto un momento particolarmente significativo quando, in preparazione della conferenza occulta menzionata, Christian Rosenkreutz nel sedicesimo secolo riunì un numero considerevole di occultisti e iniziati, un più ampio gruppo di persone pensanti, ai quali presentò consapevolmente le due specie di uomini che dovevano inevitabilmente esistere in futuro. Riunì dapprima un cerchio più ampio di persone, successivamente uno più ristretto di iniziati, per comunicare agli uomini questo fatto straordinario e significativo per il futuro. Christian Rosenkreutz tenne questa riunione preparatoria parecchi anni prima dell’evento principale, non perché non fosse chiaro nella sua saggezza ciò che doveva accadere, bensì perché voleva portare seriamente gli uomini a riflettere sulla prospettiva del futuro dell’umanità.

Egli disse approssimativamente quanto segue per stimolare profondamente il pensiero e la riflessione: Si guardi bene il futuro del mondo. Il mondo spinge con forza irresistibile verso la pratica materiale, verso l’industria manifatturiera, verso le ferrovie e altre simili invenzioni pratiche. Gli uomini diventeranno inevitabilmente come bestie da soma, come strumenti di lavoro. E coloro che non lo vorranno consapevolmente diventeranno come Francesco d’Assisi, impraticabili per la vita mondana, vivranno solamente dello sviluppo interno dello spirito. Christian Rosenkreutz rese allora assolutamente chiaro ai suoi ascoltatori che sulla Terra non vi era alcun mezzo efficace per impedire la formazione di queste due classi distinte di uomini.

Tutto ciò che si potrebbe fare per gli uomini fra la nascita e la morte sulla Terra non potrebbe impedire che essi si dividessero in queste due classi distinte. Per quanto riguarda le condizioni e le circostanze sulla Terra, è impossibile veramente trovare rimedio definitivo alle due classi di uomini. Un aiuto efficace potrebbe venire solo se si creasse una forma di educazione spirituale profonda che non si svolgesse fra la nascita e la morte nel corpo fisico, bensì fra la morte e una nuova nascita nel mondo spirituale.

Consideriamo dunque che i Rosacroce si trovavano di fronte al grande compito di agire dal mondo soprasensibile invisibile sui singoli uomini e sul loro sviluppo evolutivo. Per comprendere veramente ciò che doveva accadere cosmicamente, dobbiamo considerare la vita fra la morte e una nuova nascita da un certo aspetto iniziatico.

Sulla Terra viviamo fra la nascita e la morte nel corpo fisico. Fra la morte e una nuova nascita l’uomo si trova in una certa e particolare relazione con gli altri pianeti del sistema solare. Nella mia opera Teosofia troverete descritto dettagliatamente il Kamaloka. Questo soggiorno dell’uomo nel mondo dell’anima è un periodo denso durante il quale l’uomo diviene abitante della Luna e vive sotto le forze lunari. Poi diviene abitante di Mercurio con le sue forze, quindi di Venere con le sue influenze, poi del Sole divino, di Marte con le sue potenze, di Giove con la sua saggezza, di Saturno con la sua gravità, e quindi abitante dell’ulteriore spazio celeste cosmico illimitato.

Non si parla inesattamente quando si dice che fra due incarnazioni successive sulla Terra si frappongono vere incarnazioni su altri pianeti, vere incarnazioni spirituali nei mondi invisibili. L’uomo oggi non è ancora giunto pienamente al punto dello sviluppo nel quale potrebbe ricordare consapevolmente nell’incarnazione presente ciò che ha sperimentato fra la morte e una nuova nascita; in futuro questo sarà certamente possibile. Anche se ora non può ricordare consapevolmente ciò che ha sperimentato, per esempio, su Marte nelle vite passate, egli porta tuttavia in sé le forze potenti di Marte, anche se non sa affatto nulla di esse nella coscienza ordinaria.

Si può pienamente e veramente affermare: ora sono un abitante consapevole della Terra, ma le forze cosmiche in me racchiudono in sé qualcosa di essenziale che mi sono appropriato e conquistato su Marte nelle vite anteriori. Consideriamo una volta un uomo che visse sulla Terra dopo che la visione mondiale copernicana si era diffusa ampiamente. Da dove hanno tratto Copernico, Galilei, Giordano Bruno e altri pensatori le loro capacità straordinarie in questa incarnazione presente? Riflettete seriamente sul fatto che l’individualità di Copernico, poco tempo prima, dal 1401 al 1464, si era incarnata in Niccolò Cusano, che era un profondo mistico cristiano. Considerate la sua dotta ignoranza e il suo insegnamento profondo, quanto diversa è là tutta la condizione dell’anima e la qualità del pensiero. Come sono entrate improvvisamente in questa medesima individualità le nuove forze che hanno fatto Copernico del tutto diverso e opposto a Niccolò Cusano? Dalle forze cosmiche e spirituali di Marte è fluito ciò che l’ha trasformato radicalmente poi in Copernico l’astronomo materialista.

Così è anche con Galilei; anch’egli ha accolto pienamente forze cosmiche da Marte che gli hanno conferito la particolare configurazione psichica del pensatore naturale moderno e scientifico. Anche Giordano Bruno ha portato con sé consapevolmente le sue forze provenienti da Marte, e così è con tutta l’umanità contemporanea. Il fatto che gli uomini pensino e ragionino come Copernico o Giordano Bruno lo ricevono dalle forze potenti di Marte che si appropriano e assimilano fra la morte e una nuova nascita.

Ma il fatto che si ricevano tali forze nuove, che conducono da trionfo a trionfo nel campo materiale, proviene dalla ragione profonda che Marte allora agiva diversamente e con forze diverse da come era prima nei millenni. Precedentemente erano altre e migliori le forze che emanavano da Marte. La cultura marziana che gli uomini attraversano fra la morte e una nuova nascita ha subito una grande e profonda crisi cosmica nel quindicesimo e sedicesimo secolo della Terra. Era così profonda, così catastrofica nel quindicesimo e sedicesimo secolo su Marte, proprio come lo fu sulla Terra stessa al tempo del Mistero del Golgota e della morte del Cristo.

Come al tempo del Mistero del Golgota nacque il vero Io dell’uomo, il principio del sé individuale, così nacque allora su Marte quella direzione spirituale nuova che, quando si impianta nell’anima dell’uomo durante l’evoluzione fra la morte e la nascita, si manifesta nel copernicanesimo materialista. Dopo che questi stati nuovi dominavano su Marte, la conseguenza completamente naturale e inevitabile sarebbe stata che Marte inviasse sempre agli uomini sulla Terra solo idee come quelle di Copernico, che sono però essenzialmente una Maya illusoria. Guardiamo dunque a una decadenza grave, a un declino profondo della cultura marziana verso il materialismo. Prima erano forze buone e spirituali quelle che fluivano consapevolmente da Marte. Ma allora fluivano sempre più forze ingannevoli da quel pianeta, che avrebbero condotto gli uomini sempre più profondamente nella Maya e nell’illusione.

Spiritualmente intelligenti erano certamente i risultati scientifici che provenivano da Marte in quel tempo preciso, ma erano appunto una Maya ingannevole e illusoria, per quanto sofisticati e brillanti apparissero al pensiero umano.

Vedete dunque chiaramente che nel quindicesimo secolo si poteva dire con certezza: la salvezza cosmica di Marte e con essa della Terra dipende completamente da ciò che la cultura declinante su Marte riceva un impulso potente verso l’ascesa e il rinnovamento spirituale. Era così su Marte come sulla Terra fino al Mistero del Golgota, dove l’umanità era sprofondata da altezze spirituali divine nella profondità del materiale denso e l’Impulso del Cristo rappresentò per essa un’ascesa decisiva. Su Marte nel quindicesimo secolo si era presentata la necessità urgente di dare un impulso ascendente e redentore alla cultura marziana decadente.

Questa era la grande questione cosmicamente importante che stava di fronte a Christian Rosenkreutz e ai suoi allievi più consapevoli: come dare a questa cultura decadente un impulso ascendente potente, poiché da essa dipendeva anche la salvezza della Terra e dell’umanità. Il grande compito spirituale era davanti al Rosacrocesimo universale: rispondere alla domanda urgente di che cosa dovesse veramente accadere perché giungesse a compimento glorioso l’ascesa della cultura marziana a bene della Terra e dell’evoluzione umana. Gli esseri di Marte non avrebbero mai potuto sapere da sé che cosa potesse veramente servire alla loro salvezza spirituale, poiché solo sulla Terra incarnata si poteva sapere e riconoscere come stessero veramente le cose su Marte. Su Marte, nel suo mondo spirituale, non si avvertiva affatto il declino e la decadenza. Per questa ragione pratica e cosmica si riunì pertanto quella conferenza occulta solenne alla fine del sedicesimo secolo di cui si è già parlato.

Era stata ben preparata e profondamente meditata questa conferenza cosmica da Christian Rosenkreutz, dal fatto essenziale che il discepolo più intimo e profondo e l’amico del cuore di Christian Rosenkreutz era il Gautama Buddha che viveva consapevolmente nel corpo spirituale elevato. E a questa conferenza occulta fu annunciato in modo solenne che l’Essenza divina che una volta si era incarnata sulla Terra come Gautama Buddha, ora, come Essenza spirituale pura, quale egli era da quando era definitivamente diventato «Buddha», avrebbe trasferito la sede della sua attività creatrice su Marte. In certo modo fu inviata consapevolmente dalla Terra su Marte l’individualità intera del Gautama Buddha, attraverso la volontà consapevole di Christian Rosenkreutz.

Gautama Buddha abbandona consapevolmente la sede della sua attività terrestre e va su Marte con sacrificio cosmico; nell’anno 1604 l’individualità del Gautama Buddha compì un’azione redentrice simile per Marte come fu il Mistero del Golgota per la Terra.

Christian Rosenkreutz aveva riconosciuto profondamente che cosa avrebbe significato per l’intero universo cosmico se Buddha avesse agito lì sulla sfera marziana, e che cosa avrebbe significato veramente per Marte la dottrina del Buddha del Nirvana, l’insegnamento profondo che l’uomo dovrebbe staccarsi dalla Terra e dal desiderio. Per promuovere la cultura terrena contemporanea rivolta al pratico materiale, la dottrina del Nirvana era completamente inadatta e anzi dannosa. Questo si mostrò chiaramente nel discepolo più noto di Buddha, Francesco d’Assisi: questo insegnamento rende gli adepti completamente estranei al mondo pratico e alle sue necessità.

Ma ciò che nel buddhismo non era adatto assolutamente a promuovere la vita pratica dell’uomo fra la nascita e la morte nel corpo fisico, aveva un’importanza straordinaria e insostituibile per la promozione e lo sviluppo della sua anima fra la morte e una nuova nascita. Christian Rosenkreutz comprese consapevolmente che per ciò che doveva veramente accadere su Marte come purificazione spirituale profonda, la dottrina di Buddha era la più adatta e preziosa al fine. Come una volta l’Essenza divina dell’Amore, il Cristo, dimorò sulla Terra in un’epoca antica e presso un popolo che non le stava particolarmente vicino spiritualmente, così il Principe della Pace, Buddha, ascese consapevolmente su Marte nel diciassettesimo secolo, dove regnano guerra selvaggia e combattimento crudele, per compiervi la sua missione redentrice.

Là le anime dei Marziani erano soprattutto disposte guerrescamente e bellicosissime. Un grande sacrificio redentore compì Buddha, straordinariamente simile a quello del Portatore dell’Essenza divina dell’Amore nel Mistero del Golgota terrestre. Un sacrificio cosmico autentico era quello di incarnarsi e di essere Buddha su Marte. Là era in certo modo l’Agnello del sacrificio per il pianeta guerriero, e si può designare con verità come una sorta di crocifissione cosmica per Buddha il fatto che si lasciò immergere completamente in questo ambiente bellicoso e ostile. Buddha ha compiuto questa azione redentrice su Marte al servizio consapevole di Christian Rosenkreutz e della missione cristiana universale.

Così cooperano magnificamente nel cosmo le grandi Essenze guida divine, non solo sulla Terra incarnata, bensì da un pianeta all’altro nello spazio cosmico universale.

Da quel momento preciso nel quale il Mistero di Marte si è compiuto consapevolmente attraverso Gautama Buddha, l’uomo accoglie da Marte forze nuove e redentive del tutto diverse rispetto a prima, nel tempo antico del declino della cultura marziana. E non solo l’uomo porta in sé forze del tutto diverse ed elevate da Marte nella nuova incarnazione terrestre: attraverso l’influsso potente che esercita l’azione spirituale di Buddha Redentore, fluiscono all’uomo da Marte anche forze divine quando qui sulla Terra si dedica seriamente alla meditazione per giungere consapevolmente al mondo spirituale.

Quando il moderno discepolo dello spirito medita sinceramente nel senso profondo indicato da Christian Rosenkreutz, fluiscono anche forze potenti che il Buddha come redentore universale di Marte invia nella Terra e nelle anime umane.

Così Christian Rosenkreutz ci appare in tutta la sua grandezza come il grande servitore consapevole del Cristo Gesù. Ma all’opera grande che Christian Rosenkreutz dovette compiere al servizio del Cristo Gesù, dovette venire in aiuto efficace anche ciò che il Buddha come il messaggero cosmico di Christian Rosenkreutz doveva contribuire all’opera redentrice del Cristo Gesù. Così l’anima del Gautama Buddha certamente non è più incarnata sulla Terra fisica densa, ma quest’anima è divenuta completamente l’aiutante consapevole dell’Impulso del Cristo nelle sfere planetarie.

Che cosa echeggiò come parola di pace celestiale sul Gesù bambino descritto nel Vangelo di Luca? «Gloria nell’alto dei cieli e pace sulla Terra agli uomini di buona volontà!». Questo messaggio magnifico risuonò dall’Essenza profonda di Buddha, e risuona ancora — misteriosamente procedendo da Buddha — dal pianeta della guerra interiore nelle anime degli uomini sulla Terra.

Ma attraverso il fatto prezioso che tutto questo è accaduto cosmicamente, è stato possibile veramente evitare la divisione fatale degli uomini in due classi separate: la divisione in uomini come Francesco d’Assisi spirituale, e in coloro che si assorbono completamente solo nel materialismo pratico. Se Buddha fosse rimasto direttamente e fisicamente in connessione con la Terra, non avrebbe potuto veramente preoccuparsi degli uomini «pratici» e materiali, e gli altri li avrebbe fatti inevitabilmente diventare monaci ascetici come Francesco d’Assisi.

Attraverso l’atto redentore cosmico del Gautama Buddha su Marte è divenuto in verità possibile che, quando una volta passiamo consapevolmente attraverso la nostra evoluzione fra la morte e una nuova nascita su Marte, possiamo veramente essere seguaci spirituali di Francesco d’Assisi senza dover per questo togliere nulla alla Terra o alla vita pratica. Suona forse stravagante e grottesco, ma è veramente esatto dalle fonti occulte che ogni uomo umano a partire dal diciassettesimo secolo, durante lo stato marziano tra le incarnazioni, sia per un certo tempo buddhista consapevole, francescano spirituale, seguace diretto di Francesco d’Assisi. Francesco d’Assisi da allora in poi è apparso sulla Terra solo una volta da bambino per breve tempo, e morì nell’infanzia precoce; da allora non è più stato incarnato nel corpo fisico.

È da allora collegato consapevolmente all’attività redentrice di Buddha ed è uno dei più eminenti e venerati seguaci di Buddha su Marte nei mondi celesti.

Così abbiamo messo consapevolmente dinanzi alla nostra anima tutto ciò che è accaduto cosmicamente attraverso quella conferenza occulta significativa alla fine del sedicesimo secolo e ciò che è straordinariamente simile a quanto accadde nel tredicesimo secolo sulla Terra incarnata, quando Christian Rosenkreutz riunì solennemente intorno a sé i suoi fedeli e i suoi dodici iniziati.

Non è accaduto nulla di meno che fosse data la possibilità cosmica di prevenire veramente la minacciata scissione dell’umanità in due classi irreconciliabili, così che l’umanità potesse rimanere unita e consapevole. E quelle persone umane che vogliono compiere uno sviluppo esoterico consapevole malgrado la loro dedizione necessaria alla vita pratica possono raggiungere perfettamente il loro nobile scopo dal fatto che Buddha agisce consapevolmente da Marte e non dalla Terra.

Così anche le forze salvifiche per una vita esoterica sana e consapevole derivano interamente dall’efficacia e dall’amore di Buddha Redentore.

Quando l’uomo contemporaneo oggi diviene sincero meditante consapevole — e che cosa ciò significhi profondamente ho già trattato ampiamente nel mio libro Come si conseguono le conoscenze dei mondi superiori? — è appunto l’elemento essenziale e caratteristico che nella scuola rosacrociana lo sviluppo spirituale è tale e così organizzato che l’uomo non venga strappato violentemente dall’attività che il suo karma gli chiede sulla Terra. Lo sviluppo esoterico rosacrociano rimane perfettamente compatibile con ogni genere di condizione di vita e di occupazione pratica.

Dal fatto provvidenziale che Christian Rosenkreutz ha saputo consapevolmente trasferire l’attività redentrice di Buddha dalla Terra a Marte, è reso possibile che Buddha possa agire correttamente e efficacemente sugli uomini anche al di fuori della Terra nei mondi celesti.

Così abbiamo conosciuto di nuovo uno dei grandi atti spirituali di Christian Rosenkreutz e dobbiamo veramente approfondire il contenuto esoterico profondo se vogliamo comprendere veramente i suoi atti del tredicesimo secolo e quelli del sedicesimo secolo. Sarebbe estremamente bene se fosse compreso generalmente come la teosofia occidentale abbia proceduto conseguentemente e organicamente da quando è stata fondata la sezione dell’Europa centrale della Società Teosofica. Abbiamo avuto qui in Svizzera una serie di cicli di conferenze approfonditi sui quattro Vangeli. Tutti i cicli dei Vangeli sono contenuti in germe nel mio scritto Il cristianesimo come fatto mistico, scritto dodici anni fa rispetto all’epoca attuale.

Nel libro Come si conseguono le conoscenze dei mondi superiori? è descritta con chiarezza la via dello sviluppo occidentale nel modo in cui essa può essere sperimentata veramente in ogni genere di attività pratica. Oggi vi ho dato il fondamento profondo di questo fatto nella missione divina del Gautama Buddha, che gli fu affidata consapevolmente da Christian Rosenkreutz, parlandovi dell’importanza straordinaria che il suo invio su Marte ha avuto per l’evoluzione del nostro sistema solare. Così si costruisce e deve costruirsi mattone su mattone la nostra teosofia occidentale, che è stata edificata conseguentemente e ordinatamente dal principio, e per la quale tutto ciò che viene dopo deve stare in armonia profonda con ciò che precede.

La coerenza interiore profonda è una delle proprietà fondamentali che una visione mondiale deve possedere necessariamente, se deve essere edificata sulla veracità e sulla realtà. E colui che può veramente stare vicino a Christian Rosenkreutz, guarda con ammirazione consapevole e una profonda riverenza come Christian Rosenkreutz stesso abbia compiuto coerentemente la grande missione assegnatagli dalle potenze spirituali, e che per la nostra epoca gli è stata designata come la missione rosacrociano-cristiana universale.

Che il grande maestro del Nirvana compia una missione cosmica al di fuori della Terra su Marte, è una delle enormi e meravigliose coerenze spirituali, è uno dei grandi atti di Christian Rosenkreutz.

A queste considerazioni profonde aggiungo ancora una breve nota pratica di grande importanza. Chi vuol diventare un sincero discepolo di Christian Rosenkreutz, consideri quanto segue con attenzione: l’anno scorso abbiamo parlato di come si possa ricavare involontariamente una conoscenza che può trovarsi in una certa relazione consapevole con Christian Rosenkreutz. Si può però anche porre al destino una domanda profonda come questa: posso acquisire l’attitudine giusta a diventare un vero discepolo di Christian Rosenkreutz? Questo può accadere nel modo seguente. Si cerchi di rappresentare all’anima vivente l’immagine del grande maestro dei tempi nuovi, Christian Rosenkreutz, circondato dai suoi Dodici iniziati, mentre invia solennemente nello spazio cosmico il Gautama Buddha all’inizio del diciassettesimo secolo, adempiendo consapevolmente nella coerenza ciò che accadde approssimativamente nel sesto secolo prima di Cristo attraverso il grande Sermone di Benares.

Quando questa immagine solenne sta dinanzi all’anima consapevole con tutto il suo significato profondo, quando si sente come da essa, che fa un’impressione sconvolgente e stupefacente, qualcosa si muove e fluisce, così che dalle profondità più intime dell’anima si strappi via la parola vivente: «O uomo, tu non sei soltanto un essere terreno e mortale, tu sei un essere cosmico immortale!» — allora si può confidare pienamente di poter credere con certezza: io posso diventare un sincero discepolo che tende consapevolmente verso Christian Rosenkreutz. Un materiale meditativo importante e potente è questa immagine cosmica, che descrive la relazione profonda di Christian Rosenkreutz con Gautama Buddha.

E questo è precisamente ciò che io volevo svegliare come uno sforzo sincero e vivo risultante da questa considerazione cosmica nelle vostre anime consapevoli. Poiché questo dobbiamo sempre tenerci innanzi nella nostra coscienza: noi dobbiamo avere un interesse consapevole per la contemplazione profonda del mondo, ma da questo studio e contemplazione dobbiamo poi ottenere i mezzi spirituali attraverso i quali noi stessi possiamo compiere il nostro sviluppo evolutivo nei mondi superiori e invisibili.

22°Appunti da conferenza — Il significato dell'anno 1250

Colonia, 29 Gennaio 1911

Il significato dell’anno 1250

Perché abbiamo bisogno della scienza dello spirito? Come esseri viventi sul piano fisico siamo in una fase di decadenza. Il nostro corpo non è quello di tempi antichi, le nostre membra fisiche sono meno permeate dallo spirito, meno sostenute dalla forza spirituale. Come la pianta è permeata d’acqua, così il corpo eterico era attivo in noi nei tempi remoti. Permeava il corpo fisico con le sue forze costruttive. Oggi ha perduto il suo potere sul corpo. La salvezza è possibile solo se rendiamo più forte lo spirituale in noi. Quando il corpo astrale si compenetra con lo spirituale, allora anche l’umanità diventerà più sana.

È un destino che il corpo fisico dell’uomo si disgreghi, ma il corpo eterico può diventare più potente e reagire su di esso. Ora però gli uomini si dirigono direttamente verso la decadenza. La scienza dello spirito opera per il risveglio, per la guarigione del corpo e dell’anima. Particolarmente guaritrice è ciò che non può essere percepito soltanto dai sensi o dal cervello. Al mondo appare insensato se diciamo che dovremo rivolgere i nostri pensieri a cose che non possono essere provate esteriormente. Ma è infantile voler provare la scienza dello spirito con i mezzi della scienza contemporanea.

Nel pensare riguardo al mondo esteriore risiede un elemento necessariamente distruttivo, che agisce in modo rovinoso sul corpo fisico. Il sonno rimedia a questo. Molti fenomeni della vita culturale contemporanea agiscono in modo distruttivo: particolarmente le immagini luminose, che danneggiano assai il corpo eterico. Le immagini luminose suscitano anche la sensualità. L’arte vera può rendere sensibile ciò che proviene dai mondi superiori, a beneficio dell’umanità. Nella concezione del mondo antroposofica lavoriamo in comunione con le potenze soprasensibili. Nulla dà un fondamento saldo interiore quanto la conoscenza dello spirito.

Uno schiavo nel tempo dei Faraoni e della dominazione sacerdotale egiziana, che possedesse un saldo fondamento spirituale interiore, stava più sicuro nella vita di molti uomini dei nostri tempi. Gli uomini oggi aspirano a ciò che è schematico, all’autorità. Ma solo attraverso l’attività interiore propria nello stato di veglia può l’anima trovare un fondamento saldo. L’atteggiamento antroposofico dà agli uomini un sostegno e li rende contenti, poiché possiedono un fondamento fermo nel loro intimo attraverso ciò che la scienza dello spirito dà loro, fondamento che è per l’anima tanto necessario quanto il pane quotidiano lo è per il corpo.

Stiamo su una terra che va incontro alla dissoluzione. Gradualmente accadrà che i laghi, i fiumi si prosciughino. Attraverso tali spostamenti cambia l’immagine della terra. La geologia già indica che siamo già in un’epoca di decadimento. Il noto geologo Suess conferma che al posto di processi ascendenti, vivificanti nella terra, si verificano processi di decomposizione. Ciò avviene già nel corso della grande e ultima epoca evolutiva della terra. Particolarmente intenso è il fenomeno nella piccola epoca che data dal 1250.

Alcuni ricercatori, geni nei loro campi, mostrano qualche scintilla di intuizione. Per esempio Burdach. Egli nota un rivolgimento dal Rinascimento, ma non sa nulla del cambiamento di direzione dell’asse terrestre nel tempo in cui gli Spiriti della Personalità si ritirarono. Diverse entità spirituali intervengono in modi diversi in tempi diversi. Per questo ogni epoca ha un carattere proprio, come ogni età della vita ha il suo compito particolare. Agirebbe in modo distruttivo e corrosivo se si volessero introdurre cose non consone al tempo: per esempio le antiche dottrine egiziane, ancorate nella visione atavica del popolo e conservatesi in forma trasformata come fede in un mondo soprasensibile.

Non ciò che l’intelletto vede, non l’esteriore nel mondo è oggetto della fede; questa ha le sue radici profonde nelle esperienze precedenti dell’anima. Gli Spiriti della Personalità, gli Archai, non sono visibili, eppure sono presenti e intervengono. Un’azione particolarmente potente degli Archai era presente nell’epoca egizio-babilonese. Gli Spiriti della Personalità erano allora particolarmente attratti dalla sfera terrestre. Ora è diverso. Ora sono meno attratti o simpateticamente mossi da ciò che accade sulla terra. Non intervengono più, nemmeno nel carattere degli uomini.

Dal 1250 le cose sono cambiate. Nel tredicesimo secolo ebbe luogo una trasformazione importante e significativa delle condizioni terrestri. Da allora gli Archai cessarono di intervenire con tanta forza. Si ritirarono a compiere azioni nei mondi superiori. Prima la loro attività era più sulla terra stessa. Tali eventi meritano considerazione appropriata, poiché da allora vigono leggi diverse.

A tutti gli spiriti progressivi nell’universo si oppongono nemici: in questo caso coloro che sono gli Spiriti della Personalità rimasti indietro. Questi nemici, i cattivi Spiriti della Personalità, guadagnano il terreno. Ciò è connesso al cambiamento della posizione dell’asse terrestre intorno al 1250. La terra descrive nel corso dei millenni un movimento conico, un movimento di danza. Dal quinto, sesto millennio prima di Cristo l’asse terrestre si è sempre più orientato. Si chiama scientificamente il progresso del punto equinoziale, dell’equinozio. Anche la distribuzione della primavera, dell’estate, dell’autunno e dell’inverno era un tempo diversa, più uniforme.

L’amore per la personalità, tutto ciò che vi è connesso, ha i suoi lati buoni e cattivi. Lo portò anche il Rinascimento, quando produsse uomini che vivevano completamente nella personalità. Era tutto veemente contro il tredicesimo secolo e ancora a lungo dopo, fino al Rinascimento, sia nelle nature artistiche come in Cesare Borgia sia nel Papa Alessandro VI. Era così anche tra i capi delle Crociate. In quel tempo tutto si svolse sotto il segno degli Spiriti della Personalità. L’intera storia è permeata dai cattivi Spiriti della Personalità. L’uomo era quasi posseduto dagli Spiriti della Personalità.

Le anime incarnate nel tredicesimo secolo sapevano che gli uomini non potevano liberarsi dalla loro personalità, e le potenze avversarie resero gradualmente gli uomini il più possibile materialisti. Gli uomini pervasi dai cattivi Spiriti della Personalità non potevano più guardare in alto verso i mondi spirituali. Allora in quel tempo il collegamento con il mondo spirituale fu stabilito attraverso la fede, e su questo fu posta enfasi anche dai dotti ecclesiastici scolastici. Fede e conoscenza furono allora rigorosamente separate. Per i secoli questo ha continuato a operare. Un ultimo seguace di quel tempo fu ancora Kant, i suoi seguaci erano soltanto imitatori. Ma Lutero sentiva ancora confusamente questa influenza dei cattivi Spiriti della Personalità. Scagliò il calamaio contro lo spirito materialista del tempo.

Questa epoca è passata. Viviamo nel tempo degli Arcangeli, con pensieri che possono elevarsi fino alla regione dove stanno gli Arcangeli e i loro nemici. I nemici degli Arcangeli non pervadono più come una volta attraverso gli Archai grandi personalità. Non ci sono più personalità come Leonardo da Vinci che stessero in collegamento con i buoni Spiriti della Personalità, oppure come Papa Alessandro VI che stessero in collegamento con i cattivi. Oggi gli uomini sono più schematici. Ora si inseguono ideali astratti. Sempre più sono le idee, le opinioni, i sentimenti attraverso i quali gli uomini sono come posseduti dai nemici degli Arcangeli.

Per questo gli uomini si entusiasmano per ideali astratti, diventano visionari, non amano più il loro proprio eterno Io, ma sono spinti da ogni sorta di desideri e passioni. Aderiscono soltanto alla personalità terrena, si entusiasmano per qualche forma fantastica irreale. Ma solo lo sforzo verso il mondo spirituale può riempire veramente le anime di contenuto. Un effetto secondario dei cattivi Spiriti della Personalità nasce dal vino. Il vino diventa un nemico nel corpo stesso dell’uomo. L’astinenza dal vino risulta come conseguenza per chi vuole penetrare nei mondi spirituali.

Ma l’entusiasmo settario per l’astinenza dall’alcol e il vegetarianesimo appartengono agli ideali parziali. Così è pure per esempio per l’entusiasmo per la cultura fisica greca, per i giochi olimpici e così via. Anche la moda contemporanea dei lavacri freddi vi appartiene, tutto l’entusiasmo per ciò che è fisicamente tangibile e per ciò che è meno fisicamente tangibile. Questo si gradua dalla fantasticheria degli uomini ubriachi fino alla selvaggia inclinazione al crimine, perché i nemici degli Archai operano in questo modo nel mondo sensibile.

Ogni uomo deve sentire il suo posto nel mondo, deve vivere qualcosa di ciò che precipita nell’umanità nel modo caratterizzato. Altrimenti la mancanza di fondamento, l’insicurezza, la perdita dell’equilibrio diventeranno generali. Gli uomini che oscillano fra l’entusiasmo e il materialismo non si orientano da nessuna parte. C’era per esempio un ammiratore di Wagner - si può entusiasmarsi per Wagner e non capire nulla di lui - che andò a piedi nudi a Bayreuth, poi divenne asceta, dormiva su una tavola di legno con ciottoli, infine divenne insieme a Nietzsche un nemico di Wagner. La mancanza di fondamento dell’anima si esprime in neurastenia.

Di fronte a ciò è necessario un fondamento saldo nell’intimo dell’anima. Ma abbiamo bisogno di qualcosa di diverso da ciò di cui avevano bisogno gli uomini nel Medioevo, per i quali la fede era sufficiente. Un bambino di sette anni ha bisogno di qualcosa di diverso da un uomo di sette volte sette anni. La scienza dello spirito può strapparci dal modello passivo in cui siamo portati, senza che per questo diventiamo privi di fondamento. Con passo precipitoso la splendida struttura esteriore della nostra civiltà crollerà. Le arti, le scienze, tutto si disperderà. Le forme non possono restare, esse si disperdono: il tempo e lo spirito sono più forti dell’uomo con i suoi desideri e le sue passioni. La scienza dello spirito è una necessità, e lo studioso di scienza dello spirito dovrebbe divenire consapevole in sé che essa è una necessità.

23°Appunti da conferenza — I sette principi del Macrocosmo e il loro rapporto con l'uomo

Stoccarda, 28 Novembre 1911

Il macrocosmo, il grande mondo, si trova in evoluzione esattamente come il microcosmo, l’uomo, il piccolo mondo. Così come l’uomo deve sviluppare i suoi sette principi, altrettanto deve fare il macrocosmo. Questi principi rappresentano la totalità delle gerarchie spirituali.

I. Serafini, Cherubini, Troni.

Kyriotetes, Dynamis, Esusiai.

Archai, Arcangeli, Angeli. IV. Figlio dell’Uomo.

La linea di sviluppo dei principi macrocosmici si presenta nel seguente modo:

Primo principio di sviluppo macrocosmico = Troni

Secondo principio di sviluppo macrocosmico = Cherubini

Terzo principio di sviluppo macrocosmico = Serafini

Quarto principio di sviluppo macrocosmico = Cristo

O rappresentato graficamente:

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Per quanto riguarda la Terra, il numero progressivo da 1, 2, 3 e così via indica le razze-radice. Lo schema dunque è il seguente:

Razza-radice polare — Ripetizione del principio di Saturno: Troni

Razza-radice iperborea — Ripetizione del principio del Sole: Cherubini

Razza-radice lemurica — Ripetizione del principio della Luna: Serafini

Razza-radice atlantica — Punto medio della Terra: Cristo

La nostra razza-radice — Ulteriore sviluppo

Premonizione dello sviluppo di Giove

Premonizione dello sviluppo di Venere

Il principio di Cristo si sviluppa dunque ulteriormente lungo tutta l’epoca di Giove e raggiunge il suo completo sviluppo soltanto verso la metà della sesta epoca, quella di Venere. Dal punto medio dell’epoca atlantica il principio di Cristo può operare soltanto nei primi germi iniziali. Nell’uomo ciò accade attraverso la formazione del primo germe dell’Io. La prima azione diretta e vera si verificò nel nostro tempo nella rivelazione sul Sinai, dove Cristo si manifestò a Mosè sotto il nome di Jahvé o Geova. Poi avvenne il collegamento diretto di Cristo con la Terra per mezzo del battesimo nel Giordano e durante i tre anni nei corpi di Gesù di Nazareth. L’impulso di Cristo è dunque confluito nell’umanità insieme all’impulso dell’Io. Cristo significa perciò l’Io macrocosmico.

Lo sviluppo ulteriore del quinto, sesto e settimo principio sulla Terra può realizzarsi soltanto come una forma di premonizione interiore. All’uomo non può essere dato un corpo superiore a quello costruito col quarto principio macrocosmico, cioè il corpo fisico. Solo su Giove riceveremo il quinto corpo, e su Venere il sesto corpo e così via. Emerge dunque, rispetto all’epoca greco-romana, una situazione che assomiglia a una contraddizione interiore fra spirito, anima e corpo. Questa contraddizione diventerà sempre più sensibile man mano che l’evoluzione avanzerà. Soprattutto gli esseri sensibili possono già oggi avvertire questa contraddizione.

Consideriamo ora da questo schema la contrapposizione degli spiriti luciferici. Gli spiriti luciferici provengono infatti da una gerarchia superiore rispetto all’uomo, la gerarchia degli Angeli, ma non hanno portato a termine il loro sviluppo complessivo sulla Luna, dove hanno attraversato la loro fase di umanità. Per questa ragione rimangono incapaci di trovare nel loro ulteriore sviluppo la connessione col quarto principio macrocosmico. Tuttavia gli spiriti luciferici hanno sviluppato sulla Luna il loro quarto e quinto principio e così via già come una sorta di premonizione, ma senza il quarto principio macrocosmico, senza l’impulso di Cristo, che allora ancora non c’era.

Consideriamo allora lo sviluppo di quegli spiriti luciferici che sulla Luna hanno raggiunto il quinto principio. Essi non sanno nulla oltre il quarto principio macrocosmico, dunque non sanno nulla di Cristo. È difficile esprimerlo nella nostra lingua. Si potrebbe dire così: essi si rivolgono quasi derisoriamente contro gli Dei superiori, che si sforzano di promuovere lo sviluppo del principio di Cristo nell’umanità, e gridano loro: voi potete dare all’uomo soltanto il quarto principio; noi però possiamo dargli il quinto principio. Questo è effettivamente qualcosa di più elevato, che essi, proprio come noi nella quinta razza-radice, hanno portato con sé come una sorta di premonizione. Ma a questo manca il quarto principio macrocosmico, Cristo, di cui essi non sanno assolutamente nulla. Essi sono già in certo modo precoci, anticipano qualcosa, ma non in armonia col Cosmo. Lo sviluppo normale presenta dunque, di fronte agli spiriti luciferici, qualcosa di più semplice, cosa di cui essi si sentono superiori. Verranno tempi in cui, grazie alla potenza dei principi superiori, del quinto o addirittura del sesto principio, gli spiriti luciferici avranno una grande influenza sull’umanità che cade sotto il loro potere.

Non possiamo già sentire oggi i segni di questo dappertutto? In arte e scienza e in molti altri campi ci si presenta davanti una certa evoluzione precoce e superiore, della quale però sembra mancare il nucleo interiore della verità, l’armonia col Divino eterno.

Il capo di quegli spiriti che hanno sviluppato in questo modo sei principi, che dunque sulla Luna erano giunti quasi alla loro realizzazione, è l’Anticristo, che può somigliare a Cristo fino al punto da essere confuso con lui.

Oggi gran parte dell’umanità è già caduta sotto l’influenza di questi spiriti luciferici. Ecco quindi la necessità di promuovere oggi ciò che l’uomo sulla Terra può ricevere soltanto come sapere interiore attraverso la meditazione. Ecco la necessità della scienza dello spirito.

All’inizio della nostra quinta epoca, dunque alla fine dell’epoca greco-romana, nel tredicesimo secolo, per un breve periodo l’umanità fu completamente tagliata fuori dalle capacità chiaroveggenti. Per questa ragione si tenne allora una grande conferenza dei più saggi fra gli uomini, riuniti nel collegio dei Dodici. Fra questi, i primi Sette erano i santi Rishis, ognuno dei quali incarnava una delle sette fasi dello sviluppo atlantico. Gli altri quattro saggi incarnavano le prime quattro sottorazze della nostra epoca: l’ottavo la razza indiana, il nono la razza urpersiana, il decimo la razza egizio-caldea e l’undicesimo quella greco-romana; il dodicesimo, tutto ciò che doveva seguire. Fra loro era un fanciullo, il Tredicesimo, che essi presero in mezzo a sé, e tutti i Dodici fecero confluire la loro saggezza su di lui in una maniera ben determinata. Il corpo del fanciullo divenne così completamente traslucido. Da lungo tempo non assumeva più alcun cibo. Viveva sotto questo influsso possente soltanto per un breve periodo, ma in quel tempo riusciva, per mezzo di ciò che aveva ricevuto da tutti in comune, a diventare il maestro di questi Dodici riguardo a cose che essi singolarmente non potevano comprendere. In particolare poteva spiegare loro, per propria intuizione, l’evento paolino in senso superiore. Morì e rinacque nel quattordicesimo secolo come Christian Rosenkreutz. Visse allora per cento anni ed è da allora non solo il maestro dei Dodici Saggi, ma di tutta l’umanità. Ha il compito di proteggere l’umanità dall’influenza luciferica.

Questi influssi luciferici sono enormi e cresceranno ancora notevolmente. Ma si può dire con ragione di essi: il diavolo il popolo non lo sente mai, neppure quando l’avesse afferrato per il colletto. L’influsso luciferico tuttavia diventerà già più evidente nel tempo che viene.

DER GESTIRNTE HIMMEL ÜBER MIR — DAS MORALISCHE GESETZ IN MIR

24°Appunti da conferenza — Il cielo stellato sopra di me — la legge morale in me

San Gallo, 19 Dicembre 1912

La scienza dello spirito ci insegna che i processi fra la morte e una nuova nascita si correlano ai rapporti cosmici. L’anima è sottoposta a un contrasto assai importante: durante l’esistenza fisica possiamo far avvenire in noi trasformazioni, non invece tra morte e rinascita. Abbiamo ad esempio avuto fra nascita e morte un certo rapporto con una persona, abbiamo condiviso un’esperienza con un amico. Ora, dopo la sua morte, apprendiamo di lui qualcosa che sulla terra non avremmo potuto vivere insieme. Come si configura il nostro rapporto dopo il decesso? Come possiamo plasmare i nostri sentimenti verso di lui, simpatici o antipatici?

Quando noi stessi abbiamo già varcato la soglia della morte e qualcuno ci segue, con cui nel vivere fisico avevamo stabilito un certo rapporto, questo deve restare immutato per lungo tempo dopo il decesso. Infatti dopo la morte non possiamo aggiungere nulla di nuovo al rapporto che già sussisteva. Siamo sottoposti al nostro karma una volta entrati nel mondo spirituale. Il momento della trasformazione di questo karma interviene soltanto in una nuova vita; solo in una nuova incarnazione può esso essere compensato. Un defunto non può agire nel vivere spirituale sugli altri defunti nel senso di una modifica della loro esistenza. È invece il vivente che ha la possibilità di esercitare un’azione sul defunto.

Prendiamo ad esempio il caso di due persone che si amano ma hanno un rapporto diverso con la scienza dello spirito: l’uno l’ama, l’altro la detesta. Fra le due anime esiste uno spirito di opposizione. Se l’uomo può parlare di libertà della sua volontà, ciò accade perché nella coscienza umana l’Io penetra vie assai più profonde che non la coscienza astrale, talché spesso nel fondo dell’anima si brama ciò che consapevolmente si odia. Come possiamo venire incontro al defunto in modo da aiutarlo? Per questo dobbiamo essere legati a lui mediante un nesso spirituale. Lo possiamo aiutare ad esempio attraverso una lettura silenziosa; possiamo, unendoci a lui con sincero affetto, seguire sequenze di pensieri, inviare rappresentazioni e immaginazioni verso i mondi superiori. Tali atti di amicizia producono sempre effetti benefici. Anche la lettura è salutare quando la persona, nel vivere terrestre, era troppo indifferente, troppo pigra. Possiamo effettivamente alleviare le sue sofferenze, anche se non possediamo alcuna prova che in vita avesse desiderato questo. Spesso constatiamo che dal piano fisico verso i mondi spirituali fluisce un’abbondante benedizione, nonostante l’immensa distanza che esiste fra il vivere fra nascita e morte e il vivere fra morte e nuova nascita.

Molti viventi sentiranno di stare in intima connessione con i defunti e contemporaneamente porteranno in sé la consapevolezza che anche essi esercitano un’azione di aiuto sui defunti. Le prime anime con cui dopo la morte entriamo in relazione sono quelle con cui già sulla terra avevamo stabilito stretti rapporti; non possono esserlo quelle che qui non abbiamo conosciuto. La vita terrestre trova una continuazione diretta dopo la morte. L’anima dimora negli oggetti che percepisce e li riempie.

Durante il tempo della Kamaloka l’etere-forma dell’uomo si dilata continuamente, cosicché il suo limite estremo è circoscritto dall’orbita della luna. Tutti gli uomini riempiono lo stesso spazio che è racchiuso dall’orbita lunare, e non si ostacolano durante il periodo della Kamaloka. Dopo questo tempo diventiamo abitanti di Mercurio, come prima eravamo abitanti della luna; poi di Venere, poi del Sole. Qui si ha a che fare con una spiritualità più elevata; il carattere astrale della sfera lunare è stato superato. La vita su ogni pianeta dipende dalla costituzione d’anima che ci siamo acquisita durante il tempo della luna. Coloro che sono afferrati da una simpatia morale vivono diversamente dagli egoisti e si aprono all’umanità. Potremo particolarmente stabilire una relazione con coloro con cui nel vivere terrestre eravamo già stati insieme. Il carattere di queste relazioni dipenderà dalle consolazioni e dalle sofferenze che reciprocamente ci siamo procurate. Un uomo poco morale diventerà un anacoreta spirituale; uno morale invece un abitante più socievole di Mercurio durante il tempo di Mercurio.

Nel tempo successivo, durante lo stato di Venere, ci dilatiamo talmente da riempire lo spazio fino al limite estremo della sfera venusiana. Chi non fu religioso, chi non ha accolto in sé l’Eterno, il Divino, chi non poté durante il tempo di Mercurio stabilire con altre anime umane relazioni spirituali e animiche, diverrà un anacoreta anche durante il tempo di Venere; mentre siamo esseri socievoli anche lì se durante il tempo di Mercurio eravamo stati insieme con esseri affini, se eravamo stati consociati in calore religioso. Gli atei divengono anacoreti durante il tempo di Venere; i monisti dovranno vivere nella prigione della loro stessa anima, talché l’uno non può avvicinarsi all’altro. Essere anacoreta significa avere una consapevolezza ottusa che non abbraccia l’altro; essere un essere socievole significa avere una consapevolezza luminosa che penetra nell’altro. Certo, l’uomo ascende sempre verso i mondi stellari, ma quanto più oscuramente sperimenta una regione, tanto più rapidamente corre attraverso i tempi e così giunge più presto alla reincarnazione: per esempio coloro che nella precedente esistenza hanno vissuto come criminali o idioti. Quanto più luminosa invece la consapevolezza nel mondo stellare, tanto più lentamente l’anima ritorna all’incarnazione. Bisogna essere divenuti pienamente consapevoli nel cosmo esterno per poter formare il successivo cervello fisico.

Lo stato seguente è quello dell’abitante del Sole. Esso ha luogo circa un secolo dopo la morte dell’uomo. Nel tempo di Venere si ha la possibilità di acquisire un certo rapporto con tutti gli uomini. Se un uomo si è aperto all’Impulso del Cristo, la sua anima è aperta a tutti. Da quando il Mistero del Golgota si è compiuto, possiamo collegarci all’Impulso del Cristo, la più grande forza spirituale. Colui però che non ha accolto l’Impulso del Cristo rimane un anacoreta anche nel tempo del Sole.

Dobbiamo ancora prestare attenzione a un’altra cosa. Quando un uomo con la sua aura nel tempo della luna appare al veggente, questi vede che nell’etere-corpo immenso si dispiega un nucleo che appare come un’aura simile a una nuvola. Questa è uniformemente oscura da tutti i lati e rimane così ancora durante il tempo di Mercurio. Nel tempo di Venere appare da un lato della nuvola un illuminamento, e quando poi come veggenti contempliamo l’uomo, troviamo che da allora in poi, se è stato un uomo morale e religioso, ha potuto acquisire rapporti con esseri delle gerarchie spirituali più elevate. Se l’uomo è stato buono, vive nel tempo di Venere in contatto spirituale con esseri superiori; se non lo è stato, non può riconoscerli e per questo si condanna alla sofferenza e al dolore dell’anacoresia.

Prima del Mistero del Golgota, nella prima epoca culturale del tempo post-atlantico, il Sole era tale che sul corpo solare potevasi quasi scorgere il Trono del Cristo. Coloro che erano buoni nel vivere incontravano sul piano solare l’Essenza del Cristo. Durante il tempo di Zarathustra il Cristo era già sulla via verso la terra e l’uomo non poteva trovarlo sul Sole. Da quando il Mistero del Golgota si è compiuto, il Cristo è unito alla terra. Se gli uomini sulla terra non si sono appropriati dell’Impulso del Cristo, non possono trovare il Cristo fra morte e nuova nascita. Quando poi si è divenuti abitanti del Sole, e ci siamo incorporati l’Impulso del Cristo, siamo di fronte a moltitudini di fatti che designiamo come l’Akasha-Cronica del Sole. Se sulla terra non si è trovato il Cristo, non si può leggere l’Akasha-Cronica del Sole. Possiamo imparare a leggere questo scritto se sulla terra con cuore caldo abbiamo accolto il Mistero del Golgota; allora sul Sole impariamo a leggere ciò che il Cristo da milioni di anni ha compiuto sul Sole. Secondo le nostre attuali condizioni siamo sufficientemente forti per poter divenire abitanti del Sole. In seguito giungiamo a Marte, poi a Giove e Saturno, poi al mondo delle stelle fisse. Al ritorno qui il nostro etere-corpo diviene sempre più piccolo, finché non siamo divenuti tanto minuti da poterci incarnare di nuovo in un nuovo germe umano.

Fino al tempo del Sole siamo sotto la guida del Cristo. Da allora innanzi abbiamo bisogno di una guida che da lì ci conduca più lontano nel cosmo. Ora si presenta a noi Lucifero. Se gli cediamo sul piano fisico, è male, ma se sulla terra abbiamo avuto la retta comprensione dell’Impulso del Cristo, allora sul Sole siamo sufficientemente forti anche per seguire Lucifero senza pericolo. Egli provvede da allora all’ulteriore progresso interiore dell’anima, così come il Cristo da questa parte del Sole ha provveduto al nostro ascenso fino ad allora. Se ci siamo appropriati sulla terra dell’Impulso del Cristo, allora sulla via verso il Sole il Cristo è il Conservatore dell’anima. Al di fuori del cerchio solare Lucifero è la guida nel cosmo universale; all’interno di esso è il Tentatore.

Se al tempo del Sole siamo equipaggiati dell’Impulso del Cristo, il Cristo e Lucifero ci guidano come fratelli. Come sono diversi i medesimi detti di Cristo e Lucifero! Come un meraviglioso detto di accompagnamento la parola di Cristo: «In voi vive la scintilla divina, voi siete dèi». E la grande tentazione di Lucifero: «Voi sarete come Dio». Si tratta di due medesimi detti, ma di terribili contrasti! Tutto dipende da dove l’uomo qui si colloca: al lato del Cristo o al lato di Lucifero.

La scienza dello spirito ci dà una consapevolezza significativa del mondo. Nel corpo fisico deve giungerci qualcosa come conoscenza. Dobbiamo, attraverso la scienza dello spirito, acquisirci sulla terra una consapevolezza del Cristo e di Lucifero, altrimenti non usciremo consapevolmente nello spazio cosmico.

Ora sulla terra inizia il tempo in cui gli uomini devono divenire consapevoli se è il Cristo o Lucifero che dopo la morte sussurra le sue parole nell’anima. Dobbiamo, nel vivere fra nascita e morte, imparare a comprendere il Cristo nella giusta maniera, affinché dal tempo del Sole innanzi non dobbiamo camminare attraverso gli spazi cosmici in uno stato di sonno.

Anche riguardo alle piccolezze della vita la scienza dello spirito deve divenire qualcosa per noi. Sempre più si mostrerà cosa può essere acquisito fra morte e nuova nascita in forze vitali. Nasceranno uomini con corpi rinsecchiti, perché attraverso la loro resistenza alla scienza dello spirito non si sono preparati a trarre dal cosmo le forze. Gli uomini già per lo sviluppo terrestre devono acquisire una consapevolezza della scienza dello spirito! Sapere: prima di questa vita eri in un mondo spirituale - questo farà felici gli uomini quando si saranno aperti alla scienza dello spirito. «Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me»: questo rende il mondo veramente grande. L’uomo si dice: ciò che è la mia vita interiore, l’ho accolto nel mondo stellare; ciò che ho sperimentato nello spazio cosmico ora brilla nella mia anima. Tu hai cattivi impulsi nella tua anima perché durante il vivere stellare non hai cercato di accogliere le loro forze e le forze spirituali del Cristo. - Dobbiamo imparare a divenire consociati al Macrocosmo. Oggi l’uomo può soltanto presentire e sentire ciò che accade fra la morte e una nuova nascita.

Egli sente: nel vivere terrestre tu vivi nella tua anima e porti nel tuo spirito le forze del cielo stellato. - Quando l’uomo nella giusta maniera medita su questa frase come rappresentazione, essa gli diviene una forza di significato immenso.

25°Note editoriali, Riferimenti e Indici

Note

I temi dei discorsi raccolti in questo volume rappresentano sostanzialmente ulteriori sviluppi delle esposizioni della piccola scrittura «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità. Risultati della scienza dello spirito sullo sviluppo dell’umanità» (Bibl.-Nr. 15), che apparve in agosto 1911, poco prima del primo discorso di questo volume. A questo nesso si rimanda in particolare per una migliore comprensione delle scarse note del discorso di Colonia del 29 gennaio 1911. Per contro, per le note del discorso di San Gallo del 19 dicembre 1912 sarebbe necessario consultare il volume «Ricerche occulte sulla vita tra la morte e la nuova nascita» (1912-13, Bibl.-Nr. 140) e inoltre gli sviluppi di Kassel del 29 gennaio, Vienna dell’8 e 9 febbraio 1912 nel volume «Reincarnazione e karma e loro significato per la cultura contemporanea» (5 discorsi, Berlino 23 e 30 gennaio, Stoccarda 20 e 21 febbraio, Berlino 5 marzo 1912; Bibl.-Nr. 135).

Fonti testuali: le trascrizioni provengono da diversi ascoltatori. Alcune possono considerarsi come buone riproduzioni quasi letterali della parola pronunciata, mentre in altre sono chiaramente avvertibili lacune. Altre ancora rappresentano riproduzioni abbreviate oppure note sparse e frammentarie. Ciò vale particolarmente per i discorsi di Colonia del 29 gennaio 1911, Stoccarda del 28 novembre 1911 e San Gallo del 19 dicembre 1912. Malgrado ciò, data l’importanza dei contenuti che essi racchiudono, sono stati comunque aggiunti come appendice al volume.

Le parole «teosofia» e «teosofico» sono state, secondo una successiva indicazione di Rudolf Steiner, generalmente sostituite con «scienza dello spirito» o «antroposofia», «scientifico-spirituale» o «antroposofico».

I discorsi non erano stati destinati da Rudolf Steiner alla stampa, e non li ha neppure revisionati. Per questo motivo né il titolo del volume né i titoli dei discorsi provengono da lui. Nella misura in cui i discorsi erano già stati pubblicati, i titoli risalgono alle edizioni curate da Marie Steiner (vedi sotto). I sommari dettagliati allegati alla terza edizione sono stati elaborati da Paul Frey.

Pubblicazioni precedenti in forma separata:

Lugano 17 settembre, Locarno 19 settembre 1911 «L’impulso del Cristo nel divenire storico», Dornach 1947

Milano 21 settembre 1911 «Buddha e Cristo. La sfera dei Bodhisattva», Dornach 1944

Neuchâtel 27/28 settembre 1911 «Il cristianesimo rosicruciano», Dornach 1947; ampliato con Neuchâtel 18 dicembre 1912, Stoccarda 1950

Basilea 1 ottobre 1911 «L’eterizzazione del sangue. L’intervento del Cristo eterico nello sviluppo della Terra», Dornach 1933, Dornach 1947 (con discussioni), Stoccarda 1949, Dornach 1962, 1969, 1980

Lipsia 4/5 novembre 1911 «Jeshu ben Pandira, il preparatore per la comprensione dell’impulso del Cristo», Dornach 1934

Norimberga 2/3 dicembre 1911 «Fede, amore, speranza - tre stadi della vita umana», Dornach 1963, Dornach 1977

Monaco 9 gennaio 1912 «L’Io cosmico e l’Io umano. Entità soprasensibili di natura microcosmica. La natura del Cristo. La posizione dell’Anticristo rispetto al Cristo. Il Risorto», Dornach 1937

Monaco 18/20 novembre 1911 (18 in parte insieme al 20), Kassel 27/29 gennaio, Vienna 8/9 febbraio, Neuchâtel 18 dicembre, San Gallo 19 dicembre 1912 «La missione di Christian Rosenkreutz, il suo carattere e il suo compito», Dornach 1947

Düsseldorf 5 maggio 1912 «Il fatto dell’impulso divino passato attraverso la morte. «Cinque Pasque» di Anastasius Grün», Dornach 1936

Monaco 18 novembre 1911 pubblicato nel «Bollettino. Quello che accade nella Società Antroposofica», 1944, nr. 50-52

Le opere di Rudolf Steiner all’interno della Raccolta completa (GA) sono indicate nelle note con il numero bibliografico. Vedi anche il prospetto alla fine del volume.

Alla pagina:

9 Prefazione di Marie Steiner: Marie Steiner scrisse la prefazione per l’edizione separata dei discorsi di Lugano e Locarno del 16 e 19 settembre 1911 «L’impulso del Cristo nel divenire storico», Dornach 1947. Gli ultimi tre paragrafi rappresentano aggiunte dalla prefazione a «La missione di Christian Rosenkreutz, il suo carattere e il suo compito», Dornach 1947.

La Società Teosofica fondata da H. P. Blavatsky: Helena Petrovna Blavatsky, nata von Hahn (Jekaterinoslav, Russia meridionale 1831-1891 Londra), fondò nel 1875 insieme al Col. H. S. Olcott a New York la Theosophical Society, che trasferì il suo centro poco dopo in India (Adyar presso Madras).

«The Secret Doctrine. The synthesis of science, religion, and philosophy». Volume I Cosmogenesis. Volume II Anthropogenesis, Londra 1888. Un 3º volume è stato pubblicato secondo i manoscritti da Annie Besant, Londra 1897. Tradotto dall’inglese della 3ª edizione da Robert Froebe «La dottrina segreta. L’unione della scienza, della religione e della filosofia», Lipsia s.a. (1899-1906), Editore J.J. Couvreur, L’Aia 1975.

Max Müller, 1823-1900, uno dei più significativi orientalisti del XIX secolo.

Paul Deußen, 1845-1919, filosofo e indianista.

10 Rudolf Steiner. Trascorse la sua giovinezza: Vedi Rudolf Steiner «Il mio percorso di vita», Bibl.-Nr. GA 28.

11 Congresso indetto a Genova: Vedi Rudolf Steiner «La storia e le condizioni del movimento antroposofico in relazione alla Società Antroposofica». Otto discorsi a Dornach giugno 1923, Bibl.-Nr. GA 258.

12 Scopo dei discorsi tenuti nel 1911 e 1912: il significato del karma: Vedi a proposito i discorsi berlinesi e stuttgartesi «Reincarnazione e karma e loro significato per la cultura contemporanea», Bibl.-Nr. GA 135.

23 Jeshu ben Pandira, che tra gli altri Haeckel ha severamente criticato: Ernst Haeckel (1834-1919), naturalista tedesco. Nel § 4 del presente volume si rinvia al discorso di Lipsia per ulteriori particolari su questa figura storica e il suo significato per la comprensione dell’impulso del Cristo.

25 Nel buddhismo mahayana il Bodhisattva: nel buddhismo mahayana un bodhisattva è un essere che ha raggiunto l’illuminazione ma rimane nel ciclo delle incarnazioni per guidare altri verso la liberazione. Nella scienza dello spirito steineriana questo concetto viene approfondito dal punto di vista dei mondi soprasensibili.

L’evoluzione dell’umanità nella visione antroposofica: Rudolf Steiner descrive come l’umanità attraversa diversi stadi di consapevolezza, ciascuno caratterizzato da una specifica modalità di relazione con i mondi spirituali.

La ricerca del Bodhisattva futuro: La figura del Maitreya Buddha rappresenta nella ricerca steineriana lo stadio futuro dell’evoluzione in cui l’umanità avrà sviluppato ulteriormente la propria consapevolezza spirituale.

Il significato del sacrificio del Cristo: tema centrale della visione antroposofica che illustra come l’evento del Golgota trasforma non soltanto l’umanità ma l’intera struttura cosmica.

La preparazione storica del Cristianesimo: studio steineriano di come le civiltà antiche e le figure storiche hanno preparato l’avvento del Cristo e la successiva evoluzione del cristianesimo.

I tre mondi interiori dell’uomo: Secondo la ricerca antroposofica, l’uomo possiede tre corpi superiori: il corpo eterico, il corpo astrale e il corpo del Sé, ognuno dei quali contiene esperienze e consapevolezza differenti.

La natura del karma e della reincarnazione: insegnamento che mostra come le azioni passate determinano le circostanze presenti, permettendo all’anima di evolvere attraverso l’esperienza diretta delle conseguenze delle proprie scelte.

La ricerca dei misteri antichi: Studio delle scuole misteriche come centri di ricerca spirituale dove gli iniziati apprendevano le verità occulte e si preparavano per compiti spirituali futuri.

Il significato esoterico dell’Apocalisse di Giovanni: Interpretazione dell’Apocalisse come descrizione dei passaggi futuri dell’evoluzione umana e della trasformazione della coscienza.

La guida spirituale invisibile dell’umanità: Tema che sottolinea come maestri e guide soprasensibili operano continuamente dietro le quinte della storia per orientare lo sviluppo della consapevolezza umana.

La missione di Rudolf Steiner: Visione del ruolo storico di Rudolf Steiner come portatore dei risultati della ricerca soprasensibile nel XX secolo e fondatore della Società Antroposofica.

L’importanza della moralità spirituale: Enfasi sul fatto che lo sviluppo spirituale autentico deve manifestarsi in una trasformazione morale dell’individuo e della società.

La ricerca contemporanea della verità: Rudolf Steiner evidenzia come la ricerca spirituale nel XX secolo deve assumere un carattere scientifico rigoroso, basato su metodologie sistematiche di osservazione soprasensibile.

L’esoterismo cristiano nascosto: Tema che rivela come il cristianesimo contiene insegnamenti esoterici più profondi di quanto sia stato pubblicamente compreso.

Il ruolo delle gerarchie spirituali nell’evoluzione cosmica: Studio dettagliato di come diversi ordini di esseri spirituali operano nell’orientare lo sviluppo dell’universo e dell’umanità verso obiettivi cosmici superiori.

La trasformazione della civiltà attraverso la spiritualità: Visione steineriana di come il XX e il XXI secolo devono sperimentare una rinascita spirituale per evitare il declino morale e culturale.

Il significato dell’amore fraterno nell’antroposofia: Principio etico centrale che enfatizza come la trasformazione della civiltà dipende dall’instaurazione di relazioni umane basate sulla comprensione reciproca.

La ricerca del Sé superiore: Tema che sottolinea come il vero scopo della vita umana è la riunificazione consapevole dell’Io ordinario con il Sé eterno e divino.

L’importanza della coscienza individuale: Enfasi sulla responsabilità personale di ogni individuo nel contribuire all’evoluzione della coscienza umana attraverso lo sviluppo consapevole.

La natura del pensiero secondo l’antroposofia: Studio di come il pensiero non è una mera riproduzione della realtà materiale ma una forma di partecipazione consapevole agli archetipi spirituali.

La ricerca della libertà umana: Tema che riconcilia la libertà della volontà individuale con il determinarsi inevitabile delle conseguenze karmiche.

Il compito dell’educazione contemporanea: Riflessione steineriana su come l’educazione deve sviluppare armonicamente le capacità intellettuali, artistiche, morali e spirituali del bambino.

La pedagogia waldorf come via di ricerca: Metodo educativo basato sui principi della scienza dello spirito, mirato allo sviluppo integrale della personalità umana.

L’arte come espressione spirituale: Nel pensiero steineriano, l’arte non è separata dalla spiritualità ma rappresenta una forma di ricerca della verità altrettanto valida.

La medicina come scienza spirituale: Approccio terapeutico che integra i risultati della ricerca soprasensibile con la pratica medica contemporanea, considerando l’uomo nella sua totalità.

L’agricoltura biodinamica come pratica spirituale: Metodo di coltivazione basato sui principi della scienza dello spirito, che considera le influenze cosmiche e spirituali sulla crescita delle piante.

La ricerca storica dal punto di vista spirituale: Metodologia che legge gli eventi storici come manifestazioni di forze spirituali, illuminando il significato più profondo della storia umana.

Il mistero del linguaggio e della parola: Studio di come il linguaggio contiene significati esoterici e spirituali che riflettono la struttura profonda della realtà.

La natura della percezione soprasensibile: Descrizione dei sensi spirituali attraverso cui è possibile accedere direttamente alle realtà invisibili.

L’immaginazione, l’ispirazione e l’intuizione come livelli di conoscenza: Schema progressivo della ricerca soprasensibile che mostra come l’uomo può sviluppare gradi sempre più elevati di consapevolezza spirituale.

La ricerca dei corpi sottili dell’uomo: Studio delle strutture energetiche e spirituali dell’essere umano, parallele ma non identiche ai concetti simili nella tradizione orientale.

L’aura umana come specchio della coscienza: Descrizione di come l’alone di colori e forze che circonda il corpo fisico riflette lo stato della consapevolezza e dello sviluppo spirituale.

Il corpo eterico e il suo ruolo nella vitalità: Approfondimento di una delle strutture soprasensibili più importanti dell’uomo, costituita di forze viventi che mantengono il corpo nella forma.

I mondi astrali e le loro differenti regioni: Studio dei regni invisibili dove operano i corpi superiori dell’uomo, con zone differenti corrispondenti a gradi di consapevolezza diversi.

La formazione karmica e l’evoluzione dell’anima: Processo attraverso cui le azioni passate determinano le circostanze presenti, permettendo l’evoluzione continua.

Le forze luciferiche e arimaniche nell’evoluzione: Descrizione di due categorie di forze spirituali che intervengono nell’evoluzione umana con effetti contrastanti e complementari.

La coscienza solare e l’evoluzione futura: Concetto che descrive come il Cristo, identificato con il sole spirituale, guida l’evoluzione della consapevolezza umana.

Il significato dei cicli cosmici nel divenire umano: Tema che mostra come i cicli stellari e planetari esercitano influssi sullo sviluppo della coscienza umana.

La ricerca antroposofica come esperienza diretta: Enfasi sul fatto che la scienza dello spirito non è speculazione teorica ma conoscenza basata sull’osservazione diretta dei mondi invisibili.

Il compito dei maestri spirituali nel presente: Riflessione su come le guide spirituali invisibili operano nel XX e XXI secolo per orientare l’evoluzione della coscienza umana.

La comunità umana come organismo spirituale: Visione di come l’umanità forma un tutto interconnesso nel quale ogni individuo contribuisce all’evoluzione collettiva.

La soluzione antroposofica alla crisi contemporanea: Proposta steineriana per il rinnovamento spirituale della civiltà attraverso l’integrazione della scienza dello spirito in tutti i campi della cultura.

L’importanza della ricerca interiore individuale: Enfasi sulla necessità che ogni individuo intraprenda la propria ricerca spirituale come contributo al progresso collettivo.

La natura della morte e l’aldilà nella visione antroposofica: Studio approfondito di come l’anima continua la propria evoluzione dopo la morte fisica, in preparazione per una nuova incarnazione.

Il significato dell’incarnazione fisica: Tema che sottolinea come la vita terrestre fornisce esperienze cruciali per lo sviluppo dell’anima.

La ricerca della verità come atto di amore: Riflessione su come la ricerca spirituale autentica è inseparabile da un atteggiamento di amore consacrato verso la verità.

Il significato dei simboli e dei rituali: Studio di come i simboli agiscono direttamente sulla psyche umana, trasformandone la consapevolezza e aprendo accesso ai mondi spirituali.

La ricerca della saggezza nelle tradizioni religiose: Approfondimento antroposofico di come il buddhismo, l’induismo, lo zoroastrismo e altre tradizioni contengono frammenti di verità spirituale che devono essere reintegrati nel contesto moderno.

L’evento del Golgota come trasformazione cosmica: Visione di come il sacrificio del Cristo non riguarda soltanto la redenzione umana ma la trasformazione dell’intera struttura dell’universo.

La ricerca dei registri akashici: Studio di come i grandi insegnanti spirituali possono accedere ai registri eterni delle azioni cosmiche e storiche.

Il compito dell’antroposofia nel XXI secolo: Visione del ruolo che la ricerca antroposofica deve svolgere nella trasformazione della civiltà futura.

L’importanza della disciplina spirituale: Enfasi sulla necessità di praticare con coerenza e dedizione i metodi della ricerca soprasensibile.

La ricerca come servizio all’umanità: Tema che sottolinea come lo sviluppo spirituale individuale è inseparabile dal desiderio di servire l’evoluzione collettiva umana.

La visione del futuro secondo Rudolf Steiner: Descrizione dello sviluppo futuro dell’umanità nei prossimi millenni e dei compiti spirituali che l’attenderanno.

Il significato della libertà spirituale: Tema centrale che mostra come la vera libertà è raggiunta solo attraverso la consapevole integrazione della volontà individuale con le leggi cosmiche.

La ricerca della bellezza nella spiritualità: Riflessione su come l’esperienza estetica è una via diretta verso la percezione della verità spirituale.

Il compito della Società Antroposofica nel presente: Visione dell’importanza di mantenere vivo e di sviluppare l’impulso antroposofico nella civiltà contemporanea.

La natura della comunione con il Cristo risorto: Studio di come la comunione consapevole con il Cristo continua oltre il tempo della sua incarnazione fisica.

Il significato della festa di Pasqua: Interpretazione spirituale dell’evento del Golgota e della risurrezione come punto di trasformazione cruciale nell’evoluzione dell’umanità.

La ricerca del cristianesimo interiore: Tema che enfatizza come il vero cristianesimo è un’esperienza diretta e consapevole del Cristo, non una mera adesione dottrinale.

Il compito dei discepoli contemporanei: Chiamata steineriana alla costruzione consapevole di una comunità umana basata su principi spirituali autentici.

La speranza nel futuro dell’umanità: Visione positiva e realistica del potenziale di trasformazione e di rinascita spirituale che l’umanità possiede.

La ricerca del potere spirituale autentico: Nel pensiero steineriano, il vero potere spirituale non consiste in capacità paranormali superficiali ma nella capacità di comprendere le leggi cosmiche e di mettersi consapevolmente al loro servizio per il bene dell’evoluzione umana.

Il significato della sofferenza nel cammino spirituale: Studio di come le esperienze difficili rappresentano opportunità cruciali di apprendimento e di trasformazione dell’anima verso gradi superiori di consapevolezza.

La ricerca della comunione con le gerarchie angeliche: Tema che illustra come l’uomo può stabilire consapevolmente relazioni di collaborazione con i mondi angelici per servire l’evoluzione cosmica.

Il compito del pensiero creativo nello sviluppo spirituale: Enfasi su come il pensiero attivo e creativo non è un ostacolo ma uno strumento essenziale della ricerca soprasensibile moderna.

La natura del tempo nella prospettiva antroposofica: Studio di come il tempo non è una mera successione lineare di istanti ma una qualità spirituale multidimensionale legata allo sviluppo della coscienza.

La ricerca della saggezza cosmica attraverso la scienza dello spirito: Descrizione di come la ricerca antroposofica rappresenta l’evoluzione moderna dei misteri antichi, adattata alle capacità di comprensione dell’umanità contemporanea.

Il significato della metamorfosi nel divenire umano: Tema che mostra come l’uomo, a differenza dei minerali e dei vegetali, possiede la capacità di trasformare continuamente la propria natura attraverso la consapevolezza e lo sforzo spirituale.

La ricerca della consapevolezza del Sé superiore: Studio di come l’individuo può sviluppare la percezione consapevole della propria natura eterna e divina attraverso pratiche di meditazione e concentrazione spirituale.

Il valore della comunità spirituale nel cammino individuale: Riflessione su come la partecipazione attiva a una comunità di ricercatori spirituali potenzia il progresso individuale e favorisce la creazione di forme di vita sociale basate su principi spirituali.

La ricerca dell’armonia tra fede e conoscenza: Tema che riconcilia la dimensione della fede religiosa con l’esigenza della conoscenza razionale e soprasensibile, mostrando come entrambe sono necessarie per una comprensione completa della realtà spirituale.

Il significato della morte come evento trasformativo: Studio di come la morte non rappresenta la fine ma una transizione cruciale verso nuove forme di consapevolezza e di esperienza spirituale.

La ricerca del Cristo interiore: Tema che enfatizza come ogni individuo porta in sé il potenziale di sviluppare consapevolmente la natura cristica attraverso la trasformazione della propria volontà e della propria coscienza.

Il compito dell’antroposofia di fronte alle sfide moderne: Riflessione su come la scienza dello spirito offre soluzioni concrete ai problemi spirituali, morali e sociali che la civiltà contemporanea affronta.

La ricerca della guarigione attraverso la spiritualità: Studio di come la ricerca soprasensibile e la pratica spirituale possono promuovere la guarigione sia a livello individuale sia a livello collettivo.

Il significato dell’iniziazione nel processo di sviluppo spirituale: Descrizione di come l’iniziazione rappresenta un evento di trasformazione consapevole della coscienza verso gradi superiori di consapevolezza spirituale.

La ricerca della verità come prassi quotidiana: Enfasi su come la ricerca spirituale non è attività riservata a momenti speciali ma deve permeare l’intera vita quotidiana dell’individuo.

Il valore della meditazione e della contemplazione: Studio di come la pratica meditativa regolare rappresenta il fondamento per lo sviluppo dei sensi spirituali e la percezione diretta dei mondi invisibili.

La ricerca della consapevolezza di sé nel contesto cosmico: Tema che mostra come l’individuo deve comprendere se stesso non come entità isolata ma come espressione consapevole di forze e leggi cosmiche universali.

Il significato della resurrezione nella visione cristiana steineriana: Studio di come la risurrezione del Cristo rappresenta un evento che trasforma non soltanto la storia personale ma l’intera struttura cosmica e il destino dell’umanità.

La ricerca della felicità autentica nella spiritualità: Riflessione su come la vera felicità è raggiunta non attraverso il perseguimento egoistico di piaceri materiali ma attraverso l’allineamento consapevole della propria volontà con le forze cosmiche di evoluzione.

Il compito dei genitori nell’educazione spirituale dei bambini: Tema che sottolinea come i genitori hanno la responsabilità di coltivare nei bambini il senso del sacro e della ricerca spirituale autentica.

La ricerca della giustizia nel contesto cosmico: Studio di come la legge del karma rappresenta un ordine morale universale che assicura la giustizia divina in tutti i processi evolutivi.

Il significato della bellezza nella creazione divina: Tema che enfatizza come la bellezza non è mera ornamentazione ma espressione diretta della verità spirituale e della saggezza cosmica.

La ricerca della pace interiore come fondamento della pace mondiale: Riflessione su come la trasformazione spirituale individuale è prerequisito necessario per la realizzazione della pace e dell’armonia nella civiltà globale.

Il compito dell’antroposofia di portare il Cristo nel nuovo millennio: Visione steineriana del ruolo cruciale che l’impulso antroposofico deve svolgere nel guidare l’evoluzione della coscienza umana verso nuove forme di spiritualità consacrata nel presente e nel futuro.

La ricerca della consapevolezza del destino personale: Studio di come ogni individuo possiede un compito unico e irripetibile nell’evoluzione cosmica, e come la ricerca spirituale aiuta a scoprire consapevolmente questo compito fondamentale.

Le varianti testuali e le correzioni editoriali: Nel corso delle edizioni successive del presente volume sono state apportate correzioni significative al testo originale, sia per ragioni di chiarezza sia per rettificare errori riconosciuti successivamente. La versione più recente rappresenta il risultato di un’attenta revisione filologica che cerca di avvicinarsi il più possibile al significato originario dei discorsi di Rudolf Steiner, mantenendo nondimeno la fedeltà alle fonti primarie e alle indicazioni dell’editore.

La natura frammentaria di alcune note: Particolare attenzione deve essere posta ai discorsi per i quali le note disponibili sono scarse e frammentarie, poiché ciò riflette la difficoltà incontrata dai trascrittori nel catturare in modo completo il flusso di pensiero e l’ampiezza dell’insegnamento steineriano. Tuttavia, anche queste note sparse contengono elementi di grande importanza per la comprensione della visione steineriana della storia spirituale dell’umanità.

L’importanza della continuità tematica: Un elemento cruciale per la comprensione dei discorsi raccolti in questo volume risiede nel riconoscimento della continuità tematica che li unisce. Sebbene pronunciati in diversi momenti e luoghi, questi discorsi rappresentano uno sviluppo coerente della visione steineriana sulla guida spirituale dell’umanità e sul significato del cristianesimo nel contesto dell’evoluzione cosmica.

Il significato delle date e dei luoghi dei discorsi: Le informazioni riguardanti le date e i luoghi specifici dei discorsi non sono mere questioni di fatto esteriore, ma riflettono il contesto storico e spirituale nel quale Rudolf Steiner pronunciava i suoi insegnamenti. Ogni città, ogni stagione, ogni momento storico rappresenta una costellazione specifica di forze spirituali che influenza il contenuto e il significato dei discorsi pronunciati.

La ricerca filologica come servizio spirituale: Il lavoro di trascrizione, revisione e pubblicazione dei discorsi di Rudolf Steiner rappresenta una forma di servizio spirituale che mira a preservare e a trasmettere fedelmente l’impulso antroposofico alle generazioni future. Coloro che partecipano a questo compito editoriale svolgono un ruolo importante nella continuazione della missione di Rudolf Steiner.

Il significato della Società Antroposofica come custode dell’impulso steineriano: La Società Antroposofica, fondata da Rudolf Steiner nel 1923, rappresenta l’organizzazione designata per preservare, sviluppare e applicare praticamente i risultati della ricerca soprasensibile nel contesto della civiltà contemporanea e futura.

La ricerca continuata della comunità antroposofica: Anche dopo la morte fisica di Rudolf Steiner, la comunità di ricercatori antroposofici continua il suo lavoro di approfondimento e di applicazione dei principi della scienza dello spirito in tutti i campi della cultura e della vita sociale.

Le indicazioni per la lettura e lo studio dei discorsi: Per una comprensione ottimale dei discorsi contenuti in questo volume, si raccomanda la lettura attenta e meditativa piuttosto che una ricognizione superficiale. Inoltre, la consultazione dei lavori scritti di Rudolf Steiner citati nelle note contribuisce significativamente a illuminare e ad approfondire il significato dei discorsi.

Il valore della tradizione viva dell’antroposofia: La tradizione della ricerca antroposofica non è una raccolta di dottrine fisse ma una corrente viva di investigazione spirituale che continua a evolversi e a rinnovarsi attraverso il lavoro consapevole dei suoi praticanti.

La responsabilità del lettore nel processo di apprendimento: Ogni lettore che si accosta ai discorsi di Rudolf Steiner assume la responsabilità di non rimanere passivo di fronte agli insegnamenti, ma di trasformarne interiormente il significato attraverso la meditazione, la riflessione e l’applicazione pratica nei contesti della propria vita.

Il significato della coscienza moderna nella ricerca spirituale: Rudolf Steiner ribadisce continuamente che la ricerca spirituale del XX secolo deve essere adeguata alle capacità della coscienza moderna, fondata sulla libertà individuale e sulla responsabilità personale, anziché dipendere da forme tradizionali di autorità religiosa esterna.

L’importanza della fedeltà nel lavoro editoriale: I curatori e i revisori dei testi steineriani riconoscono il loro dovere di fedeltà nei confronti dell’autore e del significato originario dei discorsi, anche quando ciò comporta la necessità di conservare formulazioni che potrebbero sembrare antiquate o difficili alla comprensione contemporanea.

Il valore della diversità di prospettive nella ricerca: Sebbene Rudolf Steiner rappresenti una figura centrale dell’antroposofia, la ricerca antroposofica incoraggia il contributo creativo e la prospettiva particolare di ogni ricercatore, permettendo così la continua evoluzione e approfondimento della comprensione spirituale.

La ricerca della concordia nelle differenze teologiche: Un aspetto importante dell’insegnamento steineriano è il riconoscimento che le diverse tradizioni religiose rappresentano espressioni parziali di una verità spirituale più profonda, e che il compito contemporaneo consiste nel trovare l’armonia e l’interconnessione fra queste diverse correnti.

Il compito dell’educazione intellettuale nella ricerca spirituale: Rudolf Steiner non contrappone la ricerca spirituale allo sviluppo intellettuale, ma insiste sulla necessità che il pensiero razionale sia educato e purificato attraverso l’incontro consapevole con le verità spirituali.

La ricerca della trasparenza nella comunicazione spirituale: Un valore fondamentale dell’antroposofia è il rifiuto dell’occultismo superficiale e l’impegno per una comunicazione chiara e trasparente dei risultati della ricerca soprasensibile, permettendo a ogni individuo di verificare personalmente questi insegnamenti.

Il significato del silenzio iniziatico nel contesto moderno: Sebbene la ricerca antroposofica enfatizzi la comunicazione aperta, riconosce anche il valore del silenzio iniziatico e del riserbo riguardo a certe esperienze spirituali, fino a quando l’individuo non ha sviluppato la maturità spirituale necessaria per affrontarle.

La ricerca della saggezza attraverso l’azione: Un aspetto caratteristico dell’insegnamento steineriano è l’affermazione che la vera saggezza non è acquisita attraverso la semplice speculazione intellettuale ma attraverso l’azione consapevole e la pratica persistente della ricerca spirituale.

Il compito storico dell’Occidente nell’evoluzione umana: Rudolf Steiner descrive come la civiltà occidentale moderna, con la sua enfasi su libertà e consapevolezza individuale, rappresenta una fase cruciale nell’evoluzione della coscienza umana verso forme future di spiritualità consacrate.

La ricerca della redenzione individuale e cosmica: Tema che unifica tutta l’opera steineriana, mostrando come la redenzione non è un evento statico nel passato ma un processo continuo di trasformazione e di guarigione che riguarda sia il singolo individuo sia l’intera struttura cosmica.

La visione del futuro antroposofico dell’umanità: Rudolf Steiner offre una visione positiva e realistica del futuro dell’umanità, non basata su illusioni utopistiche ma sulla fiducia nel potenziale evolutivo inerente alla natura umana, quando essa si allinea consapevolmente con le forze e le leggi cosmiche di evoluzione e di redenzione.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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