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O.O. 159

Il mistero della morte - Essenza e significato dell'Europa centrale e gli spiriti dei popoli europei

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1°Le quattro virtù platoniche e i corpi costitutivi dell'uomo

Zurigo, 31 Gennaio 1915

La nostra scienza dello spirito ha il compito di eliminare dal nostro cosciente, e anzi da tutta la nostra vita spirituale, quell’abisso che si frappone tra il mondo fisico, nel quale l’uomo trascorre il tempo tra la nascita e la morte, e il mondo spirituale, nel quale l’uomo trascorre l’altra parte della sua vita totale, il tempo tra la morte e una nuova nascita.

Tale affermazione risulta familiare e ovvia per chi vive la scienza dello spirito con tutte le fibre dell’anima. Essa acquisisce un carattere straordinario e solenne solo in momenti come questo, nel quale parlo a voi oggi. Poco tempo fa abbiamo perso una serie di cari amici e soci attraverso i terribili eventi di guerra dal piano fisico, e siamo, per così dire, sul punto di accompagnare due amici nel loro ultimo cammino terrestre. Domani alle undici qui a Zurigo avremo la cremazione di una cara socia, la signora dott.ssa Colasga, che ha abbandonato il piano fisico questa settimana, e proprio ora abbiamo ricevuto la notizia che il nostro caro amico Fritz Mitscher, nei pressi di Davos, ha abbandonato il piano fisico oggi pomeriggio alle cinque. In questi due soci, care anime che ci lasciano dal piano fisico. Ma la scienza dello spirito ci mostra il cammino per comprendere come, in un senso molto più elevato di quanto potremmo altrimenti comprendere, non perdiamo tali anime, ma rimaniamo uniti a loro.

Già un notevole numero di anime che appartengono a noi ha attraversato la porta della morte nel corso del lavoro della nostra comunità. Soprattutto, da quelle fonti dalle quali la conoscenza spirituale ci fluisce, possiamo affermare che esse sono diventate, secondo i loro poteri, fedeli collaboratrici nel mondo spirituale. E con la più piena responsabilità, dicendo cose che devono fondarsi solidamente sul terreno della scienza dello spirito, posso affermare: in loro abbiamo guadagnato sostegni e colonne per il nostro movimento spirituale. Molte sono passate attraverso la porta della morte, operando all’interno del nostro movimento spirituale, guardando giù verso ciò al quale il loro amore rimane fedele. Nel tempo tra la nascita e la morte, hanno amato il tipo di sforzo che viene rappresentato nel nostro circolo. Nel nostro stesso movimento, essi stessi hanno lasciato qualcosa che ora esiste sulla strada tra la morte e una nuova nascita.

Come intorno a noi la natura è un mondo su cui guardiamo indietro, così possiamo guardare indietro sulla nostra vita fisica dal momento in cui essa possa essere paragonata alla nascita umana. Immediatamente dopo la morte l’uomo attraversa una condizione che può essere paragonata alla vita embrionale, alla vita nel seno della madre, tranne che quella vita dopo la morte si conta solo in giorni: è dunque molto più breve rispetto alla vita embrionale in relazione alla vita fisica. Poi segue ciò che può essere paragonato all’ingresso nel mondo fisico, al compiere il primo respiro, ciò che si può chiamare il risveglio nel mondo spirituale; e di cui si può dire che è come un divenire consapevole del fatto che la volontà dell’anima che ha attraversato la porta della morte è accolta dalle entità delle gerarchie superiori. Così come qui l’uomo, quando esce dal seno della madre ed entra fisicamente nel mondo fisico, si accorge prima di poter assorbire l’aria esterna, come poi i suoi sensi si risvegliano gradualmente, così dopo la morte giunge quel momento in cui l’anima sente: la volontà, che durante la vita fisica era costretta entro i limiti del corpo fisico, ora scorre da me nell’universo. E questa anima sente come questa volontà è veramente accolta dall’attività delle entità della gerarchia immediatamente superiore, degli esseri della gerarchia degli Angeloi. Questo è come prendere il primo respiro nel mondo spirituale e crescere gradualmente nel luogo spirituale, come ci rivela l’esperienza spirituale.

Vorrei parlare del destino di coloro che dal piano fisico ci hanno lasciato nel corso degli anni. Vorrei dirigere lo sguardo verso coloro che hanno amato il nostro movimento spirituale e guardano verso di esso dall’altro lato, consapevoli che ciò in cui vivono si comunica anche alle anime umane entro il corpo fisico. Il fatto che possano ancorarsi così al ricordo della vita terrestre è qualcosa che già nel mondo fisico appartiene al mondo spirituale. Questo rappresenta per coloro che hanno attraversato la porta della morte un valore infinito, un significato infinitamente profondo. E quando fluiscono nel flusso che sale verso di loro dal mondo fisico, che ha la sua sorgente in ciò che essi hanno vissuto insieme nel nostro movimento, come un affluente si unisce a un fiume, quando i pensieri di coloro che li amavano o erano legati a essi per vincoli naturali fluiscono verso di loro, allora la comunità, fondata su vincoli spirituali, è infinitamente più intima di quanto potrebbe essere in questa nostra epoca materialista.

E possiamo ancora dire: coloro che sono andati presto attraverso la porta della morte nel mondo spirituale ci appaiono come se l’avessero fatto per amore intimo del nostro movimento spirituale, al fine di poter aiutare con forze più forti dal mondo spirituale in basso. In un gran numero di coloro che da noi se ne sono andati, vivono nelle loro anime i sentimenti più straordinariamente chiari della necessità del nostro movimento spirituale. E per colui che sa guardare nel mondo spirituale, tutti coloro che hanno attraversato la porta della morte e ora guardano verso il movimento al quale erano uniti, sono come gli araldi spirituali del nostro movimento, coloro che ci portano avanti i motivi spirituali, chiamandoci incessantemente: eravamo convinti, mentre eravamo uniti a voi, della necessità di questo movimento. Ma ora che siamo entrati nel mondo spirituale, sappiamo che possiamo aiutare e come dobbiamo aiutare nel tempo in cui questo movimento è necessario.

Questo è qualcosa che sempre più coloro che rimangono sul piano fisico sentiranno — coloro che hanno perso cari parenti e amici dal piano fisico — e proprio questo che è stato detto può essere il loro più profondo conforto: avere qui tutto ciò che tesse un vincolo ancora più profondo tra le anime, anche se non siamo più in grado di stare in relazione con quelle anime attraverso la rivelazione esterna, attraverso occhi fisici e parole fisiche.

Molte, moltissime cose dovrà portare questo movimento spirituale, del quale dovremmo diventare partecipi. Da tutto ciò che dovrebbe portarci, oggi vorrei scegliere un capitolo particolare. Un’epoca come la nostra, nella quale la cultura esterna si costruisce interamente sulla coscienza materialistica, nonostante gli ultimi echi delle religioni antiche, un’epoca del genere può costruire gli impulsi della vita morale soltanto considerando la vita tra la nascita e la morte. Fra le molte cose che porterà il nostro movimento spirituale, vi sarà una ricostruzione totale della vita virtuosa, della vita etica dell’umanità. Poiché gli uomini impareranno a considerare la vita morale, la vita della virtù, da un punto di vista che va oltre la nascita e la morte, che tiene conto del fatto che l’anima umana passa attraverso vite terrene ripetute, che tiene conto del fatto che l’anima umana, così come la portiamo nella vita tra la nascita fisica e la morte, ha attraversato molte vite e guarda avanti sperando in altre vite che dovrà ancora attraversare. Quando avremo ampliato il nostro orizzonte da una sola vita alle successive vite terrene, seguirà una comprensione più ampia e più corretta della vita, e così pure una comprensione più corretta e più ampia della virtù e della vita etica.

Quando parliamo delle virtù dell’uomo, possiamo essenzialmente distinguere quattro di queste virtù, di cui si può parlare piuttosto nel modo ordinario tra gli uomini. Una virtù — come indicherò più tardi — è tale che vive nelle profondità dell’anima umana, ma di cui, come vedremo, per ragioni sacre non si deve parlare il meno possibile. Tutte le altre virtù che esistono nella vita, che costituiscono la vita morale, possono essere comprese come casi speciali di queste quattro virtù che vogliamo considerare, quelle quattro virtù di cui l’antichità in particolare ha parlato molto.

Platone, il grande filosofo della Grecia antica, ha distinto queste quattro virtù perché poteva ancora attingere la sua saggezza dagli ultimi echi del sistema misterioso antico. Negli ultimi echi del sistema misterioso antico, Platone era in grado di classificare la virtù meglio di quanto potessero fare i filosofi successivi, e certamente meglio di quanto possiamo fare oggi, quando la conoscenza della saggezza misteriosa è così lontana ed è diventata così caotica.

La prima virtù, di cui dobbiamo tenere conto quando parliamo della vita morale nel senso che emerge da una comprensione completa della natura umana, è la virtù della saggezza. Ma dobbiamo comprendere questa saggezza in un senso un po’ più profondo e riferito più all’aspetto etico, alla moralità, di quanto non si faccia ordinariamente. Non possiamo dire che la saggezza è qualcosa che può semplicemente volare verso l’uomo. Ancora meno è la saggezza qualcosa che l’uomo può imparare nel senso ordinario. Non è nemmeno facile caratterizzare con poche parole quello che la saggezza dovrebbe significare per noi. Se conduciamo la nostra vita in modo tale da lasciar agire su di noi quello che ci viene incontro in questa vita, se, stimolati dai vari eventi della vita, impariamo da un evento come avremmo potuto affrontare meglio questo o quel problema, come avremmo potuto rendere le nostre forze più capaci e più forti riguardo a una cosa o l’altra, se prestiamo attenzione a tutto ciò che ci accade nella vita, prestiamo attenzione nel senso che se qualcosa di simile ci accade una seconda volta non ci facciamo cogliere allo stesso modo della prima volta, ma ci sentiamo illuminati da essa. E se durante la vita conserviamo la capacità di imparare dalla vita, e consideriamo tutto ciò che la natura e la vita ci portano in modo tale da imparare, ma non solo in modo da sapere qualcosa, bensì in modo da diventare sempre migliori, più interiormente più nobili, allora cresciamo in saggezza, allora diventa la nostra vita spirituale tale che quello che abbiamo esperito non ci è passato davanti invano.

La vita ci passa davanti senza valore se viviamo per decenni e giudichiamo qualcosa che abbiamo sperimentato in un momento successivo nello stesso modo in cui l’abbiamo giudicato in un’età precedente della vita. Se conduciamo la nostra vita in questo modo, allora siamo i più lontani dalla saggezza. Il karma può aver voluto che nella gioventù siamo diventati iracondi, che abbiamo giudicato male questo o quel prossimo. Se rimaniamo così, abbiamo usato male la nostra vita. L’abbiamo usata bene se, avendo giudicato severamente nella gioventù, in un’età matura giudichiamo con comprensione, con perdono, se ci sforziamo di comprendere. Se siamo nati con una tendenza all’ira irruenta verso certe cose, e quando siamo vecchi non cediamo ancora all’ira irruenta come nella gioventù, se l’ira irruenta ci ha abbandonato per quello che la vita ci ha insegnato e siamo diventati più miti, allora abbiamo usato la nostra vita nel senso della saggezza. Se nella gioventù eravamo materialisti, ma poi abbiamo permesso a ciò che il nostro tempo aveva da dire come rivelazione dal mondo spirituale di agire su di noi, allora abbiamo usato la nostra vita nel senso della saggezza. Se ci chiudiamo alle rivelazioni del mondo spirituale, allora non abbiamo usato la nostra vita nel senso della saggezza.

In questo modo arricchirci, guadagnare un orizzonte più ampio, questo possiamo chiamare l’applicazione della vita nel senso della saggezza. E ciò che la scienza dello spirito vuole darci è adatto perché ci apriamo alla vita, perché diventiamo più saggi nella vita. La saggezza è qualcosa che nel senso più eminente si oppone all’egoismo umano. La saggezza è qualcosa che tiene sempre conto del corso degli eventi mondiali. Ci lasciamo istruire dal corso degli eventi mondiali perché in questo modo veniamo via dal giudizio ristretto che il nostro Io formula. Una persona saggia non può fondamentalmente giudicare egoisticamente, perché quando si impara dal mondo, si impara a comprendere il mondo, si impara a lasciar correggere il nostro giudizio dal mondo, così che la saggezza ci strappa quasi dal ristretto, limitato orizzonte e ci porta in armonia con esso. Quindi molte altre cose potrebbero essere addotte che gradualmente ci darebbero una descrizione della saggezza. Non dobbiamo cercare una definizione di questi concetti, piuttosto dovremmo mantenere aperto il nostro sentimento in modo che diventiamo sempre più saggi anche riguardo alla saggezza.

Nel mondo fisico, tutto ciò che l’uomo deve vivere mentre è sveglio deve fare uso degli strumenti della natura esterna fisica ed eterica. Noi umani, tra la nascita e la morte, siamo solo quando dormiamo, con il nostro essere spirituale, nella misura in cui siamo Io e corpo astrale, al di fuori dei nostri corpi fisico ed eterico. Quando siamo nello stato di veglia consapevole, facciamo uso degli strumenti del nostro corpo fisico ed eterico. Nella misura in cui ci riempiamo di saggezza, nella misura in cui sforzarci di vivere nel senso della saggezza nella nostra azione e nel nostro pensiero, nel nostro sentimento e nel nostro sentire, facciamo uso di quegli organi del nostro corpo fisico ed eterico che sono, per così dire, i più perfetti entro la nostra vita terrestre, quegli organi che hanno impiegato il più tempo a svilupparsi, che erano già stati preparati da Saturno, dal Sole e dalla Luna e sono giunti a noi come eredità e hanno raggiunto un certo completamento.

Vorrei darvi da un altro punto di vista un’idea di cosa si possa intendere per organi più o meno perfetti. Considerate il nostro cervello da una parte. Il cervello non è ancora l’organo più perfetto, ma possiamo comunque chiamarlo più perfetto di altri organi perché ha impiegato più tempo a svilupparsi di questi altri organi. Confrontiamo il cervello con il nostro corpo medio, dove abbiamo le mani. Quando decidiamo di fare qualcosa con le mani, abbiamo il pensiero: stendo la mano, prendo il vaso, ritiro la mano. Che cosa ho fatto? Ho steso non solo la mano fisica, ma anche la mano eterica, la mano astrale e un membro del mio Io, e la mano fisica è andata dietro.

Se semplicemente penso, se nutro solo pensieri, allora una coscienza chiaroveggente può vedere come anche qualcosa come braccia spirituali si stendono fuori dalla testa, ma il cervello fisico rimane nel suo guscio. Proprio come la mia mano eterica e astrale appartiene alla mia mano fisica, così anche qualcosa di eterico e astrale appartiene al cervello. Il cervello non può seguire, ma le mani possono seguire. In un periodo successivo, anche le mani diventeranno fisse, e allora saremo in grado di muovere solo la loro parte astrale. Le mani sono sulla strada per diventare quello che il cervello è già oggi. Nei tempi remoti, durante l’antico Sole e l’antica Luna, quello che oggi si estende dal cervello ed è solo spirituale era ancora accompagnato dall’organo fisico. Ora si è solo steso su di esso il guscio cranico, così che il cervello fisico è imprigionato lì durante lo sviluppo terrestre. Il cervello è un organo che ha attraversato più fasi di sviluppo. Le mani sono sulla strada per diventare simili al cervello, perché l’intero uomo è sulla strada per diventare un cervello. Ci sono quindi organi che sono più perfetti, che si sono più allontanati dallo sviluppo, e altri che sono meno perfetti. Gli organi più perfetti sono usati da quello che compiere nella saggezza. Il nostro cervello ordinario è in realtà usato solo come strumento per la forma più bassa di saggezza, per la saggezza terrestre ordinaria. Ma più acquisiamo saggezza, meno siamo dipendenti dal nostro grande cervello, più le attività, non note all’anatomia esterna, si ritirano verso il nostro piccolo cervello, verso quello che è racchiuso nel nostro cranio come piccolo cervello, che sembra un albero. Noi umani, quando siamo diventati saggi, quando siamo diventati saggezza, siamo effettivamente sotto un «albero», il nostro piccolo cervello, che allora inizia particolarmente a dispiegare la sua attività.

Immaginatevi una persona diventata straordinariamente saggia che estenda gli organi della sua saggezza come i rami di un albero potentemente. Hanno la loro sorgente nel piccolo cervello, che siede nel guscio cranico, ma gli organi spirituali si estendono, ed egli è sotto l’albero, l’albero della Buddhi, nella realtà, nella realtà spirituale.

Ma vediamo anche che quello che compiamo nella saggezza è il più spirituale in noi, o almeno appartiene al più spirituale, perché gli organi rimangono tranquilli. Quando facciamo qualcosa con la mano, dobbiamo ancora usare una parte delle nostre forze per il movimento della mano. Quando giudichiamo nella saggezza, quando decidiamo nella saggezza, gli organi rimangono tranquilli, nessuna forza viene usata sull’organo fisico, siamo più spirituali, e quegli organi che usiamo sul piano fisico per vivere nella saggezza sono quelli su cui dobbiamo usare la minima forza, che sono già, per così dire, i più perfetti. Quindi la saggezza è qualcosa nella vita morale umana che permette all’uomo di esperire se stesso spiritualmente. Questo è correlato al fatto che la saggezza che un uomo acquisisce lo rende capace di trarre i frutti più grandi dalle sue incarnazioni precedenti. Poiché viviamo spiritualmente nella saggezza senza lo sforzo degli organi fisici, per questo abbiamo la capacità massima di rendere fruttificante per questa vita quello che abbiamo acquisito in incarnazioni precedenti, di portare da incarnazioni precedenti questa saggezza.

Per una persona che non vuole diventare saggia, abbiamo una buona espressione in tedesco. La chiamiamo un filisteo. Un filisteo è una persona che si oppone al diventare saggia, che vuole rimanere per tutta la vita come è, che non vuole giungere a un giudizio diverso. Una persona che vuole diventare saggia, invece, si sforza di portare dalle incarnazioni precedenti quello che ha compiuto e immagazzinato attraverso il lavoro in incarnazioni precedenti. Quanto più diventiamo saggi, tanto più portiamo dalle incarnazioni precedenti nella presente, e se non vogliamo diventare saggi, in modo da lasciare la saggezza di incarnazioni precedenti incolte, allora viene uno che la taglia: Arimane.

A nessuno piacerebbe più che ad Arimane che noi non diventiamo più saggi. Abbiamo la capacità. Abbiamo acquisito molto, molto più nelle incarnazioni precedenti di quanto crediamo, molto di più nei tempi in cui abbiamo attraversato gli antichi stati di chiaroveggenza. Ognuno potrebbe diventare molto più saggio di quanto diventa. Nessuno dovrebbe scusarsi dicendo che non poteva portare molto indietro. Diventare saggio significa portare fuori quello che si è acquisito in incarnazioni precedenti in modo che ci riempia in questa incarnazione.

Un’altra virtù è quella che possiamo chiamare con una parola difficile da formare, la virtù del coraggio. Ha una tale disposizione d’animo che non rimane passiva verso la vita, ma è incline a usare le forze. La virtù del coraggio viene, per così dire, dal cuore. Di chi possiede questa virtù nella vita ordinaria si può dire: ha il cuore al posto giusto. E questa è anche una buona espressione per dire che siamo capaci di non ritirarci vigliaccamente dalle cose che la vita esige da noi, ma che siamo capaci di prenderci in mano, di intervenire dove è necessario. Se siamo inclini a dispiegare la nostra attività in questo modo, in breve, se siamo valorosi — e l’espressione «valoroso» è anche buona per questa virtù — allora possediamo questa virtù di una vita valorosa. Si potrebbe anche dire che questa virtù, legata a una salute emotiva, produce il coraggio nel momento giusto, la mancanza del quale porta alla vigliaccheria nella vita; questa virtù può ovviamente essere praticata nella vita fisica solo attraverso certi organi. Questi organi, ai quali appartengono il cuore fisico e il cuore eterico, sono quelli che non sono così perfetti come quelli che servono la saggezza. Questi organi sono ancora sulla strada per diventare diversi e continueranno a diventare diversi in futuro.

Tra il cervello e il cuore c’è una grande differenza per quanto riguarda il divenire cosmico. Supponiamo che un uomo passi attraverso la porta della morte, continui a vivere tra la morte e una nuova nascita. Il suo cervello è un prodotto divino. Il cervello è percorso da forze che, quando si passa attraverso la porta della morte, vanno veramente via e nella prossima vita il cervello sarà completamente ricostruito, e così anche le forze interne, non solo la materia. Quindi le forze saranno ricostruite da capo. Non è così con il cuore. Con il cuore stanno le cose diversamente: non è il cuore fisico, ma le forze che agiscono nel cuore fisico rimangono. Queste forze rimangono nell’astrale e nell’Io e persino tra la morte e una nuova nascita. Le stesse forze che bussano nel nostro cuore busseranno di nuovo nella nostra prossima incarnazione. Quello che funziona nel cervello è sparito, non viene fuori in un’incarnazione successiva. Ma le forze che attraversano il cuore sono di nuovo là nella prossima incarnazione. Quando guardiamo dentro una testa, possiamo dire: in essa funzionano forze invisibili che compongono il cervello. Ma quando l’uomo ha attraversato la porta della morte, queste forze vengono date al cosmo. Ma quando percepiamo il battito del cuore di una persona, percepiamo forze spirituali che non solo esistono in questa incarnazione, ma vivranno anche in un’incarnazione successiva, che passano attraverso la morte e attraverso la nuova nascita. Il sentimento popolare ha intuito tali cose in modo meraviglioso. Quindi dà così grande importanza al sentire il battito del cuore, non perché il battito del cuore fisico sia così apprezzato, ma perché guardiamo a qualcosa di molto più eterno quando consideriamo il battito del cuore di una persona. Se possediamo la virtù del coraggio, della valorosità, possiamo usare solo una parte di certe forze per questo coraggio. L’altra parte dobbiamo usarla per gli organi che servono come strumento per il coraggio. Questi sono organi per i quali dobbiamo ancora usare una parte delle forze. Se non siamo dotati di coraggio, se non sviluppiamo la virtù della valorosità, se ci lasciamo andare, se ci ritiriamo vigliaccamente dalla vita, se ci abbandoniamo al peso del nostro essere, allora non possiamo animare le forze che devono coesistere con il vivere la virtù della valorosità, del coraggio.

Mentre stiamo vigliaccamente nella vita, anche le forze rimangono inattive che dovrebbero percorrere il nostro cuore. Sono una sementa per Lucifero. Lui se ne impadronisce, e non le abbiamo nella prossima vita. Essere vigliacchi verso la vita significa consegnare a Lucifero molte forze che ci mancheranno quando nella nostra prossima incarnazione vorremo costruire i nostri cuori, che sono effettivamente gli organi, gli strumenti del coraggio. Arriviamo al mondo con organi difettosi, non sviluppati.

La terza virtù, che conta sugli organi meno perfetti, quelli che riceveranno forma solo in futuro, dei quali per ora contengono solo il germe, è quella che si può chiamare temperanza. La si può anche chiamare, in una certa sfumatura, una vita misurata. Quindi abbiamo tre virtù: saggezza, coraggio o valorosità, temperanza. Anche la moderazione potrebbe essere chiamata temperanza.

Si può essere intemperanti in molti modi diversi. Si può essere intemperanti mangiando e bevendo troppo. Questo è il modo più basso di intemperanza. Qui lo spirituale è completamente sopraffatto dal desiderio corporeo, e viviamo completamente nel nostro corpo. Ma se prendiamo il nostro desiderio nelle nostre mani, se effettivamente ordiniamo al corpo cosa può fare e cosa non può fare, allora siamo temperanti, si potrebbe anche dire: moderati. E poi manteniamo anche quelle forze nell’ordine corretto attraverso tale moderazione, che devono cooperare affinché nella prossima incarnazione non consegniamo gli organi corrispondenti a Lucifero. Poiché consegniamo a Lucifero le forze che esercitiamo attraverso l’abbandono a una vita passionale. Il peggio è quando le passioni ci mettono in uno stato di ebbrezza, quando ci sentiamo bene nel sognare e nel vagare.

Ovunque perdiamo la nostra temperanza, diamo sempre forze a Lucifero. Lui prende queste forze, ma in tal modo ci prende anche le forze di cui abbiamo bisogno per gli organi respiratori e digestivi, e allora arriviamo con cattivi organi respiratori e cattivi organi digestivi se non pratichiamo la virtù della moderazione. Coloro che amano lasciarsi trascinare dalla loro vita di desiderio, che si abbandonano alla loro vita passionale, sono i candidati per l’umanità decadente del futuro, per coloro che nel futuro soffriranno di tutti i possibili difetti dei loro corpi fisici.

Si può dire che questa virtù di temperanza conta sugli organi meno perfetti dell’uomo, su quegli organi che sono in uno stadio iniziale di divenire, che devono ancora trasformarsi essenzialmente. Quando guardiamo ai nostri organi digestivi e a quello che è connesso con essi, dobbiamo, per metterli in movimento, usare l’Io, il corpo astrale, il corpo eterico e il corpo fisico. Quando passiamo agli organi che sono gli strumenti per il coraggio, la cosa è già diversa. Lì rimaniamo con il nostro Io più o meno fuori, in esso ci muoviamo liberamente, e solo il nostro astrale e il nostro eterico entrano nel fisico. Quando poi arriviamo alle virtù che includono la saggezza, allora manteniamo l’Io e il corpo astrale liberi fuori. Poiché mentre diventiamo sempre più saggi, organizziamo il corpo astrale, prendiamo il corpo astrale in mano. Quello che è essenziale è che mentre diventiamo più saggi, trasformiamo l’astrale in Sé spirituale, e solo l’eterico va insieme al fisico. Nel cervello l’eterico va insieme solo al fisico. E mentre durante la veglia riguardo al resto del corpo restiamo molto fortemente legati almeno all’astrale, al corpo fisico come organo, per il cervello manteniamo lo stato in cui siamo durante il sonno, il più. Quindi abbiamo bisogno del sonno fisico il più per il cervello. Poiché quando siamo svegli, il nostro Io e il nostro corpo astrale sono anche al di fuori del cervello, e allora devono sforzarsi il più intensamente in se stessi senza avere un supporto sull’organo esterno.

Così troviamo una connessione tra il nostro essere umano e le virtù. Possiamo chiamare la saggezza una virtù che appartiene all’uomo come un essere spirituale, dove il suo Io e il suo corpo astrale sono liberi di agire e nel corpo fisico ed eterico ha solo una sorta di supporto. Possiamo chiamare il coraggio una virtù dove l’uomo è libero solo con il suo Io e ha il suo supporto nel corpo astrale, eterico e fisico. Possiamo infine parlare di temperanza, dove il nostro germe di Io diventa libero, dove siamo legati con il nostro Io al corpo astrale, eterico e fisico e ci liberiamo da questa limitazione con il nostro Io.

Ma poi c’è una virtù che è la più spirituale di tutte. Questa virtù più spirituale sta in una certa relazione con l’intero uomo. C’è un elemento dell’essere umano che perdiamo presto, che abbiamo solo nei primi anni di infanzia. Ho già menzionato più volte quello che sta qui. È così che quando entriamo nel piano fisico, non abbiamo la posizione di cui abbiamo bisogno per la nostra dignità umana: strisciamo su quattro zampe. Ho sottolineato che ci eleviamo dalla nostra stessa forza e ci mettiamo in posizione eretta. Allo stesso modo, sviluppiamo noi stessi attraverso le forze che entrano nel linguaggio. In breve, nei primi anni della nostra vita sviluppiamo forze che essenzialmente — prestate attenzione all’espressione — ci mettono nella posizione che abbiamo come veri umani nel mondo. Non veniamo al mondo in modo da essere «correttamente» orientati nel mondo. Strisciamo. Ma siamo correttamente orientati quando dirigiamo la testa verso le stelle. Questo corrisponde alle forze interiori.

Perdiamo queste forze nella vita successiva. Non riappaiono più. Non appare più nulla che interviene nella vita umana in modo così energico come imparare a camminare e stare in piedi. Ci stanchiamo sempre di più di mantenerci in piedi. Se al primo mattino iniziamo a vivere con il nostro cervello, ci stanchiamo quando abbiamo completato la giornata, abbiamo bisogno del sonno. Quello che ci sostiene in infanzia, se siamo stanchi, rimane abbastanza stanco per il resto della vita e va in una torpidità, e non applichiamo nulla di simile a stare in piedi nella vita successiva.

E come ci orientiamo nella vita quando impariamo il linguaggio? Anche quando impariamo a parlare, agiscono forze di orientamento. Le stesse forze che usiamo nel primo periodo dell’infanzia, non le perdiamo nella vita successiva. Rimangono con noi, solo che rimangono collegate a una virtù, alla virtù che è connessa con il giusto, il retto, alla virtù della giustizia universale, la quarta virtù. La stessa forza che usiamo come bambini quando ci alziamo da una creatura strisciante rimane in noi quando possediamo la virtù della giustizia, la quarta delle virtù citate da Platone.

Chi veramente pratica la virtù della giustizia mette ogni cosa, ogni essere al suo giusto posto, esce da se stesso ed entra negli altri. Questo è vivere nella giustizia universale e onnicomprensiva. Vivere nella saggezza significa trarre i migliori frutti dalle forze che abbiamo immagazzinato in incarnazioni precedenti. E se qui abbiamo dovuto indicare quello che era nostro in incarnazioni precedenti, quando il divinità fluiva attraverso di noi, dobbiamo indicarlo ancora più alla giustizia: veniamo dal cosmo. Pratichiamo la giustizia quando sviluppiamo le forze attraverso cui siamo connessi con l’intero cosmo, ma spiritualmente. La giustizia rappresenta la misura di come un uomo è connesso con il divino. L’ingiustizia è, praticamente, lo stesso dell’empietà, lo stesso di colui che ha perso la sua origine divina, e bestemmiamo il Dio, il Dio da cui veniamo, quando facciamo torto a qualsiasi essere umano.

Quindi abbiamo due virtù, giustizia e saggezza, che ci rimandano a quello che eravamo in tempi precedenti, in altre incarnazioni, nei tempi in cui eravamo noi stessi ancora nel seno di Dio. E abbiamo due altre virtù, la vita coraggiosa e temperante, che ci rimandano a incarnazioni successive. Diamo loro tante più forze quanto meno diamo a Lucifero. Abbiamo visto come il coraggio e la temperanza entrano negli organi e come gli organi vengono preparati così per la prossima incarnazione. Allo stesso modo la vita morale si estende verso la futura incarnazione quando ci riempiamo di spiritualità. Due virtù risplendono sul passato di incarnazioni: saggezza e giustizia. Ma il coraggio e la temperanza risplendono sul futuro di incarnazioni.

Verrà il tempo in cui l’uomo si renderà conto che si getta fra le fauci di Arimane se si chiude a giustizia e saggezza. Quello che nelle incarnazioni precedenti era suo, che apparteneva al mondo divino, lo getterebbe a Lucifero attraverso ciò che compie in intemperanza o in vigliaccheria della vita. Quello che Lucifero afferra ci viene tolto come forze per la costruzione del nostro corpo nella prossima vita. Non possiamo praticare saggezza e giustizia senza diventare, come già accennato, altruisti. Colui che può solo essere ingiusto è colui che è egoistico. Colui che può solo rimanere ignorante è colui che è egoistico. Saggezza e giustizia ci portano oltre il nostro sé e ci rendono membri dell’organismo umano totale. Il coraggio e la temperanza ci rendono in un certo senso membri dell’organismo umano totale. Solo nel vivere coraggio e temperanza, nel dedicare la nostra vita a loro, forniamo per il futuro che ci inseriamo nell’umanità con un’organizzazione più forte. Non ci viene tolto quello che diversamente getteremmo a Lucifero. L’egoismo si trasforma da sé in altruismo quando viene appropriatamente esteso all’intero orizzonte della vita e l’uomo si pone nella luce della quarta virtù. Questo è quello che la saggezza spirituale della futura umanità porterà, quello che si estenderà all’etica e alla vita morale. Questo allora fluirà anche nella pedagogia. Nel fatto che saggezza e giustizia vengono comprese come ho indicato, gli uomini vorranno imparare per tutta la vita. Vedranno che devono veramente imparare solo dopo aver lasciato la giovinezza, mentre ora gli uomini pensano che una volta lasciata la giovinezza non hanno più niente da imparare. I più grandi e più nobili frutti dell’arte, dei grandi poeti dell’umanità vanno persi. Sarebbero meglio dentro di noi se come anziani riprendessimo di nuovo le loro opere. Se la gente legge l’«Ifigenia» di Goethe o lo «Guglielmo Tell» di Schiller, di solito pensa: l’abbiamo già letto a scuola. Ma questo non è giusto, poiché non bisogna dimenticare che queste opere hanno il miglior effetto quando le si legge in età avanzata, perché allora servono la giustizia e la saggezza.

E di nuovo, anche la pedagogia dell’infanzia porterà frutti speciali quando si comprenderà la virtù del coraggio e la virtù della temperanza nella giusta luce. Queste virtù devono essere considerate individualmente dove si deve educare, in modo che si punti costantemente ai bambini che devono affrontare la vita coraggiosamente, che non devono temere tutto quello che è possibile e ritirarsi da tutto quello che è possibile, e che devono intendere la vita con temperanza e moderazione, così da allontanarsi gradualmente dalle loro passioni. Questo è quello con cui si può fare enormemente per l’educazione dei bambini. Dovremo sviluppare queste cose via via nel corso delle nostre considerazioni di scienza dello spirito.

Così vediamo come quello che nella vita morale dell’umanità ha altrimenti solo leggi per il piano fisico esterno, per la vita tra la nascita e la morte, è esteso attraverso considerazioni di scienza dello spirito su un orizzonte infinitamente vasto. È anche come con le altre cose nella scienza dello spirito. L’umanità ha dovuto passare attraverso il fatto che il suo orizzonte è stato ampliato per quanto riguarda la scienza naturale. Giordano Bruno ha sottolineato che non solo la terra esiste, ma che ci sono molti altri mondi nello spazio universo. La scienza dello spirito sottolinea all’umanità che non solo una vita terrestre esiste, ma che ci sono molte vite terrestri. Gli uomini prima di Giordano Bruno credevano che ci fosse un confine lassù. Giordano Bruno ha sottolineato che non c’è confine, che il blu del cielo non rappresenta un confine. La scienza dello spirito mostra che nascita e morte non esistono affatto, che le mettiamo nella vita attraverso la limitatezza della nostra comprensione.

In questo modo l’abisso tra il fisico e lo spirituale è colmato. E così le cose stanno su terreno di scienza dello spirito, per coloro che fondano una vera, verace comprensione. Coloro che oggi spesso si chiamano monisti lo fanno molto semplicemente con il loro monismo. Prendono una parte del mondo e ne fanno un’unità scartando l’altra metà del mondo. Un vero monismo emerge nel lasciar fluire insieme significativamente le due metà. Questo è fatto dalla scienza dello spirito. Ma non solo questo emerge significativamente in coscienza, ma deve emergere per tutta la nostra vita. Sempre di più dobbiamo giungere a sapere veramente quando guardiamo nel mondo: qui intorno a noi, in tutto ciò che vive e agisce, c’è qualcosa di soprasensibile, non solo in quello che il nostro occhio vede, ma anche in quello che il nostro intelletto, legato al cervello, può percepire. Dappertutto ci sono forze spirituali, dietro ogni apparenza, dietro l’apparenza dell’arcobaleno, dietro il movimento della mano e così via.

Se leggete il ciclo di conferenze che ho tenuto intorno al capodanno lo scorso anno a Lipsia, troverete come l’impulso del Cristo ha agito attraverso il mistero del Golgota, come il Cristo vive negli affari umani più importanti, non solo in quello che gli uomini ne hanno saputo. Mentre loro litigavano, mentre discutevano, l’impulso del Cristo agiva e compiva quello che doveva accadere.

Considerate la figura della Pulzella d’Orléans. Nello sviluppo dell’Europa si presenta una semplice ragazza pastora. Si presenta in modo straordinario, in modo tale che nella sua anima non vivono solo le forze che ordinariamente vivono nell’uomo, ma in questa personalità agisce l’impulso del Cristo e l’anima e la sorregge con il suo potente impulso. Divenne quasi una rappresentazione dell’impulso del Cristo stesso per i suoi tempi. Potrebbe farlo solo quando l’impulso del Cristo trovava posto in lei.

Sapete che celebriamo il Natale nel tempo in cui la forza solare è minima, nell’oscurità profonda dell’inverno, perché allora possiamo essere sicuri che la luce interiore, la luce spirituale ha la massima intensità.

Le antiche leggende ci dicono che durante le tredici notti prima del 6 gennaio, persone hanno sperimentato qualcosa di molto particolare, perché allora la vita terrestre e le forze interiori della terra sono più concentrate. Coloro che sono inclinati lo sperimentano davvero, le forze spirituali nelle forze terrestri. Innumerevoli leggende testimoniano questo. Il miglior tempo per questo sono le tredici notti prima del 6 gennaio.

La Pulzella d’Orléans ha passato queste tredici notti in uno stato particolare, in uno stato in cui il suo sentimento non era ancora ricettivo al mondo esterno. Stranamente, il tempo in cui la Pulzella d’Orléans era portata nel seno della madre cade in modo tale che è durato durante il periodo natalizio nel 1411. È nata, avendo trascorso le ultime tredici notti nel seno della madre, il 6 gennaio. Prima che respirasse il primo respiro, prima che vedesse la luce fisica con l’occhio fisico, ha sperimentato il terrestre nelle tredici notti nello stato di sonno che l’uomo attraversa prima di entrare nel mondo fisico.

Accenno qui a un fatto straordinariamente significativo, che mostra come il mondo sia governato dallo spirituale, come quello che accade esternamente nel mondo fisico sia diretto dalla potenza direttiva del mondo spirituale, come il mondo spirituale fluisca sotto il fisico. Così nella presente era, attraverso la scienza dello spirito, dobbiamo sempre consapevolmente eliminare l’abisso tra il fisico e lo spirituale. Su un campo lo facciamo per la vita, quando diventiamo consapevoli che proprio all’interno del nostro movimento operano le forze di coloro che hanno unito corpo e anima nella loro vita terrestre con il nostro movimento e hanno passato la porta della morte. Quando guardiamo l’altra sponda del fiume, dove sono attivi, e ci uniamo a loro e dirigiamo i nostri pensieri a loro, allora lo facciamo da consapevolezza piena, dalla consapevolezza che ci siamo acquisiti attraverso la scienza dello spirito. Sappiamo che siamo nella relazione più viva con coloro che hanno passato la porta della morte, e li sappiamo come le migliori forze in mezzo a noi. Se facciamo questo o pensiamo questo, allora consideriamo la vita come un campo di semina. In tutto quello che seminiamo noi stessi, vediamo dappertutto quelle piante che germogliano senza che noi stessi le facciamo germogliare. E allora possiamo sapere: queste piante sono piantate da coloro a cui è permesso essere nel mondo dello spirito, da coloro con cui ci sentiamo uniti, con cui diventiamo uno.

Una fratellanza umana anche con coloro che non indossano più il corpo fisico, questo sarà il segno caratteristico di questo movimento e di coloro che si sentono come membri di questo movimento e che in futuro si conteranno in esso. Altre società costruite solo sul terrestre rimuoveranno molte barriere tra uomo e uomo. Le barriere tra i vivi e i morti saranno sempre più rimosse dal movimento, che unirà gli uomini che vogliono unirsi nel segno della scienza dello spirito. Dobbiamo tutti portare questo nelle nostre anime e ricevere come sentimento duraturo proprio il caratteristico che ci unisce a questo caro movimento spirituale.

Durante gli anni di guerra, prima di ogni conferenza che Rudolf Steiner teneva come membro della Società Antroposofica nei paesi colpiti dalla guerra, recitava le seguenti parole commemorative:

I primi pensieri che coltiviamo nel nostro stare insieme nei nostri rami devono essere rivolti agli spiriti che proteggono coloro che stanno all’aperto nei campi, dove ora servono i grandi doveri del tempo con sangue e anima. Vogliamo rivolgere le nostre preghiere agli spiriti protettori di queste anime, affinché quello che portiamo come amore sollecito possa irradiarsi verso l’alto e possa unirsi alla potenza di questi spiriti che proteggono quelle anime nei campi degli eventi.

Spiriti della vostra anima, custodi operanti, Le vostre ali possono portare L’amore ansioso della nostra anima Alla custodia di persone terrene fidate da voi, Affinché, unito alla vostra potenza, La nostra preghiera splenda aiutando Le anime che la cercano amorosamente.

E per coloro che hanno già passato la porta della morte:

Spiriti della vostra anima, custodi operanti, Le vostre ali possono portare L’amore ansioso della nostra anima Alla custodia di persone della sfera fidate da voi, Affinché, unito alla vostra potenza, La nostra preghiera splenda aiutando Le anime che la cercano amorosamente.

E lo spirito che per gli anni del nostro sforzo abbiamo cercato, possa la forza che ha portato attraverso il mistero del Golgota splendere su di voi, affinché abbiate forza per compiere quello che i grandi doveri dell’umanità esigono da voi. Lo spirito che ha passato il mistero del Golgota, lo spirito del Cristo sia con voi!

Il mistero della morte — Conferenze scelte

2°Il passaggio attraverso la porta della morte come trasformazione

Hannover, 19 Febbraio 1915

È un’epoca nella quale, in rapida successione, attraverso i quasi quotidiani numerosi morti, si avvicina a noi il collegamento dell’uomo con il mondo spirituale, con quel mondo che l’uomo percorre quando attraversa la porta della morte. E sotto circostanze assolutamente particolari si presentano a noi questi morti che si susseguono rapidamente, quasi simultanei. Queste circostanze particolari sono date dal fatto che attraverso la porta della morte si avviano numerosi uomini terrestri che, nelle circostanze nelle quali normalmente si suppone stia l’uomo terrestre, avrebbero potuto vivere ancora per decenni su questa terra. E sempre, quando l’uomo in un certo senso prematuro attraversa la porta della morte, entrano in vigore circostanze straordinarie.

Sappiamo che quando l’uomo attraversa la porta della morte, lascia dietro di sé, affida per così dire all’elemento terrestre, ciò che come suo corpo fisico gli cade da dosso. Sappiamo che allora in secondo luogo entra in considerazione il cosiddetto corpo eterico, ma che anche questo si separa dall’individualità che si estende nelle regioni spirituali tra la morte e una nuova nascita, che è composta dal corpo astrale e dall’Io; che questo corpo eterico continua per così dire a operare, separato dall’Io e dal corpo astrale. Questo corpo eterico, che ora entra nel mondo spirituale che ci sta più vicino, che abbiamo spesso chiamato mondo eterico, questo corpo eterico — potete ben immaginare — appare diverso in colui che attraversa prematuramente la porta della morte, e diverso in colui che ha vissuto fino alla vecchiaia avanzata. Poiché questo corpo eterico, che nel caso di uno che muore prematuramente attraversa la porta della morte, avrebbe avuto, in circostanze normali, ancora molti anni, perfino decenni, la forza di provvedere di vita il corpo fisico. Ora, nel mondo spirituale la forza non va persa nemmeno quanto nel mondo fisico. Questa forza che normalmente provvede di vita il corpo fisico rimane. Così che possiamo dire: se ora migliaia attraversano quasi ogni giorno la porta della morte, allora entrano nel mondo elementare corpi eterici che sono ancora capaci di vita, che hanno forze diverse da quelle dei corpi eterici più anziani. Che cosa accade ora con questi corpi eterici ancora capaci di vita?

Ieri nella conferenza pubblica ho parlato dell’anima popolare reale. Questa anima popolare è una vera entità. Ha bisogno propriamente in questo nostro tempo di forze affatto particolari. Ha bisogno di tali forze anche ad altri tempi, naturalmente, ma propriamente in questo nostro tempo. Questa anima popolare prende su di sé questi corpi eterici ancora capaci di vita. L’uomo stesso con il suo Io e il suo corpo astrale segue altri cammini — quei cammini che lo preparano allora alla sua prossima vita terrestre. Ma questi corpi eterici si separano dalle individualità umane, passano nell’essenza, nella sostanza delle anime popolari. Così che dopo un tale periodo fatale come quello che ora stiamo attraversando, veniamo incontro a un’epoca nella quale l’anima popolare contiene in sé — quali forze viventi ivi presenti — i corpi eterici che le sono stati consegnati da coloro che nelle battaglie hanno attraversato la porta della morte. Un’epoca si avvicina dunque, nella quale lo scienziato dello spirito può sapere che non è andato perduto ciò che è stato sacrificato sull’altare dei grandi eventi temporali come corpi eterici. Un’epoca si avvicina nella quale dall’anima popolare irradia una forza efficace nelle singole anime, dalla quale simultaneamente proviene ciò che nei primi, secondi, terzi decenni giovanili numerosi uomini qui sulla terra hanno assorbito, ciò che avrebbero potuto conservare per ancora molti decenni, ma che hanno consegnato all’anima popolare. Questo sarà nel futuro nelle forze che l’anima popolare filtra nelle singole anime, questo non è andato perduto.

Portiamo questo veramente al nostro cuore. Consideriamo una volta come la consapevolezza del nostro collegamento con il mondo spirituale possa animarsi nel nostro sentimento, se manteniamo fermo questo: che in futuro si potrà parlare dell’anima popolare in modo tale che in essa i frutti dei morti sacrificali siano come forze efficaci. E proprio questo sarà di importanza particolare nei prossimi tempi. Ad altri tempi sarebbe diverso, ma per il prossimo tempo sarà significativo per una ragione affatto particolare.

Abbiamo vissuto in una terribile epoca del materialismo. Per così dire, le anime che non potevano pervenire alla scienza dello spirito erano immerse in una forte aura del materialismo. Combattere questa aura sarà il compito dell’anima popolare nel prossimo tempo. Forze fluiranno a questa anima popolare per combattere il materialismo, per il fatto che i corpi eterici dei morti prematuri continueranno a vivere in questa anima popolare, vivono proprio come forze. I combattenti più forti contro il materialismo saranno questi corpi eterici sacrificati sull’altare dello sviluppo dell’umanità.

Dobbiamo così distinguere fra ciò che come singolo uomo passa attraverso i campi del mondo spirituale e rimane unito all’individualità umana, da ciò che attraverso il detour del corpo eterico è dato all’universalità; ciò che nell’universalità spirituale nel senso qui indicato continua a operare nella sostanza degli spiriti dei popoli.

Questo può imprimersi particolarmente profondamente nel nostro animo se poniamo davanti alle nostre anime due tipi umani in relazione a questa differenza spirituale: il guerriero caduto in battaglia, che completamente dedito al compito del suo popolo attraversa la porta della morte — che in certo senso nel momento in cui entra nel campo di battaglia, nel momento in cui si decide solo a entrare nel campo di battaglia, si deve anche decidere a guardare in faccia la morte — e confrontiamo questo tipo umano con l’asceta. Proprio se si considera quello che nel corso della vita umana significano le forze del corpo eterico, si ha una rappresentazione della differenza fra il guerriero caduto in battaglia e l’asceta. L’asceta lavora su se stesso. Tenta di lavorare su se stesso in modo tale che superi completamente il fisico in sé, che durante il tempo della vita si liberi da questo fisico. Attraverso il fatto che l’asceta così lavora, si compie anche una significativa trasformazione nel suo corpo eterico. Consuma per così dire nel modo più intenso le forze di questo corpo eterico, al fine di assimilarsele nel suo Io e nel suo corpo astrale. Ciò che libera l’asceta dal fisico giova completamente all’individualità, serve la trasformazione dell’individualità. Così che un tale uomo che diventa asceta può servire l’umanità solo attraverso il detour di ciò che fa di se stesso. Ma colui che si libera dal corpo fisico in gioventù prematura per il fatto che deve dedicarsi alle esigenze della guerra, consegna le forze del suo corpo eterico all’universalità, le assimila all’agire universale. Bisogna sentire questa differenza, è una differenza significativa. Ci mostra ancora un poco ciò che come realtà impera nella vita umana. Ed è significativo anche considerare precisamente rispetto a ciò che il corpo eterico è, il passaggio attraverso la porta della morte.

Nel momento in cui l’uomo attraversa la porta della morte, è ancora unito al suo corpo eterico. Ciò che accade con questo l’abbiamo descritto spesso. Questa unione con il corpo eterico dà all’uomo la possibilità di vivere veramente in tutte le rappresentazioni che l’ultima vita ha acceso in lui, di assorbirsi completamente come in un tableau maestoso in tutto ciò che l’ultima vita gli ha dato. Ma questo è uno sguardo che dura un tempo relativamente breve, che si estingue con il distacco del corpo eterico dall’Io e dal corpo astrale. Sì, si può dire che subito dopo il momento della morte inizia uno spegnersi, un indebolirsi sempre maggiore delle impressioni che ancora provengono dal possesso del corpo eterico, e allora prende vigore ciò che è determinante dopo la morte fisica. Ciò che è determinante non è rappresentato correttamente che in minima misura dagli uomini che vogliono formarsi rappresentazioni sulla vita dopo la morte. È anzi difficile coniare parole per quelle condizioni completamente diverse, rispetto alle condizioni che si vivono nel corpo fisico. Si crede facilmente che l’uomo, quando ha attraversato la porta della morte, debba acquistare di nuovo una coscienza. Non è così. Ciò che l’uomo vive quando attraversa la porta della morte non è una mancanza di coscienza. Con la morte non entra una carenza di coscienza, entra il contrario. Un eccesso, un’abbondanza di coscienza è presente quando la morte è sopraggiunta. Si vive e si tesse completamente nella coscienza, e come la luce solare forte abbaglia gli occhi, così inizialmente si è abbagliati dalla coscienza, si ha troppa coscienza. Questa coscienza deve prima attenuarsi, affinché ci si possa orientare nella vita in cui si è entrati dopo la morte. Ciò dura a lungo, accade gradualmente nel modo che dopo la morte sempre più momenti si presentano nei quali la coscienza rende possibile tale orientamento; che l’anima per un tempo più o meno breve torna a sé e poi di nuovo entra in una sorta di stato simile al sonno, come lo si potrebbe designare. Allora poco a poco tali momenti diventano sempre più lunghi, l’anima sempre più entra in tali condizioni, fino a che non vi è un completo orientamento nel mondo spirituale.

Difficili da comprendersi sono anche le rappresentazioni chiare e precise di come colui che ha attraversato la porta della morte percepisca l’ambiente circostante. Nelle ultime settimane abbiamo cremato una cara amica antroposofica, e secondo il desiderio della defunta mi era toccato il compito di celebrare una cerimonia funebre con gli amici riuniti nel luogo della morte avvenuta. Nel tempo in cui io parlai e diressi le mie parole alla defunta, la defunta era per così dire come addormentata. Allora agì il calore, le fiamme per così dire afferrarono il corpo, e in questo momento giunse come un momento di coscienza sull’anima, come un momento di orientamento, e la defunta aveva davanti a sé l’intera immagine di ciò che era la cerimonia funebre e l’orazione funebre, come se avesse davanti a sé qualcosa di spaziale simultaneamente. Il tempo diviene qui veramente spazio. Non si vede il passato come si vede il passato nella vita scorrere nel tempo, ma si vede come qualcosa di spaziale ciò che è passato davanti a sé. Così che ciò che era già trascorso, ciò che era accaduto, diciamo un quarto d’ora prima, stava allora davanti all’anima della defunta come un primo momento di illuminazione della coscienza. Poi giunse di nuovo uno stato di abbagliamento nella luce di coscienza traboccante, per andare incontro in questo stato a quegli altri stati nei quali poi l’anima apprende gradualmente a orientarsi nel mondo spirituale.

È importante, se veramente vogliamo formarci buone rappresentazioni sulla vita dopo la morte, che consideriamo questi concetti di tempo completamente diversi; che capiamo come là il tempo non è qualcosa di cui si possa dire che è trascorso e ci si ricorda delle cose che sono accadute nel tempo, ma il trascorso sta là. Come il tavolo sta e questo tavolo non se ne va quando io mi sposto, come io guardo indietro su di esso, così dopo la morte rimane ciò che è accaduto, ciò che solo può essere ricordato, e il morto lo guarda come nel corpo si guarda indietro agli oggetti spaziali. Ciò è molto importante considerare. Ciò che inoltre è di assoluta importanza considerare è che restiamo davvero in collegamento, che la nostra vita terrestre rimane in collegamento con ciò che poi fra la morte e una nuova nascita sperimentiamo; almeno rimane in stretto collegamento fino al punto che nell’ultimo dramma mistico è stato designato come l’ora di mezzanotte dell’esistenza spirituale.

Vorrei non lasciar mancare di dare gradualmente ai nostri amici rappresentazioni di queste condizioni difficili da descrivere. Su ciò che come uomini terrestri fra la nascita e la morte abbiamo vissuto, l’anima che è entrata nella morte rivolge lo sguardo indietro — ma non come se ciò che si è vissuto là fosse solo presente, bensì agisce in un modo peculiare a molti stati di vita del morto. Lo stato di vita del morto non è come lo stato di vita di colui che vive fra la nascita e la morte. Lo stato di vita di colui che vive fra la nascita e la morte è tale che si sente racchiuso nella propria pelle e attraverso i propri sensi guarda fuori nel mondo. Non appena si entra come morto nel mondo spirituale, si è sparsi nel mondo spirituale intero. Ci si sente come se si riempisse gradualmente il mondo spirituale intero. E ciò che si è vissuto durante l’esistenza terrestre fisica, lo si prova come qualcosa che rimane — non come corpo fisico naturalmente, ma come ciò che costituisce la forma, le forze del corpo fisico. Questo rimane al morto, ma lo si ha come si ha nel corpo fisico l’occhio umano. Come si ha l’occhio per vedere, così si ha allora se stessi, la vita terrestre che si è vissuta, come un organo sensoriale cosmico, per percepire il mondo con esso. Ciò che il nostro occhio è ora per il nostro corpo, la nostra vita terrestre è per la nostra vita spirituale dopo la morte.

La nostra vita terrestre ci viene messa in servizio per così dire come occhio, come organo sensoriale. Vi accorgerete solo gradualmente, attraverso una meditazione più lunga, quale significato effettivamente sia espresso nel fatto che la nostra vita terrestre diventa organo sensoriale per la nostra vita fra la morte e una nuova nascita. Quando l’uomo nel sonno con il suo Io e il suo corpo astrale esce dal suo corpo fisico e dal corpo eterico, è infatti già simile. Quando sopraggiunge l’iniziazione e l’uomo diventa veggente nel mondo spirituale al di fuori del suo corpo fisico e del corpo eterico, allora sa: nel mondo spirituale percepisci come attraverso un organo sensoriale con la parte spirituale del tuo corpo fisico, e pensi nel mondo spirituale con il tuo corpo eterico. Il tuo corpo eterico è propriamente come il tuo cervello nel mondo spirituale e il tuo precedente corpo fisico è un organo sensoriale. Tu stesso però sei diffuso con tutte le tue forze di vita sulle ampiezze spirituali. Ti sei propagato, non ti senti stretto dalla tua pelle in un luogo, ti senti diffuso, sparso sul mondo spirituale.

Questa è un’esistenza completamente diversa. E con questo è collegato che colui che entra nel mondo spirituale, sia attraverso la morte, sia attraverso l’iniziazione, con le altre entità del mondo spirituale, con entità delle gerarchie superiori o con anime umane che vivono fra la morte e una nuova nascita, vive così unito che non le vive come si incontrano gli uomini terrestri esteriormente, dove ci si è separati spazialmente da loro. Bensì le vive come presenti con lui in uno spazio spirituale comune, penetrandosi mutuamente. Ciò che un’altra anima vive, non lo si scopre per il fatto che ti dica qualcosa, come fra gli uomini terrestri, bensì così: che ci si vive dentro all’altra anima e nella sua essenza si vive con i pensieri di lei. Perciò è anche così, che si può essere certi solo allora di vivere veramente in sé ciò che un morto vive, quando si sa: si è in un certo senso dentro il morto, non si rende soltanto qualcosa che si percepisce secondo il modello di qualcosa che si è vissuto sulla terra, bensì si percepisce: il morto stesso parla attraverso la tua essenza.

Anche questo voglio chiarirvi attraverso un esempio. Uno dei nostri membri è morto di recente. Era ancora prima della cremazione che ci si sentì in certo senso la necessità di sapere ciò che questa personalità avesse da dire dopo la morte. Da dire attraverso il fatto che rimaneva in certo senso ancora legata al suo corpo eterico e attraverso il suo corpo eterico poteva in certo senso esprimersi in modo terrestre, ma tuttavia raccoglieva tutto ciò che attraverso un’intensa convivenza della concezione del mondo antroposofica era stato tessuto nell’anima. Così abbiamo a che fare con una personalità che era giunta ad anni assai avanzati, che negli ultimi anni della sua vita veramente intensamente e con tutte le forze del suo cuore si era assimilata la nostra concezione del mondo della scienza dello spirito. Poi attraversò la porta della morte. Ora aveva ancora il suo corpo eterico. Era ancora prima della cremazione, e il corpo eterico era ancora presente come mezzo di espressione. Questo diede la possibilità di esprimersi ancora attraverso parole terrestri, perché il corpo eterico poteva rivivere. E la liberazione dal corpo, dall’esistenza terrestre, diede simultaneamente la possibilità di raccogliere l’intera essenza che si era incisa nel cuore nell’anima. E mentre mi si manifestò come questa personalità che aveva attraversato la porta della morte volesse esprimere la sua essenza — circa al secondo giorno dopo la morte — si formarono le parole che posso comunicarvi, parole che pertanto si devono considerare come parole esperite dalla defunta. Così ci si deve rappresentare che qui, al secondo giorno dopo la morte, questa essenza dell’anima che aveva attraversato la porta della morte era ripiena della forza di queste parole, si esprimeva nella forza di queste parole. E se ci si trasportava in questa anima, allora attraverso di noi in queste parole si esprimeva questa essenza dell’anima, questa essenza della defunta. Perciò non potei fare di meglio che allora alla sepoltura dirigere proprio queste parole alla defunta, poiché erano le parole che lei stessa in certo senso rivolgeva agli amici che stavano attorno ai resti terrestri. Posso darvi l’assicurazione: non ho aggiunto nulla, assolutamente nulla a queste parole, bensì ho tentato di coglierle dall’essenza della defunta. Certamente, più tardi subentra ciò che ho denominato l’abbagliamento della coscienza, ciò che si potrebbe denominare una sorta di stato di sonno. Ora la defunta non avrebbe potuto esprimere ugualmente la sua essenza, perché allora le manca il mezzo del corpo eterico. Lo potrà di nuovo dopo un certo tempo, ma immediatamente dopo la morte sarebbe impossibile. Le parole sono queste:

In ampiezze cosmiche voglio portare

Il cuore che sente, perché caldo divenga

Nel fuoco del sacro agire delle forze;

In pensieri cosmici voglio tessere

Il pensiero proprio, perché chiaro diventi

Nella luce dell’eterno divenire-vivere;

Nel fondo dell’anima voglio tuffarmi

Il sentire consegnato, perché forte diventi

Per i veri scopi dell’agire umano;

Nel riposo di Dio mi sforzo così

Con lotte di vita e con ansie,

Il mio sé al più alto sé disponendo;

Tendendo verso la pace ripiena di gioia lavorativa,

Presentendo l’essere cosmico nel proprio essere,

Desidero adempiere il dovere umano;

Potendo vivere in attesa

Verso la mia stella di destino,

Che mi assegna il luogo nel territorio dello spirito.

Questo è in un certo senso il risultato della vita dei molti anni di immersione nella concezione del mondo della scienza dello spirito. Questo lungo assorbimento nella concezione del mondo della scienza dello spirito è divenuto l’essenza dell’anima stessa e si è così manifestato. Questo è un esempio concreto, intuitivo, di come le forze dell’anima vengono afferrate quando non si accoglie soltanto nella teoria la concezione del mondo della scienza dello spirito, bensì quando la si trasforma in forze vitali nell’anima. Allora il sentimento, allora i sentimenti che provengono dalla concezione del mondo della scienza dello spirito, escono dal teorico e diventano essi stessi forze nell’anima. Poiché è ben certo: nessuno che non sia passato attraverso la concezione del mondo della scienza dello spirito raccoglierebbe la propria essenza dopo la morte in tali parole:

In ampiezze cosmiche voglio portare

Il cuore che sente, perché caldo divenga

Nel fuoco del sacro agire delle forze;

In pensieri cosmici voglio tessere

Il pensiero proprio, perché chiaro diventi

Nella luce dell’eterno divenire-vivere…

Voglio porvi questo come un esempio concreto, intuitivo, del cammino misterioso che l’anima umana percorre propriamente attraverso il punto nel tempo che divide la vita fra la nascita e la morte dalla vita fra la morte e una nuova nascita, dove in un certo senso tutto ciò che nella vita terrestre era ancora per noi esperienza esterna diventa ricchezza interiore dell’anima e così vive in noi. Qui si accoglie la scienza dello spirito ancora come qualcosa di esteriore. Ma subito dopo la morte si manifesta come essa vive così nell’anima, sì, diciamo come la forza muscolare vive ora nel nostro corpo fisico. Bisogna una volta provarlo, se davvero si vuole cogliere il significato interiore, il significato profondo di ciò che la scienza dello spirito può essere per l’anima umana. Allora poco a poco — bisogna avere pazienza — ci si approprierà il concetto di quelle condizioni completamente diverse che nel mondo spirituale sussistono. Se dalle condizioni del mondo sensibile coniamo parole e concetti, possiamo dare al massimo simboli di ciò che nel mondo spirituale è. Bisogna laboriosamente con pazienza arrivare a concetti, sentimenti e sensazioni che esprimano in modo abbastanza corretto e verace ciò che sono le condizioni del mondo spirituale. La logica della vita terrestre — sì, è veramente solo una logica della vita terrestre — è per la vita terrestre talvolta già assai fragile. Ho già mostrato qui come con la logica della vita terrestre ci si possa sbagliare sulle vere realtà. Ho spesso portato l’esempio: supponiamo che un uomo passeggi lungo un ruscello. Vediamo che cade nel ruscello. Corriamo là e scopriamo che è già morto. Vediamo una pietra nel luogo dove l’uomo è caduto nel ruscello, e ora possiamo formarci un giudizio logico, ma superficiale. Possiamo dire: l’uomo è inciampato sulla pietra, è caduto nel ruscello e si è annegato. È morto della morte dell’annegamento. — Ma questo può essere completamente falso. Se forse si esamina pure esteriormente anatomicamente la cosa, può risultare che l’uomo è stato colpito da un infarto; per questo è caduto nell’acqua. L’infarto è la causa della sua morte. Con la logica ordinaria corretta traiamo la conclusione sbagliata. Tali conclusioni — sia detto di sfuggita — vengono fatte continuamente nella vita umana e principalmente nella scienza. La scienza è piena di tali conclusioni dove causa ed effetto vengono confusi.

Ma la cosa diviene importante quando vengono in considerazione questioni di destino umano. Abbiamo sperimentato a Dornach in autunno tale colpo di destino che è istruttivo nel senso più significativo. Il piccolo figlio settenne del nostro membro Theo Faiß, che era un bimbo straordinariamente caro e vivace, una sera disparve. Era proprio una sera di conferenza. La madre cercava il bambino, non si riusciva a trovarlo. E quando la conferenza fu finita, solo allora si sentì che la madre cercasse il ragazzo, e non ci si poteva rappresentare altro che la morte del bambino fosse in collegamento con il rovesciamento di un carrozzone di traslochi. Un membro della nostra società aveva fatto trasportare i suoi mobili in un carrozzone, e questo carrozzone quella sera nel luogo dove stava si era rovesciato. Era alle dieci e un quarto e facemmo tutto il possibile per sollevare il carrozzone. L’esercito mobilitato venne incontro a noi per aiutarci a sollevare questo carrozzone. Il carrozzone fu sollevato e si trovò il ragazzo schiacciato sotto il carrozzone. Ora considerate: in quella zona non era mai transitato un carrozzone prima; nemmeno dopo. Il ragazzo era — si poté constatare più tardi attraverso tutto ciò che si chiama incidenti e coincidenze — proprio al momento — si è trattato solo di minuti, sì di un istante — nel luogo dove il carrozzone si rovesciò. Strano era veramente che inizialmente coloro che erano nel luogo dove il carrozzone si era rovesciato pensassero solo a salvare i cavalli. Non si aveva alcun sospetto che il carrozzone fosse caduto sul piccolo ragazzo. Il bambino era dunque morto. La vista materialistica esteriore può dire: bene, per caso il carrozzone si è rovesciato in quel luogo a quell’ora, il bambino è finito sotto ed è stato schiacciato. Così naturalmente dirà la concezione materialistica. Di fronte alla concezione spirituale questo è un completo assurdo. Poiché ciò che c’è è il karma del bambino, e questo karma del bambino ha guidato tutte le singole circostanze. Ha anche guidato il carrozzone proprio a quel luogo all’ora in cui il bambino aveva bisogno della morte, perché il karma del bambino lo voleva così. Il karma del bambino era esaurito. Qui abbiamo a che fare con la necessità di davvero invertire causa ed effetto.

Attraverso tali condizioni e la loro considerazione ci si può gradualmente arrampicare verso la reale concezione della vita, che ci porta a invertire propriamente ciò che l’apparenza sensoria esterna offre. Bisogna invertire molte cose. Ma allora la cosa diviene così assolutamente significativa, quando si vive poi ciò che diviene da un tale fatto. L’anima di un essere umano attraversa la porta della morte. Questa anima era incarnata in un corpo fisico per sette anni. Poiché il piccolo Theo non avrebbe potuto diventare settanta, ottanta, novanta anni, esteriormente considerato, se il karma non l’avesse reso impossibile? Un corpo eterico è presente, che avrebbe potuto provvedere di vita ancora per decenni; un corpo eterico che veramente era ricolmo di forze dell’Eterno, del Buono. Era un ragazzo eccezionale. Dall’individualità vera, l’Io e il corpo astrale, sapete che essi continuano il loro cammino. Ma il corpo eterico si libera, questo corpo eterico nel quale sono tessute tutte le delicate, belle forze che si sono sviluppate nell’infanzia, ma nel quale vivono anche tutte le forze che provengono dalle incarnazioni anteriori. Considerate ora che cosa si ha davanti con un tale corpo eterico. L’individualità proviene dalle incarnazioni anteriori. Si reincarna di nuovo in questa incarnazione; porta con sé ciò che proviene dalle incarnazioni anteriori. La vita in questa incarnazione è in un certo senso il frutto, il vivere di ciò che era causa in una vita nelle incarnazioni anteriori. Durante tutta la vita questi frutti avrebbero potuto svilupparsi. Allora in questo corpo eterico sarebbe entrato tutto ciò che proviene dai frutti delle incarnazioni anteriori. Questo non è accaduto. Al contrario in questo corpo eterico c’è tutto ciò che ha ancora cause nelle incarnazioni anteriori. E la cosa più strana è ora questa: colui che tenta di penetrare l’aura della nostra costruzione di Dornach, trova questo corpo eterico del piccolo Theo nell’aura della costruzione di Dornach. C’è, la circonda, la vive la costruzione di Dornach. Colui che ha a che fare con la costruzione di Dornach o avrà ancora a che fare dopo quel pomeriggio di fine autunno in cui il piccolo Theo ha attraversato la porta della morte, sa che cosa è stato mutato nell’aura spirituale della costruzione di Dornach per il fatto che a quest’aura è stato assimilato quel corpo eterico che contiene le forze che per il resto sarebbero state usate ancora per decenni per il nutrimento di un corpo umano fisico, e questo corpo eterico è propriamente diffuso in questa aura della costruzione.

Così misteriosi sono i cammini che la saggezza che fluisce attraverso il mondo ha da percorrere con le sue creature. Ci sono rappresentazioni corrette del modo come scorre la vita umana intera — alla quale nel senso più eminente appartiene la vita fra la morte e una nuova nascita — solo quando si entra nei dettagli di queste cose. E poiché il nostro movimento antroposofico non deve veramente essere qualcosa di astratto, bensì qualcosa in cui siamo con il nostro essere intero, in cui sono anche coloro che ci appartengono, così si può anche parlare di tali cose. Non ci uniamo infatti come altre società con un determinato programma, bensì vogliamo essere con tutta l’anima nel nostro movimento della scienza dello spirito. Vogliamo pensare questo movimento della scienza dello spirito come una corrente concreta, a cui appartiene chiunque veramente sentimentalmente si confessa a essa. E così possiamo dire: parliamo come in una famiglia allargata si parla dei parenti di qua o di là. Poiché ciò che in un certo senso in modo familiare ci tocca, ci dà simultaneamente sulla vita spirituale i massimi, i più significativi, per noi i più importanti chiarimenti.

Da tale disposizione vorrei ancora menzionare uno dei morti dei nostri amici che ci ha colpito proprio di frequente di recente. Il nostro amatissimo amico Fritz Mitscher è passato di recente attraverso la porta della morte. Ed è stato così che si è creata la necessità di raccogliere in parole ciò che l’anima propria sentiva, inclinandosi verso l’anima che proprio aveva attraversato la porta della morte. Notate la differenza fra le parole precedenti che vi ho letto e le parole che ora vi leggerò. Le parole appena lette sono dall’anima della defunta. Le parole che ora vi leggerò sono suscitate nell’anima propria di fronte al defunto ancora spiritualmente unito al corpo eterico, Fritz Mitscher. È dunque l’impressione che il defunto ha fatto, che ora è resa in queste parole. Sapete forse che Fritz Mitscher era già giovane insegnante in molti posti diversi, soprattutto a Berlino, attivo per la nostra Società Antroposofica. E molti di noi sanno pure come proprio lui era disposto in modo così bello a unire tutto ciò che come scienza terrestre e dottrina terrestre si era saputo appropriare con la più nobile, più bella consapevolezza antroposofica. Questo si esprime anche dopo la morte, dove era unito nella sua intera essenza ciò che era, e che ora brilla di nuovo dopo la morte dall’anima liberata dal corpo che ancora aveva il corpo eterico. E mi sembra che ciò abbia dovuto essere espresso così, ciò che Fritz Mitscher era dopo la morte, con le parole che ho dovuto inviare a lui alla cremazione:

Una speranza che ci consola:

Così hai percorso il campo,

Dove i fiori spirituali della terra,

Per la forza dell’essere dell’anima,

Volevano mostrarsi alla ricerca.

Essenza di amore di verità purissima

Era la tua aspirazione, da sempre legata;

Dal lume dello spirito a creare,

Fu il serio scopo di vita,

Cui infaticabilmente hai aspirato.

I tuoi bei doni coltivasti,

Per il cammino limpido della conoscenza spirituale,

Non scosso dal contrasto del mondo

Come fedele servitore della verità

Procedere con sicuri passi.

I tuoi organi spirituali esercitasti,

Affinché coraggiosamente e con costanza

Ai due lati del cammino

Ti premessero l’errore

E creassero spazio per la verità.

Te il tuo sé alla rivelazione

Della luce pura a plasmare,

Affinché la forza del sole dell’anima

Splendesse potente in te nel profondo,

Fu sollecitudine e gioia di vita.

Altre sollecitudini, altri gaudî,

Toccavano a malapena l’anima tua,

Perché la conoscenza ti era come luce,

Che al proprio essere senso conferisce,

Come del vivere il valore vero apparve.

Una speranza che ci consola:

Così hai percorso il campo,

Dove i fiori spirituali della terra

Per la forza dell’essere dell’anima

Volevano mostrarsi alla ricerca.

Una perdita che ci addolora profondamente,

Così ti allontani dal campo,

Dove i germi dello spirito terrestre

Nel grembo dell’essere dell’anima

Al tuo senso sferico maturavano.

Senti come amorosamente guardiamo

Nelle altezze che ora ti

Chiamano a diverso operare.

Tendi ai compagni abbandonati

La tua forza dai territori dello spirito.

Odi la supplica delle nostre anime,

In fiducia a te inviata:

Abbiamo bisogno qui per l’opera terrestre

Di forza possente dai territori dello spirito,

Che ai defunti amici ringraziamo.

Una speranza che ci consola,

Una perdita che ci addolora profondamente:

Lasciaci sperare che tu, lontano-vicino,

Non perduto per la nostra vita, risplenda

Come stella dell’anima nel territorio dello spirito.

Queste sono le parole che dall’essenza del defunto furono inviate al defunto. E poi, dopo che queste parole furono pronunciate alla cremazione, trascorse un tempo. E dall’essenza del defunto, non ancora dalla coscienza ordinata, ma come dall’essenza eccheggiando, risuonarono le seguenti parole; parole che ora dal defunto echeggiavano nella notte seguente la cremazione:

Me il mio sé alla rivelazione

Della luce pura a plasmare,

Affinché la forza del sole dell’anima

Mi risplenda potente nel profondo,

Fu sollecitudine e gioia di vita.

Altre sollecitudini, altri gaudî,

Toccavano a malapena l’anima mia,

Perché la conoscenza mi era come luce,

Che al proprio essere senso conferisce,

Come del vivere il valore vero apparve.

Così le parole risuonavano indietro. Ho scoperto solo più tardi che le due strofe che sono nel mezzo si potevano trasformare immediatamente da tu in io e da tuo in mio. Non lo sapevo prima. Poiché avevo accolto le strofe come ve le ho lette per primo. E ora venivano indietro dall’essenza del defunto, da lui pronunciate:

Me il mio sé alla rivelazione

Della luce pura a plasmare,

Affinché la forza del sole dell’anima

Mi risplenda potente nel profondo,

Fu sollecitudine e gioia di vita.

Altre sollecitudini, altri gaudî,

Toccavano a malapena l’anima mia,

Perché la conoscenza mi era come luce,

Che al proprio essere senso conferisce,

Come del vivere il valore vero apparve.

Questo mostra come anche nel tempo in cui la coscienza non ha ancora la forma che ha poi di nuovo dell’anima durante tutta la regione fra la morte e la nuova nascita, come anche qui in trasformazione vivente, sì in trasformazione significativa, le parole vengono, che sono risalite al defunto. Bisogna solo sentire come la concezione del mondo della scienza dello spirito veramente diviene viva nel fare comune fra la fisica e il mondo spirituale. Poiché veramente può un brivido scorrere attraverso l’anima quando propriamente da un tale esempio si prova come al defunto le parole vengono rivolte — e lui ce le restituisce trasformate. Come da una parte sentiamo che le parole sono andate al defunto, perché da lui risuonano indietro, ma non solo come un’eco risuonano indietro, bensì significativamente trasformate, per lui adattate.

Queste sono cose che ci danno pure per il nostro presente la certezza, la fiducia che le anime che qui vivono in corpi terrestri, stanno in collegamento, in connessione con le potenze spirituali che operano e tessono attraverso il mondo, e che di nuovo in questo flusso di potenze spirituali che operano e tessono sono tessute le anime umane terrestri passate per la morte, stanno in esso, esperiscono in esso i loro ulteriori destini, i loro destini post-mortem.

Se lasciamo agire sul nostro animo così profondamente il collegamento del mondo fisico con il mondo spirituale, allora possiamo certo considerare varie cose. Ho già una volta accennato qui che in questo operare insieme, in questo operare insieme che si svolge nel senso concreto del mondo fisico e del mondo spirituale, ci si avvicina particolarmente ciò che è l’impulso del mistero del Golgota. Sappiamo infatti che veramente ora per la prima volta cominciamo, attraverso la scienza dello spirito, a cogliere pienamente il significato e il senso del mistero del Golgota e dell’essenza del Cristo. Finora gli uomini l’hanno fatto con l’intelletto, propriamente con l’intelletto. E che cosa ne è venuto fuori con questo intelletto? Ebbene, se l’efficacia del Cristo nella vita umana terrestre fosse stata consegnata a ciò che gli uomini ne avevano compreso, allora l’efficacia dell’impulso cristiano sulla terra non avrebbe potuto essere molto grande. Dispute teologiche, ogni sorta di contese, questo è ciò che gli uomini hanno compreso del cristianesimo col loro intelletto. Ma il Cristo ha operato con forza vivente.

Ho del resto già portato qui l’esempio della battaglia che Costantino ha combattuto contro Massenzio, attraverso la quale il destino dell’Europa di allora è stato deciso. Con questo il cristianesimo è stato propriamente riconosciuto ed è poi divenuto la potenza dominante in Europa. Questa battaglia non è stata vinta attraverso l’arte militare né attraverso gli eserciti di Costantino. Massenzio aveva da difendere Roma. Attraverso la consultazione dei libri sibillini e attraverso un sogno che ebbe, gli fu suggerito che il suo esercito, che era cinque volte più forte di quello di Costantino che marciava contro Roma, fosse da lui condotto fuori da Roma; allora avrebbe distrutto i nemici di Roma. Ora condusse veramente il suo esercito fuori da Roma, strategicamente la cosa più inetta che potesse fare, perché secondo la strategia tutto parlava a favore di lasciare l’esercito a Roma e fare venire gli eserciti nemici; ma condusse l’esercito fuori da Roma. E anche dalla parte di Costantino, che conduceva i suoi eserciti contro Roma, non erano ragioni scientifiche militari che gli davano la forza, bensì anche lui ebbe un sogno. Il sogno gli disse: se fai portare il monogramma di Cristo davanti ai tuoi eserciti, avrai la vittoria su Roma. — Attraverso la vittoria di Costantino con il suo esercito più debole allora e più tardi la mappa intera dell’Europa fu trasformata. Anche la vita spirituale dell’Europa è per questo divenuta diversa. Ciò che gli uomini allora avevano potuto comprendere, non sarebbe stato sufficiente a compiere le azioni. L’impulso del Cristo ha operato nel subconscio degli uomini, in ciò che viveva nelle profondità dell’anima, di cui gli uomini solo potevano sognare, che al massimo si offriva loro in immagini oniriche.

Un esempio successivo, completamente significativo, dell’operare dell’impulso del Cristo l’abbiamo in Giovanna d’Arco. Chi la storia veramente studia, dunque non come oggi ci si abitua a studiar la storia, ma così che si tenta di riconoscere i veri collegamenti, può sapere che attraverso ciò che Giovanna d’Arco ha fatto, di nuovo il destino dell’Europa per i prossimi secoli è stato in modo assoluto determinato. Non l’arte militare, non la saggezza dei politici, ma ciò che ha fatto la pastorella d’Arco è stato decisivo per il destino dell’Europa, specialmente pure per il destino della Francia. Ora però operava in Giovanna d’Arco, attraverso il suo rappresentante michaelico, l’impulso del Cristo. Egli operava nell’anima di Giovanna d’Arco. L’anima sua era completamente permeata, completamente ispirata dall’impulso del Cristo. Proprio come allora quando la battaglia fra Costantino e Massenzio fu decisa, l’impulso del Cristo operava senza che gli uomini nel loro conscio sapessero qualcosa, così l’impulso del Cristo operò anche quando Giovanna d’Arco inviava gli eserciti francesi contro gli eserciti inglesi. Il continente intero sarebbe stato diverso, anche l’Inghilterra, se allora la Francia non avesse vinto. Anche l’Inghilterra non sarebbe diventata ciò che è diventata se non fosse stata sconfitta. Ma come detto, ciò che ha procurato la vittoria sono state le forze subconscie che salivano dalle visioni; attraverso esse le capacità di Giovanna d’Arco furono ispirate. Così si può dire: ciò che ha fatto Giovanna d’Arco sta sotto l’influenza di un’iniziazione più o meno inconscia. È naturalmente un’iniziazione inconscia, si potrebbe dire anche atavistica. Doveva essere afferrata inconsciamente come un puro vaso senziente, come era Giovanna d’Arco, attraverso il quale l’impulso del Cristo attraverso il suo rappresentante michaelico potesse operare — un puro vaso.

Consideriamo ora una volta la cosa più da vicino. Se qualcuno oggi consapevolmente attraversa un’iniziazione — bene, per questo ci sono regole. I fondamenti stanno nel mio libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?». Ci sono regole attraverso le quali ci si può con lavoro elevare gradualmente. Di tale iniziazione consapevole non poteva naturalmente essere questione nel caso di Giovanna d’Arco. Ma uno spirito che altrimenti non è unito all’anima umana doveva impadronirsi di questa anima umana, permearla. Per questo dovevano subentrare circostanze particolarmente favorevoli. Non può infatti sempre uno spirito di sfere superiori interferire nelle anime che sono capaci per questo. Circostanze particolarmente favorevoli devono subentrare affinché un’anima umana singola senza iniziazione, senza cosciente lavoro su se stessa, venga in collegamento con mondi superiori. Circostanze particolarmente favorevoli sussistono nel tempo nel quale in un certo senso lo spirito della terra si sveglia particolarmente: nel tempo dal 25 dicembre al 6 gennaio. Quando in estate il sole sta più alto, quando il calore fisico della terra irradia di più, allora le condizioni per l’iniziazione sono peggiori, perché allora lo spirito della terra dorme. Lo spirito della terra è più sveglio nel buio invernale, al solstizio invernale.

Perciò non è una mera leggenda, ma corrisponde a una verità, quando nelle antiche leggende si racconta che in queste tredici notti che precedono il 6 gennaio determinate anime particolarmente idonee venivano iniziate, così che potevano entrare nel mondo spirituale, così che potevano lì sperimentare ciò che chiamiamo Kamaloka e Devachan. Ci ricordiamo forse come qui a Hannover una volta è stata esposta la leggenda di Olaf Asteson, che nelle tredici notti ha completato dormiente il cammino intero che può essere il cammino attraverso Kamaloka e Devachan. Olaf Asteson racconta allora ciò che ha sperimentato in questi tredici giorni.

Se dunque il buio fisico terrestre è al più forte, allora le condizioni sono al più favorevoli per guidare un’anima nel mondo spirituale. Per anime che non attraverso l’immediato lavoro conscio, bensì attraverso circostanze particolarmente favorevoli vengono iniziate per un tal fatto per tutta l’umanità come l’ha compiuto Giovanna d’Arco, sarebbe dunque lo stato più favorevole se ella avesse potuto dormire nelle tredici notti, e fosse stata posta nel contatto col mondo spirituale dormendo; se avesse potuto attraversare tutto questo in una sorta di stato di sonno. Bene, è veramente così che Giovanna d’Arco ha attraversato tale stato di sonno. Ed è venuto così che Giovanna d’Arco ha trascorso questi tredici giorni fino al 6 gennaio nel corpo della madre in uno stato nel quale l’uomo ancora dorme. Poiché l’uomo si sveglia per la vita fisica solo quando è nato e respira il primo respiro. Nel caso di Giovanna d’Arco le ultime notti di sonno dello stato embrionale cadono nel tempo delle tredici notti, poiché fu nata il 6 gennaio. Avete dunque un collegamento interiore profondamente significativo della storia. Avete il fondamento della missione di Giovanna d’Arco, che era destinata, come questa anima pura prima del primo respiro nelle ultime tredici notti della gravidanza della madre, in questo stato di sonno ricevere l’iniziazione, propriamente nelle circostanze particolarmente favorevoli della vita terrestre. Qui ve lo mostra semplicemente il calendario. Poiché leggete sul calendario: il 6 gennaio troverete il compleanno di Giovanna d’Arco. Così vi mostra il calendario come qui un collegamento interiore profondo sussiste fra il mondo fisico e i processi nel mondo spirituale. Naturalmente era necessaria l’anima di Giovanna d’Arco preparata attraverso le incarnazioni precedenti. Ma là si incontrarono in queste tredici notti questa anima e ciò che attraverso questa anima poteva venire, così accadde ciò che poi storicamente ebbe luogo, per rendere possibile propriamente in questo luogo dello sviluppo umano l’operare del mondo spirituale nel mondo fisico.

Il mondo spirituale è dunque sempre presente con i suoi ingredienti. Il mondo spirituale è sempre sotto di noi. E molteplici e vari sono i cammini che il mondo spirituale sceglie, per operare nel mondo fisico. E la consapevolezza del nostro collegamento con il mondo spirituale diviene sempre più forte, quanto più in tali dettagli particolarmente profondamente esprimiamo i collegamenti fra il mondo fisico e il mondo spirituale, così che tali collegamenti vivono nel nostro animo.

D’altro lato bisogna dire: anche ciò che accade qui nel mondo fisico può essere preparatorio per il modo del collegamento del mondo spirituale e del nostro mondo fisico. E se qualcuno, così intensamente come Fritz Mitscher, ha accolto ciò che fluisce attraverso la nostra scienza dello spirito, e nel trentesimo anno della sua vita passa nel mondo spirituale — il 26 febbraio sarebbe il suo trentesimo compleanno — e ha impregnato l’anima con ciò che come forza può penetrare nell’anima attraverso la nostra scienza dello spirito, allora abbiamo un’individualità potente che continuerà a stare con noi nel mondo spirituale, che è un aiuto di genere enorme. E se si considera come propriamente nel nostro tempo, in questo tempo che è così impregnato di materialismo, lo sforzo verso la scienza spirituale sia difficile, allora si può forse dire anche che colui che con tutte le fibre della sua vita è collegato col mondo spirituale, pone le speranze maggiori su coloro che possono diventare aiutanti spirituali, che dopo la deposizione del corpo fisico diventano aiutanti spirituali. Naturalmente non ha bisogno di essere detto che questo passare attraverso la porta della morte non deve mai essere una decisione personale, bensì che può essere portato solo dal karma. Questi aiutanti spirituali, sono coloro che ci danno consolazione e speranza quando vediamo come sia difficile, propriamente nel presente, portare il nostro movimento della scienza dello spirito attraverso i molteplici impedimenti. Ma sappiamo come forze spirituali superiori operano nel mondo, affinché la corrente dei mondi spirituali entri nei fini terrestri fisici. Così le forze non consumate delle anime umane salgono nei mondi spirituali, per lì operare con le loro forze, unite con altre forze. Perciò era che veramente dal fondo del cuore rivolsi al nostro Fritz Mitscher le parole:

Odi la supplica delle nostre anime,

In fiducia a te inviata:

Abbiamo bisogno qui per l’opera terrestre

Di forza possente dai territori dello spirito,

Che ai defunti amici ringraziamo.

Poi, quando cerchiamo onestamente di portare avanti il nostro movimento spirituale verso il suo scopo, siamo consci che operano nelle forze che usiamo qui sulla terra anche coloro che i nostri amici hanno già portato attraverso la porta della morte nel mondo spirituale.

Tutto questo possiamo ora anche raccogliere per la consapevolezza della situazione mondiale generale. Le anime umane che ora passano attraverso la porta della morte per i fatali eventi temporali, da un lato portano agli spiriti dei popoli i loro corpi eterici. Portano dentro dall’altro lato tutto ciò che hanno apportato di consacrata dedizione, per il fatto che proprio attraverso questi eventi temporali hanno attraversato la porta della morte con la loro individualità. E tutto questo sarà diffuso come efficacia nell’epoca che viene. E dipenderà dagli uomini che allora vivranno la pace, stabilire da se stessi il collegamento con ciò che allora sarà lassù. Coloro che oggi come madri e padri, come fratelli e sorelle o altri parenti sperimentano il passaggio di un loro caro sulla battaglia, possono accogliere nella loro consapevolezza il fatto che con il corpo eterico passa nella generale efficacia degli uomini terrestri qualcosa di straordinariamente significativo per il futuro. Non solo che possono sapere che le individualità sono rafforzate e potenziate dal sacrificio della morte a una vita terrestre futura più potente, ma possono anche sapere: ciò che il guerriero passato attraverso la porta della morte ha consegnato all’anima popolare, tesse e opera vivente. Duplicemente, bisogna dire, nell’anima popolare generale e come individualità hanno ora padri e madri, sorelle e fratelli quelli che giovani hanno attraversato la porta della morte. E grande valore avrà questa idea solo quando sarà completamente divenuta sentimento, così che non si parlerà solo dell’immortalità, bensì che nel sentimento si saprà: i morti sono, sono in mezzo a noi — quando questo legame sarà così forte che per il nostro sentimento la morte sarà propriamente un’illusione. Poiché il morto può mostrarsi perfino più vero che spesso nell’incarnazione fisica, quando può raccogliere tutto dalla sua essenza e quando non ha più un ostacolo nel corpo fisico. Correnti enormi di consolazione, correnti di forza interiore di auto-consolazione emanano da ciò che in consapevolezza vivente e in sentimenti viventi la scienza dello spirito può dare alle anime. Allora, quando questo viene così provato, possono propriamente coloro che si confessano alla scienza dello spirito guardare consolati al futuro. Possono in questi attuali eventi fatali, carichi di destino, provare qualcosa come un crepuscolo nel cambiamento dei tempi, cui parimenti seguirà un’epoca di sole di pace. Ma qualcosa di importante nell’efficacia spirituale di questa epoca di sole di pace sarà ciò che è stato conquistato attraverso i morti sacrificali di tanti.

Reso fruttifero qui sulla terra sarà particolarmente per il fatto che un ponte, un collegamento venga creato fra i viventi, le anime incarnate nei corpi fisici qui sulla terra e le anime che sono lassù e vogliono irradiare ciò che hanno portato con sé. E qui è dove il vero intendimento della scienza dello spirito batte veramente al nostro cuore e ci chiede di fare ciò che da quella consapevolezza che abbiamo acquisito attraverso la scienza dello spirito possiamo fare, che possiamo fare sentendo, affinché i grandi, fatali, dolorosi eventi dell’epoca presente, per quanto sta a noi, si risolvono nella fruttificazione e nel bene dell’umanità. Coloro che sanno qualcosa della scienza dello spirito, possono sentendo sapere e sapendo sentire, per mezzo di che cosa viene creato il ponte su nel mondo spirituale: per il fatto che dalle anime rimaste in basso i pensieri e i sentimenti vengono inviati che possono essere accesi dalla scienza dello spirito. L’orizzonte per questo sarà un orizzonte di pace. Lassù saranno le anime che vorranno inviare raggi di luce spirituale. In basso devono essere gli uomini che hanno imparato a inviare dal loro animo tali pensieri e sentimenti dal loro animo che vengono eccitati dalla scienza dello spirito. Allora, quando veramente saranno anime che consapevolmente spirituali rivolgono il loro senso nel regno dei fantasmi, allora il ponte sarà colpito, allora sarà giunto il tempo nel quale propriamente attraverso tali eventi dolorosi, fatali come si svolgono nel nostro tempo, un legame intimo dovrà essere tessuto fra il mondo fisico e il mondo spirituale cui aspiriamo attraverso la nostra scienza dello spirito.

Così raccogliamo ciò che deve essere la nostra consapevolezza e il nostro compito e quello che deve evocare fiducia, nelle parole:

Dal coraggio dei combattenti,

Dal sangue delle battaglie,

Dal dolore degli abbandonati,

Dai sacrifici del popolo

Nascerà il frutto dello spirito —

Guidino le anime consapevolmente spirituali

Il loro senso nel regno dei fantasmi.

3°Scienza dello spirito ed enigmi della morte — Connessioni della storia europea

Brema, 21 Febbraio 1915

Ciò che nella scienza dello spirito viene chiamato gli enigmi della morte ci si presenta nel nostro tempo con una pregnanza del tutto particolare. Ogni cosa è connessa con essi, da vicino o da lontano. Anzitutto la scienza dello spirito ci dischiude non soltanto la convinzione di fondo, bensì la conoscenza fondamentale del mondo nel corpo fisico e del mondo in cui entriamo varcando la soglia della morte. Eppure questo mondo, in fin dei conti, è sempre vivente anche nella vita sensibile e ci circonda: solo che, per l’uomo legato alla vita dei sensi, esso non è riconoscibile, perché egli non vi presta l’attenzione necessaria. Quando avvenimenti così incisivi attraversano i tempi — avvenimenti che esigono dagli uomini sacrifici tanto molteplici come quelli che ora ci circondano — è necessario che vi siamo intessuti con tutta l’anima. È allora naturale presentare alcune cose nella loro chiarificazione, attingendo alla scienza dello spirito.

Vogliamo volgere lo sguardo a campi della vita in cui si mostra come l’umanità, per via del modo di pensare materialistico, sia giunta a una funesta illogicità riguardo a ciò che la circonda. Sentiamo per esempio, nel modo oggi consueto, i singoli popoli rimproverarsi l’un l’altro: «Io non ho voluto la guerra, sei tu che l’hai provocata». La domanda di per sé è legittima, e si lascia anche già rispondere — poiché i fatti parlano chiaro — circa il luogo in cui risiedono le cause esteriori. Eppure, per chi osserva con la scienza dello spirito, le cose stanno diversamente. In questa questione egli deve rendersi conto di un punto: la guerra è in fondo una fase ultima nel corso degli eventi, o almeno una fase più tarda di cose che già prima erano presenti. Si commette un errore di giudizio anche nei processi patologici, dei quali spesso si continua a parlare come di malattie, mentre in realtà sono già processi di guarigione che devono compiersi affinché si torni sani. I processi esteriori che intervengono per paralizzare la malattia, per portare alla guarigione, si sono già svolti in precedenza, e non si lasciano notare. Anche la guerra costituisce un apparente processo morboso. Essa è uno sforzo dell’umanità di andar oltre certi accadimenti che erano già presenti. La malattia risiede già da prima nei rapporti realmente malsani fra i popoli. Quando si indagano con l’intelletto le cause esteriori, si trascurano quelle interiori.

Nel territorio in cui ci troviamo serrati come in una fortezza, racchiusi da un anello, è inevitabile sollevare particolarmente la domanda: quali sono i motivi interiori, o di quale natura è il singolo motivo per cui questo accerchiamento è stato provocato? Si parla di un tale accerchiamento per gli ultimi anni, per gli ultimi decenni; ma se si considerano le grandi connessioni, esso inizia molto, molto prima. Suona strano, eppure si può indicare l’anno 860 — non 1860, bensì 860. Tanto a lungo si svolge il processo che ora si esprime in una forma che si può definire la più terribile guerra dell’umanità da quando essa abita la Terra.

Nella più profonda connessione della storia europea si trova questo fatto del tutto singolare: nell’Europa centrale qualcosa di una sostanza spirituale è stato come compresso insieme. Quando si indaga questa più profonda connessione, si vede che essa è stata compressa per un particolare scopo. Non si tratta delle determinazioni esteriori del sangue, della razza, bensì del fatto che qualcosa attraversa il mondo a guisa di una sostanza spirituale. Come in un anello a forma di serpente, qualcosa, scendendo dal più estremo Settentrione, si raccoglie nell’Europa centrale. Ad anello procedono due correnti, da Oriente e da Occidente, verso il Sud, e ad anello di nuovo si incontrano. Da un centro discendono nel IX secolo le stirpi normanne, le quali, per il sangue, sono imparentate con molto di ciò che più tardi sta nell’Europa centrale. Esse però si addentrano nell’elemento romanico che viene dall’Europa meridionale; con esso si confondono. Nell’860 stanno davanti a Parigi: là i Normanni sono sopraffatti dai Romani. Da ciò sorge la Francia occidentale. Più di quanto gli Angli e i Sassoni avessero potuto portare nelle isole britanniche, i Normanni riportarono dalla Francia in Inghilterra.

A Oriente i Normanni discendono verso il basso: dal Nord penetrano, verso il Volga e il Mar Nero, nel mondo slavo. Più tardi si aggiunge la corrente tartara. Lo slavismo sopraffà i Normanni dal punto di vista razziale e porta loro la religione cristiana nella sua forma orientale. Essi vengono slavizzati come «Ros» — così sono chiamati in Finlandia — e di loro non è rimasto null’altro che il nome Russia. Questo nome è di origine germanica. La medesima origine ha il nome Rurik. Su queste connessioni circolano opinioni assai discutibili. Nell’Occidente europeo molti dicono che i Francesi siano chiamati a far rivivere l’antico celtismo in una sorta di Rinascimento. Ci si rappresenta che nell’Europa centrale ci siano prevalentemente Germani, e che nell’Occidente prevalga il celtismo. Ma è il contrario: nei Francesi vi è molto più sangue germanico, nell’Europa centrale vi è più sangue celtico, ed è questa la verità. Così la Maja si erge contro la verità. Ma gli abitanti dell’Occidente sono interamente sopraffatti dal romanesimo. A Oriente il normannesimo, e con esso il germanesimo, sono sopraffatti dall’elemento razziale estraneo. Là regna ancora oggi una religione del tutto estranea all’anima del popolo russo. Così gli uomini dell’Europa centrale si trovano accerchiati come in un calderone. I Romani arrivano fino a Costantinopoli, e dall’altra parte i Normanni slavizzati anch’essi fino a Costantinopoli. Ecco il serpente, l’anello.

Se prendiamo in considerazione ciò che spiritualmente è stato qui compresso, otteniamo la visione che esso abbia un compito particolarmente importante. Ieri l’ho soltanto accennato, ma ne ho parlato: qui deve aver luogo un certo intimo commercio dell’anima del popolo con la singola anima, e proprio per questo i fiori più belli vengono prodotti negli appartenenti migliori. Direttamente l’Io doveva venir afferrato, non i singoli arti dell’anima come in Occidente; direttamente vivente esso doveva essere nell’Io. Da ciò discende — e già la considerazione exoterica dovrebbe esserne chiara — che nell’Europa centrale, in fondo, non poteva mai dominare un’inimicizia totale verso l’idealismo: sempre vi è stata in misura intensissima una certa inclinazione verso il mondo spirituale.

Quando demmo inizio al nostro movimento spirituale, il karma volle che dovessimo farlo dapprima in unione con il movimento britannico. Eppure esteriormente tutto il resto era solo un sintomo di ciò che doveva svolgersi interiormente con una certa necessità. Se prendiamo in considerazione che cos’è il movimento teosofico dal quale abbiamo dovuto separarci, salterà agli occhi che laggiù la vita culturale si è scissa in due parti. La vita esteriore prende un cammino puramente materialistico, e a essa viene accoppiato l’elemento spirituale. Le due cose cadono sempre l’una a fianco dell’altra. Confrontiamo a ciò che cosa deve essere per noi la nostra vita spirituale. Come nell’organismo il capo non si lascia pensare senza il corpo, così la nostra vita spirituale cresce dalla vita culturale generale. Basta cominciare da Tauler, Eckhart, Angelo Silesio, poi da Herder, Lessing: ovunque dobbiamo sviluppare in fuori ciò che deve diventare cultura spirituale superiore. Non possiamo accoppiare la nostra visione spirituale: dobbiamo averla come organismo, dobbiamo elevarla a tale livello. Dobbiamo interiormente fare la scoperta che il ritorno del Cristo è un fatto spirituale. Per questo non possiamo fare la minima concessione. Possiamo accostarci al Cristo come figura solo con l’occhio spirituale, con il vivere interiore. In Occidente lo si è dovuto materializzare, dogmatizzare. Le persone non potevano rappresentarselo altrimenti che immaginandolo venire nel corpo fisico. Di qui l’idea grottesca di portare in giro il Cristo nel corpo su un vassoio. Ciò avvenne in connessione con quanto venne accerchiato. Pertanto deve toccarci oggettivamente la domanda: come deve comportarsi l’essenza culturale dell’Europa centrale nei confronti della cultura del futuro? La verità è una sola, universale; ma il modo in cui scaturisce è qualcosa di altro. Nella cultura mitteleuropea giacciono le sorgenti per tutta la cultura spirituale del futuro. Dobbiamo trovare la via che dall’idealismo tedesco conduce dentro alla cultura spirituale.

A tal fine è necessario che qui nel mezzo venga fondata una cultura dell’Io. In campo occulto questo lo si può vedere facilmente. L’Io dell’uomo deve accendersi al mondo esteriore: solo allora si desta e diviene interiormente consapevole. Così la cultura dell’Io dell’Europa centrale viene attizzata dall’esterno. Basta considerare gli ultimi avvenimenti, l’unificazione dell’essenza tedesca. È caratteristico che il Reich tedesco sia stato fondato nel 1871 su suolo straniero. Molte cose si potrebbero addurre per mostrare, anche negli eventi esteriori, che nell’Europa centrale regna la cultura dell’Io.

È spontaneo chiedersi: quale significato hanno i sacrifici di morte per il mondo spirituale? Innumerevoli uomini varcano la soglia della morte nel fiore della giovinezza. Anzitutto la connessione fra Io, corpo astrale, corpo eterico si distacca dal corpo fisico. Il corpo fisico viene apparentemente affidato alla Terra, il corpo eterico al mondo eterico, il corpo astrale e l’Io proseguono. Eppure questo deve colpirci: per gli uomini in età normale, le cose stanno con il corpo eterico che varca la soglia della morte diversamente che per i giovani che ora trapassano? Per il corpo fisico la cosa si comprende; per quello eterico la si comprenderà adesso. Esso avrebbe potuto ancora per decenni provvedere al corpo fisico, lavorare a esso. Esso, con queste forze inutilizzate, varca la soglia della morte, si unisce là con l’anima del popolo, e l’opera dell’anima del popolo sarà in futuro impregnata fin nel profondo dalle forze inutilizzate di questi corpi eterici. Toccherà a noi averne comprensione. Vi saranno uomini che sapranno: l’anima del popolo è un elemento attivo. Solo quando si sa che i corpi eterici inutilizzati agiranno come forza spirituale in modo concreto nel mondo spirituale, allora si può comprendere ciò che realmente avviene. Importante sarà la coscienza di questa concreta connessione con il mondo spirituale. Proprio attraverso la generazione di una tale coscienza del mondo spirituale, la scienza dello spirito diverrà sempre più qualcosa di vivente negli animi, e non rimarrà soltanto dottrina. L’uomo sa di trovarsi in un’aura spirituale, così come qui sa che l’aria è nel suo ambiente. Come qui distingue l’aria fresca da quella consumata, così sentirà gli spiriti buoni e malvagi: percepirà vivendola l’aura spirituale. Questo è soltanto il giusto frutto della scienza dello spirito.

Lo vediamo se consideriamo eventi a noi vicini, che possono istruirci. Uno di essi è avvenuto proprio sul luogo della nostra costruzione. In quel caso si trattava di un bambino il cui corpo eterico era inutilizzato. Le forze sono lì: chi le vede, chi sa vederle, vede che esse sono passate nell’aura della nostra costruzione di Dornach e vi vivono. Questo è un esempio per il quale mi spendo. Il corpo eterico, che con le sue forze appartiene piuttosto alla collettività, prosegue ad agire in modo giusto. Da allora esso tenta, attraverso ispirazioni in prossimità della costruzione, di fare qualcosa. Sono forze ausiliarie. Tali cose ci sono vicine; possiamo lasciarci istruire da esse su quanto siano misteriose le connessioni nel mondo spirituale.

Proprio nell’ultimo tempo abbiamo avuto, nel karma della nostra società, che alcuni cari amici sono partiti dal piano fisico con la morte. Quanto ho detto nel ciclo di Vienna sulla vita fra morte e nuova nascita è divenuto del tutto chiaro proprio in alcune di queste anime. Una di queste anime ha veramente trovato la via nel nostro movimento quando il corpo fisico era già divenuto fragile. Era un essere nel quale, da quando comunque era nel nostro movimento, l’elemento animico mi si era già fatto incontro come attraverso il corpo divenuto trasparente come vetro. Dopo la morte l’immagine dell’anima, che già prima era presente, si intessé con il modo in cui essa si presentò poi. Non potei fare altrimenti che pronunciare il discorso commemorativo che mostra come io davvero fossi insieme a questa anima. Le seguenti parole si fecero udibili circa tre giorni dopo che era sopravvenuta la morte:

Tu sei venuta tra noi. La mite dolcezza del tuo essere parlava dalla quieta forza dei tuoi occhi. La calma, animata di anima, fluiva nelle onde con cui i tuoi sguardi portavano alle cose e agli uomini la trama del tuo intimo; e quest’essere era pervaso d’anima dalla tua voce, che, eloquente, attraverso il modo della parola, più che nella parola stessa, rivelava ciò che, nascosto, albergava nella tua bella anima; ma all’amore donante di uomini partecipi si svelava senza parole pieno — quest’essere che, di nobile, quieta bellezza, annunciava al sensibile sentire la creazione cosmico-animica.

Dopo la morte sopravviene uno smorzamento della coscienza, proprio perché vi è una coscienza traboccante. Ciò accade per via dello sguardo a ritroso che si ha dapprima sulla morte — non nel suicidio —, quasi un punto solare. Esso appartiene a ciò che è più bello, più elevato. Lì ci si riallaccia, ci si dice: «Là tu hai vissuto», e così ci si orienta nel mondo spirituale. La nostra amica era già fuori dallo stadio dello sguardo a ritroso eterico, di modo che si parlava all’essere pur presente, ma non consapevole. Poi, attraverso il calore, sopraggiunse un istante di coscienza ed ella vide la cremazione. Il tempo diventa spazio. Vi è una corrispondenza fra ciò che ha luogo nel mondo fisico e ciò che ha luogo nel mondo spirituale. In un tale caso un richiamo non ritorna come un’eco dal mondo spirituale, bensì si trasforma in risposta conforme al senso da parte dell’anima non ancora consapevole. Attraverso tali esempi del sentimento conoscente in noi, nel nostro conoscere fatto di sentimento del mondo spirituale, l’esito deve essere quello di sperimentare la realtà del mondo spirituale.

È particolarmente importante acquisire questo concreto sentimento nel nostro tempo, affinché dalla gravità del presente nasca per tutta l’umanità, nel fisico e nell’animico, salvezza; poiché sempre i grandi, significativi eventi dell’accadere cosmico sono stati anche per una conoscenza spirituale superficiale la chiara espressione del fatto che nel mondo sensibile non abbiamo soltanto esseri sensibili, ma che gli esseri spirituali operano dentro. È difficile attraversare il velo che separa il mondo fisico da quello spirituale. Ciò rende difficile la conoscenza di sé nella più ampia estensione; ci si rappresenta sotto di essa spesso qualcosa di troppo facile. Già nel senso esteriormente fisico essa è talvolta difficile. Un esempio grottesco di ciò lo diede l’insigne filosofo professor Ernst Mach — non Ferdinand Maack, altrimenti non avrei parlato di un insigne filosofo. Mach descrive in una delle sue opere come, da giovane, una volta nella vetrina di un negozio gli fosse balzato agli occhi un viso sgradevole, ripugnante, che subito dopo dovette riconoscere, con suo sgomento, come il proprio. Qualcosa di simile gli accadde più tardi un’altra volta. Salendo su un omnibus scorse un uomo dal volto brutto che gli veniva incontro dall’altro lato, e solo dopo riconobbe di aver veduto sé stesso nello specchio. Su quale sia l’essenza, la figura dell’anima, l’uomo è ancora molto più nell’oscurità. Di tutto ciò che si deve attraversare per giungere alla conoscenza di sé, l’uomo non si lascia neppure sognare. Nei sottosuoli dell’anima la Maja è spesso presente in grande misura. Un uomo ha l’impulso alla crudeltà, vive insieme a persone che di tanto in tanto tormenta, e così via. Cerca un motivo esteriore per ciò, impiega spesso un geniale ingegno inventivo per velare la struttura dell’anima. Io stesso conoscevo qualcuno che parlava continuamente di quanto grandi sacrifici la sua attività comportasse. Eppure dovetti dire che si trattava soltanto di voluttà animica, che egli appagava. Quando parlava così di sacrifici, dietro a tutto ciò stava soltanto egoismo. La vera conoscenza di sé è raggiungibile solo se a poco a poco si avanza nella scienza dello spirito, nella misura in cui si sperimenta attraverso sé stessi ciò che è nel mondo.

Vi sono persone chiacchierone nel mondo, che organizzano oretti di pettegolezzo. Pare che la cosa sussista perfino fra uomini che vanno al boccale del crepuscolo. Se vien loro chiesto perché chiacchierino, le persone trovano ogni sorta di motivi importanti. Eppure, quando passiamo la mano sul velluto o sulla seta, abbiamo un sentimento di piacere. Quando si chiacchiera, il corpo eterico si urta continuamente contro l’aria messa in movimento, e per questo viene come accarezzato. Non è nulla di male. Si comprende ciò che avviene nel chiacchierare solo se si sa che l’uomo ha un corpo eterico. L’umanità va incontro a un tempo in cui dovrà guardare in faccia sempre più tali cose. La scienza dello spirito deve sempre più destare la coscienza per esse. Avverrà allora che gli uomini i quali oggi, nel loro senso materialistico, sostengono che tutto lo spirituale è fantasticheria, appariranno come qualcuno che volesse dire che, dove c’è l’aria, non c’è proprio nulla. Come si scopre che l’aria è reale, così l’umanità scoprirà che lo spirito è qualcosa di reale.

Se si prende in considerazione il più grande mistero, il mistero del Golgota, si può credere che il Cristo, dopo essere passato attraverso il mistero del Golgota, abbia agito sull’umanità prevalentemente attraverso una dottrina. Eppure quanto gli uomini hanno saputo del Cristo è la cosa più esigua. I teologi hanno litigato, ma pochissimi hanno compreso qualcosa di giusto. Solo una parte di ciò che accade nella storia si svolge nella coscienza. Un esempio di questo è la battaglia fra Massenzio e Costantino al ponte Milvio il 28 ottobre 312, decisa non da circostanze esteriori qualsivoglia, bensì da influenze di natura non fisica. Con un esercito di gran lunga più forte di quello del suo avversario Costantino, Massenzio doveva difendere Roma. Alla consultazione dei Libri Sibillini gli venne significato che doveva condurre le sue truppe fuori da Roma: in tal modo avrebbe annientato i nemici di Roma. In ciò venne rafforzato anche da un sogno. Anche Costantino ebbe un sogno: gli fu ingiunto di far portare ai suoi soldati, in luogo delle antiche insegne militari, vessilli con il monogramma di Cristo. Così avvenne, e l’esercito di Massenzio — che a dispetto di ogni ragione era stato condotto fuori da Roma — venne sconfitto dalle forze più deboli di Costantino, e Massenzio stesso trovò la morte nella fuga. L’impulso del Cristo aveva agito qui nel subconscio degli uomini. L’impulso vive nel subconscio così come se sul mare navigassero navi, ma la cosa importante si svolgesse in sottomarini.

Nel XV secolo si ha di nuovo un momento importante. Allora la Pulzella d’Orléans intervenne nel corso della storia in modo tale che tutto ciò che è accaduto in seguito ne fu determinato. L’intera carta dell’Europa sarebbe diversa, e anche la vita spirituale, se gli Inglesi avessero vinto. La Pulzella era una serva di Michele. Schiller fu profondamente toccato dalla figura della Pulzella d’Orléans: «Il mondo ama annerire ciò che brilla». Mentre Voltaire sputò veleno e fiele contro di lei, perfino Shakespeare non poté comprenderla, Anatole France l’ha trascinata in basso nelle acque del materialismo, tutti gli spiriti occidentali non l’hanno compresa: Schiller ha incarnato questa nobile figura nel suo dramma. Affinché la Pulzella d’Orléans potesse adempiere la sua missione storica, fu necessario che ella attraversasse una sorta di iniziazione inconsapevole. Si trattò di un’iniziazione quale ci viene descritta nella leggenda di Olaf Asteson. Tali iniziazioni, per le quali dovevano sussistere determinati presupposti karmici, potevano aver luogo nel tempo delle tredici notti fra il 25 dicembre e il 6 gennaio. Quando la luce esteriore ha la minima intensità, allora un’illuminazione interiore è massimamente possibile. Così Olaf Asteson, nello stato di sonno durante le tredici notti, ebbe esperienze spirituali reali, sulle quali poi riferisce davanti alla porta della chiesa, come è esposto nel «Canto del sogno». Anche la Pulzella d’Orléans ha trascorso le tredici notti, in un certo senso, nello stato di sonno: precisamente nel corpo della madre. Nell’ultimo tempo prima della nascita l’uomo è particolarmente accessibile a influssi inconsapevoli dal mondo spirituale. Il 6 gennaio nacque la Pulzella d’Orléans. In quel giorno tutta la popolazione del suo luogo natale accorse, perché si percepiva qualcosa di del tutto straordinario nell’aura del villaggio. Era la nascita della Pulzella d’Orléans, alla quale, immediatamente prima che ella scorgesse la luce fisica del sole, era stato impiantato l’impulso del Cristo.

Conquistarsi il vivente della connessione fra mondo fisico e mondo spirituale è il fine proprio di tutti i nostri sforzi, e ciò a cui teniamo. Si riconoscerà che il tempo crepuscolare di questa guerra segna una svolta dei tempi. Gli uomini devono sapere che le anime di coloro che si sono sacrificati continuano ad agire, e che questa guerra ha il compito di chiudere l’epoca materialistica. È necessario che vi siano anime che, come braccia tese in avanti, inviano pensieri in alto nel mondo spirituale e portano giù la coscienza del mondo spirituale: anime consapevoli dello spirito. Quante più di tali anime consapevoli dello spirito inviano in alto i loro pensieri — molto dipende dal fatto che la nostra atmosfera spirituale sia attraversata da tali pensieri —, tanto più possono maturare i frutti che vengono dai sacrifici di morte. Così riassumiamo la nostra considerazione nelle parole:

Dal coraggio dei combattenti, dal sangue delle battaglie, dal dolore degli abbandonati, dalle gesta sacrificali del popolo sorgerà frutto dello spirito — volgano anime consapevoli dello spirito il loro senso al regno degli spiriti.

4°L'elemento intimo della cultura mitteleuropea

Lipsia, 7 Marzo 1915

Viviamo in giorni gravi, carichi di destino. E quel che questi giorni carichi di destino porteranno a noi uomini terreni, ben poche anime ancora lo guardano con piena fiducia, e soprattutto il significato di ciò che si esprime attraverso gli eventi di questi giorni non parla con piena forza nelle anime. Ma proprio coloro che cercano di immedesimarsi sempre più, come anime umane, in ciò che deve essere incorporato come impulso nell’evoluzione culturale dell’umanità, nell’evoluzione culturale spirituale per le esigenze della scienza dello spirito, dovrebbero sapersi uniti con il loro sentire più profondo, con la loro più profonda partecipazione, a ciò che da un lato si svolge intorno alle nostre anime così grande e poderoso, e dall’altro così doloroso, così triste. Ciò che si compie è qualcosa che, non solo per la sua natura ma anche per la sua misura, è in fondo senza precedenti nella storia consapevole dell’evoluzione dell’umanità, qualcosa che incide e penetra profondamente in tutta la vita dell’evoluzione terrestre. Basta porsi davanti all’anima che cosa significhi — ed è oggi il caso di ogni uomo della popolazione europea e anche di molte parti del resto dell’umanità terrestre — trovarsi in mezzo al corso di eventi così rilevanti, per sentire come questa sia precisamente un’epoca non soltanto idonea nel senso più eminente, ma anche esigente nel senso più eminente, che l’anima si liberi e sempre più si liberi dal mero vivere entro il proprio sé, entro il proprio io, e cerchi di partecipare a ciò che, come destino comune, attraversa l’umanità. Molto l’anima potrà imparare nel nostro presente, se saprà unirsi nel modo giusto alla corrente degli eventi. E da molto di ciò che è angusto ed egoistico potrà liberarsi, se saprà fare questo. Si svolgono infatti cose così grandi, così poderose, che quasi ogni pensiero rivolto a se stessi, in questo nostro tempo, deve apparire come un furto che la nostra anima commette ai danni della partecipazione ai destini comuni. La popolazione mitteleuropea in particolare — quali immani domande deve porsi su cose che in fondo solo ora può imparare a conoscere! L’uomo della Mitteleuropa può accorgersi di come venga in realtà frainteso, anzi di come venga odiato. E questi fraintendimenti, questo odio, non sono certo divampati soltanto dall’inizio della guerra: sono diventati percepibili soltanto dall’inizio della guerra. Perciò l’inizio della guerra e il suo decorso non possono che essere, per così dire, ciò che richiama l’attenzione delle anime mitteleuropee sul fatto che, sotto un certo riguardo, esse devono sentirsi più o meno isolate rispetto al sentire e al percepire di coloro che, tutt’intorno a questa popolazione mitteleuropea, davvero non stanno con sentimenti e percezioni comprensivi. Si potesse soltanto — sarebbe così auspicabile, specie ora — accendere nelle anime che si dedicano alla scienza dello spirito un interesse più profondo per i grandi eventi della vita, un interesse che conduca l’anima fuori dall’orizzonte del suo io verso il grande orizzonte degli eventi dell’umanità e della terra! Si potesse soltanto, proprio perché hanno accolto in sé la scienza dello spirito, condurre lo sguardo, tutta la disposizione interiore delle anime, a un approfondimento nella conoscenza delle forze più vaste, traendole fuori dall’interesse per le forze più ristrette, che si occupano del singolo uomo soltanto! Infatti, quando oggi si ascolta il mondo, e in special modo il mondo che ci circonda noi mitteleuropei, quando si legge ciò che di strano viene detto sugli impulsi che avrebbero condotto a questa guerra, si ha l’impressione che il dovere di giudicare secondo punti di vista più ampi sia in realtà andato davvero molto perduto all’umanità nella nostra epoca materialistica, perduto a tal punto che talvolta si ha l’impressione che la gente non abbia imparato proprio nulla, e che per essa la storia in fondo cominci soltanto il 25 luglio 1914. È come se la gente non sapesse nulla di ciò che si è svolto nel gioco di forze della popolazione terrestre, e di ciò che, da questo gioco di forze, ha condotto alle gravi complicazioni che alla fine si sono accese e divampate nella fiamma della guerra. Si parla appena di ciò che si chiama l’accerchiamento operato dal precedente re inglese, il quale ha unito intorno alla Mitteleuropa le potenze europee, in modo che da questa unione delle forze umane circostanti alla fine non poteva sorgere nient’altro se non ciò che è sorto. Si torna appena indietro di qualche anno, al massimo di qualche decennio, per farsi un’idea di come sia nato ciò che ora, così carico di destino e così doloroso, ci circonda. Ma le cose stanno molto, molto più in profondità. Quando si parla di accerchiamento, bisogna dire: ciò che negli ultimi tempi si è compiuto nell’accerchiamento delle potenze mitteleuropee è soltanto l’ultima tappa, l’ultimo passo di un accerchiamento della Mitteleuropa cominciato molto, molto tempo fa, cominciato già nell’anno 860. Allora, quando dal Nord d’Europa scesero quegli uomini che nell’anno 860 stavano davanti a Parigi come popolazione normanna, una parte della forza che doveva esprimersi in Europa confluì, nell’Occidente europeo, nella corrente romanica, la quale aveva inondato l’Occidente d’Europa risalendo dal Sud. Abbiamo una corrente di forze umane che si svolge in questo modo: si riversa da Roma attraverso l’Italia e la Sicilia, attraverso l’odierna Spagna e attraverso l’odierna Francia. E la popolazione normanna, che scende dal Nord e nell’860 sta davanti a Parigi, viene inondata da ciò che fin dai tempi antichi era giunto come corrente romanica, e in questa corrente romanica si dissolve. Ciò che in questa corrente è elemento di forza deriva dal fatto che la popolazione normanna vi si è dissolta. Ma ciò che, di fronte alla cultura mitteleuropea, è sorto in Occidente come elemento estraneo deriva dalla corrente romanica confluita in essa. Questa corrente romanica non si è certo arrestata nell’odierna Francia: si dimostrò così potente, per la sua indole dogmaticamente razionalistica, per la sua inclinazione a un modo di pensare materialistico, da inondare non soltanto la Francia; ma quando poi di nuovo i Normanni tesero la mano verso le odierne terre anglosassoni, fu determinante che laggiù, all’elemento angle, all’elemento sassone, si aggiungesse non ciò che i Normanni avevano portato dal Nord al Sud, bensì ciò che essi avevano accolto dal Sud. Anche nell’elemento britannico è l’elemento romanico a essere, per questa ragione, in realtà privo di comprensione di fronte all’essere mitteleuropeo. E questo elemento normanno permeato dall’elemento romanico ha poi prolungato la sua marcia lungo le coste greche fino giù a Costantinopoli. Vediamo dunque scorrere un fiume di cultura normanno-romanica che dal Nord europeo si dirige verso l’Ovest, accerchiando la Mitteleuropa con andamento serpentino, e che protende i suoi tentacoli fino a Costantinopoli. L’altro ramo, che scendeva dal Nord, lo vediamo fluire verso l’Est e penetrare nell’elemento slavo. Le prime spedizioni normanne furono chiamate «Ros» dalla popolazione finnica che a quel tempo abitava in larga diffusione nell’odierna Russia, e da ciò è venuto il nome dei Russi, nome che risuona dunque della denominazione che i Finni avevano dato alla popolazione normanna. Vediamo questi popoli nordici insinuarsi nell’elemento slavo, penetrarvi sempre più, e contemporaneamente al momento in cui i Normanni nell’860 stavano davanti a Parigi e là cominciava la loro romanizzazione, vediamo l’elemento normanno immergersi nella corrente slava e, dall’altro lato, scendere fino oltre Kiev e fino a Costantinopoli. E il cerchio è chiuso! Dal Nord scendono le forze normanne, da un lato verso l’Ovest, romanizzandosi, dall’altro verso l’Est, slavizzandosi, e si scontrano provenendo dall’Est e dall’Ovest a Costantinopoli. E nella Mitteleuropa è racchiuso come in un bacino culturale ciò che si è conservato del germanesimo originario, fecondato dall’antica celticità, presente poi come elemento spiccatamente caratterizzato, nelle più diverse sfumature, nella popolazione che si manifesta come tedesca, come olandese, come scandinava. Vediamo dunque quanto antico sia questo accerchiamento. In questa Mitteleuropa si prepara ora ciò che possiamo chiamare una cultura intima, una cultura che mai è stata in grado di svolgersi come la cultura dell’Occidente o la cultura dell’Oriente, ma che doveva svolgersi in modo del tutto diverso. Se confrontiamo ciò che in Mitteleuropa si era sviluppato come cultura con ciò che si è sviluppato in Occidente, dobbiamo dire: in Occidente si è sviluppata — e lo si può cogliere dal tratto più piccolo come dal tratto più grande di quella cultura — una cultura il cui carattere fondamentale può essere seguito dalle isole britanniche attraverso la Francia, la Spagna, fino in Sicilia e in Italia, e fino oltre Costantinopoli. Là si sviluppò come tratto fondamentale della cultura un certo dogmatismo, un razionalismo, un’aspirazione a rivestire in semplici formule razionalistiche tutto ciò che si acquisisce come conoscenza. Si sviluppò un impulso a vedere le cose come l’intelletto e la sensorialità devono vederle. Si sviluppò l’impulso a semplificare tutto. Prendiamo un caso che a noi, in quanto seguaci della scienza dello spirito, può stare a cuore: l’articolazione della nostra anima umana in tre membri: anima senziente, anima razionale o affettiva e anima cosciente. L’anima umana in realtà può essere compresa solo se si sa che essa consta di questi tre membri. Così come la luce non può essere compresa senza riconoscere l’origine delle sfumature dei colori dalla luce stessa, e senza sapere che essa si articola nelle diverse sfumature di colore che vediamo nell’arcobaleno — da un lato i raggi rossi, i raggi gialli, dall’altro l’azzurro, il verde, il violetto — e senza sapere ciò non si può studiare come fisico la luce, altrettanto poco si può studiare l’anima umana, ciò che è infinitamente più importante; perché ognuno deve essere un uomo e ognuno deve sapere qualcosa dell’anima. Chi nella propria anima non sente che quest’anima si esplica nei tre membri — anima senziente, anima razionale o affettiva, anima cosciente — getta nell’anima ogni cosa alla rinfusa. Lo vediamo negli psicologi universitari moderni: come essi gettino ogni cosa nell’anima alla rinfusa, così come si potrebbero gettare alla rinfusa le sfumature di colore della luce; e si reputano, nella loro immensa superbia, nella loro presunzione scientifica, particolarmente eruditi quando confondono tutto nella vita dell’anima, mentre l’anima si può davvero conoscere solo quando si è in grado di sapere realmente questa triplice articolazione dell’anima. Sebbene l’anima senziente sia anzitutto ciò che in un certo senso esprime gli istinti, gli impulsi più legati alla sensazione, ciò che nella presente esistenza terrestre possiamo chiamare il lato più sensibile dell’uomo, tuttavia quest’anima senziente racchiude nello stesso tempo, nelle sue parti più profonde, le forze motrici eterne della natura umana, quelle forze che attraversano la nascita e la morte. L’anima razionale o affettiva contiene per metà il temporale, per metà l’eterno. L’anima cosciente, così com’è oggi, contiene prevalentemente l’orientamento dell’uomo verso il temporale. È perciò comprensibile che il popolo il quale plasma la propria anima di popolo attraverso l’anima cosciente, il popolo britannico, secondo una bellissima espressione di Goethe non abbia nulla di tutto ciò che è riflessione profonda, ma sia rivolto al pratico, alla lotta esteriore della concorrenza. Forse non è affatto male ricordarsi di queste cose, perché coloro che hanno preso parte alla vita spirituale tedesca non erano ciechi di fronte a esse, ma se ne sono sempre espressi in modo molto chiaro. Così Goethe, di fronte a Eckermann — è passato molto tempo, ma da ciò si può vedere che i grandi tedeschi hanno sempre visto le cose nella vera luce —, quando una volta si parlò dei filosofi Hegel, Fichte, Kant e di alcuni altri ancora, si pronunciò così: Sì, sì, mentre i tedeschi si tormentano per risolvere i più profondi problemi filosofici, gli inglesi sono rivolti prevalentemente al pratico e soltanto a quello. Manca loro ogni senso per la riflessione. E anche quando — così disse Goethe — fanno declamazioni sulla moralità che consiste nel liberare gli schiavi, bisogna domandarsi: qual è qui «l’oggetto reale»? — E in un’altra occasione Goethe scrisse, ciò che è molto significativo, che vale più di interi volumi che persino Walter Scott abbia una volta ammesso che, sebbene anche gli inglesi avessero preso parte alle lotte contro Napoleone, era per essi più importante di ogni liberazione dei popoli, di cui allora si parlava, «avere davanti a sé un oggetto britannico». A un filologo tedesco è riuscito — e che cosa non riesce alla diligenza dei filologi tedeschi — di rintracciare nei nove voluminosi tomi della biografia di Napoleone scritta da Walter Scott il passo cui Goethe aveva allora alluso, e là si trova in effetti, ammesso da Walter Scott in persona, che certo i britannici avevano preso parte alle lotte contro Napoleone, ma che dietro vi stava il desiderio di conseguire un vantaggio britannico, vale a dire, come egli si esprime, «to secure the British object», «assicurarsi l’oggetto britannico». — È del tutto un’espressione dell’inglese stesso; bastava soltanto cercarla. Queste cose sono interessanti per allargare oggi un poco l’orizzonte. Bisogna dunque sapere, dicevo, che l’anima umana consta di questi tre membri, o, per meglio dire, che il sé umano agisce attraverso queste tre sfumature animiche, come la luce agisce attraverso le diverse sfumature di colore, prevalentemente nei tre regni: minerale, vegetale, animale. Si arriverà allora a comprendere che l’uomo, in quanto ha queste tre sfumature animiche, può assegnare e nel progresso umano deve assegnare a ciascuna di esse un grande ideale; che l’ideale di queste sfumature animiche è un grande ideale, ma ciascuno di tali ideali è appunto là per una delle sfumature animiche, non per l’anima intera. E soltanto se gli uomini si lasceranno indurre, dalla scienza dello spirito, a riconoscere ai singoli membri dell’anima i loro ideali corrispondenti, si attuerà ciò che può essere il vero ideale della salvezza dell’uomo e della convivenza armonica degli uomini sulla terra. Infatti l’uomo deve aspirare ad avere, per ciò che è prevalentemente connesso con la sua anima senziente, per ciò che in un certo senso esplica nell’ambito del piano fisico, un ideale animico diverso da quello che esplica attraverso l’anima razionale o affettiva, e ancora un altro ideale per ciò che esplica attraverso l’anima cosciente. Attraverso uno di questi ideali viene nobilitato un membro animico, attraverso l’altro viene nobilitato l’altro membro animico. Se si plasma uno dei membri animici in particolare attraverso la fratellanza degli uomini fra loro sulla terra, si deve plasmare l’altro attraverso la libertà, il terzo attraverso l’uguaglianza. Ciascuno di questi tre ideali si riferisce a un membro animico. Nell’Europa occidentale tutto questo fu mescolato indistintamente, e fu semplificato dai razionalisti, attraverso quel razionalismo che vuole tutto in formule levigate, in dogmi levigati, che vuole tutto chiaro all’intelletto. Per via di questo dogmatismo, l’anima umana intera fu presa semplicemente come una, e si parlò di libertà, fratellanza, uguaglianza. Vediamo qui come nell’Occidente sia annidato un nervo fondamentale di razionalizzazione della cultura. E così potremmo dimostrarlo fin nei dettagli. Possono per esempio proprio i francesi di fine cultura scandalizzarsi se, diciamo, nei miei drammi-misteri la lingua è scelta in modo tale che vengano usati persino giambi quinari, ma nessuna rima. Lo spirito francese non riesce a capire che la forza motrice interiore della lingua, a questo stadio, non può avere bisogno della rima. Esso aspira alla sistematizzazione, a ciò che esteriormente costituisce una cornice, e dice: versi senza rima proprio non si possono fare! Ma così è anche con la vita esteriore, così è con tutto. In Occidente si deve articolare, sistematizzare, si deve mettere ogni cosa per benino nelle sue caselle. Pensate solo a quale terribile faccenda fu, all’inizio della nostra aspirazione scientifico-spirituale, il fatto che molti dei nostri amici erano ancora influenzati dalla corrente teosofica inglese, e che in ogni Gruppo in cui si capitava si potevano trovare di continuo, su tabelle, su lavagne e così via, ogni sorta di sistemi scritti in alto, disposti per benino: Atma, Buddhi, Manas, poi ogni cosa possibile per il lungo e per il largo, sistematizzata e incasellata. Pensate come ci si è chinati sotto il giogo di questo dogmatismo, e come fu difficile mettere al suo posto i metodi interiori di sviluppo che dobbiamo avere in Mitteleuropa: che l’uno proceda dall’altro, che i concetti avanzino in un’esperienza interiore! La sistematizzazione, questi ponti d’asino dello spirito che riducono tutto a formule del tutto definite, non si possono utilizzare. Quanta fatica è costato mostrare che si ha a che fare con un trapassare dell’uno nell’altro, con un articolare e procedere consequenziale, con un plasmare organico e vivente! Potrei estendere questa descrizione a tutti i rami della vita, ma allora dovremmo rimanere insieme per giorni interi. Questo dunque troviamo in Occidente come una parte della corrente che ha accerchiato la Mitteleuropa. E se passiamo all’Oriente, dobbiamo dire: là abbiamo a che fare con un’aspirazione che presenta proprio l’opposto, con l’aspirazione a far dileguare oggi ancora ogni cosa in una nebbia di indistinte oscurità, in una mistica primitiva, elementare, in qualcosa che non tollera l’enunciazione immediatamente reale in idee chiare e parole chiare. Abbiamo dunque due serpenti — il simbolo è assolutamente calzante — che si estendono, l’uno dal Nord verso il Sud-Est, l’altro dal Nord verso il Sud-Ovest, e che si attorcigliano l’uno nell’altro verso Costantinopoli. E in mezzo abbiamo racchiuso ciò che possiamo chiamare l’intima corrente spirituale mitteleuropea, questa corrente spirituale mitteleuropea, nella quale mai, là dove essa appare nella sua originaria peculiarità, può essere separato il capo dal cuore, può essere separato il pensare dal sentire. Nella nostra scienza dello spirito ciò oggi ancora non si nota appieno, perché si deve aspirare, se non a una sistematica concettuale, almeno a concetti di sviluppo. Non si nota ancora che tutto ciò cui si aspira non è soltanto una visione del capo, ma che ovunque, in ogni cosa, il cuore e l’anima intera sono coinvolti, che sempre il cuore è percorso da quel flusso quando il capo, per esempio, descrive i passaggi da Saturno al Sole, dal Sole alla Luna, dalla Luna alla Terra e così via, che ovunque, là, il cuore è partecipe della descrizione, e si può essere afferrati nel più profondo, sì che, con tutto il sentire del cuore, si sale fin nelle altezze più sublimi e si scende nei più profondi abissi e si può di nuovo risalire. Oggi non si nota ancora che ciò che è descritto solo in apparenza con concetti dev’essere scritto al tempo stesso col sangue del cuore, se vuole corrispondere alla vita spirituale mitteleuropea. Questo elemento intimo della cultura mitteleuropea non sa pensare lo spirituale senza l’ideale, l’ideale non più senza lo spirituale. Conoscere lo spirito, per accedere al tempo stesso, in modo intimo, con lo spirito a una sorta di nozze dell’anima — questo è il momento che caratterizza con maggiore intensità l’essere mitteleuropeo. Perciò questo essere mitteleuropeo può adoperare ciò che discende fin nelle più profonde profondità dell’intuizione sensibile e della percezione sensibile, per farlo diventare simbolo di ciò che è altissimo. Ed è profondamente significativo che Goethe, dopo essersi fatto scorrere davanti all’anima, per tutta la vita, la vita non solo del tedesco tipico ma dell’uomo tipico, la vita di Faust, chiuda la sua opera poetica con le parole: Alles Vergängliche / Ist nur ein Gleichnis, tutto ciò che è caduco è solo un’immagine, e abbia come ultime parole: Das Ewig-Weibliche / Zieht uns hinan, l’Eterno Femminino ci trae verso l’alto. Qui un mistero cosmico viene espresso attraverso un’immagine sensibile, e proprio in questa immagine sensibile si esprime il carattere intimo della cultura mitteleuropea, quel carattere meravigliosamente intimo che troviamo per esempio così splendidamente espresso, tenero e al tempo stesso elevantesi spiritualmente al più alto, proprio in Novalis. Cercate una volta le traduzioni che qua e là sono state fatte di quest’ultima frase: «Das Ewig-Weibliche / Zieht uns hinan», in particolare le traduzioni francesi, e vedrete che cosa è diventata questa frase! Essa è stata per altro spesso spiegata in modo proprio non bello dai francesi, ma quelli non contano, quando si tratta della comprensione del Faust. Intimità della vita spirituale, ecco a che cosa mira nel senso più eminente l’essere mitteleuropeo, ed ecco ciò che è racchiuso dal Serpente Midgard a Oriente e a Occidente. E fin qui dobbiamo spingerci, per congiungerci pienamente, nel nostro sentire, con ciò che effettivamente accade! Allora ci approprieremo proprio da questo essere mitteleuropeo dell’obiettività che ci occorre per stare di fronte ai nostri grandi eventi del presente non a partire dagli stessi impulsi a partire dai quali a Oriente e a Occidente le cose vengono giudicate, bensì a partire dai veri impulsi umani sovranazionali. Comprenderemo allora un po’ di quel che spiega perché la popolazione mitteleuropea sia così fraintesa, anzi odiata da coloro che la circondano. Naturalmente dobbiamo poter considerare con tutta umiltà ciò che in Mitteleuropa è presente come missione per l’intera umanità. Dobbiamo poter giungere a quella disposizione interiore che non si esalta, ma dobbiamo anche assicurarci lo sguardo libero per ciò che in Mitteleuropa è da compiere. La popolazione mitteleuropea è passata attraverso una forza dell’anima di popolo che è stata sempre ringiovanente. Ha raggiunto una vetta negli ideali di Lessing, Schelling, Hegel, Fichte, Goethe, Grimm. Ma tutto ciò che là già viveva, viveva più in un’aspirazione all’idealismo. Tutto questo deve ora guadagnare ulteriore vita, deve guadagnare una vita più concreta. Le profonde idee dell’idealismo tedesco devono ricevere contenuto attraverso ciò che può venire dallo spirituale, e attraverso cui esse vengono soltanto innalzate da semplici idee a esseri viventi del mondo spirituale, attraverso i quali poi noi stessi possiamo ritrovarci in questo mondo spirituale. La grandezza del compito mitteleuropeo è ciò che ora deve animare i cuori tedeschi, e la coscienza di ciò che è da difendere su ogni lato, su quei lati dove il Serpente Midgard tiene saldamente serrato il cerchio. Si addice in particolare a noi, che stiamo sul terreno della scienza dello spirito, considerare in un tal senso superiore ciò che oggi realmente si compie. E non possiamo nemmeno prendere abbastanza sul serio l’impulso più intimo della nostra scienza dello spirito, se non riusciamo a entrare in una concezione così impersonale dell’aspirazione scientifico-spirituale, se non sentiamo come questa aspirazione scientifico-spirituale in ognuno di noi sia connessa con l’intera aspirazione mitteleuropea, come essa debba essere connessa con tutta la sostanzialità di questa aspirazione mitteleuropea. Dobbiamo renderci conto che molto di ciò che ci deve stare davanti è ancora soltanto in germe, ma che proprio la cultura mitteleuropea è chiamata a far dischiudere quei germi in fiori e frutti. Sia citato solo un esempio. Quando l’uomo cerca, a poco a poco, attraverso la propria meditazione e concentrazione, attraverso l’intimo lavorìo sullo sviluppo della propria anima, di progredire, allora tutte le forze animiche assumono un’altra forma rispetto a quella che hanno nella vita ordinaria. Allora, in un certo senso, le forze animiche diventano qualcosa d’altro. Se l’uomo lavora davvero alacremente al proprio sviluppo, attraverso la concentrazione del pensiero e altro ancora, come è esposto nel libro L’iniziazione, l’uomo arriva a comprendere, a comprendere vividamente, vorrei dire vividamente a cogliere, che nel momento in cui si avvicina al vero mondo spirituale non pensa più come si deve pensare nella vita ordinaria. Nella vita ordinaria si pensa così, che i pensieri cominciano a vivere in noi. Quando ci si trova di fronte al mondo dei sensi si sa: questo sono io, e l’io ha i pensieri. Si collega un pensiero all’altro e si forma così un giudizio, si mettono insieme i pensieri e li si lascia separare. Nel mio scritto intitolato La soglia del mondo spirituale ho paragonato lo sviluppo dei pensieri all’introdurre il capo in un mondo di entità viventi. I pensieri cominciano a brulicare e a formicolare interiormente, diventano, se così posso dire, entità viventi, e non siamo più noi a portare un pensiero all’altro, sono essi che vanno l’uno verso l’altro, l’uno afferra l’altro e si stacca dall’altro, la vita del pensiero comincia a diventare viva. Solo allora, quando i pensieri quasi cominciano a diventare involucri e contenitori, che si raccolgono in un piccolo spazio e poi di nuovo si espandono in grande, a forma di sacca, allora soltanto gli esseri delle gerarchie superiori possono insinuarsi nei nostri pensieri, allora soltanto! Dunque tutta la nostra vita propria, l’intero pensare, si modifica quando ci immedesimiamo nel mondo spirituale. Allora si comincia a percepire come sugli altri pianeti non vivano uomini come sulla terra, bensì altre entità, come gli altri pianeti siano popolati da altre entità. Queste altre entità degli altri pianeti penetrano per così dire nel nostro pensare divenuto vivente, e noi non pensiamo più intorno alle entità degli altri mondi e delle altre sfere cosmiche, ma esse vivono in noi, vivono unite al nostro sé. Il pensare è dunque diventato una forza dell’anima del tutto diversa; si è sviluppato dal punto in cui stava verso un’altra forza dell’anima, verso quella forza che opera al di là di noi stessi e cresce al di là di noi, e diventa identica al mondo che è il mondo spirituale. Abbiamo qui un esempio di ciò che deve dischiudersi all’umanità, se essa deve sviluppare a un livello superiore, per l’avvenire della terra, la condizione in cui ora vive. Deve realmente diventare patrimonio comune che un tal pensare è possibile, e che soltanto attraverso un tal pensare l’uomo può fare conoscenza con il mondo spirituale. A questo non occorre che ogni uomo diventi un ricercatore dello spirito, così come non occorre che ognuno diventi un chimico per voler comprendere le conquiste della chimica. Eppure, anche se di ricercatori dello spirito ve ne possono essere soltanto pochi, ognuno può, mediante un pensare libero da pregiudizi, intendere e comprendere la verità di ciò che il ricercatore dello spirito dice. Ma deve diventare chiaro che nell’uomo, durante la vita, riposano forze dell’anima non avvertite, le quali, quando l’uomo varca la porta della morte, diventano da sé ciò che diventano in un iniziato. Quando l’uomo varca la porta della morte, il pensare diventa una forza dell’anima del tutto diversa: essa interviene nell’entità. È un continuo protendersi di antenne, e i mondi superiori sono dentro queste antenne, e li si sperimenta direttamente. Ora, vi fu uno spirito di riferimento del diciannovesimo secolo, il quale proprio attraverso il suo brio — perché brio ne aveva — contribuì a fondare la concezione materialistica del mondo: Ludwig Feuerbach. Egli ha scritto un libro, Pensieri sulla morte e l’immortalità, e in un certo passo di questo libro è interessante leggere quanto segue. Lì Feuerbach dice all’incirca: il più alto che l’uomo possa sviluppare in sé sono i suoi pensieri. Forze dell’anima più elevate dei pensieri non può svilupparle. Se potesse sviluppare forze dell’anima più elevate dei pensieri, allora nella sua testa potrebbe penetrare ciò che vive dagli abitanti dei mondi stellari, ed egli, invece dei pensieri, avrebbe nella testa gli effetti e le azioni delle entità che sono sui pianeti. — Questo appare a Ludwig Feuerbach così assurdo, che naturalmente egli ritiene malato d’anima chiunque parli soltanto di una cosa simile. Pensate quanto è interessante che un uomo il quale diventa materialista proprio perché rifiuta forze dell’anima superiori, arrivi a indicare come è fatta la forza dell’anima che rappresenta lo sviluppo superiore del pensare. La descrive perfino, ma ha un terrore così rovinoso, una paura così rovinosa di questo sviluppo, che proprio perché esso dovrebbe essere così come egli intuisce, dichiara questa forza dell’anima un’impossibilità, una fantasticheria. Tanto vicino è lo sviluppo spirituale del diciannovesimo secolo a ciò cui si deve aspirare, e tanto al tempo stesso lontano, perché esso, sebbene venga in un certo modo spinto dall’interno verso ciò cui si deve aspirare, non può addentrarsi nel più profondo, dato che deve considerarlo come assurdo, dato che davvero ne ha paura, ne ha una paura colossale. Appena le si presenta ciò che deve venire, esso ne ha paura. La vita spirituale mitteleuropea deve venire a sé: allora otterremo che da questa vita spirituale mitteleuropea si sviluppi proprio ciò che vince la paura. Troppo forte è divenuto ciò che vuole soffocare questa luce spirituale mitteleuropea. A tal proposito siano citati anche alcuni esempi. Hegel, il filosofo tedesco, ha invano levato la sua voce contro la sopravvalutazione di Newton. Se oggi sentite parlare un qualunque fisico — potete rileggere ciò che dico in molte opere divulgative — sentirete: Newton è il grande ispiratore della dottrina della gravitazione, una dottrina mediante la quale soltanto il cosmo è diventato spiegabile. — Hegel ha detto: che cosa ha fatto, in realtà, Newton? — Egli ha rivestito di formule matematiche ciò che Keplero, l’astronomo tedesco, aveva enunciato. Non c’è infatti nulla, nelle opere di Newton, che Keplero non avesse già detto. Keplero ha creato a partire da quella visione nella quale, in un certo senso, opera l’anima intera, non il solo capo. Newton ha invece messo l’insieme in un sistema, e per questo ha compiuto ogni sorta di errori, per esempio la dottrina di un’azione del Sole nella lontananza, dottrina che non è utilizzabile per il giudizio del movimento dei pianeti. In Newton è davvero come se il Sole avesse braccia fisiche, le tendesse e attirasse a sé i pianeti. — Ma invano il filosofo tedesco aveva messo in guardia dal fatto che la cultura mitteleuropea venisse inondata su questo terreno dalla cultura britannica. Per citare un altro esempio: Goethe ha fondato una teoria dei colori che è sorta interamente dal pensiero mitteleuropeo, e che si comprenderà soltanto quando si riconoscerà un poco la connessione del fisico con lo spirituale. Il mondo non ha accolto la teoria goethiana dei colori, bensì la teoria newtoniana. — Goethe ha fondato una dottrina dell’evoluzione. Il mondo non l’ha compresa: ha invece accolto soltanto ciò che, in modo divulgativo-materialistico, è stato dato nel darwinismo come dottrina dell’evoluzione, come dottrina dello sviluppo. Si può dire: ravvedersi sulle forze che l’uomo mitteleuropeo possiede, lui che è accerchiato dal Serpente Midgard — ecco di che si tratta —, non piegarsi sotto ciò che viene introdotto come razionalismo ed empirismo! Vedete il colossale compito che ci sta davanti, vedete la grandezza dell’ideale. Esso non viene affatto notato, perché ancora, vorrei dire, si dissolve nella corrente dei fenomeni, quando una volta si fa valere l’essere mitteleuropeo. Non so da quanti sia stato notato quel che segue. Quando, per le ragioni che sono state menzionate anche ieri nella conferenza pubblica, il nostro movimento scientifico-spirituale dovette liberarsi dall’indirizzo specificamente britannico della Società Teosofica, e quando, molto tempo fa, era avvenuto già nel mondo spirituale ciò che si svolge ora nella guerra

— ed è avvenuto da molto tempo, per buone ragioni —, allora illustrai e commentai l’intera questione attraverso i suoi sintomi. Esistono uomini sciocchi, che pretendono di giudicare ciò che è il nostro movimento scientifico-spirituale e che spesso hanno detto: ebbene, anche questo movimento scientifico-spirituale mitteleuropeo è pur sorto da quanto ha ricevuto dal movimento teosofico britannico. A costoro vorrei ricordare, infatti, ciò che ho già raccontato. Non lo dico per ragioni personali, ma perché un solo sintomo caratterizza l’intera situazione e il nucleo vivo della cosa: prima ancora di avere un qualsiasi legame esteriore con il movimento teosofico britannico, tenni a Berlino delle conferenze che furono poi pubblicate nel mio scritto «La mistica all’alba della vita spirituale moderna». In quello scritto nessuno potrà rintracciare la minima influenza dell’Occidente; tutto è sviluppato puramente a partire dalla vita spirituale mitteleuropea, dalla corrente spirituale e mistica che va da Meister Eckhart fino ad Angelo Silesio. E quando giunsi a Londra per la prima volta, una delle figure di spicco della Società Teosofica, Mr. Mead, che aveva letto quel libro — già tradotto in inglese in molti suoi capitoli —, dichiarò che in esso era contenuta in realtà l’intera teosofia. Fin dove gli inglesi hanno ammesso di poter procedere con noi, fin lì ci siamo naturalmente potuti unire all’intera questione; ma altro non è stato fatto. È questo ciò che importa: che ci ricordiamo dei nostri compiti riguardo alla cultura spirituale mitteleuropea, e che mai ce ne discostiamo! Da una parte o dall’altra si sono rispediti agli inglesi gli ordini cavallereschi, i diplomi e simili. È forse, tuttavia, il meno importante. Importante sarà, semmai, rispedire indietro il newtonismo e il darwinismo di colorazione inglese, e cioè liberarne la vita spirituale mitteleuropea. E qualcosa si può imparare, in tal senso, dal modo in cui — libera da ogni altro influsso — la vita spirituale mitteleuropea si è imposta proprio come scienza dello spirito. Ma occorre

riflettervi, occorre tenere fermamente in vista l’essenziale e restare saldi su questo terreno. È molto singolare quanto misteriosamente operino le cose. Considerate solo il caso seguente: Ernst Haeckel, in fondo, si è sforzato per tutta la vita di indirizzare la concezione tedesca del mondo lungo binari interamente influenzati dal pensiero britannico, dall’essenza britannica. Negli scritti di Ernst Haeckel scorre pienamente il pensiero britannico, l’empirismo britannico. E proprio ora egli tuona più di chiunque altro contro l’Inghilterra. Sono processi che si compiono nel sub-cosciente dell’anima del mitteleuropeo; sono anche cose che, in un’anima simile, sono strettamente legate al karma. Pensate un istante a cosa significhi che Haeckel si presenti dinanzi al mondo dichiarando di aver lui stesso compiuto la prima grande impresa del grande ricercatore Huxley, formulando la tesi della somiglianza fra l’osso umano e l’osso animale; pensate a come egli, Haeckel, abbia poi indicato la grande rivoluzione nella concezione della discendenza dell’uomo, e a come, nella dottrina dell’evoluzione, non abbia accolto altro che ciò che veniva dall’Occidente; e quando si vede come oggi sia spinto a tuonare contro ciò che ha formato tutta la sua vita spirituale, si comprende quanto ciò sia tragico. È l’evento più tragico del presente che si possa immaginare per un’anima come la sua. È dinamite spirituale, perché manda in frantumi tutte le colonne portanti su cui un’anima del genere si regge. E così si guarda nelle profondità di ciò che si compie attualmente, ma anche nel terribile su cui dobbiamo essere vigili. Soltanto quando si considerano davvero le cose in questo modo, ci si troverà nella condizione di poterle abbracciare con uno sguardo che vada oltre l’orizzonte angusto in cui esse spesso vengono oggi considerate. Si potrà soprattutto trarre un grande insegnamento — e sarà l’insegnamento più bello, insieme il più umile e il più elevato: l’insegnamento di ciò a cui lo Spirito cosmico, che opera e regge ogni cosa, ha destinato l’uomo mitteleuropeo, che ora, avvinto dal serpente di Midgard, sta come chiuso in una fortezza, circondato ovunque da nemici. Quando ciò che accade diventerà per noi grande simbolo del

più profondo tessere e operare cosmico, solo allora ci libereremo da una concezione egoistica dei gravi e funesti eventi del presente. E allora soltanto sentiremo come dobbiamo renderci degni di quanto già Fichte ebbe a dire, in un’epoca in cui anche la Germania attraversava giorni colmi di destino, nei suoi «Discorsi alla nazione tedesca»: là volle parlare, secondo le sue stesse parole, «per tedeschi semplicemente, di tedeschi semplicemente», e parlò nella direzione in cui allora si doveva parlare di tedesco semplicemente al tedesco semplicemente. Ma come Fichte parlò allora di tutto ciò che è la missione tedesca, la sfera di doveri tedesca, così quanto di pesante oggi sperimentiamo, stretti dalla cinta di nemici che ci odiano, è ciò che dobbiamo vivere come l’aurora della coscienza mitteleuropea. In verità, una parola che si trova in chiusura dei Discorsi di Fichte può essere oggi trasposta nel senso seguente: per la salvezza dell’umanità deve affluire nelle anime la concezione spirituale del mondo. E su coloro che abitano nell’Europa centrale, su di essi guarda lo Spirito cosmico, perché diventino la voce di ciò che egli, in continua rivelazione, ha da dire e da recare all’umanità. Senza superbia, senza arroganza, senza egoismo nazionale, si può dunque guardare a ciò che, con corpo e sangue e anima, devono difendere i figli della Germania e dell’intera Europa centrale. Eppure occorre anche prenderne piena coscienza. Solo allora, dagli enormi sacrifici che devono essere compiuti, dalle sofferenze che ne scaturiscono, potrà seguirne ciò che è di salvezza per l’umanità. Siamo infatti a una soglia importante, a una soglia carica di significato; e si potrebbe caratterizzare questa soglia nell’evoluzione dell’umanità dicendo: in futuro dovrà essere gettato un ponte sull’abisso che separa il fisico dallo spirituale, il fisicamente vivente dallo spiritualmente vivente, il terreno da ciò che giace al di là della morte terrena. Deve in certo modo venire su di noi il tempo in cui non solo ci saranno vive le anime che vagano nel corpo fisico, ma in cui ci sentiremo inseriti in quel

mondo più ampio, al quale appartengono anche le anime che, scorporate, vivono fra morte e nuova nascita nel mondo che, in senso più vasto, chiamiamo nostro. Lo sguardo dell’uomo deve essere rivolto al di là di ciò che possono vedere gli occhi soltanto fisico-sensibili. A questa soglia, dinanzi a una nuova esperienza e a una nuova coscienza, ci troviamo davvero. E quanto vi ho detto sull’ampliamento della coscienza, sul suo elevarsi a livelli più alti, deve diventare una concezione corrente. La cultura mitteleuropea è preparata a questo, a fare cioè di tutto ciò una concezione corrente; vi è davvero preparata. Vi ho mostrato come i migliori spiriti del XIX secolo ancora oggi temano di accogliere nella propria coscienza quanto l’anima reca nelle sue profondità; soltanto, essa non può ancora rivolgervi l’attenzione partendo dalle sue forze terrene. Quel pensiero esiste, sì, e in esso s’introducono le forze soprasensibili e le entità soprasensibili, e tale pensiero si apre subito anche quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte. I materialisti temono di ammettere a se stessi che la coscienza umana possa così ampliarsi, che possa davvero cadere la barriera fra l’esperienza fisica e quella spirituale, fra ciò che si trova al di qua della morte e ciò che giace al di là di essa. E poiché temono questa cosa, la rifiutano come fantastica, sognante, perfino come segno di un’anima malata. Eppure si arriverà a riconoscere che l’uomo, una volta varcata la soglia della morte, non fa che sviluppare le forze che già possiede ora fra nascita e morte. Soltanto, esse operano in profondità tali che egli non le scorge. Esse producono in lui cose che pure in lui vengono compiute, ma sulle quali, nella vita ordinaria, l’attenzione non si rivolge. Con le sole forze di cui l’uomo è consapevole, con queste forze del pensare, del sentire e del volere, la vita fisico-terrena non potrebbe svolgersi. Se l’uomo potesse solo pensare, sentire e volere come fa adesso, non sarebbe mai in grado, per esempio, di plasmare plasticamente il proprio corpo in modo che il cervello corrispondesse alle sue disposizioni. A ciò sono dovute intervenire forze plasmatrici. Esse appartengono però già a quanto

l’anima non percepisce più nell’esperienza fisica, a ciò che fa parte di una coscienza più ampia di quel piccolo settore di coscienza che abbiamo nella vita ordinaria. Quando l’uomo varca la porta della morte, allora non ha carenza di coscienza, ma vive innanzitutto in una coscienza assai più ricca e più piena di contenuti di quella della vita fisica. Il corpo ritaglia infatti da una coscienza più ampia un solo frammento, e mostra tutto ciò che può essere mostrato, ma per giunta soltanto come in uno specchio. Ciò invece che dimora nel corpo, e che l’uomo porta con sé attraverso la porta della morte, ha in sé davvero una coscienza onnicomprensiva. E quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte, allora si trova dentro questa coscienza ampia. Egli non ha troppo poca coscienza, ma al contrario una coscienza troppo ricca, troppo abbondante, quando varca la porta della morte. Di questo ho parlato nel mio ciclo viennese di Pasqua 1914. L’uomo dispone, dopo la morte, di una coscienza più ricca; e quando, dopo un certo tempo, una volta terminato quello sguardo a ritroso determinato dal corpo eterico e di cui ho spesso parlato, entra in una specie di stato di sonno, non si tratta di un vero sonno, bensì di una condizione provocata dal fatto che l’uomo si trova in una coscienza più ricca di quella di quaggiù. E come una luce eccessiva, una sovrabbondanza di luce, accieca i nostri occhi, così l’uomo è abbagliato dalla sovrabbondanza della coscienza, e deve imparare anzitutto a orientarvisi. Il sonno apparente consiste soltanto nel fatto che l’uomo deve orientarsi in questa sovrabbondanza di coscienza, sicché possa poi abbassarne il tono fino a ciò che riesce a sopportare, in base ai risultati della sua vita. Questo è l’essenziale. Non troppo poca, ma troppa coscienza abbiamo; e ci risvegliamo allora, quando abbiamo abbassato la nostra capacità d’orientamento a ciò che siamo in grado di sopportare. È dunque un’attenuazione della sovrabbondanza di coscienza al grado sopportabile, ciò che subentra dopo la morte. Tali cose dovrete chiarirvele attraverso i particolari del ciclo di Vienna. Oggi voglio solo illustrarle con due esempi a noi vicini.

Potrei addurre molti esempi simili, perché in tempi recenti, e anche prima, molti dalla cerchia dei nostri amici sono passati attraverso la porta della morte. Ma per la particolare natura delle circostanze, proprio perché si tratta di morti recentissime, queste considerazioni sono in certo modo più vicine; e vorrei muovere da tali esempi per parlarvi di ciò che può andare così a cuore a noi, perché è avvenuto in mezzo a noi, nella cerchia del nostro movimento scientifico-spirituale. Poco tempo fa abbiamo perduto dal piano fisico una cara amica, e a me toccò pronunciare delle parole alla cremazione, per quell’anima passata attraverso la porta della morte. Avvenne allora che, attraverso gli impulsi del mondo spirituale che in un caso simile parlano in modo abbastanza chiaro, mi si presentò come da sé la necessità di caratterizzare l’indole particolare di quell’anima amica. Eravamo dunque — era a Zurigo — davanti alla cremazione di una cara associata del nostro movimento scientifico-spirituale. Davvero, senza che io l’avessi voluto, nel lasso di tempo allora un po’ più lungo trascorso fra il momento della morte, avvenuta un mercoledì sera, e la cremazione del lunedì mattina — è comprensibile che la retrospettiva attraverso il corpo eterico fosse già cessata —, dal mondo spirituale mi venne la necessità di aprire e di chiudere le parole che dovevo pronunciare presso il feretro con parole che caratterizzassero l’intima essenza di quell’anima. L’intima essenza di quell’amica scomparsa nel pieno della vita era davvero tale che bisognava immergersi in quell’essenza, identificarsi con essa e ricrearla interiormente nello spirito; bisognava, in altre parole, lasciare che il proprio pensare si immergesse nell’anima della defunta, e fare in modo che quanto si tesseva nell’anima della defunta confluisse nei propri pensieri. Si otteneva allora la possibilità di dire, per così dire guardando a quell’anima, com’era essa stata nella vita e com’era ancora ora, dopo la morte. E mi si offerse da sé di rivestire ciò nelle parole seguenti. Dovetti, all’inizio e alla chiusura della cremazione, pronunciare queste parole:

Tu venisti tra noi. La commossa dolcezza del tuo essere parlava dalla quieta forza dei tuoi occhi. La pace, animata dall’anima, fluiva nelle onde con cui i tuoi sguardi portavano alle cose e agli uomini il tessuto del tuo intimo; e questo essere era anima nella tua voce, che eloquente per il modo della parola più che nella parola stessa rivelava ciò che sta nascosto e dimora nella tua bella anima; ma a quelli, all’affettuoso prendere parte di uomini dediti all’amore, si dischiuse, senza parole, in piena luce — questo essere, che di nobile, quieta bellezza, parlava al sentire recettivo della creazione cosmico-animica.

Così emerse l’essenza di quell’anima, attraverso l’identificazione con essa nei giorni precedenti la cremazione, dopo che lo sguardo a ritroso mediato dal corpo eterico era ormai concluso. L’anima non aveva ancora trovato modo di orientarsi nella sovrabbondanza della coscienza. Era dunque, in certo senso, addormentata, mentre il corpo stava per essere consegnato alla cremazione. Le parole funebri furono dette, all’inizio e alla fine, in quei versi. Fu allora che la fiamma — ciò che ha l’aspetto di fiamma ma non lo è — avvolse il corpo; e mentre il corpo veniva avvolto da quello che sembra fiamma e non è altro che il calore ascendente, fu in quel momento che giunse come un attimo di risveglio sull’anima. E si poté vedere come l’anima gettasse uno sguardo a ritroso sull’intera scena che si era svolta tra gli uomini presenti alla cremazione. E in particolare guardò indietro, quell’anima, a quanto era stato pronunciato; poi ricominciò naturalmente il riassorbimento nella sovrabbondanza della coscienza — si può dire: nella perdita di coscienza. Più tardi si poté cogliere un momento in cui di nuovo si presentò un simile sguardo a ritroso. Ciò dura poi sempre più a lungo, finché non può esserci infine un orientamento compiuto nella sovrabbondanza della coscienza. Da tutto ciò si può però trarre

qualcosa d’importante. Si mostrò infatti che, per il fatto che alla cremazione erano state pronunciate parole sgorgate dalla sua stessa anima, quelle parole accesero in lei lo sguardo a ritroso, ebbero in sé qualcosa di risvegliante. E da ciò si può apprendere che è fra le cose più importanti, dopo la morte, abbracciare con lo sguardo la propria esperienza. Si deve in certo modo cominciare, dopo la morte, dalla conoscenza di sé. Qui, nella vita terrena, si può fare a meno della conoscenza di sé; se ne può fare a meno in misura tale che è vero quanto un uomo non comune, e nemmeno un comune letterato, ma un celebre professore di filosofia, il dottor Ernst Mach — non Ferdinand Maack, che non menzionerei —, confessa nella sua «Analisi delle sensazioni», un’opera molto famosa, con parole che suonano press’a poco così: da giovane, una volta camminavo per strada e all’improvviso vidi in uno specchio un uomo che mi veniva incontro. Pensai: che faccia antipatica, sgradevole. Come fui stupito, quando scoprii di aver visto di profilo il mio stesso volto. Aveva dunque visto la propria faccia, che conosceva così poco da poter esprimere un simile giudizio. E lo stesso professore racconta di come gli sia capitato in seguito, quando era già un celebre professore di filosofia, di salire stanco morto su un omnibus dopo un lungo viaggio: dall’altro lato salì anch’esso un uomo — di fronte pendeva un grande specchio —, ed egli confessa con tutta franchezza i propri pensieri, dicendo di aver pensato: ma chi è questo maestro di scuola decaduto, antipatico, che sta salendo? E di nuovo riconobbe se stesso, e aggiunge: dunque conoscevo l’aspetto generale della specie meglio del mio. È un bell’esempio di quanto poco l’uomo, già nell’aspetto esteriore, conosca se stesso nella vita, a meno che non sia una donna civettuola che si guarda spesso allo specchio. Ma molto, molto meno conosce le proprie peculiarità animiche. Vi passa accanto assai più facilmente. Si può diventare un celebre filosofo del presente senza conoscenza di sé. Ma l’uomo ha bisogno di questa conoscenza di sé, quando è passato attraverso la porta della morte. L’uomo deve dunque volgersi indietro proprio sul punto della sua evoluzione dal quale, con la morte, è passato oltre, e lì deve riconoscersi. Tanto poco l’uomo, che sta nella vita fisica e guarda indietro con le forze ordinarie della vita, può mai scorgere la propria nascita, tanto poco quella nascita sta mai davanti alle forze ordinarie dell’anima — non c’è infatti uomo che, con le forze ordinarie dell’anima, possa volgere lo sguardo indietro fino alla nascita fisica —, tanto necessario è che in ogni istante sia presente, davanti agli occhi, il momento della morte, sul quale si rivolge lo sguardo. La morte sta sempre dinanzi agli occhi come l’ultimo evento significativo. Questa morte, vista dall’altro lato, vista da oltre la morte, è qualcosa di interamente diverso da come la si vede dal versante fisico. È l’esperienza più bella che possa essere mai scorta dall’altro lato, dal lato della vita fra morte e nuova nascita. È ciò che appare come la gloriosa immagine dell’eterna vittoria dello spirituale sul fisico. Ed è proprio per il fatto che appare come tale immagine che essa è il continuo risvegliatore delle più alte forze della natura umana, quando questa natura umana è nella sua esperienza spirituale fra morte e nuova nascita. Di qui viene che l’anima, quando guarda indietro, quando cerca di volgersi indietro, deve dapprima guardare su se stessa. Proprio nei casi che abbiamo attraversato di recente era così chiaro come nascesse l’impulso a caratterizzare in modo particolare quell’anima, per andarle incontro in questo bisogno di trovarsi, nel guardare indietro, in piena conoscenza di sé. Così agisce ciò che chiamiamo vivo insieme a ciò che chiamiamo morto. E sempre più spesso si darà una simile corrispondenza dai cosiddetti vivi ai cosiddetti morti. Un altro caso, vissuto da noi nell’ultimo periodo, è quello del nostro caro amico Fritz Mitscher. Per quanto Fritz Mitscher sia meno conosciuto

agli amici di qui, ha tuttavia operato fra molti altri antroposofi attraverso le sue conferenze, attraverso ciò che ha realizzato, in modo meraviglioso, da amico ad amico, attraverso il modo in cui si è inserito nella vita antroposofica; al punto che il suo modo dev’essere ricordato proprio come esemplare, come modello, modello per la ragione che egli, le cui forze animiche erano rivolte a una formazione erudita e ad assimilarla in sé, si è sforzato di abbracciare con l’intima qualità della sua vita interiore tutto ciò che si applicava a raccogliere, secondo le sue inclinazioni, attraverso l’erudizione; e poi a inserirlo nella sua concezione scientifico-spirituale del mondo. Di questo modo di operare abbiamo bisogno in particolare, se vogliamo portare incontro al futuro, in modo benefico, ciò che sono gli ideali della scienza dello spirito. Abbiamo bisogno di uomini che cerchino di penetrare con comprensione ciò che è la cultura del tempo, per immergerla nella corrente della formazione spirituale; che in certo modo offrano questo sacrificio: immergere la cultura del tempo nella corrente dello spirituale. Anche qui — e parlo soltanto di cose che si sono date per necessità di karma — è stato il karma a portare con sé che fossi io a parlare alla cremazione. E anche qui, per intima necessità, è risultato che caratterizzassi l’essenza del nostro caro amico, all’inizio e alla fine del discorso funebre. Dovetti caratterizzarla in questo modo:

Una speranza, a noi cara gioia: così entrasti nel campo dove i fiori spirituali della terra, per la forza dell’essere dell’anima, vorrebbero mostrarsi alla ricerca. La pura essenza dell’amore di verità era affine al tuo intimo anelare; creare dalla luce dello spirito era il serio fine della vita, a cui senza riposo tendesti.

I tuoi belli doni coltivasti, per camminare lungo il chiaro sentiero della conoscenza dello spirito, senza lasciarti sviare dalla contraddizione del mondo, quale fedele servitore della verità, con sicuro passo. I tuoi organi spirituali esercitasti perché valorosi e tenaci ai due lati del cammino respingessero da te l’errore e ti facessero spazio per la verità. Plasmare a te il tuo Sé in rivelazione di pura luce, perché la forza solare dell’anima ti irradiasse possente nell’intimo, fu per te cura e gioia della vita. Altri affanni, altre gioie sfiorarono appena la tua anima, perché la conoscenza ti apparve come luce che dà senso all’esistenza, come il vero valore della vita.

Una speranza, a noi cara gioia, così entrasti nel campo dove i fiori spirituali della terra per la forza dell’essere dell’anima vorrebbero mostrarsi alla ricerca. Una perdita, che profondamente ci addolora, così scompari dal campo dove i germi terreni dello spirito, nel grembo dell’essere dell’anima, maturarono al tuo senso delle sfere.

Senti come con amore guardiamo nelle altezze, che ora a un altro operare ti chiamano. Porgi agli amici lasciati indietro la tua forza dalle regioni dello spirito. Ascolta la preghiera delle nostre anime, con fiducia inviata dietro a te: abbiamo bisogno qui, per l’opera terrena, di forza salda dalle terre dello spirito, che dobbiamo agli amici morti. Una speranza, a noi cara gioia, una perdita, che profondamente ci addolora: lasciaci sperare che tu, lontana-vicina, non perduta, alla nostra vita risplenda come stella dell’anima nel regno dello spirito.

Nella notte successiva, presso quell’anima — che del resto non era affatto giunta all’orientamento — accadde che essa, da parte sua, restituisse come una risposta qualcosa che è collegato ai versi che alla cremazione erano stati rivolti alla sua essenza. Parole come queste sono dette in modo tale che è la stessa anima a scriverle davvero, senza che vi si possa fare gran che. Vengono scritte orientandosi all’anima estranea, a partire da quell’anima estranea. E mi era del tutto inconscio, assolutamente inconscio, che due strofe fossero costruite in un modo del tutto particolare, finché udii dall’anima dell’amico passato per la porta della morte queste parole: «Plasmare a me il mio Sé in rivelazione di pura luce, perché la forza solare dell’anima a me irradi possente nell’intimo, fu per me cura e gioia della vita.

Altri affanni, altre gioie sfiorarono appena la mia anima, perché la conoscenza mi apparve come luce, che dà senso all’esistenza, come il vero valore della vita.» Solo allora potei capire perché quelle strofe siano costruite così; le avevo pronunciate proprio in questo modo: «Plasmare a te il tuo Sé in rivelazione di pura luce, perché la forza solare dell’anima ti irradi possente nell’intimo, fu per te cura e gioia della vita.» Ma ogni «a te» tornava in «a me», ogni «tuo» tornava in «mio»; così trasformate, dunque espresse dall’anima sulla propria essenza, le parole tornavano indietro. È un esempio di come la corrispondenza abbia luogo, di come il rapporto reciproco nel tempo dopo la morte sussista già fra il mondo di qui e il mondo di là. Che questa coscienza penetri nelle anime degli uomini, è ciò che è legato al senso del nostro movimento scientifico-spirituale. Che il mondo, anche di coloro che vivono fra la morte e una nuova nascita, divenga per noi un mondo in cui ci sappiamo presenti con essi: questo darà all’umanità la scienza dello spirito, e così amplierà il mondo dall’angusto ambito della realtà in cui l’uomo provvisoriamente sta. Tutto ciò è strettamente connesso, però, con quanto deve essere nell’Europa centrale. E chi ha bene ascoltato troverà proprio nelle parole rivolte all’anima di Fritz Mitscher quanto è profondamente legato a questo senso del nostro movimento scientifico-spirituale; infatti, da un’intima necessità sono state pronunciate le parole: «Ascolta la preghiera delle nostre anime, con fiducia inviata dietro a te:

abbiamo bisogno qui, per l’opera terrena, di forza salda dalle terre dello spirito, che dobbiamo agli amici morti.» A volte succede, anche se non nella realtà profonda, almeno nei tempi di passaggio, di poter dubitare che le anime incarnate nella carne qui sulla terra facciano davvero abbastanza, per la salvezza dell’uomo e della terra, di quanto è necessario rendere effettivo come comprensione spirituale del mondo. Ma chi sta pienamente e vivamente dentro al movimento scientifico-spirituale non può disperare neppure per questa ragione: perché sa che nella corrente in cui ci troviamo nel corpo agiscono le forze di coloro che sono saliti nei mondi spirituali, dopo essersi qui sentiti più forti per aver accolto in sé la scienza dello spirito. Ed è come un intendersi con l’anima di un amico, passato per la porta della morte, quando le si rivolge il pensiero di ciò che si deve alla forza dell’amico per un movimento spirituale; quando ci si può, per così dire, intendere con essa, per rimanere uniti alle sue forze, sicché le abbiamo sempre fra noi, sicché essa continui sempre a operare in mezzo a noi. Non si tratta soltanto di accogliere idee, concetti e immagini mentali nella scienza dello spirito; non è soltanto di questo che si tratta, ma di creare qui sulla terra un movimento, un movimento spirituale, in cui portiamo davvero le forze spirituali. È vicino al nostro animo, proprio in questo momento, partendo dai sentimenti che forse animano i nostri amici qui presenti, volgere il pensiero all’anima di colui che sempre ha dedicato le sue forze a questo Gruppo. Che ci vogliamo sentire uniti anche a lui, che ci vogliamo sapere uniti alle sue forze, ora che egli è passato per la porta della morte: per questo ci alziamo dai nostri posti.

Gli amici di Lipsia sanno bene di quale anima amica io parli, e certamente avranno rivolto a quell’anima i loro pensieri, con il cuore commosso. Queste sono state le rappresentazioni che mi spettava, oggi che ci è stato concesso di stare insieme, portare vicino al vostro animo. Erano animate, queste parole, dalla coscienza che i giorni gravi e funesti in cui viviamo dovranno essere a loro volta sostituiti da giorni che passeranno pacifici sulla terra, in cui opereranno le forze della pace. Ma per il modo in cui molte cose, molte cose saranno fortemente trasformate da quanto avviene ora nella vita terrena dell’umanità — sì, dovranno essere trasformate —, noi che professiamo la scienza dello spirito dobbiamo tenere ben presente quanto importi che, sul suolo per cui scorre tanto sangue, per cui ora tante anime passano per la porta della morte, sul quale tanti padri e madri, fratelli e sorelle, figli e figlie sono in lutto, si compia ciò che può compiersi attraverso coloro le cui anime sono illuminate dai pensieri della scienza dello spirito, sicuri dell’avvenire. Sì, dovranno salire dal suolo terreno verso le altezze spirituali quei pensieri che vengono dalla coscienza del vivo legame dell’anima umana con il mondo spirituale. In questi mondi spirituali entreranno ora delle anime, e saranno forze spirituali quelle prodotte proprio attraverso i nostri giorni colmi di destino. Considerate quante anime, nel fiore degli anni, passano in questo tempo per la porta della morte! Considerate che i corpi eterici di questi uomini, che fra il ventesimo e il trentesimo anno, fra il trentesimo e il quarantesimo anno passano per la porta della morte, sono corpi eterici che ancora per decenni avrebbero potuto qui, nella vita fisica, sostenere il corpo. Questi corpi eterici vengono separati dai corpi fisici, ma trattengono ancora in sé le forze per operare qui per il mondo fisico. Queste forze continueranno a operare nei mondi spirituali, separate dai corpi eterici dei caduti in battaglia, passati attraverso la porta della morte non consumati. Splendente, luminosa giungerà a salvezza spirituale e progresso dell’umanità la spiritualità che proviene dai corpi eterici non consumati degli eroici combattenti. Ma dovrà incontrarsi ciò che fluisce dall’alto con

quanto può fluire come pensieri dalle anime che sono divenute coscienti dello spirito attraverso la scienza dello spirito. Perciò ci è lecito raccogliere i pensieri che oggi abbiamo posto dinanzi all’anima in poche parole, che rappresentano il legame della coscienza, sostenuta dai pensieri della scienza dello spirito, con gli eventi presenti del tempo; parole che esprimono come lo spazio del tempo di pace che verrà dovrà essere riempito dai pensieri che salgono dalle anime nei mondi spirituali, da anime che sono passate attraverso la scienza dello spirito. Allora ciò che con sacrifici tanto grandi, con sangue e morte, nel nostro tempo viene conquistato, potrà nel giusto senso recare fiori e frutti, se si troveranno anime che, coscienti dello spirito, rivolgano il loro intento verso il regno dello spirito. Perciò ci è lecito dire, considerando i giorni oggi così gravi e funesti:

Dal coraggio dei combattenti, dal sangue delle battaglie, dal dolore degli abbandonati, dalle gesta sacrificali del popolo nascerà il frutto dello spirito, se le anime, coscienti dello spirito, volgeranno il loro intento al regno dello spirito!

5°L'impulso del Cristo nella storia: i vivi e i morti

Norimberga, 13 Marzo 1915

Se la scienza dello spirito vuole essere soprattutto una sorta di forza vitale per le nostre anime, e se ciò è realmente possibile, allora questa scienza dello spirito deve dimostrare di essere al contempo potente e idonea — soprattutto in tempi come i nostri, tempi nei quali si preparano avvenimenti così significativi — ad ampliare lo sguardo spirituale delle anime che si dedicano alla scienza dello spirito. Così ciò che accade può essere visto in una luce un po’ più ampia rispetto allo sguardo limitato dal materialismo dei nostri contemporanei, sguardo che oggi ancora molti conservano. Si è potuto osservare nel corso degli anni, nel contesto del nostro movimento antroposofico, che uno dei nostri scopi è stato sempre quello di ampliare il modo di sentire dell’anima, affinché l’uomo si liberi dal puro pensare rivolto al suo sé ristretto e a ciò che circonda questo sé ristretto, e possa veramente riuscire a guardare un poco ai grandi impulsi, alle grandi manifestazioni di forza che percorrono l’intera evoluzione dell’umanità terrestre. E poiché ci siamo sforzati, in certo qual modo, di ampliare la tensione dei nostri sentimenti e sensazioni, dobbiamo anche essere in grado di rendere idonee le forze che abbiamo acquistato mediante la scienza dello spirito — soprattutto in tempi come questi, che da un lato ondeggiano così profondamente dolorosi verso l’anima con le loro onde, e dall’altro innalzano questa anima a un’altezza tutto particolare, perché racchiudono nel loro grembo cose così significative. Dobbiamo, in tempi come questi, giungere alla capacità di andare un poco con ciò che non è così visibilmente esteriore negli eventi, ciò che l’intelletto ordinario in questi eventi non riesce a vedere. Dobbiamo porci soprattutto la domanda: ha significato ciò che arde sopra le nostre teste come una fiamma di guerra così terribile — ha questo qualcosa di profetico per l’intera evoluzione terrestre?

Solo colui che vede questi eventi attuali in una luce così significativa, quanto è possibile, potrà veramente comprendere ciò che accade. Spesso gli amici che sono tra di noi si saranno chiesti perché negli ultimi anni, nel nostro circolo, si è talvolta parlato del fatto che nei decenni del ventesimo secolo verranno tempi ai quali dobbiamo guardare con particolare attenzione, perché i figli e i nipoti di coloro che vivono oggi dovranno attraversare eventi importanti e terribili, ma anche tragici e dolorosi. Coloro ai quali incombe il compito di dare qualcosa, oggi, per sostenere le anime dei figli e dei nipoti rispetto a ciò che verrà sull’umanità del ventesimo secolo, devono essere consapevoli che questo qualcosa che devono dare deve essere una forte forza spirituale interiore. Molto, molto più di quanto possiamo oggi ancora immaginare nella vita ordinaria, i nostri discendenti del ventesimo secolo avranno bisogno di forti forze interiori che sostengono l’anima, per portare avanti i beni dell’umanità che nel corso dell’evoluzione umana sono stati accumulati attraverso secoli e secoli. E gli eredi dell’umanità terrestre oggi vivente dovranno affrontare ancora tutt’altri tempi di tempesta. Ho detto che a volte ci si è potuti meravigliare quando questo è stato detto nei nostri circoli. Ma forse ora una comprensione di ciò può nascere, se consideriamo che viviamo negli eventi bellici più grandi, negli eventi bellici più terribili che mai hanno colpito gli uomini, da quando l’umanità vive una storia consapevole su questa terra.

Sarebbe completamente sbagliato non penetrare, intensamente e fermamente quanto possibile, il significato del momento, e non porci la domanda: che cosa ha veramente a che fare ciò che noi cerchiamo dalle aspirazioni interiori dell’anima — che cosa ha la conoscenza spirituale a che fare con ciò che deve entrare nello sviluppo dell’umanità? Non vediamo forse, anche solo guardando superficialmente, un temporale minaccioso che da molto tempo si è levato da oriente per infuriare sulla nuova cultura e civiltà europee? E bisogna almeno sapere che nel grembo di questo Oriente dimorano forze estremamente potenti, dalle quali si può già vedere che, nel modo in cui ora si manifestano, esse tendono fondamentalmente alla frammentazione, alla distruzione della cultura europea. In quale misura ciò accada, ora può solo essere intuito.

Con quella che chiamiamo cultura e civiltà europea stiamo nella quinta epoca culturale post-atlantidea. È la cultura dell’anima cosciente, in mezzo alla quale vivono anime tra di noi che hanno qualcosa da dare all’umanità. Se guardiamo indietro a ciò che era la cultura greco-latina, essa si presenta a noi essenzialmente — anche se in una forma completamente diversa — come un’eco, una ripetizione che si manifesta a un livello più elevato di ciò che già viveva nell’antica Atlantide. Anche se là la situazione era ancora diversa, nella quarta epoca culturale post-atlantidea è entrata una sorta di ripetizione di ciò. La quinta epoca culturale post-atlantidea, in cui viviamo, è una nuova formazione, è qualcosa di completamente nuovo che è stato aggiunto al corso evolutivo precedente dell’umanità. Questo non dobbiamo comprenderlo soltanto come verità astratta, come teoria, ma con il sentimento umano di responsabilità più profondo e intenso. E dobbiamo essere anche consapevoli che nello sviluppo terrestre dovranno ancora trascorrere lunghi periodi di tempo prima che tutto ciò che l’ordine cosmico divino vuole dare all’umanità terrestre attraverso la quinta epoca culturale post-atlantidea sia venuto fuori dai cuori e dalle anime degli uomini.

Nella quarta epoca culturale, come l’evento più significativo dell’intera evoluzione terrestre, emerse l’Impulso del mistero del Golgota. Così come questo mistero del Golgota ha agito nella quarta epoca culturale, così nella quinta epoca culturale post-atlantidea non agirà soltanto oltre. A questa quinta epoca culturale incombe il compito di incontrare — con piena conoscenza spirituale, con piena comprensione — gradualmente il mistero del Golgota, con tutte le forze conoscitive dell’anima; non solo con le forze dell’intelletto, con le forze della semplice pietà sentimentale; ma gradualmente, attraverso tutto ciò che l’anima può produrre da sé come conoscenze e forze di comprensione, di afferrare il Cristo che ha percorso il mistero del Golgota. In modo che la parola di Paolo, certo in una forma nuova, sia vera: «Non sono più io, ma il Cristo in me». E fondamentalmente, tutto ciò che portiamo avanti nella scienza dello spirito è la preparazione a questo: afferrare infine, con tutte le forze conoscitive interiori dell’anima, ciò che veramente è questo Cristo. Questo è un compito grande e significativo della quinta epoca culturale.

Ora vogliamo metterci un poco nella situazione per capire ciò che in realtà viene detto quando alla quinta epoca culturale viene assegnato un tale compito. Riportiamo davanti alle nostre anime il modo in cui l’impulso del Cristo ha agito nell’umanità dal mistero del Golgota. Se l’impulso del Cristo avesse potuto agire solo attraverso ciò che gli uomini hanno compreso di questo impulso del Cristo nel corso dei secoli, da quando il mistero del Golgota è stato compiuto, allora l’impulso del Cristo avrebbe potuto agire poco tra gli uomini. Ma non è un impulso che ha parlato solo concettualmente alla comprensione umana o a una comprensione sentimentale; è un impulso reale che ha fluito con forze viventi nel corso della storia stessa. Ciò di cui il sangue che scorre sul Golgota è il simbolo esteriore, è appunto ciò da cui una forza vivente fluisce nella storia dell’umanità.

Proviamo a chiarirci, a partire da un evento storico, come questo impulso del Cristo ha agito, senza che gli uomini l’avessero già compreso; come ha agito come una forza viva e operosa nello sviluppo dell’umanità. La quinta epoca culturale post-atlantidea è destinata a portare in coscienza tutta la natura interiore e l’essenza dell’impulso del Cristo. Ma ha già agito come una forza vivente nelle forze inconsce dell’anima, prima che potesse svegliarsi pienamente in coscienza nell’umanità. E una di quelle figure che l’impulso del Cristo ha scelto per agire attraverso essa, per operare cose significative, è, per esempio — e si potrebbero citare anche altri esempi — la figura della Pulzella d’Orléans. Se tracciamo la storia dell’Europa fino all’evento che si è svolto in connessione con la personalità della Pulzella d’Orléans, dobbiamo dire — anche se guardiamo la storia solo esternamente: con ciò che allora compì, quando, alzandosi in mezzo al popolo francese, respinse le forze inglesi — essa lo fece veramente — è stata la prima a conformare la mappa dell’Europa come essa gradualmente si è conformata. E ogni altra considerazione della storia è fondamentalmente, per gli ultimi secoli, per quanto riguarda la distribuzione dei popoli e degli stati europei, una favola, è qualcosa che non è consapevole che con la Pulzella d’Orléans era l’impulso del Cristo, che allora come impulso vivente effettuò la distribuzione dei popoli e delle forze popolari europei. E si potrebbe dire: mentre gli uomini dotti discutevano di ogni sorta di cosa, già cominciavano a discutere sulla questione se si dovesse consumare l’Eucaristia in questa o quella forma, se questo o quello fosse interpretato attraverso questa o quella formula, e mentre così gli uomini dotti mostravano che con la loro comprensione consapevole non erano ancora giunti ad afferrare ciò che l’impulso del Cristo è, questo impulso agiva attraverso la semplice contadina, attraverso la Pulzella d’Orléans, agiva plasmatrice nella storia europea. Perché l’azione dell’impulso del Cristo non dipende dalla comprensione che gli si oppone. Attraverso il suo rappresentante micheleico, l’impulso del Cristo agì sulla Pulzella d’Orléans. Ma la Pulzella d’Orléans doveva attraversare qualcosa di simile a un’iniziazione. Oggi parliamo di iniziazione, e diamo a questo il canone per la coscienza umana che abbiamo messo insieme nel libro «Come si acquistano conoscenze dei mondi superiori?». Ma naturalmente per la Pulzella d’Orléans non poteva essere questione di un’iniziazione di questo tipo. Per lei poteva essere solo questione di un’iniziazione che era, in certo qual modo, un residuo dell’iniziazione più antica, che si svolgeva più nelle forze inconsce dell’anima degli uomini. E proprio queste iniziazioni antiche si sono propagate come forze elementari fino ai tempi più recenti. Nelle saghe antiche, nelle fiabe e nelle leggende si racconta molto: che a questo o quel uomo è accaduto questo o quello, per cui la forza interiore dell’anima si è rivelata a lui, così che ha visto questo o quello dal mondo spirituale. Tali cose devono essere solo un’allusione a come, senza intervento umano, attraverso l’azione di forze divine-spirituali che pervadono il mondo, certi uomini, che sono idonei al loro karma, sono iniziati naturalmente, attraverso il luogo in cui sono stati posti dal karma dell’umanità, dove questo karma dell’umanità confluisce con il loro karma personale. Una bellissima eco di una tale iniziazione naturale, come la si potrebbe chiamare, ci viene data da una poesia che racconta come il «Figlio del Sole» Olaf Asteson, nelle tredici notti e giorni che scorrono dalla nascita di Cristo fino all’Epifania, fino al 6 gennaio, dimorò in uno stato di sonno. Olaf Asteson: in questo nome già è suggerito che in lui si trovano, come eredità, forze conoscitive di natura inconscia, perché Olaf Asteson significa propriamente: colui attraverso il quale scorre il sangue dei suoi antenati. Il Figlio del Sole Olaf Asteson dorme e sogna attraverso le tredici notti, che sono le più buie dell’anno terrestre, o almeno contengono la maggior forza dell’oscurità annuale terrestre, dal primo giorno di Natale fino al 6 gennaio, la festa dell’Epifania.

Ora non è solo una superstizione umana superstiziosa ciò che si lega a queste notti nelle saghe e leggende. Perché in verità è così: ci sono due stagioni che si comportano cosmicamente come due poli opposti rispetto alla vita dell’anima umana nel corpo. Se prendiamo la stagione che cade intorno alla festa di San Giovanni in estate, è il tempo che è particolarmente adatto affinché l’anima umana, con tutti i suoi impulsi passionali, attraverso la forza solare fisica esteriore, che raggiunge qui la sua massima energia, si dissolva nel cosmo, si unisca col cosmo. Perciò la festa di San Giovanni nei tempi antichi era destinata a porre nell’anima umana le forze divine-spirituali che pervadono e governano il cosmo, quando gli uomini si dimenticavano di sé e si dissolvevano in questa festa nelle forti forze fisiche esterne del cosmo. Ma là dove la forza solare raggiunge la sua più debole manifestazione fisica, nel mezzo dell’inverno, lì le forze spirituali che operano nell’oscurità raggiungono la loro massima forza. E a buon diritto, si può dire, secondo leggi cosmiche, la festa della nascita di Gesù di Nazareth cade in questo tempo. Là dove il fisico esteriore è più oscuro, l’anima può sperimentare ciò che è più potente, quando si sente unita alle forze che spiritualmente pervadono l’aura terrestre. Perciò è in questi giorni che Olaf Asteson dorme e dorme, e vive tutto ciò che noi chiamiamo Kamaloka, poi ciò che noi chiamiamo il mondo dell’anima, e infine ciò che noi chiamiamo il regno spirituale. E la leggenda norvegese ci racconta come Olaf Asteson, dopo aver dormito per le tredici notti, si risveglia di nuovo e sa raccontare di ciò che ha sperimentato, di come ha incontrato le anime nel mondo dell’anima e nel regno spirituale. Tutte queste sono immagini che corrispondono a una conoscenza immaginativa, ma indicano ciò che sono veramente possibilità viventi dell’anima umana, quando queste anime si sentono tolte da questo mondo in quel tempo di oscurità fisica che è però il tempo dell’illuminazione spirituale, quando si sentono sollevate a ciò che dimora e vive nell’aura terrestre. E alla fine della leggenda vediamo le forze dell’impulso del Cristo che afferrano con potenza — ma la comprensione inconscia di Olaf Asteson. In tali leggende si parla, in certo qual modo, di iniziazioni naturali che nei tempi antichi erano ancora possibili, di uno sguardo nel mondo spirituale. In questi tempi l’aura terrestre ha veramente una forza che non ha in altri tempi, quando è come innondata e irradiata dalla forza solare fisica. E poiché il Cristo, dal mistero del Golgota, è unito all’aura terrestre, anche la forza dell’impulso del Cristo in questi giorni può agire particolarmente nelle anime, se queste anime portano ricettività verso questa forza.

Perciò si potrebbe, prima di esaminare qualcosa storicamente, presupporre che anche in una figura come la Pulzella d’Orléans, l’impulso del Cristo avrebbe agito inconsciamente nella sua anima per tredici giorni; che anche lei, in certo qual modo — ciò che Olaf Asteson ha attraversato nel sonno durante i tredici giorni e notti — avrebbe sperimentato una sorta di illuminazione attraverso l’impulso del Cristo nelle forze inconsce dell’anima. Allora la Pulzella d’Orléans avrebbe dovuto trovarsi, durante i tredici giorni che vanno dal 25 dicembre al 6 gennaio, in uno stato simile al sonno, e il 6 gennaio, dopo che la sua anima era in uno stato di sonno, l’impulso del Cristo avrebbe dovuto afferrare questa anima. Ciò che si può così presupporre era veramente presente in un modo peculiare, ma solo in un tempo molto speciale, quando l’uomo è veramente in uno stato di sonno. Vale a dire, prima che l’uomo faccia il primo respiro nella vita terrestre, prima che sia liberato dal corpo di sua madre e riceva il primo raggio di luce fisico-terrestre, passa un tempo come uomo nascente in un vero stato di sonno. E proprio come di sera ci si addormenta in un sonno pieno di sogni, così nel corpo di sua madre si è in tale sonno simile a sogni. E quei giorni in cui il sonno simile a sogni è più ricettivo alle influenze inconsce del mondo spirituale, sono proprio gli ultimi giorni che l’uomo trascorre nel corpo di sua madre. E così potrebbe anche benissimo essere che proprio questi giorni per la Pulzella d’Orléans fossero stati usati per piantarle l’impulso del Cristo, prima che vedesse con gli occhi fisici la luce solare fisica, prima che facesse il primo respiro fuori dal corpo di sua madre. Questo fu il caso, perché la Pulzella d’Orléans è nata il 6 gennaio. Il 6 gennaio accadde che tutto il villaggio si riunì, perché c’era qualcosa di indefinito nell’aura del villaggio. Questo è un fatto storico. La gente non sapeva che cosa fosse accaduto: la Pulzella d’Orléans era nata. Dietro tali cose si nascondono molte cose. E solo quando l’umanità giungerà a vedere questa verità misteriosa nella luce giusta, ci sarà anche comprensione di ciò che realmente accade, sotto la superficie del mondo sensibile esteriore, nel divenire umano. Le forze divine cercano le vie più varie per entrare in ciò che è l’anima umana. Naturalmente, il karma della Pulzella d’Orléans doveva essere idoneo affinché accadesse una cosa simile. Ma poiché il karma della Pulzella d’Orléans coincideva col fatto che era nata il 6 gennaio, storicamente era dato ciò che rendeva possibile che l’impulso del Cristo agisse particolarmente su questa figura della storia e desse all’Europa una nuova forma. Queste sono cose che si possono verificare quando si osserva il corso della storia con una certa comprensione. Queste sono le cose alle quali la comprensione spirituale farà capo in futuro, quando questa quinta epoca culturale post-atlantidea trarrà veramente tutte le forze conoscitive dalle anime. L’anima allora farà sempre più consapevolmente esperienza dell’esistenza dell’impulso del Cristo. Ma questo accadrà solo se l’umanità giungerà a non considerare la scienza dello spirito più come una semplice teoria, ma a sentirla come la vita vivente, a farla vivere interiormente. Allora la scienza dello spirito potrà effettuare ciò che in realtà è la sua missione nel corso evolutivo dell’umanità.

In un tempo come il nostro, dobbiamo in particolare essere consapevoli che l’abisso che si apre sempre più e più in un’epoca materialistica — tra le anime umane che vivono incarnate nel corpo fisico e vivono insieme, e coloro che già hanno attraversato la porta della morte — deve essere superato. E sempre più si arriverà a considerare le anime che vivono nella vita tra la morte e una nuova nascita come appartenenti all’intera umanità, proprio come coloro che vivono nella vita fisica tra la nascita e la morte. La coscienza che siamo tutti uniti sulla terra rotonda, anche coloro che prima di noi sono passati nei regni soprasensibili, che operano solo con altre forze in mezzo a noi di quelle che abbiamo noi che siamo nel corpo, questa coscienza deve diventare sempre più forte, sempre più intensa. Ma per questo è necessaria una comprensione delle forze che agiscono spiritualmente. Per questo è necessario che impariamo a considerare i nessi dei fenomeni terresti alla luce nuova che la scienza dello spirito può dare.

Solo perché la scienza dello spirito deve essere qualcosa che contemporaneamente muove i nostri cuori, mentre fa avanzare le nostre anime nella conoscenza, voglio — per illustrare alcuni aspetti della via, una via che si collega a molto di ciò che ci ha occupato nelle ultime settimane nel circolo più ampio della nostra corrente di conoscenza spirituale — vorrei parlarvi di qualcosa che negli ultimi tempi ci è accaduto. Potrei certamente scegliere altri casi, ma questi casi sono legati al nostro karma in modo immediato, così che proprio oggi posso parlarne di nuovo. E potete estendere ciò che qui viene detto anche a altri, che sia all’interno che all’esterno del nostro movimento spirituale vivono il loro destino e la sua relazione con la loro morte in una maniera simile a quella nei casi di cui parlerò.

Abbiamo vissuto un caso straziante lo scorso autunno a Dornach, nel circolo del nostro edificio. Cari amici si erano trasferiti a Dornach con i loro figli, si erano stabiliti vicino all’edificio per occuparsi dell’orticoltura. E il figlio più anziano, un bambino di sette anni, spiritualmente sveglio infinitamente, ma che nelle sue qualità di cuore era qualcosa di completamente peculiare, era veramente qualcosa come un bambino-sole. Aveva il più profondo coinvolgimento nell’anima di questo bambino, anche se lo si poteva vedere solo fugacemente qua e là. Quando poi il padre si era arruolato per compiere il suo dovere da cittadino tedesco sul campo di battaglia, il bambino di sette anni, col suo cuore, si era già, direi, così immerso nella situazione complessiva della vita, che si era sforzato particolarmente di sostituire il padre come meglio poteva, per aiutare la madre, occupandosi di ogni cosa possibile. Viaggiava in città, faceva acquisti, il bambino di sette anni tutto solo. Una sera il bambino è scomparso. Era proprio la sera di una conferenza. Una persona amica di noi ci raggiunse intorno alle dieci di sera e disse che il bambino era scomparso. E alla fine non poteva essere dubbio che questa scomparsa avesse a che fare col rovesciamento di un carro di trasloco che si era capovolto vicino all’edificio in un posto dove probabilmente prima di allora pochi carri di trasloco avevano transitato, e da allora nemmeno uno di nuovo, e probabilmente per molto tempo nessuno passerà più. Il carro si era rovesciato giù da una piccola scarpata in un prato in modo tale che i carrettieri dissero che non era nemmeno concepibile sollevare il carro la sera. Staccarono i cavalli, di cui avevano grande cura, e lasciarono il carro dove era, per sollevarlo il giorno dopo, perché credevano che ci sarebbe voluto un giorno intero per poter sollevare il pesante carro. Erano le dieci di sera. Dovemmo mettere in relazione la scomparsa del bambino col rovesciamento di questo carro. Furono portati strumenti di ogni sorta, e tutto ciò che poteva lavorare lavorò, e in due ore il carro fu sollevato. A mezzanotte trovammo il bambino morto sotto il carro di trasloco.

Ora, se si osserva solo esternamente e si considera come, da un tempo più lungo prima che ciò accadesse, tutto si era messo insieme in modo tale che il bambino, che altrimenti era sempre andato un po’ diversamente, e sarebbe passato dalla parte destra del carro, allora passava dalla parte sinistra, dove il carro lo doveva necessariamente schiacciare, se si considera che era stato trattenuto — in modo molto generoso — così che era partito circa un quarto d’ora più tardi — aveva preso qualcosa alla cosiddetta mensa per la cena —, così che era partito più tardi di quando avrebbe voluto, se si considera che il tutto si era svolto in modo tale che in realtà è stato questione di pochi, sì, a malapena pochi minuti, che il bambino fosse proprio nel posto dove il carro si capovolse, e che il tutto non era stato notato; persone da non lontano guardavano il carro capovolgersi, ma del bambino non avevano visto niente, se si considera tutto ciò, allora già esternamente si può ammettere come questo fosse un esempio nel senso più eminente di un’illusione logica che facilmente si compie, alla quale l’uomo può darsi. Ho spesso, anche davanti a voi, chiaramente mostrato come già nella vita esterna l’uomo possa darsi a illusioni, così che direttamente confonde causa ed effetto. Ho detto: si supponga di vedere da lontano un uomo camminare sul bordo di un fiume. Si vede come improvvisamente barcolla e cade nel fiume. Lo si tira fuori poco dopo morto. Ora è certamente lecito, da ogni punto di vista esteriore, supporre che l’uomo sia caduto nell’acqua e si sia semplicemente annegato. E se non si fa nulla di diverso, rimarrà il giudizio umano su questo. In questo caso occorre solo un mezzo esteriore per convincersi forse del contrario. Nel posto dove l’uomo è caduto nel fiume è stata trovata anche una pietra e si è così confermati nel giudizio. Se si apre il cadavere, si troverà che l’uomo è stato colpito da un colpo, che di conseguenza è caduto nel fiume, e che non ha trovato la morte per il fatto di essere caduto nel fiume, ma che ci è caduto perché era già morto. Dunque causa ed effetto erano completamente invertiti. Ma questo accade soprattutto in scienza — per chi comprende le cose — in molti posti. Nel nostro caso, dove il bambino ha trovato la morte, dobbiamo dire: il karma di questo bambino ha ordinato il carro di trasloco, il suo karma ha portato il carro esattamente a quel posto. È falso il giudizio se si crede che sia stato in gioco il caso. Il bambino, in questo caso, doveva solo raggiungere il settimo anno di vita in questa incarnazione. E direi che tutto l’assetto è stato preparato per questo scopo. Dobbiamo completamente abituarci a invertire causa ed effetto nel modo in cui li vediamo nella vita ordinaria.

Ora, se guardiamo con lo sguardo del veggente alla vita di questa anima, allora certamente in modo sconvolgente, completamente sconvolgente, ma al tempo stesso illuminante, i misteri divino-spirituali del mondo, qualcosa può manifestarsi a noi che è significativo. Non passò molto tempo dopo la morte del bambino che l’intera aura dell’edificio di Dornach fu trasformata. E dicendo questo, vi dico qualcosa che è connesso alle mie esperienze. Quando si ha il compito di lavorare per l’edificio di Dornach della Società Antroposofica, quando si ha il compito di iniziare ciò che lì deve essere eseguito, allora si sa quale debito si ha verso le forze di aiuto che operano in tale aura nella propria anima. Da quei tempi, con l’aura dell’edificio di Dornach, è veramente connesso, autenticamente connesso, ciò che era il corpo eterico ancora non consumato del bambino. Perché il corpo eterico è ciò che l’uomo abbandona. L’individualità, costituita dall’Io e dal corpo astrale, continua, è qualcosa di diverso. Ma il corpo eterico, quando è abbandonato in una così tenera età infantile, contiene in sé forze che avrebbero potuto nutrire ancora il corpo fisico e la vita fisica per decine di anni. Ora queste forze, non consumate, sono passate attraverso la porta della morte. Esse vengono abbandonate dopo alcuni giorni. E queste forze agiscono ora proprio insieme all’aura dell’edificio. Non si può dunque dire che per questa individualità sia l’anima stessa, ma è il corpo eterico non consumato. Nulla va perduto nemmeno nel mondo spirituale. Il fisico sa che nulla va perduto di forze fisiche, che le forze solo si trasformano. Anche nel mondo spirituale dobbiamo cercare forze trasformate, forze eteriche non consumate, che da persone morte prematuramente salgono nel mondo spirituale. Ci avviciniamo a queste cose quando osserviamo tali cose in casi concreti. E solo per questo motivo oggi vi parlo di tali casi concreti.

Una cara amica antroposofica è morta, dopo una vita che le aveva portato molte prove, poche settimane fa a Zurigo, e il karma del nostro movimento ha voluto che io parlassi alla cremazione. Il tempo fino alla cremazione, dalla morte, durò dal mercoledì sera alle sei, quando la morte avvenne, fino a lunedì mattina alle undici. Dunque un tempo un po’ più lungo del solito. Per questo la separazione dell’individualità dal corpo eterico, mentre avveniva la cremazione, era già avvenuta. Ora quello che era peculiare era che nel tempo in cui l’anima, nei giorni tra il verificarsi della morte e la cremazione, si era già separata dal corpo eterico, l’esigenza mi si impose: devi pronunciare, prima del discorso di cremazione e dopo, certe parole. Come queste parole furono plasmate, a questo il mio proprio potere, la mia propria plasmatica di parole, aveva veramente poco a che fare, ma era sorto, attraverso l’identificazione con l’anima della personalità che era passata attraverso la porta della morte, l’esigenza di caratterizzare questa anima, ma di caratterizzarla in modo tale che la caratterizzazione fosse data come un’illuminazione, come un’illuminazione che veniva dall’anima stessa. L’anima diceva quasi: plasma parole attraverso cui appaia, in parole sonanti, ciò che caratterizza la mia anima. — Ma c’era ancora inconsapevolezza nell’anima. Non consapevolmente provenivano le parole dall’anima, ma provenivano dall’essenza di questa anima. Dovevo caratterizzarla non come se stessa, in modo egoistico, si rispecchiasse, ma come appariva quando un’altra anima la considerava. E per quest’altra anima l’esigenza di plasmare singole parole insorgeva fino al punto di dover pronunciare, all’inizio di quello che potrebbe essere chiamato un discorso funebre, il seguente. Come se in discorso rivolto all’anima che era passata attraverso la porta della morte, dovevano essere pronunciate le seguenti parole:

Tu sei entrata tra di noi. Della tua essenza la dolcezza commossa Parlava dalla tranquilla forza dei tuoi occhi — Quiete che è colma d’anima, Fluiva nelle onde Con cui i tuoi sguardi A cose e a persone Portavano il tessere del tuo intimo; — E attraversava d’anima questa essenza La tua voce, che eloquentemente Per la qualità della parola più Che nella parola stessa Rivelava ciò che era nascosto Nella tua bella anima; — Eppure quello della dedita amore Di partecipe uomini Silenziosamente pienamente si rivelò —

Questa essenza, che di nobile, tranquilla bellezza Della creazione dell’anima del mondo Testimoniava mediante ricettivo sentimento.

Come detto, all’inizio e alla fine del rito funebre dovevano essere pronunciate queste parole. Ora effettivamente questa anima era, per così dire, come addormentata durante l’intero processo, durante la cerimonia funebre. Allora seguì la cremazione. Accadde la cosa straordinaria che il primo istante di un successivamente di nuovo scomparsa fiammata della coscienza per l’anima si verificò nel momento in cui — non si può dire la fiamma, ma il calore — afferrò il cadavere. Allora si poteva dire: questa anima è ora passata attraverso la porta della morte, il suo corpo eterico l’aveva abbandonato, e ora mostrava come una tale anima guarda indietro. Davanti a questa anima, in questo sguardo all’indietro, stava tutta la cerimonia funebre, cioè ciò che era stato pronunciato; su questo guardava indietro. E si potrebbe vedere qui il mistero dell’efficacia nel tempo per l’anima dopo che è passata attraverso la porta della morte. Questo si sarebbe sempre potuto vedere in un tale caso. Se qui nel corpo fisico si guarda indietro su qualcosa che sta nello spazio, e poi ci si allontana, questo oggetto non se ne va, ma rimane fermo, e si può sempre guardarsi indietro — lo si vede, rimane fermo. Ma così non è con ciò che sperimentiamo temporalmente nella vita fisica; lì abbiamo solo un’immagine di ricordo degli eventi. Se invece, dopo la morte, si guarda indietro agli eventi passati, rimangono fermi; si guarda, come attraverso lo spazio, agli eventi. Così era rimasto fermo ciò che era stato pronunciato, l’anima guardava indietro su di esso come su una formazione spaziale attraverso il corso del tempo. Questo è lo sguardo alle formazioni della Cronaca dell’Akasha. Allora di nuovo entrò uno stato di sonno. Ma particolarmente in questo caso si mostrava così chiaramente quanto infondato sia il timore dell’anima materialistica che la coscienza, quando l’anima passa attraverso la porta della morte, possa essere diminuita. Noi abbiamo, dopo la morte, quando cadiamo in uno stato di sonno, fino al successivo risveglio non poca o scarsa coscienza, ma troppa coscienza. Siamo all’inizio, quando abbiamo abbandonato il corpo eterico, quando il quadro della vita è stato abbandonato, così pieni di coscienza — ho detto di più sul ciclo tenuto a Vienna «L’essenza interiore dell’uomo e la vita tra la morte e una nuova nascita» — che la coscienza inizialmente abbaglia, e l’uomo deve prima orientarsi. E si orienta ripensando alla sua propria vita terrestre e al suo carattere in questa vita terrestre. Sulla conoscenza di sé deve afferrare la capacità di orientamento, e da lì quella coscienza, che è eccessiva, viene come smorzata fino al grado che l’uomo può sostenere, a seconda di ciò che ha attraversato nell’ultima incarnazione. È dunque veramente uno smorzamento dell’eccesso di coscienza che era lì, fino al grado che l’uomo può sopportare. Ma questo può avvenire gradualmente. E sotto l’impressione del modo in cui il corpo era afferrato dal calore, dalla calura, sorto un primo barlume di vera coscienza nell’anima in questa personalità amica.

Che l’anima, però, si sforzi, quando è passata attraverso la porta della morte, di sintetizzare ciò che è in sé, questo è mostrato a me particolarmente chiaramente in un altro caso. Ho detto che si possono vivere queste cose in ogni morte, ma vi porto esempi caratteristici dei tempi più recenti. È mostrato a me con tutta particolare chiarezza in un altro caso, dove una personalità amica, dopo aver raggiunto gli anni più avanzati, è passata attraverso la porta della morte. Negli ultimi anni che ha vissuto sulla terra, era con tutti i suoi sentimenti e sensazioni, in modo raro, dedicata a ciò che può essere chiamato gli impulsi della scienza dello spirito. Era tale che sentiva ogni singolo aspetto della scienza dello spirito più di quanto lo comprendesse con l’intelletto, che univa nell’anima il modo di sentimento, di sentire, che dà non una comprensione teorica, ma una comprensione vera della scienza dello spirito. Ora era con questa personalità, così che poco dopo l’ora della morte, durante il vivere nel quadro della vita col corpo eterico, come irradiava dall’anima, identificandosi poi con essa, ciò che questa anima cercava di cogliere come il suo sé, dove aveva abbandonato il corpo. E dovetti scrivere, poco dopo la morte, mentre l’anima era ancora unita al corpo eterico, parole che io non ho plasmate mediante il mio sapere umano, ma che non sono altro che una riproduzione di ciò che l’anima interiormente in sé stessa ha elaborato, al fine di sintetizzare, in certo qual modo, in una sorta di riassunto, ciò che poteva avere ricevuto dalla scienza dello spirito, per giungere a una piena consapevolezza interiore di sé. Lì suonava nell’anima con le parole che poi, seguendo un’illuminazione, dovetti pronunciare prima e dopo il discorso funebre. Noterete subito la grande differenza tra il tono intero di queste parole, che avevo precedentemente menzionato per l’altra personalità.

Nelle ampiezze cosmiche voglio portare Il mio cuore sentente, affinché caldo diventi Nel fuoco dei santi effetti-di-forza; Nel pensiero cosmico voglio tessere Il mio proprio pensiero, affinché chiaro diventi Nella luce dell’eterno vita-divenire; Nei fondamenti dell’anima voglio immergermi Il sensato sentire, affinché forte diventi Per i veri scopi dell’opera umana; Nel riposo divino così io aspiro Con le lotte della vita e con le preoccupazioni, Il mio sé al sé superiore preparando; Cercando una pace gioiosa nel lavoro, Prevedendo l’essere cosmico nel proprio essere, Vorrei adempiere il dovere umano;

Vivendo in attesa allora potevo Incontro al mio destino-stella, Che nel regno dello spirito mi assegna il luogo.

Autocaratteristica dell’anima in forma di Io! Nel precedente avete il carattere chiaro che l’anima contemplante deve caratterizzare l’altra anima nello scambio spirituale reciproco con essa. Qui l’anima contemplante non aveva nient’altro da fare se non collocarsi completamente nell’anima che, con le forze del corpo eterico, in sua essenza arricchita dalla scienza dello spirito, cercava di cogliere il suo sé, al fine di diventare, in certo qual modo, consapevole di come deve orientarsi nel mondo spirituale.

Questi sono di nuovo casi in cui si vede chiaramente come l’uomo, attraversata la porta della morte, è condotto a ripensare se stesso nella conoscenza di sé. E si poteva chiaramente vedere come sia un aiuto per il morto quando colui che ancora dimora nel corpo fisico l’aiuta a formulare, a mettere in parole, ciò che dimora e tesse in lui. Naturalmente vengono poi i tempi in cui l’uomo vede le sue debolezze e i suoi errori, i suoi peccati nel mondo dell’anima. Ma questo dobbiamo mantenerlo: per quanto talvolta la morte sia temuta da coloro che ancora dimorano nel corpo, vista da un’altra prospettiva, la morte appare completamente diversa. Qui nella vita fisica nessun uomo può, con le comuni forze umane, ripensare fino all’ora della sua nascita. In realtà non c’è, per nessun uomo che non abbia forze chiaroveggenti, la possibilità di contemplare il suo entrare nel mondo; solo più tardi subentra il momento fino al quale si può ripensare. È proprio il contrario con quella nascita per il mondo spirituale che noi chiamiamo morte. A questo momento ripensa costantemente l’uomo nella vita tra la morte e una nuova nascita. Ma questo momento appartiene ai più splendidi, ai più grandiosi, ai più belli su cui si possa guardare nel mondo spirituale. Vista dall’altro lato, la morte è sempre immediatamente probante che lo spirito celebra incessantemente la sua vittoria sulla corporeità. E questo si sperimenta in se stessi. Quindi questo anelito, di vivere veramente nell’anima dopo la morte ciò che si può essere. Quindi è un aiuto quando un’anima che vive nel corpo plasma in parole ciò verso cui l’anima anela, affinché a essa, ciò che è, sia manifesto con tutto il meglio che possiede, davanti al proprio sguardo spirituale, dopo che è passata attraverso la porta della morte. Si poteva proprio in questo caso vedere come vi giungano, con un’esigenza interiore, parole che si riferiscono al sé dell’anima interessata, quando si ha il compito di parlare al funerale e non si parla per arbitrio, ma si obbedisce alla voce divina che comanda di fare ciò che si deve fare.

In un altro caso ancora mi è mostrato, attraverso il corso karmico dei tempi recenti, come uno dei nostri amici morisse in giovane età, uno che aveva generato grandi speranze proprio per il nostro movimento. Morì nel trentesimo anno della sua vita. Il 26 febbraio sarebbe stato trentenne; poco prima morì. E questo amico, il nostro caro Fritz Mitscher, egli fu colui che con dedizione infinita, che si sacrificava, sintetizzava tutto ciò che, come uno che aveva l’attitudine a una natura erudita, poteva raccogliere in erudizione, in modo spirituale-scientifico, e così in verità si trovava dinanzi a qualcosa che era così necessario per il nostro movimento: assorbire l’ampiezza della nostra scienza in sé in modo da penetrarla spiritualmente-scientificamente e rappresentarla spiritualmente-scientificamente, così da stare pienamente sul fondamento della presenza scientifica. Era ben preparato per questo. Anche quando il karma così decorre che tali anime presto passano attraverso la porta della morte, questo ha il suo significato nel corso complessivo dei mondi. E come era negli altri casi — perché proprio attraverso il karma ero spinto a parlare al funerale —, così fu anche lì che dovetti pronunciare, all’inizio e alla fine del discorso funebre, parole che di nuovo nello stesso modo dovevano essere pronunciate, immergendomi nell’essenza dell’anima, così che le parole non fossero plasmate arbitrariamente, ma fossero comprese nell’essere vivente insieme con l’anima passata attraverso la morte. Allora dovetti dire:

Una speranza, che ci benedice: Così sei entrato nel campo, Dove i fiori spirituali della terra, Attraverso la forza dell’essere dell’anima, Volessero mostrarsi alla ricerca. Puro essere di amor-di-verità Era il tuo anelito originario; Dal lume spirituale a creare, Era il grave obiettivo della vita, Che instancabilmente perseguivi. I tuoi bei doni curavi, Per il chiaro cammino della gnoseologia dello spirito Indisturbato dal contrasto del mondo Come fedele servo della verità, Con passi sicuri a camminare. I tuoi organi spirituali esercitavi, Affinché coraggiosamente e perseverantemente Al bordi del cammino Ti spingessero dall’errore E per te spazio per la verità creassero. A te il tuo sé a rivelazione Di pura luce a plasmare, Affinché la forza-sole dell’anima In te interiormente potentemente splenda, Era a te cura della vita e gioia. Altre preoccupazioni, altri piaceri, Toccavano la tua anima appena, Perché la gnoseologia a te come lume, Che al essere il senso concede, Come il vero valore della vita appariva.

Una speranza, che ci benedice: Così sei entrato nel campo, Dove i fiori spirituali della terra Attraverso la forza dell’essere dell’anima Volessero mostrarsi alla ricerca. Una perdita, che profondamente ci duole, Così scompari dal campo, Dove i germi dello spirito terrestre Nel grembo dell’essere dell’anima Al tuo senso della sfera maturavano. Senti, come amorosamente guardiamo Nelle altezze, che ora te Verso altro operare chiamano, Tendi ai compagni abbandonati La tua forza dai regni dello spirito. Odi la preghiera della nostra anima, In fiducia a te mandata: Abbiamo bisogno qui per l’opera terrestre Di forte forza dai regni dello spirito, Che ringrazziamo agli amici morti. Una speranza, che ci benedice, Una perdita, che profondamente ci duole: Lasciaci sperare, che tu lontano-vicino, Non perduto alla nostra vita splendi Come una stella-anima nel regno dello spirito.

Già nella notte seguente ho potuto sperimentare che da questa anima dal regno dello spirito il seguente echeggiava di là:

A me il mio sé a rivelazione Di pura luce a plasmare, Affinché la forza-sole dell’anima In me interiormente potentemente splenda, Era a me cura della vita e gioia. Altre preoccupazioni, altri piaceri, Toccavano la mia anima appena, Perché la gnoseologia a me come lume, Che al essere il senso concede, Come il vero valore della vita appariva.

Posso darvi l’assicurazione che, quando avevo scritto questi versi, non avevo affatto pensato — nemmeno lontanamente — che i due versetti fossero precisamente tali che ogni «tu» potesse diventare un «io», ogni «tuo» un «mio». Mi fui avvertito di ciò solo quando i due versetti mi ritornavano echeggiati dall’altra anima come una risposta la notte seguente. Così i versetti potevano rimanere esattamente uguali; ma erano posti dalla seconda persona alla prima.

Se io menziono questo, è perché da questo può sorgere a noi la comprensione del cuore di come in futuro, nell’evoluzione dell’umanità, rimarrà la possibilità di parlare da anima ad anima, quando la bocca non sarà più lo strumento. Perché come qui, nella vita di ogni giorno, riceviamo risposta mediante la bocca di un’altra anima, così qui c’era un esempio dove l’anima ancora dall’inconscio della sua essenza dava risposta, quasi dicendo: ho compreso, perché così era veramente per me nella vita; ora l’afferro, dopo che ho abbandonato il corpo, ciò che nella vita ho cercato.

Non è veramente una questione di ricevere solo concetti, idee e rappresentazioni sui mondi spirituali, ma di vivere noi stessi, in una vita determinata, in un modo di vivere determinato, come uomo, mentre andiamo incontro come uomini della quinta epoca culturale post-atlantidea alla sesta e settima epoca culturale. Si tratta che sia realmente superato l’abisso che separa i vivi dai cosiddetti morti, che l’umanità diventi sempre più e più una sola cosa, non solo per quanto riguarda l’incarnazione nel corpo, ma anche per quanto riguarda quelle forme di esistenza che l’uomo vive tra la morte e una nuova nascita. Non è il caso che la scienza dello spirito sia lì solo per portare questo all’umanità: per la vita di cui la terra ha bisogno nel resto di questa evoluzione post-atlantidea, la scienza dello spirito è il primo, direi, ancora balbettante tentativo, perché ciò che può essere dato nella scienza dello spirito è, fondamentalmente, ancora solo un balbettio rispetto a ciò che le future generazioni umane vivranno come scienza dello spirito.

Volevo, attraverso questa descrizione che tenta di rendere comprensibile, attraverso la forza del cuore, ciò che possiamo pensare riguardo ai rapporti di vita e morte, indicarvi oggi questo orientarsi verso la vita della scienza dello spirito, affinché a voi possa accadere, per una comprensione diversa da quella della testa, per la comprensione del cuore, ciò che realmente cerchiamo vivacemente mediante l’approfondimento scientifico-spirituale, che è il compito della quinta epoca culturale post-atlantidea. Le seguiranno la sesta, le seguirà la settima. Ma si capisce veramente solo così cosa con la cultura dell’Europa centrale è da difendere, quando si sente questa cultura dell’Europa centrale intimamente unita con ciò che deve essere conquistato per l’umanità nella quinta epoca culturale. E allora può cominciare qualcosa di ciò che ho chiamato all’inizio di questa considerazione: un ampliamento dello sguardo su ciò che i nostri tempi carichi di destino racchiudono nel loro grembo.

A oriente si prepara una forma di vita umana che avrà significato per il futuro. Avete solo bisogno di rileggere il ciclo sulla missione dei popoli-spiriti, che fu una volta tenuto a Cristiania. Ma fondamentalmente diversa dalla natura dell’anima che è propriamente quella dell’europeo centrale, è già la natura dell’anima dell’europeo orientale, per non parlare dell’Oriente ancora più lontano — fondamentalmente diversa. E dobbiamo, proprio attraverso ciò che la scienza dello spirito deve essere per noi, arrivarvi, crearvi uno sguardo spirituale aperto per tali questioni. Ciò che spesso viene raccontato, che una volta i Varanghi sarebbero stati chiamati dalla popolazione slavo-russa, che avrebbe detto loro: abbiamo un bel paese, ma non abbiamo ordine, venite da noi e createvi ordine! Stabilite per noi una sorta di stato! — ciò che viene raccontato così come se fosse un sentimentale punto di partenza della storia russa, non è nient’altro che una leggenda senza alcun fondamento storico. Non accadde mai così. In verità questi Varanghi se ne andarono come conquistatori, e certamente non furono chiamati. Eppure ciò che viene così raccontato nella storia, tuttavia significa di più di quanto significherebbe se corrispondesse a una verità storica. Perché significa qualcosa di profetico, qualcosa di veramente profetico, qualcosa che ancora non è accaduto, ma che accadrà in futuro. Ciò che deve svilupparsi a oriente si svilupperà in modo tale che le capacità dei popoli orientali saranno usate per accogliere ciò che la cultura dell’occidente ha creato, ed elaborarlo ulteriormente in sé, farsi fecondare da ciò che è creato a occidente. Questo sarà in futuro una volta il compito dei popoli orientali. Si può caratterizzare con una breve parola l’essenza proprio del popolo russo orientale. Se consideriamo il vero popolo — non quella comunità mendace da cui ora è governato il popolo russo —, allora dobbiamo essere consapevoli che l’anima russa ha un’ampiezza straordinaria di talento, che è in certo qual modo dotata di tutto; ma proprio mentre il suo compito nella mondiale evoluzione dell’umanità si sviluppa sempre più, si mostrerà che può esserci nell’umanità qualcosa che si può chiamare: talento senza forza produttiva. Il talento diventerà ancora sempre più, diventerà sempre più grande. Ma ciò che per esempio caratterizza così il mitteleuropeo, che ha unito il suo talento con la forza spirituale, che produce quel «colui che sempre si sforza» e vive intimamente con il suo spirito-popolo; che ciò che vuole capire vuole contemporaneamente produrre, ciò che è così grandioso nella filosofia di Fichte, dove l’Io, per comprendersi, vuole continuamente prodursi — si vedrà solo più tardi quale grandezza ha questa filosofia —, proprio ciò che caratterizza così l’Europa centrale, il contrario polare di ciò si trova in Russia, nell’Europa orientale. Queste anime russe sono assolutamente ricettive: hanno il massimo talento per la ricezione, e se si parla di produttività in loro, ci si inganna. Sono destinate a sviluppare il talento senza produttività. Anche il concetto è difficile da afferrare oggi, perché non è ancora stato nello sviluppo, ma deve ancora svilupparsi gradualmente. E in futuro accadrà che da oriente verso l’occidente il grido si levi: abbiamo un bel paese, ma nessun ordine — perché il disordine diventerà ancora sempre più grande —, venite e create ordine! — L’Europa centrale è destinata a portare la produttività dello spirito verso l’oriente. E ciò che accade ora è un irragionevole resistere a ciò che in futuro comunque deve accadere. Si vuole calpestare ciò a cui una volta dovrà venire a dire: venite da noi e create ordine! — È così nella storia dello sviluppo dell’umanità: ciò che è più respinto, più ricacciato, è quello che infine più di tutto deve essere desiderato e ricercato. La più grande disgrazia che potrebbe accadere, se l’Europa orientale, se la Russia ottenesse una vittoria in questo processo, non sarebbe affatto la più grande disgrazia per l’Europa centrale, ma per la Russia stessa, la disgrazia più grande, interiormente considerata, perché questa vittoria dovrebbe di nuovo essere annullata; questa vittoria non potrebbe rimanere con i suoi effetti. Così stiamo davanti al momento tragico della storia evolutiva dell’umanità, che l’oriente si oppone a ciò che in futuro desidererà, desidererà con tutte le forze. Perché cadrebbe in un completo crollo se non si lasciasse fecondare dalla vita spirituale di ciò che per lui è l’occidente, l’occidente immediatamente confinante. E infatti questo occidente, nel corso ulteriore della sua cultura, deve produrre ciò che è vita spirituale vivente, non solo idealismo, ma vita spirituale vivente. Questa vita spirituale vivente sarà come un sole spirituale che si muoverà da occidente verso oriente, in una direzione opposta al corso del sole esteriore. E l’uomo russo esteriore sempre più capirà quanto poco possa per sé stesso, come sia condannato a inserirsi veramente nel processo evolutivo complessivo dell’umanità; come commetta il più grande peccato rifiutando la cultura per lui occidentale-europea. Strane folgorazioni, vorrei dire, potremmo sentirne. Eppure è accaduto di nuovo qualcosa in questo oriente che era un’impossibilità a occidente: la cosiddetta concezione del mondo dei piedi nudi, una sorta di filosofia dei piedi nudi, che si è diffusa rapidamente, dopo che pochi anni fa non era ancora lì, su grandi circoli. Piedi nudi! La concezione del mondo di coloro che dell’incredulità assoluta negli uomini e nell’umanità fanno una filosofia, perché non possono credere che l’uomo sia veramente qualcosa di diverso da ciò che cammina qui tra nascita e morte, che cammina con fatica e terrore, che cammina in modo tale che le parole libertà, fraternità, compassione, pietà e amore sono frasi vuote, e che è saggio solo colui che come pellegrino cammina con i piedi nudi attraverso il mondo, a piedi nudi, che tutta la cultura, tutta la cultura dell’Europa occidentale marcita — come dice il piedi nudi — prova come un grande inganno, e che prova gli abiti strappati e la stanza buia e la strada ampia come ciò attraverso cui l’uomo si rotola, quando si è fatto strada verso la concezione del mondo dei piedi nudi. E se un poeta fa esprimere questa concezione del mondo dei piedi nudi attraverso una delle sue figure con parole significative, deve toccarci in modo del tutto strano, noi che cerchiamo di trovare sempre dalla concezione del mondo dell’Europa centrale ciò che può accendere per l’uomo la luce del futuro.

Se un poeta fa esprimere a una figura ciò che in realtà è una sorta di conclusione della concezione del mondo dei piedi nudi e della sua filosofia, come ci tocca?

«Sì, che cosa è per te questo uomo? Capisci? Ti afferra al collo, ti schiaccia sotto l’unghia come una pulce! Allora ti possa dispiacere per lui!… Sì! Allora potrai rivelare a lui tutta la tua stupidità. Ti metterà per la tua compassione su sette torture, avvolgerà le tue interiora intorno alla mano e ti strapperà tutte le vene dal corpo, a un pollice all’ora… Ah tu… Compassione! Prega Dio che ti bastonino semplicemente senza alcuna compassione, e finito!… Compassione!… Pfui!»

E Gorki, di cui avrete già sentito parlare, dice a tali parole: «Crudele, ma vero», con cui non solo ripete la concezione del mondo di una figura poetica come il poeta la pronuncia, ma pronuncia la sua propria concezione del mondo, quella che a lui risulta come la considerazione del mondo. Questa è la concezione del mondo di un piedi nudi, una concezione del mondo di cui si può parlare esattamente come di altre concezioni del mondo attualmente presenti. È la concezione del mondo che ha perso la possibilità di venir fuori da sé, di uscire da sé verso qualcosa che manda luce nella vita; che ha da aspettare fino a quando non sarà fecondata da questa luce, e allora potrà compiere la sua missione nell’evoluzione dell’umanità; che però ora si infuria contro ciò che proprio deve fare. Si sono potute vivere molte frasi nel mondo, ma lo dico dal più tragico sentimento: tali frasi come pronunciate da vari partiti nell’agosto 1914 all’assemblea di guerra della Duma russa, una tale somma di frasi sorpassa il culmine di tutta la frasetologia. Una cosa simile è pronunciata solo quando tutta la forza di produzione vivente dell’anima è stata risucchiata. All’oriente si sta in realtà alla vigilia di ciò che deve ancora divenire, e si dispiega una forza che è opposta a ciò che una volta renderà questo oriente grande. E noi nell’Europa centrale abbiamo a dire a noi stessi: questo oriente comunque aspetta proprio la saggezza spirituale che deve sorgere nel mezzo dell’Europa.

Miei cari amici, tentate di trasformare in sentimenti ciò che ho così, direi, con pesanti sentimenti, in brevi parole caratterizzando accennato a voi, come ve l’ho accennato così da illuminare ciò che noi come gnostici spirituali con sentimenti ampliati percepiamo e dentro cui dobbiamo penetrare, per cogliere la vera necessità, anche la necessità della storia contemporanea della concezione del mondo scientifico-spirituale. Allora ci penetreremo di pensieri che consapevolmente dalle nostre anime salgono verso le ampiezze cosmiche. Pensieri che allora si incontreranno con ciò che nel prossimo futuro, quando di nuovo la pace possa regnare sui campi della terra, fluirà da questi mondi spirituali.

Oggi vi ho mostrato come gli eteri-corpi di quelle anime che come eteri-corpi non consumati si staccano dalle anime — ancora per anni, ancora per decenni qui nel corpo fisico avrebbero potuto operare per la vita fisica — salgano in un mondo spirituale. Deve nascervi il pensiero di quanti tali eteri-corpi non consumati salgono nel mondo spirituale — ancora oltre ciò che gli uomini che sui campi di battaglia passano attraverso la porta della morte portano con la loro individualità nel mondo spirituale. Ma questi eteri-corpi saranno una grande somma di forze spirituali, proprio di quelle forze spirituali che devono cooperare dai regni spirituali alla formazione di una visione del mondo spirituale, che deve sempre più impadronirsi dell’umanità. Affinché però le forze salite negli eteri-corpi non consumati possano fluire verso il basso dai regni spirituali, devono incontrare dei pensieri che di nuovo salgono dagli uomini terrestri nei regni spirituali, pensieri che comprendono l’opera segreta del mondo spirituale, in cui saranno intessute le forze di questi eteri-corpi non consumati. Ma ciò deve per noi essere un incoraggiamento a penetrare noi stessi con le grandi verità della scienza dello spirito. Perché queste verità ecciteranno in noi pensieri che continueranno a operare sempre più anche in altri uomini. E secondo quale contenuto carico di destino si svilupperà dei nostri giorni, verranno giorni di pace, dove ciò che le anime dalla scienza dello spirito hanno piantato in sé, salirà. Si incontrerà con ciò che dalle forze accumulate negli eteri-corpi di coloro che sui campi di battaglia degli eventi sono passati attraverso la porta della morte, come forze è accumulato e fluisce giù. E allora accadrà ciò che voglio sintetizzare come una conclusione che emerge dalla considerazione scientifica-spirituale. Se sappiamo piantare bene i frutti della scienza dello spirito nel nostro sviluppo dei tempi, allora accadrà ciò che voglio esprimere con le parole:

Dal coraggio dei combattenti, Dal sangue dei combattimenti, Dal dolore degli abbandonati, Dai sacrifici del popolo Crescerà frutto dello spirito — Quando anime consapevoli dello spirito Il loro senso guidano nel regno dello spirito.

Influssi cosmici sugli arti costitutivi dell’uomo durante il sonno — Il fondamento occulto della festa di Natale — La morte come processo di guarigione — L’Europa centrale e l’Oriente slavo — I morti come aiutatori del progresso dell’umanità

6°Impulsi morali, popoli europei e l'euritmia

Norimberga, 14 Marzo 1915

Potrebbe sembrare a tutta prima, e a molti uomini in effetti così sembra, che quelle forze che nel senso vero della parola si chiamano forze chiaroveggenti — quelle forze attraverso le quali si possono conoscere le entità e i processi dei mondi spirituali — l’uomo non le possegga affatto nella vita quotidiana, e che nella vita di tutti i giorni non sviluppi assolutamente nulla di tali forze nella sua anima. Eppure non è così. Le forze chiaroveggenti non sono forze del tutto sconosciute, del tutto estranee all’uomo così come egli vive immerso nell’esistenza quotidiana. Non è questo il caso: ciò che noi sviluppiamo per guardare nei mondi spirituali, ciò che dobbiamo estrarre dai fondi profondi dell’anima per trovare la via che conduce nei mondi spirituali, è già presente, in una determinata attività dell’anima, anche nella vita ordinaria dell’uomo. È presente in quelli che si chiamano gli impulsi morali dell’uomo. Un’azione veramente morale, un impulso veramente morale procede dalle stesse facoltà dell’anima che, mediante un’appropriata formazione, conducono alle facoltà chiaroveggenti.

Per la vita ordinaria, la cosa sta in questi termini: tutto ciò che l’uomo compie può procedere da quanto risiede nella sua corporeità o da quanto egli si è acquisito, per la sua corporeità e attraverso di essa, nel corso della vita. Quando l’uomo sviluppa brame, quando l’uomo fa questo o quello, a cui è spinto dalla sua educazione o dalle restanti circostanze della vita, è dal corpo che proviene l’impulso. Vi sono però nella vita umana impulsi che non provengono dal corpo, impulsi nei quali è veramente solo l’anima a essere attiva quando l’uomo li afferra: questi sono gli impulsi morali. Un’azione veramente morale è quella alla quale il corpo viene certo chiamato in aiuto, affinché ci si possa fare una rappresentazione dell’azione morale, ma l’impulso, lo stimolo all’azione morale risiede nello spirituale-animico, che è realmente indipendente dal corporeo. Con la sola filosofia non si potrà mai dare una definizione del morale, ed è proprio caratteristico della filosofia, in quanto vuole essere filosofia morale, di non pervenire a una definizione corretta e soddisfacente del morale finché non si pone sul terreno per cui all’uomo è possibile vivere in sé il proprio spirituale-animico in modo indipendente dal corpo. Una vera definizione del morale, infatti, non può essere data se non questa: morale è ciò che l’uomo decide, ciò che l’uomo compie mediante forze che sono indipendenti dal suo corpo.

Ora sappiamo che la vita umana si compone di azioni e impulsi morali, meno morali e immorali. La differenza che sussiste fra azioni morali e azioni immorali si mostra nella sua vera luce soltanto all’osservazione occulta. L’uomo, nel più piccolo ciclo della sua vita, in quello spazio di tempo di ventiquattro ore, entra nello stato di sonno. Questo stato di sonno consiste essenzialmente in ciò: l’Io e il corpo astrale escono dal corpo fisico e dal corpo eterico e poi vivono al di fuori di tali corpi. Ma con questo non si è ancora detto tutto, quando si osserva che l’Io e il corpo astrale escono dal corpo fisico e dal corpo eterico. Occorre piuttosto rendersi conto che l’Io e il corpo astrale, uscendo dal corpo eterico e dal corpo fisico, vengono accolti nei mondi spirituali che soprasensibilmente ci circondano. Entriamo nei mondi soprasensibili con il nostro Io e con il nostro corpo astrale. Se durante il giorno, nel nostro stato di veglia, abbiamo avuto un impulso morale, se abbiamo compiuto un’azione morale, avviene quanto segue: dobbiamo essere accolti, con il nostro Io e con il nostro corpo astrale, dagli Spiriti delle gerarchie immediatamente superiori, dagli Spiriti che ascriviamo alla gerarchia degli Angeloi, degli Archangeloi e così via. Essi devono accoglierci: in essi entriamo, quasi, durante lo stato di sonno. Come di giorno viviamo nel corpo, così durante lo stato di sonno viviamo dentro le entità delle gerarchie superiori.

Su questo siamo dunque chiari. Quando dunque abbiamo compiuto un’azione morale, quando abbiamo avuto un impulso morale, sussiste per le entità delle gerarchie immediatamente superiori la possibilità di accogliere, secondo leggi cosmiche spirituali, il nostro Io e il nostro corpo astrale insieme con i nostri impulsi morali — ovvero con ciò che dei nostri impulsi morali è rimasto nella nostra anima. Se invece abbiamo commesso un’azione immorale o abbiamo avuto un impulso immorale, non possiamo, durante il sonno, entrare nelle entità delle gerarchie superiori con questo, con il residuo, con ciò che si è formato in noi mediante l’impulso immorale. Resta indietro, viene davvero respinto ciò che in noi è immorale: viene di nuovo ricacciato giù nella corporeità. La conseguenza è che tutto quanto, come effetto del morale nello stato di sonno, portiamo su nei mondi spirituali, nel nostro corpo fisico e nel nostro corpo eterico non agisce, perché viene da loro tolto via. Ciò invece che sono pensieri immorali, impulsi immorali, azioni immorali, diventa qualcosa che viene ricacciato giù nel corpo eterico e nel corpo fisico, e là dentro agisce. Sicché per lo stato di sonno sussiste la possibilità che, mentre l’uomo si trova nello stato che va dall’addormentarsi al risveglio, nel suo corpo fisico e nel suo corpo eterico lavorino i risultati delle sue azioni immorali.

In questa relazione è davvero facile riconoscere ciò che già più volte ho sottolineato nelle conferenze: la lingua ha un mirabile genio, agisce con genialità grandiosa. Quando parliamo di colpa — Schuld — proprio questa parola tedesca «Schuld» indica con infinita precisione ciò di cui si tratta. Paghiamo ciò che dobbiamo al mondo spirituale con le nostre azioni morali, ma restiamo debitori al mondo spirituale di ciò che dobbiamo lasciare indietro nel corpo: i nostri pensieri immorali, i nostri impulsi immorali, le nostre azioni immorali.

Ora considerate quanto segue. Se trascorressimo la vita in modo da percepire soltanto le cose del mondo esterno e da pensarle, i processi nel nostro corpo fisico stesso sarebbero del tutto diversi da quelli che sono, dato che noi non soltanto pensiamo e percepiamo, ma ci ricordiamo anche del pensato, del percepito e del vissuto. Ciò che pensiamo, rappresentiamo, sentiamo, scende fino nel nostro corpo eterico, ma il corpo eterico a sua volta lo imprime nel corpo fisico, e ciò che il corpo eterico crea come impronte nel corpo fisico è la memoria. Quando, nella vita più tarda, ci ricordiamo di qualcosa vissuto prima, ciò significa: andiamo a urtare, con il corpo astrale che allora si unisce al corpo eterico, contro quanto è rimasto come impressione, come impronta di sigillo, nel nostro corpo fisico. È puerile la rappresentazione materialistica che si è formata: come se nel cervello stesse qua una memoria, là un’altra, come se vi fossero incasellate. Non è vero: ogni memoria ha un’impronta che in fondo corrisponde a tutto il capo e ad altre parti ancora della figura umana, e i ricordi stanno l’uno dentro l’altro, non l’uno accanto all’altro, come ammette una puerile rappresentazione materialistica. Questa attività mnemonica si fonda dunque sul fatto che il nostro corpo astrale e il nostro corpo eterico possono produrre impressioni nel nostro corpo fisico.

È davvero la stessa attività che esteriormente si produce quando ci annotiamo qualcosa. Quando guardiamo gli appunti, ciò che abbiamo nella nostra anima non possiede naturalmente la minima somiglianza con i segni che abbiamo sulla carta. Sulla carta vi sono segni di qualche forma; ma attraverso ciò che ne ricaviamo, lasciandoci stimolare a far rivivere nell’anima quanto abbiamo annotato, si compie un processo spirituale. E così è anche con la memoria. Ciò che resta in noi ha in verità, con quel che nell’anima emerge nel ricordare, una somiglianza non maggiore, in linea di principio, di quanta ne abbia ciò che sta sulla carta con quel che sorge nell’anima quando lo rileggiamo. Vista chiaroveggentemente, la cosa sta così: poniamo dunque che qualcuno si ricordi di qualcosa che ha attraversato in precedenza. Ciò che allora si accende nel suo corpo fisico è un segno che in qualche modo è perfino modellato sulla figura umana, dal capo e per un tratto al di sotto. Sono segni. Ciascuno è diverso da quel che riemerge nel ricordo, ma sono segni. E quanto noi viviamo ricordando, è l’anima a ricavarlo dai segni. Quanto sorge come ricordo è in realtà una lettura subcosciente. Quando la scienza naturale farà ulteriori progressi e indagherà i processi fisici, allora si presenterà proprio come ausilio per la scienza dello spirito, mostrando che ciò che resta nel corpo deve essere sottoposto dall’anima a un processo che in linea di principio è simile al leggere nell’anima. Il ricordo è un effettivo leggere subcosciente. Questo è un’attività regolare dell’anima umana: questo ricordarsi.

Ora però, quando addormentandoci mandiamo giù nel nostro corpo i risultati di impulsi, di pensieri o di azioni immorali, ciò che abbiamo avuto di impulsi immorali non lo portiamo fuori dal nostro corpo fisico. Per questo accade qualcosa di simile a quanto altrimenti accade regolarmente nel ricordare. Quel lavorare sul corpo fisico vi si imprime, e quando ora l’uomo vuole addormentarsi e il suo Io e il suo corpo astrale vogliono uscire dal corpo fisico e dal corpo eterico, ecco che inizia questo processo. Ciò che egli deve lasciare indietro vi si imprime, come si imprimono i ricordi, e allora compaiono i rimorsi di coscienza. Questo è il vero processo dei rimorsi di coscienza. Così essi si rispecchiano a ritroso da ciò che le cose producono come impronte nel nostro corpo fisico e anche nel nostro corpo eterico. Ciò poi rimane. E poiché rimane come i ricordi regolari, questi rimorsi di coscienza possono perdurare e acquistare forza, e si presentano poi come rimproveri verso se stessi per tutta la vita successiva.

Questo è l’importante: che si arrivi davvero a comprendere come l’agire morale sia un processo reale, come non sia soltanto qualcosa di astratto, bensì un portare in alto, nei mondi spirituali, ciò che qui sulla terra compiamo. E poiché consegniamo i risultati del nostro comportamento morale alle gerarchie superiori, essi restano poi anche, in una certa relazione, in queste gerarchie superiori. Ciò invece che non possiamo portare con noi, ciò che poi lavora nel corpo fisico e nel corpo eterico, resta qui sulla terra, è dentro il processo terrestre. Quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte, deve sempre volgere lo sguardo a tutto questo, e nel volgere sempre lo sguardo a tutto questo, deve sorgere in lui l’impulso a tirarlo fuori dal processo terrestre. Su questo si fonda poi l’elaborazione del karma fra la morte e una nuova nascita.

Ora certo nel nostro karma prendiamo con noi i risultati dei nostri impulsi morali; ma portandoli su, durante il sonno, nei mondi spirituali, vi producono anche un’impressione. Possiamo dire: gli Angeli, gli Arcangeli, anche gli Spiriti della personalità hanno ora ciò che noi portiamo a loro come impulsi morali. E che cosa ne fanno? Per il corso evolutivo della terra questi impulsi morali, che ora si trovano nel mondo spirituale, sono i veri e propri germi fecondatori per i periodi terrestri successivi. Non soltanto conserviamo questi risultati nel nostro karma, ma portiamo su le impronte; e nelle epoche terrestri venture gli Spiriti delle gerarchie superiori le riportano giù, e questi risultati degli impulsi morali formano allora, nelle epoche terrestri successive, i germi fecondatori per il pensiero inventivo umano, per il pensare umano in generale. Si immagini, una volta, che un’epoca dell’evoluzione terrestre fosse del tutto immorale, sicché nessuna impronta di impulsi morali venisse portata su nei mondi spirituali. Dovrebbe allora seguire, nel tempo dell’evoluzione terrestre, un’epoca in cui agli uomini venissero in mente ben poche cose per la vita terrena, in cui gli uomini avessero poche idee e pochi concetti, in cui regnasse una povertà in ciò che deve improntare e ravvivare la vita nei suoi aspetti animici. Così, con i nostri impulsi morali, siamo collocati dentro un processo reale del cosmo. E così la scienza dello spirito, che ci mostra cose come queste, è idonea a elevare la nostra responsabilità, a darle vigore: ci accorgiamo infatti soltanto attraverso di essa di che cosa significhi, nella vita umana, essere morali o immorali. Essere immorali significa sottrarre alla terra i suoi germi di vita, incorporarli al processo fisico-terrestre, nel quale diventano poi germi di distruzione per le prossime epoche terrestri — poiché naturalmente anche là si conservano, perché nulla va perduto. Essi spengono allora ciò che deve vivere, in modo vivente, come animico. Poniamo che una grande massa di uomini decidesse di vivere immoralmente in una certa epoca: si verrebbe a determinare, in seguito, un’epoca posteriore povera di pensieri, e le anime scenderebbero sulla terra e vi troverebbero povertà di pensiero, sarebbero votate a una vita squallida.

Ora vi è la possibilità non solo di accogliere nella nostra conoscenza il contenuto del morale. Se non accogliamo nella nostra conoscenza efficace il contenuto del morale, rendiamo deserta la terra. Ma abbiamo bisogno, e abbiamo anche la possibilità, di accogliere ancora altro nel nostro sviluppo animico: il sapere intorno al soprasensibile. In fondo la terra non è mai stata del tutto priva di un sapere intorno al soprasensibile. Sappiamo bene che l’umanità, in tempi antichi, ha ricevuto in eredità una certa capacità chiaroveggente, certe facoltà chiaroveggenti, e attraverso di esse anche un sapere chiaroveggente. E non è poi così lontano nel tempo che gli effetti residui di questo sapere chiaroveggente erano presenti sulla terra. Sappiamo bene anche di vivere nel tempo in cui da secoli questo sapere chiaroveggente va completamente declinando, ma poi deve essere sostituito dal sapere chiaroveggente conquistato in modo cosciente. In questo tempo importante viviamo. E ieri abbiamo posto davanti all’anima come la quinta epoca culturale e quanti ne sono portatori siano chiamati a riconquistare coscientemente, alle anime, il sapere chiaroveggente. E la quinta epoca culturale non giungerà al termine prima che una certa somma di sapere chiaroveggente abbia colto una parte relativamente grande dell’umanità. È vera la parola di Herder, che l’illuminazione passerà sopra la terra.

Tutto il sapere che ci procuriamo dal solo mondo esteriore sensibile, tutti i pensieri che abbiamo come meri riflessi del mondo esteriore sensibile, non possono nemmeno, mentre dormiamo, essere portati senza condizioni nel mondo spirituale. È pur vero: i pensieri, le rappresentazioni che abbiamo si estendono fino a un certo grado dentro le entità delle gerarchie superiori — appunto con l’eccezione degli impulsi immorali; tuttavia ciò che acquisiamo come immagini del mondo esterno sporge fino a un certo grado nel mondo spirituale. Non si eleva però molto in alto, e soprattutto non più fino alla sfera degli Arcangeli. Sicché l’uomo, quando si riempie soltanto di rappresentazioni provenienti dal mondo dei sensi, non può portare molto avanti, nei mondi spirituali, quanto egli ricava come sole rappresentazioni del mondo dei sensi. Ciò invece che noi sperimentiamo in noi come rappresentazioni soprasensibili viene portato lontano nei mondi spirituali, e proprio quelle entità che appartengono alla gerarchia degli Arcangeli ne ricevono, quasi, le impronte, e le portano in tempi posteriori. E ciò che, in tal modo, viene portato come sapere soprasensibile, attraverso l’Io e il corpo astrale degli uomini, su nei mondi spirituali, viene poi nuovamente impiegato per il processo evolutivo terrestre. Non forma ora, come gli impulsi morali, i germi fecondatori, l’elemento dinamico, bensì i germi di quello che chiamiamo il progresso della terra. E il rifiuto delle rappresentazioni soprasensibili da parte di un’epoca significa la condanna di un’epoca a venire a non compiere alcun progresso nell’evoluzione terrestre. Chi respinge le rappresentazioni soprasensibili frena il progresso delle epoche venture, per quanto sta in lui. Se un qualche popolo divenisse del tutto materialistico, questo materialismo di un intero popolo condannerebbe la terra, per un’epoca a venire, a una stasi nella sua evoluzione — naturalmente fino a un certo grado, perché gli altri popoli non sarebbero pure costretti a respingere le rappresentazioni soprasensibili. Anche qui dunque vediamo, di nuovo, come l’acquisizione di rappresentazioni soprasensibili abbia un significato nel processo terrestre stesso. Così cause ed effetti si tengono insieme in tutto il processo terrestre. Quegli uomini che nel nostro presente sono in un certo senso coscientemente materialisti sono in fondo entità sedotte arimanicamente, entità sedotte dagli spiriti arimanici, poiché Arimane ha grande interesse a frenare il regolare progresso.

Vediamo nuovamente come la scienza dello spirito sia in grado di elevare il sentimento di responsabilità della singola anima umana verso la totalità del mondo. Vediamo come la scienza dello spirito ci strappi all’egoità e ci renda partecipi dell’intero processo dell’umanità, come la scienza dello spirito sia, per la sua natura, un’attività disinteressata dell’anima umana. In una certa relazione, ogni vita nelle rappresentazioni soprasensibili è modellata sulla vita morale. Per questo non vi è nulla di più perturbante, per la conoscenza dei mondi soprasensibili, del riempire l’anima umana di impulsi immorali. Da ciò proprio vediamo, in fondo, quale profondo fondamento abbia il fatto che, come preparazione per uno sviluppo chiaroveggente, si richieda all’uomo una disposizione di pensiero veramente, nel senso più eminente, morale.

Alla quinta epoca è davvero affidato il compito di provvedere a che, in modo cosciente, una conoscenza spirituale riempia gli uomini, affinché in ciò che il tempo postatlantico ha ancora da vivere come resti il progresso dell’umanità non venga frenato, affinché un progresso nell’umanità possa veramente aver luogo. E se dopo tutto ciò che è stato detto negli ultimi giorni dobbiamo attribuire proprio ai popoli centroeuropei, nel senso più eminente, la predisposizione alla conoscenza spirituale, allora deve renderci conto quale significato abbia il proseguire, l’indisturbato svilupparsi della cultura centroeuropea.

Se ora, con ciò che abbiamo dunque accennato, abbracciamo un poco con lo sguardo l’orizzonte forse solo della vita europea, che cosa ci si presenta? Con la vita dei popoli è infatti connessa la vita delle gerarchie superiori. Basta studiare il ciclo sull’evoluzione delle anime di popolo, che fu tenuto un tempo a Cristiania e che nel tempo attuale è particolarmente importante; basta porselo davanti all’anima, e si vedrà come le entità arcangeliche intervengano nella vita dei popoli, come in generale questa vita dei popoli si svolga nella cooperazione delle gerarchie superiori con quanto accade qui sulla terra.

Quando consideriamo un singolo uomo, sappiamo che il suo sviluppo dell’Io ha luogo solo lentamente e gradualmente. Certo, già nella tenera età infantile, dal momento sino al quale ci si ricorda all’indietro, comincia la coscienza dell’Io. Ma questo Io diventa sempre più maturo, progredisce nel suo sviluppo. Nel nostro tempo regnano, in ordine a questo sviluppo dell’Io, errori già piuttosto grandi. Vi è troppo poca consapevolezza che un tale sviluppo dell’Io abbia luogo nella vita. E così si può vedere come oggi gli uomini, nella loro più verde giovinezza, si reputino maturi a giudicare di tutto, perché non sanno che bisogna aver raggiunto una certa età per giudicare di certe cose, perché solo allora l’Io ha raggiunto una determinata maturità.

Come è nella singola vita dell’uomo, così è ora anche nella vita dei popoli. Soltanto dobbiamo tener conto di quanto segue, se vogliamo comprendere la vita dei popoli in relazione alla singola vita umana sul piano fisico. Il singolo uomo cresce, in ordine allo sviluppo dell’Io, diventando sempre più maturo, e impara così anche ad abbracciare meglio con lo sguardo il mondo esterno. Cosa sappiamo del mondo esterno quando abbiamo raggiunto i venti, venticinque anni, e cosa possiamo sapere se conduciamo la vita per benino, se abbiamo attraversato dieci anni di più! Per cose come queste lo studioso della scienza dello spirito deve acquisire una sensibilità. Lì sta l’Io nel suo rapporto con il mondo esteriore, in rapporto con ciò che lo circonda. Con le entità delle gerarchie superiori è diverso. Queste entità delle gerarchie superiori stanno da parte loro al nostro Io in un rapporto come noi stiamo alle cose del mondo esterno. Per noi gli oggetti e le entità del regno minerale, vegetale e animale sono oggetto. Per le entità delle gerarchie superiori, ad esempio, i nostri Io sono oggetto. Ma il rapporto delle entità delle gerarchie superiori con i nostri Io non è quello della percezione, come noi l’abbiamo verso il mondo esterno, bensì è più un irraggiare il nostro Io con la volontà delle gerarchie superiori, un agire della volontà delle gerarchie superiori.

Quegli esseri arcangelici cui spetta di guidare i popoli stanno, in rapporto agli Io, ai singoli uomini dei popoli, davvero in una tale relazione come noi, con la facoltà di percepire, stiamo alle cose del mondo esterno. Per questi esseri arcangelici noi siamo gli oggetti. Ciò che per noi è mondo esterno, lo siamo noi uomini per gli Arcangeli — ma da noi è più un processo di percezione, e presso gli Arcangeli è più un processo di volontà. Ma in ordine a questo processo di volontà anche l’Arcangelo attraversa uno sviluppo. Questo Arcangelo attraversa proprio una maturazione della sua anima, ora non in rapporto al suo Io, bensì in rapporto a forze più profonde della sua anima. Attraversa uno sviluppo per il quale poi a poco a poco ottiene un altro rapporto con i singoli uomini del suo popolo, così come noi, con un Io più maturo, otteniamo un altro rapporto con il nostro ambiente.

Prendiamo per esempio l’essere arcangelico al quale è stata affidata, nel corso della storia, la guida di ciò che conosciamo come popolo italiano. Questo essere arcangelico ha avuto a lungo, con il popolo italiano, un tale rapporto da agire essenzialmente, con la sua volontà, nelle parti superiori dell’animico. Nel suo ulteriore corso, però, questo essere arcangelico operò non soltanto nell’animico superiore, ma anche in quello più basso dell’anima, nelle passioni, negli impulsi dell’anima che ancora si congiungono al corporeo. Così procede lo sviluppo dell’essere arcangelico: dapprima agisce più sul vero e proprio animico; nel corso successivo diventa sempre più potente e agisce in quell’animico che più si congiunge al corporeo.

E possiamo per il popolo italiano addirittura indicare come, attorno all’anno 1530, l’Arcangelo nel suo sviluppo attraversò quel grado che si può così caratterizzare: prima agiva più sull’animico, ora comincia a impregnare con la sua volontà l’animico più che mai, in quanto esso compenetra il corporeo. Ed ora il popolo italiano comincia in realtà soltanto a lasciarsi andare per quanto riguarda il proprio aspetto esteriore, a sviluppare a fondo il suo carattere nazionale. Se studiate la storia del popolo italiano prima del menzionato periodo — verso la metà del XVI secolo — vedrete che allora l’Arcangelo presso gli uomini della penisola italiana agiva ancora nelle qualità interiori dell’anima; che soltanto poi, nel senso più eminente, si è formato il carattere nazionale esteriore così come noi attualmente lo conosciamo. Prima di quel punto — e un tale punto è presente per ogni popolo — tutta la vita animica di un popolo è ancora viva. Allora si è ancora in condizione tale che la vita animica del popolo può assumere questa o quella qualità. Le qualità non sono ancora così energicamente improntate. Dopo questo punto, dopo che l’Arcangelo ha sviluppato le sue relazioni volitive verso le qualità più profonde dell’animico, il carattere del popolo diventa rigido, scende fin nelle qualità corporee; comincia il tempo in cui non si può quasi più toccare il popolo con qualcosa che non corrisponda al carattere nazionale, e in cui esso diventa subito nervoso, se si avanza con qualcosa che non sta del tutto sulla linea o nella corrente nazionale.

Per il popolo francese questo punto, nello sviluppo storico, si può di fatto indicare correttamente. Tutto ciò è naturalmente solo approssimativo, ma si può indicarlo: per il popolo francese verso l’anno 1600, all’inizio del XVII secolo, e per il popolo inglese verso la metà del XVII secolo, attorno all’anno 1650. Se andate indietro prima di questo tempo, nel tempo del Medioevo, vedrete quanto in comune abbiano ancora i popoli d’Europa, e come presso i singoli popoli l’imprimersi del carattere nazionale cominci nei momenti che ho indicato. L’Arcangelo attraversa uno sviluppo tale per cui si può dire: prima le sue forze erano ancora più deboli, sicché poteva agire soltanto nelle membra animiche, nell’interiore. Dopo, le forze si fanno più forti, ed egli può estendere le sue forze fin nel fisico. Con ciò produce il carattere nazionale acutamente improntato.

Vi appariranno comprensibili anche singoli fenomeni, se prendete cose come queste a fondamento della considerazione storica. Considerate che, nel tempo in cui il popolo inglese ebbe il suo Shakespeare, non era ancora stato abbracciato in questo modo il carattere nazionale, sicché proprio il non-poter-più-comprendere Shakespeare, proprio da parte del popolo inglese, deriva dal fatto che l’Arcangelo ha compiuto l’abbraccio con il carattere nazionale distintamente differenziato. Solo una considerazione storica veramente del futuro darà conto di tutto questo, quando non si partirà più, come tante volte avviene nel XIX secolo, dal supposto che siano le idee ad agire nella storia. Le idee può averle un uomo, ma le idee non possono agire come forze nella storia. Anche gli Angeli, gli Arcangeli e gli Archai possono avere idee, ma le idee devono sempre provenire da esseri; ciò che agisce devono essere esseri. Tutta la considerazione storica del XIX secolo, in quanto parla delle idee nella storia, è uno spettro, perché si fonda sulla credenza che le idee si sviluppino, si muovano libere nel continuo fluire dei tempi.

Possiamo ora sollevare la domanda: come stanno le cose con il popolo tedesco? Si è presentato anche lì, un giorno, un momento in cui l’Arcangelo ha raggiunto un determinato grado? — Un tale momento si è davvero presentato. Sussiste però una certa differenza proprio del popolo tedesco rispetto agli altri popoli. Sappiamo che l’anima dell’uomo è costituita di anima senziente, anima razionale-affettiva e anima cosciente. Potete anche già dedurre dalle conferenze sulle anime di popolo che, presso il popolo italiano, l’Arcangelo aspira preferibilmente, con la sua potenza, ad agire nell’anima senziente; presso il popolo francese nell’anima razionale-affettiva, presso il popolo britannico nell’anima cosciente, presso il popolo tedesco nell’Io, che estende la sua potenza al di sopra delle tre membra animiche. Per questo anche il rapporto dell’Arcangelo con i singoli Io del popolo tedesco è diverso rispetto a quello con i popoli occidentali. Si è presentato anche un momento in cui l’Arcangelo del popolo tedesco è penetrato anche nella vita fisica, ovvero nella vita animica inferiore in quanto afferra il fisico. È all’incirca il tempo fra il 1750 e, si può dire, il 1830.

Quando si studieranno una buona volta queste cose in modo del tutto sensato, allora si otterranno chiarimenti davvero meravigliosi sul corso dello sviluppo dei popoli. E se qualcuno si decidesse soltanto a considerare la differenza davvero grandiosa, possente, che regna nella vita tedesca fra gli uomini del XIX e del XX secolo e gli uomini vissuti duecento anni prima, vedrebbe quanto sia poderosa questa differenza. Allora l’Arcangelo intervenne nel carattere nazionale del popolo tedesco, così come gli Arcangeli intervennero, presso gli altri popoli, nei momenti che ho indicato. Si potrebbe però dire: poi tornò a ritirarsi, non improntò così energicamente, così a fondo la fisicità, come accadde presso gli altri popoli. Per questo è anche avvenuto che il corso della seconda metà del XIX secolo si svolse in modo tale che questo popolo tedesco assorbì davvero, inconsciamente, ogni sorta di cose dagli altri popoli. Ciò ha condotto, ai giorni nostri, già a molti conflitti tragici. Si pensi soltanto a un fatto come questo: che Ernst Haeckel, in tutta la sua concezione del mondo, in quanto si è costruito tale concezione del mondo sulla scienza, è assolutamente inglese, è del tutto anglicizzato, ha accolto forme di pensiero inglesi. Tutto ciò che pensa è influenzato dall’essenza inglese. Parte da Darwin, da Huxley. Considera Spencer come il suo dio filosofico. E mentre un libro di Hegel o un libro della nostra scienza dello spirito non si può in realtà tradurre in inglese, Haeckel naturalmente si può tradurre in inglese assai facilmente. Sarete sorpresi che io dica questo, perché ben sapete che libri di scienza dello spirito sono tradotti in inglese. Ma ciò che sta dentro i libri, può stare nella traduzione inglese solo approssimativamente; non vi sta affatto in realtà, ma solo approssimativamente. Non si può ad esempio mai tradurre veramente in inglese la frase che è propriamente tedesca, che si connette al sentire di Mastro Eckhart e a tutto ciò che si è sviluppato nell’essenza tedesca rifacendosi a Mastro Eckhart. Non si può tradurre veramente in inglese questa frase: «Nell’animo vive la piccola scintilla, in cui nell’anima umana si rivela l’anima del mondo». È impossibile tradurla veramente in inglese, poiché per ciò che si vive nella parola «Gemüt» non esiste traduzione. Allo stesso modo il detto originariamente hegeliano, che costituisce addirittura un nervo fondamentale della filosofia tedesca: «Sein ed essere-non-Sein si uniscono nell’unità superiore nel divenire», è impossibile da tradurre in inglese. Tradurre, certo, si può tradurre tutto, ma ciò che si vive a una tale frase non può essere reso in quella lingua. La lingua tedesca ha anche la peculiare proprietà di permettere ancora una certa fluidità. Pensate quanto sia infinitamente facile, quando qualcosa viene tradotto in inglese o in francese, dire: questo è sbagliato, così non si dice! Noi tedeschi non dobbiamo proprio sviluppare la cattiva abitudine di dire che qualcosa è sbagliato, bensì dobbiamo mantenere la nostra lingua fluida — radicalmente parlando, naturalmente. E scorrete i nostri cicli: vedrete come si combatta per nuove formazioni di parole, anche per formazioni di parole che plasmino le parole dall’interno verso l’esterno. Questo proviene per esempio dal fatto che l’Arcangelo del popolo tedesco ha rinunciato di nuovo all’impronta acuta. Ha preso, quasi, soltanto uno slancio durante non un secolo intero, per improntare il carattere nazionale, e ha poi nuovamente lasciato libero il popolo. Vi sta dentro infinitamente molto, in ciò che intendo dire con questo. Ma deve anche essere così, poiché il popolo tedesco è chiamato a trasformare il suo idealismo in vivente conoscenza dello spirito. Fichte, Schelling, Hegel, che oggi vengono tanto combattuti, hanno creato un pensiero che non è ancora spiritualismo, non è scienza dello spirito, ma che è il germe della scienza dello spirito, che — se meditato a fondo — conduce davvero alla scienza dello spirito. A questo scopo però il carattere nazionale tedesco deve restare ancora fluido, deve davvero rendere possibile che si dica: si è italiani! si è francesi! si è inglesi! Ma si diventa sempre tedeschi! L’Arcangelo, presso il popolo tedesco, ha compiuto soltanto l’avvio della formazione del carattere nazionale. Ed essere nazionali nello stesso modo, magari sciovinistico, dei popoli dell’Europa occidentale, sarebbe nel tedesco una non-verità, egli non lo può proprio fare — si può naturalmente fare di tutto, ma allora non corrisponde alla vera essenza del tedesco.

Presso il popolo russo si presenta invece qualcosa di del tutto diverso. Presso il popolo russo deve essere innanzitutto compreso con chiarezza come l’Arcangelo, in generale, stia in tutt’altro modo ai singoli Io del popolo rispetto ai popoli occidentali e centroeuropei. Presso i popoli dell’Europa occidentale è così: l’Arcangelo agisce dentro, con i suoi raggi di volontà, presso il popolo italiano nell’anima senziente, presso il popolo francese nell’anima razionale-affettiva, presso il popolo britannico nell’anima cosciente, presso il popolo tedesco nell’Io. Presso il popolo russo, invece, lo spirito di popolo non agisce affatto dentro le anime. Aleggia, quasi, sopra il popolo come una nube, e l’anima può solo presentirlo dall’alto, anelare verso di esso. È in un certo senso ancora rimasto spirito di gruppo. Lì non vi è alcuna intima cooperazione dello spirito di popolo con i singoli Io umani. Non si può ricevere un’impressione più tragica, più grave, di quando si assiste a un ufficio liturgico russo-ortodosso, a quella liturgia in cui l’Io umano di coloro che vi partecipano come fedeli è quasi del tutto messo da parte. Aleggia attraverso tutto un universale impersonale che non afferra affatto la singola personalità. Aleggia in tale liturgia qualcosa che non parla dentro la natura umana. Questa è espressione immediata del fatto che l’anima russa non si è ancora destata a quella vivificazione che proviene dal rapporto del singolo Io con lo spirito di popolo. Tutto ha qualcosa di rigidamente schematico, come se da mondi sconosciuti si protendesse all’interno lo spirituale, e lo portasse soltanto a un rigido schematismo, tanto nelle funzioni quanto nella pittura delle icone. Lì stiamo davanti a qualcosa di completamente diverso da quanto accade nell’Europa occidentale. Lì stiamo davanti al fatto che l’Arcangelo non si è ancora affatto disposto a intervenire nel nazionale. Il nazionale è perciò, per il russo, ancora un sogno dell’anima. Il russo parla sempre, naturalmente, del «vero uomo russo», e gli scrittori russi parlano di lui, ma è un sogno dell’anima, sottolineato in particolare perché lo spirito di popolo non è incorporato all’uomo, perché il russo ha una nostalgia di uno spirito di popolo soprapersonale.

In questi profondi segreti bisogna penetrare con lo sguardo, e allora si comprenderà come le aree culturali europee stiano l’una di fronte all’altra. Naturalmente non mi verrà mai in mente di vedere in modo diretto, in questo stare l’una di fronte all’altra delle aree culturali, la causa degli eventi presenti. In modo indiretto, però, lo si deve fare. In particolare deve renderci conto che la presente fiaccola di guerra è un potente segno indicatore per farci conoscere ciò che, dentro la vita spirituale dell’Europa, regna, tesse e opera. Guardiamo in alto verso le entità delle gerarchie superiori, vediamo anche queste entità delle gerarchie superiori in evoluzione. Mentre noi come singoli uomini sviluppiamo il nostro Io, vediamo queste svilupparsi in modo che ottengono sempre più potere di compenetrare l’Io con la volontà. Dapprima si tengono ancora, quasi, lontane da questo Io, lo adombrano dall’alto in basso, come presso il popolo russo. Poi vi è un adombrare più intimo, un convivere insieme, come presso il popolo tedesco. E poi vi è un duro, rigido lavorare nel carattere nazionale, nei singoli individui umani, come avviene presso i tre popoli dell’Europa occidentale caratterizzati.

E da ciò vedete anche come sia disposta in genere questa vita moderna dello sviluppo umano. Osservate solo, una volta, la storia centroeuropea, e troverete — se si prescinde dalla Russia, dove i rapporti sono del tutto diversi — troverete quanto sia simile in particolare la vita dei popoli dell’Europa occidentale, e in una certa relazione anche dei popoli centroeuropei, come vi regni un internazionalismo europeo. E vediamo poi, all’incirca dal XIV secolo in poi, sorgere per i singoli popoli un tempo nuovo. Vediamo come, con il sorgere di questo tempo nuovo, i popoli vengano afferrati da un marcato carattere nazionale. Vediamo come al popolo tedesco, con la svolta dal XVIII al XIX secolo, venga dato proprio tanto di carattere nazionale che il tedesco in un certo senso percepisce che cosa sia il carattere nazionale, ma non ne riceve tanto da dover mai dissolversi in un carattere nazionale irrigidito. Si troverà che sta nella profonda disposizione dell’essenza tedesca che il tedesco non abbia bisogno di dissolversi nel carattere nazionale; che abbia davvero un senso profondo quanto dice Fichte: tutto ciò che vuole la libertà dell’essere animico umano, tutto ciò che aspira al più universale dell’umanità, appartiene a noi. In questo sta una libera possibilità di sviluppo del carattere centroeuropeo, del carattere tedesco. Sta però in questo anche dato ciò che conduce immediatamente all’intelligenza del fatto che i popoli dell’Europa occidentale, in effetti, devono fare i conti con questo carattere nazionale — o carattere nazionale fluido — del popolo tedesco. Dico: qualcosa come il carattere nazionale fluido del tedesco può proprio nel nostro tempo condurre al tragico.

Pensiamo ancora una volta a Ernst Haeckel. Abbiamo visto come, nella seconda metà del XIX secolo — poiché di nuovo era lasciato libero, quasi, lo sviluppo del carattere nazionale — egli poté essere così fortemente influenzato dall’inglese. E ora vengono i giorni nostri. L’uomo che in realtà porta in sé tutto l’inglesismo ha scagliato le più forti parole d’odio contro il popolo inglese: Ernst Haeckel stesso. Egli era a capo di coloro che hanno restituito tutti i diplomi e gli ordini e le onorificenze inglesi. Sarebbe stato tanto più importante che si fosse rispedito indietro il darwinismo materialistico, il newtonismo materialistico, tutto ciò che da essi è proceduto. In questa relazione dobbiamo proprio una volta imparare a comprenderci anche giustamente noi stessi, dobbiamo imparare a vedere le cose oggettivamente, senza odio nazionale. In fondo è stato come una sorta di preludio spirituale, quando qualche anno fa dovette compiersi la scissione fra il nostro movimento antroposofico e il movimento teosofico di colorazione indo-inglese. Doveva compiersi. Con il materialismo di un Cristo incarnato nella carne non possono andare insieme coloro che sono chiamati a sviluppare lo spirituale, e all’interno delle nostre file doveva venire alla luce che il ritorno del Cristo sarà in realtà il ritorno di un Cristo eterico. È stato detto già più volte, e si può anche udire dalla bocca di Teodora, nel mio primo dramma-mistero.

Tuttavia, ora leggiamo in una rivista teosofica inglese — non vi sto raccontando favole, ed è la presidente stessa della società di laggiù a dirlo — che dal modo in cui i tedeschi conducono ora la guerra si mostra che cosa propriamente vi era dietro all’iniziativa teosofica tedesca di allora; ora si mostrerebbe infatti che in campo teosofico ci si era presi a male che la presidente Annie Besant si fosse sempre impegnata a favore del Principe della Pace, che voleva tanto bene all’Europa, Edoardo VII. Lo avremmo guardato con enorme avversione, e per questo avremmo mandato i nostri agenti in Inghilterra, perché là sostenessero la teosofia nel nostro senso, per avere i teosofi nelle nostre mani. Se ci fosse riuscito allora — racconta la presidente nella rivista teosofica inglese — di penetrare fin tanto avanti da prendere in mano tutto il «ricco apparato amministrativo» — come essa lo chiama — della teosofia indo-inglese — noi naturalmente non lo abbiamo mai voluto — sarebbe stata eseguita la nostra intenzione di portare il veleno delle nostre opinioni fino in India, e di là di guadagnare influenza sul governo britannico, sicché sarebbe stata eseguita la nostra intenzione di indurre per questa via il popolo britannico a riconoscere la signoria tedesca sull’Inghilterra! Questa è la rappresentazione che ora, nelle riviste teosofiche inglesi, viene data ai teosofi di laggiù.

Ora vedete la verità! Dobbiamo prenderne coscienza, poiché non si può che pensiamo a queste cose come in sogno. La verità è infatti questa: che ad esempio tutto ciò che ho scritto nel mio libro La mistica nell’aurora della vita spirituale moderna è soltanto tratto fuori dal modo in cui lo spiritualismo vive nella corrente culturale centroeuropea. Il libro è stato subito tradotto in inglese, e allora ci hanno detto, là — almeno a me — che in quel libro si trova dentro tutta la teosofia. Potremmo ora dire: ebbene, se le persone a Londra trovano che nel libro è contenuta tutta la teosofia, allora possono pure venire con noi. Ma non abbiamo mai fatto un passo che fosse qualcosa di diverso da un’espressione dello spiritualismo centroeuropeo in via di sviluppo. E alcuni mesi prima dello scoppio della guerra mi colpì in modo particolare — oggi posso ben menzionarlo — che alcune delle nostre signore, le quali praticano l’euritmia, fossero andate a Londra per tenervi un corso. L’euritmia è piaciuta. Va bene così: deve piacere alle persone. Ma non ci si accorge che questa euritmia è lo spirituale, il polo opposto dello sport materialistico: che da una parte si ha ciò che, appartenendo del tutto al materialismo, sommerge l’Europa, e si porta il materialismo fin dentro il movimento degli uomini attraverso lo sport, che serve al divertimento degli uomini, alla mania di farsi sani, ed è del tutto materialistico — mentre presso di noi ogni movimento è espressione dello spirituale, corrisponde esattamente a ciò che è la spiritualità centroeuropea. Si tratta sempre di lavorare su questo terreno e di trarre da questo terreno i frutti dello sviluppo spirituale.

Come è intervenuto, proprio nella seconda metà del XIX secolo, lo sport in Germania! Come anche più raffinate attività sportive — credo che un metodo fosse in particolare quello di Dalcroze — come queste cose siano intervenute! Ora non lo si amerà particolarmente, poiché egli appartiene a coloro che insultano in modo terribile il «barbarismo tedesco». Ma ciò che appartiene all’essenza tedesca è l’elemento euritmico, attraverso il quale lo spirituale, che è dato nei movimenti del corpo eterico, che è naturale al corpo eterico, che opera nell’uomo soprasensibile, viene portato a espressione nei movimenti del corpo fisico esteriore. Questa euritmia si fonda sui seguenti princìpi. Abbiamo un organo attraverso il quale il corpo eterico entra immediatamente in azione, sicché il fisico diviene un’immagine dell’eterico. Questo è il caso quando parliamo. Ma non è tutto il fisico, bensì l’aria a divenire un’immagine dell’eterico. La parola risuonante nell’aria, il modo in cui l’aria oscilla, è immediatamente espressione dell’eterico. Se ciò che vive nel suono, nella parola, si afferra e lo si estende su tutto il corpo eterico, e poi si fanno muovere mani e piedi e tutto nell’uomo così come l’aria nel corpo eterico si muove del tutto naturalmente nel parlare e nel cantare, allora si ha l’euritmia. Poiché l’euritmia è un parlare di tutto l’uomo, cosicché vengono chiamati in aiuto non solo l’aria in movimento, ma gli organi umani.

A una cosa come questa vedete quanto sia universale, quanto sia ampio ciò che è pensato come l’intervento della scienza dello spirito nella cultura moderna. Abbiamo udito, per comprendere il nervo della cosa, alcune cose alle quali oggi non si pensa nemmeno; e se attraverso queste due conferenze, che ho tenuto ora in questa più ristretta piccola cerchia, non ottengo davvero altro che il fatto di suscitare in voi la sensazione che bisogna ancora più volgere lo sguardo a ciò che la scienza dello spirito vuole, in relazione universale, per tutta la vita umana, ciò è già abbastanza. Poiché con il fatto di acquisire singoli concetti teorici, il compito della scienza dello spirito non viene davvero adempiuto. Il compito della scienza dello spirito viene adempiuto quando essa interviene in tutto, in tutta la vita, e spiritualizza questa vita, fa di questa vita una vita spirituale. Ed è necessario, nella nostra quinta epoca culturale, all’interno di quel popolo cui in particolare spetta questo compito di apportare la spiritualizzazione, comprendere queste cose, far sorgere un sentimento di responsabilità in ordine all’evoluzione.

Criticare l’evoluzione dell’umanità è facile, davvero facile. Non è di questo però che si tratta: poiché le cose che accadono, accadono con necessità, anche se contraddicono ciò che in un certo senso il buon progresso vuole con gli uomini. Ora dobbiamo, in una certa relazione, avere e lasciare dentro la nostra cultura qualcosa che in realtà contraddice questo buon progresso. Fra le molte cose che vi appartengono, c’è ad esempio questa: che in fondo, in ragione del nostro presente livello culturale del nostro tempo, come si dice, in nome del progresso, cominciamo a maltrattare i nostri bambini dalla più tenera età. Non lo si sa, ma li si maltratta. Poiché non c’è in fondo nulla di più contrario alla natura umana del far cominciare ai bambini, dal settimo anno in poi, a imparare le materie scolastiche e di istruirli in modo scolastico, come si fa attualmente. Potrebbe davvero coglierci come qualcosa di particolarmente felice se si crescesse del tutto diversamente e si ricevesse, soltanto nel nono o decimo anno, ciò che già nel settimo anno viene portato agli uomini. Ciò però non viene detto nell’intenzione che non debba accadere, poiché il generale progresso culturale lo richiede, deve essere così. Ma deve essere creato il polo opposto. E mentre, da una parte, per il fatto di avere certi tipi di insegnamento scolastico, maltrattiamo soprattutto in modo spaventoso i corpi eterici dei bambini, perché imprimiamo loro qualcosa per cui in quegli anni essi non sono assolutamente atti, dobbiamo creare un polo opposto nell’apportare l’euritmia, e proprio ciò che è l’euritmia apportare ai bambini, affinché il corpo eterico abbia la compensazione in quei movimenti che gli sono innati. L’euritmia diventerà qualcosa di del tutto universale, poiché lo sviluppo non raggiunge il suo fine procedendo unilateralmente, bensì procedendo per opposizioni. Si deve sempre creare il polo opposto, far valere il polo opposto. Lo sviluppo si muove per opposizioni. E al maltrattamento del corpo eterico operato dall’attuale insegnamento scolastico deve essere creato un polo opposto, nel rendere elastico, nel mettere in movimento secondo natura il corpo eterico nel senso in cui, nei primi inizi, si tenta nella nostra euritmia.

Così qualcosa che forse oggi molti chiamano ancora «la nostra euritmia» si connette in realtà a ciò che ho chiamato il carattere universale del nostro movimento spirituale. Se da una parte vediamo come questo intervenga nei rampolli della vita esteriore, dall’altra parte ci può compenetrare profondamente che le profondità dell’impulso del Cristo si congiungano a ciò che raccogliamo nella scienza dello spirito: allora abbiamo, dal più alto sapere fino al più basso, il carattere universale della scienza dello spirito. E molto più che a varie altre cose è importante che ci procuriamo una sensibilità per questo carattere universale della scienza dello spirito.

E debbo dire: appartiene per ora ancora alle sensazioni e ai sentimenti più difficili che gli attuali eventi gravidi di destino non siano sentiti in modo più significativo, che non producano impressioni più forti sui nostri contemporanei. Poiché, a prescindere da tutto ciò che si può notare esteriormente, questi eventi gravidi di destino sono una tavola di ammonimento, un ammonimento a non rimanere in ciò che gli ultimi secoli hanno portato in alto, nell’umanità, come materialismo; un ammonimento all’inversione in ordine al cammino evolutivo dell’umanità. E ciò che viene attraversato in sangue e in morte dovrebbe essere sentito come se fosse inviato qui sulla terra dagli dèi, affinché ci insegni quanto sia necessaria, per l’ulteriore sviluppo dell’umanità, la spiritualità. È davvero ad esempio compassionevole che, in questi tempi, dobbiamo assistere a persone che tengono conferenze, scrivono anche articoli, in cui dicono: che torni presto, di nuovo, il tempo in cui ricominci il libero scambio fra i popoli come è stato in passato, altrimenti i tedeschi potrebbero cadere nell’illusione di tornare alla metafisica di Fichte e di Hegel, di sviluppare nuovamente impulsi metafisici. Perfino in questi giorni gravidi di destino viene presentato come un timore che nelle aspirazioni degli uomini possa rientrare qualcosa di impulsi metafisici! Questi mesi devono proprio ridestare gli impulsi metafisici! Poiché in quanti casi vediamo — a triste sofferenza di madri, padri, figli, figlie, sorelle, fratelli e di ulteriori connessioni umane — che una fede inconsapevole nel significato del soprasensibile passa attraverso il nostro mondo come un soffio magico. Migliaia e migliaia devono andare alla morte con spirito di sacrificio, e gli uomini dovrebbero forse, in seguito, quando di nuovo la pace sarà entrata sulla nostra terra, continuare a predicare che la vita umana è racchiusa fra nascita e morte? Allora le morti sacrificali sarebbero state offerte per nulla, poiché queste morti sacrificali sgorgano — anche se per molti non in modo chiaro — dalla salda fede che queste morti siano l’aurora di un nuovo tempo. Chi sul campo di battaglia va incontro alla morte, vuole con la sua morte confermare davvero qualcosa di diverso da questo: qui finisce il mio corpo. Quale insensatezza sarebbe riempire la terra europea, nel nostro tempo, di cadaveri, se la concezione materialistica del mondo avesse anche solo una scintilla di ragione. Questo dobbiamo soprattutto scriverci nell’anima. Coloro che sopravviveranno a questo tempo, che vivranno nel tempo in cui di nuovo regnerà la pace, saranno traditori verso coloro che sono morti, se non lavoreranno alla spiritualizzazione dello sviluppo umano. Poiché in fondo un tale non-lavorare alla spiritualizzazione dell’umanità non significa altro che dire a coloro che sono passati attraverso sangue e morte: voi siete morti per nulla! Poiché se il materialismo è giusto, allora sono tutti morti per nulla.

Di questa sensazione deve, in particolare, compenetrarsi del tutto lo studioso della scienza dello spirito. Ho potuto soltanto in questi giorni leggere ancora come oggi vi siano uomini — e nel XIX secolo questi uomini sono diventati sempre più numerosi — i quali affermano: era un pregiudizio di Paolo dire che, se il Cristo non fosse risorto, sarebbero state vane le nostre parole e la nostra fede. Eppure questa parola di Paolo è vera! Poiché per ciò che è accaduto attraverso il mistero del Golgota, l’anima umana è stata di nuovo chiamata, per la prima volta, ad avere forze che la conducano nel mondo spirituale. Di queste forze abbiamo parlato. Ma il nostro tempo ci grida con suoni distinti: vana sarebbe la morte di tanti, se il materialismo fosse giusto! Se il materialismo fosse giusto, allora essi tutti sarebbero morti invano. Se ci compenetriamo di pensieri come questi, allora coloro che hanno messo a disposizione del grande progresso dell’umanità le loro forze in una morte sopraggiunta nella fiorente età umana, vedranno le loro forze rafforzate dai pensieri che dalle nostre anime salgono in alto.

Quando le anime umane orientano verso lo spirito ciò che possono avere di pensieri e sentimenti spirituali, allora — come ho detto anche ieri alla fine — le forze dall’alto, che vengono raccolte, le forze eteriche non consumate, si incontreranno con i pensieri spirituali umani e faranno sorgere un nuovo tempo. Per questo anche oggi sia chiuso con le parole che in questi giorni ci hanno dato il senso, il senso del sentire e del provare il nostro stare nel tempo come studiosi della scienza dello spirito:

Dal coraggio dei combattenti, Dal sangue delle battaglie, Dal dolore degli abbandonati, Dagli atti sacrificali del popolo Sorgerà Un frutto dello spirito — Le anime, consapevoli dello spirito, Volgeranno il loro senso Nel regno dello spirito.

7°Influssi cosmici nel sonno e fondamento occulto del Natale

Vienna, 7 Maggio 1915

In questi giorni mia intenzione è quella di avvicinare alle nostre anime qualcosa che dal punto di vista della scienza dello spirito è capace di gettare una certa luce sui nostri grandi eventi storici. E perciò sarà anche compito mio la prossima domenica di dirigere le nostre sensazioni verso certi punti di vista che possono gettare luce proprio su ciò che ora nel senso più profondo deve muovere i nostri cuori e le nostre anime. Ma voglio, in certo qual modo, oggi creare una base preparatoria, indirizzando la vostra anima verso certe potenze e forze che agiscono nell’essere storico degli uomini, che possono essere comprese solo attraverso quelle intuizioni che la scienza dello spirito è capace di dare, e che non sono direttamente percepibili alla coscienza quotidiana. Su fatti dello sviluppo della vita umana, come si manifestano nel corso storico della vita umana, su fatti più o meno inconsci, voglio oggi richiamare l’attenzione. Ma vogliamo partire dal fatto che, come sapete dalla presentazione nel libro «Come si acquisisce conoscenza dei mondi superiori?», ciò che accade in nascosto con ogni uomo è riconosciuto in fasi successive di conoscenza soprasensibile, nella cosiddetta conoscenza immaginativa, nella conoscenza ispirata e nella conoscenza intuitiva. Ho già enfatizzato ieri nella conferenza pubblica che si deve sempre mantenere fermo il fatto che lo gnostico spirituale che, attraverso la sua conoscenza della percezione immaginativa, ispirata, intuitiva, dice qualcosa sui mondi spirituali, non porta nulla che non sia già presente nelle regioni spirituali, nei quali ogni anima umana vive, anche senza la sua conoscenza. Lo gnostico spirituale solo attira l’attenzione su ciò che sempre dimora e vive nel mondo e come ogni singola anima umana vi è collocata. In modo che non è importante soltanto per colui che intende immergersi nella corrente delle esperienze occulte, ma per ogni anima umana è importante sapere ciò che in ogni caso è la sua realtà interiore, solo una realtà che non può essere riconosciuta con la percezione ordinaria della vita.

Voglio dunque partire da alcuni fatti della percezione immaginativa sulla natura umana in generale. Osserviamo giornalmente che un evento misterioso, o almeno un evento misterioso per la scienza esterna, interviene ritmicamente e alternativamente nella nostra vita: la veglia e il sonno. Sappiamo da tempo che nello stato di veglia apparteniamo al mondo fisico terrestre con i nostri quattro arti umani, il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io. Sappiamo che nello stato di sonno, vale a dire dall’addormentarsi al risveglio, nel mondo fisico siamo solo con il nostro corpo fisico e il nostro corpo eterico, che ci ritiriamo, in certo qual modo, nel mondo puramente spirituale con il nostro corpo astrale e il nostro Io. Ciò che ora si presenta alla contemplazione spirituale dello gnostico spirituale, possiamo caratterizzarlo così: lo gnostico spirituale guarda a ciò che continuamente accade, per esempio, con l’uomo, quando con l’addormentarsi abbandona il suo corpo fisico e il suo corpo eterico e si reca con il suo corpo astrale e l’Io nella regione del mondo superiore. Ciò che accade all’uomo — con ogni uomo a ogni addormentarsi — lo guarda semplicemente lo gnostico spirituale. Così che possiamo dire: lo gnostico spirituale osserva solo ciò che si presenterebbe a ogni anima umana, se non fosse nello stato di sogno, ma nello stato di sonno completo, in modo tale da poter guardare al mondo così che sotto le cose del mondo troverebbe il suo corpo fisico e il corpo eterico come qualcosa che è fuori di essa, cioè dell’anima che dorme.

Ora non dobbiamo immaginare che allora, dal punto di vista del sonno, vediamo ciò che abbiamo abbandonato e in cui abbiamo lasciato il nostro corpo fisico e il corpo eterico, come vediamo con i nostri occhi fisici ciò che ci circonda nel mondo fisico. Affinché vediamo ciò che ci circonda, come lo vediamo dal risveglio all’addormentarsi, è necessario che usiamo i nostri occhi fisici, i nostri organi sensoriali fisici. Non usiamo questi quando siamo fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico. Se diventassimo improvvisamente chiaroveggenti nello stato di sonno, non percepiremmo nulla di ciò che vediamo durante la veglia, così come è durante la veglia. Neanche il nostro corpo fisico e il corpo eterico li percepiamo allora come percepiamo il corpo fisico quando ci guardiamo nello specchio. È completamente falso se si crede che si osserva il corpo fisico e il corpo eterico quasi come se, con il nostro corpo astrale e l’Io, ci pieghiamo sul corpo fisico e sul corpo eterico. Non è così. Ciò che si presenta alla conoscenza immaginativa — quindi manteniamo fermo questo: alla conoscenza immaginativa — è che, in ultimo, ci scompare, veramente ci scompare per il momento, tutto ciò a cui siamo abituati a vedere nello stato di veglia. Anche vedendo il nostro corpo fisico e il corpo eterico, questi non sono come sono nello stato di veglia, ma veramente ci appaiono il nostro corpo fisico e il corpo eterico come estesi a un mondo; essi ci appaiono come legati a tutto il mondo terrestre. Guardiamo; abbiamo in coscienza che guardiamo al corpo fisico e al corpo eterico. Ma li guardiamo in modo tale che per noi inizialmente sono, in certo qual modo, l’unico mondo. Come nello stato di veglia abbiamo montagne, fiumi e nuvole, sole e stelle e così via intorno a noi e guardiamo a loro come al nostro ambiente, così guardiamo, guardando al nostro ambiente, quando siamo fuori dal nostro corpo fisico e dal corpo eterico, il nostro corpo fisico e il corpo eterico come estesi a un mondo. Non guardiamo nient’altro. Lo guardiamo come altrimenti guardiamo le varie cose della nostra terra. Guardiamo la nostra propria corporeità come un intero mondo.

E meravigliosamente, questo mondo a cui guardiamo è per noi in modo tale che, transitando nell’addormentarsi, lo sentiamo come sentiamo la terra in primavera, quando, dopo essere stata liberata dal manto di neve dell’inverno, fa emergere i singoli germogli verdi, quando si prepara di nuovo alla crescita, alla vegetazione di ciò che si forma su di essa, quando tutto di nuovo va verso germogliare e spuntare. Mentre nel transito dell’addormentarsi guardiamo il corpo fisico e il corpo eterico estesi a un mondo, li vediamo in certo qual modo in modo tale che possiamo sentirli come un pianeta che si risveglia in primavera. E questo continua per tutto lo stato di sonno. Ciò che vediamo lì in immagini potenti, che veramente ci appaiono nell’estensione come un pianeta, si prepara ad andare verso la sua estate, come la terra si prepara ad andare verso la sua estate, quando la primavera volge al termine. E così passiamo attraverso lo stato di sonno, quando lo attraversiamo rettamente. Andiamo in certo qual modo nello stato di sonno fino a quel punto dove sentiamo: il nostro corpo fisico e il corpo eterico portano qualcosa che spunta e germoglia fino alla fioritura, sì fino allo sviluppo dei frutti; dappertutto cresce e prospera tutto. Se devo esprimermi nel dettaglio, devo dire — per lo sguardo immaginativo è paradossale ciò che così si presenta —: mentre con lo sguardo fisico sentiamo in certo qual modo la nostra superficie terrestre e su di essa abbiamo in coscienza il qualcosa che spunta dal basso verso l’alto, ciò che cresce e prospera, è così quando osserviamo da fuori ciò che accade con il nostro corpo e lo confrontiamo con il mondo delle piante, come se le sue radici spingessero da sopra e con i suoi fiori crescesse nel nostro corpo. Dunque sentiamo un mondo completamente invertito, e i frutti vengono sprofondati dentro. Impariamo allora che con questo sprofondamento dei frutti veramente si esprime ciò che poi ci si presenta alla coscienza come il rinforzo del sonno. E per questo sappiamo che in verità — perché tutto ciò che così osserviamo nell’Immaginazione sono forze — il nostro corpo fisico e il corpo eterico ricevono le forze da tutto il cosmo, quando ci immergiamo nello stato di sonno. Vediamo come forze che si esprimono nella formazione di piante che crescono dal mondo verso di noi, vengono dal cosmo. Vediamo come il cosmo fa crescere un’intera vegetazione nella nostra corporeità. E allora riceviamo la certa conoscenza che durante l’addormentarsi lasciamo il nostro corpo dal motivo che dal risveglio all’addormentarsi, con l’Io e il corpo astrale, sottraiamo il nostro corpo fisico e il corpo eterico agli effetti delle forze del cosmo. Per il fatto che noi stessi usciamo, rendiamo libero il nostro corpo fisico e il corpo eterico per gli effetti dell’intero cosmo, che con ciò che ora ha elementarmente, non fisicamente, sotto forma di tali forze, che si esprimono proprio nelle immaginazioni descritte, ci invia dentro. Quindi ogni volta che ci addormentiamo, è stabilita una relazione tra corpo fisico e corpo eterico con l’intero cosmo. Mentre viviamo nel mondo fisico nello stato di veglia, veramente il nostro corpo fisico e il corpo eterico durante il nostro sonno vivono in quello che noi chiamiamo il mondo elementare, il mondo delle pure forze, che si presentano proprio nelle immaginazioni descritte. E noi stessi, dov’è che siamo con il nostro Io e il corpo astrale? Bene, abbiamo spesso descritto, ed è presentato anche in vari scritti: con il nostro Io e il corpo astrale siamo nel mondo che è stato descritto come il mondo delle gerarchie superiori tra le entità, che noi chiamiamo Angeloi, Archangeloi, Archai e così via. In questi esseri e il loro mondo l’Io e il corpo astrale si immergono. Come noi, quando siamo svegli, conosciamo gli esseri del mondo animale, del mondo vegetale, del mondo minerale e come uomo usciamo da questo mondo, incorporandoli nei nostri pensieri, così noi stessi siamo incorporati come pensieri dagli esseri delle gerarchie superiori. Ed è significativo che possiamo dire: mentre qui il nostro corpo fisico e il corpo eterico entrano in relazione con le forze dell’intero cosmo, siamo pensati dal risveglio all’addormentarsi da noi stessi, come se fossimo veri esseri, tessuti da pensieri e dall’essenza della volontà; siamo pensati dagli esseri delle gerarchie superiori. — Come noi pensiamo la natura, così gli esseri delle gerarchie superiori pensano noi. Perciò, parlando con precisione, non è del tutto giusto dire, quando si esce dal corpo fisico, si pensi il mondo. È giusto dire, propriamente, che si sperimenta il fatto di essere pensati dal mondo delle gerarchie superiori. Come il pensiero, durante la vita conscia, dovrebbe sentirsi, se avesse coscienza, così dovremmo sperimentarci come i pensieri degli esseri superiori, quando siamo fuori dal nostro corpo fisico.

E come sperimentiamo, per questa nostra conoscenza immaginativa, il risveglio? Non appena iniziamo a prepararci a svegliarci, lo sperimentiamo veramente come sperimentiamo nella natura esterna — possiamo di nuovo paragonare l’Immaginazione alla natura esterna — l’arrivo dell’inverno con tutto ciò che ha di distruttivo, paralizzante e annientante per la vita estiva che spunta e germoglia. E così come l’inverno porta sulla terra il gelo e il freddo e la distruzione di ciò che è la magnificenza estiva, così ci immergiamo noi stessi nel corpo fisico e nel corpo eterico. Ciò che in forze è veramente come una vegetazione, persino come un mondo animale dal mondo elementare del cosmo è entrato nel nostro corpo fisico e nel corpo eterico, a questo prepariamo il tramonto con il risveglio, come l’inverno prepara il tramonto della magnificenza estiva. E mentre siamo svegli, veramente, attraverso la nostra presenza nel nostro corpo fisico e nel corpo eterico, poniamo questi in tale stato come le condizioni del cosmo pongono la terra quando è inverno. Estendiamo l’inverno sulla nostra propria essenza fisica e eterica entrandovi. Potete vedere da questo anche come ciò che si usa spesso come paragone da punti di vista fisici, per lo sguardo spirituale non è corretto. Certamente, dall’interno del sentimento, l’uomo ha già la consapevolezza che è legato all’intero cosmo e che in certo qual modo ciò che vive è un’immagine microcosmica del macrocosmo. Ma è logico per l’uomo, se veramente vuole paragonare qualcosa nella sua vita microcosmica con la vita macrocosmica, dire: il risveglio è come l’arrivo della primavera nella nostra vita, e la vita vigile è come l’estate. E l’autunno è come l’affaticamento serale, la vita di sonno è come l’inverno. — È esattamente il contrario che è realtà. La vita estiva è la vita di sonno e la vita invernale è la vita conscia. Questa è la verità della cosa. Quando lo gnostico spirituale investiga veramente queste relazioni, scopre che, mentre il suo Io e il corpo astrale si elevano così nelle regioni delle gerarchie superiori e in certo qual modo sono pensati dagli esseri superiori, agisce nel suo corpo fisico e nel corpo eterico non solo ciò che è nel mondo elementare, ma che certi esseri delle gerarchie superiori agiscono anche nel nostro corpo fisico e nel corpo eterico. Non è solo il mondo elementare che consiste di forze, ma sono veri esseri, entità delle gerarchie superiori, che agiscono nel nostro corpo fisico e nel corpo eterico. E allora emerge il fatto straordinario che possiamo renderci conto di come nel momento in cui ci addormentiamo, entriamo in relazioni completamente diverse da quelle in cui siamo quando siamo svegli. Come detto, tutto ciò che così può essere espresso si basa sul fatto che la ricerca spirituale ci permette di osservare come avviene l’addormentarsi e il risveglio. E per essa si rivela che sul nostro corpo fisico e sul corpo eterico, dal risveglio all’addormentarsi, agisce anche quell’essere delle gerarchie superiori che dobbiamo sentire come lo spirito del popolo, l’anima del popolo a cui apparteniamo. Quando l’uomo si risveglia, non solo si immerge nel suo corpo fisico e nel corpo eterico, ma anche nei processi che nel suo corpo fisico e nel corpo eterico sono compiuti da ciò che il suo spirito del popolo realizza. La particolarità emerge — vi prego di notare bene questo, perché è giusto che noi, che vogliamo penetrare la scienza dello spirito, consideriamo la connessione del mondo più profondamente di quanto l’osservazione esterna possa considerarla — che l’uomo, addormentandosi, non solo si immerge negli esseri delle gerarchie superiori che corrispondono al suo sviluppo individuale, ma anche in tali esseri spirituali che dobbiamo considerare come spiriti del popolo. E infatti, l’uomo, dall’addormentarsi al risveglio, si immerge nella connessione di tutti gli altri spiriti del popolo, solo non di quello che è il suo.

Dunque notiamo bene questo: durante la veglia viviamo immersi nei fatti spirituali che lo spirito del popolo proprio compie nel nostro corpo fisico e nel corpo eterico. Viviamo insieme, in certo qual modo, con il proprio spirito del popolo dal risveglio all’addormentarsi. Ora, accanto al nostro spirito del popolo, nel mondo esistono tutti gli altri spiriti del popolo degli altri popoli. Con l’addormentarsi ci immergiamo nella connessione degli altri spiriti del popolo, non in uno singolo altro spirito del popolo — manteniamo questo fermamente — ma in ciò che insieme realizzano, ciò che in certo qual modo realizzano in associazione, come società. Escluso durante la notte è solo il proprio spirito del popolo da questa connessione. Non possiamo evitare di avere una connessione con tutti gli spiriti del popolo che appartengono agli altri popoli, in cui in una particolare incarnazione non siamo semplicemente incarnati. Perché, mentre durante il risveglio diurno apparteniamo al nostro spirito del popolo, durante lo stato di sonno apparteniamo agli altri spiriti del popolo, certamente solo alla loro armonia; mentre nello stato di veglia apparteniamo alle intenzioni del singolo spirito del popolo, nel cui territorio in una particolare incarnazione siamo nati.

Ma c’è un mezzo per immergersi anche durante lo stato di sonno, in certo qual modo, nell’essenza di un singolo altro spirito del popolo. Mentre nello stato normale siamo svegli nel nostro spirito del popolo o nella sua attività e dormiamo nell’armonia degli altri spiriti del popolo, possiamo dormire immersi in un singolo spirito del popolo, se durante la vita ci acquistiamo un odio ardente e incandescente contro ciò che questo altro spirito del popolo realizza. E per quanto grottesco suoni, è vero — e noi nel nostro movimento dobbiamo essere capaci di sopportare tranquillamente tali verità —: se l’uomo così veramente dall’essenza più intima sente un odio incandescente nei confronti di un territorio del popolo, si condanna a dormire di notte con lo spirito del popolo di questo territorio del popolo, a stare insieme con esso.

Qui tocchiamo verità, dinanzi alle quali possiamo vedere che la vita dietro quel velo che per l’osservazione ordinaria nasconde i mondi spirituali, inizia ad avere una serietà profonda, e che in una certa relazione è già scomodo essere un confessore della scienza dello spirito. Perché inizia la scienza dello spirito da certi punti in senso profondissimo a fare davvero sul serio con relazioni che si trovano scomode nella vita e dalle quali siamo veramente sollevati con grazia dal fatto che nella vita ordinaria la verità non ci è rivelata. Eppure, certamente, noi esternamente nella vita ordinaria dobbiamo stare pienamente sul terreno che questa vita ordinaria richiede da noi, allora dobbiamo, quando ci elevavamo nel campo della scienza dello spirito a quei campi dove cominciano altre peculiarità della vita, fare sul serio con tale principio fondamentale. Nel libro «Come si acquisisce conoscenza dei mondi superiori?» si parla del fatto che nel momento in cui ci eleviamo nel mondo spirituale — e ogni uomo è nel mondo spirituale, è qui una questione di riconoscimento di ciò che è sempre lì — quell’unità comoda dell’essere umano in cui viviamo nel mondo fisico cessa. Scissioni si verificano nell’essere umano; a parte le scissioni menzionate lì, che si possono osservare dopo l’incontro con il Guardiano della soglia, entrano molte altre scissioni, per esempio quella che deve avere una profonda importanza per tutta la nostra vita sentimentale. Dobbiamo riconoscere che, mentre in una particolare incarnazione abbiamo il dovere pieno verso il popolo in cui siamo, dobbiamo portare amore pieno a esso, questo popolo sta nell’intero processo di sviluppo della terra. Dobbiamo essere consapevoli che, poiché siamo anche esseri spirituali nell’Io e nel corpo astrale, veramente apparteniamo a tutta l’umanità e con i nostri impulsi dobbiamo sentire tutta l’umanità. E non è così che la scienza dello spirito consenta di vivere in univocità: dobbiamo essere in grado di portare questi due aspetti del nostro essere in piena armonia.

Dobbiamo essere consapevoli che — nonostante, come uomini dell’incarnazione presente, anche se siamo gnostici spirituali, possiamo amare il nostro popolo come lo ama chiunque — uniamo questo sentimento con ciò che ci riunisce con l’intera umanità. E proprio la scienza dello spirito è l’elevazione a questa riunione con l’intera umanità, perché ci apre il fatto che siamo legati all’intera umanità nel nostro Io e nel corpo astrale. Creare armonia tra opposti, questo è ciò che la scienza dello spirito chiede sempre più a colui che si immerge in essa con serietà e dignità. E dannoso è se si confonde vera scienza dello spirito con quella nebulosa agitazione mistica che ovunque vuole mescolare i bisogni della vita esterna e fisica con ciò verso cui dobbiamo elevarci immergendoci nel mondo spirituale. Perché la mistica nebulosa, che ovunque vuole portare nella vita quotidiana ciò che la scienza dello spirito mostra nella giusta luce, questa mistica nebulosa non sarà mai in grado di armonizzare l’amore per il proprio popolo con l’amore per tutta l’umanità: porterà a un cosmopolitismo mistico confuso. Lo si può, come ho già fatto, paragonare a ciò che i teosofisti poco chiari sempre dicono dell’uguaglianza e dell’equivalenza di tutte le religioni della terra. Certamente, in astratto si può dire: tutte le religioni della terra contengono la verità. Ma è esattamente lo stesso che dire: sul tavolo sta pepe, sale e paprica e ogni sorta di altre cose, e questi sono tutti condimenti. Zucchero, pepe, sale e paprica — è tutto lo stesso; quindi metto una volta paprica nel caffè e zucchero nella zuppa, perché sì tutti sono condimenti. Esattamente sullo stesso punto della logica stanno quelli che in mistica nebulosa solo fantasticano sul nocciolo unitario di tutte le religioni, invece di immergersi nella vera essenza di ogni singola cosa che appare nella nostra evoluzione terrestre. Non si tratta che enfatizziamo sempre: tutti i popoli sono, in certo qual modo, solo espressioni per l’universale umanità, ma che riconosciamo esattamente i compiti specifici dati ai singoli popoli attraverso i loro spiriti del popolo. E a questo è dato un punto di appoggio nel ciclo di conferenze che è stato stampato da tempo, che fu tenuto alcuni anni prima dello scoppio della guerra, che non è sorto sotto l’influenza della guerra, al quale quindi non si può rimproverare di essere sorto sotto le impressioni della guerra: «La missione dei singoli spiriti del popolo in relazione con la mitologia nord-germanica».

Proprio nel nostro tempo è importante riflettere su tali cose serie, affinché l’uomo possa trovare l’armonia tra ciò che è amore umano universale e l’amore per il popolo. Non si deve indietreggiare dal caratterizzare le peculiarità di ogni singolo popolo, per quanto è popolo — l’individuo si eleva sempre sopra il suo popolo — le peculiarità dei singoli popoli. Ma deve accadere, come risulta già dalle osservazioni che ho fatto, naturalmente senza odio. Come non si conosce la vera essenza della singola pianta se si odia la pianta e si descrive ciò che si sente come odio, altrettanto non si possono conoscere le peculiarità di un popolo se si descrive ciò che si odia del popolo, o se si include nella descrizione ciò che deriva da sentimenti di odio.

E così l’impegno di colui che riesce a elevarsi ai punti di vista della scienza dello spirito deve essere sempre quello di non vedere l’essenza del mondo nell’unità uniforme, ma proprio nell’armonia del molteplice. E l’uomo deve trovare la possibilità di sentire tutto il calore che lo riguarda — rispetto al quale non deve stare indietro davanti a nessuno che non aspira alla scienza dello spirito — tutto il calore per il suo popolo, e da un lato unire questo a ciò che di nuovo, per quanto apparteniamo all’intera umanità, ci riunisce con l’intera umanità come una grande, intiera entità.

Come detto, vogliamo collegarci a tali cose fra due giorni. Ma ora voglio osservare che simultaneamente, mentre passiamo dal nostro stato di veglia allo stato di sonno e così siamo accolti negli esseri delle gerarchie superiori, fondamentalmente gettiamo via ciò che ci lega alla singola incarnazione attraverso il nostro corpo fisico e il corpo eterico. Nel sonno gettiamo via anche la nostra essenza nazionale. Attraverso il sonno diventiamo meramente umani, umani con tutte le peculiarità che abbiamo dovuto acquisirci come umani. Se, come ricercatori spirituali, osserviamo ciò che accade all’uomo, sia nello stato di veglia che in quello di sonno, percepiamo al contempo che l’uomo, mentre dorme, con il suo Io e il corpo astrale vive nel mondo spirituale, proprio come il suo corpo fisico e il corpo eterico appartengono al grande mondo; che questa vita propria, che fluisce, per così dire, nella nostra pelle, cessa, e allora espandiamo il nostro Sé al grande Sé. E ora considerate che fondamentalmente compiamo nel corso di ventiquattro ore uno stato estivo e uno stato invernale. Questo stato estivo e invernale lo compie anche la terra, ma lo compie nel corso dell’anno. Perché la terra compie questi stati nel corso dell’anno? Perché la terra è un essere come noi stessi, solo a un’altra fase delle gerarchie. L’intera terra, se la consideriamo così fisicamente come è intorno a noi, è solo il corpo della terra; e come portiamo in noi il nostro spirituale-animico, così anche la terra ha il suo spirituale-animico. La differenza è solo che nel corso di ventiquattro ore siamo svegli e dormiamo, e la terra è sveglia e dorme nel corso dell’anno. Si risveglia dall’autunno alla primavera e dorme durante l’estate. Così che fondamentalmente possiamo sempre dire, quando viviamo durante l’estate: viviamo immersi nella terra che dorme. — E quando viviamo durante l’inverno: viviamo immersi nella terra che è sveglia. — Non è così che la terra sia sveglia in estate e dorma in inverno, come potremmo dire dal paragone banale preso dalla vita ordinaria. Piuttosto è vero che, quando arriva l’autunno, la terra come essere animico-spirituale si risveglia e nel mezzo dell’inverno è più sveglia. Lo spirito della terra pensa di più nel mezzo dell’inverno e inizia gradualmente a cessare il suo pensiero con l’avvicinarsi della primavera; e dorme quando la vita esterna germoglia e spunta; durante l’estate dorme lo spirito della terra.

Noi come uomini non siamo solo attraverso il nostro corpo fisico in relazione con il corpo della terra, ma anche con lo spirito della terra. Ora sappiamo dai vari insegnamenti che con lo spirito della terra si è unito, attraverso il mistero del Golgota, lo spirito che noi designiamo come lo spirito del Cristo. In ciò che è lo spirito della terra, dal mistero del Golgota dimora lo spirito del Cristo dentro. Se gli uomini dunque vogliono celebrare una festa che esprima loro che nello spirito della terra dimora lo spirito del Cristo — in quale tempo allora devono porre questa festa? Non in estate, ma devono porre la festa nel mezzo dell’inverno. Questa è la festa di Natale. Per questo motivo si pone la festa di Natale e ciò che ne deriva nel periodo invernale. Questo proveniva da una giusta conoscenza di quelli che una volta istituirono l’anno cristiano. Dalle verità occulte è stata stabilita la festa di Natale, non da fatti storici. Perché in verità per ciò che ora è l’umanità, l’uomo, mentre il suo spirituale-animico è immerso nello spirituale-animico della terra, è insieme con lo stato più sveglio dell’essere terrestre nel periodo invernale. Allora vive nella terra che è sveglia.

E che cosa avranno fatto i vecchi popoli, dei quali sappiamo che hanno costruito il loro servizio del mondo e la loro conoscenza del mondo su una sorta di chiaroveggenza sognante? Bene, devono avere principalmente fatto affidamento su ciò che vive nello spirito della terra che dorme, quando lo spirito della terra dorme più profondamente, si ritira più completamente nel suo stato di sonno. Allora devono essersi elevati — in contrasto con l’umanità più recente — a ciò che su di loro infondeva inconsciamente la verità, come doveva essere per loro. Nel mezzo dell’estate troviamo così nei popoli che appartenevano a un culto che dalle sue conoscenze spuntava da uno stato sognante, più dormiente, la festa di San Giovanni, la celebrazione di San Giovanni, la festa estiva in contrasto con la festa di Natale, che è conveniente all’umanità più recente.

Ciò che è così esternamente fissato, e che il nostro tempo materialista non capisce più affatto, ha veramente le sue fondamenta profonde in ciò che è realtà spirituale. E ora viviamo in un’epoca in cui gli uomini devono di nuovo cominciare, in un modo completamente diverso, a pensare e sentire e sperimentare come è stato nel periodo precedente. Il periodo precedente ha avuto il compito di avvicinare all’uomo il regno del pensiero e della sensazione materialisti. E proprio gli ultimi secoli, che le anime umane hanno vissuto, dovevano avvicinare all’uomo il pensiero e la sensazione materialisti. È così che l’evoluzione terrestre ha dovuto passare attraverso il periodo materialista. Non facciamo bene se per il materialismo abbiamo solo una critica aspra. Ha dovuto una volta entrare nell’evoluzione terrestre. Ma ora viviamo in un’epoca dove il materialismo deve di nuovo essere superato, dove deve di nuovo venire la visione spirituale nelle anime umane. E questa è la sensazione più o meno chiara o scura di tutti coloro che si sentono attratti nella loro propria anima dai nostri sforzi gnostici, dalla nostra visione del mondo gnostica; che sentono appunto che ora è il momento in cui, mentre prima il mondo spirituale doveva essere visto in modo sognante, ora questo mondo spirituale deve essere consapevolmente accolto in sé. E a questo scopo esiste la scienza dello spirito.

Ora il periodo precedente era quello del materialismo. E poiché l’umanità doveva in certo qual modo immergersi nel materialismo, il forte impulso che riconduce l’umanità verso l’alto doveva agire proprio attraverso il periodo del materialismo. Questo è l’impulso del Cristo. E quando l’impulso del Cristo entrò nell’evoluzione terrestre, iniziò anche la preparazione. Entrò veramente nel 14°, 15° secolo. Ma mentre arrivava, già si preparava il fatto che l’umanità si immergesse nel materialismo. L’impulso del Cristo era lì come un fatto oggettivo nell’evoluzione del mondo, ma capaci di comprenderlo, gli uomini erano al minimo proprio nel tempo in cui era lì. Ora viviamo nel tempo in cui dovremmo iniziare a comprendere veramente ciò che era lì.

Che cosa vediamo dunque? Vediamo nello sviluppo precedente un corso meraviglioso dell’impulso del Cristo. Vediamo che questo impulso del Cristo, quando è entrato nell’evoluzione umana attraverso il mistero del Golgota, non è stato affatto compreso dagli uomini. Perché proviamo a farci un’immagine di ciò che la gente nella loro intelligenza ha fatto. Proprio nei primi secoli successivi, dopo che l’impulso del Cristo è entrato, troviamo che si formano sistemi teologici di ogni tipo, che la gente discute su come devono pensare la Trinità e così via. Un’infinita disputa teologica vediamo nel corso dei secoli, e sarebbe certamente il peggiore dei modi capire oggi come l’impulso del Cristo ha agito in questi secoli da questa disputa teologica. E le persone che lì litigavano sulla sua comprensione, non hanno capito nulla di come l’impulso del Cristo si trova nell’evoluzione.

Proviamo a chiarirci come ha veramente agito. A questo scopo citerò singoli fatti. Prendiamo ciò che accadde nel 4° secolo, il 28 ottobre dell’anno 312, e attraverso cui è stata completamente determinata la successiva mappa dell’Europa: fu il fatto che Costantino, al quale fu dato il nome «il Grande», figlio di Costanzo Cloro, marciò contro Massenzio, il sovrano di Roma, e ottenne la vittoria su di lui, attraverso cui allora il cristianesimo ha trionfato anche in un modo esteriore nel mondo occidentale. Costantino allora elevò il cristianesimo a religione di stato e così via. Ma lo ha fatto dalla sua intelligenza? Ciò che accadde allora è accaduto dall’intelligenza? Non possiamo dire così. Che cosa è accaduto veramente? Quando Massenzio, il sovrano di Roma, seppe che Costantino era in marcia, prima interrogò i Libri Sibillini. Procedette così in un modo sognante per cercare di capire i fenomeni del mondo. E ciò che ricavò da questi libri fu che gli fu detto: il vero atto sarà compiuto da colui che come sovrano di Roma abbandona la città e combatte la battaglia fuori da Roma. Era più o meno la cosa più insolita che si potesse pensare. Perché Costantino aveva un esercito molto più piccolo di Massenzio e certamente non avrebbe potuto realizzare nulla se Massenzio fosse rimasto a Roma. Ma Massenzio è uscito da Roma su consiglio dei Libri Sibillini. Tuttavia, neanche nell’esercito di Costantino i generali hanno vinto. Piuttosto Costantino ha avuto un sogno in cui il simbolo del Cristo gli è apparso. Su questo sogno fece portare il simbolo del Cristo come insegna davanti ai suoi eserciti. Da ciò che il sogno gli rivelò dipese il suo comportamento. Questa battaglia, attraverso la quale allora fu determinata la mappa dell’Europa, non fu decisa dall’intelligenza degli uomini, non dai generali che la combatterono, ma da sogni e profezie. Tutto in Europa sarebbe stato diverso se allora le cose fossero andate secondo la coscienza degli uomini e non secondo ciò che ha agito dall’inconscio, ciò che gli uomini non sapevano.

I teologi discutevano su chi fosse il Cristo, se fosse eternamente generato dal Padre, se fosse generato nel tempo, se fosse equivalente al Padre e così via. Ciò che penetrarono con i pensieri non conteneva nulla dell’impulso del Cristo. Ma agiva dentro gli uomini nell’inconscio. Agiva non attraverso gli Io, ma agiva attraverso i corpi astrali. L’impulso del Cristo era realtà, realtà, e agiva senza che gli uomini dovessero capirlo. Questo è l’importante, l’essenziale. Il modo in cui il Cristo ha agito è indipendente da ciò che gli uomini hanno compreso di lui, così come il corso di un temporale è indipendente da ciò che gli uomini hanno imparato sulla macchina elettrica o altrimenti nel laboratorio fisico. Ora è il tempo per immergersi consapevolmente nell’efficacia dell’impulso del Cristo. Ma in ciò che storicamente è accaduto, il Cristo agiva come forza sempre dentro.

Passiamo da questo a un altro esempio in un tempo più tardo. Dobbiamo certamente ricordare ciò che vi ho esposto. Per il periodo in cui il materialismo è salito, è importante sapere che l’uomo, quando vuole immergersi nel mondo spirituale, lo può fare meglio nel periodo invernale. Da questo viene per questo periodo ovunque la visione che in quelle notti indicate del mezzo invernale, nature particolarmente dotate sono benedette con ispirazioni dal mondo spirituale. Ci sono dappertutto nei popoli leggende e saghe che ci dicono come nature particolarmente dotate che non subiscono un’iniziazione, ma sono benedette dalla loro natura stessa, attraverso forze elementari che agiscono in loro, sono ispirate, come questi sono ispirati nelle notti da Natale fino all’Epifania, nelle tredici notti invernali. C’è una bellissima leggenda che è stata trovata in Norvegia non molto tempo fa, la leggenda di Olaf Asteson, che con la vigilia di Natale si avvicina alla chiesa e comincia a dormire. Dorme fino al 6 gennaio; e quando si sveglia, sa raccontare in Immaginazioni di ciò che è accaduto nella terra dell’anima, nel regno dello spirito, come lo chiamiamo. Lo esprime in immagini, ma l’ha vissuto in queste tredici notti. E tali leggende si trovano dappertutto. Non sono ciò che si chiama oggi leggende. In verità ci sono sempre stati uomini benedetti che hanno, in certo qual modo, subito un’iniziazione naturale attraverso forze elementari che agiscono in loro, che l’uomo, se segue fedelmente le prescrizioni del cammino di iniziazione, può subire attraverso la sua volontà. Così che possiamo dire: nel periodo del materialismo potrebbe sempre esserci stata gente che quando lo spirito della terra era più sveglio, nel mezzo dell’inverno, potevano unirsi allo spirito della terra e ricevere ispirazioni. Era anche il periodo in cui l’impulso del Cristo, che si è unito alla terra, non potrebbe agire attraverso la coscienza. Pensiamo ad anime particolarmente dotate che sono ricettive al mondo spirituale. Per loro doveva mostrarsi che ricevono gli impulsi da ciò che devono compiere dal mondo spirituale, proprio in queste tredici notti fino al 6 gennaio. Doveva mostrarsi e sempre si è mostrato in piccoli e grandi esempi, che nel corso della storia c’erano persone che erano così spiritualmente disposte che, quando giungeva il momento giusto per loro, in cui durante un inverno vivevano queste tredici notti, l’impulso spirituale — e in questo periodo in particolare l’impulso del Cristo — entrava dentro di loro. Iniziazioni naturali, iniziazioni cioè non compiute attraverso il lavoro cosciente umano, si sarebbero più facilmente completate nel periodo del materialismo proprio in queste tredici notti. E possiamo sapere che dove queste iniziazioni apparvero, si completarono in queste tredici notti.

E ora abbiamo un fatto che persino quelli che hanno solo un po’ di buona volontà di riconoscere il mondo spirituale — i più pochi uomini lo hanno oggi — riconosceranno, che nel 15° secolo attraverso una vergine, la Pulzella d’Orléans, spirituali potenze notoriamente entrarono nel corso della storia. Si può anche storicamente dimostrare che di nuovo l’intera mappa dell’Europa è stata plasmata diversamente dal fatto che la Pulzella d’Orléans allora ha aiutato i francesi contro gli inglesi. E chi riflette, può scoprire che tutto si sarebbe plasmato diversamente in base a ciò che gli uomini potevano, se la pastorella non fosse intervenuta — e in questa pastorella appunto le forze dal mondo spirituale. Ciò che allora è stato realizzato, la Pulzella d’Orléans era solo lo strumento. Ciò che ha agito dentro di lei era l’impulso del Cristo.

Ma per questo doveva aver avuto un’iniziazione naturale — e questa iniziazione naturale sarebbe stata meglio da eseguire in queste tredici notti fino al 6 gennaio. Dunque la Pulzella d’Orléans avrebbe dovuto, una volta, entrare in uno stato di sonno nel periodo dal 24 dicembre al 6 gennaio, dove sarebbe stata particolarmente ricettiva all’influenza spirituale che potrebbe essere presente proprio in questo periodo. Così che sarebbe da presupporre che la Pulzella d’Orléans avrebbe vissuto in uno stato non completamente consapevole il periodo dal 24 dicembre al 6 gennaio — e avrebbe ricevuto l’impulso del Cristo. — Sì, la Pulzella d’Orléans ha attraversato questo stato in modo davvero eclatante! Non potrebbe attraversarlo più eclatante che se fosse ancora in quello stato di sonno in cui si è quando prima della propria nascita, negli ultimi tempi che si trascorre come bambino prima della nascita nel corpo della madre. Allora naturalmente la coscienza esterna non è capace di assorbire nulla. C’è uno stato di sonno, e se è la fine del tempo nel corpo della madre, allora è lo stato più maturo del sonno intramaterano. E la Pulzella d’Orléans è veramente nata il 6 gennaio. Questo è il grande segreto della Pulzella d’Orléans, che nei tredici giorni che precedevano la sua nascita ha attraversato uno stato di iniziazione naturale. Per questo motivo, il 6 gennaio, quando la Pulzella d’Orléans nacque, persone particolarmente sensibili nel villaggio si riunirono e dissero che doveva accadere qualcosa di molto speciale. Sentirono che qualcosa di speciale era venuto nel villaggio. La Pulzella d’Orléans era nata. E ha attraversato un’iniziazione naturale in quello stato di sonno per lei significativo, che ha attraversato nel corpo della madre nell’ultimo periodo prima della nascita. Allora vediamo come veramente dietro la soglia di ciò che accade per la coscienza umana, veramente gli esseri spirituali, quelli che sono sotto questa soglia della coscienza, agiscono.

Allora vediamo che cosa può significare una storia che solo conta con ciò che è dato in documenti e comunicazioni esterne. Gli dei vanno altrimenti attraverso il corso della storia. Gli dei agiscono attraverso altri mezzi e su altri cammini. Pongono una Pulzella d’Orléans nell’esistenza, che attraverso il suo karma particolare è adatta per l’incarnazione, per accogliere l’impulso del Cristo e agire con esso. E lasciano fluire questo impulso del Cristo nel tempo appropriato. Certamente, entrambi erano adatti a questo: il karma individuale particolare doveva proprio accadere per la Pulzella d’Orléans. Non ogni bambino, che è nato il 6 gennaio, potrebbe compiere la stessa cosa.

Così possiamo veramente dire: l’impulso del Cristo ha agito negli uomini attraverso quelle forze che non erano giunte a questi uomini alla coscienza. Solo oggi viviamo nel tempo in cui dobbiamo consapevolmente accogliere ciò che nei secoli ha cercato un cammino diverso da quello consapevole nell’efficacia storica.

Volevo provocare nel vostro animo un sentimento di come agiscano nel concreto le potenze inconsce. Come ciò che è la storia esterna e che può essere studiata da documenti e documenti esterni, è un’esteriorità. È bene che si intraprenda tale studio soprattutto nel nostro tempo. Vediamo proprio nel nostro tempo come da un lato si dispone qualcosa di grande, di potente, di eroico, accoppiato con sacrifici. Ma vediamo il grande che si compie nel nostro tempo, veramente accompagnato dalla conseguenza dell’estremo materialismo, da quella conseguenza che tutto ciò che accade nel nostro tempo vuole spiegare dalle circostanze esterne puramente. Questo viene espresso dal fatto che un popolo attribuisce la colpa all’altro popolo per gli eventi attuali e vuole giudicare tutto così esternamente che trova la colpa nell’altro per ciò che accade. Anche per il nostro tempo le ragioni e le cause di ciò che accade si trovano profondamente negli eventi inconsci. Di questo vogliamo parlare fra due giorni.

Sarà appropriato proprio il nostro tempo — anche attraverso ciò che così sanguinosamente accade — dare incarico agli uomini ad avanzare verso gli impulsi spirituali della conoscenza. Quando una volta la pace si estenderà di nuovo sui paesi in guerra oggi, si farà una scoperta: la scoperta che non si possono spiegare guerre così tremendamente importanti della storia mondiale da cause esterne! Si scoprirà che non si possono spiegare. Oggi ancora la gente dice, specialmente gli intelligenti: non è appropriato parlare di tutto ciò che ha causato questa guerra, la storia parlerà di questo! — E quelli che dicono questo si ritengono particolarmente intelligenti: solo tra cinquanta, cento anni la storia parlerà correttamente su questo!

Ciò che oggi si chiama storia non spiegherà mai le cause degli eventi attuali; ma si vedrà che dalle considerazioni storiche le cause non possono essere fondate. Ma ci saranno altri aiuti. Proprio un’osservazione occulta del nostro presente mostra questo.

Qual è uno dei fatti più sorprendenti in questo tempo carico di destino? Oh, uno dei fatti più sorprendenti è senza dubbio questo: che innumerevoli persone in giovane età attraversano la porta della morte. Sappiamo ciò che accade all’uomo quando attraversa la porta della morte. Sappiamo che inizialmente esce dal corpo fisico con il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io e che dopo un tempo relativamente breve stacca questo corpo eterico e con l’estratto da esso prosegue il suo ulteriore cammino. Ma non potete immaginare che ci debba essere una differenza tra un corpo eterico che viene staccato tra il ventesimo e il trentesimo anno di vita, che avrebbe potuto ancora nutrire le funzioni della vita umana attraverso decine di anni, e un corpo eterico che viene staccato in tarda età? Sì, c’è una grande differenza. Quando un uomo muore per l’età o per la malattia, il corpo eterico ha compiuto il suo compito. Ma in un giovane uomo, di cui innumerevoli ora attraversano la porta della morte, il corpo eterico non ha potuto compiere tutto ciò che potrebbe compiere.

Ora voglio mostrarvi con un esempio concreto come sia con tali corpi eterici che sono come violentemente strappati dal corpo fisico. Si potrebbero certamente citare molti esempi. Ma oggi voglio citarvi un esempio che abbiamo noi stessi vissuto in autunno a Dornach. Al sito dell’edificio l’abbiamo vissuto. Una famiglia che vive vicino all’edificio aveva un figliolo di sette anni — una famiglia che appartiene al nostro circolo antroposofico. Era un caro ragazzo di sette anni, veramente un ragazzo meraviglioso. Era così bravo che, quando il padre era partito per la guerra, il piccolo Theo di sette anni disse a sua madre: adesso devo essere particolarmente diligente, perché devo ancora aiutarti dove il padre ti ha aiutato! —

Una sera dopo una conferenza una personalità appartenente al nostro circolo è venuta e ha detto che questo piccolo Theo era scomparso dalla sera. Non poteva pensare a nient’altro che fosse stato coinvolto in un incidente. Ora quella sera, per ciò che nella vita ordinaria si chiama caso, un carro di trasloco è passato per un posto dove per anni certamente nessuno era passato, e da allora nessuno di nuovo. In quel luogo il carro si era rovesciato. Il piccolo Theo era stato in quella piccola casa che si chiama la mensa, perché là i nostri amici che lavorano alla costruzione sono forniti di cibo. Stranamente — avrebbe lasciato prima — fu trattenuto da qualcuno, e mentre doveva uscire da una porta, attraverso cui sarebbe venuto su un certo cammino, dovette questa volta uscire da un’altra porta, e così passò accanto al carro di trasloco, proprio quando il carro si ribaltò. Il carro cadde su di lui. È uno di quegli esempi dove vediamo così chiaramente come il karma agisce.

Ho spesso usato il semplice paragone per mostrare come spesso causa ed effetto vengono completamente confusi: vediamo un uomo camminare lungo un fiume. Improvvisamente vediamo come l’uomo cade nel fiume. Andiamo e troviamo nel posto dove l’uomo è caduto una pietra. L’uomo è tirato fuori dall’acqua. È già morto. Se non si esamina la cosa più a fondo, si racconterà con la migliore coscienza esterna: l’uomo è caduto sulla pietra, nel fiume, e si è annegato. — Si sarebbe solo avuto bisogno di esaminare, e si sarebbe trovato che la morte non è avvenuta perché l’uomo è caduto in acqua, ma l’uomo è caduto in acqua perché era già morto; aveva ricevuto un colpo. La cosa è dunque invertita da come si deve pensare. Così si vede come si confondono facilmente causa ed effetto ovunque nella vita. In scienza ordinaria accade certamente ovunque che cause ed effetti vengono confusi.

Qui è naturalmente così anche che è stato proprio questo Theo che ha causato questo: era la causa che il carro passasse in questo momento, l’ha attratto a sé. Questo deve tenersi come il vero segreto della cosa. Ma ora il resto: un bambino davvero sfortunato nel fiore della vita! Sì, quando si è legati con il cuore con l’intera opera di costruzione a Dornach e al contempo si ha la possibilità di osservare ciò che agisce in questa costruzione, allora si può dire: questo corpo eterico, che in questo modo è stato violentemente separato dal piccolo Theo, è ora nell’atmosfera dell’edificio, e le più belle forze di ispirazione a ciò che là viene creato si acquisiscono da ciò che la propria anima si unisce a ciò che, ingrandito, come esteso a un piccolo mondo, vive nell’atmosfera dell’edificio. E non esiterò mai a confessare senza riserve che gran parte di ciò che potevo trovare per il nostro edificio in quel periodo, lo debbo alle guide della mia stessa anima verso il corpo eterico del piccolo Theo che agisce nell’atmosfera dell’edificio. Così sono le connessioni nel mondo. Ciò che è la vera individualità di questo essere umano continua, ma rimane il corpo eterico, che avrebbe potuto nutrire una vita umana per molti decenni ancora.

Ora immaginate il numero dei corpi eterici non consumati che fluttuano nell’atmosfera spirituale sopra di noi e sopra coloro che verranno dopo di noi! Quei corpi eterici che sono rimasti da coloro che nei nostri tempi carichi di destino sono passati attraverso la porta della morte in giovane età. Non parliamo qui del cammino che le individualità attraversano, ma parliamo del fatto che attraverso questi corpi eterici rimasti si crea un’atmosfera spirituale propria. Gli uomini che vivranno lì, vivranno in questa atmosfera. Saranno immersi in un’atmosfera spirituale che sarà piena di questi corpi eterici che hanno sacrificato la loro vita dal fatto che nel nostro tempo proprio l’umanità può progredire attraverso questi eventi. Ma sarà necessario che si avverta ciò che questi corpi eterici vogliono, che saranno i migliori ispiratori dell’umanità futura. Potrà svegliarsi un bellissimo tempo di spiritualità, quando gli uomini porteranno comprensione, comprensione interiore del cuore, a ciò che questi corpi eterici vorranno dire. Tutti questi corpi eterici saranno aiutanti per l’ascesa spirituale del futuro. Perciò è così importante che ci siano anime che saranno in grado di sentire ciò che entra nell’atmosfera del futuro attraverso questi corpi eterici.

Non imparate a conoscere la natura dei corpi eterici solo raccontando che l’uomo consiste di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, ma da tale segreto dell’efficacia spirituale dei corpi eterici, come sarà nel futuro. Quelli che già hanno un’inclinazione verso la confessione della scienza dello spirito dovranno prepararsi per la ricettività di ciò che questi corpi eterici vorranno dire. Volgiamo dunque le nostre anime al mondo spirituale, così prepareremo noi stessi e coloro che verranno dopo di noi a sentire ciò che i lasciti, i lasciti eterici dei morti dall’umanità del futuro vogliono. Se le anime umane saranno così stimolate dalla scienza dello spirito che potranno dirigere il loro senso spirituale nei mondi spirituali, allora certamente cose grandi e potenti sorgeranno come effetto dal sangue e dal coraggio e dalle sofferenze e dai sacrifici. Perciò alla fine della nostra considerazione odierna voglio sintetizzare in alcune parole ciò che ora può vivificare noi stessi, quando come confessori gnostici spirituali dirigiamo il nostro senso verso i grandi eventi carichi di destino del nostro tempo.

Dal coraggio dei combattenti, Dal sangue delle battaglie, Dalla sofferenza degli abbandonati, Dai sacrifici del popolo Sorgerà frutto dello spirito — Quando anime consapevoli dello spirito Dirigono il loro senso nel regno dello spirito.

8°La guerra come malattia; i morti come aiutanti dell'umanità

Vienna, 9 Maggio 1915

Non soltanto la nostra concezione del mondo basata sulla scienza dello spirito deve rivolgersi allo sviluppo e all’ascesa delle singole anime: essa deve anche, soprattutto, aiutarci realmente a conquistare punti di vista più ampi per la considerazione della vita. E nel nostro tempo deve starci particolarmente a cuore conquistare tali punti di vista più ampi per il giudizio sulla vita. Certo, è un compito grande e ricco di significato per il singolo uomo portare se stesso più avanti attraverso quanto può guadagnare come frutto dell’autoeducazione spirituale-scientifica. E soltanto perché i singoli uomini si portano realmente più avanti possono collaborare allo sviluppo dell’umanità in generale. Ma il nostro sguardo non deve essere rivolto soltanto a questo: dobbiamo poter sentire, in quanto seguaci della concezione antroposofica del mondo, anche i grandi eventi del tempo da un alto punto di vista, da un punto di vista realmente spirituale. Dobbiamo poterci porre realmente su un piano più elevato nel giudicare ciò che accade. E alcuni punti di vista, proprio in riferimento ai grandi eventi del nostro tempo, possono essere indicati oggi, poiché il nostro presente incontro cade in quest’epoca gravida di destino.

Muoviamo da qualcosa che può starci vicino come uomini. Gli uomini, in certi tempi, vengono colpiti dalle malattie. La malattia viene di solito considerata come ciò che danneggia il nostro organismo, come un nemico che penetra nel nostro organismo. Ora, un tale punto di vista generale non è affatto sempre giustificato. Certo, vi sono manifestazioni di malattia che devono essere giudicate da questo punto di vista, dove la malattia, in un certo senso, penetra come un nemico nel nostro organismo. Ma non sempre è così. Non è nemmeno così nella maggior parte dei casi: la malattia, nella maggior parte dei casi, è qualcosa di tutto diverso. La malattia, nella maggior parte dei casi, non è il nemico, ma proprio l’amico dell’organismo. Ciò che è nemico dell’organismo, nella maggior parte dei casi, precede la malattia, si sviluppa nell’uomo prima che la malattia visibile dall’esterno sia giunta a manifestarsi. Vi sono allora, nell’organismo, forze che si contrastano a vicenda; e la malattia che a un certo momento erompe è il tentativo dell’organismo di salvarsi dalle forze contrarie l’una all’altra che prima non erano state notate. La malattia è spesso l’inizio del lavoro dell’organismo per condurre proprio alla guarigione. La malattia è ciò che l’organismo intraprende per combattere gli influssi nemici che precedono la malattia. La malattia è l’ultima forma del processo, ma significa la lotta dei buoni umori dell’organismo contro ciò che si annida in basso. Essa è lì per scacciare dall’uomo ciò che si annida in basso. Solo quando consideriamo così la stragrande maggioranza delle malattie giungiamo a una giusta concezione del processo morboso. La malattia indica dunque che è avvenuto qualcosa prima del suo manifestarsi, e che proprio attraverso la malattia deve uscire dall’organismo. Quando alcune manifestazioni della vita vengono viste nella giusta luce, si arriva agevolmente a quanto ho appena detto. Le cause possono trovarsi nei campi più diversi. Ciò che conta è quanto ho appena accennato: che noi consideriamo le malattie come una difesa dell’organismo contro le cose che devono essere scacciate.

Ora, non credo che vi sia un paragone realmente più calzante di quello fra una tale somma di eventi profondi e significativi, quali viviamo dall’inizio dell’agosto 1914 su una grande parte della terra, e un processo morboso del divenire umano. Proprio questo deve colpirci: questi eventi guerreschi sono realmente un processo morboso. Ma sarebbe sbagliato credere che ci sbrigheremo con essi semplicemente intendendo questo processo morboso nel senso falso in cui talvolta viene inteso un processo morboso: come se fosse il nemico dell’organismo. Ciò che è presente come causa precede il processo morboso. Ora può colpirci, proprio nel nostro tempo, in modo del tutto particolare, quanto poco gli uomini del presente siano inclini a tener conto di tali verità, che devono apparire immediatamente evidenti a chi accolga la concezione del mondo della scienza dello spirito non soltanto nell’intelletto, ma anche nel sentimento.

Abbiamo dovuto sperimentare molto di infinitamente doloroso proprio nel corso degli ultimi, diciamo, nove mesi — dolori in riferimento alla capacità di giudizio degli uomini. Non è forse così, quando si legge ciò che viene comunque diffuso dalla letteratura più letta nei paesi più diversi della terra: non è forse come se gli uomini che giudicano gli eventi odierni ritenessero che la storia abbia avuto il suo inizio proprio nel luglio 1914? Questa è stata l’esperienza più triste che abbiamo dovuto vivere accanto a ogni altra esperienza dolorosa: è apparso che proprio gli uomini che danno il tono, o piuttosto che dettano gli articoli e formano l’opinione pubblica, in fondo non sanno nulla del divenire degli eventi e guardano solo a ciò che è immediatamente vicino. Di qui le infinite discussioni, queste discussioni del tutto vane. Dove sta la causa degli attuali conflitti guerreschi? Sempre di nuovo si è chiesto: ha quello la colpa? ha quell’altro la colpa? — e così via. Non si è quasi mai andati indietro più del luglio, al massimo del giugno 1914.

Lo accenno perché ciò che dico è realmente un tratto caratteristico del nostro tempo materialistico. Si crede di solito che il materialismo produca soltanto un modo di pensare materialistico, una concezione del mondo materialistica. Non è così. Il materialismo non produce soltanto questo: produce anche miopia; il materialismo produce pigrizia di pensiero, produce mancanza di discernimento. Il modo di pensare materialistico porta a poter alla fine dimostrare tutto e credere a tutto. E rientra veramente in quell’autoeducazione che ci deve dare un’antroposofia rettamente intesa il riconoscere che, fermandosi soltanto sul terreno del materialismo, si può dimostrare tutto e credere a tutto.

Prendiamo un semplice esempio. Quando negli ultimi anni si è qui o là presentata la concezione del mondo della scienza dello spirito, e questo o quello credeva di dover far valere la sua opinione contro di essa, spesso si poteva sentire: ma Kant ha già dimostrato con la sua filosofia che l’uomo ha limiti nel conoscere, e che non si può arrivare là dove vuole arrivare nel conoscere la concezione del mondo della scienza dello spirito. — Venivano poi addotti gli argomenti certo molto interessanti con cui Kant avrebbe dimostrato che con la conoscenza umana non si può penetrare nel mondo spirituale. Se nondimeno si sosteneva la scienza dello spirito, allora gli uomini venivano e credevano: costui nega tutto ciò che Kant ha dimostrato! E in questo, naturalmente, stava implicita l’asserzione che dovesse trattarsi di un uomo particolarmente stolto, poiché nega ciò che è stato rigorosamente dimostrato. Non è affatto così. Il cultore della scienza dello spirito non nega affatto che ciò che Kant ha dimostrato sia assolutamente giusto; è chiaro anzi che è perfettamente dimostrato. Ma supponete che qualcuno, nell’epoca in cui il microscopio non era ancora stato scoperto, avesse rigorosamente dimostrato che nelle piante vi sono piccolissime cellule, ma che non si potrebbero mai trovare, poiché gli occhi umani non sono fatti per ciò. Lo si sarebbe potuto dimostrare in modo rigoroso, e la dimostrazione sarebbe stata assolutamente giusta: l’occhio umano, così com’è costituito, non può mai penetrare nell’organismo della pianta fino a queste cellule più piccole. Una dimostrazione assolutamente giusta, che non si può mai rovesciare. Eppure la vita si è sviluppata in modo tale che al posto dell’occhio umano è stato trovato il microscopio, e malgrado la rigorosa dimostrazione gli uomini sono giunti a conoscere le cellule più piccole.

Soltanto quando si comprenderà che per conquistare la verità le dimostrazioni sono del tutto prive di valore, che le dimostrazioni possono essere giuste ma in fondo non significano nulla di particolare per il progresso della conoscenza della verità, soltanto allora ci si troverà sul terreno giusto. Si saprà allora: le dimostrazioni possono naturalmente essere buone, ma le dimostrazioni non hanno affatto il compito di condurre realmente alla verità. Pensate soltanto al paragone che ho fatto, e vedrete che, così come può essere assolutamente stringente la dimostrazione che la facoltà visiva umana non arriva alla cellula, può essere altrettanto stringente la dimostrazione che la conoscenza umana, come dice Kant, non può arrivare ai mondi soprasensibili. Le dimostrazioni erano assolutamente giuste, ma la vita va oltre le dimostrazioni. Anche questo è qualcosa che viene dato sul cammino della ricerca dello spirito: si arriva, allargando il proprio orizzonte, ad appellarsi realmente a qualcos’altro che non sia l’intelletto umano e le sue dimostrazioni. E chi si limita alle rappresentazioni materialistiche viene di fatto condotto a una fede sfrenata nelle dimostrazioni. Se ha in tasca una dimostrazione, è già del tutto convinto della verità. La ricerca dello spirito ci mostrerà invece che, in fondo, si può dimostrare assai bene l’una cosa e l’altra, ma che le dimostrazioni intellettuali non hanno alcun valore per la conquista della verità reale.

Ed è un fenomeno concomitante del nostro tempo materialistico che le persone cadano nella miopia intellettuale. E quando questa miopia intellettuale viene anche pervasa dalle passioni, sorge quanto vediamo oggi non soltanto nei popoli europei che si combattono con le armi, ma quanto vediamo nell’inimicizia reciproca dei popoli europei, dove ciascuno produce contro l’altro ogni sorta di accuse, e in fondo non vi è prospettiva che l’uno possa mai — nemmeno dopo la guerra — convincere l’altro. E chi avesse la fede che uno Stato neutrale possa mai scegliere fra le affermazioni di due Stati nemici, avrebbe una fede ingenua. Naturalmente ciò che si dice su un terreno può essere ben sostenuto, anzi documentato con ogni sorta di dimostrazioni, esattamente come ciò che si dice sull’altro terreno.

Si arriva al discernimento solo se ci si addentra nei fondamenti più profondi dell’intero sviluppo umano. Ora, alcuni anni prima dello scoppio di questa guerra ho cercato, attraverso il ciclo sulle singole anime di popolo e sulla loro azione sui singoli uomini nei diversi territori europei, di gettare un po’ di luce sul modo in cui le singole nazioni si fronteggiano, e di mostrare che realmente forze diverse regnano nei diversi popoli. Oggi vogliamo integrare quanto è stato detto là con altri punti di vista.

Il nostro tempo materialistico pensa in modo troppo astratto. Soprattutto, nel nostro tempo materialistico non viene affatto considerato che nella vita esiste un reale sviluppo, che l’uomo deve far maturare ciò che è in lui, perché a poco a poco esso giunga maturo al giudizio reale. L’uomo — lo sappiamo ed è stato esposto in modo sufficientemente esauriente in L’educazione del fanciullo dal punto di vista della scienza dello spirito — compie uno sviluppo tale che approssimativamente nei primi sette anni il suo corpo fisico, dal settimo al quattordicesimo anno il corpo eterico, e così via, trovano il loro sviluppo particolare. Se già questo progresso nello sviluppo del singolo uomo viene poco considerato, il fenomeno parallelo, il fenomeno corrispondente, viene considerato ancora molto meno.

I processi che si svolgono all’interno dei singoli contesti di popolo vengono diretti e guidati — lo sappiamo già tutti dalla scienza dello spirito — da entità delle gerarchie superiori. Parliamo, nel vero senso del termine, di anime di popolo, di spiriti di popolo. E sappiamo per esempio che lo spirito di popolo del popolo italiano ispira ciò che chiamiamo anima senziente; che lo spirito di popolo francese ispira ciò che chiamiamo anima razionale-affettiva; che gli abitanti dell’isola britannica vengono ispirati attraverso l’anima cosciente; nell’Europa centrale viene ispirato ciò che chiamiamo l’Io umano. Con ciò non viene tuttavia espresso un giudizio di valore sulle singole nazioni: si dice soltanto che è così. Che, per esempio, un’ispirazione del popolo che abita l’isola britannica consiste in ciò: come nazione, esso porta nel mondo tutto quanto viene operato attraverso l’ispirazione dell’anima cosciente da parte dello spirito di popolo.

È curioso quanto nervosi diventino gli uomini in questo campo. Quando ho di nuovo sottolineato qua o là, durante gli eventi guerreschi, ciò che, come detto, era già stato espresso in precedenza nel ciclo menzionato, vi sono stati uomini che lo hanno interpretato addirittura come una sorta di ingiuria al popolo britannico: l’aver detto che esso ha il compito di ispirare l’anima cosciente, mentre l’anima di popolo che è l’anima di popolo tedesca ha il compito di ispirare l’Io umano. Era come se si concepisse come un insulto il dire: il sale è bianco, la paprica è rossa. — È una semplice caratteristica, la presentazione di una verità che sussiste, e come una tale verità la si deve anzitutto accogliere. Ci si orienterà molto meglio rispetto a quanto opera fra i singoli membri dell’umanità se si guarda alle peculiarità che hanno i singoli popoli, e non se si mescola tutto insieme, come fa la concezione materialistica odierna. Naturalmente il singolo uomo si eleva al di sopra di ciò che gli viene attraverso la sua anima di popolo, ed è proprio compito della nostra Società antroposofica sollevare il singolo uomo dalla natura di anima di gruppo, elevarlo all’umanità generale. Ma ciò non toglie che il singolo uomo, in quanto appartiene a un popolo, venga ispirato da questo popolo nella direzione che, per esempio, lo spirito di popolo italiano parla all’anima senziente, lo spirito di popolo francese all’anima razionale-affettiva, lo spirito di popolo britannico all’anima cosciente.

Dobbiamo dunque rappresentarci che, quasi al di sopra di ciò che i singoli uomini delle singole nazioni iniziano, aleggi lo spirito di popolo. Ma come vediamo che nell’uomo è già presente uno sviluppo, come si può dire del singolo uomo che l’Io giunge in un certo modo a sviluppo, a uno sviluppo particolare in un determinato periodo della vita, così si può anche parlare, in riferimento all’anima di popolo nel suo rapporto col suo popolo, di uno sviluppo, propriamente di uno sviluppo. Ma questo sviluppo è diverso da quello del singolo uomo.

Prendiamo per esempio il popolo italiano. Abbiamo dunque questo popolo, e poi l’anima di popolo che a esso appartiene. L’anima di popolo è un essere del mondo soprasensibile, appartiene al mondo delle gerarchie superiori. Essa ispira l’anima senziente, e questo avviene sempre, finché vive il popolo, il popolo italiano — poiché parliamo di questo popolo —; ma essa ispira l’anima senziente nei diversi tempi nei modi più diversi. Vi sono tempi in cui le anime di popolo ispirano gli appartenenti alle singole nazioni in modo che questa ispirazione avvenga, per così dire, animicamente. L’anima di popolo si libra allora in regioni più alte dello spirito, e la sua ispirazione avviene in modo da ispirare soltanto in qualità animiche. Vi sono poi tempi in cui le anime di popolo si abbassano ulteriormente, e si impossessano più fortemente dei singoli appartenenti alle nazioni; tempi in cui le ispirano così intensamente che non solo l’uomo le accoglie nelle sue qualità animiche, ma in cui esse agiscono così intensamente che, fin nelle qualità corporee, l’uomo viene a dipendere dalle anime di popolo.

Finché un popolo sta sotto l’influsso dell’anima di popolo in modo tale che essa ispira soltanto le qualità animico-spirituali, il tipo del popolo non è ancora così marcato. Le forze dell’anima di popolo non agiscono in modo che l’intero uomo, fin nel sangue, ne venga afferrato. Viene poi un tempo in cui, già dal modo in cui l’uomo guarda fuori dagli occhi, dai tratti del suo volto, si può dedurre come lo spirito di popolo agisca dentro. Si esprime così il fatto che l’anima di popolo si è profondamente abbassata: essa si impossessa intensamente, fortemente, dell’uomo intero. Presso il popolo italiano è avvenuto che il momento di cui ho parlato — nel quale lo spirito di popolo si abbassa profondamente, agisce in modo tale che nei singoli uomini se ne può trovare l’impronta — è stato approssimativamente nella metà del XVI secolo, attorno al 1550. Poi l’anima di popolo si è di nuovo, per così dire, ritratta, e da quel tempo in poi ciò si compie per ereditarietà sui discendenti.

Si può dunque dire: l’incontro più intenso del popolo italiano con la sua anima di popolo è avvenuto attorno al 1550. Allora l’anima di popolo italiana si è abbassata più profondamente, allora questo popolo della penisola italiana ha ricevuto il suo carattere più preciso. Risalendo al tempo prima del 1550, vediamo che i tratti caratteristici non sono affatto così marcati da potersi imporre a noi così fortemente come dal 1550 in poi. Là comincia propriamente il carattere che conosciamo come italianità. Là, in un certo senso, si è chiuso il vero matrimonio fra l’anima di popolo italiana e l’anima senziente del singolo uomo appartenente al popolo italiano.

Per il popolo francese — parlo dunque non del singolo uomo, che può elevarsi al di sopra del popolo — il momento analogo, nel quale lo spirito di popolo si abbassa più profondamente e penetra interamente il popolo, è avvenuto approssimativamente attorno al 1600, all’inizio del XVII secolo. Allora lo spirito di popolo afferrò interamente l’anima razionale-affettiva. Per il popolo britannico il momento si è verificato nella metà del XVII secolo, attorno al 1650. Allora soltanto il popolo britannico ricevette la sua espressione britannica esteriore. Se conoscete tali cose, molte vi diverranno spiegabili: potete per esempio porre in modo del tutto diverso la domanda: come stanno le cose con Shakespeare in Inghilterra? — Shakespeare ha agito in Inghilterra prima che lo spirito di popolo britannico avesse agito in modo più intenso sul popolo inglese. Per questo egli non viene compreso adeguatamente in Inghilterra. È noto che lì esistono edizioni in cui è stato espunto tutto ciò che non è del tutto nel gusto delle governanti. Shakespeare è stato moralizzato molto spesso nel modo più esteriore. E sappiamo che la più profonda comprensione di Shakespeare non è stata raggiunta in Inghilterra, ma nello sviluppo spirituale dell’Europa centrale.

Ora porrete la domanda: quando dunque è avvenuto questo contatto dello spirito di popolo con gli appartenenti al popolo dell’Europa centrale? — La cosa sta così: poiché in Europa centrale è l’Io che è determinante, ha luogo davvero una sorta di abbassarsi dello spirito di popolo, poi un ritrarsi, poi un nuovo abbassarsi, di nuovo un ritrarsi; vi sono cioè ripetizioni. E così abbiamo nell’epoca approssimativa in cui è sorto il mondo meraviglioso delle saghe del Parsifal, del Graal, un tale abbassarsi dello spirito di popolo, un suo unirsi con le singole anime, un nuovo ritrarsi, e un successivo abbassarsi approssimativamente fra gli anni 1750 e 1830. Allora viene afferrato nel modo più profondo ciò che vive in Europa centrale dallo spirito di popolo dell’Europa centrale. Da allora in poi vi è di nuovo un ritrarsi dello spirito di popolo. Vedete dunque come sia del tutto comprensibile che, diciamo, Jakob Böhme sia vissuto in un’epoca in cui poteva avere ben poco dello spirito di popolo tedesco. Allora non era il tempo in cui lo spirito di popolo si univa con le singole anime del popolo. Jakob Böhme è quindi, benché venga chiamato il «Filosofo teutonico», un uomo temporalmente indipendente da ciò che è il suo spirito di popolo; che sta là, per così dire, come una manifestazione sradicata, come una manifestazione eterna entro il suo tempo. Se prendiamo Lessing, Schiller, Goethe, anch’essi filosofi tedeschi, questi sono interamente radicati nello spirito di popolo tedesco. Ed è proprio il carattere distintivo di questi filosofi vissuti fra il 1750 e il 1830 essere interamente radicati nello spirito di popolo.

Vedete dunque che non basta sapere soltanto: nel popolo italiano lo spirito di popolo agisce attraverso l’anima senziente, nel popolo francese lo spirito di popolo agisce attraverso l’anima razionale, nel popolo britannico lo spirito di popolo agisce attraverso l’anima cosciente, nel popolo dell’Europa centrale lo spirito di popolo agisce attraverso l’Io; bisogna anche sapere che ciò avviene in determinati momenti. E gli eventi che si svolgono diventano storicamente spiegabili soltanto se si sanno realmente tali cose. Quell’abuso che viene esercitato come scienza, dove si prendono i documenti e si elencano gli eventi uno dopo l’altro dicendo che l’uno si deve derivare dall’altro, questo abuso degli storici non conduce certo a una storia reale, a una comprensione del divenire umano, ma soltanto, si può dire, a una falsificazione di ciò che opera e agisce nella storia umana.

E quando ora si vede come in modo del tutto diverso agisce sui singoli popoli — se ne potrebbero caratterizzare ancora altri — ciò che come forza spinge questi popoli, allora si vedono le cose contrastanti che vi sono. E si vede che ciò che oggi avviene non è realmente avvenuto soltanto negli ultimi anni, ma si è preparato nei secoli. Guardiamo verso l’Oriente, verso il territorio che porta la cultura russa. Il tratto del tutto peculiare della cultura russa è che essa potrà giungere a sviluppo soltanto quando potrà entrare il momento in cui l’anima di popolo russa si unirà con il Sé spirituale — questo è anche già espresso nel ciclo menzionato. Vale a dire: deve venire un’epoca successiva nella quale si esprimerà ciò che può essere la caratteristica di questa peculiarità dell’Oriente europeo. E sarà allora del tutto diverso da ciò che si svolge nell’Occidente d’Europa o nel centro d’Europa. Per ora, però, è del tutto comprensibile che ciò che è assegnato alla cultura russa non sia ancora affatto presente, ma che la cultura russa — come il singolo uomo — stia rispetto al Sé spirituale in modo da volgersi sempre verso l’alto. Il singolo appartenente al popolo russo, e anche profondi filosofi russi, non parlano come si parla in Europa centrale, dove proprio la cosa più grande viene espressa, ma parlano in modo del tutto diverso.

Troviamo qui qualcosa di altamente caratteristico. Qual è il tratto più peculiare di questa vita spirituale dell’Europa centrale? Voi sapete tutti che vi è stata un’epoca dei grandi mistici, in cui hanno operato Maestro Eckart, Johannes Tauler e altri. Tutti hanno cercato nell’animo umano ciò che è contenuto in questo animo umano stesso come il divino. Hanno cercato di trovare Dio nel proprio petto, nella propria anima — «la scintilla nell’animo», come si esprimeva Eckart. Là dentro, dicevano, deve esservi qualcosa in cui la divinità è immediatamente presente. E così sorse quell’aspirazione in cui l’Io voleva unirsi con la sua divinità in se stesso. Conquistata doveva essere questa divinità; nel divenire doveva essere conquistata la divinità. Ciò attraversa come un tratto l’intera essenza dell’Europa centrale. Pensate quanto sia infinitamente profondo nell’animo, quando colui che sta tutto, vorrei dire, internazionalmente sul terreno della cultura dell’Europa centrale e della vita spirituale dell’Europa centrale, Angelo Silesio, dice in una delle sue belle sentenze del Pellegrino cherubico: «Quando io muoio, non muoio io, ma Dio muore in me». — Pensate quanto sia infinitamente profondo! Chi dice ciò afferra vivente l’idea dell’immortalità, poiché sentì: quando entra la morte nel singolo uomo, ciò è perché l’uomo è penetrato dalla divinità — questo fenomeno della morte non è un fenomeno dell’uomo, ma di Dio; e poiché Dio non può morire, la morte può essere solo un inganno. La morte non può dunque essere una distruzione della vita. Sa che esiste un’anima immortale colui che dice: «Quando io muoio, non muoio io, ma Dio muore in me». — È un sentimento immensamente profondo quello che vive in Angelo Silesio. Ciò è del tutto una conseguenza del fatto che qui l’ispirazione avviene nell’Io.

Quando l’ispirazione avviene nell’anima senziente, può accadere ciò che è accaduto per esempio in Giordano Bruno. Il monaco si immedesima con tutta la passione in ciò che Copernico aveva trovato, sente l’intero mondo animato. Leggete una riga di Giordano Bruno e troverete confermato che, in quanto egli è cresciuto dal popolo italiano, rappresenta proprio la prova del fatto che lì l’anima di popolo ispira l’anima senziente. Cartesio, Descartes, è nato proprio nel punto caratterizzato dello sviluppo francese, in cui lo spirito di popolo francese si unì veramente con il popolo francese. Leggete una pagina di Cartesio, il filosofo francese, e troverete che a ogni pagina conferma quanto trova la scienza dello spirito: che lì l’ispirazione dello spirito di popolo agisce sull’anima razionale.

Leggete Locke o Hume o un altro filosofo inglese, fino a Mill e Spencer, ovunque ispirazione dell’anima cosciente. Leggete Fichte nella sua lotta nell’Io stesso, e avete l’ispirazione dell’Io attraverso l’anima di popolo. Questa è proprio la peculiarità: che questa anima di popolo dell’Europa centrale viene vissuta nell’Io, e che perciò l’Io è ciò che propriamente aspira, l’Io, vorrei dire, con tutta la sua forza e tutti i suoi errori, con tutti i suoi traviamenti e anche con tutti i suoi superamenti. Quando questo uomo dell’Europa centrale deve trovare la via verso il Cristo, vuole partorirlo nella propria anima. Provate a cercare in qualche modo — quando non è esteriormente ripresa dalla cultura dell’Europa occidentale — nella vita spirituale russa questa idea di sperimentare il Cristo o un Dio nell’interiorità. Non la trovate. Lì ci si attende ovunque che ciò che entra nella storia entri realmente in modo tale che, come dice Solov’ëv, entri come un «miracolo». La vita spirituale russa è molto incline a contemplare nel soprasensibile la risurrezione del Cristo, a venerare esteriormente l’intervento di una potenza ispiratrice; ma questa parla come se l’uomo le stesse sotto, come se l’elemento ispirante si muovesse come una nuvola sopra l’umanità, non come se penetrasse nell’Io umano. Questo intimo stare insieme dell’Io con il suo Dio, o anche, quando si tratta del Cristo, con il Cristo; questo anelito perché il Cristo sia generato nel proprio animo: questo si trova soltanto in Europa centrale.

E quando una volta la cultura dell’Europa orientale giungerà allo sviluppo che le è adeguato, ciò si mostrerà nel fatto che si fonderà quella cultura che aleggia come sopra gli uomini, che presenta a sua volta una sorta di natura di anima di gruppo, soltanto a un livello più alto della vecchia natura di anima di gruppo. Per ora dobbiamo trovare del tutto naturale che, nel modo in cui parla persino il filosofo russo, si parli ovunque di qualcosa che, come il mondo spirituale, aleggia sopra il mondo umano, qualcosa cui però non ci si può mai accostare in modo così intimo come l’uomo dell’Europa centrale vuole accostarsi con il suo Io a ciò che è il divino, a ciò che, come divino, fluttua e tesse attraverso il mondo. E quando io ho spesso parlato del fatto che la divinità fluttua, tesse e ondeggia attraverso il mondo, questo proviene dal mondo del sentimento dell’uomo dell’Europa centrale, e non potrebbe affatto essere compreso nello stesso modo in cui può essere accolto dall’animo dell’Europa centrale da nessun altro popolo d’Europa. Questo è il tratto caratteristico, il tratto peculiare del popolo dell’Europa centrale.

Queste sono le forze che vivono nei singoli popoli e che si fronteggiano, e che perciò devono di nuovo entrare in competizione, devono scaricarsi violentemente, come le nuvole si scaricano producendo lampi e temporali. Ma — si potrebbe ora dire — non vediamo come nell’Oriente d’Europa è risuonata una parola che, in certo modo, era come un grido di parola d’ordine, e doveva agire come se la cultura dell’Europa orientale dovesse ora cominciare a estendersi sull’Europa occidentale poco preziosa, a inondarla? Non vediamo come gli slavofili, i panslavisti, il panslavismo sono comparsi, in particolare anche in spiriti come Dostoevskij e simili; come è comparso con i punti particolari del suo programma; come si è detto: voi, occidentali, tutti insieme, avete una cultura imputridita, che dev’essere sostituita dall’Europa orientale? — Si è poi costruita un’intera teoria, una teoria che soprattutto culminava in questo: in Occidente tutto è imputridito, dev’essere sostituito dalle fresche forze dell’Oriente. Abbiamo la buona religione ortodossa, che non combattiamo, ma che abbiamo accolto proprio come la nuvola dello spirito di popolo che aleggia sopra gli uomini, e così via. — E si sono poi costruite teorie ingegnose, teorie del tutto ingegnose, su quali potrebbero essere già i principi, le intenzioni dell’antico slavismo, su come dall’Oriente debba ora estendersi la verità sull’Europa centrale e occidentale.

Ho detto: il singolo può elevarsi al di sopra del proprio popolo. Un tale singolo era, in un determinato campo, anche Solov’ëv, il grande filosofo russo. Sebbene anche in lui si avverta a ogni riga che scrive come uomo russo, sta tuttavia al di sopra del suo popolo. Nel primo periodo della sua vita Solov’ëv era panslavista. Ma si è occupato più da vicino di ciò che i panslavisti e gli slavofili avevano costituito come una sorta di filosofia dei popoli, di concezione del mondo dei popoli. E che cosa ha trovato Solov’ëv, il russo? Si è chiesto: è dunque realmente presente già nel presente ciò che è il russismo? È forse contenuto presso coloro che rappresentano il panslavismo, che rappresentano lo slavofilismo? — Ed ecco, non riposò finché non giunse al giusto. Che cosa ha trovato? Ha verificato l’affermazione degli slavofili, ai quali prima aveva appartenuto; li ha incalzati da vicino, e ha trovato che una gran parte delle forme di pensiero, delle affermazioni, delle intenzioni, è ripresa dal filosofo francese amico dei gesuiti de Maistre, e che costui è il grande maestro degli slavofili in fatto di concezione del mondo. Solov’ëv stesso ha dimostrato che ciò che è lo slavofilismo non è cresciuto su terreno proprio, ma proviene da de Maistre. E ha dimostrato di più. Ha scovato un libro tedesco da tempo dimenticato del XIX secolo, che in Germania nessuno conosce. Intere parti di esso sono state copiate dagli slavofili nella loro letteratura.

Quale fenomeno peculiare è qui apparso? Si crede che dall’Oriente venga qualcosa che dovrebbe provenire dall’Oriente, e si tratta di puro import occidentale. È giunto dall’Occidente, ed è stato poi rimandato indietro all’uomo occidentale. Gli uomini dell’Occidente vengono fatti conoscere alle loro proprie forme di pensiero, perché le forme di pensiero proprie in Oriente non sono ancora presenti. Proprio quando si vanno a guardare le cose da vicino, si conferma ovunque ciò che la scienza dello spirito ha da dire. Cosicché, in ciò che vuole avanzare dall’Oriente, abbiamo a che fare con qualcosa che è ancora allo stato elementare, con qualcosa che troverà il suo sviluppo soltanto quando accoglierà con amore ciò che si è sviluppato in Europa centrale, così come l’Europa centrale stessa accolse con amore l’essenza greca e latina dal Sud.

Poiché lo sviluppo dell’umanità avviene così, che il più tardo accoglie il più antico. E quanto ho potuto caratterizzare nella conferenza pubblica come il modo di pensare faustico dell’Europa centrale attraverso le parole: vi fu un anno 1770 — Goethe sentì come un aspirare faustico quando disse: «Ahimè, filosofia, giurisprudenza, medicina e — purtroppo! — teologia ho tutte studiato a fondo, con caldo sforzo. Ed eccomi qui, povero pazzo, e non sono più savio di prima!». Allora venne una vita spirituale tedesca immensamente ricca, un immenso, intenso, ricco aspirare nella vita spirituale tedesca. Ma se Goethe avesse scritto il suo Faust quarant’anni dopo, non avrebbe certamente iniziato: «Ho dunque, ahimè, studiato filosofia…» e così via, e «ora sono divenuto l’uomo saggio per tutti i tempi»; avrebbe scritto il suo Faust esattamente come nel 1770. Questo aspirare vivente proviene proprio dall’ispirazione dell’anima di popolo nell’Io, da quell’intimo stare insieme dell’Io con lo spirito di popolo. Questa è una caratteristica fondamentale della cultura spirituale dell’Europa centrale. E con essa deve unirsi con amore la cultura dell’Europa orientale, deve accoglierla. Ciò che doveva affluire in Europa centrale, fu un tempo ricevuto, accolto dalla cultura del Sud. Ora invece le cose stanno diversamente: quando dall’Oriente l’onda di sviluppo elementare avanza, è come se l’allievo fosse infuriato contro il suo maestro, perché deve imparare qualcosa da lui, e per questo lo volesse picchiare. È un paragone un po’ triviale, ma è un paragone che rende la cosa in modo del tutto preciso.

Masse di uomini con forze di sviluppo interiori del tutto diverse abitano insieme in Europa. Queste forze di sviluppo diverse devono entrare in reciproca competizione, devono affermarsi in modi diversi. Quanto è presente come forze contrastanti, come forze che entrano in conflitto, si è sviluppato da lungo, lungo tempo. E proprio quando si guarda alle finezze, si trova come ovunque in esse si esprima ciò che la scienza dello spirito ha da dire. Non è espresso meravigliosamente? non si concentra l’onda dello sviluppo europeo in modo che, in certo modo simbolicamente, viene posto davanti all’intera umanità come in Europa centrale debba essere sentito l’intimo convivere dell’Io con il mondo spirituale; come Dio debba essere vissuto nella «scintilla nell’animo», come il Cristo debba essere vissuto nella «scintilla nell’animo»! Il Cristo stesso deve diventare efficacemente vivente nell’Io umano. Per questo, in Europa centrale, come in nessun’altra lingua europea, l’intero sviluppo a poco a poco si inclina a far chiamare l’«Io». E Io è «I-C-H». Come un potente simbolo dell’intimo collaborare di ciò che può essere il più sacro per l’animo con questo animo stesso, ciò sta lì in Europa centrale: Io = I-CH — Jesus Christus! Jesus Christus e insieme l’Io umano. Così agisce lo spirito di popolo, ispirando il popolo, per esprimere in parole caratteristiche quali siano i fatti che ne stanno alla base. So bene che gli uomini ridono quando viene detto qualcosa di simile, quando viene espresso che per secoli ha lavorato lo spirito di popolo perché si arrivasse alla denominazione «Io», che è così simbolicamente significativa. Ma lasciamo che ridano! Ancora qualche decennio, ed essi non rideranno più, ma chiameranno questo molto più importante di ciò che oggi gli uomini chiamano leggi naturali.

Ciò che ha agito come onda di sviluppo, ha agito in modo davvero caratteristico. La coscienza dice talvolta soltanto una piccolissima parte della verità; ma ciò che agisce nelle profondità subcoscienti si esprime molto, molto più veridicamente. Parliamo per esempio dei Germani. Le parole si formano attraverso il genio operante della lingua. Una parte degli abitanti dell’Europa centrale si chiama «Tedeschi». Ma quando parla di «Germani», vi annovera la Germania, l’Austria, l’Olanda, i popoli scandinavi, ma anche gli abitanti dell’isola britannica. Estende la parola «Germani» a un vasto territorio. L’abitante dell’isola britannica, invece, lo respinge. Egli chiama soltanto il tedesco «German» = Germano. Egli stesso non ha la parola «Germano» per sé. La lingua tedesca abbraccia con la parola un cerchio molto più ampio. Essa in quanto tale è incline a porre la parola al servizio dell’altruismo; il tedesco non chiama Germano soltanto sé, ma vi comprende anche gli altri. L’altro, il britannico, lo respinge. Addentratevi nel meraviglioso del genio creatore di lingua, e vedrete che vi è davvero qualcosa di meraviglioso.

Riguardo a ciò che gli uomini hanno nella coscienza nasce la Maja, la grande illusione. Ciò che opera nelle profondità subcoscienti agisce molto, molto più veridicamente. In esso si esprime qualcosa di immensamente significativo e profondo. E ora paragonate il modo in cui occorre procedere intimamente per comprendere il gioco delle forze europee con il modo grossolano con cui oggi si guardano i rapporti reciproci dei popoli europei, e potrete soltanto allora capire quale devastazione ha provocato l’epoca materialistica nella capacità di giudizio umana. Che si sia cominciato a pensare che la materia sostiene e regge tutto, non è ancora il peggio: peggio è essere divenuti miopi, non poter più guardare alla cosa principale, non fare nemmeno un passo dietro il velo che, come Maja, è tessuto sopra la verità. Questo è realmente il male.

Il materialismo ha ben preparato ciò che ha voluto. E anche qui ha agito un genio; solo che il genio che ha operato il materialismo come supremo condottiero è Arimane. Egli ha avuto un potente influsso negli ultimi secoli, un influsso davvero potente. E vorrei accennare ancora brevemente a un capitolo, al quale forse oggi non si fa volentieri accenno. Quando ciò avviene, lo si considera come una particolare follia. Si arriva all’uomo nel modo più facile quando, mentre egli è ancora giovane, gli si instilla nella facoltà di rappresentazione, nel suo animo, ciò che deve poi crescere in lui. Nella vita successiva alla maggior parte degli uomini non si può più insegnare nulla a fondo. Mai Arimane avrebbe quindi prospettive migliori di preparare le anime al materialismo in modo radicale, se non instillando nelle anime giovani, infantili, ciò che poi continua ad agire da sé nel subconscio. Se nel periodo in cui l’uomo non riflette ancora con le forze dell’intelletto vengono già accolte le forme di pensiero materialistiche, gli uomini impareranno a pensare in modo radicalmente materialistico, quando il materialismo viene già piantato negli animi infantili!

Ciò Arimane lo ha fatto nella forma che ha ispirato uno scrittore dell’epoca materialistica con l’idea del «Robinson Crusoe». Chi infatti, con spirito veggente, lascia agire su di sé il «Robinson», vede in esso come operino a fondo le rappresentazioni materialistiche. Non sembra così, ma l’intero modo in cui il «Robinson» è costruito, come egli viene spinto in questa vita avventurosa nell’esperienza esteriore a tutto, fino a che alla fine perfino la religione cresce come cavoli nei campi — tutto ciò prepara molto bene l’animo infantile al pensare materialistico. E quando si considera che in un certo periodo — nel XVI, XVII, XVIII secolo — è esistito un Robinson boemo, un portoghese, un ungherese e così via come imitazione del «Robinson Crusoe», bisogna dire: il lavoro è stato compiuto a fondo, e la parte che la lettura del «Robinson» ha avuto nella formazione del materialismo è qualcosa di immenso. Di fronte a tali fenomeni occorre rilevare che vi è anche qualcos’altro che i fanciulli devono accogliere nella loro comprensione fino tardi nella vita: sono le fiabe che vivono in Europa centrale, e in particolare le fiabe raccolte dai fratelli Grimm. È una letteratura molto migliore per i fanciulli del «Robinson».

E quando, nel nostro tempo, ciò che avviene fra i popoli europei in modo così terribile, così pesante, gravido di destino, venga inteso come un monito a guardare un po’ più attentamente al modo in cui nel sottofondo degli eventi si è sviluppato ciò che si estende nel presente, allora si riconoscerà soprattutto che, in fondo, non si tratta realmente del fatto che alcuni studiosi tedeschi rimandino indietro le loro onorificenze e i loro diplomi in Inghilterra! Quando il monito del tempo si rivela così forte da far riconoscere nella sua importanza l’anima cosciente del popolo britannico ispirata in modo materialistico, allora si comprenderà anche l’importanza della lettura del «Robinson» e si sradicherà l’intero Robinson. Bisognerà procedere in modo molto più radicale, molto più a fondo, quando si potranno una volta prendere in considerazione, nel giusto senso, i moniti del nostro tempo odierno.

Sono ora trentacinque anni che ho cominciato a interpretare Goethe, proprio nel suo compito spirituale-scientifico. Ho cercato di mostrare come nella dottrina goethiana dello sviluppo sia data realmente una grande dottrina dello sviluppo conforme allo spirito. Deve venire il tempo in cui ciò venga riconosciuto in cerchie più ampie. Goethe infatti ha dato una grande, possente dottrina dello sviluppo, che è conforme allo spirito. Per gli uomini ciò era difficile da comprendere. Nell’epoca materialistica Darwin ha potuto agire meglio, dando in modo grossolano, materialistico, ciò che Goethe aveva dato in modo fine, spirituale, come dottrina dello sviluppo. È stato un radicale rendere inglese che si è impadronito dell’Europa centrale. Ora pensate alla tragedia che sta nel fatto che il più inglese naturalista in Germania, Ernst Haeckel, che giurava interamente su Darwin, dovette comparire con il suo furioso odio contro l’inglesismo, e quando scoppiò questa guerra fu uno dei primi a rimandare in Inghilterra le onorificenze e i diplomi ricevuti. Per rimandare indietro il darwinismo dalla coloritura inglese era forse già troppo vecchio, ma questo sarebbe stato l’essenziale, il più importante.

Le cose di cui si tratta giacciono immensamente profonde, sono immensamente significative, e si collegano con il necessario approfondimento spirituale del nostro tempo. Si riconoscerà una volta quanto la teoria goethiana dei colori sia infinitamente più profonda della teoria newtoniana dei colori, quanto la dottrina goethiana dello sviluppo sia infinitamente più profonda di quella darwiniana; allora soltanto si sarà consapevoli di ciò che la vita spirituale dell’Europa centrale racchiude, anche in riferimento ai più alti campi.

Voglio con tutto ciò soltanto suscitare nelle vostre anime un sentimento di quale monito debbano essere per noi gli attuali, pesanti eventi gravidi di destino. Un monito a lavorare, un monito che ci deve portare a riflettere su ciò che è racchiuso nella vita spirituale dell’Europa centrale e che è, in certo modo, un dovere portare fuori, far emergere. Ciò intendevo anche ieri, quando nella conferenza pubblica parlai del fatto che questa vita spirituale dell’Europa centrale contiene germi che devono condurre a fioriture e a frutti. E quando confessiamo di nuovo e di nuovo: la vita animica cosciente si svolge alla superficie, ma sotto di essa giace tutto ciò di cui in questi giorni si è parlato, allora possiamo già rivolgere i nostri pensieri al fatto che negli impulsi di numerosi uomini, anche nel presente, vive ancora qualcosa di tutto diverso da ciò di cui essi sono coscienti. Non crediamo che gli uomini all’Occidente e all’Oriente, che devono difendere la grande fortezza dell’Europa centrale, combattano soltanto per ciò di cui sono coscienti nella coscienza superiore. Guardiamo soprattutto agli impulsi che a molti sono inconsci, che oggi passano attraverso sangue e morte; ma sono lì, gli impulsi, sono presenti, e dalla scienza dello spirito dovremmo poter trarre il sentimento, guardando a Oriente e a Occidente, di come negli impulsi di coloro che compiono i sacrifici viva ciò che soltanto il futuro deve ancora partorire per l’esperienza esteriore, di cui forse gli stessi combattenti hanno appena il sospetto nella loro coscienza. Soltanto allora, quando lo consideriamo così, ciò che lì avviene ci compenetra con il giusto sentire, con la giusta sensazione.

Ma consideriamo quante anime in questi eventi, ai quali nulla che vi sia mai stato nella storia cosciente dell’umanità per grandezza guerresca può essere paragonato, consideriamo quante anime passano attraverso sangue e morte, e consideriamo che queste anime guarderanno in giù verso la morte che è stata loro inflitta dai grandi eventi del tempo. Consideriamo che nel senso di quanto detto l’altro ieri i corpi eterici giovanili attraversano l’atmosfera spirituale. Consideriamo che non solo le anime, le individualità, saranno nel mondo spirituale, ma che anche ciò che è utilizzabile dei corpi eterici giovanili attraverserà l’atmosfera spirituale.

Cerchiamo, muovendo di qui, di guardare ai moniti che dovrebbero ricevere gli uomini che restano qui sulla terra. Sì, il singolo che è passato attraverso la porta della morte ammonisce ai grandi compiti che vanno compiuti nella cultura europea. E questi moniti devono essere uditi. E gli uomini devono divenire inclini a procurarsi, dalla profondità della vita spirituale, sentimenti, sentimenti conoscitivi, di come sia propriamente costituito ciò entro cui viviamo. Quando una volta si sentirà in questo senso: con ogni uomo che oggi rimane sul campo di battaglia nel fiore degli anni si erge un ammonitore, uno che chiama allo spiritualizzarsi dell’umanità nella cultura europea, allora si sarà compreso giustamente. E non si vorrebbe soltanto che da luoghi come quello in cui ci troviamo esca soltanto una conoscenza astratta: l’uomo è composto di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, l’uomo passa attraverso molte incarnazioni, l’uomo ha un karma e così via; si vorrebbe che le anime che partecipano alla nostra vita spirituale-scientifica venissero scosse nelle loro più intime profondità verso la vita di sentimento che è stata accennata, verso il con-sperimentare ciò che saranno nel prossimo futuro i richiami di monito dei prematuramente scomparsi.

Il più bello che possiamo conquistarci come seguaci della scienza dello spirito è la vita vivente che deve passare come un soffio attraverso le file di coloro che si annoverano fra di noi. Non il sapere, non la conoscenza soltanto, ma questa vita, il divenir reale di questa vita. Negli ultimi tempi ci hanno lasciato dal piano fisico diversi membri. Anche un giovane collaboratore, il nostro caro Fritz Mitscher. Ed ebbi, anche per via del karma, il compito di parlare alla cremazione a Basilea. Avevo da pronunciare alcune parole all’anima che si allontanava. Fra altre cose, queste parole che rivolsi all’anima contenevano l’idea che noi abbiamo la coscienza che essa resterà una collaboratrice anche dopo essere passata attraverso la porta della morte. Dovetti parlare così a partire dalla coscienza che ciò che tutti ci vivifica non è soltanto come una teoria, ma che ciò che esprimiamo come una teoria deve riempire l’intera anima con piena vita.

Allora, però, dobbiamo stare nei confronti di coloro che sono passati attraverso la porta della morte come nei confronti di coloro che stanno ancora qui nella vita. Sì, non dobbiamo esitare a dirci: coloro che vivono nel corpo fisico sono impediti dalle più diverse circostanze a vivere pienamente la vita spirituale. Quante inibizioni possiamo notare negli uomini in questa vita terrena fisica, quando si tratta di riconoscere realmente i grandi compiti dello sviluppo — e poi anche di adempierli! Ma sui morti possiamo molto spesso fare maggiore affidamento. Questo sentire che essi sono nelle nostre file, questo trasmettere una missione particolare, mi indussero a pronunciare in modo corrispondente il discorso commemorativo per il nostro amico Fritz Mitscher, che è passato attraverso la porta della morte come prematuramente scomparso. E ciò che è detto per lui si riferisce a molti altri che sono passati attraverso la porta della morte. Vediamo in essi i nostri più importanti collaboratori, e non sarà frainteso se dico: molto più che sui viventi, nei nostri lavori spirituali possiamo fare affidamento sui morti.

Ma perché possiamo affatto esprimere qualcosa di simile, dobbiamo stare pienamente viventi in ciò che ci può dare il nostro movimento spirituale. Confido sul fatto che proprio anche ora, sul campo esteriore, per la spiritualizzazione della cultura umana del futuro, coloro che sono passati attraverso la porta della morte siano nel nostro tempo gravido di destino i collaboratori più importanti. Poiché questa morte, sulla quale guardano in giù coloro che sono passati attraverso la porta della morte, sarà un grande maestro. E più d’uno ha bisogno oggi di un maestro più forte di quanto possa dare la vita. Lo si può vedere in vari esempi. Vorrei addurne uno — altri se ne potrebbero addurre.

Un articolo sensazionale, ostile contro la scienza dello spirito da me rappresentata, apparve diversi anni fa in una rivista pubblicata nella Germania meridionale, in Hochland. Quell’articolo fece molto scalpore. Convinse molti, poiché era scritto da un filosofo del tutto celebre. Il direttore di quella rivista Hochland accolse l’articolo. Egli ha dunque, come pensa, propagandato una concezione, secondo lui di grande importanza, su questa imbrogliata scienza dello spirito. — Vedete, non si tratta davvero di difendersi con mezzi esteriori. È del tutto comprensibile che le persone proprio intelligenti del presente trovino sciocca la scienza dello spirito. Ma dopo lo scoppio della guerra è accaduto qualcos’altro. Il direttore della rivista nominata è un buon tedesco, un uomo che si sente tedesco. L’uomo del cui articolo egli si era allora appropriato gli ha ora scritto lettere a quel direttore, ed egli a sua volta le ha pubblicate, nella sua particolare graziosa «innocenza», nei Süddeutsche Monatshefte. Provate a leggerle, vedrete quanto veleno e quanta bile contro la cultura spirituale dell’Europa centrale scrive quello stesso filosofo al direttore di Hochland, tanto che quell’uomo, il direttore, si sente indotto a dire: chi pensa così, lo si potrebbe trovare in Europa centrale soltanto nei manicomi.

Pensate, che critica infinitamente significativa! C’è un direttore di una rivista della Germania meridionale. Questo direttore accoglie un articolo che ritiene autorevole per la distruzione della scienza dello spirito, di cui dice: questo sì che è un buon articolo sulla scienza dello spirito di un filosofo celebre! — Dopo qualche tempo lo stesso direttore riceve dallo stesso uomo lettere che poi definisce come provenienti da un uomo da manicomio. Non si dovrebbe dunque, concludendo con la logica della vita, proseguire e dire: se l’uomo ora è uno sciocco, era anche prima uno sciocco, e il buon direttore allora soltanto non si è accorto di avere a che fare con uno sciocco quando scriveva contro la scienza dello spirito? — Questa è logica della vita. Talvolta non si può attendere finché tale logica della vita agisca, ma essa opera già nella nostra vita, e così talvolta si può sperimentare qualcosa secondo questa ricetta. Allora apparve l’articolo proprio contro la mia scienza dello spirito. Lo si leggeva. Si diceva: sì, è un celebre filosofo e platonico, è dunque particolarmente intelligente. — Il direttore si disse: se uno che è così intelligente scrive sulla scienza dello spirito, è un articolo importante. — Passa un certo tempo, e lo stesso direttore dice: l’uomo è uno sciocco. — Ma gli occorreva prima la prova nel modo appena menzionato. Sì, così va con i viventi. Tali uomini, che hanno così poco terreno solido sotto i piedi come quel direttore della rivista della Germania meridionale, hanno proprio bisogno di essere ammaestrati da eventi che, in senso molto più profondo, vengono dati dal mondo spirituale attraverso la vita degli ultimi tempi, di quanto a loro non sia gradito.

E così comprenderete, quando ritorno a quanto detto prima: il nostro tempo ha avuto molte forze contrastanti, e se chiamiamo la guerra una malattia — possiamo farlo — è allora una malattia provocata da qualcosa che da lungo tempo si è andato svolgendo, ed essa è lì per la guarigione, perché venga estirpato ciò che a poco a poco doveva condurre al danneggiamento della vita dell’intera cultura. Se la designiamo in questo senso come malattia, ma consideriamo la malattia come una difesa, allora comprendiamo questa guerra e gli eventi gravidi di destino del presente, la comprendiamo anche nei suoi cenni e moniti significativi. La sperimentiamo allora con tutte le forze interiori della nostra anima, così da poter divenire ben attenti a coloro che sono passati attraverso la porta della morte, e che guardano al prossimo futuro e avranno realmente appreso ciò che potranno poi ispirare nelle anime che vorranno udirli: che l’approfondimento spirituale, necessario per la salvezza dell’uomo e per il progresso dell’umanità nel prossimo futuro, deve entrare in esse.

E quando le vostre anime potranno accogliere nel modo giusto ciò che con queste parole vorrei dire, soltanto allora sarete in pieno e giusto senso seguaci della nostra concezione spirituale-scientifica del mondo. Quando le vostre anime potranno prendere la decisione di divenire tali anime da rivolgere attenzione a ciò che viene sussurrato dall’alto da coloro che, attraverso i nostri eventi gravidi di destino, sono passati attraverso la porta della morte. Un ponte di collegamento deve essere gettato dalla scienza dello spirito, proprio per il prossimo futuro, fra i viventi e i morti, una linea di collegamento attraverso la quale le forze elementari ispiratrici di coloro che hanno offerto i grandi sacrifici nel nostro tempo possano trovare la via fin qui. Per questo ho voluto, in questi giorni, parlando in modo istruttivo alle vostre anime, suscitare sentimenti. Questi sentimenti devono essere come sentimenti di attesa di ciò che viene detto alle anime attraverso le azioni del nostro tempo gravido di destino.

In questo senso si concluda anche oggi di nuovo con le parole che già l’altro ieri qui ho pronunciato, le quali debbono operare come un mantram nelle nostre anime, perché le nostre anime divengano attendenti, attendenti dell’ispirazione che verrà dai morti, ma nello spirito particolarmente vivente:

Dal coraggio dei combattenti, dal sangue delle battaglie, dal dolore degli abbandonati, dai sacrifici del popolo sorgerà frutto di spirito — guidino le anime, consapevoli dello spirito, il loro senso al regno dello spirito.

9°Regni della natura e gerarchie — Spiriti dei tempi e dei popoli — Voci ammonenti dei morti

Praga, 13 Maggio 1915

Viviamo in un’epoca pesante, un’epoca in cui operano atti audaci e coraggiosi, sacrifici elevati da una parte, un’epoca di prove severe e difficili per le anime umane dall’altra parte. Deve essere mio compito, proprio in considerazione della nostra epoca carica di destino, suscitare in voi alcuni sentimenti che traggano alla conclusione di questa riflessione. Poiché possiamo riunirci in un’epoca tale, vogliamo al termine delle nostre riflessioni che i nostri sentimenti giungano al culmine secondo lo spirito di questa epoca. Vogliamo però partire da qualcosa che può diffondere luce su molti aspetti che devono parlare in modo significativo alle nostre anime nel nostro tempo.

Diciamo, da quando abbiamo cominciato a considerare il mondo dal punto di vista della scienza dello spirito, che i quattro arti costitutivi della nostra natura umana sono: il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io. E sappiamo che l’Io — o piuttosto ciò che nella costituzione umana noi chiamiamo Io, per mezzo del quale esprimiamo l’Io — è il membro più giovane, ma anche il più significativo per noi della costituzione umana. Perché se l’uomo consistesse soltanto nel corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, attraverso la successione della fase di Saturno, della fase solare e della fase lunare, egli non sarebbe uomo. L’uomo è uomo perché durante l’epoca terrestre ha ricevuto l’Io dalle gerarchie spirituali superiori, e durante l’epoca terrestre sviluppa questo Io nel corso delle successive incarnazioni attraverso diverse comunità umane, popoli e periodi di tempo, finché la Terra avrà raggiunto il fine della sua evoluzione e finché l’uomo, completamente sviluppato nel suo Io, avrà raggiunto il suo obiettivo terrestre.

Ora sappiamo anche che esistono entità spirituali superiori — usiamo per questo il termine «superiori» — che appartengono alle gerarchie superiori, che per così dire stanno al di sopra dell’uomo. Parliamo della gerarchia degli Angeli, gli Angeloi, della gerarchia degli Arcangeli, gli Archangeloi, degli Archai o Spiriti dei Tempi, e così via ascendendo. Li designiamo con questi nomi; potremmo ugualmente usare altri nomi, ma questi nomi una volta sono stati introdotti in Occidente.

Vogliamo ora rappresentarci come possiamo effettivamente immaginare queste entità spirituali delle gerarchie superiori in relazione a ciò che l’uomo è qui sulla Terra. Partiamo da ciò che l’uomo ha qui sulla Terra nel suo ambiente. Sappiamo che ci sono il regno minerale, il regno vegetale e il regno animale, e l’uomo deve considerare se stesso come il regno più elevato, in base a tutto ciò che può osservare, così come si trova. Possiamo dunque dire: se consideriamo i regni visibili sulla Terra, abbiamo come tali il regno minerale, il regno vegetale, il regno animale e il regno umano. Al di sopra di questi regni, per così dire come una prosecuzione verso l’alto, appare il regno degli Angeloi, degli Archangeloi, degli Archai e così via. Possiamo semplicemente rappresentarci che i regni non si concludono con il regno umano, ma si estendono anche verso l’alto; soltanto i regni superiori non possono essere visti con i sensi, che sono i sensi esterni.

Tuttavia potrebbe sembrare strano che, mentre ascendiamo dal regno minerale, vegetale e animale al regno umano, improvvisamente al di sopra del regno umano cominci l’invisibilità. Ma questo apparirà strano solo finché non si consideri che gli animali — e questo è perfettamente chiaro per colui che può completamente immedesimarsi nella percezione animale — non vedono l’uomo come un uomo vede un altro uomo. Se gli animali potessero parlare, parlerebbero di regni visibili solo come regno minerale, vegetale e animale; considererebbero se stessi come il regno visibile più elevato. Che gli animali vedano l’uomo come un uomo vede un altro uomo è semplicemente un pregiudizio. Per gli animali noi uomini siamo veramente di un’esistenza soprasensibile, spettrale; e se gli animali avessero solo le percezioni che abbiamo noi, non ci vedrebbero affatto, ma sarebbero invisibili per loro come per noi il regno degli Angeli. Solo perché hanno una certa forma di chiaroveggenza da sogno, gli animali vedono l’uomo come un fantasma, come un essere soprasensibile. L’uomo, come tale, non può farsi una rappresentazione diretta dell’immagine che un animale ha di lui. Tuttavia gli animali percepiscono anche verso il basso qualcosa, o meglio dicendo, percepiscono verso il basso qualcosa che l’uomo non percepisce più verso il basso. Cioè gli animali non percepiscono solo come l’uomo percepisce il mondo minerale, ma percepiscono ancora — specialmente gli animali inferiori — qualcosa di completamente diverso. Quando un animale, diciamo un mollusco, striscia sul terreno, percepisce l’intera particolarità del terreno. Questo disturberebbe continuamente l’uomo se, camminando sulla terra, la percepisse come percepisce una lumaca o persino una tartaruga. Con gli animali superiori, che hanno sangue caldo, è diverso, ma proprio gli animali inferiori percepiscono veramente l’intera particolarità del terreno su cui strisciano. Percepiscono l’intera particolarità dell’aria, percepiscono tutto ciò che li circonda in un modo completamente diverso da quello dell’uomo. L’animale sa se si muove su un terreno paludoso o su un terreno sabbioso, perché percepisce l’intera particolarità del terreno in sé. E questo è simile al modo in cui sentiamo le cose nel nostro ambiente. L’intero mondo minerale è pervaso da un fine tremore di forze che l’uomo non percepisce. L’animale percepisce questo fine tremore, queste forze, in modo da sentirne una parte come simpatica, l’altra non. Quando l’animale passa, ad esempio, da un tipo di terreno a un altro, non è che l’animale lo veda come l’uomo, ma perché qualcosa è doloroso per lui, perché i fini movimenti risuonano in lui, perché si sente come appartenente. Questo è una sorta di ascolto istintivo, come un co-ascolto di ciò che accade nel terreno, oppure è come un odorato. Così possiamo dire: l’animale percepisce un regno elementare e già ammette dall’uomo una gerarchia superiore. — Siamo dunque immersi in mezzo al mondo, che conosciamo come il mondo sensibile esteriore, i regni esterni del mondo sensibile, e il mondo delle gerarchie superiori. I regni visibili inferiori li chiamiamo i regni naturali, gli invisibili li chiamiamo le gerarchie superiori.

Ora sappiamo anche che un essere tale delle gerarchie superiori, ad esempio un Angelus, ha una volta attraversato il livello dell’umanità. Questo accadde mentre la Terra attraversava l’antica fase lunare. In quel tempo l’uomo non era ancora uomo; perché non aveva l’Io; era solo nel livello preparatorio dell’umanità e il corpo astrale era il membro più elevato della sua costituzione. Le entità che appartengono alla gerarchia degli Angeloi avevano attraversato il loro livello umano durante l’antica fase lunare. E gli spiriti a cui ci rivolgiamo come gli spiriti custodi del singolo uomo sono questi esseri della gerarchia degli Angeloi, a ognuno dei quali è assegnato come un uomo. Gli «spiriti delle vostre anime» sono coloro che stanno immediatamente nella gerarchia al di sopra dell’uomo, che veramente lasciano operare le loro ali protettrici, simbolicamente parlando, sopra gli uomini, e precisamente sopra il singolo individuo umano.

Allora arriviamo alla gerarchia degli Archangeloi. Anche loro una volta erano uomini. Durante l’antica fase solare, le entità che oggi chiamiamo Archangeloi erano al livello umano. Non erano formati come l’uomo odierno, naturalmente no, erano formati completamente diversamente, ma allora erano al loro livello umano. Non dobbiamo rappresentarci che durante l’antica fase solare gli Archangeloi fossero formati come l’uomo odierno, ma rispetto alla loro evoluzione allora erano al loro livello di umanità. E allo stesso modo gli spiriti della personalità o spiriti dei tempi erano al loro livello umano durante l’antica fase di Saturno.

Ora, prendendo selettivamente questi spiriti che designiamo come Archangeloi. Allora abbiamo tali spiriti come Archangeloi che hanno attraversato il loro livello di umanità durante l’antica fase solare, che sono ascesi al livello degli Angeli durante la fase lunare, e che oggi sono ascesi al livello degli Archangeloi. Queste entità spirituali vogliamo innanzitutto, come due livelli al di sopra di noi, lasciar rappresentare davanti alle nostre anime; più tardi vi ritorneremo. Allora abbiamo le entità spirituali che durante l’antica fase di Saturno erano uomini, oggi sono spiriti dei tempi, stanno tre livelli al di sopra di noi. Vogliamo di nuovo lasciarle rappresentare. E ora vogliamo considerare il nostro rapporto proprio con questi due tipi di entità spirituali.

Quando l’uomo attraversa un’incarnazione — dunque assumiamo che oggi viviamo in un’incarnazione nei nostri corpi terrestri — allora sopra di noi stanno spiriti che contiamo nella gerarchia degli Angeli, poi spiriti che contiamo nella gerarchia degli Archangeloi, e tali che contiamo nella gerarchia degli Archai, spiriti dei tempi o spiriti della personalità. Ma anche questi, da parte loro, attraversano un’evoluzione. Estraiamo gli Archai, gli spiriti della personalità o spiriti dei tempi. Dunque passiamo attraverso la nostra incarnazione, andiamo allora attraverso la porta della morte, entriamo dopo la morte in un mondo spirituale, attraversiamo tra la morte e una nuova nascita una certa evoluzione puramente spirituale, e veniamo allora per mezzo di una nuova nascita di nuovo in un’esistenza terrestre.

Ora possiamo chiederci: da che cosa dipende che noi ci muoviamo di nuovo verso il basso sulla Terra dopo un certo numero di anni? Nelle conferenze pubbliche questa domanda è spesso sollevata. Si può allora dare una risposta da certi punti di vista, ma intimo nei nostri gruppi, parlando, possiamo dare una risposta più fattuale, più indicativa della realtà. Mentre viviamo qui nel corpo fisico, lo spirito dei tempi ha un livello evolutivo completamente determinato. Fa qualcosa, che è connesso con l’evoluzione degli uomini sulla Terra, e da parte sua attraversa un’evoluzione. Quando questo spirito dei tempi nel corso di un’evoluzione è arrivato al punto che noi tutti abbiamo lasciato fluire in noi da lui ciò che lui stesso attraversa, ha attraversato, allora siamo per così dire maturi per un’incarnazione terrestre. E quando da parte sua di nuovo è avanzato di un livello e noi stessi ci siamo evoluti attraverso i mondi spirituali fino a un certo livello, possiamo di nuovo entrare in un’evoluzione terrestre. Comprendiamoci bene in questo riguardo. Vediamo innanzitutto dalla nostra propria evoluzione. Vediamo come in un lungo periodo di tempo lo spirito dei tempi attraversa la sua evoluzione.

Dirò quanto segue: se consideriamo l’evoluzione dell’umanità terrestre in modo da risalire fino alla fondazione dell’antica Roma, circa ottocento anni prima del mistero del Golgota — se dunque risaliamo fino alla fondazione di Roma — allora troviamo che un determinato spirito dei tempi ha allora iniziato con la sua evoluzione. Prima di allora uno spirito dei tempi diverso era guida e direzione dei destini della Terra. E questo spirito dei tempi, che allora aveva assunto per così dire il governo della Terra nella sua evoluzione spirituale, fu guida fino al 16° secolo. Così a lungo governa uno spirito dei tempi i destini della Terra. Da allora, cioè dal 16° secolo, c’è uno spirito dei tempi diverso. Abbiamo dunque a che fare con due spiriti dei tempi. L’uomo che, ad esempio, nel 3° secolo prima del mistero del Golgota era in qualche incarnazione sulla Terra, passava attraverso ciò che questo spirito dei tempi realizzava per la Terra. Per il tempo dopo la sua morte, se questo uomo è morto nel 3° secolo, o anche nel 2° secolo, lo spirito dei tempi inizialmente non può dargli nulla. Ciò che ha potuto dargli, glielo ha dato. Ora lo spirito dei tempi deve a sua volta attraversare una serie di anni, fino a quando può dare qualcosa di nuovo all’uomo. Allora questo uomo, che è stato tra la morte e la nascita in un mondo spirituale, scende di nuovo sulla Terra, quando lo spirito può dargli qualcosa di nuovo. Ora è vero che è così organizzato che l’uomo in media viene effettivamente più volte, perché lo spirito dei tempi non è in grado di dare sempre all’uomo tutto ciò che potrebbe dargli, per l’imperfezione degli uomini. Per questo l’uomo viene più volte nel periodo in cui uno spirito dei tempi si evolve. Ma essenzialmente dipende da ciò che gli spiriti dei tempi regolano le successive incarnazioni degli uomini. Ora gli spiriti dei tempi a loro volta regolano tutto questo corso dei destini umani per il fatto che hanno così a dire subordinati. E questi sono gli arcangeli. Tali arcangeli governano per così dire in posizioni subordinate molto meno tempo degli spiriti dei tempi. Mentre gli spiriti dei tempi governano tanto a lungo quanto ho citato prima, così possiamo supporre uno spirito dei tempi dalla fondazione di Roma fino al 16° secolo, gli spiriti che contiamo nella gerarchia degli Arcangeli governano solo circa tra tre e quattro secoli. Si succedono in modo che circa sei o sette vengono uno dopo l’altro, mentre governa uno spirito dei tempi. Così intorno al tempo in cui avviene il mistero del Golgota, abbiamo per primo il governo nello sviluppo spirituale di quell’Arcangelo che designiamo con il nome Oriphiel. Poi viene il governo di Anael, poi il governo di Zachariel, di Raffaello, di Samael, di Gabriele; e ora dal 1879 abbiamo il governo di quell’Arcangelo che designiamo come Michele. Così abbiamo, quando consideriamo i mondi spirituali, per così dire il governo superiore degli spiriti dei tempi e, sotto di essi, successivamente nel corso dei tempi, i governi degli arcangeli. Perché l’uomo non può acquisire tutto ciò che lo spirito dei tempi potrebbe dargli, non lo riceve direttamente dalla mano dello spirito dei tempi, ma dalla mano dell’arcangelo, della potenza meno elevata. Teniamo dunque fisso: i nostri custodi personali immediati appartengono alla gerarchia degli Angeloi. Al di sopra di loro stanno coloro che più reggono gli uomini nella comunità umana. E al di sopra di loro stanno gli Archai o spiriti della personalità o spiriti dei tempi.

Quando parlo così, si tratta sempre di quelle entità che hanno veramente regolarmente attraversato la loro evoluzione. Ma non tutti gli spiriti attraversano regolarmente la loro evoluzione. Ci sono veramente entità spirituali che durante la fase di Saturno erano già Archai, ma che sono rimaste al livello degli Archai, cioè al livello di allora. Dunque non sono andati oltre la loro fase di Saturno durante l’evoluzione terrestre. Realmente non sono ascesi al livello dell’evoluzione regolare. Hanno conservato il loro carattere umano, sono da un lato esseri di Saturno soprasensibili, ma stanno al livello dell’umanità. Allo stesso modo ci sono esseri della gerarchia degli Archai che sulla fase solare sono rimasti al livello umano e ora ancora nel mondo soprasensibile stanno come uomini. Questi esseri li designiamo con un nome collettivo come entità luciferine, che dunque sono rimaste indietro, oppure come entità arimaniche. Non possiamo soffermarci oggi sulla differenza tra le entità luciferine e arimaniche. Sono spiriti rimasti indietro.

Ora dobbiamo rispondere alla domanda: come riceve l’uomo, stando nella sua incarnazione terrestre, l’influenza degli spiriti che hanno progredito regolarmente, degli spiriti dei tempi, degli Archai, e degli Archangeloi che sono i loro servi? Queste entità sono soprasensibili — l’uomo non può entrare in relazione con loro come con il mondo sensibile. Perciò l’uomo in genere non sa, se si affida solo al mondo sensibile, che è immerso in un’evoluzione che governa lui gli Archai e gli Archangeloi. Egli non lo sa; ma in tutto ciò che è il suo essere, questi esseri soprasensibili intervengono. Ora anche quelle entità spirituali che chiamiamo spiriti dei popoli, che dunque governano interi popoli, appartengono alla fila degli Archangeloi, degli arcangeli. E nella misura in cui quello che siamo lo dobbiamo al popolo cui apparteniamo, dobbiamo vedere ciò che l’essere popolare ci dà come un dono di quell’entità corrispondente della gerarchia degli Archangeloi. È l’ispirazione degli Archangeloi che ci viene in conseguenza del fatto che siamo immersi in un popolo. Ora abbiamo solo bisogno di considerare che cosa significa per l’uomo essere immerso in un popolo. Con l’essere popolare fluiscono veramente proprietà spirituali, ma anche abitudini; fluisce una configurazione completamente determinata dell’essere nell’uomo. Non ci si può affatto immaginare che ciò che si è in un’incarnazione sarebbe stato diverso da come lo è diventato per mezzo del dono dello spirito popolare — dunque in realtà per mezzo del dono di un’entità arcangela.

Oltre al fatto che stiamo all’interno di un popolo e dunque, ispirati da un’entità arcangela, riceviamo certe configurazioni di tutto il nostro essere, stiamo nell’evoluzione dell’intera umanità. E lì siamo soggetti alle intuizioni, in cui ci conduce lo spirito dei tempi della gerarchia degli Archai. Dovete considerare che oggi nella nostra odierna cultura spirituale riceviamo qualcosa che va oltre tutte le differenziazioni popolari; ciò che abbiamo dal fatto che passiamo dal 19° al 20° secolo, che non avremmo avuto se avessimo vissuto durante il tempo romano o greco. Lo dobbiamo allo spirito dei tempi. E si può nettamente distinguere: il dono dello spirito dei tempi e il dono dello spirito popolare. Se ora fosse solo ciò che è l’evoluzione regolare dell’uomo, ciò che è l’evoluzione regolare dell’Angelus, dell’Arcangelo, ciò che è l’evoluzione regolare dello spirito dei tempi, allora noi, ognuno singolarmente, riceveremmo sempre il dono dal nostro spirito dei tempi e dal nostro corrispondente spirito popolare e ci svilupperemmo per mezzo della ricezione di questo dono. Gli uomini sulla Terra si svilupperebbero uno accanto all’altro. Tutti i membri di diversi popoli sulla Terra riceverebbero il dono degli spiriti dei popoli sulla Terra come se in una sala cinque quadri pendessero completamente diversi l’uno dall’altro, che rappresentassero cose diverse, ma un quadro non disturberebbe l’altro nemmeno minimamente. Così gli uomini singoli uno accanto all’altro sulla Terra riceverebbero il dono dei loro spiriti popolari. Non si disturberebbero, se tutta l’evoluzione fosse avvenuta regolarmente. Ma ci sono entità rimaste indietro. Tra gli esseri Arcangeli governanti ci sono quelli che hanno veramente iniziato bene la loro evoluzione sul Sole e per il tempo terrestre sono diventati veri Arcangeli, ma anche quelli che sono rimasti indietro al livello del Sole, che fondamentalmente sono ancora al livello di uomini. Questi esseri dunque stanno allo stesso livello degli spiriti dei popoli, eppure sono rimasti indietro dietro di loro, hanno solo le proprietà di uomini soprasensibili invisibili, non di Arcangeli. Sono rimasti indietro, questi esseri. Fanno in un certo senso le stesse pretese al mondo degli Arcangeli, ma non hanno raggiunto il livello degli Arcangeli sulla Terra. Perciò devono in un certo senso operare con le stesse forze come sul Sole. La conseguenza è che afferrano l’uomo invece che come Arcangeli, come uomini, come uomini invisibili che penetrano nella natura umana, che non governano l’uomo dall’alto, ma penetrano nella natura umana. E da questi spiriti, che in un certo senso competono con i veri spiriti dei popoli governanti, viene il fatto che i popoli si combattono, non vivono in pace l’uno con l’altro sulla Terra. L’uomo non sarebbe affatto tentato di identificare la sua personalità, la sua umanità con il suo popolo, ma piuttosto considererebbe l’essere popolare come qualcosa che lo nutre spiritualmente. Ma non entrerebbe in conflitto per il suo popolo, non identificherebbe la sua personalità con esso. L’uomo non direbbe, io sono di questa o quella nazionalità, ma: la nazionalità è lì, e devo, poiché sono nato in essa, trarre il mio nutrimento spirituale attraverso questa nazionalità. — Ma quando l’arcangelo lo incita a pensare così, viene l’altro, che fondamentalmente sta al livello dell’umanità ed è fondamentalmente uno spirito luciferino, e lo guida nella nazionalità. E la conseguenza è che non ciò che è arcangelo, come dono, scende sull’uomo, ma l’uomo si identifica con l’essere popolare come con una questione completamente personale, e da questo viene questo conflitto delle nazionalità sulla Terra. Dobbiamo assolutamente renderci conto di questo: perché non solo, per così dire, ci mettiamo nell’influenza dell’arcangelo governante, ma anche sotto l’influenza dello spirito arcangelo rimasto indietro, ci identifichiamo con la nazionalità nel modo in cui lo facciamo sulla Terra. In questo consiste proprio ciò che è scientifico-spirituale nel sentimento, che noi come uomini comprendiamo di elevarci al di sopra del semplicemente nazionale, per trovare l’accesso all’umanità universale. Allora possiamo essere nazionali nel senso più eminente. Come il singolo uomo può praticare una forma di arte e un altro qualcosa di diverso, e l’uno, mentre pratica la sua arte, non ha bisogno di essere il nemico dell’altro, così uno non avrebbe bisogno di essere nemico dell’altro nazionalmente, se non ci fossero entità arcangelo rimaste indietro nello sviluppo che causano l’identificazione. Questo deve essere assolutamente presupposto se si vuole affatto parlare di ciò che sta alla base dell’evoluzione umana rispetto al nazionale o ad altre differenziazioni.

Rispetto allo spirito dei tempi, potrete vedere più chiaramente come l’elemento luciferino opera nell’elemento regolare, se consideriamo quanto segue. Uno spirito dei tempi opera per un certo tempo. Dal 16° secolo c’è un nuovo spirito dei tempi. Questo spirito dei tempi ha un compito completamente determinato. Ha il compito di aggiungere ai precedenti impulsi evolutivi l’intero potere materialista e la comprensione materialista del mondo. Per questo il materialismo nel mondo ha fatto così grandi progressi dal 16° secolo. Non dobbiamo perciò vedere la comprensione materialista come qualcosa di inferiore rispetto al precedente modo di comprensione, se non ci identifichiamo unilateralmente con esso. Che cosa dirà colui che guarda le cose in questo modo sul governo dei diversi spiriti dei tempi? Dirà: ora siamo governati da uno spirito dei tempi determinato; prima eravamo governati da uno spirito dei tempi diverso, allora gli uomini avevano altre rappresentazioni, altri impulsi. E se l’uomo permettesse di essere influenzato solo dagli spiriti dei tempi che si evolvono regolarmente, direbbe: dobbiamo ora adattarci a questo spirito dei tempi, penetrando più profondamente nelle leggi del divenire del mondo, del pensiero materialista. Allora di nuovo dopo un tempo verrà uno spirito dei tempi diverso; porterà un altro spirito nel pensiero umano. Ho già spesso sottolineato che noi proprio come confessori della scienza dello spirito dobbiamo dire: oggi proclamiamo la scienza dello spirito con parole, rappresentazioni e concetti completamente determinati, ma non è che crediamo che ciò che diciamo oggi valga per tutto il futuro terrestre, ma cambierà. Quando duemila anni ancora saranno trascorsi, anche ciò che oggi chiamiamo conoscenza della scienza dello spirito sarà proclamato con altre parole, così come oggi parliamo diversamente che nel tempo greco; nulla resterà dal modo delle nostre parole. Non costruiamo su nulla che rimane esternamente, ma sappiamo che uno spirito dei tempi sostituisce l’altro e che tutti stanno ugualmente accanto l’uno all’altro.

Ma colui che è influenzato dal fatto che spiriti dei tempi rimasti indietro di Saturno operano in lui e si identifica con la loro influenza, dice: gli altri uomini allora erano tutti stupidi, era l’asilo dell’umanità. Abbiamo fatto così bene oggi; abbiamo trovato oggi verità incondizionatamente valide per tutto il futuro! — Si diventa più umili, più modesti nel campo della scienza dello spirito. Chi si identifica con lo spirito dei tempi, dice: Copernico ha finalmente trovato il giusto; prima si credeva in qualcos’altro. Ora gli uomini diranno per sempre: la Terra e i pianeti si muovono in un’ellisse intorno al Sole. Il Sole sta al centro! — Oggi già la scienza dello spirito sa che questa è una dottrina unilaterale. È molto bene per il nostro tempo materialista, per immaginare il mondo, ma assolutamente è falsa. Non è vero che il Sole stia in un fuoco dell’ellisse e la Terra si muova intorno a esso. In verità tutto questo è un movimento apparente calcolato materialisticamente. In verità è così che il Sole si muove da sé e la Terra e gli altri pianeti lo seguono in un movimento a spirale. E per il fatto che certe posizioni sorgono quando va così a spirale, la Terra sta ora così, ora altrimenti. Per questo risulta l’apparenza di un’ellisse. In verità è una linea diversa. Verrà il tempo in cui anche la scienza esterna saprà questo. Si diventa modesti quando si sa che le verità espresse in una forma determinata valgono solo per certi periodi. E noi non diremo mai come veri confessori della scienza dello spirito: d’ora in poi per tutto il futuro tutti gli uomini diranno che l’uomo consiste di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, ma il futuro parlerà di nuovo in modo completamente diverso. La cosa decisiva è che tutto è in evoluzione; che le idee di ieri sono altrettanto giustificate quanto le idee di oggi; che non ci lasciamo dominare solo da uno spirito dei tempi che ci illude che tutto il precedente era inganno e illusione pura e che abbiamo fatto così meraviglia. Riguardo lo spirito dei tempi, vedete negli uomini l’ossessione dello spirito luciferino, che dice: come abbiamo fatto meraviglia! Come era imperfetto tutto ciò che prima si pensava e si diceva del mondo! Ma ciò che ora abbiamo trovato, rimarrà. Ciò che è stato trovato dal 16° secolo in poi resterà come verità eterna.

Così ciò che si chiama in generale spirito popolare è fondamentalmente già un’entità complicata. È lo spirito popolare regolare che per così dire fluttua sopra di noi e a cui, se lo seguissimo solo, seguiremmo in modo che ricevessimo i suoi doni perché siamo immersi nella sua sfera. Ma è continuamente compromesso nella sua efficacia dal suo compagno luciferino, che penetra in noi, che ci spinge a identificarci come singoli uomini con tutto l’essere popolare. Ma il singolo uomo lo fa tuttavia in modi diversi; ed è di un’importanza enorme che veramente si capisca che nel cuore dell’Europa un’entità popolare deve svilupparsi che sta in un modo diverso alla sua intera essenza di spirito popolare da quella che è alla periferia dell’Europa. E questo insegnamento dobbiamo già appropriarci. È nel massimo grado significativo ciò che accade sotto la superficie della coscienza umana, e ciò che veramente dipende già dalle entità spirituali delle gerarchie superiori. Oggi l’uomo che pensa materialisticamente lo dichiarerà una pazzia se si dice che da entità spirituali escono tali impulsi come quelli che ho appena nominato, come questo uno: che in Europa centrale, senza che gli uomini lo sapessero, il popolo è stato spinto a una tale modalità di sentimento verso il Divino, o — perché in Europa centrale opera il Cristo — verso il cristiano; che l’uomo dell’Europa centrale impara a sentire il Cristo come parla all’interno più intimo dell’anima. Questo non è stato su nessun altro terreno come in Europa centrale. Uno comprendeva, per esempio, ancora durante il tempo romano dello sviluppo cristiano, il Cristo certamente come un’entità che era venuta sulla Terra, che aveva operato per gli uomini. Certamente, i più avanzati e in parte quelli che già pensavano come noi pensiamo oggi, noi che siamo in possesso della scienza dello spirito, sentivano, come ha pensato Paolo: «Non io, ma il Cristo in me!» Ma c’è ancora una differenza rispetto a un sentimento come troviamo in Maestro Eckhart, in Tauler, in Angelus Silesius e spiriti simili. Come hanno ricevuto questi spiriti il mistero del Golgota! Non abbiamo che chiedere ad Angelus Silesius; ed egli ci risponderà con il bel detto:

«Se Cristo mille volte a Betlemme nascesse E non in te, tu sempre dannato restasse!»

La co-partecipazione al mistero del Golgota nella propria anima — su questo si tratta. Questi uomini dell’Europa centrale cercavano di vivere interiormente qualcosa che è un’immagine interiore, un’espressione interiore del mistero del Golgota. E così meravigliosamente bello quando Angelus Silesius una volta si pronuncia sulla morte e dice: tutto fondamentalmente ciò che accade in me accade infine per il fatto che Dio è in me e compie le cose in me. E quando muoio, non muoio io, ma fondamentalmente muore Dio in me! — Pensate, che idea meraviglia intima di immortalità è già contenuta nel dire: Dio muore in me! — Perché naturalmente Dio è immortale. Se Dio muore in me, allora la morte è solo apparente; allora si sente come Angelus Silesius sente: che Dio muore solo apparentemente in uno, perché Dio non può morire. Così la morte non è quello che appare esteriormente, è solo un fatto del vivente. E perché Dio non può morire — ma pure muore in uno — con ciò l’immortalità è già sentita. Questo intimo intimissimo stare insieme con Dio, sia che lo si senta come Divino sia come Cristiano, è quello che si è lungo preparato nel corso dello sviluppo dell’Europa centrale. E gli spiriti dell’Europa centrale hanno operato in modo che questo ha trovato un’espressione esteriore simbolica, un’espressione simbolica reale. Da nessun altro posto al di fuori dell’Europa centrale si dice «Io» quando si intende il proprio Io, la propria essenza. Attraverso lo spirito popolare, che si manifesta come spirito linguistico, l’intera evoluzione è stata così diretta che gradualmente è venuto il momento di esprimere la propria essenza con la parola Io. Ma Io, «I-Ch», è Gesù Cristo! Ci sta dentro Gesù Cristo. Per il fatto che in «Io» Gesù Cristo è pronunciato nelle sue lettere iniziali, è simbolicamente espresso ciò che si trova nell’essenza spirituale dell’Europa centrale, come è intimamente connesso con l’esperienza interiore più intima. Ogni volta che si pronuncia «Io», si pronunciano le lettere iniziali «Gesù Cristo». Se una sola volta si puntasse lo sguardo spirituale su tali cose, che veramente oggi sono ancora considerate fantastiche, si troverebbe già come gli spiriti delle gerarchie superiori inconsciamente operano sempre nello sviluppo umano, e allora si troverebbe significato in cose che oggi si prendono così come vengono.

Voglio menzionare solo un fatto veramente significativo. Si designa un certo gruppo di uomini europei come Germani. E quando in Europa centrale si parla di Germani, si intendono l’Inghilterra, l’Olanda, la Norvegia, la Svezia e altri ancora. Si estende il concetto di Germani molto ampiamente. Non parlo di agitazione, ma di ciò che è dato nella lingua. Quando gli inglesi parlano, non si designano loro stessi come Germani, perché chiamano Germani solo i Tedeschi. Il Tedesco si chiama «Tedesco», e quando parla di Germani, comprende un gruppo più grande di persone. L’inglese applica il nome Germani, Germans, solo ai Tedeschi, a quelli che non sono «lui». Questo è un fatto enormemente significativo. È qualcosa che è significativo nel senso più profondo per il modo in cui da un lato e dall’altro opera lo spirito popolare; come in Europa centrale opera nel modo di comprendere il grande, e lo spirito popolare del popolo inglese si sforza di allontanare da sé ciò che comprende il più grande e di applicarlo solo agli altri.

In generale, ciò che la lingua insegna come il frutto dello spirito popolare operante, verrà fuori poco a poco in un modo meraviglioso per gli uomini. Ora si comprende poco quando si parla così dei diversi popoli europei, come ho tentato per anni prima di questa guerra — non provocato da questa guerra — nel ciclo «La missione delle singole anime popolari in relazione alla mitologia germanico-nordica». Viene inteso come se si volessero pronunciare giudizi di valore. Ma non si vuole pronunciare giudizi di valore, ma solo una caratterizzazione. E potremmo proprio caratterizzare i popoli dell’Europa occidentale per il fatto che portiamo all’espressione, esattamente e precisamente, ciò che ho portato all’espressione in questo ciclo di conferenze.

Sappiamo che l’anima dell’uomo consiste di anima senziente, anima razionale-affettiva e anima cosciente, e che in queste tre sfumature d’anima l’Io opera dentro. Se ora consideriamo il popolo italiano con la sua anima popolare, troviamo il particolare che l’anima popolare è ispirata nell’anima senziente. E questa è la caratteristica dell’essere popolare italiano, che l’anima popolare opera ispirante nell’anima senziente. Se ora qualcosa è posseduto dallo spirito popolare luciferino, è anche l’anima popolare. E ora considerate che da un lato la grandezza del popolo italiano consiste nel fatto che l’anima senziente è ispirata. Pensate a Dante, a tutti i grandi artisti italiani! Ma anche di nuovo l’identificazione — per così dire l’inumano, il rimasto indietro luciferico in tutti gli impulsi evolutivi appassionati che sorgono all’interno del popolo italiano! Con ciò non si esprime un giudizio di valore, ma solo si caratterizza.

Con il popolo francese possiamo vedere dappertutto come l’anima razionale-affettiva è ispirata dall’anima popolare, proprio l’anima razionale-affettiva.

Con il popolo britannico è l’anima cosciente. Ora per il presente ciclo umano l’anima cosciente è ciò che unisce l’uomo soprattutto con il mondo fisico esteriore. Perciò quella popolazione che è ispirata dall’anima cosciente è soprattutto incaricata della missione di promuovere e coltivare la cultura materialista. Con ciò di nuovo non si esprime un giudizio di valore, ma si caratterizza solo che la nazione britannica è chiamata a far ispirare l’anima cosciente. Nella misura in cui il singolo appartiene al suo popolo, nella misura cioè in cui è ispirato dallo spirito popolare luciferino, si identifica con la cultura puramente materialista del presente. Lo troviamo veramente nella cultura britannica. Come il singolo si pone verso la nazione britannica, ne risulta ciò che è il materialista spirito della nazione britannica, questo strano spirito che dal 1856 al 1900 ha condotto trentaquattro guerre di conquista e ha fatto settantasette milioni di umani terrestri nuovi sudditi britannici, e che poi nel nostro tempo pretende di stare per la libertà di singoli gruppi umani.

Se consideriamo un’epoca come la nostra, dobbiamo assolutamente renderci conto che proprio questa nostra epoca insegnerà agli uomini come sentire un avvertimento, ciò che si presenta ora come il contrasto dei singoli gruppi di popoli dell’Europa o comunque di una grande parte della Terra. Membri di trentaquattro nazionalità stanno in guerra gli uni con gli altri, a parte le piccole differenze tribali. Questo dovrebbe essere visto come un avvertimento, veramente una volta a desistere da ciò che finora si è chiamato storia. Ma questo modo di considerare viene proprio nel nostro tempo provvisoriamente ancora condotto all’eccesso. Come lo troviamo veramente condotto all’eccesso, quello che le singole nazioni dell’Europa si rinfacciano oggi, come si ponderano i singoli fatti esterni, per trovare le cause della terribile guerra del presente. Ma proprio questa guerra insegnerà agli uomini che nelle sue cause esterne non si trova nulla, se non tutt’al più sintomi esterni di ciò che profondamente nascosto nei gruppi umani consiste nella guida di entità spirituali progredite e rimaste indietro. E costringerà in un certo senso proprio ciò che il tempo presente mostra come prove, ad appellare ai fondamenti spirituali, presso i quali stanno le cause di ciò che oggi accade esternamente nel mondo.

Da molti lati si può mostrare come nei fondamenti della coscienza opera ciò che si manifesta esternamente. Voglio, sebbene la maggior parte degli amici conosca già questo esempio, ancora una volta indicare come l’intera carta dell’Europa nel tardo medioevo è stata determinata dal fatto che la Pulzella d’Orléans interviene nella guerra tra l’Inghilterra e la Francia. Chiunque consideri veramente la nostra storia esterna deve riconoscere che la carta dell’Europa si sarebbe modellata completamente diversamente se allora l’Inghilterra non fosse stata sconfitta dalla Francia per il fatto che la Pulzella d’Orléans intervenne nella lotta. Ma la Pulzella d’Orléans non era una strategica istruita, non era una persona che stava al culmine della cultura del tempo. Era un semplice bambino umano — una ragazza campestre. Ma attraverso di lei hanno operato spiriti delle gerarchie superiori nel modo in cui dovevano operare in quel tempo. Ora è stato del tutto necessario fino al nostro tempo che questi spiriti operassero nell’inconscio, perché gli uomini non potevano ancora comprendere ciò che ora deve essere compreso dal punto di vista della scienza dello spirito. Lo abbiamo espresso spesso bellamente nelle leggende, come entità spirituali superiori intervengono nell’inconscio. E con ragione, non da superstizione, ma perché veramente corrisponde ai fatti, si dà importanza particolare al tempo in cui il mondo esteriore per l’anno è più arretrato, il tempo dal Natale al 6 gennaio. Se si vuol raggiungere le conoscenze spirituali non nel modo che cerchiamo oggi, il cammino indicato in «Come si acquisiscono conoscenze dei mondi superiori?», ma in modo più elementare, allora si poteva essere ispirati durante queste tredici notti. Questo è espresso molto bellamente, per esempio, nella leggenda norvegese di Olaf Asteson. In questa leggenda ci è indicato come Olaf Asteson va alla chiesa prima dell’avvento del Natale; come cade in uno stato di sonno davanti alla chiesa e dorme durante le tredici notti; come allora si sveglia nel giorno dell’Epifania e veramente può raccontare ciò che ha sperimentato. E ciò che racconta lì in modo figurato, visionario, ma primitivo, corrisponde a ciò che noi chiamiamo il passaggio attraverso il mondo dell’anima e il passaggio attraverso il mondo dello spirito. Tutto questo Olaf Asteson ha sperimentato nel tempo in cui a ragione è stato posto il Natale. Questo dovrebbe indicarci che la chiaroveggenza di tipo naturale poteva essere sviluppata meglio in queste tredici notti dal Natale al festival dei Tre Re.

Ora, poiché la Pulzella d’Orléans era tale un bambino naturale, si potrebbe presupporre che nelle queste tredici notti avrebbe sperimentato il mondo per mezzo di una sorta di stato di sogno, di cui parla quando conduceva l’esercito francese contro gli inglesi, che in queste tredici notti sarebbe stata ispirata. Ora questo è successo in modo peculiare. Ogni uomo passa attraverso uno stato di sonno, uno stato in cui i sensi non parlano ancora, e precisamente nel corpo della madre, prima che guardi la luce terrestre fisica. Questo è veramente ancora una sorta di stato di sonno, e lo stato più maturo è naturalmente negli ultimi tredici giorni prima della nascita. Questo è il grande, il potente che riempie la nostra anima di tale meraviglia: la Pulzella d’Orléans è nata il 6 gennaio. Ha quindi veramente passato l’ispirazione nelle tredici notti, ma prima che avesse aperto l’occhio alla luce terrestre. Che il 6 gennaio sia il compleanno della Pulzella d’Orléans, è per questo anche stato deliberatamente designato nel nostro calendario. Questo è qualcosa che dobbiamo cogliere nella sua grande connessione storico-mondiale; perché può dirci come sono misteriose le connessioni nel mondo e come forze misteriose operano nel mondo. Così forze misteriose operavano allora il 6 gennaio, quando la gente nel piccolo villaggio dove era nata la Pulzella d’Orléans si riuniva al mattino; dove gli animali stessi si comportavano così meravigliosamente. In questo 6 gennaio un’ispirazione poteva essere conclusa. Nelle tredici notti un’entità che era destinata dal suo karma poteva essere ispirata. Naturalmente — non tutti quelli nati il 6 gennaio sono così destinati, ma il karma deve coincidere con le altre condizioni.

Ho voluto citare questo esempio della Pulzella d’Orléans come uno che veramente ci mostra come le forze sotterranee giocano nello sviluppo storico e nello sviluppo. Certamente, allora è venuto lo sviluppo materialista dei secoli seguenti. Questo doveva comprensibilmente considerare tale indicazione di fondamenti storici come una pazzia. Non fa nulla; come non fa nulla nemmeno se oggi gli uomini là fuori vedono ancora questa scienza dello spirito come una pazzia. Questa scienza dello spirito si affermerà.

Ma tali eventi significativi, come sono questi, all’interno dei quali gli uomini del tempo presente vivono e in cui si sono veramente incarnati per partecipare a loro in una forma o nell’altra, non significano sempre lo stesso nello sviluppo storico. Oggi questi eventi carichi di destino significano un avvertimento agli uomini. Veramente è stato scritto già una tale marea di letteratura su questa guerra, ma in tutto ciò che è apparso in libri, opuscoli e così via, non troviamo ancora quello che si deve presumere che sia trovato, e che anche gradualmente deve essere trovato. Si sente spesso: sulle cause non si può effettivamente parlare, forse dopo la guerra, forse solo dopo decenni gli uomini dai documenti troveranno le vere cause di questa guerra e sapranno chi veramente è responsabile. — Potete leggere questo in ogni terzo giornale. Ora, non si tratta di questo, ma si tratta del fatto che si arriverà — e proprio attraverso questo tempo presente — al fatto che in queste cause esterne non si vedono le vere cause, ma che si deve cercare la causa nel mondo spirituale.

Si scoprirà che questa guerra è veramente stata messa come il significativo karma del materialismo, che deve essere passato affinché gli uomini acquisiscano una somma di convinzioni in se stessi, che dal materialismo conducono di nuovo nello spiritualismo. Questa prova deve già passare l’umanità.

Che cosa accade dunque fondamentalmente oggi in un modo così terribile intorno a noi? — Ora, lo sappiamo, quando l’uomo passa attraverso la porta della morte, egli lascia innanzitutto nel mondo fisico il suo corpo fisico. Egli entra innanzitutto nel mondo spirituale con il suo corpo eterico, il corpo astrale e l’Io. Il corpo eterico lo getta presto; è comunicato al resto del mondo. Con il corpo astrale e l’Io continua allora attraverso il mondo dell’anima, attraverso il mondo dello spirito. Ma ora consideriamo che oggi un gran numero di uomini passa attraverso la porta della morte in tempo relativamente breve e con una certa coscienza; che gettano un corpo eterico che per così dire avrebbe potuto nutrire normalmente una vita umana per decenni ancora. Se un uomo muore tra il ventesimo e il trentesimo anno di vita, getta un corpo eterico che avrebbe potuto nutrire il suo corpo fisico ancora per sessanta fino a settanta anni. Le forze sono nel corpo eterico, perché anche nello spirituale nulla va perduto. Tutti gli uomini che oggi nel fiore dei loro anni passano attraverso la porta della morte consegnano al mondo un corpo eterico che avrebbe potuto sostenere questa vita ancora per un lungo periodo. Queste forze sono ora tutte lì nel mondo spirituale. Come sono lì, queste forze? — Vorrei mostrarvi con un esempio visionario, che è tratto dal nostro stesso cerchio, che significato ha una tale apparizione.

Era nell’autunno passato che una famiglia appartenente al nostro cerchio antroposofico ha perso un figliolo, che aveva sette anni, un caro bambino. Veramente le circostanze esterne erano straordinariamente tragiche. Il padre era partito in guerra come cittadino tedesco; era appena diventato malato ed era in ospedale. Una sera, proprio mentre c’era una conferenza a Dornach, dove viene eretto il nostro edificio, ci è stato segnalato che il piccolo bambino di sette anni era scomparso. Non era tornato a casa quella sera. Non devo dimenticare di menzionare che la famiglia si era insediata a Dornach come famiglia di giardinieri. Io stesso ero stato poco prima, venendo dalla Germania, in Svizzera. Il bambino mi era già venuto incontro davanti all’edificio e mi aveva teso la mano; era un bambino soleggiato, un bambino veramente caro. Quella sera ci è stato comunicato che il bambino era andato via. Ora si poteva pensare a nulla di altro se non che un carro di mobili, che aveva portato mobili ai soci ed era stato capovolto vicino all’edificio, fosse caduto sul bambino. Ora dovete presupporre che innumerevoli anni prima nessun carro di mobili aveva passato quel luogo e nemmeno da allora. Dovete inoltre considerare: il bambino viveva con sua madre, che curava l’orto. Era un bambino così caro che quando il padre dovette partire, disse a sua madre che l’avrebbe aiutata molto bene ora, perché il padre non c’era più. Quella sera era stato mandato nella cosiddetta mensa per prendere qualcosa per sua madre. Non era molto lontano, solo un breve cammino tra la mensa e la casa della madre. Su questo breve cammino c’è un incrocio stradale, così che il carro di mobili doveva fare una piega. Ora il bambino aveva intenzione di partire dieci minuti prima, ma è stato fermato da qualcuno che voleva andare con lui. Se fosse partito prima e attraverso un’altra porta, attraverso la quale soleva andare, avrebbe passato il carro prima e dal lato sinistro del carro, mentre ora andava a destra. Per il fatto che è partito più tardi, attraverso un’altra porta e a destra dal carro di mobili, il carro, mentre si ribaltava, è caduto esattamente sul bambino. La gente aveva guardato, anche quelli che erano accanto ai cavalli. Nessuno sospettava che il bambino fosse finito sotto il carro. La gente allora disse: il carro è troppo pesante per riuscire a sollevarlo questa sera, domani lo faremo. — È accaduto tra le cinque e le sei. E allora intorno alle undici di sera eravamo nella posizione di dover assolutamente sollevare il carro. Fino alle dodici era stato sollevato; e abbiamo tirato fuori il bambino morto.

Ora, la prima cosa che voglio menzionare è questa: proprio un tale esempio è estremamente adatto a mostrare come gli uomini pensano in modo scorretto riguardo anche alla vita. E voglio ancora una volta citare un confronto, già spesso usato, per questo modo di pensare scorretto. Supponete di vedere da una certa distanza un uomo che cammina sul bordo di un fiume. Improvvisamente vedete che l’uomo cade nel fiume. Correte lì, e trovate una pietra nello stesso posto. Naturalmente dite che l’uomo è inciampato sulla pietra, è caduto in acqua, e così ha trovato la morte. Ma la cosa potrebbe essere completamente diversa, potrebbe essere esattamente il contrario. Potrebbe essere che un infarto abbia colpito l’uomo. È caduto in acqua perché era già morto; e non ha trovato la morte perché è caduto in acqua. Questo errore viene commesso ogni istante, soprattutto nella scienza naturale. Naturalmente non lo notate quando si nasconde finemente.

Così era anche riguardo a questo bambino. Il karma di questo bambino era esaurito. Il carro di mobili ha viaggiato lì a causa del bambino. Le entità spirituali che governano il segreto hanno organizzato le cose in modo che il bambino potesse trovare la morte. Il bambino aveva sette anni. Un corpo eterico molto giovane, che avrebbe potuto provvedere alla vita per molti decenni, le forze erano lì. Ora, dichiaro sempre che dal momento in cui il nostro edificio di Dornach è stato avvolto nel corpo eterico ingrandito del piccolo bambino Teodoro Faiß. Veramente il corpo eterico è ingrandito — si ingrandisce dopo la morte — e il corpo eterico di questo piccolo Theo di sette anni forma una sorta di aura dell’edificio da allora. E quando uno ha a che fare con l’edificio, quando ha la necessità di trovare le idee per l’edificio, che lo pongono nel modo giusto nel mondo spirituale, dal momento della morte di questo bambino si sa che si è co-ispirati dal corpo eterico che forma l’aura dell’edificio, il corpo eterico del piccolo Theo Faiß. Naturalmente nessun desiderio di apparire originale potrebbe spingermi a negare che molto di quello che da allora è sorto come contributi per l’edificio è co-ispirato dal fatto che l’aura di questo corpo eterico è intorno all’edificio e si ha nell’edificio per così dire questo aiuto, che questa forza eterica inutilizzata agisce a favore dell’edificio. Pensate a quello che sta dietro i fatti esterni come fatti interiori significativi: una famiglia trasferisce la sua residenza vicino all’edificio. C’è un bambino, particolarmente dotato per la sua anima; sacrifica il suo corpo eterico affinché l’edificio sia avvolto nella forza di questo corpo eterico. Abbiamo un tale esempio con il quale vediamo come i corpi eterici inutilizzati, che sono sacrificati, abbiano il loro compito nel mondo.

È solo qui che comincia fondamentalmente quello che dovrebbe fluire come contenuto sentimentale dalla nostra scienza dello spirito. Che si sappia che l’uomo consiste di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, che si passano attraverso varie vite terrene — che si sappia questo teoricamente, veramente non è la cosa importante. Ma è importante ciò che entra nella nostra esperienza vivente attraverso queste concezioni. Si cerca di portare vita nel nostro movimento in modo che non solo teoricamente insegniamo, ma attraverso la vita stessa cerchiamo di superare la differenza tra i vivi e i morti. Quando recentemente ci è stato tolto un caro collaboratore, Fridy Mitscher, proprio nel suo trentesimo anno, e ho dovuto pronunciare il discorso alla sua cremazione a Basilea, una parola importante era che mi rivolgevo a quest’anima per darle, io direi, supplicando, l’incarico di continuare a lavorare con noi dopo la morte. Perché non abbiamo bisogno solo dei cosiddetti vivi, ma abbiamo bisogno della collaborazione di coloro che hanno passato la porta della morte. E collaboreranno in due modi. Da un lato, nel prossimo tempo, collaboreranno un gran numero di corpi eterici, che gli uomini hanno gettato, che hanno passato la porta della morte negli eventi carichi di destino. Corpi eterici giovanili, inutilizzati, sono ora come una grande immensa aura in cui viviamo. E dall’altro lato ci sono le individualità stesse, che continuano a operare dai loro corpi eterici. Possiamo guardare al corpo eterico inutilizzato nell’esempio del piccolo Theo Faiß, dove il corpo eterico diventa un ispiratore di parte di ciò che è stato realizzato all’edificio. Volevo guardare all’individualità nel mio discorso a Fridy Mitscher. Sentire e provare completamente come il divario è colmato tra la vita e la morte è ciò che appartiene alla nostra scienza dello spirito. Perché non solo sapere teoricamente, ma penetrare tutto vivacemente, che i morti sono per noi come i vivi, che i morti danno qualcosa come i corpi eterici giovanili e inutilizzati, deve diventare il contenuto consapevole dei nostri tempi terrestri. E in questi corpi eterici, che hanno appartenuto a uomini che ora hanno trovato la morte attraverso i grandi eventi carichi di destino, vivono gli echi di tutto ciò che viene sentito quando si vede la morte come un sacrificio per gli eventi richiesti dal tempo — più o meno consapevolmente — davanti a sé. Questo entra in questi corpi eterici.

Cercare la morte, o meglio ancora, prevedere la morte e tuttavia sapere che questa morte ha significato, sarà il caso di molti uomini che ora passano attraverso la porta della morte nel presente. Si può essere materialista; se si vive così, si può dire: anime popolari, spiriti dei popoli, sono solo nomi per qualcosa che unisce astrattamente un gruppo di uomini con la stessa lingua e stesse peculiarità. Parlare di spiriti dei popoli come di entità reali è un’assurdità. — Anche se alcuni di quelli che ora passano attraverso la porta della morte così parlano secondo le parole; per il fatto che passano così attraverso la morte, danno inconsciamente il loro assenso a ciò che la scienza dello spirito deve dire, che lo spirito popolare, l’anima popolare è un’entità reale. Perché che cosa significherebbe se gli spiriti dei popoli, le anime popolari non fossero entità reali e da tutte le parti gli uomini stessero nella guerra sanguinosa? Sotto il presupposto di una formazione del mondo materialista, sarebbe impossibile pensare questo. Se il singolo si sacrifica per lo spirito popolare, se lo spirito popolare è un’entità reale per lui, allora ha il senso più profondo che tali eventi siano giunti agli uomini. Così sentiremo un’epoca futura in cui molti, molti corpi eterici inutilizzati fluttuano nell’atmosfera spirituale, tutti ammonenti che c’è qualcosa di spirituale. Questi corpi eterici saranno in futuro buoni aiutanti per approfondire spiritualmente la visione del mondo umano. Gli uomini avranno bisogno solo nelle loro anime di sentire come i morti chiamano. Quando di nuovo sulle regioni dove ora si sviluppano gli eventi terribili regnerà di nuovo la pace, gli uomini che allora vivranno, tanto meglio opereranno se sentono la voce dei morti. Ma questo non è inteso solo simbolicamente. I corpi eterici inutilizzati saranno lì e faranno suonare il grido. Il mondo non potrà d’ora in poi esistere senza che gli uomini sentano e provino il loro collegamento con il mondo spirituale. E sarebbe sordo l’umanità del futuro se non potesse sentire l’avvertimento dei morti. — In fisica, ognuno ammette che nessuna forza si perde; si parla della trasformazione della forza. Sul fondamento spirituale è lo stesso. Le forze che il corpo eterico inutilizzato porta attraverso la porta della morte non scompaiono; saranno lì. E nelle anime del futuro possono essere assunte, e queste anime possono attraverso questo collegamento con i resti d’anima che sono rimasti dai corpi eterici inutilizzati, ricevere forza e fiducia per la loro opera spirituale.

Accanto a molto che questa guerra può dirci, è per noi come confessori della scienza dello spirito soprattutto questo: che guardiamo per così dire nello spirito già verso l’atmosfera che sarà lì — l’atmosfera dei corpi eterici inutilizzati; che però qui sotto devono esserci anime che abbiano un sentimento per il fatto che questi sono gli avvertimenti dei morti. Portare questo dentro appartiene però al nostro compito come veri confessori della scienza dello spirito. Dobbiamo già poter trovare un punto di vista conforme allo spirito anche rispetto a tali eventi temporali, non il punto di vista che è il pensiero astratto. Ma dobbiamo veramente rappresentarci la popolazione futura della Terra in modo che sotto vi siano anime nel corpo fisico, e da sopra operino forze di corpo eterico inutilizzato; e che queste anime possano dire: non disperiamo che verranno tempi migliori per il riconoscimento spirituale, perché i corpi eterici inutilizzati ci aiutano con le loro forze. — Se prendiamo questo concretamente, non astrattamente, allora abbiamo compreso qualcosa degli avvertimenti che questo tempo carico di destino in particolare come confessori della scienza dello spirito può darci. Così deve venire, perché sono già necessarie influenze reali nello sviluppo umano. Avremmo dovuto operare a lungo, se avessimo dovuto provocare per mezzo di convinzioni intellettuali ciò che la visione del mondo spirituale vuol dare. Con la Pulzella d’Orléans ebbe luogo un’iniziazione inconscia. Nel futuro, in un altro modo, lo spirituale influenzerà nello sviluppo dell’umanità. I corpi eterici inutilizzati saranno quelli che ci staranno accanto aiutando, noi e anche coloro che come individualità vorranno nuovamente influenzare il piano fisico.

Riguardo a ciò che gli uomini possono comprendere, le cose a volte vanno ancora in modo strano oggi. Dall’esempio addotto, potete già ammettere che al tempo della Pulzella d’Orléans gli strateghi, i generali non hanno portato a termine ciò che è stato portato a termine. Un altro esempio che ho citato spesso: quando in un’ora decisiva l’esercito di Costantino marciò contro Roma, non furono i generali che procurarono la vittoria e sconfissero l’esercito cinque volte più forte di Massenzio, che aveva portato i suoi eserciti davanti alle porte di Roma, contro Costantino. Costantino non seguì i suoi generali, ma un sogno che gli disse che doveva far portare davanti ai suoi eserciti il monogramma di Cristo. Sogni e oracoli sibillini riunirono allora gli eserciti in un luogo determinato e decisero tutto. Ma per il fatto che Costantino vinse, la carta dell’Europa ha ricevuto di nuovo il suo aspetto appropriato. Chi fu allora che sotto la soglia della coscienza guidava gli eventi? Era l’impulso del Cristo, ma l’impulso del Cristo come era realmente, non come gli uomini l’hanno compreso. Non conosciamo l’impulso del Cristo se ascoltiamo la disputa dei teologi. Non nell’opera consapevole degli uomini, in ciò che gli uomini hanno compreso, operava l’impulso del Cristo; ma operava nella struttura degli eventi presso Costantino e Massenzio, e più tardi ancora presso la Pulzella d’Orléans. Anche nel nostro tempo contemporaneo si vive molto, sia pure a volte in piccoli fatti. A volte il piccolo può essere paragonato al grande. Così alcuni anni fa un eminente filosofo scrisse in una rivista dell’Italia meridionale un articolo più lungo sulla visione del mondo scientifico-spirituale che dovevo rappresentare. Questo articolo ha avuto molta influenza; era scritto tutto in modo opposto, anche se disperso con un giudizio favorevole sulla teosofia in generale, riconoscente anche. Per esempio, mi è stato consigliato, invece di voler usare i miei talenti per queste cose, di scoprire finalmente se Mickiewicz fosse veramente la rinascita della Pulzella d’Orléans e così via. Ma nel complesso l’articolo era molto adatto a presentare ciò che dovrebbe valere come la nostra visione del mondo scientifico-spirituale, in modo tale che venisse creata un’impressione irregolare. Il filosofo che aveva scritto l’articolo era considerato un grande platonista, un grande logico. Egli stesso ha detto che non si dedicava a nessun altro compito che l’annuncio della verità, e per questo poteva sapere la verità. L’editore della rivista sembrava molto soddisfatto di poter portare un articolo così lungo e autorevole su questa scienza dello spirito. Questo è stato alcuni anni fa. Allora venne la guerra. La persona in questione non appartiene a una visione che simpatizza con l’Europa centrale, ma simpatizza in modo deciso con l’Inghilterra e la Francia e anche con coloro che combattono al seguito dell’Inghilterra e della Francia. Allora, che cosa accade? Scrive un numero di lettere allo stesso uomo, che è l’editore della rivista. Questo editore della suddetta rivista pubblica anche queste lettere, perché sono troppo caratteristiche, in un’altra rivista, le «Süddeutsche Monatshefte». Ricorda persino che è lo stesso uomo — è Karl Muth — che pubblica la rivista «Hochland» e ha stampato l’articolo sulla «Teosofia Steineriana», come dice. Queste lettere sono ora tali che si può dire: tutto ciò che di bava può essere detto sulla popolazione dell’Europa centrale da parte di una persona che sente europeo-occidentale, viene detto in esse. Tra l’altro l’uomo dichiara: contro gli uomini che tutti non possono sapere per quale cosa combattano, sono gli uomini neri liberi signori. Contro l’Europa centrale bisogna solo tenere l’impero mondiale inglese, quello è come la Chiesa cattolica installato da Dio e non ha mai fatto altro che ciò che giace nell’ordine mondiale divino.

Pubblicare questa lettera è del tutto naturale! L’editore di cui parlo scrive: in tutta l’Europa centrale non si troverebbe nessun uomo al di fuori dei manicomi che potrebbe rappresentare una tale cosa! — Così ora il bravo signor Muth ammette che l’uomo a cui aveva scelto di scatenarsi sulla nostra visione del mondo scientifico-spirituale è in realtà maturo per il manicomio. Sì, così stanno le cose con ciò che viene portato contro la nostra visione del mondo scientifico-spirituale. Solo il signor Muth avrebbe già dovuto sapere allora che l’uomo era maturo per il manicomio. Ma aveva bisogno dell’avvertimento della guerra. La sua comprensione doveva essere prima evocata da ciò che poteva ora facilmente capire. Molti, pronti per il manicomio, camminano in giro e criticano la visione del mondo che rappresentiamo; ma non viene fuori in modo così grottesco.

Ho detto che in questo esempio si mostra che l’intelletto che gli uomini oggi hanno seguirebbe per lungo tempo a distanza quando si tratta della visione del mondo scientifico-spirituale, e che già deve essere detto: non solo i vivi sono necessari affinché la quantità di spiritualità che deve entrare nel mondo entri, ma anche i morti! E tra i migliori aiutanti ci saranno coloro che dovevano mettere anima e vita per il corso dei nostri eventi carichi di destino e carichi di fato del presente. E così oggi si vorrebbe che tali riflessioni non rimangano solo qualcosa di teorico nelle anime, ma diventino un sentimento profondamente onesto, il sentimento che si assuma la confessione della scienza dello spirito in modo tale che le nostre anime diventino consapevoli conoscitori di ciò: che ci saranno voci ammonenti nel mondo spirituale, che ci dicono: lasciate che noi morti siamo un segno che l’approfondimento spirituale deve venire negli uomini, perché abbiamo passato questa morte consapevolmente — non per la nostra causa, ma per ciò che è indipendente da noi, così da avere suggellato con ciò la confessione di qualcosa che va al di là della singola vita umana materiale!

Se tra i confessori della scienza dello spirito ce ne saranno coloro che presentano l’austera brezza di coloro che sono passati attraverso la porta della morte, allora nel reale sarà raggiunto qualcosa di ciò che deve essere raggiunto nelle sensibilità delle anime umane attraverso la scienza dello spirito; in altre parole, se attraverso la scienza dello spirituale ci saranno anime che sanno come dirigere il loro senso nel regno dello spirito, perché dal regno dello spirito in futuro molto potrà essere detto agli uomini.

Questo è ciò che per le vostre sensibilità volevo indicare, poiché le circostanze hanno fatto sì che proprio in questo tempo potessimo riunirci in una riunione di gruppo qui. Si vorrebbe che in tali riunioni non sia fornito solo un sapere nel germoglio, ma che ciò che viene detto in tali riunioni agisca come un seme vivente, che viene immerso nel terreno dell’anima senziente. Ciò che porterete sentimentalmente attraverso tale riflessione sarà la cosa più importante.

Per questo vogliamo concludere queste riflessioni, mentre ricordiamo ciò che deve emergere per noi dagli eventi carichi di destino del tempo:

Dal coraggio dei combattenti, Dal sangue delle battaglie, Dalla sofferenza dei soli, Dai sacrifici del popolo Nascerà il frutto dello spirito — Se le anime consapevolmente dello spirito Dirigono il loro senso nel regno dello spirito.

10°L'Europa centrale fra Oriente e Occidente; la Rosa-Croce

Praga, 15 Maggio 1915

Quando ci raccogliamo in una simile occasione, in cui alle nostre aspirazioni viene dedicato uno spazio proprio cui possiamo imprimere un carattere spirituale corrispondente al nostro sentire e percepire orientati alla scienza dello spirito, è bene ricordare il grande punto di vista che noi, come seguaci della scienza dello spirito, intendiamo assumere di fronte al mondo, ai suoi fenomeni, ai suoi compiti, ai suoi grandi enigmi. E come potrebbe la nostra epoca, così ricca di prove, così traversata dal dolore, non spingere altrimenti le nostre anime a conquistare un punto di vista che vada oltre! Proprio nella nostra epoca deve farsi viva l’aspirazione verso una prospettiva che vada al di là di quanto è visibile attraverso la vita esteriore e attraverso lo sforzo umano esteriore. Davvero, dai compiti e dagli sforzi della nostra concezione del mondo radicata nella scienza dello spirito, in un luogo importante del nostro nuovo edificio di Dornach collocheremo un gruppo plastico. Esso dovrà rappresentare ciò che, nel senso più intimo e più profondo, le nostre anime devono sentire muovendo dal nostro movimento. Tale gruppo conterrà una figura centrale. Si può designare questa figura centrale come il Cristo; si può anche designarla come ciò che, nell’uomo, è il divino, il divino vivente nell’uomo, che cerca di porsi nel mondo nel modo giusto. Si può chiamare questa figura centrale «l’Uomo», l’uomo cosmico, espresso in una personalità terrena, così come il Cristo era espresso in una personalità terrena nella vita storico-temporale per mezzo del Gesù di Nazareth. Ma vi saranno due altre figure a fianco di questa figura centrale: l’una in alto su una rupe, alata, ma precipitante giù dalla rupe. Attraverso il portamento singolare della mano della figura centrale — non permeato di odio o di forza, bensì compenetrato di interiore fermezza — viene suscitata una forza per cui la figura in alto sulla rupe, la figura alata, si spezza le ali e per questo precipita nell’abisso. Questo spezzarsi delle ali — e tale gesto deve venir reso bene nella plastica — non è provocato dal fatto che l’uomo che sta nel mezzo, l’uomo-Cristo, spezzi le ali; bensì dal fatto che, mentre egli stende la mano nella sua spiritualità, l’altro, l’essere alato, non lo sopporta, e per ciò che avviene in lui, poiché trova insostenibile per la propria essenza ciò che vive in basso, egli stesso, per forza interiore, si spezza le ali e precipita. Va dunque ben fissato che questo essere si getta giù da sé, che non viene precipitato da alcuna avversione esterna. E in basso, dentro la rupe, vediamo un’altra figura giacere incatenata, in catene. Essa si sforza di smuovere dal basso il terreno verso l’alto. Ma non riesce a venir su in questo sforzo contro ciò che fluisce dalla mano, rivolta verso il basso, della figura centrale. Si torce e si contorce perché viene respinta e ricacciata indietro da una forza propria, di nuovo radicata nella sua stessa essenza, suscitata però dalla forza della figura centrale. Voi intuite che in questo gruppo si esprime ciò che noi chiamiamo il principio del Cristo nel nostro cosmo, nella figura centrale, il principio luciferico nell’angelo che precipita dalla rupe, e il principio arimanico nella figura che, in basso, dalla caverna tende verso l’alto. Ho cercato — possiamo dirlo in una cerchia così intima — di plasmare queste tre figure il più possibile in modo somigliante a un ritratto, così che si potrà ricevere davvero un’impressione della forma che Arimane assume quando appare all’uomo in un simile contesto, e anche della fisionomia che Lucifero assume quando appare all’uomo.

Ciò che manca alla concezione religiosa occidentale fin nei nostri giorni, ciò che soltanto la nostra concezione del mondo fondata sulla scienza dello spirito può portarvi dentro, è la conoscenza che in tutto il nesso cosmico operano Arimane e Lucifero. Pubblicamente queste cose si possono solo accennare, perché gli uomini oggi indietreggiano ancora di fronte a un’esposizione precisa di esse. Ma ricordiamo che persino nella conferenza pubblica di ieri si è detto che l’uomo, mediante la meditazione, da un lato viene condotto in una regione dove si sente, nella propria essenza più intima, solo e impotente, e dall’altro lato in un ambito dove sente la propria essenza pervasa di paura e di impotenza. Ciò che ci minaccia, quando aspiriamo unilateralmente soltanto a liberarci dal materiale, ciò che ci minaccia quando aspiriamo astrattamente allo spirituale, è l’essere afferrati dal principio luciferico. Ciò che ci minaccia, quando aspiriamo solamente verso il basso, verso il materiale, quando viviamo nella brama del materiale, dove appariamo come pietrificati — come ho esposto ieri nella conferenza pubblica —, è il principio arimanico. E l’uomo sta lì in mezzo, fra il principio luciferico e quello arimanico. Bisogna riconoscerlo. Ma occorre anche riconoscere, nel modo giusto, che non basta semplicemente dire: dobbiamo spogliarci di tutto ciò che è luciferico e arimanico. — I sentimenti di odio o di paura che sviluppiamo contro il luciferico e l’arimanico, in realtà non giovano alla nostra natura umana. Dobbiamo riconoscere che Arimane e Lucifero hanno la loro legittimità nell’intero cosmo. Per questo nel gruppo plastico è accennato che non è il Cristo a voler vincere Lucifero e Arimane per odio interiore o per impulso proveniente da sé, bensì sono Lucifero stesso, Arimane stesso a vincersi. È del tutto sbagliato sviluppare in noi sentimenti per cui Arimane e Lucifero dovrebbero essere respinti da noi, come se dovessimo combatterli direttamente. Persino la divinità normale che attraversa il mondo, nella sua saggia guida cosmica, non ha disposto che l’arimanico e il luciferico non siano presenti nella conduzione del mondo. Essi ci sono.

Se ci chiediamo dove, nel divenire degli uomini odierni, sia ancora presente il principio luciferico, dobbiamo guardare verso Oriente. In Oriente, in Asia e nella Russia europea, opera Lucifero attraverso la cultura. E benché — come ho esposto nel ciclo sulla missione delle anime di popolo — l’elemento russo sia chiamato, nella più ampia evoluzione, a sviluppare il Sé spirituale, nella cultura russa sussiste tuttavia il pericolo di essere irretita da Lucifero. Essa è in cammino verso ciò. Il principio luciferico consiste nel fatto che spiriti buoni rimangono indietro. Nella chiesa greco-ortodossa, fino al VI o VII secolo, vi era uno spirito buono; ma ciò che a una data epoca è uno spirito buono si trasforma in uno spirito luciferico se viene conservato oltre quel tempo. L’attaccarsi alla religione ortodossa è un «trovarsi negli artigli di Lucifero». E in modo ancor più intenso ciò vale per le forme spirituali che si sviluppano in Oriente, le quali avevano la loro legittimità in epoche primordiali. Per il fatto che si conservano, esse confluiscono nell’elemento luciferico. Dovunque, di là in Oriente, troviamo in moltissimi uomini, lì incarnati, che essi devono attraversare qualcosa nel mondo del luciferico.

E in Occidente troviamo, secondo la saggia guida cosmica, le anime ovunque immerse nell’elemento arimanico. Lo troviamo nel modo più forte in America. In America si manifesta la tendenza a sviluppare una cultura interamente sommersa nell’elemento materialistico, arimanico, una cultura interamente permeata — perfino là dove si aspira a uno spiritualismo — di concezioni puramente materiali. Persino dove si aspira allo spirituale, là si vogliono avere gli spiriti dinanzi a sé in modo tangibile, alla maniera spiritistica. Tutto ciò si farà sempre più forte, e l’anelito al tangibile si farà sempre più grande. Esso si impadronirà a poco a poco anche dell’Europa occidentale. Là si adempirà la missione di introdurre l’elemento arimanico nella cultura. È questo che intendo con i grandi punti di vista: che comprendiamo come noi, in Europa centrale, siamo stretti fra il principio luciferico dell’Oriente e il principio arimanico dell’Occidente; come però siamo chiamati a innalzarci alle forze rappresentate dal principio del Cristo, che da un lato porta Lucifero a spezzarsi le ali — mediante il superamento del senso di impotenza — e dall’altro lato, verso Arimane, sviluppa le forze irradianti che respingono ogni paura che esiste di fronte al sapere del mondo spirituale. Poiché, in verità, l’elemento arimanico che pulsa attraverso il mondo non si lascia trattenere: esso è presente. Anche l’Europa centrale viene afferrata da questo elemento arimanico. Bisogna solo sapere come ci si deve disporre di fronte a esso, perché il cammino dell’elemento arimanico è il cammino attraverso il materialismo. E questo cammino attraverso il materialismo deve compiersi; vi è un nesso profondo, ricco di saggezza, per cui esso deve compiersi.

Considerate che ciò che è movimento religioso unilaterale — dico espressamente «unilaterale» — è presente anche nel cristianesimo, e si manifesta nel modo più forte nell’elemento del gesuitismo. Considerate che esso si rivolge sempre contro l’autentico progresso scientifico. La chiesa cattolica ha riconosciuto ufficialmente la concezione copernicana del mondo soltanto nel XIX secolo. Ciò che è scienza esteriore, viene naturalmente combattuto dalla religione unilaterale: non può essere altrimenti. In questo combattere da parte della religione contro la scienza esteriore si trovano due impulsi. Il primo impulso è che la religione unilaterale sente bene: nella scienza condotta solo con riguardo al mondo esteriore si manifesta Arimane. Questo è l’aspetto legittimo nella lotta della chiesa. Arimane non si può tenere lontano dalla scienza esteriore, se essa non solleva lo sguardo a una concezione spirituale del mondo; questo è l’aspetto legittimo. Dall’altro lato, però, nel rivolgersi della religione unilaterale contro la scienza opera un impulso non legittimo. Questa concezione religiosa unilaterale è infatti essa stessa animata, si potrebbe dire impregnata d’anima, particolarmente dall’elemento luciferico. Poiché aspirare all’approfondimento religioso e nel contempo odiare la penetrazione scientifica nei mondi spirituali, è proprio ciò che Lucifero vuole dall’uomo. Lucifero non potrebbe raggiungere meglio il suo scopo che facendo sì che tutti gli uomini fossero soltanto religiosi. Questo elemento religioso ha una connotazione egoistica enormemente forte. Pensate solo come gli uomini che non aspirano al sapere spirituale concepiscono la loro religione. Per egoismo vogliono divenire beati, per egoismo vogliono condurre, dopo la morte, una vita quale se l’immaginano! Per egoismo vogliono incarnarsi una volta sola nel mondo! Nella religione unilaterale l’egoismo è spinto al massimo grado: un egoismo dell’anima, non solo del corpo. Le migliori aspirazioni religiose che ci circondano sono incastonate nell’egoismo. E davvero, le persone più devote, che ci commuovono per la loro pietà — è Lucifero a dominare i loro sentimenti religiosi. Lucifero preferisce di gran lunga ricevere anime pie, che hanno un senso per lo spirituale, per il bene a cui aspirano per egoismo. Egli infatti non vuole soltanto anime di criminali; vuole proprio portare le anime pie nel proprio elemento.

Così, da un lato, sta l’elemento scientifico legittimo, che andrebbe a muoversi sulla soglia dell’arimanico se non sollevasse lo sguardo al mondo spirituale; dall’altro lato sta l’elemento luciferico, che cadrebbe in una religiosità egoistica anche nell’Europa centrale, se la concezione spirituale del mondo non vi portasse un sapere spirituale. Questo sarà il progresso nel cristianesimo. Così diventa per noi un tesoro di infinita importanza per il nostro animo, quando ci compenetriamo della conoscenza che stiamo, in modo consapevole, fra ciò che deve esserci, il luciferico e l’arimanico, da cui non si può fuggire, ma che perde il suo potere quando viene conosciuto. Questa è la peculiarità del mondo spirituale: appena lo si conosce, esso perde il potere per cui possiede gli uomini. Lucifero e Arimane sono invisibili. Se ce ne facciamo una rappresentazione nello spazio e nel tempo, perdono il loro potere su di noi. Non dovete credere che, se uno spirito malvagio viene intuito da un uomo grazie a una capacità chiaroveggente ma non viene veduto, l’uomo faccia qualcosa di malvagio nel raffigurarlo o nel rappresentarlo plasticamente. È vero il contrario: attraverso la visione sensibile lo spirito perde il suo potere. Gli uomini non si innervosiranno più per la collocazione spirituale di una figura; al contrario, per essa lo spirito perde la sua importanza come potere invisibile, e noi consapevolmente ci poniamo dentro di esso. Come la divinità stessa si serve di Lucifero e di Arimane, per condurre il mondo, da Oriente e da Occidente, sul giusto binario, affinché il mondo non attraversi uno sviluppo irregolare ma proceda come per movimento pendolare, così il governo del mondo lascia operare il luciferico da Oriente e l’arimanico da Occidente. Ma a noi, in Europa centrale, esso pone anche il compito grave e grande di considerare nel modo giusto tale movimento pendolare. Questo pendolo è in realtà una barca, come se a un orologio a pendolo fosse appesa una barca. E in questa barca siedono le anime che, in Europa centrale, tendono nel modo giusto. Esse devono davvero immergersi, e devono sapere — queste anime — che devono cogliere il giusto punto di equilibrio. Devono conoscere ciò che sta dietro la soglia della coscienza ordinaria, devono accoglierlo nella propria coscienza. E questi nostri giorni così difficili sono un monito soprattutto per coloro che già intuiscono qualcosa di ciò che attende il mondo nel futuro. Non che, all’interno della guerra, da un lato o dall’altro venga conquistata una vittoria esteriore: non è di questo soltanto che si tratta; si tratta di come si vivrà dopo questa vittoria. Pensate, se si arrivasse al punto che i popoli dell’Europa centrale vincano, ma sul campo di questa vittoria si diffondesse la concezione del mondo puramente materialistico-arimanica, e questa venisse mantenuta dall’elemento luciferico — allora, se l’Oriente da un lato e l’Occidente dall’altro irrompessero nella spiritualità centroeuropea, allora anche una vittoria esteriore non sarebbe di salute per quest’Europa centrale. E già da secoli, senza che gli uomini se ne accorgano, l’elemento arimanico-luciferico irrompe con grande forza.

Pensate solo a come fu necessario respingere l’elemento orientale-luciferico nel nostro movimento teosofico centroeuropeo. Poiché ciò che ricevemmo dall’Oriente come teosofia era permeato di Lucifero, e nel suo estremo conduceva anche al riconoscimento di un idolo umano esteriore, di un Cristo nuovamente incarnato fisicamente. Questa fu la lotta che dovemmo condurre contro l’interpretazione non legittima della concezione teosofica del mondo. Ma dobbiamo anche renderci conto che noi, in Europa centrale, dobbiamo riconoscere nel modo giusto come dobbiamo collocarci di fronte a quanto attende l’umanità nel futuro. Proprio mediante ciò che la scienza dello spirito può essere per noi, impareremo a comprendere che il materialismo, la concezione materialistica del mondo, non deve estendersi sull’ambito che si va preparando per l’Europa centrale. Coloro che intuiscono qualcosa del fatto che una concezione spirituale del mondo, fluendo attraverso l’Europa centrale e da lì irradiandosi su tutta la terra, si diffonda davvero, dovranno adoperarsi per impedirlo. E sarebbe pensabile, esteriormente pensabile come ipotesi, che quest’Europa centrale, dopo una vittoria, servisse una cultura materialistica. Allora i frutti di tale vittoria li raccoglierebbe Arimane. E questo deve essere impedito.

Pensate solo a una figura tragica come Ernst Haeckel! Goethe ha scritto una dottrina evolutiva. Dal 1884 mi adopero per rendere comprensibile agli uomini che si tratta di una dottrina evolutiva conforme allo spirito nel senso più elevato. Ma in Goethe gli uomini non riescono a comprenderla nel modo profondo in cui è data. Quando poi fu presentata da Darwin in forma triviale, allora gli uomini la compresero, allora gli insegnamenti poterono confluire nei cuori e nelle anime: là quella dottrina aveva ricevuto una coloritura materialistica! E prendete una figura tragica come Ernst Haeckel: ogni pensiero, ogni fibra della sua vita scientifica li ha attinti dall’Inghilterra. Huxley, Locke, Darwin furono i suoi maestri. E oggi Ernst Haeckel è uno di quelli che più si rivolgono contro l’Inghilterra: è uno dei combattenti più furiosi — per quanto lo può essere da uomo anziano; era alla testa di coloro che hanno rispedito in Inghilterra ogni onorificenza, ogni diploma, ogni decorazione. Non ha però alcun valore rispedire onorificenze e decorazioni, se non si rispedisce il darwinismo dalla coloritura inglese.

E vi è ancora dell’altro. Le anime sono al meglio preparate al materialismo quando, per la vita esteriore, dormono ancora a metà, quando sono ancora anime fanciulle. Non ci si accorge che proprio allora si possono far penetrare al meglio nelle anime quelle rappresentazioni che più tardi le predispongono spiritualmente ad accogliere il materialistico come ovvio. Arimane l’ha compiuto facendo sorgere nel popolo britannico uno spirito assai efficace, mediante il quale, inavvertitamente, senza che gli uomini l’intuiscano in alcun modo, viene impiantato nelle anime fanciulle l’impulso al materialismo. Si tratta dello straordinariamente geniale autore del «Robinson Crusoe». Quando si fanno discendere nelle anime fanciulle le rappresentazioni di cui Robinson è permeato, esse acquistano l’inclinazione al materialismo. In quel libro persino la religione sorge da sé, così come crescono i cavoli. Non vi è nulla che rifletta su qualcosa che debba affluire dal mondo spirituale. E guardate solo come Robinson attraversa il mondo! Vi fu un’epoca dello sviluppo letterario in Europa centrale in cui in tutte le lingue comparivano imitazioni di Robinson. E le tantissime traduzioni di Robinson! Non si possono nemmeno contare i Robinson introdotti in tutte le nazioni! Così in profondità sta questa cosa. Ma per il grande, il significativo della cultura centroeuropea, davvero orientato allo spirituale, deve essere nuovamente mostrato il cammino spirituale.

E davvero, per una guida superiore, ci sono stati i fratelli Grimm, i quali hanno nuovamente raccolto le fiabe tedesche. E se alla nostra gioventù, invece del Robinson arimanico, portiamo le fiabe tedesche, le portiamo l’inclinazione allo spirituale. Si prova una profonda mestizia quando — tutto ciò è sintomatico — si vive quanto segue: un filosofo molto importante dell’Austria, il professor Ernst Mach, ha scritto un libro che ha inciso profondamente su molti che oggi vogliono pensare filosoficamente: «L’analisi delle sensazioni». A pagina tre trovate quanto segue. Egli parla della conoscenza di sé. Sappiamo che la conoscenza di sé è straordinariamente importante; l’ho esposto spesso. Ernst Mach ora fornisce una prova del fatto che la conoscenza di sé è alquanto difficile persino per il mondo esteriore. Egli racconta: passai davanti a una vetrina con uno specchio, dove vidi venirmi incontro la mia stessa immagine, la mia stessa figura. Pensai: che uomo antipatico e ripugnante mi sta venendo incontro! Ero io stesso. — Così disse. Era dunque lui stesso, che si conosceva tanto poco da dire alla propria immagine riflessa: che uomo antipatico, ripugnante! E per chiarirlo del tutto, egli aggiunge: quando era già professore, una notte tornava da un viaggio ed era salito su un omnibus. Mentre saliva, vide nello specchio un uomo che saliva, e si disse di nuovo: che maestro di scuola decaduto sta salendo? E aggiunge: ho dunque conosciuto meglio il mio habitus generico che il mio habitus specifico. Ebbene, se è già così difficile per un uomo che non si guarda spesso allo specchio — e parla in favore di Ernst Mach il fatto che ciò sia avvenuto — riconoscere la propria figura esteriore, allora si avrà un’idea di quanto sia difficile acquisire conoscenza di sé nell’anima. È proprio questo, però, ciò che è necessario: acquisire la conoscenza di sé nell’anima. Vorrei aggiungere che colpisce quasi tragicamente, quando si legge ancora oltre nello stesso libro, e Ernst Mach parla dell’educazione del proprio figlio dicendo da un’anima davvero seria: grazie a Dio — no, non dice così, ma qualcosa che corrisponde a questo —, i miei figli non hanno mai letto fiabe. — Essi dunque non sono stati in alcun modo introdotti, in seguito alla lettura di fiabe, in un mondo spirituale tramite rappresentazioni fantastiche. — Vediamo qui come si annidi nelle anime del presente ciò che la cultura centroeuropea vuole condurre ad Arimane.

E così si deve dire: non che si vinca, bensì che, sulla base della vittoria, vinca il giusto, è ciò che conta. Anche in Europa centrale abbiamo una zavorra che pesa persino su una vittoria. Siamo infatti uniti, perfino legati, a qualcosa che è fortemente permeato di luciferico. Vi fu un tempo in cui fu una benedizione per l’Europa il diffondersi, dal sud dell’Europa, della cultura araba, moresca. Per quel tempo era pienamente legittimo ciò che oggi è diventato arimanico. Siamo gravati dalla zavorra dell’alleanza con gli Ottomani. Qui dobbiamo trovare il giusto punto di vista, e non credere di poter conformare le nostre sensazioni a criteri politici esteriori. Ciò che vive nel mondo esteriore non è davvero adatto a tenere lontano l’arimanico. La letteratura giornalistica esteriore va dritto verso il principio arimanico e ricopre di scherno e di derisione ciò che vuole vedere chiaro nelle potenze che entrano in gioco nel nostro mondo. E perciò ciò che ci appare nella nostra epoca sotto il segno del sangue e del dolore deve apparirci come il grande monito a disporre le anime ad accogliere ciò che, dal mondo spirituale, vuole affluire al presente. E le nostre anime devono volgersi verso ciò che è stato preparato nella cultura centroeuropea proprio nel modo di portare a espressione come noi siamo collocati fra due elementi di forza che attraversano il mondo a guisa di pendolo, e come dobbiamo però trovare l’equilibrio.

Ci deve essere chiaro che, da un lato, il mondo aspira all’irrigidimento arimanico, aspira a impietrire nel fuoco del puramente materiale; che, dall’altro lato, aspira a elevarsi, in modo egoistico, verso uno spirituale astratto. Seguire l’uno o l’altro lato sarebbe rovina per l’uomo centroeuropeo. Seguire soltanto la scienza legata ai sensi esteriori ci porterebbe a strappare le rose dalla croce e a guardare soltanto a ciò che è irrigidito. Acquisteremmo a poco a poco una concezione del mondo che distoglierebbe del tutto l’uomo da ogni sguardo verso lo spirituale; che lo farebbe guardare solo a ciò che è arimanicamente irrigidito. Provate a rappresentarvi gli ideali della scienza arimanica: è un mondo di atomi che turbinano caotici, una formazione del mondo puramente materiale. Vorrebbero scacciare da questa immagine del mondo tutto ciò che è spirituale. Vogliono rappresentarsi — e lo si insegna già ai bambini a scuola — che un tempo vi fu un turbinare di masse cosmiche gassose, dalle quali si formò il sole, che poi a sua volta espulse i pianeti. Lo si rende chiaro ai bambini, a scuola, mettendo una goccia d’olio nell’acqua, infilandovi all’altezza dell’equatore una piccola sfoglia rotonda di carta, perforandola al centro con uno spillo e facendo girare lo spillo. Per effetto della rotazione si staccano piccole gocce, sorge un piccolo sistema planetario. Naturalmente, ciò che si mostra in questo modo è dimostrato; ma si dimentica la cosa più importante: che il maestro deve far girare. Così, se ci si vuole calare onestamente in questa rappresentazione, ci si deve immaginare un grande signor maestro che nello spazio cosmico fa girare l’intera faccenda. Ma i pensieri, le sensazioni, i sentimenti che tendono verso Arimane sono quelli che si rappresentano il sorgere del sole e dei pianeti nel modo appena descritto. E in ciò era presente anche quanto ha portato alla concezione della storia. Herman Grimm dice una volta: un pezzo di carogna attorno al quale un cane affamato traccia i suoi cerchi è uno spettacolo più appetitoso di questa concezione del mondo fondata unicamente sulla concezione copernicana.

Questo è un pericolo: strappare le rose dalla croce e tenere soltanto la croce nera e carbonizzata. L’altro pericolo è strappare la croce dalle rose e voler aspirare solo allo spirito, disprezzando ciò che la divinità stessa ha posto nello sviluppo del mondo; non voler immergersi amorevolmente nel pensiero che ciò che qui è nel mondo dei sensi è espressione del divino. Questa è la concezione religiosa unilaterale, che disprezza la scienza, che vuole soltanto le rose e che inconsapevolmente tende verso l’elemento luciferico dell’Oriente — come la scienza che vuole strappare le rose dalla croce e conservare soltanto la croce carbonizzata tende verso l’Occidente. Ma noi, in Europa centrale, siamo chiamati ad avere le rose sulla croce, ad avere ciò che si esprime solo nel nesso delle rose con la croce, le rose sulla croce. E sentiamo, guardando alla croce rigida, che ciò che è entrato nel mondo come materiale rigido è entrato nel mondo dal divino. È come se la spiritualità stessa si fosse creata un cerchio nel materiale: Ex deo nascimur. Sentiamo anche che, se l’intendiamo nel modo giusto, non dobbiamo entrare nel mondo spirituale solo con Lucifero, ma che muoriamo unendoci a ciò che, dal divino Sé superiore, è disceso nel mondo: In Christo morimur. E nella sintesi della croce con le rose, della concezione materiale del mondo con la concezione spirituale, sentiamo come l’anima umana possa risvegliarsi nello spirito: Per spiritum sanctum reviviscimus. Per questo la croce intrecciata di rose è stata il simbolo di colui che, nella cultura centroeuropea, si è posto in modo profondo dentro la spiritualità: Goethe. Per questo deve essere il nostro simbolo. E perciò, raccogliendoci in questa sala, vogliamo, per quanto potremo essere presenti in futuro, ricordarci di ciò che, muovendo dai grandi compiti dell’evoluzione terrestre, deve essere il nostro ideale: intrecciare la croce di rose, né strappare le rose dalla croce per tenere in mano la sola croce, né stimare soltanto le rose e affrettarsi, attraverso le rose, su nella vita spirituale fiorente, germogliante, nell’astrazione. Questo è ciò che ci è espresso nel nostro simbolo, nella Rosa-Croce, ciò che vogliamo accogliere sempre più nel nostro animo, nelle nostre sensazioni, quando ci raccogliamo in un ambiente consacrato così alle nostre aspirazioni.

Allora potremo essere certi che gli spiriti che, in buon senso, guidano l’evoluzione terrestre opereranno invisibili in mezzo a noi; che le nostre parole, tutto ciò che pensiamo e sentiamo, mentre ci dedichiamo agli intenti della scienza dello spirito, riceveranno davvero, in una simile sala, il sostegno delle potenze e dei poteri spirituali che guidano le nostre aspirazioni. E possiamo sentire come, nell’esercizio delle nostre concezioni della scienza dello spirito, veniamo continuamente ispirati dagli spiriti che, invisibili, operano in una simile sala. Voglio dunque invocare queste potenze spirituali, perché esse siano sempre accanto alle anime che si adoperano in questa sala, ogni volta che si aspiri in vera serietà, in modo onesto e amorevole. Allora, se questo potrà adempiersi, potremo essere certi che questa concezione del mondo fondata sulla scienza dello spirito sarà ciò che troverà il cammino degli dèi, come esso è sempre stato trovato.

Noi oggi ci raccogliamo in simili sale. Esse sono separate da ciò che fuori, nel mondo, è oggetto di aspirazione. Ciò che fuori, nel mondo, è oggetto di aspirazione vede nelle nostre sale qualcosa di settario, qualcosa di superstizioso. E così, in un certo senso, siamo raccolti sotterraneamente, di fronte alla cultura spirituale del presente. Si svolge in superficie, alla luce, questa cultura spirituale di oggi, che è profondamente permeata in Oriente da Lucifero, in Occidente da Arimane. Allora ricordiamo sempre, per rafforzare i nostri cuori, per ravvivare le nostre anime, come in un’altra tappa la concezione del mondo occidentale sia salita dal sotterraneo alla superficie. Vi era la concezione del mondo dell’impero romano, la concezione che aveva accolto la nobile filosofia e l’arte greca. In fondo erano spiriti brillanti coloro che vivevano, dentro quell’antica Roma e nei suoi dintorni, con quell’antica concezione del mondo. E profondamente disprezzati erano coloro che, sottoterra, nelle catacombe coltivavano una dottrina del tutto nuova. Ma coloro che, nelle catacombe, separati da ciò che allora valeva in superficie come concezione legittima del mondo, coltivavano la nuova dottrina, sapevano di doversi attenere unicamente al contenuto della loro aspirazione, di dover tenersi fermi a ciò che, mediante l’impulso del Cristo, era entrato nel mondo. Si adoperavano nelle catacombe e sapevano: là sopra vivevano coloro che attentavano alla loro vita, che li perseguitavano, che non li comprendevano. — Consideriamo poi, dopo aver tenuto davanti agli occhi tale stato dell’antico impero romano, l’evoluzione umana qualche secolo più tardi. Ciò che era in superficie è scomparso. Ciò che, sottoterra, viveva nelle catacombe è risalito; esso attraversa vittorioso l’Occidente. Viveva già nelle anime di coloro che, là sotto, ripudiati, disprezzati e derisi nelle catacombe, aspiravano a ciò che poi avrebbe conquistato il mondo. Così dobbiamo sentirci, miei cari amici, ancora in certo modo spiritualmente respinti, derisi e perseguitati da coloro che oggi coltivano la cosiddetta concezione legittima del mondo.

Ma come è andata nella prima tappa dello sviluppo cristiano occidentale, così andrà oltre. Ciò che si vorrebbe più di tutto annientare — non come una volta, cucendo gli uomini nella pece e bruciandoli, bensì irridendoli e schernendoli —, si imporrà. Ciò che irride e schernisce, ciò che vuole conquistare il suolo della terra soltanto con una concezione arimanica e luciferica del mondo, sarà scomparso, come l’antica cultura romana, l’antica concezione del mondo è in un certo senso scomparsa nella forma che aveva. Ma ciò che si coltiva nelle nostre catacombe — sono catacombe spirituali, il mondo è pur progredito —, ciò che in queste nostre catacombe si pensa, si medita, si sente, ciò di cui l’animo si compenetra: salirà alla luce e inizierà la sua marcia trionfale nella cultura più recente. Ricordiamocene in ogni istante in cui varchiamo la soglia di un simile spazio. E mentre vi sostiamo, ricordiamoci che siamo ancora come in una barca sotto il mare, ma che in fondo prenderà la direzione verso l’alto — e la prenderà certamente, se in modo forte e vigoroso ci approfondiamo in ciò con cui abbiamo imparato a unire le nostre anime. Con questo voto, che cioè vogliamo lasciarci penetrare dallo spirituale impulso del Cristo, che vuole svilupparsi un passo più innanzi, con questa disposizione, con questo voto vogliamo davvero entrare in questa sala; entrarvi nel senso di queste sensazioni, secondo cui tutto ha da valere come consacrato alle potenze spirituali, alle individualità spirituali che, come possiamo sapere, attraverso il nostro movimento tessono operando, e che stendono protettrici su di noi le loro mani benedicenti. Di questo vogliamo ricordarci, quando in futuro ci raccoglieremo qui.

11°Il Cristo in rapporto a Lucifero e Arimane

Linz, 18 Maggio 1915

Quando un giorno il nostro edificio dedicato alla scienza dello spirito a Dornach sarà ultimato, esso conterrà in un punto particolarmente significativo un gruppo plastico che presenterà principalmente tre figure. Al centro di questo gruppo si troverà una figura che potremmo chiamare il rappresentante del più alto principio umano che si sia potuto sviluppare sulla Terra. Per questa ragione si potrà sentire questa figura del più alto principio umano nell’evoluzione terrestre come il Cristo, colui che è vissuto per tre anni nel corpo di Gesù di Nazareth all’interno dell’evoluzione terrestre. Sarà compito particolare configurare questa figura del Cristo in modo che da un lato si possa vedere come l’essere di cui si tratta dimori in un corpo umano terrestre, ma come al tempo stesso questo corpo terrestre sia, in ogni tratto, in tutto ciò che lo costituisce, compenetrato spiritualmente da ciò che è disceso in questo corpo terrestre dalle altezze cosmiche, dalle altezze spirituali, nel trentesimo anno di vita come il Cristo.

Si trovano poi là altre due figure, una alla sinistra, l’altra alla destra della figura del Cristo, se posso chiamare figura del Cristo quella che ho appena indicato con poche parole. Questa figura del Cristo sta come davanti a una roccia, la quale, particolarmente là dove si trova il lato sinistro del Cristo, si erge verso l’alto, sicché la sua sommità giunge al di sopra del capo della figura del Cristo. Lassù in cima alla roccia si trova un’altra figura, una figura alata; ma le ali sono spezzate, e questa figura, poiché ha le ali spezzate, precipita nell’abisso. Ciò che artisticamente dovrà essere elaborato in modo particolarmente netto sarà il modo in cui questa figura del Cristo solleva il braccio sinistro. Infatti, è proprio in virtù di questa elevazione del braccio sinistro della figura del Cristo che avviene il precipitare di quell’essere e lo spezzarsi delle sue ali. Tuttavia non deve apparire come se fosse il Cristo a spezzare le ali di quell’essere; al contrario, l’insieme dev’essere configurato artisticamente in modo tale che, mentre il Cristo solleva il braccio, già nell’intero gesto della mano sia contenuto il fatto che egli prova in realtà soltanto infinita compassione anche per questo essere. Quell’essere però non sopporta ciò che fluisce verso l’alto attraverso il braccio e la mano, ciò che sarà ancora visibile in quanto nella roccia stessa appariranno come delle cavità impresse dalle dita della mano protesa verso l’alto. Ciò che questo essere sente in sé, allorché viene nei pressi dell’entità che sta là come l’entità del Cristo, lo si potrebbe esprimere con queste parole: «Non posso sopportare che una così grande purezza si irradi su di me». È questo che vive in tale essere, e che vi vive così profondamente da spezzargli le ali e farlo di conseguenza precipitare nell’abisso. Sarà questo un compito artistico particolarmente significativo. E voi capite cosa si potrebbe sbagliare se il Cristo stesse là plasticamente in modo tale che, semplicemente sollevando la mano, irradiasse una forza tale da spezzare le ali di quell’essere facendolo così precipitare nell’abisso. Allora sarebbe il Cristo a colpire come con odio quell’essere e a indurlo a precipitare. Ma non così dev’essere rappresentato; l’essere stesso, piuttosto, deve precipitarsi da sé. Questo essere infatti, che viene rappresentato mentre precipita con le ali spezzate, è Lucifero.

E sull’altro lato, situato verso la destra della figura del Cristo, dove la roccia avrà una sporgenza, là la roccia sarà scavata. In questa cavità si trova anch’essa una figura, che ha ali. E questa figura alata si rivolge con organi simili a braccia verso l’incavo della roccia in alto. Dovete dunque immaginarvi: a destra l’incavo della roccia, e nell’incavo questa figura alata, che ha però ali di natura del tutto diversa rispetto alla figura in cima alla roccia. La figura in cima alla roccia ha ali piuttosto aquiline, la figura nell’incavo della roccia invece ha ali simili a quelle di pipistrello. La figura nella cavità si aggrappa propriamente nell’incavo, la si vede in catene, la si vede in basso intenta a lavorare scavando il suolo. La figura che sta nel mezzo, la figura del Cristo, ha la mano destra rivolta verso il basso. Mentre dunque rivolge in alto la mano sinistra, ha la mano destra rivolta verso il basso. Anche qui sarà un compito artistico significativo non rappresentare il Cristo come se volesse mettere in catene questa figura, che è Arimane; il Cristo prova invece infinita compassione anche per Arimane. Arimane però non può sopportarla; egli si torce nei dolori per ciò che si irradia attraverso la mano del Cristo. E ciò che da essa si irradia fa sì che le vene d’oro che si trovano nell’incavo della roccia si attorciglino come corde intorno al corpo di Arimane e l’incatenino. Così come ciò che accade in Lucifero avviene per opera sua, parimenti avviene in Arimane.

Cercheremo poiché questa concezione, presente in un punto significativo dell’edificio come opera plastica, abbia al di sopra il medesimo motivo in chiave pittorica, che dovrà essere allora del tutto diverso. Sicché in basso si troverà questo gruppo di tre figure — Cristo, Lucifero, Arimane — come gruppo plastico, e al di sopra il medesimo motivo dipinto. Poniamo nel nostro edificio di Dornach questo rapporto fra Cristo, Lucifero e Arimane perché la scienza dello spirito ci mostra in un certo modo che il compito più prossimo, riguardo alla comprensione dell’impulso del Cristo, consiste nel fatto che l’uomo impari finalmente a sapere quale rapporto sussista nel mondo fra queste tre potenze: Cristo, Lucifero e Arimane. Infatti, fino a ora si parla molto di cristianesimo e dell’impulso del Cristo, ma ciò che è entrato realmente nel mondo per opera dell’impulso del Cristo in seguito al mistero del Golgota non è ancora venuto in piena chiarezza agli uomini. Si parla bensì del fatto che esiste Lucifero, che esiste Arimane, ma quando si parla di Lucifero e di Arimane lo si fa molto spesso come se si dovesse fuggirli, come se si dovesse ripetere senza posa: «Non voglio sapere proprio nulla di Lucifero e di Arimane!». Se le potenze divino-spirituali, che vengono trovate nel modo che ho descritto ieri nella conferenza pubblica, non volessero anch’esse sapere nulla di Lucifero e di Arimane, allora il mondo non potrebbe semplicemente sussistere.

Non è dicendo «Lucifero! lo fuggo, Arimane! lo fuggo» che ci si pone nel giusto rapporto con loro, bensì considerando ciò a cui l’uomo deve aspirare per effetto dell’impulso del Cristo come la posizione di equilibrio di un pendolo. Il pendolo è in equilibrio al centro, ma deve oscillare verso l’uno e verso l’altro lato. Così è anche nell’evoluzione terrestre dell’uomo. L’uomo deve oscillare da un lato verso il principio luciferico, dall’altro verso il principio arimanico, ma deve mantenersi saldo grazie allo sviluppo di ciò che Paolo ha chiamato: «Non io, ma il Cristo in me». Il Cristo nel suo operare lo dobbiamo infatti concepire del tutto come una realtà, come un fatto reale. Vale a dire, dobbiamo essere consapevoli del fatto che era realmente presente ciò che è confluito nella nostra evoluzione terrestre per opera del mistero del Golgota. Quanto bene o quanto male gli uomini l’abbiano compreso fino a ora non è ciò che conta; conta invece il fatto che era presente, e che ha operato nell’evoluzione terrestre umana. Molte cose si potrebbero dire su quanto gli uomini, fino a oggi, non hanno compreso dell’impulso del Cristo. E un piccolo contributo la scienza dello spirito potrà aggiungere alla comprensione di ciò che dalle altezze spirituali, per opera del mistero del Golgota, è confluito come impulso del Cristo nell’evoluzione terrestre.

Per renderci presente come abbia operato il Cristo, vogliamo, come è già avvenuto in altri luoghi, considerare due momenti dell’evoluzione terrestre dell’umanità, due momenti divenuti importanti nell’intero sviluppo occidentale. Saprete dalla storia quale momento importante fu quello in cui Costantino, figlio di Costanzo Cloro, sconfisse Massenzio, e per opera di Costantino il cristianesimo venne esteriormente introdotto nell’ulteriore sviluppo occidentale. Perché ciò potesse avvenire, Costantino dovette combattere quella battaglia importante contro Massenzio, in virtù della quale Costantino fece poi del cristianesimo la religione di Stato del suo impero occidentale. L’intera carta geografica dell’Europa sarebbe stata diversa se a quel tempo la battaglia di Costantino contro Massenzio non avesse avuto luogo. Ma l’arte militare, ciò che gli uomini di allora potevano fare con l’intelletto, non fu in realtà ciò che decise quella battaglia; fu qualcosa di tutto diverso. Massenzio fece consultare i cosiddetti Libri Sibillini, i libri profetici di Roma, e fu condotto in modo tale da far uscire il suo esercito — che sarebbe stato ben protetto entro le mura di Roma — fuori dalle mura di Roma, e a schierarlo in campo aperto contro l’esercito di Costantino. Costantino invece ebbe prima della battaglia un sogno, nel quale gli fu fatto intendere: «Se andrai incontro a Massenzio nel segno del mistero del Golgota, raggiungerai una grande meta». E portando innanzi a sé il segno del mistero del Golgota, la croce, Costantino entrò in battaglia con un esercito tre volte più piccolo di quello di Massenzio. E ispirato dalla forza proveniente dal mistero del Golgota, Costantino vinse quella battaglia significativa per la quale il cristianesimo fu introdotto esteriormente in Europa.

Se ricordiamo che cosa gli uomini di allora compresero con l’intelletto dell’impulso del Cristo, troviamo un’infinita querelle teologica. Gli uomini hanno disputato sul fatto che il Cristo sia uguale dall’eternità al Padre e simili. Bisogna dire: non è importante ciò che gli uomini hanno saputo allora dell’impulso del Cristo, bensì il fatto che esso era presente, l’impulso del Cristo era presente, e ha guidato, attraverso Costantino, attraverso un sogno di Costantino, ciò che doveva accadere. È sulla realtà del Cristo, sulla forza reale, sulla forza effettiva del Cristo che si gioca tutto. Comprendere che cosa sia l’impulso del Cristo: è solo nella scienza dello spirito che cominciamo a farlo. Un altro momento fu quello in cui, nella lotta fra Francia e Inghilterra, l’Europa ricevette di nuovo una configurazione di cui si può dire: se a quel tempo la Francia non fosse stata vittoriosa contro l’Inghilterra, tutti i rapporti sarebbero divenuti diversi. Ma come era avvenuto? L’impulso del Cristo ha agito fino al nostro tempo — in cui deve diventare sempre più consapevole — nel subconscio dell’anima.

E là vediamo, nello sviluppo spirituale occidentale, come l’impulso del Cristo cerchi nelle anime degli uomini quegli stati attraverso i quali può divenire operante in singoli esseri umani. Le leggende ci hanno conservato il modo in cui l’impulso del Cristo può manifestarsi nello sviluppo spirituale occidentale. Queste leggende rimandano in parte ad antichi tempi pagani, ma sempre a tempi in cui, proprio nel paganesimo, si preparava la comprensione per il cristianesimo. Quando l’anima non aspira in modo consapevole all’iniziazione lungo la via tracciata in L’iniziazione, ma viene per così dire in modo naturale, come per un’iniziazione di natura, compenetrata dall’impulso del Cristo, allora il tempo più favorevole nel quale questo impulso del Cristo può ispirarla è il tempo dalla sera di Natale fino al giorno dell’Epifania, il tempo dal 25 dicembre al 6 gennaio. Possiamo comprenderlo, se rendiamo chiaro a noi stessi che, per la conoscenza occulta, risulta del tutto evidente come la nostra Terra non sia solo ciò di cui parlano i geologi. Ciò di cui parlano i geologi è per la Terra tanto quanto lo scheletro osseo per l’uomo. Ma la nostra Terra ha anche la dimensione spirituale che le compete. E appunto nell’aura terrestre il Cristo è entrato. E questa Terra dorme e veglia, come noi nelle ventiquattro ore dormiamo e vegliamo. Dobbiamo abituarci all’idea che lo stato di sonno della Terra si verifica durante il periodo estivo, lo stato di veglia durante il periodo invernale. E lo spirito della Terra è al massimo della sua veglia in quelle dodici o tredici notti che vanno da Natale all’Epifania.

Negli antichi tempi nei quali, come sapete da molteplici esposizioni nei miei cicli di conferenze, gli uomini si elevavano al principio spirituale del mondo per mezzo di una specie di chiaroveggenza sognante, il tempo più favorevole era il tempo estivo. È del tutto naturale che chi vuole elevarsi al mondo spirituale per mezzo di una chiaroveggenza più sognante abbia la cosa più facile durante il periodo del sonno terrestre, nel periodo estivo. Per questo era la festa di San Giovanni, nei tempi antichi, la più favorevole per innalzare la forza dell’anima verso il mondo spirituale. Al posto dell’antico modo in cui lo spirituale agisce nella Terra è subentrato il modo nuovo, più consapevole; ora il tempo migliore è il tempo in cui la Terra veglia. Per questo le leggende ci raccontano che uomini particolarmente eletti, uomini che per il loro karma sono particolarmente adatti, vengono nel tempo natalizio in uno stato di coscienza particolare, che soltanto esteriormente assomiglia al sonno, ma che interiormente è tale da poter ricevere in modo ispirativo ciò per cui gli uomini venivano elevati al mondo che noi designiamo come la regione dello spirito. C’è una leggenda molto bella, una leggenda norvegese, quella di Olaf Asteson: ci si racconta come egli vada alla chiesa la sera di Natale, cada in uno stato simile al sonno, e come poi si risvegli il 6 gennaio e possa raccontare ciò che ha vissuto in quello stato simile al sonno. E realmente questa leggenda norvegese ci narra come Olaf Asteson abbia sperimentato qualcosa che dapprima si sente come il mondo dell’anima, poi qualcosa che si sente come la regione dello spirito, soltanto naturalmente tutto in immagini, in immaginazioni.

Questo tempo è stato il più favorevole in quelle epoche nelle quali gli uomini non erano ancora così progrediti come ai nostri giorni. Oggi i tempi in cui in tale modo, come per un’iniziazione di natura, l’impulso del Cristo poteva fluire nelle anime, sono passati. Oggi gli uomini devono salire all’iniziazione in modo consapevole, così come è prescritto in L’iniziazione. Viviamo in un’epoca in cui le iniziazioni di natura diventano sempre più rare e finiranno per scomparire del tutto, sicché non potremo più farvi affidamento. Un’iniziazione che potrebbe ancora essenzialmente essere chiamata iniziazione di natura era però quella attraverso la quale l’impulso del Cristo agì nell’animo della semplice fanciulla di campagna, della Pulzella d’Orléans, per causa della quale fu prodotta la vittoria dei francesi sugli inglesi, che ha trasformato la carta geografica europea in modo così grandioso. Anche qui non fu ciò che l’intelletto umano poteva produrre, ma ciò che a quel tempo, andando oltre ogni arte dei condottieri, guidava la Pulzella d’Orléans, e per cui l’Europa ricevette una nuova configurazione: l’impulso del Cristo, che operava nell’inconscio di una singola personalità, ma operava in modo tale che poi da questa personalità si irradiò ciò che è efficace in tutta la storia.

Ora dovremmo chiederci se qualcosa di analogo possa essere avvenuto come iniziazione di natura nella Pulzella d’Orléans, se l’anima della Pulzella d’Orléans sia stata ispirata nelle notti dal 25 dicembre al 6 gennaio. Nel corso della sua vita non sembra possa essere provato che la Pulzella d’Orléans sia stata, nei dodici o tredici giorni dal 25 dicembre al 6 gennaio, in uno stato simile al sonno, nel quale particolarmente l’impulso del Cristo avrebbe potuto operare in lei, di modo che ella poi, come uomo, avrebbe agito sui campi di battaglia di Francia soltanto come involucro dell’impulso del Cristo. Eppure così era. Esiste infatti un tempo che, quando il karma della relativa individualità lo rende particolarmente possibile nell’uomo, può davvero essere riempito da uno stato simile al sonno. È il tempo degli ultimi giorni in cui l’uomo, prima ancora di vedere la luce fisica terrestre, vive nel corpo della madre. Lì l’uomo vive in uno stato sognante, simile al sonno. Non ha ancora visto, attraverso i sensi, ciò che si svolge esteriormente nel mondo. Se un uomo, per il suo karma, fosse particolarmente adatto ad accogliere in questi ultimi giorni, in cui dimora nel corpo della madre, l’impulso del Cristo, allora questi giorni sarebbero anche giorni di iniziazione di natura. Allora un tale uomo, già rafforzato e fortificato dall’impulso del Cristo presente in lui, aprirebbe per la prima volta l’occhio dopo l’iniziazione, vale a dire in questo caso dopo la nascita. E un tale uomo dovrebbe essere nato il 6 gennaio. La Pulzella d’Orléans è nata il 6 gennaio. Questo è il mistero della Pulzella d’Orléans: è nata il 6 gennaio, ha trascorso il tempo da Natale all’Epifania in quel singolare stato simile al sonno nel corpo della madre, ricevendovi la sua iniziazione di natura.

Considerate ora le profonde connessioni che stanno dietro lo sviluppo esteriore, che di solito si chiama la storia. Ciò che esteriormente nella storia viene rappresentato attraverso documenti, di regola è proprio la cosa meno importante. Il semplice dato che è registrato nel nostro calendario, cioè che la Pulzella d’Orléans fu inviata nel mondo il 6 gennaio, ha una decisiva importanza storica. Così le forze del soprasensibile agiscono nel sensibile. E noi dobbiamo leggere questa scrittura occulta attraverso la quale ci si presenta l’azione del soprasensibile nel sensibile. Dunque, il confluire dell’impulso del Cristo come per un’iniziazione di natura, già prima della nascita fisica, era presente nella Pulzella d’Orléans. Voglio esporre queste cose per suscitare nelle vostre anime un sentimento di come, dietro a ciò che di solito si chiama storia, agiscano potenze e connessioni sconosciute all’osservazione esteriore.

Così, dal mistero del Golgota in poi, l’impulso del Cristo guida la storia, in particolare quella dell’umanità europea. E in Oriente, in Asia, è rimasta indietro una concezione del mondo della quale si può dire: nelle sue percezioni essa non è ancora giunta all’impulso del Cristo. Certo, l’europeo si è lasciato sedurre dal definire come particolarmente profondo ciò che si percepisce come indianità. Ma questo è il tratto caratteristico di tale indianità — e in generale dell’intero sentire religioso asiatico —: che essa, con tutto il suo sentire, sta davanti all’impulso del Cristo, ma ha conservato lo stato che era presente nel sentire religioso dell’umanità terrestre prima dell’impulso del Cristo. Restare indietro nello sviluppo significa sempre accogliere in sé qualcosa di luciferico. Per questo lo sviluppo religioso asiatico porta in sé un elemento luciferico. E se volgiamo lo sguardo allo sviluppo religioso asiatico, dobbiamo divenire consapevoli: certo, in esso possiamo vedere molte cose che l’umanità un tempo possedeva, ma da cui ha dovuto distaccarsi. Ma tutto ciò dobbiamo, nella cultura occidentale, in parte purificarlo dall’elemento luciferico, in parte elevarlo in modo che il principio del Cristo possa confluirvi. Se passiamo dall’Asia all’Europa, troviamo nell’Oriente europeo, nella cultura russa, diffuso il cristianesimo ortodosso: è rimasto fermo a uno stadio precedente dello sviluppo cristiano, non ha voluto avanzare, ha voluto conservare ancora qualcosa di luciferico. In breve, se volgiamo lo sguardo verso oriente, abbiamo ciò che la saggia guida del mondo, per così dire, ha lasciato nell’intero sviluppo dell’umanità come elemento luciferico.

Se volgiamo lo sguardo verso occidente, particolarmente verso la cultura americana, abbiamo allora un’altra caratteristica. Il tratto caratteristico di questa cultura americana è che tutto vi viene cercato nell’esteriorità. Per questo certamente si produce qualcosa di grande, di significativo; ma tutto viene cercato nell’esteriore. Prendete un esempio. Quando in Europa, in particolare nell’Europa centrale, vediamo che un uomo, il quale dapprima non ha avuto nella sua vita occasione di rivolgere il proprio animo al Cristo e alle potenze spirituali cosmiche, per via di qualcosa abbia improvvisamente compiuto come una conversione nella sua vita, allora ci interessa che cosa sia avvenuto in tale anima. Non è il fatto che abbia compiuto un salto nel suo sviluppo che ci interessa: questo lo troviamo ovunque. Infatti, la massima inesattezza è la sentenza coniata dalla scienza esteriore: «La natura non fa salti». Dalla verde foglia della pianta al rosso petalo del fiore vi è un salto poderoso; dal petalo del fiore al calice vi è ancora un salto poderoso. È una sentenza del tutto inesatta, e la verità dello sviluppo si fonda proprio sul fatto che ovunque si compiono salti. Anche il fatto che un uomo, dopo aver vissuto un certo tempo in modo così esteriore, possa improvvisamente, per qualcosa, volgersi al mondo spirituale: non è questo il fatto particolare che ci interessa. Ma la forza interiore, la potenza interiore che produce qualcosa come una conversione al mondo spirituale: ciò sì che ci interesserà. Vorremo guardare nell’animo di un tale uomo, vorremo sapere che cosa l’abbia condotto a tale conversione. È la dimensione interiore, animica, che ci interessa. Come fa invece l’americano? Egli compie qualcosa di assai singolare. In America si è potuto sovente osservare che hanno avuto luogo conversioni di questo tipo. Ebbene, l’americano fa scrivere lettere da coloro che hanno compiuto una conversione. Poi mette insieme tutte queste lettere in un mucchio e dice: «Ho ricevuto le lettere da un certo numero di persone; sono state circa duecento le persone che hanno scritto lettere.

Il quattordici per cento di tutte queste anime, che hanno vissuto una tale conversione, l’hanno scritta per paura, che si è impadronita improvvisamente di loro davanti alla morte o all’inferno; per motivi altruistici il cinque per cento; per aspirazione a ideali morali il diciassette per cento; per rimorsi di coscienza il quindici per cento; per aver seguito insegnamenti loro impartiti il dieci per cento; per aver visto che altri si sono convertiti — dunque per imitazione — il tredici per cento; per essere stati indotti dalle bastonate ricevute all’età corrispondente il diciannove per cento, e così via». Si estraggono dunque le anime più estreme, le si suddividono e si ottiene un risultato che è costruito su «dati sicuri». Questo viene poi registrato nei libri che si diffondono fra la gente come «psicologia». Tutti gli altri criteri, dicono costoro, sono per essi incerti, fondati solo su elementi soggettivi. Ecco un esempio di esteriorizzazione di ciò che di più intimo si possa pensare. Così va in molti, moltissimi rispetti in America. Nel tempo che esige un particolare approfondimento spirituale, dilaga in America lo spiritismo più esteriore! Là si vuole avere tutto in modo tangibile. È questa una concezione materialistica della vita spirituale. Potremmo addurre ancora molte cose di tal genere, attraverso le quali vedreste che la cultura in Occidente è afferrata dall’arimanico. È questa l’altra oscillazione del pendolo. Se volgiamo lo sguardo a oriente, abbiamo l’elemento luciferico; se volgiamo lo sguardo a occidente, abbiamo l’elemento arimanico. E il compito così infinitamente importante che abbiamo, fra Occidente e Oriente, nell’Europa centrale, è quello di trovare l’equilibrio. Per questo vorremmo porre nel nostro edificio di Dornach, come gruppo plastico, la cosa più grande fra le esigenze spirituali del nostro tempo: trovare l’equilibrio fra il rapporto con Lucifero e il rapporto con Arimane. Solo allora si riconoscerà che cosa l’impulso del Cristo voleva dall’evoluzione terrestre, quando si rappresenterà il Cristo non semplicemente in maniera isolata, ma quando si saprà nel modo giusto come il Cristo sia quella potenza che sta, in modo esemplare per noi, in rapporto a Lucifero e Arimane.

Che, riguardo al rapporto dell’uomo e del Cristo con Lucifero e Arimane, non vi sia ancora chiarezza, lo si può rendere intuitivo con quanto segue. Anche la cosa più grande, ciò che in una certa direzione contiene la massima grandezza, non è sempre libero da ciò che, come unilateralità del tempo, deve ancora dominare. Non si può certo collocare abbastanza in alto quel dipinto che Michelangelo ha posto nella Cappella Sistina a Roma, Il Giudizio Universale, questo meraviglioso dipinto. Il Cristo trionfante, che guida i buoni da un lato, i cattivi dall’altro. Guardiamo questo Cristo. Egli non ha i tratti che vorremmo raggiungere nel Cristo che deve sorgere nel nostro edificio di Dornach. Deve risultare evidente che il Cristo solleva la mano in compassione, nonostante là in alto vi sia Lucifero. Lucifero non deve essere fatto precipitare per la potenza del Cristo; egli precipita da sé, perché non può sopportare ciò che si irradia dal Cristo nella sua vicinanza. E il Cristo solleva il suo occhio e corruga la fronte, nel sollevare la fronte corrugata verso Lucifero. E Arimane non viene vinto dall’odio del Cristo: egli sente di non poter sopportare ciò che dal Cristo si irradia. Il Cristo invece sta in mezzo come colui che porta in alto, nei tempi più recenti, l’elemento di Parsifal, colui che non per mezzo della sua forza, bensì per il suo solo essere lì, deve indurre gli altri al superamento di sé, di modo che gli altri si vincano da soli, e non sia lui a vincerli. In Michelangelo vediamo ancora come il Cristo, attraverso la sua forza, mandi gli uni al cielo, gli altri all’inferno. Questo non sarà nel futuro il vero Cristo, ma sarà un Cristo ancora molto luciferico. Con ciò naturalmente questa opera non viene sminuita. Tutta la grandezza di questo dipinto viene riconosciuta, ma bisogna ammettere che Michelangelo non poteva ancora dipingere il Cristo, perché l’evoluzione del mondo non era ancora giunta a quel punto. Bisogna senz’altro comprendere che non si deve rivolgere il senso soltanto al Cristo, ma che il senso lo si deve rivolgere alla triplice formazione dell’essere: Cristo, Lucifero, Arimane. Posso solo accennarvi. La scienza dello spirito porterà alla luce tutto ciò che è racchiuso in questo mistero: il Cristo in rapporto a Lucifero e Arimane.

Ora considerate quanto segue: se guardiamo a oriente, vediamo anche nell’Oriente più prossimo potenze luciferiche. E in Occidente vediamo potenze arimaniche. Davvero, deve ben essere il nostro modo, nella considerazione scientifico-spirituale, di considerare le cose non con simpatia e antipatia, e così pure di considerare i popoli e le anime di popolo non con simpatia e antipatia, ma così come sono nella loro natura propria. Ciò che si chiama la caratteristica nazionale di un uomo radicato nella sua nazionalità dipende anzitutto da ciò che agisce nel corpo fisico e nel corpo eterico. Quando dall’addormentarsi al risveglio viviamo con il nostro spirituale-animico come corpo astrale e Io, allora viviamo al di fuori della consueta dimensione nazionale. Solo dal risveglio all’addormentarsi, quando ci immergiamo nel corpo, viviamo nella dimensione nazionale. Per questo la dimensione nazionale è anche qualcosa che l’uomo, durante il suo soggiorno nel Kamaloka, gradualmente supera. L’uomo aspira all’umano universale, in quanto nel Kamaloka supera la dimensione nazionale, per poi vivere il tempo più grande fra morte e nuova nascita nell’umano universale. Fra le qualità che vengono deposte nel Kamaloka vi è anche ciò che ci specializza come uomini nazionali. Sotto questo aspetto le singole nazionalità sono fra loro molto diverse.

Confrontiamo una volta un uomo francese e un uomo russo. L’uomo francese ha la peculiarità di trattenere in modo del tutto particolare ciò che l’anima di popolo immette nel suo corpo fisico ed eterico durante la sua vita fra nascita e morte, e di vivere in modo del tutto particolare in tale dimensione. Ciò si esprime nel fatto che il francese — non come singolo, ma in quanto francese — ha una rappresentazione di ciò che è un francese; nel fatto che mette anzitutto in primo piano ciò che propriamente è un francese. Ma questi pensieri che il francese si fa della propria nazionalità, che in generale il romanzo si fa della propria nazionalità, fanno sì che nel corpo eterico sia impressa in modo netto la rappresentazione che il francese ha della nazionalità. Quando egli oltrepassa la soglia della morte, già dopo qualche giorno separa il corpo eterico; questo corpo eterico è poi una forma saldamente chiusa, che permane a lungo nel mondo eterico. Il corpo eterico non riesce a dissolversi per lungo tempo, perché in esso sono fermamente impresse le rappresentazioni della propria nazionalità; queste rappresentazioni tengono insieme il corpo eterico. Perciò, se volgiamo lo sguardo a occidente, vediamo il campo della morte pieno di corpi eterici saldamente impressi. Se volgiamo ora più da vicino lo sguardo a oriente, all’uomo russo, allora la peculiarità di questi uomini russi è che, quando le anime varcano la soglia della morte, recano in sé un corpo eterico tale che esso si dissolve relativamente molto in fretta. È questa la differenza fra l’Occidente e l’Oriente.

I corpi eterici che vengono lasciati dopo la morte presso l’uomo dell’Europa occidentale hanno la caratteristica di voler mantenersi rigidi. Ciò che il francese chiama «Gloire» si imprime saldamente nel suo corpo eterico come gloire nazionale, sicché egli è condannato, a lungo, molto a lungo dopo la sua morte, a volgere lo sguardo spirituale verso questo corpo eterico, a guardare sé stesso dopo la morte. L’uomo russo invece guarda poco a sé stesso dopo la morte. Per tutto questo l’uomo dell’Europa occidentale è esposto all’influsso arimanico; questo materializzarsi del corpo eterico è di nuovo esposto al principio arimanico. Lo scioglimento del corpo eterico, il rapido dissolvimento del corpo eterico, è accompagnato da un sentimento di voluttà, e questo è proprio il tratto caratteristico: un sentimento di voluttà istintivo nella dimensione nazionale. Come si esprime ciò in Oriente? L’Europa centrale non lo comprende, così come non vi si immedesima. Se si seguono Dostoevskij e perfino Tolstoj, o altri che dettavano il tono e che parlano sempre dell’«uomo russo», vi si trova questo sentimento di voluttà nella dimensione nazionale, che non sa nemmeno definirsi. Persino in Solov’ëv troviamo come nella sua filosofia viva qualcosa di afoso, che l’uomo dell’Europa centrale, con la chiarezza e la purezza che cerca, non riesce a unire. Ciò che in Europa è operante come potenza spirituale è in relazione con tutto questo. Nell’Europa centrale è presente un altro stato, uno stato intermedio: qualcosa che si potrebbe approfondire ancor più di quanto fosse possibile nella conferenza pubblica di ieri.

Dicevo: nell’Europa centrale è presente qualcosa che è natura di aspirazione interiore. Goethe, anche negli anni Quaranta, avrebbe scritto allo stesso modo il suo Faust: sempre aspirare, sempre aspirare! Ma questa aspirazione è natura interiorissima. Fu nell’Europa centrale che si manifestarono i mistici, i quali non volevano semplicemente conoscere il divino-spirituale, ma volevano sperimentarlo con la propria anima. I mistici volevano vivere interiormente l’evento del Cristo. Se ora prendiamo Solov’ëv, troviamo che egli muove anzitutto da questo: il Cristo è morto storicamente per l’umanità una volta sola. È del tutto giusto, ma

si tratta in Solov’ëv di un’anima che vede come una nube la vita spirituale fuori di sé, un’anima che vede come tutto si sia per così dire già compiuto, mentre l’uomo mitteleuropeo esige che ognuno torni a sperimentare di nuovo in sé l’esperienza del Cristo. Persino a un Solov’ëv Maestro Eckhart avrebbe replicato pressappoco quanto segue. Quando Solov’ëv ribadisce sempre di nuovo che il Cristo deve passare attraverso la morte affinché l’uomo possa essere uomo, Maestro Eckhart avrebbe detto: voi guardate il Cristo come si guarda qualcosa di esteriore. Non è di questo che si tratta, di rivolgere lo sguardo unicamente agli eventi storici; dobbiamo invece sperimentare il Cristo stesso nell’interiorità, dobbiamo scoprire dentro di noi qualcosa che attraversi quegli stati che il Cristo attraversa, almeno spiritualmente, in modo che spiritualmente l’esperienza del Cristo venga vissuta di nuovo nello spirito.

Suona certo strano e fantastico, oggi, dire all’umanità: l’intera evoluzione, persino lo spirito popolare nella sua componente linguistica, ha operato in Europa centrale in modo tale che nella lingua si è impresso questo nesso dell’Io con il principio del Cristo: I-CH = Iesus Christus. I-CH, che si compone in modo da diventare «Ich». E quando in Europa centrale si pronuncia «Ich», si pronuncia il nome del Cristo. Tanto vicino si vuole sentire l’Io al Cristo, così intimamente unito a esso. Questa intima convivenza con il mondo spirituale, quale deve essere perseguita in Europa centrale in tutti i campi spirituali, non è conosciuta né in Occidente né in Oriente.

Perciò nel XX secolo deve accadere qualcosa, affinché il principio del Cristo possa diffondersi gradualmente, nel modo adeguato, sull’intero continente europeo. Ho sottolineato spesso, in diversi cicli di conferenze, che nel novembre 1879 quell’entità spirituale che indichiamo come l’Arcangelo Michele ha raggiunto un particolare grado di evoluzione. Michele è diventato, per così dire, lo spirito-guida. Questo spirito-guida prepara ora l’evento che nel primo dei miei drammi misterici è accennato come apparizione del Cristo eterico sulla Terra, l’evento che deve verificarsi nel XX secolo. Allora avverrà che dapprima singole anime, poi sempre più anime, sapranno: il Cristo è realmente presente, il Cristo cammina di nuovo sulla Terra, ma in figura eterica, non in figura fisica. — Questo deve essere preparato.

Se nel corso di questo XX secolo a certe anime fossero aperti in modo chiaroveggente gli occhi spirituali — e ciò avverrà — per quanto vive nel mondo eterico, esse sarebbero disturbate da quei corpi eterici che si diffondono provenendo dall’Europa occidentale. Su di essi cadrebbe per primo lo sguardo spirituale, e si vedrebbe in modo non corretto la figura del Cristo. Perciò Michele deve combattere una battaglia in Europa. Egli deve contribuire affinché questi rigidi corpi eterici dell’Europa occidentale vengano dissolti nel mondo eterico. A tale scopo deve prendere quei corpi eterici che si dissolvono volentieri, i corpi eterici dell’Oriente, e con essi deve combattere contro l’Occidente. Ciò fa sì che dal 1879 si sia preparata nel mondo astrale una potente lotta fra corpi eterici russi e dell’Europa occidentale, e questa lotta percorre con il suo fragore l’intero mondo astrale. Vi è realmente una violenta battaglia nel mondo astrale, condotta da Michele, fra Russia e Francia. Questo è ciò che, nel mondo astrale, sta alla base della lotta che infuria in Europa.

E come spesso siamo colpiti in modo sconvolgente dal fatto che qualcosa che qui nel mondo fisico si compie, nel mondo spirituale è il suo opposto, così avviene anche in questo caso. Quell’alleanza franco-russa, sorta per seduzione di Arimane, che si fonda in modo preponderante sull’elemento arimanico, vale a dire sui venti miliardi che dalla Francia sono stati dati alla Russia, è l’espressione fisica di una lotta che infuria fra anime francesi e anime russe, di una lotta entro la quale l’Europa centrale, con il suo aspirare nell’elemento più intimo dell’anima all’incontro con il Cristo, si trova collocata. E l’Europa è caduta nel karma per cui proprio in Europa centrale deve essere vissuto in modo tragico ciò che l’Oriente ha da risolvere con l’Occidente e l’Occidente con l’Oriente. Le questioni che esteriormente l’elemento tedesco ha da risolvere con l’elemento francese vanno intese soltanto così: il tedesco si trova proprio in mezzo fra Oriente e Occidente e agisce, verso entrambi i lati, come un’incudine. Infatti ciò che da entrambi i lati viene fatto cozzare in Germania, in verità è oggetto di contesa fra questi due lati. Questa è la verità spirituale, del tutto diversa da quanto si svolge esteriormente nel mondo fisico. Pensate quanto differisca la verità spirituale da ciò che si svolge esteriormente nel mondo fisico! Tutto questo suona certamente grottesco agli uomini di oggi, eppure è la verità. In modo sconvolgente questa verità deve agire su di noi.

Ma vi è ancora un’altra questione straordinariamente significativa. Contraddice senz’altro tutto quanto la storia può mostrarci il fatto che l’Inghilterra, dopo essere sempre stata unita alla Turchia contro la Russia, debba ora improvvisamente combattere assieme alla Russia contro la Turchia. Si può comprendere questa contraddizione soltanto facendo la seguente osservazione occulta. Mentre qui in basso, sul piano fisico, l’Inghilterra unita alla Russia combatte l’elemento turco, all’osservazione occulta si presenta quanto segue. Quando si osserva occultamente questa lotta e si guarda per così dire dal basso verso l’alto, prima al piano fisico e poi al piano astrale, risulta questo: per il Nord appare la Russia alleata con l’Inghilterra, e per il Sud-est appare la Turchia alleata con l’Inghilterra. Ciò deriva dal fatto che l’alleanza fra Inghilterra e Russia ha un significato soltanto sul piano fisico, ma non ha alcun riflesso nel mondo spirituale, poiché si fonda interamente su interessi materiali. Dal basso si vedono soltanto, sul piano fisico, Inghilterra e Russia unite al Nord. Al Sud-est si vedono attraverso il piano fisico, sul piano astrale, gli inglesi animicamente uniti ai turchi combattere contro la Russia. Così l’Inghilterra combatte, sul piano fisico, da un lato insieme con la Russia, e dall’altro lato la Russia è combattuta dall’Inghilterra. Così dobbiamo considerare le cose che esteriormente si svolgono davvero, in quanto si manifestano come storia esteriore. Infatti ciò che vi sta dietro è qualcosa di completamente diverso.

Verrà un tempo in cui gli uomini parleranno degli eventi attuali in modo del tutto diverso da come avviene oggi. Bisogna dire che tutta la letteratura di guerra ha qualcosa di assai sgradevole. Si dice senz’altro anche molto di bello, ma anche moltissimo di sgradevole. E sgradevole, sopra ogni cosa, è una cosa. Si va sempre ripetendo: oggi non si può ancora parlare di chi abbia la colpa della guerra, e così via. — Ci si consola così, sorvolando sulle cose. Si dice: in futuro, dai documenti degli archivi si potrà ben ricavare chi abbia la colpa della guerra! — Ma riguardo agli eventi esteriori la cosa non è affatto così difficile da scoprire, se si giudica senza passione. E Chamberlain, nei suoi «Scritti di guerra», pur sbagliando nei particolari, ha tuttavia ragione quando dice che proprio su questa guerra si può sapere ciò che è più certo di tutto. È giusto, su ciò non vi è dubbio, soltanto si deve porre la domanda nel modo giusto. Una domanda, ad esempio, se è posta nel modo giusto, potrà avere soltanto una risposta univoca. La domanda è: chi avrebbe potuto impedire questa guerra? — La domanda che ricorre sempre: di chi è la colpa di questa guerra? e molte altre domande ancora, non sono semplicemente poste nel modo giusto. Chi avrebbe potuto impedire la guerra? — A ciò la risposta non potrà essere altra che questa: il governo russo avrebbe potuto impedire la guerra! — E soltanto così si potrà trovare la giusta definizione per gli impulsi che agiscono nei particolari. Ovviamente, d’altra parte, la guerra voluta dall’Oriente da decenni non sarebbe potuta venire oggi, se non fosse esistito un certo rapporto fra Inghilterra, Russia e Francia, sicché si può anche, volendolo, attribuire all’Inghilterra la colpa maggiore. Ma tutte queste considerazioni non tengono conto di ciò che, dietro a tutto questo, sta come causa che presenta l’intera guerra mondiale come una necessità.

È ingenuo credere che la guerra avrebbe potuto non venire. Gli uomini oggi parlano come se questa guerra non fosse dovuta venire. Essa giace naturalmente nel karma europeo. Qualcosa volevo accennare attraverso i contrasti spirituali fra Oriente e Occidente. Non è importante che ci interroghiamo in modo particolare sulle cause esteriori, poiché queste non sono importanti. Dobbiamo soltanto sapere che questa guerra è una necessità storica. Le singole cause non sono importanti. Ma importanti sono invece tutti i diversi effetti, di fronte ai quali dovremo porci nel modo giusto. E qui un effetto può presentarsi alla nostra anima come particolarmente significativo.

È un fenomeno grandioso, caratteristico, che attraverso una tale guerra vengano generati molti corpi eterici non consumati. E poiché questa è la più grande guerra che l’umanità abbia condotto dall’inizio dello svolgimento storico consapevole, anche questa peculiarità si presenta in misura massima. Vengono generati corpi eterici non consumati. E vedete, il corpo eterico che l’uomo porta in sé può sostenerlo a lungo, fino a quando l’uomo abbia raggiunto i settanta, ottanta, novanta anni. In guerra invece gli uomini sono sacrificati nel fiore degli anni. Quando l’uomo varca la soglia della morte, il corpo eterico, come sapete, viene dopo breve tempo espulso; ma nei caduti in guerra il corpo eterico viene espulso in modo tale che esso avrebbe potuto ancora a lungo, per decenni, sostenere questa vita umana nel corpo fisico. In fisica si riconosce che nessuna forza va perduta. Nello spirituale è altrettanto. Questi corpi eterici, che entrano precocemente nel mondo eterico, restano presenti con le loro forze. Considerate dunque quanti innumerevoli corpi eterici non consumati provengono da coloro che, come giovani, varcano la soglia della morte.

Con questi corpi eterici vi è qualcosa di particolare. Vorrei chiarirlo con un esempio vicino al nostro movimento, per passare poi ai corpi eterici che saranno contenuti nel mondo eterico, nel prossimo futuro, da parte dei combattenti passati attraverso la morte. Abbiamo vissuto questo autunno a Dornach la morte del piccolo figlio di una famiglia della Società Antroposofica, ora attiva nei dintorni della costruzione, la morte del piccolo Theodor Faiß, di sette anni. Il padre aveva vissuto prima a Stoccarda, poi era venuto come giardiniere a Dornach, nei dintorni della costruzione, e vi abitava con la famiglia. Egli stesso era stato arruolato poco dopo lo scoppio della guerra, ed era, al momento dell’evento che voglio riferire, in ospedale militare. Il piccolo Theodor, di sette anni, era un vero figlio del sole, un bambino meraviglioso, caro.

Un giorno avvenne quanto segue. Avevamo appena tenuto una conferenza, di quelle che tengo a Dornach in relazione a ciò che si svolge presso la costruzione. Dopo la conferenza venne una persona e disse che il piccolo Theodor Faiß non era tornato dalla madre dal tardo pomeriggio. Erano le dieci di sera, e non si poteva pensare ad altro se non che fosse accaduta una grande disgrazia. Quel pomeriggio era infatti arrivato un carro per traslochi, ed era passato vicino alla cosiddetta cantina lungo una strada in cui aveva dovuto svoltare. In un certo punto era giunto questo carro, in un punto in cui, si può davvero dire serenamente, per molti decenni prima non era passato un carro così grande, anzi forse mai un carro per traslochi era passato, e altrettanto non vi passò dopo. Ora, il piccolo Theodor, prima che questo carro avesse svoltato, era stato nella cantina. Vi era stato trattenuto un poco; altrimenti se ne sarebbe tornato prima a casa con i viveri che aveva preso nella cantina per la cena. Egli percorse poi la via verso casa — è solo un tratto brevissimo — in modo tale che si trovò proprio in quel punto in cui il carro si rovesciò e cadde su di lui, sul piccolo Theodor. Nessuno se ne era accorto, nemmeno il cocchiere. Costui aveva soltanto messo in salvo i suoi cavalli quando il carro si rovesciò, e non sapeva che il bambino vi era sotto. Quando ci fu segnalata la scomparsa del bambino, dovemmo provare a sollevare il carro. Gli amici portarono attrezzi, e i soldati svizzeri mobilitati ci aiutarono.

Naturalmente il bambino era già morto da circa le cinque e mezza del pomeriggio. Il carro per traslochi l’aveva schiacciato subito, era morto per soffocamento. Abbiamo qui un caso al quale è applicabile ciò che già spesso ho cercato di chiarire con un paragone, ossia che si scambia causa ed effetto. Ho già usato spesso il paragone seguente: supponiamo di vedere un uomo che cammina sulla riva di un fiume. L’uomo cade nel fiume. Si accorre e si trova, nel punto in cui l’uomo è caduto nel fiume, una pietra; si pensa allora che l’uomo sia inciampato, sia poi caduto nel fiume e sia morto per questo. Si dice dunque che l’uomo è morto perché è caduto nel fiume. Ma se poi lo si seziona, forse si scopre che è stato colpito da un colpo apoplettico ed è caduto morto nell’acqua. Egli non è dunque morto perché è caduto nell’acqua, bensì è caduto nell’acqua perché era morto. Tali scambi di causa ed effetto li trovate molto spesso nel giudizio sulla vita, e ancor più nella scienza ordinaria. Nel caso del piccolo Theodor le cose stavano così, che il karma si era compiuto, sicché si può davvero dire: egli stesso aveva chiamato il carro. Riferisco l’intero caso, esteriormente straordinariamente tragico, per la ragione che qui abbiamo a che fare con il corpo eterico di un bambino, che avrebbe potuto ancora per decenni sostenere la vita di questo bambino. Questo corpo eterico, con tutte le sue forze non consumate, è passato nel mondo spirituale, nel mondo eterico. Dov’è? Cosa fa? — Chi è chiamato, da allora, a lavorare con intenzioni artistiche presso la costruzione di Dornach, e in genere a coltivare pensieri entro la cinta della costruzione, sa, se ha al tempo stesso visione occulta, questo: l’intero corpo eterico, con le sue forze, è ingrandito nell’aura della costruzione di Dornach. Dobbiamo distinguere: l’individualità è altrove, segue la sua propria via; ma il corpo eterico, espulso dopo alcuni giorni, è ora presente nella costruzione. E non esiterò mai a dire che fra le forze occorrenti all’Intuizione vi sono le forze di questo corpo eterico, sacrificato per la costruzione.

Dietro la vita, i nessi sono spesso ancora del tutto diversi da quanto si possa appena intuire. Questo corpo eterico è diventato una delle potenze protettrici della costruzione. Qualcosa di grandiosamente possente è racchiuso in un tale nesso. E ora consideriamo quale grande somma di forza sale, nei corpi eterici non consumati, nel mondo spirituale da coloro che ora varcano la soglia della morte per via degli eventi bellici. Le cose stanno dunque diversamente da quanto gli uomini possono immaginare; il karma nel mondo si compie altrimenti. E la scienza dello spirito deve esistere proprio per porre, al posto di rappresentazioni fantastiche, rappresentazioni spiritualmente vere. Possiamo immaginarci a malapena — per fare solo un esempio — qualcosa di più fantastico e di più falso, dal punto di vista spirituale, di ciò che si è compiuto negli ultimi decenni.

Che cosa si è dunque compiuto, fondando una particolare «Società per la pace», per mettere, al posto della guerra, il diritto, come si diceva, «il diritto internazionale»! — In nessuna epoca dell’umanità sono state condotte guerre così terribili come dal tempo in cui esiste la «Società per la pace». E negli ultimi decenni questo movimento per la pace ha avuto fra i suoi protettori particolari proprio quel monarca che ha condotto le guerre più sanguinose e crudeli mai condotte nella storia del mondo. Sicché l’avvio del movimento per la pace da parte dello zar deve davvero apparire come la più grande commedia mai recitata nella storia del mondo, la più grande commedia e al tempo stesso la più abietta delle commedie! Questo è ciò che, dall’altra parte, dev’essere chiamato la seduzione luciferica. Lo si può seguire bene nei particolari. Si può dire che esercita sull’anima un’impressione sconvolgente vedere — comunque si vogliano considerare le cose — come, all’inizio, quando questi impulsi bellici si introdussero in Europa, in Europa centrale, persino là dove ci si era radunati come nel Reichstag tedesco a Berlino, le persone non parlassero quasi affatto. Poco si è parlato, ma le cose hanno parlato.

Infinitamente molto si è parlato sia in Occidente sia in Oriente. Ma l’impressione più sconvolgente, in un certo senso, la si è avuta da ciò che è stato detto nella Duma di Pietroburgo dai diversi partiti. Nei modi più svariati i rappresentanti della Duma non hanno presentato in realtà altro che le frasi più vuote, con il maggior fuoco dell’entusiasmo. Era sconvolgente. Questa è seduzione luciferica. Tutto ciò, però, ci indica che il fuoco che brucia in questa guerra è un fuoco di monito e di avvertimento, e che gli uomini devono fare bene attenzione. Tutto ciò che ora in genere accade ci indica che almeno alcune anime devono dirsi: non può continuare così come è andato nel mondo, qualcosa di spirituale deve confluire nell’evoluzione dell’umanità! Il materialismo ha trovato il suo karma in questa più terribile delle guerre. Sotto un certo aspetto, questa guerra è il karma del materialismo. Quanto più le anime degli uomini lo capiranno, tanto più supereranno il discutere se sia stato questo o quello a procurare la guerra, e si diranno: questa guerra ci è stata inviata nella storia del mondo perché sia un’ammonizione, perché ci volgiamo a una concezione spirituale dell’intera vita umana.

Il materialismo non rende soltanto le anime degli uomini materialistiche nei loro orientamenti, ma corrompe anche la logica e rende ottuso il sentire. All’interno dell’Europa centrale si dovrà ancora comprendere molto che si collega con quanto ho detto: che proprio in Europa centrale ci si deve occupare nel modo più intimo dell’ulteriore evoluzione dell’impulso del Cristo. Ma a questo apparterrà il fatto che si dovrà cominciare a comprendere gli spiriti che già ne hanno posto i germi. Solo un esempio: Goethe ha scritto una dottrina dei colori. I fisici la considerano come qualcosa su cui — ebbene — sorridendo con compassione dicono: che cosa capiva un poeta dei colori? Era semplicemente un dilettante! — Dagli anni Ottanta in poi mi adopero per far valere la dottrina dei colori goethiana contro la fisica moderna. Ciò non viene compreso. Perché non viene compreso? Perché il principio materialistico, che procede dall’anima del popolo britannico, ha fatto il suo ingresso in Europa centrale.

Newton, che Goethe dovette combattere, ha riportato vittoria su quanto in Goethe era scaturito dallo spirito. Goethe ha anche fondato una dottrina dell’evoluzione, nella quale viene mostrato come, attraverso il cogliere leggi spirituali, gli esseri progrediscano dal più imperfetto al più perfetto. Ciò è stato troppo difficile da comprendere per gli uomini. Quando Darwin presentò in modo più facile la sua dottrina dell’evoluzione, gli uomini l’accolsero. Darwin ha vinto su Goethe. Il pensatore materialista, ispirato dall’anima del popolo britannico, ha vinto su Goethe, che traeva tutto dal più intimo colloquio con l’anima del popolo tedesco. Ernst Haeckel ha vissuto qualcosa di tragico. Per tutta la vita si è nutrito spiritualmente di ciò che Huxley e Darwin gli avevano dato. Il materialismo di Ernst Haeckel è, in fondo, puro prodotto inglese. Ora, quando scoppiò la guerra, Haeckel era sdegnato per ciò che proveniva dalle isole britanniche. Fu uno dei primi a rispedire indietro gli ordini, i diplomi e le onorificenze inglesi. Ma ciò che deve essere rispedito indietro non sono i diplomi, gli ordini e le onorificenze; sono il darwinismo di tinta inglese e la fisica di tinta inglese. A questa riflessione si deve giungere, affinché si comprenda ciò che, nell’area mitteleuropea, può essere perseguito come intima convivenza con le leggi del mondo.

Si può rovinare nel modo peggiore quando si versa già nel cuore infantile ciò che si sviluppa poi soltanto in tinta materialistica. A questo hanno lavorato i secoli. Arimane, presso i britannici dall’altra parte, ha ispirato persino uno scrittore grandissimo, cosicché questo scrittore ha scritto un’opera tutta calcolata per influenzare l’anima in senso materialistico fin dall’età infantile, senza che ce ne si accorga, perché tutto ciò non si considera come preparazione materialistica. È il «Robinson Crusoe». Tutto il modo in cui Robinson è descritto è così raffinato che queste rappresentazioni della robinsonata, se vengono accolte, preparano lo spirito a poter pensare poi soltanto in modo materialistico. L’umanità non è ancora guarita dagli inventori di robinsonate; ce ne sono sempre stati e ce ne sono ancora oggi.

E così si potrebbe portare molto. Non per dire qualcosa di sfavorevole nei confronti dei popoli dell’Occidente, che devono essere come sono, ma per indicare come, in Europa centrale, gli uomini debbano trovare il legame con i grandi valori, finora solo germinali, per l’evoluzione verso il futuro: in vista di questo, vengono dette queste cose. Quanto significativamente, in fondo, si pone in particolare anche l’Austria. Negli ultimi decenni si è potuto vedere come si sia perseguito qualcosa di sommo per opera di spiriti come Hamerling sul terreno poetico, come Carneri, che voleva approfondire il darwinismo dal lato morale, e di artisti come Brückner e altri in tutti i campi possibili. La presa di coscienza del popolo su queste cose: ecco ciò che diventerà decisivo.

E ora consideriamo i corpi eterici non consumati che sono presenti. Questi corpi eterici sono stati deposti da uomini che, in un grande evento, hanno imparato a sacrificarsi per qualcosa che per loro, almeno sensibilmente, non esiste più: per il popolo. Quando oggi, come scienziati dello spirito, si parla del fatto che esiste un’anima di popolo come Arcangelo e così via, si è derisi. Ciò che nel materialismo si chiama anima di popolo è soltanto il nesso astratto delle qualità che gli uomini di un popolo possiedono. Ciò che il materialista chiama popolo è soltanto la somma di uomini che, simili l’uno all’altro, convivono in uno spazio. Noi parliamo del popolo in modo da sapere: lo spirito del popolo, come entità reale di rango arcangelico, è davvero presente. Anche se colui che si sacrifica, che attraversa la morte per il proprio popolo, non ha piena coscienza, sul campo degli eventi, di un reale spirito del popolo, egli conferma tuttavia, con il modo in cui attraversa la morte, di credere in un’efficacia che prosegue dopo questa morte, di credere che vi sia più di quanto gli occhi vedano nel popolo: il suo nesso e il suo stare insieme con il soprasensibile. Tutti coloro dunque che attraversano la morte — che ne abbiano consapevolezza in misura maggiore o minore — attraversano questa morte confermando che esiste un mondo soprasensibile; questo viene impresso nei loro corpi eterici.

Sicché in futuro, oltre a coloro che vivranno sul globo terrestre fisico, quando di nuovo sarà subentrata la pace, vivranno i corpi eterici non consumati, immettendo perennemente nella musica delle sfere i toni: vi è di più nel mondo di ciò che con occhi soltanto fisici può essere visto! Verità spirituale risuonerà nella musica delle sfere attraverso ciò che i morti lasciano dietro di sé nel loro corpo eterico, del tutto a prescindere da ciò che essi portano con sé nella loro individualità, che attraversa la vita fra morte e nuova nascita. Ma dovrà essere udito ciò che vivrà, ciò che risuonerà giù da questi corpi eterici, perché questi corpi eterici sono stati deposti da uomini che, suggellando la verità del mondo spirituale, sono passati attraverso la morte. Il peccato più grande dell’umanità sarà non ascoltare ciò che gli uomini defunti le grideranno attraverso i loro corpi eterici ammonitori. E quanto infinitamente verrà ravvivato ciò che si vuole contemplare guardando al mondo spirituale, se si pensa che i padri e le madri, le sorelle e i fratelli, i figli e le figlie, che perdono cari defunti, devono dirsi: ciò che è stato sacrificato vive per l’intera umanità, ammonendo a ciò che deve venire!

Se si volesse costruire soltanto su ciò che qui nel mondo fisico si svolge, non si potrebbe avere molta speranza per il prospero proseguire del movimento spirituale che deve essere coltivato nella nostra concezione del mondo orientata sulla scienza dello spirito. Quando recentemente ci morì un buon e fedele collaboratore, all’incirca nel trentesimo anno della sua vita, vi era nelle parole che rivolsi a questa anima passata attraverso la soglia della morte la preghiera che essa volesse collaborare con altrettanta fedeltà e coraggio sul nostro campo orientato alla scienza dello spirito, come qui ha collaborato fedelmente e con dedizione, valorizzando tutto ciò che sapeva. Con zelo egli ha collaborato qui sul piano fisico, questo collaboratore. Gli detti questo come messaggio nella sua vita fra morte e nuova nascita: che possa collaborare dopo la morte come ha fatto prima della morte; infatti contiamo su questi morti, i cosiddetti morti, come sui vivi.

Così viva ci deve essere la concezione del mondo orientata sulla scienza dello spirito, da superare il divario fra i cosiddetti morti e i vivi, da farci sentire i morti fra noi come vivi. Non semplicemente teoria, vita vogliamo. Così vogliamo anche indicare che un vincolo vivente sussiste fra coloro che vivono sulla Terra, quando di nuovo sarà pace, e coloro che sono passati attraverso la soglia della morte. Gli uomini potranno imparare dai morti, dovranno imparare come questi morti, nel modo indicato, collaborino al grande progresso spirituale che deve afferrare la Terra.

Avviene talvolta nella vita di constatare che la logica umana non basta. Vorrei riferirvi un esempio, non per ragioni personali, ma per caratterizzare il modo in cui gli uomini si pongono di fronte al nostro movimento. Alcuni anni fa si poté leggere, in una rivista sudtedesca molto seria, un saggio che un celebre filosofo del presente ha scritto sulla nostra scienza dello spirito. La scienza dello spirito vi era trattata in modo da poter produrre una certa impressione sulla gente, perché il saggio era scritto da un grande filosofo. Il direttore della rivista si compiaceva particolarmente di poter pubblicare un articolo sulla scienza dello spirito di un uomo così celebre. Naturalmente tutto era esposto in modo cattivo e distorto; un quadro del tutto distorto veniva dato della scienza dello spirito. Ma di che cosa ebbe bisogno il direttore per riconoscere che cosa, in realtà, aveva fatto pronunciare come giudizio, nella sua rivista mensile, sul nostro movimento? — Venne la guerra. Quell’uomo che aveva scritto l’articolo scrisse al direttore alcune lettere. Queste lettere contengono pressappoco il più ripugnante che si possa in genere dire sulla cultura mitteleuropea. In modo terribile si malediceva e si scherniva questa cultura mitteleuropea. Il direttore ha ora stampato queste lettere come esempio di quanto stoltamente si possa pensare su questa cultura. E ora dice: così, come scrive quest’uomo, può scrivere soltanto un uomo che merita il manicomio. — Vi è dunque il fatto che, per un buon direttore di rivista, è stata necessaria una cosa simile per riconoscere che l’uomo il quale, alcuni anni fa, scrisse sulla scienza dello spirito quell’articolo, che esteriormente ha arrecato anche molto danno, merita il manicomio. Ma se ora quell’uomo merita il manicomio, doveva certamente meritarlo anche allora. Eppure allora scrisse un articolo sulla scienza dello spirito! Così va nel mondo!

Devono già venire altri aiuti rispetto a quelli che l’uomo possiede oggi, perché si possa giungere a un giudizio. Lo scienziato dello spirito si trova invero saldamente sul terreno che mostra chiaramente come la verità trovi la sua via. Ma la scienza dello spirito deve operare nell’evoluzione dell’umanità affinché accada ciò che è necessario. E come in quel tempo, quando l’imperatore Costantino doveva portare a compimento il suo compito, l’impulso del Cristo dovette agire dal mondo spirituale nel subconscio, come nella Pulzella d’Orléans l’impulso del Cristo dovette agire perché accadesse ciò che doveva accadere, così l’impulso del Cristo deve proseguire la sua azione, soltanto ora maggiormente nella consapevolezza. Vi devono essere in futuro anime che sapranno: lassù, nel mondo spirituale, coloro che si sono sacrificati con la loro individualità ci chiamano a seguirli nella fede, da loro raggiunta nella morte, nell’efficacia dello spirituale.

Ma anche le forze emananti dai corpi eterici non consumati chiamano verso il futuro, ed è ciò che si ha solo da comprendere, per accoglierlo nella propria anima. Quaggiù, però, devono esserci anime che sentano questo. Vi devono essere anime che si preparino a ciò mediante la giusta, la viva comprensione della nostra scienza dello spirito. La nostra scienza dello spirito deve creare quaggiù anime che siano capaci di intuire ciò che, lassù, i corpi eterici dei morti diranno in futuro. Anime che sappiano: lassù vi sono le forze che possono ammonire l’uomo, il quale sulla Terra ha dovuto essere lasciato a sé stesso. E quando, quaggiù, anime consapevoli dello spirito volgeranno il loro senso ai toni nascosti del mondo spirituale, allora, da tutto ciò che è scorso come sangue, da ciò che è stato compiuto come sacrificio, da ciò che si è dovuto e ancora si dovrà sopportare come sofferenza, sorgeranno i giusti frutti.

Guardando alla speranza che è lecito esprimere, che davvero, davvero molte anime trovino, attraverso la scienza dello spirito, di poter ascoltare quelle voci che proprio attraverso questa guerra risuoneranno dal mondo spirituale, vorrei pronunciare, riassumendo le parole conclusive dell’odierna meditazione, parole che soltanto secondo il sentimento debbono esprimere quanto vorrei suscitare nelle vostre anime:

Dal coraggio dei combattenti, dal sangue delle battaglie, dal dolore degli abbandonati, dagli atti di sacrificio del popolo crescerà il frutto dello spirito; volgano le anime, consapevoli dello spirito, il loro senso verso il regno dello spirito.

Con tali sentimenti nel cuore vogliamo sempre compenetrarci del senso della Rosacroce, affinché questa Rosacroce sia da noi considerata, nel modo giusto, come la divisa del nostro operare e tessere e sentire. Non la croce nera soltanto. Chi strappasse le rose dalla croce nera, chi avesse soltanto la croce nera, cadrebbe in Arimane. La croce nera è ciò che vive aspirando alla mera materia. E neppure chi strappasse la croce dalle rose e volesse tenere le rose soltanto troverebbe la cosa giusta. Infatti le rose, separate dalla croce, vogliono sì elevarci alla vita, ma questa vita aspirerebbe egoisticamente soltanto verso lo spirituale e non manifesterebbe lo spirito nel materiale. Non la croce soltanto, non le rose soltanto, ma le rose sulla croce, la croce che porta le rose, entrambe in armonica reciproca azione: questo è ciò che è il nostro vero simbolo.

12°La scienza dello spirito come disposizione interiore

Elberfeld, 13 Giugno 1915

Ci troviamo attualmente entro un’epoca di eventi che devono chiamare in causa, nel senso più profondo e più ricco di significato, ogni sentire dell’anima umana. Ci troviamo in mezzo ad accadimenti che fanno passare sulla Terra, molte volte in un tempo relativamente breve, ciò che alla nostra scienza dello spirito si presenta sempre come enigma: la morte. Ci troviamo in un tempo che diffonde dolore e sofferenza su innumerevoli anime, e in un tempo del quale vogliamo sperare che porti nel proprio grembo forze ricche di significato per lo sviluppo futuro dell’umanità. Se tanto deve nascere dal dolore e dalla sofferenza, e se proprio la scienza dello spirito ci insegna che molto deve nascere dal dolore e dalla sofferenza, allora proprio considerazioni di scienza dello spirito potranno essere idonee, anche in questo tempo gravido di destino, a destare in noi qualche forza di fiducia, qualche forza di speranza. E così oggi si svilupperanno dinanzi alle vostre anime alcune considerazioni che, pur non direttamente, sono comunque connesse indirettamente con quanto può sorgere in noi, come sentimenti e impressioni, in questo nostro tempo agitato dal dolore e dalla tempesta.

Ciò che vediamo e sentiamo accadere così molteplicemente nel nostro presente è che uomini lasciano il piano fisico in età relativamente precoce della loro esistenza fisica. È proprio questo il tratto peculiare di accadimenti come gli attuali: che richiamano via dal piano fisico vite giovani. Sappiamo che l’uomo, quando varca la porta della morte, deve consegnare il suo corpo fisico agli elementi della Terra, e che, varcando la porta della morte, è dapprima ancora unito con il suo corpo eterico, con il suo corpo astrale e con il suo Io. Sappiamo che dopo un tempo relativamente breve questo corpo eterico viene separato dall’uomo, e che poi l’uomo compie il suo ulteriore peregrinare, quello che deve attraversare fra la morte e una nuova nascita, nell’Io e nel corpo astrale, unito a quegli arti della sua natura spirituale che può conquistarsi soltanto nel mondo spirituale; ma che poi, per il suo ulteriore cammino nel tempo fra la morte e una nuova nascita, il corpo eterico si separa dall’individualità umana e percorre la propria via.

Ora deve colpirci il fatto che, nel caso di una morte giovanile, questo corpo eterico debba trovarsi in una condizione del tutto diversa da quella che ha al momento della morte di un uomo giunto a un’età normale. Sappiamo come la scienza esteriore della natura affermi che le forze possono certo trasformarsi, ma non possono andare perdute. Per il mondo esteriore dell’esistenza fisica la scienza naturale riconosce pienamente questa verità: le forze non vanno mai perdute, ma soltanto si trasformano. La scienza dello spirito deve insegnare a riconoscerlo anche per il mondo spirituale. Quando un corpo eterico si stacca da un uomo che è passato attraverso la porta della morte in giovane età, si tratta di un corpo eterico che avrebbe ancora potuto provvedere, per molti decenni, alla vita di quell’uomo sul piano fisico. Un corpo eterico deve infatti essere costituito in modo da poter erogare tutte quelle forze vitali di cui l’uomo deve disporre fino all’età più avanzata. Se l’uomo, diciamo, varca la porta della morte nel venticinquesimo, ventiseiesimo, trentesimo anno di vita, il suo corpo eterico si distacca da lui, ma questo corpo eterico ha ancora forze attraverso le quali avrebbe potuto sostenere la vita fisica dell’uomo, forse fino al sessantesimo, settantesimo, ottantesimo anno. Queste forze sono nel corpo eterico, queste forze non vanno perdute. E proprio in un tempo come l’attuale, in cui tanti di tali corpi eterici vengono per così dire affidati ai mondi spirituali, deve impegnarci la domanda: che ne è dei corpi eterici di quegli uomini che sono passati attraverso la porta della morte in giovane età? Sarà bene, per rispondere in modo davvero approfondito a una simile domanda, che ci rendiamo conto di quale cammino propriamente percorra il corpo eterico dell’uomo durante la vita fra nascita e morte.

Il corpo fisico esteriore dell’uomo diventa sempre più vecchio. Nel corpo eterico non è così. Per quanto difficile possa sembrare comprenderlo, nel corpo eterico non è affatto vero che esso diventi sempre più vecchio; al contrario, il corpo eterico, nella stessa misura in cui il corpo fisico invecchia, diventa sempre più giovane, e raggiunge un certo stadio — si potrebbe dire infantile — dell’esistenza eterica nel tempo in cui l’uomo, in età normale, varca la porta della morte. Cosicché dobbiamo dirci: quando, attraverso la nascita, entriamo nella nostra esistenza terrena fisica, allora ciò che si è unito come corpo eterico al nostro corpo fisico è — possiamo dire per via di paragone — propriamente vecchio, e durante la vita diventa sempre più giovane, e raggiunge il suo stadio infantile quando varchiamo la porta della morte. Potremmo dunque anche dire: se un uomo muore in giovane età, il suo corpo eterico non diventa abbastanza giovane, ma conserva un certo grado di età. Ma che cosa significa questo in verità?

Su che cosa significhi può istruirci un esempio che parecchi fra voi conoscono già, ma che devo qui menzionare di nuovo: un esempio concreto degli ultimi tempi, vissuto da un certo numero di amici. Questo esempio concreto si riferisce in realtà a un bambino molto piccolo, il piccolo figlioletto di un nostro membro. Fu proprio in una sera di conferenza a Dornach che, dopo la conferenza, dovemmo apprendere che un ragazzo di sette anni, il figlio del nostro amico Faiß, era scomparso. E presto fu chiaro che doveva essere accaduta una grande disgrazia. Era infatti giunto nel tardo pomeriggio, nei pressi della costruzione di Dornach, un carro di trasloco, cosa curiosa, in una zona nella quale forse per lunghissimo tempo prima — se mai era successo — nessun carro del genere era passato, e probabilmente non sarebbe mai più passato. Questo carro si era rovesciato in un punto determinato. Era accaduto verso sera; nient’altro era stato notato; il ragazzo però era scomparso. E quando poi i nostri amici, insieme ad altri, fra le dieci e le dodici di sera fecero ogni sforzo per sollevare il carro — che non era stato più rialzato dalle persone cui apparteneva, le quali avevano rimandato l’operazione al giorno seguente, perché il carro era caduto in modo molto sfavorevole ed era pesantissimo — quando si riuscì a sollevarlo, risultò che in effetti il bambino, il piccolo Theodor Faiß, era passato proprio in quell’istante in cui il carro si stava rovesciando, e che il carro era caduto sul bambino.

Ora questo bambino — aveva soltanto sette anni — era un bambino straordinariamente amabile, un bambino con qualità straordinariamente belle. Vorrei, per porre un fatto del genere nella luce della nostra scienza dello spirito, ricordare una considerazione logica che ho fatto più volte nella nostra cerchia. Ho detto più volte come si possano scambiare causa ed effetto con un pensare esteriore, con un pensare non esercitato, e come simili scambi fra causa ed effetto si verifichino davvero con straordinaria frequenza. Cercai di illustrare questo con un esempio, un esempio che vuole essere soltanto un paragone. Si supponga di vedere in lontananza un uomo che cammina lungo il bordo di un ruscello. Lo si vede cadere nel ruscello, ci si affretta ad avvicinarsi, e si vede che proprio nel punto in cui l’uomo è caduto nell’acqua si trova una pietra. Si cerca di tirare fuori l’uomo dal ruscello: è morto. Cosa è più ovvio che dire: l’uomo è inciampato nella pietra, è caduto nel ruscello ed è poi annegato. Ma può non essere affatto così; al contrario, qui forse la semplice indagine fisica potrà insegnarci che, nel momento in cui l’uomo metteva piede proprio in quel punto, senza che il suo destino avesse alcunché a che fare con la pietra o con altro, l’ha colpito un colpo apoplettico, e che, di conseguenza, egli è caduto nell’acqua — sicché il colpo apoplettico è stata la causa della caduta nell’acqua —, mentre, non sforzandosi di andare a fondo della cosa, si direbbe che la caduta nell’acqua è stata la causa della morte. Si assumerebbe dunque esattamente l’inverso di ciò che è giusto.

Più difficile ancora è cogliere una cosa simile, riguardo al rapporto fra causa ed effetto, quando si ha a che fare con cose che si collegano al mondo spirituale. Si deve dire dunque: in un caso come quello di questo bambino, che davvero, attraverso circostanze così straordinarie — straordinarie anche per molte altre ragioni — trova la sua morte, da un punto di vista superiore non si deve pensare che sia accaduto questo: che il carro sia giunto e si sia rovesciato e il bambino sia finito per caso sotto il carro; che dunque il carro sia stato la causa della morte del bambino. Piuttosto, in un simile caso, si penserà in modo giusto, secondo la scienza dello spirito, che il karma del bambino si era esaurito, e che in fondo il carro è andato in quel punto perché il bambino doveva trovare la sua morte; che dunque il carro non ha fatto che produrre le condizioni esteriori per dare al bambino la morte che era prefigurata nel karma. Trivialmente si potrebbe dire: ciò che è il Sé superiore del bambino, che voleva varcare la porta della morte, si è esso stesso preparata l’intera situazione, tutti gli eventi. Certo, per l’uomo che pensa nel senso del nostro tempo avrà qualcosa di assolutamente folle udire un’idea simile. La scienza dello spirito ci deve appunto mostrare come molto di ciò che gli uomini di disposizione materialistica del presente considerano folle corrisponda proprio alla verità.

Ciò che è significativo è però che, proprio in questo caso, il corpo eterico di un bambino di sette anni si è staccato dall’individualità del bambino, da ciò che poi prosegue, in unione con l’Io e con il corpo astrale, attraverso i mondi spirituali. Non vuole essere ora mio compito parlare di quale sia l’ulteriore corso di vita di questa individualità del piccolo Theodor Faiß; mio compito è piuttosto richiamare l’attenzione sul fatto che il corpo eterico, in questo caso, era tale da aver provveduto soltanto per sette anni la vita fisica con forze vitali; aveva però in sé forze sufficienti a provvedere con forze vitali un’intera, lunga vita fra nascita e morte. Queste forze rimangono nel corpo eterico. E la cosa significativa è che chi, dopo quella morte del piccolo Theodor Faiß, ha avuto a che fare in qualche relazione spirituale con la costruzione che dobbiamo erigere a Dornach per la scienza dello spirito, ora può sapere che cosa è divenuto del corpo eterico del piccolo Theodor Faiß. In questa costruzione vi è infatti molto da realizzare. Parleremo subito ancora di qualcosa di ciò che oggi va portato giù dal mondo spirituale come ispirazioni. Si ha bisogno di forze ausiliatrici, se tutto quello che deve essere tratto dal mondo spirituale deve davvero discendere. E qui si mostra che, in effetti, dal giorno della morte del piccolo Theodor Faiß, la nostra costruzione di Dornach è avvolta — in un’ampia cerchia — dal corpo eterico ingrandito di questo bambino, come da un’aura. È possibile determinare davvero fin dove si estende questo avvolgimento.

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Bosco

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Quando vedrete la costruzione di Dornach — chi l’ha già vista lo sa —, è una doppia costruzione rotonda (vedi disegno). Qui abbiamo un edificio del riscaldamento, allestito in modo particolare secondo principi della scienza dello spirito, e qui abbiamo poi un altro edificio, dove vengono molate le vetrate per la costruzione. Solo per inciso voglio menzionare che pressappoco qui c’è la cosiddetta «Casa Hansi» — è la casa nella quale abitiamo. È singolare che fin qui, su verso il bosco, poi proprio passando accanto all’edificio del riscaldamento, tagliando in mezzo questa costruzione dove vengono molate le vetrate, e qui passando accanto a questa casa, Casa Hansi, senza includerla, quest’aura del piccolo Theodor Faiß avvolge l’intera costruzione. Cosicché in effetti, quando si entra nella costruzione, si entra in quest’aura eterica. Su ciò ho richiamato l’attenzione più volte: il corpo eterico si ingrandisce quando si libera dal corpo fisico. Non deve quindi stupirci che questo corpo eterico ci appaia in un simile ingrandimento. E in questo corpo eterico vi sono le forze mediatrici attraverso le quali si trovano certe impressioni dal mondo spirituale, di cui si ha bisogno per impiegarle nelle forme e nella configurazione artistica della costruzione. E chi deve lavorare per la costruzione sa che cosa deve a quest’aura eterica. Non avrò mai esitazione a riconoscere che il lavoro, dopo la morte di questo piccolo Theodor Faiß, mi è stato reso possibile dal fatto che le forze mediatrici per le ispirazioni sono date nel corpo eterico del ragazzo, dispiegato sopra la costruzione. Sarebbe molto più comodo non menzionare affatto una cosa simile. Ci si potrebbe vantare di non avere bisogno di simili forze mediatrici. Ma non è di queste cose che si tratta; si tratta di riconoscere la verità.

Se ci poniamo davanti agli occhi i fatti ora descritti, allora otteniamo un’impressione di come stiano le cose con un corpo eterico che deve separarsi da una vita umana, quando questa vita viene conclusa con la morte in giovane età. È importante ora considerare che il corpo eterico di un uomo non ci rimane semplicemente come una formazione nebulosa, nella quale sia incassato il corpo fisico. Anche un corpo fisico umano non lo riconosciamo nel suo vero senso descrivendolo soltanto come una massa di muscoli e ossa e così via, ma riconoscendolo come una sorta di tempio della divinità, come un microcosmo. Ciò che è nel corpo fisico lo riconosciamo nel giusto senso soltanto quando ci rendiamo conto che le forme in cui esso è plasmato sono davvero tratte da tutto l’universo, che l’uomo è una formazione meravigliosa per quanto riguarda il suo corpo fisico. Chi sa sentire i sentimenti espressi nel primo quadro del secondo dramma-mistero, La prova dell’anima, potrà farsi un’idea di come il singolo uomo, riguardo al suo corpo fisico, sia stato collocato in questa sua esistenza fisica attraverso tutte le possibili gerarchie; di come un intero mondo divino consideri come proprio scopo collocare quest’uomo nell’esistenza fisica.

Ora impariamo davvero a conoscere quale significato abbia questo corpo fisico, se prendiamo un po’ in considerazione l’osservazione della conoscenza chiaroveggente. La conoscenza chiaroveggente è quella conoscenza che si attua perché l’uomo estrae il suo essere spirituale-animico dal suo essere fisico-corporeo, e perché può poi divenire cosciente e percipiente, fuori del suo corpo, nello spirituale-animico. E in fondo, per quanto riguarda tutto l’esteriore, non c’è differenza fra l’uomo che percepisce in modo chiaroveggente e l’uomo addormentato, anch’egli con il proprio spirituale-animico estratto dal fisico-corporeo. Potendo percepire fuori del corpo fisico, la coscienza chiaroveggente può farsi un’idea di che cosa avvenga dell’uomo quando è nello stato di sonno. Solo per facilitare la cosa si faccia questo disegno schematico. Supponiamo che questo sia il fisico-corporeo, e questo lo spirituale-animico dell’uomo addormentato. Nell’uomo vigile lo spirituale-animico è naturalmente dentro il fisico-corporeo; immaginiamo dunque ora l’uomo nel suo stato di sonno. Lì giacciono

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il corpo fisico e il corpo eterico nel letto; essi non contengono il corpo astrale e l’Io, come li contengono nella veglia. Si potrebbe però dire che ciò che il corpo astrale e l’Io compiono nel corpo fisico durante la veglia non viene del tutto sospeso nel sonno. Per tutto ciò che l’uomo può anzitutto percepire, l’uomo che giace nel letto è come se giacesse senz’anima. Per la coscienza chiaroveggente, però, quest’uomo fisico e questo corpo eterico che giacciono nel letto non sono come se giacessero senz’anima. Il chiaroveggente deve dire qualcosa di completamente diverso di quest’uomo fisico ed eterico addormentato. Egli deve dire: durante l’intera giornata, la regione della Terra sulla quale ora gli uomini dormono è stata illuminata dal sole. Ora è notte. Parlo dei rapporti normali, di quando si dorme nella notte e si è desti nel giorno, non degli attuali rapporti delle grandi e grandissime città. La tenebra si distende sulla regione su cui di giorno aveva brillato il sole. Cosa singolare, ci si accorge: la Terra come essere comincia a pensare, e gli organi mediante i quali la Terra pensa sono questi corpi umani addormentati. Come gli uomini stessi pensano attraverso il loro cervello, così la Terra pensa attraverso questi corpi umani addormentati. Di giorno essa percepisce sempre — e il percepire consiste nell’essere illuminata dal sole dallo spazio cosmico, questa è percezione della Terra —, e nella notte essa elabora in pensieri ciò che ha percepito. La Terra pensa, dice il chiaroveggente, ed essa pensa servendosi degli uomini addormentati. Ogni uomo addormentato diventa per così dire una molecola cerebrale della Terra. Il nostro corpo fisico è costituito in modo tale che, quando noi stessi non l’usiamo, può servire affinché la Terra possa pensare attraverso di esso. Ma come la Terra pensa attraverso il corpo fisico, così essa immagina — sapete che cos’è la conoscenza immaginativa —, così essa immagina tutto ciò che, sulla Terra stessa, non è terreno, ciò che appartiene alla Terra dall’intero cosmo. Tutto questo essa l’immagina nel corpo eterico. Nel corpo fisico addormentato dell’uomo si riconoscono parti del cervello della Terra, e nel corpo eterico dell’uomo, quando egli dorme, si riconosce un immaginare di quell’universo che appartiene anzitutto alla Terra.

Qui giocano in immagini meravigliose, dentro il corpo eterico, tutte le forze che dal mondo eterico della Terra devono affluire affinché gli eventi di questa Terra possano svolgersi. Tanto è vero che l’uomo, come uomo fisico, appartiene alla Terra, altrettanto è vero che, come uomo eterico, egli appartiene ai cieli. E soltanto perciò possiamo utilizzare il nostro corpo fisico per noi stessi come organo del pensare, perché esso è stato creato per pensare, perché — possiamo dire — la Terra durante la veglia ce lo cede. Anche soltanto perciò possiamo usare il nostro corpo eterico in modo che esso ci dia le forze vitali, perché i cieli durante la veglia ce lo cedono, e perché le forze dell’immaginazione dei cieli durante la veglia vengono trasformate in noi in forze vitali. Cosicché del nostro corpo eterico non vogliamo parlare soltanto come di una formazione nebulosa, ma come del fatto che in sé esso è una formazione microcosmica che rispecchia i cieli. Come formazione particolarmente perfetta il nostro corpo eterico ci viene affidato alla nascita. Alla nostra nascita il nostro corpo eterico è tale da scintillare e risplendere interiormente di sole immaginazioni che gli vengono dal grande universo. Esso è un mirabile rispecchiamento dell’universo. E ciò che l’uomo può acquisire nel corso della sua vita in educazione, in sapere, in forze di volontà e di animo, mentre invecchia fra nascita e morte, viene tratto da questo corpo eterico. Le forze cosmiche dei cieli ci consegnano ciò che hanno da consegnarci durante la vita fra nascita e morte. Per questo, come uomini eterici, siamo di nuovo giovani se abbiamo percorso una vita del tutto normale fra nascita e morte, perché allora abbiamo succhiato tutto da questo corpo eterico. Ma se un tale corpo eterico, appartenuto a un corpo giovanile, varca la porta della morte, allora vi è in esso ancora moltissima luce celeste non consumata. Per questo esso diventa mediatore di forze come ho raccontato. Prescindendo del tutto da ciò che diviene dell’individualità di una tale anima umana, quale fu quella di cui si è parlato prima, dal corpo eterico diviene qualcosa come un dono dei cieli, un dono dei mondi spirituali. Per questo, questo corpo eterico può agire in modo ispiratore nel senso descritto.

Ci porterebbe troppo lontano parlare del particolare karma di una tale anima umana, che si trovi nella posizione di poter portare un simile sacrificio. Perché questo non può essere artificiosamente provocato, ma deve essere connesso con l’intero karma di un tale uomo, che ha un sacrificio da portare, che ha qualcosa da compiere chiamato a recitare un ruolo nel processo cosmico-spirituale dell’umanità, come è voluto per questa nostra costruzione di Dornach, che deve racchiudere le nostre aspirazioni della scienza dello spirito. Ma considerate ora che andiamo incontro a un tempo nel quale molti, molti tali corpi eterici, anche se non da un’età così giovane, ma comunque usciti da una vita umana giovane, saranno nell’atmosfera spirituale. Coloro che sono passati attraverso la porta della morte sui sanguinosi campi di battaglia, varcano tutti la porta della morte in modo diverso da chi passa attraverso la porta della morte nel proprio letto o per un comune infortunio. Essi varcano in un certo senso la porta della morte calcolando con la loro morte, anche se più o meno nel subcosciente — il corpo astrale calcola in un certo senso con la morte. E di un sacrificio, in questa morte, si può sempre parlare. Tutti i corpi eterici che in questo modo salgono al mondo spirituale provenendo da uomini giovani avranno forze non consumate. E davanti a noi sta un periodo dello sviluppo dell’umanità nel quale anime umane potranno consapevolmente guardare in alto, verso il mondo spirituale, e potranno dirsi: è trascorso un tempo che ha mandato in alto, nel mondo spirituale, molti, molti corpi eterici non consumati. E in questi corpi eterici non consumati sono contenute forze, forze delle quali oggi possiamo già dire, dal punto di vista della scienza dello spirito, quale significato avranno per lo sviluppo dell’umanità.

Quando si tratta una cosa del genere, occorre richiamare espressamente l’attenzione sul fatto che quanto si deve dire al riguardo non vale di ogni guerra che abbia avuto luogo nello sviluppo degli uomini sulla Terra. Ciò che spiritualmente avviene, e che deve essere considerato dalla scienza dello spirito, non è semplice come se lo fa la scienza naturale. Altre guerre dei tempi passati richiedevano che si parlasse di esse appunto in altro modo. Ciò che ho da dire vale per gli attuali tempi gravidi di destino. Pensate dunque a quanto segue: in diverse occasioni, in differenti circostanze, si è dovuto sottolineare che non nasce da un arbitrio il fatto che oggi noi coltiviamo la scienza dello spirito, ma che davvero rientra nel processo di sviluppo dell’umanità il fatto che gli uomini gradualmente prendano dimestichezza con la scienza dello spirito. Sappiamo come ogni epoca dello sviluppo terrestre dell’umanità abbia un compito determinato. Da diversi cicli possiamo desumerlo. E possiamo riconoscere che la salvezza dello sviluppo futuro, del prossimo sviluppo dell’umanità, potrà fiorire soltanto se davvero ciò che, mediante la scienza dello spirito, può essere rivelato, diventerà proprietà spirituale di un numero sempre maggiore di anime.

Ma considerate ora — voi che, in larga parte, sarete tutti animati da un cordiale entusiasmo per la scienza dello spirito — considerate quali difficoltà sussistono riguardo alla diffusione delle verità della scienza dello spirito nel presente. Considerate come gli uomini fuori, nel mondo, si oppongano a queste verità della scienza dello spirito. Considerate come queste verità vengano vituperate, come gli uomini le considerino folli, distorte, pazze, fantasticherie. Si potrebbero davvero portare esempi penetranti, ma tutti gli esempi sarebbero pur sempre solo una piccola parte di quanto in fondo ognuno può percepire, se è entusiasta per la scienza dello spirito e si trova di fronte a un mondo che vorrebbe tanto l’accogliesse, e che oggi così poco l’accoglie. Il cultore della scienza dello spirito può dirsi quanto segue: ciò che si deve raggiungere con le sole forze terrene dell’umanità appare, rispetto al compito che la scienza dello spirito ha, debole, davvero debole. Ma là, in un’epoca prossima ventura, vi saranno i corpi eterici non consumati di coloro che hanno dovuto portare anima e vita attraverso la porta della morte sui campi degli eventi del nostro tempo, e i corpi eterici con le loro forze non consumate potranno essere, nel prossimo tempo, forze ispiratrici, forze ausiliatrici.

E noi dobbiamo soltanto — ora non in modo intellettualistico-teorico, ma cordialmente, con l’animo —, dobbiamo appropriarci della disposizione interiore di guardare in alto, ai celesti corpi eterici di coloro che, in giovane vita, sono passati attraverso la porta della morte nel nostro tempo gravido di destino: dobbiamo soltanto, per così dire in atteggiamento orante, volgere le nostre anime in alto verso questi corpi eterici; e coloro che sono entusiasti per la scienza dello spirito devono soltanto volgere le loro anime in alto verso queste forze — e avranno aiuto da questi corpi eterici. Cosicché, quando sarà possibile una fervida vita spirituale comune con questi corpi eterici, attraverso un’autentica compenetrazione con la disposizione interiore della scienza dello spirito, fra i molteplici frutti che si trovano nel grembo del nostro tempo gravoso di destino si troverà anche questo: nelle anime degli uomini del futuro, entusiasti della scienza dello spirito, affluirà ciò che riposa nelle forze dei corpi eterici giovanilmente sacrificati del nostro tempo agitato dal destino. Attraverso le anime di coloro che vivranno nel prossimo futuro in corpo fisico, potranno fluire — se queste anime saranno compenetrate dalla giusta disposizione interiore — le forze dei corpi eterici così sacrificati. E saranno forze celesti, cioè forze del mondo spirituale! E forze del tutto diverse potranno allora reggere il mondo, per portare in questo mondo ciò che in esso deve venire: la disposizione interiore della scienza dello spirito. E noi dobbiamo soltanto trovare la possibilità di riconoscerci, rispetto a ciò che ora accade, nel senso dell’esposizione qui data; allora questi giorni gravidi di destino avranno, anche per chi sta dentro la scienza dello spirito, un profondo, profondissimo significato.

Mirabili, abbiamo detto, sono le formazioni immaginative che sono nel corpo eterico dell’uomo. Eppure sono diverse da quelle che sarebbero, se non fossero passate attraverso un corpo eterico umano. Ma anche in questo campo vale la proposizione: dal nulla nulla viene! Non è una proposizione assoluta, ma in questo campo vale. Ciò che si aggiunge come corpo eterico, quando un’anima umana entra mediante la nascita nell’esistenza fisica, raccoglie dunque forze del mondo spirituale che vengono consumate durante la vita fisica. Queste forze non vengono dal nulla, sono là nel mondo spirituale. Certo, le si può trovare anche nel mondo spirituale, ma se le si vuole trovare direttamente nel mondo spirituale, ciò è difficile. Si devono impiegare mezzi di potenza molto maggiori. Se invece esse sono già passate una volta attraverso un uomo fisico, che poi è morto presto, e si presentano, per così dire, con ciò che hanno in sé dal passaggio attraverso l’uomo, allora è più facile servirsi del loro aiuto. Tutte le forze che sono in questo giovane corpo eterico del piccolo Theodor Faiß, certamente, sarebbero anche altrimenti nel mondo spirituale, ma sarebbe una fatica erculea spirituale attirarle a sé in altro modo. Per il fatto che esse sono giunte attraverso la deviazione per il ragazzo, il lasciarsi-ispirare da esse è essenzialmente facilitato, è divenuto altro.

Pensate poi quale enorme significato abbia, per l’intero ulteriore sviluppo dell’umanità, il fatto che a quest’umanità, nel prossimo futuro, sarà donata una così grande quantità di corpi eterici con forze ancora non consumate! Ma per la circostanza, per il fatto che queste — vorrei sempre ripeterlo — forze celesti sono passate attraverso uomini, esse si sono liberate in un certo senso dalle leggi entro le quali stanno fuori, nel cosmo. È impossibile che nel cosmo queste forze, prese direttamente dal cosmo, vengano impiegate in un senso cattivo. Supponiamo che tutti gli uomini che ora, per gli eventi bellici o per altre circostanze, varcano la porta della morte, non avrebbero, se la guerra non fosse venuta, fornito una simile somma di corpi eterici. Tutte queste forze naturalmente sarebbero anche nel cosmo; ma allora non potrebbero essere usate dagli uomini, perché sarebbe troppo difficile usarle. Anche per questo non potrebbero essere usate: perché sarebbero state consumate nella vita degli uomini che avessero raggiunto la loro età normale.

È del tutto significativo che queste forze celesti siano passate attraverso corpi umani. Per questo esse divengono in un certo senso libere dal corso ordinario dello sviluppo. E questa libertà fa sì che queste forze possano in verità essere impiegate anche in modo diverso che a salvezza dell’umanità. Possono essere impiegate anche in modo diverso. La vita umana deve svilupparsi nella luce della libertà. Supponiamo dunque che ad Arimane riuscisse davvero di ottenebrare a tal punto i pensieri e la ragione degli uomini da far loro rifiutare ogni scienza dello spirito. Allora questi corpi eterici ci sarebbero pur sempre, ma non ci sarebbero anime entusiaste della scienza dello spirito che mettessero queste forze al servizio del progresso terrestre. Allora potrebbero intervenire Lucifero o Arimane, e potrebbero impiegare queste forze, dentro il mondo che Lucifero edifica per sé, oppure dentro il mondo che Arimane edifica per sé. Considerate che è stato detto qualcosa di immensamente significativo! Si è detto che è stato in un certo senso messo in mano agli uomini in quale modo le forze che, attraverso morti sacrificali, sono state conferite al mondo, vengano incorporate nel processo terrestre. Il fatto che esse abbiano la possibilità di ispirare ciò che dalla scienza dello spirito è stato attizzato, renderà queste forze utili al progresso dello sviluppo terrestre. Altrimenti, però, potrebbe accadere — se il materialismo afferrasse tutti gli spiriti, o se il nazionalismo si diffondesse in modo puramente passionale — che Lucifero o Arimane mettessero queste forze al loro servizio; allora il progresso terrestre non potrebbe avere nulla da queste forze.

Qui, quando si riflette su queste connessioni, sorge per la prima volta l’intero profondo significato della scienza dello spirito per lo sviluppo terrestre umano. Qui si impara per la prima volta a dirsi: come è necessario, affinché le forze sacrificali vengano utilizzate nel giusto senso nello sviluppo, come è necessario che singoli uomini, capaci di ciò, vengano afferrati da quanto può scaturire dalla scienza dello spirito come disposizione interiore! E qualcosa di immensamente sacro diventa questa scienza dello spirito, se la si considera nel suo nesso con il divenire spirituale, quale si esprime anche nei nostri giorni gravidi di destino. La disposizione interiore che ci può venire dalla scienza dello spirito diventa così qualcosa di simile a una preghiera, compendiabile nelle parole: lascia che noi siamo davvero, o spirito del mondo, compenetrati da questa disposizione interiore della scienza dello spirito, affinché non manchiamo di strappare nel giusto senso, a Lucifero e ad Arimane, ciò che può servire alla salvezza e al progresso della Terra!

La nostra costruzione deve servire come un emblema per ciò che la scienza dello spirito deve diventare per l’umanità, come disposizione interiore. Per questo essa è allestita in modo che nelle sue forme venga a espressione artistica ciò che la scienza dello spirito può dare da sé. Dovrei parlare molto se volessi esporvi tutto ciò che è stato deposto in ogni singolo particolare di questa costruzione. Tutto questo l’apprenderete quando, nel corso degli anni, visiterete la costruzione e parteciperete alle cose che vi si dovranno svolgere. Solo di una cosa voglio parlare oggi, in connessione con quanto ho appena esposto. In un punto significativo della costruzione, là dove essa si rivolge verso oriente, si troverà un gruppo scultoreo. In questo gruppo scultoreo dovrà venire espresso in particolare ciò di cui la coscienza del nostro tempo deve compenetrarsi in giusta misura. Questo gruppo, prescindendo del tutto da ciò che vi si aggiungerà, sarà costituito essenzialmente da tre figure. Tre entità verranno espresse in questo gruppo. Vi sarà una sorta di roccia. Questa roccia ha una sporgenza in avanti, e in questa sporgenza vi è una cavità. Sulla sporgenza rocciosa sta la figura principale. Questa figura principale — la si potrà chiamare come si vuole — la si dovrà vedere come il Rappresentante dell’uomo terrestre nel più alto senso della parola. E se si vuole vedere l’ideale dell’uomo terrestre in quell’uomo che ha portato in sé, per tre anni della sua vita terrestre, l’entità del Cristo, allora si potrà vedere in questa figura principale anche il Cristo. Ma ciò non deve avvenire in modo tale che si stia, per così dire, di fronte a questo gruppo con la coscienza che quello deve essere il Cristo, bensì tutto deve essere sentito artisticamente. Ciò significa: non si deve interpretare esteriormente in modo simbolico, ma tutto deve seguire dalle forme stesse.

Qui in alto vi è una seconda entità. Quest’entità ha qui un capo simile a quello umano, posso solo dire simile a quello umano. Il capo è davvero tale da potersi dire: un capo umano ricorda questo capo. Infatti questa testa è formata in modo che la parte del cranio è poderosamente sviluppata, specialmente la parte della fronte. Mentre nell’uomo queste parti, lassù in alto, sono relativamente immobili, in questa entità tutto è mobile. Tutto è espressione animica. Come l’uomo può muovere le sue mani con le dita, ma non questa parte qui, così questa entità qui in alto può muovere tutto. E lo si vede nel lavoro scultoreo, che lassù in alto tutto è mobile. Molto arretrata è, in questa entità, la parte inferiore del volto. Si direbbe: la poderosa formazione del cranio si inarca sul volto arretrato. Posso parlare solo di singole parti, perché ogni singolo tratto in questa figura è di grande significato. Ma il tratto peculiare è che vi è un collegamento, in questa figura, fra ciò che nell’uomo si è atrofizzato a laringe, e l’orecchio. Quello che è là dentro come lembo laringeo, si inarca verso l’alto e forma la parte inferiore delle orecchie. La parte superiore è formata dalla parte della fronte. Dall’altro lato si collegano due formazioni che ricordano ali di uccello, fra le quali è poi disteso un corpo, tale che è come se fosse un volto umano trasformato nell’insieme. Ali e laringe e orecchio sono formati in uno, sicché si riconoscerà: con le ali l’entità vive dentro l’armonia delle sfere, si libra attraverso lo spazio, attraverso le onde dell’armonia delle sfere, e ciò si localizza nell’orecchio. Nell’uomo tutto questo è atrofizzato. Per il fatto ora che il Rappresentante dell’umanità solleva qui in alto la mano sinistra, le ali vengono spezzate a questa figura sulla roccia, e per questo essa precipita giù dalla roccia. Già intuite: con questa figura che precipita giù dalla roccia, con le sue ali spezzate, si intende Lucifero.

Qui sotto, dentro la cavità, si trova un’altra figura. Essa non ha ali simili a quelle d’uccello, bensì ha ali simili a quelle di pipistrello, una sorta di corpo simile a un drago o a un verme, e un capo, al quale di nuovo il capo umano ricorda. Ma tutto ciò che in Lucifero è poderosa formazione della fronte, in questa figura inferiore arretra del tutto, è atrofizzato. Le parti inferiori, verso la bocca, sono poderosamente sviluppate in questa figura. E questa figura è avvolta da ciò che, nella Terra, è oro. L’oro della Terra diventa catene, che incatenano questa figura là dentro. Questa figura si contorce sotto l’effetto che proviene dalla mano scendente del Rappresentante dell’umanità, del Cristo. Questa figura qui in basso è Arimane, è Arimane incatenato dall’oro della Terra. Con ciò che ho appena detto, è data, per così dire, l’idea dell’insieme. Ma con questa idea si è soltanto accennato a ciò di cui si tratta. Da noi non si tratterà mai di esercitare anche qui il malvezzo dei vecchi teosofi, che hanno sempre lavorato con simboli, ma si tratterà di trasformare davvero nell’artistico tutto ciò che dalla scienza dello spirito spinge verso il sentire umano. Per questo non si dovrà dire: queste figure esprimono questo o quello; piuttosto, esse devono essere — per ciò che artisticamente sono, per ciò che in esse si vede — ciò che rappresenta il rapporto dell’uomo, o anche del Cristo, con Lucifero e Arimane. Per questo ciò non potrà neppure venire a espressione con gli antichi mezzi artistici. Ogni movimento delle dita nelle mani, il modo in cui le mani sono formate, sarà significativo, perché in ciò dovrà esprimersi qualcosa di significativo. Si potrebbe dapprima avere l’idea che il Cristo sollevi la mano sinistra e che, per ciò che vuole, lasci sgorgare forze che spezzano le ali a Lucifero, sicché questi precipita. E che, attraverso la mano destra abbassata, sgorghino di nuovo forze, attraverso le quali Arimane viene incatenato. Si sarebbe rappresentato qualcosa di completamente falso, se ci si fosse rappresentato questo.

Per esporre ciò che vi è in questo di pienamente significativo, vorrei ricordare qualcosa che appartiene davvero al più grande che l’arte abbia finora prodotto: Il Giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina a Roma. Là si vede il Cristo, come egli sospinge i buoni verso il cielo, i cattivi verso l’inferno. Lo si vede dal Cristo, come egli sospinga gli uni verso il mondo buono, gli altri verso il mondo cattivo. Questo Cristo, come è là rappresentato, non è ormai il Cristo che noi dobbiamo per la prima volta comprendere nella sua vera entità mediante la scienza dello spirito. Il Cristo, che è il vero Cristo, non condanna, non loda applicando ira oppure applicando un comune amore, ma agisce per ciò che è. A Lucifero non vengono spezzate le ali; egli se le spezza per la propria condizione interiore, in quanto giunge in vicinanza del Cristo. E Arimane si incatena da sé, per ciò che avviene nella sua anima, in quanto giunge in vicinanza del Cristo. Per questo la mano tenuta in alto e la mano tenuta in basso non devono avere nulla che non sia puro, semplice compatire con il mondo. Quel Lucifero lassù in alto non può sopportare, da parte sua non può sopportare, che la mano del Cristo giunga in sua vicinanza. E per ciò che in tal modo vive in sé, egli si spezza le ali; non è il Cristo che gliele spezza, è lui stesso che se le spezza. E lo stesso vale per Arimane. Michelangelo non ha ancora compreso come formare un Cristo quale veramente è. L’entità del Cristo è così significativa, la comprensione dell’entità del Cristo è così difficile, che ciò può essere raggiunto soltanto nel corso del tempo. Il Cristo che, per ciò che è, porta gli esseri a condannarsi o a redimersi da sé, sarà compreso soltanto in seguito. Il Cristo nel quadro di Michelangelo ha ancora qualcosa di luciferico-arimanico, perché egli, mediante la sua ira, sospinge i cattivi nell’inferno, i buoni nel cielo: là è ingaggiato con le sue passioni. Il Cristo qui sta impersonale, e gli esseri si giudicano da sé, quelli che giungono in sua vicinanza.

Vedete da ciò che la posizione dell’uomo nel mondo, nel quale sono contenute forze luciferiche e forze arimaniche, deve venire a espressione in un punto significativo della nostra costruzione; che devono essere espresse entità le quali possono essere trovate soltanto nel mondo spirituale. Ogni naturalismo dell’arte, tutto ciò a cui l’arte ha aspirato proprio negli ultimi tempi, in cui gli uomini sono stati afferrati dal materialismo, tutto ciò deve essere proprio superato attraverso quest’arte che qui è coltivata. E qualcosa di così completamente nuovo deve fare il suo ingresso nel mondo, anche artisticamente, attraverso la scienza dello spirito, da superare anche un che di sommo, finora possibile: la figura del Cristo di Michelangelo, nel Giudizio universale. Si possono pronunciare cose simili, se dall’altro lato si sottolinea ancora una volta tutto ciò che non deve essere dimenticato: che naturalmente, per tutto questo, la nostra costruzione può essere soltanto un inizio primitivo. Tutto è imperfetto, tutto è elementare, tutto è solo un inizio, ma deve essere un inizio già di qualcosa di completamente nuovo. Che tutto sia imperfetto, lo si può naturalmente sapere; ma si deve indicare qualcosa che, come impulso, deve entrare nell’intera vita umana.

Considerate ora come sia vicino, come sia facile passare con indifferenza davanti a un dono dell’esistenza cosmica, consistente nelle forze non consumate dei corpi eterici umani. Considerate come queste forze dei corpi eterici potrebbero diventare una preda di Lucifero e di Arimane, se l’uomo non trovasse la possibilità di porle nella salvezza dello sviluppo terrestre. Qui abbiamo toccato un enorme segreto del nostro sviluppo umano-terrestre: il segreto della relazione dell’impulso del Cristo con l’impulso luciferico, con l’impulso arimanico. E questa relazione dell’impulso del Cristo con l’impulso luciferico e l’impulso arimanico potrà essere sempre più compresa nell’umanità nel prossimo futuro. Forze luciferiche e forze arimaniche reggono il mondo, e l’uomo, mediante la sua coscienza del Cristo, deve diventare come un essere che siede, per così dire, in una barca, che deve sì sempre oscillare nelle tempeste suscitate da Lucifero e Arimane, ma che trova la sua via attraverso il mare la cui sostanza vivente è composta di Lucifero e Arimane, attraverso il quale però l’uomo sospinge nondimeno la sua barca del Cristo.

Non ci riuniamo nei nostri Gruppi per imparare teoricamente questo o quello che la scienza dello spirito può rivelarci, ma ci riuniamo perché tutto ciò che vive nelle nostre anime venga compenetrato da una disposizione interiore che può fluire da questa scienza dello spirito. Non importa ciò che pensiamo dalla scienza dello spirito, ma come lo pensiamo, lo sentiamo, lo proviamo e lo vogliamo. E sia il più piccolo, sia il più grande che possiamo osservare nello sviluppo terrestre dell’umanità a presentarsi al nostro occhio dell’anima, ovunque ci si può presentare davanti agli occhi quanto è necessario per l’uomo del futuro prendere dimestichezza proprio con ciò che significa la trinità Cristo, Lucifero, Arimane. Non ha potuto vedere Michelangelo, non hanno potuto vedere i tempi finora trascorsi, nel giusto modo, come questa trinità stia nel mondo. Ma anche il Cristo nella sua entità sarà riconosciuto nel modo giusto soltanto se lo si vede nel suo rapporto con ciò che opera nel mondo come il polo nord e il polo sud: Lucifero e Arimane. Molto su queste cose vi sarà ancora, per coloro che potranno essere presenti, da discutere fra di noi nei prossimi giorni.

Oggi avevo voluto deporre sulle vostre anime ciò che ci fa apparire così importante la disposizione interiore della scienza dello spirito, anche per cose ricche di significato che possono mostrarsi nel mondo spirituale nel prossimo futuro, a chi è in grado di penetrare anche spiritualmente ciò che fisicamente avviene. Oh, vorremmo implorare i buoni dèi e gli spiriti protettori della Terra e dell’umanità, di dare forza agli uomini, affinché possa accadere ciò che deve accadere per la salvezza dell’umanità! Lassù saranno le forze eteriche non consumate degli uomini passati giovanilmente attraverso la morte. Ma cuori umani e anime umane dovranno essere qui sulla Terra, che guardino in alto a queste forze in modo tale che queste forze possano, attraverso di loro, essere immesse nella giusta direzione dello sviluppo. Non importa soltanto che lassù vi siano le forze, che potrebbero anche diventare preda di Lucifero e di Arimane, ma importa che quaggiù, in corpi fisici, vi siano anime umane che inviino in alto, verso questi corpi eterici sacrificali, il loro fervido sentire.

Da questo dipenderà in quale senso affluiranno nello sviluppo dell’umanità le forze che vengono create sui campi dove scorre il sangue, dove vengono portati sacrifici, dove si soffrono dolori. Questo, all’incirca, segna la parte che, dalla scienza dello spirito, può venire al futuro cammino dello sviluppo dell’umanità, se ciò che soltanto dalla scienza dello spirito può essere conosciuto verrà davvero afferrato da un certo numero di uomini. Ciò che può scaturire dagli attuali giorni gravidi di destino vorrei pronunciarlo, in conclusione, ancora una volta, in alcune parole pragmatiche, davanti alle vostre anime:

Dal coraggio dei combattenti, Dal sangue delle battaglie, Dal dolore degli abbandonati, Dalle gesta sacrificali del popolo Crescerà un frutto dello spirito — Le anime, consapevoli dello spirito, Volgano il loro senso al regno degli spiriti.

13°Comunanza al di sopra di noi: il Cristo in noi

Düsseldorf, 15 Giugno 1915

Oggi ci siamo qui riuniti, miei cari amici, in primo luogo per celebrare la fondazione di quel ramo antroposofico che il nostro caro amico Professor Craemer ha istituito e che, nel modo coltivato all’interno del nostro movimento di scienza dello spirito, vuole consacrare le proprie forze alla vita spirituale del presente e del futuro. In una simile occasione è sempre bene ricordare il senso autentico della nostra unione nei singoli rami, chiederci: perché ci raccogliamo in gruppi di lavoro, e perché coltiviamo all’interno di tali gruppi di lavoro il patrimonio spirituale al quale vogliamo dedicare le nostre capacità? Se vogliamo rispondere a questa domanda nel modo giusto, dobbiamo renderci conto che, in un certo senso, separiamo — sia pure soltanto in pensiero — il lavoro che qui compiamo dal modo in cui ci organizziamo rispetto al resto del nostro lavoro. L’uomo del nostro presente che proprio non voglia prendere familiarità con certe verità più intime del progresso spirituale dell’umanità potrebbe chiedere: non potreste, anche senza riunirvi in singoli gruppi chiusi, coltivare semplicemente questa scienza dello spirito? Basterebbe che si trovino dei conferenzieri di questi gruppi, e che in modo del tutto libero si lascino incontrare persone che fra loro nemmeno si conoscono particolarmente, chiamandole insieme perché il patrimonio spirituale di cui parlate possa giungere alle loro anime. — Ovviamente potremmo procedere anche così. Ma finché ci è in qualche modo possibile stabilire legami, in senso più ampio e più stretto, fra uomini che si conoscono, che si uniscono in questi gruppi di lavoro in un rapporto in certo modo amichevolissimo e fraterno, vogliamo farlo, e farlo dalla piena coscienza della nostra disposizione d’animo legata alla scienza dello spirito. Infatti non è invano che da noi si incontrano uomini per la cura della parte più intima del nostro patrimonio spirituale, uomini che si promettono seriamente di stare insieme in amore fraterno e in concordia. Non solo ha un certo significato per il modo in cui ci poniamo gli uni di fronte agli altri, per il modo in cui ci frequentiamo, che possiamo parlare in maniera del tutto diversa quando sappiamo di parlare ad anime a noi affini, consapevolmente unite a noi — non solo è così, ma vi è ancora qualcos’altro. In realtà, con una simile unione nei singoli rami, compiamo qualcosa che è intimamente connesso con tutta la concezione che dobbiamo avere del nostro movimento spirituale, se vogliamo comprenderlo nella sua interiorità più profonda. Il nostro movimento spirituale deve infatti compenetrare tutti noi con la coscienza che esso non ha significato soltanto per l’esistenza che i sensi possono abbracciare, e per l’esistenza che l’intelletto degli uomini, rivolto all’esteriorità, può abbracciare; il nostro movimento spirituale deve rendersi conto che le nostre anime, attraverso di esso, cercano un legame autentico e vero con i mondi spirituali. Dobbiamo, per così dire, dirci coscientemente sempre di nuovo: nel coltivare la scienza dello spirito, trasferiamo in un certo senso le nostre anime in quei mondi che non sono abitati soltanto da esseri terrestri, ma che, come loro dimora d’esistenza, sono abitati dagli esseri delle gerarchie superiori, dagli esseri dei mondi invisibili. Che noi siamo, in un certo senso, dentro tali mondi e che il nostro lavoro abbia un significato per questi mondi invisibili, che davvero ci troviamo dentro questi mondi invisibili — ecco ciò che deve giungere alla nostra piena coscienza nel nostro lavoro. Ora, in verità è così, che all’interno del mondo spirituale il lavoro spirituale che noi compiamo riunendoci, in piena reciproca conoscenza, in singoli gruppi di lavoro, ha un significato del tutto diverso da quello che avrebbe se noi tale lavoro lo compissimo non all’interno di simili gruppi di lavoro, ma al di fuori di essi, dispersi nel mondo. Dunque il lavoro che compiamo insieme, in fraterna concordia, all’interno dei nostri Gruppi ha per i mondi spirituali un significato del tutto diverso da quello di un lavoro che potremmo svolgere in altro modo.

Per comprendere questo in senso pieno, dobbiamo ricordare cose significative che, nel nostro lavoro di scienza dello spirito degli ultimi anni, hanno potuto presentarsi alla nostra anima in molteplici modi. Ricordiamoci una volta che la nostra evoluzione terrestre si è compiuta, per noi uomini, in modo tale che nell’epoca postatlantica questa evoluzione terrestre è stata portata dapprima da quella comunità di cultura che chiamiamo l’antica epoca culturale indiana. Questa epoca culturale è poi stata proseguita da ciò che, con un’espressione più o meno appropriata — su questo ora non ci soffermiamo — chiamiamo l’epoca culturale paleopersiana. Venne poi l’epoca culturale egizio-caldaico-babilonese, poi la greco-latina, poi la nostra quinta epoca culturale postatlantica. Ogni simile epoca culturale deve, da un lato, coltivare particolarmente quel patrimonio di cultura e di vita spirituale che le è inizialmente assegnato per il mondo esteriore e visibile. Ma ogni simile epoca culturale deve insieme preparare, portare quasi in grembo, in via preparatoria, ciò che dovrà venire nell’epoca culturale immediatamente successiva. La prima epoca culturale postatlantica, l’antica indiana, doveva preparare in grembo la paleopersiana, la paleopersiana a sua volta l’egizio-caldaica e così via. La nostra quinta epoca culturale postatlantica, a sua volta, deve preparare la sesta epoca culturale dei tempi prossimi. È stato detto più volte che è nostro compito di scienza dello spirito, attraverso ciò che ci appropriamo, non soltanto — il che è del tutto giusto, ma non è l’unica cosa — acquisire patrimonio spirituale per le nostre singole anime: questo ci viene assegnato per la vita eterna della nostra anima. È però anche nostro compito preparare ciò che la sesta epoca culturale dovrà poi avere come proprio contenuto, come propria particolare attività esteriore. Così era in ciascuna delle singole epoche culturali postatlantiche. I luoghi in cui ogni volta veniva preparato ciò che, per l’epoca culturale successiva, costituiva l’esteriorità significativa, erano i luoghi dei Misteri. Erano quelle riunioni di uomini in cui si coltivava qualcosa di diverso da ciò che coltiva il mondo esteriore.

Ora sapete anche che nella prima epoca culturale postatlantica, l’antica indiana, importava soprattutto che, attraverso questa antica cultura indiana, venisse coltivato il corpo eterico dell’uomo; nella paleopersiana il corpo astrale; attraverso l’egizio-caldaica l’anima senziente; attraverso la greco-latina l’anima razionale-affettiva. La nostra epoca culturale coltiva, e porterà fino allo sviluppo alla sua fine, ciò che si chiama anima cosciente. Deve però essere preparato ciò che nella sesta epoca culturale costituirà, in un certo senso, il contenuto, il carattere della cultura esteriore. Oh, questa sesta epoca culturale porterà in sé molti tratti, molti tratti di carattere che si distingueranno fortemente dai tratti di carattere del nostro tempo. Sopra ogni altra cosa possiamo mettere in risalto tre tratti di carattere, dei quali dobbiamo sapere che dobbiamo già portarli nel cuore come nostri ideali per la sesta epoca culturale postatlantica, che dobbiamo prepararli per questa sesta epoca culturale. Ora, qualcosa non è ancora presente nella comunità umana, qualcosa che nella sesta epoca culturale sarà presente in quegli uomini che varranno come coloro che hanno raggiunto la meta della sesta epoca culturale, che non sono rimasti indietro rispetto a tale meta; non si tratta dunque di coloro che nella sesta epoca culturale saranno selvaggi o barbari. Di quegli abitatori della Terra nella sesta epoca culturale — di coloro, cioè, che si troveranno allora all’altezza della cultura — uno dei tratti di carattere più importanti sarà un tratto in certo modo morale. Oggi, di questo tratto di carattere, ancora poco si nota all’interno dell’umanità. L’uomo deve oggi essere già organizzato in modo più fine, perché gli debba dolere nell’anima il fatto che, accanto alla propria esistenza, debba guardare, osservare, vedere altri uomini nel mondo cui va peggio che a lui. Certo, anche oggi nature più finemente organizzate provano dolore per il dolore che è riversato su molti uomini nel mondo — ma devono appunto essere nature più finemente organizzate. Nella sesta epoca culturale, in quegli uomini che si troveranno del tutto all’altezza di questa cultura, sarà presente non soltanto quel sentimento che oggi proviamo come dolore di fronte alla miseria, alla sofferenza e alla povertà diffuse nel mondo, ma l’uomo, all’altezza della cultura della sesta epoca culturale postatlantica, sentirà ogni sofferenza altrui come sofferenza propria.

Se vedrà uno che ha fame, sentirà la fame in modo così vivo, fino al piano fisico, che questa fame altrui gli sarà insopportabile. Ciò di cui qui si accenna — che nella sesta epoca culturale non sarà più come nella quinta, e che anzi nella sesta epoca culturale il bene del singolo dipenderà pienamente dal bene della totalità — è un tratto di carattere morale. Come ora il benessere di un singolo membro umano dipende dalla salute del corpo intero, e come, se l’intero uomo non è sano, anche il singolo membro non si sente disposto a fare questo o quello, così nella sesta epoca culturale qualcosa di comune afferrerà l’umanità allora civilizzata, allora portata a cultura. Il singolo, in misura assai più alta, come un membro del tutto, parteciperà alla sofferenza, all’intero bisogno, all’intera povertà o ricchezza. Questo è il primo tratto essenziale, in via preferenziale morale, che caratterizzerà l’umanità civilizzata della sesta epoca culturale.

Un secondo tratto fondamentale sarà che tutto ciò che oggi chiamiamo beni di fede dipenderà in misura molto, molto più alta dall’individualità del singolo di quanto non accada oggi. La scienza dello spirito esprime questo dicendo che, in ogni ambito religioso, nella sesta epoca culturale prenderà gli uomini una piena libertà di pensiero e un’aspirazione alla libertà di pensiero, sicché tutto ciò in cui un uomo vorrà credere, ciò di cui vorrà essere convinto, segnatamente in campo religioso, sarà posto nella forza della sua individualità. La coesione di fede che esiste oggi ancora in tanti modi, la coesione di fede che nei modi più diversi regna tra le singole comunità umane, non regnerà più in quella parte di umanità della sesta epoca culturale che sarà allora la civilizzata. Ciascuno sentirà come necessaria peculiarità degli uomini che in campo religioso regni una piena libertà di pensiero.

E il terzo tratto sarà che gli uomini nella sesta epoca culturale riterranno di avere conoscenze, in genere, soltanto se riconosceranno qualcosa di spirituale, se riconosceranno che nel mondo è diffuso lo spirituale e che le anime umane devono unirsi allo spirituale. Ciò che oggi si chiama scienza, e che come scienza porta una coloritura materialistica, non si chiamerà più affatto scienza nella sesta epoca culturale. Lo si guarderà come un’antica superstizione, che può essere propria soltanto di quegli uomini rimasti indietro al grado della quinta — allora superata — epoca culturale postatlantica. Oggi consideriamo come antica superstizione, diciamo, il fatto che il negro ritenga che nessun membro del suo corpo possa essere staccato dal suo corpo dopo la morte, perché altrimenti non potrebbe entrare come uomo intero nel mondo spirituale. Il negro lega oggi ancora il pensiero dell’immortalità a un puro materialismo, alla credenza, cioè, che una qualche impronta della sua forma complessiva debba passare nel mondo spirituale. Per cui in fondo egli pensa in modo materialistico, ma crede all’immortalità; mentre oggi noi, sapendo dalla nostra scienza dello spirito che dobbiamo separare lo spirituale dal corpo e che solo lo spirituale passa nel mondo soprasensibile, dobbiamo guardare quella credenza materialistica nell’immortalità come una superstizione. Allo stesso modo, ogni credenza materialistica, anche nella scienza, sarà presente nella sesta epoca culturale postatlantica come antica superstizione. Come scienza, in modo del tutto naturale, varrà per gli uomini soltanto ciò che, come dice la scienza dello spirito, ha a fondamento la pneumatologia, lo spirituale. Vedete, la nostra scienza dello spirito è del tutto predisposta a preparare per la sesta epoca culturale le cose che sono state ora nominate. Cerchiamo di coltivare la scienza dello spirito per superare il materialismo, per preparare ciò che, come scienza, dovrà esserci nella sesta epoca culturale. Fondiamo comunità umane nelle quali nulla deve regnare di una qualche fede nell’autorità, di un riconoscimento di una dottrina solo perché è offerta da questa o quella personalità.

Fondiamo comunità umane nelle quali tutto, tutto deve essere costruito sul libero assenso dell’anima alle dottrine. Con ciò prepariamo quel che la scienza dello spirito chiama libertà di pensiero. Unendoci, legandoci in fraterne associazioni per coltivare la nostra scienza dello spirito, prepariamo ciò che, come cultura, come civiltà, deve compenetrare la sesta epoca culturale postatlantica. Ma ancora più profondamente dobbiamo guardare nel corso dell’evoluzione dell’umanità, se vogliamo comprendere pienamente di cosa propriamente si tratti con le nostre fraterne associazioni. Nella prima epoca culturale postatlantica, anche in comunità che a quel tempo avevano il loro carattere misterico, è stato coltivato ciò che poi regnò nella seconda epoca culturale. Cioè, già nelle particolari associazioni della prima epoca culturale postatlantica, della paleoindiana, fu coltivato ciò che poi avrebbe dovuto regnare come cura del corpo astrale. Ci porterebbe troppo lontano voler descrivere oggi ciò che in queste particolari associazioni dell’antica India veniva coltivato, diversamente da quel che era la cultura esteriore antico-indiana, per preparare l’epoca culturale paleopersiana. Ma va detto: quando questi uomini dell’antica epoca culturale indiana si univano per preparare ciò che era da preparare per la seconda epoca culturale, sentivano: questo non è ancora raggiunto, questo non è ancora presso di noi, ciò che sarà presso di noi quando le nostre anime saranno reincarnate nella prossima epoca culturale. Aleggia quasi ancora sopra di noi. — E così è anche. In questa prima epoca culturale, ciò che nella seconda — verrebbe da dire — sarebbe disceso dal cielo sulla terra, aleggiava ancora sopra le anime. Il lavoro fu poi disposto in modo tale che gli Spiriti delle gerarchie superiori, mediante il lavoro che gli uomini compivano sulla terra in più strette associazioni, in associazioni misteriche, ricevevano dal basso forze fluenti verso l’alto, forze attraverso le quali essi potevano coltivare ciò che doveva poi affluire come contenuto del corpo astrale nelle anime degli uomini nella seconda epoca culturale, la paleopersiana. Verrebbe da dire: erano ancora presenti come piccoli fanciulli le forze che poi, alquanto cresciute, sarebbero discese nelle anime incarnate in corpi paleopersiani. Lassù, nel mondo spirituale, esse ricevevano le forze dal lavoro umano che dal basso affluiva verso l’alto, preparando la successiva epoca culturale; e attraverso quelle forze venivano coltivate le forze che poi sarebbero dovute discendere. Così deve essere in ogni epoca culturale ulteriore. Nella nostra epoca culturale ciò deve avvenire in modo che diveniamo coscienti: quel che in noi, attraverso la civiltà comune, attraverso la cultura comune, si è formato, deve essere l’anima cosciente. Ciò deve essere quanto, dal XIV, XV, XVI secolo, ha cominciato, come scienza, come coscienza materialistica esteriore, ad afferrare gli uomini: qualcosa che si espanderà sempre più, e che, al termine della quinta epoca culturale, fino alla fine della quinta epoca culturale, si sarà sviluppato del tutto compiutamente. Ma ciò che la sesta epoca culturale deve afferrare deve essere il Sé spirituale. Il Sé spirituale deve essere allora sviluppato esso stesso nelle anime, come ora viene sviluppata l’anima cosciente. È però la peculiarità del Sé spirituale di presupporre nelle anime umane quei tre tratti di carattere di cui ho parlato, come dice la scienza dello spirito: fraterna convivenza sociale, libertà di pensiero e pneumatologia. Una comunità umana, all’interno della quale il Sé spirituale venga sviluppato come nelle nostre anime della quinta epoca culturale postatlantica viene sviluppata, attraverso la cultura esteriore, l’anima cosciente, ha appunto bisogno di questi tratti di carattere. Perciò possiamo immaginare che, unendoci fraternamente in gruppi di lavoro, aleggia invisibile sopra il nostro lavoro ciò che è come il bambino di quelle forze che sono le forze del Sé spirituale, forze coltivate dagli esseri delle gerarchie superiori, perché possano poi affluire nelle nostre anime quando esse saranno di nuovo qui nella sesta epoca culturale. Nei nostri fraterni gruppi di lavoro compiamo un lavoro che affluisce verso l’alto, verso le forze in via di preparazione per il Sé spirituale. Vedete dunque come noi possiamo comprendere, in fondo, soltanto dal patrimonio di saggezza della nostra scienza dello spirito, ciò che propriamente facciamo, rispetto al nostro nesso con i mondi superiori, con i mondi spirituali, quando ci uniamo in tali gruppi di lavoro.

E — il pensiero che noi facciamo ciò, che il lavoro compiuto nei nostri gruppi di lavoro non lo compiamo solo per la nostra egoità, ma lo compiamo perché esso fluisca verso l’alto, nei mondi spirituali; il pensiero di questo operare in connessione con i mondi spirituali, conferisce a un ramo di lavoro la giusta consacrazione. Nutrendo un simile pensiero, ci compenetriamo di quel pensiero di consacrazione che fonda un tale gruppo di lavoro all’interno del nostro movimento spirituale. Per questo è di particolare significato che afferriamo davvero, in senso spirituale, questo fatto. Ci troviamo riuniti in gruppi di lavoro che, oltre a coltivare scienza dello spirito, scienza pneumatologica, oltre a voler essere costruiti sulla libertà di pensiero e a non conoscere nulla di un dogma, nulla di una coercizione di fede, immergono il loro lavoro nel collaborare fraterno. Importa che accogliamo davvero, nel modo giusto, nella nostra coscienza questo pensiero della comunità, che ci diciamo per così dire: come anime presenti apparteniamo alla quinta epoca culturale postatlantica e in essa ci sviluppiamo in modo del tutto individuale, traendo sempre più ciò che è singolarmente personale fuori dalla vita comunitaria. Insieme a questo, però, dobbiamo nuovamente sentire come l’alito magico che inspiriamo nei nostri gruppi di lavoro una comunità superiore, da noi fondata sul libero amore fraterno. Questo è il significato profondo della cultura europeo-occidentale: l’anima cosciente deve essere cercata all’interno della quinta cultura postatlantica. È compito della cultura europeo-occidentale e specialmente di quella mitteleuropea che gli uomini sviluppino sempre più, nella loro anima, una cultura individuale, una coscienza individuale. È questo che conta nel presente. Possiamo paragonare questa nostra epoca culturale con la greca, con la romana. Nell’epoca culturale greca lo vediamo in modo particolarmente vistoso: regna ancora del tutto in modo particolare un carattere di anima di gruppo, una coscienza di un carattere di anima di gruppo proprio nei greci civilizzati. Chi viveva ad Atene ed era nato ad Atene, si sentiva in primo luogo ateniese.

Questa comunità della città, con tutto ciò che vi appartiene, aveva per il singolo uomo un significato diverso da quello che oggi ha una comunità umana. Oggi l’uomo vuole crescere fuori dalla comunità, e questo è il giusto compito della quinta epoca culturale postatlantica. A Roma l’uomo era, sopra ogni altra cosa, niente altro che cittadino romano; era questo ciò che egli era in primo luogo. Ma è sorto, nella quinta epoca culturale postatlantica, il tempo in cui sopra ogni altra cosa vogliamo essere uomini, uomini e niente altro che uomini nel nostro essere più intimo. Ciò che oggi ci fa vivere così dolorosamente come gli uomini si combattano gli uni contro gli altri sulla terra non è che una reazione alla incessante tensione della quinta epoca culturale verso il libero sviluppo dell’umano universale. Attraverso l’ostile chiusura dei singoli paesi e dei singoli popoli oggi deve appunto, nella resistenza, svilupparsi tanto più la forza che fa essere l’uomo sopra ogni altra cosa pienamente uomo, le forze che lasciano l’uomo crescere fuori da ogni tipo di comunità. Ma per questo egli deve a sua volta preparare comunità che siano costruite su una piena coscienza, comunità in cui entrerà liberamente nella sesta epoca culturale, comunità che si imporrà del tutto da sé. Come un alto ideale aleggia davanti a noi questa comunità, che racchiuderà la sesta epoca culturale in modo tale che gli uomini civilizzati si troveranno gli uni di fronte agli altri, in maniera ovvia, dalla loro anima, come fratelli e sorelle. Sappiamo ora una cosa dalle numerose conferenze tenute negli anni trascorsi: che a oriente dell’Europa vive un popolo che è chiamato in particolare a portare a peculiare espressione, solo nella sesta epoca culturale, ciò che vi è in esso come forze elementari. Sappiamo che il popolo russo sarà maturo solo nella sesta epoca culturale per portare a espressione le forze che oggi sono presenti in esso in modo elementare. L’Europa occidentale e centrale è chiamata a portare nelle anime umane ciò che si può portare attraverso l’anima cosciente. A questo non è chiamato l’Oriente. L’Oriente europeo dovrà attendere che il Sé spirituale discenda sulla Terra e possa compenetrare le anime umane. Questo è stato menzionato spesso; dobbiamo comprenderlo nel senso giusto. Compreso in senso erroneo, può portare assai facilmente a tracotanza e a presunzione proprio in Oriente. L’altezza della cultura postatlantica è già raggiungibile nella quinta epoca culturale postatlantica. Ciò che seguirà nella sesta e nella settima epoca culturale sarà uno sviluppo discendente. Tuttavia sarà così, che questo sviluppo culturale discendente nella sesta epoca culturale sarà ispirato, sarà compenetrato dal Sé spirituale. Oggi l’uomo dell’Oriente, colui che dagli Spiriti dell’Oriente stessi è chiamato «l’uomo russo», sente istintivamente — istintivamente, verrebbe da dire, spesso in modo davvero distorto — sente che con lui le cose stanno così; ma per lo più ha di ciò soltanto una coscienza estremamente oscura. È già caratteristico che possa essersi così largamente diffusa quell’espressione «l’uomo russo». Nella lingua regna un genio quando una cosa simile viene tratta dalla lingua e non si dice, come in Occidente: il britannico, il francese, l’italiano, il tedesco, bensì «l’uomo russo». Molti degli intellettuali russi tengono infatti a che si dica sempre «l’uomo russo». Ciò è radicato profondamente in tutto il genio della corrispondente cultura. Si intende già ciò che, come essere uomo, quasi come fraternità si spande sopra una comunanza. Lo si vuole lasciar intendere con il fatto stesso che si usa nell’espressione l’essere uomo. Ma insieme si mostra che non si è ancora alla piena altezza che si deve raggiungere in un futuro lontano, poiché si aggiunge qualcosa che in fondo contraddice in maniera stridente al sostantivo. L’uomo «russo»: nell’aggettivo si riprende, per così dire, ciò che si pronuncia nel sostantivo. Infatti, se l’essere uomo deve essere raggiunto, esso non può avere un tale aggettivo, che renderebbe questo essere uomo di nuovo qualcosa di escludente.

Ma assai, assai più profondamente, proprio nei membri dell’intelligencija russa, è oggi radicato il fatto che debba regnare una certa idea di comunanza da comprendere nel futuro, una certa idea di fraternità. Sotto questo riguardo, l’anima russa sente già: il Sé spirituale deve un giorno discendere; esso può però discendere soltanto in una comunità umana che sia compenetrata di fraternità. Mai esso potrà espandersi in una comunità umana che non sia compenetrata di fraternità. È per questo che gli intellettuali russi, come si chiamano essi stessi, muovono all’Occidente d’Europa e anche alla Mitteleuropa il seguente rimprovero. Dicono: voi non badate affatto a ciò che è autentica vita di comunità, coltivate soltanto l’individualismo. Ciascuno vuole essere un proprio Sé, ciascuno vuole essere soltanto un’individualità. Voi spingete all’estremo il personale, attraverso cui ogni singolo uomo si sente come Sé, come individualità. — È ciò che in molti rimproveri, riguardo a barbarie e così via, risuona dall’Oriente verso la Mitteleuropa e l’Europa occidentale. Coloro che vogliono prendere coscienza di ciò che propriamente vi è all’opera, dicono: tutta questa Europa occidentale e centrale ha già perduto ogni sentimento per i legami umani. Scambiando ora presente e futuro, si dice: autentici legami umani, in cui ciascuno si senta fratello dell’altro, in cui colui che sta sopra l’altro si senta «paparino» e «mammina» di lui, autentica vita umana di comunità non si trova che in Russia. — Così dice l’intelligencija russa. Dicono inoltre che è per questo che il cristianesimo europeo-occidentale non è riuscito a coltivare la vera essenza umana di comunità. Il russo conosce ancora, così dicono, la comunità. Un russo intellettuale di rilievo come Alexander Herzen, vissuto nel XIX secolo, giunse, come ultima conseguenza, a dire: in Europa occidentale non potrà mai sorgere felicità. Per quanti tentativi si possano fare nella cultura e nella civiltà europeo-occidentale, non vi sorgerà mai felicità. Mai l’umanità potrà essere soddisfatta. Là non potrà regnare che il caos. L’unica benedizione sta nell’essere russo, dove gli uomini non si sono ancora separati dalla comunità, dove essi, nelle loro comunità rurali, hanno ancora qualcosa come un carattere di anima di gruppo, a cui si attengono. Ciò che noi chiamiamo anima di gruppo, ciò da cui l’umanità si è a poco a poco liberata e in cui vive ancora del tutto la dimensione animale, lo venerano proprio gli intellettuali russi presso il loro popolo come qualcosa di particolarmente grande e significativo. Essi non riescono a innalzarsi al pensiero che la futura comunanza debba aleggiare come un alto ideale, un ideale che deve essere ancora reso valido. Si attengono al pensiero: guardiamo a ciò che ci è rimasto, a noi che siamo gli ultimi in Europa! Gli altri si sono già sollevati al di sopra del carattere di anima di gruppo, noi l’abbiamo ancora conservato; dobbiamo conservarcelo. Questo carattere di anima di gruppo, in realtà, non potrà esserci affatto per il futuro, perché è l’antico carattere di anima di gruppo. Sarebbe solo un carattere di anima di gruppo luciferico, un carattere di anima di gruppo rimasto indietro a uno stadio precedente, mentre l’autentico carattere di anima di gruppo, quello a cui si deve aspirare, è quello che noi cerchiamo all’interno della nostra scienza dello spirito. Ma proprio dall’impulso e dall’aspirazione degli uomini russi, segnatamente degli intellettuali, si riconosce come, per la discesa del Sé spirituale, occorra lo spirito della comunità. Come là esso viene cercato solo per false vie, così nella nostra corrente di scienza dello spirito esso deve essere cercato per le vie giuste. Vorremmo gridare di là verso l’Oriente: proprio ciò che voi cercate di conservare in modo esteriore, dobbiamo superare fino all’estremo: l’antica comunità luciferico-arimanica. — La comunanza di stampo luciferico e arimanico avrà una coercizione di fede così salda quale la chiesa cattolica rimasta ortodossa ha dovuto fondare in Russia. Questa comunanza non comprenderà che cosa sia libertà di pensiero, e meno di tutto saprà innalzarsi alla piena individualità e tuttavia alla fraterna convivenza sociale. Perciò essa vuole conservare ciò che è rimasto nella fratellanza di sangue, nella mera coappartenenza per via del sangue.

Una comunità che non si fonda sul sangue, ma sullo spirito, sulla comunità delle anime — ecco ciò a cui si deve aspirare per via di scienza dello spirito. È ciò a cui noi aspiriamo dicendoci: dobbiamo aspirare a comunità in cui il sangue non parli più. Esso continuerà a essere presente, ovviamente, il sangue, esso continuerà a vivere nei nessi familiari — ciò che deve restare, non viene sradicato, ma qualcosa di nuovo deve nascere! Ciò che nel bambino è significativo si conserverà nelle forze della vecchiaia, ma l’uomo deve, in età più tarda della vita, ricevere qualcosa di nuovo. Ciò che il sangue porta non deve essere reinterpretato come se esso dovesse abbracciare le grandi comunità umane del futuro. È il grande errore che, dall’Oriente, gioca dentro gli odierni eventi sanguinosi: che si sia accesa una guerra sotto il titolo di una comunità del sangue dei popoli slavi. In questo nostro tempo gravido di destino si insinua tutto ciò che è stato ora esposto, ciò che però in fondo contiene a sua volta in sé il giusto nucleo, vale a dire il sentire istintivo: il Sé spirituale può apparire solo in una comunità fraterna. Esso però non può essere una comunità di sangue, bensì deve essere una comunità delle anime. Ciò che poi cresce come comunità delle anime, ciò che essa dovrà essere, lo coltiviamo nella sua forma infantile nelle nostre comunità di lavoro, nei nostri Gruppi. Ciò che, come l’Oriente d’Europa, si attiene al carattere di anima di gruppo — ad esempio designando l’anima di gruppo slava come qualcosa da cui non vuole uscire, qualcosa che, al contrario, vuole considerare come principio onnicomprensivo per tutta la propria formazione statale — è proprio ciò che deve essere superato. Sta lì come un grande simbolo, come uno smisurato simbolo, il fatto che i due Stati dai quali la guerra è partita adducano, da un lato, la fratellanza di sangue come motivo della guerra — la Russia con tutto lo slavismo — e l’altro Stato che le sta di fronte abbia tredici popoli ufficiali e tredici lingue ufficiali. L’ordine di mobilitazione in Austria ha dovuto essere emanato in tredici lingue, perché in Austria sono uniti tredici popoli: tedeschi, cechi, polacchi, ruteni, rumeni, magiari, slovacchi, serbi, croati, sloveni — più una particolare lingua volgare degli sloveni — bosniaci, dalmati e italiani. Sono dunque tredici ceppi diversi, prescindendo da tutte le piccole differenziazioni, uniti in Austria. Lo si veda o no, questo mostra che questa Austria è composta da una connessione di uomini in cui la comunanza non può mai essere fondata sulla fratellanza di sangue, poiché in tredici lignaggi diversi germoglia ciò che regna in questo singolare confine. Verrebbe da dire: lo Stato d’Europa più composito sta di fronte allo Stato che più di ogni altro tende al carattere di anima di gruppo, ovvero alla conformità.

Ma questa tensione al carattere di anima di gruppo trascina con sé ancora qualcos’altro. Qui veniamo poi ancora su qualcosa di ulteriore, di cui possiamo oggi ricordarci in modo significativo. Ho già menzionato ieri, nella conferenza pubblica, il grande filosofo Solov’ëv come uno degli spiriti più importanti di tutta la Russia. Solov’ëv è veramente uno spirito eminente, ma uno spirito del tutto russo. Uno spirito straordinariamente difficile da comprendere dal punto di vista europeo-occidentale. Ma gli antroposofi dovrebbero conoscerlo. Coloro che stanno sul terreno della scienza dello spirito dovrebbero conoscerlo, dovrebbero sapersi elevare a una certa comprensione di Solov’ëv. Ora vorrei portare davanti alle vostre anime, dal nostro intimo punto di vista, una di — verrebbe da dire — l’idea principale e centrale di Solov’ëv. Solov’ëv è troppo filosofo perché possa assumere, senza ulteriori difficoltà, davvero per sé il carattere di anima di gruppo. La cosa gli crea difficoltà, ed egli incorre in svariate contraddizioni. Ma di un’idea è dominato, non del tutto pienamente cosciente, in modo tale che si deve dire: ah, se solo questo Solov’ëv fosse pienamente chiaroveggente, in modo da poter anticipare ciò che la sua anima vedrà solo nella sesta epoca culturale, quando sarà incarnata sulla terra! L’idea che, nel suo punto di partenza, è ben difficilmente comprensibile per l’europeo occidentale — ovviamente anche per il mitteleuropeo — divenne idea principale e centrale in Solov’ëv. È la seguente. Noi in Europa occidentale cerchiamo, proprio in ciò che coltiviamo come preparazione per la sesta epoca culturale, fra molte altre cose, di comprendere la morte nel suo significato per la vita. Cerchiamo di comprendere come la morte sia l’apparire di una forma d’esistenza, come l’anima nella morte si trasformi in un’altra forma d’esistenza. Descriviamo come l’uomo viva nel suo corpo, e quale vita conduca fra la morte e una nuova nascita. Cerchiamo di comprendere la morte. Cerchiamo di superare la morte comprendendola, mostrando che essa non è che apparenza, che l’anima in verità vive nell’attraversare la morte. Ma per noi è una cosa centrale che cerchiamo di superare la morte mediante la comprensione. Qui però ci troviamo, ad esempio, su uno dei punti — e proprio uno dei punti principali — in cui l’aspirazione di scienza dello spirito si differenzia del tutto da quel che Solov’ëv, il grande spirito russo, ha come sua idea: vi sono mali nel mondo, vi è male nel mondo. Il male nel mondo, i mali ci sono. Se guardiamo con i nostri sensi i mali, il male, allora non possiamo negare che il mondo è pieno di male. Ciò parla contro il fatto, dice Solov’ëv, che il mondo sia divino. Infatti, come si può, guardando il mondo con i propri sensi, credere a un mondo divino, dato che un mondo divino non può certo presentare il male! Ma i sensi lo vedono dovunque, il male, e il peggior male è la morte. Per il fatto che la morte è nel mondo, si mostra il mondo in tutta la sua cattiveria, in tutto il suo male. Il male originario è la morte. Questa è la caratterizzazione del mondo data da Solov’ëv. Egli dice — cito quasi alla lettera —: guardate solo il mondo con i vostri nudi sensi! Cercate solo di comprendere il mondo con il vostro nudo intelletto. Non potrete mai negare i mali nel mondo. Voler comprendere la morte sarebbe assurdo! La morte c’è. Si mostra. Mai una conoscenza sensibile può conoscere la morte. Perciò la conoscenza sensibile mostra un mondo malvagio, un mondo di mali. Possiamo dunque credere — dice Solov’ëv —, che questo mondo sia divino, se ci mostra che è pieno di mali? Se ci mostra a ogni passo la morte?

Mai più possiamo credere che questo mondo, che ci mostra la morte, sia divino. Infatti in Dio non possono esservi mali, non può esservi il male, non può esservi soprattutto il male originario, il male primordiale. In Dio non può esservi la morte. Dunque, se Dio venisse nel mondo — ripeto quasi alla lettera quel che dice Solov’ëv — se Dio venisse nel mondo, se egli apparisse nel mondo, potremmo credergli senz’altro che egli sia Dio? No, non potremmo credere a Dio senz’altro che egli sia Dio! Egli dovrebbe prima legittimarsi! Se un essere venisse e affermasse di essere Dio, noi non gli crederemmo. Allora dovrebbe prima legittimarsi. Dovrebbe prima esibire qualcosa — così parla Solov’ëv — come un documento cosmico, qualcosa per cui noi possiamo riconoscere: questo è Dio! Qualcosa del genere, però, non possiamo trovarlo nel mondo. Dio non può legittimarsi attraverso ciò che è nel mondo, perché tutto ciò che è nel mondo contraddice al divino. Attraverso cui cosa, dunque, può egli legittimarsi? Egli può legittimarsi soltanto in questo modo: che, venendo nel mondo, mostri di essere vincitore della morte, che la morte non possa fargli nulla. Mai crederemmo che il Cristo sia Dio, se egli non si fosse legittimato. L’ha fatto risorgendo, mostrando che il male originario, la morte, non è in lui. — Abbiamo dunque una coscienza di Dio che si costruisce soltanto su una reale, storica risurrezione del Cristo, che legittima il Dio come Dio. Nulla nel mondo, se non la risurrezione, ci permette di riconoscere che vi è un Dio. Se il Cristo non fosse risorto — questa sentenza paolina è soprattutto ciò che Solov’ëv cita sempre di nuovo — vana sarebbe tutta la nostra fede. Vano sarebbe altresì tutto ciò che possiamo dire su un divino nel mondo. Di qui la frase di Solov’ëv: se guardiamo il mondo, vediamo nel mondo dovunque soltanto mali e male e corruzione e insensatezza. Se il Cristo non fosse risorto, il mondo sarebbe insensato. Dunque il Cristo è risorto! — Notate bene questa frase! Perché questa frase è una frase cardinale di uno dei più grandi spiriti dell’Oriente! Se il Cristo non fosse risorto, il mondo sarebbe insensato.

Dunque il Cristo è risorto! — Solov’ëv ha detto: ci potrà essere gente che ritiene che non sia logico se io dico: se il Cristo non fosse risorto, il mondo sarebbe insensato; dunque è risorto! — Ma questa è una logica assai migliore — pensa Solov’ëv — di tutta la logica che potete contrappormi! Vi ho mostrato in concreto, proprio in questa singolare esigenza di un documento per la divinità di Dio, in Solov’ëv, quanto siano singolari in Oriente i pensieri; come, in modo singolare, i pensieri si arrampichino in alto per afferrare, una buona volta, ciò attraverso cui Dio mostri direttamente di essere Dio. Quanto è diverso in Occidente, quanto diverso in Mitteleuropa! A cosa volgiamo noi l’aspirazione di scienza dello spirito? Provate a paragonare e ad abbracciare con lo sguardo tutto ciò che coltiviamo nella scienza dello spirito! Quale meta ha, dove vogliamo arrivare? Vogliamo, a partire dal sapere, a partire dalla conoscenza — così che ne abbiamo intelligenza — riconoscere nel mondo che il mondo ha un senso, che il mondo ha significato, che in esso non ci sono soltanto mali e corruzione. Direttamente attraverso la conoscenza vogliamo comprendere che il mondo ha un senso. Vogliamo proprio prepararci — comprendendo che il mondo ha un senso — a un compartecipare all’entità del Cristo. Vogliamo cogliere il Cristo vivente. Beninteso, vogliamo accogliere tutto ciò come un dono, come una grazia del Cristo. Sappiamo che è così, ciò che ci può essere dato secondo la sentenza: «Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo.» Vogliamo accogliere tutto ciò che il Cristo continuamente ci promette. Perché non solo attraverso i Vangeli egli parla, ma anche nelle nostre anime. Questo egli intende con la sentenza: «Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo.» Sempre egli può essere trovato come il Cristo vivente. Vogliamo vivere in lui, accoglierlo in noi: «Non io, ma il Cristo in me!» Questa è la nostra fondamentale sentenza paolina: «Non io, ma il Cristo in me!» Affinché attraverso lui vediamo: ovunque andiamo, c’è senso! Faust voleva già dire questo, esprimendo l’intera sua concezione del mondo nelle parole:

Sublime spirito, mi hai dato, mi hai dato tutto / ciò di cui ti pregai. Non invano / hai rivolto verso di me il tuo volto nel fuoco. / Mi hai dato la magnifica natura come regno, / la forza di sentirla, di goderne. Non mi consenti / soltanto una fredda visita, attonita, / mi concedi di guardare nel suo profondo petto / come nel seno di un amico. / Tu fai sfilare la schiera dei viventi / davanti a me e mi insegni a conoscere i miei fratelli / nel cespuglio silente, nell’aria e nell’acqua. / E quando la tempesta nella foresta romba e scricchiola, / il gigantesco abete, precipitando, rami vicini / e tronchi vicini schianta nel suo crollo, / e al suo cadere il colle rimbomba sordo e cavo, / allora tu mi conduci alla sicura caverna, mi mostri / allora a me stesso, e del mio stesso petto / si schiudono segreti, profondi prodigi.

Cogliere spiritualmente l’esteriore e l’interiore, cogliere senso ovunque, cogliere con senso la morte stessa, in quanto essa è il passaggio da una forma di vita a un’altra forma di vita! Così, nel cercare il Cristo vivente — cercando il Cristo vivente — lo seguiamo anche attraverso la morte e attraverso la risurrezione. Non partiamo dalla risurrezione, come l’uomo europeo-orientale. Seguiamo il Cristo da cui ci lasciamo ispirare, il Cristo che accogliamo nelle nostre Immaginazioni. Seguiamo il Cristo fino alla morte. Lo seguiamo non solo dicendo: Ex deo nascimur, — bensì dicendo: In Christo morimur. — Percorriamo il mondo e sappiamo che il mondo è il documento attraverso cui Dio pronuncia la propria divinità. In Occidente, volendo sperimentare e cogliere il tessere e l’agire spirituale, non possiamo dire: ci occorre un documento, quando Dio entra nel mondo e deve attestarsi —, bensì cerchiamo dovunque Dio. Nella natura e nelle anime umane cerchiamo Dio.

Per questo, però, anche questa quinta epoca culturale postatlantica ha bisogno di ciò che coltiviamo nelle nostre fraterne associazioni di rami. Essa ha bisogno della cura cosciente, per così dire, di quell’aura spirituale che ancora aleggia sopra di noi, che è coltivata dagli Spiriti delle gerarchie superiori e che affluirà nelle anime umane quando esse vivranno nella sesta epoca culturale. Non vogliamo rivolgerci al morto, come l’Oriente al carattere di anima di gruppo, al residuo di comunanza. Vogliamo coltivare il vivente fin dall’infanzia, e questo è lo spirito di comunità dei nostri rami. Non vogliamo cercare ciò che rumoreggia laggiù nel sangue, per richiamare insieme soltanto quelli in cui qualcosa di comune rumoreggia nel sangue, e coltivare ciò in qualche comunità. Vogliamo richiamare insieme gli uomini che si decidono a essere fratelli e sorelle, e che hanno aleggiante sopra di sé ciò che vogliono coltivare, coltivando la scienza dello spirito e sentendo aleggiare sopra di sé il buono spirito della fraternità. Questo è ciò che, come pensiero di consacrazione, accogliamo in noi al primo dispiegarsi di uno dei nostri rami. Con ciò consacriamo un ramo, quando lo fondiamo. Comunanza e vitalità! Comunanza cerchiamo sopra di noi, il Cristo vivente in noi, che non ha bisogno di alcun documento, che non deve prima accreditarsi attraverso la risurrezione, che è accreditato perché lo sperimentiamo in noi stessi. La comunanza al di sopra di noi, il Cristo in noi: questo facciamo nostro motto, nostro motto di consacrazione, fondando un ramo. Sappiamo infatti: se due o tre o sette o molti, molti sono uniti in questo senso nel nome del Cristo, in loro vive il Cristo. Tutti coloro che in questo senso riconoscono il Cristo come loro fratello, sono essi stessi sorelle e fratelli. Il Cristo, a sua volta, vuole riconoscere come suo fratello colui che riconosce l’altro uomo come suo fratello. Se siamo in grado di accogliere in noi un simile motto di consacrazione, di compiere il nostro lavoro con tale disposizione d’animo, allora il giusto spirito del nostro movimento di scienza dello spirito regnerà in questo nostro lavoro.

Anche in questo tempo difficile, i nostri amici di scienza dello spirito venuti da fuori si sono uniti a coloro che hanno qui fondato il loro ramo. È sempre una bella usanza. Infatti, in tal modo, i pensieri di consacrazione, il motto di consacrazione, li portano fuori anche gli altri, che lavorano in altri rami. Si promettono inoltre di pensare sempre di nuovo a coloro che si sono promessi in un ramo di lavorare insieme nel senso del nostro movimento. Così cresce e cresce ciò che, come nostra invisibile comunità, vogliamo fondare attraverso il modo del nostro lavoro. Ma quando una simile disposizione d’animo, legandosi al nostro lavoro, si diffonderà sempre di più, allora renderemo giustizia alle esigenze che la scienza dello spirito ci ha posto per il progresso dell’umanità. Allora potremo credere che coloro che, come i grandi Maestri della saggezza, guidano il progresso umano e il sapere umano, siano in mezzo a noi nel nostro lavoro. Nella misura in cui voi, che qui lavorate, lavorate in questa nostra disposizione d’animo di scienza dello spirito, so, in questo stesso senso, che gli alti Maestri, i quali davvero guidano il nostro movimento dai mondi spirituali, saranno anch’essi in mezzo al vostro lavoro. Da questo punto di vista invoco oggi la forza e la grazia e l’amore di questi Maestri della saggezza, che dirigono e guidano ciò che, come lavoro in fraterne associazioni, coltiviamo nei nostri rami; invoco la grazia, invoco la forza, invoco l’amore di questi Maestri della saggezza, che stanno in immediato nesso con le forze delle gerarchie superiori, sul lavoro anche di questo ramo. Possa ciò che è il buono spirito di Voi, grandi Maestri, e possa ciò che è il buono spirito del nostro movimento di scienza dello spirito, essere con questo ramo. Possa esso regnare e operare in lui!

14°Esperienze dopo il passaggio attraverso la porta della morte

Düsseldorf, 17 Giugno 1915

In rapporto a varie considerazioni di scienza dello spirito è stato detto più volte che, all’interno del nostro movimento di scienza dello spirito e dei suoi intenti, non si tratta soprattutto di accogliere in modo soltanto teorico i concetti e le idee che possiamo appropriarci attraverso la scienza dello spirito: i risultati della scienza dello spirito dovrebbero invece penetrare nei moti più interiori, negli impulsi più intimi della nostra vita animica. Certo, dobbiamo muovere dai risultati delle conoscenze di scienza dello spirito, e tali conoscenze ci si possono appropriare soltanto se le si studia, se ci si occupa di esse. Ma la scienza dello spirito non deve essere accolta come un’altra scienza qualsiasi, di modo che ci si limiti a sapere a posteriori di aver udito questa o quella cosa, che questa o quella cosa è vera in merito a un aspetto del mondo: la scienza dello spirito deve agire sulla nostra anima in modo tale che questa anima divenga diversa in questo o quel campo del sentire, che divenga diversa attraverso l’accoglimento di ciò che può scaturire dalla scienza dello spirito. I concetti, le idee e le immagini mentali che assumiamo attraverso la scienza dello spirito devono scuotere la nostra anima nel suo intimo, devono unirsi al nostro sentire, sì che attraverso la scienza dello spirito impariamo non solo a guardare il mondo in modo diverso, ma anche a sentirlo in modo diverso che senza di essa. Il vero compito del cultore della scienza dello spirito dovrebbe essere sapersi orientare in certe situazioni della vita in modo del tutto diverso da quanto sia possibile senza la scienza dello spirito. E quando ne è capace, allora in fondo ha raggiunto soltanto allora ciò che dalla scienza dello spirito deve fluire in noi.

Viviamo oggi in un tempo grave, in cui qualcosa della più importante domanda della scienza dello spirito, la domanda della morte, in innumerevoli casi si pone davanti ai nostri occhi, davanti alle nostre anime, davanti ai nostri cuori — all’uno più vicino, all’altro vicinissimo. Anche in questo tempo grave il cultore della scienza dello spirito dovrebbe poter dare prova della scienza dello spirito sul piano del sentire. Egli dovrebbe poter stare di fronte agli eventi del tempo in modo diverso dagli altri, anche quando lo toccano da vicinissimo. Certamente l’uno avrà bisogno di conforto, l’altro di incoraggiamento; ma entrambi dovrebbero trovarli anche nella scienza dello spirito. Soltanto allora, soltanto quando questo è possibile, abbiamo compreso nel senso giusto la scienza dello spirito in ciò che essa vuole essere. Attraverso le rappresentazioni della scienza dello spirito dobbiamo già sperimentare una certa scossa nella nostra anima, in quanto impariamo a sentire molte cose in modo del tutto diverso da come, senza la scienza dello spirito, potremmo sentire qualunque cosa al mondo. Raccogliete molto di quanto è stato già detto nella nostra scienza dello spirito sull’enigma della morte, e potrete comprendere ciò che vorrei esporre oggi, non soltanto ripetendo ma aggiungendo qualcosa a precedenti considerazioni. Sulla morte non dobbiamo soltanto imparare a pensare in modo diverso, dobbiamo anche imparare a sentire in modo diverso. Infatti l’enigma della morte è in verità connesso con i più profondi enigmi del mondo.

Rendiamoci del tutto conto di un punto: tutto ciò di cui ci serviamo nel mondo fisico per procurarci percezioni e conoscenze, tutto ciò mediante cui veniamo a sapere qualcosa del mondo esteriore, lo deponiamo varcando la porta della morte. Nel mondo fisico ci procuriamo, attraverso i sensi, impressioni del mondo. Questi sensi li deponiamo entrando nel mondo spirituale. Allora i sensi non li abbiamo più. Già questo deve essere per noi una prova che, quando pensiamo al mondo soprasensibile, dobbiamo sforzarci di pensare in modo diverso da quanto abbiamo imparato a pensare attraverso i nostri sensi. Certo, abbiamo una sorta di punto di riferimento, in quanto anche nella vita ordinaria che trascorriamo fra nascita e morte si affaccia qualcosa di analogo, di simile alle esperienze del mondo spirituale. Sono le esperienze del sogno che si insinuano nella vita ordinaria. Le esperienze del sogno non ci giungono attraverso i sensi; con le esperienze del sogno i nostri sensi non hanno realmente nulla a che fare. Eppure esse consistono in immagini che talvolta ricordano la vita attraverso i sensi. In queste immagini di sogno abbiamo, sia pure un debole riflesso, un riflesso pur sempre del modo in cui l’esistenza spirituale ci si presenta come mondo immaginativo fra la morte e una nuova nascita. Dopo la morte abbiamo infatti percezioni immaginative; in immagini affiora il vivere. Soltanto, se nel mondo sensibile vedete per esempio un colore rosso e dovete coltivare il pensiero: che cosa c’è dietro questo colore rosso? — allora vi direte: là c’è qualcosa che riempie lo spazio, dietro c’è qualcosa di materiale. — Il colore rosso vi appare anche nel mondo spirituale, ma dietro non vi è un che di materiale, non qualcosa che, nel senso comune, eserciti un’impressione materiale. Dietro il rosso vi è un’entità spirituale-animica; dietro il rosso vi è ciò che sentite come vostro mondo nella vostra interiorità animica.

Si potrebbe dire: dall’impressione sensoria del colore scendiamo esteriormente, nel fisico, al mondo materiale; dalle Immaginazioni saliamo sempre più in alto, in regioni spirituali nel mondo spirituale. E dobbiamo renderci conto di questo punto — vi si è particolarmente insistito nella nuova edizione della Teosofia — che anche queste Immaginazioni non ci si presentano come le impressioni sensorie del mondo fisico. Certo, esse vi sono, queste Immaginazioni, ma si presentano come vissuti: il rosso, il blu vi sono vissuti. Si possono a buon diritto chiamare rosse o blu queste Immaginazioni, ma esse sono pur sempre qualcosa di diverso dalle impressioni sensorie del mondo fisico. Sono molto più interiori, noi siamo molto più interiormente legati a esse. Fuori dal colore rosso della rosa state voi stessi; nel colore rosso del mondo spirituale vi sentite dentro, siete uniti al colore rosso. Quando percepite un rosso nel mondo spirituale, si sviluppa una volontà, una volontà fortemente operante di un essere spirituale. E questa volontà irradia, e ciò che essa irradia è rosso. Ma voi vi sentite dentro nella volontà, e questo essere-dentro, questo sentirsi-dentro, questo vissuto lo designate poi, com’è ovvio, come rosso. Si potrebbe dire: il colore fisico è come il vissuto spirituale ghiacciato, come il vissuto spirituale irrigidito. E così, in molti campi, dobbiamo appropriarci della capacità di pensare in altro modo, di dare ai nostri concetti altri valori e altri significati, se vogliamo realmente elevarci a una comprensione del mondo spirituale.

Dobbiamo poi renderci conto che, lassù nel mondo spirituale, ciò che chiamiamo Immaginazioni, in rapporto agli esseri spirituali di cui per esempio i colori sono espressione, non sta nemmeno come sta il rapporto di un colore a un essere sensibile. La rosa è rossa: è una proprietà della rosa. Ma quando uno spirito si avvicina e noi, secondo quanto si è ora detto, dobbiamo avere la coscienza: lo spirito irradia rosso —, allora il rosso non significa una proprietà dello spirito nel modo in cui il rosso della rosa significa una proprietà; questo rosso è piuttosto una sorta di rivelazione dell’interiorità dello spirito, è piuttosto un carattere scritto che lo spirito traccia nel mondo spirituale. E occorre dapprima penetrare attraverso le Immaginazioni. L’attività che si sviluppa qui, nel mondo fisico, è paragonabile soltanto alla sua immagine arimanica, ossia al leggere. Il colore rosso sulla rosa lo guardiamo e sappiamo: il rosso è una proprietà della rosa. Il rosso nel mondo spirituale non lo guardiamo soltanto, ma lo decifriamo, però non fantasticando — di questo devo sempre tornare ad ammonire —: la nostra anima trova già da sé che con esso è dato come un suono, una lettera, qualcosa che dev’essere decifrato, letto, attraverso cui soltanto si riconosce ciò che è inteso. Lo spirito intende qualcosa, quando si rivela come rosso o come blu o come verde, oppure come do diesis o sol diesis. Lo spirito intende qualcosa con questo; si comincia a parlare con lo spirito, si comincia a leggere la sua scrittura.

Su questo si fonda la cultura esteriore: cose simili, le quali nel mondo spirituale hanno la loro profonda saggezza, vengono trapiantate anche nel mondo esteriore. Parliamo a ragione di una lettura occulta, poiché colui che si appropria della coscienza chiaroveggente, che entra nel mondo spirituale, che abbraccia con lo sguardo le Immaginazioni e in esse legge, vede attraverso di esse nel fondo delle anime che vivono nel mondo spirituale, non soltanto attraverso colori, ma anche attraverso altre impressioni — impressioni simili a quelle sensorie e impressioni nuove che si aggiungono nella spiritualità. Questa attività, che è un’attività puramente animico-spirituale, sottostà in un certo senso al governo delle entità spirituali che progrediscono in modo giusto. Qui nel mondo fisico Arimane crea un’immagine proprio di ciò che ho ora caratterizzato. Di questa lettura occulta, il leggere esteriore di caratteri scritti nel mondo fisico è un’immagine arimanica. Infatti ogni lettura nel mondo fisico per mezzo di segni che sono stati formati artificialmente è un’attività arimanica. Non senza ragione l’invenzione dell’arte tipografica è stata sentita come un’arte arimanica, come una «arte nera», come l’hanno chiamata. Non si deve credere di poter sfuggire alle grinfie di Lucifero e di Arimane mediante qualche operazione esteriore. Lucifero e Arimane devono esserci nella cultura esteriore. Si tratta soltanto di trovare il punto di equilibrio, di trovare la via, quando la vita oscilla continuamente verso il lato luciferico e verso quello arimanico. Se qualcuno non volesse essere affatto toccato da Arimane, non dovrebbe mai imparare a leggere. Ma non si tratta che noi fuggiamo Arimane e Lucifero, bensì che entriamo in giusto rapporto con essi; che, pur essendo essi come forze intorno a noi, sappiamo metterci di fronte a essi nel modo giusto. Se sappiamo di seguire ciò che tante volte abbiamo descritto come l’impulso del Cristo che vive in noi, e se ci appropriamo dei sentimenti spirituali che in ogni istante della nostra vita ci impongono la volontà di seguire il Cristo, allora sappiamo anche leggere. Allora possiamo sperimentare — e lo sperimenteremo, se secondo il nostro karma è giusto per noi — che Arimane ha impiantato anche il leggere, e vedremo questa arte arimanica nella giusta luce. Se non lo sperimentiamo, allora declamiamo a parole della cultura arimanica, del progresso, della gloria della cultura arimanica, per esempio del leggere.

Ma tutte queste cose impongono anche doveri, e si tratta che tali doveri vengano anche rispettati. Proprio nel nostro tempo si possono addurre molti argomenti per difendere o accusare questo o quello. In verità abbiamo ciò che possiamo chiamare una letteratura di guerra dilagante. Ogni giorno porta non solo opuscoli, ma anche libri e così via. Potete leggervi spesso anche: questo paese ha tanti e tanti analfabeti, in questo paese tanti e tanti sanno leggere e scrivere, e cose simili. Far proprie queste affermazioni senz’altro non corrisponderebbe a quanto deve dire, dalla propria responsabilità, chi è esperto nella scienza dello spirito. Se per esempio, fra le cose che devo esporre riguardo al nostro tempo, volessi indicare tutto ciò che vi è di particolarmente cattivo in un popolo, e per indicarlo dicessi che in questo popolo vi sono tanti che non sanno leggere e tanti che non sanno scrivere, allora non parlerei nel modo giusto, secondo la scienza dello spirito. Lì devono sempre essere addotte soltanto cose di cui ci si possa assumere la responsabilità di fronte ai doveri occulti. Da ciò vedete — volevo solo addurlo come esempio — che la scienza dello spirito in questo senso più profondo deve realmente entrare nella vita e imporre doveri.

E quando l’indagatore dello spirito dice cose che dicono anche gli altri, potrete sempre seguire che esse vengono dette in un contesto del tutto diverso, e questo è ciò che importa. Perciò è ovvio che molte cose, a chi non conosce la scienza dello spirito, quando vengono dette nella scienza dello spirito appariranno spesso del tutto singolari, perché egli è abituato ad avere altre rappresentazioni, e talvolta dovrà dirsi: questa scienza dello spirito chiama bianco il nero, e nero il bianco! — E questo a volte è realmente necessario, perché quando si sale, con le rappresentazioni e i concetti ordinari di cui ci si appropria nel mondo fisico, nel mondo spirituale, è veramente così che molti concetti devono essere mutati radicalmente. Prendiamo, da questo punto di vista, uno dei concetti più importanti e più enigmatici che dobbiamo appropriarci a partire dalle impressioni del mondo fisico: il concetto della morte. Nel mondo fisico l’uomo vede la morte sempre soltanto da un lato: dal lato per cui vede svolgersi la vita umana fino al punto in cui l’uomo muore — cioè il punto in cui il corpo fisico viene a cadere dapprima dagli arti superiori della natura umana, e poi trova entro il mondo fisico la sua dissoluzione. Si può realmente dire: ciò che qui l’uomo vede della morte entro il mondo fisico significa guardare la morte da un lato. Ma guardare la morte dall’altro lato significa vederla in una luce opposta, vederla in modo radicalmente diverso.

Quando attraverso la nascita entriamo nella vita fisica, attraversiamo dapprima qualcosa che viviamo in modo tale che il culmine della coscienza fisica in noi non è ancora pienamente raggiunto. Voi sapete che dei primi anni del nostro vivere non ci ricordiamo con la coscienza fisica ordinaria. Nessuno può, con la coscienza fisica ordinaria, ricordare la propria nascita. Quanto meno apparirà al mondo qualcuno che pretenda di poter ricordare, secondo la propria coscienza fisica, come sia stato generato. Possiamo dire: è una disposizione della coscienza fisica che la nascita dell’uomo debba essere dimenticata. Essa è dimenticata, e dimenticati sono anche i primi anni di vita. Quando, nella vita fisica fra nascita e morte, guardiamo a ritroso alla nostra vita, ci ricordiamo fino a un certo punto. Poi il ricordare si interrompe. Il punto in cui si interrompe non è la nostra nascita fisica; precede ancora un vissuto. Nessun uomo può sapere per esperienza di essere nato. Lo può soltanto dedurre. Lo deduciamo dal fatto — e soltanto da questo — che dopo di noi nascono uomini la cui nascita percepiamo. Se l’indagatore della natura sostiene di voler ammettere soltanto ciò che può essere visto, allora, secondo questo principio, se vuole essere conseguente, nessuno potrebbe affermare la propria nascita: è infatti impossibile, se non in modo chiaroveggente, percepire la propria nascita; la si può soltanto dedurre.

Esattamente l’opposto si verifica in rapporto alla morte. Per tutta la vita fra morte e nuova nascita sta davanti all’occhio dell’anima dell’uomo, come l’impressione più viva, più chiara, il momento della morte che egli ha attraversato. Ma non crediate che da ciò possiate dedurre che si tratta di un’impressione dolorosa. Allora credereste che il morto guardi a ciò che voi vedete della morte nel mondo fisico, la decomposizione, il dissolversi. Egli vede però la morte dall’altro lato; egli vede nella morte qualcosa che bisogna designare come la cosa più bella anche del mondo spirituale. Infatti, in ciò che l’uomo può sperimentare normalmente nel mondo spirituale, nulla è più bello dello sguardo sulla morte. Vedere questa vittoria dello spirito sulla materia, questo accendersi della luce spirituale dell’anima dalle tenebre oscure del materiale: è la cosa più grande, la più significativa che possa essere veduta sull’altro lato della vita, che l’uomo attraversa fra la morte e una nuova nascita.

Quando l’uomo, fra morte e nuova nascita, depone il corpo eterico e a poco a poco ha formato pienamente la sua coscienza — il che avviene non molto tempo dopo la morte —, allora è così che egli non sta verso di sé come qui nel mondo fisico sta verso di sé. Quando l’uomo dorme qui nel mondo fisico è inconsapevole di sé, e quando si sveglia diviene cosciente del fatto che ora sa: io ho un sé, un Io in me. Dopo la morte, nel mondo spirituale, le cose stanno diversamente — là la sua autocoscienza è a uno stadio superiore —, non è proprio così. Ne parlerò subito, di come è. Ma lì c’è anche qualcosa come un riportarsi all’Io, al sé. Esattamente come al mattino, al risveglio, ci si deve riportare al sé, così è anche nel mondo spirituale. Ma questo riportarsi è uno sguardo a ritroso al momento della morte. È sempre come se, per percepire il nostro Io fra la morte e una nuova nascita, dicessimo: tu sei realmente morto, dunque sei Io, sei un Io! Questa è la cosa più ricca di significato: si guarda a ritroso alla vittoria dello spirito sul corpo, si guarda a ritroso al momento della morte, che è la cosa più bella del mondo spirituale che possa essere sperimentata. E in questo guardare a ritroso si diviene coscienti del proprio sé nel mondo spirituale. È sempre così — non si può dire come un risveglio, perché allora si coniugherebbero anche i concetti in modo unilaterale —: è il riportarsi a sé, il guardare a ritroso alla propria morte.

Perciò è così importante che l’uomo abbia la possibilità, con piena coscienza dopo la morte — una coscienza che subentra dopo la morte —, di guardare realmente al momento della morte, sì che egli non sogni soltanto in qualche modo ciò che lì contempla, ma possa comprendere pienamente ciò che contempla; questo è enormemente importante. E a ciò possiamo già prepararci durante la vita, cercando di esercitare la conoscenza di sé. Proprio dal nostro tempo in avanti è necessario all’umanità esercitare la conoscenza di sé. In fondo tutta la scienza dello spirito è lì per dare all’uomo quella conoscenza di sé che gli è necessaria. La scienza dello spirito è infatti propriamente un’introduzione al sé ampliato dell’uomo, a quel sé per il quale in fondo si appartiene al mondo intero.

Dissi che la coscienza dopo la morte è qualcosa di diverso da qui nel mondo fisico. Se volessi rappresentarvi del tutto graficamente come è la coscienza dopo la morte, potrei farlo nel modo seguente. Supponete: qui avremmo un occhio, e qui avremmo un oggetto. Mediante cui cosa otteniamo la coscienza che vi è un oggetto fuori di noi? Ebbene, mediante il fatto che l’oggetto esercita un’impressione sul nostro occhio. L’oggetto esercita un’impressione sul nostro occhio, e noi impariamo a sapere qualcosa dell’oggetto. L’oggetto è fuori, nel mondo, esercita un’impressione sui nostri sensi, e noi accogliamo in noi, nella nostra anima, la rappresentazione che possiamo formarci dell’oggetto. L’oggetto è fuori di noi. La rappresentazione che ci formiamo, esso ce l’ha trasmessa.

Diverso è ora nel mondo spirituale. E poiché non posso rappresentarlo graficamente in altro modo, vorrei disegnarvi anche ciò che chiamo sempre occhio dell’anima — sebbene, a rigor di termini, sia improprio — come occhio dell’anima. Questo occhio dell’anima, che l’uomo ha dopo la morte, è ora disposto in modo tale che l’uomo dopo la morte non vede, per esempio, un angelo o un’altra anima umana che sia pure nel mondo spirituale così come vede un fiore nel mondo fisico: questo occhio dell’anima è disposto in modo tale — lasciamo dapprima fuori considerazione un’anima umana, vediamo solo un’entità della gerarchia superiore — che, se qui vi è un’entità angelica, un’entità arcangelica, come occhio non ha la coscienza: «io vedo fuori di me questa entità angelica», bensì: «io vengo visto dall’entità angelica, essa mi vede». — È esattamente l’opposto del mondo fisico. Così ci immettiamo nel mondo spirituale: otteniamo la coscienza, di fronte agli esseri delle gerarchie superiori, di essere conosciuti da loro, di essere da loro pensati. Ci sentiamo incastonati in loro, ci sentiamo afferrati dagli angeli, dagli arcangeli, dagli Spiriti della Personalità in modo conoscitivo, come il regno minerale, il regno vegetale, il regno animale si sentono afferrati da noi. Soltanto in rapporto alle anime umane è così che possiamo essere viste anche da loro, di modo che abbiamo la sensazione che esse ci vedono, come abbiamo anche la sensazione che ciò che è il nostro contemplare passa in esse. C’è un vedere presso di noi e presso le anime umane. Di fronte a tutti gli altri esseri delle gerarchie superiori abbiamo la sensazione di essere percepiti, pensati, rappresentati da loro; e in quanto siamo da loro percepiti, pensati, rappresentati, siamo dentro il mondo spirituale.

E poi è così: supponiamo che ci aggiriamo come anima nel mondo spirituale, come ci aggiriamo nel mondo fisico. Allora avviene che dappertutto abbiamo la sensazione di entrare in rapporto con le entità delle gerarchie superiori, così come qui nel mondo fisico abbiamo la sensazione di entrare in rapporto con il regno minerale, il regno vegetale, il regno animale. Soltanto, abbiamo sempre di nuovo bisogno del riportarci al fatto che abbiamo un sé. Allora guardiamo alla nostra morte e ci diciamo: «Quello sei tu!» — Questa è una coscienza permanente, un contenuto permanente della coscienza.

Ciò che oggi è stato detto si aggiunge alle varie rappresentazioni che potete trarre dai cicli e dai libri. È detto più animicamente di quanto, per esempio, è detto nel libro Teosofia, più secondo la visione esteriore. Ma soltanto se si considera animicamente qualcosa di simile, si entra realmente nei sentimenti che si devono avere di fronte a queste cose e, in generale, di fronte al mondo spirituale. La conoscenza di sé è quindi ciò che ci sostiene, che ci rafforza per la vita fra la morte e una nuova nascita.

Questo mi si è di nuovo presentato con particolare vivezza, quando recentemente ho avuto il compito, dopo la dipartita di amici della nostra causa, di parlare alcune volte alla cremazione. Si manifestava sempre la necessità di dire qualcosa che fosse intimamente connesso con il carattere, con il sé di colui che era passato attraverso la porta della morte. Perché veniva questo impulso ispirativo o intuitivo di rivolgere ai morti un richiamo che fosse connesso con il loro essere? Lo si vede dalla vita che gli interessati conducono dopo la morte. Viene loro in aiuto ciò che rafforza le forze della loro conoscenza di sé. In quanto si parlava di quelle qualità che essi sentono in se stessi, subito dopo la morte, quando la loro coscienza non era ancora destata, si poteva far affluire loro qualcosa della forza di cui hanno bisogno per formare, a poco a poco, la possibilità di guardare al momento della morte, in cui appare concentrata tutta la loro entità, così come si è sviluppata fra nascita e morte. Si viene quindi in aiuto ai morti, se subito dopo la morte si fa affluire loro qualcosa che ricordi loro qualità, vissuti e così via che erano i loro. Si promuove con ciò la forza della conoscenza di sé.

E se in modo chiaroveggente si ha la possibilità di immedesimarsi nell’anima di un tale morto, allora si avverte nella sua anima l’impulso a sentire, proprio in questo tempo, qualcosa sul modo in cui egli era, su questo o quello che ha attraversato, o su quali siano le sue qualità principali. Voi potete comprendere: come qui sulla terra la vita di un uomo non è uguale alla vita di un altro, ma tutti gli uomini hanno vite che sono diverse l’una dall’altra, così è anche presso coloro che sono passati attraverso la porta della morte. Non una vita animica fra morte e nuova nascita è uguale a un’altra. Si potrebbe dire: ogni vita animica che si possa osservare lì è di nuovo una nuova rivelazione, e sempre si possono mettere in rilievo soltanto singole qualità particolari. Vorrei oggi e poi anche dopodomani a Colonia parlare di tali cose.

Vorrei parlare di un caso concreto come esempio. A Dornach abbiamo visto qualche tempo fa lasciare il piano fisico un membro che era giunto a un’età piuttosto avanzata. Un membro che aveva trascorso la propria vita in lavoro alacre, in lavoro premuroso, ma negli ultimi anni, da molto tempo, era legato con l’anima più profonda alla nostra concezione di scienza dello spirito e l’imprimeva pienamente nel proprio cuore, nella propria anima. Sicché si può dire: questa personalità era giunta fino al punto di essere, negli ultimi tempi della sua esistenza fisica, una cosa sola con la nostra concezione del mondo — quanto al sentire, al provare, era pienamente una cosa sola con essa.

Sapete dunque che l’uomo, quando passa attraverso la porta della morte, depone dapprima il proprio corpo fisico, poi porta ancora per un po’ su di sé il corpo eterico e infine depone anche il corpo eterico. E poi viene un tempo in cui l’uomo deve, a poco a poco, conquistarsi quella coscienza che deve poi essergli propria fra la morte e una nuova nascita. Subito dopo la morte l’uomo è nel suo corpo eterico. Allora egli sperimenta, lo sappiamo, una piena retrospettiva sulla propria vita, come un grande tableau della vita. In questo tempo affiorano anche nella sua anima, vorrei dire, come d’un colpo, in modo del tutto particolare, gli impulsi più potenti, sì che molte cose, proprio sotto questo riguardo significative, possono manifestarsi dopo la morte in modo molto diverso che durante la vita. Durante la vita l’uomo è infatti in molti modi incatenato dai limiti che gli pone il proprio corpo fisico. Subito dopo la morte si è superata la pesantezza, l’opprimente, il fisso, ciò che indebolisce la chiarezza di molti impulsi animici nel fisico. Si ha ancora con sé il corpo eterico e perciò non si è perso il ricordo della vita. È un mondo del tutto immaginativo, che contiene in primo luogo le immagini della vita passata, ma poi contiene anche gli impulsi particolarmente forti.

Se ora un’anima ha accolto, durante la vita, in modo così pienamente potente gli impulsi della scienza dello spirito, se quest’anima ha portato questi impulsi nell’intimo del sentire e del provare, allora essa può dispiegare queste impressioni anche dopo la morte in modo del tutto diverso, dato che ha a disposizione il corpo eterico elastico, duttile, non più incatenato a ciò che il corpo fisico consente. Questo si poteva vedere in modo particolare in quella personalità di cui ho ora parlato, che pochissimo tempo dopo la morte, dopo che era riuscito immedesimarsi pienamente nella sua anima, lasciava fluire da quest’anima ciò che dagli impulsi di scienza dello spirito aveva vissuto in lei. Durante la vita fisica essa non avrebbe certo plasmato tutto questo in tali parole. Ma poiché il corpo eterico era ancora là, poteva rivestire la cosa in parole fisiche. Essa non era ancora uscita dal corpo eterico elastico: in quel momento ciò che essa aveva accolto attraverso la scienza dello spirito si imprimeva in modo tale da divenire espressione della sua anima. E avevo quindi la necessità di pronunciare, alcuni giorni dopo, alla cremazione della personalità in questione, proprio queste parole, che risuonavano dal suo essere, che erano quindi sue, non mie:

In ampiezze del mondo voglio portare il mio cuore senziente, che caldo divenga nel fuoco del santo operare di forze;

In pensieri del mondo voglio tessere il proprio pensare, che chiaro divenga nella luce dell’eterno vivere-divenire;

In fondi dell’anima voglio immergere meditare devoto, che forte divenga per le vere mete dell’agire umano;

Nella quiete di Dio io aspiro così con lotte di vita e con preoccupazioni, preparando il mio sé al sé più alto;

Aspirando a una pace lieta di lavoro, presagendo l’essere del mondo nel proprio essere, possa io adempiere il dovere umano;

Aspettando posso io allora vivere incontro alla mia stella del destino, che mi assegna il luogo nel regno dello spirito.

Si può dire che qui, in parole che esprimono il sentire dopo la morte, è deposto ciò che l’anima è divenuta attraverso la scienza dello spirito. Poi venne il tempo che ciascuno deve più o meno attraversare dopo la morte, chiamato solo impropriamente un tempo di sonno, poiché, dopo aver deposto il corpo eterico, in realtà si è subito del tutto dentro nel mondo spirituale, soltanto che si è abbagliati dalla pienezza del mondo spirituale. Non si può abbracciare tutto con lo sguardo, si deve dapprima adattare al mondo spirituale la propria forza che si è portata con sé; ci si deve smorzare. Si vede troppo dopo la morte; la coscienza c’è, la si deve dapprima smorzare fino alle forze che si sono acquisite. Allora si comincia a potersi orientare e a vivere realmente nel mondo spirituale. Non è proprio esatto dire che dopo qualche tempo ci si risveglia alla coscienza; si deve piuttosto dire che si ha troppa coscienza e la si deve smorzare al grado che si può sopportare. Questo è il risveglio.

L’anima di cui ho ora parlato giunse quindi a questo — quando il corpo eterico è deposto — non-poter-sopportare la luce dello spirito. Ma aveva molta forza in sé; lo vedete dalle parole che ho letto, e dal fatto che questa forza era stata a poco a poco interamente pervasa da ciò che dal sentire e dal volere umano può fare la scienza dello spirito. Ne venne che questa entità, quest’anima, qualche tempo dopo la morte, giunse a una coscienza per lei sopportabile. Naturalmente molto vi sarebbe da descrivere del tempo che inizia per un’anima, se si volesse descrivere tutto ciò che una tale anima sperimenta. Si descrivono pur sempre solo parti; e appartiene ovviamente, dato che siamo dentro il nostro movimento, proprio fra le cose più significative l’osservare nelle anime ciò che queste anime collega al nostro movimento. Si può imparare da ciò che, in generale, dopo la morte collega le anime umane al mondo intero; ma si può osservare in modo migliore in tali anime ciò che è la vita dell’anima dopo la morte, soprattutto quando essa è stata a uno così vicina come quest’anima di cui qui parlo.

E così avvenne che proprio in quest’anima si poteva dapprima osservare come essa giungesse alla coscienza che si orienta nella partecipazione alle nostre riunioni — realmente nella partecipazione alle nostre riunioni. E pienamente compiuta era questa partecipazione a una festa di Pasqua di quest’anno a Dornach, a quella festa di Pasqua in cui si è tentato di esporre soprattutto la profondità del pensiero della Pasqua ai nostri cari amici colà a Dornach. Là quest’anima era presente. Vi prendeva parte; come prima aveva preso parte con intimo calore, così ora prendeva parte come anima. E voleva esprimersi, come anche qualcuno nel corpo fisico ha il bisogno di esprimersi successivamente su ciò che ha accolto. Voleva esprimersi, ed è ciò che vi è di caratteristico: di nuovo lo formulava in tali parole, perché in tal modo è possibile farsi comprendere; di nuovo lo formulava in tali parole, di come essa ora vive e vive proprio in rapporto a ciò che aveva vissuto insieme alla nostra conferenza di Pasqua. E qui venne come un complemento a ciò che allora era passato dopo la morte. Questo complemento, che ora veniva fuori dalla coscienza, è il seguente:

In anime umane voglio dirigere il sentire spirituale, che volenterosamente ridesti nei cuori la parola pasquale;

Con spiriti umani voglio pensare il calore dell’anima, che forte possa sentire il Risorto;

Si vede: essa vuole proseguire il lavoro con coloro con cui era unita nel nostro movimento di scienza dello spirito. Vuole dedicarsi a loro, affinché essi ricevano la parola pasquale destata nel cuore, come si è tentato di fare attraverso la conferenza di Pasqua, affinché ciò che nella scienza dello spirito chiamiamo il Risorto possa essere sentito nel modo giusto. Ma del tutto particolarmente significativo era qualcosa che veniva fuori nelle tre righe che seguono. È del tutto particolarmente bello e profondamente commovente. Mi ero sforzato, proprio in quelle conferenze di Pasqua e in molte altre conferenze tenute allora, ripetutamente, come ho già fatto molte volte, di richiamare l’attenzione sul significato che ha la scienza dello spirito non soltanto qui per la vita terrena, ma per il mondo intero. Chi passa attraverso la porta della morte può anche partecipare e sperimentare di tutto questo ciò che qui nella scienza dello spirito viene coltivato. Perciò consiglio a tanti che hanno cari morti, persone passate attraverso la porta della morte, di leggere loro o di raccontare loro gli insegnamenti della scienza dello spirito; poiché ciò che è formulato in parole di scienza dello spirito non ha significato soltanto per le anime che vivono nel corpo fisico, ma ha pieno significato anche per le anime disincarnate. Giunge loro come aria di vita spirituale, come acqua di vita spirituale, oppure si potrebbe anche dire che esse percepiscono luce attraverso di noi qui in basso. Questa luce è per noi dapprima, si potrebbe dire, simbolica, poiché udiamo parole e le accogliamo come pensieri nella nostra anima; i morti la vedono però realmente come luce spirituale.

Ora è molto significativo che proprio quest’anima, che aveva spesso udito tutto ciò, voleva quasi dire: «Ho compreso questo, ed è realmente così!» — Infatti le sue parole sotto questo riguardo sono:

Splende chiara, sull’apparenza della morte, la fiamma terrena del sapere dello spirito…

Per l’anima è un fatto compiuto. Vuole dire: «Ciò che voi parlate quaggiù, è splendente verso l’alto come una fiamma.» — E l’esprimeva dicendo «fiamma terrena»: «Splende chiara, sull’apparenza della morte…» Perché dice «apparenza della morte»? Se riflettete, lo scoprirete. Diceva così, perché aveva sempre udito che noi chiamiamo il mondo Maja: sulla terra essa è nell’apparenza dei sensi; ora essa è anch’essa in un’apparenza attraverso cui ha solo da contemplare l’essenza:

Splende chiara, sull’apparenza della morte, la fiamma terrena del sapere dello spirito;

e qualcosa che essa rafforza ulteriormente:

Il sé diviene occhio e orecchio del mondo.

Essa intende: orecchio del mondo. Intende che l’intero sé diviene ora come un possente organo di senso, diviene organo di percezione per il mondo intero. È un bel modo per cui il morto mostra come egli diviene cosciente che diviene vero ciò che dice la scienza dello spirito. Per quest’anima è caratteristico che essa voglia esprimersi subito dopo la morte e voglia dire: «Sì, ora sono giunta al punto in cui ciò che ho imparato sulla terra si presenta a me come il giusto.»

A me stesso queste parole erano di una certa importanza, perché esse, qualche tempo dopo — forse un paio di settimane dopo — vennero fuori dal mondo spirituale, da quell’anima di cui ho parlato, dopo che poco prima, un paio di settimane prima, era accaduto un altro evento che mi appagò. Amici del nostro movimento perdettero nella guerra attuale un figlio ancora piuttosto giovane, che si era arruolato volontariamente. Il giovane cadde. Egli si era, si potrebbe dire, accostato per metà alla scienza dello spirito nell’ultimo tempo terreno che aveva attraversato. Aveva solo diciassette o diciotto anni. Era ora partito, era caduto. Qualche tempo dopo si poté contemplare come l’anima di questo giovane — e in molte anime ora passate attraverso la porta della morte nella guerra accade questo, che esse giungano relativamente in fretta alla coscienza — si poté quindi vedere in quest’anima come egli si avvicinava ai suoi genitori, come realmente si accostava ai suoi genitori. Ed era così — si poteva proprio udirlo —, come se egli dicesse loro: «Ora vorrei rendervi davvero comprensibile che ciò che ho udito spesso nella vostra casa sulla scienza dello spirito, sulla luce dello spirito e sugli esseri spirituali, mi può divenire chiaro come vero, che mi aiuta ciò che ho udito.» Non lo menziono perché debba essere qualcosa di particolare, ma perché mostra proprio come è la connessione fra la vita terrena e la vita spirituale.

Una particolarità voglio comunque qui menzionare. Dopo una conferenza che tenni in uno dei nostri rami — avevo allora annotato le parole che erano venute fuori —, andai dai genitori in questione del giovane e raccontai loro questo, indicando anche la notte in cui si era verificato che il giovane si fosse accostato ai suoi genitori e avesse quasi parlato alle anime dei genitori. E allora il padre disse: «È del tutto singolare; ho molto raramente dei sogni. Questa notte, proprio questa notte, ho sognato di mio figlio, che mi è apparso e che voleva dirmi qualcosa; ma io non ho compreso.»

Oggi cose simili, raccontate a chi sta fuori dal nostro movimento spirituale, faranno ancora effetto strano; perciò le teniamo per quanto possibile fra noi. Ma per noi stessi è importante entrare concretamente anche in queste cose, poiché da questi singoli mattoni delle esperienze del mondo spirituale si compone il nostro sapere. E solo allora otteniamo un’immagine concreta, quando non vogliamo limitarci troppo soltanto ad ascoltare belle teorie sul mondo spirituale, ma quando possiamo nuovamente portare a tale vivezza la scienza dello spirito nelle nostre anime da sopportare che del mondo spirituale si parli realmente come uomini ragionevoli parlano di ciò che sperimentano nel mondo sensibile. Solo così la scienza dello spirito diviene, nel senso giusto, del tutto viva in noi, e questo deve essa divenire: del tutto viva deve divenire in noi, sì che otteniamo attraverso di essa una vita — non soltanto una dottrina, una conoscenza —, sì che otteniamo attraverso di essa una vita; sì che essa ci faccia da ponte sull’abisso che altrimenti, attraverso il materialismo, che soltanto fuori della scienza dello spirito può espandersi e deve sempre diventare più grande, sì che essa ci faccia da ponte su questo abisso fra il fisico-sensibile, che attraversiamo fra nascita e morte, e lo spirituale, in cui viviamo fra la morte e una nuova nascita, affinché impariamo a diventare realmente, a poco a poco, cittadini anche del mondo spirituale.

Questo è ciò che importa, che impariamo a sentire: colui che è passato attraverso la porta della morte ha soltanto assunto un’altra forma di vita e sta, di fronte al nostro sentire dopo la morte, come qualcuno che, per gli eventi della vita, ha dovuto recarsi in un paese lontano, in cui lo possiamo seguire soltanto più tardi; sicché non abbiamo da sopportare nulla, se non un tempo di separazione. Ma questo deve essere vivamente sentito e vivamente provato attraverso la scienza dello spirito. E lasciate che si tratti di farsi un’immagine da singoli fatti concreti: vedrete che questi fatti, anche per chi non contempla il mondo spirituale, si accordano, si reggono in modo tale che la fede che si ha prima di contemplare il mondo spirituale non è realmente una fede cieca, non è una fede d’autorità, bensì una fede sorretta dal sentimento, più profondo del sapere critico, dal senso originario di verità innato all’anima umana.

Viviamo in un tempo in cui gli eventi esteriori carichi di destino ci indicano come la vita umana dovrebbe essere approfondita. Sarebbe molto meglio se gli uomini, invece di discutere su chi abbia colpa di questa guerra, su chi faccia questo o quello, considerassero questi eventi bellici come un monito ad approfondire le anime più di quanto non sia accaduto finora nella stragrande maggioranza degli uomini. Dicevo, esponendo davanti ai vostri cuori cose importantissime: in rapporto a molte cose dobbiamo imparare, attraverso la scienza dello spirito, a trasformare, a mutare le rappresentazioni, i concetti che abbiamo. A questi concetti possiamo ora — sia questo aggiunto oggi alla nostra considerazione, che abbiamo svolto su un argomento pur così significativo come la morte —, a queste rappresentazioni possiamo anche annoverare la rappresentazione della guerra.

Si avrà ragione, anche dal punto di vista di scienza dello spirito, a considerare la guerra come una malattia dell’evoluzione. Certamente essa è una malattia, ma pensate solo a questo: a una malattia non si rende giustizia se la si giudica così come è. Ciò di cui si tratta in una malattia è anche, in molti casi, ciò che, nel corpo umano, ha preceduto la malattia: il disordine, la disarmonia hanno preceduto. Poi viene la malattia, che spesso è lì proprio per controbattere ciò che era in disordine nel corpo. Anche quando l’uomo, prima della morte, attraversa una malattia, è così. Egli porta in sé disarmonie che gli rendono impossibile entrare immediatamente nel mondo spirituale. Forse il mondo spirituale gli rimarrebbe troppo a lungo nella nebbia, oppure vi sarebbero altri impedimenti, perché in lui vi sono disarmonie che proprio così non possono essere portate nel mondo spirituale. Perciò lo coglie una malattia prima della morte. Essa libera la sua anima dalla disarmonia tanto che egli può entrare nel mondo spirituale. E se è una malattia che porta alla guarigione, allora questa malattia è lì per pareggiare ciò che ha preceduto la malattia, ciò che è stato condizionato dal karma di vite precedenti, forse di millenni e millenni. Non si farà bene, per esempio, a dire: «Il bambino ha il morbillo; se solo non l’avesse preso!» — Non si può sapere che cosa sarebbe tutto piombato sul bambino, se non avesse preso il morbillo. Infatti, in esso veniva fuori ciò che si era sempre annidato in profondo nel bambino e cercava il proprio compenso.

Così è bene anche considerare la guerra e non vedere il male tanto in ciò che ora deve essere attraversato in sangue e ferro, ma vedere anche ciò che si è svolto da lunghi, lunghissimi tempi nelle correnti culturali. Guardare più profondamente nelle connessioni, questo gli uomini devono imparare! Dopo questa guerra verrà un tempo in cui gli uomini cominceranno a riflettere proprio su questa guerra. Allora si accorgeranno di quante parole vuote sono state dette, quando si è detto: questo ha la colpa, quello ha la colpa. E qualcosa verrà — anche se forse solo piuttosto tempo dopo la guerra. Allora la gente dirà qualcosa del tutto diverso da oggi. Vi saranno uomini che diranno: «Ah, se si studia realmente la storia come la si è studiata finora, si trova bensì negli atti dei diplomatici questo, in quegli atti diplomatici quello; qui e là è stato registrato questo o quello. Ma se si procede come la storia ha trattato finora tutto questo, e si vuole giudicare tutto, come si dice, “obiettivamente”, allora non si arriverà mai a capire perché questa guerra sia sorta.»

Allora ci si accorgerà che è necessario guardare oltre le cause esteriori ai motivi più profondi, che dovrà allora spiegare la scienza dello spirito. Oggi purtroppo su queste cose si possono dare solo accenni. Si troverà che in molti luoghi, proprio in questo scoppio di guerra, è accaduto questo o quello in cui il ruolo più significativo non l’ha avuto la coscienza, ma qualcosa di inconscio: qualcosa che giace sotto la soglia degli eventi esteriori è venuto a galla; sicché non si esauriscono affatto quelle cose che lo storico è abituato a considerare come ciò che è determinante per la causalità presente. Proprio con questo esempio si imparerà: la storia, come siamo abituati a considerarla finora, non ci spiega proprio nulla. Sarà un monito ad approfondire motivi più profondi.

E come quasi in ognuna delle conferenze che ho tenuto negli ultimi tempi, ho dovuto alla fine rivolgere una sorta di monito alle nostre anime, così vorrei fare anche oggi. Una certa responsabilità per le anime emerge semplicemente dal fatto che ci si è accostati alla concezione del mondo di scienza dello spirito. Si deve diventare capaci di avere, attraverso la concezione del mondo di scienza dello spirito, almeno il pensiero che quei giudizi superficiali che oggi proprio per il fatto che il materialismo domina tutto il mondo vengono pronunciati ovunque, non debbano divenire anche i nostri giudizi come confessori della scienza dello spirito.

Ciò che oggi si svolge nel mondo è davvero un odio superficiale da nazione a nazione. Ne ho parlato molte volte nelle nostre conferenze di ramo. Esso non deve riempirci nello stesso modo, ma per questo non dobbiamo neanche divenire ingiusti. Dall’antica Società Teosofica possiamo infatti imparare a diventare davvero ingiusti! Quelli hanno impresso ai loro adepti, in rapporto alle religioni: «Tutte le religioni sono uguali.» — È a un dipresso come voler imprimere agli uomini: «Sul tavolo ci sono condimenti per i cibi: pepe, sale, zucchero, paprica; ebbene, tutto è condimento, non si deve preferire l’uno all’altro. Dunque, ho qui del caffè, ebbene, allora vi metto del pepe, è tutto uguale!» — La stessa logica sta in fondo quando si dice che lo stesso nocciolo di verità sta a fondamento di tutte le religioni. Questa logica risparmia certamente di studiare nei suoi dettagli la grande, meravigliosa evoluzione del mondo, poiché ci si cava con la frase: un nocciolo di verità sta a fondamento di tutto.

Ma in rapporto a ciò ci siamo da tempo liberati dai giudizi più superficiali. Così ciò che riconosciamo a buon diritto, l’entrare con amorevole comprensione in ogni peculiarità nazionale, non può impedirci di vedere dove dobbiamo stare con il nostro cuore, per la conoscenza. Non sarà possibile che, sotto questo riguardo, tutti gli amici siano d’accordo. Ma non è di questo che si tratta: si tratta che le nostre anime si sforzino di superare il punto di vista del mondo esteriore e di entrare nelle peculiarità delle diverse anime di popolo. — Vedremo allora che la confessione della nostra concezione del mondo di scienza dello spirito ci impone, sotto vari aspetti, una certa responsabilità: la responsabilità a una solidità possibile dalla scienza dello spirito e a un più profondo entrare nelle cose. Lì si sperimentano poi talvolta cose dolorose. Si sperimenta che il grande monito che sta proprio ora dinanzi a noi attraverso i nostri eventi carichi di destino non sta dinanzi a tutte le anime in modo tale che esse si sentano obbligate a portare i loro cuori realmente più a fondo, più seriamente in ciò che accade dei giudizi superficiali di ciò che proprio vogliamo superare, del materialismo esteriore.

Sotto questo riguardo si vorrebbe sperare e desiderare che le anime che sono dentro il nostro movimento formino in un certo senso una schiera che, anche di fronte alle domande che oggi ci agitano profondamente, assuma una certa solidità. E in rapporto a molte cose è necessaria solidità. Non si crede affatto che cosa tutto sia possibile nel nostro tempo. Oh, potrei raccontare molte, molte cose di ciò che oggi, a chi segue il tempo realmente con amore degli uomini, può rendere il cuore sanguinante. Molte cose vengono oggi diffuse, talvolta con la migliore volontà, da una concezione del mondo malsana, presa da Arimane, sotto forma di opinioni e di pensieri.

Ma proprio di fronte alla dilagante letteratura di guerra, in molti casi dobbiamo sprofondarci in pensieri più profondi sui compiti dell’evoluzione culturale. Cose simili vengono proprio tentate nelle nostre conferenze adesso, accennando alla reale posizione dei singoli popoli. Infatti si tratta in molti casi realmente di una difesa della solidità contro la superficialità. Si poteva per esempio, proprio nelle ultime settimane, sperimentare qualcosa di molto singolare. Per ragioni comprensibili non vorrei qui menzionare il titolo di un libro che è apparso all’estero, anche in lingua tedesca, e di cui si afferma che dovrebbe essere stato scritto da un tedesco. Espressamente vorrei sottolineare che ci si può elevare a comprendere qualsiasi punto di vista. Si può forse comprendere il punto di vista più ostile ai tedeschi, quando lo rappresenta questo o quello. Si cercherà di comprenderlo, non si ha bisogno di condividerlo, ma si può forse comprenderlo. Però questo libro che intendo ha caratteristiche di fronte alle quali non importa che assuma un punto di vista radicalmente ostile ai tedeschi, che su ogni riga sia bava di rabbia contro lo spirito tedesco e contro l’essere tedesco. Che sia scritto velenosamente, anche questo si potrebbe comprendere. Ma comunque nessuno potrà venire a dire: «Quando un tedesco parla così di questo libro, lo possiamo comprendere, poiché egli parla in modo sprezzante della germanità.» — Ma si tratta di un’altra cosa. Il libro è scritto in modo tale che chiunque abbia un po’ di senso per la sostanza interiore e per la solidità interiore, chi ha un po’ di cultura, deve trovare: è l’imitazione più orribile della peggiore letteratura da retrocucina. — Del tutto a prescindere dal punto di vista, esso sta letterariamente così in basso che chi trova qualcosa in questo libro mostra di accettare, sul piano letterario, un’opera da retrocucina, un’opera raffazzonata, scritta con un’ignoranza — vorrei dire — portata alla mostra più evidente, come qualcosa che si può prendere sul serio.

Quindi non è il punto di vista che importa; bensì, dal modo in cui è scritto, come nessun uomo che abbia imparato a pensare — anche già formalmente — scriverebbe, si vede che si ha a che fare con una fabbricazione di libri del tutto scadente. Eppure ho già dovuto sentire anche giudizi secondo cui questo libro, di cui per particolari ragioni non menziono qui il titolo, viene preso sul serio. Quando accadono cose simili, allora spetta proprio a noi non temere di formarci un giudizio sulla base di una certa molteplicità di lati. Se qualcuno fosse forse d’accordo nel contenuto anche con certe frasi espresse in quel libro, non avrebbe pur tuttavia bisogno di prendere sul serio un libro simile, già per questo motivo, perché il libro è un’opera orribilmente raffazzonata, e perché pur tuttavia non si prende sul serio un’opera orribilmente raffazzonata, perché non si può desiderare che persino il vero venga espresso in modo orribile, nel peggiore affetto e in modo grossolano.

Volevo solo caratterizzare un esempio del genere per il motivo che vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che molte cose contano, quando il cultore della scienza dello spirito tenta di formarsi un giudizio sul mondo. Se fosse realmente possibile considerare buono un libro anche quando, stilisticamente, è un libro orribile, allora si attesterebbe con ciò di aver reso troppo poco vivente nel proprio cuore, nella propria anima, il sentire di scienza dello spirito. Non certo per esprimere qualcos’altro, se non per richiamare l’attenzione sul modo in cui la scienza dello spirito deve pervadere realmente in modo incisivo e vivente il nostro sentire e pensare, vengono addotti anche in questo campo esempi concreti. Ed è proprio necessario che tali impulsi concreti siano cercati nelle nostre anime.

Devo confessare che ciò che finora ha potuto particolarmente appagare, quando si viaggiava per la Germania, era questo: persino dopo grandi vittorie non era avvertibile un giubilo terribile. Si avvertiva qualcosa del fatto che in ogni anima vi era nello stesso tempo il dolore per le enormi perdite. Credo che sia così. Non deve risuonare soltanto un vano giubilo per la vittoria. Poiché questi nostri giorni carichi di destino, portatori di destino, non solo richiedono enormi sacrifici, ma aprono enormemente tante ferite, anche ferite spirituali, quando si guarda il comportamento di molti uomini. E perciò è proprio necessario che ci ricordiamo a volte, proprio quando consideriamo cose importanti dal campo della scienza dello spirito, quale responsabilità è imposta alle nostre anime e come dobbiamo aspirare a tempi in cui possano davvero incontrarsi le azioni dei giovani, intatti corpi eterici e le anime che sono ancora quaggiù nei corpi degli uomini e possono inviare in alto i sentimenti e le facoltà dell’anima.

Verrà un tempo, dopo questa guerra, in cui agiranno gli intatti corpi eterici di coloro che sono passati attraverso la porta della morte e hanno sviluppato forze dai sacrifici che hanno portato e che ora potrebbero inviare giù per la spiritualizzazione dell’umanità. Ma quaggiù dovranno esserci anime che possano accogliere, che in viva fede guarderanno in alto a ciò che da coloro che sono passati prematuramente attraverso la morte è salito al mondo spirituale, per irradiare in basso le forze per la spiritualizzazione dell’umanità. Vorrei perciò che ci si presentasse dinanzi agli occhi nel senso delle parole che vorrei pronunciare di nuovo anche al termine di questa considerazione:

Dal coraggio dei combattenti, dal sangue delle battaglie, dal dolore degli abbandonati, dalle gesta sacrificali del popolo sorgerà frutto dello spirito — volgano anime consapevoli dello spirito il loro senso al regno degli spiriti.

15°Il superamento conoscitivo della morte: comunione con i morti

Colonia, 19 Giugno 1915

L’altro ieri, con la nostra considerazione presso il Gruppo di Düsseldorf, abbiamo gettato uno sguardo su ciò che, nel contesto della vita, si chiama il passaggio dell’uomo attraverso la porta della morte. È proprio questo che conta: che lo sviluppo spirituale occidentale a poco a poco si compenetri di una conoscenza la quale, in un certo senso, superi la morte sul piano conoscitivo, e la superi appunto perché la riconosce come una trasformazione della vita stessa. Va da sé che proprio nella nostra epoca, attraversata da concezioni materialistiche, la morte deve apparire sempre più come un confine del mondo che l’uomo attraversa. Possiamo facilmente immaginare che nelle epoche più antiche le cose stessero in modo essenzialmente diverso; ed era ovviamente diverso perché, come sappiamo, gli uomini in quelle epoche più antiche conservavano ancora una sorta di residuo dell’antica chiaroveggenza onirica. Tale chiaroveggenza onirica era unita a un permanere nel mondo spirituale. E poiché in quei tempi, in cui le nostre anime erano incarnate in corpi attraverso i quali era ancora possibile uno stare chiaroveggente nei mondi spirituali, le nostre anime erano congiunte con il mondo spirituale, allora la morte non era per esse un fenomeno carico di significato, non così conclusivo come nei nostri tempi. Ma tale carattere conclusivo diverrebbe sempre più forte, se nella nostra epoca non subentrasse a poco a poco quella conoscenza che la scienza dello spirito è chiamata a dischiudere. Non si creda infatti che questa scienza dello spirito, che facciamo nostra, non abbia già di per sé, in quanto scienza dello spirito, il significato più grande per l’intera esperienza dell’uomo.

Certamente, molti di noi diranno: lungo il nostro cammino attraverso il movimento della scienza dello spirito noi aspiriamo a due cose. In primo luogo, a compenetrare razionalmente, con l’intelletto, ciò che la scienza dello spirito ci offre. In secondo luogo, applicando alla nostra anima i metodi della scienza dello spirito così come sono delineati ad esempio nel libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?», noi stessi aspiriamo ad accedere alla percezione del mondo spirituale già durante la nostra incarnazione fisica. Ma alcuni diranno: di certo solo a pochi, soltanto a pochissimi, viene assegnato dal loro karma di entrare in modo pienamente cosciente nel mondo spirituale in questa incarnazione. Vi entrerebbe — anzi vi entra effettivamente — in un certo senso chiunque applichi quelle regole; ma accorgersi di esservi dentro, prestare attenzione a tale fatto, è più difficile dell’entrarvi medesimo. E ciò che impedisce a molti, anche quando sono realmente nel mondo spirituale, è l’impossibilità di rivolgere quell’attenzione fine, intima, a quanto sperimentano, così da essere realmente consapevoli di esservi dentro. Si potrebbe dire che per chiunque applichi le regole indicate nel libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?», dopo un tempo relativamente breve si verifica questo: egli si trova col proprio sé nel mondo spirituale — ma non se ne accorge. Proprio di fronte a una simile considerazione occorre ribadire sempre di nuovo che la comprensione razionale di quanto è dato dalla scienza dello spirito non dipende affatto dal fatto di guardare di persona dentro il mondo spirituale. Abbiamo detto spesso: per esporre i fatti del mondo spirituale è naturalmente necessaria la visione scientifico-spirituale. Ma quando ciò che si è trovato viene comunicato, allora chiunque può comprenderlo, purché applichi davvero, in modo imparziale, il proprio intelletto sano, non offuscato dai pregiudizi del mondo materialistico esteriore.

Dobbiamo renderci conto che non basta proporci o convincerci di essere ormai del tutto al di sopra dei pregiudizi che l’epoca materialistica diffonde. Certamente, secondo la nostra volontà, secondo il nostro anelito, saremo al di sopra di tali pregiudizi dell’epoca materialistica, qualora ci accostiamo seriamente al movimento della scienza dello spirito. In fondo, infatti, nessuno aderirà onestamente e sinceramente a questo movimento scientifico-spirituale, se non è compenetrato nel suo intimo più profondo dal desiderio di andare oltre i pregiudizi materialistici. Eppure nelle nostre abitudini di pensiero questi pregiudizi materialistici si annidano così a fondo, e si annida soprattutto a fondo ciò che non è direttamente pregiudizio materialistico, ma è in connessione con esso. È connesso col pregiudizio materialistico, con l’intera concezione materialistica del mondo, il fatto che l’uomo, in un certo modo, non riesce a sviluppare una capacità di pensiero comprensiva. Per quanto la nostra epoca punti sull’intelletto e sulla logica, altrettanto poco è in realtà, nella nostra epoca, l’intelletto acuto e la logica acuta una caratteristica propria di coloro che vorrebbero porsi alla testa delle aspirazioni scientifiche o culturali del nostro tempo. La piena chiarezza del pensiero, nella nostra epoca, non viene affatto perseguita. Se infatti si perseguisse pienamente la chiarezza del pensiero, allora si sarebbe anche in grado di comprendere realmente, fino in fondo, la scienza dello spirito. Chi pensa con piena chiarezza non trova nulla da obiettare contro quanto la scienza dello spirito ha da presentare — naturalmente nelle grandi linee; nei dettagli, infatti, lo studioso di scienza dello spirito può sbagliare, come l’uomo in genere può sbagliare.

Si potrebbero addurre innumerevoli esempi i quali ci mostrano quanto poco la nostra epoca sia incline ad applicare un pensiero chiaro e acuto. Voglio darvene uno solo, tratto dai nostri giorni. Si è potuto leggere ripetutamente, come giudizio assai diffuso, una frase di un uomo davvero grande, di un personaggio molto importante. Questo giudizio è stato ripetuto da altri, e uno dei pubblicisti tedeschi se ne è particolarmente vantato, riportandolo continuamente. Un grande uomo, dunque, una volta ha detto che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. E a più di un pensatore, che ragiona proprio nello spirito della nostra epoca, ciò appare infinitamente logico: la guerra è una continuazione della politica. Va da sé che non si vuole obiettare nulla contro la grandezza dell’uomo che ha pronunciato la sentenza. Egli intende dire che i popoli fra loro conducono una certa politica, e per mezzo di questa regolano i loro affari reciproci; quando poi questa politica giunge a un punto in cui, per così dire, non può procedere oltre — ebbene, che cosa accade allora? — allora è la guerra che continua la politica. In questo senso il giudizio può essere lecito per chiunque e va riconosciuto senz’altro. Eppure, se si riflette un poco, si scopre quanto un simile giudizio sia per lo più unilaterale. Tale giudizio infatti suona del tutto identico a quello con cui si dicesse, per esempio: ci sono due persone che sono amiche, o che si trovano in qualche altro rapporto, che si sono sempre intese bene, magari si sono amate infinitamente, e che poi cominciano a litigare. Allora si potrebbe ugualmente dire: la lite è la continuazione dell’amore. Considerata esteriormente, la lite è la continuazione dell’amore. Eppure, sulla natura della lite, non si sarà chiarito nulla di particolare quando si sa solo che essa è la continuazione dell’amore. Allo stesso modo, evidentemente, non si è stabilito nulla, non si è detto il minimo sulla natura della guerra, quando la si considera dicendo: la guerra è la continuazione della politica. È un fatto che alla nostra epoca odierna possono apparire enormemente significativi giudizi che, in realtà, sono giudizi piuttosto unilaterali. Più di un giudizio viene oggi molto apprezzato pur senza chiarire nulla di particolare sulla natura della cosa di cui si tratta.

Eppure un simile giudizio non deve sempre essere infruttuoso. Può anzi avere un significato molto fecondo. Ma coloro che aderiscono alla nostra concezione del mondo dovrebbero penetrare un poco il velo della Maja anche in rapporto alla vita esteriore. Va da sé che non si vuole obiettare in alcun modo contro il giudizio che oggi si trova in ogni terza colonna di giornale, perché è un giudizio fecondo; tuttavia, quanto alla correttezza del giudizio, si farebbero strane esperienze interiori se si volesse vagliarlo con un pensiero chiaro. Lo stesso accade quando oggi quasi in ogni colonna di giornale si legge: vinceremo, perché dobbiamo vincere! — Come si è detto, contro la legittimità di tale giudizio, contro la sua fecondità e il suo valore non si vuole obiettare nulla; ma se qualcuno, che si trova davanti a un fiume e deve attraversarlo, dicesse: nuoterò, perché devo nuotare — allora la correttezza del giudizio dipenderebbe dal fatto che egli sappia nuotare. E si può, in questo caso, attestare con piena chiarezza di pensiero la correttezza del giudizio di un non-nuotatore: voglio attraversare a nuoto, perché devo nuotare. Che valore ha un simile giudizio? Oh, ha un grande valore, perché dà forze, dà coraggio e fiducia, compenetra la volontà; è un giudizio che sprona la volontà. Non è un giudizio che riconosca qualcosa, bensì uno per mezzo del quale la volontà viene temprata. Per questo motivo il giudizio è significativo e importante. Non fraintendete cose simili. Vengono richiamate per mostrare che un pensiero chiaro, capace di vedere attraverso le cose, è pur sempre qualcosa di diverso da ciò che tante volte viene fatto valere come tale.

Nella nostra epoca le abitudini di pensiero materialistiche sono straordinariamente forti e diffuse. Ma il nostro giudizio si offusca soprattutto quando si tratta di vagliare ciò che lo studioso di scienza dello spirito afferma. È un fatto che tutto quanto lo studioso di scienza dello spirito dice, anche se non si è mai gettato uno sguardo nel mondo spirituale, può essere compreso, purché si applichi un pensiero realmente sano e corretto. Non c’è uomo che, anche senza essere chiaroveggente, purché abbia un sano giudizio, debba per forza essere avversario della scienza dello spirito. Per essere avversari della scienza dello spirito ci sono in realtà ragioni del tutto diverse, radicate nella natura dell’uomo, nell’anima dell’uomo. Uno di tali motivi è soprattutto il seguente. Quando l’uomo si trova nel mondo fisico con la sua percezione, allora a questa percezione nel mondo fisico viene sempre in aiuto il sostegno del suo corpo fisico, del suo corpo eterico, e anche del suo corpo astrale. Questi — il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale — sono stati a lungo immersi nel divenire cosmico, attraverso i periodi di Saturno, del Sole e della Luna, e sono stati edificati per l’uomo a partire dalle forze delle gerarchie divine. Essi sono oggi ciò che sono divenuti nel passato. L’uomo, quando entra nella sua esistenza fisica nel mondo, viene immesso in ciò che gli è stato preparato attraverso lunghi periodi di tempo. Tutto questo lo sostiene quando si trova nella percezione fisica.

Ogni volta che facciamo una percezione, che ci formiamo una rappresentazione, viene infatti impressa un’orma nel nostro corpo fisico. Non lo sappiamo, ma questa orma nel corpo fisico avviene. E il fatto che essa avvenga è la ragione per cui, durante la vita fisica, abbiamo una memoria. Bisogna solo rappresentarsi correttamente la questione. Poniamoci la domanda: perché abbiamo una memoria nella vita fisica? — dobbiamo allora dire: ogni volta che ci formiamo una rappresentazione, viene fatta un’impressione sul corpo fisico. Questa impressione è anzi più o meno antropomorfa. Ogni rappresentazione che ci formiamo non fa, come crede chi pensa in modo materialistico-fantastico, solo qua o là nel cervello un’impronta; al contrario, ogni rappresentazione fa un’impronta sull’intero uomo. E con riguardo a una sorta di riproduzione della testa e persino della parte superiore del petto dell’uomo, ogni rappresentazione che ci formiamo lascia realmente un’orma. È proprio così: quando ora vi parlo, magari cento sillabe al minuto, voi durante questi minuti, in rapida successione, avete formato in voi cinquanta uomini, ma avete pure rapidamente rimosso cinquanta immagini d’uomo; l’una si alterna velocemente con l’altra. Ora, potete immaginare quante simili immagini di uomo abbiate formato in voi quando l’ora di conferenza è trascorsa. Queste immagini di uomo sono più o meno simili nella loro forma esteriore, e tuttavia diverse; nessuna è del tutto identica all’altra. Ognuna differisce dall’altra, sia pure solo di poco.

È una rappresentazione infantile pensare che, se uno ha oggi un’impressione del mondo esteriore e se ne ricorda domani, tale impressione gli sia rimasta in qualche forma dentro. Essa non è rimasta affatto: è rimasta nell’uomo un’immagine antropomorfa. In realtà, di ogni impressione del mondo esteriore resta un’immagine che è antropomorfa. E se voi domani vi ricordate di nuovo dell’impressione, allora trasferite la vostra anima in questa immagine d’uomo che è in voi. E il motivo per cui domani non vedete questa immagine d’uomo, bensì vi ricordate dell’impressione, è che voi leggete nel vostro corpo astrale. È una vera e propria attività di lettura, un’attività di lettura subcosciente; allo stesso modo in cui, se scrivete qualcosa e più tardi la volete rileggere, non descrivete le lettere, ma ciò che le lettere significano, così è domani, quando vi ricordate di ciò che avete sperimentato oggi. Voi non guardate l’immagine sorta in voi, il fantasma d’uomo che vive lì in voi, ma l’interpretate. Vi trasferite con l’anima in questo fantasma d’uomo, e la vostra anima sperimenta qualcosa di del tutto diverso da questo fantasma d’uomo. Essa sperimenta ancora una volta ciò che ha sperimentato ieri. Non c’è troppo da stupirsi: se oggi leggete il «Faust» di Goethe — che cosa avete davanti a voi? Tanta e tanta carta e inchiostro da stampa in una forma qualsiasi. Questo è esteriormente, materialmente, l’intero «Faust». E non avreste mai il «Faust» di Goethe se non poteste, con l’anima, fare qualcosa con ciò che avete davanti come carta e inchiostro da stampa. Se non poteste decifrarlo, sarebbe appunto solo carta e inchiostro da stampa. In rapporto al mondo esteriore i materialisti dibattono continuamente sostenendo che ciò che lo studioso di scienza dello spirito afferma essere lì, appunto non c’è. Ma questi materialisti sono accorti tanto quanto sarebbe accorto chi dicesse: che cosa vai blaterando del «Faust» di Goethe? Esso non c’è affatto, lì c’è solo carta e inchiostro da stampa! — Questo giudizio sul «Faust» è del tutto identico al giudizio che oggi i materialisti emettono sul mondo.

Ma così è anche con i nostri ricordi. Domani non c’è nulla nel nostro essere umano di un’impressione di oggi, se non il fantasma, l’immagine riflessa, e tutto il resto deve provvederlo il lavoro dell’anima su quel fantasma. E come dalla carta e dall’inchiostro da stampa, nella nostra anima, affiora l’intera trama del «Faust» di Goethe, così affiora, da ciò che è rimasto in noi come fantasma, quanto costituisce una rianimazione dell’impressione di oggi, quando domani ce ne ricordiamo. Ma quest’attività che dev’essere compiuta perché possiamo ricordare, viene eseguita per noi da ciò che è stato preparato attraverso i periodi di Saturno, del Sole e della Luna; l’esegue per noi il nostro corpo fisico, così mirabilmente strutturato, e poi il nostro corpo eterico. Essi configurano, essi fanno tutto questo al posto nostro. E ciò l’avverte, lo sente l’uomo che pensa in modo materialistico. Ora considerate: le verità spirituali che vengono conquistate, vengono conquistate senza questo aiuto, in modo che il sostegno del corpo fisico esterno non viene chiamato in causa. Le forze che altrove agiscono nel corpo esteriore, devono venire dall’interno dell’anima; bisogna lavorare a partire dall’elemento animico. Quando si ha una visione spirituale non originata dal mondo esteriore, allora, se vogliamo ricordarcene, non possiamo trasferirci in un fantasma interiore che sia rimasto; quello è infatti nel corpo. Lì dobbiamo, con una forza molto maggiore, senza quel sostegno, ricostruire interamente la cosa a partire dall’interno, ricostruirla rettamente.

Anche questo, dunque, non è qualcosa di particolarmente straordinario. Pensate soltanto alla differenza, così come essa rispecchia in piccolo ciò che intendo ora. Supponete che qualcuno legga oggi una poesia, e che la poesia letta oggi se la conservi stampata fino a domani. Allora domani può rileggerla, dopodomani di nuovo. Ma supponiamo che non se la conservi: allora deve ripeterla a memoria. Vedete la differenza: una volta facciamo, in un certo senso, qualcosa con cui non abbiamo nulla da fare; ciò che altrimenti dovremmo fare lo trasferisce da un tempo all’altro la carta esterna; abbiamo un sostegno nella carta. Dobbiamo invece sforzarci di più quando ricostruiamo la poesia dall’anima. Allo stesso modo, colui che vive nel mondo spirituale deve sforzarsi interiormente, con la propria volontà, più di colui che si appoggia al sostegno del proprio corpo. Ciò però è connesso al fatto che tutto quanto viene conquistato sul piano scientifico-spirituale, e anche tutto ciò che deve essere semplicemente compreso, richiede un grande sforzo dell’anima. Si può essere molto più indolenti, più pigri, da materialisti, che da studiosi di scienza dello spirito. E questo è il motivo per cui gli uomini sono materialisti, o almeno uno dei motivi. Non sono materialisti perché vi siano costretti, da parte loro, da una logica, ma sono materialisti per paura, e anche per indolenza, perché vogliono che tutto ciò che si svolge nell’anima non si svolga per le forze interiori dell’anima, ma si svolga per ciò che è scritto nel corpo, per ciò che lì viene registrato. Sono cose che dobbiamo assolutamente tenere presenti, se vogliamo comprendere le ragioni per cui taluni sono avversari della scienza dello spirito.

Soprattutto, però, è difficile venire a capo col proprio pensiero quando si tratta di raggiungere qualcosa che l’uomo deve pur raggiungere quando varca la porta della morte. Ho già accennato l’altro ieri a ciò che è essenziale per varcare la porta della morte: è la conoscenza di sé. Ora, evidentemente, questa conoscenza di sé non è affatto qualcosa di così facile. Alcuni di voi mi hanno già sentito parlare di come gli uomini, persino riguardo all’aspetto esteriore, cadano molto spesso nel più grande errore. C’è un filosofo, oggi spesso nominato, che ha vissuto a Vienna, Mach — non intendo Maack, l’oltraggiatore amburghese della teosofia, bensì Ernst Mach, il filosofo da prendere sul serio. Egli ha scritto un’«Analisi delle sensazioni». In essa dice, con grande candore, quanto segue: una volta camminavo per la strada; a un tratto dovetti fermarmi, perché mi venne incontro un uomo, e io pensai: questo è un uomo con un viso assai antipatico, anzi con un viso insopportabile. Ed ecco che mi accorgo di essere passato davanti a una lastra a specchio, e gli specchi erano appesi in modo tale che avevo visto me stesso. Allora mi accorsi di quanto poco conoscessi la mia figura. — Quando vide se stesso, dunque, si ritenne un uomo antipatico dal viso insopportabile. Ed è un professore di filosofia, un illustre professore del presente. E per rafforzare ancora ciò che gli era accaduto, aggiunge qualcos’altro: quando era già da tempo professore, viaggiò un giorno in ferrovia, arrivò molto stanco in una città e prese un omnibus. Dal lato opposto vide salire anche un uomo, e pensò: ecco che sale un maestro di scuola decaduto! — Poi però si accorse che sul lato opposto era di nuovo appeso uno specchio, e scoprì di aver designato se stesso come maestro di scuola decaduto. Egli fa osservare che, come dice, conosceva il tipo generico più precisamente della sua figura particolare.

Ora, se è già tanto difficile riconoscere se stessi riguardo all’aspetto esteriore — per le signore è forse più facile, perché si guardano più spesso allo specchio — quanto è diverso quando si tratta dell’elemento animico. Per il nostro ciclo di tempo non c’è quasi altra possibilità di conoscere se stessi che quella di affinare le forze conoscitive mediante ciò che possiamo accogliere nella scienza dello spirito. I concetti, le rappresentazioni che accogliamo grazie alla scienza dello spirito, sono, nel migliore dei sensi, adatti ad affinare la nostra conoscenza di sé. Tutto ciò che accogliamo attraverso il libro «La scienza occulta nelle sue linee generali» è in fondo predisposto, in generale, proprio alla conoscenza di sé. Tutte le rappresentazioni che accogliamo attraverso questo libro tendono in realtà a questo: a farci conoscere noi stessi, a sapere che cosa l’uomo realmente sia. Studiando come il corpo fisico umano, il corpo eterico, il corpo astrale siano divenuti a poco a poco attraverso lo sviluppo di Saturno, del Sole e della Luna, impariamo a conoscere ciò che è in noi. E grazie al fatto che impariamo così, in generale, a conoscere ciò che è in noi, le nostre forze rappresentative si affinano e ci permettono di riconoscerci anche nei particolari, in modo molto migliore di quanto altrimenti sarebbe possibile.

In che misura, dunque, questa conoscenza di sé ha un significato per il momento della morte? Finché dimoriamo qui nel corpo fisico, la conoscenza di sé è semplicemente conoscenza. Ma quando varchiamo la porta della morte, tutto ciò che ci siamo appropriati come conoscenza di sé si trasforma in forze di volontà. Quanto meglio conosciamo noi stessi, tanto più forte diventa una sorta di forza di volontà proprio quando abbiamo deposto il corpo fisico. Prendiamo ad esempio il caso che qui abbiamo riconosciuto di essere stati, riguardo a certe cose, diciamo, persone impetuose. Ora, voi sapete quanto sia difficile, nella vita fisica, trasformarci interamente, deporre realmente, ad esempio, l’impetuosità, anche quando la riconosciamo. Ma nell’istante in cui deponiamo il corpo fisico, quando soltanto sappiamo: tu eri impetuoso — ciò diventa volontà. E questa volontà si dirige a togliere via dal nostro essere l’impetuosità. Ogni giudizio conoscitivo diventa, mentre varchiamo la porta della morte, un giudizio di volontà; diventa una forza di volontà.

E qui subentra qualcosa di molto significativo, che possiamo in un certo senso chiamare l’inversione di qualcosa che viene sperimentato prima della nascita dell’uomo, ma che viene dimenticato, perché l’uomo non può guardare a ritroso nei tempi che ha attraversato prima della sua nascita. Pensiamo però che l’uomo potesse già ora sperimentare ciò che svilupperà nell’esistenza di Giove: quando, a partire dal mondo spirituale, si appresta gradualmente a giungere a una nuova incarnazione, allora egli sperimenterebbe, in modo assai notevole, qualcosa come uno sguardo rivolto alla sua futura figura, alla sua futura vita. Vedrebbe realmente anche qualcosa della sua figura fisica. Ma proprio una cosa, in questa figura fisica, non potrebbe mai compenetrare: ciò che gli apparirebbe come due punti. Pensiamo che, mentre procediamo verso la nascita, avessimo davanti a noi, come dileguantesi in una nebbia, la nostra figura fisica. La vedremmo come luce, ma in essa vedremmo punti impenetrabili, oscure sfere, e anche molte altre cose, ma appunto anche queste oscure sfere. Molto prima che l’uomo si appressi alla sua nascita fisica, egli vede — quasi nel tempo, non nello spazio — davanti a sé: questo tu diventerai! E vede, in un certo senso, già come dalla natura degli Spiriti della Forma si formi la sua fisicità. Essa gli appare più o meno come una figura di luce, ma in essa, come fluttuanti, due oscure sfere. Quando l’uomo, ora, va incontro alla vita fisica, lo fa in parte già nel corpo della madre; là egli assume certe forze da questo ambiente che la madre poi forma. Si sente a poco a poco congiunto con questa figura di luce, e allora sente come se fosse infilato in particolare in queste due sfere. Prima gli erano apparse come impenetrabili, ora egli stesso è dentro di esse e sente le forze che gli vengono da ogni parte penetrare in lui. Allora egli trapassa queste due sfere, lo spazio delle sfere; lo spazio perde la sua impenetrabilità. E sono questi i punti in cui poi, più tardi, si trovano gli occhi. Quando ci si avvicina così all’incarnazione fisico-terrena, ciò che proprio non si vede, ma che fa sì che noi vediamo, sono gli occhi. Essi sono come sfere impenetrabili a cui andiamo incontro. Poi le si compenetra, nell’ultima fase, prima di entrare nel mondo fisico. Se lo si sperimentasse coscientemente, sarebbe in realtà un meraviglioso fenomeno.

Pensate come, uscendo dal mondo spirituale per entrare nel mondo fisico, ci si direbbe: ora vai con la tua anima incontro a questa figura fisica. Vi troverai due oscure sfere. Esse non puoi compenetrarle con la tua attuale visione dell’anima; quello è tutto pieno di sostanza spirituale! — Allora si riceve la forza di rendere trasparente ciò che dapprima è spiritualmente non trasparente. E quando poi, come si dice, «si vede la luce del mondo», allora quegli spazi che erano opachi sono proprio il motivo per cui si vede. Gli occhi non li si può vedere da sé; se li si vedesse, non si vedrebbe il mondo. Quando ora si varca la porta della morte, allora, in seguito, la vista della morte è una così meravigliosa apparizione nella vita spirituale dell’uomo dopo la morte, anche per il fatto che con l’intero uomo accade qualcosa di simile a ciò che accadde qui con gli occhi. Ma ciò che ora accade con l’intero uomo viene sperimentato coscientemente. Dopo la morte si deve giungere, nell’esperienza interiore, al sentimento: ecco, sei uscito dal mondo. Fino a poco fa avevi nell’occhio il mondo fisico come un’esperienza fisica, ciò che da ultimo il corpo eterico mostra ancora come tableau. Ora si arriva, con ciò che si è acquisito come conoscenza di sé, attraverso la porta della morte, e ciò diventa forza di volontà. — Pensate ora: qui c’è il morto. Egli lascia dietro di sé le sue esperienze fisiche. Irradia la sua forza di volontà, quella forza di volontà che si è acquisito mediante la conoscenza di sé.

Questa forza di volontà irradiante, acquisita mediante la conoscenza di sé, toglie via ciò che ci impedisce di guardare nell’ambiente spirituale. Come, entrando nella nascita, togliamo per così dire l’opacità dell’occhio, così togliamo via, per mezzo di questa forza di volontà, ciò che ci impedisce di guardare nel mondo spirituale. Dopo la morte ci rendiamo trasparenti. Questo è l’evento significativo.

[corpo eterico]

[facsimile manoscritto]

[…forza di volontà…]

Quando l’uomo varca la porta della morte, allora, finché ha ancora con sé il corpo eterico, è come se contemplasse in un possente tableau tutta la sua vita. Essa gli sta davanti. Ma ora egli riceve anche la sensazione: tu vedi te stesso! Questo sei tu, come vivevi fra la nascita e la morte, questo sei tu interamente! Ora si destano in lui tutte le forze della conoscenza di sé che ha acquisito, ed esse trapassano questo tableau così come ho descritto; in tal modo il corpo eterico viene via. Allora è come se cadesse un velo, e ciò che vi sta dietro viene per la prima volta alla luce, e quello è il mondo spirituale. È un’esperienza enorme attraversare la porta della morte e, per il fatto che il corpo eterico è divenuto libero, avere davanti a sé tutta l’ultima vita e ricevere il sentimento: quest’ultima vita è un velo che ti copre un mondo enorme, che durante la vita non hai potuto vedere. Ora contro questo velo, per rimuoverlo, combatte la forza di volontà sorta dalla conoscenza di sé. E mentre il velo si strappa, dietro di esso appare il mondo spirituale.

Non occorre essere timorosi per il fatto che qualcuno potrebbe dire: nella nostra epoca presente tanti uomini non hanno proprio fatto nulla per arrivare a una qualche conoscenza di sé. A giudizio di molti, infatti, si può a stento essere più assennati e intelligenti di un attuale professore universitario di filosofia; quello è poi l’ideale di intelligenza del presente. E si può essere così poco predisposti alla conoscenza di sé come un uomo tanto celebre, addirittura un filosofo, Ernst Mach, che è davvero una personalità importante! Qualcuno potrebbe dunque scoraggiarsi e dire: quanto alla conoscenza di sé, le cose stanno proprio male. — Certamente, se le cose stessero in modo tale che gli uomini fossero costretti a possedere soltanto

quella forza di volontà nascente dalla conoscenza di sé che consegue alla vita del presente, allora le cose si metterebbero davvero male per gli uomini! Gli uomini del presente sono in effetti molto orgogliosi degli enormi progressi conoscitivi che sono stati raggiunti, e per certi versi a buon diritto. Si pensi soltanto a come un medico di oggi, che conosce tutto ciò che è in voga nella medicina attuale, guardi con superbia a coloro che esercitavano la professione medica non molto tempo fa. Erano tutti degli sciocchi, pensa egli senza esitazione. Riguardo alle conoscenze esteriori, gli uomini nel corso degli ultimi secoli hanno acquisito e appreso molte cose sul mondo esterno: come si concatenino i fenomeni esteriori e così via. In questo campo sono stati fatti grandi progressi. Ma riguardo alla conoscenza di sé, le epoche più antiche, che abbiamo attraversato in precedenti incarnazioni, erano di gran lunga superiori al presente; tanto superiori, in realtà, che l’uomo attuale, quando pensa in modo materialistico, non sa proprio cosa farsene di ciò che proviene dai tempi antichi. Infatti, quanto gli uomini di oggi considerano come antichi pregiudizi era, in fondo, tutto sommato — vissuto come veniva dalle anime delle epoche più antiche — conoscenza di sé. E ciò che è stato messo per iscritto non sono che gli ultimi residui della conoscenza di sé.

Ora, per quanto riguarda la vita terrena, l’uomo con la normale coscienza esteriore non sa nulla delle sue precedenti incarnazioni. Sappiamo bene che fra i teosofi vi sono persone che, dopo un tempo relativamente breve, cominciano a sapere terribilmente molte cose delle loro incarnazioni precedenti. Una volta, in una città d’Europa, feci conoscenza di una compagnia in cui sedevano attorno a un tavolino del caffè Seneca, Federico il Grande, l’imperatore Giuseppe, il duca di Reichstadt, Madame Pompadour, Maria Antonietta e ancora qualche altro. Ma a parte coloro che, dopo aver imparato un po’ di teosofia, sanno tanto della loro incarnazione precedente, gli uomini, com’è noto, attraverso la normale conoscenza esteriore non sanno molto o non sanno affatto nulla della loro incarnazione precedente. Infatti, è altrettanto vero che, mentre l’uomo, per ciò che gli dà l’attuale ciclo dell’umanità, non sa nulla dell’incarnazione precedente, possiede invece per il dispiegamento della propria volontà dopo la morte tutto ciò che gli è rimasto dalle vite precedenti. Là le cose stanno infatti diversamente, fra la morte e una nuova nascita. Mentre qui, fra la nascita e la morte, gli uomini non sanno nulla delle loro precedenti incarnazioni, nella vita fra la morte e una nuova nascita essi hanno in sé tutte le forze delle loro precedenti incarnazioni, e anche quanto è stato sempre attraversato fra la morte e una nuova nascita.

Quando dunque l’uomo varca la porta della morte, egli possiede non soltanto quella forza di volontà che proviene dalla conoscenza di sé — che gli uomini oggi per lo più non hanno —, ma tutte le forze di volontà che non vengono dalla conoscenza di sé acquisita in questa vita: esse provengono dalla conoscenza di sé attraversata dall’uomo nelle epoche precedenti. Cosicché all’uomo, quando varca la porta della morte, non manca certo la forza di volontà che dissolve quel tessuto intrecciato dalla propria vita. Ma se nei prossimi millenni l’uomo vorrà acquisire nuove forze di volontà, anche questa conoscenza di sé proveniente dai tempi antichi verrà nell’attuale ciclo sempre più apprezzata. Per questo, per il proseguimento dell’evoluzione dell’umanità, deve appunto comparire la scienza dello spirito. Infatti il cammino dell’umanità è tale che oggi la forza di volontà dell’uomo è ancora sufficiente, ma comincia adesso l’epoca in cui, durante l’evoluzione terrestre, questa forza di volontà può essere rafforzata dal fatto che l’uomo prenda dimestichezza con il mondo spirituale.

L’evoluzione terrestre dell’umanità sarebbe esposta a un pericolo, qualora gli uomini, da ora fino alla fine dell’evoluzione terrestre, si opponessero in ogni modo ad accogliere qualcosa della scienza dello spirito. Allora l’uomo arriverebbe sempre più al punto di poter percepire ben poco, di là nel mondo spirituale, delle cose e degli eventi spirituali. Sarebbe sempre meno in grado di farlo. Sarebbe sempre meno capace di penetrare quel velo di cui ho parlato. Vedete dunque quale importanza riveste la conoscenza di sé trasformata in forza di volontà. Qui questa conoscenza è autocontemplazione, di là essa è volontà di sé, rivolta a rimuovere il velo dal mondo spirituale. Proprio in coloro che varcano la porta della morte si percepisce quanto sia importante per loro rafforzarsi nella forza di volontà, così come è stata ora caratterizzata, nella forza di volontà che proviene dalla conoscenza di sé. Per questo è davvero significativo che l’uomo, nel varcare la porta della morte, attraverso questi diversi stadi si occupi di ciò che è in lui, di ciò che è nel suo Sé, di ciò che egli era durante la vita terrena.

E quando qualcuno ha comunione con un defunto, è di grande, di essenziale importanza rendere questa comunione anche particolarmente feconda venendo in aiuto al defunto, a colui che se n’è andato, nel rafforzamento della sua autocoscienza, nel compimento di questa autocoscienza. L’intendo in modo concreto: pensiamo, ad esempio, che qualcuno che è stato qui con noi nella vita fisica varchi la porta della morte. Avendo vissuto con lui, sappiamo com’era, sappiamo cosa gli piaceva particolarmente fare, e così via. Quando ha varcato la porta della morte, egli ha necessariamente, urgentemente bisogno di portare alla luce, per così dire, tutto ciò che vuole attraverso forti forze interiori. Questo deve infatti scaturire dal suo sguardo a ritroso. E possiamo venirgli in aiuto se lo pensiamo così come ci è apparso nella vita; se ci impegniamo a inviargli i pensieri che lo caratterizzano. Accanto alle diverse cose che già sono state dette riguardo al nostro impegno con i defunti che ci hanno lasciato, possiamo soccorrere i morti anche portando loro, per così dire, l’immagine del loro essere. Con questo togliamo loro un certo sforzo nel dispiegamento di quella volontà che deve squarciare il velo caratterizzato.

Da ciò derivò poi quell’altro evento di cui vi ho già parlato l’altro ieri. Mi accadde che, dovendo parlare alla sepoltura di amici poco tempo fa, mi sentii nella necessità di esprimere proprio in occasione della sepoltura ciò che vive negli amici come loro essenza. Là non si parlò dal ricordo, bensì le parole vennero così dalla mia stessa anima che questa anima si era completamente trasferita nell’altra anima, dopo che quest’ultima aveva già varcato la porta della morte. Quando si ha a che fare con un’anima che ha già varcato la porta della morte, si tratta di trasferirsi in quell’anima. Qui nel mondo fisico l’oggetto è presente, lo si guarda dall’esterno. Nello spirituale è invece così, che con tutto il proprio essere ci si trova dentro questo spirituale-animico stesso. E là, nel singolo caso di cui ho parlato l’altro ieri, è andata così, che fu appunto possibile trasferirsi nell’anima di quella personalità che aveva varcato la porta della morte. Da me è stata caratterizzata come una personalità che per lunghi anni, prima della sua morte, si era occupata molto di questa nostra concezione del mondo, che vi era del tutto immersa, sicché poté formulare in parole il proprio contenuto, ciò che era come essere per essersi assimilata la scienza dello spirito e aver accolto in sé certe forze, finché era ancora nel proprio corpo eterico. Mi riuscì di cogliere ciò dalla defunta, che aveva varcato la porta della morte, e questo dovetti esprimere alla sepoltura.

In altri casi le cose andarono diversamente. Quando dovetti parlare alla sepoltura del nostro caro Fritz Mitscher, che deve essere particolarmente caro ai membri del nostro ramo qui presenti, accadde che sentii la necessità di trasferirmi anch’io pienamente in quell’anima che aveva varcato la porta della morte. Ma sorse allora la necessità di formulare in parole ciò che quell’anima era stata in vita per coloro che le erano amici e che le stavano attorno, anche come membri del nostro movimento antroposofico. Sorse cioè la necessità di esprimerlo per ripercorrere insieme a quell’anima, dopo la morte, e per attraversare in comunione ciò che è sprone e accrescimento di quella volontà che consegue dalla conoscenza di sé. Sorse allora la necessità di dire, proprio a quella sepoltura, cose che risuonassero in armonia con ciò che il nostro caro amico Fritz Mitscher aveva vissuto nei tempi del suo sviluppo, dopo essere entrato nel nostro movimento di scienza dello spirito; con ciò che si era appropriato, con il modo in cui il suo karma interiore l’aveva sospinto. E le parole che dovetti là pronunciare, come ho detto, non sono parole mie: esse sono scaturite dalle forze della sua stessa anima, ma plasmate in modo da esprimere l’essenziale degli anni che hanno preceduto la sua morte. Io dovevo dirlo — non: io volevo dire ciò che dovevo dire. Naturalmente non è qualcosa che fossero immediatamente parole sue: l’anima in questione non avrebbe mai detto questo di se stessa in vita. È ciò che l’altra anima ha sentito, ma poi unita all’anima del trapassato, così come si può sentire soltanto con un’anima ormai disincarnata. Voglio comunicarvi queste parole, che dovetti pronunciare alla sepoltura:

«Una speranza che ci colmava di gioia: così entrasti tu nel campo in cui i fiori-spirito della Terra, per la forza dell’essere animico, potessero mostrarsi alla ricerca. La pura essenza dell’amore per la verità era congeniale fin dall’origine al tuo anelito; creare dalla luce dello spirito fu il serio scopo di vita cui senza posa tu tendevi.

I tuoi bei doni curavi per percorrere a passi sicuri il chiaro cammino della conoscenza spirituale, senza lasciarti sviare dalle contraddizioni del mondo, quale fedele servitore della verità. I tuoi organi spirituali esercitavi, perché coraggiosi e perseveranti respingessero da te l’errore ai due lati del cammino e ti facessero spazio per la verità. Plasmare il tuo Sé a rivelazione di pura luce, perché la forza solare dell’anima ti irradiasse possente nell’intimo, fu cura e gioia della tua vita. Altre cure, altre gioie, toccavano appena la tua anima, perché la conoscenza ti appariva come luce, ciò che dà senso all’esistenza, come il vero valore della vita.

Una speranza che ci colmava di gioia: così entrasti tu nel campo in cui i fiori-spirito della Terra per la forza dell’essere animico volevano mostrarsi alla ricerca.

Una perdita, che profondamente ci addolora: così tu lasci il campo in cui i germi terreni dello spirito, nel grembo dell’essere animico, maturavano per il tuo senso delle sfere. Senti come noi guardiamo amando verso le altezze, che ora ti chiamano ad altro operare. Porgi agli amici lasciati la tua forza dalle regioni dello spirito. Ascolta la preghiera delle nostre anime fiduciosamente inviata dietro di te: abbiamo bisogno qui, per l’opera terrena, di forte forza dalle terre dello spirito, che ringraziamo agli amici defunti.

Una speranza che ci colmava di gioia, una perdita che profondamente ci addolora: lasciaci sperare che tu, lontano-vicino, non perduto risplenda alla nostra vita come una stella d’anima nel regno dello spirito».

Se queste parole non possono essere intese come se fossero pronunciate dall’anima stessa, esse sono state nondimeno dette in una comunione tale con quell’anima, che dopo un tempo relativamente brevissimo si rivelò da quell’anima qualcosa, ma proveniente ora soltanto dall’anima: non più dalla mia anima dunque, bensì soltanto dall’anima che aveva varcato la porta della morte. E suonava allora così, e da quel tempo in poi più volte mi risuonano sempre di nuovo queste parole:

«Plasmare a me il mio Sé a rivelazione di pura luce, perché la forza solare dell’anima mi irradiasse possente nell’intimo, fu cura e gioia della mia vita. Altre cure, altre gioie, toccavano appena la mia anima, perché la conoscenza mi appariva come luce, ciò che dà senso all’esistenza, come il vero valore della vita».

E quando per la prima volta — da allora è accaduto più volte — udii queste parole da quell’anima passata attraverso la morte, allora soltanto mi resi conto — poiché quanto è stato qui letto è davvero scritto, parola per parola, così come è stato udito in comunione con l’altra anima —, allora soltanto mi resi conto che poteva nascere un dialogo. Alla cremazione si era detto: «Plasmare il tuo Sé a rivelazione, di pura luce…». «Tuo» e «tu» ricorrono in queste strofe. Ma non era stato in alcun modo elaborato da me. Mi accorsi soltanto, quando le parole tornarono dall’anima defunta, che queste parole erano plasmate in modo tale da poter essere restituite anche in prima persona: «Plasmare a me il mio Sé a rivelazione di pura luce…». Vedete qui un dialogo che si estende oltre la tomba, una sorta di reciproca intesa.

Vorrei, riallacciandomi a questo, parlare di qualcosa che nel nostro movimento di scienza dello spirito viene menzionato spesso, ma di cui non si può mai parlare abbastanza. Trovate nelle strofe rivolte a un’anima passata attraverso la porta della morte un’eco di qualcosa che è espresso nel modo più significativo là dove si dice: «Ascolta la preghiera delle nostre anime, fiduciosamente inviata dietro di te: abbiamo bisogno qui, per l’opera terrena, di forte forza dalle terre dello spirito, che ringraziamo agli amici defunti». Non prendete una tale cosa come mere parole. Essa parla di qualcosa che nel senso più profondo è significativamente connesso con tutta l’essenza del nostro movimento di scienza dello spirito. Se un’anima ha così aspirato come quella di cui qui si parla, sicché ciò che poteva appropriarsi come sapere, come esperienze, volesse permearlo con gli impulsi della scienza dello spirito, ed essa passa così precocemente attraverso la porta della morte, allora è davvero così, che una simile anima può rimanere un fedele collaboratore.

Era dunque qualcosa come una preghiera, quando rivolsi dietro a quell’anima queste parole, affinché diventasse aiutante per ciò che dobbiamo volere nel futuro terreno. Infatti potete considerarlo come del tutto certo: l’abisso fra i viventi e i morti deve, nel corso dell’evoluzione terrestre, essere veramente colmato in modo vivo per opera della nostra scienza dello spirito. Dobbiamo imparare a considerare i defunti non come morti, bensì come viventi fra di noi, come viventi e operanti insieme a noi, esattamente come stiamo insieme a coloro che vivono nel corpo fisico. Coloro che sono i cosiddetti morti operano allora insieme a noi con le forze a loro disposizione. Dobbiamo cercare di cogliere in modo vivo, e non come teoria, ciò che la scienza dello spirito deve generare in noi come impulsi e trasformare nella vita viva, che vogliamo appunto innestare nell’evoluzione culturale dallo spirito. E si deve davvero dire: in futuro, vista la natura della nostra cultura esteriore, avremo bisogno dell’aiuto di coloro che si trovano lassù nei mondi spirituali. Coloro che qui sulla Terra danno realmente accesso al movimento di scienza dello spirito avranno bisogno delle anime dei defunti. Per questo si è detto che per l’opera terrena abbiamo bisogno della forza dalle terre dello spirito, che ringraziamo agli amici defunti. È, per così dire, un mandato pregante, che queste anime al lavoro continuino a operare con noi sulla Terra con le forze rafforzate da ciò che hanno accolto qui, e permeate da ciò che hanno accolto nelle terre dello spirito; che esse si compenetrino con ciò che è della stessa natura di quanto noi vogliamo.

Ah, talvolta emerge in modo sintomatico quali difficoltà e ostacoli incontri ciò che chiamiamo la nostra opera terrena antroposofica. Fra le molte cose che si possono osservare ripetutamente, sia ora messa in rilievo solo questa. Apparve qualche anno fa in una rivista della Germania meridionale un articolo che fece scalpore, perché si diceva in giro che provenisse da un filosofo molto importante. Colui che dirige la rivista si chiama Karl Muth. Quel Karl Muth all’epoca accolse un articolo prolisso; quando uscì la mia «Scienza occulta nelle sue linee generali», pubblicò questo articolo, appunto in connessione con questo libro «La scienza occulta». Forse non mi sarebbe stato particolarmente difficile, almeno per ciò che vi era di peggio nell’articolo, le affermazioni più sciocche, espungere qualcosa. Perché la verità su quel grande filosofo è la seguente: a molti egli appare davvero come un grande filosofo. Ma ad alcuni cui è venuto vicino nella vita — non occorre che fosse venuto loro particolarmente vicino, basta essergli stato seduto di fronte una volta —, a essi egli appare come una specie di lappola che si attacca addosso. E così apparve a me, e ho dovuto difendermi da lui. Ma dopo avermi scritto cartolina su cartolina, lettera su lettera, egli mi mandò anche come manoscritto questo articolo. Non riuscii a decidermi di leggere l’articolo, perché cominciava già in modo troppo sciocco.

Vi si diceva ad esempio: «Scienza occulta» chiama Steiner ciò che ha scritto là nel suo libro. Ma una scienza occulta non può proprio esistere, perché è essenza della scienza che essa non sia occulta, bensì pubblica. — Dunque, una scienza occulta contraddice l’essenza della scienza stessa! Così cominciava. E ovunque si sfogliasse, ci si imbatteva in sciocchezze tanto sfrontate, che mi era penoso continuare a leggere, leggere il manoscritto. Esso giace ancora da qualche parte. È una sciocchezza, questa cosa della «scienza occulta», perché basta conoscere il tedesco per avvertire questa sciocchezza. È proprio come se qualcuno dicesse: «scienza naturale» non esiste. Esiste però la scienza-della-natura! Una scienza occulta in effetti non esiste, ma una scienza-occulta esiste. Era dunque troppo sciocco, ma l’editore della rivista trovò che si trattasse di un articolo particolarmente significativo. L’articolo fu molto letto, e fu considerato qualcosa di assai acuto ciò che era stato scritto sulla scienza dello spirito, dove essa era stata criticata fino al fondo.

Ora è venuta la guerra. Quel filosofo non è tedesco, anzi si annovera ora fra i più acerrimi nemici della Germania. E ora egli scrive una serie di lettere al medesimo Karl Muth che a suo tempo — perdonate l’espressione triviale — si era leccato le dita per aver ricevuto l’articolo dal famoso filosofo. Molto veleno e fiele sono già stati versati sulla Germania e sul popolo tedesco, ma cose tanto velenose, tanto raccapriccianti come quelle che questo famoso filosofo scrisse in lettere a Karl Muth, in realtà poche ne sono state composte. Vi si trovano davvero i giudizi e le critiche più orribili sulla germanicità e sull’essere tedesco. Ciò che segue può essere persino considerato un buon segno. Il suddetto filosofo scrisse, dopo aver sputato veleno e fiele, purtroppo non con «scienza occulta», poiché la censura non glielo impedì affatto di varcare la frontiera, sicché giunse persino fino a Monaco, e Muth trovò il coraggio di ristampare questo veleno e fiele; non però adesso per stampare il «significativo articolo di un uomo significativo», bensì — dopo anni lo stesso Karl Muth ristampa questo scritto sui tedeschi e scrive: ovviamente, un uomo che scrive così va immaginato in modo tale da meritare il manicomio! — Vedete, a Karl Muth ci volle questo scritto sull’essere tedesco per accorgersi che quell’uomo è un pazzo. Ma qualche anno fa egli aveva scatenato lo stesso pazzo contro la nostra scienza dello spirito. Una persona ragionevole avrebbe potuto saperlo già allora, ma i pazzi spesso passano anche per famosi filosofi; non è questo il punto! Ma vedete da ciò come stiano le cose, a quali pericoli sia in realtà esposta la scienza dello spirito. Se la guerra non fosse venuta, e Karl Muth non fosse stato istruito sul fatto che in realtà quel brav’uomo, quel professor Wincenty Lutoslawski, è un pazzo, egli avrebbe occasionalmente accolto di nuovo un articolo demolitorio sulla scienza dello spirito uscito dalla penna di questo «famoso filosofo». Da ciò vedete anche come, nel nostro tempo, gli uomini spesso non siano inclini a giungere, attraverso la propria capacità di giudizio, al punto di vista che devono assumere di fronte alla scienza dello spirito.

Lo cito soltanto per mostrare, con un esempio — se ne potrebbero citare molti di tali esempi —, a quali ostacoli sia esposto il nostro movimento di scienza dello spirito; come persino coloro che più tardi devono essere considerati pazzi vengano scagliati contro di esso. Allora forse può essere lecito anche il giudizio che anche molto altro che si dice contro questa scienza dello spirito non è più assennato. Infatti, dove lo si è potuto dimostrare in modo davvero eclatante, lo si è dimostrato. Dobbiamo dunque renderci conto che, per rendere vivente ciò che sono gli impulsi della scienza dello spirito, abbiamo bisogno anche delle forze proprio di coloro che hanno varcato la porta della morte, e che, prima di varcare quella porta, hanno accolto ciò che è contenuto nella luce della scienza dello spirito. L’abisso fra viventi e morti deve essere rimosso, prima di tutto, sul nostro stesso terreno di scienza dello spirito. Per questo deve sempre di nuovo emergere qualcosa come un’esortazione: la consapevolezza che abbiamo avuto anime a noi vicine, finché camminavano fra di noi nel corpo fisico, vogliamo conservarla, esattamente come era prima, soltanto orientata corrispondentemente all’altra forma di vita; vogliamo conservarla, anche quando le anime in questione hanno varcato la porta della morte. Infatti, fra le cose più belle, più significative che possiamo conquistarci dalla scienza dello spirito, vi sarà il poter considerare coloro che hanno varcato la porta della morte come viventi fra di noi, come persone che ci incontrano; esattamente come ci incontrano coloro che vivono nel corpo fisico.

E ciò troverà un sostegno essenziale nel fatto che ora tante anime, sui campi dove qualcosa di nuovo si prepara a partire dal sangue e dalla morte, varcano in giovane età fisica la porta della morte e consegnano al mondo spirituale corpi eterici inconsumati. Il corpo eterico dell’uomo è infatti predisposto in modo tale da poter rifornire l’uomo di forza vitale fino alla più tarda vecchiaia. Se ora l’uomo varca la porta della morte in giovane età, allora restano inconsumate le forze che qui avrebbero ancora potuto essere impiegate, se l’uomo avesse raggiunto un’età più avanzata. E possiamo ora guardare in alto, nel mondo spirituale, nel mondo eterico, dove l’uomo resta ancora per qualche tempo dopo aver lasciato il piano fisico; là, di coloro che sono caduti sui campi degli eventi, che hanno varcato la porta della morte, sono presenti appunto molti giovani corpi eterici, che non si dissolvono subito, ma rimangono, tenendo insieme e contenendo le forze che a lungo avrebbero ancora potuto sostenere relazioni di vita. Ma questi corpi eterici saranno là, saranno forze che potranno allora venire in aiuto agli uomini, quando questi guarderanno in alto con anelito, con la consapevolezza della scienza dello spirito, là dove sarà ciò che è contenuto nei corpi eterici inconsumati. Quelle forze dall’alto si uniranno a coloro che consapevolmente vorranno unirsi a queste forze a partire dalla consapevolezza di scienza dello spirito.

Sentendolo e percependolo, dobbiamo rivolgerci a loro. Dobbiamo confessarci al mondo spirituale in modo vivente. Dobbiamo poterci dire: ci dovranno essere uomini, proprio nel futuro, nel tempo che seguirà a questa guerra, qui su questa nostra Terra, che portino in sé anime tali da poter guardare in alto verso il mondo spirituale, sicché questi corpi eterici inconsumati saranno per loro realtà; che ciò diventi per loro realtà attraverso la conoscenza del mondo spirituale. Allora la scienza dello spirito si mostrerà all’altezza non solo di ciò che è conoscenza, bensì di vita reale; vita reale anche attraverso gli eventi cruciali per il destino del nostro tempo. E allora si potrà dire: per il fatto che vi saranno nel mondo anime che guardano in alto ai corpi eterici lassù, i quali, inconsumati, sviluppano le loro forze, per questo quelle anime umane sulla Terra potranno accogliere queste forze e operare tanto più fortemente. E feconde per le anime terrene del futuro saranno queste forze inconsumate dei corpi eterici di coloro che oggi sui campi di sangue e di morte hanno offerto i loro sacrifici. Per questa ragione vogliamo anche oggi nuovamente ricordare quell’azione comune che può sorgere fra le anime che, animate e spiritualizzate in futuro dalle conoscenze della scienza dello spirito, guarderanno in alto a ciò che, da questa guerra, resterà dei corpi eterici; ciò che può sorgere da questa intima azione comune dell’anima. Vogliamo anche oggi di nuovo iscrivere nelle nostre anime quelle parole, che ora pronuncio volentieri al termine delle nostre riflessioni di ramo, dall’intero contesto degli eventi del tempo:

«Dal coraggio dei combattenti, dal sangue delle battaglie, dal dolore degli abbandonati, dalle offerte di sacrificio del popolo, sorgerà frutto di spirito — le anime, consapevoli dello spirito, volgano il loro intento al regno dello spirito».


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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