È nostra aspirazione cercare, per quanto possibile, di penetrare con la conoscenza in quei mondi che restano chiusi alla conoscenza comune e dipendente dai sensi, che è legata al piano fisico. Nel corso degli anni ci siamo abituati a pensare che l’uomo, nel corso della vita in cui egli è chiuso all’interno del suo corpo fisico, vive in un mondo che costituisce solo una piccola parte di tutto il mondo reale. Dato che ci incontriamo così raramente, in occasione di questi incontri non possiamo spiegare tutto a partire dai fondamenti.
Grazie agli altri nostri incontri e alle nostre pubblicazioni, deve comunque essere possibile riconoscere che sono assolutamente fondate le cose di cui parliamo durante queste nostre riunioni, che solo raramente possiamo tenere. Infatti, proprio in occasione di questi incontri deve essere nostra esigenza imparare a conoscere le cose importanti ed essenziali che riguardano il mondo reale più vasto (che include il mondo fisico e quello spirituale) cui abbiamo accennato sopra.
Dall’ultima volta che ci siamo incontrati qui, sono successe molte cose anche all’interno dei circoli nei quali viene coltivata la nostra scienza dello spirito. Un gran numero di cari amici ha attraversato la soglia della morte. Già dall’inizio di questo difficile tempo di guerra hanno attraversato la soglia della morte amici che devono partecipare in modo diretto ai grandi avvenimenti. Ciò significa che anche all’interno della nostra cerchia siamo stati toccati dal grande mondo spirituale, per il fatto che delle anime che erano nelle nostre fila sono entrate in esso dopo avere deposto il proprio corpo. Fa parte del modo di pensare che scaturisce dalla nostra scienza dello spirito il fatto che per noi le anime che hanno lasciato il piano fisico e sono state accolte da un altro mondo restano comunque legate a noi, allo stesso modo in cui lo erano quando ci guardavano ancora con gli occhi fisici e potevano parlarci grazie agli strumenti del corpo fisico.
Proprio quando ci si avvicina al mondo che accoglie i nostri morti, in quei momenti nei quali ci si avvicina di più alle anime dei cosiddetti defunti, si impara a conoscere tutte le cose sconvolgenti che si devono pur riversare sulla nostra anima, se questa stessa anima cerca di guardare oltre quella soglia che ci separa dal mondo spirituale, e di entrare nel mondo che può essere contemplato solo nello stato incorporeo dell’anima. E forse troverete comprensibile che, a partire da diverse sensazioni che hanno attraversato la mia anima nel corso dell’anno da quando ci siamo visti, a partire appunto da queste sensazioni risuoni qualche parola che oggi dobbiamo dirci.
Proprio negli ultimi anni ho dovuto spesso dire ai nostri amici che la giusta fiducia di colui che vede dentro le condizioni dell’esistenza può svilupparsi veramente, sapendo che coloro che hanno passato la soglia della morte e che qui erano state anime che fedelmente avevano collaborato, tali restano. Sicché il nostro lavoro non perde certamente la collaborazione di quelle anime che hanno sviluppato una comprensione per ciò di cui noi ci occupiamo, proprio per il fatto che qui esse erano unite a noi prima di attraversare la soglia della morte. E tra queste anime ci sono dei collaboratori tanto fedeli che possiamo dire: se qualche volta qui nel mondo fisico l’opposizione e l’incomprensione proprio nei riguardi delle nostre cose è così grande e lo diventa sempre di più (come è possibile constatare), possiamo tuttavia confidare che tali cose si inseriranno nel processo di sviluppo dell’umanità; è possibile infatti ricavare questa fede dal legame che abbiamo con le anime che si sono liberate dal corpo, le quali hanno compreso l’enorme importanza che le nostre cose hanno per il processo di sviluppo dell’umanità.
Tuttavia proprio quando l’uomo, tramite l’anima che si è aperta, si avvicina al mondo nel quale ci sono i cosiddetti morti — si può effettivamente dire così, anche se chiaramente i morti sono dappertutto nel mondo spirituale —, proprio quando l’uomo è in grado di avvicinarsi, direi come un visitatore, come un accompagnatore dei defunti, al mondo spirituale, egli impara a conoscere sempre più ciò che anche qui è stato sottolineato: che veramente i concetti, le rappresentazioni, le idee che noi ci facciamo sul mondo, e che ci formiamo in questo modo per il fatto di essere nel corpo fisico, devono essere modificate e rese malleabili affinché possano effettivamente cogliere quelli che sono i misteri dell’esistenza spirituale. L’uomo attuale è molto ma molto adattato alla pura osservazione materiale del proprio ambiente, e per questa ragione egli si è formato anche le proprie rappresentazioni conformemente a questa visione puramente materiale. Perciò gli risulterà soprattutto difficile penetrare nei mondi spirituali tramite la sola rappresentazione. Molti credono che non sia possibile comprendere il mondo spirituale se non si è ancora in grado di guardarvi dentro. Essi però credono così solo perché hanno reso le proprie idee rigide e morte, essendosi abituati troppo a pensare unicamente al mondo fisico.
Fatta questa premessa, oggi voglio parlarvi di qualcosa che ha a che fare con la vita dei cosiddetti morti. Sappiamo che, se vogliamo prendere in considerazione la vita tra morte e nuova nascita, dobbiamo considerare e dobbiamo tenere conto del modo in cui l’uomo si compone delle quattro parti costitutive che noi conosciamo bene: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e io. Se prendiamo innanzitutto in considerazione il dato più esteriore e ancora visibile dal piano fisico, quello della morte, vediamo che esso consiste nel fatto che l’uomo depone il proprio corpo fisico. Non è necessario tenere conto dei diversi modi nei quali ora questo corpo fisico si unisce all’esistenza terrestre, se tramite combustione o decomposizione (in fin dei conti entrambe le modalità si differenziano solo per la loro diversa durata); ma se consideriamo che il corpo fisico dell’essere complessivo dell’uomo decade nella morte e, come si dice, si unisce alla terra, se ci limitiamo a considerare questo fatto nel suo significato per il piano fisico, allora l’avremo considerato in modo assai incompleto. Spesso esso viene considerato in modo assai imperfetto persino da orientamenti scientifico-spirituali che riescono a vedere fino a un certo grado negli ambiti spirituali. Essi si lasciano ancora fuorviare da ogni sorta di idee morali, le quali però da diversi punti di vista sono proprio inadatte a comprendere adeguatamente il modo in cui lo spirituale entra nel mondo fisico.
Tutti gli eventi fisici hanno anche i loro significati spirituali; non esiste un evento fisico che non abbia un significato spirituale. L’evento fisico consiste quindi nel fatto che il nostro corpo fisico ci abbandona, si disgrega nelle sue parti, nelle sue molecole, nei suoi atomi, e viene affidato alla terra. Ora, un grande preconcetto dell’attuale visione materialistica del mondo — la quale da molto tempo ormai domina più o meno l’umanità — è che il corpo umano, così come lo portiamo dalla nascita fino alla morte (o, diciamo, dal concepimento fino alla morte), si disgreghi in parti piccolissime, in atomi, e che questi atomi vengano poi incorporati alla terra, oppure a zone della terra, e poi, sotto forma di atomi, passino in altri esseri. È facile cadere in questo pregiudizio tramite l’attuale visione materialistica. Ma già questo modo di rappresentarsi la realtà, dal punto di vista della scienza dello spirito, null’altro è che un’assurdità. Infatti gli atomi, nel senso in cui essi vengono intesi dai chimici, in realtà non esistono. Ciò che risulta dalle minuscole particelle del nostro corpo, indipendentemente dal modo in cui esso viene riunito alla terra, alla fin fine è calore. In fondo, in un certo modo e in un lasso di tempo che può essere più breve o più lungo, il nostro organismo fisico complessivo si trasforma in calore.
Per questa ragione nella scienza dello spirito, come è noto, parliamo anche del calore come del quarto stato di aggregazione, mentre la fisica non lo riconosce come quarto stato di aggregazione, ma solo come una caratteristica del corpo. Ed è realmente questo calore ciò che innanzitutto viene dato alla terra. Esso viene trasmesso alla terra. Dunque, a partire dal nostro corpo noi diamo calore alla terra. Il calore presente nella terra è davvero intimamente connesso a quanto gli uomini lasciano dietro di sé. L’uomo non si trasforma in aria o in acqua o altro ancora; questi sono solo stati transitori che egli attraversa. Ciò che di lui diventa aria e acqua, diventa infine calore. Sì, anche se gli ultimi resti della materialità si trasformeranno in calore solo fra centinaia di anni, anche se il mio sistema osseo si trasformerà in calore solo fra migliaia di anni, alla fine si trasformerà comunque in calore. E anche per gli antichissimi scheletri di uomini che hanno calcato la terra in tempi remoti e che vedete quando andate nei musei, anche per loro prima o poi arriverà il momento in cui ciò che oggi è presente nello scheletro sarà solo calore all’interno del corpo della terra. Che il nostro corpo fisico resti alla terra ha, per colui che ha oltrepassato la soglia della morte, una grande e fondamentale importanza. Egli va nel mondo spirituale, lasciando il proprio corpo alla terra. Per il cosiddetto morto questa è un’esperienza, un evento. Egli fa quest’esperienza: il tuo corpo va via da te.
Bisogna immaginare che ciò sia un’esperienza. Ma di che genere di esperienza si tratta? Ve ne potete fare un’idea se considerate le esperienze sul piano fisico. Un’esperienza è, diciamo, quando voi sperimentate una qualsiasi nuova sensazione che non avete mai avuto prima e imparate a comprenderla: in questo caso avete assegnato alla vostra anima qualcosa che prima non possedevate, un nuovo concetto, una nuova rappresentazione. Ora, pensate a un’esperienza del genere, ma enormemente amplificata. È qualcosa di infinitamente grande ciò che l’uomo sperimenta, qualcosa che gli conferisce la possibilità — tra la morte e la nascita — di vedere, di pensare e di comprendere che egli depone il proprio corpo, che lo consegna al pianeta che adesso abbandona. Si tratta di una grande, impressionante esperienza, che non è paragonabile a nessuna esperienza dell’esistenza terrena. Il valore di un’esperienza consiste nel fatto che, come sua conseguenza, a noi resta nell’anima. Così possiamo domandare: cosa resta indietro come conseguenza di questa esperienza della dipartita del corpo fisico dal nostro essere umano complessivo?
Se nel passare la soglia della morte noi non facessimo quest’esperienza (che facciamo consapevolmente) della dipartita del nostro corpo fisico, non potremmo mai sviluppare una coscienza dell’io dopo la morte! La coscienza dell’io dopo la morte viene stimolata dall’esperienza della dipartita del corpo fisico. Per il morto quest’esperienza ha una grande importanza: io vedo sparire lontano da me il mio corpo fisico. E pure l’altra: a partire da questo evento sento sorgere dentro di me la percezione che io sono un io. Si può dire paradossalmente: se non potessimo sperimentare la nostra stessa morte dall’altra parte, dopo la morte non avremmo una coscienza dell’io. Come l’anima umana, quando entra nell’esistenza tramite la nascita o anche già tramite il concepimento, si abitua man mano ad avvalersi dell’apparato fisico e in tal modo acquisisce la coscienza dell’io nel corpo, così dall’altro lato dell’esistenza l’essere umano acquisisce la coscienza dell’io dopo la morte per il fatto che sperimenta il decadere del corpo fisico dall’uomo complessivo.
Pensate ora al significato reale di tutto ciò. Se noi consideriamo la morte dal lato fisico dell’esistenza, essa ci appare come la fine di quest’esistenza, come ciò che per la visione fisica non ha più nulla dietro di sé. Considerandola dall’altro lato, la morte è la cosa più meravigliosa che possa mai stare davanti all’anima umana. Infatti, ciò significa che l’uomo può sempre avere la percezione della vittoria dell’esistenza spirituale sulla corporeità. E mentre qui nella vita fisica non possiamo avere sempre davanti a noi la rappresentazione della nostra nascita — nessun uomo ha la rappresentazione della propria nascita, nessun uomo può sapere qualcosa della propria nascita a partire dalla propria esperienza fisica —, dunque, quanto poco noi possiamo guardare indietro alla nostra nascita qui nella vita fisica, tanto più è sicuro che, se dopo la morte diventiamo completamente coscienti, avremo sempre l’evento della nostra morte direttamente davanti a noi. Questo evento della morte non ha però niente di angosciante, ma è l’avvenimento più grande, più meraviglioso, più bello che noi possiamo avere davanti alla nostra anima. Esso infatti ci mostra sempre tutta la grandiosità del fatto che dalla morte proviene la coscienza, la coscienza di sé nel mondo spirituale, ovvero che la morte è l’impulso a questa coscienza di sé nel mondo spirituale.
In secondo luogo dobbiamo prendere in considerazione la seconda parte costitutiva della nostra esistenza umana, il corpo eterico. Dalle spiegazioni elementari attraverso cui siamo passati tutti nel corso del nostro gruppo di studio, sappiamo che conserviamo ancora questo corpo eterico per un periodo relativamente breve dopo la morte, dopodiché anch’esso viene deposto. Sappiamo anche che ha una certa importanza il fatto che questo corpo eterico, così come lo possedevamo, resti unito a noi ancora per alcuni giorni. Fintantoché portiamo con noi questo corpo eterico dopo aver deposto il corpo fisico, siamo ancora in grado di pensare tutto quanto abbiamo potuto pensare nel corso della nostra esistenza fisica. Perciò possiamo avere una visione d’insieme di tutti i pensieri che portiamo dentro di noi, come se fossero dispiegati in un ampio quadro. In questo quadro della vita (che vi è stato spesso descritto) riconosciamo i pensieri che abbiamo sperimentato nel corso della vita. Nei giorni in cui portiamo ancora in noi il corpo eterico, abbiamo tutta la nostra vita dispiegata davanti a noi come un panorama e l’abbiamo davanti a noi nella contemporaneità, cioè vediamo tutto contemporaneamente. Infatti, ciò che qui nel mondo fisico definiamo memoria, si origina sì nel corpo eterico, ma è legato al corpo fisico. Noi abbiamo deposto questo corpo fisico. Ora osserviamo i pensieri. Ma non li facciamo risalire dalle profondità, che sono in un certo senso collegate con il corpo fisico; li osserviamo, e abbiamo una visione d’insieme come in un panorama della vita che abbiamo fatto.
Poi deponiamo questo corpo eterico. Ma questo corpo eterico che deponiamo resta per noi visibile durante tutta la nostra ulteriore vita dopo la morte. È fuori, ma resta visibile per noi. Si unisce all’intero universo, ma ciò che di esso succede resta visibile per noi, noi lo vediamo. Fa parte dei misteri della morte il fatto che i pensieri che abbiamo avuto in noi quando eravamo vivi, li vediamo come in un panorama fintantoché abbiamo il corpo eterico, e che li vediamo unirsi al mondo al di fuori di noi, in un certo senso intessersi nel mondo, e vediamo che essi appartengono al nostro mondo ma non al nostro io dopo la morte. L’esperienza che facciamo è veramente come se ciò che durante la vita tesse e vive in noi come corpo eterico si inserisse semplicemente nel mondo eterico esterno.
Poi, come sapete, arriva il momento in cui di ciò che portiamo su di noi qui sul piano fisico ci restano solo l’io e il corpo astrale, e naturalmente la visione di ciò che eravamo. Allora, tramite la coscienza intensificata che la morte ha posto in noi, percepiamo noi stessi in un modo completamente diverso rispetto a quanto facciamo qui nel corpo fisico. Ma non dobbiamo mai lasciarci prendere dall’idea che l’anima sia incosciente di questa vita tra morte e nuova nascita. A questa vita è collegata una coscienza più forte, più intensa della coscienza che abbiamo qui nel corpo fisico, solo che tale coscienza è conformata in modo completamente diverso. Ed è comprensibile che ci si avvicini al modo in cui ci si deve rappresentare il morto solamente prendendo in considerazione tutto ciò che la scienza dello spirito può offrire per modificare le rappresentazioni che qui sul piano fisico sono adeguate agli oggetti e agli avvenimenti puramente fisici. Viviamo dunque nel nostro io e nel nostro corpo astrale. Abbiamo deposto il nostro corpo eterico; esso è legato all’esistenza oggettiva.
Miei cari amici, questa è certamente un’esperienza che sconvolge chi entra nel mondo spirituale per visitare, per accompagnare i morti con i quali è possibile entrare in contatto, per seguire non solo la vita individuale del defunto tra morte e nuova nascita, ma anche per vedere ciò a cui guarda il morto, ciò che di lui in quanto corpo eterico si è intessuto nel mondo e che per lui ora è un mondo esteriore, un mondo oggettivo, quindi per osservare ciò che il morto ha appena donato al mondo eterico. E succede che si può già percepire il morto in un duplice modo. Si può percepire ciò che egli ha affidato di sé al mondo eterico, e si può percepire di lui ciò in cui risiede la sua coscienza dopo la morte.
È pure sconvolgente la prima presa di contatto con ciò che il morto ha lasciato al mondo eterico; ed è sconvolgente anche nel caso in cui non sia possibile entrare in contatto con quell’essere che continua a vivere tra la morte e una nuova nascita e che porta la coscienza e la coscienza di sé del morto, ma piuttosto con ciò che egli ha lasciato indietro. Perfino allora un’esperienza di questo tipo porta con sé tutto ciò che tocca profondamente l’anima e che caratterizza appunto il contatto con il mondo spirituale.
Di questo fatto sconvolgente fa parte soprattutto la reale e vivente esperienza del fatto che questo spirituale cui si è appena accennato, questo spirituale eterico che viene lasciato indietro dal morto, è continuamente attorno a noi. Così come è vero che noi viviamo nell’aria che ci circonda da ogni parte, altrettanto vero è che siamo circondati dal mondo nel quale resta ciò che il morto lascia dietro di sé come suo proprio mondo eterico. Nel mondo nel quale noi stiamo anche con i nostri corpi fisici, c’è anche questo spirituale del quale sto parlando ora. Come è vero che attorno a noi c’è l’aria, così è vero che attorno a noi c’è quel che i morti si lasciano dietro. Dai mondi spirituali ci separano solo stati di coscienza: non condizioni di spazio ci separano, ma stati di coscienza.
Prendete in considerazione ad esempio una persona che si impegna a fare esercizi animici. Sottolineo espressamente che tali esercizi devono essere fatti nella completa tranquillità dell’anima. Chi in qualche modo diventa agitato tramite gli esercizi animici, danneggia se stesso. Se gli esercizi per l’anima vengono eseguiti nel modo in cui ne parliamo qui, o come viene indicato nelle nostre pubblicazioni, quindi in modo che essi siano veramente esercizi per l’anima e in modo che l’esistenza corporea non vi partecipi, allora essi non potranno mai danneggiare l’uomo neppure in misura minima, e neppure causare danni all’anima. Ma noi non riusciremmo a raggiungere la vera conoscenza spirituale, se non potessimo accennare di quando in quando a queste cose.
Supponete che si faccia il seguente esercizio. Ci si dice: «con i miei occhi vedo i colori rosso, blu eccetera»; quindi si passa a cercare di percepire in modo vivente il rosso, il blu, il verde ecc. Lentamente ci si rende conto che in quanto uomini che vivono nel mondo fisico, in particolare nella nostra epoca materialista, si sta dentro tale mondo in maniera molto grossolana, non ci si occupa di percepire la realtà più sottile. Questa realtà più sottile la si percepisce quando si pone attenzione all’impressione più animica che i colori hanno su di noi (ma potrebbero anche essere altre impressioni dei sensi). Naturalmente, tutti più o meno sanno che se si fa agire su di sé una superficie blu essa produrrà un effetto diverso rispetto a quando si fa agire su di sé una superficie rossa. Una superficie rossa denota, per colui che la percepisce senza innervosirsi (lo sottolineo espressamente), qualcosa di aggressivo, qualcosa che in un certo senso esce dalla superficie propria e ci attacca. Dal rosso ci viene sempre incontro qualcosa. Il blu suscita in noi la sensazione opposta: esso resta tranquillo al proprio posto. Dal blu non ci viene incontro nulla. Al contrario, se siamo in grado di immedesimarci in modo più sottile nei colori, abbiamo la sensazione di potere penetrare nel blu con le forze della nostra anima, di poterlo compenetrare. Il verde è in un certo senso in uno stato di equilibrio ritmico; per questa ragione la copertura vegetale della terra ha un effetto tanto benefico. Il verde agisce su di noi in modo che in parte siamo noi a penetrare in esso ed è esso che ritorna indietro verso di noi. Se vediamo un grande campo verde abbiamo la sensazione di entrare dentro a qualcosa e che poi qualcosa ci viene a sua volta incontro: dentro — incontro. Da ciò la sensazione rinfrescante che un grande campo verde produce in noi.
Che ciò sia stato effettivamente notato dall’uomo, che in un certo qual modo sia possibile vivere insieme ai colori, potete convincervene se leggete quanto viene detto nella «Teoria dei colori» di Goethe (che però al giorno d’oggi viene compresa solo da pochi) a proposito dell’effetto morale dei colori, dove viene indicata la corrispondente sensazione che può essere suscitata da ciascun colore. È dunque possibile vivere con i colori, e anche con le altre percezioni sensoriali; ma per fare un esempio vogliamo ora parlare dei colori. Si può vivere con i colori in modo che col blu sorga nell’anima una forza simile alla nostalgia, una forza che esce dalla nostra anima e che però viene accolta con soddisfazione dal blu. In corrispondenza al rosso si origina sempre qualcosa che ci viene incontro ma non ci rispetta, che vuole sopraffarci in un modo sottile. Mentre si percepiscono i colori è possibile fare delle esperienze animico-morali. Naturalmente, non tutti possono fare esercizi di questo tipo in un’incarnazione; io però li descrivo, affinché possiate vedere la relazione che esiste tra i singoli mondi. Se una persona facesse questi esercizi, vivrebbe in modo molto più puro nel mondo dei colori. Se facesse esercizi di questo tipo per le altre percezioni dei sensi, vivrebbe in modo molto più puro nel mondo delle altre percezioni sensoriali. Ma presto subentrerebbe anche qualcos’altro.
Supponete che una persona percepisca in modo così vitale la volta celeste. Allora non avrebbe sopra di sé solo il blu (che tra l’altro è un blu molto soggettivo, perché in realtà non esiste alcuna volta), ma percepirebbe sopra di sé una benefica semisfera interiore che accoglie dappertutto la sua vita animica, una superficie semisferica dietro cui può entrare la percezione animica. Persone che vivono profondamente in armonia con il mondo si esprimono come fa ad esempio Jakob Böhme, che non dice: «quando l’uomo vede la volta celeste», ma dice: «quando l’uomo vede la profondità». In ciò consiste la completa percezione del blu: quando l’uomo vede la profondità.
Ma quando ci si immerge così nella vita dei colori si manifesta un fenomeno concomitante: l’animico si accende immediatamente, in loro presenza. Sorge la possibilità di utilizzare un brevissimo periodo di tempo che altrimenti non sarebbe utilizzabile. Se voi andate incontro a un oggetto nella normale vita fisica, voi lo vedete, e quindi vedete un determinato colore. Da lì parte in realtà la vostra impressione; di conseguenza potete riflettere e farvi una rappresentazione del colore. E con la visione del colore ha inizio la vita in comune con quell’oggetto. Ma questo non è l’inizio di ciò che succede. Al giorno d’oggi anche il superficiale psicologo di laboratorio sa che trascorre un certo periodo di tempo tra l’effetto esercitato sul nostro occhio e il sorgere della rappresentazione del blu. Dunque, il blu agisce innanzitutto sul nostro occhio; noi non lo percepiamo subito, ma trascorre un po’ di tempo: solo allora ne diventiamo coscienti.
Nei libri oggi comunemente diffusi potete leggere come vengano eseguite nei laboratori le ricerche in questo ambito. Si costruiscono determinate apparecchiature e si cerca di fare sorgere un’impressione mentre si ha davanti la cavia, lo studente. Questi deve registrare con un’altra apparecchiatura il momento in cui egli riceve l’impressione, di modo da potere identificare il breve periodo di tempo che trascorre tra la reazione dei nostri organi di senso e il divenire coscienti della stessa. Qui trascorre un certo periodo di tempo. In questo intervallo di tempo, quindi, noi non percepiamo ancora il colore blu (nel caso in cui si tratti di un’impressione del blu), ma percepiamo già l’impressione morale del colore; questa agisce già in noi. Perciò il modo in cui l’anima si riversa nel blu, il modo in cui esso viene accolto con soddisfazione, tutto ciò è già dentro di noi. La componente animica del colore agisce in realtà già precedentemente, solo che resta nell’inconscio, l’uomo non se ne accorge. L’uomo inizia a svilupparne coscienza solo quando il colore compare; non prende in considerazione ciò che precede la sensazione del colore.
Pensate ora che quando si è obbligati a badare in un certo modo a questa impressione morale del colore, a questa percezione animica del colore, allora si manifesta anche qualcosa di particolare. Bisogna prestare attenzione, quando si deve porre personalmente il colore su una superficie, ad esempio quando si dipinge, o quando si trasmettono dei colori che devono prima sorgere a partire dal pensiero. Quando si ha a che fare con la pittura vera e propria, si lavora a partire dalle impressioni animiche del colore. In tal caso non si fa come il modellista, che si limita a copiare, ma si procede in modo che, volendo risvegliare una determinata impressione animica, si usa il rosso, mentre su un’altra superficie, volendo risvegliare un’altra impressione animica, si usa il blu. In questo modo è stata realizzata la pittura nel nostro edificio di Dornach, dove la pittura è scaturita dall’elemento animico che deve manifestarsi attraverso i colori. Per fare ciò è stato necessario in modo particolare avere accolto prima dentro di sé l’edificio come essere animico. Il modo in cui l’edificio si manifesterà al mondo è lo stesso in cui esso si è sviluppato come costruzione a partire dall’essere animico. Se potessero utilizzare quel breve intervallo di tempo che trascorre tra l’effetto che l’edificio produce sugli organi di senso e il momento in cui l’impressione viene portata a coscienza, le persone percepirebbero nell’edificio di Dornach la fonte a partire dalla quale esso si è sviluppato. Ma colui che ha partecipato al processo di costruzione deve riuscire a creare tutto ciò che è forma e colore in questa costruzione proprio a partire da questo breve intervallo di tempo.
Vi ho così condotto in un modo che definirei scientifico attraverso qualcosa che forse vi appare difficile. Però si devono anche superare queste difficoltà. Nell’epoca attuale può sicuramente già succedere che l’uomo riesca a fissare questo attimo come per grazia — e in un certo senso riceviamo sempre la grazia, per il fatto che stiamo nel mondo. L’uomo vede qualcosa e nello stesso momento può avere l’impressione che ci sia già stata un’interazione tra sé e quanto egli vede, se lo porta a coscienza. Egli vede qualcosa e si dice: mi sembra di averlo già visto prima.
Forse tutti avrete fatto l’esperienza di incontrare un essere o un oggetto e di avere la sensazione che esso non sia arrivato solo nel momento in cui ha lasciato un’impressione sulla nostra coscienza, ma si sia avvicinato a noi già prima. Questo avvicinarsi furtivamente (si potrebbe definirlo così) si può talvolta avvertirlo. Per la vita comune, però, quel che accade in questo intervallo di tempo così breve resta al di fuori della coscienza, al di là della soglia. Nel momento però in cui si può diventare coscienti di ciò che si trova proprio oltre la soglia della coscienza, in quell’attimo si fa un’importante scoperta spirituale. Voglio descriverlo ancora una volta basandomi su un caso speciale. Un certo numero di voi avrà sentito già questa cosa, forse ne ho già parlato qui. L’anno passato morì un bambino nei pressi della costruzione, fu schiacciato da un carro che trasportava mobili. Il corpo eterico di questo bambino è unito all’edificio di Dornach, costituisce l’aura dell’edificio di Dornach, vive nell’aura dell’edificio di Dornach. E quando si deve lavorare in modo artistico sull’edificio di Dornach, arrivano forze da questo corpo eterico, che naturalmente appare ingrandito. Queste forze si percepiscono dentro di sé allo stesso modo in cui si percepisce animicamente l’edificio.
Perché accade ciò? Perché nel mondo del quale ho appena parlato (e che è sempre attorno a noi, solo che noi non lo percepiamo per il fatto che esso resta inosservato prima che ci arrivi l’impressione) sono conservati i corpi eterici dei morti, ai quali i morti guardano. Ciò che i morti vedono del nostro mondo, ciò che essi guardano, è contenuto nel mondo eterico che ci circonda. E noi lo vedremmo sempre, se per così dire potessimo vedere prima di guardare nel mondo fisico, se potessimo superare questa soglia solo un pochino.
Questo però non impedisce che i morti esercitino sempre un’azione su questo mondo tramite ciò che loro si sono lasciati dietro. Noi siamo circondati da un mondo nel quale vivono i corpi eterici dei morti, i quali sono collegati a esso in qualche modo. Noi non percepiamo questo nostro essere potentemente avvolti da ciò che resta dei morti a livello eterico nel nostro mondo, perché ciò che vive nell’etere deve prima colpire il nostro corpo fisico e metterne in moto l’apparato. Noi però dobbiamo imparare a sentire che, per le nostre rappresentazioni, il nostro mondo deve essere arricchito innanzitutto con ciò che in tutto questo mondo eterico è presente grazie ai corpi eterici dei morti.
Per il momento i morti stessi non sono dentro a questo mondo, ma solo i loro corpi eterici rimasti indietro. Non ci è possibile trovare i morti stessi così facilmente (sebbene anche questo modo «facile» sia anch’esso difficile). Una volta deposto il proprio corpo eterico, i morti continuano quindi a vivere nel loro corpo astrale e nel loro io. Potete valutare in che misura noi dobbiamo modificare le nostre rappresentazioni, se considerate che tutto ciò che riguarda il pensiero si separa da noi con il corpo eterico che finisce nel mondo eterico esteriore. Ciò che riguarda il pensiero che abbiamo accatastato nel nostro corpo fisico, non resta a noi dopo la morte. Ciò che riguarda il pensiero diventa un mondo esteriore. Dopo la morte, il morto non guarda ai suoi pensieri come egli guardava ai pensieri che si era formato durante la vita, e dei quali si rammenta e che richiama dalle proprie profondità. Il morto guarda ai suoi pensieri come fossero un dipinto eterico, egli vede i propri pensieri fuori nel mondo. Per colui che ha oltrepassato la soglia della morte i pensieri sono qualcosa di esteriore. Ciò che qui ci si manifesta tramite il sentimento e la volontà, resta collegato alla nostra individualità, e allora continua a vivere nel nostro corpo astrale e nel nostro io. Il nostro io si accende alla coscienza di sé tramite la visione del momento della morte. Il nostro corpo astrale si accende per il fatto che i pensieri nel dipinto sono davanti a noi, si accalcano dentro il nostro corpo astrale. Perciò noi li percepiamo nel nostro corpo astrale. Qui nel corpo fisico noi percepiamo i pensieri in modo tale che li tiriamo fuori da dentro. Dopo la morte noi percepiamo i pensieri in modo tale che li guardiamo come se fossero stelle, mondi o montagne, ed essi ci suscitano un’impressione. Noi accogliamo quest’impressione e la sperimentiamo nel nostro corpo astrale e nel nostro io. Quindi accade esattamente il contrario di quanto succede nella vita fisica. Mentre qui noi definiamo i pensieri come qualcosa di interiore, dopo la morte li dobbiamo definire come qualcosa di esteriore. Noi viviamo, disciolti nel mondo, riversati nel mondo. È importante riconoscere questo fatto: noi non cediamo all’idea che il mondo dopo la morte sia una specie di ripetizione più fine, più sottile, del mondo fisico di qui, così come avviene spesso nei circoli spiritistici. Si tratta invece di qualcosa di completamente diverso. È diverso già per il fatto che i nostri pensieri sono esseri al di fuori dal nostro essere.
Proprio quando ci si pone davanti all’anima rappresentazioni di questo tipo, ci si accorge che non solo è necessaria un po’ di mancanza di pregiudizi per dichiararsi d’accordo con la scienza dello spirito, ma che bisogna anche avere una certa possibilità di rendere fluidi i concetti, di modificare un po’ i concetti, che non si può rivendicare il diritto di rappresentarsi ciò che è dentro il mondo spirituale utilizzando i concetti che si hanno qui. Perciò è necessario che chi è in grado di visitare — diciamo così — un cosiddetto morto impari questo modo di rapportarsi ai morti. Mentre qui, quando incontriamo un uomo, entriamo in rapporto con la sua interiorità in modo tale che egli ce la comunica tramite le parole, la mimica o i gesti, nel caso del morto succede invece che, quando entriamo in contatto con lui, ciò che egli ci vuole dire ce l’indica nel mondo oggettivo. Noi vediamo per così dire in immaginazioni (sulle quali egli richiama la nostra attenzione) ciò che egli vive, ciò che egli ha da dirci. In altre parole, quando gli si domanda qualcosa, il morto dice: guarda lì e troverai ciò che io sto vivendo ora.
Ma tutto ciò è un processo rapido. Il morto possiede quindi la capacità di osservare sul piano soprasensibile i pensieri che noi qui sperimentiamo solo interiormente, invisibilmente. Solo quando si acquisisce la capacità di osservare i pensieri insieme a lui, solo allora si può vivere con lui. In questo modo egli ha la particolarissima capacità di partecipare anche ai nostri pensieri come morto, come cosiddetto morto.
Ciò salta all’occhio in particolare nel caso di un fatto cui anche qui voglio accennare. Se se ne è andato uno di noi che abbiamo amato, noi continuiamo a portare nell’anima il pensiero di lui, pensiamo a ciò che abbiamo vissuto insieme a lui, alle sensazioni che abbiamo provato insieme a lui, e così via. Il morto, ho detto, guarda i pensieri. Egli vede anche i nostri pensieri, e molto presto può addirittura distinguere fra i pensieri che egli ha in quanto impronte del mondo spirituale, vale a dire le immaginazioni per ciò che è nel mondo spirituale, e quei pensieri che un uomo pensa nell’anima che sta dentro un corpo. Egli li può distinguere; e li distingue tramite la sua percezione interiore. La differenza è addirittura molto grande. Quando il morto (e lo stesso accade per gli iniziati) deve percepire il pensiero di qualcosa che è presente solo nel mondo spirituale, egli deve vivere questo pensiero in modo attivo. Ogni pezzo di questo pensiero che egli percepisce lo deve, vorrei dire, seguire lui stesso. Questo processo è difficile da spiegare. Supponete che qui ci sia un dipinto e che possiate vedere tale dipinto solo se voi stessi ridisegnate e ridipingete ogni particolare. Il morto può farlo.
Tutti i pensieri che egli vede, li ridipinge, in certo qual modo li ricrea, ed egli percepisce questo atto del ricreare. In ciò consiste fondamentalmente una gran parte della vita tra la morte e una nuova nascita: nel ricreare ciò che è presente nella formazione dei pensieri nel mondo spirituale. Ciò egli ricrea. Allora si sa di avere a che fare con formazioni di pensieri che appartengono solo al mondo spirituale.
Diversa è l’esperienza che si fa quando dal mondo spirituale si guarda ai pensieri che vivono presso gli uomini che si sono lasciati nel mondo fisico. In questo caso non è come ricrearli, bensì sono i pensieri a venire incontro di modo che ci si può comportare nei loro confronti passivamente. Come la pianta fiorita non ha bisogno di essere ridisegnata da me, ma si forma direttamente come impressione, così sono i pensieri dei vivi. Essi sorgono veramente in modo analogo a come sorgono le impressioni del mondo fisico. Questo è ciò che solleva, rallegra, riscalda i morti nei pensieri dei vivi che li amavano. Questo è infatti un campo molto particolare per i morti, guardare nei pensieri di coloro che li amavano e che sono rimasti indietro. Per loro questo è un mondo particolare. Noi in effetti potremmo percepire il mondo fisico come se vi esistesse solo ciò che si origina nei regni minerale, vegetale, animale e umano. In questo caso, per esempio, non ci sarebbe l’arte. L’arte consiste nel creare qualcosa in più rispetto a ciò di cui si ha bisogno; e chi vede lo sviluppo umano soprattutto dal punto di vista animico sa che essa non può mancare nel mondo, sebbene la natura sarebbe altrettanto perfetta anche se non ci fosse l’arte. Come l’uomo vivrebbe nel puro mondo naturale vuoto e morto, in un mondo senza arte, così potrebbe tutt’al più vivere il morto, se succedesse la cosa strana che ogni morto dopo la sua morte venisse dimenticato dai suoi cari. Ciò che viene guardato nei pensieri che sono nelle anime dei vivi che amano i morti, è qualcosa che si aggiunge al mondo di cui il morto ha direttamente bisogno, e che però eleva e abbellisce l’esistenza del morto.
Lo si può paragonare all’arte nel mondo fisico, ma il paragone zoppica, perché per il morto si tratta di un’elevazione, di un abbellimento, in un senso molto più ampio di quanto sia l’abbellimento del mondo fisico tramite l’arte.
Perciò, in tutta l’esistenza del mondo, ha un senso profondo il fatto che noi uniamo i nostri pensieri a quelli dei morti, e precisamente nel modo di cui si è parlato spesso in questa sede: portando ai morti anche quei pensieri che sono espressi in quel linguaggio, in quel linguaggio concettuale che in effetti è comune ai vivi e ai morti — il linguaggio che parliamo qui nella scienza dello spirito. Infatti, il contenuto della scienza dello spirito viene compreso dai morti come dai vivi. Esso non diventa mai estraneo ai morti.
Io credo che, proprio mettendo insieme queste rappresentazioni, noi otteniamo pian piano un’immagine plastica del mondo spirituale. Possiamo ritrovarci in ciò che si trova oltre la soglia e da cui fondamentalmente fluisce tutto ciò che è a nostra disposizione al di qua della soglia.
Nei confronti di questi fatti si deve considerare che — giustificatamente, perché fa parte del piano del mondo — l’umanità attuale è miope riguardo all’osservazione del mondo, ma è in effetti più miope di quando dovrebbe. Infatti, quando il materialista convinto si forma nel nostro presente i suoi concetti, le sue rappresentazioni del mondo, egli pensa che queste rappresentazioni, questi concetti, siano comuni a tutti gli uomini. Voi sapete bene quanto sia difficile far capire al materialista che gli altri possono anche pensare diversamente da lui. Il materialista è talmente ancorato alla terra da sostenere che chiunque non la pensi come lui è un pazzo. In effetti non esiste una maggiore intolleranza interiore di quella del materialista convinto. Il materialista pensa fondamentalmente sempre così: «Nel passato gli uomini pensavano che lo spirito fosse presente dappertutto, non facevano un passo nella vita senza immaginarsi dappertutto la presenza di spiriti o vedendoli addirittura. Tutto ciò però non era altro che una fantasticheria. Adesso finalmente, in quanto stirpe umana, siamo tanto progrediti da poter lasciare perdere tutte queste bambinate!». E tuttavia gli uomini potrebbero constatare in ogni momento quanto sia assurda un’idea del genere.
Voglio chiarirvelo con un esempio che apparentemente sembra tirato per i capelli, e che viene da tutt’altra direzione rispetto a ciò di cui abbiamo parlato oggi. Pensiamo dunque all’immagine che abbiamo osservato spesso da diverse angolazioni, all’immagine del primo stadio dello sviluppo terrestre, all’immagine dell’esistenza umana nel Paradiso, così come la ritroviamo nella Bibbia. Pensiamo a quest’immagine dei primi esseri umani: Adamo ed Eva nel Paradiso, Eva mentre morde la mela e mentre la porge ad Adamo, il serpente sull’albero mentre tenta Eva. Questo motivo viene talvolta dipinto ancora oggi, però dipingendo una donna più al naturale possibile e un uomo ancora più al naturale, perché ciò è moderno. Sia esso impressionista, o sia invece espressionista, in ogni caso vengono dipinti una donna più al naturale possibile e un uomo ancora più al naturale e un paesaggio al naturale e un serpente al naturale che mostri avidi denti naturali, eccetera. Ma non si è dipinto sempre così, in quanto un quadro di questo tipo non avrebbe riportato il fatto essenziale che dobbiamo vedere. Noi sappiamo infatti che nel serpente dobbiamo vedere il simbolo del vero tentatore, di Lucifero. Ma Lucifero è un’entità che, come sappiamo, è rimasta indietro durante l’esistenza lunare, e quindi, per il modo in cui esso si presenta nell’esistenza terrestre, può avere nel serpente solo il proprio simbolo; il serpente però non è Lucifero, che deve essere invece visto in qualche modo a livello spirituale. Quindi, questo Lucifero deve essere visto anche con forze animiche; bisogna cercare di vedere Lucifero a partire da dentro, applicando forze interiori. Come si potrebbe vederlo quindi, miei cari amici? Fondamentalmente, tutti portiamo dentro di noi le impressioni di Lucifero, così come pure le impressioni di Arimane. Voglio descrivervi il più brevemente possibile — senza riportare nel dettaglio tutte le argomentazioni e tutte le spiegazioni, che voi potete cercare da soli nella nostra bibliografia — in che modo ci si potrebbe fare una rappresentazione di Lucifero.
L’uomo porta in sé gli impulsi luciferici. Li porta in sé in modo tale che essi risiedono nel suo capo e, a partire da esso, compenetrano il corpo astrale, in corrispondenza del quale l’impulso luciferico si è fermato. Perciò, mentre gli spiriti della forma hanno formato il suo capo, gli impulsi luciferici vi si sono infilati dentro, ma anche in ciò che viene formato dall’astrale: nel midollo spinale. Se noi volessimo quindi disegnare la testa dell’uomo e il suo prolungamento, la colonna vertebrale, ne risulterebbe un serpente, una forma simile a quella di un serpente con una testa umana. Naturalmente il tutto deve essere pensato a livello astrale, la testa ancora come una sorta di riproduzione della testa umana, e la colonna vertebrale pendente che si sviluppa in modo sinuoso. Pensate a ciò in una proiezione oggettiva e ne risulterà un serpente con una testa umana. Ciò significa che chi vedesse Lucifero nell’immagine esteriore potrebbe di fatto dire: un serpente con una testa umana. Non un serpente con una testa di serpente, questo infatti non è più Lucifero, ma un serpente sul quale, in quanto essere terrestre, hanno già agito gli spiriti della forma. Quindi dovremmo dire: un serpente con una testa umana. Ciò significa che un pittore che volesse dipingere Lucifero sull’albero, dovrebbe raffigurare un serpente che si attorciglia intorno all’albero, e sul serpente una testa umana. Allora egli dipingerebbe partendo dalle conoscenze della nostra scienza dello spirito. Dovremmo dunque rappresentarci Adamo ed Eva vicini a un albero e, attorcigliata intorno all’albero, solo la colonna vertebrale astralizzata simile a un corpo di serpente e la riproduzione di una testa umana. Naturalmente, se è la donna a vederla per prima, la testa riprodurrà un volto femminile.
Andate al museo di questa città, alla «Kunsthalle», e guardatevi il quadro di Meister Bertram: vedrete come egli, alla metà del Medioevo, abbia dipinto questo serpente sull’albero proprio nel modo che vi ho descritto prima. È sorprendente! È veramente sorprendente e ci fornisce la prova del fatto che un pittore alla metà del Medioevo dipingeva a partire dalle rappresentazioni reali del mondo spirituale. Questa è una dimostrazione pienamente valida del fatto che non è necessario risalire a molte centinaia di anni addietro per trovare ancora oggi documenti che testimonino come a quei tempi si conoscesse ancora qualcosa che l’umanità ora, nell’epoca del materialismo, ha dimenticato.
Naturalmente, nella storia dell’arte consueta non verrà mai toccato il tema che ho appena trattato. E tuttavia, nella nostra epoca materialistica chiunque si può convincere — non solo per principio, ma per modo di vedere — del fatto che è solo da un paio di centinaia di anni che non ci si rivolge più verso la realtà spirituale. Chi va nella «Kunsthalle» e si guarda questa immagine del Paradiso di Meister Bertram ha la prova definitiva, riportata sul piano fisico esteriore, che non è passato molto tempo da quando gli uomini, grazie alla loro veggenza atavica (come noi la definiamo), potevano guardare nel mondo spirituale e conoscevano i suoi segreti in modo assai diverso da quanto li si conosca al giorno d’oggi. Pensate solo a come gli uomini vadano ciechi per il mondo, mentre potrebbero convincersi anche esteriormente sul piano fisico (se solo lo volessero) del fatto che esiste un’evoluzione nell’umanità.
Questa è la cosa più significativa: che nel corso degli ultimi tre-quattrocento anni sia regredita la veggenza antica, che esisteva soprattutto a livello atavico-inconscio. Di certo, Meister Bertram non avrebbe potuto sviluppare una scienza dello spirito. Egli ha solo osservato, ha ancora osservato nel mondo eterico quale sia la realtà di Lucifero, e ha dipinto in base a questo. Si trattava di una veggenza inconscia e istintiva.
Affinché l’uomo potesse acquisire la visione esteriore, questa antica visione del mondo spirituale doveva regredire; ora essa deve però essere riconquistata dagli uomini. E il momento in cui si riconquisterà ciò che è andato perduto deve arrivare per gradi, e questa volta nell’ambito della coscienza; perciò deve essere preparato dalla scienza dello spirito. Gli uomini non possono riconquistare il contatto con il mondo spirituale, se non studiando la scienza dello spirito. Questa scienza dello spirito, però, deve portarci veramente ad avere una visione nel mondo spirituale.
Oggi si può dimostrare scientificamente a quali risultati possa portare la scienza naturale. Quando al giorno d’oggi colui che pensa in modo puramente scientifico parla di queste cose, egli parla in realtà dell’apparato animico, dello strumento corporeo della vita animica. Ora, si analizzi ciò che oggi, nei trattati di psicologia, viene detto dai più importanti pensatori scientifici del presente a proposito della vita animica, ovvero, dal loro punto di vista, a proposito dell’apparato animico. È molto singolare come loro dicano sempre: «Se prendiamo in considerazione la vita della percezione e delle rappresentazioni, di queste fa sempre parte l’apparato animico», e poi descrivano cosa succede nel cervello e nel sistema nervoso quando una persona percepisce o sviluppa rappresentazioni. In ogni caso si riesce a trovare il processo corporeo-materiale parallelo. Se però questi ricercatori passano a considerare il sentimento e la volontà, non trovano alcun processo corporeo parallelo.
Che una cosa del genere non balzi agli occhi, non sia presa in considerazione, dipende solo dal fatto che la ricerca nel campo delle scienze naturali e quelli che la seguono al trotto — anche se in realtà non si dovrebbe dire seguire al trotto, perché questo è utile, mentre il seguire al trotto monistico della ricerca naturale è invece sommamente superfluo — si limitano a starnazzare che per ogni processo di pensiero e di percezione c’è anche un processo fisico corrispondente, e che il pensare e il percepire sono legati al cervello. Però non fanno menzione del sentire e del volere. Al massimo parlano di coloritura di sentimento, dunque di rappresentazioni in certo qual modo sfumate; ma non arrivano fino al sentire e al volere. Gli studiosi di scienze naturali che sono sinceri lo dicono: «la nostra scienza non si estende fino al sentire e al volere». Potete ritrovare nella bibliografia scientifica ciò che sto dicendo ora; è del tutto dimostrabile. Potete ad esempio trovare la dimostrazione più facile di ciò che dico nell’opera del dott. Theodor Ziehen, il notissimo psichiatra e psicofisiologo dei nostri tempi. Egli indica i singoli processi che corrispondono al pensare e al percepire. Egli arriva fino alla tonalità di sentimento, non arriva però fino al vero e proprio sentimento e alla volontà. Perciò egli nega il sentimento e la volontà; essi «non esistono neppure», dice. È in effetti possibile dimostrare scientificamente il fatto che il pensiero scientifico si estende solo a ciò che è caduco, a ciò che noi deponiamo dopo la morte, e che ciò che va oltre e che vive (come ho descritto) proprio nel sentimento e nella volontà appartiene così poco al corpo fisico che lo scienziato lo rifiuta, lo nega! Per questo la gente sentenzia che non esistono né il sentimento né la volontà, dato che non è possibile trovarli tramite la scienza comune, e che la scienza stessa al giorno d’oggi dimostra che il sentimento e la volontà non sono legati al corpo in quanto tale come lo sono i pensieri e le percezioni!
Ciò dipende dal fatto che i pensieri si separano da noi, e dopo la morte appaiono dispiegati all’esterno. Il sentimento e la volontà invece ci rimangono. E dal sentimento e dalla volontà scaturisce la forza di creare il quadro dei pensieri. Chi lo voglia, al giorno d’oggi può dimostrare in modo rigorosamente scientifico che il sentimento e la volontà non hanno nulla a che fare con tutto ciò che è natura, bensì che essi, sotto forma di corpo astrale e di io, escono dopo la morte e restano con l’individualità umana, accendendosi a una nuova coscienza nel modo che ho descritto. L’espandersi complessivo, poiché è eterico, si rispecchia nel corpo astrale, e poi nell’io, quando anche il corpo astrale viene deposto.
Fondamentalmente tutto è nella regola. E la scienza attuale non confuta la scienza dello spirito, ma in realtà la conferma! Se solo si riuscisse a sviluppare un po’ di giusta comprensione, si constaterebbe come grazie a essa, la vera scienza naturale dimostra la fondatezza della scienza dello spirito anche per quanto riguarda le singole affermazioni.
Come vedete, la scienza dello spirito è qualcosa che nella nostra epoca deve introdursi nell’evoluzione dell’umanità, deve iniziare a conquistare l’umanità, altrimenti questa arriverà solo a comprendere la realtà temporale e non saprà nulla dell’eterno che vive in noi. Arriverà il momento in cui gli uomini dapprima riconosceranno ciò, e poi si occuperanno maggiormente dello sviluppo della loro vita di volontà, dello sviluppo della vita di sentimento. Poiché solo tramite il sentimento e la volontà noi ci uniamo al mondo che non è privo di pensieri.
Qui molti controbatteranno: quindi, tu il mondo spirituale lo senti solamente, ma non lo vuoi! Non è così, perché tramite il sentimento e la volontà noi saremo uniti al mondo oggettivo dei pensieri, che sono vivi e che noi non ci limitiamo a pensare. Come è vero che in epoche antiche l’umanità poteva guardare nel mondo spirituale, altrettanto è vero che nel futuro l’umanità dovrà riconquistare questa capacità di guardare nel mondo spirituale. La potrà riconquistare solo se si deciderà ad accogliere i pensieri del mondo spirituale che vengono rifiutati dalla nostra epoca.
A tal fine sarà necessario correggere molti dei concetti e delle rappresentazioni che circolano attualmente. È difficile credere in che modo spensierato — consentitemi il paradosso — pensino gli uomini contemporanei. Essi usano delle definizioni della cui correttezza sono assolutamente convinti, che ritengono non essere attaccabili. Il ricercatore dello spirito, però, ha il compito di verificare la correttezza proprio di ciò di cui gli uomini sono assolutamente convinti perché a loro sembra logico. Se per esempio nell’attuale epoca materialista si chiede a qualcuno cosa sia un vero concetto, egli risponderà più o meno: un vero concetto è quando io mi faccio un’immagine interiore di un oggetto che esiste effettivamente lì fuori nel mondo. Vale a dire che oggi ognuno affermerà che la verità consiste nella coincidenza tra un’immagine che ci si fa nel pensiero e un essere là fuori. Se si analizza il concetto, si può facilmente dimostrare che il vero concetto non ha assolutamente nulla a che fare con ciò che in genere si definisce in questo modo. Si può facilmente dimostrare che l’essere percorre tutt’altre strade rispetto all’immagine che ci si fa del concetto. Se un concetto è vero solo quando coincide con un essere, allora sarebbe naturalmente vero solo fintantoché l’essere gli conferisce verità. Si potrebbe allora paragonare un concetto a un quadro che qualcuno dipinge per ritrarre una persona. Il ritratto è riuscito bene se è molto simile alla persona ritratta. Esso però non ha nulla a che fare con l’essere della persona. La coincidenza del quadro con un sé non si aggiunge alla verità interiore del quadro. Immaginatevi di fare un ritratto a una persona e che questa muoia subito dopo. Prima il quadro coincide con ciò che è, e dopo con ciò che non è. L’essere non ha alcuna relazione con ciò; che il quadro sia vero o no, non ha nessuna relazione con l’essere. Si tratta di qualcosa di completamente inventato, per chi considera la cosa in modo veramente logico. La cosa fondamentale è che le cose vengano percepite interiormente. E l’umanità deve riacquistare la capacità di sviluppare questa percezione interiore.
Al riguardo, la cosa più importante è che l’uomo riacquisti un senso per la reale verità — e a fare ciò possiamo essere condotti proprio da questo nostro tempo così difficile e doloroso. In fondo, tramite il materialismo noi pian piano ci distacchiamo del tutto dalla verità. Tramite il materialismo noi ci siamo persi proprio al riguardo del concetto di verità. Confrontate oggi, dove potete farlo, le descrizioni giornalistiche — e quante persone al giorno d’oggi leggono solo i giornali! — di un evento al quale abbiate assistito personalmente attraverso le vostre percezioni personali. Se ne leggete poi sui giornali, troverete che viene riportato nel modo in cui, secondo lo scribacchino di turno, possa fare più impressione sui suoi lettori. Ma il sentimento per cui tutto deve corrispondere alla verità, si riduce sempre più. D’altronde questo fa parte della cosa stessa. E finché ciò non compenetrerà l’umanità, nelle anime non potrà risvegliarsi quell’impulso che ci porta dal mondo dei sensi al mondo spirituale. Infatti, finché mancheranno i concetti della verità, i concetti verranno manipolati. Quanto spesso sperimentiamo ad esempio ciò che segue: qualcuno scrive sulla scienza dello spirito, diciamo su ciò che io ho pubblicato sulla scienza dello spirito. Dunque scrive, e naturalmente, partendo dai suoi concetti materialistici, non può fare a meno di dire che tutto è un’invenzione assurda della fantasia, e che inventare cose assurde tramite la fantasia non lo si dovrebbe fare. E quindi decide di analizzare da cosa dipenda che una persona possa essere un fantasticone del genere.
Un articolo di questo tipo è stato veramente pubblicato non molto tempo fa! L’autore cerca di spiegare come succeda che una persona possa essere così fantasiosa. Vi si racconta quali siano le origini della persona — in questo caso ero io —, dove ha vissuto in passato e come essa, a causa di un determinato miscuglio di razze, sia arrivata a sviluppare tali fantasie. Nel suo materialismo egli si inventa le cose più incredibili. E questo è ciò che io dico: si prende semplicemente in mano la menzogna, si capovolge interiormente la verità.
Naturalmente la cosa non è immediatamente dimostrabile. Ma che falsità c’è nell’essere capaci di accusare qualcuno di lavorare di fantasia e poi fantasticare a propria volta su di lui! Se considerate la nostra vita attuale in modo più approfondito, vedrete quanto manchi enormemente al giorno d’oggi quel senso di responsabilità che ci porta a sostenere che tutto quello che noi diciamo debba coincidere effettivamente con la realtà. Se non ci appropriamo di questo senso nel modo più intenso possibile, non troviamo l’accesso al mondo spirituale. Non possiamo comprendere perché debba essere vero ciò che la scienza dello spirito ricava come verità dal mondo spirituale. Noi abbiamo un pensiero di durata troppo breve per poter prendere veramente in considerazione il tempo in cui viviamo; e i nostri interessi restano troppo attaccati a questa o a quella singolarità per poter vedere veramente in tutti i campi il modo in cui la non-verità si riflette e scaglia frantumi in tutti i singoli processi della vita.
Vero percepire, vero rappresentare, vero riflettere, tutto ciò fa parte delle prime preparazioni della scienza dello spirito. E questo tipo di riflessione deve coincidere, vorrei dire, con una sorta di cosciente periodo preparatorio di ciò che deve realmente essere il futuro umano: infatti, la salvezza futura della stirpe umana può consistere solo nel ricongiungimento della nostra anima con la realtà spirituale.
La scienza dello spirito non è qualcosa che noi cerchiamo come se fosse solo un’altra cosa sensazionale, la scienza dello spirito deve essere qualcosa di cui sappiamo che deve manifestarsi nell’epoca attuale perché l’umanità ha bisogno di essa. E in un certo senso noi dobbiamo sentirci obbligati verso la scienza dello spirito, se noi vediamo con chiarezza nel percorso evolutivo dell’umanità.
Ma quale infinito arricchimento sperimentiamo grazie a ciò che la scienza dello spirito può darci, rendendo il mondo sempre più ampio per noi, dal momento che alla realtà fisica dell’evoluzione umana viene aggiunta quella spirituale! Nell’epoca materialistica gli uomini sono stati sempre più tagliati fuori dal mondo nel quale l’uomo si trova tra la morte e una nuova nascita. Tramite la scienza dello spirito deve essere data loro nuovamente la possibilità di vivere con l’uomo complessivo, quindi anche con ciò che è presente dell’uomo quando egli non porta su di sé il corpo fisico. Il nostro mondo non ci dà nulla in questo senso.
Si può realmente sentire un peso sull’anima quando, proprio nella nostra difficile epoca, si vede qualcosa come il libro di Ernst Haeckel appena uscito. Il titolo di questo libro è «Pensieri sull’eternità». Ernst Haeckel è uno degli spiriti più eccelsi dei nostri tempi. Questi «Pensieri sull’eternità» prendono spunto proprio dalla grande guerra attuale. Qual è il contenuto principale? Il nucleo di questo nuovissimo libro di Haeckel è la domanda che egli si pone: cosa ci può mostrare questa guerra? Migliaia e migliaia di uomini muoiono a opera della violenza esteriore, senza che ce ne sia alcuna necessità. Non è forse possibile vedere proprio in questa guerra la prova che — sostiene Haeckel — tutti i pensieri sull’eternità e sull’infinito non sono altro che assurdità? Non deve forse essere proprio questa guerra, che distrugge vite umane per casualità esteriori, pallottole e altro, a convincerci di ciò? Non deve forse essere proprio questa guerra a mostrarci — sostiene Haeckel — che non esiste nulla che vada oltre la normale vita fisica?
Sicuramente altri uomini dell’epoca presente verranno spinti da questi pesanti accadimenti a sviluppare proprio un altro genere di pensieri sull’eternità, pensieri sull’eternità del tutto opposti a questi — pensieri sull’eternità che suscitano in loro perlomeno la sensazione che coloro che attraversano la soglia della morte in questi periodi continuino a portare avanti in altri mondi i propri compiti umani, e che proprio il sacrificio che essi fanno, nell’altra vita diventi anche il punto di partenza per ciò che essi devono compiere quando non portano più su di sé il corpo fisico.
Con l’attuale scienza si può dimostrare questo e quello. Come la scienza attuale permette di costruire apparecchiature eccellenti che migliorano la vita umana, che favoriscono lo sviluppo della cultura umana in senso pacifico, ma anche le più tremende apparecchiature di distruzione, così con questa stessa scienza esteriore si può fare l’una e l’altra cosa e dimostrare entrambe.
Per riuscire a penetrare veramente in profondità nel mondo nel qual vive l’eterno, è necessaria la scienza dello spirito. E questa scienza dello spirito — ne ho già parlato anche qui, perlomeno a qualcuno di voi — ci mostra tra l’altro che coloro i quali escono dal loro corpo fisico precocemente, prima cioè di avere raggiunto l’età nella quale di solito si conclude la vita sul piano fisico, consegnano il loro corpo eterico al mondo eterico e continuano a vivere nella propria individualità. Quindi tutto il contenuto della scienza dello spirito dimostra che un tale corpo eterico, nel momento in cui viene ceduto al mondo eterico, ha in sé forze vitali che potrebbero sostenere il corpo fisico ancora per decenni. Questo è lì nel mondo eterico, come vi ho descritto con un esempio.
Ciò che uno si guadagna tramite il sacrificio della vita, continua a vivere nella sua individualità. Vive in lui proprio in un periodo come il nostro, nel quale possiamo comprendere il senso di ciò che accade solo se riusciamo a osservarlo con l’occhio animico della scienza dello spirito. Ed essa richiama la nostra attenzione sulla controimmagine di ciò che succede ora sulla terra d’Europa: per il fatto che sul piano fisico si svolgono tali impressionanti e dolorosi processi, il cui correlato spirituale, il cui processo spirituale parallelo deve confluire nei processi fisici dell’evoluzione dell’umanità, per entrare nel futuro — poiché tutto ciò che è fisico viene guidato dal mondo spirituale. Ma potrà diventare fecondo solo se le anime umane nei loro corpi fisici qui sulla Terra diverranno consapevoli del fatto che ciò che continua a vivere nel mondo spirituale a seguito degli innumerevoli sacrifici della vita è qualcosa che agisce e che aiuta, e su cui possono far conto per potere agire in futuro anche qui sulla Terra stessa, unite ai morti tramite appunto la consapevolezza che esse possono avere della realtà di un mondo spirituale.
Questo è ciò che la scienza dello spirito deve dare all’uomo anche per quanto riguarda questo evento. Allora vi potrete rendere fecondo per il futuro anche l’aspetto spirituale di questo immenso evento mondiale, e potrete pensarlo, sentirlo e percepirlo in modo giusto:
Dal coraggio dei combattenti dal sangue dei campi di battaglia, dal dolore dei rimasti, dai sacrifici del popolo nasceranno frutti dello spirito. Anime guidino coscienti la loro mente nel regno dello spirito.
Aus dem Mut der Kämpfer, Aus dem Blut der Schlachten, Aus dem Leid Verlassner, Aus des Volkes Opfertaten Wird erwachsen Geistesfrucht — Lenken Seelen geist-bewußt Ihren Sinn ins Geisterreich.
I tempi in cui viviamo ci potranno ricordare in modo particolare quanto sia terribilmente necessario per gli uomini della nostra epoca indagare il senso della vita terrena. Il senso della vita terrena non ci si rivelerà mai, se terremo conto solamente di quanto accade nel mondo sensibile. Infatti, tutto ciò che accade nel mondo sensibile acquista il suo più profondo senso solo per il fatto che lo spirituale si manifesta anche in questo mondo sensibile. La nostra è un’epoca di dura prova. Coloro che vogliono restare saldamente fedeli al nostro ideale devono capire in modo particolare che questa è un’epoca di dura prova, che potrà rivelare il suo senso — di nuovo il suo senso! — nella nostra anima solo se ci solleviamo verso ciò che si esprime spiritualmente persino negli eventi tanto difficili che si verificano sul piano fisico.
In considerazione del fatto che il nostro sguardo spazia su campi nei quali in innumerevoli casi si erge la porta della morte, e con riguardo al pensiero che già un gran numero dei nostri amici ha lasciato il piano fisico, oggi faremo forse molto bene a occuparci di ciò che si deve dire a proposito del mondo nel quale l’uomo va quando qui attraversa la soglia della morte. A partire da questo punto di vista — voi sapete che ci sono molti, ma molti punti di vista a partire dai quali il nostro modo di ragionare può partire —, vogliamo considerare oggi la vita tra la morte e una nuova nascita.
Nella nostra scienza dello spirito cerchiamo innanzitutto di conoscere l’uomo così come ci sta davanti: sappiamo che egli sta qui per sviluppare le sue parti fisiche e le sue parti spirituali. Noi sappiamo che, per il piano fisico, le parti spirituali restano qualcosa di soprasensibile; lo spirituale può manifestarsi e annunciarsi solamente attraverso ciò che è fisico. Se consideriamo l’uomo qui sul piano fisico così da comprenderlo nel senso della nostra scienza dello spirito, diciamo: innanzitutto ci si rivelano — e voi lo sapete già da quanto ho esposto in «Teosofia» — le quattro principali parti costitutive dell’entità umana, che noi chiamiamo: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale ed io. Già a partire dal corpo eterico le parti costitutive della natura umana sono soprasensibili per l’osservazione fisica. Noi però sperimentiamo il nostro io e il nostro corpo astrale. Li sperimentiamo interiormente. Li sperimentiamo perché siamo per l’appunto in grado di conoscerci come io, anche se questo io resta invisibile, soprasensibile. In sintesi, anche se rimaniamo a livello di ciò che ci rivela solo il mondo fisico, si può già comprendere perché noi osserviamo l’uomo in base a queste quattro parti costitutive.
Adesso vogliamo porci dinnanzi all’anima il fatto che è possibile considerare in modo analogo l’uomo che vive tra la morte e una nuova nascita, che è possibile parlare di parti costitutive anche riguardo all’uomo che vive nel periodo compreso tra morte e nuova nascita. Voi sapete che noi consegniamo il corpo fisico agli elementi, alle sostanze della terra; il corpo eterico viene ceduto al mondo eterico complessivo. Dopo un po’ di tempo si dissolve anche ciò che è preferibilmente presente nel nostro corpo astrale (del quale però l’uomo terrestre non sa nulla): anche questo si stacca in un certo senso. E l’io va per la sua strada attraverso il mondo in cui, per l’appunto, noi viviamo tra la morte e una nuova nascita.
Ora, non dobbiamo credere che l’uomo che si trova tra la morte e una nuova nascita non sia un essere altrettanto differenziato e articolato dell’uomo che vive qui nel mondo fisico. Noi possiamo parlare anche delle parti costitutive della natura umana tra la morte e la nuova nascita, solo che in questo caso ne dovremo parlare nel modo seguente.
Qui, quando osserviamo l’uomo sul piano fisico, l’io ci appare come l’elemento più elevato (se è lecito usare quest’espressione) che ci viene incontro. L’uomo ha il corpo fisico in comune con tutto ciò che è minerale, il corpo eterico l’ha in comune con tutte le piante e il corpo astrale l’ha in comune con tutti gli animali. L’io l’ha per se stesso. Nel mondo spirituale, nel mondo tra la morte e la nuova nascita l’io, che qui sulla Terra ci appare come la parte relativamente più elevata della natura umana, è la parte costitutiva inferiore della natura umana. Come noi qui iniziamo dal corpo fisico, così per il mondo spirituale bisogna iniziare dall’io, che solo durante il tempo in cui l’uomo attraversa il mondo animico è avvolto come in una nebbia di astralità, e che è comunque la parte costitutiva inferiore dell’entità umana tra la morte e una nuova nascita. E come noi qui ci creiamo un involucro quando dal mondo spirituale entriamo nel mondo fisico attraverso la nascita o il concepimento, così anche nel mondo spirituale noi ci creiamo un involucro con le parti costitutive spirituali. In realtà, noi conosciamo già i nomi di queste parti costitutive; ora però consideriamole brevemente da un altro punto di vista. Quando abbiamo oltrepassato la soglia della morte, noi ci avvolgiamo in effetti nel sé spirituale. Questo è una parte costitutiva della natura umana che l’uomo nel futuro svilupperà nel corso dell’evoluzione di Giove. Ciò che io ora chiamo sé spirituale in relazione al mondo tra la morte e una nuova nascita, non è esattamente lo stesso che si svilupperà quando l’uomo passerà dalla Terra a Giove; quello che l’uomo svilupperà su Giove sarà una sorta di immagine esteriore, una sorta di controimmagine sensibile dell’entità spirituale nella quale l’uomo si avvolge quando attraversa il periodo tra morte e nuova nascita. E in effetti è già possibile definire come sé spirituale anche questa parte costitutiva nella quale l’uomo si avvolge quando attraversa il periodo tra morte e nuova nascita.
Successivamente l’uomo si avvolge in quella parte costitutiva che si può definire spirito vitale, che a sua volta è il pendant spirituale di qualcosa che risulterà a livello fisico solo nel corso dell’evoluzione di Venere. Il vero e proprio uomo spirituale è quello che si sviluppa nell’uomo come controimmagine spirituale di ciò che egli avrà nel suo sviluppo fisico, nell’immagine fisica, nella sfera più elevata a cui possiamo guardare al giorno d’oggi, ovvero nel corso dell’evoluzione di Vulcano. Perciò possiamo affermare che, come l’uomo qui si avvolge nel corpo fisico, in quello eterico e in quello astrale, così, mentre cresce dentro al mondo spirituale, egli si avvolge nel sé spirituale, nello spirito vitale, nell’uomo spirituale.
Ora desidero descrivere in modo più preciso come si svolgono le cose partendo dalla conoscenza iniziatica. Queste cose le conoscete già per metà. Quando qui l’uomo ha attraversato la porta della morte, il suo corpo fisico viene consegnato agli elementi terrestri. Questo distaccarsi del corpo fisico è un evento di straordinaria importanza, per quanto riguarda la vita tra la morte e una nuova nascita. Certo, appare banale dire che per il mondo spirituale la morte è in realtà una nascita, ma si tratta comunque di un’affermazione giustificata. Dobbiamo solo abituarci a rendere alquanto mobili i nostri concetti, in modo da non restare direttamente attaccati con essi a ciò che la Terra ci presenta. Noi siamo abituati a formare i nostri concetti solo in base a quel che la Terra ci offre; dobbiamo invece riuscire a modificare i concetti, dato che la vita spirituale è decisamente diversa dalla vita terrestre. L’esperienza spirituale che l’uomo fa nel mondo spirituale, quando attraversa la soglia della morte, è che il corpo fisico l’abbandona. Questa è un’esperienza enormemente significativa! A proposito di questa esperienza c’è da dire innanzitutto che il suo rapporto con l’inizio della vita spirituale dopo la morte è completamente opposto a quello della nascita dell’uomo con la vita fisica. Nessuna persona può osservare la propria nascita mediante la forza conoscitiva fisica terrena. L’uomo non sperimenta la nascita mediante le proprie forze conoscitive fisiche qui sulla Terra. Così come noi non sperimentiamo la nascita fisica e non ne abbiamo ricordo (i ricordi iniziano solo successivamente) — così è giusto e così deve essere per la vita terrena —, per la vita tra la morte e una nuova nascita vale invece il contrario. Infatti il momento, l’attimo dell’essere morti (e non dico «del morire») resta come qualcosa a cui l’uomo può sempre guardare nel corso di tutta la vita tra la morte e la nuova nascita. Allo stesso modo in cui nella vita fisica noi non ricordiamo mai gli eventi della nostra nascita, altrettanto chiaramente durante tutta la nostra vita tra la morte e una nuova nascita abbiamo davanti a noi il momento della morte: dall’altro lato, però, dal lato della percezione spirituale, in un certo senso dall’altra sponda. Che la morte abbia qualcosa di spaventoso per l’uomo terrestre è in parte comprensibile: essa rappresenta infatti la dissoluzione dell’uomo terrestre fisico. Quando invece l’uomo tra la morte e la nuova nascita guarda indietro all’essere morto, succede esattamente il contrario, perché questo fatto rappresenta sempre per lui la vittoria dello spirito sul corpo; la morte rappresenta quindi la cosa più bella, più grande, più magnifica, più elevata che in fondo si possa sperimentare. Poiché per tutta la sua vita spirituale tra la morte e una nuova nascita l’uomo può guardare all’essere morto, questo rivolgere lo sguardo verso l’essere morto è ciò che ci conferisce la coscienza dopo la morte, per cui sappiamo di aver deposto il nostro corpo fisico. E il fatto di saperlo, di avere ciò sempre davanti a noi, ci conferisce la coscienza di noi stessi dopo la morte, così come noi acquisiamo la coscienza di noi stessi qui nel mondo fisico per il fatto di avere il nostro corpo fisico.
Quando noi, nel periodo che va dal momento dell’addormentarci fino al risveglio, siamo fuori dal nostro corpo fisico col nostro corpo astrale, non abbiamo alcuna coscienza nei confronti del mondo fisico. Nel risvegliarci, noi dobbiamo penetrare fisicamente in noi; solo allora può rifiorire la coscienza dell’io. Ogni qualvolta dopo la morte guardiamo all’essere morti, quando l’intero evento, questo evento bello ed elevato — parlando dall’altro lato — sta davanti alla nostra anima, allora la coscienza si accende ancora e sempre di nuovo dopo la morte. Ciò dipende del tutto dalla continua contemplazione di questo momento.
A ciò è collegato ancora qualcos’altro. È difficile parlare di queste cose perché, come ho già detto, qui nel mondo fisico non ci sono esperienze paragonabili; bisogna tuttavia cercare di caratterizzare queste cose così come sono effettivamente. Se nel continuare a vivere dopo la morte guardiamo al nostro essere morti, abbiamo soprattutto l’impressione (che riguarda il sentimento e la rappresentazione) che lì, dove siamo morti, ormai, una volta morti, non ci sia nulla, neppure spazio. È, come ho detto, difficile da spiegare, ma è così: non c’è nulla. E parlando in senso esteriore: splendida, elevata appare la cosa per il fatto che dappertutto sorge per noi un nuovo mondo. Il fluttuante mondo spirituale si fa appresso da tutti i lati, ma non c’è nulla da cui noi siamo morti.
Descritta in modo così teorico la cosa appare forse terribile, ma nella sensazione del dopo-morte non c’è nulla di terribile. Dalla sensazione del dopo-morte scaturisce nell’anima una profonda soddisfazione; si impara a espandersi nel mondo intero e a guardare a qualcosa che è presente come un vuoto. E da qui sorge la sensazione: questo è il tuo posto nel mondo, il posto che si origina da tutte le ampiezze e che è tuo. E, proprio a partire da questo vuoto, si riceve la sensazione di avere un significato per tutto il mondo, e che ogni singola esistenza umana debba esserci (inizialmente si riceve questa spiegazione per se stessi). Questo posto sarebbe sempre vuoto se io non ci fossi: così ogni anima dice a se stessa. Il fatto che ognuno, che ogni uomo abbia un posto riservato nell’universo — questa sensazione, che è una sensazione che riscalda incredibilmente a livello interiore, si origina da questa osservazione: che tutto il mondo è qui, e che questo mondo intero ha emesso, come a partire da una sinfonia, una singola nota che siamo noi e che deve esserci perché altrimenti il mondo non ci sarebbe. Questa sensazione è quella che si origina quando si guarda indietro all’esperienza della morte. Questa rimane, perché è quella che fornisce preferibilmente la coscienza dell’io, la coscienza di sé tra la morte e una nuova nascita.
Dopodiché l’unione con il corpo eterico dura ancora per un periodo relativamente breve, ma che è sufficiente. Tutto ciò che si è sperimentato nella vita, persino le esperienze più insignificanti, sono improvvisamente presenti in una sorta di grande scenario della vita, ove restano per giorni. Si ha la sensazione molto intensa che la Terra, sulla quale si è stati finora, continui a muoversi, ma che noi restiamo indietro, iniziamo a restare fermi. Non continuiamo più a seguire il movimento della Terra nello spazio. E in quel momento si apre lo scenario della vita.
Quando si parla di ricordo della vita, non lo si dice in senso proprio, dato che i ricordi si hanno guardando indietro nel tempo. Ma là il ricordo non è così, è qualcosa che si manifesta invece nella contemporaneità, è uno scenario, uno scenario movimentato, che, come si è detto, include i più piccoli avvenimenti.
Dopo ci si separa da questa esperienza eterica. Si verifica, come si usa dire, il distacco del corpo eterico. Mentre prima, quando vi si era legati, si considerava il corpo eterico come propria interiorità, ora lo si ha solo esteriormente, ed esso diventa sempre più grande e si intesse (questa è la definizione giusta) nel mondo spirituale nel quale ora si è entrati. Solo che in questo mondo spirituale c’è lo spazio vuoto del quale ho parlato: questo resta libero. Il corpo eterico vi si intesse attorno, esternamente, e diventa sempre più grande.
Ora, dobbiamo assolutamente renderci conto che sarebbe un’idea errata — devo ammettere che, in tutti i casi nei quali ho potuto esaminare intensivamente proprio questo fatto del quale parlo ora, mi sono convinto che sia un errore — credere che nella vita tra la morte e una nuova nascita noi non vediamo il corpo eterico che abbiamo intessuto nel mondo spirituale comune. Noi lo vediamo sempre. Noi lo guardiamo sempre, esso appartiene al nostro mondo esteriore; ciò che fino ad allora nel nostro corpo eterico era appartenuto al nostro mondo interiore, appartiene ora al nostro mondo esteriore. Noi lo guardiamo. E il fatto che possiamo guardarlo è importante, perché in questo modo il mondo spirituale esteriore ci diventa comprensibile, in quanto constatiamo che esiste una parentela tra ciò che noi vi abbiamo intessuto e tutto il mondo spirituale esteriore.
Dalle conferenze che ho tenuto a Vienna in merito al periodo compreso tra la morte e una nuova nascita, vi ricorderete forse che ho detto: l’uomo è inizialmente intessuto in un mondo che è pieno di saggezza. Mentre quaggiù egli cerca la saggezza con fatica, là egli è completamente immerso nella luce della saggezza. Questa saggezza, nella quale egli è immerso, lo sopraffà. E continuerebbe a sopraffarlo, se egli non potesse intessere nel mondo la saggezza che ha intessuto nel corpo eterico durante la vita. In questo modo viene mitigata l’enorme sovrabbondanza di luce dell’etere cosmico universale, ed egli inizia a sviluppare una comprensione nei confronti di ciò che intesse e che rende dotato di anima e di spirito il mondo nell’etere cosmico comune.
Con ciò abbiamo quello che in un certo senso abbandona l’uomo, quando questi viene accolto nel mondo spirituale. Infatti, delle parti costitutive terrestri della natura umana, restano in sostanza solo l’io e il corpo astrale. Il corpo fisico è venuto meno; al suo posto resta ciò che io ho chiamato «il vuoto». Il corpo eterico viene assoggettato all’etere cosmico universale. L’uomo prosegue il suo cammino. Anziché nel proprio corpo eterico, che ora egli cede all’etere cosmico, l’uomo si avvolge in ciò che abbiamo definito sé spirituale: questo è ora in un certo senso una parte costitutiva esteriore. Un etere indefinito si appressa all’uomo e l’avvolge con una specie di sé spirituale.
Ora è opportuno soffermarci ancora un poco su ciò che a tutta prima resta indietro: il concetto dell’uomo. Del vuoto non abbiamo bisogno di parlare, infatti esso è della massima importanza solo per l’uomo stesso che è morto, e che in seguito a ciò fa le esperienze che ho descritto. Ma con il corpo eterico succede qualcos’altro: oramai il corpo eterico si intesse oggettivamente nell’etere cosmico universale. Questo corpo eterico dell’uomo è dunque lì dentro.
Ora troverete comprensibile che, in un certo senso, il corpo eterico di una persona che muoia ancora giovane sia un po’ diverso, là fuori nel mondo, dal corpo eterico di una persona che raggiunga il normale limite di età. Ogni corpo eterico ha chiaramente il proprio compito, e da ciò che dirò ora non deve sorgere il desiderio di morire precocemente oppure tardivamente; sarebbe un modo completamente errato di comprendere la questione. Tuttavia è valido ciò che ora si deve dire.
Quando una persona muore in giovane età, ha un corpo eterico che forse avrebbe potuto sostenere il corpo fisico ancora per decenni, che avrebbe potuto ancora lavorare nel corpo fisico. Nel mondo spirituale, però, una forza non va persa, così come non viene persa nel mondo fisico. Ciò significa che nel corpo eterico che viene abbandonato dall’uomo dopo la morte è presente la forza che forse (se la persona aveva venti o trent’anni) avrebbe potuto sostenere il corpo fisico umano ancora per decenni. Questa forza non è più presente nel corpo umano fisico, ma è fuori nel mondo. Grazie a un esempio ciò può forse presentarsi nel modo più bello davanti alla vostra anima.
A Dornach, durante la costruzione, avevamo qui un bambino (ho già parlato di questo fatto ad alcuni dei nostri amici): questo bambino è morto a sette anni a seguito di un tragico evento. Una sera il fanciullo prelevò dei viveri dalla nostra mensa, che è vicino all’edificio di Dornach; e, per una strana concatenazione di fatti, uscito dalla mensa si incamminò attraverso il canneto che si trova vicino a una strada, sulla quale proprio in quel momento stava passando un carro carico di mobili. Il carro si ribaltò e schiacciò il bambino. Fu una cosa molto triste. La notizia che il bambino non sarebbe più arrivato ci arrivò proprio alla conclusione della conferenza serale, dopo le dieci. Non fu possibile fare altro che andare a vedere per capire come fosse accaduta la cosa. Le circostanze esteriori risultarono molto strane. Il bambino voleva andare via un quarto d’ora prima, ma fu trattenuto da qualcuno che voleva uscire con lui. La sua intenzione era di uscire da una certa porta (in quel caso sarebbe passato a destra del carro dei mobili, mentre egli fu schiacciato dalla parte sinistra). Gli fu detto invece che doveva uscire dall’altra porta; egli fu quindi espressamente mandato lì, proprio su quella strada, dalla quale forse da anni non era più passato un carro per il trasporto dei mobili, e forse per anni non ne passeranno più. Si trattava di un carro che eccezionalmente stava trasportando dei mobili a uno dei nostri soci. Il carro era molto carico, e sfortunatamente cadde in modo che non fu possibile sollevarlo immediatamente, dal momento che le persone che lo guidavano non avevano gli attrezzi adatti. L’intenzione era quella di sollevare il carro il giorno dopo, ma fu necessario sollevarlo quella notte: solo allora si trovò sotto il bambino morto.
Il fanciullo era vissuto per un certo periodo costantemente immerso nell’atmosfera della costruzione. È certamente vero che dal momento della sua morte, il corpo eterico di quel bambino è intessuto nell’aura dell’edificio. E chi come me (non è certo immodesto dire così) si occupa di tutto l’aspetto artistico della costruzione, si accorge che da quella forza eterica non consumata giunge la fecondazione necessaria per introdurre nell’edificio questo o quell’elemento artistico.
Ovviamente, l’egoismo umano troverebbe forse più simpatico attribuire sempre tutto alla propria genialità; ma in realtà anche ciò che sorge interiormente in noi proviene da influssi spirituali esteriori, e noi possiamo dimostrare concretamente l’esistenza di questi singoli influssi spirituali. Qui abbiamo a che fare con il corpo eterico di un bambino che ha raggiunto l’età di sette anni, un corpo eterico che quindi avrebbe potuto sostenere il corpo fisico ancora per sei o sette decenni, e che è presente nell’aura eterica dell’edificio di Dornach con tutta la forza costruttiva enormemente saggia che è necessaria a formare in modo artistico il corpo fisico umano.
E persino agli artisti io oso dire con estrema sicurezza: l’arte che è necessaria per conformare il corpo fisico a partire dal corpo eterico è più grande di qualsiasi forma d’arte che l’uomo pratichi sulla Terra. L’uomo è effettivamente il più grande prodotto dell’arte. Tutti gli impulsi necessari a conformare il corpo fisico umano sono presenti nel corpo eterico. Anche l’artista li attinge dal proprio corpo eterico, quando lavora artisticamente.
Questo è solo un esempio, ma ne potremmo portare altri nei quali è possibile riconoscere la forza di sostegno esercitata dei corpi eterici non utilizzati. Proprio quest’anno alcuni cari amici hanno passato la soglia della morte anche in giovane età. In questo periodo vediamo come numerosissimi uomini attraversino la soglia della morte in giovane età, lasciando indietro i loro corpi eterici che avrebbero potuto lavorare ancora per decenni sul corpo fisico. Questi corpi eterici, che risultano anche rafforzati per il fatto di essere passati attraverso una morte sacrificale, sono disponibili e saranno disponibili. E quelle persone che nei tempi futuri saranno in Europa, quando sulla terra d’Europa accadranno cose diverse dagli eventi attuali, vivranno in un’atmosfera spirituale, in un’atmosfera eterica, nella quale si trovano questi corpi inutilizzati. Quando le anime che si troveranno qui sulla Terra riusciranno a comprendere ciò che spiritualmente vivrà non solo come astratta memoria, ma come vera e propria forza eterica — e questa comprensione potrà originarsi solo a partire dalla scienza dello spirito —, sentiranno le forze ispiratrici di ciò che sarà presente di questi corpi eterici.
Questo fa parte dei sentimenti che ora gravano pesantemente sui nostri cuori — pesantemente, perché da una parte dobbiamo guardare alla grandiosità di ciò che potrebbe avvenire se una grande quantità di persone diventasse cosciente di quel che viene seminato tramite le morti che avvengono attorno a noi a seguito dei grandi avvenimenti di quest’epoca, mentre dall’altra parte il gruppetto delle persone che può comprendere queste cose è ancora tanto piccolo. A causa dell’incomprensione delle persone nei confronti della scienza dello spirito, a causa del materialismo che pervade tutta l’umanità, potrebbe succedere molto facilmente che nel futuro gli uomini continuino a vivere senza una traccia di coscienza di ciò che si origina dalla morte.
Una frase di questo tipo non dobbiamo farla vivere nel nostro cuore in altro modo se non facendoci completamente pervadere da questa coscienza (perlomeno per quanto dipende da noi), assorbendo completamente questa coscienza, e fare quello che possiamo per arrivare alla comprensione di una questione del genere. Noi non dobbiamo — desidero sottolinearlo — solo riempirci di preoccupazione per quanto materialismo ci sia. Dobbiamo certo riconoscere quanto materialismo ci sia sulla Terra; ma non dobbiamo chiuderci nei confronti della visione materialistica del mondo che si va diffondendo sempre più: dobbiamo invece fare quel che ci spetta.
Questo per quanto riguarda quel che c’è da dire sull’eterico-corporeo. Dopodiché l’uomo procede oltre. Inizialmente egli si è avvolto in una sorta di sé spirituale, che viene formato in un modo leggermente differente rispetto a tutto ciò che viene formato quando noi viviamo qui, nell’esistenza terrestre. Si potrebbe dire: il sé spirituale è qualcosa che si approssima a noi da ogni parte e al centro del quale percepiamo noi stessi. Poi l’uomo si abitua a vivere negli altri involucri, mentre al tempo stesso attraversa (come ho descritto spesso) una sorta di regressione spirituale, per il fatto che — ora in modo differente rispetto al semplice scenario che è stato descritto — egli sperimenta quel che agisce come una sorta di contraddizione rispetto alla vita terrestre. Si può capire come ora proceda il tempo successivo, dopo che è stato deposto il corpo eterico e noi continuiamo a vivere con il nostro corpo astrale e il nostro io avvolti nel sé spirituale. Questo sé spirituale è una sorta di forza motrice che per l’appunto ci porta indietro, di modo che noi riviviamo all’indietro, viviamo veramente a ritroso la nostra ultima vita terrestre, dalla morte fino alla nascita. Se, per esempio, qui sulla Terra abbiamo detto a qualcuno qualcosa che gli ha suscitato dolore, un evento del genere noi lo viviamo dal nostro punto di vista qui sulla Terra nel corpo fisico; non possiamo viverlo dal punto di vista dell’altro. Non potremmo assolutamente vivere nel corpo fisico, se volessimo vivere diversamente anziché vivere tutto a partire da noi stessi. Ma prendiamo il caso estremo: abbiamo fatto molto male a qualcuno con una parola detta per vendetta. Noi non percepiamo ciò che egli sente, ciò che egli prova. Nel percorso a ritroso che descrivo ora, ciò che l’altro prova noi lo viviamo sempre come effetto di ciò che abbiamo provocato. Dunque noi viviamo entro il mondo degli effetti. Usciti completamente da noi stessi, viviamo ciò che gli altri hanno passato a causa nostra durante la nostra vita fisica, finché arriviamo al punto in cui abbiamo raggiunto la nostra nascita. Allora ci avvolgiamo in ciò che si potrebbe definire la controimmagine spirituale di ciò che si svilupperà su Venere: ci avvolgiamo nello spirito vitale.
E tramite questo spirito vitale viene determinata la vita ulteriore che ho descritto spesso. Anche nel ciclo di conferenze tenute a Vienna sul tema della vita tra la morte e una nuova nascita lo trovate descritto dai più diversi punti di vista. Qui voglio descriverlo da un altro punto di vista ancora.
Noi veniamo per così dire avvolti dallo spirito vitale. Questo si manifesta in un modo particolare, ed è fondamentale che noi lo si comprenda. Il sé spirituale ci conduce prima all’indietro; il sé spirituale ha principalmente a che fare con la nostra entità, con la nostra individualità, e poi ci porta anche avanti. Dopo averci portato fino alla nostra nascita, continua a guidarci per le strade che dobbiamo percorrere nel mondo spirituale.
È invece diverso ciò che fa di noi l’involucro successivo, lo spirito vitale. Qui nel corpo fisico siamo compenetrati dal corpo eterico, che contiene anche l’etere vitale e tutto ciò che ci vivifica. Noi siamo in un certo senso compenetrati dal corpo eterico — voi sapete che il corpo eterico sporge solo un pochino dal corpo fisico, ma altrimenti ha una forma molto simile — e viviamo per mezzo di questo corpo eterico. Chi non ha un corpo eterico, non può vivere sul piano fisico.
Quando abbiamo deposto il nostro corpo astrale, sappiamo che siamo avvolti da questo spirito vitale. Adesso ci accorgiamo anche che siamo stati avvolti per tutto il tempo durante il quale il sé spirituale ci ha portato indietro, ma ce ne accorgiamo solo ora. Ce ne accorgiamo solo dopo che abbiamo attraversato ciò che viene definito il periodo del kamaloka. E ora diventiamo coscienti di qualcosa di molto strano: per il fatto che veniamo avvolti da questo spirito vitale, solo per questo fatto è possibile la nostra vita tra morte e nuova nascita. Infatti qui nel corpo fisico noi dobbiamo vivere, vorrei dire, all’interno della nostra pelle. Questo non possiamo farlo nel mondo spirituale tra la morte e una nuova nascita. Se nel mondo spirituale volessimo vivere solo dentro di noi, per così dire solo in un unico luogo del mondo spirituale, dovremmo morire in continuazione, quindi non potremmo vivere. Dobbiamo piuttosto vivere con l’intero universo; dobbiamo avere l’intero universo come una grande realtà vivente e viverci insieme.
Questo potrebbe avvenire in duplice modo. Noi potremmo disperderci nell’intero universo. Ma una volta che ci fossimo dispersi, la coscienza che abbiamo, questa coscienza di sé, si disperderebbe anch’essa nell’indefinito. Noi dobbiamo invece essere spostati di qua e di là nel grande organismo cosmico vivente. Qui, nel nostro corpo fisico, una parte di noi, per esempio la mano, sta in un luogo determinato. Nel mondo spirituale noi dobbiamo essere portati in giro di continuo. Dobbiamo essere portati di continuo da un luogo all’altro. È lo spirito vitale a farlo. In questo modo noi lasciamo un luogo e arriviamo in un altro. Ciò si verifica però in modo ritmico, cosicché noi torniamo sempre di nuovo allo stesso luogo. Però dobbiamo essere portati in giro per il mondo. Si origina per noi una vita movimentata, spiritualmente movimentata. Quaggiù, in quanto persone fisiche, siamo legati (con qualche eccezione) a un singolo luogo. Tuttavia, nel mondo fisico viene sempre portata un po’ di realtà spirituale, ed è grazie a ciò che noi possiamo spostarci sul piano fisico. Questo è fondamentalmente un effetto arimanico, perché lo spirituale viene portato nel fisico da Arimane. Ma nel mondo spirituale è giusto che noi veniamo portati attraverso tutto l’organismo del mondo che ne fa parte. In questo modo, così come ci abituiamo a vivere in un luogo qui sulla Terra, ci adattiamo a vivere in tutto quanto circonda la vita terrestre. E mentre veniamo portati in giro di luogo in luogo spirituale (troverete maggiori dettagli nel ciclo delle mie conferenze di Vienna), nello stesso momento vengono innestate le forze di cui abbiamo bisogno per preparare la nostra nuova vita terrestre, per essere di nuovo attirati nella vita terrestre. Infatti, la vita tra morte e nuova nascita si svolge nella prima metà in modo tale che noi ci tiriamo fuori dalla vita terrestre; nella seconda metà invece ci avviciniamo a una nuova vita terrestre preparandoci a rientrare in essa.
Vedete, al giorno d’oggi il materialismo trasforma tutte le cose nel loro contrario. Esso porterà l’uomo a incappare negli errori più gravi, ovvero in quelli che non solo sono credibili, ma addirittura ovvi. Quando compare una personalità geniale come Goethe, ad esempio, la gente interpreta la cosa in modo completamente materialistico. Su Goethe è stato scritto e pubblicato un libro molto voluminoso, nel quale tutti i suoi antenati cui è possibile risalire vengono esaminati in senso materialistico, per quanto riguarda il corpo e lo spirito (ma il materialista ammette solo i corpi), per dimostrare poi come Goethe abbia preso questa caratteristica da un antenato, quell’altra da un altro antenato. In effetti, Goethe stesso aveva detto con ironia: del padre ho la statura, della madre l’allegra natura, e così via. Proprio qui a Kassel sviluppai un ciclo di conferenze descrivendo come le persone prendano tutto in senso materialistico, quando cercano di dimostrare in che modo noi abbiamo «ereditato» ogni cosa tramite la corrente ereditaria, in particolare anche il genio. Ho spesso affermato che ciò è assurdo, ridicolmente stupido, e tuttavia tanto credibile, perché al materialista risulta evidente che, se attraverso tante generazioni si intensificano determinate caratteristiche, esse si manifestano poi nel genio come se questi le avesse ereditate. Il materialista pensa addirittura di esprimere così un’esperienza. Ma egli non esprime altra esperienza se non quella per cui risulterà bagnato colui che cade in acqua e ne venga tirato fuori. In un certo senso l’anima passa attraverso tutti gli antenati, e per questa ragione le resta attaccato tutto ciò che essa ha tirato fuori dagli antenati. E come è bagnato chi è caduto in acqua, così l’uomo acquisisce anche le caratteristiche dei suoi antenati mentre passa attraverso le generazioni. Sarebbe diverso se si verificasse il contrario, se si dimostrasse che il genio che è presente viene ereditato dai discendenti: ma questo non succede. Questo si dovrebbe cercare di dimostrare! Ma non lo si fa. Si studiano gli antenati di Goethe, ma si tralascia bellamente di prendere in considerazione suo figlio o i suoi nipoti! Cercate di indagare se le caratteristiche geniali vengano ereditate dai discendenti! Possono esservi dei casi nei quali la cosa è celata, ma non si può proprio parlare di una trasmissione per via ereditaria di caratteristiche geniali ai discendenti — altrimenti si paleserebbe, la si verrebbe a sapere. Ma una tale ereditarietà di caratteristiche geniali non esiste.
Succede invece qualcosa di diverso. Se si prova a seguire un’individualità umana molto indietro nel tempo, ancor prima che in un determinato momento entri in un corpo fisico (essa proviene infatti dal mondo spirituale), si vede che è questa stessa individualità a fare incontrare il padre e la madre, ad agire in modo che madre e padre si incontrino per generarla. Sì, essa agisce anche prima. Agisce già innescando un ordine nell’intera serie delle generazioni, cosicché alla fine si trovino le due persone tramite le quali essa può trovare la propria incarnazione. Su quel che accade nel corso dei secoli, dagli antenati fino ai discendenti, l’individualità agisce di già. Per quanto strano possa apparire, è così. Goethe aveva padre e madre, nonno e nonna, eccetera. Se noi risaliamo all’indietro nei secoli, vediamo che questa individualità di Goethe agisce già a partire dal mondo spirituale, di modo che si ritrovino sempre quelli che alla fine hanno originato il vecchio Kaspar Goethe e la moglie Aja. Per centinaia di anni l’individualità agisce già a partire dal mondo spirituale: essa agisce nella successione delle generazioni.
Questo è esattamente il contrario di quel che si pensa normalmente. Ciò che l’uomo porta nella propria anima, non l’ha ereditato fisicamente dai suoi antenati; egli invece mette insieme i suoi antenati dal mondo spirituale a partire dalla mezzanotte cosmica — che sta in mezzo tra la morte e una nuova nascita — in modo da potere trovare coloro tramite i quali iniziare il cammino nella vita terrena. Questo è il mistero che ne risulta. È qualcosa di incredibilmente significativo, e in fondo anche di sconvolgente. E proprio per questo noi constatiamo che esiste veramente una stretta correlazione tra ciò che avviene nel mondo spirituale e ciò che accade molto più in basso, nel mondo fisico. Al tempo stesso vediamo come tra la morte e una nuova nascita la nostra vita animico-spirituale sia stranamente intrecciata a ciò che accade qui — di cui però qui non si tiene conto.
Nella filosofia più recente si parla dello spirito in modo molto singolare. A Halle c’era un professore (che ora viene visto come un luminare nel campo della filosofia) che ha pubblicato un libro: «La filosofia del come se», nel quale egli cerca di dimostrare che concetti quali spirito e anima non rappresentano alcuna realtà, ma sono utili all’uomo per l’osservazione del mondo. Non si dovrebbe — dice lui — prendere in considerazione l’uomo in modo da affermare che egli possiede un’anima. Però egli muove le sue mani e parla, quindi si può dire che lo si osserva come se egli avesse un’anima. Per il resto l’anima la si lascia da parte. La si nega, non ci si occupa di essa, ma si osserva l’uomo come se avesse un’anima, come se l’anima volesse causare tutto ciò.
È una filosofia comoda, ma terribilmente priva di pensiero. D’altronde, chi cerca di applicarla nella vita concreta vede come questa «filosofia del come se» valga poco, perfino come metodo. E una persona come Fritz Mauthner, che ha scritto una filosofia del linguaggio e che riconduce tutto al linguaggio, la si dovrebbe in realtà prendere in considerazione dal punto di vista di questa «filosofia del come se»: come se egli potesse anche avere spirito. Se però si fa questo tentativo, il metodo non funziona. Non si ottiene nulla dal fatto di poter osservare tale persona come se avesse spirito; il metodo non è applicabile. Dove non è presente uno spirito, non è applicabile. Voi sapete sicuramente che cosa intendo. Cito Fritz Mauthner solo perché costui fa parte di quelli che negano del tutto il senso della storia, e perché a partire dal punto di vista dell’attuale materialismo egli ha espresso nel modo più evidente che la storia non potrà mai essere una scienza. Egli dice: quando una goccia di pioggia cade a terra, è possibile trovare scientificamente le leggi della goccia di pioggia, dato che molte gocce di pioggia cadono seguendo la medesima legge. Si possono confrontare tra loro i singoli casi e da ciò si possono trovare le leggi. Questo è ciò che pensano i filosofi al giorno d’oggi: se si osservano molti casi e si manifesta sempre lo stesso fenomeno, ciò consente di individuare le singole leggi. Nella storia, però, tutte le cose succedono una volta sola: la guerra dei trent’anni accade solo una volta, e così via; dunque per Fritz Mauthner tutta la storia è solo una serie di casi fortuiti. A tali asserzioni devono giungere gli uomini del presente, quando in realtà negano lo spirito. Infatti la storia sarebbe solo una serie di casi fortuiti, se in essa non agisse come realtà proprio quello che abbiamo mostrato ora, ovvero ciò che agisce a partire dal mondo spirituale e con cui gli uomini collaborano tra la morte e una nuova nascita. In un certo senso, tra la morte e una nuova nascita noi tessiamo ciò che accade qui sulla Terra. Noi tessiamo solo seguendo gli impulsi che allora ci giungono dal mondo spirituale.
Non si deve credere che da una qualsiasi parte della scienza possa arrivare una seria obiezione contro la scienza dello spirito. Infatti, se si confronta con la scienza dello spirito ciò che la scienza attuale riesce veramente a ottenere, risulta che la scienza attuale è il migliore supporto proprio per la scienza dello spirito. Bisogna solo affrontare la questione dal verso giusto. Se oggi prendiamo in mano un qualsiasi libro di quelle persone orientate verso il materialismo, le quali si esprimono per metà dal punto di vista psicologico e per metà dal punto di vista fisico, troviamo quanto segue. Illustrando l’apparato che sviluppa il pensiero (la vita dei nervi, la vita del cervello), queste persone cercano di rappresentarsi in quale modo l’uomo sviluppi le idee; studiano l’apparato del pensiero e possono veramente dimostrare che, quando in noi si manifesta un’idea, si verifica un processo cerebrale. Perciò dicono: «Vedete, vi possiamo dimostrare che senza un processo del cervello un pensiero o un’idea non possono essere afferrati; dunque, che senso ha che voi sosteniate l’esistenza di un’anima indipendente? In realtà esiste solo l’apparato del pensiero!».
Ma arrivano anche ad altro, queste persone orientate verso il materialismo. Guardate un po’ i comuni testi scolastici, e troverete che queste persone arrivano a descrivere l’apparato del pensiero e a correlare tutti i pensieri e le idee con i processi meccanici del cervello e del sistema nervoso; per farlo, devono però negare il sentimento e la volontà. Non è possibile spiegare il sentimento e la volontà mediante processi corporei: per questa ragione il sentimento e la volontà vengono semplicemente ignorati. Se oggi sfogliate dei libri, troverete detto ovunque che gli uomini hanno supposto l’esistenza di una volontà e di un sentimento in base a dei pregiudizi, ma che in realtà volontà e sentimento sono un nulla, non esistono.
Davanti al sentimento e alla volontà, lo studioso di scienze naturali si ferma. Dal momento che ora sappiamo che i pensieri si separano da noi con il corpo eterico, ci diventa chiaro che ciò che si separa, ciò che esce da noi insieme al corpo eterico, lavora anche qui sulla Terra sulla nostra esteriorità costruendosi innanzitutto l’apparato del pensiero, e quando l’apparato del pensiero è formato, il pensiero arriva con l’aiuto di tale apparato formato dal pensiero stesso. Il sentimento e la volontà restano nel corpo astrale e nell’io; noi li portiamo nel mondo spirituale. Non esiste una scienza che costringa al materialismo; al contrario, la vera scienza attuale conferma dovunque la nostra scienza dello spirito. Il materialismo del giorno d’oggi dipende sicuramente dal fatto che le persone non hanno alcun impulso che le porti verso la vita spirituale, non vogliono avere alcun senso per la vita spirituale. Anche la comprensione non doveva mancare. Infatti, quando si prende in considerazione ciò che il ricercatore dello spirito può descrivere persino per capitoli (come ciò che oggi abbiamo portato davanti alla nostra anima per quanto riguarda la vita tra la morte e una nuova nascita), tutto ciò può essere compreso, c’è solo bisogno di una capacità di comprensione più fine, più sottile della comprensione grossolana che l’uomo del giorno d’oggi vuole sempre adottare per capire il mondo esteriore. Noi viviamo anche in un’epoca nella quale per l’appunto il materialismo è giunto al suo massimo livello. Il ricercatore dello spirito può addirittura indicare precisamente quando il materialismo ha raggiunto il suo massimo livello: fra l’anno 1840 e il 1841. Da allora esso sta perfino calando leggermente; ma le sue conseguenze sono naturalmente enormi. Che significato ha questo materialismo per la concezione della vita fisica umana? Proprio gli spiriti più acuti del presente, sotto l’influsso del materialismo, ingannano la gente in modo estremamente deplorevole.
C’è un uomo veramente molto acuto che è antropologo criminale di professione. Egli ha analizzato molti cervelli di criminali e ha sviluppato per primo una famosa e significativa tesi sui cervelli dei criminali, la tesi secondo la quale nella maggior parte dei criminali il lobo occipitale del cervello che copre il cervelletto è troppo piccolo, come succede anche nelle scimmie. La scimmia è addirittura caratterizzata dal fatto di avere un piccolo lobo occipitale. Naturalmente non si chiedeva di meglio che poter dire: aha, essere un criminale è una regressione nella natura scimmiesca: il criminale nasce con un lobo occipitale troppo piccolo!
Pensate a quale enorme importanza ha per la vita morale il fatto di voler ammettere solamente che l’uomo ha un corpo fisico; allora infatti si dovrà dire: «Che parlate a fare della responsabilità, che parlate a fare del fatto che voi volete migliorare moralmente gli uomini tramite questa o quell’educazione? È una totale assurdità: quelli che nascono con un lobo occipitale troppo piccolo (che ovviamente nel corso di questa vita non può crescere sopra il cervelletto) diventano criminali, diventano necessariamente criminali. E se il materialismo è vero, allora è vero anche che noi non impicchiamo le persone per il fatto che hanno ucciso qualcuno, ma per il fatto che hanno un lobo occipitale troppo piccolo!». Bisognerebbe anche solo ammetterlo: non possiamo vivere nel mondo, non si può essere materialisti in questo senso, se non si ammette che si impiccano le persone perché hanno un lobo occipitale troppo piccolo; qualcosa di diverso sarebbe solo un nascondere la verità.
Ma cos’è la verità? Noi dobbiamo parlare del corpo eterico nel senso in cui l’abbiamo fatto oggi, dicendo che esso è ancora disponibile; dobbiamo parlare di quel corpo eterico che dopo la morte diventa addirittura più grande e si intesse nel comune etere cosmico. Se ci viene affidato un giovane che ha un lobo occipitale troppo piccolo, noi non potremo certo farglielo crescere (questo non riuscirà mai a farlo nessuna scienza fisica), ma potremo impostare l’educazione in modo adeguato, dicendo a noi stessi: qui è disponibile un corpo eterico, una parte del quale corrisponde al lobo occipitale; tramite un’educazione adeguata, noi conformiamo il corpo eterico di tale lobo occipitale e questo agisce nella vita, ed è forse anche più efficace del lobo occipitale fisico per il fatto che deve superare una certa forza. Dunque si trae conforto dal sapere che non è determinante la conformazione fisica del lobo occipitale, ma che in una persona nella quale esso è troppo piccolo è possibile conformare adeguatamente il lobo occipitale eterico, suscitando in essa questo o quel sentimento, nel caso in cui ci accorgiamo che abbia una qualche tendenza ad agire in modo non retto. Così potremo salvarla.
Vedete, questa è la verità. Questo è il lato morale della scienza dello spirito! Questo appunto manca. Dalla visione del mondo materialistica si vedrebbe originarsi sconforto e desolazione, proprio in senso morale, se si volesse essere coerenti. Si può vedere come la confortante possibilità di intervenire attivamente in ciò che diventano gli uomini scaturisca da quanto la scienza spirituale ci può dare. Se solo noi riusciamo a notare per tempo in un bambino determinate predisposizioni che potrebbero portare ad azioni criminali, mediante un certo tipo di educazione possiamo modellare in modo particolare ciò che nell’etere agisce su questo lobo occipitale, e intessere così nell’uomo la forza che continuerà a vivere in lui tra la morte e una nuova nascita, e che nella prossima incarnazione modellerà particolarmente bene il lobo occipitale proprio a livello fisico. Noi non ci limitiamo ad aiutarlo in questa incarnazione, ma poniamo anche la disposizione per un cervello particolarmente ben sviluppato — disposizione che egli potrà portare nel corso della vita tra morte e nuova nascita per incorporarla poi nella sua successiva incarnazione fisica.
In questo modo la scienza dello spirito ci inserisce praticamente nella vita; solo che essa dovrà fare molto di più di quanto non si faccia al giorno d’oggi. Oggi si pensa ancora troppo spesso di avere fatto abbastanza per la scienza dello spirito, se si è stati ad ascoltare per un poco e se si ritiene che ciò abbia avuto un influsso favorevole ed edificante sulla propria anima. Ma ciò non è sufficiente! La scienza dello spirito deve entrare nell’azione pratica in tutti gli ambiti della vita. In tutti i settori della vita devono mostrarsi i frutti della scienza dello spirito. Soprattutto la pedagogia — che al giorno d’oggi è particolarmente desolante, dal momento che si fonda solo su ciò che nell’uomo è fisico — deve essere fecondata dalla scienza dello spirito.
Oggi ci possono essere ancora molte persone che dicono: voi ci potete raccontare quanto volete della scienza dello spirito, ma perché dovremmo credere a quello che ci raccontate? Noi infatti non lo possiamo vedere per conto nostro. Al massimo lo potrebbe vedere chi in un certo modo trovasse la strada che porta al mondo spirituale seguendo quanto è descritto in «L’iniziazione». Dire di voler vedere soprattutto qualcosa praticamente — pensando in questo modo di portare lo spirituale dentro il mondo fisico, di guardare lo spirito allo stesso modo esteriore in cui si vede la realtà fisica, perché si è troppo pigri per cercare lo spirituale in modo spirituale — è un punto di vista molto egoistico. Se oggi il materialismo è collegato all’egoismo (è proprio una visione del mondo!), lo spiritismo materialistico è ancora più egoistico. Infatti, il materialismo finisce perlomeno a far valere solo il mondo fisico e anche a soddisfare solo questo mondo fisico. Lo spiritismo, invece, vuole avere in primo luogo una visione sensoriale del mondo spirituale, e in secondo luogo, vorrei dire, una soddisfazione permanente (e anche questa a livello fisico). Nella sua mancanza di chiarezza, però, esso si rappresenta questo livello fisico come lo spirituale; in breve, egli vuole restare nel mondo fisico e avere comunque lo spirituale! È realmente deprecabile che sia diventata possibile questa intensificazione del nostro materialismo che si manifesta nello spiritismo attualmente diffuso e fiorente in modo particolare in America; lì vi è infatti la tendenza a banalizzare lo spirituale, a rappresentare in modo materiale la realtà spirituale e i processi spirituali.
Ci sono però tanti altri modi per riconoscere che ciò che esiste sul piano fisico è un’impronta del mondo spirituale. E uno di questi modi (naturalmente ora non li possiamo citare tutti) è quello di cercare lo spirituale là dove agisce, ad esempio nei bambini, dove appunto deve svilupparsi. Per questo la pedagogia deve essere fecondata. La pedagogia porterà frutti solo quando gli uomini riusciranno a sviluppare una percezione, un sentimento per lo spirituale, di modo che l’insegnante non si limiti a praticare la pedagogia seguendo ogni sorta di prescrizioni, bensì partendo soprattutto dall’osservazione dell’individualità in divenire, allo scopo di individuare ciò che si vuole sviluppare a partire da essa. Questo è ciò che deve essere veramente conquistato! E per potere credere a questa conquista è bene rendersi conto del fatto che in realtà oggi l’uomo è terribilmente miope. Egli crede che al giorno d’oggi siano stati fatti passi da gigante, che ci si sia finalmente liberati da tutte le sciocchezze dei secoli passati; non è vero però che ci si sia sbarazzati dei pregiudizi. È stato solo necessario liberarsi dalla chiaroveggenza atavica allo scopo di vedere chiaramente il piano fisico e di acquisire la libertà, e questo processo si è concluso non molto tempo fa. L’altro ieri mi è stato possibile illustrare ai cari amici di Amburgo un esempio particolare di questa chiaroveggenza. Avendo la possibilità di girare un po’ attorno, forse sarebbe possibile trovare anche qui un esempio simile. Voglio però raccontarvi l’esempio di Amburgo, poi forse ne potrete trovare uno simile anche per Kassel.
Quando oggi un pittore vuole rappresentare il peccato originale — quell’impressionante immagine che nella Bibbia rappresenta la tentazione luciferica dell’uomo —, egli dipinge realisticamente Adamo, Eva e il serpente (con una normale testa di serpente). Grazie alla nostra scienza dello spirito, però, noi sappiamo che questo serpente è Lucifero. Il serpente fisico sulla terra può al massimo essere una specie di simbolo per Lucifero, ma questo serpente fisico non è Lucifero, e neppure il grande serpente che si avvinghia attorno a un albero e che ha in alto una comune testa di serpente. Lucifero è un essere rimasto fermo all’esistenza lunare, un essere che naturalmente non è possibile vedere sensibilmente. Sulla Luna infatti non si vedeva tramite i sensi; solo la Terra ha sviluppato la sensorialità. Il serpente terrestre si vede tramite i sensi. Naturalmente non è possibile vedere Lucifero tramite i sensi: egli deve essere osservato sul piano interiore. E quando lo si osserva interiormente, lo si percepisce in modo tale da dirsi: «Costui è quello che nella sua parte superiore presenta delle somiglianze con una testa umana!». Ha infatti estroflesso gli occhi («i vostri occhi verranno aperti e voi vedrete»), ma è anche dentro alla testa e percepisce il sistema nervoso fino in basso nel midollo: quindi, pensando il tutto esclusivamente a livello eterico, è una testa umana che si estende in un corpo di serpente. Quando si dipinge Lucifero volendo essere fedeli alla Bibbia, si dovrebbe dipingere l’eterico per il midollo spinale, e sopra qualcosa che pure è ancora eterico ma non ancora fisico: la testa umana. Questo ci insegna ciò che oggi abbiamo in immagine.
Ad Amburgo si possono vedere i quadri biblici di Meister Bertram, e anche il peccato originale così come l’ho descritto: non un serpente comune, bensì un serpente con una testa umana. Nei secoli quattordicesimo e quindicesimo, il pittore dipingeva in questo modo, il che vuol dire che allora si sapevano ancora queste cose. E qui si è dimostrato praticamente com’è la questione! Il pittore non è andato lì e ha dipinto un serpente comune, poiché allora si sapeva ancora come farlo, perché era ancora presente una veggenza atavica. Questa è scomparsa del tutto solo da un paio di secoli, e deve essere conquistata di nuovo. Ma non può essere riconquistata in altro modo se non preparandosi a comprendere di nuovo il mondo spirituale grazie alla scienza dello spirito.
Chi partecipa alla nostra scienza dello spirito con tutta l’anima e con tutto il cuore, l’intende in modo tale da vedere che il compito più importante della nostra epoca è che gli uomini imparino a comprendere ciò che è nel mondo spirituale, per potersi così preparare a vedere in esso, e dunque in ciò che agisce nel mondo che ci circonda. Quanto sarà diverso il modo in cui attraverseremo il mondo, sapendo che non è solo aria quella che ci circonda, ma che quest’aria è compenetrata di tessitori che non appartengono solo al mondo visibile — anche la luce di per se stessa non è visibile, ma lo sono i colori —, bensì che nella luce tessono i corpi eterici morti! La scienza della natura e la scienza dello spirito si collegheranno in un bel modo, solo che la scienza dello spirito sarà a disposizione di tutti gli uomini e porterà qualcosa a tutti.
Penso che nella nostra epoca sia particolarmente necessario sentirci obbligati a fare entrare assai spesso nelle nostre meditazioni verità quali quelle che abbiamo potuto conoscere oggi riguardo alla vita tra la morte e una nuova nascita. Un altro buon tema di meditazione è presentare spesso davanti alla nostra anima l’inizio della vita tra la morte e una nuova nascita, il vuoto che ci assegna il nostro posto nel mondo, le disposizioni del mondo eterico, il fatto che il nostro corpo eterico viene intessuto nel mondo eterico. In tal modo viene stimolato ciò che vive dentro di noi, affinché cresca sempre di più nella percezione diretta del mondo spirituale. L’umanità dei nostri tempi ne ha bisogno. Prendendo in considerazione gli accadimenti attuali, si potrebbe sentire quanto sia necessario per l’uomo questo crescere dentro l’esperienza diretta del mondo spirituale. L’attuale epoca di prove potrà essere superata nel giusto modo solo se un certo numero di persone sarà in grado di sentire fedelmente, umanamente e con dedizione ciò che vive nella scienza dello spirito, e in che modo questa scienza dello spirito debba preparare il futuro dell’uomo.
Gravi sono i segni del tempo, e la gravità si rivela proprio se riflettiamo su quanto ci sta più vicino. Pensate a ciò che deve compenetrare il nostro cammino con un serio proposito: cercare l’uguale in tutte le anime umane, attraverso tutte le nazioni e tutte le razze. A ragione noi lo consideriamo un elevato ideale dell’umanità, ma non dobbiamo nasconderci in quale enorme contrasto stia la vita dell’Europa attuale rispetto a questo ideale. Siamo forse in grado di affermare che oggi l’umanità europea, con ciò che essa dichiara, si avvicini in qualche modo anche solo lontanamente a questo ideale? Quanto ne è lontana! E abbiamo noi il diritto di considerare questo ideale come un ideale che al giorno d’oggi possiamo applicare immediatamente? In quanto tedeschi, non dobbiamo forse anche noi (per non illuderci) avere chiaro il fatto che nelle condizioni europee non possiamo neppure lontanamente pensare a realizzare un simile ideale? Realizzeremmo molto male la missione che ci è stata specificatamente assegnata in quanto tedeschi, se ci perdessimo semplicemente in ideali che in generale sono vaghi. L’epoca attuale ci obbliga a sviluppare la specificità del nostro essere mitteleuropei. E in relazione a ciò noi possiamo considerare il karma che, vorrei dire, ci è stato assegnato nello specifico.
Se considerate oggi le vicende mondiali, in realtà noi non siamo stati guidati troppo male nel senso di queste grandi vicende. Il karma ha fatto sì che il nostro movimento abbia inizialmente fatto parte del movimento teosofico generale. Molto prima che questa guerra mostrasse ciò che essa può mostrare oggi ai tedeschi, il nostro movimento tedesco si è completamente diviso, si è separato da quello teosofico sottolineando come sia necessario che, proprio a partire dalla sostanza del popolo tedesco, da noi si sviluppi quel movimento spirituale che può sostenerci e che dovrà sostenere anche il resto del mondo. Possiamo dire che, in quanto movimento antroposofico, già anni fa abbiamo potuto percepire in particolare l’odio inglese nel nostro specifico settore. Ora esso si è semplicemente ingrandito, tanto che lì non si riesce più a tacere: ciò che negli ultimi tempi è stato scritto su di noi da parte dei cosiddetti teosofi inglesi supera veramente tutto ciò che è umanamente scusabile. Possiamo quindi dire che se prendiamo in considerazione il percorso del nostro movimento, troviamo che il nostro karma scorre anche così attraverso il nostro movimento, mostrando una completa coincidenza con quanto ci mostra il grande movimento mondiale. Il fatto che il nostro karma ci abbia già portati abbastanza presto a sottolineare indipendentemente la vita dello spirito tedesca, possiamo comunque presentarla in tutta modestia come karma positivo; e il fatto che l’antroposofia abbia trovato il proprio punto focale nella vita dello spirito tedesca, possiamo vederlo come una sorta di lucente stella del mattino per la nostra corrente karmica. E poiché, vorrei dire, i segni di ciò che accade fuori nel mondo si sono mostrati presso di noi già molto tempo prima, possiamo già trarre da questo singolo fatto la convinzione che nel nostro movimento ci sia una forza disponibile per il grande movimento comune dell’umanità.
Impariamo, miei cari amici, ad avere fiducia che la forza spirituale che vive nel nostro movimento sia la cosa migliore a cui la nostra anima possa collegarsi. Impariamo a sperimentare a fondo tutto il peso e tutta l’importanza del pensiero, del sentimento e dell’impulso volitivo, tutto il peso e tutta l’importanza di che cosa significa: «ci devono essere singole anime che, nei confronti delle grandi esigenze del nostro tempo, capiscano come gli impulsi spirituali debbano interagire con quanto deve accadere qui sulla Terra nella storia futura». Impariamo a comprendere non solo in senso astratto, ma anche in senso pratico, che significato abbiano le innumerevoli morti che inondano oggi la Terra. Impariamo a comprendere con quanta fedeltà le nostre anime debbano tenere al nostro movimento affinché ci siano persone che possano guardare in modo giusto verso l’alto, alla sfera dove i corpi eterici e le individualità che si sono sacrificate per la nostra epoca sul grande campo della storia continueranno ad agire e agiranno insieme a coloro che saranno sulla Terra nella futura epoca di pace. Impariamo a comprendere cosa significhi trovare il senso giusto per il fatto che una spiritualità compenetra per l’appunto anche ciò che succede oggi sul piano fisico, per il fatto che coloro che riconoscono la scienza dello spirito sono qui per rivolgere il loro senso verso ciò che si origina, sul piano spirituale, dal coraggio e dal sacrificio della nostra epoca. Impariamo a comprendere nel modo giusto le parole con le quali vogliamo concludere le nostre considerazioni:
Dal coraggio dei combattenti dal sangue dei campi di battaglia, dal dolore dei rimasti, dai sacrifici del popolo nasceranno frutti dello spirito. Anime guidino coscienti la loro mente nel regno dello spirito.
Aus dem Mut der Kämpfer, Aus dem Blut der Schlachten, Aus dem Leid Verlassner, Aus des Volkes Opfertaten Wird erwachsen Geistesfrucht — Lenken Seelen geist-bewußt Ihren Sinn ins Geisterreich.
Viviamo in un periodo in cui quotidianamente o a ogni ora siamo posti di fronte alla morte, al passaggio dell’uomo attraverso la porta della morte, a questo significativo evento della vita umana. La morte diventa infatti un avvenimento della vita nel vero senso del termine solo per mezzo della scienza dello spirito che indica all’uomo come agiscano nella sua interiorità le forze eterne che scorrono tra nascita e morte, e che nel periodo tra nascita e morte creano un aspetto dell’esistenza, una particolare forma dell’esistenza per poi assumere, dopo il passaggio attraverso la porta della morte, un’altra forma di esistenza. Così la morte, da un’astratta fine della vita, come può apparire solo a una visione materialistica del mondo, per mezzo della scienza dello spirito nel complesso della vita umana diviene un evento, anche se di grande importanza. Anche fra le nostre stesse fila, in primo luogo a causa degli eventi storici attuali, ma anche per motivi al di fuori di questi, amici cari hanno varcato la porta della morte, così che sembra forse opportuno inserire proprio nel nostro presente, nelle nostre considerazioni odierne qualcosa sull’evento della morte e su quei fatti della vita umana che seguono la morte.
Nelle nostre osservazioni scientifico-spirituali sempre di nuovo ci si è occupati della vita tra la morte e una nuova nascita, e proprio su questo argomento abbiamo già acquisito molti punti di riferimento. Dal procedimento fino a ora seguito dalla scienza dello spirito sappiamo bene come tutto ciò che vien dato si possa dare solo partendo da una precisa prospettiva e che possiamo in fondo conoscere le cose con sempre maggior precisione, solo se ci vengono chiarite da diversi punti di vista. Perciò oggi, a quello che già sappiamo sul tema accennato, aggiungerò qualcosa che può essere utile alla nostra complessiva concezione del mondo.
Alla luce della scienza dello spirito consideriamo l’uomo, e in un primo momento va bene così, quale egli ci si presenta come espressione di tutto il suo essere qui nel mondo fisico. Dobbiamo partire prima di tutto da ciò che l’uomo ci presenta nel mondo fisico, ed è per questo che ho sempre di nuovo richiamato l’attenzione su come noi traiamo per così dire un’idea generale riguardo a tutto l’uomo, considerandolo in modo da avere come base, prima di tutto, il corpo fisico, che qui nel mondo fisico conosciamo dall’esterno attraverso un’osservazione sensibile, attraverso lo smembramento scientifico dell’osservazione basata sui sensi. Abbiamo poi quel corpo o quella forma di organizzazione che indichiamo come corpo eterico; esso ha già un carattere soprasensibile e non può quindi venir osservato con i comuni organi di senso (neppure con l’intelletto che è legato al cervello) e perciò è inaccessibile alla scienza comune. Tuttavia il corpo eterico è una struttura di cui si può dire che anche spiriti come Immanuel Hermann Fichte, figlio del grande Johann Gottlieb Fichte, poi Troxler ed altri erano a conoscenza. Il corpo eterico, essendo soprasensibile, è qualcosa nell’uomo che può essere afferrato solamente da una conoscenza immaginativa, qualcosa che però può essere appunto guardato dall’esterno per la conoscenza soprasensibile, così come per la conoscenza sensibile può essere guardato dall’esterno il corpo fisico.
Proseguiamo poi nella nostra osservazione fino al corpo astrale. Esso non può essere osservato in modo sensibile dall’esterno, come può essere osservato il corpo fisico per mezzo dei sensi, come il corpo eterico per mezzo dello sguardo interiore; il corpo astrale è invece qualcosa che può essere sperimentato solo interiormente, entro il quale noi stessi dobbiamo essere per poterlo sperimentare, come pure la quarta parte costitutiva che dobbiamo afferrare qui nel mondo fisico: l’io. Con queste quattro parti costitutive della natura umana formiamo l’uomo intero. Dalle considerazioni fatte finora sappiamo però anche che quello che chiamiamo comunemente il corpo fisico dell’uomo è qualcosa di molto complicato, sappiamo che il corpo fisico umano si è formato in un lungo processo evolutivo attraverso gli stadi di Saturno, Sole, Luna e che pure il divenire dell’esistenza terrestre vi ha contribuito dalle sue origini fino ai tempi nostri. Un complicato processo evolutivo ha formato il nostro corpo fisico. Si offre all’osservazione, che a tutta prima è accessibile all’uomo nel mondo fisico anche per la scienza ordinaria, solo il lato esteriore di ciò che in verità vive nel corpo fisico. Si potrebbe dire che la comune osservazione fisica e la scienza fisica, come esistono qui nel mondo, conoscono del corpo fisico solo tanto quanto un uomo conosce di una casa, al di fuori e intorno alla quale cammina, senza esservi mai entrato, un uomo che non ha mai conosciuto che cosa vi sia dentro la casa e quali persone vivano in essa. È ovvio che chi si trovi sul terreno della scienza in un senso materialistico dirà di conoscere molto bene l’interno del corpo fisico. Lo conosciamo perché spesso abbiamo osservato, durante l’autopsia, il cervello all’interno delle pareti cervicali, perché abbiamo visto lo stomaco, il cuore: conosciamo dunque questo interno. Ma l’interno che può essere visto dall’esterno, l’interno come spazio, non è ciò che qui è inteso parlando dell’interno. Anche questo spazio interno è solo qualcosa di esteriore; nel corpo fisico umano questo interno spaziale è addirittura molto più esteriore del vero e proprio esterno spaziale. È certamente singolare dire questo. Ma già sappiamo, dalle descrizioni della nostra scienza dello spirito fatte finora, che i nostri organi di senso furono formati già durante il periodo di Saturno e che li portiamo all’esterno del nostro corpo, spazialmente esterni. Furono formati da forze molto più spirituali di quelle, per esempio, del nostro stomaco e di ciò che si trova internamente in senso spaziale. Ciò che si trova all’interno venne formato da forze meno spirituali. Per quanto singolare possa sembrare, bisogna tuttavia far presente che a dire il vero l’uomo parla di sé per così dire alla rovescia. È del resto naturale, poiché qui viviamo sul piano fisico, ma si esprime alla rovescia. In verità egli dovrebbe chiamare quello che è la pelle del viso l’interno e il suo stomaco l’esterno. Si giungerebbe allora molto più vicini alla realtà. Si giungerebbe molto più vicini alla realtà se si dicesse che mangiamo dall’interno verso l’esterno, che mandiamo i nostri cibi dall’interno verso l’esterno, mandandoli nello stomaco, piuttosto di come diciamo ora: dall’esterno all’interno; infatti, quanto più i nostri organi si trovano alla superficie, tanto più spirituali sono le forze da cui derivano, mentre sono tanto meno spirituali le forze da cui derivano, quanto più essi sono posti nel nostro interno in senso spaziale.
Lo si può notare con facilità partendo dalle descrizioni della scienza dello spirito fin qui fatte. Sebbene ci ricordiamo quanto è stato finora esposto dalla scienza dello spirito, sapremo che durante l’evoluzione lunare qualcosa si separa, che durante l’evoluzione terrestre di nuovo si separa, che cioè nel corso delle evoluzioni di Saturno, Sole e Luna qualcosa va nello spazio. Durante questo separarsi succede qualcosa di sorprendente: siamo stati rivoltati, rivoltati esattamente come si rovescia un guanto — l’interno verso l’esterno e l’esterno verso l’interno. Ciò che come viso oggi si volge all’esterno, nella sua prima disposizione durante il periodo di Saturno e del Sole si rivolgeva all’interno, e così era ancora per una parte del periodo della Luna; mentre i germi dei nostri organi interni attuali furono plasmati durante il periodo lunare in modo tale da essere costruiti da fuori. Da quel periodo siamo stati veramente rivoltati come un vestito. Oggi non si usa più rivoltare i vestiti, ma in tempi passati lo si faceva per poterli portare ancora più a lungo. Oggi non si usa più. Quando parliamo del nostro corpo fisico dobbiamo diventare consapevoli che in esso vi è molto di soprasensibile, che tutto il modo in cui è costruito è soprasensibile, che è stato formato a partire dal soprasensibile, e che quando lo consideriamo come un tutto, ci manifesta solamente il suo lato esteriore.
Passiamo ora al corpo eterico: esso non è più visibile a un’osservazione fisico-sensibile; ma esso è tanto più importante quando l’uomo varca la porta della morte. Il corpo eterico è di grandissima importanza nei primi giorni dopo la morte. Ma anche per il corpo fisico dobbiamo ancora imparare a cambiare modo di pensare, imparare veramente a cambiare modo di pensare se vogliamo considerare nella giusta misura ciò che ci attende dopo aver varcato la porta della morte. Sappiamo bene, poiché può venir ancora osservato dal mondo fisico, che nel varcare la porta della morte l’uomo depone, come si suol dire, il suo corpo fisico. Con la decomposizione o la cremazione (i due processi si differenziano solo per la durata) esso viene affidato all’elemento terrestre. Potrebbe sembrare che chi ha varcato la porta della morte abbandoni semplicemente il corpo fisico in quanto tale. Ma non si tratta di questo. Del nostro corpo fisico possiamo affidare alla Terra solo ciò che dalla Terra stessa prese origine. Non possiamo affidare alla Terra ciò che del nostro corpo fisico proviene dall’antica esistenza lunare, dall’antica esistenza solare, dall’antica esistenza saturnia. Quelle che provengono dall’antica esistenza saturnia, dall’antica esistenza solare e dall’antica esistenza lunare, e perfino ancora da gran parte dell’esistenza terrestre, sono forze soprasensibili. Tali forze che sono nel nostro corpo fisico, delle quali all’osservazione dei sensi, come appunto ho spiegato, si mostra solo l’aspetto esteriore, dove vanno dunque a finire dopo che abbiamo varcato la porta della morte? Il nostro corpo fisico, la forma più straordinaria che ci sia sulla Terra, soprattutto come forma, restituisce alla Terra, si è detto, solamente quello che la Terra gli ha dato. Dove si trova il resto quando abbiamo varcato la porta della morte? Il resto si ritira da ciò che, a seguito di decomposizione o cremazione, penetra per così dire nella Terra; il resto viene accolto dall’universo intero. Se pensiamo a tutto, a tutto quello che si può intuire ci sia intorno alla Terra, con tutti i pianeti e le stelle fisse, se lo pensiamo il più possibile spiritualmente, in ciò che si è spiritualmente pensato si ha il luogo in cui si trova quel che di noi è spirituale. Infatti solo una parte dello spirituale si separa: quella che vive nel calore e che rimane alla Terra. Il calore, il nostro calore interno, il nostro calore individuale viene separato, rimane alla Terra. Invece tutto ciò che del corpo fisico è spirituale viene portato fuori negli spazi cosmici, nel cosmo intero.
Quando da esseri umani abbandoniamo il nostro corpo fisico, dove andiamo, dove ci immergiamo veramente? Alla nostra morte, veloci come un lampo, ci immergiamo in tutte le forze soprasensibili che plasmano il nostro corpo fisico. Possiamo in tutta tranquillità farci una rappresentazione di come tutte le forze costruttrici che, a partire dal periodo di Saturno, lavorarono al nostro corpo fisico si dilatino all’infinito preparandoci il luogo nel quale vivremo tra la morte e una nuova nascita. Tutto questo, vorrei dire, non è che condensato nello spazio delimitato dalla nostra pelle tra la nascita e la morte.
Quando così ci troviamo fuori dal nostro corpo fisico, facciamo soprattutto un’esperienza che è importante per tutta la successiva vita fra morte e nuova nascita. Vi ho già accennato spesso. Questa esperienza è di natura opposta all’esperienza che le corrisponde qui nella vita sul piano fisico. Qui nella vita sul piano fisico, con l’usuale conoscenza che ci è data dai sensi, non possiamo guardare indietro fino al momento della nostra nascita. Nessuno è in grado di ricordare la propria nascita, di guardare a ritroso. Sa solamente di essere nato, prima di tutto perché forse gli è stato detto, e in secondo luogo lo presume perché sono nati anche tutti gli altri, giunti sulla Terra dopo di lui; ma nessuno può avere un’esperienza reale della propria nascita.
Abbiamo l’esatto contrario con l’esperienza corrispondente dopo la morte. Mentre non è mai possibile che la visione diretta della nostra nascita ci stia davanti all’anima nella vita fisica, nell’intera vita tra morte e nuova nascita il momento della morte sta davanti all’anima, se soltanto si guarda a esso spiritualmente. Di certo deve esserci ben chiaro che il momento della morte viene poi visto dall’altro lato. Se la morte può avere qualcosa di spaventoso è soltanto perché per così dire qui viene vista come un dissolversi, come una fine. Dall’altro lato, dal lato spirituale, guardando indietro al momento della morte essa appare di continuo come la vittoria dello spirito, come il faticoso liberarsi dello spirito dal corpo fisico. Si presenta allora come l’evento più grande, più sublime, più significativo. Inoltre con questo evento si accende quella che dopo la morte è la nostra coscienza dell’io. Per tutto il periodo tra morte e rinascita abbiamo una coscienza dell’io non soltanto simile a quella che abbiamo qui nella vita fisica, ma l’abbiamo persino in un senso molto più elevato. Non potremmo però avere tale coscienza dell’io se non fossimo capaci di guardare indietro incessantemente, se non vedessimo, ma dall’altro lato, dal lato spirituale, il momento nel quale ci siamo strappati col nostro spirito dal corpo fisico. Siamo consci di essere un io solamente perché sappiamo: noi siamo morti, abbiamo liberato il nostro spirito dal nostro corpo fisico. Se al di là della porta della morte non guardassimo al momento della morte, per la coscienza dell’io post-mortem accadrebbe ciò che accade qui per la coscienza fisica dell’io durante il sonno. Come nel sonno non si sa nulla della coscienza fisica dell’io, così dopo la morte non si saprebbe nulla di sé se non si avesse presente l’istante del morire. Lo si ha davanti a sé come uno dei momenti più sublimi, più grandiosi.
Vediamo come già in questo caso dobbiamo prendere atto di dover pensare il mondo spirituale in modo del tutto diverso da come si pensa qui il mondo fisico-sensibile. Se per comodità si vuole restare soltanto con i concetti che si hanno qui per il mondo fisico-sensibile, non si può proprio afferrare il mondo spirituale in modo preciso. Infatti quel che è più importante dopo la morte è che il momento del morire viene visto dall’altro lato. Si accende così dall’altro lato la nostra coscienza dell’io. Qui nel mondo fisico abbiamo per così dire un lato della coscienza dell’io; dopo la morte abbiamo l’altro lato della coscienza dell’io. Poc’anzi ho accennato a dove si trovi in realtà la parte soprasensibile del nostro corpo fisico dopo la morte, dove dobbiamo cercarla. Dobbiamo cercarla nel mondo intero, in lontananze che solo possiamo presentire, in rapporti di forze, in organismi di forze, in un cosmo di forze. Tale parte fisica ci prepara il luogo attraverso il quale dobbiamo passare da una morte a una nuova nascita.
È davvero un microcosmo, un intero mondo quello che qui nel nostro corpo fisico, piccolo rispetto al mondo intero, si trova racchiuso nella nostra pelle; in realtà è solo arrotolato, se posso esprimermi alla buona; poi si srotola e riempie il mondo, a eccezione di un piccolo spazio che rimane sempre vuoto. Quando viviamo tra morte e rinascita, con le forze che sono alla base del nostro corpo fisico quali forze soprasensibili, veniamo veramente a essere in tutto il mondo, salvo che in un unico luogo che rimane vuoto: è lo spazio che occupiamo qui nel mondo fisico all’interno della nostra pelle. Sempre guardiamo a questo vuoto. Guardiamo noi stessi da fuori e vediamo in un vuoto. Ciò in cui noi guardiamo rimane vuoto, ma rimane vuoto in modo tale che ne riceviamo una sensazione fondamentale. Questo guardare non è un guardare astratto, come quando sul piano fisico si fissa una cosa qualsiasi, ma è un guardare collegato con una possente, interiore esperienza di vita, con una possente esperienza. È collegato con il fatto che grazie alla vista di quel vuoto sorge in noi un sentimento che ora ci accompagna nel corso di tutta la vita tra morte e nuova nascita e che costituisce molto di ciò che generalmente chiamiamo vita dell’aldilà. È la sensazione: nel mondo si trova qualcosa che sempre e di continuo deve essere riempito da te. Poi si perviene alla sensazione: si è nel mondo per qualcosa per il quale possiamo esserci soltanto noi stessi. Si percepisce il proprio posto nel mondo. Si sperimenta di essere, nel mondo, un tassello senza il quale il mondo non potrebbe esistere. Lo si vede in quel vuoto. L’essere nel mondo come qualcosa che appartiene al mondo è quanto viene incontro perché si guarda a un vuoto. Tutto questo è in relazione con ciò che avviene poi del nostro corpo fisico. Naturalmente, servendoci di descrizioni più elementari, potremo per così dire sempre esporre solo in modo schematico quello che in verità nel mondo spirituale abbisogna di immagini per quanto è reale. Ma dobbiamo prima avere queste immagini per poi innalzarci poco a poco fino alle rappresentazioni che maggiormente penetrano nella realtà del mondo spirituale.
Sappiamo che poi per alcuni giorni abbiamo una specie di ricordo a ritroso; viene peraltro chiamato ricordo a ritroso solo in senso improprio, a ragione, ma in senso improprio, poiché nel corso di alcuni giorni abbiamo qualcosa come un quadro mnemonico, come un panorama che è tessuto con tutto quanto abbiamo sperimentato nella vita appena trascorsa; non l’abbiamo però come un ricordo ordinario entro il corpo fisico. Un ricordo nel corpo fisico è tale che l’estraiamo temporalmente dalla memoria. Tale memoria è una forza collegata al corpo fisico; si tratta di qualcosa di pensato quando si estrae temporalmente il ricordo in questo modo. Invece il ricordo a ritroso dopo la morte è tale che tutto quanto si è svolto nella vita è contemporaneamente intorno a noi, come in un panorama, in immagini. Per giorni viviamo per così dire in quanto abbiamo sperimentato. In immagini possenti si trova contemporaneamente l’avvenimento che abbiamo appena vissuto appunto nell’ultimo periodo precedente la nostra morte e al tempo stesso ciò che avevamo vissuto nell’infanzia. Un panorama della vita, un quadro della vita, ci presenta in un tessuto intrecciato di etere ciò che altrimenti si era svolto in una successione temporale. Tutto quanto ora vediamo vive nell’etere.
Prima di tutto percepiamo come vivente quello che allora ci circonda, là tutto vive e tesse. Poi lo percepiamo come spiritualmente risonante, come spiritualmente risplendente e come emanante spiritualmente calore. Questo quadro di vita scompare, come sappiamo, già dopo alcuni giorni. Ma che cosa lo fa in realtà cessare? che cosa è questo quadro di vita?
Quando appunto si indaga sull’essenza di questo quadro di vita, bisogna dire che in esso è intessuto tutto quanto nella vita abbiamo sperimentato. Ma sperimentato come? Poiché vi abbiamo unito pensieri! Vi è celato tutto quanto avevamo sperimentato pensando, avendo avuto rappresentazioni. Tanto per riferirci a qualcosa di concreto, diciamo di aver vissuto durante la vita con un’altra persona, di aver parlato con l’altra persona. Per il fatto di aver parlato con lei i suoi pensieri hanno comunicato con i nostri. Abbiamo ricevuto amore da lei, abbiamo lasciato che l’intera sua anima agisse sulla nostra, vissuto tutto questo interiormente. Con-viviamo, appunto, quando viviamo con un’altra persona. Essa vive, e noi viviamo, sperimentiamo qualcosa di lei. Quello che sperimentiamo in lei ci appare ora intessuto nel quadro di vita. È proprio ciò di cui abbiamo ricordo. Pensiamo ad esempio al momento in cui dieci, vent’anni fa, vivemmo qualcosa con qualcun altro. Pensiamo di ricordarcelo, ma non come ci si ricorda di solito nella vita, col grigio che sfuma nel grigio, bensì come se il ricordo fosse in noi tanto vivo quanto l’esperienza medesima, come se l’amico ci stesse davanti come era allora, quando la vivemmo. Spesso qui nella vita siamo molto sognanti. Quello che sul piano fisico viviamo con vigore diventa ottuso, si spegne. Quando abbiamo varcato la porta della morte e lo troviamo nel quadro di vita non è così spento, è presente con tutta la freschezza e il vigore con cui era presente durante la vita. Così si intesse nel quadro di vita, così lo sperimentiamo noi stessi per giorni.
Come per il mondo fisico abbiamo l’impressione che il nostro corpo fisico si separi da noi, così abbiamo poi l’impressione, dopo vari giorni, che anche il nostro corpo eterico si sia separato da noi: a dire il vero il corpo eterico non si è separato da noi come il corpo fisico, bensì è intessuto con l’intero universo, con il mondo intero. È là e vi lascia la sua impronta durante i giorni nel corso dei quali sperimentiamo il quadro di vita. Quello che così abbiamo come quadro di vita, passa nel mondo esterno, vive attorno a noi, è accolto dal mondo.
Inoltre durante questi giorni facciamo un’esperienza importante, significativa. Infatti ciò che sperimentiamo dopo la morte non sono solo esperienze che appaiono come ricordi della vita terrena, ma sono proprio frammenti per nuove esperienze. Il pervenire al nostro io mentre gettiamo uno sguardo indietro al momento della morte è già di per sé una nuova esperienza, poiché qui con i nostri sensi terreni non possiamo sperimentare qualcosa di simile. Ciò è accessibile solo alla conoscenza iniziatica. Ma anche quello che sperimentiamo nel corso dei giorni in cui abbiamo intorno a noi il quadro mnemonico, il tessere eterico che si dissolve da noi e si unisce all’universo, anche questo sperimentare è qualcosa di commovente e sublime, è qualcosa di davvero poderoso per l’anima umana.
Qui nel mondo fisico siamo dunque di fronte al mondo, ai regni minerale, vegetale, animale, umano. Di essi sperimentiamo ciò che i nostri sensi sono in grado di sperimentare, grazie a ciò che può raggiungere tramite i sensi il nostro intelletto legato al cervello, ciò che può sperimentare il nostro sentimento legato al nostro sistema vascolare; tutto questo sperimentiamo qui. E in verità noi uomini tra nascita e morte, visto in una prospettiva superiore, siamo dei poveri sciocchi, mi si perdoni l’espressione, siamo dei grandissimi sciocchi. Di fronte alla saggezza del cosmo siamo paurosamente stupidi se crediamo che tutto consista soltanto nello sperimentare qui qualcosa nel modo descritto e nel portare poi ciò che sperimentiamo nei nostri ricordi e nell’essercene appropriati come uomini. Così crediamo, ma mentre facciamo esperienze, mentre nello sperimentare formiamo le nostre rappresentazioni, le nostre sensazioni animiche, in questo sperimentare, in questo svolgimento lavora l’intero mondo delle gerarchie, vive e tesse in esso. Se ci mettiamo di fronte a una persona e la guardiamo negli occhi, nel nostro sguardo e in quello che il suo sguardo ci manda incontro vivono gli spiriti delle gerarchie, vivono le gerarchie, vive il lavoro delle gerarchie. Anche ciò che sperimentiamo ci presenta soltanto il lato esteriore, poiché in quello sperimentare operano le divinità. Mentre crediamo di vivere solo per noi, attraverso il nostro sperimentare le divinità elaborano qualcosa che ora possono intessere nel mondo. Abbiamo concepito pensieri, abbiamo avuto esperienze di sentimento: le divinità prendono tutto ciò e ne fanno partecipe il loro mondo, e dopo che siamo morti sappiamo di essere vissuti affinché le divinità potessero ordire la tela proveniente dal nostro corpo eterico di cui ora l’universo intero viene reso partecipe. Gli dei ci hanno permesso di vivere per poter ordire per se stessi qualcosa per mezzo del quale poter arricchire di un frammento il loro mondo. È un pensiero commovente! Quando nel mondo moviamo un solo passo, esso è il segno esteriore di un avvenimento divino e un frammento del tessuto che le divinità usano per il loro disegno cosmico; ce lo lasciano solo fino a quando varchiamo la porta della morte, per poi togliercelo e incorporarlo nell’universo. I nostri destini umani sono al tempo stesso azioni divine, e ciò che sono per noi uomini è soltanto un aspetto esteriore. Questo è ciò che conta, l’importante, l’essenziale.
A chi appartiene in realtà ora, dopo che siamo morti, quello che nella vita abbiamo conquistato interiormente per il fatto che possiamo pensare, che abbiamo sensazioni animiche? Dopo la nostra morte appartiene al mondo! Ma come volgiamo lo sguardo indietro alla nostra morte, così con quello che ci rimane, col nostro corpo astrale e il nostro io guardiamo indietro a ciò che si è intessuto nell’universo, nel mondo. Durante la vita, quale corpo eterico in noi, portiamo ciò che si era intessuto nell’universo. Ora è dipanato e intessuto col mondo. Vi volgiamo lo sguardo, lo guardiamo. Come qui lo sperimentiamo interiormente, così l’osserviamo dopo la morte, così si trova fuori nel mondo. Come qui guardiamo stelle, montagne e fiumi, così dopo la morte, accanto a ciò che con la velocità di un lampo è divenuto del nostro corpo fisico, guardiamo ciò che delle nostre esperienze si è intessuto nel mondo. E ciò che delle nostre esperienze si incorpora nell’intera architettura del mondo, si specchia ora nel corpo astrale e nell’io che ancora possediamo, proprio come il mondo esterno si specchia nei nostri organi fisici qui nel nostro essere fisico. Per il fatto che si specchia in noi riceviamo qualcosa che qui, durante l’esistenza sulla Terra, non possiamo avere: qualcosa che avremo più tardi in un’impronta esterna, più fisica, durante l’esistenza su Giove, ma che riceviamo in una forma spirituale perché ora il nostro essere eterico si trova all’esterno e produce un’impressione su di noi. Prima veniva da noi vissuto come nostra interiorità; ora invece produce un’impressione su di noi. L’impressione che viene fatta su di noi, a dire il vero, è a tutta prima spirituale, è immaginativa, ma quale esperienza immaginativa è già un esempio di ciò che avremo solo su Giove: il sé spirituale. Poiché quindi il nostro corpo eterico si intesse nell’universo, nasce per noi (però spiritualmente, non come l’avremo più tardi su Giove) un sé spirituale; così ora abbiamo, dopo aver abbandonato il corpo eterico: il corpo astrale, l’io, il sé spirituale. Quelli che rimangono della nostra esistenza terrena sono quindi il corpo astrale e l’io.
Il nostro corpo astrale, come sappiamo, ancora per lungo tempo dopo la morte rimane sottoposto a noi come lo era il corpo astrale terrestre. Rimane a noi in quanto esso viene compenetrato da tutto ciò che è puramente umano terrestre e che non può espellere subito da sé. Trascorriamo quindi un periodo durante il quale solo a poco a poco possiamo deporre quello che la vita terrena ha fatto del nostro corpo astrale. Delle nostre vicende sulla Terra sperimentiamo in sostanza, per quanto riguarda il corpo astrale, solo la metà. Di quello che in un modo o nell’altro accade per mezzo nostro, in verità sperimentiamo solo la metà. Facciamo un esempio: pensiamo (questo nel caso di azioni e pensieri buoni, come pure di azioni e pensieri cattivi, ma prendiamo l’esempio di un’azione cattiva) di dire a qualcuno una parola cattiva, per la quale egli si sente offeso. Della parola offensiva sentiamo solamente quello che ci riguarda, abbiamo in noi la sensazione del motivo per cui abbiamo usato quella cattiva parola; questa è l’impressione che riceve la nostra anima quando usiamo la parola offensiva. Ma l’altro, al quale rivolgiamo la parola cattiva, ha un’impressione del tutto diversa, ha l’altra metà dell’impressione, ha il sentimento di essere offeso. In lui vive realmente l’altra metà dell’impressione. Quel che abbiamo vissuto per noi stessi nel corso della vita fisica è un aspetto, quel che l’altro ha vissuto è l’altro aspetto. Tutto quello che è stato sperimentato per mezzo nostro, ma fuori di noi, lo dobbiamo vivere di nuovo dopo la morte, quando percorriamo a ritroso la nostra vita. Viviamo a ritroso gli effetti dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Dunque tra la morte e una nuova nascita viviamo la nostra vita percorrendola a ritroso. Con l’abbandono del corpo eterico si ha un quadro mnemonico nel quale appare simultaneamente l’intera esistenza. Il vivere a ritroso è realmente uno sperimentare in senso inverso quel che noi abbiamo fatto. Quando poi siamo andati a ritroso fino alla nostra nascita, siamo maturi per deporre anche la parte del nostro corpo astrale che è pervasa di terrestrità. Quella parte si allontana da noi, e con tale abbandono subentra per noi una nuova condizione. Nelle nostre esperienze il nostro corpo astrale ci teneva sempre uniti alla Terra. In quanto dobbiamo così passare attraverso il nostro corpo astrale, non da sognatori ma vivendo a ritroso le esperienze terrene, per questo fatto siamo ancora uniti alla vita sulla Terra, vi siamo ancora inseriti. Solo ora (è un termine improprio ma non si può dire diversamente poiché il linguaggio non ne possiede altro adatto) solo ora che abbiamo deposto il corpo astrale ci siamo liberati del tutto della natura terrestre, ora viviamo nel mondo spirituale vero e proprio.
Subentra ora una nuova esperienza. Il deporre il corpo astrale, a dire il vero, è di nuovo solo un aspetto dello sperimentare; l’altro aspetto è qualcosa di completamente diverso. Quando dopo essere passati attraverso le esperienze terrene abbiamo deposto il corpo astrale, ci sentiamo come interiormente permeati, compenetrati di spirito (ora non è possibile dire materia) solo ora ci sentiamo proprio ben inseriti nel mondo spirituale, ci si schiude interiormente il mondo spirituale. Prima ci si schiudeva dall’esterno, vedendo l’universo e il proprio corpo eterico intessuto con l’universo. Ora ci si schiude dall’interno, ora lo si sperimenta interiormente. Come un’immagine di quello che l’uomo avrà come espressione fisica soltanto su Venere, ecco che il nostro io ci si dischiude interiormente in un’immagine dello spirito vitale, così che ora veniamo a essere costituiti di sé spirituale, spirito vitale e io. Allo stesso modo in cui sulla Terra ci sentiamo in una coscienza sognante nel periodo che va dalla nascita fino al momento dell’infanzia in cui giungiamo a essere coscienti, fino al punto cioè a cui possiamo arrivare più tardi con il ricordo, altrettanto viviamo ora un’esistenza che è sì del tutto consapevole di sé, ma è più consapevole e più alta della vita terrena. Sperimentiamo però una pura vita spirituale solo dopo che ci siamo separati dal nostro corpo astrale e che abbiamo conservato dell’astrale soltanto ciò che ci riempie interiormente così che da questo momento siamo spirito fra spiriti.
Ma subentra ora ancora un’altra importante ed essenziale esperienza. Vivendo nel mondo fisico noi lavoriamo, facciamo e sperimentiamo questo o quello, ne abbiamo appunto già parlato. Nel mondo fisico però non abbiamo solo esperienze, ma con esse abbiamo in pari tempo anche qualcos’altro. Per queste altre esperienze, anche se mi esprimo solo con un termine generico, desidero usare tuttavia questa espressione: si può dire che mentre viviamo veniamo affaticati, logorati. Sì, avviene sempre che veniamo logorati. Sebbene durante il sonno l’affaticamento si compensi, per la coscienza del giorno dopo (meno attraverso il sonno che attraverso il riposo durante il sonno, per essere esatti) si tratta appunto di una parziale compensazione; sappiamo infatti che nella vita ci logoriamo, che diventiamo più vecchi, che le nostre forze vengono gradualmente meno. Anche in un senso più ampio, ci stanchiamo. Invecchiando si sa anche che non è possibile compensare tutto durante il sonno. Ci sentiamo dunque logorati, stanchi. Possiamo ora già porre la domanda in modo diverso. Stabilito quel che abbiamo detto, possiamo ora avanzare la domanda: perché gli dei permettono che ci si stanchi? perché ci stanchiamo? Il fatto di stancarsi, di logorarsi ci offre appunto qualcosa che per il complesso della nostra vita significa in realtà molto, davvero molto. Solo dobbiamo afferrare il concetto dello stancarsi in un senso molto più ampio di quanto appunto si crede normalmente. Dobbiamo porre nel giusto modo davanti all’anima il concetto dello stancarsi.
Avremo un miglior concetto dello stancarsi se ci rappresentiamo la cosa così: se ora volessi chiedere a uno dei presenti: conosci qualcosa dell’interno della tua testa? con ogni probabilità soltanto chi è afflitto da mal di testa mi risponderà che proprio in quell’istante egli sa qualcosa dell’interno del suo capo. Solo lui percepisce l’interno della sua testa; gli altri vivono senza percepirlo. Percepiamo i nostri organi solo quando non sono del tutto in ordine; nella sensazione dunque sappiamo qualcosa dei nostri organi. Nella vita siamo costituiti in modo che del nostro corpo fisico a dire il vero abbiamo conoscenza solo quando non è del tutto in ordine. Del nostro corpo fisico abbiamo in realtà solo una sensazione generale. Essa diviene più intensa quando qualcosa non è a posto. Ma una semplice sensazione ci dice assai poco sull’interno. Chi nel corso della vita ha avuto qualche volta dolori di testa, sa dell’interno del suo capo; non alla maniera dell’anatomista che conosce solo i vasi interni. Pure nella vita, allorché diventiamo più e più stanchi, subentra nel corpo, in misura sempre maggiore, proprio la sensazione del nostro interno, dell’interno come spazio.
Riflettiamo un attimo: quanto più nella vita ci stanchiamo, tanto più compaiono i malanni della vita, ad esempio i malanni della vecchiaia. La nostra vita consiste nell’imparare a poco a poco a percepire, a sentire il nostro elemento fisico. Per il fatto che esso, vorrei dire, ci indurisce, si inserisce in noi in quel modo, impariamo a percepirlo. Per noi, dato che si verifica gradualmente, si tratta di un percepire assai fievole. L’uomo infatti si renderebbe conto della reale intensità soltanto se, mi si perdoni l’espressione ma sarà così possibile cogliere ciò che intendo, se ad esempio in un dato momento potesse sentirsi sano come un pesce, come un bambino che scoppia di salute, e subito dopo, in modo da poterne fare un confronto, come si sente quando a ottanta, ottantacinque anni le membra sono indebolite. Allora potrebbe già percepirlo in maggior misura. Poiché il processo è tanto lento, non si nota come si sperimenti l’elemento fisico, lo stancarsi. Lo stancarsi è un processo reale che all’inizio non è per nulla presente (il bambino è sprizzante di vita), poi però la forza vitale viene sempre più sopraffatta dalla sensazione di stanchezza, ed è una sensazione che si avverte. Abbiamo la possibilità di stancarci; mentre così ci stanchiamo, mentre è presente solo una tenue sensazione della nostra interiorità, accade in verità qualcosa di interiore in noi. Qui nel mondo fisico la nostra vita ci offre solo il lato esteriore di segreti profondi, significativi, importanti. Che nella vita noi ci si senta così impercettibilmente accompagnati dal divenire stanchi e si possa con ciò percepire l’interno del nostro corpo, questo è il lato esteriore di qualcosa che si intesse in noi, che è meravigliosamente intessuto di pura saggezza, vero tessuto di pura saggezza. Poiché diveniamo stanchi col trascorrere della vita, e impariamo a percepirci dall’interno, si intesse intimamente in noi una delicata conoscenza della meravigliosa struttura dei nostri organi, dei nostri organi interni. Apprendiamo nel cuore il processo dello stancarsi; questo significa però che si intesse intimamente in noi la conoscenza di come un cuore prenda forma movendo dal cosmo. Ci sentiamo stanchi nello stomaco, e questa stanchezza deriva per lo più dal fatto che lo roviniamo con il cibo; ciò nonostante durante l’affaticamento dello stomaco si intesse in noi tutta la saggezza, un’immagine di saggezza proveniente dal cosmo e ci mostra come venga formato il nostro stomaco. Sorge in immagine il modo egregio e miracoloso in cui il nostro organismo, questa opera d’arte stupenda, viene costruito. Tutto ciò diventa vivente solo quando abbiamo deposto la parte esteriore del corpo astrale collegata con la Terra. In noi vive ora ciò che ci ricolma quale spirito vitale. Ora vive in noi la saggezza di noi stessi, della meravigliosa costruzione del nostro interno.
Ora inizia il periodo in cui per così dire confrontiamo la saggezza che ricolma adesso quale spirito vitale il nostro interno con l’ordito eterico che si era prima intessuto con l’universo. Ora lavoriamo a questo confronto, a come l’uno si possa adattare all’altro, e ci costruiamo l’immagine della nostra figura umana, così come dovrà diventare nella futura incarnazione. Cominciamo in questo modo, mentre gradualmente ci avviciniamo alla mezzanotte cosmica, di cui troviamo cenno in uno dei drammi-misteri, nel Risveglio delle anime. Così, precisamente dopo la mezzanotte cosmica, portiamo avanti un lavoro che si realizza nella nostra partecipazione alla creazione del mondo, inserendovi quel che qui godiamo. Durante la vita tra morte e nascita noi lavoriamo, tramiamo, tessiamo alle immagini divine. Ci è concesso di essere compartecipi della meta degli dei, mentre essi inseriscono nel mondo l’essere umano. Possiamo prepararci una futura incarnazione. In questo non si verificano naturalmente solo processi che ci riguardano in modo egoistico, ma ogni altro processo possibile, come ci può venir confermato in modo particolare da quanto segue.
Questo processo meraviglioso è di gran lunga superiore a quanto si svolge qui sulla Terra, quando inverno ed estate si alternano, quando sorge il Sole e quando esso tramonta, al lavoro che si compie sulla Terra. Là si compie quel che da ultimo conduce alla nostra incarnazione terrena, quel che conduce all’esistenza umana; ma si tratta di un immenso lavoro divino, che non riveste solo un significato esteriore, ma la cui importanza riguarda il mondo intero. Se riusciamo a poco a poco tramite la veggenza spirituale a vivere questo meraviglioso processo, ci viene appunto incontro qualcosa. Sembrerà certo strano che io dica questo, ma i più alti segreti devono a tutta prima apparire sempre strani alla conoscenza fisico-sensibile dell’uomo; ciò che qui ci si presenta davanti all’anima ci deve scuotere — quanto più, tanto meglio. Queste cose, così come esse sono, non devono affatto pervenire alla nostra anima in modo che noi le accogliamo con un sapere freddo, arido, che ci lascia indifferenti. Proprio grazie a queste cose dobbiamo ricevere un’impressione animica riguardo alla magnificenza e alla grandezza del mondo divino-spirituale. Si potrebbe dire: se qualcuno si limita a esporre la scienza dello spirito in modo tanto arido da non afferrare anche tutto l’essere umano, e insieme all’impressione che ne riceve non ha anche un’impressione della grandezza e della magnificenza del divino-spirituale che palpita e vive nell’universo (secondo quanto ho appunto descritto), nonostante tutto quanto possiamo fare e considerate le attuali condizioni del mondo, dovremmo nascere tutti senza testa. Non ci sarebbe possibile infatti agire sulla formazione del capo. Il capo umano è nella sua struttura un’immagine dell’universo tanto alta che l’uomo, sia pure con la saggezza che gli viene intessuta nel corso di una vita, non sarebbe in grado di costruirlo, non potrebbe predisporlo per la futura incarnazione: a questo devono appunto cooperare tutte le gerarchie divine. Ciò che è presente nel nostro capo, in questa sfera un poco interrotta e trasformata dalla nuca, è ancora di per sé un vero e proprio microcosmo, una reale impronta della grande sfera cosmica. In essa vive tutto quel che vive nell’universo, insieme a tutto ciò che può agire nelle diverse gerarchie. In quanto cominciamo a lavorare alla nostra successiva incarnazione prendendo avvio dalla saggezza accumulata nel processo di logoramento, tutte le gerarchie intervengono in questa attività per incorporarci, quale impronta di tutta la saggezza divina, quello che diventerà il nostro capo.
Mentre accade tutto ciò, sulla Terra si prepara nel corso di generazioni la nostra linea ereditaria. Proprio come dopo la nostra morte abbandoniamo alla Terra solo ciò che dalla Terra proviene, allo stesso modo riceviamo da genitori e progenitori solo ciò che in noi è terrestre, e quel che in noi è terrestre, è appunto soltanto l’esterno, è appunto solo l’espressione esterna dell’essere terrestre. Qui vi è intessuto tutto quel che noi stessi in primo luogo possiamo tessere nel modo descritto, e quel che viene tessuto dal complesso delle gerarchie divine prima che, attraverso il concepimento, entriamo in relazione con ciò in cui ci avvolgiamo, di cui ci rivestiamo scendendo sul piano fisico.
Tanto più siamo in grado di accogliere nel nostro sentimento queste elevate conoscenze, tanto meglio per noi. Riflettiamo infatti solo un momento: noi usiamo la nostra testa, ma di norma, in quanto siamo esseri umani viventi nella materia, non abbiamo traccia alcuna della conoscenza che intere gerarchie divine impiegano il loro lavoro per formare il nostro capo, per formare quello che di spirituale sta alla base del nostro capo, affinché noi possiamo comunque esistere. Se l’afferriamo nel senso della conoscenza scientifico-spirituale, veniamo di per sé compenetrati da sentimenti di gratitudine e di riconoscenza nei confronti dell’universo intero.
Per questa ragione quel che facciamo nostro grazie alla scienza dello spirito deve essere una progressiva, una sempre progressiva elevazione della nostra vita di sentimento. Nel campo della scienza dello spirito con il nostro sentire dobbiamo sempre più accompagnare il nostro conoscere. Non è bene se con il nostro sentire rimaniamo indietro. Mentre via via conosciamo aspetti diversi e più alti della scienza dello spirito, dobbiamo saper sviluppare sentimenti di maggior devozione per i segreti del mondo, segreti che in definitiva sempre riconducono ai segreti dell’essere umano. In questo calore spirituale, chiarificatore delle nostre sensazioni e dei nostri sentimenti, sta in definitiva il giusto progredire nella scienza dello spirito.
Devo ancora menzionare una cosa, poiché fa da completamento all’insieme delle considerazioni fatte. Iniziamo la vita qui nel mondo fisico, avendo da bambini solo una coscienza ottusa: riconosciamo inizialmente solo la madre e solo a poco a poco gli altri. Poiché viviamo nel mondo fisico, crediamo di conoscere di continuo persone nuove. Così è infatti per la nostra coscienza fisica. Dopo varcata la porta della morte veniamo ad avere un rapporto reale e vero con tutte le anime alle quali ci siamo avvicinati nella vita. Esse si ripresentano davanti al nostro sguardo spirituale. Possiamo dire che «troviamo» le anime che in vita si sono avvicinate a noi e che hanno varcato la porta della morte prima di noi. Il termine è coniato per condizioni fisiche, ma quell’avvicinarsi e sperimentarsi reciproco di un’anima con l’altra si può designare come un «trovare». Solo che dobbiamo pensare quel trovarsi delle anime, che prima di noi avevano varcato la porta della morte, in maniera che per così dire ci si avvicina alle anime in modo opposto a come lo si fa qui sul piano fisico. Qui ci si avvicina alle persone in quanto si va loro incontro, dapprima esteriormente, fisicamente. Poi si conosce a poco a poco la loro interiorità; essa quindi si dispiega solo movendo da un nostro familiarizzarci con loro. Di conseguenza, quel che si sperimenta interiormente nei riguardi di una persona si sviluppa solo dalla nostra interiorità. Dopo che noi stessi abbiamo varcato la porta della morte e moviamo incontro alle anime che prima di noi avevano varcato la soglia, come prima cosa sappiamo: ora riconosco un’anima, la sento, so che essa è presente.
Ora bisogna però offrire tutta la propria interiorità a ciò che è presente come prima impressione, come impressione astratta. Qui bisogna lasciare agire su di sé la persona; là bisogna donare la propria interiorità e costruire ora l’immagine stessa, l’immaginazione. Occorre costruirsi a poco a poco ciò che ha carattere di immagine, quello che si può guardare. Abbiamo circa un’idea di come sia un’esperienza dell’anima dopo la morte, se riflettiamo: non vediamo l’immagine, ma l’afferriamo soltanto e ce la formiamo cogliendola gradualmente. Ci costruiamo l’immagine. Dobbiamo così in modo attivo, in modo interiormente attivo, costruirci l’immagine dell’anima che incontriamo. Sappiamo in certo qual modo che ora incontro un’anima. Non ha ancora una figura spirituale! Che anima è? È l’anima per la quale (questo affiora adesso nella nostra anima) ho avuto un sentimento da figlio a madre. Ora cominciamo a sentire: con quest’anima posso sperimentare me stesso. Ora ci costruiamo la figura spirituale. Dobbiamo pertanto essere attivi in questo, dopo di che ciò diventa immagine: per il fatto che dobbiamo così costruire insieme la figura spirituale, prima ancora di averla costruita siamo già in unione con il morto. In tal modo siamo insieme a tutti coloro con i quali fummo uniti nella vita, vale a dire li viviamo in un mondo nel quale noi li dobbiamo trovare, destandoci a un vedere, in modo da guardarli. E occorre essere attivi.
Le anime che si trovano ancora qui sul piano fisico, che quindi rimangono in vita quando noi moriamo, ci sono già venute incontro come immagine qui sulla Terra. Noi guardiamo giù verso di loro e in un primo tempo non abbiamo bisogno di costruirci un’immagine; esse guardano a noi quale immagine. In tale immagine queste anime possono intessere quel che è poi per il morto un alimento spirituale, emanante calore, intesserlo per mezzo dei pensieri che gli vengono rivolti attraverso l’incessante amore per lui, il di lui ricordo, oppure come ora ci è dato di conoscere quali cultori della scienza dello spirito, leggendo loro.
Solo questo ci dilata la visione nel mondo reale, proprio nel mondo reale. Se lo si lascia vivere così davanti all’anima, si ha un’idea di quanto poco in realtà si conosca del mondo spirituale. A dire il vero non fu sempre così. Solo gli uomini del presente, del tutto materialisti, discorrono su come oggi si sia «arrivati a tanto». Sappiamo infatti che in tempi antichi gli uomini possedevano una chiaroveggenza e che solo per il desiderio di conquistare determinate qualità, che sono in rapporto con un vivere del tutto inserito nel mondo materiale, hanno perso quell’originaria chiaroveggenza atavica. Se abbiamo a che fare con una persona, materialista nel vero senso del termine, un vero e proprio dotto materialista, naturalmente dirà: è una fantasticheria parlare di una chiaroveggenza originaria grazie alla quale gli uomini dell’antichità avevano particolare conoscenza. Se gli uomini andassero per il mondo in modo confacente, e guardassero solo un poco con i loro occhi fisici, scoprirebbero che questo viene confutato. Che l’umanità possedesse più conoscenze che non ora, non è cosa di molto tempo fa.
Sappiamo, e ne abbiamo spesso parlato (lo voglio menzionare ancora qui per concludere), che all’esistenza spirituale nella quale viviamo prendono parte Lucifero e Arimane. Sappiamo pure che nella Bibbia Lucifero viene simbolizzato dal serpente, dal serpente sull’albero. Il serpente fisico però, così come lo si sperimenta oggi e così come lo dipingerà un pittore di oggi ogni volta che dipinge il paradiso, il serpente fisico non è un vero Lucifero, ma la sua immagine esteriore, l’immagine fisica. Il vero Lucifero è un’entità che è rimasta indietro al tempo dell’evoluzione lunare. Non può essere veduto sulla Terra fra le cose fisiche. Se il pittore volesse quindi dipingere Lucifero così come esso è, in realtà lo dovrebbe dipingere in modo che possa essere colto come immagine eterica per mezzo di una specie di chiaroveggente visione interiore. E allora esso apparirebbe nel modo in cui lavora su di noi: esso non si occupa della nostra testa, del nostro organismo in quanto ha un’origine puramente terrestre, ma del proseguimento del capo, giù lungo il midollo spinale. Così, secondo la sua figura eterica, Lucifero dovrebbe essere dipinto con una testa umana e con un prolungamento in forma di serpente, che in noi uomini si esprime fisicamente attraverso il midollo spinale. Un pittore dunque, che possieda conoscenze scientifico-spirituali, dovrebbe dipingere Adamo ed Eva, l’albero e in cima all’albero il serpente, ma il serpente solo come espressione per noi e con in alto una testa umana. Se il pittore dovesse dipingere qualcosa di simile, oggi si dovrebbe convenire che egli è in grado di dipingerlo movendo dalla scienza dello spirito.
Anche a Lipsia ci sarà probabilmente qualcosa del genere, ma la gente non tiene gli occhi bene aperti; al contrario se ne va per il mondo con gli occhi bendati. Ad Amburgo però, nella pinacoteca, si trova veramente un dipinto del maestro Bertram, della metà del medioevo, raffigurante la scena del paradiso. Vi si trova il serpente sull’albero, proprio come l’ho ora descritto. Là si può vedere il quadro. Anche da altri pittori è stato dipinto in questo modo. Che cosa ne consegue? Che le persone, ancora alla metà del medioevo, sapevano questa realtà e la conoscevano tanto bene da dipingerla. Ciò significa che non è davvero passato molto tempo da che gli uomini sono stati del tutto sospinti entro il piano fisico. Quel che oggi ci viene raccontato dal mondo materialistico come decorso della storia spirituale dell’umanità, in sostanza non è altro che un inganno, poiché ci si immagina che l’uomo sia stato sempre come è diventato soltanto nei secoli più recenti, mentre non è per nulla lontano il tempo in cui con la sua antica chiaroveggenza guardava nel mondo spirituale. Però dovette uscirne, poiché non era libero: dovette uscirne per poter ricevere la piena libertà e la coscienza dell’io; ora deve riuscire a rientrare nel mondo spirituale. Per questa ragione la scienza dello spirito prepara qualcosa di importante, di essenziale: reinserirsi nel mondo spirituale. Sempre di nuovo possiamo porci davanti all’anima quanto sia importante il percepire, il sentire che le poche persone che oggi vivono in mezzo al mondo materialistico e che attraverso il proprio karma sono portate a cogliere i compiti più importanti dell’umanità per il futuro — che queste poche persone, attraverso la propria vita animica, hanno da compiere qualcosa di importante, di importantissimo. Senza essere superbi, occorre appunto pensare in tutta modestia e umiltà quanto grande sia la differenza fra un’anima che si addentra nel mondo spirituale, e tutte le altre persone superficiali che oggi non ne hanno idea alcuna, e in particolare non vogliono avere idea alcuna dello spirito. Non dobbiamo permettere che ciò diventi per noi soltanto una dolorosa sensazione piena d’angoscia, ma deve diventare per noi una sensazione che ci stimola a lavorare sempre di più, a lavorare fedelmente nella corrente della scienza dello spirito alla quale siamo stati guidati dal nostro karma, dal nostro destino.
Nel corso del nostro ultimo incontro qui accennai anche che, quando l’uomo varca la porta della morte prima di aver esaurito l’intero corso della sua esistenza, la forza del corpo eterico che gli è stata data non è ancora del tutto consumata. Quando l’uomo varca la porta della morte in età giovanile, il suo corpo eterico avrebbe potuto lavorare intorno al corpo fisico ancora per decenni. Tale forza non va perduta, continua a sussistere. Ho già ricordato anche come nel tempo presente, poiché ogni giorno e ogni ora la morte coglie un così gran numero di persone, molti, molti corpi eterici che avrebbero potuto lavorare ancora a lungo sul piano fisico intorno a corpi fisici vengono rimessi al mondo spirituale-eterico e rimangono fluttuanti. Le forze quindi che avrebbero potuto prendersi cura dei corpi fisici ancora per decenni si trasformano in forze spirituali che cooperano allo sviluppo spirituale dell’umanità. Per questa ragione verrà un tempo in cui le forze che si trovano in quei corpi eterici potranno essere utilizzate per il progresso spirituale dell’umanità. Però soltanto quando, una volta passati sulla Terra i terribili eventi del presente, ci sarà nuovamente pace, da anime che allora si muoveranno ancora in corpi fisici qui sulla Terra potrà essere compreso che tutti coloro che sono entrati nel mondo spirituale anzitempo hanno lassù il loro corpo eterico e possono far fluire le loro forze. Ciò dovrà essere compreso dalle anime qui sulla Terra. Tali anime potranno cooperare al progresso spirituale che è possibile in futuro proprio grazie al sacrificio di tante vite.
Pensiamo che cosa significherebbe se ora la scienza dello spirito dovesse scomparire, e nessuno avesse comprensione per tutto ciò che grazie al sacrificio di tante vite viene preparato nel mondo spirituale! L’intera totalità di queste forze diventerebbe patrimonio di entità spirituali che le utilizzerebbero per qualcosa di diverso da ciò a cui devono essere destinate secondo il piano degli dei che procedono nella giusta evoluzione.
Anche considerando gli avvenimenti del tempo, questo però ci invita a essere pienamente inseriti con la nostra coscienza in tutto ciò che è mondo spirituale. Infatti anche gli avvenimenti del nostro tempo hanno un lato spirituale. Il sangue, la morte e il sacrificio che si presentano esteriormente sono l’espressione di un avvenimento spirituale interiore, che deve però essere compreso nel giusto senso.
A questo vorrei sempre di nuovo esortare con le parole conclusive della nostra odierna considerazione:
Dal coraggio dei combattenti, dal sangue delle battaglie, dal dolore degli abbandonati, dal sacrificio dei popoli si svilupperà messe spirituale, se anime consapevoli indirizzeranno i loro cuori al regno degli spiriti.
Ciò che cerchiamo come verità scientifico-spirituale non deve essere una conoscenza morta, bensì una conoscenza viva, una conoscenza che possa entrare realmente nella vita, in ogni suo campo e nei punti più importanti.
È naturale che oggi la scienza dello spirito venga accolta in modo del tutto astratto e che in questa astrattezza possa apparire come una scienza dedotta, una scienza poco utile alla vita. Soprattutto le persone che ne hanno scarsa conoscenza possono porsi questa domanda: a che cosa mi serve sapere che l’uomo è costituito da così tante membra, che l’umanità si è sviluppata attraverso differenti epoche di cultura e che continuerà a svilupparsi? Agli uomini che credono di essere bene addentro nella vita pratica, secondo le esigenze della nostra epoca, l’antroposofia appare spesso del tutto sterile. E in modo sterile viene coltivata anche da coloro che hanno cominciato ad accoglierla con amore e comprensione.
Ma la scienza dello spirito — in se stessa — è qualcosa di straordinariamente vivo, qualcosa che nel corso del tempo deve diventare vivente fin nelle attività pratiche più esteriori. Vogliamo ora chiarire con un esempio quanto ho finora detto a titolo introduttivo. Prendiamo dalla nostra scienza dello spirito qualcosa che tutti conosciamo bene e vedremo che esso a poco a poco acquista vita solo se considerato nel contesto vivente.
La maggior parte di noi ha spesso udito e accolto nell’anima il fatto che la nostra epoca è stata preceduta dal quarto periodo di civiltà postatlantico, nel quale i popoli più importanti furono i Greci e i Romani; che anche i secoli successivi fino al quindicesimo hanno continuato a subire l’influenza del quarto periodo, e infine che ora ci troviamo entro il quinto periodo di civiltà postatlantico e che per molti secoli ancora gli uomini vivranno in esso.
Sappiamo inoltre che nell’epoca greco-romana, attraverso tutto ciò che furono la cultura e il lavoro esteriori, venne formandosi la cosiddetta «anima razionale o affettiva», e che il compito dell’attuale epoca è quello di formare l’anima cosciente.
Che cosa significa «l’anima cosciente deve venire formata»? Inteso nel giusto modo ciò riassume tutto quello che oggi viene espresso in modo astratto, riassume il destino dell’umanità per tutto il quinto periodo di civiltà postatlantico. I diversi popoli di questo periodo devono collaborare per portare a espressione l’anima cosciente. Ciò si manifesta già in tutti i rapporti e in tutte le situazioni dell’esistenza. Se osserviamo attentamente la vita, essa ci conferma ovunque la verità del fatto che il nostro tempo è caratterizzato dallo sviluppo dell’anima cosciente. Nell’epoca greco-romana l’esistenza degli uomini era diversa. Al livello in cui allora si trovava, l’umanità riceveva — si può dire — in dono la forza dell’intelletto e la forza del sentimento. L’intelletto è qualcosa che in sé racchiude molto. Oggi non se ne tiene abbastanza conto. I Greci e i Romani avevano nell’anima un rapporto con il loro intelletto diverso da quello degli uomini moderni. Essi, nella loro naturale «conformazione», ricevevano l’intelletto bell’e pronto, e lo ricevevano nella misura in cui ne avevano bisogno. Così come si sviluppavano le attitudini naturali, così si sviluppava l’intelletto naturale. Non occorreva formarlo nel modo in cui è oggi necessario e lo sarà sempre più col procedere della quinta epoca. Allora un uomo in un’incarnazione o aveva l’intelletto oppure non l’aveva. In quest’ultimo caso però si trattava di un fatto patologico. Era un caso anormale, non la regola.
La stessa cosa avveniva per il sentimento: esso si sviluppava nel modo adeguato al quarto periodo postatlantico. Quando un uomo ne incontrava un altro sapeva come porsi di fronte a lui (la storia non ne parla, ma è così). Soprattutto da questo emerge la forte differenza fra l’uomo vissuto prima del quindicesimo secolo e l’uomo moderno. Gli uomini di quei tempi non passavano così privi di interesse davanti agli altri uomini, come spesso avviene nell’epoca attuale. Oggi, quando ci incontriamo, abbiamo spesso bisogno di lungo tempo per arrivare a una giusta conoscenza; abbiamo bisogno di venire a sapere molte cose l’uno dell’altro prima di acquistare fiducia. Quello che oggi si ottiene (e talvolta non si ottiene) solo dopo un lungo frequentarsi, veniva conquistato d’un colpo quando due uomini si incontravano nell’epoca greco-romana. Essi capivano subito come dovevano comportarsi, secondo la loro individualità. Non occorreva un lungo scambio di pensieri e sentimenti: la conoscenza era subito fatta, nella misura in cui tornava utile ai due uomini o anche a più persone che si riunivano in una comunità. L’animo di un uomo agiva ancora molto più spiritualmente sull’animo dell’altro. Come oggi, mediante i propri sensi, si percepiscono ancora bene i colori delle piante — nel settimo periodo di civiltà non sarà più così, e saranno necessarie altre condizioni per conoscere la natura — e non occorrono dettagliate informazioni per riconoscerne la qualità, così nel quarto periodo di civiltà postatlantico l’uomo comune imparava a conoscere alla prima impressione colui che aveva di fronte. Ma questo tipo di conoscenza bastava solo per le relazioni di vita molto più semplici a quei tempi. Oggi il mondo tesse una rete di relazioni animiche assai complessa e del tutto diversa da quella di allora. Pensate come nella quarta epoca la maggior parte delle relazioni umane fosse basata su incontri personali, e come tutto quanto si svolgesse mediante tali incontri personali. L’arte della stampa, che ha reso così impersonale la comunicazione (e la renderà sempre più impersonale), è stata introdotta solo nel nostro quinto periodo postatlantico. Il moderno tipo di comunicazione crea un genere di rapporti che non potrebbero essere positivi, se stabiliti troppo rapidamente. Oggi gli uomini si incontrano nel mondo in modo estremamente impersonale.
Inoltre, così come è organizzata, l’umanità non riceve già compiuto un sentimento potente, non riceve già compiuto un intelletto penetrante; ma attraverso l’anima cosciente forma qualcosa di molto più svincolato, più individuale, più rivolto all’egoismo, più finalizzato alla solitudine nel proprio corpo di quanto lo era mediante l’anima razionale o affettiva. Attraverso l’anima cosciente l’uomo diventa un individuo isolato, un eremita che vaga per il mondo; ed è caratteristico del nostro tempo (e lo sarà sempre di più), che gli uomini si chiudano in se stessi. L’anima cosciente dà il carattere del separarsi dal resto dell’umanità, del vivere isolati. Perciò si incontrano maggiori difficoltà a familiarizzare, a diventare amici. Prima di imparare a conoscersi, occorre molto tempo.
Ma che cosa si vuol dire con tutto questo? Lo comprenderemo nel modo più chiaro se richiamiamo alla mente una verità della scienza dello spirito che dice: «Il modo in cui oggi gli uomini si incontrano non è affatto casuale. I binari della vita ci portano a incontrare certi uomini, a non incontrarne certi altri». Ciò dipende oggi dagli effetti karmici dei singoli. Noi siamo entrati, infatti, in un periodo evolutivo dell’umanità nel quale si concentrano al massimo gli effetti karmici delle precedenti incarnazioni. Pensate solo quanto poco karma avevano gli uomini presenti nei primi tempi dell’evoluzione terrestre! Ogni volta che ci incarniamo, si forma nuovo karma. All’inizio della nostra esistenza sulla Terra dovevamo stabilire relazioni senza prima esserci incontrati. Ma poco a poco, nel susseguirsi delle incarnazioni, abbiamo tessuto una tale rete di rapporti, per cui di norma non si incontra alcun uomo con il quale non si abbiano avuti rapporti in precedenti incarnazioni. Siamo riuniti agli uomini da ciò che abbiamo fatto in precedenti incarnazioni. Sembra «casuale» che una persona ne incontri un’altra; in verità ciò dipende da precedenti incarnazioni, nelle quali le due persone si erano già incontrate e avevano messo in moto quelle forze che le hanno portate ora di nuovo insieme in un determinato modo.
Ora, l’anima cosciente chiusa in sé può formarsi — e ciò deve accadere nel nostro tempo — solo se non si considera tanto ciò che si svolge nel presente fra uomo e uomo, quanto ciò che diviene attivo nell’interiorità, ciò che sale in noi dal profondo come risultato di precedenti vite. Quando due uomini si incontravano nell’epoca greca o romana, la reciproca impressione che ricevevano esercitava una grande forza ed era determinante per il loro comportamento: imparavano a conoscersi — potrei dire — alla prima occhiata. Oggi — affinché l’anima cosciente più isolata nell’uomo possa svilupparsi — è necessario attendere che in uno o nell’altro emerga il risultato di precedenti incarnazioni. E questo richiede tempo; richiede che si lasci venir fuori a poco a poco (secondo il sentimento e l’istinto) ciò che si era sperimentato con l’altro. Ed è proprio di questo che oggi abbiamo bisogno: conoscersi l’un l’altro in modo che si rivelino le individualità, perché proprio in questo rivelarsi delle individualità sta la possibilità dell’emergere ancora indistinto e incosciente delle reminiscenze, degli effetti di precedenti incarnazioni. Mentre l’anima razionale o affettiva si forma più attraverso l’immediato conoscersi nell’incontro, l’anima cosciente può formarsi solo se l’uomo entra in rapporto con l’altro uomo partendo più dalla sua interiorità.
Così le cose si pongono nella giusta concatenazione. E ciò che ora vi ho illustrato è solo all’inizio, per quanto riguarda il nostro quinto periodo di civiltà. Nel corso di quest’epoca sarà sempre più difficile per gli uomini stabilire un giusto rapporto fra loro; poiché questo «porsi in un giusto rapporto» richiede serio impegno, interiore attività. È già cominciato, ma ciò che è cominciato si estenderà sempre più e diventerà sempre più grave: oggi è difficile per gli uomini che vengono fatti incontrare dal karma arrivare a una comprensione reale, poiché non trovano la forza di rendere istintivamente attuali tutti i rapporti che si erano stabiliti nelle precedenti incarnazioni, e ciò a causa di altre influenze karmiche. Le strade della vita guidate dal karma portano due persone a incontrarsi: nasce l’amore per effetto di precedenti incarnazioni. Ma altre forze agiscono in senso contrario, quando sorge una tale reminiscenza, ed esse sono costrette a separarsi di nuovo. E non solo persone estranee che si sono a un certo momento incontrate sperimentano la difficoltà di fondare una relazione durevole: diviene sempre più difficile anche che i genitori comprendano i figli, che i figli comprendano i genitori, che i fratelli si intendano fra loro. La reciproca comprensione diviene sempre più difficile, perché diventa sempre più necessario che gli uomini lascino sorgere dalla loro interiorità ciò che in essi si trova per effetto del karma.
Vedete quali prospettive negative si aprono davanti al quinto periodo postatlantico: difficoltà nella reciproca comprensione fra gli uomini. Questo richiede che noi ci rendiamo ben conto della condizione necessaria allo sviluppo, che cessiamo dal voler rimanere sognando nell’oscurità. Se gli uomini dal quinto periodo postatlantico non incontrassero questi ostacoli nella reciproca conoscenza, l’anima cosciente non potrebbe formarsi ed essi dovrebbero vivere insieme per disposizione naturale. Ma ciò non sarebbe conforme ai tempi. Oggi gli uomini devono superare questa prova. D’altra parte dobbiamo però tener presente che se l’evoluzione del quinto periodo presentasse solo questo lato negativo, in esso dovrebbero verificarsi solo guerre e lotte fin nelle più semplici relazioni. Vediamo invece sorgere spontaneamente in questo nostro tempo una certa somma di esigenze che devono assumere una connotazione sempre più cosciente: renderle sempre più coscienti è compito della scienza dello spirito per l’umanità del quinto periodo postatlantico.
Basta che pronunci una parola: senso sociale. A ognuno di noi diverrà chiaro in che direzione va cercato il rimedio per superare la difficoltà della reciproca comprensione. In questo quinto periodo postatlantico bisogna risvegliare coscientemente (perché viviamo nell’epoca dell’anima cosciente) il senso sociale. È questa una parola che riassume esigenze che non erano presenti nella stessa misura durante il quarto periodo di civiltà. Chi ha potuto studiare bene la struttura della grecità e della romanità, sa che in queste due civiltà l’individualismo non era predisposto così come lo è nell’umanità europea e in quella americana che da essa deriva. Lo potrete afferrare meglio se confrontate l’uomo con una razza animale. Perché una razza animale viene confinata entro determinati limiti? Perché è a ciò predisposta dalla sua anima di gruppo, dalla sua anima di specie. L’animale non può uscirne; rimane vincolato entro questa anima di gruppo. L’uomo, al contrario, deve venirne fuori. Il singolo uomo deve svilupparsi individualmente. Questa è l’esigenza principale della nostra epoca. Sulle culture greca e romana aleggiava ancora un’ombra di anima di gruppo. L’uomo era ancora inserito in una solida struttura, anche se questa era già creata da forze morali. Ma queste strutture verranno sempre più dissolvendosi nel quinto periodo. Quest’ombra di anima di gruppo, ancora presente nel quarto periodo, non ha più alcun senso nell’attuale. Oggi il senso sociale deve emergere in modo cosciente: deve cioè affermarsi tutto quello che nasce da profonda comprensione per l’essere umano individuale. La scienza dello spirito svilupperà questa giusta comprensione se uscirà dall’astrattezza per entrare nel concreto, nel pieno della vita; se nei circoli che la coltivano nascerà, dal risvegliato interesse per l’uomo, un nuovo tipo di antropologia. Allora coloro che ne hanno una certa disposizione dovranno spiegare agli altri che esistono diversi temperamenti, diverse predisposizioni di carattere; che un uomo con un dato temperamento deve essere preso in un modo, un altro con un temperamento diverso in un modo diverso. Gli uomini a ciò particolarmente dotati dovranno istruirne altri e far loro osservare attentamente che esistono differenti tipi umani e che si devono assumere atteggiamenti diversi a seconda del diverso tipo. Psicologia pratica, ma anche vita pratica devono essere coltivate, se si vuole arrivare a una reale comprensione sociale dell’evoluzione dell’umanità.
Che cosa si è finora manifestato come senso sociale? Finora sono emerse le più svariate idee astratte sul modo di rendere felici uomini e popoli; sono sorti quello o questo socialismo. Ma se si volessero davvero far entrare nel mondo le idee sociali apparse qua e là, emergerebbe evidente l’impossibilità pratica di farlo. Non si tratta di fondare società o sette con determinati programmi, bensì di diffondere antropologia pratica, pratica conoscenza dell’uomo, quella conoscenza che renderà possibile capire l’uomo nel suo processo di sviluppo, capire il bambino, vedere come ogni bambino esprime una sua propria individualità. Solo così impariamo a inserirci nella vita in modo che, quando il karma ci pone davanti un uomo con il quale dobbiamo stabilire un dato rapporto, i giusti effetti karmici si manifestino e si produca quella relazione duratura che solo può divenire fruttuosa per la vita. Antropologia pratica, interesse umano che si esplica nell’azione pratica: questo è ciò che conta. L’umanità moderna è assai poco progredita su questa strada. Quale giudizio formuliamo quando incontriamo un uomo? Lo troviamo simpatico o antipatico. Nella maggior parte dei casi questo è l’unico giudizio, e anche quando se ne aggiungono altri, sono tutti dominati da quest’unico punto di vista: questo mi è simpatico, quello mi è antipatico; oppure: questa cosa in lui mi è simpatica, quella mi è antipatica. Opinioni preconcette! Ci si immagina che l’uomo dovrebbe essere così e così. Se poi si vede che egli differisce dal nostro modello, allora si è pronti a giudicarlo. Non sarà possibile progredire nella vera conoscenza pratica dell’uomo, se prima non sarà superato questo modo di trovare simpatico o antipatico un individuo in base a preconcetti, a particolari preferenze per un dato carattere; se prima non si diffonderà l’idea che l’uomo va preso così come egli è.
Oggi è molto frequente che quando due uomini si incontrano, in uno sorga un sentimento di antipatia (non riesce a sopportare l’altro) e che poi tutti i rapporti vengano visti nella luce dell’antipatia. Questo fatto può spezzare un rapporto karmico, portarlo su una pista del tutto sbagliata e rimandarlo alla prossima incarnazione, quando questi due uomini si incontreranno di nuovo. Simpatia e antipatia sono i massimi nemici del reale interesse sociale. Spesso non lo si considera abbastanza. Chi sa che cosa sia il vero senso sociale per lo sviluppo ulteriore dell’umanità, osserva con cuore angosciato il modo di agire dei maestri nelle scuole. Essi, partendo da certi pregiudizi, si pongono spesso di fronte a un alunno con simpatia, di fronte a un altro con antipatia. Questo è molto grave, perché altera il sano giudizio. Ognuno deve essere preso come è, per trarre da ciò che è, il meglio.
Questa mentalità penetra poi nelle istituzioni. Le nostre istituzioni, le nostre leggi sociali — che tendono a spegnere l’individualità degli insegnanti — sono tali da escludere ogni interesse per la persona. La scienza dello spirito rettamente intesa agirà in modo che psicologia e antropologia pratica vengano accolte nell’interesse generale. Questo è necessario perché si sviluppi il senso sociale che deve costituire l’altro polo che occorre per superare la crescente difficoltà del comprendersi.
Affinché nel quinto periodo di civiltà possa formarsi l’anima cosciente, gli uomini devono avanzare attraverso prove, superando le forze contrarie che intralciano loro il cammino: solo combattendo i superficiali sentimenti di simpatia e antipatia potrà nascere nell’uomo una sana anima cosciente. Anche il sentimento nazionale (che solo nel secolo diciannovesimo ha assunto la forza attuale) costituisce un grave ostacolo alla formazione del senso sociale, al reale interesse dell’uomo verso l’uomo. Così come oggi si presentano, questi contrasti nazionali, questi sentimenti di antipatia e simpatia sono una dura prova per l’umanità: solo superandoli essa potrà trovare la salvezza. Se invece i sentimenti di simpatia e antipatia continueranno ad avere il sopravvento, l’umanità attraverserà l’epoca dello sviluppo dell’anima cosciente in uno stato di sogno. Infatti, i sentimenti nazionali vanno nella direzione opposta: essi non lasciano che l’uomo diventi autonomo, ma tendono a farlo apparire solo come un’immagine, un’imitazione di questo o quel raggruppamento, di questa o quella nazionalità.
Questa è la prima cosa che dobbiamo considerare, se vogliamo portare davanti alla nostra anima concretamente la frase altrimenti astratta: «nel quinto periodo di civiltà postatlantico deve svilupparsi l’anima cosciente».
Affinché l’anima cosciente possa davvero evolversi, deve però verificarsi un’altra condizione in questo quinto periodo postatlantico: nell’uomo che sempre più si individualizza deve iniziare una certa desolazione della vita religiosa, quando questa vita religiosa non vuole adattarsi all’epoca attuale, ma vuol rimanere come era giustificato nel quarto periodo di civiltà. Allora — dato che l’umanità era ancora predisposta a formare raggruppamenti — dovevano anche sorgere religioni di gruppo. Su comunità di uomini doveva venire riversato dalle autorità religiose un elemento comune espresso in dogmi, norme, concetti religiosi. Dato però che nel quinto periodo postatlantico l’impulso all’individualità sarà sempre più forte, avverrà che ciò che così parlava ai cuori dal comune patrimonio religioso, non penetrerà più nelle individualità delle singole anime. E gli uomini non comprenderanno più ciò che proviene dalle religioni di gruppo. Nel quarto periodo di civiltà si potevano ancora istruire insieme gruppi di uomini in merito al Cristo. Nel quinto periodo in realtà il Cristo penetra già nelle singole anime. Nell’inconscio o nel subconscio tutti portiamo già in noi il Cristo. Ma Egli va di nuovo compreso per prima cosa in noi stessi. Ciò non avviene imponendo agli uomini rigidi dogmi stabiliti, ma cercando tutto quello che può contribuire a rendere comprensibile il Cristo sotto ogni aspetto, oppure favorendo al massimo la conoscenza religiosa universale in modo che tutto ciò che essa può promuovere venga anche realmente saggiato. Perciò in questo quinto periodo postatlantico è necessaria sempre più tolleranza verso tutti i concetti della vita religiosa. Mentre nel quarto periodo la questione si presentava in modo tale che chi era attivo nell’ambito religioso tendeva a trasmettere ai suoi contemporanei un dato numero di dogmi e di precetti rigidi, oggi chi opera in questo campo dovrà usare un criterio del tutto diverso: bisogna liberarsi completamente dai dogmi e descrivere piuttosto all’altro uomo ciò che risulta maggiormente dall’esperienza interiore, in modo che la vita religiosa possa in lui svilupparsi liberamente e individualmente. In verità nel quinto periodo le religioni dogmatiche, i singoli e rigidi dogmi, le confessioni, uccideranno la vita religiosa. Se vogliamo comprenderci sempre meglio, dobbiamo renderci conto che ciò che era adatto per gli uomini nei primi secoli del cristianesimo, nei secoli successivi ha agito in altro modo. Esistono però altre religioni. Si cerchi di comprendere l’essere di altre religioni; ci si sforzi di rendere comprensibile i diversi aspetti della concezione cristiana. Così si porta davanti a ogni anima quello che tale anima può approfondire. Ma non si plasma l’anima stessa. Le si lascia — proprio sul terreno religioso — la libertà di pensiero, perché tale libertà di pensiero possa svilupparsi poi in tutti i campi.
Come è necessario il senso sociale nel tempo che io ho caratterizzato come il quinto periodo postatlantico, così la libertà di pensiero nell’ambito della vita religiosa è necessaria per lo sviluppo dell’anima cosciente: senso sociale nell’ambito della convivenza umana — libertà di pensiero nell’ambito della vita religiosa. Comprendere sempre meglio la vita religiosa, e di conseguenza poterci comprendere meglio l’un l’altro, anche quando ciascuno sviluppa la sua propria vita religiosa: questo è ciò che occorre sempre più tener presente, perché costituisce una condizione di fondo per il quinto periodo postatlantico, qualcosa che l’uomo deve acquisire coscientemente con le proprie forze. Ma proprio nell’epoca dell’anima cosciente contro questa libertà di pensiero infieriscono al massimo le potenze arimaniche. Vediamo con quale ostilità le confessioni religiose guardano la diffusione della libertà di pensiero, che è il punto centrale della concezione scientifico-spirituale, per il semplice fatto che la scienza dello spirito vuole interessarsi alla nascita dell’anima cosciente con piena e chiara comprensione, né vuol diffondere una vita religiosa che sia ancora fondata sulle esigenze dell’anima razionale o affettiva, come fu il caso nel quarto periodo postatlantico. Le attuali forme di cristianesimo sono sorte nel quarto periodo e rispondono alle esigenze della civiltà greco-romana. Come forme ecclesiastiche, sono inadatte già oggi — e lo diventeranno sempre più — a lasciar sorgere quella libertà di pensiero che deve affermarsi. Nel momento stesso in cui, uscendo dalla vita moderna, nasceva il primo germe della libertà di pensiero, anche la potenza opposta è entrata in azione sotto forma di «gesuitismo» — e con questo termine è compreso molto che poi dovrebbe essere caratterizzato nel dettaglio — delle diverse religioni. Esso è stato chiamato in vita per opporre la massima resistenza alla libertà di pensiero, che è una necessità vitale del quinto periodo postatlantico. In tale epoca sarà sempre più necessario sradicare ovunque il gesuitismo, poiché la libertà di pensiero, irradiando dall’ambito religioso, deve potersi espandere in tutti i campi della vita. Ma, poiché la si può conquistare solo in modo autonomo, ci si trova posti di fronte a una dura prova, e da ogni lato sorgono le più grandi difficoltà. Esse diventeranno tanto maggiori proprio poiché l’umanità nel quinto periodo di civiltà deve sviluppare la chiarezza della coscienza, e ciò dapprima essa lo sente come qualcosa di scomodo e tende perciò a stordirsi al riguardo.
Vediamo così che esiste un’aspra lotta fra il fiorire della libertà di pensiero e il principio di autorità che agisce ancora nella nostra epoca provenendo da tempi più antichi. E cresce il desiderio di stordirsi, di cullarsi nella fiducia dell’autorità. Oggi questa cieca fede nell’autorità si è paurosamente estesa e intensificata. Sotto la sua influenza l’uomo si sentirà sempre più perplesso nel formulare giudizi. Nel quarto periodo di civiltà egli riceveva — si può dire — in dono un sano intelletto; oggi lo deve sviluppare. La fede nell’autorità blocca questo processo di sviluppo. E noi siamo interamente aggiogati a questa fede nell’autorità. Pensate solo come sembrano impotenti gli uomini in confronto agli animali irragionevoli! Quanti istinti ha in sé l’animale che lo guidano nel modo più salutare per lui; lo fanno persino uscire dalla malattia e gli permettono di recuperare la salute! E quanto irrazionalmente l’uomo di oggi lavora in questo campo! L’umanità moderna si sottomette interamente all’autorità, e oggi non vuole farsi un giudizio sulle sane condizioni di vita. Certo esistono lodevoli sforzi in ogni sorta di associazioni. Ma questi sforzi devono divenire molto più intensi, e soprattutto bisogna capire che noi andiamo incontro a tempi in cui la fede nell’autorità verrà sempre più consolidata dalle opinioni che si baseranno su tutta una serie di teorie escogitate a tale scopo. In campo medico, giuridico, ma anche in molti altri ambiti della vita gli uomini si dichiarano incompetenti, incapaci di formarsi un giudizio personale e disposti ad accettare passivamente tutto ciò che la scienza dice. Questo in fondo è comprensibile, data la complicatezza della vita moderna. Ma gli uomini, sotto l’influenza della forza dell’autorità, diventeranno sempre più impotenti. Il principio del gesuitismo è proprio quello di rafforzare sistematicamente il sentimento dell’autorità. Nella religione cattolica il gesuitismo è solo una specializzazione di prestazioni che ricompare poi sotto altra forma in diversi campi della vita, dove non è più così facilmente riconoscibile. Nato nell’ambito dogmatico-ecclesiastico allo scopo di sostenere il potere papale affermatosi nel quarto periodo di civiltà, vuole conservare questo potere nel quinto periodo, dove non è più giustificato. Lo stesso principio gesuitico viene trasferito a poco a poco in altri ambiti della vita. Oggi, nell’ambito della medicina, vediamo già spuntare un gesuitismo che di poco si discosta da quello della religione dogmatica. Vediamo come, partendo da una certa medicina dogmatica, si voglia estendere il potere della classe medica. Questa è l’essenza del gesuitismo nei più diversi settori. Esso diventerà sempre più forte, e gli uomini saranno costretti ad accettare ciò che l’autorità impone. La salvezza della nostra epoca consiste nel salvaguardare lo sviluppo dell’anima cosciente contro queste tendenze arimaniche. Poiché tali esse sono. E ciò può realizzarsi solo se gli uomini, che oggi non ricevono più l’intelletto naturale insieme alle loro braccia (come in un certo senso avveniva nell’epoca greco-romana), vogliono realmente sviluppare l’intelletto, la sana forza del giudizio. Lo sviluppo dell’anima cosciente richiede la libertà del pensiero, e questa può prosperare solo in una ben determinata aura o atmosfera.
Ho richiamato la vostra attenzione sulle difficoltà del presente. Il quinto periodo postatlantico deve tendere verso una ben precisa direzione: lo sviluppo dell’anima cosciente. Ma questa, proprio perché deve evolversi come anima cosciente, deve incontrare resistenze, deve attraversare prove. Oggi non si riconosce ancora che, contro la comprensione sociale e contro la libertà di pensiero, si ergono grandi ostacoli. Anzi, in molti ambienti tali ostacoli vengono considerati la cosa giusta, alla quale non ci si deve opporre, ma che anzi va assecondata in tutti i modi.
Vi sono però anche moltissimi uomini che hanno cuore aperto e mente disposta a comprendere in quale situazione è posta l’umanità moderna. Uomini che hanno occhi per vedere ciò che ormai è chiaro: le conseguenze dei rapporti karmici hanno portato a una crisi che rende difficile ai genitori capire i figli, ai figli capire i genitori, ai fratelli intendersi fra loro, ai popoli trovare un terreno di intesa. Esiste già oggi un sufficiente numero di uomini che considera con profonda angoscia questa situazione: una situazione in sé necessaria, ma che può essere volta al progresso dell’umanità solo se illuminata dalla conoscenza. Infatti dall’angoscia del cuore devono nascere, per volontà cosciente, gli impulsi per questo nuovo agire nel mondo. Ciò che si produrrà spontaneamente sarà l’estraniamento dei singoli fra di loro. Quello che può scaturire dal cuore umano, deve venire conquistato con sforzo cosciente. Nel quinto periodo postatlantico ogni singola anima deve affrontare queste difficoltà, che costituiscono la prova attraverso la quale l’anima cosciente matura.
Oggi arriva qualcuno che dice: “Io non capisco cosa devo farne di me; non so come mi devo porre nel contesto della vita”. Ciò dipende dal fatto che egli non ha ancora trovato il giusto modo per riflettere sulle esigenze del tempo moderno e su come il singolo può in esso inserirsi. Le attuali condizioni di vita, se non comprese, portano già molti uomini alla malattia fisica, all’instabilità psichica. Si richiederà sempre maggiore comprensione. Sull’umanità incombe il pericolo dell’angoscia animica, un’angoscia che ha la particolare coloritura oggi descritta. Molti uomini vedono ciò che ho esposto e sentono che è necessario, proprio necessario, che l’umanità arrivi da un lato all’intesa sociale, dall’altro alla libertà di pensiero. Ma sono pochissimi quelli disposti a ricorrere ai giusti mezzi. Oggi si cerca di promuovere l’intesa sociale con ogni sorta di discorsi idealistici. Che cosa mai non viene scritto sulla necessità di un trattamento individuale dell’adolescente! Quante teorie complesse vengono proclamate in tutti i possibili campi pedagogici! Ma tutto questo rimane al disotto del vero problema. Descrizioni il più possibile positive su come l’uomo realmente si sviluppa, storia naturale positiva dell’evoluzione individuale umana, questo è ciò che deve venire diffuso con la massima chiarezza. Quando appena è possibile dobbiamo descrivere come si è sviluppato l’uomo A, l’uomo B, l’uomo C, entrando con amore nei particolari dell’evoluzione di un uomo che abbiamo potuto personalmente seguire. Soprattutto è necessario studio della vita, interesse per tutti i suoi fenomeni, non per il programma; poiché il programma teorico è il nemico del quinto periodo di civiltà.
Le società che sorgeranno dovranno formarsi secondo le esigenze di questa nostra epoca: mettere al centro dell’interesse gli uomini che in esse si riuniscono, e provvedere affinché dal reciproco rapporto di questi uomini risulti ciò che può risultare. Se si baderà a questo, risulteranno cose realmente individuali. Come si procede oggi di solito? Si cominciano a redigere statuti. Certo questo può essere molto bello, forse anche necessario, perché le relazioni esterne esigono statuti. Ma nel nostro ambito deve essere chiaro che tutto il parlare di programmi e statuti è solo una concessione al mondo, che l’essenziale deve essere la convivenza degli individui, e la reciproca comprensione. Poi già per il quinto periodo postatlantico (abbiamo ancora secoli davanti a noi) nasceranno nuove possibilità e la comprensione per lo sviluppo individuale — oggi limitata a ristretti circoli — penetrerà anche nel mondo, che ora costringe ogni cosa in paragrafi e programmi «come in stivali spagnoli». Da tutti i pulpiti, da tutte le tribune sentiamo risuonare dottrine proclamanti la salvezza, dottrine che dovrebbero portare luce nella vita. Vediamo sorgere ovunque insegnamenti che traboccano di astrazioni con le quali vengono presentati agli uomini tutti i possibili ideali. Ma questo non serve, ciò che conta è penetrare nel concreto, entrare con l’intelletto nella vita reale. Come si può fare?
Con pieno diritto viene sollevata l’obiezione che è impossibile imparare tutto ciò che proviene dagli ambiti competenti. “Si pensi solo — diranno gli uomini — quanto deve studiare uno che vuole diventare medico. È giusto che studi, ma noi non possiamo imparare ciò che un giurista deve sapere, né quello che deve apprendere chi vuole diventare pittore, e così via. Non lo possiamo proprio!” Certo, questo non lo possiamo, è fuor di dubbio. Ma non abbiamo neppure bisogno di essere creativi in tutti questi campi; occorre solo divenire capaci di giudizio. Dobbiamo arrivare a lasciar fare chi ha autorità, ma dobbiamo anche poterne giudicare l’operato. Non ci approprieremo tutto il sapere approfondendo ogni singola specializzazione; ma ci approprieremo della possibilità di giudizio attingendo a qualcosa che abbraccia l’intero nostro intelletto. E ciò non può venire dalla conoscenza materiale delle singole specializzazioni, bensì dalla globale conoscenza spirituale.
La scienza dello spirito deve stare al centro di ogni conoscenza. Infatti essa non solo chiarirà i rapporti nello sviluppo dell’uomo; ma, per il tipo di pensieri che ha, svilupperà in noi quel sano intelletto che oggi deve venire attinto da profondità maggiori di quelle dell’epoca greco-romana, ovvero del quarto periodo postatlantico. Il modo diverso dalle altre scienze nella formazione dei concetti e delle rappresentazioni, necessario per la scienza dello spirito, ci rende atti non a divenire un’autorità in questo o quel campo, ma a divenire capaci di giudizio autonomo. Poiché le cose stanno così, ci si renderà sempre più conto che esistono forze misteriose nell’animo umano e che queste forze misteriose (forze dei misteri) congiungeranno l’anima umana con il mondo spirituale. E da ciò deriverà la possibilità di formulare giudizi nei singoli casi, quando ci troveremo di fronte chi ha autorità. Noi non sapremo tutto quello che sa la persona competente, ma avremo la capacità di giudicarne l’operato nei singoli casi.
Dobbiamo sottolineare questa verità: la scienza dello spirito non solo istruisce gli uomini, ma li rende capaci di giudizio; cioè dà loro la possibilità di sviluppare la libertà del pensiero e stimola in loro l’indipendenza. Non ci fa medici, ma ci mette in grado di giudicare ciò che mediante il medico entra nella vita pubblica. Se verrà compreso ciò che intendo con queste parole, diverranno anche comprensibili molte forze salutari del quinto periodo postatlantico. La scienza dello spirito trasformerà l’intelletto umano e l’uomo potrà liberare la forza intellettuale dalla sua vita animica. Solo in questo modo si potrà conquistare davvero la libertà di pensiero.
Vorrei esprimere questi concetti in forma più immaginativa. La scienza dello spirito ci parla di un reale mondo spirituale, di entità elementari che ci circondano; ci parla delle Gerarchie, di Angeli, Arcangeli, e così via. Il mondo si popola per noi con concreti contenuti spirituali, o con forze spirituali ed entità spirituali. A queste entità che vivono nel mondo spirituale non è indifferente quello che noi sappiamo di loro! Poteva essere indifferente ancora nel quarto periodo di civiltà; ora non lo è più. Se gli uomini qui sulla Terra non sanno niente di loro, è come se esse venissero private di nutrimento spirituale. Il mondo terreno si trova collegato realmente con quello spirituale. Lo potrete meglio comprendere se vi dico una cosa che forse potrà apparire paradossale anche a molti di voi, ma che è semplicemente vera. Anche se oggi non se ne può dire molto, tuttavia alcune verità devono venire rivelate, poiché gli uomini non possono vivere senza queste verità.
Vedete, per gli uomini che si trovano sulla Terra è giusto dire: con il Mistero del Golgota il Cristo è entrato nella vita della Terra e da allora Egli è qui. Dal punto di vista del sentimento umano si può considerare una fortuna per la Terra che il Cristo sia in essa penetrato. Ma ponetevi ora dal punto di vista degli Angeli (questo punto di vista non è una mia invenzione, ma è qualcosa che realmente risulta al vero ricercatore occulto): dalla loro sfera essi hanno vissuto l’esperienza opposta. Il Cristo è uscito dalla loro sfera per venire qui dagli uomini. Essi devono dirsi: attraverso il Mistero del Golgota il Cristo ha abbandonato il nostro mondo. Perciò essi hanno motivo di essere tristi, così come gli uomini hanno motivo di rallegrarsi per il fatto che il Cristo è venuto a loro finché vivono nel corpo fisico. Questo è un reale processo di pensiero. Chi conosce davvero il mondo spirituale sa che per gli Angeli esiste una sola liberazione: che gli uomini qui sulla Terra vivano nei loro corpi fisici con i pensieri del Cristo e che, dal Mistero del Golgota in poi, il pensiero del Cristo venga irradiato come una luce verso gli Angeli. Gli uomini dicono: il Cristo è penetrato in noi ed ora noi possiamo svilupparci in modo che il Cristo viva in noi — «Non io, ma il Cristo in me». Gli Angeli invece dicono: “Per la nostra sfera il Cristo è uscito dalla nostra interiorità; Egli risplende ora verso di noi, come infinite stelle, nel pensiero di Cristo dei singoli uomini; così noi lo riconosciamo di nuovo, così Egli si irradia dal Mistero del Golgota”. Questo stabilisce una vera relazione fra mondo spirituale e mondo terreno. E questa relazione si manifesta anche nel fatto che gli esseri spirituali che abitano il mondo spirituale sopra di noi guardano con soddisfazione ai pensieri che gli uomini possono fare sul loro mondo. Essi ci possono aiutare solo se noi siamo in grado di formarci dei pensieri su loro. Anche se non siamo arrivati a penetrare con la chiaroveggenza nel mondo spirituale, basta che sappiamo di loro per riceverne aiuto. Quando studiamo scienza dello spirito, noi ci apriamo all’aiuto che viene dal mondo spirituale. Non sono le conoscenze da noi acquisite, ma gli stessi esseri delle gerarchie superiori che ci vengono incontro. Quando poi nel procedere del quinto periodo postatlantico ci troveremo di fronte alle autorità, sarà bene avere dietro a noi non semplicemente il nostro umano intelletto, ma ciò che gli esseri spirituali possono compiervi se noi impariamo a conoscerli. Solo così saremo in grado di formulare giudizi di fronte all’autorità. Il mondo spirituale ci aiuta. Dobbiamo accogliere nella conoscenza il mondo spirituale. Questa è la terza cosa da realizzare nel nostro quinto periodo di civiltà.
La prima è il senso sociale, la seconda è la conquista della libertà di pensiero, la terza è la conoscenza vivente del mondo spirituale attraverso la scienza dello spirito. Queste tre cose devono costituire i grandi ideali del quinto periodo postatlantico. Nell’ambito della vita sociale dev’esservi senso sociale, nell’ambito della religione e dell’incontro delle anime dev’esservi libertà di pensiero, nell’ambito del conoscere dev’esservi conoscenza dello spirito. Senso sociale — libertà di pensiero — conoscenza dello spirito: ecco i tre grandi obiettivi, i tre impulsi del quinto periodo di civiltà postatlantico. Noi ci dobbiamo evolvere illuminati da queste luci, che sono le giuste luci per il nostro tempo. Alcuni uomini sentono intensamente che qualcosa è necessario, che deve sorgere un nuovo tipo di vita associativa, che concetti diversi devono affermarsi. Ma né con la buona volontà, né con la comune conoscenza umana, si riesce a trarre da queste intuizioni la giusta conclusione. Lo possiamo vedere proprio nel rapporto in cui molti uomini si trovano di fronte alle aspirazioni della scienza dello spirito, o antroposofia. Non abbiamo bisogno di pensare a chi diffama intenzionalmente la scienza dello spirito o le si oppone malevolmente per un qualsiasi motivo. Possiamo pensare all’onesta volontà che esiste nell’umanità attuale, all’onesto impulso che tende a dar vita ai movimenti che si trovano nella giusta direzione per il quinto periodo. Pensate solo quanti riformatori sorgono nei più diversi campi! Quanti predicatori sociali che provengono anche da cerchie non religiose e non ecclesiastiche! Come spesso tutto è animato dalla miglior volontà di bene. Si vogliono condurre gli uomini a qualcosa verso cui spinge la vita del nostro tempo. Bisogna riconoscere che in molti campi è presente buona volontà. E in questo istante noi vogliamo considerare quello che sta sotto il segno di questa buona volontà; non quello che sta sotto il segno della cattiva volontà. Ma fintanto che la buona volontà si esaurisce nei bei discorsi, sia pure animati da caldi sentimenti, essa non raggiunge alcuno scopo. È necessario che diventi vivente la conoscenza spirituale, quella conoscenza che si può attingere solo dalla scienza dello spirito; è necessario che siano realizzati i tre grandi ideali: senso sociale, libertà di pensiero, conoscenza dello spirito. Ma gli uomini del presente (esclusi i piccoli gruppi che si riconoscono nella concezione scientifico-spirituale) non hanno ancora cominciato ad aprirsi alla comprensione di questa esigenza.
Possiamo ora volgere lo sguardo a qualche bella, nobile figura che si muove in questa direzione. Desidero darvene un esempio che ho colto — come si suol dire — per caso; ma che in realtà mi è venuto incontro attraverso il karma. In una vetrina ho visto un libretto il cui titolo mi ha fatto una certa impressione e l’ho comperato. In esso si parla dell’uomo moderno, di ciò che quest’uomo cerca, sotto quali influenze ed impressioni egli cresce; si osserva come nel mondo moderno molte cose stimolino quest’uomo, gli facilitino la vita che, grazie ad alcune comodità (forza-vapore, elettricità, e così via), è divenuta un piacere. Più avanti viene però anche fatto rilevare come l’uomo moderno sia entrato in un ritmo di vita più frenetico, più movimentato rispetto a quello dei tempi passati, e come l’esistenza sia più ricca. Tutto questo viene sottolineato con una certa gioia e sincera soddisfazione, specialmente per quanto riguarda i fenomeni spirituali più importanti della nostra epoca che pongono l’uomo moderno in una situazione migliore rispetto a quella degli oscuri e tristi tempi precedenti. Ma poi viene descritto esattamente ciò che prima ho indicato come le difficoltà del quinto periodo di civiltà postatlantico. Ma non viene riconosciuto come esse nascano proprio da questa caratteristica del quinto periodo e dalla sua esigenza: la formazione dell’anima cosciente. Questo non viene visto con la necessaria chiarezza; ma è sentito con cuore sincero. E si legge: «una cosa è singolare: nella descrizione del processo di formazione interiore del nostro tempo siamo dovuti partire dalla gioia della vita, dal piacere dell’esistenza. E al termine di questo capitolo dobbiamo parlare della profonda angoscia interiore. Ciò che qui sperimentiamo in piccolo, il nostro tempo l’attraversa in grande.» — con l’espressione «in piccolo» l’autore intende il luogo in cui egli vive —, «una ricchezza culturale senza pari, uno sviluppo di vita in forza e bellezza, quasi senza precedenti nella storia; e poi un’angoscia che cresce ed afferra tutti gli strati sociali».
Ed ora, dopo aver riconosciuto tutto questo così giustamente, l’autore non rimane fermo nella disperata descrizione dell’angoscia, ma va oltre e cerca la via d’uscita affinché gli impulsi della nuova umanità possano venire guidati nel modo giusto. Fra l’altro egli descrive anche ciò che chiama teosofia, quella teosofia che egli ha conosciuto. Incontriamo qui — fra i molti nemici — un uomo che si pone di fronte alla teosofia con la migliore buona volontà di imparare a conoscerla. Questo fatto riveste particolare interesse per noi. È infatti molto importante occuparsi dei rapporti positivi della nostra scienza dello spirito con la vita esteriore.
Dopo aver parlato di ciò che la mistica può fare per approfondire la vita e liberare dall’angoscia, l’autore prosegue: «accanto alla mistica sta la teosofia. Ci sono alcuni che in essa vedono solo un fenomeno che vuole fornire surrogati al posto di forze autentiche; altri vi trovano solo la tendenza al sincretismo e all’eclettismo; una sintesi quindi di tutte le confessioni religiose e concezioni filosofiche». Chi non penetra a fondo la scienza dello spirito, ne parla spesso come se essa volesse ridar vita allo gnosticismo. Ma l’autore di questo libretto fa un passo avanti e dice: «Chi, secondo la sua inclinazione, trova in essa solo una tendenza al sincretismo e all’eclettismo, la rigetta insieme ad altri fenomeni meno chiari del presente (superstizioni, spiritismo, visioni, simbolismo) e altre simili manifestazioni che stimolano l’uomo attraverso il mistero. Ma non è così. Si fa torto a questo movimento se non si riconosce che in esso vengono a espressione valori e rapporti profondamente interiori». — Ci troviamo dunque di fronte a un uomo di buona volontà. Egli prosegue: «Dobbiamo cercare di comprendere la teosofia (almeno quella del gruppo che si riunisce intorno al dottor Steiner) come un movimento religioso fra i nostri contemporanei, anche se non originale, ma sincretistico; tuttavia concentrato sui problemi fondamentali dell’intera vita». — Io spero che quest’uomo arrivi anche a riconoscere l’originalità del nostro movimento, dopo aver dimostrato tanta buona volontà. «Dobbiamo giudicarlo un movimento che va incontro agli interessi soprasensibili degli uomini e quindi un superamento del realismo imprigionato nel sensibile. In esso dobbiamo soprattutto riconoscere un movimento che porta gli uomini all’autocoscienza dei problemi morali che vengono loro posti, e che tende a lavorare per l’interiore rinascita partendo da una meticolosa autoeducazione». — Come ho detto, non lo cito per qualche sciocco compiacimento; ma fra tutto quello che abitualmente si dice sull’antroposofia, non è irrilevante imparare a conoscere anche giudizi come questi — «Basta solo leggere il libro di Steiner sull’introduzione alla teosofia, per accorgersi con quale serietà l’uomo viene qui guidato nel lavoro di purificazione morale e autoperfezionamento. Inoltre, nelle sue speculazioni dirette al soprasensibile vi è una reazione al materialismo; comunque — ed ora viene qualcosa su cui vi prego di prestare particolare attenzione — la teosofia perde facilmente il terreno della realtà e si ramifica in ipotesi, in fantasie visionarie, in un regno di sogni, per cui non ha più forza sufficiente alla formazione della vita individuale e sociale. Vogliamo e dobbiamo tuttavia registrare la teosofia come un fenomeno correttivo nel cammino di formazione del presente».
Quindi la sola cosa che non piace all’autore è la possibilità di elevarsi alla conoscenza spirituale, alle reali concrete conoscenze dello spirito. Egli vorrebbe accogliere gli impulsi per il perfezionamento morale dell’uomo che possono scaturire dalla teosofia, anche secondo il suo punto di vista; ma non riconosce che nel quinto periodo postatlantico tali impulsi possono provenire solo dalla concreta, reale conoscenza dello spirito. Egli non riconosce le radici. Amerebbe avere i frutti senza l’albero. Rifiuta l’intero contesto. Proprio quest’uomo è straordinariamente interessante, perché ha studiato con dedizione il mio libro Teosofia senza però vedere che una cosa non può essere presente senza l’altra. Vorrebbe tagliare la testa di questo libro e conservarne il corpo; infatti, egli considera questo corpo come qualcosa di prezioso.
Questa posizione conferma quanto ho prima illustrato. Che sia necessario raggiungere l’intesa sociale e conquistare la libertà di pensiero lo capiscono anche tali uomini; ma la terza esigenza — la conoscenza dello spirito che deve formare la base per il nostro quinto periodo postatlantico — essi non la vogliono accettare; è ciò a cui non sono ancora in grado di arrivare. Uno dei compiti più importanti della corrente scientifico-spirituale è quello di risvegliare la comprensione per questa esigenza. “Fantastico” — definiscono spesso gli uomini l’ascendere ai mondi spirituali! E non si accorgono che proprio la perdita della conoscenza dei mondi spirituali ha portato nella vita del nostro tempo le concezioni materialistiche e la conseguente mancanza di senso sociale. Proprio osservando le persone meglio intenzionate dobbiamo scoprire quanto oggi ancora riesca difficile agli uomini riconoscere la necessità dei concreti mondi spirituali. Perciò è ancor più necessario cercare di comprendere impulsi come quelli di cui oggi vi ho parlato.
Il libretto citato si intitola Il mondo dei pensieri dei dotti: problemi e compiti ed è stato pubblicato ad Amburgo nel 1914 dal prof. Friedrich Mahling. Mi sorprende che nessuno nel nostro ambiente l’abbia segnalato: dal 1914 a oggi qualcuno avrebbe dovuto notarlo. Sarebbe proprio necessario curarsi dei diversi fili che si intrecciano fra i più differenti campi. È certo utile rilevare ogni sfumatura nei pensieri che ci riguardano e che tendono più spesso a diffamare e deridere il nostro movimento che a capirlo; ma dobbiamo interessarci anche quando una volta incontriamo un caso come questo, dal quale possiamo apprendere quali difficoltà ha ancora oggi l’uomo che si sforza di arrivare a un’onesta comprensione.
L’odierna conferenza voleva proprio mostrare quali devono essere i tre grandi e concreti ideali per il nostro quinto periodo di civiltà: senso sociale, libertà di pensiero, conoscenza dello spirito. Nel futuro questi ideali devono orientare le scienze, purificare la vita, dare impulsi alla morale: devono, in senso lato, divenire orientativi e stimolanti per l’intera vita della moderna civiltà. Ma le prime due esigenze, senso sociale e libertà di pensiero, non possono venire soddisfatte se non si aggiunge la terza, la conoscenza dello spirito, che è premessa necessaria allo sviluppo dell’anima cosciente. E questa anima cosciente all’apice della sua evoluzione ha il sé spirituale, che deve venir predisposto nel sesto periodo di civiltà. Esso non potrà sorgere, se non sarà stata preparata quella interiore autonomia dell’uomo che si raggiunge solo mediante lo sviluppo dell’anima cosciente. Nel nostro lavoro scientifico-spirituale dobbiamo tenere presente questo: ciò che conosciamo come verità astratta racchiude realmente in sé una forza magica, e basta liberare questa forza magica per proiettare chiara luce su tutta la vita. Ovunque il singolo si trovi — in uno o nell’altro campo della scienza, in uno o nell’altro campo di lavoro pratico, fosse anche il più umile — se egli sa rendere vivente nel suo campo ciò che nei nostri incontri accogliamo come verità astratte, se sa renderlo vivente nel modo giusto, allora egli collabora ai grandi compiti del nostro tempo. E un sentimento di letizia entrerà nella sua anima, una letizia che non è superficiale allegria, ma che si unisce a quella serietà che è portatrice di vita, che accresce le nostre forze, che non vuole farci semplicemente godere la vita, ma essere in essa attivi e sereni lavoratori.
In questo senso i tre concreti ideali che abbiamo fatto risplendere davanti a noi saranno anche ciò che darà all’anima cosciente la facoltà di comprendere in modo nuovo il Mistero del Golgota, di accogliere il Cristo nel modo adatto al quinto periodo postatlantico, e di stabilire con i mondi spirituali un reale legame. Dobbiamo imparare a conoscere come questi mondi spirituali stiano in rapporto all’impulso centrale dell’evoluzione terrestre, all’impulso del Cristo. Tale impulso cristico agirà in noi solo sotto l’influenza dei pensieri che dal mondo spirituale penetrano nell’esistenza terrena, risplendendo nelle anime degli uomini e illuminando, come chiare stelle consolatrici, il mondo degli Angeli, dalla cui sfera il Cristo s’è allontanato per poter riverberare verso di loro dalla sfera dei pensieri umani.
No — la conoscenza dello spirito non può essere definita come qualcosa di fantastico. Conoscere lo spirito vuol dire cogliere quella realtà che sola può sollevare l’umanità dall’angoscia animica che è necessariamente connessa al quinto periodo postatlantico. Di ciò volevo parlarvi oggi. Speriamo di poterci presto incontrare di nuovo in questa città, restando nel frattempo uniti nel pensiero e continuando a lavorare nello spirito del nostro movimento.
Ciò che la scienza dello spirito ha da dire sulla vita e sulla natura dei mondi spirituali viene acquisito tramite la conoscenza dei fatti oggettivi ai quali possono condurre le corrispondenti capacità dell’uomo. Tutto ciò ci è noto. Quindi, quando si tratta di sostenere o di difendere la scienza dello spirito in quanto tale nei confronti dell’ambiente attuale, non si potrà basare questa difesa su altro che non sia il fatto di indicare in che modo l’uomo possa raggiungere la visione dei mondi spirituali tramite lo sviluppo di determinate capacità; e spiegare poi come per lo sviluppo di queste capacità risulti una corrispondente conformazione delle condizioni di vita dei mondi spirituali. Contro i fatti che in tal modo si manifestano — alcune cose sono quasi scontate, comunque è bene sottolinearle — non può in nessun caso essere sollevata un’obiezione sulla base dei desideri umani, delle brame umane, così come non può essere sollevata contro i fatti del mondo fisico che possono essere osservati tramite i sensi. Sebbene ciò sia ovvio, contro determinate affermazioni della scienza dello spirito si sentono spesso obiezioni basate proprio sui desideri umani, sulle brame umane, ad esempio obiezioni del tipo seguente: se la scienza dello spirito può dire questo o quell’altro sui mondi spirituali allora preferisco non conoscere questa scienza dello spirito, perché se questi mondi spirituali fossero effettivamente così non potrei mai familiarizzarmi con una tale loro conformazione. Per quanto assurda sia una tale obiezione, essa viene fatta. Essa però non appare solamente in questa forma assurda e facilmente comprensibile, ma appare anche — vorrei dire — in forma mascherata in tutti i possibili atteggiamenti di rifiuto che vengono assunti nei confronti della scienza dello spirito. Per quanto una qualche conoscenza della scienza dello spirito non potrebbe mai essere fondata sul fatto che il mondo ha senso solo nel caso in cui il mondo spirituale sia fatto in un dato modo — e in effetti è possibile sapere come sia in realtà il mondo spirituale —, se quindi non si può mai fare un’affermazione riguardo a come è fatto il mondo spirituale partendo da queste premesse, ma solo sulla base di una vera conoscenza, si può per contro far notare il significato che la scienza dello spirito (una volta che essa è presente con i suoi risultati) può avere per la vita dell’uomo.
Quattordici giorni fa, proprio qui, ho dimostrato in un campo specifico quale sia oggi il significato dell’atteggiamento interiore scientifico-spirituale rispetto alle grandi esigenze che vengono poste dalla nostra epoca per quanto riguarda lo sviluppo dell’umanità. Oggi desidero trattare alcuni altri punti che ci permetteranno di approfondire in certi aspetti ciò che la scienza dello spirito può rappresentare per l’umanità, e in particolare per quei contemporanei che l’approfondiranno. D’altro canto — per portare una sorta di controimmagine — desidero richiamare l’attenzione sulle resistenze opposte dall’attuale cultura spirituale, le quali possono colpire questa scienza dello spirito e dalle quali bisogna essere preparati a difendersi. Le capacità spirituali che portano il ricercatore dello spirito a vedere la realtà del mondo spirituale si sviluppano a poco a poco nel modo che abbiamo spesso descritto, e si sviluppano cosicché prima si iniziano a conoscere i grandi fatti della vita spirituale, quelli che sono i fatti principali in relazione allo sviluppo della vita terrestre, in relazione alle ripetute vite terrene, in relazione alla vita tra la morte e una nuova nascita e così via. Dopo è sicuramente possibile non limitarsi a parlare di questi grandi punti di vista generali, di queste verità valide in generale, ma si deve anche parlare di particolari verità specifiche. Quanto più noi arriviamo a conoscere queste verità specifiche, tanto più valore la scienza dello spirito acquista per la singola vita umana concreta. Questa vita umana deve inizialmente costituire un enigma per la visione esteriore entro il corpo fisico; infatti, se non fosse un enigma, l’uomo non sarebbe passibile di uno sviluppo che lo rende sempre più capace. Le nostre capacità, che emergono in particolare anche in relazione all’anima, devono originarsi e svilupparsi in noi dai superamenti; sul piano spirituale devono svilupparsi in noi grazie al fatto che inizialmente il mondo ci appare misterioso, e anche grazie alla forza che usiamo per sciogliere l’enigma. Nella riflessione che applichiamo per risolvere i misteri, le nostre forze si irrobustiscono, e all’interno dell’evoluzione umana noi diventiamo sempre più capaci, diventiamo veramente sempre più perfetti. Nessuno deve temere che la vita possa perdere interesse se l’uomo, per il fatto di vedere nei mondi spirituali, risolve in parte gli enigmi del mondo fisico: infatti, enigmi della vita si manifestano in ogni campo. Entrando nel mondo spirituale già si notano nuovi enigmi della vita. Ma proprio dalle esperienze che si fanno nel risolvere determinati enigmi dell’uomo e della vita a partire dal mondo spirituale in relazione a quello fisico, si acquisisce fiducia ed esperienza nel fatto che si risolveranno anche i più profondi enigmi dell’uomo e del mondo che si manifestano solo nel mondo spirituale stesso.
C’è in particolare un enigma che l’uomo sperimenta tra la nascita e la morte: il destino. In questa parola si accalcano moltissime cose. Ieri, nella conferenza pubblica, abbiamo potuto accennare al modo in cui la questione del destino viene in un certo senso risolta tramite le ripetute vite terrene. Questi sono punti di vista generali; si può però anche richiamare l’attenzione sulle condizioni concrete. Prendiamo per esempio in considerazione qualcuno che perda un congiunto molto caro. Questo congiunto, diciamo, muore relativamente presto, così che colui che resta deve vivere ancora a lungo sulla Terra senza questo parente. Stimolando un pensiero di questo genere dentro di noi, vediamo sorgere subito davanti al nostro occhio spirituale quella che per molte persone dev’essere una questione di destino. La scienza dello spirito può effettivamente aiutarci a fare luce su una tale questione di destino. Certo, ogni caso è fondamentalmente diverso da ogni altro. Proprio per il fatto, però, di studiare singoli casi dal punto di vista della scienza dello spirito, ne risulta la possibilità di farsi un’idea del misterioso corso della vita umana. Si può fare ad esempio la seguente esperienza: una persona è morta giovane, è stata strappata ai suoi congiunti. Ieri ho detto che per il fatto che qui gli uomini entrano in rapporto tra di loro tramite i loro corpi fisici, tra queste persone si sviluppano delle relazioni che sono molto più complesse di ciò che può essere espresso mediante i corpi fisici. Quando si vive insieme per dieci, venti, trenta, quaranta anni, tra due persone si origina un cerchio molto più ampio di affinità, un cerchio molto più ampio di forze rispetto a quelle che possono essere vissute entro il mondo fisico. Se si rivolge lo sguardo scientifico-spirituale a situazioni di questo tipo, si vede spesso che ciò che lì inizia è tale da desiderare per sua natura interiore un proseguimento, il quale risulta dalla perdita, tanto per la parte che resta indietro qui nel mondo fisico, quanto per la parte che attraverso la soglia della morte è passata nell’altro mondo, nel mondo spirituale. Chi è rimasto qui, deve sopportare la perdita. Esprimendoci in termini astratti, egli ha perso dall’orizzonte fisico un essere umano che gli era caro in un momento nel quale non si aspettava di perderlo. In tal modo gli sono forse state strappate le speranze che riguardavano la vita comune futura qui nel mondo fisico, sono stati tagliati via dei presupposti per la vita. Tutto ciò fa parte delle esperienze di vita, fa però anche parte di ciò che si aggiunge alle esperienze comuni che si sono fatte nel corpo fisico. Che il lutto e il dolore si aggiungano a ciò che si è vissuto insieme nel corpo fisico, agisce modificando le relazioni che si sono potute annodare solo nel corpo fisico. Infatti, così come ciò che noi sperimentiamo quotidianamente l’uno con l’altro quando stiamo uno di fronte all’altro nei corpi fisici si riversa ora nella linea karmica, nel flusso progressivo dell’evoluzione, nello stesso modo, a ciò che si vive quotidianamente, si somma ciò che si vive sotto l’impressione della perdita.
Tutte le percezioni, tutti i sentimenti che si sperimentano in questo caso, si aggiungono alle esperienze che si sono fatte in vita entro il corpo fisico. Tutto ciò è visto dalla prospettiva di chi resta indietro nel mondo fisico.
Il punto di vista di colui che è passato nel mondo spirituale è un po’ diverso. Chi è passato nel mondo spirituale, non per questo è meno unito a coloro che ha lasciato. Sì, chi è veramente in grado di indagare nei mondi spirituali su simili casi concreti, vedrà chiaramente che, da parte di colui che è al di là, l’unione cosciente con le anime che sono rimaste indietro è più intensa, più intima di quanto abbia potuto essere nel corpo fisico. Ma molto spesso ci si accorge che questo rapporto, che ora è più intimo, deve esserci per completare nel modo giusto il cerchio di rapporti reciproci che si è formato qui nel mondo fisico. Se si fa un’analisi veramente positiva, si fa la seguente scoperta: in seguito al fatto che delle persone si sono trovate qui nella vita fisica, si è formato sotto la soglia della coscienza un determinato cerchio di interessi comuni. Se ora queste persone fossero rimaste ancora insieme più a lungo qui nel mondo fisico, la relazione (che si è originata sulla base del karma della vita precedente) non avrebbe potuto approfondirsi a sufficienza per via delle condizioni di questa vita. Chi ha attraversato la soglia della morte può, durante il periodo nel quale le anime che gli sono state vicine sono ancora sulla Terra, e per il fatto che egli ora si trova insieme ai pensieri di queste anime, li compenetra e li pervade, aggiungere quel necessario approfondimento (necessario dal punto di vista del karma) che egli, per via delle condizioni che altrimenti sarebbero state poste dalla vita, non avrebbe potuto portare se non avesse oltrepassato la soglia della morte. Così fa spesso parte di un giusto compimento del karma, il fatto che da un lato il dolore viene sopportato qui e che dall’altro ci sia la partecipazione più intensa ai pensieri di coloro che qui sono rimasti.
E risulta ancora altro, se si segue chi ha oltrepassato più tardi la soglia della morte, nel rapporto che egli ora instaura con colui che è morto prima. Lì ci si accorge che molto di ciò che accade varia a seconda dell’intervallo di tempo che intercorre tra le due morti. Non è la stessa cosa se, entrando nel mondo spirituale, troviamo una persona che è morta contemporaneamente a noi (per prendere in considerazione questo caso estremo) o se questa persona è morta quindici anni prima. Per il fatto che l’interessato ha trascorso un certo periodo nel mondo spirituale, e che le esperienze che egli vi ha fatto sono ora nell’anima che noi incontriamo, per questo egli agisce su di noi in modo diverso, e così viene stretto in maniera corrispondente il legame karmico che sotto altre premesse non avrebbe potuto essere stretto allo stesso modo. Noi dobbiamo considerare che tutto ciò che viviamo in questo modo con chi ci sta vicino ha il suo fondamento nelle relazioni karmiche. Ciò non può alleviare il lutto e il dolore — questo l’ho detto spesso —, ma se si sa come tutto ciò che succede sia collegato e cooperi, bisogna comunque dire che, da un certo punto di vista, solo guardando la vita in questo modo essa acquista il suo giusto senso. Infatti, nel corso di una vita umana che noi viviamo tra la morte e una nuova nascita è importante che noi sviluppiamo tutte le condizioni nelle quali ci troviamo, in modo che non venga resa giustizia solo a questa vita, ma in modo che abbiano il giusto peso tutti i contributi che noi dobbiamo dare a questo sviluppo terrestre attraverso le successive vite terrene. Ciò che viene iniziato a causa della perdita dolorosa di un congiunto o di amico o di un’altra persona vicina si manifesta continuando ad agire nella vita terrena successiva. In un certo senso tutti questi effetti sono già contenuti nelle loro cause. Nella vita terrena non si verifica nessuna perdita che non ci ponga in modo giusto nella successione delle vite terrene. Forse, nei singoli casi, non ne risulterà un’attenuazione del dolore, ma a partire da questo punto di vista ci sarà possibile carpire alla vita una ragione.
Parlando di queste cose, possiamo imparare qualcosa proprio prendendo in considerazione dei casi concreti. Un altro caso concreto che desidero descrivere, è quello che si verifica quando la vita di una persona termina a seguito di una disgrazia. Fin dal principio si può supporre una grande differenza tra il caso in cui la vita finisce perché la persona viene investita da un treno o è comunque vittima di un atto violento, e il caso in cui la vita si conclude in età avanzata o finisce a seguito di una malattia. Si può inoltre supporre che ci debba essere una differenza tra una vita che finisce presto a seguito di una malattia e una vita che finisce in età avanzata.
Naturalmente anche in questi casi ogni particolare sarà diverso, ma anche su di essi si possono acquisire determinati punti di riferimento. Soprattutto chiediamoci: che cosa è una morte violenta? Si può rispondere a questa domanda solo se si osserva la morte non da qui, cioè dalla vita fisica terrena, bensì dall’altra parte, dalla quale la guarda colui che ha attraversato la soglia della morte. In conferenze che sono già state pubblicate, ho detto che la morte vista dall’altra parte, dalla parte del mondo nel quale il morto entra avendo varcato la soglia della morte, è l’avvenimento più significativo che mostra all’uomo privo di corpo, all’uomo morto, il modo in cui la vita trionfa sempre. La diretta visione della morte dall’altra parte, visione elevata, grandiosa e permanente, sta a indicare anche che tra la morte e la nuova nascita c’è in noi una salda coscienza dell’io. Come qui la nostra memoria (che nella vita fisica ci porta indietro fino a un certo punto) ci fornisce la coscienza dell’io, così la vista della morte dall’altra parte, dalla parte spirituale, ci fornisce la coscienza dell’io tra la morte e una nuova nascita.
Come stanno allora le cose quando la visione della morte è suscitata da una fine violenta della vita? Vista dall’altra parte, una fine violenta della vita è un’esperienza, una percezione di ampissima portata. Per quanto appaia strano, quando si indaga su queste cose ne risulta che i rapporti temporali, per quel che riguarda il loro effetto sulle esperienze dell’anima, sono molto diversi nei mondi spirituali in cui noi entriamo varcando la soglia della morte rispetto a quanto non siano qui, sebbene alcune condizioni di qui ci ricordino già ciò che si manifesta in modo molto più completo di là, tra la morte e una nuova nascita.
Volendo descrivere la cosa che ci interessa ora, desidero fare un confronto che risulta evidente solo se si conoscono i fatti corrispondenti del mondo spirituale. Sapete che qui nella vita fisica spesso possiamo fare in breve tempo (magari nel corso di una giornata o di poche ore) delle esperienze che hanno per noi un significato molto più grande di quello che possono avere esperienze di un lungo periodo, di mesi, o magari di anni. Qualcuno si ricorderà di un evento importante della sua vita che egli ha vissuto in brevissimo tempo qui nel mondo fisico e che, per quanto riguarda l’esperienza interiore, gli ha portato più risultati di quanti non ne abbiano portati mesi o anni interi. Spesso le persone esprimono questo fatto dicendo: non dimenticherò mai quello che ho provato. Dietro questo semplice modo di dire si nasconde molto spesso ciò che ho appena caratterizzato. È proprio vero: l’impressione che l’uomo riceve per il fatto che un mondo esterno, un mondo che non gli appartiene, gli porta via il corpo fisico in uno spazio di tempo relativamente molto breve (che può essere addirittura un attimo solo). Tutto ciò che è condensato in questo modo può essere altrettanto ricco, per la vita tra la morte e una nuova nascita, di ciò che acquisiamo nella lenta vita terrena che forse avremmo ancora vissuto per decenni. Questo non vale proprio per tutto ciò che abbiamo fatto durante la vita; ma per alcune cose che ci sono necessarie come forze per la vita tra la morte e una nuova nascita, per queste è così che in effetti ciò che altrimenti si distribuisce in un lungo periodo di tempo può essere, per modo di dire, condensato in un attimo. È un’esperienza molto diversa avvicinarsi alla morte inconsciamente per il fatto che delle forze che provocano la morte a partire dall’interno dell’organismo iniziano ad agire, o invece per il fatto che su questo organismo agiscono forze che non hanno nulla a che fare con l’organismo stesso. Una morte simile può trovare la sua vera spiegazione solo se la consideriamo in relazione all’intero percorso della vita attraverso ripetute vite terrene. Da quanto ho detto a proposito della relazione fra la coscienza dell’io dopo la morte e la visione del momento stesso della morte, potete infatti dedurre facilmente che la percezione stessa della morte riveste un importante significato per quanto riguarda la forza e l’intensità che abbiamo nella coscienza dell’io tra la morte e una nuova nascita.
Le condizioni che, viste da qui, dalla vita fisica, ci appaiono casuali, non sono assolutamente un caso, bensì fanno parte di un mondo di necessità. Qui ci può apparire come un caso, che qualcuno venga investito da un treno; visto dall’altra parte, dalla parte spirituale, non appare come un caso. Se dall’altra parte, dalla parte spirituale, ci si pone la domanda (sebbene ciò si possa chiaramente fare solo in modo comparativo): «come si presenta una simile morte violenta nel complesso della vita umana sulla terra?», si troverà sempre che, a seguito delle diverse situazioni che l’uomo ha vissuto nel corso di ripetute vite terrene e nella vita tra morte e nuova nascita, fino ad arrivare al verificarsi dell’incidente, egli ha sviluppato una coscienza dell’io che aveva bisogno di essere rafforzata nei confronti del mondo puramente spirituale. Il rafforzamento si verifica per il fatto che la vita di questa persona non viene spenta dall’interno, bensì dall’esterno. Non dobbiamo aspettarci di avere solamente con il mondo circostante le relazioni che vengono originate nell’anima tramite le nostre forze ideali; solo nei casi più rari (e non comunemente) noi possiamo sapere come il nostro inconscio pensi. Spesso vi ho fatto notare che la vita di pensiero non si ferma alla soglia della coscienza, bensì che l’uomo ha una vita di pensiero continua anche a livello del subconscio o anche, si potrebbe dire, del superconscio. L’uomo però non può prendere in considerazione cosa possa essere per lui questa coscienza più ampia. Si potrebbe chiedere a ciascuno: perché da stamattina non vi è capitato questo o quest’altro incidente? Per ciascuno ci sarebbe stata una possibilità di avere un incidente. Alle volte ci si può rendere conto a metà di come siano le cose; è rarissimo, però, che si vedano le correlazioni. Alle volte si prova una certa avversione a fare questo o quello. Si va ad esempio a un appuntamento mezz’ora più tardi, e successivamente si apprende che qualcosa è successo per strada e che sarebbe potuto succedere a noi stessi se fossimo partiti mezz’ora prima. Qui ha agito il subconscio; è il subconscio che ci ha fatto indugiare. Queste azioni del subconscio sono sempre presenti, solo che non sono percepibili agli uomini.
Per chi è in grado di osservare le relazioni del mondo dal punto di vista spirituale, è sicuramente chiaro che colui che va incontro a un incidente — dunque non viene protetto dal genio buono che agisce nel suo subconscio, ma va incontro alla disgrazia — viene spinto verso questa disgrazia da una necessità del suo karma. Infatti, se questa disgrazia non accadesse, non potrebbe neppure accadere ciò che ho caratterizzato: il necessario rafforzamento della sua coscienza dell’io nel modo sopra accennato. Tramite la nascita, l’uomo si adatta a vivere in una determinata vita terrena nelle condizioni entro cui viene posto. Egli si adatta a viverci, avendo però osservato nell’ultima vita tra morte e nuova nascita che il suo io è in un certo senso debole di forze. Questo impulso a rafforzare il proprio io vive in lui e lo porta nelle condizioni che provocano la sua disgrazia. La questione va considerata in questo modo; da ciò vedete che la vita acquisisce una coerenza, se la si considera da questo punto di vista della conoscenza scientifico-spirituale.
Le persone — l’ho sottolineato spesso — non riflettono abbastanza sui cambiamenti che si sono verificati nello sviluppo animico dell’uomo in un tempo relativamente breve. La maggior parte delle persone, in particolare coloro che hanno subito il contagio dell’attuale erudizione, si rappresentano la vita animica di centinaia di anni fa come quella odierna. Come sappiamo, questa è un’idea completamente sbagliata. Nell’intimo, il tono, l’atteggiamento della vita animica dell’uomo è sostanzialmente cambiato. Questa comprensione della vita, che oggi la scienza dello spirito deve di nuovo far risalire da determinate fonti (come è già stato accennato), non molto tempo fa era ancora presente nelle anime come attitudine veggente atavistica. Gli uomini in un certo senso presagivano le correlazioni della vita. Ma l’umanità va avanti, e questi presagi tendono a scomparire. Per il fatto, però, che nel corso del suo sviluppo l’uomo ha già perso in parte questo antico rapporto con il mondo spirituale e lo perderà sempre più, sarà anche sempre più necessario che egli, mediante una ricerca spirituale diretta, si informi sulla propria relazione con il mondo spirituale. A ciò è collegato il fatto che la scienza dello spirito compare proprio nella nostra epoca. Nei tempi passati essa non era necessaria, perché l’umanità non si trovava a questo livello dell’evoluzione animica. A partire dall’epoca presente essa è necessaria per le ragioni già descritte, e lo diventerà sempre più.
Suffraghiamo anche questa affermazione con dati di fatto concreti. Oggi vi è solo un piccolo gruppo di persone che nella loro vita tra la nascita e la morte accolgono la scienza dello spirito nelle loro anime. Io non dico ricerca spirituale, ma scienza dello spirito: cioè rappresentazioni ed idee fornite dalla scienza dello spirito. Grazie a queste, nel periodo compreso tra la nascita e la morte, l’uomo viene a conoscere qualcosa del mondo spirituale. Ciò non è privo di significato per la vita nella quale l’uomo entra quando ha oltrepassato la soglia della morte. D’altra parte, ciò di cui voglio ora parlare è sorto solo nella nostra epoca. Se noi ritorniamo a epoche passate, per quanto riguarda il rapporto con il mondo spirituale troviamo ancora un’antica eredità dell’umanità. L’uomo attraversava la soglia della morte e, per il fatto che quaggiù, tramite presagi e veggenza atavica, aveva avuto una certa relazione con il mondo spirituale, trovava qualcosa di comune tra la vita di quaggiù nel corpo fisico e la vita nella quale entrava una volta oltrepassata la soglia della morte. Il fatto che anche qui l’uomo avesse una conoscenza istintiva del mondo spirituale, aveva come conseguenza che al di là, oltre la soglia della morte, egli avesse qualcosa di più di una semplice somma di pensieri quali sono i ricordi della vita terrestre. La particolarità che d’ora in poi si manifesterà sempre di più nelle anime umane è che queste anime oltrepasseranno la soglia della morte e avranno una relazione con la Terra solo tramite i ricordi. In un certo senso noi ci ricordiamo della nostra vita terrestre, e per il fatto che dopo la morte abbiamo un ricordo di questa vita terrestre, abbiamo ancora una relazione con essa. In senso stretto e assai radicale, questa è la situazione per l’uomo del presente che non riesce ad accogliere alcuna rappresentazione del mondo spirituale tramite la scienza dello spirito. Se invece egli accoglie tali rappresentazioni, dopo la sua morte queste formano qualcosa che gli consente di non avere solo ricordi della sua vita, ma di vedere dentro a questa vita terrestre. Ciò che noi accogliamo sotto forma di rappresentazioni prima della nostra morte, diventa capacità dopo la nostra morte. Dopo la morte, in un certo senso, dal mondo spirituale si aprono delle finestre sul mondo fisico, su tutto ciò che c’è qui nel mondo fisico, per il fatto che noi acquisiamo delle rappresentazioni del mondo spirituale. Dunque noi portiamo attraverso la soglia della morte determinati risultati di questa scienza dello spirito.
Ciò che noi acquisiamo tramite la scienza dello spirito non è quindi solamente uno sterile patrimonio conoscitivo, ma è un bene che riguarda la vita, è qualcosa che continua a vivere mentre attraversiamo la soglia della morte. Sì, questa scienza dello spirito, nel senso che ho già citato spesso, è già un grande valore che riguarda la vita e, poiché il morto vive già di per se stesso coscientemente nei nostri pensieri, noi possiamo fare qualcosa per il morto proprio per il fatto che siamo immersi nella scienza dello spirito. A ciò si riferisce quanto ho detto spesso riguardo alla lettura.
Il morto è nei nostri pensieri, egli guarda i nostri pensieri. Se questi pensieri sono quelli che noi curiamo quando sviluppiamo un ragionamento scientifico-spirituale, se quindi leggiamo qualcosa al morto o gli raccontiamo qualcosa che noi sappiamo o che pensiamo a proposito del mondo spirituale, allora egli starà insieme a questi pensieri che noi gli rivolgiamo qui tramite la scienza dello spirito. Per il fatto che li rivolgiamo a lui, si crea un legame di attrazione tra qui e là. Per il fatto quindi che la scienza dello spirito è qualcosa di vivente, noi possiamo inviare in alto una forza vivente che può dare un alimento vivente al morto che è con noi.
Vediamo così che in questo modo animico la scienza dello spirito riesce realmente a superare la morte fin dentro la vita. Una comunità fra i vivi e i morti (che diversamente non potrebbe essere creata in modo altrettanto intenso nel nostro attuale ciclo epocale) viene realizzata per il fatto che noi ci riempiamo di pensieri tratti dalla scienza dello spirito e che, tenendo in considerazione il morto, in un certo senso li offriamo a lui. La scienza dello spirito è appunto qualcosa che influisce in modo vitale sulla vita, mentre quella conoscenza che viene acquisita come scienza ordinaria del mondo fisico consiste unicamente in pensieri che hanno un significato solo per quanto riguarda il periodo tra la nascita e la morte, e che per la vita dopo la morte hanno semplicemente il significato di un ricordo, senza avere la possibilità di agire in modo vitale al di là. Bisogna tenere conto di questa differenza.
Ora però, proprio se si vuole riflettere su quale significato abbia la scienza dello spirito per lo sviluppo spirituale umano presente e futuro, bisogna tenere conto di un’altra cosa. Le conoscenze che noi conquistiamo qui, o che offriamo al morto, e che provengono dalla scienza dello spirito, non percorrono solamente il cammino che dal mondo fisico porta al mondo spirituale, bensì, quando le portiamo attraverso la soglia della morte, agiscono anche dal mondo spirituale sul mondo terreno. Noi non dobbiamo perdere di vista il fatto che questo mondo terreno si impoverisce sempre di più tramite le forze che possono venire dalla Terra stessa e che gli uomini sviluppano sulla Terra solo nella vita tra la nascita e la morte. Se non riscendessero sulla Terra altre forze oltre a quelle discese finora, la vita terrestre si impoverirebbe. Già oggi è desolante vedere in che modo gli uomini vivono senza pensare e senza considerare che la vita terrestre si va impoverendo sempre più.
Tra l’altro questo è un fatto — l’ho già rilevato altrove — che rappresenta una verità non soltanto per la vita culturale spirituale dell’uomo, ma anche per la vita fisica terreste più densa. Si legga il bel libro di geologia «Il volto della Terra» di Eduard Suess, e lì si troverà la descrizione di come nel passato la Terra fosse molto diversa da com’è oggi, per quanto riguarda la sua superficie fisica, di come, in quanto superficie terrestre, sia morta in se stessa e di come oggi nella comune crosta terrestre fisica non ci siano più le stesse forze che c’erano in epoche lontane. La crosta terrestre si sta disgregando. Ciò che accade qui nella vita fisica, accade anche nella vita spirituale. Come ho detto, è spesso desolante il modo in cui le persone stanno a guardare ciò senza prenderne coscienza. Per quanto riguarda la vita spirituale, quando si descrive la strada che l’umanità percorre si deve dire: nonostante la superbia che pervade la nostra epoca, risulta che i pensieri umani diventano sempre meno vitali, sempre più morti, e addirittura sempre più incoerenti. È comprensibile che gli uomini siano orgogliosi del loro pensiero attuale. Quanto superiore a Platone si reputa spesso un qualsiasi professore di ginnasio, quando spiega Platone ai suoi allievi! L’arguto poeta Hebbel riporta nel suo diario di aver l’intenzione di scrivere un dramma (che poi non venne rappresentato) il cui eroe avrebbe dovuto essere Platone reincarnato, il quale viene punito dal suo professore di ginnasio per il fatto che, leggendo Platone, non riesce a capire Platone stesso. Gli uomini andrebbero incontro a una discontinuità del loro sistema di pensiero, se esso non venisse rinfrescato dai pensieri che vengono generati dalla conoscenza scientifico-spirituale. Per quanto strano ciò possa apparire al giorno d’oggi, è vero: la forza intensa di cui si ha bisogno per poter cogliere nel modo giusto i pensieri, di modo che questi abbiano un valore di realtà, viene a mancare perché l’uomo deve diventare indipendente, deve acquisire da sé le proprie forze. Per questa ragione, potrei dire, si ritraggono gli dèi, gli spiriti che prima ispiravano la correlazione tra i pensieri; di conseguenza è l’uomo che deve riportare la vitalità nei propri pensieri. Egli però riuscirà a portarla solamente se non sarà troppo arrogante, per accogliere in sé la vita che può fluire a partire dalla scienza dello spirito.
La stessa cosa che vale per i pensieri, vale anche per il sentimento e per la volontà. Gli impulsi di volontà dell’umanità diventeranno sempre più ostinati. Si può proprio dire questo: ci si separerà sempre più dal resto dell’umanità, se non verranno inoculati quei grandi ed ampi impulsi dell’anima che possono originarsi solo a partire dalla visione del collegamento spirituale delle cose fisiche. Dicendo ciò enuncio delle importanti verità riguardo allo sviluppo del futuro umano, verità che però devono essere compenetrate da chi si occupa di scienza dello spirito. Poiché la scienza dello spirito non deve essere solamente un morto patrimonio conoscitivo che soddisfi la nostra curiosità, bensì deve essere qualcosa che vuole intervenire nell’insieme delle cose a cui l’uomo andrà incontro nel futuro. Per fare ciò, bisogna riconoscere quali sistemi di forze devono venire meno ed essere sostituiti da altri. Ho detto che verrebbero meno le forze terrestri umane, se non arrivasse l’afflusso dai mondi spirituali. Ciò che noi conquistiamo grazie alla conoscenza scientifico-spirituale e che portiamo al di là della soglia della morte, nel periodo compreso tra la morte e una nuova nascita, non solo ci dà la forza di configurare la nostra vita in tale periodo, ma ci dà anche la forza di far discendere le forze spirituali sulla Terra. Dovrà accadere sempre di più che quelle persone che vivono qui sulla Terra ricevano quanto discende dalle anime impregnate di spirito che hanno oltrepassato la soglia della morte, e che ciò che esse hanno portato con sé da qui lo rimandino indietro modificato per il fatto di essere entrato nel mondo spirituale.
C’è quindi una possibilità di agire da qui, dal mondo fisico, nel mondo spirituale, dunque una possibilità di agire per i morti, leggendo, rivolgendo loro i pensieri della scienza dello spirito; un altro modo è quello di agire sull’arricchimento fisico dell’evoluzione terrestre per il fatto di far scendere giù dal mondo spirituale ciò che si è portato attraverso la soglia della morte e che si era conquistato durante il soggiorno nel mondo fisico. È davvero singolare che il mondo fisico possa accogliere ciò che è stato modificato nella forma per il fatto che il patrimonio spirituale acquisito nel corso della vita fisica viene portato oltre la soglia della morte, attraversa un processo di metamorfosi nel mondo spirituale e poi fluisce di nuovo verso il basso nella nuova forma.
Siamo noi stessi a lavorare al nostro karma, di modo che esso si compia nelle ripetute vite terrene, nel periodo tra la nascita e la morte; per quanto riguarda invece il karma complessivo dell’umanità — che è costituito dal flusso della vita che defluisce qui sulla Terra e da quello che ivi confluisce dal mondo spirituale — a questo complessivo karma del mondo noi contribuiamo anche con quelle forze che sviluppiamo a prescindere dalle nostre specifiche necessità tra la morte e una nuova nascita. Vediamo quindi quanto sia necessaria la scienza dello spirito, quanto sia necessario che essa venga elaborata dalle anime umane: e non solo per la salvezza di queste singole anime, bensì per la salvezza del complessivo progresso dell’umanità anche sulla Terra. Dal mondo spirituale noi lavoriamo alle nostre prossime vite terrene — come ho detto ieri nella conferenza pubblica — immergendoci prima della nostra nascita nelle condizioni ereditarie che scorrono attraverso le generazioni. Partecipiamo però anche a ciò che in una vita futura non riguarderà solo noi, ma l’intera umanità. I pensieri che io esprimo in questo modo, sono pensieri di cui ci si dovrebbe permeare in modo speciale — vorrei dire: secondo i quali si dovrebbe meditare. Sono infatti questi pensieri che ci pongono in un rapporto animico-spirituale vivente con il mondo circostante.
Come controimmagine desidero mostrarvi in che modo ancora oggi il mondo giudichi ciò che si rivela alla scienza dello spirito, e come faccia suo il punto di vista che deve conseguentemente portare a ciò che io ho definito il disseccamento del pensiero, la discontinuità e l’incoerenza del pensiero. In altri campi ciò si mostrerebbe in modo diverso, ma analogo. Proprio coloro che spesso oggi parlano a nome di tutti in questo o in quel campo, tramite il loro altezzoso rifiuto di ogni collegamento con il mondo spirituale — così come questo viene diffuso dalla scienza dello spirito — lavorano direttamente a creare questa desolata condizione che vediamo arrivare fin d’ora proprio riguardo al mondo dei pensieri. Permettetemi di ricorrere a un esempio.
In questi giorni è apparsa una nuova collana popolare; al giorno d’oggi vengono pubblicate tante collane popolari, grazie alle quali l’umanità può venire a conoscenza di tutta la saggezza espressa da quelle persone che vi affermano: «Immedesimarsi nello spirito dei tempi è una grande delizia!» e così via, e come noi «infine abbiamo fatto passi da gigante» (per raggiungere ciò esistono al giorno d’oggi molti mezzi). Voglio richiamare la vostra attenzione su un volumetto di questa collana che si occupa delle attuali questioni religiose. Qui tali questioni religiose vengono trattate in modo assai peculiare. Con tutta l’altezzosa saggezza dei giorni nostri, viene innanzitutto dimostrato che l’uomo non può essere soddisfatto, se sa solo di essere immerso nella realtà che viene studiata dalla scienza, quindi se egli ha solo una visione del mondo naturalistica; dopodiché viene pure mostrato come l’uomo non si possa dichiarare soddisfatto avendo solo una visione morale del mondo, per poi elevarsi fino a ciò che l’autore di questo libricino chiama la sua visione religiosa del mondo. Proprio la semplice visione del mondo che risulta dalle esigenze morali viene fortemente criticata da questo uomo di religione. Il pessimismo nel quale anche la nostra epoca cade ripetutamente, non è qualcosa di infondato, bensì deriva da una vitale tragicità della vita che, tra l’altro, è stata sentita in tutte le epoche. Quest’uomo di religione richiama l’attenzione sul modo in cui il pessimismo della conoscenza si sia manifestato nelle diverse epoche. Tramite i propri pensieri, l’uomo crede di concludere che non è possibile conoscere nulla, che in fondo l’aspirazione alla conoscenza non potrà mai essere soddisfatta. A prova di ciò egli cita importanti testimoni cui bisogna prestare ascolto, ad esempio Plinio il Vecchio, il più grande naturalista romano, il quale afferma che «l’uomo è un essere pieno di contraddizioni, la più infelice delle creature, per il fatto che tutte le altre creature non hanno esigenze che oltrepassano i confini della natura. L’uomo invece è pieno di desideri e di bisogni che si estendono all’infinito, i quali non possono mai essere soddisfatti. La sua natura è una menzogna, la massima miseria unita alla massima superbia. Da questo tragico punto di vista, la cosa migliore che Dio ha dato all’uomo è che questi possa togliersi la vita».
È possibile riportare molte affermazioni di questo tipo. Seneca, il saggio Seneca, dice ad esempio: «Molti sapienti ne hanno abbastanza di vedere e di fare sempre le stesse cose. Essi non arrivano proprio a odiare la vita, però percepiscono quel disgusto che si propaga sempre più sotto l’influsso della filosofia. Dicono: per quanto ancora sarà sempre lo stesso? Questa insostenibile ovvietà dell’alzarsi e dell’andare a dormire, dell’essere sazi e dell’essere affamati, del diventare freddi e del tornare caldi. Nulla ha una fine, bensì tutto è sempre coinvolto in cicli incessanti. Tutto è allo stesso tempo fuggitivo e inseguitore. Il giorno segue alla notte, la notte al giorno. L’estate sfocia nell’autunno, l’autunno deve far posto all’inverno e anche la potenza dell’inverno viene infranta. Tutto muore per poi ritornare. Non vedo niente di nuovo, non faccio nulla di nuovo, che non mi venga a tedio».
Così si esprimeva il saggio filosofo romano Seneca. Il nostro uomo di religione ritiene che in ciò ci sia anche qualcosa di vero, però gli interessa poco. Poi richiama l’attenzione su quel pessimismo che risulta dal fatto che l’uomo si affida di più ai propri sentimenti. Da ciò deriva ad esempio — ritiene lui — il pessimismo del buddismo: «La vita è sofferenza»; in questo caso viene presa in considerazione la vita: da una parte vengono sommati i dolori e le disgrazie, dall’altra vengono sommate le gioie e la felicità. La prima somma è superiore alla seconda: quindi si diventa pessimisti; la vita viene considerata una vera disgrazia. Così fecero anche Schopenhauer e Eduard von Hartmann. Di nuovo il nostro uomo di religione è del parere che le persone abbiano un buon diritto a pensare così; ma ciò non l’interessa oltre. Gli interessa maggiormente il pessimismo eticamente fondato, del quale dice: esso è assolutamente fondato, se si prende in considerazione la vita senza saperla compenetrata da ciò che egli definisce «il regno di Dio», ovvero da ciò che egli definisce il contenuto della dottrina religiosa. Qui il nostro uomo di religione constata due cose. La prima è che l’uomo pretende di seguire una legge morale (in senso kantiano o schleiermacheriano), una legge che deve essere severamente rispettata. D’altra parte, però, l’uomo è soggetto alla propria natura, ai propri istinti e alle proprie brame. E ora il nostro uomo di religione constata che l’uomo non potrà mai superare del tutto questi istinti e queste brame, però dovrà seguire questa legge morale, e questa legge morale impartisce degli ordini severi. Da ciò risulta necessariamente un conflitto: nella vita questo deve esserci, e c’è effettivamente. Questo è pessimismo giustificato. Si deve vedere la vita pessimisticamente, se la si vuole vedere solamente dal punto di vista delle esigenze morali. Questa è la vita vista dal punto di vista delle esigenze morali: il modo in cui l’uomo è posto fra queste esigenze morali e la sua vita secondo natura. Ma anche se si prendono in considerazione i singoli obblighi morali, ci si accorge di come il pessimismo sia fondato. L’uomo infatti — dice questo uomo di religione — proprio in situazioni determinanti della sua vita si sente spesso messo in mezzo a conflitti morali, e tali conflitti morali conducono il nostro uomo a citare importanti personalità.
Consentitemi di leggere solo un esempio: «Un Lutero — dice il nostro uomo di religione — che come nessun altro vedeva chiaramente la propria vocazione e il cammino che doveva percorrere per riformare la Chiesa e l’uomo, cadde in questo dilemma — egli appunto definisce dilemma la discordanza tra i doveri — nel momento in cui si confrontò con la domanda se approvare o rifiutare il doppio matrimonio di Filippo il Magnanimo. Vedete, questo fu per lui il più arduo dei conflitti. Se egli avesse rifiutato questo matrimonio, agendo nel puro interesse della dignità umana, avrebbe dovuto rinunciare a una delle sue maggiori conquiste sulla strada del compimento della sua vocazione riformatrice». Infatti, se non avesse approvato il doppio matrimonio, il magnanimo sovrano non l’avrebbe più protetto e non ci sarebbe stata nessuna riforma, dice questo uomo di religione. «Se egli avesse approvato il matrimonio, lasciandosi così aperta questa strada, avrebbe dovuto ammettere a se stesso che la sua anima sarebbe stata trafitta da una spina che egli avrebbe sentito per sempre. Questo è un arduo dilemma, e chi non ha alcuna comprensione nei riguardi di queste lotte e giudica in modo moralistico non potrà mai essere un giusto storiografo». Però, proprio per quanto concerne le cose importanti della propria vita — sostiene il nostro uomo di religione — l’uomo non può sottrarsi a queste lotte nelle quali si scontrano doveri diversi. Ciò motiva il giustificato pessimismo. Tant’è che si deve affermare che per il nostro uomo di religione il mondo, sia che lo si consideri dal punto di vista della natura o dal punto di vista della moralità, si presenta proprio in modo da motivare completamente il pessimismo.
Ora il nostro uomo di religione si rivolge a modo suo alla religione. Egli afferma che per lui è necessario rivolgersi alla religione per evitare tutte le strade sbagliate che potrebbero essere percorse. Il buddismo — dice lui — ha voluto scansare i conflitti della vita, avendo voluto superare e togliere di mezzo proprio l’esistenza, sia l’esistenza fisica che quella spirituale — così sostiene il nostro uomo di religione —, per finire poi nel nirvana privo di essere. Platone ha voluto eliminare i conflitti della vita grazie alla conoscenza che deve superare completamente la materia, grazie all’uomo che eleva se stesso ed elimina la materia. Il buddismo vorrebbe eliminare tutta l’esistenza, il seguace di Platone vorrebbe eliminare la materia.
Il mistico — e il nostro uomo di religione naturalmente considera misticismo qualsiasi aspirazione a entrare nel mondo spirituale che si affermi nel mondo (al di là di quelle che entrano nella sua testa) — nega l’individualità. Quindi: il buddista nega l’esistenza, il platonico la materia, il mistico l’individualità. Infatti, il nostro uomo di religione ritiene che il mistico cerchi di salvarsi dal mondo dei sensi raggiungendo l’estasi, rinunciando all’individualità e dissolvendosi nel cosmo.
Tutte queste strade sono per il nostro uomo di religione strade impercorribili. Egli si rivolge allora a quella strada che egli considera naturalmente come l’unica strada cristiana. A questo proposito egli dice: dalla Terra bisogna rivolgersi al regno di Dio. Segue quindi una sorta di descrizione di questo regno di Dio. In chi sia in grado di pensare in modo coerente e non sia ancora caduto in quella che io ho definito la discontinuità, l’incoerenza del sistema di pensiero — non voglio ora addurre ulteriori pretese —, questa descrizione del regno di Dio a opera di quest’uomo suscita un profondo dolore proprio per la mancanza di contenuto, per l’assurdità e l’incoerenza dei pensieri che si trovano in tale descrizione del regno di Dio. Dopo che (come d’altronde fanno molti altri contemporanei) ha liquidato tutto quello che è «mistico» — tutto quello che egli considera mistico —, quest’uomo trova il modo di (scusatemi l’espressione triviale) ficcare in bocca agli altri le parole (al giorno d’oggi si ha un grandissimo successo quando si parla tanto di ciò che le persone non hanno bisogno di capire). «Tutto il resto è un’assurdità» — così si può dire alla gente, la quale sta a sentire in che modo le si «dimostra» come ciò sia un’assurdità e come non ci sia bisogno di occuparsene. Alla fine (se si continua ancora in questo modo privo di pensieri) si dice: «la vera esistenza è l’amore» — e poi si parla di un sacco di cose nelle quali non v’è alcun contenuto, ma in cui la parola amore, amore, amore, viene sempre ripetuta in un modo tale per cui sicuramente non arriva alcun amore nel mondo.
All’incirca così parla un uomo di religione contemporaneo. Così parlano in molti. Dopodiché il nostro uomo di religione si lancia in ogni tipo di conclusioni, conclusioni grandiose, come ad esempio questa: «Poiché l’amore è la cosa più elevata, Dio è l’amore». Bene, entro certi limiti, ciò in primo luogo non è nulla di nuovo, in secondo luogo su ciò si può essere d’accordo. Ma che debba trattarsi di un essere che ama e che, per il fatto di amare così tanto, può essere chiamato «l’amore», non è proprio qualcosa che dia fastidio al nostro uomo di religione. In realtà egli vuole sostenere il vero cristianesimo. «Dio è l’amore» ha innanzitutto un significato molto impersonale; l’amore in quanto tale è certamente impersonale. Ma ciò non crea particolari problemi al nostro uomo di religione, infatti egli dice: «Il centro di questa realtà è Dio. Dio è spirito e Dio è amore… in realtà spirito e amore sono uno». In effetti se si procede in questo modo con i propri pensieri è possibile dichiarare che tutto è uno. «Poiché l’amore è la forma più elevata della vita spirituale».
Ora attenzione: in realtà spirito e amore sono uno, ma nello stesso momento l’amore è la forma più elevata della vita spirituale. Spirito e amore sono uno, ma l’amore è a sua volta la forma più elevata dello spirito, quindi è anche una parte e la parte è uguale al tutto! Qui trovate la più tremenda incoerenza del pensiero! È così perché egli parte dal presupposto che Dio sia amore. Perciò deve anche affermare: «Quando si parla della collera di Dio e delle sue punizioni, in fin dei conti tutto ciò deve potere essere compreso come una manifestazione del suo amore».
Ora possiamo ancora intendere Dio come amore, poiché la collera di Dio, quando si manifesta pienamente, è anch’essa amore. Dio è spirito, ma Dio è anche amore, spirito e amore sono uno. La collera è anche amore, dunque anche la collera in realtà deve essere spirito. Vediamo così come i concetti cozzino tra di loro in questo pensiero incoerente. L’uomo deve però rimanere cristiano; perciò egli deve continuare a scrivere a modo suo: «Dio non può essere nient’altro che amore, dal momento che egli deve essere la forma più elevata dello spirito. È una saggezza insuperabile, quella che qui si rivela; anche la filosofia più elevata non può andare oltre. La libertà assoluta, la rimozione di ogni conflitto, il raggiungere se stesso dello spirito, l’amore, sono Dio. Perciò Dio è personalità».
Dunque: Dio è amore, questo amore è lo spirito che raggiunge se stesso, quindi Dio è personalità!
«È già stato spesso contestato sul piano filosofico e religioso l’attribuire a Dio la “caratteristica” della personalità; il concetto di personalità proviene infatti dall’ambito terrestre e, se usato per Dio, significa umanizzazione. Questo è però un grave fraintendimento».
E così via. Vedete cosa siano in grado di fare gli uomini che sono già completamente dominati da quella che possiamo definire incoerenza del pensiero. Questa incoerenza diventerà generalizzata, se gli uomini nella loro superbia si opporranno alla vitalizzazione del mondo del pensiero che consegue all’accoglimento della scienza dello spirito.
Un’altra bella frase è quella che voglio ancora citarvi. Per fare capire in modo chiarissimo agli uditori di questo uomo di religione che essi non avevano bisogno di nient’altro se non delle sue conferenze (sicuramente non di una scienza che vuole mostrare la vita spirituale), egli dice loro: «È perciò stupido e senza senso aspettarsi dalla scienza una risposta alla domanda sulla continuazione della vita dopo la morte. Gli esaltati che l’hanno fatto, e che lo fanno ancora, non si sono mai figurati chiaramente che fine faccia la scienza che si occupa di tali questioni e cosa perda la religione se va a prendere in prestito le certezze dalla scienza».
Questo uomo realizza ciò di cui vi ho parlato. Nello stesso tempo è anche in grado di dire alla gente che questa filosofia è così elevata che lui si comprometterebbe, se solo ammettesse che la scienza abbia qualcosa da dire a proposito della vita spirituale.
Questo è un inizio di tutto ciò che ancora arriverà, solamente un inizio. Lo dobbiamo considerare allo stesso modo in cui abbiamo considerato ciò che è stato detto qui due settimane fa. Ma l’uomo del quale parlo, questo uomo «sa pensare». Egli ha rimproverato al Buddha di voler aiutare gli uomini a liberarsi dall’esistenza; ha rimproverato a Platone di voler aiutare gli uomini a liberarsi dalla materia; ha rimproverato alla mistica di voler aiutare gli uomini a liberarsi dall’individualità, perché in questo modo verrebbe distrutta la personalità, l’uomo verrebbe sollevato dal proprio corpo fisico, nel quale dovrebbe rimanere tra nascita e morte — come sostiene il nostro uomo di religione. Queste religioni di redenzione non possono valere. Ma che effetto ha la religione del cristianesimo nella sua concezione, quando essa cura il vero amore, cioè quello che lui definisce amore? Qui leggiamo le parole: «Nella sfera vitale spirituale del regno di Dio, dal volere morale e dal fare morale è esclusa la coscienza, la quale nell’ambito della vita empirica distrugge il contenuto di libertà anche delle nostre migliori azioni».
Quindi: Platone vuole liberare l’uomo dalla materia, il Buddha dall’esistenza, la mistica dall’individualità; il nostro uomo di religione, tramite l’amore, vuole liberare gli uomini dalla coscienza, in modo che essi si abituino a vivere nel regno di Dio senza una coscienza cosciente. Davvero si va in un certo senso incontro a tali persone, se si dice: «il Signore dà ai suoi durante il sonno». Questo è tuttavia qualcosa che forse potrebbe apparire come una rivelazione, per questo uomo di religione. Come si vede, egli può prendere in considerazione la vita, può trarre esperienza dalla vita. Che egli soffra però di pensiero incoerente, questo glielo si può dimostrare leggendo frasi che fanno male come queste. Egli si rivolge contro il fatto che si diventa mistici perché si vuole superare l’individualità, mentre invece nella vita fisica si dovrebbe stare proprio dentro la natura. Di fronte agli ostacoli della vita dobbiamo pur riconoscere che: «nella vita terrena non si può e non si deve liberarsi da essi».
Tanto può dire un uomo con una sana ragione, a tanto è arrivato con il pensiero incoerente: «Nella vita terrena non si può e non si deve liberarsi da essi». Nella vita terrena non si può e non si deve liberarsi da essi — il che non significa altro se non: tu non puoi volare fino alla Luna e non devi volare fino alla Luna! — In questo modo, vengono qui combinati «potere» e «dovere»! In questi particolari si deve vedere tutta la corruzione di un pensiero del genere.
Oppure, parlando della vita interiore, quest’uomo dice di voler limitare la vita cristiana solo a quello che egli definisce il regno di Dio. La natura non deve essere compresa in modo spirituale, infatti l’uomo viene posto in essa ed egli non sa in che modo. Deve rimanere fermo a ciò: al non sapere in che modo egli viene posto nella natura. Quindi egli dice: «Questo è per Gesù il regno di Dio: quando se ne eliminano tutti i simboli e le immagini».
Ciò che Gesù ha detto esprimendosi tramite immagini e simboli significativi a proposito del regno di Dio, tutto ciò ripugna a quest’uomo di religione, egli lo toglie di mezzo. «Il mondo più elevato è quello che Gesù pone al di sopra dell’ordinamento morale del mondo. Questo è il mondo di cui egli parla in continuazione, qui possono entrare gli uomini senza rinunciare al loro legame con l’ordine della natura, ma anche senza rinunciare alla loro appartenenza al mondo morale. Qui tutto è trasfigurato, qui cessa il conflitto che si è creato tra il mondo della natura e il mondo morale: esso viene risolto dall’amore. Il rapporto dell’uomo con la natura è un dovere che egli non può modificare; qui nessuna determinazione morale può essere d’aiuto; l’uomo deve entrare nel regno della natura tramite la nascita — a nessuno viene chiesto se vuole nascere».
Questo è il modo in cui un uomo di religione aiuta l’uomo a comprendere il mondo. Più in là egli dice: «A causa di una necessità meccanica, a causa di una disposizione superiore che egli non capisce, l’uomo nasce nella sventura di questo mondo delle apparenze».
Questo sarebbe cristianesimo! «A causa di una necessità meccanica, a causa di una disposizione superiore che egli non capisce», l’uomo nasce nel mondo fisico. Per questa persona la necessità meccanica, la necessità delle macchine è la stessa cosa di: «a causa di una disposizione superiore». Questo viene espresso, viene enunciato nel mondo da coloro che si sentono chiamati a portare il vero cristianesimo tra gli uomini! Così che possiamo subito leggere nella premessa: «Il contenuto di questo libretto è costituito da dodici discorsi che feci l’inverno scorso a … — e qui segue il nome della città, che non voglio citare —, davanti a un pubblico di più di mille ascoltatori».
È sicuramente necessario che colui che si vuole occupare seriamente della scienza dello spirito rivolga lo sguardo a quanto vive effettivamente nel nostro tempo. Se infatti, di quando in quando, con parole serie ed intense, si richiama l’attenzione sulla necessità della scienza dello spirito, lo si fa perché le persone che ne sono capaci devono ora diventare coscienti di come questa scienza dello spirito sia un’esigenza di quest’epoca, e di quale sia l’atmosfera spirituale che regna nel campo da cui provengono le voci degli avversari.
Oggi vi ho presentato un uomo — il libretto non si rivolge espressamente contro la nostra scienza dello spirito — come esempio di una manifestazione generale di questa nostra epoca. Non viene citata la scienza dello spirito, in quanto quest’uomo (che io conosco anche personalmente) la considera come qualcosa di assolutamente insignificante, da non citare, e che non viene citata oltre, ma che traspare chiaramente quando egli parla della mistica in generale. Ma qui vediamo una persona che è una grande celebrità nel suo campo, che viene considerata come una delle massime autorità, e che nei suoi sistemi di pensiero — se li si analizza — dà a intendere all’umanità cose di questo tipo; il che non viene notato da migliaia e migliaia di persone perché le cose non vengono osservate nel modo giusto.
Non solo le singole verità particolari sul mondo spirituale ci devono compenetrare, ma anche noi dobbiamo compenetrarci della coscienza di quanto sia necessario che il sapere vivente, che la parola vivente, acquistino spazio nello sviluppo dell’umanità. Si riconoscerà allora che il vicolo cieco nel quale è entrata l’umanità per quanto riguarda la vita sociale, per quanto riguarda la vita spirituale, si sviluppa anche a partire dalle premesse spirituali, e che questo è il karma della vera e propria assenza di pensiero. L’assenza di pensiero nella nostra epoca è molto, molto più vasta di quanto si creda. Il compito di cogliere nel modo giusto la scienza dello spirito con il sentimento, dipenderà dalla capacità di guardare nel mondo con occhi aperti e di darsi veramente da fare per svilupparne un sano giudizio. Perciò oggi è stato necessario che, partendo dai contenuti della scienza dello spirito, nella prima ora della mia esposizione non mi limitassi a parlarvi di ciò che può portare dei chiarimenti a proposito di importanti connessioni vitali, ma illuminassi anche l’immagine opposta che si sviluppa quando si vede in che cosa venga trascinata la scienza dello spirito. Infatti sentirete ancora molte ma molte voci analoghe a quella che è stata caratterizzata ieri, le quali provengono dai più diversi campi e con ogni sfumatura possibile, sia che si tratti di persone religiose, sia di persone colte o di persone di altro tipo che considerano la scienza dello spirito un’assurdità, una fantasticheria e che, pur facendo parte del gruppo delle personalità note del presente, è dimostrato che sono incapaci di pensare e che trasmettono questa incapacità di pensare a danno e per sventura dell’evoluzione umana del mondo. Queste cose devono solo essere viste nella luce giusta. E si è in un certo senso obbligati a vederle nella luce giusta, se ci si vuole veramente collegare alla scienza dello spirito, per fare ciò che si è in grado di fare a seconda del posto in cui si è stati messi dal proprio karma, per fare sì che la scienza dello spirito riceva la considerazione di cui ha veramente bisogno non per sé, ma per lo sviluppo dell’umanità. Che ne abbia bisogno, risulta chiaramente dalla descrizione di questa controimmagine. Di queste descrizioni se ne possono fare veramente tantissime.
La nostra letteratura è attualmente già ricca di materiale particolareggiato da cui noi possiamo trarre informazioni sui diversi fatti che la scienza dello spirito è oggi in grado di portar giù dai mondi soprasensibili, e i nostri Gruppi, con l’aiuto di tale materiale, sono in condizione di poter lavorare. Dunque ci tornerà utile, quando in occasione di incontri personali parleremo anche di come tale materiale debba essere posto in relazione alla nostra vita animica, di come debba essere introdotto nella vita, di come noi stessi grazie a esso abbiamo ottenuto ristoro, elevazione e fortificazione; in breve: ci tornerà utile quando prenderemo maggiormente in considerazione le questioni del nostro movimento spirituale, perché noi, gioco forza, possiamo incontrarci di persona solo di rado.
Molti di voi noteranno di avere ancor oggi varie difficoltà nel calarsi entro la scienza dello spirito o antroposofia. A tutta prima infatti, per le esigenze della propria anima, uno decide di dedicarsi alla scienza dello spirito in quanto la sua anima non può non porsi dei quesiti sui principali enigmi della vita. E vi si dedica soprattutto se osserva la vita attuale con tutto quanto essa può offrire, e constata quanto poco i diversi campi dell’attività spirituale, sia il campo della religione sia quello della scienza, siano in grado di rispondere in modo veramente profondo e soddisfacente ai grandi enigmi e problemi della vita. Ma poi, dopo essere entrato in questo movimento scientifico-spirituale spinto da un anelito alla conoscenza, da una brama di conoscenza, dopo essersi immerso per un certo tempo nelle cognizioni che finora sono state ricavate dall’indagine dei mondi spirituali, allora ben spesso in verità gli sopraggiungono delle difficoltà, delle difficoltà di vario genere. In ogni persona esse sono diverse; non è certo facile perciò descriverle in poche parole. Spesso i nostri amici dicono: «Da quando mi trovo nella scienza dello spirito, è bensì vero che ho acquistato qualcosa di straordinariamente prezioso e significativo per la mia vita; questo però mi ha in certo senso isolato, mi ha strappato dal modo di pensare, dalla compagnia degli altri uomini; e in certo modo mi ha anche reso difficile la vita». E questo lo sentono in modo particolarmente intenso coloro che col loro anelito spirituale per loro natura sono dipendenti dall’opinione del mondo esterno. Così effettivamente sorgono le più svariate difficoltà.
Altri amici dicono: «Dopo esserci immersi per un certo tempo nella scienza dello spirito, ecco che insorge qualcosa che assomiglia, per così dire, a uno stato d’ansia: qualcosa che rende ansiosi di fronte a tutti i problemi della vita, di fronte al riuscire a cavarsela nella vita». Molti di voi hanno certo dovuto affrontare questi problemi. Spesso si tratta di vaghe sensazioni e di quesiti del sentimento. Nella considerazione di oggi, vorrei prender le mosse da tali difficoltà della vita intima dell’anima.
Il vero senso di questi sentimenti, che possono essere differenti nelle diverse persone, non lo si scorge giustamente talvolta. Dobbiamo però pensare sempre che, in quanto siamo attratti dalle verità antroposofiche, noi siamo oggi ancora proprio un numero esiguo. Noi oggi ci troviamo immersi nella lotta della vita che, fuori della nostra cerchia, viene condotta con mezzi profondamente diversi dai nostri. E chi rifletta anche solo un poco a tutto ciò che l’antroposofia intende essere per la vita, potrà già notare come fondamentalmente diverse diventino le mete del pensare, del sentire, del volere, per l’influsso delle idee antroposofiche, dalle mete che oggi la gran maggioranza degli uomini si propone. E poiché pensieri e sentimenti sono dei fatti reali, dobbiamo tener conto di che cosa significhi questa nostra piccola cerchia: significa che ognuno di noi fa parte di una forza che è ancora relativamente molto esigua nei confronti dei pensieri e dei sentimenti — nella maggior parte dei casi, possiamo veramente dire, assolutamente opposti — degli altri uomini. E sebbene le difficoltà della vita assumano le forme più svariate, e non palesino subito di essere in rapporto con ciò che ho detto ora, tuttavia con ciò esse sono appunto in rapporto. E dobbiamo cercare di ideare il modo con cui superare queste difficoltà, queste difficoltà che derivano veramente dal fatto che, attenendoci fedelmente e devotamente alla causa dell’antroposofia, noi entriamo in collisione col resto del mondo.
Come abbiamo detto, le cose si camuffano, e non sempre palesano il loro giusto aspetto. Né lo palesano i rimedi che, per così dire, dobbiamo introdurre nell’anima nostra per poter sempre più ristabilire un’intima armonia, nonostante l’opposizione del mondo esteriore; i rimedi che dobbiamo introdurre nell’anima per rendere l’anima più forte, per renderla atta a superare quello che di disarmonia e di angoscia spesso le si presenta. Dobbiamo farci una chiara e giusta idea del rapporto in cui si trova, nei confronti di tutto il resto dell’umanità, chi segua l’antroposofia o se ne interessi. Farsi dei pensieri chiari e nitidi al riguardo, ci purifica l’anima; cosicché riusciamo a essere forti quando le forze contrastanti del mondo esterno ci opprimono. Se si riflettesse sulla cosa da un punto di vista limitato, si potrebbe dire: a cosa mi serve vedere chiaramente ciò che separa l’antroposofia dal resto del mondo, se poi non riesco a configurare diversamente la mia vita? Pensare così, sarebbe un errore; perché è vero che le condizioni della vita non si cambiano forse dall’oggi al domani mediante i pensieri chiari, i pensieri illuminanti; tuttavia la forza che con quei chiari pensieri noi acquistiamo, come abbiamo detto, ci aiuta; e i chiari pensieri ci rinvigoriscono a poco a poco, cosicché effettivamente le nostre condizioni di vita si trasformano. Ma talvolta noi non abbiamo la possibilità di elaborare in questo senso pensieri veramente chiari e nitidi, e perciò sufficientemente forti.
Nei confronti di ciò che ci proponiamo di conseguire mediante la scienza dello spirito o antroposofia, e non solo per noi ma per il mondo, l’attuale umanità civile è immersa più o meno coscientemente in una terribile menzogna, e l’azione di questa menzogna sull’umanità è smisurata. Dobbiamo una buona volta considerare questo come uno dei chiari pensieri di cui parliamo. Con ciò si è detto qualcosa di veramente assai importante; e cercheremo ora di mettere in maggior luce proprio questo punto.
In quanto uomini di pensiero, noi non possiamo abbracciare con la nostra sana ragione tutto quanto esiste oggi di civiltà generale nel mondo cosiddetto civile senza avvederci che a questa civiltà mancano molte cose, che questa civiltà, soprattutto, non possiede impulsi vitali sufficienti per sussistere. In cambio, però, in questa nostra civiltà esistono moltissimi fantastici ideali. Quanti mai ideali esistono oggi! Dappertutto si fondano associazioni e unioni che hanno in programma di attuare questo o quell’ideale. E tutto vi è inteso in senso enormemente buono; tutto vi è tale che si può dire: tutti coloro che si associano in unioni più o meno grandi in ogni cerchia e strato della vita sotto l’insegna di questo o quell’ideale, dal loro punto di vista vogliono assolutamente fare qualcosa di buono, e noi dobbiamo pienamente tener conto delle loro buone intenzioni. Questi uomini però vivono per lo più sotto l’ostacolante influsso — dovuto a inconscia timidezza, a inconscia paura spirituale — di un’insorgente limitazione proprio nei riguardi della cosa più importante che oggi necessita all’umanità. La cosa più importante, quello che all’umanità necessita oggi, è la conoscenza spirituale, è introdurre nella vita certi orizzonti spirituali.
Nel corso del secolo decimonono ciò costituì appunto una grave questione. Voi sapete che esistono delle leggi spirituali, delle leggi sui mondi spirituali. Ciò è sempre stato noto in tutti i tempi a determinati uomini; e naturalmente anche nel corso del secolo decimonono, quando la scienza dello spirito non esisteva ancora nella forma in cui esiste oggi, c’erano delle società cosiddette occulte, più o meno degne di questo nome, che volevano in modi diversi coltivare le verità occulte, le verità spirituali, e che avevano anche una certa idea di che cosa significhino per il mondo le verità spirituali. Ora, proprio alla metà del secolo decimonono, è subentrata una crisi negli impulsi più profondi dell’evoluzione moderna dell’umanità. Questa crisi consiste in un particolare affermarsi del materialismo in tutti i campi, nel campo della conoscenza, nel campo della vita. Il materialismo raggiunse allora la massima diffusione. E sappiamo che numerosi uomini cercano di fondare, basandosi sul materialismo scientifico, una concezione filosofica. Questo materialismo filosofico però non è ancora il più pernicioso; bensì lo è il materialismo pratico, quel materialismo che si inserisce nella vita etica e sociale e nel sentimento religioso degli uomini. Ecco ciò che ha condotto l’umanità nel corso del secolo decimonono a una crisi. E quelli che nelle già menzionate società occulte più o meno degne di questo nome erano ancora al corrente della cosa, concentrarono la loro attenzione, a partire dalla metà del secolo decimonono, su come riparare al materialismo che si andava diffondendo. In certe cerchie che avevano conoscenze scientifico-spirituali (non però quelle conoscenze che possono essere efficaci solo nella forma a cui modestamente aspiriamo noi), che avevano delle antiche tradizioni o anche qualche nozione scientifico-spirituale di tipo antiquato sull’evoluzione dell’umanità, ci si chiedeva: come possiamo riparare al malanno che incombe col materialismo sull’umanità moderna? E si rispondeva: vi si ripara fornendo agli uomini la prova che, come intorno a noi esistono fatti sensibili, così esistono anche fatti spirituali ed entità spirituali.
Ma gli uomini erano assuefatti solo al pensiero sperimentale e all’esperienza e osservazione esterna. Per cui coloro che avevano le preoccupazioni di cui si è detto, e che possedevano delle cognizioni scientifico-spirituali, non seppero far altro che dimostrare il mondo spirituale come si dimostrano i processi naturali del mondo sensibile esteriore. Così fu dimostrato tutto quanto fu possibile dimostrare. E nel corso del secolo decimonono vediamo sorgere dei movimenti che si propongono di convincere gli uomini dell’esistenza di un mondo spirituale. Il più grossolano (per così dire) di tutti fu il movimento spiritistico. Mentre oggi le persone colte hanno difficoltà a ritrovarsi nei metodi relativamente facili della nostra scienza dello spirito, nel secolo decimonono persone veramente brillanti e dotte si sono occupate di spiritismo con assoluta serietà.
Lo spiritismo ha la peculiarità di voler agire esteriormente, mediante esperimenti che si possono presentare ai sensi esterni così come si presentano gli esperimenti fisici o chimici. Questo metodo, che cerca di riprodurre in campo scientifico-spirituale il metodo della scienza naturale, è oggi per la massima parte già fallito; e sempre più risulterà che deve fallire; perché naturalmente non si può far toccare alla gente lo spirito con le mani, per parlare figuratamente. Perciò, molto di quello che è stato fatto con ogni sorta di misteriose macchinazioni da parte delle cosiddette società occulte nel corso del secolo decimonono e fino ai giorni nostri, ha posto in discredito, più che appoggiarla, l’indagine scientifico-spirituale. Per cui da oggi in avanti molte cose dovranno accadere agli uomini che sono i meglio intenzionati, agli uomini che hanno delle idee soprattutto in campo sociale, ma anche nel campo pratico della vita. Vediamo che gli uomini che ne sanno qualcosa, si spaventano in certo modo quando sentono dire che i più importanti impulsi necessari al prossimo avvenire devono essere tratti dalla vera conoscenza dello spirito, dal riconoscimento che intorno all’uomo ci sono delle vere forze spirituali e delle vere entità spirituali, così come ci sono i fatti sensibili e le entità sensibili. Le persone che sperano nel progresso dell’umanità, si spaventano. Permettete che vi faccia un esempio. Molto possiamo apprendere da esempi che si riferiscono su larga scala ai fenomeni della vita. Se volgiamo lo sguardo a un grande movimento, allora da questo grande movimento ci si palesa anche chiaramente quello contro cui ognuno di noi nel suo piccolo quotidianamente si urta.
Il giorno precedente allo scoppio di questa sciagurata guerra mondiale fu ucciso a Parigi, come è noto, un uomo di grande valore, che si occupava nobilmente e con sincero amore degli impulsi sociali, degli impulsi per il progresso sociale: Jaurès. Jaurès è stato certamente una delle più nobili personalità del nostro tempo nel campo delle aspirazioni sociali, ed è anche stato uno di quelli che anelavano con tutta la loro umana conoscenza ad acquistare una giusta veduta sulle condizioni attuali della vita: ad apprendere le cause del loro ridursi sempre più all’assurdo, le cause del loro condurre l’umanità all’impoverimento e immiserimento sia in campo spirituale che materiale. E con tutte le sue forze egli aspirava a trovare idee e pensieri da comunicare agli uomini, affinché col loro comune anelito potessero in certo modo trovare una soluzione ai grandi problemi attuali della vita. Molto possiamo imparare proprio da una personalità come Jaurès; perché se oggi si devono riguardare gli errori da un punto di vista scientifico-spirituale, se ci si deve fare in proposito pensieri chiari, è assai più facile farlo considerando questi errori non nelle piccole, ma nelle grandi personalità; nelle grandi personalità che ci danno il massimo affidamento innanzitutto per le loro pure intenzioni e per il loro sincero anelito alla conoscenza, e poi anche per una certa loro capacità di vedere le cose tempestivamente e adeguatamente. Si ottiene molto di più, se si osservano i malanni del nostro tempo, considerando gli uomini che godono di tutta la nostra fiducia e ammirazione, anziché quelli che teniamo in minor conto perché non possiamo attribuir loro in senso assoluto intenzioni benevole e buone. Ebbene, a un uomo come Jaurès, che dedicava tutto il suo pensiero, tutto il suo sentimento, tutta la sua volontà al servizio dell’umanità, a sollevare l’umanità a un più alto livello sociale, a un uomo come Jaurès è straordinariamente difficile parlare di cose come la nostra scienza dello spirito; e non si tratta soltanto di lui: i migliori uomini del nostro tempo si trovano nella stessa difficoltà. Eppure questi uomini potrebbero attuare per l’umanità quello che vorrebbero, se potessero persuadersi di quanto segue. Queste persone altamente dotate potrebbero effettuare quello che intendono effettuare, se potessero dire: tutto quanto io sono in grado di ottenere coi miei mezzi ordinari, coi miei mezzi scientifici e di pensiero, mi trasmette soltanto degli impulsi troppo deboli per poter realmente penetrare nella vita; io devo convenire che tutti gli impulsi che sulla mia strada vorrei dare all’umanità, non hanno fondamenti. Prima devo crearmi un terreno adatto; devo compenetrare e pervadere tutto quanto finora ho creduto, con un più profondo fondamento nel senso della scienza dello spirito. Io devo ammettere l’esistenza di fatti spirituali, di fatti spirituali reali.
Perché, vedete, chi non ammette tali fatti spirituali e si forma ogni sorta di pensieri e di ideali su come oggi si possa promuovere il progresso umano, è simile a colui che ha davanti a sé un giardino in cui molte piante cominciano a manifestare segni di deperimento (perché l’attuale civiltà manifesta effettivamente in sé dei segni di deperimento); ora quella persona volge lo sguardo su tutte queste piante del giardino, e fa questo e quello, fa molte cose, e si preoccupa in continuazione, ma non ottiene nulla. A qualcuno forse le cose andranno meglio, ad altri peggio: ma nel complesso le cose non vanno affatto meglio. E perché? Perché forse sono ammalate le stesse radici delle piante. Così è appunto anche per l’anelito sociale degli uomini come Jaurès. Essi si danno moltissima pena, fanno anche delle cose giuste per quanto riguarda la superficie, ma non penetrano fin nelle radici; perché nelle radici della nostra vita umana attuale manca il riconoscimento di un mondo spirituale reale. E sebbene si diffondano molte conoscenze apparentemente ben fondate, esse però in realtà non fruttificheranno per l’umanità, se non saranno fondate su quelle conoscenze che possono provenire solo dalla scienza dello spirito. Perciò un vero progresso dell’umanità attuale sarà possibile solo se la scienza dello spirito sarà riconosciuta su larga scala; solo se proprio la parte più importante per il nostro tempo della scienza dello spirito, ossia il riconoscimento delle vere entità spirituali e forze spirituali, non si urterà più negli uomini, e in particolare negli uomini migliori, contro nessuna difficoltà. Dobbiamo pensare chiaramente che proprio gli uomini animati dalle migliori intenzioni hanno delle difficoltà riguardo alla cosa per noi più significativa ed importante: riguardo al riconoscimento del mondo spirituale in quanto tale. Ho fatto già notare, a Zurigo, un fatto che rende particolarmente evidenti tali cose. Una certa persona ha parlato con grandissima benevolenza della nostra scienza dello spirito, e ha anche fatto stampare quelle parole. Si tratta di una persona che un giorno, davanti a un pubblico molto colto, ha avuto il coraggio di non considerare solo come una pazzia ciò che vive nel nostro movimento spirituale. Quest’uomo non ha potuto però fare a meno di arrestarsi davanti alla cosa più importante, davanti al riconoscimento del mondo spirituale. Egli disse fra l’altro:
«Noi dobbiamo cercare di intendere questo movimento spirituale (almeno nella cerchia raccolta intorno allo Steiner) piuttosto come un movimento religioso, non forse di tipo originario ma sincretistico, rivolto al fondamento di ogni vita; dobbiamo considerarlo come un movimento che aspira a soddisfare gli interessi soprasensibili degli uomini, e che perciò trascende ogni forma di realismo impigliato nel sensibile; dobbiamo soprattutto riconoscere in esso un movimento che invita gli uomini a riflettere sui problemi morali insiti in lui, un movimento che ha per meta il lavoro per la rinascita interiore, basato su di un tormentoso processo di autoeducazione. Basta solo leggere il libro dello Steiner che introduce all’antroposofia, per notare con quale gravità l’uomo sia invitato a lavorare sulla sua purificazione morale e sul suo autoperfezionamento».
Vi leggo queste parole non certo per vanità, ma perché è bene osservare con sguardo veramente chiaro come si comporti il mondo esterno rispetto al nostro movimento. Vediamo qui un uomo benevolo che considera il nostro movimento come sincretistico, soprattutto perché non conosce e non sa che si tratta assolutamente di un movimento nuovo, fondato su qualcosa che nel mondo è nuovo: sulla concezione scientifica moderna che ne è il fondamento. Di ciò egli non può fornirci alcuna notizia, perché non ne è a conoscenza; tuttavia egli è assolutamente ben disposto verso il nostro movimento. E se leggiamo spassionatamente tutta la sua conferenza che s’intitola: «Il mondo di pensiero dei colti», allora ci si avvede che egli riflette sulla odierna necessità di un’educazione spirituale degli uomini, e che riconosce nel nostro movimento uno dei tentativi fatti per promuovere quest’educazione spirituale dell’umanità. Poi però, egli dice qualcosa di assai caratteristico:
«Il movimento scientifico-spirituale è inoltre, per la sua speculazione indirizzata al soprasensibile, una reazione al materialismo; in questo però esso perde facilmente il terreno della realtà e si smarrisce in ipotesi — crede dunque che le vere esperienze spirituali siano ipotesi e non conoscenze — in fantasie chiaroveggenti, in un regno di sogni, cosicché non ha più sufficiente forza per la realtà della configurazione individuale e sociale della vita».
Poi, con benevolenza, egli continua:
«Tuttavia noi vogliamo e dobbiamo registrare l’antroposofia come un tentativo di correzione fatto nell’ambito della cultura attuale».
Egli dunque si sente costretto ad arrestarsi di fronte a tutto ciò senza cui il nostro movimento non potrebbe essere concepito, di fronte a ciò che noi presentiamo subito fin dall’inizio: i fatti soprasensibili. Perché dobbiamo renderci chiaramente conto che se l’uomo non acquista un rapporto con i fatti soprasensibili, l’umanità non riuscirà a togliersi dal vicolo cieco in cui essa si trova oggi. Il nostro movimento cerca appunto di avere sotto i piedi un terreno solido, senza cui tutti gli altri ideali sociali stanno invece sospesi nell’aria. Ma perfino le persone benevole credono che il nostro movimento conduca al regno dei sogni, e che, per quanto riguarda la configurazione sociale della vita, non gli rimangano forze bastanti. Come ho detto, non si tratta qui di malevolenza, ma di una diffidenza derivata da un’inconscia viltà, da un’inconscia paura di fronte al riconoscimento dei fatti spirituali. Questa è un’evidente mancanza di conoscenza, o piuttosto è evidente che si tratta qui di una mancata conoscenza di quanto appunto la scienza dello spirito può attuare come fondamento anche nel campo del problema sociale.
Così anche gli uomini come Jaurès oggi naturalmente stanno nella vita senza possibilità di riconoscere veramente le cose, a causa dei pensieri che hanno assorbito dall’educazione e da tutta la cultura contemporanea. Non possono riconoscere che tutto quanto avviene fisicamente dipende da mondi spirituali; e che l’uomo può penetrare giustamente nella sfera in cui nella vita è chiamato ad agire, per esempio anche nella sfera della vita sociale, solo se ciò gli è reso possibile dalla conoscenza delle leggi spirituali mediante le quali il mondo spirituale può inserirsi nel mondo fisico. E che questi uomini si trovino di fronte a una tale impossibilità, che questo sia realmente un fenomeno diffusissimo del nostro tempo nei migliori uomini, questo è dovuto a delle vere e gravi menzogne, forse inconsce, ma non per questo meno significative per la vita del nostro tempo. Queste menzogne si possono cogliere dappertutto; veramente si può riuscire a sorprenderle.
Vediamo un uomo come Jaurès porsi di fronte all’umanità e cercare con ogni mezzo di conoscenza di migliorarne la situazione, di liberarla dal vicolo cieco in cui si trova. Davanti a tutta l’umanità vediamo porsi un uomo che, per acquistare le vedute necessarie in questo campo, si mette a studiare veramente tutti i fatti della storia, un uomo che studia la storia, la storia dei tempi antichi; e che dai fatti dei tempi antichi cerca di imparare quel che può accadere al tempo nostro; cosicché si possano evitare gli errori che si sono palesati con evidenza nei precedenti tentativi fatti in campo sociale. In tutto il suo anelito, però, Jaurès, come pure molti altri, si trova nell’impossibilità di riconoscere realmente un mondo spirituale, di ammettere realmente che attraverso gli uomini fluiscono continuamente dal mondo dello spirito entro il nostro mondo delle correnti di vita spirituale. Uno dei più bei saggi di Jaurès tratta dei rapporti, intesi dal suo punto di vista, che esistono fra socialismo e patriottismo. In questo saggio Jaurès cerca di mostrare come i fatti della storia penetrino nell’evoluzione dell’umanità. Dopo varie considerazioni sull’azione esercitata dall’impero romano, per imparare come si debba agire oggi, e sull’azione esercitata dal mondo greco per imparare come si debba agire in altri tempi, dopo aver fatto diverse considerazioni con un anelito conoscitivo veramente straordinario, egli poi svolge un capitolo che riguarda il tempo nostro. In questo saggio di Jaurès c’è un singolare capitolo che tratta del proletariato e del patriottismo; ed è interessante seguire questo breve capitolo, per vedere che cosa effettivamente si svolga oggi nelle anime dei migliori uomini del nostro ambiente.
Senza entrar troppo nei particolari, dirò che in questo capitolo in cui si cerca in fondo di mostrare che per il progresso sociale non è la proprietà fondiaria il fattore importante, ma l’industria, in questo capitolo è significativo il fatto che l’autore è stato costretto ad additare la personalità di Giovanna d’Arco, della pulzella d’Orléans. Pensate dunque: un uomo che vive tutto nelle idee del tempo attuale, parla della pulzella d’Orléans, ossia di una personalità di cui la storia moderna sa bene quanto essa abbia influito sullo sviluppo dell’umanità moderna; parla della pulzella d’Orléans di cui ogni persona che conosca oggettivamente la storia, deve riconoscere che oggi la carta dell’Europa sarebbe ben diversa, se Giovanna d’Arco non fosse entrata nella storia dell’epoca moderna. Questo naturalmente lo sa anche Jaurès. Egli dice:
«Giovanna d’Arco adempie alla sua missione e si sacrifica per la salvezza della patria, in una Francia in cui la terra non rappresenta più l’unica forza vitale. I comuni avevano già un ruolo importante; Luigi il Santo aveva già sanzionato la carta dell’artigianato e il diritto delle corporazioni e li aveva fatti solennemente proclamare; le rivolte di Parigi sotto i regni di Carlo V e di Carlo VI avevano visto entrare in scena come nuove potenze la borghesia commerciante e l’artigianato; i più lungimiranti di coloro che volevano riformare il regno, sognavano un’alleanza fra borghesia e contadini contro l’illegalità e l’arbitrio; in questa Francia moderna che ben presto doveva essere governata dal “re borghese” (figlio del povero sovrano che Giovanna d’Arco era in procinto di salvare), in questo paese multiforme, colto e raffinato, afflitto dai “dolori letterari” di quel Carlo d’Orléans la cui prigionia toccava il cuore della buona Lorena, in questa società che era tutto fuorché rurale, apparve Giovanna d’Arco. Era una semplice contadinella che aveva veduto con i suoi occhi i dolori e i bisogni dei contadini intorno a lei e a cui però tutte queste afflizioni significavano solo un pallido esempio del più grave ed alto dolore sofferto dal regno depredato e dalla nazione invasa. Nella sua anima e nel suo pensiero non avevano importanza né i luoghi né le proprietà; essa guardava oltre i campi della Lorena. Il suo cuore di contadina era più grande di tutta la classe rurale. Batteva per la lontana città assediata dallo straniero. Vivere in campagna non significa necessariamente esaurirsi nei problemi della terra. Nel rumore e nel traffico della città il sogno di Giovanna sarebbe certamente stato meno libero, ardito e vasto. La solitudine proteggeva l’audacia del suo pensiero, ed essa sperimentava con tanto maggiore intensità la grande comunità della patria, in quanto la sua fantasia poteva senza confondersi colmare il tranquillo orizzonte di un dolore e di una speranza che lo trascendevano. Essa non era animata dallo spirito di ribellione dei contadini; voleva liberare tutta una grande Francia per poi consacrarla alla cristianità e alla giustizia. Il suo fine le appariva così alto e grato a Dio, che per raggiungerlo essa trovò poi il coraggio di opporsi perfino alla Chiesa, e di appellarsi a una rivelazione più alta di ogni altra rivelazione».
Vediamo qui un uomo condannato, perché immerso nel pensiero materialistico moderno, a pensare in certo modo solo sulla base di principi materialistici; il quale però è costretto dalla sua onestà a parlare del singolare fenomeno della pulzella d’Orléans e a prenderlo così enormemente sul serio come appare dalle sue parole. Jaurès dunque si trova posto d’innanzi a tutta l’importanza storica di Giovanna d’Arco. Possiamo però chiederci: che cosa può essere in fondo per Jaurès, che cosa può essere in fondo per un uomo che appartiene a una concezione sociale come quella di Jaurès, che cosa può essere in realtà Giovanna d’Arco? E sebbene questa domanda sia forse un poco spinta se la consideriamo in rapporto a Jaurès, non lo è certo in rapporto a molti altri che agiscono nello spirito di Jaurès. Giovanna d’Arco può essere solo una persona giunta ai suoi impulsi, per così dire, mediante una certa estasi religiosa a cui, se si vuol essere e restare ragionevoli, normalmente non si aspira. Certo le persone del tipo di Jaurès non ammetteranno mai quello che alla scienza dello spirito deve invece essere evidente: ossia che in un’epoca in cui non si poteva ancora conseguire la conoscenza spirituale modernamente evoluta che abbiamo oggi, in quell’epoca dal mondo spirituale fluivano correnti di vita spirituale attraverso persone che, come Giovanna d’Arco, operavano più o meno nel subcosciente; ossia attraverso dei medium che non servivano certo per gli uomini, i quali come avviene oggi spesso ne abusano, ma per i mondi divino-spirituali che volevano agire entro il mondo terreno fisico. Dobbiamo riconoscere che quanto ci è giunto dalla pulzella d’Orléans è di maggior valore di tutto quanto hanno voluto e potuto trasmetterci gli altri con le loro vedute umane. Ora, gli uomini come Jaurès naturalmente non potevano ammettere che attraverso Giovanna d’Arco parlasse il mondo spirituale. Eppure, se parlano dei fatti reali, essi devono parlare di personalità come Giovanna d’Arco; e devono perfino riconoscerle nel loro valore. Devono dunque far risalire ciò che accade (proprio ciò che accade concretamente) a personalità la cui vita spirituale essi non riconoscono, alla cui vita spirituale essi certo non vogliono aspirare. Le cose stanno così, anche se oggi non lo si vuol riconoscere, anche se di fronte a questi fatti ci si vuol stordire. Questa non è dunque altro che una profondissima menzogna della vita. Questa è una vera menzogna della vita; e con essa io vi ho caratterizzato solo un caso di quella menzogna che pulsa oggi dappertutto nella nostra vita sociale, e che è da ricondursi al fatto che gli uomini non vedono ciò che esiste realmente, ciò che è della massima importanza; mentre dovrebbero considerarlo come un fatto reale, grazie all’apporto dello sviluppo spirituale moderno. Ma le menzogne sono anch’esse dei fatti reali ed agiscono in conformità. E gli uomini che come Jaurès sono magari assolutamente benevoli ed hanno serie aspirazioni e pensieri profondi, essendo però legati a tali menzogne a causa della condizione del nostro tempo, non possono agire in modo salutare per l’umanità.
Effettivamente noi siamo immersi in un fenomeno della vita attuale che dobbiamo considerare con l’anima chiaramente e nitidamente, e in tutta la sua profondità. Dobbiamo avere il coraggio di guardare con chiara conoscenza a queste menzogne della vita; e guardando le cose così chiaramente, dobbiamo trovare la forza di mantenerci saldi di fronte a tutto ciò che ci fluisce da ogni parte e che, pur essendo spesso mascherato e nascosto da un lato o dall’altro, ha origine tuttavia da questa menzogna. Gli uomini infatti che vivono in questa menzogna della vita, come possono conseguire una vera intima conoscenza dei nessi della vita umana? Essi infatti pensano: «Ecco che ora vengono questi tipi stravaganti come la pulzella d’Orléans, che vogliono aver rapporti coi mondi spirituali; e non si può fare a meno di attribuir loro perfino un’importanza storica; in verità però questo noi non dovremmo porcelo come un modello a cui tendere per potere in qualche modo introdurre forze spirituali nel mondo fisico!». Così essi pensano.
Molto tempo dovrà passare finché cerchie più vaste di uomini riconoscano ed ammettano tutta la grave importanza dei fatti di cui abbiamo ora parlato. Oggi anche gli scienziati seguono l’atteggiamento preso un tempo dai teologi nei confronti della pulzella d’Orléans. Perché quello che alla fine Jaurès dice fa parte della profonda tragedia dei fatti in cui è stata coinvolta la pulzella d’Orléans. I teologi dissero alla fine: tutto quello che essa mette in mostra come sua conoscenza spirituale del mondo, non concorda affatto con ciò che noi ammettiamo con la nostra teologia. Scaturì allora nel campo della teologia quel medesimo atteggiamento con cui parlano già gli scienziati d’oggi, dopo un tempo relativamente breve. A coloro che la giudicavano sul terreno della teologia e che dicevano che essa doveva giustificare i suoi prodigi e la sua missione con le sacre scritture, la pulzella d’Orléans rispose allora: «Nel libro di Dio sta scritto di più che non in tutti i vostri libri». Questa è una parola storica. Ma è una parola che è valida ancor oggi. Perché dal punto di vista della scienza dello spirito si possono controbattere tutte le obiezioni teologiche e scientifiche dicendo: «Nel libro dei mondi spirituali sta scritto più di tutto quanto gli oppositori possano sognare». E Jaurès aggiunge: «Una parola mirabile, che è in certo senso in contrasto con l’anima di una giovinetta, la cui fede ha radici soprattutto nella sua origine contadina. Quanto lontano è tutto ciò dall’ottuso, ristretto, limitato patriottismo della proprietà fondiaria! Ma Giovanna, guardando le dolci e radiose altezze del cielo, ode la voce divina del suo cuore».
Un tale riconoscimento suona certo bene in bocca al mondo a noi contemporaneo; ma che cosa significa ciò in bocca ai migliori uomini di tutto il nostro mondo contemporaneo? È il riconoscimento di qualcosa che essi però ritengono essere più o meno una poesia, una poesia che può rendere la vita più o meno bella, ma a cui essi non possono attribuire alcuna realtà. Ecco quello che costituisce la menzogna della vita!
Vediamo dunque che abbiamo bisogno di farci molta chiarezza intorno alla presenza nella vita di questa menzogna. Coi suoi effetti questa menzogna ci si presenta dappertutto nella vita, e impedisce alla scienza dello spirito di esercitare l’influsso che già oggi essa dovrebbe esercitare. Sempre di più però gli uomini dovranno non soltanto acquisire teoricamente le conoscenze della scienza dello spirito, ma anche trovare la forza interiore di introdurre la scienza dello spirito nei vari campi del sapere. Tutto questo potrebbe essere messo in luce nei diversi campi; ma anche qui si può dire che i veri fatti vengono mascherati. Perché, in apparenza, in ogni campo si potrebbe obiettare qualcosa contro quanto vien detto da parte della scienza dello spirito. Prendiamo per esempio un campo della vita che interessa più che ogni altro l’umanità per la semplice ragione che è strettamente connesso con la salute degli uomini. Ebbene, se gli uomini fossero dell’idea di far influenzare un poco dalla scienza dello spirito le facoltà di medicina, la scienza medica, l’arte medica, allora la scienza dello spirito potrebbe agire in modo straordinariamente benefico. Sempre più, infatti, lo sviluppo della scienza moderna ha condotto la medicina stessa ad assumere un carattere materialistico. Con questo suo carattere materialistico essa ha avuto certamente effetti assai benefici; e basterebbe anche solo indicare gli straordinari progressi che sono stati fatti nel campo della chirurgia, per trovare giustificato ciò che sempre di nuovo vien detto e che anch’io dico: ossia che noi dobbiamo grandemente ammirare i progressi della scienza moderna. Esistono però anche altri lati non meno importanti della scienza medica e dell’arte medica, che soffrono indicibilmente per la tendenza materialistica, e che potranno in avvenire agire beneficamente solo se nelle ricerche scientifiche sarà introdotta una conoscenza scientifico-spirituale.
Solo grazie a una tal conoscenza scientifico-spirituale potranno essere riconosciuti nell’organismo umano quei nessi più ampi che oggi la scienza medica ignora, perché conosce soltanto le singole particolarità. Certo, queste cose sono spesso intuite istintivamente da osservatori perspicaci; ma così il progresso non può avvenire in modo sufficientemente rapido, e possiamo dire: se proprio nel campo della medicina ogni cognizione scientifico-spirituale non venisse in modo tanto sorprendente sempre scartata, e se perciò da parte dei relativi governi e autorità non si aspirasse a monopolizzare la medicina come un fattore di potenza, allora la scienza dello spirito potrebbe effettuare in questo campo moltissime cose per il bene dell’umanità. Voi potreste dire: ebbene, nulla impedisce a un investigatore dello spirito di effettuare tali progressi. Ma è proprio qui che le cose sono mascherate, perché questo non è affatto vero. Effettivamente l’impulso materialistico, così come domina oggi, impedisce alla scienza dello spirito di affermarsi. Perché è assolutamente sbagliato credere che l’investigatore dello spirito che vede come stanno le cose, possa sempre aiutare ogni singolo uomo. Ne è ostacolato dall’impulso materialistico esteriore della medicina; e sempre più sarà ostacolato, se l’impulso materialistico della medicina perdurerà ancora a lungo. Non possiamo dire all’investigatore dello spirito: «ecco Rodi, ora salta!». Perché, nel campo della medicina, non gli si lasciano le gambe libere per saltare! È vero che si fanno ogni sorta di lodevoli sforzi per opporsi nella medicina al dominio del materialismo; ma questi sforzi sono tutti insufficienti, soprattutto perché gli uomini non sanno che non ci si deve limitare a contrapporre qualcosa alla medicina materialistica, ma che innanzitutto è necessario collaborare — ma collaborare in modo scientifico-spirituale — con tutto ciò che la medicina moderna ha conquistato: ossia coi rimedi necessari esteriormente appunto in questo campo. L’umanità però si stupirebbe assai di quanto diverse sarebbero le cose oggi, se nelle cliniche e nelle sale anatomiche si introducesse dappertutto una veduta scientifico-spirituale! Quanto diverse sarebbero le cose! E anche i nostri sforzi devono andare in questa direzione. I nostri sforzi non devono tendere a misconoscere la medicina materialistica, ma a introdurre la scienza dello spirito nell’impulso materialistico. Prima che ciò avvenga, non si può ottenere nulla neppure nei casi singoli. Le ragioni per cui ciò non può avvenire non si possono spiegare qui, per mancanza di tempo: ma è così. Perciò, proprio in un campo che è strettamente connesso col bene esteriore dell’umanità, moltissimo si potrebbe fare se gli uomini giudicassero le cose imparzialmente.
E per quanto riguarda gli scottanti problemi sociali, anche qui risulta che si fanno bensì molti tentativi per migliorare questa o quella situazione: ma tutti questi tentativi finiranno per naufragare. Solo quando si giungerà a porre gli assiomi scientifico-spirituali anche a base della conoscenza sociale, così come a base della matematica o della geometria si pongono i loro assiomi, solo allora si troveranno per il problema sociale dei rimedi veramente efficaci.
Noi dunque viviamo in un mondo nei confronti del quale la nostra anima, se siamo afferrati dalla scienza dello spirito o antroposofia, deve contrapporre pensieri e sentimenti radicalmente nuovi. Noi viviamo per così dire in un’atmosfera che esige da noi una vigorosa esplicazione di forze, una vigorosa resistenza. E questi sono i profondi motivi per cui spesso ci scoraggiamo e ci sentiamo soli, per cui, accettando la scienza dello spirito, spesso non riusciamo facilmente a cavarcela nella vita. Se però abbiamo un’idea chiara di quanto grande sia l’antroposofia in cui noi ci inseriamo come in un poderoso nesso dell’umanità, e di quanto piccola essa oggi appaia (perché ne siamo soltanto agli inizi), se avremo chiara questa idea, allora potremo anche trovare la forza di resistere, potremo trovare veramente questa forza. Nell’evoluzione dell’umanità infatti tutte le cose grandi prendono le mosse da un piccolo inizio.
Anche qui, come altrove, ho mostrato che in tutto il pensiero attuale vi è qualcosa di limitato, di illogico, di sconnesso. Ciò dipende dal fatto che nell’epoca moderna la scienza ha esercitato sull’umanità un influsso veramente abbagliante. La scienza è giunta a risultati grandiosi e degni di ogni ammirazione nel campo del mondo sensibile esteriore; per cui quegli uomini che finora hanno amministrato il patrimonio spirituale dell’umanità, si sono sentiti per così dire respinti, sempre più respinti. In particolare per alcuni teologi le cose non sono andate bene. Non è giusto rifiutare senz’altro a priori tutto quello che di teologia è stato introdotto dagli uomini nell’evoluzione. Nella teologia stanno riposte alcune profonde e significative verità fondamentali, anche relativamente all’anima umana; verità fondamentali sono contenute nella teologia, anche se solo dalla scienza dello spirito potranno essere meglio illuminate. Ed è solo perché queste verità non sono presentate secondo le esigenze dell’umanità moderna, che oggi nell’uomo che pensa e nell’anima che sente deve destarsi l’anelito a ottenere una risposta dalla scienza dello spirito. I teologi che non intendono partecipare agli sforzi della scienza dello spirito si trovano oggi in una singolare situazione: essi possiedono bensì delle verità, ma queste verità non si possono affatto adoperare, perché le altre scienze hanno tolto di mezzo gli oggetti stessi di queste verità. I teologi possiedono sull’anima delle verità; ma l’anima fu loro sottratta dalla scienza. E ora la teologia può magari esprimere in parole delle verità, ma non si preoccupa degli oggetti; gli oggetti essa vuol pacificamente lasciarli investigare dalla scienza, perché per molti riguardi i teologi sono troppo indolenti per misurarsi realmente con la scienza. E nella scienza dello spirito noi dobbiamo sentire l’importanza di questo fatto: del fatto che la scienza dello spirito intende assolutamente misurarsi con la scienza naturale, e si impegna in tutto ciò in cui anche la scienza si impegna, e dice anch’essa la sua parola, aggiungendo i princìpi scientifico-spirituali agli impulsi della scienza naturale. I teologi questo non hanno voluto farlo; proprio quando si tratta di agire, di indagare l’oggetto, essi sono animati da una ben curiosa intenzione. Una personalità che in certi ambienti è molto apprezzata sia come teologo, sia come professore, sia come curatore di anime, ha scritto un volumetto che raccoglie alcune sue conferenze di argomento religioso. In questo opuscolo egli esprime pensieri che ci consentono di farci un’idea di lui, di guardare nell’anima di una significativa personalità della nostra epoca. Ebbene, non posso dire altro se non che talvolta non si riesce proprio a raccapezzarsi sulla forma di pensiero presentata oggi da una personalità così significativa. Nella prima conferenza, per esempio, quest’uomo celebre dice subito che ci si deve avvicinare alla scienza e che si deve affidarle l’uomo naturale; in quanto teologi, possiamo conservare per noi solo la libertà dell’uomo. Ma proprio la libertà diventa in questo senso una vuota parola. Non dice egli infatti che anche il contenuto dell’anima egli l’affida tutto alla scienza naturale? Dunque non trattiene per sé che una saggezza fatta di parole. E di questo egli non dà che un vago motivo: dice cioè solo, brevemente, di avere questa idea. Un teologo dunque che vuol descrivere ai suoi uditori la più moderna forma del cristianesimo, dice subito al principio della prima conferenza: «L’uomo come ci si presenta nella zoologia, homo sapiens, bipede, dotato di stazione eretta, di una colonna vertebrale finemente sviluppata e di un cervello, fa parte della natura come ogni altra formazione organica o inorganica, è composto della medesima sostanza, delle stesse energie, degli stessi atomi, è retto e dominato dalla medesima forza; in ogni caso la vita corporea dell’uomo, per quanto complessa essa possa essere, è in tutta la sua combinazione determinata scientificamente come in ogni altro essere vivente o non vivente della natura. Non esiste perciò nessuna differenza fra l’uomo e una medusa, una goccia d’acqua o un granello di sabbia».
Queste sono conferenze di teologia, conferenze tenute da un teologo, da un curatore di anime. E questo teologo non parla soltanto dell’elemento corporeo, ma dice anche: «Le funzioni psichiche che sono accessibili a una considerazione scientifica, sono soggette altrettanto quanto i processi del corpo a rigorose leggi; e le sensazioni che noi abbiamo, come pure le rappresentazioni che noi ci formiamo, sono costrette dalla natura — vi prego di prendere nota: le sensazioni e le rappresentazioni! — altrettanto quanto lo sono i processi nervosi che conducono a sensazioni di piacere e dispiacere. Sono rappresentazioni meccaniche, altrettanto quanto una macchina a vapore».
Vedete dunque che l’anima passa così nelle mani degli scienziati, e che il teologo conserva per sé soltanto le vuote forme antiche, l’antica fraseologia; perché le ultime pagine e le ultime conferenze consistono ormai solo di frasi con cui avviluppare di forme teologiche ciò di cui si sta trattando. L’autore però adduce anche le ragioni per cui egli è oggi così generoso nell’abbandonare alla scienza l’oggetto stesso dell’indagine teologica. E qui possiamo sorprendere in lui un atteggiamento assai curioso: egli dice che i teologi devono comportarsi come si comporta lui. E dice perfino che bisogna andare ancor oltre: «Questa determinazione dell’uomo secondo leggi naturali, non si riferisce soltanto al suo corpo, ma anche alle sue funzioni psichiche. Questo è qualcosa che noi teologi non abbiamo mai voluto concedere — ma ora egli ha superato questo punto, ora è giunto più in alto, e lo riconosce — è qualcosa che noi teologi non abbiamo mai voluto ammettere, perché scambiavamo il concetto scientifico dell’anima con quello teologico, per cui temevamo conseguenze spiacevoli per la fede».
Ora però egli è giunto al punto di non temere più spiacevoli conseguenze per la fede! E dice: «Queste sorgono, però, se noi non lasciamo pervenire la scienza ai suoi pieni risultati». Intende dunque arrendersi alla scienza, altrimenti ne nascerebbero spiacevoli conseguenze! Altrimenti la scienza porterebbe a noiose conseguenze! E qui lo sorprendiamo di nuovo, con singolare evidenza: «Perché così non ci si accorge di perdere la fiducia nell’uomo che pensa».
Ecco ciò a cui il teologo, il grande teologo, oggi aspira. Oggi gli uomini migliori sono giunti, per tutte le vie che ho descritto, ad avere un senso di fiducia quando si parla dello spirituale; è singolare però che non si voglia esplicare, per questo, la vera forza interiore che risulta dal trovarsi su un terreno veramente spirituale. Vedete: se sorprendiamo gli uomini in ciò che oggi pervade il loro intimo essere, se non lasciamo passare inosservate le cose, allora gli uomini assumono un ben singolare atteggiamento! Dobbiamo avere su ciò vedute chiare. E se vediamo queste cose chiaramente, allora non dovremo più stupirci che oggi simili pensieri vengano coltivati da coloro che sono chiamati a educare religiosamente l’umanità; e che di conseguenza noi avremo grandi difficoltà a inserirci nel mondo con un atteggiamento radicalmente opposto.
Perciò, anche se in quanto singole persone ci troviamo talvolta in difficoltà, anche se la nostra vita ci porta a un turbamento, dobbiamo cercare pur sempre di rafforzare i nostri pensieri, e di rialzarci, e di dire: sebbene la scienza dello spirito ci renda soli e ci renda la vita difficile, non dobbiamo cedere. Dobbiamo renderci conto sempre di nuovo di quale causa noi siamo i servitori entro tutto il connesso dell’umanità, se contrapponiamo ai seducenti pensieri degli uomini attuali gli altri pensieri che soli possono essere fecondi. Un tale pensiero può sempre di nuovo sollevarci e renderci vigorosi, pur nella più profonda depressione. In ogni attimo della nostra vita un tale pensiero è assolutamente importante; ed è importante che noi coltiviamo la scienza dello spirito in modo che nella vita esteriore questo fatto appaia quanto meno è possibile, mentre interiormente noi l’accogliamo con la massima forza e intensità. Cosicché, anche di fronte alle prove che essa ci pone, noi troviamo la forza di dire: queste prove devono esserci! Poiché il nostro karma ci ha condotto a esse, vogliamo prenderle su di noi, e accettarle. Le forze dell’opposizione alla scienza dello spirito sono oggi nel mondo enormemente attive, e gli uomini in fondo non lo sanno. Perché naturalmente l’uomo non ha la minima idea di tutto ciò che effettivamente è la natura del pensiero e del sentimento, di tutto ciò che si può svelare veramente solo acquistando dalla scienza dello spirito una chiara veduta: una chiara veduta della forza distruttiva e rovinosa che il pensiero altrimenti consegue! Appunto perché l’uomo non ne ha un’idea, non si può neppure fargliene una colpa, e non possiamo accusarlo; dobbiamo tuttavia prendere un tale fatto del tutto oggettivamente, come se si trattasse di un terremoto o di un’eruzione vulcanica, i quali possono anch’essi agire distruttivamente sull’umanità, sebbene coi loro mezzi fisici esteriori agiscano solo in una ristretta regione. L’uomo effettivamente non è in grado di pensare. E l’esempio che ho citato vale per le persone più in vista del nostro tempo. Il teologo di cui ho parlato non è in grado di pensare. Egli dice infatti: il corpo dell’uomo naturalmente noi l’affidiamo alla scienza; che mai ne faremmo noi teologi? Certo noi non potremmo investigare la natura del corpo. Ma quest’uomo non ha la minima idea del fatto che, se si fanno indagini reali sullo spirito, questo risulta cooperare all’edificazione del corpo; per cui non si può affatto separare il corpo dallo spirito e non occuparsene più. Quel teologo abbandona il corpo alla sua sorte, ma in tal modo abbandona anche l’anima, perché in pratica essa è come una macchina a vapore; e trattiene indietro soltanto l’uomo libero. L’uomo naturale, egli lo regala con gran generosità; l’uomo libero lo trattiene per sé. Però, dopo aver trattenuto per sé l’uomo libero, dice: «L’uomo naturale, in quanto fa parte della natura, perde la sua autonomia e la sua libertà; sopporta come una costrizione tutto quanto sperimenta, e deve assolutamente sopportarlo secondo la legge della natura».
Grazie alla sua natura l’uomo perde dunque la libertà. Potete pensare ora che cosa effettivamente quel teologo trattenga per la teologia! Prima egli dice che lascia alla natura l’uomo naturale e che trattiene per sé l’uomo libero; poi però constata che l’uomo naturale, in quanto è parte della natura, perde la sua autonomia e libertà, e deve sopportare tutto quanto sperimenta assolutamente secondo la legge della natura. Non gli resta dunque proprio più nulla! Non ci si può perciò meravigliare che poi egli prosegua parlando solo con vuote frasi. Ma normalmente nessuno se ne accorge, e questo è un esempio tipico del fatto che gli uomini più in vista non si accorgono affatto della discontinuità del pensiero d’oggi. L’umanità è giunta oggi a una fase della sua evoluzione per cui quello che ha da essere il pensiero sulla vita fisica, deve venir fecondato dai pensieri che si riferiscono al mondo spirituale; altrimenti i pensieri relativi al mondo fisico saranno in ogni loro punto sconnessi, perché, in tutto l’insieme dei fenomeni, neppure sui fatti più semplici potranno orientarsi coloro che devono parlarne. Così stanno le cose.
Sappiamo che l’uomo si trova oggi in un periodo di transizione. E non parliamo superficialmente, se lo chiamiamo appunto un periodo di transizione. Noi ci troviamo in un periodo di transizione nel quale gli antichi istinti chiaroveggenti atavici sono ormai estinti e nel quale si deve aspirare a entrare coscientemente nel mondo spirituale. Per l’investigatore dello spirito questo è un fatto evidente. Ma le antiche facoltà chiaroveggenti ataviche che gli uomini possedevano un tempo fornivano loro anche pensieri efficaci che potevano essere usati nel loro tempo. La storia ci trasmette solo poche notizie sulla grandiosità dell’epoca caldaica o dell’epoca egizia riguardo ai pensieri che compenetravano allora la vita degli uomini. E per quanto la nostra critica storica tanto poco li riconosca, questi pensieri tuttavia sono esistiti. Erano pensieri che penetravano nella realtà: e il nostro tempo deve riconquistare dei pensieri che siano in grado di penetrare nella realtà. Questo però può farlo solo se si farà fecondare dal mondo spirituale altrettanto quanto ne erano fecondati i tempi antichi. Gli uomini d’oggi però non possono farsene fecondare inconsciamente. Deve perciò subentrare in loro la consapevolezza, se la conoscenza spirituale ha realmente da essere compresa dagli uomini. E anche del teologo di cui abbiamo parlato, si possono facilmente additare i gravi danni a lui causati, i gravi danni da lui subiti per l’incapacità di pensare del nostro tempo. Proprio in lui si possono facilmente mostrare gli smisurati danni che derivano dall’incapacità di pensare che contagia tanta gente oggi. Eppure, non si può dire che egli abbia voluto recar danno; possiamo anzi considerarlo un uomo avveduto, un uomo cioè provvisto di tanta avvedutezza quanta il nostro tempo può averne, se non si decide a fare un passo ulteriore verso il mondo spirituale; un passo come non ha potuto farlo per esempio neppure un uomo come Jaurès. Ma anche personalità come quella del teologo citato, anche queste personalità sanno che l’umanità oggi si trova in certo modo in un vicolo cieco; sanno che essa è giunta al punto da non poter più progredire col pensare, sentire e volere che erano propri agli atteggiamenti antichi, alle concezioni antiche. E sanno anche che ciò ha condotto al materialismo dell’epoca moderna, e che le cose ora devono cambiare. Il nostro teologo, in fondo, non è meno radicale nei suoi giudizi: dice per esempio che il secolo decimonono ha condotto gli uomini a concetti come quello di sportismo, di confortismo, di mammonismo. Egli parla di tutte queste cose, che sono il rovescio della medaglia del materialismo; di tutte queste cose egli parla, ed è assolutamente pronto a riconoscere che lo sportismo, il confortismo, il mammonismo, come sono sorti nel secolo decimonono, devono essere combattuti. Ma le sue restano vuote frasi; altrimenti non potrebbe arrivare a dire quello che invece ora dice. Perché, vedete, alla fine della prima conferenza (quasi non possiamo credere ai nostri occhi), alla fine della prima conferenza seguono queste parole. Oggi queste parole possono venir pronunziate da un uomo significativo, da un uomo illustre. Egli dice dapprima assai giustamente che tutte le cose che oggi avvengono devono acquistare nuovo valore, «non devono più mirare a una meta egoistica. Non può più esserci un commerciante per il quale l’unico scopo sia di guadagnare denaro; il godimento non deve essere più il contenuto della vita; non è più lecito che degli uomini vivano soltanto per la loro salute».
In questo egli è dunque radicale. Dal punto di vista della scienza dello spirito però non si possono certo dire le cose in modo così radicale: perché si cerca piuttosto di lasciare agli uomini la loro libertà, e perché sappiamo che se essi comprendono il karma e la reincarnazione e tutto il resto che la scienza dello spirito ci offre, riuscirebbero a cavarsela in tutte le situazioni della vita. Ma quest’uomo che sa che l’umanità si trova oggi in un vicolo cieco, afferma con grande assolutezza — direbbe le cose in altro modo se accogliesse la scienza dello spirito — che gli uomini non dovrebbero più guadagnare denaro, non dovrebbero più godere la vita, e non più vivere per la loro salute.
Io una volta — cito un caso fra mille — capitai in un sanatorio per malattie nervose diretto da un’illustre personalità. Vidi sfilare intere schiere di malati di nervi, quando fu l’ora del pranzo; e mi sembrò che il più malato ed esagitato di tutti fosse proprio l’illustre dottore!
Il nostro teologo tanto radicale dice dunque che il contenuto della vita deve cambiare; poi però aggiunge le seguenti parole: «Ciò significa che tutto deve essere fatto come prima, ma deve essere pensato diversamente».
Che riforma della vita! Pensate un po’ che riforma sia quella di un uomo che vede così profondamente nelle necessità del nostro tempo: tutto deve trasformarsi, ma non in modo che si faccia qualcosa di diverso, ma solo che si pensi su tutto in modo diverso: «Queste cose non possono rappresentare l’intima essenza, il fine, il sommo valore. A esse dobbiamo aspirare con la stessa energia; ma dobbiamo valorizzarle — ossia pensarle — secondo una misura nuova».
A queste parole non occorre aggiungere altro. È sufficiente avere attirato su di esse l’attenzione, giacché non le troviamo soltanto in un singolo uomo, ma in tutto il mondo della cultura. E quello che gli uomini sperimentano nei loro destini, non dipende altro che da questa insufficienza del pensare e del sentire; questo è il karma dell’insufficienza del pensare e del sentire. A tutto ciò dobbiamo rivolgere la nostra attenzione. E in quanto studiosi di scienza dello spirito, dobbiamo riuscire a prescindere da tutto lo strepito che oggi si fa nel mondo e che, in virtù di impulsi diversi dai nostri, viene riconosciuto come il sommo valore. Dobbiamo invece a tale riguardo, senza lasciarci obnubilare da ogni sorta di altri sentimenti che oggi reggono il mondo e per influsso dei quali oggi tanto si mente, cercare di guardare veramente in faccia questi fatti; perché tutte queste cose esercitano il loro influsso. Oggi noi viviamo in un mondo in cui una persona come il teologo di cui ho parlato trasmette agli uomini delle vere assurdità: per cui, quando essi l’ascoltano, i suoi brutali pensieri penetrano nei loro cuori e nelle loro anime. Infatti, dopo aver ultimato le sue considerazioni, egli può dire: «Il contenuto di questo libretto consta di dodici conferenze che ho tenuto davanti a un pubblico di più di mille ascoltatori nella città di …».
Ora, il fatto importante è che la cosa sia avvenuta davanti a più di mille persone: questo va considerato! Ed è necessario tener realmente presente tutta la gravità e tutto il significato di questo fatto.
Dopo che noi abbiamo ricavato dal mondo spirituale tante verità, dobbiamo riconoscere che cosa devono essere per noi queste verità ricavate dal mondo spirituale. E dobbiamo perciò anche riconoscere in tali verità la controimmagine di quella concezione che oggi è dominante negli uomini più di quanto non si creda. Perché oggi purtroppo si vive senza pensare. Ed è tanto opprimente per l’anima dover guardare al senso d’ottusità tanto diffuso oggi in tutto il mondo: all’ottusità in cui l’umanità oggi vive nei confronti di ciò che dirige e attua il corso del divenire umano. Vi prego di scusarmi se debbo dire queste cose, ma dobbiamo riconoscerle chiaramente. Noi dobbiamo ricavare le necessarie sfumature di sentimento per il genere di verità che è contenuto nella scienza dello spirito, dandoci anche a osservare la controimmagine di queste sfumature di sentimento. Non si tratterà perciò soltanto di cercare dappertutto delle belle parole che suonino bene, che ci parlino degli alti ideali che devono essere presentati agli uomini; ma si tratta soprattutto di riconoscere ciò che i migliori dei nostri contemporanei non possono riconoscere: ossia che è il mondo spirituale quello che deve esserci dischiuso. Non possiamo ora dilungarci troppo, ma possiamo dire che se l’umanità si è rifiutata per secoli di comprendere il cristianesimo in senso spirituale, ciò ha le sue buone ragioni. Nei primi secoli del cristianesimo esisteva una gnosi. Tutti quanti sapete che la nostra scienza dello spirito non è un rimasticamento della gnosi; la gnosi però fece allora il tentativo di giungere a una scienza dello spirito, e questo tentativo fu represso perché non si voleva che le verità cristiane fossero illuminate da una luce spirituale. La stessa tendenza è stata poi introdotta nella ricerca scientifica. In tal modo l’umanità ha imparato una cosa: ha imparato a combattere per secoli la facoltà di comprensione nei riguardi dello spirituale. Ma ormai è iniziato il tempo in cui, per coloro che sono immersi nella civiltà attuale (che è tutta materialistica, anche se non lo si ammette), il riconoscimento di un vero mondo spirituale diventa proprio difficile; ossia diventa difficile non solo un vago parlare del mondo spirituale, ma una conoscenza veggente del mondo spirituale. Dobbiamo però renderci chiaramente conto che il riconoscere un tale mondo spirituale è una cosa importantissima; e che tutto il resto, ossia tutto quanto dovrà venire come nuova fondazione dell’ordine morale, dell’ordine sociale e anche dell’ordine pratico, potrà attuarsi solo se ne saranno create le basi grazie alla scienza dello spirito, grazie al riconoscimento di fatti spirituali reali e di entità spirituali.
È stata per me una grande soddisfazione poter essere di nuovo qui dopo tanto tempo; e per questo ho creduto mio compito, oggi, aggiungere alla letteratura scientifico-spirituale che già voi conoscete qualcosa che nel nostro movimento si può esprimere forse in modo personale, da anima a anima, affinché possa essere compreso nel giusto modo. Perché nel nostro movimento non si tratta soltanto di accogliere come un catechismo questa o quella nozione di scienza dello spirito, ma si tratta di trovare il giusto rapporto fra l’anima e le conoscenze spirituali. Allora la scienza dello spirito non sarà per noi soltanto una scienza, ma sarà una via di vita, sarà un nutrimento per l’anima; un nutrimento però che non ci sottrarrà la salute e la freschezza dello spirito, ma al contrario le stimolerà in modo che, nonostante tutti i contrasti del mondo esterno, la cui natura oggi abbiamo in parte cercato di scoprire, noi ci potremo inserire armonicamente nel mondo. Oggi ho voluto parlarvi di come ci si possa comportare animicamente rispetto alla scienza dello spirito. E se ho creduto di gettar luce con la scienza dello spirito su di un fenomeno del nostro tempo, questo è stato necessario perché soltanto una chiara, un’evidente veduta nel divenire del mondo in cui viviamo, potrà farci trovare, in quanto seguaci della concezione antroposofica, il giusto atteggiamento interiore, la giusta armonia. E da questa armonia scaturirà anche l’armonia della nostra vita. Il nostro ideale è che questa armonia della vita venga sempre più prodotta dalla scienza dello spirito. Conforme a questo ideale ho voluto oggi parlarvi.
La meta dei nostri studi scientifico-spirituali è quella di formarci rappresentazioni sul modo in cui noi uomini viviamo congiunti con i mondi spirituali, così come, mediante il nostro corpo fisico, con le sue esperienze e percezioni, siamo congiunti col mondo fisico. Per le nostre considerazioni possiamo sempre riallacciarci a quanto abbiamo conosciuto nel corso degli anni.
Il mondo che per primo sta dietro a quello che è percepito dai nostri sensi e al quale sono rivolti i nostri impulsi volitivi, esplicati mediante il corpo fisico e le nostre azioni, è il mondo elementare. Naturalmente si potrebbe usare anche un altro nome. Rappresentazioni chiare di questi mondi soprasensibili, però, noi le riceviamo quando ci caliamo un poco nella nostra peculiarità, quando cerchiamo di conoscere cosa essi siano per noi stessi in quanto uomini. L’intera nostra vita fra nascita e morte — ma anche quella che scorre fra morte e una nuova nascita — dipende dal nostro vivere congiunti con i diversi mondi che ci si spiegano innanzi.
Per mondo elementare intendiamo quello che può venir percepito soltanto per mezzo di immaginazioni: perciò questo mondo elementare si può anche chiamare il mondo immaginativo. Nella vita solita, non è dato all’uomo di rendersi pienamente cosciente delle sue percezioni immaginative del mondo elementare. Ciò non toglie però che queste immaginazioni ci siano, e che in qualsiasi momento della nostra vita di veglia o di sonno, noi ci troviamo in rapporto col mondo elementare e ne riceviamo delle immaginazioni. Esse fluttuano realmente su e giù in noi, inosservate ma continue. E come, aprendo gli occhi e gli orecchi fisici al mondo esteriore, abbiamo sensazioni di colore e di luce, sensazioni di suoni, così riceviamo continue impressioni dal mondo elementare, le quali producono, nel nostro corpo eterico, le immaginazioni. Esse sono diverse dai soliti pensieri quotidiani, perché a questi prende parte, come strumento di elaborazione e di esperienza, soltanto la testa umana, mentre alle immaginazioni partecipa quasi tutto l’organismo, e nella fattispecie l’organismo eterico. Nel nostro organismo eterico si svolgono pur sempre queste immaginazioni, che ora possiamo dire inconsce, e che diventano coscienti soltanto per la conoscenza che si ottiene per mezzo della disciplina occulta.
Sebbene, durante la vita d’ogni giorno, queste immaginazioni non affiorino in modo diretto e immediato alla coscienza, sono per noi tutt’altro che insignificanti; anzi, per il complesso della nostra vita, sono molto più importanti che non le percezioni dei sensi, poiché a queste ultime noi siamo collegati molto meno intensamente e intimamente che non alle immaginazioni. Nella nostra qualità di uomini fisici, riceviamo poche immaginazioni dal regno minerale; assai più ne riceviamo al contatto del mondo vegetale e di quello animale; ma di gran lunga la massima parte di ciò che vive come immaginazioni nel nostro corpo eterico proviene dai rapporti che intratteniamo coi nostri simili, e dalle conseguenze che questi rapporti hanno per la nostra vita. A guardar bene, tutto il nostro rapporto col prossimo si fonda su immaginazioni, le quali risultano sempre dal modo in cui moviamo incontro agli altri esseri umani. Ripeto che, per la coscienza solita, tutto ciò non si palesa affatto come immaginazione, ma si afferma nelle simpatie e nelle antipatie che hanno una parte così grande e così vasta nella nostra vita e che si esplicano in sentimenti indefiniti, in vaghe avversioni o inclinazioni, in tutti gli affetti da cui scaturiscono amicizia o amore, i quali, a loro volta, possono accrescersi al punto da farci credere che, privi di una data persona, non potremmo più vivere.
Tutto ciò si fonda sulle immaginazioni che sempre vengono suscitate nel nostro corpo eterico dalla convivenza coi nostri simili. Durante la vita, portiamo sempre in noi qualcosa che non è perfettamente giusto chiamare ricordo, poiché è molto più reale del ricordo: portiamo in noi, per così dire, questi “ricordi intensificati”, cioè le immaginazioni che abbiamo ricevute e riceviamo, da tutte le impressioni lasciate in noi dagli uomini coi quali siamo stati insieme. Buona parte di ciò che, in genere, chiamiamo la nostra vita interiore, consta di queste immaginazioni; non già quella vita interiore che vive nei ricordi netti e precisi, ma quella che si esprime in uno stato d’animo generale, in una complessiva concezione del mondo e della nostra convivenza col prossimo. Vivremmo indifferenti al contatto del mondo circostante, se non svolgessimo così una vita immaginativa nella convivenza con gli altri esseri e segnatamente con gli altri uomini.
La facoltà che qui conta, e che dobbiamo osservare come appartenente in maniera specialissima al mondo elementare e alla nostra vita eterica, è quella che chiamiamo il vivo interessamento della nostra anima per il mondo circostante. Si dà il caso che ciò che è insito in queste forze radicate prevalentemente nel nostro corpo eterico si affermi con l’attrarci di colpo entro alla sfera di un dato interesse per una persona. Ora, un interesse di questo genere che spunta così in un uomo verso un altro uomo, è fondato su rapporti ben determinati che insorgono fra l’uno e l’altro uomo eterico e che provocano il giuoco alterno delle immaginazioni. E noi viviamo con queste immaginazioni e con questi interessi, della cui azione, intensità ed eco spesso non ci possiamo render conto, o solo vagamente, o non osserviamo neppure, data la nostra vita quotidiana non ben desta, com’è noto, bensì più o meno ottusa.
Nell’ambito di tutto ciò, apparteniamo al mondo elementare, ricevendone il nostro proprio corpo eterico che è lo strumento per comunicare col mondo elementare stesso. Ma mediante il nostro corpo eterico, non soltanto entriamo in rapporto con altri corpi eterici appartenenti a esseri fisici; bensì, per mezzo del nostro corpo eterico, siamo anche affini a delle entità spirituali di natura elementare, e sono appunto delle entità di natura elementare quelle che possono suscitare per noi uomini delle immaginazioni, sia coscienti, sia incoscienti. E noi stiamo sempre in rapporto con una moltitudine di esseri elementari. Gli uomini si differenziano tra loro per il fatto che gli uni hanno relazione con una data somma di entità elementari, gli altri con altre; ma cosicché, per esempio, i rapporti di un uomo con certe entità elementari possono coincidere con i rapporti che ha un altro con le medesime entità. Soltanto, dobbiamo tener presente che, mentre siamo sempre imparentati, per così dire, con un buon numero di entità elementari, abbiamo però delle relazioni particolarmente intense con una data entità che è, in certo modo, la controimmagine del nostro proprio corpo eterico. Si può dire che il nostro proprio corpo eterico abbia rapporti intrinseci con uno speciale essere eterico. E come il nostro corpo eterico, fra la nascita e la morte, svolge col mondo fisico i suoi rapporti speciali, così questo essere eterico (la controimmagine, in certo modo il polo opposto del nostro corpo eterico) ci mette in rapporto col complessivo mondo elementare, col mondo elementare cosmico circostante.
Qui vediamo dunque un mondo elementare a cui noi stessi apparteniamo col nostro corpo eterico, e nel quale intratteniamo relazioni concrete con determinate entità elementari. Si tratta, in verità, di esseri altrettanto reali quanto sono reali gli uomini e gli animali qui nel mondo fisico: quegli esseri però non discendono fino all’incarnazione, ma soltanto fino all’eterizzazione; la loro corporeità più densa è appunto una corporeità eterica. Come qui ci aggiriamo tra uomini fisici, così ci aggiriamo di continuo anche tra siffatte entità elementari. Altre sono più lontane da noi, ma hanno, a loro volta, i loro rapporti con altri uomini. Un dato numero di queste entità è tuttavia specialmente vicino a noi, ed una ha con noi rapporti della massima intimità ed è mediatrice delle nostre relazioni col mondo elementare cosmico.
Subito dopo aver passato la porta della morte, restando congiunti ancora per alcuni giorni col nostro corpo eterico, noi stessi siamo esseri come queste entità elementari. Noi stessi diventiamo in certo qual modo un siffatto essere elementare. Già varie volte abbiamo descritto questo processo del nostro transito; ma quanto più esattamente lo si considera, tanto più esatte immaginazioni ne provengono — poiché le impressioni che riceviamo dall’uomo, immediatamente dopo la sua morte, consistono appunto in immaginazioni. Ora, un’indagine più precisa ci mostra che subito dopo la morte ha luogo una certa azione scambievole fra il nostro corpo eterico e la sua controimmagine eterica. Il fatto che alcuni giorni dopo la morte il nostro corpo eterico ci viene tolto, si fonda essenzialmente sul venir esso, in certo qual modo, attirato, assorbito dalla sua controimmagine eterica che diventa una con esso; sicché, realmente, alcuni giorni dopo la morte deponiamo il nostro corpo eterico; in certo modo lo restituiamo, ma lo restituiamo alla nostra controimmagine eterica. Per il fatto che il nostro corpo eterico ci viene tolto dalla nostra immagine cosmica, risultano ora evidenti i nessi del tutto particolari esistenti fra ciò che ci è stato tolto e le altre entità elementari con le quali siamo stati in relazione durante la vita. Tra il nostro corpo eterico, ora fuso con la sua controimmagine, e le altre entità elementari con le quali eravamo collegati durante la vita, si determina un rapporto paragonabile con quello che c’è tra il Sole e un sistema planetario a esso appartenente. In certo qual modo, il nostro corpo eterico, unito alla sua controimmagine cosmica, forma una specie di Sole, mentre le altre entità elementari circondano questo Sole come una sorta di sistema planetario. Nel prodursi di questa vicenda — che con parole astratte potremmo chiamare “dissoluzione” e che è in sostanza un’azione delle forze in gioco entro questo sistema solare che ci lasciamo dietro — vengono generate quelle forze che inseriscono nel mondo elementare, in giusto modo e in un lento divenire, ciò che il nostro corpo eterico può apportarvi. Tutto ciò che ci siamo conquistati per il nostro corpo eterico nel corso della vita, diventa ora a poco a poco membro del mondo spirituale, s’intesse nelle energie del mondo spirituale. Dobbiamo perciò renderci chiaramente conto che ogni pensiero, ogni rappresentazione, ogni sentimento che sviluppiamo, pur rimanendo ancora celato, ha il suo significato per il mondo spirituale, del quale diviene membro dopo esservi entrato insieme al nostro corpo eterico, quando la coesione s’è rotta con la morte. Noi non viviamo inutilmente. I frutti della nostra vita, come noi li accogliamo nei pensieri che elaboriamo, vengono annessi nel cosmo. Ciò è qualcosa che dobbiamo sentire profondamente, se vogliamo stare correttamente nel movimento scientifico-spirituale. Poiché non si è scienziati dello spirito solo perché si sanno certe cose, ma perché attraverso la conoscenza ci si sente entro il mondo spirituale, ci si sente suoi membri e si sa: “Il pensiero che tu adesso coltivi ha un significato per l’intero universo, poiché con la tua morte si muterà in una forma a esso corrispondente”.
Con ciò che viene così affidato all’universo, possiamo avere a che fare nell’una o nell’altra forma, dopo la morte di un uomo. E molti dei modi in cui i defunti sono presenti ai superstiti, si fondano appunto sul fatto che l’uomo eterico, il quale propriamente è stato deposto dalla reale individualità umana, rimanda ai vivi le proprie immaginazioni. Se il vivo possiede abbastanza sensibilità, o se è in una qualsiasi condizione anormale, o se vi si è preparato normalmente mediante una disciplina spirituale confacente, gli influssi di ciò che così è stato consegnato al mondo spirituale da un morto, gli influssi d’indole immaginativa possono sorgere in lui anche in maniera cosciente. Infatti, fra ciò che è vera e propria individualità umana separatasi dall’eterico e questo stesso elemento eterico, permane un collegamento che determina un’azione scambievole. E ciò risulta nel modo più chiaro dalla possibilità, a cui arriva la vera disciplina occulta, d’intrattenere un rapporto reale con l’uno o con l’altro defunto. Una maniera ben determinata di svolgere tale rapporto può allora consistere nel fatto che il morto trasmette al proprio corpo eterico ciò che egli stesso vuol far pervenire fino a noi che siamo ancor qui nel mondo fisico; poiché soltanto se egli lo trasmette al proprio corpo eterico e in certo modo ve l’iscrive, noi possiamo (finché viviamo qui nel corpo fisico) avere delle percezioni dei defunti in quelle che si chiamano immaginazioni. Non appena si hanno reali immaginazioni, ne è trasmettitore il corpo eterico del morto. Non dobbiamo figurarci che questa sua funzione nuoccia all’affettuosità dei nostri rapporti col morto. Com’è di un uomo che incontriamo nel mondo esteriore e che ci trasmette il suo aspetto, la sua figura, mediante l’immagine che egli suscita in noi attraverso ai nostri occhi, così è di questa mediazione del corpo eterico. Il corpo eterico del morto sta fuori di lui, ma egli è in intimo rapporto con questo corpo eterico, sicché può iscrivervi ciò che vive in lui e noi ve lo possiamo leggere sotto forma d’immaginazioni. Indubbiamente però, se chi possiede una preparazione occulta vuole comunicare così con un morto per tramite d’un corpo eterico, occorre che — o nell’ultima sua vita fra nascita e morte, o in precedenti incarnazioni — abbia intrattenuto con l’estinto dei rapporti da cui la sua anima sia stata presa a tal segno da permettergli che le immaginazioni possano fare su di lui un’impressione. Ciò è possibile soltanto quando ci sia stato in modo definito ed intenso un immediato interesse di affetto per il morto stesso. La sfera di mediazione tra i vivi e i morti, perché possa prodursi una comunicazione, sia essa osservata o permanga inosservata — parleremo anche di quest’ultimo caso —, dev’essere costituita da interessi affettivi di natura tale da far sì che noi stessi portiamo in noi, in certo modo, qualcosa del morto, e che egli, in un certo senso, abbia formato almeno una parte del nostro vissuto. Solo chi abbia attraversato una disciplina occulta può procurarsi un surrogato, per esempio lasciando agire su di sé uno scritto o un altro oggetto in cui viva l’individualità del defunto — cosa che all’inizio si manifesta esteriormente, ma che può essere mutata in qualcosa di assai più interiore mediante la disciplina occulta. Questo tale dovrà però aver conseguito una certa pratica nella comunicazione con un’individualità, nella misura in cui questa individualità si esprime e si esplica nella scrittura; oppure dovrà procurarsene il mezzo con l’immedesimarsi molto vivacemente nei sentimenti dei superstiti, condividendo il loro dolore per l’estinto. Con l’accogliere nel proprio sentimento questa corrente di sentimenti concreti che dal morto fluiscono nei suoi cari e vivono e permangono in essi, col dividere quella loro comunione di affetti col morto, egli potrà dunque prepararsi a leggere nelle suddette immaginazioni.
Ora, dobbiamo avere ben chiaro che l’osservazione di queste immaginazioni che scaturiscono dal corpo eterico dipende indubbiamente da una disciplina occulta o da altre diverse circostanze, ma non per questo esiste in minor grado ciò che dagli uomini non viene osservato. Gli uomini del mondo fisico non sono circondati soltanto dalle forze elementari, sotto specie di immaginazioni, generate dal corpo fisico di un uomo vivente: nel nostro corpo eterico si svolge un giuoco continuo di immaginazioni che accogliamo in noi, anche senza accorgercene, da parte di coloro cui fummo legati da un vincolo qualsiasi e che hanno varcato prima di noi la soglia della morte. Come siamo fisicamente uniti con l’aria circostante, così possiamo ben dire che siamo in rapporto con l’intero mondo elementare ed anche con tutto ciò che, dei morti, vive nel mondo elementare. È impossibile conoscere la vita umana senza saper nulla di questi nessi. Sono, certo, nessi d’indole così sottile, così intima, che la maggior parte degli uomini ben poco li osserva. Ma chi vorrebbe negare che l’uomo, alla fin fine, non permane sempre uguale mentre percorre la via fra la nascita e la morte?
Proviamo a guardare indietro nella nostra vita: se anche, apparentemente, la vedremo fluire in un decorso continuativo, scorgeremo ben presto come essa ci abbia condotto di qua e di là, come ci siano accaduti casi diversi che, sebbene non abbiano fatto deviare subito la nostra vita in un corso affatto nuovo — il che, in parte, è anche stato —, l’hanno tuttavia arricchita, in un modo o in un altro, di gioia o di dolore; in un modo o in un altro l’hanno portata ad altre condizioni e circostanze. Sappiamo che quando ci trasferiamo in un’altra contrada, la composizione differente dell’atmosfera può modificare il tenore della nostra salute. Queste diverse disposizioni d’anima alle quali accenniamo e nelle quali nel corso della nostra vita veniamo a trovarci, provengono dagli influssi del mondo elementare e, per non piccola parte, sono dovute all’influsso di quei morti con i quali già eravamo in qualche rapporto. Più d’uno s’imbatte nella vita in un amico o in una persona qualsiasi cui si lega in qualche modo, o cui deve usare dei favori o forse rivolgere un rimprovero. Il verificarsi di tale incontro presuppone l’intervento di determinate forze. E chi riconosce le concatenazioni occulte del mondo, sa che quando due uomini vengono condotti a incontrarsi insieme per un fine o per un altro, cooperano a questo incontro una o più persone fra quelle che prima di noi hanno varcato la soglia della morte. Non per questo si menoma la libertà della vita. Poiché, come non diventiamo meno liberi per il fatto che, non mangiando, moriremmo di fame, e nessuno che non sia uno stolto dirà: “l’uomo non può essere libero, perché è costretto a mangiare”, così non si può dire che perdiamo la libertà perché la nostra anima riceve di continuo, nella maniera descritta, gli influssi del mondo elementare. In realtà, come siamo collegati col caldo e col freddo, con ciò che diviene il nostro nutrimento, con l’aria circostante, così siamo collegati soprattutto con ciò che proviene da coloro che sono morti prima di noi, oltre che, naturalmente, col resto del mondo elementare. Sicché davvero si può dire che l’azione dell’uomo a favore dei suoi simili non cessa dopo la morte; egli, mediante il suo corpo eterico, trasmette le sue immaginazioni a quelle anime cui fu legato in vita. A dire il vero, questo mondo al quale accenniamo (anche se, per buone ragioni, si sottrae all’osservazione della vita quotidiana) ha per la vita di noi uomini una realtà molto maggiore di quello che comunemente chiamiamo “reale”.
Un regno ulteriore che ci sta intorno di continuo e al quale apparteniamo altrettanto quanto al mondo elementare, potremmo chiamarlo il mondo animico o astrale. Col mondo elementare, nello stato di veglia, siamo sempre collegati; nello stato di sonno, quando l’io e il corpo astrale stanno fuori del corpo fisico ed eterico, questi ultimi sono collegati al mondo elementare in modo mediato. Ma con il mondo superiore che intendo ora, noi stiamo nel collegamento più immediato durante il sonno, quando il nostro corpo astrale ci attornia liberamente; così pure nella veglia, sebbene allora questo collegamento subisca una mediazione e quindi non sia immediato.
Ed anche qui, in questo mondo — noi lo chiamiamo animico, i filosofi medioevali lo chiamavano celeste — troviamo delle entità altrettanto reali, anzi più reali di quanto lo siamo noi mentre viviamo fra la nascita e la morte: delle entità che però non hanno bisogno di scendere fino a vestire un corpo fisico, alcune neppure un corpo eterico; bensì vivono, come nella loro corporeità inferiore, in quel corpo che chiamiamo astrale. Noi stiamo in intimo, continuo rapporto con un gran numero di tali entità puramente astrali, sia durante la vita, sia dopo la morte. E di nuovo gli uomini si differenziano tra loro per la ragione che gli uni hanno rapporto con date entità astrali, gli altri con altre; sebbene questi rapporti possano essere tali che due uomini hanno rapporti comuni con uno o più esseri astrali.
A questo mondo dunque, ove si trovano questi esseri astrali, apparteniamo noi stessi dal momento in cui, varcata la soglia della morte, abbiamo deposto il nostro corpo eterico. Con la nostra individualità siamo infatti allora entità come queste, e il nostro ambiente immediato sono le entità del mondo animico. Il rapporto in cui stiamo allora con ciò che è contenuto nel mondo elementare è tale da permetterci di suscitare in esso ciò che determina le immaginazioni già descritte. Ma il mondo elementare l’abbiamo allora, in certo modo, al di fuori di noi; esso è, possiamo anche dire, sotto di noi, ed è piuttosto una parte di cui ci serviamo per comunicare col resto del mondo; mentre a quel mondo, or ora definito come mondo animico, noi stessi apparteniamo in modo immediato. Infatti, prendiamo contatto e intratteniamo rapporti con le entità del mondo animico, perciò anche con quegli uomini che hanno già varcato la soglia della morte e che hanno deposto, dopo alcuni giorni, il loro corpo eterico. E precisamente come noi riceviamo, anche senza avvedercene, continui influssi dal mondo elementare, così riceviamo pure continuamente dal mondo animico influssi immediati nel nostro corpo astrale. Soltanto gli influssi immediati — di quelli mediati abbiamo visto che è tramite il corpo eterico — possono essere ispirazioni.
Questo influsso del mondo animico su di noi ci riuscirà comprensibile, se prima accennerò al modo in cui si presenta a chi, attraversata una disciplina occulta, è in grado di accogliere delle ispirazioni dal mondo spirituale. Gli si presenta in modo che di queste ispirazioni egli può giungere a coscienza soltanto se riesce ad accogliere comunque nell’anima qualcosa dell’essere che vuole ispirarlo, qualcosa delle sue qualità, tendenze, direttive di vita. Se chi possiede una disciplina spirituale intende svolgere con il defunto dei rapporti coscienti, non soltanto per via indiretta attraverso il corpo eterico, ma per questa via diretta attraverso l’ispirazione, allora è necessario che la sua anima porti in sé ancora di più di quello che vi potrebbero suscitare l’interessamento e la partecipazione. Egli deve, in certo modo, per breve tempo almeno, sapersi trasformare così da far sue le abitudini, l’indole di quell’essere, di quell’essere umano, diciamo pure, col quale intende comunicare. Deve sapersi immedesimare in lui a tal segno da poter dire a se stesso: “tu ti appropri delle sue abitudini fino al punto d’essere capace di fare ciò che potrebbe fare, sentire, volere lui stesso”. Ciò che importa è il “potrebbe”. Questa possibilità deve esistere. Bisogna dunque arrivare a sentirsi congiunti col morto ancora più intimamente, e chi abbia uno sviluppo occulto, dispone a tal fine di mezzi diversi, purché il morto stesso si lasci avvicinare così. Soltanto, dobbiamo renderci conto che le entità appartenenti a questo mondo da noi ora chiamato animico, stanno di fronte al mondo in maniera tutta diversa da noi uomini qui nel corpo fisico; e che, quindi, condizioni specialissime reggono i rapporti con questi esseri: condizioni specialissime reggono dunque anche i rapporti coi defunti, finché essi sono nel loro corpo astrale, cioè sono semplici esseri astrali. Intorno a ciò potremo rilevare segnatamente alcune singolarità. Vedete: ciò che noi uomini nel corpo fisico svolgiamo per la nostra vita, qui, mediante questa o quella relazione che intratteniamo con altri uomini, assume per i morti un genere d’interesse affatto diverso. Qui in terra noi sviluppiamo simpatie e antipatie, le quali, così come le sviluppiamo finché siamo vivi nel corpo fisico, subiscono l’influsso dell’esistenza che appunto il corpo fisico e le sue condizioni ci trasmettono; subiscono l’influsso della nostra vanità e del nostro egoismo. Noi amiamo gli uomini, li odiamo. Per lo più, indubbiamente, ci curiamo ben poco d’indagare le ragioni del nostro amore e del nostro odio, delle nostre simpatie e antipatie; anzi, spesso rifuggiamo dall’occuparcene per la semplice ragione che il più delle volte ne risulterebbero cose oltremodo spiacevoli. Se indagassimo il fatto che si esprime, per esempio, nel nostro scarso amore per questo o per quell’uomo, saremmo costretti ad ascriverci una tal somma di pregiudizi, di vanagloria e di altre qualità ancora, che ne avremmo paura. E così non ci rendiamo chiaramente conto perché odiamo questo o quell’uomo. Ma, infine, anche rispetto all’amore spesso accade altrettanto. Da ciò consegue lo svilupparsi d’interessi, di simpatie e antipatie che proprio non hanno vera importanza se non per la nostra vita terrena. Ma tutto quello che si svolge così, interesse o altro, dà poi l’impulso alle nostre azioni, dà la direttiva alla nostra vita.
Ora, sarebbe del tutto errato credere che alle cose le quali si riallacciano in tal modo a interessi effimeri, a fuggevoli simpatie e antipatie, i morti possano partecipare come vi partecipiamo noi quaggiù. Il morto ha la necessità di guardare a queste cose da un tutt’altro punto di vista. Se solo ci rendessimo conto di quanto siamo condizionati, nel giudicare le persone, dai nostri sentimenti soggettivi, dai nostri interessi, dalla nostra vanità, dal nostro egoismo, non crederemmo che i morti possano interessarsi a questo tipo di relazioni e alle azioni che ne derivano. Ma neppure dobbiamo credere che il morto non veda ciò che vive nella nostra anima. Il morto lo vede bene, vi prende parte; ma egli vede ancora dell’altro, poiché ha una facoltà di giudizio del tutto diversa da quella dei viventi. Insomma egli osserva gli uomini in modo del tutto diverso. Chiediamoci dunque — e questa è la cosa essenziale — come il morto osservi gli uomini che sono qui sulla Terra — e non crediamo che il morto non abbia un attivo interesse per il vivo. Egli l’ha, poiché il mondo umano è parte dell’intero cosmo, e la nostra vita vi appartiene. E come noi c’interessiamo ai regni inferiori nel mondo fisico, così i morti s’interessano intensamente al mondo umano e in esso inviano i loro impulsi: attraverso i viventi operano nel mondo. Abbiamo spesso dato esempi di come i morti continuino ad agire dopo aver attraversato la porta della morte.
Ma il morto vede con precisione soprattutto una cosa. Vede l’uomo che segue degli impulsi di odio, che odia, mosso da stimoli meramente personali, questo o quell’uomo. A norma della sua veggenza e di ciò ch’egli può sapere, il morto deve fare agire su di sé esattamente la parte che ha, per esempio, Arimane nel suggerire all’uomo quest’odio: il morto vede lavorare Arimane intorno all’uomo. D’altro canto, se l’uomo qui è vanitoso, il morto vede Lucifero lavorargli intorno. L’essenziale è il fatto che gli uomini di quaggiù egli li vede congiunti col mondo arimanico-luciferico. Sicché, in verità, quell’elemento che spesso colora in tutto e per tutto il nostro giudizio umano, resta escluso per il morto. A noi accade, osservando il tale o il tal altro, di doverlo giudicare male a proposito di questo o di quello; ed ascriviamo a lui quanto in lui troviamo degno di biasimo. Il morto non ascrive ciò direttamente all’uomo, ma scorge come egli venga sedotto da Arimane o da Lucifero. Si smorza, così, quella netta differenziazione di sentimenti che durante la vita terrena fisica nutriamo per questo o per quell’uomo. E sorge nel morto, assai più, una specie di amore umano generale. Non che questo gli impedisca la critica, ossia di vedere in giusta maniera il male. Certo che lo vede! Soltanto, egli può farlo risalire alle sue origini, alle sue connessioni.
Ma tutto quello che vi ho esposto fa pure sì che l’uomo educato a una disciplina occulta può propriamente avvicinarsi in modo cosciente a un morto solo se prima si è realmente liberato da simpatie e antipatie personali verso i singoli uomini. Cosa accadrebbe infatti se un chiaroveggente, il quale perseguitasse un uomo con odio specialissimo (con un odio scaturito unicamente da circostanze personali) si accostasse a un morto qualsiasi per accogliere nella coscienza le ispirazioni che questi gli trasmette? Accadrebbe che, come la mano evita il fuoco, così il morto eviterebbe un uomo capace di odiare in tal modo per ragioni personali. Non potrebbe avvicinarglisi, perché l’odio agirebbe su di lui come il fuoco!
Per entrare in un rapporto cosciente coi morti bisogna, come loro, sapersi rendere in certo qual modo indipendenti da simpatie e antipatie personali. Sicché potrete anche comprendere come tutto il rapporto dei morti coi viventi, in quanto si basa sulle ispirazioni (le quali, anche se non rilevate, ci sono sempre nel corpo astrale degli uomini, di modo che essi restino sempre in questo diretto contatto con i morti), dipenda dallo stato d’animo che ci è proprio nella nostra vita qui sulla Terra. Se nutriamo sentimenti d’inimicizia, se non partecipiamo alla vita del mondo circostante, se, soprattutto, non proviamo un interesse spregiudicato per il nostro prossimo, allora i morti non possono avvicinarsi a noi come vorrebbero: non possono, in maniera giusta, trasferirsi nella nostra anima; oppure, se lo debbono, ciò viene reso loro, come si sia, particolarmente difficile, e vi riescono soltanto a prezzo di dolore e di sofferenza. Questi legami di vita fra morti e vivi sono, in genere, cosa assai complicata. È però evidente che, anche per il fatto immediato d’ispirare, dopo morto, i viventi sul piano fisico, l’uomo esercita un’azione al di là del momento in cui ha varcato la soglia della morte. Ed è assolutamente vero che coloro i quali vivono sulla Terra in qualsivoglia epoca, dipendono intensamente, specie nel modo di pensare, di sentire, di avere speciali inclinazioni, da coloro che sono morti prima e che in vita hanno avuto relazione con essi o stabiliscono un rapporto solo dopo la morte; cosa che in date circostanze può avvenire, sebbene sia più difficile.
Una certa parte dell’ordine universale, del progresso dell’umanità poggia assolutamente sull’influsso ispiratore che i morti tramandano così nella vita dell’uomo terreno. Già negli istinti umani c’è un sentore di questo influsso, un sentore che la cosa debba essere così. E ciò lo possiamo vedere, se osserviamo un tenore di vita, già un tempo molto diffuso, e che ora è in decadenza per il progressivo evolversi dell’umanità verso forme di vita sempre nuove. Prima, quando gli uomini avevano un più chiaro presagio dell’effettiva realtà dei mondi dello spirito, presagivano anche molto più delle premesse necessarie all’insieme della vita e sapevano che i vivi hanno bisogno dei morti, che hanno bisogno di far penetrare nelle loro abitudini gli impulsi dei morti. Che cosa si faceva allora? Ripensate alla consuetudine dei tempi passati, quando in larghe cerchie della vita umana si usava che il padre procurasse di tramandare al figlio la propria azienda, di fargli continuare la propria attività nella stessa maniera. Quando poi il padre era morto da un pezzo, il mondo fisico creava tra loro un tramite, un legame, sicché perdurava un’affinità tra l’attività del figlio e quella già esercitata dal padre, e questi poteva continuare ad agire attraverso al figlio. Molte cose della vita avevano in ciò il loro fondamento. E se intere classi sociali ci tengono molto a che in seno a esse o alle famiglie a esse appartenenti si tramandi questa o quella eredità, vera e reale, ciò dipende da un oscuro sentore del fatto che negli usi di vita dei discendenti debbono inserirsi gli usi di vita degli antenati.
Come sapete, queste cose cessano col progredire del genere umano: ed è facile prevedere un avvenire in cui queste eredità, queste condizioni conservative perderanno ogni valore. I legami fisici non potranno più sussistere allo stesso modo come pel passato. Ma tanto più gli uomini dovranno attingere dalle conoscenze scientifico-spirituali la luce necessaria, perché riescano a riallacciarsi coscientemente a queste consuetudini di vita d’altri tempi: consuetudini su cui bisognava calcolare, affinché la vita potesse procedere in maniera continuativa. Dall’inizio del quinto periodo postatlantico, noi viviamo in un’epoca di transizione pervasa più o meno dal caos. Ma subentreranno poi delle condizioni che, grazie alla conoscenza delle verità scientifico-spirituali, ci permetteranno di ricollegarci al passato in maniera molto più cosciente. Gli uomini l’hanno già fatto, istintivamente; ma ciò che oggi è ancora istintivo dev’essere tramutato in coscienza. Non ci si bada, ma chi soltanto potesse studiare la storia spiritualmente, già si accorgerebbe — purché curasse i rapporti reali e non le astrazioni orrende con le quali oggi lavorano appunto le cosiddette scienze spirituali — come ciò che in una data epoca s’insegna, debba il proprio carattere unicamente a questo certo richiamarsi inconscio e istintivo a quanto i morti fanno fluire in seno al presente. Se verrà giorno in cui si saprà studiare sul serio i grandi pensieri pedagogici diffusi in una data epoca dai veri portatori della pedagogia, e non dai ciarlatani, allora si vedrà che questi pensieri fondamentali della pedagogia derivano da una trasposizione collettiva delle consuetudini di coloro che sono morti da un certo tempo e che le fanno fluire quaggiù.
Si svolge così una comunione molto più intima con l’uomo: poiché quello che agisce nel corpo astrale penetra molto più nell’interiorità di quanto non faccia ciò che agisce nell’eterico. I morti conseguono dunque con gli uomini una comunione molto più intima di quanto non conseguano i corpi eterici o qualsiasi essere elementare di altra specie. Ma da ciò vedete che la successione dei tempi nella vita umana è sempre determinata dai tempi anteriori; ossia, che i tempi anteriori continuano pur sempre a vivere nei tempi successivi. Poiché, per quanto appaia strano, soltanto dopo la nostra morte ci maturiamo proprio a tal segno da poter agire sugli altri uomini, esplicando la nostra azione in modo immediato nella loro interiorità. Quello che non dovremmo fare, cioè imporre le nostre consuetudini a un uomo maggiorenne (intendo maggiorenne spiritualmente), è invece cosa giusta e rispondente alle condizioni del progresso dell’umanità, dopo che noi stessi abbiamo varcato la soglia della morte. Queste cose avvengono veramente, oltre a tutto il resto che è contenuto nel karma progressivo e nelle leggi generali delle incarnazioni. E se ricercate le cause segrete per cui gli uomini, diciamo, di quest’anno, fanno l’una o l’altra cosa, troverete a proposito di molte questioni (non dico di tutte, ma di molte) che la ragione per cui le fanno risiede in dati impulsi che fluiscono da coloro che sono morti venti o trent’anni or sono, e da più tempo ancora. Questi sono i collegamenti occulti, ma concreti, tra il mondo fisico e il mondo spirituale. Poiché non già per noi soli va maturando qualcosa in ciò che portiamo dopo la morte, bensì anche per il resto del mondo; però, soltanto da un determinato momento in poi matura al punto da poter agire sugli altri. Attenzione: non parlo di alcunché di esteriore, ma di azione interiore, reale e spirituale. Se alcuno ricorda gli usi di suo padre o di suo nonno defunti, e, richiamandoli alla memoria, ripete ancora gli stessi usi sul piano fisico, non è ciò che io intendo; è tutt’altra cosa. Io intendo proprio parlare degli influssi dell’ispirazione, che non sono dunque percepibili dalla coscienza solita, ma che si fanno valere nelle consuetudini, nell’intimo del nostro carattere. Molte cose nella nostra vita si fondano anche sul fatto che ci vediamo costretti a liberarci da certi influssi, bene intenzionati persino, che ci vengono dai morti; anzi, questa necessità di affrancarci qua e là, spesso ci giova alla conquista della nostra libertà interiore. Si svolgono nell’anima delle lotte interne di cui spesso l’uomo non sa darsi ragione e che gli riusciranno comprensibili, se considerate alla luce che emana in vari modi da siffatte conoscenze. Si potrebbe dire che in noi rumoreggia il passato, che le anime del passato rumoreggiano realmente nella nostra interiorità.
Queste sono semplicemente delle verità che si rivelano a noi per veggenza spirituale. Ma gli uomini, specialmente nella vita d’oggi — non sempre è stato così, e chi può studiare spiritualmente il decorso storico lo sa — hanno un singolarissimo rapporto con queste verità: ne hanno un’atroce paura inconscia. Ed è questa inconscia paura di affrontare la conoscenza della nostra posizione nell’universo, la conoscenza dei vincoli misteriosi che non solo legano anima ad anima qui nel mondo, ma anima ad anima qui e nell’altro mondo, è questa paura a trattenere gli uomini fuori della nostra cerchia, a renderli istintivamente riluttanti alla scienza dello spirito. Gli uomini temono di conoscere la realtà. Non suppongono neppure come con il non voler conoscere la realtà interferiscano con tutto il corso dell’universo, turbandolo; turbando soprattutto quella vita che dovranno poi trascorrere fra la morte ed una nuova nascita: vita che esige una chiara penetrazione di tutti questi rapporti.
Ancora più maturo diventa ciò che vive in noi, quando non ha più bisogno di fermarsi all’ispirazione, ma può giungere a diventare intuizione (nel senso in cui ne parlo nel libro Iniziazione). Ma soltanto un’entità alla quale non resti assolutamente altro fuor che un “corpo spirituale” — mi si consenta l’espressione paradossale — può essere intuizione. Di agire intuitivamente in questo senso su altri esseri, quindi anche su degli esseri ancora incarnati qui nella vita fisica, è possibile all’uomo soltanto dopo che egli abbia deposto il suo corpo astrale ed egli stesso appartenga interamente al mondo dello spirito: dunque, decenni dopo la sua morte. Allora il suo influsso può discendere sugli altri uomini non solo mediante ispirazione (come ho già descritto) ma anche mediante intuizione. Allora soltanto, quale io che ora si trova nel mondo spirituale, l’uomo opera in modo spirituale nell’io altrui. Prima egli agiva ispirativamente nel corpo astrale o, per via indiretta, mediante il corpo eterico, nel corpo eterico dell’uomo. Come io può agire in modo immediato (bene inteso, in pari tempo anche mediatamente) chi è già morto da decenni. E ora veramente l’individualità umana si è resa matura tanto da poter vivere non solo nell’intimo delle abitudini dell’uomo, ma persino nelle sue vedute, nelle sue concezioni. Forse per il modo di sentire attuale, così pieno di preconcetti, questa è una verità sgradita e assai poco simpatica, ma è una verità. Le vedute, le concezioni che si generano nel nostro io subiscono di continuo l’influsso di coloro che sono morti da lungo tempo; ma a ciò si deve che dal mondo dello spirito venga retta e mantenuta la continuità dell’evoluzione. È una necessità: se così non fosse, il filo delle concezioni umane verrebbe spezzato di continuo.
Mi sia lecito inserire qui un fatto personale; lo faccio mosso da ragioni obiettive, poiché una verità del genere non può riuscire completamente comprensibile, se non mediante una considerazione concreta. Nessuno, in verità, dovrebbe esprimere una concezione di pensiero in modo da esporre in essa una propria opinione, per quanto lealmente se la sia conquistata. L’occultista profondamente onesto ed esperto delle premesse della scienza dello spirito farà di tutto per non imporre al mondo in modo immediato le proprie opinioni: poiché le opinioni che egli si forma sotto l’influsso delle sue disposizioni personali avranno diritto di azione soltanto trenta o quarant’anni dopo la sua morte, quando agiranno nelle anime, penetrandovi attraverso le medesime vie per le quali giungono alle anime gli impulsi delle Archai o Spiriti del tempo. Allora queste concezioni avranno conseguito quel grado di maturazione che è necessario per poter agire davvero e rispondere al corso reale delle cose. Quindi bisogna che chi sta sul terreno dell’occultismo eviti di fare personalmente dei proseliti, di conquistare personalmente dei seguaci per le sue opinioni.
Il sistema oggi invalso di propagandare subito in tutta fretta un’opinione non appena uno se la sia formata, non può essere quello del vero scienziato dello spirito nell’esercizio pratico della sua scienza. Ed eccomi al fatto personale. In realtà non è un caso, ma un fatto necessariamente collegato con la mia vita, se fin da subito non ho scritto intorno alle mie proprie opinioni, ma intorno alla concezione goethiana del mondo. Ho scritto nel senso e nello spirito della concezione universale di Goethe, per non richiamarmi a un vivente: poiché, anche se siamo noi medesimi questo vivente, ciò non potrebbe mai conferirci una giustificazione reale per un insegnamento così vasto della scienza dello spirito quale io lo perseguo; anzi, il trasferirsi del tutto oggettivamente entro al decorso dell’evoluzione universale ne è parte necessaria. Io non ho scritto, dunque, una teoria della conoscenza, ma la teoria goethiana della conoscenza, e così via. Da ciò vedete, in certo modo, come progredisca l’evoluzione umana, come maturi ciò che l’uomo acquisisce quaggiù, non solo per sé, e come noi continuiamo ad agire sul mondo col renderci atti, dopo un dato tempo, a tramandare nelle umane consuetudini le immaginazioni, e dopo altro tempo ancora le ispirazioni, finché, trascorso un periodo ancor più lungo, diventiamo atti e maturi a trasfondere le intuizioni nel centro intimo della vita umana, nelle concezioni dell’uomo. Non dobbiamo assolutamente credere che le nostre concezioni germinino dal nulla, o che si producano a nuovo in ogni epoca. Esse crescono dal terreno medesimo nel quale è radicata la nostra anima, ma questo, propriamente, s’identifica con l’azione degli uomini trapassati da lungo tempo.
Credo che la conoscenza di questi fatti debba realmente portare alla vita umana quell’arricchimento di cui abbisogna, secondo tutto il carattere e il significato del presente e del prossimo avvenire. Molte cose vecchie sono infracidite e cose nuove debbono prodursi, come sovente già vi ho accennato ed esposto. Ma l’uomo non può penetrare in quest’ambito nuovo, senza gli impulsi che gli dà la scienza dello spirito. Dai sentimenti da noi maturati nei confronti dell’universo e dei suoi esseri grazie alla scienza dello spirito, dipende che la nostra vita si configuri diversamente rispetto a prima. Grazie alla scienza dello spirito deve diventare per noi vivente ciò che l’umanità sarà chiamata a conoscere attraverso il quinto, il sesto e il settimo periodo postatlantico.
Oggi ho voluto comunicarvi queste cose, queste rappresentazioni che stanno in diretto rapporto con l’arricchimento, con l’animazione del sentimento cosmico dell’uomo. Questo ho voluto istillare nei vostri cuori, avendo noi avuto l’opportunità di ritrovarci dopo qualche tempo; spero si ripresenti spesso l’occasione di parlare insieme di queste cose, affinché con le nostre anime si possa collaborare all’evoluzione dell’umanità.
Dalla conferenza pubblica di ieri avete potuto vedere in che modo il mondo spirituale (nel quale ci troviamo tra la morte e una nuova nascita) e il mondo fisico si compenetrino; come in fondo essi si compenetrino anche nella nostra cosiddetta vita fisica tra la nascita e la morte. La direzione nella quale noi nasciamo dotati di questa o quella caratteristica la diamo noi stessi, per il fatto che nel periodo compreso tra la morte e una nuova nascita siamo in contatto con quanto succede qui nel mondo fisico, quindi anche con la corrente ereditaria che conduce infine alla nostra nascita. Ora possiamo prendere in considerazione da un punto di vista più interiore tutto lo sviluppo che ieri abbiamo considerato soprattutto dal punto di vista esteriore, cercando così di portare davanti alla nostra anima la relazione dell’uomo con il mondo spirituale da un determinato punto di vista. Tra la nascita e la morte noi viviamo qui nel mondo fisico; questo mondo fisico lo conosciamo grazie alle percezioni dei nostri sensi. È una cosa talmente scontata che sarebbe addirittura superfluo dirla: se non possedessimo i nostri organi di senso, non potremmo sapere nulla riguardo alla nostra relazione con il mondo fisico. Però, tutto ciò che tramite i nostri organi di senso ci trasmette la relazione con il mondo fisico, si distacca chiaramente da noi quando oltrepassiamo la soglia della morte, così che possiamo sicuramente affermare che fare conoscenza con il mondo fisico è il nostro compito tra la
nascita e la morte. Veniamo posti in questo corpo fisico per fare conoscenza con il mondo fisico attraverso di esso. Noi però non apparteniamo solo al mondo fisico, ma apparteniamo anche al mondo spirituale. Il mondo spirituale più vicino, che in un certo senso tocca il nostro mondo fisico, è quello che siamo stati abituati a chiamare - ora non è importante chiarire se questo termine sia più o meno adatto — il mondo eterico, il mondo elementare. Inizialmente questo mondo elementare è un mondo sconosciuto per l’uomo, per il modo in cui egli vive nel mondo fisico. Esso è il primo mondo soprasensibile. Ma per il fatto che è il primo mondo soprasensibile, esso non è meno significativo per l’uomo di quanto non sia il mondo fisico, il mondo sensibile. Non appena nell’uomo si risveglia il senso per questo mondo elementare — il che succede per il fatto che l’uomo riesce a percepirlo a livello immaginativo — gli diventa chiaro che questo mondo elementare è anch’esso abitato da numerosi esseri, così come lo è il mondo fisico. L’uomo stesso, per il fatto di avere un corpo eterico, appartiene a questo mondo elementare; in quanto essere eterico egli è cittadino di questo mondo elementare. Le condizioni del mondo elementare, però, sono un po’ diverse dalle condizioni del mondo fisico. Per prima cosa desidero fare un’osservazione a proposito del fatto che una percezione nel mondo elementare può avere inizio solo quando l’uomo riesce a rendersi completamente libero da ciò che lo rende un uomo terrestre. Questo liberarsi da ciò che rende l’uomo un uomo terrestre in generale non è difficile; è comunque più difficile per l’uomo dei nostri tempi di quanto non lo fosse per l’uomo dei tempi antichi. Noi tutti sappiamo che nei tempi antichi c’era una veggenza atavica, la quale consisteva principalmente nel fatto che l’uomo poteva liberarsi da ciò che lo rendeva un uomo terrestre. In quanto uomini terrestri noi siamo costituiti solo in piccola parte di materia solida; siamo invece costituti in grande parte di liquido. Nel momento in cui noi riusciamo a
emanciparci da ciò che in noi è solido, quando noi percepiamo noi stessi solo nel nostro elemento liquido, allora può già iniziare ad affiorare il livello immaginativo. In realtà, solo l’essere nel solido ci impedisce di conoscere tramite la percezione immaginativa ciò che ci circonda sotto forma di mondo elementare. Tale percezione immaginativa, così com’è andata perduta per l’umanità, tornerà. La veggenza immaginativa che è andata perduta era però di tipo inconscio e onirico, mentre quella che si formerà man mano nel nostro quinto periodo postatlantico sarà una visione immaginativa del tutto cosciente, che però si incorporerà nell’uomo tramite uno sviluppo del tutto naturale. Se ritorniamo a ciò che ho detto prima, cioè che il nostro rapporto con il mondo elementare è diverso dal nostro rapporto con il comune mondo fisico, desidero innanzitutto portarvi un esempio che ve lo renderà più concreto: nel mondo fisico noi instauriamo (perlomeno apparentemente in un primo momento) relazioni con questo o con quell’essere a partire dal libero arbitrio umano; ci creiamo le nostre amicizie, instauriamo relazioni con gli esseri che ci circondano. Nel mondo elementare, nel quale viviamo tramite il nostro corpo eterico, non è precisamente così, qui siamo in un rapporto più stretto con altri specifici esseri elementari, più o meno per la durata di tutta la vita. Perciò noi possiamo veramente paragonare la relazione che, in quanto esseri elementari indipendenti (quali effettivamente siamo grazie ai nostri corpi eterici), ci lega con un numero di altri esseri elementari che ci accompagnano per tutta la nostra vita, al rapporto che lega il Sole ai pianeti che gli girano attorno. Il nostro corpo eterico è una sorta di essere elementare solare, ed è accompagnato da diversi esseri elementari che appartengono a esso così come i pianeti appartengono al Sole, in modo da creare insieme una realtà costituita da sette parti, così come i pianeti nella visione antica costituivano una sorta di entità costituita da sette parti.
Nel corso di tutta la nostra vita tra nascita e morte si verifica uno scambio continuo tra i nostri accompagnatori elementari e noi stessi. Non solo le nostre condizioni di salute dipendono dal modo in cui il nostro corpo eterico o elementare si comporta nei confronti dei suoi satelliti, bensì anche il nostro rapporto con l’esterno, con determinati esseri esterni (precisamente con altre persone), viene regolato dalle correlazioni che esistono tra questi satelliti e il nostro corpo eterico. Nel futuro ci sarà un tipo di medicina che terrà in particolare conto ciò di cui ho appena parlato. Ci sarà un modo di osservare medico-fisiologico che analizzerà il rapporto che esiste tra il corpo eterico e l’uno o l’altro dei satelliti, e in base a ciò sarà possibile valutare se le persone siano sane o malate. Infatti, ciò che al giorno d’oggi viene definito malattia è solo un’immagine esteriore di ciò che esiste in realtà. In realtà c’è una qualche irregolarità in ciò che ho paragonato a un sistema planetario, e la malattia rispecchia solamente queste irregolarità. Coloro che sanno ciò, oggi dovrebbero elaborare una scienza medica: “hic Rhodus, hic salta!” — si potrebbe dire -, e qui l’occultismo dovrebbe mostrare la propria arte. Certo lo farà nel momento in cui gli verranno liberate le gambe, dato che non si può ballare se si hanno le gambe legare, e le gambe sono legate per l’appunto dall’esistenza dell’attuale materialismo che domina tutta la scienza medica. Non è possibile che questo stato di cose migliori se l’una o l’altra persona fa questo o quello, ma solo se, grazie alla volontà comune di un grande numero di persone, viene veramente imposta una simile attività medica che faccia sì che i principi spirituali compenetrino la medicina. In questo senso è particolarmente importante riconoscere che San Paolo non fece inutilmente un’affermazione enormemente significativa, la quale però non viene mai compresa nel modo giusto per il fatto che le persone pensano sempre di essere cristiane, mentre in realtà non lo sono affatto.
San Paolo spiegò che il peccato è arrivato nel mondo tramite la legge, che quindi il peccato è presente per mezzo della legge. In senso più ampio: ciò che disturba l’ordine esiste tramite la legge. Oggi si può solo accennare a queste cose, perché in generale, quando c’è qualcosa che non va, la nostra epoca materialistica reclamerà subito una legge, senza sapere che proprio ciò che non è in ordine proviene dalle leggi che vengono emanate. Ma, come ho detto, ciò può solamente essere accennato, perché per comprendere queste cose ci vorrebbero moltissime altre conoscenze. Ho detto: le persone si limitano solamente a credere di essere cristiane. Infatti una cosa come questa affermazione di San Paolo viene letta da numerosissime persone, ma è poco compresa. Dunque, per il fatto che siamo esseri eterici, noi viviamo in un mondo eterico, e un determinato sistema è in relazione con noi stessi. Questo sistema, cioè queste entità elementari, queste entità eteriche che ci accompagnano, sono le stesse che tramite le loro forze, per il fatto che queste sono ordinate in un determinato modo, quando noi oltrepassiamo la soglia della morte prima tirano fuori il nostro corpo eterico dal nostro corpo fisico e poi lo trasportano (e con esso anche l’uomo) nel mondo eterico. Come ho già accennato, questo mondo eterico può essere effettivamente percepito tramite la conoscenza immaginativa. In questo mondo eterico ci sono numerosi esseri che possono essere definiti spiriti della natura. Ma in un primo momento in esso ci sono anche tutti gli uomini che hanno appena oltrepassato fisicamente la soglia della morte; però - come sappiamo - solo per breve tempo, solo per pochi giorni. Dopodiché viene ceduto al mondo eterico ciò che noi chiamiamo il corpo eterico; questo verrà deposto come un secondo cadavere. Non si deve credere, però, che questo secondo corpo che viene deposto si distrugga in tutta fretta nel mondo elementare. Ciò non succede, esso si dissolve effettivamente in un certo senso nel mondo elementare, ma questo dissolversi, questo diventare sempre più sottile, non significa che esso non sia percepibile da quelle entità che sono in grado di percepire a livello immaginativo. Prima di tutto, quindi, questo corpo elementare, questo corpo eterico, risulta sempre percepibile per colui che ha oltrepassato egli stesso la soglia della morte. L’uomo ha deposto questo corpo elementare e ora continua a vivere tra la morte e una nuova nascita, restando però in continuo rapporto con questo corpo eterico che è stato deposto. Non succede come nel caso del corpo fisico, col quale l’uomo non ha più rei;lazione una volta che l’ha deposto; col corpo elementare succede proprio il contrario: l’uomo conserva la sua relazione e questa relazione che l’uomo ha con il suo corpo elementare, con il suo corpo eterico, può proseguire fin giù nel mondo fisico. Se qui nel mondo fisico fuomo ha reso ricettiva la propria anima sviluppando la capacità di percepire a livello elementare e immaginativo, egli può anche mantenere una relazione cosciente con i morti nelle rappresentazioni - le quali naturalmente si manifestano in modo molto più fine rispetto alle rappresentazioni normali. Si tratta di essere legati ai morti in modo cosciente. Ciò che così diventa cosciente, è in realtà sempre presente a livello inconscio se già durante la vita c’era una relazione tra colui che è rimasto indietro nel mondo fisico e colui che è salito nel mondo spirituale. Supponiamo di avere perso una persona amata. Che noi lo sappiamo o no — lo può sapere colui che si è aperto alla percezione immaginativa — il morto agisce come se mandasse la propria volontà nel corpo eterico (che egli ha deposto) come in uno specchio e come se lo specchio a sua volta ne rimandasse i raggi fino a noi: il morto agisce in modo indiretto su coloro che sono rimasti tramite il corpo elementare, il corpo eterico. Questa è l’azione che in un certo senso è indiretta. Se vogliamo caratterizzare in che cosa si esprime questa azione mediata indiretta, possiamo affermare che essa si esprime nelle rappresentazioni che noi portiamo nel mondo.
Soprattutto nella nostra epoca materialista, l’uomo conosce per lo più solo le rappresentazioni che gli trasmettono la realtà fisica esteriore. Tra le rappresentazioni, però, che noi portiamo per il mondo, ce ne sono sempre alcune che sono in un certo senso fini, che dunque non sono direttamente percepibili, e alle quali perciò non si bada. Se si fosse abituati a tenere conto in modo più intimo della propria vita animica, e se non si lasciasse continuamente sovrastare la vita animica più fine dalle rappresentazioni grossolane che fluiscono dall’ambiente fisico, si riuscirebbe a vedere che le rappresentazioni più fini sono in realtà sempre presenti. Queste provengono da coloro che sono stati in rapporto con noi, che hanno oltrepassato la soglia della morte prima di noi e che, in particolare nel primo periodo dopo avere passato la soglia della morte, possono trasmetterci nel modo già descritto le loro azioni, le loro imprese, i loro pensieri. Così noi stessi portiamo ancora per un periodo di tempo l’essere dei morti nelle nostre rappresentazioni per il fatto che noi, in quanto esseri eterici, apparteniamo al mondo elementare. Se si parla di monismo e se si vuole restare sul terreno della realtà, bisognerebbe parlare soprattutto di quel monismo cui ho accennato ora, quello che viene originato a partire dalla cooperazione tra i vivi e i morti. In realtà, coloro che hanno oltrepassato la soglia della morte non sono lontani da noi; essi sono più vicini di quanto non si pensi. Mentre vive nel periodo compreso tra la morte e una nuova nascita, l’uomo si evolve sempre di più, così che egli stesso può agire direttamente verso il basso, qui sul mondo. A partire da un determinato momento, si percepisce come effetto dei morti il fatto che in un certo senso le loro irradiazioni di forza penetrano nella nostra vita animica. Queste irradiazioni, però, questo agire in modo diretto, non possono adattarsi a vivere direttamente nei nostri pensieri, bensì si adattano piuttosto a vivere nelle nostre abitudini, nel modo in cui siamo, nel modo in cui ci comportiamo qui; qui fluisce ciò che agisce verso il basso dal mondo spirituale e che ci giunge da coloro che hanno attraversato prima di noi la soglia della morte. Ora ci deve essere chiaro che una tale collaborazione dei morti con i vivi è legata a diverse condizioni. Il morto vive in un ambiente nel quale ci sono i suoi simili, vale a dire anche esseri animici, quindi tutte le entità che appartengono alle elevate gerarchie fino ad arrivare in basso all’uomo e, per il fatto che il corpo eterico che egli ha deposto è il suo intermediario, egli è in grado di avere anche percezioni delle persone che qui sono a lui celate da un velo che è il corpo fisico; egli però riesce a penetrare attraverso questo velo con l’aiuto del suo corpo eterico. Colui che ha attraversato la soglia della morte, è soggetto alle condizioni nelle quali si vive nel mondo animico, nel mondo spirituale, egli vi si deve assoggettare. Ora devo solo richiamare l’attenzione su un fattore determinante, di modo che vi risulti chiaro cosa si intenda con quanto detto. Noi sappiamo che attraverso il mondo nel quale viviamo agiscono nei modi più disparati le forze luciferiche e quelle arimaniche. Se queste forze luciferiche e arimaniche non esercitassero la loro forza d’attrazione su di noi, nel mondo non ci sarebbe ciò che nell’uomo si esprime come azione ingiusta o cattiva. L’elemento luciferico e arimanico deve agire sull’uomo, deve dare all’uomo la possibilità di seguirlo. Se noi teniamo ben presente ciò, riconosceremo che l’uomo è qualcosa di diverso dall’essere che noi spesso dipingiamo nella nostra critica. Se noi avessimo già nel mondo fisico la capacità di vedere sempre come l’elemento luciferico e quello arimanico agiscono nell’uomo, giudicheremmo l’uomo stesso in modo molto diverso. Certo, forse non saremmo spesso meno critici, perché, se deviamo il nostro giudizio dall’uomo, non dobbiamo combattere l’uomo, ma Lucifero e Arimane. Ma, in quanto uomini, saremmo infinitamente più tolleranti gli uni nei confronti degli altri. Colui che vive nella vita animica nel periodo di tempo compreso tra la morte e
una nuova nascita, esercita questa tolleranza sia nei confronti di quegli esseri che sono insieme a lui nel mondo spirituale, sia nei confronti di quegli esseri che sono ancora incarnati come uomini qui nella vita fisica. Fa semplicemente parte dell’essere di chi ha oltrepassato la soglia della morte, il fatto di acquisire questa tolleranza, di modo che egli percepisce sempre come Lucifero o Arimane occupino questa o quella parte di un essere umano. Egli non dice: “questo è un uomo maligno, un uomo che segue desideri malvagi”, bensì dice: “Lucifero occupa questa o quella parte di lui”. Egli non dice: “questo è un uomo invidioso”; bensì dice: “Arimane occupa una tale parte di lui”. Così giudica chi vive lassù tra morte e nascita, perché ciò fa parte del suo essere, così come fa parte del nostro essere l’essere sani per natura, l’avere degli occhi sani. Dal momento che ciò fa parte dell’essere dei morti, per il morto è incredibilmente doloroso se, mantenendo una relazione che ha allacciato nella vita fisica, qui da noi si scontra con una disposizione d’animo diversa. Supponiamo che noi rivolgiamo verso una persona che era anch’essa in relazione con il morto un odio particolare, a partire dalla nostra antipatia personale: quest’odio rappresenta un enorme dolore per il morto che può mettersi in relazione con noi, e in ogni momento questo odio (che viene rivolto contro di lui come fosse una spada spinosa, come una lancia) deve prima essere superato dal morto, se il morto vuole avvicinarsi a noi (come in effetti deve fare, avendo ancora un legame con noi). Come il morto voglia agire dentro di noi e come egli percepisca se stesso, dipende dunque moltissimo dalla disposizione della nostra anima. Egli agisce sempre dentro di noi; il modo però in cui si esercita questa azione dipende molto, moltissimo, dalla disposizione in cui si trova la nostra anima. Nelle nostre rappresentazioni comuni (che sono mutuate dall’ambiente esterno), nelle nostre sensazioni, nella direzione dei nostri sentimenti, nel nostro temperamento, nelle nostre abitudini, agiscono questi influssi diretti da parte dei morti
come ho descritto. Esiste comunque un’interazione continua tra ciò che accade nel regno di coloro che hanno oltrepassato la soglia della morte e le nostre anime. Se prendete in considerazione tutto questo, vi direte: in ciò che portiamo in noi come anima vi è un agire complesso, e ci vuole molto per riuscire a comprendere tutta la realtà misteriosa che pulsa in un’anima umana, tanto che l’anima umana stessa ne ha scarsa coscienza. Ma la disposizione complessiva dell’anima, ciò che si è in grado di fare o non si è in grado di fare, dipende da questo. Infatti, tutto ciò a sua volta è determinato a grandi linee dal nostro karma: il fatto che noi veniamo portati a incontrare queste o quelle persone, le quali a loro volta agiscono su di noi nel modo che ho descritto, tutto ciò dipende naturalmente dal nostro karma inteso in senso più ampio. Nel portare ciò davanti alla nostra anima, ci deve essere chiaro che la nostra epoca, secondo ciò che la scienza dello spirito deve portare all’uomo, ha degli aneliti veramente reali, ma che questi aneliti reali al giorno d’oggi vengono ancora soddisfatti nei modi più sbagliati. Oggi ci sono parecchie persone che hanno superato il pregiudizio (che era ancora diffuso alla metà, ma anche nell’ultimo terzo, del XIX secolo), secondo il quale tutto ciò che è animico può essere spiegato solo a partire da attività fisiche e fisiologiche. Spesso, però, le mezze verità, o quelle che sono verità solo per un quarto, hanno un effetto molto peggiore dei veri e propri errori. Ed è proprio una mezza verità di questo tipo, o addirittura una verità solo per un quarto, quella su cui si fonda ciò che al giorno d’oggi viene definito psicologia analitica o psicoanalisi. Gli uomini cercano, però cercano a tastoni. Presagiscono che nel fondo dell’anima siano nascoste molte cose, ma non riescono a decidersi a entrare veramente nel mondo spirituale per trovare ciò che è nascosto nel fondo dell’anima. Cosa dicono oggi gli psicoanalisti? Loro dicono: quando una
persona ci viene incontro nel corso della vita, forse il suo stato generale non dipende solamente da ciò che è nella sua coscienza, bensì da una serie di fattori che stanno nell’inconscio, sotto la soglia della coscienza. Arriva una persona che sente che il proprio stato d’animo è un po’ depresso; si manifesta un’irregolarità in tutto il suo apparato nervoso. Lo psicoanalista ritiene che sia necessario andare a cercare qualcosa che questa persona ha vissuto forse molti anni prima, un’esperienza che non è riuscita a elaborare ma che ha ricacciato indietro nell’inconscio. Il fatto però che tale esperienza sia dimenticata, non significa che non ci sia più. Lo psicoanalista intuisce molto bene che ciò che è stato eliminato dalla coscienza non è però stato eliminato dalla realtà; ora si trova appunto là sotto, nell’inconscio. A questo punto egli dice: se lo si attira nella coscienza tramite una sorta di catechizzazione, si riesce a sapere cos’è che lì in basso divora e consuma. Prendendo spunto da ciò - naturalmente qui non posso citare la psicoanalisi in tutte le sue diramazioni, ma ne voglio mostrare qualche aspetto — lo psicoanalista cerca molte cose negli abissi dell’anima. Molti anni fa la persona in questione aveva determinati ideali di vita, determinate speranze, determinati progetti; ma non li realizzò, non li potè realizzare. Certo, dato che ora la persona vive nella vita attuale, questo fatto è stato eliminato dalla sua coscienza, non è però uscito dalla realtà della sua anima. Lì consuma, lì divora, e le sue condizioni generali dipendono da ciò che sta lì in basso nella sua coscienza. Egli ha avuto un qualche amore infelice; questo è ciò che in genere trovano gli psicoanalisti, perché essi partono da tale presupposto. Esso è come una provincia isolata della sua coscienza animica; egli l’ha sì combattuto ed esso non è più nella sua coscienza, ma continua ad agire. In particolare continua ad agire - così ritengono gli psicoanalisti — se la persona è rimasta insoddisfatta, perché c’era stato solo il sentimento d’amore e non l’essere amato. Allora lo psicoanalista cerca in basso, nelle profondità della
vita dell’anima, oltre alle distrutte speranze primaverili della vita, cerca quello che come “fango primordiale animale” della vita agisce di continuo verso l’alto, cerca la relazione con tutto ciò che l’uomo ha in quanto essere animale e che agisce nella sua vita animica. E tali psicologi che, in quanto analitici, vanno oltre, dicono: se lì si va sempre più in profondità, si trova infine ciò che risale nell’anima e che riguarda il contesto della razza, il contesto nazionale e così via, che agisce in modo più o meno inconscio nelle anime, per trovare finalmente molto in basso l’elemento demoniaco, l’elemento più indefinito di tutti, che giace sorto il “fango primordiale animale”. A questo alludono spesso sottovoce quelle persone che attualmente sono sostenitori particolari della psicoanalisi: che in questi abissi demoniaci là sotto vi siano quegli impulsi che portano alla gnosi, alla teosofia, all’antroposofia e simili. Anche se ciò alle volte viene accennato un po’ nascostamente, viene comunque accennato. Leggete gli ultimi numeri di “Wissen und Leben” e lì potrete già trovare questi accenni, anche se nascosti tra le righe. Per questo ho affermato che le mezze verità e le verità che sono tali solo per un quarto agiscono spesso in modo peggiore rispetto a cose completamente sbagliate. Nella psicologia analitica ci sono mezze verità e verità per un quarto, ovvero la ricerca nelle profondità inconsce dell’anima. Confrontiamole ora con ciò su cui abbiamo richiamato l’attenzione oggi, cioè sul fatto che tutte le realtà che vivono nel fondo dell’anima vi agiscono a partire dal regno dei morti, e verremo motivati in un modo del tutto diverso e non cercheremo più il “fango primordiale animale” dell’anima o l’erotismo negato, per spiegare uno stato animico. Dovremo invece cercare spesso la causa di uno stato animico presso quello o quell’altro defunto al quale noi procuriamo difficoltà con il nostro comportamento, e queste difficoltà si esprimono per il fatto che nella coscienza questa o quella insoddisfazione cerca di venire a galla. In breve, faremmo bene a portare nella nostra coscienza in modo pieno di pietà, in modo sacro, quella relazione che non esiste semplicemente tra il nostro mondo e un mondo spirituale astratto, offuscato in modo panteistico, bensì esiste con il mondo spirituale reale, nel quale coloro che hanno oltrepassato la soglia della morte sono esseri reali che stanno con noi così come facevano in vita. Ma il modo in cui agiscono insieme a noi tocca la nostra anima molto più da vicino di quanto non accadesse durante la vita, nella quale noi eravamo sempre separati a causa del nostro e del loro corpo fisico, che si frapponeva tra di noi come una barriera. Successivamente arriva un momento nel quale l’uomo si è completamente liberato dal corpo astrale, in cui egli ha deposto il corpo astrale; un po’ di tempo dopo, l’uomo può agire dal mondo spirituale in basso nel mondo fisico in modo ancora più intenso, perché è un modo più interiore. Nel passato la vita si orientava in gran parte secondo queste verità che si conoscevano istintivamente, anche se ciò che si originava nella vita esteriore spesso veniva attribuito a comuni motivi esteriori. Ma alla base di questa realtà esteriore — spesso lo si sapeva solo per istinto — c’è una realtà interiore. Ho detto che i morti, dopo avere oltrepassato la soglia della morte, sono in un rapporto talmente diretto con le persone che hanno lasciato qui, e alle quali essi sono particolarmente legati tramite l’amore, da agire sulle loro abitudini. Perciò, ai tempi in cui queste cose si sentivano ancora in modo molto istintivo, si badava a che il figlio uscisse il meno possibile dalla cerchia delle relazioni dei suoi genitori: in questo modo l’accesso era più facile. L’imparare lo stesso mestiere, lo stare dentro la stessa professione, in generale il fatto di restare legati in modo conservatore alla stessa corrente, era un’espressione istintiva per un alleggerimento dell’azione esercitata da coloro che avevano oltrepassato la soglia della morte su coloro che avevano lasciato indietro qui sulla Terra. Se questi ultimi si trovavano in una situazione analoga a quella dei defuriti stessi, per questi defunti era anche più facile trovare la strada che portava a loro. In futuro si sarà in grado di seguire simili impulsi e motivi sottili già nell’evoluzione storica dell’uomo. Quando l’uomo è morto da lungo tempo, egli ha deposto completamente il suo corpo astrale. Ciò accade solo dopo decenni, dal momento che il movimento che noi effettuiamo nel mondo spirituale è molto più lento del movimento nel mondo fisico: trent’anni del mondo spirituale corrispondono all’incirca a un anno del mondo fisico. Qui nel mondo fisico l’uomo va di fretta; nel mondo spirituale egli deve completare una rotazione per così dire in cerchi molto più grandi rispetto a qui nel mondo fisico, in breve, un anno di mondo fisico corrisponde a trenta anni di mondo spirituale, in trenta anni di mondo spirituale si sperimenta circa lo stesso pezzo di mondo che in un anno di mondo fisico; per questo si vive il pezzo di mondo in modo più interiore, più intenso. In genere ciò che l’uomo sperimenta qui da molti punti di vista è in relazione con il grande mondo, con il macrocosmo, di modo che ciò che viene qui sperimentato nel microcosmo, nell’uomo, può sempre essere espresso anche in rapporti numerici con il macrocosmo. Per esempio, voglio richiamare l’attenzione su una cosa: se noi contiamo il numero dei giorni di vita dell’uomo, otteniamo lo stesso numero degli anni che sono necessari al Sole per passare attraverso tutto l’anno platonico, l’anno cosmico. Quindi, nel corso della sua vita l’uomo vive per un numero di giorni pari a quelli che sono necessari al Sole per passare da un segno zodiacale all’altro in tutto il cerchio cosmico. Per passare tutti i segni zodiacali, ci avrà messo circa 25-900 anni e qualche anno ancora. L’uomo vive all’incirca lo stesso numero di giorni — naturalmente ciò non è uguale per tutti — nella sua vita individuale tra nascita e morte. Un’altra interessante correlazione è questa: il fatto che
l’uomo in un giorno fa tanti respiri (espressi in numeri) quanti sono i suoi giorni di vita e gli anni che il Sole impiega a passare attraverso tutto lo Zodiaco. Vedete dunque come il mondo sia ordinato secondo numero e misura in senso più profondo. Già solo questo fine inserimento dell’uomo nel mondo, questa corrispondenza di armonie, dovrebbe aiutare i grossolani materialisti dei nostri giorni a superare la propria visione, che nel cosmo non vuole vedere altro che un meccanismo. Ben strano meccanismo è quello che include in sé singoli esseri così che questi siano in un meraviglioso rapporto numerico e armonico con il tutto! Assai curioso è anche che, se osserviamo il mondo dal punto di vista spirituale, possiamo veramente affermare che l’uomo, nel compiere il proprio sviluppo tra la morte e una nuova nascita, procede più lentamente per fare tutto in modo più accurato. Egli si muove lentamente nel mondo spirituale, così come Saturno gira lentamente attorno al Sole. Saturno gira attorno al Sole più lentamente rispetto alla Terra, così come l’uomo nel mondo spirituale si muove più lentamente rispetto a quanto faccia qui sulla Terra. Per questa ragione e non perché avessero meno conoscenze degli astronomi attuali - gli antichi consideravano Saturno come il pianeta più esterno che faccia ancora parte del sistema solare. Ciò è anche corretto dal punto di vista astronomico: infatti, gli altri pianeti che oggi vengono aggiunti (Urano e Nettuno) sono arrivati e si sono inseriti più tardi e girano con un ordine completamente diverso, persino con una rotazione diversa, rispetto a quei pianeti che appartengono al vero e proprio sistema solare. Quindi, perlomeno un anno spirituale di questo tipo, cioè trenta anni terrestri, devono essere trascorsi affinché l’anima (se ha raggiunto una normale età di settanta-ottanta anni) possa entrare adesso nel complessivo modo di vedere, nell’intera vita spirituale, e non solo nelle abitudini di coloro che sono rimasti qui o che si avvicinano spontaneamente.
In questo modo, però, i defunti agiscono anche in modo assai notevole all’interno della nostra vita. È certamente vero che, in relazione a tutta la realtà spirituale nella quale ci troviamo, portiamo dentro di noi gli impulsi di persone morte da molto tempo che lì agiscono. Quindi la correlazione tra il futuro e il passato viene causata dall’esistenza di questa armonia tra i vivi e i morti. Come la manifestazione indiretta dei morti agisce sulla conoscenza immaginativa tramite il corpo eterico che essi hanno deposto, così ciò che si inserisce nelle abitudini nel modo sopra descritto agisce sulla conoscenza ispirativa, e quanto ho descritto per ultimo e che, se deve diventare cosciente, può agire solo dopo che l’uomo ha trascorso un anno spirituale, ciò agisce nella conoscenza intuitiva. Ma agisce in continuazione. Solo prendendo in considerazione queste cose in modo cosciente, è possibile cogliere il senso dell’evoluzione nel modo più giusto. Scusate, se a questo punto inserisco qualcosa di molto personale (voi sapete che non lo faccio volentieri, per cui succede solo molto raramente). Chi guarderà ciò che ho già iniziato a scrivere decenni fa, vedrà che allora non ho tenuto in considerazione la mia opinione personale. A proposito di Goethe non ho scritto la mia opinione, bensì ho cercato di esprimere i pensieri che potevano venire da Goethe, ho scritto una “teoria goethiana della conoscenza”, non la mia teoria della conoscenza. Così ci si può collegare in modo assolutamente cosciente a personalità da lungo tempo defunte e si può agire a partire dal loro spirito. Questo è anche ciò che ci dà in un certo senso il certificato per potere agire sui vivi. Perché è un cattivo certificato (al quale tengono in particolare le persone del nostro tempo) quello per cui uno chiunque, non appena ha elaborato un’opinione, la vuole subito trasmettere al maggior numero possibile di seguaci. Chi, a partire dal mondo spirituale, conosce le condizioni basilari dell’esistenza, le leggi fondamentali dell’esistenza, sa che l’uomo
— nonostante ciò possa apparire strano, tanto è paradossale può agire sulle profondità dell’anima degli altri uomini solo quando è morto, e anche qui solo dopo avere trascorso un anno spirituale, cioè trent’anni. Sarebbe un’enorme conquista, se nel mondo si diffondesse di più quell’altruismo che porterebbe coloro che vivono successivamente a unirsi ai morti e a cercare di conservare in modo veramente cosciente la continuità nell’evoluzione. Sia che si tratti di un’affinità elettiva, sia di una parentela di altro tipo che è stata determinata dal karma: l’appoggiarsi a coloro che si danno da fare per inviare dal mondo spirituale i raggi della loro azione è straordinariamente importante — se noi lo viviamo in modo cosciente. Ho cercato di suscitare in voi una percezione nei confronti del tipo di correlazione che esiste tra i cosiddetti morti e i cosiddetti vivi. Ci deve essere chiaro che le condizioni nel mondo spirituale sono completamente diverse dalle condizioni di qui. Potete trovare gran parte di queste condizioni, e di ciò che si sperimenta nel mondo spirituale, nel ciclo di conferenze “Vita tra la morte e una nuova nascita” che ho tenuto anni fa a Vienna. È sempre possibile tirare fuori da queste cose qualcosa che è importante per l’uno o per l’altro aspetto. Va detto che nel mondo spirituale è presente qualcosa di molto simile e nello stesso momento di molto diverso rispetto alla nostra vita fisica. Prima di entrare appieno qui nel mondo fisico, noi attraversiamo infatti il periodo embrionale, nel quale le condizioni di vita sono completamente diverse rispetto a quelle che si instaurano a partire dal momento in cui noi entriamo a pieno titolo nel mondo fisico respirando l’aria esterna. In un certo senso, il periodo che noi attraversiamo nel corso del primo anno spirituale (che è spesso stato chiamato il periodo del kamaloka) è effettivamente simile al periodo embrionale. Infatti, come l’uomo in un certo senso si fa aiutare da un altro essere umano, dal quale si fa portare nel mondo fisico nel corso di dieci mesi lunari, così
egli si fa portare nel mondo spirituale da tutti i desideri e le brame di cui si libera lentamente. La coscienza in questo primo anno spirituale (trenta anni dopo la morte) è ancora un po’ simile alla coscienza che c’è qui nel mondo fisico, anche se le capacità che si possono acquisire solo nel mondo fisico, possono essere trasmesse indirettamente solo tramite il corpo eterico. Allora però subentrano altre condizioni della coscienza; subentra una coscienza molto superiore rispetto a quella che possiamo avere qui nel corpo fisico. Se vi ricordate di alcune cose che furono dette nel ciclo di conferenze sopraccitato, potete vedere come nel mondo spirituale questa coscienza abbia un altro carattere. Dovete solo considerare quanto la coscienza dipenda da ciò che può entrare nella coscienza stessa. Quando noi andiamo in giro per il mondo come persone comuni, in noi entrano i fenomeni dei regni minerale, vegetale e animale, nonché quelli del mondo fisico umano, insieme ad altre esperienze animiche, esperienze culturali, eccetera. Dopo la morte noi non percepiamo più il mondo minerale in quanto tale, e del mondo vegetale percepiamo solo la vita in generale. Leggere nella mia Teosofia la descrizione della situazione che si trova salendo nel cosiddetto mondo spirituale. Tutto ciò è anche collegato con una percezione del tutto diversa delle cose nel mondo spirituale. In realtà per tutto ciò non esistono parole, come potete ben comprendere. La nostra lingua è creata fondamentalmente per il mondo fisico: è quindi sempre difficile descrivere correttamente queste condizioni tanto differenti; per cui è molto facile venire fraintesi. Soprattutto è possibile esprimersi solamente tramite paragoni. Qui nel mondo fisico state in un punto determinato di tutto l’edificio cosmico, e con i vostri occhi guardate in tutte le direzioni nella periferia. Nel mondo spirituale non è così. Lì siete nella periferia e da lì guardate verso l’interno, nello spazio vuoto di una sfera; solo che questo è solamente un paragone, perché non si tratta di una sfera vuota internamente, in quanto il tempo ha un’importanza molto maggiore dello spazio. Quindi dalla periferia voi guardate tutto: si tratta di condizioni del tutto diverse per quanto riguarda le rappresentazioni, di condizioni completamente diverse per quanto riguarda l’osservazione! All’interno della rappresentazione stessa ci sono a loro volta condizioni del tutto diverse. Supponiamo che l’uomo abbia varcato la soglia della morte a sessanta, settanta, ottanta anni e anche prima: ora egli percepisce chiaramente un’esperienza interiore. Quando voi percepite qui nella vita fisica la fame, oppure un dolore in un punto del vostro corpo, non dite che la fame è qui o lì, perché la fame è dentro di voi. Così, quando dal cosmo intero guardate verso l’interno qualcosa in un determinato punto, sapete che lì c’è qualcosa che vuole avere a che fare con voi. Ora dovete iniziare a sforzarvi di eliminare ciò che lì si manifesta, ciò che si è rivelato. E solo quando l’avete eliminato, compare la vera realtà che qui vuole manifestarsi. Perciò possiamo affermare: in quanto esseri spirituali, abbiamo in noi una rappresentazione; questa manifestazione però non ci dice nulla, deve prima essere eliminata, e solo una volta che l’abbiamo eliminata troviamo in noi — per quanto ciò sembri paradossale, è effettivamente così — un Angelo o un Arcangelo che si rivela a noi! Noi dobbiamo prima conquistarcene la presenza, in quanto essa si annuncia inizialmente nella rappresentazione. La comprensione del mondo spirituale è dunque collegata a uno sforzo decisivo, a un lavoro decisivo. Le anime che sono rimaste indietro qui nel corpo fisico possono più o meno manifestarsi in alto fino ai morti senza dovere compiere questo sforzo fisico, solo se qui sviluppano veramente i pensieri sul morto e se offrono qualcosa al morto, ad esempio leggendo per lui qualcosa o facendo altre cose simili. Tramite ciò che ho detto, desidero solo farvi comprendere come siano diverse le condizioni della percezione, della vita, dell’esperienza nel mondo spirituale. E se la situazione è
questa, non vi sorprenderà sapere che trenta anni di tempo spirituale corrispondono a un anno di vita fisica; infatti, nella realtà spirituale noi stiamo alla periferia e guardiamo verso l’interno al punto centrale. Ed è molto importante tenere a mente ciò. Potete farvi un’idea di quanto sia difficile parlare di determinate cose che riguardano il mondo spirituale, considerando il fatto che alcune cose (che è necessario rivestire di rappresentazioni fisiche) si presentano come il loro esatto opposto, e che quindi si è facilmente soggetti a errori. Che si dica: “l’uomo attraversa ripetute vite terrene”, è giusto, in quanto la cosa viene inizialmente vista a partire dal mondo fisico. Ciò è corretto. Ma perché egli attraversa ripetute vite terrene? Vivendo qui tra la nascita e la morte, l’uomo vive per un determinato periodo di tempo. Dopodiché egli entra nel mondo spirituale attraverso la soglia della morte, fa tutto un giro e poi torna nuovamente allo stesso frammento di tempo. E sempre di nuovo, quando noi percorriamo una vita, ci troviamo in realtà nello stesso punto del mondo. Ciò è molto interessante! Nel regno dello spirito in effetti non regna il tempo, ma la durata. Noi ritorniamo nello stesso punto. Noi ripetiamo effettivamente la vita nelle medesime condizioni, nello stesso punto del mondo, insieme a ciò che nel frattempo abbiamo vissuto. Noi torniamo sempre al punto di partenza; percorriamo vere e proprie circonferenze. Voi direte: è difficile da immaginare. È effettivamente difficile da immaginare, ma tra le cose più facilmente immaginabili che vi ho presentato oggi, desidero che nella vostra vita animica anche una cosa di questo genere diventi per una volta oggetto delle vostre meditazioni. Alle volte è necessario meditare a posteriori per un tempo assai lungo, se si vuole comprenderle in tutta la loro grande portata. Oggi mi sono posto come eccellente compito quello di descrivere un poco in che modo quelle anime che hanno attraversato la soglia della morte agiscono verso il basso, nel
mondo ove sono rimaste le persone alle quali erano collegate durante la loro vita fisica. Voi avete quindi visto da un altro lato che il mondo è veramente un’unità completa, che in realtà i morti sono morti solo per la visione fisica. Infatti, nel momento in cui varcano la soglia della morte, essi acquistano una nuova possibilità di accedere alla nostra anima, e in ciò consiste tutta la differenza. Ora essi agiscono in noi da dentro, mentre quando erano vivi agivano in noi dall’esterno. Queste cose non dovrebbero essere più solo delle teorie esteriori, ma dovrebbero inserirsi nella coscienza degli uomini; non dovrebbero essere solo rappresentazioni del mondo, ma visione del mondo, io direi addirittura percezione del mondo. Allora la scienza dello spirito porterà quei frutti che deve portare, che è effettivamente anche in grado di portare. Infine ancora un’osservazione. Riflettete una volta ancora su cosa significhi il fatto che in un momento determinato compreso tra la morte e una nuova nascita l’uomo deve avere in sé il sentimento di portare dentro di sé le gerarchie come sua personale esperienza interiore! È così! Ciò potrebbe indurre l’uomo alla più terribile superbia, la quale vivrebbe nella sua anima come un oscuro sentimento quando egli rinascerà. Nei tempi antichi si era eretta una barriera contro questa superbia, per il fatto che le persone che oltrepassavano la soglia della morte ed entravano nel mondo spirituale sapevano che non erano loro stessi a vedere, bensì che in loro vivevano le gerarchie più elevate che trasmettevano loro la capacità di vedere. L’uomo, però, ha perduto questa correlazione nel mondo spirituale, così come qui nel mondo fisico ha perduto la capacità della chiaroveggenza atavica. Al suo posto deve subentrare ciò che San Paolo ha espresso con queste parole: «Non io, ma il Cristo in me», e che acquisisce una vera e propria percezione spirituale tramite le parole: «Siamo nati da Dio, moriamo in Cristo». Se impariamo in tutta la sua profondità mediante il sentimento (che può giungerci dalla scienza dello spirito) che il Cristo è per la Terra, ci porremo nel modo giusto in questo guardare dalla periferia. E se noi viviamo con i giusti sentimenti dell’/» Christo morimur il passaggio attraverso la soglia della morte, allora, guardando dalla periferia, fra tutte le entità che noi vediamo (quindi anche gli esseri elementari e quelle che appartengono alle gerarchie più elevate, ma anche fra le entità che sono anime umane incarnate qui o già escarnate), tra tutte queste troviamo anche il nostro stesso essere-io. Il rapporto del nostro essere-io rispetto alle altre entità che ho appena caratterizzato noi l’osserviamo da fuori. Poter avere queste sensazioni dopo avere varcato la soglia della morte è importantissimo. Infatti, solo quando possiamo avere questa sensazione rispetto al nostro io, possiamo anche ritrovarci in giusto modo nell’incarnazione. Ma possiamo avere questa sensazione solo se varchiamo nel modo giusto la soglia della morte, accompagnati cioè dal sentimento: “Siamo morti nel Cristo”. Questo essere collegati al Cristo ci dà la possibilità di guardare nel mondo spirituale, in un certo senso, anche con l’occhio animico del Cristo, di vedere noi stessi come un essere-io tra gli altri esseri spirituali. È sempre mio desiderio che, da considerazioni come quella di oggi, noi non ci limitiamo a trarre un sapere, ma che questo sapere si tramuti anche in percezione, in sentimento. Anche se tutte le rappresentazioni che oggi sono state fatte ci fossero passate accanto come sogni, se di esse ci restasse solo una sensazione di fondo, quale ho cercato di riassumere in queste parole conclusive: “morire in Cristo”, ciò ci porrebbe in modo giusto nel mondo spirituale, di modo che noi le potremmo portare attraverso il mondo fisico nella prossima reincarnazione. Se ci rimarrà questa sensazione, da una considerazione di questo tipo noi porteremo la cosa giusta nella vita futura. Vogliamo anche condividere questi sentimenti considerandoli come quelli che più intensamente uniscono, e ciò verrà ceduto man mano al mondo dalla vera e solerte comunità invisibile dell’antroposofia: questo essere uniti nelle sensazioni e nei sentimenti che sono generati dalle rappresentazioni della scienza dello spirito. Il mondo ha bisogno, direi, di questa comunità invisibile di anime che possano portare nel mondo le forze di una coesione come quella che è stata caratterizzata. In questo senso vogliamo essere uniti spiritualmente nel futuro, anche quando, per un periodo, non lo saremo fisicamente. E così deve sempre essere tra di noi: la comunione spirituale deve sostenere per sempre quella fisica.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
Libera AntroposofiaArchivio digitale della Scienza dello Spirito di Rudolf SteinerInfo e ContattiTutti i contenuti presenti in questa piattaforma sono esenti da copyright
o sono stati legalmente concessi dai tenenti diritto.