Il Karma della Falsità. Effetti tossici nella natura umana superiore
Dornach, 1 gennaio 1917
Se ripensate a quanto è stato detto ieri a proposito delle cosiddette sostanze tossiche, vi sentirete fortemente ricondotti, vorrei dire, al carattere relativo di tutti gli impulsi dell’esistenza. Noterete che qualcosa di sostanziale può essere designato come tossico, ma che d’altro canto proprio la natura umana superiore è intimamente imparentata con questa entità tossica, e che in realtà questa natura umana superiore non è affatto possibile senza effetti tossici. Si tocca con ciò un ambito molto significativo per la conoscenza, un ambito che ha molte ramificazioni, e senza la cui conoscenza non si può affatto penetrare più di un segreto della vita e dell’esistenza.
Se consideriamo il corpo fisico umano, dobbiamo dire questo: se questo corpo fisico non fosse colmato dalle entità superiori o membra essenziali superiori dell’esistenza — il corpo eterico, il corpo astrale, l’Io —, non potrebbe essere il corpo fisico che è. Nell’istante in cui l’uomo passa attraverso la porta della morte e lascia il proprio corpo fisico, vale a dire quando le membra superiori si ritraggono da esso, il corpo segue leggi del tutto diverse rispetto al tempo in cui le membra superiori vi dimoravano. Si dice che si dissolve; vale a dire, quando muore, segue le forze e le leggi fisiche e chimiche della Terra. Così come il corpo fisico dell’uomo ci sta davanti, non può essere costruito secondo le ordinarie leggi terrestri, perché le leggi terrestri lo distruggono. Soltanto per il fatto che è attivo nel suo corpo ciò che nell’uomo non è terrestre — le sue membra superiori, animico-spirituali —, il corpo è quello che è. Nulla nell’intero ambito delle leggi fisiche e chimiche giustifica la presenza, sulla Terra, di un corpo come è il corpo umano. Possiamo dunque dire: secondo le leggi fisico-terrestri il corpo umano è un essere impossibile; è tenuto insieme soltanto dalle sue membra essenziali superiori. Da ciò deriva, come integrazione necessaria, che non appena le membra essenziali superiori — l’Io, il corpo astrale, il corpo eterico — abbandonano il corpo umano, esso diviene cadavere.
Ora, da varie considerazioni precedenti, sapete che ciò che a buon diritto si dà come ripartizione schematica dell’uomo non è così semplice come qualcuno vorrebbe. Articoliamo dapprima l’uomo in corpo fisico, eterico, astrale e Io. Ho già accennato altrove al fatto che tutto ciò comporta un’ulteriore complicazione. Il corpo fisico, certo, sta per sé: è appunto corpo fisico. Ma il corpo eterico in quanto tale, come corpo eterico, è qualcosa di soprasensibile, di invisibile, di non sensorialmente percepibile. Come tale, non sensorialmente percepibile, esso è nell’entità umana. Però in certo modo ha anche il suo correlato fisico, si imprime nel corpo fisico. Nel corpo fisico abbiamo non solo il vero e proprio corpo fisico, ma anche un’impronta del corpo eterico. Il corpo eterico si proietta nel corpo fisico; possiamo dunque parlare della proiezione eterica nel corpo fisico. Lo stesso vale per il corpo astrale: possiamo parlare della proiezione astrale nel corpo fisico. Su alcuni punti siete già al corrente. Sapete che la proiezione dell’Io nel corpo fisico va cercata in certe particolarità della circolazione sanguigna: là si proietta l’Io nel sangue. In maniera analoga, le altre membra si proiettano nel corpo fisico. Il corpo fisico stesso, in quanto fisico, è dunque un’entità complessa: già per sé è quadripartito. E come ciò che vi è di essenziale nel corpo fisico non può sussistere se l’Io e il corpo astrale non vi sono presenti — di modo che esso diviene cadavere —, così è anche, in un certo senso, con queste proiezioni; poiché tutte sono cose sostanziali: senza l’Io non vi può essere sangue umano, senza il corpo astrale non vi può essere alcun sistema nervoso umano complessivo. Queste cose le abbiamo in noi, in certo modo, come correlati delle membra essenziali superiori dell’uomo.
Come dunque, in generale, non può esservi vera vita, ma soltanto un essere-cadavere del corpo fisico quando l’Io — diciamo «sollevato fuori» — è passato attraverso la porta della morte, così, sotto certe condizioni, anche ciò che sono queste proiezioni non può vivere nel modo giusto. Può, per esempio, la proiezione dell’Io — vale a dire una certa qualità del sangue — essere presente nell’organismo umano in modo non corretto, se l’Io non viene curato come si deve. Per fare del corpo fisico un cadavere occorre già che, realmente, vorrei dire effettivamente, l’Io abbandoni questo corpo fisico. Potete però fare del sangue, per così dire, un quarto-di-cadavere, lasciandolo non compenetrato da ciò che ordinatamente deve vivere nell’Io affinché l’animico-spirituale agisca sul sangue nel modo giusto. Da qui vedete che esiste la possibilità di portare l’anima dell’uomo in tale disordine, da far sì che nella sostanza sanguigna, nell’essenza del sangue, non si producano gli effetti giusti. È il momento in cui — non interamente, altrimenti l’uomo dovrebbe morirne, ma almeno in parte — il sangue può trapassare in sostanzialità tossica. Così come il corpo fisico umano è in certo modo abbandonato alla distruzione quando l’Io è fuori, così il sangue è abbandonato alla malsanità — anche se non la si avverte immediatamente — quando l’Io non viene curato e compenetrato nel modo giusto.
Quando dunque l’Io non viene curato e compenetrato nel modo giusto? Ciò avviene in condizioni del tutto determinate. Se consideriamo dapprima soltanto l’epoca postatlantica, l’evoluzione dell’uomo procede in modo che nei periodi culturali successivi di tale epoca si formano determinate facoltà, determinati impulsi. Non potete pensare che gli uomini che, riguardo allo sviluppo animico, fossero come noi, abbiano vissuto nell’epoca dell’antica India. Di epoca in epoca, mentre l’uomo passa attraverso le ripetute incarnazioni terrestri, per l’anima umana sono necessari altri impulsi. Voglio disegnare schematicamente ciò che è in gioco. Pensate al corpo fisico principale, quello propriamente detto, qui; sarebbe dunque quello che deve essere compenetrato da tutte le membra superiori della natura umana, affinché possa essere appunto questo corpo fisico.
Di tutte queste membra superiori della natura umana voglio considerare soltanto l’Io; potrei altrettanto bene considerare tutte e tre, voglio soltanto, tratteggiando, indicare che questo corpo fisico è compenetrato dall’Io. Allo stesso modo anche le altre proiezioni devono essere in qualche modo compenetrate. Voglio indicare così la proiezione del corpo eterico, ancorata in sostanza nel sistema ghiandolare umano: anche questa deve a sua volta essere percorsa e compenetrata in un certo modo. Voglio indicare come terza ciò che è ancorato principalmente nel sistema nervoso; anche questo deve essere a sua volta compenetrato, in un modo determinato, da una certa azione dell’Io. E il corpo dell’Io stesso deve poi essere compenetrato in maniera corrispondente.
Ora abbiamo appena detto che l’uomo, attraversando i successivi periodi evolutivi, deve in ciascun periodo evolutivo entrare in altri impulsi di sviluppo. Egli deve in certo modo accogliere ciò che la sua epoca richiede da lui. Nella prima epoca postatlantica, nell’antica India, gli uomini dovevano accogliere in sé impulsi animico-spirituali tali da permettere che allora venisse formato in particolare il corpo eterico; nel periodo seguente, nell’antica Persia, venne formato il corpo astrale; nell’epoca egizio-caldaica l’anima senziente; nell’epoca greco-latina l’anima razionale o affettiva; nella nostra epoca l’anima cosciente. Ora, dal fatto che l’uomo accolga nel modo giusto ciò che è adeguato alla sua epoca dipende se egli compenetri le sue membra corporee in maniera tale da esserne compenetrato come la sua epoca esige, così come il corpo fisico è compenetrato dalle membra superiori.
Supponete che un uomo voglia opporsi del tutto ad accogliere, nella quinta epoca postatlantica, ciò che è necessario a questa quinta epoca postatlantica; che respinga tutto ciò che coltiverebbe la sua anima come la quinta epoca postatlantica richiede. Quale ne sarebbe la conseguenza? Ebbene, il suo corporeo non si lascia tirare indietro, se appartiene a una parte dell’umanità che è in primo luogo chiamata ad accogliere in sé gli impulsi della quinta epoca postatlantica. Non tutti sono chiamati nello stesso tempo; ma tutte le razze bianche sono ora chiamate ad accogliere in sé la cultura della quinta epoca postatlantica. Supponiamo dunque che degli uomini si oppongano. Allora una determinata membra della loro corporeità, soprattutto il sangue, resterebbe senza ciò che vi entrerebbe se non si opponessero. Manca dunque a questa membra della corporeità ciò che compenetrerebbe nel modo giusto la corrispondente sostanza e le sue forze. Per questo, però, tale sostanza e le forze che le sono insite divengono — anche se non in così alto grado come quando il corpo umano diviene cadavere e l’Io ne esce — malate, depresse nelle loro forze vitali, e l’uomo le porta in sé in certo modo come tossine. Restare indietro rispetto all’evoluzione significa dunque che l’uomo si impregna, per così dire, di un fantasma di forma che è tossico. Se accogliesse ciò che corrisponde ai suoi impulsi culturali, attraverso questa qualità animica dissolverebbe questo fantasma tossico che porta in sé. Invece lo lascia coagulare nel corpo. Di qui vengono le malattie della civiltà, le decadenze della civiltà, tutti i vuoti animici, le ipocondrie, le stramberie, le insoddisfazioni, le bizzarrie, e così via, e anche tutti gli istinti che attaccano la civiltà, aggressivi, che si ribellano contro la civiltà. Poiché o si accoglie la civiltà di un’epoca, ci si adatta, oppure si sviluppa la tossina corrispondente, che si deposita e che si dissolverebbe soltanto con l’accoglimento della civiltà. Per il fatto, però, che si deposita questa tossina, si sviluppano istinti contro la civiltà in questione. Gli effetti tossici sono al tempo stesso sempre istinti aggressivi. Nella lingua popolare dell’Europa centrale ciò è chiaramente percepito: molti dialetti non dicono che un uomo è adirato, ma che è velenoso, cosa che corrisponde a una percezione profonda del fatto reale. Di un collerico in Austria si dice, per esempio, che è «gachgiftig», cioè velenoso in fretta, si adira presto. E che ciò sia poi differenziato per gradi, lo potete notare nel veleno del serpente, che ha appunto un grado più alto di tossicità e che porta in sé l’elemento aggressivo. Ma in grado minore l’uomo depone in sé un tale tossico — che si concentra anche molto — quando si rifiuta di accogliere ciò che il tossico dissolverebbe.
Proprio nella nostra epoca numerosi uomini si rifiutano di accogliere la forma di vita spirituale corrispondente alla nostra epoca, quella forma che ci sforziamo da molto tempo di caratterizzare e che ora abbiamo anche caratterizzato pubblicamente. Ora accade che proprio questo fiore di loto qui [sulla fronte] rende molto visibile, in tali uomini, ciò che si forma; poiché ciò giunge fino all’effetto del calore, e tali uomini in certo modo guizzano contro le condizioni del mondo esterno, quando queste mostrano qualcosa di ciò che sarebbe salutare per l’epoca. Abbiamo certamente Mefistofele, cioè il diavolo, che cammina fra noi; ma un tale piccolo principio, lo sviluppare qualcosa di guizzante, avviene già per il fatto che ci si rifiuta di accogliere ciò che è adeguato alla civiltà dell’epoca, di modo che non si dissolve il tossico, ma se ne fa un cadavere parziale, lo si lascia in certo modo coagulare nell’organismo come fantasma di forma.
Se rifletterete a fondo su questo, potrete chiarirvi l’origine di parecchie insoddisfazioni della vita. Poiché portare in sé un tale fantasma tossico rende l’uomo infelice. Nella nostra epoca lo si chiama allora nervoso o nevrastenico; ma può anche renderlo crudele, rissoso, monistico, materialistico, poiché tali qualità sono spesso legate, molto più di quanto si creda, a questo fondamento fisiologico: il tossico, invece di essere assorbito, viene depositato nell’organismo umano. Da tutto ciò vedete che alla consistenza complessiva, alla costituzione complessiva del mondo in cui siamo incastonati, appartiene realmente una sorta di equilibrio labile fra il bene, il giusto, e la sua controimmagine, gli effetti tossici. Affinché da un lato possa nascere il bene, il giusto, deve essere data la possibilità che si devii dal giusto, che sorga l’effetto tossico. Se applichiamo ciò a cose più ampie, vi direte: deve esservi oggi nel mondo la possibilità che gli uomini giungano a una certa vita spirituale, che sviluppino in sé impulsi per una libera, interiore vita spirituale. — Affinché il singolo possa giungere alla vita spirituale, deve essere presente la controimmagine: la corrispondente possibilità di deviarne per via grigio-magica o nero-magica. Senza di ciò non si dà. Esattamente come voi, come uomini, non potete reggervi se non avete sotto di voi la Terra, che vi dà un solido suolo, così non può esservi il perseguimento della luminosa vita spirituale senza la resistenza che dev’essere ammessa, e che è ineludibile per i campi superiori della vita.
Abbiamo accennato a quel fatto del tutto contraddittorio, ma non per questo meno significativo: che alla domanda — a chi dobbiamo il Mistero del Golgota? — qualcuno potrebbe rispondere: a Giuda; poiché se Giuda non avesse tradito il Cristo Gesù, il Mistero del Golgota non avrebbe avuto luogo, e dunque si dovrebbe essere grati a Giuda, poiché da lui propriamente proviene il cristianesimo, vale a dire il Mistero del Golgota. — Ma ciò non si può, non si può tuttavia essere grati a Giuda e riconoscerlo come il fondatore del cristianesimo! Ovunque ci si elevi in ambiti superiori, si deve fare i conti con la verità vivente, non con la verità morta, e la verità vivente porta in sé la propria controimmagine, così come nell’esistenza fisica la vita porta in sé la morte. Prendete questo come qualcosa che oggi vorrei volentieri immergere nella vostra anima, perché da ciò molte cose si possono comprendere. Deve esistere la possibilità di depositare, accanto allo spirituale, il tossico polarmente opposto. Ma allora, se può essere depositato, può anche essere utilizzato, e in tutti i campi può essere utilizzato.
A quanto detto si possono ricollegare molte domande. Ma vogliamo per ora, per oggi, toccare soltanto questa domanda: come si fa a venirne a capo? Non si è forse esposti al grande pericolo che, se ci si accosta a qualcosa nel mondo, sia contenuto in essa il suo opposto, ciò che è tossico, oppure almeno che qualcuno possa formarlo in qualcosa di tossico? Questa possibilità è naturalmente sempre presente. Tutto ciò che può essere molto buono nel mondo può essere rovesciato nel suo contrario. Ma deve essere così, affinché lo sviluppo dell’umanità possa compiersi in libertà, conformemente alla nostra epoca culturale. E proprio gli impulsi evolutivi più belli della nostra epoca possono dare più di tutti occasione di essere rovesciati nel loro contrario. Come per l’organismo umano, così vale per la vita sociale. Da conferenze tenute qui in precedenza abbiamo visto come, nella nostra epoca, comincia a svilupparsi in germe la predisposizione a dispiegare una vita immaginativa, a formare pensieri che liberamente si elevano, che gli uomini orientati materialisticamente respingono ancora. Ma è ormai nella natura della nostra epoca che, a poco a poco, debba svilupparsi la vita immaginativa. Qual è la controimmagine della vita immaginativa? La controimmagine della vita immaginativa è l’invenzione, l’invenzione riguardo a realtà, e la conseguente leggerezza nell’asserire questa o quella cosa. È lo stesso che ho descritto spesso, in queste considerazioni, come la disattenzione verso la verità, verso ciò che è reale, verso ciò che è effettivo. La cosa più bella che sia posta dinanzi all’umanità nel quinto periodo postatlantico, la progressiva salita dalla mera vita intellettuale unilaterale alla vita immaginativa, che è il primo gradino nel mondo spirituale, può deviare nella non-veracità, nell’invenzione riguardo a realtà. Naturalmente non dico nella «poesia», perché essa è legittima; ma nell’«invenzione» riguardo alla realtà.
Inoltre, nella nostra epoca deve sorgere — anche questo l’abbiamo conosciuto dalle nostre considerazioni — un pensare particolarmente coscienzioso, consapevole della propria responsabilità. Se prendete in esame ciò che viene offerto nella scienza dello spirito di orientamento antroposofico, vi direte: per comprendere realmente ciò che la scienza dello spirito di orientamento antroposofico offre, si devono avere pensieri nitidamente delineati, in cui viva la volontà di seguire oggettivamente la realtà. Un pensare acuto è già necessario per accogliere la nostra dottrina, se così possiamo chiamarla, e soprattutto un certo riposare sul pensiero, non un pensiero fugace. Dobbiamo ora lavorare verso un tale pensare. Dobbiamo sforzarci incessantemente di esigere da noi stessi pensieri dai contorni netti e di non abbandonarci ciecamente alle simpatie e alle antipatie, quando affermiamo qualcosa per noi e per altri. Dobbiamo cercare la motivazione, la fondazione di ciò che affermiamo, altrimenti non potremo mai penetrare nel modo giusto nell’ambito della scienza dello spirito. Questo dobbiamo esigere. E adempiamo il nostro compito quando poniamo a noi stessi tale esigenza. E se ci si chiede: cosa dobbiamo fare nella nostra grave epoca attuale? — dobbiamo allora formarci la risposta proprio da quanto è stato detto. Dobbiamo essere chiaramente coscienti che nel presente ogni uomo, il quale voglia che l’evoluzione della Terra prosegua in modo salutare, deve coscienziosamente e onestamente cercare l’oggettività del pensiero nel modo or ora descritto. È appunto questo il compito dell’anima umana nel tempo presente. E poiché è così, può anche svilupparsi il tossico correlativo: il completo essere abbandonati da pensieri chiari, da pensieri che si legano con la realtà e nulla inventano, ma vogliono semplicemente registrare ciò che è.
L’essere abbandonati da questa aspirazione all’oggettività si è fatto, nel corso del XIX secolo, sempre più intenso. Il distacco della coscienza morale da ciò che ora abbiamo sempre caratterizzato come verità ha raggiunto, nel XX secolo rispetto a tutto il passato, un certo culmine. L’effetto è quindi peggiore quando la gente non se ne accorge per nulla; ma proprio questo è una caratteristica della nostra epoca. Vi voglio dare un paio di esempi, perché vediate che cosa intendo. Voglio davvero presentare tali esempi sine ira — senza simpatie e antipatie. C’è un uomo che conosco molto bene, ed è quello che si chiama un uomo amabile, gentile. Sta nella vita pubblica, vi occupa con diritto una posizione molto onorata e non si permetterebbe di deviare nemmeno minimamente da ciò che si chiama integrità di convinzioni nell’agire pubblico. L’uomo in questione tuttavia ha potuto scrivere di recente quanto segue, cosa molto caratteristica: «Alla fine», dice questi alla fine di un articolo, «non si vuole sottrarsi a una discussione, sia pur breve, di una questione…» [lacuna]. È comprensibile che nella nostra epoca venga detto qualcosa di simile, e lo riporto perché è stato detto da un uomo realmente serio, di autentica integrità di convinzioni. Ma è, se lo si guarda da vicino, una cosa tanto menzognera quanto qualsiasi cosa possa esserlo; poiché non si può dire nulla di più menzognero di: «Canterò insieme: ‹Veniamo a pregare davanti al Dio dei giusti›, ‹Una salda rocca è il nostro Dio›» e così via, con la disposizione che si tratta appunto di una preghiera, di una preghiera cantata, quando si ha soltanto quella fede che colui di cui si parla caratterizza qui. È addirittura un elogio della menzogna. Tali elogi della menzogna li trovate oggi a ogni passo, e sono, vorrei dire, fatti in buona fede; sono il tossico correlativo a ciò che deve svilupparsi come vita immaginativa, spirituale. E proprio nei migliori uomini può essere presente, più o meno inconsciamente, un tale effetto tossico.
Se si sa che qualcosa del genere, pulsando nella vita sociale, è esattamente come instillare in un organismo umano una goccia di veleno, allora si possono giudicare tutte queste cose nel modo giusto. Ma se lo si sa, ci si sentirà anche obbligati a realizzare nella vita qualcosa che è stato già caratterizzato spesso: ci si sforzerà di sviluppare un occhio aperto per i fatti, una sana osservazione della vita; senza ciò oggi non si può andare avanti. E il karma di cui ho parlato, che si compie e che ora non è il karma di un singolo popolo, bensì proprio quello di tutta l’umanità europeo-americana del XIX secolo, è già il karma di questa non-veracità, il veleno strisciante della non-veracità. Si può esperire questa non-veracità in modo del tutto particolare in movimenti di natura particolarmente elevata. Sul mio cammino di vita ho udito qua e là molte cose menzognere; ma devo dire che non ho trovato che si sia mentito altrove così grandiosamente come là dove è enunciato il principio: nessuna religione è più alta della verità. — Vorrei dire, con tale intensità si è mentito propriamente soltanto là dove al tempo stesso si aveva la coscienza più profonda di non perseguire altro che la verità e nient’altro che la verità! Proprio là dove si aspira al massimo, si deve fare attenzione nel modo più acuto. Poiché bisogna pure considerare una volta: nelle precedenti epoche culturali vi erano altre possibilità di deviazione, nella nostra epoca la deviazione in una non-veracità, che sorge da un non-vivere con la realtà, è il grande pericolo. Un non-vivere con la realtà! In uomini che hanno integrità di convinzioni come la personalità nell’esempio che ho citato — l’uomo che ha scritto una simile menzogna qui si lascerebbe piuttosto tagliare la lingua piuttosto che dire consapevolmente una non-verità —, le cose agiscono appunto, stillando nell’organismo sociale e divenendo tossico sociale. Ma naturalmente, dovendo ora essere presenti, possono anche deviare nel senso opposto: possono anche essere afferrate dalla coscienza umana ed essere impiegate per ogni sorta di malefatte, per non usare una parola più forte.
Forse qualcuno di voi ricorda quanto strano sembrò, quando a Monaco, anni fa, indicai per la prima volta, e radicalmente, in una conferenza pubblica, questi rapporti. Dissi allora: nel corso dell’evoluzione umana si sviluppano sul piano fisico gli impulsi del bene e del male. Attraverso cosa si sviluppano questi impulsi? Per il fatto che certe forze, le quali propriamente appartengono al mondo spirituale superiore, vengono qui sotto, nel mondo fisico, usate impropriamente. Se i ladri usassero i loro istinti di furto, gli assassini i loro istinti di assassinio, i bugiardi i loro istinti di menzogna, invece di viverli sul piano fisico, per sviluppare forze superiori, formerebbero forze superiori molto rilevanti. L’errore consiste soltanto nel fatto che essi non sviluppano le forze che sviluppano sul piano giusto. Il male, dissi, è un bene trasposto da un altro piano. Per questo l’uomo che è ladro, assassino o bugiardo non diventa naturalmente migliore; ma occorre comprendere le cose, altrimenti non si arriva al fondo e si cade inconsapevolmente in questi pericoli. Non c’è da stupirsi se nella nostra epoca vi siano molti uomini che semplicemente non afferrano come comincia ora a essere un compito occuparsi di questioni spirituali. Perciò non lo fanno e si abbandonano agli istinti materialistici. Ma sviluppano in sé i tossici che dovrebbero essere dissolti dallo spirituale. Quale ne è la conseguenza? Le tossine si sviluppano e diventano, in uomini che respingono lo spirituale, forze che li trasformano in veri e propri bugiardi, sia consapevolmente o inconsapevolmente è più una questione di grado. Le stesse forze potrebbero però essere impiegate per comprendere splendidamente la scienza spirituale. Considerate qui che importante conoscenza abbiamo in fondo davanti a noi, e come, afferrando una conoscenza così importante, possiamo cogliere un nervo principale nel karma del nostro tempo, se aggiungiamo solo ciò che dissi ieri: un singolo dettaglio non si lascia strappare dall’umanità complessiva. L’umanità è un tutto. — Proprio come controimmagine dell’aspirazione spirituale deve esservi nella nostra epoca un male tagliente. E riconoscere realmente questo male nella sua essenza, in modo da riconoscerlo anche quando ci viene incontro nella vita e da poterlo combattere nel modo giusto, appartiene già ai compiti dell’uomo della nostra epoca.
Parlando di queste cose, mettiamo i grandi punti di vista, che si collegano con il karma del nostro tempo, immediatamente in rapporto a ciò che vive nella nostra epoca e che, nella più ampia cerchia, produce molto, molto male. In superficie vediamo come, in onde possenti, che inghiottono molto più di quanto si pensi, la menzogna oggi pulsa attraverso il mondo. La menzogna ha una vita straordinariamente forte. Ma da considerazioni come quelle che abbiamo svolto oggi, vedete come la menzogna sia soltanto la controimmagine correlativa dell’aspirazione spirituale che dovrebbe esserci ma non c’è. Vorrei dire: la divino-spirituale saggezza del mondo ha dato agli uomini la possibilità di aspirare spiritualmente. Abbiamo il tossico in noi, che possiamo dissolvere; ma dobbiamo anche dissolverlo, altrimenti rimane in noi come una specie di cadavere parziale. Lasciatemi dare esempi di simili cose tratti dalla vita quotidiana, perseguendo contemporaneamente lo scopo di comprendere meglio certe cose che oggi ci vengono incontro a ogni passo, che si collegano con la vita, con tutto il male e la sofferenza del presente. Poiché arrivare poco a poco a una comprensione dei dolorosi avvenimenti del presente è ciò che noi anche, in queste considerazioni, per quanto ci sono ora concesse, perseguiamo. Cose simili le dico realmente soltanto per caratterizzare, in certo modo nel formale, il modo in cui gli impulsi agiscono, non per caratterizzare un uomo, ma per caratterizzare fatti attraverso esempi.
Si aggira qui in Svizzera un uomo che molti anni fa fu avvocato a Berlino, un poetastro che, per via di varie cose che ha combinato, si è visto indotto a tentare la sorte all’estero. Da anni si aggira all’estero, e ora, scoppiata la guerra, ha scritto quel libro «J’accuse», che in tutta la periferia ha fatto sensazione. Si può dire che tutta questa faccenda di «J’accuse» appartiene ai più tristi fenomeni collaterali della nostra epoca, perché è un sintomo così caratteristico. «J’accuse» è un grosso libro, e certi tali, che lo possono sapere, affermano — per citare soltanto un esempio — che non c’è capanna norvegese in cui questo libro non si possa trovare. Appartiene dunque ai libri più diffusi. In primavera lessi a Berlino un articolo su questo libro, scritto da qualcuno che vale qualcosa. Egli dice che «J’accuse» gli è stato raccomandato da un uomo che lui stima straordinariamente. Dal modo della rappresentazione si può ricavare chi sia questo uomo da lui stimato: è qualcuno che in Olanda passa per un grande lume, ma che non era nemmeno in grado di giudicare l’intero carattere da retrobottega del libro «J’accuse» — se ci si limita al formale. Si può dunque oggi passare per un grande uomo ed essere assolutamente privi di giudizio in tali cose.
Ora si è fatto sentire di nuovo questo noto-ignoto autore di «J’accuse» nel giornale «Humanité» con la seguente forma di pensiero — come ho detto, non si tratta per me del personale, bensì di caratterizzare quanto è oggi possibile nella nostra epoca: un deputato socialdemocratico tiene al Reichstag di Berlino un discorso in cui sviluppa le sue opinioni su diverse connessioni nell’antefatto della guerra. Si può essere d’accordo o no, non è di questo che si tratta ora; voglio presentarvi il formale. Nel suo discorso, il deputato si richiama a una parola che Sir Edward Grey ha pronunciato il 30 luglio 1914, e che, nel senso, suona pressappoco così: che se gli Austriaci si fossero limitati a marciare fino a Belgrado, si fossero accontentati dell’occupazione di Belgrado, e poi avessero atteso ciò che eventualmente, attraverso un congresso europeo, si sarebbe potuto stabilire riguardo al rapporto fra Austria e Serbia, allora la pace forse si sarebbe ancora potuta mantenere. Questa dichiarazione di Sir Edward Grey è ben documentata, perché Grey l’ha detta all’ambasciatore tedesco e l’ha inoltre scritta all’ambasciatore inglese a Pietroburgo. La cosa è dunque completamente documentata, di modo che non vi può essere alcun dubbio che Sir Edward Grey abbia detto questo. Il deputato socialdemocratico, però, riferendolo ora nuovamente al Reichstag tedesco, ha suscitato l’ira dell’autore di «J’accuse».
Che cosa fa allora l’autore di «J’accuse»? Scrive un articolo realmente, nel senso più eminente, diffamatorio nell’«Humanité», in cui rinfaccia a quel deputato socialdemocratico, addirittura, falsità di menzogna, citazioni false e così via. Ora però la cosa è ben documentata, e l’interessato non ha detto nulla che non sia provato da vari libri, anche dalla lettera di Sir Edward Grey, che egli scrisse all’inviato inglese a Pietroburgo. Come può dunque l’autore di «J’accuse» constatare menzogna? Bene, lo fa così, dice: ciò che il deputato socialdemocratico ha detto non può riferirsi a una dichiarazione di Sir Edward Grey del 30 luglio, bensì soltanto a una dichiarazione di Sazonov del 31 dicembre; la dichiarazione di Sazonov, non di Grey, suona però così, ed io la cito. Dunque il deputato ha citato male Sazonov, perché la dichiarazione di Sazonov è così, e inoltre afferma anche che questa dichiarazione, fatta da Sazonov, sia stata fatta da Sir Edward Grey. Il fatto è dunque che l’oratore in questione si riferisce a una dichiarazione di Grey. «J’accuse» lo vuole combattere e dice perciò: ciò che egli ha detto non si riferisce a una dichiarazione di Grey, bensì di Sazonov, che peraltro è citata in modo errato. Sazonov ha detto quanto segue…; dunque è falso ciò che quello ha detto al Reichstag di Berlino. Commette dunque una doppia falsificazione: prima cita qualcosa di falso, e poi lo trasferisce a Londra, mentre è avvenuto a Pietroburgo. Dunque il deputato è un bugiardo. Di questo calibro è all’incirca tutto il libro «J’accuse»; tale è là, in genere, l’argomentazione. Ma vedete come è intricato, contorto e senza coscienza il pensiero di un uomo capace di tanto. Ma cosa si ottiene con ciò? I numerosi uomini che leggono ora nell’«Humanité» ciò che il noto-ignoto autore di «J’accuse» ha scritto naturalmente non verificano, bensì hanno la cosa davanti a sé e credono ciò che l’autore di «J’accuse» racconta loro.
In questo modo si può non solo dimostrare che il deputato socialdemocratico ha mentito, ma si può anche mostrare — ne deriva ciò en passant come dimostrazione, questo davvero «J’accuse» riesce a farlo — che le Potenze centrali non hanno risposto a ciò che dalle Potenze periferiche è stato suggerito. Poiché, dice «J’accuse», questo deputato afferma che le Potenze centrali avrebbero reagito a ciò che è venuto dalla periferia; ma lo si guardi un po’ da Sazonov! Costui cita una dichiarazione di Sazonov! Le Potenze centrali non hanno affatto reagito, dunque si vede come si sono comportate le Potenze centrali; non hanno nemmeno risposto a questa importante questione. Ora però ciò che il deputato realmente ha citato si riferisce a una proposta di Grey, che Grey telegrafò al suo ambasciatore prima che l’ambasciatore la riferisse a Sazonov. Sazonov ha rovesciato addirittura nel suo contrario tutta la storia che Grey allora aveva esposto, e che nemmeno sarebbe stata così cattiva. L’autore di «J’accuse» pretende che questo, rovesciato da Sazonov nel suo contrario, avrebbe dovuto essere preso in considerazione, dopo che Sazonov stesso non l’aveva preso in considerazione. Ora però si può provare che Grey telegrafò al suo ambasciatore a Pietroburgo, che ciò fu presentato a Sazonov, ma non fu preso in considerazione. Al tempo stesso Grey inviò però questa proposta a Berlino, e da Berlino fu inviata a Vienna. Si può provare che fra Vienna e Berlino si svolsero trattative per indurre l’Austria a fermarsi realmente a Belgrado e poi attendere una qualche trattativa europea. Ciò risulta da una lettera che il re d’Inghilterra stesso telegrafò al principe Enrico. Sulla proposta di Grey, dunque, le Potenze centrali sono entrate in materia. Sazonov non è entrato in materia su questa proposta di Grey! Tuttavia «J’accuse» constata: le Potenze centrali non hanno risposto nulla, e con ciò si sono caricate addosso queste cose tremende. La cosa non è così insignificante, poiché nel doloroso documento di ieri si trova la stessa frase.
C’è dunque una singolare, vorrei dire, parentela di stirpe, parentela di famiglia, fra un doloroso documento di storia mondiale e un uomo che, poiché il suolo gli è scottato sotto i piedi anni fa, si aggira intorno per scrivere, sotto il fastoso titolo «J’accuse, da un tedesco», ogni sorta di roba, ma che in questo modo è protetto, come dalla recentissima prestazione nell’«Humanité». Non ci si può poi stupire se la gente si difende come ora si è difeso questo deputato tedesco, che da «J’accuse» è stato dipinto come un calunniatore, un ipocrita, un bugiardo. Il deputato disse: in fondo la cosa non sta diversamente che con la serva mandata da Müller in Langegasse 35, che avrebbe dovuto essere di ritorno in due ore, e che invece torna molto tardi, anche se avrebbe dovuto fare soltanto una piccola commissione. Quando tornò, disse: non ho potuto trovarlo! — Come no? — Sì, non sono andata in Langegasse 35, ma in Kurzestraße 85, e là non abita nessun falegname Müller, ma uno Schulz, non il falegname Müller, ma una lavandaia. — Tale è all’incirca il vero rapporto — disse questo deputato tedesco — anche fra ciò che dice «J’accuse» e ciò che realmente sta alla base.
Questo autore di «J’accuse» è naturalmente un esempio particolarmente cattivo. Ma questo modo di trattare con la realtà è ciò che oggi, come rovescio della medaglia, come controimmagine correlativa dell’aspirazione spirituale, scorre come vero veleno nelle vene sociali al posto di ciò a cui si deve aspirare: il conoscere spirituale, il compenetrarsi con lo spirituale. Possiamo trovare simili cose — ho riportato un esempio in cui una falsità appare in un uomo che conosco molto bene — ovunque, e nelle più svariate variazioni. Ovunque vedremo che tali cose si presentano in certo modo come controimmagine di ciò che è necessario nella nostra epoca. Se si vuole davvero conoscere qualcosa nel modo giusto, allora si deve conoscere spiritualmente, perché ogni altro conoscere è oggi propriamente un restare indietro rispetto all’evoluzione. E perciò si deve anche, se in Europa deve subentrare un sentire pacifico fra i popoli, sviluppare un sentire spirituale circa i popoli, come può accadere quando si concepiscano i popoli nel modo in cui ciò è fatto nel mio ciclo di conferenze sui Geni dei popoli, tenuto a Cristiania molto prima della guerra. Bisogna decidersi ad avvicinarsi spiritualmente, in questo modo, allo spirito del popolo; solo così è possibile rendere oggi lo spirito dell’uomo tanto attivo, da poterlo davvero racchiudere in un giudizio valido a proposito di una raggruppabilità, quale un popolo. Pensate dunque come si potrebbe giudicare oggi sui popoli, se vi fosse sufficiente preparazione spirituale! Ma quanto vediamo emergere, deviante radicalmente nell’una o nell’altra direzione, non vive soltanto presso i peggiori, vive anche presso i migliori. Qui non si vuole certo censurare tutto ciò che viene caratterizzato. Vi è semplicemente una mancanza, perché non si vogliono creare le condizioni spirituali per giudicare grandi connessioni popolari. Le si giudica secondo simpatie e antipatie, non secondo vere intuizioni.
Un esempio molto caratteristico di ciò è dato in un famoso romanzo del presente, dove con tutta onestà si tenta di caratterizzare, in una connessione romanzesca, un popolo, in questo caso quello tedesco, nei suoi diversi rappresentanti. Ciò avviene però proprio in quella modalità difettosa che, per mancanza di spiritualità, non può affatto giungere a un giudizio sulla realtà. Un vero romanzo non potrei citarlo qui, perché in un’opera d’arte autentica qualcosa di simile non viene in considerazione. Ma quando un romanzo è qualcosa di tendenzioso, quando la rappresentazione stessa è tendenziosa, allora lo si può citare in un simile contesto. Ciò che intendo voglio caratterizzarlo ancora in particolare così: se un romanzo è buono, non si percepirà mai la persona dell’autore, bensì i personaggi porteranno a espressione ciò che è caratteristico di un popolo, di un ceto, di una classe, e così via. E se in un romanzo Hans Müller o Joachim Eikelhahn dicono qualcosa sui tedeschi, sui francesi o sugli inglesi, ciò non significa che ci si possa in qualche modo agganciare. Ma non è così nel romanzo che ora intendo; là si vede che sempre l’autore in certo modo esce davanti al sipario e dà la propria opinione, e che, caratterizzando dei personaggi, vuole sempre dare la propria opinione, l’opinione dell’autore, sui tedeschi.
Lo vediamo subito quando, della famiglia di un eroe, viene detto quanto segue: «Era un bel parlatore, ben fatto, anche se un po’ goffo, e il tipo di ciò che in Germania passa per bellezza classica: una fronte larga e inespressiva, tratti forti e regolari e una barba riccia: un Giove delle rive del Reno». Non è vero, ciò non è certo adatto a sviluppare un giudizio oggettivo, anche se nel caso singolo possa valere tante e tante volte. Un’orchestra da camera in Germania viene caratterizzata nel modo seguente: «Suonavano né molto correttamente, né molto a tempo; ma non deragliavano mai e seguivano fedelmente i segni di espressione indicati. Possedevano quella facilità musicale che si accontenta di poco, e quella perfezione nella mediocrità che esiste in sovrabbondanza nella razza che si dice la più musicale del mondo». Un’altra caratterizzazione, sullo zio dell’eroe. Si dice: «Era socio di una grande casa di commercio che intratteneva rapporti commerciali con l’Africa e con il più lontano Oriente. Egli rappresentava interamente il tipo di quei tedeschi di nuovo stile, che con predilezione disprezzano sarcasticamente il vecchio idealismo della razza e, ebbri di vittoria, praticano con forza e successo un culto che prova che non sono abituati a vivere sotto questo segno. Ma poiché è impossibile cambiare improvvisamente la natura secolare di un popolo, l’idealismo represso tornava sempre fuori nella lingua, nel comportamento, nelle vedute morali, nelle citazioni di Goethe in occasione dei più piccoli avvenimenti domestici; e così, attraverso il bizzarro sforzo di conciliare gli onorati principi della vecchia borghesia tedesca con il cinismo di questi nuovi condottieri da bottega, sorse uno strano miscuglio di coscienziosità e di interesse proprio, un miscuglio che ha un odore di ipocrisia davvero ripugnante — che mira a fare della forza tedesca, dell’avidità di denaro e della ricerca dell’interesse il simbolo di ogni diritto, di ogni giustizia e di ogni verità».
Dello stesso uomo viene detto: «… gli mancava quell’arrendevole idealismo germanico, che non vuol vedere e neppure vede ciò che gli sarebbe penoso scoprire, per paura di turbare la comoda quiete del proprio giudizio e l’agio della propria vita». Viene poi detto, in tale occasione, in cui l’autore in certo modo esce davanti alla ribalta e si sente parlare la sua propria voce, quanto segue: «Soprattutto dopo le vittorie tedesche essi fecero tutto per concludere compromessi, per mettere insieme un ripugnante guazzabuglio di nuovo potere e di vecchi principi. Al vecchio idealismo non si voleva rinunciare: sarebbe stato un atto di franchezza di cui non erano capaci; ci si era accontentati, per renderlo utile agli interessi tedeschi, di falsificarlo. Si seguiva l’esempio di Hegel, lo svevo serenamente ambiguo, che aveva atteso Lipsia e Waterloo per adattare i principi fondamentali della sua filosofia allo Stato prussiano…». Il signore ha singolari concetti della storia della filosofia; chi vi si intende davvero sa che i principi della filosofia hegeliana, della Fenomenologia della coscienza, furono scritti a Jena nel 1806, sotto il fragore dei cannoni, dal mezzo del fragore dei cannoni, mentre Napoleone si avvicinava; ma ciò viene caratterizzato con un certo «senso della verità» così, dicendo che Hegel avrebbe atteso la battaglia di Lipsia per adattarsi allo Stato prussiano.
«… e cambiava ora, dopo che gli interessi erano divenuti altri, anche i principi. Quando si era sconfitti, si diceva che l’ideale della Germania è l’umanità. Ora che si vincevano gli altri, si diceva: la Germania è l’ideale dell’umanità». Ecco una frase davvero fine! «Finché gli altri Paesi erano i più potenti, si diceva con Lessing che l’amor patrio è una debolezza eroica della quale si può benissimo fare a meno, e ci si chiamava cittadini del mondo. Ora che si era riportata la vittoria, non si riusciva a trovare disprezzo sufficiente per le ‹utopie francesi›: come pace mondiale, fratellanza, progresso pacifico, diritti umani, eguaglianza naturale; si diceva che il popolo più forte ha verso gli altri un diritto assoluto, mentre gli altri, in quanto più deboli, di fronte a esso sono senza diritti». Si vede come, da questa frase, ora, dopo che è venuta la guerra, avrebbero potuto essere formati molti articoli di fondo nella periferia. Le frasi sono apparse molto prima della guerra. «Pareva che il Dio vivente e lo Spirito incarnato fosse colui il cui progresso si compiva attraverso guerra, violenza e oppressione. La potenza era ora, poiché la si aveva dalla propria parte, dichiarata sacra. La potenza era divenuta ora la quintessenza di ogni idealismo e di ogni ragione». C’è una frase, citata, che è caduta. Sapete, non è facile ora portare le cose oltre confine, e il libro l’ho a Berlino. Ma voglio riportare ancora qualcosa dallo stesso libro, in cui l’autore in certo modo esce davanti alla ribalta: «I tedeschi, riguardo a imperfezioni fisiche, hanno una felice indulgenza: riescono a non vederle; riescono perfino ad abbellirle con benevola fantasia, scoprendo inaspettati rapporti fra il viso che vogliono vedere e gli esemplari più stupendi della bellezza umana. Non sarebbe stato necessario un eccessivo dono di persuasione per indurre il vecchio Eulero a dichiarare che sua nipote aveva il naso della Giunone Ludovisi…». Ora, questo naso e questo volto vengono infatti descritti come del tutto particolarmente brutti. Bisogna aggiungerlo.
Di Schumann viene detto: «Ma proprio il suo esempio condusse» — e qui viene nominato l’eroe — «Christof alla constatazione che la peggior falsità dell’arte tedesca non sta là dove gli artisti volevano esprimere sentimenti che non sentivano, bensì piuttosto là dove esprimevano sentimenti che effettivamente provavano — ma che erano in sé stessi falsificati». Si ricorda poi con un certo compiacimento una frase della signora di Staël: «‹Eseguono gli ordini perbene. Si servono di ragionamenti filosofici per spiegare la cosa più anti-filosofica del mondo: il rispetto per la potenza e l’abitudine alla paura, che ha trasformato il rispetto in ammirazione›». L’autore del romanzo in questione aggiunge: il suo eroe «ritrovava questo sentimento» — dunque che eseguono gli ordini, hanno rispetto, hanno paura — «nel più grande come nel più piccolo della Germania, — da Guglielmo Tell, il piccolo, posato borghese filisteo con i muscoli da facchino, che, come dice il libero ebreo Börne, ‹per conciliare l’onore con la paura, passa davanti al palo del ‹caro signore› Gessler a occhi bassi, in modo da potersi appellare al fatto che non disobbedisce chi il cappello non vede›, fino al venerando settantenne professor Weisse, uno dei dotti più stimati della città, che, quando un signor luogotenente gli passava accanto, gli cedeva premurosamente il marciapiede e scendeva sulla carreggiata. Il sangue di Christof ribolliva, quando assisteva a tali piccole prove di servile sottomissione, che erano del tutto quotidiane. Ne soffriva, come se si fosse umiliato lui stesso. Il comportamento altezzoso degli ufficiali che incontrava per strada, e la loro provocante rigidezza, lo mettevano in una sorda furia: ostentatamente mostrava di non fare un passo per far loro posto, e nel passare ricambiava i loro sguardi arroganti. Più di una volta per poco non se ne attirò guai; era quasi come se li cercasse. Eppure era il primo a riconoscere la pericolosa superfluità di tali smargiassate; ma per momenti si turbava il suo sano sentire: la continua costrizione che si imponeva, e le sue robuste forze, che si accumulavano e non si spendevano affatto, lo facevano infuriare. Allora era vicino a commettere qualsiasi stoltezza; e aveva il sentimento che sarebbe stato perduto se fosse rimasto qui ancora un anno soltanto. Odiava il brutale militarismo che sentiva pesare su di sé, tutte queste sciabole che risuonavano sul lastricato, queste piramidi di fucili e i cannoni piazzati davanti alle caserme, che con la loro bocca rivolta contro la città stavano là pronti a sparare».
La cosa è interessante per vari aspetti. Riporto queste cose non per qualche motivo personale o per caratterizzare qualcuno. Ma dopo che questo romanzo fu scritto e fece grande sensazione, si trovarono naturalmente persone che lo lodarono come la più grande opera d’arte del mondo. È così sempre. Davvero gustoso è poi il giudizio di un noto critico austriaco — «noto» dico però fra virgolette —, che scrisse: «Questo romanzo è la cosa più importante che sia accaduta dal 1871 per riavvicinare di nuovo Francia e Germania». Vedete quanta verità è racchiusa in queste cose! E con ciò abbiamo a che fare con un uomo che ora è molto lodato, e contro la cui attività esteriore durante il tempo di guerra non si vuole naturalmente eccepire il minimo. Ma ciò che sta in questo romanzo «famoso in tutto il mondo» può essere giusto ora utilizzato nella periferia per parole d’ordine, per articoli di fondo; poiché ciò che vi ho letto, lo potete davvero — con il più doveroso rispetto per gli scribacchini della periferia — ammirare in ogni momento negli articoli di fondo. Queste cose sono state scritte molto prima della guerra — come dice il critico austriaco: per «avvicinare Francia e Germania» — e stanno nel romanzo «Jean-Christophe» di Romain Rolland.
Ecco un esempio di come uno che esclude lo spirituale, che non lo vuole, non è in grado di vedere l’essenziale quando si accosta ai rapporti del presente. Poiché cosa può infine sapere del carattere tedesco un uomo che ne scrive così? Come ho detto, si ha il diritto di parlare così, perché qui giudizi soggettivi dell’autore sono rivestiti in una cattiva rappresentazione romanzesca. Questo è però il mio giudizio privato, che il romanzo è uno dei peggiori; lo si considerava uno dei migliori, come potete vedere già dal giudizio del critico viennese. Anche nella critica internazionale è stato indicato come uno dei migliori, e se uno non sta proprio sul punto di vista, che in un certo senso oggi non è nemmeno così immotivato, che ciò che la critica oggi loda dev’essere in ogni caso qualcosa di scadente, allora si può ben avere un certo rispetto per qualcosa che dalla critica contemporanea viene presentato come una prima, massima prestazione dell’epoca. Storico-culturalmente, però, vediamo in ogni caso proprio in una cosa simile come sia impossibile agli uomini del presente accostarsi a ciò che questo quinto periodo postatlantico pone come compito all’umanità. Perciò il karma deve compiersi. Il nostro compito è però quello di riflettere senza pregiudizi su queste cose. Soprattutto non dovremmo accogliere senza critica e ripetere quanto viene detto nel mondo materialistico là fuori, ma cercare di giungere a un proprio giudizio sulle cose. Ciò che vi ho letto è stato scritto molti anni prima e ha potuto, nell’ultimo periodo, fornire i più mirabili slogan per articoli di fondo nella stampa dell’Intesa. Nella sua tendenza complessiva è un libro terribilmente antitedesco, ma non è di questo che si tratta, ogni punto di vista si può comprendere. Solo che falsa singolarmente il giudizio, se si presenta come appena uscito un libro che è stato scritto anni prima, anche se gli ultimi volumi sono apparsi solo di recente. Si fanno esperienze singolari, per esempio anche riguardo a ciò che si trova sempre citato come dichiarazioni di Nietzsche, di Treitschke e altri. In Treitschke le si cerca abbastanza invano, in Nietzsche hanno un significato del tutto diverso, significano l’opposto di ciò che oggi nella stampa dell’Intesa se ne dice. Quando ero amico del curatore degli scritti di Nietzsche e con questi ho discusso parecchio, un uomo, che ha tradotto in francese tutto Nietzsche, scriveva a quel curatore ogni pochi giorni una lettera da Parigi; allora vedeva addirittura un dio in Nietzsche. Oggi lo strapazza alla grande. Con tali cose si fanno le più mirabili esperienze. In Treitschke, in Nietzsche, si cercherebbe invano ciò che è riportato in quel libro, se non si fossero strappate le cose dal contesto; ma non solo bisogna strapparle dal contesto, bensì, come si fa ora, strappare anche la parte centrale, cioè citare l’inizio di una frase, omettere la parte centrale e poi citare di nuovo la frase finale. Solo se si fa così, si possono al limite citare gli scrittori nominati. Ma Romain Rolland lo si può citare. Vi ho letto soltanto piccoli saggi del suo romanzo. Non per questo dovete giudicare il romanzo dai saggi, che potrebbero essere accresciuti da innumerevoli altri. In particolare lo potete giudicare da quanto egli dice alla fine, dove vedrete che tutto il romanzo è compenetrato dallo spirito che mostrano queste citazioni. Ciò non vuole affatto essere una condanna di questa personalità; ma occorre appunto indicare con acutezza ciò che, come veleno, stilla attraverso la nostra vita presente.
Nazionalismo, Imperialismo, Spiritualismo
Dornach, 6 gennaio 1917
Nelle ultime considerazioni ho ripetutamente indicato come, proprio in connessione con gli sforzi della scienza dello spirito di orientamento antroposofico, si debba riconoscere che per una visione del mondo odierna, in genere per una concezione del mondo odierna, sono necessari orizzonti più ampi di quelli che furono accessibili all’umanità nell’epoca materialistica da noi caratterizzata sotto diversi punti di vista. Orizzonti più ampi: ciò significa che, volendo oggi comprendere il mondo, e in particolare il divenire umano, occorre rifugiarsi in concetti che provengono dalla scienza dello spirito. E al karma intero del nostro tempo si lega il fatto che la maggior parte dell’umanità abbia sino a oggi respinto simili orizzonti concettuali più ampi per tutti gli ambiti della vita e della conoscenza. Volendo, con questi punti di vista sullo sfondo, caratterizzare in modo particolare un aspetto della nostra vita, si può dire che lo sviluppo oggettivo è cresciuto sopra la testa degli uomini del XIX e del XX secolo, per quanto ciò è giunto sin qui. E i fenomeni del tempo mostrano nella maniera più intensa questo crescere sopra la testa.
Tra gli eventi più salienti dell’epoca materialistica appartiene il progresso materialistico, il progresso relativo a quel che, per così dire, si mette in scena nel mondo per mezzo di strumenti materiali. A questo progresso materialistico serve anche la scienza dell’epoca materialistica. Ed è particolarmente caratteristico per questa scienza il fatto che essa sviluppi sempre meno interesse per il mondo spirituale, che voglia essere sempre più soltanto una somma di concetti e di idee applicabili al divenire materiale esteriore. Questo andamento dello sviluppo si esprime in particolare nel divenire materiale più estremo: nel divenire meccanico. Ciò che possiamo chiamare il sistema delle fabbriche, il sistema dell’industria, il sistema delle macchine, ha raggiunto in questa epoca materialistica la sua massima compiutezza.
E del tutto naturalmente il progresso in questo ambito è anazionale, si potrebbe anche dire internazionale, un progresso mondiale. Infatti, sia che una ferrovia o un’analoga installazione venga costruita in Inghilterra, in Russia, in Cina o in Giappone, le leggi secondo cui ciò accade, le conoscenze che servono allo scopo, sono dappertutto le stesse, perché tutto questo viene realizzato solo secondo punti di vista meccanici, slegati dall’uomo; cosicché in effetti un principio internazionale ha preso piede in questo ambito nella maniera più estesa. E nel corso delle nostre considerazioni di scienza dello spirito è stato detto molte volte, in rapporto a questo o quel punto di vista: con il fatto che ciò è avvenuto, abbiamo sulla Terra, per così dire, un corpo davanti a noi, un corpo che si estende su tutta la Terra. Questo corpo ha bisogno di un’anima, e questa anima dovrebbe parimenti essere internazionale. E come tale anima è stata appunto invocata la scienza dello spirito, perché essa, così come deve essere, è in effetti una conoscenza che non è legata a nulla di individuale o di gruppale sulla Terra, e che offre la possibilità di essere compresa da chiunque, ovunque egli sia, così come può essere compreso da lui ciò che è corporeo nella cultura materiale esteriore, nella costruzione di una ferrovia, di una locomotiva o simili. E si è spesso sottolineato che una benedizione, un bene per lo sviluppo umano può subentrare solo se allo sviluppo del corporeo, nel senso indicato, si aggiunge lo sviluppo dell’anima e dello spirito. Ma a tal fine sarebbe necessario che gli uomini si dessero altrettanta pena per comprendere le connessioni spirituali, quanta se ne danno, per la costrizione delle circostanze esteriori — dalle quali si lasciano costringere assai più volentieri che da quanto è posto nella loro libertà —, per accogliere le esigenze del progresso materiale.
Ciò sino a oggi non è avvenuto, ma deve ovviamente prodursi nel corso dello sviluppo dell’umanità; anche se sarà ritardato ancora a lungo, dovrà tuttavia prodursi. Per quanto karma di sventura venga ancora scatenato dal fatto che gli uomini non vogliono piegarsi a qualcosa di simile, esso dovrà tuttavia prodursi. Poiché ciò che deve accadere, anche accadrà.
Poiché il progresso materiale è in certo modo corso avanti alla buona volontà di conoscenza spirituale, all’uomo questo progresso materiale, e in particolare tutto ciò che da questo progresso si dà come passioni, come impulsi nelle anime, è cresciuto sopra la testa. Ciò si mostra esteriormente nel modo più penetrante per il fatto che non sono quelle idee che mirano a una convivenza armonica degli uomini sulla Terra — in altre parole non le idee cristiane — ad aver preso il sopravvento, bensì, sino all’esaltazione, quelle idee che scindono l’umanità e la riconducono a epoche culturali delle quali si poteva credere che fossero da tempo superate. Che nel XIX secolo, in seno alle nazionalità conviventi, il nazionalismo abbia potuto far sbocciare fiori come quelli che ha effettivamente fatto sbocciare è la grande, forte anomalia, e mostra come gli uomini non abbiano tenuto il passo, con il loro sviluppo animico, dello sviluppo materiale.
Quando gli uomini accoglieranno in modo più esteso la scienza dello spirito — non come mera teoria, ma come compimento dell’intera vita animica —, allora dovranno necessariamente acquisire altri concetti. E per mezzo di tali altri concetti abbracceranno connessioni del tutto impossibili da penetrare per il pensiero materialistico del presente. Certe connessioni si abbracciano con lo sguardo soltanto se si hanno per esse le giuste idee. Ma le idee devono crescere vive come qualunque altra cosa, vale a dire devono avere un suolo sul quale possano prosperare. Il suolo sul quale prosperano le idee può però essere soltanto quella disposizione dell’anima che viene preparata dalla scienza dello spirito. Se lo sviluppo materialistico proseguisse così come si è dato nel corso del XIX secolo, gli uomini diverrebbero sempre più poveri di idee. Per dirla in modo banale: agli uomini non verrebbe in mente nulla che sia adeguato a comprendere il mondo. Sarebbero costretti a lasciar suscitare quanto pensano sul mondo soltanto dall’esperimento, da ciò che si sviluppa davanti ai loro occhi. L’insistere sull’esperimento in epoca recente è soltanto un risultato della povertà di idee. Così, se lo sviluppo proseguisse in tal modo, l’umanità diverrebbe sempre più povera di idee.
Poiché, però, una certa intensità della vita spirituale è pur necessaria, poiché l’uomo deve sviluppare certi impulsi sino a una certa forza, egli deve trarre tali impulsi da qualche altra parte, se non gli affluiscono dal materiale delle idee. Se vorrete cercare un’epoca in cui le idee zampillavano per così dire, in cui crescevano vere idee, una tale epoca particolarmente caratteristica e feconda è quella che abbraccia all’incirca il tempo da Lessing sino al romanticismo tedesco, sino a Novalis, o anche oltre, sino alla filosofia idealistica, alla quale, accanto a Hegel e Schelling, possiamo annoverare anche Schopenhauer, nonché coloro che ho citato nel mio libro «Sull’enigma dell’uomo» come i filosofi di una tonalità cosmica oggi spentasi nell’epoca materialistica. Là è presente una vera ricchezza di idee. Da ciò il grande disprezzo che si lascia oggi cadere proprio su questa epoca! Guardate però questa epoca, così ricca e feconda di idee tese a comprendere la natura e lo sviluppo storico umano. Voglio solo ricordare quanto si avvicini a ciò che oggi possiamo trarre dal mondo spirituale circa l’evoluzione dell’umanità, circa le diverse epoche postatlantiche con i loro caratteristici impulsi — il che è certo del tutto adeguato solo per la nostra epoca presente —, quanto vi si avvicini quella feconda idea che è emersa in Schelling, Hegel, Novalis, in Franz von Baader, ma che aveva la sua origine già in Jakob Böhme: che l’evoluzione dell’umanità, nel periodo di tempo che si può abbracciare senza i mezzi della scienza dello spirito, attraversò una prima epoca nella quale regnava per così dire il principio di Dio Padre, l’epoca caratterizzata nella Bibbia dall’Antico Testamento e dalle religioni pagane. Coloro che ho appena citato la chiamarono l’epoca del Padre. Fu sostituita dall’epoca del Figlio, nella quale l’idea del Mistero del Golgota doveva radicarsi nell’umanità. Ed essi vedevano come un ideale per il futuro l’epoca dello Spirito, dello Spirito Santo, che chiamarono anche epoca giovannea. Credevano che soltanto allora si sarebbero potuti realizzare i grandi impulsi del Vangelo di Giovanni.
Quanto infinitamente significativa è una tale idea di fronte alla sterile, infeconda chiacchiera su un’evoluzione generale dell’umanità, che è soltanto un’idea astratta, la quale annette ciò che viene dopo come un anello successivo della catena a quanto è venuto prima. Quanto infinitamente profondo è ciò che Schelling, ancora riallacciandosi a Jakob Böhme, ha sviluppato come la sua «Teosofia»! Questa «Teosofia» di Schelling si solleva a un’altezza di fronte alla quale ciò che fu in seguito pensato dalla teologia rappresenta una profonda discesa. Schelling si fa strada fino alla concezione secondo cui nel cristianesimo non importa tanto la dottrina — che è proprio quella su cui insiste la più recente, progressista teologia, come se il Cristo Gesù fosse stato soltanto un maestro — quanto il fatto che il Mistero del Golgota va innanzitutto inteso come un fatto, che si deve guardare in alto a ciò che è avvenuto, che si deve guardare al fatto che con la vita, la morte, la risurrezione del Cristo Gesù si è compiuto un fatto.
E così si potrebbe enumerare un’intera somma di idee superiori, di vasto respiro, per quell’epoca. Ma a che cosa è legato il presentarsi di idee di tale ampio respiro? Presso coloro nei quali si presentano simili idee non troverete una sola cosa: la ristrettezza nazionale. Troverete dappertutto ciò che a quel tempo, in quelle cerchie, veniva chiamato — se quella parola possa ancora essere compresa oggi, dopo che tante parole sono divenute frasi vuote, è un’altra questione — il punto di vista «cosmopolitico». Quanto lontano da ogni ristrettezza nazionale è ad esempio uno spirito come Goethe! Quanto lontana da ogni ristrettezza nazionale è una poesia come il «Faust»! Là non importa l’origine. Naturalmente il «Faust» può essere pensato solo a partire dalla cultura dell’Europa centrale, ma di fronte a ciò che il «Faust» è divenuto nella poesia goethiana, chiedere il certificato di nascita del Faust sarebbe ovviamente un’assurdità. Però questa assurdità è proprio diventata, nel nostro tempo, realtà, fatto. In fondo, tutto ciò che accade nel presente è semplicemente una negazione di quanto l’umanità ha raggiunto, ad esempio, attraverso la poesia del Faust.
Da ciò vediamo però già che nell’umanità sono presenti tutte le predisposizioni per essere più oltre di quanto è oggi, e tanto più di quanto sarà nel tempo prossimo. Ma, dicevo, l’anima umana ha bisogno di una certa intensità nei suoi impulsi. Se non può elevarsi alle idee, prende questa intensità altrove; la trae dalle oscure forze subcoscienti dell’anima, da ciò che pulsa verso l’alto dallo spirito del sangue. E in fondo il nazionalismo non è altro che un risultato della mancanza di idee. La prima cosa di cui l’umanità avrebbe bisogno sarebbe appunto la volontà di sollevarsi alle idee.
Ma si può ben dire: alla riuscita di quanto ho appena indicato appartiene una comprensione per ciò che, di fronte al mondo spirituale, si può chiamare la grazia. Poiché il mondo spirituale non si conquista quando si parte da una somma più o meno ristretta di opinioni preconcette, bensì si conquista soltanto quando si tiene aperta l’anima per ciò che vi può penetrare, quando non si vuole soltanto giudicare, ma si vuole arricchire ogni giorno la propria facoltà di giudizio. E così è necessario che innanzitutto e soprattutto gli uomini siano colti dall’intuizione. Siamo ormai nell’epoca che deve afferrare l’anima cosciente. Quest’epoca deve tendere all’intuizione. Ma l’intuizione si produce solo in idee che abbracciano il mondo, nel compenetrare la realtà con le idee.
Proprio in rapporto agli eventi più prossimi, il nostro tempo non è affatto disposto a cogliere idee. Un concetto astratto, per quanto logico, per quanto evidente, non è un’idea. Un’idea deve essere generata dalla realtà vivente. Vediamo a malapena nascere idee nel nostro tempo, tanto più troviamo invece l’insistere su concetti astratti. È vero che le idee possono diventare anche parole d’ordine, ma in tal caso non causeranno particolare danno, perché l’anima umana non riesce a operare bene in parole d’ordine, se queste sono il correlato di idee; l’assurdità verrà chiaramente alla luce. Non è così per i concetti astratti. I concetti astratti possono diventare parole d’ordine con grande intensità, e risultano tanto evidenti perché in fondo mirano a ciò che è più prossimo e vengono afferrati con avidità dagli uomini, nella loro ritrosia ad abbracciare un orizzonte più ampio. I concetti astratti non poggiano però sulla realtà. Oggi vediamo bensì i concetti astratti dovunque in gran numero, ma, per chi penetra le cose, emergere con tanto maggiore impotenza.
Prendiamo una qualsiasi delle molte idee astratte oggi dominanti. Una tale idea astratta è ad esempio l’idea della pace perpetua. Come la si tratta oggi, essa è un concetto del tutto astratto, che non scaturisce dall’afferrare vivente la realtà, ma agli uomini che non vogliono orizzonti più ampi appare come una cosa ovvia. Si dice: i diversi Stati — non si riflette se questa parola, «i diversi Stati», abbia in genere una realtà — debbono formare un’organizzazione interstatale, qualcosa che si estenda su tutto il mondo e sia costruita sul modello del singolo Stato, e si deve organizzare, come si dice, un «diritto interstatale». L’idea è bella, e perciò appare evidente a chiunque. I diversi Stati devono impegnarsi a mantenere la pace, devono fondare i loro reciproci interessi su determinate norme di diritto. Tutto molto bello! Ma sarebbe indubbiamente bello anche che, per avere una stanza calda, non avessimo bisogno di accendere il fuoco, ma ci bastasse sviluppare il concetto astratto del calore. Riguardo a un’idea non si tratta del fatto che essa sia bella, non del fatto che sia evidente; perché che cosa potrebbe essere più evidente del pensiero che è in fondo un terribile dispotismo della natura il fatto che si abbia bisogno di stufe o cose simili! Non importa che un’idea corrisponda al sentimento, che la gente designa con parole come: è una bella, un’umana idea —, o come si suol dire; importa, piuttosto, che un’idea cresca dalla realtà. Se ci si muovesse verso idee che crescono dalla realtà, allora si dovrebbe certo prima studiare la realtà.
Stabilire bei programmi su come gli Stati dovrebbero fare in futuro affinché regni la pace, può farlo ogni testa limitata — perdonate l’espressione —; ma una tale testa non può giungere a idee che corrispondano alla realtà vivente, che siano generate dalla realtà. Di fronte al mondo spirituale non si ha neppure il sentimento che vi sia là una realtà con le sue leggi, come ovviamente si ha di fronte al mondo materiale; bensì si crede di poter regolare con qualche frase il mondo intero, senza alcun sentimento del fatto che il mondo è una realtà nella quale tutti impulsi reali si contrappongono reciprocamente. Inebriandosi con programmi che consistono in idee astratte, però, si trattiene il mondo dall’entrare nelle realtà. Talora l’idea feconda, l’idea reale, suona letteralmente uguale a quella vivente; importa solo che si sia colti dalla viventità. Ma oggi accade che la viventità appaia agli uomini, spesso, come la cosa più paradossale di tutte.
Così, nel corso del XIX secolo e del XX, si è giunti in diversi luoghi del mondo alla cosiddetta idea del disarmo, all’idea di limitare il militarismo. È una bella idea, ma non deve restare astratta se vuol diventare feconda! Deve fare i conti con le realtà. A tal fine però bisogna studiare le realtà. Riunirsi in qualche luogo e stabilire: gli Stati devono disarmare —, lo si può fare; è anche un’idea evidente. Ma o non lo faranno tutti, oppure alcuni di essi non lo faranno; ma anche se lo facessero tutti, ben presto ricomincerebbero ad armarsi, se la cosa non muove da un impulso davvero fecondo. Quando però oggi si accenna soltanto agli impulsi fecondi, ci si espone al pericolo di dire qualcosa di tremendamente sciocco per la maggior parte degli uomini, perché il ragionevole oggi viene considerato addirittura come la cosa più sciocca. — Con «ragionevole» intendo, in questo contesto, ciò che è conforme alla realtà.
Dicevo: certo l’idea del disarmo, l’idea del graduale smantellamento del militarismo, è una bella idea. Ma essa non potrebbe mai realizzarsi per il fatto che si decreta il disarmo in qualche commissione degli Stati. Reale può divenire essa soltanto se viene afferrata da una qualche corrispondente realtà. Ma che significa? Come si può giungere al disarmo? Ebbene, qui occorre parlare molto concretamente. Nel corso del XIX secolo ci sarebbe stata effettivamente, in epoche assai diverse, la possibilità di accostarsi all’idea del disarmo, di farne un’idea reale. Come ad esempio? Ebbene, supponiamo che qualcuno avesse avuto l’idea prima del 1870. Come si sarebbe potuta realizzare? Prima del 1870 si sarebbe potuto compiere un passo, nell’idea del disarmo, che sarebbe stato molto fecondo per l’umanità. Ma ora arriva ciò che ovviamente deve apparire al tempo presente come la cosa più sciocca: mai si sarebbe potuti accostare all’idea del disarmo mediante un accordo fra gli Stati! Ciò è del tutto infecondo, per quanto bello. Sarebbe stato però fecondo se uno Stato — e precisamente quello che avrebbe potuto farlo — avesse cominciato con il disarmo, se l’avesse realizzato per sé. Ma bisognava essere in grado di fare i conti con le realtà.
Prendiamo ora un paio di Stati in Europa, solo per accennare alla realtà. La Russia — può disarmare? Certo non senza altro, perché alle sue spalle vi è l’Asia, e se disarmasse non avrebbe mai un baluardo contro le tribù irrompenti dell’Asia, che non disarmerebbero affatto con essa; non se ne può quindi neppure parlare. — Ciò che si trovava allora nell’Europa centrale — un Impero tedesco prima del 1870 non c’era ancora —, poteva disarmare? Ebbene, sarebbe stato almeno a est confinato da uno Stato che non poteva disarmare; di conseguenza non poteva disarmare, ne era escluso. — Ma uno Stato che avrebbe potuto disarmare, che avrebbe potuto dare un bell’esempio e con ciò realizzare nei tempi recenti, in sostanza, quello che con le parole continuamente strombazza al mondo, è la Francia. La Francia avrebbe potuto, prima del 1870, disarmare benissimo, e la conseguenza sarebbe stata che la guerra del 1870 non avrebbe mai avuto luogo. E da allora la Francia, in rapporto a questioni europee — non coloniali —, è stata in ogni momento nella condizione di procedere in testa con il disarmo. Allora sarebbe stato compiuto un inizio, e la cosa avrebbe potuto progredire verso oriente.
Naturalmente chiunque pensa in modo astratto obietterà: già, ma la Francia avrebbe dovuto esporsi al pericolo di essere aggredita dalla Germania? A questo pericolo non si sarebbe mai esposta; poiché la ragione per la quale un paese viene a trovarsi in guerra è sempre soltanto questa: che esso può fare la guerra, cioè che ha un militarismo. Può essere costretto ad averlo; ma nessun paese che non avesse alcun militarismo verrebbe aggredito, se le condizioni sono tali che i paesi limitrofi non hanno il minimo interesse ad aggredire il paese in questione. Naturalmente, ad esempio, la Svizzera non è stata in alcun momento nella condizione di poter rinunciare al militarismo. Non si deve dunque trasferire l’una cosa nell’altra. Né si può obiettare in astratto che la Germania avrebbe in ogni caso voluto l’Alsazia-Lorena. Questa è un’insensatezza. Perché mai avrebbe dovuto volere a ogni costo l’Alsazia-Lorena? Acquisire l’Alsazia-Lorena per il fatto che in Alsazia abitano tedeschi, Bismarck l’ha chiamata una bislacca idea fissa da professori! — Si trattava sempre soltanto di creare sicurezza militare; perché finché la Francia è potenza militare e ha l’Alsazia, dalla Francia ci si può in ogni momento trovare a Stoccarda prima che da Berlino. Non c’era alcun altro motivo per aggregare l’Alsazia all’Impero tedesco se non questo: avere una protezione militare verso occidente. Ciò appare anzitutto come un’idea del tutto paradossale, ma le realtà sono appunto, oggi, paradossali per il nostro pensiero astratto, che è un fratello gemello del materialismo.
Se vi figurate che la Francia avesse già proceduto, prima del 1870, in testa con il disarmo, allora giungerete a un concetto di tutto ciò che si sarebbe potuto evitare se si fosse pensato conformemente alla realtà; e così, in rapporto a simili idee, il pensare conforme alla realtà potrebbe essere assai, assai esteso. Certo, le idee conformi alla realtà non si realizzano sempre, per il semplice motivo che altri impulsi si oppongono ad esse. Ma ciò non parla contro la realtà. Se un fiorellino cresce del tutto secondo le leggi della sua realtà, queste sono le sue vere leggi, secondo le quali esso cresce; ma se una ruota di carro passa sopra di esso, non si sviluppa. Il conforme alla verità deve essere presente nel nostro pensare, e non è una prova contro la realtà di un’idea che essa, in qualche epoca, non si sia realizzata.
Questo riguardo alla saturazione dell’idea con la realtà. Come non ha senso avere una bella idea di una qualche macchina, se non si possiedono conoscenze meccaniche e non si è in grado di costruirla, così non ha senso porre ogni sorta di idee statali o di altro genere, se non si è in grado di tener d’occhio gli impulsi reali, che in questo caso possono essere ottenuti soltanto attraverso il dominio dello spirituale, del mondo spirituale.
E così abbiamo anzitutto un punto sul quale potevamo richiamare l’attenzione: la saturazione dell’idea con la realtà. L’altro è l’ampiezza dell’orizzonte, la volontà di abbracciare con lo sguardo orizzonti più grandi. L’ultima volta vi ho letto alcuni giudizi di un uomo certo significativo sull’essenza popolare tedesca, tratti da un ampio romanzo del presente che ha fatto molto, molto scalpore. Ma tutti questi giudizi scaturiscono da orizzonti angusti, scaturiscono da quella disposizione che non vuole vedere più in là di qualche decimetro oltre la punta del naso. Vivere con orizzonti tanto angusti genera però disarmonia nel mondo. E si possono allora diffondere le più belle idee di pacifica collaborazione fra i popoli: chi pensa così, ne ricava solo per conseguenza che le belle idee siano nulla, e tutt’al più operino in modo distruttivo; poiché ciò che si pensa veramente produce il contrario di quanto si dice con le proprie belle idee.
Andare incontro alla realtà, ecco ciò che conta. Una realtà che abbiamo davanti finora è ciò che, per una certa pigrizia nella designazione verbale, si chiama l’attuale guerra. Perché in verità non è più una guerra, ma in un certo modo si lascia ancora paragonare a eventi che nel passato sono stati designati come guerre. Vi sono naturalmente i più diversi impulsi dai quali questa guerra è scaturita, ma anche qui occorre, volendo acquisire intuizioni, giungere a concetti conformi alla realtà. Il mondo passa oggi il tempo, che dovrebbe impiegare per giungere a idee conformi alla realtà, a mostrare di aver dimenticato tutto quanto è accaduto nella storia dell’umanità prima che questi tristi eventi del presente sopravvenissero, anche solo nell’ultimissimo periodo. Poiché è ovviamente facile, quando è presente un tale evento, parlare di ogni sorta di atrocità, di crudeltà e simili. Ciò dovrebbe essere una cosa ovvia, secondo le esperienze che si possono fare nella storia dell’umanità. Non si dovrebbe veramente, con questo, anestetizzarsi rispetto alle cose più profonde che stanno davanti, e la cui conoscenza, da sola, potrebbe oggi portare gli uomini a un livello in qualche misura fecondo.
Mettiamo oggi in evidenza qualcosa che già da chiunque può essere riconosciuto, da chiunque colga esteriormente i nessi sul piano fisico, ma che entra in una luce ancora più chiara se lo si tiene assieme alle idee che abbiamo nel ciclo sulle anime dei popoli. Tra le svariate cause che hanno condotto a questi dolorosi eventi appartengono cose che ora potrebbero divenire sempre più chiare anche al mondo esteriore, se solo si volessero davvero conquistare orizzonti più ampi. Della terra asciutta, abitabile, l’Impero britannico possiede un quarto; l’Impero britannico assieme alla Francia e alla Russia ne possiede la metà. Se si formasse una coalizione tra la Russia, la Francia, l’Impero britannico e l’America, sarebbero all’incirca tre quarti della terra abitata; resterebbe ancora un quarto. Questa cifra di per sé deve già essere, per chi guarda alle realtà, qualcosa di molto eloquente.
Consideriamo ora il quarto di Terra unificato nell’Impero britannico mondiale. Là abbiamo anzitutto — in proporzione piccoli — i tre territori: Inghilterra, Scozia, Irlanda. Ora, non appena si parla di Inghilterra, Scozia, Irlanda in quanto tali, non si coglie oggi affatto ciò che è l’Impero britannico. Si coglie piuttosto, parlando di Inghilterra, Scozia, Irlanda, quel territorio del mondo che ha generato il grande Shakespeare, che ha generato incomparabili pensatori e in tempi precedenti grandi statisti. Si coglie solo del bene. Si coglie ciò che è davvero determinato in modo eminente a giocare un grande ruolo nella quinta epoca postatlantica. Non si coglie però ciò che oggi è l’Impero britannico, poiché questo Impero britannico è oggi: quei tre territori insulari aggregati all’Europa, e ciò che nella massima estensione può essere definito le sue colonie. E specialmente in epoca recente l’intero sviluppo di questo Impero britannico è sotto l’impulso determinato dal rapporto della madrepatria con le colonie. Si può seguire come negli ultimi tempi si tenti di stabilire in modo adeguato il rapporto tra madrepatria e colonie. Ciò a cui tende l’Impero britannico è: tenere uniti in un più stretto vincolo la madrepatria e le colonie. E quando vi ho parlato dell’applicazione di forze occulte, ciò consiste proprio nel fatto che simili forze vengono utilizzate per raggiungere questo fine. Se si lasciassero operare queste forze occulte nel loro proprio ambito, esse non potrebbero mai diventare dannose. Ma se si persegue qualcosa di egoistico, sia per un singolo, sia per gruppi, queste forze possono operare solo dannosamente.
Questo rapporto tra madrepatria e colonie non si lascia appunto stabilire facilmente. Chi oggi crede di poter instaurare con programmi la pace mondiale attraverso un’organizzazione interstatale, non ha naturalmente alcun concetto di come la realtà debba essere maneggiata se deve nascere qualcosa come: saldare la madrepatria britannica con le colonie in un tutto desiderabile per lo stesso Impero britannico. Tale aspirazione sta alla base di ciò che colà viene chiamato imperialismo. Questo è ciò che negli ultimi tempi è stato sempre perseguito, per quanto da impulsi del tutto materiali; ma è stato perseguito. E tutti i mezzi che potevano essere messi al servizio di questa idea, sono stati ritenuti, da un certo punto di vista, giusti. L’Impero britannico doveva giungere ad acquisire un più stretto rapporto con le sue colonie. A ciò gli serviva un impulso che si insinuasse in qualche modo nei cuori umani, perché essi accettassero quanto altrimenti non avrebbero ammesso. E con ciò si lega ora il fatto che in Europa si debba condurre la guerra, affinché dall’umore di questa guerra emerga ciò che, in fatto di impulsi, è necessario all’Impero britannico per unificare le sue colonie con la madrepatria.
Per lo studio dei fatti sul piano fisico non è soltanto interessante, ma in sommo grado significativo, studiare come tutti gli astrattisti si siano ingannati proprio in rapporto a quel che ora dico. Leggete per favore la letteratura che le persone «accorte» — accorte nel senso in cui spesso uso questa parola — hanno scritto, soprattutto all’avvicinarsi di questa guerra. Tutti hanno calcolato: si staccherà, si staccherà, si staccherà, se viene una guerra. — Nulla di tutto ciò: è subentrato proprio il contrario. Se si fosse pensato conformemente alla realtà, si sarebbe dovuto dire: se l’Impero britannico vuol portare più vicino a sé le sue colonie, vuol generare là impulsi adatti a procedere assieme alla madrepatria, allora ha bisogno della guerra, allora questa guerra è il mezzo verso il più alto, cosiddetto, fine di Stato. E ovunque si pensi così, i fini santificano i mezzi. Ora è un momento in cui gli uomini sono particolarmente urtati contro questo fatto.
Se consideriamo l’evoluzione dell’Impero britannico, dobbiamo sempre tener conto di due correnti — parlo per il presente — che sono significative: l’una è la più o meno puritana — con ciò viene designato soltanto un certo lato di essa, ma forse designato giustamente —, quella che giunge a espressione in tutto ciò che è l’eccellente nell’essere popolare britannico. Questa corrente puritana ha dominato anche, sino agli anni novanta del XIX secolo, ampiamente la politica britannica. Negli anni novanta ciò cambiò; divenne allora più grande e più significativa, rispetto alla corrente puritana, la corrente imperialistica. Per l’avvicinarsi dell’imperialismo si ebbe un buon istinto. È singolare quanto buono fosse questo istinto. Voglio richiamare la vostra attenzione, perché mostra proprio bene come le cose si connettano, su un curioso fenomeno. Quando, poco prima della fondazione della Sezione tedesca della Società Teosofica, eravamo a Londra, la signora Besant non era affatto ancora colei che è divenuta in seguito. Lei è sempre stata colei che doveva essere, secondo gli influssi che venivano esercitati su di lei. Era straordinariamente amata in quei circoli che a Londra venivano allora chiamati i teosofi. Ebbene, ha diversi lati. A quel tempo, all’inizio del secolo, tenne una conferenza su «Teosofia e Imperialismo». Gli istinti imperialistici si erano colà sviluppati molto rapidamente. La signora Besant parlò in verità contro l’imperialismo, e si poteva vedere: da allora era finita per lei a Londra, persino presso coloro che allora erano teosofi. Alcuni amici personali rimasero a fianco di lei, ma era finita per lei, perché aveva osato dire qualcosa contro l’imperialismo. In simili cose si mostrano le forze che, se le si penetra, conducono realmente a riconoscere le grandi connessioni.
Sino a tempi assai recenti era ancora attivo in Inghilterra qualcosa di puritano. Conducevano sì la politica fantocci, marionette, ma in queste marionette — in Asquith, in Grey — vi era ancora qualcosa di puritano. Doveva sparire, per dar luogo agli impulsi di cui ho parlato, e ciò che ora è subentrato è, per tutto quanto vi ho caratterizzato, la marionetta più volonterosa. Ma ogni cosa puritana è scomparsa. Ora vediamo da un lato il negativo: il cinico rifiuto del pensiero di pace con l’ipocrita motivazione che lo si rifiuta perché si vuole la pace. Ma oggi si possono impunemente dire le cose più sciocche, senza che nessuno se ne adonti. Questo è il negativo. Il positivo è un evento della massima importanza pensabile: la convocazione dei ministri delle colonie, che appartiene ai primi atti di quell’uomo che, per un negativo miracolo, ha potuto giungere a un primo posto del mondo. Ora già lo si nota nell’opinione pubblica. Ma l’opinione pubblica doveva appunto essere prima urtata col naso contro ciò che sta a fondamento, mentre a colui che vive in idee reali poteva essere chiaro da tempo. Però non ci si può raccapezzare nella realtà, se non si ha l’inclinazione ad afferrare idee reali. Solo allora si guarderà al mondo esterno anche così: si vede qualcosa, lo si ritiene insignificante; lo si vede ancora e ancora, lo si ritiene ancora non importante; la quarta, la quinta volta lo si ritiene importante, perché è un sintomo significativo che annuncia cose venture. Non tutto è di pari importanza, ma per ciò che è importante bisogna avere un senso, e lo si acquisisce soltanto attraverso il fatto di accogliere nell’anima quegli impulsi che si danno soltanto su fondamento di scienza dello spirito.
Del resto mi è stato dato in questi giorni un articolo molto interessante di un assai apprezzato scrittore britannico, che ora è giornalista e che è anche nell’esercito, e che, da tutto quanto scrive, mostra come sia connesso con i fili che vengono tessuti. Quanto ha di recente scritto sul «London Magazine» è abbastanza significativo. Mi è stato consegnato, come si suol dire, per caso. In ciò non vi è alcun caso. È comunque interessante quel che questo scrittore militare — che però, come detto, è connesso con i fili che guidano gli eventi — scrive sull’attuale situazione: «Il popolo inglese ha avuto sempre la volontà di conquistare (the will to conquer) e l’ha tuttora. In questa alta concezione la guerra verrà da noi combattuta sino alla fine. Il pensiero della nostra incrollabile risolutezza a vincere è il più nobile lascito che possiamo trasmettere ai nostri posteri, ai figli e alle figlie d’Inghilterra e dei suoi gloriosi territori d’oltremare… Alla conclusione della pace avremo in mano un milione di miglia quadrate di territorio coloniale tedesco. Disporremo allora di milioni di uomini esperti in guerra. La nostra supremazia sui mari sarà più grande che mai. Forniamo al mondo prove inconfutabili che il nostro Impero mondiale è uno e indivisibile, il nostro spirito indomabile, e che le qualità guerresche del nostro paese sono degne di quelle del nostro glorioso passato. Sull’Inghilterra è oggi impresso, in misura mai prima sognata, il sigillo morale e materiale della potenza. Come ci troveremo alla conclusione della pace? Prendendo insieme esercito, flotta e risorse, saremo la prima potenza militare del mondo». — Fa un effetto singolare quando si crede di dover così pressantemente combattere il «militarismo», e si pone poi come alto ideale l’essere la prima potenza militare del mondo!
«Verremo riconosciuti come la spina dorsale degli Alleati». — Questo è qualcosa che dovrebbe essere ben letto in Francia. «A noi è assegnato il ruolo guida fra gli Alleati, e la guida dell’Europa ci spetta di diritto». Ora egli fa proprie le parole di Kipling, che suonano: «Abbiamo gli uomini, le navi e il denaro». «Il Parlamento dovrebbe ora approvare in anticipo il fabbisogno della macchina militare per un certo numero di anni, e poi essere aggiornato a tempo indeterminato». In simili cose si esprimono in verità gli impulsi, gli istinti che sono connessi con i fili che vengono tirati.
Si possono guardare queste cose con piena obiettività, senza schierarsi nel senso in cui si schierano patrioti certo benintenzionati ma di scarsa lungimiranza. Perché non si dovrebbero vedere simili cose? Sono fatti oggettivi! Poiché ciò che vive negli impulsi dell’umanità sono appunto fatti oggettivi, che generano gli eventi storici. Per quanto qui dobbiamo essere lontani dallo schierarci per l’una o per l’altra parte, altrettanto importante è, dal momento che parliamo in conferenze, che cerchiamo di parlare delle cose con piena obiettività. E vedrete: non appena si parla con piena obiettività, sono i fatti stessi a fornire le prove. Una comprensione del mondo non si può acquisire se non si è disposti ad addentrarsi nei fatti.
Poiché questa cosiddetta nota di risposta dell’Intesa, questo regalo di Capodanno alla Terra — già, miei cari amici, uno scritto redatto in tal modo difficilmente si troverà, per quanto lontano si guardi nello sviluppo storico, sia per il suo fondamento, sia per l’intera composizione, l’intero impianto. E si deve dire: ciò che vi è scritto, e che avrà le più gravi conseguenze, lo si legge nel modo migliore se si scorre via su ogni singola frase e ci si è chiari sul fatto che: ciò che vi è scritto, non importa affatto! — Importa che ciò che vi ho caratterizzato stia dietro, che lo si voglia. Dirlo in una nota, è chiaro, ovviamente ci si guarderà bene. Ma se si chiede: si può raggiungere questo per via di trattative? — bisogna naturalmente rispondere di no. Non lo si può raggiungere attraverso trattative di pace. Lo si può raggiungere soltanto se ci si procura davvero garanzie, e le garanzie risiedono nel dominio; le garanzie consistono nel fatto che colui che vuole le garanzie ha da decidere da solo, e tutti gli altri non hanno più nulla da decidere, e che ciò venga prodotto attraverso i rapporti di potere. Questo, naturalmente, non è ancora stato raggiunto, e nemmeno minimamente. Ma farsi illusioni sul fatto che ciò venga perseguito sarebbe, di fronte a quel sentimento della verità che l’uomo deve avere, assai irresponsabile.
Nessuno supporrà che ciò che dico sia rivolto contro il popolo britannico, perché ho voluto distinguere fra questo popolo britannico e coloro che con un’espressione triviale chiamo «tessitori di fili», e che stanno dietro a ciò che accade, come è stato a sufficienza caratterizzato. Non è neppure necessario che ci si identifichi con simili impulsi, sebbene non possa ovviamente essere mio compito impedire a qualcuno di identificarsi con tali impulsi. Non vieterò ad alcuno, neanche nel pensiero e nel sentimento, di identificarsi, all’interno del nostro movimento, con questi impulsi. Solo che dica ciò che è vero, e non dica di identificarsi con l’ideale del diritto delle piccole nazioni e cose simili; bensì sia chiaro a se stesso che la sua volontà è di dominare il mondo. Allora ci si intende nella verità, e questo è ciò che conta. Allora andiamo già più in là, se gli uomini sono veri. Se dicono ciò che è reale, allora andiamo già più in là. Allora ciò che è vero può anche essere brutto quanto si vuole — si va più in là che con il non vero. E questo è quanto dobbiamo specialmente scriverci nel cuore: si va più in là con esso che con il non vero.
Certo sarebbe sciocco credere di poter trattenere un qualunque Impero mondiale dal perseguire i propri fini con ogni sorta di buoni discorsi o di proposte. Certo sarebbe sciocco diventare moralisticamente acidi e applicare ogni sorta di metri morali. Vi ho perciò esposto proprio la storia della guerra dell’oppio, per distogliervi da questi metri morali. Ma di ciò si tratta: dire il vero, dire la verità. E sarebbe molto meglio per il mondo — se non per coloro che qui entrano in considerazione come tessitori di fili — se si dicesse, in modo asciutto e cinico: questo viene voluto. Ebbene, così si stabilisce, in questo specifico ambito, ciò che ci deve essere norma e meta: «La saggezza risiede soltanto nella verità».
Tragedia e colpa nel divenire dei popoli
Dornach, 7 gennaio 1917
Proprio nelle nostre attuali considerazioni sugli avvenimenti del tempo può balzarci con chiarezza alla coscienza ciò che possiamo conquistare per la nostra anima quando cerchiamo di immedesimarci nella conoscenza scientifico-spirituale. È stato sottolineato più volte che la conoscenza scientifico-spirituale non deve restare teoria, bensì farsi vivente nel senso che si compenetri, per così dire, di quei sentimenti, di quelle sensazioni e di quegli altri impulsi che le sono per natura sacri, conferendo alla nostra anima un certo slancio, un certo tono — sicché noi, come cultori della scienza dello spirito, ci inseriamo nel contesto umano in modo diverso da chi non coltiva tale scienza. Abbiamo svolto diverse considerazioni sull’appartenenza dell’uomo a questa o a quella stirpe, o, come anche si dice nei tempi più recenti, a questa o a quella nazione o nazionalità. Ora, ciò che è propriamente universalmente umano è quanto l’uomo porta in sé senza che si individualizzi o si specifichi in questa o quella stirpe, e proprio questo può essere portato pienamente a coscienza mediante la scienza dello spirito, poiché tutto ciò che costituisce il contenuto principale della scienza dello spirito di orientamento antroposofico vale realmente per ogni uomo, senza alcuna distinzione di gruppo. E quando dal punto di vista antroposofico si considerano le differenziazioni nazionali, le si considera in modo diverso che dal punto di vista non antroposofico, prendendo per così dire oggettivamente in esame ciò su cui poggiano tali differenziazioni. Le cose possono essere considerate oggettivamente. Siamo consapevoli della triplicità della nostra anima in anima senziente, anima razionale o affettiva e anima cosciente, e questi tre membri vengono riempiti, compenetrati di spirito e di vita dall’ioità. L’anima senziente è ciò che dall’anima del popolo italiano viene particolarmente influenzato, quando le forze e gli impulsi dell’anima del popolo agiscono entro la singola anima umana.
L’anima razionale o affettiva del singolo uomo è particolarmente ricettiva all’anima del popolo francese, l’anima cosciente all’anima del popolo britannico, l’io alle anime dei popoli mitteleuropei e il sé spirituale alle anime dei popoli slavi. Quando riconosciamo e compenetriamo questo, non dovremmo più lasciarci indurre a pronunciare giudizi quali assai spesso vengono pronunciati. Qualcuno che aveva udito queste cose è andato per così dire su tutte le furie, perché ha appreso che, secondo la scienza dello spirito di orientamento antroposofico, la stirpe tedesca viene interpretata come se l’anima del popolo agisse entro l’io. — Il suo errore consisteva nell’aver ritenuto ciò qualcosa di più elevato rispetto al caso in cui l’anima cosciente venga influenzata dall’anima del popolo. Era cosa sua! Nella scienza dello spirito le cose vengono poste l’una accanto all’altra nella loro oggettività. Le anime dei popoli hanno i loro compiti, e questi consistono in tale agire dentro. Ma a proposito di questo agire dell’anima del popolo entro l’anima umana, dobbiamo aver ben chiaro che proprio nel nostro quinto periodo postatlantico deve compiersi un certo sviluppo. E come primo anello di tale sviluppo dovrebbero in realtà sentirsi coloro che oggi inclinano verso la scienza dello spirito di orientamento antroposofico. Per quale via l’anima del popolo agisce propriamente entro l’animo umano? Se consideriamo, così com’è ora l’umanità, ciò che accade in relazione a questa cosa, dobbiamo dire: l’agire dell’anima del popolo entro la singola anima umana è anzitutto qualcosa di subcosciente, che solo in parte affiora alla coscienza. L’uomo si sente appartenente a questa o a quella stirpe, e principalmente l’azione dell’anima del popolo sulla individualità dell’uomo si compie per la via traversa del principio materno. Il principio materno è incastonato nell’elemento dell’anima del popolo. Ciò che invece, come essere fisico-eterico, strappa maggiormente l’uomo dal carattere gruppale è l’azione dell’impulso paterno. Ne ho parlato sovente negli anni passati. Per la concezione cristiana del mondo, ciò è già espresso nei Vangeli. Anche di questo si è parlato negli anni passati. Sostanzialmente, così come stanno ancora oggi le cose, l’azione della stirpe sull’uomo passa dapprima
attraverso il sangue, e attraverso ciò che nel corpo eterico corrisponde al sangue. Naturalmente, qui abbiamo a che fare con un impulso più o meno animale, e tale resta per la stragrande maggioranza degli uomini d’oggi. L’uomo appartiene a una determinata stirpe per via del suo sangue. Quali misteriose forze e impulsi agiscano entro il sangue è difficile esporre nei dettagli, perché tali impulsi sono straordinariamente molteplici, multiformi. Ma giacciono sotto la superficie della coscienza. Molto più consapevolmente l’uomo vive in tutto ciò che, senza distinzione di nazione, vive in lui come umanità. Per questo anche il pathos, la passione, l’affetto con cui l’uomo si sente appartenente a una nazionalità, si manifestano con una certa forza elementare. L’uomo non cercherà di addurre ragioni o giudizi logici quando si tratta per lui di determinare o di sentire la propria appartenenza alla propria nazionalità. Il sangue, e il cuore che sta sotto l’influsso del sangue, mettono l’uomo in rapporto con la sua nazionalità, lo fanno vivere dentro la nazionalità. Gli impulsi che qui entrano in considerazione sono subcoscienti, e molto si è già guadagnato quando ci si rende conto di questo loro carattere subcosciente. Proprio a questo riguardo è importante che l’uomo che si accosta alla scienza dello spirito attraversi in sé stesso uno sviluppo, sentendo questi temi in modo, per così dire, diverso dal resto dell’umanità. Se a persone che non appartengono alla scienza dello spirito si chiede in che modo siano legate alla propria nazionalità, diranno e dovranno dire: per il sangue! — È l’unica idea che possono farsi della propria appartenenza alla propria nazionalità. Il cultore della scienza dello spirito deve gradualmente giungere a non darsi questa risposta, bensì un’altra. Se non riuscisse a evolvere gradualmente verso quest’altra risposta, prenderebbe la scienza dello spirito solo teoricamente, non in senso veramente pratico e vivente. Mentre dunque il non-cultore della scienza dello spirito può solo darsi la risposta: «per il mio sangue sono legato alla mia nazionalità, per il mio sangue difendo ciò che
vive nella nazione, per il mio sangue sento l’obbligo di identificarmi con la mia nazionalità», il cultore della scienza dello spirito deve darsi l’altra risposta: per il mio karma sono legato alla nazionalità, perché ciò è parte del karma. — Non appena si introducono i concetti di karma, si spiritualizza per così dire l’intera relazione. E mentre il non-cultore della scienza dello spirito, per tutto ciò che fa come appartenente a un determinato popolo, evocherà il pathos, l’impulsività, il sangue, colui che ha compiuto lo sviluppo scientifico-spirituale si sentirà legato per via del karma a questa o a quella stirpe. È una spiritualizzazione della cosa. Esteriormente può svolgersi allo stesso modo, esteriormente l’uomo, sentendo questa spiritualizzazione, può far valere le medesime cose; ma interiormente la cosa sarà spiritualizzata, ed egli sentirà in modo del tutto diverso da chi sente l’appartenenza in modo per così dire soltanto animale. Qui vedete proprio un punto in cui l’appartenenza alla scienza dello spirito rende l’anima qualcosa di diverso, immette nell’anima un diverso tono. Ma vedete al tempo stesso quanto la coscienza generale del tempo sia rimasta indietro rispetto a ciò che oggi potrebbe ben essere noto a chi è di buona volontà. La coscienza generale del tempo non può intendere l’appartenenza dell’uomo alla nazionalità che secondo il sangue, oppure secondo ciò che, pur non essendo molto legato al sangue, viene tuttavia regolato in connessione col sangue e a partire dal modo di intendere il sangue. Una concezione assai più libera di tale appartenenza prenderà piede quando l’intera questione verrà considerata come questione di karma. Sorgeranno allora concetti sottili per chi, magari, aderisce consapevolmente a questa o a quella nazionalità, e attraverso ciò compie una svolta karmica. Ma comunque si voglia prendere la cosa, sia nel senso imperfetto in cui la maggior parte dell’umanità oggi deve sentirla, sia nel senso più perfetto in cui può sentirla l’appartenente alla scienza dello spirito, resta fermo che, in forza delle generali condizioni del mondo, l’umanità è oggi differenziata in gruppi. E nulla più degli avvenimenti presenti
può portarci dolorosamente a coscienza che tale differenziazione in gruppi è oggi ancora presente in alto grado. E tale differenziazione di gruppo viene spesso mescolata con condizioni e fatti del tutto diversi, in modo da rendere più difficile agli animi umani il chiarimento sul perché possano insorgere così dolorosi contrasti, così dolorose disarmonie nell’umanità, come quelle ora insorte. In breve: in ciò che viene qui toccato c’è qualcosa di tragico, che con la logica ordinaria, con i giudizi esteriori e superficiali, non dovrebbe avere nulla a che fare; infatti, sia che si intenda la cosa come questione di sangue, sia come questione di karma, il sangue sta al di sotto, il karma al di sopra del logico. Perciò da ciò che qui viene preso in considerazione devono necessariamente risultare conflitti nella convivenza umana, e questi conflitti vanno appunto compresi come necessari. Credere che tali conflitti si possano giudicare secondo gli stessi concetti che valgono fra singoli uomini conduce ai più gravi errori, ed è proprio in ciò che consiste il grande errore di parlare oggi, nella più ampia misura, dei conflitti tra popoli come se si trattasse di conflitti umani, di conflitti fra individualità umane. Già l’ho fatto notare: concetti come diritto e libertà sono applicabili alle singole individualità umane; addurli come punti programmatici per i popoli significa fin dall’inizio non sapere nulla delle peculiarità di ciò che è popolare, non aver affatto la volontà di entrare nel carattere proprio di ciò che è del popolo. Per chi vede le cose in profondità ed è in grado di scorgere, dalla conoscenza spirituale, necessità oggettive, naturali, la fede che oggi parla da molte pubblicazioni è del tutto simile alla fede che avrebbe uno squalo se dicesse: voglio stringere un accordo con i piccoli pesci che altrimenti divoro! È disumano, è inumano divorare i piccoli pesci; smetterò di farlo! — Con ciò si scrive da sé la propria condanna a morte, perché nel mondo è semplicemente disposto così, che lo squalo divora i piccoli pesci! Occorre acquisire una percezione profonda del fatto che
non si può comprendere il mondo se non si vedono nel reale i conflitti necessari che conducono al tragico nel mondo. E al tempo stesso significa non comprendere affatto la peculiarità del piano fisico, ritenere che entro il piano fisico possa esserci qualcosa come un paradiso. Il paradiso non è sulla terra. Necessariamente, l’incomprensione deve dominare in coloro che vogliono realizzare nel mondo fisico la nuova Gerusalemme come utopia, oppure, alla maniera di un socialdemocratico, instaurare un qualsiasi altro stato di generale soddisfacimento. È una legge profonda che l’uomo, in quanto vive qui sul piano fisico, possa giungere a una concezione soddisfacente della realtà solo quando è consapevole che esistono mondi superiori, che con la sua anima è in rapporto con mondi superiori. Solo se sappiamo di essere cittadini di mondi superiori è possibile un appagamento. Pertanto, anche con l’estinguersi della coscienza spirituale dell’umanità, dovrebbe sopraggiungere un tempo in cui essa non potrebbe più comprendere perché vi siano tanta sventura, tanti conflitti qui nel mondo. Tali conflitti possono risolversi solo se ci si sente vivi non solo nel mondo fisico ma anche nel mondo spirituale. Allora si comincia a comprendere: così come l’uomo non può restare sempre giovane ma deve anche invecchiare, così deve esserci anche una demolizione di ciò che è stato costruito, e insieme col sorgere devono esserci conflitti, distruzione. Chi comprende questo, comprende anche che tra gruppi umani devono insorgere conflitti. Tali conflitti sono il tragico nel divenire del mondo, e come tragico vanno intesi. Vorrei, per porvi davvero davanti all’anima il concetto vivente, l’idea vivente che intendo, richiamare alla mente un detto un po’ aspro del poeta Friedrich Hebbel. Hebbel era certo un genio di natura un po’ pesante, che, malgrado una ricca vis humoristica universale, produceva con difficoltà. Vi ho già esposto come non fosse molto lontano dalla concezione scientifico-spirituale del mondo. Ha annotato per esempio nel suo diario, come progetto, l’elaborazione del seguente soggetto: il Platone reincarnato siede come allievo in una classe di ginnasio, dove
il maestro sta proprio spiegando Platone, e non capisce nulla di ciò che dovrebbe essere contenuto in Platone, sicché il professore lo rimprovera duramente. Questa idea Hebbel voleva trattare drammaticamente. Non vi è giunto; ma si vede come gli si presentasse la possibilità di rendere drammaticamente l’idea della reincarnazione. Ora, Hebbel ha conosciuto Grillparzer, che era suo contemporaneo. Hebbel era, come si è detto, un genio un po’ pesante, dal sangue lento, e quando ebbe esaminato i drammi di Grillparzer «Il vello d’oro», «Guai a chi mente!», «La vita è un sogno» e così via, disse — e questo è davvero molto interessante: Grillparzer porta in scena conflitti tragici, ma di un tipo per cui si può sempre dire che, se gli uomini fossero soltanto del tutto saggi e vedessero attraverso le situazioni, tali conflitti dovrebbero infine comporsi. — In Grillparzer, secondo Hebbel, il tragico nasce in realtà dal fatto che gli uomini non sono abbastanza saggi per vedere attraverso il tragico. Ma questo non sarebbe il vero tragico; il vero tragico tra gli uomini sorge solo quando coloro che vi sono coinvolti possono essere tanto saggi, tanto accorti quanto vogliono, e tutta la loro saggezza, tutta la loro accortezza non gli giova: il conflitto deve emergere. Ciò che Hebbel rivendica per sé come drammaturgo, ciò che chiama il vero tragico, dobbiamo introdurlo come categoria, come concetto nello sviluppo dell’umanità, in ciò che è propriamente umano, altrimenti si arriverà sempre al giudizio ingenuo che questa o quella cosa si sarebbe potuta evitare. Le cose non si possono evitare, se conducono a conflitti quali quello presente. E tutte le declamazioni sul concetto di colpa risultano del tutto fuori posto di fronte a una valutazione approfondita. Per questo ho svolto queste considerazioni, che abbiamo coltivato negli ultimi giorni e nelle ultime settimane, per far emergere chiaramente che, anche di fronte a un fenomeno come la guerra dell’oppio, non si parla di colpa nel senso in cui si parla di colpa nel rapporto da uomo a uomo, da singolo a singolo. Infatti questi concetti — colpa, libertà e così via —, così come sono applicabili al singolo uomo, non sono ap-
plicabili ad anime che vivono su altri piani; e le anime dei popoli non vivono sul piano fisico, ma agiscono sul piano fisico solo per il tramite dell’anima individuale; hanno la loro sede appunto in altre sfere, su altri piani. Queste cose già oggi vengono sentite da singoli uomini. Ma non li si capisce, se si vogliono giudicare gli avvenimenti con i concetti che oggi corrono per il mondo e non si cerca di guardare ai fondamenti oggettivi. Erigersi oggi a esponente di una qualche nazionalità e giudicare altre nazionalità come si potrebbe giudicare un singolo uomo non mostra altro che un ritardo nella capacità di giudizio. Che poi questa ignoranza, questa arretratezza parli fin dentro i più terribili documenti storici, dai quali dipenderanno fiumi di sangue senza fine, perché certi uomini di Stato sono rimasti indietro rispetto a ciò che oggi è già possibile sapere, è naturalmente una necessità storica. Ma d’altro canto a ciò si aggiunge che, per coloro che lo vogliono udire, va sempre nuovamente sottolineato come il progresso e la salvezza dell’umanità consistano nell’attingere il giudizio dalla vita spirituale per andare oltre. Tuttavia, in alcuni luoghi si avverte ciò che oggi è necessario per giudicare. Solo che non lo si può portare a coscienza. Faccio un esempio, poiché la scienza dello spirito ci entrerà davvero — se così posso dire — nella nostra carne e nel nostro sangue spirituali solo quando impareremo a considerare la realtà esteriore, quotidiana, sotto il punto di vista della scienza dello spirito. In Inghilterra, negli anni Settanta e Ottanta del XIX secolo, operò lo storico professor Seeley. Ciò che egli insegnava fu in molti modi determinante per quanto poi visse negli animi di molti. Seeley è forse il primo imperialista storico dell’Inghilterra, storico in quanto imperialista, imperialista in quanto storico, perché considerava la storia britannica, quale si è svolta nei secoli, sotto il punto di vista per cui essa avrebbe teso verso la fondazione del grande impero mondiale britannico, che oggi occupa un quarto della terra abitabile. Nelle sue conferenze, stampate negli anni Settanta,
che hanno avuto molte edizioni — vi furono anni in cui ogni anno usciva una nuova edizione, ed egli ebbe molti allievi —, egli si dedicò a raccogliere tutti i singoli fatti per i quali l’impero britannico è divenuto ciò che oggi è. E vide in tutto ciò come una disposizione divina, che i singoli pezzi si fossero saldati così sulla base di questi o quegli impulsi. Egli si pone anche la domanda: come è in realtà avvenuto tutto questo? — e dichiara espressamente: uomini che abbiano deciso tutto questo, che a un qualche momento abbiano fatto qualcosa per aggiungere un altro pezzo all’impero britannico con l’intento di realizzare un impero del più grande stile, tali uomini non vi sono stati; tutto questo è avvenuto in epoche precedenti come istintivamente. Istintivamente si sono uniti questi singoli pezzi, e secondo la visione di Seeley vi è in tale unione come un ordinamento divino-spirituale. Ora, egli diceva, il nostro compito è di sollevare alla coscienza ciò che finora è avvenuto istintivamente e di arrotondare l’istintivamente sorto in un impero saldamente connesso, mai prima esistito nel mondo. E il suo compito di storico imperialista lo vedeva appunto nel compenetrare con la coscienza ciò che si è composto inconsciamente. Seeley vuole, per così dire, sollevare nella coscienza presente del quinto periodo postatlantico ciò che, da forze ancora ataviche, secondo le leggi del quarto periodo postatlantico, ha contribuito a far sorgere l’impero britannico. Ma abbiamo accennato al fatto che non è solo il pensiero razionale, intellettuale, a cogliere l’istintivo confluire delle parti; ho potuto dirvi che negli ultimi decenni del XIX secolo vi erano anche certi appartenenti a correnti occultistiche che si sono messi non solo con la coscienza ordinaria, ma con la coscienza occulta a costruire questo impero britannico, ponendo davvero carte geografiche davanti alle proprie anime e a quelle degli uditori, dei propri allievi, le quali mostravano ciò che doveva sorgere quando l’impero britannico avesse irradiato le sue forze sul mondo intero. Con piena consapevolezza, in tali rapporti occulti veniva sostenuta l’idea: il quinto periodo postatlan-
tico appartiene agli uomini di lingua inglese. E sotto questo punto di vista venivano compiute tutte le ripartizioni e ordinati tutti i dettagli. Certo il «Regius Professor» non l’ha visto attraverso; ma altri l’hanno visto attraverso e l’hanno fatto coscientemente loro impulso. Questo va ben tenuto fermo. Su ciò che era stato visto attraverso parleremo ancora; ma il non-visto-attraverso penetra pur sempre negli animi umani e vi opera in un certo modo. E così sorse già al nostro tempo un singolare concorrere di ciò che, per così dire, occultamente sta in agguato nel retroscena e tira le fila, e di ciò che, nulla sapendo di queste cose, vive in scena nel teatro degli avvenimenti del piano fisico. Tali cose bisogna saperle, per poter giudicare nel modo giusto. Già nell’ultimo periodo vi ho indicato singoli fatti notevoli, la faccenda dell’«Almanacco di Madame de Thèbes» e altre cose simili; ricorderete che ho menzionato queste cose. Ma senza prendere posizione in alcun senso, in modo puramente oggettivo: non è un fatto singolare, che dà da pensare a chi semplicemente pensa, ma che per chi guarda i nessi spirituali esige più di un puro riflettere — esige già una meditazione e un accogliere la cosa nei propri impulsi — non è singolare che già negli anni Novanta del XIX secolo sia apparso un libro inglese, che aveva come autori tre redattori del «Times», col titolo: «La guerra del 189..»? Le date che vi venivano prospettate sono certo state trattate un po’ da dilettanti. Si intende proprio l’attuale guerra, ma la si voleva collocare un po’ troppo presto. In questo libro si commette un piccolo errore: vi si racconta infatti che la guerra avrebbe inizio per via di un attentato al principe bulgaro Ferdinando, e di lì sarebbe poi sorta la conflagrazione mondiale europea. E sui dettagli di tale conflagrazione mondiale europea si parla con singolare profezia, sicché nei tratti essenziali le cose che si sono svolte vengono confermate. Si può dire che il maggiore errore di questo libro è che il principe bulgaro Ferdinando viene scambiato
con il Francesco Ferdinando d’Austria, e che la cosa non si è svolta a Sofia ma a Sarajevo. Ma penso che non sia di trascurabile importanza il fatto che questo libro sia apparso nel 1892 e abbia rappresentato in maniera così singolare un evento futuro. Quando si cerca di farsi non giudizi astratti, ma di formare il proprio giudizio sulla base di ciò che è, allora soltanto si arriva a sviluppare la capacità di guardare un poco dentro la configurazione delle cose. Naturalmente anche coloro che potevano vedere qualcosa degli avvenimenti che dovevano accadere — come sempre avviene quando si parla di tali cose — hanno spostato nei dettagli ora questo, ora quello. Non si vede sempre tutto con precisione. Ma deve dare da pensare che, comunque, vi furono persone che avevano motivo sufficiente per occuparsi delle cose fino al punto di pubblicarle. Tutto ciò voglio porlo davanti a voi, e proprio nel contesto in cui ci troviamo, affinché possiate affinare a tale contatto la vostra capacità di giudizio. Bisogna realmente avere la volontà di guardare i fatti, di vedere i fatti nei loro nessi reciproci. Nelle considerazioni precedenti svolte qui ho detto: nel quinto periodo postatlantico ci si raccapezza solo se, da un lato, si tende all’immaginazione, e dall’altro a lasciar parlare i fatti per sé. Tutti i giudizi precostituiti diverranno sempre più semplici frasi, saranno condannati a divenire sempre più mere frasi. Ma ciò che meno di tutto si può giudicare col semplice pensare astratto, senza addentrarsi in un pensare legato ai fatti, sono appunto i tragici conflitti del mondo, il tragico concorrere di impulsi che operano nel modo che ho or ora caratterizzato. Oggi, vorrei dire, esiste un trucco storico-universale che consiste nel dire cose persuasive, che fanno presa su molti, ma che in realtà non significano nulla, non possono affatto offrire la base per un giudizio valido. Prendiamo un giudizio come questo, che spesso viene formulato: i detentori del potere dell’impero britannico non volevano la guerra. — A sostegno si addu-
cono le corrispondenti corrispondenze, telegrammi, lettere e così via, su ogni sorta di proposte di conferenze e simili. Persone che non giudicano secondo realtà, che giudicano astrattamente, possono in certe circostanze esserne convinte, perché la cosa, sulla base del materiale disponibile, può anche essere resa molto plausibile. Ma in un giudizio non conta soltanto se sia plausibile o astrattamente esatto, bensì se viva nella realtà. Che i detentori del potere dell’impero britannico — o piuttosto certi detentori del potere, quelli che contano — non abbiano voluto la guerra, lo si può in certe circostanze dimostrare assai facilmente, e con tale dimostrazione fare la più grande impressione sull’intero mondo periferico. Dimostrando questo — dico: «dimostrando» — non si è nemmeno costretti a dire direttamente una menzogna; ma una reale mendacità rimane comunque. Perché? Proprio perché è vero e si lascia dimostrare come vero, ma questa verità non vale uno zero, non è essa che conta. Si può infatti essere convinti che i detentori del potere dell’impero britannico avrebbero anzi volentieri impedito il conflitto, in quanto l’impero britannico è coinvolto. Ma ciò che vogliono ora raggiungere mediante la guerra, l’hanno voluto con tutta energia — coloro che contano. Se ciò si fosse potuto raggiungere senza guerra, ovviamente sarebbe stato di gran lunga preferibile per loro, e fin dall’inizio non era affatto escluso il raggiungere tali fini con mezzi diversi dalla guerra. A tale scopo si sarebbe dovuto soltanto, prima che si giungesse alla guerra, creare un qualche surrogato di istituzione interstatale, qualcosa per cui i rappresentanti dei vari Stati si fossero riuniti per decidere su certe questioni. Se ci si è preventivamente assicurati di avere la maggioranza in un tale organismo, si possono ovviamente raggiungere i propri fini anche senza guerra, in quanto la minoranza vi acconsenta. Vedete dunque: ciò che conta non è se infine si voleva condurre o impedire la guerra, bensì che cosa in generale si voleva. E che si volesse ciò che risulta dai vari accenni che ho fatto — non possono che essere accenni —, sarà ben chiaro all’osservatore obiettivo. Vi prego però sempre di tener presente che non
giudico moralmente, bensì pongo sul piatto della bilancia il concetto del tragico, e che se gli uomini combattono fra loro conflitti, se molto sangue viene versato, ciò scaturisce dal tragico dei conflitti. Però, se si vuole vedere esteriormente questo tragico, occorre avere la volontà di lasciare che le cose ci si avvicinino in modo un po’ diverso da come abitualmente le si lascia avvicinare. Quante volte ci si ripete: corresponsabili di questa guerra sono quei giudizi, sentimenti e impressioni che uomini come Treitschke e Bernhardi hanno diffuso nel popolo tedesco. Prendiamo proprio il lato grottesco: quante volte abbiamo udito i loro nomi pronunciati come nomi di figuri del tutto avventurieri, persino da persone che in tutta sincerità sono convinte di cogliere così il giusto. Talora vi si aggiunge anche Nietzsche, talora ancora qualche altro. Si può imparare molto se si tiene presente ciò che, vorrei dire, «nel regno del veritiero» sta a fondamento di tali cose. Ma prima di entrare in argomento dal punto di vista spirituale — molto si può imparare dello spirituale considerando il quotidiano — vorrei attirare la vostra attenzione sul fatto che proprio in fenomeni come lo storico tedesco Heinrich von Treitschke ci si può presentare davanti il tragico dello sviluppo dell’umanità. Bisogna solo non giudicare secondo la superficie più esteriore. Se avessi giudicato secondo la superficie più esteriore, avrei dovuto tenere Treitschke, già da un certo tempo, davvero per un mostro mondano. L’ho incontrato una sola volta, in un’epoca in cui era già completamente sordo. Si scriveva su foglietti ciò che gli si voleva dire, ed egli rispondeva. Quando mi fui presentato, mi chiese: di dov’è? — Gli scrissi che ero austriaco. Egli rispose: sì, sì — era un brontolone, lui stesso non sentiva nulla —, gli austriaci sono o geni o canaglie, una delle due —, e così via. E così andava in fondo sempre con Treitschke: se non ci si voleva annoverare fra i geni, si riceveva, è chiaro, la propria razione. Un uomo temperamentale, dotato di un certo fondo, ma che spesso si esprimeva
in concetti dai contorni netti. Ha scritto una «Storia del popolo tedesco» che viene molto citata. Potrebbe essere citata anche diversamente da come la si cita di solito, perché se all’estero si volesse mettere insieme una raccolta di villanie contro i tedeschi, le si potrebbero copiare da Treitschke. Ma questo lo si tralascia; piuttosto si cercano cose che in misura minore vi sono presenti rispetto alle verità che Treitschke dice al proprio popolo: si cercano passaggi in cui, come si crede, egli ha scritto in modo particolarmente «prussiano-militaristico». Vorrei addurvi qui un giudizio che certo non è privo di interesse. Proviene da un uomo che poteva ben avere un giudizio, perché anche lui era storico, e cui interessava in particolare l’antipatia, certamente esistente in Treitschke, contro la più recente storia e l’evoluzione inglese. Quest’antipatia Treitschke l’aveva, ed essa veniva subito alla luce quando lo si conosceva. Questo storico, che conosceva bene Treitschke, scrive: il malcontento di Treitschke contro l’Inghilterra moderna ha in parte un fondamento storico, in parte uno morale; il potere mondiale dell’Inghilterra offende Treitschke come uomo per la sua immoralità, per la sua arroganza, per le sue pretese. «Non senza giustizia» — vi prego di farvi attenzione — «Treitschke descrive la politica dell’Inghilterra nel XVIII e XIX secolo come costantemente rivolta a tenere sotto la Prussia, non appena gli uomini politici inglesi scoprirono la vera natura di questo Stato e presagirono il grande futuro che il destino gli aveva riservato. Non fu l’Inghilterra, nel 1864 e nel 1866, poi nel 1870/71 e soprattutto nel 1874/75, il nemico subdolo ma timoroso della Prussia?» Così dice questo storico, parlando dell’antipatia di Treitschke contro l’Inghilterra. Il punto più forte che egli adduce a favore di Treitschke è la sua «convinzione che la supremazia mondiale dell’Inghilterra non stia in alcun rapporto con la reale forza e il reale valore dell’Inghilterra, in senso politico, sociale, intellettuale e morale.» Prosegue: «Il suo disgusto è ripugnanza per l’humbug… Ciò che la Germania odia nell’Inghilterra è la stessa cosa che Napoleone odiava nell’Inghilterra — una presuntuosa, arrogante, piccolo-borghese sufficienza, che in realtà non è affatto patriottismo o un così alto,
serio amore di patria come quello tedesco negli anni 1813 e 1870, ma soltanto un angusto, insulare amor proprio. … Lo dice in fondo la canzone .» E prosegue: «Però Treitschke è raramente spiritoso, mentre è spesso, sebbene non intenzionalmente, offensivo. È altrettanto incapace di Heine» — che lo storico nomina in apertura insieme a Treitschke — «di vedere alcunché di bello nel carattere inglese.» Anche questo è un giudizio su Treitschke. E poiché siamo proprio fermi a questo storico, vorrei addurre da lui ancora un altro giudizio che ha espresso sul tanto vilipeso Bernhardi: «Ciò che caratterizza il libro», dice — e il libro di cui parla è proprio quello che oggi viene sempre citato come un libro particolarmente abominevole — «come veramente epocale, è che ci dà un tentativo definitivo di un ufficiale tedesco di chiarire a sé stesso non solo come la Germania possa con prospettive di successo condurre una guerra contro l’Inghilterra, ma anche perché debba condurre una tale guerra.» Tutto questo, su Treitschke e su Bernhardi, scrive l’inglese professor Cramb, che dal suo punto di vista può essere chiamato il Treitschke dell’Inghilterra. Chi entra nella cosa trova nell’intera tonalità tra Cramb e Treitschke una straordinaria somiglianza, perché Cramb è al tempo stesso impegnato con tutto l’animo a chiarire che l’impero britannico deve dominare il mondo, che tutto deve essere fatto per portare l’impero britannico al dominio del mondo. E si può dire che egli non parla dell’Inghilterra diversamente da come Treitschke — naturalmente con le differenze fra inglese e tedesco — parla della Germania. Qui vediamo come da due uomini, di cui ciascuno dal suo punto di vista deve dire il contrario dell’altro, almeno l’uno possa pienamente apprezzare l’altro. In un certo senso si era davvero giunti al punto di aver deposto, per ciò che è sovraindividuale, storico, quel che dev’essere deposto. Pertanto è una ricaduta straordinariamente sconsolante, un essere ricacciati indietro degli uomini, il fatto che oggi, persino nei documenti di maggior peso, si giudichi in modo del tutto inadeguato. Non occorre
andar lontano; basta soltanto, vorrei dire, avere il fiuto — che oggi però si può mantenere solo per qualche via collegato alla scienza dello spirito — per cercare la cosa giusta; allora si possono toccare con mano le verità. È davvero semplicemente grottesco che, dopo che per secoli era esistito il programma russo dell’acquisizione dei Dardanelli e di Costantinopoli, e tale programma viene anche ammesso, si dica nel contempo: siamo innocenti, sommamente innocenti! — Di nuovo abbiamo questo accostamento: siamo sommamente innocenti — eppure vogliamo conquistare, e nonostante ciò siamo sommamente innocenti —, in un documento storico di primissimo rango, che nell’ultimo periodo è andato per il mondo, il manifesto dello zar. Ma vedete, anche in Russia le persone non sempre hanno giudicato come oggi. Per esempio, di Kuropatkin è apparso nel 1910 un libro sui «compiti dell’esercito russo». In questo libro vi è un passo notevole che, vorrei dire, dovrebbero ficcarsi un poco nel cervello coloro che parlano della grande innocenza della Russia. Vi sta scritto: «Se la Russia non pone fine all’ingerenza in una questione per essa straniera e che nello stesso tempo costituisce per l’Austria un interesse vitale tanto vicino, si può attendere nel XX secolo, a causa della questione serba, lo scoppio di una guerra tra Russia e Austria.» Così dice nel 1910 il generale russo Kuropatkin, che naturalmente ha davanti a sé ciò che, dal lato della Russia, doveva condurre, per via del conflitto serbo, a una guerra con l’Austria. Sorge ora la domanda: perché oggi questo stravolgere la verità? — Semplicemente perché non si può senz’altro dire la verità, e tuttavia qualcosa si deve dire. L’accennavo già ieri. Le cose che vengono dette sono dette appunto per spargere una nebbia attorno alla verità, proprio per distogliere lo sguardo degli uomini dalla verità. A tale scopo, naturalmente, bisogna scegliere argomenti tali da apparire immediatamente plausibili, per via del sentimentalismo, alle persone che non hanno la volontà di entrare realmente nei fondamenti delle cose. Sarebbe da augurarsi che soprattutto sempre più
uomini comprendessero il pieno significato anche della menzogna inconscia o subcosciente. L’ho espresso spesso: non ci si può scusare dicendo che quello o quell’altro ha detto qualcosa, e che ci si è creduto. — Certo, non sosterrò mai il punto di vista che molte delle persone le quali oggi dicono questa o quella cosa non vi credano anch’esse. Tale punto di vista non lo voglio sostenere senz’altro, ma non è questo che conta. Le cose agiscono nel mondo, e chi dice qualcosa ha l’obbligo di preoccuparsi della verità; non basta il puro credervi. Se qualcuno, inconsciamente o anche subcoscientemente, rovescia qualcosa nel modo che ho accennato, dicendo persino di aver voluto impedire la guerra, allora questa verità, di fronte al fatto che con mezzi diversi dalla guerra si voleva raggiungere ciò che si sperava di raggiungere e a cui si tendeva con tutta l’intensità, non vale uno zero ed è qualcosa di molto peggiore di una menzogna, sebbene esteriormente sembri una verità. E questo è il karma immensamente pesante dell’umanità del presente: non sentirsi obbligati alla verità reale, vivente nei fatti, e alla veridicità — anzi, che già oggi il suo opposto sia divenuto reggitore del mondo e, come pare, debba divenirlo sempre più. Le azioni esteriori sono sempre la conseguenza di ciò che nell’umanità vive come pensiero; sono la conseguenza della non-veridicità, la quale forse si presenta proprio con l’apparenza del vero, perché si lascia, come si dice, «dimostrare», ma solo per la superficialità. Ciò che vive così nel giudizio degli uomini può, per così dire, essere su un altro piano cannoneggiamento e sangue. C’è ben qui un nesso. Ne segue però la conseguenza che dobbiamo entrare sempre più nei fatti, che dobbiamo acquisire un senso che ci conduca a vedere, nei luoghi giusti, quelle cose che sono realmente illuminanti, che svelano l’essenziale.
L’Europa centrale tra l’imperialismo occidentale e orientale
Dornach, 8 gennaio 1917
Quando, su ripetuto desiderio, mi sono deciso a parlare di alcune questioni attinenti alla storia immediata del presente, ho richiamato esplicitamente l’attenzione sul fatto che si tratta qui della conoscenza di fatti, e che non si può in alcun modo dire che si faccia politica o qualcosa di affine alla politica; ho anzi ripetuto questa osservazione più volte. Eppure sembra che fra noi si insinui di continuo una certa noncuranza — per non usare un’altra parola — verso simili questioni, e che non si consideri come vi sia un certo diritto, allorché la verità viene espressa in modo tanto intenso, di rispettarla anche nel modo di esprimersi. Pare infatti che qua e là si parli di queste conferenze come se qui si tenessero conferenze politiche. La sconsideratezza è all’ordine del giorno presso alcuni dei nostri membri e regna da lungo tempo — naturalmente soltanto in alcuni; parlo solo di coloro che sono interessati. E tutto quanto è stato detto, e ripetuto, per la sollecitudine verso la nostra causa, in certe direzioni non ha dato frutti. Si può ben rilevare come continuamente le cose qui dibattute vengano trasmesse a estranei nei modi più singolari. In sé non ho nulla contro le comunicazioni, quando vengono tenute entro limiti ovvi. Ma dalle diverse pubblicazioni apparse in tempi recenti, fra cui ad esempio quella inaudita uscita da parte di Vollrath, si vede chiaramente come le cose non vengano sempre trasmesse così come sono state qui dibattute, ma piuttosto, forse per incomprensione, in modo da rendere possibili le più grossolane deformazioni. So bene che ciò avviene dal nostro stesso seno, e se sempre di nuovo taccio e non cerco di trarre conseguenze, in una direzione o nell’altra, nei confronti dei cosiddetti membri che si comportano in tale maniera, ciò avviene per amore verso tutto il nostro movimento e verso tutta la nostra Società. Non è infatti possibile, ovviamente, tenere continuamente quelli che si potrebbero chiamare tribunali della Vehme. Sarebbe però possibile che quei membri, che sono al corrente di tali cose, se ne facciano carico, e si comportino in modo opportuno verso quei membri di cui può essere noto come, talvolta, si pongano rispetto al patrimonio spirituale qui offerto. Non voglio nemmeno affermare — sebbene anche questo a volte si verifichi — che vi sia sempre una diretta mancanza morale, bensì semmai una scarsa consapevolezza di ciò che si è in grado di fare. Chi vuole fare simili comunicazioni dovrebbe sempre interrogarsi, in una sincera, vorrei dire, autoconoscenza, se ha compreso le cose con sufficiente esattezza per poterle trasmettere. È pur necessario, di tanto in tanto, richiamare l’attenzione su tutto questo. Non avviene senza motivo, potete credermi. Ma alla fine si dovrà giungere, gradualmente, a un completo tacere su certe cose, e ciò che dovrà allora diventare il nostro movimento è facile da prevedere. Ne sono concausa quei membri che non riescono mai a non scegliere le designazioni più strampalate per questo o quello, designazioni che poi, naturalmente, conducono alle più grossolane deformazioni. Non è affatto necessario che dovunque possa udire chiunque non appartenga alla nostra cerchia si parli delle nostre cose, e si scelgano designazioni comode, che però non corrispondono affatto all’intenzione complessiva che vi sta a fondamento. Devo proprio confessarlo: quando qua o là, per ciò che qui svolgo come considerazioni — su ripetuto desiderio — si sceglie la designazione di «conferenze politiche», io non posso che considerarlo un attacco del tutto personale alla mia persona.
Dopo le considerazioni che abbiamo svolto nelle conferenze delle ultime settimane, oggi sarà possibile dire alcune cose riassuntive, per gettar luce su nessi la cui conoscenza può esserci d’aiuto per comprendere il presente. Cercherò prima, in modo del tutto sobrio e affatto esteriore, di narrare storicamente gli avvenimenti accaduti, per poi, sulla base delle conoscenze acquisite nelle scorse settimane, indicare alcune cause più profonde. Vorrei sottolineare espressamente che proprio oggi, nell’esposizione, cercherò di soppesare con cura ogni parola, affinché ogni parola fissi, per così dire, i limiti entro i quali deve manifestarsi la veduta qui sostenuta. Innanzitutto, dunque, come ho detto, voglio brevemente raccogliere in modo del tutto esteriore avvenimenti storici, punti di vista, impulsi. Gli attuali eventi dolorosi, come tutti voi sapete, sono iniziati in connessione con l’assassinio dell’erede al trono austriaco, Francesco Ferdinando, nel giugno 1914. A questo attentato si collegò in tutta Europa una campagna giornalistica che, in diverse, vorrei dire, ondate impetuose, mostrò fino a quale grado certe passioni fossero ovunque scatenate. Il tutto condusse poi al noto ultimatum della monarchia austro-ungarica alla Serbia, ultimatum che venne sostanzialmente respinto dalla Serbia; e quindi al conflitto austro-serbo, che secondo le intenzioni degli uomini di Stato austriaci dirigenti doveva consistere in un’invasione militare della Serbia, senza annessione del territorio serbo, con la sola intenzione di costringere — mediante la pressione militare — all’accettazione dell’ultimatum. Con l’ultimatum si voleva impedire che dalla Serbia potesse svolgersi un’agitazione contro l’esistenza della monarchia austro-ungarica passando attraverso gli Slavi del Sud austriaci.
L’Austria comprende infatti tutta una serie di popoli — vi sono tredici lingue riconosciute, ma molti più ceppi etnici — e ha nelle sue regioni meridionali una popolazione slava: più a occidente la popolazione sloveno-slava; poi, a oriente, la popolazione dalmata, croata, slovena, serba, serbo-croata; quindi i diversi gruppi di popolazione che abitano i territori della Bosnia ed Erzegovina, annessi dall’Austria nel 1908 ma a essa assegnati molto prima come area di occupazione. A questi Slavi del Sud austriaci confina la Serbia. Dalla Serbia, così l’Austria credeva di poter dimostrare — e le prove sono ovunque rintracciabili per chi le cerchi — partiva un’agitazione tesa a fondare un regno slavo-meridionale sotto l’egemonia serba, con il distacco della popolazione slavo-meridionale dell’Austria. Con questi fatti l’attentato a Francesco Ferdinando doveva essere assolutamente messo in connessione, e precisamente per il seguente motivo: la monarchia austro-ungarica è, dal 1867, uno Stato dualistico che, secondo un’espressione poco pregnante, comprende «i regni e i Paesi rappresentati nel Consiglio dell’Impero», e come secondo dominio i «Paesi della Sacra Corona di Santo Stefano». Ai Paesi rappresentati nel Consiglio dell’Impero appartengono l’Alta e Bassa Austria, Salisburgo, la Stiria, la Carinzia, la Carniola e l’Istria, la Dalmazia, la Moravia, la Boemia e la Slesia, la Galizia, la Lodomeria e la Bucovina. Ai Paesi della Sacra Corona di Santo Stefano appartiene innanzitutto il territorio magiaro, al quale fu incorporata l’antica Transilvania, abitata a sua volta dai più diversi ceppi etnici; poi la Croazia e la Slavonia, che hanno una sorta di autonomia limitata entro lo Stato ungherese. Si tratta dunque di una monarchia dualistica.
Ora, l’erede al trono Francesco Ferdinando, come si poteva sapere, mirava a superare le manchevolezze del dualismo in Austria-Ungheria e a sostituire il dualismo con un trialismo. Il trialismo doveva risultare dal fatto che i territori slavo-meridionali appartenenti all’Austria sarebbero stati resi autonomi, in maniera analoga a come erano autonomi i regni e i Paesi rappresentati nel Consiglio dell’Impero e i Paesi della Sacra Corona di Santo Stefano. Sarebbe sorto così, in luogo del dualismo, un trialismo. Se si pensa a ciò che l’erede al trono Francesco Ferdinando voleva, si può immaginare che in caso di realizzazione si sarebbe giunti a un’individualizzazione dei singoli ceppi slavo-meridionali, entro una sorta di comunità slavo-meridionale all’interno dei territori austro-slavi. Si sarebbe così fatto un passo in più verso l’obiettivo di amalgamare, per così dire, gli Slavi occidentali con la cultura occidentale, e di contrastare ciò che in queste considerazioni ho chiamato russismo. Ciò sarebbe stato pienamente possibile, poiché l’Austria è una formazione statale del tutto federalistica, non centralistica, e prima della guerra aveva la tendenza a portare sempre più il federalismo ai singoli popoli. Dal 1867 al 1879 si era cercato il centralismo; dal 1879 in poi gli sforzi centralisti si potevano considerare falliti, e da allora lo Stato si orientò verso il federalismo. A ciò si opponeva il fatto che dalla Serbia veniva l’intento di fondare una confederazione slavo-meridionale sotto l’egemonia della Serbia. Non veniva ciò dal popolo serbo, ma — come ho già caratterizzato — i popoli vengono in un certo modo guidati semplicemente per via suggestiva. A tale fine i territori slavo-meridionali dell’Austria-Ungheria dovevano naturalmente essere staccati. Ho così riassunto brevemente ciò che sta alla base del conflitto austro-serbo. Entro ciò che ho appena cercato di esprimere, abbiamo dunque a che fare con il conflitto austro-serbo.
Sarebbe stato concepibile che questo conflitto — ho già usato l’espressione — fosse stato «localizzato». In tal caso — sia detto in via ipotetica — la guerra mondiale europea sarebbe stata evitata. Che cosa sarebbe accaduto se si fossero realizzate le intenzioni strettamente delimitate degli uomini di Stato austriaci? Una parte dell’esercito austro-ungarico sarebbe entrata in Serbia, e vi sarebbe rimasta finché la Serbia non si fosse dichiarata pronta ad accettare quell’ultimatum, tramite il quale sarebbe stata eliminata la possibilità che si formasse, sotto l’egemonia serba e — naturalmente — sotto la supremazia russa, una confederazione slavo-meridionale. Se nessuna delle potenze europee si fosse immischiata in questa faccenda, se tutte fossero rimaste, per così dire, con l’arma al piede, non sarebbe seguito nient’altro che l’accettazione di quell’ultimatum. Era infatti garantito che nessun tipo di annessione di territorio serbo dovesse aver luogo in alcuna circostanza. La conseguenza sarebbe stata che simili attentati — come ne erano avvenuti più volte, poiché quello a Francesco Ferdinando era solo la conclusione di tutta una serie di attentati istigati da agitatori serbi — non avrebbero più potuto avere luogo; e senza tale agitazione l’erezione della confederazione slavo-meridionale sotto la sorveglianza della Russia, ovviamente, non avveniva o non avverrebbe. Se le cose si fossero svolte così — sia detto, ancora una volta, in via ipotetica — non si sarebbe mai potuti giungere a questa guerra.
Come si collega ora questo conflitto austro-serbo con la guerra mondiale? Per riconoscere tale nesso, si deve, attraverso la conoscenza dei rapporti esteriori, vorrei dire, addentrarsi nei più profondi segreti della politica europea. Non vogliamo far politica, ma porci dinanzi all’anima la conoscenza di ciò che ha vissuto in tale politica. Vorrei rispondervi alla domanda: come, dal conflitto austro-serbo, è venuto fuori un conflitto europeo? Come si aggancia la questione austro-serba alla questione europea? Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione a quanto ho appena detto sulla confederazione slavo-meridionale. Tale confederazione slavo-meridionale, indipendente dall’Austria, ma in connessione con la Russia, per così dire sotto la sorveglianza russa, era nell’interesse dell’impero britannico, e tanto più quanto più tale impero assumeva forma consapevole. Proprio l’erezione — come allora la si chiamava — della Confederazione danubiana, con cui si intendeva quella confederazione slavo-meridionale che doveva comprendere i popoli slavo-meridionali insieme alla Romania, e doveva includere gli Slavi del Sud austriaci, veniva esplicitamente menzionata in quelle comunità di cui ho parlato. Sicché negli anni Novanta dell’Ottocento troviamo ovunque, nelle scuole occulte d’Occidente, ma sotto l’influenza diretta degli occultisti britannici, l’indicazione che una tale Confederazione danubiana doveva sorgere. Si cercava anche, con tutti i mezzi, di guidare l’intera politica europea in modo da far sorgere tale Confederazione danubiana, con la cessione dei territori austro-slavi.
Perché questa Confederazione danubiana, ostile all’Austria, amica della Russia, era nell’interesse dell’impero britannico? Quelle potenze che, in tempi recenti, in seguito all’imperialismo dilagato sul mondo, sono entrate in collisione nel modo più intenso — perché entro il territorio in questione sono le maggiori potenze, che in realtà vivono nella più forte inimicizia reciproca (simili inimicizie interne possono d’altronde documentarsi esteriormente come amicizie, come alleanze) — sono l’impero britannico e l’impero russo. E quando si è in tale violenta ostilità reciproca, eppure si vive nel mondo l’uno accanto all’altro, allora — poiché la nostra Terra ha una certa caratteristica peculiare — da tale ostile coesistenza segue qualcosa di assolutamente determinato. La peculiarità della nostra Terra che intendo è la sua forma sferica. Se la nostra Terra fosse una pianura espandibile in ogni direzione, simili conflitti non potrebbero verificarsi. Ma poiché la nostra Terra ha forma sferica, accade non solo che, partendo da un punto e procedendo sempre dritti, vi si ritorni; ma accade anche che imperi in espansione si scontrino a un certo punto e che, nel cozzare l’uno contro l’altro, debbano esprimere fino in fondo i loro interessi opposti. Ciò accadde fra l’impero britannico e l’impero russo, e si manifestò, fra molte altre cose, nel modo più preciso, nello scontro in Persia, dove ci si urtò duramente. E la questione era: la Russia deve scendere verso l’India e ivi gradualmente limitare l’impero britannico, oppure l’impero britannico può erigere un baluardo? Quando si perseguono fini di dominio, lo si può fare mediante la guerra o per altra via, a seconda di ciò che appare più favorevole. Per l’impero britannico la cosa più favorevole sembrava essere, per il momento — nel caso degli Stati si calcola sempre con periodi di tempo limitati — tenere la Russia lontana dallo spingersi verso l’India, fornendole un altro canale di sfogo, occupandola in un’altra direzione, per saziare l’inevitabile ambizione dell’impero russo — gli imperi sono sempre ambiziosi. Ciò doveva avvenire concedendo alla Russia la supremazia sulla cosiddetta Confederazione danubiana. Sussisteva dunque, per l’impero britannico, l’interesse indiretto a configurare la Confederazione danubiana il più ampia possibile, poiché gli Slavi del Sud volevano stare insieme, e questo senso di appartenenza veniva alimentato nei modi che vi ho descritto. Doveva dunque tale confederazione slavo-meridionale essere consegnata in mano alla Russia, affinché questa ritirasse le antenne in altre direzioni. In tal senso la confederazione slavo-meridionale da fondarsi sotto la supremazia russa era nell’interesse britannico. Era una lunga storia, preparata da lunga mano.
Vediamo dunque uno dei fili tramite i quali la questione austro-serba si aggancia alla questione della grande configurazione del dominio mondiale; con ciò, infatti, l’intero rapporto fra l’impero britannico e l’impero russo veniva tirato dentro la faccenda. Non si trattava di Austria e Serbia: la questione austro-serba diveniva del tutto ovviamente la questione — l’Austria deve fare un passo verso il trialismo, con cui la confederazione slavo-meridionale sarebbe stata sviata dal suo cammino, oppure deve farsi un passo nella direzione della confederazione slavo-meridionale russificata? In tal modo la questione austro-serba veniva, per così dire, agganciata alla questione europea. Quando vi è qualcosa del genere — e ciò che ho ora esposto è stato un complesso di impulsi del tutto reali, viventi negli uomini — allora è come una carica elettrica che prima o poi si scaricherà. Abbiamo così indicato uno dei fili. Resta tuttavia molto da chiedersi se, qualora non vi fosse stato nient’altro che ciò di cui ho fin qui parlato, il conflitto austro-serbo avrebbe condotto alla guerra mondiale. È anzi sommamente improbabile che vi avrebbe condotto, se non vi fosse stato altro. Ma vi erano impulsi sufficienti a rafforzare la cosa.
Anzitutto, nei rapporti europei, sussisteva l’alleanza franco-russa. Fin dagli anni Novanta dell’Ottocento esisteva l’alleanza franco-russa, che, se si considerano i rapporti oggettivamente, è quanto di più innaturale possa esservi. Che tale alleanza fosse stata stipulata, da parte francese, sotto il punto di vista di riconquistare l’Alsazia-Lorena, quasi nessuno potrà dubitarlo; non si può infatti pensare che vi potesse essere un qualunque altro motivo per tale alleanza. Tutte le altre ragioni avrebbero parlato soltanto contro una simile alleanza. Ma in fondo non è tanto su tali motivi che si fonda l’efficacia degli impulsi: importa il fatto che una simile alleanza esista; per la sua esistenza in quanto tale, essa è una potenza reale: c’è. E ben più importante di quale fosse, infine, lo scopo di tale alleanza, è il fatto che si aveva a che fare con uno Stato occidentale e uno Stato orientale i quali, sommati nella loro potenza militare, rappresentavano qualcosa di immane, e che avevano in mezzo la Germania, la quale — quanto alla propria potenza militare di fronte alla potenza militare unita e schiacciante di Francia e Russia — doveva continuamente sentirsi in pericolo. Questo essere chiusa in mezzo, della Germania, tra Occidente e Oriente, è divenuto, attraverso l’alleanza franco-russa, una forza europea agente.
Se si vogliono cercare ulteriori impulsi che entrano in considerazione, si deve tener presente quanto segue. L’imperialismo degli ultimi decenni ha portato a una generale sete di espansione. Si pensi soltanto in quale misura immane sia cresciuto l’impero britannico. Quanto all’estensione territoriale, la Francia degli ultimi decenni è cresciuta in modo incomparabilmente più significativo rispetto alla Francia di qualsiasi epoca precedente, quando essa, come si esprimeva, marciava alla testa della civiltà d’Europa. Ora, gli avvenimenti degli ultimi decenni sono collegati a catena: le cose si sono svolte sempre in modo che il seguente non sarebbe potuto avvenire senza il precedente. Il punto di partenza prossimo — naturalmente si potrebbe risalire ancora più indietro — sta nell’assunzione della supremazia sull’Egitto da parte dell’impero britannico. Tali cose le si giustificano, nel pensiero odierno, dicendo che si deve, in un certo modo, arrotondare e mettere in sicurezza il proprio possesso. Questa estensione del dominio inglese sull’Egitto la si giustificava dicendo che bisognava avere una via di transito verso l’India. Si sperava anche di avere l’Arabia, di modo che vi fosse un collegamento diretto con l’India. Che l’impero britannico estendesse il proprio potere sull’Egitto era già, per così dire, una sorta di baluardo contro una sgradita espansione dell’impero russo verso ovest; poiché tale espansione verso ovest non poteva nuocere troppo all’impero britannico, se proprio questo collegamento attraverso l’Egitto e dall’Egitto verso l’India era assicurato. Ora, negli imperi in espansione, poiché la Terra è una sfera e non si può trovare territorio all’infinito, poiché ci si scontra, l’espansione dell’uno suscita con una certa necessità nell’altro la voglia di espandersi a sua volta. E solo conseguenza dell’estensione del dominio britannico sull’Egitto fu l’estensione del dominio francese sul Marocco in due tappe, nel 1905 e nel 1911. Per il fatto che ciascuno riconobbe all’altro tale dominio — la Francia riconobbe il dominio britannico in Egitto, l’impero britannico riconobbe il dominio francese sul Marocco — erano già stati tracciati i fili per un’alleanza politica fra l’impero francese e l’impero britannico. Ma poiché l’impero germanico era chiuso in mezzo, si cercò, come pure vi è noto, di erigere la Triplice alleanza: Germania-Austria-Italia. In questa distribuzione di Marocco ed Egitto, e in ciò che ne seguì, si riuscì, in particolare con l’aiuto di un anziano politico italiano ben iniziato a tali faccende, a tirare l’Italia, già allora, nella sfera dei rapporti di dominio del blocco occidentale Francia-Inghilterra, alla cosiddetta Conferenza di Algeciras. Dopo la Conferenza di Algeciras, persone ragionevoli nell’Europa centrale non credettero più che l’Italia potesse rimanere fedele alla Triplice alleanza. Per l’Italia, dal modo in cui si era comportata, dovevano risultare conseguenze dall’occupazione francese del Marocco. E ciò che ne seguì fu: il permesso all’Italia di insediarsi a Tripoli. Con questo, in un certo senso, l’Italia aveva ricevuto il permesso dell’Occidente di muovere guerra alla Turchia. Cosicché dall’Egitto seguì il Marocco, dal Marocco Tripoli; e poiché tramite Tripoli i Turchi cominciarono a essere ulteriormente indeboliti, da Tripoli seguì la guerra balcanica. Questi avvenimenti si tengono insieme a catena, l’uno non è pensabile senza l’altro: Egitto-Marocco-Tripoli-guerra balcanica.
Poiché la Turchia era indebolita dalla guerra italo-turca, la guerra di Tripoli, i popoli slavi del Sud, che trascinarono con sé gli altri, e i popoli greci si credettero abbastanza forti da conquistare per sé la penisola balcanica. Con ciò, però, la tendenza alla confederazione slavo-meridionale che vi ho caratterizzato si accoppiò con le aspirazioni nazionali dei Paesi balcanici. E ora questi due anelli si congiungono, e voi trovate che la guerra balcanica si è svolta in modo che la Serbia ne ha tratto un guadagno particolare. La Serbia è divenuta molto potente, ben più potente di quanto fosse prima. Con ciò vennero nuovamente attizzati quegli ideali di fondare la confederazione slavo-meridionale sotto l’egemonia della Serbia e sotto la supremazia della Russia. Di lì le agitazioni che culminarono nell’attentato contro Francesco Ferdinando, di lì la guerra austro-serba. Ora abbiamo congiunto i due anelli. La questione austro-serba era congiunta alla questione europea attraverso l’intero svolgimento storico.
Persone che avevano seguito le cose vedevano già molti anni prima, in tali condizioni, la guerra incombente come una spada di Damocle sospesa sulla cultura europea. Ovunque, dove tali cose venivano discusse, si poteva sentire innumerevoli volte: si è coscienti che dalle pretese della Russia dovrà sorgere un conflitto fra l’Europa centrale e l’Europa orientale. Questo conflitto era una necessità. Nessuno che studi davvero la storia dirà che a tale conflitto fra Europa centrale ed Europa orientale non stesse alla base una, si potrebbe dire, necessità spirituale. Proprio come nei tempi antichi sorse il conflitto fra i popoli romani e germanici, così nel tempo recente doveva sorgere il conflitto fra Europa centrale ed Europa orientale. In quale forma esso si sarebbe manifestato, ciò poteva variare nei modi più diversi; ma il conflitto stesso doveva sorgere. Le altre cose, in quanto riguardavano l’Oriente, erano racchiuse in questo conflitto. Si aveva dunque a che fare con le pretese del russismo, e ci si diceva: da qualche parte sorgerà qualcosa che porterà la Russia a far valere le proprie pretese di estendere la supremazia sulla Lega balcanica. Lo si poteva prevedere. Secondo i rapporti geografici, ciò doveva produrre uno scontro fra Russia e Austria. Nel momento dello scontro fra Russia e Austria — così diceva da lunghi anni chiunque riflettesse su tali cose — tutto il resto sarebbe automaticamente derivato.
Come, in base ai rapporti di alleanza esistenti, si sarebbe configurata la situazione, se la Russia avesse attaccato l’Austria? — così ci si chiedeva. Che l’Austria attaccasse di sua iniziativa la Russia, nessuno naturalmente lo pensava, e nemmeno lo si poteva pensare; l’Austria non poteva affatto trovarsi nella condizione di attaccare la Russia. Bisognava dunque attendersi che le cose si configurassero in modo tale che l’Austria fosse attaccata dalla Russia. E va bene! In conseguenza dell’alleanza fra Austria e Germania, la Germania sarebbe dovuta stare al fianco dell’Austria e attaccare a propria volta la Russia. Per il fatto che la Russia sarebbe stata attaccata dalla Germania — racconto adesso ciò che si presupponeva — sarebbe entrata in azione l’alleanza russo-francese. La Francia avrebbe dovuto attaccare la Germania a fianco della Russia. In virtù dei rapporti fra Francia e Inghilterra — siano essi scritti pattiziamente o no — l’Inghilterra avrebbe dovuto attaccare a fianco di Russia e Francia. Queste cose le si prevedeva. I rapporti di alleanza e le coalizioni avrebbero per così dire dovuto agire automaticamente.
Ora, le cose non si svolsero del tutto come si poteva sentire ogni giorno dalle persone che si preoccupavano del futuro europeo, ma come si svolsero? Sostanzialmente si svolsero così: la storia dell’ultimatum, il rigetto dell’ultimatum, il coerente insistere nell’esigere l’accettazione dell’ultimatum da parte dell’Austria, l’ho già descritto. Ciò che non avvenne fu che le potenze europee rimanessero indifferenti; ben presto si vide piuttosto come la Russia avanzasse la pretesa di presentarsi quale protettrice della Serbia. Con ciò però non si poteva più pensare a una localizzazione della questione austro-serba. Dalla parte dell’impero britannico vennero ogni sorta di sterili proposte, di quelle che si fanno quando si vuole o intervenire sconsideratamente negli eventi, oppure preparare a sé fin da subito la fama mondiale di aver voluto comporre la cosa per via pacifica: in realtà non lo si vuole, ma poi lo si vuol poter dire. Venne l’infruttuosa proposta di costituire — proprio essa! — una conferenza fra Inghilterra, Germania, Francia e Italia per decidere sulle questioni pendenti. Pensate ora a che cosa ne sarebbe uscito! Si sarebbe dovuto decidere a maggioranza se le richieste austriache alla Serbia fossero giustificate o no. Immaginatevi la votazione che ne sarebbe risultata — ma a partire dai rapporti reali, prego! L’Italia era interiormente già passata dall’altra parte, la Francia stava al fianco della Russia, la Russia naturalmente era soddisfatta solo se all’Austria fosse stato negato il diritto di pretendere il proprio ultimatum, l’Inghilterra era favorevole alla Confederazione danubiana; tolta l’Austria, davano la maggioranza Italia, Francia, Inghilterra. La Germania sarebbe stata messa in minoranza, in ogni circostanza. Quella conferenza non poteva portare ad altro se non a che, in ogni circostanza, non venisse adempiuto ciò che l’Austria, dal suo punto di vista, doveva necessariamente esigere. Vale a dire, si poteva tenere quella conferenza, ma essa sarebbe rimasta una commedia; perché o l’Austria avrebbe dovuto rinunciare alle proprie richieste, oppure, anche dopo la conferenza, comunque essa fosse riuscita, avrebbe dovuto insistere sull’accettazione del proprio ultimatum. Dunque tale proposta di conferenza era un puro bluff, come si dice.
Se invece seguite con cura i documenti, vedete che fin dall’inizio sussisteva, da parte russa, la pretesa di immischiarsi nella questione austro-serba; e se la guerra mondiale sia poi sopravvenuta nel modo automatico prima descritto, oppure per il fatto che si creò una situazione che doveva necessariamente condurre alla guerra, è in fondo lo stesso. E tale situazione venne creata. Fra i diversi impulsi dovete infatti tener presente anche un certo stato d’animo. Forse nessun evento mondiale, nessun avvenimento storico è stato così dipendente da un determinato stato d’animo come proprio questo. La disposizione interiore degli uomini che parteciparono allo scoppio della guerra alla fine di luglio del 1914 appartiene senz’altro alle cause più importanti. Vi saranno pure state, anche in scoppi di guerra precedenti, agitazioni — certamente; ma esse non irruppero in modo tanto uraganico, tanto burrascoso come i fatti fra il 24 luglio e il 1° agosto 1914. In pochi giorni si compresse, per le persone coinvolte, un’agitazione immane, in cui era concentrato tutto ciò che si era accumulato per anni di preoccupazione per questo evento incombente. E tale stato d’animo deve essere tenuto presente. Chi non vuole tenere presente tale stato d’animo, parlerà sempre soltanto per frasi fatte.
Ora, se si vuole caratterizzare un poco quello stato d’animo, si potrebbero indicare i più diversi punti di vista. Ma vorrei richiamare l’attenzione su uno solo. Vi era stato infatti un evento collegato, sì indirettamente, ma in modo molto stretto, allo scoppio della guerra, evento che va e deve essere visto entro gli altri eventi europei, se lo si vuole giustamente valutare. Si tratta della proposta militare tedesca deliberata dopo la guerra balcanica, con la quale, mediante un grande contributo militare una tantum, si provvedeva a un ampliamento dell’esercito tedesco. Tale ampliamento dell’esercito tedesco, che del resto allo scoppio della guerra non era ancora lontanamente realizzato, ognuno può studiarlo in connessione con i risultati della guerra balcanica. Tali risultati mostravano appunto che da un futuro indeterminato veniva ravvicinato lo scontro fra Russia e Austria. Solo per rapporti che qui non voglio descrivere, nel 1913 si impedì che la Russia attaccasse già allora l’Austria, per assicurarsi la supremazia e la sorveglianza sulla Lega balcanica. L’ampliamento dell’esercito tedesco era avvenuto sotto nessun altro punto di vista — come ho detto, oggi voglio porre con precisione le mie frasi — se non sotto quello dell’incombente confronto con l’Oriente. Eppure prontamente ne seguì la reazione francese: se la Germania amplia il suo esercito, anche noi dobbiamo far qualcosa per rinforzare l’esercito. Ciò non significa altro se non che ciò che per l’Europa centrale era un destino, una necessità inalterabile — provvedere a oriente — generava sempre rinforzi a occidente, i quali naturalmente retroagivano a loro volta.
E così si svilupparono dunque le cose. Proprio tutto ciò che era connesso a tale proposta militare dopo la guerra balcanica generava una terribile preoccupazione nell’Europa centrale, poiché si vedeva l’intera periferia d’Europa rivolta contro l’Europa centrale. La differenza era solo che alcuni credevano che l’Italia avrebbe ugualmente proceduto in qualche modo con l’Europa centrale, gli altri non lo presupponevano più. Ora si poteva ancora pensare che — ipoteticamente — la guerra mondiale non sarebbe scoppiata. Ma ciò sarebbe avvenuto solo sotto l’unica condizione che la Russia non avesse risposto subito con minacciose misure di guerra, ovvero con la mobilitazione, la quale nelle circostanze prevalenti costituiva una minacciosa misura di guerra. Per l’Europa centrale non si poteva neppure pensare che la Francia non andasse con la Russia: bisognava piuttosto fare i conti col fatto che un attacco sarebbe avvenuto da due fronti. Di fronte a tale attacco, presso i responsabili poteva naturalmente sorgere solo il pensiero di paralizzarlo in qualche modo. Nessun responsabile in queste cose poteva pensare: possiamo conferire per quattordici giorni! A parte il fatto che da tale conferenza nulla sarebbe potuto uscire, come vi ho mostrato, ciò avrebbe significato la certa sconfitta. Ma non si può fare i conti, in partenza, con la certa sconfitta. L’unica possibilità era equilibrare, con la rapidità, l’immane preponderanza militare di Occidente e Oriente. Ma ciò non era realizzabile per altra via — come vi ho già accennato — se non mediante la violazione del diritto internazionale, vale a dire mediante il passaggio attraverso il Belgio. Per altra via non si sarebbe potuto raggiungere se non il consumare la maggior parte dell’esercito tedesco a occidente in una lunga guerra difensiva, e avere l’invasione da oriente. Entrò qui in scena uno di quei momenti storici in cui — la si esprima poi in modo più o meno destro o maldestro — uno Stato è costretto a mettere in scena una violazione del diritto per la propria conservazione. Colui che è responsabile per lo Stato non può infatti fare altrimenti.
Ma — e oggi soppeso le mie parole, come ho detto, in modo che siano nettamente delimitate — era nell’Europa centrale, per alcune persone su cui ciò pesava, sommamente mostruoso affrontare lo scontro su due fronti. E così si fece il tentativo di cavarsela, magari, con un solo fronte. Furono fatti tentativi premurosi, o almeno premurosamente intenzionati, per mantenere neutrale la Francia, e si nutriva la convinzione che ci si potesse riuscire. Far qualcosa alla Francia, nessuno in Europa centrale ci pensò. Lo si può dire con un sentimento di responsabilità anche grandissimo: far qualcosa alla Francia, in Europa centrale non lo voleva veramente nessuno, in Germania nessuno. Quanto poi è accaduto, è accaduto solo sotto il punto di vista di farla finita il più rapidamente possibile a occidente, per prevenire l’incombente invasione da oriente. E ci si deve continuamente meravigliare che si parli tanto, nel mondo, di tutto il terrorismo che da parte tedesca sarebbe stato sviluppato verso occidente. L’intero terrorismo sarebbe stato evitato, se la Francia avesse dichiarato la propria neutralità. La Francia aveva in mano la possibilità di proteggere il Belgio e se stessa da ogni attacco. Che la Francia fosse costretta a mantenere il proprio trattato verso la Russia, è affar della Francia, e non lo si può addurre quando si parla del terrorismo della Germania; poiché le alleanze degli altri Stati nulla devono importare agli Stati avversari. Poiché direttamente non era possibile mantenere neutrale la Francia, lo si tentò per la via dell’Inghilterra, ma anche lì non vi fu nulla da ottenere; e ho già più volte toccato i relativi rapporti: come a sua volta l’Inghilterra avrebbe avuto in mano la possibilità di salvare il Belgio, e altrettanto di salvare la Francia. Queste cose devono essere considerate davvero in modo sobrio e oggettivo. Vi prego di considerare come una constatazione del tutto oggettiva quanto segue: ogni sforzo è stato fatto, dopo che la guerra non poteva essere localizzata fra Austria e Serbia — poiché la Russia non lo permise — per non lasciarla almeno tracimare verso occidente. La follia di voler combattere su due, o addirittura più tardi su tre fronti, non ha veramente preso le persone in Europa centrale.
Ma che poi tutto il resto si sia agganciato alla menzogna mondiale, di questo non ci si deve stupire nel nostro tempo, in cui ci si può ogni giorno nuovamente stupire di tutto ciò che si può dire, scrivere, stampare. Prima di entrare qui, ho trovato sul tavolo, deposto per me, un opuscolo di uno dei partecipanti al dibattito sulla neutralità con Georg Brandes. Sul fronte inglese vi è William Archer, nel cui opuscolo si leggono accostate la nera scelleratezza della Germania e la completa innocenza degli «Allies», gli Alleati. Per accostare le nere scelleratezze della Germania e l’angelica, totale innocenza degli Alleati vi sono dieci punti; ma basta prendere uno solo, il secondo punto: nel secondo punto si dice, rispetto alla Germania, che vi sarebbe in ogni caso un partito considerevole che agita apertamente per ulteriori espansioni territoriali, dentro o fuori l’Europa. A ciò si contrappone, da parte degli Alleati — in inglese, prego: gli Alleati non avrebbero alcun desiderio di espansioni territoriali, men che meno a spese della Germania; persino il sentimento della Francia per l’Alsazia-Lorena sarebbe esclusivamente pacifico. Cari amici, è molto ciò che si può oggi stampare e dire! Gli altri nove punti sono del medesimo colore. Ci si immagini che cosa è avvenuto, negli ultimi decenni, in fatto di espansione di Inghilterra e Francia, e poi si legga: questi Paesi non hanno alcun desiderio di espansioni territoriali. È oggi del tutto possibile che venga detto e stampato l’esatto opposto della verità, e che la gente lo creda, che innumerevoli persone lo credano. La gente crede queste cose.
Così stanno le cose, puramente sul piano esteriore, storico. Ora bisogna tenere insieme questo svolgimento esteriore, storico, con quanto può risultarci, se sappiamo quali impulsi da occidente abbiano operato per lunghi periodi. Non si sono ancora colti tutti gli impulsi che si servono di certe forze più o meno occulte, come ne è stato parlato, se ci si limita a indicare, vorrei dire, i tralci più esterni di tali impulsi occulti: la massoneria. Poiché attraverso la massoneria occidentale, voi l’avete visto, molto viene effettuato. Sono loro che tirano molti fili. E vi ho detto: in queste cose si fanno i conti con lunghi periodi. Consideriamo, insieme ai punti di vista che ho sviluppato, che la moderna massoneria si è consolidata in Inghilterra, naturalmente edificandosi su cose precedenti, all’inizio del XVIII secolo. All’interno del Regno britannico, non dell’impero ma del Regno Unito, la massoneria rimane sostanzialmente — vorrei, per esprimermi con precisione, dire — tale che si perseguono interessi assai rispettabili. Ma ovunque altrove, in molti luoghi fuori dal Regno britannico vero e proprio, vengono perseguiti dalla massoneria esclusivamente o principalmente interessi politici. Tali interessi politici, nel senso più pronunciato, vengono perseguiti dal «Grand-Orient de France», ma anche da altri «Grand-Orient». Si potrebbe ora dire: che cosa importa agli Inglesi, se in altri Paesi vengono perseguite tendenze politiche da certi ordini massonici, che hanno sfondo occulto? Ma tenete insieme a ciò il fatto che la prima loggia di alti gradi a Parigi fu fondata a partire dall’Inghilterra, non a partire dalla Francia! Non sono stati Francesi, ma Britannici a fondarla; essi hanno solo inserito i Francesi nella loggia. Tenete altresì conto del fatto che, ricollegandosi a questa loggia di alti gradi fondata a Parigi dall’Inghilterra nel 1725, nel 1729 una corrispondente loggia, fra le prime fondate, fu poi sanzionata a Parigi dallo stesso Grand-Orient. Seguirono quindi, ancora da parte dell’Inghilterra, fondazioni a Gibilterra nel 1729, a Madrid nel 1728, a Lisbona nel 1736, a Firenze nel 1735, a Mosca nel 1731, a Stoccolma nel 1726, a Ginevra nel 1735, a Losanna nel 1739, ad Amburgo nel 1737. Potrei proseguire a lungo l’elenco; potrei mostrarvi come con una rete, di carattere certo diverso che entro lo stesso impero britannico, queste logge siano state fondate quali strumenti esteriori per certi impulsi occultistico-politici.
Accanto ai sovrapposti mutamenti, quali storicamente si mostrano per esempio nel furore dei Giacobini, nell’agire politico dei Carbonari, delle Cortes in Spagna e in altri nessi simili, esse hanno parte forte anche nello sviluppo culturale e mandano tralci che si possono seguire fin dentro le opere dei massimi spiriti di quel tempo. Si pensi alla filosofia della natura che parte da Rousseau, alla filosofia critica di Voltaire, che si fa sempre più cinica ma che agì dapprima in modo illuministico, agli sforzi degli Illuminati e di cerchie simili che cercavano di superare il cinismo di allora. Queste cerchie progressiste furono calpestate dalla reazione e continuarono ad agire sotterraneamente in modi molteplici. Ed ecco l’origine di molto di quanto vi ho già caratterizzato. Ma voi dovete dare un certo valore al fatto che oggi il massone inglese possa dire: guardate le nostre logge, esse sono molto a posto — e gli altri non ci riguardano. Quando però si penetra il nesso storico e le forze trainanti reciprocamente rivolte le une contro le altre, allora ciò che vi si nasconde è proprio alta politica britannica.
Se ci si interroga sui motivi più profondi di tale politica, si deve, per comprendere la cosa, ricorrere un poco alla storia recente. Questa, sin dal XVII secolo — sin dal XVI ciò già si prepara — tende a democratizzare, in un Paese con maggiore, in un altro con minore velocità, togliendo a pochi il potere e diffondendolo su grandi masse. Non faccio politica, dunque non mi pronuncerò né a favore né contro la democrazia, né a favore né contro altro; voglio soltanto fissare fatti. La spinta verso la democratizzazione attraversa il tempo recente con ritmo più o meno accelerato, in modo che si formano diverse correnti. Ma è un errore, ovunque più correnti entrino in gioco, seguirne soltanto una. Le correnti scorrono nel mondo in modo che l’una è sempre il complemento dell’altra. Vorrei dire: una corrente verde e una corrente rossa scorrono parallele, ove il colore non significa nulla di occulto, ma vuole soltanto dire che due correnti scorrono parallele. Ma gli uomini vengono di solito, vorrei dire, ipnotizzati a guardare soltanto a una corrente, e allora non vedono la corrente storica parallela. Se si schiaccia il becco di una gallina nel terreno e si traccia una linea, è noto che essa cammina lungo quella linea. Così sono gli uomini oggi, specialmente gli storici universitari: considerano sempre soltanto un lato, e perciò non possono mai comprendere veramente lo svolgimento storico.
Quale corrente parallela a quella democratica risultò l’utilizzo di motivi occulti nei diversi ordini, sporadicamente anche negli ordini massonici. Spirituali, per i loro fini e scopi, non lo sono; ma — diciamo — si sviluppò un’aristocrazia spirituale parallela a quella democrazia che agiva nella Rivoluzione francese; si sviluppò l’aristocrazia della loggia. Se si volesse, come uomini del tempo presente, vedere chiaro, per poter affrontare il mondo a viso aperto e comprenderlo, allora non ci si dovrebbe far accecare dalla logica democratica — legittima solo nella propria sfera — da frasi sul progresso democratico e così via; ci si dovrebbe anche additare quel sotterfugio che si fece valere nello sforzo di procurare a pochi il dominio mediante i mezzi che si hanno nel grembo della loggia, il rituale e la sua azione suggestiva. Anche su questo bisognerebbe richiamare l’attenzione. Nell’epoca materialistica lo si è certamente disimparato, ma prima degli anni Cinquanta dell’Ottocento si parlava già di queste cose. E aprite gli storici filosofici degli anni precedenti il 1850, e vedrete che essi indicano il nesso fra la Rivoluzione francese e tutto lo sviluppo successivo, con le logge. Nei tempi che entrano in considerazione come preparatori del presente, lo sviluppo storico occidentale, il mondo occidentale, non si è mai emancipato dalle logge. L’influsso delle logge fu sempre fortemente operante, l’apparato delle logge sapeva trovare i canali per imprimere ai pensieri degli uomini certe direzioni. E quando si è tessuta una simile rete, di cui vi ho indicato soltanto alcune maglie, allora basta premere un bottone e la cosa continua ad agire.
Un’emancipazione da tutti questi rapporti, un porsi puramente sulla schietta umanità, è davvero avvenuta soltanto sotto l’influsso di una così grande spiritualità qual è quella che si è sviluppata, allacciandosi a Lessing, attraverso Herder, Goethe e oltre, fin dentro la filosofia tedesca. Avete qui una corrente spirituale — basta considerare in Goethe la «Fiaba del serpente verde e della bella Lilia» — che faceva i conti con tutto ciò che viveva nelle logge, ma in modo tale — potete leggere queste cose anche negli «Anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister» e in altri scritti di Goethe — che si traeva il mistero dall’oscurità delle logge e lo si rendeva pura faccenda umana. Era un materiale con cui ci si poteva emancipare, e che ancor oggi rende possibile l’emancipazione. Per questo voi vedete tutto lo sviluppo spirituale tedesco, rispetto a quella parte che ho descritto nel mio libro «Sull’enigma dell’uomo» come suono dimenticato, del tutto indipendente da tutti gli intrighi del mondo delle logge. Potete facilmente trovare ovunque vie per le quali, entro la cultura occidentale degli ultimi secoli che precedono il presente, l’impronta dei pensieri nel mondo essoterico da parte dell’esoterismo delle logge può essere dimostrata. Naturalmente ciò non vale per il tempo prima di Elisabetta, prima di Shakespeare; ma vale per ciò che viene dopo. La cultura spirituale tedesca allacciata a Lessing, Herder, Goethe sta lì senza un simile nesso.
Voi direte: vi è pure una massoneria tedesca — in Austria è notoriamente proibita, lì non vi è — e una massoneria magiara. Ma gli altri non le hanno fatte cooperare. È una società piuttosto inoffensiva, che si dà grandi arie con i suoi segreti, ma solo a parole. Quegli impulsi reali e potenti, che provengono da quei lati che vi ho descritto, voi nella massoneria tedesca — alla quale non vorrei mancare di rispetto — non li trovate certo, e si può facilmente capire come possano accadere parecchie cose assai singolari. Pensate solo che a qualcuno venisse l’idea di esporre, in Germania, le cose che vi ho detto sugli ordini, sulle loro segrete connessioni e sui loro tralci estremi, le logge massoniche. — Potrebbe essere molto utile esporre queste cose colà, ma che cosa avverrebbe? Si interrogherebbe naturalmente gli esperti — gli esperti, in questo caso, sono gli stessi massoni — su come stanno le cose; ma a nessun massone in Germania verrebbe in mente di dire altro se non che le logge inglesi non si occupano affatto di politica. Si occupano di cose del tutto rispettabili. Egli lo sa; l’altro, infatti, non lo sa. Si può perfino, com’è già avvenuto, ricevere come risposta, quando si elencano questo o quel nome: sì, costui non figura sulle liste dei massoni. La lista, certo, ce l’hanno, ma manca loro la consapevolezza che forse le persone più importanti non figurano sulle liste. Insomma, la massoneria tedesca è una società ben inoffensiva.
Resta tuttavia, e ciò può dirsi davvero senza superbia, senza alcuna posa nazionale, che la vita spirituale, in quanto coltivata da certe fraternità occulte occidentali, proviene veramente dall’Europa centrale. Procedete storicamente. Robert Fludd: discepolo di Paracelso; Saint-Martin in Francia: discepolo di Jakob Böhme. Se cercate l’origine del movimento stesso, lo trovate in Europa centrale. Dall’Occidente provengono l’organizzazione, l’inquadramento in gradi — certe logge occidentali ripartiscono fino a novantadue gradi, pensate fin dove si sale, vi sono persone con novantadue gradi! — l’impiego delle cose in senso politico e l’intrusione di certe esteriorità.
Abbiamo ora di nuovo un esempio davvero caratteristico, sul quale già vi ho richiamato l’attenzione. Descrivo tutto ciò solo per richiamare la vostra attenzione sulla consistenza oggettiva delle cose, così come si descrivono cose naturali, non per qualche posa nazionale. Vi ho richiamato l’attenzione sul fatto che è ora apparso un libro di Sir Oliver Lodge, in cui riferisce comunicazioni di suo figlio caduto sul campo di battaglia, ricevute attraverso diversi medium. Il libro di un sì insigne studioso farà senza dubbio grande scalpore. Ora che l’ho ricevuto, non devo ritrattare nulla di ciò che vi ho detto qualche tempo fa. Avevo detto che sarei ritornato sulla cosa. La prova più forte che Sir Oliver Lodge fornisce è la seguente. Vengono tenute sedute con diversi medium, e si manifesta l’anima di Raymond Lodge, caduto sul campo di battaglia. Le altre sedute non dicono in realtà nulla che non sappia chiunque sia familiare con tali cose; non avrebbero nemmeno fatto particolare impressione. Ma un fatto ha sortito sul grande studioso Sir Oliver Lodge, e sull’intera sua famiglia, fino allora molto scettica verso simili cose, una forte impressione. Si tratta del fatto che, in una seduta, si parlò di una foto di gruppo nella quale, insieme ad altri, è ritratto anche il figlio di Oliver Lodge. Tale foto di gruppo, scattata addirittura più volte di seguito, venne descritta più o meno così: che si vedono sempre le medesime persone nel medesimo luogo, ma con disposizione diversa, quando se ne fa una nuova ripresa; cosicché si vedono sempre le stesse persone, ma con gesti differenti. Raymond Lodge descrisse questa foto di gruppo attraverso il medium nella seduta tenuta in Inghilterra. Di tale foto Sir Oliver Lodge e la sua famiglia nulla sapevano, poiché era stata scattata negli ultimi giorni di vita di Raymond Lodge sul fronte franco-belga e da lui spedita ai familiari, ma non era ancora giunta. Così, dunque, attraverso il medium fu descritta una foto di gruppo che esisteva, ma che la famiglia, ossia i partecipanti alla seduta, non conosceva, e di cui ebbero notizia solo dopo che era stata descritta dal medium. Questo è naturalmente, per i dilettanti occultistici, qualcosa di immensamente convincente; poiché che cosa si dovrebbe pensare, quando viene descritta un’immagine, una fotografia di gruppo che nessuno conosce nel luogo dove si tiene la seduta. La famiglia, i partecipanti alla seduta non la conoscono, i medium naturalmente nemmeno, poiché essa non è ancora giunta in Inghilterra, è ancora in viaggio. È arrivata solo più tardi. Eppure viene fornita una descrizione molto precisa di dove siede Raymond Lodge, dove siedono gli altri, persino come egli appoggi la mano sulla spalla di un amico. Che cosa potrebbe essere più convincente di questo?
Ma vedete: questa cosa, così come fa Sir Oliver Lodge, in realtà può essere interpretata soltanto da dilettanti occultistici. Poiché se Sir Oliver Lodge non sapesse nulla di particolare, ma avesse soltanto un poco indagato la letteratura, per esempio in Schubert o in persone simili che in Germania scrivevano ancora di tali cose nella prima metà del XIX secolo, avrebbe trovato numerosi esempi di ciò che è ben noto a ogni vero occultista: che già a coscienza attenuata si vedono cose future. Il caso più semplice di visione del futuro è quando qualcuno, in un attacco sonnambolico, vede un corteo funebre che però avrà luogo solo fra qualche giorno; il diretto interessato non è ancora morto, ma qualcuno vede il corteo funebre. Qui si vede una cosa futura. È qualcosa di assolutamente abituale a coscienza attenuata. Considerate ora ciò che è avvenuto. Una fotografia è stata scattata nelle Fiandre, la fotografia è in viaggio verso l’Inghilterra; verrà il momento in cui i familiari vi poseranno gli occhi e l’intelletto, in cui essi l’avranno in pensiero. Ciò il medium vede in anticipo come immagine futura. Che si predica di veder un corteo funebre, o si predica: questa famiglia riceverà fra alcuni giorni una foto di gruppo del figlio, una fotografia che sarà fatta in tale e tal modo — in fondo è esattamente lo stesso fenomeno. Solo che è una faccenda futura a essere predetta. Questo è un fenomeno. Se dunque si sapesse qualcosa dei reali fatti occulti, non si sarebbe potuta dare una simile interpretazione. Ma tutta questa interpretazione viene fuori proprio perché i valori occultistici, le leggi occultistiche vengono materializzati, perché non si vuol fare quello sviluppo che nel processo interiore coglie il mondo spirituale, ma si vorrebbe avere anche lo spirituale in modo laboratoristico, puramente materialistico. È una materializzazione dello spirituale, che viene messa in scena anche presso Sir Oliver Lodge. Ma questo è solo un esempio del modo in cui si procede con tutto lo spirituale.
Si possono osservare queste cose anche, se si vede come da Paracelso si passa a Fludd, da Jakob Böhme a Saint-Martin; ovunque vi si trova la materializzazione. E noi, come Società Antroposofica, abbiamo potuto salvarci dalla materializzazione soltanto emancipandoci dalla Theosophical Society. Poiché fin dentro l’agire sociale penetrano gli impulsi che provengono da simili compagini, come ho caratterizzato. Naturalmente vi devo chiedere ancora di non fraintendermi. Non dico che ciò stia nell’ovvio carattere dei popoli occidentali; ma c’è, e ha guadagnato influenza sullo svolgimento storico, e non è nemmeno senza influenza sulla mendacità, che ora agisce in modo tanto terribile. E proprio su questa mendacità ho il dovere di richiamare la vostra attenzione, poiché tale mendacità si presenta sempre nella forma dell’accusa, dell’incolpazione dell’altro. Che cos’è dunque la triste nota della vigilia di Capodanno, se non un’accusa confezionata con lo stesso travisamento dei fatti, altrettanto travisata di quanto vi ho letto dal signor Archer. Eppure si vede che le cose già cominciano a essere credute, cominciano a giocare il loro ruolo. E quando saranno trascorse alcune settimane, gli uomini avranno da tempo dimenticato che, in modo per il mondo davvero non equivocabile, vi era la possibilità di giungere a una pace, e che tale possibilità è stata sventata dalle potenze periferiche; e gli uomini in Europa cominceranno di nuovo a credere che l’offerta di pace sia stata respinta dalle potenze dell’Intesa puramente per amore degli uomini, per superiore umanità, con la curiosa motivazione che, poiché si aspira alla pace, la si debba impedire. Ma anche tali grottesche menzogne trovano oggi credito. Che possano essere credute, ciò poggia sulla preparazione operata da quell’occultismo che vi ho descritto. Poiché, in fondo, occorre una pesante corruzione dell’animo per scrivere accostate frasi come quelle che vi ho citato del corvo nero e del corvo bianco. Ma tale corruzione dell’animo sorge in un’atmosfera in cui agiscono organismi quali quelli che vi ho rappresentato.
Anche sotto questo rispetto sussisteva — lo si può dire oggettivamente — nell’Europa centrale la tendenza a emanciparsi. Tutto ciò che, come vita spirituale dell’Europa centrale, è stato suscitato da Lessing, Herder, Goethe e così via — l’avete visto a sufficienza nelle diverse esposizioni date nel corso della nostra vita antroposofica — è disposto ad addentrarsi gradualmente nel mondo spirituale; ma non è disposto a stringere a lungo andare un qualsiasi compromesso con quanto vive in quelle correnti dell’Occidente che vi ho caratterizzato. Ciò non è possibile. E perciò le cose si presentano in altra forma. Risaliamo a Fichte, ora anch’esso vilipeso in Occidente, ai suoi «Discorsi alla nazione tedesca». Qual è lo scopo che Fichte ha di mira? L’autoeducazione del popolo tedesco! Non vuole che gli altri vengano colpiti dai suoi «Discorsi alla nazione tedesca», ma parla del fatto che i Tedeschi devono essere afferrati, che devono migliorare sé stessi. Eppure si ha un vero, chiamiamolo «genio» nel fraintendere proprio ciò che sorge in Germania. Esattamente come dall’innocuo inno nazionale «Deutschland, Deutschland über alles» — il quale non significa altro, basta leggere le righe seguenti, che amare la patria, poiché vi vengono enumerate solo le parti della patria — si è fatto qualcosa di grottesco, così si può anche fraintendere Fichte, se lo si vuole, poiché egli comincia i suoi «Discorsi alla nazione tedesca» con le parole: «Io parlo per Tedeschi senz’altro e di Tedeschi senz’altro». Ma perché lo dice? Perché la Germania è frammentata in piccoli Stati individuali, e non voleva parlare ai Prussiani, agli Svevi, ai Sassoni, e chissà ancora, agli Oldemburghesi, ai Meclemburghesi, agli Austriaci e così via, ma ai Tedeschi. Raccogliere insieme le individualità, ecco ciò che gli stava a cuore. È dunque una faccenda che egli sbriga con gli stessi Tedeschi. Non voglio lodare i Tedeschi, ma simili cose possono pure essere addotte a caratterizzazione.
Sono condotto oggi a tale questione perché sussiste davvero la tendenza a intonare nel centro un tono diverso che alla periferia. E se la nostra causa antroposofica vi è in qualche modo coinvolta, anche ciò deve potersi dire fra noi. Proprio oggi ho ricevuto un opuscolo del nostro amico Ludwig von Polzer, che ha lavorato qui. Ludwig von Polzer: «Considerazioni durante il tempo della guerra». Vedete, è del tutto interessante — sia poiché si concordi o no, nei particolari, con quanto dice il nostro amico Polzer — che egli non si occupa molto di inveire contro gli altri e di scagliarsi su di loro, bensì legge la lezione, e per bene, ai suoi compatrioti austriaci. È innanzitutto attento a parlare a loro. Egli è naturalmente, per il suo karma, austriaco, ma legge la lezione ai suoi compatrioti austriaci. Non leggiamo: noi siamo innocenti, non abbiamo mai fatto questo o quello, siamo tutti angeli bianchi e tutti gli altri sono diavoli neri — bensì leggiamo: «Perché l’umanità si odia e si dilania? Sono davvero le esteriori divergenze politiche a rendere necessarie tante sofferenze? Le parti combattenti credono di sapere di che si tratta, ma in realtà nessuna lo sa. Una cultura morente, decadente, combatte la propria agonia. Gli Stati centrali, che combattono per i primi germi di una cultura nuova, ancora non li conoscono, combattono per qualcosa che è loro ancora ignoto, e sono essi stessi del tutto impregnati di quella mentalità contro la quale i loro stessi soldati versano il sangue in combattimento. Deve, per così dire, essere sputato fuori il vecchio degenerato, e perciò lo si vede anche, possente, germogliare un’ultima volta. Non l’incontriamo forse anche da noi, a ogni passo, lo spirito dell’Intesa, che porta la vecchia cultura decadente? Non ha forse appestato anche noi? Nelle mode viene portato in giro per strada; nello stile costruttivo è incarnato; nella pubblicità ci sogghigna; nella vita degli affari mena le sue orge; nella follia organizzativa e nel burocratismo si gonfia; in un umanismo mendace e spaccone mente a sé stesso; la stampa cerca di superare in amore per la verità la sua complice dell’Intesa, e così via. Eccola, l’Intesa, come imperversa e infuria nel proprio Paese, e pretende di lavorare per i bravi soldati e compatrioti, dei quali quasi tutti hanno già subito la morte sacrificale. Tutto ciò che anche da noi, in modo tanto orrido, germoglia — sperabilmente per l’ultima volta prima del tramonto — non è tedesco.»
Quindi ciò che egli ha da biasimare nel proprio Paese lo chiama «non tedesco». Vuole, in primo luogo, parlare alla coscienza dei propri compatrioti. Cose del genere ve ne sono ancora di più in questo libro. È bene che, in accordo coi nostri sforzi, esso sia per una volta prodotto e in connessione con essi. Non occorre essere d’accordo con tutto, frase per frase, di ciò che sorge in mezzo a noi. Proprio questa sarà la più bella conquista, che lavoriamo tutto in modo indipendente, che salvaguardiamo la nostra individualità, che nulla accettiamo per dogmatica o per autorità. Le cose che devono affermarsi sono già adatte ad affermarsi da sé, non per autorità. Ma unanimi possiamo stare insieme, se la nostra Società deve avere un senso. Per questo è però necessario che osserviamo ciò che fra noi accade, che abbiamo un certo riconoscimento per coloro che ci accompagnano e che si sforzano di portare nel mondo, in modo tale che sia davvero entro le intenzioni della nostra Società, ciò che nella nostra Società Antroposofica accade.
Proprio l’intelligente elaborazione degli impulsi del tempo dal nostro punto di vista è ciò che possiamo fare per aiutare questo tempo. Non occorre lasciar cadere il coraggio, per quanto sfavorevolmente possano evolversi le cose; poiché, anche se nel tempo le cose potessero diventare tanto fatali, possiamo richiamarci al pensiero di Lessing: non è dunque mia tutta l’eternità? — un pensiero che riguarda ciascun singolo uomo. Proprio rispetto al giusto apprezzamento e alla giusta stima di ciò che si fa valere fra noi, dovremmo, vorrei dire, acquisire buoni costumi. Posso in tale connessione, senza voler dire a chicchessia alcunché di sgradevole, ricordare forse una cosa. La rivista «Das Reich» di Alexander von Bernus si sforza con ogni cura di muoversi nella nostra corrente. Ora, che cosa importa che si sia d’accordo o no con questo o quel contributo di tale rivista? Si può benissimo non essere d’accordo con molte cose. Ma da parte dei nostri membri sono stati commessi proprio rispetto a tale sforzo molti errori. Quando si vede da quante parti viene esercitato l’inveire, allora si deve dire: non è davvero giusto che vengano gettate pietre sul cammino di sforzi che sono onestamente intesi nel senso del nostro indirizzo. Naturalmente ognuno poteva farsi il proprio giudizio sui componimenti poetici scritti da Alexander von Bernus in collegamento con certi insegnamenti storici occulti che si trovano fra noi. Ma che dai nostri iscritti dovessero affluire a flutti lettere rozze, lo ritengo del tutto superfluo. Poiché dove andiamo a finire, se trattiamo male ciò che si schiera per noi, e di solito ci preoccupiamo ben poco di ciò che ci offende, lasciando piuttosto che la gente offenda? Volevo, in questa occasione, richiamare la vostra attenzione su tale rivista «Das Reich», che si sforza di promuovere i nostri sforzi, perché alla domanda che si potrebbe porre: che cosa possiamo fare? — vorrei rispondere: per dare risposta a ciò sono state tenute queste considerazioni! Che cosa possiamo fare? Comportarci in modo accorto, nel senso della nostra scienza dello spirito di orientamento antroposofico, di fronte alle vicende del presente! Poiché che cosa sarebbe per noi questa scienza dello spirito, se davvero non potessimo elevarci al di sopra di quel punto di vista degli uomini che oggi, in tutti i territori d’Europa, parla di aspirazioni nazionali e simili, e configura gli eventi nel senso di tali aspirazioni nazionali?
Nessuno, entro la Società che serve la scienza dello spirito di orientamento antroposofico, ha bisogno di divenire un figlio infedele del proprio popolo, o di rinnegare alcunché che non debba rinnegare, poiché egli è, per il proprio karma, saldato a un determinato popolo. Ma nessuno è veramente antroposofo se chiude gli occhi davanti alle mostruosità che accadono nel presente, se si lascia stordire da tutti quegli stordenti che oggi certi detentori del potere applicano per non dover dire ciò a cui in realtà aspirano. Per questo richiamiamo la nostra attenzione su ciò che viene facilmente creduto, se ci si presenta in forma sentimentale, mentre dietro le tende degli eventi occulti deve ancora oggi sempre essere trattenuto ciò che sempre è stato trattenuto dietro le tende dietro alle quali si svolgono gli eventi occulti. Poiché per noi deve essere chiaro che può di nuovo entrare il tempo — scelgo oggi le mie parole con grande cautela e dico dunque: può entrare — in cui, poiché non si vuole affatto la pace, la lotta si farà molto crudele, forse più crudele di quanto già non sia stata, se da qualche parte non subentrerà pure qualcosa per impedire la crudeltà. Allora si troverà di nuovo la possibilità di parlare delle crudeltà dell’Europa centrale, e si seppellirà sotto macerie e detriti il fatto che proprio queste crudeltà, da parte propria, avrebbero potuto essere impedite, se non si fosse risposto come un toro mugghiante alle richieste di pace. Stava nelle mani delle potenze periferiche portare la pace. Ma verrà il tempo — non è affatto da escludersi che tale tempo nondimeno venga — in cui si dirà di nuovo: contro ogni diritto internazionale i Tedeschi fanno questo o quello. Sì, miei cari amici, a chi è circondato e accerchiato, far rimproveri da parte di chi accerchia, perché si difende verso tutte le parti, dopo che si è impedito ciò che avrebbe potuto evitare quanto egli fa, è certo oggi cosa corrente — ma occorre vederla in tutta la sua mostruosità. Per questo si deve, accanto a tutto ciò che ad esempio in Belgio può essere accaduto, porre il fatto che da parte dell’impero britannico tutto ciò che è accaduto in Belgio avrebbe potuto essere impedito. Perciò, per quanto duro possa suonare, resta una mendacità parlare delle crudeltà belghe senza tener conto di quanto facilmente esse avrebbero potuto essere impedite da parte inglese.
Ed è certo, semplicemente, un’ovvietà che si avverta il tragico destino della Francia. Ma la Francia aveva davvero in mano la possibilità di non partecipare alla guerra. Le Potenze Centrali non avevano in mano la possibilità di condurre un’infruttuosa guerra difensiva, dopo aver constatato che la Francia avrebbe partecipato in ogni circostanza. È facile dire che ci si sarebbe potuti semplicemente fronteggiare confine a confine: ciò non era possibile, perché il militarismo russo-francese è di gran lunga preponderante rispetto a ciò che si chiama militarismo prussiano. Considerare queste cose nella loro verità, ciò possiamo proporcelo, nonostante ogni appartenenza all’uno o all’altro gruppo, non dico «dobbiamo», ma possiamo. E se ce ne facciamo carico e lo rendiamo contenuto della nostra vita, allora ognuno al proprio posto può fare ciò che vorrebbe fare, ponendosi la domanda: che cosa può fare il singolo? Se non si troveranno sempre più uomini che nutrano il pensiero di opporre una comune resistenza europea alla volontà di guerra di potenze che agiscono in modo nascosto, allora, sì, allora il crollo della cultura europea non sarà evitabile. Già dall’Oriente ci viene incontro impetuosa una volontà di guerra — dal Giappone, dove si prepara un imperialismo che forse sarà molto più potente di quanto fosse quello degli imperi finora esistiti. La volontà di conquista si esprime nel richiamo del nuovo inno nazionale, che, riecheggiando l’inno inglese «Rule Britannia», risuona ora come «Rule Nippon». Affinché vediate che le potenze europee avrebbero avuto motivo di non irridere ora la parola «pace», il contenuto del pensiero di pace, vorrei leggervi il seguente inno, che i giornali giapponesi pubblicano:
«Quando Nipun, al comando del Signore, dal flutto emerse nell’aurora, risuonò potente per il mondo intero un richiamo dal cielo turchino: al dominio, Giappone, sei nato, levati superbo col sole del mattino: io ti ho scelto a signore di questa Terra. Lacerata da odio e cieco furore, Europa affonda nel proprio sangue; ma tu, mondo da colpa ed errore, sarai di questa Terra il custode. Al dominio, Giappone, sei nato. Levati superbo col sole del mattino! io ti ho scelto a signore della mia Terra.»
Così risuona, dall’Oriente. Così risponde l’Oriente all’Europa che galleggia nel sangue. E di fronte a ciò vi sono in Europa uomini che vogliono irridere il richiamo alla pace! Questo è un fatto che non possiamo meditare abbastanza a fondo.
Wilhelm von Humboldt e Heinrich von Treitschke. La considerazione sintomatica della storia
Dornach, 13 gennaio 1917
Mi sembra che proprio nel nostro tempo sia necessario che i membri del nostro movimento sappiano qualcosa delle condizioni del mondo. A questo hanno servito, in misura maggiore o minore, le considerazioni che abbiamo svolto qui. Quando parliamo di scienza dello spirito nel nostro senso, occorre che ci compenetriamo della conoscenza secondo cui il nostro mondo — quello che abbracciamo con l’intelletto fisico e con i sensi — è la rivelazione del mondo spirituale. Finché si concepirà il mondo spirituale solo astrattamente, suddividendo l’essere umano nelle sue diverse parti costitutive e svolgendo considerazioni teoriche di ogni sorta sul karma e sulla reincarnazione — il che, in fondo, non abbiamo mai fatto in modo così teorico —, la scienza dello spirito non potrà davvero diventare feconda per la vita. Per questo ho rivolto il vostro sguardo nei modi più diversi alla realtà esteriore, avendo sempre di mira ciò che sta dietro a questa realtà esteriore: siano fattori occulti diretti, impulsi occulti, oppure impulsi occulti utilizzati dagli uomini nell’una o nell’altra direzione.
Per chi vede un poco attraverso le condizioni presenti, in futuro, quando si volgerà uno sguardo retrospettivo al nostro tempo, diverrà sempre più chiaro che l’antica considerazione storica, quale oggi prevale, non basta più a comprendere ciò che accade nel presente. Si renderanno necessari, per la maturazione della conoscenza umana, certi insegnamenti occulti che le circostanze stesse imporranno; e su coloro che si chiuderanno a tali cose dovrà imprimersi, in avvenire, il marchio dell’ignoranza, della mancanza di sapere.
Dal secolo diciannovesimo si è presa l’abitudine di costruire la storia delle condizioni passate in modo puramente materialistico, «dagli atti», come si diceva. Ancora oggi non si comprende che per quella via non si giunge a una mostrazione effettiva degli impulsi storici, ma soltanto alla descrizione di spettri materialistici — per quanto la parola possa suonare paradossale, è così: alla descrizione di spettri materialistici. Quanto figura oggi come storia nei manuali correnti e nelle altre esposizioni, le descrizioni degli uomini e delle condizioni del passato fino al presente, sono — per quanto si vogliano realistici — spettri senza vita reale. Possono essere soltanto spettri, per il fatto che alla base di ogni realtà stanno impulsi occulti; e se questi vengono tralasciati, allora si ottengono solo spettri. Perciò la rappresentazione della storia è stata sino a oggi una rappresentazione spettrale, ma ha in una certa misura riempito gli animi degli uomini; ha in una certa misura agito. E la tragedia del nostro tempo consiste, per molti versi, proprio in un esplicarsi di karma entro tali rappresentazioni false e spettrali, di cui gli uomini si sono a poco a poco impadroniti.
Ma anche all’interno del nostro movimento il corso del mondo non deve, per così dire, scindersi in due metà non mediate, come pure alcuni nel nostro movimento desidererebbero: da un lato il crogiolarsi in cosiddette rappresentazioni soprasensibili che restano però più o meno concetti astratti, e dall’altro il persistere nelle abituali visioni che lo spirito volgare, tutto impregnato di materialismo, sviluppa intorno alla realtà esteriore. Le due cose — realtà fisica esteriore ed esistenza spirituale — devono proprio unirsi; vale a dire che bisogna comprendere come alla considerazione storica finora invalsa debba subentrare ciò che ho chiamato una storia sintomatica, attraverso la quale si imparerà che in certi fenomeni, più che in altri, il divenire storico viene a manifestarsi.
Ora vi ho accennato negli ultimi tempi a parecchie cose forse in modo troppo realistico, troppo realistico però soltanto per una sensibilità che dice: perché ci descrive cose che altrimenti pure sentiamo? Se osservate con maggiore attenzione, constaterete che nel modo in cui qui vengono descritte non potete sentirle altrove, soprattutto non in questo tipo di accostamento, in questa specie di considerazione sintomatica, nella quale i singoli particolari caratteristici si compongono in un afferramento vivente della realtà. Sorge a questo punto la domanda: come si formano in generale tali sintomi, come quelli che vi ho riferito? — A questo vorrei accennare brevemente.
Vi ho comunicato nel corso del tempo una serie di fatti, in parte di quelli che la gente chiamerebbe fatterelli minuscoli, come quello del rampollo del voivoda erzegovese Woidarewitsch, o quanto vi ho riferito sul comitato benefico russo-slavo, e così via. Tali cose possono da un lato essere facilmente considerate insignificanti, ma dall’altro si potrebbe domandare: come si trovano mai insieme cose simili? Come avviene che fra noi si faccia strada una considerazione storica che cerca di riassumere in un quadro complessivo particolari distanti tra loro? In forma più volgare la domanda, se qualcuno me la rivolgesse, potrebbe suonare così: come fa lei a sapere proprio queste cose, che vanno considerate caratteristiche degli eventi del presente, e ad averle raccolte così nel corso della vita? — A questo vorrei dare una risposta che vi mostri in modo vivente come la scienza dello spirito possa intervenire nella vita.
Nel corso della propria vita si acquisisce conoscenza di tali cose se il karma le porta con sé, e se si lascia al karma un decorso davvero sincero, conforme al vero. Più d’uno crede di lasciare libero corso al karma, di abbandonarsi in certo modo al karma; ma può trattarsi di un grande inganno. Nessuno è in grado di seguire gli eventi esteriori in modo che gli si riveli la verità, se non si abbandona realmente al karma, se non lascia molte cose giù nel subcosciente, se non lascia scorrere molte cose accanto alla propria anima; poiché attraverso simpatie e antipatie d’ogni sorta si offusca il libero contemplare. Nulla è tanto adatto a offuscare il libero contemplare quanto ciò che oggi si chiama metodo storico. Per questo metodo storico si producono appunto gli spettri, perché lo storico di oggi non può abbandonarsi al proprio karma. Se infatti, fin dalla prima giovinezza, si abbandonasse al proprio karma, verrebbe ovviamente bocciato ad ogni esame: questo è del tutto chiaro.
Egli non può abbandonarsi al proprio karma e sapere ciò che il karma gli porta, ma deve sapere ciò che gli prescrivono i regolamenti d’esame e simili. Questi però prescrivono soltanto cose che ovviamente lacerano il karma dell’uomo, sicché chi semplicemente segue la corrente che gli viene prescritta non può mai pervenire alla verità reale. Alla verità reale si può giungere soltanto se si prendono con serietà di vita queste cose di cui si parla nella scienza dello spirito, se non le si prende come pura teoria ma con serietà di vita. Naturalmente non si prendono con serietà di vita neppure quando ci si lascia offuscare il libero sguardo da simpatie e antipatie d’ogni genere. Bisogna stare di fronte a esse in modo più o meno obiettivo: allora la corrente del mondo ci porta ciò che è necessario alla comprensione.
Ora una parte di questo «abbandonarsi al karma» rispetto agli eventi del nostro presente appartiene davvero al fatto che voi, miei cari amici, siete stati portati nella Società antroposofica attraverso il vostro karma. Perciò all’interno della Società antroposofica dev’essere possibile parlare di fatti senza l’impaccio di simpatie e antipatie; altrimenti anche entro questa Società non si prenderebbe con serietà di vita il karma. Volevo premettere questa introduzione alle considerazioni che ancora intendiamo svolgere, perché desidero mostrarvi certi importanti fatti occulti che però non potremmo comprendere se non sapessimo annodarli alla vita, e se in particolare non riuscissimo a penetrare l’intricato sterpeto di falsità che oggi turbinano per il mondo. Il mondo è oggi pieno di falsità, e il senso della veridicità deve essere coltivato all’interno della Società antroposofica, se questa — indipendentemente da quanto a lungo possa esistere nelle condizioni attuali — deve avere durante la sua esistenza un senso, un vero senso di vita.
Non vi ho infastiditi, vorrei dire, con esposizioni di vario genere svolte ultimamente solo per farvi apparire questa o quella cosa in questa o quella luce, ma perché sono compenetrato dalla convinzione che è importante correggere parecchi concetti. Chi crede che io dica queste cose mosso da un qualche pathos nazionale, semplicemente non mi comprende. Ora, fra le gravi accuse che dalla periferia dell’odierno mondo vengono di continuo scagliate contro il centro, e che, come ho già detto più volte, sfociano in quella frase espressa in questa o in quella forma — esprimerla nella sua forma reale ci si vergogna: «Non importa, il tedesco viene bruciato» —, vi è anche il fatto che in larghissimi ambienti si addita come pervertitore, come traviatore del popolo tedesco un certo numero di uomini di cui ovviamente non si conoscono le opere. E uno di quelli che si nominano in prima fila è lo storico tedesco Heinrich von Treitschke.
Ora, come ho detto, non da un punto di vista nazionale, ma da un punto di vista del tutto generale e umano, vorrei una volta soffermarmi su tale personalità. Vi ho menzionato che non ho avuto molti rapporti con Treitschke, ma l’ho incontrato soltanto una volta; che aveva qualcosa di tonante l’avevo accennato allora. Oggi voglio solo dire che da quell’incontro con Treitschke ho potuto farmi un’immagine del suo essere e del suo carattere, perché naturalmente non parlò soltanto di ciò che vi ho riferito come primo discorso, ma si parlò di concezione storica, di pubblicazioni storiche che proprio allora, negli anni novanta, suscitavano molto scalpore; e in tale occasione fu possibile discutere in alcune ore — i banchetti durano sempre alcune ore — molte questioni di principio sulla storia scientifica e simili. Mi fu del tutto possibile conoscere quell’uomo, per così dire, al limite della sua vita — egli morì poco dopo —, senza contare che la sua opera di storico mi è ben nota in ogni particolare.
Vorrei anzitutto richiamare l’attenzione sul fatto che Treitschke era un uomo che dà motivo di considerarlo un poco anche dal punto di vista occulto. Nel buon senso in cui Socrate parlava di una specie di demonio, anche di Treitschke si potrebbe dire che qualcosa di simile a un demonio viveva in lui, non un cattivo demone, ma qualcosa di un demonio. E non si aveva di lui l’impressione che fosse spinto solo dalle considerazioni dell’intelletto materialistico, ma che fosse mosso dall’interno, appunto da ciò che Socrate chiama forze demoniche. Da ciò fu guidato, vorrei dire, in tutto il suo cammino di vita.
Il sassone è un entusiasta cantore dello Stato tedesco in formazione; poiché Treitschke ha agito in modo molto significativo già quando questo Stato tedesco non era ancora fondato. La sua «Storia tedesca» l’ha scritta in realtà soltanto dopo la fondazione di tale Stato. Viveva in lui, proprio nel modo caratteristico in cui ciò accade nell’Europa centrale, ciò che alla periferia non si conosce — non solo non si desidera, ma non si conosce e non si vuol comprendere —; viveva in lui, se così posso dire, il senso per la concretezza, per la realtà. Una certa avversione contro le pure teorie astratte e contro ogni fraseggio viveva in lui, e con forza demonica, sicché, vorrei dire, attraverso la personalità si scorgevano le forze spirituali che da essa parlavano. Treitschke era inoltre divenuto del tutto sordo relativamente presto nella vita, sicché non udiva né la voce di un altro né la propria, e in realtà comunicava soltanto con il proprio interiore. Un simile destino di vita rimanda l’uomo a sé stesso. La completa mancanza dell’udito mette l’uomo, se ne ha disposizione, molto più facilmente che in caso di mancanza completa di un altro senso in collegamento con le potenze occulte operanti, le quali propriamente non vengono prese in considerazione solo perché l’uomo viene distolto dai suoi sensi da ciò che, al di là dei sensi, parla all’anima. Un karma così, quello di divenire completamente sordi presto, ha dunque un certo significato e si lega a ciò che in questo caso chiamo una natura demonica.
Ora, questa natura, questa entità umana era davvero, in contrasto con molti, anzi con la maggior parte degli uomini del nostro presente, plasmata come da un’unità. In lui non agiva mai il puro intelletto, ma in fondo sempre l’anima intera. Verità già belle e cotte, dimostrabili sempre con le cosiddette «prove logiche», ne abbiamo abbastanza nel mondo; ma verità a cui aderisce sangue umano, che sono compenetrate da caldo sentire umano, queste vanno ben considerate, sia ponendoci sullo stesso punto di vista, sia ponendoci su un altro. Poiché l’uomo è pur sempre il canale attraverso cui il mondo sensibile si aggancia al mondo spirituale, e non si giunge al mondo spirituale soltanto mediante lo studio di teorie di scienza dello spirito, ma mediante l’acquisizione del senso per cui il singolo uomo rappresenta un canale fra il mondo sensibile e il mondo spirituale.
Anzitutto Heinrich von Treitschke era una personalità che cercava di formarsi le proprie conoscenze e i propri pensieri sulla base di una larga conoscenza, di una conoscenza sempre fondata sul giudizio critico-animico, non sul giudizio intellettualistico. I suoi giudizi erano sempre caldi di questa critica animica. Avevano certo qualcosa di tonante, ma erano caldi di questa critica animica. E da questo punto di vista al centro delle sue considerazioni stava soprattutto, per Treitschke, la questione della libertà umana, la quale per lui — poiché era storico e si era preparato presto a divenire lo storico del proprio popolo — si legava sempre alla questione della libertà politica, della libertà dello Stato.
Esiste ora nella letteratura tedesca uno scritto — potete procurarvelo facilmente, perché è apparso nella Universal-Bibliothek di Reclam — che tratta nel modo più penetrante la questione del rapporto fra l’onnipotenza dello Stato e la libertà umana, dunque non solo la libertà quale vive dall’interno dell’anima umana, ma la libertà quale si realizza nella vita sociale. Non conosco alcun altro scritto nella letteratura mondiale che tratti tale questione in un modo altrettanto penetrante. Questo scritto si intitola «Idee per un saggio di determinazione dei limiti dell’efficacia dello Stato», ed è di Wilhelm von Humboldt, l’amico di Schiller e fratello dello scrittore Alexander von Humboldt. In questo scritto, che risale al passaggio dal diciottesimo al diciannovesimo secolo, viene presa in difesa, nel modo più bello, la personalità umana nel suo pieno, umano, libero dispiegarsi di fronte ad ogni onnipotenza dello Stato. Si fa notare che lo Stato non deve intervenire nel campo dell’essere umano in generale oltre quanto, mediante il suo intervento, vengano rimossi gli ostacoli al libero dispiegarsi della personalità. Lo scritto nasce dal medesimo terreno su cui sono germogliate le belle lettere di Schiller «Sull’educazione estetica dell’uomo». E vorrei dire che lo scritto di Wilhelm von Humboldt sui limiti dell’efficacia dello Stato è uno scritto fraterno di questo scritto schilleriano «Sull’educazione estetica dell’uomo». Proviene dal tempo in cui si cercava di raccogliere dalla vita spirituale tutti i pensieri che possono porre l’uomo davvero sul terreno della libertà.
Questo scritto, per certe ragioni, nel diciannovesimo secolo non è stato propriamente molto utilizzato, ma costituì pur sempre lo studio di coloro che, nel corso del diciannovesimo secolo, volevano farsi chiarezza sulla parte esteriore del concetto di libertà. Naturalmente, il diciannovesimo secolo fu il tempo in cui il concetto di libertà, sotto molti aspetti, venne portato a sepoltura; ma le persone volevano nondimeno orientarsi continuamente sul concetto di libertà, e proprio da questo punto di vista lo scritto di Wilhelm von Humboldt «Idee per un saggio di determinazione dei limiti dell’efficacia dello Stato» acquistò un certo significato internazionale in Europa. Da questo scritto sono infatti partiti tanto il francese Laboulaye quanto l’inglese John Stuart Mill; per entrambi lo scritto di Wilhelm von Humboldt fu un importante punto di partenza. E da parte loro, ciascuno nel proprio campo, hanno cercato di orientarsi sul concetto di libertà. Laboulaye trovò che l’ordinamento del proprio paese, rispetto al rapporto fra Stato e individuo, è atto a seppellire ogni reale libertà, cioè ogni reale dispiegarsi della personalità, sotto il concetto di Stato; John Stuart Mill, muovendo da Wilhelm von Humboldt — dopo averlo scoperto —, ha esposto in modo penetrante, nel suo scritto sulla libertà, come la società inglese sia atta a minare la reale esperienza della libertà. A questa domanda è appunto dedicato lo scritto di John Stuart Mill — in Laboulaye è lo Stato, in Mill la società —: come si può, di fronte alla non-libertà generata dalla società, giungere a un dispiegarsi della personalità?
Treitschke, ancora con la maniera critico-animica di cui ora parlavo, riallacciandosi a Laboulaye e a John Stuart Mill, compose il suo scritto sulla libertà all’inizio degli anni sessanta. E questo scritto treitschkiano sulla libertà è di interesse straordinario, in particolare perché Treitschke, come storico e come politico, vive interamente nella scissione in cui viene posta l’anima umana quando da un lato riconosce la necessità di quella formazione sociale che si chiama Stato, e dall’altro si entusiasma per ciò che si chiama libertà umana. Treitschke ha così cercato di confrontarsi, segnatamente rispetto al concetto di libertà, negli anni sessanta del diciannovesimo secolo con Laboulaye e con John Stuart Mill. In questo scritto «La libertà» cercò appunto di elaborare un concetto di Stato che non abolisca ciò che è necessario nella formazione statale, e d’altra parte porti tuttavia a ciò: che lo Stato non divenga il becchino, bensì il promotore, il custode della libertà. Un tale concetto di Stato stava davanti a Treitschke.
Era il tempo in cui, alla domanda: qual è la tua più stretta patria?, da un tedesco si poteva ricevere come risposta: Schwarzburg-Sondershausen — oppure Reuß-Schleiz linea cadetta. — All’inizio degli anni sessanta non esisteva ancora ciò che oggi viene chiamato Impero tedesco. In quel tempo, in cui un gran numero di persone pensava a una sorta di unione delle diverse formazioni individuali nelle quali abitavano i tedeschi, anche Treitschke pensava alla necessità di una formazione statale. Ma per lui era, vorrei dire, un assioma che non doveva sorgere alcuno Stato il quale non concedesse alla personalità umana un dispiegarsi quanto più libero possibile. E se anche non si può dire che Treitschke sia giunto a concetti filosofici del tutto compiuti, proprio rispetto a questo punto di vista nello scritto di Treitschke sulla libertà sono dette molte cose assai degne di essere prese a cuore.
Se si vuole apprezzare Treitschke e fissare lo sguardo proprio su ciò che è importante per l’occultista, non si deve lasciare in disparte il fatto che Treitschke era una personalità impavida, che non voleva servire nessun altro Dio se non quello della verità. È addirittura il colmo della follia quando da qualche parte si sente giudicare oggi su Treitschke con concetti che non hanno nulla a che vedere con l’obiettività; poiché i giudizi che vagano per il mondo non sono per lo più nemmeno in grado di acquisire, neppure lontanamente, un qualche punto di vista, per la semplice ragione che manca ciò a cui ho recentemente accennato, quando dissi che, se ci si lasciasse un poco alla differenziazione degli spiriti dei popoli che risulta dalla scienza dello spirito, non si direbbero tante stoltezze. Mi riallacciavo lì alle diverse stoltezze pronunciate in parte da lui stesso, in parte su Romain Rolland. L’ho dovuto dire perché un’osservazione penetrante di ciò che si può chiamare spirito del popolo è oggi davvero possibile soltanto a partire dalla scienza dello spirito. Chi non si vuole impegnare in ciò può poi giungere soltanto a giudizi del tutto soggettivi e perciò sciocchi come quelli di Romain Rolland.
Se ora ci si impegna in ciò che deriva dalla considerazione di scienza dello spirito degli spiriti dei popoli, allora bisogna anzitutto rendersi conto che in un uomo tipico per il suo popolo — e Treitschke lo è proprio per il fatto di essere una natura demonica — emergono anche certi tratti popolari tipici. Ciò vale anche per Treitschke, e si può davvero dire: chi comprende Treitschke comprende molto della germanicità della seconda metà del diciannovesimo secolo, non tutto, ma molto. Quando si ha anzitutto la possibilità di acquisire un punto di vista a partire dall’occultismo, allora — non per le nature cosmopolite, ma per quelle nazionali — occorre affrontare la differenza fondamentale che esiste fra i giudizi dell’Europa occidentale e quelli dell’Europa centrale. Ben inteso, cose del genere non possono entrare in considerazione per l’umano-generale, ma entrano in considerazione quando il demonico-popolare vive negli spiriti. Solo con questa limitazione dico ciò che ora ho da dire.
Quando si guarda al popolare per come opera attraverso gli uomini, allora vale già ciò che intende un americano quando dice — forse è meglio se ora non uso le mie parole, ma quelle di un americano, perché le mie potrebbero essermi mosse a rimprovero: il giudizio francese, in quanto è popolare — dunque non il giudizio del singolo francese, che può essere cosmopolita, ma il giudizio che proviene dalla sostanza popolare, dal popolo —, vive nella parola; il giudizio inglese vive nel concetto politico-pratico; il giudizio tedesco vive nell’a-nazionale, nella ricerca non-nazionale della conoscenza. Così dice un americano che ha viaggiato l’Europa. Ciò però comporta che certi giudizi pronunciati a occidente abbiano, all’interno della sostanza popolare tedesca, un aspetto diverso da quello con cui sono pronunciati a occidente. A occidente hanno un carattere astratto. Il tedesco, in quanto tedesco, è incline a tradurre i giudizi nelle loro concretezze e perciò a chiamare con il loro vero nome molte cose che a occidente non vengono in realtà mai sfiorate con il loro vero nome.
Prendiamo un concetto che ora rientra nelle nostre considerazioni: il concetto di Stato. Treitschke ha parlato dello Stato nelle sue conferenze sulla «Politica», che sono anche stampate. Sullo Stato parlano naturalmente moltissime persone; ma consideriamo ora il parlare dello Stato soltanto in quanto si compie all’interno della sostanza popolare nazionale. A occidente si parlerà volentieri dello Stato prendendo la parola e attaccandovi poi concetti di vario genere che, per ragioni qualunque, si vogliono collegare con il concetto di Stato. Si attaccherà così allo Stato come tale il concetto di libertà, di diritto e altro ancora, e si arriverà magari in modo singolare alla frase: lo Stato deve essere spogliato di ogni concetto di potere, lo Stato deve essere uno Stato di diritto. — Lo si può dire finché non si è costretti a fissare lo sguardo realmente sul concetto di Stato. Ma quando, come Treitschke, ci si accosta al concetto di Stato, allora si giunge al segreto dello Stato. Non si pretende allora che lo Stato si fondi sul principio «la forza prima del diritto», un’affermazione che a Treitschke viene imputata calunniosamente; ma si giunge a comprendere che il concetto di Stato senza il concetto di potere non è affatto pensabile.
Si diviene semplicemente veri, perché non c’è alcuna possibilità di fondare uno Stato se non fondandolo sul potere. E se non lo si ammette, allora non si rappresenta la verità. Così Treitschke fu costretto a parlare dello Stato in connessione con il potere. Ciò viene poi, si può ben dire «distorto», sostenendo che Treitschke avrebbe affermato che la forza viene prima del diritto secondo la concezione tedesca dello Stato. Ma non se ne parla nemmeno: a Treitschke non è mai venuto in mente di affermarlo; egli aveva ancora troppo presente nell’anima il senso degli svolgimenti humboldtiani: «Idee per un saggio di determinazione dei limiti dell’efficacia dello Stato». Perché lo Stato deve necessariamente sviluppare potere, ma non deve diventare onnipotente. Non si può parlare di uno Stato di diritto, perché ciò equivale a — be’, non proprio a ferro di legno, ma almeno a ferro di rame. I due concetti sono, come si dice in logica, disparati; non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. A questo arriva però solo chi prende sul serio le cose.
E da questo punto di vista anche Nietzsche giunse al suo concetto della «volontà di potenza». È nuovamente nient’altro che una sconfinata calunnia imputare a Nietzsche di aver sostenuto il «principio del potere». Non ha sostenuto nient’altro che questo: si dovrebbe considerare in che misura il potere viva in verità fra gli impulsi degli uomini. — È caratteristico che Nietzsche da questo punto di vista produca quanto segue. Egli dice: ci sono persone che, a partire da certi principi dell’ascesi, sostengono la tesi che il potere debba essere combattuto. Perché lo fanno? Perché, secondo la loro particolare costituzione, giungono proprio a un potere particolare combattendo il potere! Questa è soltanto la loro particolare volontà di potenza: sottolineare in modo speciale l’impotenza! Poiché proprio ciò dà loro, nel loro modo, un potere particolare: sottolineare asceticamente l’impotenza. — Ciò che stava alla base di Nietzsche, e che aleggia anche nelle considerazioni di Treitschke, è: non darsela a intendere prendendo lucciole per lanterne, ma dire le cose secondo verità, non cesellare frasi vuote. Ma questo vi mostra come né a Treitschke né a Nietzsche stava a cuore di introdurre nella vita sociale un qualche principio come principio del potere, bensì semplicemente di mostrare come ovunque ci sia Stato vive il potere, e come, se si vuole dire la verità, non si possa fare a meno di affermarlo.
Questo è, vorrei dire, il karma sotto cui Treitschke ha operato: il giungere a comprendere che è una cosa assurda darsi a intendere puri concetti astratti, vuoti, e gridarli per il mondo. Egli voleva afferrare immediatamente la realtà, ed è proprio ciò che rende affascinanti i suoi scritti. Da questo punto di vista considerò anche il concetto di libertà in modo da dire: la questione se lo Stato sia là per promuovere la libertà o per non promuoverla non è affatto una questione. — Egli si proponeva dunque di cercare le cose là dove vivono nella loro realtà. Non voglio difenderlo, ma soltanto caratterizzarlo oggi; e in verità non si può smerciare in modo agitatorio l’uomo impavido che voleva pronunciare le cose come gli si presentavano per il suo senso della veridicità. Lo smercio agitatorio viene però oggi coltivato dappertutto. Treitschke è uno spirito impavido che davvero non intende mettere il bavaglio davanti alla bocca di fronte ad alcun rapporto. E sarebbe più assennato — devo dirlo ancora una volta — se si indicasse come Treitschke sia diventato una sorta di educatore di coloro che hanno voluto ascoltarlo. Non erano poi così tanti come oggi si vuol far credere.
Poiché quando Treitschke parla della libertà, lo fa molto meno come critico degli altri popoli che come educatore del proprio. Voglio comunicarvi un passo proprio dal suo scritto «La libertà», che è altrettanto da conoscere quanto certe cose strappate dal contesto, che non si comprendono affatto se le si strappa solo dal contesto. Treitschke scrive così, dopo aver dapprima discusso quali cose sociali promuovono la libertà:
«In particolare parlare di pregiudizi di ceto è ancora sempre molto opportuno» — dunque inizio degli anni sessanta —. «Un pensiero deprimente, in verità, che questo grande popolo di cultura» — egli intende i tedeschi — «conosca ancora il barbarico concetto giuridico della mésalliance, che gli antichi gettarono già a mare all’inizio della loro vita culturale. Di quel rozzo junkertum, al quale la carriera in scuderia pare più decente di una professione scientifica, il diritto del pugno più nobile del senso legale del libero cittadino, di esso non parliamo: questa caricatura della nobiltà ha avuto la sua ricompensa. Ma anche la variopinta massa dei cosiddetti ceti agiati e colti coltiva e nutre una pletora di concetti di ceto non liberi, intolleranti. Quale disamorata durezza di giudizio sulle classi vergognosamente chiamate pericolose! Quale insensibile sentenziare sul “lusso” dei ceti inferiori, mentre un uomo libero e nobile dovrebbe rallegrarsi del fatto che anche il povero comincia a tenere a se stesso e al decoro della propria apparenza! Quale meschina angoscia a ogni moto di indocilità e di sentimento di sé presso il popolo basso! La bontà di cuore tedesca ci ha pur preservati dal fatto che queste disposizioni dei colti assumessero presso di noi una forma altrettanto rozza che presso i più ruvidi britannici; ma finché le inclinazioni aristocratiche, da cui certo nessuna testa fine fu mai del tutto libera, si presentano in tale forma, la nostra libertà interiore versa in stato assai triste. Entriamo poi in un campo in cui non-libertà e intolleranza rigogliano in abbondanza, quando interroghiamo i concetti di ceto del più potente e compatto dei “ceti” — o comunque vogliamo chiamare questa naturale aristocrazia —, il sesso maschile. Incredibilmente diramata sussiste fra noi padroni del globo terrestre una tacita congiura per negare per principio alle donne una parte della formazione umanamente armonica. Poiché una parte della loro formazione le donne la ricevono solo per mezzo nostro. Tra noi però è ovvio che l’illuminismo religioso per l’uomo colto è un dovere, per la plebe e per le donne un perdere; e quanti trovano una donna del tutto singolarmente “poetica” se ostenta la superstizione più grossolana. E poi addirittura le donne “che politicheggiano” sono un orrore, su questo non perdiamo più parola. È questa la nostra virile fede nella divina natura della libertà? L’illuminismo religioso è davvero soltanto una faccenda del sobrio intelletto e non assai più un bisogno dell’animo? Eppure pensiamo che il calore di cuore delle donne soffrirebbe se le lasciassimo gioire, a modo loro, della grande opera spirituale degli ultimi cento anni. Conosciamo davvero così poco le donne tedesche da pensare che esse “politicheggerebbero” mai, che si arrovellerebbero mai sulle imposte fondiarie e sui trattati di commercio? Eppure la miseria politica di questo popolo offre un lato puramente umano, che dalle donne può forse essere compreso più profondamente, più sottilmente, più intimamente che da noi. Da questa pienezza di entusiasmo e d’amore, davanti alla quale così spesso stiamo freddi e pezzenti e senza cuore, non dovrebbe forse spettare alla patria una misera particella? Deve forse rinnovarsi la vergogna del tempo dei francesi, perché le nostre donne tornino, come da lungo tempo già tutte le loro vicine d’oriente e d’occidente, a sentirsi figlie di un grande popolo? Noi però in non libera grettezza abbiamo troppo a lungo taciuto davanti a loro di ciò che ci muoveva nell’intimo, le tenevamo buone giusto per dire loro del nulla la cosa più nulla; e poiché pensavamo troppo piccolo per concedere loro la libertà della formazione, soltanto una minoranza delle donne tedesche è oggi in grado di comprendere la grave serietà di questo tempo carico di significato.»
Vedete: si possono dunque tirare fuori da Treitschke anche cose che sono già del tutto generali e umane, ma che proprio da lui, in quanto spirito nazionale, sono richieste per la sua nazione. Se una delle nazioni che oggi rimbrottano Treitschke potesse rivendicare per sé uno spirito quale egli fu per i tedeschi, allora si vedrebbe come verrebbe innalzato al cielo. Si pensi a un Treitschke italiano, e a che cosa direbbero gli italiani se i tedeschi trattassero un Treitschke italiano come gli italiani e molti altri hanno trattato Treitschke. Ma ciò che imprime il marchio al nostro tempo — e questo è il triste senza fine — è l’ignoranza e il calcolare sull’ignoranza. Sarebbe del tutto impossibile che simili falsità turbinino oggi per il mondo, se non si potesse contare sempre sull’ignoranza degli uomini. Per ignoranza non intendo naturalmente quella che nasce necessariamente dal fatto che non tutti hanno tempo di informarsi su tutto; ma ciò che sarebbe necessario è un poco di conoscenza di sé. Non si possono giudicare certi rapporti se non si conoscono certe cose, e giudizi su interi popoli, nati dall’ignoranza, hanno effetti nel modo peggiore. E oggi infinite cose sono nate dall’ignoranza.
Ciò è naturalmente condizionato da quella magia nera — l’ho già caratterizzata in altre occasioni — che oggi si chiama giornalismo; poiché è una specie di magia nera, e non era erroneo che, quando sorse l’arte della stampa con tutte le prospettive che essa ha aperto, la leggenda popolare sentisse i suoi inventori come maghi neri. Naturalmente potete dire: ora a tutte le stoltezze e cervellotiche trovate della scienza dello spirito di orientamento antroposofico si aggiunge anche questa, che l’arte della stampa viene descritta come una magia nera. Ma io dico soltanto «una specie». Ho anche spesso sottolineato che è ingiusto dire sempre: Arimane, oh, non deve avvicinarsi a me; via con lui! Lucifero, oh, non deve avvicinarsi a me! Voglio commerciare soltanto con i buoni dèi. — Allora però non potete commerciare con il mondo, perché il mondo è una volta per tutte nella bilancia fra Arimane e Lucifero. Non si può commerciare con il mondo, se si vuole avere questa disposizione, quale particolarmente nelle nostre cerchie emerge tanto spesso. Nel più piccolo bisogna acquisire veridicità. Questo deve essere il risultato pratico delle nostre aspirazioni di scienza dello spirito — il risultato pratico.
Lo potete sentire già ora: se non si sviluppa in sé questo impulso alla veridicità, allora si è sempre esposti al pericolo di essere contagiati, suggestionati dalla falsità che vive nel mondo. Per questo dicevo recentemente: le cose andranno in modo che in futuro tutto ciò che vi è stato come aspirazione alla pace verrà dimenticato, e si ricorderà alla periferia soltanto ciò che vi è stato come strepito gridato contro la pace; ma questo non lo si sentirà come strepito gridato, bensì come qualcosa di del tutto giustificato. Tutto il resto verrà dimenticato. Così avverrà. E almeno mediante queste considerazioni si dovrebbe contribuire a far sì che vi sia occasione di sentire le cose nella loro verità. Poiché oggi appartiene ai primi requisiti dell’uomo che pensa onestamente al bene e al progresso umano non lasciarsi gabbare dalla falsità.
Consideriamo un fatto di questi giorni, vorrei dire, del tutto sine ira, anche se non sine studio; senza simpatia e antipatia, ma ponendo a base i fatti. Avete certamente letto tutti ciò che è divenuto noto come Nota dell’Intesa al presidente Wilson. Ebbene, da un certo punto di vista si può considerare proprio questa Nota, rispetto a tutte le precedenti, come un sintomo forse favorevole per il futuro. Poiché quando le cose vengono spinte troppo oltre, allora l’arco viene teso eccessivamente, e allora c’è di nuovo qualche speranza, certo: la speranza che, dove vengono sfidate potenze spirituali, possa poi venire anche il contraccolpo dal lato spirituale. Proprio con questa Nota tutto il precedente è stato ancora sopravanzato.
Consideriamo dunque i fatti. Questa sarebbe pressappoco l’odierna Austria-Ungheria (lo si disegna). Qui ci sarebbe il Danubio, qui pressappoco si troverebbe Vienna. Ora supponiamo che venisse realizzato ciò che la Nota dell’Intesa richiede. Vi si dice che gli italiani — si intendono gli italiani d’Austria — devono essere liberati. Ciò di cui questa Nota dell’Intesa soffre maggiormente è quell’intima falsità che proviene dalla completa ignoranza. Per questo è difficile fare il disegno che ora intendo fare. Vi saranno perciò, come vedrete subito, alcune difficoltà. Ma supponiamo che gli italiani d’Austria vengano liberati. Ebbene, anche gli slavi del Sud devono essere liberati. Ciò è naturalmente difficile, perché la liberazione degli slavi del Sud darebbe pressappoco questo risultato; poiché essi vivono ovunque. Ora si dice, comicamente: liberazione dei Cecoslovacchi. Si conoscono cechi, si conoscono slovacchi — ma cecoslovacchi naturalmente li conosce solo l’Intesa. Saranno dunque forse intesi i cechi e gli slovacchi.
La liberazione darebbe allora il seguente risultato secondo i concetti che vigono fra gli stessi cechi. Poi la liberazione dei rumeni. Ciò darebbe questo risultato. Poi dovrebbero ancora essere liberati, come vi sta scritto: «… secondo la volontà di Sua Maestà lo zar», i polacchi che abitano in Galizia, ma questo deve essere realizzato dall’Austria stessa. Questa sarebbe pressappoco l’Ungheria, questa sarebbe pressappoco l’Austria. Questa carta risulta se ci si pensa realizzato ciò che sull’Austria è detto nella Nota dell’Intesa. E accanto a ciò si dice che ai popoli dell’Europa centrale non si vuole arrecare alcun danno! L’intera Nota mostra che non vi è ad esempio alcuna coscienza delle difficoltà che comporta gestire la maggioranza della popolazione slava in queste regioni di fronte alla minoranza evanescente in quelle regioni. Da questa intera Nota parla la più arrogante, più priva di coscienza ignoranza delle condizioni!
E con questo si fanno oggi note storiche. E poi si dice che in realtà, sì, non si mira ad altro che a non so cosa, perché è quasi nauseante ripetere le frasi che vi si pronunciano. Ma che cosa potrebbe meglio dimostrare che l’Austria era posta nella necessità di difendersi, di questa Nota dell’Intesa? Che cosa potrebbe fornire una prova migliore? In breve: questa Nota va considerata solo patologicamente. È una sfida alla verità e alla realtà stessa. Ciò tende l’arco eccessivamente. C’è la speranza che, poiché è una sfida del mondo spirituale, questo mondo spirituale stesso debba necessariamente raddrizzare la faccenda, anche se naturalmente uomini di questo mondo spirituale stesso devono prestarsi come strumenti. Sarebbe ormai tempo che una simile illustrazione, quale ho qui all’incirca abbozzato, di questa più assoluta ignoranza e mancanza di sapere storico-universale rispetto all’Europa centrale, venisse diffusa in tutto il mondo. È ovvio che dove agisce la violenza i motivi della ragione non possono avere molto effetto. Ma l’inizio deve essere fatto col comprendere che, quando si parla di diritto e libertà, è intesa la violenza, è intesa proprio la violenza. Le cose devono essere chiamate con il giusto nome.
E proprio di questo soffre il nostro tempo: che gli uomini non vogliono decidersi a chiamare le cose con il loro giusto nome. Molti non arrivano a molte cose. Quando ci si trova davanti a qualcosa come questa suddivisione assolutamente sciocca dei popoli austriaci, allora diventa del tutto chiaro che la Nota proviene da persone che non sanno nulla di tutto ciò che è nell’Europa centrale, ma che hanno l’arroganza di giudicare cose che non conoscono affatto e non vogliono altro se non estendere il loro dominio violento su queste regioni; persone alle quali è del tutto indifferente come stiano le realtà. Eppure ci si domanda: come possono mai prodursi queste cose? Per esempio vi sono alcune versioni in cui si legge: liberazione degli slavi e dei cechi e degli slovacchi; i giornali del luogo, che probabilmente traducono in modo più corretto degli altri, riportano però «Cecoslovacchi». Non è vero, se uno dice qualcosa di giusto, non si è curiosi di sapere da dove abbia preso le cose; ma se uno dice una sciocchezza grossa come una pertica, come ad esempio la suddivisione dei popoli nella Nota dell’Intesa, allora si cerca da dove provenga la sciocchezza. Ed è non disinteressante richiamare l’attenzione su un certo parallelismo, naturalmente senza fondare su di esso alcuna ipotesi, senza trarne alcunché.
Mi sono naturalmente chiesto: da dove provengono questi termini, che sono insensati? — Ora, lo sottolineo ancora una volta: nessuna ipotesi, nessuna deduzione, niente di tutto ciò, ma soltanto un aperçu sia dato. Negli ultimi giorni è stata pubblicata — di nuovo non giudico il fatto, ma lo racconto soltanto — la sentenza pronunciata in Austria sul capo dei cechi Kramarz, il quale fu per lungo tempo una delle personalità più influenti d’Austria. Egli fu condannato a morte e poi graziato in quindici anni di duro carcere. Nella sentenza si parla anche del fatto che certi articoli apparsi nel «Times» — naturalmente in lingua inglese — si trovarono presso Kramarz nella sua lingua. L’amico del dottor Kramarz è il professore universitario Masaryk, fuggito dall’Austria, che ora vive a Londra e a Parigi. Si prendano in occasione della pronuncia della sentenza certe frasi dal programma di Kramarz, sulla base delle quali egli è stato condannato, e ci si soffermi su di esse. Se non si comprende nulla delle condizioni austriache, si leggono queste frasi nel «Times» o altrove — sono apparse anche a Parigi nella «Revue tcheque» — e le si stravolge — Kramarz naturalmente parla con termini esatti —, allora curiosamente si ottengono le frasi della Nota dell’Intesa sui popoli austriaci.
E se ora vi sta dentro davvero il termine «Cecoslovacchi», risulterebbe il quadro singolare per cui presso Kramarz si trova l’inclinazione a fondare uno Stato dei cechi e degli slovacchi, il che ha un senso; ma chi nell’Europa occidentale non sa nulla di queste condizioni ne fa «Cecoslovacchi». Sì, è ormai necessario che nel tempo attuale, in cui giocano tanti canali sotterranei, ci si chiariscano certe questioni sui collegamenti. Non voglio fondare su quanto ho detto né ipotesi né conseguenze; ma il fatto sussiste che esiste un singolare accordo fra una sentenza pronunciata e la Nota dell’Intesa. Naturalmente si possono avere su una tale sentenza, a seconda che si appartenga all’uno o all’altro punto di vista, le più diverse opinioni; si può considerare qualcuno un martire o un criminale, secondo i casi. Su questa cosa non voglio giudicare; ma è di questo che si tratta: di poter osservare questo singolare accordo. Come ho detto, ciò mi si è soltanto presentato quando volli risalire a comprendere da dove derivi, accanto a tutto il resto, la grandiosa ignoranza che sta alla base di questa Nota. Di questa grandiosa ignoranza occorre ormai parlare; poiché è significativo e rientra fra le caratteristiche del nostro tempo che da quella parte che domina la metà abitabile del pianeta venga emesso un giudizio che poggia su una tale base di realtà. Questa è una sfida allo spirito della verità stesso.
[Le frasi seguenti di questa conferenza si riferiscono a una citazione purtroppo non registrata dallo stenografo e risultano per questo incomprensibili. Si tratta di uno «scritto» del 25 luglio 1914 che fa riferimento a Rasputin. L’editore.]
Si potrà sempre di nuovo, quando se ne ha il potere — e lo si ha alla periferia —, schiaffeggiare in faccia i fatti. Ma alla verità non si può schiaffeggiare in faccia. E la verità parla e sarà speriamo anche un impulso che, quando le cose stanno nel modo peggiore, può condurre l’umanità a qualche salvezza. Domani vogliamo proseguire. Ora, non so, è stato espresso il desiderio da alcuni dei nostri amici, che vogliono ancora vedersi domani la non-arte di Reinhardt, di anticipare la nostra riunione. Non ho nulla in contrario. Quando dunque dobbiamo iniziare? Forse qualcuno fa una proposta. Quando dunque ci troveremo? Va bene comunque farlo a favore di coloro che si interessano a queste escrescenze e che desiderano informarsi personalmente, sotto il profilo storico-culturale, sul tramonto dell’arte drammatica.
Gli impulsi animici inconsci nell’uomo. Il plesso solare come punto di attacco dell’Io
Dornach, 14 gennaio 1917
La natura umana è complicata, e molto accade nell’uomo che, nel suo svolgimento effettivo, rimane più o meno al di sotto della soglia della coscienza, e di cui giungono nella coscienza soltanto gli effetti. Una vera conoscenza di sé non si può conquistare senza procurarsi uno sguardo entro questo operare degli impulsi animici subcoscienti, operanti al di sotto della superficie della coscienza, i quali — come si potrebbe dire per analogia — si svolgono nel mare profondo della coscienza ed emergono in superficie soltanto nelle onde da essi sollevate. Per la coscienza ordinaria sono percepibili soltanto queste onde affioranti, e per lo più non se ne sa interpretare il significato in sé stesse, sicché una vera conoscenza di sé non risulta possibile. Mediante un semplice riflettere su ciò che così emerge nella coscienza, una conoscenza di sé non è raggiungibile; poiché le cose, nelle profondità dell’anima, sono spesso del tutto diverse da come si presentano nella coscienza ordinaria e quotidiana.
Vogliamo dunque oggi gettare uno sguardo in questa natura umana, per formarci nuovamente, sotto un certo punto di vista, una rappresentazione di come operino, nell’essenza umana, gli impulsi animici subcoscienti. Naturalmente in simili argomenti si può procedere sempre soltanto in modo più o meno per immagini. Se però mettete insieme molte cose di quanto è stato già discusso nell’ambito del nostro movimento antroposofico, comprenderete quali realtà vogliano esprimersi in tali immagini. Possiamo dire: la natura invisibile dell’uomo, il suo Io, il suo corpo astrale, il suo corpo eterico operano attraverso la sua natura visibile, e — si potrebbe anche dire — il non manifesto opera attraverso il manifesto. Ora è certamente molto complicato il modo in cui il non manifesto opera attraverso il manifesto. Ma se a poco a poco si studiano le singole parti di tale complicato processo, mettendole insieme si giunge a una visione complessiva dell’essere umano. Anche questa naturalmente resterà sempre incompleta, poiché l’essenza dell’uomo è infinitamente ramificata. Tuttavia, a un certo fondamento dell’essere umano, adatto a una conoscenza di sé, si può così pervenire.
Vogliamo dunque oggi porci davanti agli occhi come i singoli membri della natura umana si esprimano in un certo modo, più o meno per immagini schematiche, attraverso la vita fisica. Supponiamo di avere qui l’uomo. Per illustrare la cosa, voglio partire da ciò che riconosciamo, per l’umanità terrena, come l’entità coscientemente più nostra: dall’Io. Faccio notare espressamente che, nelle rappresentazioni per immagini, si può cadere facilmente in malintesi, trovando ciò che si è detto prima in apparente contraddizione con quanto si dice in seguito. Chi guarda le cose con maggior attenzione si accorgerà che simili contraddizioni in verità non sussistono. Supponiamo dunque di avere a che fare con la natura dell’Io dell’uomo, con quel membro dell’essere umano che indichiamo come Io.
[facsimile manoscritto]
Questa natura dell’Io è ovviamente del tutto soprasensibile; è anzi ciò che di più soprasensibile abbiamo per il momento, ma opera attraverso il sensibile. Ciò mediante cui l’Io si esplica principalmente, in senso intellettualistico, nella natura fisica umana, è il sistema nervoso designato come sistema gangliare, il sistema nervoso che parte dal plesso solare. Schematicamente possiamo accennare questo sistema nervoso, questo sistema gangliare, questo sistema del plesso solare in tal modo (vedi disegno, in nero). Esso svolge un’attività che a tutta prima non sembra avere nulla di particolare a che fare con ciò che, in senso materialistico, si potrebbe chiamare vita nervosa. Tuttavia è il vero punto di attacco per l’effettiva attività dell’Io. Che l’uomo, quando incomincia a contemplarsi occultamente, debba sentire il centro dell’Io nel capo, non contraddice ciò, poiché abbiamo a che fare, nel membro dell’Io dell’uomo, con qualcosa di soprasensibile, e il punto in cui l’uomo sperimenta l’Io è un altro rispetto al punto di attacco mediante il quale l’Io opera preferibilmente nell’uomo.
Il significato delle parole: l’Io opera attraverso il punto di attacco del plesso solare — bisogna chiarirselo pienamente. Tale significato sta in quanto segue: l’Io dell’uomo è propriamente dotato di una coscienza assai ottusa. Il pensiero dell’Io è qualcosa di diverso dall’Io. Il pensiero dell’Io è, per così dire, ciò che affiora come un’onda nella coscienza, ma il pensiero dell’Io non è il vero Io. Il vero Io interviene, come forza plasmatrice, attraverso il plesso solare, nell’intera organizzazione dell’uomo. Si può certo dire che l’Io si distribuisce su tutto il corpo. Ma il suo principale punto di attacco, dove esso particolarmente interviene nella plasticità umana, nell’organizzazione umana, è il plesso solare, o meglio — poiché tutte le ramificazioni vi appartengono — il sistema gangliare, quel processo nervoso vivente nel subcosciente che si svolge nel sistema gangliare. Poiché il sistema gangliare concorre a determinare l’intera circolazione del sangue, ciò non contraddice neppure il fatto che l’Io abbia la sua espressione nel sangue. In simili argomenti bisogna prendere quanto si è detto con grande esattezza. È una cosa diversa se si dice: l’Io interviene attraverso il sistema gangliare nelle forze formative e in tutte le relazioni vitali dell’organismo, oppure se si parla del fatto che il sangue, con la sua circolazione, è l’espressione dell’Io nell’uomo. La natura umana è appunto complicata.
Per porre ora pienamente davanti all’anima il significato di quanto si è detto, conviene rispondere alla seguente domanda: qual è propriamente il rapporto dell’Io con questo sistema gangliare e con tutto ciò che vi è connesso? Come è in un certo qual modo ancorato questo Io negli organi del basso ventre dell’uomo? Le cose stanno così: quando l’uomo vive nello stato normalmente sano, questo Io è come incatenato nel plesso solare e in tutto ciò che vi è connesso. È vincolato da questo plesso solare. Cosa significa? Questo Io umano, giunto all’uomo nel corso dell’evoluzione terrestre come dono degli Spiriti della Forma, fu esposto, come sappiamo, alla tentazione luciferica. Così come l’uomo possiede questo Io, esso sarebbe propriamente, essendo infettato da forze luciferiche, il portatore di forze malvagie. Ciò deve essere assolutamente riconosciuto secondo verità. Non per sua natura l’Io è portatore di forze malvagie; ma per il fatto che l’Io, attraverso la seduzione luciferica, è infettato da forze luciferiche, esso è in sé il portatore di forze realmente malvagie, di forze che, per l’infezione luciferica, sono inclini a distorcere nel male ciò che costituisce la vita di pensiero dell’Io.
L’uomo può pensare da quando ha ricevuto un Io. Se non vi fosse stata la tentazione luciferica, egli penserebbe bene di tutte le cose. Ma poiché vi è stata la tentazione luciferica, l’Io non pensa bene, bensì infettato in modo luciferico, così com’è ora nell’evoluzione terrestre: in modo subdolo, malizioso. Pensa in modo tale da voler porre dovunque se stesso in luce e tutto il resto in ombra. È infettato da ogni possibile egoismo. Tale è dunque l’Io, essendo infettato dalle forze luciferiche. Ciò che vive nell’uomo come sistema gangliare, come plesso solare, è giunto a noi già dall’evoluzione lunare e rappresenta in un certo modo la casa per l’Io; là l’Io vi si inserisce in un certo modo. Può perciò esservi vincolato, incatenato.
E così sta il seguente fatto: l’Io ha, per la sua infezione luciferica, la tendenza continua a comportarsi in modo subdolo, menzognero, a porre se stesso in luce e il resto in ombra; ma esso viene incatenato dal sistema nervoso del basso ventre. Là deve sottostare. Attraverso il sistema nervoso del basso ventre le potenze regolarmente progredienti, salite attraverso l’evoluzione di Saturno, del Sole e della Luna, costringono l’Io a non essere un demone nel senso malvagio della parola. Sicché portiamo il nostro Io in noi così che esso è incatenato agli organi del basso ventre.
Pensate ora che gli organi del basso ventre fossero in qualche modo malati, che non si trovassero nello stato normale. Non essere nello stato normale significa: non voler accogliere pienamente in sé ciò che spiritualmente vi si addice, ciò che spiritualmente appartiene loro. L’Io può divenire in un certo modo libero nella sua attività, quando gli organi del basso ventre non sono perfettamente sani. Allora, se questo divenir libero è provocato da una particolare iperattività fisica, la natura umana può manifestarsi in tal modo che l’Io viene in un certo qual modo liberato verso il mondo esterno, mentre altrimenti è incatenato. E abbiamo, quando l’Io si comporta liberamente, un caso in cui l’uomo si presenta come psichicamente malato, in quanto esso esplica le qualità dell’Io infettato in modo luciferico: allora vengono fuori le qualità dell’Io di cui ho parlato. Non occorre veramente diventare materialisti perché si comprenda pienamente la vincolatezza dello spirituale, e cioè qui dell’Io, agli organi fisici nella vita fra nascita e morte — ma in un senso più elevato di come se la rappresenta il materialista — e se si comprende anche che, in un certo modo, il diavolo può liberarsi, può sciogliersi dalle sue catene. Abbiamo qui un caso di non sanità psichica.
Non si tratta necessariamente di non sanità psichica quando subentra la libertà dell’Io, può trattarsi anche di altro. Allora però non si tratta di una vera e propria malattia del basso ventre, ma in un certo qual modo di un’esclusione della sua regolare attività. Questo avviene di gran lunga nella maggior parte dei casi di sonnambulismo. Là il sistema gangliare con la sua funzione nel basso ventre viene preparato in tal modo, sia dalla natura stessa, sia da influssi vari di natura magnetica, da non poter più tenere pienamente in suo potere l’Io. Allora l’Io giunge a corrispondere in modo più libero con l’ambiente. Esso non è allora più incastonato nel sistema gangliare e può perciò servirsi di quei canali di collegamento col mondo che gli rendono possibile vedere da lontano, nello spazio e nel tempo, ogni sorta di cose che normalmente, essendo incassate nel sistema gangliare dell’Io, non possono essere percepite, poiché tali processi non vengono ravvisati.
È dunque importante sapere: sussiste una certa parentela tra il sonnambulismo — il quale, per così dire, in una forma mite mette fuori uso l’attività ordinaria dei processi legati allo stato di veglia del sistema gangliare — e certe forme di follia che si producono quando tale messa fuori uso avviene per deformazione, per malattia di certi organi del basso ventre. Vi è dunque sempre una tale propensione morbosa collegata al fatto che l’Io diviene in un certo senso libero, si sente per così dire sciolto dalle sue catene e si sente collegato ora non più con il proprio corpo, bensì con le forze spirituali dell’ambiente, come accade pure nella follia. Per questo, in certe forme di follia, compaiono appunto le qualità della malizia, della menzogna, dell’astuzia, della scaltrezza, tutto ciò che proviene dalle infezioni luciferiche — il bisogno di porre se stesso in luce e tutto il resto in ombra, e cose simili.
Comprenderete ora che dall’intera natura dell’involucro mediante il quale l’Io è incatenato dipende la costituzione psichica. Paragoniamo, per non esemplificare subito sull’uomo e per essere meno offensivi verso l’animo umano, una volta il leone come furioso carnivoro con il toro o con il bue. C’è una differenza, sebbene si tratti, nel leone, di un Io di gruppo, e nell’uomo di un Io individuale; ma possiamo comunque utilizzare il paragone. Qual è la differenza tra la natura del leone e la natura del bue? Il leone è spiccatamente carnivoro, il bue è essenzialmente, come sapete, vegetariano. Ora, la differenza è che, nel leone, ciò che in lui corrisponde all’Io di gruppo è meno incatenato, sicché in un certo modo, attraverso la veemente attività di ciò che corrisponde agli organi del basso ventre, l’Io di gruppo è più libero, più lasciato andare verso l’ambiente, mentre nel vegetariano bue l’Io di gruppo è più incatenato agli organi del basso ventre. Il bue vive perciò più in sé.
Vedete ora anche che ha un buon senso, per l’uomo, divenire vegetariano — ovviamente solo se lo voglia. Poiché che cosa si ottiene con ciò? Proprio mediante l’alimentazione vegetariana il basso ventre viene reso ancor più adatto a incatenare l’Io, e l’uomo diviene perciò, se mi è permesso esprimermi in modo paradossale, un po’ più mite. Il suo demone malvagio penetra maggiormente in lui stesso e si esplica meno verso l’ambiente. Solo che nessuno si illuda di non avere per questo tale demone malvagio. Egli l’ha, soltanto chiuso nel suo interno. E un esperimento incrociato, un experimentum crucis, potrebbe essere fatto molto facilmente, paragonando una volta come si comportino, in un caso dato, mangiatori di carne affamati e vegetariani affamati. Quando si è affamati, in generale si lascia un po’ di più correre l’incatenato; e potrebbe darsi facilmente che proprio i vegetariani affamati, essendosi abituati a tenere l’incatenato particolarmente incatenato mediante l’alimentazione vegetariana, lo lascino poi correre con una certa furia. Poiché la fame consiste nel fatto che gli organi del basso ventre mutano la loro attività e per questo non possono incatenare l’Io nella stessa misura come nello stato di sazietà.
Non voglio con ciò sostenere che quanto ho detto valga in modo assoluto, poiché nel mangiatore di carne, già di per sé, l’incatenato non è incatenato così fortemente come nel vegetariano; ma ho detto: comparativamente, il vegetariano affamato, in rapporto al suo stato di sazietà, può, in certe circostanze, avere un essere molto più furioso di quanto sia il mangiatore di carne affamato in rapporto al suo stato di sazietà. La natura umana è proprio molto complicata, e proprio quando si prende in considerazione il rapporto dello spirituale col corporeo, si giunge a certe conoscenze che possono essere fondamenti per una vera, reale conoscenza di sé nella vita. In ogni caso bisogna dire che il vegetariano dovrebbe curarsi di non rendersi troppo sottonutrito. Poiché se si sottoalimenta, si danneggerà, in quanto indebolisce il suo incatenatore, la prigione per il suo diavolo, per colui che si manifesta con malizia, menzogna e così via, e poi o sguinzaglierà l’incatenato verso l’ambiente — e l’ambiente avrà, come si dice in austriaco, il suo «G’frett», la sua pena con lui — oppure avrà pena con se stesso, non saprà venire a capo di sé, poiché da un lato ha continuamente la smania di vivere le diverse cattive qualità dell’Io, dall’altro però, se è educato, ha l’impulso a tenerle in sé, e così può accadere che non riesca a venire a capo di sé. Ne sorgono allora ogni sorta di condizioni insoddisfatte dell’anima. È importante che si prenda in considerazione questo.
Esattamente come l’Io ha il suo punto di attacco nel sistema gangliare, così il corpo astrale ha il suo punto di attacco nei processi che sono connessi al sistema nervoso del midollo spinale. Naturalmente i nervi attraversano tutta la corporeità; ma qui abbiamo un secondo punto di attacco. Vi appartengono naturalmente di nuovo tutti i processi che sono connessi a questo sistema nervoso. Non è ancora il sistema dei nervi cerebrali, bensì il sistema del midollo spinale, quello connesso ad esempio con i nostri movimenti riflessi e che è regolatore di molte cose nel corpo umano. E quando si parla in questo modo, come io parlo ora, bisogna sempre tenere presente che vi appartengono tutti i processi regolati da questo sistema nervoso. Ora la cosa, di nuovo, può essere intesa soltanto in tal senso: che il corpo astrale è incatenato o a tutto ciò che è connesso al sistema del midollo spinale, oppure può divenire libero per malattia o per parziale addormentamento dei processi — mediante magnetismo o cose simili. Abbiamo qui un altro incatenato, che ha ricevuto le sue qualità luciferiche, un po’ mescolate con qualità arimaniche, già durante l’antica epoca lunare. Esse sono perciò più deboli delle qualità luciferiche dell’Io, ma anche nel corpo astrale sono contenute qualità luciferiche.
[facsimile manoscritto]
Se volete portare davanti alla vostra anima il processo mediante il quale tale infezione luciferica si è insinuata nel corpo astrale, dovete studiare ciò che è descritto nella mia «Scienza occulta» come distacco della Luna dall’intera evoluzione. È durante l’evoluzione lunare che questa infezione è entrata. Avete qui un ulteriore motivo per cui l’uomo perviene a qualità sonnambuliche, a qualità sonnambuliche più elevate, le quali sono legate preferibilmente agli organi del petto e che già mediano qualcosa di più elevato rispetto agli organi del basso ventre; ma avete al tempo stesso la possibilità di comprendere che, se là qualcosa non è in ordine, sicché il corpo astrale non può essere tenuto incatenato, subentra di nuovo qualcosa che va considerato come malattia psichica, come disturbo psichico. Può dunque essere liberato sia l’Io e portare ad apparizioni di follia, sia altresì il corpo astrale, ciò che provoca pure apparizioni di follia.
Quando l’Io viene liberato dalle catene, esso sviluppa, come vi ho detto, qualità come la malizia subdola, la scaltrezza, l’astuzia, l’inganno, il porre-se-stesso-in-luce, il porre-tutto-il-resto-in-ombra e così via. Quando il corpo astrale viene liberato dalle catene, esso sviluppa fuga delle idee, logica discontinua, stati maniacali oppure fuga dal mondo, malinconia, ipocondria. E vi è di nuovo una parentela di simili manifestazioni morbose con le corrispondenti manifestazioni sonnambuliche. Solo che, nel sonnambulo, gli organi non sono malati, bensì soltanto repressi nelle loro funzioni fisiche normali, ciò che può essere ottenuto mediante l’influsso di ipnotizzatori, magnetizzatori e simili.
Nella nostra natura umana molto deve essere incatenato. Siamo già in un certo modo del diavolo, e soltanto perché, in virtù delle disposizioni delle potenze divino-spirituali regolarmente progredienti, salite attraverso l’evoluzione di Saturno, del Sole e della Luna, abbiamo incatenato in noi i diavoli, soltanto per questo siamo a metà strada esseri umani decenti, per il che, in seguito alle varie tentazioni, non abbiamo neppure così grande disposizione. E certe alterazioni d’umore, certe disposizioni anche della vita animica dipendono dal fatto che l’uomo viene a contatto con ciò che di demoniaco vive in lui. Tutto questo demoniaco poggia sul fatto che ciò che in lui è incatenato può venire scatenato. Avremo occasione di parlare ancora, in altra circostanza, di come ciò che è propriamente incatenato durante la vita fra nascita e morte attraverso la nostra natura fisica sia poi incatenato fra la morte e una nuova nascita. Poiché potete ben comprendere che dobbiamo essere molto grati all’ordinamento del mondo, di possedere qui, fra nascita e morte, il nostro organismo fisico; perché altrimenti non avremmo questo carcere, necessario per i nostri membri superiori. — Quando poi i membri superiori, dopo aver deposto il corpo fisico, sono liberati, subentrano altre condizioni, di cui parleremo in altre occasioni. Senza catene non sono neppure allora.
[facsimile manoscritto]
Ora, esattamente come il corpo astrale è in tal modo incatenato dal sistema del midollo spinale e da tutti i processi nella vita organica ad esso connessi, così il corpo eterico è incatenato dal sistema cerebrale con tutto ciò che gli appartiene. Il corpo eterico ha dunque il suo punto di attacco nel sistema cerebrale. E anche qui si potrebbe nuovamente dire qualcosa di simile. Nel nostro capo è il carcere per il nostro corpo eterico. Stati di follia o sonnambolici subentrano quando il corpo non è perfettamente in ordine e il corpo eterico viene liberato dalle catene. Il corpo eterico ha ora preferibilmente la tendenza, quando è lasciato a sé stesso, dunque non chiuso nel carcere del capo, a moltiplicarsi, a divenire perciò estraneo a sé stesso, in certo qual modo a trasferirsi nel mondo, a immedesimarsi in altro. Sono in tal modo caratterizzati quegli stati che subentrano quando il carceriere lascia andare il corpo eterico.
Avete dunque con ciò la triplice possibilità di malattia psichica, la triplice possibilità anche di liberarsi dal corpo fisico. Tale triplice possibilità deve assolutamente essere presa in considerazione — ma allora in modo del tutto diverso — quando l’uomo deve divenire libero dal suo corpo fisico attraverso l’iniziazione. Ciò di cui abbiamo parlato è un divenir libero morboso, nel senso che gli organi del corpo fisico non rimangono sani e per ciò il corpo fisico non è in grado di trattenere i membri superiori. Il sonnambulismo cerebrale avrebbe come presupposto soltanto un addormentamento dell’attività cerebrale; per ciò il corpo eterico diviene libero e si producono stati sonnambolici. Ma in caso di difetti del cervello, il carcere non può più trattenere l’incatenato, vale a dire il corpo eterico, e quest’ultimo se ne va allora alle proprie avventure e cerca di vivere e plasmare la propria vita disordinata, confusa, nell’immergersi nel mondo.
Vedete chiaramente che la malattia psichica ha essenzialmente il suo fondamento in una sorta di divenir libero da quei fondamenti fisici cui i relativi membri superiori dell’uomo appartengono nella vita fra nascita e morte. Il corpo eterico, quando viene liberato, ha preferibilmente qualità arimaniche. Si esplicheranno in tal caso invidia, malevolenza, avarizia e simili, in modo morbosamente accresciuto; ma tutto ciò in connessione con una sorta di esplicarsi nell’ambiente, con un immergersi nell’ambiente. Ciò è poi però da intendersi assolutamente nel senso che l’Io ha bensì più o meno il suo unico punto di attrazione nel sistema gangliare e in quanto vi è connesso, il corpo astrale nel sistema del midollo spinale, ma insieme col sistema gangliare, e il corpo eterico nel sistema cerebrale, ma insieme col sistema del midollo spinale e col sistema gangliare. Per questo, ad esempio, il sistema gangliare, poiché provvede a tutto ciò che è subcoscientemente organico, ha a che fare anche col cervello. Se il sistema gangliare provoca un processo morboso che si esplica nel cervello, allora certamente anche proprio il corpo eterico può divenire libero. Ma la causa sta nondimeno nel sistema gangliare. Le cose sono insomma assolutamente complicate.
La psichiatria odierna non ha ancora alcun modo di distinguere queste tre forme di malattia psichica. Soltanto allora la psichiatria potrà giungere a una qualche compiutezza, quando si distingueranno le anomalie psichiche provocate dal fatto che viene scatenato o il corpo eterico incatenato, o il corpo astrale incatenato, o l’Io incatenato. In modo assai significativo si potranno allora distinguere e ordinare i sintomi delle anomalie psichiche, e sarà importante poterli ordinare in tale modo. Vedete da ciò anche come la conoscenza di sé possa essere fondata soltanto su una contemplazione penetrante della complicata natura dell’essere umano.
La conoscenza può ben avere anche i suoi lati spiacevoli. Ma la conoscenza non deve essere un giocattolo, la conoscenza è la questione più seria della vita umana. E chi sa tutte le cose di cui si tratta nella natura umana, e ha solo un po’ di volontà di non prenderle in senso egoistico, bensì di pensarle e sentirle in modo oggettivo, ha nella conoscenza al tempo stesso un importante momento di guarigione. Certo, si può essere più deboli del momento di guarigione; ma si ha nella conoscenza un importante momento di guarigione. Lo si ha soltanto quando non si vuol rimanere chiusi del tutto nella propria natura soggettiva, quando si vuole uscirne. È la grande difficoltà di movimenti come il nostro, che da un lato è necessario aspirare con serietà alle più elevate conoscenze, e che dall’altro non chiunque aderisca a un tale movimento è anche propenso a comprendere oggettivamente simili conoscenze, a prenderle in tutto il loro serio significato. Poiché esse agiscono in modo salutare proprio sul personale, in quanto non si rifletta a ogni occasione sulla propria personalità, non si rifletta sempre solo a: cosa sento, cosa provo, come mi va nel mondo, cosa vive nella mia anima e così via, ma ci si liberi da sé stessi e si volgano le proprie considerazioni alle questioni universalmente umane che riguardano ciascuno.
Una difficoltà sorge soltanto quando ci si vuole limitare appunto unicamente a se stessi, quando non si riesce a uscire da sé. Quanto più si è in grado di prescindere da sé e di cercar di comprendere ciò che è universalmente cosmico e universalmente umano, tanto più si ha anche un rimedio di guarigione nella conoscenza. Vorrei tanto che proprio questo venisse creduto. Avrete buona occasione di osservare il polo opposto di ciò che ho detto, proprio in un movimento come è il nostro. È del tutto naturale e anche giustificato che persone che non si liberano facilmente da se stesse cerchino anche consolazione, speranza e fiducia nel nostro movimento. Ma se non hanno il sincero sforzo di liberarsi da sé, se si occupano sempre della propria testa, del proprio cuore — per non parlare d’altro, di cui pure si occupano abbondantemente molte persone nel nostro movimento — allora la conoscenza non può essere per loro ciò che è in realtà. Ci si può interessare alla conoscenza in modo tale che essa sia per noi non solo una questione personale, bensì una questione universalmente umana. Quanto più gioca il personale, tanto più ci si allontana da ciò che è proprio il salutare nella conoscenza dei più profondi fondamenti del mondo.
Bisogna dunque rendersi chiari, proprio dai punti di vista qui acquisiti, su come certi impulsi nella natura umana siano connessi col divenir libero del psichico, dello spirituale, sia nel sonnambulismo, sia nella follia. Poiché è sempre un divenir libero collegato a un immergersi nello spirituale. Ma ciò è collegato a una certa voluttà, a una vera e propria voluttà, direttamente e indirettamente. Poiché ciò che è divenuto libero, sia esso il corpo eterico, il corpo astrale o l’Io, si effonde in un certo modo nel mondo spirituale. E questo effondersi è del tutto collegato a interiori sentimenti di beatitudine. Proprio il psichicamente anormale prova certe soddisfazioni nella sua anormale attività animica e per questo l’abbandona così malvolentieri. E si può fare l’esperienza che, in tutti i tempi, hanno fatto proprio coloro che si sono adoperati a guarire gli anormali psichici: quando essi venivano trattati da medici perspicaci, accadeva molto spesso che, quando si approssimava la guarigione, i malati non sentivano più questo divenir liberi e immergersi nell’ambiente spirituale, una certa voluttà e beatitudine andava loro perduta, e cominciavano a odiare colui che toglieva loro la voluttà. Mentre, presso altri non malati psichici, si può ben fare l’esperienza che al medico guaritore venga manifestata gratitudine, negli sforzi che vengono impiegati per i malati psichici si verifica il contrario. È un’esperienza che troverete registrata nella letteratura, poiché i medici hanno sempre nuovamente constatato che, quando subentra la guarigione, o anche solo viene tentata, e dunque si tenta di superare lo stato, allora la voluttà retrocede e la gente comincia a trovare proprio il guaritore antipatico: egli toglie loro ciò che propriamente prediligono, ciò che anche nel subcosciente è prediletto, mentre nella sovracoscienza se ne difendono.
Vedete in profondi misteri dell’animo umano dominante, quando prendete in considerazione queste cose. D’altro canto comprenderete però che, quando l’Io o il corpo eterico o il corpo astrale si sono dapprima sforzati di lavorare con l’aiuto dei propri strumenti fisici, e quando divengono poi liberi e sono ancora forti, hanno ancora le impronte formali che avevano nel fisico, possono allora sviluppare certe forze più facilmente di quanto possano essere sviluppate negli organi malati. Per questo simili malati, i quali periodicamente — poiché vi sono stati ciclici, periodicamente anormali dell’anima — escono dal proprio organismo, sentono molto spesso di avere facoltà che altrimenti non hanno. Ciò produce di nuovo una grande soddisfazione, e quando poi rientrano nel corpo fisico e rimane loro una certa coscienza di ciò che è accaduto in loro, possono persino avere su tali cose un’autocoscienza molto chiara.
Nella prima metà del XIX secolo un famoso medico, Willis, aveva guarito un folle, vale a dire l’aveva ricondotto a pensare nuovamente in modo ragionevole di sé. E questo folle guarito, che era intelligente, scrisse quanto segue come uno sguardo retrospettivo sul suo stato di follia. Comprenderete ora bene ciò che questo folle intelligente scrisse, se terrete conto di quanto ho detto. Si tratta di un folle con una malattia per la quale, in certo qual modo, tutti e tre i membri superiori erano stati scatenati. Il malato scrive: «Attendevo i miei attacchi con impazienza… beatitudine» — pensate dunque: questo uscir fuori dal corpo egli l’attendeva con impazienza, perché sapeva di gustare in esso una certa beatitudine. «Tutto mi appariva facile; non si mostravano ostacoli, né nella teoria né nella pratica. La mia memoria conseguiva improvvisamente uno strano grado di perfezione…». Chi vede attraverso le cose, sa che egli doveva altrimenti soffrire di stitichezza del basso ventre e che per ciò la sua memoria era stata offuscata. Nel momento in cui il suo Io fu strappato via, la sua memoria era intatta. «Mi venivano in mente lunghi passi degli scrittori latini. Ordinariamente trovo grande difficoltà a trovare desinenze ritmiche; allora invece potevo scrivere versi con la stessa grande facilità della prosa». Vedete, l’uomo descriveva sé stesso assai precisamente, e si può comprendere che egli cercasse in un certo modo di provocare lo stato anormale. Non lo si può arbitrariamente, ma egli era contento quando lo stato veniva, poiché vi si trovava molto voluttuosamente.
Questa è in generale la difficoltà di fronte agli anormali psichici: che mediante il trattamento si debba condurli soggettivamente non a una felice disposizione, bensì a una disposizione per loro infelice, e perciò essi ne sono in realtà afflitti. Nella sovracoscienza ciò è naturalmente diverso, ma in realtà, nel subcosciente, sono afflitti quando vengono guariti. Naturalmente vanno dal medico e dicono di voler guarire; ma nel subcosciente, in realtà, non vogliono guarire. È questa la difficoltà. Lo scatenato o gli scatenati si difendono con tutta la forza dall’essere strappati via dalla beatitudine in cui sono trapiantati al loro scatenarsi.
Vedete, per questa via si rende giustizia a ciò che è fondamento materiale della nostra esistenza fisica; ma non si diventa materialisti. Prendete ad esempio il caso che qualcuno sia, in misura maggiore di quanto lo si nota nella vita esteriore, stupido; esistono uomini simili. Ora, la stupidità è soltanto un gradino sulla via verso una certa anormalità animica, vale a dire verso la deficienza mentale. Ciò può dipendere dal fatto che il corpo eterico, altrimenti incatenato, è libero, perché in un certo modo il cervello è troppo compatto, non lavora in modo abbastanza labile. Supponiamo che una tale persona si spari una pallottola nella testa, che però non lo colpisce mortalmente. In certe circostanze ciò può apparire, a chi vede attraverso le cose, persino utile, sempre che la cosa non gli abbia altrimenti nuociuto; poiché forse per il rallentamento ora subentrato del suo compatto cervello egli diviene più sveglio. Casi simili si sono assolutamente verificati, in cui persone furono risvegliate, mediante ferite alla testa, rispetto al loro stato precedente.
Nell’ambito di ciò che è fisicamente percepibile non esiste veramente nulla di così complicato come la natura umana; essa è la cosa più complicata che si trovi in genere al mondo. Bisogna però considerare l’uomo veramente nel modo in cui ora l’ho esposto, se si vuole considerarlo nella sua totalità. Abbiamo infatti ora visto che, così come l’uomo sta davanti a noi col proprio capo, l’attività del capo si basa, sotto un certo rispetto, sul fatto che il corpo eterico è inserito nel capo in modo corretto. L’attività anormale sorge quando il corpo eterico diviene libero, quando viene scatenato. Per il fatto che l’uomo è normalmente organizzato, ha i suoi organi di senso, i suoi nervi cerebrali, il corpo eterico può avere relazioni normali con l’ambiente ordinario. Ciò che l’uomo è mediante la sua particolare connessione di corpo eterico e capo, lo è come uomo in generale, così come è presente nel mondo fisico fra nascita e morte.
Se non portassimo in noi nient’altro che il normale inserimento del corpo eterico nel capo, allora tutti gli uomini sarebbero uguali, e neppure potrebbe l’uomo sentire alcuna connessione con quella parte della sua essenza che è immortale; poiché il capo ci media le esperienze e i vissuti che possiamo fare nella vita fra nascita e morte attraverso i sensi, attraverso i nervi cerebrali. Considerate ciò ora in connessione con quanto ho detto sulla perdita del capo nel corso della reincarnazione: ciò che ora è capo, era nella precedente incarnazione corpo, ciò che ora è corpo, diverrà capo nella prossima incarnazione. Ma l’uomo sa della propria connessione con il proprio Immortale, che passa attraverso nascite e morti, anche se questo sapere, senza conoscenza scientifico-spirituale, è soltanto credenza. Comprendere può egli questa connessione mediante il capo, ma avere tale sapere può soltanto per il fatto che ha il suo sistema nervoso del midollo spinale come organo del corpo astrale. Là vengono prodotte quelle rappresentazioni e quei sentimenti che pongono l’uomo, con il suo Immortale, con il suo sovrapersonale, in un reciproco rapporto.
Tutto ciò che abbiamo soltanto per la vita fra nascita e morte, l’abbiamo per il fatto che possediamo, nel nostro organismo, l’elemento terrestre, il solido. Ho menzionato in altra occasione che non abbiamo poi così tanto solido in noi, che siamo per il novantacinque per cento una colonna liquida. Il solido in noi è straordinariamente poco — solo il cinque per cento è incorporato —, l’uomo è una colonna d’acqua. Ma portatore dei pensieri ordinari per la vita fisica può essere soltanto questo solido, e solamente in quanto siamo permeati dal liquido e dalla sua pulsazione sappiamo del nostro sovrapersonale. E questo liquido e la sua pulsazione stanno di nuovo in connessione con il sistema del midollo spinale, il quale preferibilmente regola il liquido e la pulsazione. Come tutto ciò sia connesso con certe cose che ho già esposto in precedenza, con il pulsare in su e in giù del liquido fra basso ventre e cervello, lo voglio esporre poi domani, poiché ci porterebbe troppo lontano dal nostro tema vero e proprio.
L’uomo viene però posto, per il fatto di portare in sé l’elemento liquido, non solo in connessione col suo sovrapersonale, ma diviene in tal modo anche in certo qual modo specificato nella sua personalità. Se fossimo solo uomini-cervello, penseremmo tutti la stessa cosa, sentiremmo tutti la stessa cosa. Per il fatto che siamo uomini-cuore, che abbiamo in noi l’elemento liquido, il sangue e altri umori, siamo già in un certo modo specificati; poiché per ciò la Gerarchia degli Angeli partecipa alla nostra essenza. La Gerarchia degli Angeli può intervenire in noi per la via dell’elemento liquido.
Una terza possibilità di intervenire nella nostra essenza è data dal fatto che, nel normale concorso dei membri superiori col sistema gangliare, sussiste la possibilità che ciò che è aeriforme e tutto ciò che vi è connesso agisca su di noi. Questo avviene attraverso il processo respiratorio. Ma esso è molto complicato. Non è indifferente se respiriamo qui o là, se l’aria respirata contenga molto o poco ossigeno, se contenga molta o poca umidità, molto o poco calore solare e simili. Per il fatto che portiamo in noi questa possibilità, che mediante l’elemento aeriforme si agisca su di noi, ha la Gerarchia degli Arcangeli la possibilità di agire su di noi. Tutto ciò che agisce nella nostra essenza dalla Gerarchia degli Arcangeli, siano essi normalmente progrediti o rimasti indietro, agisce per la via del nostro sistema gangliare. E per questa via agisce anche ciò che parte dai cosiddetti Spiriti dei popoli, i quali pure appartengono alla Gerarchia degli Arcangeli. Ciò che, partendo dagli Spiriti dei popoli, agisce sugli uomini, agisce sugli organi che sono in connessione col sistema gangliare. Perciò la nazionalità è qualcosa di così sottratto alla coscienza, qualcosa di così demoniacamente operante. E per i motivi che ho accennato, essa è perciò collegata così fortemente con tutto ciò che è il luogo; poiché molto più di quanto si creda, il luogo, il clima, sono congiunti con l’operare della Gerarchia degli Arcangeli. Il clima non è infatti altro che ciò che agisce sull’uomo per la via dell’aria. Vedete dunque come, indicando il sistema gangliare, si mostri come operino, nell’inconscio dell’uomo, gli impulsi del carattere animico nazionale.
Ora comprenderete anche che, più di quanto ordinariamente si pensi, proprio l’appartenenza alla nazionalità è connessa con certe qualità dell’uomo legate al suo sistema gangliare. Più di quanto si creda è infatti il problema della nazionalità da porre in relazione con il problema sessuale. Poiché l’appartenenza alla nazionalità si basa sul medesimo fondamento organico — il sistema gangliare — su cui si fonda anche il sessuale. Ciò è già esteriormente comprensibile per il fatto che si appartiene alla propria nazionalità per nascita, in quanto si è maturati nella madre di un determinato popolo; in tal misura la mediazione vi è già. Vedete dunque per quali, vorrei dire, sotterranei animici fondamenti proprio il problema nazionale sia già collegato col problema sessuale. E perciò vi è, nel fenomeno, tanto di affine fra questi due impulsi nella vita. Chi ha solo occhi aperti per la vita troverà enormemente molto di affine fra il modo in cui l’uomo si attiva a partire dall’erotico e il modo in cui si attiva nella sua appartenenza alla nazionalità. Con ciò non si è naturalmente detto nulla, né pro né contro, rispetto all’uno o all’altro; ma i fatti stanno così come li ho caratterizzati.
Le eccitazioni di natura nazionale, che agiscono particolarmente forti in modo inconscio, quando non vengono portate alla coscienza dell’Io facendone una questione di karma, così come ho or ora caratterizzato, sono molto affini alle eccitazioni sessuali. Non si può sorvolare su simili cose volendo, a partire da certi inganni e nostalgie, fare di un emotivo modo di sentire nazionale un sentire molto nobile, e del sentire sessuale uno molto poco nobile; poiché i fatti stanno appunto così come ve li ho sviluppati. Da ciò vedrete però ora anche che gli uomini possono essere portati a un certo accordo quando si tratta di trattare questioni del capo. Lì essi sono uguali. Se fossimo solo capi, potremmo intenderci assai facilmente. È paradossale dire: se fossimo solo capi. — Ma quando la vita ci ha messo a contatto con persone molteplici, ci si abitua a parlare in simili espressioni paradossali.
Conobbi così una volta — sia detto fra parentesi — un assai notevole poeta austriaco, che pensava anche filosoficamente e che aveva una terribile paura del fatto che gli uomini divenissero sempre più e più intellettuali. Egli diceva: gli uomini si sviluppano in tal modo che divengono sempre più e più intellettuali, alla fine diverranno del tutto piccoli rispetto al resto del corpo, che si atrofizzerà del tutto, e saranno solo capi ambulanti. — Diceva ciò del tutto seriamente. Se fossimo, come si è detto, solo capi, potremmo intenderci facilmente su molte cose. Ma su ciò che deve essere compreso mediante lo strumento del sistema del midollo spinale, gli uomini si intendono già più difficilmente. Per questo si combattono in rapporto alla concezione del mondo, ai rapporti religiosi, a tutto ciò che li collega col loro sovrapersonale. E che si combattano in rapporto a ciò di cui il sistema gangliare è organo, non lo si vorrà dubitare, particolarmente nel presente, dove non intendo la guerra esteriore, bensì quella guerra in cui odio parla contro odio; poiché la guerra esteriore non avrebbe affatto bisogno di avere a che fare con ciò che si esplica in modo così terribile come odio contro odio.
Queste cose devono venire di nuovo alla coscienza degli uomini. Poiché soltanto per il fatto che gli uomini di nuovo vedano attraverso la natura umana, si potrà trovare una via di uscita da quel caos in cui l’umanità è entrata. Vogliamo domani parlare ancora proprio di questo caos. Ma siamoci solamente chiari: il sapere, la conoscenza che viene acquisita sulla complicata natura dell’uomo deve essere intesa, deve essere permeata da una tale disposizione, come l’ho or ora caratterizzata: da una disposizione impersonale. Ho ora caratterizzato dapprima delle innocue disposizioni personali: gli uomini che non riescono a venire a capo di sé stessi, che parlano sempre del proprio cuore, di questo o di quello. Ma nel mondo ci imbattiamo anche in una meno innocua disposizione personale o gruppo-egoistica. Il sapere occulto non viene sempre utilizzato in modo altruistico, l’avete visto attraverso le considerazioni che abbiamo fatto nel corso di queste settimane. E si vede già più profondamente entro le impulsazioni che dominano nelle vicende umane, quando si può proprio considerare la natura umana nella sua complicatezza. Poiché ciò che si può conoscere riguardo al singolo uomo è di nuovo connesso con tutto ciò che avviene fra gli uomini, sia dal singolo al singolo, sia anche rispetto a ciò che accade nei raggruppamenti e nei rapporti che si producono, nello sviluppo umano, fra i raggruppamenti.
Vi ho ora indicato che il sapere occulto è stato utilizzato in certe confraternite occulte per dare una direzione che è stata poi messa a frutto in modo tale, che debbano essere raggiunti, attraverso impulsi occulti, non scopi universalmente umani, bensì scopi gruppo-egoistici. Vi ho parlato del fatto che, in certe confraternite occulte, sussistevano vedute su come dovesse configurarsi l’Europa, su come si volesse provocare il configurarsi dell’Europa. Se a ciò che ormai è venuto fuori aggiungo oggi qualcos’altro che non è ancora venuto fuori, lo faccio per il motivo che mi pare opportuno che almeno in qualche luogo, sia pure in cerchia piccola, venga detto ciò che in futuro apparirà altrettanto, così come è apparsa, nella nota di risposta al presidente Wilson, la spartizione dell’Austria. Poiché chi conosce le cose, avrebbe potuto disegnare tale spartizione dell’Austria già negli anni Novanta — non voglio risalire oltre — sulla base di quelle carte menzionate.
Ora, ciò che viene sempre pubblicato sono parti staccate; affluisce nelle cose esteriori, essoteriche, nel tempo in cui si crede di poter agire con esse; il resto si trattiene. Davvero non per agire nel minimo in modo agitatorio o politico, bensì solo per comunicarvi fatti di conoscenza, parlo di ciò di cui voglio ora parlare. È appunto presente nel mondo. E davvero, sono ben lontano dal voler incutere paura ad alcuno, o dal voler agire su alcuno in modo tale che egli creda questa o quella cosa, o divenga ansioso in questa o quella direzione; bensì qui si tratta soltanto di conoscenze. E vorrei dunque tracciarvi qualcosa di quella futura carta d’Europa che, in certe comunità occulte, è stata data approssimativamente come ora ve la descriverò. Tutto verrà solo disegnato approssimativamente, perché vada più rapido. Come si è detto, si tratta di come ci si rappresentasse, in tali comunità occulte, l’Europa configurata in un futuro lontano (viene disegnato).
La prima cosa che si fissava saldamente sotto gli occhi era la sud-europea, la Confederazione balcanica; questa doveva costituire in certo qual modo una sorta di antemurale, una sorta di vallo contro il russicismo. Poiché ovviamente il russicismo veniva considerato in Occidente come l’altro polo, in ogni caso non come qualcosa con cui ci si volesse unire eternamente, bensì come ciò che in certo modo deve sempre essere qualcosa che si vuole anche combattere. Tale Confederazione comprenderebbe, poiché si vuole saldare insieme l’odierno Regno d’Italia con lo slavismo balcanico e con lo slavismo meridionale oggi appartenente all’Austria, gran parte della penisola appenninica, le parti della Svizzera di lingua italiana, le parti meridionali dell’Austria, la Croazia, la Slavonia, la Dalmazia. Vi si aggiungerebbe poi una parte della Grecia, ma solo la settentrionale. La Confederazione comprenderebbe anche l’Ungheria e le foci del Danubio. Questa sarebbe la Confederazione balcanica. — Vi si dovrebbe annettere verso oriente tutto ciò che ci si rappresenterebbe come Russia. In questo programma cartografico — lo sottolineo espressamente — veniva sempre affermato, e anzi nettamente sottolineato: comunque si comporti la Polonia, sarebbe necessità storica universale che questa terra, in ogni circostanza, nella sua interezza venga di nuovo, alla fine, ricompresa nell’impero russo. Era dunque sin dall’inizio programma che la Polonia, comprese le parti oggi appartenenti alla Prussia, venga di nuovo inclusa nell’impero russo. Sicché dunque l’impero russo, secondo questo programma, dovrebbe comprendere l’odierna Polonia, e anche la Galizia attraverso gli slovacchi. Come una penisola immersa sarebbe tutto ciò che qui tratteggio. Questa sarebbe la Bucovina (viene disegnato).
Poi verrebbe la Francia, la quale, con l’esclusione delle foci del Reno, comprenderebbe il territorio fino al Reno e l’odierna parte della Svizzera di lingua francese, e sarebbe qui delimitata dai Pirenei e qui all’incirca in questo modo. Sui popoli scandinavi non si è detto nulla di particolare; a quelli si vorrà ben concedere una proroga di grazia piuttosto lunga. Il resto sarebbe: la Svizzera di lingua tedesca con la Germania e le regioni tedesche dell’Austria; queste dunque comprenderebbero qui questo territorio. E ciò che è ora qui coperto di colore cadrebbe più o meno nella sfera d’influenza, così o altrimenti configurata, dell’Impero britannico: Olanda, Belgio, la costa, il Portogallo, la Spagna, la parte inferiore dell’Italia — sulle isole si potrà parlare un’altra volta —, la parte meridionale della Grecia.
Qui abbiamo una carta che mostra chiaramente come ciò che ieri cercammo di fissare alla lavagna sia già una sorta di acconto per questa carta, poiché per l’Europa centrale viene fuori all’incirca lo stesso, se confrontate questa carta con ciò che ora già sta nella nota dell’Intesa a Wilson. Questa è ciò che è valso come ideale distribuzione dell’Europa. Affinché non si commetta un’ingiustizia: Roma si troverebbe qui, rimarrebbe ovviamente all’Italia. — Questo non è ora qualcosa con cui voglia, lo ripeto ancora una volta, influenzare nel minimo alcuno, bensì soltanto qualcosa con cui voglio dire che ciò è stato insegnato in certe comunità occulte come una sorta di configurazione dell’Europa, riconducibile per me chiaramente fino agli anni Novanta, Ottanta. Perché là si vedesse così la futura configurazione dell’Europa, quali fondamenti se ne avessero, anche ciò veniva sempre esposto. In certo qual modo veniva esposto in qual modo e per qual via — naturalmente valevano fondamenti ragionevoli — si desiderasse una tale configurazione per l’Europa. Di ciò vogliamo parlare poi domani.
Voglio solo ancora menzionare che non vi reco nulla di in qualche modo escogitato, bensì che trasmetto qualcosa che viveva, in molte teste, come impulso operante, come qualcosa che si dovesse provocare, alla cui realizzazione si dovesse fare tutto. So molto bene che la malizia potrebbe facilmente dire essere sconveniente, in considerazione di un certo punto, proprio in questo luogo dire tali cose. Ma io non voglio agitare, non voglio prospettare né per gli Stati belligeranti né per quelli neutrali questa o quella immagine di futuro. Non ho nulla a che fare con queste cose, bensì, in quanto le reco ora, sono recate soltanto a partire dagli impulsi che esistevano in tali cerchie. E abbiamo per ciò un’immagine di futuro, scaturita dallo sforzo di utilizzare certi impulsi nell’interesse gruppo-egoistico. Chi dovesse spaventarsi di tutto ciò che sparirebbe, si dica pure che si tratta di prendere in considerazione compiti universalmente umani. Si può vedere alle cose, quando esse sono un’effusione di interessi gruppo-egoistici, e non c’è bisogno di considerarle come un fato, una fatalità.
Mi sembra però più fatale di tutto la posizione che vorrei caratterizzare in certo qual modo come una sorta di posizione dello struzzo, che vorrebbe semplicemente chiudersi di fronte a tali conoscenze, perché esse sono spiacevoli, e perché non si dovrebbe affatto pensare a tali cose qui o là, poiché ciò inquieta gli uomini. So ovviamente che anche qui si potrebbe dire: non si dovrebbe pure parlare di tali cose, poiché ciò può inquietare gli uomini che vogliono qui essere onestamente neutrali. — Ma siamo già al di là di simili inquietudini, sul nostro terreno. Dovremmo pur essere capaci di guardare le cose così come esse si sviluppano nel mondo. E se io dico queste cose, lo faccio nel presupposto che voi siate abbastanza ragionevoli da accogliere queste cose anche nel modo giusto.
Passato e futuro dell’Europa. Il Karma della Parte Centrale
Dornach, 15 gennaio 1917
Ho indicato ieri come i membri spirituali dell’essere umano abbiano i loro punti di attacco nell’organismo fisico. Tali conoscenze dovranno fluire nella coscienza dell’umanità, poiché esse sono ciò che in verità deve condurre l’umanità verso la luce, di fronte alle tenebre del materialismo del nostro tempo — tenebre che ancora a lungo, lungamente perdureranno. Eppure il filo del riconoscimento spirituale non dovrebbe mai andare del tutto perduto. Almeno una piccola parte dell’umanità deve sempre averne cura.
Ho già richiamato l’attenzione sul fatto che proprio le giuste conoscenze del materialismo, le quali dalla nostra scienza dello spirito di orientamento antroposofico non vengono affatto disconosciute, vengono poste nella loro giusta luce quando si considerano le cose, e in particolare l’essere umano, in modo spirituale. Da un esempio come quello da cui sono partito ieri potete vedere come anche l’accadimento materiale nell’uomo sia pienamente considerato dalla scienza spirituale, solo che quest’ultima riconosce lo Spirito e indaga proprio l’ancoraggio dello Spirito nel materiale, in primo luogo nell’uomo. Si evita così quello scoglio che deve essere evitato e che consiste nel cercare lo Spirito solo in concetti astratti, i quali non hanno la forza di penetrare in ciò che dallo Spirito è stato creato: il materiale.
Lo Spirito non deve vivere soltanto in concetti castelli-in-aria che fluttuano in qualche modo al di sopra del materiale; esso deve essere così pieno di forza e così intenso da poter compenetrare il materiale stesso e mostrare in esso la propria spiritualità, poiché lo Spirito è, nella sua realtà, il creatore del materiale. Anche alla scienza spirituale autentica deve quindi schiudersi la possibilità di comprendere il materiale, l’essere sul piano fisico. Per questo è importante, proprio in questo tempo, prestare attenzione al compenetrarsi di Spirituale e materiale nell’uomo, là dove è necessario afferrare correttamente l’intervento di un soprasensibile — l’anima di popolo — nell’entità umana.
Ho detto: ciò che nella vita quotidiana pensiamo, sentiamo, vogliamo non come appartenenti a questo o a quel gruppo umano, bensì come uomini terrestri in generale, è legato all’elemento solido, all’elemento terrestre. E sebbene abbiamo in noi solo per il cinque per cento questo elemento terrestre — dicevo —, tuttavia ciò che, per il mondo fra la nascita e la morte, trasmette le conoscenze puramente personali, gli impulsi della volontà e le intensità del sentire è legato in modo particolare al solido minerale del nostro organo cerebrale; là sta il suo vero punto di attacco. — Non appena saliamo a ciò che conduce l’uomo nel sovrapersonale o nel sottopersonale, non possiamo più contare su rappresentazioni mediate dal solido, bensì queste rappresentazioni vengono trasmesse dall’elemento fluido. E rappresentazioni che ci conducono assai lontano nel sovrapersonale o nel sottopersonale — come l’intervento degli Arcangeli (Archangeloi) nelle entità umane — ci vengono trasmesse dall’elemento aeriforme.
L’elemento aeriforme è il mediatore fra queste entità degli Arcangeli, fra la loro sfera, e ciò che l’uomo sperimenta, in modo del tutto subcosciente, come ieri ho accennato. Noi siamo, per ben oltre il novanta per cento, una colonna d’acqua, vale a dire una colonna di liquido; ma proprio questo elemento fluido nell’uomo, che la scienza esteriore di oggi prende ancora ben poco in considerazione, è il principale supporto della vita umana. E ho già una volta indicato come l’elemento aeriforme agisca, attraverso il fluido, sull’elemento solido che è ancorato nel cervello. Noi inspiriamo; per il fatto che inspiriamo la corrente d’aria, vale a dire che riempiamo il nostro corpo con tale corrente, l’organo che chiamiamo diaframma si abbassa. In questa aspirazione della corrente d’aria, e in tutto ciò che vi è connesso fino all’abbassarsi del diaframma, abbiamo la sfera in cui sono operanti gli impulsi che provengono dal regno degli Arcangeli. E come tutto ciò resta nel subconscio, così resta nel subconscio la vera figura delle azioni dell’anima di popolo, la quale viene soltanto, come ieri dicevo per via di paragone, sollevata su come ondate, ma in tutt’altra figura da quella in cui realmente vive là sotto.
Quando il diaframma è abbassato, comincia una sorta di ristagno del sangue nelle vene del basso ventre. La corrente del liquido cerebrale viene allora spinta verso l’alto attraverso il canale del midollo spinale e versata nel cervello, vale a dire attorno alla massa cerebrale solidificata; sicché ora, in conseguenza dell’inspirare, il liquido cerebrale si trova nel cervello stesso, è stato sospinto in alto. In queste azioni della pulsazione del liquido cerebrale risiede tutto ciò che, come impulso dalla sfera degli Arcangeli, scorre nell’uomo, tutto ciò che l’uomo può conquistare in rappresentazioni e sensazioni che l’innalzano nel sovrapersonale o nel sottopersonale, lo collegano cioè con le potenze che vanno oltre la nascita e la morte. E nel cervello stesso il liquido cerebrale urta poi contro il solido.
Parallelo a questo decorre il processo che consiste in ciò: nel nostro fluido ondeggiano anche le rappresentazioni, i concetti, poiché rappresentazioni e concetti sono entità spirituali che ondeggiano nell’elemento fluido; e come nostre rappresentazioni quotidiane riferite al mondo dei sensi essi emergono per il fatto che urtano contro il solido, vengono riflesse dal solido e così giungono alla coscienza. Quando di nuovo espiriamo, subentra invece un ristagno nei vasi sanguigni del cervello, e il liquido cerebrale viene spinto in basso attraverso il canale del midollo spinale, nel basso ventre. Può scorrere là dentro perché, in conseguenza dell’espirazione, il diaframma viene sollevato e per il liquido cerebrale si crea spazio per il defluire verso il basso, nel basso ventre.
Il pensare, il rappresentare e così via non è dunque quel processo di cui la scienza anatomo-fisiologica oggi sogna come di un mero processo cerebrale; ciò che nel cervello si svolge come riflessione contro un solido si collega con ciò che non riflette più, ma resta nel fluido, e di là, per la via indiretta della respirazione, regola l’influsso dell’elemento aeriforme. È anche la via indiretta lungo la quale ci viene mediato tutto ciò che ha a che fare con il clima, con i rapporti terrestri legati a un determinato territorio, e con altri influssi esteriori connessi al respiro. In ciò che non affiora mai alla coscienza — nel processo respiratorio, che non è altro se non un mare ondoso — ondeggiano realtà spirituali. Il processo respiratorio sta in connessione col cervello per la via indiretta del liquido cerebrale.
Avete così il processo materiale che appartiene all’uomo intero, espresso in modo che lo riconoscete come la rivelazione dello Spirito, il quale ci avvolge ovunque come l’aria o l’umidità. E proprio mediante una reale comprensione dei processi materiali ottenete uno sguardo su come l’ambiente terrestre, con il proprio Spirituale in esso contenuto, agisce sull’uomo, su come l’uomo, in quanto essere spirituale-fisico, è inserito nello spirituale-fisico del suo intorno terrestre. Aria, acqua e calore che ci circondano non sono altro che corpi per lo Spirito, esattamente come i nostri muscoli e nervi sono corpi per lo Spirito.
Pongo ora queste cose perché si possa vedere quali processi, del tutto irrivelati alla conoscenza odierna, stiano a fondamento della vita umana; ma sarà compito della quinta epoca postatlantica portare questi processi nella reale conoscenza. Tutto l’insegnamento, tutta la pedagogia, tutta l’istruzione umana, ma anche tutta la vita umana esteriore, nel corso della quinta epoca postatlantica dovranno essere compenetrati da queste conoscenze, e si dovrà riconoscere che ciò che oggi negli ambienti materialistici è considerato scienza dovrà via via, anche con le sue conseguenze di vita, scomparire dalla vita della Terra.
E tutte le lotte che ancora dovranno svolgersi nella quinta epoca postatlantica saranno solo l’espressione esteriore di una lotta spirituale, così come in ultima analisi anche la lotta attuale è l’espressione esteriore della contrapposizione fra materialismo e spiritualismo. Per quanto le cose si mascherino — dietro gli eventi infinitamente tristi del presente sta la lotta del materialismo contro lo spiritualismo. Questa lotta dovrà essere combattuta fino in fondo. Assumerà varie forme, ma dovrà essere combattuta, perché gli uomini dovranno imparare a sopportare tutto ciò che è necessario sopportare per conquistarsi la concezione spirituale del mondo destinata alla sesta epoca postatlantica.
E si può dire: molto dovrà essere sofferto, ma solo da dolori e sofferenze nasce ciò che lega davvero al nostro Sé la conoscenza; poiché, d’altra parte, a tutto ciò che è considerazione materialistica del mondo è collegata la conformazione materialistica della vita, che oggi è solo agli inizi, ma assumerà ancora forme infinitamente più terribili. La conformazione materialistica della vita è cominciata in particolare con il riconoscere, sul piano conoscitivo, soltanto il materiale; e ha già portato in larga misura al fatto che gli uomini, anche nella vita, vogliono ammettere soltanto il materiale. Questo però andrà ancora molto, molto oltre, diverrà ancora ben più intenso. Poiché la quinta epoca postatlantica deve essere vissuta fino in fondo. Deve giungere, nei vari campi, a una sorta di culmine. Solo al suo polo opposto, infatti, lo spiritualismo potrà riconoscersi con quell’intensità con cui deve riconoscersi se l’umanità dovrà passare matura nella sesta epoca postatlantica.
Perciò non dovete temere di seguire le direttrici spirituali, là dove esse si offrono come possibilità di afferrare i fatti esteriori del mondo. Il primo compito e obbligo per l’uomo che aspira spiritualmente è di comprendere il corso dello sviluppo dell’umanità fin dentro il presente, e di prefigurare lo sviluppo probabile nel futuro secondo direzioni spirituali. Abbiamo spesso parlato di ciò che è rimasto come eredità della quarta epoca postatlantica, conclusasi nel XV secolo, e abbiamo detto come la quinta epoca postatlantica esista per portare l’anima cosciente al pieno sviluppo. Ora, proprio l’anima cosciente deve unire intimamente l’uomo con ogni accadimento materiale, con tutto ciò che è connesso al materialismo.
Abbiamo visto come nella quinta — nella quarta epoca postatlantica, dall’VIII secolo prima di Cristo fino al XV dopo Cristo, l’elemento greco-latino sia divenuto a poco a poco dominante nel mondo: dapprima in ciò che si suole chiamare l’Impero Romano, poi nel papato romano, che raggiunse il culmine del suo dominio proprio nel XIII e all’inizio del XIV secolo. Questo è anche al tempo stesso l’inizio della quinta epoca postatlantica; è insieme l’inizio della prima frattura del dominio romano-papale. È al tempo stesso l’inizio di quegli impulsi sotto i cui influssi stanno i nostri tristi eventi odierni. E in fondo nessuno può comprendere ciò che oggi accade se non considera le cose in un più ampio contesto. Poiché ai tristi eventi dell’odierna Europa partecipano in fondo tutti i popoli europei. Chi vuole conoscere deve necessariamente volgere lo sguardo agli impulsi che da lungo tempo si sono preparati e che oggi, in un certo modo, trovano una sorta di primo deflusso.
Vogliamo quindi oggi, vorrei dire, riunire una visione di vasto respiro con ciò che ci sta più vicino. Ricordiamoci anzitutto che abbiamo una volta esposto come i popoli meridionali, la popolazione italo-spagnola, in ciò che hanno prodotto come imperi rappresentino una sorta di azione postuma della terza epoca postatlantica, naturalmente con l’incorporazione di tutta l’eredità della quarta epoca. Basta seguire l’intera struttura dello sviluppo italo-spagnolo, quale si è delineata nel passaggio dalla quarta alla quinta epoca postatlantica, per vedere che vi è ancora dentro ciò che per la terza epoca, l’egizio-caldea, aveva un’immediata legittimità nel presente. Soprattutto nel modo in cui, muovendo da Roma e dalla Spagna, il culto preso a prestito dall’egizio-caldeo si fa valere come religione, avete il sopravvivere del residuo egizio-caldeo, che poi nel XIII secolo raggiunse il suo culmine.
Se vogliamo designare con un’espressione a noi oggi comprensibile — poiché le parole sono comprensibili in modo diverso in tempi diversi — ciò che, muovendo dal meridione d’Europa, raggiunse nel XIII secolo il suo culmine come dominio papale (così come corrisponde ai fatti, perché allora il dominio papale si estese su tutta la cultura europea e la dominò), dobbiamo dire: è essenzialmente l’elemento cultico-gerarchico, ecclesiastico. Questo elemento cultico-gerarchico, ecclesiastico, in cui la romanità si è trasformata nel cattolicesimo romanico affluente in Europa, è uno degli impulsi che agiscono postumamente come impulsi rimasti indietro lungo tutta la quinta epoca postatlantica, in particolare nel suo primo terzo.
Vi si può, vorrei dire, calcolare quanto durerà. Sapete che un’epoca postatlantica dura circa duemilacentosessanta anni; il terzo è di settecentoventi anni. Avete quindi, cominciando attorno al 1415, l’azione principale fino al 2135, sicché le ultime mareggiate del romanismo gerarchico dureranno fino agli inizi del terzo millennio. Sono le azioni postume in cui gli impulsi della quarta epoca postatlantica si fanno valere nelle forme della terza epoca. Ma tutte le cose agiscono simultaneamente, e così agiscono con questi anche altri impulsi.
Il proprio culmine il cattolicesimo romanico l’ha avuto già nel XIII e nel XIV secolo. Vediamo ora come esso prosegua oltre. Dobbiamo dunque, in lui, distinguere l’azione fino al XIII secolo — dove in un certo senso aveva la sua legittimità, poiché era ancora la quarta epoca postatlantica — da ciò che seguì, dove esso assume un altro carattere, il carattere di impulsi rimasti indietro. Cerca di espandersi. Come si espande? Si espande, certo, in modo significativo. Vediamo come ciò che a poco a poco matura nella nuova età come struttura statale viene più o meno compenetrato da questo cattolicesimo romanico. Vediamo come la struttura statale inglese che va maturando, all’inizio della quinta epoca postatlantica, sia totalmente nelle mani di questo cattolicesimo romanico. Vediamo come la Francia, e anche il resto d’Europa, si trovino, in rapporto a rappresentazioni e impulsi di vita, nelle grinfie di questo elemento romanico-gerarchico-cultico.
Se vogliamo caratterizzare ciò che vi vive realmente, dobbiamo dire: c’è lo sforzo, da Roma, di compenetrare e attraversare interamente, con questo elemento ecclesiastico-gerarchico, la cultura d’Europa fino a quel baluardo che essa stessa si è creata nell’Europa orientale. — Ma, stranamente, una simile aspirazione, quando diventa un impulso rimasto indietro, assume un carattere esteriore. Non ha più la forza di sviluppare un’intensità interiore; assume invece un carattere esteriore. Si effonde, per così dire, in larghezza e non ha forza di andare in profondità nella propria sostanza. Per questo vediamo la cosa singolare che il gerarchismo romano diviene sempre più estensivo, va sempre più in larghezza, ma nei paesi da cui si irradia mina la propria popolazione, non offre interiorità.
Vedete come iniziano le cose. Ovunque il romanismo si diffonde esteriormente nelle forme più diverse, mentre in Italia, in Spagna mina la stessa popolazione. Pensate quale singolare cristianesimo viveva in Italia mentre il papato era nel più alto fulgore. È il cristianesimo contro il quale furono coniate le parole tonanti del Savonarola. In singole individualità come Savonarola viveva, sì, l’impulso del Cristo; ma queste individualità si vedevano costrette a demolire dalle fondamenta il cristianesimo ufficiale. E se si volesse scrivere una storia di ciò che è accaduto nel punto da cui partiva l’irradiazione, si dovrebbe dire: la potenza dell’elemento ecclesiastico romanico andava in lungo e in largo, ma il cuore cristiano nel punto stesso dell’irradiazione veniva minato. Lo si potrebbe dimostrare fin nei particolari, ed è una verità significativa: nell’irradiarsi la cosa annienta sé stessa. È il corso della vita. Come l’uomo, divenendo più vecchio, consuma le proprie forze, così anche i fenomeni di cultura, nel diffondersi, consumano la propria essenza e si minano.
Ho già esposto in occasioni precedenti come l’elemento statale francese rappresenti, in una certa misura, una sorta di rievocazione della quarta epoca postatlantica nella quinta. Abbiamo qui una seconda irradiazione. Così come per l’elemento meridionale abbiamo cercato una parola comprensibile nell’espressione «cultico-gerarchico-ecclesiastico» — ciò che mira a fondare una monarchia universale della Chiesa, una teocrazia d’Europa —, vogliamo ora cercare anche una parola, oggi comprensibile, per quell’elemento culturale che porta su, dalla quarta nella quinta epoca postatlantica, la cultura dell’anima razionale. E se si vuole trovare una parola che racchiuda in sé tutti gli elementi storici, una parola conforme ai fatti e alla realtà per designare ciò che attraverso l’elemento statale francese è stato portato nella quinta epoca postatlantica, si deve dire: è l’elemento universale-diplomatico.
E tutto ciò che è connesso all’elemento universale-diplomatico è connesso anche con ciò che è scaturito dal vero e proprio elemento statale francese. Non per nulla la lingua francese è ancora oggi la lingua della diplomazia. E fin nei minimi tratti viene illuminato ogni tratto storico quando si trova come, alla stessa maniera in cui da Roma e dalla Spagna si irradia l’universale-teocratico, da Parigi si irradia l’universale-diplomatico. La cosa singolare è che, sebbene in misura minore rispetto all’elemento ispano-italiano — poiché si tratta di sollevare in alto un elemento non così lontano —, anche nell’elemento francese all’irradiarsi va di pari passo un minare nell’origine.
È particolarmente interessante considerare la storia in questa luce. Prendete il modo in cui i grandi statisti francesi — un Richelieu, un Mazarino e così via — traducendo nel diplomatico-politico antichi impulsi, inaugurano e praticano una diplomazia mondiale. I servitori di Luigi XIV pensano in misura europea, non francese, e si considerano gli ovvi dominatori dell’Europa nel campo del diplomatico, dell’elemento universale-diplomatico. Sempre un elemento, un impulso ne accoglie un altro. Non per nulla sono cardinali politicizzanti, diplomatizzanti, quelli che stanno al fianco dei re di Francia quando lo Stato francese tocca il suo apice.
Ma chi segue la storia di Francia proprio in questo periodo troverà che quella cura che, per così dire, diplomatizza per tutta l’Europa sottrae al proprio paese infinite forze nel campo dell’economia nazionale, della finanza, ma anche del resto della cultura, lo mina fin nei dettagli. Certo, allora non bisogna considerare le cose alla luce dei pregiudizi nazionali: bisogna considerarle nella loro verità, con candore, oggettivamente. Di qui anche quell’insorgere del popolo nell’elemento rivoluzionario, quale soltanto come conseguenza di un tale minamento è potuto sorgere, e che porta proprio all’opposto di ciò che per lo Stato francese sarebbe pure il più consono: la monarchia.
Un fenomeno parallelo all’elemento rivoluzionario, poi sfociato nella Rivoluzione, non si trova invece nell’ambito ispano-italiano, per i motivi che ho già indicato. Ma si può dire: proprio nella Rivoluzione si mostra come stranamente, in questo elemento francese, agisca il contrasto fra la cura per la diplomazia europea e la minore cura per il proprio paese. — Non dobbiamo dimenticare che, contemporaneamente alla quinta epoca postatlantica, sorse l’estendersi della cultura sull’intera Terra, proprio con la scoperta dei territori della Terra fino ad allora ignoti. Vediamo come, ovviamente, gli Stati che confinano col mare si fondino la propria potenza navale, la propria marina. Mentre l’elemento francese diplomatizzante estende la propria cura sull’intera Terra, anche — si possono seguire i singoli tratti della storia — la potenza navale francese fiorisce; ma essa ha il proprio polo opposto in ciò che, mal curato, ribolle interiormente e poi viene a espressione nella Rivoluzione.
Di qui la singolare circostanza che, nella stessa misura in cui cresce la Rivoluzione, la potenza navale francese viene trascurata. Si può vedere come, durante il periodo in cui matura la Rivoluzione francese, la potenza navale diventi sempre più piccola, come si trascuri del tutto la marina. Ma ciò ha un’importante conseguenza. Quando l’elemento francese ritorna, dal periodo repubblicano, a ciò che gli è consono — il cesarismo in Napoleone —, proprio nella persona di Napoleone si sviluppa l’opposizione significativa contro il terzo elemento, ora consono al quinto: l’opposizione di Francia e Inghilterra, certo da lungo tempo preparata, ma che proprio nella persona di Napoleone assume un carattere del tutto diverso da quello che aveva prima.
In tutto il fluttuare del napoleonismo, che cosa vediamo di sommamente notevole? Quando si studia ciò che, riguardo a Napoleone, viveva in Europa, l’opposizione significativa è proprio quella fra Napoleone e l’Inghilterra. — Ora a Napoleone manca qualcosa che non era contenuto nell’eredità della Rivoluzione, che doveva mancargli in un certo senso — questo «dovere» lo dico nel senso in cui si parla di necessità storiche —, affinché il secondo elemento contro il terzo, il francese contro l’inglese, potesse far valere sé stesso: gli mancava la potenza navale! Poiché, se si vogliono costruire ipotesi — ciò che nella storia è legittimo soltanto a fini di comprensione, ma che a tal fine può contribuire molto —, se Napoleone avesse avuto una propria forte potenza navale, che avesse potuto unire alle potenze marittime a lui alleate, non sarebbe stato sopraffatto in mare dall’Inghilterra, e tutto il corso della storia sarebbe stato diverso. La potenza navale non l’aveva ricevuta dalla Rivoluzione.
Vediamo qui delimitarsi i due elementi che dalla terza, rispettivamente dalla quarta epoca postatlantica si protendono nella quinta. E ora abbiamo, a essi aggiunto, il terzo, che è propriamente il corrispondente della quinta epoca postatlantica e che ha da formare la cultura dell’anima cosciente: l’elemento inglese, britannico. Come l’elemento dell’anima senziente, portato su dall’italo-spagnolo, si esprime nel teocratico-cultico — l’anima senziente non vive infatti nella coscienza —, così al francese corrisponde il politico-diplomatico, e al britannico il commerciale-industriale, in cui ha luogo un completo vivere fino in fondo dell’anima umana sul materiale del piano fisico.
Solo dobbiamo tenere ferma una significativa differenza. Con la pretesa del dominio mondiale il papato poteva presentarsi solo per una determinata ragione. Vedete (si fa un disegno): si ha la quarta epoca postatlantica; ora viene il primo membro, A, della quinta epoca postatlantica — è l’elemento papale-gerarchico. Esso aspira ancora a una sorta di monarchia universale per il fatto che è, in un certo senso, la continuazione degli imperi universali romani. B: la cultura dell’anima razionale. Anch’essa aspira a qualcosa di universale; ma questo universale ha un carattere fortemente ideale, e l’elemento più importante nell’estendersi del francese non sono le conquiste, che compaiono solo come fenomeni concomitanti, bensì la compenetrazione del mondo con spirito politico, con pensare e sentire politico-diplomatico — quel pensare diplomatico-politico che vive non solo nella diplomazia e nella politica francese, ma anche nella letteratura, e perfino nelle altre parti dell’arte francese. Ma se si volesse parlare di monarchia universale o cose simili, si potrebbe parlare solo di una sorta di sogno universale. E il marciare alla testa della civiltà esprime anch’esso, con notevole esattezza, questo sogno.
Veniamo invece al terzo, a C: esso, in armonia con tutta la quinta epoca postatlantica — che a sua volta deve portare a espressione l’anima cosciente —, è ciò di cui l’elemento britannico è una speciale enclave, il particolare portatore dell’anima cosciente nell’epoca che deve specialmente formare l’anima cosciente. Di qui la pretesa dell’elemento britannico a un dominio mondiale universale-commerciale-industriale.
Miei cari amici, le cose che si fondano nella vita spirituale si vivono fino in fondo. Si vivono fino in fondo con tutta sicurezza. Non crediate di potervi in qualche modo moraleggiare o teorizzare sopra: esse si vivono fino in fondo, divengono reali. Per questo nessuno creda che, non per interne necessità, la missione del popolo britannico non divenga reale: tale missione consiste nel fondare sulla Terra una monarchia commerciale-industriale-universale. Le pretese si dispiegano infatti come realtà. Queste cose vanno semplicemente riconosciute come poste nel karma del mondo. E ciò che gli uomini esprimono, ciò che pensano, è solo una rivelazione delle forze spirituali che vi stanno dietro. Per questo nessuno creda che la politica britannica si convertirà mai moralmente e, per particolari riguardi verso il mondo, rinuncerà alla sua pretesa di tenere il mondo nelle proprie mani in modo commerciale-industriale.
Non dobbiamo quindi nemmeno meravigliarci che coloro che vedono attraverso queste cose abbiano fondato comunità le quali mirano unicamente a realizzare un simile disegno, e a realizzarlo con mezzi che sono al tempo stesso mezzi spirituali. E qui abbiamo l’inizio di un illecito intreccio. Poiché, ovviamente, non possono essere usati principî occulti, mezzi occulti, impulsi occulti come promotori, come motori proprio della quinta cultura postatlantica, che dev’essere una cultura puramente materiale. Nel momento in cui dietro l’espandersi di questa cultura puramente materiale stanno impulsi occulti, comincia ciò che è impugnabile. Ma questo — ve l’ho esposto — è proprio il caso. Non si vuole, per così dire, fondare il dominio mondiale soltanto con ciò che si offre come forze sul piano fisico, bensì si vuole promuovere questa cultura con gli impulsi dell’occultismo, con gli impulsi che giacciono nel mondo del non manifesto. Con mezzi occulti non si lavora dunque più per la salvezza dell’umanità generale, ma solo per la salvezza di un gruppo.
Collegate tali punti di vista panoramici, che vi derivano dalla più profonda conoscenza, con gli eventi della quotidianità: comprenderete così molte cose a fondo. Vi sono ancora numerosi idealisti degni di stima — non lo dico nemmeno lontanamente per scherno, poiché l’idealismo è sempre stimabile, anche dove erra — che credono che quella rete di provvedimenti commerciale-industriali, che si estende dall’Impero britannico su vari paesi, sarà mantenuta solo finché dura la guerra, e che poi gli uomini riavranno la loro libertà nei traffici commerciali. A parte alcune illusioni che si susciteranno con interregni e con ciò che si farà perché la gente non sospetti subito, ciò che in questo tempo di guerra è stato avviato come controllo del traffico commerciale nel mondo non è concepito in modo che sparisca con la guerra, bensì in modo che con la guerra abbia solo il suo inizio e poi prosegua. La guerra deve dare solo l’occasione di mettere il naso nei libri contabili della gente; ma non si creda che questo mettere il naso nei libri contabili cesserà dopo la guerra — l’intendo solo simbolicamente per ciò che, nella più ampia estensione, dovrà accadere. Si intende che proprio il dominio mondiale commerciale diventerà sempre più intenso.
Tutto questo lo dico non per agitare in qualche modo, ma solo per chiarire, dagli impulsi della storia universale, ciò che è. Solo la conoscenza di ciò che è può condurre gli uomini a comportarsi nel modo giusto. Di qui forse anche il fatto che quella carta dell’Europa in certe comunità occulte è risultata proprio come ieri ho potuto disegnarvela alla lavagna. Sottolineo espressamente: questa carta può essere da me retrocessa fino agli anni Ottanta del XIX secolo. Quanto vada oltre indietro, non lo so. Io dico solo ciò che so, solo ciò che con sicurezza posso dire. Per questo non ho neppure detto nulla degli Stati scandinavi, poiché non so se anche su di essi siano state prese determinazioni qualsiasi. Mi limito strettamente a ciò che so, e lo sottolineo particolarmente in questa occasione, sebbene sia il principio che seguo in ogni occasione.
A ciò dovete aggiungere che questa carta, vale a dire questa distribuzione dei rapporti europei, ha la tendenza a servire alla formazione della monarchia commerciale-universale. L’Europa dev’essere disposta in modo da poter fondare la monarchia commerciale-universale. Non dico che ciò debba avvenire già domani; ma vedete che si chiedono già pagamenti rateali. Confrontate solo l’attuale nota a Wilson con la carta dell’Austria, e l’avete già esattamente. Sulla Svizzera oggi non vi è ancora detto nulla; questa rata sarà richiesta più tardi. Ma come esse compariranno una dopo l’altra corrisponderà alla carta che ho disegnato ieri.
Questa ripartizione d’Europa che ne risulta è bene adatta a fondare il dominio mondiale commerciale. Potete studiare i particolari su questa carta e vedrete che essa è ben ponderata per fondare ciò che ho or ora detto. Ho detto: il dominio mondiale commerciale —; poiché non occorre possedere fin dall’inizio davvero tutti i territori, bensì basta organizzarli in modo che cadano, come si dice, nella sfera d’influenza. Ed è disposto in modo molto astuto far cadere anzitutto nella sfera d’influenza proprio quei territori che ieri ho indicato con la matita gialla come quelli da rivendicare propriamente come britannici: i territori periferici. E, per lasciare agli altri uomini la sensazione gradevole di un certo idealismo, si può fare la cosa anche così, esercitando il dominio commerciale e lasciando per un certo tempo agli altri il gioco con i territori. Ma le sfere d’influenza si estenderanno come è stato disegnato.
Non importa davvero se nel 1950 esisterà un Belgio, una Francia che arriva fino al confine: importa quale potere abbiano i belgi in questo Belgio, i francesi in questa Francia, e quale potere abbiano i britannici in Belgio o in Francia. Per fondare il dominio mondiale commerciale non è necessario aspirare sempre subito direttamente ai territori. Ma soprattutto dobbiamo renderci conto che questo dominio mondiale è commerciale-industriale. Questo fonda qualcosa di molto importante.
Dovrei ora certamente tenere un’intera serie di conferenze, se dovessi spiegarvelo nei dettagli. Lo si potrebbe assolutamente fare, perché ciò che dico è profondamente fondabile. Oggi posso però solo accennare. Se si vuole fondare un dominio mondiale commerciale-industriale, si deve anzitutto dividere in due parti il territorio principale di cui si tratta. Ciò è connesso con la natura del commerciale-industriale. Posso esprimermi solo con un paragone: ciò che accade nel mondo del piano fisico richiede sempre una scissione in due. Immaginatevi un maestro senza scolari: non esiste. Così non può esistere neppure un commercium senza un territorio che a un commercium si contrapponga. Per questo, come da un lato viene fondato il commercium britannico, dall’altro deve essere creato quello russo come polo opposto a esso corrispondente. Affinché si dia la corrispondente differenziazione fra acquisto e vendita, affinché si dia la circolazione, si ha bisogno di queste due aree. Non si può fare di tutto il mondo un unico impero; allora non si potrebbe fondare un impero commerciale mondiale. Non è esattamente la stessa cosa, ma è simile a questa: se si produce qualcosa, si ha bisogno di acquirenti, altrimenti non si può produrre. Così deve esserci la duplicità.
E che si sia introdotto questo come un grande tratto nella faccenda è un grande, gigantesco pensiero da parte di quelle confraternite occulte di cui ho parlato. È un pensiero universalmente gigantesco creare la contrapposizione, di fronte alla quale tutto il resto appare come una piccolezza, questa contrapposizione fra l’impero commerciale britannico e ciò che, dall’elemento russo, scaturisce con la preparazione, operata dalle disposizioni spirituali, per la sesta epoca postatlantica, con tutto ciò che vi ho descritto. — È un grande, gigantesco, mirabile pensiero da parte di quelle confraternite occulte di cui si è parlato. Poiché, espresso trivialmente, ci si può a malapena immaginare un più bel polo opposto, per ciò che in Occidente si è formato come fioritura suprema del pensiero commerciale e industriale, dello slavo russo del futuro, il quale, in tale futuro, sarà certo ancora meno incline di oggi a occuparsi professionalmente di cose commerciali, e che proprio per questo sarà un polo opposto del tutto eccellente.
Ora si tratta del fatto che, ovviamente, un simile impero deve esprimere le proprie condizioni. Ed era un profondo pensiero, già di Spencer e del suo predecessore, ribadire sempre di nuovo: l’industriale-commerciale che compenetra un popolo non vuole avere nulla a che fare con la guerra, bensì è per la pace, ha bisogno della pace e ama la pace. — Ciò è del tutto vero: vi sarà, per così dire, un profondo amore fra ciò che aspira al commerciale-industriale e l’elemento di pace del mondo. Però questo amore per la pace può talvolta assumere forme singolari. Nell’attuale nota a Wilson vive già qualcosa di curioso. Sebbene basti tracciare sulla lavagna ciò che ne sarà dell’Austria — guardate cosa accade all’Austria se osservate questa carta, tracciata interamente secondo la nota —, tuttavia questa nota osa esprimere: come comunità politica, ciò che vive nei popoli dell’Europa centrale non deve essere in alcun modo toccato. — Anche questo è «gigantesco», gigantesco proprio nel suo giocare assolutamente frivolo con la verità; di solito infatti si dice solo ciò che è falso in rapporto a qualcosa che sta al di fuori di uno scritto; qui però si dicono due cose sullo stesso foglio: smembreremo l’Impero centrale, ma in realtà non gli facciamo nulla. — I giornali accompagnano già la cosa in coro, scrivendo: si vedrà se gli Imperi centrali accetteranno ora anche le condizioni accettabili. — Si può leggere ovunque: ora le potenze dell’Intesa hanno posto le loro condizioni, si vedrà se queste condizioni del tutto accettabili per gli Imperi centrali saranno bruscamente respinte. — Si è davvero giunti a tal punto, ma lo si può leggere.
Seguiamo ora il pensiero fin dove ci ha condotto. Abbiamo dunque a che fare con una scissione in due del mondo, e si tratta del fatto che questa scissione in due del mondo debba essere attuata in modo che si possa dire al mondo: vogliamo la pace e siamo solo per la pace. — Ciò è, secondo una certa ricetta in base alla quale oggi si scrive moltissimo, all’incirca come se uno dicesse: non ti farò proprio nulla, non ti torcerò nemmeno un capello, ti rinchiuderò soltanto in una profonda cantina e non ti darò nulla da mangiare! Ti ho forse fatto la minima cosa? Mi può forse qualcuno dire che ti ho piegato un solo capello? — Secondo questa ricetta sono modellate moltissime cose, secondo questa ricetta è modellato anche l’amore per la pace, nonostante esso sia una realtà. Ma se questo si accoppia al tempo stesso con la pretesa del dominio mondiale commerciale, allora per l’altro non è accettabile, non può proprio in alcun modo essere applicato. E così, in futuro, il commercium amante della pace, nel suo amore per la pace, sarà certamente disturbato in qualche misura. — Questo ovviamente lo sanno anche coloro che dividono in due il mondo, e perciò serve un baluardo in mezzo.
Questo baluardo dovrà essere creato nella grande confederazione sudeuropea, che racchiude anche l’Ungheria e tutto ciò che ieri ho accennato; essa dovrà appunto creare la pace. E il modo in cui, mediante la sfera d’influenza che ho indicato, l’Impero britannico si rapporta al Mediterraneo mostra che si può tranquillamente dare alla confederazione sudeuropea Costantinopoli e qualunque altra cosa. Essi possono pur sempre solo fino al Mediterraneo, poiché a occidente si sbarra il Mediterraneo, quando si vuole, in qualsiasi momento. In breve: fin nei minimi particolari potete seguire il gigantesco, grandioso pensiero che sta proprio in questa carta. Oggi manca il tempo per passare in rassegna tutto nei particolari. Ma è un gigantesco, grandioso pensiero lasciare ancora liberi alla Francia solo i porti meridionali che si affacciano sul Mediterraneo, far cadere gli altri sotto la propria sfera d’influenza. Ciò significa che in fondo l’impero coloniale francese, che la Francia ha fondato addirittura sotto il ruolo protettore degli altri, diventa illusione, e anch’esso entra nella sfera d’influenza.
Se seguite tutto questo, vedrete in che modo gigantesco, da ciò che è cultura dell’anima cosciente, debba realizzarsi quel che queste scuole occulte perseguono. Le cose che corrispondono a determinati impulsi accadono. Poiché nella storia universale e nello sviluppo del mondo regna la necessità. Le cose accadono. Ma accadono in modo che le forze davvero agiscano l’una sull’altra. Come non c’è mai elettricità positiva senza negativa, ma gli opposti agiscono l’uno sull’altro con intenzioni diverse, così è anche nell’accadere dell’umanità. E proprio quando si considera una simile cosa, si deve applicare una considerazione «esente da moralina». Essa preserva anche dal domandarsi: perché allora deve accadere una cosa simile? — Sta una volta nella missione di un determinato elemento che simili cose accadano, e ciò che si sviluppa deve svilupparsi. Ma deve esserci anche la controparte, il polo opposto, ciò che a una simile cosa contrasta. Anche questo deve esserci.
E se ora consideriamo ancora una volta la cosa nel suo insieme, vediamo agire propriamente dalla periferia ciò che abbiamo caratterizzato come questi tre membri. Volgiamo ora lo sguardo indietro, al centro. Qui si tratta che la controparte, il polo opposto vi sia, affinché possa sempre verificarsi una sorta di frenaggio. Tale frenaggio è altrettanto necessario quanto l’altro è necessario. E come io non biasimo l’uno, così non lodo l’altro; descrivo soltanto gli impulsi, i fatti. Non mi viene minimamente in mente di pronunciare un giudizio di sprezzo morale su ciò che descrivo proprio come una necessità derivante dall’intero carattere della quinta epoca postatlantica. Dare al mondo la cultura materiale, industriale, commerciale non è nulla di cattivo, è del tutto una necessità. Ma deve esserci un polo opposto, poiché lo sviluppo dell’umanità non può procedere in modo che l’evoluzione vada semplicemente in linea retta. Gli opposti devono urtare l’uno contro l’altro, e nel loro urtarsi reciprocamente si sviluppa la realtà.
E nell’Europa centrale era sempre necessaria un’accumulazione di impulsi che in parte lavoravano con gli impulsi irradiati alla periferia, nel modo in cui ho già esposto, in parte però avevano proprio la sorte, sotto molti rispetti tragica, di doversi contrapporre a quegli impulsi. Certo, questi impulsi si irradiano dall’Europa centrale e si fanno valere in altri luoghi sotto molti aspetti. Ma chi guarda con maggiore attenzione troverà tuttavia, agli impulsi che ho ora descritto, i poli opposti nell’Europa centrale. Pensate solo come nell’Europa centrale sia sorta dapprima l’opposizione contro l’elemento cultico-teocratico del meridione ispano-italiano, e come questa opposizione abbia raggiunto un certo culmine in Lutero, mentre la sua maggiore profondità sta nella mistica dell’Europa centrale. Là è veramente confluito ciò che non è soltanto tedesco o soltanto germanico: là agiscono lo slavo e l’europeo-centrale insieme.
Qui non si voleva prendere il cristianesimo secondo l’impulso papale-gerarchico, bensì lasciare agire l’interiorità che proprio nel sud era stata svuotata. Savonarola fu semplicemente giustiziato. Questa interiorità viveva nel ceco Hus (Johannes Hus), come nel Wiclif germanico-inglese, come in Zwingli, come in Lutero. Essa ha però il suo elemento più profondo nella mistica dell’Europa centrale, alla quale del resto l’elemento slavo è del tutto vicino. E proprio in questi rapporti potete vedere come, in modo singolare, le cose si compiano. Là l’Europa centrale, con lo slavismo che vi preme dietro, è in un certo modo già del tutto l’oppositore contro la periferia, e — anche se politicamente ancora spesso in disaccordo — lo slavismo, quello orientale, agisce insieme con l’europeo-centrale. E anche in rapporto occulto ciò agisce, in fondo, in modo meraviglioso, insieme.
Vediamo come nel sud si sviluppi sempre più un certo elemento materialistico, che ha poi avuto il suo culmine in uomini come Lombroso. Vediamo questo elemento materialistico anche altrimenti nella periferia proprio come elemento che detta il tono. Fino a Oliver Lodge, di cui abbiamo recentemente parlato, abbiamo il materialistico che si protende nello spiritualismo. Ma vediamo dall’altra parte come a ciò si contrapponga quello che si emancipa, anzitutto dal romanico-gerarchico. Là dietro l’urgermanico Keplero sta il polacco Copernico; là stanno in particolare spiriti slavi dietro a coloro che sono spiriti germanici. E vorrei dire: vediamo, attraverso il piano fisico, una connessione che porta verso il centro-europeo-slavo: Hus, il ceco, Copernico, il polacco, e altri — se ne potrebbero ricordare altri ancora — formano oltre il piano fisico una connessione. Ma vedete anche come nell’Europa centrale l’elemento slavo cresca insieme all’elemento germanico, vedete l’elemento slavo dell’Europa orientale nel suo crescere insieme all’Europa. Ciò lo si vede però solo se si considerano i rapporti occulti.
Per riportare un solo caso: l’anima di Galileo vive di nuovo nel russo Lomonossow, e il russo Lomonossow è in molti rapporti un fondatore della cultura slava in Oriente. In mezzo sta il mondo spirituale, sicché si potrebbe dire: gli slavi dell’Europa centrale sono ancora sul piano fisico collegati con gli uomini d’Occidente. Ciò che sta dietro è collegato con gli uomini d’Occidente attraverso i piani superiori. Ciò corrisponde pienamente al fatto che l’elemento russo segue per quanto riguarda lo slavo, ma corrisponde anche al fatto che lo slavismo occidentale è da pensare in altri rapporti con l’Europa occidentale rispetto allo slavismo orientale.
E solo se non si pensa nel senso del progresso dell’umanità intera, bensì nel senso dell’impero anglofono, si vorranno incorporare i polacchi all’impero russo. Proprio in questo punto vedete la differenza fra il pensiero che pensa solo per un gruppo di uomini e il pensiero che pensa per la salvezza dell’umanità intera. Mai il pensiero che pensa per la salvezza dell’umanità intera potrebbe inserire il territorio dei polacchi nell’impero russo. Poiché in modo singolare gli slavi occidentali si articolano, con le loro più profonde disposizioni, all’europeo-centrale. Non posso oggi parlare delle vicende cangianti del popolo polacco; voglio solo dire che la cultura spirituale del popolo polacco ha una delle sue vette nel messianismo polacco, il quale — ciascuno pensi sulla realtà come crede — contiene idee che si radicano nel sentire spirituale, nel rappresentare spirituale, e mirano a dare all’umanità, fuori dalla sostanza popolare polacca, proprio ciò che costituisce il contenuto del messianismo polacco.
Qui abbiamo, in un certo modo, l’elemento gnostico, che corrisponde a uno dei tre membri animici che dagli slavi occidentali devono affluire nell’Europa centrale. Il secondo elemento l’abbiamo nello cecoismo, che non per nulla ha il suo Hus di Husinetz; là abbiamo il secondo membro dell’anima introdotto dallo slavismo nell’Europa centrale. E il terzo membro si trova nello slavo del sud. Questi tre membri animici si protendono in avanti come tre penisole culturali, e non appartengono affatto allo slavismo dell’Europa orientale. E proprio per avere, per così dire, una cornice in cui gli slavi occidentali possano trovare il loro dispiegarsi conformemente alle proprie aspirazioni, è sorta — esteriormente, sul piano fisico, attraverso matrimoni, interiormente però attraverso ciò che ho ora detto — quest’Austria, che deve amalgamare popoli tedeschi e slavi occidentali. Non secondo un principio di dominio! Chi ha conosciuto l’Austria nella seconda metà del XIX secolo troverà addirittura ridicolo ciò che, riguardo all’Austria e a un certo principio di dominio, si dice nell’attuale nota a Wilson.
Naturalmente i rapporti sono difficili; ma che si sia cercata una possibilità di lasciare realmente che ogni individualità slava, anzi ogni individualità di popolo, possa svilupparsi liberamente in Austria, lo sa chiunque conosca la storia austriaca del XIX secolo. Ma che cosa non sta scritto in questa nota. Basterebbe prendere in mano un elementare manuale di storia per vedere che le terre che oggi l’Italia rivendica all’Austria non furono mai sotto dominio italiano. Eppure in questa nota sta scritto: gli italiani rivendicano terre che una volta sono appartenute loro. — Sulla verità in questa nota non si bada affatto, bensì si bada a dire ciò che si vuole appunto dire, contando sul fatto che, mediante il magico potere del giornalismo moderno, gli uomini siano stati ormai portati a credere a tutto. Su questo non sempre, certo, si fanno bene i conti. Ma rientra proprio nei mezzi magici di certe società quello di contare in modo appropriato anche sulla forza del giornalismo.
Proprio perché l’Austria si preparava, per così dire, sotto la superficie della storia esteriore alla missione di cui ho parlato, essa è sempre stata una controparte, un polo opposto contro tutto ciò che è massonico, e che proprio in Occidente ha trovato quella configurazione che ho caratterizzato nelle ultime settimane. In Austria la massoneria non è mai potuta entrare. Comincia solo in qualche modo a essere come in genere si presenta nell’Europa centrale — è però così come anche già ho caratterizzato —, al di là della Leitha; là c’è qualcosa. Certo, ci sono altri impulsi che, come avete visto, portano a usare una certa mitezza, per non rovinare politicamente i popoli dell’Europa centrale. A ciò corrispondono gli scopi di guerra e le proposte di pace ora avanzate. Ma che proprio sull’Austria ci si avventi in questo modo si spiegherà, in parte, da questa contrapposizione fra l’Austria e la massoneria dell’Europa occidentale, che è sempre esistita e che risale, in fondo, fino al tempo di Massimiliano I. Essa si camuffa naturalmente sotto le cose più svariate, e ciò che ora dico è facile da confutare, poiché le cose si camuffano, si mascherano sul piano fisico.
Vediamo dunque che l’Europa centrale deve difendersi per l’umanità, poiché deve costituire il polo opposto contro gli impulsi che vengono dall’Occidente. Ciò però implica che lo sviluppo centro-europeo non sia rettilineo, bensì, vorrei dire, ondeggi in su e in giù; deve infatti sempre raccogliere e portare a una particolare intensità, in una determinata epoca, ciò che è rivolto contro uno degli impulsi provenienti dall’Occidente. Prendiamo l’impulso gerarchico-teocratico. Mentre si accoglie ciò che, sulle onde dell’impulso gerarchico-teocratico, viene portato in Europa come cristianesimo, comincia già nel XII secolo l’opposizione. Leggete Walther von der Vogelweide, il grande poeta dell’Europa centrale: trovate in lui opposizione contro il papato romano, contro il romanismo in generale. Ciò che più tardi si esprime fino in fondo in Hus, in Lutero, in Zwingli e così via, lo trovate già accennato in Walther von der Vogelweide; trovate però anche ciò che si sviluppa come cristianesimo interiorizzato — parallelamente alla periferia, ma in forma interiorizzata — nella Parzival-Dichtung di Wolfram von Eschenbach.
Vedete dunque già, agli inizi della quinta epoca postatlantica, l’opposizione contro il teocratico-gerarchico-romanico, quale parte dalla Spagna e dall’Italia. Mai — così agisce in modo peculiare questo polo opposto — viene rinnegato ciò che è interiorità. Resta. Ma viene appunto espropriato del principio di potenza e formato come polo opposto. Non biasimo l’uno e non lodo l’altro; cito. Abbiamo il principio gerarchico-teocratico; poi è venuto il diplomatico-politico. Viene accolto in tutte le sue forme, con tutti i suoi fenomeni collaterali. Ed è interessante entrare in alcuni dettagli storici. Non è propriamente esatto ciò che spesso si afferma nei manuali storici, che l’invenzione della polvere da sparo sia stata la causa del moderno sistema militare, in opposizione al sistema militare cavalleresco del medioevo. L’essenziale è che con l’inizio della nuova età l’economia naturale che dominava nel medioevo in Europa è stata sostituita dall’economia monetaria, e i poteri dominanti hanno cominciato ad amministrare denaro, ciò che prima non era il caso.
Prima vi era assai più l’economia naturale. Il denaro giocava solo un ruolo secondario. Per via dell’economia monetaria si è però formato dapprima il sistema dei soldati a paga, che non era più compatibile con l’antico sistema militare cavalleresco, adatto all’economia naturale del medioevo. Questo moderno sistema militare partì dalla Svizzera. Gli svizzeri furono i primi che, nel senso moderno della quinta epoca postatlantica, furono soldati. Potete seguire la storia: proprio per il fatto che gli svizzeri sono diventati soldati così valenti, hanno ottenuto tutti i grandi successi che dovevano ottenere per rendere possibile la successiva Svizzera contro la cavalleria incalzante. Questo lo racconto propriamente agli svizzeri. In fondo gli svizzeri sono i primi davvero, sul piano militare, ad avere superato la cavalleria. Quando si parla del superamento della cavalleria, si deve cercare il superamento di tale cavalleria in Svizzera. Poiché come si superi la cavalleria, specialmente attraverso questo sistema militare di fanti, l’aveva imparato il resto d’Europa interamente dagli svizzeri. Studiate la storia: troverete confermato tutto ciò.
Andiamo ora, considerando l’ulteriore sviluppo, fino a Napoleone. In che cosa risiedeva la superiorità dei soldati e delle armate napoleoniche sulle armate dell’Europa centrale? Nel fatto che l’Europa centrale ancora al tempo di Napoleone — naturalmente non con soldati svizzeri, ma secondo il principio militare svizzero — operava, mentre Napoleone aveva già da comandare, fuori dal popolo francese, una vera armata di popolo. Lo si può apprezzare se si seguono le battaglie fra gli uomini dell’Europa centrale e Napoleone nel modo giusto. I capi militari delle armate dell’Europa centrale — oh, come dovevano tenere i loro mercenari, che in fondo erano ciò che erano, al guinzaglio fin negli alloggiamenti! Per loro non è mai possibile dispiegare strategicamente larghe linee. — Napoleone con l’esercito francese è il primo che può dispiegare linee largamente distribuite, perché ha un’armata di popolo, un esercito generato dal corpo del popolo.
Non doveva preoccuparsi, distribuendo le sue masse militari secondo le necessità strategiche, che la gente gli scappasse. Il generale prussiano, per contro, nelle famose campagne di Federico il Grande, doveva sempre temere che una truppa che mandava in qualche luogo all’attimo successivo disertasse, poiché non era un’armata di popolo, bensì la gente veniva radunata da ogni dove, talvolta anche bastonata in massa; veniva anche dalle più diverse regioni, in parte del tutto straniere. In Francia è stata fatta l’invenzione dell’armata di popolo, e ciò ha portato a che, nell’Europa centrale, a partire dalla Prussia, si creasse anch’essa un’armata di popolo, del tutto secondo il modello francese; e solo per il fatto di aver assunto carattere francese l’armata di popolo dell’Europa centrale è diventata qualcosa. Vediamo dunque anche in questo campo come si lavori, parallelamente, di pari passo con la periferia.
Il contrapporsi consiste poi ovviamente nel fare la guerra, quando si tratta di sistema militare. Questo non è però per noi la cosa principale; possiamo seguire la medesima contrapposizione in un altro campo. Abbiamo dunque visto come, attraverso tutto ciò che è culminato nella Riforma, il carattere gerarchico-teocratico-romanico abbia trovato la sua opposizione nell’Europa centrale. Il carattere diplomatico-francese si è fatto valere nell’Europa centrale fino al tempo di Federico il Grande, fino al XVIII secolo. Lessing si è ancora chiesto se non dovesse scrivere in francese il suo «Laocoonte». Leggete la letteratura epistolare del XVIII secolo: nell’Europa centrale la gente sa scrivere benissimo in francese, ma male in tedesco. Il francese ha inondato tutta l’Europa centrale. Si può dire che soltanto al tempo di Lessing, riguardo all’elemento francese-diplomatico — secondo questo secondo aspetto —, attraverso Lessing, Herder, Goethe e ciò che è venuto dopo, è accaduto lo stesso che, verso il sud, era stato compiuto dai riformatori. Si emancipano nella letteratura dell’Europa centrale Goethe, Schiller, Herder, Lessing dall’Occidente, come nella Riforma si era emancipato il cristianesimo centro-europeo da quello meridionale.
Insieme a questo processo di separazione va però di pari passo un legame. Lessing in gioventù ha ancora scritto molto in francese. L’intera filosofia di Leibniz, nella misura in cui non è scritta in latino, è scritta in francese, non in tedesco. Era, riguardo a questi due campi, un lavorare insieme e un essere insieme in opposizione. Possiamo certamente disegnare la cosa così: meridionale-centroeuropeo: opposizione; occidentale-centroeuropeo: opposizione. Ma così è anche per il terzo elemento che emerge, il britannico. Dapprima un certo procedere parallelo, come si esprime in particolare nel fatto che il grande Shakespeare diventa, dal XVIII secolo in poi e nel corso del XIX, un poeta completamente tedesco, in quanto viene del tutto e per intero accolto. Egli non è semplicemente tradotto, bensì viene completamente assimilato, vive nella vita spirituale tedesca. Per ragioni facilmente comprensibili non voglio dire che oggi egli viva nella vita spirituale tedesca più che in quella britannica. Ma si osservi pure tutto lo sviluppo da Elias Schlegel, che fece la prima traduzione di Shakespeare, fino alla finissima penetrazione spirituale dello spirito di Shakespeare in Lessing, all’entusiasmo dei naturalisti tedeschi del XVIII secolo e di Goethe verso Shakespeare, e oltre, fino alle assolutamente eccellenti — non si possono dire traduzioni, bensì assimilazioni tedesche — di Shakespeare per opera degli Schlegel e di Tieck, e ancora oltre fino ai nostri giorni. Shakespeare vive nella popolarità tedesca.
E quando io stesso giunsi a Vienna e, accanto ai miei studi di scienze naturali, ascoltai conferenze di storia letteraria, le prime conferenze che mi capitò di ascoltare furono di Schröer, il quale allora disse di voler parlare dei tre più importanti poeti tedeschi: Schiller, Goethe e Shakespeare! Ciò ovviamente non è un’appropriazione di Shakespeare, che certo non andrebbe rivendicato per i tedeschi; ma questo esempio mostra come questo essere in opposizione sia al tempo stesso un assoluto collaborare. Così è stato nei confronti del diplomatico-politico-francese, così è poi diventato nei confronti del britannico. Ma al tempo stesso il polo opposto deve esserci. Il terzo membro non ha ancora trovato configurazione nell’Europa centrale. Ciò che ha condotto alla Riforma è il primo: si contrappone al meridionale-gerarchico. All’occidentale si contrappone ciò che culmina nel «Faust» di Goethe. Ciò che ci aspettiamo per l’Europa centrale è la vera configurazione dell’elemento scientifico-spirituale. E in rapporto a ciò si manifesterà la più acuta opposizione fra l’Europa centrale e l’ambito britannico, un’opposizione ancora più acuta di quella in cui sono entrati Lessing, Goethe e i loro successori contro il diplomatico-francese.
E in questo rapporto è stato solo un preludio ciò che si è svolto fra noi e i besantiani e così via. Queste cose vanno però considerate assolutamente dai grandi, ampi punti di vista. Penso che mi conosciate abbastanza bene per non credere che io parli per piccola vanità, quando dico questo o quello. Ma credo davvero che ci sia la grande contrapposizione fra ciò che lavora con esperimenti materiali e simili, anche per dimostrare lo Spirituale, e ciò che, dagli impulsi dell’anima umana, vuole sollevarsi allo Spirituale. La cosa non deve diventare così brutale da fare di un Alcione un Cristo materiale; può anche restare nelle delicate esposizioni di Sir Oliver Lodge; ma se ne sente comunque qualcosa di ciò che dev’essere. Sì, non so, ma non fa male dire queste cose: c’è già una certa contrapposizione fra ciò che è sorto quasi contemporaneamente — da un lato vi è il rinvio al mondo spirituale in modo materialistico da parte di Sir Oliver Lodge, mentre nello stesso tempo io scrivevo il mio libro «L’enigma dell’uomo», in cui si cerca di tracciare, in modo del tutto centro-europeo, le vie che proprio nell’Europa centrale si percorrono dall’anima umana verso il mondo spirituale. Non ci sono contrapposizioni maggiori del libro di Oliver Lodge e di questo libro «L’enigma dell’uomo». Sono i più assoluti poli opposti, non ci si possono immaginare contrapposizioni più assolute.
Così nettamente differenziate, quali le cose si presentano, esse comparvero propriamente solo, più o meno, dall’inizio del quinto periodo postatlantico. Prima la cosa era infatti, sotto molti rispetti, ancora diversa. Prima l’impero universale romano aveva ancora un certo potere fin oltre l’Inghilterra, e la netta differenziazione fra Inghilterra e Francia si manifestò propriamente solo con la comparsa della Pulzella d’Orléans; poi però si collegò a ciò tutto quanto poté accadere nel quadro di questa differenziazione. Ora, la cosa singolare è che già entro lo stesso quadro emerge la comprensione, l’impulso che si debba creare un legame con il polo opposto. E così vediamo allora — ne ho già parlato spesso — il puro filosofo britannico Bacone di Verulamio, il fondatore del pensiero materialistico per la nuova età — ve l’ho caratterizzato —, ispirato dalla stessa fonte di Shakespeare, il quale poi così potentemente agisce sull’Europa centrale, come ho esposto. E dalla stessa fonte è ispirato Jakob Böhme, il quale tutta l’ispirazione trasforma nella sostanza animica dell’Europa centrale, e dalla stessa fonte ancora il gesuita meridionale-tedesco Jakobus Baldus. Vedete: sotto la superficie di ciò che accade sul piano fisico agisce ciò che provoca armonizzazione. Però si devono pensare le cose realmente differenziate, non lasciare scomparire tutto in un nebuloso guazzabuglio.
Uno dei più grandi, dei più giganteschi spiriti dell’Impero britannico sta egli stesso del tutto vicino all’opposizione contro il mero commerciale entro il commercium britannico, ed è Jakob I. Jakob I introduce un nuovo elemento, in quanto inocula nella sostanza popolare britannica — e l’inocula stabilmente, la sostanza popolare britannica l’avrà sempre — ciò che essa non deve perdere se non vuole essere completamente assorbita nel materialismo. Ciò che però egli vi ha inoculato sta, attraverso canali sotterranei, in connessione con tutta la restante cultura europea. Siamo qui davanti a un significativo mistero.
Se considerate le cose che ora abbiamo riportato, vi direte: non si può chiamare l’uno legittimo e l’altro illegittimo; bisogna semplicemente comprendere le cose dalla loro necessità. — Ma occorre anche rendersi conto che si devono davvero vedere fino in fondo le cose. Si solleva facilmente la domanda: che cosa si può fare, in questo tempo doloroso? — La prima cosa che si può fare è cercare di comprendere le cose, di vederle a fondo. Allora i pensieri ci sono, essi sono forze e si esplicheranno.
Se si chiede: dato che in fondo si mostrano malvagie potenze, le buone potenze non hanno forza? — Bisogna allora considerare quali difficoltà, dalla libertà degli uomini, vengano oggi opposte al far valere lo Spirituale fra le onde tempestose della vita materiale. E di questo si tratta. Dovrebbe forse essere reso così facile all’umanità di giungere pienamente alla vita spirituale? Tempi posteriori guarderanno ai nostri tempi e diranno: come erano svogliati questi uomini nell’appropriarsi della vita spirituale! — Gli Spiriti ce la mandano giù volentieri; ma gli uomini vi si oppongono. E accanto a tutto ciò che è triste e doloroso nel presente, ciò che agisce è anche un destino che significa una prova. E come prova, soprattutto, va inteso e riconosciuto.
Si mostrerà bene più tardi in che misura sia necessario che il cosiddetto colpevole soffra insieme all’innocente; tutto ciò trova infatti, nel corso karmico, il proprio equilibrio. Non si può dire: i buoni Spiriti non intervengono? — Essi intervengono nella misura in cui ci apriamo a loro, quando abbiamo il coraggio di aprirci a loro. Ma dobbiamo anzitutto prendere sul serio la comprensione delle cose, prenderla pienamente sul serio. E a tale comprensione appartiene che un certo numero di uomini debba trovare la forza di contrapporsi davvero, con tutto ciò che è più personale, all’onda tempestosa del materialismo. Poiché si legherà anche con il materialismo che si vive fino in fondo nell’impulso industriale-commerciale ciò che, da altri impulsi rimasti indietro, dall’elemento cinese-giapponese — specialmente da quello giapponese — entra sempre più nel materialismo.
Ieri qui è stato chiesto se quelle comunità che, dall’Occidente, lavorano per un gruppo non considerino che, dall’Oriente, i giapponesi seguiranno. Sì, gli uomini che appartengono a tali comunità non considerano ciò come qualcosa di negativo, bensì lo considerano un sostegno per il materialismo. Poiché ciò che giungerà dall’Asia sarà appunto una particolare forma di materialismo. Su questo si deve in ogni caso rendersi conto: ci si deve contrapporre, con tutte le forze, alle onde materialistiche. Ciò può farlo ogni uomo. I frutti dello sforzo verranno comunque. Non è necessario denominare ciò che deve operare contro il materialismo. Non chiamatelo «centro-europeo», non chiamatelo «tedesco», non è necessario; ma ponderate il contrappeso delle forze, come oggettivamente lo si può dimostrare.
In due frasi può essere riassunto ciò di cui c’è bisogno per operare contro il materialismo, il quale ha pure la sua legittimità. Il mondo, nella quinta epoca postatlantica, sarà nel futuro ancora più compenetrato di industriale e di commerciale; ma la controparte, il polo opposto deve esserci: devono esserci uomini che, dalla comprensione, lavorano sulla parte opposta. Poiché che cosa vogliono queste confraternite occulte? Queste confraternite occulte non lavorano per particolare patriottismo britannico, bensì vogliono in ultima istanza porre l’intera Terra sotto il dominio del mero materialismo. E poiché, secondo le leggi della quinta epoca postatlantica, certi elementi del popolo britannico sono, come portatori dell’anima cosciente, i più adatti a ciò, essi vogliono, attraverso una magia grigia, fare in modo di utilizzare questi elementi adatti come promotori del materialismo.
Ecco di che cosa si tratta. Se si sa quali impulsi giocano nell’accadere del mondo, li si può guidare. Altri componenti popolari non si lascerebbero mai impiegare allo stesso modo come materiale per la trasformazione di tutta la Terra in un territorio materialistico: nessun altro popolo, nessun altro componente popolare. Per questo si deve mettere il piede sul collo a questo componente popolare e spogliarlo di ogni aspirazione spirituale, la quale ovviamente vive in ogni uomo e vive in modo uguale in ogni uomo. Ma poiché il karma è così che qui agisce particolarmente l’anima cosciente, queste confraternite occulte hanno cercato proprio gli elementi del carattere popolare britannico. E ciò che a esse importa è inviare l’onda del materialismo sul mondo, fare del piano fisico l’unico dominante. E anche di un mondo spirituale si vuole parlare solo come scaturisce dalle rivelazioni del piano fisico.
A questo deve contrapporsi l’aspirazione di coloro che hanno comprensione per la necessità dello spiritualismo sulla Terra. E se considerate da questo punto di vista ciò che qui si contrappone, potete riassumerlo in due frasi. La prima frase è quella a voi ben nota, che però ancora non parla pienamente dai cuori e dalle anime degli uomini: «Il mio regno non è di questo mondo». Contro quel regno che dovrà essere esteso sul piano fisico, e che dev’essere solo di questo mondo, contro il materialismo commerciale e industriale, deve sempre risuonare la parola: «Il mio regno non è di questo mondo».
Oggi non è più tempo di spiegarvi in quale senso il far valere la parola «Il mio regno non è di questo mondo» sia collegato con la cura dell’universalmente umano; non del tedesco, dell’universalmente umano. Quattro caste distingueva l’indiano, quattro stati distingueva l’antico greco; sono emersi uno dopo l’altro attraverso la seconda, la terza, la quarta epoca postatlantica; nella quinta epoca postatlantica deve emergere il quarto stato, la vita comunitaria, l’universalmente umano. Non tutti possono essere sacerdoti, ma il sacerdozio può aspirare al potere, al dominio. Lo vediamo nella terza epoca postatlantica, lo vediamo rivivere nella forza gerarchico-teocratico-romanica. La seconda casta, la regalità nel greco-romano, la vediamo di nuovo rivivere nel secondo elemento postatlantico, dove il diplomatico-politico è particolarmente attivo; il repubblicano è infatti in Francia solo la controparte, come ogni cosa genera la propria controparte. Al vero carattere statale francese corrisponde solo il principio monarchico, perciò anche ora solo nella parola sussiste la repubblica; in realtà domina infatti un re, il quale è per caso un avvocato che prima ha condotto cause rumene. Ma sulle parole non si bada, si bada alla cosa. E proprio in ciò consiste il peggio nel nostro tempo presente: che ci si lascia tanto facilmente inebriare dalle parole. Se si chiama qualcuno presidente, non per questo egli è ancora un presidente; importa come stanno i rapporti reali.
Il terzo stato è notoriamente l’elemento dell’industriale, del commerciale in Egitto e in Grecia. Esso emerge di nuovo nell’Impero britannico, ma deve ancora dominare sul quarto elemento, che soltanto è l’universalmente umano. È interessante osservare ciò particolarmente in un singolo fenomeno. Bisogna davvero ottenere intuizioni nei rapporti, se si vuole comprendere il mondo. È del tutto curioso, se ci si pone la domanda: dove propriamente è emersa nel modo più acuto la teoria socialista? — Fra i socialisti tedeschi, del tutto secondo il principio che ho caratterizzato, per cui il tedesco ha sempre la missione di elaborare puramente i concetti. Così i tedeschi hanno elaborato puramente i concetti anche per il socialismo; ma l’idea socialista tedesca si adatta ai rapporti tedeschi come il pugno sull’occhio. Nulla nei rapporti sociali tedeschi si adatta alla teoria socialista tedesca! Per questo è del tutto comprensibile che, dopo aver insegnato per un certo tempo in una scuola socialista, alla fine ne fui bandito, perché dicevo che doveva pur essere nel senso del socialismo sviluppare una dottrina di libertà. — Da parte del capo dei socialdemocratici mi fu allora gridato in risposta: non sulla libertà, ma su una ragionevole costrizione si bada!
La teoria socialista non si adatta ai rapporti sociali; vale a dire, la teoria sociale vuole essere sviluppata fuori dall’evoluzione dell’umanità. Da questa sviluppa i suoi tre grandi principî: primo, il principio della concezione materialistica della storia; secondo, il principio del plusvalore; e terzo, il principio della lotta di classe. Le tre teorie sono finemente elaborate, ma non si adattano ai rapporti tedeschi, bensì mirabilmente ai rapporti britannici. Là sono state anche studiate, là c’erano Marx e ha elaborato per primo la cosa, là c’erano Engels, c’era Bernstein. Di là sono scaturite, ai rapporti britannici si adattano, perché — prendiamo il terzo principio — si fondano sulla lotta di classe. Questa regna però in fondo nell’anima britannica: pensate a Cromwell.
E se si studia tutto ciò che dopo Cromwell regna nell’anima britannica, secondo i suoi impulsi, si ottiene materiale per il terzo principio, per la lotta di classe. Dopo l’invenzione del filatoio meccanico e dell’introduzione di quella vita sociale che, attraverso il filatoio, è giunta, regna nell’Impero britannico ciò che è fluito nella teoria del plusvalore. E la concezione materialistica della storia non è in fondo altro che la concezione storica di Buckle, tradotta in tedesco pedantesco — per esempio la «Storia della civiltà» di Buckle. Però laggiù essa è esposta come si fanno le cose nella cultura britannica, secondo il principio di non andare mai fino alle conseguenze. Neanche Darwin è andato fino alle conseguenze, bensì si è limitato in un certo modo, mentre la cosa è stata trasformata in modo rigoroso, spietato, se volete, tedesco-pedantesco, nella concezione materialistica della storia di Karl Marx.
È interessante che per quell’universalmente umano che rappresenta la quarta casta o classe, la quale non può più aspirare a un dominio — sotto di essa non c’è infatti più nulla che si possa dominare, si può solo fondare il rapporto da uomo a uomo —, non sia stata creata alcuna teoria. Verrà soltanto quando si porrà a fondamento quell’universalmente umano che è dato proprio nella scienza dello spirito di orientamento antroposofico. Ciò condurrà, se non viene frainteso, all’altra, seconda frase che deve aggiungersi a «Il mio regno non è di questo mondo», e l’altra, seconda frase suona: «Date a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio».
Ciò significa però: a una reale concezione e conformazione della vita si arriva solo quando si è consapevoli che dev’essere curato l’elemento spirituale, perché il mondo spirituale deve protendersi nel fisico. — Certe frasi si possono dire ovunque. Importa però se vengono comprese con tutta l’anima e tutto il cuore. Vanno però comprese le frasi: «Date a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio» e «Il mio regno non è di questo mondo». Allora verrà l’atmosfera dello Spirituale, che non ha nulla a che fare con tutto ciò che è materialistico, che proprio nella quinta epoca postatlantica deve svilupparsi su questa Terra.
Ma a ciò è appunto necessario vedere le cose nella loro verità. E in questo vorrei riassumere queste considerazioni: che il vostro cuore voglia sforzarsi di vedere le cose nella loro verità. Solo se ci sono cuori che vedono le cose nella loro verità e vedono attraverso quella terribile nebbia di non-verità che oggi si effonde sul mondo, procederemo nel modo conveniente.
Ho detto: poiché l’arco è teso al massimo, esso si spezzerà. E in tal senso quel documento che si è osato ora consegnare al mondo, e ciò che, in relazione a tale documento, viene detto, è anzitutto una prospettiva di una svolta in meglio. Possono pur venire anche tempi cattivi, ma questo documento è una sfida allo spirito stesso della verità, che si insinuerà appropriatamente nei rapporti! Poiché prendete soltanto — lasciatemelo dire come conclusione — il modo, esemplare, potrei dire anche «post-esemplare», in cui noi stessi siamo stati trattati. Ci siamo sforzati di essere il più cosmopoliti possibile, negli anni. Abbiamo cercato di conservare nel modo più scrupoloso questo tratto urtedesco del cosmopolitismo. Che cosa ne è venuto fuori? Leggete quali calunnie, riguardo a noi, sono partite dalla Britannia, calunnie che tutte sono state vestite, da parte dei teosofi di laggiù, come se avessimo aspirazioni germaniche di qualche tipo. Noi non abbiamo formulato simili pretese; ce le hanno sottoposte loro dall’altra parte. — Colui sul quale tanto abbiamo puntato in Francia, Edouard Schuré, di fronte al quale non siamo mai realmente caduti nella tentazione di far valere qualcosa di particolarmente germanico, perché egli stesso è in fondo il portatore, il trasportatore della vita spirituale tedesca verso la Francia, anche lui ha interpretato ciò che non voleva avere alcuna sfumatura nazionale come «pangermanico», «pangermanista». — È curioso: quando di recente cercammo «Edouard Schuré» in un lessico, vi trovammo: «Il mediatore della cultura spirituale tedesca verso la Francia». Ciò è del tutto pertinente, poiché in fondo in Schuré è francese solo la lingua. Si può però naturalmente, se si vede tutto nella lingua, trovare tutto francese. — Si è dunque pangermanista se non si parla dei tedeschi come vuole lo sciovinista francese Schuré, si è agente tedesco se non si parla dei tedeschi come vuole la signora Besant.
Cose simili vediamo adesso anche in Italia, presso i nostri precedenti amici. Sì, qui si è data la necessità di difenderci. Ora c’è di nuovo la migliore occasione di indicarci e di dire: vedete che attacchi muovono, si vede chi è l’aggressore! — È in fondo anche il metodo Vollrath, è il metodo Goesch. Vediamo il metodo ovunque, lo conosciamo dalle nostre file. Prima si costringe l’altro a difendersi, e poi lo si tratta come aggressore. È un mezzo del tutto efficace, un mezzo che ora ha nel mondo un ruolo enormemente potente. L’aggressore si nasconde dietro il clamore che leva dopo aver portato l’altro nella situazione di doversi difendere, qualificandolo come aggressore. Ma nient’altro deve accadere se non servire a quella missione che consiste nel promuovere la vita spirituale, nel far valere la vita spirituale.
E questo è collegato da un lato con il principio: «Il mio regno non è di questo mondo», e dall’altro lato con il principio: «Date a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio». Entrambi sono pure, come sapete, buon cristianesimo. Ma passerà ancora molto tempo prima che si capiscano simili cose fin nei dettagli.
Ora compaiono di nuovo, in molti modi, parole singolari, e lasciatemelo dire come ultimissima conclusione. Si dice: l’Intesa ha nominato i propri scopi di guerra, anche gli Imperi centrali devono pur nominare i propri scopi di guerra, perché si giochi con uguale moneta. — In generale, questo grido per gli scopi di guerra dell’Europa centrale si ode già da qualche tempo. Ora, gli scopi di guerra dell’Intesa — ne abbiamo discussi alcuni. Ma perché mai l’Europa centrale dovrebbe nominare i propri scopi di guerra? Non ne ha mai avuti! Non ne ha! Per questo ovviamente si è posta dal punto di vista: noi tratteremo, e tratteremo volentieri, allora si vedrà che cosa realmente volete, e allora si potrà parlare; ma da parte nostra: non abbiamo nulla di particolare da dire, vogliamo solo vivere. — Per questo si può naturalmente anche dire: essi non indicano i loro scopi di guerra, dunque deve esserci qualcosa di particolare dietro. — Non c’è proprio nulla dietro. L’Europa centrale non vuole nulla di diverso da ciò che voleva anche nel 1913 e nel 1912. Allora non aveva scopi di guerra, e oggi non ne ha. — Non importa che si dica qualcosa; importa che ciò che viene detto corrisponda alla realtà. Con voce particolarmente alta oggi si grida da tutte le parti che dietro questo appello di pace di Natale degli Imperi centrali stesse una particolarmente astuta, sornione finta.
Una qualsiasi astuzia, dunque, una qualsiasi volontà di buggerare-l’altro doveva risiedere in questo appello di pace natalizio. Da molte parti si afferma che non si voleva affatto la pace, bensì si cercava soltanto un mezzo particolarmente astuto per poter proseguire la guerra. Ebbene, ci si fosse pure entrati! Bastava solo entrare nell’appello di pace, e si sarebbe avuto in mano di vedere se fosse una finta. Così sta, di nuovo, il pensare reale, non ciò che si attiene alla mera frase. Sconfiggere la frase con tutte le forze della nostra anima è ciò che deve accadere, miei cari amici, e ciò appartiene a quanto di più prossimo dobbiamo trovare nella nostra stessa anima.
La forza distruttiva della Falsità nel rapporto tra i Vivi e i Morti
Dornach, 20 gennaio 1917
Quando si ha a che fare con qualsivoglia impulso che stia in connessione con il mondo spirituale — siano impulsi orientati verso questo o quel lato — occorre aver chiaro che una comprensione di tali impulsi è possibile soltanto a partire dal punto di vista della scienza dello spirito. Abbiamo visto come negli eventi del presente si insinuino impulsi che noi abbiamo ricondotto perfino a forze che muovono dagli uomini, ma in ultima analisi da uomini che sanno maneggiare in un certo modo gli impulsi spirituali. Una domanda deve presentarsi alla nostra anima: perché mai certi uomini fanno cose come quelle che abbiamo addotto? E l’altra domanda ancora: perché viviamo attualmente in un’epoca nella quale così spesso la menzogna, l’inveritiero, agisce come forza che domina il mondo, come forza che spinge gli uomini, li spinge davvero con una passione che potrebbe operare infinitamente molto di salutare se andasse nella direzione della verità? Queste cose si connettono davvero con gli impulsi anzitutto più profondi dell’umanità. E ci avvicineremo a tali cose, ci avvicineremo a esse per il nostro tempo, se nelle nostre considerazioni inseriremo qualcosa intorno al compito più prossimo proprio di quella visione del mondo, scientifico-spirituale, che abbiamo fatto nostra.
Considerate che, mediante la nostra scienza dello spirito a orientamento antroposofico, si cerca di pervenire a una comprensione di certi nessi spirituali che sono nel mondo, di certe forze che operano nel mondo degli uomini — e non soltanto nel mondo degli uomini in quanto l’uomo si svolge fra nascita e morte, ma anche in quanto l’uomo si svolge fra la morte e una nuova nascita. Pensare nel modo giusto a tali cose è oggi difficile per l’uomo del presente, perché egli ha perduto certe peculiarità che esistevano nei tempi antichi dello sviluppo dell’umanità, peculiarità che per un certo periodo sono passate sotto terra e che devono di nuovo risplendere, appunto attraverso ciò che l’uomo può perseguire come scienza dello spirito. Sappiamo abbastanza che, in antiche epoche trascorse, l’anima umana stava col mondo spirituale in una connessione più elementare, più naturale, non prodotta da un’attività arbitraria della vita spirituale, bensì più ovvia. L’abbiamo chiamata atavica. Allora — lo sappiamo — per gli uomini non c’era possibilità alcuna di dubitare dell’immortalità, della vita dopo la morte. Tale possibilità è subentrata soltanto nell’epoca di transizione, la quale a sua volta dovrà essere sostituita dall’epoca in cui si saprà di nuovo della vita fra la morte e una nuova nascita. Giacché in tempi antichi all’anima umana si accostava qualcosa in modo del tutto naturale, come oggi accade per la veglia e per il sonno: un terzo stato veniva incontro all’anima umana.
Nell’attuale stato di veglia l’uomo è del tutto e completamente limitato al mondo fisico-sensibile, vive nel mondo fisico-sensibile, vive in tutto ciò che può esperire attraverso i suoi sensi e attraverso l’intelletto legato al cervello, fra nascita e morte. E nel sonno l’uomo è privo di coscienza. Le entità dell’io e del corpo astrale, nelle quali l’uomo si trova fra l’addormentarsi e il risvegliarsi, non sono ancora abbastanza forti da fornire una coscienza corrispondente. Sappiamo bene che il corpo astrale è in evoluzione soltanto dall’epoca lunare, l’io soltanto dall’epoca terrestre. Per l’evoluzione cosmica si tratta di condizioni giovani: esse non sono ancora abbastanza forti da sviluppare una coscienza quando sono lasciate a sé stesse fra l’addormentarsi e il risvegliarsi. Salgono però dal sonno i sogni, i sogni nelle loro variopinte immagini. In questi sogni è già contenuto, in determinate circostanze, molto del mondo spirituale. Nei sogni vive senz’altro moltissimo del mondo spirituale, ma l’animo umano, nel suo stato odierno, non è in grado, per così dire, di guardare dietro i sogni, di scorgere ciò che nei sogni si manifesta. I sogni sono immagini ingannevoli che si tessono da un velo di maya.
Quando si sa interpretare giustamente, di caso in caso, dai sogni si ricevono esperienze di tempi passati o anche profetiche anticipazioni del futuro. Si ricevono nei sogni anche raffigurazioni di quei processi che si svolgono fra i Vivi e i Morti nello stato di sonno dell’uomo. Si riceve tutto attraverso i sogni. Ma l’uomo, nella presente situazione del suo sviluppo, non comprende la peculiare lingua dei sogni: essi gli restano immagini incomprensibili, ed è del tutto naturale. Come l’europeo non sa interpretare i suoni quando parla un cinese, così l’uomo del presente non sa interpretare il linguaggio per immagini del sogno. Così, in questa epoca di transizione, l’uomo è davvero limitato, con la sua coscienza, a quanto gli può divenire cosciente mediante uno strumento più antico, mediante il corpo fisico e anche mediante il corpo eterico, i quali sono in evoluzione fin dall’epoca solare e fin dall’epoca saturnia, e che perciò sono così conformati da offrire all’uomo, quando egli è in essi — e lo è dal risveglio sino all’addormentarsi —, la possibilità di sviluppare una coscienza.
Ora, la scienza dello spirito, quale noi la perseguiamo, ci dà concetti del mondo soprasensibile che opera nel mondo sensibile e dietro di esso. I concetti e le idee che accogliamo nella scienza dello spirito, che ci facciamo nostri, non si riferiscono ad alcunché di sensibile. Essi si riferiscono o a ciò che giace fra la morte e una nuova nascita, oppure si riferiscono a ciò che è nel soprasensibile, dietro il sensibile. Quando afferriamo ciò, non afferriamo soltanto determinate teorie — almeno non dovrebbe essere così —, giacché non importa che noi sappiamo soltanto questo o quello, bensì importa che la nostra anima, il nostro animo, entrino in una determinata disposizione, quando accogliamo simili verità riferite al soprasensibile. È difficile trovare per queste cose le parole, perché la nostra lingua è plasmata sul piano fisico esteriore, e dobbiamo prima sforzarci di applicare la lingua a tali rapporti soprasensibili. Vorrei dire: tutto ciò che altrimenti portiamo alla nostra comprensione vive per così dire grossolanamente nella nostra anima, vive densamente nella nostra anima, perché abbiamo sempre a disposizione lo strumento del cervello, il quale è addestrato sulle idee e sui concetti che si riferiscono al piano fisico.
Nel chiarirci invece ciò che non si riferisce al piano fisico, dobbiamo affaticare la nostra anima in modo tale che il cervello, in questo sforzo, in questo studio della scienza dello spirito, sia coinvolto pochissimo e sempre meno. Se incontriamo difficoltà nel comprendere ciò che la scienza dello spirito offre, ciò deriva soltanto dal fatto che, in realtà, è il nostro cervello a infastidirci. Il cervello è per così dire avvezzato, addestrato sui concetti grossolani del piano fisico, e dobbiamo sforzarci di appropriarci dei concetti più fini — più fini soltanto per la nostra umana comprensione — del mondo soprasensibile. Questo sforzo è del tutto sano per noi, questo sforzo è del tutto buono, giacché grazie a esso noi viviamo animicamente con questa scienza dello spirito in tutt’altro modo che con il sapere, il conoscere e il rappresentare fisici. Ci trasferiamo, per così dire, in un mondo di rappresentazioni e idee più mobili, più fini, e ciò è importante.
Ora, esiste per voi tutti una possibilità di accorgervi, per così dire, di quando vi trovate sufficientemente nella sfera in cui il corpo eterico vive in certo modo per sé, facendo solo lievemente vibrare con sé il cervello: è quando avete la sensazione che ciò che la scienza dello spirito offre voi non lo pensate per arbitrio, come i concetti quotidiani. Dei concetti quotidiani, che si riferiscono al piano fisico, voi sapete benissimo di farveli voi stessi; li elaborate secondo le necessità e le condizioni quotidiane della vita, li costruite secondo le simpatie e le antipatie, secondo ciò che dall’esterno vi viene plasmato per i sensi, per l’intelletto legato al cervello. Con la scienza dello spirito otterrete a poco a poco, se entrate veramente nella questione, la sensazione: tutto questo io non l’ho propriamente pensato da me; era già pensato prima che io lo pensassi, fluttua in realtà come pensiero e si limita a entrare in me. Quando ottenete questa sensazione — fluttua in realtà nel pensiero oggettivo del mondo e si limita a entrare in me —, allora avete guadagnato molto, allora avete sperimentato un rapporto con quel fine mondo eterico, fluttuante e tessente, nel quale vive la vostra anima. E allora è in fondo soltanto una questione di tempo — sia pure di un tempo più lungo — entrare a poco a poco in quella sfera che noi abbiamo in comune con quei Morti che si trovano in qualche connessione karmica con noi.
Dicevo che, per epoche più antiche, le persone in realtà non potevano nemmeno discutere se l’immortalità esistesse o non esistesse. Avevano un terzo stato oltre al sonno e alla veglia, uno stato intermedio, che non consisteva soltanto in sogni, bensì si manifestava in modo elementare-naturale, sicché gli uomini vedevano i loro Morti da volto spirituale a volto spirituale. Quelli erano lì, con loro vivevano. Se risaliamo nello sviluppo dell’umanità, possiamo dire che, ad esempio, quando un uomo faceva qualcosa, oppure quando gli accadeva qualcosa che usciva dall’abituale — e simili cose nell’uomo accadono di continuo, da mattina a sera, giacché egli non è soltanto un animale d’abitudini, non fa soltanto ciò che è puramente abitudinario —, quando dunque faceva qualcosa di simile, o quando gli accadeva qualcosa di simile, in tempi antichi sentiva accanto a sé questo o quel Morto, partito da lui da minore o maggior tempo. Sentiva che quello agiva con lui, o che gli dava consiglio insieme. Mentre dunque l’anima dell’uomo qui vivente sulla terra si risolveva per questo o per quello, oppure pativa questo o quello, sentiva che questo o quel Morto agiva con lei, soffriva con lei. Dunque i Morti erano lì.
Perciò non si poteva discutere sull’immortalità o non-immortalità. Non avrebbe avuto senso, tanto poco quanto ne avrebbe il mettere in dubbio se un uomo, con cui si sta parlando, sia realmente lì o no. Ciò che si esperisce è proprio realtà, e in tempi antichi si era esperita la cooperazione dei Morti. Sappiamo per quale ragione quel tempo dovette scendere nei sottosuoli dell’esistenza. Ma esso tornerà, soltanto in altra forma, e verrà perché gli uomini si conquisteranno la disposizione che può davvero discendere sull’anima attraverso la scienza dello spirito, attraverso l’attivo esercizio, attraverso il vivere nelle rappresentazioni scientifico-spirituali sul soprasensibile. Là diviene possibile che l’anima pervenga a fini disposizioni d’animo, e in queste fini disposizioni entrano a loro volta le anime dei cosiddetti Morti. Esse sono sempre lì, ma che entrino coscientemente nella sfera dell’anima — di questo si tratta ora. Certo, i Morti sempre fluttuano intorno a colui col quale erano karmicamente legati in vita. Ma perché agiscano nella sua coscienza è necessario che si vada loro incontro con quella disposizione che ho ora indicato.
Vedete, è sempre possibile per i Morti trovare l’accesso all’anima umana, se l’anima umana muove nella sua vita animica con una tale disposizione, come io ho indicato, se per così dire in una sfera soprasensibile vivono i concetti e le idee che l’anima umana si forma. Ciò che il Morto deve fuggire, in cui il Morto non può entrare, è il corporeo, il fisico dell’uomo. Là il Morto non può entrare, dapprima non vi può entrare. Dunque nei pensieri che salgono dal cervello soltanto in appoggio al mondo fisico, in tali pensieri il Morto non può entrare. E poiché gli uomini oggi per lo più hanno soltanto pensieri di questo tipo, che salgono dal cervello, ai Morti è così difficile l’accesso ai Vivi. Ma se i Vivi vanno incontro ai Morti sviluppando la disposizione che è data proprio dal fatto che ci si occupa molto di rappresentazioni soprasensibili, allora i Morti possono entrare in quel fluttuare e tessere dell’anima, che si distacca dal corporeo, che non si occupa del corporeo. Tutto, nei nostri tempi attuali, dipende dal fatto che le anime umane trovino la possibilità di percorrere, per così dire, la via verso i Morti. Allora i Morti vengono loro incontro. Bisogna trovarsi in una sfera comune.
E, l’ho sottolineato più volte, ciò che dalla scienza dello spirito si riferisce al mondo soprasensibile, ciò che noi sviluppiamo come concetti e idee, è ovvio sia per i Vivi sia per i Morti. Perciò ho raccomandato di leggere ai Morti in pensiero, ossia di sviluppare in vista di essi pensieri che si riferiscono al mondo soprasensibile. Giacché attraverso ciò viene immediatamente gettato un ponte verso di loro — e un ponte non soltanto verso quei Morti che sono morti da poco, bensì verso i Morti in generale, anche verso quelli che sono morti da più tempo, da lungo tempo. Così il Vivente ha la possibilità di accostarsi ai Morti. Ma anche il Morto ha la possibilità, in tal modo, di agire entro i pensieri dei Vivi.
E se avete accolto lo spirito della scienza dello spirito, allora potrete formarvi, da simili esposizioni, una giusta rappresentazione del fatto che, nell’epoca materialistica in cui noi come uomini viviamo già da così lungo tempo, i Morti hanno conquistato sempre meno e meno influsso sull’andamento degli eventi qui nel mondo fisico, poiché gli uomini si sono abbandonati maggiormente a rappresentazioni materialistiche — cioè riferite al piano fisico — alle quali i Morti non hanno accesso. Perciò gli eventi che qui nel mondo fisico accadono si svolgono senza l’influsso, o con minore influsso, da parte di quanti se ne sono dipartiti. Ma ciò deve di nuovo cambiare: deve di nuovo subentrare una vivente comunicazione fra i Vivi e i Morti. Coloro che sono trapassati devono poter agire entro il mondo fisico, affinché ciò che nel mondo fisico accade non avvenga soltanto sotto l’influsso delle rappresentazioni che sorgono nel mondo fisico stesso. Così il coltivare la scienza dello spirito è davvero intimamente connesso col dare ai Morti la possibilità di agire qui nel mondo fisico. E si deve dire: questo è un alto, un serio scopo dell’aspirazione scientifico-spirituale, creare di nuovo un anello di congiunzione tra il mondo spirituale, nel quale sono i Morti, e il mondo fisico, affinché i Morti non si trovino nella condizione di doversi dire: noi siamo, per così dire, esiliati dal mondo fisico, perché i Vivi quaggiù sul mondo fisico non sviluppano pensieri attraverso i quali noi potremmo intervenire in questo mondo fisico.
Certo, qualcuno dirà: io mi adopero pure nell’immergermi nelle rappresentazioni scientifico-spirituali, eppure di un agire dei Morti entro di me non ho ancora percepito nulla. Sì, miei cari amici, per queste cose occorre un poco di pazienza. Dovete davvero considerare quanto, da secoli, la vita degli uomini sul piano fisico abbia teso al materialismo — vale a dire, abbia teso contro tutto ciò che rende possibile, in modo giusto, un agire dei Morti. Fra tutto quanto è accaduto, fra tutto quanto già da secoli realmente accade, si sono sviluppati certi sentimenti, certe sensazioni, che gli uomini hanno oggi del tutto incoscientemente nei confronti del mondo spirituale. E contro questi sentimenti e queste sensazioni, ciò che oggi viene dalla scienza dello spirito rimane spesso ancora una teoria astratta. Si è convinti che ciò che la scienza dello spirito dice sui mondi soprasensibili è vero. Certo — ma non è ancora passato a tal punto in tutta la vita animica che si sia capaci di sviluppare quei sentimenti e quelle sensazioni che non disturbino quel fine, intimo intervento di ciò che muove dai Morti.
Vedere queste cose nella giusta luce non è facile. L’uomo d’oggi è proprio un figlio, o un nipote, o un pronipote, o un bisnipote di quegli uomini che hanno vissuto nel corso degli ultimi secoli e che, sotto l’influsso del materialismo sorgente, hanno dato alle loro sensazioni, ai loro sentimenti determinate direzioni. Queste direzioni dei sentimenti e delle sensazioni si esprimono in ogni singola cosa. Possiamo avere la migliore volontà di andare incontro a un Morto nel modo giusto, di ricordarci di un Morto nel modo giusto; ma tutta la nostra disposizione di sentimento e di sensazione, quale — vorrei dire — opera attraverso il nostro sangue, che ci scende dai nostri avi, non è adatta a porre realmente di fronte all’anima le fini, intime manifestazioni e rivelazioni che muovono dai Morti, in modo tale che le nostre sensazioni non siano, per così dire, luci tremolanti, agitate luci tremolanti, che si pongono dinanzi a questi impulsi intimi, i quali ancora oggi sono davvero molto fini e intimi.
Per il fatto che è così, non occorre lasciarsi scoraggiare, ma ci si deve tenere sempre al positivo. Il positivo è che si aspiri davvero a quello stato che, in certi momenti della vita, dà come frutto degli studi scientifico-spirituali quella quiete dell’anima — giacché sulla quiete dell’anima si tratta, sulla disposizione nella quiete dell’anima si tratta — la quale rende possibile che queste fini, intime manifestazioni, rivelazioni dal regno dei Morti giungano fino a noi. È necessaria anche un’altra cosa, ed è che si abbia una buona volta la buona volontà di opporsi a tutte le menzogne di cui abbiamo parlato in queste considerazioni. Giacché queste menzogne, che sciamano per il mondo, sono anche ciò che si frappone in quella che possiamo chiamare aura spirituale, e che rende impossibile ai Morti di penetrare attraverso quella densa nebbia di tutta la nera materia che, per nominarne soltanto una, oggi esce ad esempio dalla nostra pubblicistica come menzogna, che viene stampata e ripetuta, e che si stende su tutta la terra come un’aura dell’inveritiero. Attraversare quella nebbia è — possiamo addirittura dirlo con queste parole — straordinariamente difficile per i Morti.
Perciò è necessario sforzarsi proprio di chiarirsi, con l’aiuto di tali rappresentazioni quali noi abbiamo sviluppato, ciò che davvero, oggi, in fatto di concreta menzogna, sciama per il mondo; che ci si sforzi davvero, in questo campo, di riconoscere la pura verità esteriore del piano fisico, in quanto è a noi accessibile, affinché non poniamo davanti alla nostra anima una formazione nebulosa attraverso la quale il mondo spirituale semplicemente non possa passare. Voi comprenderete quanto sia forte la necessità di ciò che ora accenno. Vogliamo ora sfiorare almeno, con i concetti che abbiamo appena sviluppato, la domanda: che cosa vogliono le società occulte che mandano nel mondo simili impulsi di cui abbiamo parlato, impulsi che poi si manifestano in una vita di menzogna, e che dalla menzogna hanno poi condotto agli odierni dolorosi eventi? Che cosa vogliono le società occulte della cui esistenza vi ho parlato in parte? Tali società occulte vogliono, accanto ad altro — si può sempre soltanto caratterizzare qualcosa di singolo, esse vogliono naturalmente anche molte altre cose —, quanto segue: vogliono per così dire ipermaterializzare il materialismo, vogliono creare nel mondo ancor più materialismo di quanto ne sorga per la naturale evoluzione dell’umanità nel quinto periodo postatlantico. Dunque vogliono ancor più materialismo. Come detto, questo è soltanto uno dei punti di vista a cui mirano; ma vogliamo almeno sfiorare questo punto di vista.
Da questo punto di vista vengono fondate simili società, in tali società vengono introdotte persone, persone alle quali ci si accosta nella vita e che si trovano adatte. Vi sono ora le più varie specie di simili società. Una determinata specie, molto diffusa in Occidente, che a sua volta ha le specie più variopinte, comprende organizzazioni che praticano magia cerimoniale. Ora, la magia cerimoniale può anche essere magia buona, ma noi parliamo ora di quelle società che praticano la magia cerimoniale non per promuovere il bene generale dell’umanità, bensì il bene di gruppi umani, oppure il bene di particolari aspirazioni, non di aspirazioni universalmente umane. Volgiamo dunque il nostro sguardo dapprima a quelle società che, da questo punto di vista, praticano magia cerimoniale, magia praticata mediante cerimonie. Come detto, può anche essere buona, ma presso queste società appunto non è buona. Ora, certe specie di magia cerimoniale hanno la peculiarità di avere davvero un certo significato, un certo effetto sull’apparato fisico dell’uomo. Tutto ciò che è fisico è in fondo una rivelazione dello spirituale. Quello spirituale che sorge sotto l’influsso di determinate azioni di magia cerimoniale può penetrare nell’apparato fisico umano, nel sistema gangliare — come l’ho recentemente caratterizzato — nel sistema midollare. Il più difficile è invece, attraverso le azioni della magia cerimoniale, agire sul sistema cerebrale. Per la via traversa dello spirituale tutto questo deve accadere; ma può accadere, può divenire così operante.
Immaginiamo dunque che certe società occulte pratichino una magia cerimoniale orientata verso certi lati grigi o neri, e influenzino i loro affiliati nella direzione che vengano accolti influssi fin nel corpo fisico, nelle vibrazioni e tessiture più fini del corpo fisico, ma sempre fin nel corpo fisico. Là fluisce per così dire lo spirituale entro il corpo fisico. Qual è la conseguenza? La conseguenza è che ora subentra qualcosa che era sì adatto a epoche più antiche dell’umanità, ma per la nostra epoca non deve più esserci. Mediante tali azioni è data la possibilità che il mondo spirituale, senza che l’uomo gli vada incontro lungo la via che ho indicato, acquisti un influsso sugli uomini che prendono parte a tali azioni di natura cerimoniale. Vale a dire: viene creata la possibilità che i Morti, accanto ad altri spiriti, agiscano su coloro che sono avvolti in un simile anello, creato dalla magia cerimoniale. Per questa via, però, il materialismo del nostro tempo può per così dire essere ipermaterializzato.
Pensate che un uomo sia, del tutto e completamente — non soltanto riguardo alla sua visione del mondo, ma riguardo al suo intero sentire, al suo provare —, di disposizione materialistica; e simili uomini in Occidente sono moltissimi. Ora questa disposizione materialistica si esalta in alto grado. Allora egli ottiene l’impulso di avere un influsso non soltanto sul mondo materiale finché egli vive nel corpo fisico, bensì oltre la morte. Egli aspira: quando io morirò, voglio avere un qualche luogo attraverso il quale agire sugli uomini viventi che ho lasciato sulla terra, oppure su quelli che vengono addestrati per me. Vi sono nel nostro tempo già uomini il cui impulso materialistico è così forte che essi tendono a istituzioni mediante le quali possano, oltre la morte, coltivare istituzioni nel mondo materiale. E tali strumenti, attraverso i quali l’uomo si assicura un dominio materiale oltre la morte, sono appunto i luoghi di una certa magia cerimoniale. Si accenna così a qualcosa che ha portata enorme.
Pensate dunque: un numero di uomini venga riunito in una certa fratellanza. Questi uomini sanno dapprima: ci hanno preceduti altri, i quali hanno coltivato pensieri così forti di potenza dominatrice che la vita non bastava loro a realizzarli, e vogliono realizzarli oltre la morte. Per costoro creiamo un cerchio, e mediante ciò che facciamo, mediante le azioni magico-cerimoniali che compiamo, essi agiscono entro i nostri corpi. Riceviamo per questa via una potenza più forte di quella che abbiamo; siamo messi in grado, quando ci troviamo di fronte agli altri uomini, deboli, che stanno fuori di simili società, di esercitare su di essi una certa accresciuta potenza magica. Quando pronunciamo una parola, quando teniamo un discorso, allora attraverso di noi cooperano questi Morti, perché siamo preparati dall’essere stati avvolti nelle azioni della magia cerimoniale. C’è grande differenza fra il caso in cui un uomo — vorrei dire — semplicemente, onestamente, stia entro il processo culturale del nostro tempo, e poi con questo onesto trovarsi entro il processo culturale del nostro tempo tenga un discorso parlamentare o scriva un articolo di giornale, e il caso in cui un uomo si trovi entro cerchie di magia cerimoniale, ne sia rafforzato con gli impulsi di potere di certi Morti, e con tali impulsi tenga ora il discorso parlamentare o scriva l’articolo di giornale, esercitando per questa via un’azione enormemente più forte per ciò che vuole di quanto eserciterebbe se non avesse ciò dietro di sé. Questo è uno dei due aspetti.
L’altro aspetto è invece che questi uomini, che si recano così entro le cerchie di certe società magico-cerimoniali, si assicurano essi stessi, a loro volta, una potenza oltre la morte, una sorta di immortalità arimanica. E questo è il pensiero portante presso moltissimi, questo è il pensiero portante. Per loro la società alla quale si sono affiliati è in certo modo una garanzia che forze provenienti da loro vivano oltre la morte — forze che propriamente dovrebbero vivere soltanto fino alla loro morte fisica. E questo pensiero vive oggi in più uomini di quanti non pensiate: il pensiero di assicurarsi un’immortalità arimanica, l’immortalità arimanica che consiste nel fatto che si agisca non soltanto come singolo, individuale uomo, ma che si agisca attraverso lo strumento di una tale società, quale è stata caratterizzata. Di tali società ne esistono le più varie, e uomini di certi gradi in simili società sanno: per via di una tale società, divengo, con le forze che altrimenti dovrei chiudere con la morte, fino a un certo grado immortale; esse agiscono oltre la mia morte. Per altro gli uomini, attraverso ciò che essi sperimentano poi nella magia cerimoniale, vengono talmente storditi che il pensiero non li infastidisce più — quel pensiero che dovrebbe porsi dinanzi all’anima di colui che prende queste cose con autentica serietà e genuina dignità. Giacché altrettanto quanto si guadagna in mortale immortale, o meglio in immortalità arimanica, altrettanto si perde dalla coscienza dell’altra, della vera, della genuina immortalità. Ma il materialismo ha afferrato così tanti animi nel nostro tempo che essi non si lasciano infastidire, vengono storditi e in effetti tendono all’immortalità arimanica. E si può dire: vi sono oggi società che, spiritualmente parlando, occultisticamente parlando, sono «società di assicurazione sull’immortalità arimanica»!
È sempre soltanto un piccolo numero di persone a essere al corrente di tutte queste cose, giacché simili società sono di regola organizzate in modo tale che la magia cerimoniale debba agire propriamente su coloro che sono ignari, su uomini che hanno un certo bisogno di entrare in relazione col mondo spirituale mediante azioni simboliche di vario genere. Di simili uomini ve ne sono molti. Davvero non sono in sé i peggiori uomini coloro che vogliono raggiungere questo. Tali uomini vengono dunque accolti nella cerchia della magia cerimoniale, e un piccolo numero si raccoglie poi, che si serve propriamente soltanto degli altri, di coloro che sono avvolti nella cerchia della magia cerimoniale, come di strumenti. Perciò si dovrebbe essere prudenti nei confronti di tutte le cosiddette società occulte che amministrano cosiddetti gradi superiori, i cui scopi restano un segreto per i gradi inferiori. Questi gradi di amministrazione comprendono di regola coloro che propriamente sono iniziati abbastanza soltanto da avere un sentore di ciò che vi ho ora detto; essi comprendono coloro che debbono agire in modo positivo, consapevole, i quali indicano certi scopi e direzioni, che vengono poi realizzati per il fatto che si ha la massa degli altri, che sono soltanto avvolti nella cerchia della magia cerimoniale. Tutto ciò che fanno queste persone viene fatto in modo da accadere nella direzione voluta dai gradi superiori, ma rafforzata dalle forze che provengono dalla magia cerimoniale.
Chi si procuri un poco di sguardo nell’enorme quantità di simili società dell’Occidente che praticano magia cerimoniale, può anche avere un sentore di quale strumento enormemente efficace, per piani di vasta portata sul mondo, possano essere tali società. Giacché l’essenziale consiste — come avete visto — nel fatto che un certo agire dello spirituale entro il fisico-sensibile, quale era giusto in tempi precedenti, viene innalzato nel nostro tempo, mentre per il nostro tempo è giusto invece che l’uomo, nel modo descritto, vada incontro ai Morti, sicché ci si incontri per così dire con i Morti a metà strada. Nella disposizione che vi ho indicato viene qui cercata una via che era stata la via per tempi più antichi, atavici, e che viene innalzata nel presente attraverso il medium della magia cerimoniale. Questo dovrebbe darvi una rappresentazione di come, in maniera sproporzionata, oggi l’iperbolico materialismo — il materialismo che è ipermaterialistico — voglia varcare i confini verso quel mondo che oggi dovrebbe essere varcato soltanto per il fatto che si pone l’anima nella disposizione che possono dare i concetti soprasensibili.
Il giusto, oggi, è: non accogliere mai l’incompreso, ciò che in molte società occulte viene oggi offerto — e moltissimo viene oggi offerto e accolto senza comprensione. Il giusto è prendere ciò che in tali società viene offerto al massimo come una sottovalutazione della parola pronunciata, vale a dire della parola accolta attraverso il concetto. In molto di ciò che oggi, come menzogna e anche come egoismo, sciama per il mondo, e che ha reso possibile che oggi l’egoismo sia stato addirittura santificato — se non dal papa —, che ha reso possibile che si parli di Sacro egoismo, che è un nuovo santo non proprio proclamato dal papa, in molto di quanto oggi sciama per il mondo come egoismi, come menzogne, agiscono influssi e impulsi che si rafforzano dal mondo dei Morti nel modo indicato.
Ma, nel momento in cui si cercano tali impulsi, si trova anche l’aggancio ad altri impulsi. E su questi impulsi, su questi altri impulsi, trovate già spiegazione nel mio scritto «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità». Le conferenze che stanno alla base di questo scritto vennero davvero pronunciate, per i più svariati motivi, allora nel 1911 a Copenaghen. Là trovate esposto come certe forze degli Angeloi, restate indietro dal terzo periodo postatlantico, vogliano nel tempo attuale dispiegare una forza simile a quella dispiegata durante il periodo egizio. Là si disse allora: «Come le cose più belle possono divenire seduttori e tentatori dell’umanità, quando l’uomo le segue unilateralmente, così, se l’unilateralità qui indicata prendesse piede, vi sarebbe il grande pericolo che tutte le possibili buone aspirazioni si manifestassero come fanatismo. Tanto è vero che l’umanità è portata avanti dai suoi nobili impulsi, altrettanto è vero che, mediante la rappresentazione esaltata e fanatica dei più nobili impulsi, può essere prodotto il peggio per il giusto sviluppo». E si è poi accennato a come certe forze, che erano legittime nel terzo periodo postatlantico, agiscano entro il nostro tempo.
E altrettanto — questo lo si può aggiungere oggi — come l’uomo trovi in modo giusto la connessione col proprio giusto Angelos, così egli può trovare anche l’accesso, quando cerca forze, impulsi che dal mondo dei Morti sono nel modo indicato rinforzi arimanici, a questi spiriti rimasti indietro dal tempo egizio-caldaico, a questi Angeloi rimasti indietro. E questi Angeloi rimasti indietro hanno gran parte in simili società occulte che vi ho descritto. Sono là importanti aiutanti e importanti spiriti dirigenti. In simili società occulte c’è molto che mira addirittura a trasferire al presente, nell’antico modo, l’egizio-caldaico. Quando ciò non è soltanto un frivolo gingillarsi, ma quando sta davvero entro la vita occulta, allora accade sotto l’influsso di esseri rimasti indietro dalla gerarchia degli Angeloi, che là sono guida. E con ciò avremmo anche accennato a quegli esseri della gerarchia immediatamente soprasensibile che vengono cercati da simili società.
Si è qui accennato a qualcosa di importantissimo tra tutte le cose importanti. E soltanto se si comprende come in simili società vengano conservati i testamenti viventi — non i testamenti scritti per la vita, bensì le forze che agiscono oltre la morte, le quali tuttavia non dovrebbero agire —, allora ci si accorge di qualcosa della potenza magica che simili società esercitano, e che permette loro di imprimere spesso anche all’inveritiero il sigillo della verità. Ed è già un’importante azione magica diffondere nel mondo l’inveritiero in modo tale che esso agisca come il vero. Giacché in questa azione del «non-vero come del vero» risiede una straordinaria forza del Male. E questa forza del Male viene sfruttata, dai lati più svariati, in modo del tutto cospicuo.
Questo volevo proporre oggi, per dare anche a parecchio di ciò che ho detto in modo più essoterico lo sfondo esoterico. Vogliamo poi proseguire domani su questi rapporti e cercare di penetrare ancor più profondamente in qualche cosa.
Posture del corpo umano determinate dalle stelle. L’effetto dei Morti sui Vivi
Dornach, 21 gennaio 1917
Mi sia permesso anzitutto di richiamare la vostra attenzione su alcune cose che potrebbero interessarvi, e in primo luogo su un articolo apparso nella «Bauzeitung svizzera» del 20 gennaio 1917, dove si parla dell’edificio del Johannesbau a Dornach presso Basilea, e precisamente sulla base della visita che recentemente gli ingegneri e architetti svizzeri hanno reso a questo edificio. L’articolo è scritto in maniera molto gradevole e bella, ed è davvero un’oasi — si potrebbe dire — di fronte a tanto di ciò che è stato stampato di recente, e anche ora viene stampato sui nostri sforzi, e che, per giunta, viene stampato proprio da membri della nostra stessa cerchia. È un fatto assai rallegrante che da parte esterna, obiettiva e in particolare competente sia apparsa una trattazione tanto gradevole e dignitosa dell’edificio. Dunque, l’articolo è apparso nella «Bauzeitung svizzera» del 20 gennaio 1917; vi raccomando di leggere la cosa. Mi viene ora comunicato dal signor Erigiert, che a suo tempo si è preso la responsabilità di guidare gli ingegneri e architetti svizzeri — i quali si sono interessati in maniera così rallegrante al nostro edificio dal punto di vista tecnico e da quello più ampiamente estetico —, che l’articolo sarà pubblicato anche nel «Bulletin de technique», che esce a Ginevra in lingua francese.
Vorrei inoltre richiamare la vostra attenzione sul libro appena uscito — mi perdonerete se non posso leggervi il titolo nella lingua originale — il libro che è da poco apparso del nostro amico Andrej Bjely, il quale nella lingua civile in cui vi è noto si chiama Bugaev. Il libro è uscito in lingua russa ed espone in maniera molto particolareggiata e approfondita molte relazioni della scienza dello spirito con la concezione goethiana del mondo. In particolare, vengono esposte le relazioni della concezione goethiana del mondo con quanto fu detto un tempo nel ciclo di conferenze berlinese sui vari punti di vista delle concezioni del mondo — il ciclo si intitolava «Il pensiero cosmico e il pensiero umano» —, ma viene anche illustrato d’altro canto ciò che è contenuto nella scienza dello spirito. Le relazioni con la concezione goethiana del mondo vengono esposte in modo incisivo e particolareggiato, ed è perciò assai rallegrante che, come una manifestazione della nostra concezione spirituale-scientifica del mondo, questo libro sia uscito in lingua russa dal nostro amico Bugaev.
Il signor Meebold ha fatto uscire poco tempo fa un libro sul quale vorrei anch’io richiamare l’attenzione; il libro è uscito presso Piper & Co. di Monaco. Si intitola: «La via verso lo spirito», una biografia dell’anima, e sarà comunque interessante per voi, perché in questo libro vengono descritte parecchie esperienze che il signor Meebold ha fatto con la Theosophical Society. Queste sono le oasi nel deserto degli attacchi, dei quali uno — che a me non è ancora pervenuto, ma che si dice particolarmente inaudito — è ora apparso nuovamente da uno dei nostri membri di lunga data; ma non ho ancora letto l’articolo stampato, soltanto comunicazioni a suo riguardo. Sono appunto quegli attacchi che provengono proprio dalla cerchia dei membri, segnatamente dai più anziani e di lunga data, e che sono particolarmente «rallegranti», perché si sa che tali membri potrebbero saperlo diversamente. Ma, come dicevo, l’articolo stesso non l’ho ancora visto; ho avuto soltanto comunicazioni in proposito.
Abbiamo ieri trattato alcune cose ricollegandoci alle relazioni dell’uomo con il mondo soprasensibile, in quanto in questo mondo soprasensibile devono essere pensati anche i nostri morti, gli uomini privi di corpo in genere, gli uomini che sono passati attraverso la porta della morte. Nel nostro attuale contesto è di tutta particolare importanza che ci si renda conto di come, all’interno di quel mondo che l’uomo attraversa fra la morte e una nuova nascita, abbia luogo uno sviluppo, un’evoluzione, esattamente come qui sul piano fisico. Noi parliamo qui sul piano fisico — quando teniamo davanti agli occhi anzitutto un breve periodo di tempo, ad esempio quello dell’epoca postatlantica — del periodo indiano, del persiano, dell’egizio-caldaico, del greco-latino, del periodo presente e così via, e intendiamo, riferendoci a tali periodi, che ha luogo un’evoluzione, che in certo qual modo le anime degli uomini e le manifestazioni delle anime umane si distinguono in maniera caratteristica in questi successivi spazi di tempo. Allo stesso modo si potrebbe parlare, se al tempo stesso si potessero ottenere concetti intuitivi al riguardo, di un’evoluzione che ha luogo per tali periodi nel dominio che i morti attraversano; poiché anche là si compie un’evoluzione. E nei luoghi più diversi, dove la cosa era possibile, si è già fatto cenno a questa evoluzione, e sono state fatte diverse esposizioni al riguardo.
Tuttavia, per quanto sia facile parlare dell’evoluzione sul piano fisico — e voi sapete bene che non è già del tutto facile nel nostro tempo materialistico —, per quanto facile dunque sia ciò per il piano fisico, naturalmente non lo è per il mondo spirituale, poiché per il mondo spirituale non disponiamo di concetti ben coniati. Il linguaggio è creato per il piano fisico, e devono prodursi ogni sorta di immagini, ogni sorta di parafrasi, quando si voglia accennare alla sfera spirituale in cui sono i morti, specialmente con riguardo all’evoluzione. In particolare per noi è significativo che, nel nostro quinto periodo postatlantico, anche la vita fra la morte e una nuova nascita sia corrispondentemente diversa da prima. Mentre qui sulla terra si svolge l’epoca culturale materialistica, anche nel mondo spirituale si svolgono diverse cose. E poiché i morti vivono ancor molto più intensamente queste cose, che sono connesse con l’evoluzione, di quanto le vivano gli uomini che vivono qui sul piano fisico, il destino dei morti dipende già nella maniera più intensa dal modo in cui si svolge una determinata evoluzione in determinati periodi. I morti reagiscono in modo molto più intimo, molto più fine a ciò che vive nell’evoluzione, di quanto reagiscano i viventi — se vogliamo usare queste espressioni —, e forse più che in qualsiasi altro tempo ciò è avvertibile nel nostro tempo materialistico.
Vorrei ora inserire in queste conferenze, per la migliore comprensione di molte cose che intendiamo trattare, proprio quanto è emerso da un’attenta osservazione dei fatti a tale riguardo. Devo però sotto questo aspetto spaziare un poco più ampiamente, e fare oggi ogni sorta di considerazioni che dovranno soltanto preparare a ciò che si intende propriamente dire. Ho già accennato al fatto che l’uomo viene considerato correttamente nel suo rapporto con l’universo quando consideriamo separatamente i suoi singoli arti costitutivi. Per la considerazione spirituale, ciò che è qui sul piano fisico è più una raffigurazione, una manifestazione. E così possiamo, ricollegandoci a parecchio di quanto abbiamo già trattato, considerare l’uomo, così come ci si presenta in primo luogo come essere fisico, secondo una quadripartizione. Anzitutto abbiamo il capo. Questo è — come voi sapete da precedenti considerazioni — nella forma in cui si presenta in una qualsiasi incarnazione, propriamente destinato a trovare in questa incarnazione la propria conclusione. Il capo è il più esposto alla morte. Poiché il modo in cui è formato il nostro capo — ricordatevi delle precedenti considerazioni —, il modo in cui il nostro capo è organizzato, è essenzialmente il risultato della nostra vita nella precedente incarnazione. Come invece sarà formato il nostro prossimo capo, la nostra prossima testa nell’incarnazione futura, ciò è un risultato della nostra attuale vita corporea. Brevemente l’ho espresso qualche tempo fa, quando dissi: il corpo dell’uomo, esclusa la testa, si trasforma in capo nella prossima incarnazione, e il corpo successivo si forma per aggregazione, mentre l’attuale testa che noi portiamo è il corpo trasformato della precedente incarnazione, e il resto del nostro corpo ci è ora più o meno aggregato — il tutto è gradualmente differente — dai rapporti dell’ereditarietà. Questa è la metamorfosi. Il capo viene per così dire a cadere in un’incarnazione, esso è il risultato del corpo della precedente incarnazione. E il corpo si plasma, si metamorfosa, come nella dottrina goethiana della metamorfosi la foglia si fa fiore, in capo nell’incarnazione successiva.
Per il fatto però che il capo, la testa viene formata dal corpo terrestre della precedente incarnazione, il mondo spirituale ha particolarmente molto da fare con questo capo fra la morte e una nuova nascita, poiché la forma originaria, l’archetipo del capo deve essere elaborato fuori dal mondo spirituale conformemente al karma. Perciò anche nell’embrione il capo appare per primo perfettamente formato, perché è quello che maggiormente subisce gli influssi dal cosmo. Attraverso l’organizzazione umana viene invece influenzato in modo prevalente il resto del corpo. Perciò questa restante organizzazione appare formata più tardi nell’embrione del capo. Il capo è già — naturalmente non secondo la sua configurazione fisica, la sostanza fisica è certo desunta dall’ereditarietà, ma riguardo al suo plasmarsi, riguardo al suo archetipo — formato a partire dal cosmo, è, come si può dire, formato dalla sfera. Il vostro capo non è inutilmente più o meno sferico: il capo è una raffigurazione dell’intera sfera cosmica, e l’intera sfera cosmica concorre alla formazione del capo. Cosicché possiamo dire: il capo è formato dalla sfera. Proprio come qui nella vita si svolge una vivace attività per costruire macchine, per attendere alle faccende mercantili e simili, così nel mondo spirituale l’uomo è fra le altre cose occupato — non esclusivamente, ma anche — a sviluppare tutti i tecnicismi che sono ora tecnicismi spirituali, per formare per la prossima incarnazione dalla sfera, dall’intero mondo, dall’intero cosmo, il proprio capo, conformemente al suo karma in precedenti incarnazioni. Là noi guardiamo entro profondi misteri del divenire.
Il secondo elemento che deve essere preso in considerazione, quando si guarda all’uomo come a una manifestazione dell’intero universo, è tutto ciò che concerne gli organi del torace, con la loro sede principale nei polmoni e nel cuore. È meglio considerarli separatamente dal capo. Il capo è una raffigurazione dell’intero cosmo sferico. Non così gli organi del torace. Essi sono una manifestazione di quelle forze che provengono da Oriente. Essi sono formati a partire dalla — si potrebbe dire — semisfera. Se vi rappresentate il cosmo in questo modo (vedi disegno a pagina 206), allora potete rappresentarvi il capo come una raffigurazione del cosmo. Se vi figurate qui l’Oriente, potete rappresentarvi gli organi del torace come una raffigurazione di ciò che irradia da Oriente, cioè della semisfera, che io tratteggio qui in verde.
Agli organi del torace lavora soltanto la semisfera. Si potrebbe, volendo parlare paradossalmente, anche dire: gli organi del torace sono una mezza testa.
[facsimile manoscritto]
sfen
[facsimile manoscritto]
Questa è anche la forma fondamentale. Alla testa è sottesa la forma sferica, agli organi del torace è sottesa la parte di cerchio, in certo qual modo il semicerchio. Esso però è variamente curvato, e non lo si può più vedere esattamente. Potreste vedere che la vostra testa è davvero una sfera, se sull’uomo non avessero mai agito le forze luciferiche e arimaniche. Vedreste che gli organi del torace sono davvero una semisfera, se appunto tali forze non avessero agito. E, per così dire, la direzione verso il punto centrale — ma si potrebbe dire: per gli ordinari rapporti geometrici terrestri verso il punto centrale infinitamente lontano — è verso l’Oriente. Dunque semisfera: verso l’Oriente.
Abbiamo ora come terzo arto tutto ciò che si trova nell’uomo come organo parziale al di fuori della testa e degli organi del torace: gli organi del basso ventre con le membra che vi sono annesse. Tutto ciò voglio chiamarlo — benché la denominazione non sia particolarmente precisa — organi del basso ventre. Quanto noi così riassumiamo come organi del basso ventre, possiamo ora anche allo stesso modo riferirlo a forze organizzanti esterne, le quali naturalmente in questo dominio agiscono sull’uomo principalmente attraverso la via indiretta dell’embriologia, ma su questa via indiretta agiscono pur sempre così, perché durante la gravidanza la madre dipende dalle forze che devono là essere ricercate per la formazione del basso ventre, allo stesso modo in cui deve essere ricercata la sfera per la formazione della testa, l’Oriente, la semisfera, per la formazione degli organi del torace. Ciò che in tale maniera agisce come forze sugli organi del basso ventre, voi dovete rappresentarvelo così, che proviene dal punto centrale della terra, ma viene differenziato attraverso il territorio in cui dimorano i genitori e rispettivamente gli antenati, attraverso il territorio e tutto ciò che vi è connesso. Quindi, beninteso, le forze vengono dal punto centrale della terra; ma, sia che un uomo nasca in Nordamerica o in Australia o in Asia o in Europa, esse vengono dal punto centrale della terra, ma sempre differenziate: ora come la forza agisce differenziata attraverso il territorio europeo, ora differenziata attraverso il territorio americano, ora differenziata attraverso il territorio asiatico, e così via. Posso dunque dire: gli organi del basso ventre sono determinati a partire dal punto centrale della terra, in differenziazione attraverso il territorio.
Ora, se vogliamo considerare l’uomo in maniera occultisticamente completa, dobbiamo prendere in considerazione ancora un quarto elemento. A questo punto direte: ma abbiamo ormai già tutto l’uomo. Certo, ma nell’occultismo entra sempre in considerazione anche un quarto. Ora abbiamo considerato tre arti dell’uomo; ora possiamo ancora considerare l’uomo intero per sé. L’intero è appunto anch’esso un arto. Dunque testa, tronco, basso ventre, ma ora tutto insieme, di modo che come quarto arto abbiamo l’intero, e questo intero è ora a sua volta formato da forze. Ma questo intero è formato dalle forze dell’intera circonferenza terrestre. Quindi ora non differenziato attraverso il territorio, bensì l’intero dell’uomo è formato dall’intera circonferenza, dunque dalla circonferenza terrestre.
Vi ho ora rappresentato l’uomo fisico come una raffigurazione del cosmo, come egli sia in certo qual modo immagine delle forze che dal cosmo agiscono insieme. Possiamo considerare anche altri rapporti in connessione con il cosmo. Allora dobbiamo pensare il cosmo spirituale in relazione con l’uomo, non soltanto il cosmo fisico. Quello che abbiamo finora considerato era l’uomo fisico. Per questo potevamo anche fermarci al cosmo fisico. Se consideriamo l’uomo come essere privo di corpo fra la morte e una nuova nascita, allora non possiamo fermarci a ciò che si esaurisce nello spazio, poiché lo spazio tridimensionale, come noi l’abbiamo, è certo determinante per l’uomo fisico che vive fra la nascita e la morte, ma non è determinante per l’uomo spirituale che vive fra la morte e una nuova nascita. Bisogna allora rendersi chiaro che il morto ha ancora a disposizione un altro mondo, oltre a quello che vive in tre dimensioni. Ora bisogna — quando si prende in considerazione l’uomo privo di corpo, il cosiddetto uomo morto — instaurare forse un modo di considerare alquanto diverso. Si deve instaurare un modo di considerare che viva di più nel mobile. E certo, si possono fare considerazioni da diversi punti di vista, poiché la vita fra la morte e una nuova nascita è altrettanto complessa quanto la vita fra la nascita e la morte.
Ma poniamo anzitutto a fondamento la relazione dell’uomo che è qui sulla terra con l’uomo che è entrato nel mondo spirituale attraverso la morte. Abbiamo nuovamente un primo arto — ma esso va ora preso più temporalmente —, un primo stadio di sviluppo, potremmo anche dire. Il morto va — così potrei esprimermi — in una certa maniera fuori, nel mondo spirituale; ma esce dal mondo fisico verso il mondo spirituale, abbandona il mondo fisico ed è, particolarmente nei primi giorni, ancora collegato con il mondo fisico. E qui è molto significativo che il morto esca dal mondo fisico assai adeguato alla costellazione che risulta per la sua vita dalla posizione dei pianeti. Specialmente finché il morto è ancora collegato con il suo corpo eterico, risuonano e oscillano in modo meraviglioso le forze planetarie, la costellazione delle forze planetarie attraverso questo corpo eterico. Come nell’acqua embrionale, al sorgere dell’uomo fisico, vibrano straordinariamente con forza le forze territoriali terrestri, così nel morto che è ancora nel suo corpo eterico vibrano in maniera del tutto vistosa le forze che sono connesse con le costellazioni stellari nel momento in cui — il tutto è naturalmente determinato in modo karmico — il morto ha abbandonato il mondo fisico.
E si potrebbero, se solo si procedesse con la dovuta reverenza e dignità, fare interessanti scoperte, se si applicasse appunto quella cura che purtroppo si applica spesso anche per motivi egoistici per fare una ricerca sulla costellazione stellare della nascita. Si otterrebbero risultati molto più disinteressati e molto più belli, se si traesse, per così dire, l’oroscopo — segnatamente l’oroscopo planetario, la posizione dei pianeti per il momento della morte. Esso è straordinariamente rivelatore dell’intero essere dell’uomo animico, e straordinariamente rivelatore della connessione del karma con il sopraggiungere della morte proprio in un determinato momento. Chi una volta vorrà fare ricerche in tale direzione — le regole sono le stesse di quelle dell’oroscopo natale — perverrà a ogni sorta di interessanti risultati, specialmente se ha conosciuto più o meno bene in vita le persone per le quali compie tale lavoro. Poiché il morto reca attraverso giorni e giorni nel suo corpo eterico non ancora separato qualcosa che è una risonanza, segnatamente dalla costellazione stellare planetaria. Cosicché possiamo dire: primo stadio di sviluppo — direzione nella costellazione stellare. Ciò è significativo finché l’uomo rimane unito al suo corpo eterico.
Il secondo elemento che entra in considerazione nel rapporto dell’uomo con il cosmo è il fatto che l’uomo abbandona in una certa direzione — si potrebbe dire — realmente il mondo fisico, quando diviene egli stesso spirituale, dopo aver deposto il corpo eterico. Qui è il punto dove da ultimo si possono ancora applicare in senso proprio, non semplicemente in senso figurato, a ciò che il morto fa, concetti tratti dal mondo fisico; poiché dopo questo stadio i concetti divengono più o meno immagini. Si può allora dire: nel secondo stadio viene — e qui la direzione vale ancora fisicamente, sebbene esca dal fisico — imboccata la direzione verso l’Oriente di volta in volta corrispondente. E attraverso questo Oriente di volta in volta corrispondente, il morto si inoltra in un certo momento nel mondo puramente spirituale. Questa è dunque la direzione verso l’Oriente.
È importante rappresentarsi questo una volta, perché un’antica espressione di varie confraternite, che si è conservata da tempi migliori della conoscenza occulta dell’umanità, ancor oggi vi richiama l’attenzione. In ogni sorta di confraternite si parla di colui che è morto dicendo che egli «è entrato nell’eterno Oriente». Cose siffatte, in quanto non siano fronzoli aggiunti successivamente, corrispondono a verità antiche. Proprio come abbiamo dovuto qui parlare del fatto che gli organi del torace hanno la loro articolazione dall’Oriente, così dobbiamo rappresentarci il dipartire, il passaggio del morto attraverso l’Oriente. Mentre il morto in certo modo esce attraverso l’Oriente dal mondo fisico per entrare nello spirituale, perviene già nel dominio della sfera, vale a dire raggiunge la possibilità di prendere parte alle forze sferiche, che ora — non come qui l’uomo, centrifughe — agiscono centripete verso il punto centrale della terra; egli perviene nella sfera, nella possibilità di operare verso la terra. Cosicché possiamo dunque porre come terzo stadio il passaggio nel mondo spirituale, e come quarto stadio le azioni — o il lavorare — dal mondo spirituale, il lavorare con le forze provenienti dal mondo spirituale.
Con tali idee ci avviciniamo intimamente a ciò che lega l’uomo qui ai mondi spirituali. Voi potete persino, se considerate questo schema nella giusta maniera, vedere che il numero 4 si chiude con quanto il numero 1 qui comincia, vale a dire: il lavoro al capo a partire dalla sfera. Esso viene compiuto dall’uomo stesso, quando egli è entrato nel mondo spirituale attraverso l’Oriente.
Capo: dalla sfera
Organi del torace: dall’Oriente
Organi del basso ventre: dal punto centrale della terra, in differenziazione attraverso il territorio
Primo stadio di sviluppo: direzione nella costellazione stellare
Secondo stadio di sviluppo: direzione verso l’Oriente — Terzo stadio: passaggio nel mondo spirituale
L’intero: attraverso la circonferenza terrestre — Quarto stadio: azioni dal mondo spirituale
Che il morto debba abbandonare il mondo fisico nella direzione verso l’Oriente, ciò è molto fortemente percepibile nei rapporti con i morti. Essi si trovano in certo qual modo nel mondo che raggiungono attraverso la porta dell’Oriente. Sono al di là della porta dell’Oriente. E in riferimento a tali cose sono significative proprio le esperienze che si fanno ora, nel quinto periodo postatlantico, nella sfera di sviluppo del materialismo. Vedete, in questo quinto periodo postatlantico i morti sono in certo qual modo molto privati, per via della cultura terrestre materialistica. Molte cose vi saranno già chiare da quanto detto ieri. Se si impara a conoscere la vita dei morti nel presente con i mezzi corrispondenti, ne risulta che essi hanno impulsi molto forti a intervenire nelle cose che gli uomini fanno qui sulla terra. Ma in epoche precedenti, in cui c’era meno materialismo sulla terra di quanto ce ne sia ora, i morti potevano intervenire più facilmente in ciò che accadeva sulla terra. Potevano agire più facilmente verso la sfera terrestre attraverso gli uomini terreni, attraverso ciò che gli uomini terreni sentivano e provavano come conseguenze dei morti.
Oggi è molto, molto frequente sperimentare — e ho visto che ha sempre prodotto un’impressione sorprendente nel caso concreto — che persone le quali erano qui intensamente coinvolte in determinati eventi del tempo, e poi sono morte e continuano a vivere dopo la morte, non possono avere alcun interesse per gli eventi del tempo che si svolgono qui dopo la loro morte, perché manca il collegamento. Anche fra noi vi sono anime tali che, mentre erano qui sul piano fisico, avevano grande interesse per gli eventi del tempo, ma di là, nel mondo spirituale, si trovano estranee di fronte agli eventi del tempo che ora si svolgono dopo la loro morte. È proprio questo, molto spesso, il caso per anime di gran pregio che qui avevano vivi interessi e grandi doti. Ma le cose stanno già così da lungo tempo. È così, soltanto sempre più crescente, per l’intero periodo del quinto periodo postatlantico, è così già a partire dal XV, XVI secolo, soltanto in misura crescente. Si può fare l’esperienza che i morti, dato che possono intervenire meno in ciò che gli uomini fanno, si occupano di più — mi dispiace tanto dover usare concetti così triviali, ma bisogna pur usare i concetti che si hanno nel linguaggio —, dunque, che i morti devono intervenire di più in ciò che gli uomini sono come singole personalità. E si vede che l’interesse dei morti, e il lavoro dei morti, dal XV, XVI secolo si rivolge più alle singole personalità che ai grandi nessi fra gli uomini. E dopo essermi molto occupato proprio in questa direzione di tale problema, ho potuto procurarmi la convinzione che con ciò, con quanto ho ora detto, si connette un fenomeno del tempo del tutto determinato, che a chi si interessa di tali cose deve apparire particolarmente evidente nella nostra storia più recente.
Abbiamo nella storia più recente, in contrasto con i tempi anteriori, il singolare fenomeno che nascono uomini di doti molto cospicue, i quali operano in generale con grande idealismo, con eccellente aspirazione, ma che tuttavia non riescono a guadagnarsi una visione d’insieme sulla vita, a conquistare ampi orizzonti. Ciò si esprime in fondo in tutta la letteratura ormai da molto tempo. In singole idee, concetti, rappresentazioni, sentimenti che la gente porta a espressione — sia in letteratura, sia nell’arte, anche nella scienza — si trovano talvolta forti accenni. Ma — e perciò è proprio così difficile per la gente elevarsi alla visione d’insieme che bisogna avere nella scienza dello spirito — a una grande visione d’insieme la gente non perviene. Ciò deriva in larga parte dal fatto che i morti si accostano di più ai singoli uomini e in essi elaborano ciò che è disposto più nel periodo dell’infanzia, nel periodo della giovinezza dell’esistenza, mentre ciò che procura all’uomo visione d’insieme nei tempi della maturità dell’esistenza, nel nostro tempo materialistico è più o meno separato dall’attività dei morti. Talenti incompiuti, che rimangono allo stato di torso, non solo nel grande mondo ma anche nel singolo, sono oggi molto frequenti per questa ragione, perché i morti possono accostarsi di più alle singole anime che a ciò che vive socialmente nello sviluppo dell’umanità oggi. I morti hanno un forte impulso ad accostarsi a ciò che vive socialmente nello sviluppo dell’umanità, ma ciò è appunto, nel nostro quinto periodo postatlantico, straordinariamente difficile per loro.
È poi in particolare per il presente di grande importanza familiarizzarsi con un altro fenomeno. Vedete, nel nostro tempo vivono molti concetti, molte rappresentazioni che devono essere straordinariamente determinati, altrimenti con tali rappresentazioni non si va avanti. In particolare nella vita moderna, più mercantilistica, devono formarsi concetti precisamente delineati in senso calcolatorio. A ciò si è abituata la scienza, ma a ciò si è abituata anche l’arte. Pensate solo quale sviluppo l’arte ha compiuto in questo riguardo! Non abbiamo lasciato da molto tempo dietro di noi quel periodo artistico in cui l’arte si volgeva ai grandi nessi ideali e — vorrei dire, grazie a Dio — i concetti non bastavano a interpretare in maniera agevole un’opera d’arte, perché le opere d’arte avevano molto da dire. Oggi non è più così nella stessa misura. Oggi si aspira al naturalismo, e i concetti possono facilmente accodarsi, perché le opere d’arte stesse spesso sono nate solo da concetti, non dal sentire che abbraccia in modo elementare. L’umanità è oggi colma di concetti determinati, trivializzati, naturalistici, i quali sono determinati per il fatto di essere stati elaborati interamente sul piano fisico, dove le cose sono appunto anche determinate, individualizzate.
Ora è molto significativo che tali concetti non siano amati dai cosiddetti morti. Concetti nettamente delineati, che non sono mobili, che non vivono, non sono amati dai morti. Si possono fare le più singolari esperienze, esperienze molto interessanti, se mi è lecito usare un’espressione così triviale-banale per simili rapporti veneranti. Mi sono sforzato negli ultimi tempi, qui — come sapete, poiché abbiamo svolto insieme tutto questo —, di fare anche ogni sorta di considerazioni sui periodi artistici ricollegandomi alle nostre proiezioni luminose. Mi sono sforzato di portare a concetti molti fenomeni artistici. Quando si vuol parlare, occorre portarli a concetti. Sennonché ho sempre avvertito il bisogno di non avvolgere i nessi artistici in concetti così rigidi, dai contorni così netti. Anche se nelle considerazioni ho cercato di stringere il più possibile i concetti — per coniarli in parole, bisogna pur afferrarli precisamente —, durante l’elaborazione dei concetti nella preparazione alle considerazioni provavo davvero qui, vorrei dire, una certa ripugnanza, se posso usare la parola, a rendere con concetti così meschini, come pure devono essere dati quando ci si voglia esprimere, i nessi cui là occorreva accennare. E ci comprenderemo in questi campi soltanto se voi in certo qual modo ritradurrete ciò che è detto in concetti dalle maglie strette, in concetti dalle maglie più larghe.
Quando ora al tempo stesso si vive qualcosa di simile e, vorrei dire, si ha a che fare con le anime disincarnate, allora si trova che, proprio quando si vuole abbracciare con lo sguardo un fenomeno verso il quale si ha pienamente il sentimento: tu sei propriamente troppo poco intelligente per cogliere questo fenomeno in concetti dell’intelletto, tu guardi il fenomeno, ma l’intelletto non basta propriamente a stringere realmente in concetti ciò che è guardato — quando si ha questa esperienza, e la si può avere proprio nella considerazione di fenomeni artistici, allora ci si può trovare in modo del tutto particolarmente intimo con le anime disincarnate, con le anime dei morti; poiché esse amano i concetti che non sono nettamente delineati, che si lasciano portare più mobilmente attraverso i fenomeni. Mediante concetti nettamente delineati, mediante quei concetti che sono simili a quelli che vengono formati qui sul piano fisico sotto l’azione dei rapporti fisico-sensibili, i morti si sentono come inchiodati a determinati luoghi, mentre invece hanno bisogno di un libero muoversi per la loro vita nel mondo spirituale.
Perciò la dedizione alla scienza dello spirito è significativa anche per questa ragione, per entrare in quelle intime sfere di esperienza dove — secondo quanto ieri accennato — l’uomo vivente qui può incontrarsi con il morto, perché i concetti spirituali-scientifici non possono essere già tenuti così determinati come quelli che vengono elaborati per il piano fisico. Perciò hanno facile gioco gli uomini malevoli o ottusi a scoprire contraddizioni nei concetti spirituali-scientifici, perché i concetti sono vivi, e il vivente reca in sé in un certo senso, se non la contraddizione contraddittoria, pur sempre il mobile. Ma ciò viene proprio dall’occuparsi con lo spirituale. Si devono là illuminare le cose dai lati più diversi. E questo illuminare dai lati più diversi avvicina davvero al mondo spirituale. Perciò i morti si sentono a loro agio, quando possono entrare nella sfera di concetti umani che non siano pedantescamente delineati, ma che siano mobili. I morti si sentono assai a disagio quando devono entrare nei concetti più pedanteschi di tutti, che sono stati coniati negli ultimi tempi per il mondo soprasensibile a uso degli uomini i quali — anziché voler vivere nel mondo spirituale — vogliono anche per il mondo spirituale qualcosa di sensibile, e quindi fanno esperimenti spiritistici per far entrare anche i concetti spirituali in maniera ben salda nella sfera sensibile. Sono propriamente i più grandi materialisti. Tali uomini cercano, per il commercio con i morti, proprio concetti rigidi. Perciò essi tormentano i morti più di chiunque altro, perché li costringono, quando vogliono accostarsi, a entrare proprio nel dominio che il morto, secondo la sua intera organizzazione, non può amare. Egli ama i concetti mobili, non i concetti rigidi.
Queste sono, io credo, esperienze che si possono fare in modo del tutto particolare in questa età del quinto periodo postatlantico, dove qui sulla terra domina il materialismo, e fra i morti domina la peculiarità che ho descritto. Poiché è proprio la stessa cosa che qui sulla terra determina il materialismo a determinare anche per la sfera spirituale una vita ben precisa. Nell’epoca greco-latina i morti si accostavano agli uomini viventi in maniera diversa da quanto avviene nel nostro tempo. Nella sfera spirituale c’è — vorrei dire — oggi, nel quinto periodo postatlantico, più di terrestre — ma dovete naturalmente rappresentarvelo immaginativamente, per immagini —, più di composizione terrestre nella sostanzialità dei morti che non in passato. Un morto appare a noi oggi in una figura molto più foggiata sui rapporti terreni che in passato; il morto è oggi — vorrei dire — più simile all’uomo di quanto fosse in passato. E per questo i morti agiscono oggi sui viventi più o meno paralizzandoli. Perciò è così difficile oggi accostarsi ai morti, poiché si viene assai facilmente storditi da loro. Qui sulla terra dominano i pensieri materialistici; nel mondo spirituale, come karma di ciò, domina in certo qual modo la conseguenza materialistica, l’inverso del terrestre nella corporeità spirituale dei morti. Per il fatto che i morti, se posso usare l’espressione, sono troppo carichi di forza, essi agiscono stordendo. E si deve oggi acquistare anzitutto, attraverso sensazioni spirituali-scientifiche il più possibile robuste, la forza per reggere a questo stordimento. Questa è la difficoltà di oggi, una delle difficoltà nell’entrare in relazione con il mondo spirituale.
Ora, per la sfera terrestre — che pure si può considerare anche spiritualmente — le cose si presentano, se le si considera spiritualmente, diverse da come si è soliti giudicare quando non si considerano le cose spiritualmente. Diciamo con piena ragione, e l’abbiamo spesso esposto: noi viviamo nell’epoca materialistica. Perché? Perché gli uomini in questa epoca materialistica — non quelli intelligenti, ma gli uomini in generale —, per quanto suoni paradossale, sono troppo spirituali. Perciò essi sono così facilmente accessibili a pure spiritualità come gli influssi arimanici e luciferici. Gli uomini sono troppo spirituali. E proprio per via della spiritualità, gli uomini diventano oggi facilmente materialisti. Non è vero, ciò che l’uomo crede e pensa è qualcosa di tutt’altro rispetto a ciò che egli è. Proprio gli uomini più spirituali sono oggi facilmente accessibili agli sussurri arimanici e diventano per ciò materialisti.
Per quanto severamente si debba combattere la concezione del mondo materialistica e le forme di vita materialistiche, non si può dire che nelle cerchie di questi materialisti vi siano gli uomini meno spirituali. Davvero, se posso inserire qui qualcosa di personale: ho trovato molti uomini spirituali — non di quelli che hanno opinioni spirituali, ma che sono uomini spirituali — in associazioni moniste e simili, mentre invece, all’opposto, ho trovato preferibilmente nature grossolanamente materialistiche nelle associazioni spiritistiche. Proprio là si trovano, anche se là si parla dello spirito, le nature più grossolanamente materialistiche. E davvero, prescindendo da ciò che spesso afferma, un uomo del tutto spirituale, che proprio in forza della spiritualità è accessibile a una concezione del mondo arimanica, è ad esempio Haeckel. Haeckel è un uomo spirituale, un uomo pienamente spiritualizzato. Mi si è presentato una volta in modo particolarmente chiaro, quando a Weimar sedevo nella locale antica «Künstlerschmiede» — ho già raccontato la cosa una volta, forse anche più volte — e c’era Haeckel all’altro capo del tavolo, con i suoi begli occhi azzurri spirituali e la sua bella testa. Nelle mie vicinanze si trovava il celebre libraio Herz, che ha grandissimi meriti per la libreria tedesca, e che in genere sapeva qualcosa di Haeckel, ma non sapeva che era proprio Haeckel a sedere all’altro capo del tavolo. Quando Haeckel rise una volta così cordialmente, Herz domandò: chi è dunque l’uomo che laggiù ride così al tavolo? — Allora dissi: è Haeckel. Non è possibile — disse —, gli uomini cattivi non possono ridere così!
Perciò anche i concetti dei materialisti del presente sono così sottili — vorrei dire —, così sottili in fatto di spiritualità, che non riescono ad accostarsi alle manifestazioni della spiritualità nel materiale, e per essi lo spirituale e il materiale si dividono, lo spirituale diviene meri concetti. In ogni caso, si trovano i più grossolani materialisti oggi nelle società, associazioni e simili che spesso si autodefiniscono spiritualistiche. Vi si trova un materialismo plumbeo, che talvolta ha persino portato — per la propria autoglorificazione — a registrare in modo particolare per l’umanità la propria origine scimmiesca, e per giunta da una scimmia ben determinata. Non si era nemmeno contenti della comune discendenza scimmiesca dell’uomo, ma si faceva risalire la propria genealogia a determinati antenati scimmieschi. Si è pur sperimentato in tale ambito qualcosa di grottesco. Per quelli che non lo sapessero, dichiaro che alcuni anni or sono è uscito un libro nel quale la signora Besant e il signor Leadbeater hanno indicato esattamente da quali scimmie discendano in tempi remotissimi, e hanno fatto risalire il loro albero genealogico fino a determinate scimmie, sicché si può là leggere questo albero genealogico a partire dalle scimmie. Sono cose che pur sempre, in libri molto letti, sono anche oggi possibili.
E questi concetti che ho oggi sviluppato ci sono necessari, per penetrare più a fondo in molti punti del nostro tema attualmente in trattazione. Poiché questo mondo qui è in tutto dipendente dal mondo spirituale, in cui si trovano i morti, ed è connesso con il mondo spirituale. Perciò ho cercato di svilupparvi oggi quei concetti che si riferiscono alle osservazioni dell’immediato presente. Davvero, tutto ciò che qui nel mondo fisico accade ha un certo effetto in alto, nel mondo spirituale. Ma anche il mondo spirituale, con le azioni dei morti, si mostra o in ciò che i morti possono fare per il mondo fisico, oppure anche in ciò che essi non possono fare proprio nell’attuale epoca materialistica. E noi abbiamo caratterizzato questa epoca materialistica, in quanto è stata persino ipermaterializzata da certe confraternite occulte, come vi ho ieri esposto. È oggi in alto grado proprio il tipo del materialismo a stare a fondamento di tutti gli eventi mondiali, quel tipo che si può chiamare il tipo mercantilistico. E come vi prego, da una parte, di tenere bene a mente per domani i concetti che ho oggi posto davanti alla vostra anima riguardo alla vita dei morti, così vi prego, dall’altra parte, anche di tenere davanti agli occhi quanto poco scontato venga oggi preso ciò che in epoche meno materialistiche era preso in modo molto più scontato. La connessione con questi fenomeni ci diverrà del tutto chiara soltanto domani. Soltanto, è in ogni caso del tutto caratteristico per il nostro tempo che si estendano persino al mercantilismo certe considerazioni concettuali, che sfuggono a chi non ha attenzione per simili fenomeni del tempo. Ma esse non dovrebbero sfuggirgli.
Mercantilismo da un lato, bene; ma esso deve essere posto nella giusta luce in cui sta nella vita sociale. A tal fine è necessario avere certi criteri di misura per ogni cosa. Ma oggi si vive spesso nel caos dei concetti. E quando, nel caos dei concetti, i concetti vengono resi del tutto determinati — come avviene nell’epoca materialistica, dove proprio sulle rappresentazioni sensibili i concetti vengono resi del tutto determinati —, e ne risulta tuttavia di nuovo un caos di concetti, come è il caso del materialismo odierno, ciò è davvero tale da tracciare la linea più netta fra il mondo fisico, in cui gli uomini sono fra la nascita e la morte, e il mondo soprasensibile, in cui gli uomini sono fra la morte e una nuova nascita. Considerate in questo contesto il fatto che — in contrasto con altre regioni dove si procede in modo meno filosofico — proprio nell’Europa centrale si procede volentieri in modo filosofico anche col mercantilismo, benché esso non sia in Europa centrale così di casa. In Europa centrale si fa volentieri filosofia di tutto. Si filosofa anche su ciò che è tipico nel materialismo del nostro tempo. Vi è così un libro interessante — interessante appunto come fenomeno culturale — che si intitola: «Ideale e affari», di Jaroslaw, uscito molto prima della guerra. In questo libro vi sono alcuni capitoli che mi hanno particolarmente interessato come storicamente-culturalmente significativi. Non ciò che vi è contenuto mi ha interessato, ma come storicamente-culturalmente interessante mi è particolarmente interessato ad esempio il capitolo «Platone e il commercio al dettaglio». Si parla dunque di tutto ciò che concerne la classe mercantile, il mercantilismo. C’è anche un capitolo interessante: «Il sistema astrologico dei prezzi del pepe». Un capitolo non meno interessante è «Il commercio all’ingrosso presso Cicerone». Un altro capitolo è «Ritratti di mercanti presso Holbein e presso Liebermann». Niente affatto privo di interesse è anche il capitolo «Jakob Böhme e il problema della qualità». Del tutto interessante è «La dea Freia nella mitologia germanica e la libera concorrenza». E particolarmente interessante «Lo spirito economico che Gesù insegna». Vedete, si getta tutto insieme. Ma proprio per il fatto che le cose vengono gettate insieme così, esse acquistano quel carattere che fa il materialismo. Prendete questo come preparazione ad altre considerazioni che faremo domani.
La consapevolezza nel sonno e dopo la morte. Gli Archai rimasti indietro come avversari del Cristo
Dornach, 22 gennaio 1917
Se richiamate alla memoria singole considerazioni che si trovano nel ciclo viennese sulla vita interiore dell’anima e la vita fra la morte e una nuova nascita, vi troverete concetti, o meglio esperienze interiori dell’anima, che l’essere umano può fare e per mezzo dei quali può avvicinarsi a quei mondi di cui parlammo ieri e che abbiamo in comune con le anime umane scorporate, con le anime che hanno varcato la porta della morte e si preparano a una nuova esistenza terrena. Potrete soprattutto rendere vivo un concetto che è indispensabile quando si vogliano acquisire rappresentazioni reali sul mondo spirituale: ossia che molto — sottolineo espressamente: molto, non tutto — considerato dal punto di vista del mondo spirituale si presenta addirittura come l’opposto delle rivelazioni del mondo fisico. Poniamo come fondamento queste rappresentazioni e, con il loro aiuto, esaminiamo il passaggio e lo sguardo dell’essere umano verso il mondo spirituale. Qui, quando siamo desti — dunque fra il risveglio e l’addormentarsi — siamo legati al nostro corpo fisico, lo utilizziamo come strumento per il nostro vivere nel mondo, e qui sentiamo, di fronte al mondo spirituale, una certa incapacità di coglierlo, per così dire, di trattenerne le rivelazioni. Finché siamo racchiusi nel corpo fisico, abbiamo bisogno, per percepire qualcosa, dei grossolani strumenti del corpo fisico. Dobbiamo servircene. E quando non possiamo farlo, come accade fra l’addormentarsi e il risveglio, la nostra entità astrale e ioica — proveniente soltanto dall’epoca lunare e terrestre — è in certo modo troppo sottile, troppo intima per cogliere qualcosa. Il mondo spirituale è infatti sempre attorno a noi, vero come è vero che l’aria ci circonda. E se fossimo, vorrei dire, sufficientemente densi nel nostro essere astrale e ioico, potremmo sempre cogliere, percepire ciò che spiritualmente si trova attorno a noi nel mondo spirituale.
Non lo possiamo perché siamo appunto troppo sottili nel nostro essere astrale e ioico, perché esso non è ancora uno strumento elaborato come i sensi fisici o come il cervello, di cui si serve la facoltà rappresentativa per giungere anzitutto alle esperienze coscienti dell’anima. Quando ora l’essere umano ha varcato la porta della morte, egli è — come sapete — essenzialmente in quella sostanzialità in cui ci troviamo durante il nostro stato di sonno, almeno per i primi decenni. Questa sostanzialità non può rimanere così sottile come è durante la nostra incorporazione fisica, altrimenti tutto il vivere fra la morte e una nuova nascita resterebbe inconscio. E non resta inconscio: al contrario, fra la morte e una nuova nascita si manifesta una coscienza di natura diversa, ma molto più chiara, molto più possente di quella che abbiamo mentre dimoriamo nel corpo fisico. Qui dobbiamo chiederci: come si determina questa consapevolezza, quando dimoriamo nel corpo astrale e nell’entità ioica? Ebbene, qui nella vita fisica abbiamo lo strumento fisico, in quanto siamo compenetrati — si potrebbe anche dire: rivestiti — dagli ingredienti che costituiscono il mondo fisico, dunque il regno minerale, vegetale e animale. Ciò che ci viene preparato come corporeità fisica è il nostro strumento della vita desta. In modo analogo, ci viene preparato anche uno strumento fra la morte e una nuova nascita. La prima cosa che, in un certo senso, ci viene preparata dopo la morte per il fatto stesso di essere uomini — ciò che inevitabilmente deve esserci preparato, già quando abbiamo deposto il corpo eterico — è quanto proviene dalla gerarchia degli Angeloi. Veniamo, per così dire, compenetrati dalla sostanzialità della gerarchia degli Angeloi. Un’entità della gerarchia degli Angeloi appartiene a noi stessi, è in certo modo l’entità guida della nostra individualità umana. Salendo però nel mondo spirituale, con questa entità della gerarchia degli Angeloi, alla quale dapprima siamo legati, si congiungono altre entità della gerarchia degli Angeloi, e si forma, per così dire, in noi — o meglio per noi — una specie di organismo angelico, costruito tuttavia in modo diverso dal nostro organismo fisico. Se si volesse rappresentare schematicamente ciò di cui qui parlo, lo si potrebbe fare nel modo seguente: viviamo, attraverso la porta della morte, dentro al mondo spirituale. Sia schematicamente la nostra propria individualità (vedi disegno, viola), e a essa è collegata quell’entità che sentiamo assegnata a noi dalla gerarchia degli Angeloi (rosso). Ma quando deponiamo il nostro corpo eterico, questa nostra entità angelica entra in relazione con altre entità della gerarchia degli Angeloi, vi si articola, e noi sentiamo in noi tutto questo mondo angelico. Lo sentiamo dentro di noi, lo viviamo come esperienza interiore, prescindendo naturalmente dalle esperienze esteriori che per suo tramite ci vengono mediate. Questo essere compenetrati dal mondo degli Angeloi rende anche possibile entrare in relazione con gli uomini scorporati, con altri esseri umani che ci hanno preceduto attraverso la porta della morte. Vorrei dire: come qui i nostri sensi ci mediano il mondo esterno, così questo nostro essere immersi nel mondo degli Angeloi ci media la relazione con le entità spirituali, anche con quelle degli uomini che incontriamo nel mondo spirituale. Come qui, nel mondo fisico, in dipendenza dai rapporti del mondo fisico, otteniamo un organismo organizzato in un modo o nell’altro, così, in certo modo, riceviamo un organismo spirituale, suscitato da questa rete di sostanze angeliche. Come si plasmi questa rete di sostanze angeliche dipende molto dal modo in cui ci eleviamo nel mondo spirituale. Se ci eleviamo nel mondo spirituale in maniera tale da avere poca sensibilità per esso, da portare con noi troppe — troppissime — risonanze di piaceri, brame e istinti fisici, di simpatie e antipatie fisiche, allora la configurazione di questo organismo angelico si fa difficile. E proprio a questo serve il tempo del soggiorno nel mondo dell’anima, come l’abbiamo chiamato: a liberarci da ciò che, nel modo indicato, ci compenetra dal mondo fisico e ci impedisce di plasmare in maniera adeguata questo organismo angelico.
Esso viene gradualmente elaborato durante il tempo del nostro soggiorno nel mondo dell’anima. Cresciamo dentro questo organismo angelico. Ma con ciò comincia contemporaneamente un’altra necessità, quella di compenetrarci non solo di questo organismo angelico, bensì anche di un’ulteriore sostanzialità, ossia di un organismo arcangelico. La nostra coscienza nel mondo spirituale, fra la morte e una nuova nascita, rimarrebbe molto offuscata se non potessimo compenetrarci dell’organismo arcangelico. Se fossimo compenetrati soltanto dall’organismo angelico, rimarremmo, per così dire, entità sognanti nel mondo spirituale, tessute — vorrei dire — di ogni sorta di sostanza immaginativa proveniente dal mondo spirituale; ma sogneremmo la nostra esistenza fra la morte e una nuova nascita. Affinché non la sogniamo, affinché si manifesti una coscienza forte e chiara, dobbiamo essere compenetrati dall’organismo arcangelico (vedi disegno, blu). Questo rende la nostra coscienza adeguatamente chiara. Solo per suo tramite, in certo modo, ci destiamo per il mondo spirituale. Ma nella misura in cui ci destiamo per il mondo spirituale, otteniamo anche un libero rapporto con il mondo fisico di quaggiù.
E questo libero rapporto con il mondo fisico di quaggiù dobbiamo averlo. Ci si deve infatti chiedere: come è il rapporto del mondo fisico con gli uomini scorporati che sono passati attraverso la porta della morte? Anche questo potete ricavarlo da quelle conferenze viennesi. Qui, nel mondo fisico, per quanto forte sia la nostra aspirazione, è difficile innalzarci con i nostri pensieri e sentimenti a una percezione del mondo spirituale, del mondo celeste. L’uomo anela ardentemente a rappresentazioni del mondo celeste, ma non sviluppa facilmente la forte facoltà rappresentativa necessaria per portare questo mondo celeste nella sua sfera. In un certo senso, per il soggiorno nel mondo spirituale fra la morte e una nuova nascita le cose stanno in modo opposto. Là ci segue dapprima ciò che viene vissuto nel mondo fisico; ciò che ha significato nel mondo fisico, ciò che qui viene percepito, ci segue. Ci segue addirittura in modo assai peculiare. Gli esempi che vi porto vi daranno un’idea della complessità di queste cose. Per la facoltà rappresentativa fisica degli uomini, tali esempi appaiono talvolta grotteschi, paradossali, ma non ci si può addentrare concretamente nel mondo spirituale se non si tiene conto anche di simili rappresentazioni. La percezione di ciò che è presente nel regno minerale va, in verità, immediatamente perduta quando l’uomo ha varcato la porta della morte. Qui nel mondo fisico l’uomo, avendo i sensi, possiede proprio per il regno minerale la maggiore facoltà di percezione: si potrebbe quasi dire la facoltà di percezione quasi esclusiva. Infatti, quando è dapprima limitato ai suoi sensi, l’uomo non percepisce molto altro all’infuori del regno minerale. Voi direte: percepiamo anche gli animali, percepiamo anche le piante. Ma perché? Vedete, se avete qui una pianta, in questa pianta vi sono prodotti minerali. Lo sapete bene. Essa è ricolma di prodotti minerali. E ciò che nella pianta pulsa, scorre, è contenuto come minerale, è propriamente ciò che si percepisce nella pianta — altrettanto nell’animale. Si può dunque dire che l’uomo, qui, percepisce attraverso i sensi quasi esclusivamente ciò che è minerale.
Dunque questo regno minerale, che qui l’uomo percepisce, dilegua. Prendiamo un esempio determinato. Qui voi vedete ogni giorno il sale da cucina sulla vostra tavola, lo vedete come prodotto minerale esteriore. L’uomo scorporato, che è passato attraverso la porta della morte, non può vedere questo sale da cucina nella saliera. Ma se mettete il sale nella minestra e lo deglutite, si produce un processo nel vostro interno; e ciò che lì accade nel vostro interno — segnatamente il processo accompagnato dalla sensazione del salato — il morto lo percepisce. Cioè dal momento in cui il sale comincia a suscitare un sapore sulla lingua, dunque compie un processo nel vostro interno, da quel momento il morto può percepire il sale nel suo modo di agire; così stanno le cose. Possiamo dunque dire: come il regno minerale è qui, irrigidito, senza ancora esercitare i suoi effetti su un organismo umano, animale o vegetale, così il morto, dopo aver varcato la porta della morte, non può percepire il regno minerale. Da ciò potete già desumere che quello che si potrebbe chiamare l’ambiente esteriore del morto è del tutto diverso da quello che l’uomo è solito designare come suo mondo esterno qui fra la nascita e la morte. Una cosa però resta sempre percepibile per i morti — ed è importante volgervi proprio l’attenzione —: ciò in cui sono confluiti i pensieri e i sentimenti umani; e precisamente sono i pensieri umani a essere poi percepibili. Il sale come prodotto naturale, dunque, il morto non lo percepisce così come si trova nella saliera. La saliera, che è forse di vetro o di qualche altra materia, non la percepisce neppure; ma in quanto nella saliera, al momento della sua fabbricazione, si sono annidati pensieri umani, il morto percepisce questi pensieri umani. Se vi rappresentate come, nel nostro ambiente, ovunque rivolgiamo lo sguardo, i pensieri umani debbano per così dire fornire le signature di ciò che non è mero prodotto della natura — signature secondo cui queste cose si dispongono —, allora avrete la rappresentazione di ciò che il morto può percepire. Il morto percepisce anche tutte le relazioni fra gli esseri, dunque le relazioni fra gli uomini e così via; tutto questo è per lui vivente.
Ora però si tratta del fatto che, per certe cose qui nel mondo fisico, il morto ha lo stesso bisogno di liberarsene dalle sue rappresentazioni, dalle sue esperienze d’anima, di liberarsene, di cancellarle quasi, che l’uomo fisico ha quaggiù di acquisire certe rappresentazioni del mondo dell’aldilà. Qui si ha l’aspirazione di acquisire rappresentazioni dell’aldilà. Dopo la morte si ha, per certe cose umane qui in terra — e questa terra è allora l’aldilà per i morti —, l’aspirazione di cancellare, di scancellare queste cose. Per questo è però necessario essere compenetrati dalle sostanzialità di queste gerarchie superiori, degli Angeloi e degli Archangeloi. Perché solo per il fatto di essere compenetrati dalle loro sostanzialità si può cancellare dalla coscienza ciò che deve essere cancellato. Con ciò avete una rappresentazione del modo in cui si cresce dentro al mondo spirituale, del modo in cui l’uomo cresce dentro al mondo spirituale, compenetrando per così dire la propria individualità con le sostanzialità delle entità della gerarchia superiore. Ora è molto importante comprendere quanto segue. Per cancellare anzitutto tutto ciò che si collega più o meno personalmente agli uomini — e qui rientrano tutti i prodotti dell’arte umana di cui ci serviamo, dei quali vi dicevo: il morto li vede perché incarnano pensieri umani —, per cancellarli, allontanarli dalla coscienza, è soprattutto necessario che l’uomo venga adeguatamente compenetrato dalla sostanza degli Angeloi. Ma anche altro deve essere spogliato, altro deve essere in certo modo attenuato, affinché l’uomo possa trovare nel modo giusto il suo soggiorno nel mondo spirituale. Ebbene, per quanto strano possa apparire dal punto di vista terreno, è tuttavia vero che vi è un impedimento, un ostacolo al penetrare proprio in ciò che ci dà la coscienza chiara e luminosa nel mondo spirituale; e questo impedimento, che ci ostacola nel crescere facilmente entro al mondo spirituale, è — per quanto strano suoni — il linguaggio umano, la lingua di cui ci serviamo qui sulla terra per l’intesa fisica fra uomo e uomo. Il morto deve gradualmente uscire dalla lingua, altrimenti il restare nelle affinità che lo legano alla lingua gli impedirebbe di crescere dentro al regno degli Archangeloi. La lingua è realmente fatta solo per i rapporti terreni, ma l’uomo, entro i rapporti terreni, è cresciuto animicamente in stretta unione con la lingua. Per molti uomini, oggi nell’epoca materialistica, il pensare è in certo modo addirittura contenuto nella lingua. Gli uomini oggi, nell’epoca materialistica, non pensano quasi affatto in pensieri, ma in misura enorme nella lingua, nelle parole. Per questo sono così soddisfatti quando hanno trovato per qualcosa un’espressione. Ma espressioni di tal fatta, designazioni verbali di tal genere servono propriamente solo qui per la vita fisica, e dopo la morte il compito è di liberarsi dalle designazioni verbali.
Anche rispetto a tali cose la considerazione antroposofica offre una certa possibilità di immedesimarsi nel regno del soprasensibile. Infatti, quante volte ve lo dico: si può giungere al concetto reale solo approssimativamente, tracciando per così dire un cerchio attorno alla cosa, attorno alle parole. Quante volte vi ho mostrato come occorra tentare, illuminando da tutti i lati, usando le parole più disparate, di liberarsi proprio dalla parola, per giungere al concetto. La scienza dello spirito ci emancipa in un certo senso dalla lingua. Lo fa nella massima misura. Per questo ci porta in quella sfera che abbiamo in comune con i morti. Dunque, l’emancipazione dalla lingua è intimamente connessa al crescere dentro la sostanzialità degli Archangeloi. Si crea così un ponte fra qui e il mondo spirituale, in quanto, proprio per via antroposofica, ci emancipiamo nuovamente dalla lingua, in quanto creiamo concetti antroposofici più o meno indipendenti dalla lingua. Ora afferrate con piena chiarezza quanto ho appena detto: avrete così messo a fuoco un’importante relazione fra qui e il mondo spirituale, e — se penserete vivacemente questo pensiero — guadagnerete un’importante chiave di comprensione per molti degli impulsi che provengono da quelle confraternite di cui vi ho parlato più volte in queste settimane. Queste confraternite si pongono come compito — potete ricavarlo da varie esposizioni che ho dato — più o meno di trattenere proprio l’uomo nel campo materiale. E abbiamo veduto, in questi giorni, che queste confraternite mirano addirittura a sovramaterializzare il materialismo, a creare in certo modo, come l’ho chiamato, un’immortalità arimanica per i partecipanti a tali confraternite. Lo possono soprattutto rappresentando interessi di gruppo, egoismi di gruppo, e ciò lo fanno in misura eminentissima. E già nello sforzo di rappresentare un interesse di gruppo si cela l’intento, in quanto le più influenti di queste confraternite partono dal punto di vista che vi ho indicato: imbevere interamente la quinta epoca di civiltà postatlantica di tutto ciò che parla inglese. Per queste confraternite, infatti, la definizione della quinta epoca postatlantica è questa: tutto ciò che parla inglese appartiene agli uomini della quinta epoca postatlantica, gli uomini di lingua inglese. Già nel primissimo principio si cela così la riduzione a un interesse di gruppo egoistico. Spiritualmente, ciò significa qualcosa di enorme portata. Non si intende nulla di meno che esercitare un effetto non solo sulle individualità umane in quanto incarnate fra nascita e morte nel corpo fisico, bensì sulle intere individualità umane, anche in quanto vivono fra la morte e una nuova nascita. Perché attraverso quanto si persegue si ottiene questo: che l’individualità umana penetri nel mondo spirituale, venga compenetrata dalla gerarchia degli Angeloi, ma non salga fino alla gerarchia degli Archangeloi. Si mira in certo modo a separare dall’evoluzione umana la gerarchia degli Archangeloi!
Se siete davvero attenti a varie cose che vi è stato possibile apprendere — forse non i più giovani, intendo i più giovani come iscritti, ma i più anziani fra i nostri membri —, percepirete chiaramente, già dall’interno della Società Teosofica, segni evidenti di queste cose. Quanti hanno preso parte alla vita della Società Teosofica ricorderanno certamente che da singoli membri autorevoli di quella Società Teosofica, soprattutto dal famigerato Mr. Leadbeater, è stato addirittura affermato che, per molti versi, la vita fra la morte e una nuova nascita sarebbe una sorta di vita di sogno. Proprio i più anziani membri della Società Teosofica sanno che queste cose sono state diffuse. Non è ora cosa strana che si affermi qualcosa di simile, perché per certe anime, presso le quali tale cosa era in parte già riuscita, e che poi Leadbeater trovò nel mondo spirituale, ciò corrispondeva davvero al vero. Per certe anime era veramente già riuscito separarle dal mondo degli Archangeloi, e perciò mancava loro la coscienza chiara e forte. Leadbeater osservava dunque, a modo suo, anime già cadute nelle macchinazioni di tali confraternite. Solo non si spinse a osservare ciò che, dopo un certo tempo, diviene di queste anime; perché esse non possono affatto rimanere tutto il tempo fra la morte e una nuova nascita senza quegli ingredienti che, nella vita normale, provengono dal mondo degli Archangeloi: devono ricevere altro. E ricevono davvero un equivalente, vengono anch’esse compenetrate da qualcosa, ma adesso da che cosa? Vengono compenetrate da qualcosa che proviene dagli Archai rimasti indietro allo stadio degli Archangeloi. Cioè, invece di essere normalmente compenetrate dalla sostanzialità degli Archangeloi corretti, vengono compenetrate da Archai, da Spiriti del Tempo, ma da Spiriti del Tempo non saliti fino allo Spirito del Tempo, bensì rimasti indietro allo stadio degli Archangeloi. Avrebbero dovuto diventare Archai nel normale corso evolutivo, ma sono rimasti indietro allo stadio degli Archangeloi. Ciò significa che esse vengono compenetrate, in senso eminentissimo, in modo arimanico. Bisogna avere rappresentazioni davvero esatte del mondo spirituale per cogliere il pieno significato di un fatto del genere. Se con mezzi occulti si mira ad assicurare a un singolo spirito di popolo il dominio del mondo, ciò significa che si vogliono ottenere effetti fin dentro al mondo spirituale: significa che, al posto del legittimo dominio degli Archangeloi sui morti, si pone l’illegittimo dominio degli Archai rimasti Archangeloi, degli illegittimi Spiriti del Tempo. E con questi si è raggiunta un’immortalità arimanica.
Potete certo dire: come possono gli uomini essere tanto sciocchi da staccarsi addirittura programmaticamente dall’evoluzione normale per penetrare in un’evoluzione spirituale del tutto diversa? — Ma è un giudizio molto miope, un giudizio che non considera affatto come gli uomini, da certi impulsi, possano davvero acquisire il desiderio di cercare la loro immortalità in mondi diversi da quelli che noi designiamo come normali. Vorrei dire: che voi non desideriate prendere parte a questa immortalità arimanica — ebbene, sta benissimo! Ma proprio come tante altre cose riescono incomprensibili ai concetti più immediati, dovete ammettere che possa avere qualcosa di incomprensibile il fatto che certi uomini vogliano uscire dal mondo che noi designiamo come normale — compresa ora la vita fra la morte e una nuova nascita — e dicano in certo modo: non vogliamo più avere il Cristo come Guida, la Guida attraverso questo mondo normale, vogliamo avere un’altra guida, vogliamo proprio entrare in opposizione a questo mondo normale. — Attraverso le preparazioni che essi attraversano — vi ho parlato di tali preparazioni —, indotte dalla magia cerimoniale, ricevono la rappresentazione che propriamente questo mondo delle potenze arimaniche sia un mondo spirituale molto più forte, che là possano soprattutto proseguire ciò che si sono appropriati qui nella vita fisica, che possano rendere immortali le esperienze materiali della vita fisica. È oggi venuto il tempo di gettare lo sguardo dentro queste cose. Perché chi non sa queste cose, chi non sa che oggi si perseguono cose simili, non è in grado di penetrare con lo sguardo ciò che accade nel nostro presente; perché dietro a tutto ciò che è fisicamente visibile, dietro a tutto ciò che è fisicamente percepibile, sta il sovrafisico, sta ciò che è fisicamente non percepibile. E non sono pochi gli uomini che oggi, in senso buono o cattivo, lavorano con mezzi che sono impulsi che stanno dietro al sensibile. I mezzi per liberarsi da questo mondo — di cui possiamo dire che potrà raggiungere il suo giusto sviluppo se gli uomini si pongono al servizio del Cristo — sono molteplici, e di alcuni, persino dei più immediati, non è facile parlare, perché si tocca cosa proprio vicina, di cui gli uomini non hanno sentore che, mentre si diffonde negli animi umani, è insieme un impulso occulto di azione enormemente potente.
Sapete — per menzionare cosa vicina — che in un certo momento fu fissato il dogma della cosiddetta infallibilità. Questo dogma dell’infallibilità — ed è la cosa importante — viene accettato, accolto da molti uomini. Chi è ora un vero cristiano può riflettere: come stanno le cose con questo dogma dell’infallibilità? — Può per esempio porsi la domanda: che cosa avrebbero detto a tale dogma dell’infallibilità i primi padri della Chiesa, che erano ancora più vicini al senso originario del cristianesimo? — L’avrebbero chiamato una bestemmia! E con ciò probabilmente, in senso cristiano, si coglierebbe il punto. Con ciò si sarebbe però indicato un mezzo occulto straordinariamente efficace, ossia suscitare fede attraverso qualcosa di anticristiano in senso eminentissimo. Ma questa fede è un importante impulso occulto in una determinata direzione: per allontanarsi dal normale sviluppo cristiano. Vedete, si possono toccare cose vicinissime e ovunque nel mondo si trovano impulsi occulti. Allo stesso modo, fu un potente impulso occulto — fallito — quello che fu perseguito da Mrs. Besant quando organizzò la baraonda intorno ad Alcione. Se questa fede nel Gesù incarnato in Alcione avesse trovato più ampio credito, sarebbe stato un forte impulso occulto. Ebbene, vedete che già nella diffusione di certi concetti, nella diffusione di certe rappresentazioni, si celano forti impulsi occulti. E poiché quelle confraternite di cui parlavo si pongono come compito di far divenire la quinta epoca postatlantica, nell’interesse di gruppo egoistico, l’impulso complessivo dell’evoluzione terrena, e di escludere dall’evoluzione terrena ciò che deve venire nella sesta e nella settima epoca postatlantica, vi risulterà comprensibile che da queste confraternite provengono le cose che ho indicato come provenienti da esse. Per tali cose devono essere creati impulsi che abbiano un significato non solo per gli uomini incarnati, ma anche per gli scorporati. Ed è ormai venuto il tempo in cui almeno alcuni uomini devono guardare dentro tali cose, perché possano avere una rappresentazione di ciò che propriamente accade, di ciò che propriamente si compie.
Ma a ciò si deve accompagnare il fatto che si formino concetti sempre più giusti sulla vita degli uomini sulla terra. È impossibile che continuino a vivere quei concetti che proprio nel nostro tempo provocano enorme rovina. Perché quanti più uomini vi saranno che acquisiranno giuste rappresentazioni su certe cose, tanto più impossibile diverrà per certi occultismi pescare nel torbido. Finché in Europa si potrà parlare dei rapporti fra i popoli come oggi si parla, come oggi si parla intenzionalmente con ogni distorsione della verità, fino ad allora vi saranno molti impulsi occulti per scaraventare l’evoluzione terrena fuori dalla sesta epoca postatlantica. Perché per questa sesta epoca postatlantica vi sono in serbo eventi gravi. L’ho sottolineato, fortemente sottolineato: il Cristo è morto per i singoli uomini. Dobbiamo considerare questo come qualcosa di essenzialmente appartenente al Mistero del Golgota. Il Cristo ha un compito importante nella quinta — ma da ciò vogliamo dapprima prescindere — e anche nella sesta epoca postatlantica: ossia di divenire qui, per la terra, un aiutatore per il superamento, per il superamento ultimo, di tutto ciò che proviene dal principio nazionale. Ma a impedire che questo si verifichi, a far sì che per tempo si prendano provvedimenti affinché il Cristo non abbia influsso nella sesta epoca postatlantica, a ciò servono gli impulsi di quelle confraternite che vogliono conservare la quinta epoca postatlantica nel modo che vi ho indicato e illustrato. A ciò si può contrastare soltanto procurandosi concetti giusti, che divengano via via vivi, sempre più vivi. Perché vivi devono divenire questi giusti concetti. I popoli potrebbero vivere insieme in pace, se si adoperassero a vedere il loro rapporto in concetti e rappresentazioni giuste. Non attraverso programmi, non attraverso ogni sorta di idee astratte — l’ho già detto — si giunge a ciò che deve sopravvenire, ma soltanto attraverso concetti concreti, giusti. Per quanto difficile sia ciò di fronte alle rappresentazioni oggi correnti, dalle quali ovviamente anche i nostri amici sono a sufficienza contagiati, occorre tuttavia richiamare l’attenzione su parecchio che conduce a giusti concetti. In fondo voi avete tutti i materiali per questi giusti concetti; questi materiali vengono soltanto malamente illuminati. Non appena vengono illuminati nel modo giusto, si ottengono le giuste, concrete rappresentazioni.
Riprendiamo ora qualcosa di cui abbiamo già parlato da un certo punto di vista. Qui, sul nostro globo terrestre, nel nostro mondo europeo, si parla oggi dei rapporti fra le nazioni in modo tale che i morti, per il fatto stesso che si parli così, vivono vere torture, perché tutte le rappresentazioni, tutti i concetti che ci si forma sono presi dalle peculiarità della lingua. E in quanto gli uomini si formano concetti sulle nazionalità a partire dalle peculiarità della lingua, tormentano di continuo i morti. Come si possano tormentare i morti, come si possa essere senza amore verso i morti, lo si può particolarmente constatare attraverso la partecipazione a sedute spiritiche. Là i morti vengono addirittura costretti a manifestarsi in una determinata lingua. Il morto deve parlare in una determinata lingua, perché persino nelle tavole battenti la manifestazione dovrebbe avvenire in una determinata lingua. Ciò che fate al morto, costringendolo a manifestarsi in una determinata lingua, lo potete del tutto giustamente paragonare al prendere tenaglie roventi e tormentare di continuo con esse un essere vivente qui nella carne. Tanto dolore arrecano a un morto le sedute spiritiche tese a costringerlo a manifestarsi in una determinata lingua. Perché la sua vita normale tende a liberarsi dalla differenziazione nelle lingue. Già per il fatto di farsi rappresentazioni dei rapporti fra gli uomini europei secondo la misura della lingua, si fa qualcosa su cui difficilmente vi è intesa con i morti. Per questo potrei anche dire: è oggi necessario, o almeno comincia a esserlo, formarsi quelle rappresentazioni di cui si possa parlare anche con i morti, sulle quali ci si possa intendere con i morti. — Naturalmente ciò non mira a riversare sulla terra una lingua volapük, o come si chiamino tutte quelle belle cose; perché, se è vero che tutti gli uomini si mettono i vestiti, non per questo tutti devono indossare gli stessi vestiti. Ma altrettanto poco può essere necessario che noi consideriamo i vestiti come parte di noi stessi. E così non possiamo nemmeno considerare ciò che è necessario per il mondo fisico — la differenziazione delle lingue, che già ci media il lato spirituale per il mondo fisico — come appartenente al nostro più proprio essere; su questo si deve essere ben chiari.
Ebbene, come si possono acquisire concetti che si elevino gradualmente al di sopra di quell’etnografia che si limita quasi unicamente alla lingua? Anche sotto questo aspetto l’antroposofia deve sorgere dalla pura e semplice antropologia, la quale in fondo non ha altro mezzo per avvicinarsi con una risposta a tale domanda che considerare la differenziazione data nel senso delle lingue. Dicevo: i popoli europei potrebbero vivere bene in pace, se trovassero concetti adeguati, concetti vivi. Vorrei dire: un passo l’abbiamo già fatto, per giungere a tali concetti vivi, quando — tempo fa — abbiamo richiamato l’attenzione sulla cosiddetta legge della rotazione consonantica. Vi ho mostrato come certe lingue siano rimaste a stadi precedenti. Abbiamo stadi successivi: gotico, anglosassone — l’inglese odierno — e poi alto-tedesco. L’alto-tedesco si è in certo modo plasmato; l’inglese è rimasto a un certo stadio. Ciò non implica un giudizio di valore, ma è un fatto da considerare obiettivamente come una legge di natura. Nell’inglese abbiamo una d dove nell’alto-tedesco abbiamo una t, e abbiamo veduto che ciò corrisponde a una legge ben precisa, la legge della cosiddetta rotazione consonantica. Questa legge della rotazione consonantica è però, in un certo ambito, l’espressione di rapporti più profondi che sono nell’intera vita europea. E qui è molto curioso che certi concetti e certe rappresentazioni lavorino addirittura con inconsapevole compiacimento a suscitare malintesi. Accogliete anche queste cose con piena obiettività.
Appoggiandoci a quanto abbiamo già esposto, si potrebbe dire: nell’Europa centrale vi è stato in certo modo il magma originario di ciò che si è poi irradiato verso la periferia, in particolare verso ovest. Consideriamo questo magma originario (vedi disegno a pagina 239). Da lungo tempo è invalso l’uso che il popolo rappresentativo di questo magma originario si denomini popolo tedesco. I popoli dell’occidente si sono in certo modo già vendicati contro questo popolo, non volendo affatto designarlo con l’espressione con cui esso designa se stesso e che implica un profondo istinto: li si chiama Teutoni, Allemands, Germans, in ogni modo possibile, soltanto non ci si vuole adattare, parlando in una lingua occidentale, a dire «Deutsche», sebbene proprio tale designazione sia profondamente connessa con l’essenza di questo popolo. È, si potrebbe dire, in certo modo il magma originario. Verso sud è andato un raggio. L’abbiamo caratterizzato richiamando l’attenzione sull’elemento cultico-papale-gerarchico. Verso ovest è andato un altro raggio. L’abbiamo caratterizzato richiamando l’attenzione sull’elemento diplomatico-politico. Verso nordovest è andato il terzo raggio. L’abbiamo caratterizzato richiamando l’attenzione sull’elemento mercantilistico. Nel centro è rimasto ciò che ha in effetti conservato uno sviluppo fluido, perché basta pensare che la lingua stessa, nei suoni, è rimasta ferma in periferia, mentre il tedesco centroeuropeo si è conservato, nella rotazione consonantica, la possibilità di crescere oltre i suoni e di salire al successivo stadio dei suoni. Che cosa sta a fondamento di questo, propriamente? Ebbene, la cosa è questa: il magma originario è in certo modo ancora indifferenziato e aveva in sé tutti gli elementi che si sono poi irradiati. Essi si sono davvero irradiati. Attraverso tutta l’Italia scesero le popolazioni, e quelli che oggi sono italiani non sono affatto discendenti degli antichi Romani, bensì di tutto ciò che è risultato dalla mescolanza delle popolazioni germaniche scese verso sud. L’intero processo è cominciato già quando i Romani facevano guerra contro i Tedeschi: essi conducevano queste guerre con uomini che erano essi stessi Tedeschi, accolti da loro; erano proprio i loro migliori guerrieri. E poi procedette come sapete dalla storia. Così i Franchi mossero verso ovest, gli Anglosassoni verso nordovest. Come giungere a giusti concetti di ciò che propriamente di lì è uscito?
Vedete, l’indifferenziato contiene anch’esso una certa articolazione dell’umanità, sebbene sia indifferenziato. E si ha una giusta rappresentazione se si distingue fra questo indifferenziato e il successivo differenziato. In questo magma originario è certamente contenuto ciò che è disceso verso sud; ma è contenuto come un membro, come una parte. Quest’unica parte ivi contenuta (rosso) è discesa verso sud nella sua unilateralità. Se torniamo alle antichissime suddivisioni in caste, conosciute dagli uomini, si può dire: verso questo sud è discesa l’una casta, quella con la disposizione al sacerdotale, la casta sacerdotale. L’elemento sacerdotale è perciò partito sempre da quella parte della periferia, in qualunque forma sia comparso, poiché perfino la più recente fase di tale partenza ha avuto, sebbene in un senso peculiare, un carattere assolutamente sacerdotale. Non solo perché l’impulso è il «sacro» egoismo, sacro egoismo, ma quali parole più sacerdotali si potrebbero usare di quelle che ha usato il celebre d’Annunzio? Fino alle beatitudini riformulate giunse, vestito d’abito sacerdotale, ciò che di lì emerse. Nel bene e nel male: il sacerdotale. Ciò che è rimasto indietro è divenuto opposizione, come vi ho esposto. Ciò che si è poi rivelato nella Riforma è l’elemento rimasto indietro nel magma originario, che si è opposto all’elemento sacerdotale unilateralmente sviluppato. Che oggi di questo elemento sacerdotale nulla sia percepibile, o sia percepibile soltanto ciò che è, dipende semplicemente da quello svuotamento di cui ho parlato. Verso ovest è andato il secondo: la casta guerriera, la casta regale, la regalità. Anche di ciò abbiamo già parlato. Questo Occidente è caduto nel repubblicanesimo solo per anomalia. In verità è da capo a fondo organizzato in modo guerriero, regale, e ricadrà sempre di nuovo nel guerriero-regale. È anche qui un’irradiazione, sicché l’elemento che è migrato verso ovest è contenuto anche nel magma originario e deve formare a sua volta l’opposizione contro l’occidente (blu). E verso nordovest: l’elemento mercantilistico. Esso è ovviamente contenuto come un membro (arancione) ed è in opposizione a ciò che si è plasmato unilateralmente. — Con ciò non si formulano giudizi di valore, perché nessuno deve credere che io mi associ in qualche modo a quelle opinioni che si hanno così di frequente, secondo cui il mercantilistico sarebbe qualcosa di spregevole rispetto al sacerdotale. Per noi tutto deve valere come altro, ma non come ciò cui si appendono certe etichette di valore. Per la quinta epoca postatlantica, come abbiamo esposto, l’elemento mercantilistico è anzi un elemento essenziale. Ma occorre vedere le realtà che ci sono; bisogna assolutamente vederle. E se gli uomini oggi non le vedono, le vedranno in futuro.
Proprio come da un lato sono partiti molti impulsi occulti che, per interessi di gruppo, si sono serviti dell’elemento sacerdotale, dall’altro lato sono partiti impulsi occulti che si sono serviti dell’elemento guerriero, così oggi, nel modo indicato, partono dal terzo lato impulsi occulti che si servono preferibilmente dell’elemento mercantilistico come mezzo. Saranno più forti, perché 1 e 2 sono soltanto ripetizioni della terza e rispettivamente della quarta epoca postatlantica, mentre 3 è ciò che è appropriato alla quinta epoca postatlantica. Perciò saranno più forti di tutti gli impulsi provenienti dai lati 1 e 2 gli impulsi che provengono dal lato 3, e saranno i più forti perché coincidono con il carattere fondamentale della quinta epoca postatlantica. Saranno forti come lo erano certi impulsi della civiltà egizia nella terza epoca postatlantica, e come lo erano certi impulsi partiti segnatamente dall’Asia anteriore, trapiantatisi attraverso la Grecia e Roma nella quarta epoca postatlantica. La magia degli antichi Egizi e il culto dei sacrifici cruenti sono i precursori di ciò che parte da queste confraternite occulte di cui qui si tratta; ma non sarà la stessa cosa. Tutto avrà — vorrei dire — un carattere più triviale, parlando in senso umano comune, perché si serve dell’elemento mercantilistico. Su queste cose si deve essere del tutto chiari. Solo per il fatto che l’uomo si sente vivamente inserito in ciò che è può venire salvezza all’evoluzione. E soltanto così si può anche, dentro a ciò che accade, imparare a distinguere il vero dal falso; e abbiamo udito quanto sia necessario imparare a distinguere il vero da quel falso che oggi solleva un’onda così enorme in tutti gli impulsi che ora attraversano il mondo. In molte rappresentazioni che sono false, per il fatto che gli uomini vi credono, si cela una forte forza occulta. E così come in passato altri mezzi servirono a ciò che doveva agire come impulso, così nel nostro quinto periodo postatlantico è segnatamente l’arte della stampa, e tutto ciò che si collega all’elemento mercantilistico, a servire.
Di ciò che di male verrà, abbiamo un assaggio già nella forte dipendenza di ciò che oggi è prodotto dall’arte della stampa come stampa quotidiana da gruppi mercantilistici, da uomini che vogliono tutt’altro da quello che dicono nelle loro pagine. Vogliono fare affari, o tramite affari raggiungere questo o quello, e per ciò hanno il mezzo di far diffondere opinioni, sulla cui verità non importa nulla, ma che servono ad avviare certi affari e simili. Oggi è bene che, davanti a molto di ciò che viene fatto circolare per il mondo in forma stampata, non si chieda: che cosa pensa l’interessato? — ma: al servizio di chi sta? Chi paga l’una o l’altra opinione? — Questo è ciò che oggi conta molte volte. Non già reprimerlo, bensì promuoverlo come importante mezzo occulto, è proprio ciò che vogliono quelle confraternite occulte, perché serve loro. E se importerà sempre meno che cosa si dice, e sempre più soltanto che ciò che sta in servizio di gruppi in una certa direzione agisca sugli uomini, allora per tali confraternite occulte sarà raggiunto un obiettivo importante.
Tutto sta nel mettere a fuoco queste cose con la maggiore chiarezza possibile, nel modo più asciutto possibile. E si arriva ad avere su queste cose, vorrei dire, concetti adeguatamente sfumati solo se le si considera nel giusto nesso con i mondi spirituali. Per questa via si viene indirizzati anche ai sintomi, e — vi dicevo — sulla «storia sintomatica» tutto si gioca. Naturalmente non dovete sospettare subito ovunque magia nera. Ma le cose che esistono una volta vengono messe al servizio della magia grigia o della magia nera. Non dovete neppure ricoprire ogni cosa di un giudizio morale, ma soltanto vederla nella giusta luce. Così, per chi voglia vedere le cose nel giusto modo, sarà certamente indimenticabile — e non solo indimenticabile, ma anche qualcosa di più — imbattersi, in quel gran discorso con cui Sir Edward Grey introdusse la partecipazione dell’Inghilterra a questa guerra europea, in mezzo a parecchio meno importante — sebbene fosse importante dirlo perché gli uomini lo credessero — in certe parole che sono proprio compenetrate dal sangue della quinta epoca postatlantica — intendo il sangue animico. Perché quelle parole non sono solo vere, ma di verità portante, di verità tratte da ciò che vive materialisticamente nella quinta epoca postatlantica. «Noi» — così diceva Grey — «temo, avremo da soffrire pesantemente per questa guerra, sia che vi siamo coinvolti o no. Il commercio con l’estero cesserà, non perché siano interrotte le vie di comunicazione, ma perché all’altra estremità di esse gli affari sono completamente fermi. Le nazioni continentali, che con la totalità della loro popolazione, con tutte le loro forze, con tutta la loro ricchezza sono coinvolte in una lotta disperata, non possono proseguire il loro commercio con noi nel modo in cui l’hanno fatto in tempo di pace, sia che noi siamo partecipi a questa guerra o no» — e così via. L’intera Europa occidentale sta oggi sotto il dominio di un’unica questione di potere. Questo parlare di affari, e il fatto che soprattutto importi non rimanere fuori dalla guerra per considerazioni mercantilistiche, ma prendervi parte, è di una verità più profonda di tutto il resto che sta in quel discorso e che era importante dire soltanto perché venisse creduto.
Ma oggi non importa ciò che gli uomini dicono perché venga creduto. Possono dirlo anche inconsapevolmente. Né si vuole pronunciare un giudizio morale su chicchessia: importa piuttosto riconoscere, a partire dalla verità interiore dell’evoluzione umana, là dove la verità viene espressa. E qui la verità è stata espressa in senso eminentissimo. E sono stati qui espressi in verità gli stessi fatti, sono stati espressi in verità gli stessi impulsi che poi, opportunamente elaborati da quelle confraternite cui ho accennato, conducono al fatto che le correnti mercantilistiche vengano compenetrate da impulsi occultistici. Questo l’umanità deve una volta sperimentarlo, una volta deve viverlo. Perché se non lo vivesse, non diverrebbe abbastanza forte. Deve temprarsi attraverso la resistenza a quanto si cela negli impulsi che sono stati caratterizzati. In passato esisteva una tirannia per il fatto che, per qualche tempo, certi uomini erano obbligati a ritenere vero soltanto ciò che Roma riconosceva. La tirannia sarà molto più grande quando verrà il tempo in cui fondamento della fede non sarà ciò che decide il filosofo, non ciò che decide lo scienziato, bensì ciò che gli organi di quelle confraternite occulte permetteranno di credere: che nell’anima di nessun uomo si creda altro se non ciò che da quella parte verrà prescritto di credere, che da nessun’altra parte vengano introdotti nel mondo altri usi se non quelli che da quella parte verranno prescritti. È a ciò che mirano quelle confraternite. Ed è ingenua fede di taluni idealisti — con il che nulla si vuole dire contro gli idealisti, l’idealismo è in ogni caso una buona qualità — credere che ciò cui si mira sia solo passeggero e che debba cessare di nuovo quando la guerra sarà cessata. La guerra è soltanto un inizio di tutto ciò verso cui, come è stato caratterizzato, le cose tendono. E la possibilità di andare al di là di queste cose sta solo nel chiaro, giusto comprendere ciò che è; tutto il resto non vale. Perciò, anche se da certa parte non lo si vorrà sentire né vedere, e si prenderanno provvedimenti contro, dovranno pur sempre esserci uomini che richiamino l’attenzione sull’intera, piena intensità di ciò che accade, che non si lasceranno intimidire dal richiamare l’attenzione sull’intera, piena intensità di ciò che accade.
Dicevo, per introdurre queste considerazioni, che i Tedeschi si sono chiamati «Deutsche». Con questa denominazione non hanno trovato corrispondenza: li si chiama «Germans» e così via, ciò che essi, nel loro senso, non possono essere, perché il Tedesco stesso designa come germanico tutto ciò che è connesso, dal punto di vista linguistico-storico, a uno stadio che non è il nuovo alto-tedesco, ovvero il tedesco propriamente detto. Dunque gli Scandinavi, gli Anglosassoni, gli Olandesi appartengono pienamente ai «Germans», con il che non si intende altro che una parentela linguistica sotterranea. «Germans» dunque, in senso tedesco, non significa propriamente nulla di particolare, perché non designa più una realtà attuale. E quando, fuori dalla Germania, si conia l’espressione «pangermanico», è qualcosa con cui il Tedesco non può proprio fare nulla, per la semplice ragione che, per il Tedesco, il germanico non può più essere una realtà sostanziale. Si sono differenziate altre formazioni di popoli, e se si considerasse poi puramente in teoria l’espressione «pangermanico», si rimanderebbe semplicemente a uno stadio storico più antico, non si potrebbe designare nulla che abbia a che fare con un qualsiasi futuro o presente. Ma nella designazione «deutsch» si cela un profondo istinto. Sono in certo modo le tre caste — la prima, la seconda, la terza casta — che si sono differenziate dal magma originario, sono uscite, si sono sviluppate. La quarta casta — l’ho già indicata qualche tempo fa — è quella che propriamente vuole essere soltanto uomini, nulla di più, non vuole essere differenziata: questi sono sempre rimasti indietro, e hanno perciò compiuto uno sviluppo così peculiare, e per gli altri grottesco, come quello che è risultato dal primo stadio sacramentale dell’allitterazione, con la prosecuzione nella rotazione consonantica. È straordinariamente interessante, perché è un membro fra molti altri. Si può perciò dire: certe differenziazioni del popolo sono uscite; è rimasto indietro «il popolo», «diet». «Dietrich» significa, per esempio, il ricco di popolo; «diet» è divenuto poi «deutsch», ed essere tedesco non significa altro che «essere popolo». Il popolo che è rimasto indietro è il quarto. Gli altri tre sono usciti, il popolo è rimasto.
È questo l’istinto che si cela nella cosa; il quarto è semplicemente l’umano. Perciò ciò che è rimasto indietro dentro al «popolo» è per sua disposizione tale da non essere sentito come un organismo: la sua evoluzione è rimasta fluida, sicché si riesce davvero a oltrepassare tutti i singoli aspetti. Certo, vi è dentro anche l’elemento sacerdotale, ma è presente la disposizione a oltrepassare l’elemento sacerdotale. Vi è dentro anche l’elemento guerriero, ma è presente la disposizione a uscire dall’elemento guerriero. Vi è dentro anche l’elemento mercantilistico, ma è presente la disposizione a oltrepassare l’elemento mercantilistico, proprio come, nella forma linguistica più antica, era presente la disposizione che è poi passata alle altre lingue, ma anche la possibilità di andare al di là.
A ciò si connette tuttavia un fenomeno che, in modo comprensibile, suscita infiniti malintesi. Considerati in senso più profondo, sono tristi malintesi, ma vengono suscitati perché, ovviamente, in questo magma originario è contenuto molto che porta la disposizione a ciò che riemerge poi nella periferia. Però, mentre alla periferia tale fenomeno è considerato caratteristico e lo si trova adeguato, proprio nel magma originario lo si trova oltremodo anormale. Prendiamo per esempio il militarismo. Esso non è affatto adeguato all’essere tedesco, è anzi adeguato all’essere francese. Ma là non lo si biasimerà, perché si è sviluppato organicamente. Presso il Tedesco lo si considera invece non adeguato, non dovrebbe esserci. Lo si biasima perciò, quando per qualche stato di necessità — che ho a sufficienza caratterizzato, ossia per la situazione geografica — è comunque presente. Ciò che si è trovato presso certa gente come «junkerismo» e simili non è, in Europa centrale, altro che proprio ciò da cui si è sviluppato quanto, nell’Impero britannico, è di moda corrente, è l’ovvio. Solo perché in Europa centrale si è sviluppato a suo modo, salta lì nuovamente all’occhio, e lo si trova sporgente, provocatorio. Da ciò nascono infiniti malintesi, come del resto il mondo oggi è pieno di equivoco e di colto in modo non oggettivo della realtà. Si può afferrare oggi qua o là: si trovano soltanto rappresentazioni che propriamente si infrangono se le si afferra, rappresentazioni che si infrangono per loro natura interiore. Chi capisce davvero le cose non può fare nulla con tutte queste cose: chi pensa a partire dalla realtà non può fare nulla con esse, e tuttavia queste cose svolgono un ruolo come impulsi, perché agiscono nell’opinione pubblica come dinamite. Si insediano in questa opinione pubblica. Alcune cose sarebbero infinitamente comiche, se non fossero così infinitamente tristi. Prendete per esempio un fenomeno come questo: Treitschke viene addotto dagli uomini dell’Intesa come un mostro, come un uomo le cui opinioni sarebbero terribili per l’Europa, e viene posto come parte costituente di quelle opinioni dell’Europa centrale per cui l’Europa centrale dovrebbe subire il destino che abbiamo caratterizzato.
Si può ora addentrarsi in singole opinioni di Treitschke; prendiamo per esempio un’opinione che Treitschke ha sui Turchi. Treitschke aveva l’opinione, sui Turchi, che dovessero sparire dall’Europa, che non dovessero vivere in Europa, che dovessero distribuirsi per l’Asia. Quanto leggiamo oggi nella nota a Wilson è esattamente l’opinione di Treitschke! Treitschke viene dunque biasimato, ma l’opinione che egli aveva su questo singolo punto — e potrei addurvene innumerevoli — viene accolta e sostenuta. Si sarebbero potute semplicemente trascrivere le opinioni di Treitschke sulla Turchia e metterle nella nota a Wilson, perché è esattamente la stessa opinione. — Questo lo chiamo concetto fragile, perché se lo si afferra con sapere, con conoscenza, si infrange. E così si infrangono altri concetti: basta avere un poco di conoscenze. Ma oggi tutti parlano senza conoscenze, e questa è una fortuna per coloro che vogliono diffondere nel torbido i loro concetti, che devono agire. Quante volte oggi si parla del fatto che sarebbe del tutto «umano» accerchiare l’Europa centrale e affamarla. Fra le varie motivazioni con cui si giustifica questo modo umanissimo di condurre la guerra, ci si appella al fatto che neppure i Tedeschi, nel 1870, fecero diversamente: che anch’essi, nel 1870, trovarono «umano» chiudere e affamare Parigi, e che in fondo non importa l’estensione del territorio, sarebbe la stessa cosa. — Ma così, in fin dei conti, può parlare soltanto chi non sa nulla di storia — naturalmente non intendo la storia che sta nei giornali. Ma come stavano realmente i fatti? Negli anni 1870 e 1871, Bismarck, che era responsabile di questa faccenda, era assolutamente contrario a piegare Parigi con la fame, e se si legge Bismarck si vede come egli a quel tempo si adirasse del fatto che, per via traverse, attraverso la futura imperatrice Federico, dall’Inghilterra fosse venuto l’impulso a piegare Parigi non in altro modo, ma con la fame. Egli scrive: purtroppo, attraverso l’inglese, dobbiamo lasciarci costringere ad applicare a Parigi «questo umano modo» — egli parla dunque di questo umano modo inglese. Vedete qui il nesso storico. Ma questo bisogna saperlo, quando si vogliono giudicare le cose, affinché non si afferrino concetti fragili. Pare così smisuratamente vero, quando si paragona l’uno all’altro; ma l’uno spesso non è l’altro, se lo si paragona con riguardo a tutto ciò che alla cosa sta a fondamento. Anche rispetto all’affamamento di Parigi, l’«umanità» di affamare è già senz’altro, per la storia più recente, un’invenzione inglese. Questa obiezione, dunque, non la si dovrebbe sollevare, quando si lavora con le realtà: e di questo si tratta, di lavorare con le realtà; nulla altro può condurre alla salvezza se non comprendere le cose a partire dalla realtà.
Perciò qui occorreva, ricollegandosi alle considerazioni che pure coltiviamo per altri ambiti, e in connessione al desiderio di molti dei nostri amici, dedicare anche singole considerazioni agli eventi del tempo, affinché ci stia davanti all’anima la serietà che deve essere insita nell’afferrare le cose secondo la loro realtà. Se solo si troveranno alcuni uomini decisi ad afferrare le cose secondo la loro realtà, allora, dopo i tempi torbidi cui andiamo ora incontro, verranno di nuovo tempi di salvezza. Le sementi devono pur maturare. Ma divengono semi giusti, capaci di maturare, se accogliete oggi nella vostra anima pensieri della realtà: e possiamo addirittura dire che si tratta di pensieri sui quali si può essere in accordo anche con i morti. Perché è oggi così spesso una parola dolorosa quella che da tutte le parti viene detta, secondo cui siamo «debitori di questo o quello ai morti». Là dove si vuol proseguire questo evento — che oggi, per comodità, si continua a chiamare «guerra», ma che è già divenuto qualcosa di tutt’altro —, quanto si declama su ciò che si dovrebbe ai caduti, ai morti! Se gli uomini sapessero quale bestemmia pronunciano affermando di essere debitori ai morti della continuazione degli eventi cruenti, se gli uomini sapessero come i morti si rapportano a ciò, da una simile bestemmia almeno si asterrebbero!
E così vedete, miei cari amici, dai singoli aspetti di ciò che dagli uomini ha origine, quanto sia necessario che si getti un ponte fra i vivi e i morti. E la scienza dello spirito getterà questo ponte: porterà la possibilità di un intendersi anche con coloro che sono passati attraverso la porta della morte. Una vita comune si avvolgerà intorno alle anime umane, intorno a quelle che sono nel corpo e a quelle che sono nella vita fra la morte e una nuova nascita, quando si comprenderà l’essere umano nei suoi fondamenti, per i quali vita nel corpo o vita senza corpo sono soltanto due forme diverse di una sola e medesima vita complessiva. Ma in questa conoscenza, che l’uomo ha due diverse forme di vita — sia nel corpo, sia senza corpo —, in questa conoscenza, afferrata concretamente, sta anche la salvezza del futuro, ma soltanto se gli uomini si compenetreranno vivamente con le idee di tutto ciò.
Misura e Numero. L’anno cosmico platonico. Goethe sulla respirazione della Terra
Dornach, 28 gennaio 1917
Oggi dirò alcune cose di carattere più generale, forse in considerazioni aforistiche, per poi esporre martedì qualcosa circa il significato della nostra scienza dello spirito di orientamento antroposofico per il presente e per l’evoluzione dell’umanità. Vorrei portare in particolare allora alcune considerazioni certo degne d’attenzione per noi, che da un lato saranno una sorta di sguardo retrospettivo sulla nostra attività, dall’altro lato però dovranno anche esporre qualcosa che può essere importante per noi quanto al giudizio complessivo sul nostro movimento scientifico-spirituale e sul modo in cui noi vi siamo inseriti. Mi pare che, nell’attuale momento, sia necessario portare una volta tale considerazione al nostro cuore.
Oggi vorrei dapprima esporre alcunché di ciò che può in certa misura farci sentire noi uomini la nostra posizione nell’universo. L’uomo dell’epoca materialistica si sente in effetti, si potrebbe dire, abbandonato e solitario nell’universo. Vedete, l’uomo come tale ha la sensazione, quando gli si taglia un dito o gli si amputa una mano o una gamba, che gli si tolga qualcosa che è connesso col suo essere fisico-corporeo: egli avverte l’appartenenza della parte al tutto della sua corporeità. Ebbene, in epoche più antiche dell’evoluzione dell’umanità si sentiva ancora in tutt’altro modo. Non si sentiva soltanto che la mano, il braccio, la gamba sono un arto di se stessi, ma ci si sentiva a propria volta come un arto in un tutto. Si poteva, per le epoche più antiche, in tutt’altro senso che ora parlare dell’Io di gruppo; le stirpi, le famiglie attraverso le generazioni si sentivano come un tutto. L’abbiamo esposto spesso. Ma in epoche più antiche dell’evoluzione dell’umanità si sentiva ancora altrimenti riguardo all’esistenza fisica esterna: ci si sentiva, in certa misura, dentro l’intero universo, plasmati dall’intero universo. Come ora si avverte che il dito, la mano sono un arto dell’intero organismo, così nei tempi antichi si avvertiva: là in alto è il Sole, esso percorre la sua orbita; ciò che esso è, non è senza relazione con noi stessi. Noi siamo una porzione di quell’ambito che il Sole attraversa, siamo una porzione dell’universo che dalla Luna viene ricondotto a un certo ritmo. — In breve, si avvertiva l’universo come un grande organismo e ci si sentiva al suo interno, come oggi può sentirsi il dito sul corpo.
Che questo sentimento, questa sensazione si sia in maggiore o minor misura perduta nell’uomo, è connesso strettissimamente con l’avvento del materialismo. E in particolare è la scienza odierna che disdegna del tutto di attribuire un valore particolare a questo stare dentro al cosmo. La scienza prende l’uomo così come si presenta quale singola corporeità, poi ne analizza anatomicamente, fisiologicamente i singoli pezzi e descrive ciò che vi si può rilevare. Non è più nell’uso della scienza considerare l’uomo come un arto nell’intero organismo dell’universo, per quanto fisicamente visibile. Ora, la considerazione umana, anche la considerazione scientifica dovrà nuovamente ritornare a un’integrazione dell’uomo nell’intero universo cosmico. L’uomo dovrà nuovamente sentirsi inserito nell’intero universo cosmico. Non potrà più farlo come era il caso in epoche antiche; potrà farlo per il fatto che amplierà la sua scienza oggi astratta, applicata al singolo uomo, mediante certe considerazioni, certi giudizi, dei quali oggi ne addurremo soltanto uno — già l’abbiamo accennato qualche settimana fa — che dovrà mostrarci in quale direzione si muoverà il pensiero scientifico, il quale diverrà al tempo stesso assai più umano dell’odierno pensiero scientifico, se l’uomo dovrà nuovamente trovare la coscienza di essere inserito nell’intero universo cosmico.
Voi sapete che il cosiddetto punto vernale, vale a dire il punto in cui il Sole sorge in primavera, non è sempre nello stesso luogo, bensì avanza nel cerchio che designiamo come zodiaco. Sappiamo bene che questo punto vernale viene indicato, e da lungo tempo è stato sempre indicato, da quando l’umanità pensa, tramite l’indicazione del luogo dello zodiaco in cui si trova il punto vernale. Così si vide il Sole sorgere nella costellazione dell’Ariete in primavera, all’incirca dall’VIII secolo prima del Mistero del Golgota fino al XV secolo dopo il Mistero del Golgota, ma non sempre nel medesimo luogo: il punto vernale, questo punto del sorgere, avanzava. Durante quel periodo esso attraversò la costellazione dell’Ariete. Da quel tempo il punto vernale è entrato nella costellazione dei Pesci. Annoto espressamente che l’astronomia oggi non calcola secondo le costellazioni stesse; perciò troverete nei calendari ancora sempre il punto del sorgere primaverile nella costellazione dell’Ariete, dove in realtà esso non sta. L’astronomia ha mantenuto il presupposto del ciclo precedente, divide semplicemente l’intero cerchio in dodici parti e chiama, senza alcuna preoccupazione per le costellazioni stesse, la dodicesima parte un segno, e proseguirà, anche quando esso avanzerà, a mantenere questa suddivisione. Sapete bene dal nostro calendario come stiano le cose al riguardo.
Ebbene, ciò non è importante per noi. Per noi è importante che questo punto vernale avanzi, dunque attraversi l’intero zodiaco, sicché sempre di un pezzettino oltre si situa il punto del sorgere del Sole. Esso deve dunque attraversare l’intero zodiaco e tornare nuovamente al luogo antico. Per ciò gli occorrono circa 25.920 anni. Questi 25.920 anni vengono anche chiamati il cosiddetto anno platonico, l’anno cosmico. Si tratta dunque di un grande anno, l’anno platonico. L’anno cosmico platonico comprende il tempo durante il quale il punto vernale, il punto del sorgere del Sole, attraversa lo zodiaco. Dunque il tempo dopo il quale il sorgere del Sole è di nuovo giunto al medesimo punto per la primavera comprende 25.920 anni. Le indicazioni variano secondo i diversi calcoli, ora non importano le cifre esatte, bensì il ritmo che vi è racchiuso. Potete bene immaginare che vi sia racchiuso un grande ritmo cosmico, che in certa misura questo movimento, dato in quanto sopra espresso, dopo 25.920 anni ritorni sempre. Possiamo dunque dire: questi 25.920 anni sono per la vita del Sole qualcosa di assai importante, perché la vita del Sole compie in questo tempo un’unità, una vera unità; infatti i successivi 25.920 anni sono una ripetizione. Sicché abbiamo uno svolgimento ritmico con l’unità di 25.920 anni.
Dopo aver considerato questo grande anno cosmico, consideriamo ora qualcosa di piccolo, qualcosa che è intimamente connesso con la nostra vita tra nascita e morte, dunque con la vita in quanto siamo uomini del cosmo fisico. Consideriamola dapprima. È fuori di dubbio: una cosa importantissima per questa vita nel corpo fisico è un atto respiratorio, un inspirare ed espirare, perché in fondo su questo inspirare ed espirare poggia la nostra vita fisica; non appena il respiro fosse interrotto, non potremmo più vivere fisicamente. Un atto respiratorio è in effetti qualcosa di assai significativo. Un atto respiratorio ci porta l’aria che ci vivifica nella forma in cui essa può vivificarci. Trasformiamo a nostra volta quest’aria attraverso il nostro proprio organismo, sicché essa è aria di morte, sicché essa ci ucciderebbe se l’inspirassimo nuovamente nello stato in cui si trova dopo un atto respiratorio. Ora, l’uomo ha in media diciotto atti respiratori al minuto. Essi non sono uguali, in gioventù sono diversi da quelli in età avanzata, ma se si prende la media si ottiene come numero normale degli atti respiratori diciotto al minuto. Rinnoviamo in tal modo diciotto volte ritmicamente la nostra vita al minuto. Proviamo una volta quante volte lo facciamo in un giorno. Dunque in un’ora 18 per 60 uguale 1.080. In ventiquattro ore: 1.080 per 24 uguale 25.920, dunque 25.920 volte! Vedete, questa vita, come si svolge in un giorno, ha un ritmo singolare. Se prendiamo un’unità, un’unità vitale in un atto respiratorio, allora ciò è per noi qualcosa di assai significativo, perché il ripetersi ritmico dell’atto respiratorio sostiene la nostra vita. Un giorno ci dà tali ritmi respiratori esattamente nello stesso numero in cui è il numero degli anni che il Sole impiega per ricondurre nuovamente il suo punto del sorgere allo stesso inizio. Vale a dire: se concepiamo un atto respiratorio come un anno in piccolo, allora compiamo un anno cosmico platonico in piccolo, dunque un’immagine, un’immagine microcosmica dell’anno cosmico platonico in un giorno.
Ciò è straordinariamente significativo, perché da ciò vedete che il nostro processo respiratorio, dunque qualcosa che si svolge nel nostro essere umano, soggiace allo stesso ritmo, solo con una differenza di scala temporale, di ciò che in grande sta a fondamento del corso del Sole come ritmo. È importante portare una volta una simile cosa davanti all’anima. Perché se ciò che con questo si dice si trasforma in un sentimento, allora questo sentimento è tale da dirci: siamo un’immagine del macrocosmo. Non è semplicemente una frase, non è soltanto un dire, che l’uomo è un’immagine del macrocosmo, bensì è da dimostrare nel dettaglio. Potete trarne anche il sentimento di quanto siano ben fondate tutte le leggi che provengono dalla scienza dello spirito, perché tutte poggiano su una così intima conoscenza dell’intima connessione nell’universo; solo non sempre si possono chiarire tutti i dettagli.
Ora, in tali cose dobbiamo naturalmente essere chiari soprattutto su questo: che l’uomo in certo modo è in parte strappato fuori dall’intero universo. Egli sta nell’insieme del ritmo dell’universo, ma è in un certo senso a sua volta libero; egli modifica alcune cose, sicché non sempre coincide esattamente, ma proprio in questo non-coincidere-esattamente sta la possibilità della sua libertà. Nel coincidere in generale, però, sta lo stare dentro all’universo cosmico. Devo fare queste osservazioni che ho appena fatto per un certo motivo, affinché non venga frainteso ciò che ora dirò.
Dopo aver considerato l’atto respiratorio, consideriamo ora un elemento vitale più grande, quello immediatamente più ampio: l’alternanza tra sonno e veglia. L’atto respiratorio vale per noi come l’elemento vitale più piccolo. Ora consideriamo l’alternanza tra sonno e veglia. Si può in effetti considerare l’alternanza tra sonno e veglia in un certo modo in analogia col respirare. Sapete, ho descritto spesso l’accogliere il corpo astrale e l’Io al risveglio, e a sua volta il lasciar uscire il corpo astrale e l’Io all’addormentarsi proprio come un espirare e inspirare che si compie nel corso del giorno e della notte. Ma possiamo prenderlo in considerazione anche in un senso molto più materialistico. Quando inspiriamo l’aria: essa entra, essa esce. Questo è l’accogliere l’aria, l’espirare l’aria, dunque semplicemente un oscillare di qua e di là del materiale: fuori, dentro, fuori, dentro. In modo del tutto analogo si compie con bellezza un ritmo negli stati alterni di sonno e veglia. Perché quando al mattino, al risveglio, accogliamo in noi il nostro Io e il nostro corpo astrale, allora il nostro corpo eterico viene respinto, viene spinto fuori dal capo e maggiormente negli altri arti dell’organismo. E quando di nuovo ci addormentiamo, espellendo da noi il corpo astrale e l’Io, allora il corpo eterico si estende anche nel capo nello stesso modo in cui è in tutto il basso ventre, cosicché abbiamo un continuo ritmizzare: corpo eterico spinto giù — risvegliati; resta giù mentre vegliamo. Quando ci addormentiamo, viene di nuovo spinto su nella testa. E così va su, giù, su, giù nel corso di ventiquattro ore, come il respiro esce ed entra. Dunque abbiamo un movimento ritmico dell’eterico nel corso di ventiquattro ore. Naturalmente nell’uomo vi sono di nuovo irregolarità, su questo poggia la sua facoltà di libertà, il suo grado di libertà, ma nell’insieme vale ciò che ho detto.
Ora potremmo dire: dunque qualcosa respira in noi — è ora un altro respirare, è ora un salire e scendere — qualcosa respira in noi durante un giorno, come qualcosa respira in noi durante la diciottesima parte di un minuto. Ebbene, proviamo una volta se ciò che qui respira in questo salire e scendere del corpo eterico rappresenti anch’esso qualcosa come un movimento circolare, come un ritornare al proprio punto di partenza. Lì dovremmo seguire una volta che cosa siano in realtà 25.920 giorni. Perché 25.920 tali atti respiratori del salire e scendere dovrebbero allora corrispondere, in rapporto a questo salire e scendere, a una riproduzione dell’anno cosmico platonico. Come un giorno corrisponde a 25.920 atti respiratori, così 25.920 giorni dovrebbero corrispondere a qualcosa nella vita umana. Quanti anni sono? Proviamo una volta.
Prendiamo l’anno in media a 365 ¼ giorni e dividiamo, allora otteniamo 25.920 : 365,25 = circa 71, dunque diciamo settantun anni, vale a dire la durata media della vita umana. L’uomo ha naturalmente la sua libertà e spesso vive molto più a lungo, ma sapete, l’età patriarcale viene perfino indicata con settant’anni. Avete la durata della vita umana: 25.920 giorni, 25.920 grandi tali atti respiratori: a sua volta un ciclo che in modo mirabile riproduce microcosmicamente il macrocosmico. Cosicché possiamo dire: se viviamo un giorno, riproduciamo con 25.920 atti respiratori l’anno cosmico platonico; se viviamo settantun anni, riproduciamo con 25.920 grandi atti respiratori — salire e scendere del risvegliarsi e dell’addormentarsi — a sua volta l’anno cosmico platonico.
Ora possiamo passare da questo a ciò che esporre nei dettagli oggi ci porterebbe troppo oltre, ma voglio accennare a ciò che ora può essere occultisticamente percepito. Siamo circondati dall’aria. L’aria ci dà la possibilità del successivo elemento vitale, che si compie nel ritmo degli atti respiratori. Ciò dunque che è sulla Terra, l’aria, ci dà questo ritmo. — Chi ci dà allora l’altro ritmo? La Terra stessa! Perché esso è regolato dal fatto che la Terra ruota attorno al proprio asse, se parliamo nel senso astronomico più recente, nell’alternanza di giorno e notte. Sicché possiamo dunque dire: l’aria respira in noi in un atto respiratorio; la Terra, facendoci risvegliare e addormentare, respira, pulsa in noi tramite la sua rotazione assiale, tramite la sua alternanza di giorno e notte. E la nostra durata di vita possiamo ora rappresentarcela per la Terra come un giorno di un essere vivente che, invece di fare un atto respiratorio in una diciottesima parte di minuto, compie l’atto respiratorio appunto in giorno e notte. Per questo essere settant’anni sono appunto un giorno, e il farsi giorno e notte nel senso comune è il suo atto respiratorio. Vedete, ci si può sentire dentro a una vita più grande che ha soltanto un atto respiratorio più lungo, vale a dire l’atto respiratorio che si svolge in ventiquattro ore, e un giorno più lungo che dura settanta, settantun anni. Ci si può sentire dentro a un essere vivente che ha un ritmo del polso e della respirazione tanto più lungo.
Vedete dunque: è del tutto e completamente giusto se si parla del microcosmo come dell’immagine del macrocosmo, perché tutta questa immaginatività si lascia dimostrare numericamente. Se dunque diciamo: l’aria respira in noi, si consuma respirando in noi, il terrestre respira in noi, in quanto apparteniamo all’essere vivente più grande, potremmo eventualmente porre la domanda: forse stiamo ora non solo in relazione con l’aria che è sulla Terra, con l’intera Terra col suo ritmo di giorno e notte, ma anche con l’intero sorgere del Sole, come si riporta nell’anno platonico al suo punto di partenza, in una certa relazione? Queste cose sono del massimo interesse, ma passano accanto alla scienza odierna proprio inavvertite, perché essa non ne tiene alcun conto.
Una volta mi si presentò questa contrapposizione tra la scienza odierna e la scienza che deve venire, vorrei dire, in modo del tutto vivido. Vi ho forse già raccontato che nell’autunno del 1889 fui chiamato a collaborare presso l’Archivio Goethe-Schiller a Weimar per l’elaborazione delle opere scientifico-naturali di Goethe, che poi ho curato per la grande edizione weimariana di Goethe, la cosiddetta edizione di Sofia. Si trattava di studiare tutto ciò che dei documenti lasciati da Goethe era da rilevare circa i suoi studi anatomici, fisiologici, zoologici, botanici, mineralogici, geologici e anche meteorologici. Goethe ha fatto straordinariamente molti studi sulle condizioni atmosferiche nel corso di un anno, in particolare in connessione con i valori barometrici, e ci si poteva del tutto stupire del gran numero di tavole che Goethe aveva elaborato a scopo di meteorologia. Di esse solo poco è pubblicato. Trovate alcune di tali tavole riprodotte nella mia edizione, ma è poco ciò che è pubblicato. Goethe ha veramente, così come oggi si fanno le curve febbrili in forma tabellare, registrato in tavole i valori barometrici di un luogo e di vari luoghi, e ha seguito tale operazione per mesi, prendendo il valore barometrico di un giorno a un’ora determinata, poi un paio d’ore più tardi, di nuovo più tardi, di nuovo più tardi e così via. Egli cercava di ricavare in tal modo le corrispondenti curve per i diversi luoghi. Tali curve dei valori barometrici sono qualcosa con cui la scienza odierna ancora sa fare poco. Ma Goethe voleva rilevare queste curve, che gli davano per così dire un analogo del polso, quando lo si rileva nella curva febbrile. Dunque una sorta di polso terrestre voleva qui rilevare, certo il polso terrestre regolare. Che cosa voleva con ciò? Voleva dimostrare che le oscillazioni del valore barometrico nel corso dell’anno non avvengono in modo così irregolare come ammette la consueta meteorologia, ma che in esse vive una certa regolarità, modificata solo da circostanze temporali subordinate. Egli voleva dimostrare che la gravitazione della Terra rappresenta un espirare e inspirare durante un anno, voleva proprio accennare a ciò che si esprime anche nell’espirare e inspirare umano. Ciò voleva ritrovare nel valore barometrico. Tali esposizioni della scienza si daranno anche in futuro, quando si tornerà a indagare il microcosmico nel macrocosmico. Goethe ha redatto interi mucchi di tali tavole, per studiare il pulsare, il respirare, l’espirare e inspirare della Terra, come egli stesso lo chiamava. Vedete bene come anche sotto questo riguardo in Goethe sia presente un lavoro verso una forma di scienza, quale solo il futuro dovrà portare. Si ottiene così anche al contempo un’immagine di quell’enorme operosità che Goethe ha impiegato per giungere alle cose alle quali è giunto. In lui non c’è mai qualcosa che sia semplicemente un’affermazione, come spesso è il caso in altri. Quando un altro parla del pulsare della Terra, intende spesso una semplice immagine, una metafora, è per lui semplicemente un’intuizione fugace. Goethe ha, in un’osservazione che riassume in tre, quattro righe, ad esempio quando dice che la Terra espira e inspira, un mucchio assai alto di tavole sulla base delle quali avanza tale affermazione. Egli ha sempre un sapere d’esperienza dietro di sé; mentre la maggior parte degli uomini dice: sapere d’esperienza — suono e fumo! — Che si debba avere qualcosa dietro di sé quando si fa un’affermazione, questo si può studiare in modo particolare in Goethe. — Così, dunque, saremmo giunti anche per questa via a riconoscere come la Terra stessa, quale grande essere, respiri.
Ora vogliamo provare una volta se si possa parlare di un tale respirare anche se ci si pone all’interno dell’intero anno solare platonico. Lì abbiamo 25.920 anni. Trattiamo ora una volta questi 25.920 anni senza riguardo, come un anno, e cerchiamo come ciò si rapporti allora a un giorno. Se consideriamo l’insieme come un anno e vogliamo trovare ciò che cade su un giorno, dobbiamo dividere per 365 ¼, allora otteniamo un giorno; se l’insieme è un anno e dividiamo per 365 ¼, abbiamo un giorno. Vogliamo vedere una volta che cosa risulta se dividiamo. Abbiamo già diviso una volta, allora ottenevamo settantun anni, la durata della vita umana. Vale a dire: la durata della vita umana è un giorno per l’intero anno platonico. L’intero anno platonico potrebbe dunque essere concepito, in rapporto alla durata della vita umana, in modo tale che noi, quali esseri fisici, percorrendo la nostra durata di vita, siamo a nostra volta esalati fuori da ciò che si svolge nell’intero anno platonico, e allora settantun anni, considerati come un giorno, sarebbero un atto respiratorio dell’essere che vive l’anno platonico. Dunque con la diciottesima parte di un minuto siamo un arto vitale dell’aria, con un giorno siamo un arto vitale della Terra, con tutto il nostro tempo di vita siamo come se con la nostra nascita fossimo un atto respiratorio dell’essere che concepisce 25.920 anni come un anno, esalato fuori in un giorno e nuovamente reinspirato. Avremmo lì, se guardiamo al nostro corpo fisico, in questo corpo fisico che vive dunque la sua età patriarcale, un atto respiratorio del grande essere che vive così a lungo che per esso 25.920 anni sono un anno. Allora siamo noi stessi con la nostra età patriarcale un giorno. Dunque, se consideriamo un essere che vive con la nostra Terra, la quale alterna giorno e notte in ventiquattro ore, allora questo è un atto respiratorio per il nostro corpo eterico. E un atto respiratorio per il nostro corpo astrale sarebbe l’atto respiratorio reale di una diciottesima parte di minuto.
Avete qui un analogo per un’antichissima affermazione, perché nei tempi più remoti ci si è rappresentati qualcosa che si è designato come i «giorni e le notti di Brahma». Avete qui un analogo per essa. Pensate a un essere spirituale per il quale i nostri settantun anni sono ciò che un atto respiratorio è per la nostra aria respiratoria: allora noi siamo l’atto respiratorio di questo essere. Mentre veniamo posti nel mondo per la nostra nascita come un piccolo bambino, ci espira l’essere che vive l’anno platonico come un anno, dunque su di esso commisura la sua età. Esso ci espira dunque fuori nell’universo, e quando moriamo ci inspira di nuovo: esalati fuori — inspirati dentro. Andiamo ora alla Terra: essa ci espira e inspira in un giorno. E ora andiamo all’aria, che è una parte della Terra: essa ci espira e inspira in una diciottesima parte di minuto, e sempre il numero 25.920 forma il ritorno al punto di partenza. Avete lì un ritmo regolare, lì ci si sente dentro nell’universo, lì si impara a sapere che davvero la vita umana e un giorno della vita umana sono per esseri più grandi, più comprensivi, lo stesso che nella nostra vita un atto respiratorio. E se si accoglie questa conoscenza in sé sentimentalmente, allora ci diviene la parola del riposare nell’universo qualcosa di straordinariamente significativo.
Queste cose stanno proprio sulla via della considerazione scientifica, e non occorrerà nient’altro che la disposizione d’animo della scienza dello spirito per valorizzare in tal modo i numeri che ognuno conosce, che stanno in ogni enciclopedia. Ma se una volta li si valorizzerà, allora dalla scienza ordinaria si troverà l’aggancio alla scienza dello spirito di orientamento antroposofico. Ora, in modo analogo si troverà tutto ordinato, come abbiamo visto, secondo il numero, ma anche secondo la misura. E una parola come quella biblica: tutto nell’universo è ordinato secondo misura e numero — potrà ricevere un contenuto profondo a partire dalla scienza umana.
Ma proseguiamo. Che cosa è connesso col nostro respiro, quasi come una dipendenza del nostro respiro? La nostra parola! Dal punto di vista organico la nostra parola è connessa col respirare, e la parola non solo esce dallo stesso organo, ma il parlare è connesso col respirare, cioè con ciò che si trova racchiuso nel ritmo di una diciottesima parte di minuto. Così parliamo, e così parla con noi l’uomo che ci sta accanto sulla Terra. Come l’aria ci è accanto sulla Terra, ci circonda, così parlano con noi, in relazione al ritmo respiratorio, gli uomini che sono nel nostro ambiente. Da ciò seguirebbe che anche con quel respirare che è legato al giorno e alla notte è connesso un parlare, ma ora con esseri che appartengono all’organismo della Terra, che appartengono all’organismo della Terra così come gli uomini all’aria. Ciò che in epoche precedenti, in tempi remotissimi, è stato comunicato agli uomini come saggezza da esseri superiori, non è stato loro comunicato in modo tale che ciò fosse connesso col ritmo respiratorio in una diciottesima parte di minuto, bensì era connesso con quel ritmo respiratorio che aveva come unità un giorno. Lì non si poteva imparare così rapidamente in quell’antico tempo; lì si dovevano attendere parole tanto lunghe quanto corrisponde al fatto che l’atto respiratorio dura ventiquattro ore. E in tal modo è sorta l’antica conoscenza che oggi opera sul fondo delle cose e che si riconosce nelle diverse tradizioni. Essa fu mediata da esseri superiori che stanno in connessione con la Terra come l’uomo con l’aria e che si avvicinano all’uomo. Chi oggi si eleva verso le iniziazioni avverte ancora qualcosa di ciò. Perché le cose che vengono comunicate dal mondo spirituale giungono all’uomo molto, molto più lentamente di quelle che vengono comunicate sulle ali dei nostri ordinari processi aerei. Perciò è così significativo che chi tende all’iniziazione impari a sentire in sé il grande significato del passaggio dall’addormentarsi al risveglio. Nell’addormentarsi e nel risveglio, in questo passaggio, percepiamo nel modo più immediato come esseri spirituali misteriosamente parlino con noi; solo più tardi ciò passa in una certa volontà.
E se volete trovare l’accesso al mondo in cui dimorano i morti, allora è anche una buona via se siete coscienti del fatto che i morti parlano nel modo più immediato nel momento dell’addormentarsi e nel momento del risveglio. Nell’addormentarsi è certo difficile, perché l’uomo di regola, quando si addormenta, cade subito nell’incoscienza e non si accorge di ciò che i morti gli dicono. Ma al risveglio, se si riesce a cogliere bene il momento del risveglio, allora si può entrare in comunicazione coi morti nel modo più immediato proprio al risveglio. Bisogna solo cercare di portare il momento del risveglio in propria volontà. Portare in propria volontà significa con altre parole: si deve cercare di risvegliarsi, ma non ancora di trasferirsi nella luce del giorno. Sapete bene, c’è una regola — chiamatela pure superstiziosa: se si vuole tenere bene un sogno per il ricordo, non si deve guardare alla finestra, alla luce, altrimenti lo si dimentica facilmente. Così è però in particolare per le sottili osservazioni che fluiscono dal mondo spirituale. Si deve cercare di risvegliarsi in certo modo nell’oscurità, ma in un’oscurità procurata volontariamente, non ascoltando rumori, non aprendo gli occhi, coscientemente, ma non ancora vivendo incontro al giorno. Allora si avverte nel modo migliore l’arrivo delle comunicazioni del mondo spirituale.
Ora potreste dire: ma allora si possono ricevere assai poche comunicazioni nel corso della vita! — Perché considerate quanto sarebbe difficile se in fondo avessimo soltanto la possibilità di ricevere nel corso della nostra vita tante comunicazioni quante ne riceviamo altrimenti in un giorno. Basterebbe pure, ma non possiamo sfruttarlo, perché c’è l’infanzia e così via. Ma ora la Terra vi prende parte, e — vi prego di tenerne conto — la Terra riceve queste comunicazioni nel suo corpo eterico; e lì, poiché ciò rimane scritto nell’etere terrestre, la comunicazione può essere studiata oltre. Allo stesso modo comunicazioni ancora più ampie, che ci mediano l’essere che ha come elemento vitale l’anno platonico, possono essere studiate nell’etere solare che riempie tutto il mondo, nel modo in cui è descritto in singole parti di «L’iniziazione» e in altri libri.
Vedete da ciò come si possa tessere un legame dalla scienza ordinaria alla scienza dello spirito. Certamente colui al quale la scienza dello spirito è estranea difficilmente perverrà a valorizzare in modo corrispondente ciò che è dato nella scienza esteriore. Ma per chi ha la disposizione d’animo della scienza dello spirito non vi potrà essere alcun dubbio, quando si accosta a queste cose, che una volta verrà un tempo in cui realmente scienza esteriore e scienza dello spirito si congiungeranno pienamente l’una con l’altra. Ho detto: vi ho presentato soltanto una parte, vale a dire il decorso ritmico che si inquadra nel respirare. Ora vi sono molte cose che, esposte numericamente, mostrano come il microcosmo coincida col macrocosmo, e l’uomo può conquistarsi un sentimento ampio di questa coincidenza. Un tale sentimento ampio è stato dato anche agli antichi discepoli dei misteri fino al XV secolo. Prima ancora che essi accogliessero alcunché di sapere, si cercava di trasmettere loro un sentimento dello stare dentro nell’universo. E ciò è di nuovo un segno dell’epoca materialistica, che oggi si possa accogliere un sapere senza essere sentimentalmente preparati a questo sapere. Ho già richiamato l’attenzione su questo nelle parole introduttive al primo capitolo del «Cristianesimo come fatto mistico», dove ho indicato come nei misteri dapprima venisse sviluppato un certo sentimento e poi venisse considerato il sapere. In particolare il sentimento della corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo sarà importante se si vuole giungere a concetti concreti su ciò per cui oggi vi sono soltanto astrazioni.
Perché che cos’è dunque, nell’odierno tempo astratto e materialistico, in molti casi «un popolo»? Tanti uomini che parlano allo stesso modo! Perché l’epoca materialistica non ha naturalmente alcun giudizio sull’essenza del popolo come particolare individualità, di cui spesso abbiamo parlato. Parliamo dell’essenza del popolo come di una particolare individualità, come di una vera singola individualità. Così parliamo dell’essenza del popolo. Ma per il materialismo l’essenza del popolo non è altro che un numero di uomini che parlano la stessa lingua. È un’astrazione: lì il concetto non si riferisce a un essere concreto. Ma che cosa deriva dal fatto che davvero non si parla di un’astrazione quando si parla della nazionalità o dell’essenza del popolo, bensì di un essere concreto? Ebbene, nell’antroposofia si ha la possibilità di studiare l’uomo, che pure è un essere concreto: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, Io. Se l’essenza del popolo è anch’essa un essere concreto, allora si potrebbe pure studiare in tal modo l’essenza del popolo, si potrebbe assumere anche lì una membratura nell’essenza del popolo — potreste dire. Ebbene, lo si può anche. E nel vero occultismo vengono studiate anche le altre entità che sono presenti oltre all’uomo, che sono esseri altrettanto concreti dell’uomo. Solo bisogna cercare gli arti in altro che nell’uomo, altrimenti, se avesse gli stessi arti, un’anima del popolo sarebbe un uomo; ma l’anima del popolo non è un uomo, è appunto un altro essere. La cosa sta così, che nell’essenza del popolo si devono davvero studiare le singole anime del popolo, allora si ottengono concetti giusti. Non si può neppure generalizzare, altrimenti si arriva di nuovo ad astrazioni, perciò si può parlare soltanto, in certo modo, per esempi.
Prendiamo un’anima del popolo, quella che oggi, diciamo, regge il popolo italiano, in quanto un popolo nei suoi singoli esseri è retto da un’anima del popolo. Prendiamo una singola tale anima del popolo, domandiamoci: come possiamo parlare di questa particolare anima del popolo? — Nell’uomo diciamo: l’uomo ha il suo corpo fisico, e quando nell’uomo parliamo del corpo fisico ne diciamo: tanti sali, tanto altro minerale, cinque per cento di solido, poi il liquido, poi l’aeriforme che è in lui e così via; questo è il suo corpo fisico. Quando parliamo di un’anima del popolo come quella italiana, essa non ha certo un corpo umano, ma ha anche qualcosa che almeno per analogia può essere considerato col corpo fisico. Essa non ha però per corpo fisico sali, non parti solide, non parti liquide — l’anima del popolo italiana, con il che non voglio dire che altre anime di popolo non abbiano parti liquide, ma quella italiana non ne ha — bensì comincia con le parti aeriformi. Essa non ha parti acquose né altre parti in sé, e il corpo dell’anima del popolo italiana è tessuto d’aria come il più denso materiale; tutto il resto in essa è più sottile. Sicché, se diciamo dell’uomo che ha del terrestre in sé, dobbiamo dire dell’anima del popolo italiana: essa ha innanzitutto dell’aeriforme. Se nell’uomo abbiamo dell’acquoso, nell’anima del popolo italiana abbiamo del calore. L’uomo ha poi dell’aeriforme che inspira ed espira, l’anima del popolo italiana per contro luce, che in essa corrisponde all’aria dell’uomo. L’uomo ha calore in sé; l’anima del popolo italiana per contro suoni, vale a dire il suono delle sfere. Con ciò avete approssimativamente quanto corrisponde al corpo fisico, solo gli ingredienti sono altri. Invece di dire, come nell’uomo: solido, liquido, aeriforme e caldo, dobbiamo, se assumiamo qualcosa di simile — non è poi nel medesimo senso un corpo fisico — come corpo fisico per l’anima del popolo italiana, dire: aria, calore, luce, suono.
Da ciò però potrete vedere che, se davvero l’anima del popolo italiana inanima l’uomo a cui essa appartiene, può scegliere la via mediata attraverso il respirare, perché la parte più bassa, più densa di essa è l’aria. In effetti la corrispondenza tra il singolo uomo e l’anima del popolo avviene presso il popolo italiano attraverso il respirare. Lì l’anima del popolo si comunica all’uomo. È un processo reale, effettivo. Naturalmente si respira attraverso tutt’altro, ma nel processo respiratorio si insinua l’anima del popolo nel suo influsso. Altrettanto bene si potrebbe partire da ciò che corrisponde al corpo eterico. Ciò inizierebbe nell’etere vitale, avrebbe poi, invece dell’etere luminoso, ciò che è indicato anzitutto nella mia «Teosofia» come ardore di brama; poi all’etere sonoro corrisponderebbe ciò che lì è indicato come incitamento fluttuante, e così via. Trovate gli ingredienti indicati nella mia «Teosofia», dovete solo saperli applicare. E se ora studiaste oltre come questa corrispondenza, questa comunicazione tra l’anima del popolo e il singolo uomo si svolga, se lo studiaste oltre sulla base di ciò che qui adduco, allora vedreste come tutte le proprietà che stanno nel carattere popolare siano connesse con queste cose. Ciò è del tutto da studiare, da studiare concretamente. Si possono indicare queste cose soltanto a titolo di esempio.
Diciamo che volessimo studiare l’anima del popolo russa. Lì come arto più basso non troveremmo nulla di materiale nel senso in cui solido, liquido, aeriforme e caldo sono materiali, bensì come arto più basso troveremmo, come ciò che è proprio dell’anima del popolo russa quanto al solido — ciò che all’uomo è il salato — l’etere luminoso. E poi troveremmo l’etere sonoro proprio dell’anima del popolo russa come è proprio dell’uomo ciò che egli ha in sé come liquido, l’etere vitale come l’uomo ha in sé l’aria, e l’ardore di brama proprio di ciò che corrisponde al corpo fisico nell’anima del popolo russa, come l’uomo ha in sé il calore. E si potrebbe allora domandare: come l’anima del popolo russa si pone in comunicazione col singolo uomo russo? Ciò avviene in modo tale che la luce che si posa, in certo modo si riflette indietro da ciò che è la Terra. La luce esercita certi effetti sulla Terra. Essa non solo si riflette indietro, vorrei dire, fisicamente, ma in particolare la luce si riflette dalla vegetazione, da ciò che il suolo porta. La luce non agisce direttamente sul singolo russo, bensì agisce dapprima nella Terra, ma non appunto nella grossolana Terra fisica, bensì in piante e in tutto ciò che cresce e prospera sulla Terra, e ciò riflette di nuovo indietro. E in ciò che lì si riflette è dato il medium attraverso il quale l’anima del popolo russa si pone in comunicazione col singolo russo. Perciò nel russo la relazione col proprio suolo, con tutto ciò che la Terra produce, è molto maggiore che presso altri popoli. Ciò è connesso con questo peculiare comportamento dell’anima del popolo. E l’incitamento fluttuante — questo è straordinariamente significativo — è il primo ingrediente eterico per l’anima del popolo russa, è qualcosa come la luce per l’uomo. Lì giungete all’essenza concreta del popolo, giungete a poter studiare: come uno spirito parla all’altro spirito, che ora, se uno spirito è l’uomo, è l’anima del popolo.
Nel subconscio si compie tutto questo. Mentre l’italiano respira e con il respirare sostiene la sua vita — dunque coscientemente vuole tutt’altro, dunque inspira ed espira per sostenere la sua vita —, sussurra e parla nel subconscio con lui l’anima del popolo. Egli non l’ode, ma il suo corpo astrale lo percepisce e vive in ciò che lì, sotto la soglia della sua coscienza, viene scambiato tra l’anima del popolo e il singolo uomo. E in ciò che, per la fecondazione con la luce solare, il suolo russo irradia, sono contenute le rune misteriose, le rune sussurranti, attraverso le quali l’anima del popolo russa parla col singolo russo, mentre egli cammina sulla sua terra o sente la vita che si effonde dalla luce. Perché non crediate che le cose vadano di nuovo prese materialmente. Potete naturalmente come russi vivere in Svizzera; anche in Svizzera è presente la luce che viene riflessa dalla Terra. Se siete italiani, udirete in Svizzera sussurrare la vostra anima del popolo con il respirare; se siete russi, sentirete anche dal suolo svizzero salire ciò che potete udire come russi. Non dovete prendere le cose materialmente. Ciò non è legato a luoghi, sebbene naturalmente, poiché l’uomo è di nuovo in un certo modo materialmente accordato, il proprio luogo dà di più. L’aria italiana con l’intero clima facilita naturalmente e favorisce questo parlare che ho caratterizzato, il suolo russo facilita e favorisce l’altro, ma non potete prenderlo materialisticamente: il russo può naturalmente essere russo anche altrove che non in Russia, sebbene naturalmente la terra russa porti a realizzazione specialmente l’essere russo. Vedete, da un lato si rende conto del materialismo; ma dall’altro lato esso è qualcosa di solo relativo, niente di assoluto. Perché non solo la luce che è sul suolo russo è contenuta nel corpo dell’anima del popolo russa, bensì la luce dovunque, in generale; e un’anima del popolo russa ha — come sapete, ho già caratterizzato tutto questo — rango di arcangelo. L’arcangelo non è però vincolato al luogo, è soprassensibile allo spazio.
Tali cose, tali concetti concreti dovrebbero stare alla base se si vuole parlare in modo adeguato delle relazioni dell’uomo col suo popolo. Ora pensate quanto sia lontana l’odierna umanità dall’avere anche solo un sentore del concreto di cui si tratta quando si pronuncia il nome di un popolo. Ciononostante oggi vengono sparsi nel mondo programmi mondiali, in cui continuamente si lanciano qua e là nomi di popoli. In quale grado tutto ciò sia frase, ciò che brulica nel mondo, ve lo potrete portare a coscienza se considererete davvero che l’essenza del popolo è un essere concreto e ogni essenza del popolo è in realtà un’altra. Perché ciò che presso l’essenza del popolo italiana è aria, presso l’essenza del popolo russa è luce; e ciò determina di nuovo un modo del tutto diverso di comunicazione tra l’essenza del popolo e il singolo uomo. L’antropologia è considerazione materialistica, esteriore; l’antroposofia dovrà rivelare la verità, i rapporti reali, le realtà. Poiché gli uomini oggi sono così lontani, nel loro materialismo, da ogni realtà, non è meraviglia se si parla in modo così arbitrario e perciò menzognero delle cose che oggi proprio si trasformano in programmi mondiali.
Martedì vogliamo dunque continuare a parlare dell’essenza della nostra scienza dello spirito di orientamento antroposofico. In connessione con ciò voglio poi parlare anche di alcuni eventi del presente, che invero possono essere realmente compresi solo dal punto di vista scientifico-spirituale. Perché il dolore che oggi l’umanità deve portare è in molti casi connesso proprio col fatto che non si vuole alcuna chiarezza sulle cose di cui si parla, che si lanciano parole rabbiose nel mondo, lontani come si è dal conoscerne le realtà. Ciò può presentarsi particolarmente agli occhi quando si riceve nuovamente in mano qualcosa come, ad esempio, l’opuscolo ora qui apparso in Svizzera «Conditions de Paix de l’Allemagne» di uno che si fa chiamare Hungaricus, il quale basta scorrere per poter discernere tutte, tutte le carenze dell’odierno cervellotico pensiero materialistico, se si ha disposizione d’animo di orientamento scientifico-spirituale. Perciò vorrei anche allora, ma soltanto in modo metodologico, riguardo alla modalità del pensare, dire martedì un paio di parole su questo opuscolo, perché questo opuscolo è proprio così caratteristico per questo modo materialistico, cervellotico di pensare — queste «Conditions de Paix de l’Allemagne» di Hungaricus.
Sulla storia del movimento antroposofico. Saint-Martin. L’Universalmente-Umano e l’idealismo tedesco
Dornach, 30 gennaio 1917
Mi sembra giusto esporre oggi alcuni pensieri sul significato e sull’essenza del nostro movimento spirituale, della scienza dello spirito antroposoficamente orientata, come la chiamiamo. Sarà necessario riallacciarsi a questo o a quell’altro fenomeno apparso nel corso del tempo, in cui questo movimento si è in parte preparato e in parte sviluppato. Se cadrà qualche osservazione di natura personale — ciò che sarà comunque soltanto apparente — non avverrà per ragioni personali, ma perché l’elemento personale dovrà essere come il punto d’appoggio per ciò che oggettivamente si esprime. Che in un movimento spirituale il quale per certi versi rende l’umanità più profondamente consapevole delle sorgenti dell’essere, segnatamente dell’essere umano stesso, vi sia una certa necessità, deve apparire chiaro a chiunque dal semplice fatto che la cultura del presente, così come si è sviluppata, si è in un certo modo condotta da sé ad absurdum. Infatti, riflettendo più a fondo, a nessuno potrà venire in mente di designare gli eventi che oggi si svolgono in altro modo, se non come una specie di condurre ad absurdum ciò che è vissuto come impulso nello sviluppo più recente. Ora, da quanto vi è divenuto noto nella scienza dello spirito, avrete ben avvertito come tutto ciò che si svolge anche apparentemente in modo esteriore, in ultima analisi riposi sulle rappresentazioni, sui pensieri degli uomini. Ciò che accade come azione, ciò che si dispiega nella vita materiale, è — si può dire — del tutto un risultato di ciò che gli uomini si rappresentano. E la visione del mondo esteriore, quale oggi si configura nell’umanità, offre un quadro che indica chiaramente forze del pensiero insufficienti. Ho già usato altra volta questa espressione: gli eventi sono in realtà cresciuti agli uomini sopra il capo, perché il pensiero si è fatto sottile e non basta più a intervenire nella realtà. Parole come quella della Maja,
dell’apparenza esteriore cui le cose soggiacciono sul piano fisico, dovrebbero essere prese molto più seriamente da coloro che già le conoscono, di quanto spesso non vengano prese. Esse dovrebbero imprimersi profondamente, profondamente nell’intera coscienza dell’epoca. Soltanto in ciò può risiedere la guarigione dai danni che con una certa necessità sono caduti sugli uomini. Chi cerca di volgere oggi uno sguardo consapevole nel meccanismo delle azioni, ossia nel meccanismo delle copie dei pensieri, riconoscerà la necessità, l’intima necessità di un afferrare l’anima umana con pensieri più vigorosi, più amici della realtà. In fondo, ciò sta alla base di tutto il nostro movimento: dare alle anime degli uomini pensieri più amici della realtà, pensieri più impregnati di realtà di quanto non siano gli schemi concettuali astratti del presente. Ma non si potrà mai insistere abbastanza su quanto l’umanità di oggi ami l’astratto e non voglia affatto sviluppare la consapevolezza che il concettualmente ombratile non può veramente intervenire nel tessuto dell’essere. Ciò si è espresso particolarmente nella storia di quattordici, quindici anni del nostro movimento antroposofico. Diverrà sempre più necessario che i nostri amici si compenetrino di ciò che proprio questo movimento antroposofico aveva di specifico. Sapete bene quante volte è stato sottolineato che si sarebbe voluto onorare pienamente la bella parola «teosofia», che a lungo ci si è opposti ad abbandonare questa parola come distintivo del movimento. Ma conoscete anche tutte le circostanze per cui ciò è divenuto necessario. Ed è bene mettersi davanti all’anima la cosa nel modo più preciso possibile. Sapete bene che con tutta la buona volontà — perché questa buona volontà era radicata in molti di voi — ci si è ricollegati al cosiddetto movimento teosofico, così come fu fondato dalla Blavatsky e poi ha trovato la sua continuazione nelle iniziative di Sinnett, della Besant, e così via. Non è davvero superfluo che, di fronte alle molte malevole distorsioni che vengono da fuori, i nostri membri sottolineino ancora e ancora che il movimento divenuto antroposofico è partito da un centro autonomo,
che ciò che noi abbiamo oggi ha avuto realmente i suoi germi nelle conferenze da me tenute a Berlino, poi raccolte nello scritto sulla mistica del Medioevo. E deve essere ripetuto ancora e ancora che, attraverso questo scritto, il movimento teosofico allora esistente si è avvicinato a noi, non noi a lui. Ora, questo movimento teosofico, nella cui scia ci si dovette trovare nei primi anni, non era né è privo di rapporti con altre aspirazioni occulte del XIX secolo, e in conferenze tenute qui ho già accennato a questo nesso. Ma occorre guardare al carattere specifico di quel movimento. Se devo mettere in rilievo un tratto davvero caratteristico, vorrei dire conforme ai fatti, dev’essere quello cui ho spesso, o quanto meno più volte, accennato, quando pubblicavo nella rivista «Lucifer-Gnosis» ciò che poi prese il titolo di «Dalla cronaca dell’Akasha». Uno dei rappresentanti della Società Teosofica, che leggeva quegli scritti, chiese in che modo le cose venissero in realtà tratte fuori dal mondo spirituale. E dal seguito della conversazione con lui apparve molto chiaro che si trattava di sapere per quale via più o meno medianica si ottenessero queste cose. Là non si poteva immaginare che, per altri mezzi che non fossero un uomo di disposizione medianica — il quale si abbassa la coscienza e quindi tira fuori qualcosa dal subcosciente che viene poi messo per iscritto —, queste cose potessero sorgere. Che cosa sta dunque davvero alla base di ciò? A quell’uomo, che parlava così, era del tutto estraneo immaginare che simili cose possano essere indagate mantenendo pienamente desta la coscienza, benché egli fosse un rappresentante molto preparato e straordinariamente colto del movimento teosofico. Ciò era estraneo a molti membri di quel movimento per il fatto che a questi molti è proprio qualcosa che nella vita spirituale moderna è presente in altissimo grado: una certa sfiducia nella forza propria della facoltà umana di conoscenza. Non si concede alla facoltà umana di conoscenza la forza di
penetrare realmente nell’interno delle cose. Si trova che la facoltà umana di conoscenza è pur sempre limitata, che in realtà l’intelletto disturba soltanto — così si pensa — quando con esso si vuole penetrare nell’essenza delle cose; perciò bisogna metterlo a tacere. Si dovrebbe penetrare nell’essenza delle cose senza che l’intelletto umano sia attivo. Nel medium ciò avviene; là la sfiducia nell’intelletto umano è elevata a impulso determinante. Là si tenta realmente, escludendo l’attività intellettiva conoscitiva, di far parlare lo spirito in modo puramente sperimentale. Si può dire che, in una certa misura, questa disposizione d’animo aveva fortemente permeato il movimento teosofico, qual era ancora agli inizi del nostro secolo; questa disposizione era largamente di casa. E la si poteva avvertire, se si seguivano con discernimento certe cose che si erano depositate come opinioni, come vedute, come convinzioni nel movimento teosofico. Sapete bene che negli anni Novanta del XIX secolo, e poi nel XX, la signora Besant ebbe un grande ruolo nel movimento teosofico. Si ascoltava ciò che aveva da dire. Le sue conferenze erano al centro dell’attività teosofica a Londra e anche in India. Era però singolare sentire le persone della cerchia che la circondava parlare della signora Besant. Nel 1902 ciò mi colpì già in modo molto significativo. La signora Besant valeva per molti aspetti, segnatamente per gli uomini dotti del suo ambiente, come una donna del tutto priva di erudizione; ma mentre da un lato si sottolineava con forza di avere a che fare con una donna priva di erudizione, dall’altro si vedeva nel suo modo di operare — vorrei dire — non offuscato da rappresentazioni scientifiche, semimedianico, che presso di lei veniva lodato, un mezzo per giungere a conoscenze. Vorrei dire che quelle persone non avevano fiducia in se stesse di pervenire a conoscenze. Naturalmente non avevano fiducia neppure nella coscienza desta della signora Besant per giungere a conoscenze. Ma poiché ella non era pervenuta alla piena vigilanza attraverso una formazione scientifica, la consideravano in un certo senso come un mezzo per cui annunci
dal mondo spirituale potessero giungere nel fisico. Ciò era oltremodo sviluppato nell’immediata cerchia. E si può ben dire: il modo in cui se ne parlava dava l’impressione che si guardasse alla signora Besant, all’inizio del XX secolo, come a una sorta di sibilla moderna. Si potevano udire, in questa direzione, proprio nella sua cerchia più prossima, giudizi sprezzanti sulla dotazione scientifica della signora Besant; si poteva udire come non le si attribuisse alcuna capacità critica sulle sue esperienze interiori. Era proprio questo l’umore che, naturalmente, veniva accuratamente tenuto nascosto — non dirò: tenuto segreto — alla cerchia più ampia dei capi teosofici. Oltre a ciò che traspariva attraverso il carattere sibillino della signora Besant, vi era, alla fine del XIX secolo, accanto alla «Dottrina segreta» della Blavatsky, una specie di bibbia del movimento teosofico nel libro di Sinnett, o meglio nei libri di Sinnett. Ora, il modo in cui si sentiva parlare dei libri di Sinnett nella cerchia ristretta era altrettanto poco un appello alla propria forza di conoscenza dell’uomo. Si dava infatti grande peso, nella cerchia più stretta, al fatto che Sinnett non avesse aggiunto nulla, dalle proprie esperienze, a ciò che pubblicava. Si vedeva il valore di un libro come «Il buddismo esoterico» di Sinnett appunto in ciò: che il contenuto era venuto in essere interamente attraverso «lettere magiche», attraverso lettere precipitate, gettate sul piano fisico da chissà dove, e il cui contenuto veniva poi semplicemente rielaborato in quel libro «Il buddismo esoterico». Per tutte queste cose, nelle cerchie più ampie dei capi teosofici regnava un’atmosfera sentimentale-adoratrice nel grado più alto. Si guardava in alto, per così dire, a una sapienza caduta dal cielo, e si trasferiva — come è umanamente comprensibile — la venerazione sulle persone. Ma vi era nel fondo l’impulso a una forte mancanza di sincerità, che nei singoli fenomeni poteva essere ben seguita. Così ad esempio potevo udire già nel 1902, come nelle cerchie più ristrette
di Londra si dicesse che Sinnett fosse in fondo uno spirito subordinato. Una delle personalità di rilievo mi disse allora: sì, Sinnett, lo si può paragonare a un giornalista, diciamo della «Frankfurter Zeitung», trapiantato in India, uno spirito giornalistico che ha avuto semplicemente la fortuna di ricevere le lettere dei Maestri e di valorizzarle, alla maniera giornalistica e in un modo accattivante per l’umanità dei tempi moderni, nel libro «Il buddismo esoterico»! Ma sapete anche che tutto ciò si collocava entro una vasta letteratura, entro una vasta produzione scritta. Negli ultimi decenni del XIX secolo e nei primi decenni del XX è apparsa davvero, non dirò un diluvio, ma una fiumana di scritti destinati a condurre, in un modo o nell’altro, gli uomini al mondo spirituale. Fra questi scritti ve n’erano alcuni che si ricollegavano direttamente ad antiche tradizioni, quali si erano conservate nelle più diverse confraternite occulte. È in fondo interessante seguire lo sviluppo di queste tradizioni. Ho più volte accennato a come, nella seconda metà del XVIII secolo, nella cerchia il cui capo era Saint-Martin, il «Filosofo Ignoto», antiche tradizioni vissero in modo corrispondente la loro ultima fioritura. E se oggi si prendono in mano gli scritti, segnatamente «Degli errori e della verità» di Saint-Martin, vi si trova molto, molto di una forma ultima che antiche tradizioni occulte hanno assunto. Se si risale ulteriormente in queste tradizioni, si arriva ancora a rappresentazioni che dominano il concreto, che intervengono nelle realtà. In Saint-Martin i concetti si sono già fatti molto ombratili, ma sono pur sempre le ombre di concetti che un tempo erano pienamente vivi: antiche tradizioni risorgono per l’ultima volta in forma ombratile. E così si trovano in Saint-Martin i concetti più sani, ma in una forma che è un ultimo guizzo. Là è particolarmente interessante vedere come Saint-Martin combatta contro il concetto di materia già allora sorto. Che cosa è poi divenuto a poco a poco questo concetto di materia?
È divenuto questo: che si considera l’intero mondo come una nebbia di atomi, i quali si muovono e si urtano in qualche modo, e che per la loro configurazione provocano tutto ciò che si forma come mondo intorno all’uomo. Teoricamente, il materialismo vero e proprio ha avuto il suo culmine quando si è negato tutto il resto al di fuori di questo mondo atomico. Saint-Martin si trovava ancora sul punto di vista che l’intera atomistica, e in genere la credenza che la materia sia qualcosa di reale, è un’assurdità, come in effetti è. Se si va a fondo delle cose che ci circondano chimicamente, fisicamente, non si arriva infine ad atomi, non a un che di materiale, bensì a entità spirituali. Il concetto di materia è un concetto ausiliario; non corrisponde a nulla di reale. Infatti, là dove — per usare l’espressione di Du Bois-Reymond — «la materia fa il suo spettro nello spazio», là vi è veramente spirito, e se si vuol parlare di un atomo, lo si può fare al massimo dicendo che esso è una piccola spinta dello spirito, e precisamente di Arimane. Era un concetto sano quello di Saint-Martin: il suo combattere il concetto di materia. Ugualmente sanissimo era in Saint-Martin il fatto di rinviare ancora, in modo vivente, alla circostanza che alle singole lingue umane, concrete, sta a fondamento una lingua universale. E ciò si poteva fare in quel tempo meglio che più tardi, perché si era ancora più vivamente in rapporto con quella lingua che, fra le attuali, più si avvicina alla originaria lingua universale, l’ebraico, perché nelle parole della lingua ebraica si poteva ancora avvertire qualcosa del fluire dello spirito, e quindi nelle parole stesse qualcosa di spiritualmente-ideale, qualcosa di veramente spirituale. Trovate dunque in Saint-Martin ancora il riferimento concreto-spirituale a ciò che la parola «ebreo» stessa significa. E nell’intero modo in cui egli la coglie, si vede come fosse ancora viva la consapevolezza di una relazione dell’uomo con il mondo spirituale. La parola «ebreo» è infatti connessa con «viaggiare»: chi è ebreo è colui che compie un viaggio di vita, che in un viaggio sperimenta, vive. Questo viver dentro nel mondo, in modo vivente, è racchiuso in questa parola, è racchiuso
ma anche in tutte le altre parole della lingua ebraica, se vengono realmente sentite. Saint-Martin non poteva trovare ai suoi tempi rappresentazioni più precise — queste devono essere riguadagnate prima per mezzo della scienza dello spirito — che indicassero in modo più rigoroso, più forte, l’antica lingua primordiale. Ma come una presaga intuizione la lingua originaria stava davanti alla sua anima. Per ciò egli non aveva di certo un concetto così astratto dell’unità del genere umano, come quello che il XIX secolo avrebbe poi elaborato, ma ne aveva un concetto concreto. Questo concetto concreto dell’unità del genere umano lo conduceva inoltre a rendere ancora pienamente viventi, almeno nella sua cerchia, certe verità spirituali, ad esempio la verità che l’uomo, quando voglia, può realmente entrare in relazione con entità spirituali delle gerarchie superiori. Questa è una proposizione cardinale in Saint-Martin: che ogni uomo può entrare in relazione con entità spirituali delle gerarchie superiori. Per ciò viveva in lui ancora qualcosa di quell’antica, autentica disposizione mistica che sapeva come il sapere non possa essere accolto soltanto in concetti, se vuol essere un sapere reale, ma debba essere accolto in una determinata costituzione dell’anima, vale a dire dopo una certa preparazione dell’anima. Allora esso diviene la vita spirituale dell’anima. A ciò era però connessa una certa somma di esigenze, di esigenze evolutive verso le anime umane che volessero in qualche modo aver diritto di partecipare all’evoluzione. E da questo punto di vista è oltremodo interessante quando Saint-Martin trasferisce ciò che egli ricava dalla conoscenza, dalla scienza — che però in lui è spirituale — alla politica, quando giunge dunque ai concetti politici. Egli ha là la precisa esigenza: ogni governante dovrebbe essere una sorta di Melchisedek, una sorta di reggitore-sacerdote. E pensate: se questa esigenza, fatta valere in una cerchia relativamente piccola prima dello scoppio della Rivoluzione francese, non fosse diventata un tramonto, bensì un’aurora, se qualcosa fosse passato nella coscienza del tempo del carattere fondamentale alla maniera di Melchisedek
di coloro che devono intervenire con le loro rappresentazioni e forze nei destini umani: tutto sarebbe dovuto essere altrimenti nel XIX secolo, di quanto è divenuto! Il XIX secolo si tenne in verità il più lontano possibile da questa concezione, ora caratterizzata. La pretesa che i politici dovessero passare per la scuola di Melchisedek sarebbe stata, ovviamente, liquidata con un sorriso. Bisogna richiamarsi a Saint-Martin perché in lui è presente come un ultimo spegnersi delle sapienze che si erano sviluppate dalla lontana antichità. Doveva pure spegnersi, perché l’umanità del futuro deve salire alla vita spirituale per altra via. Deve salire per altra via, perché mai il mero conservare, il mero tramandare per tradizione le antiche rappresentazioni avrebbe corrisposto alle forze germinali dell’anima umana. Queste forze ancora non sviluppate dell’anima umana tendono al fatto che, nel corso del XX secolo, in un maggior numero di uomini — ciò è stato spesso sottolineato — realmente avvenga un vedere dentro i processi eterici. E si può davvero designare lo svolgersi del primo terzo del XX secolo come quel tempo critico in cui un maggior numero di uomini deve farsi attento a come, nell’etere — che vive intorno a noi come l’aria —, gli eventi debbano essere veduti. Abbiamo segnatamente accennato in modo netto a un evento che dev’essere veduto nell’etere, se l’umanità non vuole cadere nella decadenza: abbiamo accennato alla visione del Cristo eterico. Questa necessità deve subentrare. E l’umanità deve prepararsi a non lasciare appassire queste forze, che già germogliano. Le forze non devono inaridire, perché — supponiamo per ipotesi — se le forze dovessero inaridire, che cosa accadrebbe? Allora, nelle decadi del Quaranta e del Cinquanta del XX secolo, l’animo umano assumerebbe nelle più ampie cerchie forme assolutamente singolari. Sorgerebbero nell’animo concetti che agirebbero in modo opprimente. Se solo il materialismo si propagasse, sorgerebbero concetti che sì sarebbero presenti nell’animo umano, ma che
salirebbero senz’altro dal subcosciente, e di cui non si conosce la ragione per cui in realtà li si ha. Un incubo durante la veglia si manifesterebbe come un fenomeno generale, nevrastenico, in un gran numero di uomini. Gli uomini si direbbero: sì, devo pensare questo, ma non so perché; devo pensare quell’altro, non so perché. A ciò si può contrastare soltanto innestando nell’animo umano concetti che provengano dalla scienza dello spirito. Altrimenti le forze del discernimento si paralizzeranno nei concetti che sorgono, nelle idee che vengono. E non soltanto il Cristo, ma anche altre manifestazioni dell’accadere eterico, che l’uomo dovrebbe vedere, si sottrarranno all’uomo, gli passeranno accanto. Egli non avrà però soltanto una perdita per questo, bensì dovrà sviluppare quelle forze che sono forze sostitutive malate al posto di quelle che dovrebbero svilupparsi come sane. Da un’esigenza istintiva di più ampie cerchie umane è scaturita l’aspirazione che si è poi espressa nella fiumana di letteratura e di scritti, di cui ho parlato. Ora, vedete, sia di fronte a ciò che si manifestò nel movimento teosofico propriamente detto, segnatamente nella Theosophical Society, sia di fronte all’altra fiumana di scritti d’ogni genere indirizzati al mondo spirituale, ci si trovava in modo peculiare con il movimento antroposofico mitteleuropeo, perché vi era una circostanza singolare. Le condizioni evolutive del XIX e del primo XX secolo permettevano che un gran numero di uomini trovasse nutrimento spirituale nella letteratura che veniva alla luce, era possibile che un gran numero di uomini guardasse anche con stupore terribile ciò che era apparso attraverso Sinnett e la Blavatsky. Ma con la coscienza mitteleuropea ciò non si accordava troppo bene. Infatti, per chi conosce la letteratura mitteleuropea non vi è alcun dubbio che, ad esempio, non si possa senz’altro porsi nella scia di questa letteratura mitteleuropea e atteggiarsi del tutto come molti altri verso ciò che da lì saliva come una fiumana, semplicemente perché la letteratura mitteleuropea contiene
infinitamente molto in sé — solo nascosto in un linguaggio peculiare cui molti non vogliono prestare ascolto — che chi cerca lo spirituale vorrebbe avere. Abbiamo spesso parlato di uno degli spiriti che possono essere proprio una prova di come, semplicemente nella letteratura artistica, nella letteratura di bellezza, la vita spirituale regga e tessa: Novalis. Avremmo potuto, se avessimo voluto orientarci verso atmosfere più prosaiche, citare altrettanto bene Friedrich Schlegel, che ha scritto della sapienza degli indiani come chi non si limita a riprodurre la sapienza degli indiani, ma la rigenera a partire dallo spirito occidentale. Avremmo potuto richiamarci a molto che con la fiumana di cui ho parlato non ha nulla a che fare, e che poi — vorrei dire — è stato da me caratterizzato in tratti storici nel mio libro «L’enigma dell’uomo». In uomini come Henrik Steffens, come Gotthilf Heinrich Schubert, come Ignaz Paul Vitalis Troxler, si trova spesso ogni cosa più precisa, molto più all’altezza moderna, di quanto vi sia nella fiumana di letteratura che si è riversata negli ultimi decenni del XIX e all’inizio del XX secolo. Va detto: di fronte alla profondità che è in Goethe, Schlegel, Schelling, le cose che venivano ammirate come elevata sapienza sono in verità triviali, autenticamente triviali. In ultima analisi, per chi ha accolto in sé lo spirito di Goethe, perfino qualcosa come «La luce sul sentiero» è qualcosa di triviale. Voglio dire: questo non si deve dimenticare. Chi ha accolto in sé l’alto slancio di Novalis o di Friedrich Schlegel, o si è dilettato del «Bruno» di Schelling, per costui l’intera letteratura teosofica, così come si è presentata, vale comunque soltanto come un che di volgarmente triviale. Per ciò ci si trovava davanti al fenomeno singolare che vi erano molti uomini i quali nutrivano una seria, sincera volontà di pervenire alla vita spirituale, ma che, infine, per la loro natura spirituale, potevano trovare una certa soddisfazione proprio in quella letteratura triviale caratterizzata. D’altra parte, lo sviluppo del XIX secolo aveva a poco a poco assunto il carattere per cui le persone di formazione scientifica, per ragioni che ho spesso esposto, erano divenute pensatori materia-
listi, con cui non si poteva concludere nulla. Se invece si vuol davvero, in modo solido, elaborare ciò che intorno alla svolta dal XVIII al XIX secolo emerse attraverso Schelling, Schlegel, Fichte e altri, allora occorrono almeno alcuni concetti scientifici. Senza di essi non se ne viene a capo. Per ciò ci si trovava davanti a un fenomeno molto singolare. Non era possibile fare emergere a tempo debito ciò che sarebbe apparso desiderabile: che un numero, anche piccolo, di personalità formate scientificamente si fosse trovato nella condizione di sviluppare i propri concetti scientifici in modo da trovare il raccordo con la scienza dello spirito. Queste persone non erano affatto da trovare, non c’erano. Questa è in generale una difficoltà che si presenta, e bisogna mettersela chiaramente davanti agli occhi. Supponete: ci si rivolga con l’antroposofia a coloro che sono passati attraverso l’odierna formazione scientifica. Ora, se queste persone sono passate per la formazione scientifica, sono diventati giuristi, medici, filologi — per non parlare dei teologi —, allora sono arrivate a un’età che richiede di far fruttare nella vita, come la vita esige, ciò che esse hanno — non dirò: imparato — ma accolto. Allora non hanno più l’inclinazione, e non hanno più l’elasticità, per uscire dai loro concetti verso qualcos’altro. Per ciò, proprio quando ci si rivolge a persone scientificamente formate con l’antroposofia, si viene respinti più che mai, sebbene basterebbe poco all’odierno scienziato per gettare il ponte. Ma egli non vuole gettarlo. Lo confonde. A che gli serve? Egli ha imparato ciò che la vita esige da lui, e altro non vuole avere, perché lo confonde, perché lo rende insicuro, secondo la sua opinione. Per ciò passerà ancora del tempo prima che gli uomini i quali hanno accolto in sé la cultura del loro tempo — così come la si definisce — gettino il ponte, almeno un certo numero. Bisogna decisamente avere pazienza. Non sarà facile, special-
mente in certi campi. Prima però che in certi campi si affronti seriamente questo gettare il ponte, sopravverranno sempre grandi ostacoli e impedimenti. Soprattutto sarà necessario, nei campi che oggi rappresentano la cerchia delle diverse facoltà — tranne la teologia —, gettare questo ponte. La giurisprudenza si sta evolvendo sempre più verso meri schemi concettuali, del tutto inadatti a dominare la vita. Eppure dominano la vita, perché la vita sul piano fisico è Maja — se non fosse Maja, non potrebbero dominarla —, ma applicandoli mettono il mondo sempre più sottosopra. È in realtà l’applicazione dell’odierna giurisprudenza, segnatamente nel diritto civile, un puro confondere i rapporti. Però non lo si vede chiaramente. Come lo si dovrebbe vedere? Non si segue ciò che nasce dall’applicazione dei concetti-schema giuridici alla realtà, ma si studia giurisprudenza, vale a dire si diventa avvocati o giudici, si accolgono i concetti e li si applica. Che cosa ne venga dall’applicazione, non interessa più. Oppure si vede com’è la vita, nonostante esista una giurisprudenza molto difficile da imparare — non soltanto per il fatto che proprio i giuristi sogliono perdere tempo nei primi semestri, ma anche per altre ragioni difficile da imparare. Si vede questa vita, si vede che diventa confusa, e tutt’al più ci si lamenta. In medicina la cosa è più seria. La medicina, se continua a svilupparsi nella scia materialistica come ha cominciato dal secondo terzo del XIX secolo, si condurrà completamente ad absurdum; sboccherà infine in un assoluto specialismo medico. Ma là le cose sono più gravi anche perché era necessario che questa corrente venisse su: ha avuto il suo bene, però ora dev’essere a sua volta superata. L’indirizzo materialistico della medicina ha condotto la chirurgia a una certa altezza, e soltanto per l’unilateralità della medicina la chirurgia poté raggiungere quella perfezione
che ha raggiunto. Ma la medicina vera e propria ne ha sofferto, e ora dev’essere spinta — attraverso un mutamento — proprio a una spiritualizzazione, contro la quale oggi ci si oppone in modo enormemente forte. Più di tutto ha bisogno di una compenetrazione spirituale ciò che attiene alla pedagogia. Ora, di questo abbiamo parlato più volte. Lì il ponte dev’essere gettato dappertutto. Soprattutto, per quanto sembri il più lontano possibile, è necessario che proprio dalla tecnica, dall’immediata prassi della vita, venga gettato il ponte verso la vita spirituale. Infatti il quinto periodo postatlantico ha a che fare con lo sviluppo del mondo materiale, e se l’uomo non vuol degenerare completamente, vale a dire diventare il mero servitore della macchina — diventando per ciò soltanto un animale —, deve trovarsi proprio la via dalla macchina alla vita spirituale. Per il pratico della tecnica è anzitutto necessario che egli accolga nella propria vita d’anima impulsi spirituali. Ciò accadrà nel momento in cui, un poco di più che non oggi, gli studenti di tecnica verranno indotti a pensare, così da collegare fra loro le singole cose che vengono loro insegnate. Oggi non lo fanno. Ascoltano matematica, ascoltano geometria descrittiva, ascoltano talvolta anche geometria della posizione; ascoltano meccanica pura, meccanica analitica, meccanica tecnica, ascoltano poi i diversi rami singoli più rivolti alla pratica, ma un vero collegamento fra le singole cose non viene affatto cercato. Nel momento in cui queste persone vengono — vorrei dire — spinte ad applicare davvero il sano intelletto umano alle cose, allora vengono spinte — semplicemente per lo stadio di sviluppo in cui questi singoli rami di cui ho parlato si trovano — a penetrare nell’essenza delle cose e quindi nello spirituale. Davvero, proprio dalla macchina si dovrà trovare la via verso il mondo spirituale. Tutto questo dico per accennare alla difficoltà che ha oggi il movimento di scienza dello spirito, perché in un certo senso non può ancora trovare coloro che sarebbero adatti a generare
l’aura dell’essere preso sul serio. Di questo soffre più che di tutto il resto questo movimento: di non essere preso sul serio. Ed è singolare come ciò si manifesti in tutti i particolari. Se si fosse fatto apparire l’una o l’altra cosa che è apparsa, senza che la gente avesse saputo: questo è scritto da qualcuno che sta nel movimento teosofico — sarebbe stato preso sul serio, sarebbe stato compreso in modo del tutto diverso. Ma semplicemente perché il tale stava nel movimento teosofico, la cosa veniva marchiata in modo da non essere presa sul serio. È molto importante tenerlo presente. In piccolezze ci si imbatte, in autentiche piccolezze. Voglio ricordare ad esempio una piccolezza, perché proprio negli ultimi giorni mi si è presentata, davvero non per una sciocca vanità, ma semplicemente per rendervi attenti a come stanno le cose. Nel mio libro «L’enigma dell’uomo» ho trattato di Karl Christian Planck come di uno di quegli spiriti che da determinate basi hanno lavorato verso lo spirituale, sia pure ancora in una forma astratta. Su Karl Christian Planck non ho scritto soltanto in questo libro, ma in una serie di città, negli ultimi inverni, ho parlato di Karl Christian Planck in modo abbastanza ampio, accennando anche a come sia stato misconosciuto, a come sia stato frainteso, accennando soprattutto a una circostanza. Ho indicato con forza il fatto che quest’uomo, negli anni Ottanta, Settanta, Sessanta, Cinquanta, abbia pensato, rispetto ai nessi della vita industriale e sociale, cose che era necessario attuare. Se allora si fosse trovato qualcuno che, con comprensione, avesse trasferito nella prassi della vita sociale ciò che quest’uomo ha realizzato di grande in idee, in idee amiche della realtà, allora — non dico troppo — probabilmente queste sofferenze che l’umanità ora porta non sarebbero venute su di lei, sofferenze che in larga parte sono pur connesse al fatto che l’umanità vive in una struttura sociale completamente falsa. Ho accennato a come sia un dovere non lasciare che gli uomini arrivino dove è arrivato Karl Christian Planck,
il quale alla fine si era totalmente estraniato da ogni amore verso il mondo della realtà fisica esteriore. Planck era svevo e aveva vissuto a Stoccarda; gli era stata negata a Tubinga la docenza di filosofia, che gli avrebbe dato la possibilità di operare un poco, e ho intenzionalmente ricordato che quest’uomo è giunto, infine, nel suo «Testamento di un tedesco», a scrivere nella prefazione: «Neppure le mie ossa devono giacere in quell’ingrata patria». Era una parola dura. È una parola alla quale uomini del presente possono arrivare, davanti all’ottusità degli uomini, che proprio non vogliono comprendere ciò che è amico della realtà. Intenzionalmente l’ho citata a Stoccarda, questa parola sulle ossa, perché quella era la più stretta patria di Planck. In sostanza, allora, non ci fu molta reazione, sebbene gli eventi che vi erano già mostrassero quanta ragione si avrebbe avuto di comprendere le cose. Ora invece, dopo circa un anno e mezzo, passa la seguente nota sui giornali svevi: «Karl Christian Planck. Non solo qualche singolo, ma più di uno spirito lungimirante ha previsto l’attuale guerra mondiale. Ma nessuno ne ha presentito con tanta sicurezza la piena ampiezza, e nessuno ne ha colto con tanta nettezza, al tempo stesso, le cause e gli effetti, come il nostro corregionale svevo Planck». Io allora avevo detto: con tale precisione Karl Christian Planck ha previsto questa guerra mondiale, da aver perfino espressamente accennato al fatto che l’Italia non sarebbe stata dalla parte degli Imperi Centrali, sebbene allora l’alleanza non fosse ancora stata stipulata e si stesse soltanto orientando in tale direzione, quando egli pronunciò quella sua affermazione. «A lui questa guerra apparve come l’inevitabile meta cui dovevano tendere lo sviluppo politico ed economico dell’ultimo mezzo secolo». È proprio così! «Come però egli ha messo a nudo i mali del suo tempo, così ha indicato al tempo stesso la via che ci può condurre ad altre condizioni».
Questo è l’essenziale! Però nessuno ascoltò! «In lui apprendiamo la ragione più profonda dell’usura di guerra e di altre macchie nere che, accanto a tante cose belle e gratificanti, si mostrano nel quadro odierno della vita popolare. Egli conosce però anche le forze interiori più profonde della vita popolare e sa come esse possano essere liberate per realizzare quel rinnovamento morale e giuridico cui anelano i nostri migliori. Nonostante ogni dolorosa delusione che i suoi contemporanei gli prepararono, egli credette in queste forze e nel loro vittorioso prorompere». Solo che è arrivato a un’affermazione come quella che ho citato! «Per questo verrà accolto con gratitudine in cerchie più ampie il fatto che la figlia del filosofo intenda offrire prossimamente, in più conferenze pubbliche, un’introduzione ai pensieri socio-politici di Planck». È interessante che ora, dopo un anno e mezzo, si presenti la figlia del filosofo. Questa nota è apparsa su un giornale di Stoccarda. Allora, quando da parte mia si era richiamata nel modo più chiaro possibile l’attenzione, a Stoccarda, sul filosofo Karl Christian Planck, nessuno ne aveva preso nota, nessuno si era sentito spinto a farne in qualche modo menzione. Un anno e mezzo dopo si fa avanti la figlia, la quale presumibilmente, alla morte del padre — avvenuta nel 1880 —, già era in vita, e che dunque ha atteso fino a ora per intervenire pubblicamente per lui. È un esempio che si può non già decuplicare, ma centuplicare, e dal quale risulta ancora e ancora come sia difficile far valere insieme la portata onnicomprensiva della scienza dello spirito e il singolo concreto-pratico, sebbene per ciò sussista naturalmente una necessità assoluta. Infatti soltanto attraverso la portata onnicomprensiva della scienza dello spirito — questo dev’essere compreso — è possibile una guarigione di ciò che vive nella cultura del nostro tempo. E perciò era necessario mantenere in qualche modo ciò che chiamiamo scienza dello spirito antroposoficamente
orientata nel solco serio dal quale il movimento teosofico si è sempre più allontanato. Lo spirito che era stato afferrato nell’epoca dei filosofi greci doveva ancora compenetrare le cose, anche se per ciò sorgeva l’opinione che gli scritti fossero difficili da leggere. E ciò non era talvolta facile. Proprio entro il movimento incontrava le maggiori difficoltà. Una delle massime difficoltà era questa: ci sono voluti veramente più di dieci anni abbondanti per superare un’astrazione di fondo. Si doveva lavorare lentamente e pazientemente per superare un’astrazione di fondo che era tra le cose più dannose nel nostro movimento. Questa astrazione di fondo consisteva semplicemente nel mantenersi attaccati alla parola «teosofia», del tutto indifferenti se qualcosa che si chiamava «teosofico» fosse realmente compenetrato della spiritualità della vita moderna o se fosse roba alla Rohm o di altro genere. Se si chiamava «teosofico», allora era equiparato, perché questo esigeva la «tolleranza teosofica». Lentamente e poco a poco fu possibile farsi avanti contro queste cose, perché del tutto non lo si poteva dire all’inizio — altrimenti sarebbe apparso come una pretesa — e suscitare il sentimento che vi è pur sempre una differenza fra le cose, e che la tolleranza, usata in questo senso, non esprime altro che la più assoluta mancanza di carattere nel giudizio. Ciò di cui si tratta è proprio il tendere a un sapere, a una conoscenza che sia all’altezza della realtà, che possa stare alle esigenze della realtà. Può star dietro alle esigenze della realtà soltanto una scienza dello spirito che lavori con i concetti del nostro tempo. E non il vivere in gradevoli rappresentazioni teosofiche, bensì il lottare per la realtà spirituale è ciò verso cui si deve tendere. Molti uomini oggi non hanno alcuna idea di che cosa significhi realmente farsi strada verso la realtà, perché non si vuole ancora conquistare piena chiarezza sulla logora consunzione dei concetti con cui oggi si lavora. Solo una piccola prova,
tratta da un campo apparentemente lontano, di una lotta per la realtà nelle rappresentazioni vi voglio presentare. Permettetemi di proporvi questo elemento un poco astratto; sarà breve. Nel XIX secolo vi erano sempre alcuni singoli che si misuravano con la realtà, come essa doveva irrompere in concezioni di vita del tutto nuove, concezioni di vita non solo nel senso triviale, bensì concezioni di vita di cui si ha bisogno proprio nella vita pratica. Così in un determinato tempo del XIX secolo divenne fragile il concetto di parallele, valido fin dall’antico Euclide. Quando due rette sono parallele? Ora, chi non avrebbe chiaro che due rette sono parallele quando, per quanto le si prolunghi, non si tagliano? Questa è del resto la definizione: due rette sono parallele se, per quanto vengano prolungate, non si incontrano. Vi sono stati uomini, nel XIX secolo, che hanno impiegato l’intera vita a giungere a chiarezza su questo concetto, perché esso, davanti a un pensiero rigoroso, non regge. E voglio leggervi una lettera scritta da uno dei due Bolyai, Wolfgang Bolyai, per mostrarvi che cosa significhi lottare nelle rappresentazioni. Il matematico Gauss aveva iniziato a riflettere sul fatto che la definizione: «due rette sono parallele quando si tagliano a distanza infinita oppure non si tagliano affatto», non dice in realtà nulla, è solo una chiacchiera. Il Bolyai più anziano, il padre, era amico e allievo di Gauss, ma aveva anche stimolato il figlio, il Bolyai più giovane. E il padre scriveva al figlio: «Non devi tentare le parallele per quella via; io conosco questa via fino in fondo — ho anch’io percorso questa notte senza fondo, ogni luce, ogni gioia della mia vita vi sono state spente — ti scongiuro in nome di Dio! lascia in pace la dottrina delle parallele — devi averne lo stesso ribrezzo che si ha per una compagnia dissoluta: essa può privarti di tutto il tuo riposo, della salute, della tua quiete e di tutta la tua felicità di vita. — Questa tenebra senza fondo inghiottirebbe forse mille colossi alla Newton, e mai
si farà chiaro sulla terra, e la misera stirpe umana non avrà mai nulla di perfettamente puro, neppure la geometria; vi è nella mia anima una ferita profonda ed eterna; Dio ti scampi che essa mai si conficchi così profondamente anche in te. Essa rapisce il piacere per la geometria, per la vita terrena; mi ero proposto di sacrificarmi per la verità; sarei stato pronto a divenire martire, pur di consegnare al genere umano la geometria pulita da questa macchia. Lavori spaventosi, immensi ho compiuto, ho realizzato di gran lunga più di quanto finora sia stato realizzato, ma nessuna soddisfazione perfetta ho mai trovato; qui vale però: si paullum a summo discessit, vergit a imum. — Sono tornato indietro, quando ho compreso che dalla terra non si può raggiungere il fondo di questa notte, senza consolazione, compatendo me stesso e l’intero genere. Impara dal mio esempio; volendo conoscere le parallele, sono rimasto ignorante; esse mi hanno tolto tutti i fiori della mia vita e del mio tempo. Qui sta perfino la radice di tutti i miei errori successivi, e da qui è piovuto su di me dalle nubi domestiche. — Se avessi potuto scoprire le parallele, sarei diventato un angelo, anche se nessuno avesse saputo che le avevo trovate. Non tentare; non mostrerai mai che, con le incessanti incurvazioni della stessa misura, venga tagliata la retta sottostante; in questa materia sta un circulus che eternamente si riavvolge in se stesso — un labirinto che attira sempre dentro: chi vi si avventura impoverisce, come un cercatore di tesori, e resta ignorante. Anche se dovessi pervenire a qualsiasi absurdum, tutto è inutile, non potrai porlo come un assioma; … le colonne di Ercole stanno in queste contrade, non andare oltre di un solo passo, altrimenti sei perduto». Eppure anche il Bolyai più giovane andò oltre su questa via, e impiegò la sua intera vita ancor più del padre per giungere, in un campo dove sembra di avere un concetto del tutto reale,
che però è soltanto una chiacchiera, a un concetto concreto. Voleva trovare se esiste davvero qualcosa come due rette che, anche a distanza infinita, non si tagliano; nessuno infatti ha rincorso questa distanza infinita, perché ciò richiederebbe un tempo infinito, e questo non è ancora trascorso: è una mera chiacchiera. Nelle più estese ramificazioni concettuali stanno queste mere chiacchiere, stanno le mere ombre concettuali. Volevo soltanto rendervi attenti a qualcosa di astratto, perché vediate quanto profondamente spiriti più rigorosi del XIX secolo abbiano sofferto dell’astrattezza dei concetti! È interessante vedere che, mentre in tutte le scuole si insegna: «rette parallele sono quelle che, per quanto le si prolunghi, non si tagliano», vi sono stati singoli spiriti per i quali il lavorare con tale rappresentazione divenne un inferno, perché tentavano di penetrare verso un concetto reale, non verso uno schema concettuale. Sì, il lottare con la realtà, è di questo che si tratta, ed è ciò che oggi le persone più o meno fuggono, non vogliono, perché ritengono — almeno credono di ritenere — di avere «alti ideali»! Sì, non sugli ideali si fa conto, bensì sugli impulsi che lavorano con la realtà. Pensate: uno si mette là e dice questa bella frase: deve pure venire finalmente un tempo in cui il più capace trovi nella vita la dovuta considerazione. — È un programma molto bello! Si possono perfino fondare società con il programma di riformare la società in modo che il più capace giunga al posto che gli spetta; si potrebbero perfino fondare scienze politiche su questa proposizione. Ma non è la proposizione che importa, bensì il suo essere intriso di realtà. Infatti, a che serve se questa proposizione vale tanto, se viene rappresentata da tante società come primo punto programmatico, e gli uomini che ne hanno il potere considerano poi come il più capace il proprio nipote! Non si tratta di far valere la proposizione astratta che il più capace venga messo al posto giusto, bensì di avere la capacità di trovare davvero il più capace,
di non trovare il nipote! Bisogna comprendere come i concetti astratti cadono dappertutto nelle fessure della vita, vale a dire nelle crepe della vita, come non significano nulla in nessun luogo, e come il nostro intero tempo è pieno di soli bei concetti — contro la cui bellezza concettuale nulla si vuole obiettare —; ma di ciò che importa è l’afferrare la realtà, la conoscenza della realtà. Immaginiamo che il leone volesse fondare un ordinamento del mondo per gli animali, volesse dividere il regno terrestre in modo che fosse giusto. Che cosa farà il leone? Non credo che al leone verrà in mente di insistere perché nel deserto i piccoli animali che il leone di solito mangia abbiano la possibilità di non essere mangiati dal leone! Non lo credo: egli considererà invece suo diritto di leone divorare i piccoli animali che gli capitano. Potrebbe invece venirgli in mente di stabilire, ad esempio per il mare, come misura giusta, che gli squali non mangino piccoli pesci. Potrebbe accadere, e potrebbe perfino accadere che il leone stabilisca un ordine animale terribilmente buono, così che nel mare e al Polo Nord e altrove, dove appunto il leone non è di casa, tutti gli animali stiano straordinariamente bene secondo libertà. Ma se gli piaccia introdurre proprio quello stesso ordine nel territorio del leone, è molto da chiedersi. Il leone sa benissimo che cosa sia un ordinamento del mondo giusto, e l’applicherà benissimo agli squali. Bene, non parliamo del leone, parliamo dell’Hungaricus. Vi ho detto recentemente che è apparso un piccolo opuscolo: «Conditions de paix de l’Allemagne». Questo opuscolo veleggia ora pienamente nella scia di quella carta dell’Europa che ha avuto la sua prima annunciazione nella famosa nota dell’Intesa a Wilson, per lo smembramento dell’Austria. Ne abbiamo parlato. L’Hungaricus, in sostanza, a eccezione della Svizzera, è del tutto d’accordo con questa carta. Egli parla anzitutto molto saggiamente — come ora la maggior parte degli uomini parla saggiamente — del diritto delle nazioni, anche del diritto delle piccole nazioni, del diritto che lo Stato debba coincidere con la forza della nazione, e così via. Tutto ciò è ovviamente molto bello, così come
la proposizione che il più capace debba andare al posto giusto è anch’essa molto bella. Finché si rimane in queste ombre concettuali, ci si può leccare le dita, se si è idealisti astratti e si legge l’Hungaricus. Per gli Svizzeri l’Hungaricus è più piacevole a leggersi della carta che ho mostrato, per il fatto che l’Hungaricus non cancella la Svizzera, anzi l’ingrandisce: le attribuisce infatti il Vorarlberg e il Tirolo. Per questo consiglio proprio agli Svizzeri di leggere l’Hungaricus, anziché attenersi a quella carta. Ma ora egli divide anche il mondo. Si può dire che lascia a tutti, a tutti i popoli, anche ai più piccoli, nel suo modo il più assoluto dei diritti di libero sviluppo — se non crede di urtare in qualcosa l’Intesa. Allora orla un poco la parola: per la Boemia dice indipendenza, per l’Irlanda dice ovviamente autonomia. Sì, è così, no? Acconciare la cosa si può sempre. E così il mondo viene ritagliato, l’Europa è suddivisa con molta grazia, in modo che, eccettuate le cose cui ho appena accennato — perché non si urti —, si è davvero tentato di assegnare le più piccole nazionalità a quegli Stati ai quali i rappresentanti dell’Intesa credono che dette nazionalità di quelle piccole regioni appartengano. Importa poi meno se queste piccole regioni abbiano davvero quelle nazionalità: importa che da quella parte si creda che esse appartengano a quelle nazionalità. Si sforza dunque, in modo molto grazioso, di suddividere il mondo: il mondo che sta al di fuori del deserto — ah, pardon —, al di fuori dell’Ungheria, perché in Ungheria esercita il suo diritto di leone! Per gli squali fonda la piena libertà! Ma la nazione magiara è la sua nazione, e questa deve comprendere non soltanto ciò che già oggi comprende — sebbene comprenda anche soltanto una minoranza di Magiari, mentre la maggioranza è di altra popolazione —, ma deve diventare ancora più grande. Là dunque egli è del tutto e completamente il leone. Lì si vede come oggi si fanno i concetti, come oggi si pensa. Bisogna studiarlo per vedere come è necessario trovare il passaggio a un pensare intriso di realtà. A ciò
sono necessari concetti come quelli che vi ho presentato. E voglio mostrare, e devo mostrare, come il pensiero spirituale conduca proprio a idee conformi alla realtà. Si tratta dovunque di collegare il giusto pensiero con la cosa; allora si riconosce se la cosa corrisponde alla realtà o no. Prendete ad esempio l’attuale nota di Wilson al Senato. Ciò che è esempio modello può perfino, sotto un certo aspetto, essere efficace; ma non è di questo che si tratta, bensì del fatto che essa contiene «ombre concettuali». Se è efficace, è per l’intrico del tempo, su cui appunto l’intricato può avere qualche influsso. Prendete la cosa in modo del tutto oggettivo; provate però una volta a formarvi un concetto col quale possiate misurare la realtà, il contenuto di realtà che potrebbe eventualmente essere collegato con quelle ombre concettuali. Vi basta porvi una sola domanda: non avrebbe forse potuto essere scritta la stessa nota anche nel 1913? Questi idealismi che vi stanno dentro sarebbero tutti potuti essere scritti nel 1913 esattamente così come vi stanno oggi! Vedete, è un pensare non conforme alla realtà, che crede all’assolutezza. Che in ogni tempo si tiri fuori «assolutamente» quel risultato, è un pensare non conforme alla realtà. E per questo, al presente, vi è così poco talento per riconoscere questo pensare non conforme alla realtà, perché si guarda soltanto al «giusto», mentre conta anche ciò che è conforme alla realtà. Per questo ho fortemente sottolineato nel mio libro «L’enigma dell’uomo» che entra in considerazione non soltanto il logico, ma il conforme alla realtà. Una sola decisione che tenga conto di un fatto del presente, dell’immediato presente, varrebbe più dell’intera fraseologia. Forse proprio sui documenti storici si può comprendere che ciò che qui viene detto è connesso con le realtà, perché a poco a poco sono stati portati in superficie quegli uomini che vogliono ormai governare il mondo soltanto con astrazioni, e ciò ha condotto allo stato attuale; mentre un pensare reale, che entra nelle cose, trova ovunque anche realtà. Esse stanno — vorrei dire — così vicine, queste realtà! Pensate solo una volta:
prendete questo concetto reale, questo concetto di realtà che ho già esposto da un altro punto di vista, in questi ultimi giorni, quando vi mostravo come da sud salga ciò che è poi divenuto Italia, l’elemento sacerdotale, cultuale, che si è creata l’opposizione nel protestantesimo mitteleuropeo; come da occidente si sia formato l’elemento diplomatico-politico, che a sua volta si è creato l’opposizione; come da nord-ovest si formi l’elemento mercantilistico, che a sua volta si è creato l’opposizione; e come nell’Europa centrale debba necessariamente esistere un’opposizione che muove dall’Universalmente-Umano. Mettiamoci ancora una volta davanti agli occhi questo irradiarsi.
[facsimile manoscritto]
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[facsimile manoscritto]
Già nel quarto periodo postatlantico si è cominciato — in progresso rispetto all’antica quadripartizione, in cui si parlava di caste — a denominare in modo un poco diverso questa articolazione degli uomini.
Platone parlò del «ceto degli istruttori»; il ceto degli istruttori è quello di cui Roma, la Roma sacerdotale, la Roma papale, ha preso il monopolio. Il ceto degli istruttori è arrivato a riservare a sé soltanto la fissazione dogmatica della verità, e a non concedere ad alcuno di stabilire da sé le verità. Soltanto da qui doveva muovere il rifornimento della dottrina, persino della dottrina nelle cose supreme. L’elemento politico-diplomatico, su un altro campo, non è altro che il «ceto guerriero» platonico. Vi ho esposto come, nonostante il cosiddetto militarismo prussiano, il ceto guerriero si sia in realtà formato a partire dalla Francia, dopo che il suo fondamento è stato addirittura creato in Svizzera. Il ceto guerriero parte da lì, si crea naturalmente la sua opposizione per il fatto che vorrebbe tenere lontano dagli altri ciò che pretende per sé. Vuole dominare il mondo da solo in modo militare, e quando da altre parti gli si presenta qualcosa di militare, lo trova ingiustificato, proprio come Roma trova ingiustificato che da altra parte le si presenti qualcosa intorno alle verità del mondo. E qui, invece di «mercantilistico», potremmo scrivere altrettanto bene il «ceto nutritivo». Ciò che, nel più intimo profondo — pensateci solo, meditatelo —, corrisponde a questo terzo fattore, è il ceto nutritivo. Che cosa viene là negato? Ovviamente i mezzi di nutrimento! E se applicate correttamente i concetti platonici, li applicate in modo conforme alla realtà, allora trovate dappertutto la realtà. I vostri concetti sono allora fatti in modo tale che con essi vi immergete nella realtà. Dovete trovare la via dal concetto dentro la realtà, e fin nelle cose più concrete della realtà il concetto si troverà dentro. Le ombre concettuali non trovano in nessun luogo la realtà, ma con le ombre concettuali si può chiacchierare molto graziosamente, idealizzare; mentre, se lavorate con concetti reali, comprenderete le cose fin nei minimi particolari. E qui vedete il compito della scienza dello spirito: essa conduce a tali concetti, mediante i quali potete realmente trovare la vita, che è infine una crea-
zione dello spirito; mediante i quali però vi farete anche strada lottando, per collaborare alla vita in modo reale. Rispetto a un concetto è particolarmente necessario, oggi, in cui l’umanità è così terribilmente schiacciata dal destino, pensare realisticamente, in modo conforme alla realtà; perché il concetto irreale sta in questo campo particolarmente vicino. Nel modo più irreale parlano oggi i pastori, quando parlano in un qualche campo. Anche su questa guerra parlano naturalmente nel modo più irreale, perché quando descrivono come in questa guerra si esprima il cristianesimo o la coscienza di Dio — ecco, è davvero da arrampicarsi sui muri, come si dice. Ne viene fuori qualcosa di terribile. Spesso da quella parte viene fuori qualcosa di terribile anche da altre cose, ma proprio in questo campo si mostra l’assurdo. Prendete una volta in mano scritti sulla guerra che proprio da quella parte appaiono ora come prediche o simili, e guardateli con sano intelletto umano. È anche ovvio, ovviamente, che si dica: ma l’umanità deve essere esposta al greve, doloroso destino? Non possono le forze divino-spirituali intervenire direttamente per il bene dell’umanità, per portare la salvezza? E qui dev’essere detto: con apparente alta ragione si parla così, ma non vi è alcun concetto conforme alla realtà, perché non si coglie ciò che da questo punto di vista è fondato nella realtà. Vi voglio chiarire ciò che importa con un paragone. L’uomo è organizzato in un certo modo. Egli prende cibo; i cibi sono organizzati o conformati in modo che egli possa proseguire la sua vita. Pensate: se egli si rifiutasse di assumere cibo, dimagrirebbe, si ammalerebbe, alla fine morirebbe di fame. È naturale dire che sarebbe una debolezza o un male da parte della divinità lasciar morire di fame l’uomo che assolutamente non vuol mangiare? Non è una debolezza della divinità. La divinità ha creato i cibi; all’uomo non resta che
mangiare. La saggezza di Dio si mostra nel fatto che i cibi sostentano l’uomo; se egli rifiuta di prenderli a sé, non può accusare Dio di lasciarlo morire di fame. Ora, trasferite per analogia questo all’altro caso: l’umanità deve considerare la vita spirituale come un nutrimento. Essa è qui dagli dèi, ma dev’essere assunta. E dire: gli dèi devono intervenire direttamente — non significa altro che dire: se non voglio mangiare, il Signore Iddio mi deve saziare in un altro modo. — Attraverso l’ordinamento sapiente del mondo è sempre presente ciò che può condurre alla salvezza, ma l’uomo deve mettersi in rapporto con esso. Per questo anche la vita spirituale necessaria per il XX secolo non verrà da sé, ma gli uomini se la devono conquistare, devono accoglierla. Se non l’accolgono, verranno tempi sempre più tetri e tetri. E ciò che accade esteriormente sarà soltanto Maja, perché la connessione interiore è che attualmente un’epoca antica lotta con una nuova. Attualmente sale ovunque, in lotta, l’Universalmente-Umano nei confronti dell’elemento delle singole caste. E quando oggi si crede che siano le nazioni a combattere fra loro, è Maja — l’ho già accennato anche da altri punti di vista — solamente perché le cose si raggruppano nell’uno o nell’altro modo, ciò che non corrisponde esattamente all’andamento interiore: in verità sono in atto contrasti del tutto diversi. Sono in atto il contrasto fra antico e nuovo. Si fanno strada, lottando, leggi del tutto diverse da quelle che tradizionalmente hanno dominato il mondo. E ancora una volta era Maja — vale a dire qualcosa che si presenta in forma falsa — il modo in cui queste altre leggi si sono fatte strada per il socialistico. Il socialismo non è ciò che è connesso con la verità; soprattutto non è connesso con lo spirituale, bensì è qualcosa che vuole proprio connettersi con il materialismo. Ciò che propriamente vuole farsi strada è l’omnilateralmente armonica umanità di fronte alle unilateralità del ceto istruttore, del ceto guerriero e del ceto nutritivo. La lotta durerà certamente a lungo,
ma può essere condotta nei modi più diversi. Se ci si fosse rivolti, nel senso di Planck, a una sana prassi di vita nel XIX secolo, la cruenta prassi del primo terzo del XX secolo sarebbe stata almeno mitigata. Con idealismi non si possono mitigare le cose, ma soltanto pensando realisticamente; e pensare realisticamente significa sempre anche pensare spiritualmente. Si può ugualmente dire: ciò che deve accadere, deve accadere. Ciò che si fa strada lottando deve attraversare tutto questo, per giungere a unire la spiritualità con l’anima, a crescere nello spirituale. Il tragico destino dell’umanità sta nel fatto che gli uomini che si fanno strada lottando vogliono farlo non nel segno dello spirituale, ma nel segno del materiale. Ciò li portò anzitutto in conflitto con quelle confraternite che, in grande, vogliono sviluppare gli impulsi dell’elemento mercantilistico, dell’elemento industrial-commerciale in modo materialistico. Questo è infatti il principale conflitto del presente; l’altro è soltanto fenomeno collaterale, spesso terribile fenomeno collaterale. Proprio lì si guarda dentro una terribile Maja. Ma è pur possibile che le cose vengano perseguite in modo diverso. Sarebbe stato necessario che, al posto degli agenti delle confraternite di cui ho parlato, fossero stati al comando altri uomini. Allora ci troveremmo oggi in trattative di pace, allora non sarebbe stato sopraffatto dalle grida l’appello natalizio per la pace! Sarà oltremodo difficile, rispetto a certe cose, trovare concetti e idee chiari e portatori di realtà; ma ognuno deve cercarli nel proprio campo. E chi penetra un poco nel senso della scienza dello spirito e confronta questo senso della scienza dello spirito con altro che appare al presente, vedrà bene che questa scienza dello spirito è l’unica via per giungere a concetti pieni di realtà. Questo volevo rivolgervi come una parola seria in questo tempo, mostrarvi in certo qual modo — sebbene il compito della scienza dello spirito possa essere afferrato soltanto dallo spirito stesso, non in ri-
guardo a ciò che è stato discusso oggi, ma soltanto dalla conoscenza, dallo spirito stesso — quale sia però il significato, l’essenza della scienza dello spirito per il presente, e quanto sarebbe necessario che tutto ciò che ora si può fare per far conoscere la scienza dello spirito venga davvero fatto. È necessario, in questo tempo grave, che accogliamo la scienza dello spirito non soltanto nelle nostre teste, ma che l’accogliamo realmente in cuori caldi. Infatti soltanto se l’accogliamo nel calore del nostro cuore saremo in grado di sviluppare la forza di cui il presente ha bisogno. E allora nessuno deve pensare di sé come se non fosse adatto al proprio posto o non fosse abbastanza forte per fare ciò che importa. Ciascuno troverà al proprio posto, per via del suo karma, la possibilità di porre al momento giusto al destino le domande corrispondenti. Anche se questo momento giusto forse non è oggi né domani, esso verrà in qualche modo. Per questo importa stare saldi e sicuri negli impulsi di questo movimento spirituale, una volta che lo si è compreso. Particolarmente oggi è necessario porsi come meta questa saldezza e sicurezza. Infatti o deve accadere — il che è possibile, ma su cui non si deve fare conto — qualcosa di importante da una qualche parte nel tempo prossimo, oppure tutti i rapporti della vita vanno incontro a grandi difficoltà. Sarebbe soltanto sconsideratezza non farselo presente. Ciò che ora si chiamava guerra ha potuto durare due anni e mezzo, e le condizioni sono rimaste sostenibili come sono fino a ora; ma adesso non andrà più per un altro anno. E lì anche movimenti come il nostro dovranno passare per la prova. Non si potrà dire: quando ci ritroveremo? — o: perché non ci ritroviamo? — o: perché non appare questo o quello? —, ma si dovrà portare nel proprio cuore, anche attraverso periodi di tempo pericolosi, il sicuro sentimento dell’appartenenza. Proprio ora volevo rivolgervi una tale parola, perché è in ogni caso possibile che in un tempo non poi così lontano non vi sia nemmeno una
possibilità di comunicazione, perché ci ritroviamo; non intendo soltanto una possibilità di permesso, ma una possibilità di comunicazione. Non possono infatti reggere a lungo le cose che fanno l’intera vita culturale moderna, se irrompe in questa vita culturale moderna qualcosa che è bensì uscito da essa, ma le contraddice nel senso più eminente. Per ciò appunto sta l’assurdo: che vengono prodotte dalla vita stessa cose che poi le contraddicono. Dobbiamo dunque essere pronti al fatto che anche per il nostro movimento possano venire tempi difficili. Ma essi non ci sconcerteranno, se abbiamo accolto in noi l’interiore sicurezza, chiarezza e il giusto sentimento del significato e dell’essenza del movimento, se sapremo guardare al di là del singolo elemento personale in tempi così seri. Proprio questo dovrà rendere il nostro movimento: sollevare il nostro sguardo al di là del singolo personale, dirigere il nostro sguardo alle grandi questioni dell’umanità che sono in gioco. E la più grande è pur questa: ottenere comprensione per un pensare conforme alla realtà. A ogni passo, dappertutto, si trova l’impossibilità di trovare un pensare conforme alla realtà. Bisogna esserci con il proprio cuore in tale cosa, e allora non si potrà smarrirsi nei particolari per via di vari egoismi. Questo è ciò che vorrei dirvi come una sorta di commiato oggi, in cui per qualche tempo dobbiamo congedarci. Rendetevi così forti — anche per il caso che non sia necessario — che il vostro cuore possa portare attraverso, perfino nella solitudine dell’anima, ciò che pulsa nella scienza dello spirito, e con cui noi vogliamo pure occuparci qui. Già il pensiero che vogliamo essere sicuri aiuterà moltissimo; perché i pensieri sono realtà. Qualche difficoltà che si profila può ancora essere allontanata dal nostro avere un autentico, serio cercare nella direzione qui ripetutamente discussa. Non dipenderà da noi, che ora dobbiamo essere per un po’ lontani da qui; ci prenderemo cura di tornare, se potrà essere. Ma anche se ci vorrà più tempo e dipenderà da altro, allora vogliamo non lasciare mai svanire qui il pensiero
dal nostro cuore, dalla nostra anima, che proprio in questo luogo, dove il nostro movimento è giunto fino alla costruzione visibile, sussiste l’esigenza più intensa di concepire questo movimento in modo così positivo, così concreto, così energico, che noi lo portiamo davvero attraverso insieme, qualunque cosa accada. Per ciò, ovunque saremo, vogliamo stare insieme in pensieri fedeli, energici e cordiali, e udirci, anche se ciò non potrà avvenire con orecchie fisiche. Ma ci udiremo davvero solo se cercheremo questo udirci in pensieri forti, e non in sentimentalismi. Per i sentimentalismi il nostro tempo è poco adatto. In questo senso vi dico questa parola di congedo, che per molti è parola di saluto per un vivere insieme che ora si ricollega più nello spirito di quanto sia stato possibile qui sul piano fisico. Speriamo che anche quest’ultimo possa esserci di nuovo in un tempo non lontano.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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